Sei sulla pagina 1di 606

Una stirpe di temibili guerrieri che l'ingegneria genetica

produsse negli anni oscuri prima dell'apocalisse nucleare, il


cui nome non può essere rievocato senza un brivido di
terrore: Paratwa. Costituiti da una sola mente inserita in due
corpi telepaticamente uniti fra loro, i Paratwa sono creature
invincibili e spietate, programmate per uccidere. La loro più
micidiale risorsa è un raggio mortale di serpeggiante luce
nera: un'arma suprema che non lascia tracce né testimoni
delle loro crudeli imprese. Ora, dopo due secoli, qualcuno ha
deciso di risvegliare dal sonno artificiale Reemul, il più
feroce e temuto fra tutti i Paratwa, liberando la sua furia
distruttiva nelle pacifiche colonie orbitali che sono tutto ciò
che rimane della civiltà umana. L'imprevista minaccia
costringe il leader dell'Alleanza E-Tech a giocare il tutto per
tutto per fermare la furia omicida di Reemul: far rivivere due
cacciatori di Paratwa, ibernati dall'epoca che precedette
l'olocausto: uomini dotati di facoltà e conoscenze
specialissime, molte delle quali segrete, pronti a fronteggiare
ancora una volta i loro odiati nemici in una lotta efferata.
Eppure anch'essi ignorano che Reemul è solo la punta
emergente di una vasta cospirazione che insegue da secoli un
sogno di dominio assoluto e che ora ha finalmente deciso di
scatenare tutte le sue risorse per realizzarlo...
Una storia impressionante per ritmo e inventiva, nella
quale rinasce la fantascienza d'azione.
Christopher Hinz vive a Reading (Pennsylvania) dove
lavora come direttore tecnico della Berks Community
Television. Tra i suoi molti interessi vi è la progettazione di
giochi e la realizzazione di video, mentre per alcuni anni è
stato chitarrista rock scrivendo inoltre i testi di numerose
canzoni. Il risveglio del Paratwa (1987) è stato il suo primo
romanzo, molto apprezzato per l'inconsueto vigore con il
quale ha rivisitato alcuni temi classici della fantascienza, e
per questo Hinz è stato indicato come uno degli autori più
promettenti di questi ultimissimi anni. Ha pubblicato
successivamente il romanzo Anachronisms (1988), ma è
soprattutto al lavoro su altre opere ambientate nello stesso
universo dei Paratwa.

Codice libro 10 214 CA


Copertina di Julek Heller
CHRISTOPHER HINZ

IL RISVEGLIO
DEL PARATWA

Editrice Nord
COSMO Collana di Fantascienza - Volume n. 214 - Novembre 1990
Pubblicazione periodica registrata al Tribunale di Milano in data
5/2/73 n. 27 Direttore responsabile: Gianfranco Viviani

Codice libro 10-214-CA

Titolo originale:LIEGE KILLER


Traduzione di Gianluigi Zuddas

© 1987 by Christopher Hinz.


© 1990 per l'edizione italiana by Casa Editrice Nord S.r.l.,
Via Rubens 25, 20148 Milano.
Stampato dalla litografia AGEL, Rescaldina (Milano)
Sento la lingua impietrirsi; divorante di fiamma
nelle vene mie una febbre scorre; veli di nebbia
mi oscurano lo sguardo; sordi sono gli orecchi,
come tamburi pulsanti.

Gelido umore or bagna la mia fronte; un improvviso


tremito m'aggredisce le membra; ho il volto
più pallido dell'erba dell'estate; innanzi a me
vedo la Morte, vedo la Follia.
Saffo di Mitilene, VI secolo a.C.
PRESENTAZIONE

Christopher Hinz è un autore americano di cui si è


cominciato a parlare molto di recente con la pubblicazione di
questo suo romanzo d'esordio, Il risveglio del Paratwa (Liege-
Killer, 1987), che mi ha subito colpito perché, senza volersi
inserire a tutti i costi nello sfaccettato panorama di tendenze,
mode e "scuole" di questi anni, si è imposto con la sola forza
del proprio ritmo e della propria inventiva. E non mi pare che
ultimamente si tratti di un evento troppo consueto. È insomma
un romanzo d'avventura robusto, vibrante, sapientemente
costruito, che strizza l'occhio alla fantascienza classica, ma
possiede tutte le doti di ritmo, disinvoltura e carica "visuale"
per catturare senza inutili e vacui ammiccamenti l'attenzione
di un lettore degli anni '90.
Dopo essere stato subito indicato tra gli autori più
promettenti, Hinz ha fatto seguire a breve distanza un secondo
romanzo di buon livello, Anachronisms (1988), che narra delle
vicende dell'equipaggio di un'astronave d'esplorazione che ha
il compito di investigare una strana forma di vita aliena, anche
se poi la creatura invade l'astronave minacciando i membri
dell'equipaggio, rievocando così la trama del film Alien di
Ridley Scott, senza rinnegare certi classici quali Crociera
nell'infinito di A. E. van Vogt, pur aggiungendo una
mescolanza piuttosto calibrata di altri elementi, tra cui gli
interessanti sviluppi dell'interazione fra i membri
dell'equipaggio che formano un cast piuttosto singolare. Tutto
ciò conferma il debito di Hinz verso la tradizione, ma le
soluzioni che egli di volta in volta adotta convincono per le
doti di garbo e intelligenza, che si uniscono a un gran senso
del ritmo e ad un'insolita abilità di "reinventare" con stile.
Mi sembra tuttavia di poter affermare che è l'universo dei
Paratwa, di gran lunga, ad aver catalizzato il meglio
dell'inventiva di Hinz, e la conferma si trova in un successivo
romanzo di recentissima pubblicazione ambientato nel
medesimo universo, Ash Ock (1989) (e, detto per inciso, dopo
aver letto Il risveglio del Paratwa, quel titolo piuttosto
ermetico risulterà chiarissimo). Direi che il merito principale
di Hinz è di aver sviluppato una trama emozionante a partire
da un'eccellente trovata come quella dei Paratwa (d'accordo,
in assoluto non sarà proprio originalissima, ma nelle mani di
Hinz mi pare davvero ben caratterizzata). Ma chi sono i
Paratwa? Si tratta di fieri e temibili "guerrieri", pressoché
invincibili, creati verso la metà del ventunesimo secolo
dall'ingegneria genetica. Più precisamente, nel romanzo si
ipotizza che alcune ricerche abbiano permesso di sviluppare le
Unità McQuade, ovvero campioni di massa cellulare in grado
di rimanere in contatto telepatico fra loro, anche a distanza di
migliaia di chilometri. In una fase successiva, era stato
compiuto un esperimento iniettando frammenti clonati di una
Unità McQuade all'interno di feti umani, nella speranza che
due esseri geneticamente diversi potessero sviluppare un
contatto telepatico permanente. Il tentativo aveva dato l'esito
sperato e i due neonati avevano rivelato di possedere un'unica
mente, poiché infatti le cellule McQuade avevano consentito ai
loro cervelli di collegarsi e, quindi, di svilupparsi come
un'unità indivisibile; in altre parole, avevano generato
un'unica creatura dotata di autocoscienza, unitaria dal punto
di vista intellettuale ed emozionale, ma dislocata tuttavia in
due corpi fisicamente separati. Di qui l'esigenza di coniare il
termine para- twain, ossia pseudo-gemelli, poi abbreviato in
paratwa. Come ci viene ancora spiegato nel romanzo, la
produzione di Paratwa era proseguita a ritmo incessante, allo
scopo di impiegare queste creature come soldati, guardie del
corpo, killer e così via, ma poi anch'essi erano stati spazzati
via, insieme a gran parte dell'umanità, dall'Apocalisse che
causò la rovina del pianeta. Infatti, Hinz ambienta genialmente
questa avventura due secoli dopo l'apocalisse nucleare, ma
non sulla Terra bensì prevalentemente in un affascinante e
realistico microcosmo, di cui l'autore sa sfruttare molto bene
suggestioni e potenzialità, ricco inoltre di risvolti che lasciano
spazio a future esplorazioni, ossia quello delle Colonie
Orbitali che rappresentano tutto ciò che rimane della civiltà
umana. E proprio qui si "risveglia " uno dei più temibili
guerrieri Paratwa, pronto a seminare morte e distruzione,
minacciando l'equilibrio dell'Alleanza E-Tech che governa le
Colonie.
L'idea centrale dei Paratwa e lo scenario d'azione sono poi
organizzati secondo una delle più classiche ed efficaci
soluzioni narrative: la caccia. Già, perché per scongiurare la
furia distruttrice del guerriero risvegliato dall'ibernazione
vengono fatti rivivere due "cacciatori di Paratwa", altrettanto
temibili e spietati, i soli potenzialmente in grado di fermarlo.
È una formula che la fantascienza, anche in tempi recenti, ha
conosciuto e proficuamente rivisitato molte volte, tuttavia qui
ci viene restituita in maniera brillante, estremamente godibile,
con un abile montaggio che risente dell'esperienza dell'autore
nel campo dei video e delle sceneggiature televisive, e con un
respiro complessivo tale da rendere questo romanzo un piccolo
classico del genere.
Credo che Christopher Hinz sarà una piacevole scoperta
anche per i nostri lettori, e quindi li rinvio fin d'ora al prossimo
appuntamento in questa stessa collana con un nuovo episodio
di quella che già promette di diventare un'appassionante saga.

Piergiorgio Nicolazzini
PROLOGO

La navetta s'era poggiata al suolo fra i grattacieli, al centro


della strada deserta, facendo rimpicciolire con la sua mole le
automobili incrostate di ruggine. Graffiati e polverosi alettoni -
brevi falci di metallo bianco - sporgevano dal tozzo corpo del
velivolo come gli orecchi penduli di un coniglio grasso. Il suo
addome metallico fremeva, irradiando calore. Le ultime spirali
di fumo grigio che uscivano dai motori svanivano,
mescolandosi alla perpetua caligine di Filadelfia.
— Che livello abbiamo? — domandò Bronavitch, il più
giovane dei due membri dell'equipaggio. Fermo a un passo di
distanza dai poderosi ugelli surriscaldati dall'atterraggio
verticale, ne ignorava le emanazioni. Le loro tute spaziali erano
progettate per difenderli da pericoli ben peggiori.
Kelly sogghignò. Le rughe che gli incresparono le guance lo
fecero sembrare più vecchio dei suoi quarantasei anni. —
Niente di cui preoccuparsi in un raggio di cinque miglia da qui.
— Inclinò la testa in avanti per sbirciare oltre l'orlo del visore e
controllò i quadranti degli strumenti fissati alla sua grossa
cintura da lavoro. — Il mio scanner dà appena zero virgola
sette... questa è una zona abbastanza sicura. Probabilmente
potremmo levarci la tuta per un minuto o due.
— Sicuro — grugnì Bronavitch, — e magari respirare anche
una bella boccata d'aria e dire addio per sempre alle Colonie.
— Non aveva bisogno di Kelly e del suo scanner per sapere
che in quello smog c'era abbastanza morte organica da tenere
occupata per anni una squadra di decontaminazione.
Il sogghigno di Kelly si allargò. — Forse oggi c'è un po' di
nebbia, lo ammetto.
Bronavitch scosse il capo. Non era dell'umore giusto per le
spiritosaggini di Kelly. — Per me ne ho fin sopra i capelli, se
vuoi saperlo. Non ne posso più dell'intero maledetto pianeta.
Fra due mesi il mio contratto scade, e stavolta non farò la firma
per un altro giro. Ne ho avuto abbastanza.
Il collega scoppiò a ridere. — Hai detto esattamente la stessa
cosa anche l'anno scorso. All'inferno, abbi il pudore di
confessarlo: quaggiù ti piace. Ti ho perfino sentito dire che ci
sono dei posti quasi attraenti.
— L'unica cosa attraente è che mi pagano per andarci.
I grattacieli - gusci vuoti di metallo e cemento armato - erano
allineati su entrambi i lati del largo viale. Poche costruzioni più
piccole si annidavano fra essi, come bambini spauriti
aggrappati alla gonna delle madri. Dappertutto c'erano detriti e
frammenti di oggetti non identificabili.
A occidente la strada era interrotta da una montagna di
macerie che si levava sopra lo strato più basso della caligine. A
Bronavitch parve di scorgere in essa una forma. Sembrava un
gigantesco rospo accovacciato al suolo. Gli venne da pensare
che forse di quella somiglianza era stato responsabile un
gruppo di superstiti, negli ultimi tempi della catastrofe. Era
un'ipotesi come un'altra, pensò. La prospettiva della morte da
radiazioni o per i veleni che ormai inquinavano l'ecosfera
poteva benissimo giustificare la creazione di un così macabro
monumento alla civiltà umana.
— Sai come la chiamavano, una volta? — chiese Kelly. Lui
scosse la testa.
— La Città dell'Amore Fraterno. — Grazie al cielo sul volto
nero del collega non c'era più alcun sorriso.
Bronavitch scostò un pezzo di mattone con un calcio. —
Diamoci da fare. Voglio andarmene alla svelta da questo posto.
Si avviarono lungo la strada. I portoni spalancati e le finestre
prive di vetri sembravano fissarli in silenzio; occhi oscuri pieni
di morte, ostili alle presenze viventi che li disturbavano. La
morsa da cui Bronavitch si sentiva contrarre lo stomaco non era
nuova. Aveva sempre l'impressione di contrariare qualche
misteriosa entità, come se il lavoro li costringesse a entrare in
una specie di proprietà privata.
Kelly stava ritrovando il sorriso. L'identica sensazione
aveva, per lui, un sapore divertente.
— Una cosa la sappiamo: i pirati hanno abbrustolito l'asfalto
nello stesso punto in cui siamo atterrati noi. E devono essere
scesi molto vicino a quello che stavano cercando.
— Chi ti dice che stessero cercando qualcosa? — obiettò
Bronavitch. — Forse quei bastardi sono atterrati a caso,
sperando di trovare qualche oggetto d'arte o dei gioielli.
Oppure la loro navetta aveva un guasto e hanno dovuto
scendere a terra per ripararlo.
— Non credo. Prima di tutto, non sono rimasti qui per più di
due o tre ore... arrivati in fretta e partiti in fretta, perciò non
avevano in programma una ricerca di materiale a caso. In
quanto a una riparazione, perché avrebbero dovuto scegliere
una zona supercontaminata come questa? Anche se avevano un
guasto grave, i loro motori dovevano essere a posto, altrimenti
non si sarebbero azzardati a scendere in mezzo a questo caos.
— Kelly scosse il capo. — No, se fosse stato un atterraggio
d'emergenza sarebbero andati più a sud lungo la costa, verso la
Virginia. Laggiù la contaminazione è molto inferiore.
Bronavitch sospirò. — Sono Costeau, quelli di cui stai
parlando. Non è detto che si comportino in modo razionale.
Kelly ridacchiò. — Forse no. Ma per la maggior parte quei
bastardi hanno navette migliori delle nostre. Non credere a tutte
le chiacchiere dei Sorveglianti sulla stupidità dei pirati e sul
loro equipaggiamento sorpassato.
Discutere serviva a poco. — Va bene. Da che parte si va?
Questa è una città dannatamente grande.
Kelly indicò il cumulo di macerie a forma di rospo. —
Quella montagna di detriti può esser stata il loro punto di
riferimento per l'atterraggio. Dall'alto non si vede niente di
altrettanto riconoscibile. E se io fossi un capitano Costeau, non
prenderei terra un centimetro più vicino di quel che hanno fatto
loro.
— Pensi che potrebbe franare? — chiese Bronavitch, a
disagio.
— Già. Quelle macerie non sembrano per niente stabili. A
questa distanza almeno la navetta sarebbe al sicuro, se
cominciassero a crollare da tutte le parti.
Bronavitch annuì. — Questo però ci lascia una zona
piuttosto vasta da esplorare. Perché non chiediamo alla base
che mandino qui una squadra di terra?
— Neanche per sogno — grugnì l'altro. — Non voglio dover
spiegare a qualche ufficiale che ho tenuto inchiodata qui
un'intera squadra solo per scoprire dove dei pirati sono andati a
rovistare.
Bronavitch preferì non fare commenti.
Erano arrivati lì da una base E-Tech, quella di Berk Valley,
situata sessanta miglia a nord-ovest. Berk Valley era una delle
maggiori arene sperimentali E-Tech, dove scienziati e tecnici
cercavano nuovi metodi per rimuovere la contaminazione
dall'ambiente. La ricostruzione dell'ecosfera rappresentava
l'obiettivo a lungo termine di un'organizzazione ormai
massiccia, un obiettivo in cui tuttavia Bronavitch non aveva più
molta fede.
Lavorare in superficie come pilota di una navetta negli ultimi
due anni aveva corroso lentamente i suoi ideali.
Troppo della Terra di un tempo era morto. C'erano ancora
insetti e un certo numero delle più resistenti forme di vita
vegetale, e c'erano degli esseri umani con i loro scafandri
protettivi, ma quasi tutti gli anelli della catena evolutiva fra
quei due poli erano stati spezzati dalla follia di due secoli
prima. Bronavitch s'era convinto che la Terra non sarebbe mai
più stata un luogo ospitale per l'umanità.
Il lavoro assegnato a lui e a Kelly era di carattere esterno.
Andavano a controllare periodicamente lo stato dei progetti
biologici studiati a Berk, cercavano tracce di vita naturale,
traghettavano gli studiosi da una base all'altra e svolgevano
mansioni di polizia nei dintorni di Berk Valley. La missione di
quel giorno rientrava nell'ultima categoria.
Nelle prime ore del mattino il radar di Berk aveva
individuato un velivolo privo di autorizzazione che faceva rotta
verso la zona di Filadelfia. Il segnale era stato perso assai
prima dell'atterraggio, ma la proiezione del computer basata
sulla traiettoria aveva fornito alcune località abbastanza
probabili. Ovviamente, Kelly non aveva potuto fare di meglio
che rintracciare il luogo da cui i pirati se n'erano già andati da
un pezzo. I Costeau sapevano calcolare bene quanto potevano
trattenersi al suolo prima che gli E-Tech arrivassero sul posto.
Sulle città come Filadelfia la coltre di smog era così pesante da
impedire la localizzazione visiva, e quella strumentale
richiedeva tempo. Raramente accadeva di sorprendere i pirati
ancora a terra.
Ciò che Bronavitch e Kelly speravano era soltanto di trovare
elementi per identificare il clan dei pirati. Con qualche prova in
mano, gli E-Tech o i Sorveglianti Intercoloniali avrebbero
potuto avviare un'indagine ufficiale nelle Colonie. Forse, con
un bel po' di fortuna, i pirati sarebbero stati arrestati.
Ma in via non ufficiale, come Bronavitch sapeva, la
trasgressione su cui indagavano sarebbe stata trattata come le
altre... cioè praticamente ignorata. Le spedizioni dei Costeau
sulla superficie erano parte di una tradizione ormai antica, e
venivano tollerate, a patto che non interferissero con i progetti
E-Tech. L'episodio di quel giorno, e il relativo rapporto
ufficiale, sarebbero finiti fra gli incartamenti in esame al
Consiglio Irryano, che nella sua saggezza stava cercando una
soluzione definitiva al problema dei pirati.
Kelly alzò una mano guantata a indicare un grosso foro sulla
facciata di un edificio di mattoni. — Quello sembra recente.
Bronavitch annuì. La cosa si presentava più semplice di quel
che aveva temuto. Per quanto scrostata, la costruzione a cinque
piani era in uno stato migliore dei grattacieli circostanti.
Probabilmente erano stati questi a ripararla dall'onda d'urto
nucleare che aveva devastato Filadelfia nel ventunesimo
secolo.
Il foro era rettangolare, abbastanza largo da lasciar passare
due uomini in scafandro spaziale. E aperto di fresco. Non
occorreva molta esperienza di lavoro nelle devastate aree
urbane della Terra per imparare a distinguere i danni nuovi da
quelli vecchi.
Kelly appoggiò cautamente i guantoni sul bordo dell'apertura
e girò la luce del casco nell'interno. — Si direbbe una specie di
antico negozio di generi alimentari.
Bronavitch seguì il collega nella penombra del locale,
illuminando con la sua lampada file di scaffali pieni di polvere.
Su ogni ripiano c'erano scatolette rugginose, marciume
disseccato e contenitori di plastica ancora quasi intatti; bottiglie
e altri oggetti, schiacciati e fracassati, giacevano un po'
dovunque. Il pavimento era coperto dai resti dell'intonaco
staccatosi dal soffitto. La luce del casco di Kelly indugiò un
momento su uno scheletro umano, disteso dietro un bancone.
Bronavitch distolse lo sguardo con una smorfia.
— Sono passati di qua — disse Kelly. Nel passaggio centrale
la polvere era segnata da numerose impronte, dirette verso il
retro del negozio. Qua e là le suole degli stivali avevano
staccato lo strato di sudiciume indurito dai secoli, mettendo a
nudo le mattonelle della pavimentazione.
— Si direbbe che fossero almeno in quattro — osservò
Bronavitch.
— Già. Oppure hanno fatto parecchie volte avanti e indietro.
Vediamo cosa c'è di là.
Lui gli tenne dietro fra i banchi di vendita, scrutando le
pareti più lontane del locale al di là di essi. Posti di quel
genere, un tempo pieni di colori allegri, gli facevano sempre un
effetto poco piacevole. L'unico rumore era quello dei loro
passi, captato dai microfoni delle tute e amplificato nei caschi.
Bronavitch aveva in bocca un sapore acre. All'esterno, se non
altro, c'erano il vento e la luce del sole che filtrava attraverso lo
smog. Lì dentro l'assenza di suoni e la semioscurità lo
inducevano a immaginare che fra le scaffalature si
acquattassero strani animali spaventati dal loro arrivo.
Oltre la porta che dava nel retro del negozio Kelly si fermò.
Bronavitch seguì lo sguardo del collega, rivolto in basso.
Il foro nel pavimento era circa della stessa larghezza di
quello praticato dai Costeau nel muro esterno, ma di forma
rozzamente circolare. I due uomini s'inginocchiarono sul bordo
e puntarono le lampade nel buio sottostante. Il piccolo locale
che videro era uno scantinato, vuoto, dalle pareti di cemento
grigio chiaro. Anche lì nel pavimento era stato aperto un foro
tondeggiante. Molto più in basso i raggi delle lampade si
rifletterono in una superficie di acqua scura.
— Oh, merda! — borbottò Bronavitch. L'idea di dover
scendere in una fognatura di quella città morta non gli
sorrideva affatto.
— Laggiù dev'essere almeno quindici metri sotto il livello
del mare — disse pacatamente Kelly. — Mi chiedo perché
abbiano aperto fori così larghi. Devono aver usato un paio di
trapani a raggi per entrare e uscire in così poco tempo. Un
lavoro svelto e preciso.
Quell'osservazione aveva una risposta abbastanza evidente,
per Bronavitch. — Sono andati là sotto per ripescare qualcosa
di cui conoscevano bene le dimensioni. Qualcosa più grosso di
un uomo in scafandro spaziale.
Kelly annuì. — Probabilmente hanno adoperato un argano
portatile. Te la senti di tornare alla navetta a prendere il nostro?
— La scaletta di corda dovrebbe bastare — disse Bronavitch,
il cui solo desiderio era di farla finita nel più breve tempo
possibile.
La scaletta era arrotolata nello zaino di Kelly. Pochi minuti
dopo l'avevano srotolata, assicurandone l'estremità a un pilastro
di cemento a tre metri dall'apertura. Non discussero su chi
andare per primo. Kelly poggiò un piede sulla scaletta, ne
controllò la solidità e cominciò a scendere.
— Attento. Vedo delle crepe in quella pavimentazione — lo
avvertì nervosamente Bronavitch, dall'alto.
— Se non è crollata sotto il peso dei pirati può sopportare
anche il nostro.
Lui non se la sentì di approvare quell'indifferente sicurezza.
Kelly saltò al suolo e andò a guardare nell'altro foro, quindi
prese la scaletta e la gettò in basso. Bronavitch sentì il tonfo
con cui l'oggetto colpì la superficie del liquido.
— Cosa pensi di fare se quell'acqua è troppo profonda? —
gridò da sopra, mentre l'altro spariva nell'apertura. — Per quel
che ne sappiamo, il fondo potrebbe essere duecento metri più
in basso.
Kelly rise. — Non essere ridicolo. C'è una cantina, qui. E
non può esser stata scavata di molto sotto il livello del mare.
Forse quello laggiù è proprio il mare, pensò lui.
Poco dopo la voce del collega alleviò i suoi timori: —
L'acqua mi arriva alla cintura, e sotto i piedi sento un
pavimento solido. Non può trattarsi di uno scantinato.
Dev'essere uno dei vecchi tunnel della ferrovia sotterranea.
Vieni giù.
Bronavitch sospirò con aria infelice, poi si decise a scendere
per la scaletta. Un minuto più tardi era accanto a Kelly
nell'acqua profonda circa un metro.
Per un poco restarono in silenzio, esaminando le spesse
pareti lucide di umide incrostazioni calcaree. Potevano sentire
la spinta di una lieve corrente intorno ai fianchi, ma era così
torbida che non consentiva ai raggi delle torce di illuminare la
pavimentazione su cui scorreva. Bronavitch fece un passo
verso il muro, inciampò su un ostacolo imprevisto e per poco
non cadde.
— Merda!
— Vecchie rotaie — lo informò con calma Kelly. — Il
tunnel sembra abbastanza largo per due paia di binari.
— Già, certo — brontolò lui. — Allora, da che parte
cerchiamo?
— Io vado controcorrente. Tu nella direzione opposta.
Bronavitch pensò che il collega stesse scherzando, finché
non si girò a illuminare il suo volto nero e serio.
— Senti, Kelly, questo è un posto abbastanza antipatico
senza bisogno di separarci...
— Rilassati. È chiaro che i Costeau avevano una mappa.
Sapevano in quale edificio avrebbero dovuto sfondare il muro e
il pavimento per scendere qui sotto. Scommetto che avevano
informazioni molto precise su quello che cercavano e sul punto
esatto in cui era. Quindi il posto è molto vicino. — Kelly si
volse e prese ad avanzare a passi cauti controcorrente.
Bronavitch represse l'impulso d'imprecare. Altri due mesi,
cercò di dirsi. Soltanto altri due mesi, e alla scadenza del
contratto avrebbe potuto lasciarsi alle spalle per sempre quel
dannato pianeta. Per un momento ripensò a casa sua, la Colonia
orbitale di Kiev Beta: anche al perigeo era sempre a più di
mille miglia da quella superficie inquinata.
Kelly sparì alla vista oltre la lieve curva a destra del tunnel
sotterraneo. Con un mugolio Bronavitch s'incamminò dalla
parte opposta, muovendo i guanti nell'acqua per fare quanto più
rumore possibile. Sperò di non inciampare su niente di
sgradevole. Era pronto a giurare che lì attorno c'erano orridi
resti umani che attendevano solo il suo passaggio per
aggrappatisi alle gambe.
Dopo duecento anni non ci saranno rimaste neanche le ossa,
ricordò a se stesso. Cadaveri putrefatti, insistè la sua
immaginazione.
— Da questa parte il tunnel va in discesa — disse Kelly. —
L'acqua è sempre più profonda.
Bronavitch si fermò e abbassò lo sguardo a controllare il
livello del liquido. Una dozzina di centimetri sotto la sua
cintura. Meglio così. Forse la galleria sarebbe uscita in
superficie, più avanti.
— Vicolo cieco — annunciò Kelly qualche istante dopo. —
Questo deve essere un deposito. Ci sono dei rottami che
ingombrano tutto, e l'acqua mi arriva al petto. I pirati non
possono essere passati da questa parte.
— Se ti va di raggiungermi, io sono qui — disse lui con voce
rauca. Si sentiva meglio a ogni passo in avanti, soprattutto
grazie al fatto che la profondità dell'acqua diminuiva. Forse,
pensò, dopo la prossima curva gli sarebbe arrivata appena alle
ginocchia.
— Mi chiedo cosa diavolo stessero cercando — borbottò
Kelly. — Che qualcuno abbia nascosto qui sotto un tesoro,
duecento anni fa?
Nella voce del collega Bronavitch sentì una cauta
eccitazione. Fece un sospiro. — So cosa stai pensando, Kelly,
ma non farti illusioni. Ormai i pirati sono passati di qui, e se
c'era qualcosa di prezioso... — Si fermò, fissando la grossa
forma scura apparsa alla vista oltre la curva. — L'ho trovato —
disse sottovoce.
L'ultima vettura del vecchio treno metropolitano era
rugginosa e scolorita, ma abbastanza ben conservata. I
finestrini, benché coperti da una patina scura, erano intatti. Con
le ruote nascoste sotto la superficie opaca, le antiche carrozze
davano la strana impressione di galleggiare come barche.
Muovendosi lungo il treno lui non fu sorpreso di scoprire che
nella carrozzeria corrosa era stato aperto un foro, largo più o
meno quanto gli altri due. La luce del suo casco si rifletté in un
insieme di superfici interne molto lucide.
Attese finché vide Kelly sbucare da dietro la curva
annaspando nell'acqua, poi poggiò uno stivale sull'orlo dello
squarcio e si issò a bordo del treno.
La sua lampada illuminò una scintillante caverna bianca.
Ghiaccio. L'intera vettura era tappezzata da uno spesso strato di
ghiaccio. Bronavitch girò gli occhi a controllare il quadrante
del termometro, nell'interno del casco.
— Gesù, qui siamo a quasi novanta gradi sotto zero!
La metà posteriore della carrozza era occupata dagli elementi
di un poderoso generatore d'energia. Un portello semiaperto
dava verso la parte anteriore. Sul soffitto, numerose tubature e
cavi incrostati di ghiaccio collegavano il generatore a una serie
di monitor montati accanto alla porta. Kelly entrò dallo
squarcio dietro di lui ed emise un fischio fra i denti.
— Un impianto di stasi.
Bronavitch annuì. Ora che la cosa con cui avevano a che fare
era stata messa in parole si sentiva sollevato, ma provava il
bisogno di andarsene da lì il più in fretta possibile.
Percorsero il corridoio fino alla vettura successiva, la camera
di stasi vera e propria. La temperatura era molto più bassa lì
che in quella del generatore, anche se i pirati avevano tolto
l'energia già da diverse ore. Dal soffitto pendevano stalattiti
sottili come punte di lancia. Spessi strati di ghiaccio
nascondevano buona parte del pavimento metallico. Il locale
che si trovavano davanti era stato probabilmente sigillato come
una cassaforte per due interi secoli, e adesso l'aria che
penetrava dall'esterno ristabiliva l'equilibrio della temperatura.
Il ghiaccio si stava sciogliendo. Se lì erano rimasti esseri
umani, congelati nel campo di stasi, il loro sonno era già sul
punto di diventare qualcosa di più definitivo.
— Ce n'erano due — disse con calma Kelly. Al centro della
vettura campeggiavano, spalancati, due grossi sarcofagi di
metallo e plastica. I candidi bozzoli che ne avevano occupato
l'interno ora mancavano. Il tessuto genetico artificiale da cui
erano stati avvolti i dormienti avrebbe mantenuto stabile il loro
metabolismo per almeno trenta ore... quanto bastava perché i
Costeau potessero trasferirli in un impianto attrezzato per il
risveglio, in qualche Colonia.
Bronavitch aveva il termostato della tuta regolato sui diciotto
gradi, ma la sua fronte era imperlata di sudore freddo. Erano
due, Gesù Cristo! Perché non uno, o tre... oppure qualsiasi
numero, a patto che fosse dispari?
Kelly aggirò i sarcofagi e raggiunse l'altra estremità della
camera di stasi. Con le dita guantate tolse lo strato di ghiaccio
da un paio di quadranti e li lesse.
— Gli altri vagoni di questo treno dovevano essere pieni di
carburante. Qui risulta che ce n'è rimasto abbastanza da far
funzionare un generatore di quel tipo ancora per una
cinquantina d'anni.
Bronavitch fece una smorfia. — E perché ci sono soltanto
due capsule? Questa vettura è abbastanza grossa da contenerne
una dozzina, e mantenerle non sarebbe costato molto più
carburante. Invece sono appena due.
Kelly volse le spalle agli strumenti e lo guardò negli occhi.
— Probabilmente la spiegazione è semplicissima. Nelle
capsule c'erano un uomo e una donna, marito e moglie...
persone di grossa corporatura, certo. Perché no? Magari i
bisnonni di qualcuno. — Sorrise, con l'espressione di un
bambino di tre anni davanti a un giocattolo nuovo. —
Mettiamo che di recente un ricco giovanotto delle Colonie trovi
un vecchio documento di famiglia, venendo così a sapere che i
suoi antenati, pieni di soldi, negli ultimi giorni del disastro si
sono fatti chiudere in un campo di stasi. Il documento dice
dove e come, e il giovanotto pensa che sarebbe una cosa
davvero grande se ora lui li togliesse dall'ibernazione. Ma per
farlo nel rispetto della legge, ovviamente, deve avere un
permesso E-Tech, il che significa passare attraverso tutti i
canali burocratici con il rischio che dopo un anno di attesa e di
scartafacci e di colloqui qualche cavillo può impedirgli di
ottenere ciò che vuole. Perciò il ricco giovanotto escogita un
modo per aggirare gli ostacoli. Assolda alcuni Costeau,
consegna loro la mappa e promette un sostanzioso premio se
quelli gli recuperano con successo gli antenati da risvegliare.
— Questo non risponde alla mia domanda, Kelly. Se erano
un riccone e sua moglie, perché non si sono comprati il
biglietto per le Colonie? Oppure, se qualcosa glielo impediva,
perché non hanno portato qui con loro altre otto o dieci
persone? Dovevano pur avere dei parenti o degli amici.
Il collega scrollò le spalle, irritato. — Forse erano un paio di
sordidi industriali egoisti. Avrai pur letto delle pazzie che
succedevano in quegli ultimi giorni. La gente pensava solo a se
stessa. Era capace di qualsiasi cosa pur di sopravvivere.
— Certo. E non era soltanto la gente a lottare per la
sopravvivenza.
Il volto di Kelly s'indurì. — Non ci tengo affatto a sentire ciò
che ti passa per la testa! Quelli sono stati spazzati via... nessuno
ne ha più visto uno da due secoli. Sono spariti, morti, molto
tempo fa. E se adesso tu torni alla base con la bocca piena di
discorsi privi di fondamento, puoi soltanto mettere gli E-Tech
nel panico... e senza alcun motivo, se vuoi sapere come la
penso io. Dopo di che noi due saremo inchiodati per settimane
in questo tunnel, a prendere nota di indizi e tracce, in modo che
qualche dirigente E-Tech possa mettere insieme un rapporto
ufficiale da seppellire in un archivio. E tutto per niente,
maledizione!
Bronavitch scosse il capo. — Come puoi esserne sicuro?
Gesù, e se ti sbagliassi? Che succederebbe se uno di quei
bastardi fosse fatto svegliare da qualcuno, su nelle Colonie?
Sarebbe una dannata situazione, e tu e io passeremmo il guaio
della nostra vita per non aver fatto rapporto.
Kelly lasciò vagare lo sguardo sul soffitto ricoperto di
ghiaccio. — Forse — disse sottovoce, — qui erano stati messi
soltanto dei delicati oggetti d'arte. Potremmo riferire che i
Costeau stavano probabilmente dietro a un recupero di...
— Questo è irresponsabile! Io non voglio averlo sulla
coscienza, Kelly! C'è la possibilità che qui sia cominciata una
grana di quelle brutte, e noi abbiamo il dovere di fare rapporto.
Kelly strinse i denti. — Al diavolo, e va bene! Faremo il
rapporto. Ma nessuna ipotesi di fantasia. Diremo agli E-Tech
quello che abbiamo trovato, né più né meno, e se ci sono da
tirare delle conclusioni le tireranno loro. Io non voglio grane di
cui non ho nessun bisogno.
— D'accordo.
Kelly gli passò accanto bruscamente e si avviò verso la
vettura del generatore. Bronavitch restò lì a fissare i due
sarcofagi della stasi, vuoti e silenziosi.
Erano due. Non poteva impedirsi di essere spaventato. Né di
ripensare alle storie che aveva sentito raccontare fin da
bambino. Storie che quei due secoli avevano trasformato in
leggende e favole, ma non più fosche e terribili della realtà.
Ebbe un brivido. Quello era decisamente il posto meno
adatto per indugiare su pensieri simili. Si volse, scese dal treno
e in fretta tenne dietro a Kelly lungo il tunnel.
1

Fu suo figlio Jerem a vedere per primo i due strani individui.


Sul suo volto di dodicenne si allargò un sogghigno quando
glieli indicò, al di là dell'appezzamento erboso che separava la
loro villetta dal cortile di Bob Max, ingombro di oggetti
antichi.
Un caos di cianfrusaglie accatastate, lo definiva Paula dentro
di sé. E per l'ennesima volta si augurò che Max fosse
miracolato da un improvviso senso dell'ordine e mettesse a
posto quella roba, oppure vendesse il terreno a qualcuno con
almeno un barlume d'amore per l'estetica. Ma il vicino non era
quasi mai in casa, del resto.
Jerem la tirò per una manica, costringendola a prendere
visione delle due figure che si aggiravano fra le vecchie auto, i
frigo antidiluviani, gli scafandri da caduta libera, le idrosfere e
tutta l'accozzaglia di reperti che gremiva il cortile. Gettò uno
sguardo ai due uomini, poi i suoi occhi si spostarono senza
volerlo su un mobile alquanto vistoso - un divano meccanico,
del ventunesimo secolo - che Max aveva montato in bella
evidenza sotto la veranda di quella casa. Paula non aveva
niente contro il divano in se stesso, senonché Max s'era preso la
libertà di metterci sopra il manichino in plastica, fin troppo
realistico, di una donna nuda con le gambe aperte, quasi per
annotare ai suoi visitatori che la funzione originale di quel
divano era impostata sulle attività di carattere erotico. Lei non
si considerava certo pudibonda, ma in quel periodo era un po'
preoccupata per Jerem. Negli ultimi tempi il ragazzo aveva
dedicato a quel manichino un'attenzione tutt'altro che casuale.
— Mamma! — Stavolta lui le tirò la manica della vecchia
blusa così forte da farle quasi perdere l'equilibrio. Lo
rimproverò con uno sguardo accigliato, ma il ragazzo sorrise e
le indicò ancora i due uomini.
Lo spazio erboso fra i loro cortili era largo una trentina di
metri, tagliato da una stradicciola che a nord e a sud
serpeggiava fino ai boschi di querce e di pini. Dietro la casa di
Max, ad est, la vegetazione arborea tornava a unirsi e si
sollevava in un largo arco, scomparendo nel denso strato di
nuvole grigie. Quando lei alzò gli occhi a scrutarle notò che
s'erano scurite, preludio allo speciale avvenimento in
programma per quella sera: un temporale.
— Sono tipi strani! — esclamò Jerem. — Ehi, pensi che
siano due fluttuanti?
Fluttuanti? Paula inarcò la testa all'indietro alla ricerca di un
varco nella coltre di nuvole. Riuscì a vedere uno spicchio della
principale città del loro mondo cilindrico, New Armstrong,
distante quattro miglia e a centocinquanta gradi da lì. — Dei
fluttuanti avrebbero difficoltà a stare in piedi senza tute
correttive — gli spiegò. — Di solito, quando visitano le
Colonie, restano in albergo al polo sud o al polo nord.
— Lo so. Oppure stanno in aria a due miglia dal suolo, al
centro, dove non c'è la gravità!
Lei annuì, riportando la sua attenzione sul cortile del vicino.
I due uomini stavano schiena contro schiena di fronte a uno dei
più preziosi oggetti di Max, la statua in metallo e ceramica di
un astronauta dell'Apollo. Mentre li osservava, i due si
separarono, girarono intorno all'antico cimelio e s'incontrarono
dalla parte opposta, faccia a faccia. Jerem non aveva torto.
C'era qualcosa di strano in loro.
Il ragazzo fece un risolino. — Ho capito... sono collisti.
— Col-lezio-nisti — lo corresse Paula.
— No, collisti! — insisté orgogliosamente lui. — È una
Parola Svelta.
Lei sorrise. La Lingua Svelta era l'ultima piccola mania di
suo figlio. Nelle ultime settimane l'aveva bersagliata coi
termini del linguaggio semisegreto in voga fra i suoi compagni
di scuola. Lo Svelto, evidentemente, era l'attuale reazione dei
più giovani al sistema educativo di Lamalan.
Il mese prima c'erano state le fantasie sull'esplorazione delle
caverne, e il mese prossimo... Paula ripensò alla femmina nuda
seduta sul divano meccanico e desiderò, non per la prima volta,
che ci fosse un modo di far crescere suo figlio più lentamente.
Nel cielo esplose un'improvvisa serie di boati: vuoti d'aria
che si formavano, una premessa al temporale di quella sera.
Già da diverse settimane tutte le stazioni locali
snocciolavano dati sulla tempesta artificiale messa in
programma. Sarebbe stata la prima dopo quasi due anni, e
avrebbe interessato il cilindro che era la loro patria per tutte le
sue ventitré miglia di lunghezza. Come c'era da aspettarsi,
Jerem era molto eccitato.
Spostò lo sguardo dal figlio ai due sconosciuti nel cortile di
Max. S'erano immobilizzati in posa felina, schiena contro
schiena, e i loro occhi esploravano sospettosamente il cielo.
Paula alzò la testa e non vide che nuvole pallide, un lembo
della lontana New Armstrong e alcuni raggi di sole riflessi dai
lunghissimi specchi allineati sull'esterno del loro mondo.
Lamalan era costruita con le stesse caratteristiche basilari di
quasi tutte le altre Colonie. L'estremità nord del cilindro stava
rivolta al sole, per raccogliere l'energia necessaria a tutti gli
impianti elettrici. I progettisti ne avevano suddiviso la
superficie interna in sei strisce, ciascuna lunga ventitré miglia.
Alfa, Gamma ed Epsilon ne costituivano il territorio effettivo,
mentre le altre, larghe due miglia - Beta, Delta e Zeta - erano
fatte di spesse lastre di vetro a prova di vuoto. Al di là del
vetro, nel gelo dello spazio, file di specchi raccoglievano la
luce proveniente dal nord e la proiettavano dentro il cilindro.
Gli specchi erano programmati con una rotazione di
ventiquattr'ore, fornendo così a Lamalan giorni e notti di durata
standard. Paula aveva vissuto per tutta la vita nelle Colonie,
eppure provava ancora timore e meraviglia al pensiero dei geni
della tecnologia che avevano creato quell'isola nello spazio,
oltre due secoli addietro.
Jerem si sporse oltre la ringhiera della veranda facendole
temere che si sarebbe rovesciato precipitando sull'aiuola, un
metro più in basso. — Il tuono li ha spaventati — dichiarò.
Probabilmente era vero. Ma chi mai avrebbe sussultato al
rumore del tuono, nelle Colonie? Forse dei bambini piccoli,
certo non chi era stato allevato in uno dei cilindri rotanti.
— Mamma, ci sono delle Colonie che non hanno temporali?
Lei annuì. Quella poteva essere la risposta. Alcune di esse
erano riservate alle coltivazioni agricole. I contadini non
permettevano sicuramente che temporali e vuoti d'aria
interferissero nei loro sistemi ambientali strettamente
controllati. Se quegli individui avevano passato la vita in uno
dei cilindri agricoli, molti aspetti di una colonia urbanizzata
come Lamalan potevano sembrar loro strani.
. — Cosa pensi che stiano cercando? — chiese Jerem,
sporgendosi in modo ancor più precario oltre la ringhiera.
Paula stabilì di aver dedicato ai due sconosciuti abbastanza
tempo. — Non è affar nostro. — Lo afferrò per il colletto, e lo
costrinse a poggiare di nuovo i piedi al suolo. — Avanti,
abbiamo del lavoro da fare. Devi aiutarmi a ripulire la cassetta
da lavoro che abbiamo comprato all'asta la settimana scorsa.
— Uffa, mamma! È sabato mattina!
— Lo so. Mi aiuterai a ripulire quella roba e porterai gli
scarti giù a Turman per il riciclaggio. Poi sarai libero di andare
a divertirti.
— Io non sono uno schiavo — obiettò lui. — Tutti i miei
amici possono fare quello che vogliono durante il weekend.
— Potrai anche tu, appena avrai fatto il tuo dovere.
— Ora sei crudele!
— Lo so. Poche ore di lavoro ogni settimana sono
un'insopportabile crudeltà.
— Già. Come vuoi, allora — cedette Jerem, cercando di
atteggiarsi a vittima indignata. Non ci riuscì molto bene.
Lei sorrise, guardando con affetto i suoi vivaci occhi blu. Era
un ragazzo molto attraente, ancora un po' infantile di modi, ma
stava crescendo a una velocità che a volte la stupiva. Le
arrivava già alla spalla, e il ciuffo di disordinati capelli castani
aggiungeva altri cinque o sei centimetri alla sua altezza.
— D'accordo — continuò lui, nel tono sottomesso che Paula
riconobbe come il preludio a uno dei suoi sotterfugi. — Penso
che potrò portare gli scarti giù a Turman lunedi mattina, prima
di andare a scuola. È quasi sulla stessa strada.
— No.
— Ma non c'è senso a fare due viaggi! Con la bicicletta ci
arrivo in mezz'ora, poi posso tagliare attraverso il Settore Alfa
e prendere il treno per andare a scuola.
Paula lo gratificò di uno sguardo accigliato. — No. Fai già
abbastanza fatica a toglierti dal letto al solito orario, nei giorni
di scuola. Non ho intenzione di svegliarti con un euforizzante,
la mattina presto, come fanno altri.
Lui emise un sospiro esagerato e tornò a dondolarsi sulla
ringhiera. — Mamma, la-libe-mi, assa-vita, alto-no!
Erano Parole Svelte, e Paula non aveva ancora capito le basi
di quel linguaggio. Non sembrava niente di osceno, comunque.
Decise di non farci caso.
— Avanti, mettiamoci al lavoro. Prima facciamo, e più
tempo avrai per te. — Fece scivolare di lato la porta e rientrò in
casa.
— Ehi, stanno venendo qui!
Sulla soglia Paula si volse. I due uomini avevano saltato il
basso recinto di Max, puramente nominale, e stavano
attraversando il terreno erboso. Camminavano a lunghi passi
privi di ritmo, che quando poggiavano i piedi in terra
sembravano degenerare in contorti saltelli, come se le loro
gambe volessero procedere ognuna per proprio conto. Entrambi
tenevano la mano sinistra affondata in una tasca delle pesanti
giacche grigie che indossavano.
— Mino da cosmorad — sussurrò Jerem.
— Io non ho mai visto dei minorati comportarsi così — disse
lei. Quello dei ritardati mentali era stato un problema serio per i
discendenti dei primi abitanti dello spazio. I minatori al lavoro
sulla Luna e sugli asteroidi, in particolare, avevano trascorso
troppi anni fuori dalle Colonie ben schermate, e sofferto danni
genetici che erano stati trasmessi alla prole. Ma i minorati da
radiazioni cosmiche erano di solito così mentalmente ritardati
da non riuscire neppure a lavarsi e a vestirsi da soli. Molti di
loro erano ancora vivi in quei giorni, per lo più nelle istituzioni
che se ne prendevano cura; altri finivano per gravitare nei
sobborghi di qualche Colonia più affollata e disorganizzata.
I due oltrepassarono la stradicciola. Sotto i larghi pantaloni a
campana portavano malconci stivali di plastica. Le loro lunghe
giacche erano indumenti invernali, sicuramente troppo pesanti
per Lamalan anche nella stagione climatica più fredda. La
Colonia Pocono si vantava di poter offrire neve fresca per tutto
l'anno, e alcuni cilindri che vivevano di turismo spendevano
energia per un clima perennemente fresco. Ma in qualche modo
Paula sentì che i due sconosciuti non provenivano da nessuno
di quei posti.
Saltarono anche il recinto che delimitava la sua proprietà.
Entrambi erano circa della stessa età di Paula, forse un po'
più anziani, sulla quarantina. Quello più basso superava il
metro e ottanta. Una ciocca di capelli grigi gli ricadeva sul lato
sinistro della fronte, fino al sopracciglio. Aveva una bocca
piccola, con gli angoli rivolti in basso e di aspetto flaccido. I
suoi occhi, marroni e tristi, evitavano lo sguardo di Paula.
L'altro uomo raggiungeva quasi il metro e novanta e i suoi
capelli erano neri come il carbone, accuratamente pettinati.
Aveva baffi sottili che accentuavano l'espressione più aperta e
attraente del suo volto. Si fermò a un paio di metri dalla
veranda ed esibì un sorriso da venditore professionista. Il suo
compagno dagli occhi tristi rimase un passo più indietro, sulla
sinistra.
L'uomo sorridente tolse la mano di tasca e tossicchiò,
coprendosi la bocca con la punta delle dita. — Mi scusi, la
prego, ma non saprebbe dirci dove si trova il signore che abita
in quella casa?
La sua voce era profonda e ben controllata, come quella di
un attore. Mentre diceva «quella casa» fu l'altro, il più basso, a
indicare l'abitazione di Max.
Paula tornò sulla veranda. Chiuse di nuovo la porta
scorrevole dietro di sé. — Bob Max è probabilmente fuori in
uno dei suoi viaggi di affari. Acquista oggetti. Non lo vediamo
da diversi giorni.
Il sorriso continuò a risplendere senza una pecca. — Per caso
non le ha lasciato detto nulla circa il suo ritorno? Vede,
avevamo un appuntamento qui con lui, giusto questa mattina,
per... trattare alcuni oggetti antichi. Noi non lo conosciamo
bene, ma la sua reputazione lasciava intendere che fosse un
ospite cortese e di parola. Il suo ritardo di oggi è piuttosto
seccante.
Jerem si sporse ancor di più sulla ringhiera. — Anche noi
vendiamo oggetti d'antiquariato! Cose di qualità super... e
siamo iscritti alla Gilda degli Antiquari.
— Sul serio? Affascinante! Forse potrei dedicare un po' del
mio tempo a esaminare le vostre mercanzie, mentre aspettiamo
il nostro ospite. Sono certo che non potrà tardare molto.
Probabilmente la sua navetta ha avuto qualche contrattempo. Il
mio amico potrebbe restare qui fuori, per avvertirmi nel caso
che lui arrivi.
Paula poggiò una mano su una spalla di Jerem. Era un
segnale, per chiedergli di tacere e lasciare che fosse lei a
trattare l'affare.
— Da dove venite? — domandò, in tono cordiale.
Il sorriso acquistò splendore. — Veniamo dalla Colonia di
Velluto sul Verde. Ne ha sentito parlare?
Paula annuì. — Un luogo di vacanza per edonisti, se ricordo
bene — disse, usando la definizione meno offensiva che riuscì
a pensare. Velluto sul Verde era una Colonia turistica
specializzata nel fornire divertimenti costosi ai ricchi pervertiti.
Lui si passò un dito sui baffetti ben sagomati. — Non è mai
piacevole essere lontani da casa. Come lei saprà, la nostra
Colonia ha solo sette ottavi della gravità standard. — Il sorriso
si dilatò finché Paula ebbe l'impressione che gli sarebbe uscito
dai confini del volto. — Non lasciamo spesso la nostra patria.
Altrove, la forza centrifuga produce una pseudogravità per noi
sgradevole. Diavolo, uno è costretto a pensare soltanto al modo
di camminare!
Lei gli restituì il sorriso. — Sì, immagino che sia fastidioso
per chi viene di là. — Non era mai stata su Velluto sul Verde e
non aveva nessuna intenzione di andarci. Ma il fatto della
gravità ridotta poteva spiegare la bizzarra andatura di quei due.
Tuttavia restava in loro qualcosa di strano e inspiegabile...
qualcosa che le affabili maniere di quell'uomo sembravano
aggirare o nascondere. E in quanto alle loro giacche,
abbottonate da cima a fondo...
— Dovete avere un gran caldo, qui, con quegli indumenti
pesanti.
L'osservazione parve seccarlo, ma non Io rese meno cordiale.
— Sì, ci mettono piuttosto a disagio. Ma preferiamo non
toglierceli, per evitare il rischio d'essere visti. Vede, noi siamo
stati messi sotto punizione dai nostri padroni, a causa di un
comportamento errato. La condanna non terminerà se non dopo
il nostro ritorno a Velluto. Solo allora potremo levarci queste
giacche da inverno.
— Siete due schiavi? — domandò Jerem, con un po' di
timore.
L'uomo sorrise a Paula, poi si volse al ragazzo. — Non
siamo veramente schiavi. Non del genere di cui puoi aver letto
a scuola. Siamo una specie di... finti schiavi. È come un gioco.
Quando sarai più grande, sono certo che capirai molto meglio.
Lei si augurò che Jerem non avesse mai l'occasione di
capirlo.
— E il vostro padrone è qui? — chiese il ragazzo.
I suoi occhi spalancati avvertirono Paula che Jerem stava per
dare la stura a una lunga serie di domande. D'istinto fu tentata
di tagliar corto prima che la conversazione diventasse
imbarazzante, ma poi cambiò idea. Voleva saperne di più su
quei due, prima di invitare Mr. Sorriso Cordiale nella sua
galleria.
— Il nostro padrone — spiegò pacatamente lui, — è rimasto
a Velluto sul Verde. D'altronde, perché dovrebbe soffrire in
questa terribile gravità quando ha schiavi che possono farlo per
lui?
— Ma se lui non c'è — obiettò Jerem, — perché non vi
levate almeno quelle giacche?
— Aaah, ma allora il piacere del gioco finirebbe. Vedi, per
poterci sentire come schiavi noi dobbiamo agire come schiavi.
Dobbiamo fare esattamente ciò che ci è stato ordinato,
altrimenti ci comporteremmo in modo disonorevole.
— Ma perché volete esser schiavi, quando potreste essere
liberi?
Mr. Sorriso Cordiale si coprì la bocca con una mano, inarcò
le sopracciglia e starnutì. Il suo amico Mr. Occhi Tristi ebbe un
sorrisetto malinconico, e con voce che sembrava del tutto priva
di emozioni disse: — A noi piace essere schiavi. È eccitante.
Paula lo fissò sorpresa. Poi faticò a reprimere un sussulto nel
vederlo spingere la lingua fuori dalla bocca, come se leccasse
l'aria.
Sorriso Cordiale si asciugò delicatamente il naso e corroborò
quella dichiarazione con un cenno del capo. — Indossare
vestiti molto pesanti è una punizione mite, comunque. Le
frustate producono danni fisici assai peggiori.
La curiosità di Jerem salì a un nuovo livello. — Sta dicendo
che vi picchiano? Sul serio?
Sorriso Cordiale rise. — Oh, certo. L'animo umano si
riempie di un'eccitazione tutta particolare, quando uno sa che
può essere frustato. La tua mamma non ti picchia mai?
Jerem scosse il capo con energia, più per nascondere
l'imbarazzo che per contraddirlo. Di tanto in tanto si meritava
qualche scoppola ben assestata, e Paula non era il tipo che
gliele mandava a dire.
— Una frustata — continuò Sorriso Cordiale, — può
rappresentare un tipo di piacere molto particolare...
— Ma se voi...
— Jerem, basta così — lo interruppe Paula. — Penso che
questi due signori siano stanchi di sentirsi fare domande. —
Suo figlio era già fin troppo avanti nella conoscenza del mondo
e degli adulti. Non voleva che quei due pervertiti
collaborassero alla sua istruzione in materia.
— Domande simili in effetti ci stancano. — Il sorriso
degenerò in un altro starnuto. — Mi scusi, sa, ma questi
alberi... — Agitò un braccio verso la boscaglia circostante. —
Credo di aver sviluppato una forma di reazione allergica.
— Non avete alberi, nel vostro cilindro? — ricominciò
Jerem.
Fu Paula a rispondere. — Probabilmente ne hanno molti, ma
di specie diverse.
Si volse a Sorriso Cordiale. — La nostra galleria ha un
condizionatore che filtra l'aria. Penso che dentro lei si troverà
più a suo agio. — Non avrebbe voluto invitarlo, ma non
riusciva a trovare un espediente educato per rifiutare. Tanto
valeva abbreviare i tempi.
— Jerem — continuò, — per favore, vai di sopra a prendere
la chiave della galleria.
Lui annuì ed entrò subito in casa. «Vai di sopra» era il suo
codice per dirgli di andare ad accendere l'impianto di
monitoraggio della galleria. Il pannello dei comandi si trovava
al primo piano, in una stanzetta chiusa. Un paio di
microcamere, nascoste nelle pareti del locale dov'erano esposti
gli articoli in vendita, mandavano l'audio e il video ai
registratori.
I furti di oggetti antichi non erano certo rari su Lamalan, e un
semplice sistema di sorveglianza non bastava a impedirli. Ma
la polizia avrebbe potuto usare le registrazioni per identificare i
responsabili.
Molte gallerie tenevano sempre in funzione i loro sistemi di
sicurezza, ma Paula aveva spesso a che fare con clienti che
preferivano l'anonimato, e riteneva suo dovere soddisfare le
loro esigenze. Accendeva il suo impianto solo in situazioni
fuori dal comune.
Rivolse a Sorriso Cordiale un cenno del capo. — Prego, se
vuole seguirmi le faccio strada.
Non sembrano delinquenti, pensò. Ma certo hanno un'aria...
non ho mai incontrato gente di questo genere.
Lo precedette nell'atrio, poi lungo il corridoio oltre il
soggiorno e la sala da pranzo, fino all'imponente porta di legno
della galleria d'esposizione. Se non altro, dovrò sopportare
soltanto lui, si disse Paula. Occhi Tristi aveva preferito restare
fuori.
— Antiquariato Marth — lesse Sorriso Cordiale. — Un
nome piacevolmente eufonico.
L'insegna era applicata alla breve striscia di muro fra la porta
e la parete destra; lettere d'oro massiccio inserite in una piastra
d'onice rettangolare. I due battenti erano in quercia massiccia,
originale terrestre, cesellati a mano verso la fine del ventesimo
secolo. Gli intarsi di smeraldi, aggiunti in seguito, scintillavano
nella morbida luce del corridoio.
— Davvero una porta molto bella.
— Grazie.
Jerem arrivò di corsa giù per le scale; annuì, col fiato grosso,
e le porse la grande chiave vecchio stile. Sapere che l'impianto
di monitoraggio era acceso la fece sentire un po' più sicura,
anche se per un attimo, mentre Sorriso Cordiale la seguiva
nella galleria, un brivido le corse lungo la schiena.
L'uomo girò lentamente lo sguardo per il locale. Era
quadrato, largo una dozzina di metri, con gli angoli arrotondati.
Una moquette color avorio copriva il pavimento e risaliva sulle
pareti, lasciando scoperte solo le travi verticali di pino bianco
chiazzate dai nodi. Anche il soffitto era in assi di pino, più
scure, con travi portanti che sporgevano appena. Alcune
lanterne d'ottone appese a catenelle proiettavano fasci di luce
sugli scaffali. L'illuminazione era regolata da un computer che
ne mutava l'intensità a caso, mettendo in risalto ora questo ora
quell'insieme di oggetti.
Paula si schiarì la gola per attrarre l'attenzione dell'uomo. —
Noi siamo specializzati in strumenti del ventunesimo secolo
basati sui microprocessori. Credo che lei ne scoprirà qui forse
la più bella collezione che sia possibile trovare fuori da un
museo. Naturalmente abbiamo una licenza E-Tech per la
vendita di apparecchiature antiche. E siamo sempre interessati
ai nuovi acquisti, a patto che il materiale risalga a più di
centosettantacinque anni fa.
Sorriso Cordiale annuì. Il suo sguardo continuò a spostarsi
con calma lungo la galleria.
Quello era stato il discorsetto standard di Paula coi clienti
sconosciuti. Come al solito aveva badato a precisare che la
Antiquariato Marth commerciava rigorosamente entro i limiti
imposti dalla legge, il che non era del tutto vero. Di tanto in
tanto le capitava di venire a conoscenza di qualche occasione
sul mercato nero, e benché non si esponesse di persona a New
Armstrong c'erano commercianti disposti a farle da
intermediari. Se Paula chiedeva un'opzione su un oggetto
illegale, una volta concluso discretamente l'affare col cliente
l'intermediario prendeva la sua percentuale. Era un sistema
abbastanza sicuro per incassare un po' di denaro esente da
tasse. I Sorveglianti erano fin troppo occupati nel tenere sotto
controllo i grossi calibri del mercato nero; chi commerciava al
minuto veniva completamente ignorato. Paula aveva tuttavia i
suoi princìpi, e rifiutava di trattare oggetti pericolosi o
moralmente deprecabili. Le armi e le attrezzature per i lavori di
genetica erano esclusiva di commercianti molto più sotterranei
di lei. Come Bob Max.
Sorriso Cordiale esitò ancora presso la porta, poi andò a
fermarsi davanti allo scaffale più vicino. Esaminò con sguardo
critico una scatola rettangolare dalla lucida superficie
metallizzata.
— Questa risale alla metà del ventunesimo secolo. Pre-
Apocalisse — precisò lei, senza necessità. — È una sega da
tavolo programmabile, con raggio sabbiatore incorporato.
Taglia e leviga ogni tipo di legno, e la maggior parte delle
plastiche e dei metalli.
— Fabbricata sulla Terra? — chiese lui.
— Sì. E funziona ancora. Noi vendiamo soltanto antichità in
ottime condizioni. Le interessa una dimostrazione pratica?
— Ma certo!
Paula andò a un pannello applicato dietro la porta, ne staccò
il telecomando dell'attrezzo e lo accese.
La sega da tavolo si sollevò su alcuni supporti, si aprì in due
e allargò rapidamente il suo piano di lavoro. Paula era già
preparata per quell'esibizione: sul piano era fissato col nastro
adesivo un foglio di alluminio.
Premette un secondo pulsante, nella galleria vibrò un lieve
ronzio, un microlaser si mise a fuoco e tagliò un disegno già
programmato nella lastra metallica. In meno di dieci secondi il
lavoro fu fatto. La sega da tavolo si spense automaticamente.
Paula tornò allo scaffale, staccò il pezzo d'alluminio
rettangolare e lo porse a Sorriso Cordiale.
L'uomo lo sollevò controluce per osservare il sottile intaglio,
dai bordi lisci e precisi. — Vedo. Un lavoro molto ben
eseguito. Ehi, con una macchina così uno potrebbe diventare
un artista!
— Sì, è possibile. — Paula era in affari da abbastanza tempo
per sapere che quell'attrezzo non lo interessava affatto.
Decise di sondarlo. — Posso chiederle che genere di articoli
di antiquariato desiderate trattare con Mr. Max?
Sorriso Cordiale andò a esaminare un altro oggetto, un
vibratore tagliaghiaccio, vi poggiò un dito sopra e lo mosse
avanti e indietro. — Noi cerchiamo cose... alquanto più
esotiche.
Si volse a guardarla. — Non sto dicendo che lei non abbia
una collezione assai pregevole, signora Marth. Io ho viaggiato
molto, al servizio del mio padrone. Raramente mi è capitato di
vedere un insieme di reperti più belli. Mi sorprende, anzi, che
lei non valorizzi maggiormente la sua galleria. Un'insegna
all'esterno attirerebbe senza dubbio maggiore attenzione.
— Questa è anche la casa in cui abito — disse Paula. —
Comunque, siamo fuori dalle strade più frequentate. E io
compro spazio sul bollettino della Gilda degli Antiquari,
oltreché sulle principali stazioni televisive.
— Già, è ovvio.
Dalla porta Jerem tossì, energicamente. — Mamma, posso
andare? Vorrei finire quel lavoro al più presto.
Paula annuì, e un attimo dopo il ragazzo era scomparso.
Ronzare attorno a una coppia di sedicenti schiavi,
evidentemente, non lo interessava quanto le ore di libertà di
quel sabato.
Sorriso Cordiale si aggirò per la galleria esaminando l'uno
dopo l'altro ogni oggetto esposto. Paula rispose pazientemente
alle sue domande pur sapendo benissimo che erano fatte pro
forma. Quel genere di antiquariato non lo interessava.
Era arrivata all'ipotesi che l'uomo si occupasse di mercato
nero. Bob Max operava senza dubbio ai limiti della legalità;
alcuni suoi colleghi di New Armstrong le avevano detto che
aveva perfino partecipato a spedizioni illegali sulla superficie.
Cosa che presentava non pochi pericoli. Negli ultimi tempi il
Consiglio Irryano sembrava aver incrementato i suoi sforzi per
eliminare i pirati. I Costeau, tuttavia, non si spaventavano
facilmente. La prospettiva di un buon guadagno era sufficiente
a farli atterrare ovunque.
Paula non credeva che Sorriso Cordiale fosse un Costeau, ma
avrebbe potuto essere un loro intermediario. Dietro i suoi modi
c'era una durezza che le ricordava certi commercianti di
materiale proibito con cui aveva avuto a che fare.
Finalmente l'uomo restò a corto di domande. — Merce
davvero di prima qualità, signora Marth. Può essere sicura che
il mio padrone sarà informato di ciò che ho visto qui. Forse in
futuro mi manderà ancora da queste parti... per concludere un
buon affare. E sarà un piacere!
Mentre lo dirigeva verso la porta Paula si costrinse a
sorridere. — Venga quando vuole — disse, rigida.
All'esterno il cielo s'era scurito sensibilmente. Nuvole nere
gravide di pioggia ricoprivano d'ombra i tre settori alternati
della Colonia, e soltanto l'estremità orientale della foresta era
ancora illuminata direttamente dalla luce riflessa. A nord la
visibilità era ridotta a meno di un miglio. La solida e
rassicurante muraglia del polo sud, distante sei miglia, era
nascosta da una pesante foschia.
Occhi Tristi era di sentinella in un angolo della veranda. —
Nessuna traccia di Max — disse senza voltarsi. Il tono piatto
della sua voce diede a Paula una sensazione spiacevole.
Sorriso Cordiale scosse il capo. — Questa è una grossa
seccatura. Noi veniamo da lontano, e purtroppo non possiamo
aspettare più a lungo. Altri impegni ci attendono.
Paula si strinse nelle spalle. — Se volete lasciarmi un
messaggio per Mr. Max...
Lui parve considerare la proposta per un momento. Poi il suo
sorriso si allargò. — Sì, per favore. Gli dica che sono venuti i
suoi amici di Filadelfia. Forse lei potrà garbatamente
rimproverarlo per aver mancato all'appuntamento.
— Ci conti pure.
Senza dir altro Sorriso Cordiale si volse e uscì dalla veranda.
Occhi Tristi si avviò al suo fianco. Con la stessa andatura
sbilenca di prima i due scavalcarono il basso recinto, tornarono
sulla stradicciola e s'incamminarono verso nord. Jerem apparve
da oltre l'angolo della casa.
Il ragazzo si trascinava dietro un contenitore di plastica
bianca largo quanto un baule. Era un'autentica cassa di utensili
da lavoro di quelle usate dagli spaziali più di duecento anni
prima.
— Mamma, io ancora non capisco perché a quelli gli piace
essere schiavi.
Paula seguì i due uomini con lo sguardo finché sparirono nel
bosco, dopo la curva della strada. Scrollò le spalle. — È una
specie di malattia... probabilmente loro non ne hanno colpa.
— E saranno sempre così? Non possono farsi una terapia
psichica?
Lei si passò le mani sui fianchi dei pantaloni. — Non lo so.
— Se quei due erano davvero schiavi la risposta sarebbe stata
difficile, ma lei non credeva che Sorriso Cordiale avesse detto
la verità.
Jerem si accigliò pensosamente. — Forse sono schiavi sul
serio, ma si vergognano a dirlo, così fanno finta di essere degli
schiavi finti.
Lei fu costretta a ridere, e la sua tensione si dileguò. —
Avanti, adesso, ti aiuto io a sollevare la cassa. — Gli diede un
buffetto e afferrò il contenitore per un'estremità. Mentre lo
deponevano sulla veranda lui si mostrò contrariato.
— Ormai sono grande. Non ho bisogno che tu mi aiuti.
— Naturalmente — rispose lei nello stesso tono serio. —
Ora perché non vai di sopra a prendere lo spruzzatore?
L'interno di questa cassa è pieno di sporcizia.
Jerem annuì e corse dentro.
— Oh, spegni anche l'impianto di monitoraggio! — gridò lei.
— E dai un numero di codice all'ultima registrazione.
Il sistema era programmato per cancellare i dati non richiesti
ogni ventiquattr'ore. Ma Sorriso Cordiale... lui sarebbe rimasto
nel suo archivio.
Paula aprì il contenitore e passò un dito sulla superficie
interna del coperchio, in cerca di un'etichetta o di uno stemma
sotto la patina di incrostazioni. La Gilda degli Antiquari aveva
la lista completa degli ingegneri e delle maestranze, oltre un
milione, che avevano lavorato alla costruzione delle Colonie.
Datare l'oggetto sarebbe stato semplice, se il proprietario aveva
lasciato il suo nome da qualche parte.
Jerem uscì di casa a passi svelti. Aveva in mano il
registratore dell'impianto.
— Mamma, guarda questo!
Alzò la piastra visiva davanti al volto di lei e sfiorò un
sensore sul suo bordo scanalato.
Sulla liscia superficie nera s'illuminò un'immagine: l'interno
della galleria, visto dal muro sul lato sud. Si udì un ticchettio e
un cerchietto rosso identificò la serratura come la sorgente del
rumore. Paula vide la porta aprirsi e lei stessa entrare nel
locale. Ma dietro di lei, dove avrebbe dovuto esserci Sorriso
Cordiale, c'era soltanto una confusa chiazza di colori in
movimento.
La chiazza baluginante entrò nella galleria. Paula la fissò,
sbalordita. Poi, con una parte della mente, udì se stessa fare il
discorsetto sulla politica della Antiquariato Marth e parlare
della sega da tavolo.
Scosse la testa. — Nel registratore dev'esserci qualcosa che
non funziona...
— Ssssh! — la zittì Jerem. — Ascolta!
Dall'apparecchio uscì un insieme di suoni disarticolati, del
tutto indecifrabili, simili al brusio di un gruppo di persone che
parlassero tutte insieme.
Il rumore tacque e lei udì la sua voce chiedere a Sorriso
Cordiale che genere di antiquariato lo interessasse. Ci fu una
pausa, poi di nuovo una serie di suoni incomprensibili. Jerem le
poggiò una mano su un braccio.
— Questo rumore si sente ogni volta che lui parla!
Lei annuì, pensosa. Gli accennò di spegnere l'apparecchio.
— Forse non è umano! Forse è un alieno. Forse le astronavi
stellari sono ritornate!
Paula gli mise una mano su una spalla. — Calmati. È un
uomo. E aveva addosso un oggetto che si chiama scrambler
AV. Distorce l'input dei sistemi di sorveglianza, anche di quelli
passivi come il nostro.
— Non ne ho mai sentito parlare!
— Sono apparecchi rari — spiegò lei, cercando di non avere
una voce spaventata. All'inferno... rari? Al mercato nero un
oggetto del genere sarebbe costato una fortuna. Gli scrambler
AV appartenevano alla tecnologia messa fuori legge
dall'Alleanza E-Tech.
— Pensi che siano dei Costeau? — Nell'espressione di Jerem
c'era un po' d'ansia, ma incontrare di persona dei pirati veri era
pur sempre un avvenimento.
Lei annuì con calma. — Sì, probabilmente sono dei Costeau.
— Ma non ci credeva affatto.
— Voglio vedere dove stanno andando. — Il ragazzo corse
attraverso il giardino, ma si fermò di colpo quando la voce di
Paula schioccò come una frusta:
— Jerem Marth, torna immediatamente qui!
— Voglio soltanto scoprire se stanno...
Lei usò il suo tono più rigido: — Jerem!
— Uffa, mamma! — Il ragazzo diede un calcetto a una zolla
erbosa e tornò indietro, riluttante. — Non volevo fare niente di
avventato.
Lei lo fissò dritto negli occhi. — Quegli uomini possono
essere pericolosi. Se si accorgessero che li segui, si
arrabbierebbero molto.
— Scommetto che potrei correre più svelto di loro —
borbottò lui.
Paula chiuse l'argomento indicando con fermezza la cassa
degli utensili. — Dov'è lo spruzzatore?
— L'ho lasciato di sopra.
— Allora vai a prenderlo.
Lui diede svogliatamente un calcetto alla ringhiera. —
Anche se quelli sono schiavi, scommetto che li lasciano molto
più liberi di me.

Nelle prime ore del pomeriggio il temporale prese forma. Per


le cinque l'aria s'era fatta fresca e umida. In distanza si udivano
sporadici rombi di tuono. La luce del sole era calata a toni
crepuscolari. Nuvoloni neri e grigi s'inseguivano nel cielo,
dissolvendosi l'uno nell'altro e cambiando continuamente
forma.
I primi lampi cominciarono a farsi vedere verso le sei. Nulla
indicava più che loro due vivevano sulla superficie interna di
un cilindro. Jerem era estasiato.
Paula uscì sotto la veranda con la blusa del figlio, del tutto
sorda ai lamenti con cui lui protestò che non ne aveva bisogno.
Jerem s'infilò l'indumento di nylon, proprio mentre un fulmine
crepitava con accecante violenza a poca distanza dalla casa.
Nella mezz'ora successiva la temperatura si abbassò di quasi
venti gradi, e una fredda nebbia cominciò a inumidire i loro
volti. A occidente le nuvole erano un ribollire oscuro in cui
saettavano bagliori giallastri dalle sfumature scarlatte.
— Guarda che roba! — mormorò Jerem. — Sono lampi
cromo-controllati! Se tu sapessi quanto è difficile fare una
tempesta così, non ci crederesti. Il nostro professore di scienza
dice che genera milioni di volt. I tecnici disperdono polvere di
roccia nell'atmosfera, e poi creano correnti artificiali per
elettrizzarla, e cambiando i componenti chimici della polvere
possono ottenere lampi di tutti i colori che vogliono.
Paula annuì, affascinata, e si chiuse bene il colletto della
blusa con la fibbia di velcro. Benché avessero dichiarato
ripetutamente che non ci sarebbero stati danni, la potenza
esplosiva di quella tempesta la spaventava. C'era qualcosa di
apocalittico nelle forze fisiche ed elettriche che squarciavano il
cielo come per risucchiare via l'aria e la luce. L'altra faccia
dell'ecosfera che dichiarava all'uomo la sua ostilità.
Per tutto il giorno le emittenti locali avevano mandato in
onda servizi sul temporale. Gli psicologi dichiaravano che la
sensazione di una momentanea perdita di controllo
sull'ambiente aveva effetti positivi. I pianificatori sociali di
Lamalan si congratulavano con se stessi per aver creato un
intrattenimento di massa diverso dai soliti. S'era notato che
prima di una tempesta la gente tendeva ad acquistare cibo e
rifornimenti in più, e questo curioso fenomeno aveva ispirato i
commercianti e l'Unione Agricola Intercoloniale a favorire la
messa in atto di eventi meteorologici inconsueti.
Non mancava chi obiettava seriamente contro quegli
spettacoli. La Lega Anti-Tempeste si batteva da anni per
l'abolizione dei temporali nelle Colonie, e per tutta la settimana
i suoi membri s'erano fatti sentire con decisione. Paula
sospettava però che i più la pensassero come lei; non gradiva le
tempeste, ma d'istinto sentiva di doverle sopportare. E
l'entusiasmo del figlio finiva per influenzare anche la sua
opinione.
Un fulmine verdolino spiraleggiò per l'intera lunghezza del
cilindro, e il tuono che lo accompagnò fece vibrare la veranda.
Le parole eccitate di Jerem si persero negli echi di quel boato.
Una cosa era certa: le discussioni sull'opportunità delle
tempeste si stavano inasprendo. L'ultima messa in programma
a Lamalan, due anni prima, era stata accompagnata dalle
proteste di pochi. Quella invece aveva generato una messe di
dichiarazioni ufficiali, pro e contro, da parte di numerose
organizzazioni.
Perfino le principali fazioni politiche intercoloniali s'erano
lasciate trascinare nella controversia. Il gruppo E-Tech
chiamato La Gloria de la Ciencia aveva parlato energicamente
a favore, elogiando «il coraggio di Lamalan, malgrado
l'opposizione di una minoranza faziosa». L'Alleanza E-Tech
aveva invece criticato in via ufficiale l'eccessivo uso della
tecnologia inerente alla creazione delle tempeste, ma pesando
accuratamente ogni parola per non far credere che intendesse
mettere fuori legge tali iniziative.
Nel caos atmosferico si accese una ragnatela di saette dorate.
Mentre il tuono rimbombava sulla casa, Paula si coprì gli
orecchi.
— Jerem, perché non andiamo dentro a guardare il temporale
dalla finestra? Puoi vederlo benissimo anche stando al riparo.
Lui scosse il capo, asciugandosi la pioggia dalla faccia con
una mano.
— Va bene. Ma potresti almeno venire sotto la veranda,
invece di stare lì sul bordo. Inzupparsi da capo a piedi è una
cosa stupida.
Una tripletta di tuoni sommerse la risposta del ragazzo.
— Jerem?
— Hai detto qualcosa, mamma?
— Perché non andiamo...
Vampe bianche e azzurrine dilaniarono le nubi. Paula
rinunciò a farlo ragionare. In realtà aveva promesso di
lasciargli vedere la tempesta stando all'aperto, un privilegio che
due anni prima gli aveva negato facendogli mettere il muso per
un pezzo. Anche in seguito, ogni volta che s'era ripetuta
sull'inutilità di bagnarsi a quel modo lui aveva testardamente
brontolato: — Sì, ma tu mi hai proibito di guardare la tempesta
come tutti quanti. — Non valeva la pena di rischiare altri due
anni di quei mugugni. Era però stata ferrea nell'imporgli di non
uscire da sotto il tetto in lieve pendenza della loro veranda. Se
il ragazzo avesse osato disubbidirle e allontanarsi dal
parafulmine, disse a se stessa, quella sera sulla sua schiena si
sarebbe abbattuto un temporale di diverso genere.
— Hanno detto che finirà coi fulmini rossi! — gridò lui in un
altro tambureggiare di tuoni. — Sono i più forti e i più
spaventosi di tutti!
Favoloso. Dunque sarebbe peggiorato ancora.
Nell'abitazione di Bob Max si accese una luce, e Paula vide
la figura un po' curva dell'anziano vicino stagliarsi oltre la larga
finestra a lato dell'ingresso. Doveva essere arrivato a piedi poco
prima; lei non aveva notato alcun segno di attività in casa sua
per tutto il pomeriggio.
D'un tratto sentì che era importante riferirgli al più presto dei
due uomini venuti a cercarlo. Ma la prospettiva di attraversare
sotto l'acqua lo spazio erboso, ora pieno di fango, non era
molto invitante. Cercò di dirsi che sarebbe stata una corsa
breve. Max non aveva neppure il telefono... o se lo aveva,
soltanto i malversatori e i Costeau conoscevano il suo numero
privato. Jerem, però, sarebbe diventato insopportabile se si
fosse lanciata all'aperto dopo aver vietato a lui di provarcisi.
La luce di un fulmine le consentì d'un tratto di captare un
movimento estraneo. Nel cortile del vicino un'ombra si spostò
fra le ombre, per qualche istante s'immobilizzò di fronte a un
grosso frigorifero e poi scomparve più avanti. Lei socchiuse le
palpebre, scrutando nel caos di oggetti antichi per capire cosa
potesse averla creata. Si alzò il vento, e la pioggia che
precipitava a torrenti cominciò a essere scagliata dalle raffiche
fin nei punti più remoti della veranda. Le loro bluse erano
impermeabili, ma non così i sottili pantaloni estivi di Paula; in
breve le si appiccicarono alle gambe come una seconda pelle.
Ebbe un brivido di freddo. Jerem era completamente inzuppato,
e completamente dimentico di tutto ciò che non si stesse
svolgendo nel cielo.
E all'improvviso apparvero: due uomini, entrambi vestiti di
scuro. Uscirono dal cortile e si diressero verso la veranda di
Bob Max. I loro corpi erano circondati da un lieve alone di
scintille rosse: portavano addosso dei generatori di campo. Gli
scudi d'energia erano solitamente invisibili, ma la pioggia
giocava strani scherzi sulla superficie di quell'aura protettiva e
ne delineava la forma.
Benché i due individui le volgessero le spalle, Paula fu
sicura che erano gli stessi di quel mattino. Sorriso Cordiale e
Occhi Tristi. Non si trattava soltanto di una deduzione logica.
In loro c'era qualcosa che li faceva identificare all'istante, un
modo particolare di muoversi l'uno in risposta all'altro, come se
fossero nati in coppia.
Non ebbe il tempo di considerare le ramificazioni delle sue
ipotesi, perché i due si stavano muovendo in fretta. Il più alto,
Sorriso Cordiale, oltrepassò con un balzo felino la balaustra
della veranda. L'altro, Occhi Tristi, andò invece a fermarsi fra
le gambe aperte del manichino erotico che Max aveva piazzato
sul divano meccanico. Un suo braccio scattò in avanti. La testa
del manichino fu staccata di netto dal collo e volò oltre la
ringhiera, rotolando nella fanghiglia.
Paula s'inginocchiò accanto a Jerem. — Chinati! — sibilò.
— Voglio che tu ti chini, subito! — Lo afferrò per un braccio e
lo costrinse ad accovacciarsi al suo fianco dietro la balaustra.
— Mamma, cosa...
— Taci! C'è qualcuno davanti alla casa di Bob Max. Voglio
che tu stia zitto e immobile. Possiamo guardare attraverso le
fessure della ringhiera.
Il suo tono allarmato lo colpì. Si strinsero l'uno all'altra come
conigli spaventati. Per un poco non accadde niente. Sotto la
veranda della casa accanto i due uomini erano diventati statue
d'ombra, immobili contorni che assumevano corpo solo al
divampare dei fulmini, ma immobili come se un interruttore
avesse spento in loro l'energia. Paula aveva una morsa allo
stomaco.
Poi, così all'improvviso da mozzarle il fiato, le due figure
balzarono contro la finestra a lato della porta e la
attraversarono, in una grandine di vetri infranti.
— Uauh! Hai visto cos'hanno fatto?
Paula annuì. Per un'altra eternità nell'interno dell'abitazione
di Bob Max non ci fu nessun movimento. La luce, accesa,
illuminava il soggiorno. Oltre la finestra fracassata erano
visibili parte del tavolo e alcune poltroncine imbottite. Dal
cielo si abbattevano ora vampate purpuree, che spandevano un
alone fantomatico sui boschi al di là della casa.
Dovrei chiamare la polizia. Il vento le scompigliava i capelli
davanti al viso. Se li spostò dietro gli orecchi e stabilì che era
suo dovere fare qualcosa.
— Jerem, voglio che tu non ti muova da qui. Resta dove sei.
Io ora andrò dentro e chiamerò...
Bob Max saltò, o fu spinto, attraverso i rottami della sua
finestra. Atterrò in piedi sul pavimento della veranda e barcollò
avanti contro la ringhiera; la urtò con un fianco e si rovesciò
all'esterno, precipitando nel fango del cortile. Con uno sforzo si
mise in ginocchio e cercò di rialzarsi.
L'aria fu percossa dal tuono. Sotto la veranda apparve d'un
tratto Sorriso Cordiale. Nello stesso momento sulla sinistra
della casa sbucò Occhi Tristi. Doveva essere uscito dalla porta
posteriore.
Paula non osò alzarsi per andare al telefono. Non in quel
momento. Sorriso Cordiale stava guardando proprio dalla loro
parte. Max doveva aver sentito la presenza dell'uomo alle sue
spalle. Era ormai in piedi, ma mentre si voltava sotto la pioggia
Occhi Tristi gli colpì il piede d'appoggio con un calcio.
L'anziano commerciante si abbatté pesantemente al suolo.
Un raggio di luce nera e vibrante eruppe da una mano di
Sorriso Cordiale. Più oscuro dell'ombra stessa su cui ruotava, il
raggio si mosse in circolo intorno alla figura dell'uomo disteso
nel fango. Sorriso Cordiale fece un secco movimento col polso.
La lama di luce nera si abbassò di colpo, immergendosi nella
colonna vertebrale di Bob Max. Lo sventurato sussultò appena,
poi giacque immobile.
Paula strinse il figlio a sé; un abbraccio materno, protettivo,
dettato dal terrore. Sapeva che Bob Max era morto, e sapeva
anche cosa lo aveva ucciso.
Nella sua mente i dati si riunivano come le tessere di un
mosaico. Dati riguardanti i due uomini che l'avevano
avvicinata quel mattino. Sorriso Cordiale e Occhi Tristi. Due
modi di parlare in contrasto: una voce troppo personalizzata, e
una voce priva di emozioni. Gesti stranamente coordinati. Gli
scrambler AV. E l'indizio finale: la luce nera di una falce Cohe,
un'arma così mortale che il solo possesso avrebbe scatenato la
più dura condanna degli E-Tech contro il proprietario.
I due uomini che non erano realmente due uomini dovevano
curarsi ben poco dell'esistenza di leggi simili. Le
preoccupazioni umane non li assillavano di certo. Erano una
coppia di creature emerse dagli anni oscuri che avevano
preceduto l'Apocalisse, oltre due secoli addietro.
Un Paratwa.
Strinse fra le braccia Jerem ancora più forte. Sorriso Cordiale
sembrava guardare dritto verso di loro. Ci ha già visti. Sa che
siamo nascosti qui. Sta per uccidere anche noi.
— Mamma... — sussurrò ansiosamente Jerem.
— Ssssh! — Potremmo correre alla porta, chiuderla a
chiave... no, entrerebbe sfondando la finestra! Il bosco! Se
fuggissimo fra gli alberi, forse più avanti troveremmo
qualcuno. Forse riusciremmo a farcela...
— Mamma, stanno andando via.
Sorriso Cordiale e Occhi Tristi aggirarono il cadavere di
Max e s'incamminarono verso la stradicciola. Pochi momenti
dopo erano scomparsi fra la vegetazione che oscillava sotto le
raffiche di pioggia.
2

Il sole mattutino di Irrya, ai cui raggi gli specchi esterni del


cilindro davano un tono ocra, brillava sulle pareti dell'ufficio
inquinandone l'avorio e, nei punti meno illuminati,
trasformandolo in un colore rugginoso. Cespugli di ginepro in
vaso gettavano ombre sottili, protendendo i ramoscelli come
dita di tenebra sullo sfondo di luce vivida. La massiccia
scrivania era in autentica quercia e dominava facilmente lo
scarso mobilio della stanza: tre sedie a schienale rigido, un
tavolino in un angolo, e un piccolo scaffale dagli sportelli di
vetro entro cui quattro libri erano mantenuti in un ambiente
sigillato. Una consolle di comunicazione campeggiava sul
bordo posteriore della scrivania come una montagnola scura.
Davanti ad essa, su una poltrona di cuoio, era seduto un uomo
di corporatura robusta.
Benché occupasse quell'ufficio da due decenni, l'uomo si
considerava ancora un ospite temporaneo. Un atteggiamento
abbastanza adatto al direttore dell'Alleanza E-Tech.
La fermezza di propositi ha un'origine?
Rome Franco frugò nelle sue emozioni per capire da dove
era sbocciato quel malinconico interrogativo.
Un piccolo diverbio con Angela, al mattino. La sera prima
lui aveva collegato al letto l'impianto dei sogni. Durante il
sonno lei s'era girata, colpendo un sensore dell'apparecchio e
mandandolo fuori allineamento. Un ottimo sogno interrotto. E
risvegliandosi, stordito e senza pensare, lui l'aveva acidamente
rimbrottata.
No, la causa non era quella. Lasciare libera la sua emotività
senza curarsi di controllarla troppo era abbastanza naturale con
lei, dal momento che Angela era sua moglie da trentanove anni.
La loro era una relazione molto stretta; in genere si
comprendevano piuttosto bene, e nei momenti peggiori se non
altro comunicavano. Ogni palpito interno in un'unione di quel
genere esigeva la preminenza.
I ragazzi? Lydia e Antony vivevano nelle lontane Colonie
L4, ed entrambi facevano in modo di mettersi in contatto
diverse volte al mese. Lydia era di nuovo gravida... il terzo
nipote sarebbe stato un maschio. La ditta di costruzioni di cui
faceva parte Antony gli aveva offerto un trasferimento alla
superficie, e lui stava ancora riflettendo sull'opportunità di
accettare. Il suo salario sarebbe quasi raddoppiato, ma lo stesso
si poteva dire della percentuale di rischio calcolata in base alle
statistiche. Pensarci bene e senza fretta era saggio da parte sua.
Rome scosse il capo. Non i ragazzi e non Angela. E allora
cosa? La riunione del Consiglio in programma per quel giorno?
Il suo stomaco si contrasse: intuiva l'avvicinarsi di un
dissidio. La fermezza di propositi ha un'origine? Forse il
Consiglio stesso di Irrya, l'organo di governo delle Colonie, ne
era responsabile. Non si poteva negare che il Consiglio fosse
sempre stato una sorgente di fermezza.
Esso aveva governato senza interruzioni per oltre duecento
anni, fin dai giorni oscuri dell'emigrazione dalla Terra. Lo
componevano cinque persone, ed erano le loro capacità riunite
a determinare il progresso delle Colonie e la direzione in cui
esso si sviluppava. Rome e altri quattro individui
rappresentavano le speranze e le paure di un miliardo e più di
esseri umani. Loro cinque continuavano a fornire ai cilindri
orbitali una guida morale, più che politica, che in quei due
secoli non aveva mai vacillato.
Sì, la fermezza di propositi sembrava avere una chiara
origine. Ma alcuni degli attuali consiglieri cominciavano a
incrinare l'armonia spirituale che aveva condotto i
sopravvissuti della Terra ad un nuovo inizio. Quei consiglieri
mostravano di aver dimenticato la grande lezione della storia.
La Terra ruota proprio sotto di noi, ed è morta. A Rome
sarebbe piaciuto scrollare ben bene i colleghi, indicare loro la
madrepatria perduta e dire: Guardatela! Guardate cosa ne
abbiamo fatto! La stessa follia che ha distrutto il mondo sta
ora mettendo radici in questo Consiglio! Non riuscite a
vederla?
Non ci riuscivano. Tutto ciò che sembravano capaci di
percepire erano, da una parte, i due secoli di risultati ottenuti, e
dall'altra l'onnipotenza della E-Tech. E Rome Franco, il
direttore di quell'organizzazione, era visto da loro come un
nemico.
Fece un sospiro. Se la fermezza di propositi aveva
un'origine, un inizio, aveva anche una fine. E quando quel
punto fosse stato raggiunto, il ciclo sarebbe ricominciato di
nuovo. La storia avrebbe potuto liberamente ripetersi.
Ho paura.
La sensazione non era neppure troppo celata nel suo
subconscio: Io, Rome Franco, ho paura che il passato si
ripeta.
Il Consiglio Irryano stava lentamente erodendo il potere
della E-Tech. La marcia verso la follia riprendeva vigore e
assurda sicurezza. I limiti della natura venivano ignorati. La
scienza e la tecnologia galoppavano senza freni nella società
delle Colonie. La gente sembrava desiderosa di degradarsi di
fronte alle macchine. Gli dei gemelli del profitto e del
progresso avevano rialzato la testa, e le voci di chi parlava di
saggezza e di equilibrio stavano per essere sommerse da
clamori apocalittici.
Non deve accadere.
Lui sentiva la presenza della crisi, così come i suoi antenati
l'avevano vista arrivare oltre due secoli prima. Solo che i loro
provvedimenti erano stati troppo tardivi per salvare la Terra. La
E-Tech era nata dal caos di quei giorni drammatici; un gruppo
eterogeneo di politicanti, scienziati, industriali, ingegneri ed
esperti in vari campi che s'erano uniti allo scopo di delimitare
la crescita fino allora incontrollata del progresso tecnologico.
L'Alleanza Ecostatica Tecnosferica aveva dovuto lottare per
essere accettata, nei primi anni; il suo scopo dichiarato, mettere
un freno alla conoscenza e alla ricerca, contrastava con una
tradizione di libertà scientifica ritenuta nobile e democratica...
finché gli orrori della devastazione genetica e nucleare non
avevano cominciato a manifestarsi. Soltanto allora la E-Tech
aveva potuto crescere.
Il nostro potere deve restare elevato.
In quei giorni, ancor più che in passato, era necessario che la
E-Tech restasse alla guida. Dovunque sembravano emergere
individui dalle opinioni energiche quanto irragionevoli... le loro
grida s'erano fatte sentire nel Senato, e infine avevano trovato
eco nel Consiglio stesso. Rome era stato il rappresentante della
E-Tech nel Consiglio per vent'anni, e fino a poco tempo
addietro la sua organizzazione aveva potuto contare su molti
appoggi. Ma il vento era ormai cambiato.
Un accordo di chitarra risuonò morbidamente. Lui spinse da
parte le sue preoccupazioni e si adagiò contro lo schienale della
poltrona. Spostò una mano attraverso il raggio di un sensore e
aprì il contatto audio con il suo segretario esecutivo, il cui
ufficio era due piani più in basso.
— Sì?
L'educata voce baritonale del segretario riempì la stanza: —
Signore, c'è una chiamata da Pasha Haddad. Chiede di parlare
con lei su una linea controllata. Devo inserirlo su un
decodificatore?
Rome sospirò. Il capo dei Servizi di Sicurezza della E-Tech
avrebbe preteso una linea controllata anche per parlare della
coltivazione di rose nelle serre. — Sì, me lo passi pure, appena
è pronto.
Per il decodificatore occorsero solo pochi secondi, poi sullo
schermo di Rome prese forma il volto ben noto del
collaboratore, scuro di pelle e completamente calvo.
Pasha Haddad non perse tempo in convenevoli. — Abbiamo
un problema. — La sua voce era calma, profonda. — Un
omicidio nella Colonia di Lamalan, ieri pomeriggio sul tardi.
Un contrabbandiere, un uomo di nome Bob Max, è stato ucciso
con una falce Cohe. Due vicini di casa hanno assistito
all'esecuzione. Dicono che gli assassini avevano visitato la loro
galleria di antiquariato proprio quel mattino, chiedendo
informazioni sulla vittima. I testimoni sono convinti, e lo sono
anch'io, che il responsabile sia un uccisore Paratwa.
Se una mano di Haddad fosse uscita dallo schermo per
colpirlo, Rome non avrebbe potuto essere più sbalordito. — Un
Paratwa... nelle Colonie? — S'accorse di aver attanagliato le
dita ai braccioli di cuoio.
La faccia di Haddad s'increspò di rughe che ne rivelavano
l'età. Anche lui aveva trascorso buona parte della vita al
servizio della E-Tech.
— I testimoni sono una donna e il figlio dodicenne. Per
fortuna la donna ha avuto il buonsenso di chiamare la E-Tech,
invece della polizia locale o dei Sorveglianti. Madre e figlio
sono ora in nostra custodia protettiva, e l'avvenimento è ancora
sotto silenzio.
Rome si scoprì incapace di crederci. — Un Paratwa! Ne sei
certo?
Pasha annuì appena. — Non ho ancora parlato
personalmente con i testimoni, ma il mio personale è convinto
della loro sincerità. La donna era terrorizzata. Se gli assassini
non erano un Paratwa, stavano senz'altro cercando di imitarne
uno. E non ci sono dubbi sull'arma del delitto: era una falce
Cohe.
Questa avrebbe potuto bastare come prova di identità. Nei
suoi sessantadue anni di vita, Rome Franco aveva visto una
falce Cohe soltanto una volta. Gli E-Tech ne avevano
confiscata una da una collezione privata, circa venticinque anni
prima. Il collezionista ne faceva risalire il possesso a un suo
bis-bisnonno, che l'aveva trovata sul cadavere di un Paratwa in
una città del Texas. L'arma illegale era stata contrabbandata
nelle Colonie e conservata come parte del patrimonio ereditario
di famiglia.
Rome ricordava anche la dimostrazione fatta da un tecnico
che aveva usato la falce in un impianto per l'esercitazione con
le armi, su Irrya. Era a forma di uovo, così piccola che la si
poteva celare in una mano, con una breve sporgenza argentea a
un'estremità. S'era chiesto come potesse un oggetto tanto
semplice avere una reputazione così maligna.
Nella sua ignoranza Rome aveva supposto dapprima che
fosse stata l'associazione con i Paratwa a esagerare la sua
pericolosità. Poi il tecnico, anch'egli poco esperto di quel
particolare strumento, aveva stretto le dita intorno alla sua
superficie liscia. La lama di tenebra che ne era scaturita aveva
scavato un lungo solco nella parete, affettando quattro sagome
per tiro a segno come fossero di burro. Rome era rimasto
esterrefatto dalla velocità con cui il raggio aveva incenerito il
materiale dei bersagli, ma ancor più dal vederlo nascere a quel
modo dalla mano del tecnico, come se nel suo corpo fosse
celato un potere micidiale. Soltanto allora aveva capito perché
la gente della Terra pre-Apocalisse temeva tanto quell'arma, e
perché la E-Tech l'aveva messa fuori legge.
Gli uccisori Paratwa trascorrevano l'intera vita esercitandosi
con la loro falce. Si diceva che alcuni diventassero così abili da
poter proiettare quel raggio su per una scala a spirale colpendo
e facendo a pezzi la loro vittima.
Un Paratwa nelle Colonie. D'istinto rifiutava quel pensiero.
Pasha Haddad parve leggergli nella testa. — Anche per me è
stato uno shock. Sapevamo che negli ultimi giorni
dell'Apocalisse nessuno conosceva il numero esatto degli
uccisori. Né si poteva scartare la possibilità che qualcuno di
loro si fosse messo in stasi, con la speranza di essere risvegliato
in un periodo successivo. Ma dopo due secoli... ero convinto
che non ne avremmo mai più rivisto uno.
Rome annuì. D'un tratto s'accorse che i suoi pensieri erano
corsi ad Angela e ai ragazzi. Una paura irrazionale. Nelle
Colonie viveva oltre un miliardo di persone; statisticamente la
sua famiglia era da considerarsi al sicuro.
— Abbiamo motivo di sospettare — continuò Haddad, —
che i Costeau siano stati coinvolti nel risveglio di quella
creatura. Quattro giorni fa una loro navetta è atterrata
illegalmente nella zona di Filadelfia, e i pirati hanno aperto due
capsule di stasi nascoste in un vagone della metropolitana. C'è
stato subito il dubbio che si trattasse di un Paratwa, anche se
l'informazione è arrivata sulla mia scrivania soltanto poche ore
fa. — Haddad si mostrò seccato da quel particolare. — Bob
Max, la vittima di ieri, era noto per i suoi contatti con i
Costeau. E i testimoni dicono che uno degli assassini ha
menzionato la città di Filadelfia.
Rome si mosse a disagio sulla poltrona. Il cuoio sembrava
opporre resistenza, impedendogli di accavallare più
comodamente le gambe. — Cosa sai dirmi dell'impianto per il
risveglio?
Pasha scrollò le spalle. — Naturalmente stiamo controllando
tutti i centri di stasi registrati. Ma non sono ottimista. Sappiamo
che i Costeau hanno alcuni impianti illegali. Dubito molto che
l'indagine riveli dove quella creatura è stata riportata in vita.
Rome distolse lo sguardo dallo schermo e fissò senza vederle
le foglie vellutate di una ciclade, nell'angolo della stanza. Un
uccisore Paratwa. Di tutti gli eccessi tecnologici del
ventunesimo secolo, nessuno aveva contribuito alla crescita
della E-Tech quanto i Paratwa. Quelle coppie di gemellali
interconnessi avevano sparso il terrore sul mondo per almeno
trent'anni prima dell'Apocalisse, guadagnandosi nei libri di
storia un posto che faceva concorrenza perfino alle mostruosità
naziste del secolo precedente.
Se in giro c'era davvero un uccisore Paratwa, le conseguenze
politiche sarebbero state notevolissime. Rome si sentì un po' in
colpa, ma aveva troppa esperienza per ignorare i vantaggi che
ne sarebbero derivati per la E-Tech. Una minaccia di quel
genere poteva rafforzare la sua organizzazione. Nell'ambito del
Consiglio le manovre per erodere il potere della E-Tech
sarebbero cessate, almeno per il momento. Con un uccisore in
circolazione nessun consigliere avrebbe osato indebolire il
controllo tecnico e scientifico della E-Tech. Anche La Gloria
de la Ciencia sarebbe stata costretta a riconoscere quel fatto.
Rome sorrise a se stesso. Angela diceva a volte che lui non
avrebbe mai potuto diventare un grande consigliere, perché si
preoccupava troppo della gente. Poi, però, con un lampo
d'affetto nello sguardo, lo stringeva in un abbraccio dove c'era
ancora tutto il calore della sua Sicilia.
In un certo senso, si disse, lei aveva ragione. C'erano
consiglieri che, al suo posto, avrebbero segretamente ostacolato
la cattura dell'uccisore soltanto per rafforzare la loro posizione
politica.
Si volse di nuovo allo schermo. — Hai detto che i
Sorveglianti non sono ancora stati informati. Credo che questo
metta la E-Tech molto vicino a violare la costituzione irryana.
Era raro veder sorridere Haddad. — Mi sono preso la libertà
di non riferirti l'accaduto fino a questa mattina. Era del tutto
lecito che io assumessi questa posizione in attesa di
accertamenti. Perciò tu, che come direttore della E-Tech hai il
dovere di informare ufficialmente i Sorveglianti, non hai
infranto nessuna legge.
Rome annuì seccamente. Sulla razionalità di Haddad ci
sarebbe stato da discutere. — Presumo che tu abbia utilizzato
questo tempo per valutare gli indizi in nostro possesso.
Pasha fece un cenno d'assenso. — Sfortunatamente non ne
abbiamo ricavato molto. A questo punto tutto è allo stadio di
ipotesi. Bob Max potrebbe essere quello che ha organizzato la
spedizione dei Costeau nella metropolitana di Filadelfia. Aveva
diversi contatti fra i pirati, e sappiamo che era sceso in
superficie illegalmente almeno tre volte. Non potremmo
dimostrarlo in tribunale, ma i miei dicono di esserne più che
sicuri.
— Perché è stato ucciso, secondo te?
Pasha scosse il capo. — Forse ha cercato di fare il doppio
gioco con i Costeau. O forse ha capito soltanto dopo
cos'avevano tirato fuori da quelle capsule. Può esser stato preso
dal panico e aver minacciato di denunciarli, e i pirati avranno
chiesto al Paratwa di eliminarlo. È anche possibile che Bob
Max e i Costeau siano stati usati da una terza fazione. Max può
esser stato l'intermediario che ha assoldato l'equipaggio pirata
per il raid su Filadelfia.
— E questa terza fazione potrebbe aver fatto uccidere Max
per evitare che rivelasse l'identità dei mandanti.
Haddad annuì. — Tutto è possibile. Ma per ora si tratta
soltanto di ipotesi. Fra i contrabbandieri abbiamo alcuni
infiltrati, e ho già autorizzato a contattarli. Loro dovrebbero
riuscire a captare qualche voce sulla spedizione a Filadelfia e
sui pirati amici di Bob Max. Però questo richiederà tempo.
Inoltre, quando la notizia sarà resa pubblica, quelli di Artwhiler
cominceranno a far domande dappertutto, a intorbidire le
acque, e come solo risultato i Costeau staranno molto più
abbottonati.
Rome non nascose una smorfia. Il consigliere Augustus T.
Artwhiler era il Comandante Supremo dei Sorveglianti
Intercoloniali. E non solo i suoi uomini avrebbero rovinato
ogni possibile buona pista, ma lui stesso avrebbe gonfiato
drammaticamente tutti gli aspetti politici della situazione.
Quell'uomo affrontava ogni problema con la sottigliezza di un
carro armato.
— Per quanto tempo pensi che si possa tenere questo
omicidio sotto silenzio?
Haddad si strinse nelle spalle. — Finora ne sono al corrente
una ventina di membri del nostro personale, oltre ai due
testimoni. Tutti sono stati informati che si tratta di una delicata
questione di sicurezza. Non credo che trapelerà nulla per un po'
di giorni. Ma alla fine questo accadrà.
Rome prese una decisione. L'idea di aggirare la legge non gli
piaceva, ma avevano bisogno di tempo per individuare una
pista prima che la notizia si spargesse nelle Colonie. — Va
bene. Terremo il coperchio sulla faccenda. — E al diavolo
Artwhiler.
— Questi Paratwa... suppongo che tu abbia chiesto alla
nostra sezione storica di riunire i dati disponibili su di loro.
Pasha annuì con energia. — Sì, più che altro nella speranza
di identificare il tipo. C'era una certa varietà di uccisori
Paratwa, dato il numero e gli scopi dei laboratori da cui
venivano prodotti. Ogni tipo aveva le sue caratteristiche
peculiari: punti di forza e punti deboli, metodi operativi,
affidabilità contrattuale, tecniche per soggiogare e
manipolare...
Rome alzò una mano. Era sconcertante apprendere quanto
poco sapesse di quelle creature. Durante la sua carriera nella E-
Tech non gli era mai parso necessario informarsene meglio. —
Dimmelo in due parole.
— Molti di loro erano mercenari — spiegò Haddad. — Ma
la loro lealtà variava considerevolmente. Alcuni potevano
essere assoldati per denaro, mentre altri chiedevano in
pagamento favori particolari. Certi uccisori lavoravano per
tutta la vita come guardie del corpo di ricchi industriali, ma per
lo più passavano da un datore di lavoro all'altro... come soldati
di ventura, in cerca di imprese che dessero un tornaconto.
Qualcuno era specializzato negli omicidi di personaggi politici,
altri negli scontri aperti con la polizia o unità dell'esercito. In
genere prendevano tutto ciò che capitava loro. E negli ultimi
anni moltissimi caddero sotto il dominio degli Ash Ock, i capi
dei Paratwa.
Il Castello Reale. Rome ricordava di aver letto di quei
gemellari, da ragazzo. — Gli Ash Ock. La loro progenie fu
spazzata via, non è vero?
— Sì. Erano soltanto cinque, e la nostra documentazione
dice che gli ultimi tre furono annientati poco prima
dell'Apocalisse. D'altra parte non si trattava di autentici
uccisori. Quelli del Castello Reale erano stati creati allo scopo
di unire gli altri... di formare una società di Paratwa.
E sostituire la razza umana con la loro, ricordò Rome con
un brivido.
— Fra gli uccisori veri e propri — continuò Haddad, — i
peggiori erano i Voshkof Rabbit e i Jeek Elemental. Non è
probabile che quello con cui abbiamo a che fare appartenga a
questi due tipi.
— Perché no?
— Secondo i dati in archivio, non lasciavano mai testimoni.
Rome inarcò un sopracciglio. Lui non credeva nei
superuomini. Per quanto spaventosi fossero, anche i Paratwa
erano fallibili. Li si poteva sconfiggere. Un uccisore in libertà
nelle Colonie era un problema che sarebbe stato risolto.
Un altro pensiero lo fece accigliare. — I due testimoni...
credi che siano al sicuro? Sembra che abbiano potuto dare una
buona occhiata a questa creatura.
Pasha scacciò l'interrogativo con un gesto. — Anche i tipi di
Paratwa meno dotati erano esperti nell'arte della
mimetizzazione. Molti di loro raggiungevano una tale abilità
che in seguito ogni testimone dichiarava di aver visto individui
diversissimi, anche di sesso opposto. — Haddad fece una
pausa. — Non credo che la donna e suo figlio siano in pericolo.
Per restare sul sicuro, comunque, li terremo in nostra custodia
il più a lungo possibile.
Rome accennò di sì. — Abbiamo una possibilità di catturare
questa creatura prima che uccida ancora?
— Ne dubito. Tanto per cominciare, suggerisco di usare
l'esatta terminologia. Nessuno ha mai catturato un uccisore
Paratwa. Quando sono alle strette combattono a morte. Sempre.
Rome sentì che l'altro non esagerava. — Credi che dare
notizia della presenza di questa creatura possa provocare
qualche forma di panico?
Haddad ci pensò qualche istante. — Penso che... ci sarà un
certo grado di allarme nei settori più civilizzati della nostra
società, fra la gente meglio istruita sui parametri storici, che
potrebbe vedere se stessa come un probabile obiettivo del
Paratwa. Non credo che ci saranno manifestazioni di panico nel
resto della popolazione, almeno nei primi tempi.
— Non sei dell'opinione che potremo... fermare facilmente
questa creatura. — Era più una constatazione che una
domanda.
— Sarà difficile.
— Qualche suggerimento?
Haddad fece un profondo respiro. — Dobbiamo informarci
meglio sul comportamento dei Paratwa. Negli archivi abbiamo
una notevole mole di dati, ma oggi non c'è nessuno che ne
sappia abbastanza da poter formulare un piano d'azione.
Bisognerà mettere immediatamente un gruppo al lavoro sulle
nostre registrazioni.
— Che ne dici di Begelman? — Gli archivi E-Tech erano i
più vasti e organizzati delle Colonie, e i computer facilitavano
l'accesso a ogni dato; ma spesso informazioni importanti
risultavano quasi introvabili, mal catalogate o addirittura
perdute fra miriadi di altre apparentemente simili. Ogni tanto
accadeva di scoprire che i programmatori di due secoli addietro
avevano camuffato notevoli quantità di dati definiti riservati da
qualche autorità militare o politica, e riportarli alla luce
costituiva una specie di caccia al tesoro. Begelman era uno dei
loro «falchi» dell'elettronica.
Pasha batté qualcosa sulla tastiera della sua consolle e attese
che il computer gli rispondesse. — Begelman è disponibile. Lo
assegnerò a questo incarico.
— Bene. — Rome ebbe l'impressione che si fossero messi in
moto. Se non altro era un inizio.
Un altro timore prese forma in lui. — Cosa mi dici della
Gloria de la Ciencia?
Haddad spalancò gli occhi. — Pensi che abbiano avuto a che
fare con il ritrovamento delle capsule di stasi?
Rome sapeva che era un sospetto paranoico. Non esisteva
alcuna ragione logica per cui gli avversari più duri della E-
Tech avrebbero dovuto rischiare il disastro politico
risvegliando un Paratwa. La Gloria de la Ciencia era stata
fondata nella stessa epoca della E-Tech, ma solo di recente i
fanatici sostenitori della scienza avevano trovato un certo
sostegno nella popolazione. Il loro scopo finale - mai dichiarato
pubblicamente, poiché violava un articolo della costituzione
irryana - era di spazzar via l'organizzazione di Rome e
restaurare la libertà di ricerca scientifica e tecnologica. Il solo
pensiero bastava a farlo rabbrividire.
Pazzoidi... ciechi alla lezione della storia, dimentichi degli
orrori pre-Apocalisse che hanno devastato la Terra.
E ho paura, sì. Una paura che fino a quel mattino aveva
allignato soltanto nel suo subconscio. Era stata come
l'immutabile ronzio di un generatore, un suono presente sullo
sfondo da tanto tempo che gli orecchi non lo captavano più.
La fermezza di propositi ha un'origine? Da anni lui sapeva
che la E-Tech stava perdendo la sua presa sulle Colonie. Già
cinque anni prima La Gloria de la Ciencia aveva ottenuto
abbastanza voti da formare un solido gruppo di minoranza nel
Senato. Quello era stato un chiaro segnale, il sintomo di un
mutamento nella società. Rome era stato consapevole di quel
parametro alterato, e tuttavia non aveva mai avvertito la paura
nelle viscere. Mai se l'era sentita addosso come quella mattina.
È questo che provava la gente prima dell'Apocalisse? si
chiese. Era vissuta così a lungo sotto l'ombra delle armi
nucleari, dei veleni biologici e delle mostruosità genetiche da
perdere ogni contatto con le paure a cui era abituata?
Qualunque fosse la risposta, vivere con quell'angoscia,
riconoscendola o meno, non era un bene per l'anima. E le
anime sofferenti creavano società sempre più vicine al baratro.
La E-Tech deve conservare il suo potere.
Haddad aspettava pazientemente che l'attenzione di Rome
tornasse allo schermo.
— Anche se non è probabile che accada — disse il capo
della Sicurezza, — dovremo dare ai nostri agenti ordini speciali
nel caso che vengano in contatto con l'uccisore. Non potranno
adeguarsi al comportamento standard della polizia. Dovranno
tentare di distruggerlo.
«Tentare» era la parola giusta. Rome ripensò alle cose
inquietanti che da ragazzino aveva sentito raccontare sui
Paratwa, a come pochi di loro potessero fare a pezzi decine,
anche centinaia di soldati in uno scontro aperto. Erano
programmati per diventare fanatici... e addestrati a combattere
fin dall'età in cui i normali bambini umani sapevano appena
reggersi in piedi.
L'intercom emise un segnale. Il volto magro del suo
segretario esecutivo comparve in un riquadro nell'angolo
inferiore sinistro dello schermo. — Mi scusi, signore, ma sono
arrivati i suoi assistenti. Mi hanno pregato di ricordarle che ci
sono molte cose ancora da definire prima della seduta del
Consiglio di oggi.
— Li faccia passare in sala riunioni. Li raggiungerò subito.
— Molto bene, signore. — Il riquadro sparì.
Rome guardò Haddad. — Tienimi al corrente. Se ci fossero
altre novità, anche durante la seduta, non esitare a
informarmene.
Pasha annuì gravemente, e Rome interruppe la
comunicazione.
Per un lungo momento i suoi occhi restarono fissi sullo
schermo spento. Un uccisore Paratwa. Gli tornò in mente un
episodio della sua infanzia, un gioco, una parodia un po'
selvaggia che lui e i suoi amici talvolta facevano: due di loro
fingevano d'essere un Paratwa, e davano la caccia agli altri
nella boscaglia vergine della Colonia Canopo.
È trascorso tanto tempo. Ma il ricordo era ancora vivido, per
nulla offuscato da quei cinquantanni. E oggi io sono il capo
della E-Tech, e il gioco è diventato realtà.
Un altro ricordo. A scuola, quando aveva nove anni, durante
una delle rare lezioni non-socratiche, tenuta da un supplente
dalle vesti molto dimesse: — ... e mentre innumerevoli
guerricciole infuriavano sulla Terra, l'Alleanza E-Tech prese
forma e si organizzò, impegnandosi apertamente nella lotta
contro gli inumani Paratwa, finché i giorni del disastro ultimo
si chiusero su tutti loro...
Rome si alzò bruscamente. Le sue mani tremavano, e
s'accorse di avere la fronte imperlata di sudore. Dobbiamo
conservare il potere. Anche se sentiva quanto fosse vuoto quel
pensiero: una sciocca dichiarazione di forza per nascondere la
sua debolezza.
Dobbiamo, perché ho paura.
3

