Sei sulla pagina 1di 525

Christopher Hinz vive a Reading (Pennsylvania) dove

lavora come direttore tecnico della Berks Community


Television. Tra i suoi molti interessi vi è la progettazione di
giochi e la realizzazione di video, mentre per alcuni anni è
stato chitarrista rock scrivendo inoltre i testi di numerose
canzoni. Con il suo romanzo d'esordio, Il risveglio del
Paratwa (1987), già pubblicato in questa collana, ha vinto il
Compton Crook Award per il miglior libro di fantascienza
dell'anno e nel 1989 è stato finalista al John W. Campbell
Award come autore più promettente. L'opera ha poi dato
l'avvio a una saga, proseguita con Generazione Paratwa
(1989), enormemente apprezzata per l'inconsueto vigore con
il quale rivisita alcuni temi classici della fantascienza. Ora
L'invasione dei Paratwa (1991) ne costituisce l'attesissimo
episodio conclusivo.
Paratwa! «La tensione è insopportabile. Essere
simultaneamente qualcosa di più e qualcosa di meno di un
individuo è come vivere in una sfera incrinata. E ogni
giorno, le crepe si allargano, minacciando di mandare in
pezzi la mia vita. Quello che voglio è combattere,
distruggere o essere distrutto...» Paratwa! Una stirpe di
guerrieri creati dall'ingegneria genetica prima dell'Apocalisse
nucleare, una sola mente che abita due corpi in contatto
telepatico fra loro. L'invasione degli Ash Ock, la casta
dominante dei Paratwa, sembra ormai inevitabile: Sulle
Colonie irryane in orbita attorno alla Terra devastata, ultimo
rifugio della razza umana, Nick e il Leone degli Alexander
tentano in tutti i modi di scongiurare il peggio, ma tutto
sembra inutile... nel frattempo, l'ex-Paratwa Gillian è
dilaniato da un terribile conflitto e apprende gli sconvolgenti
segreti degli Ash Ock, sepolti molto più in profondità di
quanto essi stessi possano immaginare...
In un'apoteosi di azione e di colpi di scena, Christopher
Hinz regala ai suoi lettori il romanzo che attendevano da
tempo: la spettacolare conclusione della saga dei Paratwa.

Copertina di Tim White


CODICE LIBRO
10 240 CA
CHRISTOPHER HINZ

L'INVASIONE
DEI PARATWA

Editrice Nord
COSMO Collana di Fantascienza - Volume 240 - Giugno 1993
Pubblicazione periodica registrata al Tribunale di Milano in data
5/2/73 n. 27
Direttore responsabile: Gianfranco Viviani

Codice libro 10 240 CA

Titolo originale:
THE PARATWA
Traduzione di Gianluigi Zuddas

© 1991 by Christopher Hinz


© 1993 per l'edizione italiana by Casa Editrice Nord S.r.l.
Via Rubens 25, 20148 Milano.
Stampato dalla litografia AgeI, Rescaldina (Milano)
Questo libro è per
Earl Hinz e Pam Reynolds
1

Da: I Brividi, di Meridian.

Era l'epoca della nostra ascesa. Era l'epoca del Primo


Avvento, quando la Terra vibrava ancora di vita e gli Ash
Ock erano freschi come i ricordi di questa mattina; in
retrospettiva un periodo delicato, ma uno in cui l'esistenza
sembrava illuminata dalla promessa di ogni possibilità,
quando noi Paratwa ci sentivamo destinati a dominare la
Terra, a dominare le stelle. Era l'epoca in cui ciascuno di
noi fremeva nell'incantesimo delle sue stesse e uniche
simultaneità, confidando nel destino genetico che aveva
posto la nostra anima in due corpi invece che in uno
soltanto. Era l'epoca in cui il nostro spirito binario
sembrava modellato sull'essenza di una qualche ubiquità
primordiale; i nostri corpi brillavano di perfezione, le nostre
menti rifulgevano come il capolavoro di un poeta immortale.
Era l'epoca dell'innocenza. Un'epoca che non poteva
durare.
Alcuni di noi cominciarono a percepire le dinamiche
occulte del potere degli Ash Ock, a comprendere le loro
sottili manipolazioni, a distinguere le singole vibrazioni dei
deliziosi motori celati in quei cinque meravigliosi
rivestimenti. Lo specchio che l'Ash Ock rappresentava
dinnanzi a ciascuno di noi, e che fin allora aveva riflesso
soltanto le nostre virtù, si frantumò sotto il ruggito di quei
motori; la nostra adorazione della loro divinità divenne
semplice ammirazione, piena d'apprezzamento e tuttavia
temprata dalla consapevolezza che i membri della regale
casta restavano mortali, nonostante la loro incredibile
magia. E quella magia, tessuta delle aspirazioni e delle
necessità che erano anche nostre, partorì figli fatti per
indossare i panni della scienza. Il poeta se n'era andato, per
non tornare mai più.
Fu un'epoca di tradimenti spaventosi.

Mentre la flotta del progetto Verso le Stelle — sotto la


direzione clandestina di Theophrastus — si preparava a
fuggire da una Terra che stava affogando negli orrori
dell'Apocalisse, alcuni di noi cominciarono a capire il vero
segreto degli Ash Ock. E questo diede origine a un cinismo
che si sparse nei nostri ranghi con la rapidità di
un'epidemia. Già nel periodo in cui la flotta di Verso le
Stelle lasciava i confini del sistema solare, Saffo e
Theophrastus erano di fronte alle avvisaglie di un'aperta
ribellione, perché molti Paratwa non sopportavano la
crudezza di quest'ultima verità.
Ma la pazienza degli Ash Ock fu d'aiuto a quelli che
intendevano comunque perseverare. La crisi passò. Una
prospettiva di concetti ancor più vasti s'era adesso aperta
per tutti, e ci invitava a percepire l'universo da nuove e
inebrianti altezze. La maggior parte di noi abbandonò ogni
cinismo. I pochi che non seppero farlo tennero i loro dubbi
per sé.
Theophrastus proclamò: «Non dimenticate mai che voi
rappresentate l'avanguardia del Secondo Avvento».
«E non dimenticate mai che voi servite i veri Paratwa»
aggiunse Saffo. «Le vostre vite ora s'intrecciano con il
destino dei prescelti».
I libri di storia furono sottilmente alterati; i ruoli degli
altri tre Ash Ock — Codrus, Aristotele ed Empedocle —
vennero ridotti a quelli di semplici comprimari.

Codrus era stato, in effetti, il primo della regale casta a


cadere dal suo piedistallo di Ash Ock. I suoi gemellari, come
quelli di Empedocle, erano di sesso diverso: un maschio e
una femmina. Già in quei primi tempi, allorché emergevamo
sul panorama della razza umana, quando ancora
Theophrastus non aveva infiltrato il progetto Verso le Stelle
per piegarlo ai suoi piani, Saffo cominciava a suggerire —
velatamente — l'idea che un Paratwa di sessualità bipolare
avesse in ciò un difetto, una tara. Per un poco perfino io fui
sedotto dall'eleganza della sua critica, anche se infine mi
resi conto d'esser stato illogicamente succube dei miei
pregiudizi di maschio/maschio.
Tuttavia capivo, almeno in parte, quel cinismo di Saffo
verso gli altri del suo ceppo. Non di rado Codrus rivelava
mancanze assai palesi, come quando scambiava le ipotesi di
lavoro degli Ash Ock per verità precise, cadendo così nella
trappola intellettuale di chi presume che sia la mente a
governare il corpo. Le sfaccettature della realtà che Codrus
non riusciva ad afferrare restavano dati in attesa d'essere
analizzati, informazioni semplicemente troppo indigeste per
i suoi computer. Alla fine, l'incapacità di Codrus nel
sondare il subconscio profondo indusse Saffo a giudicarlo
l'eterno bambino della sua regale famiglia: due gemellari
sempre leali e ansiosi di compiacere, ma una coscienza
unitaria di monarca incapace di maturare al suo vero
destino. Da ultimo egli fu estromesso dalle manovre più
occulte degli Ash Ock, e si fece in modo che alla partenza
della flotta di Verso le Stelle fosse lasciato indietro. Fino al
momento della morte per mano dei Costeau, secoli dopo,
nella sua povertà intellettuale Codrus rimase felicemente
inconsapevole di se stesso.
Anche Aristotele, per qualche tempo, era stato all'oscuro
delle preoccupazioni e riflessioni più profonde, sebbene
l'ignoranza di Aristotele fosse dovuta alle circostanze,
poiché in molti versi era uguale a Saffo, acuto e
raziocinante, con una predisposizione naturale per
l'intricata metodologia della politica. L'interallacciamento
maschio/maschio di Aristotele sembrava sapere — d'istinto
— come sfruttare gli altri per realizzare i suoi desideri;
giocava con la razza umana come un gran maestro di
scacchi dell'era pre-informatica.
Nei primi anni dell'ascesa degli Ash Ock, io ero il servo di
Aristotele, e rispettavo con ammirazione sempre maggiore
quella mente così sottile e sofisticata. Per un poco, in effetti,
cominciò a piacermi, specialmente quando mi presentò a
Empedocle, il più giovane dei cinque, i cui gemellari
maschio/femmina erano animati da una brama di esperienze
che rivaleggiava con la mia. A dire il vero, io amai gli anni
che trascorsi ad allenare Empedocle, plasmando il nostro
giovane guerriero per farne lo scudo e la mano dell'autorità
Ash Ock, pronto ad assumere il suo posto nella regale casta
e a divenire il campione di tutti i Paratwa della Terra.
E per un poco, in quei primi anni, io dubitai che Saffo
mancasse di saggezza nel tenere Aristotele — e quindi
Empedocle — all'oscuro delle realtà più profonde. Nel caso
di Codrus, lo capivo. Ma ero convinto che Aristotele
Empedocle avrebbero dovuto avere pieno accesso alla
conoscenza di Saffo — la conoscenza segreta — che a
quell'epoca lei condivideva soltanto con Theophrastus e
pochi fidati luogotenenti: Gol-Gosonia, io stesso, e un
manipolo d'altri.
Alla fine, tuttavia, giunsi a capire che Saffo non aveva
torto nel tenere all'oscuro Aristotele, perché i-piani-dentro-
i-piani di quel monarca erano di una complessità che
rivaleggiava con quella dei suoi stessi intrighi. Il semplice
fatto era questo: Aristotele somigliava troppo a Saffo.
Poteva esserci un solo capo, e Saffo — per diritto di
primogenitura, se non altro — sarebbe stata l'unica guida
del nostro destino.
Ciò malgrado, il giorno in cui io tradii Aristotele — e
nello stesso atto segnai la sorte di Empedocle — resta il più
triste della mia lunga vita.
2

Gillian era ansioso di battersi ancora. La penombra di


Sirak-Brath sembrava il posto ideale per un altro scontro.
Seguì Buff e il contrabbandiere sull'altro lato della strada
che separava due complessi industriali a bassa tecnologia —
un impianto d'arricchimento per l'uranio e una fabbrica di
coloranti organici per tessuti — se strada si poteva chiamare
quella specie di fogna senza illuminazione stretta fra
sgraziate e poderose strutture incrostate di fuliggine. Gli
edifici di lurido plasticemento grigio si levavano dalla
pavimentazione umida — lastre di metallo coperte da uno
spesso strato di detriti, terriccio e plastica — fino all'altezza
di una sessantina di metri nel cielo notturno. Forme nere
connettevano i due stabilimenti: una pletora di passaggi
soprelevati, nastri trasportatori, cavi e tubazioni. Non c'erano
finestre.
Una striscia di luce giallognola era visibile in alto, sopra il
canyon d'ombra, e quel vago chiarore era tutto ciò che si
poteva scorgere del firmamento stellato, oltre la fila di lastre
in vetracciaio che percorreva l'intera lunghezza della
Colonia. Nei suoi due secoli e mezzo di esistenza il cilindro
orbitale, lungo trentotto miglia, aveva finito per acquistare
una delle sgradevoli caratteristiche della Terra pre-
Apocalisse: l'inquinamento atmosferico. Durante i periodi di
maggiore produzione industriale, su Sirak-Brath, lo smog si
addensava così in fretta che l'impianto di purificazione e
riciclaggio non riusciva a smaltirlo.
Buff si girò verso il contrabbandiere. — Quanto manca,
ancora?
Nella debole luce riflessa dal cielo la ragazza di pelle nera,
più bassa e snella dei due uomini, si muoveva con sicurezza.
Le lunghe settimane in cui Buff s'era nascosta con Gillian,
per buona parte trascorse in un cono d'esercitazione Costeau,
le avevano fatto perdere una quindicina di chili. Era ancora
molto più robusta e pesante della media, ma senza grasso
superfluo; le sue braccia erano gonfie di bicipiti, e nelle
gambe sentiva un'agilità e una forza che col suo peso
precedente non aveva conosciuto.
Il contrabbandiere, Impleton, indicò più avanti e grugnì
una risposta che parve dissolversi nell'aria umida. Pur
piegandosi verso di lui, Gillian non era riuscito a sentire una
parola. Ma Buff aveva capito, e il cauto assenso della
Costeau lo informò che dalla bocca dell'uomo non era uscito
nulla di allarmante. L'ultima visita di Gillian a Sirak-Brath
risaliva a oltre mezzo secolo addietro, e quella sera lo smog
sembrava molto peggiore di quel che ricordava dal suo
primo soggiorno, nel 2307. A quell'epoca i periodici flussi di
esalazioni industriali non gli erano parsi tanto critici, né la
foschia così impenetrabile. Sarebbe stato lecito aspettarsi che
in quei suoi cinquantasei anni di sonno freddo, nella capsula
di stasi, un certo progresso tecnico avrebbe contribuito a
rendere l'aria più trasparente.
Ma a dispetto dell'imminente minaccia del ritorno dei
Paratwa sulle navi stellari di cui s'erano impadroniti — una
minaccia ormai così vicina che fra gli abitanti delle Colonie
Irryane regnava una gelida tensione — i miglioramenti
tecnologici erano ancora sotto il rigido controllo della E-
Tech, la potente istituzione il cui scopo restava quello di
porre un freno al progresso disordinato. Il concetto su cui si
reggeva la E-Tech, vecchio di due secoli e mezzo (impedire i
cambiamenti selvaggi nella struttura sociale, come quelli che
avevano decimato la popolazione terrestre durante
l'Apocalisse del 2099) rendevano difficile a una Colonia
modificare il suo status-quo. Lo smog di Sirak-Brath
rispecchiava in concreto i lati oscuri della peraltro nobile
causa della E-Tech.
Tuttavia i problemi di Sirak-Brath erano altri. A livello
popolare godeva fama d'essere la pecora nera delle Colonie
Irryane, quella che i cittadini delle altre duecentosedici isole
spaziali potevano guardare con accigliato disprezzo. Quale
che fosse il principale difetto di una qualsiasi Colonia, si
poteva star certi che su Sirak-Brath, anche in quello, le cose
andavano peggio. Il cilindro industriale vantava la
percentuale di crimini più alta, le strade più sporche, la
miseria maggiore e il numero più elevato di politicanti e
amministratori corrotti. Per molti Costeau dei clan ancora
socialmente emarginati, e per i contrabbandieri e ricettatori
che vivevano sul mercato nero degli oggetti tecnologici
illegali, Sirak-Brath era una casa e un rifugio.
La strada cominciò a curvare a sinistra, e la lieve brezza si
arricchì con l'effluvio di qualche fognatura mai riparata.
Gillian gettò un'occhiata dietro le sue spalle, verso il pallido
lucore di un lampione a tre isolati di distanza da lì; il
massiccio portale chiuso attraverso cui Impleton li aveva
introdotti in quei passaggi di servizio era già fuori vista. Ora
soltanto la luce riflessa dallo smog atmosferico guidava i
loro passi.
Gillian chiuse gli occhi e ascoltò la notte: l'ottuso
onnipresente mormorio dei macchinari della Colonia, la
sirena di un veicolo della locale Sicurezza E-Tech diretto
verso il luogo di qualche delitto, i loro passi sulla plastica
piena di pozzanghere, e ogni tanto l'eco di una voce umana
portato fin lì dalle singolarità acustiche di quel canyon
artificiale. Suoni appartenenti al normale sottofondo di
Sirak-Brath. Rumori che non lasciavano sospettare alcun
pericolo nelle vicinanze.
Ma era ancora presto per dirlo.
La strada continuò a curvare a sinistra fino a novanta gradi
con la loro originale direzione di marcia. Più avanti
apparvero alcune luci nitide; le pareti del canyon si
allargarono in un piazzale chiuso, oltre il quale la fabbrica
per l'arricchimento dell'uranio e quella dei coloranti organici
si univano in una monolitica eruzione di tubature bisunte e
colonne di raffreddamento a spirale. Era il sovraccarico
impianto di riciclaggio dei rifiuti combinato quello che
produceva l'energia. L'insieme serviva entrambe le industrie
e probabilmente anche altre, collegate con l'intreccio di tubi
e di monumentali serbatoi sul lato opposto.
Buff e Impleton furono sagome meglio visibili mentre lo
precedevano verso la luce, fornita da una fila di lampioni
globulari posti a tre metri dal suolo. Il cuoio capelluto di
Buff, raso a zero e ornato da strisce ondulate di cosmetici
fluorescenti rossi e blu, cominciò a luccicare. Di solito
durante il giorno la Costeau di pelle nera portava un berretto,
ma quando gli specchi della Colonia ruotavano per dare la
notte le piaceva esibire il cranio calvo scintillante di linee
colorate.
Linee rosse e linee blu che s'intrecciavano attorno alla sua
testa, dipinte di fresco ogni mattina, importanti per Buff
come ogni altro aspetto dei suoi preparativi per la giornata.
Linee rosse e linee blu, la più esterna delle quali lungo il
perimetro della zona di crescita naturale dei capelli, brillanti
e contorte come un nido di serpenti corallo. Buff apparteneva
al Clan dei Cerniglias, ma le strisce di colori vivaci erano
una caratteristica universale dei Costeau. Blu per ricordare i
defunti. Rosso per non dimenticare la vendetta. Con i
Costeau i due colori andavano spesso insieme.
Buff si dipingeva la testa ogni mattina da circa un mese, e
aveva fatto voto di continuare finché non avrebbe ritrovato il
killer Paratwa che terrorizzava le Colonie Irryane da cinque
mesi. Quello la cui triplice identità — tre corpi diversi e
indipendenti, interallacciati telepaticamente in una sola
coscienza — era qualcosa di unico fra i ceppi conosciuti dei
Paratwa. Quello le cui stragi, in più di un cilindro orbitale,
erano state messe in relazione con l'imminente ritorno dei
Paratwa nel sistema solare.
Quello che aveva ucciso Martha, la sua amica.
Impleton — pallido e grassoccio, vestito con una giacca-
tunica rosa e pantaloni al ginocchio, storse il collo per
mormorare qualcosa a Buff. La ragazza si fermò all'ingresso
della strettoia prima del piazzale e attese che Gillian le fosse
accanto.
— Dice che Faquod non è ancora qui.
Gillian entrò in stato di iper-allerta. I suoi sensi, di norma
dispersi a captare una vasta gamma di stimoli ambientali,
misero a fuoco solo le immediate vicinanze; i muscoli si
prepararono alla reazione istantanea. La sua lingua sfiorò la
striscia gommosa fissata all'esterno dei molari superiori
destri: l'interruttore che attivava lo scudo energetico
allacciato alla cintura. Uno scatto della mandibola ne
avrebbe ora acceso le due sezioni, davanti e dietro il suo
corpo imponente; una barriera capace di deflettere sia i
proiettili che i raggi d'energia. E nascosto nella sua manica
sinistra, in una fondina automatica affibbiata al polso, c'era
un ovoide bianco fornito di una sporgenza sottile come un
ago.
La falce Cohe. Un oggetto estremamente raro ed
estremamente illegale, la singolare arma che era stata tipica
dei killer Paratwa nei giorni precedenti alla devastazione
della Terra, oltre due secoli a mezzo prima. La Cohe era
infernale da controllare, e richiedeva anni d'allenamento per
essere in grado di padroneggiarne le sottili caratteristiche.
Ma in mano a un esperto era un'arma senza pari negli scontri
a breve distanza.
Impleton tirò in dentro la pancia e disse, a voce più alta:
— Faquod sarà qui fra poco.
Due uomini li avevano aspettati oltre la strettoia, e qualche
passo più avanti Gillian poté vederli meglio. Sulla destra, un
tipo elegante dalla barbetta corta e sagomata stava
appoggiato al muro più alto, con una mano nascosta sotto la
mantellina nera. Dalla parte opposta della strada, seduto sul
muretto a un metro e mezzo dal suolo, c'era un ragazzo
biondo e nerboruto che sorrideva come un groggyclown. Era
nudo dalla vita in su, e coloratissimi tatuaggi di antiche
motociclette ornavano i muscoli rigonfi del suo torace. Una
scritta semicircolare Io sono una Harley lanciata a tutto gas
campeggiava sopra l'ombelico.
Buff s'era accigliata. — Tu hai detto che si sarebbe fatto
trovare qui.
Il contrabbandiere scrollò le spalle. — Faquod è uno che
fa quello che gli pare.
Il ragazzo dai muscoli tatuati rise. Gillian fece qualche
passo verso di lui mentre, senza parere, scrutava il muro
della fabbrica sul lato opposto, già quasi certo di quel che
avrebbe scoperto. Non fu deluso.
A circa sei metri d'altezza, incuneata fra sudicie spirali di
raffreddamento e tubature di tutte le dimensioni, una figura
armata di fucile a raggi si celava nell'ombra. Era un buon
posto per tenere sotto controllo la strettoia, ma non
abbastanza buono da sfuggire ai sensi di Gillian. Anche se
aveva conosciuto Impleton soltanto il giorno prima, quel
breve incontro gli aveva fornito dati sufficienti per delineare
la personalità del contrabbandiere. Era un piccolo trafficante
del mercato nero locale, pronto a sfruttare senza troppa
sottigliezza ogni occasione. La presenza di un compare
armato, fuori vista, si adattava al profilo di Impleton come
un guanto.
Il contrabbandiere si umettò le labbra. — Questi giocattoli
ad alta tecnologia che andate cercando... Faquod dice che
non si trovano facilmente. E dice che costano un occhio.
Gillian si fermò a un paio di passi da Muscoli Tatuati e si
sporse sul muretto di mattoni dove sedeva il ragazzo. Dietro
la parete, tre metri più in basso, c'era un canale di scarico
coperto soltanto da una rete di plastica piena di buchi.
L'odore greve delle acque di fogna non trattate, più pesante lì
che sulla strada, gli aggredì le narici. Gillian sospettò che
fosse una fognatura illegale.
— Costano molto. Molto — continuò Impleton, con le
guance grassocce che si agitavano come se stesse masticando
qualcosa. — Faquod vorrà vedere subito almeno metà del
denaro. Io lo so. Lo conosco.
— Questo ce l'hai già detto, amico — replicò Buff con
calma.
— Avete il denaro con voi?
— Non con noi, no — sospirò Buff. — Non penserai che
siamo cosi ingenui, spero, eh?
Gillian si appoggiò al muretto e rilassò i muscoli,
preparandosi all'azione. Adesso era praticamente certo che
Impleton aveva mentito. Faquod non verrà. Siamo stati
portati qui per essere spennati. Vogliono vuotare le nostre
tasche. E forse buttarci in un canale discarico. S'accorse di
sorridere dentro di sé, mentre pensava a come prolungare lo
scontro fisico che lo attendeva. Per la sua stabilità psichica
era necessario assaporarne ogni momento.
Il contrabbandiere con la barbetta sagomata estrasse da
sotto la mantellina nera una pistola a raggi, senza fretta. Non
fece alcun gesto di minaccia; si limitò a tenere l'arma puntata
al suolo.
Impleton sbadigliò. — I miei uomini sono... uh, molto
eccitabili. Gli ho detto che saranno pagati questa notte. Spero
che non vogliate deluderli.
— Già — annuì seccamente Buff, con un'occhiata a
Gillian. — Anch'io spero che una certa persona non si ecciti
troppo.
Il grasso contrabbandiere si massaggiò il mento. —
Secondo me un po' di soldi li avete, eh? Quelli per l'anticipo.
Come segno di buona volontà. Meglio che li diate a me.
Penserò io a consegnarli a Faquod.
Buff non fece una piega. — Amico, tu portaci da Faquod.
Parleremo di soldi con lui. E la tua percentuale te la darà lui.
La bocca umida del contrabbandiere tentò un sorriso. — Il
vostro modo di condurre gli affari non è... mmh, amichevole.
A Faquod piace che la gente si fidi di lui. Gli piace la
franchezza.
Gillian sentì un fremito nella schiena, il familiare sintomo
dell'eccitazione, disperatamente anomala, che precedeva
l'afflusso d'energia del combattimento. Buff si riferiva al suo
bisogno di battersi — di esplodere, di sfogarsi — come
«desiderio di sesso-violenza», e forse non era lontana dal
vero. In quell'ultimo mese la sua voglia d'impegnarsi nello
scontro fisico aveva sviluppato strani risvolti sessuali. Il
combattimento era diventato per lui qualcosa di simile a un
modo di esprimersi, di realizzarsi; il sesso e la violenza
s'erano concatenati.
Ma Gillian sapeva, dentro di sé, che battersi restava il suo
unico stratagemma per tenere a bada le turbolente forze
interiori, un metodo per placare la tremenda pressione
mentale/emozionale che senza requie cercava di sopraffare la
sua coscienza. Lui si batteva non soltanto perché questo lo
faceva sentire bene, ma perché lo aiutava a restare sano di
mente.
Si volse a Buff. — Stiamo perdendo tempo. Questi stupidi
groggyclown ci hanno preso in giro. Non credo che
conoscano neppure Faquod.
Impleton sbuffò. — Stupidi? Non quanto voi, però. Solo
degli stupidi andrebbero in un posto buio con degli
sconosciuti.
Gillian si concesse una risata secca, ne udì l'eco fra i muri
del canyon, e sentì il suo cuore eccitato battere più forte nella
morsa di un desiderio selvaggio. Il puzzo di fogna si levava
in calde folate dalla conduttura. Lo aspirò profondamente.
L'odore avrebbe dovuto disgustarlo, avrebbe dovuto portare
con sé dozzine di connotati: sofferenze infantili, una
ripugnanza prestabilita a livello genetico, un insieme di
reazioni interiori apprese e innate. Ma era un odore buono.
L'intera notte aveva un buon odore.
Si girò verso Impleton. — Hai ragione. Solo gli stupidi
vanno in un posto buio con degli sconosciuti. É poco
prudente.
Barba Sagomata puntò la pistola a raggi contro Buff. Lei
alzò ima mano, accennandogli di stare calmo. — State a
sentire — disse in tono controllato, — noi non vogliamo
guai. — Guardò Gillian. — Vogliamo soltanto incontrare
Faquod. Giusto?
— Allora pagate — disse Impleton. — Incontrare Faquod
è... un privilegio che costa.
Gillian gli indicò con un dito Muscoli Tatuati, a un paio di
metri da lui. — É un tipo strano, questo coso, sai? Quando
vedo uno così mi sento di dar ragione a quel Consigliere che
voleva sterilizzare d'obbligo tutte le prostitute dei bordelli.
Diceva che poi al mondo non ci sarebbero più stati figli di
puttana. Tu che ne pensi?
— Oh, merda — mormorò Buff.
Il sorrisetto di Muscoli Tatuati si spense. Barba Sagomata
strinse con forza la pistola e guardò Impleton in attesa di un
suo cenno. Il contrabbandiere grassoccio contrasse l'addome.
Dalla gola gli uscì un rutto sonoro.
Il rutto era il segnale. Muscoli Tatuati saltò giù dal
muretto e fece un passo verso Gillian. — Adesso io ti...
La sua voce si strozzò in un rantolo quando il piede destro
di Gillian lo colpì dal basso in alto fra le gambe. Muscoli
Tatuati si abbatté in una pozzanghera, piegato in due per il
dolore.
Barba Sagomata girò la pistola a raggi verso Gillian. Era
già in ritardo. Stringendo i denti lui accese lo scudo d'energia
e sentì il ronzio delle due valve — quella anteriore e quella
posteriore — che solidificavano l'aria intorno al suo corpo. Il
contrabbandiere sparò. Gillian, puntellato contro il muretto
alle sue spalle, sentì la spinta della scarica d'energia sullo
scudo ma vacillò appena.
Un proiettore a canna singola, pensò. Un secondo
d'intervallo per la ricarica prima che possa sparare di
nuovo.
Era tutto il tempo del mondo.
Piegò il polso destro e contrasse le dita ad artiglio, facendo
schizzare la falce Cohe fuori dalla fondina automatica.
L'ovoide gli arrivò nel palmo della mano, e lui lo strinse.
Il saettante raggio di luce nera frustò il muro della
fabbrica, lasciandosi dietro una cicatrice di materiale fuso e
carbonizzato da cui pioveva una grandine di gocce ardenti.
Appollaiato a sei metri dal suolo il quarto contrabbandiere
gridò quando le spirali di raffreddamento e le tubature si
squarciarono, inondandolo di una mistura di liquidi bollenti e
gas sotto pressione. I lampioni si spensero, e la strada fu
illuminata solo dalle spettrali e crepitanti scintille che
scaturivano dai cavi elettrici tranciati. Il contrabbandiere si
agitò follemente in quel caos alla ricerca di altro appiglio,
mentre il suo scudo d'energia si infiammava come un'aura di
luce rossa per reazione ai corti circuiti, ma la tubatura su cui
poggiava i piedi cedette. Il fucile a raggi gli volò via dalle
mani, e precipitò nel vuoto.
Prima ancora che l'uomo arrivasse al suolo, con una
torsione del polso Gillian aveva rivolto la mortale energia
della falce Cohe contro Barba Sagomata. Per un istante il
raggio nero parve mordersi la coda, lanciato in una spirale
che ruotò nell'aria piombando verso il basso. Gillian strinse
l'ovoide in un modo diverso e mosse il polso; l'energia che
divorava la luce saettò in una fulminea svolta a U, e tagliò di
netto la canna della pistola che l'individuo stava cercando di
puntargli addosso.
Gillian rilassò la pressione delle dita sull'ovoide. Il raggio
nero svanì, giusto nel momento in cui l'altro contrabbandiere
piombava sulla pavimentazione stradale con un colpo di cui
il suo scudo d'energia non poté ammortizzare le
conseguenze.
Muscoli Tatuati, una mano ancora artigliata al basso
ventre, stava annaspando con l'altra in una tasca dei
pantaloni. Gillian si girò di fianco e sporse la gamba sinistra
dal varco laterale dello scudo, colpendolo con un calcio in
mezzo al petto. Il ragazzo emise il fiato dai polmoni con un
grugnito e si rovesciò all'indietro.
Alzati! lo incitò in silenzio Gillian, reso frenetico dai
brividi d'eccitazione che esplodevano liberi dentro di lui,
come se la pelle della sua anima fosse un solo irresistibile
prurito e sciami di formiche gli scorressero nelle vene al
posto del sangue. L'aria che respirava era una droga
inebriante, un fuoco da cui calore e vita si sprigionavano nei
suoi polmoni fin giù nel ventre. Sesso-violenza. Il pensiero
che diventava corpo, movimento e sfogo.
— Una falce Cohe! — ansimò Impleton, con voce rotta
dal terrore. Buff afferrò il contrabbandiere, per il collo e lo
strinse con ferocia, costringendolo a inginocchiarsi al suolo.
Barba Sagomata lasciò cadere i resti inutilizzabili della sua
arma e indietreggiò, ad occhi sbarrati. L'uomo caduto dalle
tubature gemeva debolmente, disteso fra i rottami e il liquido
caldo che pioveva tutto attorno.
Gillian guardò Muscoli Tatuati. — Tirati su! — sbottò,
girandosi di lato per esser pronto a colpirlo con un pugno o
un calcio dal varco dello scudo.
Il ragazzo sollevò la testa, ma non osò muoversi. Il suo
volto era una maschera di paura, di sconfitta, di umiliazione.
Non c'era più voglia di battersi in lui. Con un'espressione da
cane bastonato scosse il capo e strisciò via.
— Vigliacco! — gridò Gillian. Spense lo scudo d'energia e
balzò avanti; afferrò a due mani il terrorizzato
contrabbandiere e lo sollevò di peso sopra la sua testa. Poi,
con una torsione, lo scaraventò oltre il muretto. Muscoli
Tatuati mandò un ultimo grido mentre sfondava la vecchia
rete di plastica e piombava nella grossa fognatura tre metri
più in basso. Il liquido grigiastro schizzò fin sulla strada, e
Buff si scostò con un'imprecazione.
Gillian si sentiva ingannato; il combattimento era finito
troppo presto. La manica sinistra della sua blusa era bagnata
di liquame oleoso, e se l'avvicinò al naso per risucchiarne
con avidità l'odore ripugnante e sopraffare le percezioni,
sperando che l'impatto sensoriale smorzasse le tensioni della
sua psiche danneggiata. Ma il puzzo era un povero sostituto
del potere catartico della violenza. Rigido di rabbia si mosse
verso Impleton.
Inginocchiato al suolo il contrabbandiere spostò lo
sguardo da lui a Buff, tremando visibilmente. — Io non ho
visto niente! Non dirò niente, lo giuro! — li supplicò. — Per
favore, no... io...
Gillian lo afferrò brutalmente per il colletto della giacca-
tunica e gli affondò l'ago della Falce Cohe nel rotolo di
grasso sotto la nuca.
— Non dirò niente.... nessuno! — ripeté lui con un fil di
voce, pallido come un cadavere nella penombra.
— Parlaci di Faquod — gli ordinò Buff.
Con una torsione del capo l'uomo cercò di allontanarsi
dall'oggetto che gli torturava il collo. — Aauh! — gemette.
— Stai calmo. Ubbidisci — disse Buff, — e forse uscirai
vivo da questa faccenda.
— Faquod — lo incitò Gillian. — Dove abita?
Le labbra del contrabbandiere cominciarono a tremare,
finché si spalancarono e la voce gli crepitò fuori dalla bocca:
— Tu sei un Paratwa! — Li fissò entrambi, uno dopo l'altro,
più volte. — Siete due gemellarti
Buff rise. — E tu sei un sacco di spazzatura con una
merda al posto del cervello. Adesso rispondi a tono.
Vogliamo trovare Faquod.
Una decina di passi più in là, Barba Sagomata si spostò
lentamente lungo il muro. Gillian lo guardò. Fu un
avvertimento sufficiente. L'uomo si congelò a metà di un
passo.
— Non voglio morire! — singhiozzò Impleton.
— Faquod! — sbottò Buff. — Dov'è?
Gillian gli premette l'ago della Cohe nella carne così forte
da far uscire il sangue, e lo stimolò a parlare con un calcio.
— Allo Scontro Frontale, al centrocielo — balbettò
Impleton. — Lo Scontro Frontale... domani sera. Faquod... ci
va sempre. Non si perde una gara.
Gillian si volse a Buff. — É un locale pubblico? Tu lo
conosci?
— So dov'è lo Scontro Frontale — annuì lei, ma s'era
accigliata. Diede uno strattone a Impleton. — Non c'è un
posto più adatto? Dove abita?
— Non lo so — ansimò lui, supplicandola con gli occhi.
— É la verità. Allo Scontro Frontale... è tutto quello che so.
Gillian si chinò fino a sfiorargli un orecchio con la bocca.
— Se hai mentito tornerò a cercarti e giocheremo insieme. Ti
farò ingoiare una capsula esplosiva col timer regolato a un
minuto. Alcuni riescono a vomitare in tempo. Sarà
divertente.
— Scontro Frontale! — vagì il contrabbandiere. É la
verità... lo giuro!
— Quel posto è grande — disse Buff. — Dove,
esattamente?
— Ha un palco privato... il BS-Quattro.
Gillian sentì che non mentiva. Fece un cenno a Buff, e la
ragazza appoggiò il palmo di una mano sulla fronte di
Impleton. L'uomo ebbe un sussulto. Il suo sguardo divenne
vitreo, e si afflosciò svenuto contro le gambe di lei. Buff
lasciò scivolare il corpo sulla strada bagnata, aprì la mano e
la girò verso Barba Sagomata, mostrandogli la striscia bianca
del neuroelettrico applicato alla pelle. — Questo è anche per
te, amico. Vieni qui.
L'altro si avvicinò subito, quasi con impazienza,
evidentemente del tutto convinto che poche ore di sonno con
le sinapsi neurali fuori uso fossero preferibili a una
conoscenza più approfondita della falce Cohe di Gillian.
— Mettiti comodo — suggerì Buff, accennando al corpo
di Impleton. Barba Sagomata sedette accanto al compare e
poggiò la nuca sul suo addome rimpolpato di grasso. Buff lo
toccò col neuroelettrico e dopo una breve contrazione
muscolare l'uomo giacque inerte.
— Andiamocene — borbottò Gillian. — Questa è una
serata persa.
Mentre tornavano indietro, verso il portone metallico che
Impleton aveva aperto per condurli in quel settore disabitato
della zona industriale, i due compagni cominciarono a
correre per non perdere l'abitudine al continuo esercizio
fisico. Le suole di gomma dei loro stivali da Costeau
sollevavano schizzi dalle pozzanghere. Non che piovesse
mai, su Sirak-Brath; solo le Colonie residenziali potevano
permettersi il lusso della pioggia. Quella era acqua colata
dalle tubature dove si condensava l'umidità dell'aria.
— Dov'è lo Scontro Frontale? — domandò Gillian,
aumentando l'andatura. Correre forte, sempre più forte, era
piacevole; teneva il suo corpo sotto tensione e gli liberava la
mente dalla presenza che non voleva sentire. La presenza
dell'altro. La presenza che cercava di stimolarlo per
emergere.
— Non credo che tu dovresti andare là — rispose Buff alle
sue spalle, contrariata. — Posso pensarci io.
— No. Ce ne occuperemo insieme.
La ragazza non replicò. Era una Costeau, e avrebbe fatto
quello che doveva fare. Erano compagni di letto da ormai un
mese, fin da quando avevano messo fine all'attività del
Gruppo Venus, su Irrya. Il loro incontro quasi fatale con
Pistolero e Spadaccino — due dei gemellari del micidiale
Paratwa a tre corpi autore di numerosi massacri su più di una
Colonia — li aveva uniti in una causa e in uno scopo
comune. Buff agognava di vendicare la morte della sua
compagna, Martha. Gillian aveva bisogno di sesso per tenere
la turbolenza interiore a un livello almeno sopportabile.
— Dov'è lo Scontro Frontale? — ripeté.
— É un posto dove si giocano... giochi pericolosi. — Buff
fece una pausa. — Sul serio, non credo che dovresti andare
là.
In fondo alla strada fra i due stabilimenti rallentarono il
passo, fermandosi dinnanzi alla massiccia porta di servizio.
Gillian trovò l'interruttore, sulla destra, e lo premette. Il
battente scivolò di lato con un cigolio di meccanismi
rugginosi.
La strada periferica in cui emersero era quasi deserta, a
parte un vecchio seduto sulla panca della pensilina dei mezzi
pubblici. La sua testa era completamente chiusa in un
olocasco — un proiettore ottico potenziato da una corona di
neuro stimolatori che fornivano esperienze sensoriali di
contorno — e stava parlottando come se avesse di fronte un
interlocutore reale.
— Sì, stupida puttana: in ginocchio, ho detto — lo
sentirono borbottare. — Striscia a terra, e fai quello per cui ti
ho pagato. Ora vieni qui. Avvicinati, puttana. Cammina a
quattro zampe, dalla cagna che sei...
Dietro di loro, la porta si chiuse automaticamente. I due si
avviarono verso una delle lunghe strade principali, a pochi
isolati di distanza, dov'erano visibili le luci di alcuni fra i
locali più economici di Sirak-Brath, quelli in cui le fantasie
dei turisti in cerca di emozioni potevano realizzarsi in modo
ancora più cruento del previsto.
— Lo Scontro Frontale è un club privato, o una sala da
gioco?
— Hai mai visto un locale che non sia anche una sala da
gioco, su questa Colonia? — brontolò Buff.
— Comunque, la gente ci va per divertirsi, no?
Lei ebbe una smorfia. — Non credo che sia prudente per
te andare in un posto di quel genere.
3

Il messaggio riconobbe il terminale e si decodificò. Il


caotico miscuglio di icone colorate — sfere, triangoli, spirali
distorte — che ballavano sullo schermo lasciò il posto a
parole e frasi.
DUE SOGGETTI: MASCHIO BIANCO, FEMMINA
NERA. NESSUNA IDENTIFICAZIONE CERTA, MA
ARMA USATA CONTRO UOMINI DI IMPLETON É
SENZA DUBBIO FALCE COHE. INTERROGATORIO
CONTRABBANDIERE FERITO RIVELA CHE
MASCHIO ERA DESIDEROSO DI BATTERSI.
SOGGETTI STAVANO CERCANDO CONTATTO CON
RICETTATORE ARMI PROIBITE NOME FAQUOD.
PROBABILITÀ' ESTREMAMENTE ALTE CHE
SOGGETTI FOSSERO GILLIAN E BUFF.
Il Leone degli Alexander rilesse il rapporto del Servizio
Segreto una seconda volta, poi spense il monitor, atto che
automaticamente spedì il messaggio nell'oscurità fra i file
riservati dei Costeau. Non che la segretezza fosse così
importante in quell'occasione. Il Leone sentiva che Gillian
non avrebbe tardato ad agire in modo assai più scoperto. Era
trascorso mezzo secolo dall'ultima volta che qualcuno aveva
visto usare una falce Cohe.
Ripensò alle parole di Gillian prima della separazione,
qualche settimana addietro.
«Se dovesse succedermi qualcosa, Jerem... se io diventassi
un... una persona che tu non potresti più riconoscere per
Gillian... sto parlando del caso che Gillian se ne vada... e tu
fossi sicuro che io non potrò tornare indietro... manda i tuoi
Costeau a cercarmi.»
«Per riportarti indietro?» aveva chiesto il Leone.
«No. Non per riportarmi indietro.»
Il significato di quelle parole era fin troppo chiaro: Prima
che io diventi qualcosa di mostruoso, di incontrollabile...
prima che il mio monarca, Empedocle, si impadronisca del
mio corpo... uccidimi. Così, almeno, era come lo interpretava
il Leone.
Era il momento di ubbidire alla richiesta di Gillian?
Il Leone si alzò dalla poltroncina e con una smorfia si
massaggiò un muscolo che gli doleva, all'altezza delle
vertebre lombari. Era una vecchia ferita, un ricordo di
gioventù, che con l'età aveva cominciato a farlo soffrire.
Desiderò che sua moglie fosse lì. Mela era un'esperta
massaggiatrice, ma difficilmente si muoveva dal cilindro
degli Alexander — la Colonia Den — dove abitavano alcuni
dei loro figli e nipoti. Den era una delle cosiddette Nuove
Colonie, gli ex cilindri Costeau ammessi nella federazione di
Irrya negli ultimi vent'anni, sotto gli auspici del governo e
non senza il malcelato disprezzo degli altri clan, i «pirati»
che avevano preferito restarne fuori.
Io sono Jerem Marth, il Leone degli Alexander. Ho
sessantotto anni, e ci sono giorni in cui li sento tutti. Niente
gli sarebbe piaciuto più che salire su una navetta e fare il
breve viaggio verso casa. Ma il dovere esigeva la sua
presenza lì.
Uscì dalla stanza dei terminali, percorse lo spazioso
corridoio e uscì nel giardinetto sul retro della casa, dove
cespugli di rose dai petali in ventisei tonalità di azzurro
crescevano intorno a una betulla bianca nana, anch'essa
frutto dell'ingegneria genetica. Tutto intorno alla proprietà le
alture coltivate a bosco di pini si susseguivano fino a
confondersi nella foschia del cielo, coperto di nuvole. Era
una delle giornate più grigie che il Leone avesse mai visto su
Irrya, umida e fredda, con refoli di vento che scendevano
dall'asse centrale del cilindro e tormentavano gli alberi,
facendo piovere aghi di pino dappertutto. Forse il suo dolore
lombare era frutto delle insolite condizioni ecosferiche di
quel mattino.
Gli ingegneri che regolavano la meteorologia di Irrya
avevano combattuto una piccola battaglia politica per non
rinunciare al maltempo di quei giorni, pianificato con mesi di
anticipo nei loro complessi programmi. Secondo loro, le
analisi indicavano che il benessere socio-psicologico della
popolazione richiedeva periodici cambiamenti nello status-
quo. A dispetto di ogni opposizione, i programmatori erano
riusciti a ottenere che l'amministrazione della Colonia
approvasse le intemperie a cui sottoporre i cittadini.
Alcune emittenti libere avevano trasmesso in diretta
l'acceso dibattito. Gli avvocati difensori del maltempo erano
rimasti la maggioranza, imperterriti contro la virulenta
opposizione di chi avrebbe preferito il sole. Anche se la
governatrice di Irrya aveva dichiarato in tono ragionevole
che le attuali condizioni del tempo avvenivano dopo ben due
mesi e mezzo di aria secca e calda, ciò non era bastato a
placare i nemici della pioggia.
«In questo periodo di crisi» avevano insistito, «Irrya, sede
del nostro governo intercoloniale, ha bisogno delle migliori
condizioni meteorologiche per funzionare a livello ottimale.
Non è questo il momento di andare in giro sotto l'acqua e nel
fango, quando abbiamo le prove che il servo degli Ash Ock,
Meridian, sta per arrivare nelle Colonie, pericolosa staffetta
dell'ancora non-avvistata flotta dei Paratwa. Per quel che ne
sappiamo, i nostri 217 cilindri sono in procinto d'essere
invasi dall'antico nemico dell'umanità».
Ma un'altra delle fazioni che avevano combattuto la
battaglia del tempo affermava a gran voce che un
cambiamento nella routine quotidiana poteva solo giovare
allo spirito, e che un po' di cielo coperto serviva a ricordare
alla gente che i loro antenati sulla Terra avevano dovuto
vivere senza nessun controllo meteorologico per buona parte
della storia. I difensori dei «cambiamenti» insinuavano
inoltre che il tempo troppo gradevole desse alla gente un
falso senso di sicurezza. Alcuni di loro stavano manovrando
per far votare alterazioni meteorologiche ancora più
turbolente, tipo improvvise tempeste e grandinate.
Il Leone ripensò a quel giorno della sua infanzia in cui la
sua Colonia d'origine, Lamalan, aveva programmato un
grosso temporale, e lui e sua madre, accovacciati sulla
veranda di casa, avevano visto due strane figure muoversi
sotto la pioggia nel cortile del vicino. Quella era stata la
volta in cui Jerem Marth aveva fatto conoscenza con le
creature che avrebbero cambiato la sua vita. Il giorno di quel
temporale lui aveva incontrato due uomini che non erano
veramente due uomini. Il suo primo Paratwa.
Il Leone si chinò accanto a un cespuglio e frugò fra i petali
azzurri per vedere se ci fossero acari-pinza, una specie di
insetti tipica di Irrya e difficile da eliminare dai giardini. Con
l'altra mano continuò a massaggiarsi le reni doloranti.
Gli sfuggì un sospiro. Come aveva detto Nick qualche
settimana addietro, gli esseri umani erano abili nel
concentrarsi sui guai di poco conto, tanto per non pensare a
ciò che avrebbe dovuto preoccuparli di più: il ritorno ormai
imminente delle astronavi dei Paratwa. La percentuale degli
introiti di una famiglia media spesa nei divertimenti aveva
raggiunto il record. Tutti agognavano una fuga, per quanto
illusoria e momentanea, dallo sgradevole pensiero che una
razza di creature violente, forse in possesso di una tecnologia
capace di annientare le Colonie, stava per reclamare di
nuovo i suoi diritti sui resti del pianeta che aveva fatto
l'errore di crearla. Bar e club di ogni genere facevano incassi
d'oro, i teatri assumevano attori e personale, e i mezzi
d'informazione lavoravano a pieno ritmo. Per gli abili uomini
d'affari — così si autodefinivano quelli capaci di sfruttare
perfino la minaccia della futura decimazione — era un
periodo di alti profitti. Nell'industria del divertimento, ogni
giorno nascevano nuove fortune.
Il Leone capiva che la maggior parte della gente di Irrya
non considerava le condizioni del tempo davvero importanti.
Ma l'uomo della strada sembrava incapace di prendere atto
con raziocinio del ritorno dei Paratwa. Era una realtà che lo
riempiva di paura, e perciò accanirsi pro o contro il
programma meteorologico funzionava da catarsi per
quell'emozione occulta. Il Leone poteva solo sperare che
prima della crisi la gente avrebbe riaperto gli occhi sugli
obiettivi più autentici.
E quando fosse giunto quel momento si augurava che
sarebbe stata almeno una bella giornata di sole.
D'un tratto s'accorse che ridacchiava fra sé, divertito dalle
sue stesse contraddizioni. Ecco a cosa lo aveva portato la sua
arguta critica del dibattito sulla meteorologia.
Una guardia Costeau, con fucile a raggi in spalla, uscì di
casa alla ricerca del padrone. Il giovanotto si guardò
sospettosamente attorno, scrutando la boscaglia per capire
cosa c'era di tanto divertente da far ridere il Leone degli
Alexander, capo dei Clan Uniti e guida riconosciuta
dell'intera popolazione Costeau. Quando ebbe accertato che
erano soli, si schiarì la gola.
— Signore, Doyle Blumhaven vuole parlarle.
Il Leone sentì l'ultimo residuo di sorriso abbandonare il
suo volto. Doyle Blumhaven era uno dei pochi individui
capaci di fargli quell'effetto.
Sospirò. — Portami fuori uno schermo. Parlerò da qui col
nostro stimato Consigliere. — E al diavolo l'aria umida.
La guardia scosse il capo. — Uh... no, signore. Non è al
telefono. La sta aspettando sul prato.
Doyle Blumhaven, qui in carne e ossa? Raramente il
direttore della E-Tech lasciava i suoi uffici alla sede
principale, in città, una trentina di miglia più a sud. Da qual
che gli sembrava di ricordare, Blumhaven non aveva mai
messo piede nella vasta riserva privata del Clan Alexander.
Benché fossero entrambi Consiglieri di Irrya erano di
estrazioni assai diverse, e il Leone non riusciva a
immaginare cosa inducesse Blumhaven a entrare in quello
che i tipi come lui continuavano a considerare un avamposto
dei pirati Costeau.
Ringraziò la guardia con un cenno e si avviò sul sentiero
di pietra che girava intorno alla vasta costruzione a forma di
A. Blumhaven era sul prato anteriore, seduto a uno dei
tavolini, su un tratto un po' soprelevato ricoperto di erba
albina. Indossava un completo blu da burocrate di lusso,
tagliato da un sarto esperto nel mimetizzare le spalle strette e
gli addomi sporgenti. Un cameriere gli aveva già portato un
vassoio di rinfreschi, e l'uomo stava masticando con evidente
appetito un tramezzino imbottito di carne e lattuga.
Alla vista del Leone, sul volto grassoccio del Consigliere
si increspò un sorrisetto rigido. — Tempo da cani, oggi, eh?
— Purtroppo, qui nei boschi l'umidità si fa sentire.
Blumhaven si leccò una briciola dal labbro superiore. —
Questo posto che lei ha qui, Consigliere, è molto più bello di
come me lo avevano descritto. Immagino che lei e i suoi
Costeau ne siate orgogliosi.
— Può dirlo — annuì il Leone. La scelta di parole del
Consigliere gli ricordava che lui e gli altri Costeau erano
diversi dal resto della popolazione civile. Malgrado quei
vent'anni d'integrazione il pregiudizio sopravviveva. E
Blumhaven, secondo il Leone, era uno degli esempi della
sottile bigotteria politica che continuava a rendere difficili le
cose.
Almeno non ci chiamano più «pirati», sospirò fra sé,
ripensando alle lotte sostenute per eliminare quello e altri
termini dal vocabolario ufficiale delle Colonie.
Naturalmente noi, nel nostro intimo, pensiamo ancora
d'essere dei pirati. Era un senso d'identità a cui perfino i
Costeau più inseriti continuavano ad aggrapparsi, anche
molto tempo dopo aver rinunciato alle borse odorose del loro
clan per i profumi e i deodoranti della società dei consumi.
Blumhaven finì il tramezzino e si versò un bicchiere di thè
al cognac. — É un peccato che la mia visita non avvenga in
circostanze più gradevoli — disse, alzando gli occhi al cielo
che si scuriva.
Prima che il Leone potesse dargli una risposta, dalla casa
uscì un'altra guardia che venne a consegnargli un messaggio
scritto. Lui lesse in silenzio, poi scostò una sedia dal tavolo e
sedette, di fronte a Blumhaven.
— Doyle, il mio servizio di sicurezza m'informa che lei ha
con sé una microcamera e un localizzatore di qualche genere.
Temo che la nostra politica sia di scoraggiare l'ingresso di
apparecchiature collegate con l'esterno, qui nella tenuta.
Blumhaven scrollò le spalle e si frugò in una tasca. La
guardia si fece avanti per ricevere gli oggetti, ma l'uomo
ignorò il suo gesto e si protese verso il Leone, depositandogli
sul palmo della mano due piccoli congegni rettangolari. Una
scintilla di elettricità statica scaturì fra l'uno e l'altro.
— Scusi — borbottò Blumhaven. — Questi dannati affari
mi danno sempre la scossa. Li porto con me solo per
accontentare il capo della nostra Sicurezza.
— Sì, capisco — annuì il Leone consegnando i due oggetti
alla guardia, che li portò subito in casa. — Le sue cose le
saranno restituite al posteggio principale, prima che vada via.
— La spiegazione offertagli da Blumhaven per quelle
microspie non era affatto soddisfacente, tuttavia dubitava che
l'uomo avesse secondi fini. Forse sente il bisogno di
proteggersi da noi pirati.
— So che è sciocco da parte mia — disse il Consigliere E-
Tech. — Non sono stato a pensare che certo la sua tenuta è
strettamente sorvegliata in ogni angolo.
— Si capisce. E ora, Doyle, quali sono le «sgradevoli
circostanze» che l'hanno indotta a farmi visita?
Blumhaven bevve un sorso di thè. — Di recente, un
controllo fuori routine nei reparti di stasi della E-Tech ha
portato alla luce un'irregolarità. Sembra che la capsula di
stasi in cui cinquantasei anni fa furono messi Nick e Gillian
sia stata sostituita con un'altra. Un'irregolarità troppo
singolare per essere frutto di un errore. Inoltre, pare che la
capsula di Nick e Gillian sia del tutto scomparsa.
Il Leone non aprì bocca.
— E questa notte, come lei saprà, a Sirak-Brath un uomo
ha fatto uso di una falce Cohe. Con molta abilità, a detta dei
testimoni. Dato che i killer responsabili dei massacri
attribuiti all'Ordine della Sferza non hanno mai adoperato
questa particolare arma, e considerato che Gillian era un
esperto nell'uso della Cohe, la E-Tech si sta chiedendo: è
possibile che qualcuno abbia svegliato Nick e Gillian dal
sonno freddo?
— Sì, sembrerebbe abbastanza possibile.
Blumhaven ebbe una risatina forzata. — Abbastanza... è
una parola abbastanza esatta, sì. Basta infatti a farci
presumere che, in tal caso, negli uffici della E-Tech c'è un
infiltrato, forse un tecnico degli stessi Archivi, al soldo di
qualcuno.
«Ora, essendo ben noto che il Leone degli Alexander è fra
quanti avevano chiesto che quei due agenti fossero tolti dalla
stasi, la E-Tech si sta chiedendo se lei, o qualcuno dei suoi
Costeau, può avere qualche notizia sui retroscena della
vicenda.
Il Leone sorrise appena. Pensi che io sia un completo
idiota? Pensi che ammetterei che Inez Hernandez al
Consiglio, Adam Lu Sang nei tuoi Archivi, e io stesso,
abbiamo cospirato per svegliare i cacciatori di Paratwa dal
loro ultimo mezzo secolo di sonno?
Visto che nessuna risposta gli arrivava, Blumhaven
continuò: — Poiché lei, da bambino, lo ha conosciuto bene,
la mia Sicurezza pensa che forse Gillian potrebbe cercare di
mettersi in contatto. — Il Consigliere si mordicchiò un
labbro. — Lo ha già fatto?
— Se Gillian intendesse contattarmi, temo comunque che
il nostro incontro resterebbe strettamente confidenziale.
Una smorfia di contrarietà storse le guance carnose di
Blumhaven. — Questa è una faccenda molto grave... una
faccenda illegale. E non dovrei essere io a ricordarle che il
suicidio politico non potrebbe giovarle in alcun modo. Se lei
sa qualcosa di Gillian e Nick, le suggerisco caldamente di
dimostrare fin d'ora la trasparenza delle sue intenzioni.
L'identificazione del traditore che dall'interno ha organizzato
l'asportazione della capsula è solo questione di tempo, e
questa persona sarà perseguita con tutti i mezzi in possesso
della E-Tech. Possiamo star certi che, per salvarsi il collo,
rivelerà il nome dei suoi complici e di chi lo ha pagato.
«Potrei aggiungere che, da quando la E-Tech ha
identificato una dei tre individui che assalirono la sede del
Gruppo Venus poco prima del massacro avvenuto in strada,
una Costeau di nome Buff Boscondo, abbiamo indagato con
solerzia sull'uomo che agiva con lei. Siamo ora dell'opinione
che costui potrebbe essere Gillian. E poiché questa
Boscondo, più volte sospettata di attività criminose, è
notoriamente associata al Clan degli Alexander, il vostro
Clan... — Blumhaven lasciò in sospeso la frase, con
un'occhiata significativa.
Il Leone guardò verso sud, nell'atmosfera grigia che
offuscava la le settanta miglia di lunghezza del cilindro-
capitale. Sopra di loro, dove la fila di lastre in vetracciaio
avrebbe dovuto fornire a quel settore una luce naturale, la
vista degli specchi solari era completamente occlusa da uno
spesso strato di nuvole.
Una giornata di tetraggine programmata.
— Doyle — disse con calma, — se la E-Tech dovesse
apprendere altre novità su questa faccenda, apprezzerei
molto d'esserne tenuto al corrente.
Blumhaven s'irrigidì. — Posso assicurarle che il Consiglio
sarà informato di ogni ulteriore sviluppo.
Il Leone si alzò. — Bene. C'è altro che dovremmo
discutere?
— Niente che non possa attendere fino alla prossima
seduta del Consiglio — rispose l'altro, liberando lentamente
la sua mole dai braccioli della sedia.
Il Leone lo accompagnò sul sentiero che portava al
posteggio, oltre alcuni filari di alberi. — Niente di nuovo sui
massacri dell'Ordine della Sferza? — domandò, sapendo che
quello restava uno degli argomenti più dolorosi per
Blumhaven. La Sicurezza E-Tech sembrava del tutto
incapace di far fronte a quei continui spargimenti di sangue.
Nell'ultima settimana ce n'erano stati altri due, stavolta per
fortuna con undici vittime soltanto.
— Abbiamo alcune piste — borbottò Blumhaven. — Dal
giorno del massacrò fuori dalla sede del Gruppo Venus, e
cioè da quando abbiamo motivo di ritenere che il
responsabile sia un killer Paratwa, stiamo facendo regolari
progressi.
Regolari progressi, pensò il Leone. Un eufemismo per
dire nessun progresso vero e proprio. Blumhaven,
ovviamente, non aveva capito che era stato lui a far trapelare
la notizia che i sedicenti killer dell'Ordine della Sferza erano
in effetti uno solo, un Paratwa. Al Leone non piaceva affatto
che il Consiglio avesse poi votato — con due soli contrari,
lui e Inez Hernandez — per non rendere pubblica
quell'informazione. La Sicurezza E-Tech continuava a
proclamare che non c'erano prove della presenza di un
Paratwa nelle Colonie, benché un numero sempre maggiore
di emittenti libere contestasse aspramente
quell'affermazione.
Tuttavia il Leone doveva ammettere d'essere colpevole di
manipolare le informazioni ancor più di Blumhaven. Il
direttore della E-Tech e gli altri consiglieri ancora non
sapevano di avere a che fare con un Paratwa triplice,
composto da tre gemellari invece che dai soliti due. Nick,
anche lui una miniera di informazioni non spartite, era del
parere che dovessero tenere segreto quel particolare, almeno
per il momento.
Il Leone si fermò prima dei filari di pini marittimi. — Be',
arrivederci, Doyle.
Blumhaven si ammorbidì; la sua voce suonò quasi
amichevole. — La prego di considerare bene l'argomento di
cui abbiamo parlato. Il suo futuro politico è certo più
importante di un'amicizia personale.
— Non lo è — disse il Leone. Blumhaven lo guardò per
alcuni lunghi secondi, poi si avviò sotto i pini verso il
posteggio. Lui aspettò di vederlo sparire dietro una siepe e
quindi tornò alla villa. Nick era sceso ad aspettarlo
all'ingresso.
Il Leone rispose al suo sguardo scuotendo il capo. — La
nostra piccola cospirazione sta per essere svelata.
— Sì, ho ascoltato — disse l'ometto, uscendo sul prato con
lui. — Non mi sorprende che Blumhaven stia scoprendo dei
fatti, ma mi chiedo perché abbia sentito il bisogno di venire
qui di persona a dirle quello che sa.
Il Leone annuì. — É un po' strano, infatti.
— Ad ogni modo, se avesse delle prove le avrebbe usate.
Perciò sta soltanto facendo supposizioni.
— E noi dobbiamo supporre che fra poco avrà qualcosa di
più. Adam sta ancora cercando di penetrare nella Sicurezza
E-Tech?
— Già — annuì Nick. — Penso che dovremmo avvisarlo
che il rischio si sta appesantendo. Dirgli di tirare indietro le
zampe... almeno dai banchi-dati della Sicurezza. Però non
voglio che questo sia d'ostacolo ai nostri sforzi contro il
Bracconiere.
Il Leone si accigliò. — Adam ha famiglia, ed è in
pericolo...
— Siamo tutti in pericolo, Jerem, perciò questo è un punto
poco rilevante. D'altra parte, nelle ultime due settimane
abbiamo capito assai meglio la relazione fra il Bracconiere e
il San Bernardo. Adam è convinto, e io sono d'accordo con
lui, che il San Bernardo stia proteggendo il Bracconiere dai
nostri assalti solo perché questo è il sistema migliore, per un
programma di computer, di evitare che il Bracconiere lo
trovi e lo distrugga. Entrambi continuano a spostarsi nei
banchi-dati, ma agendo come angelo custode del
Bracconiere, il San Bernardo riesce a stare sempre un passo
più avanti di lui.
«E c'è un'altra cosa. Stiamo cominciando a sospettare che
il vero motivo per cui il Bracconiere sta facendo a pezzi tutti
quei vecchi programmi contenenti dati sia un tentativo per
far uscire il San Bernardo allo scoperto. Aggredisce una
preda, la lascia agonizzante sul ciglio della strada, e poi
aspetta che l'altro programma arrivi a soccorrerla.
— Dunque, la vera preda del Bracconiere è il San
Bernardo?
— Sono dannatamente disposto a giocarmici anche la
camicia. C'è una strana relazione fra questi due programmi.
Odio antropoformizzare, ma più sappiamo sul Bracconiere e
sul San Bernardo, più sento che abbiamo per le mani due
antichi nemici, in guerra fra loro da molto tempo.
Il Leone guardò l'albero di pesche geneticamente alterato,
sull'angolo della casa, le cui enormi foglie striate come
l'arcobaleno ondeggiavano al vento. Gli giungeva al naso un
lieve puzzo di pesce morto, il sistema d'identificazione
olfattivo dei molti Costeau che in quella tenuta portavano
ancora le loro borse odorose appese alla cintura.
Si girò di nuovo verso Nick. — Suppongo che se volessi
ordinarvi di non tentare altro per un po', tu e Adam non mi
dareste ascolto.
Nick sogghignò. — Diavolo, Jerem, noi siamo falchi dei
computer. Né pioggia né vento possono tenerci lontani dal
terreno di gioco. Ma rilassati; dirò ad Adam di andarci coi
piedi di piombo.
— Non credo che potrò rilassarmi molto nelle settimane
che ci aspettano.
Nick osservò il cielo che s'incupiva sempre più. — Già....
pare che stia arrivando una tempesta.
4

Susan Quint, in uno stato di coscienza da qualche parte fra


la veglia e il sonno — al confine dei sogni — credeva nella
sua immortalità.
Era una sensazione del tutto in accordo col suo appena
scoperto pensiero-corporale, con l'iperacutizzata coscienza di
se stessa, con la totalità dell'essere ciò che era in un
determinato posto e un determinato momento: l'intelletto
focalizzava e amplificava le pure emozioni di base — rabbia,
paura, tristezza, gioia — e ne faceva il naturale complemento
di ogni azione e reazione della sua personalità fisica.
Io sono una forza che esiste segretamente entro una
matrice di altre forze. Io sono un essere umano, ed esisto in
un mondo più vasto di me.
Susan si scostò dal confine dei sogni, consentì al pensiero
logico di liberarsi dal flusso integro della
mente/emozione/corpo e si permise di percepire dall'esterno
la sua natura, che le apparve come un fiume impetuoso visto
dall'alto di una rupe. Ora poteva esaminare quella visione
dell'immortalità attraverso il nitido apparato del concetto
digitale, come se il suo raziocinio funzionasse con il
linguaggio-macchina di un computer. Soprelevata rispetto al
fiume della propria anima era in grado di analizzare le
interconnessioni dei tre diversi stati di coscienza. Da quel
punto di vista obiettivo concepiva l'immortalità per ciò che
realmente era: non un mitologico stato in cui una persona
avrebbe vissuto per sempre, bensì come un puro e libero
flusso fra le distinte sfaccettature di se stessa,
mente/emozione/corpo. Nel regno della creatura conosciuta
come Susan Quint lei riusciva a muoversi in ogni direzione;
il fiume non presentava ostacoli. Poteva nuotare in ogni
insenatura, passeggiare su ogni banco di sabbia, tuffarsi nella
corrente più profonda senza timore di annegare nei gorghi
dei dolori della sua infanzia.
E tuttavia era in grado di vedere chiaramente quei luoghi
in cui continuava a essere giovane, una bambina che cercava
di capire il bizzarro comportamento dei suoi genitori, una
bambina in cerca di un appoggio stabile in una casa che — a
volte — era soltanto un ombroso rifugio contro le insidie
ancora più oscure del mondo reale. Ora Susan poteva
applicare la logica dell'intelletto a quella porzione della sua
vita. Ora sapeva comprendere in che modo la fanatica
devozione dei genitori alla Chiesa della Fede li avesse resi
pazzi, e come quella pazzia fosse stata la sorgente di ogni
infelicità della sua vita. L'esperienza più sconvolgente le era
accaduta a undici anni, quando sua madre e suo padre si
erano suicidati.
Susan non avrebbe mai dimenticato quel dolore.
Io sono il mio pensiero corporale. Ho accesso all'intera
tappezzeria del mio passato: tutte le mie vittorie, tutte le mie
sconfitte. Io sono immortale. Io contengo l'eternità.
— Dove sei? — la sfidò una voce.
Con un solo movimento d'incredibile velocità, Susan si
tuffò da quel punto di vista, alto sul fiume della sua vita, di
nuovo nella ruggente chiarezza del puro pensiero corporale.
Nello spazioso compartimento centrale della loro navetta, la
ragazza si girò di scatto per affrontare la voce.
Nello stesso istante: i suoi denti si strinsero attivando lo
scudo d'energia, le sue mani scivolarono senza sforzo nelle
tasche della tuta e ne uscirono armate di due brevi coltelli,
energizzandoli con l'impulso galvanico della pelle e la
pressione palmare.
Raggi multicolori scaturirono lungo le lame triplicandone
la lunghezza mentre lei si piegava in avanti, le braccia
allargate fuori dai varchi laterali dell'aura protettiva:
posizione standard d'attacco per un combattente armato di
lame-flash.
La forma familiare del bersaglio era di fianco a Timmy.
Susan balzò di lato, fintò con il braccio destro, si chinò per
evitare un pugno sferrato con violenza, scattò dalla parte
opposta e avventò la lama-flash sinistra contro la piccola
testa della sagoma. Il bersaglio, rozzamente intagliato in una
lastra di lega di titanio, si spaccò in una dozzina di pezzi. La
ragazza evitò un calcio con agilità; il suo colpo finale bruciò
il frammento che rappresentava un orecchio della figura,
mentre gli altri grandinavano sul ponte.
Negli occhi del suo censore ci fu una luce di
soddisfazione. Il corpo massiccio di Timmy fu percorso da
un visibile fremito quando l'uomo annuì, facendo ondeggiare
i rotoli di grasso sotto il mento. — Centro perfetto —
ridacchiò, guardando senza rammarico ciò che restava del
suo lavoro sparso in schegge sulla pavimentazione della
navetta.
— Mi fa piacere che tu ne sia impressionato — disse
Susan, spegnendo le lame e infilandole di nuovo nelle tasche
speciali della tuta da pomeriggio. Ma non disattivò lo scudo
d'energia, continuando a proteggersi il corpo dagli attacchi
frontali o alle spalle. Certe volte Timmy era in vena di
trucchi molto sgradevoli; rilassare le difese poteva essere
un'imprudenza.
L'uomo le sorrise apertamente. — Tu lo fai sembrare
facile. La tua tecnica di taglio con le lame-flash è ottima. Ma
non cadere nella trappola di usarle in modo troppo
specializzato. In quattro dei tuoi cinque ultimi assalti, hai
dato il colpo decisivo con un affondo.
Lei scrollò le spalle. — Ho presunto che fosse un
avversario con lo scudo acceso. Coi colpi di taglio sarebbe
più difficile entrare dai varchi laterali. L'affondo diretto è
sempre efficace.
Timmy meditò un poco su quelle parole. — Presto sarai
pronta per i bersagli in movimento.
— Quanto prima, tanto meglio. — La ragazza si accostò a
un finestrino del compartimento centrale, continuando a
sorvegliare Timmy con la coda dell'occhio. — Dove siamo?
domandò.
Stavano volando sulla superficie del pianeta a quota molto
bassa, forse a non più di cinquanta metri dal terreno
sconvolto. Lungo le strade ingombre di detriti si scorgevano
edifici danneggiati, per lo più a due o tre piani. Tutto
scorreva via a gran velocità. Timmy aveva messo la navetta
sull'automatico, programmando un'altezza molto scarsa per
diminuire le probabilità d'essere individuati dai teleradar
delle basi E-Tech.
— Da qualche parte nella Carolina del Sud, immagino —
le rispose. — Fra poco saremo sull'Atlantico, poi passeremo
su Cuba. Per il resto del volo ci terremo il più possibile sul
mare.
Susan annuì, pur senza sapere a quali posti
corrispondevano quei nomi. La geografia della Terra era una
cosa fuori moda, per usare un eufemismo.
— Sei sicuro che nessuno ci vede? — Quelle case che
vedeva passare sotto di loro... anche se la zona era
chiaramente disabitata come il resto del pianeta in rovina,
c'era sempre la possibilità di trovare qualche pattuglia E-
Tech.
— Non preoccuparti, — disse Timmy con uno dei suoi
sorrisetti più imperscrutabili. — Il nostro piano di volo evita
tutte le basi E-Tech. Se qualcuno dovesse vederci a occhio
nudo ci scambierà per Costeau. In quanto ai sistemi di
ricerca elettronica, questa navetta è fornita di sofisticati
mezzi anti-radar e altre precauzioni. Anche se comparissimo
su qualche schermo, nessuno potrebbe seguirci per molto.
Susan continuò a guardare fuori dal finestrino, pensando a
quanto la giornata si stava rivelando piena d'imprevisti.
Avevano lasciato l'Eremo del Lago Ontario quel mattino
presto, avviandosi lungo la spiaggia per la loro solita
cosiddetta passeggiata quotidiana, la quale era solo una scusa
per allontanarsi in modo che Susan potesse proseguire il suo
allenamento di nascosto. Ma quel giorno avevano continuato
a camminare sulla sabbia scura, lasciandosi alle spalle i
lunghi edifici dell'Eremo finché anche l'alta torre rossa del
rivitalizzatore atmosferico — uno dei due che incombevano
su quella zona protetta del pianeta — era scomparsa alla
vista dietro le schiene irregolari delle colline.
Scostandosi dal lago erano giunti alle rovine di una
piccola città. Annidato ai piedi di una parete rocciosa in un
recesso della montagna, e chiuso da un portone metallico,
c'era un capannone senza finestre, forse usato un tempo
come magazzino industriale.
Timmy aveva infilato nella serratura una chiave
elettronica tolta dal suo zaino. Antichi macchinari erano
tornati in vita, e il massiccio battente era scivolato da parte.
Bruciando di curiosità, Susan aveva seguito il suo mentore
nell'interno.
La navetta riposava in silenzio al centro del vasto edificio.
Pur coperto di polvere e incrostato da veli di ragnatele —
spiacevole testimonianza di una delle poche creature
sopravvissute ai disastri nucleari/ecologici dell'Apocalisse —
il portello della navetta aveva risposto alla sequenza
d'apertura battuta da Timmy sul pannello.
— Ce ne andiamo dall'Eremo? — aveva chiesto lei.
— Sì. Ce ne andiamo.
Un breve passaggio fra le ragnatele che ondeggiavano
sulla scaletta e Susan aveva attraversato il compartimento
stagno, mentre gli automatismi della navetta si accendevano
da soli al loro ingresso. Con Timmy al posto di pilotaggio i
motori per il decollo verticale avevano mandato sbuffi di
fiamma e poi ruggito al massimo della potenza, occludendo
la vista delle pareti in una turbinante nuvola di fumo e
polvere. Subito dopo Susan aveva sentito il velivolo
abbandonare il suolo, sfondare il tetto del capannone come il
guscio di un uovo marcio, alzarsi trionfante sopra il silenzio
della città morta e prendere quota nel cielo grigio di smog
sul settentrione dell'antico stato di New York.
E in quel momento le erano tornate alla memoria le parole
di Timmy di quel giorno fatidico, qualche settimana
addietro, quando l'uomo aveva risvegliato in lei una
coscienza sepolta sotto ventisei anni — la sua intera vita —
di insensato letargo.
Un viaggio al di là di tutti tuoi sogni, le aveva detto.
— Al di là dei miei sogni — mormorò la ragazza.
— Cosa?
Lei si girò a fronteggiarlo di nuovo. — Niente. — Strinse
una seconda volta i molari, disattivando lo scudo d'energia.
Stava diventando abile nel leggere gli umori di Timmy. Ora
si sentiva certa che non avrebbe tentato trucchi, niente
sorprese a tradimento per controllare i suoi riflessi, per
spingere il suo corpo verso il suo ultimo stato. Qualunque
fosse.
L'uomo si mise a sedere su una cuccetta e la guardò,
incuriosito. — Da qualche giorno ho l'impressione che tu
non mi faccia più molte domande. Non t'interessa dove
stiamo andando? Non vuoi sapere ciò che Timmy, il grande
manipolatore della tua vita, ha in serbo per te? Non ti chiedi
perché io ti abbia addestrata con le lame-flash, la seconda in
ordine di efficacia fra le armi leggere?
— La seconda?
— Sì. Per quelli all'altezza di farne uso, la falce Cohe è la
più micidiale.
— Allora perché non mi hai fatto addestrare con la falce
Cohe? — Susan rifiutava di considerare la possibilità che lui
non ne avesse una. Timmy sembrava avere accesso a tutto.
Lui scosse il capo. — Il vero addestramento alla Cohe
deve cominciare in giovane età. Tu sei già troppo vecchia.
Susan sorrise. Essere definita vecchia a ventisei anni, da
un uomo che era in circolazione da almeno tre secoli, la
divertiva.
— E i killer dell'Ordine della Sferza? Perché Spadaccino
usa le lame-flash, invece di una Cohe?
— Flessibilità in vista di altre combinazioni, forse. Certe
armi possono essere usate in coppia con altre, formando un
insieme misto ancor più potente di una Cohe.
— Spadaccino e Pistolero... tu credi che sia un Paratwa,
vero?
— Sì. Ha le caratteristiche di un ceppo di Paratwa molto
adatto all'addestramento con le armi. Ne sono certo.
Lei si accigliò. — Ma tu non hai niente a che fare con i
crimini di questo Paratwa, no?
— No, Susan. E non è la prima volta che me lo domandi.
— Chiamami sospettosa — disse lei con una smorfia. —
Dunque è stata soltanto una coincidenza che io fossi sulla
scena di quel massacro, alla stazione della Colonia Honshu?
— Stai certa che io non ho niente a che fare con quel
killer. Se poi lui aveva delle mire su di te, è una cosa che
ignoro.
— Continuo a pensare a quella strage. A quando ho
guardato in faccia uno dei gemellari e ho saputo che ci
conoscevamo. Ma non ne capisco il perché. Non ricordo
dove io possa averlo conosciuto. — Scrutò Timmy con
attenzione, cercando di intuire se sapesse più di quel che
voleva dirle sui killer dell'Ordine della Sferza. Ma i suoi
occhi — il sinistro, almeno, quello vero — non rivelavano
niente.
Sospirò, annoiata. — Quando arriveremo dove stiamo
andando?
— Ci vorranno alcune ore. Vuoi che soddisfi le tue
curiosità?
— No, posso aspettare. Mi piacciono le sorprese.
— Tu sorprendi me, Susan. La tua generica mancanza di
curiosità in queste ultime settimane è stupefacente. Continuo
ad aspettarmi che tu mi sfidi, che cerchi di alterare il corso
degli eventi da me predisposti.
— Come potrei alterarli, se non so neppure dove stiamo
andando?
Timmy ridacchiò. — Questa pseudo-logica è come un
serpente che si mangia la coda.
— Solo se la guardi dall'esterno — disse lei con sicurezza.
— Se ti piace esser tenuta all'oscuro, così sia.
— Il piacere non ha niente a che fare con questo.
Timmy aggrottò le sopracciglia. — Cosa vuoi dire?
— Tu mi stai portando da qualche parte. Verso un posto,
un tempo... — esitò, sforzandosi di racchiudere nelle parole
un po' delle sue strane emozioni. — Di una cosa sono certa:
mi stai portando verso il dolore.
— Tutti viaggiamo verso il dolore — affermò pacatamente
lui.
— Quando tu eri un Paratwa... quando eri un Ash Ock
completo, hai mai usato dei killer? Li hai mai mandati a
uccidere la gente?
— Li ho incaricati di uccidere.
— E questo non ti dispiaceva?
— No.
Lei si girò di nuovo a guardare dal finestrino. — Tu mi
manderai a uccidere, un giorno. É per questo che mi hai
addestrato con le lame-flash.
— Sì, Susan.
No. Tu menti. A volte capiva quando lui cominciava a
prendere le distanze dalla verità. Dietro il suo addestramento
alle armi c'era uno scopo, ma aveva poco a che fare con
l'idea di trasformarla in un'assassina. C'era qualcos'altro.
Qualcosa che sfidava ogni facile analisi.
Ma sapeva d'essere nel giusto per il dolore. Sono destinata
a soffrire.
Timmy sollevò il suo corpo massiccio dalla cuccetta. —
Dovrebbe essere ovvio che, col progredire del tuo
addestramento, la mia influenza su di te diminuirà. Quando
verrà il momento sarai tu a fare le tue scelte.
— E se ti fossi nemica?
— Può darsi che accada anche questo.
— E se volessi ucciderti?
Il suo occhio sinistro, quello naturale, si socchiuse come
per il timore di lasciar uscire le lacrime. — Potresti volerlo
— disse.
Lei gli volse le spalle. — Niente ti preoccupa, vero?
Neppure la morte.
— Io sono già morto, Susan. Non l'hai ancora capito? —
Un'ombra d'ira affilò il suo tono. — Quando io ero un intero,
quando ero il Paratwa Ash Ock Aristotele, quando ero
l'altro, non avevo paura di niente. Fu solo alla morte di uno
dei gemellari che caddi nell'abisso dell'agonia e della perdita,
e solo allora cominciai a capire il significato della paura.
«Poi si spalancarono per me lunghi anni di miserabile
sofferenza e di tortura. Anni in cui il mio monarca,
Aristotele, per sopravvivere dovette cercare di impadronirsi
del gemellare rimasto. Agonia, Susan, agonia oltre ogni
descrizione. — La sua voce s'indebolì.
— Alla fine il gemellare non poté più resistere. Cedette,
sottomise la sua personalità e acconsentì alla mescolanza di
un gemellare e un monarca in una sola entità, spezzata e
monca, ma non più sconvolta dalla bufera delle diversità
interiori. Non potevo andare da nessuna parte, non potevo
agire, e non potevo neanche essere più veramente vivo.
Aristotele se n'è andato, i gemellari se ne sono andati. Ora
resta soltanto Timmy.
La sua voce s'incrinò come se fosse sul punto di piangere.
— Mi dispiace — disse lei.
Per un po' ci fu soltanto il silenzio. Susan ascoltò il
monotono ronzio del motore principale della navetta, e con
la mente tornò a ciò che era stata la sua vita nelle Colonie.
Aveva lavorato come ispettrice alle procedure per la Gloria
della Ciencia. S'era sempre tenuta molto occupata,
socialmente. Aveva viaggiato da un luogo all'altro... da un
cilindro all'altro, da un amante all'altro. Tutto le era sembrato
così importante. Tutto era stato così privo di significato.
No... non completamente privo di significato.
Zia Inez, la più stretta fra i suoi parenti, era stata una
persona reale. Zia Inez era stata una vera amica.
Chissà se ora si domanda dove sono, e se sono viva o
morta?
Quando Timmy parlò di nuovo la sua voce era dura,
controllata. — Non c'è ritorno, Susan. Quello che io ero un
tempo, non esiste più. Io sono morto, Susan, non
dimenticarlo mai.
Un brivido le scivolò nella schiena. All'esterno, la costa
della Carolina del Sud stava passando sotto di loro. La
navetta sfrecciò sulle calme acque azzurre dell'Oceano
Atlantico.
— Non lo dimenticherò — promise.
5