Il vescovo Vokir sapeva che il suo senso estetico stava


cambiando. Non capiva il perché. In quei giorni poteva restare
in piedi nel suo ufficio per ore e ore, senza far altro che guardar
fuori dalla larga finestra monodirezionale e assorbire il
magnifico panorama che gli si stendeva davanti. La prospettiva
interna dell'immenso cilindro sembrava forzare lo sguardo alla
comprensione della lontananza, guidandolo al centro della
rotonda parete settentrionale che era tecnicamente il polo nord,
così distante che il sole e il territorio sembravano incontrarsi là.
Trent'anni prima quella vista non gli suggeriva niente.
Trent'anni prima lui non era capace di apprezzare la purezza di
quelle dimensioni.
Irrya era la capitale di duecentoquattordici Colonie, il cuore
della civiltà. Lungo settanta miglia il cilindro vantava una
popolazione residente di dodici milioni di abitanti, e in ogni
periodo dell'anno altri tre o quattro milioni di visitatori ne
respiravano l'aria. Irrya era il centro urbano per eccellenza. Se
metà del territorio non fosse stata occupata dalle zone
trasparenti, si sarebbe trasformata in un abitato senza soluzione
di continuità. Anche così, i suoi grattacieli alti fino a duecento
metri si levavano lungo i bordi delle strisce pavimentate in
vetro, come mura e fortezze erette dall'uomo sui confini del
mondo.
Tutto punta verso il centro, rifletté il vescovo. Era un pensiero
non certo nuovo ma interessante. A parte la mancanza di
gravità lungo quell'invisibile perno non c'era molto di notevole:
alcuni circoli di nuoto per fluttuanti e poche industrie non
inquinanti, i cui proprietari avevano probabilmente lubrificato
la burocrazia locale per ottenere il permesso di piazzarsi in
mezzo al cielo. Ma quel giorno anch'essi erano nascosti da una
coltre di nuvole abbastanza spessa.
Il vescovo Vokir si scostò dalla finestra panoramica e sfiorò
un interruttore per chiudere le tende. Le lampade automatiche
si accesero, soffondendo nell'ufficio una luce dorata.
Sulla Terra l'umanità viveva sulla superficie esterna e guardava in
alto per vedere altre possibilità. Nelle Colonie vive sulla superficie
interna e guarda in alto per vedere se stessa. Il vescovo Vokir
poteva capire meglio di altri la differenza, avendo vissuto
ciascuna delle due realtà. Ma sapeva che gli mancava la
capacità del suo monarca di distillare il succo del significato
sociale dalla polpa di quell'aforisma dialettico.
In un fruscio di abiti talari attraversò la stanza e aprì uno dei
fori-spia telescopici celati nel tessuto sintetico che tappezzava
le pareti. Il suo sguardo spaziò nel vasto interno della chiesa.
La navata era imponente, capace di ospitare duemila persone
quando tutti gli inginocchiatoi mobili emergevano dal
pavimento. Tutte le poltroncine in fila di fronte all'altare erano
coperte di velluto rosso. Dietro il coro s'incurvava verso l'alto
una siepe di tubature cromate, che andavano a intrecciarsi sul
soffitto della chiesa. Non erano soltanto ornamentali. Dietro
l'altare funzionava un sistema di pompe che convogliava nei
tubi fluido organico a velocità costante. La sua temperatura era
variabile, e aveva lo scopo di mantenere quella dell'aria a venti
gradi, non importa quanti fedeli fossero presenti.
Proprio alle spalle del leggio d'acciaio cromato dai tubi se ne
ramificavano centinaia d'altri, molto più sottili, che unendosi in
complessi arabeschi formavano la balaustra alla base dell'altar
maggiore. In quel delicato ricamo erano inserite gemme
azzurre e verdi. Dalla posizione del vescovo il disegno non era
riconoscibile, ma i trenta o trentacinque fedeli che stavano
meditando nella Chiesa della Fede potevano vedere in quello
schema la madre Terra nei suoi caratteristici colori.
Il vescovo zumò con le lenti su ciascuna delle persone
presenti, minuscole figure perdute nel vasto spazio della
navata. Un sorriso fece increspare le rughe intorno ai suoi
occhi ingialliti dall'età. I gemellari avevano saputo
mimetizzarsi bene, se neppure lui riusciva a riconoscerli.
Sfiorando un altro interruttore nascosto nella tappezzeria
accese il sistema AV della chiesa. Telecamere nascoste si
misero a fuoco su ciascun fedele. Una donna seduta nella prima
fila di sedie e un uomo chino in un inginocchiatoio laterale
attrassero l'attenzione del computer. Dove avrebbero dovuto
esserci le loro facce appariva soltanto un guazzabuglio di
interferenze.
Dovrò raccomandargli di non usare lo scrambler, pensò il
vescovo. Poi si disse che il Jeek doveva essere consapevole del
rischio. Reemul aveva molte caratteristiche strane, ma la
stupidità non era fra esse.
Finalmente uno dei gemellari, la donna, decise di muoversi.
Si alzò e a passi svelti scomparve in un'uscita laterale da cui si
poteva attraversare la sacrestia. Lui passò alle telecamere
interne e la vide fermarsi nel corridoio che portava al suo
ufficio.
L'altro gemellare attese qualche minuto, quindi si avviò
lungo lo stesso percorso.
Il vescovo Vokir aveva già piazzato due sedie schienale
contro schienale. Una rivolta a lui e l'altra alla porta. Andò a
sedersi dietro la sua lucidissima scrivania di mogano, sbloccò
la serratura elettronica dell'ufficio, fece un profondo respiro e si
preparò. Un incontro con Reemul poteva sempre trasformarsi
in uno scontro.
Il Jeek entrò. Fu la donna ad apparire per prima, con le mani
negligentemente affondate nelle tasche del corto abito di
cotone azzurro. Si fermò appena oltrepassata la soglia e girò un
lento sguardo su ciò che si trovava davanti: il vescovo seduto
alla sua scrivania, le sedie, la tappezzeria in tessuto sintetico, la
finestra celata dalla tenda, i quadri dalle eleganti cornici di
legno, e il monumentale candeliere centrale le cui candele finte
riflettevano la luce dorata dei pannelli luminosi nel soffitto. Poi
sorrise appena, con occhi tristi, sedette flessuosamente sulla
sedia rivolta al vescovo e accavallò pudicamente le gambe,
tirandosi la gonna sulle ginocchia in un'accurata esibizione di
modestia.
— Ma che posto davvero carino hai qui, vescovo! — Il suo
tono era acuto e dolce, da soprano, un'impeccabile imitazione
di voce femminile. — Lo hai arredato in modo proprio tanto
amabile... quella tendina di pizzo, ad esempio: sul serio
adorabile. Dio! Giurerei che tua moglie ti ha aiutato col suo
gusto squisito, non è così?
L'uomo entrò, con una risata, e chiuse la porta dietro di sé.
Era più alto del gemellare d'aspetto femminile, vestito con una
giacca marrone a collo sagomato e pantaloni in tinta. Aveva un
volto ben rasato, e portava i lunghi capelli biondi riuniti in una
coda di cavallo che gli ricadeva sulla spalla destra.
— Quanto è affascinante la tua Colonia! — esclamò la
donna. Con gesto civettuolo si passò una mano delicata fra i
corti capelli castani. — Mi hanno detto che Irrya è lunga
addirittura settanta miglia. Santo cielo! Così grande che
semplicemente mi lascia proprio senza fiato, sai? E tutta questa
gente che si muove avanti e indietro, sempre così occupata,
migliaia e migliaia di persone che vanno di qua e di là... oh,
Signore! Mi sembrano così... così... — Si accigliò. — Cielo,
non riesco più a trovare la parola!
— Indifesi? — le suggerì l'uomo. Incrociò le braccia e si
appoggiò con una spalla al muro, accanto alla porta.
Il sorriso della donna s'illuminò. — Sì! È proprio questa la
parola che stavo cercando!
Entrambi risero, con gli occhi fissi su di lui.
Il vescovo finse di osservare uno dei monitor della scrivania.
Pazienza. Fare una conversazione seria con Reemul era sempre
stato un problema; soltanto una minaccia riusciva a far
assumere al Jeek modi più controllati.
La donna si alzò e andò a osservare un dipinto appeso al
muro, dietro le spalle del vescovo. — Oh, ma che quadro
incantevole!
L'uomo sedette, volgendo loro le spalle.
— Posso averlo? — chiese la donna.
Il vescovo scosse il capo.
— Neppure se lo domando per piacere? — disse l'uomo.
— Suvvia, vescovo... sii carino! per piacere! — insisté la
donna con voce querula.
— Posso offrirti qualcosa di meglio — disse lui. — Ma
prima dobbiamo parlare dell'incarico che hai svolto.
Entrambe le teste annuirono all'unisono.
— Bob Max non è più fra i vivi — lo informò la donna. E gli
fece maliziosamente l'occhiolino.
— Ci sono state complicazioni?
La donna sporse la lingua e la agitò nell'aria verso di lui. Era
un gesto che voleva essere, e lo fu, quanto mai osceno.
Così tutto è andato secondo i piani, pensò il vescovo. Ma era
meglio accertarsi dei particolari.
— Con quale aspetto ti sei presentato?
La donna si avvicinò ancor di più al quadro e lesse la firma.
— Cezanne? — domandò l'uomo.
— Sì — rispose il vescovo. E pensò: Sono seduto fra i due
gemellari di un Jeek, ed entrambi mi stanno voltando le spalle.
— Sei molto fiducioso, questa mattina — disse, seccamente.
— Non proprio — replicò la donna. La sua voce era appena
un filo meno acuta.
L'uomo si volse a mezzo con calma ostentata. — Se tu avessi
cercato di muoverti in fretta, come per estrarre un'arma da sotto
quelle vesti, ti avrei sentito.
— E saresti morto prima di aver avuto la più vaga possibilità
di sparare — disse la donna.
Il vescovo si rilassò. Quello era il Reemul di due secoli
prima: sprezzante, sarcastico, supremamente fiducioso di sé. È
la sua fiducia era basata sulla pura e semplice esperienza.
Reemul non si vantava a vuoto. Già, il vassallo-killer. È così
che gli uomini di due secoli fa lo avevano chiamato. E a quei
tempi era un nome che faceva paura.
L'uomo sogghignò. — Ai nostri tempi, vescovo, non ti avrei
mai messo alla prova voltandoti le spalle.
Lui esibì un'espressione offesa. — Stai dicendo che sospetti
un inganno... da me!
La donna rise. — Io ho dormito per centinaia d'anni,
vescovo, mentre invece tu e il possente Codrus...
— Non pronunciare quel nome! — sbottò il vescovo. —
Neppure qui, in un posto più che sicuro come questo!
L'uomo scrollò le spalle. — Come preferisci. È solo che ho
avuto il tempo, in questi ultimi giorni, di fare qualche
considerazione sul mio risveglio.
— Ad esempio — continuò la donna, — non c'è il caso che
qualcuno mediti di mettermi a dormire in modo più definitivo,
una volta conclusa questa faccenda... eh?
Il vescovo sospirò. Il Jeek aveva soltanto bisogno d'essere un
po' ammorbidito. — Il Cezanne che stai ammirando: sai qual è
il suo valore?
— È antico — disse l'uomo.
— Vero. Ma ciò che lo rende inestimabile è il fatto che sono
rimasti soltanto altri quattro dipinti di quell'artista, a quanto si
sa. È praticamente unico. E di conseguenza... insostituibile.
L'uomo si alzò e si volse a fissarlo. — I Paratwa che si
nascosero al tempo dell'Apocalisse erano molti. Lo hai detto tu
stesso.
— E per la maggior parte sono morti — replicò il vescovo.
Quel pensiero gli dava un tono di genuina tristezza. — Alcune
capsule furono danneggiate dalle radiazioni o dai batteri... altre
vennero scoperte e distrutte da umani moribondi che vagavano
fra le rovine dopo l'Apocalisse. E gli E-Tech fecero la loro
parte. — Il vescovo scosse il capo. — Avrei dovuto
nasconderli tutti con la stessa cura che ebbi per te.
La risposta della donna fu sferzante. — Te lo dirò una volta
sola, vescovo: non fare il doppio gioco con me.
Il vescovo annuì lentamente. Sospettoso fino alla paranoia. Ma
non poteva fargliene una colpa; Reemul doveva essere così.
Erano state proprio quelle caratteristiche a elevare i Jeek
Elemental sugli altri tipi, facendone i più pericolosi fra gli
uccisori.
— Finché ci saranno esseri umani, il tuo valore resta elevato
— concluse. — Ora torniamo alla precedente questione. Con
quale aspetto ti sei presentato?
La donna ancheggiò verso la scrivania e vi salì a sedere con
un saltello. I suoi occhi tristi si abbassarono sul vescovo.
L'uomo disse: — Ho imitato le caratteristiche di uno di
quegli inetti uccisori Terminus. Durante il primo contatto con i
testimoni ho dato loro l'impressione di avere delle difficoltà nel
camminare. Questo ha colpito la loro attenzione. Ho raccontato
delle bugie assurde che la donna non ha creduto neppure per un
istante, facendo così aumentare i suoi sospetti. Ho reso uno dei
gemellari inerte dal lata emotivo, e l'altro gloriosamente
vivace!
La donna ridacchiò.
— La testimone aveva un sistema di monitoraggio nella sua
galleria, così ho dovuto usare lo scrambler AV per piazzare le
microspie senza essere visto.
Il vescovo si accigliò. — Devi renderti conto che pochi
utilizzano gli scrambler AV, nelle Colonie. Se li usi spesso non
ottieni che di farti identificare meglio ogni volta che attraversi
un sistema di monitoraggio.
L'uomo ebbe una risata secca e gli volse le spalle. — Ma
quanto sei gentile a preoccuparti così!
— Se proprio ti angustia tanto — disse la donna, — vuol
dire che non lo userò più.
Il vescovo annuì soddisfatto. — Non avete niente da temere.
Non credo che qualcuno, nelle Colonie, abbia mai sentito
parlare di armi a ricerca automatica del bersaglio.
Gli scrambler AV erano stati progettati, in origine, per sviare
i computer dei sofisticati robot da battaglia usati a metà del
ventunesimo secolo. Ormai robot di quel genere non esistevano
più; la E-Tech aveva avuto successo nel metterli fuorilegge e
farli scomparire.
L'uomo riprese l'argomento. — Quando sono tornato per
uccidere la vittima, mi sono accertato che i testimoni fossero in
grado di osservare tutto. Pensavano che non li vedessi, nascosti
sulla veranda di casa loro.
La donna rise ancora.
— Naturalmente ho usato una falce per eliminare il soggetto.
Il vescovo si permise un sorriso. — Bene. E i testimoni
hanno riferito alle autorità?
— La donna ha chiamato soltanto la E-Tech.
— Eccellente. — Alla lunga non avrebbe fatto molta
differenza chi fosse stato avvertito per primo. Ma il vescovo
sapeva che Codrus preferiva questa variante. Il piano avrebbe
funzionato meglio se Rome Franco fosse andato in Consiglio,
quel pomeriggio, con la certezza che soltanto la E-Tech era al
corrente del Paratwa.
L'uomo sogghignò. — Questa potrebbe diventare una partita
interessante. Mi chiedo quanto ci metteranno quegli stupidi E-
Tech per risalire fino a me.
— Non li sottovalutare — lo ammonì il vescovo. — Oggi la
E-Tech è molto più complessa che ai nostri tempi.
Seduta sulla scrivania, la donna gli sfiorò un braccio con una
coscia nuda. — Uno dei nostri monarchi mi insegnò che la
complessità è il labirinto in cui i ciechi si perdono.
Chi può averle detto una frase del genere? si chiese il
vescovo. Saffo?
— Comunque — disse l'uomo, — io non temo la E-Tech.
— Perché è la E-Tech — aggiunse la donna, — a temere me.
Il vescovo alzò una mano in un futile tentativo
d'interrompere la duplice risata del Jeek. Discutere con un ego
di quel genere era una perdita di tempo. Si affrettò a cambiare
discorso. — Dove abiti?
— Sirak-Brath — risposero i gemellari all'unisono.
Il vescovo scosse il capo. — Non è un posto da persone
civili, Reemul. Pirati, contrabbandieri... metà dei crimini delle
Colonie avvengono in quel cilindro.
La donna sorrise. — Ma Sirak-Brath offre anche
divertimenti assai interessanti...
—... passatempi particolari che fanno palpitare il cuore di un
Jeek — concluse l'uomo. Batté le mani e rise.
Il vescovo sapeva già quali fossero. — Bada che non siano i
tuoi vizi a farti rintracciare dalla E-Tech.
— Io sono prudente — disse l'uomo con calma. — Sarò
molto selettivo nella scelta dei miei passatempi. — E non
trattenne un sogghigno.
— Molto selettivo, davvero — annuì la donna. — Sì. Lei
dovrà essere tenera e giovanissima... di un anno o due sarebbe
l'ideale.
Di nuovo risero entrambi.
Il vescovo attese che Reemul si quietasse. — Prenditi pure i
tuoi svaghi, ma resta in guardia. Presto la E-Tech e i
Sorveglianti faranno a pezzi le Colonie per cercarti.
— Lascia che cerchino — disse l'uomo. La sua espressione
denotava completo disinteresse.
— Ma lascia a me il piacere di fare a pezzi — disse la donna.
D'improvviso da entrambe le facce di Reemul parve
esplodere uno sguardo intenso, una brama che dilatava gli
occhi e faceva tendere i muscoli come corde.
Il vescovo s'affrettò a dire: — Una volta avevi un maggiore
autocontrollo.
Per un attimo lo sguardo dei gemellari si fece vacuo, poi sui
loro volti apparve l'identico sorriso. — Il possente Codrus sa
— dissero all'unisono — che la spada dev'essere usata,
altrimenti la mano che la usa s'irrigidisce.
Reemul divenne movimento. La donna balzò in piedi, l'uomo
scattò in avanti. Un fascicolo di documenti fu spazzato via
dalla scrivania. Ancor prima che i fogli toccassero il
pavimento, la nera lama di una falce Cohe balenò a un
centimetro dal collo del vescovo.
La donna gli scivolò accanto, con l'arma in pugno, e lui
avvertì sulla pelle il rovente fremito di quell'energia libera. Una
lieve torsione del polso e Reemul l'avrebbe decapitato.
L'uomo si piegò sulla scrivania finché i loro volti furono
vicinissimi. Il vescovo poté sentire un profumo d'acqua di
colonia all'arancia. Vide la fame che bruciava negli occhi di
Reemul. Non si mostrò spaventato.
— Ti ho detto che ci sarà di meglio... molto di meglio.
— Io non posso aspettare! — sibilò l'uomo.
— Devi avere pazienza.
— Io non posso!
L'uomo si trasse indietro. La nera luce della falce Cohe si
spense. Voltandosi il vescovo vide la donna riporre l'arma in
una fondina fissata al suo avambraccio destro, sotto la manica.
— Io non posso aspettare — ripeté l'uomo. Era di nuovo
calmo, ma nel suo sguardo restava una bramosia ferina.
Il vescovo intrecciò le mani in grembo. Bisogna permettere
a Reemul di macellare un po'. L'ho svegliato prima di quel che
il piano avrebbe richiesto.
II suo monarca, Codrus, intendeva utilizzare il Jeek per gradi
e con discrezione: l'assassinio di un diplomatico irryano diretto
a una bioconferenza a Jordanian Paris la settimana successiva,
e la distruzione di un magazzino E-Tech su Oslo pochi giorni
dopo. Ma le necessità di Reemul dovevano avere la
precedenza.
Macellare: l'orgasmo mentale scatenato durante la perdita di
controllo più completa. Nessuno, neppure Saffo, aveva mai
capito a fondo il motivo di quella bramosia che attanagliava
tutti i Paratwa. Una teoria diceva che macellare era un modo
per consentire alla sofferenza di abbandonare il sistema
nervoso, una catarsi che risanava il subconscio. Quasi tutti i
Paratwa erano stati allevati sotto una disciplina rigidissima,
imparando che la virtù suprema stava nel sopprimere le
emozioni. Un'educazione di quel genere produceva l'accumulo
di una tensione interna, e ogni tanto era necessario che la
tensione trovasse sfogo.
Teoria o no, il bisogno di macellare di Reemul andava
soddisfatto. Il Jeek doveva poter uccidere, e senza alcuna
restrizione.
Codrus aveva previsto quell'eventualità. Non si poteva
permettere a Reemul di aggirarsi indiscriminatamente nelle
Colonie lasciandosi dietro un sentiero di sangue. Ma c'erano
altri modi in cui un uccisore avrebbe potuto sfogarsi.
— Avvicinati, Reemul. Ho deciso di assegnarti un incarico
che ti consentirà di tornare in eccellenti condizioni di spirito.
— Il vescovo accese il terminale, e la mappa multicolore della
Colonia California Settentrionale apparve sullo schermo. La
donna girò dietro la scrivania e la osservò da sopra una sua
spalla.
— In questa zona. — Il vescovo la indicò con una penna
ottica. Su una zona molto boscosa presso il centro del cilindro,
lungo sedici miglia, si delineò un cerchietto rosso. Lui sentì,
più che vedere, il doppio sorriso che ora aleggiava sulle facce
di Reemul. — Questo è il posto dove potrai avere quello che
cerchi.

Reemul uscì, un gemellare alla volta per non destare sospetti.


Il vescovo lo seguì sul suo impianto di monitoraggio e fu
compiaciuto dai modi urbani con cui il Jeek attraversava la
folla indaffarata che riempiva la strada, fuori dalla chiesa. In
fondo all'isolato la donna attraversò l'incrocio, e si fermò ad
aiutare un vecchio carico di pacchi che aveva qualche difficoltà
a salire sul marciapiede. Pochi secondi dopo Reemul, il buon
samaritano, era scomparso fra la gente.
Il vescovo abbassò le luci finché nell'ufficio non restò che
una penombra sepolcrale. Poi tolse da un cassetto della
scrivania una piccola cornice, in cui c'era una fotografia
dell'originale Chiesa della Fede; il nudo edificio rettangolare
che era sorto all'angolo fra due strade secondarie di Londra
oltre due secoli prima.
All'epoca in cui la foto era stata scattata la Chiesa stava già
cominciando ad attirare milioni di fedeli, come potente simbolo
delle speranze del pianeta: un'ancora di salvezza contro la
follia, in un mondo ormai condannato. Il vescovo ricordava
bene quei primi anni. Allora lui predicava sotto un altro nome,
ovviamente, ma i suoi sermoni erano già così energici e
seducenti che ad ascoltarlo veniva gente da tutto il pianeta.
Perfino dalle nuove Colonie orbitanti giungevano nuovi
proseliti, ispirati dalle sue frequenti trasmissioni via satellite. In
un periodo in cui veniva oscenamente alla luce ogni miseria
umana, una Chiesa che propugnasse l'antitesi di quella miseria
non poteva non avere successo.
Incisa sulla cornice della fotografia c'era la frase: Spirito di
Gaia. Il vescovo toccò le lettere nella giusta sequenza e
l'immagine della chiesa si dissolse in un roteare di scintille
argentee. Un attimo dopo la trasformazione era completa. Nella
cornice apparve il suo volto, riflesso.
Proiettò i propri pensieri nello specchio, conscio che il suo
gemellare stava facendo la stessa cosa. Il vescovo era un uomo
potente, e così anche la creatura a cui era collegato, ma
nessuno dei due poteva sperare di uguagliare le intense
capacità mentali di Codrus, il loro monarca. E Codrus doveva
essere informato della sua decisione circa il sanguinoso
divertimento di Reemul. Soltanto un Paratwa Ash Ock poteva
esaminarne tutte le probabili conseguenz
4

— Sono il consigliere Rome Franco — disse con voce nitida.


L'imponente porta nera attivò gli scanner ed eseguì centinaia
di paragoni simultanei fra il massiccio individuo dai capelli
grigi che aveva davanti e le cifre binarie che erano Rome
Franco nel suo banco dati. La porta era abbastanza intelligente
da ignorare alcune piccole discrepanze, e concluse giustamente
che il consigliere aveva incrementato il suo contenuto calorico
dall'ultima seduta, quattro giorni prima, soltanto perché non
doveva aver fatto molto esercizio fisico. Non era programmata
per essere pignola su quei particolari, e si aprì.
Rome attraversò la soglia ed entrò nella sala del Consiglio di
Irrya, il luogo in cui venivano prese le più pregnanti decisioni
governative delle Colonie. Un liscio tavolo circolare, attorniato
da dieci seggi ugualmente spaziati, occupava il centro del
pavimento poligonale a venti lati. Terminali di computer
sporgevano dai braccioli delle cinque poltroncine principali; le
altre erano riservate agli ospiti del Consiglio. Un lampadario a
forma di prisma pendeva da una catenella che spariva
nell'ombra del soffitto a volta. Alle pareti tappezzate in cuoio
erano appesi numerosi dipinti elegantemente incorniciati, per lo
più a olio e risalenti a prima dell'Apocalisse. Ogni quadro era
sigillato in un contenitore di cristallo a prova di umidità.
Rome provò un ormai familiare senso di colpa alla vista di
quelle opere d'arte. Con quello che valgono si potrebbe
costruire una Colonia nuova, pensò.
Molti anni addietro, quand'era un consigliere fresco di
nomina, aveva proposto di vendere quei dipinti e investire il
ricavato in opere pubbliche. Il suo suggerimento aveva destato
molti sorrisetti ironici e nessuna approvazione. Era stata una
delle sue prime lezioni di alta politica: soltanto uno sciocco
vende i simboli del suo potere.
E negli anni seguenti Rome s'era affezionato molto a uno di
quei capolavori, un campo di grano selvaggiamente
abbrustolito dal sole, i cui colori gialli e ocra davano una strana
vita a quell'antica tela. Deliberatamente non s'era mai
avvicinato abbastanza da leggere il nome dell'autore, né lo
aveva chiesto agli archivi storici della E-Tech. Per qualche
ragione sentiva che quella conoscenza avrebbe distrutto, o
almeno inquinato, il modo in cui la sua mente si nutriva del
dipinto.
Angela era dell'opinione che tanto autocontrollo fosse
paradossale. Di tanto in tanto, quando aveva occasione di
parlarle di quel quadro, lei lo incitava a informarsi sull'autore,
se non altro per poter degustare altre sue opere. «Non è
necessario» era ciò che ogni volta rispondeva lui. Il quadro
esisteva come cosa a sé stante, unica e completa; viveva nel
mistero dei suoi stessi colori. E così Vincent Van Gogh era
rimasto uno sconosciuto per lui.
— Buon-giorno, Fran-co. — La voce artificiale che l'aveva
salutato era uscita da due piccoli generatori di suoni impiantati
come gioielli nelle guance di una maestosa donna dai capelli
neri. Come al solito Nu-Lin, consigliere per gli Affari
Intercoloniali e capo della Lega dei Commercianti, aveva un
aspetto stupefacente. Un abito azzurro elettrico senza maniche
le delineava i seni e il torace, aderentissimo, esplodendo poi in
un carnevale di fiori all'altezza dei fianchi. Il volto sottile non
mostrava il minimo segno dell'età, benché Rome sapesse che
era sulla sessantina. E la folta chioma corvina riunita
all'indietro in piccole trecce lo lasciava scoperto, mettendo in
risalto due luminosi occhi blu.
La bocca di lei restò chiusa quando disse ancora: — Gradisci
un rinfre-sco? Drake e io abbiamo ordi-nato.
Rome attraversò la sala e le si fermò accanto. — No. Temo
che Angela mi abbia preparato una colazione troppo
abbondante, questa mattina. — Si batté una mano sullo
stomaco sporgente.
Nu-Lin sorrise. — Pec-cato. Drake ha ordinato al suo cuoco
filet jaska à la misk. Da quan-to ne so, solo nei più raffi-nati
locali di Vel-luto sul Verde si possono avere simili mani-ca-
retti. — Un sopracciglio sottolineato da ombretto dorato
s'inarcò, a commento della passione di Drake per i cibi costosi.
La donna aveva perduto i centri della parola in un incidente,
da bambina. Una persona di carattere meno forte avrebbe
sofferto di quella menomazione, ma Nu-Lin aveva una dignità
innata che induceva chiunque a ignorare il suo impianto. Da
tempo erano disponibili generatori vocali molto più estetici,
tuttavia lei aveva tenuto il suo apparecchio primitivo, e Rome
non poteva darle torto. Invece di nascondere quell'infermità era
riuscita a farne una caratteristica distintiva.
— Dov'è Drake? — domandò Rome.
— Nei suoi uf-fici. Una chiamata personale.
— Hai visto l'agenda di oggi?
— Un programma impe-gna-tivo. — Nu-Lin si accarezzò
uno dei bracciali di pelliccia che portava ai gomiti. — Quelle
due nuove propo-ste di legge al Se-nato meritano da sole ore di
discus-sione. E il nostro sti-mato consigliere Art-whiler ha
voluto ag-giun-gere un articolo all'ultimo minuto.
E dev'essere stato proprio l'ultimo! Rome veniva
direttamente dalla riunione preliminare coi suoi aiutanti, e sui
loro terminali non era arrivata nessuna notizia di
quell'aggiunta.
— Art-whiler desidera incre-men-tare il nostro sistema di
allarme perime-trale. Dichiara che siamo grosso-lana-mente
impreparati alla possibilità di un'inva-sione. — Le sue
sopracciglia danzarono.
Rome avrebbe riso, se non fosse stato per il fatto che negli
ultimi anni troppe delle idee di Artwhiler erano state approvate
dal Consiglio. — Di che si tratta... ancora il ritorno delle navi
stellari?
Nu-Lin annuì.
Cinque anni prima Artwhiler aveva intrapreso
un'impegnativa campagna il cui scopo era di avere appoggi per
la costruzione di una serie di sonde da inviare nello spazio
profondo. Gli apparecchi automatici avrebbero dovuto essere
inviati sulla stessa rotta delle astronavi, che erano partite
dall'orbita terrestre nei giorni finali dell'Apocalisse.
Due erano state le grandi speranze dell'umanità: le Colonie e
le navi interstellari. Le Colonie avevano dato ottima prova,
mettendo milioni di persone in grado di abbandonare la Terra
morente. Centinaia di migliaia di altre avevano invece optato
per un futuro molto più incerto e in ogni senso più lontano. Il
Progetto Verso le Stelle aveva costruito in orbita immensi
vascelli, che erano partiti dal sistema solare nella speranza di
raggiungere altri pianeti colonizzabili.
Qualcosa, però, era andato male. Centosettanta anni addietro
le regolari trasmissioni avevano cominciato a rivelare
l'esistenza di varie difficoltà. A bordo delle navi stellari s'erano
sviluppati dei disaccordi; molti erano stati tolti dalle capsule di
stasi prima del tempo, e fazioni avverse avevano avuto aspri
diverbi. Parte degli emigranti avrebbero voluto tornare indietro;
altri insistevano per proseguire, e il dissidio era degenerato in
una serie di scontri armati. L'ultima trasmissione radio riferiva
che numerose navi erano state distrutte da esplosioni nucleari.
Da quel momento in poi l'etere era rimasto completamente
muto.
Artwhiler aveva pubblicamente espresso l'opinione che non
pochi dei viaggiatori interstellari fossero sopravvissuti, e che
un giorno o l'altro sarebbero tornati con intenzioni niente
affatto amichevoli verso le Colonie. Le sue sonde automatiche
avrebbero dunque potuto dare a queste ultime un avvertimento
con buon anticipo, consentendo di rafforzare i sistemi difensivi
per fronteggiare la minaccia.
La teoria di Artwhiler aveva ricevuto una sorprendente
quantità di assensi, ma questo non era bastato a persuadere il
Consiglio a devolvere fondi all'Ufficio dei Sorveglianti
Intercoloniali. E tre anni prima Artwhiler aveva messo fine,
almeno in apparenza, alla sua campagna.
— Le mie fonti di informazione dicono che Artwhiler ha
avuto uno spiacevole insuccesso con l'ultima signora da lui
corteggiata. — Il volto di Nu-Lin espresse comico
compatimento.
— Bisogna capirlo: si sente di nuovo molto insicuro.
Rome non riuscì a impedirselo e scoppiò a ridere. — Pensi
che si risolverà in un'altra bolla di sapone?
— Forse. In caso con-trario dovremo stabilire una linea di
condotta per osta-colarlo.
La porta si aprì ed Elliot Drake entrò a lunghi passi. Era un
colosso di pelle nera, alto due metri buoni, quasi la
reincarnazione di uno di quegli antichi giocatori di football che
si brutalizzavano a vicenda nello sforzo di spostare un oggetto
ovale da un'estremità all'altra del campo di gioco. Rome aveva
visto quei video.
Angela considerava Drake con una specie di timore
superstizioso. Affermava che era permeato dell'elan vital, un
suo modo per dire che Drake poteva entrare in una stanza e
avere l'attenzione di tutti ancor prima di aver aperto bocca.
Rome le aveva fatto notare che chiunque avesse quelle
dimensioni fisiche avrebbe faticato molto per non attrarre
l'attenzione altrui, in una stanza o fuori di essa. Ma Angela
aveva scartato l'obiezione come troppo materialistica. E Rome
trovava quella sensazione di Angela molto più singolare
dell'aspetto del consigliere.
— Si meditano segrete congiure, qui? — La voce di Drake
era pari alla sua altezza: profonda e tonante al punto che con
qualche decibel in più sarebbe stata un ruggito.
— Natural-mente. I saggi devono re-stare all'erta.
Drake fece una breve risata. — Mi è giunta voce che
Artwhiler oggi cercherà di ottenere voti per la creazione del
suo Istituto per la Ricerca Applicata.
— Ne abbiamo già discusso — disse Rome con calma. —
Artwhiler non ha una base legale per questa iniziativa. La sua
proposta viola la costituzione irryana.
— Vero. Ma lui ha escogitato una variante. L'istituto che ora
progetta dovrebbe diventare una sorta di bussola per la E-Tech:
si occuperà esclusivamente di studi tecnici, valuterà la
fattibilità dei progetti e passerà alla vostra organizzazione
quelli che riterrà di potervi raccomandare. — Drake fece una
pausa.
— Ha un notevole seguito al Senato, e Lady Bonneville lo
appoggia.
Un'altra spina nel fianco della E-Tech, pensò Rome.
Tuttavia era ovvio che Drake stava tastando il terreno con l'idea
di proporre un baratto di qualche genere. Con Rome Franco e
Nu-Lin fermi da una parte della barricata e Artwhiler e Lady
Bonneville generalmente dalla parte opposta, Drake, come
quinto consigliere, poteva spesso determinare l'esito di una
votazione.
L'uomo abbassò la voce. — Ho sentito dire che voi due
intendete proporre uno speciale stanziamento di fondi per
ristrutturare Sirak-Brath.
Hai sentito bene, pensò Rome. — Per iniziare una
ristrutturazione — lo corresse.
Drake scosse la testa massiccia. — È un progetto poco
saggio.
Nu-Lin strinse le palpebre. — Una cau-sa meritevole, con-si-
gliere.
— Sì, certo. Non metto in discussione i motivi etici, soltanto
il vostro senso degli affari. L'idea di rinnovare quella Colonia
ha una lunga storia, fatta di denaro pubblico andato in fumo e
di delusioni continue. I miei esperti di statistica dicono che
meno del quindici per cento dei fondi stanziati sono stati spesi
per lo scopo voluto. Sirak-Brath dev'essere ripulita
politicamente, prima che possa aver luogo una ristrutturazione
di qualsiasi altro genere.
— Lei come pen-sa di ripulire quella Co-Ionia, senza almeno
un inve-sti-mento finanziario ini-ziale?
Drake scrollò le spalle. — Io penso che siamo sulla strada
giusta per tagliare le gambe ai pirati. Sirak-Brath è la maggiore
fucina dei guai che ci danno i Costeau. Se potessimo strapparla
alla loro influenza, ci sarebbe la base per un cambiamento
effettivo.
Nu-Lin annuì. Anche se la sua idea di rinnovamento sociale
partiva dalla ricostruzione edilizia dei sobborghi, dei servizi
pubblici e delle scuole, era d'accordo con ciò che Drake diceva
dei Costeau.
— I pirati — obiettò Rome, — ci stanno attorno da duecento
anni senza che nessuno abbia mai visto il modo di liberarci di
loro. Sperare che per questo basti ristrutturare Sirak-Brath è
soltanto un'illusione.
Drake lo fissò. Il suo volto s'era bruscamente irrigidito in una
maschera di marmo nero. — La ICN non condivide affatto
questo punto di vista.
La Intercolonial Credit Net - un consorzio di banche e di
società finanziarie - era la sorgente dell'autorità e dell'influenza
di Elliot Drake. Aveva il controllo del sistema di scambi
monetari e della borsa valori, e in quella sala Drake ne tutelava
gli interessi. In termini puramente finanziari era uno degli
uomini più potenti delle Colonie.
Rome decise di stare al gioco. — In quanto a Sirak-Brath,
Artwhiler e Lady Bonneville affiancano la nostra politica.
— Sì, politicamente è una causa popolare. — Drake si grattò
il mento e sorrise. — Ma forse voi potreste posporre di qualche
anno la proposta di uno stanziamento di fondi.
Rome guardò Nu-Lin e colse il suo cenno d'assenso. —
Forse potremmo posporla di sei mesi.
— La ICN gradirebbe non sentir più parlare di questa
faccenda per almeno un anno.
Di nuovo Rome interrogò Nu-Lin con un rapido sguardo. —
D'accordo. Un anno.
Il gigante nero sorrise. — Credo che non sia più
nell'interesse della cittadinanza che io appoggi l'idea di
Artwhiler sul suo costoso istituto di ricerche... non quest'anno,
comunque.
— La semplice asten-sio-ne non ba-sterà — lo avvertì Nu-
Lin.
— Assolutamente no — aggiunse Rome. Se Drake si fosse
astenuto, lasciando la votazione in parità, la proposta di
Artwhiler sarebbe stata decisa dal Senato. E fra i 642 Senatori
pochi amavano la E-Tech svisceratamente. Molti di loro
avrebbero votato contro la posizione di Rome soltanto per
partito preso.
Drake scrollò le spalle poderose. — L'idea di questo nuovo
istituto non entusiasma neppure i miei associati. Sarà respinta
per tre voti contro due.
Un altro baratto sottobanco, pensò Rome. Dal punto di vista
politico aveva senso. Ma lui ricordava ancora quando era stata
la E-Tech a dettare i termini di simili trattative.
Un comunicatore emise una nota, da una delle tasche di
Drake. Il consigliere si scusò e andò alla porta. Le ordinò di
aprirsi. Due camerieri entrarono, spingendo carrelli su cui
erano vassoi coperti e bottiglie. Drake li istruì su dove
apparecchiare.
Nu-Lin cominciò ad occuparsi del suo filet jaska à la misk.
Rome si pentì di non aver ordinato niente. Il sugo di carne
aveva un profumo appetitoso.
Sedette al suo posto e accese il terminale, che
automaticamente lo mise in contatto con una dozzina di
dipartimenti della E-Tech. Alla sua richiesta sullo schermo
apparvero righe di testo in codice, che divennero leggibili
quando lui inserì la parola chiave datagli dalla Sicurezza per
quel giorno. Non c'era nessun messaggio, ma ogni dipartimento
segnalava d'essere in attesa di sue istruzioni.
Il quarto consigliere entrò in sala, a testa alta e divorando il
pavimento con lunghi passi militareschi. Augustus J. Artwhiler
girò attorno uno sguardo regale, distribuì cenni di saluto,
riportò lo sguardo su Rome per un lungo momento, e poi prese
posto al tavolo circolare. Indossava un'uniforme nera e dorata
adorna di medaglie, e su ogni punta del colletto esibiva i tre
cilindri argentei che gli spettavano di diritto, come
Comandante Supremo dei Sorveglianti Intercoloniali. Sul suo
volto granitico aleggiava la vaga traccia di un sorriso. Angela
giurava di non aver mai visto Artwhiler senza
quell'espressione, sia in televisione che di persona alle cene o
alle cerimonie pubbliche a cui lei e Rome intervenivano.
Diceva che Artwhiler le ricordava un ragazzino appena uscito
da scuola dopo un esame a cui aveva imbrogliato. Rome
avrebbe voluto che la realtà fosse così semplice.
Quel giorno la presidenza era tenuta da Drake, la cui voce si
fece subito udire: — Il Consiglio di Irrya apre la seduta. È
presente il numero minimo di consiglieri, visto che soltanto
Lady Bonneville mi ha comunicato che oggi non sarebbe
intervenuta. Penso che abbia già fatto sapere a ciascuno di noi
chi sia delegato a usare il suo voto per procura.
Artwhiler sorrise.
— All'ordine del giorno le questioni rimaste in sospeso
dall'ultima seduta — continuò Drake. — Per procedere con
regolarità, cedo dunque la parola alla consigliere Nu-Lin.
— Col permesso dei consiglieri — interruppe Artwhiler, —
io vorrei chiedere di lasciare in disparte le vecchie faccende ed
esaminarne altre assai più attuali.
Quale altra novità avrà in mente? si domandò Rome.
— Obiezioni? — chiese Drake, infilando con la forchetta un
triangolo succulento di filet jaska. Il suo volto nero si girò in
cerca di eventuali dissensi. Nessuno aprì bocca.
— La parola è allora alla E-Tech. Consigliere Franco, prego.
Rome si alzò lentamente, radunando i pensieri. C'erano
alcune questioni che avrebbe voluto mettere in tavola, ma tutte
dipendevano in vari gradi da come si sarebbero concluse altre
proposte di legge ancora sotto esame. Lo stanziamento di fondi
per Sirak-Brath era stata l'unica voce sulla sua agenda.
— La E-Tech non ha proposte da mettere ai voti, in questa
seduta.
Artwhiler sogghignò ampiamente e gettò uno sguardo a
Drake. Il consigliere negro si accigliò.
Rome sedette senza dir altro. Qualcosa non va. Artwhiler
sembrava il gatto che avesse appena inghiottito il topo.
Il Comandante dei Sorveglianti chiese la parola e la ottenne,
poiché spettava a lui. Quando si alzò in piedi, nella sua voce ci
fu una nota di trionfo.
— Egregi consiglieri — esordì, allargando le braccia come
se fosse davanti alle telecamere. — Nessuno si scandalizzerà se
accenno al fatto che ciascuno di noi ha le sue private fonti di
dati e detiene informazioni di cui non mette a parte il resto del
Consiglio. — Si strinse nelle spalle. — Dopotutto l'uomo è un
animale politico. — Il suo sorriso scomparve, sostituito da
un'espressione severa. — Ma celare deliberatamente a questo
organismo un fatto che può insidiare il futuro e il benessere di
molti onesti cittadini, rivela un egoismo del quale non avrei
mai creduto capace il cancelliere Rome Franco!
È al corrente del Paratwal Era l'unica spiegazione possibile.
Rome sfiorò i tasti del terminale, aprendo un canale riservato
con la Sicurezza.
Sullo schermo apparve: HADDAD IN ASCOLTO.
Artwhiler sedette, annuendo gravemente più volte. — Non vi
do torto se questo vi sorprende. Suppongo che a giudizio del
cancelliere Franco la grande e orgogliosa E-Tech possa
occuparsi di un uccisore Paratwa senza il nostro aiuto. Ma io vi
dico che l'orgoglio, in un uomo politico, è il padre dei vizi.
Rome batté sui tasti: ARTWHILER, E ORA DRAKE, SANNO DEL
PARATWA. Poi fece l'atto di alzarsi, per replicare all'accusa.
Drake lo bloccò con un gesto freddo. — La parola è ancora
al consigliere Artwhiler.
Il Comandante dei Sorveglianti poteva a malapena
trattenersi, e le frasi gli sgorgarono di bocca con enfasi teatrale.
Riferì in sintesi dell'omicidio di Bob Max della sera prima, e
parlò dei due testimoni sottolineando il fatto che erano stati
presi sotto custodia dalla E-Tech. Lo stupore con cui Rome
ascoltò le parole di Artwhiler non gli impedì di trascriverle per
Haddad, con un occhio allo schermo in attesa di un suo
commento. S'accorse che Nu-Lin lo guardava.
— Rome, è vero tutto questo?
Lui annuì. Avrebbe potuto dire che attendeva altre
informazioni sul Paratwa ed era sua intenzione parlarne prima
della fine della seduta, ma sapeva che nessuno si sarebbe
bevuto quella menzogna. La credibilità della E-Tech aveva
appena preso un brutto calcio. E presto il livido avrebbe
cominciato ad apparire.
Sullo schermo apparve una scritta, HADDAD: UNA FUGA DI
NOTIZIE DA PARTE NOSTRA È IMPROBABILE. SOSPETTO CHE LA
TESTIMONE ABBIA PARLATO CON ALTRI PRIMA DI CHIAMARE NOI.
Artwhiler stava puntando su di lui un dito accusatore. —
Fatti di questa gravità devono esser portati immediatamente
all'attenzione del Consiglio.
— Sono d'accordo — disse Drake. — La E-Tech non ha
alcun diritto di tenerci all'oscuro.
— Io cre-do che il consi-gliere Franco debba avere la
possibilità di offrirci una spie-ga-zione.
Artwhiler concesse a Nu-Lin un grazioso sorriso. — Ben
lieto di cedergli la parola.
Rome restò seduto. Cominciò a parlare con molta più calma
di quanta ne avesse, ordinando cronologicamente i fatti
connessi con il Paratwa e aggiungendone parecchi a cui l'altro
non aveva neppure accennato. Nel farlo si rivolse a turno a
ciascun consigliere, ma ogni volta che parlò di un fatto nuovo
osservò bene negli occhi il Comandante Supremo dei
Sorveglianti.
Augustus J. Artwhiler era un politicante duro, ma Rome
sapeva che non aveva molta padronanza della sua espressione.
Un fremito delle sopracciglia, una contrazione muscolare, un
movimento delle dita - o l'assenza di movimenti - rivelavano
molto di ciò che pensava.
La faccia di Artwhiler sembrava avallare la teoria di Haddad.
Non era al corrente dei contatti di Bob Max con i Costeau, e
non sapeva niente delle capsule di stasi aperte nel sottosuolo di
Filadelfia pochi giorni addietro. Ed era improbabile che la
testimone e suo figlio conoscessero quei particolari. La donna
poteva aver mentito. Niente di più facile che dopo il fatto
avesse telefonato alla E-Tech solo su consiglio di qualcun altro.
Al termine del resoconto Rome concluse dicendo: — La E-
Tech non può permettersi che circoli notizia dell'uccisore. A
questo punto delle indagini è controproducente lasciare che
quell'essere sappia che abbiamo già individuato la sua natura.
Artwhiler ebbe una smorfia. — Sta dicendo che informare
questo Consiglio è come spargere la notizia ai quattro venti?
Rome lo guardò dritto negli occhi. — Non sarebbe la prima
volta che ciò accade, come sappiamo.
— Mi scusi, Franco — disse Drake, tagliando seccamente in
due l'ultimo pezzo del suo filetto, — ma la legge la obbligava,
come consigliere di Irrya, a informarci appena possibile.
— Conosco la legge — annuì lui, — e sono anche
consapevole, come direttore dell'Alleanza E-Tech, di quale
terribile minaccia sia la presenza di un uccisore Paratwa nelle
Colonie. Una fuga di notizie è un grave inconveniente che
complica le indagini.
Artwhiler abbaiò una risata. — Non ci faccia perdere il senso
delle proporzioni. Un solitario Paratwa fra milioni di persone
non può certo costituire un'emergenza nazionale.
— Devo darle torto. Un Paratwa a piede libero fra la gente
può commettere azioni spaventose.
Artwhiler sbuffò. — Il grave inconveniente, come lo
definisce lei, sta nei metodi con cui la E-Tech ha cercato di
nascondere i fatti accaduti. Forse volevate dare notizia della
cattura del Paratwa a posteriori, per gonfiare i meriti della
vostra organizzazione, è così? L'orgoglio e il desiderio di
riportare la E-Tech alla sua antica gloria vi inducono anche ad
aggirare la legge.
Rome sentì una morsa al plesso solare. Aveva passato sotto
silenzio la prima frecciata. Stavolta disse: — L'orgoglio è un
difetto solo in chi non sa impedirsi di esibire medaglie
valorosamente guadagnate in tempo di pace, Comandante.
Artwhiler fece per alzarsi, rosso di rabbia. Drake sollevò
subito le braccia. — Basta così. Le intemperanze verbali non ci
portano da nessuna parte. — Li guardò entrambi. — Da come
la vedo io, la cosa ha due aspetti. Primo: l'infrazione alla legge
irryana da parte della E-Tech. Secondo: la... possibile minaccia
rappresentata dal Paratwa stesso.
— Sono d'ac-cordo — disse Nu-Lin, masticando un boccone.
La capacità di mangiare e contemporaneamente parlare, senza
con ciò violare la buona creanza, sembrava del tutto naturale in
lei. — Propongo che la discus-sione su un provvedimento
disci-pli-nare verso la E-Tech sia riman-data, vista l'assenza di
Lady Bon-ne-ville.
— Appoggio la mozione — disse Drake. — È necessario
votarla?
Artwhiler scrollò le spalle. — Credo che la mancanza
commessa dalla E-Tech sia il principale argomento all'ordine
del giorno. Ma la correttezza mi impone di rimandarlo finché il
Consiglio non sarà in seduta plenaria.
Drake annuì. — Bene. Ora ci occuperemo delle possibili
soluzioni al problema di questo Paratwa. La parola al
consigliere Franco, per competenza.
— Grazie. — Rome batté rapidamente sulla tastiera, aprendo
una linea con la sezione storica della E-Tech. Gli fu subito
inviato un indice su cui operare una scelta. — Posso
cominciare, colleghi consiglieri, con alcune informazioni
d'archivio sulla natura di queste creature?
Artwhiler agitò una mano. — Non abbiamo bisogno di una
lezione di storia.
— La parola è al consigliere Franco — lo redarguì Drake.
Artwhiler si appoggiò all'indietro e incrociò le braccia, con
un sorriso acre. Rome stabilì di leggere direttamente dallo
schermo.
— Il primo Paratwa fu creato alla metà del ventunesimo
secolo. Una équipe di scienziati scozzesi iniettò in due feti
umani nati in laboratorio cellule provenienti da una forma di
vita artificiale, chiamata Unità McQuade. L'Unità McQuade
aveva messo in agitazione il mondo scientifico, diversi anni
prima, quando fu scoperto che campioni di quella primitiva
massa cellulare erano capaci di restare in contatto telepatico fra
loro, anche separati da una distanza di migliaia di chilometri.
«Frammenti clonati di una Unità McQuade furono così
inseriti in quei feti, nella speranza che due esseri umani
geneticamente diversi potessero sviluppare un contatto
telepatico permanente. Ma ciò che accadde fu assai più
significativo.
«Subito dopo la nascita, i due neonati rivelarono di
possedere infatti un'unica mente. Le cellule McQuade avevano
consentito ai loro cervelli di collegarsi, e quindi di svilupparsi
come un'unità indivisibile. Il risultato fu una creatura dotata di
autocoscienza singola, unitaria dal punto di vista intellettuale
ed emozionale, che tuttavia risiedeva in due corpi fisicamente
separati. Per essa fu coniato il termine di "Para-twain", ossia
pseudo-gemelli, poi abbreviato in "Paratwa". A questo livello
la telepatia esisteva solo come legame di coppia, derivando da
una clonazione di cellule. Successivi esperimenti tesi a unire
telepaticamente tre o più individui, forniti di cellule clonate,
non diedero risultati stabili. Ma sulla coppia il contatto si rivelò
funzionante.
Rome fece una pausa e chiese sullo schermo un'altra pagina.
— Nel 2058 un reparto della Intellitech Hydrocomco, nel New
Jersey, fornì i primi esemplari di Paratwa da combattimento al
mercato mondiale degli armamenti. Dal punto di vista militare
questi tipi genetici ebbero un immediato successo. Già
nell'anno 2070, mentre le alleanze economiche e politiche
andavano a pezzi, e guerre e guerricciole scoppiavano ovunque
quasi giornalmente, la domanda per questi Paratwa assunse
proporzioni astronomiche. Nel 2080 se ne producevano più di
trenta tipi diversi, nei laboratori genetici di altrettante nazioni.
«Soldati, guardie del corpo, assassini a pagamento... i
laboratori accettavano commissioni da numerose
organizzazioni che allevavano i soggetti, o li addestravano loro
stessi, offrendoli poi in vendita dietro congruo pagamento.
«Per i Paratwa erano usati programmi di addestramento
accelerato. Inoltre i laboratori utilizzavano droghe e sostanze
chimiche per anticiparne lo sviluppo neuromuscolare, senza
trascurare nessuno stratagemma, per quanto azzardato, atto a
incrementare le capacità competitive dei soggetti.
«Ancor prima di raggiungere l'età di cinque anni il Paratwa,
ovvero i due gemellari intercollegati, sapeva già uccidere,
combattere e procurarsi cibo e ricovero con la sua astuzia. Era
esperto in tutti i generi di lotta e conosceva l'uso delle armi più
sofisticate. Nel 2090 due tipi genetici erano ritenuti invincibili
nelle più comuni situazioni di combattimento: i Voshkof
Rabbit, di produzione russa, e i Jeek Elemental, forniti da un
laboratorio americano.
Artwhiler scosse il capo e sorrise. — Consiglieri, sono
costretto a interrompere per una precisazione. Il nostro collega
è certo ben informato sulla storia di quelle creature. Ma...
invincibili? Forse duecento anni fa poteva essere vero, quando
erano migliaia ad aggirarsi incontrastate. Ovunque c'erano la
disgregazione sociale e il caos economico, il terrorismo
imperversava, nelle rivoluzioni si usavano armi nucleari e
biologiche. Era naturale che in quell'epoca così agitata la gente
vedesse i Paratwa sotto l'aspetto peggiore.
Allargò le braccia con fare espansivo. — Grazie al cielo oggi
non viviamo più nel clima psicologico pre-Apocalisse.
Abbiamo più di un miliardo di cittadini sparsi su
duecentoquattordici Colonie, e un solo presunto Paratwa. Non
trascuriamo la semplice aritmetica. Io non credo che una di
quelle creature rappresenti un problema per i miei Sorveglianti.
Rome avrebbe potuto dirgli che le Colonie si avviavano
proprio verso un clima psicologico pre-Apocalisse. Ma sarebbe
stato fiato sprecato.
— Forse la E-Tech ha reagito in modo eccessivo — disse
Drake. — Il che è comprensibile. Dopotutto, Franco, in origine
la E-Tech fu potenziata per arginare la minaccia dei Paratwa, e
ora lei si è sentito in dovere di prendere in mano la situazione.
Ma un solo uccisore, per quanto selvaggio, in una società
moderna e organizzata come la nostra non mi sembra poi un
pericolo così grave.
Rome continuò a leggere dallo schermo: — La minaccia dei
Paratwa fu bloccata non tanto dall'intervento umano quanto
dall'Apocalisse, nel 2099. La rovina del pianeta causò la
distruzione degli uccisori, insieme a quella di buona parte
dell'umanità. — Fece una pausa. — Tuttavia negli ultimi anni,
nel trentennio prima dell'Apocalisse, si calcola che circa
settemila uccisori Paratwa siano stati direttamente responsabili
della morte di centocinquanta milioni di esseri umani.
Artwhiler fece udire un pesante sospiro. — Certo, la sua
relazione ci impressiona. È stata un'epoca terribile per
l'umanità. Ma come lei ha detto, Franco, i Paratwa erano
almeno settemila. E molto ben organizzati.
— Questo è vero — aggiunse Drake. — Erano guidati da
quei loro folli capi...
— Gli Ash Ock — precisò Artwhiler. — E come le sue
registrazioni possono confermarle, quelli del Castello Reale
furono distrutti.
Detto ciò l'uomo si volse a Drake. — Propongo che questo
Consiglio deleghi ufficialmente l'attuale problema ai miei
Sorveglianti. Sono certo che noi potremo eliminare questo
anacronismo vivente senza eccessive difficoltà.
Rome strinse i pugni. — L'indagine deve essere condotta
dalla E-Tech. Noi abbiamo la documentazione più estesa sugli
uccisori, e siamo i meglio equipaggiati per affrontarne uno.
L'esperienza fatta ci autorizza a...
— Questo non è più il ventunesimo secolo — puntualizzò
Artwhiler. — Non vedo alcun vantaggio nel lasciare alla E-
Tech il controllo di un'operazione interna alle Colonie.
— In tal caso ho anch'io un'obiezione tecnica. Il pubblico
sostegno che il consigliere Artwhiler fornisce alla Gloria de la
Ciencia può far ritenere i Sorveglianti inadatti a questo tipo di
indagine.
Nu-Lin si accigliò. — Hai mo-tivo di so-spet-tare che La
Gloria de la Ci-en-ci-a sia coinvolta nel ri-sveglio di questa
crea-tura?
Rome esitò. Ma seminare dubbi era sciocco. — Non
abbiamo prove che lo indichino. Voglio però sottolineare che
in diverse occasioni, di recente, La Gloria de la Ciencia ha
suggerito che le ricerche di laboratorio sui Paratwa dovrebbero
riprendere.
Artwhiler arrossì. — Andiamo, Franco! Si riferivano a un
genere di ricerca più avanzato, per esaminare il fenomeno del
legame binario in una luce più positiva. Non insinuerà che
stessero invocando il risveglio di un uccisore Paratwa
sopravvissuto agli orrori di due secoli fa!
Drake chiese che la sua proposta fosse messa ai voti. La cosa
si risolse con una semplice alzata di mano: due a uno, con
l'astensione di Nu-Lin. L'indagine sul Paratwa fu affidata ad
Artwhiler.
Drake chiese che la sua proposta fosse messa ai voti. La cosa
si risolse con una semplice alzata di mano: due a uno, con
l'astensione di Nu-Lin. L'indagine sul Paratwa fu affidata ad
Artwhiler.
Rome cercò di ingoiare quel rospo. — Se i Sorveglianti
desiderano collaborazione tecnica, la E-Tech farà tutto il
possibile.
Artwhiler intascò la sua vittoria. — Molto generoso, Franco.
Lo apprezzo. Manderò un ufficiale di collegamento alla vostra
sede.
Rome sapeva che il Comandante dei Sorveglianti avrebbe
mantenuto la parola. Sapeva anche che sarebbe stato soltanto
pro forma. Dubitava molto che il personale di Artwhiler fosse
interessato a studiare i dati di archivio sui Paratwa.
— La questione è risolta — dichiarò Drake. — Consigliere
Artwhiler, ha altri argomenti da sottoporre all'attenzione del
Consiglio?
— Direi di sì. Fonti scientificamente ben preparate hanno
suggerito ai Sorveglianti l'opportunità di rafforzare i nostri
sistemi di sorveglianza volti all'esterno. Uno studio effettuato
da esperti indipendenti, completato di recente, conferma che
siamo decisamente impreparati ad affrontare la possibilità di
un'invasione. Ho un sunto di questa relazione pronto per
apparire sui vostri monitor. Vi prego perciò di richiedere il
numero quattordici dell'indice.
Rome si accorse che Nu-Lin era un po' accigliata, e
comprese che la donna non era affatto convinta di dover
contrastare Artwhiler su una proposta relativa alla difesa. Gli
sfuggì un sospiro.
Quella sarebbe stata una lunga seduta.
5

Paula e Jerem si trovavano nella sede di Lamalan della E-


Tech da ormai diciotto ore. Erano stati interrogati, esaminati e
sottoposti a un estenuante sondaggio psicologico da
un'interminabile processione di uomini e donne
dall'espressione grave, nella piccola stanza in cui erano stati
portati fin dall'inizio. La maggior parte dei loro inquisitori
sembrava composta da burocrati, gente con cui era del tutto
impossibile comunicare.
— Siamo prigionieri? — aveva chiesto Paula più volte. Le
parole della risposta cambiavano, ma il significato era
inevitabilmente lo stesso: — Naturalmente no, signora Marth.
Desideriamo soltanto poterle garantire la massima sicurezza,
prima di rilasciarla dalla nostra custodia protettiva. — Poi
sorridevano e offrivano a lei e a suo figlio qualcosa da
mangiare. Jerem aveva accettato briosce alla marmellata di
fragole per tre volte nello spazio di cinque ore. Alle undici di
quella domenica mattina aveva vomitato tutto.
Durante la notte avevano potuto dormire per sei ore scarse,
distesi fianco a fianco su un divano-letto in un angolo della
stanza. Il sabato sera, con l'orrore dell'omicidio ancora vivo
nella mente, Paula era stata troppo stanca per irritarsi del modo
in cui venivano trattati. Ma al mattino s'era svegliata con
sentimenti battaglieri.
Aveva accusato la E-Tech di usare sistemi troppo coercitivi,
e minacciato di esporre l'accaduto a un notiziario indipendente.
Le stazioni libere avevano i loro canali, mandavano in onda
servizi giornalistici ed erano sempre pronte a dare spazio ad
episodi che rivelassero l'incompetenza delle autorità. Le radio e
le TV libere fornivano un'alternativa a quelle di maggiore
ascolto, le grosse emittenti legate alla E-Tech, ai Sorveglianti,
alla Pro Agricola, alla Lega dei Commercianti o a chiunque
altro potesse permettersi di sponsorizzarle. Fosse o non fosse
vero, si diceva che le stazioni libere, restando equidistanti dai
maggiori gruppi di potere, dessero una visione più autentica
della vita nelle Colonie.
Paula chiese ancora che lei e Jerem fossero rilasciati,
promettendo che in caso contrario ci sarebbero state delle
conseguenze. Alle dodici e un quarto giunse quasi al punto di
prendere a schiaffi un sorridente piccolo burocrate, dopo
essersi sentita chiedere con perfetta calma se non fosse
d'accordo con l'uccisore Paratwa. L'uomo si fece indietro,
alzando le mani. — Via, via, signora Marth. Non è il caso di
eccitarsi tanto.
Alle quattordici di quella domenica pomeriggio un uomo
calvo dal volto imperscrutabile, di pelle scura, entrò nella
stanza. Paula l'aveva già visto in un notiziario della E-Tech e lo
riconobbe.
— Buongiorno, signora Marth. Sono Pasha Haddad. Posso
assicurarle che lei sarà presto libera di tornare a casa sua. Tutto
ciò che le chiedo è di essere franca con me su un particolare.
— Cosa vuole sapere?
L'uomo sedette di fronte a loro. — Devo sapere con chi si è
messa in contatto prima di chiamare noi, ieri sera.
Lei scosse stancamente il capo. — Con nessuno.
— Avanti, signora Marth. Sappiamo che lei ha telefonato a
qualcuno. Ai Sorveglianti? O forse alla polizia locale?
Ciò che restava della sua calma cominciò ad andare a pezzi.
— Mi ascolti, a me non importa un accidente di voi e dei
Sorveglianti, ma sono stanca e non ne posso più di stare in
questa maledetta stanza e rispondere alle vostre maledette
domande. Ho cercato di aiutarvi, e tutto quello che ho ottenuto
è di essere interrogata come se la colpevole di quel delitto fossi
io.
Gli occhi freddi di lui la scrutarono. — Forse preferirebbe
parlare con me in privato. Potremmo far aspettare suo figlio
fuori e...
Lei passò un braccio intorno alle spalle di Jerem e lo strinse
a sé. — Lui non si muove di qui. — Era pronta a lottare
fisicamente, se avessero toccato suo figlio. Haddad non ebbe
difficoltà a leggerglielo negli occhi.
— Non vogliamo farvi alcun male, signora Marth — disse
con calma. — Mi creda, io capisco il suo stato d'animo. Ma lei
deve rendersi conto d'essere coinvolta in una situazione assai
grave. Se dobbiamo sbagliare, preferiamo sbagliare per eccesso
di prudenza.
— Vi ho detto tutto ciò che so.
— Forse ha trascurato qualche piccolo particolare. È sicura
di non aver telefonato a nessun altro?
Paula sospirò. — Dopo l'omicidio ho fatto una sola
chiamata: alla vostra sede, qui a New Armstrong. E sto
cominciando a convincermi di aver fatto un errore.
Haddad le concesse un sorrisetto, poi si volse a Jerem. —
Figliolo, tua madre sta dicendo la verità, no? Lo confermi?
Jerem annuì vigorosamente.
— Ma se avesse mentito, tu diresti lo stesso. Non è così?
— Lei non mente mai! — protestò lui, indignato.
Haddad gli batté una pacca su una spalla. — Naturalmente.
Non metto in dubbio la tua parola.
Paula strinse una mano di suo figlio. — Vi abbiamo detto
tutto ciò che sapevamo.
— Sì, certo. Ma noi abbiamo un fascicolo su di lei, signora
Marth, e ci risulta che lei abbia rapporti d'affari con alcuni
individui che rivendono merce di contrabbando, qui a New
Armstrong.
— Lo dimostri. — Se avevano davvero le prove che era
implicata nel mercato nero, non avrebbero aspettato tanto per
spaventarla con quella minaccia.
Haddad ebbe un sorriso acre. — Dubito che potremmo
dimostrarlo in tribunale. Me ne rendo conto. Ma forse adesso,
signora Marth, vede il nostro dilemma. Da una parte lei
afferma di averci detto tutta la verità sull'accaduto; dall'altra
noi sappiamo che la Antiquariato Marth ha rapporti col
mercato nero. E sappiamo anche che il vostro vicino, Bob Max,
si occupava di contrabbando in grande stile e aveva rapporti
con i Costeau. Quale faccia della verità dobbiamo prendere per
buona, signora Marth?
Paula si accigliò. — Bob Max era un vicino... nient'altro.
Non era a casa quasi mai, e quando c'era non avevamo rapporti
con lui. Se trattava con i Costeau erano affari suoi.
— Allora lei non conosce qualche Costeau amico di Max?
— No.
Haddad finse di mostrarsi stupito. — Vuol dire che una
commerciante del suo ramo non conosce nessun Costeau?
Lei esitò. — Sì, ne ho incontrato alcuni. Non è illegale, e non
è neppure insolito per chi si occupa di antiquariato.
— Non è insolito, già. Ma a giudicare dal suo fascicolo,
signora Marth, io direi che ha fatto qualcosa di più che
incontrare qualche Costeau.
Paula sentì una morsa allo stomaco. — Questo non ha
assolutamente nulla a che fare con l'assassinio di Bob Max. Lei
dovrebbe essere fuori a inseguire quell'orribile creatura, invece
di perseguitare me e mio figlio!
Haddad sorrise. — La E-Tech è una grossa organizzazione.
Non siamo tutti qui in questa stanza... a perseguitarvi.
— Per l'ultima volta: vi ho detto la verità.
— Tutta quanta? — Haddad guardò Jerem. — Ragazzo, hai
conosciuto tuo padre?
— Suo padre — sbottò Paula, — è morto dieci anni fa,
quando Jerem aveva appena due anni. Lui non lo ha mai
conosciuto e non sa niente di lui, a parte ciò che gli ho detto io.
— E voglio che le cose restino così!
Paula si accorse che Jerem la fissava. Evitò il suo sguardo.
Haddad annuì con fare comprensivo. — Va bene, signora
Marth, non approfondiremo questo argomento. Non ora,
comunque. Ma se venisse fuori che lei non è del tutto sincera,
temo che dovremo discutere le sue... relazioni con i Costeau.
Mi capisce?
Lei annuì. — Si è spiegato molto chiaramente. — La
tensione che la attanagliava si dissolse.
L'immagine che Jerem aveva di suo padre era artefatta. In
quegli anni Paula aveva fatto in modo di descriverglielo come
un onesto lavoratore la cui vita era stata stroncata da un
incidente. Jerem era stato ben lieto di poterselo figurare come
lei glielo aveva dipinto, anche se un giorno o l'altro avrebbe
finito per sapere la verità.
— Tutto ciò che ci serve, signora Marth, è il nome della
persona o dell'organizzazione che lei ha contattato ieri sera. Gli
altri aspetti della sua vita privata non ci interessano.
Lei scosse stancamente il capo. — Per l'ultima volta: non ho
telefonato a nessuno.
Nella stanza entrò una donna. — Signore, una chiamata per
lei.
— Non adesso.
— È il direttore Franco, signore. Il Consiglio ha aggiornato
la seduta, e lui desidera parlarle immediatamente.
Haddad si alzò e abbassò lo sguardo su di loro. Il suo tono fu
quello di un padre che ammonisce due figli un po' discoli:
— Quando tornerò qui, mi aspetto delle risposte sincere. Lo
esige la gravità della situazione. — Uscì a lunghi passi,
lasciandoli soli nella stanza.
Jerem si grattò una guancia. — Mamma, non mi sembra che
quell'uomo ti abbia creduto.
— Pare anche a me.
— Perché ha fatto quelle domande sui Costeau? Tu conosci
davvero dei pirati?
Paula guardò verso un angolo, dove aveva già notato una
delle senza dubbio numerose microcamere che costellavano la
stanza. — In passato ho conosciuto alcuni Costeau. Tutto qui
— ripeté, a beneficio di chi stava registrando ogni loro respiro.
Jerem incrociò strettamente le braccia sul petto. — Pensi che
ci lasceranno tornare a casa presto?
Lei gli arruffò i capelli. — Non so. Lo spero.
Il ragazzo si accigliò. — Pensi che sia vero che ci tengono
qui perché non vogliono che ci succeda qualcosa di brutto?
— Che vuoi dire?
— Lo sai. Come quelle cose che ci insegnano a scuola...
quelle cose sui Paratwa.
Paula lo strinse a sé. Lui non fece resistenza a quel gesto di
affetto. — Oh, Jerem! Nessuno vuol farci del male. E a
quest'ora il Paratwa è probabilmente già su un'altra Colonia. —
Gli diede un buffetto. — Ehi, sciocchino! Mamma ti giura che
va tutto bene. Ma' giurabene, suppongo che si dica in Lingua
Svelta, no?
Jerem fece una smorfia. — Questa non è Lingua Svelta.
Lei sorrise. — Potresti insegnarmela.
— È un segreto. Tu pensi che il Paratwa ci abbia visto ieri
sera sulla veranda, e che ora stia aspettando che ci lascino
uscire?
Era inutile cercare di farlo pensare a qualcos'altro. — Jerem,
tu e io saremo al sicuro. Te lo prometto. Anche se quella
creatura ci avesse visti, sul serio non credo che adesso gliene
importi. Se sanno mascherarsi bene come raccontano, noi non
lo potremmo mai riconoscere, se lo vedessimo ancora. Non
potremmo identificarlo, perciò non siamo una minaccia per lui.
— Io lo riconoscerei.
Chissà, forse è vero. Di certo quella era la sensazione che
anche Paula provava in un angolo della mente. Sorriso Cordiale
e Occhi Tristi erano rimasti impressi dentro di lei.
Haddad fece ritorno. Aveva un'espressione scura. — Sarete
subito rilasciati. Ho già ordinato a uno dei nostri autisti di
portarvi dove volete.
Lei inarcò un sopracciglio. — A cosa dobbiamo una così
improvvisa novità?
— Questa indagine ci è stata tolta di mano. L'hanno affidata
ufficialmente ai Sorveglianti Intercoloniali.
Paula non provava alcuna simpatia per lui, ma si sentì
obbligata a confermargli la verità. — Voglio dirle questo: né io
né mio figlio abbiamo parlato con qualcuno, ieri sera, a parte la
E-Tech. Non ho nessun motivo di mentirle.
Haddad annuì pensosamente. — Sì, forse lei è stata onesta
con noi. — Esitò un attimo. — Devo metterla in guardia... al
suo posto io non tornerei a casa, per ora.
— Perché no? — chiese Jerem, allarmato.
La risposta non fu quella che loro si aspettavano.
— È probabile che i Sorveglianti vogliano prendervi in
custodia. E se non avete gradito il trattamento che vi abbiamo
fatto noi, posso assicurarvi che loro farebbero di peggio.
Lei lo guardò negli occhi. — Grazie.
Furono accompagnati fuori dall'edificio e poi condotti con un
veicolo a ruote alla destinazione scelta da Paula, il Porto Ovest
di New Armstrong, dove facevano scalo le navette. Lei avrebbe
preferito poter passare da casa, almeno per mettere qualche
indumento in una valigia, ma l'avvertimento di Haddad le era
sembrato sincero. E non aveva la minima intenzione di finire
chiusa a chiave per chissà quanti giorni a disposizione di altri
inquisitori.
Il suo primo pensiero era stato di prendere il traghetto per la
Colonia slava di Kikinda. Aveva là degli amici, e anche se
fosse arrivata inaspettata, per loro non sarebbe stato un
problema darle ospitalità per qualche giorno, finché non si
fossero un po' calmate le acque.
Ma quando furono davanti agli ascensori che portavano ai
moli abbandonò quell'idea. La sua esperienza coi Costeau era
stata davvero limitata, ma aveva imparato abbastanza da
sapersi accorgere se qualcuno la stava pedinando. La brunetta
snella rimasta in piedi fra due colonne, un po' più indietro,
aveva un'aria troppo casuale per ingannarla. Già altre due volte
s'era fermata a frugare nella borsetta, appena Paula aveva
voltato la testa a scrutare dietro di sé.
Individuare un pedinatore non era la sola cosa che Paula
aveva imparato dai Costeau. Sapeva anche come fare per
liberarsene.
Quando lo strinse forte per mano e s'incamminò a passi
lunghi sul marciapiede affollato del terminal, Jerem mugolò
una protesta:
— Mamma!
— Ora ascoltami bene. Vedi quei due poliziotti? — Indicò
una coppia di agenti alti e robusti che stazionavano presso il
più vicino cancello di uscita.
Lui annuì, cercando di svincolare la mano. — Li vedo... ma
perché mi stringi così? — si lamentò.
— Dovremo recitare la parte. Credo che la E-Tech abbia
incaricato un'agente di seguirci. Io voglio cercare di liberarci di
lei, ma ho bisogno del tuo aiuto.
— Non potresti lasciarmi la mano? — chiese lui.
— Ascoltami. Ora parlerò con quei due poliziotti, e voglio
che tu sia d'accordo con tutto quello che dirò. D'accordo?
— D'accordo. Ma non potresti...
— Sembrerà tutto più vero se ti tiro dietro di me a questo
modo. Per favore! Va bene?
Lui sospirò rumorosamente. — Va bene.
A passi svelti arrivarono all'altezza dei due agenti. Qui Paula
si fermò, e la sua voce fu un sussurro teso e spaventato:
— Signore... — disse. — Per favore, mi ascolti senza
voltarsi. Faccia finta di non avermi visto.
Dopo un attimo di sorpresa i due si scambiarono un lieve
sogghigno, evidentemente convinti di avere a che fare con
un'altra delle strampalate creature che si aggiravano nelle
stazioni.
— Signore, il mio ragazzo e io l'abbiamo vista! C'è una
donna accanto a quella colonna, dietro di noi, e ha una grossa
pistola nella borsa. Ha minacciato mio figlio!
Jerem annuì con veemenza. I poliziotti si fecero subito
attenti.
— È una donna bruna, snella — continuò Paula. — La
vedete?
Uno dei due uomini si volse a guardare sopra la testa di
Jerem. — Quella con la giacca azzurra e la borsa bianca?
— Sì, lei! — Paula si finse terrorizzata. — Le stavamo
passando accanto, e il mio ragazzo l'ha urtata. Senza volerlo. E
allora lei ha tirato fuori la mano dalla borsetta, e aveva una
grossa pistola che...
— Mi ha puntato la pistola in faccia! — la interruppe Jerem,
spalancando gli occhi.
Questo funzionò. I poliziotti s'incamminarono subito verso la
brunetta. Appena furono a qualche passo di distanza, Paula
sussurrò a Jerem: — Scappiamo!
Presero la corsa verso una delle rampe che riportavano in
strada. Dietro di loro ci furono subito alcune grida. Paula si
volse a guardare da sopra una spalla.
La bruna che li pedinava non avrebbe potuto comportarsi in
modo più sospetto se fosse stata davvero una criminale. Nel
vedere che Paula e Jerem fuggivano via infilò una mano nella
borsetta, di certo per mandare un segnale radio a qualche
collega. Ma non poté fare un solo passo dietro di loro.
I due poliziotti scattarono di lato, estraendo subito le armi
dal fodero. — Non ti muovere! — gridarono all'unisono.
Tre passeggeri appena usciti dalla zona di sbarco si gettarono
al suolo. Nel terminal ci furono grida di spavento. Paula ebbe
un'ultima visione della ragazza bruna che discuteva coi
poliziotti gesticolando disperatamente; poi lei e Jerem
balzarono giù dalla rampa mobile e corsero alle porte a vetri
che si aprivano sul viale affollato. In strada salirono quasi al
volo su un taxi, e poterono permettersi di respirare soltanto
quando furono a un chilometro di distanza.
— Dove andiamo, mamma?
— Già, dove stiamo andando, signora? — aggiunse il
conducente. — Di solito mi piace avere almeno un'idea.
Paula cercò il suo sguardo, riflesso nel retrovisore. — Ci
porti al mercato centrale, per favore.
6

Artwhiler cominciò a gridare. — Questo è oltraggioso,


Franco! Lei ha promesso che la E-Tech avrebbe collaborato in
ogni modo possibile. Invece il vostro primo atto è stato di
rilasciare i due testimoni dell'omicidio! E adesso viene a
raccontarmi che i suoi agenti li hanno perduti!
L'impianto video standard per gli incontri a due inquadrava
di solito la testa e le spalle di ogni interlocutore. Ma Artwhiler
aveva regolato la telecamera per una ripresa più ravvicinata: il
suo volto massiccio sembrava sul punto di esplodere fuori dal
monitor dell'ufficio di Rome. E i colori dovevano essere fuori
sintonia: nessuno avrebbe potuto avere una faccia tanto rossa.
— È stato fatto un errore — disse lui con calma. — I miei
esperti sostenevano che la donna sapesse più di quel che aveva
detto, così hanno stabilito di lasciarla andare e di seguirla.
Sfortunatamente lei li ha depistati con uno stratagemma.
Il commento di Artwhiler fu una smorfia invelenita. — E lei
viene a dirmi che i suoi agenti non hanno neppure messo una
trasmittente su questa donna? Lo trovo assolutamente
inconcepibile! Sono molto più propenso a credere che lei
sappia invece dove la testimone e suo figlio si stanno
nascondendo, e che abbia deciso di violare un preciso decreto
del Consiglio.
Rome sospirò pazientemente. — Se ne convinca, noi non
sappiamo dove siano. E la E-Tech non ha l'abitudine di
piazzare microspie addosso a chiunque passi nei suoi uffici.
Quella conversazione non stava portando da nessuna parte.
Rome fu tentato di interrompere la linea. Si sentiva esausto.
Erano ormai le nove di sera, e tutto ciò che desiderava era
andarsene a casa e convincere Angela a massaggiargli le spalle
finché non si fosse addormentato.
— Lei sta cercando di strumentalizzare l'incidente per il suo
tornaconto politico, Franco! Non creda di potermi ingannare!
— lo accusò Artwhiler alzando un dito che, ripreso nella breve
distanza fra il suo volto e l'obbiettivo, parve un tronco d'albero.
La pazienza di Rome era agli sgoccioli. — Sono certo che la
scomparsa della testimone sia solo un contrattempo
momentaneo. I suoi Sorveglianti riusciranno sicuramente a
rintracciarla.
— Lei ne dovrà rispondere — lo avvertì Artwhiler. —
Mercoledì, alla prossima seduta del Consiglio, le garantisco
che rimpiangerà questo suo ostruzionismo!
Quello gli sembrò un buon momento per tagliar corto. Rome
spense il monitor e si appoggiò al morbido schienale della sua
poltrona. Cercò di immaginarsi le dita di Angela che gli
massaggiavano la colonna cervicale.
L'intercom emise un accordo.
— Sì?
— C'è Pasha Haddad in linea, signore. Dice che è urgente.
— Me lo passi. — Non c'era più bisogno di chiedere se la
linea andasse isolata o meno. Dopo gli eventi di quel
pomeriggio, Rome aveva ordinato di inserire lo scrambler su
tutti i canali.
Haddad si materializzò sullo schermo. — Sono in archivio.
Nella sezione analisi e ricerca. Abbiamo trovato qualcosa.
— E questa cosa non può aspettare fino a domattina? —
Rome sentì che le dita di Angela scivolavano via.
Pasha scosse il capo. — Faresti meglio a venire giù adesso.
È importante, e troppo complicato per spiegarlo per telefono.
Rome sospirò. — Va bene, scendo. — Non aveva idea di
cosa potesse valere ciò che aveva trovato Haddad. Sapeva
soltanto che per adesso gli costava un massaggio.
Gli archivi e i depositi delle capsule di stasi della E-Tech su
Irrya occupavano l'intero pianterreno della sede principale:
oltre settecentomila metri quadri di spazio.
Rome oltrepassò senza perdere tempo i controlli di sicurezza
esterni. Le guardie armate e i monitor elettronici lo
conoscevano; i passaggi collegati ad armi automatiche
disinnescavano le loro trappole, le luci verdi si accendevano in
un silenzio asettico: PERSONA AUTORIZZATA A PROCEDERE. Benché
camminare in quei lunghi corridoi fosse una semplice
passeggiata, lui sapeva di attraversare una serie di sistemi
d'identificazione sempre più sofisticati. Se fosse risultato che
non era chi aveva dichiarato d'essere, sarebbe stato fermato
all'istante.
Dietro quelle pareti bianche c'era la sorgente stessa del
potere della E-Tech: i vastissimi banchi di dati. Codificate nella
memoria dei computer c'erano nozioni riguardanti migliaia di
discipline scientifiche, informazioni che risalivano all'epoca
pre-Apocalisse, quando la scienza aveva sopraffatto i suoi
padroni umani. In quegli archivi, e in impianti duplicati su
un'altra dozzina di Colonie, era registrato ciò che due secoli
prima aveva contribuito alla rovina della Terra. Quello era il
tesoro ambito dalla Gloria de la Ciencia: i forzieri elettronici
della E-Tech, la conoscenza conservata sotto chiave per
quando l'uomo avrebbe saputo usarla senza suicidarsi.
Negli anni trascorsi dall'Apocalisse molte tecnologie erano
state rimesse a disposizione della società. Oltre alla
ricostruzione dell'ecosfera - l'insieme di bio-progetti miranti a
ristabilire le condizioni di vita sulla superficie terrestre - l'altra
importante funzione della E-Tech stava nel togliere
gradualmente il veto alle nozioni scientifiche. Era un piano a
lunga scadenza. Prima che una tecnica o un brevetto fossero
riclassificati, era necessario che una équipe di scienziati ne
studiasse con cura gli effetti sulla società e sullo sviluppo delle
colonie orbitanti.
Non era la E-Tech a dare il via a quei procedimenti. La
richiesta di reintroduzione di ogni singola tecnologia poteva
provenire solo da un'apposita commissione senatoriale. Rome e
i suoi predecessori erano consapevoli delle tentazioni
dittatoriali che avrebbero potuto emergere in un'organizzazione
dotata di simile potere. Il Consiglio di Irrya era stato creato,
duecento anni addietro, principalmente su richiesta dei
fondatori della E-Tech, i quali capivano che la loro
organizzazione avrebbe avuto bisogno di un sistema di
controlli esterni per controbilanciarne l'attività decisionale.
Secondo le previsioni della E-Tech sarebbero occorsi
centinaia di anni prima di poter togliere il veto a tutti quei dati.
La Gloria de la Ciencia, se avesse potuto, li avrebbe distribuiti
alla società nello spazio di una notte. Il fascino di una così
idealistica libertà scientifica faceva ormai presa su molta gente.
Rome attraversò il reparto più vasto e meno frequentato del
piano terra, per un interminabile corridoio lungo il quale erano
allineati grossi portelli metallici a tenuta stagna. Dietro ognuno
di essi dormivano, chiusi nelle loro capsule, centinaia di esseri
umani messi in stasi all'epoca dell'Apocalisse. Le catacombe di
Irrya erano un deposito di scienziati e tecnici, segretarie e
meccanici, gente qualificata oppure no: tutti coloro - spesso
intere famiglie - che avevano optato per un futuro incerto
piuttosto di affrontare gli orrori del pianeta morente.
Durante le prime fasi dell'emigrazione la E-Tech non aveva
potuto garantire il puro e semplice spazio materiale nelle
Colonie per tutti i suoi dipendenti. E l'alternativa era una sola.
Milioni di persone erano state chiuse nelle capsule, trasferite in
orbita come merce congelata e immagazzinate negli impianti -
un centinaio - che la E-Tech aveva costruito in altrettante
Colonie.
Attualmente il Consiglio Irryano stabiliva una quota di
risvegli compatibile con la situazione economica, ed ogni mese
alcune centinaia di esseri umani erano tolti dalla stasi e
introdotti nella società dei cilindri orbitali. Un giorno quelle
catacombe, e gli archivi di dati, avrebbero terminato di cedere
tutto ciò che contenevano.
— Si identifichi — gli intimò la porta in fondo al corridoio.
Rome diede la parola chiave di quel giorno e poggiò una
mano sul sensore laterale.
— Proceda — disse la porta nello stesso tono brusco. Il
battente ruotò su invisibili cardini.
Rome entrò nella prima sezione di ricerca-dati, un ampio
locale circolare pieno di apparecchiature. Pasha Haddad era in
piedi davanti al terminale principale, accanto a un ometto
magro e solido come un arbusto temprato dal sole.
Se pure Begelman aveva un nome di battesimo, nessuno
l'aveva mai usato. Come Haddad e la maggior parte dei
dirigenti preferiva l'anonimato e i rapporti formali. La sua
anzianità nella E-Tech rivaleggiava con quella di Rome, e fra
loro tre potevano mettere insieme più di un secolo di
esperienza.
Haddad lo accolse con un cenno del capo. — Begelman ha
cominciato a vagliare i dati disponibili sui Paratwa questa
mattina. Pensa di aver identificato, per tentativi, il tipo di
uccisore con cui abbiamo a che fare.
— Terminus — disse Begelman, con voce acuta come un
pigolio. — Laboratori Terminus, circa 2075. Assoldabile per
denaro. Non il tipo più efficiente. Un quattro, su una scala da
uno a dieci.
— Che altro c'è? — Haddad non lo avrebbe fatto scendere
per dirgli soltanto quello.
Le dita adunche di Begelman corsero sulla tastiera più
vicina. Rome si chiese come riusciva a non spezzarsi le unghie
ben curate.
— Un mistero un po' diverso — nitrì Begelman. — Ho
chiamato Haddad. Strana roba. Guscio morbido, ma astuta.
Davvero sfuggente. Come una marmellata a zero G. — E
sogghignò, come se avesse raccontato una barzelletta.
Rome guardò Haddad, in attesa della traduzione.
Mentre Begelman continuava a battere sui tasti, l'altro
spiegò: — Sembra che sia inciampato su due programmi
segreti riguardanti i Paratwa. Ora, tu sai che qui troviamo
programmi segreti quasi ogni giorno, ma per la maggior parte
danno accesso rispondendo a una o più parole in codice, e
quindi vengono definiti a «guscio duro», perché una volta
aperti rivelano il contenuto. Ciò che Begelman ha trovato è
molto più complesso. Questi due programmi hanno un «guscio
morbido», e ciò significa che per avere accesso devi
condividere le tue conoscenze con loro: nutrirli di dati a ogni
passo che fai. E se non gli fornisci i dati giusti, non ti lasciano
andare avanti.
Rome sapeva come stavano le cose e annuì. — Non ti danno
l'indizio utile per fare il passo successivo.
— Proprio così — squittì Begelman. — Gente della vecchia
scuola, questa. Non si scherza.
— Secondo lui — continuò Haddad, — i programmatori
erano tecnici pre-Apocalisse.
Begelman assentì con enfasi. — Vitelli, o Quincy Gorman, o
Martin Riley... o forse perfino i fratelli Asaki.
— Programmatori molto abili che lavoravano per la E-Tech
negli ultimi decenni del ventunesimo secolo — spiegò Haddad.
— Geniali — precisò Begelman. — Artisti geniali!
Rome annuì. — Allora, lei cos'ha trovato? — chiese,
cercando di nascondere l'impazienza.
Begelman lo ignorò. La sua attenzione s'era focalizzata su
ciò che era apparso sullo schermo.
— Noi pensiamo — disse Haddad, — che questi due
programmi siano stati messi in archivio proprio in previsione di
un'emergenza come quella che stiamo fronteggiando oggi: un
Paratwa a piede libero. Begelman pensa che possano essere
aperti da lei... non lei come persona, naturalmente, ma lei in
veste di direttore della E-Tech. C'è niente che solo lei sappia, e
a cui nessun altro dell'organizzazione abbia accesso?
Rome sorrise. — Mi spiace deludervi, ma non esistono
codici segreti passati da un direttore della E-Tech a chi gli
succede. Io dispongo delle stesse informazioni a cui avete
accesso anche voi due.
— Pensavo di avercela fatta — cinguettò Begelman con una
smorfia allo schermo. — Un altro vicolo cieco, invece.
— Come ha scoperto questi programmi? — lo interrogò
Rome. Gli sembrava una perdita di tempo, ma già che era lì
tanto valeva approfondire.
Begelman s'era messo a guardare un punto del soffitto. —
Ho chiesto l'elenco dei Paratwa di cui si può sospettare che
siano scampati all'Apocalisse. Ho avuto un paio di centinaia di
nomi. Niente di insolito fin qui. Lo stesso elenco lo può trovare
in un vecchio opuscolo stampato dalla Sezione Ricerche. Con
la differenza che... chiedendolo a schermo ho ottenuto anche
una X al termine della lista!
Una lista terminante con una X significava che esistevano
altre informazioni correlate, da qualche parte negli archivi. —
Vada avanti.
— Per prima cosa mi sono rivolto alla Sezione Ricerche.
Notizie sugli uccisori sono state richieste molte volte in
passato.
— Per tesi di laurea e roba simile — aggiunse Haddad.
— Senonché... in tutti questi anni non risulta che qualcuno
abbia mai avuto una X a fine lista. Sugli stampati non appare.
Pasha Haddad annuì. — Tutte le precedenti richieste sono
state fatte dalla Sezione Ricerche. La nostra è stata la prima, in
due secoli, a cui fosse accluso il codice della Sicurezza.
Rome cominciava a sentire una certa eccitazione. — State
dicendo che qualcuno, duecento anni fa, ha previsto
l'eventualità che un giorno dovessimo affrontare un Paratwa? E
che avessimo bisogno di aiuto?
— Esattamente! — Begelman fece schioccare le dita. — Ho
ordinato al computer di localizzare i fascicoli a cui si riferisce
il carattere X, e lui mi ha chiesto chi ero! — Il suo corpo magro
fremeva dall'eccitazione. — Mi sono identificato. Era chiaro
che avevo a che fare con un programma, così ho tentato di
capire che roba fosse con la solita procedura. Non ho ottenuto
niente, salvo che lo schermo continuava a chiedermi perché mi
interessavano i Paratwa. Allora ho inserito tutte le informazioni
di cui disponiamo sull'omicidio dell'altra sera. E l'amico si è
spaccato in due!
— Due programmi separati — spiegò Haddad.
— Il primo programma ha cominciato a farmi una sfilza di
domande. Dov'è localizzata la E-Tech? Quali obiettivi sono
stati raggiunti? Quali sono i programmi in corso? Qual è
l'attuale statuto interno dell'organizzazione? E via di questo
passo...
— Un test di moralità? — si chiese Rome.
— Sì, così credo. — Begelman si accigliò, perplesso. —
Però, anche dopo aver dato le risposte esatte, non sono riuscito
ad andare un passo più avanti. Il programma mi ha confermato
che il risultato del test era positivo, e poi si è fermato. C'è
qualcosa che devo ancora decifrare, nella faccenda.
— E il secondo programma? — lo interrogò Rome.
L'ometto inarcò un sopracciglio. — Ancora più strano! Lui
pure fa domande, ma sono domande dannatamente bizzarre.
Quanti semi ci sono in un cocomero? Perché l'amore romantico
medievale ha condotto alla comparsa di istituzioni sociali
sempre meno rigide? I gatti grigi hanno gli artigli? Perché non
ci sono foreste tropicali nel Kansas? Quali sono le due cose più
affascinanti delle Hawaii?
Begelman scosse il capo. — E ha continuato così, una
domanda dopo l'altra, tutte apparentemente non collegate fra
loro. È ovvio che si tratta di un programma pesantemente
sepolto sotto chissà quanti codici. Ma questo non è il solo
mistero.
«Nessuno dei due programmi può essere tirato fuori e messo
in un altro computer per un tentativo di decodifica, a causa del
fatto che sono a guscio morbido. Non esistono programmi
decodificatori per roba di questa complessità. Però sono
riuscito a esaminarne le dimensioni, per sapere almeno
numericamente quanti dati contengono. — Fece una smorfia.
— Il secondo programma richiederà una pazienza incredibile.
Se una squadra di esseri umani si desse il turno alla tastiera, e a
patto che ciascuno fornisca la risposta esatta a una media di
trenta secondi per ogni domanda, occorrerebbero circa seicento
anni per arrivare all'ultima.
Rome corrugò le sopracciglia. — Seicento anni? È sicuro?
Begelman agitò le mani violentemente, dando l'impressione
di un uccello che cercasse invano di prendere il volo. — Si
capisce che sono sicuro! E sono altrettanto sicuro di non aver
ancora capito un accidente! È frustrante, mi creda!
Haddad ebbe un sogghigno. — Lei sta facendo del suo
meglio.
— Col cavolo! Se stessi facendo del mio meglio io avrei
risolto!
Rome sbatté le palpebre. — Lei sta dicendo che un computer
non può analizzare questo programma, e che a un uomo
occorrerebbero seicento anni per completarne l'apertura?
— Questo si chiama delineare una situazione — approvò
Begelman, guardandolo con genuina ammirazione.
Haddad tossicchiò. — Il primo programma... il test di
moralità, non potrebbe identificare come codici d'accesso una
serie di dati... diciamo speciali, che soltanto una persona nella
posizione del direttore della E-Tech se la sentirebbe di definire
importanti?
Rome si strinse nelle spalle. — Non mi viene in mente niente
del genere. Perché credi che questi programmi siano collegati a
me?
— Solo un'ipotesi — disse Begelman. — L'arte della
codificazione è sempre stata basata sulla premessa che tutto
può essere decodificato da uno più bravo. Perciò, nel periodo
pre-Apocalisse, si tendeva piuttosto a identificare una persona,
con tecniche sofisticate, tagliando fuori tutte le altre. E il
direttore della E-Tech può essere una scelta logica per un
programmatore della E-Tech, se i dati forniti dal programma
sono considerati importanti.
Rome scosse il capo.
— La conoscenza personale del suo predecessore? —
suggerì Begelman. — Obiettivi a lungo termine che la E-Tech
non ha ancora ritenuto necessario precisare? Mutamenti interni
nell'organizzazione?
— Francamente, non mi viene in mente nulla.
— Noi abbiamo superato il test — insistè Begelman. — Ne
sono certo. Il primo programma avrebbe dovuto darci accesso
a...
— Noi abbiamo superato il test! — esclamò Haddad. —
Rome Franco, il direttore della E-Tech, non ci ha ancora
provato!
Begelman balzò in piedi. — Naturalmente! Dev'essere
questo! Quanto è assurdamente semplice. Perché non ci ho
pensato prima?
— Tutti abbiamo le nostre giornate nere — borbottò Rome.
Begelman non lo udì neppure. Il fragile programmatore s'era
inginocchiato a frugare in uno scomparto laterale della
consolle. Un momento dopo si rialzò mostrando loro un
modem-scanner, una piatta scatola grigia connessa con un cavo
al retro del terminale.
— Si sieda, e appoggi una mano qui sopra — ordinò
Begelman. — Ora batta sui tasti con l'altra mano... sì, così...
dica al computer chi è lei.
Rome batté il suo nome e attese che i sensori del modem-
scanner confermassero la sua identità. Begelman fece apparire
a schermo il primo dei due programmi.
Senza togliere la sinistra dal modem, Rome lesse ogni
domanda e batté la sua risposta. Cercò di essere sintetico, ma
accurato e veritiero per quanto possibile.
Da lì a poco Begelman, che stava controllando su un altro
monitor, parlò con voce mozza: — Ehi! Questo dannato
programma si è messo a scandagliare il nostro intero sistema...
chiede accesso a una quantità di fascicoli riservati, e lo ottiene!
In questo momento sta vagliando i dati del personale per
assicurarsi che Rome Franco sia davvero il padrone di quella
mano, e... sta controllando che non si cerchi di ingannarlo
usando un falso modem-scanner! Incredibile!
L'ultima domanda era la più facile di tutte: la e-tech è
rimasta fedele ai suoi scopi originari?
SÌ, batté Rome.
PROCEDA, disse lo schermo. Begelman non stava più nella
pelle per l'eccitazione.
— Così semplice — sussurrò il programmatore. — Così
bello nella sua semplicità.
— E adesso? — chiese Rome. Lo schermo era tornato vuoto.
Begelman allargò le braccia, esasperato. — È un programma
aperto! Gli domandi quello che vuole sapere.
Lui batté: C'È UN UCCISORE PARATWA IN LIBERTÀ. ABBIAMO BISOGNO
D'AIUTO
Il programma rispose all'istante: PREGO FORNIRE ACCESSO
ALL'ELENCO DELLE CAPSULE DI STASI.
Begelman gli scrisse alcune cifre e Rome batté sulla tastiera
il codice d'accesso richiesto. Lo schermo tornò a svuotarsi. Poi:
aprire la capsula di stasi mh-785462. fine del programma.
— Aha! — gridò Begelman. — Ci siamo! Questo è stato il
passo giusto. Chiunque ci sia in quella capsula di stasi, saprà
come fare per aprire il secondo programma.
— Rome annuì. Gli sembrava abbastanza probabile. Guardò
Haddad. Il direttore della Sicurezza s'era accigliato.
— Se svegliamo questa persona — disse Haddad, — la E-
Tech violerà un articolo della legge approvata dal Consiglio.
Rome scrollò le spalle. — Siamo già nei guai per non aver
fatto rapporto sull'omicidio. — Rifletté un poco. — Sei
assolutamente certo che la notizia del Paratwa non sia filtrata a
causa di un informatore nel nostro personale?
L'espressione di Haddad si fece ancora più scura. — Sai
bene che non posso dartelo per certo. Devo restare all'ipotesi
che ancora mi sembra più probabile, e cioè che Paula Marth, o
suo figlio, abbiano contattato qualcun altro prima di noi, l'altra
sera. Solo questo può spiegare i fatti.
— Forse — disse Rome, — dobbiamo guardare alla
faccenda partendo dalle sue conseguenze. L'uccisore Paratwa,
o chi ha svegliato quella creatura, potrebbe aver diramato lui
stesso la notizia dell'omicidio. — Ripensò alla reazione del
Consiglio. — Forse il suo scopo era di mettere nei guai la E-
Tech.
— Ci ho pensato. Ma il Paratwa come poteva sapere che
Paula Marth avrebbe chiamato soltanto la E-Tech? Hai detto tu
stesso che la scena, al Consiglio, ti sembrava preparata: come
se Artwhiler e Drake sapessero che la E-Tech, e nessun altro,
era al corrente dell'esistenza del Paratwa.
Rome comprese l'obiezione. Ma c'erano ancora troppe cose
di cui erano completamente all'oscuro.
— Dove si trova questa capsula di stasi? — chiese a
Begelman.
Il programmatore lo domandò al computer e lesse ciò che era
apparso sullo schermo. — La MH-785462 è nel nostro
impianto della Colonia Shaoyang. Possiamo avere la capsula
qui per domani mattina.
— Un trasferimento per motivi tecnici — si raccomandò
Haddad. — Nessuno deve sapere di questa faccenda, a parte
noi tre e la squadra addetta al risveglio.
Sembrava una mossa abbastanza priva di rischi. Rome
sapeva che non sarebbe stato capace di fornire quel programma
di informazioni ai Sorveglianti di Artwhiler. Qualunque cosa il
Consiglio avesse deciso, un Paratwa doveva essere di
pertinenza della E-Tech.
— Ora vedremo chi è stato messo a dormire in quella
capsula.
7