SCONTRO FRONTALE.
L'insegna luminosa sovrastava una nuda struttura di travi
argentee a forma di padiglione, nel terreno aperto fra la sede
di un Club Vittoriano S&M e una birreria pseudo-tedesca a
quattro piani. Dietro l'insegna, nella semideserta strada a
parecchi isolati di distanza dalla famigerata Zeli, un tubo
largo tre metri s'innalzava nelle tenebre e spariva fra lo smog
atmosferico di Sirak-Brath. L'ingresso dello Scontro
Frontale, come di altri posti del genere, era un cilindro
pneumatico. L'ascensore portava i clienti su e giù dal locale
vero e proprio, situato al centrocielo, circa due miglia più in
alto.
L'insegna montata sulla struttura metallica appariva
vetusta, una fila di lettere rosse composte da una massa di
particelle luminose a elettro-liquefazione che sgocciolavano
in basso, piovendo come lava sul terreno sottostante. Gillian
aveva già visto insegne simili negli anni pre-Apocalisse sulla
Terra, in città come Rio, New York e Tokio. Unica fra le
Colonie di Irrya, Sirak-Brath si compiaceva di offrirsi anche
come ricordo dei vizi e delle miserie del passato, per i turisti
che gradivano l'imitazione fasulla di un mondo che non
esisteva più.
— Non ho il piacere di conoscere le vostre facce, gente —
li fermò il portiere, un giapponese alto due metri vestito con
un completo in stile Ottocento-Americano. Contorse la bocca
in un sogghigno, poi staccò dalla cintura un telecomando e lo
puntò verso il padiglione di travi. Le particelle rosse sparse
sul terreno cominciarono a essere risucchiate in alcuni tubi
che le convogliarono verso l'alto, dove tornarono a dare
maggiore consistenza all'insegna. — Se non vi conosco, non
posso lasciarvi entrare.
Buff gli elargì un sorrisetto. — Amico, stavo proprio
pensando che sarebbe bello conoscerti, perciò lascia che mi
presenti. Io...
— I nomi non m'interessano — la interruppe il colosso. —
Se non vi ho mai visto, non posso lasciarvi salire.
— Giusto. Tu non ci hai mai visto. Ricordati di dire
sempre così a chi te lo chiede — annuì Buff, mentre Gillian
si frugava nella cintura dove aveva un pacchetto di
cartotessere.
Il colosso agitò una mano. — No. Non posso accettare
soldi da chi non conosco. Andate via, gente.
Buff si accigliò, seccata. — Adesso stai facendo le cose
troppo complicate, amico. Non vorrai farci andare fino a uno
degli ingressi principali, no? Potremmo salire allo Scontro
Frontale da un altro settore, dove vanno su cani e porci,
anche loro mai visti prima.
— E allora perché volete passare di qui? — domandò lui.
— Ci piace la discrezione — disse Gillian. — Questo
ingresso è più discreto degli altri.
Il portiere non fece una piega. — Da qui possono entrare
soltanto persone speciali.
— E perché non l'hai detto subito? Noi due siamo le
persone più speciali che tu abbia mai visto — gli assicurò
Buff.
Il colosso controllò che il terreno alle sue spalle fosse
ripulito, poi spense gli aspiratori e intascò il telecomando. —
Va bene... datemi le vostre mani, a palmo in su.
Gillian scrollò le spalle e tese le braccia. Buff fece lo
stesso.
L'uomo dedicò la sua attenzione alle loro mani sfiorandole
con dita stranamente sensibili, saggiando accuratamente i
polpastrelli, la morbidezza dei palmi, e girandole per
esaminare le unghie. Infine accennò che così poteva bastare.
Guardò Buff.
— Tu sei una Costeau.
Lei sospirò. — Cosa te lo fa supporre?
—Non è una supposizione — affermò il colosso. Si volse
a Gillian, scrutandolo in silenzio per alcuni lunghi secondi.
Lui sostenne il suo sguardo.
— Sei armato? — domandò il colosso.
— Sì.
— Le armi andrebbero lasciate qui.
— Questa non è un'idea molto simpatica — disse Gillian,
cercando di non avere un tono di sfida.
Il portiere fece un passo indietro e incrociò le braccia sul
petto. Fece un cenno del capo a Buff. — Tu puoi entrare. Il
tuo amico... di lui non sono sicuro.
— Siamo insieme — disse Buff.
Gillian cominciava a irritarsi. — Cos'è che vuoi? —
Inquietanti necessità si stavano gonfiando in lui: il desiderio
irrazionale di battersi con quel peso massimo, per concedere
a se stesso una ricaduta nello stato mentale in cui la forza
bruta era l'unica risposta significativa, in cui la lotta fisica
poteva aiutarlo a controllare il suo turbolento mondo
interiore. Sesso-violenza. Corpo e azione.
Accorgendosi del suo nervosismo crescente, Buff disse in
fretta: — Faquod. Siamo qui per vedere Faquod.
Il colosso distolse lo sguardo da Gillian. Per un momento
parve esitare. Poi: — D'accordo. Fanno duecento a testa, in
cartotessere, e poi potrete salire.
Gillian si tolse il denaro dalla cintura e glielo consegnò. Il
portiere lo contò con cura prima di farli passare sotto il
padiglione. La porta dell'ascensore si aprì. I due entrarono e
si sedettero sulle poltroncine anti-accelerazione,
allacciandosi le cinture.
— Superiore o Inferiore? — domandò il colosso.
Buff accennò con un pollice verso l'alto. Lui appoggiò un
dito su un pulsante, fuori dalla porta, ma prima di spingerlo
guardò di nuovo Gillian. — Le tue mani... stai molto attento.
Tu hai mani che possono distruggere perfino gli atomi di ciò
che toccano. Non sono naturali. Sono le mani del caos.
La porta si chiuse con un tonfo. Un'allegra voce meccanica
annunciò un conto alla rovescia di cinque secondi, e subito
dopo i passeggeri furono schiacciati sulle poltroncine per i
pochi, ma duri, secondi che la cabina impiegò a percorrere le
due miglia fino al centrocielo di Sirak-Brath.
Gillian sopportò distrattamente l'accelerazione, non più
violenta di quella dei trasporti merci ad alta velocità,
continuando a pensare alle strane parole del portiere. Le
mani del caos. Dentro di sé poteva avvertire la pressione che
Empedocle faceva contro la sua coscienza, sempre alla
ricerca del catalizzatore, sempre in attesa di ciò che avrebbe
innescato l'interallacciamento fra loro. All'improvviso un
vecchio dolore rinacque in lui.
Catharine, quanto sento la tua mancanza.
La dolcezza di quel contatto mentale, l'estasi sottile delle
due coscienze che si fondevano in una; mai più avrebbe
conosciuto l'interallacciamento in modo naturale. Catharine
l'aveva lasciato per sempre. La morte aveva messo il sigillo
sulla definitiva realtà di quel fatto. Se il catalizzatore avesse
innescato la fusione fra lui e l'altro, ora, sarebbe stato come
l'impatto di due masse tettoniche capaci solo di stritolarsi a
vicenda nel tentativo di occupare lo stesso posto nello stesso
momento.
Le mani del caos.
La cabina decelerò bruscamente e si fermò. — Cristo, che
noia se il mondo fosse un posto intelligente — bofonchiò
Buff massaggiandosi il petto. — Prima un fottuto scimmione
ti legge la mano, poi ti fanno sputare sangue su una specie di
razzo. E se dopo un po' di questa vita cominci a dare i
numeri, scopri che finalmente sei diventato normale come
tutti quanti.
— Da qualche tempo non fai che lamentarti.
— Ci puoi giurare, che mi lamento! Vivere con te non è
esattamente come farsi una vacanza a Pocono. Tu hai la
dannata abitudine di far uscire il lato peggiore di tutti quanti.
— Ho accuratamente evitato di prendere a calci il nostro
amico, qui sotto. No?
Buff si slacciò la cintura con un grugnito e fluttuò via
dalla poltroncina, in assenza di peso. Allungò una mano
verso una ringhiera per fermarsi, quindi orientò il suo corpo
con la freccia verde che s'era accesa per ricordare loro
dov'era l'alto. La porta si aprì, e i due usarono un'altra
ringhiera per «camminare» — come avvertiva la scritta
PIEDI AL SUOLO — nel maelstrom di umanità
schiamazzante che era lo Scontro Frontale.
— Ho la serie completa dei campioni dell'arena Superiore!
— gridò un ragazzo, appena un adolescente, piombando su
di loro. Agitò un mazzo di olografie davanti alla faccia di
Gillian.
— Trenta olomagic per soli duecento byte. Accetto carte
di credito. Se avete la Garanzia Personale facciamo l'affare
anche in cambiali-impronta !
Gillian guardò gli strani olo, che agitati in quel modo
sembravano pieni di immagini impazzite. Ciascuno
raffigurava un giocatore dello Scontro Frontale in piena
tenuta da combattimento: armature bizzarre dai colori vivaci,
guantoni e ginocchiere, caschi trasparenti uniti con un
intreccio di fili ai jet montati dietro la schiena. Premendo un
angolo gli olo parlavano: uomini e donne si presentavano
con nomi come Murky Sumo-za, Blockbuster Giga-Quad,
Slim Trim Three, Jefferson Airplane.
— No, grazie — disse Buff, scostando il ragazzo dalla
loro strada.
— Questa è roba da veri amatori! — strillò lui,
affiancandoli. — È un affare! Centottanta byte, ultimo
prezzo!
Un uomo di mezza età, forse suo padre, lo afferrò per una
spalla e lo spinse verso la porta dell'ascensore.
Gillian seguì Buff nella ressa di un salone pieno di
macchine da gioco, sorpreso che i suoi piedi — e quelli di
tutti gli altri, quanto a questo — restassero attaccati al
pavimento. Nell'ambiente a zero G del centrocielo, dove la
gravità indotta dalla rotazione della Colonia veniva
annullata, tutti avrebbero dovuto essere in caduta libera. Ma
benché il loro peso fosse ridotto a zero, uno strano effetto li
teneva aderenti alla pavimentazione.
Ricordò che Nick aveva detto qualcosa su un nuovo
sistema per produrre qualcosa di simile alla gravità
artificiale, un'ingegnosa combinazione di campi d'energia e
correnti ad assorbimento d'aria stratificate, tecnica che non
era esistita neppure nei giorni pre-Apocalisse. Le Colonie
Irryane avevano sviluppato innovazioni — anche se poche
— rispetto alla scienza del .ventunesimo secolo.
Ovviamente, la direzione dello Scontro Frontale
apprezzava la possibilità di tenere i clienti a contatto del
suolo, invece di vederli fluttuare selvaggiamente nelle tre
dimensioni. Meglio porre un limite fisico al pandemonio, che
lì sembrava già fin troppo. Quell'affollamento...
All'improvviso un impeto di furia scosse Gillian, che
cominciò a togliere di mezzo la gente senza complimenti ed
a mollare gomitate anche chi non gli ostruiva la strada,
nell'occulta speranza che qualcuno si offendesse,
contrastasse la sua arroganza e gli restituisse il colpo.
Buff lo afferrò per un braccio. — Cristo, Gillian! Calmati.
Siamo qui per vedere Faquod, ricordi?
Lui trasse un profondo respiro, costrinse il suo corpo ad
assumere un ritmo più composto, impose alla tranquillità di
sostituire la rabbia. Ebbe la sensazione che nelle più interne
viscere della sua coscienza Empedocle stesse ridendo di lui,
forse divertito da quella continua lotta.
Quante volte la furia lo aveva sopraffatto in quelle
settimane, da quando lui e Buff s'erano separati da Nick e dal
Leone? Quanti combattimenti aveva cominciato?
Dapprima, nei giorni in cui avevano trovato rifugio presso
certi compagni di clan di Buff, i Cerniglias, c'erano state le
visite quotidiane al cono d'addestramento, collegato alla
piccola colonia Costeau con un corridoio tubolare. I
programmi di ginnastica a 2 G avevano consentito a Gillian
di conoscere numerosi Costeau a cui piaceva battersi sul ring
in un ambiente dove il corpo pesava il doppio del normale.
Adesso aveva nostalgia di quei giorni, di quei duri incontri di
lotta in cui aveva punito il suo corpo e quelli degli avversari,
sconfiggendoli regolarmente, battendosi fino a giacere
esausto sulla pedana, sfogandosi finché la pressione di
Empedocle diventava lontana e l'onnipresenza del suo
monarca sfumava e si dissolveva come il fantasma un sogno.
E poi nel vicolo della zona industriale, contro Impleton e i
suoi uomini. Una lotta breve ma autentica, soddisfacente,
che lo aveva purgato del dolore e dell'ira neutralizzando
provvisoriamente il suo monarca.
Io ho bisogno di combattere una guerra eterna. Per quanto
insana fosse quell'idea, sembrava l'unica vera soluzione che
gli avrebbe consentito di vivere, l'unico stratagemma per
conservare inviolata la sua personalità. II solo modo per
tenere a distanza il caos.
Un tremito prese a scuotergli le mani, e lui le strinse a
pugno e se le premette sui fianchi, ordinando loro di non
avventarsi contro qualcuno degli innocenti a cui passava
accanto. Seguì Buff lungo il salone del bar e in uno dei
corridoi che portavano all'arena. Più avanti dovettero
camminare di traverso per farsi strada fino alle rampe mobili
che sfociavano nel sancta sanctorum dello Scontro Frontale.
Onde su onde di esseri umani, giovani e vecchi, lestofanti
e padri di famiglia, massaie e prostitute, gente assuefatta al
grog o al ree-fee o alle droghe chimiche ed altri che non
avevano mai bevuto nulla di più inebriante della Cokafrizz.
C'erano Costeau, inseriti o emarginati, questi ultimi avvolti
dal puzzo delle borse odorose mescolato, in un effluvio più
vasto dov'erano rappresentate e confuse dozzine di clan.
C'erano criminali marchiati, con la fronte adorna del display
rosso che non solo ne dichiarava a tutte lettere l'identità ma
inviava nel loro cranio pulsazioni dolorifiche quando un
impulso antisociale raggiungeva il livello di guardia. E
c'erano i cercatori di brivido, i turisti che giravano tutti gli
angoli di Sirak-Brath pagando per un po' di eccitazione, un
cambiamento nella loro routine, una medicina contro la noia
o qualunque cosa che facesse sembrare più sopportabile
l'esistenza monotona a cui sarebbero infine ritornati.
Come Rio, pensò Gillian. Come Tokio. La ressa dello
Scontro Frontale gli ricordava quei posti e molte altre grandi
città perdute della Terra, dove l'umanità s'era affollata e
mischiata in modo apparentemente assurdo, dove quelli che
capivano la natura del loro ambiente sfruttavano chi ne
aveva una comprensione più limitata e vaga. In termini
concreti, lo Scontro Frontale era un posto dove professionisti
seri e cacciatori di sciocchi si mescolavano in un solo flusso
con i non-iniziati; dove c'era uno svago reale, e dove i non-
tanto-onesti potevano diligentemente mungere i non-tanto-
poveri. Era un piccolo paradiso per le persone poco
tranquille.
Gillian sentiva anche qualcos'altro: il particolare miscuglio
di saggezza e stupidità dell'uomo della strada — quello che
sembrava il tipico cliente dello Scontro Frontale —
rispecchiava l'umore diffuso sulla Terra prima del disastro.
In effetti, quel locale appariva come un microcosmo della
società intercoloniale. Gillian aveva l'impressione che
un'enorme percentuale di abitanti delle Colonie fossero
incapaci di interpretare i simboli reali del loro ambiente.
Come quelli della Terra del ventunesimo secolo, i cittadini di
Irrya camminavano sempre più nell'ombra, vivendo alla
mercé di chi capiva la differenza fra la luce e il buio.
Alla mercé dei Paratwa. Alla mercé degli Ash Ock.
«Il mondo» aveva dichiarato una volta Aristotele, «è fatto
di quelli che comprendono la loro profondità, e di quelli che
non la comprendono. E l'equilibrio fra le due fazioni
determina lo stato della cultura, se debba esserci la guerra o
la pace, la libertà o la tirannia, e rivela se il destino di una
società è d'innalzarsi alle stelle o di ricadere in un'altra nuova
versione della barbarie del passato.»
Un lieve brivido nacque nella schiena di Gillian. Le
Colonie di Irrya sono condannate. Si sono trasformate in
vittime, e aspettano d'essere spazzate via. Non c'è speranza
per loro.
E con quel brivido tornò l'icona vivente che era
Empedocle. Per un breve secondo Gillian poté percepire
l'inquinamento psichico portato dal suo monarca, il veleno
che Empedocle soffiava nella sua mente, e che sopraffaceva i
pensieri con una miscela tossica di inutilità e disfatta, per
spingerlo verso l'accettazione dell'inevitabile:
l'interallacciamento.
Lasciaci unire, insisté Empedocle. Completa le nostre
anime. Subito... prima che sia troppo tardi.
— No! — sbottò Gillian, a denti stretti.
Buff si tolse il berretto e scoprì le strisce luminescenti del
suo cranio calvo, le linee rosse e blu, i simboli Costeau del
lutto e della vendetta. — Stai di nuovo parlando con lui?
— Sì.
— Chi ha vestito il tuo corpaccione, stamattina?
Lui sorrise; i pensieri foschi scivolarono in disparte. —
Non preoccuparti, a scegliere i vestiti sono sempre io. Del
resto non credo che Empedocle avrebbe indossato un
completo da banchiere della ICN. — Accarezzò il doppio
risvolto intorno al polsino di una manica. — Questa roba è
troppo all'ultima moda peri il mio monarca. E l'argomento
non lo interessava. Non riusciva a decidere se preferiva
indossare abiti da uomo o da donna.
— Già. Conosco dei ragazzi, e delle ragazze, che hanno lo
stesso problema.
Gillian notò un'altra cosa. Il suo vestito avrebbe dovuto
farlo apparire un turista, un estraneo, una potenziale vittima
per chi cacciava nell'ombra lì allo Scontro Frontale. Ma
quelli che avevano lo sguardo teso a eventuali prede lo
stavano ignorando, e lui sentiva che non era soltanto la
presenza di Buff a risparmiargli d'essere un bersaglio
potenziale.
Mi guardano, e sanno che io sono uno di loro.
Ripensò alla lettura della mano fattagli dal portiere
giapponese, giù all'ingresso. Cos'aveva indotto
quell'individuo a fermarli? Cosa poteva importargli di quale
ingresso uno sceglieva per salire allo Scontro Frontale? S'era
accollato una strana missione personale di qualche genere?
Poter selezionare a suo modo i clienti gli dava
soddisfazione? Gli era già capitato di scoprire qualcuno che
aveva «le mani del caos»?
Buff si girò verso di lui e sussurrò: — Abbiamo
compagnia.
Subito Gillian prese nota della posizione della compagna
rispetto a lui; l'istinto di prevenire la possibilità di colpirla
durante un improvviso scontro a fuoco con qualche
aggressore. In una ressa di quel genere, localizzare i bersagli
e i non-bersagli con precisione assoluta era d'importanza
vitale.
L'ansia di battersi tornò a farsi sentire: sesso-violenza, più
forte che mai. I suoi muscoli fremettero, avidi del nutrimento
dell'azione. Mosse il polso destro e tastò il bordo della
fondina della Cohe, mimetizzata dal largo polsino della
manica. L'ombra di Empedocle si fece avanti in attesa della
sua occasione.
— Ora non eccitarti — lo avvertì Buff. — Non credo che
qui possa succedere niente. Ma sono abbastanza sicura che
qualcuno ci ha messo gli occhi addosso e ci segue.
— Qualcuno chi?
— Non lo so... comunque penso che siano in due. E forse
c'è anche un altro con loro. Per ora mantengono le distanze.
Ci stanno dietro da quando siamo usciti dall'ascensore. Non
credo che siano gente di fuori, non della Sicurezza E-Tech.
Probabilmente neppure polizia locale. I proprietari dello
Scontro Frontale sganciano grosse somme alle autorità di
Sirak-Brath per poter violare la legge in molti modi.
Naturalmente questo non esclude che la polizia venga a
ficcare il naso per un motivo o per l'altro.
— In cerca di noi — disse Gillian.
— Sì, forse. Stiamo diventando popolari in diversi
ambienti, dopo che il tuo raggio nero ha ricordato a quei
poveri contrabbandieri che certi vecchi incubi esistono
ancora.
Gillian scrollò le spalle, con un grugnito.
— Ma se questi tipi sono polizia locale — continuò la
Costeau, — ce ne saranno altri. Mezza dozzina, forse. Non
ne usano di meno, per un locale grosso come questo.
— É possibile che siano gente di Faquod? A quest'ora
dovrebbe aver saputo che lo stiamo cercando.
— Sì — annuì Buff. — Impleton è un pesce piccolo. Per
quel che ne sappiamo, la sua banda potrebbe dipendere
proprio da Faquod.
— Ne dubito.
Nel corridoio in cima alle rampe furono quasi schiacciati
da centinaia di corpi costretti a incanalarsi in un passaggio
più esiguo. Il pavimento mobile li portò all'insù con una
lieve curva; poi la pressione della folla diminuì e i due
furono scaricati davanti ai botteghini che circondavano
l'arena Superiore dello Scontro Frontale, sotto una grandine
di rumori e di luci. L'effetto del campo energetico parve
intensificarsi. Gillian camminava con la strana sensazione
d'essere sottoposto alla gravità dalle ginocchia in giù, mentre
il resto del suo corpo era privo di peso.
Sulle gradinate intorno ai botteghini, sotto i palchi
riservati, c'erano almeno cinque o seimila
spettatori/scommettitori. L'arena aveva le dimensioni di un
campo da basket, ed era circondata da un anello alto dieci
metri di cristallo trasparente, forse una versione più sottile
delle lastre in vetracciaio dei settori della Colonia trasparenti
al sole. Sul campo, sei giocatori si stavano preparando per lo
scontro successivo.
Grossi tabelloni, le cui lettere venivano formate da
migliaia di scarafaggi geneticamente modificati, fluttuavano
più in alto. Grazie a impulsi d'energia, i manovratori dei
tabelloni stimolavano il guscio fotoluminescente degli insetti
costringendoli ad allinearsi come elettroni sui circuiti
stampati, ottenendo in pochi secondi la conformazione di
parole e numeri. Era una tecnica già nota a Gillian.
Quell'inutile modo di utilizzare gli insetti per il semplice
gusto di farlo aveva raggiunto una grossa popolarità nel
tardo ventunesimo secolo, malgrado la violenta opposizione
delle società per la tutela dei diritti degli animali. I tabelloni
fornivano dati e statistiche utili agli scommettitori, oltre a
dare il tempo di gara e il segnale per la chiusura delle
scommesse. I palchi attorno all'arena potevano contenere
fino a una ventina di persone, alloggiate molto più
lussuosamente. Ai botteghini c'erano file di giocatori che
facevano un baccano d'inferno; Gillian notò che gli ultimi
erano decisamente contrariati dal limite di tempo per la
chiusura delle puntate, che non sembrava tener conto della
lunghezza delle code; imprecavano contro la direzione e
incitavano quelli davanti a loro perché si sbrigassero.
— Da questa parte — disse Buff, precedendolo a una
rampa fra due gradinate. Su di esse campeggiavano i nomi
— BLAKE e SHELLEY — di quelli che Gillian suppose
essere due campioni dello Scontro Frontale. Tenere separati i
tifosi era chiaramente una delle maggiori preoccupazioni del
servizio di sorveglianza. Una ventina di metri più su
giunsero sotto i palchi, dove i privilegiati potevano isolarsi
dalla calca degli spettatori. Erano rettangolari, lunghi una
decina di metri, chiusi sul lato frontale da un solido cristallo
trasparente e sugli altri da pareti a specchio. Buff e Gillian
trovarono il palco BS-Quattro seguendo le frecce, lungo il
passaggio sottostante. Si fermarono davanti alla targhetta e
guardarono la loro immagine riflessa. Non c'era altro.
— Vorremmo parlare col signor Faquod — annunciò
Buff.
Un pannello a specchio indietreggiò e scivolò di lato,
rivelando una breve rampa di scale. Prima di seguire la
ragazza attraverso la porta Gillian si volse a guardare. Sul
passaggio fra le gradinate, una decina di metri più in basso,
due uomini furono molto svelti a girarsi verso il campo di
gara. Lui sorrise fra sé. Salendo fin sulla rampa avevano
scelto una posizione troppo evidente. Forse erano poliziotti
locali, dopotutto.
Stava giusto entrando quando con la coda dell'occhio notò
la presenza di un terzo uomo, fermo sul sentiero di
scorrimento alla base delle scale. A differenza degli altri due
questi guardò dritto verso di lui, sorrise e agitò una mano
come se salutasse un amico. Gillian non ricordava di averlo
mai visto. La porta si chiuse prima che potesse pensare a una
reazione appropriata.
Il palco privato di Faquod era lussuoso e personalizzato
sulle sue esigenze. I divani auto-modificabili, pur fuori
moda, costituivano un elegante esempio dell'arredamento del
ceto medio di mezzo secolo addietro. E gli scaffali ricurvi
del bar, accanto a una modernissima console di terminali,
avevano una fragilità eterea che sembrava aliena su Sirak-
Brath. Le porte delle due toelette, a strisce nere e argentee
inclinate in senso opposto a quelle della parete — perché ce
ne fossero due Gillian non tardò a capirlo — erano fornite di
maniglie diverse: una aveva la forma di un pene e l'altra di
una mammella ricurva in basso.
Este Faquod era seduto da solo sul divano centrale e
guardava i tabelloni dell'arena, su cui sciami di scarafaggi
stavano indicando che mancava meno di un minuto alla
prossima gara. Il ricettatore non aveva un aspetto notevole in
nessun senso particolare. Era magro e poco più alto della
media, con una pelle color cioccolata pallida, riccioluti
capelli grigi e occhi che esprimevano una noia allo stadio
terminale.
Le altre ospiti del palco erano due belle ragazze dai capelli
rossi che non dimostravano più di vent'anni. Gemelle
identiche, ovviamente, ma dapprima Gillian non capì bene
per quale motivo stessero così vicine. Poi vide la pelle —
pelle artificiale, lucida e di consistenza plastica — che univa
i loro corpi dai fianchi fin sotto le ascelle, sbucando dalle
aperture dei vestiti, e la cintura di sicurezza che rafforzava
quel collegamento: siamesi, ma non siamesi di nascita. Le
due gemelle sedevano davanti a uno schermo
bidimensionale, occupatissime con un videogioco a base di
sepolture e resurrezioni in un ambiente pieno di iceberg e di
igloo.
Faquod indicò loro le ragazze e rise, in un tono basso che
mandò un brivido giù per la nuca di Gillian. Uno dei
gemellari di Reemul, il killer Paratwa, aveva avuto una risata
simile.
— Molto appassionate dei giochi sulla neve, le mie due
teste rosse, eh? Sì. Sono nate separate, sapete? Ma io ho
proposto che se si fossero lasciate unire, restando siamesi per
un anno, avrei messo a loro disposizione la mia pista privata
a Pocono e abbastanza denaro da allenarsi per i campionati
di discesa libera. Posso godermele così per altri due mesi.
— Strani tipi — borbottò Buff. — Tu e loro.
— Già. — Faquod si alzò. — È un po' di tempo che non ti
vedo in giro, Buff. Mi è giunta voce che stai cercando nuovi
giocattoli. Armi al salene e altra tecnologia proibita. È così?
Buff annuì. — Possiamo pagare, Faquod. Il prezzo che
preferisci. — Gettò un'occhiata alle siamesi. — In denaro,
naturalmente.
— In denaro, certo. — Il ricettatore ridacchiò. — Avete
puntato qualcosa su questa partita?
Gillian guardò l'arena al di là della parete trasparente. In
quel momento risuonò un fischio, e i sei giocatori, ciascuno
in piedi su una skateboard a forma di disco, accesero i jet
dorsali e si mossero verso il centro del campo.
Buff scosse il campo. — Non siamo qui per scommettere.
Faquod si volse a Gillian. — E tu, uomo della falce Cohe?
A te piace scommettere?
Gillian s'irrigidì.
Faquod gli concesse un sogghigno, poi si avvicinò al
cristallo. Sul campo, due dei giocatori ingaggiarono il primo
scontro: i loro corpi protetti dalle armature si urtarono
frontalmente con forza tremenda. La giocatrice partita da
destra, una donna alta in tenuta scarlatta, s'era accovacciata
prima dell'impatto, e trasformò il rimbalzo in un
cambiamento di direzione orizzontale che le consentì di
mantenere l'equilibrio. Il secondo giocatore, un uomo in
armatura azzurra, non ebbe la stessa fortuna o la stessa
abilità: perse il controllo, rovesciandosi all'indietro, e i jet
dorsali, che non potevano esser spenti senza provocare la
squalifica, fecero schizzare in verticale il suo corpo senza
peso, fino a una decina di metri d'altezza. L'uomo agitò le
braccia in un disperato tentativo di fermare la sua rotazione,
ma continuò a girare su se stesso e ricadde lentamente fuori
dal campo, sollevando una nuvola di fine polvere rossa.
Dalle gradinate si levò un boato; grida di trionfo miste alle
esclamazioni deluse di chi aveva puntato sullo scontrista
azzurro.
— Volete vedere cos'è successo sulla Inferiore? — chiese
Faquod, e senza aspettare la risposta agitò una mano verso i
terminali. In risposta a quel gesto si accese uno schermo, e
apparve un replay. L'inquadratura mostrava da una
angolazione diversa un'arena sostanzialmente identica a
quella Superiore. Ogni giocatore della prima aveva una
controparte giù nella seconda: un uomo o una donna con lo
stesso abbigliamento, ma senza i jet dorsali. Gli scontristi
dell'arena Inferiore non avevano nessuna mobilità
indipendente, e tutto ciò che potevano fare era spostare il
tronco e le braccia; anche i loro stivali erano fissati alle
skateboard, però queste si muovevano soltanto in
orizzontale, benché alla stessa velocità e sullo stesso
percorso in quel momento scelto dai due dell'arena
Superiore. Lo Scontro Frontale era, in effetti, lo specchio di
due scontri uguali e diversi: dove il Superiore andava, la sua
«immagine» Inferiore doveva seguirlo.
Gillian guardò il replay di ciò che era successo sull'arena
Inferiore: la giocatrice rossa rimbalzò via sullo stesso tragitto
della collega, anche lei più o meno in buon equilibrio. Il
giocatore azzurro andò a rotolare fuori dal campo all'incirca
nella stessa direzione del suo sfortunato collega di sopra.
— Sì — annuì Faquod, compiaciuto. — Molto spesso lo
scontro della Inferiore non ha le stesse conseguenze sul
risultato. A volte lo scontrista si piega in modo diverso, o va
a sbattere in un altro, cosa questa che nella Superiore è assai
meno probabile. E se lo scontrista Inferiore abbatte un altro
concorrente, il suo collega della Superiore, responsabile
della direzione scelta, è automaticamente squalificato.
— Interessante — disse Gillian.
— Sì. E ci sono scommettitori di due generi, sapete?
Quelli che puntano nella Superiore preferiscono giocare i
loro soldi sulle capacità tecniche di un atleta che conoscono.
Quelli dell'Inferiore li rischiano sugli imprevisti di un'azione
senza controllo, sul caso, sulla fortuna. Sono due tipi diversi
di personalità.
Buff scrollò le spalle. — Certo, Faquod, questo è
affascinante. Ma noi siamo qui per le armi, e qualche volta
non è igienico stare a lungo in uno stesso posto. — Gli
indicò con un breve cenno i due uomini rimasti sulla rampa,
visibili anche da lì. Fingevano di seguire il gioco, ma
gettavano furtive occhiate verso il palco di Faquod. — C'è
chi ci fa la corte, ma non perché siamo belli.
— Sai chi sono? — domandò Faquod, con un tono da cui
si intuiva che lui lo sapeva.
Buff scosse il capo.
— Giornalisti di un'emittente libera, la FL-Sedici — la
informò il ricettatore. — Sono qui ogni giorno, per lavoro.
Devono avervi riconosciuti.
Buff si accigliò. — Non vedo come possano averci
riconosciuti così facilmente. Abbiamo fatto entrambi delle
alterazioni facciali, la settimana scorsa...
— Io ti ho riconosciuta. Comunque c'è in giro una
descrizione di voi due che risale a ieri. Impleton ha già
venduto alla stampa un resoconto di te e dell'uomo con la
falce Cohe. Le emittenti pagano bene. Impleton ha incassato
una discreta cifra.
«E ora che la stampa ha questo materiale, lo avranno
anche la E-Tech e la polizia locale. Può darsi che le autorità
siano già state informate della vostra presenza qui, nel mio
umile palco. Inoltre voi due avete proclamato a destra e a
manca che volevate contattare me. Perfino un prete della CF
è venuto a casa mia, questa mattina, per chiedermi se avevo
modo di farlo incontrare con l'uomo della falce Cohe.
— Un prete? — Gillian gli indicò il terzo uomo, ancora
fermo alla base della rampa. — È quello laggiù, per caso?
Faquod si girò a guardare. — Sì, è proprio lui. È chiaro
che quel rompiscatole stava facendo la posta a me perché
vuole voi. Tu lo conosci?
Gillian non rispose. Un prete della Chiesa della Fede. E
sta cercando me. Perché?
Buff si schiarì la voce. — Bene. Questo significa che sarà
meglio fare subito l'affare e poi levare il disturbo. Giusto,
Faquod?
Il ricettatore si limitò a guardarla pensosamente.
— Quello che ci serve è una pistola con proiettili al salene,
come l'ultima che mi hai venduto. E un paio di lanciaraggi a
tre canne. Se hai anche qualcos'altro del genere, mi
interessa...
Faquod alzò una mano. — Sì, certo. Bei giocattoli, tutti
illegali. Roba difficile da trovare, e anche...
— Molto costosa — concluse Buff. — Risparmiaci il
solito discorso, Faquod. Lo so anch'io che gli affari sono
pericolosi, e che tu non guadagni un byte quando vendi agli
amici. I poliziotti sono avidi di bustarelle, e le puttane ti
succhiano il sangue. — Sospirò. — Perciò quanto vuoi per
due lanciaraggi trinati e una pistola al salene?
— Più denaro di quanto ne avete voi, sfortunatamente.
— Allora costano maledettamente cari — sogghignò lei.
— Che ne dici di quindicimila per...
Faquod alzò ancora la mano, come per supplicarla di
tacere.
— Buff, non posso fare affari con te. Sul serio. Mi
dispiace. Tu e l'uomo della falce Cohe siete, per il
momento... come posso dire... un rischio schifoso? C'è
troppa gente che vi cerca, e per me sarebbe pericoloso anche
vendervi una caramella di menta. Scottate al punto che mi
state bruciando il pavimento, qui dentro.
— Sciocchezze! — esclamò Buff. — Chiunque può
vedere che siamo qui a mani vuote. Tu puoi fare in modo
d'incontrarci più tardi e...
— Buff, su questo palco potrebbero esser puntati dieci
microfoni direzionali e altrettante microcamere targate E-
Tech, polizia, stampa, e Dio sa cos'altro. C'è perfino la
possibilità che qualcuno stia già arrivando qui per arrestarvi.
— Nessuno ci arresterà, stai tranquillo — disse Gillian.
Faquod sogghignò. — Sì, uomo della falce Cohe, credo
anch'io che avrebbero qualche difficoltà con te. Ma resta il
fatto che dovete tenermi fuori dai vostri affari, almeno per
ora. Forse fra qualche settimana. Quando le acque si saranno
calmate.
— Il ricettatore fece una pausa. — Naturalmente posso
sempre organizzarvi un incontro con un mio collega. Non
sono l'unico che tratta tecnologia illegale.
Buff inarcò un sopracciglio. — Certo, Faquod. Molto
generoso. È la sera della tua buona azione decennale? O vuoi
qualcosa in cambio?
— In effetti vorrei un piccolo favore. Una cosetta da
niente.
— Stai alludendo alla mia falce Cohe — disse Gillian.
Il ricettatore sbadigliò e tornò a sedersi sul divano. Poi
annuì, stiracchiandosi come un gatto. — Non per tenerla,
ovviamente. Solo in prestito. Diciamo per una settimana.
Sono sicuro, amico, che tu puoi sopravvivere anche senza,
per sette miseri giorni. In cambio vi metto in contatto con un
fornitore onesto. Sì, vi garantisco che otterrò per voi prezzi
di favore.
— Non riusciresti mai a duplicare una falce Cohe — lo
informò Gillian. — Ci hanno già provato altri. Le batterie
speciali, la fisica del proiettore... è una tecnologia perduta da
secoli.
Lungo disteso sul divano, Faquod si accarezzò lo stomaco.
Gillian ebbe l'impressione che avrebbe cominciato a fare le
fusa.
— Mi rendo conto di queste difficoltà. Ma oggi ci sono
certe nuove tecniche. Sì. Oggi le probabilità diventano
possibilità, le teorie diventano progetti. Che ne dici della mia
proposta, uomo della falce Cohe?
— No.
Faquod scrollò le spalle, senza perdere il suo sorriso. —
Già, un guerriero non si separa mai dalla sua arma. Mi
dispiace molto.
Buff guardò freddamente il ricettatore. — Voglio sperare
che il tuo dispiacere non abbia conseguenze, Faquod.
— Io sto parlando di affari, Buff. La vendetta, se è a
questo che alludi, è per gli affronti personali. Il che mi porta
a chiederti: come va la tua ricerca degli assassini di Martha?
La ragazza si passò una mano sul cranio calvo, come se
toccare le linee ondulate rosse e blu rendesse più facile la
risposta. — Non ho molta fortuna, finora.
— Mi spiace. L'altra settimana, se ben ricordo, i killer
dell'Ordine della Sferza hanno colpito alla stazione degli
autobus di Porto Kawala, in Gran Tunisia. Sessanta morti,
no?
Buff ebbe una smorfia. — Lo troveremo. E quando
l'avremo trovato sarà la fine per quel bastardo. Martha sarà
vendicata. Puoi starne più che certo, Faquod.
II ricettatore ridacchiò. — Giusto, Buff. Sì. Ammirevole.
Ma noto che tu dici quel bastardo, non quei bastardi,
riferendoti a lui al singolare. Significa che credi anche tu alle
emittenti libere? Pensi anche tu che quelli dell'Ordine della
Sferza siano in realtà un solo killer, un Paratwa?
— Non scommettere sul contrario.
— Come fai a esserne così sicura?
Buff esitò e guardò Gillian. Lui scrollò le spalle. Non c'era
motivo di non rivelare al ricettatore ciò che sapevano.
— È un killer a tre corpi, composto da tre gemellari —
disse Gillian. E in poche parole gli illustrò come lo aveva
dedotto. Faquod ne sembrò genuinamente compiaciuto.
— E tu, uomo della falce Cohe... anche tu un tempo avevi
uno spirito binario. Sì. Tu sei quello di cinquantasei anni fa.
Quello che diede il fatto suo a Reemul, il Jeek.
Gillian inarcò un sopracciglio.
— Ho qualche contatto alla E-Tech — spiegò Faquod. —
Giusto stamane mi hanno detto che non trovano più la
capsula di stasi in cui tu e il tuo amico eravate stati messi a
dormire. Secondo loro siete di nuovo svegli. E senza il
guinzaglio della E-Tech. Sono piuttosto preoccupati.
Gillian sbuffò. — Quando Meridian e gli altri Paratwa
arriveranno qui, io sarò l'ultima delle loro preoccupazioni.
Faquod rise, annuendo.
Buff lo scrutò, perplessa. — Non sembri molto spaventato
da quelle astronavi.
— Perché dovrei essere spaventato? Gli affari hanno
sempre i loro alti e bassi. Un giorno vai in rovina, un giorno
riesci a saltare su un'occasione d'oro. Giusto? Il ritorno dei
Paratwa presenta sia degli inconvenienti che delle
opportunità.
— Inconvenienti? — borbottò Buff. — Io credo che avrai
una brutta sorpresa, se ti aspetti solo degli «inconvenienti».
—E così — annuì Gillian. — Non sottovalutare la gravità
dei cambiamenti. Quelli che verrebbero al comando sono
degli Ash Ock, Faquod. Non sarebbe semplicemente una
mano diversa in cui mettere le bustarelle.
Le due rosse pseudo-siamesi risero divertite, alzandosi in
piedi. Con cauti movimenti si girarono verso il loro padrone.
— Este, abbiamo battuto il vecchio record! — esclamò
quella di destra.
L'altra ebbe un'espressione di timidezza sbarazzina. —
Non credi che meritiamo un premio? — E gli lanciò un
bacio.
— Sì, sarete premiate. — Il ricettatore si tirò su dal divano
e guardò i due ospiti. — Bene. Mi piacerebbe discutere a
lungo dei cambiamenti politici che ci saranno, ma temo che
altri miei doveri abbiano la precedenza. È il momento di
salutarci. Stammi bene, Buff... possa la tua vendetta essere
sanguinosa. — E a Gillian: — Lieto di averti conosciuto,
uomo della falce Cohe. Un giorno o l'altro mi piacerebbe
vederti in azione, sul campo. Sono certo che saresti uno
scontrista formidabile, qui sulla Superiore. Ma forse un
gioco non avrebbe molta attrattiva per uno abituato a battersi
sul serio, eh?
Faquod li accompagnò alla porta. Gillian e Buff lo
salutarono con un cenno e uscirono dal palco.
— Be' — grugnì la ragazza mentre scendevano fra le
gradinate, — e adesso cosa accidenti facciamo?
Lui le indicò i due giornalisti, che stavano ancora cercando
di fingersi interessati al gioco. — Ora daremo una piccola
lezione a quei due rompitasche.
— Molto spiritoso.
— Chi dice che sto scherzando?
Buff lo prese saldamente sottobraccio. — Io ho un'idea
migliore. Cerchiamoci una camera e facciamo un paio d'ore
di sesso come si deve.
— In questo momento è un altro lo sfogo che mi serve.
Buff sospirò. — Già. Dopo dieci minuti con Faquod
anch'io ho sempre una gran voglia di prendere a calci
qualcuno.
Una dozzina di gradini più in basso dei giornalisti, il
misterioso prete li aveva visti uscire. Sorrise cordialmente e
agitò una mano verso di loro.
— Ti va di sentire cosa diavolo vuole? — chiese Buff.
— Perché no?
Mentre oltrepassavano i giornalisti Gillian osservò che
entrambi portavano calzini arlecchinati sotto stivaletti
plastici trasparenti come il vetro, una delle mode di
quell'anno. Notò anche che stavano molto vicini, al punto
che la suola sinistra di uno sfiorava quella destra dell'altro.
Questo gli diede un'idea maliziosa.
Piegò il polso, facendosi balzare in mano la falce Cohe.
Una lieve pressione sull'ovoide... un rapido movimento del
braccio...
Il raggio nero lampeggiò un breve istante fra le gambe dei
giornalisti, fondendo la morbida plastica degli stivali nel
punto in cui si toccavano e unendo le suole in una massa
unica. Il materiale mandò uno sfrigolio. Si levò un filo di
fumo.
— Ehi! — gridò uno dei due, abbassando lo sguardo. I
suoi occhi si sbarrarono per lo stupore, mentre Gillian si
piegava verso di lui per mormorargli all'orecchio:
— Non seguiteci più. Capito?
Il secondo giornalista, che in quel momento stava
guardando il campo, sussultò nel sentire l'improvviso calore
al piede; si girò di scatto e cercò di spostarsi. Ma il suo
stivaletto era già saldamente fuso con quello del collega, che
fu costretto a fare un saltello laterale. I due uomini persero
l'equilibrio e caddero, rotolando per una decina di scalini. Gli
spettatori più vicini, pur senza capire cos'era successo, risero
e schiamazzarono. I due giornalisti, seduti scompostamente,
cominciarono a strattonarsi i piedi a vicenda per staccare le
loro calzature.
— Molto astuto — mugolò Buff, dopo che li ebbe
scavalcati. — Una falce Cohe davanti a cinquemila
spettatori.
— Nessuno si è accorto di niente.
— Già. Andiamocene di qui maledettamente subito,
d'accordo?
— Fra un minuto.
Il prete che li aspettava alla base della rampa era un uomo
snello, sui quarantacinque anni, con lunghi capelli neri striati
di grigio e una barba ben curata. Teneva sottobraccio una
piccola valigetta portadocumenti, e il suo sorriso si allargò
quando li vide fermarsi davanti a lui.
— Mi sembra di capire che lei sta cercando noi — disse
Gillian.
— È così. Ma ora che vi ho trovato devo ammettere che
sono meno tranquillo... le mie scarpe sono di vera pelle, fatte
a mano. Spero che lei non sprechi per me l'energia la sua
falce.
Gillian si accigliò. — Che cosa vuole?
— Il mio nome è Lester Mon Dama, e sono stato
incaricato di cercarla per consegnarle un messaggio. — Fece
un sospiro.
— È quasi un mese che sto cercando di rintracciarla. Da
quando il mio padrone ha saputo che lei e lo Zar eravate
usciti dalla stasi.
— Lo Zar?
— Sì, lo Zar. Il suo compagno, Nick. Nei tempi pre-
Apocalisse, come saprà, è così che alcuni lo chiamavano.
— Non so di cosa sta parlando.
Il prete scrollò le spalle. Poi si piegò in avanti e abbassò la
voce. — Temo che lo sappia benissimo, invece. Lei è
Gillian, il gemellare superstite del Paratwa Ash Ock
Empedocle.
Lui s'irrigidì. Buff infilò una mano sotto la blusa,
preparandosi a impugnare la pistola.
— Vi prego — si affrettò a rassicurarli Lester Mon Dama.
— Non avete niente da temere da me. Io sono soltanto un
messaggero.
— Allora mi dia il suo messaggio — disse Gillian.
Il prete aprì la valigetta e tolse una sottile piastra-dati da
sotto un antico elenco telefonico, sulla cui stinta copertina
gialla si leggeva il nome BELL ATLANTIC.
— Ho sempre avuto un debole per il materiale telefonico
del ventesimo secolo, sapete — spiegò, con un sorrisetto
melenso.
— Faccio collezione di queste cose fin da da bambino.
— Non si scusi. Conosco gente che ha vizi ancora
peggiori di questo — borbottò Buff.
Il prete la guardò. — È comprensibile, signora, che lei non
abbia mai sentito parlare dello Zar. Quel nome era noto a
pochi, fra cui gli Ash Ock: Saffo, Theophrastus, Aristotele,
Codrus, e i loro più stretti collaboratori. — Si volse a Gillian.
— Ma ce n'è un altro che potrebbe interessarle. — Fece una
pausa. — Il nome Jalka non le ricorda niente?
Gillian restò a bocca aperta. Dentro di lui, Empedocle
ruggì in silenzio; i pensieri del suo monarca gli esplosero
sopra lo strato del subconscio come fuochi d'artificio.
Jalka!
Era un nome che soltanto lui e il suo monarca potevano
conoscere. Un nome scomparso secoli addietro, nel periodo
pre-Apocalisse, prima ancora che la Terra fosse ridotta a un
cimitero avvelenato. Gillian e Catharine l'avevano udito per
la prima e ultima volta a sette anni d'età, quando si
addestravano in segreto nella base degli Ash Ock, celata
nella foresta pluviale brasiliana. Un giorno il loro mentore
Ash Ock, Aristotele — entrambe le sue persone,
interallacciate — s'era mostrato più in vena di confidenze del
solito, e in un locale appartato aveva rivelato loro il nome a
tutti sconosciuto di uno dei due gemellari: Jalka.
Aristotele aveva preteso che giurassero: la parola «Jalka»
non doveva essere mai pronunciata, né scritta, in nessun
caso, neppure per rivolgersi al gemellare con quel nome in
privato. «Jalka» era un segreto riservato unicamente ai loro
quattro gemellari, i due di Empedocle e quelli dello stesso
Aristotele.
A quel tempo, Gillian e Catharine non s'erano chiesti il
perché della cosa, ma impressionati dai modi gravi del loro
mentore avevano giurato docilmente. E né Gillian né
Catharine — né Empedocle — erano mai venuti meno alla
parola data. Qualche mese dopo, tuttavia, Catharine era
giunta a quella che sembrava l'unica spiegazione logica della
cosa.
«Jalka è la nostra parola in codice» aveva detto, fiera del
proprio intuito. «Se un giorno dovessimo contattare
segretamente Aristotele, o viceversa, allora dovremo farne
uso. Scommetto che Aristotele ha anche altre parole in
codice, per altri Paratwa.»
Gillian aveva capito, quel giorno. Ma non capiva adesso.
Jalka era stato un gemellare di Aristotele, e dunque era
morto prima dell'Apocalisse. Entrambi i gemellari erano
morti. Jalka era una parola che non esisteva più da oltre un
quarto di millennio.
Gillian sentì Empedocle ritrarsi di nuovo nel più profondo
della sua mente, allentando i legami con lui e con le
percezioni esterne fino a tornare una chiazza di pensiero
oscuro oltre il confine del subcosciente. Il monarca era stato
scosso quanto lui da quella rivelazione, e ora probabilmente
desiderava restare solo — nei limiti in cui poteva isolarsi da
Gillian — per riflettere sulle straordinarie implicazioni delle
parole del prete.
Appena Empedocle si fu ritirato, Gillian si sentì molto più
calmo e controllato. La sua muscolatura si rilassò, la sua
emotività scese sotto il punto d'ebollizione. Non poté fare a
meno di pensare a quanto sarebbe stato bello vivere sempre
così, libero dal suo monarca, per conoscere il sollievo di
quella che molti esseri umani giudicavano una maledizione.
La solitudine.
Lester Mon Dama aveva l'aria d'aspettare che lui dicesse
qualcosa. Quando vide che preferiva tacere, si affrettò —
evitando che il gesto apparisse brusco, per non allarmare
Buff — a porgere a Gillian la piastra-dati.
— Questo è da parte di Jalka, il mio padrone. Io la
condurrò da lui.
Il ruggito della folla riempì l'arena. Si volsero a guardare il
campo di gioco. Tre scontristi avevano avuto una dura
collisione; due erano rimasti sul terreno e giacevano
immobili in attesa dei soccorsi, storditi dalla violenza
dell'urto.
Il prete disse: — Ora devo andare. È ormai molto che sono
assente dalla mia parrocchia, e in questi giorni turbolenti chi
ancora si affida alla Chiesa della Fede ha bisogno di me.
Buff lo afferrò per un braccio. — I suoi parrocchiani
possono sopravvivere un altro paio d'ore senza di lei. Per
quel che ne sappiamo, potrebbe averci messo in mano una
bomba.
Il volto di Lester Mon dama fu attraversato da un sorriso
stanco. — Se il mio padrone volesse la vostra morte, sareste
già morti. — Guardò Gillian. — Lei conosce Jalka. Conosce
il suo potere.
Lui annuì lentamente. — Lascialo andare, Buff.
Accigliata, la ragazza ritrasse la mano.
— Jalka ha fretta — disse il prete. — La registrazione di
questa piastra... la prego di esaminarla al più presto. —
Volse loro le spalle, si allontanò lungo la curva dei
botteghini e scomparve fra la folla.
— Allora, chi diavolo è questo Jalka? — chiese Buff
gettando un'occhiata ai due giornalisti, che erano finalmente
riusciti a separare gli stivaletti.
— Un vecchio amico — mormorò Gillian. Uno che non
può essere vivo.
6