Miles Yukura, i piedi poggiati sulla larga consolle che


circondava la poltroncina, alzò gli occhi dal libro e osservò lo
schermo numero 19. Ma il rapido movimento che aveva attratto
il suo sguardo era scomparso prima che potesse mettere a fuoco
l'immagine: una breve distesa di territorio irregolare chiusa da
alte pareti di alberi, nella zona settentrionale della Riserva.
Miles usò un joystick per attivare la telecamera a infrarossi 19
e inquadrò in un lento semicerchio le due dozzine di acri
comprese nel campo visivo dello strumento.
Non notò niente di inconsueto. Un paio di corvi che
razzolavano in cerca di cibo fra la polvere, e due cervi,
maschio e femmina, che avevano avuto il coraggio di
avventurarsi lontano dalla boscaglia meridionale ed erano
immobili alla base di una scarpata. Hector, il gatto selvatico
albino che era un po' la mascotte della Riserva, stava
percorrendo orgogliosamente il perimetro di un piccolo stagno.
Nel visore a infrarossi il liquido baluginava di strani colori.
Miles scrollò le spalle, spense il monitor principale e tornò a
dedicarsi al suo libro di testo. Probabilmente era stato soltanto
un cervo, passato di fronte alla telecamera. Ce n'erano oltre
duecento nelle quaranta miglia quadrate della Riserva, e i loro
spostamenti erano spesso rapidi e improvvisi. Miles non se ne
lamentava. Quei turni di guardia erano lunghi e monotoni, e
poter manovrare a distanza una delle trentasei telecamere sotto
il suo controllo era una gradevole distrazione.
II turno di notte, del resto, non era un peso; anzi gli dava il
tempo necessario per studiare. E gli piaceva pensare che
proprio quel lavoro lo avesse aiutato a sviluppare un legame
autentico con il passato. La Riserva Naturale di California
Settentrionale era la quinta in ordine di grandezza nelle
Colonie, e vantava la presenza di alcuni animali decisamente
rari. I conigli dalla coda a fiocco, ad esempio, non si trovavano
da nessun'altra parte.
Miles aveva visto molti vecchi video della Terra, e sentiva
che la Riserva aveva in sé lo spirito di ciò che era stato il
pianeta madre. A volte, nelle ore silenziose che precedevano
l'alba, alzava il volume al massimo e restava seduto lì ad
ascoltare i rumori della natura. I sensibilissimi microfoni
captavano una quantità di suoni prodotti dagli animali: il
fruscio dei cervi nel sottobosco, il grugnito di una moffetta in
caccia, il gracidio dei rospi, il rapido passaggio di un tasso, i
richiami degli uccelli e le attività dei piccoli roditori. C'erano
pipistrelli e gatti selvatici, e alcune famiglie di scoiattoli che
discendevano dai quattro acquistati a Noche Brazilia tre anni
prima.
Quasi tutti gli animali erano innocui per l'uomo, ma i
carnivori - in particolare i gatti selvatici - andavano tenuti
d'occhio. Durante il giorno, quando nella Riserva si aggiravano
a piedi fino a diecimila visitatori, ai monitor era di servizio una
mezza dozzina di sorveglianti. Molti animali avevano
microscopici trasmettitori impiantati nella scatola cranica, e
sotto il dito di Miles c'era il potere di raggiungere il sistema
nervoso di ogni singolo soggetto per metterlo a dormire con
l'invio di un impulso narcolettico. L'espediente era usato per i
controlli medici o per somministrare sostanze integrative della
dieta. Era anche possibile richiamare l'animale al centro di
sorveglianza stimolando i suoi centri della fame con un
impulso analogo, cosa più comoda che andare a cercarlo nel
folto della boscaglia. L'unica altra occasione d'uso per lo
stimolo narcolettico era quando un visitatore pagante si trovava
in pericolo. A volte era necessario interrompere l'attacco di un
gatto selvatico irritato e aggressivo, o quello di un erbivoro
spaventato dagli intrusi. Un sorvegliante che fosse in grado di
osservare dalla sala di controllo una situazione pericolosa
poteva bloccare l'animale col semplice tocco di un pulsante.
Con la coda dell'occhio Miles scorse un altro movimento
sullo schermo 19. Stavolta decise di individuarne la causa.
Prese il joystick e fece ruotare la telecamera di 360 gradi,
finché non ebbe localizzato visivamente tutti gli animali di quel
settore: tre cervi fra i cespugli, il gatto selvatico albino Hector,
un paio di corvi e uno dei Dragoni Komono della Riserva, un
torpido lucertolone lungo un paio di metri. Fece apparire sul
monitor la mappa a griglia del settore e ordinò al computer di
localizzare e identificare i soggetti presenti in quella zona,
undici in tutto. La griglia gli rivelò che i quattro non visibili
sullo schermo si trovavano oltre una collinetta, fuori dal raggio
d'azione della telecamera. E i sette che poteva vedere erano
troppo lontani. Non poteva trattarsi di uno di loro.
Miles sogghignò acremente. La spiegazione c'era. Qualcuno
aveva scavalcato il recinto della Riserva, oppure era rimasto
nascosto da qualche parte fin dopo l'orario di chiusura. L'ultima
possibilità era la meno probabile; a tutti i visitatori veniva data
una piccola trasmittente da tasca, che serviva a localizzarli
sulla griglia. L'apparecchio andava restituito all'uscita. Quel
giorno non c'erano state minitrasmittenti perdute, e il numero
dei visitatori usciti corrispondeva a quello dei visitatori entrati.
Ciò significava la probabile presenza di qualche ladro. Il
recinto di rete metallica alto tre metri era controllato da sensori
che teoricamente avrebbero dovuto avvertire Miles, ma già
altre volte abili furfanti erano riusciti a penetrare indisturbati.
Facile che adesso fossero fermi alla base dell'albero a cui era
applicata la telecamera, il suo unico punto cieco. Be', non
possono allontanarsi senza uscire allo scoperto. Miles regolò
la telecamera sull'automatico e la lasciò ruotare a velocità
uniforme. Prima o poi l'intruso, o gli intrusi, avrebbero dovuto
muoversi, e allora li avrebbe visti. Stava allungando una mano
verso il pulsante che avrebbe messo in funzione il registratore,
quando lo schermo emise un bagliore azzurro e si spense.
Oh, quei figli di puttana! I bastardi avevano sabotato la
telecamera. Questo richiedeva di passare ad altre contromisure.
Dei ragazzi entrati nella speranza di rubare uno scoiattolo
erano una cosa, ma se cominciavano a distruggere non gli
restava che chiamare la polizia.
Compose il numero sul terminale del videotelefono. Sullo
schermo apparve il simbolo nero e oro dei Sorveglianti
Intercoloniali. Benché la Riserva fosse nel territorio di
California Settentrionale essa ricadeva, come ogni ente
naturalistico per la flora e la fauna, sotto la giurisdizione dei
Sorveglianti.
Miles fece la chiamata. Un messaggio standard dalla
Centrale dei Sorveglianti lo informò che era stata avvertita una
pattuglia, e che poteva aspettarsi l'intervento entro cinque
minuti. A meno che i vandali non se ne fossero andati subito, i
Sorveglianti sarebbero arrivati in tempo per bloccarli.
Un cicalino d'allarme ronzò, e Miles ebbe un sobbalzo. Gli
sfuggì un'imprecazione. Ecco che succedeva anche il più
spiacevole degli avvenimenti: un animale, da qualche parte, era
appena morto, e la trasmittente impiantata nel suo cranio ne
aveva dato notizia al computer. Pochi istanti dopo il giovane
ebbe i dati dell'animale sulla mappa a griglia, e imprecò ancora.
Si trattava di Hector, il gatto selvatico albino. Com'era
possibile?
Prima che avesse il tempo di reagire, il cicalino ronzò
ancora. Seduto davanti ai monitor in sbigottito silenzio Miles
vide apparire altre righe di dati: gli animali del settore 19
stavano morendo uno dopo l'altro. Dapprima i due corvi, quindi
i due cervi più vicini e il Dragone Komono. A parte i quattro
soggetti al di là della piccola altura, il terzo cervo sembrava
l'unico rimasto in vita. Lo cercò passando alla telecamera del
settore adiacente e lo vide. Aveva aggirato la scarpata e
fuggiva verso sud.
Il cervo stava galoppando lungo un terreno più livellato, su
cui crescevano fitti cespugli d'alloro e file di alberelli, la fascia
di confine della foresta. Miles attivò gli infrarossi di una
telecamera piazzata più avanti e la fece girare nella direzione
da cui il cervo si avvicinava.
L'animale spaventato balzò oltre un assembramento di sassi,
e a metà del salto fu investito e sbattuto di lato da una forza
invisibile. Rotolò per un pendio e andò a fermarsi in un folto di
cespugli spinosi, morto ancor prima di toccare terra.
Cosa diavolo sta succedendo? Con mani tremanti Miles
azionò la telecamera, cercando di scoprire la causa di
quell'uccisione. La carcassa del cervo era dilaniata come se
fosse stato colpito da un lanciagranate della polizia, o da
un'arma proibita di grosso calibro.
Rifletti, Miles, rifletti! Nel settore 17 un altro cervo morì, e
subito dopo il cicalino segnalò una nuova uccisione. Lui tolse il
coperchietto a un largo pulsante bianco e lo premette, inviando
lo stimolo che chiamava al centro di sorveglianza l'intera
popolazione faunistica della Riserva. Da lì a pochi minuti fuori
dalla porta ci sarebbe stato il caos, ma aveva fatto la cosa
migliore. In un'emergenza di carattere sconosciuto tutti i loro
preziosi animali dovevano esser messi sotto controllo. Accese
lo schermo più largo e vi inserì la mappa della Riserva, poi
osservò ansiosamente i molti puntolini luminosi che
cominciavano a convergere verso la sua posizione.
In distanza si udì un sibilo tonante, come quello di un
veicolo con propulsione a razzo che volasse a tutta velocità.
Lui passò da un monitor all'altro, manovrando tutte le
trentacinque telecamere alla disperata ricerca di ciò che stava
continuando a uccidere gli animali. Gli schermi collegati ai
settori sette e dodici si spensero contemporaneamente, e nella
foresta ci fu un'esplosione. Miles si sentì mozzare il fiato. Altre
righe continuavano ad accendersi sul monitor che rivelava i
decessi; la cifra saliva sempre più. Il cicalino stava ululando
come una bestia ferita. Quasi a tentoni lui cercò l'interruttore
dell'impianto d'allarme e fece tacere quel rumore orrendo.
Santi della Fede! Ma dov'è la pattuglia? Costrinse le sue
mani a non tremare e batté sul videotelefono il codice
d'emergenza per incendio, il più drammatico, e che a memoria
d'uomo non era mai stato usato. Ma nella boscaglia c'erano
delle esplosioni. Ne udì tre in rapida successione, e l'ultima
così vicina che l'onda d'urto fece tremare i vetri.
Devo restare calmo... devo mantenere la calma. Qualunque
cosa stesse succedendo, i Sorveglianti sarebbero arrivati entro
pochi minuti e ci avrebbero pensato loro.
Un oggetto scuro si abbatté direttamente sull'obiettivo della
telecamera del settore 6. D'istinto Miles alzò un braccio a
ripararsi il viso, mentre quella che era senza dubbio la suola di
una scarpa fracassava le lenti. Lo schermo lampeggiò e si
spense.
Un uomo su un monorazzo! Il veicolo che aveva intravisto
era poco più di un motore fornito di sedile, coi propulsori per il
decollo verticale e i comandi montati su un manubrio, capace
di portare in aria un passeggero a velocità anche molto elevata.
Sapere quale fosse la causa di quella follia ebbe l'effetto di
calmarlo. C'era poco da stupirsi se non era riuscito a vederlo; il
maniaco stava balzando qua e là per la Riserva, lasciando
cadere esplosivi o sparando missili sugli animali.
Ci fu un'altra serie di detonazioni, più lontane ma di violenza
spaventosa. Uno sguardo al monitor consentì a Miles di
calcolare che molti altri animali, centinaia di costosi animali,
erano stati uccisi. Possente Terra! Questo pazzo scatenato sta
cercando di distruggere l'intera Riserva!
Sul centro di controllo discese un'orribile cappa di silenzio. I
registratori! Se li era dimenticati. Con gesti rapidi accese i
videoregistratori di tutte le telecamere rimaste. E subito vide
che l'idea gli era venuta appena in tempo. Nell'aria, proprio
sopra la linea scura degli alberi nel settore otto, si scorgeva
qualcosa di incredibile.
Erano in due, ciascuno seduto in sella a un monorazzo.
Raggi di luce scaturivano dalle loro mani... luce oscura, spade
di cui soltanto il filo della lama balenava azzurrino, mentre
l'interno era più nero del cielo notturno. I raggi gemelli
saettavano in direzione del terreno. Tre lupi che s'erano fermati
a ringhiare la loro sfida agli inseguitori volanti furono
decapitati dai raggi neri, e poi colpiti ancora, smembrati in
un'orgia di sangue e fatti a pezzi.
Se non fosse stato per i monorazzi, Miles avrebbe pensato
che quella era un'invasione di alieni dallo spazio. Le due figure
girarono una intorno all'altra a impressionante velocità,
eseguendo un giro della morte come se fossero nati in sella a
quegli scooter volanti. Si ammazzeranno! Nessuno poteva
pilotare in coppia a quel modo, neppure gli acrobati che davano
spettacolo su monorazzi dello stesso genere a Pocono.
Fuori dall'edificio suonò un clacson e Miles balzò in piedi,
tremando convulsamente. La porta principale! Premette il
pulsante d'apertura e tre Sorveglianti con elmetti neri e dorati,
armati di esplosori a laser, avanzarono nella sala di controllo.
— Ufficiale Salikoff, Stazione Cinque — si presentò uno di
essi, accigliato. — Allora, qual è il guaio?
Ammutolito, Miles riuscì soltanto a indicare la mappa a
griglia.
— Parla, ragazzo! Abbiamo sentito delle esplosioni. Cosa
accidenti sta succedendo, là fuori?
Le parole gli uscirono di bocca in un balbettio dapprima a
stento comprensibile. Vide gli altri due guardiani scambiarsi un
sogghigno poco convinto quando parlò dei due bombardatori
folli a bordo dei monorazzi. Salikoff ascoltò con aria grave, lo
scrutò a occhi socchiusi per un lungo momento e poi si volse ai
suoi uomini. — Karousis, informa la centrale. Chiedi che
mandino qui tutti gli agenti disponibili. E digli che voglio
qualcuno con armi pesanti, magari un paio di lanciamissili.
Uno degli uomini uscì in fretta. Salikoff si girò a guardare la
mappa grigliata, e il terzo Sorvegliante mandò un fischio fra i
denti. — Dannazione, credo che il ragazzo abbia ragione.
Dovrebbero esserci molte più luci sul territorio. Sembra quasi
che...
Un'esplosione scosse l'edificio. Davanti alla porta
grandinarono dei rottami.
— Cristo! — gridò Salikoff, indicando all'esterno. — La
nostra auto è stata colpita!
Entrambi i Sorveglianti corsero all'uscita. Salikoff ci arrivò
per primo, ma sulla soglia si arrestò con un grugnito rauco. Poi
si volse lentamente, con uno sforzo. Il suo petto era spaccato in
due dal collo alla cintura. Un fiume di sangue gli ruscellava giù
lungo le gambe. Quando si afflosciò al suolo un pezzo di carne
rimbalzò fuori dall'orrenda ferita. Miles non aveva mai visto un
morto. I suoi occhi vacui rimasero fissi sul cadavere del
Sorvegliante.
L'altro uomo era indietreggiato in fretta, e corse a battere una
richiesta di soccorso sulla tastiera del videotelefono. Si volse
un attimo. — Ragazzo, voglio che tu...
Un'altra esplosione scardinò del tutto il battente della porta,
che volò all'interno fracassando alcuni monitor. Il Sorvegliante
gettò al riparo Miles con uno spintone e cominciò a sparare a
raffica verso le tenebre. Un sottile raggio di luce nera apparve
da dietro il montante della porta, s'incurvò pigramente nell'aria
e saettò nella stanza.
Per qualche istante a Miles sembrò che non fosse accaduto
altro. Poi il Sorvegliante lasciò cadere la pistola e si piegò in
avanti. C'era un foro fumante nel suo casco, là dove il raggio
era uscito dopo avergli attraversato la testa.
Miles rotolò via contro la base della consolle. Un'ombra nera
stava avanzando nel breve corridoio. La figura si mosse in
avanti con strani passi distorti, come il personaggio di un
balletto comico che in un'occasione diversa avrebbe anche
potuto far ridere. Miles riuscì soltanto a emettere un debole
grido.
La figura era vestita completamente di nero: un'uniforme di
pelle liscia, guanti e stivali, e la testa chiusa in un casco dal
visore opacizzato. Nella mano sinistra aveva una pistola a raggi
esplosivi, nella destra un oggetto rotondo fornito di una breve
sporgenza cilindrica.
— Stai registrando? — sibilò con voce da incubo.
La figura torreggiava su di lui. Vagamente Miles si accorse
di aver annuito. Poi cominciò a gemere, incapace di trattenersi.
— Cielo, non possiamo permetterlo, questo. Proprio no.
Invisibili ondate d'energia scaturirono dalla pistola a raggi.
Il monitor della mappa grigliata esplose in schegge. La canna
dell'arma si abbassò verso Miles. Lui si coprì la testa con le
braccia, urlando di terrore. Fuochi pirotecnici di scintille gli
piovvero addosso quando la consolle sopra di lui fu colpita.
Alcuni frammenti di metallo arroventato gli ustionarono le
braccia nude. Non se ne accorse neppure.
Con occhi opachi come pezzi di vetro Miles guardò la pistola
che il demone nero gli puntava addosso. Ma l'arma non sparò.
Da sotto il casco provenne una risatina strana, malata. —
Cielo! È stata una serata proprio interessante, da queste parti.
Eh?
La figura si volse in fretta, attraversò la sala e scomparve
nella notte esterna. Miles chiuse gli occhi e desiderò che
quell'orribile gemito acuto smettesse di uscirgli dalla bocca.
8

Alle due di mattina Haddad interruppe il sonno senza sogni


di Rome per informarlo che il Paratwa aveva colpito ancora.
Lui gli accennò di aspettare e passò la linea al telefono dello
studio, sperando di poter scendere dal letto senza svegliare
Angela. Il suo tentativo fu inutile. La moglie andò in cucina a
preparargli qualcosa da mettere nello stomaco, e lui ascoltò il
capo della Sicurezza riferire gli scarsi particolari noti della
tragedia accaduta su California Settentrionale.
Una rapida doccia, due pasticche di euforizzanti, una breve
corsa in auto e alle due e tre quarti Rome era alla sede
principale della E-Tech. Trascorse le cinque ore successive
negli archivi.
Begelman, anche lui tirato giù dal letto in piena notte, era più
attivo che mai e passava da un terminale all'altro, analizzando
dati da venti archivi storici contemporaneamente. Pasha
Haddad sembrava immobile come una roccia al suo confronto,
anche se in realtà usava la stessa calma energia delle ore
diurne. Nessuno dei due aveva l'aria d'essere a corto di sonno, e
questo, malgrado le pillole euforizzanti, era più di quanto
Rome poteva dire di sé.
Per l'ora in cui gli specchi solari cominciarono a illuminare
l'interno di Irrya, i tre uomini erano sicuri di aver capito perché
il Paratwa aveva attaccato la Riserva. I testi storici erano fin
troppo chiari sul significato del verbo «macellare» riferito ad
essi. Quelle creature avevano la necessità di scatenarsi ogni
tanto in un'esplosione di violenza. Sembrava che per l'accaduto
non ci fosse nessun'altra spiegazione.
Il consigliere Artwhiler, tuttavia, aveva una teoria personale
sul motivo che aveva spinto il Paratwa a massacrare gli
animali.
— Da bambini — affermò durante la breve conversazione
telefonica che ebbe prima delle otto con Rome, — a questi
uccisori non era concesso avere animali da compagnia. Perciò
il mostro si è liberato delle frustrazioni accumulate nell'infanzia
vendicandosi sulle bestie indifese di una Riserva. — Detto
questo, dichiarò che il Paratwa doveva essere un codardo, dal
momento che non aveva osato impegnare i Sorveglianti in un
combattimento faccia a faccia.
Artwhiler era un esperto nel provvedere frustrazioni agli
altri. Non solo rifiutò di comunicare alla E-Tech i particolari di
cui disponeva sulla tragedia, ma quando Rome disse che poteva
fargli avere i dati storici reperiti da Begelman e Haddad negli
archivi, lui declinò l'offerta senza neppure un «grazie».
A peggiorare le cose, l'esistenza del Paratwa era adesso di
pubblico dominio. Un paio di emittenti libere erano andate a
intervistare lo spaventatissimo guardiano della Riserva prima
che i Sorveglianti si organizzassero abbastanza da isolare
l'accesso alla zona. Alle nove di quel lunedì mattina la storia fu
divulgata da tutte le trasmittenti delle Colonie. I notiziari la
definirono la più clamorosa da quando il cilindro di Metro
Germania era stato parzialmente distrutto da un'esplosione,
sessant'anni prima.
La capsula di stasi MH-785462 arrivò al quartier generale
della E-Tech poco prima delle dieci. Rome non aveva più il
minimo dubbio che risvegliando quel dormiente all'insaputa di
Artwhiler stavano facendo la cosa giusta.
Il responsabile del reparto stasi si volse verso di lui. —
Signore, la capsula è a temperatura ambiente. Siamo pronti a
cominciare.
Rome e Haddad erano seduti alle spalle dei tecnici, in una
delle camere di risveglio. Begelman era tornato a cercare dati
in archivio.
Al di là di una parete di vetro c'era il locale refrigerato dove
la capsula, un grosso ovoide di plastica bianca, poggiava sui
suoi supporti metallici. Il ghiaccio s'era sciolto, colando via
lungo le scanalature del pavimento. I test preliminari avevano
dato risultati positivi. Benché non si fosse reperita nessuna
notizia d'archivio su quella capsula particolare - circostanza
tutt'altro che insolita - una volta sciolto il ghiaccio era stata
trovata un'etichetta sul bozzolo esterno.
In base alle informazioni stampate su di essa, la capsula
conteneva un individuo di nome Austin Rudolph, di
professione consigliere finanziario nel reparto legale della E-
Tech. Era stato messo a dormire nel 2097, due anni prima
dell'Apocalisse. La data di nascita diceva che all'epoca del
congelamento aveva sessant'anni.
«Consigliere finanziario» era una delle professioni che il
Consiglio di Irrya considerava ormai troppo datate. Per inserire
Austin Rudolph nel mondo del ventiquattresimo secolo sarebbe
occorso un riaddestramento completo, e inoltre era prossimo
all'età della pensione, il che significava che il suo risveglio non
avrebbe mai avuto un qualche genere di priorità.
Rome sospettava che le informazioni dell'etichetta fossero
false, artefatte allo scopo d'impedire che qualcuno fosse mai
desideroso di risvegliare Austin Rudolph, o chiunque altro vi
fosse lì dentro.
Il capotecnico azionò le apparecchiature. Un circolo di lame
rotanti scese dal soffitto della camera refrigerata e incise la
circonferenza dell'ovoide. Entrarono in funzione alcune pompe.
Lo strato di tessuto organico fu attaccato da forti getti d'acqua e
schizzò da tutte le parti.
La membrana fu rimossa da due braccia meccaniche e venne
allo scoperto il contenitore interno. I tecnici fecero poi
sollevare il manipolatore e riempirono il locale di gas astatico.
Una spessa nuvola di fumo verde si levò dalla capsula, mentre
il potente gas reagiva chimicamente col materiale della
membrana interna. Rome attese con impazienza, ascoltando i
membri della squadra che si comunicavano l'un l'altro le
indicazioni dei loro strumenti. Infine furono accesi i ventilatori,
e il fumo e il gas vennero aspirati via dalla camera refrigerata.
Mentre i presenti guardavano il contenuto della capsula, a
Rome venne in mente un proverbio di molti secoli addietro.
Qualcosa sul fatto di combattere il fuoco col fuoco.
Austin Rudolph non era un uomo.
Era due uomini.

Gillian si svegliò con una terribile sensazione di freddo. Non


riusciva a muoversi. Gli sembrava d'essere a galla in un mare di
ghiaccio, alla deriva fra gli iceberg.
Da quelle onde immaginarie si sollevò una visione: un
fulgido sole pomeridiano sopra una distesa di grandi alberi, e
poi una stanza esagonale colma di luce dorata.
Un muscolo della sua gamba sinistra si contrasse con
violenza, e l'immagine di sogno lasciò il posto al dolore.
Dolore.
La sua coscienza si dilatò. Frammenti di ricordi rotearono. Il
sistema corticale e neurale tornava in funzione dopo anni di
coma. L'emisfero destro e il sinistro stavano combattendo una
battaglia chimica per il predominio. Trascorse un
incommensurabile istante e quindi il flusso catartico lo
attanagliò, percorrendo ogni muscolo del suo corpo nudo.
Gillian si inarcò, scosso da tremiti, e gemette nell'agonia del
ritorno dalla stasi.
— Come la buttiamo? — chiese il piccoletto.
La camera era ammobiliata appena con quattro sedie, un
tavolino, una consolle di comunicazione e il carrello medico
fermo fra i letti dei due Risvegliati. Entrambi avevano tubetti
per la nutrizione endovenosa fissati alle braccia, ma era
soltanto una precauzione in più. I medici avevano già
dichiarato che l'individuo biondo di piccola statura e il suo
robusto compagno dai capelli neri erano in condizioni
eccellenti, e non presentavano nessuno degli effetti collaterali
che talvolta intervenivano al momento del risveglio.
Rome e Pasha Haddad s'erano seduti dietro al tavolino.
Benché nella stanza non ci fossero che loro, altri stavano
osservando attraverso un paio di microcamere. Haddad non
voleva correre rischi; fuori dalla porta era in attesa una squadra
di uomini armati. Una delle più sgradevoli caratteristiche dei
gemellari intercollegati era l'impossibilità della scienza medica
di distinguere ognuna delle due metà della creatura da un
normale essere umano. A parte una completa autopsia, Rome
non aveva modo di sapere se di fronte a lui c'erano due uomini
oppure un Paratwa.
I soggetti messi sotto stasi erano sempre nudi, e nello spazio
libero della capsula non erano stati trovati abiti né oggetti
personali. Gli infermieri li avevano vestiti con semplici pigiami
di cotone sintetico.
Il piccoletto mordicchiò il colletto dell'indumento, rivolse a
Pasha Haddad un grugnito interrogativo, e non avendo risposta
si girò a guardare il compagno. Scrollò le spalle magre, poi la
sua bocca si contorse in un sorriso.
Allora, come la buttiamo? — ripeté.
Rome non capì la domanda. Ma il tono poteva far pensare
che fosse una specie di saluto, così disse: — Io sono Rome
Franco, e questo è Pasha Haddad.
La procedura standard con i Risvegliati era di lasciare a loro
l'iniziativa: dire il meno possibile e obbligarli a esplorare per
conto proprio il nuovo ambiente. La prima impressione di
Rome fu comunque che con quei due lo shock culturale non
sarebbe stato un problema.
Il piccoletto si passò una mano fra i capelli biondi ed emise
un mugolio soddisfatto. Il suo volto era dominato dalla bocca,
larga e sensuale. Negli occhi, azzurri, brillava quella che
poteva essere una sensazione di compiaciuto benessere.
— Io mi chiamo Nick. Questo pezzo di marcantonio è il mio
amico Gillian.
— Avrete anche un cognome, immagino — disse Haddad.
Il piccoletto sogghignò. — Che ne dice di Smith e Jones?
Haddad inarcò freddamente un sopracciglio.
Nick alzò una mano sottile. — Ehi, amico... stavo
scherzando! Ma non abbiamo cognomi; ne facciamo a meno da
un sacco di tempo, sul serio. Io non riesco neanche a ricordare
il mio.
Da oltre il tavolino Rome lo studiò, cercando d'immaginare
la sua età. Il piccoletto era sulla quarantina o poco più. L'altro,
Gillian, sembrava più giovane, ma Rome non avrebbe saputo
dire di quanto. Aveva una faccia senza età, matura ma con
qualcosa di perennemente giovanile. Avrebbe potuto essere
vicino ai trent'anni, ma probabilmente il suo aspetto sarebbe
stato lo stesso anche a cinquanta.
Gillian li guardava e basta, limitandosi a constatare la
presenza dei due sconosciuti vestiti in foggia insolita. Quello
che s'era presentato come Rome Franco aveva un volto
amichevole, ma cauto. L'altro, Pasha Haddad, era un tipo che
capiva la violenza.
— In che anno siamo, gente? — chiese Nick.
— Nel 2307 — rispose Rome.
— Oh, merda! — esclamò lui. — È stato un pisolino
dannatamente lungo, eh, Gillian?
Il compagno non reagì. Scrutandolo, Rome incontrò lo
sguardo di due occhi grigi abbastanza illeggibili. Angela lo
avrebbe considerato piuttosto attraente. I suoi capelli erano
nerissimi, corti ai Iati e più lunghi sulla nuca. Era alto quasi
due metri e relativamente snello, ma con una muscolatura
senza dubbio molto forte.
Nick si sfregò le mani. — Be', suppongo che non siamo sulla
Terra. Dico bene?
Quella era l'osservazione che di solito distingueva i
Risvegliati adattabili da quelli proni allo shock culturale. Rome
non ebbe esitazioni a dire subito e chiaramente come stavano le
cose.
La Terra è inabitabile. Voi siete su Irrya, la capitale delle
Colonie orbitali. — Proseguì quindi ininterrottamente per
alcuni minuti, dando loro un breve resoconto della storia
umana dall'epoca dell'Apocalisse in poi.
Quando Rome tacque, il piccoletto fece un sospiro. — Non
mi sorprende. Già ai miei tempi la Terra se ne stava andando
all'inferno da un pezzo.
Haddad domandò: — Voi sapete chi è Austin Rudolph? Il
suo nome era sulla vostra capsula.
Nick si strinse nelle spalle. — Mai sentito nominare. Sarà
uno sbaglio di un qualche mezzemaniche.
Mezzemaniche, pensò Rome. Che razza di termine arcaico.
— Lei quando è nato, Nick?
— 1977, amico. — L'ometto si accorse del suo stupore e
alzò una mano. — Io sono stato uno dei primi a esser ficcato in
una capsula di stasi, nel 2010. Me ne tirarono fuori nel 2086,
come avevo chiesto. E seppi di aver fatto uno sbaglio
maledetto, gente. Credevo che quello del 2010 fosse un mondo
pazzo, ma ancora non avevo visto il 2086. Quello sì che era
pazzo sul serio, amico!
— Non avevo mai sentito di due persone messe nella stessa
capsula — commentò Haddad.
Nick agitò le mani, come se il ricordo lo esasperasse. — Già,
una situazione dannata. Siamo stati sbattuti dentro nel 2097,
quando ormai ne avevamo piene le scatole di tutto quel caos.
Ma ci dissero che in quel periodo erano a corto di capsule; così,
visto che io non occupo molto posto... be', a volte è più
economico dividere lo stesso letto, no? — E sorrise
ampiamente.
— Chi vi ha messo in stasi? — chiese Rome. Sentiva che
quel tipo stava mentendo, o diceva soltanto mezze verità.
— La E-Tech — disse Nick. — A quell'epoca ci capitava di
fare qualche lavoretto per loro, di tanto in tanto.
— Che genere di lavoro? — lo interrogò Haddad.
— Oh, cosette di vario genere.
— Non può essere più preciso?
— Amico, io sono nato in un quartiere dove bisognava
imparare a tenere il becco chiuso. Tempi duri, sa? Diciamo che
uno deve pur lavorare per vivere.
— Non è il caso di essere reticente — replicò Haddad.
— No? — Nick annuì. — Be', lasci che le dica come la
penso, amico. Lei è molto simpatico ma, a esser franchi, perché
non dovrei farmi un paio di domande sulla situazione? Guardi
le cose dal mio punto di vista. Non capita tutti i giorni di essere
tolti dalla stasi, e così per me è strano trovarmi in un posto che
non conosco, con due persone che non conosco e che mi fanno
domande. Magari voialtri, gente, non siete neanche umani.
Magari la Terra non è affatto inabitabile, e voialtri siete alieni
venuti da un'altra galassia in cerca di informazioni per poter
invadere il pianeta. O magari siete nati anche voi alla periferia
di Los Angeles e allora andremo a farci una birra insieme.
Rome sorrise. — Credo di capire la sua posizione. Ma anche
lei deve capire la nostra. — Fece una pausa. — Forse voi non
siete affatto due uomini. Forse siete uno solo.
Gillian stava analizzando il loro atteggiamento. L'uomo di
nome Franco aveva parlato con calma forzata. L'altro, Haddad,
si era visibilmente irrigidito, come preparandosi a estrarre
un'arma.
Nick ridacchiò. — Be', io so di non essere un Paratwa. E
Gillian può dirvi esattamente la stessa cosa. Che ci crediate o
no. Ma voialtri, piuttosto? Forse ci siamo svegliati in una
galassia piena di Paratwa, e voi ci state prendendo per il
bavero, eh?
C'era qualcosa di stranamente autentico in Nick. D'impulso
Rome decise di fidarsi di lui.
— Io sono il direttore della E-Tech. Pasha Haddad è il capo
della nostra Sicurezza. Ci troviamo alle prese con un uccisore
Paratwa a piede libero, e il nostro archivio ci ha suggerito
soltanto di aprire una capsula. Dentro c'eravate voi.
— Guarda, guarda! — ridacchiò il piccoletto. — Questo
sembra uno dei lavoretti che... ci capitava di fare, dalle nostre
parti. Tu che ne pensi, Gillian?
Gillian non aprì bocca.
— La nostra paga, però — continuò Nick, — non sono pochi
spiccioli, per un lavoro così. Nel 2097 la faccenda era pagata
con la stessa tariffa giornaliera di un professionista di grado 9-
7. Tenendo conto ovviamente dell'inflazione, e degli interessi
passivi, fra il momento della firma del contratto e quello della
riscossione. Si deve poi includere una clausola per le
percentuali extra, a seconda del tipo di uccisore con cui avremo
a che fare. Inoltre va stabilito un premio per ogni giorno di
anticipo su quello entro cui noi ci impegnamo a risolvere il
problema.
— Nient'altro? — chiese seccamente Rome.
— Be', a me piace la compagnia femminile... ma su questo
possiamo accordarci in seguito. — Nick sogghignò.
— Forse, invece — disse Pasha Haddad, — potremmo
rimettervi in una capsula e considerare il vostro risveglio un
errore.
Nick scrollò le spalle. — E forse potremmo essere noi a
decidere che i vostri guai non ci interessano, e pretendere
legalmente di essere rimessi in stasi.
— Legalmente non siete in posizione da poter pretendere
niente — lo avvertì Haddad.
— Può darsi. Però poi voialtri non saprete cosa accidenti fare
con quel Paratwa. E scommetto che è una dannata carogna, uh?
Rome gli spiegò la situazione. Quando ebbe finito, Nick si
grattò il mento con espressione pensosa.
— Un Termi, eh?
— Scusi? — disse Rome.
— Un Termi. Un uccisore prodotto ai Laboratori Terminus
— spiegò il piccoletto. — È così che li chiamavamo. Che ne
pensi, Gillian? Ti pare che potremmo aiutare questa gente a
togliersi dai guai?
Un filo d'emozione filtrò in Gillian. Un vago piacere, mentre
nella sua memoria tornavano i ritmi e le sensazioni della
caccia.
— Credo che ci metteremo d'accordo — concluse Nick,
benché il compagno non gli avesse dato risposta.
— Cos'è, di preciso, che voi due potete fare? — domandò
Rome a bassa voce. Stava cominciando a credere che Gillian
avesse qualcosa di strano. Quegli occhi grigi gli sembravano
privi d'emozione. Non aveva ancora scartato l'ipotesi che i due
fossero un Paratwa.
Nick era in vena di scherzare. — Be', faremo fuori il cattivo,
gente! Sfideremo quel Termi a uscire in strada e poi lasceremo
cantare le pistole. Chi primo estrae, primo spara. Voi tenete le
pupe dentro il saloon. Non vi chiedo altro.
Pasha Haddad sollevò un sopracciglio. — Sta dicendo che
voi date la caccia a quelle creature... per denaro?
— Lei ha afferrato il nocciolo della cosa — disse
allegramente Nick.
— E cosa vi rende così sicuri di riuscirci? — volle sapere
Rome.
— Perché l'abbiamo già fatto altre volte, ecco perché.
Avremo bisogno della vostra collaborazione, naturalmente.
Dovremo mettere insieme una squadra. Ci servirà l'accesso ai
computer tattici, e un posto per l'addestramento. Inutile dire
che occorreranno le armi migliori di cui disponete.
— Questo significa le vostre falci Cohe? — chiese Haddad.
Nick sogghignò. — Dico, lei è un tantino sospettoso, eh?
Ora ve lo spiego un'altra volta: io sono Nick e questo è
Gillian. Siamo in due. Ci conti bene, se ha dei dubbi. Uno lì e
uno qui... separati. Ma uguali. Adesso Gillian è ancora un po' in
tilt, ma si riavrà presto. Circa la sua domanda: io non ho la
minima idea di come si adopera una falce Cohe...
probabilmente, se stringessi quel dannato uovo, mi mozzerei
subito via la parte del corpo a cui tengo di più fin da quando
avevo undici anni. Gillian, invece... sì, lui sa usare una falce
Cohe. E dovrà averne una.
— Sono assolutamente fuori legge — lo informò Haddad.
— Suppongo che dovrete fare un'eccezione.
Rome annuì lentamente. Quando avevano aperto quella
capsula non sapeva esattamente cosa aspettarsi, ma aveva
avuto una premonizione. Anche se gli archivi non contenevano
nulla sull'argomento, durante quei duecento anni c'erano state
storie e dicerie... voci, per quanto vaghe, di squadre che la E-
Tech aveva addestrato in segreto per rintracciare ed eliminare i
Paratwa.
— Ci sono alcune complicazioni — si decise a dire, e riferì
che il Consiglio aveva affidato ufficialmente l'indagine ad
Artwhiler, con tutti gli obblighi e i pericoli che ciò poteva
significare per la E-Tech. Poi spiegò che a paragone della Terra
da loro conosciuta quella delle Colonie era una società pacifica,
dove la gente aveva dimenticato la violenza. E nel dirlo sentì
riaffiorare i dubbi che gli tormentavano l'animo.
Mi sento come un antico «credente» che consideri i vantaggi
di un patto col diavolo. Forse abbiamo reagito agli avvenimenti
in modo irrazionale, eccessivo. Dopotutto c'è un solo uccisore
in oltre duecento Colonie. Nonostante la sua abilità è una
creatura di carne e sangue. Può essere uccisa... forse anche
catturata. Forse il Consiglio e Artwhiler hanno valutato la
situazione più giustamente, e la E-Tech si è fatta travolgere da
un panico assurdo.
Nick spazzò via i suoi dubbi. — Dovete prepararvi a vedere
molte altre uccisioni. In media a noi occorre circa un mese per
completare una missione di ricerca-eliminazione. E questo in
condizioni più favorevoli delle attuali... non eravamo costretti
ad addestrare una squadra di inesperti, e l'organizzazione di
appoggio era già pronta su tutto il territorio. In un mese, anche
un Termi può ammazzare un'impressionante quantità di
persone.
«Ma per quanto riguarda l'illegalità dell'operazione, per noi
non c'è problema. Il nostro è un lavoro che va fatto in segreto.
Rome guardò Haddad e vide che non era per niente
soddisfatto. Sapeva di aver scritto sulla faccia lo stesso
dilemma. Questi due sono mercenari, assassini a pagamento.
E io li sto assoldando. Qualche giorno prima gli sarebbe
sembrato impossibile, o comunque assai poco degno di lode.
Ma adesso... Scosse il capo. È così che comincia? Violenza per
fermare la violenza, e all'inferno tutta la morale della società?
È davvero tanto facile ricadere al livello dei comportamenti
preapocalittici?
La fermezza di propositi ha un'origine?
Gillian vide quelle ombre scorrere nello sguardo di Rome.
Le capiva. La sua voce, inutilizzata da così tanto tempo, suonò
un po' strana anche a lui.
— L'uomo che non ha paura di se stesso ha perso di vista i
confini della sua umanità.
Rome aggrottò le sopracciglia, fissando con stupore gli occhi
grigi di Gillian. Scambiando il suo mutismo per quello di una
mente grossolana lo aveva assai mal giudicato. Dietro il
silenzio di lui c'era un'acuta sensibilità.
Nick sorrise e allungò una mano verso il compagno,
dandogli un affettuoso colpetto su un braccio. — Ora che ci
siamo tutti, che ne dite di qualcosa da mangiare? Dopo
duecento anni di digiuno io voglio rimettermi in pari!
9

— Jerem, svegliati.
Paula scosse una spalla del figlio. Lui emise un borbottio e
socchiuse gli occhi. — Che ore sono? — mugolò.
— Quasi le undici. Abbiamo dormito fino a tardi. — Non
senza ragione, pensò. Avevano entrambi molto bisogno di
riposo.
— Io voglio dormire ancora. — Jerem si girò bocconi e ficcò
la testa sotto il cuscino. Lei si chinò a dargli una sculacciata.
— Alzati, avanti. Non possiamo stare qui per sempre.
— E a scuola?
— Ti stai prendendo un po' di vacanza.
— Resterò indietro con le lezioni di scienze naturali —
brontolò lui. — E questa settimana nell'ora di ginnastica la mia
classe va a fare caduta libera!
— Mi spiace. — Paula conosceva quell'umore e sapeva che
Jerem era in vena di discutere. Lei no. — Hai cinque minuti per
vestirti. Io vado in negozio con Moat, adesso.
Il commercio di oggetti antichi di Moat Piloski aveva sede
alla periferia di New Armstrong, in uno dei quartieri più
decrepiti. Moat piangeva miseria con tutti, benché Paula avesse
visto le foto delle sue tre case e dello chalet che possedeva in
una stazione invernale di Pocono, presso una pista da sci. Non
si poteva negare che quel negozio non incassava molto, almeno
dalle vendite che avvenivano nella parte anteriore. Le stanze
sul retro, in una delle quali lei e Jerem avevano dormito, erano
però riservate a quelli che Moat chiamava «gli affari fra
amici». L'uomo era uno dei più attivi ricettatori del mercato
nero intercoloniale, e riforniva buona parte dei commercianti di
Lamalan.
Nel corso degli anni Paula gli aveva mandato ricchi clienti
che lei non se la sentiva di accontentare, e Moat le aveva detto
più volte di non esitare a rivolgersi a lui se avesse avuto
bisogno di un favore. Il giorno prima, dopo la fuga dal
terminal, lei e Jerem erano venuti direttamente lì. Moat li aveva
accolti senza problemi, dicendosi disposto a ospitarli finché
avessero voluto.
Paula passò nel negozio, stringendo le palpebre nella luce
che entrava da una finestra nel soffitto. Sulla parete frontale
non c'erano vetrine; soltanto un finestrino nella metà superiore
della robusta porta di legno consentiva di guardare in strada.
In piedi dietro un bancone di cristallo, Moat era occupato a
contrattare con una donna anziana. La cliente voleva vendergli
un antico forno a microonde, e in quel momento stava
spiegando perché uno sventurato contrattempo la costringeva a
disfarsene per la somma di appena 65 byte. Con la sua voce
bassa e rauca Moat si diede del pazzo perché perdeva tempo
con una persona venuta lì solo per insultarlo. Disse che forse da
lì a dieci anni avrebbe potuto rivendere quel forno a 35 byte,
dopo averlo riparato, e che quella era la sua ultima offerta. La
donna imprecò oscenamente, giurò che il giorno prima avrebbe
potuto vendere l'oggetto a 100 byte e poi si disse disposta a
concludere per 60. Moat rise, scosse il capo, affermò che per
quel genere di articoli non c'era richiesta e la consigliò
caldamente di tenerselo. La cliente lo avvertì di non prenderla
per il naso.
Occorsero cinque minuti di contrattazione accanita, nella
quale volarono le parole «ladro» e «vecchia pazza», prima che
la donna scendesse a 55 byte. Moat alzò la sua offerta a 40.
Infine, ringhiando e borbottando, si trovarono d'accordo per 45
byte. La cliente contò due volte le banconote, strinse
svogliatamente la mano al commerciante e uscì in fretta. Lui
prese il forno a microonde e lo depose su una pila di
elettrodomestici, in un angolo.
Moat amava vestire in modo eccentrico. Quel giorno portava
calzoni di seta azzurra e una camicia color banana a pallini
rossi. Ciuffi di capelli grigi gli ricadevano fin sulle
sopracciglia. La barba, anch'essa grigia, era più lunga a destra
che a sinistra. Aveva i fianchi di un ippopotamo e le caviglie di
una gazzella.
Quando si volse a Paula le sue spesse labbra si torsero in un
sogghigno. — Mi piace contrattare con le vecchie signore. Non
di rado mi ricordano la mia povera cara moglie, ora in pace nel
verde paradiso della Fede. Anche lei era una vera arpia quando
discutevamo di soldi. Allora, come andiamo?
— Apprezzo molto che tu ci ospiti qui, Moat.
— Ehi, non fare complimenti con me. Tu e il ragazzo potete
abitare nel retro finché vi pare, lo sai. — Sbatté le palpebre. Si
passò una mano sull'addome rigonfio. — Se poi ti va di stare
più comoda, la sera, puoi sempre venire in camera mia a bere
qualcosa.
Paula aveva un repertorio di risposte mordaci per circostanze
di quel genere, ma accorgendosi che Jerem stava uscendo dal
retro si trattenne. — Se la memoria non m'inganna, Moat,
l'ultima volta che sono stata qui c'era una ragazzina... e dico
ragazzina perché forse i dodici anni li aveva passati. Io sono
troppo vecchia per un tipo come te, credimi.
Moat rise e annuì; d'un tratto schioccò le dita. — Ostia della
Fede! Quasi mi dimenticavo... voi avete dormito finora. Non
hai sentito l'ultimo notiziario.
— Cos'è successo?
— Quel Paratwa amico tuo. Ieri sera è piombato in uno zoo
di Cal Set. Il bastardo ha fatto strage degli animali, e poi ha
ammazzato tre Sorveglianti che cercavano di fermarlo.
Moat aggiunse altri particolari. Paula rivide Sorriso Cordiale
e Occhi Tristi fermi con aria casuale sotto la sua veranda, e
sentì zampe d'insetto correrle sulla colonna vertebrale.
Jerem s'era accigliato. Poi s'illuminò in viso. — Questo vuol
dire che possiamo tornare a casa?
Moat ridacchiò. — Penso che non ci vorrà molto, ragazzo.
Questa faccenda su Cal Set ha acceso il fuoco sotto il sedere ai
Sorveglianti di Arty. E tu conosci i Sorveglianti. Ce ne sarà un
milione in giro, ma se fai un graffio a uno di loro si mettono a
gridare tutti quanti che sta scoppiando la guerra. Adesso, con
quel Paratwa che ne ha fatti fuori tre, si spareranno come
missili per tutto lo spazio finché non l'avranno trovato.
— Spero che lo uccidano — disse Jerem.
— Da quanto ne so, sembra che questo sia l'unico modo di
fermare quei dannati. I Paratwa non sanno cosa voglia dire
arrendersi.
Jerem saltò a sedere sul bancone. — Secondo lei, quanto ci
vorrà prima che i Sorveglianti lo uccidano?
Moat si grattò la barba. — Non credo che possano metterci
troppo tempo. Diavolo, ragazzo, probabilmente potrai
tornartene a scuola la settimana prossima.
Paula li guardò accigliata. Non voleva che il mercante desse
a Jerem delle false speranze. Moat non aveva visto quella
creatura, non aveva sentito il terrore nelle viscere. Lei sapeva
che c'era qualcosa di terribile in Sorriso Cordiale e Occhi
Tristi, come se fossero così sicuri di sé che la possibilità
d'essere sconfitti non li sfiorava neppure.
Non lo sfiorava, si corresse. Quei due erano un solo essere.
Era difficile non pensare a lui come a una coppia.
Suonò un carillon. La porta di strada si aprì, e due uomini
entrarono nel negozio. Jerem tacque. Nonostante il sorriso e il
saluto formale, Moat si spostò dietro il banco e lasciò
penzolare una mano accanto al ripiano nascosto dove teneva
una pistola a raggi esplosivi.
Erano individui robusti, vestiti con dozzinali abiti scuri:
bluse di pelle scolorite e malconce, pantaloni spiegazzati,
stivali pieni di graffi. Appese a corte catenelle fissate alla
cintura portavano borsette odorose. Nel negozio di Moat si
sparse uno sgradevole tanfo di pesce morto.
Costeau.
Uno aveva capelli castani lunghi fino alle spalle e penetranti
occhi verdi. Paula l'avrebbe considerato attraente, se non
avesse avuto un pene scarlatto tatuato sulla guancia sinistra. Il
suo compare era un negro che portava bretelle fatte,
apparentemente, di ferro battuto. Fu quest'ultimo ad avvicinarsi
al bancone, fissando Moat negli occhi.
— O adoperi quella pistola, oppure tiri fuori le mani e le
appoggi qui sopra bene in vista — disse il pirata.
Moat ricambiò il suo sguardo senza batter ciglio. Per un
attimo Paula pensò che il mercante avrebbe estratto l'arma e
cominciato a sparare. Invece Moat sorrise e mise le mani sul
banco.
— Bene. Cosa posso fare per voi?
A rispondere fu il pirata con la guancia tatuata. — Tu niente.
— Si volse a Paula. — Sei tu quella che abita accanto alla casa
di Bob Max, vero?
Paula spalancò gli occhi. — Voi come... Io sapete? —
balbettò, sorpresa. E subito si pentì di quell'ammissione.
— Corre voce che conosci molti commercianti, da queste
parti. Siamo stati fortunati.
Lei ritrovò la voce. — Cosa volete?
Il pirata di pelle nera si accostò a Jerem. — Tu eri con tua
madre, sabato sera... quando Max è andato all'altro mondo?
Jerem annuì supinamente.
— Lo lasci stare! — sbottò Paula. — Se ha delle domande,
le faccia a me.
— È una cosa che riguarda il clan — disse Guancia Tatuata.
— Ora voi due verrete con noi.
— Loro non vanno da nessuna parte — disse Moat con
calma. Le sue mani erano sempre in vista, ma s'era irrigidito.
— Non è affar tuo, uomo — lo avvertì Bretelle di Ferro, il
negro, e fece per tirare Jerem giù dal banco.
Paula si aggrappò con tutto il suo peso a un polso del pirata e
lo costrinse a lasciare il figlio. La mano destra di Moat corse
allo scaffale nascosto. Alzò la pistola e la puntò addosso al
negro.
Nessuno dei due Costeau parve preoccuparsene
minimamente. Guancia Tatuata sorrise al mercante, e il rosso
pene che gli ornava la faccia si contorse in modo strano.
— Riconosci il nostro odore? — chiese, a bassa voce.
Gli occhi di Moat si strinsero. — No, e la prossima volta che
passate di qui siete pregati di lasciarlo fuori dalla porta.
Fu a Jerem che Guancia Tatuata si rivolse. — Tu non sai
niente dei clan, eh, ragazzo?
— No, signore.
— Allora devi sapere che ognuno ha il suo odore. Certa
gente è abbastanza in gamba da sentire la differenza fra gli
odori. Altri non hanno naso. Non saprebbero riconoscere la
differenza fra una medaglia e una cacca di piccione sulla
camicia. Credono d'essere furbi, ma non hanno naso. E questa
gente farebbe meglio a starsene fuori dalla giungla, prima che
un leone gli strappi via il loro stupido naso e se lo mangi.
— Un leone? — mormorò Moat. La sua pistola ebbe un
tremito. — Voi siete del clan Alexander?
Guancia Tatuata annuì.
— Cristo — borbottò Moat. Gettò a Paula uno sguardo
rammaricato e rimise la pistola sotto il bancone. — Mi
dispiace, Paula. Credo che tu e il ragazzo fareste meglio ad
andare con loro. — I suoi erano gli occhi di un uomo
spaventato.
— Noi non andiamo con nessuno! — esplose Paula. —
Jerem, esci di qui, corri!
Bretelle di Ferro afferrò Jerem per una spalla e con l'altra
mano gli diede uno schiaffetto su un braccio. Paula colse il
luccichio di un ago fra le sue grosse dita nere. Cercò di colpirlo
al polso, ma uno strattone all'indietro le impedì di arrivarci.
Guancia Tatuata era alle sue spalle. Ne sentì l'odore di pesce
marcio, così intenso da dare la nausea, mentre il fiato caldo di
lui le alitava su una guancia. Cominciò a gridare. Una mano
larga le coprì la bocca, e nello stesso momento un ago
acuminato la punse dietro il gomito destro.
Paula cercò di scalciare all'indietro per colpirlo alle caviglie,
ma lui girò una gamba intorno alle sue e la fece piegare contro
il bancone, immobilizzandola del tutto. Ormai incapace di
difendersi lei ansimò, preda di un caos di emozioni: paura per
Jerem, che si stava afflosciando fra le braccia del negro; rabbia
verso Moat, che s'era tirato indietro, stupore per ciò che
osavano quei Costeau in una Colonia civile. Poi l'ago drogato
fece il suo effetto e sentì che intorno a lei tutto diventava
nebbia.
10

Da: I Brividi, di Meridian.


Una volta diedi alla mia classe di umani più avanzata una
lezione sui processi motivazionali con cui i pre-Apocalittici
avevano arricchito l'arte della sostituzione psicofisica.
All'inizio dell'orario di quel mattino uno dei miei gemellari
entrò in classe e prese posto alla doppia cattedra. Da lì a poco i
ventotto umani seduti in semicerchio davanti a me
cominciarono a scambiarsi sussurri, evidentemente chiedendosi
dove fosse l'altro mio gemellare. Io soddisfeci la loro curiosità,
e spiegai in tono faceto che la mia metà migliore aveva una
lieve indisposizione fisica e avrebbe dovuto trascorrere la
giornata a letto. Gli umani risero. Mitigate così le loro paure,
cominciai con la lezione in programma, una conferenza sul
modo migliore in cui gli umani possono progettare e
intraprendere attività in una società dominata dai Paratwa.
Discussi il ruolo essenziale dei Paratwa e illustrai i vantaggi
di una società totalmente strutturata: niente guerre, niente
povertà, scarse differenze nei diritti degli individui, ampie
possibilità di soddisfazione personale, un'esistenza felice sia
per gli umani che per i Paratwa. La classe seguiva le mie
argomentazioni senza difficoltà; dopotutto, quelli erano gli
umani più intelligenti che avevamo. Generazioni di
allevamento e di istruzione in un ambiente controllato avevano
eliminato l'impulso alla ribellione. In effetti, la maggior parte
di quei particolari umani erano così intensamente fedeli a noi
che avrebbero riferito su ogni sintomo di slealtà fra i loro
compagni di classe.
Proprio in tal modo, anzi, avevamo saputo che uno dei
ventotto studenti era coinvolto in attività anti-Paratwa.
Proseguii la mia conferenza, sottolineando sempre più
l'importanza degli espedienti che i pre-Apocalittici, compresi i
Paratwa, avevano usato per raggiungere certi scopi.
— La sostituzione psicofisica — dissi con un sorriso, — era
uno dei più considerevoli ed efficaci metodi per l'avanzamento
sociale. Prima dell'Apocalisse l'arte della sostituzione era
diventata quasi una religione. Il procedimento richiedeva
l'applicazione di capacità e conoscenze ben sviluppate, ma il
suo successo era particolarmente stabile e durevole negli strati
superiori della società, dove le relazioni interpersonali erano
più orientate sullo scambio di dati che sui fattori emotivi-
sentimentali.
Uno degli studenti, un giovane maschio, alzò la mano. —
Signore, io ho letto dell'argomento sulla Storia Standard di
Merkhoffer, ma francamente non riesco ancora a capire come
mai queste incredibili sostituzioni non fossero scoperte.
Eccellente, pensai. Mi rivolsi al giovane.
— Una sostituzione psicofisica (il procedimento con cui si
uccide un individuo e si assume la sua identità) è molto più
facile È quel che potreste credere.
«Le fasi necessarie al buon completamento dell'operazione
sono tre. Prima: il sostituto deve aver accesso ai dati
computerizzati della vittima, ovvero alla sua documentazione,
al curriculum e alle notizie spicciole. In un'epoca basata
sull'informatica, come la seconda metà del ventunesimo secolo,
le reti di computer a estensione planetaria rendevano
abbastanza facile l'acquisizione di tali dati. Con un po' di
pratica e di perseveranza era possibile apprendere tutto il
necessario sulla vittima.
«Seconda: il sostituto dev'essere in grado di provvedere alle
alterazioni fisiche su se stesso. L'ideale era che il sostituto e la
vittima fossero fisicamente simili, ma, a parte una notevole
differenza nell'altezza, nel ventunesimo secolo c'era poco che
la chirurgia non fosse in grado di modificare. Era possibile
renderli identici anche nel caso che fossero stati di sesso
diverso. — Feci una pausa. — Naturalmente, questo richiedeva
una forte dose di determinazione.
Parecchi studenti risero.
— Parallelamente alle alterazioni chirurgiche, il sostituto
doveva pensare alla falsificazione di dati biologici, soprattutto
le onde cerebrali e lo schema bioritmico. Anche in ciò, nella
stessa epoca c'era un'intera scienza dedicata alla generazione di
falsi elementi fisiologici.
«La terza e ultima fase della sostituzione psicofisica era la
più difficile. Il sostituto, che ora era del tutto simile e in grado
di imitare perfettamente il soggetto prescelto, doveva ucciderlo
per liberarsi di lui. Era necessario eseguire l'omicidio in modo
che di esso non restassero prove né tracce. Un forte incendio,
con il completo incenerimento delle ossa e di eventuali protesi,
era il metodo preferito.
Sorrisi e passai a esemplificare. — Un bel giorno, un alto
dirigente di un'importante organizzazione esce di casa diretto in
ufficio. Lungo la strada è vittima di un agguato; viene ucciso e
il suo corpo è nascosto in attesa dell'eliminazione. Il sostituto
arriva in sede, saluta tutti proprio come ogni giorno e assume le
sue nuove responsabilità sociali.
«Naturalmente, egli deve aver già lavorato a un livello
inferiore della stessa organizzazione, e se ha compiuto bene i
preparativi saprà subito cosa fare e come farlo. La vita
familiare e sociale sarà per lui una sfida, a volte dura, ed è per
questo motivo che molti sostituti sceglievano vittime senza
figli, o non sposate.
Mi volsi di nuovo al giovane che aveva fatto la domanda. —
A meno che uno non compisse gravi errori durante le tre fasi
(assumendo informazioni imprecise sulla vittima,
sottoponendosi ad alterazioni chirurgiche dilettantesche,
rischiando d'essere visto o addirittura contrastato durante
l'azione eliminatoria) le probabilità di non essere mai scoperto
erano notevolmente elevate. E anche se qualcuno avesse
sviluppato un sospetto, gli sarebbe stato quasi impossibile
provare che era avvenuta una sostituzione.
«Se uno agisce come un'altra persona, egli è l'altra persona.
Il processo della sostituzione psicofisica funziona soprattutto
perché la gente è incapace di credere che il vicino o il collega
così ben conosciuto sia in realtà qualcun altro.
Indicai un uomo seduto in prima fila.
— Korasan, per favore, alzati.
L'uomo si alzò.
— Classe, se io vi dicessi che questo Korasan è il mio
gemellare, e che il vero Korasan è in attesa di essere giudicato
per attività anti-Paratwa, voi mi credereste?
Gli umani mormorarono fra loro, gettando a Korasan
occhiate incredule. Molti studenti scossero il capo.
Io risi, allora, e parlai dalla bocca di Korasan. — Be', fareste
meglio a crederci, perché è vero!
Nel mio gemellare Korasan mi portai accanto alla cattedra,
ed a beneficio di quei pochi studenti che avevano ancora dei
dubbi parlai in stereo, attraverso la bocca di entrambi i
gemellari.
— Come potete vedere, la sostituzione psicofisica non è
affatto difficile come molti di voi possono aver pensato. Io ho
sostituito Korasan negli ultimi tre giorni per scoprire quali altri
umani fossero suoi complici nel tradimento. Come risultato,
alcuni uomini del suo stesso dormitorio sono stati arrestati.
L'intera classe si alzò in piedi, ed io ricevetti un caloroso
applauso spontaneo.
11

Pasha Haddad aveva suggerito di separare i Risvegliati per


ricavare da loro più informazioni in minor tempo. Lui s'era
occupato di Gillian. Rome aveva così trascorso la giornata con
Nick a rimorchio. Dapprima la sua intenzione era stata di
dedicare all'ometto non più di un'ora, per poi passarlo a uno
degli assistenti di Haddad. Ma il pomeriggio se n'era andato in
fretta.
— Gli eccessi della tecnologia — disse Rome, — non furono
l'unico fattore che portò all'Apocalisse.
Nick scrollò le spalle magre. — No, naturalmente. Gli
eccessi tecnologici erano solo il sintomo più appariscente della
malattia. — Ebbe un sogghigno. — Il guaio fu che i dottori
vollero potenziare la tecnologia per rimediare ai suoi misfatti, il
che sarebbe come usare i sintomi per guarire la malattia.
Rome rise. Malgrado ogni suo tentativo di considerarlo con
occhio imparziale s'era accorto di provare una genuina
attrazione per quello strano piccolo uomo.
Nick sedeva a gambe accavallate dietro la scrivania di Rome,
lo sguardo fisso sul monitor. — La Gloria de la Ciencia, eh? —
commentò, accennando col capo allo schermo. — Così quei
bastardi sono sempre in giro.
— E molto più attivi che nella sua epoca.
L'illuminazione che Irrya aveva ricevuto fino a quell'ora
stava cominciando a cambiare. I prismi ottici a rotazione
automatica lasciavano passare una luce a lunghezza d'onda
maggiore, e gli impianti posti ai lati delle grandi strisce
interterritoriali di vetro emettevano nell'aria una nebulosità
artificiale, colorata, innocua per chi soffriva di difficoltà
cardiache o respiratorie.
Per quella sera era in programma un tramonto rosso, il
preferito di Rome. Era una delle poche cose che riuscivano a
rasserenarlo, toccando quella parte della sua mente dove
soltanto la musica o un panorama tranquillo avevano effetto.
Provava un disperato bisogno di rilassarsi un po'.
Nelle ultime tre ore Nick s'era raramente distratto dallo
schermo, spulciando l'archivio in cerca di notizie d'ogni genere.
L'ometto possedeva l'istinto dei «falchi dei computer», la
capacità di fiutare l'esistenza delle informazioni e di seguire
tracce e percorsi elettronici fino ad arrivare a scovarle.
Cancellò lo schermo e passò ad analizzare un'altra serie di
file. — Potrei sbagliarmi, ma ho idea che la E-Tech abbia
perduto molti appoggi, ultimamente.
— È vero — disse Rome. Non aggiunse che con
quell'osservazione mostrava di aver afferrato, in un solo
pomeriggio, ciò che i suoi stessi direttori di sezione ancora
stentavano a capire.
— La Gloria de la Ciencia... sembra che quei fanatici
abbiano allungato i tentacoli anche nelle alte sfere.
— Proprio così. La Gloria de la Ciencia dispone di molti voti
nel Senato di Irrya. Ha alle spalle gruppi industriali ambiziosi.
Nel Consiglio, i suoi obiettivi sono puntellati da Artwhiler e da
Lady Bonneville. — Fece un sospiro. — Alla prossima
elezione, fra tre anni, è probabile che La Gloria de la Ciencia
riesca a mettere un suo rappresentante effettivo nel Consiglio.
— Sembra incredibile, dopo ciò che ho visto accadere.
Rome annuì. Poi cercò di spiegarsi. — La nostra società è
cambiata. La gente è sempre meno soddisfatta della qualità
della vita nelle Colonie. Molti stanno cercando una via per
ritornare al passato. Sono convinti che le vecchie tecnologie
siano la risposta.
«Il mercato dell'antiquariato, ad esempio, in specie quello
degli utensili e delle apparecchiature domestiche, negli ultimi
trent'anni ha avuto una crescita straordinaria. La gente è
affascinata in modo irresistibile dai modelli di vita pre-
Apocalittici. C'è anche stato un risveglio dei sentimenti
religiosi... se vogliamo chiamarli tali. La più popolare religione
delle Colonie è oggi la Chiesa della Fede. Il suo punto di forza
sta nella promessa della salvezza eterna ad ogni fedele che
vorrà farsi seppellire sulla Terra.
— Un funerale alquanto costoso — commentò Nick.
— Può scommetterci. Ma la gente pensa che valga la pena di
pagare all'organizzazione È trasporti funebri della Chiesa
qualsiasi cifra, pur di riposare nel sacro suolo del pianeta.
Rome fece una pausa, poi continuò: — La crescente
insoddisfazione per la vita nelle Colonie... è un problema molto
complesso. La E-Tech cerca di attenuarne gli aspetti sociali,
ma a livello individuale... — Scosse il capo.
— Cosa serve all'uomo per essere felice, eh? — chiese Nick
con un sorrisetto. — Questo è un interrogativo molto antico.
— Non lo nego. Ma ciò che non capisco è perché la nostra
società stia andando in questa direzione. L'individuo medio, qui
nelle Colonie, gode di un livello di vita superiore a quello di
buona parte dei suoi antenati.
— Vogliono sempre qualcosa di più — annuì Nick, — forse
la natura dell'uomo è di rifiutare i limiti. Forse la razza umana
deve seguire questo suo istinto viscerale.
— L'ultima volta che la razza umana ha seguito i suoi istinti
viscerali, buona parte del pianeta è stata distrutta — disse
seccamente Rome. — L'autodisciplina deve esistere, e
purtroppo non la si può istillare al livello dell'individuo. Perciò
la E-Tech dev'essere presente per regolare la coscienza sociale.
Nick sorrise. — Sa una cosa, signor Franco? Lei è molto
simile ai suoi antichi predecessori. Credo che i fondatori della
E-Tech sarebbero compiaciuti di lei.
Rome si sentì toccato da quel complimento. All'esterno la
foschia artificiale arrivava fra i grattacieli di Irrya, che si
stavano velando di un'aura rosata.
Nick cambiò argomento. — I computer del vostro archivio...
il modo in cui hanno trovato me e Gillian. C'era un secondo
programma?
Rome guardava fuori dalla finestra. Haddad era per la
segretezza e aveva chiesto di non parlare di quel programma,
almeno finché non ne avessero saputo di più sui due
Risvegliati. Ma ormai lui sentiva di conoscere Nick. Quel suo
volto scarno ed espressivo rivelava con disarmante franchezza
ogni stato d'animo. Meritava fiducia.
Haddad avrebbe detto che quella era un'impressione
avventata. Rome però sbagliava di rado nel giudicare la gente.
Era una dote che lo aveva guidato in tutta la sua carriera nella
E-Tech. Angela lo avrebbe capito.
Nell'atmosfera si stavano addensando nuvole rossastre che
facevano spiccare i contorni scuri dei grattacieli.
— C'è un secondo programma — disse a bassa voce Rome.
— Non siamo ancora riusciti a capirlo. Il nostro esperto dice
che ci vorrebbero seicento anni per esaurirne i codici d'accesso.
Nick si prese un po' di tempo per riflettere. Quando rispose,
Rome captò una sfumatura di tristezza nel suo tono.
— Per favore, non dica a Gillian dell'esistenza del secondo
programma. E la prego di non chiedermi il perché.
Rome distolse lo sguardo dal tramonto, e gli parve di
cogliere una smorfia d'angoscia sul suo volto.
Lentamente, come se ogni parola uscisse da un sogno,
l'ometto mormorò: — Ai miei tempi, i dirigenti della E-Tech si
trovavano a fronteggiare problemi terribili. In fondo al cuore
sapevano che, qualunque cosa avessero fatto, la Terra era
condannata. Intorno a noi esplodeva la follia. Era un'epoca in
cui gli uomini più compassionevoli potevano esser costretti a
prendere, a sangue freddo, decisioni terribili. Facevano ciò che
era necessario perché la razza umana sopravvivesse.
«Le due grandi speranze erano le Colonie e le astronavi
stellari. Nel vostro archivio ho letto che i coloni del progetto
Verso le Stelle non ce l'hanno fatta. Questo è tragico. Io non so
molto dei particolari di quel progetto; la E-Tech vi era
coinvolta solo marginalmente. Ma conoscevo persone che
avevano lavorato per decenni allo studio e alla costruzione
delle astronavi. Sono morte ancora all'oscuro del destino che
attendeva quella flotta... e forse è meglio che non ne abbiano
saputo nulla.
«In quanto alla vita sulle Colonie... c'erano severi test da
superare, per chi era in grado di emigrare. La E-Tech fece il
possibile per accertarsi che nessun Paratwa lasciasse il pianeta.
Impossibile garantirlo del tutto, naturalmente. Alcuni uccisori
erano molto intelligenti e astuti... soprattutto gli Ash Ock.
— Questo faceva di loro i più terribili. Gli altri Paratwa
avevano ucciso e macellato, ma sotto il dominio degli Ash Ock
fu raggiunto il culmine della distruzione. Le loro capacità
mentali andavano oltre il limite umano del genio. E avevano il
potere di staccarsi... di funzionare come due esseri separati,
ciascuno indistinguibile anche psichicamente da un essere
umano. Gli Ash Ock, unici fra i Paratwa, avevano la capacità di
vivere in entrambi i mondi.
Rome tornò a volgersi alla finestra, la mente piena di
immagini che lui stesso non riusciva a completare e a capire.
Per lui gli Ash Ock erano ombre... parole lette in un file, in un
computer.
— Non sapevamo molto degli Ash Ock — proseguì Nick. —
I laboratori che li avevano creati erano stati distrutti, i loro
progettisti genetici erano morti. Si diceva che il Castello Reale,
così si chiamava quel gruppo, avesse ucciso molti dei suoi
creatori. Ma non ci sono le prove neppure di questo.
«Verso la fine, però, due degli Ash Ock furono uccisi.
Aristotele morì in un incendio, nel Sud Africa, mentre cercava
di corrompere o di sostituire il presidente di quella nazione.
Empedocle, il più giovane dei cinque, era ancora in
addestramento in un impianto degli Ash Ock sotto la foresta
pluviale brasiliana. La E-Tech fece saltare quella base e anche
lui ci lasciò la vita.
«Gli altri tre, Saffo, Teophrastus e Codrus, si pensa che siano
morti durante la famigerata pestilenza biologica del 2097. La
E-Tech non poté mai esserne certa. Tuttavia, viste le enormi
difficoltà iniziali delle Colonie, per non agitare le acque preferì
dichiarare ufficialmente che il Castello Reale era stato
distrutto.
Rome trasse un profondo respiro. — Sta dicendo che tre Ash
Ock potrebbero essere sopravvissuti?
— Sto dicendo che possono essere ancora vivi — precisò lui.
— E questo glielo dico perché lei è il direttore della E-Tech.
Deve rendersi conto che questa possibilità esiste.
Rome aveva un sapore amaro in bocca. — E i dirigenti della
sua epoca... si sono arrogati il potere di celare la verità sul
Castello Reale, di manipolare la storia a nostro uso e consumo.
Perché? Perché quello che non sappiamo non può farci paura?
— Proprio così! Ma hanno fatto in modo che, se fosse
venuto il momento, poteste disporre delle informazioni
necessarie. Lo scopo della loro menzogna era di... liberare le
Colonie del fardello di paura che a loro aveva avvelenato la
vita.
— Come i genitori che mentono a un bambino — sbottò
acremente Rome. — Con la differenza che il bambino è
cresciuto e nessuno gli ha rivelato l'inganno.
Nick ebbe una risata secca. — Voi siete bambini. Siete una
società di bambini spensierati, e dovreste ringraziarne il cielo.
— Gli indicò i grattacieli fuori dalla finestra. — Mi basta
affacciarmi, e ciò che vedo è un mondo che la gente del mio
tempo non poteva neppure sognarsi. Avete la pace, la
sicurezza, e non vi mancano i mezzi per ottenere altri risultati.
Anche nella mia epoca c'erano nuove scoperte, nuove strade
che si aprivano, ma non per il bene dell'umanità. La scienza
che avrebbe dovuto darci il benessere diventava subito
tecnologia selvaggia capace di dare soltanto il caos. La nostra
società andava dritta verso la morte.
Rome osservò il cielo sanguigno. E noi abbiamo una società
che vuole prendere di nuovo la stessa strada.
— E quando la finiremo con le bugie? — chiese. — Lei dice
di non volere che Gillian sappia del secondo programma. Bene.
Ma noi? Lei ha stabilito che la verità nascosta là dentro è
troppa per noi? È più di quel che possiamo sopportare? Cosa le
dà il diritto di prendere questa decisione?
Nick fissò lo schermo vuoto. — Il secondo programma... è
per Gillian, e soltanto per lui. Il silenzio che vi chiedo è per il
suo bene, non per il vostro.
Rome sentì la sincera preoccupazione di Nick, e un po' del
suo malumore si dissolse. — Siete molto amici, voi due.
— Sì, molto. — L'ometto spense il monitor e si volse a
Rome. Il suo sorriso aveva qualcosa di sognante, irreale. —
Lasci che le racconti una storia — continuò. — La storia di un
ragazzo i cui genitori furono assassinati da un Paratwa...
«Gillian aveva appena undici anni quando accadde. Una
piccola cittadina del Midwest degli Stati Uniti, decimata da un
uccisore in fuga giunto lì per caso. Il Paratwa combatté la sua
ultima battaglia nelle strade di quel centro abitato, e non
cedette prima di aver causato la morte di centinaia di persone.
Fra esse, i genitori di Gillian.
«Subito dopo, mentre gli abitanti contavano le perdite, gli
uomini della E-Tech scoprirono che una delle falci Cohe del
Paratwa mancava.
— L'aveva presa Gillian? — chiese Rome.
— Sì. E in segreto, negli otto o nove anni successivi, imparò
da solo a usare l'arma. Ora... una falce Cohe è un oggetto
strano; chiunque può farla funzionare, ma per usarla
effettivamente occorre un'abilità particolare. Alcuni dicevano
che richiede una notevole coordinazione motoria, altri che
l'elemento basilare è una calma interiore tipo quella del
buddismo Zen. Comunque, quale che fosse questa misteriosa
caratteristica, Gillian l'aveva.
«Un giorno poi incontrò una giovane donna, e... il loro fu
amore a prima vista, direi, una cosa del genere. Lei si chiamava
Catharine. Furono fidanzati per diversi anni, e infine si
sposarono. Decisero di andare in luna di miele in Sud America,
ma qui... — Nick fece una pausa. La bocca gli si contrasse. —
Ebbero la disgrazia d'essere coinvolti con un altro Paratwa.
— E lei fu uccisa? — domandò Rome.
— Sì. Gillian si presentò alla E-Tech qualche mese dopo.
Era deciso a vendicarsi. Il dirigente di quella sezione voleva
cacciarlo via, dato che non aveva un curriculum militare, ma
cambiò idea quando lui diede una dimostrazione di cosa sapeva
fare con una falce Cohe.
«Era una novità da non scartare. Dopo aver discusso, i
dirigenti della E-Tech proposero a Gillian di mettere insieme
una squadra speciale. L'unico scopo di questo piccolo reparto
doveva essere la ricerca e la distruzione dei Paratwa.
«All'epoca io ero un programmatore della E-Tech, e fu così
che conobbi Gillian. Diventammo amici, e dopo un po' decisi
di unirmi alla sua squadra. Gillian reclutava e addestrava i
combattenti veri e propri, e gli effettivi erano tre, volontari
scelti nella Milizia Territoriale... in realtà mercenari, gente
dura. Io usavo le mie più umili capacità per programmare
tecniche di ricerca e piani di attacco.
«Se gli uccisori avevano un punto debole, era la loro
prevedibilità. Molti dei tipi meno evoluti erano facili da
identificare. Per la maggior parte agivano sempre entro gli
stessi confini, talvolta in zone geograficamente assai ristrette.
Alcuni abitavano in piccoli centri suburbani. Se un uccisore
operava soltanto nel territorio da lui meglio conosciuto,
identificarlo era questione di tempo.
«Quando avevamo localizzato un sospetto Paratwa, Gillian e
la sua squadra entravano in azione. La maggior parte degli
uccisori venivano colti di sorpresa. La squadra era in gamba.
Ma era l'abilità di Gillian con la falce Cohe che spesso
decideva il risultato.
Rome alzò una mano. — Lei mi sta dicendo che Gillian e tre
mercenari riuscivano veramente a eliminare degli uccisori
Paratwa? Io ero convinto che occorresse una vera e propria
operazione militare, con spiegamento di uomini e di mezzi.
— Di solito, sì. Prima di allora c'erano stati due soli metodi
per annientare un Paratwa: uno era bombardare a tappeto la
zona in cui si trovava. E quando il Paratwa abitava in città,
questo poteva significare la distruzione di un intero isolato e
una quantità di civili uccisi.
Rome si accigliò.
— Il secondo metodo era di inviare sul posto uno o più
reparti per la guerriglia urbana. Questi sapevano risparmiare i
civili, ma anche in caso di successo i reparti potevano contare
cinquanta o cento perdite. E se avevano la sfortuna di
incontrare uno dei tipi più pericolosi... — Nick si strinse nelle
spalle. — A volte il solo che ne usciva vivo era il Paratwa.
Rome annuì. Non riusciva a visualizzare quello scenario di
follia, ma stava cominciando a capire. Su California
Settentrionale il Paratwa aveva ammazzato quasi un migliaio di
animali.
— Nei primi due anni la squadra di Gillian eliminò ventuno
Paratwa. Eravamo l'arma segreta della E-Tech. Non si poteva
parlare di noi, naturalmente. Anche perché un'organizzazione
che perseguiva una nobile causa non poteva permettersi
d'essere associata a operazioni così sanguinose.
«Ad ogni modo, la E-Tech decise infine di usarci contro
obiettivi più difficili. Un uccisore giapponese del tipo Loshito
stava terrorizzando il sud della Francia da parecchi mesi. Io ne
localizzai l'abitazione, in un condominio su una spiaggia della
Costa Azzurra. Gillian e la sua squadra si finsero bagnanti e lo
fecero fuori mentre usciva dall'acqua.
«Più tardi venimmo a sapere che quel Loshito agiva al
servizio degli Ash Ock. Fino ad allora il Castello Reale ci
aveva ignorato, ma evidentemente decise che potevamo
diventare una seccatura. Così mandò contro di noi un Voshkof
Rabbit, un tipo genetico addestrato dai Laboratori Voshkof,
nella Russia Occidentale.
Nick sogghignò. — Gillian e i suoi uomini furono così poco
educati da gettare una bomba nel cesso dove i due gemellari
s'erano fermati per un bisogno, in un vicolo dietro lo stadio di
pallaveloce ad Alberta, in Canada.
Il suo sorriso si fece più lontano. — Da allora, credo, gli Ash
Ock ci catalogarono come una minaccia abbastanza grave.
L'ultimo uccisore a cui affidarono il compito di annientarci era
migliore... un figlio di puttana davvero pericoloso anche per gli
standard Paratwa. Un Jeek Elemental di nome Reemul. Lo
chiamavano anche vassallo-killer.
«Il soprannome derivava dal fatto che molti Paratwa non
volevano unirsi sotto il regno degli Ash Ock. Questo Jeek
aveva l'incarico di mostrare loro la scarsa saggezza di tale
comportamento. — Nick fece una pausa. — In un certo senso
costui ci faceva comodo. Reemul aveva già ammazzato un
buon numero di Paratwa che rifiutavano di servire il Castello
Reale.
Rome colse qualcosa nel suo tono. — Fu questa creatura a...
distruggere la vostra squadra?
— Uccise tutti salvo Gillian. Accadde in una taverna di
Boston. Gillian e io eravamo convinti di aver montato una
trappola per Reemul, ma in realtà era vero il contrario. Il
vassallo-killer ci stava aspettando. Gillian riuscì a fuggire
soltanto perché usò la falce Cohe, creando un muro di fuoco
che per un poco intrappolò Reemul dall'altra parte del locale.
«Questo succedeva nel 2097. Pochi mesi dopo fu annunciato
pubblicamente che l'ultimo degli Ash Ock era morto. La E-
Tech decise che Gillian e io dovevamo essere messi da parte
per il futuro. — Il sorriso di Nick si riaccese. — E così...
buonanotte, mondo! Me ne andai a dormire, e mi sono
svegliato qui!
Il cielo era di un abbacinante rosso cupo. I grattacieli di Irrya
sembravano fondersi in un universo di lava ardente. Ma quella
sera Rome si sentiva incommensurabilmente lontano dalla
bellezza di un tale spettacolo.
Scelse le parole con cura: — Nel caso che io dia a lei e a
Gillian il permesso di occuparvi di questo Paratwa, e che voi
riusciate a eliminarlo... — Esitò. — Avete fatto un pensiero su
quello che potrebbe essere il vostro futuro, qui?
Nick sogghignò. — Ne avremo uno?
— Sì, naturalmente. È solo che se voleste la cittadinanza ci
sarebbero certe formalità. Dovreste essere assegnati a
occupazioni utili.
Nick parve blandamente divertito. — La E-Tech è diventata
così meschina da voler far lavorare tutti i suoi dipendenti?
D'accordo, vuol dire che mi accollerò tutto il Reparto Svaghi
per Impiegate Giovani.
Rome gli volse le spalle, seccato.
— Ehi, scherzavo. Quelle cose che ho detto sulla nostra
paga... non ci faccia caso. A me e a Gillian non importa molto
dei soldi. Sul serio! Voglio dire, non è stata l'ambizione di una
vita agiata a farmi scegliere questo lavoro. Capisce cosa voglio
dire?
Rome annuì. — È solo che il governo di Irrya ha le sue leggi
circa i Risvegliati. Devono inserirsi, prendere la cittadinanza
permanente e rispettare certi obblighi. Dal punto di vista
ecologico, qui ci sono dei limiti di spazio, e una popolazione
extra deve giustificare la sua esistenza o non è accettata.
La risata di Nick riempì l'ufficio. — Sta dicendo — gli
domandò, — che essere cacciatori di Paratwa non basta?
— Lei è un programmatore. Pensavo piuttosto a Gillian.
— Ah, sì... Gillian. Be', Gillian ha altre capacità. Ma tutto
questo è prematuro. Le suggerisco di preoccuparsene quando
sarà il momento.
— Va bene. Ma potrebbe esserci un altro problema. In base
alle leggi intercoloniali, se ucciderete il Paratwa è possibile che
siate incriminati per omicidio. Il consigliere Artwhiler sarebbe
capace di provarci, se non altro per danneggiare la E-Tech.
L'espressione di Nick tornò seria. — Può darsi. Ma le sue
paure sono basate sulle reazioni di una società civilizzata,
mentre il Paratwa non è una creature civile. Per adesso
l'uccisore è ancora qualcosa di nuovo nell'esperienza della
vostra gente... può essere perfino un motivo d'eccitazione, un
diversivo in un ambiente un po' monotono. Ma quando avrà
sparso abbastanza sangue nelle Colonie, l'umore del pubblico
cambierà. — Ebbe un sorriso amaro. — Mi creda sulla parola.
Se Gillian e io riusciremo a ucciderlo, diventeremo due eroi
nazionali.
12

Codrus chiuse gli occhi e scivolò nello stato di pace interiore


necessario per il pensiero olistico. Suoni e odori continuarono a
raggiungerlo in due località separate da un miglio di distanza,
ma quel fattore d'interferenza era nulla confronto al disturbo
generato dalla percezione occhio-cervello. La riflessione
unitaria era più facile quando i due diversi campi visivi non si
sovrapponevano.
Reemul ha macellato. L'operazione è stata studiata in modo
che nessuno possa sospettare la sua identità. Qualunque
Paratwa avrebbe potuto sfogarsi attaccando gli animali
selvatici di uno zoo.
Due facce sorrisero.
La macellazione, pur essendo un atto selvaggio, è servita
inoltre a ridurre il livello di allarme nelle Colonie. È un atto di
violenza sopportabile dal raziocinio: un Paratwa avrebbe
potuto massacrare centinaia di cittadini, invece questo uccisore
(o la forza che lo guidava) ha scelto come bersaglio uno zoo.
Di conseguenza il Paratwa non desidera nuocere
deliberatamente agli esseri umani. Dopotutto, se i Sorveglianti
piombati sulla scena fossero arrivati pochi minuti più tardi, non
avrebbero perduto la vita, L'uccisore ha risparmiato il giovane
guardiano, no? E in quanto alla prima vittima... be', Bob Max
era un contrabbandiere, e probabilmente meritava di fare una
brutta fine.
Un miliardo di esseri umani possono aggrapparsi a
razionalizzazioni di questo genere, quando i loro pensieri non
chiedono che d'essere guidati. (Il gemellare/vescovo avrebbe
provveduto a farlo. Il suo prossimo sermone si sarebbe svolto
su quella linea). Un miliardo di esseri umani, che riusciranno
a rilassarsi... fino al momento dello shock successivo.
Era la tecnica dei manipolatori del terrore. Da bambino
Codrus era stato affascinato da certi vecchi video che
illustravano i divertimenti della gente del ventesimo secolo. I
filmati ripresi su un ottovolante gli erano sembrati
particolarmente indicativi. Sulle parti più alte del percorso le
facce dei passeggeri erano rigide, attanagliate dalla tensione in
attesa della corsa precipitosa verso il basso. Poi, sul fondo, si
leggeva in esse un senso di sollievo crescente. Ma subito dopo,
forse all'improvviso, una violenta sterzata in direzione di un
altro precipizio provocava di nuovo il terrore collettivo.
Il terrore sarebbe stato subito represso, ovviamente. Risate
catartiche e gridolini divertiti prendevano il posto di ciò che
pochi umani avrebbero potuto sopportare realmente.
L'ottovolante era un microcosmo di relazioni sociali; con le
tecniche opportune, le stesse emozioni potevano essere create
in qualunque gruppo umano. Sfortunatamente gli Ash Ock non
avevano applicato fin dall'inizio quel concetto. Avevano tenuto
gli esseri umani sulla cima dell'ottovolante troppo a lungo. I
loro sensi erano stati annebbiati dal terrore; i passeggeri del
vagoncino avevano dovuto reprimere le loro reazioni catartiche
alla paura, facendo così salire sempre più la pressione emotiva.
Alla fine, ormai troppo satura di terrore, l'umanità era stata
incapace di controllarlo. Il mondo aveva perso l'equilibrio
sociopolitico. L'ottovolante era crollato.
Per il secondo avvento lo sbaglio non si sarebbe ripetuto. Il
terrore generato da Reemul sarebbe gradualmente aumentato,
facendosi col tempo più fosco, ma sempre intercalato dalle
catarsi, dal sollievo. L'effetto delle discese e delle risalite
sarebbe stato calcolato e guidato, i giusti cambiamenti sociali
avrebbero avuto luogo, e dopo l'ultima vertiginosa corsa
l'umanità sarebbe scesa dal vagoncino, scossa ma
essenzialmente illesa. Molti non avrebbero mai capito che
stavano salendo su un altro ottovolante finché non fosse stato
troppo tardi.
Nell'ottica temporale degli Ash Ock, il regno del terrore di
Reemul non sarebbe durato a lungo. Era una fase del
mutamento di rotta nel flusso sociale, poco importante nei suoi
dettagli momentanei, e tuttavia cruciale se la si percepiva come
inserita nel complesso generale.
Codrus ne era soddisfatto. Due bocche ridacchiarono.
Provava un compiacimento infantile nell'osservare il flusso
degli eventi. Stiracchiò le sue quattro braccia e si concesse di
assaporare l'esperienza di essere un intero, di essere
semplicemente Codrus. Troppo spesso, da molto tempo a
quella parte, era costretto a funzionare come due gemellari
separati. Una vita del genere era accettabile, ma di certo non
desiderabile. Gli Ash Ock, unici fra i Paratwa, avevano la
capacità di staccarsi e ricollegarsi a volontà, di essere interi o
divisi: di esistere come pseudo-umani o come Paratwa. Quando
Codrus era più giovane, scindersi in due entità distinte aveva
rappresentato un gioco soddisfacente. Ma ormai desiderava
soltanto essere ciò che era per natura.
L'unità, la completezza. Ecco ciò che voglio.
Sospirò, facendo esalare l'aria prima a un gemellare e poi
all'altro. Anche fuori fase, lo schema dei due respiri collegati
gli dava un piacere delizioso.
Controllò le sue emozioni. Era troppo facile dimenticare così
i suoi guai, immergersi nell'unità. Il secondo avvento non
poteva essere realizzato abbandonandosi a una tale
autoindulgenza.
E Codrus aveva già fatto un errore. Aveva sottovalutato
l'avidità umana. Il piano prevedeva che Bob Max avrebbe
dovuto far saltare il tunnel della metropolitana sotto Filadelfia.
Ma l'idiota, o i suoi pirati, aveva ignorato quell'ordine. C'era
una sola spiegazione: qualcuno aveva avuto la bella pensata di
tornare in quel treno, magari alla ricerca di qualche tesoro
nascosto. Stupidi umani. Non capivano che l'unico tesoro lì
dentro era Reemul?
Cosi la E-Tech aveva potuto metter piede in quel tunnel e
trovare l'impianto di stasi. Codrus sapeva che ben difficilmente
gli umani avrebbero appreso molto da quella scoperta; ciò
malgrado un errore restava un errore. Ora non poteva far niente
di più che inserire quella variante nello schema globale.
Con il Consiglio di Irrya, se non altro, tutto era andato bene.
Nell'insieme di scelte probabili aveva spiraleggiato un
delizioso intreccio di possibilità. Rome Franco aveva agito
proprio come c'era da aspettarsi. Il suo fallito tentativo di celare
al Consiglio l'esistenza del Paratwa aveva dato un brutto colpo
alla reputazione della E-Tech.
Messa così in difficoltà, l'organizzazione di Rome Franco era
nella posizione migliore per riemergere clamorosamente. In
breve la E-Tech sarebbe assurta al ruolo di salvatrice delle
Colonie. Tempo un mese, il consigliere messo sotto accusa
avrebbe potuto proclamare al pubblico che la E-Tech aveva
distrutto l'uccisore Paratwa, e Rome Franco sarebbe stato
incoronato d'alloro dagli stessi giornalisti e colleghi che ora lo
attaccavano.
Naturalmente Reemul non sarebbe perito. Codrus doveva
ancora stabilire i particolari conclusivi, ma il piano prevedeva
grosso modo che Reemul fosse intrappolato dalla E-Tech e
dato per morto in un incendio. La mancanza di corpi da
identificare avrebbe lasciato un residuo di sospetto nella E-
Tech, ma in breve sarebbe stato chiaro che le attività del
Paratwa erano cessate, e ciò avrebbe convinto tutti che la
minaccia non esisteva più.
Se invece Reemul fosse stato ammazzato prima di quanto
richiedeva il piano, Codrus sapeva di altri uccisori messi sotto
stasi e nascosti prima dell'Apocalisse. Se avesse dovuto
svegliare un secondo o un terzo Paratwa, l'avrebbe fatto.
Questa correzione nel flusso sociale era rilevante solo nei suoi
aspetti momentanei.
Ovviamente, le probabilità che Reemul fallisse erano
trascurabili. Era un Jeek Elemental, il più pericoloso dei
genotipi, e aveva una caratteristica che lo rendeva più efficiente
di quanto avrebbero supposto i suoi stessi creatori.
A causa di un difetto delle Unità McQuade iniettate nei due
ovuli, Reemul era nato con un disturbo di sincronizzazione.
L'interfaccia standard dei suoi due cervelli non operava il
collegamento nel modo normale. Lo schema fisiochimico
verticale/orizzontale del contatto telepatico era in lui
soppiantato da uno strano flusso diagonale, fino a quel
momento sconosciuto agli scienziati. Reemul era stato allevato
sotto rigorosa tutela dagli addestratori dei Jeek, e nel frattempo
il suo laboratorio aveva studiato quell'interfaccia deviante,
senza mai metterlo in vendita sul mercato dei mercenari. Ma
una volta fisicamente adulto era stato chiaro che quella
differenza rendeva Reemul alquanto più mortale degli altri.
L'imprevedibilità. Gli uccisori Paratwa tendevano a difettare
di quella dote. Erano creature specializzate fino ai limiti
dell'assurdo, e tale specializzazione inevitabilmente conduceva
al formarsi di forti abitudini comportamentali. Questo
particolare li rendeva abbastanza prevedibili.
Reemul era l'eccezione alla regola. Il suo distorto schema di
collegamento fra i gemellari aveva sempre sventato i metodi di
ricerca computerizzata programmati dalla E-Tech. Non
rientrava nei parametri noti come tipici dei Jeek Elemental. Da
quando Reemul era entrato al servizio degli Ash Ock, il suo
bizzarro modo di condurre a termine gli incarichi aveva
invariabilmente colto di sorpresa la E-Tech. La sua esistenza
era conosciuta: da qualche parte c'era un uccisore che spiccava
fra gli altri perché era impossibile inserire i suoi metodi
operativi in un programma previsionale. La E-Tech non era
riuscita a saperne di più. E perfino la sua arma segreta, quella
piccola banda di uccisori di Paratwa, alla fine era stata distrutta
da Reemul.
No, lui non avrebbe fallito. Però bisognava farlo credere. Le
Colonie dovevano uscire da quello scontro sanguinoso col
Paratwa con l'impressione di avere prevalso. Il problema di
Codrus stava dunque nel fatto che Reemul avrebbe dovuto
essere rimesso in stasi, al termine dell'operazione.
E a Reemul questo non sarebbe piaciuto. La stessa dote che
lo rendeva imprevedibile ne faceva anche il meno malleabile di
quelli al servizio degli Ash Ock. Due secoli addietro, quando il
Castello Reale aveva compreso l'inevitabilità dell'Apocalisse,
Reemul aveva fatto molte difficoltà prima di lasciarsi mettere
in stasi. Codrus sapeva che stavolta sarebbe stato ancor più
problematico convincere il Jeek ad andarsene pacificamente a
dormire.
Tuttavia era necessario dire subito all'uccisore come stavano
le cose. Più a lungo Codrus lo avesse lasciato in attività, più
difficile gli sarebbe stato persuaderlo. Il Jeek sarebbe potuto
arrivare al punto di non ubbidire più. Le varianti implicate in
quello schema dovevano essere evitate.
Con un po' d'astuzia, Codrus avrebbe potuto attirare Reemul
in trappola e toglierlo di mezzo. Però, se avesse fallito...
Anche in tal caso il piano generale, o meglio la sua seconda
via di sviluppo, avrebbe avuto successo, con la sola differenza
che Codrus non sarebbe stato vivo nel glorioso giorno del
trionfo. Non si faceva illusioni sulle sue possibilità di avere la
meglio in uno scontro diretto con un Jeek rinnegato.
Il calcolo del tempo era il fattore di base. Se Reemul fosse
stato informato del suo destino troppo presto, la sua efficienza
poteva esserne minata. E se Codrus avesse atteso troppo...
Si avvicina qualcuno. Un cauto bussare alla porta della
cappella privata del vescovo Vokir interruppe la sua
concentrazione.
— Vostra eminenza? — chiamò una voce. — I sacerdoti
della Colonia Chow Kwi sono arrivati.
Attraverso la bocca del vescovo Codrus rispose: — Per
favore, si accerti che siano a loro agio. Li raggiungerò
nell'anticamera della procura ecclesiastica fra dieci minuti.
— Sì, vostra eminenza. — I passi del diacono si
allontanarono nel corridoio.
Codrus dissolse il legame; sentì l'interfaccia scivolare via e
coagularsi in due entità distinte. Come ogni volta, questo lo
riempì di tristezza: era la perdita di se stesso, Codrus, e il
ritorno dei suoi gemellari. Un giorno quel passaggio dall'unità
alla dualità sarebbe stato soltanto un ricordo. Un giorno io sarò
libero di esistere come un intero.
Fu l'ultimo pensiero di Codrus. Il passaggio si completò. Il
vescovo si alzò dal letto e si preparò alle attività in programma
per quel giorno: cinque battesimi in acqua marina purificata
proveniente dall'Oceano Pacifico, la lussuosa cerimonia nuziale
di due ricche lesbiche di Pocono, un colloquio formale con i
dirigenti del Settore Missionario della Chiesa. Poi di nuovo un
lungo incontro d'affari con i sacerdoti di Chow Kwi.
Il vescovo sospirò. La Chiesa assorbiva molte delle sue
energie. Nei periodi più fitti di impegni provava un'immensa
nostalgia per i meravigliosi momenti dell'unità. Un giorno.
Poteva sempre sentire la presenza del suo gemellare,
naturalmente. Il contatto s'indeboliva fino al punto in cui essi
potevano agire in modo indipendente, ma non era mai del tutto
assente. Il vescovo fu compiaciuto al pensiero che anche l'altro
avesse una giornata piena. Era un bene che il lavoro li tenesse
occupati, lasciando loro poche occasioni di sognare Codrus.
In realtà il vescovo sapeva che a lui toccavano le
responsabilità meno gravose. Il suo gemellare, come
consigliere di Irrya, era di continuo alle prese con situazioni
molto pressanti.
13

Il martedì mattina, ventiquattr'ore dopo il suo risveglio,


permisero a Gillian di uscire dall'edificio della sede principale.
Pasha Haddad non era stato d'accordo; si fidava poco di lui e
non gli piaceva l'idea che girasse senza scorta per la città. Ma
Nick aveva persuaso Rome Franco di quanto fosse importante
che il compagno cominciasse ad ambientarsi nelle Colonie, e
del bene che gli avrebbe fatto andarsene in giro per conto suo.
Nick prendeva molto sul serio l'arte di stiracchiare la verità.
Importante lo era, naturalmente. Nick poteva venire a sapere
tutto sulle Colonie stando seduto al terminale di un computer,
ma Gillian aveva bisogno di camminare per la strada. C'erano
ritmi, voci... sfaccettature del mondo non programmabili che
esigevano di farsi conoscere. Lui doveva lasciare che i suoi
sensi galoppassero liberi, si saziassero di dati alla rinfusa e poi
li digerissero, ben masticati, per correlarli fra loro. Soltanto
così poteva sentire la realtà dell'ambiente che aveva attorno e
giudicarlo con occhio imparziale.
Di solito.
C'erano cose, in quelle strade di Irrya, che lo facevano
pensare a Catharine.
Era stato messo in guardia contro le vertigini: un
inconveniente non raro fra i nati sulla Terra che, risvegliati
all'interno di un mondo cilindrico, avevano l'allucinante
impressione di poter cadere verso l'alto.
Poggiò una mano all'angolo dell'antico edificio della E-Tech,
sollevò lo sguardo lungo i dodici piani di mattoni bianchi della
facciata e con calma osservò la parte della città che si trovava
sei miglia sopra di lui. Il suo primo pensiero fu che quelle
strutture pendevano come stalattiti, e che il loro peso rischiava
di farle precipitare, prima o poi. Analizzò quella sensazione,
riconobbe l'errore delle sue percezioni «terrestri» e cominciò a
modificarle. La realtà adesso era questa. Molto semplice.
Se soltanto avesse potuto risolvere nello stesso modo anche i
suoi ricordi di Catharine!
Il viale era a quattro corsie, con un traffico abbastanza
intenso. Le auto non sembravano molto diverse da quelle del
ventunesimo secolo: linea meno aerodinamica ma più
fantasiosa, quattro ruote, carrozzerie dipinte generalmente a
strisce arcobaleno. Erano più silenziose, e in buona parte
convertibili e aperte. Gillian aveva saputo che quel giorno non
c'era pioggia in programma.
Il marciapiede era ampio, ben pulito, qua e là piuttosto
affollato di pedoni. Nei movimenti della gente c'era qualcosa
che dapprima lo fece sentire un estraneo, finché non ebbe
capito la differenza. Non c'era fretta in quell'andirivieni, non
c'era la tensione che aveva reso le strade delle città terrestri
agitate come un formicaio scoperchiato da un calcio. I pedoni
irryani erano di modi molto educati, perfino cortesi, e la
conversazione casuale fra sconosciuti poteva nascere ai
passaggi pedonali regolati dai semafori o dovunque due o più
persone si fermavano. Sorrisi, dappertutto c'erano sorrisi, e
pochi di essi sembravano falsi. La gente aveva un'aria gentile e
soddisfatta. Perfino i pochi poliziotti che si vedevano in giro
partecipavano al loro ambiente, arrivando addirittura a
scambiare una parola o un motto di spirito con chi passava loro
accanto.
Nick gli aveva già detto che quasi tutte le Colonie erano così.
Ma per un terrestre era difficile credere alla realtà di quella
gente spensierata. Bisognava vederla coi propri occhi.
Un uccisore Paratwa in una società di quel genere era un
lupo in un tranquillo gregge di pecore.
Perfino i tre agenti della E-Tech che lo stavano seguendo gli
sembravano troppo placidi per quell'incarico. Si augurò che
quei due uomini e la donna non fossero il meglio di cui poteva
disporre Haddad. Accorgersi di loro era stato ridicolmente
facile.
Si chiese se non fosse il caso di seminarli, più per tenersi in
esercizio che per una ragione vera e propria. Almeno avrebbe
avuto qualcosa da fare. Ma fu costretto a dirsi che un'azione del
genere avrebbe reso Haddad ancora più sospettoso. E magari la
prossima volta il capo della Sicurezza sarebbe ricorso a un
metodo più sofisticato.
Gillian si fermò davanti alla vetrina di un negozio e vide il
suo volto sorridente riflesso nel cristallo. Non sto pensando nel
modo giusto. D'un tratto gli apparve chiaro che Haddad stava
usando un sistema di pedinamento più efficace. I tre agenti
erano un diversivo che aveva soltanto lo scopo di distrarlo.
Doveva trattarsi di sorveglianza elettronica. La E-Tech aveva
in mano le più avanzate tecniche spionistiche degli ultimi due
secoli, e probabilmente Haddad stava utilizzando uno dei
vecchi trucchi.
Dove potevano essere nascoste le microspie? Nei suoi abiti?
La E-Tech gli aveva fornito un guardaroba completo, ma era
difficile che gli fosse stato messo qualcosa in ogni capo di
vestiario. Tuttavia, per evitare di aprir loro conti modem-
accessibili tramite la ICN - mossa poco saggia, data la loro
situazione - la E-Tech li aveva generosamente forniti di denaro
contante. Nulla gli avrebbe impedito di entrare in un negozio e
acquistare vestiti nuovi.
Trasmittenti subcutanee? Tutt'altro che improbabile. Durante
la prima fase di risveglio dalla stasi avrebbero potuto
impiantargli addosso qualunque cosa. Haddad era proprio il
tipo da prendere quelle precauzioni.
Be', poco importava. Quando fosse venuto il momento si
sarebbe occupato di quella paccottiglia elettronica. Per adesso
era meglio che Haddad credesse di avere nella manica tutti gli
assi che aveva voluto metterci.
Gillian vagabondò pigramente per alcune ore, assorbendo i
ritmi di vita e l'anatomia della città. Irrya era immensa. I suoi
edifici erano un guazzabuglio architettonico in cui trovavano
posto tutte le tendenze e gli stili della storia umana. Essi
rappresentavano radici che l'uomo, trasferendosi nelle Colonie,
era stato disperatamente deciso a non abbandonare mai.
Su uno snello grattacielo di granito una grande targa
proclamava orgogliosamente: UNITED STATES OF AMERICA. Due
belle pagode di legno scuro, che forse avevano il tetto di
autentici bambù, ospitavano un museo di oggetti giapponesi.
Una banca aveva la caratteristica forma di uno chalet svizzero.
Alcuni edifici di appartamenti coperti d'edera, con balconi
metallici in stile coloniale spagnolo, gli ricordarono certi
vecchi quartieri di Rio de Janeiro.
L'intera lunghezza dell'isolato successivo era un colonnato di
marmo bianco: l'imitazione della facciata di un tempio che
sembrava tolto di peso dalla Roma Imperiale. Ma la scritta in
lettere romane che campeggiava sulle colonne di centro era:
ICN.
Nick aveva spiegato a Gillian qualcosa della Intercolonial
Credit Net. Era la diretta discendente dei consorzi di banche e
società finanziarie che avevano dominato la Terra negli anni
del crepuscolo. La ICN aggirava le leggi anti-monopolio con
tanta accortezza che queste lavoravano anzi a suo favore. Ed
era un colosso economico di tale potere che un banchiere del
ventunesimo secolo sarebbe stato tentato d'inginocchiarsi a
pregare sui marmorei scalini di quel tempio pagano.
Gillian compì un largo semicerchio, e stava tornando verso
la E-Tech quando, sul viale più frequentato, vide uno strano
edificio.
Una scritta in lettere cubitali verde-azzurro inserita nella
facciata diceva: CHIESA DELLA FEDE. La sua architettura ricalcava
lo stile massiccio e severo degli edifici pubblici costruiti nei
primi anni del ventesimo secolo, ma le linee verticali e
orizzontali erano spezzate da archi, curve, intrecci e forme che
le pareti color crema accentuavano. Gillian non si intendeva
d'arte, e lo stile Liberty era stato una rarità nel suo tempo, ma
per qualche motivo quella facciata lo aveva colpito.
Sì, c'era qualcosa che lo disturbava nell'aspetto della Chiesa.
Esitò perplesso, fermandosi sul marciapiede opposto, e
finalmente un ricordo venne in superficie. Stile Liberty. Una
volta Catharine lo aveva portato in un vecchio edificio di New
York costruito secondo gli stessi criteri architettonici. Erano
andati là a pranzo, un pomeriggio. No, non a pranzo, doveva
esser stato uno spettacolo di qualche genere. Uno spettacolo
con attori veri. S'erano seduti in una fila di fondo del vecchio
teatro e avevano visto... avevano visto...
Non riusciva a ricordarlo. Era strano, a volte, cercare di far
rivivere nella memoria quei pochi preziosi anni passati con lei.
I fatti e le immagini si accavallavano alla rinfusa, sfidando la
disciplinata logica della sua mente. C'era, senza dubbio, una
spiegazione per quella difficoltà. Nel breve tempo trascorso
insieme pensare non aveva avuto la priorità. Il piacere del loro
rapporto era stato troppo intenso. Coinvolgeva tutto il livello
superiore della sua consapevolezza.
Alzò gli occhi al cielo, guardò quegli edifici lontani e di
nuovo li vide sul punto di precipitare addosso a lui. In un
attimo di panico indietreggiò fino alla soglia di un negozio,
allungando una mano alla cieca per aggrapparsi a qualcosa di
solido. Gli girava la testa. D'improvviso aveva le ginocchia
deboli e tremanti, e lo stomaco gli si contraeva per la nausea.
Stupido! Ormai dovresti saperlo! Dovresti aver imparato a
non pensare a lei!
Il momento peggiore dell'attacco di vertigini passò. Alcune
persone s'erano fermate per sostenerlo, e gli stavano rivolgendo
domande preoccupate. Lui si costrinse a sorridere e respinse le
loro mani.
— Sto bene. Soltanto un po' stordito. Grazie.
Non sembrarono molto convinti ma si scostarono. Gillian si
avviò a passi lunghi sul marciapiede, lasciandosi la chiesa alle
spalle. Aveva già visto anche troppo per quel giorno. Il suo
solo desiderio era di rientrare alla sede della E-Tech il più
presto possibile.
Nick aveva chiesto a Pasha Haddad i volontari più esperti e
duri scelti fra i suoi agenti. Seduto su uno sgabello, in un
angolo, Gillian li osservò mentre entravano nella palestra
privata messa a loro disposizione. Gli uomini scambiavano
battute con le donne, ridevano e si davano pacche sulla schiena.
Erano tutti di ottimo umore e assai tranquilli. Gillian non
nascose il suo disappunto.
— È questo il meglio che possono darci?
Nick scrollò le spalle, senza distogliere lo sguardo dal
terminale di computer a cui stava lavorando. — Non
dimenticare che questa è una società pacifica. La loro idea di
un'emozione intensa è di restare all'aperto sotto un temporale.
Gillian rise. Quel pomeriggio si sentiva a posto, e il pensiero
di poter addestrare una nuova squadra lo rallegrava. Catharine
e l'attacco di vertigini erano ricordi lontani.
— Quanti ce ne ha assegnati Haddad?
Nick si volse a guardare il gruppo che si dirigeva verso di
loro. — Una ventina, per cominciare. Ma ne ha promessi altri
trenta per la fine della settimana.
— Hai già avuto i fascicoli personali?
Nick sogghignò. — Naturalmente. Conosco la storia della
loro vita, dal primo vagito all'ultima volta che si sono
rimpiattati nello stanzino delle scope con un collega del sesso
opposto. Una cosa bisogna dire di Haddad: va sempre fino in
fondo.
Non abbastanza in fondo, si disse Gillian. Fino a quel
momento c'erano tre testimoni delle uccisioni del Paratwa. Uno
di loro, il giovane guardiano sopravvissuto al carnaio della
Riserva, era tenuto chissà dove in «custodia protettiva» dai
Sorveglianti. Gli altri due erano stati lasciati andare da Haddad,
avevano seminato gli agenti che li pedinavano ed erano
scomparsi.
Gillian avrebbe voluto più di ogni altra cosa interrogare quei
tre, specialmente la donna e suo figlio, che avevano fatto
conversazione con l'uccisore. Lui avrebbe posto domande
sottili, chiesto dettagli di cui né Haddad né i Sorveglianti
potevano capire l'importanza. Nella loro mente c'erano
probabilmente informazioni vitali sul Paratwa. E lui non le
avrebbe avute.
Nick si alzò e ordinò ai volontari di allinearsi in semicerchio.
Uno degli uomini mormorò un commento fin troppo udibile
sulla sua statura. Parecchi suoi colleghi risero. Gillian si portò
di fronte a loro e li guardò.
— Tutti voi siete stati scelti per formare un gruppo speciale
di intervento. Vi abbiamo preparato alcuni piccoli test non
molto gradevoli. E se li supererete l'addestramento sarà ancor
meno divertente.
Scrutandoli l'uno dopo l'altro vide che quel discorsetto aveva
dato dei dubbi ad almeno metà dei presenti. Nessuno parlò,
comunque. Si sentivano messi alla prova.
— Qualche domanda? — chiese Nick.
Una donna di pelle nera si fece avanti. — Qual è lo scopo di
questo gruppo d'intervento?
Nick si piazzò le mani sui fianchi. — Risolvere con le armi
situazioni pericolose di carattere anomalo.
— Ha qualcosa a che fare con l'uccisore Paratwa? — volle
sapere un altro.
— No comment — disse Nick.
Gillian lasciò affiorare sul suo volto un sorrisetto di
superiorità. — Mi è stato riferito che molti di voi sono ritenuti
non idonei alle normali operazioni della E-Tech, e che tutti
avete un livello d'intelligenza inferiore alla media. Ora, queste
sono proprio le doti che ci servono qui: uomini e donne come
voi sono una buona truppa d'assalto in situazioni dove chi ha
troppa fantasia non andrebbe mai a cacciarsi. Nessuno di voi
deve vergognarsi se i suoi superiori lo considerano uno stupido.
Il mio assistente e io siamo preparati a essere pazienti durante
l'addestramento. Risponderemo, al vostro livello di
comprensione, a ogni domanda purché esposta in modo almeno
comprensibile. Sono stato chiaro, o qualcuno di voi non ha
capito?
Ci furono risatine nervose e qualche sguardo offeso. Gillian
prese di mira uno di quelli più irritati, un uomo grande e grosso
con una faccia che sembrava scolpita con l'accetta. Si portò
lentamente di fronte a lui.
— Tu, ciccione, sei sposato?
Lui scambiò un'occhiata con gli altri e strinse
minacciosamente le palpebre. — Sì. Perché?
Gillian inarcò un sopracciglio. — Mi sembra di aver letto
qualcosa sul conto tuo. Nick, cosa dice il fascicolo sulla moglie
di questo bravo tipo?
Nick finse di leggere sullo schermo. Fece un fischio. — Pare
che quando lui non è in casa vada in giro a fare la puttana.
— Be', non siamo santi — disse con calma Gillian. — Com'è
a letto tua moglie? Ci sa fare?
L'uomo arrossì. — Faresti meglio a badare a quello che dici.
— Perché? Non c'è da vergognarsi se uno ha una moglie che
la dà a tutti. A meno che... tu non ci stia nascondendo qualcosa,
eh? — Con un sogghigno di complicità gli poggiò una mano su
una spalla. — Di' un po', non è per caso che tu ci faccia il tuo
tornaconto? Se è una questione di soldi, ci possiamo mettere
d'accordo.
Il metro e sessanta di Nick fu scosso da una risata
irresistibile. — Guarda che ti sbagli! Qui c'è scritto che la
signora preferisce gli animali... di solito i cani. Mica sei un
cane, tu, Gillian!
La faccia dell'uomo s'era fatta violacea. — Non sono venuto
qui per sentire queste stronzate!
— Certo, ti capisco — annuì Gillian. — Probabilmente ti sei
offerto perché a casa tua moglie non fa altro che dirti che sei un
fallito, e così ora vuoi dimostrarle che sei un duro. Magari l'hai
sposata perché volevi far vedere ai tuoi amici che eri un uomo,
e ora lei ti rende la vita impossibile.
Nick ridacchiò. — Io direi che quella sgualdrina rende la vita
impossibile ai suoi amici, piuttosto.
L'uomo fece mezzo passo verso Gillian, a pugni stretti. —
Cos'è questa porcata... uno dei test di Haddad, o cos'altro, eh?
Gillian lo ignorò e si volse a un altro volontario, un
giovanotto snello coi capelli color sabbia. — Come si chiama
questo magrolino, Nick?
— Vediamo... — Nick tolse di tasca un terminale portatile.
— Quello lì è Roger Kensington. Lo sospettano di aver rubato
molta merce dal magazzino, ma non ci sono le prove. Svelto di
mano, forse ci può far comodo.
— Non è vero! — gridò il giovanotto.
Gillian ne approfittò per andargli di fianco, gli incastrò un
piede dietro la caviglia sinistra e lo spinse. Per un momento
Roger Kensington roteò le braccia nell'aria, poi cadde di
schiena sul pavimento.
Senza esitare Gillian affondò un violento gancio destro nel
plesso solare del più vicino volontario della fila. L'uomo si
piegò in due, con un conato di vomito. Nel girarsi Gillian
sferrò un manrovescio alla negra, facendola barcollare addosso
alla ragazza che aveva accanto. Entrambe rotolarono al suolo,
gemendo e contorcendosi.
L'uomo robusto dalla faccia rossa sbraitò: — Te la prendi
con le donne, carogna? Provaci con me!
Gillian girò su se stesso, alzando un piede. Il calcio colpì
sotto l'angolo destro della mandibola l'avversario, che mandò
un grugnito sordo. Era già svenuto ancor prima di abbattersi sul
pavimento.
— C'è qualcun altro? — chiese dolcemente Gillian. Nessuno
si mosse. Il suo sogghigno si allargò. — Allora che ne dite di
provarci tutti insieme?
La sua sfida non fu raccolta. Nick tossicchiò per celare il suo
disappunto. — Be', gente, vi ringrazio tutti per esservi
scomodati a venire qui, stasera. Ma siamo ancora ai test
preliminari e abbiamo un sacco di lavoro da fare per mettere su
questa squadra. Spero che le vostre ammaccature guariscano
bene, e che vi rendiate conto che questo era un test per valutare
le vostre reazioni. Lo avete preso col giusto spirito. Grazie di
nuovo per la collaborazione. Vi faremo sapere qualcosa.
I volontari esitarono per qualche secondo. Nella palestra ci
furono commenti e borbottii.
Nick allargò le braccia e si mosse verso di loro con un
sorriso cordiale. Aveva l'aria di un padrone di casa un po'
stanco che volesse far sloggiare gli ospiti dopo una bella serata
di baldoria. — Grazie di nuovo, ragazzi. Siete stati gentili a
dedicarci il vostro tempo, quando senza dubbio avete tante altre
cose da fare. Lo apprezziamo molto. Sul serio.
Un paio degli intervenuti raccolsero da terra l'uomo privo di
sensi. Il giovanotto biondo e quello che ancora vomitava
furono aiutati a tirarsi in piedi. Mentre uscivano, numerose
facce irritate si volsero a incenerire Gillian con lo sguardo.
Poco dopo la palestra era di nuovo vuota.
— All'inferno — mormorò Nick. — Neppure uno! Peccato.
Sei o sette di loro sembravano abbastanza buoni, sulla carta.
Gillian si sentiva pieno d'energia, dopo il breve esercizio.
Cominciò a saltellare e a fare piegamenti sulle ginocchia. —
Troppe inibizioni. Ci vorrebbero mesi per ripulirgli la testa.
Nick si mordicchiò un labbro, pensosamente. — Già, ma
forse questo è il meglio che potremo mai avere. Non puoi
pretendere di trovare elementi come quelli della vecchia
Territoriale, qui nelle Colonie. Questa gente non conosce una
guerra da duecento anni. Non è stata preparata.
— Stai dicendo che dovremo ridimensionare i requisiti
standard? — Gillian si piegò al suolo e cominciò a fare rapide
flessioni.
— Diavolo, non lo so. Può essere inevitabile.
Gillian ebbe un grugnito di disapprovazione. — Sei sicuro
che Haddad abbia capito che razza di elementi ci servono?
— Lui capisce già quello che c'è da capire. È solo che il
genere di individui che ci servono probabilmente non c'è.
Almeno, non nella E-Tech.
— Vorresti cercare fuori? Che ne pensi di quei pirati di cui
mi hai parlato? Gente come quella sarà forse difficile da
reclutare, ma potrebbe risultare più adatta.
Nick scosse il capo. — Haddad mi ha già fatto capire che
certe soluzioni non gli vanno. Non credo che ci darebbe il
permesso di contattare elementi esterni alla E-Tech.
Gillian continuava a fare flessioni veloci. — Ma l'ultima
parola è di Franco, no? Forse potresti usare il tuo fascino e
fargli accettare un'altra soluzione. — E avrebbe voluto
aggiungere: O questo, oppure dovremo pensarci da soli. Ma
non osò parlare. Probabilmente Haddad aveva piazzato dei
microfoni anche in palestra. Nick però capiva quello che era
lasciato sottinteso.
— Già, forse potrei convincere Franco. E forse no. È solo
che qui bisogna giocare con le loro regole. Potremmo anche
uccidere questo Paratwa alla fine, ma fare più male che bene
alla E-Tech.
Il sudore inondava il volto di Gillian. — Tu credi che il
Paratwa invece giocherà secondo le loro regole?
— Non raccontarmi sciocchezze! — borbottò Nick. — Un
Termi non può essere così difficile da togliere di mezzo.
— Se è un Termi.
Nick lo fissò. — C'è qualcosa che non mi hai detto?
Gillian si alzò e cominciò a fare corsa da fermo. — Due
delitti e tre testimoni. Neanche un Termi sarebbe così
imprudente.
— Sì, ci avevo pensato. Ma credo che l'uccisore sia
dominato dal suo ego. Si sveglia dalla stasi e vede d'essere la
più pericolosa creatura al mondo... si sente come un incubo che
cammina fra i sogni tranquilli della gente. Questo lo fa sentire
molto sicuro di sé.
— Può darsi. Oppure ha lasciato dei testimoni vivi per un
motivo ben preciso.
— La sua arroganza da esaltato — diagnosticò Nick. —
Vuole attirare l'attenzione. Neppure i Termi erano noti per la
loro modestia.
— Oppure dietro quello che fa c'è anche un calcolo. —
Gillian si sentiva rigido. Correre da fermo non era divertente.
Gli sarebbe piaciuto avere una pista.
Nick sembrava un po' depresso. — Suppongo di non poterlo
escludere. Ma senza la possibilità di parlare coi testimoni,
restiamo con quello che sappiamo adesso e basta... finché il
bastardo non colpirà di nuovo.
Gillian annui appena. Chiazze di sudore si stavano
allargando sulla sua sottile maglia di cotone. — Domani voglio
andare a Lamalan, sul posto del primo omicidio.
— Gli uomini di Haddad hanno rastrellato la zona. Fino
all'ultimo filo d'erba, a dar retta al rapporto che ho letto.
— Ci andremo lo stesso. — Prima che Nick tirasse fuori
qualche obiezione, Gillian partì di corsa lungo il perimetro
della palestra. I muscoli delle sue gambe erano leve e pistoni, il
petto era un mantice che succhiava l'aria, il cuore una pompa:
ritmi e cadenze che esistevano nel corpo di Gillian ormai da
molto tempo. Nella sua mente i pensieri si dissolvevano lungo
altre strade.
Io mi muovo... io esisto. Io voglio... io prendo. Io vedo... io
imparo. Io cresco... io faccio. Strano, come le cose tornavano
fuori dalla sua infanzia più lontana. Quella era una vecchia
cantilena da bambini.
Corse con l'abbandono del velocista, compiendo per due
volte il giro completo della palestra e conscio d'essere ancora
lontano dai suoi limiti. Si sentiva bene. La sua mente adesso
era calibrata sul ritmo della caccia, lontanissima dai ricordi e
dal dolore; il suo stesso corpo era uno scudo contro il passato.
Stava sperimentando quello strano senso d'invulnerabilità che
fluiva in lui in rare occasioni, quel culmine psicofisico che
neppure le droghe potevano riprodurre così intensamente.
Niente poteva fermarlo.
Io sono pronto. Pronto per dare la caccia al Paratwa.
14

Paula si svegliò nel buio, e il panico la sommerse. Aveva


dolori dappertutto, la pelle appiccicosa di sudore, e il rombo
violento di un macchinario in funzione le martellava nel cranio.
I suoi occhi vedevano soltanto tenebra; non riusciva neanche a
capire se giaceva distesa su un fianco o bocconi, e quando
cercò di respirare con la bocca sentì che qualcosa gliela
chiudeva ermeticamente. Ansimò. Nel suo cuore stava
prendendo forma un orribile grido, e seppe che se lo avesse
lasciato esplodere sarebbe diventata pazza.
Non devo cedere! Quel pensiero la aiutò a calmarsi. I fatti
accaduti nel negozio di Moat le tornarono in mente. I pirati! Ci
hanno iniettato una droga...
Jerem! Dov'era Jerem?
Fremette, stordita dalle ipotesi che nascevano in lei come
funghi velenosi. Jerem potrebbe essere morto!
No. Non è morto. Mio figlio è vivo! Io lo so. Non può essere
morto. È vivo, e forse ha bisogno del mio aiuto.
Ma lei non riusciva neppure ad alzarsi da lì. E va bene.
Prima devo aiutare me stessa. Dove sono?
L'odioso rumore aveva qualcosa di familiare. Paula l'aveva
già sentito altre volte, benché non così forte. Propulsori a
razzo! Sono in una navetta!
Probabilmente si trovava in un piccolo magazzino per gli
attrezzi, proprio a lato dei potenti motori di coda. Questo
avrebbe spiegato il caldo soffocante. E l'incapacità di capire
dov'erano l'alto e il basso. Siamo nello spazio... non c'è gravità.
E non riesco ad aprire le labbra perché un bavaglio di gomma
me le tiene chiuse.
Ora si sentiva più calma. E più irritata.
Jerem avrebbe potuto essere lì con lei. A volte quei depositi
erano abbastanza spaziosi. Allargò le braccia a esplorare il buio
che la circondava. Il movimento bastò a scostare il suo corpo
dall'angolo in cui s'era incastrato. Fluttuò via lentamente,
finché non andò a sbattere il naso contro un ostacolo caldo e
piatto. Il suo tentativo di aggrapparsi a quella superficie liscia
fu un goffo fallimento. Non ottenne altro che di spingersi via e
galleggiò in un'altra direzione. Trascorsero lunghi secondi. Poi
andò a toccare con la schiena alcune sbarre metalliche.
Una scaletta! Stavolta mosse le mani con maggiore cautela e
si afferrò a uno scalino con la sinistra. Adesso, se non altro, era
ferma.
Usò la mano libera per cercare di levarsi il bavaglio. È
troppo stretto. Non riesco a toglierlo. Sembrava una larga
fascia di materiale gommoso, sagomata come una specie di
mascherina e allacciata in qualche modo dietro la nuca. Tentò
di venire a capo della fibbia o di quel che era, ma dopo un paio
di minuti dovette rinunciare.
Si volse alla scaletta e cominciò a muoversi lungo di essa, a
testa in avanti. Non aveva idea se stesse salendo oppure
scendendo, però la questione era secondaria: se l'uscita non era
da una parte l'avrebbe trovata dall'altra.
La scaletta finiva contro un portello metallico. Lei ne seguì il
bordo con le mani, localizzò la serratura e spinse il primo
pulsante che si trovò sotto le dita. Una mezzaluna di luce la
abbagliò, mentre il motore elettrico apriva il portello.
Socchiuse le palpebre. Un'ombra si mosse fra lei e la
sorgente di quella luce. Due mani robuste la afferrarono per i
polsi e la tirarono fuori dal vano in cui era stata rinchiusa.
Le mani la lasciarono quasi subito. Lentamente gli occhi di
Paula si adattarono a quella luce cruda.
Si trovava nel compartimento di poppa di una navetta, e
davanti a lei stava il Costeau col pene rosso tatuato su una
guancia. Negli acuti occhi verdi che la scrutavano c'era uno
sguardo divertito. Paula gli mostrò i denti come una lince
inferocita. Il pirata tolse un paio di stivali a frizione da una
rastrelliera e li gettò sul ponte di fronte a lei.
— Mettiti questi. — Le suole adesive toccarono la superficie
metallica e vi rimasero appiccicate. L'individuo allungò poi una
mano dietro la testa di Paula e sganciò una fibbia. Il bavaglio le
si staccò dalla faccia e fluttuò via libero.
— Dov'è mio figlio? — domandò subito lei.
— Nello stesso posto dove stavi tu. — Il pirata le volse le
spalle, aprì una porta a tenuta d'aria e scomparve verso la parte
anteriore della navetta.
Bastardo! Paula si uncinò con una caviglia alla rastrelliera
per non volare via e sostituì le sue scarpe con gli stivali a
frizione. Poi tornò al portello.
La luce che entrava nel piccolo locale bastava a illuminarlo
del tutto. Jerem fluttuava a mezz'aria un paio di metri più
all'interno, anche lui imbavagliato, e stava agitando braccia e
gambe nel vano tentativo di spostarsi verso una parete.
Paula usò le mani per tirarsi giù lungo la scaletta, e quando
Jerem si accorse che lei cercava di raggiungerlo smise di
contorcersi. Le loro mani si trovarono. Un minuto dopo madre
e figlio erano entrambi nel compartimento illuminato.
Paula gli slacciò il bavaglio. La faccia di lui era arrossata,
umida di lacrime.
— Oh, Jerem! — Lo strinse a sé con forza, tremando.
— Mamma! Sto bene, mamma! — Il ragazzo si scostò. — È
solo che non capivo dov'ero, e non sapevo cosa ti fosse
successo. — La sua voce era ferma e ben controllata. —
Credevo che i pirati ci avessero lasciati a morire nello spazio, o
qualcosa di simile.
— Siamo sulla loro nave. — Paula strinse i denti. — Non
credo che vogliano farci del male. — La rabbia saliva in lei
come una tromba d'aria. Nessuno ha il diritto di terrorizzare
così mio figlio!
Assicurati alla rastrelliera c'erano numerosi altri oggetti d'uso
comune. Paula trovò un paio di stivali della misura di Jerem e
lo aiutò a star fermo mentre se li infilava.
— Cosa facciamo, adesso? — domandò lui.
— Vieni con me. — Paula si avviò a passi cauti, cercando di
tenere un piede alla volta a contatto del ponte. Jerem la seguì
lungo il breve corridoio fino alla porta stagna da cui era uscito
Guancia Tatuata.
D'un tratto suo figlio balzò via dal pavimento, fece mezzo
giro su se stesso e atterrò a piè pari sul soffitto.
— Smettila, idiota! — ansimò lei. Ma subito si disse che era
una sciocca a rimproverarlo così. Jerem aveva passato dei
momenti molto brutti, e se ora ricordava di nuovo d'essere un
ragazzo lei avrebbe dovuto ringraziarne il cielo. — Scusa. Ma
ora scendi di lì.
Lui sogghignò. — Lo so fare. Guarda questo.
Si spinse via ancor più forte e stavolta fece due piroette a
mezz'aria prima di ricadere sul pavimento accanto a lei. —
L'ho imparato a ginnastica, l'ultima volta che abbiamo fatto
caduta libera.
— Sì, sei molto bravo. — Paula si fermò al portello,
premette il pulsante d'apertura e trattenne il fiato.
Tre uomini sedevano intorno a un piccolo tavolo in quella
che doveva essere la cucina o la mensa della navetta. Stavano
giocando - a poker, le parve - con carte laminate in materiale
adesivo. Ognuno aveva davanti a sé pile di tessere di credito.
Due dei pirati le erano sconosciuti, ma il terzo era il negro alto
e robusto entrato nel negozio di Moat.
In sottofondo c'era una musica stridula, intercalata da
ritmiche note di basso, che rendeva quasi inudibile la loro
conversazione. I pirati non portavano borse odorose, ma Paula
poteva ugualmente sentire un vago puzzo di pesce marcio.
Guancia Tatuata sbucò dal foro del soffitto che comunicava
con la cabina di pilotaggio e atterrò nello spazio fra lei e il
tavolo. — Avete fame?
Paula lo fissò, trattenendo l'impulso di colpirlo. — Il
sequestro di persona è un crimine grave su tutte le Colonie.
I tre seduti al tavolo alzarono gli occhi dalle carte e risero.
Uno di loro disse al negro: — Ehi, Santiago, sembra che
stavolta siamo in un guaio fottuto.
Santiago si ficcò i pollici sotto le bretelle metalliche. —
Perché me l'hai detto? Adesso me la faccio sotto dalla paura.
Gli altri due sghignazzarono divertiti. Guancia Tatuata
allargò le braccia. — Donna, ti sembra bello spaventare così
queste brave persone?
Paula si volse a fissarlo. — Sei un dannato bastardo! — La
sola cosa che le impediva di affondare le unghie nella faccia di
quel Costeau era la presenza di Jerem. Se avesse fatto irritare
quella gente avrebbero potuto prendersela anche con suo figlio.
Negli occhi verdi di lui brillò una luce ironica. — D'accordo,
sono un bastardo. Vi ho chiesto se volete mangiare.
— Mamma, io ho fame.
— Cosa volete da noi? — chiese Paula.
Guancia Tatuata scrollò le spalle. — È un affare del clan. Lo
saprai anche troppo presto.
— Dove ci state portando?
Il pirata le fece segno di seguirlo. Si staccò dal ponte e passò
attraverso l'apertura sovrastante.
— Jerem, voglio che tu resti accanto a me. E stai attento.
Paula balzò verso l'alto e mancò il portello. Per tirarsi al di là
di esso dovette puntellarsi e strisciare contro il soffitto. Jerem
la seguì nella cabina di pilotaggio con una manovra assai più
sciolta.
— Ehi, guarda che roba! — esclamò.
Oltre gli stretti oblò rettangolari allineati su tre pareti era
visibile uno spettacolo incredibile: due o trecento navette di
ogni dimensione riflettevano i raggi del sole sullo sfondo nero
dello spazio. I vascelli sembravano fermi in orbita attorno a un
immenso conglomerato metallico costellato di sporgenze, di
forma cilindrica, che a giudicare dalla prima impressione
doveva avere una lunghezza di diverse miglia e quasi uno di
diametro. Paula non aveva mai visto una struttura orbitale di
quel genere. I Costeau non incoraggiavano i visitatori.
— È una Colonia pirata, mamma! È così?
Paula annuì.
Al posto di pilotaggio sedeva una donna bruna. Guancia
Tatuata era andato a fermarsi accanto a lei. La donna inserì
alcuni dati in un terminale portatile, che poi introdusse in una
fessura della consolle sulla sua destra. Attese che si
accendessero alcune spie luminose e diede il via a un
programma computerizzato. Solo allora si volse a guardarli.
I suoi capelli neri erano riuniti in tre code di cavallo. Le
labbra sottili e l'azzurro che evidenziava le folte sopracciglia
davano al suo volto ovale un'espressione dura. Era un po' più
snella di Paula e un paio di centimetri più alta. Indossava una
tuta spaziale verde che le aderiva come un guanto.
— Siete stati un tantino maltrattati, eh? — fu il commento
con cui prese nota dell'espressione rabbiosa di Paula.
— L'hai detto.
— Io mi chiamo Grace. Questo è Aaron, mio fratello.
Guancia Tatuata ebbe un cortese cenno del capo.
— Siamo del clan Alexander — disse Grace. — Quella che
vedi è una delle nostre tane.
Paula tenne la sua ostilità sotto controllo. — Cosa volete da
noi? E non dirmi un'altra volta che è un affare del clan.
— Mio fratello e io abbiamo avuto l'incarico di cercarvi.
Sarete portati alla presenza del Leone degli Alexander.
— E questo dovrebbe farmi impressione? — sbottò Paula. —
Dovrei tremare di paura come Moat Piloski?
Grace scrollò le spalle. — Piloski una volta ha fatto il furbo
col nostro clan, derubando l'equipaggio di una navetta del suo
giusto guadagno. Il Leone è stato pietoso con lui, in
quell'occasione. Ma ora Piloski sa cosa succede a chi ci
attraversa la strada.
— E io e mio figlio, cosa c'entriamo con voi?
— Sarete portati davanti al Leone. Questo è tutto ciò che
posso dirti.
— E il Leone vi ha anche ordinato di terrorizzarci un po', nel
frattempo, tenendoci prigionieri in quel buco, imbavagliati e al
buio?
Aaron sorrise e si rivolse a Jerem. — I Sorveglianti salgono
spesso a bordo delle nostre navi, nei moli di attracco.
Ufficialmente in operazioni anticontrabbando; ma la vera
ragione è che non ci vogliono nei vostri mondi. E ci rendono la
vita difficile con tutti i mezzi. Su Lamalan vi abbiamo nascosti
tanto per precauzione. I Sorveglianti non perquisiscono
dappertutto, a meno che non abbiano un ordine preciso. I
bavagli servivano nel caso che vi foste svegliati mentre erano a
bordo.
— Quanto abbiamo dormito? — domandò Jerem.
— Quasi ventiquattr'ore — disse Aaron. — Nel negozio di
Moat vi abbiamo dato una drogastasi di tipo leggero.
Paula strinse i pugni. — Ci avete tenuti là dentro per un
giorno? Potevate almeno degnarvi di tirarci fuori, invece di
spaventare mio figlio in questo modo!
Aaron scosse il capo. — Dovevamo fermarci anche da altre
parti prima di arrivare qui. Era meglio lasciarvi dormire. Ma vi
abbiamo tolto dall'imbracatura antiaccelerazione. Potevate
sempre uscire, quando aveste voluto.
Grace osservò Jerem. — È vero? Hai avuto paura?
Jerem rispose annuendo appena.
— E cosa hai imparato da tutto questo?
— Imparato? — esplose Paula. — Dico, ti dà di volta il
cervello? Mio figlio non è una cavia per un test di resistenza al
buio e senza gravità! È un ragazzo di dodici anni!
— Uno dei nostri ragazzi della sua età — disse
orgogliosamente Aaron, — avrebbe approfittato della
situazione per imparare qualcosa di utile.
Era la goccia che faceva traboccare il vaso. Paula non poté
più trattenersi. — Oh, certo, siete bravi a imparare le lezioni
della vita, voi che siete i rifiuti delle Colonie! Duecento anni fa
vi hanno fatto un torto, e voi l'avete trasformato nello scopo
stesso della vostra dannata vita di parassiti! Quando passate fra
la gente civile vi impestate di odori disgustosi per mostrare il
vostro disprezzo, e poi rubate, contrabbandate, ammazzate e
chissà cos'altro! Be', non avreste bisogno di quelle borsette,
perché se anche vi faceste dieci docce al giorno continuereste a
essere spazzatura e a dare la nausea alle persone civili!
— Potrei sbatterti fuori dal portello per queste parole, donna
— mormorò Grace.
Aaron ridacchiò. — Ha del fegato, bisogna ammetterlo.
— Peccato che non voglia dare al figlio lo stesso privilegio.
Se la gode a coccolarselo, con tipico egoismo materno, quando
invece il ragazzo avrebbe bisogno di maturare e basta.
— Tu, razza di cagna, cosa credi di saperne di mio figlio?
— Io so — disse Grace a bassa voce, — che il ragazzo non
ha mai saputo chi è suo padre.
Paula sentì una morsa allo stomaco. Mio Dio. Deve
averglielo detto Moat. Con uno sforzo si volse a Jerem, e vide
un'intensa curiosità negli occhi di lui. No... non così. Non qui.
— Mio padre — disse Jerem agli altri due, — era un tecnico
che lavorava sulla Terra, a un progetto di ricostruzione
ecologica. È morto in un incidente, quando io ero molto
piccolo.
Grace fece una smorfia. — Diglielo, donna. O lo farò io.
Paula girò lo sguardo sullo spazio fuori dagli oblò. Avrebbe
voluto poter fuggire fra quelle navette e nascondersi da qualche
parte nell'immensa notte al di là di esse. Sentiva gli occhi di
Jerem fissi sulla sua nuca. Suo figlio aspettava che lei
confermasse la sua storia, che ripetesse le cose che aveva detto
a lui fin da quando era stato abbastanza grande da farle
domande.
— Mamma?
Paula si costrinse a incontrare il suo sguardo. — Jerem, tuo
padre... io ti ho sempre detto che era un tecnico, ma...
Vide la sofferenza che cominciava ad apparire sul suo volto.
E non c'era modo di evitarla, ormai. Avrebbe dovuto dirgli la
verità per gradi, anni addietro.
— Io avevo vergogna di ciò che faceva tuo padre, così ho
dovuto raccontarti che faceva un lavoro onesto, in modo che
tu...
Jerem aspettava in silenzio. Sul volto di Grace si delineò un
lieve sorriso.
Carogne! pensò Paula. Fece un profondo respiro. — Jerem,
tuo padre, in realtà... lui era un Costeau.
Jerem vacillò come se lo avesse schiaffeggiato. Paula fece
per poggiargli una mano su una spalla, ma lui si scostò con
violenza. — Sei una bugiarda! Una bugiarda!
— Oh, Jerem! Ho mentito perché avevo paura di dirtelo.
Forse sbagliavo ad aver paura, ma è così. Pensavo che per te
sarebbe stato più facile, sapendo che tuo padre era... era
qualcun altro. A scuola, se lo avessero saputo, i tuoi amici
sarebbero stati cattivi con te... ti avrebbero reso la vita difficile.
Il volto di lui divenne inespressivo. Si volse a guardare fuori
da un oblò. — Non m'importa di loro.
— Jerem, io...
Lui afferrò la sbarra sopra l'apertura e si spinse giù, nel
locale sottostante. Paula si volse ai pirati.
— Soddisfatti?
Grace alzò le spalle. — Tu hai vissuto nella menzogna, e
incolpi noi della verità.
— Tipico dei coloniali — rincarò Aaron.
Paula fu sul punto di dare una risposta bruciante, ma
d'improvviso si sentiva la bocca arida. Non riuscì a dir niente.
Nei suoi occhi c'era soltanto l'espressione ferita del volto di
Jerem.
15

Quel mercoledì, Rome arrivò alla seduta del Consiglio con


una ventina di minuti d'anticipo. Gli altri erano già in sala,
seduti intorno al lucido tavolo centrale. Lady Bonneville stava
disegnando pigri arabeschi con una penna ottica su una
tavoletta elettronica. Nu-Lin e Artwhiler studiavano gli schermi
delle loro consolle. Drake si dedicava a una grossa tazza di
brodo di carne, maneggiando il cucchiaio con tale vigore che
c'era da chiedersi quando avesse mangiato l'ultima volta.
Lady Bonneville alzò gli occhi da quel che stava facendo e
sorrise piacevolmente a Rome. Era una donna grassoccia
d'aspetto matronale, sulla sessantina, e svolgeva funzioni di
collegamento fra il Consiglio e il Senato di Irrya. Quel giorno i
suoi capelli erano color bronzo dorato.
— Rome! Come stai? E la cara Angela?
Lui le restituì il sorriso. — Angela e io stiamo abbastanza
bene, grazie. Anche tu, spero.
— Oh, mio caro, a volte invidio disperatamente la vita di una
donna come Angela, e non vorrei altro che lasciar perdere tutto
questo.
No, non te lo auguri affatto, pensò Rome, mentre andava a
sedere al suo posto. Lady Bonneville gratificava i colleghi di
quel genere di sospiri fin da quando la conosceva. Ma oltre al
suo incarico di consigliere e di collegamento col Senato,
dirigeva anche l'Ufficio dei Beni Culturali. Un lavoro che,
secondo Rome, per lei era più importante dei primi due.
Drake spinse di lato le posate e dichiarò aperta la seduta. Il
più importante argomento all'ordine del giorno era l'indagine in
corso sul Paratwa. La parola fu data subito ad Artwhiler perché
facesse rapporto.
Il Comandante dei Sorveglianti si alzò in piedi. Batté
qualcosa su un terminale portatile che aveva in mano, controllò
lo schermo sul bracciolo della poltroncina e poi volse attorno
un sorriso confidenziale. Lo si sarebbe detto uno speaker
pronto ad andare in onda coi fatti del giorno.
— Signore, signori, posso confermare che la ricerca del
Paratwa procede secondo il programma. Diverse piste molto
promettenti sono già sotto indagine. Con un po' di fortuna, le
forze dell'ordine metteranno questo sadico uccisore
nell'impossibilità di nuocere prima che colpisca un'altra volta.
Rome fissava il suo volto massiccio. Sta mentendo. Non ha
nessuna pista.
Nu-Lin si piegò in avanti. — È con-sa-pevole che nessun Pa-
ratwa è mai stato cattu-rato?
Il sorriso di Artwhiler si allargò. — Ho voluto esprimermi in
modo figurato. Ovviamente, se questa creatura facesse
resistenza, i miei Sorveglianti hanno l'ordine di usare mezzi
drastici.
— Quali mezzi dra-stici hanno usato i suoi Sorve-glianti
nella Riserva di Cali-fornia Setten-trio-nale?
Artwhiler si accigliò fieramente. — Quei tre coraggiosi sono
morti nello svolgimento del loro dovere perché non erano
preparati ad affrontare una simile bestia disumana. Il loro
sacrificio non è accaduto invano. Esso è stato un grido
d'allarme per i miei uomini, e potete esser certi che ora non
saranno colti impreparati!
Nu-Lin si massaggiò delicatamente la mandibola, come per
stimolare le protesi foniche inserite nelle sue guance. — Quella
Ri-serva era sotto la giuri-sdi-zione dei Sorve-glianti. Può
spiegare al Con-siglio come abbia potuto una sin-gola creatura
ster-mi-nare tutti quegli ani-mali?
Rome la guardò, chiedendosi perché se la prendesse tanto.
Gli occhi azzurri di Nu-Lin brillavano d'indignazione.
Artwhiler guardò gli altri come in cerca di aiuto. Poi, visto
che nessuno interveniva a suo favore, si schiarì la gola.
— Temo di doverle dire che chiunque avrebbe potuto entrare
là e uccidere molti animali senza trovare troppi ostacoli.
Bisogna tener presente che era necessario lasciarli indifesi, cioè
liberi nel loro ambiente naturale, e che la zona era recintata.
— La Lega dei Com-mer-cianti è del parere che lei non stia
affron-tando seriamente que-sta mi-naccia. Si rende conto del
danno eco-no-mico subito da California Setten-trio-nale in
seguito a questo at-tacco? La Riserva costi-tui-sce la basilare
at-tra-zione turisti-ca della Colonia, che ne ha sofferto gra-ve-
mente. Lei ha stu-diato la storia di quelle crea-ture? Questo
attacco è mite in con-fronto alle atro-ci-tà che sono capaci di
com-mettere.
— Le assicuro che i Sorveglianti sono in grado di mettere
l'uccisore sotto controllo.
— Spe-riamo — disse Nu-Lin.
Lady Bonneville sorrise ad Artwhiler. — Usando le risorse
adeguate al caso, sono certa che quanto prima i Sorveglianti
trionferanno.
Rome continuò a osservare Nu-Lin, che però evitava il suo
sguardo. Era d'accordo con l'opinione della donna, ma attaccare
Artwhiler non era la via giusta per avere l'appoggio degli altri
consiglieri.
Drake gli offrì la seconda sorpresa: — Desidero annunciare
che la ICN ha deciso di stanziare fondi speciali per ristrutturare
Sirak-Brath. Questa Colonia è il cuore del mercato nero, e un
nuovo impulso alle attività oneste è il solo deterrente valido per
quelle criminose nate dalla disoccupazione.
Stavolta fu Nu-Lin a guardare Rome, condividendo il suo
stupore.
Che sta succedendo, qui? Questa era una nostra proposta.
Tre giorni fa abbiamo accettato di non presentarla. E ora Drake
ha rovesciato la sua posizione!
Artwhiler sedette. — Eccellente idea, consigliere. Salvo che
mandare una legione dei miei Sorveglianti a ripulire quella
sentina di criminalità, non posso pensare un modo migliore di
civilizzare Sirak-Brath.
Rome si rivolse a Drake. — Ero convinto che la ICN volesse
opporsi a questo rinnovamento.
— Abbiamo modificato la nostra posizione — borbottò
Drake.
È furibondo, pensò Rome.
— La poli-tica di questo Con-siglio è sempre stata basata
sulla razio-na-lità, e quindi sulla coe-renza delle nostre
posizioni. Lei stesso ha insi-stito su tale ne-ces-sità, in pas-sato.
Drake fissò freddamente Nu-Lin. — Mi sembra che la nostra
razionalità sia palese. Sirak-Brath va ristrutturata. E non ho
chiesto a questo Consiglio di spendere del denaro pubblico. Ho
detto che la ICN investirà in questo progetto, e una somma
considerevole: fino a settecento milioni nel corrente anno
fiscale. Al Consiglio chiediamo di amministrare l'investimento.
Nient'altro.
Settecento milioni! Con tutto questo denaro si potrebbe
cominciare a costruire una Colonia nuova! Rome s'accorse che
il suo stupore era condiviso da tutti.
— Sicuramente — disse Lady Bonneville, — un
investimento di capitale così massiccio non sarà accolto senza
proteste dal Senato. Dopotutto i fondi stanziati dalla ICN
coprono già varie attività, mentre le commissioni senatoriali
hanno lavorato duramente per i preventivi di quelle che
richiedono l'intervento pubblico. Cambiare l'intera strategia
adesso, a causa di questo apporto della ICN...
— Informi il Senato — la interruppe Drake, — che il
consiglio di amministrazione della ICN ha deciso di aumentare
il capitale versato. Abbiamo ristrutturato il nostro programma
di investimenti e siamo pronti ad accettare nuove proposte.
Questo dovrebbe placare le lamentele dei senatori legati alla
piccola industria.
— È proprio la piccola industria a cui la ICN chiuderebbe la
partecipazione azionaria nelle nuove attività — obiettò Lady
Bonneville. — Credo che dovreste considerare l'uso di un
capitale alquanto inferiore.
— Come sempre, la ICN è aperta al negoziato. Ma noi
intendiamo che la maggior parte di questi settecento milioni sia
indirizzata al recupero economico di Sirak-Brath.
Nu-Lin si accigliò. — Ma da dove pro-viene questo denaro?
Se state pen-sando di disto-gliere settecento mi-lioni dagli altri
pro-getti della ICN, il parla-mento chiederebbe a questo
Consiglio di inter-venire col denaro pub-blico per compen-sare
il vostro ri-tiro da quelle at-ti-vità.
Lady Bonneville annuì gravemente più volte.
Drake guardava fisso davanti a sé, rigido come se si fosse
trasformato in pietra.
— Questo denaro proviene dalle società finanziarie che
amministrano i fondi disponibili per le nostre attività a lungo
termine. C'è stato un risveglio d'interesse per quelle a più breve
termine. Nient'altro. La messa in circolazione di un capitale
così ingente non avrà ripercussioni, se sarà amministrato con
accortezza.
Nu-Lin scosse il capo. — Forse. Ma ri-peto che se volete
disto-gliere il capitale da ope-razioni già in corso, il Senato ci
chiederà di inter-venire con stan-ziamen-ti d'emer-genza.
— Questo non succederà — disse Drake, con tale decisione
che nessuno osò replicare.
Il suo volto nero si volse a Rome. — Gli esperti della E-Tech
hanno fatto le valutazioni preliminari sugli interventi a Sirak-
Brath. Suggerisco che siano loro a sovrintendere al progetto.
Tre giorni prima Rome avrebbe accettato con entusiasmo
quella proposta. Adesso era insospettito. I motivi di Drake gli
restavano del tutto insondabili. Aveva bisogno di tempo.
— Propongo di rimandare di due settimane ogni discussione
sugli interventi da effettuare su Sirak-Brath — disse.
— Una settimana — mercanteggiò Drake.
Rome non fece difficoltà. Lady Bonneville e Nu-Lin
appoggiarono entrambe la sua mozione. Artwhiler fu d'accordo
con un pensoso cenno d'assenso.
Drake chiuse l'argomento: — La ristrutturazione di Sirak-
Brath è in agenda per oggi a otto. Il prossimo argomento
all'ordine del giorno: l'eventuale azione disciplinare contro la
E-Tech per aver mancato di informare questo Consiglio sul
Paratwa. In particolare, la E-Tech ha violato la costituzione
irryana, capitolo uno, comma sette.
Drake tacque, e subito Lady Bonneville si alzò in piedi. Il
suo intervento era troppo sicuro e veloce. Fra i due c'era stato
un accordo.
— Propongo che questo Consiglio censuri l'azione della E-
Tech, e che la questione sia delegata alle camere.
Drake annuì. — Appoggio la mozione.
Una censura del Consiglio era il più mite dei provvedimenti
disciplinari. Rome non ne fu sorpreso. Di solito Drake e Lady
Bonneville evitavano, saggiamente, l'eventualità di scontri
troppo aspri all'interno del Consiglio.
Artwhiler si alzò in piedi. — Io sarei dell'idea di votare una
penalità più severa per la E-Tech, ma vedo che il Consiglio ha
già deciso una linea di condotta. — Fissò Lady Bonneville, che
però aveva spostato lo sguardo sul campo di grano di Van
Gogh sulla parete di fronte.
— Comunque, ho qualcosa da dire su questo grosso
investimento in programma per Sirak-Brath. All'ultima seduta
io ho proposto che questo Consiglio devolvesse dei fondi
all'espansione del nostro perimetro difensivo. L'esame della
questione è stato rimandato al mese prossimo... non senza
motivo, visto che mi sono impegnato a fornire maggiori
dettagli tecnici per quella data. Ora, tuttavia, emerge
all'improvviso un grosso capitale disponibile da parte della ICN
per...
— Questo argomento è stato appena rimandato alla
settimana ventura — gli ricordò Drake.
— Ho preso nota della mozione, grazie. Voglio però
sottolineare che, se la ICN ha dei fondi da mettere a frutto, la
priorità può essere data alla Difesa, visto che le industrie
produttrici di materiale bellico vanno sostenute con ogni
mezzo.
Lady Bonneville non perse l'occasione di tirare acqua al suo
mulino. — Così posta, la questione può essere risolta
direttamente fra i Sorveglianti e la ICN.
— No! Insisto che il Consiglio se ne faccia partecipe, in
quanto la difesa è una priorità comune!
— In tal caso — disse Drake, con una faccia che non
prometteva nulla di buono, — incarica i tuoi Sorveglianti di
stilare una proposta dettagliata. La prenderemo nella debita
considerazione.
Lady Bonneville sorrise, conciliante. — Be', Arty, il
Consiglio si è impegnato a considerare seriamente la tua
proposta fra un mese. Ti garantisco che siamo preoccupati della
sicurezza quanto te.
Artwhiler sedette, con un grugnito cupo.
Artwhiler posso capirlo, pensò Rome. Un po' di paranoia è
sempre stato il suo marchio di fabbrica. Ma Drake?
Nel consiglio di amministrazione della ICN era successo
qualcosa. Quel consorzio di banche non aveva mai alterato in
modo così drastico la politica dei suoi investimenti. Non era
questo il suo modo di agire. E che Drake si proponesse di
finanziare l'opera di ristrutturazione su Sirak-Brath...
Non aveva senso.
Più tardi, dopo il termine della seduta, Lady Bonneville
trovò Rome alla porta dell'ascensore.
— Povera me! — si lamentò. — Questi affari del Consiglio
mi pesano sempre più, credimi. — Sondò il suo umore con un
sorrisetto. — Artwhiler è sempre così irritabile! Per fortuna ci
sono persone con la testa più fredda, soprattutto tu e Nu-Lin,
che sanno dare alle sedute un po' di dignità. Altrimenti
finiremmo per altercare come dei selvaggi.
— Tu fai bene la tua parte — contraccambiò lui. — Ma è
vero che sta diventando sempre più difficile. — La fece passare
nell'ascensore e ordinò di scendere al pianterreno. La cabina lo
ringraziò e cominciò a scendere lentamente.
Lady Bonneville scosse la testa. — E Drake? Santo cielo!
Questa marea di capitali disponibili è stata una sorpresa poco
piacevole. Che abbia dei guai con qualche banca? Pensi che il
pacchetto di maggioranza della ICN stia sfuggendo di mano al
suo gruppo?
— In borsa nessuno ha subodorato manovre del genere.
— Allora pensi che questo loro giro di boa nei finanziamenti
abbia a che fare con La Gloria de la Ciencia?
Rome la guardò dritto negli occhi, in attesa.
— Be', tu sai che La Gloria de la Ciencia ha ricevuto un
grosso contributo dalla ICN.
Rome non l'aveva saputo. Faticò a mantenere la voce calma.
— Ho sentito qualche voce. — La donna sorrise. — Non in via
ufficiale, naturalmente. I fondi sono stati incanalati attraverso
la West Yemen Corporation. — Si accostò a Rome, parlandogli
in un orecchio come fra cospiratori.
— Sai cosa si dice per la strada, ultimamente? Io sono stata
informata dalla mia portinaia, perciò la cosa è sicura. Molta
gente mormora che La Gloria de la Ciencia abbia avuto le mani
in pasta nel risveglio del Paratwa. Per loro il motivo è chiaro.
C'è un uccisore dell'Era della Tecnica, e c'è un'organizzazione
che vuole il ritorno all'Era della Tecnica. Tu sai come la pensa
la gente: due più due fa quattro.
Rome annuì, lasciandole intendere che lui sapeva come la
pensava la gente.
— È possibile — proseguì Lady Bonneville, — che
stamattina Drake e la ICN si siano svegliati con la paura di
essersi sbilanciati troppo verso La Gloria de la Ciencia.
L'ipotesi sembrava più di una battuta di spirito. Rome cercò
di approfondire. — Come hai saputo che questo denaro della
ICN è stato trasferito alla Gloria de la Ciencia?
Lei gli strizzò l'occhio. — Ho le mie fonti. Mi risulta che la
West Yemen Corporation progettava di usare capitali per un
totale di seicentotrenta milioni, che adesso però sono stati
congelati. Una cifra molto vicina, si può senz'altro dire, ai
settecento milioni che all'improvviso Drake dice di voler
investire. No?
Rome annuì. — Non so molto della West Yemen
Corporation.
— Dovresti mettere qualcuno al lavoro, e scoprire da chi
aveva avuto quel denaro.
L'ascensore arrivò al pianterreno. La porta si aprì su un
corridoio deserto che conduceva a un'uscita privata.
Rome esitò. — Cosa intendeva fare La Gloria de la Ciencia
con il denaro della ICN?
Lady Bonneville sorrise. — Forse erano in arretrato con
l'affitto. Tutti siamo succubi di trite necessità finanziarie.
Rome avrebbe voluto qualche altro particolare, ma capì che
lei gli aveva già detto ciò che voleva. Dietro i modi superficiali
di Lady Bonneville c'era una vita di manovre politiche. Gli
aveva indicato una strada. Ma non si sarebbe avviata sul
marciapiede sottobraccio a lui.
— Ti farò sapere quel che ho scoperto — le disse.
Lei uscì dalla cabina e sorrise. — A proposito, tu e Angela
non mancherete a casa mia la settimana prossima, vero?
— No, puoi contarci.
— Sono emozionatissima! La lista degli ospiti, direi, è
proprio la più eccezionale che io abbia mai messo insieme.
Conto che sia una serata davvero straordinaria.
Lui esibì il suo sorriso più affascinante. — Come sempre.
Nessuno potrebbe dubitarne.

Entrando nel suo ufficio, Rome trovò Pasha Haddad che lo


aspettava con espressione fosca.
— Gillian e Nick dovrebbero essere rimessi immediatamente
in stasi. Hanno modi così brutali che la E-Tech non può
aspettarsi niente di buono da loro, qualunque sia il risultato di
questa caccia al Paratwa.
Rome andò a sedersi e ascoltò pazientemente il resoconto di
Haddad su quel che era successo la sera prima. — Ora dove
sono?
— In uno degli uffici vuoti. Li chiamo qui?
Rome annuì, augurandosi di non dover perdere troppo
tempo. Doveva consultarsi al più presto coi suoi assistenti;
riesaminare a fondo la seduta del Consiglio e stabilire se e in
che modo modificare la strategia della E-Tech. Era vitale
saperne di più su quel che c'era dietro l'inaspettato
cambiamento nella politica di Drake.
— Salve, gente! — fu il saluto di Nick. L'ometto attraversò
allegramente l'ufficio e saltò a sedere su un angolo della
scrivania di Rome. Le tute da caduta libera in colori molto
vivaci e con le tasche mobili erano la moda del momento.
Quella di Nick era gialla e scarlatta, di parecchie misure troppo
larga. Per ragioni note a lui solo aveva attaccato tutte le tasche
dietro la schiena, in basso. Sembrava che gli fosse cresciuta la
coda.
Gillian indossava giacca e pantaloni in due tonalità di grigio
scuro, e una camicia chiara ricamata. Avrebbe potuto passare
per un piccolo industriale o un dirigente della ICN.
Pasha Haddad chiuse la porta e incrociò le braccia sul petto
in atteggiamento severo.
Nick sogghignò. — Babbo dice che ieri siamo stati cattivi.
Gillian gettò un'occhiata al capo della Sicurezza, fermo
presso la porta, e sedette su una poltroncina.
— Temo che non ci sia motivo di scherzare — cominciò
Rome. — Il signor Haddad mi ha riferito ciò che è successo in
palestra.
Nick alzò le spalle. — Stavamo solo facendo il nostro
lavoro.
— Un uomo è finito all'ospedale... e altri, fra cui una donna,
hanno dovuto esser medicati per varie contusioni.
Nick esitò. — Non vorrei sembrare rude, amico, ma qui si
deve giocare in serie A. E chi non è adatto non entra in
squadra.
— Voi li avete aggrediti, e loro hanno reagito — lo rimbrottò
Rome. — Cosa vi aspettavate?
Gillian alzò una mano, e Nick lasciò parlare lui. Quanto
sono delicati, pensò. Ancora non hanno capito cosa si trovano
di fronte.
— Il nostro espediente è stato brutale — disse con calma, —
ma in cinque minuti abbiamo appreso quello che, con un
metodo più garbato, avrebbe richiesto tutta la sera. Quei
volontari erano inadatti perché pensavano di attaccarmi prima
di farlo effettivamente. Una caratteristica ammirevole in un
essere umano civilizzato, ma non per uno che debba affrontare
un Paratwa. Intanto che loro pensavano, io li ho colpiti.
L'aggressività rallentata dal raziocinio è fatale, contro un
uccisore.
Haddad si fece avanti, irritato. — Lei non ha dato ai miei
agenti nessuna possibilità.
— Né gliela avrebbe data il Paratwa — disse Nick. —
Ricordi che non stiamo dando la caccia a un boy scout?
— Boy scout?
— Lasci perdere.
Gillian scosse il capo. — Ai suoi agenti può essere insegnato
a reagire più in fretta, ma richiederebbe molto tempo. E la loro
patina di civiltà non si scioglierebbe mai del tutto. Potrebbero
perfino imparare ad attaccare un Paratwa a vista, ma appena un
passante innocente si mettesse di mezzo esiterebbero. E il
Paratwa no.
Rome vide dove quel discorso lo stava portando, e non gli
piacque. — Voi volete dei criminali... psicopatici senza
inibizioni che li trattengano dall'uccidere.
— Gente simile sarebbe ugualmente inadatta, ma per altre
ragioni. — Gillian mantenne un tono pacato e suadente. — Una
mentalità civile è accettabile, quando il raziocinio non
interferisce con gli istinti basilari. Io ho bisogno di gente così
sicura d'essere colpita, da cedere all'istinto di colpire in
anticipo. Nessuna riflessione preliminare, nessun senso di
colpa, nessuna paura. A me occorre la furia scatenata. L'istinto
che sfonda in un solo istante la comune capacità di
autocontrollo.
— Per amore di discussione — disse Rome, — presumiamo
che gente di questo genere non ce ne sia. Quale sarebbe la
vostra alternativa?
— Non ci sono alternative. Io non tenterei neppure di
affrontare un Paratwa senza una squadra all'altezza di farlo.
— Ma per fortuna — aggiunse Nick, seccamente, — gente
adatta può esserci. Lei ci deve permettere di reclutare fuori
dalla E-Tech.
— Impossibile — sbottò Haddad.
Nick si rivolse ancora a Rome. — Ci rifletta. In primo luogo,
noi non avremmo nessun legame con la E-Tech. Se la cosa
finisse male, l'organizzazione non ci andrebbe di mezzo.
— Ci sono già troppe cose che vi collegano alla E-Tech —
obiettò Haddad.
— Vero — ammise Nick. — Ma sarebbe già un passo avanti
rispetto alla situazione attuale. — Guardò Rome negli occhi. —
Dobbiamo avere mano libera. Questo è l'unico modo.
Rome era incline a dar ragione al capo della Sicurezza.
Malgrado ogni possibile ripercussione dovevano mantenere un
certo controllo su Nick e Gillian. — Dovete capire che ho altre
gravi ragioni per desiderare che non siate coinvolti in questa
indagine.
Indagine? Gillian avrebbe voluto ridere.
— E non posso negare — proseguì Rome, — che non
approvo i vostri metodi, poco importa quanto voi li riteniate
efficaci e necessari. — Scosse il capo. — Dovete operare
all'interno dell'organizzazione, così come eravamo d'accordo.
Gillian si appoggiò all'indietro e incrociò le braccia. La
fredda razionalità era l'unica speranza per indurli a cambiare
idea. — Nessuno vi ha mai detto cosa può fare un Paratwa
armato fino ai denti.
— Abbiamo letto i libri di storia — gli ricordò Haddad.
— Nei vostri archivi ci sono notizie morte. La mia
esperienza è viva. Siete d'accordo su questo?
Rome annuì. — Vada avanti.
Gillian chiuse gli occhi. — Vi arriva addosso da due
direzioni... mosse rapide, feline. Ogni gemellare ha uno scudo
d'energia che lo protegge davanti e dietro. Sui fianchi ci sono
due fessure attraverso le quali è vulnerabile, ma anche con un
fucile a raggi esplosivi si deve avere una mira molto precisa.
Nessuna arma portatile può penetrare lo scudo energetico di
fronte o alle spalle. Soltanto un laser multifase di grosso
calibro ci riuscirebbe, e anch'esso non prima di alcuni secondi.
Durante questi secondi l'operatore del laser multifase sarebbe
ucciso.
«Lo scudo non lascia passare i gas, perciò non è facile
avvelenare o soffocare il Paratwa. Una forte pressione o un
calore ardente possono essere sopportati per brevi periodi di
tempo... anche la sopravvivenza nel vuoto è possibile per
diversi secondi.
«Il Paratwa ha scrambler AV e sensori, e ciò significa che
usare computer e tecniche automatiche per cercare il bersaglio
non serve. I mezzi elettronici di ogni dispositivo di puntamento
ne vengono confusi. L'uccisore costringe perciò gli attaccanti a
ingaggiare un combattimento a vista.
«Armamenti offensivi. Quando si cerca di penetrare nei
mezzi di difesa dell'uccisore, si è sotto il tiro di almeno quattro
armi: due falci Cohe e, generalmente, due pistole a raggi
esplosivi. Molti di loro usavano dispositivi controllati dalla
muscolatura, capaci di espellere una quantità di proiettili
mortali: granate e bombe a gas, proiettili a razzo di vario
genere, pallottole, dardi e lame di coltello.
«Altre attrezzature comuni. Il casco, con schermi e detector
interni; una centralina computerizzata che individua e colpisce
automaticamente bersagli non protetti da scrambler; sensori per
le radiazioni; un propulsore a razzo per balzi aerei anche molto
lunghi; ed eiettori capaci di saturare un locale di liquidi o di gas
mortali.
«Le sue esperienze. Un uccisore Paratwa è creato e allevato
per un unico scopo: ammazzare esseri umani, più rapidamente
e sicuramente possibile. La sua intera vita è dedicata al
perfezionamento dei metodi per ottenere questo risultato.
Durante l'addestramento ogni Paratwa uccideva centinaia di
individui, fra schiavi e prigionieri di guerra.
«Il suo vantaggio più inimitabile. Forse la velocità d'azione:
un apparato neuromuscolare geneticamente modificato gli
conferisce tempi di reazione e di esecuzione molto brevi.
L'allenamento a cui è sottoposto fin dalla nascita affina ancora
questa capacità.
Gillian fece una pausa, scrutò l'espressione di Rome e decise
di dargli un altro colpetto.
— Secondo i vostri archivi, ogni Paratwa esistito ha ucciso,
in media, duecentomila esseri umani. E questa media è riferita
a una società infinitamente più preparata alla violenza della
vostra.
Il cuoio capelluto di Haddad s'era ritratto all'indietro. — Le
Colonie non sono del tutto indifese. Abbiamo armi portatili a
raggi esplosivi e laser. Anche scudi d'energia, benché il loro
uso sia severamente ristretto.
— Non fa differenza — disse Gillian con calma. — Anche
se poteste opporre a un Paratwa le stesse armi, sareste sconfitti.
Aveva parlato con tale sicurezza che Rome si sentì convinto,
benché la sua tendenza a razionalizzare continuasse a cercare
argomenti.
— E cos'è — chiese Haddad in tono acre, — che vi rende
così sicuri della vostra inimitabile efficienza contro quelle
creature?
Gillian guardò Nick, aspettandosi che fosse lui a rispondere.
È strano quanto si può esser ciechi sulla propria natura. Io
non so perché ho queste capacità. Una fortuita combinazione
genetica, suppongo. So solo che quando i miei genitori sono
stati uccisi ed ho trovato quella falce Cohe, l'arma era come
parte di me. La mia mano conosceva il modo in cui andava
usata.
Nick alzò gli occhi al soffitto. — Gillian è una rara
combinazione di istinti e abilità acquisite. È un anormale, come
ce n'è uno su un miliardo.
Un anormale. Sì, sentiva che era vero. Io sono un anormale.
Lo stomaco gli doleva per la tensione. Represse un brivido.
Rome osservò Gillian, accigliato, considerando la smorfia -
con cui aveva reagito all'indifferenza di Nick nel definirlo così.
Gillian capì che il consigliere aveva frainteso il significato, e
ne fu divertito. Rise, scacciando l'angoscia. Gli altri tre lo
guardarono perplessi.
— È proprio buffo — mentì. — Eccoci qui a discutere con
calma del buco che c'è nel tetto. E intanto ci sta piovendo
addosso.
Nick schioccò le dita. — Dico, questa mi piace! Bella
analogia.
Rome ne fu infastidito. — Sono ancora dell'opinione di
Haddad. Voi dovete agire entro la nostra organizzazione.
Nick saltò giù dalla scrivania. — Va bene, supponiamo di
essere d'accordo sulle vostre restrizioni. Che mi dice della falce
Cohe che avete in magazzino?
— Se vi dessi quell'arma violerei gravemente la legge.
— Se non ce la dà — replicò Nick, — morirà un numero di
cittadini delle Colonie ancora più elevato.
Haddad lo scrutò insospettito. — Cosa ne è stato della falce
Cohe di Gillian?
Fu Nick a rispondere. — Abbiamo pensato bene di non
ficcarci nella stasi con una falce. Potete capire la nostra
preoccupazione. Se fossimo stati risvegliati incidentalmente, o
da qualcuno che non ci conosceva... quell'arma ci avrebbe
procurato un processo e una sentenza maledettamente veloci.
— Sogghignò ampiamente. — D'altra parte l'idea era di
metterci di nuovo al servizio della E-Tech, e non era pensabile
che la E-Tech avesse distrutto ogni esemplare della più mortale
arma portatile mai costruita.
— E ora — disse Haddad, — vi aspettate che ve ne diamo
una, così, semplicemente. Io lo trovo piuttosto ingenuo.
Nick gli fece l'occhiolino. — Noi gente del ventunesimo
secolo siamo notoriamente dei grandi ingenui.
Gillian ridacchiò.
Haddad si volse a Rome. — Anche se non fosse una
violazione alla legge, non si può dare un'arma del genere a un
uomo capace di agire con la violenza che abbiamo visto —
disse, freddamente.
Rome aveva già preso la sua decisione il giorno prima. —
Farò prelevare l'arma dal nostro magazzino. Essa, però, dovrà
restare entro i confini di questo edificio. — Evitò lo sguardo
irritato di Haddad. — In cambio, voi lavorerete con la nostra
organizzazione. Potrete addestrare una squadra, ma dovrete
usare modi meno drastici con il personale. D'accordo?
Nick s'inchinò graziosamente e sorrise. L'espressione di
Gillian era imperscrutabile.
L'ometto si sfregò le mani. — Forse così cominceremo a
combinare qualcosa. Bene! E adesso che ne dite di qualche
buona notizia per rallegrare l'atmosfera?
— La ascoltiamo — annuì Rome.
Nick accennò verso Haddad. — Questa mattina presto il
babbo ci ha mandati in gita su Lamalan, come aveva promesso.
Naturalmente ci ha inchiodato addosso sei agenti, perché ci
comportassimo bene. Ma visto che uno di loro era una biondina
niente male, il viaggio ha avuto due aspetti positivi. Uno, la
biondina. L'altro, questa roba qui.
Nick si frugò in una tasca e ne tirò fuori un paio di
minuscole sferette bianche. Le mostrò sul palmo della mano.
Pasha Haddad spalancò gli occhi. — Voi ci avete mentito!
Avete detto ai miei agenti di non aver trovato niente!
Nick mise le sferette sulla scrivania. Non rotolarono;
sembrarono anzi appiattirsi contro la superficie. — Voleva che
rovinassimo la sorpresa al caro direttore Franco? La sua
insensibilità mi addolora, Haddad.
Rome esaminò i piccoli oggetti. — Cosa sono? Microspie?
— Non troppo micro, ma ottime. Trasmettitori audio con
microfono direzionale. Questi signorini possono localizzare un
sussurro a cento metri di distanza, metterlo bene a fuoco e
amplificarlo.
Haddad raccolse una delle sferette e la studiò, accigliato. —
Fino a che distanza possono trasmettere?
— Mezzo miglio, in un etere sgombro.
— Presumo che ora siano disattivate — borbottò lui.
— Lo presuma tranquillamente, amico!
— Sono state piazzate dal Paratwa? — domandò Rome.
Nick annuì. — A casa di Paula Marth. Una delle micro era
nel corridoio, l'altra nella sala di esposizione... appiccicata a
una sega da tavolo con raggio sabbiatore incorporato.
Bell'oggettino. — Scosse lentamente il capo. — Cose che
fanno riflettere, eh?
Haddad lo stava già facendo. — Dunque lei afferma che il
Paratwa ha impiantato le microspie durante la sua visita a casa
dei Marth... prima dell'omicidio. Voleva scoprire se la donna
sapeva dov'era Bob Max.
— Voleva sapere a chi avrebbe telefonato dopo la morte di
Max — lo corresse Nick.
— Allora era previsto che lei avrebbe potuto testimoniare —
concluse Haddad.
Gillian si costrinse alla pazienza. Dio, quanto sono lenti.
— Previsto è dir poco! — sbottò Nick. — Esistono micro più
piccole, anche dotate di telecamera, ma durante un temporale
servono a poco. Il tipo scelto indica che si pensava di poterle
usare con l'aria ancora piena di scariche, quindi non al mattino.
Dopo l'omicidio, è chiaro che l'uccisore ha monitorato le micro
dalla vicina foresta. Paula Marth ha chiamato la E-Tech, e il
Paratwa ne ha informato il suo padrone.
Rome aveva un sapore amaro in bocca. — E il giorno dopo,
Artwhiler e Drake sapevano tutto sull'omicidio.
— Già — disse Nick. — Sembra che chiunque stia
sponsorizzando questo Paratwa miri anche a screditare la E-
Tech.
— Dunque Paula Marth non ha mentito — mormorò
Haddad. — Diceva la verità. Non ha telefonato a nessuno,
fuorché a noi.
— Probabilmente.
Rome si massaggiò lo stomaco, cercando di decontrarsi. —
Queste microspie... non sono un modello conosciuto. Dubito
che esistano i dati necessari a costruirne una.
Nick sogghignò. — Ha notato che assumono il colore della
scrivania, eh? Mimetiche. Tecnologia pre-Apocalisse. Ma se
frugate bene nei vostri archivi, scommetto che i dati li trovate.
Oh, hanno un'altra caratteristica. Si autodisintegrano. Se
lasciate appiccicate a un muro, dopo una decina di giorni resta
solo una macchiolina nella vernice.
Rome si mordicchiò un labbro. — Il Paratwa... doveva
sapere che le avremmo cercate.
— Non necessariamente. — Nick sedette di nuovo sul bordo
della scrivania. — Erano ben nascoste. Le abbiamo trovate solo
perché avevamo già un'idea di cosa cercare.
Haddad inarcò le sopracciglia. — Voi sapevate che in quella
casa c'erano delle microspie?
— Gillian sospettava che il Paratwa non avesse fatto visita
alla Marth soltanto per parlare di antiquariato. L'esecuzione di
Bob Max è stata orchestrata sapientemente.
La morsa che Rome aveva allo stomaco era peggiorata, ma
ancora rifiutava di trasformarsi in paura vera e propria. Ciò che
stava provando era più simile a una sensazione che ricordava di
aver avuto da bambino, al funerale di suo padre: una tristezza
insondabile, il presagio di un vuoto sempre più profondo.
Iceberg-agonia, la chiamava Angela. Sommersa nel subconscio
per i nove decimi.
Anche per Pasha Haddad la scoperta delle microspie era
stato un colpo basso. Rome lo capì da come sceglieva le parole.
Haddad inarcò le sopracciglia. — Voi sapevate che in quella
casa c'erano delle microspie?
— Mi sembra improbabile che siano i Costeau a controllare
questa creatura. E non si prenderebbero tanto disturbo col solo
scopo di screditare la E-Tech. Non è il loro modo di agire.
Rome cercò un'altra ipotesi. La Gloria de la Ciencia?
Sembrava più probabile, visto che la E-Tech era il muro che le
sbarrava la strada. Possibile che da lì partisse un filo che
collegava i fatti al comportamento di Drake in sala del
Consiglio?
Sto cercando di mettere il guinzaglio al vento. Le ipotesi fra
cui scegliere erano ancora semplicemente troppe. Aprì un
cassetto della scrivania, tirò fuori un tubetto di pillole antiacido
e ne inghiottì una.
— Avete saputo qualcos'altro su Bob Max? — domandò
Nick.
Rome interrogò con lo sguardo Haddad. Lui aggrottò le
sopracciglia. Evidentemente disponeva di informazioni che non
voleva condividere con Nick e Gillian. Infine si decise a dire:
— Bob Max passava molto tempo fuori Lamalan, ma non
possiamo ancora dire dove né come. Sappiamo che era assai
attivo nel contrabbando. E un nostro infiltrato ha detto che era
in relazioni amichevoli con diversi clan di pirati.
— Ma non avete nulla che colleghi Bob Max al Paratwa —
riassunse Gillian.
— Non ancora.
— Max aveva contatti con qualcun altro? — chiese Nick. —
Amicizie in politica o nel mondo degli affari, forse?
— Ha elargito somme a vari gruppi di parlamentari, negli
ultimi cinque anni. A uno che proponeva di inasprire le tariffe
doganali fra certe Colonie, e a un altro che si opponeva a un
primo progetto di ristrutturazione di Sirak-Brath. — Haddad
fece una pausa. — È ovvio che Max dava molta importanza a
quelle cause.
— Nient'altro? — insisté Gillian.
Haddad alzò le spalle. — Evidentemente era piuttosto ricco,
anche se non siamo mai riusciti a individuare dove rastrellasse
il suo denaro. Partecipava ad aste di antiquariato sia per
comprare che per vendere, e aveva partecipazioni finanziarie in
molte delle maggiori gallerie delle Colonie. Era diacono della
Chiesa della Fede... un vero credente, anzi, a quanto risulta.
Nick pescò da una tasca una striscia di liquirizia bianca, se la
ficcò fra i denti e lasciandola ballonzolare fuori da un angolo
della bocca chiese: — Se la faceva con qualche clan pirata in
particolare?
Haddad annuì. — Max faceva la maggior parte dei suoi
affari con due clan, gli Alexander e i Cornell.
Nick si rivolse a Rome. — Da quel che ho capito, costoro
sono per lo più discendenti dei tecnici che costruirono le
Colonie, no?
— Sì — rispose lui. — Due secoli fa, quando le Colonie
furono completate e aperte all'immigrazione, la selezione della
gente in arrivo dalla Terra fu fatta dalla E-Tech. Era stabilito
fin dal principio che quelle centinaia di migliaia di lavoratori
spaziali, al termine del loro contratto, sarebbero rientrati sul
pianeta. Ma poi ci fu l'Apocalisse, e questo non fu più
possibile.
Nick osservò: — Anche i vostri più esaurienti libri di storia
non sembrano dedicare molto spazio a quell'avvenimento. È
strano.
Haddad ebbe un gesto vago. — Le Colonie, e la E-Tech,
fecero un terribile errore due secoli fa. Nessuno se ne
compiace.
Nick stava gettando rapidi sguardi a Gillian. — Invece di
creare nuovo spazio per inserire gradualmente quei lavoratori
fra i cittadini delle Colonie — disse, — il governo di
quell'epoca stabilì di non averne la possibilità. Dichiarò che
avrebbero potuto sopravvivere con gli stessi mezzi usati
durante la costruzione, benché in modo precario. Alla maggior
parte di loro l'accesso ai cilindri abitabili fu interdetto per
sempre.
Rome si accorse che quel discorso era a beneficio di Gillian,
e aggiunse: — Quando questi lavoratori visitavano una delle
Colonie, dovevano portare dei distintivi. Le loro possibilità di
movimento erano molto limitate.
Gillian gli puntò contro un dito. — Voi avete creato una
casta di paria, di persone di seconda classe. Non è la prima
volta che accade, nella storia.
Rome annuì. — Le Colonie avevano paura che fra i
lavoratori fossero mescolati dei Paratwa. Li tennero a distanza.
Ci furono promesse, si studiarono accordi economici e
accomodamenti, ma erano solo discorsi. Molti lavoratori si
adattarono a una vita di pregiudizi, nella speranza che i loro
figli diventassero coloniali a pieno titolo. Ma per lo più essi
rifiutarono di vedersi trattare come cittadini di seconda classe.
Migliaia delle navette in cui avevano vissuto finallora erano
state convertite in abitazioni permanenti. Adottarono così uno
stile di vita da zingari, spostandosi da Colonia a Colonia in
cerca di lavori temporanei. Non pochi cominciarono a scendere
in zone non troppo contaminate della superficie terrestre, in
cerca di oggetti d'arte o di apparecchiature da vendere al
mercato nero. Qualcuno, desideroso di vendicarsi, cominciò
invece ad attaccare i trasporti intercoloniali per derubarli delle
merci, e le notizie di passeggeri ed equipaggi massacrati si
moltiplicarono. Questo stato di cose terminò più di un secolo
fa, ma per allora i Costeau erano già legati per tradizione
familiare alla pirateria e continuarono a vivere con ogni sorta di
espedienti criminosi.
«Fin dal principio i lavoratori s'erano riuniti in gruppi, in
clan, alcuni dei quali trovarono i mezzi per costruirsi i propri
cilindri. Erano più piccoli e rustici delle Colonie, naturalmente,
ma nel complesso non meno funzionali. Altri clan scelsero una
Colonia e si stabilirono in permanenza su un'orbita parallela ad
essa. I cilindri meno industrializzati, come Sirak-Brath,
attrassero un numero non indifferente di Costeau. Oggi quella
Colonia è una specie di enorme sobborgo, un paradiso della
malavita.
Gillian sapeva perché Nick aveva intavolato
quell'argomento. — Sì, interessante — disse, con voce un po'
annoiata.
Nick saltò giù dalla scrivania. — Be', vi abbiamo rubato
abbastanza tempo. Io ho in programma di trascorrere il resto
del pomeriggio nei vostri archivi. — Si sfregò allegramente le
mani. — Perché stasera, se babbo mi dà le chiavi della
macchina, voglio andare in città a divertirmi un po'.
Haddad ebbe una smorfia poco convinta. — Mi aspetti in
anticamera, per favore. La raggiungo fra un minuto.
Nick fece risuonare i tacchi delle scarpe scattando
sull'attenti, e alzò il braccio destro a un angolo di
quarantacinque gradi. Era un modo strano di salutare, pensò
Rome.
Haddad aspettò che i due uscissero. — La mia opinione è
sempre la stessa. Dovremmo rimetterli in stasi.
Rome si appoggiò allo schienale. Nonostante i suoi dubbi
continuava a credere che Gillian e Nick sarebbero stati utili. —
Hanno trovato queste microspie — gli fece notare.
— Dar loro una falce Cohe è un errore. Non solo stiamo
andando contro la nostra stessa politica, ma se Gillian la sa
usare come si vanta... che ne sappiamo dei loro veri scopi? Io
non mi fido.
— Neppure io — disse Rome, — ma a questo punto ho più
paura del Paratwa che di loro. Sono convinto che Artwhiler
non riuscirà a fermare quella creatura.
Haddad non gli nascose la sua amarezza. — E cosa ti fa
credere che noi potremo tenere in mano Gillian?
Era una buona domanda. Rome avrebbe desiderato che ci
fosse una risposta altrettanto buona. — Li fai tenere sotto
sorveglianza costante?
— Si capisce. Le loro trasmittenti sottocutanee funzionano
bene. Però possono dirci solo dove sono... non cosa stiano
facendo.
— Dovrà bastare. — Rome pensava già ad altro.
Pasha Haddad se ne accorse. — Hai ancora bisogno di me?
— Sì. Devo consultarmi coi miei assistenti amministrativi. E
voglio che tu, e i capisezione della Sicurezza che hai qui in
sede, siate presenti.
— Guai al Consiglio?
Rome annuì pensosamente. Guai dappertutto.
16

Il Leone degli Alexander era un uomo vecchio e scarno, con


corti capelli grigiastri e il volto segnato da profonde rughe.
Sedeva contro il bracciolo destro di un elegante divano di pelle,
intento a disegnare qualcosa su un album che teneva poggiato
su un ginocchio. Nel silenzio della stanza si udiva soltanto il
fruscio della sottile matita nera stretta fra le sue dita adunche.
Mentre Grace e Aaron si avvicinavano al vecchio, Paula
restò sulla porta con suo figlio, come le era stato ordinato.
La stanza aveva l'aria di una combinazione fra studio e
camera da notte. Un paio di metri dietro il divano era addossato
al muro un letto a una piazza coperto da un drappo di lino a
colori vivaci. Sopra di esso sporgeva un infisso argenteo, a
forma di ramo, su cui era appollaiata una colomba. Sul
comodino c'era un piccolo vaso con cinque o sei rose appena
tagliate. In un angolo c'era una consolle elettronica per le
comunicazioni, in quello opposto un'antica apparecchiatura per
le riproduzioni musicali su nastro e su disco. Il tappeto era
sottile, a disegni color ruggine, un po' malandato. Al centro
della stanza campeggiava una scrivania di mogano del valore
di parecchie migliaia di byte.
Jerem esibiva una maschera di noia. In altre circostanze
aggirarsi in una Colonia pirata sarebbe stata una grossa
emozione per lui. Ma dal giorno prima, da quando Paula gli
aveva detto di suo padre, s'era rinchiuso in se stesso ignorando
i suoi tentativi di far conversazione, e aveva mostrato scarso
interesse per l'aspetto insolito del piccolo appartamento in cui
Aaron li aveva rinchiusi nelle ultime ventiquattr'ore. Anche
nelle poche occasioni in cui le aveva rivolto la parola, dal suo
tono Paula s'era accorta che sotto quella calma apparente
stagnava una rabbiosa tensione.
Gli passerà, aveva detto a se stessa. Non posso sentirmi in
colpa per avergli risparmiato un dolore. Nascondendogli chi
era suo padre ho fatto la cosa più giusta.
Ma il dubbio restava.
Grace e Aaron stavano conversando sottovoce col vecchio.
Paula non riuscì a capire cosa si dicessero, ma dopo un poco
intuì dal loro tono che erano in disaccordo su qualcosa. Infine i
due rivolsero un leggero inchino al vecchio e si ritirarono.
Quando Aaron si fermò di fronte a Paula il suo tatuaggio fu
increspato da una smorfia. — Il Leone desidera parlare in
privato con te e tuo figlio. Da soli. — La disapprovazione di lui
le fece capire su cosa non erano stati d'accordo.
Gli occhi scuri di Grace ebbero un lampo. — Non cercare di
fargli del male, non disturbare la sua tranquillità. Prova a fare
la furba e dovrai risponderne a me!
I due pirati uscirono, chiudendo la porta dietro di loro. Paula
provò un momento di paura. Lei e Jerem erano soli con un
uomo che governava un piccolo regno di criminali efferati.
La voce del Leone era più giovanile del suo aspetto. —
Venga avanti. Si sieda qui accanto a me.
Lei esitò, poi andò a sedersi sul lato opposto del divano. Il
vecchio ridacchiò, scrutandola.
— Non mando cattivi odori, e non mordo. La prego... venga
a sedersi da questa parte.
Paula si avvicinò, mantenendo però una certa distanza fra di
loro. Jerem sedette nel posto lasciato libero da lei.
— Le chiedo scusa per non averla ricevuta ieri, al suo arrivo,
ma non ero qui. Avrei voluto, però i miei doveri mi hanno
trattenuto fuori dalla Colonia.
Paula si appoggiò allo schienale morbido, evitando lo
sguardo dell'uomo.
— Le piace? — domandò il Leone, mostrandole quello che
stava disegnando.
Alcuni bambini, dai volti rosei meticolosamente dettagliati,
giocavano e ridevano su un prato verde. Sullo sfondo c'era una
pineta, e sopra le cime degli alberi, stagliate contro il cielo
azzurro chiaro, si alzavano le vette di una catena di montagne
impervie. Nessuna Colonia poteva ospitare un panorama
simile.
Paula non ebbe bisogno di mentire. — Sì, molto bello.
Il Leone sorrise. Prese una matita verde scuro e cominciò a
ombreggiare gli alberi.
— Ho sognato questa scena, due notti fa. Nel sogno io
arrivavo in volo sul prato, e diventavo uno di questi bambini.
Ero felice.
«Quando mi sono svegliato, ho cercato di non dimenticare
nulla. Le emozioni che avevo provato erano pure, un ritorno a
ciò che era la mia anima... un tempo, in un periodo della vita
nel quale il tempo ancora non ha un significato. Un tempo a cui
vorrei tornare.
«Ma, ahimè, non c'è ritorno. Il sogno si sfoca quando i nostri
sensi percepiscono la vita e gli anni; la nostalgia rimane, ma
come un'astrazione che la mente conscia analizza e archivia. Il
passato diventa un'imitazione della realtà, il ricordo di un
ricordo.
Due occhi verde pallido si girarono a fissarla. — Questo
disegno è un tentativo di trattenere la gioia di certe sensazioni.
La forma, i colori... somigliano a quelli del sogno. Ma non
abbastanza. Mancherà sempre qualcosa. — Il suo sguardo si
abbassò sui seni di Paula, per un lungo momento. — Lei è una
bella donna.
Paula incrociò le braccia sul petto. Si sentiva ingannata,
presa in giro da parole che le avevano dato un falso senso di
sicurezza. La rabbia riaffiorò. — Cosa volete da noi?
— Ha mai fatto sogni così, provato queste sensazioni? —
chiese invece lui.
— Sì... dannazione, non che siano affari suoi!
— Nei miei occhi c'è qualcosa che la spaventa?
Lei tenne la voce bassa, sforzandosi di controllare l'ostilità.
— Voi siete dei criminali. Ci avete rapito, trattato come
schiavi, minacciato. Sì, lei mi fa paura.
Lui sorrise. — Grace e Aaron, eh? Le hanno raccontato
storie su di me. Il Leone degli Alexander, che divora i suoi
nemici, e con cui non si può scherzare. L'hanno informata sulla
sorte di chi mi si oppone?
Paula si ritrasse, rigida. — Con mio figlio qui, è lei ad avere
tutte le carte.
— Cosa vuol dire?
— Lo sa perfettamente! — sbottò lei.
Il vecchio rise. — Crede che farei del male a suo figlio?
— Io credo... io so che voi pirati siete capaci di qualsiasi
cosa. Siete... tutti uguali.
II sorriso di lui scomparve, sostituito da un'espressione
pensosa. — Tutti? La pensava così anche del padre del
ragazzo?
— Non voglio sapere niente di mio padre! — esclamò
Jerem.
Paula si girò. — Jerem! Per favore. — Si sentiva ferita,
confusa. — Qualunque cosa lei voglia, io la farò. Se vuole
me... può avermi. Ma deve promettere di non fare del male a
mio figlio.
Il Leone scosse il capo. — Non vi sarà fatto del male. Siete
qui per essere interrogati. Nient'altro. In quanto ad averla...
volevo dire esattamente ciò che ho detto: lei è una bella donna.
Ma da quasi sessant'anni io ho una moglie che mi soddisfa in
modi conosciuti soltanto a lei. — Sorrise, annuendo. —
Condivide i miei stessi sogni.
— Quali domande vuole farmi? — chiese Paula. Aveva
voglia di gridare, di fuggire, di sedersi in un angolo e mettersi a
piangere. Un viluppo di emozioni che cresceva in lei ormai da
giorni, senza una possibilità di sfogarsi.
Lui sembrò capirlo. — La prego di credermi quando dico
che qui voi siete al sicuro. Questo è il mio desiderio, e così ha
stabilito anche il nostro tribunale. Grace e Aaron... sono
giovani e, come molti altri, pieni di rabbia per i gravi torti che
ci hanno fatto. Ma sono anche bravi ragazzi, e conoscono la
differenza fra il giusto e l'ingiusto. E ubbidiranno alla volontà
del clan.
Paula sentì la sincerità nella sua voce.
L'uomo le poggiò una mano su un braccio. — Io sono il
Leone, nel clan degli Alexander, ma il mio vero nome... — e
sogghignò, — quello che usa soltanto mia moglie, ormai, è
Harry.
Paula rispose al suo sorriso prima di poterselo impedire.
— Voglio che lei capisca bene le mie ragioni. Le domande
che voglio farle sono molto importanti per il clan. Dovevo
guardarla in faccia, dunque, per esser certo del valore che lei dà
alla verità.
Paula sostenne il suo sguardo. — E ora ne è certo?
Harry sorrise. — Non sarei diventato il Leone degli
Alexander, se fossi orbo. La gente non è sempre del tutto
onesta... ma quella che fa del suo meglio per esserlo ce l'ha
scritto negli occhi.
— Lei non è onesta — borbottò Jerem.
— Ah, lo è, lo è. Questo non significa che non menta mai.
Ma i motivi per cui dice una bugia sono nobili e nascono dal
cuore. Lei ha cercato di proteggerti dal dolore. E mescolata a
questo desiderio c'è la sua stessa fragilità umana... ha tentato di
lenire la propria sofferenza negando l'identità di un amore
perduto. Lo capisci?
— No! — rispose acremente Jerem.
Paula continuava a fissare Harry, colpita. La capacità
percettiva del vecchio era innegabilmente profonda.
Lui le strinse il polso. — Mi spiace che abbiate passato dei
brutti momenti.
Paula guardò Jerem. Lui si volse dall'altra parte. — Anche
questo passerà — mormorò allora.
— Non se la prenda col suo amico per averla tradita. Moat
Piloski è un uomo debole. A farlo parlare è stata la paura.
Lei annuì.
Harry la scrutò per alcuni secondi. Poi, con la cautela dei
vecchi, si alzò e andò lentamente alla sua antica scrivania.
Potrebbe avere cento anni, pensò Paula. Per un attimo aveva
dovuto lottare con l'impulso di aiutarlo, offrendogli l'appoggio
del suo corpo giovane e robusto. Ma un uomo simile avrebbe
potuto sentirsene offeso.
Subito però riconobbe che quel desiderio di aiutarlo aveva
poco a che fare con la sua età. In lui c'è qualcosa che colpisce.
Non c'era da stupirsi che riuscisse a mantenere un'autorità
carismatica su una Colonia di Costeau.
Harry raccolse dalla scrivania un altro album da disegno. —
Il clan conosce la mia passione per l'arte del disegno. Non di
rado ricevo messaggi sotto forma di schizzi, impressioni, o
anche quadretti ben curati. Ci sono molti artisti fra noi.
«Il disegno di una scena a volte rivela più di una fotografia.
L'immagine artificiale ha la precisione dei dettagli,
ovviamente, ma è fredda e muta, le manca l'interfaccia della
percezione umana. Chi riprende una scena con una telecamera
se ne distacca, lascia che sia l'oggetto a registrare, e tiene per sé
la sua reazione emozionale. Io posso vedere molto di più in
quelle immagini, certo, però non sento l'atmosfera, non capto
l'anima e l'essenza di quel posto.
Con occhi tristi osservò il disegno che aveva fra le mani. —
Un semplice schizzo a matita può anche raccontarmi una storia,
e così vedo e ascolto e penso attraverso le emozioni di un altro
essere umano. E capisco la realtà che sta dietro il disegno.
Poggiò l'album aperto sulle ginocchia di Paula. — Questo mi
è stato mandato alcuni giorni fa.
Lei si sentì mozzare il fiato. Il suo primo impulso fu
d'impedire al figlio di guardare quell'immagine di macabra
follia. Ma era già tardi. Una profonda ruga nacque sulla fronte
di Jerem, mentre si sporgeva a curiosare.
Il rosso era il colore che dominava quell'immagine, linee e
macchie che guidavano l'occhio a forme smembrate e corpi
fatti a pezzi. Il punto di vista era dall'esterno di una porta a
tenuta d'aria, i cui contorni scuri incorniciavano un locale dove
s'era svolta una scena di selvaggia violenza. Gambe, mani e
altri frammenti di anatomia umana giacevano dappertutto. Due
teste decapitate si guardavano l'un l'altra in fondo alla stanza.
Una donna mezza nuda giaceva sul pavimento, le caviglie e i
polsi legati con le cinghie di un'amaca antiaccelerazione. Le
dita della mano destra le erano state tagliate e ficcate in bocca.
Harry sedette con un sospiro stanco. La sua voce aiutò Paula
a distogliere lo sguardo dal disegno.
— Il nome di questo posto non importa. Le basti sapere che
è uno dei nostri impianti nascosti, attrezzato per risvegliare gli
esseri umani dalla stasi.
«L'altra settimana furono risvegliati quelli che sembravano
due comuni esseri umani. Da qualche parte, forse nei loro stessi
corpi, dovevano essere nascoste armi terribili... falci Cohe.
L'equipaggio della navetta che li aveva prelevati in superficie
ed i tecnici dell'impianto sono stati torturati e uccisi. Questo
Paratwa... — Parve sputare la parola, — questa bestia ha
massacrato undici del nostro clan.
— E Bob Max — sussurrò Paula.
Harry annuì e riprese l'album da disegno. Lo fissò a lungo,
prima di deporlo di nuovo sulla scrivania.
— Da sempre la mia gente ha in sé una gran rabbia. Di solito
sanno controllarla, o la sfogano infrangendo le leggi dei
coloniali. Ma essa brucia nel petto di ogni Costeau. Ciò che è
accaduto ai nostri undici compagni ha focalizzato questa
rabbia, trasformandola in una forza che vuole esplodere. Io e il
tribunale abbiamo fatto del nostro meglio per temperarla, ma
non possiamo trattenerla né vogliamo farlo. Il clan degli
Alexander deve avere vendetta.
Paula deglutì saliva. — E i Sorveglianti?
Il volto di Harry s'induri. — Di loro non ci importa. Faranno
ciò che devono fare, e noi faremo ciò che dobbiamo fare. È una
cosa che riguarda il clan.
Lei raddrizzò le spalle. — Ci avete rapiti e portati fin qui
senza scopo. Mio figlio e io abbiamo assistito all'omicidio di
Bob Max, ma niente di più.
Harry si accigliò un poco. — Niente di più, dice? Ma voi
avete visto quel mostro, e so che gli avete parlato. Quel
demonio va descritto alla mia gente, in modo che sappia chi è il
nemico.
Non ne verrà niente di buono, pensò lei. L'immagine di Sorriso
Cordiale e Occhi Tristi in piedi sotto la sua veranda le balenò
un attimo davanti agli occhi, ed ebbe un fremito. Se non altro voi
avete capito con chi avete a che fare: quel Paratwa è il demonio.
Dubitava molto che la E-Tech e i Sorveglianti si fossero resi
conto di questo.
— Se volete — continuò Harry, — potete restare in questa
Colonia finché la caccia sarà finita e quella creatura distrutta, e
sarete nostri ospiti. Vi consiglio di accettare. In caso contrario
sarete trasportati su un'altra Colonia.
Finché la caccia sarà finita. Poteva significare per sempre.
— La mia gente mi dice che la E-Tech e i Sorveglianti
desiderano interrogarvi entrambi. Vi stanno cercando su tutte le
Colonie. Un Costeau, in questa situazione, cercherebbe un
rifugio sicuro.
Paula scrutò Jerem. Lui evitò testardamente il suo sguardo.
— Per adesso, penso che ci convenga restare qui.
Harry sorrise. — Bene. Faremo in modo che siate a vostro
agio. Sono certo che suo figlio troverà l'esperienza molto
interessante.
Jerem si volse a guardare il vecchio. — Mi-struga. Sugai tu-
crimo, bugaprotes!
Le parole suonavano velenose, oscene. Seccata Paula alzò un
dito ammonitore; lui scrollò le spalle ma non disse altro.
Harry sembrava divertito. — Non ho riconosciuto la lingua,
ma sospetto d'esser stato insultato. Non importa. Anche ai
giovani si deve concedere la libertà di parola. — Si rivolse a
Paula, sempre osservando Jerem. — Farò portare da mangiare;
poi andremo davanti al tribunale e ai capi del clan. Lei dovrà
soltanto dire ciò che le è accaduto...
D'un tratto un'immagine del padre di Jerem apparve nella
mente di Paula. Una caricatura barbuta, sorridente; un relitto di
tempi migliori.
Dovrò dire ciò che mi è accaduto.
Quel pensiero la fece sentire incredibilmente sola.
17

Seduti in un angolo appartato di uno dei migliori ristoranti di


Irrya, Gillian e Nick discutevano dei loro progetti. Gli agenti da
cui Haddad li aveva fatti pedinare, un uomo e una donna che si
fingevano occupati a consultare il menu a tre tavoli di distanza
da loro, erano fuori portata d'orecchio. Forse non sarebbero
stati così disinvolti se avessero saputo che i loro ripetitori
tascabili non stavano trasmettendo in sede che dei lamentosi
mugolii. Haddad era astuto, le sue microspie sottocutanee
funzionavano bene, ma il registratore che Nick aveva in un
taschino interferiva inviando sulla stessa lunghezza d'onda un
antico pezzo di musica sinfonica per violino solista.
Nick depose il menu e ordinò antipasto di mare, ostriche in
salsa piccante e aragosta. La cameriera gli aveva assicurato che
le specialità del locale erano freschissime, pescate la sera prima
nella Colonia marina di Aegean e portate su Irrya con una
navetta-espresso. Quando anche Gillian ebbe ordinato, Nick
chiese alla cameriera di portare due porzioni di ostriche alla
coppietta tre tavoli più in là, con i saluti della E-Tech.
L'uomo e la donna si finsero compiaciuti ad uso della
cameriera, ma i loro sorrisetti furono più acidi delle fette di
limone che strizzarono rabbiosamente sulla costosa pietanza.
Mangiarono in silenzio, senza smettere di spiarli con
attenzione.
Nick e Gillian restarono voltati a mezzo verso il muro, per
non farsi leggere le labbra.
— Io propendo per Sirak-Brath — disse Nick. — Quel posto
brulica di pirati, contrabbandieri, prostitute, drogati e altra
gente a cui importa una sola cosa di te: il tuo denaro.
— Quanto possiamo averne?
L'ometto sogghignò allegramente. — Ho trovato l'accesso a
uno dei fondi spese speciali di Haddad. Dannatamente difficile
scassinarlo. E probabile che stiamo attingendo dalla stessa
cassa che paga i nostri due amici laggiù. — Accennò col capo
verso la coppia.
— Quando prevedi che sarai scoperto?
— Oso dire che dovremmo poter mungere soldi per almeno
un paio di mesi. E domani aprirò una mezza dozzina di conti
per te, usando nomi di agenti già andati in pensione. Sarai in
grado di ritirare somme nella maggior parte delle Colonie.
— Questi contrabbandieri e pirati... quale altra moneta pensi
che possano accettare? — Gillian non aveva idea di che leva
usare per ottenere il loro aiuto.
— Be', dubito che potrai far palpitare i loro cuori con la
nobiltà della tua causa. Sono dei bastardi che badano al sodo,
specialmente i Costeau.
Ma il modo di far palpitare il cuore di un bastardo c'era.
— Come ci terremo in contatto?
Nick stava attaccando di gusto le ostriche. — Io ho il modo
di monitorare i tuoi prelievi di denaro. Ho ideato un codice.
Quando vorrai contattarmi farai un prelievo che termini con un
numero dispari. Un'ora dopo sarò in attesa della tua chiamata.
Ho una lista di telefoni pubblici, che imparerai a memoria. Li
useremo uno dopo l'altro, così non dovrò andare sempre allo
stesso apparecchio. La gente di Haddad potrebbe trovarci
qualcosa di sospetto.
— Dall'istante in cui io sparirò, non potrai sbattere le
palpebre senza farli insospettire come matti.
— Questo è sicuro. — Nick sorrise. — Non preoccuparti, so
io come manovrarmeli.
Non parlava a vuoto. La sottigliezza e l'efficienza erano le
sue armi.
— E il nostro modellino? — chiese Gillian. — Sostituire la
falce Cohe con un falso è stato facile, prima di uscire, ma
quanto credi che ci metteranno a scoprirlo?
— È esattamente uguale alla falce vera. Non hanno modo di
capire niente, salvo che non gli venga l'idea di sparare. — Nick
passò a lavorarsi l'aragosta. — E io ce l'ho messa tutta per
spaventare gli agenti di Haddad con quella dannata cosa. Gli ho
raccontato di quell'uomo della E-Tech, ai nostri tempi, che
cercò di usare una falce Cohe e si tagliò di netto la gamba
sinistra.
— Mai sentito niente di simile.
— Sarà perché non è vero. Comunque non credo che la gente
di Haddad andrà attorno a quel modellino... almeno, non prima
che tu sia uccel di bosco. Ma allora sarà troppo tardi.
C'era un'altra cosa che dava da pensare a Gillian.
— Questa mattina io e Haddad stavamo parlando. E lui ha
accennato casualmente all'esistenza di un secondo programma
per computer, negli archivi della E-Tech. Sembra pensare che
abbia a che fare con noi.
La risposta di Nick giunse una frazione di secondo troppo
tardi. Gillian ne fu immediatamente insospettito.
— Sì, c'è un altro programma. Ma credo che Haddad stesse
gettando l'amo a caso. L'hanno trovato insieme a quello che
dava indicazioni riservate sulla nostra capsula di stasi. Non
hanno ancora capito come funzioni. Haddad ha fatto l'ipotesi
che fosse collegato in qualche modo a noi, tutto qui.
— Tu hai provato a farlo funzionare?
— No, non ho ancora avuto il tempo. Quando tu sarai via,
forse vedrò un po' se Franco mi lascia dare un'occhiata.
— Potrebbe essere importante.
Nick scrollò le spalle. — Potrebbe. Difficile dirlo.
Probabilmente si tratta di informazioni generiche sui Paratwa,
niente a che vedere col caso attuale.
— Forse farei meglio a occuparmene, prima di andar via.
La forchetta esitò, a mezza strada fra l'aragosta e la bocca.
Nick inghiottì il boccone evitando il suo sguardo.
— Credo che sia più importante che tu metta insieme una
squadra d'assalto. Questo è l'obiettivo prioritario.
— Prioritario per chi?
Nick depose la forchetta. Lo guardò dritto negli occhi.
— Non smettere di fidarti di me, amico. Sono troppi anni
che solo la fiducia reciproca ci tiene in vita.
— È esattamente anche la mia opinione.
Nick sogghignò. — Bene. Allora continuiamo così. Tu vai a
Sirak-Brath, e intanto io vedrò di capire cos'è questo
programma.
Gillian annuì lentamente. — E quando tornerò, voglio darci
una buona occhiata anch'io.
Finirono di mangiare in silenzio.