Corelli-Paul Ghandi si chiedeva come sarebbe morto. Se


lo chiedeva stando seduto sulla poltrona zefiro, la preferita di
Colette, nella veranda chiusa del loro chalet a due piani, da
cui si vedeva la Pista di Discesa Libera 14 della Colonia
Pocono. Il quasi invisibile flusso della zefiro, una fontana
d'aria emessa da potenti microturbine attraverso forellini del
pavimento, racchiudeva il suo corpo con la dolcezza di un
abbraccio materno, frusciando e gemendo melodiche
proteste mentre cedeva come morbida carne a ogni
cambiamento di posizione. Ma la zefiro era ancora più
avvolgente e premurosa della carne. E sollevato in un
equilibrio strutturale che ridefiniva a ogni istante l'interfaccia
fra il corpo e l'aria, Ghandi era vittima dell'illusione d'essere
seduto sul niente. Solo l'istinto continuava a dirgli che un
ostacolo era un ostacolo, e che la zefiro era concreta quanto
la grande finestra panoramica che su quel piano dello chalet
teneva dentro il caldo e fuori il freddo.
Morirò rapidamente?
La zefiro gemette quando lui fece ondeggiare le spalle.
Aghi d'aria gli massaggiarono la schiena mentre la poltrona
rispondeva alle contorsioni, senza alleviare affatto il suo
doloretto artrosico dorsale. Colette affermava che la zefiro
era il posto più salubre dove cui un essere umano avrebbe
potuto mai sedersi. E chi era lui per darle torto?
I suoi pensieri tornarono al giorno, forse cinque anni
prima, in cui Colette gli aveva chiesto di aggiornare il suo
testamento: avrebbe dovuto sostituire il nome del primo
beneficiario — Colette stessa, sua moglie da oltre vent'anni
— con quello della Compagnia CPG. Il motivo da lei
addotto era che, in caso di morte, il denaro e le proprietà di
Ghandi sarebbero passati direttamente nelle casse della
Compagnia, dove potevano essere ridistribuiti con migliore
efficacia e senza certi ostacoli dovuti al sistema di tassazione
delle Colonie. Una modifica di poco conto.
Stava pianificando la mia morte già allora? Per Colette,
gemellare di una Ash Ock, la cui vita poteva raggiungere il
mezzo millennio, cinque anni di preparativi erano accettabili.
Cinque anni non erano niente per una Paratwa della casta
dominante, i cui complessi piani per la conquista delle
Colonie Irryane risalivano a più di duecentocinquant'anni
prima. Ghandi scosse il capo e si piegò in avanti,
concedendo ai jet d'aria della zefiro di contribuire a quel
lieve sforzo muscolare. Sto diventando paranoico. Invento
altri significati per una cosa che era probabilmente soltanto
quello che è stata: una modifica di poco conto.
Del resto, anche le parole che Saffo aveva detto qualche
settimana addietro sembravano confermare la sua
irrazionalità.
«Nel caso che il nemico cominciasse a sospettare della
CPG, dovremo sviarlo fornendogli un'ombra allettante a cui
dare la caccia. Tu sarai quell'ombra, Corelli-Paul. Un capro
espiatorio per l'opinione pubblica. È su di te che ricadrà
l'onore di questo sacrificio.»
Se la storia insegnava qualcosa, i capri espiatori erano più
utili da vivi che da morti.
Toccò la sottile fascia che gli cingeva il polso sinistro e
sentì i numeri dodici-cinquanta-nove accendersi nella sua
mente quando il crono-campo instillò quel pensiero nei
circuiti neurali del cervello. Il crono-campo era un circuito
inedito, uno degli esempi della tecnologia di lusso che le
sussidiarie della CPG stavano introducendo sul mercato delle
Colonie Irryane. Al ritmo attuale delle innovazioni sarebbero
bastati pochi decenni per riportare la tecnologia a un livello
equivalente a quello degli ultimi anni del ventunesimo
secolo. Ovviamente, il controllo della E-Tech era teso a far sì
che le Colonie non procedessero seminando il disordine da
cui i loro antenati avevano raccolto gli orrori dell'Apocalisse.
Ghandi sospirò, seccato. Dodici-cinquanta-sette. Ancora
pochi minuti. Colette gli aveva chiesto d'essere lì allo chalet
alle una in punto. Per incontrare un visitatore. Per prendere
parte a un avvenimento importante.
Ha deciso di uccidermi oggi?
Sul retro del collo e fra le scapole sentì nascere il ben noto
fremito, il silenzioso stridore dei microbi... il modo in cui il
suo corpo protestava contro quella spaccatura, quel varco
che c'era in lui fra due modi di vita, fra ciò che era e ciò che
— nei sogni a occhi aperti — avrebbe voluto essere.
Io ho tradito la razza umana. Venticinque anni fa mi sono
innamorato di Colette, una gemellare di Saffo, e ho venduto
il mio futuro ai Paratwa. Da questo non si può tornare
indietro.
Sarebbe stata una morte rapida la sua, per mano di
Colette? Un coltello durante il sonno, forse. O magari
qualcosa di più sottile, come un veleno specifico per soli
uomini assorbito dalla vagina di lei durante un rapporto
sessuale, alla maniera delle Roki Katill, quella setta di cagne
pazze del ventunesimo secolo che in tutto il mondo s'erano
votate allo scopo di decimare il sesso maschile.
O forse Colette non voleva affatto la sua morte. Forse
uccidere l'uomo che, per un quarto di secolo, era stato il suo
amante e il suo compagno di lavoro sarebbe stato troppo
duro, troppo difficile per lei. Colette, dopotutto, lo amava;
ucciderlo sarebbe stato non tanto un rifiuto di quel rapporto
personale quanto, piuttosto, l'inchinarsi a una realtà
irrazionalmente truce. L'altra gemellare di Colette, l'altra
metà della Ash Ock Saffo, sarebbe presto tornata dalle stelle.
E un menage a tre fra lui ed entrambe le gemellari di una
Paratwa poteva rivelarsi poco pratico.
I microbi raggiunsero il familiare livello di agitazione, poi
si focalizzarono nell'oscura energia di un brivido che gli
ruscellò fino in fondo alla colonna vertebrale.
Forse Colette permetterà al maniaco di ammazzarmi. Il
maniaco — Calvin, l'Ash Nar, e gli altri due non meno insani
gemellari — odiava tutto ciò che era umano e normale.
Calvin avrebbe sicuramente assaporato più del consueto
massacro l'esecuzione di chiunque non fosse uno
sconosciuto. In particolare quella di Ghandi.
O forse a farlo sarebbe stato Meridian — un Jeek, e
dunque un omicida, già servo del Castello Reale — che stava
per arrivare nelle Colonie per dare al Consiglio di Irrya un
ultimatum, opportunamente rafforzato da fatti che
l'avrebbero indotto alla resa.
Non c'era via d'uscita. Non c'era più speranza.
Ghandi sospirò, accigliato, rendendosi conto che nel
torturarsi con tutte quelle diverse ipotesi sulla sua morte
stava esagerando. Anche con la conclusione ormai così
vicina, anche con le secolari manovre dei Paratwa sul punto
di riunirsi nel fatto culminante a cui tutte puntavano, un
uomo aveva bisogno di un po' di respiro.
Questi ultimi venticinque anni sono stati abbastanza
buoni, si disse. Avere per amante la splendida Colette,
possedere più denaro di quanto ne avesse mai sognato, essere
il capo della CPG — Corelli Paul Ghandi, la quinta potenza
finanziaria delle Colonie — era cosa che chiunque gli
avrebbe invidiato.
Ma si trattava di una razionalizzazione, e lui lo sapeva.
Potrei suicidarmi, e farla finita.
Trasse un altro sospiro e si alzò, avvicinandosi alla finestra
panoramica. Il nastro grigio della strada serpeggiava fra le
colline coperte di ghiaccio, terminando davanti al garage,
trenta metri più in basso dello chalet, dove tenevano alcuni
cingolati da neve. A lato della strada, sotto una pioggia di
nevischio che variava solo nell'intensità, s'era creata una
leggera depressione circolare, primo sintomo di una helix in
formazione.
Ghandi osservò con attenzione l'approfondirsi
dell'infossatura, pervaso da un senso d'aspettativa non
giustificato dalle poco spettacolari conseguenze di ciò che
accadeva, come nel tentativo di convincersi che i fenomeni
della sua vita erano nulla di fronte a quelli della natura.
Il vento aumentò, e incanalato dalla parete del garage si
spezzò in vortici. La depressione nella neve eruppe
bruscamente alla vita, e i fiocchi che stavano cadendo
cominciarono a roteare in una magica spirale alta una decina
di metri, quasi identica alla doppia elica del DNA. Per
quindici o venti secondi la helix mantenne la sua forma, poi
si disintegrò in un grazioso sbuffo di nevischio.
Ghandi si scostò dalla finestra. Le helix di Pocono erano
una stranezza locale, riservata alla Colonia degli sport
invernali. Gli studiosi affermavano che a crearle fosse una
combinazione dell'effetto Coriolis — la rotazione del
cilindro creava correnti d'aria che interagivano in modo
complesso — e della vicinanza delle piste che scendevano
dal centrocielo. Alcuni romantici preferivano credere che le
helix rappresentassero lo sforzo di un ambiente nudo e
spoglio per creare in sé una prima forma di vita.
Un altro lungo brivido salì lungo la schiena di Ghandi fino
alle scapole, un'eco della danza dei microbi nella sua pelle.
Si passò il polsino di una manica sulla fronte per tergere il
sudore di cui s'era improvvisamente imperlata. Non posso
suicidarmi. Non saprei neppure dove trovarne la forza.
E Colette lo sapeva bene. Sapeva che lui era fatto per
sopravvivere a ogni costo. L'aveva saputo fin dal primo
istante, quando Ghandi era entrato nella navetta in cui lei
aspettava come un amo dentro un'esca cromata, nella città
morta di Denver, Colorado, venticinque anni addietro.
Colette non avrebbe scelto come amante un uomo capace di
rinunciare alla vita. La gemellare di una Ash Ock non
avrebbe permesso a un umano di controllare un aspetto
importante, come quello finale, del suo destino.
Mentre lui dava le spalle alla finestra era arrivato un
veicolo. Sulla lunga scala esterna, si udì la voce di Colette;
poco dopo ci fu il rumore della porta d'ingresso che si apriva.
Ghandi attraversò la veranda e una stanza interna e guardò
giù nell'atrio, cominciando a scendere le scale. Colette
apparve per prima, gettando via la pelliccia sotto cui
indossava un aderente completo in lucida seta giallo-limone.
Nel vasto atrio pieno di piante la giovane donna si girò e un
sorriso malizioso illuminò l'ovale perfetto del suo volto,
incorniciato da riccioli d'oro tenuti a posto da un invisibile
copricapo elettrostatico. Dietro di lei, ansimando
pesantemente per la salita, fece il suo ingresso Doyle
Blumhaven. Colette si appoggiò una mano sulla vita sottile e
cominciò ad agitare ritmicamente i fianchi, come una
danzatrice Hermit fornita di un impianto limbico che
rigurgitasse le private sinfonie della sua attività sinaptica.
Blumhaven, inalando aria nel suo debole e pesante torace,
evidentemente sfinito dopo quei trenta metri di scale, si
sottomise con aria solenne all'esibizione di forma fisica che
gli veniva sbattuta in faccia.
Colette rise. — Una femmina! — esclamò, cessando di
ancheggiare. — Posso trovartene io una adatta, Doyle. Una
vera femmina delle specie Homo Sapiens. Sarebbe qualcosa
di nuovo per te. Una sfida... nuovi punti di riferimento
fisiologici. — Rise ancora. — La vita è troppo breve per
mettere un limite alle esperienze.
Accigliato, Blumhaven continuò a risucchiare aria.
— Che ne dici di una via di mezzo? — propose Colette.
— So da chi mandarti: un ermafrodita, totalmente femmina
ma con un pene erettile dal canale vaginale. Pensa che lieta
sorpresa per la tua lingua.
— Disgustoso — ansimò Blumhaven, con un lampo di
eccitazione nello sguardo.
Colette ridacchiò e si volse a guardare Ghandi. Socchiuse
le palpebre e si passò la lingua sul labbro superiore,
seducente, in vena di giocare. Lui represse l'impulso di
sollevarla fra le braccia, portarla in camera da letto senza
farle toccare terra coi piedi e lasciare che lei ricacciasse
indietro i suoi microbi, annegandoli nell'alcool inebriante
della corruzione.
La giovane donna batté le mani. — Corelli-Paul, amante
dell'amore... Doyle ci ha portato meravigliose notizie. — I
suoi occhi color acquamarina parvero danzare sul volto di
Ghandi, come quelli di un bambino che studiasse
simultaneamente tutti gli aspetti di una cosa per
comprenderne la realtà. Lui ebbe un fremito.
— Le notizie di Doyle sono così importanti che gli ho
chiesto di venire direttamente qui per decostruire le rilevanze
di persona, così noi potremo indirizzare le ramificazioni
entro un ambiente più intimo.
Ghandi non capì niente di quella terminologia, ma rimase
zitto. Di solito le telefonate in codice erano più che
sufficienti per tenere i contatti col direttore della E-Tech,
dato che la stessa politica della sua organizzazione
scoraggiava, o addirittura proibiva, a Blumhaven di
socializzare con i proprietari di aziende verso le quali la E-
Tech agiva come cane da guardia. E in quel momento così
particolare era ancor più vitale mantenere le distanze. Del
resto, Doyle Blumhaven era stato corrotto e comprato da
Colette più di vent'anni addietro.
La moglie di Ghandi intuì che era preoccupato. Il suo
sorriso sfumò in un sospiro ironico. — Doyle, credo che la
tua presenza qui abbia ravvivato le ansie del mio caro
marito.
Blumhaven annuì. — Non c'è motivo d'impensierirsi,
Corelli-Paul. Ho preso le necessarie precauzioni.
Ufficialmente sto visitando la biblioteca storica di Pocono, a
dieci chilometri da qui. Ho dato un pomeriggio di libertà alla
mia scorta, mandandola a godersi il panorama, e ho dei
testimoni che mi hanno visto entrare da solo nella biblioteca.
— Un sorrisetto gonfiò le sue già carnose guance, ancora
arrossate dal freddo. Ghandi si accorse che l'uomo aveva
messo su altro peso dal loro ultimo incontro, mesi addietro, a
una conferenza sulle restrizioni tecnologiche a Colonia
Detroit.
— Poi mi sono avvolto in un parka, col cappuccio —
continuò Blumhaven, — sono salito su una snowrover presa
in affitto senza mostrare i documenti, e l'ho lasciata a un
miglio da qui in un parcheggio affollatissimo accanto agli
elevatori della Pista 14. Nessuno mi ha visto andar via con
Colette. Avete un bel posticino, qui. Molto isolato.
— Un bel posticino —annuì Ghandi, guardando Colette
per leggere qualche risposta nella sua espressione. Perché
l'hai fatto venire qui? Perché il rischio di un incontro faccia
a faccia?
Il volto di lei non rivelò niente. — Eh, sì, Corelli-Paul,
Doyle ha notizie meravigliose. Usando le sue risorse è
riuscito a individuare il traditore negli Archivi della E-Tech,
quello che probabilmente ha avuto mano anche nel risveglio
di Gillian e dello Zar.
Ghandi allungò una mano verso il pannello dei comandi,
con l'idea di opacizzare i vetri delle finestre.
— No — disse con fermezza Colette. — Non chiudere
fuori il nostro bel panorama, Corelli-Paul. Dubito che
qualcuno possa vederci.
Ghandi scrollò le spalle. Non poteva darle torto: la nebbia
e il nevischio di Pocono, più il parco-sensori dello chalet —
una pletora di apparati anti-spionaggio — erano una buona
difesa per la loro intimità. La veranda era ben visibile dalla
pista sospesa, il cui ultimo tratto passava a poche decine di
metri di distanza, ma quel giorno la 14 era chiusa per lavori
di restauro alle strutture di sostegno. Nessun discesista
munito di jet sarebbe passato come un fulmine urlante su
quel toboga congelato.
Lei pianifica tutto, pensò Ghandi. Un altro brivido gli
scese nella schiena.
Quando salirono nella veranda, lo sguardo di Blumhaven
cercò un posto per sedersi. Ma nessuna poltrona scivolò
verso di lui, o spiraleggiò su dalla moquette verde del
pavimento. I sensori rifiutavano di riconoscere la sua
presenza.
La veranda si limitò a esibire il suo arredamento fisso,
geometrie rettangolari interrotte soltanto da due sputacchiere
d'argento del diciottesimo secolo. Erano oggetti acquistati da
Ghandi anni prima, a Colonia Bangkok, dove i razziatori
delle città morte gli facevano prezzi di favore in memoria dei
vecchi tempi.
Blumhaven sbatté le palpebre quando notò le vibrazioni
dell'aria davanti alla finestra panoramica. Perplesso, inarcò
un sopracciglio verso Colette. Ma lei sorrise appena, senza
spiegargli che quello spazio in apparenza vuoto era una
poltrona zefiro. Concludendo che non gli veniva offerto di
sedersi, il consigliere si schiarì la gola.
— Il nome del traditore è Adam Lu Sang, un giovane
programmatore con un alto livello d'accesso agli Archivi. Un
dipendente scomodo; contraddice i suoi superiori, e cose del
genere. Comunque, Adam Lu Sang è l'unico che può aver
organizzato lo spostamento della capsula di stasi che
conteneva Nick e Gillian. Lo hanno determinato i miei
uomini di fiducia, dopo aver passato al setaccio tutti i
dipendenti che hanno accesso agli Archivi.
Il sorriso di Colette restò immutato, ma d'improvviso
divenne un mero atteggiamento facciale vuoto di significato,
una forma priva di sostanza. — Ne hai le prove?
— Questo Lu Sang è troppo abile per lasciare tracce di
manomissioni nella rete dei computer. Ma non altrettanto per
quel che riguarda i suoi spostamenti fisici. Forse non si è
reso conto che la Sicurezza E-Tech opera controlli di routine
su tutti i programmatori con alto livello d'accesso ai dati. E
uno di questi controlli ha rivelato che Lu Sang, proprio nel
periodo in cui sospettiamo che la capsula sia scomparsa, ha
mutato più volte certi suoi itinerari per recarsi abbastanza
furtivamente nella zona settentrionale di Irrya.
— Il Leone degli Alexander — mormorò Ghandi.
— Proprio così — annuì Blumhaven.
Colette andò alla finestra e guardò la Pista di Discesa
Libera, il toboga congelato largo quattro metri sospeso a una
serie di cavi che sparivano nell'atmosfera nebbiosa di
Pocono. Miglia più in alto, nel centrocielo a zero G del
cilindro, i cavi erano fissati a una solida struttura assiale.
— Sta per nevicare — disse.
Blumhaven scosse il capo. — Non credo. Nel venire qui
ascoltavo una TV locale. I meteorologi non hanno
programmato nulla fino a domenica prossima...
L'uomo tacque, perché giusto in quel momento il rado
nevischio si stava trasformando in una nevicata vera e
propria. Pesanti fiocchi s'incrostarono al vetro della finestra,
offuscando il panorama.
Ghandi si girò verso Blumhaven. — Perché ci avete messo
tanto a scoprire che questo Adam Lu Sang ha fatto visita al
Leone? Mi sembra che la vostra Sicurezza avrebbe dovuto
capire che c'era qualcosa di strano, quando i controlli hanno
rivelato che un programmatore si recava in segreto da un
consigliere di Irrya.
Il direttore della E-Tech scrollò le spalle. — Un po' tutti i
dipendenti, anche i programmatori con alto livello d'accesso
ai dati, tendono a commettere atti che possono essere
considerati irrispettosi della politica aziendale. Ma solo dopo
un controllo incrociato con altri dipartimenti, confrontando i
sospetti che potevano nascere da altre circostanze, abbiamo
potuto stabilire che quelle visite alla tenuta del Leone
avevano un vero significato.
Controllo incrociato con altri dipartimenti? Vero
significato? Ghandi si accigliò, riflettendo che l'ultimo
giudizio di Colette sulla E-Tech era giustificato: anni di
«direzione Blumhaven» avevano trasformato
un'organizzazione efficiente e capace di interventi rapidi in
una burocrazia di enormi dimensioni, dove i contatti inter-
dipartimentali erano oscenamente handicappati.
Colette distolse lo sguardo dalla finestra. Nella sua voce
c'era adesso una vaga sfumatura d'ira. — E che mi dici delle
tue segrete precauzioni, Doyle? Odio tornare su questo
discorso, ma come puoi essere assolutamente certo che i tuoi
spostamenti non siano tenuti d'occhio dalla vostra Sicurezza?
— Impossibile — le garantì Blumhaven, con il tono di un
politicante rivolto al suo elettorato.
— E la commissione d'indagine di Edward Huromonus?
— Se avesse messo sotto sorveglianza anche me, lo saprei.
Colette sospirò.
— Non sono stato seguito — insisté Blumhaven. — Ne
sono certo.
Ghandi fu costretto a chiedersi di nuovo perché Colette
avesse chiesto quell'incontro faccia a faccia.
Il tono di lei si ammorbidì. — Adam Lu Sang...
probabilmente è stato uno dei primi programmatori a mettere
in dubbio la nostra storia di copertura sull'origine del
Bracconiere, il programma responsabile della decimazione
dei vostri dati.
— Sì — disse Blumhaven. — Fin dall'inizio Lu Sang ha
affermato che negli archivi c'era un programma fatto per
dare la caccia ai file. Il che ci porta a un altro argomento,
Colette. Quando intendi richiamare questo Bracconiere? Se
ricordi bene, il nostro accordo era che il Bracconiere si
sarebbe auto-rimosso dagli archivi dopo aver eliminato un
certo numero di vecchi programmi, quelli che tu dicevi
avrebbero potuto ostacolare il monopolio della CPG sui
prodotti tecnologici che...
— Un cambiamento dei piani — lo interruppe lei. Si girò
ancora verso la finestra e guardò la neve che cadeva fitta. —
Doyle, tu sapevi che la meteorologia di Pocono non è mai
stata completamente controllabile? Mantenere una
temperatura così fredda, in un ambiente di strutture a
dispersione calorifica variabile, ha spesso effetti imprevisti.
Risultato: ci sono periodi in cui il tempo è casuale. Il prezzo
che si paga nella manovra degli ambienti esotici.
Blumhaven si accigliò. — Vuoi dire che nevica
spontaneamente?
— Sì. E proprio quello che sto dicendo. Ed a lunghi
intervalli, come il sommarsi di onde di disturbo in un'onda
dove esse coincidono tutte, esplode il caos. Il sistema va
fuori controllo. E molto spesso l'unico modo di ritrovarlo sta
nell'amplificare alcune di quelle onde casuali, per alterare la
meccanica della loro somma. Talvolta è necessario
permettere che il rumore sovrasti la musica, o lasciar venire
quaranta giorni e quaranta notti di pioggia, o tirar fuori le
sbarre e consentire alla massa fissionabile di mandare il
reattore in crisi. A volte devi fare cose di questo genere per
elevare il sistema a uno standard superiore... causare una
stasi, sulla quale costruire la base per qualcosa di meglio.
Blumhaven aggrottò le sopracciglia ancor di più. — Vuoi
che Adam Lu Sang... vuoi che gli succeda qualcosa?
Colette ridacchiò. — Che delicato eufemismo, caro Doyle!
Sì, voglio che gli succeda qualcosa. In effetti, fra poco farò
in modo che il nostro giovane programmatore riceva un
messaggio scritto a mano, un abile lavoro di falsificazione
arricchito dalle impronte del DNA del Leone degli
Alexander. Adam Lu Sang riceverà da esso l'istruzione di
recarsi immediatamente alla tenuta del Leone, di persona,
senza cercare di contattarlo via computer o altri canali. Il
messaggio gli ordinerà di prendere precauzioni straordinarie
per non essere pedinato, e il suo tono suggerirà grande
urgenza, grande segretezza. — Colette fece una pausa. — Tu
hai fatto in modo di ottenere le impronte del DNA del Leone,
durante la recente visita alla sua tenuta.
Blumhaven annuì. Si tolse di tasca una piastra dati. — Qui
ci sono le impronte del Leone, più i dati che ho potuto
registrare sui loro impianti di sorveglianza prima che i
sensori mi fossero tolti.
— Eccellente — mormorò Colette, infilando la piastra-dati
in una tasca della gonna. — Ti è parso insospettito?
— Non molto. Quando gli ho messo in mano i sensori,
scusandomi per la scarica statica, ha creduto che fosse un
normale effetto delle batterie sovraccariche. Sono certo che i
suoi esperti non hanno capito che i due oggetti, in tandem,
possiedono una caratteristica in più. E quando i suoi uomini
me li hanno restituiti, li ho subito controllati come mi hai
detto tu. Non erano stati manomessi.
— E hai registrato su questa piastra i dati degli apparecchi
di sorveglianza? Li hai distrutti, poi, come ti ho chiesto di
fare?
— Sì, — Blumhaven annuì, pensosamente. — Ma mi è
rimasta una curiosità, Colette. Da chi hai avuto quei
congegni? Ho dato un'occhiata negli Archivi e ho trovato
solo qualche vago accenno a cose simili. E i prototipi sono
stati perduti secoli fa, durante l'Apocalisse.
— Li ho avuti sul mercato nero — mentì lei. — A Sirak-
Brath.
Ghandi sapeva che la tecnologia della CPG aveva
un'origine assai meno avventurosa: Theophrastus, il genio
scientifico Ash Ock. Ma la conoscenza di Blumhaven non
arrivava a tanto. Il direttore della E-Tech restava un
elemento secondario, ignorante, entro i complessi schemi
degli Ash Ock.
L'ignoranza come sistema di vita, pensò Ghandi.
Blumhaven non sapeva quanto fosse fortunato.
L'uomo s'era scurito in faccia, sentendo nominare Sirak-
Brath. — Per il futuro, Colette, posso suggerirti un'estrema
cautela quanto tratti con i contrabbandieri e i ricettatori?
Edward Huromonus ha già individuato nel mercato nero la
prima causa della corruzione che c'è fra il personale E-Tech.
— Già, — annuì Colette, con un lieve sorriso. — E
immagino che tu veda Huromonus come un avversario di
enormi dimensioni.
— Il problema, con la sua commissione d'indagine —
borbottò Blumhaven, — è che Huromonus non sa dove va
tirata la linea di confine. Ha perfino cominciato a indagare
nella mia personale situazione finanziaria.
— Che indelicatezza.
Lui scosse il capo. — Sto cominciando a pentirmi di aver
approvato la sua nomina a capo di questa operazione. Noi
vogliamo dimostrare la nostra trasparenza all'opinione
pubblica, ma quel fanatico non ha il senso delle proporzioni.
Colette rise, aspramente. — Senso delle proporzioni! I
ricchi, Doyle, i ricchi: questa parola richiama l'immagine di
una classe di persone che agiscono ai margini della legalità
per incrementare il loro potere. Io ti ho chiesto se giudicavi
Huromonus un uomo capace di mettere un limite a questo
tipo d'indagine, ricordi? Credevi davvero che non avrebbe
osato frugare anche nelle tue tasche?
— Io ho bisogno che questa commissione garantisca alla
gente che abbiamo le mani pulite — ribatté Blumhaven. —
Questo lo sai. Negli ultimi anni si è diffusa l'opinione che la
E-Tech sia corrotta da cima a fondo. E quei maledetti
giornalisti delle emittenti libere... ci crocifiggono ogni volta
che un nostro dipendente si fa comprare da qualcuno. Se non
avessi approvato la nomina di quel fanatico mi sarei tagliato
la gola con le mie mani.
Per un momento Colette tacque, guardando la faccia di
Blumhaven con la stessa gelida intensità con cui a volte
scrutava Ghandi. — Sei riuscito a progettare il raid in modo
da evitare complicazioni?
Blumhaven annuì. — Il raid avrà luogo secondo i tuoi
piani.
— E la tua Sicurezza E-Tech sa che ci sarà un incontro
con l'altra auto?
L'uomo corrugò le sopracciglia. — Sì... ma ancora non
capisco perché debba essere coinvolta anche la ICN.
— La ICN sarà là con la funzione di osservatore neutrale.
— Detto questo Colette si girò verso la porta e batté tre volte
le mani, con energia.
Con una rapidità di movimenti che lasciò Ghandi senza
fiato, due figure scivolarono nella stanza. Due maschi dai
capelli color carota, due gemelli, completamente nudi a parte
una camicetta corta come un bolero e una cintura da cui una
spilla di smeraldi, a forma di ragno, pendeva sul loro pube.
Lo sguardo di Blumhaven cadde immediatamente su ciò
che i due esibivano così sfacciatamente qualche centimetro
sotto la spilla. Il volto grassoccio del consigliere parve
contorcersi in una maschera di desiderio, un'eccitazione
priva di ritegno, un'avidità che non teneva minimamente
conto della presenza di Ghandi e di Colette.
— Tutto considerato — disse lei, — hai agito bene, Doyle.
La colonna del dare equilibra quella dell'avere. Huromonus è
stato un tuo errore, ma la scoperta di Lu Sang lo compensa.
— La sua voce si abbassò. — Prendi la ricompensa per le tue
fatiche. Saziati... finché il tuo corpo non domanderà riposo.
Ghandi ebbe uno spasmo di paura e provò il bisogno di
fare un passo indietro. Non ci riuscì. I suoi muscoli
sembravano congelati.
I due gemelli seminudi avevano nome Ky e Jy, e non si
trattava esattamente di gemelli. Erano due dei tre aspetti di
un unico Paratwa triplice del ceppo Ash Nar, Calvin, un
killer addestrato a uccidere. Il terzo, quello che Colette
chiamava semplicemente Calvin, il suo assistente, era più
alto e bruno di capelli.
Blumhaven fece un passo avanti, si lasciò cadere in
ginocchio davanti a uno di loro e avvicinò la faccia al suo
ventre, come dimentico di ogni altra cosa al mondo. Dopo
qualche momento si girò a baciare anche l'altro. Colette
sfiorò un pannello di comandi a muro, e il vetro della finestra
panoramica si opacizzò.
I due gemellari Ash Nar alzarono lentamente le braccia.
Ky aprì una mano, rivelando un piccolo cubo nero: una
confezione di tessuto molecolare auto-avvolgente. Quattro
mani, lavorando di concerto, distesero l'etereo strato
trasparente finché esso coprì come una tenda il consigliere
E-Tech.
Blumhaven era troppo preso per notare l'attività che
avveniva sopra di lui. La sua attenzione passava dal ventre di
Ky a quello di Jy, che oscenamente reagivano ai suoi baci in
modo per lui quanto mai esilarante. Gandhi deglutì saliva,
incapace di distogliere lo sguardo della nuca dell'individuo.
Fuggi, Doyle! gridò dentro di sé, ma egoisticamente,
sapendo che della vita di Blumhaven non gli importava
niente. Ciò che lo inorridiva era presenziare a un'altra
atrocità, rischiare un altro furibondo assalto dei microbi nella
sua pelle, un altro tormentoso accesso carnale e corporale
dell'ansia che gli torturava l'anima.
— Un appetito febbrile — commentò Colette.
Sulle scale ci furono passi leggeri. Dall'anticamera un
raggio di luce nera saettò attraverso la porta, fece due volte il
giro della veranda e si chiuse come un cappio intorno al
collo del consigliere E-Tech. Blumhaven sbarrò gli occhi.
Per un istante privo di tempo le sue guance grassocce
fremettero, mentre si accorgeva che qualcosa stava
accadendo, che la sua ricompensa era soltanto un inganno, e
che quel breve attimo gli veniva concesso, spietatamente,
proprio perché capisse.
Ky e Jy lasciarono il tessuto auto-avvolgente. Esso cadde
su Blumhaven nello stesso momento in cui il cappio
d'energia nera si stringeva e lo decapitava, tagliando di netto
i muscoli e la colonna cervicale. Lo strato di tessuto
molecolare si chiuse su di lui avviluppandolo fino ai piedi e
stringendosi ermeticamente, senza che una sola goccia di
sangue finisse sulla moquette. Il corpo si rovesciò di lato.
Emettendo lievi ansiti animaleschi Ky e Jy eiacularono,
spargendo liquido seminale sul macabro involucro.
Occorsero alcuni secondi prima che il sistema nervoso di
Blumhaven scivolasse nell'entropia. Le sue gambe tremarono
convulsamente alcune volte; poi il corpo rimase immobile e
il solo rumore che si levò dal tessuto trasparente fu quello
delle gocce di sperma che gli davano l'estrema unzione.
I muscoli di Ghandi si sciolsero. Fece un debole passo di
lato, in direzione del grande vetro opaco della finestra e il
getto d'aria della poltrona zefiro lo sfiorò, asciugandogli il
sudore dalla fronte.
— Ben fatto — approvò Colette.
Ghandi deglutì saliva e ritrovò anche la voce. — Perché?
Perché Blumhaven?
— Necessario — disse lei, come se una sola parola di
spiegazione fosse più che sufficiente.
Ky e Jy attesero d'essersi rilassati, quindi presero il corpo
avvolto nel tessuto sottile e lo sollevarono dal pavimento.
Calvin, il gemellare da cui prendeva nome l'intero terzetto,
entrò nella veranda a passi indifferenti. Indossava aderenti
pantaloni bianchi, alti stivaloni neri e una blusa verde
militare in stile ventesimo secolo, coperta di etichette e di
gradi. Nella mano destra stringeva un ovoide candido, una
falce Cohe, da cui l'ago del proiettore sporgeva come la
piccola antenna di una radiotrasmittente.
— Seppellitelo qui in questa Colonia — ordinò Colette. —
E col rispetto che si deve ai defunti. — Si rivolse al
gemellare più alto. — Sei sicuro che Blumhaven non sia
stato seguito?
Calvin sorrise e alzò la mano sinistra. Verdi lettere
olotroniche, brillanti come le spille di smeraldo degli altri
gemellari, si accesero nell'aria sopra le unghie delle sue dita
formando alcune parole.
IL NOSTRO EX COLLABORATORE NON È STATO
SEGUITO. HO PERLUSTRATO I DINTORNI CON
CURA. Calvin abbassò la mano e inserì la Cohe nella
fondina celata sotto la manica destra della blusa.
— Sono soddisfatta di te, Calvin. Nelle ultime settimane,
in effetti, la tua efficienza è alquanto migliorata.
Sulle guance di Calvin si disegnò un sorriso. Ky e Jy,
reggendo il loro fardello per le estremità, si misero a saltare
su e giù come se l'espressione facciale non bastasse a
esprimere il loro compiacimento. Una tavola della
pavimentazione di legno coperta dalla moquette cigolò sotto
il peso.
— Stato attuale della contaminazione dell'aero-gene? —
domandò Colette.
Calvin rialzò la mano. PRESENZA DI
CONTAMINAZIONE DA VIRUS AERO-GENE
CONFERMATA IN TUTTE LE COLONIE SALVO
DODICI. SE VUOI, PROVVEDO AGLI ULTIMI
CORRIERI CON UN'ALTRA STRAGE.
Colette annuì, pensosamente. — Suppongo che a questo
punto il metodo di eliminazione dei corrieri non abbia molta
importanza. Puoi agire a tua discrezione.
Ky e Jy cominciarono a saltellare ancor più sfrenatamente.
Guardando quelle due paia di gambe, a Ghandi tornò in
mente la scena di un vecchio film, la foga disperata di uno
stallone selvatico che cercava di fuggire da un recinto.
LUNGA VITA ALL'ORDINE DELLA SFERZA dissero
le dita di Calvin. Il suo volto era tutto un sorriso.
Colette guardò Ghandi. — Amore mio, tu mi sorprendi.
Credevo fosse ovvio che Doyle era ormai un rischio troppo
grande per noi.
— Non me n'ero reso veramente conto — si accorse di
mormorare Ghandi.
— Sì. Capisco. — Lei sorrise con calore. — Comunque,
da quanto sappiamo della politica interna della E-Tech, io
prevedo che Edward Huromonus sarà nominato direttore ad
interim. È un uomo più pratico e razionale di Doyle. Quando
Meridian presenterà l'ultimatum ai membri del Consiglio è
probabile che Huromonus incoraggi gli altri verso la
soluzione più logica. E le Colonie saranno nostre.
Uno dei gemellali di Calvin ridacchiò, mentre il terzetto
portava sulle scale il cadavere di Blumhaven. Ghandi e
Colette restarono soli nella veranda.
La giovane donna sfiorò un pulsante e fece depolarizzare
il vetro. La nevicata era finita; dal cielo fluttuava giù il solito
nevischio sparso. Lo sguardo di lei contemplò in silenzio
quel panorama privo di colori.
Scrutando il suo profilo Ghandi si chiese se non si fosse
interallacciata con la sua lontana gemellare per diventare
Saffo, la loro monarca Ash Ock. Gli occhi di Colette
avevano una luce che non sembrava il semplice riflesso di
quella esterna, e in genere erano soltanto gli occhi a rivelare
la fredda presenza aliena di Saffo.
Ma quando lei parlò, l'ipotesi di Ghandi — la sua paura —
svanì. Era ancora Colette.
— Andiamo in camera da letto, amore. Ti desidero.
— Ti desidero — le fece eco lui.
7

— Niente di nuovo su Blumhaven? — domandò Nick.