Nell'interno di Velluto sul Verde era scesa la notte. In alto, le


stelle scintillavano fulgide attraverso l'immensa striscia di vetro
oltre cui c'era il vuoto; scintille di luce offerte alla Colonia dai
grandi specchi rotanti che fino a poco prima le avevano dato il
bagliore del sole. Gillian sorrise fra sé. Una visione realistica
dello spazio lì non era concessa. Nick gli aveva detto che gli
specchi erano curvati in modo da condensare in una zona
ristretta un arco più ampio del firmamento, incrementandone la
luminosità. I turisti di Velluto sul Verde preferivano una realtà
artefatta alla semplice bellezza dei-cosmo.
Sono piuttosto acido, stasera, si disse Gillian. Il motivo gli
restava oscuro. La solita tensione? L'inizio di una nuova caccia
gli dava sempre strani e confusi fremiti emotivi. Non era mai
riuscito ad analizzarli.
Parte di quel malumore, naturalmente, era un residuo della
conversazione del giorno prima al ristorante, su Irrya; la
reticenza di Nick circa il secondo programma computerizzato.
Di cos'aveva paura Nick? Cosa potrebbe esserci in quel
programma che influirebbe sulla nostra operazione qui?
C'era un Paratwa in libertà. Considerato come un problema,
poteva avere un'unica soluzione accettabile: quella creatura
doveva essere distrutta, indipendentemente dal suo tipo
genetico e dalla sua identità e reputazione.
Allora perché Nick non ha voluto aprire quel programma?
Quali informazioni potevano esserci nascoste? Che invece
fosse già riuscito a farlo funzionare? Non sembrava
impossibile. I modi dell'ometto facevano credere che sapesse
più di quello che dava a intendere.
Vivide chiazze di luce artificiale seguivano i lati della
striscia di vetro sopra di lui; residenze e luoghi privati, ben
distanziati sulle sezioni di territorio. La prima differenza che si
notava fra quella Colonia e Irrya era la scarsità di presenza
umana. Irrya si vantava d'essere una solida massa di quartieri
affollati; Velluto sul Verde faceva pagare fior di quattrini la
caratteristica opposta. Una caratteristica raggiunta espropriando
e allontanando nel corso degli anni i primi abitanti della
Colonia.
Era anche più silenziosa. I suoi stivali, sulla dura plastica dei
marciapiedi che fiancheggiavano le strade di quella piccola
città, risvegliavano echi eccessivi, quasi inurbani. Aveva
l'impressione che tutto ciò che lo circondava fosse più
silenzioso dei suoi passi. Le auto a ruote scivolavano via
inavvertite sull'asfalto nero; i pochi pedoni che incrociava
parlavano a sussurri; dalle vetrine degli eleganti negozi
aleggiavano inviti musicali appena mormorati. Velluto sul
Verde aborriva l'ostentazione. Era un luogo di costose intimità,
di segreti ben protetti.
Gillian supponeva che la pseudo-gravità inferiore al normale
- altro particolare che la Colonia vantava fra i suoi pregi -
contribuisse a quel relativo silenzio. A causa della rotazione
meno veloce del cilindro, la forza centrifuga forniva
un'accelerazione gravitazionale corrispondente ai sette ottavi di
quella standard. Il risultato erano impatti e rumori
generalmente più deboli.
I dodici chili che gli erano stati tolti dalle spalle facevano
sentire Gillian più forte e agile.
Un buon posto per cominciare una caccia.
Arrivò a destinazione. Davanti a lui c'era un edificio a cinque
piani, con altrettante balconate ombrose coperte d'edera, lunghe
quanto l'intera facciata, e torrette che si perdevano nel buio
della notte. Non riconobbe lo stile architettonico. Come Irrya,
Velluto sul Verde ospitava un miscuglio di tendenze
provenienti da ogni cultura. Ma l'insegna al neon sopra
l'ingresso era universale. Il Palazzo della Fantasia, questo il
suo nome, discendeva dalla meno fantasiosa schiatta di case
esistite in tutte le epoche della storia umana.
Nell'atrio Gillian fu avvicinato da un individuo magro, dal
volto cinereo, che indossava un'immacolata giacca all'indiana a
collo alto, pantaloni a strisce rosse e un turbante blu elettrico.
— Buonasera, signore. Cosa posso fare per lei?
— Vorrei compagnia femminile, singola, per circa un'ora.
— Benissimo, signore. Posso chiedere il nome della sua
banca, per provvedere al trasferimento con la carta di credito?
O preferisce usare tessere elettroniche?
— Vorrei pagare in contanti.
— Come il signore desidera. È sua intenzione avere un
rapporto basato sulle comuni norme, oppure vi sono varianti
particolari che il signore predilige?
Gillian sogghignò. Non aveva mai conosciuto ruffiani e
portieri di postribolo così educati. — Di solito mi occorre un
pre-riscaldamento erotico con mezzi artificiali... ma di vecchio
tipo.
— Mmh! Ebbene, signore, temo che il nostro repertorio di
macchinari erotici non sia così esteso. Ma disponiamo di un
divano meccanico abbastanza preistorico. Con annessi sensori
di trasfer, massaggio ventrale a ultrasuoni e un'unità Diablo IV
per clistere automatico, molto veloce.
— No, questa è roba troppo complicata. Che mi dice degli
attrezzi manuali? Se aveste un semplice vibratore
sottocutaneo... sa quel tipo vecchio, a piastra, per me sarebbe
l'ideale.
L'uomo sorrise tranquillamente. — Sì, signore, ne abbiamo
diversi. Sono antiquati, ma ancora in eccellenti condizioni. Se
tuttavia le interessasse un vibrocutaneo di nuovo genere,
potrebbe provare un apparecchio a neuroimpulsi che abbiamo
appena ricevuto da Delhi.
— Preferirei il vecchio modello. L'abitudine, capisce?
— Naturalmente, signore. E ha preferenze circa la signora?
— Nessuna preferenza. — Ma aveva bisogno di una scusa
per far allontanare la ragazza dalla stanza. Fece un ampio
sorriso. — Se però la signora disponesse di biancheria intima
extra...
— Non ci sono difficoltà, signore. Nient'altro?
— No. Questo basterà.
Gillian pagò al banco, e poi fu scortato su per le scale
coperte di moquette rossa da una ragazza giovane che
indossava un'uniforme militaresca priva della parte inferiore.
La ragazza lo condusse di fronte alla stanza 227, gli consegnò
la chiave con un sorriso e gli augurò una buona serata. Gillian
le diede di mancia una tessera elettronica su cui restavano
ancora una decina di byte, che lei accettò con un grazioso
inchino.
La camera in cui entrò era decentemente ammobiliata: due
comodini gemelli, un armadio con lo specchio decorato, uno
schermo a parete in quel momento acceso, e letto ad acqua con
lenzuola in seta sintetica. La ragazza che stava guardando la
TV era sulla ventina. Capelli biondi, occhi azzurri, lineamenti
nordici. Gillian fu lieto che non somigliasse per niente a
Catharine.
— Io sono Mocha — si presentò lei con un sorriso
professionale, e spense lo schermo. Aveva una camicetta verde
e una minigonna più chiara, che metteva in evidenza le gambe
lunghe e abbronzate.
Lui sedette sul bordo del letto. — Hai un vibratore? Di quelli
vecchi, a piastra, magari.
Mocha aprì l'armadio e ne tirò fuori un cilindro lungo un
palmo con un disco di quarzocarbonio a un'estremità. —
Questo va bene?
Sarebbe andato bene. Gillian riconobbe la marca. — Giù ho
chiesto se puoi darmi un po' di indumenti intimi.
Lei aprì la bocca, lasciò vagare la lingua su entrambe le
labbra e gli fece l'occhiolino. — La biancheria femminile è così
provocante, vero? Voglio dire, come faremmo noi donne, senza
quelle cosucce morbide e lisce a contatto intimo della pelle?
Gillian suppose che stesse cercando di eccitarlo.
Mocha gli accarezzò un braccio. — Sei un po' teso, caro?
— Vediamo la biancheria.
Lei frugò in un cassetto. — Che ne dici di questi? — gli
porse cinque reggiseni di varia fattura e numerose paia di
minuscoli slip colorati.
Gillian cercò di apparire emozionato. — Oh, sì. Deliziosi.
— Sono tutte cose fresche di bucato, ma se vuoi posso
prendere le mutandine nel cesto della biancheria sporca, in
corridoio. — I suoi occhi ebbero un lampo.
Lui scosse il capo. — Non importa. Piuttosto senti, io ho una
specie di fantasia mia. Vorrei che tu uscissi per una ventina di
minuti. Lasciando qui la biancheria, naturalmente. Quando
tornerai, sarò pronto per cominciare.
Lei agitò minacciosamente un dito. — Farai il cattivo mentre
mammina sarà fuori? Dovrai essere punito quando rientrerò?
Gillian fece un sospiro. — No, niente di questo genere.
Lei scosse le spalle e ancheggiò verso la porta.
— Mi raccomando — le ricordò lui. — Venti minuti. E per
favore bussa, prima di entrare.
— Cerca di non sporcare le lenzuola — disse Mocha.
— Farò attenzione.
La porta si chiuse. Gillian si alzò dal letto. Scalciò via gli
stivali e sfilò i lucidi pantaloni verde oliva, rovesciandoli con la
fodera all'esterno. Si trasformarono in calzoni di lana bianca,
con nastrini penduli sulle cuciture laterali. Anche la sua giacca
era rovesciabile: il nylon grigio lasciò il posto alla pelle nera
con cerniere e borchie metalliche. Gettò le mutande sul
pavimento.
Completamente nudo, prese il vibratore e si distese bocconi
sul letto. Un fremito gli risalì lungo l'avambraccio quando
accese il piccolo apparecchio. Cominciò subito a passarsi la
piastra sulle natiche, avvertendo un gradevole ed eccitante
prurito mentre il campo energetico del vibratore stimolava le
estremità nervose sotto la pelle.
Lentamente si accarezzò la natica destra, poi la sinistra.
Niente. Provò allora a scendere lungo la parte posteriore delle
cosce, cercando di ignorare il piacere di quei brividi elettronici.
A metà strada verso il ginocchio sentì una lieve fitta di
dolore. Per esserne sicuro ripassò più volte con la piastra su
quel punto. Ma non potevano esserci dubbi: il flusso energetico
del vibratore interagiva con un altro campo elettrico. Aveva
trovato la prima delle microspie sottocutanee di Haddad.
Esplorò con il vibratore ogni centimetro di pelle, dedicandosi
specialmente alle zone in cui era preferibile installare quei
piccoli oggetti: il palmo delle mani, la pianta dei piedi, lo
scroto, le ascelle, l'interno dei gomiti e dei ginocchi. Ma
evidentemente i tecnici di Haddad non sapevano che le
minitrasmittenti nascoste nelle zone callose o fra le pieghe
della pelle erano più difficili da localizzare. Avevano scelto di
piazzarle nei punti del corpo dove avrebbero potuto sfuggire
solo al tatto e allo sguardo.
In meno di cinque minuti Gillian individuò altre due
microspie: una sul retro dell'altra coscia e la terza alla base
della colonna vertebrale.
Le micro di quel genere erano solitamente impiantate in
gruppi di tre, e la possibilità che il secondo terzetto gli fosse
sfuggito era remota. In teoria Haddad avrebbe potuto
infilargliene alcune anche per via intravenosa, ma Nick era
riuscito ad accedere ai sistemi della Sicurezza e gli aveva
assicurato che quella procedura veniva usata molto di rado. I
corpi estranei nella circolazione sanguigna potevano rivelarsi
pericolosi, ostruendo vene o arterie in punti imprevedibili
dell'organismo.
L'altra preoccupazione di Gillian era che quella stanza fosse
monitorata. Le microcamere erano la regola, piuttosto che
l'eccezione, nelle case di piacere. Spesso avevano lo scopo di
proteggere le prostitute dagli squilibrati, ma non sempre il
motivo era così innocente.
Nick aveva scelto il Palazzo della Fantasia con particolare
cura. Anni addietro era stato coinvolto in un'operazione di
ricatto ai danni del figlio di un personaggio politico, e i
Sorveglianti Intercoloniali avevano avuto la mano pesante. Era
improbabile che la direzione della casa rischiasse di farsi
trovare ancora in possesso di apparecchiature per osservare di
nascosto la clientela.
Tolse la falce Cohe da quella che era adesso una tasca
interna della blusa. Si augurava che Nick avesse ragione. Un
dipendente della casa o un guardone a pagamento avrebbero
trovato normale che lui si accarezzasse con un vibratore, ma
vedendogli tirar fuori la tipica arma dei Paratwa si sarebbero
allarmati non poco.
Da un'altra tasca estrasse un rotolo di garza anestetica e un
paio di pinzette sottili. Strappò tre strisce di garza e le premette
in corrispondenza delle microspie. Strinse con attenzione la
falce Cohe e sentì il rivestimento dell'uovo cedere un poco. Il
piccolo ago sbucò dalla protuberanza anteriore, pronto a
focalizzare l'energia distruttiva. Strinse più forte. Nell'aria
scaturì una lama di luce nera lunga un paio di metri.
Rilassò la pressione sull'uovo e la luce si dissolse. Ripeté la
stessa manovra più volte, finché sentì di avere il controllo della
falce Cohe. Poi volse le spalle allo specchio e assunse la
posizione più adatta, torcendo il collo per guardare dietro di sé.
Alzò la mano destra e premette la falce con forza calcolata.
Tre volte, in rapida successione, l'energia nera s'incurvò al di
sopra della sua testa in un vibrante semicerchio. Tre volte
l'estremità del raggio trovò il suo bersaglio. Non sentì alcun
dolore ma, per quanto lieve, il puzzo di carne bruciata gli fece
fare una smorfia.
I tre forellini neri sulla pelle erano larghi appena a
sufficienza per le pinzette. In fretta, prima che l'effetto
dell'anestetico cessasse, cominciò a frugare in quello dietro la
coscia sinistra. Un minuto dopo sentì di aver toccato qualcosa
di solido.
E una. Poggiò la trasmittente su un pezzo di garza e passò
all'altra coscia. Pochi secondi gli bastarono per trovare la
seconda micro, e la poggiò accanto alla compagna.
La terza però, quella all'altezza della quinta vertebra
lombare, fu un osso duro. Più volte Gillian infilò le pinzette
nella piccola ferita anestetizzata, girandole invano da ogni
parte e maledicendo la sua goffaggine. Si chiese se non fosse il
caso di usare ancora la falce Cohe, ma poi decise di tentare
ancora. A denti stretti si rimise all'opera inclinando di più le
pinzette e finalmente sentì qualcosa, giusto nel momento in cui
bussavano alla porta.
— Sono io — disse la voce di Mocha.
— Aspetta lì! Ti chiamo fra un momento!
Tirò fuori l'ultima micro e la arrotolò con le altre nel pezzo
di garza, che ficcò in un taschino dei pantaloni. La falce Cohe e
le pinzette tornarono nella tasca della giacca. Fece un passo
verso la porta, ma d'improvviso ricordò la biancheria intima.
Era ancora ben ripiegata su un angolo del letto.
In fretta distribuì le mutandine sul pavimento in modo da
formare un circolo, e con i reggiseni fece un pentagono al
centro di esso. L'effetto gli parve ragionevolmente feticistico.
Mocha entrò. Nel trovarlo nudo ebbe un sorriso. — Ehi,
dico, sei un gran fusto. Non ho mai visto un maschio così
muscoloso.
Aspetta finché non mi avrai visto anche dietro, pensò
Gillian. Finita l'azione dell'anestetico i tre forellini stavano
cominciando a fargli male. La perdita di sangue, se non altro,
era irrisoria. La falce Cohe aveva cauterizzato i capillari.
Lei chiuse la porta e inarcò un sopracciglio, accennando col
capo alla biancheria intima. — Ti sei divertito?
— Erano anni che non me la spassavo tanto.
La ragazza si avvicinò; gli passò le braccia intorno alla vita e
alzò la testa a guardarlo da sotto in su. — Cosa ti piacerebbe
fare? — La sua voce era diventata rauca.
Gillian si sentiva un po' teso.
Mocha si strisciò contro di lui come una gatta in calore. — A
me piacciono molte cose, praticamente tutto quello che puoi
immaginare. E mi piacciono gli uomini virili. Tu lo sei. Hai
davvero un corpo energoide in modo impressionante.
Gillian non aveva mai sentito quella parola. Analizzarla non
era difficile. La ragazza, pensò, probabilmente faceva quel
mestiere da quand'era bambina. Poteva essere un'ottima scelta
per un breve sfogo sessuale. Nick aveva detto che con le
professioniste di Velluto sul Verde non si correvano rischi;
erano sotto controllo medico e ci sapevano fare. Di certo quella
conosceva tutti i trucchi, le sottigliezze, le parole giuste... e i
movimenti giusti.
— Rilassati, tesoro. Rilassati e lascia fare a me. —
Dolcemente lei cominciò ad accarezzarlo.
La sua conoscenza dell'anatomia maschile era notevole.
Sapeva fino a che punto poteva eccitarlo e quando smettere per
dargli il giusto momento di pausa. Coi pensieri, ovviamente,
era per buona parte altrove. Magari si chiedeva se il prossimo
deficiente non le avrebbe inchiodato tutte le mutandine al
muro, o aveva le sue beghe con la direzione o con una collega e
stava decidendo cosa le conveniva fare. Dopotutto era una
professionista.
Le mani di Mocha gli scivolarono attorno ai fianchi, sulle
natiche, e gli mordicchiò il petto. — Sei un uomo forte —
mormorò. — Si sente l'energia che ti schizza fuori dai muscoli.
Mosse le mani verso l'alto, avvicinandosi pericolosamente al
pezzo di garza ancora appiccicato sulla sua colonna lombare.
Gillian ebbe un fremito, ma non per quel motivo.
— Mi sei piaciuto subito...
Non è altro che una semplice azione, pensò lui. Fisicamente,
il processo dell'interscambio sessuale era elementare. Un certo
numero di estremità nervose venivano stimolate. Nell'uomo
c'era un afflusso di sangue in cavità apposite dei tessuti erettili;
i tessuti si saturavano di sangue e quindi altri stimoli esterni
causavano una serie di contrazioni muscolari, chiamate
orgasmo.
— Lasciati andare — sussurrò lei. — Sul letto, ora.
— No, qui. — Gillian la sollevò, e lei gli circondò la vita con
le gambe. Anche con una gravità più forte non avrebbe fatto
alcuna fatica a sostenerla. Mani morbide gli scivolarono dietro
il collo; le unghie gli graffiarono la pelle. Mocha s'inclinò
indietro e lo guidò dentro di lei. La minigonna le si era alzata
fin sopra i fianchi. Lui fu vagamente divertito scoprendo che
non portava mutandine. Prima gliele aveva viste. Che avesse
pensato bene di mettere al sicuro almeno quelle?
Non devo far altro che sostenerla mentre si muove. Quando
avrà finito, io mi sarò sfogato.
La ragazza cominciò il movimento. Gillian chiuse gli occhi e
pensò ai motivi per cui Nick aveva insistito perché venisse lì.
Naturalmente c'erano altri modi per liberarsi di trasmittenti
sottocutanee. Un qualsiasi medico avrebbe potuto farlo in
cinque minuti nel suo studio, disponendo di uno scanner per
individuarle. Ma andare da un medico sarebbe stato come
comunicare per iscritto ad Haddad che lui si preparava a far
perdere le sue tracce. Entrare in un postribolo per usare un
vibratore, invece... difficile che Haddad pensasse a quel
trucchetto, se pure lo conosceva.
Mocha ansimò e oscillò selvaggiamente. Lui la afferrò sotto
le ascelle per non perdere l'equilibrio.
Nick avrebbe potuto procurargli un comune scrambler per
interferire con le microtrasmittenti, ma alla lunga sarebbe stato
un sistema poco pratico. Lui avrebbe dovuto portarselo
addosso di continuo, e un guasto o pochi momenti con la
batteria scarica lo avrebbero esposto a un possibile
monitoraggio della E-Tech. Così era molto meglio.
L'azione di Mocha s'intensificò. Lo stava portando al
culmine.
In realtà, la prima parte del piano era cominciata la sera
prima, al ristorante. Tre quarti d'ora dopo Nick aveva messo in
atto la sua diversione: alcuni uomini erano stati pagati per
ostruire la porta del locale e bloccare i due agenti, mentre
Gillian correva via e si perdeva in una serie di stradicciole
secondarie. La manovra aveva avuto successo; i pedinatori
erano stati seminati.
Ovviamente non avevano perso le sue tracce. L'uomo e la
donna erano tornati alla loro auto e s'erano messi in contatto
con la E-Tech per farlo localizzare via radio. Grazie alle
trasmittenti sottocutanee dovevano aver avuto la sua posizione,
su una mappa di Irrya, con un'approssimazione di pochi metri.
Senza dubbio Haddad era stato chiamato a casa sua e informato
del tentativo di fuga.
Anche questo era previsto dal piano di Nick. Haddad aveva
reagito come doveva reagire: invece di mandargli dietro i suoi
uomini li aveva trattenuti, pensando che quella era finalmente
l'occasione buona per far scoprire a Gillian le sue carte.
Lasciamolo correre un po', doveva aver detto a Franco.
Vediamo dove ci porta.
Mocha mandò un gridolino. Aveva calcolato bene il tempo.
Quando tutto fu finito lui la depose a sedere sul letto.
— Sei stato fantastico — disse la ragazza. I suoi occhi
cercarono di dare sostegno alla bugia.
Io non ho fatto niente. Sono rimasto lì finché tu mi hai dato
uno sfogo fisico. Ora la mia tensione psichica si è abbassata.
Da qui a qualche giorno ripeterò il procedimento. Se non ci
sarà una donna disponibile, farò da solo. Entrambi i metodi
producevano lo stesso risultato.
Poteva ricordare un tempo in cui la cosa era stata diversa.
Il sesso con Catharine era stato esplosivo, un miscuglio di
energie mentali e fisiche, di emozioni sempre nuove; momenti
in cui vivevano come in simbiosi, dimentichi di tutto salvo che
del reciproco desiderio.
È strano, Catharine. Dopo che mi sono sfogato così riesco a
pensare a te senza essere sopraffatto dal dolore. Il semplice atto
sessuale anestetizza la ferita.
Negli anni successivi c'erano state molte altre donne.
Persone normali, non prostitute. Ma nessuna di loro aveva
potuto soddisfare i suoi bisogni più profondi.
La causa del problema sono io, Catharine. Chissà come, la
tua morte ha smussato tutti i miei sentimenti. Una volta
affrontavo il buio armato di speranza, provavo gioia, tristezza...
anche paura. Potevo mettere a fuoco un'emozione finché
esisteva soltanto quella.
Aveva perso la sua acutezza di mente... represso una parte di
sé. Percepire nitidamente significava aprirsi meglio all'agonia
della sua perdita.
Non riesco più a guardare nel buio, Catharine.
Semplicemente non ci riesco più. A volte sentiva il bisogno di
chiederle scusa per questo.
— Se avrai un po' di tempo — disse Mocha con calma, —
spero che tu ritorni. Siamo stati davvero grandi, insieme.
Una volta ero grande. L'effetto dell'anestetico era svanito del
tutto. Le tre ferite gli facevano male e bruciavano.
Si rivestì in fretta e passò all'ultima parte della recita. —
Mocha, mi stavo chiedendo... — Il sorriso imbarazzato gli
riuscì facile. — Vedi, io sono un uomo sposato e... be', mia
moglie ha dei sospetti. Sai com'è. Qualche volta mi ha seguito;
ecco perché mi sono rivoltato giacca e pantaloni. Penso che
vestito in modo diverso sarà più difficile che mi riconosca. Ora,
se potessi filare via da una porta posteriore...
Mocha sogghignò. — C'è un vicolo, sul retro. Se lo segui
puoi tornare sul viale a due isolati da qui. Siamo organizzati.
— Ma è stupefacente! Comincio a pensare di non essere il
solo uomo sposato mai venuto qui.
Mocha gettò indietro la testa e rise. Quella non era parte
dello spettacolo a pagamento. Gillian provò un attimo di
simpatia. Lui, d'abitudine, reprimeva qualsiasi sentimento
spontaneo.
La salutò in fretta e prese l'ascensore per il pianterreno. Il
portiere dalla livrea sgargiante annuì con aria comprensiva
quando lui ripeté la storiella della moglie sospettosa.
— Signore, l'uscita sul retro è sempre a disposizione dei
nostri clienti. Possiamo anche offrirle un veicolo riservato che
la condurrà con la massima discrezione in ogni settore della
Colonia. Inoltre, con una modica spesa...
— Grazie, ma la porta posteriore andrà benissimo.
— Come il signore preferisce. Mi segua, prego.
Prima di uscire nel vicolo Gillian si volse e afferrò la mano
del portiere in una stretta calorosa, profondendosi in
ringraziamenti per la sua gentilezza.
— La soddisfazione del cliente è la nostra soddisfazione,
signore. La porta del Palazzo della Fantasia è sempre aperta
— disse cordialmente l'uomo, e chiuse quella rinforzata
d'acciaio da cui l'aveva fatto uscire. Gillian sentì i pesanti
catenacci elettrici scattare al loro posto.
Lui si avviò nel vicolo, compiaciuto di se stesso. Non aveva
perso il suo tocco. Le tre micro avvolte nel pezzo di garza si
trovavano ora in una tasca della giacca del portiere.
Prima di lasciare il vicolo completò la trasformazione. Due
protesi di morbida gomma s'adattarono all'interno delle sue
guance, dandogli un volto grassoccio. Un paio di baffetti e di
folte sopracciglia finte lo arricchirono di un'espressione poco
raccomandabile. Gettò via lo specchietto con cui aveva
controllato il trucco, coprì i capelli con un berretto di plastica e
assunse un'andatura più ondeggiante. Se i segugi di Haddad
erano tutti allo stesso livello di efficienza, sarebbe potuto
passare a pochi metri da loro senza essere riconosciuto.
Ma non aveva alcuna intenzione di avvicinarsi tanto. Con un
po' di fortuna i suoi pedinatori avrebbero capito soltanto il
mattino dopo che triangolare la posizione di una trasmittente
alla cieca non era il modo migliore di far carriera. Il portiere
avrebbe avuto un interessante quarto d'ora da raccontare agli
amici.
In fondo al vicolo svoltò in una traversa silenziosa, che
cinquanta metri più avanti lo riportò sul viale. In venti minuti,
di buon passo, coprì la distanza che lo separava dalla sua
destinazione.
Nel vasto atrio seminterrato del porto spaziale e sulle rampe
che scendevano ai moli di imbarco non c'era quasi nessuno.
Nick gli aveva già riservato un posto, sotto falso nome, su una
navetta in partenza per Sirak-Brath. Non avrebbe dovuto
perdere tempo coi biglietti e con le banche automatiche.
Fra le ragioni che avevano indotto Gillian a cominciare la
sua fuga da Velluto sul Verde, c'era il fatto che il Paratwa
aveva raccontato a Paula Marth di provenire da lì. Una bugia,
ovviamente. Ma le Colonie erano più di duecento, e l'uccisore
aveva nominato quella. Benché l'ipotesi di trovare qualche
indizio dell'identità del Paratwa fosse chimerica, lui s'era detto
che tanto valeva farsi almeno un'idea dell'atmosfera di Velluto
sul Verde.
Una voce maschile annunciò l'arrivo della navetta per Sirak-
Brath. Gillian stava per salire sul corridoio mobile del molo
quando notò, all'altro lato del terminal, un gruppetto di persone
che parlavano animatamente. La curiosità ebbe la meglio sulla
sua fretta, e si avviò da quella parte.
Erano riunite davanti a un monitor pubblico, e mormoravano
fra loro in tono allarmato e spaventato. Sullo schermo, un
giornalista aveva appena finito di parlare. La sua immagine fu
sostituita dalla sigla del notiziario, con la scritta Edizione
Speciale; quindi il monitor tornò alle notizie per i passeggeri in
transito.
— Cos'è successo? — chiese Gillian.
Un uomo grassoccio che teneva per mano una bambinetta si
volse. — È mostruoso! I Sorveglianti dovrebbero proteggere la
gente da queste cose, a sentir loro! E invece cosa fanno?
La bambina annuì più volte, a occhi spalancati.
— Il guaio è proprio questo! — esclamò una donna,
rabbiosamente. — I Sorveglianti fanno un mucchio di
chiacchiere, e niente fatti!
— Cos'è successo? — ripeté lui.
La donna indicò lo schermo, furibonda. — Quella creatura...
quel Paratwa ha ucciso... ha sterminato selvaggiamente la gente
per la strada, a Jordanian Paris!
— In una pubblica strada — sottolineò l'uomo grassoccio,
come se questo rendesse il delitto anche oltraggioso. La
bambina che aveva per mano si divincolò, cercando di farsi
lasciare.
— Più di trenta morti — disse un altro. — Per fortuna io non
ho parenti che abitano là.
Un vecchio signore dignitosamente vestito scosse il capo. —
Da non credersi. Terribile. Gambe e braccia mozzate, gente
decapitata, viscere sanguinanti sparse per terra. Il notiziario ha
detto che fra poco avranno delle immagini in diretta. — Dal
tono sembrava che nulla lo avrebbe convinto ad allontanarsi
dallo schermo finché non avesse potuto vederle.
— I Sorveglianti e la polizia non hanno neppure cercato di
prendere quella carogna! — esclamò la donna. — Possibile che
siano così incompetenti? Non l'avrei mai creduto!
Credici pure, pensò Gillian.
L'uomo grassoccio agitò un pugno. Nell'altra mano
continuava a schiacciare quella della bambinetta, che si
contorceva invano. — Dovrebbero chiudere tutti i porti e le
uscite di quella Colonia! Nessuno dovrebbe avere il permesso
di partire di là, prima che abbiano trovato quel mostro!
Gillian sbuffò. Isolare una Colonia non poteva essere una
misura efficace. I modi e gli espedienti per uscire da uno di
quei dannati cilindri erano troppi. E anche se il Paratwa fosse
stato costretto a restare là, poteva sempre scegliere:
nascondersi e attendere che si calmassero le acque, oppure
aprirsi la strada a forza e catturare una navetta. Probabilmente
in un caso simile avrebbe evitato di uscire nello spazio, dove
sarebbe stato vulnerabile a un attacco dei Sorveglianti. Se
invece si fosse nascosto fra la gente in una Colonia fittamente
popolata, le probabilità di scovarlo erano molto scarse. E i
Sorveglianti non potevano chiudere una Colonia per sempre.
— È insopportabile — disse l'uomo grassoccio, trascinando
la bambina verso la rampa più vicina. — Bisogna fare
qualcosa!
Qualcosa si farà, gli promise Gillian fra sé.
18

A mezzogiorno, sull'Altipiano Shan, i raggi del sole che


filtravano attraverso foschi strati di smog venefico
diffondevano attorno una luminosità senza ombre. Una
poltiglia umida, melmosa, ricopriva il terreno di quella che era
stata una fertile zona tropicale. La folta boscaglia di tek e i
campi di papaveri erano scomparsi da tempo, carbonizzati dalle
armi nucleari dei terroristi nel ventunesimo secolo. Soltanto
una varietà mutata d'erba palustre era riuscita ad attecchire. I
suoi cespi color fango punteggiavano il territorio come
verruche sulla pelle di un animale.
Dalla sommità di una collinetta, un massiccio edificio
rettangolare - il Tempio di Shan, della Chiesa della Fede -
faceva apparire minuscole le centinaia di figure in tuta spaziale
riunite più in basso. Il vescovo Vokir alzò le braccia, come se
cercasse di sollevare il peso di quell'aria spessa, e sui fedeli
affollati dinnanzi a lui cadde il silenzio.
— Voi siete i figli diletti dello Spirito di Gaia! — intonò. —
Voi appartenete a questo luogo, a questa Terra. Conducete
l'esistenza materiale lassù... — E con una mano guantata indicò
gli strati superiori della caligine. — Ma la vostra anima
immortale risiede qui. E il viaggio attraverso la vita vi conduce
alfine a questo luogo, a questo suolo da cui la vita è sorta, a
queste radici.
— A queste radici! — fecero eco cinquecento voci.
Altrettante teste chiuse in caschi a pressione si chinarono fino a
terra.
Il vescovo toccò la strumentazione fissata alla cintura e
diminuì l'amperaggio. Nei caschi dei dolenti la sua voce si
abbassò in un mormorio indignato.
— I non credenti osano spingersi a dire che la Terra è un
luogo morto, e che l'umanità ha scioccamente distrutto la sua
casa nel nome della scienza. Ma è possibile questo? È possibile
che la fonte stessa di ogni vita sia davvero uccisa?
— No! — gridarono tutti.
Lui girò al massimo la manopola dei toni bassi e diminuì
ancora il volume. — Può un mondo che ha dato la vita a
miliardi di creature essere considerato un luogo di morte? Non
è forse vero che coloro che tornano alle radici della vita
rinasceranno alla vita?
I fedeli alzarono le braccia, e lo smog della Birmania
orientale ondeggiò intorno a loro. — È vero!
— Le radici sono fuori dalla portata di noi mortali. — Il
vescovo chiuse gli occhi e abbassò la testa. Premette un
pulsante per far ondeggiare la voce, e l'apparecchio vi inserì un
tremito di commosso fervore. — Le radici sopravvivono sia al
ghiaccio che al fuoco. Esse ci preservano, ci uniscono, e sono
le fonti consacrate della nostra fede.
— Sono le fonti consacrate della nostra fede! —
mormorarono i fedeli.
— Così è sempre stato, e così sarà per sempre, per coloro
che vivono nello Spirito di Gaia.
— Amen! — gli rispose il coro.
Il vescovo concesse loro una pausa di meditazione, e si inserì
nel canale del servizio clericale.
— È tutto pronto?
— Sì, vostra eminenza — rispose la voce di un diacono.
— Allora cominciate.
Si volse a guardare la fila di navette sul terreno pianeggiante
a destra dell'altura. I portelloni laterali si aprirono come petali
di enormi fiori bianchi. Chierici in tuta verde uscirono dalle
navette e si fermarono in doppia fila davanti a ognuna di esse. I
dolenti si girarono da quella parte.
Il vescovo toccò ancora un pulsante e sulla lunghezza d'onda
comune si diffuse una registrazione stereo del Canto dei
Defunti.
— Benedetti siano i semi, poiché essi germogliano nelle
sabbie del tempo. Benedetta sia la terra, poiché essa rinsalda e
dà nutrimento alle radici. Benedetta sia l'acqua, poiché essa
sgorga dal paradiso e plasma l'argilla da cui rinasce ogni
creatura.
I dolenti si unirono al coro quando esso cominciò a ripetersi.
Feretri di materiale nero scivolarono fuori dalle stive e furono
sistemati sui cavalletti dai chierici. Ogni bara era circondata da
un anello di luce verdeazzurra, che sprizzava scintille a ritmo
con le strofe del Canto. Intensificato dalla passione religiosa e
dalla sofferenza, il coro salì di tono.
I fedeli si divisero in gruppetti di parenti, e i più robusti si
assunsero l'incarico di portatori. I feretri neri furono sollevati e
trasferiti in una vasta arena circondata da torce a gas. Con un
certo sforzo i volontari sollevarono le bare in alto, sopra le loro
teste. Prima di spostare in sottofondo la registrazione del Canto
il vescovo Vokir attese che tutti gli intervenuti fossero
nell'arena.
Le piogge di scintille si spensero, mentre le batterie
soccombevano ai veleni chimici dell'aria. Uno dopo l'altro i
feretri persero la loro aura elettronica. Anche dopo tutti quegli
anni il vescovo provava un certo piacere estetico nel veder
svanire gli aloni luminosi sopra i caschi dei parenti in lutto. La
visione gli comunicava un indescrivibile senso di purezza.
Quando le ultime note del Canto dei Defunti furono svanite,
neppure un suono disturbò il mesto consesso. Nel silenzio più
assoluto il vescovo sollevò ancora le braccia.
— Oggi, su questo antico e sacro altipiano, noi ci riuniamo
per la Conversione delle Anime. Oggi, in questo luogo
benedetto, noi siamo uniti nello spirito ai sessantadue nostri
cari fratelli. Oggi, su questo suolo di radici eterne, noi
consegnamo i semi alla terra che li nutrirà. Oggi noi siamo i
seminatori.
— Oggi noi siamo i seminatori — mormorarono i presenti.
— Noi che manteniamo viva la fede conosceremo la gloria
della vita eterna. Noi che manteniamo pura la fede saremo
benedetti per sempre. Noi che manteniamo salda la fede
cammineremo nel Regno della Terra, e conosceremo lo Spirito
di Gaia. Poiché non moriremo.
— Poiché non moriremo — disse il coro. Dietro quelle
parole si udirono ansiti e singhiozzi soffocati.
Il vescovo abbassò le braccia. I portatori di bare lo
imitarono, e i loro fardelli furono lentamente deposti sul
terreno umido.
— Il Regno attende i nuovi semi — disse lui. Premette un
altro pulsante e dalle torce a gas intorno all'arena si alzarono
lunghi serpenti di fiamma azzurrina. Gli intervenuti
cominciarono a uscire, religiosamente incitati dai chierici.
— Requiescant in pace! — esclamò il vescovo, quando
l'arena fu del tutto evacuata.
Nello stesso istante il suolo all'interno del circolo di torce
cominciò a muoversi. Il fango giallastro divenne sempre più
bianco e morbido mentre l'impianto sottostante emetteva
ettolitri di sostanze chimiche. Appena la densità fu pastosa
alcune eliche entrarono in funzione, creando piccoli geyser di
fluido e vortici sempre più veloci. Una nebbia di spruzzi
finissimi s'infittì sulla zona.
Una alla volta le bare s'inclinarono e furono inghiottite dal
pianeta Terra. Due minuti più tardi la sepoltura era già
terminata, e un inquieto stagno di poltiglia biancastra ribolliva
e gorgogliava dove fino a poco prima c'era stato un terreno
solido.
Il vescovo pronunciò le parole finali della cerimonia senza
alcun effetto sonoro:
— E ora, cari fratelli, che in questa sacra terra possa aver
luogo la Conversione delle Anime, per sette giorni e sette notti.
Amen.
Volse loro le spalle e s'incamminò verso il Tempio,
spegnendo subito l'audio del casco. Non aveva alcuna voglia di
ascoltare i mugolii degli umani, che avrebbero continuato a
piagnucolare fino al buio. Come al solito qualcuno sarebbe
rimasto allo stagno finché le navette non avessero riacceso i
motori, costringendo i piloti a seccanti attese. Poi alcuni
chierici sarebbero usciti a recuperare i dolenti, consolare chi
ancora frignava, e sostenere qualche vecchia bacucca fino alla
sua cuccetta anti accelerazione.
E da lì a sette giorni, prima che lo stagno s'indurisse di
nuovo, una certa quantità del liquido biancastro sarebbe stata
prelevata, filtrata, centrifugata, imbottigliata, e trasportata a
una delle migliaia di chiese sparse nelle Colonie. Là, dopo gli
opportuni sacramenti, sarebbe diventata fluido organico, il
liquido sacro della Chiesa della Fede.
Il vescovo entrò in un compartimento stagno e chiuse
ermeticamente il portello esterno. Forti getti di gas detergente
tormentarono la superficie elastica della sua tuta, spazzando via
tutte le impurità che s'erano depositate su di lui all'aria aperta.
Era una buona religione, rifletté. Aristotele, prima di morire
in quel disgraziato incendio nel Sud Africa, ne aveva delineato
le basi. Theophrastus aveva aggiunto qualche particolare
tecnico; la cerimonia della sepoltura e il fluido organico
sacramentale erano un'idea sua. Saffo s'era occupata dei
simboli, dei colori e degli effetti speciali, infondendo la vita nel
culto con lo strano distacco dei maghi. E, come sempre, Codrus
aveva provveduto in modo eccellente al lato finanziario.
Per lui, l'aspetto più eccitante di quella religione era il
profitto. La cerimonia a cui s'era appena degnato di partecipare
personalmente aveva fruttato una grossa somma, detratte le
spese, e ogni giorno sulla superficie del pianeta ce n'era una
dozzina.
L'aria fu risucchiata via, sostituita, e il portello interno si
aprì. Lui si tolse l'elmetto, sfilò la tuta antiradiazioni e appese il
tutto in uno stipo nel corridoio. Un diacono in uniforme azzurra
apparve e gli rivolse un lieve inchino.
— L'appartamento è pronto, eminenza. Desidera pranzare
subito?
— No, ho bisogno di un'ora di meditazione e di preghiera.
Fai in modo che io non sia disturbato, per favore.
— Molto bene, eminenza. — Il diacono si allontanò.
Profitti. La Chiesa aveva un prezzo base per ogni servizio
funebre, una cifra nominale che copriva i costi di trasporto
sulla navetta. Ma la cerimonia si teneva alla superficie, e ogni
familiare e conoscente della persona defunta che volesse
partecipare doveva accollarsi le proprie spese di viaggio,
l'affitto della tuta, la decontaminazione e la visita medica.
Ognuna delle voci sul conto totale dava un profitto, compresi il
visto e il permesso di soggiorno sul pianeta, che la Chiesa
poteva acquistare dalla E-Tech con uno sconto speciale. Inoltre
la preparazione fisica dei defunti era affidata ad agenzie
funebri di proprietà della Chiesa, che ricavavano notevoli
introiti anche dalle cremazioni e sepolture nello spazio dei non
credenti.
Di tanto in tanto qualche emittente libera faceva servizi
molto pungenti sugli enormi profitti che la Chiesa realizzava
dalle varie attività collegate ai servizi funebri, ma questo non
aveva presa sulla mentalità comune. I soldi erano soldi, e la
Chiesa della Fede dimostrava anzi grande onestà chiedendo ai
fedeli di accollarsi le loro spese, invece di pretendere
sovvenzioni governative. La costituzione irryana le
riconosceva soltanto il diritto di esenzione dalle tasse per le
sepolture, essendo queste un servizio pubblico, e il permesso di
volo fra la Terra e le Colonie. Comunque fosse, per i milioni di
veri credenti la Chiesa non poteva sbagliare.
Il vescovo entrò nel suo appartamento privato e chiuse la
porta. Una rapida indagine con lo scanner da scrivania gli
rivelò che niente di sospetto era accaduto nei sei mesi trascorsi
dalla sua ultima visita. A parte il tecnico che ogni settimana
controllava le eventuali infiltrazioni d'aria, lì non era entrato
nessuno.
Meglio così. Sebbene il personale che lavorava a tempo
pieno nei numerosi cimiteri della Terra fosse accuratamente
selezionato, c'era sempre la possibilità che qualche diacono
sleale andasse a ficcare il naso o a rubacchiare in posti a lui
proibiti. Nella maggior parte dei templi la cosa poteva essere
ignorata. Ma lì sull'Altipiano Shan, e ai Templi della Finlandia
e del Canada Occidentale, Codrus aveva molte cose che
dovevano restare segrete.
Il vescovo aprì la serratura a combinazione della scrivania e
poggiò la mano destra sul modem-scanner incorporato nel
cassetto. Accese lo schermo del terminale; batté un codice
d'accesso di venti lettere sulla tastiera e aspettò. Pochi secondi
dopo lo schermo gli rispose con un semplice segnale verde.
Andò nel piccolo bagno dell'appartamento e spinse di lato
uno stipetto pieno di asciugamani. La moquette del pavimento
si lasciò sollevare senza difficoltà, rivelando la presenza di un
altro modem-scanner. Il vescovo vi poggiò la mano sinistra e
pronunciò un altro codice, stavolta a voce. I sensori audio
reagirono subito. Il modem ruotò, diventando una maniglia, e
lui aprì la botola.
La scala a chiocciola spiraleggiava giù nel buio più
completo. Tenendo prudentemente una mano sulla ringhiera, il
Vescovo scese nello scantinato.
I Templi della Finlandia e del Canada Occidentale avevano
impianti dello stesso genere. Di tanto in tanto lui officiava
personalmente funerali nell'uno o nell'altro di quei posti.
Un mese addietro era stato il turno della Finlandia. Da un
deposito segreto sotto il tempio, il vescovo aveva prelevato le
armi di Reemul, imballate due secoli prima. Scudi d'energia,
scrambler, centraline di tiro portatili, caschi da guerra e tutto
l'arsenale che era stato preparato per il risveglio del Jeek...
tutto, salvo le falci Cohe. Queste ultime Reemul se le era
portate dietro nella stasi.
Era stato meglio così. Codrus aveva già stabilito di eliminare
i pirati che, sotto la direzione di Bob Max, avrebbero prelevato
il Jeek dalla metropolitana di Filadelfia. AI suo risveglio
Reemul s'era visto consegnare un biglietto su cui non c'era
scritto soltanto ciò che Max credeva di aver letto. Il messaggio,
in codice, gli ordinava di estrarre dai Costeau le notizie
indispensabili per muoversi nelle Colonie e poi di ucciderli.
Sotto tortura i pirati avevano assicurato a Reemul che
nessuno, a parte il contrabbandiere, era al corrente di quella
faccenda. E Bob Max aveva ubbidito, se non altro agli ordini
più importanti, tenendo segreti i rapporti non troppo ortodossi
che lo legavano al suo vescovo.
Mentre scendeva le luci si accesero automaticamente. In
fondo alla scala a chiocciola, quaranta metri sotto il Tempio,
una breve caverna terminava con una porta metallica incassata
nella roccia. Al centro di essa c'era un circolo formato da
cinque modem-scanner collegati alla serratura. Soltanto il
sistema nervoso di un Ash Ock - o di uno dei suoi gemellali -
poteva far aprire quella porta.
Quello nel punto corrispondente all'una dell'orologio era il
modem-scanner di Codrus. Il vescovo poggiò una mano sulla
piastra, permettendo al sistema computerizzato di identificarlo
e disarmare l'apparato di difesa. Mentre aspettava si ritrovò,
come ogni volta, a fissare pensosamente gli altri modem.
Povero Aristotele. Povero Empedocle. Il vescovo ebbe quel
pensiero strano, riflettendo sulla mortalità della sua stirpe.
Siamo forti oltre ogni possibilità umana, e tuttavia perfino noi
possiamo esser vittime delle incertezze dell'universo.
Il pensiero era strano perché il vescovo sapeva che il suo
monarca non lo condivideva. Codrus metteva in conto la
possibilità di un incidente o di un errore di calcolo ma, nel
profondo di se stesso, ogni Ash Ock si sentiva immortale.
Il vescovo sospirò. Eppure invecchiamo anche noi.
Batté un codice d'accesso sulla piccola tastiera sotto il
modem. Una luce verde lampeggiò, informandolo che poteva
procedere. Con un lieve soffio d'aria compressa la porta scivolò
di lato. Il vescovo la oltrepassò ed entrò in un luogo dove
nessun essere umano aveva mai messo piede.
19

Paula riprese a correre, ansando.


La Colonia pirata mancava di qualsiasi ordine interno. Gli
edifici si accavallavano uno sull'altro. Giungle in miniatura si
aprivano su vasti piazzali che in realtà erano il tetto di altre
abitazioni. Strade all'aperto, fitte di pedoni e di ciclisti,
improvvisamente diventavano gallerie e si diramavano nelle
viscere di costruzioni indefinibili. Lei oltrepassò porte senza
capire se stava entrando o uscendo... era impossibile stabilire la
differenza.
Alcune strutture si estendevano pericolosamente lungo
l'intero diametro della Colonia. Gli strani ascensori da cui
erano percorse facevano capovolgere i loro passeggeri
all'altezza del centro privo di gravità, prima di scodellarli
dall'altra parte. Le dimensioni inferiori del cilindro rendevano
necessaria una maggiore velocità angolare per fornire una
pseudo-gravità standard lungo il perimetro. L'irregolarità con
cui erano distribuiti pesi e masse aveva però deformato
l'immensa mole, e uno dei risultati era un bizzarro Effetto
Coriolis: gli spostamenti in linea retta non esistevano.
Nell'appartamento di Paula, all'undicesimo piano di un grande
edificio, l'acqua usciva dai rubinetti in un flusso ricurvo.
Col cuore che le batteva affannosamente saltò un triciclo da
bambini ed entrò in un vasto corridoio.
Buona parte di quei percorsi erano illuminati da luce
artificiale, ma ogni tanto raggi di sole attraversavano le ombre
giallastre delle lampade al quarzo. Lì non c'erano sezioni
alternate di vetro e di territorio; il sole penetrava nei più remoti
quartieri della Colonia grazie a complesse disposizioni di
specchi, o non ci arrivava affatto. Al confronto le geometrie di
Lamalan erano ridicolmente semplici.
Nel vederla correre, i pirati le gettavano occhiate perplesse.
Qualche bambinetto la inseguiva, credendo che volesse sfidarlo
o giocare con lui, e rinunciava soltanto quando notava
l'espressione sofferente del suo volto.
Gli odori che sentiva erano intensi. Quello di verdura e di
pane di un mercato si mescolava al puzzo di lubrificanti di
un'officina, o ai vapori di una lavanderia. Ai moli delle navette
l'aria veniva saturata con profumi e deodoranti, ma questo non
eliminava l'assurdo puzzo dei pirati che facevano ritorno dalle
Colonie Irryane. Il marchio dei Costeau, la borsetta odorosa,
non era in uso che fra i viaggiatori, e inoltre Paula sapeva che il
sistema percettivo umano poteva imparare a ignorare in breve
tempo qualsiasi odore.
Ma cominciava a credere che quello di pesce marcio esulasse
dalle leggi della chimica.
— Ehi, tu! — le intimò una ragazza bionda seduta in un
cubicolo, vedendola entrare di corsa.
Paula la ignorò e sali per le scale. Quando arrivò alla camera
di Harry bussò alla porta. Non ci fu risposta. Disperata, pestò
coi pugni sul battente di legno. Due mani decise la afferrarono,
tirandola indietro.
— Che intenzioni hai? — disse la ragazza bionda. Era molto
più forte di lei. La spinse contro il muro senza complimenti e
cominciò a perquisirla.
— Lasciami! — Paula si divincolò, scalciando. — Devo
vedere il Leone! Lasciami stare, maledetta te!
— All'inferno! — Colpita da un calcio l'altra le torse un
braccio, facendola cadere in ginocchio. Poi le unì i polsi dietro
la schiena con una mano e la schiacciò al suolo. Con l'altra
continuò a frugarla in cerca di armi.
— Stai ferma, o ti spezzo le braccia! — ringhiò.
Paula si contorse. Voltando la testa vide Aaron arrivare dalle
scale. Indossava una tuta sporca di grasso, e il tatuaggio sulla
sua guancia era contorto dall'ira.
— Lasciatemi! — gemette lei. — Devo vederlo, vi dico!
Aaron fece un gesto con una mano. La guardia la lasciò. —
Spiegati, donna.
Lei si tirò in piedi, tremando. — Mio figlio... mio figlio è
andato via.
— Via dove?
Paula avrebbe voluto piangere e gridare di rabbia nello
stesso tempo. Non fece né l'una né l'altra cosa. — È scappato
— disse, costringendosi a parlare con calma. — Ha lasciato un
biglietto. Lui... se n'è andato.
Aaron accennò alla ragazza bionda di tornare di sotto; poi la
prese saldamente per le spalle.
— Il Leone è partito. Non tornerà alla Colonia prima di
parecchi giorni. In ogni modo, tu non puoi entrare nel suo
appartamento privato ogni volta che ti salta in testa.
Lei trasse un lungo respiro e annuì. — Mi spiace. Ma Jerem
è scomparso. Se n'è andato ieri sera tardi, credo. Ho trovato il
suo biglietto soltanto questa mattina.
— I ragazzi scappano di casa ogni tanto, donna. Non è il
caso di farne un'Apocalisse.
— Lo so, lo so. Ma io l'avevo picchiato. — Le sfuggì un
gemito. — Ero così arrabbiata... ero furiosa! Forse ho
esagerato, credo.
Negli ultimi giorni aveva cercato di ragionare con Jerem, di
farlo uscire dal suo gelido mutismo, di spiegargli chi fosse suo
padre e di quale terribile errore fosse stato il matrimonio con
lui. A quel tempo Paula era molto giovane e molto sciocca,
incapace di capire che dietro l'aspetto attraente e le maniere
piacevoli di un uomo poteva celarsi un animo del tutto arido.
Jerem aveva ascoltato le sue parole, ma sempre con aria
ferita e rifiutando di risponderle... fino al giorno addietro,
quando ad un tratto era esploso. Dapprima lei non aveva
replicato, lieta che almeno si sfogasse. Ma poi le parole del
ragazzo s'erano fatte più dure, e l'aveva accusata di aver
abbandonato suo padre.
Abbandonato! Quella parola aveva innescato l'ira di Paula.
Stupidamente s'era messa a gridare, sbattendogli in faccia ciò
che suo padre era stato: un drogato, un contrabbandiere dal
carattere accidioso, un ex capo pirata scacciato dal suo stesso
clan, un uomo il cui solo interesse per gli altri stava in ciò che
pensava di poter mungere dalle loro tasche.
Aveva guardato Jerem dritto negli occhi, rivelandogli che
non era mai stata così sollevata in vita sua come quando aveva
saputo che quell'uomo era stato ucciso in una lite fra pirati.
Jerem s'era lasciato investire dalle sue parole con gelida
calma. Poi aveva replicato con una smorfia sprezzante, come se
lei fosse appena degna di sentire la sua opinione:
— Mio padre è morto. E questo solo perché ha sposato una
stupida sgualdrina che gli ha voltato le spalle.
Paula aveva perso il controllo. S'era gettata su di lui,
colpendolo con pugni e ceffoni furibondi, finché il ragazzo era
riuscito a infilare la porta e a sfuggirle.
Più tardi aveva cercato di chiedergli scusa. Il suo sforzo era
stato inutile. In piedi davanti a lei, rigido e teso, gli occhi
scintillanti, Jerem aveva rifiutato di ascoltare e ignorato il tono
sofferente della sua voce.
Quel mattino, dopo essersi alzata, s'era accorta che il letto di
lui era vuoto.
Aaron annuì. — Cosa c'è scritto sul biglietto?
Paula si passò una mano sul volto. — Dice che vuole
andarsene da questa Colonia. E di non tentare di seguirlo,
perché non tornerà indietro mai più.
— Ha del denaro con sé?
— Ha rubato qualche tessera elettronica... dalla mia borsa.
Aaron rifletté qualche istante. — Il controllo orbitale tiene
conto di tutte le partenze. Cominceremo da lì.
— Pensi davvero che possa essersene andato su una navetta?
— È l'unico modo di uscire da una Colonia.
Paula rintuzzò le sue paure. — Ma come può esser salito a
bordo? La vostra gente non si insospettisce se vede un
ragazzino che si aggira sui moli?
Aaron la guardò con aria di compatimento. — Un Costeau
della sua età è considerato abbastanza uomo da andare dove gli
pare.
— Sì... l'avevo dimenticato.

Il controllo orbitale aveva sede in un edificio a tre piani, la


cui facciata di vetro guardava su due parcheggi di servizio.
Aaron precedette Paula su per le scale e attraverso alcune porte
stagne. Il terzo piano era costituito da una sala piena di
apparecchiature collegate allo spazio esterno.
Una donna dai capelli corti e riccioluti era seduta a una
consolle semicircolare. Aaron le fece un cenno di saluto e
aggirò la strumentazione per andarle accanto.
— Sheila, ho bisogno di un favore.
— E io non sono quella che te lo rifiuterà — sorrise lei.
— Una lista delle partenze di questa notte. Diciamo... fra
mezzanotte e le sette di mattina?
Paula annuì.
Sheila batté alcuni ordini su un terminale e indicò loro una
stampante nell'angolo della sala. Paula la riconobbe come un
modello già preso in considerazione dagli antiquari.
— Sono partite soltanto cinque navette — disse Sheila. —
Igor mi ha detto che è stata una nottata tranquilla.
— Meglio per noi — commentò Aaron. Andò a prendere il
foglio appena stampato e lo lesse.
— Quelle probabili sono soltanto un paio. Tre viaggiano per
affari particolari del clan e possiamo ignorarle; non avrebbero
mai accettato passeggeri.
— E le altre due? — domandò Paula.
— Una è partita per il Gruppo L4. Se tuo figlio ha preso
quella, è ancora in volo.
Le lontane Colonie L4 ospitavano più che altro stazioni di
ricerca scientifica. Paula era sicura che Jerem non avrebbe
scelto posti di quel genere.
— E la seconda?
— Sirak-Brath.
Lei inalò un lungo respiro. Devo restare calma.
Aaron depose il foglio sulla consolle. — Sheila, un altro
favore. Chiama questa navetta, allo scalo di Sirak-Brath, e
chiedi al comandante se stanotte ha imbarcato dei passeggeri
qui.
La donna si mise un auricolare e aprì un canale di
comunicazione audio, mentre Aaron spiegava: — Questa
navetta ha attraccato venti minuti fa. L'equipaggio e i
passeggeri potrebbero essere ancora a bordo.
«C'è anche la possibilità che tuo figlio non sia partito.
Magari è andato a zonzo per la Colonia, e quando gli sarà
sbollita la rabbia tornerà a casa.
Paula scosse il capo. — Non è uno che si raffredda così
facilmente. Ne sono sicura.
Aaron scrollò le spalle. — Comunque, potrebbe non aver
trovato ancora un mezzo di trasporto. Andremo a guardare
anche al terminal principale.
Sheila si tolse la cuffia. — Il comandante è già sbarcato su
Sirak-Brath. Ma il pilota dice che a bordo c'erano tre
passeggeri.
Aaron si sfregò il tatuaggio. — Chiedigli una descrizione.
Sheila si rimise la cuffia e parlò nel microfono. Poi si volse,
con un grugnito. — Il pilota dice che non sono affari nostri.
Gli occhi verdi di Aaron ebbero un lampo. — Digli che è un
affare del clan.
La donna eseguì. Scosse la testa. — Lui non è un Alexander.
— Fece una pausa. — Però dice che potrebbe anche darci
questa descrizione, a patto che trecento byte siano depositati
sul suo conto.
— Digli che può avere i suoi maledetti trecento byte —
sbottò velenosamente lui. — E digli anche che Aaron degli
Alexander non dimenticherà di ringraziarlo personalmente alla
prima occasione!
Sheila trasmise testualmente il messaggio. Nel sentire la
risposta sogghignò. — Mi ha accusato di non aver capito che la
richiesta di soldi era soltanto uno scherzo. Dice che i
passeggeri erano un paio di commercianti coloniali e un
ragazzo giovane.
Paula s'irrigidì. — Gli chieda del ragazzo.
Sheila attese il cenno d'assenso di Aaron, prima di farlo.
— Ha detto — riferì poi, — che il ragazzo non ha voluto
dare il suo nome. Bruno di capelli, con una borsa bianca e
azzurra. Ha pagato il passaggio con una cartotessera.
Paula fece un passo avanti. — È lui! È ancora a bordo?
— È sbarcato appena sono entrati nel molo — disse Sheila.
Lei prese Aaron per un braccio. — Dobbiamo andare là!
Fra quanto puoi partire?
— Piano, donna. Non ho la minima intenzione di andare a
Sirak-Brath. Ho molte cose più importanti da fare.
— Ma io non so come arrivare là. E avrò bisogno del tuo
aiuto per ritrovarlo.
Aaron si scostò, seccato. — Sheila, quando parte la prossima
navetta per Sirak-Brath?
— Per passeggeri? Non c'è niente fino a dopodomani. Ma tu
sai com'è. Altri mezzi non di linea possono passare in qualsiasi
momento.
Paula strinse i denti. — Non posso aspettare tanto. Posso
pagarti. Avanti, quanto vuoi: duemila? Cinquemila?
Lui la guardò freddamente. — Non sono in vendita, donna.
— Allora fallo per mio figlio — lo pregò lei. — Ha soltanto
dodici anni. In una fogna come Sirak-Brath sarà una preda per
chiunque!
— Un Costeau della sua età saprebbe tenersi fuori dai guai.
— Dannazione, lui non è un pirata come voialtri! È
immaturo. È un ragazzino normale. S'illude di saper fare da
solo, ma non è così.
Aaron sbuffò. — È stata sua madre a riempirgli la testa di
queste idee?
— No, naturalmente. Ma non è abituato a cavarsela da solo.
È ingenuo! Senti, io sono stata a Sirak-Brath. So che razza di
gente ci abita, e conosco mio figlio. — Ebbe un fremito. —
Qualche bastardo si affretterebbe a offrirgli il suo aiuto, e lui ci
cascherebbe. Ha sempre avuto a che fare con gente sincera, che
fa quello che dice.
Aaron sorrise acremente. — Già. Chissà perché non lo
apprezza.
Paula abbassò lo sguardo. — Va bene. Me lo merito. Ho
sbagliato a non dirgli niente di suo padre. Ora lo so. — Rialzò
il capo e lo fissò negli occhi. — Ma questo non importa,
adesso. Quello che conta è che andrà a finire in qualche
situazione pericolosa, e che avrà bisogno di aiuto.
— Mi spiace, donna, ma io non posso farci niente. La nostra
navetta ha altri programmi.
— Cosa accidenti avete che sia più importante di mio figlio?
La voce di Aaron fu un sussurro: — Undici Costeau morti!
Ecco cos'è più importante di tuo figlio. Il clan deve cercare
quella bestia, e vendicarsi!
Paula annuì stancamente. Così, di nuovo il Paratwa. —
Anch'io vorrei vendicarmi, per tutti i guai che quella creatura
mi ha procurato. È a causa sua che sono finita nella vostra
Colonia. Ma non è stato il Paratwa a rapirci e a portarci qui con
la forza. — Gli puntò rabbiosamente un dito in mezzo al petto.
— Questo l'hai fatto tu ! Siamo le tue vittime, Aaron degli
Alexander!
— Io ho eseguito degli ordini, donna.
Paula gli agitò il pugno sotto il mento. — Ci hai drogati,
rapiti, e poi abbandonati al nostro destino. E adesso hai da fare
perché devi vendicarti? Ma la vendetta è cosa da uomini
orgogliosi, è una questione di onore, e chi fa violenza alle
donne e ai bambini quale onore ha da vendicare?
Questo lo colpì. I suoi occhi si strinsero come fessure. Il
pene scarlatto sulla sua guancia sinistra si contorse.
— Provami che sbaglio, Aaron degli Alexander! Dimostrami
che vi insegnano anche cos'è l'onore a voialtri Costeau, se sei
capace!
— Io non ti...
Per un attimo Paula pensò che l'avrebbe colpita. Invece lui si
limitò a grattarsi il mento, con un grugnito fosco.
Sheila rise. — Non avevo mai visto il grande Aaron così
perplesso, lo giuro. Le tue parole tagliano come coltelli,
signora mia.
— Forse troppo — borbottò lui.
— Allora, mi aiuterai? — insisté Paula.
Lentamente il cipiglio di Aaron si dissolse. — Va bene,
donna. Ti sei comprata un passaggio fino a Sirak-Brath.
Il sollievo la fece quasi ansimare. Incapace di trattenersi lo
abbracciò con forza e gli diede un bacio su una guancia, quella
non tatuata.
— Ho detto un passaggio, donna. Ti porteremo fino a Sirak-
Brath. Questo non vuol dire che frugheremo per te in tutta la
dannata Colonia!
— Naturalmente, no. Non mi aspetto che tu lo faccia.
Sheila rise ancora più forte, acutamente.
20

Da: I Brividi, di Meridian


Una volta venne un umano con una strana richiesta. Come di
consueto s'inginocchiò davanti a me e abbassò la testa. Poi
disse che il suo nome era Peters, e che desiderava un'udienza
dalla grande Saffo,
— Questo non è permesso — risposi. Stavo per licenziarlo,
quando in me nacque una curiosità.
— Perché mai desideri una tale udienza?
Peters tremava. — Voglio che la mia anima conosca
l'unione. La gente del mio domicilio dice che se uno bacia le
mani di Saffo gli Dei lo benedicono, e concedono a questa
persona il potere di unirsi a un'altra.
Io risi. — Credi che baciando le mani di Saffo potrai
collegarti con un altro umano e diventare come noi?
Peters alzò la testa. — Sì! E in due potremo diventare un
intero! — Sbatté le palpebre e apparve incerto. La sua voce si
fece triste. — Naturalmente l'unione durerà solo per un poco.
Non potremo mai essere un intero per sempre.
Io studiai per un momento questo umano, stupito dalla sua
folle fantasticheria. Decisi che era una questione da portare
davanti al mio maestro. Dissi a Peters di alzarsi e di camminare
in mezzo a me, e poco dopo entravamo nella sala di
Theophrastus.
I due gemellari che costituivano il mio maestro sedevano di
fronte a un campo olografico, concentrati sulla proiezione
tridimensionale di un gene mutato. Compresi subito che
Theophrastus s'era separato: un gemellare si mordicchiava le
labbra, l'altro aveva la fronte pensosamente corrugata. Spesso,
quando il mio maestro trovava un ostacolo nelle sue ricerche, si
scindeva allo scopo di esaminare il problema da due diversi
punti di vista.
Io restai in silenzio, con l'umano fra di me, finché uno dei
gemellari di Theophrastus s'accorse della mia presenza.
Peters fu invitato a ripetere la sua richiesta. Quando l'umano
ebbe espresso quello strano desiderio, i gemellari di
Theophrastus si guardarono negli occhi e innescarono l'unione.
Pochi istanti dopo il mio maestro unito si alzò dalle sue sedie.
— Questo umano è molto perspicace, o molto instabile —
disse. — Usalo come esempio per gli altri.
Peters ebbe soltanto un breve attimo di sorpresa, prima che
io lo uccidessi. Usai una delle mie Cohe (la tecnica Lariat: una
rapida decapitazione). Afferrai la testa al volo prima che
rotolasse per la camera, e quindi liberai Theophrastus dalla
presenza di quella carne morta. Uscendo, ordinai a una squadra
di umani di ripulire subito il pavimento.
Convocai uno dei miei capisquadra, e feci riportare la testa e
il corpo di Peters al suo domicilio.
Sul canale di comunicazione generale registrai che per
ordine di Theophrastus tutti gli umani del domicilio di Peters
erano invitati a cenare con me, nella loro mensa, quella stessa
sera.
Non fu una cena molto soddisfacente per gli umani. Appena
giunti, parve chiaro che la loro digestione sarebbe stata assai
disturbata dalla presenza della testa di Peters sul mio tavolo.
Alcuni umani divennero grigi in faccia e chiesero d'essere
scusati.
Dopo la portata principale, che fu ottima (filetti di sogliola in
salsa di funghi, con contorno di fagioli in insalata di riso) il
mio cuoco portò su un carrello il corpo di Peters, appena tolto
dal forno. Di fronte a tutti il cuoco tagliò diverse succose
bistecche dalla schiena, le fece in piccoli pezzi su un elegante
vassoio e condì il tutto con la sua speciale salsa tartara.
Peters fu servito per dessert. Gli umani non avrebbero voluto
mangiare la carne di un compagno, ma ancor meno volevano
rischiare d'irritare me. Il loro dilemma fu intelligentemente
risolto: mangiarono Peters.
Mi accertai che tutti gli altri domicili fossero al corrente
della nostra cenetta. Nessun umano cercò mai più di essere
ricevuto da Saffo. Peters era servito per insegnare loro una
lezione utile.
Aveva anche un ottimo sapore.
21

Rome sentì l'eccitazione che vibrava nell'aria appena entrò in


sala. Due assistenti della sezione scientifica, seduti di fronte a
Begelman al lungo tavolo da riunioni, erano impegnati in una
discussione frenetica col falco dei computer. Un'esperta di
finanze e un dirigente della Sicurezza - moglie e marito - si
scambiavano i dati dei loro terminali portatili e nello stesso
tempo parlavano educatamente, ma con fermezza, con un
consigliere politico addetto al Senato. Tre giovani assistenti
ridevano di un episodio che un anziano esperto di sistemi
elettronici aveva raccontato. Pasha Haddad sedeva in silenzio,
ma con l'espressione di uno che avesse appena concluso un
lauto pranzo.
Rome prese posto a un'estremità del tavolo. — Bene.
Qualcosa mi dice che oggi possiamo cominciare con una buona
notizia. Di cosa si tratta?
L'esperta di finanze si schiarì la gola. — Abbiamo scoperto i
motivi del voltafaccia di Drake sulla ristrutturazione di Sirak-
Brath. — La sua dentatura perfetta scintillò in un sorriso. —
Ciò che Lady Bonneville le ha detto la settimana scorsa è
esatto. C'è stato un trasferimento di fondi della ICN, per
seicentotrenta milioni, alla West Yemen Corporation. Ma ora
questi fondi sono stati ritirati. È il rientro di questa somma che
mette la ICN in grado di investire nel progetto per Sirak-Brath.
«La West Yemen Corporation agisce nel suo settore già da
molti decenni. Principalmente si occupa della costruzione di
parti di ricambio per le navette orbitali. Ha anche contratti con
la Lega dei Commercianti e l'Unione Agricoltori per la
fornitura di attrezzi di vario genere, dagli ascensori alle
seminatrici robotizzate.
«Quello che non sapevamo è che fa parte di un gruppo di
aziende che commercializzano insieme i loro prodotti, e che è
composto quasi completamente da gente legata alla Gloria de
la Ciencia. La West Yemen Corporation sovvenziona da anni
una politica parlamentare contraria alla E-Tech.
Il marito di lei intervenne: — Ufficialmente i fondi della
ICN, questi seicentotrenta milioni, erano destinati a nuovi
impianti produttivi da costruirsi in diverse Colonie... ma nel
contratto fra le due ditte c'erano clausole particolari, grazie a
cui la West Yemen Corporation avrebbe potuto usare quel
denaro per qualsiasi altra cosa le piacesse.
Rome si accigliò. — Nel consiglio di amministrazione della
ICN erano tutti d'accordo su questo contratto?
L'esperta di finanze annuì. — Drake è stato il primo dei
firmatari. Ma questo va visto alla luce di un altro fatto. Nel
corso degli anni la West Yemen Corporation si è assicurata
molti acquirenti non ufficiali: ditte che per godere di riduzioni
delle imposte comprano merce tramite intermediari...
— Naturalmente non c'è nulla di insolito in questo. È
abbastanza comune nel mercato all'ingrosso — la interruppe
suo marito. L'uomo riusciva a trattenersi a stento. — Insolita è
invece l'identità di uno di questi intermediari. Il quale, fra
parentesi, deteneva anche una parte del pacchetto azionario
della West Yemen.
— Qualcuno della Gloria de la Ciencia? — chiese Rome.
L'esperta di finanze sorrise. — Dal punto di vista attuale
della ICN, molto peggio. Questo azionista-faccendiere è, o
dovrei dire era, Bob Max.
Rome ricadde contro lo schienale, sbalordito. — L'uomo che
è ritenuto responsabile del risveglio del Paratwa?
Haddad disse, con calma: — Non abbiamo più dubbi sulla
parte giocata da Max in questa faccenda. I nostri infiltrati fra i
contrabbandieri l'hanno confermato: i pirati responsabili del
raid nel sottosuolo di Filadelfia erano stati assoldati da Bob
Max.
L'esperta di finanze si sfregò le mani. — Drake non sapeva
che Bob Max fosse un intermediario della West Yemen.
Quando i suoi uomini l'hanno scoperto, la ICN si è accorta
d'essere in piedi su un vulcano pronto a esplodere. Il contratto
con la West Yemen era già irregolare di per sé, poiché il
denaro poteva essere usato per ogni più diverso scopo. Ma se a
questo si aggiunge che la West Yemen sovvenzionava La
Gloria de la Ciencia, e che uno dei suoi azionisti era l'uomo che
ha riportato alla luce il Paratwa...
— La ristrutturazione di Sirak-Brath — interruppe Haddad,
— è stata l'unica risposta che Drake poteva dare a questa
situazione.
L'esperta di finanze annuì. — Drake ha subito visto che
razza di bomba stava per esplodergli fra le mani. La ICN
doveva perciò prendere le distanze. Ha annullato il
trasferimento di fondi alla West Yemen Corporation, e reso
disponibile il capitale per altri investimenti. La soluzione più
ovvia era di schierarsi per una politica delle «mani pulite»,
impegnandosi vistosamente in qualcosa di ostile ai
contrabbandieri di Sirak-Brath e alle manovre di Bob Max.
Ovviamente Drake prevede le interrogazioni che potranno
esserci alla Camera e al Senato, e con questa manovra ha senza
dubbio aperto un ottimo ombrello per riparare se stesso e la
ICN.
Rome si accigliò pensosamente. — Ma perché Drake aveva
trasferito alla West Yemen una somma simile, a quelle
condizioni anomale?
L'esperta di finanze allargò le braccia. — Non ne siamo
sicuri. A meno che la politica della ICN non fosse quella di
finanziare in modo massiccio La Gloria de la Ciencia.
Rome ci rifletté. Drake aveva sempre preso posizioni
moderate, ogni volta che il discorso era caduto sulla Gloria de
la Ciencia. Cosa poteva avergli fatto cambiare politica?
Il marito dell'esperta in finanze poggiò le mani sul tavolo e si
guardò attorno. — Anche unendosi a questo progetto per Sirak-
Brath, Drake non è affatto al riparo dai guai. Per quanto
assurdamente, la gente sta associando La Gloria de la Ciencia
all'uccisore Paratwa. Il nostro ultimo sondaggio dice che questa
organizzazione ha perso il sette per cento di favori rispetto al
precedente, fatto poco prima del macello allo zoo.
«Quando i suoi affari con la West Yemen saranno resi
pubblici, nella testa dell'uomo della strada la ICN sarà collegata
alla Gloria de la Ciencia. E la popolarità di quest'ultima è
destinata a calare finché l'uccisore sarà in libertà.
— Il che può significare per parecchio tempo — precisò
Haddad.
Rome non condivideva il loro opportunismo. E non soltanto
per la dubbia etica che consentiva alla E-Tech di incrementare
la sua forza politica finché il Paratwa fosse rimasto in vita.
Aveva la strana impressione che ogni cosa andasse al suo posto
troppo facilmente.
Scrutò i volti eccitati che aveva davanti. — Chi ci ha dato
conferma di tutte queste informazioni?
— Diverse fonti — disse l'esperta di finanze. — Io ho un
paio di ottimi contatti nelle alte sfere della ICN.
Suo marito sorrise. — Drake non può sperare di tenere il
coperchio su questa pentola ancora per molto. Troppi ci sono
coinvolti.
— Qualcuno ha un'idea del perché Lady Bonneville mi abbia
fatto le sue confidenze sull'affare della West Yemen?
Dopotutto lei è fra i sostenitori della Gloria de la Ciencia. E
solitamente spalleggia Drake con energia.
L'addetto alla politica senatoriale scrollò le spalle. — Forse
si aspetta che la E-Tech le ricambi il favore. Forse sta
prendendo anche lei le distanze da queste manovre
economiche, che presto o tardi erano destinate a venire a galla.
Rome esitò. — Sembra che la E-Tech stia guadagnando
molto da questa situazione, e senza aver mosso un dito.
Nessuno di voi è del parere che la cosa sia sospetta?
Haddad si concesse uno dei suoi rari sorrisi. — No.
Tutti i presenti annuirono, d'accordo con quella risposta. Il
marito dell'esperta di finanze aggiunse:
— La E-Tech perde terreno da tanto tempo che abbiamo
dimenticato cosa significa essere sulla cresta dell'onda. E
quando il vento gira lo annusiamo con sospetto... è un vento
così insolito!
Nella sala risuonarono le risa divertite dei presenti. Rome
non si unì ad esse.
C'è qualcosa di sbagliato. Qui c'è qualcosa che ci sfugge.
Begelman agitò una mano. — Sì, sì, capisco i suoi sospetti,
Rome. L'attacco del Paratwa questo venerdì... il massacro nella
strada, a Jordanian Paris... fra quei trentadue morti c'erano due
diplomatici irryani. — Inarcò un sopracciglio. — Erano in
viaggio, invitati a una bioconferenza.
Tutti guardarono Begelman, aspettando che continuasse. Lui
invece tacque, con un sorrisetto saputo.
Uno degli assistenti della sezione scientifica tossicchiò. —
Credo che il dottor Begelman voglia dire che quei diplomatici
sarebbero stati i principali sostenitori della politica della E-
Tech, alla conferenza. Il loro assassinio potrebbe esser visto
come un attacco diretto alla E-Tech, no?
— Ovviamente intendevo proprio questo! — esclamò
Begelman.
Rome lasciò vagare lo sguardo sui loro volti. Quasi tutti i
miei collaboratori si stanno pascendo con l'idea del trionfo:
Drake screditato, La Gloria de la Ciencia politicamente
distrutta, il prestigio della E-Tech confermato a furor di
popolo... un sogno che si avvera.
Non riusciva a scacciare la sensazione che ci fosse qualcosa
di sbagliato.
Avrei dovuto chiedere a Nick di partecipare alla riunione.
Quell'ometto sembrava avere più naso degli esperti di politica
che lui poteva mettere insieme. Un punto di vista esterno
sarebbe stato utile.
Ma la maggior parte dei dirigenti della E-Tech ora
considerava Nick, e la fuga di Gillian, un problema serio
quanto quello del Paratwa. Rome sapeva che non sarebbe stato
saggio invitare Nick a sedersi fra loro.
Mise da parte le sue preoccupazioni. — Abbiamo qualcosa
di nuovo sul massacro di Jordanian Paris?
Pasha Haddad scosse il capo. — Com'è già stato sottolineato,
le due sole vittime di qualche rilievo sono i due diplomatici
irryani. Gli altri erano passanti che hanno avuto la sfortuna di
trovarsi lì proprio in quel momento.
— E i testimoni?
Haddad scosse il capo. — I Sorveglianti li hanno lasciati
andare tutti entro poche ore dal fatto. I nostri agenti,
privatamente, ne hanno contattato alcuni. La versione è sempre
la stessa: hanno sentito le grida, e visto la luce nera delle falci
Cohe. Poi una strada piena di corpi fatti a pezzi e di sangue. E
nient'altro. Nessun Paratwa.
— È successo troppo in fretta — disse un assistente della
sezione scientifica. — La stima più attendibile fa pensare che
l'intero massacro si sia svolto in una decina di secondi, forse
meno.
— L'uccisore — disse Haddad, — ha sfruttato il panico,
mescolandosi alla folla che fuggiva in tutte le direzioni. I
Sorveglianti hanno bloccato il terminal principale delle navette,
ma sono occorse ore prima di metter sotto controllo tutte le
uscite. E con l'abilità mimetica di quella creatura... in questo
momento i Sorveglianti danno per certo che il Paratwa sia
fuggito dalla Colonia.
Uno degli assistenti sbuffò. — Da come i Sorveglianti lo
dicono, sembra che sia merito loro se è fuggito in preda al
terrore.
Haddad continuò: — I Sorveglianti hanno rilasciato anche il
giovane guardiano della Riserva di California Settentrionale.
— Fece un cenno col capo a Begelman.
Il falco dei computer alzò un dito scarno. — Abbiamo
interrogato il ragazzo in segreto. Quello che dice rafforza la
nostra teoria secondo cui il Paratwa è del tipo Terminus.
Rome cercò di non mostrarsi seccato. Del tipo Terminus, eh?
Quel mostro massacra trentadue esseri umani e noi sediamo
qui ad analizzare le sue origini. Sapeva che stava reagendo
emotivamente, ma... No, no, dobbiamo fare di più!
— Cosa mi dici di Nick e Gillian? — chiese.
Haddad guardò la parete di fronte. — Non c'è molto di
nuovo su di loro. Nick continua a ricevere chiamate sui telefoni
pubblici, a tutte le ore. Sospettiamo che si sia accordato con i
Gillian su un orario abbastanza complicato. Abbiamo cercato
di piazzargli addosso microspie di vario genere, ma finora le ha
disattivate tutte. Riceviamo dalle sue micro sottocutanee,
naturalmente, però niente di intelligibile, e in quanto ai posti
pubblici li cambia secondo uno schema imprevedibile. — Fece
una pausa. — È molto astuto.
— Non possiamo lasciarlo fare! — esclamò uno degli
assistenti. — Sbattiamo questo Nick in una cella finché si
decide a vuotare il sacco!
Un coro di voci gli diede ragione. Haddad guardò Rome.
Lui lo fissò dritto negli occhi. — Nick dev'essere sorvegliato
a distanza. Nient'altro.
— Chi ci assicura — replicò il capo della Sicurezza, — che
Gillian stia veramente «reclutando» come afferma Nick?
Questi due sono mercenari, uccisori a pagamento. Non capisco
su cosa si basi la tua fiducia in loro.
Rome evitò di rispondere. La sua fiducia in Nick e Gillian
era una questione di intuito.
Uno dei capisezione di Haddad entrò quasi di corsa. —
Scusate se vi interrompo, ma c'è stato un altro attacco del
Paratwa!
Tutti cominciarono a far domande contemporaneamente.
Rome alzò una mano per chiedere il silenzio.
Il caposezione gli era venuto accanto. — È penetrato in uno
dei nostri depositi di alta-tecnologia, quello di Oslo. Ha ucciso
il nostro personale e le guardie, e quindi ha dato fuoco all'intero
edificio. Potrebbe aver rubato delle armi... non abbiamo modo
di saperlo. Ci sono state delle esplosioni. Le autorità della
Colonia hanno dichiarato Oslo zona disastrata!
Haddad mugolò un'imprecazione.
— C'è dell'altro. Dopo aver incendiato il deposito, l'uccisore
si è fermato in un parco pubblico a pochi isolati di distanza, e
ha aperto il fuoco sui cittadini.
Rome era senza fiato. — Quanti morti?
— Non lo sappiamo. Nel nostro deposito doveva esserci una
dozzina di persone. Ma il parco era molto frequentato. Si parla
di cinquanta morti, per ora. — Il caposquadra fece una pausa.
— Per la maggior parte si tratterebbe di bambini.
Rome strinse i denti, travolto da un impeto di orrore e di
furia. Dio, perché questo abominio?
— L'uccisore ha lasciato tracce utili? — chiese Haddad.
— No, signore. È scomparso, proprio come su Cai Set e
Jordanian Paris. I Sorveglianti hanno bloccato tutti gli scali di
Oslo, ma... — Scosse il capo. — Finora, neppure un
avvistamento sospetto.
Rome fissava il tavolo. Adesso era sicuro che i Sorveglianti
non avrebbero mai preso il Paratwa.
Haddad licenziò il caposquadra e si volse a lui. — Appena i
notiziari ne parleranno ci sarà una reazione molto emotiva. La
E-Tech dovrebbe dichiararsi pronta a offrire tutta l'assistenza
possibile.
L'esperta in finanze disse: — Credo che la E-Tech dovrebbe
aprire un fondo d'assistenza economica per aiutare le famiglie
delle vittime del Paratwa.
Intorno al tavolo numerose teste annuirono. Uno degli
addetti agli affari parlamentari dichiarò, ad alta voce: —
Dovremmo prepararci a ripresentare le proposte di legge
respinte negli anni scorsi, in specie quelle che rafforzano le
possibilità d'intervento della E-Tech sulle infrazioni
tecnologiche. I senatori irryani che hanno votato contro di noi
dovrebbero essere più malleabili.
Rome controllò la sua rabbia. I tempi di crisi sono tempi
buoni per gli opportunisti. Ma non dobbiamo reagire
all'orrore voltandoci dall'altra parte. Gli tornò in mente ciò
che aveva detto Nick sull'epoca preapocalittica, le spiacevoli
decisioni prese dai dirigenti della E-Tech durante l'emergenza.
Forse distogliere lo sguardo era l'unico modo di sopravvivere,
in quei giorni.
Ma il tempo della follia e della distruzione era finito da un
pezzo. Rome rifiutava di credere che una sola creatura
mostruosa potesse spazzar via due secoli di pace. Decisioni
spiacevoli, sì. Ma non permetterò che la E-Tech ingrassi come
un avvoltoio sui massacri di questo Paratwa.
— Potete fare i preparativi necessari — disse freddamente.
— Ma per ora la E-Tech non piomberà sulle Camere con una
serie di proposte di legge. — Si volse all'esperta di finanze. —
Non ci sarà nessun fondo di assistenza della E-Tech.
Puzzerebbe di paternalismo politico, e farebbe pensare che
stiamo comprando voti. Se mai, inciteremo gli enti appositi a
intervenire con sollecitudine verso le famiglie colpite.
Pasha Haddad si accigliò. — Pochi oserebbero dire che ci
facciamo pubblicità elargendo denaro a famiglie bisognose.
— Forse. Ma la nostra linea è questa.
Haddad abbassò lo sguardo. Intorno al tavolo i suoi assistenti
si scambiavano mormorii.
Rome ebbe improvvisamente un fremito. Io sono solo.
Non c'erano altre questioni da discutere. Rome aggiornò la
riunione e restò seduto in silenzio, mentre gli altri se ne
andavano. Quando la sala fu vuota, aveva già preso una
decisione. Compose il numero del suo segretario esecutivo e
scambiò qualche parola con lui.
Il centralino lo mise poi in contatto con casa sua. Sullo
schermo comparve Angela, che immancabilmente dedicò i
primi secondi a estrapolare dalla sua faccia che razza di
giornata avesse avuto. Rome annunciò alla moglie che quella
sera avrebbero avuto a cena un ospite imprevisto, e la pregò di
fare i preparativi necessari. Pratica come al solito, Angela gli
domandò soltanto se avrebbe dovuto mettere un cuscino extra
sulla sedia dell'ospite.
Rome pensò che sarebbe stata una buona idea.
22

Il viale era sporco, e le stradicciole da cui era intersecato


traboccavano di rifiuti. Consunti, qua e là sfondati, i vecchi
marciapiedi di plastica risuonavano sotto migliaia di piedi. I
passanti camminavano senza fretta ma con l'aria di chi non
gradisce molto il contatto umano, e urtandosi si scambiavano
più spesso insulti che scuse. Qualcuno si azzuffava, altri si
portavano dietro la loro musica nelle prime ombre del
crepuscolo. Zaffate di odori indefinibili si susseguivano ogni
pochi passi: formaggio bollito e zuppa di cipolle, segatura
bagnata, vernice, fumo di legna, olio fritto e salsicce, orina,
acqua di colonia, fiori freschi e spazzatura imputridita. Gillian
si sentiva come se fosse tornato a casa.
Sirak-Brath era Rio e New York, Tokio e Montreal e Londra.
Pulsava di vita rumorosa, lasciava colare nelle sue strade rivoli
di emozioni umane, spiaccicava i suoi difetti sui muri,
rimescolava il minestrone delle sue vicende quotidiane nelle
sovraffollate case dei sobborghi e nei fatiscenti edifici del
centro.
Proiezioni laser lampeggiavano nell'aria chiedendo
l'attenzione dei passanti, li invitavano a entrare nei negozi per
mangiare il meglio, vestire il meglio, sperimentare il meglio, e
se a volte questo era falso non di rado accadeva il contrario. Le
vetrine avevano sensori che localizzavano bersagli umani a cui
facevano giungere messaggi molto particolari. Un negozio di
articoli d'abbigliamento proiettò un ologramma, una
provocante femmina vestita di rosso, che camminò fianco a
fianco con Gillian per una dozzina di passi sussurrandogli
complimenti ed esortandolo con voce suadente a entrare per
vestirsi alla moda, come un vero uomo.
Sirak-Brath era un pezzo della vecchia follia della Terra, e
delle sue passioni, trapiantato lì. Cinque uomini in tuta e cinque
ragazze in bikini ballavano in silenzio, sotto la luce giallastra di
un lampione. Una banda di giovanissimi, con elmetti rossi e
grosse stelle d'argento dipinte sulle bluse, sfilava lungo
l'esterno del marciapiede. Avevano l'aria di controllare la zona
e di cercare uno sguardo di sfida sulla faccia di chiunque. Una
vecchia con sette dita per mano cantava un gospel della Chiesa
della Fede. Una grassa prostituta seduta sulle spalle di un
colosso in toga candida osservava i possibili clienti da quella
prospettiva.
E mescolati agli indigeni c'erano i pirati.
Gillian si fermò a guardare un terzetto di femmine Costeau
che procedevano con calma nel centro della strada. Tutti si
scostavano davanti ad esse. Dalle borse che portavano alla
cintura emanava un odore di sterco, ma lui sapeva che non era
questo a facilitare il loro passaggio fra la ressa. La banda delle
stelle d'argento, forte di otto o nove elementi, guardò con
freddezza le Costeau, tuttavia i giovani si tolsero dalla loro
strada come gli altri.
Le tre donne non sembravano molto pericolose, ma
osservandole Gillian capì qual era una delle sorgenti della forza
dei Costeau: proiettavano un'aura di completa indifferenza per i
ritmi della strada. Si muovevano nel loro mondo, ignorando le
presenze chiassose che riempivano la notte. Tenevano a
distanza le bizzarrie e le passioni altrui.
Estraniarsi non era sufficiente a dar loro quel potere. Si
intuiva che se fosse stato il caso non avrebbero esitato a
battersi, senza alcuna paura, e che forse avevano idea di andare
in cerca di guai. Ma la forza dei Costeau era, in fin dei conti,
l'appartenenza a un clan. Offendere un Costeau significava
inimicarsene altri venti o venticinquemila.
Fin dal suo sbarco a Sirak-Brath, Gillian era giunto ad alcune
conclusioni abbastanza solide. I Costeau avrebbero potuto
diventare buoni combattenti. A livello sociale erano mossi da
un rancore che si alimentava da ogni torto subito, vero o
immaginario che fosse. E come individui, gli erano sembrati
capaci di farsi ammazzare non tanto per del denaro quanto per
una causa. Se motivati, si sarebbero dedicati anima e corpo a
qualunque impresa.
Il problema stava nella motivazione. Quei pirati erano più
difficili a reclutarsi di quanto Nick avesse immaginato. Fra
gente simile, pochi sarebbero stati disposti a offrirsi come
mercenari. Se si lasciavano assoldare dai contrabbandieri era
per le loro ragioni, prima che per quelle di qualcun altro.
Gillian lasciò il viale per una stradicciola poco illuminata. Il
cielo sopra di lui sfumò dall'azzurro al rosso arancio e quindi al
viola cupo nello spazio di un minuto, come se la
programmazione del tramonto fosse stata follemente
accelerata. Ma era il suo quarto giorno in quella Colonia, e
cose del genere non lo sorprendevano più. La notte era sempre
attesa con impazienza, a Sirak-Brath.
Due isolati più avanti la strada terminava fra i cespugli. Si
fermò davanti a una cancellata rugginosa e lesse la targa
applicata accanto all'ingresso.
Il Teddy Carrera Memorial Park occupava un migliaio d'acri
nel Settore Gamma della Colonia. Un tempo era probabilmente
stato una distesa di siepi e aiuole ben curate, boschetti ameni e
prati fioriti che tappezzavano le piccole alture tondeggianti.
Ora, nella penombra, le siepi sembravano mostruose e
impenetrabili barriere; querce e pini crescevano come se
sognassero di scacciare un giorno la razza umana dal cilindro, e
le collinette erano cumuli di terriccio polveroso. Stradine
asfaltate s'intersecavano in ogni direzione, e fra gli onnipresenti
mucchi di spazzatura campeggiavano oggetti abbandonati di
tutti i generi. A poca distanza dall'ingresso il rottame di una
vecchia auto a cuscino d'aria era stato sollevato di un paio di
metri sui rami contorti dei cespugli cresciuti sotto di esso. Il
proprietario doveva averla lasciata lì almeno un secolo
addietro.
Gillian prese il sentiero principale, che scorreva fra alte siepi
di rovi. Pochi secondi dopo i sobborghi e i loro rumori erano
già lontani alle sue spalle. Le tenebre lo avvolsero; la luce
riflessa attraverso la sezione di vetro, qualche miglio più in alto
era appena sufficiente a mostrargli il percorso tortuoso. A tutti
gli effetti pratici da lì si penetrava in un altro mondo.
Aveva scarpe di tela. Le loro suole morbide, e gli anni di
pratica, gli consentivano di muoversi in perfetto silenzio.
Anche se non vedeva nessuno, un vago sottofondo di rumori
umani gli confermò che non era solo nel parco. A sinistra, in
distanza, ci fu una risata; più avanti una voce disse alcune
parole indistinguibili. E oltre la siepe alla sua destra udì uno
scalpiccio di passi.
Di notte, stai alla larga dal parco.
Negli ultimi giorni - altro elemento in comune fra quella
Colonia e le grandi città della Terra - aveva ricevuto
quell'avvertimento da diverse persone. Più che altro ubriachi,
peripatetiche, eroinomani e altri perdigiorno a cui piaceva
parlare con gli sconosciuti. Le bettole di Sirak-Brath
pullulavano di questa gente.
Anche i pirati e i contrabbandieri le frequentavano, e in molti
lui aveva visto le qualità che stava cercando. Per la maggior
parte i contrabbandieri erano avidi ed egocentrici, inadatti ad
affrontare un Paratwa. I pirati avevano caratteristiche diverse.
Quelli da lui visti sembravano duri, pieni di risorse, sprezzanti
della paura e consapevoli di cosa fosse il lavoro di squadra. Ma
gli era stato impossibile comunicare con loro. In quattro notti
trascorse a girare da un bar all'altro non aveva raggranellato
che delusioni.
Si poteva parlare con un pirata, naturalmente, e dopo qualche
bicchiere anche raccontarsi una storia o due. Ma ogni volta che
Gillian s'era accostato all'argomento aveva sentito alzarsi una
specie di muro culturale. Alcuni pirati rivelavano subito
d'essere disponibili per un certo prezzo; erano sempre in cerca
di clienti. E ridevano quando lui chiedeva cos'avrebbero
pensato di un lavoro molto pericoloso. Era sicuro che sapendo
di dover affrontare un Paratwa non avrebbero fatto una piega.
Ma lui aveva bisogno di qualcosa di più. Quel muro culturale
andava abbattuto. Doveva potersi creare un rapporto basato
sulla fiducia reciproca, non sui soldi che c'erano di mezzo. Una
squadra il cui scopo fosse di attaccare un Paratwa doveva
essere profondamente unita e affiatata.
Chiunque si fosse affiancato a Gillian dall'altra parte della
siepe era più rumoroso, e tuttavia abbastanza abile da tenergli
dietro. Era probabile che lo stesse seguendo con uno scanner a
infrarossi o un radar portatile. Lui si disse che era buon segno.
Il pedinatore, o la pedinatrice, era abbastanza senza scrupoli da
far uso di mezzi tecnici proibiti.
Non era da escludere che fosse armato. Gillian era comunque
pronto a reagire a qualsiasi tipo di violenza. Sfiorò con la
lingua la striscia gommosa che aveva fissato ai molari superiori
sinistri; un morso energico sarebbe bastato ad attivare il
circuito, accendendo il piccolo apparecchio che aveva alla
cintura, e un invisibile scudo energetico avrebbe provveduto a
schermare il suo corpo da qualsiasi arma portatile che non
fosse un potente laser a scansione.
Era uno scudo di ottima qualità, inoltre. Il mercato nero di
Sirak-Brath offriva un'ampia scelta.
Aveva anche la falce Cohe, ora contenuta in una fondina
all'interno della manica destra. Una torsione del polso e l'arma
gli sarebbe schizzata in mano all'istante.
Quella, ovviamente, era una risorsa d'emergenza. Il balenare
del raggio di una falce Cohe avrebbe fatto gridare al Paratwa in
ogni angolo di Sirak-Brath. Gillian non aveva alcuna
intenzione di veder invadere quella Colonia da eserciti di
Sorveglianti, mentre c'era lui.
non temete il pericolo? sapete lavorare in squadra? se valete
quello che chiedete, la paga non è un problema. indicate voi
stessi l'ora e il luogo dell'incontro.
Per due volte quel pomeriggio e tre il giorno prima Gillian
s'era incontrato con gruppetti di individui che avevano risposto
al suo annuncio. Lo aveva messo tramite un'agenzia che
forniva guardie del corpo e sorveglianza armata per servizi
temporanei, e che diramava le offerte d'impiego su tutte le
emittenti di Sirak-Brath.
S'era detto che un annuncio di quel genere, così vago e
insolito, avrebbe attratto soltanto gente decisa e sfegatata. Ma
finallora aveva parlato con individui che nel migliore dei casi
potevano esser definiti vaghi e insoliti loro stessi. Sperava che
l'incontro di quella sera desse risultati più soddisfacenti.
D'improvviso Gillian si fermò. I passi al di là della siepe
fecero lo stesso dopo una frazione di secondo. Bene. La sua
ombra era svelta e attenta.
Dieci metri a sinistra, fuori dal sentiero, c'erano tre
monticelli di terreno erboso. Nella risposta al terzo annuncio di
quel giorno, veicolata attraverso gli anonimi meccanismi
dell'agenzia, gli era stato chiesto di attendere sul lato orientale
di quelle tre dune subito dopo il tramonto.
Se fossi un tipo sospettoso, rifletté con una smorfia, potrei
pensare d'essermi cacciato in una trappola.
Tuttavia l'incontro di quella sera poteva valere il rischio.
Forse avrebbe avuto fortuna e conosciuto qualche elemento
valido. Uno o due tipi in gamba gli sarebbero bastati, come
inizio. Ed era sempre meglio che sprecare il tempo nei bar.
Ora tutti i suoi sensi erano all'erta. Respirò a fondo,
lasciando defluire la tensione dal corpo. La muscolatura
contratta forzava schemi obbligati nel sistema nervoso, mentre
la calma psichica consentiva di reagire con molta più
flessibilità a un'ampia gamma di minacce. Gillian percorse
l'ultimo tratto fino alla base di uno dei monticelli in uno stato di
rilassamento completo.
Una figura magra sbucò dalla vegetazione. L'uomo si fermò
in uno spazio aperto sulla sua sinistra, restando visibile sullo
sfondo delle deboli luci lontane del Settore Alfa. Gillian sentì
dei movimenti alle sue spalle. Volse lentamente la testa.
L'individuo che lo aveva seguito uscì da un'apertura della
siepe.
— A me il pericolo piace fino a un certo punto — disse il
magro. Un terzo uomo, tozzo e muscoloso, uscì da dietro
l'albero dove s'era nascosto.
— Il lavoro che io offro è pericoloso — rispose Gillian.
— E ti sembra che lo sia... ora? — ridacchiò l'uomo, e si
avvicinò finché Gillian potè vederlo in faccia.
Gli occhi iniettati di sangue e la smorfia avida della bocca
tradivano le sue intenzioni. Gillian capì che quella era un'altra
delusione. Nella migliore delle ipotesi si trattava di un terzetto
di contrabbandieri da quattro soldi in cerca di un ingaggio, ma
era più probabile che fossero tagliagole che usavano il sistema
degli annunci per scegliere le loro vittime.
Un'incertezza improvvisa lo sfiorò. L'ultima volta che mi
sono battuto è stata una sconfitta. Ho salvato la pelle, ma
soltanto per miracolo. Reemul, il vassallo-killer degli Ash Ock,
ha distrutto la mia squadra e per poco non ha fatto fuori anche
me.
Ho fatto un errore. Non quello scontro, no. Il Jeek era
piombato su di loro all'improvviso, ma la squadra aveva
combattuto bene. No, l'errore è stato di lasciare che la E-Tech
ci mettesse in stasi. Avrei dovuto addestrare un'altra squadra e
dare la caccia a quel Jeek. Mi aveva messo al tappeto, e sono
rimasto al tappeto. E adesso, dopo due secoli, provo
incertezza... la conseguenza del mio errore.
L'uomo magro si fermò a un paio di metri da lui. — Allora
cos'hai per noi, bel signorino? — L'altro, quello tozzo, si portò
di fianco al compare. Il sogghigno della sua bocca sottile era
rigido come una crepa nel granito.
Dall'altro lato dei tre monticelli si udirono delle risa
soffocate. Il Tozzo sputò nella polvere.
— Groggyclown — bofonchiò. — Sembra che vengano da
questa parte.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
Gillian gli restituì il sorriso. — Più sono, meglio è. — Alle
sue spalle ci furono ancora dei passi. Quello che l'aveva
pedinato si stava piazzando proprio dietro di lui.
Il Magro rise. — Più sono, meglio è! Sicuro, questa mi
piace. Sei un tipo intelligente, tu, signorino. — I suoi occhi si
strinsero. — Hai dei soldi con te? Lo chiedo perché non
lavoriamo mica gratis, noi. Giusto?
Il pedinatore si fermò a circa tre metri. Gillian si voltò e gli
diede un'occhiata. Era un individuo barbuto, vestito di nero,
con una robusta mazza di plastica fra le mani.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
Ho dei soldi, certo — rispose Gillian. Era un bene che non lo
volessero aggredire con armi mortali. Il Magro e il Tozzo
avevano forse pistole laser a bassa potenza, permesse dalla
legge, ma le avrebbero usate solo come ultima risorsa. Un
colpo di quella mazza di plastica sarebbe stato più che
sufficiente a separare il più robusto degli uomini dal suo
portafogli.
Probabilmente portavano anche scudi d'energia, ma era
considerato da vigliacchi accenderli per un nonnulla o in una
comune zuffa. E dal modo in cui quei tre gli si facevano
attorno era chiaro che la loro attività s'era sempre svolta senza
troppe sorprese.
Fino a quella sera.
Ad ogni modo, ciò gli evitava di usare la falce Cohe.
Le risa si udirono ancora, più vicine. Pochi secondi dopo da
dietro uno dei monticelli uscì una donna grassa avvolta in un
informe abito azzurro. Con lei c'erano due ragazzi, sui dieci o
dodici anni, ognuno dei quali portava un pesante cestone di
plastica.
Gillian sorrise e cominciò a muoversi verso di loro. — Be',
amici, è stato un piacere, ma ora devo proprio andare.
Il Magro alzò una mano. — Non tanta fretta, signorino! — Il
Barbuto si avvicinò. Il Tozzo fece due passi di lato e allargò le
braccia robuste preparandosi alla lotta.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
Perché non ce ne stiamo qui un minuto, eh? — disse il
Magro. — Facciamo passare via questi groggati e poi
riprendiamo la nostra pacifica discussione. Ti conviene,
credimi.
La donna grassa si fermò a una quindicina di metri da loro e
li scrutò con diffidenza. Poi condusse i ragazzi a un mucchietto
di immondizia, lì vicino. I due si inginocchiarono e
cominciarono a gettare i rifiuti nei cestoni. Uno di loro disse
qualcosa con voce ebbra, ed entrambi scoppiarono a ridere
istericamente.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
Zitti! — sbottò la donna. Diede un violento strattone a ciò
che aveva in mano. Ci fu un tintinnio di catene, e i due ragazzi
ricaddero all'indietro. Solo allora Gillian vide che la grassona li
teneva al guinzaglio: le loro catenelle erano fissate a collari di
materiale scuro.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
Vai a razzolare da un'altra parte con tuoi groggati! — gridò il
Magro. — Stai interrompendo una discussione di affari.
Lei agitò un pugno. — Andatevene voi, carogne fottute!
Il Tozzo alzò minacciosamente un dito. — È meglio che tu
porti via da qui il tuo culo lardoso. Capito?
I ragazzi si guardarono l'un l'altro ed esplosero ancora in una
risata incontenibile.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
Bada a quello che dici, faccia di merda! — strillò lei. — Lo
sai chi sono io? — Si mosse dalla loro parte, trascinandosi
dietro i ragazzi; dovette però fermarsi quando uno dei due
ruzzolò al suolo ridendo convulsamente.
Il Magro sibilò un'oscenità e fece un passo verso di lei. Ma il
Barbuto lo chiamò: — Ehi, aspetta! Quella è Miss Vitchy.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
E tu com'è che mi conosci, eh? — ringhiò la donna.
Il Barbuto era avanzato fin quasi al fianco di Gillian. — E
chi non conosce Miss Vitchy? Io ho sempre sentito dire che hai
i migliori piccoli groggyclown di tutta la Zeli. Ma il fatto,
adesso, è che questo gentiluomo qui... — mise una mano su
una spalla di Gillian, — è fuori in cerca di un giovane groggato
come si deve. Non è così, amico?
Gillian annuì. Se avesse saputo sfruttare la situazione, forse
aveva una possibilità di lasciare il campo in modo incruento.
Il ragazzo che era finito per terra si girò a sedere, sfregandosi
l'addome. Aveva il volto contratto dal dolore. — Ne voglio
ancora un sorso! — supplicò stancamente.
— Taci! — ringhiò la donna. — Si volse a osservare
Gillian. L'altro ragazzo emise una risatina stridula.
Il Magro non aveva apprezzato l'intervento del compare. —
Ehi, si può sapere che diavolo dici? Io non voglio dividere
questo signo... uh, questo nostro amico, con lei.
Il Tozzo annuì cupamente.
Il Barbuto lasciò andare la spalla di Gillian. — Non è bello
essere troppo avidi qualche volta. — Sorrise. — A proposito,
Miss Vitchy, come sta il tuo buon amico Urikov?
Miss Vitchy afferrò per la collottola uno dei due ragazzi, che
s'era chinato a frugare nel suo cestone. — È uno dei miei
migliori clienti! — esclamò. — Ha sempre il diritto di prima
scelta per i miei piccoli groggy.
Nel sentir nominare Urikov, il Magro e il Tozzo tacquero.
Anche Gillian conosceva quel nome. La gente lo pronunciava a
bassa voce. Si diceva che l'uomo commerciasse in qualunque
cosa, esseri umani compresi, e non era tipo con cui si potesse
scherzare.
Miss Vitchy annuì orgogliosamente. — E a Urikov piace
come tengo occupati i miei groggy. La Colonia mi ha affidato
la pulizia del parco.
Il Magro indicò i cestoni. — Vedo che fai un buon lavoro.
Gillian sorrise. L'individuo era terrorizzato al pensiero di
aver offeso un'amica di Urikov.
La donna diede un altro strattone alle catenelle. — È vero?
— chiese, spostando lo sguardo dal Barbuto a Gillian. — Tu
stai cercando un groggyclown giovane?
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
— Sì, potrei comprarne uno — disse Gillian. Il Magro e il
Tozzo sospirarono di sollievo.
Lei sorrise, e con la mano libera frugò nella borsetta che
portava appesa a una spalla. Il ragazzo caduto in terra poco
prima s'era di nuovo seduto sull'erba, mugolando
sconsolatamente.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
— Si dà il caso — disse la donna, — che io abbia il mio
catalogo con me. — E porse a Gillian un largo fascicolo
rilegato in plastica rossa. Poi accese una torcia elettrica e lo
invitò a esaminarlo.
Lui lo sfogliò. Si componeva di almeno trenta pagine, e in
ogni pagina c'era una dozzina di fotografie di bambini dei due
sessi.
Il Magro annuì con indifferenza e sorrise. — Niente che
debba preoccupare noi, eh, signorino?
— Come vedi, io faccio le cose in grande — si vantò Miss
Vitchy. — E i miei ragazzini sono trattati bene. Non soffrono
la fame e non sono picchiati. Quasi mai. — Si volse ai due che
aveva con sé. — Non è vero, tesorucci?
Quello in piedi scoppiò in una risata improvvisa. L'altro
gemette, ondeggiando a destra e a sinistra: — Voglio un altro
sorso!
Gillian provò compassione per loro, e per tutti quelli
contenuti nell'elenco. Per lo più doveva trattarsi di bambini
fuggiti di casa, o abbandonati, o rapiti per essere rivenduti sul
mercato della prostituzione. Quella donna probabilmente aveva
una facciata che le consentiva di tenerne un certo numero e li
rendeva malleabili con l'uso del grog, la stessa bevanda che
avrebbe consentito ai loro futuri padroni di tenerli in pugno.
Il ragazzo seduto per terra gli si aggrappò ai pantaloni. —
Per favore! Voglio un altro sorso!
Miss Vitchy sospirò rumorosamente. — Oh, e va bene. —
Tolse dalla borsa una bottiglia di plastica a cui era applicato un
succhiotto. Il ragazzo aprì la bocca e attese con impazienza.
Dopo una decina di secondi smise di succhiare e cominciò a
ridere. Miss Vitchy gli strappò via dalle dita la bottiglia e la
rimise nella borsa.
La donna tornò a illuminare l'elenco che Gillian esaminava.
— Io ho molte spese. Non immagini quanto mi costa
mantenere i miei piccoli groggy. E quando ne porto un paio a
ripulire il nostro bel parco devo pagare delle babysitter perché
si occupino degli altri.
— Puoi dirlo! — annuì il Barbuto. — I ragazzi giovani
costano molti soldi.
— Ma i miei li valgono. — Miss Vitchy guardò Gillian. —
Allora, ne hai trovato qualcuno che ti piace?
Lui finse di interessarsi al fascicolo, ansioso di liberarsi al
più presto di quella gente. Stava per chiuderlo quando
sull'ultima pagina qualcosa attrasse il suo sguardo. La
fotografia mostrava un ragazzino dal volto attraente, con una
ciocca di capelli bruni che gli ricadeva su un sopracciglio. La
settimana addietro Gillian aveva studiato le registrazioni video
dell'interrogatorio di Paula Marth da parte del personale di
Haddad, fatte alla sede della E-Tech il giorno successivo al
primo omicidio del Paratwa.
Se il ragazzo di quella foto non era Jerem Marth, gli
assomigliava come una goccia d'acqua.
Non può essere lui, rifletté. Come si spiegherebbe la sua presenza
qui a Sirak-Brath? Ma la risposta era fin troppo facile: Paula
Marth e suo figlio avevano fatto perdere le loro tracce da più di
una settimana. E la fotografia del ragazzo era sull'ultima pagina
del fascicolo di Miss Vitchy, il che poteva significare che era
stato accluso di recente alla sua scuderia.
Le indicò la foto. — Questo non mi dispiace. Che
trattamento gli avete fatto? Non voglio un groggato che ogni
dieci minuti si mette a strillare perché ha bisogno di bere.
I due ragazzi ridacchiarono. Miss Vitchy sorrise. — Oh, no,
questo è uno dei miei ultimi arrivi. Non è ancora stato
addestrato a... — Ma subito si corresse: — Cioè, naturalmente
ubbidisce agli ordini. Ma ha bisogno della bottiglia tre o
quattro volte al giorno, non di più.
Dev'essere Jerem Marth. Strano che... Il dubbio era
automatico in lui. Non sarà una trappola? Possibile che questa
gente abbia saputo chi sono?
Lasciò che quel sospetto paranoico si gonfiasse come una
bolla di sapone e poi scoppiasse da solo. Se il ragazzo è Jerem
Marth, si tratta di una coincidenza... nient'altro.
Giunse a una decisione. — Mi va bene questo. Quanto?
Miss Vitchy si umettò le labbra. — Be', vediamo, non gli ho
ancora dato un prezzo. Ma è proprio uno splendido groggy, no?
Uno dei miei preferiti. — Prese l'elenco dalle mani di Gillian e
mostrò la foto al Magro e al Tozzo. — È molto bellino, eh?
Razza bianca, niente imperfezioni fisiche, e un certificato
medico che è un diploma.
I due individui annuirono con grande serietà.
Ti farò un prezzo speciale — dichiarò la donna. — Puoi
avere questo bellissimo groggy per settecentocinquanta byte
soltanto.
Il costo di un veicolo a ruote non di lusso. Gillian convenne
fra sé che la cifra era più che ragionevole. Non volle perder
tempo a contrattare. Cautamente, per non mettere in allarme il
Magro e i suoi compari, si sfilò dai pantaloni la larga cintura-
portafoglio. Aprì una delle tasche e ne tirò fuori tessere
elettroniche per un totale di 750 byte.
I tre individui adocchiarono i gonfiori della cintura con
evidente bramosia. Ma il Barbuto aveva fatto due passi di lato,
mettendosi fuori portata nel caso che lui avesse usato la cintura
come una frusta.
Questo è il più pericoloso, si annotò Gillian. Dovrò
occuparmi di lui prima degli altri.
Per un momento considerò l'idea di reclutare il Barbuto. In
lui c'erano alcune delle qualità che stava cercando: mente
rapida, una cautela naturale, e reazioni basate più
sull'esperienza che sull'addestramento.
Ma l'individuo aveva usato queste doti per rubare e
aggredire; non ci si poteva fidare di lui. E chiunque si
associasse con tipi come il Magro e il Tozzo doveva avere più
difetti che pregi.
Miss Vitchy diede un ordine al ragazzo che stava in piedi.
Con una risatina squillante lui si fece avanti e prese il denaro
dalla mano di Gillian. Senza la minima esitazione si volse poi a
consegnarlo alla sua padrona. Lei lo contò due volte.
— E ora, cara Miss Vitchy — disse il Barbuto, —
gradiremmo molto se ci lasciassi finire i nostri affari con
questo gentiluomo.
Lei sorrise e infilò il denaro nella borsa. Poi consegnò a
Gillian una tessera per computer. — Questa è la tua ricevuta.
Vieni pure a casa mia domani, a qualsiasi ora, e troverai il tuo
piccolo groggy ad aspettarti. E non dimenticare di leggere tutto
il programma. — Puntò un dito sulla striscia elettronica, con un
gran sorriso. — L'ho compilato io stessa!
Gillian guardò l'etichetta della tessera. Diceva: Teniamo
puliti i nostri bei parchi - di Miss Vitchy.
— Andiamo, ragazzi. — La donna scosse le catenelle, e i
due ebbero un altro incontenibile accesso d'ilarità.
Il terzetto si allontanò lentamente fra le ombre del parco.
Qua e là, dove c'erano dei rifiuti, i ragazzi fecero una breve
sosta per raccoglierli e metterli nei cestoni. Le loro risatine
continuarono a udirsi nell'aria fresca della notte anche quando
furono scomparsi dietro una siepe.
— Be', signorino... — Il Magro scoprì i denti in un
sogghigno. — Adesso hai un groggato che ti farà buona
compagnia... appena sarai uscito dall'ospedale!
Il Tozzo approvò la battuta con una risata aspra. Gillian si
guardò attorno con un ansito, in cerca di una via di fuga. Il
Barbuto rise, facendo ondeggiare la mazza, e avanzò in cerca
della distanza giusta.
Bene. È convinto che io sia terrorizzato.
Con aria mite gettò la cintura-portafoglio al Tozzo, che
quando l'ebbe in mano non represse un grugnito di sorpresa.
Era un tipo tardo a reagire. Prima di pensare alla mossa
successiva perse tempo a ruminare sull'oggetto
imprevedibilmente venuto in suo possesso.
Lui fece un passo di lato, irrigidì i muscoli e scattò come una
molla.
Il Barbuto non ebbe neppure una possibilità. Il piede sinistro
di Gillian si sollevò in un arco fulmineo e lo colpì alla trachea.
La mazza di plastica roteò via, sfuggendo alle sue mani prive di
forza, e l'uomo cadde all'indietro rantolando in cerca d'aria.
Gillian ritrovò l'equilibrio in una frazione di secondo,
piroettò su se stesso e affondò la punta della scarpa destra in un
fianco del Magro. Le costole si schiantarono sotto il colpo. Con
un gemito penoso l'individuo collassò nella polvere.
Il Tozzo lasciò andare la cintura e si frugò sotto la giacca.
Un morbido ronzio vibrò intorno al suo corpo quando lo scudo
d'energia si accese. Gillian balzò davanti a lui e gli sferrò un
gancio destro sotto un'ascella, attraverso la debole zona laterale
del campo repulsivo.
Un uomo normale avrebbe sputato fuori tutta l'aria dai
polmoni a un colpo così violento, ma il Tozzo era
incredibilmente robusto oppure indossava qualche protezione;
mandò un grugnito cupo e nient'altro, rosso di rabbia. Poi si
gettò avanti e allungò le grosse mani pelose verso il collo
dell'avversario, avido di strangolarlo.
Gillian morse il contatto che aveva fra i denti e fece un passo
indietro in attesa dell'urto, mentre anche il suo scudo prendeva
vita. I due campi energetici si toccarono, interagirono con una
scarica di scintille rossa e si respinsero con forza esplosiva.
Gillian, che stava già indietreggiando, assecondò la spinta con
qualche saltello e riuscì a stare in piedi. Il Tozzo dimostrò di
non avere sufficiente esperienza nella lotta con gli scudi
d'energia: perse l'equilibrio e cadde pesantemente sulla schiena.
Lui ne approfittò per corrergli accanto e lo scalciò
ferocemente sotto la stessa ascella. Stavolta sentì la scarpa
impattare nelle costole, e l'uomo gemette. Gillian si chinò,
infilò un braccio nel varco laterale del suo scudo e gli frugò
attorno alla cintura in cerca dell'interruttore. Lo trovò senza
difficoltà e lo spense. Il Tozzo cercò di riaccendere lo scudo
appena ebbe ritrovato il fiato, ma un terribile pugno alla
mandibola fece abortire quel tentativo. La sua testa ne fu
rovesciata di lato e non si mosse più.
In un lampo Gillian si raddrizzò, esplorando il terreno con lo
sguardo. Il Magro giaceva su un fianco in posizione fetale con
le braccia strette intorno alle sue costole fratturate, e mugolava
in tono agonizzante. Il Barbuto si massaggiava il collo e seduto
sull'erba sembrava sul punto di riprendersi, anche se respirare
regolarmente era un compito superiore alle sue forze.
Gillian non voleva correre rischi. Gli diede un calcetto su
una spalla per accertare che non stesse fingendo; poi lo colpì
col taglio della mano sotto la nuca. Il Barbuto si abbatté privo
di sensi.
In fretta Gillian recuperò la sua cintura e corse via in cerca
della donna e dei suoi due groggyclown. Pochi secondi gli
bastarono per raggiungerli.
Nel sentirlo arrivare Miss Vitchy si volse con aria allarmata
e fece fermare i ragazzi strattonando le loro catenelle; poi
cominciò a frugare nella borsa. Gillian alzò una mano per
avvertirla di non fare sciocchezze.
— Voglio soltanto prelevare il mio groggy — disse con
calma.
La donna tolse la mano dalla borsa e gettò uno sguardo
preoccupato dietro di lui. — Sei sicuro che, uh, i tuoi amici
non...
Gillian inarcò un sopracciglio. — Quei gentiluomini hanno
deciso di restare nel parco un po' di tempo, per sbrigare certi
loro affari. Non ci disturberanno.
Lei si umettò le labbra. — Adesso è un po' tardi. Puoi
passare domani a ritirare il tuo groggy. L'indirizzo è sulla
tessera.
Gillian allargò le mani con un sorriso desolato. — Temo
proprio di non poter aspettare, signora mia. Ti suggerisco di
farmi strada per la tua dimora... subito.
Lei parve sul punto di sbuffare una risposta sprezzante, ma
non ne ebbe il coraggio. Qualcosa nei modi di Gillian l'aveva
spaventata. — Va bene — borbottò. — Andiamo a prendere il
tuo groggy.
Gillian s'incamminò al suo fianco. Non l'avrebbe giurato, ma
gli accessi di risa isteriche dei due ragazzi sembravano
contenere una sfumatura di autentico divertimento.
23

Rome si concentrò sulla caraffa del vino e riuscì a poggiarla


esattamente sul centrino di pizzo del tavolo da caffè, fatto a
mano da Angela per proteggerne il piano d'alabastro.
Compiaciuto dalla sua destrezza s'appoggiò allo schienale della
poltrona. — Le andrebbe un altro drink?
— Sette è il mio limite, in genere — rifiutò Nick. — Scarso
peso corporeo, metabolismo più veloce e così via. Non vorrei
ritrovarmi alticcio e fare cose strane, come ad esempio
arrotolarmi nel tappeto e andare a gettarmi nella vasca da
bagno.
Rome mosse i calcagni sul piccolo Buchara a ottagoni neri
su fondo color sangue di bue, che altri avrebbero forse tenuto
appeso al muro. — Già. Temo che Angela non apprezzerebbe il
lato umoristico della cosa, sempre che riuscissi a spiegarglielo.
Nick tolse di mezzo lo scaffaletto con le riviste di moda del
ventesimo secolo (originali, ogni pagina preservata da uno
strato di plastica speciale) e saltò a sedere sul bordo della
tavola centrale, in autentico legno di ciliegio lavorato a mano.
Rome fu lieto che sua moglie fosse già andata a letto.
— È stata una cena dannatamente buona! — L'ometto
accavallò le gambe e incrociò le mani intorno a un ginocchio.
— Sua moglie avrebbe dovuto aprire un ristorante. Donne
come lei non devono sprecare il loro talento per un uomo solo.
Rome annuì, piano per non scuotere troppo il cervello. —
Sono certo che Angela è stata molto onorata quando le ha
proposto di assumerla come cuoca a mezzo servizio. Lo trovo
un bellissimo complimento.
— Sì, ma non è soltanto questione di essere un ospite
educato, voglio che lei lo sappia. Giuro che non ho più
mangiato pressatine di pollo più deliziose da quando ero
bambino.
— Era pollo sintetico.
Nick non lo sentì. Il suo sguardo era lontano. — C'era un
piccolo ristorante dalle mie parti, a quell'epoca. I miei genitori
ci portavano lì a cena, me e mia sorella, circa una volta al
mese. Ricordo sempre il cameriere... un messicano, alto e
grosso, che portava un cappellino bianco. Sembrava sempre
così contento di vederci.
— Non sapevo che lei avesse una sorella.
Nick guardò fuori dalla finestra a cristallo unidirezionale.
Poche stelle erano visibili nel firmamento notturno del settore
adiacente. — Morì che aveva vent'anni. Un incidente d'auto.
Tre anni dopo anche i miei genitori morirono, quando un pazzo
mise una bomba nel supermarket del nostro quartiere.
— Mi dispiace molto.
— La vita può essere uno schifo, mi creda. Fu in quel
periodo che toccai il fondo. Dopo la morte dei miei genitori
dissi addio al mondo per la prima volta, e andai sotto stasi.
Quello fu il mio errore più grande.
Rome scosse il capo e cercò di deviare su un argomento
meno malinconico. — Io ho sempre letto che la gente del
ventesimo secolo era abbastanza uguale a quella del
ventunesimo.
Un sorrisetto acre apparve sul volto di Nick. — No, in realtà
era diversa. In entrambi i periodi il progresso tecnico era come
una religione, e quando si faceva una guerra era soltanto per
profitto economico. Ma la gente che io trovai dopo la stasi,
quella era cambiata. E ci restai male.
— Cambiata come?
— Alla fine del ventunesimo secolo la gente aveva perduto
qualcosa. Quando io ero ragazzo non mancavano le follie, le
assurdità, gli orrori, ma c'era ancora molta gente che credeva in
qualcosa di vero. Non sto parlando del revivalismo religioso,
che andava e veniva a ondate come una moda. No, parlo di
quelli che conoscevano la compassione e lavoravano per chi
aveva bisogno di cibo, di scuole, di libertà. Loro vedevano la
politica come uno strumento per impedire che i forti
schiacciassero i deboli.
«Ma quando mi svegliai, nel 2086... be', questa razza di
persone sembrava scomparsa dal mondo. La compassione era
una dote che potevi ordinare nel tuo nuovo robot domestico, e i
forti schiacciavano i deboli solo per il maledetto gusto di farlo.
— Scosse tristemente il capo. — Chiunque ricordasse o avesse
letto come andavano le cose cent'anni addietro, poteva vedere
che il mondo era una nave perduta nella tempesta. Non per la
società... quella aveva ancora i suoi strumenti. A non esserci
più era la gente che una volta riusciva a tenere insieme le cose.
Rome sentì che un'immensa tristezza minacciava
d'inghiottirlo. Si alzò in piedi. La stanza gli girava intorno.
Perché ho bevuto tanto? Di solito non mi lascio andare così.
Nick scosse il capo. — La fine del ventunesimo secolo era
pazzia allo stato puro.
— E la nostra epoca? — chiese Rome con serietà. — Dove
stanno andando le Colonie, secondo lei? Cosa pensa realmente
di noi?
Nick cambiò posizione, facendo strisciare un tacco sul piano
di ciliegio. Rome prese nota di passarci uno straccio prima di
andare a letto.
— Be' — rifletté Nick, — da queste parti avete delle donne
molto belle. Le ho raccontato di quella bruna che ho incontrato
ieri sera all'Executive Club di Alfa Meridionale?
— Io parlo sul serio.
— Ha voluto essere lei a pagare. Capisce? — Si baciò una
mano e se l'appoggiò sul cuore. — Ho dovuto spiegarle che ho
il mio amor proprio.
Rome agitò un dito accusatore. — Lo dica. Lei pensa che le
Colonie stanno andando incontro a grossi guai. Lei pensa che
noi abbiamo perduto le nostre ancore.
Nick rise. — Oh, verso qualcosa state andando, certo. Ma...
guai? Chi può dirlo.
— Non cerchi di imbrogliarmi — s'irritò Rome. — Lei ha
visto tre distinte società, in una fascia temporale di tre secoli e
passa. Questo le dà una prospettiva mentale unica.
— Non la gonfi tanto. Io sono un piccolo uomo e basta.
— Va bene, allora lo dirò io. Questi sono i tempi pre-
Apocalisse. Le Colonie stanno per entrare nella loro particolare
versione dei giorni del disastro. Drake e La Gloria de la
Ciencia hanno avuto il loro momento nero, e la E-Tech segna
qualche punto a suo favore. Ma è soltanto un episodio, che alla
lunga svanirà in un intreccio più ampio. Un intreccio
sfavorevole alla E-Tech, perché la tecnologia sta per riprendere
la sua irrefrenabile ascesa. E di nuovo, proprio mentre
s'inorgoglisce dei suoi successi, l'umanità comincerà a
sprofondare nelle sue miserie.
Nick sogghignò cupamente. — Sembra proprio così, eh?
Rome fece un sospiro. — Allora è d'accordo con me.
— Sì. Sottoscrivo i suoi peggiori incubi, se ci tiene. Ma
all'inferno, io sono un eterno ottimista. Mi dico sempre che
magari domani le cose andranno meglio.
— Non andranno meglio — insistè Rome.
— Chi crede che ci sia dietro questo Paratwa?
La domanda colse Rome di sorpresa. Si piegò in avanti. —
Questo, se mai, dovrebbe dirmelo lei.
— Avrà pur avuto qualche sospetto.
Rome sbuffò energicamente. — Il senso comune può
suggerire che La Gloria de la Ciencia abbia qualcosa a che fare
con tutto questo. Se vuole saperlo, credo che abbiano
risvegliato l'uccisore e che non siano stati capaci di
controllarlo.
Nick scosse la testa. — Lei non lo crede davvero. Sappiamo
entrambi che non avrebbe alcun senso. Perché La Gloria de la
Ciencia vorrebbe correre un rischio così folle?
Rome scrollò le spalle.
— Io ho una teoria — proclamò Nick ad alta voce. — Ho
usato le mie grandi doti temprate dall'esperienza in tre diverse
società, in tre diverse epoche, per tirare fuori dal cilindro il
sospetto più logico. L'unica persona che dai massacri del
Paratwa ha tratto un guadagno è lei: Rome Franco!
— Questi sono controsensi.
— Crede? Ci sono stati quattro attacchi. L'episodio della
Riserva possiamo accantonarlo; era pura e semplice
macellazione. E Bob Max è stato ucciso perché non parlasse.
«Ma passiamo al massacro di Jordanian Paris. Il bersaglio
erano ovviamente i due diplomatici, entrambi ferratissimi
sostenitori della E-Tech. E oggi su Oslo... quanti morti?
— L'ultimo notiziario ha detto ottantasei — mormorò Rome.
— Prima un'armeria della E-Tech; poi un parco pieno di
bambini. Questo non le dice niente?
— Mi dice che abbiamo a che fare con una bestia feroce.
— È un sanguinario, certo. Ma il punto è: non vede che
questi due attacchi hanno aumentato la popolarità della E-
Tech? Se lei fosse solo un politicante in cerca di voti non
starebbe più nella pelle per l'eccitazione. Ho calcolato che le
opinioni favorevoli alla E-Tech, nelle Colonie, sono salite di un
sette per cento dall'inizio della settimana. Sette per cento!
Quand'è stata l'ultima volta che la sua organizzazione ha
registrato un successo come questo?
Rome poggiò le mani sullo schienale della poltrona. — Lei
non penserà sul serio che io abbia segretamente manovrato
per...
— No, è ovvio! — sbottò Nick. — Ma c'è altra gente nella
E-Tech che avrebbe i motivi e i mezzi per tentare questa
manovra.
Rome sentì il sangue affluirgli al viso. — Sospetta qualcuno
dei miei dirigenti?
— Che ne direbbe di Haddad?
— Ma è ridicolo! Pasha lavora con me da decenni. Non
potrebbe mai associarsi a un'azione del genere. La sua ipotesi è
assurda !
Nick si strinse nelle spalle magre. — Forse il suo senso del
dovere verso la E-Tech lo ha spinto troppo avanti. Lei e io non
siamo i soli ad aver visto che si preparano tempi difficili. Quale
modo migliore per raddrizzare le cose che risvegliare un
Paratwa e scatenarlo contro la gente? Nell'ora del pericolo, la
maggior parte della popolazione guarderebbe a voi e vi
sosterrebbe. E nello stesso tempo, grazie a un'abile campagna
denigratoria, La Gloria de la Ciencia farebbe un ruzzolone da
cui non si rialzerebbe per decenni. Io stesso non avrei potuto
fare un piano più astuto.
Rome scosse energicamente la testa. — No! Non Pasha
Haddad!
— Ha cercato di bloccare me e Gillian con ogni mezzo.
— Haddad fa quello che ritiene meglio per l'organizzazione.
— Rome si costrinse a sorridere. — È abbastanza umano per
avere un po' di gelosia professionale per lei e Gillian. Se non
foste stati svegliati voi due, lui sarebbe il solo a cui ci
affideremmo per arrivare a qualche risultato.
L'ometto esitò. — Allora qualcun altro, forse. La E-Tech è
una grossa organizzazione. Ci sono molti individui, o anche
gruppi di individui, che potrebbero mettere insieme un piano
del genere.
— No.
— Sta dicendo «No, non è vero» oppure «No, io rifiuto di
prendere sul serio queste ipotesi»?
— Non è vero. Conosco la mia gente. — Rome tornò a
sedersi. Aveva mal di capo.
— Perché mi ha invitato qui? — domandò Nick.
— Credevo che lei avrebbe apprezzato una cena fatta in
casa, una volta tanto.
— Scemenze! Lei mi ha invitato qui perché non ha più
fiducia nei suoi assistenti. Lei ha bisogno di parlare con
qualcuno al di fuori della E-Tech.
Rome sospirò. — Si sbaglia. Non è che io non mi fidi di
loro. È che nessuno sembra capire le ramificazioni di questi
avvenimenti. Sono brava gente, mi creda. Vogliono che la E-
Tech sia apprezzata per la sua onestà, e sono sicurissimo che
nessuno di loro potrebbe macchiarsi delle azioni mostruose che
lei sospetta. Ma qui c'è qualcosa di sbagliato. L'intera faccenda
con Drake, e la West Yemen Corporation e Bob Max... non mi
torna.
— Questo è piuttosto vago.
— Lo so. Vorrei potermi spiegare meglio. Ma non posso fare
a meno di sentire che siamo stati manipolati... la E-Tech, La
Gloria de la Ciencia, la ICN, tutti quanti.
Nick non fece alcun commento. Rimase seduto senza dir
niente, a gambe incrociate, tamburellando con le dita su un
ginocchio. Dopo un interminabile minuto Rome ruppe il
silenzio:
— È sicuro di non volere un altro drink?
Nick chiuse gli occhi, poi li riaprì e sorrise. — No. Ora
bisogna che vada.
— Un'altra misteriosa conversazione con Gillian?
Lui sogghignò. — È diventata una sfida. Prima o poi gli
agenti di Haddad riusciranno a rintracciare la chiamata di
Gillian. In quanto a me, sanno sempre dove sono. Le micro
sottocutanee sono efficaci, per le triangolazioni.
— Gillian non sembra preoccuparsene troppo.
Nick ridacchiò. — A Gillian questo tipo di ascolto non piace.
— Ho ordinato a Pasha Haddad di tenervi sotto sorveglianza.
Niente di più. Naturalmente lui cerca di fare del suo meglio.
Nick saltò giù dal tavolo. — Lei potrebbe avere la nostra
piena collaborazione. Dica a Pasha Haddad di lasciarmi in
pace.
— Questo non posso farlo. Dopo ciò che è successo oggi su
Oslo, sono convinto che lei e Gillian non avete più probabilità
di chiunque altro contro quel mostro. Ma devo tutelare la E-
Tech. Di noi non si deve dire che assoldiamo dei... mercenari.
«Si rende conto che Haddad e gli altri dirigenti mi credono
rimbecillito perché ho fiducia in voi due? E a volte penso che
abbiano ragione. Mi sento come se stessi tradendo la E-Tech.
— Ebbe una risata aspra. — È stupefacente riflettere che
proprio io ho dato una falce Cohe a un completo sconosciuto.
Soltanto per questo potrei esser costretto a dare le dimissioni.
Ha un'idea delle conseguenze, se il mio comportamento fosse
reso pubblico?
— Sicuro. Due settimane fa lei sarebbe stato linciato. Oggi,
con un Paratwa a piede libero, la definirebbero un uomo
coraggioso.
Rome sbatté le palpebre. — Più ci penso, meno riesco a
immaginare cosa fosse la vita della gente nel ventunesimo
secolo.
— Non se la prenda. Non ci riuscivano neppure molti di
loro.
Rome accompagnò Nick verso la porta. L'ometto sorrise.
— Ho veramente apprezzato la cena. Ringrazi ancora sua
moglie.
— Lo farò.
Il pendio erboso, illuminato dalle luci della veranda, ospitava
alcune file di pianticelle fiorite. Tre brevi rampe di scale
ottenute con blocchi di legno inserito nel terreno scendevano
fino alla strada. L'auto a noleggio di Nick era posteggiata di
traverso sul marciapiede.
I due uomini osservarono il firmamento. Gli specchi stavano
offrendo alla Colonia una falce di luna.
— Sa una cosa? — disse Nick. — Qui su Irrya non è mai
veramente buio. — Indicò gli altri due settori, fiancheggiati
dalle lunghissime sezioni in vetro. Entrambi scintillavano di
luci.
— Anche qui ci sono notti nuvolose — disse Rome.
— Sì, però scommetto che non è mai buio pesto.
— Vero.
— Sulla Terra c'erano posti dove uno poteva fermarsi, in una
notte scura, e non riuscire a vedere la sua mano davanti alla
faccia.
Rome trovava difficile immaginare posti del genere.
Nick si avviò giù per la rampa. Esitò. Si volse. — Domani
mi andrebbe di passare la giornata negli archivi. Può chiedere a
Begelman di darmi qualche ora del suo tempo?
— Sì, vedrò di convincerlo.
— Grazie. E dica a sua moglie che la sera io sono sempre
libero.
Rome seguì con lo sguardo il coupé arcobaleno di Nick
finché scomparve oltre una curva. L'aria fresca della notte gli
schiariva la testa e per un poco passeggiò avanti e indietro sotto
la veranda, cercando d'immaginare un mondo senza la E-Tech.
24

Il piccolo alloggio di Gillian all'Hotel Costello conteneva un


letto dallo schienale imbottito, un canterano con un monitor
montato sul ripiano, una finestra che si apriva a tre piani
d'altezza su una via secondaria, e un cubicolo che era risultato
essere una strana combinazione di cucina e stanza da bagno.
Fin dal primo giorno aveva scoperto che mentre si asciugava
sotto il getto d'aria della doccia gli bastava allungare una mano
per mescolare il minestrone e lo stufato messi a scaldare sul
vecchio fornello a piastra. E poiché era possibile - a volte
inevitabile - fare la doccia e nello stesso tempo lavare i piatti, si
poteva definire quella sistemazione «non lussuosa ma pratica».
— Ho fame — si lamentò il ragazzo. Seduto sul bordo del
materasso, non aveva smesso un istante di scalciare la parte
inferiore del letto.
Con un fianco poggiato al canterano, Gillian incrociò le
braccia e continuò a fare quello che aveva fatto nell'ultima ora:
studiare Jerem Marth e la sua crescente agitazione nel venir
privato del grog.
— In quel tegamino c'è della minestra di verdura — offrì. —
Più tardi metterò in padella un po' di merluzzo.
— Il pesce non mi piace — disse Jerem con voce piatta. — E
neanche la minestra di verdura.
— Hai bisogno di mangiare. Non puoi vivere di grog.
— Sì che posso. — Nei suoi occhi azzurri ci fu un lampo di
sfida, ma subito tornarono inespressivi.
Gillian si strinse nelle spalle. — Ti ho detto quello che ho
qui. E grog non ce n'è.
— Puoi uscire a comprarne una bottiglia.
— Niente grog. Fai il bravo. Cerca di levartelo dalla testa. Se
ce la metti tutta, le cose saranno molto più facili.
Il ragazzo si accigliò. — Perché mi hai portato qui? Da Miss
Vitchy stavo bene, io. Lei mi dava sempre un sorso, ogni volta
che volevo. Miss Vitchy è una brava persona. Voglio tornare
da lei.
— Te l'ho già detto. Con Miss Vitchy hai chiuso.
Lui scalciò con rabbia, facendo vibrare il letto. — Io voglio
andar via da qui! Capito? Subito! — Il suo sguardo corse alla
porta.
— Ora sei qui, e ci resti.
— Se non mi fai uscire mi metto a gridare, e verrà la polizia!
— Niente grog. Ti fa male.
Lui sbuffò. — A te che t'importa? Non deve importarti un
accidente se io bevo il grog o no!
Il tono indignato del ragazzo era un buon segno. Nella sua
voce c'era un po' di rabbia genuina. Il grog cominciava già a
perdere la presa sulle sue emozioni.
Jerem allungò una mano sulla sua blusa e tirò fuori delle
tessere elettroniche da una tasca. — Se mi lasci tornare da Miss
Vitchy ti darò venticinque byte. E so anche dove lei tiene i
soldi. È ricca! Ha dei megabyte in casa! Portami là e ti farò
vedere dove li tiene. — Le sue gambe continuavano a scalciare.
— Niente grog.
In un impeto di rabbia il ragazzo gli scaraventò addosso le
cartotessere, che svolazzarono innocue contro il muro.
— Non pensi che tua madre ti starà cercando? — chiese
dolcemente Gillian.
Per un attimo l'espressione di Jerem si contrasse, sofferente.
Poi balzò in piedi e sferrò un calcio al materasso, sollevandolo
a mezzo dal letto. Tremando di rabbia scosse un pugno verso
Gillian. Ma invece di gridare, improvvisamente, scoppiò a
ridere.
Gillian ascoltò attentamente e sentì la tensione, l'agonia che
si celava dietro l'isterica e malata allegria indotta dal grog. Non
dovrebbe occorrere troppo tempo con lui. Il ragazzo era
appena stato sottoposto al processo di assuefazione, ma ora
stava entrando nel momento più pericoloso, quello in cui
avrebbe fatto praticamente qualsiasi cosa per un sorso di grog.
L'accesso di risa s'interruppe come se Jerem avesse girato un
interruttore. La sua bocca si curvò in un sorriso anomalo.
— Potresti uscire a comprare un paio di bistecche o del
prosciutto? Pago io, anche per te.
Gillian scosse il capo. — Abbiamo minestrone e pesce fritto.
— Se vai a comprarmi una bistecca, giuro che non ti
chiederò mai più una goccia di grog.
— Non ti darò l'opportunità di procurarti da bere — replicò
lui con calma. — Hai chiuso con quella roba. Io posso essere
ingannato, ma non certo da un groggyclown. — E aggiunse: —
I groggyclown sono troppo ottusi per poter ingannare
chiunque.
— Io non sono ottuso!
Di nuovo Gillian captò un'emozione autentica. Il ragazzo si
era offeso.
— No, non sei ottuso. Jerem Marth è soltanto un ingenuo. È
il grog che lo fa agire come uno stupido.
Jerem si morse le labbra. — Tu credi che il grog mi
stordisca, ma non capisci niente. Mi rende lucido, invece. Più
intelligente.
Il ragazzo è fortunato, pensò lui. Un'assuefazione così
recente era relativamente facile da trattare. Assunse un tono
casuale:
— Se tu fossi stato un groggato per parecchi mesi, saresti
davvero nei guai. Dopo un po' il corpo comincia a
immagazzinare la droga nei tessuti, e disintossicarsi diventa
molto, molto doloroso.
— Non m'interessano queste scemenze!
— Un vero groggyclown perde completamente il controllo
delle funzioni corporali. Dopo un po' deve andare in giro coi
pannolini come un neonato. Non riesce a camminare dritto.
Diventa allergico a diverse indispensabili sostanze alimentari.
Il suo bisogno di bere aumenta di continuo, e alla fine trascorre
più tempo ridendo che dormendo. Le risate gli fanno aumentare
la pressione alle coronarie, drasticamente, finché il risultato
inevitabile è un attacco cardiaco. La maggior parte dei
groggyclown muoiono entro sei anni dalla loro prima dose.
Stavolta il cipiglio di Jerem non svanì subito. Tornò a sedersi
sul letto.
Gillian non gli diede requie. — Non pensi a quanto è
angosciata tua madre? Non sa neppure se sei vivo o morto. Sta
soffrendo!
— Lei è... — Le parole gli uscirono a fatica. — Lei è...
soltanto una dannata...
D'un tratto Jerem tacque e strinse i denti. — Stai cercando di
farmi fesso, eh? Ma lo sai che ti dico? — Un altro accesso di
risa lo fece vacillare come un ubriaco. Sghignazzando
istericamente si piegò in due e cadde al suolo, accanto al letto.
Gillian accese il monitor sul canterano per vedere se
conteneva un programma di qualche genere. Aveva bisogno di
qualcosa su cui far concentrare il ragazzo.
Appena lui gli ebbe voltato le spalle, Jerem si alzò di scatto e
corse alla porta. Per alcuni secondi lottò furiosamente, e
invano, con la maniglia e il catenaccio elettronico; poi
indietreggiò, e cominciò a pestare sul robusto battente a pugni
e a calci.
Gillian volse appena la testa. — Ho modificato la serratura
— lo informò. — Soltanto io posso aprirla. — Non era del tutto
vero, ma la modifica poteva bastare per sventare i tentativi di
un groggato in preda alla rabbia.
— Apri questa porta! — gridò il ragazzo.
I soli programmi contenuti nella memoria del monitor erano
i sistemi che permettevano di cambiare le condizioni
ambientali della stanza e gli automatismi del bagno-cucina. La
direzione dell'Hotel Costello era troppo tirchia per fornire
videogiochi o altre cose.
Jerem si aggrappò con tutto il suo peso alla maniglia. —
Apri! — gridò. — Fammi uscire, bastardo! Voglio andarmene
da qui!
Gillian ricordò che qualcosa aveva: la tessera da computer
che Miss Vitchy gli aveva dato come ricevuta del pagamento.
La inserì nella fessura sotto il controllo del volume.
Teniamo puliti i nostri bei parchi - di Miss Vitchy, apparve
sullo schermo: lettere d'oro su uno sfondo di vegetazione
lussureggiante, con montagne dalle cime nevose che si
levavano in distanza.
— Se non mi fai uscire subito — lo avvertì Jerem, — io ti
farò avere dei guai. Dei brutti guai!
Come molti programmi di computer quello di Miss Vitchy
era multi-funzione, ovvero offriva una scelta di vesti differenti
per dare essenzialmente le stesse informazioni. La prima era
«AZ - Modo Testo». Gillian batté «AZ» sulla tastiera del
monitor, e una pagina di testo si sovrappose al panorama
ameno.
— Vieni qui — disse Gillian.
— Lasciami uscire, razza di bastardo!
Lui ripeté l'ordine, con una sfumatura di minaccia. — Vieni
qui.
Jerem continuò a cercare di strappar via la maniglia dalla
porta, mugolando e ringhiando. Gillian non voleva maltrattarlo,
ma il ragazzo doveva esser distolto dal suo schema
comportamentale rabbia-risate. — Per l'ultima volta: vieni qui.
— Ox-le-menoi, quid-Io! — esclamò lui.
Gillian non aveva idea di cosa significasse, né gliene
importava. In un lampo attraversò la stanza, afferrò Jerem per
un gomito e la parte posteriore dei pantaloni, sollevandolo di
peso, e lo portò di fronte allo schermo.
— Mettimi giù!
Gillian gli lasciò toccar terra coi piedi e lo tenne fermo
rivolto al monitor, standogli alle spalle. — Comincia a leggere.
— No!
Lui lo prese sotto il mento e gli fece sollevare il viso. — Ti
ho detto di leggere.
Jerem batté i piedi al suolo. — Lasciami! Lasciami!
Gillian usò anche l'altra mano per immobilizzargli la testa e
gli diede un pizzicotto con due dita, dietro al collo.
— Ahi!
— Ho detto leggi.
— Non sono il tuo schiavo! Io non...
Lui lo pizzicò più forte. Il ragazzo cercò freneticamente di
divincolarsi; scalciò, e tutto ciò che ottenne fu un terzo
pizzicotto.
— Ahi! Lasciami stare... no!
Gillian affondò le dita nella carne tenera fra il collo e la
spalla e strinse. Stavolta gli occhi di Jerem si riempirono di
lacrime.
— Ahi! E va bene, lo leggo... va bene.
— Fallo.
Il ragazzo si passò una mano sugli occhi e guardò lo
schermo. — Teniamo puliti i nostri bei parchi, di Miss
Vitchy...
S'interruppe e cominciò a ridacchiare. Gillian lo pizzicò due
volte con forza. Jerem gridò di dolore.
— Basta! Basta! Ci sto provando!
— Leggi.
— Non posso leggere mentre mi fai male!
Lentamente Gillian poggiò pollice e indice su un'altra zona
di pelle. Jerem non attese d'essere pizzicato.
— Il Teddy Carrera Memorial Park è stato inaugurato poco
dopo la fondazione di questa Colonia. È il più grande dei
parchi di Sirak-Brath. Fra la vegetazione vivono numerosi
animaletti, ma per la maggior parte sono di razza sconosciuta,
perché non si lasciano vedere che di notte...
Gillian sogghignò acremente. C'era da chiedersi se Miss
Vitchy cercava di fare dello spirito o non si rendeva conto di
ciò che scriveva.
Il ragazzo continuò: — Il parco ha preso il nome dal dottor
Teddy Carrera, un terrestre che visse prima dell'Apocalisse.
Egli era il grande scienziato e ingegnere che guidava il
Progetto «Verso le Stelle», la grande avventura che portò
ventisei enormi astronavi nello spazio profondo per colonizzare
i pianeti lontani. Teddy Carrera stesso partì con quelle
astronavi. Nessuno ne ha più saputo niente.
Jerem sbuffò. — Queste sono idiozie. È roba che studiano i
bambini delle elementari. Perché la devo leggere?
— Mi piacciono le storie. Vai avanti.
Jerem annuì; poi ebbe un lieve sorriso e riprese: — La gente
di Sirak-Brath ha dedicato questo grande parco alla memoria di
Teddy Carrera e di tutti i perduti viaggiatori delle stelle. Egli
era anche un uomo generoso, e prima di partire per lo spazio
disse che tutti dovrebbero essere liberi di bere il grog quando
vogliono... ahi!
Gillian fu inesorabile e gli diede un pizzicotto più lungo e
doloroso di prima. Il ragazzo non poté che contorcersi,
incapace di sfuggire alla presa delle sue braccia.
— Stavo solo scherzando — gemette.
— Non è divertente. Continua a leggere... e soltanto quello
che c'è sullo schermo.
— Se vuoi farmi male perché non mi picchi e basta? —
Jerem cominciò a piangere. — Mia madre mi picchia; Miss
Vitchy e il suo amico mi prendono a calci. Nessuno ha di
meglio da fare che picchiare me, maledizione!
Le emozioni erano vere. Gillian gli fece sollevare il mento.
— Io non voglio farti del male, Jerem. Ma non ti permetterò
di diventare un groggyclown.
— Cosa t'importa di me?
— Diciamo che ho un certo interesse in te e in tua madre.
— Lo lasciò andare, e Jerem si volse a guardarlo con
stupore. Si asciugò una lacrima dall'angolo di un occhio.
— Come mai conosci mia madre?
Gillian esitò. Ma era meglio restare il più vicino possibile
alla verità. — Io sono della E-Tech. Tenevamo d'occhio te e
tua madre. Ci piacerebbe farvi qualche altra domanda su Bob
Max.
Jerem spalancò gli occhi. Tirò su col naso. — Vuoi
riportarmi a Lamalan?
— Questa sarebbe l'idea. Appena troveremo tua madre.
Jerem si umettò le labbra. Una smorfia gli distorse i
lineamenti. Gillian alzò minacciosamente una mano verso il
suo collo.
— Se fai un'altra risata da groggato, questo pizzicotto sarà il
più terribile!
Sul volto del ragazzo affiorava tutto il tormento che aveva
dentro. Aveva un bisogno disperato di ridere, e non osava. Le
sue spalle furono scosse da una serie di fremiti.
Adesso comincia, si disse Gillian. La disintossicazione da
grog, specialmente in un novizio come Jerem, avveniva
secondo uno schema preciso. In quel momento il ragazzo era
come in bilico sull'orlo di un precipizio: libero per metà dalla
repressione emozionale della droga, l'altra metà delle sue
capacità emotive doveva fungere da leva per fargli fare il passo
decisivo fuori dall'influenza del grog.
Esistevano metodi più dolci per ripulire il corpo, se non
proprio la mente, di un groggyclown. Anche nell'epoca di
Gillian gli ospedali offrivano sofisticati programmi e
vantavano metodi rapidi e indolori per liberarsi dalla schiavitù
del grog. Ma il modo indolore non era sempre il migliore. E lui
seppe che era vero quando fu costretto a riconoscere le proprie
lacune, la sua paura di scendere troppo in profondità fra
quell'insondabile viluppo di rovi nebulosi, agonizzanti, che
erano i ricordi della sua relazione con Catharine. Reprimere la
sofferenza era insalubre. I tormenti dell'anima dovevano potersi
sfogare, posto che uno fosse capace di farlo.
E qui sta la differenza fra Jerem Marth e me.
Il ragazzo si premette le mani sull'addome, piegandosi in
due. — Fa male — gemette.
— Sdraiati.
Gillian lo aiutò a distendersi sul letto. Jerem cominciò a
gridare ancor prima che la sua faccia toccasse il cuscino.
Una volta avviato, il processo di scarico del grog dai tessuti
fu rapido. La fase più intensa durò forse un quarto d'ora, anche
se Gillian sapeva che il ragazzo aveva un senso del tempo
distorto e quel martirio gli sembrava dieci volte più lungo. Il
suo corpo s'era piegato in posizione fetale. I muscoli
s'indurivano a ogni ondata di dolore, facendolo contorcere
come un pesce che cercasse di tornare nell'acqua. Più volte le
sue grida furono così acute che Gillian si sarebbe aspettato
l'arrivo del direttore e di un poliziotto. Ma nessuno venne.
Forse, in quell'albergo, per indurre qualcuno ad occuparsi dei
fatti degli altri il minimo richiesto era un incendio o
un'esplosione.
Gillian andò nel cucinotto e mise il minestrone a scaldare
sulla piastra di thermal. Jerem avrebbe avuto un appetito
feroce, appena le viscere avessero smesso di fargli male. Lavò i
due cucchiai di plastica tolti dalla confezione del pesce, prese i
due piatti che gli restavano e ne riempì uno di minestra di
verdura. Tornò accanto al letto e cominciò a mangiare. I fagioli
e i pezzi di sedano erano ben cotti, ma le carote sembravano un
po' dure. Si annotò di far cuocere per qualche minuto quelle
scatolette di surgelati a lunga conservazione, la prossima volta.
In piedi fra il letto e il canterano cercò di concentrarsi sul
cibo e di pensare ad altro. Le grida del ragazzo avevano
raggiunto una tale intensità che, se le avesse ascoltate davvero,
ne sarebbe stato emotivamente coinvolto e sopraffatto.
Il dolore innesca il dolore. La continua agonia della sua
perdita era appena un passo più in là.
L'incontrollabile travaglio di Jerem raggiunse il culmine.
Pian piano i suoi lamenti si fecero più brevi, poi cessarono del
tutto. Il primo minuto di silenzio sembrò portare nella stanza
una quiete così profonda che Gillian poté sentire l'inquilino del
piano di sopra brontolare qualcosa. Non aveva torto, data l'ora.
Jerem si alzò a sedere come un impiccato che si tirasse fuori
dal sepolcro. Scese dal letto, vacillò nel cesso e chiuse la tenda
di plastica dietro di sé. Ci furono alcuni rumori soffocati, poi il
ronzio della vampa laser dello sterilizzatore, una pausa, e infine
il ragazzo uscì. Dopo un'occhiata a Gillian si appoggiò
debolmente alla spalliera del letto e abbassò lo sguardo, a
disagio.
— Ti sei comportato bene. Sono sicuro che tua madre
sarebbe fiera di te.
— Mia madre mi darà una razione di sberle. Ecco quello che
farà. — Si strinse le braccia al petto, scosso da tremiti nervosi.
— Forse. E te le sarai maledettamente meritate. Ma hai avuto
del coraggio, lottando contro il dolore.
Lui scrollò le spalle. — Tu non mi hai dato scelta.
— Io ti ho detto: fai il bravo. E ti ho dato una spintarella
dalla parte giusta... nient'altro. Il resto lo hai fatto da solo. Non
sottovalutare quello che sei riuscito a ottenere.
Jerem aggrottò le sopracciglia. Poi, d'improvviso, corse da
Gillian e lo abbracciò con forza. Immerse il volto nel suo
pullover grigio e cominciò a piangere, scosso dai singhiozzi.
Quattro attacchi del Paratwa, pensò lui. Devo darmi da fare
e reclutare qualcuno, a ogni costo. Sto perdendo tempo
prezioso. Dovrei essere già al lavoro con una squadra. Qui a
Sirak-Brath il materiale umano non manca. Da qualche parte
devono esserci dei pirati disposti a comunicare con chi non è
dei loro... posto che io sappia abbattere il muro culturale.
Jerem gli si aggrappava addosso disperatamente, sfogandosi
senza alcun timore, senza vergogna. Gillian rifletté che per il
bene del ragazzo avrebbe dovuto rispondere. Lo cinse con un
braccio e gli diede qualche pacca affettuosa su una spalla.
Domani farò il necessario per informare la madre del
ragazzo, in modo che venga a riprenderselo. Con un po' di
fortuna, forse Paula Marth e suo figlio ricorderanno abbastanza
dell'omicidio di Max da darmi altri particolari. La personalità
dell'uccisore, gli elementi caratteristici del suo tipo genetico.
Fatto questo, dovrò reclutare subito una squadra.
Ma non intendeva prendere altre pericolose cantonate, come
quel pomeriggio. Basta con gli annunci misteriosi e gli
incontri clandestini. Userò un approccio più diretto. I
numerosi porti per le navette di Sirak-Brath offrivano
opportunità migliori. I posti dove la gente è in transito sono i
più frequentati dagli elementi che servono a me. Fu sorpreso di
non averci pensato prima.
Jerem smise di piangere e lentamente si scostò da lui. Lo
guardò, fece un gesto come per scusarsi e si schiarì la gola.
Quando parlò, Gillian poté sentire lo sforzo che gli costava.
— Io so che tu mi hai aiutato... davvero. E so che... niente ti
obbligava a fare questo per me, e... voglio dire, non che debba
importarti di me, perché sei della E-Tech e fa tutto parte del tuo
lavoro — aggiunse in fretta. Trasse un lungo respiro e deglutì
saliva. — Però questo... be', non conta. E voglio dirti che mi
sarebbe piaciuto avere un padre come te. — Arrossì, e si volse
dall'altra parte.
Gillian sentì un'improvvisa morsa allo stomaco. Avrebbe
voluto dirgli: Non riversare i tuoi sentimenti su di me, ragazzo!
Non cercare di farmi essere qualcosa che io non sono!
Invece andò nel cucinotto e tolse il tegamino del minestrone
dalla piastra. — Scommetto che hai una fame da lupo.
Negli occhi di Jerem ci fu un lampo. — Sì, ho fame. In
questi giorni non ho mai avuto fame. E strano.
Gillian riempì un piatto fino all'orlo e glielo diede. Il ragazzo
sedette sul bordo del letto e cominciò a mangiare voracemente
la densa minestra di verdura. Lui gli volse le spalle. Gli
tremavano le mani.
Io mi muovo... io sono. Io voglio... io prendo. Io vedo... io
imparo. Io cresco... io faccio.
Gillian chiuse gli occhi. Un'immagine di Catharine riempì la
tenebra. Li riaprì con un ansito, aggrappandosi al canterano, e
cercò di concentrarsi sul monitor.
Teniamo puliti i nostri bei parchi - di Miss Vitchy. In silenzio
e senza alcun interesse Gillian lesse l'intero trafiletto.
Più tardi, dopo che il ragazzo si fu addormentato sul letto, lui
prese una coperta e si sdraiò sul pavimento. Voleva soltanto
che il sonno gli spegnesse ogni pensiero. Ma qualcosa continuò
a tenerlo sveglio.
Ricordi, Catharine, quando parlavamo di avere bambini?
Balzò in piedi con un ansito. Non sapeva da dove la sua
mente avesse tirato fuori quella domanda. Sapeva soltanto che
per non impazzire doveva sfuggire simili pensieri. Lei è morta.
Morta e scomparsa. Devo dimenticarla.
Con mani tremanti riaccese il monitor. Di nuovo lesse da
cima a fondo le sciocche dissertazioni con cui Miss Vitchy
abbelliva la sua attività di copertura.
Le lesse ancora tre volte. Poi cercò di rileggerle al contrario,
stando disteso sul pavimento. Da qualche parte oltre la metà,
vicino al principio, il sonno s'impadronì di lui.
25

Urikov si guardò attorno e niente di ciò che vide gli piacque.


Razza di idioti, pensò. Bevono, chiacchierano, sognano di
giocare nel Gioco Grosso... la strada che li porterebbe
all'altezza dei ricchi, quelli veri. Come se potessero riuscirci
standosene seduti lì, a forza di parlarne e basta.
Si portò alle labbra un calice di brandy diluito e lasciò
scorrere un sorso di liquore sulla lingua. Non sono altro che
stupidi animali spinti avanti dalle loro paure, col cervello
rimbecillito dalla musica.
Urikov deglutì il brandy. Per un poco ascoltò il duo
sassofono-tamburo. Lui non faceva lo sbaglio di scambiare per
divertimento una serata lì dentro. La musica, comunque, era
proprio quella adatta ai falliti sparsi fra i tavoli in penombra, al
centro del locale, o solennemente appollaiati sugli sgabelli del
bar. Se il padrone fosse stato lui, pensò, per prima cosa avrebbe
fatto scaraventare in mezzo alla strada quei due musicisti mezzi
addormentati, armi e bagagli. Ebbe un sogghigno. Al pensiero
di prendere a calci nella pancia il ciccione calvo che soffiava
nel sax gli veniva una gran voglia di provarci.
Perdenti, tutti quanti. Il Gioco Grosso richiedeva intelligenza
e capacità d'azione. Richiedeva classe.
La porta principale si aprì. Una figura alta si mosse oltre i
vetri azzurrati dell'atrio, scostò la tenda ed entrò nel locale.
Urikov lo scrutò da capo a piedi e decise che quello era l'uomo
che lui stava aspettando.
Lo sconosciuto si muoveva con una flessuosa eleganza che
faceva troppo fine in mezzo a una clientela di quel genere.
Vestiva una tuta sportiva da caduta libera, in seta grigia e nera,
a maniche larghe. Da sotto il suo cappello verde, anch'esso di
seta, sbucavano riccioli biondi. Faccia liscia come se si fosse
sbarbato dieci minuti prima. Quaranta-quarantacinque anni,
giudicò Urikov. L'uomo girò lo sguardo per il locale come un
robot insetticida alla ricerca di mosche.
Urikov si umettò le labbra. I vestiti dello sconosciuto non
erano niente di speciale, ma la sua fredda alterigia parlava di
denaro, di prestigio.
Un ricco contrabbandiere venuto da fuori? Urikov conosceva
tutti gli affaristi del mercato nero che frequentavano Sirak-
Brath, e quello era una faccia nuova. Poi pensò che non aveva
affatto l'aria di un contrabbandiere. Un commerciante di
qualche altro genere? Un burocrate con abbastanza tempo e
soldi da potersi dedicare alla sue più sporche fantasie? Urikov
bevve un altro sorso di brandy e si chiese se l'uomo avesse
portato con sé il resto del denaro, come aveva promesso.
Lo sconosciuto oltrepassò il bar e venne a sedersi al suo
tavolo. Sorrise e gli porse la mano.
— Come sta? E un piacere incontrarla personalmente.
Cristo, pensò Urikov. Il bastardo parla come uno zerbinotto.
Dunque, il cliente che aveva davanti non era lo stesso uomo
con cui lui aveva trattato per telefono alcuni giorni prima.
L'altro aveva una voce acuta, ma si esprimeva in modo
decisamente volgare. A Urikov, comunque, non importava un
accidente che voce e che aspetto avessero i pervertiti, purché
pagassero. Quello al telefono era stato d'accordo sul prezzo, e
aveva subito mandato l'anticipo per corriere postale. Questo era
ciò che contava.
Quando lo straniero capì che Urikov non gli avrebbe stretto
la mano, la ritrasse. Il suo sorriso si allargò. — Mi consente di
offrirle un altro drink?
Urikov annuì. L'altro puntò un dito verso il sensore
principale del soffitto. Un piccolo robot cilindrico emerse da
dietro il bar e ronzò fino al loro tavolo. I cingoli gommati si
fermarono, su un display verde s'illuminò Desidera, prego? e
la macchina attese con ubbidienza.
— Cielo! — sospirò languidamente l'uomo, guardando il
bicchiere di Urikov. — Quello sembra buono. Brandy di
pesche?
Urikov bofonchiò un assenso. Lo straniero sorrise come un
idiota nel battere l'ordinazione sulla tastiera del robot. Tirò
fuori un pacchetto di cartotessere da una tasca e ne inserì una.
La fessura la inghiottì e gliene diede di resto un'altra, identica
in tutto salvo che nella cifra appena stampata.
Pochi secondi dopo il robot aprì un pannello frontale.
L'uomo tolse i due bicchieri di brandy dal vassoio, li depose sul
tavolo e si volse ad accarezzare la parte superiore del robot,
come se fosse la testa di un bambino.
— Le piacciono i macchinari erotici? — buttò lì Urikov. Di
solito era facile vendere ai pervertiti più di quel che volevano.
Lui gli porse il brandy con un sorrisetto. — No.
Quel tipo sembrava uno che viaggiava molto. — Posso darle
a prezzo di costo un computer portatile con prestazioni ottime.
Lei se lo poggia sulle cosce quando viaggia su una navetta o in
treno, stando seduto di fronte a una bella femmina, e il
computer le dà tutta l'aria di un uomo d'affari al lavoro. Ma
dalla parte di sotto può sbucare una bocca artificiale capace di
aprirle i pantaloni, che le fa il servizio completo e poi glieli
richiude. La macchina ha una leva per la velocità della bocca e
i comandi per sei varianti.
— Affascinante. — L'uomo strappò il sigillo del suo
bicchiere e ne annusò il contenuto. — I robot sono così
adorabili, non trova? Così docili. Mi chiedo perché la E-Tech li
consideri illegali.
Urikov sbuffò. Perché la E-Tech è fatta di pisciasotto come
te.
Lo sconosciuto fece l'occhiolino al robot. — Ho come
l'impressione che questo ritrovo non sia conforme alla legge...
cielo, sì! Spero che non facciano una retata proprio adesso.
— Me ne sbatto, amico. Io non ho niente da nascondere. E
lei?
L'uomo alzò il bicchiere e se lo poggiò al labbro inferiore.
Ma invece di bere sporse fuori la lingua e sfiorò la superficie
del liquido. La ritrasse in bocca e ponderò sul sapore.
D'un tratto Urikov prese una decisione. Avrebbe fatto torcere
un po' quel pervertito. Un damerino con l'aria così sofisticata
era un cliente che poteva essere spremuto. E la tecnica
opportuna, ovvero una paura strisciante inculcata nelle viscere,
di solito favoriva un affare più soddisfacente. Se il bastardo era
ricco come sembrava, applicando la giusta pressione sarebbe
stato felice di lasciarsi mungere ben bene.
Urikov fece un segno con una mano. Due poderosi colossi
calvi, seduti a un tavolo poco distante, si alzarono e
s'avvicinarono. Appena gli fu accanto, Dell Uno calò una
zampa larga come un badile su una spalla dello straniero. Lo
straniero continuò a sorridere.
I gemelli Dell avevano anche nomi di battesimo, ma Urikov
preferiva chiamarli Dell Uno e Dell Due. A loro non
importava. Erano due bestioni stupidi e assolutamente fedeli. Il
mese prima, un funzionario corrotto dell'amministrazione
coloniale aveva venduto a Urikov dei dati falsi per fargli
perdere una gara d'appalto su una fornitura di macchinari
agricoli. Dell Uno aveva tenuto l'uomo disteso sul pavimento di
un magazzino per tutto il tempo necessario, mentre Dell Due
gli fratturava le braccia e le gambe in dieci punti diversi.
Il sorriso dello straniero si fece pensoso. — Il suo amico ha
mani molto forti, sa?
Urikov annuì. — Gli piace stritolare le cose fra le dita.
Questo lo fa felice.
Dell Due si mise a sedere e appoggiò una mano su un
ginocchio dello straniero. Strinse le dita come una morsa. Lo
straniero rise.
— Cielo! Vorrei che anche la mia guardia del corpo
imparasse a usare le mani. Ma invece quel grosso sciocco non
fa che esercitarsi col suo orribile pistolone a raggi.
Urikov si appoggiò all'indietro e lo studiò per qualche
istante. Fece un cenno col capo ai gemelli Dell. I due gli tolsero
le mani di dosso.
S'era sbagliato. Lo zerbinotto non si spaventava facilmente.
— Se vuole, chiami pure qui la sua guardia del corpo. Può
bere qualcosa coi miei amici.
— Non occorre. — Il sorriso balenava immutato. — È già
abbastanza vicino.
Urikov girò lo sguardo per il locale. Se l'uomo diceva la
verità, la sua guardia del corpo l'aveva preceduto. C'era una
quindicina di perdigiorno ai tavoli di sala, e una mezza dozzina
al bar. Nessuno aveva l'aria di un gorilla professionista.
Al tavolo di centro quattro uomini mezzi ubriachi ridevano e
parlavano ad alta voce. Mentre Urikov li osservava, uno di
loro, un tipo grasso dal volto sfregiato, girò la sedia verso un
terzetto di prostitute che sedevano a un tavolo d'angolo.
L'uomo cominciò a fare gesti osceni con le mani. Le prostitute
erano entrate per prendersi una pausa, e lo ignorarono
sprezzantemente.
Stupide puttane, pensò lui.
Al tavolo accanto a quello delle tre prostitute c'era l'unica
altra donna del locale, una loro collega anziana e grassoccia,
che fissava il fondo del suo bicchiere di birra con occhi smorti
e arrossati.
Al bar gli uomini seduti da soli erano due. Quello di destra
sembrava una miniatura dei gemelli Dell: calvo, largo di spalle
e con l'espressione facciale di un macigno. L'altro era un
giovanotto snello dall'aria nervosa che vestiva come un pirata:
malridotta blusa di pelle e pantaloni pieni di macchie scure.
Dalla cintura gli pendeva una borsa odorosa.
Urikov annusò l'aria. Il giovane non era un pirata vero. Non
aveva spinto la sua imitazione fino a portarsi dietro l'odore. Un
altro perdente che giocava ai giochi delle mezze calzette.
Per mutuo accordo con la malavita locale, quello era uno dei
bar dove i Costeau non mettevano piede. Urikov fece una
smorfia: forse quell'imbecille non lo sapeva? Naturalmente, se
a uno di quei dannati pirati fosse saltato in testa di infrangere il
patto, non ci sarebbe stato un accidente di niente da fare.
Neanche i gemelli Dell erano così idioti da cercare guai con i
Costeau.
— Il mio pacco è in viaggio? — chiese lo straniero.
Urikov tornò a voltarsi verso quel sorrisetto melenso. — È
stato imballato e spedito questa mattina. Arriverà domani. —
Si frugò in una tasca della giacca e porse all'uomo un piccolo
disco-chiave. — Con questo lei può entrare nel mio magazzino.
Non deve far altro che mostrarlo ai miei uomini e ritirare la...
uh, merce.
Lo straniero prese il dischetto. — È fertile, come ho chiesto?
— Il mio intermediario dice che è fertile, sì. — Cristo,
questo anormale potrebbe farsi eleggere governatore di
Velluto sul Verde. È marcio fino nel midollo!
— Ho specificato l'età. Quanti anni ha la piccola?
Urikov si permise di fissarlo con astio. — Ha gli anni che ha.
Ci sono dei maledetti limiti a queste cose. Lei ha parlato anche
di alterazioni genetiche, e nel mercato nero dei bambini non c'è
precisamente una grossa scelta di...
— Naturalmente. — Lo interruppe lo straniero. —
L'importante è che sia fra un anno e due anni di età.
— Lei prenderà quello che hanno trovato.
— E se domani il mio pacco non sarà in magazzino? — volle
sapere l'uomo.
Urikov sentì un accesso di rabbia. — Sturati gli orecchi,
faccia di merda! — ringhiò. I gemelli Dell s'irrigidirono. —
Quando io dico che faccio una cosa, la faccio! Chiaro?
Lo straniero sbatté le palpebre, poi scoppiò a ridere. —
Cielo! Siete proprio gente dura da queste parti!
Stupido fallito bastardo! Se non cavassi del denaro sonante
da questo affare, avrei già detto ai Dell di strapparti via la
lingua con le mani!
Lo straniero si appoggiò allo schienale. — Desidera che io le
consegni il denaro qui?
NO, scimunito, desidero prendere una navetta fino a Irrya e
farmelo consegnare sulla scalinata della ICN! Che testa di
merda!
— Siamo in un posto alquanto pubblico — disse ancora
l'uomo.
— Amico — ringhiò freddamente Urikov, — tu sbattimi
sull'unghia i soldi che mi devi, d'accordo? Non vedo un
accidente d'illegale nel fare i miei affari qui dentro. — Si volse
a Dell Uno. — E tu?
Dell Uno ci ruminò sopra. — Neanche io — rispose infine.
Dell Due annuì con bovina convinzione.
Urikov sbuffò. — Tanto per cominciare, perché non li metti
sul tavolo dove si possano vedere?
Ridacchiando lo straniero infilò una mano in una tasca della
tuta. Ma s'immobilizzò in quella posizione.
Dall'altra parte del locale stava succedendo qualcosa. Il
grassone dal volto sfregiato, visti vani i suoi sforzi di provocare
le tre ragazze, s'era alzato dalla sua sedia. Aveva attraversato la
sala e adesso stava in piedi davanti al tavolo della prostituta più
anziana. La donna teneva il capo chino, e con un'unghia
tamburellava nervosamente sul bordo del suo bicchiere mezzo
pieno.
Tu non sei una puttana femmina, eh? Nossignore! — gridò
ancora lo sfregiato, agitando una mano. — Nossignore,
scommetto che tu sei un merdosissimo culattone, vero? Un
maledetto finocchio, travestito da baldracca di strada per farsi
fottere! Ma qui dentro i debosciati come te non ce li vogliamo!
Le prostitute giovani si mormorarono qualcosa e scossero il
capo con aria di disapprovazione. Una di loro andò al cesso, sul
lato opposto del bar, e senza preoccuparsi di chiudere la porta
sedette sul lavandino per orinarci dentro.
La vecchia prostituta alzò gli occhi e guardò sulla sinistra. A
Urikov parve che fissasse proprio lui, o la nuca dello straniero
biondo.
— Ho una gran voglia di tirarti via le mutande per farti un
bel lavoretto con quel bicchiere di birra. Ma prima ti strappo le
palle e ce le metto dentro, eh? E poi te le faccio uscire a calci
dalla bocca!
— E se non le ha, cosa ci inzuppi in quella birra, eh, Klaus?
— abbaiò uno dei suoi amici ubriachi dai centro della sala.
Parecchi altri clienti risero sgangheratamente. L'uomo di nome
Klaus si volse e strizzò l'occhio, con un sogghigno.
Tornò a fissare la prostituta. — Allora, hai sentito,
piscialletto? Vogliamo vedere se hai le palle, lì sotto.
Urikov scosse il capo. Fottuti bastardi perdigiorno!
La mano dello straniero non era uscita dalla tasca. Il suo
sorriso aveva una piega acre. La musica tacque. Il sassofonista
grassoccio e il suonatore di tamburo si rilassarono sugli
sgabelli per assistere alla scena. Entrambi bevvero a turno da
una grossa bottiglia di birra.
— Alza il tuo sporco culo da quella seggiola, tu! — gridò
Klaus. — Facci vedere cosa nascondi nelle mutande, forza!
Urikov gettò un'occhiata al bancone del bar e sorrise. Il
cliente tozzo dalla testa pelata s'era girato e sembrava pronto
per mettersi in azione.
Così è lui la tua guardia del corpo, eh? si disse. Pistola a
raggi o meno, quel tracagnotto non avrebbe rappresentato un
problema per i gemelli Dell.
— Forse — disse con calma lo straniero, — i suoi uomini
potrebbero mettere fine a questa esibizione.
— Che te ne importa, a te? — ghignò Urikov. — Per caso
quella vecchia ciabattona è amica tua?
Lo straniero scosse la testa. — È solo che non voglio
rischiare qualche guaio.
— Te lo dico per l'ultima volta! — minacciò lo sfregiato. —
O ti alzi e sbatti giù le mutande, o lo faccio io dopo averti
ficcato con tutta la testa nel cesso!
— Sdraiala sul tavolo a pancia sotto, Klaus! — strillò uno
degli altri. — Intanto falle il servizio. Se è un uomo o una
donna, glielo puoi domandare dopo!
Un coro di risa sguaiate riempì il locale. Il giovane vestito da
pirata allungò a tentoni una mano sul banco dietro di lui, in
cerca del suo bicchiere.
Lo straniero s'irrigidì, il suo sorriso scomparve. In un
sussurro appena udibile disse: — Le pago un extra di
cinquecento se mette fine a questa faccenda.
E così sei un piccolo cacasotto, dietro le tue arie da
fregnone vissuto! Urikov scoppiò a ridere. — Perché non lo
dici al tuo gorilla, se ci tieni tanto?
— Le darò mille byte — sibilò lo straniero. — Li faccia
smettere! Subito!
— Mille, eh? — Urikov si passò una mano sul mento e finse
di considerare quell'offerta.
— No — disse infine. — Ho idea che me la godrò di più a
guardare se quel gonzo è capace di montare davvero la battona.
— E ridacchiò dell'espressione stupita dello straniero. — Sai
una cosa? Non mi piace come mi parli, furbone. Forse, se tu
fossi stato più gentile...
I gemelli Dell mandarono risatine simili a colpi di tosse. La
tensione abbandonò d'improvviso lo straniero. Il suo corpo si
rilassò.
Un urlo rauco scaturì dalla bocca del cliente che ce l'aveva
con la prostituta. L'uomo, Klaus, si volse e cadde in ginocchio.
Il suo petto era aperto da uno squarcio che andava dalla gola
alla cintura. Un torrente di liquido scuro colò sul pavimento.
La vecchia prostituta s'era alzata. Dalla sua mano destra
nacque un raggio di luce nera che attraversò il locale e girò
intorno al collo di Dell Uno. La testa di Dell Uno si staccò
dalle spalle e rotolò per terra. Il corpo decapitato vacillò
schizzando sangue dalle arterie recise, poi si abbatté
travolgendo la sedia.
Urikov aprì la bocca per lo stupore. Un attimo prima lo
straniero era seduto, l'attimo dopo era in piedi. Non aveva mai
visto nessuno muoversi così in fretta. Una pistola a raggi
esplosivi era apparsa nella sua mano sinistra. Con la destra
stringeva un piccolo oggetto rotondo.
Una grandine di dardi autopropellenti scaturì dalla cintura
dello straniero. Uno dei proiettili entrò nella bocca di Dell Due
attraverso la guancia sinistra. Dell Due grugni, sollevò una
mano alla ferita e in quel momento la sua faccia esplose in
fiamme. Il contraccolpo lo fece rovesciare all'indietro e piombò
di traverso sul corpo del suo gemello.
I lanciaraggi mandavano vampe. Arabeschi di luce nera
lampeggiavano per tutto il locale. Urikov sapeva che avrebbe
dovuto tirare fuori la sua pistola, o accendere il suo scudo
d'energia, o gettarsi per terra. Non poté farlo. O forse stava
cercando di farlo, ma tutto accadeva così in fretta che i suoi
muscoli non avevano ancora risposto all'istinto di
sopravvivenza.
Non è vero, pensò. Questa è un'allucinazione.
Una delle prostitute giovani fu scaraventata contro il muro
quando un raggio esplosivo le dilaniò il torace, strappandole
via metà delle costole. Gli uomini ai tavoli di centro venivano
sbattuti qua e là come marionette sotto i colpi che li
investivano dai due lati della sala. Lungo il bancone del bar
saette di luce nera mozzavano teste e braccia. Il finto pirata
balzò giù dallo sgabello e corse alla porta. Il raggio dello
straniero lo tagliò in due. La sua parte superiore sfondò lo
scaffale di vetro dei gelati, le cui piastre illuminanti andarono
in cortocircuito fra vampe di scintille.
Urikov si frugò sotto la giacca e accese lo scudo d'energia.
La sua mano trovò il calcio della pistola e la estrasse. Uno dei
sottili raggi neri guizzò attraverso il tavolo. Urikov fissò
ottusamente la sua arma. Dalla canna, segata a metà,
ruscellavano fuori le schegge del cristallo interno. E scottava.
Con un ansito la lasciò cadere in terra.
Il sassofonista fu colpito in piena faccia da un raggio
esplosivo. Il suonatore di tamburo afferrò da dietro il cadavere
del compagno e cercò di usarlo come riparo. Un raggio di luce
nera girò intorno a entrambi e gli aprì un foro ardente nella
nuca.
I loro corpi si abbatterono fra gli strumenti musicali.
La porta del gabinetto si chiuse, quando la prostituta che era
andata a orinare vi si gettò contro gridando di terrore. Un
piccolo proiettile a razzo la squarciò, staccandola dai cardini.
Il colpo successivo proiettò la donna contro il lavandino,
facendo schizzare il sangue sulla parete e sullo specchio.
Io non posso morire. Non qui. Non così. Urikov si guardò le
mani. Tremavano convulsamente.
Anche l'individuo basso e tozzo che lui aveva scambiato per
una guardia del corpo aveva attivato il suo scudo d'energia. Si
gettava da una parte e dall'altra, assorbendo i raggi laser e
contorcendosi nel disperato tentativo di evitare che le ricurve
saette di tenebra lo colpissero nella zona fra le due metà dello
scudo.
Con un brivido Urikov si rese conto che lui e quell'uomo
erano gli unici rimasti ancora in vita.
D'un tratto lo straniero e la prostituta smisero di sparare. Nel
locale restarono soltanto i lievi crepitii delle piastre luminose
danneggiate.
— Questo è in gamba — disse lo straniero.
— Molto in gamba — annuì la prostituta, e sghignazzò come
una strega.
Il cliente basso e robusto scattò verso l'uscita. Da una mano
della prostituta nacque un lampo. Il raggio nero entrò nella
tempia destra dello sventurato, che sbandò contro la vetrata del
vestibolo. Frammenti di materia cerebrale gli colarono fuori da
entrambi i lati del cranio, e un po' di sangue restò preso nel suo
scudo, la cui energia lo disperse e lo assorbì assumendo un
colore violaceo. II corpo si afflosciò sui resti di una pianta
ornamentale abbattuta.
Il demonio volse le sue due facce a guardare Urikov. Lui aprì
la bocca e un rigurgito di saliva gli colò sul mento.
— Un milione! — gridò. — Lasciatemi vivere! Un milione
per ciascuno di voi! — Ciascuno di voi! Ciascuno di voi!
Paralizzato dall'orrore sentì quanto fosse grottesco quel
«ciascuno», perché ora sapeva chi gli stava davanti.
Lo straniero biondo rise. — Non sei pentito di non aver
messo fine a quella scena, adesso?
— Che maleducati! — esclamò la prostituta.
Urikov lottò per respirare. Aveva la gola chiusa. — Tutto!
Tutto quello che volete!
— Spegni il tuo scudo — disse lo straniero con calma.
— Co... cosa?
— Hai detto tutto, no? D'accordo. Spegni lo scudo, allora.
— Ti lasceremo vivere — propose la prostituta.
Urikov annuì, ansando, e con una mano tremante toccò
l'interruttore fissato alla cintura. Lo scudo d'energia si spense.
— Ho mentito! — ridacchiò la prostituta.
La tenebra divampò dalla mano dello straniero. Urikov
avvertì un brevissimo contatto caldo sulla fronte. Poi il raggio
fu dentro la sua testa, e non sentì più niente.
26

Jerem Marth sedette sui corrosi scalini di plastica all'ingresso


dell'Hotel Costello e scosse il capo, immusonito.
— Te l'ho già detto — protestò. — Ancora non mi va di
vedere mia madre. Perché non possiamo aspettare fino a
domani?
Gillian si chiese dove fosse il taxi. Scese dal marciapiede e
guardò in entrambe le direzioni. Il viale, ampio e male
illuminato, percorreva l'intera Colonia in senso est-ovest,
scorrendo lungo la circonferenza del cilindro. Era una delle
poche vie di comunicazione che attraversavano i settori di
vetro, collegando le tre fasce abitabili di Sirak-Brath.
— Non possiamo andare a mangiare qualcosa, almeno? —
insisté il ragazzo.
— Tua madre ci starà aspettando — ripeté pazientemente
Gillian, per la terza volta. — Se arrivassimo in ritardo,
comincerebbe a pensare che ti è successo qualcosa.
— Non m'importa. Io voglio stare con te.
— Sì, lo so. — Ma non puoi.
Quel mattino Gillian s'era svegliato di umore tranquillo e
dimentico dei tormenti della sera prima. Il sonno, come
sempre, smorzava le sue pene e le relegava in un angolo del
subconscio. La giornata insieme a Jerem era passata in fretta, e
non gli era stato difficile tenere a freno i suoi ultimi impulsi
verso la droga. Ma ora l'ansia di ottenere qualcosa di concreto
tornava a farsi sentire. E doveva liberarsi del ragazzo quanto
prima.
Era buio da meno di dieci minuti, ma già il viale cominciava
la sua vita notturna. Le prostitute prendevano posto nei tratti a
loro assegnati. Contrabbandieri e spacciatori, più o meno sicuri
a seconda della tassa che pagavano alla polizia, si aggiravano
in cerca della solita clientela. Giovani dei due sessi danzavano
sotto i lampioni, come gruppi di falene attirate dalla luce, i
corpi seminudi ondeggianti al ritmo della musica che sentivano
soltanto dentro le loro teste, quale che fosse. Due vecchie
signore, ciascuna con una mano affondata nella borsa e
probabilmente stretta al calcio di un'arma, fissarono Gillian
insospettite e attraversarono la strada per evitarlo.
— Non sono ansioso di rivedere mia madre — disse
baldanzosamente Jerem. — Ma sarò contento di andarmene da
questa Colonia.
Paula Marth aveva messo diversi annunci su un'emittente
televisiva commerciale, promettendo una ricompensa per chi le
avesse dato notizie di suo figlio. Verso le otto di quel mattino
Gillian s'era imbattuto in uno di essi e aveva subito risposto,
anonimamente. L'agenzia s'era occupata di stabilire i particolari
della cosa. Avrebbero incontrato Paula Marth al Molo Kevin, il
principale scalo merci della Colonia.
Jerem si accigliò. — Mi chiedo se mia madre sia ancora
insieme a quei pirati.
Dopo essersi alzato dal letto e aver fatto colazione, il ragazzo
aveva raccontato a Gillian tutto ciò che sapeva dell'omicidio di
Bob Max. La sua versione confermava ciò che alla E-Tech
avevano già sospettato, e cioè che il Paratwa fosse un Termi,
un tipo genetico a cui Gillian aveva dato la caccia con successo
in diverse occasioni. Il comportamento dei due gemellari, così
come Jerem lo ricordava, corrispondeva perfettamente a quello
di un uccisore prodotto dai Laboratori Terminus.
Gillian non era più particolarmente ansioso di parlare con
Paula Marth. Dubitava che la donna avrebbe potuto aggiungere
qualcosa di nuovo al profilo del Paratwa. Ma era fermamente
intenzionato a contattare i pirati che avevano rapito il ragazzo e
sua madre. Erano stati gli Alexander, sotto la direzione di Bob
Max, a risvegliare quel Paratwa. Come risultato, undici del loro
clan erano morti. A detta di Jerem, adesso il loro clan voleva
vendicarsi.
La speranza di Gillian era d'essere inciampato nell'occasione
buona per abbattere quel muro culturale.
Il clan degli Alexander avrebbe potuto fornirgli la squadra
d'assalto che lui cercava.
Jerem fece udire un profondo sospiro. — Sei sicuro di aver
dato al tassista l'indirizzo giusto?
— Certo che sono sicuro.
— Allora perché non è ancora arrivato?
Gillian si chiese come avrebbe risposto Paula Marth.
All'estremità ovest del viale salì di tono l'ululato di una sirena,
e qualche istante dopo comparvero due veicoli a ruote. Il primo
di essi, una convertibile verde, era il loro taxi. Il conduttore si
tolse dal centro della strada con una sterzata e accostò al
marciapiede alberato, facendo stridere violentemente i freni di
fronte all'Hotel Costello. L'auto della polizia lo sorpassò e
proseguì a forte velocità lungo il viale.
Gillian si chiese cosa stesse succedendo. Era la terza
macchina della polizia che vedevano passare in dieci minuti. E
già prima di uscire avevano sentito altre sirene in varie zone
della Colonia.
L'autista del taxi indossava un elmetto spaziale modificato:
un foro era stato tagliato nel visore trasparente, in
corrispondenza della bocca. Era dipinto in arancione
fluorescente, con le etichette della Traghetti Spaziali Trans-
Orbital e della Sirak Taxi.
— Dove? — chiese, facendo scattare in alto le portiere.
Jerem s'infilò dentro svelto e si gettò a sedere sul morbido
sedile posteriore. Gillian prese posto accanto all'autista, che
con sua sorpresa non ebbe nulla in contrario ad aprire il
cristallo di separazione.
— Al Molo Kevin, per favore.
— Ah! Ve la state squagliando, eh? — annuì l'uomo mentre
ripartiva bruscamente com'era arrivato.
— Squagliando?
— Sicuro! Io lo farei, se potessi. Cristo! Se quel dannato
figlio di puttana ha ammazzato Urikov, nessun altro è al sicuro.
— Urikov è stato ammazzato? Da chi?
— Cristo, non ce l'avete la TV? — L'uomo schiacciò il
pedale del freno per evitare una ragazza che attraversava
incautamente. La ragazza agitò una mano in un gesto osceno.
— Stupida puttana! — gridò l'autista.
Gillian ripeté la domanda.
— Quel dannato Paratwa, ecco chi è stato. Il bastardo ha
massacrato Dio sa quanti clienti in un locale, sulla Zeli.
— E questo quando è accaduto?
Il tassista alzò il visore del casco e si pulì il naso su una
manica. — Diavolo, lo stanno trasmettendo tutti i notiziari da
una ventina di minuti. Non può essere successo più di mezz'ora
fa.
— Ci porti là — decise Gillian.
— Cosa? All'inferno, amico, in quel posto io non ci metto
piede!
Gillian fece scivolare una mano sotto la blusa. — Urikov era
un mio buon amico — disse freddamente. — Al funerale
saremo in molti. Lei non desidera che il suo nome venga
messo... in cattiva luce, quando parleremo fra noi, no?
Lui ridacchiò nervosamente. — Ehi, amico, non c'è
problema. Se vuoi andare sulla Zeli, questa è un'auto pubblica.
Il conducente abbassò il visore del casco. Il taxi accelerò.

— Ehi! — Jerem si appoggiò alla spalliera del sedile


davanti. — Dev'esserci almeno un migliaio di persone.
La strada di fronte al locale pubblico era intasata di gente e
di veicoli. La polizia locale stava cercando di far circolare i
curiosi, ma ne arrivavano di continuo da tutte le direzioni. Uno
dopo l'altro i gruppi di pedoni s'infrangevano contro lo
sbarramento di agenti in uniforme bianca, ma ogni nuova
ondata rafforzava la spinta della folla. Dalla parte opposta della
strada, al terzo piano di un edificio, uno stretto terrazzo era
gremito di persone. Alla porta d'ingresso sul marciapiede un
paio di individui raccoglievano soldi da una fila di persone
disposte a pagare per godersi lo spettacolo da una posizione
privilegiata.
Il tassista decise di salire sul marciapiede, a meno di un
isolato di distanza dalla confusione. Quasi nello stesso istante
due lunghe vetture nere e dorate vennero a fermarsi dietro il
taxi. Numerosi Sorveglianti con l'uniforme dello stesso colore
ne scesero e si avviarono a passi autoritari verso la folla.
Il tassista girò la testa e imprecò. — Cristo, quei bastardi mi
hanno bloccato! Sempre i soliti presuntuosi figli di puttana...
Capitano a proposito, pensò invece Gillian. Tirò su la
portiera del veicolo. — Jerem, voglio che tu resti qui.
Quest'uomo si prenderà cura di te fino al mio ritorno.
L'espressione ringhiosa del tassista si trasformò in un sorriso
quando vide il pacchetto di cartotessere che Gillian gli aveva
messo in mano.
— Io preferisco venire con te — disse Jerem.
— Nossignore. Tu resti qui. Non ci metterò molto.
— Ma io voglio...
Gillian ignorò le sue proteste e si rivolse ancora al
conducente. — Ti ritengo responsabile del ragazzo. Mi aspetto
che tu lo tenga qui, in macchina. D'accordo?
L'uomo aveva già cominciato a sommare le cifre stampate
sulla fascia magnetica delle cartotessere. Ebbe un sogghigno.
— Amico, se vuoi lo porto anche a dormire a casa mia per
tutta la settimana. Nessun problema. — Batté un dito sulle
etichette del suo casco. — Il ragazzo è in buone mani.
Jerem si accigliò, indignato. — Gillian, tu non ascolti
neanche quel che dico!
Lui alzò un dito ammonitore. — Aspettami qui. Chiaro? Là
può essere pericoloso.
— Pericoloso. Quello che dicono sempre tutti quanti —
borbottò Jerem.
Gillian si affrettò a raggiungere i Sorveglianti e sfruttò la
loro scia per passare fra la ressa. Con quello stratagemma riuscì
ad arrivare a cinque o sei metri dall'ingresso del locale, prima
che un poliziotto in uniforme bianca allungasse lo sfollagente a
sbarrargli la strada.
— Io sono con loro.
Il poliziotto annuì stancamente. — Sicuro, sicuro, lei è la
mamma dell'ispettore capo. Però adesso si allontani. Circolare.
Più avanti, gli uomini di una squadra medica scesi da
un'ambulanza si stavano facendo largo fra la gente. Gillian
aggirò un'auto posteggiata di traverso per intercettarli.
Il medico indossava un camice verde e un'espressione
professionale. Era seguito da due infermieri ciascuno dei quali
reggeva un lettino a rotelle ripiegato. Gillian si fermò di fronte
a loro e alzò le mani.
— No, no, no! Non abbiamo bisogno di altre barelle, là
dentro. Chi vi ha detto di venire qui?
Il medico sospirò. — Senta, io ho avuto una chiamata via
radio, e vado dove mi mandano.
— Siete stati chiamati da noi o dalla polizia locale? —
insisté severamente Gillian.
Un altro sospiro, ancora più profondo. — Guardi, può
esaminare la registrazione nel cruscotto dell'ambulanza e
scoprirlo da solo.
Gillian scosse il capo. — Va bene, non importa. Però venite
dietro di me e statemi vicino.
Si avviarono verso l'ingresso. Un altro poliziotto, alto e
grosso, si volse a guardarli. Gillian si lasciò affiancare dal
medico e gli poggiò una mano su una spalla.
— Le barelle serviranno a poco. Spero solo che abbiate
portato un bel po' di sacchetti. Là dentro è pieno di pezzi sparsi.
— Meraviglioso — grugnì il medico.
Il poliziotto abbassò lo sfollagente e li fece passare oltre.
Fin qui ci siamo, si disse Gillian.
Davanti alla porta c'era un altro agente, una donna. Le sue
dita erano occupate a battere sulla tastiera di un terminale
portatile. Al loro passaggio alzò appena gli occhi.
Alla faccia della sicurezza, la complimentò fra sé Gillian. In
fondo al breve vestibolo dai vetri Azzurrati scostò la tenda e
accennò alla squadra medica di precederlo nell'interno. Il
medico fece un passo e si fermò di botto.
— Gesù Cristo!
Gillian li oltrepassò. — Aspettate. Per ora non toccate niente
— ordinò. Era fortunato. All'apparenza nessun cadavere era
ancora stato rimosso.
Un miscuglio di poliziotti e di Sorveglianti si aggirava
intorno alle vittime come uno sciame di mosche affamate.
Alcuni prendevano delle misure, altri scrivevano o dettavano
su terminali tascabili. Al centro della sala un paio di
Sorveglianti stavano montando una microcamera su un
treppiede. Una volta in funzione, gli scanner multipli
dell'apparecchiatura rotante avrebbero immortalato il carnaio
registrandone scientificamente ogni parametro.
Tre ufficiali in uniforme nera e dorata abbaiavano ordini ai
loro sottoposti non meno che agli agenti della polizia locale.
Questi ultimi non celavano il loro malumore per la presenza
degli uomini di Artwhiler. Gillian avanzò dritto verso di loro,
con le mani dietro la schiena e l'espressione rigidamente
accigliata, come se lui solo avesse il diritto e l'autorità di
trovarsi lì dentro.
Quando fu in mezzo al locale, accanto alla microcamera, si
fermò. Soltanto allora, rilassandosi, concesse ai suoi sensi di
prendere atto di quello spettacolo brutale. Lo analizzò un
frammento alla volta: la metà inferiore di un uomo snello
vestito come un pirata, con una borsa odorosa alla cintura; il
corpo squarciato di una donna sotto un lavandino rosso di
sangue, oltre la porta aperta del cesso; un colosso calvo a cui
mancava completamente la faccia...
Micromissili? Il pensiero s'introdusse nel suo procedimento
di assimilazione visuale. L'individuo senza faccia era stato
colpito da un proiettile incendiario autopropellente. I Terminus
non venivano addestrati spesso all'uso di quell'arma.
Gillian chiuse gli occhi, costrinse la sua consapevolezza a
lasciare il posto all'automatismo della percezione occhio-
cervello. Ma quando li riaprì le immagini parvero esplodere in
lui.
I cadaveri erano sparsi fra i tavoli, vittime di proiettili e di
raggi, dilaniati e scagliati qua e là per il locale. Un uomo che
sembrava essersi gettato verso la porta aveva avuto il cranio
trapassato da una falce Cohe. Lo scudo d'energia che ancora lo
circondava al momento della caduta era collassato a contatto
del pavimento, non prima d'essersi riempito del suo stesso
sangue.
La sua consapevolezza rifiutava di farsi da parte. Gillian si
scoprì incapace di smettere di ragionare lucidamente su quella
scena.
C'è qualcosa di sbagliato.
Fece il giro della sala, ignorando i poliziotti e i Sorveglianti
come loro ignoravano lui. Sul lato più interno, rovesciato in
avanti su un tavolino e con l'orecchio destro poggiato in una
chiazza di brandy, c'era Urikov. Gillian non ebbe difficoltà a
identificare il contrabbandiere, poiché gli agenti gli avevano
già legato a un polso un'etichetta col nome. Il piccolo foro sulla
fronte testimoniava che la falce Cohe l'aveva ucciso in modo
pulito e indolore. Stranamente pietoso. Un Termi che si
divertiva assaporando il contrasto fra la carneficina e
l'eutanasia? Gillian scosse il capo, perplesso.
Sul pavimento accanto al tavolo giacevano il colosso senza
faccia e il corpo, altrettanto massiccio, di un uomo decapitato.
La testa non si vedeva, lì attorno. Per un lungo momento
Gillian si chiese cosa l'avesse colpito in quel cadavere. Certo
non la decapitazione in se stessa. Da molto tempo era abituato
ai risultati dell'attacco di un Paratwa. La maggior parte degli
uccisori provavano un gusto matto a usare la falce Cohe per
tagliare...
Tagliare! Le immagini si unirono in uno schema; la
consapevolezza divampò come una fiamma dalle braci
semispente. Un pensiero lottava per concretizzarsi, avido di
indizi che lo confermassero.
Non era un Termi! Il Paratwa che aveva furoreggiato in quel
locale non era uscito dai Laboratori Terminus.
Si accorse che gli tremavano le mani. Girò lo sguardo per la
sala e lo svolgimento dell'azione gli fu chiaro.
Un Termi avrebbe tagliato, ma la ferita intorno al collo
mozzo del colosso non era fatta da un colpo di taglio del
raggio. Le ustioni erano uguali sia da una parte che dall'altra.
Due raggi? Possibile che fosse stato preso in un fuoco
incrociato di due falci Cohe?
No! Non è affatto così! Un brivido d'emozione costrinse
Gillian a inginocchiarsi. Passò le dita intorno al moncone del
collo e notò che la carne era stata ustionata uniformemente
anche sotto il punto dov'era avvenuto il taglio.
Un raggio solo, non due! L'uomo era stato ucciso da un
raggio che gli aveva girato intorno al collo, bruciato la carne, e
poi, a un semplice gesto della mano del Paratwa, s'era stretto
come un cappio da tutti i lati. Il colosso non era stato
decapitato. Era stato garrotato.
Nell'ambiente degli uccisori quella era nota come la
«Tecnica Lariat». E soltanto un tipo di Paratwa aveva mai
posseduto quella sottile abilità con la falce Cohe.
Gillian si rialzò lentamente. La tensione gli attanagliava ogni
muscolo del corpo.
Di nuovo esaminò il locale. Molti particolari assumevano ora
un significato ai suoi occhi. Il Paratwa non era entrato per
uccidere. Si trovava già lì quando un imprevisto, il precipitare
di eventi non calcolati, l'aveva costretto ad agire per difendersi.
Colto di sorpresa, la sua maschera da Termi era
momentaneamente caduta. Aveva reagito in modo emotivo,
non premeditato. Un Jeek Elemental aveva scatenato i suoi
micidiali istinti usando tutta la capacità di uccidere a cui era
stato addestrato.
E Gillian conosceva il suo nome.
Lo schema del massacro diventava sempre più chiaro. I
particolari restavano avvolti nel vago, ma l'insieme aveva
contorni precisi e forme comprensibili. Lui sapeva. Non c'era
bisogno d'altro per vedere nitida la firma di quel Jeek, non nella
mente di Gillian. Lui lo aveva già incontrato oltre duecento
anni prima, in un bar non troppo diverso da quello, nella città
di Boston sulla Terra.
Era lo stesso Jeek che aveva distrutto la sua squadra e per
poco non era riuscito a ammazzare anche lui. Era Reemul, il
vassallo-killer degli Ash Ock.
Un nuovo ritmo s'impadronì di lui, rafforzando la sua
lucidità e spingendo il tormento per Catharine in un angolo
remoto del suo subconscio. Tutto assumeva un senso
completamente diverso.
Quella non era più soltanto una caccia al Paratwa. La partita
si riapriva con una mano di carte distribuita dal destino. E la
posta messa in palio due secoli prima era di nuovo sul tavolo.
Gillian andò all'uscita e scostò la tenda. Il medico lo prese
per un braccio.
— Ehi, e noi cosa dobbiamo fare? Vuole che cominciamo a
ripulire tutto?
Lui scosse il capo. — Restate qui. Quando il sopralluogo
sarà finito ve lo diranno.
Prima che il medico dicesse qualcos'altro uscì in strada e si
avviò verso il cordone di poliziotti. La folla sembrava ancor
più numerosa e più ribelle alle restrizioni. Altre auto della
polizia stavano arrivando. Nessuno ostacolò il passaggio di
Gillian.
Lui li ignorava. I suoi pensieri erano già volti al futuro.
Il vassallo-killer. Il gioco era cambiato, tuttavia, e non
soltanto per lui. La presenza di Reemul nelle Colonie
autorizzava ipotesi assai allarmanti. Era necessario dare per
scontato che uno o più Ash Ock fossero lì.
Una delle vetture dei Sorveglianti se n'era andata, e l'autista
ne aveva approfittato per spostare il taxi in strada e voltarlo
dalla parte opposta. Jerem era seduto accanto a lui, e i due
ridevano guardando uno sketch sullo schermo incassato nel
cruscotto. Gillian salì sul sedile posteriore.
— Possiamo andare.
Il tassista si strinse nelle spalle, spense lo schermo, mise in
moto e partì.
— Hai visto qualcosa? — domandò Jerem.
— Sì. Ho visto qualcosa.
27

Rome era in ritardo. Nell'invitarlo al suo ricevimento di quel


venerdì sera Lady Bonneville aveva specificato che sarebbe
stata pronta a ricevere gli ospiti alle sette, ed erano già quasi le
nove e mezzo. Anche Angela, che cinicamente credeva nel
ritardo calcolato, avrebbe inarcato le sopracciglia. Ma lui non
poteva farci niente. Gli avvenimenti frenetici di quella
settimana l'avevano scaraventato in un gorgo interminabile di
conferenze al vertice col suo staff della E-Tech.
Un paio di servitori armati gli si fecero incontro quando uscì
dall'ascensore. I due lo scortarono in silenzio alla porta del
vastissimo attico, quindi tornarono al loro posto di controllo nel
corridoio privato. La sorveglianza era stretta. Aveva già
contato nove guardie sul percorso dal parcheggio a lì.
— Rome, apprezzo molto che tu sia potuto venire.
Lady Bonneville indossava un vestito lungo fino al suolo in
tessuto lucido e con disegni scozzesi fiammeggianti. Una serie
di linee verticali più scure contribuiva a snellire la sua figura
grassoccia. Anche quella sera, come alla riunione del Consiglio
di mercoledì, i suoi capelli erano di un matronale grigio-
azzurro e riuniti in un concio che aumentava di un palmo la sua
altezza.
La donna s'incamminò al suo fianco nel largo vestibolo
prima che lui potesse togliersi la curiosità di osservare il
Picasso senza cornice montato nel battente della porta.
— Sapevo che tu saresti stato uno degli ultimi — sospirò. —
E la cara Angela? — Si finse severamente accigliata. —
Lasciare a casa la metà migliore della coppia! Dovresti
vergognarti.
Rome sorrise. — Temo che non si senta troppo bene, da un
paio di giorni. Ti prega di scusarla. — Ad Angela i ricevimenti
troppo affollati non piacevano, e li evitava finché possibile.
— Be', sei perdonato. — Lady Bonneville s'illuminò. — Per
fortuna hai avuto il buon senso di invitare quel simpaticissimo
amico di tuo figlio.
Rome tossì. — Un amico di Antony?
— Ora non fingere di essertene dimenticato. — La donna
aggrottò le sopracciglia. — Hai invitato tu il signor Nicholas,
vero?
— Il signor Nicholas. Oh, sì. Naturalmente.
Lady Bonneville apparve sollevata. — È un vecchio amico
di tuo figlio Antony. Mi ha detto che l'altra sera ha cenato da
voi. — Ebbe un sorrisetto. — Le guardie non volevano
lasciarlo passare, ma ha fatto una tale scenata che hanno
dovuto chiamarmi. E quando ha descritto te e Angela e
l'interno della vostra casa con abbondanza di particolari...
— Sì, mi ero dimenticato di averlo invitato. Avrei dovuto
darti un colpetto di telefono, ovviamente. Scusami. — Il
pensiero di Nick che interagiva con lo strato più alto della
società irryana lo rendeva inquieto.
Il vestibolo si allargava in una zona fiorita, e al di là di
alcune sottili arcate c'era il vastissimo salone dell'attico,
suddiviso in tre zone da altri colonnati e risonante del clamore
di decine e decine di conversazioni. Lady Bonneville ignorava
il significato del verbo «limitarsi». Rome stimò che soltanto nel
salone ci fossero almeno trecento persone, senza contare i
camerieri.
Una donna dai lunghissimi capelli rossi dirottò Lady
Bonneville per un braccio e la costrinse a lasciarsi fagocitare da
un gruppo di ospiti. Rome sospirò. Avrebbe voluto fare due
chiacchiere con Nick, ma localizzare l'ometto in quella marea
di gente dalla variopinta eleganza sarebbe stato un problema.
Girando attorno lo sguardo individuò invece,
immancabilmente, Drake. I due metri del Consigliere di pelle
nera torreggiavano su un gruppetto di senatori irryani e di
burocrati assortiti. In quel momento Drake stava annuendo con
calma a ciò che uno di loro aveva detto. II suo volto era
atteggiato all'espressione di sempre, fredda, attenta, illeggibile.
Rome si mosse attraverso gli ospiti, con l'idea di mettere una
certa distanza fra sé e il gruppo di Drake.
— Sal-ve, Fran-co.
— Nu-Lin! — Lui sorrise, accostandosi alla collega del
Consiglio e ai due uomini che la affiancavano. — La tua
eleganza è stupefacente, come al solito. — Bianche volute di
organza le cadevano dalle spalle snelle, trasformandosi
misteriosamente in una blusetta arancione. La gonna, lunga
fino alla caviglia, era rosso fiamma con penduli arcobaleni di
foglie. Due mezzelune di smeraldi applicate alle guance
mettevano in risalto le tonde protesi del suo impianto vocale
sotto di esse.
— Presumo che tu co-nosca già que-sti due genti-luo-mini.
— Gli occhi azzurri di lei ebbero un lampo.
Rome scambiò una stretta di mano dapprima con il più
vicino, un uomo sui settantanni magro e calvo. — Senatore
Oberholtzer. Come sta?
L'altro ebbe una smorfia di finta disperazione. — Non troppo
bene, temo, Consigliere. Il mio sistema nervoso è affetto da
gravi ulcere psichiche da quando sono entrato nel salone di
Lady Bonneville. — Abbassò lo sguardo, strisciando la punta
di un piede al suolo. — Una pavimentazione di quattromila
metri quadri in assicelle di mogano è già abbastanza
sconvolgente, ma questi quadri... — Accennò col capo verso
una parete.
— Ho già contato due Picasso, un Haynie, tre Turner e un
Renoir. — Ridacchiò. — Dopo il Renoir ho cominciato a dire
«Io stavo bene, grazie».
Una lunga toga marrone a ricami grigi ondeggiò, quando il
secondo uomo si fece avanti. — Lady Bonneville dà un
significato esuberante al concetto di «sovrabbondanza».
Rome non sentì alcuna critica in quelle parole. Gli porse la
mano. — Buona sera, eminenza.
Il vescovo Vokir gli restituì una stretta salda. Poi ritirò le dita
e concesse alle sue braccia di immergersi fra le pieghe
dell'abito. — Consigliere Franco, è un piacere rivederla.
L'ultima volta è stato... tre anni fa? Alla cerimonia
d'inaugurazione del terminal Irrya Sud per le navette, se ricordo
bene.
— Lei ha buona memoria.
— I miei doveri religiosi lo richiedono. — Sorrise. — Faccio
anche un lauto uso di registratori da tasca. Mio malgrado, devo
confessare che l'età è crudele con la memoria come con la
carne.
Il senatore Oberholtzer annuì gravemente. — È un peccato
che l'uomo invecchi con tanta rapidità.
— Rapi-dità è un termine re-la-tivo. Gli esseri u-mani, in
genere, tendono ad acce-le-rare la velo-cità della vita. Un
obiettivo dei vivi dovreb-be essere in-vece quello di ri-durre la
loro ten-denza ad acce-le-rare.
Il senatore Oberholtzer alzò una mano per far avvicinare un
cameriere di passaggio. — Detto così sembra meraviglioso,
Consigliere. Ma cosa significa?
Un sorriso enigmatico aleggiò sulle labbra di Nu-Lin. — I
pre-Apo-calit-tici cer-cavano di esten-dere la durata della vita
u-mana. Un obiet-ti-vo molto più reali-stico sarebbe di rallen-
ta-re la velocità della vita. Mette-re l'indi-vi-duo in grado di
assa-po-rare l'espe-rienza, l'attimo fug-gente.
Il cameriere, circondato da un vassoio a cintura, attese in
silenzio mentre il senatore si preparava da solo un gin al seltz.
Rome notò che faceva scarsissimo uso di acqua di seltz.
— Forse — opinò, — la gente non vuole assaporare ogni
attimo. — Attese che il cameriere s'allontanasse. — A volte la
vita è molto tediosa.
— Non potrei essere più d'accordo — affermò il senatore
Oberholtzer alzando il bicchiere in un brindisi scherzoso. — Io
per primo non sopporterei di vivere ogni singolo attimo
dall'inizio alla fine.
Il vescovo gli sorrise. — A un uomo nella sua posizione, non
posso certo dare tutti i torti. Rappresentare l'elettorato di Sirak-
Brath dev'essere un incarico snervante.
Oberholtzer bevve un lungo sorso e scosse il capo. — Io
sono nato in quella Colonia, eminenza, e posso dirlo senza
tema di smentita: tutto ciò che si racconta di Sirak-Brath è una
sporca bugia. La verità è infinitamente peggiore.
— I fon-di della ICN dovrebbero pla-care la sua ama-rezza,
senatore. La ristrut-tura-zione prenderà del tempo, ma io posso
vedere il gior-no in cui la sua gente sarà orgo-gliosa di quella
Co-lonia.
— Mi perdoni se non condivido la sua fede, Nu-Lin —
replicò il senatore.
— La fede, almeno, può essere condivisa — disse il
vescovo. — Ma lo scettico viaggia da solo.
Oberholtzer rise. — Lei è mai stato a Sirak-Brath, eminenza?
— Diverse volte.
— Ed è ancora convinto che si tratti di una Colonia umana?
Il vescovo esitò. — La gente non vede radici a Sirak-Brath.
Dove ci sono le radici, solo là è la speranza.
Il senatore Oberholtzer finì il suo gin d'un sorso. — Molto
interessante.
— I Co-steau in-corag-giano abitudini di vita nega-tive,
senatore. È la loro in-fluen-za che dev'essere cana-lizza-ta
altrove.
Rome sentì l'impulso di dire la sua. La minaccia dei Costeau
era uno dei pochi argomenti su cui non era d'accordo con Nu-
Lin.
— Non c'è un legame dimostrato fra i problemi di Sirak-
Brath e la presenza dei Costeau. Probabilmente i primi hanno
attirato i secondi.
Il senatore Oberholtzer lo fissò. — Nessun legame? Lo dica
alle vittime delle violenze quotidiane che accadono nella mia
Colonia.
Rome scosse la testa. — Dobbiamo distinguere fra i pirati e
le bande di spacciatori e contrabbandieri che commettono
crimini legati alla loro attività.
— Sono tutt'uno — disse Oberholtzer. Girò lo sguardo per la
sala alla ricerca di un altro cameriere.
Rome si volse a Nu-Lin. — Credo che i pirati siano diventati
un capro espiatorio sociale. Abbiamo il vezzo di incolparli di
tutti i nostri guai.
— I Costeau sono spazzatura umana — borbottò
Oberholtzer.
Nu-Lin sorrise candidamente. — Io non lo di-rei a voce trop-
po alta, senatore. — Accennò col capo verso un terzetto di
uomini al di là di un'arcata, più in basso. — Potrebbe offendere
alcu-ni ospiti del rice-vi-mento.
Rome seguì il suo sguardo. I tre individui sul bordo della
terrazza si tenevano appartati dagli altri. Due avevano folte
barbe color sale e pepe e completi di stoffa nera. Il terzo, più
anziano e curvo, indossava un lungo mantello grigio.
Quest'ultimo intercettò l'occhiata di Rome, e sul suo volto
rugoso prese forma l'accenno di un sorriso.
— Costeau? — domandò lui, sottovoce.
Nu-Lin annuì.
— Questo è l'ultimo posto dove dovrebbero farsi vedere —
grugnì Oberholtzer, stupito.
— Chi li ha invitati? — chiese ancora Rome.
— Pre-sumo che soltanto la no-stra ospite avrebbe po-tuto
accollarsi questo pri-vi-legio.
— Speriamo che Lady Bonneville abbia ricordato di
deodorare la sua camera da letto — fu il commento del
senatore. — Alcuni di quei pirati puzzano tanto che occorrono
mesi per far sparire l'odore.
Nu-Lin sorrise. — Fortu-nata-mente, quei tre sono stati deo-
doriz-zati. Ma non si trat-ta di pirati co-muni. Sono capi del
clan degli Alexan-der. Il più vecchio è cono-sciu-to come il
Leo-ne.
Il Leone degli Alexander? Rome aveva già sentito quel nome
in passato. S'era sempre immaginato una figura più imponente.
Oberholtzer indicò attorno a loro col bicchiere vuoto. —
Dov'è andato a finire Artwhiler? Se sapesse che qui ci sono dei
pirati, sarebbe capace di buttarli in strada personalmente.
Il vescovo Vokir distolse lo sguardo dai Costeau e si volse a
Rome. — Lei sa che la Chiesa della Fede è molto attiva anche
su Sirak-Brath? Migliaia di anime entrano nelle nostre
missioni, in cerca delle radici e della salvezza.
Contrabbandieri, prostitute, ladri, gente dedita all'eroina e al
grog, dipendenti di laboratori messi fuorilegge da voi... e
perfino alcuni impiegati della E-Tech. Tutti vengono per essere
salvati. — Fece una pausa d'effetto. — Ma potrei contare sulle
dita di una mano i pirati che hanno messo piede in una nostra
missione negli ultimi cinque anni.
— E cosa può aspettarsi da ignoranti e criminali di quel
genere? — brontolò Oberholtzer.
— Io mi aspet-terei in-soddis-fa-zione, e volontà di
cambiare. Almeno fra un buon nu-mero di Coste-au.
— La nostra non è la sola chiesa delle Colonie — precisò il
vescovo. — Tuttavia molti ministri di altri culti condividono la
nostra insoddisfazione per i pirati.
Il senatore Oberholtzer rise raucamente. — A cosa vi serve
la pluralità dei culti, quando avete a che fare con dei rifiuti? —
Gettò un'occhiata astiosa verso la terrazza. Aveva parlato a
voce alta, ma i Costeau non l'avevano udito o lo stavano
ignorando.
Rome decise di lasciar cadere l'argomento. A suo avviso, i
Costeau erano da ammirare per aver resistito alle lusinghe della
Chiesa della Fede. La religione di Vokir non offriva che
un'altra via di fuga dalla realtà della vita, socialmente più
accettabile della droga ma altrettanto fuorviante come forma di
assuefazione. Né la fede né il vizio consentivano il confronto
intimo con se stessi e la possibilità di riconoscersi come
creature della natura, né divine, né bestiali.
Era politicamente improduttivo contraddire il più potente
leader religioso delle Colonie, ma Rome non seppe trattenere
una leggera frecciata.
— E un bene che la sua Chiesa cerchi di diminuire
l'affluenza nei cimiteri di Sirak-Brath. Sono certo che quelle
povere anime riconosceranno che c'è un gran profitto nella loro
resurrezione sulla Terra.
Al vescovo Vokir non sfuggì l'enfasi da lui messa sulla
parola «profitto», e si accigliò un tantino. Il senatore
Oberholtzer stava agitando freneticamente una mano verso un
cameriere lontano.
Nu-Lin si coprì la bocca con una mano e tossì. Rome non ne
fu certo, ma gli parve che la collega del Consiglio cercasse di
mascherare una risatina.
La mia è stata probabilmente una stupidaggine, pensò. Non
dovrei rischiare d'inimicarmi quest'uomo. Il vescovo Vokir
aveva alleati potenti.

Il vescovo fissò il direttore della E-Tech. Codrus ha ragione.


Franco è pericoloso. E si augurò che non fosse necessario
incaricare Reemul di eliminarlo.
Nel clima politico di quei giorni, mentre gli avversari della
E-Tech inasprivano i loro attacchi in reazione all'opposta
tendenza della gente, l'assassinio avrebbe sicuramente
trasformato Rome Franco in un martire. Inizialmente ciò
avrebbe servito i piani degli Ash Ock, in quanto fattore di
destabilizzazione. Ma Codrus aveva deciso che i martiri
potevano generare effetti imprevedibili a lungo termine. Gli
Ash Ock non avrebbero corso quel rischio, salvo che in caso di
emergenza.
Il vescovo si scusò con gli interlocutori. — Ho bisogno di un
po' d'aria fresca. — E s'incamminò verso la terrazza.
Non è di aria fresca che ho bisogno. All'esterno salì una breve
rampa di scale e passò sulla balconata che circondava l'attico di
Lady Bonneville.
Quella notte non c'erano nubi a offuscare l'atmosfera di
Irrya. Gli altri due settori urbani della Colonia brillavano di
luci. I grattacieli ne emergevano come nidi di cristalli orientati
verso il centro del cilindro. La fasce di tenebra alternate
mettevano ancor più in risalto l'intricato disegno delle strade e
degli edifici. Poche stelle erano visibili oltre i settori di vetro;
deboli e lontane, non potevano rivaleggiare coi megawatt di
energia elettrica che l'umanità sprecava nelle sue notti.
Il vescovo si avviò lungo l'orlo fiorito della vasta balconata.
Altri ospiti erano usciti a godersi il panorama. Lui si fermò a
una certa distanza da loro, appoggiò le mani alla balaustra e
guardò la strada, quattordici piani più in basso.
È doloroso, pensò. Nella separazione, il desiderio di riunirsi
può essere represso con facilità sempre maggiore. E poi, d'un
tratto, le necessità sociali richiedono la presenza di entrambi
nello stesso luogo.
Il vescovo sospirò. La distanza fisica, in se stessa, non aveva
inconvenienti di rilievo per i gemellari di un Ash Ock. Ma
essere insieme nella stessa sala affollata di gente, e avere il
modo di osservare quella gente da due diverse prospettive,
rappresentava una tentazione irresistibile. Il bisogno di unirsi
aumenta. I nostri pensieri bramano di avvinghiarsi in una sola mente.
Osservò il traffico delle auto nella strada sottostante. La
nostra necessità può diventare così intensa che perfino lo
specchio non è più indispensabile per collegarci. La nostra
coscienza si tocca anche senza il catalizzatore dell'immagine
riflessa.
Per fortuna, guardare due cose molto diverse aiutava a
ridurre la pressione del desiderio. Così lui avrebbe tenuto gli
occhi sulla strada per un poco, dando modo al gemellare-
Consigliere di recitare tranquillamente la commedia dei
rapporti sociali. Unirsi in pubblico avrebbe costituito un rischio
troppo elevato.
Non qui, comunque. Non in mezzo a gente così acuta e
intuitiva. Sarebbe pericoloso.
Le probabilità che Codrus destasse i sospetti di uno di loro
erano astronomicamente basse. Il suo monarca, pensò, non
avrebbe avuto difficoltà a comunicare attraverso i due
gemellari come quando erano separati. E tuttavia c'era sempre
la possibilità di un incidente. Un attimo di dolore fisico
imprevisto, ad esempio: una scarpa che calpestasse un piede a
un gemellare facendo emettere un involontario gemito alla
bocca dell'altro. Il vescovo scosse il capo. Niente contava
quanto gli obiettivi a lungo termine degli Ash Ock.
Qualche settimana addietro, prima che Reemul desse inizio
al suo regno del terrore, avrebbero osato unirsi in pubblico e
riformare Codrus. Ma i sanguinosi attacchi del Jeek avevano
risvegliato timori arcani nella gente. Negli ultimi giorni lui
aveva notato con quale sospetto venivano guardati gli
sconosciuti. La maggior parte dei cittadini non lo avrebbe mai
ammesso, ma le loro stesse facce li tradivano. La gente non si
sentiva abbastanza protetta dai massacri del Paratwa, e reagiva
acutizzando le sue percezioni contro ogni potenziale pericolo.
Anche i più selezionati esponenti dell'alta società di Irrya, quasi
tutti presenti al ricevimento, non erano immuni a quell'istinto.
Avevano una collaudata esperienza nel celare i loro sentimenti,
ma la paura e la tensione c'erano.
E la paura e la tensione testimoniavano che la successione di
eventi programmata da Codrus dava buoni frutti. Reemul si
stava comportando bene. Qualche altro sapientemente
orchestrato e sanguinoso raid, diretto in parte a colpire anche la
E-Tech, e le Colonie sarebbero state pronte per l'attacco
conclusivo.
Codrus aveva riflettuto a lungo sul problema di come
rimettere in stasi Reemul, decidendo che gli sarebbe convenuto
informare il Jeek del suo destino solo al momento di affidargli
l'ultimo raid. L'ira di Reemul sarebbe stata placata dal pensiero
che lo aspettava un'impresa tale da eccitare gli istinti di
qualsiasi uccisore. Codrus aveva anche stabilito di far
coincidere l'attacco finale con uno dei sanguinosi sfoghi
periodici di Reemul. Subito dopo aver macellato, sazio e
tranquillo, il Jeek si sarebbe lasciato manovrare e rimettere in
una capsula di stasi con relativa facilità.
Questo, almeno, era il progetto di Codrus. Con Reemul c'era
sempre un fattore d'incertezza di cui tener conto.
E Reemul non era il solo problema. Il vescovo si chiese di
nuovo fino a che punto era un caso la presenza al ricevimento
dei tre capi degli Alexander, il clan che Max aveva pagato per
prelevare e risvegliare Reemul.
È una coincidenza. Non può essere altro. Tuttavia avrebbe fatto
meglio a informarsi del perché quei Costeau si trovavano lì.
Il vescovo si scostò dalla balaustra. Il rischio è un elemento
della Natura. Per Codrus, il premio di tutti i suoi sforzi sarebbe
stato immenso: il secondo avvento, la definitiva sovranità dei
Paratwa sugli esseri umani.
Il vescovo sorrise. I suoi obiettivi erano più modesti.
Io sarò libero di esistere come un intero.