Il Leone si mise a sedere nell'esiguo spazio fra le
attrezzature elettroniche. L'ex camera da letto, al primo piano
della villa a forma di A, gli sembrava più piccola ogni volta
che doveva entrarci. Nick e Adam Lu Sang continuavano ad
acquistare nuovi sofisticati computer con la tenacia di
scoiattoli che accumulassero noci per l'inverno.
— Niente — rispose il Leone. — Ormai sono ventiquattro
ore che non dà notizia di sé, ma l'unica cosa che la E-Tech
sembra disposta ad ammettere è che la sua scorta ha avuto il
pomeriggio libero, e che l'autista l'ha lasciato davanti alla
biblioteca storica di Pocono. Quando è tornato a prelevarlo
tre ore dopo, come aveva istruzione di fare, Blumhaven non
c'era. La E-Tech sta considerando l'ipotesi di chiudere gli
accessi del cilindro e mettere l'intera Pocono sotto la legge
marziale.
— Considerando l'ipotesi? — grugnì Nick. — Scemenze.
Avrebbero dovuto isolare la Colonia nello stesso istante in
cui hanno saputo che il loro capo era scomparso.
— Sì, lo penso anch'io.
Le dita di Nick si mossero su una tastiera. Sul monitor
dell'input sfilò una lunga sequenza di caratteri alfanumerici.
Su uno schermo assai più largo, posto sopra di esso, apparve
un panorama di alture nevose sotto una pioggia di fiocchi
cotonati. Era l'emblematica immagine del San Bernardo, lo
strano programma di soccorso che continuava a vanificare i
tentativi di Nick e Adam d'aggredire in qualche modo il
Bracconiere, il distruttore di file di dati.
— Se volessi fare un paio di buone puntate — disse
l'ometto, appoggiandosi all'indietro, — scommetterei su due
cose. La prima è che Blumhaven sia già morto e sepolto da
qualche parte...
— La E-Tech ha questo sospetto, infatti.
— La seconda è che molto presto, a meno di un miracolo,
questo gran bastardo di un Bracconiere riuscirà a eliminare il
San Bernardo.
— Non c'è niente che possiate fare?
— Adam e io vediamo una sola possibilità. Presumendo di
aver ragione, e cioè che il vero bersaglio del Bracconiere sia
il San Bernardo, e che questi venti due anni di razzie negli
Archivi avessero lo scopo di farlo uscire allo scoperto, se c'è
un modo di proteggere il San Bernardo dalla distruzione sta
nell'offrire a questo programma di salvataggio un posto
sicuro, e convincerlo a rifugiarsi lì. Questo può essere
difficile, visto che Adam e io pensiamo che si tratti di un
programma pre-Apocalisse.
— Ne siete sicuri? — Abbastanza sicuri. Certi suoi aspetti
hanno il sapore dei miei tempi, come le Pop Tart appena
tolte dal cellofan.
Il Leone si trattenne dal mormorare uno stupito «Pop
Tart?» risparmiandosi così la solita risposta di Nick: «Non
importa». Da qualche tempo stava cercando di assorbire
senza commenti i continui riferimenti dell'ometto al
ventesimo e ventunesimo secolo.
— Il San Bernardo — proseguì Nick, — risale
probabilmente agli anni fra il 2090 e il 2097, quando la
maggior parte degli Archivi E-Tech fu traslocata dal pianeta
alle Colonie. E ciò significa che il suo paparino è nel mondo
dei più.
— Un giorno lei mi ha detto che gli Archivi furono
completamente detossificati prima del trasferimento in
orbita.
— Completamente per quanto ne so io. È chiaro che
questo programma è scivolato fra le maglie del setaccio.
— Cosi l'uomo che potrebbe controllarlo non esiste più
annuì il Leone. — Abbiamo a che fare con un programma
del tutto autonomo.
— Già. Questo vuoi dire che un appello puramente
emozionale sarebbe ignorato. Non possiamo dire al San
Bernardo: «Su, carino, vieni a cuccia nel mio banco-dati e ti
darò una bella ciotola di latte». Se il suo paparino fosse
ancora ancora in giro potrebbe usare un codice di questo
genere, posto che lo convincessimo a collaborare. Ma per noi
si tratta di persuadere un programma guidato da una logica
molto stretta. — Nick scrollò le spalle. — Suppongo che
potremo tentare un appello raziocinante. O questo, oppure
fargli un'offerta che non può rifiutare.
— Un'offerta che non può rifiutare?
— Non importa.
Il Leone sospirò e si alzò in piedi. — Che mi dice del suo
programma FBI 1991? L'altro giorno Adam ha detto che
forse avete una nuova teoria sul perché il San Bernardo si è
fatto vedere, per la prima volta, solo mentre FBI 1991
scendeva in campo contro il Bracconiere.
Negli occhi di Nick ci fu una luce d'eccitazione. — Sì. E
se abbiamo visto giusto il San Bernardo potrebbe essere più
importante per noi di quanto avevamo immaginato. Adam e
io pensiamo che il Bracconiere, trovandosi di fronte a due
programmi inaspettati (il San Bernardo e FBI 1991) sia corso
a casa dalla mamma per avere istruzioni d'emergenza. E io
scommetterei anche l'elastico delle mie mutande che il San
Bernardo contava esattamente su quella reazione. Quando il
Bracconiere è corso a casa per raccontare alla mamma di
aver visto due strani programmi, il San Bernardo era pronto.
Lo ha agganciato, pedinandolo poi fino al misterioso
terminale a cui il Bracconiere fa i suoi rapporti periodici.
Una strategia semplice ma brillante.
— Allora il San Bernardo sa chi sta dirigendo il
Bracconiere.
— Già. O almeno sa in quale angolo della rete va a
depositare i suoi resoconti. E poiché abbiamo già ipotizzato,
con buona certezza, che la mamma del Bracconiere è la
stessa persona, o gruppo di persone, responsabile dei
massacri dell'Ordine della Sferza ...
— Ash Ock — concluse il Leone, rendendosi conto che
questo dava una spinta in più ai loro già concreti sospetti. —
Ma se avete ragione, il San Bernardo potrebbe portarci dritti
dai Paratwa... o almeno da quello che sappiamo deve trovarsi
già nelle Colonie.
— Bingo.
— Perciò dovete trovare il modo non solo di proteggere il
San Bernardo dal Bracconiere, ma anche di scardinare le sue
difese e avere accesso ai dati che contiene.
— Proprio così. Prima dobbiamo offrirgli una bella cuccia
e persuaderlo a entrarci. Poi cercheremo di tirargli fuori
quello che sa.
— Facendogli un'offerta che non può rifiutare?
Nick sogghignò. — Sempre che funzioni.
Il Leone fece un passo verso la porta. — A proposito, ha
chiamato Inez Hernandez. È appena venuta a sapere che un
paio di giornalisti della FL-Sedici hanno visto Gillian e Buff,
ieri notte, a Sirak-Brath, in un'arena sportiva chiamata
Scontro Frontale. Si sono incontrati con un certo Erle
Faquod, noto trafficante di armi e tecnologia proibita.
— Interessante — disse Nick con aria vagamente
annoiata. Si girò verso un terminale e prese a battere sulla
tastiera.
Il Leone tacque. Da tempo, ormai, ogni volta che veniva
fatto il nome di Gillian, sentiva che una cupa malinconia
tormentava ancora Nick. Per quanto l'ometto cercasse di
negarlo, la tremenda asprezza del suo ultimo incontro con il
compagno di tante battaglie aveva lasciato in lui una ferita.
Così profonda che sembrava incapace di rimarginarsi.
Chi non va più con lo zoppo, comincia a zoppicare, pensò,
rovesciando uno dei motti di Nick. Ed era valido per
entrambi. Una volta Nick e Gillian riuscivano a camminare
dritti, ognuno trovando nell'altro un certo tipo di sostegno.
Ora, invece ...
— Inez ha scoperto qualcosa sui proprietari del Gruppo
Venus? — domandò Nick.
— Niente. La ICN è più testarda che mai.
— Peccato. Speravo che a quest'ora ...
La porta si aprì. Una guardia Costeau entrò, col fucile a
raggi in mano. — Signore, fuori c'è un po' di agitazione.
Buff Boscondo è arrivata qui. E ci sta dando dei guai. Ha
tirato fuori le armi e rifiuta di consegnarle. Vuole parlare con
lei.
I due seguirono la guardia all'ingresso principale della
villa. Sul monticello pavimentato in erba albina, sotto la
triplice luce solare di un mezzogiorno Irryano senza nuvole,
c'era Buff, seduta con negligenza sul bordo del tavolo. La
ragazza aveva un lanciaraggi in una mano e una pistola al
salene nell'altra. Le sue armi erano rivolte contro i due
Costeau che aveva di fronte, un uomo e una donna. Altre due
guardie stavano appostate dietro il monticello, alle spalle di
Buff, coi fucili a raggi puntati sulla sua nuca.
Il Leone inarcò un sopracciglio. — C'è qualche problema?
Buff appoggiò un piede su una sedia da giardino e scrollò
le spalle. — Soltanto uno stupido malinteso, voglio sperare.
Io arrivo qui per una visita amichevole, e buum ... i miei
compagni di clan — indicò le guardie intorno a lei, —
vengono a dirmi che devo lasciare le armi fuori casa.
— Nuovo regolamento — spiegò il Leone. — Le nostre
misure di sicurezza sono diventate più strette da quando sei
andata via. Anzi, avrebbero dovuto fermarti all'ingresso della
tenuta.
— Sì? Be', quando trovo di sentinella degli amici, anche se
mi fermano io mi aspetto che si fidino di me — disse,
rivolgendo una smorfia ai Costeau che aveva di fronte.
— Le intenzioni non importano — replicò il Leone. — Se
tu stai violando le norme di sicurezza ...
— Sì, lo capisco. Ma il problema è che anche le mie
precauzioni di sicurezza hanno avuto qualche cambiamento.
— La ragazza guardò duramente le guardie. — Io le mie
armi non le mollo. Se vuole, dica pure che qui contano solo
le sue regole. Ma se vogliamo parlare da pari a pari, anche le
mie devono valere qualcosa.
Oh, santo cielo, mormorò il Leone dentro di sé.
— Ehi, bellezza — sogghignò Nick, osservandola. —
Noto che hai buttato giù qualche chilo e ti sei rifatta il naso.
Ma dove hai lasciato i tuoi capelli? È la prima volta che vedo
una parrucca fatta di vernice e basta.
Buff ridacchiò e si passò il calcio della pistola al salene
sulle strisce bicolori che ornavano il suo cuoio capelluto
nero. — Molto elegante, vero?
— Buff — ordinò il Leone, — metti via le armi.
— Prima loro.
Il Leone sospirò e fece un cenno alle guardie. I Costeau
abbassarono i fucili a raggi. Buff infilò le sue due pistole
nelle fondine sotto la blusa sportiva; poi allargò le mani. —
Visto? Del tutto innocua. A tuo fratello non piacerà sapere
che mi hai puntato un'arma, Evalyn. Giusto ieri mi ha chiesto
di te, al terminal di Sirak-Brath.
— E adesso ci facciamo un picnic, eh? — disse Nick alle
guardie, sorridendo. Loro lo guardarono con aria seccata. La
Costeau di nome Evalyn fece per dire qualcosa, poi ci
rinunciò.
— Sei venuta sola? — chiese il Leone.
— Quello che vede è quello che avrà.
— E Gillian?
— Sta bene. O meglio, sta bene come quando l'avete visto
l'ultima volta, vale a dire bene un accidente. — La ragazza si
fece seria. — È stato Gillian a mandarmi qui. È successo
qualcosa di strano. Ieri siamo stati avvicinati da un uomo, un
prete della Chiesa della Fede. Lester Mon Dama, ha detto di
chiamarsi. Aveva un messaggio per Gillian, una piastra dati,
da parte di un certo Jalka.
Buff aspettò per vedere se il nome diceva loro qualcosa.
Quando vide che Nick e il Leone tacevano, continuò: —
Questo Jalka ... chiunque sia, Gillian lo conosce bene. Ha
avuto una reazione insolita.
Nick si accigliò. — Una reazione di che genere?
— Quel nome lo ha spaventato. Molto.
Jalka. Il Leone non riusciva ad accoppiarlo a nessuna
faccia. Guardò Nick. — Non mi fa suonare nessun
campanello — disse l'ometto, a Buff. — E Gillian ti ha
chiesto di venire qui?
— Uh-hu. Anche questo è abbastanza strano. Voglio dire,
Gillian non è esattamente la persona più stabile del mondo,
ma dopo aver parlato con quel prete ... be', siamo tornati in
albergo e lui è rimasto per due ore seduto a gambe incrociate
sul letto, senza muoversi, senza spiccicar parola, ignorando i
miei tentativi di far conversazione. Alla fine si è deciso ad
aprire bocca, ma solo per chiedermi di lasciarlo solo per un
po'. Ha detto che voleva leggere quella piastra-dati in
privato.
«Cosi sono uscita a fare due passi. Quando sono rientrata,
un'ora dopo, lui non c'era più. Mi aveva lasciato un biglietto.
— Buff tolse un foglio spiegazzato da una tasca della blusa e
lo diede al Leone. Lui lo lesse ad alta voce.

La pressione non cala. Quando si è più di uno e meno di


uno — nello stesso tempo — è come se lo vita fosse una
cella piena di crepe. E ogni giorno le crepe si allargano,
minacciando di mandare in pezzi la prigione della mia
esistenza. Provo il bisogno di combattere e distruggere, di
essere combattuto e di essere distrutto. Le mani del caos
vogliono il loro destino.
Me ne vado. Forse sto andando a casa, in un posto che non
conosco e in un tempo che non capisco. Solo Jalka ha le
risposte, ora.
Ci sono forti probabilità che tu non mi veda più. Dai
questo messaggio al Leone. E dì a Nick che la follia della
ragione non avrebbe dovuto essere tanto crudele da spezzare
un'amicizia.

Il Leone fece un sospiro. — È firmato «Gillian».


— Grandissimo bastardo — mormorò Nick.
Il Leone non ne era certo, ma gli parve d'aver visto una
smorfia di dolore sul volto dell'ometto. Aveva sentito, Nick,
per un momento, la reale estensione della sua perdita? Aveva
compreso che nulla poteva disintegrare del tutto i parametri
di una vera amicizia? Se Nick aveva sentito, se aveva
compreso, allora c'era una speranza che il varco spalancato
fra i due amici potesse chiudersi.
Ma solo se Gillian fosse tornato. E il messaggio lasciava
capire l'improbabilità di tale evento. Il Leone appallottolò il
foglietto e lo gettò sul tavolo, davanti a Nick.
— È un dannato addio — disse Buff.
Nick incrociò le braccia sul petto, gli occhi fissi sul pezzo
di carta. — Gillian non ha detto altro di questo Jalka? Chi è,
o dove si trova?
— Neanche una parola.
Il Leone si rivolse a una delle guardie. — Lester Mon
Dama, un prete della Chiesa della Fede. Voglio tutti i dati
disponibili, compreso il modo di rintracciarlo subito.
Interroga tutte le nostre fonti di informazioni, e dammi un
profilo completo di quest'uomo. Guarda anche cosa si può
trovare su Jalka.
La guardia, Evalyn, annui ed entrò subito in casa.
— Se qualcuno vuole giocarsi i suoi soldi — disse Buff,
scommetto mille byte che non troveremo Lester Mon Dama
né a casa sua né in nessun altro posto.
Senza poter dire il perché, il Leone sentiva che l'ipotesi di
Buff si sarebbe dimostrata giusta.

Quattro ore dopo uscirono di nuovo sul monticello


coltivato a erba albina. La luce del pomeriggio, sempre
triplicata dagli specchi ma meno intensa di prima, aveva
assunto i morbidi toni rosati della sera. All'estremità
superiore e inferiore dei tre settori solari in vetracciaio
apparvero tonalità verdi, azzurre e rosse che tendevano
sempre più al viola, dando all'atmosfera della Colonia il
vecchio sapore «umano» del tramonto. Era una forma d'arte
delicata — ed a cui non mancavano gli spettatori — che
continuava ad affascinare i virtuosi della programmazione
meteorologica.
Il Leone stava leggendo un primo resoconto della ricerca
su uno schermo portatile. Fra gli altri dati risaltava il fatto
che Lester Mon Dama non s'era presentato agli ultimi due
appuntamenti coi suoi parrocchiani. I suoi conoscenti e
vicini di casa non lo vedevano da diversi giorni.
— Peccato che nessuno di voi abbia raccolto la
scommessa — mormorò Buff. — Avrei potuto sbafarvi un
po' di denaro.
Appoggiato alla spalliera di una sedia da giardino Nick
aveva letto il rapporto da sopra una spalla del Leone. — Già,
questo è il guaio quando scommetti che due più due potrebbe
fare quattro. È difficile che qualcuno butti soldi nel piatto.
Il Leone aggrottò le sopracciglia. — Qui dice che Lester
Mon Dama ha avuto dei guai con la legge, ventiquattro anni
fa. C'è stato un incidente sospetto in cui sono morti tre
ostetrici, tutti membri della Chiesa della Fede. I tre
viaggiavano da soli sull'auto di questo prete. La Procura di
Irrya ha cercato di farlo condannare con l'imputazione di
omicidio aggravato ... — S'interruppe, vedendo tre guardie
Costeau che uscivano in fretta dal-la villa. .
— Adam Lu Sang è qui — annunciò uno di loro, un negro
alto e robusto di nome Vilakoz, che dirigeva l'apparato di
sorveglianza nelle ore diurne. — La sua auto è appena
passata dall'ingresso ovest della tenuta.
E ora cosa c'è? si domandò il Leone.
Pochi minuti dopo il giovane esperto di computer
comparve sul sentiero di pietra che serpeggiava fra i pini dal
parcheggio principale alla villa. Nel vederli sul prato agitò
una mano.
Il Leone si accigliò. — Non eravate d'accordo che per
Adam sarebbe stato meglio non venire più qui? — Infatti —
annui Nick. — Si vede che ha qualche buona notizia.
— Perché ho la sensazione che non sia così? — si chiese
Buff.
Il sentiero girava intorno al monticello erboso. Snello e
agile, il giovanotto salì verso di loro a passi rapidi. —
Eccomi qua.
— Eccoti qua — disse Nick.
— È successo qualcosa, Adam? — domandò il Leone.
Il programmatore della E-Tech assunse un'aria perplessa.
La piega epicantica si evidenziò, accentuando le sue origini
orientali. — È lei che mi ha mandato a chiamare. Ho appena
avuto il messaggio.
— Quale messaggio?
Adam gli porse una sottile piastra-dati, un chip codificato
per le comunicazioni personali. Il Leone lo consegnò a
Vilakoz, che staccò un terminale portatile dalla cintura e
infilò la piastra nello scanner.
— Ha la data di oggi — lesse il Costeau dallo schermo.
Dice: «Per Adam Lu Sang. È vitale che lei venga
immediatamente alla mia tenuta.» Queste parole sono
evidenziate in rosso. «Non si serva dei terminali o delle linee
telefoniche. Non usi canali di comunicazione di nessun
genere, compresi quelli codificati. È importantissimo che lei
segua queste istruzioni alla lettera. Prenda ogni precauzione
per accertarsi di non essere seguito. La nostra sicurezza
dipende dalle sue azioni. La aspetto al più presto».
Vilakoz esitò un momento, poi guardò il Leone. —
Signore, il messaggio è stato scritto a mano con la sua
calligrafia, e con lo stesso tipo di penna ottica con cui lei
scrive a schermo. Sembra autentico. È firmato con l'impronta
del suo DNA e il sigillo del Leone degli Alexander.
— Mi sono accertato che l'impronta fosse la sua — disse
Adam, sempre più preoccupato. Il Leone scosse il capo,
scuro in faccia. — È un falso. Non le ho mandato nessun
messaggio. — Oh, merda — mugolò Buff. — Qualcosa me
lo diceva che questo era un giorno nero per le visite.
— Non ne indovini una — fu d'accordo Nick.
La cintura di Vilakoz emise un ronzio urgente. Tutti si
girarono verso il capo della sicurezza. Lui accese il
comunicatore e alzò il volume al massimo. — Ti ascolto.
— Majis, dall'ingresso principale — rispose una voce
Costeau. — C'è qui la Sicurezza E-Tech. Tre auto piene di
agenti. Hanno mandati di tutti i generi: Perquisizione,
Sequestro Giudiziario, Arresto Non Specificato ... tutto
quanto. Dicono d'essere pronti a usare la forza, se non li
lasciamo entrare.
— Falli passare — ordinò il Leone. — Si volse a uno degli
altri. — Porta dentro Adam, Nick e Buff. Nascondili.
Adam strinse i denti. — Mi spiace ... avrei dovuto essere
più cauto e immaginare ...
— Non è colpa tua — disse Nick.
— Muovetevi! — sbottò il Leone. — Presto!
La guardia si stava voltando per ubbidire quando da sud si
avvicinò un ruggito. Nell'aria apparve un piccolo jet, a quota
così bassa da sfiorare le cime degli alberi. — Velivolo da
assalto della E-Tech! Allarme giallo! — disse Vilakoz nella
radio da polso.
Con un ululato agghiacciante il jet frenò, proprio sulla
verticale del prato. Dalla nera forma a delta, ferma appena
una trentina di metri sopra le loro teste, i getti bianchi degli
stabilizzatori d'assetto scaturirono verso il basso. Intorno ad
essi cadde una rete insonorizzante — tentacoli di materiale
fono-assorbente — che agitandosi nei vortici dei propulsori
smorzò il novanta per cento del rumore del jet.
Una voce secca, amplificata, minacciosa quanto l'urlo
delle turbine, echeggiò sulla vasta radura: — Non
muovetevi. Ognuno di voi è seguito dai nostri scanner a
ricerca automatica del bersaglio. Chi ha delle armi le
deponga al suolo e faccia tre passi indietro.
I quattro Costeau reagirono nel solo modo in cui poteva
reagire un Costeau. Alzarono i fucili a raggi e li puntarono
contro il jet.
— Non possiamo farci arrestare — borbottò Nick.
Il Leone sapeva che se avesse detto una sola parola i suoi
uomini avrebbero aperto il fuoco. Sapeva anche che sparare
contro un jet armato di laser a ricerca automatica, cosi allo
scoperto, sarebbe stato un suicidio. E cominciare una guerra
dei clan Costeau contro la E-Tech, senza capirne il motivo,
era demenza pura.
— Giù le armi — ordinò il Leone. I Costeau ubbidirono
con molta riluttanza.
Buff rivolse un sogghigno a Vilakoz. — La mia amica al
salene la tengo in tasca. Voi avete ancor più roba di me
nascosta addosso, voglio sperare, eh?
Vilakoz si volse al Leone, tenendo una mano sopra la
bocca per ostacolare gli audio scanner del jet. — Signore, i
nostri sistemi d'arma sono sul bersaglio. Possiamo abbattere
il velivolo.
Il Leone scosse il capo. — Questo è da escludere. La
strategia che adotteremo sarà morbida. Collaborazione,
Vilakoz. Mi sono spiegato chiaramente?
Vilakoz annuì. Fra i pini, sul sentiero, sopraggiunsero tre
veicoli forniti di larghi pneumatici fuoristrada che facevano
schizzare via terriccio e sassi. I primi due, dalla carrozzeria
nera e oro con lo stemma argenteo della E-Tech, frenarono
bruscamente alla base del monticello erboso. Il terzo, più
basso degli altri e ornato dal logo ombra-su-bianco della
ICN, andò a fermarsi una trentina di metri più a destra.
— Che sta facendo qui la ICN? — domandò Nick.
— Osservatori neutrali, — dedusse il Leone. — Sono qui
per testimoniare che tutte le formalità sono state rispettate, e
che la E-Tech agisce verso un consigliere di Irrya senza
infrangere nessuna legge.
Gli sportelli delle due auto nere e dorate scivolarono
indietro, e da ciascuna uscirono quattro agenti in uniforme.
Gli otto uomini si disposero subito intorno al monticello, a
coppie, con una mano sulla fondina slacciata e pronti a
estrarre l'arma. Quando ebbero preso posizione, dalla vettura
più grossa uscì un nono individuo, basso e corpulento, in
divisa verde oliva. Sul suo labbro inferiore, una fila di
puntini neri rivelava la presenza di un microimpianto a
sorgenti multiple. Il Leone notò che aveva solo quattro dita
per mano; gli mancavano i mignoli.
— Oh, merda! — mugolò Buff.
— Guarda guarda, la dottoressa Boscondo — la salutò
l'uomo, in tono gioviale. — L'esperta in necropsia al plasma
della Gloria della Ciencia, eh? Ma già, quello era soltanto un
lavoretto part-time, immagino. Oggi è di nuovo Buff
Boscondo, leale Costeau dalle strane attività. — Salendo
lungo il monticello la esaminò, sorridendo. — Interessante,
la sua nuova pettinatura. Non credo di averne mai visto una
così originale.
— Se ha un rasoio, gliene faccio una uguale in dieci
minuti.
— Un'altra volta, forse. Ora mi consenta di presentarmi ai
suoi amici, Buff. Ispettore Xornakoff. Della Sicurezza E-
Tech, se ciò non fosse ancora evidente. — Si avvicinò al
Leone e gli porse una piastra-dati. Lui la infilò nello scanner
di Vilakoz ed esaminò le numerose pagine del documento.
— Mandati del Tribunale di Irrya, signore — spiegò
Xornakoff. — I crudi dettagli dell'autorità che mi viene
concesso di esercitare, e i limiti precisi del disturbo che lei
può aspettarsi da questa poco delicata ma inevitabile
intrusione. È viva speranza della E-Tech che un sincero
sforzo di reciproca buona volontà ci conduca a una pacifica
conclusione della faccenda. L'ispettore si guardò attorno. —
So che lei ha molto personale armato sparso nei dintorni e
dentro casa. E ho la netta sensazione che anche col supporto
del jet la nostra piccola squadra potrebbe esser costretta a
togliere il disturbo. Ma mi auguro, signore, che le azioni
pericolosamente impulsive brilleranno per la loro assenza.
— Non daremo inizio a una guerra — gli assicurò il
Leone, senza distogliere gli occhi dal piccolo schermo ma
chiedendosi quante squadre la Sicurezza E-Tech aveva di
riserva. Che fuori dalla tenuta attendessero altre unità era
un'ipotesi scontata; ma Xornakoff - e chi aveva organizzato
il raid - non era, ovviamente, uno sciocco. Veniva lì con una
squadra d'intervento ridotta, e sottolineava apertamente che
lui e i suoi agenti potevano essere sopraffatti. Molta
decisione e in più un ragionamento sottile: l'azione era stata
programmata da qualcuno che conosceva bene la psicologia
Costeau.
— Noto — disse il Leone, — che questi documenti sono
controfirmati dal direttore della E-Tech. Poiché sono al
corrente che il signor Doyle Blumhaven è tutt'ora
irreperibile...
— Irreperibile da ieri — annui Xornakoff. — Signore,
comprendo bene la sua obiezione. In effetti questi documenti
sono autorizzati in absentia, cioè dal comitato che sostituisce
provvisoriamente il direttore. Tale comitato ha chiesto il
permesso d'intervento appena certe informazioni sono
pervenute nelle nostre mani.
Il Leone continuò a leggerli, cupamente conscio che il
messaggio ricevuto da Adam era stata la prima mossa di quel
raid.
Tutto programmato. Devono aver scoperto le attività di
Adam. Il nome del giovane programmatore era infatti in cima
alla lista di quelli che dovevano essere arrestati.
E sotto il suo nome ce n'erano altri tre.
Xornakoff parve intuire il corso dei suoi pensieri. —
Vediamo ... Adam Lu Sang e Buff Boscondo sono fra i
presenti. — Alzò un dito a indicarli. — E ... lei dev'essere la
persona conosciuta come Nick.
— No, però capisco cosa l'ha indotta all'equivoco — disse
l'ometto. — In realtà io sono Lawrence d'Arabia, l'insegnante
gesuita del Leone. Sono qui per dargli lezioni di catechismo.
Xornakoff sorrise. — Uno spirito salace. Si, anche ciò
corrisponde alla descrizione. Ad ogni modo, voi tre siete in
arresto. Nick scrollò le spalle. Adam Lu Sang deglutì
nervosamente. Buff guardò la squadra di agenti E-Tech. —
Ne abbiamo tre su quattro, dunque — disse Xornakoff al
Leone. — E ora, signore, se vuol essere così gentile da
consegnarci il quarto soggetto, ci saremo lasciati alle spalle
la maggior parte di queste spiacevoli necessità. Mi riferisco
all'uomo chiamato Gillian. Almeno, questo è il nome che usa
quando non si fa passare per uno specialista in tecniche
necrologiche.
— Gillian non è qui.
— Vedo. Ovviamente dovremo verificare questa
affermazione. Abbiamo il suo permesso di perlustrare la casa
e il terreno? — Avete un mandato. Il mio permesso non vi
serve. — Giusto, signore. Tuttavia la E-Tech desidera poter
concludere questa faccenda col minimo disturbo e il più in
fretta possibile. Capisco le difficoltà a cui lei si trova di
fronte, e mi creda se dico che simpatizzo con le sue
emozioni. Ma se lei volesse offrirci la collaborazione
necessaria, le garantisco che la perquisizione sarà eseguita
con tutta la delicatezza possibile. L'ispettore girò lo sguardo
sui presenti. — Le do la mia parola, su questo.
Il Leone capi che Xornakoff faceva del suo meglio per non
risultare sgradevole, e notò che i suoi Costeau cominciavano
a rilassarsi. L'uomo proiettava un'aura di sfacciata
franchezza, dietro cui s'intuiva una sorta di dura onestà che
incuteva rispetto. C'era da chiedersi come un tipo aperto
come Xornakoff fosse salito al rango di ispettore sotto
l'amministrazione Blumhaven, che privilegiava i burocrati
senz'anima.
Si rese conto di avere un atteggiamento di sfida. Gli
stereotipi restavano il peccato di entrambe le parti. I Costeau,
sia quelli inseriti nella società che gli indipendenti,
tendevano ad avere gli stessi pregiudizi di cui accusavano i
coloniali. La E-Tech non poteva essere criticata globalmente
a causa delle storture della sua direzione. .
La lingua di Xornakoff sfiorò uno dei punti neri sul suo
labbro. Subito quattro degli otto agenti si avviarono verso
l'ingresso della casa. Vilakoz mormorò qualcosa nella sua
radio da polso, forse per ricordare ai Costeau all'interno che
la visita avveniva col permesso del Leone. Non ne sembrava
molto soddisfatto.
Nick indicò l'auto della ICN che, ferma presso il margine
del prato, aveva i finestrini opacizzati. — E loro? Se sono
testimoni autorizzati, dovrebbero anche entrare in casa e
assistere alla perquisizione.
Xornakoff guardò il Leone. — Lei permette?
— Va bene.
L'ispettore alzò una mano e fece qualche gesto verso la
vettura della ICN. Trascorsero alcuni secondi ma non
accadde nulla; gli sportelli restarono chiusi. Xornakoff ripeté
i suoi gesti.
Di nuovo non ci fu risposta.
L'ispettore si accigliò. La sua lingua premette un altro
puntino nero. — Voi, nell'auto della ICN: avete seguito la
conversazione? La vostra presenza è richiesta all'interno
della casa.
La vettura bianca restò immobile dov'era; una silenziosa
presenza sulla distesa d'erba albina. Al Leone venne in mente
uno dei lenzuoli da spiaggia disponibili nella Colonia
Aegean — uno strato di materia organica, fluttuante, studiato
per proteggere i bagnanti dall'eccessiva esposizione
ultravioletti — che avevano la singolare caratteristica di
mimetizzarsi col terreno circostante.
— Quante persone ci sono in quella macchina? —
domandò Nick.
— Due — rispose l'ispettore.
Una strana espressione apparve sulla faccia dell'ometto.
Lentamente si girò verso Xornakoff, dando le spalle alla
vettura bianca. — Prima d'ora, lei non aveva mai visto quelle
due persone, è così? Le è stato detto che la ICN avrebbe
mandato un paio di testimoni, e nient'altro.
— Proprio così — annuì l'ispettore, accigliandosi. — Due
uomini. Si sono presentati a noi e ...
— Via di qui! — gridò Nick. — È un'imboscata!
Il tettuccio dell'auto della ICN schizzò via. Una strana
sfera vitrea, montata su un'asta, emerse dall'interno e nel
sollevarsi esplose in una fioritura di spine d'argento.
— Scappate! — gridò Buff. La ragazza oltrepassò il tavolo
con un salto, rovesciando al suolo il Leone, e abbracciata a
lui rotolò giù per il monticello erboso.
Il Leone vide un roteare di immagini azzurre e verdi, cielo
e alberi. E dall'auto della ICN vampe di luce argentea
scaturirono verso il velivolo da assalto della E-Tech.
Dal jet provenne uno stridore metallico. La fusoliera
cominciò ad accartocciarsi come se due invisibili masse di
roccia lo stessero stritolando. Lingue di fiamma uscirono dal
propulsore, i liquidi dei sistemi idraulici ruscellarono fuori
dagli squarci, e frammenti di vetro e plastica schizzarono
verso l'alto, allontanandosi dal terreno per cadere nel cielo,
come se ignorassero la polarità gravitazionale del cilindro.
Il Leone finì sul terreno piano dietro il monticello con un
colpo che lo lasciò senza fiato. Scosse il capo per schiarirsi i
sensi, domandandosi se doveva credere ai suoi occhi e aveva
visto davvero ciò che aveva visto.
— Venga! — gridò Buff, tirandolo in piedi di peso. I due
corsero verso la casa. Avevano fatto appena pochi passi
quando nell'aria che li avvolgeva ci fu un cambiamento,
come se una vibrazione calda e di sapore amarognolo ne
risucchiasse fuori tutta l'umidità. Il Leone si girò a guardare.
In quell'istante il monticello esplose. Nel lampo di luce
bianca che disintegrò il tavolo, figure umane si sollevarono
dal suolo come foglie al vento, scaraventate via dallo
scoppio. E il Leone, senza capire in che modo ma certo fin
nelle viscere di quell'immagine, seppe che uno dei corpi
catapultati attorno era quello di Adam Lu Sang.
Subito dopo quella percezione si accorse che lo
spostamento d'aria lo aveva gettato a terra, e che intorno a lui
c'erano i cespugli di rose azzurre. Ne sentì le spine nella
carne, stordito, mentre due mani robuste lo trascinavano alla
base del muro sul lato frontale della casa e lo aiutavano ad
alzarsi.
Buff perdeva sangue da un taglio sotto il mento, ma aveva
in pugno la sua pistola a raggi. La ragazza sparò a una
finestra chiusa e il vetro si polverizzò in una pioggia di
schegge.
— Dentro! — gridò, afferrando per un braccio il Leone.
Lo spinse nell'interno a viva forza e lo seguì, ignorando le
schegge rimaste nell'intelaiatura. Con un grugnito di dolore il
vecchio cadde oltre il davanzale, sul pavimento del
soggiorno, e la ragazza gli finì addosso.
Una guardia Costeau, col fucile imbracciato, corse dentro
dalla porta del corridoio; prese visione di Buff e del Leone,
attivò il suo scudo d'energia e corse alla finestra.
— Stai giù! — esclamarono Buff e il Leone a una sola
voce.
L'avvertimento arrivò con un secondo di ritardo.
Dall'esterno qualcosa colpì la guardia con la potenza di un
geo-cannone. Gocce di sangue schizzarono fuori dai lati
dello scudo mentre il corpo dell'uomo veniva proiettato
attraverso la stanza a velocità spaventosa, dritto contro un
quadro acrilico di Aaron, il padre adottivo del Leone. Il
dipinto e la parete dietro di esso esplosero, sfondati dalla
violenza della collisione.
— Gesù Cristo! — gemette Buff.
La guardia era scomparsa. Sul muro interno c'era uno
squarcio alto fino al soffitto e largo un paio di metri.
Nell'aria vorticava una nuvola di polvere.
Il Leone spinse avanti Buff. Camminando sulle mani e sui
ginocchi per restare sotto il livello della finestra arrancarono
come animali spaventati verso la porta del soggiorno. Altri
due Costeau, un uomo e una donna, apparvero sulla soglia,
tenendosi bassi. Vedendo arrivare il Leone e Buff si
affrettarono ad afferrarli e li tirarono di lato, nel corridoio.
Una nuova esplosione scosse la casa. Dal soffitto si staccò
una pioggia di calcinacci, e ci fu il rumore di dozzine di vetri
che andavano a pezzi.
— Dev'essere un Paratwa — ansimò Buff. — Due
gemellari, forse tre. Credo che verranno in casa. Il Leone si
raddrizzò, cercando d'ignorare il forte dolore alla schiena e ai
ginocchi. — Andiamo via di qui!
Buff esitò. — Lei porta uno scudo?
— No.
La ragazza lo strinse a sé e attivò il suo, con l'interruttore
collegato ai molari. La metà anteriore e quella posteriore si
accesero con un ronzio; nell'aria ci fu una vibrazione quando
le due mezzelune d'energia allontanarono la polvere che la
riempiva.
— Stia abbracciato a me — ordinò Buff. — Il mio scudo
ci proteggerà entrambi. Il Leone non disse nulla. Il Costeau
che avevano appena visto morire nel soggiorno indossava lo
scudo.
Sul prato davanti alla casa ci furono altri rumori e grida.
Le due guardie si girarono di scatto, alzando i fucili. Un
terzetto di figure apparve in fondo al corridoio, dalla parte
dell'atrio. Si trattava di Vilakoz, il capo della sicurezza di
giorno, e di un agente E-Tech, disarmato e ferito a una
spalla. Il terzo, che imprecando arrancava dietro di loro
come se avesse il diavolo alle calcagna, era Nick.
— Via di qui! Via! — l'incitò l'ometto. — Questo non è un
dannato picnic. Muovetevi!
All'estremità opposta del corridoio, a una dozzina di metri
da loro, una porta scivolò di lato. Quattro lanciaraggi e una
pistola al salene si girarono all'istante in quella direzione.
— Fermi! — gridò Vilakoz.
Un'altra Costeau, una ragazzina sui dieci o undici anni,
uscì a passi lenti. Non indossava lo scudo, e teneva la testa
bassa. Tutta la sua attenzione era concentrata sul display di
un rivelatore di movimenti affibbiato alla cintura.
— Da questa parte — disse con la sua voce giovane, dolce
a calma come se nulla d'insolito stesse accadendo. —
Muovetevi — ordinò Vilakoz, spostando Nick di fronte a sé
per riparargli le spalle col suo scudo.
Gli altri s'affrettarono, cosi vicini che i campi d'energia dei
loro scudi si toccavano e interagivano, mandando vampe di
scintille rosse. Seguirono la ragazzina oltre la porta e in una
camera da letto riservata agli ospiti. Sulla parete di fronte, fra
un armadio e un canterale, si apriva un'altra porta. La
ragazzina, sempre con gli occhi fissi sul detector, esitò, poi si
girò verso il muro a sinistra del secondo ingresso.
— Qualcosa sta venendo verso di noi. .. da quella parte ...
è molto veloce, organico ... sarà qui fra cinque secondi. —
State pronti — disse Vilakoz, puntando il fucile a raggi
contro la parete.
Buff e gli altri due Costeau alzarono le armi. Il Leone si
accorse di avere il cuore in gola. È da quando ero bambino
che non mi sentivo così spaventato! Da quel giorno che...
— È passato oltre — annunciò la ragazzina. Si girò dalla
parte opposta, sollevando il rivelatore davanti alla faccia. —
È alto. Forse un uomo coi jet dorsali, in volo. Non so ...
Dall'esterno, senza che si capisse esattamente da che parte,
giunse il boato di alcune esplosioni, come granate che
detonassero una dietro l'altra.
— Usciamo di là! — esclamò Vilakoz, indicando la porta.
La piccola Costeau annuì e li precedette di corsa, ma prima
di aprire si fermò e fece un balzo indietro. — Un altro
segnale ...
La porta esplose all'interno investendo la ragazzina, che
cadde contro il letto. Nella stanza fiottò una vivida luce
arancione, ardente come se si fosse spalancato lo sportello di
un altoforno. L'aria crepitò di lunghe scintille d'elettricità
statica che s'intrecciavano saettando da ogni direzione. Gli
scudi d'energia emisero volute di fumo marroncino; poi
divennero completamente visibili, come una nebbia
giallastra, una melassa che offuscava la visuale di chi era
dentro di essi.
Una figura attraversò la porta, un'ombra rapida, una
chiazza di movimenti confusi. Attraverso la nebulosità dello
scudo di Buff, il Leone poté scorgere nitidamente solo due
strisce di luce fra le mani dello sconosciuto.
Lame Flash, pensò, ricordando la descrizione delle armi
adoperate dal gemellare soprannominato Spadaccino.
Il killer balzò verso di loro. Con un lampo le sue lame-
flash raddoppiarono di lunghezza, affondarono negli scudi
dei due Costeau e li attraversarono come se il campo
d'energia fosse spento. Le guardie caddero, con il torace e
l'addome squarciati da terribili ferite da cui fiottavano fuori
sangue e brandelli di carne.
— Gli scudi non funzionano! — urlò qualcuno.
Da dietro il Leone saettarono raggi ardenti che colpirono il
killer, ma il contraccolpo sul suo scudo non ebbe altro effetto
che farlo vacillare di lato. Spadaccino sembrò giocare con
l'energia dei raggi che gli venivano sparati addosso, stando
girato per assorbirli di fronte e saltellando a destra e a
sinistra in una folle danza di movimenti frenetici.
Che velocità! pensò il Leone, mentre i suoi occhi
stentavano a registrare immagini comprensibili da inviare al
cervello.
Le lame-flash scattarono avanti. L'agente E-Tech ferito
alla spalla rantolò quando le due saette di luce gli tagliarono
le braccia. La piccola Costeau accovacciata accanto alletto
mandò un grido acuto e si gettò a corpo morto contro
l'omicida, col suo detector proteso come difesa e come arma.
— No! — ebbe appena la forza di sussurrare il Leone.
Una lama-flash si avventò obliquamente, squarciando
l'attrezzo elettronico, e continuando il suo percorso colpì la
ragazzina su un lato della fronte, sopra l'occhio sinistro. La
piccola cadde in avanti senza un grido e rotolò ai piedi
dell'armadio, in un lago di sangue.
Un rombo d'agonizzante intensità eruppe sulla destra del
Leone, avviluppandogli i sensi come se una bestia feroce
avesse ruggito nell'interno del suo cranio.
Buff aveva sparato con la pistola al salene.
Un lenzuolo di luce bianca si alzò davanti al gemellare,
avvolgendo il suo scudo, e per alcuni lunghi secondi lui ne
restò paralizzato. Energie contrapposte lottarono e
avvamparono, mentre la forza anti-coesione del salene
cercava di annichilire il campo polarizzato di Spadaccino.
— Da questa parte! — gridò Vilakoz, afferrando il Leone
per una spalla e tirandolo verso la porta del corridoio. Un
tremito gelido quanto una spruzzata di neve scosse il vecchio
mentre il suo corpo usciva attraverso la nebbia marroncina
dell'ormai inutile scudo di Buff.
Quello di Spadaccino riuscì a neutralizzare l'effetto del
salene. Il fuoco bianco si spense. II killer si mosse per
impedire al Leone di raggiungere la porta. Buff gli fu davanti
con un salto felino.
— Fatti sotto, bastardo! — urlò, spegnendo ciò che restava
del suo scudo, e cominciò a sparare con la pistola a raggi.
Accecata dalla furia colpì più volte la parte anteriore dello
scudo del killer, che fu costretto a fermarsi dalla pressione
esplosiva dell'energia. Buff scaraventò via la pistola e si
gettò su di lui a braccia spalancate, senza poter far altro che
afferrare il suo scudo in un abbraccio spasmodico, ma
bloccandolo contro il canterale.
Tanto bastò al Leone per uscire dalla porta. Si trovò in
corridoio con Vilakoz al fianco che lo trascinava avanti.
Altre esplosioni rimbombarono da qualche parte,
probabilmente all'esterno. Nel corridoio non c'era nessuno.
— Nick! Dov'è Nick?
Vilakoz scosse il capo. — Credo che sia rimasto ...
— Sono qui! — gridò l'ometto, uscendo dalla porta della
stanza da letto una decina di passi dietro di loro. Il Leone
indicò una stanza sulla sinistra, chiusa. — Di qui si va sul
retro della casa ...
Le sue parole si persero nel fracasso quando l'intera parete
destra crollò all'interno. Una travolgente massa di travi,
mattoni e mobili sfasciati occluse il corridoio, intrappolando
Nick sull'altro lato delle macerie. L'ometto mandò un grido e
scomparve sotto un turbine di polvere e di calcinacci.
Nello squarcio aperto nel muro esterno venne a fermarsi
un'auto. Era una di quelle nere e oro della E-Tech. La
portiera si spalancò. — Dentro! — ordinò la voce di un
uomo.
Il Leone guardò Vilakoz; il capo della sicurezza diurna era
già fuori e si stava infilando a testa in avanti nell'abitacolo.
Esitò, frugando con gli occhi fra i detriti in cerca di qualche
segno di Nick. Niente. Il corridoio era completamente
ostruito.
— Si muova! — gridò ancora la voce, stridula per la
tensione. Il vecchio salì sul sedile anteriore, mentre Vilakoz
si stringeva contro il conducente uomo per fargli posto.
— Tenetevi forte — disse l'uomo. Era un sergente della E-
Tech. La sua faccia appariva stravolta e irriconoscibile sotto
la maschera di sangue che gli colava da un largo taglio sulla
fronte.
Non appena i tre uomini furono ammassati nel vano
anteriore, la portiera si chiuse. Il sergente diede potenza al
motore, attraversò il corridoio devastato. L'auto entrò di
misura nel soggiorno, e passando da un altro ampio varco nel
muro esterno uscì alla luce del sole, sobbalzando sulle
macerie e abbattendo gli alti cespugli di rose.
— Qualcuno pagherà per questo — ringhiò Vilakoz.
— Potete scommetterei — disse il sergente, sterzando con
violenza sulla destra. Le ruote scaraventarono in aria zolle
d'erba albina. L'uomo schiacciò alcuni pulsanti. Getti di
fiamma azzurra - i jet ausiliari del veicolo - lingueggiarono
contro la siepe a lato del roseto, che stava già bruciando. Con
un rombo l'auto accelerò attraverso il prato, in direzione del
sentiero di pietra. Il Leone fu schiacciato contro lo schienale.
Ci fu un sibilo acuto, sopra e intorno a loro. Il Leone riuscì
a girarsi per guardare dal finestrino posteriore.
Appena più in alto delle cime degli alberi, stagliato contro
il cielo pieno di fumo, c'era un uomo in tuta da volo nera
sostenuto da grossi jet dorsali. L'uomo s'inclinava a destra e
a sinistra come uno sciatore per mantenere l'assetto, ed era
già praticamente sopra la verticale dell'auto.
Ci fu un lampo. D'istinto il Leone ingobbi la testa fra le
spalle. L'uomo volante li oltrepassò.
— Spirito di Ari! — ansimò Vilakoz, mentre i bagliori di
un laser squarciavano l'aria di fronte a loro, bruciando l'erba.
Il sergente E-Tech sterzò a destra e spense i jet. Il veicolo
superò un tratto aperto in lieve pendenza e girò sul sentiero
di pietra, mentre l'uomo volante spariva in un varco fra due
alti pini marittimi all'estremità meridionale del prato.
La villa era adesso un centinaio di metri sulla loro destra, e
da un finestrino laterale il Leone poté vedere gli effetti
devastanti dell'attacco.
Il tetto dell'edificio a forma di A era crollato in due punti,
e dappertutto si aprivano squarci larghi quanto quello da cui
erano usciti; grandi volute di fumo nero roteavano nel
chiarore del cielo pomeridiano. Tutto ha fine, pensò il Leone,
conscio della disperata tristezza che saliva dentro di lui:
un'ondata fatta di rabbia, di paura e di sofferenza, da cui si
sentiva sommerso al punto che il suo spirito già vi annegava,
miseramente sperduto.
Mai aveva provato un così luttuoso senso di perdita. Mai
era stato ferito dalla consapevolezza di una sconfitta così
dura.
E sapeva che un solo Paratwa era bastato a far questo.
Il monticello dove si trovava pochi minuti prima era
deserto: esseri umani, sedie e tavolo, tutto spazzato via. Non
restava che erba devastata e terreno sconvolto. Dietro di esso
le due vetture della E-Tech erano ridotte in rottami. Sulla
sinistra lingue di fiamma si levavano dai pini, e l'incendio
stava già dilagando verso la boscaglia, dove gli alberi fitti e
saturi di resina l'avrebbero alimentato, inquinando
l'indifferente atmosfera della Colonia.
Alcune figure si muovevano nella vasta radura, ma
apparivano curve e vacillanti, sperdute come i bambini che
l'Apocalisse della Terra aveva condannato quando solo una
parte di quella generazione aveva potuto fuggire sulle
Colonie, e che erano morti fra le radiazioni o avvelenati
dall'inquinamento delle acque e del cielo. Il Leone aveva
visto i tragici filmati di quel cataclisma, per buona parte
dovuto alla follia scatenata da creature solo in parte umane.
Un Paratwa.
Il sergente E-Tech eseguì una brusca deviazione a sinistra.
L'auto attraversò un boschetto di giovani querce e si fermò in
un folto ammasso di cespugli ai piedi di una betulla bianca.
Non sono mai stato in questa zona, pensò il Leone. E nello
stesso istante capi perché s'erano fermati.
La paura gli mozzò il fiato.
La E-Tech è venuta con due sole vetture, ed erano
entrambe sul prato, distrutte. Da dove è uscita quest'auto?
Come può essere arrivata alla villa così in fretta?
— Permettete che mi presenti — disse il sergente, con un
lampo negli occhi. Un sorriso ripugnante gli dilatò la bocca,
torcendo le sue guance incrostate di sangue. Il taglio che
aveva sulla fronte perse ogni autenticità, come il liquido con
cui s'era imbrattato la faccia. Vilakoz cercò di girare il fucile
verso di lui.
Troppo tardi.
Il pugno del sergente scattò con la rapidità di un cobra,
chiuso in un guanto potenziato che aggiunse shock
neurolettico alla violenza. Vilakoz ne fu colpito in pieno
volto, sotto il naso. La sua testa fu sbattuta all'indietro e poi
il mento gli ricadde sul petto.
La portiera si apri. Una spinta scaraventò il Leone fuori
dall'auto e lo mandò a rotolare fra l'erba umida e i cespugli.
Il vecchio annaspò un poco, dolorante, e si girò supino. Ma
non poté alzarsi: il conducente era uscito, e prima che lui
trovasse la forza di strisciare via gli appoggiò un piede sul
petto. Una mano guantata si chiuse intorno alla sua gola e
strinse. L'altra mano lo costrinse ad aprire la bocca, gli entrò
a forza fra i denti, e per un attimo il Leone temette che il
gemellare volesse ucciderlo cosi, spingendogli le dita in
gola. Represse a stento un conato di vomito.
— Jerem Marth, Leone degli Alexander, Consigliere di
Irrya — lo interpellò il killer, formulando le parole con una
strana cadenza e dando in qualche modo l'impressione che
non fosse troppo abituato a parlare. — Credo di avere la tua
attenzione, ora, s1?
Il gemellare afferrò la testa del Leone e gliela fece
muovere su e giù, per avere una risposta affermativa alla sua
domanda.
— Jerem Marth, si dice in giro che tu sia amico
dell'osceno relitto di Empedocle, quello stupido traditore che
si fa chiamare Gillian. Si dice tu una volta, lo abbia perfino
aiutato a uccidere Reemul.
Sto per morire. Col guanto potenziato del gemellare che
gli attanagliava la gola e le dita dell'altra mano ficcate in
bocca, il Leone poteva appena respirare. Pensò che non
avrebbe più visto sua moglie e i suoi figli. Si chiese dove
fosse Gillian.
— Jerem Marth... ho buone notizie. Questo è proprio il tuo
giorno fortunato, sai? Ora di te si dirà anche che sei
sopravvissuto all'attacco di un Paratwa. Eh, sì. .. — Il
gemellare sospirò. — Personalmente non mi dispiacerebbe
storpiarti un po' ma, visto che la politica è quello che è, certi
motivi suggeriscono che ti venga permesso di continuare a
consumare ossigeno.
La mano che gli stringeva il collo si scostò. Il Leone
mandò un gemito e poté gonfiare i polmoni, aspirando aria
dalle narici. In bocca aveva ancora le dita guantate del killer.
Avrebbe voluto morderle, ma la ragione gli disse che sarebbe
stato un terribile errore.
Si sentiva svuotato. Questa creatura ... ha progettato
tutto. Gli imprevisti accadevano in qualunque situazione, a
dispetto di ogni capacità previsionale, ma li nulla era stato
lasciato al caso. Il Leone sapeva che quello era un pensiero
giustificato, ma capì che al tempo stesso era una
razionalizzazione filtrata dal gelido blocco di terrore che gli
chiudeva lo stomaco. Io voglio vivere.
— Tu hai paura. Questo è bene. La paura ti aiuterà a
ricordare l'importanza di quello che sto per mostrarti.
Il gemellare alzò la mano sinistra, senza sfilarsi il guanto.
Nitide lettere verdi — una specie di proiezione olografica, si
accesero nell'aria sopra le sue dita. — Questo è un
messaggio di Saffo.
Quindici parole. Un semplice comunicato. Il vecchio lo
lesse una volta sola, e seppe che gli sarebbe rimasto
marchiato nella mente per il resto della vita.
Le lettere svanirono. Le dita dell'altra mano si ritrassero
dalla bocca del Leone. Subito dopo il gemellare si alzò in
piedi e girò intorno alla vettura.
— Stammi bene, Jerem Marth — lo salutò con un
sogghigno, prima di entrare nell'abitacolo. La portiera si
chiuse. L'auto fece marcia indietro, sterzò per evitare un
albero e ripartì nel folto del sottobosco, sfondando rami e
frasche. Il rumore si allontanò verso sud.
Per oltre dieci minuti il Leone non riuscì a muoversi.
Quando infine trovò la forza di alzarsi vacillò, così scosso
che per poco non ricadde fra i rovi.
Quali speranze abbiamo? Ripensò a una conversazione
con Nick di qualche settimana prima. Avevano parlato di ciò
che avrebbero fatto se i Paratwa si fossero impadroniti delle
Colonie. Ognuno dei due aveva dichiarato che non si sarebbe
mai arreso.
Si domandò se Nick fosse ancora vivo.
Io ho sessantotto anni, ma non voglio morire.
Quel pensiero lo riempì di vergogna.
8

Torbide chiazze bianche e grigie fuggivano via oltre i


finestrini di plancia della navetta, nascondendo la vista del
territorio. Non era soltanto normale umidità, pensò Gillian,
ma smog venefico arricchito di particelle radioattive. Le due
cose andavano insieme, il naturale sposato all'innaturale in
un connubio che perversamente si rivelava stabile da oltre
due secoli e mezzo. Questa era l'eredità lasciata dall'uomo
alla Terra: il macabro figlio della sua grande scienza
accoppiato a quella che era stata l'anima e il respiro di Gaia.
Una triste coppia, che i venti spargevano intorno al globo in
perpetua offesa alle spoglie di ciò che era già stato
avvelenato e ucciso.
Gillian s'accorse di aver stretto con forza i braccioli della
poltroncina di pilotaggio, e cercò di rilassarsi. Aveva di
fronte a sé i comandi, ma non era lui a dirigere il velivolo.
S'era limitato a infilare la piastra-dati di Jalka nel computer
di plancia e a sedersi, osservando il panorama esterno,
mentre il pilota automatico faceva decollare la navetta dallo
scalo di Sirak-Brath.
La stessa piastra gli aveva dato accesso a un sostanzioso
conto bancario, da cui aveva prelevato non solo il denaro per
l'affitto della navetta ma anche per il deposito, ridicolmente
elevato, che il contrabbandiere aveva preteso per lasciargli il
velivolo senza equipaggio. Anche così l'individuo era
rimasto insoddisfatto della cosa, e aveva espresso senza
perifrasi il timore che la navetta non gli fosse restituita. «Ha
un gran valore sentimentale, per me» aveva detto con
intensità, come se parlasse di un'amante. «Non potrei
sopportare di non rivederla più.»
Gillian gli aveva chiesto se era stato altrettanto
sentimentale con il premio dell'assicurazione e le tasse di
volo.
Quella battuta aveva rotto il ghiaccio, e il contrabbandiere
s'era rilassato. Ridacchiando gli aveva mostrato a schermo i
documenti, giurando che con la sua navetta chiunque
avrebbe potuto andare felicemente dovunque. Un passeggero
che si affidasse totalmente al pilota automatico non aveva
bisogno di nessuna licenza. L'uomo s'era dilungato a
illustrargli le attrezzature di bordo fino alla nausea, ma
Gillian non aveva fretta e s'era mostrato paziente e attento
alle raccomandazioni, per accontentarlo.
Del resto, potrei anche tornare indietro.
Ne dubitava.
All'esterno le nuvole grigiastre s'erano infittite.
Stai tranquillo e riposati, si disse. Goditi questo bel
panorama. Inutile consiglio, perché riposare o svagarsi
guardando qualche trasmissione televisiva erano cose prive
di significato per lui. Non so più come si fa a rilassarsi.
Fino a un paio d'ore prima c'era stato uno spettacolo più
gradevole fuori dai finestrini. I grandi cilindri che
fluttuavano nel vuoto, quei pochi abbastanza vicini da essere
visibili a occhio nudo, gli avevano dato l'impressione che
l'umanità fosse più vicina al cosmo, come se nella sua
disgrazia avesse fatto un passo verso l'eternità e la salvezza
ultraterrena. Poi le Colonie erano rimpicciolite, stelle fra le
stelle, allontanandosi da lui quasi a emarginarlo, a privarlo di
quell'appartenenza al cosmo.
Infine erano sparite. La navetta s'era trovata nell'abbraccio
della Terra e avvolta nel suo alito, pericoloso quanto quelli
di una madre infetta, e aveva continuato a scendere sulla
rotta segreta incisa nella piastra-dati. I pochi punti di
riferimento che lui aveva intravisto erano scomparsi nello
strato di smog che si estendeva fino a una quota molto
maggiore di quella delle nuvole.
E tuttavia, benché l'evidenza non lo lasciasse supporre, il
livello d'inquinamento atmosferico era più basso di quanto
non fosse mai stato in quei due secoli e mezzo. L'attuale
miscuglio di smog e nuvole poteva apparire drammatico, ma
le percentuali di sostanze venefiche contenute nell'aria erano
diminuite molto. Un mese e mezzo prima Nick aveva fatto
notare quel progresso a Gillian, e i dati strumentali della
navetta glielo stavano confermando.
«Il pianeta comincia a guarire» aveva esclamato una
mattina, qualche giorno dopo il loro risveglio dalla stasi.
«Era tempo. C'è un'emittente che trasmette un rapporto tutti i
giorni, ora che i miglioramenti sono avvertibili. La E-Tech si
assume tutto il merito. Dichiara che questo è dovuto soltanto
al progetto Ricostruzione Ecosferica. Ma il lavoro della E-
Tech non è condotto su scala abbastanza vasta da spiegare i
cambiamenti in corso. Secondo me sono all'opera soprattutto
processi naturali. La Terra sta tornando quella di un tempo.»
Se Gillian avesse creduto nei presagi, l'avrebbe preso per
un segno che anche le cose umane sarebbero migliorate. Ma
al momento era probabile piuttosto il contrario.
E si trovò a chiedersi — di nuovo — se Nick fosse ancora
vivo.
L'attacco alla tenuta degli Alexander era avvenuto poche
ore prima. Lui ne era stato informato da uno schermo della
navetta, mentre passava in rassegna le emittenti in cerca di
un notiziario.
«Un brutale massacro di tremende proporzioni» aveva
esclamato il conduttore della FL-Sedici, Karl Zork. «Un
maligno tentativo di colpire al cuore ogni Costeau!
Un'esibizione di ferocia disumana, compiuta a sangue freddo
da una banda di belve assetate di sangue!» La barba rossa
sagomata a zig zag del giornalista si contorceva a ogni
parola, nell'enfasi rabbiosa di quel commento.
Karl Zork era andato avanti su quel tono per cinque minuti
buoni, ma aveva fornito pochi fatti oltre a quelli già detti:
c'era stato un assalto armato, con gravi danni, ma il Leone
degli Alexander era sopravvissuto. I nomi delle vittime non
erano ancora noti.
Nick era sicuramente alla villa. E Buff, se ha portato il
mio messaggio. E magari anche Adam Lu Sang e Inez
Hernandez. Potrebbero essere tutti morti. Forse il Leone è
l'unico superstite.
Gillian non voleva saperlo.
Dopo l'edizione speciale di quel notiziario aveva spento il
televisore e disattivato i contatti radio e telefonici, compresi
quelli delle chiamate d'emergenza. Non gli sarebbero arrivate
altre notizie dai cilindri. Nonostante il disperato desiderio di
sapere se gli altri — specialmente Nick e Buff — erano vivi
o morti, quella era stata la sua decisione e l'avrebbe
mantenuta.
Soltanto Jalka importava, ora.
Fin dalla sera prima, fin da quando aveva parlato col prete,
Gillian aveva volutamente cercato di denigrare il tempo
trascorso nelle Colonie, di sminuire l'importanza delle
amicizie che s'era fatto. Un giorno, se fosse vissuto
abbastanza, avrebbe pagato il prezzo di quell'auto-
repressione, e sarebbe stato aggredito dai rimpianti e da
un'amara nostalgia. O peggio. Ma per il momento c'era
soltanto il nome pronunciato dal prete, la parola d'ordine del
suo antico maestro, e ogni altro pensiero era soverchiato dal
desiderio di ritrovarsi con un gemellare di Aristotele. Impulsi
da lungo tempo sopiti emergevano in superficie, ed erano
onde che gettavano ricordi Ash Ock sulla spiaggia della sua
coscienza, depositandovi i relitti di un passato che non
poteva più essere ignorato.
Soltanto Jalka importa, ora. Perfino Empedocle sembrava
riconoscere quella verità.
Il monarca di Gillian continuava a farsi più forte, a
spingerli avanti entrambi con inarrestabile determinazione, a
guidarli verso un destino ultimo che Gillian non poteva
accettare: l'abominio del definitivo interallacciamento:
gemellare e monarca fusi in un completo cambiamento
reciproco di personalità, le coscienze mescolate in modo
grottesco, come l'umidità delle nuvole e lo smog, il bianco e
il grigio. E tuttavia, ora che un traguardo di qualche genere
sembrava farsi più vicino, ora che lui aveva parlato col prete,
Empedocle era diventato meno intrusivo. Gillian poteva
sentire anche nel suo monarca la certezza che Jalka avrebbe
saputo aiutarli.
Jalka doveva avere le risposte.
Questo era l'unico motivo per cui s'era messo in viaggio:
la speranza che Aristotele gli insegnasse come lui ed
Empedocle avrebbero potuto vivere in pace, separati, e
metter fine alla brama del monarca per un'oscena sintesi di
personalità.
Se questo è possibile, Jalka saprà in che modo.
D'un tratto, all'esterno, l'orizzonte si dilatò. I refoli di nubi
bianche e grigie lasciarono il posto all'azzurro profondo di
un mare calmo, che si stendeva senza ostacoli in ogni
direzione.
Gillian controllò l'altimetro: millecento metri, e la quota
diminuiva rapidamente. La cintura di sicurezza premette con
forza sul suo petto. Un rapido sguardo al reticolo di rotta lo
informò che si trovava duecentoventicinque miglia ad est del
porto di Fortaleza, sulla costa del Brasile, poco sotto
l'equatore.
La navetta era adesso a seicento metri sul mare, e
continuava a scendere. Gillian chiese al pilota automatico
una carta geografica di riferimento, per vedere se ci fossero
isole nelle vicinanze.
Niente. Nessuna terra emersa. Soltanto l'oceano, e un
oceano piuttosto profondo: oltre mille metri su tutto il
fondale compreso nel reticolo di rotta.
Trecento metri dalla superficie, ora; un muro di liquido
che si sollevava verso la navetta. I suoi pensieri andarono in
stallo. Sto per schiantarmi in mare? Il messaggio di Jalka è
un elaborato tentativo di omicidio?
Duecento metri. Troppo vicino. Doveva prendere una
decisione.
Batté sulla tastiera di rotta il codice che disabilitava il
pilota automatico, per togliere il controllo al software di
Jalka.
Non ci fu alcuna reazione. L'impianto rifiutò di spegnersi.
I dati della piastra dovevano aver soverchiato i normali
codici del computer di bordo. C'erano dei sistemi
d'emergenza che consentivano di spostare tutta la
strumentazione sui comandi manuali, ma Gillian sapeva che
gli sarebbero occorsi almeno quindici secondi per terminare
l'operazione e prendere il controllo della navetta.
Non aveva tutto quel tempo. La superficie del mare
distava meno di cento metri. Da lì a quattro secondi la
navetta si sarebbe infilata fra le onde a un'angolazione di
trenta gradi.
L'impianto d'emergenza della poltroncina anti-
accelerazione era innestato. I braccioli si chiusero intorno ai
suoi polsi; le imbottiture idrauliche sul davanti della console
e quelle su cui il suo corpo appoggiava, dalla nuca alle
cosce, si gonfiarono per proteggerlo dalla violenza di quello
che sarebbe stato un impatto devastante. Lui si costrinse a
rilassarsi, conscio che avrebbe avuto migliori possibilità di
sopravvivere lasciando ai sensori del sedile il modo di
regolare tutti i suoi movimenti corporali.
D'improvviso i propulsori di prua entrarono in funzione,
molto bruscamente, riducendo la velocità a meno di
centoventi miglia all'ora in pochi istanti.
Settanta miglia all'ora. Cinquanta. Trentacinque.
Un altro scossone attraversò il corpo di Gillian quando i
jet per l'atterraggio verticale si accesero, eruttando verso il
basso potenti getti bianchi che incresparono la superficie del
mare. Fuori dai finestrini si levarono schizzi d'acqua e
nuvole di vapore.
L'altimetro indicava zero. Il velivolo aveva eseguito un
perfetto atterraggio morbido sulla superficie dell'Oceano
Atlantico. Il ruggito dei propulsori tacque. La poltroncina
stabilì che poteva rilasciare il suo corpo senza pericolo, e
Gillian si alzò e guardò fuori dal finestrino di prua. Da lì fino
all'orizzonte c'era solo una distesa d'onde.
E ora?
La navetta continuò a oscillare per qualche momento
ancora, poi i giroscopi entrarono in funzione,
controbilanciando i movimenti del liquido esterno, e lo scafo
restò immobile — almeno per quanto riguardava il senso
dell'equilibrio umano — come se fosse poggiato sul remac di
uno spazioporto. L'oceano, fuori, era appena mosso.
Gillian guardò gli scanner e il teleradar, nella speranza di
vedere un fazzoletto di terra, uno scoglio, qualcosa di troppo
piccolo per il reticolo di navigazione della navetta, ma sugli
schermi non c'era alcun segnale. Aumentò la portata al
massimo, scandagliando lo spazio aereo alla ricerca di
qualche velivolo in avvicinamento. Il cielo era vuoto.
E all'improvviso si levò la nebbia.
Il vapore, fitto e bianco, saliva dall'acqua stessa intorno
alla navetta, come se l'oceano fosse diventato una distesa di
ghiaccio secco, e roteava in turbini e folate che si
mescolavano come spettri. Mezzo minuto dopo, dai finestrini
non ci fu più niente da vedere; niente salvo un muro di
cotone grigio in ogni direzione. Gillian non era molto
informato sull'attuale funzionamento degli ecosistemi
planetari, ma sospettava che il fenomeno a cui stava
assistendo non fosse naturale.
Lo scafo s'inclinò per un momento a babordo, poi tornò in
assetto. Su un pannello un display si accese, richiamando la
sua attenzione. Gillian accese i microfoni esterni.
Quello che uscì dall'impianto era diverso da qualunque
altro rumore avesse mai udito.
Una ritmica danza di liquido in movimento, acqua che
sciabordava e schizzava e sgocciolava come se lo scafo fosse
in mezzo a dozzine di cascate. Gli scanner fornivano dati
impossibili. Se non erano andati fuori uso, allora una massa
solida si stava sollevando dal mare tutto intorno alla navetta:
qualcosa di grosso, dai bordi dentellati come i merli di una
fortezza, ma immensamente più lunghi, monoliti alti già una
trentina di metri e che continuavano ad alzarsi, così massicci
che grandi quantità d'acqua ruscellavano giù dai loro lati. Sul
teleradar apparivano simili a gigantesche sbarre, piatte alla
sommità.
Come una chiostra di denti. Come la bocca spalancata di
un mostruoso leviatano salito dal fondo del mare.
Ma gli strumenti non indicavano nessuna presenza
organica. E la sola ipotesi che Gillian poté fare fu che si
trattasse della parte superiore di una struttura meccanica
incredibilmente grossa.
I denti incombevano sopra di lui, alti molte decine di metri
sulla superficie dell'oceano. Poi cominciarono a piegarsi
verso il centro, chiudendosi uno contro l'altro, come se la
navetta fosse una preda che stava per essere masticata e
inghiottita in un solo boccone. Dall'esterno giungevano
adesso rumori di diverso genere, mentre l'anello di denti si
restringeva: stridori secchi e tonfi morbidi, quasi che
l'enorme struttura meccanica avesse anche qualche orribile
aspetto organico.
D'un tratto ogni rumore tacque. All'esterno la luce era
scomparsa del tutto, e i finestrini divennero più neri che
nell'oscurità dello spazio, dove almeno i puntini delle stelle
lontane moderavano la profondità del vuoto fornendo un
rapporto fra quel che era dentro e ciò che stava fuori. Ma ora
non sembrava esserci più un «fuori». La sola luce era quella
che emanava dall'interno.
A Gillian tornò in mente una storia sentita nella sua
infanzia, forse da Aristotele, forse da uno degli scienziati che
avevano creato la casta degli Ash Ock. Riguardava un
marinaio dell'antichità che era stato inghiottito da una
balena.
Questa non è una balena, cercò di dirsi, questa è...
Gli strumenti emisero acuti suoni d'allarme e grandini di
luci, avvertendolo che la navetta stava ora scendendo sotto la
superficie, intrappolata nelle ganasce di quel mostro, di
quella cosa-leviatano che ora si abbassava di nuovo nelle
profondità da cui era emersa. E Gillian avvertì qualcosa di
alieno al limite della sua coscienza — qualcosa di vecchio,
qualcosa di nuovo — una sensazione che non aveva più
provato da quand'era un bambino, l'atavica paura della
stranezza del mondo.
Anche Empedocle la provava. Il suo monarca sembrò
esalare un sospiro di affascinato terrore, una scarica emotiva
che scivolò lungo la loro comune spina dorsale come una
cascata di sensazioni pure fatte di fuoco e di ghiaccio.
— Cosa ne pensi? — domandò, rendendosi conto solo
dopo qualche secondo di averlo chiesto a voce.
La risposta di Empedocle gli giunse come un'altra ondata
di impressioni tattili: ruscelli di fremiti sulle loro scapole e
giù lungo le loro braccia, un torrente che inzuppava la pelle e
le ossa e i muscoli rinvigorendoli come la pioggia
primaverile.
Lo scopriremo presto.
Gillian non avrebbe saputo dire se quello fosse un
pensiero suo, oppure del suo monarca.
9

Da: I Brividi, di Meridian.


Poco prima che uno dei miei gemellari partisse, fui
convocato in un locale interno della Biodissea. Negli ultimi
giorni avevo cercato di prepararmi emotivamente alla realtà
della prossima separazione; il mio livello di tensione era
salito; mi tormentavano sogni sgradevoli, fantasie su ciò che
immaginavo fosse l'esistenza per una creatura solitaria che
non può essere divisa in due entità. Sognavo gli umani.
Sognavo Gillian.
I miei gemellari non s'erano mai separati per più di pochi
giorni di seguito, ma stavolta avrebbero dovuto sopportare
parecchi mesi di solitudine fisica: uno sarebbe rimasto nella
Biodissea, l'altro ci avrebbe preceduti sulle Colonie Irryane.
Non sapevo come avrei reagito a un lungo periodo di
privazione del contatto corpo-a-corpo. In effetti ero un po'
sorpreso (e sollevato) che questo turbamento si manifestasse
solo con strani sogni. Mi sarei aspettato piuttosto degli
incubi.
Il posto in cui mi avevano convocato era stato progettato
come camera d'interfaccia standard. La parte riservata a me
era un piccolo anfiteatro in ombra. Al di là del sipario
traslucido, mobile come se fosse agitato da un'invisibile
brezza, c'era la sezione Os/Ka/Loq del locale. Benché
l'ondeggiante sipario non mi consentisse di vedere che
chiazze sfocate di colore sull'altro lato, esso lasciava
passare nitidamente rumori e voci.
Erano in sette, oltre la partizione, tutti gemellari di
Paratwa diversi, o così mi parve. Stavano gridando e
vociando in modo incomprensibile, una cacofonia di voci
che supposi fosse una delle loro normali conversazioni,
anche se non avrei potuto esserne certo. Gli Os/Ka/Loq sono
capaci di emettere un'infinita varietà di suoni, utilizzati per
un'infinita varietà di ragioni, e io non sono mai stato un
esperto nelle traduzioni tonali. Tuttavia avevo acquistato
una certa pratica nel corso degli anni, almeno bastante per
consentirmi di riconoscere il particolare schema espressivo
di parecchi individui. La chiazza all'estrema destra era
senza dubbio la gemellare di Saffo (l'altra metà di Colette).
Due di quelli a sinistra li riconobbi per la loro particolare
emanazione olfattiva, che oltrepassava l'interfaccia. I loro
nomi Os/Ka/Loq erano impronunciabili, cosicché mi riferivo
ad essi con soprannomi casuali: Thyme e Rhubarb.
Il pannello delle comunicazioni di fronte alle mie due
sedie si accese. Nell'aria su di esso presero forma le verdi
lettere di un interprete olotronico, mentre gli Os/Ka/Loq mi
introducevano nella loro conversazione. Il dibattito si rivelò
piuttosto teso.
L'argomento mi era già noto. Repressi due sbadigli,
assunsi un paio di pose che suggerivano palese interesse, e
osservai la cacofonia di suoni così come mi veniva tradotta
in neo-inglese dalla grafica olotronica.
Thyme: INDIVIDUALITA' HA PERVERTITO SAFFO.
LEI/LEI CONDUCE DUALITA' DI VITA. LEI/LEI HA
PERDUTO PROSPETTIVA.
Rhubarb: DISTRUZIONE DI COLONIE NON
DESIDERABILE ORA. DISTRUZIONE DI COLONIE
DESIDERABILE ALLORA.
Un terzo Os/Ka/Loq sulla sinistra: ALLORA NON PUÒ'
ESSERE MUTATO. SOLO ORA PUÒ' ESSERE MUTATO.
DOBBIAMO FOCALIZZARE IL PRESENTE, NON IL
PASSATO.
Come sapevo, l'interprete olotronico era in grado di
fornire solo una traduzione di segmenti basilari dei loro
complessi schemi tonali plurisignificato. I particolari sottili
ne restavano fuori, ignorati dalle limitate capacità
linguistiche della macchina, e così anche tutte le espressioni
non-verbali. Affermare che la lingua Os/Ka/Loq non è molto
ben traducibile sarebbe un eufemismo.
La gemellare di Saffo replicò a quell'attacco con molta
flemma. NECESSARIA LIMITAZIONE DI AMBIENTI
TERRESTRI. KASCHT PUZZA DI MANCANZE.
Rhubarb: FATTO CONOSCIUTO. GIUSTIFICAZIONE
INACCETTABILE.
Saffo: SPIEGAZIONE/ILLUMINAZIONE.
Rhubarb: SUCCESSO/FALLIMENTO DIPESO DA
IDENTITÀ* ASSIALE.
Questa è una frase spesso ripetuta, il cui significato
preciso resta nel vago. Per quanto ne so io, quando un
Os/Ka/Loq accusa un altro di un successo/fallimento dipeso
da identità assiale è come dire che lui/lei è un bastardo
senza cervello.
Saffo non si lasciò azzittire. INFEZIONE AERO-GENE
SERVE COME GARANZIA DELLE PREDISPOSTE
STRUTTURE DI VITTORIA.
Thyme mandò un ululato particolarmente sgradevole.
NESSUNA GARANZIA POSSIBILE.
Rhubarb: DISTRUZIONE COLONIE NON
DESIDERABILE ORA. DISTRUZIONE COLONIE
DESIDERABILE ALLORA.
Un gemellare di sinistra si mosse. Dietro il sipario ci
furono alcuni spostamenti quando questo Os/Ka/Loq fin
allora silenzioso si portò al centro delle sette figure
indistinte. Per alcuni minuti io restai seduto senza udire
alcun suono, aspettando con pazienza e cercando di
nascondere la noia.
Finalmente il gemellare al centro del gruppo parlò.
ERRORE DI GIUDIZIO È STATO CORRETTO.
TRASCORSI DUE SECOLI E MEZZO IN TEMPO
TERRESTRE. NOSTRO CUMULATIVO IMPEGNO
OS/KA/LOQ ORA TOTALE IN CIRCA TRE SECOLI E
MEZZO TEMPO TERRESTRE.
Il traduttore olotronico era parso meno in difficoltà con
queste frasi, e ne dedussi che quel gemellare aveva
deliberatamente ridotto le sue tonalità espressive a mio
beneficio. Lui/lei desiderava che io capissi bene.
INDIVIDUALITA' PUÒ' AVER GRAVEMENTE
PERVERTITO SAFFO. FORSE LEI CONDUCE DUALITA'
DI VITA. SE TALE EVENTO È OCCORSO, GLI EFFETTI
COLLATERALI POSSONO ALTERARE I RISULTATI DA
NOI DESIDERATI.
Saffo, ovviamente, non fu d'accordo. AFFERMAZIONE
SCORRETTA. INFEZIONE AERO-GENE, COMBINATA
CON RAPIDA OCCUPAZIONE SUPERFICIE
PLANETARIA, COMBINATA CON PRESSIONE
POLITICA, FACILITERÀ' LA CONQUISTA. UMANI SONO
OSTACOLATI QUANDO FRONTEGGIANO EVENTI
MOLTO COMPLESSI/ACCELERATI.
Il gemellare di centro ignorò quelle frasi. SE CI SARA'
FALLIMENTO TU SUBIRAI COMPLETA
DISCORPORAZIONE.
Ci furono alcuni secondi di pesante silenzio. Io sapevo
cos'aveva inteso il gemellare parlando di discorporazione.
Per gli Os/Ka/Loq è un destino peggiore della morte.
Saffo, infine, rispose alla minaccia, come poté.
DISCORPORAZIONE NON SARA' NECESSARIA.
L'Os/Ka/Loq di centro si mosse in avanti, accostandosi al
sipario traslucido. Dal corpo della creatura s'allungò in
fuori un tentacolo, o qualcosa di molto simile. Il tentacolo
emise uno spruzzo verso una parete, e grossi globuli di
fluido denso colarono sul pavimento. Io non compresi se
l'Os/Ka/Loq si era semplicemente soffiato il naso oppure se
quello era il suo commento all'ottimismo di Saffo.
10