Rome individuò Nick in un gruppo di personalità irryane, fra


cui anche Artwhiler e Lady Bonneville. L'ometto indossava
una tuta di tela indiana in tre pezzi, azzurra e oro, alti stivali
bianchi e un berretto floscio con su stampata la doppia elica del
DNA. Così abbigliato sarebbe stato fuori posto ovunque.
—... e così — concluse Nick, — il piazzista disse al fattore:
«Volevo soltanto un bicchiere di latte. Non mi sono neanche
accorto che nella stalla ci fosse vostra figlia, lo giuro. Io ero
convinto di mungere la vacca!».
I presenti scoppiarono a ridere. Artwhiler gettò indietro la
testa e rise così forte che le medaglie ballarono sul petto della
sua uniforme nera e dorata.
Lady Bonneville si volse a guardare Rome. Ridacchiando lo
prese per un braccio e lo attirò nel gruppo.
— Oh, zio Rome! — lo salutò Nick. — Sono contento che tu
ce l'abbia fatta.
Lui guardò le facce allegre che lo circondavano e sperò che
il suo sorriso non apparisse troppo ringhioso. — Già. Bene...
sembra che io mi sia perduto un bel po' delle tue storielle
amene.
La compagna di Artwhiler, una splendida rossa in un attillato
abito di lamé, domandò: — Nicholas, il Consigliere Franco è
sul serio tuo zio?
— No, mia cara. È solo che Antony, il figlio di Rome, e io
siamo amici fin da ragazzi. Così ho preso l'abitudine di
chiamarlo zio. — Nick sogghignò come un groggyclown.
La rossa corrugò le delicate sopracciglia, poi si girò a
sussurrare qualcosa in un orecchio di Artwhiler. Il Comandante
Supremo dei Sorveglianti scosse severamente il capo.
— Ebbene, io voglio chiederglielo lo stesso — proclamò la
rossa. — Signor Nicholas, spero che lei non se ne offenda, però
io devo assolutamente saperlo. Mi dica, la sua bassa statura è
un'eredità genetica di famiglia, oppure è dovuta a una
deficienza ormonale?
Lady Bonneville tossicchiò. Alcuni degli altri distolsero lo
sguardo. Nick, invece, si poggiò le mani sul petto e rise.
— Be', come disse il ragazzino attraverso la griglia del
confessionale: Sappiamo tutti e due che in famiglia non ci sono
deficienze ormonali... papà! — Attese che la rossa smettesse di
ridere e continuò: — La verità è che la mia rimarchevole
statura non dipende da nessuna di queste due cause.
— Nessuna delle due? — si stupì la rossa. — Com'è
possibile? Se non è l'una, dev'essere l'altra.
— No, mia cara. Esiste una terza causa per le scarse
dimensioni fisiche. — Nick abbassò gli occhi e scosse
tristemente il capo. — È molto duro per me ammetterlo, ma
qualche volta la verità va detta, per la pace dell'anima. — Esitò.
— Vede, il fatto è che la mia era una famiglia povera. Da
bambino non avevo fratelli maggiori... e purtroppo neanche in
seguito ne ebbi mai. — Di nuovo aspettò che le risate si
spegnessero.
— Ma questo cosa significa? — chiese la rossa.
— Per tutta l'infanzia dovetti mettermi sempre lo stesso
vestito — sospirò Nick.
Artwhiler ruggì una risata tonante. Quasi tutti gli altri
stavano già sorridendo o ridacchiando.
La rossa sbatté le palpebre. — Lei sta scherzando, vero?
Nick le prese gentilmente una mano e gliela baciò. —
Complimenti, mia cara. Il suo intuito è eccezionale.
La rossa parve molto compiaciuta. Rome si chiese dove
Artwhiler l'avesse pescata.
Un banchiere della ICN, che teneva un braccio attorno alla
vita del suo elegante amichetto, si rivolse a Nick.
— Signor Nicholas, questa è la prima volta che viene a
Irrya?
— Sì, è così. E confesso che fino a un mese fa non avrei mai
creduto che esistessero posti del genere.
La rossa annuì con energia. — Anch'io la prima volta ho
avuto uno shock.
Nick la accarezzò col suo sorriso.
— La sua impressione di Irrya è stata positiva, allora, no? —
chiese ancora il banchiere.
— In buona parte, sì.
— E che ne pensa dei terribili problemi che ci sta dando quel
Paratwa?
Nick sollevò un sopracciglio. — Già. Trovo un po' strano
che il mio hobby sia diventato la notizia del giorno.
— Hobby? — domandò la rossa.
— Sì. Per molti anni sono stato un esperto e un appassionato
della storia dei Paratwa. Quelle creature mi hanno sempre
affascinato.
La faccia di Artwhiler s'era scurita. Lady Bonneville rivolse
a Rome un sorrisetto perplesso.
Perché diavolo Nick racconta queste balle? si chiese lui.
La rossa s'era bellicosamente accigliata. — Quello
spaventoso criminale dovrebbe essere arrestato e messo in
prigione!
— Più facile dirlo che farlo — la informò il banchiere. E
sogghignò in direzione di Artwhiler.
Il Comandante Supremo dei Sorveglianti erse la testa. —
Non c'è dubbio che lo prenderemo.
L'amichetto del banchiere sospirò come se svenisse. —
Santo cielo, lo spero proprio! Tutti hanno una tale paura di
uscire di casa la sera. E nessuno può dire dove quel terribile
individuo colpirà la prossima volta.
Rome scrutò quelli che aveva accanto. La loro attenzione
s'era fatta tesa appena avevano sentito menzionare il Paratwa.
La rossa annuì. — Capisco benissimo quello che vuoi dire.
— Prese sottobraccio Artwhiler e gli si strinse al fianco. —
Mio Dio, se non fosse per Arty avrei avuto paura perfino a
venire qui.
— Via, via, carina — la placò Lady Bonneville. — Le
garantisco che questa sera siamo perfettamente al sicuro. Ho
fatto prendere delle misure di sicurezza eccezionali.
— Quelle normali — annuì il banchiere — non sembrano
all'altezza di fermare quella creatura.
Artwhiler strinse i denti, irritato.
Al gruppo si unì Nu-Lin, seguita subito dal senatore
Oberholtzer che aveva fatto una deviazione verso il vassoio di
un cameriere.
— Un Paratwa è un problema molto serio — disse Nick. —
Nel secolo ventunesimo era quasi impossibile ucciderli.
— Oh, no! — disse la rossa. — Questo non sta bene. La
pena capitale è proibita dalla legge.
— Temo che al momento della cattura sarà necessario o
inevitabile ucciderlo — spiegò Nick.
Rome avrebbe desiderato prenderlo per la collottola e
portarlo via da quella casa.
— Mi stavo chiedendo — disse il banchiere, — cosa
accadrebbe al Paratwa se le autorità... — e guardò Artwhiler,
— uccidessero uno dei due gemellari soltanto. Che ne sarebbe
dell'altro?
— Impazzirebbe — disse Nick. — Cadrebbe preda di un
attacco di follia distruttiva che culminerebbe con la sua morte.
— Come un uomo spaccato in due? — domandò l'amichetto
del banchiere.
— Qualcosa del genere. Il contatto si dissolverebbe, e il
gemellare superstite sarebbe incapace di pensare in modo
razionale. Uccidete uno dei due gemellali e avrete ucciso il
Paratwa.
Il banchiere sorrise e si volse ad Artwhiler. — Ha sentito,
Consigliere? Non è neppure necessario che i Sorveglianti
fermino tutto il Paratwa. Basta mandarli dietro uno dei
gemellari.
Il Comandante Supremo dei Sorveglianti arrossì. — Questo
uccisore è un codardo! Sa che deve colpire e fuggire, per non
essere preso.
Nick si toccò la lunga nappa del berretto. — Avete già
saputo a quale tipo genetico appartiene, Consigliere?
Artwhiler si piazzò le mani sui fianchi. — Tipo genetico?
Questo non significa niente — dichiarò a gran voce. — I miei
Sorveglianti sono addestrati a liberare la società dai parassiti.
Loro non stanno a preoccuparsi della genealogia dei criminali.
— Be' — disse Nick, — io ho letto che avendo a che fare coi
Paratwa è molto importante sapere a che tipo appartengono.
— È un uccisore Terminus — disse fieramente la rossa. —
Questo lo hanno detto i notiziari l'altro giorno.
— I cronisti televisivi sanno soltanto quello che gli viene
detto — grugnì sdegnosamente Artwhiler. — Lasciatevi
sfuggire una vaga supposizione, e loro la riporteranno come
verità sacrosanta.
Un deputato legato all'Unione Agricola si accigliò. —
Consigliere Artwhiler, questo significa che secondo lei
quell'uccisore non è del tipo Terminus?
Rome guardò Nick. Gli occhi dell'ometto scandagliavano gli
ospiti, frugavano, cercavano.
Artwhiler sbuffò, esasperato. — Come ho già detto, il tipo
genetico non significa niente. Un criminale è un criminale.
Questo omicida è più insidioso del comune, ma le sue azioni
emergono dalla stessa patologia mentale che affligge gli altri
elementi asociali delle Colonie.
Rome s'impose quello sforzo e tenne la bocca chiusa.
Nick scosse il capo. — Un Paratwa non appartiene alla
specie Homo Sapiens. Le nostre regole a lui non si applicano.
— Sciocchezze! — abbaiò Artwhiler.
Il ricevimento s'era fatto più silenzioso. Molti ospiti s'erano
avvicinati per sentire meglio. Nick girava lo sguardo a destra e
a sinistra sui loro volti attenti, conscio che in quella discussione
lo vedevano come l'antagonista di Artwhiler.
— I Paratwa — disse ancora il Consigliere, — sono una
creazione dell'uomo. Di conseguenza si possono definire parte
della razza umana. Soltanto la loro perversa sete di sangue li
rende diversi da noi.
— La loro non è sete di sangue — lo corresse Nick. —
Cercano il potere, il controllo sull'ambiente che li circonda... la
stessa cosa che vogliamo noi. Ma i Paratwa sono stati creati e
addestrati per cercare queste cose a spese degli esseri umani.
— Asociali — grugnì Artwhiler. — E quello con cui
abbiamo a che fare sarà presto rimosso dalla nostra società.
— I Sorveglianti hanno un nuovo piano? — chiese il
banchiere.
Artwhiler lo fissò. — Stiamo lavorando ai metodi atti a
fermare questa creatura. Non posso discuterne pubblicamente.
— Ho sentito dire — intervenne il deputato dell'Unione
Agricola, — che il Paratwa potrebbe consistere in un maschio e
una femmina.
Rome vide una luce eccitata negli occhi dell'uomo, e si
accorse che quell'emozione era condivisa da molti altri.
Sì, queste creature affascinano morbosamente. Il terrore dell'ignoto
ci spinge a giocare col nostro stesso subconscio. Ma c'era qualcosa
di più... una specie di appetito sessuale a livello animalesco,
primitivo. Rome non poté fare a meno di aggrottare le
sopracciglia, nel guardarli.
Stiamo riempiendo il varco. Stiamo diventando sempre più
uguali ai pre-apocalittici.
Nick rispose al deputato: — Di solito gli uccisori erano
maschio/maschio, oppure, più raramente, femmina/femmina.
Ma sono esistiti Paratwa formati da gemellari dei due sessi.
— Com'è strano — disse la rossa. — Mi domando se non
facessero l'amore fra di loro.
Nick sorrise. — L'incesto fra i gemellari, se così vogliamo
definirlo, era abbastanza frequente. Ma la forma di relazione
più comune consisteva nel trovare un paio di partner. Alcuni
Paratwa condividevano un solo partner.
— Un ménage à trois — ridacchiò l'amichetto del banchiere.
— Qualcosa di simile.
Rome notò anche Drake, qualche metro più indietro, che
ascoltava con calma. Le conversazioni nella sala cessavano
l'una dopo l'altra, mentre sempre più gente veniva da quella
parte.
Nick continuò: — Per ragioni mai completamente chiarite
dagli studiosi della psicologia Paratwa, molti di loro
diventavano ben presto pedofili.
La rossa fece una smorfia. — Questo non è bello. I bambini
dovrebbero esser lasciati in pace.
— Anche noi vorremmo esser lasciati in pace! — esclamò
una voce. Ci furono alcune risatine nervose, prontamente
azzittite da altri.
— Questi Paratwa non avevano genitori veri, no? — chiese
ancora la rossa.
— No — disse Nick. — I feti crescevano in laboratorio.
Personale femminile qualificato allevava poi i bambini
Paratwa, provvedendo loro le basi psichiche, emotive,
necessarie allo sviluppo infantile. Ma ai Paratwa era insegnata
l'autosufficienza fin dalla più tenera età, e quindi erano pian
piano allontanati dall'influenza di quelle pseudo-madri.
— Per curiosità — disse il deputato, — se uno di quei
Paratwa era formato da un maschio e da una femmina, come
pensava a se stesso? Di quale sesso si sentiva?
La rossa si umettò le labbra.
Nick scosse le spalle. — Da quanto ho letto in proposito, i
Paratwa misti solitamente si consideravano maschi.
— Sciovinisti — commentò Lady Bonneville.
Alcuni risero. Drake si fece più vicino. Vedendolo entrare
nel suo campo visivo, il banchiere si girò verso di lui. Rome
notò con interesse che Drake rivolgeva al suo uomo un cenno
del capo. Il banchiere sorrise e richiamò l'attenzione di
Artwhiler.
— Consigliere, corre voce che presto l'indagine sul Paratwa
sarà un'operazione congiunta dei Sorveglianti e della E-Tech.
Artwhiler inarcò le sopracciglia. — Se circola questa voce, è
la prima volta che la sento.
Il banchiere gettò un'occhiata a Rome. — Forse il
Consigliere Franco potrebbe offrire una certa assistenza ai suoi
uomini.
Così Drake si prepara a offrire il suo sostegno alla E-Tech.
Rome mantenne un'espressione accuratamente neutrale. La
ICN sta avvertendo Artwhiler che il Consiglio ha bisogno di
risultati. La pressione del pubblico aumenta. I Sorveglianti
devono fermare quella creatura.
Nu-Lin ne approfittò per sottolineare la crisi. — Spero che
questa misura non divenga necessaria.
Ad Artwhiler fu risparmiata la necessità di rispondere. Un
ufficiale dei Sorveglianti si fece largo fra i presenti e gli disse
qualcosa in un orecchio. Subito il Comandante si scusò e lo
seguì in fretta fuori dalla sala. Tutti cominciarono a parlare allo
stesso tempo. Fu la ragazza dai capelli rossi a riassumere la
preoccupazione generale:
— Spero che quell'orribile Paratwa non abbia causato altri
guai!
Il senatore Oberholtzer si fece avanti e puntò un dito verso la
terrazza. — Lo so io perché il Consigliere è uscito: per colpa di
quei dannati pirati! Probabilmente Arty è andato a cercare
aiuto, e poi li sbatterà a calci nello spazio.
Tutti si volsero da quella parte. Il Leone degli Alexander
sentì l'attenzione degli ospiti e restituì loro lo sguardo. Stava
sorridendo tranquillamente.
Lady Bonneville sospirò. — Via, senatore, non è il caso di
sfogare la sua ostilità per i Costeau. — Si girò anch'ella a
osservare il Leone. — Sono qui perché li ho invitati io
personalmente.
Oberholtzer portò alle labbra il bicchiere del gin, ma
trovandolo vuoto si limitò a leccare l'orlo. — Le mie scuse,
Lady. — Si poggiò cerimoniosamente una mano sul petto. —
Ma io sono un rappresentante del popolo, un uomo che conosce
quegli sporchi pirati per ciò che sono.
Stasera, pensò Rome, sei soltanto uno sciocco ubriaco.
Il deputato dell'Unione Agricola disse: — Non vorrei
sembrarle scortese, Lady, ma sono curioso. I Costeau vengono
piuttosto di rado a Irrya.
Rome s'accorse di una cosa strana: Nick e Drake si fissavano
intensamente, come se i loro occhi avessero ingaggiato
un'invisibile lotta di volontà. I due uomini misero termine a
quel singolare confronto mentre Lady Bonneville rispondeva
alla domanda del deputato.
— Ho invitato i Costeau perché dessero un po' di colore alla
serata.
Il banchiere, il suo amichetto e alcuni degli altri annuirono
educatamente. Era una ragione valida. I tre Alexander si
decisero a venire verso di loro.
Con un sorriso Lady Bonneville continuò: — In realtà, negli
ultimi cinque anni i capi dei maggiori clan Costeau hanno
sempre avuto un invito aperto ai miei ricevimenti. — Fece un
cenno verso il Leone degli Alexander. — Questo nobile
gentiluomo è il primo Costeau che mi abbia fatto l'onore di
accettare. Gliene sono grata.
Il vecchio le elargì un leggero inchino. Quando rispose fu
con voce sorprendentemente giovanile:
— L'integrazione è un obiettivo meritorio. Gli Alexander
sanno apprezzare questo desiderio.
Oberholtzer agitò rabbiosamente un dito. — Bugie! Su
Sirak-Brath i pirati di questo clan hanno minacciato la mia vita!
Il Leone guardò negli occhi il senatore. Poi, con calma, volse
le spalle al gruppetto.
Rossa di rabbia Nu-Lin fronteggiò il senatore. — Noi cer-
chia-mo delle solu-zioni. Lady Bonne-vil-le e il clan degli
Alexander stanno cercan-do di abbat-te-re una barriera, questa
sera. Le sue pa-role ini-biscono i loro ide-ali.
Oberholtzer scrollò le spalle. — Le mie parole sono
giustificate da...
— Signore e signori, prego, un momento di attenzione! —
annunciò Artwhiler a voce alta. Il Comandante dei Sorveglianti
era sulla soglia del vestibolo, con le mani sui fianchi, fra due
ufficiali armati. Le chiacchiere si smorzarono subito.
— I Sorveglianti hanno appena saputo che c'è stato un altro
attacco del Paratwa.
In sala echeggiarono mormorii luttuosi. Rome si girò a
cercare Nick con lo sguardo e constatò che l'ometto era sparito.
— L'uccisore ha colpito in un locale pubblico sulla Zeli, a
Sirak-Brath. Per ora non abbiamo altre informazioni. —
Artwhiler e i suoi uomini si volsero e uscirono a passi marziali.
Gli ospiti si riunirono in gruppetti, conversando
animatamente. La rossa mandò un gemito.
— E adesso chi mi riporterà a casa?
Lady Bonneville le diede un colpetto su una spalla. — Non
se la prenda, cara. La farò accompagnare da uno dei miei
chauffeur.
La rossa si girò verso il banchiere, sorridendo. — Le persone
molto ricche spesso sono anche molto generose. Lei non trova?

Il vescovo Vokir era preoccupato. Sulla balconata esterna


spirava ora una forte brezza serotina, che sollevava granelli di
polvere dalle aiuole della terrazza. Quattordici piani più in
basso la grossa auto nera e dorata di Artwhiler emerse da un
garage sotto l'edificio e silenziosamente accelerò nel largo viale
alberato.
Cosa diavolo ha fatto Reemul?
L'auto dei Sorveglianti girò bruscamente in una traversa due
isolati più avanti. Dal salone del ricevimento giungevano
frenetici e spezzettati mormorii di conversazioni.
— Sirak-Brath! Di tutti i posti... Forse i Sorveglianti
potranno bloccare quella fogna, intrappolare là quell'assassino.
— I Sorveglianti faranno quello che hanno sempre fatto:
niente!
— Sirak-Brath? Chissà, forse il Paratwa ha trovato una
residenza permanente.
La preoccupazione che emanava dal suo gemellare fluttuò
nella mente del vescovo, in cerca degli schemi del
collegamento e dell'unione, anelando a riformare Codrus. Il
vescovo resisté senza problemi. Sarebbe occorsa un'emozione
molto più forte per sopraffare il suo particolare autocontrollo.
Per adesso lui si sarebbe limitato a condividere il disagio del
suo gemellare.
Reemul ha agito senza ordini. Il bisogno di macellare non
poteva spiegare quel fatto; non era ancora il momento, per
Reemul. Più probabile che il Jeek avesse commesso
un'imprudenza.
Lo si doveva contattare al più presto. Codrus avrebbe voluto
calcolare i possibili danni. Forse sarebbe stato necessario
modificare il piano.
Ma il flusso di preoccupazione non era motivato soltanto
dall'attività di Reemul. Il gemellare-Consigliere del vescovo
aveva individuato la possibilità di un pericolo d'altro genere e
del tutto imprevisto.
Il piccolo uomo che dice d'essere amico del figlio di Rome
Franco. Il vescovo sentì la brezza fresca attraverso la toga. Chi
è? Si fa passare per un esperto «appassionato» della storia dei
Paratwa. Ha personalità. Sa sedurre con le parole, è
consapevole dell'effetto che ha sulla gente.
Il piccoletto era collegato a Rome Franco in vari modi.
E il Consigliere era proprio il tipo capace di introdurre un
elemento a caso. Ormai doveva essersi accorto che gli assalti
del Paratwa erano diretti contro la E-Tech. Poteva perfino aver
intuito l'altra più sottile verità: che questi attacchi avevano lo
scopo di migliorare la popolarità della E-Tech nelle Colonie.
Forse Rome s'era convinto che a manovrare il Paratwa fossero
dei suoi avversari politici.
Una mossa al buio. Rome Franco aveva portato al ricevimento
quell'ometto per avvisare il suo invisibile avversario che la E-
Tech aveva mangiato la foglia. Ma Franco non poteva sapere
chi fosse l'avversario. Il piccoletto restava un'arma senza un
bersaglio, puntata a caso nella notte.
Quelli della Gloria de la Ciencia non possono essere nel suo
mirino, comprese il vescovo. Franco li conosce.
Comunque, Codrus se l'era aspettato. Il piano conteneva
diverse imperfezioni secondarie. E per quanto bene fosse
manovrata l'attività di Reemul, alcuni dirigenti delle Colonie si
sarebbero assillati con sospetti molto vicini alla verità. Rome
Franco più di altri.
Dal suo gemellare continuava a provenire un senso di
disagio. Ad un tratto il vescovo si rese conto che quell'intera
concatenazione di pensieri poteva essere uno sbaglio. Esisteva
la possibilità, per quanto vaga, che l'ometto fosse un
Risvegliato dalla stasi.
Il vero nemico potrebbe essere lui.
Rome si accomiatò dalla padrona di casa e a passi lenti uscì
dal salone. Artwhiler se n'era andato da venti minuti e ancora
tutti discutevano animatamente del Paratwa. Ma a lui non era
sfuggito il rapido rilassarsi della tensione.
Per stanotte, siamo al sicuro. Quella creatura è lontana, su
Sirak-Brath.
Avrebbe voluto accalappiare Nick e portarlo dritto filato alla
sede della E-Tech. Ma era introvabile. Quella sera aveva fatto
il passo più lungo della gamba, borbottò fra sé Rome, più che
mai deciso ad avere una spiegazione con lui.
Fu mentre passava nel vestibolo che Rome, con la coda
dell'occhio, vide Nick. Era in fondo al corridoio laterale da cui
si passava nelle stanze private di Lady Bonneville. E di fronte a
lui, assai più alto malgrado le spalle curve, c'era il Leone degli
Alexander. Stavano agitando concitatamente le mani e si
scambiavano sussurri indecifrabili. Nel corridoio c'erano
soltanto loro due.
Rome s'accorse di aver stretto i denti ancor di più. Domani
avrò qualche domanda da farti, amico.
28

Alla banca automatica del Molo Kevin, lo scalo per le


navette da carico, Gillian ritirò trentanove cartotessere da uno
dei conti segreti di Nick.
Trentanove, un numero dispari. Era il suo segnale. Da lì a
un'ora il compagno, se gli fosse stato possibile, avrebbe atteso
la sua chiamata a un telefono pubblico prestabilito.
L'espediente aveva sempre funzionato abbastanza bene, anche
se per due volte, il giorno prima, Nick non aveva potuto
rispondere. Gillian si augurò che l'ometto stesse facendo
qualche progresso con Franco e Haddad. Comunicare con uno
stratagemma così complicato era seccante, a dir poco. Nick
doveva convincere la E-Tech a sostenere pienamente i loro
sforzi.
Forse con la prossima chiamata li avrebbe convinti lui.
Quando sapranno che il vassallo-killer degli Ash Ock è qui.
Jerem sospirò. — Perché non riesco a convincerti che non ho
voglia di vedere mia madre?
— Oh, mi hai convinto. Ora convinci te stesso che non
sempre puoi avere quello che vuoi.
— Io non ho mai avuto quello che volevo.
— Avanti, andiamo. — Gillian gli accennò di imboccare il
marciapiede mobile che entrava nel terminal.
Il porto commerciale di Sirak-Brath era più frequentato di
quello per passeggeri, e ospitava una sostanziosa fetta della
popolazione meno raccomandabile della Colonia. Prostitute dai
seni nudi si appoggiavano pigramente alle rampe delle navette,
scandagliando con lo sguardo gli ufficiali e i membri degli
equipaggi. Uomini e donne delle flotte mercantili potevano
trovare lì quello che cercavano, appena sbarcati, e la zona era
fortemente sorvegliata dai lenoni e dagli spacciatori che vi
facevano gli affari migliori. Numerosi groggyclown ululavano
le loro risate. Silenziosi inservienti in tuta nera si aggiravano
ovunque come topi. Sorveglianti e poliziotti locali scrutavano
sospettosamente ogni faccia nuova. Tre minorati mentali
camminavano con andatura traballante, tenendosi per mano,
girando qua e là sguardi ebeti. L'aria era piena dell'odore dei
pirati.
Gillian camminava dietro a Jerem, tenendogli una mano su
una spalla per guidarlo. Una dozzina di anziane Quetzal,
revivaliste messicane che indossavano il poncho tipico della
loro setta religiosa, procedevano cantando un inno sulla Caduta
di Quetzalcoatl. Gillian spinse Jerem fuori dalla loro strada.
Subito dopo, allorché una magra e ridacchiante groggyclown
gli si parò davanti, sentì il ragazzo irrigidirsi. La giovane donna
fece un paio di buffi saltelli, mostrò la lingua in modo infantile
e scoppiò in una risata isterica quando Jerem le rivolse un
debole sorriso. Puzzava. Non dell'odore distintivo dei pirati, ma
di quello forse più spiacevole di chi non si lava da qualche
anno.
— Qualche spicciolo per Missy? — pregò la ragazza,
tendendo una mano tremante. — Buon signore, qualche... —
La sua voce s'incrinò. Cadde in ginocchio, tossì e mandò
un'altra risatina stridula.
Jerem si pescò in tasca una manciata di cartotessere e gliele
mise fra le dita. La groggyclown considerò quella somma con
vacuo e sorridente stupore.
— Sai bene come spenderà fino all'ultimo byte — disse
Gillian mentre proseguivano.
Il ragazzo scrollò le spalle. — Forse qualcuno la aiuterà, un
giorno o l'altro.
Gillian tacque, un po' commosso, e si affrettò a cambiare
argomento. — Che ti piaccia o meno, scommetto che tua madre
sarà molto felice di rivederti.
Lui corrugò le sopracciglia. — Già. Puoi scommetterci. Ma
lei è felice solo quando può farmi fare quello che vuole. La
donna pirata che ti ho detto... Grace, lei ha capito subito cosa
c'è nella testa di mia madre. Ha detto che ha il complesso della
chioccia.
Gillian sorrise. L'acredine del ragazzo non era priva di un
certo umorismo.
— Anche tua madre era così? — domandò Jerem.
Nella mente di Gillian balenò un'immagine di sua madre che
credeva di aver dimenticato: un volto magro e pallido, una
mano che gli dava un candido pezzo di torrone all'arancio.
Erano soli, in una veranda chiusa. Lui era un bambino di tre o
quattro anni, e in qualche modo sentiva che la veranda era parte
della sua casa. Oltre i vetri l'atmosfera aveva riflessi violacei; il
cielo si scuriva di nubi all'avvicinarsi di un temporale. La fitta
foresta pluviale che circondava la loro casa nel Kansas taceva,
come spaurita dal rombo di quei tuoni lontani.
Senza un motivo quell'immagine scomparve, sostituita da un
senso di gelido vuoto allo stomaco. Ansimò. Da ogni fibra del
suo corpo nacque il terrore... un gorgo di emozioni che lo prese
alla gola e gli inchiodò i piedi sulle mattonelle del terminal.
Lasciò la spalla di Jerem e si volse, per nascondere al ragazzo
la sua espressione spaventata.
Io mi muovo... io sono. Io voglio... io... io...
Il terrore diventò un dolore; gli si dilatò nel petto, lampeggiò
nel suo corpo come una corrente elettrica. Strinse i pugni e se li
premette sull'addome, irrigidendosi nello sforzo di trattenere il
grido che gli stava salendo alle labbra. Un tremito violento lo
scosse da capo a piedi.
— Gillian! Ti senti male?
Le parole di Jerem sembrarono allontanarsi e spezzarsi in
una cascata di sillabe, mescolandosi all'immutabile cacofonia
che riempiva il terminal.
Cosa mi sta succedendo?
Gli bruciavano le unghie. Un flusso rovente gli scendeva
lungo le braccia e le mani, come se volesse esplodergli fuori
dalle punte delle dita. Gli sfuggì un gemito.
Ho il controllo di me stesso! In silenzio formulò quelle
parole, cercando di spingerle fino a farle diventare realtà. Ho il
controllo di me stesso!
D'un tratto il dolore si ritrasse, collassò dentro di lui, fu un
palloncino forato da uno spillo. Il residuo di quella sofferenza
gli si coagulò come una palla di calore nella colonna
vertebrale. Aspirò profondamente l'aria. La palla di calore
rotolò in basso e svanì.
— Gillian!
Jerem lo teneva per un gomito, il giovane volto liscio
contratto dalla preoccupazione. Gillian captò un insieme di
altre sensazioni provenienti da quelli che li stavano guardando.
Un misto di facce su cui si leggeva indifferenza, crudeltà,
perfino gioia nel vedere la sua agonia.
— Sto bene — ansimò. — Va tutto bene.
Da dietro le adoratrici di Quetzalcoatl sbucò un lampo di
luce dorata.
— Giù! — sibilò, trascinando Jerem al suolo con violenza.
Morse con forza e sentì il ronzio dello scudo d'energia che si
accendeva. Una torsione del polso e la fondina gli proiettò fra
le dita la falce Cohe.
La groggyclown piombò sulle mattonelle mimando il tuffo di
lui. Si girò sulla schiena, sollevò le gambe e scalciò nell'aria.
La sua bocca era aperta come se essere in una posizione nella
quale non riusciva a ridere la divertisse molto.
Gillian guardò il punto in cui aveva visto lo strano lampo di
luce. Non c'era niente; soltanto l'interminabile viavai della
gente che frequentava il Molo Kevin.
Deglutì saliva. — L'hai visto?
— Visto cosa? — Jerem era pallido. Si guardò attorno e lo
fissò, preoccupato.
Lui lo aiutò a rialzarsi. — Niente. — Si passò la lingua sui
molari finché ebbe localizzato l'interruttore e lo morse due
volte in rapida successione. Lo scudo d'energia si spense. Aprì
la fondina nascosta e rimise al suo posto la falce Cohe. Era
abbastanza certo che nessuno avesse visto l'arma. E quelli che
s'erano voltati nel sentire il ronzio dello scudo non ci avrebbero
fatto troppo caso. Gli scudi d'energia erano illegali, ma
tollerati... almeno a Sirak-Brath.
Tuttavia quella sera c'erano agenti dappertutto, senza dubbio
a causa del massacro nel bar sulla Zeli. Gillian sapeva d'esser
stato fortunato se nessuno di loro aveva notato quell'episodio.
Episodio? Imprecò fra i denti. Non c'erano parole per
descrivere ciò che gli era appena successo. Prima di attirare
l'attenzione ancor di più incitò Jerem a muoversi.
La groggyclown barcollò in piedi. — Qualcosa per Missy?
— supplicò. — Qualche spicciolo per una ragazza povera? —
La sua risata li seguì mentre s'allontanavano in fretta.
— Rampa quaranta — disse Gillian, indicando una scala
mobile. — Si scende di là.
Jerem continuava a scrutare il suo volto. — Cosa ti è
successo? Una specie di attacco epilettico, o qualcosa di
simile?
Sul fondo passarono su un marciapiede mobile fermo,
praticamente deserto, e un cartello indicò loro la direzione
verso l'involucro esterno della Colonia. — No, è stata... una
reazione. Per colpa di una vecchia ferita.
— Che specie di ferita?
— Una vecchia ferita. È difficile da spiegare. — Gillian non
aveva la minima idea di quello che gli era accaduto. Dovrò
parlarne a Nick. Lui potrebbe saperlo. Il compagno possedeva
qualche nozione di medicina. In passato gli aveva curato spesso
dolori muscolari e inconvenienti causati dall'intensa attività
fisica.
Ma mai niente di questo genere.
— Sei sicuro di star bene?
Gillian si costrinse a sorridergli. — Sì, adesso sì. — Ciò che
l'aveva colpito era passato. Non restava che il freddo ricordo
delle sue azioni, un po' confuso. Ma in quel momento aveva
altro da fare che rimuginare sull'incidente in cerca di una
spiegazione. In fondo alla rampa quaranta c'erano tre massicce
navette. Erano state fatte scivolare su binari paralleli, collegati
al grosso compartimento stagno. Il loro rivestimento esterno
era segnato da sfregi e ammaccature, e sulle tozze ali portavano
i simboli del clan di appartenenza.
Un portello era aperto. In piedi accanto alla scaletta c'era un
massiccio individuo di pelle nera.
Jerem fece una smorfia. — Quello è Santiago, uno dei pirati
che ci hanno rapito nel negozio di Moat Piloski. È amico di
Aaron.
Gillian annuì. Scesero dal marciapiede e si avviarono verso
la navetta. Il pirata si volse e diede una voce a qualcuno, dentro
il velivolo.
Jerem aveva rallentato il passo. La preoccupazione per
Gillian era stata rimpiazzata dalle sue paure personali.
— Avrei preferito non venire qui — brontolò ancora.
— Non te ne pentirai — disse Gillian. — E ora comportati
da bravo ragazzo. D'accordo?
Paula sedeva in un angolo del compartimento principale
della navetta, con un tacco incastrato sul bordo della sedia e le
braccia strette intorno a un ginocchio. Al lato opposto del
locale, Grace e Aaron stavano discutendo ad alta voce. Era il
loro terzo litigio della serata, l'ultimo di una serie d'instancabili
scontri verbali fra fratelli che avevano costellato quei lunghi
giorni a Sirak-Brath. Soltanto l'oggetto del loro diverbio
manteneva caparbiamente la calma.
Grace si volse irosamente a fissare Paula. Le tre code di
cavallo della bruna piratessa oscillarono come fruste.
— Quante altre false speranze devono andare in fumo prima
che tu non ne possa più, fratello? Questa mattana deve finire.
Suo figlio è un problema suo, non una questione di vita o di
morte per gli Alexander!
Il tatuaggio di Aaron sembrava beccheggiare sulla sua
guancia. — Io sono il responsabile — grugnì. — Te l'ho detto.
— No. Lei lo ha detto. E tu sei stato così sciocco da lasciarti
convincere.
— Resteremo a Sirak-Brath finché non avremo trovato il
ragazzo.
Grace indicò la cabina di pilotaggio. — Questa navetta la
comando io!
— E io comando te, sorella. Per età, per capacità, e per
ordine del Leone. Questa nave va dove dico io.
Grace sbuffò. — Per ordine del Leone! Che sfacciataggine.
Tu hai disubbidito agli ordini del Leone e alle decisioni del
tribunale. E ti sei gettato la nostra missione dietro le spalle.
— La nostra missione è di distruggere quel bastardo che ha
ucciso i nostri compagni. Ed è stato qui, a Sirak-Brath. Forse
c'è ancora. Il Leone non può dire che non gli stiamo alle
costole.
— Una stupida coincidenza, fratello, e lo sai benissimo. —
Grace rise seccamente. — In quanto a stargli alle costole,
ammetto che hai indagato in tutte le bettole, ma se il Paratwa
non è un ubriacone farai meglio a dargli la caccia altrove.
— Dare la caccia? — sbottò Aaron. — Dico, eri sorda
quando ne hanno parlato alla TV? Quel mostro non può essere
preso dando la caccia alla sua ombra. È uno che si muove.
Uccide e si muove. Adesso è probabilmente in un'altra Colonia.
— Allora dai gli ordini che devi dare! Visto che sei così ligio
al dovere, ordinaci di andare in un'altra Colonia!
Aaron esitò; gettò uno sguardo a Paula.
Lei deglutì saliva. Io troverò mio figlio! Strinse le braccia
ancora più forte, attirandosi il ginocchio fra i seni. Io lo
ritroverò. Nient'altro importava.
Aaron si volse ancora alla sorella. — Aspetteremo un altro
po'.
— Un altro po'! E quanto, Aaron? Finché questa donna
continuerà ad allargare le gambe per te?
— Questi non sono fatti tuoi!
Grace rise. — Accusi me d'essere sorda, e intanto tu sei del
tutto cieco. Questa straniera ti porta in giro tenendoti per
quell'affare, e tu le saltelli dietro con la bava alla bocca.
La voce di Aaron si abbassò pericolosamente. — Basta così,
sorella. Io agisco con la testa e con il cuore. Chiaro?
Grace scosse il capo e ridacchiò. — Povero fratellino... tanto
commovente, sì. Lui agisce col cuore. Con le sue pure
emozioni, che però stanno sempre due palmi più in basso.
Aaron inarcò dolcemente un sopracciglio. — Qualche volta,
sorella, anche tu dovresti provare ad agire guidata dalle
emozioni. Non è poi così rivoltante... per chi le ha, s'intende.
Grace lo fissò per qualche istante, poi gli volse bruscamente
le spalle e salì in cabina di pilotaggio.
Aaron fece un sospiro. — Questo non avrei dovuto dirglielo.
— Capita, quando si va su di giri — disse Paula. — Lo saprà
anche lei.
Lui scosse la testa. — Grace non ha torto. Ho perso di vista
il nostro scopo più importante.
— Sì. Suppongo di sì.
— Sarebbe meglio per tutti se dessi il comando a mia
sorella... e anche la navetta.
Paula annuì.
— Potrei restare a Sirak-Brath con te, finché non avremo
ritrovato tuo figlio.
Paula si alzò lentamente e poggiò le mani sulle spalle di
Aaron. Gli accarezzò il collo e respirò a fondo. Aaron non
portava la borsa odorosa, ma l'odore degli Alexander gli era
rimasto nei vestiti. Negli ultimi giorni Paula ci si era abituata.
L'odore di pesce marcio aveva anzi assunto un nuovo
significato; era diventato parte della vicinanza di cui ora
sentiva il bisogno. Gli mordicchiò il collo, desiderosa di fare
all'amore di nuovo.
Dolcemente lui la respinse. Paula alzò le mani come per
afferrarlo, poi se le passò sul viso per aiutarsi a ricacciare
indietro le lacrime.
Lui ebbe la smorfia di un sorriso. — Ti voglio alle nostre
condizioni, donna. Non perché stai soffrendo per tuo figlio.
— Lo so. — Le sfuggì un singhiozzo. — È solo che
pensavo... sul serio, ero convinta che Jerem sarebbe venuto
stasera. Quell'uomo sembrava sincero, e... ha descritto Jerem
perfettamente, e ha detto... che me lo avrebbe portato.
Aaron la prese per le spalle. — Basta! Non è la prima
delusione che abbiamo da quando siamo qui, e ce ne saranno
altre. Sai bene com'è la gente, in questa Colonia. Annusano
dovunque sentano odore di soldi.
— Ma quell'uomo ha descritto Jerem. Deve averlo...
Aaron la interruppe: — Può aver incontrato il ragazzo
brevemente. O forse lo ha conosciuto a Lamalan. Tutto è
possibile.
Lei tirò su col naso. — È solo che ero convinta, sul serio, che
stasera...
— Allora non buttarti giù così. L'uomo ha detto alle sette e
un quarto, e sono soltanto le otto e qualche minuto. Possono
aver avuto un contrattempo.
Paula annuì. — Pensi che... fossero andati in quel... —
Chiuse la bocca. Il pensiero era troppo orribile per poterlo
mettere in parole.
Aaron la capì lo stesso. — Non credo che Jerem fosse in
quel bar sulla Zeli. Lo conosco. È difficile che abbiano
permesso a un ragazzo della sua età di entrare là dentro.
Lei si costrinse a sorridere. — Suppongo che sia una fortuna
se non è un giovane pirata.
Aaron ridacchiò. Le passò le mani intorno alla vita. — E se
uscissimo a fare due passi sul molo?
Dall'esterno della navetta la voce di Santiago gridò qualche
parola. Il cuore di lei ebbe un balzo.
Sono qui!
Ci fu il tonfo del portello esterno che si chiudeva. Pochi
secondi dopo il negro arrivò lungo il corridoio. Dietro di lui
Paula vide suo figlio, e tutto ondeggiò nelle lacrime che le
avevano riempito gli occhi.
— Oh, Jerem! — Corse ad abbracciarlo e lo strinse forte a
sé. — Oh, bambino mio, quanto ho sentito la tua mancanza!
Ero così preoccupata per te!
Lui era rigido fra le sue braccia. Paula rilassò la stretta, lo
scostò un poco e cercò di leggere qualcosa nei suoi occhi
abbassati. — Stai bene? Qualcuno ti ha fatto del male?
— Vuoi picchiarmi ancora? — Lui rialzò lo sguardo,
fissandolo su un punto al di sopra della testa di Paula.
— Oh, Jerem! No, naturalmente! Io ti voglio bene! — Lo
scrollò dolcemente. — Jerem! Sono io! Quella sera ero
arrabbiata con te, ma adesso tutto è passato. È finito. E non
succederà più. Nasconderti la verità su tuo padre, e picchiarti...
è stato uno sbaglio. Mi dispiace.
Aaron gli mise una mano su una spalla. — Non è così che ci
si comporta, ragazzo! Per cercarti in questa Colonia, tu sei
costato al mio equipaggio tempo e fatica.
Jerem si scostò da loro e tornò sulla soglia del corridoio. Per
la prima volta Paula notò l'uomo alto con la blusa di pelle in
piedi accanto a Santiago. Due intensi occhi grigi risposero al
suo sguardo. Accorgendosi che Jerem lo prendeva per mano lei
si accigliò.
Aaron si rivolse allo sconosciuto freddamente. — Grazie per
aver riportato il ragazzo.
L'uomo annuì appena. Vuole qualcosa, pensò Paula. Una
ricompensa.
— Il clan degli Alexander è in debito con te — disse ancora
Aaron. — Il favore ti sarà ricambiato. Vuoi del denaro?
Gillian osservava l'uomo col pene scarlatto tatuato su una
guancia. Sentiva forza in quel pirata, sprezzo del pericolo, e
un'energia pronta a trasformarsi in azione fisica.
L'altro pirata, Santiago, stava focalizzando l'attenzione su di
lui. Il robusto negro sembrava perfettamente rilassato. Le sue
braccia pendevano lungo i fianchi; aveva la mano sinistra a
pochi centimetri dal sudicio e graffiato manganello appeso alla
cintura; l'altra non distante dal fodero di un pugnale, aperto,
fissato alla gamba destra dei pantaloni.
Ottimo, pensò Gillian. È pronto alla violenza.
Poggiò una mano su una spalla di Jerem. Sul volto della
madre del ragazzo c'erano incertezza e tensione.
— Non voglio denaro — disse. — Ma ho una richiesta da
fare.
Aaron si mosse lungo il compartimento verso di lui. Stava
per dire qualcosa, quando dalla cabina di pilotaggio sovrastante
uscì una ragazza. Le tre code di cavallo in cui erano riuniti i
suoi capelli neri oscillavano, mentre scendeva svelta per la
scaletta.
— Sorveglianti! — sibilò. — Salgono a bordo di tutte le
navette del Molo Kevin!
Aaron si girò verso Santiago. — Presto! Nascondi Paula e il
ragazzo nel vano motori. È difficile che i Sorveglianti perdano
tempo in una perquisizione completa.
— Aha! — sbottò la bruna. — Non prenderti in giro da solo,
fratello. I Sorveglianti cercano il Paratwa. Stavolta hanno il
fuoco sotto la coda. Frugheranno in tutti i buchi abbastanza
grandi da contenere una persona.
Aaron annuì seccamente. — Hai ragione. — Si rivolse a
Paula. — Se ce lo chiedono, tu sei mia moglie. Jerem è nostro
figlio. — E a Gillian: — Tu sei un amico del clan, venuto a
bordo per avere un passaggio.
Sul portello esterno risuonarono alcuni colpi secchi. Aaron
fece un cenno a Santiago. Il pirata negro uscì in corridoio e
s'incamminò senza fretta verso l'uscita.
— Dove sono gli altri? — chiese Aaron.
Grace lo fronteggiò con aria di sfida. — Ho mandato David e
Alfonso sulla Zeli.
— Sciocca sorella! Pensavi che sarebbero riusciti a trovare
quella bestia?
— Li ho mandati in cerca di informazioni — ribatté lei.
Gillian prese una decisione. Quei pirati gli ricordavano i
mercenari della vecchia Territoriale, la legione internazionale
che nel periodo pre-Apocalisse era stata l'unica forza capace di
intervenire con efficacia in ogni località del pianeta. Era fra
quegli elementi rotti a ogni esperienza che lui e Nick avevano
reclutato la loro squadra.
Lasciò Jerem e tolse di tasca il fazzoletto, aprendolo sul
palmo della mano destra. Con un gesto rapido vi fece scivolare
dentro la falce Cohe. Chiuse il microinterruttore della sicura e
quindi avvolse bene Tarma nella stoffa.
Il portello esterno fu aperto. Si udirono dei passi sulla
scaletta. Gillian mostrò il piccolo involto.
— Devo chiedere un favore al vostro clan. L'oggetto che è
qui dentro non dev'essere trovato dai Sorveglianti.
Aaron annuì. — Grace, mettilo nel doppiofondo sotto le
matrici.
La bruna allungò una mano, afferrò l'involto che Gillian le
porgeva e salì per la scaletta con rapidità felina. Lui la sentì
muoversi in cabina di pilotaggio.
Eccellente, pensò. Niente domande. Reazioni basate sulla
necessità del momento. Forse venire lì non era stato inutile.
Santiago rientrò nel compartimento centrale. Era seguito da
tre Sorveglianti che impugnavano con aria minacciosa grosse
pistole a raggi esplosivi.
— Io sono il luogotenente Sparden — si presentò il più alto
in grado. Ma quando puntò l'arma contro Aaron, facendo
smorfie all'odore che permeava la navetta, fu chiaro che stava
solo applicando il regolamento. — Sirak-Brath è sotto la legge
marziale. La vostra nave sarà perquisita. Tutto l'equipaggio si
riunisca qui sul ponte. Immediatamente!
Uno dei Sorveglianti si volse di scatto sollevando l'arma.
Grace stava scendendo per la scaletta.
— Il resto dell'equipaggio dov'è?
— Gli altri sono in città — disse Aaron. — In libera uscita.
Il luogotenente Sparden mandò un grugnito. — Riunitevi qui
al centro, in cerchio. Ora vi spoglierete nudi, tutti quanti,
dandovi le spalle, e getterete gli indumenti lontano dal corpo.
Gillian vide che Grace e Santiago guardavano con calma
Aaron. Il Costeau dalla guancia tatuata ebbe un assenso
impercettibile.
Gillian sorrise. Buona disciplina. E non hanno la minima
paura. Anche con le armi puntate addosso, rifletté, i due
avrebbero cercato di sopraffare i Sorveglianti se Aaron avesse
fatto un diverso segnale.
Paula era assai meno docile all'autorità. — Voi non avete
nessun diritto di farci questo.
— Taci. Vai lì al centro e spogliati.
— No! Lei non ha il diritto!
Il luogotenente le puntò il lanciaraggi alla gola. — Spogliati,
o ci penserò io — ordinò. E il suo sogghigno duro le disse che
non stava scherzando.
Paula fremette. Bastardo!
Si mise in circolo con gli altri, le spalle rivolte all'interno, e
cominciò a togliersi il vestito anche lei. Le tornarono in mente
le parole di Pasha Haddad: se lei e Jerem fossero stati presi dai
Sorveglianti, aveva detto, sarebbe stato assai peggio.
Ma adesso questi uomini non stanno cercando noi. Di certo
pensano soltanto al Paratwa.
Mentre i suoi uomini stavano di guardia, Sparden li esaminò
uno dopo l'altro. Quando fu il turno di Paula l'ufficiale le girò
intorno lentamente e si accertò che non avesse armi; poi, con
un'occhiata di apprezzamento alla sua nudità, le diede un
pizzicotto su una natica. Paula strinse i denti e si limitò a
fulminarlo con lo sguardo.
Gillian sopportò il rapido esame con calma. Il luogotenente
gli dedicò una manciata di secondi e quindi passò a Santiago, il
successivo del circolo. Una visita troppo alla buona, rifletté.
Un uccisore avrebbe potuto nascondersi la falce Cohe nel retto.
Se Sparden non si curava di questa possibilità, squadroni di
Paratwa potevano passargli inosservati sotto il naso.
Subito dopo uno degli altri frugò i loro abiti, alla ricerca di
armi e documenti. Di questi ultimi prese i dati, uno alla volta, e
li batté sulla tastiera di un terminale da tasca. A un tratto fece
udire un mugolio.
— Qualche problema? — domandò Sparden.
L'altro esitò, indicò Gillian. — Quello non ha documenti.
Questi tre... — e indicò Aaron, Grace e Santiago — sono dei
Costeau, tutti registrati.
— E la donna e il ragazzo?
— Paula e Jerem Marth. — L'uomo si accigliò, inserì anche i
loro dati e ciò che vide sul display lo fece sorridere. — Ehi,
questi due sono ricercati per essere interrogati.
— Interrogati su cosa? — chiese il luogotenente.
L'uomo scosse il capo. — Qui non ci sono altre
informazioni. È materiale riservato.
Gillian vide l'ufficiale dei Sorveglianti roteare gli occhi con
un sospiro. Era la reazione di un uomo abituato alle pastoie di
una burocrazia onnipresente.
— Va bene. Rivestitevi, voi. — Sparden ordinò poi a uno dei
suoi uomini: — Perquisisci la nave.
Il Sorvegliante uscì. Ci fu un fruscio di stoffa mentre tutti si
rimettevano i loro abiti; poi l'ufficiale indicò con la canna della
pistola Gillian, Paula e Jerem.
— Voi tre verrete con noi per accertamenti.
Nessuno disse parola finché il Sorvegliante non rientrò. —
Niente da segnalare — riferì. — A bordo non c'è nessun altro.
Proprio una ricerca fasulla, pensò Gillian, divertito.
Il luogotenente Sparden si rivolse ad Aaron. — Questa
navetta dev'essere fuori da Sirak-Brath entro mezz'ora.
Lui si scurì in volto. — Alcuni del nostro clan non sono
ancora tornati a bordo.
— Peccato. Avete trenta minuti. Stiamo liberando dalla
spazzatura tutti gli scali di questa Colonia. Dovete ringraziare il
cielo se non vi è stata sequestrata la nave.
Gillian aveva dei progetti imprescindibili; doveva restare con
i pirati. Probabilmente sarebbe stato meglio se i Sorveglianti
avessero portato via Paula Marth e il figlio. Per i suoi piani
erano soltanto un'inutile distrazione.
Si girò verso l'ufficiale. — Io mi chiamo Gillian. Lavoro per
la Sicurezza della E-Tech, alle dirette dipendenze di Pasha
Haddad. Sono stato assegnato in servizio presso questi pirati,
ed è vitale che io resti dove mi trovo.
Quel miscuglio di bugie e di verità avrebbe potuto
funzionare coi Sorveglianti. Anche se c'era forte rivalità fra
loro e la E-Tech, Nick e Gillian avevano constatato che gli
uomini di Artwhiler rispettavano molto Pasha Haddad. Il
problema era quest'ultimo.
Sparden strinse le palpebre, diffidente. — Dimostralo.
Gillian finse di controllare l'ora sul display del
compartimento. Era quella standard delle Colonie Irryane. —
Ormai Haddad non è più in ufficio, ma dovreste poterlo trovare
a questo numero — disse, e aggiunse un codice telefonico.
Sparden fece un cenno al sottufficiale. Lui batté il numero
sul terminale da tasca, attese un poco e appena ebbe linea con
Irrya si mise un auricolare, aumentando il volume al massimo.
D'un tratto spalancò gli occhi.
— Sì — disse nel microfono. — Sì, Pasha Haddad, per
favore.... ah, non c'è?... No, no, nessun messaggio. Grazie...
Come?... Uh, no, se non le spiace preferirei non lasciare il mio
nome... grazie.
Il Sorvegliante interruppe la comunicazione. Aveva ancora
l'aria stupita. Si volse a Sparden.
— Allora? — chiese lui.
— Era la linea privata con l'ufficio di Rome Franco.
Gillian si strinse nelle spalle. — A quest'ora è sempre da lui.
Sarà successo qualcosa. Per trovarlo, suppongo, non vi resta
che passare attraverso il vostro quartier generale a Irrya.
Il luogotenente ci rifletté, poi annuì lentamente. Per un
attimo parve sul punto di domandare a Gillian un altro numero
telefonico. Lui non ne aveva un secondo. L'unico che
conosceva era quello dell'ufficio di Franco, e s'era preoccupato
di mandarlo a mente soltanto perché in quei giorni Nick
trascorreva molto tempo con il direttore della E-Tech.
Sparden fissò Gillian. — Comunque, voglio che questa
navetta sia fuori da Sirak-Brath entro mezz'ora.
— Non c'è problema — disse lui, ignorando lo sguardo
irritato di Aaron.
Ha funzionato. Ovviamente l'ufficiale non voleva sprecare
tempo a cercare Pasha Haddad alle otto e mezzo di sera. Gillian
aveva accesso a una linea molto privata, e sapeva che a
quell'ora negli uffici di Franco c'era ancora qualcuno. Tanto
bastava per poter credere alla sua storia.
Paula prese sottobraccio Jerem e si mosse verso la porta,
ubbidendo a un cenno di Sparden. Il ragazzo però si sciolse
dalla sua mano e si volse a guardare Gillian.
— Non puoi far niente?
Gillian scosse il capo. — Sono sicuro che non vi tratterranno
molto.
A Paula non piaceva l'idea di un altro scomodo periodo di
«custodia protettiva», ma ormai ne aveva passate di peggio.
Sarebbe stato sopportabile.
Ho riavuto mio figlio.
Guardò il pirata biondo e vide la rabbia che gli faceva
torcere il tatuaggio. — Ti prego, Aaron, non fare niente di
avventato. Noi ce la caveremo.
Vide che le sue parole lo placavano, estinguendo un po' del
fuoco che aveva negli occhi. Sì costrinse a sorridere e spinse
Jerem in corridoio. I Sorveglianti la seguirono.
— Ehi, Jerem! — chiamò Gillian.
Lui si volse subito, con uno sguardo speranzoso. — Sì?
— Mi raccomando. Fai il bravo ragazzo.
Il gruppetto uscì sul molo. La struttura del velivolo vibrò
quando l'ultimo dei Sorveglianti chiuse il portello dietro di sé.
Gillian guardò Aaron, Grace, Santiago, e curvò all'insù gli
angoli della bocca. Il suo sorriso si scontrò col gelo delle loro
espressioni ostili.
Ora viene la parte più difficile.
Santiago spostò lievemente il manganello che aveva alla
cintura. Grace e Aaron cominciarono a muoversi. Gillian alzò
le mani in segno di pace.
A due passi da lui Aaron si fermò. — Perché un agente della
Sicurezza della E-Tech dovrebbe voler restare con noi, eh?
— Ho bisogno del vostro aiuto.
— Ma guarda! E cosa ti fa credere che il clan degli
Alexander potrebbe aver voglia di aiutare uno della E-Tech?
— Entrambi abbiamo lo stesso nemico.
Grace sbuffò, sprezzante.
— E chi sarebbe questo nemico? — chiese Aaron con calma.
Gillian sapeva di non poter mentire a quella gente, se si
aspettava che rischiassero la vita per lui.
— Il suo nome è Reemul. È un Paratwa del tipo Jeek
Emmental. Qui nelle Colonie ha ucciso meno di duecento
persone, ma sulla Terra di due secoli fa... la mia Terra, ha
causato la morte di almeno trentamila persone. È uno degli
uccisori più terribili, astuto e spietato, un cacciatore non
soltanto di esseri umani ma anche di altri Paratwa. Sarà molto
difficile fermarlo.
Gillian vide in loro sorpresa, incredulità, e una traccia di acre
divertimento sulle labbra della donna.
— La E-Tech mi ha risvegliato dalla stasi. Duecento anni fa
il mio compito era di scovare e uccidere queste creature.
Lavoravo con una squadra. Avemmo successo contro ogni
Paratwa che eravamo stati incaricati di eliminare, salvo uno:
Reemul.
Fece una pausa. — Io intendo rimediare a quella mancanza.
Aaron rise seccamente. — La tua è una storia strana!
— Ma vera.
— E cerchi l'assistenza dei pirati? Perché?
— Mi sembra che voi sappiate cos'è la violenza. Siete più
adatti e meglio addestrati degli agenti della E-Tech e dei
Sorveglianti. Avete un modo di pensare e di reagire più
unificato; il vostro corpo ubbidisce senza far domande, senza il
filtro dei freni inibitori che la civiltà impone ai comuni
cittadini.
— Stai insinuando che siamo incivili — sbottò Grace.
— Non lo intendo come un insulto.
Aaron sorrise. — E perché il clan degli Alexander dovrebbe
dare la caccia a questo Paratwa, questo Reemul?
— Reemul ha torturato e ucciso undici del vostro clan.
— Ah! Il ragazzino ti ha raccontato delle storielle.
— Nessuna storiella — disse Gillian. — La verità. Noi lo
sappiamo. Perciò non perdiamo tempo con le schermaglie.
Hanno bisogno di una dimostrazione, pensò. Le parole non
bastano a convincerli.
— Santiago, sbatti questo scemo fuori dalla nave — disse
Grace. — Non abbiamo bisogno di un...
— Ne avete bisogno, invece! — disse raucamente lui. —
Risparmiatevi un brutto errore... se trovaste il Jeek e cercaste di
attaccarlo, morireste. Eroicamente, forse, e facendo onore al
vostro clan. Ma morireste, tutti, e Reemul resterebbe vivo.
Questo è un fatto.
Santiago sollevò il manganello all'altezza della spalla destra
e si mosse verso Gillian.
— Il clan degli Alexander — esclamò Aaron, — non cerca
l'aiuto di nessuno. Sappiamo noi come giocare la nostra partita.
— Allora morirete. Oh, c'è sempre la possibilità di un colpo
di fortuna, certo, e potreste perfino riuscire a sparare un colpo a
Reemul. Ma... — Gillian inzuppò di sarcasmo le parole, —
soltanto un completo idiota si affida alla fortuna.
La furia contorse i lineamenti di Aaron.
L'unico modo è battersi. Se sconfiggerò questi pirati, forse
avrò il loro aiuto.
Gillian emise una risatina sfottente. — Fatevi sotto! Provate
a sbattermi fuori da questo rottame pieno di puzzo. Vediamo
cosa sono capaci di fare, questi Alexander! — Poi abbassò la
voce e aggiunse alla vanteria una fredda minaccia: —
Coraggio, bastardi, che sto per darvi una brutta lezione!
Santiago avventò il manganello. Gillian morse il contatto e
accese lo scudo d'energia. Il pesante legno piombato colpì il
campo invisibile e rimbalzò come su uno spesso strato di
gomma. Gillian girò su se stesso e gli sferrò un calcio fra le
gambe dal basso in alto. Il pirata si piegò in due con un
grugnito.
Aaron corse avanti, battendosi una mano contro il petto per
accendere il suo scudo. Grace balzò invece verso uno
scomparto della parete.
Sta cercando un'arma!
Voltandosi a fronteggiare il pirata biondo, Gillian lo vide
saltellare a destra e a sinistra. Bene. Si è già battuto scudo
contro scudo.
Erano ormai affiancati, di traverso l'uno rispetto all'altro.
Grace spalancò lo sportello dell'armadietto, sulla parete più
lontana. Gillian si accorse che Aaron lo stava studiando: il
pirata cercava il modo di affondare un calcio o un pugno
attraverso la debole fascia laterale dello scudo. Oppure aspetta
che sua sorella tiri fuori un'arma.
— Prima lezione — disse. — Nella lotta a mani nude, mai
aspettare che arrivino i rinforzi.
Si gettò lungo disteso sul ponte e rotolò di lato verso di lui.
Ci fu un crepitio di scintille rosse quando i loro scudi vennero a
contatto e si respinsero. A Gillian non accadde altro che di
rotolare nella direzione opposta; ma Aaron, che si trovava in
posizione eretta, incassò il colpo nella parte inferiore dello
scudo. I suoi piedi persero l'appoggio, e si abbatté al suolo.
Grace estrasse dallo scomparto una pistola a raggi esplosivi.
Fece scattare l'interruttore col pollice e prese la mira.
Gillian si era già alzato; unì le braccia dietro la protezione
della metà anteriore dello scudo e le presentò il petto. La secca
esplosione del raggio rimbombò sonoramente nello spazio
ristretto della cabina.
Gillian incassò il colpo all'altezza del torace e si sentì gettare
un passo indietro, proprio come aveva previsto. Ora disponeva
di un prezioso secondo prima che l'arma della bruna rinnovasse
la carica. Si tuffò verso di lei, sempre con le braccia strette ai
fianchi. Le due metà del suo scudo si compressero, mentre
piombava a pancia sotto sul pavimento.
Il secondo colpo di Grace impattò innocuo sulla schiena
dello scudo di Gillian. La scarica dell'arma non ottenne altro
che di comprimerlo maggiormente al suolo, lavorando a suo
vantaggio.
Come una palla di gomma rimbalzò in alto e proseguì nella
sua direzione, verso Grace.
La bruna non ebbe il tempo di sparare un terzo colpo.
L'estremità superiore dello scudo di lui, dove le due parti si
univano in una zona assai meno elastica, la urtò in pieno petto.
Grace emise un rantolo, fu scaraventata all'indietro e giacque
inerte; la sua pistola rotolò sotto il tavolo.
Gillian atterrò pesantemente su di lei. Afferrò l'arma, rotolò
di lato e sparò ad Aaron, che si stava tirando in piedi con
l'appoggio di una sedia. Il pirata dalla guancia tatuata riuscì a
girarsi e a incassare il colpo nel petto; ma era sbilanciato.
Cadde all'indietro e fracassò la sedia sotto di sé.
Santiago si gettò alla carica agitando il manganello in un
alone di scintille rosse; anche lui aveva acceso il suo scudo.
Gillian attese finché l'inferocito pirata gli fu quasi addosso,
prima di lasciarsi cadere con le spalle al suolo. Sparò dal basso
in alto.
Santiago ricevette il colpo del raggio esplosivo proprio sotto
il mento. A così breve distanza la potenza dell'arma era
notevole, e la porzione di scudo davanti al collo del negro ne fu
violentemente compressa. La sua testa rimbalzò indietro come
per un tremendo pugno alla mandibola. Cadde in ginocchio.
Fissò Gillian per qualche istante con sguardo offuscato; poi la
sua espressione divenne vacua e si afflosciò sul ponte.
Così può bastare, pensò lui. Li ho colpiti più duramente di
quel che volevo. Si permise un sogghigno. Si sono battuti
meglio di quanto mi aspettavo.
L'addestramento di cui avranno bisogno sarà minimo. Più
che altro dovranno imparare a dirigere su altri bersagli la loro
energia psicofisica. Gli insegnerò qualche trucchetto.
Distesa sulla schiena, Grace respirava a fatica. Santiago era
privo di sensi. Aaron si rialzò in piedi, gli occhi fissi sulla
pistola a raggi esplosivi che Gillian aveva in mano.
Lui parlò con calma. — Quello che avete appena visto è
niente, in confronto a ciò che farebbe un Paratwa. Lui spara
con due falci Cohe, due pistole a raggi, e sa come usare lo
scudo d'energia. La sua consapevolezza esiste in due posti
simultaneamente. Il suo solo istinto è quello di uccidere.
Aaron respirò profondamente. Nei suoi occhi ardeva ancora
la rabbia, ma temperata da un acre riconoscimento di ciò che
Gillian aveva fatto.
— C'è un modo — continuò quest'ultimo, — per me e una
piccola squadra, di sopraffare un Paratwa. C'è un metodo. Il
Paratwa è un avversario d'incredibile violenza, ma ha i suoi
punti deboli. Io li conosco. So come mostrarveli. Insieme
possiamo uccidere quella bestia.
Aaron si raddrizzò del tutto, con una smorfia. — E se noi
rifiutassimo?
— È ovvio che niente vi costringe. Io non posso comprare il
vostro aiuto. — Scrollò le spalle. — Se rifiutate, io esco di qui
e vado a cercare qualcun altro.
Con un lento e pensoso cenno d'assenso Aaron si toccò il
petto, e tolse l'energia allo scudo. Gillian abbassò la pistola, ne
spense l'interruttore e la gettò cortesemente al pirata. Lui la
afferrò al volo con un gesto fluido.
Gillian morse il contatto e sentì il ronzio del proprio scudo
abbassarsi di tono e svanire. Anche Aaron l'aveva udito. Il
pirata sollevò la pistola e la puntò al petto di Gillian.
L'interruttore dell'arma è spento. Gli basterebbe un secondo
per spingerlo col pollice e far fuoco. Io dovrei fare in tempo a
ridare energia al mio scudo... Ebbe un sorrisetto. Ma questo lo
sa anche l'amico.
Per qualche istante studiò il volto del pirata. Poi, con un
sogghigno, gli volse le spalle. Dall'altra parte del
compartimento Grace era riuscita a tirarsi a sedere contro il
mobile bar. La bruna lo stava fissando con una strana
espressione.
— Se vuoi sparare, Aaron degli Alexander, fallo adesso o
mai più. Quando andremo contro il Paratwa la nostra fiducia
reciproca dovrà essere completa, assoluta. Non ci sarà posto
per il sospetto.
Sentì un rumore; girò la testa. Aaron aveva abbassato la
pistola, e il pene scarlatto sulla sua guancia sinistra si contorse
alla risata ruggente con cui sbatté l'arma sul tavolo.
Voltando la schiena al Costeau, Gillian non aveva corso
alcun rischio. Sapeva già quale sarebbe stata la sua reazione.
La risata che echeggiava nella cabina si spense. Sul volto del
pirata restò un sogghigno.
— Be', Gillian della E-Tech, credo che tu abbia trovato la
squadra che cercavi.
29

Rome affiancò Haddad e si avviò a passi lunghi nel


silenzioso corridoio degli archivi che portava alla prima
sezione di ricerca-dati. Il capo della Sicurezza era scuro in
faccia come non ricordava di averlo mai visto.
Ma anche lui era di pessimo umore. Scosse il capo. — Come
ha potuto entrare in una stazione dei Sorveglianti e ammazzare
quarantaquattro uomini e donne armati? Non lo capisco.
— Noi supponiamo che uno dei gemellari si sia fatto
arrestare per un'infrazione dappoco, alla dogana, finché poi
l'altro è entrato cominciando a far fuoco dappertutto. Ma per
ora queste sono soltanto ipotesi.
— E quei sette nostri agenti?
Pasha Haddad continuò a guardare avanti. — Erano in
servizio speciale su Kiev Alpha. Lavoravano coi Sorveglianti,
per mettere fine al mercato nero e al contrabbando locale.
Rome si accigliò. Attacca una stazione dei Sorveglianti, ma
fa in modo di colpire anche gli agenti della E-Tech.
Il sesto attacco (conosciuto) del Paratwa si adattava
anch'esso allo scenario dipinto da Nick. Ancora una volta la E-
Tech avrebbe ricevuto la simpatia del pubblico. E i
Sorveglianti stanno facendo una figura da idioti, per non
essere riusciti a proteggere una delle loro stazioni.
Una porta metallica li riconobbe e si aprì. La oltrepassarono
senza rallentare l'andatura.
— Mi chiedo come quella creatura sia uscita da Sirak-Brath
— disse Rome. — Artwhiler giura che i suoi uomini, dopo la
strage nel locale sulla Zeli, hanno bloccato tutti i porti della
Colonia e perquisito ogni navetta in partenza.
Haddad scrollò le spalle. — Storie propinate ai giornalisti.
— Ma in parte è la verità. Artwhiler non è nuovo alle
dichiarazioni esagerate e alle vanterie. Vedersi smentito-dai
fatti non lo spaventa. Stavolta, però...
— Su questo punto sono d'accordo con Nick — disse
freddamente Haddad. — Ci sono scarse possibilità d'impedire
al Paratwa di viaggiare fra le Colonie. I Sorveglianti possono
anche aver frugato da cima a fondo in ogni navetta partita da
Sirak-Brath dopo il fatto, ma che scopo poteva ottenere questa
precauzione?
«Tanto per dirne una, i Sorveglianti non hanno idea di cosa
stiano cercando. Non esistono identikit o descrizioni di una
creatura che continua a cambiare aspetto. Inoltre Nick dice che
niente impedisce ai gemellari di andarsene ognuno per conto
suo, su mezzi diversi, e riunirsi in seguito. Le falci Cohe sono
l'unico oggetto che li identificherebbe. Ma armi così piccole si
possono nascondere ovunque.
«Immagina, poi, tutti i viaggiatori che i Sorveglianti non
osano infastidire. Le navette di personaggi famosi, o ricchi, o
potenti, avranno subito perquisizioni pro-forma; quelle
mediche o della polizia locale saranno state completamente
ignorate, e la costituzione irryana protegge i gruppi religiosi in
viaggio fra le Colonie. Anche sotto la legge marziale, i
Sorveglianti ci penserebbero due volte prima di disturbare tutta
questa gente.
La porta in fondo al corridoio intimò: — Identificatevi. —
Loro poggiarono una mano sul sensore.
— Procedete — borbottò malvolentieri il battente, aprendosi.
Nella sezione ricerca-dati, gremita di apparecchiature, Nick e
Begelman sedevano l'uno accanto all'altro e studiavano
qualcosa su una coppia di schermi gemelli. L'ometto accolse
l'ingresso di Rome e di Haddad col suo solito sorriso.
— Ehilà, gente!
Dalla sera precedente, era la prima opportunità che Rome
aveva di vederlo. — Il suo comportamento a casa di Lady
Bonneville non mi è piaciuto affatto.
— Lo temevo. Le mie barzellette erano un po' vecchie, eh?
— Non sto scherzando, Nick.
Begelman diede di gomito all'ometto. — Guarda qui! — Il
falco dei computer batté un dito su un monitor. — Un altro
schema.
Rome ignorò l'interruzione. — Questa creatura ha attaccato
le Colonie ormai sei volte. Sono state uccise quasi duecento
persone! — Sentì la propria voce vibrare di rabbia, e sapeva
che il bersaglio di quella rabbia non era Nick, ma non poté
fermarsi. — Abbiamo concesso a lei e a Gillian una gran
libertà d'azione, della quale avete continuamente abusato. Ho
perfino tollerato la scomparsa di Gillian. Ma il suo
comportamento di ieri sera non può essere preso alla leggera!
L'ometto continuò a studiare il monitor. — Al ricevimento
ho agito in modo del tutto razionale. Quel che ho fatto era
necessario.
Rome s'irritò ancor di più. — Quello che ha fatto è
imperdonabile. Lei si è gettato in un'arena politica complicata,
della quale non conosce niente... un'arena, posso aggiungere,
che a me è occorsa una vita per conoscere, almeno al punto di
capire quando è meglio tenere la bocca chiusa.
Nick lo guardò con serietà. — E cosa penserebbe, se le
dicessi che fra quegli invitati c'era probabilmente un Ash Ock?
Per qualche momento l'unico rumore fu quello prodotto dalle
dita di Begelman che battevano su un paio di tastiere. Le sue
mani adunche lavoravano rapidamente, ognuna su un diverso
terminale, mentre girava la testa per leggere su entrambi gli
schermi.
Rome si gettò a sedere sulla sedia più vicina, la rabbia
tramutata in shock. — Ma che... cosa sta dicendo?
— Alcuni giorni dopo il nostro risveglio dalla stasi — spiegò
Nick, — ho cominciato ad avere dei buffi sospetti su
quest'intera dannata faccenda. Ma non ho avuto niente di
concreto fino a mercoledì sera, quando sono venuto a cena a
casa sua. Quella sera lei mi ha detto di avere l'impressione che
tutti siano manipolati... la E-Tech, i Sorveglianti, La Gloria de
la Ciencia, tutti quanti.
I suoi vividi occhi azzurri sembravano scavare in quelli di
Rome. — Duecento e qualche manciata d'anni fa, ho sentito
altri dirigenti confessare la stessa sensazione con lo stesso tono
di voce. Oh, la struttura della società a quel tempo era assai
diversa, e ogni organizzazione molto più complessa. Ma certi
sottili elementi... la paura, il disagio inspiegabile, la confusione
di chi sta al vertice, sono gli stessi attraverso i secoli. Paura e
disagio rappresentano la scia che gli Ash Ock si lasciano
dietro, quasi una prova della loro esistenza.
«Negli ultimi quattro giorni, Begelman e io abbiamo
analizzato la storia delle vostre Colonie.
— Schemi! — esclamò il falco dei computer. — Sono qui,
basta esaminare i dati con la giusta chiave di lettura.
Nick ebbe un sorrisetto acre. — Schemi, sì. Alcuni così
evanescenti da farci pensare che stiamo razionalizzando il
niente. È soltanto quando li si somma e si osservano i
riferimenti incrociati che assumono un senso.
Begelman agitò le braccia come un uccello. — Gli schemi
sono basi frazionarie, non-concettualizzabili, non-direzionali,
ma risultano visibili se proiettati su una Scala Sociale
Cheslarian.
— Dal punto di vista matematico — aggiunse Nick, — sono
troppo complessi per usarli in un vero calcolo delle probabilità.
Begelman sbuffò, seccato. — Questo non è necessariamente
vero.
Rome alzò una mano. — Suppongo che stiate cercando di
dire di aver trovato tracce di manipolazione sociale. E ne
incolpate questo Ash Ock, eh? — Fece un sospiro. — Gli
storici hanno già studiato queste stesse registrazioni. A quanto
ho letto, tutti quanti si fanno un dovere d'individuare certe
cosiddette manipolazioni sociali...
— Non di questo genere — lo interruppe Nick. — Ad
esempio, abbiamo trovato la prova che gli obiettivi a lungo
termine della ICN sono stati di frequente in contrasto con la
politica ufficiale di questo consorzio di banche. La cosa è
accaduta a intervalli di qualche decennio negli ultimi duecento
anni.
— Non etico, forse, ma certamente non insolito.
Nick sogghignò. — Abbiamo identificato quattro distinti
periodi nella storia della ICN... periodi in cui il consorzio ha
avuto profitti molto notevoli. Durante gli intervalli fra un
periodo e l'altro, la ICN ha deliberatamente... deliberatamente,
gettato via il denaro. Non c'è altra parola per descrivere
l'accaduto. Hanno investito in progetti che ogni esperto
finanziario sano di mente avrebbe definito senza speranza.
Hanno fatto grandi donazioni in beneficenza proprio dopo che
il senato di Irrya aveva abrogato le leggi sul capitale non
detraibile dalle tasse. E stiamo parlando di somme
ingentissime, fuori linea con qualsiasi iniziativa benefica o
culturale da cui una banca possa trarre pubblicità.
Rome sospirò stancamente. — Lei ragiona con la mentalità
pre-Apocalisse. Lei ha vissuto in una società dove gli dei del
profitto e del progresso determinavano ogni attività umana. —
Scosse la testa. — Non le viene in mente che la ICN, in
quest'epoca, potrebbe avere dirigenti con una visione più
civica, dirigenti che investono in certi progetti perché li
ritengono giusti per le Colonie?
Nick spazzò via quella teoria con un gesto della mano. — Io
sono convinto che durante questi quattro periodi la ICN sia
stata controllata dai gemellari di un Ash Ock.
— È assurdo.
— Novantun anni fa, in uno di quei periodi, il Consiglio di
Irrya propose un grosso investimento: un progetto per ridare
vita alla superficie della Terra, rimuovere le sostanze venefiche
e rendere di nuovo il pianeta ospitale per l'umanità.
— Ricordo benissimo quella proposta di legge — disse
Rome.
— Allora deve anche ricordare che la ICN rifiutò di
appoggiarla. Al suo posto, avanzò un progetto di rinnovamento
interno delle Colonie. Stanziò sostanziosi fondi per il
rinnovamento degli edifici ormai ultracentenari, la
ricostruzione delle sezioni in vetro, la manutenzione dei
cilindri, eccetera. Buona parte di queste spese non erano affatto
necessarie. Il vetro delle sezioni era garantito per durare un
migliaio d'anni.
— La commissione tecnica non fu di questo parere — disse
Rome. — La cosa ebbe dei promotori e dei detrattori in ugual
misura.
— Vero. Ma il risultato finale fu che il progetto di
ricostruzione ecologica della E-Tech venne definitivamente
fermato.
— Controsensi! Abbiamo stabilito delle basi, dato inizio al
rinnovamento dell'ecosfera, e da quel giorno stiamo
procedendo su questa strada.
Nick indicò lo schermo davanti a Begelman. — La prova è
qui. Novantun anni fa la ICN ha bloccato ogni progetto su larga
scala per rivitalizzare la Terra. Ha rifiutato il finanziamento
necessario. La E-Tech è stata costretta a impegnarsi con i suoi
fondi, ovvero una piccola frazione di ciò che la ICN avrebbe
potuto dare.
— Lei sta insinuando — disse con calma Haddad, — che la
ICN, per un periodo di due secoli, ha sistematicamente usato la
sua potenza finanziaria per bloccare la E-Tech?
Nick agitò una mano. — Per la ricostruzione ecologica, sì.
Ma mettervi i bastoni fra le ruote non è mai stato il suo
obiettivo primario. In realtà, spesso ha favorito la politica della
E-Tech. No, ciò che la ICN ha effettivamente ottenuto durante
questi secoli è stato di arrestare il progresso in generale...
assicurandosi che i capitali non fossero mai disponibili per una
vera crescita.
Rome era esasperato. — Tutto ciò dimostra solo che la ICN
e altre organizzazioni si adeguano ai punti di vista sociali tipici
della nostra epoca. Limitare il progresso incontrollato è lo
scopo della stessa E-Tech.
La voce di Nick si colorì di passione. — Lei dice che si
adeguano ai punti di vista correnti. Io dico che almeno un
Paratwa Ash Ock ha manipolato la vostra struttura sociale fin
dal tempo dell'Apocalisse. Dico che ha usato la ICN come
strumento principale per ottenere questo controllo. Dico che
questo Ash Ock non ha mai smesso di fare piani per dominare
l'umanità!
Rome scrollò le spalle. La teoria di Nick era ridicola. — La
ICN è sempre stata formata da conservatori. Novantun anni fa
essi non credevano che l'ecosistema terrestre fosse un obiettivo
su cui valesse la pena spendere denaro.
Nick ribolliva d'eccitazione. — Formata da conservatori?
Sicuro, la ICN è stata un consorzio di banchieri conservatori
per tutta la sua storia, salvo nei quattro periodi che ho detto,
durante i quali, in termini bancari, è impazzita.
Rome cominciava a stancarsi. — E così la ICN ha avuto dei
periodi di comportamento radicale. Questo non è insolito.
Quasi tutte le organizzazioni finanziarie, considerate nell'arco
di decenni o secoli, attraversano cicli dello stesso genere.
Nick sorrise. — Non è insolito, eh? E se io le dicessi che
ciascuno di questi periodi terminò con la morte di un direttore
della ICN, morte avvenuta in modo tale per cui non fu possibile
identificare il corpo?
Rome trasse un lungo respiro. — Cosa vuol dire?
— Voglio dire che due di questi direttori ebbero incidenti su
navette dalle quali non fu recuperato nessun corpo umano. Il
terzo si suicidò, almeno in apparenza, gettandosi su un'antenna
solare da trentamila volt, dove fu incenerito. Il quarto morì in
un incendio e il suo corpo bruciò oltre ogni possibilità di
riconoscimento.
«C'è di più. Questi quattro provenivano tutti da Colonie
molto urbanizzate. Avevano perduto i genitori in giovane età.
Nessuno aveva fratelli o sorelle. Nessuno aveva parenti
prossimi a parte i genitori. E nessuno di loro si sposò mai.
Questo non le suggerisce niente?
Rome scosse il capo. Cominciava ad avere un bruciore allo
stomaco, e si pentì di non aver preso con sé le pillole antiacido.
L'ometto continuò: — Non ha mai sentito parlare di una
tecnica chiamata «sostituzione psicofisica»? Era molto
popolare, nel buon vecchio ventunesimo secolo. Se lei voleva
diventare, diciamo, un direttore di banca, e non se la sentiva di
passare per tutti quegli anni di studio a scuola e di duro lavoro,
allora cercava qualcuno che fosse quasi in quella posizione...
qualcuno con diversi anni di carriera, e che a detta di tutti fosse
diretto verso la cima.
«Quando aveva trovato questa persona, lei lo studiava,
imparava tutto sulla sua storia e sui suoi dati, e si preparava a
prendere il suo posto. Se lei era all'incirca della stessa
corporatura, le alterazioni chirurgiche necessarie erano
questione di poco. A quell'epoca la chirurgia estetica andava di
gran moda. C'erano chirurghi che avrebbero potuto darle
qualsiasi faccia e riplasmarle il corpo in ogni forma che lei
volesse.
«Le alterazioni interne, bioritmiche, genetiche, e le onde
cerebrali richiedevano qualche trucchetto extra, ma per chi
poteva permettersela la tecnologia esisteva.
«Dopo essersi modificato a immagine del dirigente di banca
in ascesa, lei non aveva che da ucciderlo in modo che il suo
corpo non fosse identificato. Quindi prendeva il suo posto a
casa e in ufficio. A volte il procedimento aveva aspetti più
complicati, ovviamente, ma in sintesi questo era ciò che
succedeva.
Rome colse uno sguardo di Haddad, e capì che anche lui
condivideva i suoi pensieri. Non può essere vero. Cose di
questo genere accadevano sulla Terra, durante l'epoca della
follia umana. Le sostituzioni psicofisiche ebbero fine con
l'Apocalisse.
Nick proseguì, instancabile: — Noi abbiamo notizia solo
delle sostituzioni che non andarono a buon fine, è chiaro. Negli
ultimi tempi, quando sostituire una persona poteva significare
salvarsi la vita, la E-Tech fece una stima, perfino pessimistica,
secondo cui quattro sostituzioni su cinque non erano mai state
scoperte.
L'ometto fece una pausa. — Il punto è questo: per una
sostituzione di successo c'erano alcune regole fondamentali. La
vittima doveva provenire da una grande città, dove in genere
regna l'anonimato. Doveva avere pochi parenti in vita, o
nessuno, o una famiglia più ristretta possibile. E i sostituti
tendevano per vari motivi a non sposarsi.
«Ora, gli Ash Ock furono padroni e maestri di questa tecnica
fin dall'inizio. Erano espertissimi... fatto questo che la E-Tech
capì solo troppo tardi.
— Gli schemi sono qui! — gridò Begelman, preso anch'e-gli
dall'eccitazione di Nick. — C'è stata una manipolazione! Gli
schemi sono chiarissimi!
Rome guardò Haddad. Il capo della Sicurezza aveva
un'espressione strana.
— Be', fino a poche settimane fa — disse Haddad, — non ne
avrei creduto una parola. Ma oggi, con le Colonie minacciate
da questa creatura... — Esitò. — Non lo so.
— Ah, sì — disse Nick. — L'uccisore. Questa notte Gillian
ha potuto finalmente telefonarmi. Il nostro Paratwa ha un
nome.
Nick riferì loro del sopralluogo fatto nel locale della Zeli,
degli indizi che portavano la firma di Reemul, dell'incontro coi
pirati di Aaron e del reclutamento di questi ultimi. Rome si
sentiva lo stomaco sul punto di prendere fuoco.
Con calma forzata Pasha Haddad attraversò la stanza, accese
un altro terminale e cominciò a battere sulla tastiera.
Questo può essere vero, pensò Rome.
— Ci sono altre prove — disse Nick. — Pensi al tunnel della
sotterranea di Filadelfia dove è stato trovato Reemul. Non era
una struttura di stasi messa su alla meglio. Si trattava di un
intero treno, completo di generatore e carburante per secoli. E
la galleria era sigillata alle due estremità. — Inarcò un
sopracciglio. — Reemul era stato messo in stasi da
un'organizzazione potente, che aveva scopi ben precisi e
un'enorme volontà di perseguirli.
Haddad lesse dallo schermo che aveva acceso:
— Reemul. Anche noto come il vassallo-killer. Tipo: Jeek
Elemental. Sesso: maschio/maschio. Data di nascita: fra il 2067
e il 2073. Luogo di nascita: sconosciuto. — Haddad premette
un pulsante, fece apparire un'altra schermata e proseguì:
— Mercenario indipendente fino al 2090 circa, epoca in cui
si crede sia stato reclutato dagli Ash Ock. Risulta al servizio
del Castello Reale fino all'Apocalisse del 2099. — Haddad fece
una pausa. — Non c'è alcuna notizia della sua morte.
«2091: ritenuto responsabile dell'assassinio di quattro
cardinali della Fondazione Cattolica per la Pace Olistica, a
Città del Messico. 2093: ritenuto responsabile dell'esplosione
di un ordigno nucleare nella base militare sovietica di
Novosibirsk. Novecento morti. 2094: responsabile del
massacro di oltre mille coloni nella Zona Disponibile
Antartica. 2098: responsabile del cosiddetto Massacro del
Parlamento, a Londra. Centoventotto membri della Camera dei
Comuni uccisi, insieme a cinquantanove militari e settantotto
civili.
«È provato che abbia ucciso sedici Paratwa di tipi diversi fra
il 2094 e il 2097. Si pensa che possa averne eliminato numerosi
altri, sempre su ordine degli Ash Ock.
I pensieri di Rome continuavano a girare in tondo, mentre
ascoltava con un orecchio solo. Manipolazioni politiche
attraverso la ICN... possibile? È davvero da escludersi che un
Ash Ock abbia esercitato un controllo sulla nostra società fin
dall'Apocalisse?
Haddad stava continuando: — 2096: intrappolato da una
brigata di Marines-commandos nella città di Pensacola, in
Florida. Fuggito, dopo aver ucciso centottantotto soldati. — A
questo punto si girò. — Dal 2096 in poi la lista è ancora più
fitta.
— Verso la fine — disse pacatamente Nick, — i padroni di
Reemul lo tennero in continua attività.
Rome si alzò. — Gillian è sicuro che si tratti di Reemul?
— Quando c'è da identificare un Paratwa, ho imparato a
fidarmi di Gillian. Non ha mai sbagliato.
«In quanto all'Ash Ock — riprese Nick, — non ho più dubbi.
Gli schemi e le manipolazioni sono inequivocabili. Non so se
potremo provarlo a voi o a chi manchi dell'istruzione adatta in
materia di matrici di probabilità e di meccanica sociale. Ma noi
ne siamo convinti.
Begelman annuì con energia.
Nick alzò lo sguardo al soffitto. — È probabile che durante
questi quattro periodi un Ash Ock sia uscito dalla stasi, forse in
un impianto di risveglio controllato da un timer. E che con la
sostituzione psicofisica uno dei suoi gemellali si sia infiltrato
nella ICN fino ad assumere il controllo dell'organizzazione. Lo
scopo di questa mossa era di limitare l'avanzamento
tecnologico... in sintesi, sostenere la politica della E-Tech.
«Tenendo fra le mani i cordoni della borsa della ICN, questo
Ash Ock ha potuto deviare i naturali schemi di crescita di una
società basata sul libero mercato, inibendo l'istintiva forza di
spinta dell'umanità contro i limiti artificialmente imposti.
«Ogni volta, quando è stato certo che gli schemi di crescita
della società erano di nuovo sotto controllo, l'Ash Ock ha
messo in atto una sostituzione inversa: qualcuno che prendesse
il suo posto, dopo un finto decesso.
Haddad annuì. — Quei quattro direttori della ICN erano
dunque dei sostituti, non delle vittime. I loro corpi non furono
ritrovati.
— Infatti. Poi, probabilmente, l'Ash Ock è tornato in stasi
per quaranta o cinquant'anni, fino al momento del controllo
successivo, assicurandosi così che la E-Tech stesse facendo
bene il suo lavoro. — Nick sorrise. — Oh, dimenticavo il
quinto periodo. Un Ash Ock sta manipolando la società proprio
adesso.
Rome lasciò vagare lo sguardo per la stanza, sentendosi d'un
tratto distaccato da tutto e da tutti. Poi si costrinse a tornare coi
piedi sulla terra. — Questa faccenda... è troppo fantastica!
Com'è possibile che un Ash Ock sia andato avanti con queste
sostituzioni senza destare sospetti?
Nick alzò una mano. — Il nostro errore più terribile, due
secoli fa, fu di sottovalutare queste creature. Nessuno seppe
immaginare, finché fu troppo tardi, che il Castello Reale
potesse essere così efficace nell'infiltrarsi e nel manipolare la
società.
— Se tutto questo è vero — obiettò Rome, — qual è lo
scopo? Gli Ash Ock, anzi i Paratwa in generale, erano nemici
mortali della E-Tech. Propugnavano la tecnologia più efferata.
Perché ora vorrebbero limitarla?
Nick stava ancora fissando il soffitto. Abbassò lo sguardo.
Esitò. — Non lo so. Non con sicurezza.
«Io so che i componenti del Castello Reale erano stati
progettati e addestrati per cercare il potere. Nella società pre-
apocalittica riuscirono ad assumere posizioni di grande
prestigio. Uno dei gemellari di Aristotele, l'Ash Ock perito in
un incendio nel Sud Africa, era primo ministro del Brasile
Libero. L'altro gemellare era un magnate dell'industria
sudamericana. Un gemellare di Codrus, come apprendemmo
troppo tardi, era stato un membro potente della Banca
Mondiale fino alla sua "scomparsa" nel 2096.
«Ora, nelle vostre Colonie la struttura del potere è più
concentrata di quanto lo sia mai stata sulla Terra. Irrya le
governa in pratica tutte quante. Il vostro Consiglio e le
organizzazioni che esso rappresenta, più un manipolo di
industriali e finanzieri e leader religiosi, detengono o
controllano il potere decisionale nell'insieme delle Colonie. I
senatori irryani e i governatori coloniali sono
democraticamente eletti, ma in realtà rappresentano dei gruppi
di potere di cui sono gli strumenti.
«Gli Ash Ock hanno l'ambizione e la fanatica perseveranza
che si riscontrano nei più pericolosi e distruttivi governanti
della storia umana. Nella concentrata struttura di potere di
Irrya, un Ash Ock infiltrato può ottenere i maggiori risultati col
minimo sforzo.
«Non dimenticate che oggi la tecnologia è l'ombra di ciò che
era due secoli fa. Questo Ash Ock ha continuato ad avere
accesso a una scienza nota più a lui che a voi. Mettete insieme
una tecnologia evoluta e un intelletto potente, e tutto è
possibile.
Rome si accorse di avere i pugni stretti. — Lei sta dicendo
che in questo momento un Ash Ock potrebbe far parte del
Consiglio.
— Sì. — Di nuovo Nick esitò. — Ma non entrambi i
gemellari. Io non credo che costui rischierebbe di lasciare
insieme in pubblico i suoi due gemellari per più di pochi
minuti. In una situazione di questo genere l'Ash Ock avrebbe
difficoltà con il collegamento. Quando i gemellari sono
insieme, il desiderio di unirsi può diventare assai forte e far
vacillare il controllo. Nel caso di un avvenimento sociale i
gemellari possono partecipare, ma restano lontani il più
possibile l'uno dall'altro.
— I gemellari assumerebbero posizioni di potere diverse ma
complementari? — ipotizzò Haddad.
— Proprio così. Ognuno di loro ricorrerebbe alla
sostituzione psicofisica per arrivare al controllo di una certa
organizzazione. Ma si terrebbero in due sfere sociali separate.
L'ometto si accarezzò la mandibola. I suoi occhi azzurri
ebbero un lampo. — Gli Ash Ock non erano soltanto cinque
Paratwa casualmente superdotati. Chi li progettò aveva già
stabilito che, per poter governare insieme, ognuno doveva
essere specializzato... cinque parti di una sola macchina,
ciascuna necessaria per farla funzionare al più alto livello
d'efficienza.
«Aristotele, del cui decesso abbiamo la prova certa, era il
loro politico. Possiamo ringraziare il cielo di non dover
affrontare lui. È probabile che Aristotele avrebbe ideato metodi
più sottili di manipolazione sociale.
«Empedocle, anch'egli morto, era il più giovane dei cinque.
Avrebbe dovuto diventare una specie di comandante militare, il
capo di tutti gli altri uccisori.
Rome annuì. — E i tre di cui non si ha prova del decesso?
— Sappiamo che Theophrastus era un genio della scienza.
Eccelleva nella ricerca pura. Aveva sicuramente una forte
influenza nella comunità scientifica.
«Di Saffo non sappiamo niente. Lei, sempre che fosse una
lei, non è mai uscita dall'ombra.
Nick guardò i terminali di cui era gremita la sala. — Il
quinto Ash Ock è Codrus. La sua specialità è la finanza. Sulla
Terra, Codrus aveva il compito di raggranellare i capitali
necessari agli Ash Ock per attuare l'insieme dei loro progetti di
potere.
— Dunque qui si tratta di Codrus — disse Rome.
— Così credo. — Nick guardò Begelman, che era di nuovo
perduto nello studio dei suoi monitor. — Gli schemi da noi
scoperti, e il fatto che delle manipolazioni sia responsabile la
ICN, mi fanno propendere per questa ipotesi. Con un gemellare
di Codrus che governa in segreto la ICN, tutti i fatti
combaciano.
— Drake? — domandò Pasha Haddad.
Nick si strinse nelle spalle. — Lui può certo esser messo in
cima alla lista dei sospetti. Ma non abbiamo alcuna prova.
— Se tutto questo è vero — disse Haddad, — allora perché
Codrus avrebbe risvegliato Reemul?
Nick guardò Rome. — Per cambiare la direzione in cui la
società delle Colonie stava andando. Per assicurarsi che siano
mantenute le restrizioni sullo sviluppo tecnologico.
«Secondo me, Codrus ha deciso che nell'attuale clima
politico la ICN da sola non poteva fermare questo violento
impulso verso la scienza e la tecnica. Così ha svegliato
Reemul, per fargli compiere un certo numero di attentati.
Rome annuì. — Diretti in un modo o nell'altro contro la E-
Tech.
— Esattamente. Allo scopo di farne una vittima, e di
conseguenza aumentare la sua popolarità. Quando la E-Tech
gode di maggior potere politico, la scienza e la tecnica sono
sottoposte a maggiori restrizioni. Inoltre Codrus ha fatto in
modo che gli avversari della E-Tech inciampassero di brutto.
«Con la West Yemen come intermediaria, La Gloria de la
Ciencia stava per ottenere un finanziamento. È probabile che
intendesse usarlo per ampliare i suoi programmi. E quando i
notiziari hanno rivelato che Bob Max era un faccendiere e un
azionista della West Yemen, La Gloria de la Ciencia è stata
collegata ai complici occulti del Paratwa. Risultato: la sua
popolarità sta scendendo.
«Il capitale della ICN è stato dirottato... verso Sirak-Brath: di
nuovo un finanziamento che invece di potenziare le attività
produttive darà una boccata d'ossigeno a una Colonia depressa.
Haddad annuì, scuro in volto. — Una manovra analoga a
quella di novantun anni fa, quando il denaro per rivitalizzare la
Terra fu sprecato per la manutenzione delle Colonie.
Nick sogghignò cupamente. — Già. Ma credo che novantun
anni fa ci fosse un'altra ragione per cui Codrus non voleva la
ricostruzione ecologica del pianeta. Fra un minuto arriverò
anche a questo.
«Intanto voglio essere sicuro che vediate l'intero quadro: la
E-Tech diventata più popolare, la ICN il cui profitto si
trasforma in un grosso investimento per rinnovare il
vecchiume, La Gloria de la Ciencia che cade in disgrazia...
— E i Sorveglianti — aggiunse Rome. — Stanno facendo la
figura degli idioti perché non sono capaci di fermare Reemul.
Nick assentì. — Infatti. Il prestigio dei Sorveglianti
pesantemente ridimensionato. E fra poco non mancherà il
colpo di grazia, che, ne sono sicuro, è già stato messo in
programma.
«Il Consiglio di Irrya, frustrato dall'incapacità degli uomini
di Artwhiler, delegherà alla E-Tech il compito di fermare
Reemul.
— Drake ha accennato a questa possibilità, al ricevimento di
ieri sera — disse Rome.
— Certo. La E-Tech riuscirà in breve a eliminare la
minaccia. Reemul sarà localizzato e distrutto dai vostri agenti.
È ovvio che il corpo del Paratwa risulterà irriconoscibile,
probabilmente bruciato, in seguito alla battaglia, ma lì accanto
sarà trovata una falce Cohe. E gli attentati finiranno. Tutti
saranno convinti che la E-Tech ha avuto pieno successo. —
Nick fece una pausa. — E intanto Reemul sarà rimesso in stasi
dal suo padrone. È troppo prezioso per lasciarlo eliminare
davvero.
Rome fremeva, rinvigorito dall'ira non meno che dalla
meraviglia. — Questa faccenda è stata articolata passo per
passo fin dall'inizio! Reemul ha messo le microspie nella
galleria di Paula Marth perché contava che lei chiamasse noi, la
sera in cui fu ucciso Bob Max.
Nick annuì. — Codrus ha progettato l'eliminazione di Max
con molta cura. Sapeva che probabilmente Paula Marth
avrebbe telefonato alla E-Tech. Bob Max lavorava per Codrus,
come ormai sappiamo, ed essendo un vicino di casa di Paula
Marth la conosceva. Può averne parlato lui stesso a Codrus, il
quale decise di usarla per sbarazzarsi di lui in modo congeniale
ai suoi piani. In questo lei era perfetta: una commerciante di
antiquariato con qualche contatto col mercato nero non avrebbe
mai voluto coinvolgersi con la polizia locale o coi Sorveglianti.
Così la Marth, da donna prudente, quella sera chiamò soltanto
la E-Tech.
«Reemul, dopo aver monitorato la chiamata, ne diede
conferma a Codrus. E quest'ultimo fece filtrare l'informazione
ad Artwhiler o a Drake. — Nick sorrise un attimo. — Si
potrebbe anche fare l'ipotesi che uno di loro due sia il
gemellare di Codrus, il che renderebbe ancora più semplice
questa ricostruzione.
Rome rise seccamente. — Sto cominciando ad accettare
queste fantastiche speculazioni, però da qualche parte bisogna
tirare una linea fra il possibile e l'impossibile. Artwhiler come
grande manipolatore di società non ce lo vedo proprio. Non ha
la testa adatta.
Nick scrollò le spalle. — Chi lo sa? Magari Artwhiler è un
grande attore. Ma probabilmente lei ha ragione. Artwhiler
controlla i Sorveglianti, tuttavia in termini di potere reale è il
più debole fra i membri del Consiglio. L'Ash Ock non
aspirerebbe a una posizione così restrittiva.
«Ad ogni modo, nella prima seduta dopo l'omicidio di Max,
Artwhiler ha accusato la E-Tech di aver coperto il Paratwa. E
così, dopo una catena di eventi, la E-Tech si è vista togliere
un'indagine che normalmente sarebbe stata di sua pertinenza.
Codrus ha avuto una buona opportunità per screditare i
Sorveglianti, mettendoli di fronte a un assassino così sfuggente
e quindi al fallimento.
— Una manipolazione complessa... — mormorò Pasha
Haddad.
Nick si alzò, si massaggiò le reni e sedette sul bordo della
consolle a cui lavorava Begelman. — Sissignore! I Sorveglianti
vanno all'attacco, ma non fanno che perdere la palla in caotiche
azioni di centrocampo. Reemul ne approfitta e segna di
contropiede. Sudato e ansante, Artwhiler viene mandato in
panchina. Scende in campo la E-Tech, allora, che dopo una
brillante azione corale schiaccia Reemul nella sua area di porta,
e proprio prima che l'arbitro fischi la fine riesce a sbattere la
palla in rete. Lo stadio esulta!
L'ometto li guardò con un sorriso. — La E-Tech è destinata a
cingersi la fronte d'alloro. In poco tempo la vostra
organizzazione avrà abbastanza forza alle camere da far votare
tutte le leggi che vuole, mettendo la museruola al progresso
scientifico per diversi decenni a venire. La Gloria de la Ciencia
tornerà ad essere un manipolo di idealisti con le tasche vuote.
Codrus gongolerà.
Rome si appoggiò allo schienale della sedia. Si sentiva
svuotato. La fermezza di propositi ha una sorgente? Sì, c'è un
terreno saldo e immutabile da cui nasce, e su cui poggia.
Ma sbagliavo quando credevo che il Consiglio di Irrya fosse
questo terreno. Noi siamo degli strumenti, martellati e forgiati
da altri. Siamo stati delle pedine nel gioco degli Ash Ock.
I suoi polmoni si dilatarono. Gli sembrava di essersi
alleggerito la mente... aveva l'impressione di una
consapevolezza e di una percettività mai provate. Come se un
sipario fosse stato strappato e le verità difficili da capire,
finallora soltanto intuite, fossero d'un tratto in piena vista.
Si rivolse a Nick. — Prima lei ha detto di avere una teoria
sul motivo per cui Codrus fa tutto questo. Perché ci sta
manipolando da generazioni? Perché vuole che la E-Tech
rimanga forte?
Nick corrugò le sopracciglia. — Cosa ne direste se gli Ash
Ock avessero un programma di nascite e allevamento a lungo
termine? Cosa ne direste, se ci fossero basi segrete dove un
nuovo tipo di Paratwa viene creato e allevato? Basi mai
sottoposte alle restrizioni sul progresso scientifico?
Haddad lo fissò, incredulo. — Basi con un programma di
nascite che va avanti da due secoli?
— Sì. Non dimenticate che i Paratwa non sono della nostra
razza. Non dimenticatelo un solo istante! E gli Ash Ock... —
Nick esitò. — Gli Ash Ock, in particolare, non si scoraggiano
certo davanti a un paio di secoli di attesa o di rallentamento dei
loro piani a lunga scadenza.
Rome ebbe l'impressione che l'ometto stesse per dire
qualcos'altro. Ma Haddad lo interruppe:
— E dove sarebbero nascoste queste basi? Non nelle
Colonie?
— Probabilmente no — disse Nick. — Non se c'è a portata
di mano un intero pianeta virtualmente disabitato.
— La Terra? — Rome scosse il capo. — Certo non in
superficie...
— Nel sottosuolo. In basi predisposte dagli Ash Ock prima
dell'Apocalisse.
Haddad annuì pensosamente. — Può essere. Sulla Terra c'è
scarsa attività: i nostri impianti di ricostruzione ecosferica,
alcune installazioni dei Sorveglianti, i templi della Chiesa della
Fede, qualche industria specializzata... — Si accigliò. — E
novantun anni fa, quando la ICN rifiutò i fondi da investire
sulla Terra... fu per impedire che queste basi segrete fossero
scoperte?
— Se aveste iniziato un'impresa in grande stile, a quest'ora la
superficie sarebbe piena di impianti e di traffico. Le basi degli
Ash Ock potrebbero esser scoperte per caso. Codrus non
rischierebbe questa possibilità.
— E i pirati? — domandò Rome. — Quelli atterrano
illegalmente dappertutto in cerca di oggetti antichi. Lei sospetta
che i Costeau possano essere coinvolti?
Nick scosse il capo. — No. Dubito che gli Ash Ock
potrebbero reclutarli.
— A risvegliare Reemul sono stati i pirati — obiettò Rome.
— Sì, ma loro lavoravano per denaro, e ad assoldarli fu Bob
Max. — Nick ebbe un sogghigno. — Il quale è stato messo a
tacere. Codrus non lascia vivere molto quelli di cui si serve.
«Begelman e io abbiamo compilato una lista dei trenta
cittadini più influenti di Irrya, molti dei quali erano al
ricevimento di Lady Bonneville. Stiamo setacciando il loro
passato alla ricerca di fatti strani, tracce di una possibile
sostituzione psicofisica. Ma, a meno che questo Ash Ock non
sia stato molto disattento, il meglio che potremo fare sarà di
restringere l'elenco eliminando i nomi meno probabili.
«Bob Max, però, è un'altra storia. È lui quello su cui
dobbiamo concentrarci.
Nick abbatté una mano sulla consolle. — Bob Max è stato
ucciso perché conosceva uno dei gemellari di Codrus. Ne sono
sicuro! L'Ash Ock non osa servirsi di intermediari: il rischio
aumenterebbe in proporzione geometrica. Preferisce trattare
direttamente con gli uomini dei quali ha bisogno.
Rome lo guardò. — Se questo è vero, l'Ash Ock doveva
essere sicuro di potersi fidare di Max.
— Sì.
— Chi ci dice — rifletté Haddad, — che abbiamo a che fare
soltanto con Codrus? Non potrebbero essere sopravvissuti
anche gli altri due all'Apocalisse? Forse hanno usato la tecnica
della sostituzione per infiltrarsi tutti e tre nella nostra società.
Nick assentì. — Probabilmente sono sopravvissuti tutti e tre.
Gli altri due, Theophrastus e Saffo, potrebbero essere rimasti
sulla Terra. O sono in stasi da qualche parte. Ma la natura della
manipolazione sociale da noi scoperta fa pensare che sia opera
di un solo Ash Ock: Codrus.
«Il compito di Codrus può essere quello di bloccare il
progresso delle Colonie finché gli Ash Ock non avranno pronto
il loro esercito di Paratwa. Forse desiderano che la società
umana si stabilizzi, in modo che la loro prossima generazione
possa prenderne il controllo d'un sol colpo.
«Gli Ash Ock devono aver imparato dai loro sbagli. Il caos
degli anni pre-Apocalisse può esser stato un'utile lezione: una
società stabile è più facile da conquistare di un mosaico di
nazioni, nelle quali il progresso tecnico avanza in modo
imprevedibile ed il tessuto sociale è soggetto a mutamenti
continui.
L'Apocalisse non è ancora finita, venne da pensare a Rome.
È stata soltanto rimandata.
Quando parlò, la forza della sua voce sorprese lui stesso: —
Ci servono fatti per supportare tutte queste teorie! Abbiamo
bisogno di prove da sbattere davanti al Consiglio e al Senato.
Nick diede a Begelman un colpetto su una spalla. — Le
avremo. Come ho detto, Bob Max è la nostra chiave. In
qualche modo è stato in stretto contatto con questo Ash Ock.
Quando avremo scoperto come e dove, saremo pronti ad agire.
Rome annuì seccamente. — La E-Tech farà tutto il
necessario.
— Mi darete libertà di azione? Permetterete a Gillian di fare
il suo lavoro?
— Sì.
— Ma la fiducia va in due direzioni — precisò Haddad.
— Su questo non si discute — aggiunse Rome.
L'ometto scrollò le spalle. —Non avete torto. Mi sono tenuto
per me troppe cose. E ancora non vi ho detto tutto.
— Potrebbe cominciare — suggerì Rome, — con la sua
conversazione di ieri sera col Leone degli Alexander.
— Ah, quello! Volevo soltanto scoprire perché il Leone era
venuto al ricevimento di Lady Bonneville, dopo aver declinato
i suoi inviti per anni.
«È un vecchio pieno di pensieri. Non ha voluto dirmi il
motivo preciso per cui era lì. Ma ho avuto la strana sensazione
che i suoi sospetti siano simili ai nostri. Anche gli Alexander
sono convinti che qualcuno, nelle alte sfere, controlli l'attività
terroristica di Reemul. Il Leone ha detto che è intervenuto per
vedere se riusciva a scoprire qualcosa.
— E il secondo programma del computer? — volle sapere
Rome.
Nick assunse un'espressione supplichevole. — Finora vi ho
chiesto di fidarvi di me. Fatelo ancora per un poco. C'è una
ragione.
Rome lo fissò per qualche istante. — Va bene. Ancora per
un poco. Ma dovrà venire il giorno...
— Verrà il giorno che saprete tutto. — Il volto di Nick si
scurì. — Ma quel giorno rimpiangerete la spensieratezza di chi
non sa.
30