Il Leone degli Alexander avrebbe voluto smettere di


pensare al suo tradimento. Era stanco di riesumare i fatti del
giorno prima sul terreno di una coscienza che non voleva
essere indulgente con se stessa.
Quel che è stato, è stato. Non devo ruminarci sopra. Devo
dimenticare.
Non ci sarebbe mai riuscito.
Nella sala poligonale a venti lati, il tempio in cui stava per
riunirsi il Consiglio di Irrya, il Leone era solo, circondato dai
simboli del potere fra cui sedeva da vent'anni. Le pareti
tappezzate in cuoio, ornate da preziosi quadri a olio pre-
Apocalisse, gli sembravano più irreali della prima volta che
le aveva viste. Privo di sostanza, ecco come percepiva tutto
ciò che aveva intorno: ologrammi proiettati su tre coordinate
spaziali deliberatamente distorte, un mondo che
assurdamente mimava le opere degli artisti 3D dei vecchi
tempi, i Transimpressionisti, nei cui assurdi colori vibravano
le passioni di un raziocinio alterato.
Scosse il capo, cercando di scacciare quella sensazione.
Sono in una stanza reale, non in un ologramma. Questo
soffitto a volta che si perde nell'ombra è solido. Il candeliere
a forma di prisma sopra di me è un oggetto vero. La luce
dorata che si riflette su questo tavolo circolare è la luce del
giorno.
Autentica come la luce emessa da un ologramma. Reale
come una vera imitazione della realtà.
Era stata la tragedia del giorno prima a creare quella
metamorfosi, quella condizione onirica che costringeva il
Leone nei panni di un osservatore esterno, un poliziotto che
pedinava l'imputato Jerem Marth per scoprire le verità su cui
testimoniare poi davanti al tribunale supremo.
Razionalmente, il motivo di ciò gli era chiaro: una palude di
vergogna aveva inondato la sua mente, sopraffacendo tutti i
parametri che aveva stabilito fra se stesso e il mondo.
La vergogna di aver voluto sopravvivere.
Avrei dovuto sputargli in faccia.
Ma il killer Paratwa l'aveva spinto sul baratro del nulla,
dove l'esistenza ha un valore surclassante per l'unico motivo
che l'altro lato è vuoto di tutto. In quei brevi terribili
momenti lui aveva desiderato soltanto che la sua fiammella
non si spegnesse. Avrebbe detto qualsiasi cosa, e fatto
qualsiasi cosa, purché l'assassino gli risparmiasse la vita.
Di nuovo pensò a quel fatidico giorno di cinquantasei anni
prima, quando lui e sua madre avevano fronteggiato una
creatura forse ancor più atroce nella sua gelida propensione a
uccidere: il giorno in cui Gillian aveva intrecciato con
Reemul, il Jeek, la danza della morte, una danza di raggi neri
che saettavano con allucinante rapidità, guerrieri Paratwa
scatenati nella selvaggia furia del duello.
Il Leone sapeva di aver sempre tratto molta forza dal
ricordo di quell'avvenimento. Il piccolo ma determinante
aiuto che aveva dato a Gillian era diventato come una riserva
d'energia, una sorgente che lui aveva in sé, ed a cui poteva
fare ricorso in caso di necessità. E col suo spregiudicato
coraggio, unito alla chiarezza di mente che sapeva mostrare
in ogni situazione, il ventenne Jerem Marth s'era fatto
rispettare dai Costeau più duri. Quella forza l'aveva spinto a
dare il meglio di sé; era diventato il Leone degli Alexander, e
poi il capo dei Clan Uniti e un Consigliere di Irrya.
E ieri ho tradito tutto questo e me stesso. Ieri sono
diventato un codardo.
La rabbia lo accecò. Alzò un pugno e lo abbatté sul tavolo.
Maledetta creatura infernale! E maledetto me per la mia
vigliaccheria!
Ma finché sentiva il morso della vergogna così intenso,
non gli restavano altro che insulsi sfoghi emotivi di quel
genere. Buttar fuori la vergogna sotto forma di rabbia.
Umiliazione rovesciata all'esterno come vomito. Solo che
non poteva vomitare ciò che aveva inchiodato all'anima; quel
sentimento represso avrebbe continuato a tarare ogni sua
reazione.
È questo che è la vita per Gillian? pensò. Anche lui si
sente bandito dalla profondità della sua coscienza? Anche lui
è stato proiettato in un mondo di emozioni non più
esprimibili, false, condannato a vivere fuori dal confine di
quelle buone e reali?
Ma paragonarsi a Gillian lo aiutò soltanto a peggiorare la
sua vergogna. Se lui ha sempre sopportato dentro di sé
questi carboni ardenti, che diritto ho io di lamentarmi?
Il suo pugno si levò in alto, animato da nuova furia. Ne ho
tutto il diritto, maledizione!
Il rumore delle complesse serrature che scattavano
risparmiò al tavolo un altro colpo. La porta massiccia si aprì.
Tre persone entrarono nella sala.
Inez Hernandez aggirò subito il tavolo verso di lui. —
Come si sente? Tutto bene?
— Sì.
La donna appariva più vecchia, più triste, anche lei
probabilmente vittima di eccessive repressioni emotive. O
forse era perché quel giorno Inez non aveva il suo make up
tonico di batteri epiteliali, quasi niente trucco, né quei buffi
orecchini fluttuanti che di solito le davano un'aria allegra. I
capelli neri tagliati alla paggio s'intonavano tuttavia assai
bene al taglio elegante e severo dell'abito scuro, a pari collo.
Pochi giorni prima, Inez aveva fatto officiare un servizio
funebre per sua nipote. Susan Quint non dava notizia di sé da
più di un mese, e tutto faceva pensare che fosse stata
assassinata dal killer Paratwa che l'aveva messa sulla sua
lista nera. Benché nessuno avesse ancora trovato il suo
corpo, anche il Leone era convinto che la ragazza fosse
ormai stata rintracciata e uccisa dall'autore del massacro al
terminal di Honshu. Lui aveva chiesto a Inez di posporre
ancora quel rito formale; c'era sempre la possibilità che
Susan si fosse semplicemente nascosta da qualche parte e
non osasse venire allo scoperto.
Inez non se l'era sentita di accettare quel suggerimento.
«Preferisco non illudermi» aveva detto. «Preferisco accettare
la realtà e guardare soltanto al futuro. In questi giorni ci sono
cose a cui ho il dovere di dedicare tutta la mia attenzione.»
Il Leone non aveva trovato nulla da replicare a quella
logica.
Inez prese posto sul suo seggio, come stavano facendo le
altre due persone al di là del tavolo.
— Sala del Consiglio di Irrya, 13 settembre 2363 — disse
Maria Losef, direttrice della Intercolonial Credit Net, nelle
sue vesti di presidente del Consiglio. — Database
confidenziale, accesso standard — continuò, a beneficio del
computer che registrava i particolari di ogni seduta.
Nell'udire quella voce fredda, bassa e inespressiva, il
Leone sentì ravvivarsi la sua rabbia. La gratificò di una
smorfia attraverso il tavolo, sperando di provocarla con lo
sguardo, ma Maria Losef ignorò la sua espressione, come
ignorava tutto ciò che poteva sembrarle troppo umano. I suoi
gelidi occhi azzurri presero nota dell'attenzione dei presenti
con il distacco di un clone a mente bidirezionale del
ventunesimo secolo. Tuttavia, sotto la frangetta dei biondi
capelli riuniti nell'arcaica foggia a «coda di cavallo», la
Losef aveva un'intelligenza molto agile e pronta. I giornalisti
commentavano che forse non si trattava di un'intelligenza
umana, ma ciò disturbava Coda di Ghiaccio ancor meno di
quando insinuavano che i suoi rapporti sessuali avvenissero
entro ologrammi raffiguranti sale di tortura medievali.
La bionda era dura come il più duro dei Costeau, e il
Leone rispettava la sua rigorosa etica professionale. Ma era
anche la mente direttiva della politica della ICN, l'insieme di
banche da cui dipendeva l'economia delle Colonie, e la ICN
aveva respinto tutte le richieste tese a scoprire chi
controllava e manovrava il consiglio d'amministrazione del
Gruppo Venus, la ditta nei cui uffici Gillian, Martha e Buff
avevano trovato con mansioni direttive uno dei gemellari del
Paratwa triplice. La Losef rifiutava, semplicemente, di dare
quell'informazione. Poco le importava che con quei dati loro
avrebbero potuto indagare sul killer che imperversava nelle
Colonie da cinque mesi. Maria Losef affermava che ciò
avrebbe violato lo statuto della ICN, e quell'insieme di regole
era in effetti la colla che impediva alle Colonie di tendere a
un'autonomia economica che avrebbe potuto diventare
politica. La razza umana doveva stare unita, e c'era poco che
potesse tenere uniti gli esseri umani, a parte il denaro. Di
conseguenza i nomi dei veri proprietari del Gruppo Venus
erano rimasti segreti.
Assurdità e follia.
La terza persona era un uomo alto e magro, dal volto
sobrio, con acuti occhi verdi e un mento a punta che
culminava in una barbetta caprina striata di fili bianchi. La
massa lucida ed esuberante dei suoi capelli neri, riuniti dietro
la nuca in un codino, contrastava in modo singolare con l'aria
asprigna della faccia, come se due nature diverse
combattessero per controllare i suoi lineamenti.
Era il nuovo direttore — ad interim — della E-Tech, e
dunque gli spettava il privilegio di sedere nel Consiglio di
Irrya. Prima di assumere la carica di Doyle Blumhaven era
stato a capo della commissione incaricata di indagare sulla
corruzione all'interno della E-Tech.
Il suo nome era Edward Huromonus. I giornalisti lo
chiamavano «Eddie il Pazzo».
L'uomo sedette dall'altra parte del tavolo, come la Losef, e
guardò il Leone. — Vorrei esprimerle le mie condoglianze.
Il Leone annuì.
— Qualche notizia di Blumhaven? — domandò Maria
Losef.
Huromonus scosse il capo. — Il signor Blumhaven è
tutt'ora non reperibile. Si sospetta un sequestro di persona.
Fornirò un rapporto più esauriente prima del termine di
questa seduta.
— Molto bene — disse la Losef. — Primo argomento
all'ordine del giorno è il dodicesimo attentato dell'Ordine
della Sferza.
— Non possiamo più fingere che queste stragi siano
collegate all'Ordine della Sferza — obiettò Inez. — La tenuta
degli Alexander è stata aggredita dai tre gemellari di un
unico killer. Ed è ormai chiaro che costui, e i suoi mandanti,
hanno rinunciato alla loro cortina fumogena. Negli ultimi
raid l'assassino non ha più gridato slogan politici per
attribuire le stragi all'Ordine della Sferza. Abbiamo a che
fare con un Paratwa, che ora agisce allo scoperto.
— Cosa sappiamo dei sopravvissuti? — domandò
Huromonus.
— Io sono un sopravvissuto — rispose il Leone, conscio
della rabbia che stagnava in lui, conscio che doveva tenersela
dentro, conscio che adesso c'era bisogno soltanto della cruda
logica. — Il mio capo della sicurezza, Vilakoz, è un altro
superstite. Era svenuto; il gemellare che ci ha ingannato col
suo travestimento lo ha scaricato dall'auto con tutta calma a
un posto di blocco E-Tech fuori dalla tenuta. — Scosse il
capo. — Ha perfino aiutato gli agenti a metterlo su una
lettiga.
— Una sfacciataggine incredibile — commentò
Huromonus. Poi abbassò lo sguardo su uno dei monitor,
sotto il bordo del tavolo, che lo tenevano in contatto con la
sede principale della E-Tech, e batté qualcosa sulla tastiera.
Anche se le sedute del Consiglio di Irrya avvenivano a porte
chiuse, ogni consigliere poteva tenere aperta una linea di
comunicazione col suo staff.
Inez stava per dire qualcosa, quando la sgraziata
apparecchiatura pentagonale al centro del tavolo prese vita.
Sui cinque schermi apparve il volto rude e attraente di Jon
Van Ostrand, Comandante Supremo dei Sorveglianti
Intercoloniali e quinto consigliere di Irrya.
— Scusate il ritardo — disse Van Ostrand. — Abbiamo
avuto un piccolo problema con una testata nucleare a bordo
di una delle nostre navi da assalto.
Inez si piegò in avanti, preoccupata. La Gloria della
Ciencia era responsabile di buona parte della tecnologia del
sistema difensivo, e in particolare di quella nucleare. — Un
altro difetto di costruzione?
— No. I problemi di quel genere sono ormai stati risolti da
mesi. Si è trattato semplicemente di un errore umano. Una
piccola crisi, ma per fortuna risolta in modo soddisfacente.
L'immagine di Van Ostrand arrivava da una distanza di
milioni di chilometri, grazie alla velocità istantanea
dell'impianto VSL, la trasmittente inventata e costruita da
Theophrastus, l'Ash Ock, trovata in una delle basi segrete di
Codrus cinquantasei anni prima. L'apparecchiatura
semiorganica si trovava molto al di sotto del livello stradale
di Irrya; lo schermo che consentiva al consigliere di
presenziare alle sedute era soltanto uno dei terminali.
Il contatto a Velocità Superiore alla Luce avveniva, in
effetti, fra le due metà di uno stesso impianto. Una coppia di
questo genere univa il satellite usato come base operativa dai
Sorveglianti alla sala del Consiglio. Ma Van Ostrand
disponeva anche della metà di un'altra coppia simile —
quella originale degli Ash Ock, usata come modello —
tutt'ora in risonanza con l'altro apparecchio. E questa metà di
quell'impianto VSL si trovava presumibilmente a bordo di
una delle astronavi Paratwa che stavano tornando.
La base di Van Ostrand, situata oltre l'orbita di Giove, era
il centro nevralgico del poderoso sistema difensivo delle
Colonie. Più di due milioni di Sorveglianti, uomini e donne,
pattugliavano le regioni esterne del sistema solare, con
sciami di astronavi fornite di armi nucleari, satelliti fortificati
e colonie di supporto, pronti a respingere l'invasione di un
nemico ormai atteso da oltre mezzo secolo.
Ma dal giorno prima il Leone aveva seri dubbi sulla loro
capacità di fermare l'attacco. In effetti, era convinto che le
Colonie di Irrya non disponessero di una tecnologia in grado
di contrastare quella dei Paratwa.
Tornano perché sono certi della vittoria. Quello era un
atteggiamento disfattista — se ne rendeva conto — ma il
pensiero restava dentro di lui, impossibile da confutarsi, reso
ancor più forte dalla consapevolezza della sua codardia.
— Jon — disse Inez, — parlavamo della strage di ieri.
Stavo giusto per chiedere al Leone se crede che il primo
bersaglio dell'attacco fosse Adam Lu Sang.
Il Leone scosse il capo. — Adam è stato uno degli
obiettivi di questo raid. Ovviamente la sua attività era stata
scoperta. — Guardò Huromonus. — Un loro agente alla E-
Tech ha stabilito che Adam Lu Sang lavorava sul
Bracconiere. Questo agente, o agenti, ha passato
l'informazione al Paratwa.
— Sì, ho letto il suo rapporto — disse Huromonus,
continuando a battere sulla tastiera. — Secondo lei ed i suoi
compagni di cospirazione, ovvero la signora Hernandez,
Nick e Gillian, un capo dei Paratwa, presumibilmente la Ash
Ock di nome Saffo, si trova già nelle Colonie.
— L'evidenza suggerisce questa conclusione.
Huromonus smise di battere e guardò il Leone. — La E-
Tech non sa se onorare Adam Lu Sang come un eroe o
accusarlo di spionaggio.
— È morto — gli ricordò il Leone. — Quando la gente
saprà tutta la verità su Adam, la sua onestà e il suo coraggio
saranno giudicati eroici.
— Forse — disse Huromonus. — Tuttavia diversi punti
collegati alle attività illegali di Adam Lu Sang nei nostri
archivi vanno ancora chiariti. Il fatto che abbia violato il
giuramento di segretezza, e consegnato nostri dati a persone
estranee, avrà gravi ripercussioni. Innanzitutto, la sua
famiglia non potrà ricevere premi assicurativi, né
liquidazione o pensione, finché...
Inez sbuffò. — Qual è il punto? Io affermo, e lo affermo
con energia, che ora non è il momento di intentare un'azione
legale contro un uomo assassinato.
— L'azione legale, ovviamente, sarebbe in absentia. — la
corresse Huromonus. — Ma prendo nota della sua obiezione.
— Fece una pausa. — Voglio inoltre puntualizzare che,
secondo la costituzione irryana e il regolamento della E-
Tech, le sue attività, signora, e quelle del Leone degli
Alexander dovranno essere perseguite dagli organi della
Procura di Irrya.
Maria Losef intervenne: — Propongo che ogni azione
legale sia rimandata a più tardi. Il Consiglio deve discutere
argomenti più pressanti.
Sugli schermi VSL, Van Ostrand apparve sollevato. —
Appoggio la mozione.
— D'accordo — disse Huromonus.
Il Leone sapeva che nessuno era particolarmente ansioso
di gettarsi in una disputa che avrebbe spezzato in due il
Consiglio. Se c'era una speranza di sconfiggere i Paratwa, i
cinque membri dovevano mantenere, almeno nell'immediato
futuro, un fronte comune.
— Signora Losef, — disse Van Ostrand, — possiamo
discutere della tecnologia usata durante l'ultimo attentato?
Abbiamo avuto i rapporti, ma il mio staff è estremamente
preoccupato circa alcune delle armi utilizzate da questo killer
Paratwa. Ogni ipotesi che sia fondata potrebbe salvare delle
vite umane. — Il Comandante in Capo dei Sorveglianti non
ebbe bisogno di sottolineare che le prime vite in gioco
sarebbero state quelle dei suoi uomini.
— Non ho obiezioni — disse la Losef.
Inez si schiarì la gola e controllò il suo monitor. — La
Gloria della Ciencia sta lavorando su tutti i dati disponibili,
quelli cioè forniti dal Leone e dai due agenti E-Tech
sopravvissuti all'attacco. La relazione di uno di questi feriti,
l'ispettore Xornakoff, è stata particolarmente interessante.
«È evidente che sono state sfruttate diverse attrezzature
prodotte con una tecnologia a noi sconosciuta. Prima di tutto
c'è l'arma usata per distruggere il jet della E-Tech. «Dal falso
veicolo della ICN si è alzata un'asta, culminante in una sfera
vitrea» ha riferito l'ispettore Xornakoff. La sfera ha emanato
una luminosità argentea che, non appena toccato il velivolo
fermo a trenta metri di quota, ne ha causato l'implosione,
immediatamente seguita da un'anomalia gravitazionale: i
rottami sono precipitati verso l'alto, in senso dunque opposto
a quello del vettore generato dalla rotazione del cilindro. I
frammenti maggiori sono entrati in un'orbita irregolare nel
centrocielo di Irrya. Una navetta del controllo assiale li ha
recuperati, e ora si trovano in un laboratorio della Gloria
della Ciencia.
«L'esame del relitto ha rivelato un collasso molecolare, di
origine sconosciuta, riguardante quasi ogni tipo di plastica e
di lega metallica del velivolo. I corpi dei due membri
dell'equipaggio non hanno però rivelato alcun
deterioramento molecolare; sono morti per l'urto generato
dall'implosione. Questo suggerisce che l'arma sia efficace
contro il solo materiale nonorganico.
Van Ostrand s'era accigliato. — Non ho mai sentito
parlare di un'arma del genere. Sappiamo se ne è esistito
qualche prototipo nel periodo pre-Apocalisse?
Huromonus scosse il capo. — Un controllo preliminare
negli Archivi non ha fornito alcun riferimento. È possibile,
comunque, che tali dati non siano stati a suo tempo registrati,
o che il Bracconiere li abbia cancellati insieme ad altri.
— A proposito del Bracconiere — disse Van Ostrand, — è
possibile che il vero obiettivo di questo misterioso
programma distruttore di file fosse d'infiltrarsi nei computer
dell'apparato difensivo? E non negli Archivi E-Tech, come è
stato detto.
— Una teoria interessante — rispose il Leone, — ma
l'abbiamo già scartata insieme ad altre.
Inez annuì. — Adam Lu Sang e Nick la esaminarono
subito, ma stabilirono che si trattava di un obiettivo troppo
complesso anche per il Bracconiere. Questo programma è
capace di svuotare i dati di un file o di un altro programma, o
di duplicarlo; ma non è possibile che distrugga in modo
definitivo un file facente parte dei vostri banchi-dati. Se
questo accadesse, vi limitereste a gettare via i supporti
inquinati dal Bracconiere e rimpiazzarli coi duplicati. La
pericolosità del Bracconiere nella nostra rete è dovuta al
fatto che della maggior parte di questi file non esistono i
duplicati. Si stanno facendo, ovviamente, ma è un lavoro
enorme.
— Posto che questo sia vero — continuò Van Ostrand, —
non è possibile che il Bracconiere paralizzi i nostri sistemi
difensivi entrando in azione in un momento critico?
— Sì — ammise Inez. — Suppongo che sia possibile.
Il Leone scosse il capo. — Nick e Adam consideravano
improbabile questa tattica. Come ho puntualizzato in un mio
rapporto, il Bracconiere sembra agire principalmente contro
un altro programma, risalente ai vecchi tempi, il San
Bernardo. Tutte le sue mosse fanno pensare che abbia la
missione di rintracciarlo e distruggerlo.
— Per ragioni non ancora comprese — disse Van Ostrand.
— Esatto.
Huromonus aggiunse: — Poiché la mia commissione
d'indagine ha confermato ciò che Adam Lu Sang diceva mesi
fa, ovvero che negli Archivi agiva un programma chiamato
Bracconiere, abbiamo appurato che ventidue anni fa nella
rete ci sono state delle irregolarità. Siamo dell'opinione che il
Bracconiere sia penetrato nella rete in quel periodo.
— Penetrato come? — domandò Van Ostrand.
— Non lo sappiamo.
Inez tossicchiò. — Ci sono voci... Doyle Blumhaven è
sospettato d'essere coinvolto nell'introduzione del
Bracconiere nella rete.
Huromonus si strinse nelle spalle. — Anche noi
raccogliamo queste voci, e investighiamo. Ma finché non
vengono alla luce prove solide, preferiamo lasciare i
pettegolezzi alle emittenti libere.
Dev'esser stato Blumhaven, pensò il Leone. Probabilmente
anche Huromonus lo sospettava, benché non avesse prove
per affermarlo. Nonostante ciò: Se Blumhaven è stato
complice nell'introduzione del Bracconiere, significa che era
legato ai Paratwa. L'hanno ucciso loro per tappargli la
bocca? E stato fatto sparire nello stesso modo di Susan
Quint?
Inez tossicchiò. — Per tornare alla tecnologia usata, noi
pensiamo che l'esplosione sul monticello di fronte alla villa
sia stata prodotta da una granata a disgregazione, lanciata da
un geocannone presumibilmente montato nella carrozzeria
del veicolo. Quest'arma ha ucciso anche diversi Costeau il
cui scudo era acceso. Si tratta di un'ipotesi, ma il geo-
cannone è una delle poche armi capaci di colpire attraverso
uno scudo d'energia.
— Perché quest'auto della ICN non è stata esaminata
all'ingresso nella vostra tenuta? — volle sapere Van Ostrand,
in un tono appena lievemente accusatorio. — Lei disponeva
di detector d'ogni genere, e molto evoluti.
Il Leone sospirò. Van Ostrand, un militare, era più portato
degli altri a cavillare sulla metodologia dell'attacco. Lui non
c'era, là. Lui non può capire.
— L'auto è passata attraverso i detector — rispose con
calma. — Le apparecchiature non hanno registrato niente
d'insolito.
Van Ostrand si accigliò. — Dunque siamo di fronte anche
a tecniche di schermatura superiori alle nostre.
— Questo è vero — disse Inez. — A questo proposito,
risulta che i Paratwa dispongano anche di qualcosa che
annulla gli schermi d'energia molto meglio del nostro salene.
Quando questo congegno viene usato, tutti gli schermi accesi
entro un'area non precisabile diventano inutilizzabili. Il
salene, invece, può interrompere un campo d'energia solo per
il tempo in cui dura il suo effetto.
— Così sono più avanti di noi anche qui — borbottò Van
Ostrand.
— Non c'è dubbio — annuì Inez. — Sappiamo che uno dei
killer è stato colpito da Buff Boscondo con una pistola al
salene, ma dopo una manciata di secondi era di nuovo in
grado di muoversi.
Huromonus si rivolse al Leone. — Questa Costeau...
questa Buff, sarei curioso di sapere dove si è procurato il
salene. La E-Tech non ha mai consentito di produrlo.
Esistono poche di quelle pistole, tutte numerate, e in
dotazione solo a due squadre speciali.
Il Leone sospirò. — A quanto ne so, il prototipo è stato per
un certo tempo a disposizione di alcuni esponenti del
mercato nero.
— Suppongo che questo non dovrebbe sorprendermi —
disse Huromonus, — visto quanto è estesa la corruzione che
i miei uomini hanno finora scoperto.
Van Ostrand inarcò le sopracciglia. — Questa Buff
Boscondo... è sopravvissuta all'attacco?
Lo sguardo del Leone si spostò su una parete. —
L'abbiamo trovata in casa, nella stanza da cui il suo sacrificio
ci ha consentito di uscire vivi. Il killer armato di lame-flash,
Spadaccino, aveva infierito in modo... particolarmente
cruento sul suo corpo.
— Mi spiace — mormorò Van Ostrand.
— Buff Boscondo — spiegò Inez, — era con Gillian e
Martha York, durante il raid contro il Gruppo Venus.
Evidentemente il Paratwa la conosceva, e aveva una forte
animosità nei suoi confronti.
Sotto il tavolo, dove nessuno poteva vederli, i pugni del
Leone si strinsero allo spasimo.
— E Gillian? — domandò Van Ostrand. — Nessuna
traccia di lui?
— Non sappiamo dove sia — ammise francamente il
Leone. Ma tacque ciò Buff aveva riferito sul prete della
Chiesa della Fede e sul messaggio di Jalka.
— E l'altro agente, Nick... è stato ferito gravemente?
Dapprima il Leone aveva pensato di riferire al Consiglio
che, quando i Costeau l'avevano estratto dalle macerie del
corridoio, Nick aveva soltanto qualche contusione. Ma
l'interessato era stato del parere che quella fosse una politica
poco prudente.
— Nick è stato trasportato a Den, in uno dei nostri
ospedali più attrezzati — rispose. — Purtroppo è ancora in
coma.
Edward Huromonus si accigliò ma non fece commenti.
Inez proseguì: — La tecnologia usata dai killer comprende
inoltre un apparato forse elettromagnetico capace di produrre
«lampi grigi», secondo le parole di Xornakoff. L'effetto è
apparso sotto il gemellare che volava coi jet dorsali. Questi
«lampi grigi» sembrano essere sia offensivi che difensivi;
proteggevano l'uomo volante, ma erano anche sfruttati come
una sorta di raggio a esplosione.
«Infine abbiamo la vettura della ICN, che durante l'azione
è cambiata sia nella forma che nel colore, diventando un
fuoristrada della E-Tech. Nel periodo pre-Apocalisse questa
tecnologia esisteva, anche se gli Archivi della E-Tech, a
quanto mi risulta... — gettò un'occhiata a Huromonus, —
non contengono dati in merito.
Huromonus annuì. — Stiamo ancora controllando.
— Transformer — suggerì Van Ostrand. — Ricordo di
aver sentito questa parola. Mi sembra che i pre-Apocalittici
chiamassero così gli oggetti capaci di cambiare forma.
— Grazie — disse Huromonus, inserendo la parola nel suo
terminale. — Regoleremo su «transformer» il nostro
programma di ricerca.
— Non si è trovata traccia di questo veicolo dopo il fatto?
— volle sapere Van Ostrand.
— Evidentemente — disse Huromonus, — l'auto usata dal
killer in uniforme si è dileguata approfittando della
confusione.
— E cos'hanno fatto gli altri due? — insisté Van Ostrand,
con aria incredula. — Loro come hanno potuto allontanarsi?
— Quello coi jet dorsali è atterrato nei boschi ed è uscito a
piedi fra le nostre linee. — Huromonus si strinse nelle spalle.
— Il terzo, Spadaccino... presumiamo che l'auto l'abbia
preso a bordo fuori dalla tenuta.
Van Ostrand ebbe una smorfia aspra. — C'erano centinaia
dei vostri agenti intorno alla zona!
Inez alzò una mano. — Jon, sembra che lei stia cercando
fra noi un responsabile... qualcuno da incolpare. Ma la prego
di non valutare i fatti da questo punto di vista. Il Paratwa ha
colpito già per dodici volte, a quanto ne sappiamo, e non
siamo mai stati in grado di prevedere il luogo e il momento
dell'attentato successivo. Solo ora capisco veramente perché
i pre-Apocalittici giunsero ad atti così disperati e distruttivi
quando cercarono di spazzarli via.
— Sono superiori agli esseri umani — disse il Leone.
— Entro certi limiti è vero — ammise Van Ostrand. —
Sono più veloci di...
— Sono superiori — insiste il Leone, conscio che non
c'era scopo in quell'argomentazione ma incapace di
controllarsi.
— I Paratwa sono superiori agli esseri umani, questo è il
vero motivo per cui i pre-Apocalittici cercarono di
sterminarli, tutti quanti, anche quelli che erano
essenzialmente innocui. Dal punto di vista razziale noi
dobbiamo aver paura di loro. Sono una specie che compete
con quella dell'Homo Sapiens in un modo che non avveniva
da decine di migliaia d'anni. Di conseguenza bisognava
distruggerli. Era l'unica alternativa, per sentirsi sicuri.
Van Ostrand non apprezzò quelle parole. — È
un'interpretazione dei fatti che non corrisponde a ciò che
pensano i militari. L'umanità che noi difendiamo non è una
massa di scimmie preistoriche. Le ricordo che questa razza ci
sta attaccando, signore.
Lui non capisce, pensò il Leone, e nello stesso tempo si
chiese se la sua opinione fosse stata influenzata dalla
codardia.
No, c'è di più che le mie emozioni. I Paratwa sono
superiori a noi. Questa è una semplice verità, ma una verità
sepolta nella coscienza collettiva da tre secoli. Non possiamo
affrontarla, così cerchiamo di razionalizzare. Diciamo a noi
stessi che siamo più buoni e che Dio è con noi, ma se c'è una
cosa in cui l'uomo può dare dei punti ai Paratwa è proprio la
crudeltà bestiale. Abbiamo creato una specie migliore della
nostra.
— Stiamo divagando — li riprese Maria Losef. Si volse a
Inez. — Ci sono altri particolari tecnologici da esaminare?
— Per ora non siamo in grado di dire di più.
La direttrice della ICN si accorse che alcuni lunghi capelli
biondi erano sfuggiti al nastro della sua coda di cavallo; li
prese fra le dita e li guardò come se fossero molto
significativi. — L'inviato dei Paratwa, Meridian, sarà qui fra
tre giorni. Questo raid potrebbe essere un deliberato
preambolo al suo arrivo. Forse l'esibizione di una tecnologia
superiore ha lo scopo di intimidirci.
— Vogliono metterci paura — borbottò Van Ostrand. —
Vogliono assumere una posizione di forza, per costringerci
ad accettare quello che Meridian è venuto a offrirci.
— È un'ipotesi probabile — disse Maria Losef.
Il Leone ebbe un brivido. I Paratwa hanno messo il
Consiglio davanti alla sua peggiore paura: affrontare una
tecnologia sconosciuta.
Inez guardò Huromonus, ma la sua domanda era rivolta
alla Losef. — E il Gruppo Venus? Questa ditta era legata ai
Paratwa. Le sue indagini hanno portato a qualcosa?
— No — rispose Huromonus. — Finora, ogni pista
termina in un vicolo cielo. Sappiamo soltanto che un
gemellare del Paratwa svolgeva una funzione direttiva,
nell'ufficio in cui lo trovarono Gillian, Martha York e Buff
Boscondo. — Fece una pausa. — In quanto a chi lo abbia
messo in quella posizione, è materia su cui la ICN potrebbe
dare un certo chiarimento.
A schermo, Van Ostrand fece udire un mormorio
d'approvazione.
Maria Losef li guardò uno dopo l'altro. — Ho di nuovo
presentato la vostra richiesta al consiglio d'amministrazione
della ICN. Ho qui la loro risposta. — E lesse dal monitor: —
Questo organo direttivo comprende l'interesse del Consiglio
di Irrya circa i proprietari del Gruppo Venus. Tuttavia, con
profondo rammarico, non può violare il suo statuto fornendo
dati riservati.
«Il Consiglio di Irrya deve capire che tale comportamento
della ICN destabilizzerebbe la politica su cui si appoggiano
le ditte e le organizzazioni private, e quindi l'economia vitale
delle Colonie. Allo stato odierno del mercato, oltre l'ottanta
per cento degli investimenti privati si fondano sulla garanzia
offerta della ICN. Voi conoscete le ragioni di questa
strategia, definita cinquantasei anni fa dal Consiglio di Irrya
stesso. A quell'epoca, occorreva reperire un'enorme quantità
di denaro da devolvere alla costruzione di armamenti e
strutture difensive, affinché la minaccia odierna dei Paratwa
fosse neutralizzata. Tutti sappiamo ciò che costa mantenere
due milioni di Sorveglianti in un perimetro difensivo
funzionante e aggiornato.
«Negli ultimi cinquantasei anni, la maggior parte di questo
denaro è stata ottenuta ricorrendo a una politica economica
che garantisce il completo anonimato a chi investe capitali.
Per quanto anomalo, in quanto consente metodi di evasione
fiscale, il sistema è risultato molto incoraggiante per
l'industria bellica. Creare un'eccezione, rivelando i
nominativi di un gruppo d'investitori, porterebbe a un brusco
e massiccio calo degli investimenti, a cui seguirebbe una
gravissima inflazione. La realtà è che le Colonie di Irrya
oggi sopravvivono entro un sistema capitalistico non
controllato, basato quindi sull'avventurismo economico degli
investitori. Si può discutere se apportare cambiamenti, ma gli
effetti negativi potrebbero essere ammortizzati solo
ricorrendo a modifiche a lungo termine. Se la ICN
minacciasse l'attuale stabilità, sarebbe un crimine compiuto
ai danni della cittadinanza.
«La ICN riconosce la gravità della situazione emersa nel
Gruppo Venus. Ma neppure per i pregnanti motivi addotti
dal Consiglio di Irrya è possibile rischiare (specialmente in
questo periodo, con la minaccia dei Paratwa sospesa su di
noi) le conseguenze che avrebbe la rivelazione del segreto
bancario, da voi domandata.
La Losef rialzò lo sguardo dal monitor. — Qualche
domanda?
Inez fece udire un sospiro stanco.
Il Leone sapeva che il consorzio di banche non aveva dato
voce alla sua principale obiezione. Quello che la ICN temeva
realmente era la reazione dei fornitori del mercato nero,
aziende private che agivano oltre i margini della legalità:
fabbriche, società finanziarie e banche manovrate da
autentici avventurieri, spesso con sede fiscale a Sirak-Brath.
Al primo segno di collusione fra la ICN e il Consiglio,
costoro avrebbero ritirato i loro investimenti e sarebbero
usciti dal mercato. Erano gli avventurieri a dover temere che
la violazione del segreto bancario di qualcuno fosse il primo
passo verso di loro. E i fornitori del mercato nero potevano
dare il calcio d'avvio a quella che sarebbe diventata una
disastrosa valanga inflazionistica. Il Leone capiva,
comunque, la riluttanza della ICN a toccare un sistema già
così pericolosamente instabile.
Eppure... doveva esserci un modo per sviscerare i segreti
del Gruppo Venus.
Huromonus sorrise. — Forse qualcuno potrebbe aprire una
falla da cui lasciar filtrare l'informazione. Non avete un
impiegato disposto a farsi corrompere?
La Losef scosse il capo. — Una falla, autentica o costruita,
otterrebbe lo stesso risultato. La svendita clandestina dei dati
bancari non è un'opzione accettabile. — E dopo una pausa
aggiunse: — Computer, interrompere la registrazione audio e
video.
Gli altri quattro la guardarono, sorpresi. Il Leone non
aveva mai sentito Maria Losef, né altri presidenti del
Consiglio, spegnere le registrazioni a metà di una seduta.
— Siamo tutt'orecchi — la incoraggiò Inez Hernandez.
— La ICN non è cieca ai suoi doveri — disse Maria
Losef. — I membri della nostra direzione propongono un
compromesso. Agendo solo attraverso di me, e nel segreto di
questo Consiglio, la ICN darà una conferma circa i
proprietari del Gruppo Venus. Voi dovrete fornire un
appropriato elenco di dati da confermare... o da smentire.
Un'ammissione indiretta, questo è tutto ciò che possiamo
offrire.
— Meglio che niente — sogghignò Van Ostrand.
— È un inizio — fu d'accordo Inez.
Il Leone stava per chiederle cosa intendeva esattamente la
ICN con «un appropriato elenco di dati», quando
Huromonus alzò una mano.
— C'è un comunicato dal contingente E-Tech al lavoro
sulla Colonia Pocono — annunciò, leggendo sul suo
terminale. — È stato appena trovato il corpo di Doyle
Blumhaven. Giaceva sul fondo di una pista da sci non
autorizzata, in una forra.
Huromonus continuò a leggere in silenzio. Le rughe sulla
sua fronte si approfondirono, e una smorfia aspra gli storse la
bocca. Quando parlò di nuovo, la sua voce era rigida di
rabbia.
— Il cadavere è stato scoperto da un gruppo di
escursionisti. In un primo momento costoro avevano pensato
a un incidente, a una caduta. Ma poi hanno notato che la
testa di Blumhaven era stata tagliata dal corpo, e quindi
rozzamente ricucita sul collo. L'autopsia rivela che la
decapitazione è stata fatta con un raggio ad alta temperatura,
le cui caratteristiche corrispondono a quelle di una falce
Cohe.
— Il mostro ha colpito ancora — mormorò Inez.
Il Leone ripensò al breve messaggio che il gemellare gli
aveva fatto leggere dopo l'attacco. Quindici scintillanti
parole verdi. Le parole di Saffo: POTETE ACCETTARE IL
NOSTRO DOMINIO E VIVERE, OPPURE RIFIUTARLO
E MORIRE. LA SCELTA È VOSTRA.
11