— Il tallone d'Achille del Paratwa può essere meglio


compreso ricorrendo a un'analogia.
Gillian parlava dal centro di uno spazioso rettangolo dal
pavimento imbottito, un angolo vivamente illuminato di quella
stessa palestra di Irrya dove lui e Nick avevano esaminato i
volontari di Haddad quindici giorni prima. Nel resto del locale
aveva ordinato diversi cambiamenti: un basso soffitto di
plastica formato da pannelli non illuminati al disotto, e una
serie di pareti mobili sistemate in modo da formare corridoi
pieni di curve e spazi chiusi. In quel labirinto poche luci
creavano ampie pozze d'ombra. In contrasto con
l'illuminazione dorata dello spazio per l'allenamento, le camere
da letto e i corridoi erano pozzi di tenebra. Al centro della
palestra c'erano Aaron, Grace e Santiago, attenti e cauti. La
loro tensione era ben giustificata. Negli ultimi quattro giorni
Gillian li aveva pian piano introdotti alle durezze della Tecnica
Shane/Ammon, un programma di addestramento praticato dalla
Polizia Territoriale nel ventunesimo secolo. Lunghe lezioni
orali costellate di violenti e inaspettati attacchi fisici. Messa in
atto nel modo giusto la Tecnica Shane/Ammon produceva
combattenti dalle reazioni assai veloci. E dopo poche ore
d'applicazione pratica eliminava chiunque non avesse i nervi
molto saldi.
In questo non sembravano esserci problemi. I pirati
accettavano lo stress come una normale condizione di vita.
S'erano adattati in fretta alle tecniche di Gillian.
Sul fondo della palestra, appollaiato su un alto sgabello, c'era
Nick. Indossava una tuta da caduta libera d'un giallo
abbagliante e aveva un terminale portatile appeso al collo. Al
suo fianco Pasha Haddad, che mascherava ancora dietro
un'espressione pietrificata la sua contrarietà per la presenza dei
pirati, osservava i lavori. Collaborava soltanto perché glielo
aveva ordinato Rome Franco, e continuava a rifiutarsi di
riconoscere l'inadeguatezza dei suoi agenti. Per il quarto giorno
di fila era lì per vedere coi suoi occhi perché i pirati fossero
diversi.
Nick e Haddad avevano scudi di energia, accesi; nel silenzio
della palestra si avvertiva il loro debole ronzio.
— La nostra analogia — continuò Gillian, — è la bussola
magnetica. Era uno strumento comune sulla Terra, prima che
più sofisticati sensori direzionali la rendessero obsoleta. Avete
tutti presente l'oggetto di cui sto parlando?
I pirati si scambiarono uno sguardo, badando di non
distogliere completamente l'attenzione da lui. Aaron espresse la
risposta degli altri annuendo appena.
Bene, si disse Gillian. Funzionano sempre più come
un'unità. Quattro giorni d'intenso addestramento avevano
istillato in loro la vitale importanza del lavoro di squadra.
— Ora, immaginate una bussola che abbia due aghi
perpendicolari fra loro: uno nord/sud, l'altro est/ovest.
Considerate l'uccisore Paratwa nei termini di questa bussola
particolare: uno dei gemellari è l'ago nord/sud, l'altro quello
est/ovest. Questa disposizione perpendicolare è analoga al
modo in cui funziona il collegamento telepatico del Paratwa.
La stessa natura di questo collegamento, da cui il Paratwa
ottiene una singola mente cosciente, prescrive che i due
gemellari siano sfasati di novanta gradi l'uno rispetto all'altro.
«Applicando questa analogia a ciò che accade in
combattimento, possiamo immaginare il Paratwa come due
aghi che girano di continuo... sempre perpendicolari fra loro,
ma sempre in movimento e puntati quindi in direzioni variabili,
non limitate ai punti cardinali nord/sud ed est/ovest. Inoltre,
benché gli aghi ruotino in sincronia, entrambi hanno bruschi
cambiamenti di velocità e di direzione. La sola costante è
questa relazione fissa di novanta gradi fra di loro.
«Per combattere con efficacia contro un Paratwa, bisogna
fermare questa rotazione del doppio ago: bloccarlo in modo
che i due aghi si allineino in senso est/ovest e nord/sud. Noi
dobbiamo direzionare l'uccisore. In teoria questo è molto
semplice: ci proteggiamo contro il primo violento attacco
dell'uccisore, quindi, appena possibile, ci disponiamo in modo
da poter attaccare uno dei gemellari e difenderci dall'altro.
Studiò le loro reazioni; vide il tatuaggio sulla guancia di
Aaron contrarsi. Santiago fece un sorrisetto stentato. Grace
aveva sempre la solita espressione dura, sfumata di sprezzante
incredulità.
— Attaccare un gemellare — ripeté. — Difendersi dall'altro.
«In teoria è semplice. In pratica... è difficile farlo senza
essere ammazzati.
Soltanto Santiago rise.
— Se il Paratwa può essere direzionato, cioè costretto in una
situazione dove un gemellare deve difendersi mentre la sola
scelta dell'altro è di attaccare, il più grande vantaggio
dell'uccisore è in effetti neutralizzato. Il Paratwa, micidiale
quando si batte in due posizioni diverse, è allora forzato ad
agire come due individui separati. Un gemellare non può far
altro che difendersi da noi; l'altro automaticamente diventa un
aggressore... e scopre che noi non lo contrastiamo. — Gillian si
permise un lieve sorriso. — Noi ci limitiamo a opporgli una
difesa passiva.
«L'uccisore è stato direzionato. Una caratteristica che fa del
Paratwa un avversario mortale è stata annullata. Esso non può
più passare da un gemellare all'altro la tattica
difensiva/offensiva, confondendoci. Inoltre, metà del suo
arsenale è inutilizzabile. Il gemellare sotto attacco non può
usare la sua falce Cohe e la pistola a raggi con assoluta
precisione, posto che il nostro attacco sia abbastanza violento.
Aaron ridacchiò. — È questo, Gillian della E-Tech, il tuo
grande segreto? È questo che stavamo aspettando di sentire da
quattro giorni?
— Sì. Questo è il tallone d'Achille del Paratwa.
Grace e Santiago risero apertamente. Pasha Haddad s'era
accigliato. Nick ignorò le loro reazioni e si dedicò allo schermo
del suo terminale portatile.
— Naturalmente questa tecnica non è molto efficace, a meno
che qualcuno (nel nostro caso, io) possa uguagliare l'abilità del
gemellare attaccante nell'uso della falce Cohe. Anche un
gemellare solo può usare la Cohe in modo devastante.
Gillian sorrise delle loro espressioni incredule. Poi estrasse
la pistola a raggi esplosivi e sparò ad Aaron.
Tre mandibole si chiusero di scatto; tre scudi d'energia si
accesero. Aaron girò le braccia dietro la schiena e incassò il
colpo di Gillian senza vacillare. Nell'addestramento regolavano
al minimo la potenza dell'arma, però la scarica avrebbe potuto
uccidere un uomo non protetto dallo scudo, o scaraventarlo al
suolo se colto sbilanciato.
Santiago e Grace si spostarono di lato, sfoderarono le armi e
fecero fuoco contro Gillian. Lo scudo di lui assorbì il doppio
colpo senza danni.
— No! — gridò, seccato. — Ve l'ho già detto: per oggi
dovete considerare me un gemellare e Nick l'altro! — Indicò il
fondo della palestra. Nick alzò una mano a salutarli
amichevolmente.
— Attaccare un gemellare... difendersi dall'altro. Dal
momento che io, il Paratwa, ho cominciato l'attacco, la vostra
sola scelta era di difendervi da questa direzione. Io ho sparato a
voi; di conseguenza voi dovevate proteggervi da me con lo
scudo, e voltarvi per sparare a Nick, che si stava soltanto
difendendo!
«Avete mancato di direzionare l'avversario. Avete permesso
a Nick e a me di determinare la natura del combattimento. A
me sono rimaste aperte tutte le scelte, mentre le vostre erano
ormai gravemente limitate.
I pirati spensero gli scudi. Grace ebbe una smorfia. — Non
vedo alcuna necessità di...
— Taci! Tu hai fatto un errore. Non cercare di
razionalizzarlo. In un combattimento reale il Paratwa ti avrebbe
uccisa.
La bruna strinse i denti, contrariata. Nei suoi occhi ci fu un
lampo d'ira.
Grace è l'anello più debole, si ripeté lui. Dentro di lei c'è
troppa rabbia. Potrebbe esplodere nel momento sbagliato e
rompere il ritmo mente-corpo.
Quattro giorni addietro, dopo il decollo della loro navetta da
Sirak-Brath, Gillian aveva parlato con Aaron in privato per
esporgli i suoi dubbi sulla ragazza. Era stata una discussione
antipatica, nella quale non si erano capiti, e infine irritante per
entrambi.
Aaron aveva subito messo la cosa in termini troppo
semplicistici: — Grace è mia sorella. Fa parte del clan. Tu la
addestrerai insieme a Santiago e a me. Così, quando ci
prenderemo la nostra vendetta su Reemul, lei sarà presente e
farà la sua parte.
— Tua sorella potrebbe non essere adatta.
— Com'è possibile che non lo sia? Lei è del clan.
— Stavo parlando in termini di temperamento.
— Anch'io.
Gillian aveva cercato di spiegarsi. — A me sembra che
Grace si riscaldi troppo facilmente. C'è il caso che durante
l'azione si lasci guidare dalla rabbia. Potrebbe perdere ogni
senso di disciplina e diventare un pericolo per il resto della
squadra.
— La sua rabbia è parte di lei. Tutto qui. Ma... perdere il
senso della disciplina? — Aaron era scoppiato a ridere. — Può
darsi. E può darsi che combattendo perderemo qualcosa anche
noi, magari una gamba, o la testa. Chi può dirlo?
— Io sto parlando di una possibilità molto concreta, Aaron.
Tua sorella potrebbe finire per farci ammazzare tutti.
— Lo stesso si può dire di te.
— Non la voglio in squadra — aveva stabilito seccamente
lui.
— Questo è chiaro.
— Nel vostro clan c'è senz'altro chi sarebbe lieto di prendere
il suo posto.
— Sì, quasi tutti.
— Allora è deciso. Grace ne resta fuori. Tu chiama i tuoi
capi e chiedi alcuni elementi validi che si addestrino con noi su
Irrya.
Aaron s'era mostrato perplesso. — Perché dovrei chiamare i
nostri capi? E perché far venire degli altri? Tu stai solo
chiedendo di sostituire Grace.
— Esamineremo qualche candidato e sceglieremo il più
adatto.
— La più adatta è Grace.
— Aaron, tu lo dici perché è tua sorella.
— Naturalmente.
Gillian aveva faticato per tenere accuratamente la rabbia
sotto controllo.
— Io non la voglio in squadra. Lei è fuori. Non la
addestrerò.
Finalmente Aaron era apparso turbato. — Tu sei venuto da
noi e ci hai chiesto aiuto. Poi hai parlato di lavoro di squadra, e
invece cerchi di dividerci.
— Io sto cercando di mettere insieme la miglior squadra
possibile. Sto cercando di fare un lavoro e di uscirne vivi.
— Hai già la miglior squadra possibile. Hai Grace, Santiago
e me.
— Stai dicendo che o vi addestro tutti e tre insieme oppure
non collaborerete?
— Come potrebbe essere altrimenti?
— E chi mi dice che voi siate la miglior squadra possibile, se
non potrò esaminare altri Costeau?
Aaron aveva scrollato le spalle. — Se vuoi rivolgerti ad altri,
fai pure. Tu ti sei rivolto a noi... e noi abbiamo accettato. Non
vedo cosa sia tanto difficile da capire in questo fatto.
E quella era stata la prima lezione di Gillian sul
comportamento dei membri del clan. I pirati mantenevano un
individualismo estremo anche mentre erano completamente
dediti a raggiungere gli scopi del loro gruppo sociale.
Reemul aveva torturato e ucciso undici Alexander. L'intero
clan aveva giurato vendetta. Ma Gillian s'era rivolto ad Aaron,
Grace e Santiago, i quali erano stati d'accordo. Non aveva
chiesto l'assistenza del clan degli Alexander, bensì di tre soli
individui. Neppure gli altri due uomini d'equipaggio, quelli che
Aaron aveva dovuto lasciare a Sirak-Brath, erano coinvolti nel
loro patto.
Con un sospiro Gillian tornò a dedicarsi alla palestra. Sto
prendendo Grace troppo È petto. Devo controllare la
tentazione di criticarla, e aiutare lei a controllare la sua
rabbia.
— Grace, Santiago — continuò, — anche se non mi avete
direzionato siete stati molto veloci. Aaron, non dimenticare mai
che ogni volta che sia possibile devi allinearti orizzontalmente
con gli altri due. Ricorda che una falce Cohe può colpirti da
ogni direzione. Con gli scudi accesi, ciascuno di voi ha due
zone deboli: il lato destro e quello sinistro. Due combattenti
che stiano affiancati dimezzano il loro numero di punti deboli.
«Inoltre, non cessate di far pratica di tiro al bersaglio
passando la pistola a raggi da una mano all'altra. Voglio
vedervi diventare ambidestri.
«Ora parlatemi un po' del Paratwa... Santiago, cosa significa
quando i due gemellari cambiano l'altezza dell'attacco?
Il negro rispose senza esitazione: — Quando uno dei
gemellari si sposta più in alto o più in basso, vuol dire che
quello rimasto alla tua altezza si prepara a fare un vortice.
— Aaron, dimmi cos'è un vortice.
— Il gemellare che resta alla tua altezza si accovaccia, e
comincia a ruotare su se stesso con la falce Cohe protesa
avanti. Fa questo soprattutto per creare confusione. Il raggio
nero schizza per tutto il locale, se si è al chiuso, e sembra che
sia in ogni posto nello stesso momento.
— Grace: in realtà solo una parte del raggio è mortale.
— La parte terminale del raggio. Poco più di un metro. Tutto
il resto è innocuo, è soltanto la scia dell'energia proiettata.
— Aaron: lo scopo reale del vortice?
Lui esitò. — Confondere...
— No! Questo è lo scopo secondario. Santiago?
— Indurre gli avversari a girarsi, a voltare la parte anteriore
dello scudo verso il raggio, in modo che l'altro gemellare possa
sparare attraverso uno dei varchi laterali.
— Esatto. Grace: la sorgente d'energia della falce Cohe?
— Il calore della mano, la pressione sulla superficie
dell'uovo, e una batteria interna ricaricabile.
— Autonomia della batteria?
— Dieci minuti di fuoco a potenza costante — recitò lei.
— Infatti. E poiché è molto raro che una Cohe debba sparare
per dieci minuti di seguito, l'autonomia reale risulta di venti o
trenta minuti... ancora troppo perché noi si possa trarne qualche
vantaggio in combattimento.
«Aaron: in che mano Reemul tiene la falce Cohe?
— Entrambi i gemellari sono destrorsi.
Gillian annuì. Reemul gli aveva dato modo di apprendere
ben poche preziose informazioni sul suo conto quel giorno di
oltre due secoli addietro, a Boston.
Tentò una domanda più difficile. — Santiago: che tattica
possiamo impiegare per avvantaggiarci del fatto che Reemul
usa meglio la mano destra, mentre stiamo facendo il possibile
per direzionarlo?
Santiago strinse le palpebre e si perse nei suoi pensieri.
— Aaron?
Il pirata biondo scosse lentamente il capo. Sul volto di sua
sorella comparve un sorriso. Gillian le fece un cenno.
— Dobbiamo tentare — disse la ragazza, — di spostarci
sempre a sinistra, cioè verso la destra del gemellare che stiamo
attaccando. La mano con cui lui usa la falce, allora, sarà
esposta attraverso il varco laterale del suo scudo.
Ottimo. — Grace aveva delle doti che compensavano i
difetti. Come agilità mentale era probabilmente la migliore dei
tre.
Santiago: quale posizione va evitata a tutti i costi?
Mai mettersi in mezzo fra i gemellari. Tenersi in movimento,
in modo da avere sempre entrambi i gemellari nel campo
visivo.
Aaron: cosa faresti se tutti noi fossimo uccisi, e se tu ti
ritrovassi stordito e disarmato?
Disattiverei il mio scudo e mi fingerei morto. — Fece una
pausa. — Poi verrei ammazzato sul serio.
Gillian annuì. — Probabile. Ma la tattica funziona, come
potrebbe dirti chi se l'è cavata proprio così. Durante il
combattimento, il Paratwa agisce a un elevato grado di
attenzione, con tutto il sistema neuromuscolare che lavora a
velocità eccezionale. Percepisce quindi gli avversari in termini
di movimento, e spara su tutto ciò che si muove. Esiste la
possibilità, per quanto vaga, che l'uccisore debba lasciare la
scena dello scontro immediatamente, e così chi si è finto morto
può anche cavarsela.
In fretta, per non farli indugiare su pensieri di sconfitta,
proseguì: — Grace: qual è il terreno a noi più favorevole?
— Un ampio spazio aperto. Questo ci dà il modo di tenere in
vista contemporaneamente i due gemellari.
— Santiago: la portata di una falce Cohe?
— Alla massima potenza, circa trentacinque metri.
Gillian estrasse la pistola a raggi e sparò a Grace.
La mandibola scattò, lo scudo si accese. Grace s'inclinò in
avanti per sostenere la forza del colpo. Aaron e Santiago
cominciarono a sparare a Nick, mentre la bruna piratessa,
protetta ai lati dagli scudi degli altri due, gridava ordini:
— A sinistra! Fermi!... A destra! Più svelti!... Fermi!
Grace continuò a snocciolare ordini per presentare un fronte
unito di scudi ai colpi di Gillian, tenendo d'occhio i suoi
spostamenti, intanto che Nick ondeggiava sullo sgabello per
opporre la parte anteriore del suo scudo ai raggi esplosivi dei
due uomini. Con la potenza al massimo non ci sarebbe riuscito
così facilmente.
Dopo una trentina di secondi Gillian smise di sparare e
abbassò l'arma. — Basta così. Bene, stavolta è andata meglio.
Nick ridacchiava. Pasha Haddad concesse loro un mezzo
sorriso.
Non un colpo fuori bersaglio! pensò Gillian. Perfino
Haddad, il più severo dei critici, sembrava favorevolmente
impressionato. Guardò l'orologio a muro. Quasi quattro ore di
lezione. Adesso sono io ad aver bisogno della mia pausa.
— Quindici minuti di riposo. Io esco. Appena rientro faremo
ancora pratica con la falce. Dalle pistole a raggi sapete
difendervi bene, ma ci vuole ben altro contro la mia Cohe.
Aaron sogghignò fieramente. — Sì? Vedremo di cosa sei
capace!
Gillian lasciò la zona sgombra della palestra. In fretta si
avviò nel corridoio pieno di curve verso la stanza in cui aveva
trascorso le ultime notti.
Era un piccolo locale oscuro, ammobiliato spartanamente
con un tavolo, due sedie, lo stipo per gli abiti e un lettino
gonfiabile. Chiuse la porta, sedette sul materasso e attese.
La cosa arrivò per gradi, com'era puntualmente successo
ogni quattro ore in ciascuno di quei quattro giorni.
Dapprima, come un delicato prurito, parve nascere sotto la
sua stessa pelle. Poi apparvero frammenti di ricordi che
uscivano dalla nebbia come refoli d'immagini.
Apparivano e sparivano, affacciandosi appena ai bordi della
sua coscienza e subito tornando a perdersi nei gorghi del
subconscio. Lui cercò di trattenerli, disperatamente tentò
d'afferrare quelle immagini in cui sentiva la presenza di un
passato dove pensieri e sensazioni formavano un tutto unico.
Ma erano granelli di sabbia che gli sfuggivano fra le dita. E al
dissolversi di ciascuno di quei ricordi Gillian provava un senso
di perdita... la cupa certezza che adesso lui esisteva come
l'ombra di ciò che era stato un tempo.
Da ultimo, prevedibile dopo quattro giorni di
quell'esperienza, venne il lampo di luce dorata. Stavolta il
bagliore apparve sulla sua sinistra: un accecante attimo di
luminosità, e poi nient'altro. Subito dopo la sola realtà
tornarono a essere le pareti di quella stanzetta, i mobili
semplici, la penombra e il silenzio.
La luce dorata emergeva ogni volta da diverse direzioni, ma
a parte questo l'insieme delle allucinazioni restava identico. La
sequenza completa si ripeteva ogni quattro ore. Non lo
risparmiava neppure nel sonno, sotto forma di strani sogni poi
impossibili da ricordare, sogni che si concludevano con raggi
di luminosità dorata simili a pioggia primaverile su una foresta
vergine.
Sentì bussare alla porta. Nick la socchiuse e mise dentro la
testa. — È passata?
Lui annuì. Il compagno entrò e chiuse la porta dietro di sé.
— C'è stata qualche differenza, stavolta?
— Sempre la stessa cosa.
Nick tirò una sedia più vicino a lui e si sedette.
Gillian unì le mani in grembo. — Pensi che Jerem abbia
visto giusto? Ha detto che sembravo in preda a un attacco
epilettico.
Nick si strinse nelle spalle. — È possibile, suppongo. Te la
senti di sottoporti a una visita medica?
— No.
— Le sensazioni che provi prima della luce, i barlumi di
memoria. Sei sicuro di non ricordarne più niente, dopo?
— Assolutamente niente. — Non permise a Nick di capire
fino a che punto questo lo sconvolgesse.
L'ometto parlò cautamente, quasi inciampando sulle parole.
— Nessun ricordo di... Catharine?
— Nessuno, da quando sono cominciati gli attacchi. —
Gillian si concesse un sorriso. — Finora, sembra che l'unica
cosa positiva sia questa. Riesco perfino a pensare a lei senza
sentirmi depresso, o peggio.
— Bene. Qualche idea sul perché tu abbia questi attacchi?
Gillian si accigliò. — Non proprio. Però, a volte ho la strana
sensazione che... è difficile da descrivere, sul serio.
— Provaci.
— Be', è solo che... — S'interruppe, con un gesto vago. —
Non lo so. Non so neppure che razza di sensazione sia, di
preciso. Ha qualcosa a che fare con ciò che la mia vita avrebbe
potuto essere, o con la vita in generale, forse. La vita qui nelle
Colonie.
«Suppongo che sia una specie di nostalgia per quello che non
è successo mai. Catharine e io avremmo potuto avere una
buona vita, qui nelle Colonie. — Allargò le braccia. — Irrya! È
un bel posto, pieno di possibilità che sulla Terra non avremmo
mai avuto. E non soltanto questa Colonia... ci sono anche le
altre. E hanno qualcosa di diverso, una calma da cui sembra
nascere una libertà che sulla Terra non c'era. — Sospirò. — È
difficile da spiegare.
Nick annuì lentamente. — E Sirak-Brath?
L'umore di Gillian si schiarì. Sorrise. — No, penso che ci
siano eccezioni a ogni regola. Sirak-Brath... è un posto che mi
ricorda la Terra dei nostri tempi.
— E stavi per andartene da Sirak-Brath quando hai avuto
quel primo attacco.
Gillian annuì, eccitato. — Sì! Non ci avevo pensato.
— Questi attacchi... c'è una diminuzione della tua efficienza,
sia prima che dopo?
— No, che io sappia.
Nick si appoggiò allo schienale. — Allora non dovrai far
altro che assicurarti di poter restare solo, ogni quattro ore.
— Non dovrebbe esserci problema. Un attacco dura pochi
momenti. Gli altri non se ne accorgeranno neppure.
— Tu bada di non capitare col nostro amico Jeek proprio
durante uno di questi momenti.
— Vedrò di calcolare il tempo.
Per un poco restarono in silenzio. I pensieri di Gillian
tornarono all'addestramento. — Pensi che promettano bene?
Nick sbatté le palpebre. — Cosa?
— I pirati, intendo.
— Oh, sì. Molto bene. S'impadroniscono della tecnica di
base più in fretta della nostra ultima squadra, due secoli fa.
Gillian annuì. — Un'altra settimana e credo che saremo
pronti.
— Non possiamo aspettare tanto. Reemul potrebbe esser già
di nuovo in stasi per allora. Io e Franco pensiamo che gli
attentati siano quasi finiti. Se non ci muoviamo in fretta
rischiamo di lasciarci scappare il Jeek. — Nick fece un sospiro.
— Abbiamo escogitato un piano. Franco farà la sua mossa
oggi, alla riunione del Consiglio. Dovremmo riuscire a far sì
che Reemul venga allo scoperto molto presto, forse da domani
in poi.
— Domani? No, non siamo pronti. Non possiamo ancora
affrontarlo.
— Andiamo, Gillian! Tu sai per esperienza che i combattenti
più facili da addestrare sono sempre una buona squadra. Questi
pirati non si tirano indietro. Sono dei fanatici. Darebbero la vita
pur di sparare un colpo a Reemul. Aaron, Grace e Santiago
sono pronti.
Gillian scosse il capo. — Mi serve altro tempo.
— Questa è solo una scusa. Entrambi sappiamo come andrà
la partita: quella vera e propria la giocherai tu. La squadra ti
darà più peso, ma loro sono fiancheggiatori e nient'altro. Il loro
compito è quello di distrarre il Paratwa per darti il modo di
ammazzarlo.
— Questo non è un uccisore qualsiasi.
— La differenza non può essere eccessiva.
— La differenza c'è.
Nick incrociò le braccia. — Onestamente, credi che questi
pirati non siano pronti?
— Aaron e Santiago, sì, forse. Sulla ragazza ho i miei dubbi.
Nick ci rifletté un poco. — Sembra in gamba.
— Lo è. Solo che in una situazione d'emergenza tende a
ignorare la disciplina. Potrebbe lasciarsi dominare dalla sua
rabbia e diventare un fattore di pericolo. — Fece una pausa. —
E con suo fratello che si batte accanto a lei... be', se lo vedesse
cadere forse perderebbe il controllo.
— Se è per questo, può anche succedere il contrario. Se
Grace fosse uccisa, magari Aaron andrebbe a pezzi.
— No. Aaron è troppo disciplinato.
— Anche Grace sa cosa sono gli ordini.
Lui sospirò. — Ne ho già parlato con loro, Nick. Quando
guardo Grace, io vedo una donna che può essere la mia rovina.
D'un tratto l'ometto s'irrigidì. Si agitò a disagio sulla sedia.
Gillian lo guardò. — Che c'è che non va?
L'altro scosse il capo. — Niente.
Sta mentendo. Non l'ho mai visto così nervoso.
Nick trasse un lungo respiro. — Allora che vuoi fare con
Grace?
— Suppongo che la userò. Se dici che potremmo dover
affrontare il Jeek fin da domani, non ho nessuna scelta, no?
Nick parve studiarlo per alcuni secondi, e quando parlò fu in
un sussurro. — No, non hai nessuna scelta.
Poi, mentre in fretta cambiava argomento, la sua voce tornò
normale. — Di' ad Aaron che ho avuto notizie di Paula Marth e
del ragazzo. I Sorveglianti non li hanno ancora rilasciati, però li
hanno fatti portare su Irrya. Per adesso non li lasciano ricevere
visite. Però Haddad sta usando la sua influenza. Se non altro,
siamo sicuri che li stanno trattando bene.
Gillian esitò. — A quest'ora i Sorveglianti devono sapere di
me. Jerem era fuori, quando ho indagato nel bar sulla Zeli.
Forse ha parlato. La E-Tech potrebbe essere costretta a dare
spiegazioni.
Nick sorrise. — Sì. Fra un'ora, in sala del Consiglio, Rome
Franco dovrà vedersela con un Artwhiler molto aggressivo. Mi
piacerebbe poterci essere anch'io.
— Non sei preoccupato?
— Ho l'aria preoccupata? — Il sogghigno di Nick si allargò.
— Tu assicura ad Aaron che la sua donna sta bene. Digli che
probabilmente lei e il ragazzo saranno rilasciati fra qualche
giorno. E digli anche che io ho parlato con il Leone. Harry
pensa che il loro tribunale sarà d'accordo su, cito le sue parole:
«L'assistenza della E-Tech alla missione di Aaron contro un
nemico degli Alexander». È un modo di vedere la cosa,
suppongo.
— Harry?
— Harry, il Leone degli Alexander. — Sorrise
maliziosamente. — È ancora qui su Irrya. Gli ho parlato altre
volte, dopo il ricevimento di venerdì scorso. È un vecchio
interessante, Harry. Credo che ti piacerebbe. Stasera ho in
programma di cenare con lui.
— Hai saputo farti dire qualcosa di utile su quegli undici
Costeau uccisi? Aaron è molto abbottonato su certe cose. Ha
detto che questo non è affar mio.
Nick scosse le spalle. — Da come la vedo io, Bob Max, su
istruzioni di Codrus, fece avere un messaggio a Reemul tramite
i pirati. Nel messaggio doveva esserci l'ordine, in codice, di
ammazzare i suoi benefattori. Dopotutto quei Costeau avevano
avuto Reemul fra le mani, nudo e inerme, e avrebbero potuto
fargli un completo esame medico. Avevano visto troppo.
Dovevano morire.
— E la tortura?
— Reemul non poteva fare le cose a metà. Doveva accertarsi
che non ci fossero altri al corrente del suo risveglio. E,
conoscendolo, è evidente che ne ha approfittato per divertirsi
un po'.
Nick si alzò dalla sedia. — Questo, almeno, è ciò che penso.
Adesso Haddad e io ce ne andiamo per un po'. Voglio parlare
con Begelman. Se vuoi, Haddad manderà in palestra uno dei
suoi a fare da bersaglio. — Il suo volto magro s'illuminò. — Ti
dirò, essere sballottato da tutti quei colpi è stata un'esperienza
interessante. La prossima volta, ricordami che ho deciso di non
riprovarci mai più.
L'ometto gli fece l'occhiolino, aprì la porta e a passi svelti
s'allontanò nel corridoio poco illuminato.
Gillian restò seduto sul letto, gli occhi fissi nell'ombra.
Avrei dovuto chiedere a Nick del secondo programma del
computer. Me ne sono dimenticato...
In realtà questo non era vero. Ho pensato di farlo, appena è
entrato qui. Ma poi non mi è più sembrato così importante.
D'altronde, Nick aveva sempre avuto la tendenza a giocare
con le informazioni, a tenere per sé anche dati importanti fino
all'ultimo momento. Si divertiva a tessere intrighi anche
quando avrebbe potuto farne a meno... probabilmente aveva
stuzzicato Franco e Haddad fino al limite delle loro capacità di
sopportazione.
Quel pensiero gli strappò un sorriso.
Comunque avrebbe fatto meglio a estrarre dalla mente
contorta di Nick ciò che sapeva su quel secondo programma.
Domani, magari.
Si alzò in piedi e stiracchiò le braccia, sfiorando quasi i
pannelli del soffitto.
E anch'io mi sto tenendo i miei segreti. Non ho detto a Nick
che qualche volta mi sorprendo a guardare Grace... e che
quando quella ragazza ha una certa espressione, sotto una certa
luce, mi ricorda il mio amore perduto, la mia Catharine.
31

Oggi, in questa stanza, sono davvero solo.


Seduto rigidamente al suo posto nella sala del Consiglio,
Rome tamburellò con le dita un ritmo vago sul liscio piano del
tavolo. Il lampadario prismatico, un ragno di scintillante
cristallo appeso al filo, regolato al minimo, gettava a stento la
sua ragnatela di luce negli angoli più lontani. L'illustrazione di
Rockwell Kent ne riceveva appena abbastanza da rivelare il
colore. Più a sinistra, il campo di grano di Van Gogh riposava
in un grigio crepuscolare.
La porta si aprì; una lama di luce più viva tagliò la penombra
della sala. Nu-Lin entrò, seguita da Drake.
— Fran-co! — lo salutò, sorpresa. — Ti stai riposando gli
occhi?
Rome contrasse le guance per produrre un sorriso e si augurò
che sembrasse spontaneo. — Soprattutto la schiena, temo. Non
ho dormito bene in questi giorni, e l'età si fa sentire.
Nu-Lin, Consigliere per gli Affari Intercoloniali, nata nel
2243 nella Mann, la sezione residenziale della Colonia Leipzig,
in una famiglia piccola: genitori e una sorella, tutti deceduti.
Eletta Governatore della Colonia nel 2278. Sei anni in
quell'ufficio, e poi il trasferimento su Irrya per assumere un'alta
posizione nella Lega dei Commercianti. Responsabile di una
radicale ristrutturazione della Lega e, tre anni dopo, artefice
dell'annientamento degli interessi monopolistici all'interno
dell'Unione Agricoltori. Nel 2288, eletta presidente della Lega
dei Commercianti e sua rappresentante permanente al
Consiglio di Irrya. Mai sposata.
Drake allungò una mano verso un sensore a parete,
riportando alla normalità l'illuminazione della sala. — Ha
appetito, Rome? Nu-Lin e io pensiamo di ordinare qualcosa.
— Niente per me, grazie.
— Uno stimolante, allora? Abbiamo bisogno che lei sia ben
sveglio, alla seduta di oggi.
Sì, sono sicuro che parli sul serio.
Drake riportò il suo corpo massiccio sulla soglia e si sporse
in corridoio per chiamare un inserviente. Nu-Lin venne a
sedersi.
— Preoccu-pato?
Era troppo intelligente per prendere per buona la scusa dei
dolori e della mancanza di sonno. Lui scosse le spalle. —
Artwhiler. Oggi potrebbe darci dei problemi.
— Perché?
Rome si girò a guardarla. Mento sollevato, regale; scintillanti
occhi azzurri.
Occhi freddi, notò per la prima volta. Il volto di lei
esprimeva calore, ma era smentito dagli occhi. Gli ricordavano
i chicchi d'uva congelata usati per raffreddare il vino di
Pocono.
Si accorse di sogghignare. La mia immaginazione corre
troppo. I sospetti di Nick mi hanno contagiato.
Non può essere Nu-Lin.
Lei lo ricambiò con uno sguardo perplesso. Poi i suoi
lineamenti si rilassarono in un sorriso delicato. — Art-whi-ler
non sarà un pro-blema. Abbiamo i voti per met-terlo in mino-
ranza.
Aveva frainteso la sua espressione. Meglio così.
Drake rientrò e prese posto al tavolo. — Aragosta allo spiedo
e contorno di riso, in salsa di pinoli insaporita con liquido
organico.
— Sembra de-li-zioso. Dovrò la-sciarle più spesso la scel-ta
del menu, anche se, spero, il li-quido or-gani-co non ri-chie-
derà una cerimonia re-li-giosa.
Drake rise forte. — Non confesseremo al vescovo Vokir
questo piccolo sacrilegio.
Anche Nu-Lin rise. Rome sentì un brivido lungo la schiena.
Con uno sforzo si costrinse alla calma.
Devo controllarmi. Devo evitare a ogni costo di insospettirli.
Se uno di loro è davvero un gemellare dell'Ash Ock, è vitale
che non mi veda allarmato.
Le loro risate si spensero. Drake si rivolse a Rome.
— Ho trovato interessante quel Nicholas, l'amico di suo
figlio. Un'aggiunta indovinata al ricevimento di Lady
Bonneville. Devo dire che ha un senso dell'umorismo
apprezzabile.
— Già. Il suo bagaglio di storielle è enciclopedico. —
Perché questo accenno a Nick? Di solito Drake evitava le
chiacchiere poco importanti per lui.
— Spero che qui a Irrya si trovi bene.
— Sì, è uno che si ambienta ovunque. — Devo stare attento
a non vedere allusioni in ogni osservazione innocente. Finirò
per impazzire, se scavo in ogni parola che dicono alla ricerca
di significati reconditi.
Drake girò il supporto del terminale sul bracciolo del seggio
e cominciò a usare la tastiera. La sua faccia di lucido ebano si
svuotò di ogni espressione, come se avesse spento il sorriso
con un interruttore.
La sua biografia è più complicata di quella di Nu-Lin.
Potrebbe aver contenuto molte opportunità di sostituzione
psicofisica. Come Nu-Lin, l'uomo non era sposato e non aveva
parenti stretti.
Elliot Drake era nato a Irrya. Aveva cominciato la sua
carriera aprendo un ufficio di consulenza finanziaria, una
posizione che l'aveva portato dapprima a collaborare e infine a
entrare nella ICN, come esperto di borsa. Ma a quel punto non
aveva cercato di salire nelle sfere direttive, forse per una scelta
precisa, preferendo muoversi trasversalmente nelle complesse
attività della ICN, e aveva avuto buoni successi nell'analisi
degli investimenti. Più tardi era diventato la punta di diamante
della Progetti Intercoloniali, la più ricca finanziaria del gruppo,
e durante quei tre anni aveva risolto problemi viaggiando in
oltre centotrenta Colonie. La reputazione che s'era fatto in
quell'incarico l'aveva lanciato sulla cresta dell'onda: direttore
della ICN su Irrya, con una sempre più forte partecipazione
azionaria, e quindi presidente del consiglio d'amministrazione.
Resta la domanda: il talento di Drake è quello di un essere
umano, o di un Paratwa?
Artwhiler entrò a lunghi passi. L'impeccabile taglio della sua
uniforme era in contrasto con il subbuglio di emozioni che gli
si leggeva in volto. Subito dopo di lui venne dentro un
cameriere che reggeva in equilibrio due vassoi coperti.
Artwhiler andò dritto al suo seggio, mentre le portate venivano
deposte davanti a Drake e a Nu-Lin. Uscendo, per poco il
cameriere non inciampò addosso a Lady Bonneville.
Quel giorno la donna indossava un semplice vestito bianco. I
suoi capelli erano ancora gli stessi del venerdì sera, e il concio
dalle sfumature azzurre le riposava sulla testa come un grosso
nido capovolto.
— Povera me! — si lamentò con un gran sorriso. — Credevo
d'essere in anticipo. Che ore sono, Arty? — domandò. E
sedette di fianco ad Artwhiler.
Drake scoperchiò il suo vassoio e manovrando con cura la
forchetta staccò un pezzo di polpa dal guscio dell'aragosta. Si
tenne il boccone fumante sotto Ù naso, lo annusò per qualche
secondo, poi aprì le labbra. La carne disparve fra di esse e dopo
una lenta masticazione fu inghiottita.
— Dichiaro aperta la seduta — disse quindi, nelle sue vesti
di presidente.
Tutti attesero. Drake aggredì con forchetta e coltello un'altra
porzione di carne rosea e ripeté il rituale. Con un sorrisetto
freddo depose le posate.
— Primo argomento all'ordine del giorno: il problema del
Paratwa. — Si rivolse ad Artwhiler. — I Sorveglianti hanno
qualche progresso da segnalare?
Artwhiler si alzò, spazzolò via un filo dall'uniforme e
guardandosi attorno annuì gravemente. — Sono lieto di poter
dire a questo Consiglio che abbiamo diverse piste promettenti,
grazie a cui...
— Certo, naturalmente. Ma avete fatto qualche progresso
reale per fermare quel mostro?
— I miei Sorveglianti stanno lavorando giorno e notte! —
sbottò Artwhiler, seccato d'essere stato interrotto. Trasse un
profondo respiro per calmarsi.
— Come stavo dicendo, grazie agli indizi ottenuti abbiamo
concepito un piano, che desidero sottoporre all'approvazione
del Consiglio. Appena la bestia tornerà a colpire, sarà
necessario dichiarare un totale stato di legge marziale.
Bloccheremo completamente la Colonia in questione,
fermeremo tutto il traffico spaziale, isoleremo il nemico. Poi
manderemo numerose divisioni di Sorveglianti in assetto di
guerra entro il cilindro... ed essi frugheranno in ogni angolo,
distruggendo il Paratwa.
Nu-Lin lo guardò. — Questo è as-surdo. Che farebbe in una
Co-lo-nia urba-nizzata, ad esempio Ir-rya? Qui ci sono da quin-
di-ci a venti milioni di per-sone.
Lady Bonneville annuì a quell'osservazione. — Arty,
probabilmente non otterresti che costringere il Paratwa a
nascondersi, e qui potrebbe farlo fino al termine della
quarantena. In quanto al blocco del traffico, a Sirak-Brath non
abbiamo avuto un risultato del tutto incoraggiante. Se poi
dovessimo fermarlo per un lungo periodo... mio Dio! Tu sai
che le Colonie sono interdipendenti. Il movimento delle merci
e dei generi alimentari è una macchina così delicata che
arrestarla per qualche giorno avrebbe conseguenze molto gravi.
— La Lega del Com-mercio non può asso-iuta-mente per-
met-terlo.
— Economicamente è irrealizzabile — dichiarò Drake.
Artwhiler contenne a stento la sua furia. — Un'azione di
forza è l'unico modo per annientare l'uccisore!
Drake scosse il capo. — Quattro giorni fa questa creatura è
penetrata nella stazione dei tuoi Sorveglianti, su Kiev Alpha, e
ne ha ammazzato a dozzine. Io non credo che «un'azione di
forza», come tu la definisci, risolverebbe qualcosa.
— Hai forse un piano migliore?
— Io credo che la E-Tech sia sul binario giusto. Dobbiamo
cercare metodi storicamente dimostratisi efficaci per
combattere questi Paratwa.
Artwhiler era sul punto di esplodere. — Le Colonie non sono
la Terra di due secoli e mezzo fa!
Drake lo ignorò e si volse a Rome. — Mi piacerebbe che ci
fosse un'indagine in collaborazione. La E-Tech dovrebbe fare...
— La Sicurezza della E-Tech ha già fatto indagini in
segreto! — tempestò Artwhiler.
Ci siamo, pensò Rome. La prima parte delle previsioni di
Nick si stava svolgendo.
Artwhiler assunse un tono sdegnato. — Fin dall'inizio la E-
Tech è andata contro la volontà di questo Consiglio. Rome
Franco e Pasha Haddad hanno svegliato un uomo dalla stasi, un
uomo dell'epoca pre-Apocalisse, un bieco omicida che si
guadagnava la vita ammazzando i Paratwa.
— Un indi-viduo ecce-zio-nale — mormorò Nu-Lin.
Rome osservò attentamente le reazioni dei colleghi. Non ne
trasse alcuna indicazione utile. Sia Nu-Lin che Drake e Lady
Bonneville sembravano ugualmente sorpresi dalla notizia.
— È vero questo? — gli chiese Drake.
Rome esitò. Devo apparire contrariato di doverlo
ammettere.
— Ebbene? — lo incalzò Artwhiler.
Lentamente Rome annuì. — Abbiamo risvegliato un uomo,
sì... un consigliere. — Aggiunse particolari alla menzogna: —
Quest'uomo era già stato svegliato dalla stasi prima che il
Consiglio togliesse alla E-Tech l'indagine sul Paratwa. Ci è
parso saggio apprendere le informazioni che lui poteva darci.
— Informazioni? Aha! Signori, la E-Tech ha invece
immediatamente sguinzagliato questo sicario nelle Colonie! I
miei Sorveglianti hanno addirittura sorpreso costui, un certo
Gillian, a bordo di una navetta pirata a Sirak-Brath, proprio
dopo la strage avvenuta sulla Zeli. E con lui c'erano due
testimoni dell'omicidio di Bob Max. Potrei addirittura
aggiungere che tali testimoni erano stati in precedenza detenuti
nella sede della E-Tech, da cui sono fuggiti in circostanze
molto strane!
Rome scrollò le spalle. — Probabilmente non vorrete
crederci, ma anche Gillian è sfuggito alla nostra sorveglianza.
Stava agendo di sua iniziativa.
Artwhiler rise raucamente. — Uno dei testimoni ci ha
informato che questo Gillian è entrato nel bar della Zeli subito
dopo la strage. E più tardi, a bordo della navetta pirata, questo
sicario ha avuto la sfacciataggine di dare a un mio ufficiale il
numero telefonico del suo ufficio, Franco. Del suo ufficio!
Rome fece udire un sospiro. — Gillian aveva il mio numero,
sì. Ma non era più in contatto con la E-Tech da parecchi giorni.
— Bugie!
Drake si accigliò. — Lei ha disubbidito alle decisioni di
questo Consiglio?
— Se volete cercare il pelo nell'uovo, sì. Ma la E-Tech non
ha cominciato nessuna indagine formale sul problema del
Paratwa. Ci siamo limitati a studiare varie opzioni. Gillian ha
agito di sua iniziativa, ripeto. Pasha Haddad e io possiamo
giurarlo.
Artwhiler sbuffò. — Non ne dubito!
Nu-Lin lo guardò, esitante. — Tu hai det-to che questo Gil-
lian cacciava e ucci-deva i Pa-rat-wa? Non ho mai sentito una
cosa si-mile.
Rome drizzò gli orecchi. Sta cercando altre informazioni!
Potrebbe essere lei? Il cuore gli batteva forte. Devo stare
calmo. Ha fatto una domanda generica che richiede solo una
risposta generica.
— La E-Tech ha trovato un riferimento a quest'uomo negli
archivi. Stavamo esaminando la storia dei Paratwa. C'erano
accenni riguardo una squadra speciale, nel ventunesimo secolo,
addestrata a uccidere. Gillian ha detto d'esser stato il capo di
questi uomini... e l'unico superstite.
— Inte-res-san-te.
— Stupidaggini! — latrò Artwhiler. — Occorrono decine di
esperti combattenti per ammazzare una di quelle bestie!
— Gillian dice che può riuscirci. E abbiamo assistito a una
sua dimostrazione di capacità con le armi. È molto abile.
Ecco... ho rivelato quel che dovevo rivelare. Se Nick ha
ragione e a questo tavolo siede un Ash Ock, l'ho appena messo
in allarme.
L'Ash Ock non ha dimenticato la squadra di esseri umani
che, contro ogni possibilità, cacciavano e annientavano gli
uccisori del tipo più micidiale. Un membro del Castello Reale
non permetterà che un uomo come lui viva. Un'altra vittima da
aggiungere alla lista di Reemul. Gillian dovrà essere pronto.
In teoria, l'idea di usare lui e la sua squadra di pirati come
esca per attirare Reemul sembrava buona. Ma Rome si scoprì a
condividere alcuni dei dubbi di Artwhiler.
Gillian e tre pirati... erano davvero in grado di sconfiggere
un uccisore? Malgrado le assicurazioni di Nick, sembrava
impossibile. Reemul aveva fatto a pezzi quarantaquattro
uomini e donne armati su Kiev Alpha. E la storia dei Jeek
abbondava di esempi ancor più terrificanti della loro capacità
di uccidere.
— Dov'è questo Gillian, adesso?
Le parole di Lady Bonneville distolsero Rome da quei
pensieri. La donna aveva un'espressione innocente, ma la sua
domanda era cruciale.
Bisogna che le risponda, anche se devo apparire riluttante.
E poi si chiese: Lady Bonneville? Possibile che il gemellare sia
lei?
Fissò lo schermo spento della sua consolle. — In questo
momento... Gillian si trova su Irrya.
Nick aveva detto: «Basta soltanto dir loro in quale Colonia si
trova. Questo sarà un indizio sufficiente. Reemul farà il resto».
Drake sembrava aver perso l'appetito. Spinse di lato il
vassoio con l'aragosta.
Lady Bonneville gettò un'occhiata ad Artwhiler, che stava
ancora fumando. Poi si rivolse di nuovo a Rome.
— Sant'Iddio! A volte mi chiedo se non veniamo in questa
sala per trovarci i nostri peggiori nemici. Credo che il termine
antico per questo comportamento fosse «cappa e spada».
Rome si appoggiò allo schienale. Incrociò le braccia e si
finse assorto nei suoi pensieri. Infine disse: — È vero che
Gillian ci sta aiutando, anche se, come tengo a precisare, ha
agito di sua iniziativa. Ciò malgrado, restando coinvolta in
questa indagine, la E-Tech ha violato una direttiva del
Consiglio.
«Devo tuttavia ricordarvi che la E-Tech ha sottolineato fin
dal principio che un uccisore Paratwa era un pericolo maggiore
di quel che questo Consiglio volesse riconoscere. Abbiamo
quindi agito in accordo alla nostra coscienza.
Accese il suo monitor e lesse la dichiarazione che aveva
preparato: — Oggi chiedo formalmente che ogni violazione
della E-Tech, passata o presente, riguardo l'indagine sul
Paratwa, sia trasferita alle camere con la raccomandazione di
cancellarla dagli atti. Inoltre richiedo che la E-Tech sia
preposta, con effetto immediato, a svolgere e dirigere ogni
futura indagine relativa al problema del Paratwa.
Artwhiler divenne paonazzo. Parve sul punto di mettersi a
gridare bestialmente.
Lady Bonneville si accigliò. — Lei sta richiedendo
un'autorità decisionale alquanto estrema.
— Così la penso anch'io — disse Drake. — Non può
aspettarsi sul serio che il Consiglio dia carta bianca alla E-
Tech.
— Posso, e me lo aspetto.
— Questa è una minaccia, Franco! Abbia il coraggio di
dirlo! — lo accusò Artwhiler, furente.
— Io cre-do che esista una si-tuazione d'emer-gen-za.
Drake esitò, fra i due. — Dunque lei ci sta sfidando, è così?
— Ho intenzione — disse Rome con calma, — di annunciare
a tutti i notiziari televisivi che questo Consiglio ha alterato fin
dal principio il naturale corso dell'indagine sul Paratwa.
Chiarirò che per esperienza storica la razionalità impone che
compiti di questo genere siano di competenza della E-Tech.
Quindi, col sostegno popolare, intraprenderemo subito
un'indagine indipendente.
Rome si volse a Drake, freddamente. — Inoltre la E-Tech
chiederà al Senato di nominare una commissione d'inchiesta
sulle responsabilità di membri di questo Consiglio circa il
risveglio del Paratwa. Faremo presenti le strane connessioni fra
gli stanziamenti di fondi della ICN, la West Yemen
Corporation e il signor Bob Max. E il ruolo della Gloria de la
Ciencia in questa faccenda sarà vivisezionato.
Drake allungò una mano a recuperare il vassoio, lo trasse
davanti a sé e prese le posate. Poi si mise in bocca una gran
forchettata di riso in salsa di pinoli.
Rome sorrise. Vederlo una volta tanto così sconvolto non gli
dispiaceva. La ICN non è abituata a sentirsi messa alle strette.
Drake gioca all'imperatore della finanza da troppo tempo.
Bruscamente il Consigliere di pelle nera poggiò la forchetta
sul tavolo. Il suo sguardo freddo attraversò il tavolo e si fermò
su Artwhiler.
— I Sorveglianti devono riconoscere la validità della
richiesta.
— Validità? — esplose Artwhiler. — Questo è assurdo! Un
organismo ufficiale non può rinunciare a un'indagine di questa
portata solo perché lo pretende la E-Tech!
— Ma la vo-stra in-da-gine è stata un com-pleto e disastroso
fal-li-mento.
Artwhiler si alzò in piedi. Gli tremavano le mani. — Questo
Consiglio... non ha... non ha... alcun diritto di...
— Ne abbiamo il pieno diritto — tagliò corto Drake. —
Propongo un voto immediato. Io appoggio la mozione della E-
Tech. Consigliere Bonneville?
Lady Bonneville si limitò ad accennare di sì, guardando
Rome.
— Consigliere Nu-Lin?
— Io vo-to sì.
Artwhiler si volse e abbandonò la sala a lunghi passi
rabbiosi.
Rome pensò: Drake capisce le necessità politiche. Vede le
scelte possibili e non esita a decidere.
— Mi auguro che Arty non faccia nulla di sconsiderato —
sospirò Lady Bonneville.
— Non ci proverà — disse Drake.
Artwhiler avrebbe dato in escandescenze per settimane, ma
un Comandante dei Sorveglianti non poteva permettersi di
sfidare un ordine del Consiglio. Non se aveva capito di avere
contro di sé l'opinione pubblica... e la ICN di Drake.
— Il Paratwa è ora responsabilità della E-Tech — stabilì
Drake. La sua bocca si contorse in un sorriso acre. — A nome
di tutti, mi auguro che lei sappia presentarci risultati migliori di
quelli ottenuti dai Sorveglianti.
Li avrete, pensò Rome. La E-Tech ha un aiutante segreto.
Anche se Gillian avesse fallito, l'Ash Ock avrebbe fatto in
modo che la E-Tech mettesse fine alla minaccia di Reemul.
La seduta s'era svolta proprio come Nick aveva previsto.
«I Consiglieri capiranno l'ambizione della E-Tech» aveva
detto Nick. «Avranno visto la relazione fra questi attentati e
l'aumento di popolarità della E-Tech. Alcuni di loro si
chiederanno con sorpresa perché questo folle uccisore abbia
diretto i suoi attacchi contro la E-Tech. Ma riterranno
inevitabile che lei, Rome, voglia trarre un vantaggio dalla
situazione, gonfiare i muscoli, avanzare delle pretese.
«Anche Codrus lo capirà. Sarà compiaciuto nel veder
funzionare il suo piano e la E-Tech assumere più forza nel
Consiglio. C'è solo da sperare che non sospetti che sappiamo
della sua esistenza».
Rome aveva i suoi dubbi su questo. Ma, fino a quel
momento, Nick non s'era ancora sbagliato.
— Passiamo ora al prossimo argomento all'ordine del giorno
— disse Drake, consultando il suo monitor. Si volse a Nu-Lin.
— Una proposta della Lega dei Commercianti su eventuali
sanzioni economiche da applicare contro i pirati.
Sì, pensò ancora Rome, ho dei dubbi. Ma ogni dubbio
impallidisce davanti alla rabbia e al disgusto che provo.
Guardò freddamente i tre colleghi rimasti in sala. E giuro
sulla mia vita che se in questo Consiglio siede un Paratwa io
vedrò la fine delle sue manovre.
32

Il discorso con cui il vescovo Vokir aveva domandato una


sera di chiusura per la chiesa era stato interpretato dai diaconi e
dai chierici come una necessità ecclesiastica. Le sale di
riunione e gli uffici del collegio erano chiusi, gli inservienti
avevano avuto una serata libera, e perfino i tecnici della
manutenzione notturna degli impianti s'erano sentiti dire di non
presentarsi al lavoro. Tutte le porte del grande edificio erano
sbarrate, e le serrature bloccate da chiavi in codice.
Uscendo dalla sacrestia nella navata il vescovo trasse un
lungo respiro e si lisciò la toga. Poi, assumendo un'aria di
fredda disapprovazione, s'incamminò verso l'altar maggiore.
Lontane piastre grigiazzurre - quelle dell'illuminazione
notturna - spandevano lucori marini sulla lucida
pavimentazione circondata dalla ringhiera metallica. Reemul
attendeva accanto al leggio d'acciaio cromato, stagliandosi
contro la siepe di tubature in cui scorreva il liquido organico.
Entrambi i gemellari indossavano pullover in treccia di lana
a maniche lunghe, uno rosso e uno bianco a strisce verdoline, e
pantaloni da viaggio di un rosa acceso, larghi sui fianchi, che si
restringevano per entrare negli stivaloni di pelle nera. Il
gemellare più basso, dal pullover rosso, appoggiato al leggio
giocherellava con le gemme incastonate sui tubi più larghi.
L'altro era presso l'inginocchiatoio dei fedeli, con una mezza
dozzina di tubicini di liquido organico ficcati oscenamente in
bocca. Nella penombra sogghignava, come un pallido demone
sorpreso da un prete a gozzovigliare bestialmente sull'altare.
Il vescovo si fermò a qualche passo di distanza e cercò di
immaginare l'orrore di un diacono che fosse entrato nella
navata in quel momento. I tubicini del liquido organico erano
sacri; soltanto i fedeli potevano suggerne una breve boccata
durante il servizio religioso. Quella miscela proveniente dalle
radici della Terra era il sangue stesso della Chiesa della Fede. E
Reemul, con i tubicini in bocca, si stava macchiando di un
sacrilegio dei peggiori.
— Mi stai rendendo le cose difficili — disse il vescovo. —
Avremmo potuto incontrarci nel mio ufficio.
Il più basso si fece avanti. — Nulla mi stanca come vedere
troppo spesso gli stessi posti.
Il vescovo scrutò in quegli occhi scuri e annuì lentamente. —
Temevi che ti giocassi un brutto scherzo. Avrei potuto
prepararti una trappola nel mio ufficio. È questo che hai
pensato.
Gli occhi scuri finsero di sorridere. — Santo cielo, sei così
contorto! Perché dovrei sospettare di te, illustre eminenza?
Il vescovo esitò. Nelle parole di Reemul sentiva una
minaccia. Non avrei dovuto criticarlo così duramente per la
strage di Sirak-Brath. Il rimprovero, aggiunto alla richiesta di
Codrus per farlo tornare in stasi, lo ha indotto a un
atteggiamento molto ostile. Se dicessi una parola sbagliata
potrebbe uccidermi.
— Sono contento che tu sia arrivato a Irrya così in fretta —
cercò di placarlo.
Le larghe maniche rosse ondeggiarono. Il gemellare unì le
mani sul petto in una parodia di delizia; poi sporse la lingua e
la agitò nell'aria. Quello più alto, le labbra contorte attorno ai
boccagli di gomma, emise una risatina stridula.
— Abbiamo diversi argomenti di cui parlare — continuò in
fretta il vescovo. — Sono venuti alla luce fatti nuovi. Penso
che dovrò chiederti un'uccisione fuori programma.
Le maniche rosse svolazzarono come ali. Il gemellare
saltellò avanti sulle punte dei piedi ed eseguì un buffo inchino.
— Oh, cielo! Mi viene concessa un'uccisione in più, senti senti!
Allora non dovrò tornare in stasi... non così presto. Oh, quale
gioia! Tu sei così generoso, caro vescovo!
Potrebbe uccidermi, qualunque cosa io dica. Il vescovo non
provava alcuna paura, soltanto disgusto al pensiero di poter
morire in modo illogico. Devo smorzare la sua rabbia,
guidarlo fuori da questo atteggiamento di sfida.
— L'uccisione fuori programma. Penso che la troverai molto
stimolante.
I gemellari sbuffarono, ma non furono capaci di celare una
prevedibile curiosità: due paia d'occhi scrutarono il vescovo
con lo stesso sguardo.
Lui alzò la testa, osservò i massicci tubi cromati che
sorgevano da dietro l'altare incurvandosi sul soffitto della
navata. Si costrinse a sorridere e intinse la voce nel sugo di una
velata ironia.
— C'è un uomo, una tua vecchia conoscenza. Vediamo... se
la memoria non m'inganna l'ultima volta che lo incontrasti fu a
Boston, in un bar, duecentodieci anni fa. — Lo guardò. — Lo
ricordi?
Reemul s'immobilizzò.
— Pensaci bene. Dovresti rammentarlo.
— Guarda che se mi stai mettendo alla prova...
— Ah, Reemul! — Il vescovo agitò un dito verso il
gemellare più basso. — Non ti sto affatto mettendo alla prova.
Perché dovrei farlo con colui che è la mia arma più affilata? Ti
sto dicendo che uno degli agenti speciali della E-Tech
sopravvisse allo scontro, quella sera a Boston. L'agente fu
messo in stasi. E, come te, ora è stato risvegliato.
Il gemellare più basso lasciò ricadere le braccia in posizione
di riposo. Per un attimo il vescovo pensò che stesse per
aggredirlo: un Jeek che si rilassava era pronto per l'attacco. Ma
quel momento passò. La tensione abbandonò di colpo Reemul.
L'atteggiamento di sfida è represso. Ora è di nuovo stabile.
— Dimmi — chiese il vescovo con tutta l'innocenza che
riuscì a fingere, — è possibile che uno di quei cacciatori di
Paratwa sia sopravvissuto?
Entrambi i gemellari annuirono. II più alto sputò i boccagli, e
i tubicini ricaddero tintinnando sull'inginocchiatoio.
— Il loro capo — disse.
— Era intrappolato dal fuoco... — continuò il più basso.
—... e credevo che le fiamme l'avessero ucciso...
—... ma forse mi sono sbagliato.
Il vescovo mascherò la sua rabbia e lo informò, con calma:
— È probabile che abbia già preparato una nuova squadra.
Sono qui, su Irrya.
E così, dannato bastardo, sapevi che questo agente poteva
essere sopravvissuto e non mi hai detto niente.
Reemul... pazzoide! Il tuo orgoglio ti ha fatto dimenticare il
buonsenso. Non potevi ammettere di aver parzialmente fallito
quella missione. E hai osato dare false informazioni a un Ash
Ock!
Il vescovo respirò, forzandosi alla calma. E l'incidente nel
bar di Sirak-Brath? Anche di questo mi hai nascosto qualcosa?
Evitando di assumere un tono di rimprovero chiese: —
Riguardo alla strage sulla Zeli... hai detto d'esser stato costretto
a difenderti. Puoi aver lasciato tracce, elementi della tua vera
identità?
Entrambi i gemellari risero.
Non ne è sicuro, tradusse il vescovo. Può aver fatto capire
che è un Jeek Elemental, uno di quelli che servivano il Castello
Reale. In un momento di follia, Reemul può aver distrutto la
sua maschera così accuratamente programmata da uccisore
Terminus. E forse Rome Franco e la E-Tech già sospettano la
presenza di un Ash Ock!
Era un pensiero sconfortante.
Codrus può dover fare drastici cambiamenti nel suo piano.
Il vescovo incrociò le braccia per celare la tensione. —
Voglio che domani tu prepari una trappola per questo agente.
Fai in modo di attirare da qualche parte lui e la sua squadra.
Reemul annuì.
— Distruggi la sua squadra. Uccidi tutti i testimoni. Ma
quest'uomo del passato, voglio che tu lo prenda vivo. Usa
qualsiasi metodo ti sembri appropriato. Ho bisogno di
estorcergli informazioni. Devo sapere fino a che punto la E-
Tech è al corrente di noi.
Reemul esitò. Poi ebbe un sogghigno. Il vescovo capì che
qualcosa lo impensieriva.
— Pensi che sarà difficile, è così?
Entrambi i gemellari scrollarono le spalle. Il più alto disse:
— Quest'uomo... era addestrato all'uso della Cohe. Sarà
difficile catturarlo vivo. Forse dovrò ucciderlo.
Il vescovo annuì lentamente. Che facesse pure. C'erano altre
buone fonti di informazioni.
Potrei sequestrare il capo della Sicurezza della E-Tech,
Pasha Haddad. Torturato e ucciso da un Paratwa sarebbe un
ottimo martire. Codrus avrebbe le informazioni, e in aggiunta i
piani degli Ash Ock sulla E-Tech ci guadagnerebbero.
— Fai quello che puoi — disse il vescovo. — Ma se riuscissi
a prendere vivo quell'uomo, tiragli fuori tutto quello che sa: il
suo passato, e i contatti che aveva coi dirigenti della E-Tech
pre-Apocalisse. Voglio sapere chi lo ha messo in stasi e chi lo
ha risvegliato. — Esitò un attimo. — E scopri se sa qualcosa di
un amico del figlio di Rome Franco, un ometto magro.
Reemul sorrise. Il gemellare più alto raccolse un tubicino, se
lo mise fra le labbra e succhiò energicamente il liquido
organico.
— Causa assuefazione? — chiese il più basso.
Il vescovo si accigliò, colto di sorpresa da quell'improvviso
cambiare argomento. — L'organico? No, niente assuefazione.
Ci sono solo alcuni barbiturici, spezie, aromi naturali.
— Dal sapore sembrerebbe una cosa creata da Saffo.
— Lei si è occupata del sapore, infatti. — Questa non è la
prima volta che nomina Saffo. Perché lo fa?
I due gemellari si accostarono fra loro. Si presero per mano e
parlarono in stereo.
— Lei era molto creativa. Lei capiva i flussi fra i livelli del
mio spirito.
Il vescovo scrutò il Jeek. È la prima volta che lo sento
parlare così.
— Lei capiva la semplicità. Lei mi ha... rivelato i miei veri
bisogni.
Possibile che fra Saffo e Reemul ci fossero rapporti di cui
sono sempre stato all'oscuro?
Il vescovo sentì che i suoi muscoli si irrigidivano.
Il risucchio mentale!
Soltanto nell'ultimo istante di coscienza individuale il
vescovo capì cosa stava succedendo. Il collegamento, innescato
dalla tensione, s'era formato senza che lui e il suo gemellare lo
volessero affatto. Un inconscio senso d'allarme e di incapacità
nel gemellare Vokir aveva costretto Codrus a riformarsi, per
plasmare i caotici timori del vescovo in una teoria solida. E a
causa della superiore capacità analitica di Codrus, Vokir e
l'altro gemellare s'erano uniti. Quella era la dialettica interna
che rendeva unici gli Ash Ock.
Ma quel risucchio mentale era molto insolito. Generalmente
poteva avvenire soltanto durante i ben regolati periodi di
macellazione degli Ash Ock, e anche allora per innescare il
risucchio occorreva una situazione di pericolo.
Codrus completò l'unione, assaporò la sua intera personalità
e guardò attraverso gli occhi del vescovo.
Spirito del Castello! Come posso esser stato così cieco?
Com'è possibile che non me ne sia reso conto?
Saffo aveva preso Reemul come amante!
Durante gli anni precedenti all'Apocalisse, Saffo aveva avuto
rapporti sessuali con molti uccisori. A livello puramente fisico
lui la comprendeva. Ma gli impulsi di Saffo avevano radici più
oscure. Perché mai avesse sedotto Reemul, Codrus non riusciva
neppure a immaginarlo.
I motivi del Jeek, tuttavia, erano chiari.
— Aah, Reemul, vedo che hai un desiderio. Ma il tuo
desiderio è tale che soltanto un lungo sonno può darti la
possibilità di realizzarlo. Sei d'accordo?
I gemellari si lasciarono le mani, scostandosi. Il più alto si
tolse il tubetto del liquido organico dalla bocca e lo depose con
cura sul supporto. Quando si volse a fissarlo le sue palpebre si
strinsero.
Sì, mio Jeek. Hai intuito che non stai più parlando al vescovo
Vokir.
— Allora, vuoi rivedere Saffo? — chiese Codrus.
— Non ne sono sicuro — disse il più basso. I dubbi che il
suo volto rivelava erano autentici.
— Io credo che lei ti desideri ancora. L'ultima volta che le
parlai mi parve d'intuirlo. — Intuizioni che non ho mai avuto
fino a questo momento! Aah, Saffo, stavi solo giocando, o eri
fuori di senno?
Il gemellare più basso borbottò: — Può darsi che neppure lei
valga la pena di un lungo sonno.
Codrus rise, dopo essersi assicurato che l'esibizione di
buonumore fosse limitata al vescovo. Il gemellare Consigliere
si trovava in un luogo pubblico, dove una sua improvvisa risata
sarebbe apparsa molto strana.
— Non valerne la pena! Ah, Reemul, rifiuto di credere che
tu lo pensi davvero. I Jeek Elemental sono noti per la loro
profondità spirituale. Tu vuoi negarti al tuo destino! — disse
Codrus, e pensò: Non ha scelta, naturalmente. Sa d'essere
diverso dagli altri.
— Queste Colonie stanno cominciando a piacermi —
esclamò quello più alto. — Qui ci sono molte opportunità.
— Reemul, alla fine ti ucciderebbero. Potrebbero occorrere
anni, ma prima o poi avrebbero il coraggio o la fortuna di
riuscirci. Il tempo sarebbe il tuo nemico.
«Addormentati in pace nella stasi. Spiega le ali verso
un'epoca migliore. Riaprirai gli occhi in un tempo dove ogni
tua fatica passata troverà il giusto premio. Perché quando ti
sveglierai il Castello Reale sarà là per onorarti. E là vi sarà
Saffo, ad accoglierti con nuova gioia.
Il Jeek rise. — Tu giochi con le parole, Codrus. Riesci a far
apparire affascinante la stasi.
— La verità non è un gioco di parole. Tu sai che Saffo ci
sarà.
Codrus notò l'esitazione sulle due facce del Jeek. — E non
andrai nella stasi senza un premio — continuò a incalzarlo. —
Le Colonie patiranno un oltraggio finale. Fra cinque giorni tu
macellerai... con tutta la tua potenza scatenata! Tu entrerai
nell'aula del Senato che sorge qui a Irrya, e farai a pezzi tutti i
senatori che ti sarà possibile. Ce ne saranno
seicentoquarantadue in quella sala, Reemul, oltre alle guardie e
agli inservienti. — Sorrise. — Sarà un macello così grande da
soddisfare perfino te. E rifletti che annienterai non soltanto
esseri umani, ma anche la completa struttura del potere di una
società civile. E finché gli uomini scriveranno la storia, il 2307
sarà ricordato come l'anno del Massacro dei Senatori. Tu
diventerai una leggenda!
Il gemellare dagli occhi tristi fece un fischio fra i denti. Il
gemellare dal sorriso facile esegui una piroetta, agitando le
mani nell'aria.
Bene. L'ho eccitato. Il momento di crisi è passato. Ora
Reemul si lascerà mettere volentieri in stasi. L'ho contagiato
con il sogno del Secondo Avvento. Come tutti noi, adesso sente
un futuro più glorioso del presente.
Era il momento di aggiungere la panna sulla fetta di torta.
— Ah, Reemul... quasi lo dimenticavo. Il pacco che tu
aspettavi. È stato prelevato dal magazzino di Urikov a Sirak-
Brath, ed è arrivato a Irrya oggi pomeriggio, su una delle
navette di servizio della Chiesa.
«Dove vuoi che ti sia recapitato?
Gli occhi di Reemul tradirono un'ingordigia bestiale.
Il sesso con Saffo era altrettanto eccitante? si chiese Codrus.
Come può, una Ash Ock, essere paragonata alle tue piccole
mostruosità?
Il gemellare più alto s'era irrigidito a metà di un passo, come
un robot andato in cortocircuito per eccesso di corrente. Un
largo sorriso gli deformò il volto.
— Fai mandare il pacco allo Skeibalis Inn, qui su Irrya.
Codrus annuì. — Mi aspetto che tu provveda a non lasciare
tracce in giro. — La perversione di Reemul non era unica;
anche certi umani apprezzavano la libidine della
pedobiparauterofilia. Ma il giocattolo del Jeek avrebbe potuto
diventare per la E-Tech un'altra pista da seguire. Meglio se
ogni traccia fosse stata distrutta.
— Ci sarà un piccolo incendio — disse Reemul.
— Bene. E quando avrai fatto fuori la piccola banda di
guerrieri della E-Tech contatta il vescovo. Lui farà in modo che
tu resti in una delle cripte della Chiesa, qui su Irrya, fino al
giorno del tuo assalto più glorioso.
Accorgendosi che non c'era altro da dire, Reemul si
allontanò lungo i lati opposti della navata fino alle due piccole
porte a lato di quella principale. Codrus attese finché udì le
serrature elettriche aprirsi con un ronzio. Poi chiuse gli occhi
del vescovo e concesse alle sue preoccupazioni di ordinarsi
l'una dietro l'altra.
Fatto Uno: non sapevo che Saffo e Reemul fossero stati
amanti.
Fatto Due: non ho mai sospettato che Reemul mi
nascondesse delle informazioni.
Fatto Tre: di recente ho fatto notevoli errori con la ICN.
Fatto Quattro: negli ultimi anni pre-Apocalisse ho
grossolanamente sottovalutato l'intelligenza della E-Tech.
Forse erano molto più informati sul Castello Reale di quel che
credevo.
Col passare degli anni sto diventando sempre più ottuso. Io
non sono stato creato per trascorrere la vita come due esseri
separati. Io sono Codrus, Ash Ock del Castello Reale.
Tuttavia, nel servire la nostra causa io devo negare il mio
diritto a un'esistenza piena, concedendomi soltanto alcuni rari
momenti di regale consapevolezza.
La separazione prolungata è una malattia. Come un maschio
umano a cui sia negata la femmina per un lungo periodo di
tempo, cado preda di un'alterazione dei miei punti di vista.
L'intelletto perde la sua acutezza.
Fece aprire gli occhi del vescovo. Ora verrà
l'autocommiserazione. No, questo non deve accadere.
Il vescovo dovrà fare un altro viaggio sulla Terra. Bisogna
che io mi consulti con Saffo e Theophrastus. Devo
appoggiarmi alla loro saggezza per compensare la perdita della
mia.
Provò un impeto di gelosia. Loro sono i fortunati. Loro
vivono come un Ash Ock è fatto per vivere. Loro sono sempre
liberi d'essere completi, con una visione del mondo non
contaminata dalla dualità. Riescono a capire la mia
sofferenza? Sanno immedesimarsi con la mia vita alterata da
questo sacrificio?
33

Da: I Brividi, di Meridian.


Una sera, uscendo da una camera di macellazione, incontrai
una giovane Paratwa. Era una Ash Joella, una del nuovo tipo
genetico: sedicenne, una bassa e robusta dai capelli rossi e una
alta e bionda di fattezze nordiche, entrambe le gemellari vestite
con semplici tute bianche. Era al comando di una squadra
addetta alle pulizie, otto umani dei due sessi con zaino e
attrezzi, in paziente attesa dei suoi ordini.
— Tu sei Meridian. — C'era un tono di sfida in quelle
parole. Fece schioccare le dita e i membri della sua squadra
sfilarono in fretta nella camera. Li sentii borbottare commenti
mentre si accingevano all'ingrato compito di radunare i resti
umani che la mia Coke aveva lasciato sparsi dappertutto.
— È stata una buona macellazione? — mi chiese.
— Abbastanza buona, grazie — risposi. — Parecchi di loro
si sono battuti bene. Se non fossero stati dei criminali,
provvederei a farli onorare dai compagni del loro domicilio.
— Tu fai sempre la macellazione usando gli umani?
Annuii, e presi nota del suo atteggiamento critico. — Tu lo
disapprovi?
— No. Gli umani devono capire che se infrangono le nostre
leggi sono puniti con la morte. E le camere di macellazione
hanno un duplice scopo: non soltanto vi si effettua una
sentenza, ma ciò consente a uno di noi di esaudire le sue
necessità naturali.
Io sorrisi. Adesso l'origine della sua contrarietà era chiara. —
A te non è stato ancora concesso il lusso di esaudirti in camera
di macellazione?
— No — disse, seccamente. — Quando è il mio periodo, mi
mandano nel bosco ad ammazzare conigli!
— Sii paziente, giovanetto. Un giorno saranno permesse
anche a te le gioie più soddisfacenti.
Per qualche istante mi guardò in silenzio. Poi: — Si dice che
il grande Meridian abbia macellato perfino contro altri
Paratwa.
Se quella femmina/femmina fosse stata più matura mi sarei
messo sul chi vive. C'era una traccia di sfida nel suo sarcasmo.
— Sì, ho macellato anche contro altri Paratwa.
— Dicono che qui nessuno potrebbe sconfiggerti.
Comprendendo i suoi pensieri, io risi.
— Si dice che soltanto un Jeek abbia la forza di affrontarti in
uno scontro aperto... e forse di ucciderti.
Mi finsi stupito. — E chi sarebbe?
— Il vassallo-killer. Reemul.
Alcuni umani uscirono dalla camera, trascinandosi dietro
sacchi pieni di resti sanguinolenti. Li gettarono in un carro a sei
ruote già mezzo pieno di rifiuti.
Io capivo, naturalmente. I giovani hanno bisogno dei loro
eroi, dei loro ribelli. Per i Paratwa che non l'avevano mai
conosciuto di persona, Reemul simboleggiava una specie di
selvaggia libertà. Le sue imprese erano leggendarie. Era un
mito, per molti: una fuga dalla realtà delle loro vite rigidamente
organizzate.
Le sorrisi. — Posso dirti una cosa del Reemul che ho
conosciuto personalmente?
Lei cercò di nascondere la sua eccitazione. Non ci riuscì. —
Sì, certo.
— Era un malato di mente.
Per alcuni lunghi momenti lei mi fissò. Poi girò su se stessa e
gridò, a uno degli umani: — Tu! Muoviti, con quella
spazzatura! Non abbiamo tutto il giorno da sprecare! Se ti
sorprendo ancora in ozio, la prossima volta sarai tu a esser
portato via da qui dentro un sacco!
Perplesso, volsi le spalle e mi allontanai. Se mi avesse riso in
faccia, o messo in dubbio le mie parole, avrei potuto capire. Ma
lei aveva preso alla lettera ciò che avevo detto di Reemul.
A volte mi chiedo dove andremo a finire, con questi giovani
Paratwa.
34

Santiago spense i fari e fermò l'auto di traverso sul


marciapiede, a due isolati di distanza dall'indirizzo che gli era
stato dato. Il pirata di pelle nera uscì sulla strada deserta.
Stiracchiò le braccia robuste e poi prese a sgranchirsi le gambe,
eseguendo una rapida serie di piegamenti. Gillian smontò dal
lato opposto, sul marciapiede umido.
Laggiù, all'estremità meridionale del cilindro di Irrya, lungo
settanta miglia, dove le strade finivano o si diramavano in un
intreccio di vicoli, nell'aria stagnava una nebbiolina fredda che
si condensava sulla carrozzeria delle scarse auto parcheggiate
nei dintorni. Fra gli edifici bassi, squallidi, si aprivano lotti di
terreno erboso dove pini e cespugli allargavano i loro rami
stenti. A quell'ora erano pochi i passanti che si affrettavano
nelle strade male illuminate. A metà dell'isolato una donna
magra, in blusa e pantaloni stretti, si volse a guardare
sospettosamente i due uomini e allungò il passo lungo la
facciata senza finestre di un vecchio magazzino.
D'un tratto la donna cominciò a correre; poi scomparve in un
prefabbricato dalle pareti di plastica stinta. Gillian suppose che
là si sarebbe sentita al sicuro.
Seicento metri più avanti sulla zona incombeva l'immensa
parete meridionale della Colonia, il confine di quel mondo
chiuso.
Santiago finì il preriscaldamento, aprì la cerniera di velcro
della sua larga tuta e ne estrasse una grossa pistola a laser.
Gillian infilò una mano in una tasca laterale della giacca a
vento e le sue dita incontrarono l'impugnatura sagomata della
pistola a raggi esplosivi. Soddisfatto di come riusciva a
raggiungerla, allargò il polsino della manica destra e controllò
la posizione della Cohe nel fodero fissato all'avambraccio.
— Una vera bidonville da queste parti, eh? — grugnì
Santiago, rimettendo l'arma nella fondina. — Gli Irryani la
chiamano «periferia urbana» e si vantano che una donna può
passarci a piedi a qualsiasi ora della notte. Ma un amico mio,
che li vende, dice che qui gli spray da borsetta a gas tossico
vanno a ruba.
Gillian annuì distrattamente, guardandosi intorno. — Non
sono mai stato così vicino alla parete di un cilindro. — Aveva
l'impressione che le sue parole si smorzassero nell'aria
nebbiosa.
In una giornata particolarmente chiara era riuscito a vedere
entrambi i poli del cilindro, dalla sede della E-Tech, ma a
quella distanza la parete sembrava un cielo nuvoloso e
nient'altro. Lì invece quella muraglia alta sei miglia era una
grigia mostruosità, percorsa da enormi tubature e costellata di
impianti industriali, che faceva echeggiare nel subconscio
sensazioni spiacevoli.
Poteva quasi immaginare d'essere sulla Terra, alla base di
una torreggiante parete di roccia su cui lo sguardo saliva e
saliva fino a perdersi nelle nuvole.
Ma non c'erano nuvole lì, soltanto la nebbia: una triste
foschia quasi invisibile che distorceva le luci delle sezioni
abitate, trasformando quella lontana luminosità in un bagliore
latteo, in un cielo di stelle sfocate. Le sezioni alterne in vetro
erano di un nero abissale, cosmico, come larghe fessure aperte
sul nulla. Solo la concretezza della muraglia attraeva lo
sguardo, catturando ombre e luci per solidificarle
nell'immensità della sua mole.
Santiago si asciugò l'umidità dalla faccia con una mano.
— Non sapevo che ci fosse pioggia in programma per
stanotte — disse Gillian.
— Niente pioggia. Nei cilindri più grossi c'è sempre nebbia
ai poli.
— Perché?
— Non lo so. Qualcosa a che fare con le correnti d'aria,
credo.
Gillian notò che circa tre miglia più in alto, presso il centro
della parete verticale, file di luci gialle circondavano un
insieme di strutture a spirale. Sembrava il tendone di un antico
circo visto dalla cima di una collina.
Santiago seguì il suo sguardo. — Quella è la sede del più
grosso circolo per appassionati di caduta libera, con tanto di
albergo e sale di ritrovo. Ci sono stato una volta, con una
donna, ma non mi sono divertito per niente. A letto ho dovuto
legarmi su di lei con una striscia del lenzuolo, perché non c'era
verso di stare attaccati insieme. E nel cesso a zero G c'era una
pompa aspirante. Credevo che quella maledetta cosa mi
avrebbe tirato giù il cervello e tutto.
Gillian accese la trasmittente appesa al collo. — Aaron?
Grace?
Nel suo auricolare suonò nitida la voce di Aaron: — Siamo
in posizione... circa un isolato e mezzo a est del posto.
— Bene. Haddad?
— Noi siamo pronti — rispose con calma il capo della
Sicurezza. — Abbiamo quaranta auto disposte in circolo
intorno alla zona. Il porto spaziale più vicino è sotto controllo.
Dagli altri punti chiave non hanno nulla da segnalare.
La E-Tech sorvegliava l'edificio a distanza. Nelle ultime due
ore non c'era stato segno di attività; nessuno era entrato o
uscito.
Noi diamo la caccia a Reemul, e lui la dà a noi, sospirò fra
sé Gillian. Ha preparato la trappola e noi ci andiamo dentro,
sapendo che è una trappola. In teoria, questo dovrebbe
avvantaggiarci.
Fece un cenno a Santiago. — Muoviamoci.
— Buona fortuna — disse Haddad, in tono del tutto
indifferente.
Santiago infilò una mano in tasca e la tenne poggiata sulla
pistola, sotto la tuta. Senza fretta si avviarono sul marciapiede
in direzione della parete meridionale, verso l'edificio.
— Spero che questa sia la volta buona — mormorò Santiago.
— Già non ne posso più di falsi allarmi.
Gillian si strinse nelle spalle. Quella era la terza volta che
Nick ordinava alla squadra di uscire. Gli sembrava un'eternità
da quando, seduti nella stanzetta annessa alla palestra, avevano
discusso la natura dei suoi attacchi periodici. Ed erano
trascorse poco più di ventiquattr'ore.
Gli attacchi di Gillian - frammenti di ricordi sovrapposti a un
forte senso di perdita - continuavano a lampeggiargli nella
mente ogni quattro ore. Ogni attacco culminava sempre col
lampo di luce dorata.
Ormai mi ci sto abituando. Le immagini del passato hanno
creato una specie di discorso dentro di me. Sto cominciando a
sentirmi morbosamente affascinato da questi attacchi; li aspetto
come se fossero brevi ritorni in un mio mondo di sogno.
Quando tutto questo sarà finito - quando l'avremo finita con
Reemul - dovrò farmi vedere da un medico. Non posso passare
il resto della vita prendendomi una scoppola mentale sei volte
al giorno.
Una voce ironica risuonò nel suo auricolare: — Gillian della
E-Tech — scherzò Aaron. — Perché non ci rassicuri? Dimmi
ancora che quella bestia non sta semplicemente aspettando di
farci scoppiare in tanti pezzettini.
Santiago rise. Gillian si concesse un sorriso.
— Reemul vuole scontrarsi faccia a faccia con me. Ne sono
certo. Non userà esplosivi. Almeno, non finché saremo vivi.
«Ora... basta con le chiacchiere. Può aver piazzato microspie
fuori dall'edificio. Potrebbe sentirci. — La cosa gli sembrava
improbabile ma era meglio andare sul sicuro.
Due falsi allarmi. Quel mattino erano entrati in uno scalo per
le navette da carico, trovandolo deserto, e nel pomeriggio
avevano fatto irruzione in un ristorante frequentato da
contrabbandieri e commercianti irryani.
Per due volte abbiamo messo in azione tutto il meccanismo,
aspettandoci di trovare Reemul pronto a riceverci. E per due
volte non abbiamo trovato niente.
Da quel mattino, quando la TV aveva annunciato la nuova
linea delle indagini sul Paratwa, alla E-Tech erano giunte
segnalazioni a dozzine. Senza dubbio i Sorveglianti avevano
avuto lo stesso problema. Tutte erano state prese in
considerazione. Per la maggior parte si trattava di bravi
cittadini che avevano scambiato il loro nuovo vicino di casa per
un Paratwa. Alcune erano opera dei soliti sciacalli e mitomani.
Nick stava coordinando le indagini relative alle segnalazioni.
Agiva in base alla teoria che fra quelle giunte dopo la seduta
del Consiglio di mercoledì, nella quale Rome Franco aveva
reso nota la presenza di Gillian, una fosse la trappola preparata
dal Jeek. Dal setaccio di Nick erano venute fuori le
segnalazioni su cui la squadra s'era messa in azione. Le altre,
meno sospette, erano state affidate agli agenti di Haddad.
Gillian e Santiago girarono un angolo e si fermarono.
L'edificio era a metà della breve strada, stretto fra due
costruzioni ancor più decrepite. Lo Skeibalis Inn: una facciata a
tre piani, dipinta in un bianco sporco, le cui scrostature erano
lasciate pietosamente in ombra dai due lampioni più vicini.
Una calda luce gialla brillava in una camera del terzo piano.
Tutte le altre finestre erano buie.
Aaron e Grace sbucarono dall'angolo in fondo alla strada.
Gillian e Santiago accesero gli scudi d'energia e proseguirono
ad andatura più svelta. Anche gli altri due, avvicinandosi dalla
direzione opposta, accelerarono il passo.
Gillian visualizzò la strada senza percepirla a livello
cosciente, lasciando che fosse il suo subconscio a decidere se ci
fosse qualche particolare fuori posto. L'aspetto dell'edificio non
gli sussurrò nessun avvertimento. Di fronte a loro la muraglia
meridionale, più ciclopica che mai, sembrava essudare nebbia
sui sobborghi dove la città trasferiva i suoi materiali, e i suoi
abitanti, di scarto.
Ho trentacinque minuti, pensò Gillian. Tempo più che a
sufficienza, prima del prossimo attacco.
Sfoderò la pistola a raggi. Santiago aveva già impugnato la
sua. Sul lato opposto dell'ingresso i due compagni li imitarono.
Gillian provò un'improvvisa eccitazione: una sorta d'infantile
meraviglia alla vista della mostruosa parete, dei toni azzurrini
della nebbia, dei due fratelli che a una ventina di metri da loro
avanzavano a passi silenziosi, il volto di Aaron una maschera
di determinazione e quello di Grace freddo come la pietra.
Questo lo emozionò. Somiglia un po' a Catharine...
l'andatura felina, il modo rapido di guardarsi attorno, le
sopracciglia folte che oscurano gli occhi...
Ci siamo!
Fece scattare il polso e sentì la Cohe schizzargli nel palmo
della mano, l'ago puntato in avanti.
Ci siamo! Nessun indizio l'aveva messo sull'avviso, ma lo
sapeva: era una certezza che gli attraversava le cellule del
corpo come un grido. La sua mente, ipertesa, trasformò una
confusa melassa di dati in un profilo cristallino.
Reemul! Questo è il suo genere di posto, il cimitero dei sensi
che lo ispira. Lui è qui!
— Ci siamo! — sibilò Gillian. — Ne sono sicuro!
I quattro furono davanti all'ingresso. Scintille rosse
sprizzarono dai loro scudi d'energia che si sfioravano,
respingendosi, mentre si muovevano insieme verso la spessa
porta. La falce Cohe di Gillian sprizzò una lama di luce nera
che fuse i cardini; il battente crollò all'interno con una serie di
scricchiolii e uno schianto, e un momento dopo la squadra era
nell'atrio dello Skeibalis Inn.
Tre uomini. Uno dietro il bancone: un impiegato
dell'albergo. Il secondo: un tipico maniaco della caduta libera
in tuta semimeccanica da compensazione e casco metallizzato,
gli occhi invisibili dietro il visore antiabbagliante, seduto in
una poltrona a destra dell'impiegato e del tutto immobile. Il
terzo: un uomo anziano, semidisteso sul pavimento al centro
dell'atrio rettangolare, che grugniva alzandosi e abbassandosi
per esercitare gli addominali.
— Trenta... quattro — ansimò quest'ultimo, ignorando la
loro rumorosa intrusione. Con le mani intrecciate dietro la nuca
si sdraiò, poi tornò a sedersi. — Trenta... cinque.
— Che diavolo significa! — strillò l'impiegato, correndo
fuori da dietro il banco di legno. Aveva in mano un tubo di
ferro fasciato da strisce di nastro adesivo.
— Mettilo giù — disse Aaron con calma, — o ti brucio il
cervello.
L'impiegato si fermò di botto alla vista delle armi. Esitò,
quindi abbassò il braccio e lasciò cadere il tubo, che rimbalzò
sul tappeto con un tonfo sordo.
— Trenta... sei — grugnì l'uomo anziano, ormai vicino al
suo limite. Restò qualche secondo disteso sulla schiena per
riprendere fiato.
Gillian puntò la Cohe verso di lui. Facciamo irruzione in un
albergo e questo mentecatto continua a fare i suoi esercizi!
— Tu, alzati.
L'uomo si raddrizzò nuovamente a sedere. — Trenta... sette
— ansimò.
Grace, che teneva d'occhio le scale, arrischiò un rapido
sguardo dietro di sé. — Quello è un minorato. Guardalo in
faccia: congenito, da raggi cosmici.
— E con ciò? — sbottò con arroganza l'impiegato. — È
soltanto un minorato. Perciò prendete pure quello che volete, e
poi andatevene all'inferno e lasciateci in pace.
— Siamo qui per il Paratwa — disse Aaron.
L'impiegato s'irrigidì, gli occhi fissi sulla Cohe che aveva
visto fra le dita di Gillian.
— Qualcuno ha chiamato la E-Tech — disse lui, — e ha
riferito che qui dentro c'è un Paratwa. Sei stato tu?
L'impiegato si umettò le labbra. — Be'... c'erano qui due tipi,
gente di fuori, e io avevo sentito la TV che parlava di quel Pa...
quel criminale, e così ho pensato che quei due erano
dannatamente strani...
— Strani in che senso?
— Be', voglio dire... non si parlavano mai, come se uno
sapesse sempre quello che pensava l'altro. E così, alla fine, mi
sono detto che erano... uh, strani. Allora ho pensato di
chiamare qualcuno. — Alzò le mani. — Ehi, amico... io non
voglio guai, d'accordo? Non so niente di quei due, proprio
niente. Se dovessero tornare...
— Quando se ne sono andati? — lo interruppe Gillian.
— Diavolo, che ne so? Oggi pomeriggio verso le due, le tre.
Io dormivo. Quelli non erano mai qui molto spesso. Sempre
fuori, voglio dire.
Aaron puntò la pistola verso l'individuo in tuta da caduta
libera, che non s'era mosso né aveva aperto bocca. — Tu chi
sei?
L'uomo girò la testa e lo guardò. Il visore oscurato
nascondeva i suoi occhi, ma più in basso s'intravedevano in
trasparenza il naso e la bocca, dove il plastivetro era più vicino
al volto.
Un altro minorato da radiazioni? si chiese Gillian.
La sua tuta compensatrice - uno spesso rivestimento di
gomma nera in cui erano contenuti sensori e leve per
potenziare i movimenti del corpo - sembrava nuova. Gillian
ricordava di aver sentito dire da Nick che molta gente, nata e
allevata a bordo delle navette, non riusciva più ad abituarsi alla
gravità artificiale delle Colonie, o semplicemente sceglieva di
non farlo. Le tute semimeccaniche compensavano in parte la
loro debolezza organica e muscolare.
— È un minorato anche questo? — sbottò Gillian.
— Ehi, amico! — L'impiegato gli si parò davanti. — Lui è
mio fratello, va bene? E non dà fastidio a nessuno. Solo che
non parla con quelli che non conosce, perciò lasciatelo in pace.
Un minorato anche lui, e l'impiegato se ne vergogna troppo
per ammetterlo, pensò Gillian. Si rivolse ad Aaron: — Tutti e
due.
Il pirata biondo estrasse un proiettore ad aghi e ne sparò uno
nel collo dell'uomo in tuta, dove il tessuto era sottile come
stoffa. Gillian premette la pistola sul petto dell'impiegato per
tenerlo indietro.
— Ehi! Che accidente state facendo! — protestò lui.
La testa dell'individuo ricadde in avanti pochi istanti dopo,
appena la droga fece effetto. Aaron attraversò l'atrio e sparò un
altro ago in un braccio dell'uomo anziano.
— Qua... rantuno — mormorò lui. I suoi occhi restarono
aperti, quando si afflosciò privo di sensi sul tappeto.
— È soltanto una droga-stasi — disse Gillian. — Si faranno
qualche ora di sonno.
L'impiegato alzò le mani. — Ehi, no! Non potete fare questo
a me. Io sono allergico alla droga-stasi. La reazione potrebbe
uccidermi, lo giuro! Voglio dire, legatemi, o fate tutto quello
che vi pare, ma non...
— Stai calmo — disse Gillian. — Tu vieni su con noi.
Vogliamo vedere la stanza di questi due clienti.
L'uomo si leccò le labbra. Gettò uno sguardo alla porta
fracassata. — Be', ma se quelli tornano proprio ora?
— Tu non preoccuparti — disse Aaron. — C'è gente che
sorveglia tutta la strada, fuori.
Gillian prese l'impiegato per una spalla e lo fece voltare
verso le scale. — Hai la chiave?
Lui annuì. — Sì, ce l'ho. Cristo, non spingermi in questo
modo!
Il gruppetto salì per le scale, con l'impiegato in testa e
Santiago alla retroguardia per coprire loro le spalle. I loro scudi
d'energia mormoravano nella penombra, emettendo sprazzi di
scintille a ogni più lieve contatto. Oltrepassarono il primo
pianerottolo e la porta antincendio collegata alla scala esterna
senza udire alcun rumore. Al secondo piano l'impiegato li
precedette in un corridoio dalle pareti piene di scritte e
scrostature, che una quindicina di metri più avanti terminava
con la porta dell'ascensore. Le camere erano quattro, due su
ogni lato.
L'uomo indicò la prima porta a sinistra. — È questa —
sussurrò.
Gillian gli premette la pistola in un fianco. — Entra prima tu.
L'impiegato esitò. Poi estrasse un decodificatore che portava
appeso al collo, batté 3A - APERTO sulla piccola tastiera e andò
ad appoggiare l'oggetto sul modem-scanner della porta. Ci fu
un click appena udibile e il battente scivolò di lato.
Gillian balzò attraverso la soglia e subito girò su se stesso,
facendo ruotare lo scudo per essere un bersaglio più difficile, le
armi pronte a sparare al minimo movimento.
Nessuno.
Aaron e Grace lo seguirono, allargandosi ai lati. Santiago
spinse dentro l'impiegato tenendogli la pistola a raggi puntata
alla testa. La stanza era rettangolare, sei metri per sette,
illuminata da piastre che al loro ingresso s'erano accese. Una
finestra solitaria si apriva sulla strada. Il cubicolo bagno-cucina
era stretto come quello che Gillian aveva usato su Sirak-Brath.
Vuoto.
Sul letto a due piazze, sotto le coperte, c'era qualcosa dalle
dimensioni poco superiori a quelle di un cuscino.
Sull'unica sedia giaceva un paio di pantaloni color rosa
acceso. Il guardaroba, in un angolo, era uno stipo di lamiera
grigia e corrosa. Per terra accanto al letto c'era un contenitore
di plastica del tipo usato per la spedizione di merci delicate.
Dalla parte superiore, aperta, uscivano alcuni tubicini che
sparivano sotto le lenzuola bianche, verso la protuberanza.
Grace indicò il letto. — Un corpo?
Accigliato, Gillian attraversò la stanza. Dentro il contenitore
di plastica i tubicini si riunivano in una scatola grigia, fornita di
un piccolo display e alcune spie luminose accese. La riconobbe
come un sistema di supporto-vita in miniatura, portatile.
Lentamente tirò indietro il lenzuolo, scoprendo il volto
cinereo di una bambinetta giovanissima, sui cinque o sei anni.
Aveva gli occhi chiusi e un'espressione agonizzante. I tubi del
supporto-vita entravano sotto la sua pelle all'interno del gomito
destro. Dopo un'esitazione Gillian tolse via del tutto il
lenzuolo, già sapendo cos'avrebbe visto.
Quando il piccolo corpo mostruosamente deformato fu
scoperto, Grace emise un gemito d'orrore. Aaron ansimò
un'imprecazione.
Dallo sterno in giù, il corpo si dilatava e cominciava a
dividersi, a raddoppiarsi. A un solo torace erano uniti due
addomi separati, ciascuno con un piccolo paio di gambe. Tre
delle quattro gambe apparivano fratturate. Entrambe le vagine
erano lacere e ingrumate di sangue. Nella bambina deforme
c'era ancora una stilla di vita.
— La bestia Paratwa! — ringhiò Grace. — Merita qualcosa
di peggio della morte!
Gillian si chinò sul contenitore accanto al letto, trasse un
lungo respiro e poi spense gli interruttori del supporto-vita,
consentendo alla povera creatura di spegnersi del tutto.
Aveva già visto perversioni dello stesso genere. Nella
crescente follia dei giorni pre-Apocalisse, sia i Paratwa che
alcuni esseri umani avevano praticato quella particolare forma
di degradazione. Il vizio aveva acquistato un nome:
pedobiparauterofilia, l'osceno appetito per le bambine mutanti
nate con due addomi.
— Non doveva avere più di cinque anni — mormorò Grace,
quando vide che non respirava più.
— Cielo! — sospirò l'impiegato. — Di solito sono meglio
quelle di un anno o due, sapete?
Gillian sentì il mutamento di tono nella sua voce, e seppe, in
un orribile istante, che erano stati giocati.
— È una trappola! — gridò. Si volse e puntò la falce Cohe in
cerca del bersaglio, già consapevole che era troppo tardi.
Il soffitto della stanza esplose in un lampo di luce; polvere e
frammenti di materiale riempirono l'aria. Dall'alto cadde il
secondo gemellare, a gambe e braccia allargate: un demonio
urlante dalle cui mani saettavano lampi di luce nera e di raggi
esplosivi. La figura piombò sul letto accanto al cadavere della
bambina, rimbalzò attraverso la stanza e colpì coi piedi uniti
Aaron, in mezzo al petto, mentre la lama di luce nera cercava
varchi nello scudo del pirata. Sul volto di lui vi fu un attimo di
shock. Poi il suo corpo proiettato all'indietro sfondò la finestra
e scomparve nella notte esterna.
Gillian s'era gettato al suolo, e con una frustata della falce
Cohe colpì in pieno l'impiegato. Ma il raggio dell'arma si
dissolse, innocuo, contro la parte anteriore del suo scudo.
Sogghignando selvaggiamente l'impiegato strappò la pistola a
raggi dalla mano di Santiago, che barcollava, e dal varco
laterale dello scudo gli sparò alla testa. Il volto del pirata si
deformò e parve ribollire, mentre il raggio che aveva perforato
il cranio gli bruciava il cervello; poi i suoi occhi esplosero
come vesciche fumanti e lui si abbatté alla base dell'armadio.
Gillian sparò ancora contro l'impiegato e lo mancò. Balzò in
piedi e si precipitò verso la finestra senza smettere di sparare
un istante, cercando di tenere lo scudo rivolto verso i due
gemellari allo stesso tempo. Grace stava facendo fuoco
furiosamente, dopo che uno spintone l'aveva mandata a sbattere
contro il muro. Nel tentativo di evitare i colpi dell'impiegato si
gettò avanti, verso il letto, e il suo corpo attraversò il raggio
mortale dell'altro gemellare.
Sul volto della ragazza ci fu un attimo di blanda sorpresa
quando la nera lama della Cohe penetrò fra le due sezioni del
suo scudo. Si volse a guardare Gillian, mentre l'espressione
smarrita lasciava il posto a un lieve sorriso strano, quasi
sardonico. Poi chiuse gli occhi, abbandonandosi alla morte.
Soltanto allora lui capì cosa gli stava accadendo, e tutto fu così
repentino che non fece in tempo a vederla cadere: il corpo di
Grace divenne un bagliore di luce dorata prima di afflosciarsi
sul pavimento.
La stanza divampò negli occhi di Gillian, frammentandosi in
un caos di immagini distorte. D'un tratto seppe soltanto che si
stava muovendo in una nebbia, e poi in un vorticante
caleidoscopio di mondi aperti e chiusi: un cielo e un soffitto
sfondato, un terreno erboso e un pavimento e un letto... ricordi
intensi, riflessi di volti visti come attraverso un prisma che
girava... girava sempre più forte. Colse la presenza di una
sedia, la travolse ed essa svanì in un lampo d'oro. Raggi neri lo
sferzavano da tutte le direzioni. Stranamente il suo corpo
reagiva, opponendo lo scudo a ogni colpo con meccanica
efficacia. Ma poi ci fu la vampata di un raggio esplosivo e sentì
la voce di un uomo che gridava di dolore. Mentre si chiedeva
chi fosse, capì che quell'urlo echeggiava, con una stridula nota
maniacale, soltanto nella sua mente.
La finestra!
Senza smettere di sparare dietro di sé si tuffò oltre il
davanzale e volò fuori attraverso il telaio sfondato, registrando
coi suoi automatismi percettivi, anche mentre precipitava verso
la strada, un'auto ferma davanti all'edificio di fronte, alcuni
alberi, e il corpo di Aaron disteso sul marciapiede due piani più
in basso. Poi protese le braccia e le gambe, sperando che lo
scudo d'energia bastasse a proteggerlo. Ma l'impatto non fu
assorbito del tutto. Accecato da un violento dolore nelle
costole, Gillian giacque sulla dura e umida plastica del
marciapiede.
Lottò per aspirare l'aria nei polmoni. Muoviti! Muoviti!
Fu in piedi, barcollò a destra e a sinistra, cominciò a correre.
Un raggio di luce nera gli sfiorò la testa, aprendo una fessura
fumante nel marciapiede due passi più avanti. Raggi esplosivi
echeggiarono tutto intorno. Lui continuò a correre a zig zag e si
gettò in una traversa, fuori dal torrente di distruzione che
grandinava dalla finestra del secondo piano. Dietro l'angolo un
raggio nero curvò nell'aria per seguirlo, ma la sua energia fu
assorbita senza danni dalla parte posteriore dello scudo.
Alla sua sinistra apparve lo scuro tunnel di un'altra traversa,
ad angolo retto. Con le viscere contratte dal dolore oltrepassò
anche quella cantonata. Nessun altro raggio lo seguì.
Continuò a correre per altre strade e vicoli, cambiando
direzione a caso e attraversando lotti di terreno fangoso fra gli
squallidi edifici dei sobborghi.
Nella sua mente continuava a stridere un grido maniacale.
Cercò di ridurlo al silenzio, di combatterlo, ma sapeva di non
avere alcun controllo su di esso.
Stordito e sofferente, quasi si augurò che Reemul lo
raggiungesse e facesse tacere la cosa che urlava a morte dentro
di lui.
35

Nel Leone degli Alexander, a Rome sembrava di vedere


l'immagine della morte. La sua figura rinsecchita, avvolta nel
mantello grigio, giaceva fra i braccioli della poltrona come un
sacco rassegnato a farsi svuotare del suo già scarso contenuto.
Gli accompagnatori del vecchio dicevano che era in buone
condizioni fisiche, ma aveva gli occhi socchiusi e sembrava
respirare con difficoltà.
Il sole del mattino riempiva l'ufficio di Rome. Seduto alla
sua scrivania lui evitò lo sguardo del Leone, fingendo di
osservare distrattamente la pianta di ginepro, lo scaffale dei
libri rimasto aperto, e la consolle di comunicazione che
campeggiava sull'angolo destro della scrivania. Ma ignorare le
sue parole era difficile. Il Leone aveva una voce giovanile, e le
sue parole erano già riuscite a trascinare Rome in un vortice di
emozioni.
Oggi non ho tempo per i pensieri tristi.
— Grace — stava dicendo il vecchio, — era figlia di un mio
nipote, molto legata a suo fratello Aaron. Quand'erano
bambini, ricordo che li guardavo giocare. Lottavano, non
facevano che battersi, ma dopo tornavano a essere due semi in
un baccello. Grace aveva carattere anche da piccola. Si
volevano bene eppure non andavano mai d'accordo su niente.
Una volta li vidi darsele sul serio... in una navetta, a zero G.
Volavano pugni e calci, si sbattevano qua e là a spintoni,
schiaffi, mosse di lotta, senza curarsi delle ammaccature... e la
sera uscirono a braccetto per andare a far baldoria in città.
«Quand'erano ragazzi facevo molti disegni per loro. — Nei
suoi occhi guizzò un sorriso. — Io ho sempre avuto la passione
per il disegno. Mia moglie diceva che disegnavo per dire le
cose che non possono esser dette. E in parte è vero. Ma nei
disegni c'è più che semplice comunicazione. Sono finestre
aperte sui sogni.
Il Leone cambiò posizione, estraendo una mano ossuta da
sotto il mantello.
— Io tengo da parte tutti i miei disegni. Quando tornerò a
casa cercherò quelli che feci per Grace. Voglio ritrovarla
dentro di me. Voglio farla tornare reale ancora una volta, prima
di dirle addio. La sua morte è stata crudele, ma la nostra
separazione non dovrà esserlo.
Il Leone agitò una mano, costringendo Rome a incontrare il
suo sguardo.
— Lei pensa che io sia troppo sentimentale?
Rome esitò. — Le persone amate continuano a vivere dentro
di noi. Se il prezzo di questo è il dolore, non resta che pagarlo.
Il vecchio sospirò. — Quando Grace era una ragazzina, si
prese un amante. Era uno di un altro clan, e questo creò delle
gelosie fra i nostri giovani, che la corteggiavano molto. Un
giorno si batterono, questo ragazzo e due coetanei Alexander.
Fu un combattimento stupido, come quasi tutti, ma attizzato
dalle passioni dei giovani divenne violento e mortale. L'amante
di Grace e uno degli Alexander restarono uccisi.
«Lei non si riprese mai da quella perdita. Da quel giorno
divenne indifferente agli uomini. — Il Leone fece una pausa,
guardando qualcosa fuori dalla finestra alle spalle di Rome. —
Grace rifiutò di riconoscere il suo dolore, il suo lutto, e lo
trasformò in rabbia. Forse, a volte, avrà desiderato
disperatamente rinunciare a quella sua posa ed essere di nuovo
capace di amare. Chi lo sa?
Rome annuì appena. Il Leone lo fissò per un lungo momento,
poi ansimò una breve risata.
— Ma io chiacchiero, chiacchiero, e le faccio sprecare il suo
tempo prezioso con la mia tristezza.
Questo vecchio mi parla con sincerità commovente. Esprime
i suoi veri sentimenti, mentre io continuo a chiedermi per quale
scopo recondito abbia voluto vedermi. Forse non faccio onore a
me stesso né a lui.
— Alla vostra gente — disse Rome, — la loro morte... può
essere sembrata inutile. Io non lo so. So soltanto che le Colonie
devono essere loro grate per quello che hanno fatto.
Il Leone raddrizzò le spalle. — Grace e Santiago hanno dato
la vita battendosi contro un demonio. Per gli Alexander non c'è
sacrificio più nobile. Saranno onorati.
L'intercom emise una nota.
— Signore, c'è il signor Nick. Dice che deve vederla subito.
— Lo faccia passare.
Con uno sforzo il Leone si alzò in piedi. — Tornerò a casa al
più presto. Vorrei che Grace e Santiago facessero il viaggio
sulla navetta con me. E anche Aaron.
— Come desidera.
Nick scivolò dentro appena la porta si aprì abbastanza da
lasciarlo passare. Quel giorno indossava una tuta di nylon
senza maniche, da cui emergevano quelle larghissime di una
camicia a fiori. Sul suo volto c'era un misto di emozioni,
tormento, stanchezza e anche qualcos'altro.
Eccitazione?
Rome mantenne un tono casuale. — Novità?
Nick unì le mani e le strinse, come per sgranchirsi le dita. —
Niente. Per ora Gillian sembra introvabile. Comunque, Haddad
ha interrogato una donna che abita lì accanto. E lei dice di aver
visto un uomo che fuggiva lungo il marciapiede. La descrizione
corrisponde a quella di Gillian.
— Fuggiva... — mormorò il Leone.
Nick si volse. — Harry, non è come puoi pensare. Se Gillian
è fuggito, è perché credeva che tutti gli altri fossero morti.
Ricorda che non c'è motivo di supporre che Aaron fosse ancora
vivo in quel momento. Anche i medici arrivati con l'ambulanza
sulle prime lo avevano dato per morto.
— Aaron ha ripreso conoscenza? — domandò Rome.
Nick scosse il capo. — Niente garantisce che ce la farà.
— Può essere trasportato? — volle sapere il Leone.
Nick esitò. — Probabilmente. Ma preferiremmo tenerlo qui
un altro po' di tempo. Se rinvenisse, potrebbe dirci cos'è
successo.
Il Leone restò in silenzio.
Nick fece un sospiro. — Dopo l'incendio appiccato da
Reemul l'edificio è bruciato. Ma la distruzione non è stata
completa come lui probabilmente voleva. Abbiamo potuto fare
alcune autopsie.
«I quattordici clienti registrati all'albergo erano tutti già
morti alcune ore prima dell'incendio. Pensiamo che Reemul li
avesse ammazzati fin da ieri mattina, salvo un paio di minorati
mentali, e che poi uno dei gemellari abbia finto d'essere il
gestore. Suppongo che il Jeek li tenesse nell'atrio, per dare un
aspetto convincente alla messinscena.
«È stata una mossa azzardata, la sua. Reemul deve sentirsi
molto sicuro di se stesso. Separando i gemellari ha corso un
rischio notevole. Gillian e la sua squadra avrebbero potuto
uccidere con una certa facilità quello che li ha ricevuti
nell'atrio.
— Il demonio è sempre il più astuto — mormorò il Leone.
— Secondo la nostra ricostruzione dei fatti, il combattimento
è cominciato in una camera del secondo piano. Ci sono tracce
di colpi esplosi soltanto lì dentro. Grace e Santiago... i loro
corpi sono stati quasi carbonizzati. L'ordigno incendiario era
stato messo nel letto. All'accensione ha emanato un calore così
violento da fondere perfino il pavimento sotto di esso.
Nick esitò. — Niente fa supporre che Reemul sia morto
nell'incendio o prima. Dobbiamo presumere che abbia preso il
largo.
Il Leone si avviò lentamente alla porta. — Io vado — disse.
Prima di aprire si volse. — Aspetterò sulla navetta che Grace e
Santiago, e Aaron, siano portati a bordo. Se avrete ancora
bisogno dell'aiuto del mio clan...
— Naturalmente — disse Rome. — È un'offerta generosa.
Grazie.
Il Leone sorrise. — Dalla sua voce capisco che lei sta solo
cercando d'essere educato. — Apri la porta. — Ma chi può
predire il futuro? La E-Tech e il clan degli Alexander hanno
navigato insieme già una volta. E le correnti vanno sempre
nella stessa direzione.
La porta si chiuse alle sue spalle. Rome si volse a Nick.
— Allora, cos'è che non poteva dirmi in sua presenza?
Nick appoggiò le mani sul piano della scrivania e si sporse
verso di lui. — Begelman e io pensiamo di aver scoperto
l'identità di uno dei gemellari di Codrus.
Rome trattenne il fiato. — Chi è?
— Sa, Rome, credo che lei e io faremmo bene ad andare un
po' in chiesa. Dicono che i sermoni del vescovo Vokir ispirino
molto chi cerca la verità.
36

Era mattina presto quando Gillian capì che non doveva


essere molto distante dal centro urbano di Irrya, i quartieri
degli affari dove aveva sede la E-Tech. Se avesse continuato di
quel passo ci sarebbe arrivato, calcolò, entro un'ora al massimo.
Avrebbe fatto assai prima con un taxi, ma non voleva mettersi
a sedere. Anche se gli doleva tutto il corpo, specialmente le
costole, preferiva continuare a muoversi.
Gli edifici di quella strada sembravano tutti uguali, coi tetti
inclinati allo stesso angolo e i pannelli solari che scintillavano
con la stessa intensità assorbendo la luce, riflessa da curve
sfoglie di vetro delle stesse dimensioni.
Ho corso per quasi tutta la notte. Quella constatazione lo
riempì di sorpresa.
A un certo punto, nei grigi momenti di vuoto che separavano
la notte dall'alba, il suo corpo aveva smesso di gridare.
Il viale andava in direzione est/ovest. A quell'ora i pedoni
erano ancora scarsi. La maggior parte degli isolati ospitavano
al piano terra file di negozi, che stavano cominciando ad aprire.
Spinto da desideri improvvisi e incomprensibili, Gillian si
scoprì a guardare in tutte le vetrine a cui passava davanti.
In un negozio una donna in ginocchio stava accuratamente
disponendo antichità elettroniche su uno scaffale. Erano in
mostra grosse video-cassette con film d'epoca, registratori, un
apparato per clonare le verdure, un paio di scope automatiche
programmabili e altri oggetti che lui non riuscì a identificare.
La donna si volse a guardarlo e sorrise. Deflagrò in un
arcobaleno di lampi dorati.
Rapide immagini infuocate tambureggiarono nella sua
mente, ricordi contorti di Catharine, modificati e deformati da
correnti di dati sensori, come se l'interfaccia fra il suo
subconscio e il mondo esterno fosse in cortocircuito.
Gli attacchi di allucinazioni non erano più prevedibili
escursioni in territori noti, a intervalli di quattro ore. Erano
privi di qualsiasi meccanismo logico avessero mai posseduto.
Lui era vittima di una forza bruta che lo percuoteva a caso.
Tutti mi stanno cercando. Reemul è in caccia. La E-Tech i
anche. Nick starà spremendo i computer in cerca di schemi di
probabilità, per capire dove posso essere andato. I Sorveglianti
vorrebbero avermi sotto il torchio, e così pure la polizia locale.
Non sono al sicuro da nessuna parte.
Passò di fronte a un negozio di dolciumi, con la vetrina
gremita di paste alla panna e al cioccolato, torte decorate con
elaborati filamenti canditi e strutture croccanti, cotte nei forni a
gravità zero in mezzo al cielo. I dolciumi gli comunicavano
una logica precisa, uno schema che lui poteva sentire come
parte di un'esigenza bramosa, una realtà fatta per essere
consumata dal suo corpo.
Sto diventando pazzo. Soltanto quella constatazione lo aiutò
a ritrarsi dal baratro.
Una cliente mattiniera, una donna d'a