Nell'angusto spazio del compartimento stagno, Gillian


aspettava che i sensori della navetta annunciassero
l'equilibrio di pressione fra l'interno e l'esterno. Indossava
una tuta spaziale completa, la più robusta e pesante fra quelle
di bordo, e sul porta-strumenti dell'avambraccio sinistro
aveva montato un proiettore a raggi, la cui canna era adesso
puntata verso il portello. La falce Cohe era affibbiata all'altro
polso, anche se gli spessi guanti della tuta non consentivano
il funzionamento della fondina-espulsore.
Le telecamere esterne avrebbero dovuto mandargli un
immagine di quel che c'era fuori ma, come i finestrini di
plancia, sembravano... oscurate? Poco importava, ormai.
Qualunque cosa lo aspettasse, lui era pronto.
Il problema era che forse ad aspettarlo ci sarebbe stato
qualcosa più pronto di lui.
Le navette orbitali non erano progettate per immergersi a
3400 metri di profondità nell'oceano. Quando quei poderosi
denti s'erano chiusi su di lui, quando la strana contrazione
meccanica/organica aveva cominciato a inghiottire lo scafo e
ad attirarlo sotto la superficie dell'Atlantico, Gillian aveva
acceso il sistema di pressurizzazione d'emergenza. Lo
standard ET3, l'atmosfera normale di ossigeno e azoto della
navetta, s'era alterato pian piano fino a ET 11, un miscuglio a
bassa sintesi di elio e argon con un 22% di ossigeno. Ma
secondo il display dell'automedico, anche l'ET 11 era
destinato a diventare irrespirabile a 2600 metri, per non
parlare della pressione che avrebbe dovuto schiacciare lo
scafo molto prima di arrivare a quell'incredibile profondità.
Sono due miglia sotto le onde dell'Oceano Atlantico, e
dovrei essere già morto per due cause diverse.
Ovviamente, lì era all'opera una tecnologia a lui
sconosciuta.
Jalka/Aristotele, mormorò il suo monarca, riecheggiando
l'ipotesi che anche lui stava facendo. Eppure... come poteva
Jalka/Aristotele aver costruito una cosa del genere?
Empedocle non rispose.
PRESSIONE EQUILIBRATA, annunciò il compartimento
stagno.
Gillian trasse un lungo respiro e aprì il portello.
Quello che vide fu un tunnel tubolare collegato all'uscita.
Era largo circa due metri e mezzo e curvava lievemente a
sinistra, illuminato debolmente da quelle che viste
dall'interno sembravano chiazze azzurre sparse qua e là sul...
soffitto?
No, non sembrava esserci nessun soffitto. Era più come se
le pareti si fossero fuse, in modo irregolare, unendosi fra loro
con pesanti strisce e masse di tessuto d'aspetto organico o
muscolare.
Gillian oltrepassò la soglia e si avviò lungo la curva del
tunnel. I sensori della tuta, che analizzavano le condizioni
esterne, gli proiettavano dati sul trasparente del casco: l'aria
risultava troppo ricca di ossigeno ma respirabile; la
temperatura era di 68 gradi Fahrenheit. Lo si sarebbe detto
un ambiente ospitale.
Poco importava. Gillian non aveva intenzione di
rinunciare alla sicurezza della tuta. Benché i dati
dell'atmosfera fossero accettabili, ciò che poteva vedere di
quell'ambiente non lo era affatto.
Poco oltre la curva, il tunnel sfociava in un'area piuttosto
spaziosa. Era un locale vivamente illuminato, di forma più o
meno rettangolare, le cui pareti avevano un aspetto per nulla
solido, anzi fluttuante, e si agitavano come lenzuola stese ad
asciugare al vento.
Fece un passo nel locale e subito s'immobilizzò. La parete
destra cominciò a emettere una luce arancione, così intensa
che la tuta la diagnosticò pericolosa per gli occhi ed il visore
del casco si polarizzò automaticamente. Ma subito dopo la
parete ritornò allo stato precedente, non luminoso, e di
nuovo il visore si adeguò.
Le pareti smisero di muoversi e acquistarono una certa
trasparenza, diventando simili a strati curvilinei di vetro
congelato. Qua e là apparvero bagliori rossastri, come braci
di fuochi da campo sempre più deboli, sul punto di
spegnersi.
La metamorfosi delle pareti si completò quando alcune
sezioni furono del tutto trasparenti. Sull'altro lato, o forse
dentro le pareti stesse, erano adesso visibili alcune strane
forme verticali. Gillian non poteva esser certo che si trattasse
di oggetti concreti. Dati gli effetti ottici, era possibile che
quella intorno a lui fosse soltanto una proiezione olografica
piuttosto bizzarra.
Mosse qualche passo verso la sezione trasparente più
vicina, allungò una mano e il guanto premette un ostacolo
cedevole quanto una gelatina. La parete fu percorsa da un
tremito. D'istinto lui ritrasse la mano.
Quello non era un ologramma. Lo strato di materiale
morbido aveva reagito come se fosse vivo.
Oltre la sezione di fronte a lui, in una piccola stanza
circolare, un quintetto di stalagmiti grigiastre vacillava
lentamente sopra una pavimentazione nebulosa. Se poteva
fidarsi della prospettiva percepita dai suoi occhi, quelle
mobili forme verticali variavano in altezza dai due ai cinque
metri, con un diametro alla base di circa un metro per la più
piccola e il doppio per la maggiore.
Mentre lui le osservava, le cinque stalagmiti cominciarono
a... cristallizzarsi? Il loro interno, cavo, diventò visibile.
Ogni stalagmite conteneva una forma di vita. Gillian
aguzzò lo sguardo, colpito dalla stranezza di quegli
organismi. E dalle regioni sotterranee della sua coscienza,
forse innescata dalla tensione con cui lui si stava
concentrando, giunse la voce di Empedocle.
Ogni stalagmite è un semplice contenitore, e conta solo ciò
che esso ospita. Osserva: l'esterno è soltanto un guscio. Nelle
forme interne c'è una realtà pregnante: qualcosa d'importanza
vitale.
— Vattene via — ordinò lui.
Il suo monarca rise, una sensazione che subito si trasfigurò
in una folata di emozioni lungo la loro comune spina dorsale.
Tre delle stalagmiti contenevano serpenti fittamente
arrotolati, o esseri che somigliavano a serpenti, lunghi cinque
o sei metri. Le loro teste erano a forma di scatola, larghe il
doppio dei corpi. Sulle pelli, scagliose, si alternavano strisce
di colore diverso: dal verde chiaro all'azzurro profondo, dal
giallo all'ambra. Ma più inquietanti di tutto erano gli occhi,
aperti e immobili, nel quali c'era uno sguardo più umano che
reptilico.
Massicce ristrutturazioni del DNA, dichiarò Empedocle.
La quarta stalagmite ospitava una specie di enorme topo
alto due metri, in posizione verticale, con una lingua
penzoloni fuori dalla bocca come quella di un cane che
supplicasse una carezza. L'animale era fornito di un paio di
strane protuberanze nella peluria grigia addominale. Da
ciascuna di esse ciondolavano due mani lunghe e grinzose,
pallide, a quattro dita.
Nota le dita, disse Empedocle. Sono opponibili due a due.
Destinate ad afferrare oggetti.
Gillian osservò l'ultima stalagmite, la più larga del
quintetto. Dentro di essa in piedi su due gambe massicce,
c'era un essere ancor più sgradevole alla vista: un mostro di
pelle nera alto un paio di metri, umanoide, con due teste
montate su un collo impossibilmente lungo. Le facce,
identiche e dalle fattezze negroidi, erano immobili. Entrambe
avevano gli occhi strettamente chiusi, con un'espressione
simile a quella di un bambino spaventato che volesse
allontanare il mondo da sé.
Gillian emise un borbottio perplesso. Anche la corrente
telepatica dentro di lui taceva; per il momento Empedocle
era chiuso nei suoi pensieri, nel tentativo di capire cosa
stavano osservando.
— Esperimenti genetici falliti? — chiese Gillian ad alta
voce. — Un museo di creature che non avrebbero dovuto
nascere?
Questi potrebbero essere gli esperimenti riusciti, replicò il
suo monarca.
— Ne dubito.
Di nuovo, guarda bene l'essere simile a un topo con quelle
mani che sporgono dalla pancia. Geneticamente è una
mutazione naturale quasi impossibile, e tuttavia è troppo
complesso per un esperimento andato male. No... abbiamo
davanti delle modifiche specializzate, ottenute
deliberatamente.
— Specializzate per quali scopi?
Non avendo una risposta — o forse perché non voleva
rivelarla — Empedocle si ritrasse.
Gillian s'incamminò lungo la parete e si fermò di fronte
alla successiva sezione trasparente. Al di là di essa c'erano
tre stalagmiti, angolate di una ventina di gradi rispetto al
pavimento nebuloso. Anche queste s'erano «cristallizzate»,
rivelando il loro contenuto.
Qui non c'era nessuna perplessità sulla forma fisica e la
funzione: ognuna ospitava un essere umano nudo — due
maschi e una femmina — dello stesso tipo razziale. Avevano
lunghi capelli castani, zigomi alti e menti appuntiti. I loro
occhi erano spalancati in uno sguardo senza vita, immobili
nella comatosa incoscienza o nella morte.
Gillian aveva sentito il cuore balzargli in petto alla vista
delle tre figure. Nelle loro facce pallide c'era qualcosa di
stranamente familiare...
E in quell'istante un flusso di quelle che sembravano
immagini mnemoniche fu trasmesso dentro di lui, sotto
forma di sensazioni pure che gli ruscellavano attraverso le
braccia e le gambe, nel petto e lungo la muscolatura della
schiena. Si accorse che anche Empedocle era sopraffatto
dalla condivisione di energie.
Quel bombardamento psichico fu così intenso che Gillian
pensò di essere sotto attacco, forse da parte di un proiettore
teleneurico. Subito chiuse gli occhi, per prevenire un assalto
tramite effetti ottici miranti agli strati profondi della
coscienza. Le sue dita corsero ai pulsanti della cintura, e
regolò manualmente il visore sull'opacità completa. Ma il
fremito delle energie estranee continuò a scorrere dentro di
lui.
Non è un attacco, concluse il suo monarca. Siamo oggetto
di un procedimento naturale: un massiccio afflusso di
sensazioni non-differenziate, indotto dall'improvvisa
apertura di canali mnemonici da molto tempo addormentati.
— Ricordi repressi — sussurrò Gillian, sapendo che era
vero. Aprì gli occhi e riportò la tuta allo stato normale.
L'accettazione di quanto gli stava accadendo trasformò
quel flusso di memorie in dati accessibili. Immagini da molto
tempo occultate tornarono visibili, unite ai parametri
emotivi/fisici che le avevano definite nella sua lontana
infanzia.
— Le facce — mormorò involontariamente, conscio che
erano state loro a innescare la sua reazione. Facce dei suoi
primi anni di vita, immagini che s'erano mosse sul
palcoscenico di un apprendimento allo stadio primordiale.
Le facce... le stesse facce.
Gillian le conosceva.
I due uomini erano scienziati che un tempo s'erano
occupati degli Ash Ock. Si chiamavano Pierre Yoskol e
Dimitri Eucris.
Può darsi che non siano loro, lo avvertì Empedocle.
Potrebbero essere due cloni di Yoskol ed Eucris. O semplici
ologrammi.
Poco importava a Gillian che fossero proprio loro, o copie
genetiche, oppure immagini. Stava pensando che quella era
una cosa uscita dritta dal suo passato.
Yoskol ed Eucris erano stati fra i pochi umani responsabili
delle necessità basilari del giovane Empedocle. Nel folto
della foresta amazzonica a più di mille miglia ad est delle
Cascate Capoeiras, i 750 acri quadrati della base di Thi
Maloca erano il luogo più vicino al significato di «casa» che
Gillian avesse conosciuto. L'impianto, progettato per le
ricerche farmaceutiche, e adibito alla produzione di sostanze
medicinali, era stato una perfetta copertura per il centro di
addestramento degli Ash Ock.
Gillian e Catharine avevano trascorso la maggior parte dei
primi anni di vita entro i confini di Thi Maloca. Erano stati
Yoskol ed Eucris, loro istruttori e sorveglianti al tempo
stesso, a condurre per la prima volta il piccolo Empedocle
alla presenza del vero padrone di quel luogo, Aristotele. E
Gillian rammentava ora che molto spesso Yoskol aveva
accompagnato lui e Catharine nelle aule e nei recinti dove
Meridian li addestrava all'uso delle armi.
Yoskol ed Eucris erano scomparsi da Thi Maloca ancor
prima che Gillian e la sua gemellare raggiungessero la
pubertà. Quei due erano stati gli ultimi scienziati umani —
gli ingegneri genetici che si pensava avessero creato il ceppo
degli Ash Ock — ad andarsene. In seguito, Gillian e
Catharine erano passati sotto le cure giornaliere di brasiliani
locali, fedeli a Meridian, gente che abitava nelle favelas
intorno allo stabilimento farmaceutico.
E negli ultimi anni del ventunesimo secolo, quando
avevano raggiunto l'età adulta, anch'essi condividevano
l'opinione che i loro compagni di casta più anziani —
Codrus, Aristotele, Saffo e Theophrastus — avessero ucciso
quegli scienziati.
Sono scomparsi dalla nostra vita, gli comunicò
Empedocle, senza il solito afflusso di emozioni.
E anche dalla nostra memoria, aggiunse Gillian.
Guardò la donna nella terza stalagmite e subito dentro di
lui emerse una sensazione fisica ancor più intensa e
profonda: rivoli di calore corsero su e giù nel suo stomaco, e
s'accorse di provare una fame animalesca, una necessità
fisica mista a una specie di appetito sessuale. L'intuito gli
disse che era simile a qualcosa di molto più recente: la sesso-
violenza, la bramosia di sfogo corporale.
Ma in quel momento lui non sentiva alcun bisogno di
battersi. Era come se avesse sceso una scala emozionale per
spostarsi a un livello più profondo, dove lo scontro fisico
non era più la sua unica alternativa. Lì poteva limitarsi a
provare la sensazione; non era costretto a utilizzare la catarsi
di violenza per raddrizzare lo squilibrio emozionale. Non
doveva scatenarsi per poter riacquistare il controllo di sé.
— Chi è? — mormorò infine. Malgrado quel sorprendente
effetto fisico, non riusciva a ricordare dove aveva conosciuto
la donna.
Si chiama Sasalla, spiegò il suo monarca. Quando
eravamo appena dei pargoletti abitava con noi a Thi
Maloca. Io ricordo la forma dei suoi capezzoli, l'odore del
suo corpo, la stretta delle sue mani. È Sasalla. La balia che
ci ha allattato.
— Come puoi esserne certo?
Tu puoi averne solo vaghi ricordi, ma la mia memoria va
oltre. Quando i piccoli Gillian e Catharine erano fardelli di
coscienza non-lineare io ero, a livello basilare,
intellettualmente desto. Come monarca, concettualizzavo già
prima della nascita.
Gillian si accigliò. — I processi raziocinanti pre-natali non
sono possibili.
Sì, lo sono. Coscienza iconica: valida e funzionante come i
simboli successivi derivati da parole e immagini. Ancora
nell'utero io ero intellettualmente conscio. Sapevo che sarei
stato partorito. Tutti gli Ash Ock hanno una coscienza pre-
natale; è parte della nostra eredità genetica.
Gillian guardò la faccia di Sasalla. D'un tratto la vista gli si
annebbiò, e seppe d'essere in contatto con un ritmo emotivo
risalente a molti anni addietro. — È stata la persona più
simile a una madre che abbiamo avuto — mormorò.
Empedocle lo trasse fuori da quell'abisso di emozione.
Non era nostra madre. Noi non abbiamo avuto una madre.
Era una balia. Una femmina assunta per fornire latte e
stimoli corporali necessari al nostro sviluppo psicofisico.
Gillian si rese conto di un'altra cosa. — Tu mi hai estratto
da quel flusso emotivo. Hai creato una tensione fra noi.
Sì.
— Macellare la carne — sussurrò, spaventato da quella
scoperta, conscio di aver visto i contorni della sindrome che,
in vari modi, costringeva ogni Paratwa a perdere
temporaneamente il controllo.
Tu ora vedi l'origine dell'impulso a macellare, nella
versione specifica degli Ash Ock, spiegò Empedocle. I ceppi
inferiori al nostro esaudiscono solitamente questa necessità
con l'atto fisico, violento. In noi della regale casta, l'impulso
alla macellazione emerge dal varco esistente fra il livello di
coscienza del monarca e i livelli di coscienza dei gemellari.
Non credo che gli altri Ash Ock abbiano compreso questo
fatto.
Gillian fu lieto che Empedocle gli avesse impedito di
cedere alle emozioni antiche. In quel luogo c'erano dei
pericoli. Quelle immagini, era chiaro, venivano mostrate loro
per qualche ragione ben precisa.
Il suo monarca fu d'accordo. Noi siamo mitragliati da
icone visive potenti quasi quanto cursori mnemonici. C'è
qualcuno che ci sta manipolando. Ora sono certo che si
tratta di Jalka/Aristotele.
Con uno sforzo di volontà, Gillian volse le spalle ai due
uomini e a Sasalla. Nella parete c'era un'altra zona
trasparente. Si avvicinò per guardare meglio.
Dietro il sipario traslucido stava una stalagmite solitaria,
alta tre metri, con una base più larga delle altre. In questa il
processo di «cristallizzazione» non era avvenuto. Nel suo
interno c'era sicuramente qualcosa, ma non si scorgeva che
una chiazza scura priva di contorni.
Gillian sentì che Empedocle la studiava. Sembra troppo
grossa per essere una creatura umana...
Un rumore, come un secchio d'acqua rovesciato al suolo,
lo fece voltare di scatto con il lanciaraggi puntato.
Nella parete dietro di lui si stava formando un'apertura
verticale, come se un laser invisibile tagliasse la morbida
gelatina ondeggiante. Il materiale si ripiegò all'indietro e
apparve un'altra larga sala.
Ci viene chiesto di continuare l'esplorazione, osservò
Empedocle.
— Sì? Non l'avrei indovinato.
Il suo monarca ridacchiò, e Gillian ebbe un'impressione di
foglie bagnate sotto la pelle. Hai notato che tu mi stai
parlando ad alta voce? Posso prenderlo come un
riconoscimento ufficiale della mia esistenza? Hai fatto un
passo verso l'ineluttabile destino comune che ci attende?
Gillian si avviò in fretta oltre l'apertura.
Il locale era spazioso, lungo una trentina di metri e largo
poco meno; alla sua estremità opposta si apriva l'ingresso di
un altro tunnel tubolare, simile a quello collegato col portello
della navetta. Qui erano oltre un centinaio le stalagmiti che
sorgevano dal pavimento, ma più colorate e sottili di quelle
usate come capsule di stasi o sepolcri. La loro base sembrava
fatta di trecce orizzontali alternate a fasce trasparenti verde-
smeraldo. Alcune stalattiti s'allargavano a formare dei tavoli,
simili a piramidi capovolte; altre proseguivano fino al
soffitto collegandosi a estrusioni di varie forme; altre ancora
terminavano con bizzarre apparecchiature elettroniche, come
se una sofisticata tecnologia artificiale nascesse direttamente
dal cristallo.
Ma la cosa che attrasse il suo sguardo era sopra una
stalagmite a forma di tavolo, al centro della sala. Si trattava
una bambina nuda distesa sul dorso. Era una mutante priva
di gambe e di braccia, e aveva gli occhi chiusi. L'espressione
del suo volto infantile sembrava serena, nonostante i cavi
sottili che uscivano dal suo ventre. I cavi spiraleggiavano
fino a un'altra stalagmite sulla quale era deposto quello che
aveva l'aspetto di un terminale di computer.
— Cosa diavolo significa questo? — borbottò Gillian.
Empedocle non rispose.
La bambina senza gambe e senza braccia dimostrava circa
sei anni. A Gillian ricordò un'altra piccola mutante, in una
camera d'albergo di cinquantasei anni prima, quella
violentata da Reemul. Ebbe la sgradevole sensazione che ci
fosse un rapporto fra le due.
Questa sala, disse Empedocle, è simile a qualcosa che tu
hai già visto. Posso percepire un ricordo alla periferia della
tua memoria. Un'esperienza recente... un posto dove sei
entrato.
Gillian scrollò le spalle, conscio che il suo monarca aveva
visto giusto ma incapace di fare il collegamento. — Non so
dove...
Il ricordo si accese in un flash.
— La VSL! La stanza della trasmittente che abbiamo
scoperto nel covo di Codrus sull'Altipiano Shan. — Era
ovvio. Tutti gli elementi basilari si trovavano lì, anche se
configurati in modo diverso. — Questa sala... le cose che
abbiamo visto finora sembrano sviluppi di una tecnologia
analoga a quella della VSL.
Gillian sentì che Empedocle era d'accordo. Ma il suo
monarca stava già pensando ad altro. L'idea che sia stato
Theophrastus a creare la VSL dev'essere riesaminata. A
meno che non abbia progettato lui queste apparecchiature,
prima di lasciare il sistema.
— Forse Theophrastus è qui — disse Gillian. — Forse
questa è una sua trappola, e non esiste nessun
Jalka/Aristotele. O forse siamo entrati nel regno segreto di
Saffo.
— Un'ipotesi interessante — disse una voce sconosciuta.
Gillian piroettò su se stesso: un giro di 360 gradi, con un
dito sul grilletto e il lanciaraggi proteso in cerca di un
bersaglio. Non vide nessuno. La sala era vuota.
La voce parlò ancora: — Anch'io avevo l'abitudine di
parlare col mio signore, al tempo in cui ero vivo.
— Buon per te — disse Gillian. La voce sembrava
giungere da ogni direzione. Alcune tonalità emergevano dal
pavimento, altre dalle pareti o dal soffitto. — Chi sei? E
dove sei?
— Mi chiamano Timmy. Sono proprio qui.
Su una delle stalagmiti a forma di tavola si aprì una crepa.
Da essa fluì verso l'alto un ologramma, come uno sbuffo di
gas che salisse a riempire un contenitore trasparente, e la
proiezione assunse subito i contorni di un uomo a grandezza
naturale.
Era massiccio e corpulento, alto almeno un metro e
novanta e con spalle poderose, vestito con una semplice tuta-
tunica grigia. Il suo volto era incorniciato da-rotoli di grasso.
Gli occhi apparivano diversi: il destro sembrava più aperto,
più sveglio dell'altro.
Stai molto attento se dovessimo incontrare quest'individuo
in carne e ossa lo avvertì Empedocle. Il suo occhio destro
dev'essere un microprocessore organico.
Gillian prese atto del commento del monarca. Negli anni
più vivaci del ventunesimo secolo, quel tipo di tecnologia era
stata usata a scopi pericolosi: da semplici anti-scanner a
centraline per il controllo di armi nascoste nel corpo stesso,
capaci di mirare e far fuoco letteralmente in un batter
d'occhio. E quella pupilla poteva celare strane insidie:
storditori neuronici, proiettori ottici capaci di azzerare il
senso dell'equilibrio di un avversario, la subdola energia
ipnotica di un teleneurico, o lampeggiatori a effetto
subliminale per innescare cursori mnemonici preimpiantati
nella mente di esseri umani.
— Benvenuti nella mia casa — disse l'ologramma con un
sorriso. — Sono felice che tu abbia avuto il messaggio di
Lester Mon Dama.
Gillian studiò l'individuo, comparandolo col suo ricordo
dei gemellari di Aristotele. C'erano notevoli somiglianze.
Avrebbe potuto essere Jalka, certo, anche se con una
cinquantina di chili di grasso in più. — Che cosa vuoi?
— Ah, Gillian... tu sei sempre quello impetuoso, eh?
Catharine era alquanto più cauta. Forse era questo a fare di
voi due amanti così ben accoppiati.
Gillian restò muto. Anche se era un altro a parlarne,
pensare a Catharine in quel modo riapriva la vecchia ferita.
Timmy disse: — Quando la morte ha preso la tua
gemellare e amante, sei stato costretto a una singolarità di
vita. E quando hai negato ciò che eri per sfuggire alla follia
che ti avrebbe spaccato in due... è stato allora che è
cominciata la vera mutazione.
— Mutazione? — s'irritò Gillian. — Non so di cosa parli.
— Sì che lo sai. Non puoi mentire a me, Gillian. Io so cosa
vuole Empedocle. So che fa pressione per costringerti ad
accettare l'interallacciamento anomalo: gemellare e monarca
uniti per sempre. Niente più Gillian, niente più Empedocle. Il
tuo monarca ha l'impulso irresistibile di acquistare il
controllo fisico della nuova creatura che diventerete.
Sacrosanta verità, disse Empedocle.
— Incesto — proseguì Timmy. — Sai cosa significa?
— Naturalmente — borbottò lui.
— Quando tu eri uno, Gillian, non hai mai pensato che
quella fra te e Catharine fosse una relazione incestuosa?
Lui scosse il capo. — No. Noi eravamo gemellari Paratwa,
non fratello e sorella. Gli ovuli fecondati da cui siamo nati
non provenivano dalla stessa famiglia. Il tabù umano
dell'incesto, che abbia motivi sociali o genetici, non si
applicava al nostro caso.
— Quando tu facevi l'amore con Catharine, Empedocle
era lì?
Gillian era a disagio con quell'argomento. E non capiva
dove Timmy volesse andare a parare. — Cosa vuoi da me?
Perché mi hai chiamato qui? E che razza di posto è questo?
Timmy ridacchiò. — Ti prometto la risposta a ogni
domanda. A suo tempo. Ma per ora, ti prego di rispondere
alle mie.
Da bambini, tu e Catharine eravate ottimi studenti. Non
avevate paura di esplorare territori nuovi e sconosciuti.
Voglio che tu faccia appello a questo stesso spirito.
«Io posso aiutarvi a risolvere il tormento d'esser due
coscienze perennemente in lotta per il controllo dello stesso
corpo. Ma il mio intervento ha un prezzo. Vi chiedo
l'ubbidienza assoluta.
— La testa di Timmy s'inclinò di lato mentre il suo occhio
artificiale si spalancava e quello naturale si riduceva a una
fessura.
— Tu ed Empedocle tornerete ad essere studenti, ciò che
eravate per Aristotele quando lui ancora viveva.
Gillian si accigliò. — Il tuo monarca... è morto?
— Sì. Il mio monarca è morto. I miei gemellari sono
morti. Io sono una coscienza nuova, un essere che cominciò
a esistere quando il mio gemellare superstite, Jalka, si arrese
alle necessità del monarca, Aristotele. Nel momento della
loro unione entrambi cessarono di esistere. E un'entità nuova,
che possedeva di loro solo i ricordi, nacque.
«Io so, Empedocle, che è questo ciò che vuoi. Ma bada
bene: se l'unione ti darà la coerenza con un corpo solido di
giorno, gli incubi di ciò che sei adesso continueranno a
torturarti di notte. C'è un prezzo da pagare, così duro che voi
due non potete neppure immaginarlo. Timmy è un relitto di
questo impasto. È il prodotto di una resa, di una disfatta, e
come tale non può assaporare l'emozione di nessuna vittoria.
— E hai un'alternativa da offrirci?
— Ce l'ho. Io posso renderti di nuovo intero.
— Come? — domandò Gillian.
— Prima rispondi alla mia domanda. Quando facevi
l'amore con Catharine, Empedocle era lì?
Gillian si costrinse a ricordare un momento d'intimità con
Catharine. Ricordi incrostati di dolore gli graffiarono la
mente come cartavetrata.
Pensò alla risposta, poi chiuse la porta più in fretta che
poté su quella che era l'agonia peggiore della sua vita. — Sì,
Empedocle era sempre con noi. Tu lo sai.
L'interallacciamento fra monarca e gemellari non si dissolve
mai del tutto. S'indebolisce al punto che le due metà possono
agire in completa indipendenza, ma anche in questo caso
molti ricordi, non tutti, sono condivisi.
— Proprio così — disse Timmy. — Perciò, quando tu e
Catharine facevate l'amore, perfino quando la passione vi
trascinava lontano più che mai dalla coscienza
intellettualizzata del vostro monarca, anche allora lui era lì.
Sì, io ero lì, ammise Empedocle. Gillian annuì.
— Dunque, per quanto represso, il tuo monarca ha
continuato a vivere in te. Tu, il gemellare Gillian, esisti. E il
ricordo dell'altro gemellare, Catharine... anche questo
sopravvive.
— Sì.
L'ologramma scomparve. Lui sentì un rumore alle sue
spalle. Si girò. Timmy, in carne e ossa, era a cinque o sei
passi da lì. Prima di poterselo impedire, Gillian l'aveva già
guardato negli occhi.
— Kascht moniken keenish — disse Timmy — Kascht
mulafwas... belj moniken shle-os.
Cursori mnemonici, lo avvertì Empedocle, ma era troppo
tardi. Gli strani suoni passarono attraverso la sua mente e vi
seppellirono, impattando nei profondi supporti del
susbcosciente. Lui cercò di alzare il lanciaraggi, e il braccio
rifiutò di ubbidirgli.
Timmy si avvicinò, ridacchiando. Gillian tentò di voltarsi;
poi, non riuscendoci, provò a interrompere almeno il contatto
visivo. Fu inutile. I muscoli rifiutavano di rispondere ai suoi
comandi, come se fosse congelato in un blocco di ghiaccio.
A un passo da lui Timmy si fermò. Incapace di distogliere
lo sguardo da quel suo occhio artificiale, fisso e spalancato,
Gillian ricordò di aver già udito quelle strane parole/suoni,
diverse settimane prima. Kascht moniken keenish: a
pronunciarle era stato Spadaccino, uno dei tre gemellari del
killer Paratwa.
Spadaccino conosceva soltanto il preambolo, disse
Empedocle. «Kascht moniken keenish» è probabilmente la
chiave che apre un canale verso le profondità del pensiero-
corporale. Ma questo Timmy deve conoscere l'intero
linguaggio codificato. È chiaro che gli scienziati del gruppo
Ash Ock hanno impiantato cursori in te e in Catharine,
quando eravate bambini.
Gillian cercò di annuire, ma anche quel semplice
movimento gli era impossibile. Sentiva il cuore pulsare; il
sangue gli veniva ancora pompato nelle vene, e la sua
capacità di respirare sembrava intatta, ma tutti i nervi
collegati ai muscoli volontari erano in corto circuito.
Questo particolare cursore mnemonico, ovviamente, è
stato regolato solo sulla muscolatura involontaria, per non
causare un collasso fatale.
Gillian si accorse che il suo monarca era affascinato dal
processo in corso dentro di lui.
Il suo occhio artificiale ha probabilmente innescato un
insieme generico di cursori. Poi Timmy ha usato le parole
chiave del cursore che agisce sulla nostra muscolatura.
C'è qualcosa che possiamo fare? domandò Gillian.
Non per il momento. Ma se vogliamo sfuggirgli dovremo
trovare il modo di disattivare questa sua arma.
Timmy sogghignò, come se immaginasse il dialogo
interno fra lui e il suo monarca.
— Trucco divertente, vero? Scommetto che voi due state
morendo dalla voglia di spararmi. Se tu potessi muoverti, per
prima cosa mi strapperesti via dall'orbita questo
microprocessore ottico. E magari anche la lingua di bocca.
Così, niente più rischio che le sgradevoli parole del vecchio
Timmy ti trasformino in un vegetale, eh?
Il sogghigno sparì. — Ma Timmy sa anche qualcos'altro.
Timmy sa che i cursori mnemonici possono essere sopraffatti
dalla coscienza di un monarca pienamente attiva. Timmy sa
che quando Empedocle sarà di nuovo al suo posto come
Paratwa Ash Ock completo, avrà il potere di neutralizzare
ogni scherzetto di questo genere.
«Avete il coraggio, voi due, di prendere la strada più dura?
Avete la forza di volontà necessaria per tornare ad essere
un'entità completa? Saprete accettare la sostituta di
Catharine... la nuova gemellare che ho scelto per voi?
Un tremito febbrile pervase il corpo di Gillian: desiderio
misto ai lievi brividi della paura, l'anelito di scoprire se
quella sua antica, dolorosa fantasia onirica poteva diventare
reale. È possibile? si chiese. Questo Timmy può davvero
darci un'altra gemellare?
— Tu farai ancora l'amore — mormorò l'uomo. — Sarà
come una volta, con Catharine. Proverai di nuovo
quell'intensità di sensazioni che nessun essere umano può
sperare di conoscere. Sarai un Paratwa.
Sarò di nuovo un intero, pensò Gillian, preso dal fascino
di quel sogno a dispetto della parte di lui che lo riteneva
assurdo e irrealizzabile.
Forse è possibile, osservò Empedocle. E lui seppe che
anche il suo monarca ne era stato avvinto.
Timmy fece un passo indietro. — Kascht moniken
keenish. Kascht kataz fai ruosh.
I muscoli di Gillian si sbloccarono. Trasse un lungo
respiro, si mosse avanti e alzò una mano. L'uomo in tuta-
tunica non accennò a sfuggirgli. Avrebbe potuto colpirlo al
volto, schiacciargli l'orbita con un pugno e impedire
definitivamente ogni altro suo tentativo di usare quell'occhio
contro di lui. Vide la bocca di Timmy piegarsi in un lieve
sorriso.
— Fai pure — disse l'uomo. — Coraggio, uccidimi. Darmi
la morte è facile, specialmente per un gemellare di
Empedocle. Un colpo col taglio della mano e mi spezzeresti
il collo...
— Taci.
Timmy rise. — Hai paura?
Forse desidera davvero morire, disse Empedocle.
Gillian scosse il capo. — Non credo. — Abbassò il pugno.
L'individuo che un tempo era stato Jalka/Aristotele parve
deluso. — Visto che hai deciso di risparmiarmi la vita,
suppongo che dovrò aiutarti a salvare la tua. Sei pronto a
diventare di nuovo un Paratwa?
— Sì, sono pronto.

— No! — ansimò Susan. La ragazza balzò in piedi,


sbigottita, fissando lo schermo come se all'improvviso le
avesse spruzzato veleno addosso. — Tu sei pazzo! Tu sei
completamente fuori di cervello!
Aveva assistito all'incontro di Timmy con Gillian, come le
era stato chiesto dal suo mentore. Seduta fra le
apparecchiature della piccola stanza aveva visto quel
visitatore sconosciuto entrare e guardarsi attorno, e s'era
sentita attratta da lui, cosa questa che Timmy le aveva
preannunciato. In effetti la cosa le era parsa anche divertente,
fino al momento in cui aveva capito che l'uomo intendeva
usare lei per sostituire la gemellare perduta di Gillian.
— Tu sei un pazzo! — sibilò, estraendo le lame-flash dalle
fondine, e avventò i raggi contro il teleschermo.
L'apparecchio esplose; scintille rosse e gialle crepitarono
sulla console, mentre rottami fumanti rimbalzavano al suolo.
Io sto per diventare la gemellare di un Paratwa! Il
pensiero era così grottesco e inverosimile che, in un altro
momento e in un altro posto, non avrebbe saputo
considerarlo reale. Ma lì, sul fondo dell'Oceano Atlantico e
dentro l'enorme cosa a cui Timmy si riferiva come la «cellula
degli Os/Ka/Loq», Susan capiva che avrebbe dovuto
prenderlo sul serio.
La gemellare di un Paratwa! È per questo che sono nata
con un sistema neuro-muscolare modificato... è per questo
che hanno fatto di me una trasformata! È per questo che sono
stata portata qui! È per questo che tu hai osato manipolare la
mia intera vita!
Susan e Gillian, le due metà di un Paratwa restaurato.
Follia!
Scosse il capo. No. Non permetterò che tu mi faccia
questo. Sentì che il suo autocontrollo ritornava. Spense le
lame-flash e le infilò nelle fondine.
— Non te lo permetterò! — disse ad alta voce, sapendo
che in qualche modo lui poteva sentire. — Tu hai dato un
senso alla mia vita, Timmy. Di questo ti sono grata. Ma ora
che l'hai fatto, non ti permetterò di rubare la mia stessa
coscienza.
Si chiese se avesse possibilità di scelta.
12

— ...i freddi morsi della paura, spietati come zanne


d'acciaio! E il gemito pietoso degli inermi schiacciati sotto il
peso di un orrore senza fine!
Karl Zork, il conduttore del notiziario della FL-Sedici,
arricchiva la sua retorica con i toni di un uomo abituato a
usare la voce per inchiodare l'attenzione altrui. Ghandi
staccò le spalle dallo schienale della poltrona e abbassò il
volume. Era solo nella principale sala-riunioni della CPG: un
locale lungo e stretto senza finestre, con una tappezzeria
azzurro cielo, morbidamente illuminata da sei lampadari di
cristallo in stile floreale.
— Il Mercoledì Nero è quasi su di noi! — lo minacciò
Zork dallo schermo, empiendolo con un primo piano del suo
volto largo. Il televisore bidimensionale fluttuava sopra il
tavolo in imitazione mogano, sospeso nel campo d'energia di
due proiettori fissati alle pareti.
— La pressione del vapore è salita sempre più. Ora la
pentola è pronta ad esplodere e...
— ... e tutti quanti creperemo ustionati — continuò per
Zork la voce femminile della sua partner. Nella metà destra
dello schermo fu inquadrata Theandra Morgan, seduta a
un'altra scrivania dello stesso studio. Alta e vistosa, quel
giorno la bionda aveva sostituito le sue solite trecce con
sbuffi di capelli gonfiati che, pur pendendole fin sui
capezzoli, non celavano la pubblicità tatuata su entrambi i
seni.
La regia diede tre quarti dello schermo a Zork, che si stava
grattando la barba rossa come una scimmia alla ricerca di
pidocchi. — Abbiamo parlato del diavolo, e ora eccolo qui.
Sissignore gente. Domani è il giorno grosso. Domani il
gemellare Meridian, il servo del nemico, arriverà nelle
colonie. Il gemellare Meridian, un assassino Jeek Elemental,
potrà entrare bello e giulivo nella sala del Consiglio di Irrya.
E naturalmente i nostri bravi consiglieri, che sono personcine
tanto educate, srotoleranno il tappeto rosso, stapperanno uno
champagne d'annata...
— E gli baceranno il culo — gli rubò la parola Theandra.
— Non per essere volgare, ma se c'è un modo giusto di dirla
è questo. Gli baceranno il culo, cari signori.
— Lunga tradizione politica. — Zork si piegò in avanti,
guardando appassionatamente in camera. — Non siete lieti
d'essere governati da calabrache così gentili, gente delle
colonie? Non vi sentite neppure un poco incazzati quando i
vostri leader politici vendono al nemico il pavimento stesso
che avete sotto i piedi? — Agitò un dito verso la sua faccia.
— Io non sono incazzato, per carità. Chiunque può vederlo
che la sto prendendo molto sportivamente! — urlò.
— Hai ragione, Karl — lo placò Theandra. — Ma siamo
obiettivi. La verità è che non sappiamo come reagiranno i
membri del Consiglio, perché come al solito non si sono
sprecati a dircelo. Altri personaggi della società coloniale
sono invece molto espliciti nell'esprimere la loro opinione.
La bionda si girò a prendere un foglio che le veniva
offerto da qualcuno fuori campo. Era un manierismo,
destinato a far credere che in redazione arrivassero
drammaticamente notizie fresche dell'ultimo minuto. Scosse
il capo, con una smorfia. Alla gente piaceva, quando
Theandra Morgan commentava così un messaggio, prima di
leggerlo anche a loro. — Ecco una cosa che ti aggiusterà lo
spirito, Karl. Giusto ora, nella piazza antistante il municipio
di Irrya, si è riunita una folla stimata sulle ottantamila
persone, per protestare contro l'arrivo dell'inviato dei
Paratwa. Questa dimostrazione, che risulta organizzata
dall'Ordine della Sferza, ha lo scopo di dar voce a quella che
i nostri sondaggi confermano come l'opinione di
maggioranza delle Colonie.
— È dannatamente così — borbottò Zork, che ora aveva
soltanto metà dello schermo.
Theandra depose il foglio: — Il sanguinoso impazzare di
quel killer Paratwa ha prodotto una confluenza di opinioni.
Le ultime mostruosità, il brutale massacro alla tenuta degli
Alexander e l'assassinio di Doyle Blumhaven, hanno
certamente aggiunto legna al fuoco.
— La pagheranno! — promise Zork.
— Anche se il Consiglio di Irrya oggi non è in seduta,
questi ottantamila dimostranti non lasciano dubbi su ciò che
si aspettano dai nostri leader. La FL-Sedici, ovviamente, ha
una squadra sul posto. La regia mi fa segno che abbiamo le
prime immagini.
La coppia Zork-Morgan fu sostituita da un'inquadratura
della piazza di fronte agli edifici del governo. La telecamera
doveva essere posta in alto, verso il decimo piano di uno dei
grattacieli adibiti a uffici, e Ghandi ne capì il motivo quando
vide che ai bordi della piazza gremita di folla c'erano
tafferugli in corso. Quasi tutti agitavano un pugno in aria,
gridando. Ancor prima che fosse inserito l'audio, la furia
della gente era quanto mai palpabile.
— Non dimenticate quello che hanno fatto alla nostra
Terra! Non dimenticate mai! I Paratwa sono maledetti per
sempre!
— Noi non veniamo a patti! Né oggi, né domani!
— Lunga vita all'Ordine della Sferza!
Ghandi guardò con interesse, affascinato da come gli
altoparlanti ottenevano una reazione viscerale, collettiva.
Immaginò se stesso là davanti a loro, a rivelare che lui era
l'essere umano responsabile di aver preparato la strada per il
ritorno dei Paratwa.
Un pensiero morboso.
Lo schermo fu restituito a Zork, che annuiva con foga
teatrale. — Basta con il Vogliamoci Bene! Basta con Mister
Simpatia, Theandra! È l'ora di smetterla di baciargli il culo, e
prenderglielo a calci come si merita. Tu sai che io non ci
sono per le scemenze pseudo-patriottiche, ma l'idea che a
questi Paratwa gli venga permesso di andarsene in giro qui
nelle Colonie mi fa venir voglia di dare le dimissioni, e di
arruolarmi nei Sorveglianti.
Ghandi seguiva ormai da anni i servizi della coppia Zork-
Morgan; era un loro fedelissimo. Ricordava molte altre volte
in cui Zork aveva gridato di volersi dimettere per andare a
fare una cosa o l'altra con le sue mani. Naturalmente non
l'aveva mai fatto, finché il suo indice d'ascolto restava alto.
— Io verrei con te, Karl — approvò Theandra.
— È che certe cose non mi vanno giù, gente. Io non posso
limitarmi a darvi una dannata notizia. Io vi dico quello che
penso!
Una volta, Ghandi aveva creduto che i giornalisti della FL-
Sedici gli piacessero perché non avevano peli sulla lingua.
Ora sapeva che questo nasceva da compulsioni interne, più
personali. La sua rabbia repressa — la danza dei microbi —
conosceva qualche minuto di tregua grazie alle quotidiane
sfuriate di Zork. Qualunque fosse l'argomento che il
giornalista trattava, e che i suoi servizi fossero basati sul
pregiudizio o sulla verità, a Ghandi poco importava. Quegli
sfoghi erano un'attrattiva in se stessi. Quella rabbia forniva a
Ghandi, e probabilmente ad altri fedeli della coppia Zork-
Morgan, una catarsi per i propri impulsi emotivi.
— Giusto ora ci giungono in redazione altre notizie —
disse Theandra. — La FL-Sedici ha appena scoperto novità
rilevanti sul mistero che circonda la scomparsa di Susan
Quint, la nipote del consigliere Inez Hernandez.
Ghandi si sporse in avanti, con le mani sul tavolo.
— Come tu ricordi, Karl, Susan Quint risulta scomparsa
dal giorno del massacro di Honshu, oltre sei settimane fa. Ed
è stata data per morta, tant'è vero che Inez Hernandez ha
fatto tenere una cerimonia funebre privata per la nipote...
naturalmente senza il corpo dell'interessata.
Zork si accigliò. — Theandra, io mi auguro che quando
sarà il mio momento avranno il buon gusto di seppellire il
mio corpo, invece di una bara vuota. Ma soprattutto vorrei
che prima di dividere i miei modesti averi fra gli eredi si
accertassero che sono morto.
— Sono certa che nessuno ti vuoterà l'appartamento prima
di aver visto il tuo cadavere, Karl. Ad ogni modo, fonti ben
informate ci dicono ora che Susan Quint era dentro il
terminal di Honshu, che ha assistito al massacro e che forse
ha riconosciuto uno dei killer... uno dei gemellari. È fuggita,
ma in seguito sembra che sia stata ricercata e uccisa dal
Paratwa.
Ghandi si accigliò. Salvo per il fatto che Calvin non aveva
mai trovato la ragazza dopo che s'era data alla macchia, la
FL-Sedici non stava dicendo niente di nuovo.
Zork fece eco ai suoi pensieri. — Ora dimmi cos'altro
siamo venuti a sapere, Theandra.
La bionda sorrise con calore. — Karl, ricordi il nostro
servizio di qualche giorno fa, quando abbiamo riferito che
l'uomo di nome Gillian, l'ex-gemellare che cinquantasei anni
fa uccise il killer Paratwa Reemul, è stato illegalmente
svegliato dalla stasi? Ebbene, dobbiamo a Gillian
l'incursione negli uffici del Gruppo Venus, il mese scorso.
Sembra che ci fosse del marcio in quella società.
— Bravo! — esclamò Zork. — Chiunque abbia
abbastanza coglioni per dare la caccia ai Paratwa, quello è il
mio uomo, gente!
— Come donna mi associo. So per certo che è un gran bel
ragazzone — ridacchiò Theandra. — Ad ogni modo, come
abbiamo riferito, Gillian è scomparso alcuni giorni fa, dopo
esser stato contattato da un prete della Chiesa della Fede.
— Lester Mon Dama — annuì Zork.
— Infatti. Ebbene, Karl, è venuto fuori che anche Susan
Quint conosceva questo prete. Quand'era bambina, al tempo
in cui i suoi genitori si uccisero, Lester Mon Dama era lì a
confortarla.
Zork non si mostrò impressionato. — Questa è storia
antica, Theandra. Che Susan Quint e Gillian conoscessero
entrambi quel prete può essere una semplice coincidenza.
— Allora ti racconterò un altro po' di storia antica.
Ventiquattro anni fa tre membri della Chiesa della Fede, tre
ostetrici, morirono in uno strano incidente d'auto. La loro
vettura uscì di strada qui a Irrya, dritta attraverso il guard-rail
e giù in un volo di sessanta metri su uno dei settori solari di
vetracciaio. Naturalmente l'auto non andò a sfasciarsi là; fu
fermata dalla grata protettiva sotto il cavalcavia, che tagliò a
pezzi il veicolo prima che danneggiasse il settore.
— Un dannato modo di andarsene — commentò Zork.
— Dopo l'indagine questo fu archiviato come un
incidente, anche se il proprietario dell'auto rischiò d'essere
accusato di omicidio. Sembra che il pilota automatico ne
fosse uscito intatto, e che avesse rivelato segni di
manomissione. Nessuno poté provare che il proprietario
l'avesse sabotato deliberatamente, ma alcuni ispettori della
E-Tech giuravano d'esserne convinti. — La bionda fece una
pausa. — Indovina chi era il proprietario.
— Lester Mon Dama?
— Un punto per te, Karl. È venuto fuori che Lester Mon
Dama era culo e camicia con questi tre ostetrici, e che uno di
loro aveva in cura la madre di Susan Quint durante la
gravidanza.
— Le coincidenze si sommano — ammise Zork.
— Puoi dirlo forte. Ma ora ne viene fuori una singolare.
Questi tre medici si presero cura di molte altre donne incinte,
tutte devote seguaci della Chiesa della Fede. E il
novantaquattro per cento dei bambini nati nelle mani di
costoro erano femmine.
Karl si accigliò. — Un ordine della Chiesa? Le donne
avevano avuto istruzione di partorire figlie femmine?
— Non risulta che la Chiesa avesse dato questo ordine.
Però esiste la prova che molte di queste bambine, se non
tutte, oggi da adulte mostrano qualcosa di assai notevole.
Quelle che noi abbiamo potuto localizzare, ragazze intorno
ai venticinque ventisette anni, sono senza eccezione
straordinariamente belle. Almeno cinque di loro sono atlete
famose, detentrici di record mondiali. Altre tre giocano nel
campionato G-Zero. Una è attualmente terza assoluta nelle
gare di velocità sulle Piste di Discesa Libera a Pocono.
Un'altra è nota col nome d'arte di Slim Trim Three nel più
violento sport di Sirak-Brath, quello che si pratica allo
Scontro Frontale.
Zork socchiuse le palpebre e si sfregò la barba, come se
fosse perduto in profondi pensieri. — Theandra, io sto per
fare una strana ipotesi. Sto per dire che queste ragazze di cui
parli sono delle trasformate.
— Scommettici pure i tuoi soldi, Karl. È più che una
semplice ipotesi affermare che quei tre ostetrici praticarono
modifiche fetali... modifiche altamente illegali, posso
aggiungere. E varie circostanze provano che anche Susan
Quint era una trasformata.
— Ma tutto questo dove ci porta, Theandra?
Ghandi si stava facendo la stessa domanda.
— Francamente, Karl, ancora non lo so. Ma una cosa è
certa: Lester Mon Dama ha molte spiegazioni da dare. E
tuttavia, vuoi saperne un'altra?
— Anche Lester Mon Dama è scomparso?
— Bingo, Karl! Il prete non è stato più visto dal giorno in
cui ha incontrato Gillian.
— Cose strane accadono.
Ghandi era d'accordo. Spesso Zork/Morgan gonfiavano i
fatti per tirarne fuori una storia, dando in pasto alla gente
conclusioni che sfidavano l'immaginazione. Ma in quella
circostanza i due giornalisti non stavano speculando su ciò
che poteva esserci dietro i fatti. Questo particolare, nella
mente di Ghandi, li dipingeva col colore della verità.
E l'idea che Susan Quint fosse una trasformata aveva
senso. Calvin, che al terminal di Honshu non era stato capace
di ucciderla, aveva detto che la ragazza si muoveva con
straordinaria rapidità. Ma quale poteva essere lo scopo di
quelle modifiche genetiche? Sicuramente non di creare un
gruppo di super-atlete femmine. Che Susan Quint e le altre
giovani donne fossero parte di un qualche folle piano segreto
della Chiesa della Fede? Era stato Lester Mon Dama a
organizzare quelle operazioni sui feti?
Prima che Ghandi potesse interrogarsi oltre su
quell'enigma, la porta della sala riunioni si frammentò in una
serie di piccoli rettangoli, che subito svanirono in sbuffi di
vapore molecolare rosa. Il sistema di ventilazione non aveva
ancora assorbito il fumo nell'intelaiatura che Colette
attraversò la soglia. Ghandi si alzò, sorpreso dall'arrivo della
moglie. — Credevo che tu dovessi andare a...
— Hai visto il notiziario della FL-Sedici? — sbottò
Colette. Dietro di lei la porta si solidificò di nuovo.
— Sì. Stavo giusto guardando...
— Quali sono le tue conclusioni, Corelli-Paul?
Le mani della bionda stavano tremando. La ruga fra le
sopracciglia, solitamente poco visibile, vibrava di furia. Lui
le scrutò il volto alla ricerca delle tracce di Saffo, per capire
se nell'unione con la sua lontana gemellare fosse di nuovo la
loro monarca. La voce sembrava quella di Colette, anche se
la sua rabbia rendeva difficile dirlo per certo. Raramente
Colette esibiva una furia simile. Ma Saffo? Chi poteva
sapere cosa fossero le sue emozioni?
— Non ho ancora avuto il tempo di pensarci. Theandra
Morgan ha dato appena un riassunto...
— La Morgan e Zork non hanno abbastanza intelligenza
per analizzare quei dati! Tu sì. Sommali, interpretali.
— Non sono sicuro di cosa possa significare...
— Fai un'ipotesi!
Lui la guardò, impotente.
— Sciocco che non sei altro! — Facendo svolazzare la
gonna Colette balzò il piedi sul tavolo. Le sue scarpette
risuonarono sulla superficie liscia quando si gettò in alcuni
indiavolati passi di danza — puro ritmo tre/quarti — da
un'estremità a quella opposta. I tacchi e le punte
mitragliavano l'imitazione-mogano con una velocità che
ricordò a Ghandi il tip-tap, ma in qualche modo un tip-tap
distorto, asincrono, che feriva gli orecchi con la sua frenesia.
L'uomo fece un passo indietro, troppo sbalordito per parlare.
In venticinque anni non l'aveva mai vista fare nulla di così
straordinariamente bizzarro.
La bionda continuò a ballare avanti e indietro sulla
superficie del tavolo, facendo scattare furiosamente le
gambe, con le braccia che ondeggiavano inerti come fossero
appendici inutili non collegate ai ritmi del suo sistema
nervoso. Alcune parole ansanti, borbottate e impastate, le
uscirono dalle labbra.
— Incompetenza modificata... dai difetti insiti in questo
kascht distorto. Puzza di una mancanza!
S'immobilizzò a metà di un passo, in posa innaturale,
quasi che avesse urtato una barriera invisibile. — Puzza di
una mancanza! — ripeté, girandosi verso di lui. La sua testa
scattò all'indietro, come se qualcosa l'avesse colpita al
mento, e spalancò la bocca.
Un latrato — un verso animalesco, fremente di emozione
che a Gandhi parve disperato e rabbioso — le scosse il petto.
Era così dissimile da qualunque suono umano che per un
momento lui si sentì disorientato, al punto che smarrì il
senso dell'equilibrio. Vacillò contro il muro e vi si appoggiò,
avido di qualcosa di solido su cui fermare i suoi sensi.
Colette saltò giù dal tavolo e venne verso di lui. Alzò le
braccia; le sue dita si affondarono nelle spalle di Ghandi,
cominciando a massaggiarle attraverso il tessuto sottile della
camicia. Dita affamate, bramose di lussuria. Lui la guardò
negli occhi, col fiato mozzo per lo spavento.
Lei lo spinse rudemente con le spalle al muro. — Puzza di
una mancanza! — sibilò, tenendolo fermo con forza. — Tu
sai cosa significa, Corelli-Paul? Per una volta, non riesci a
vedere ciò che è ovvio?
Lui deglutì nervosamente e fece il possibile per
concentrarsi, in cerca di una via d'uscita. Chiunque fosse la
persona davanti a lui non era certamente Colette, non la
Colette che lui conosceva.
— Tu sei Saffo — mormorò.
Lei lo lasciò e fece un passo indietro. La distanza sembrò
placarla e un po' di quella follia abbandonò il suo volto.
— Sono Saffo. Ciò che hai appena visto è
l'interallacciamento di un Ash Ock, le pressioni dialettiche di
due gemellari, opposte e non controllabili, che si scontrano
fino alla sintesi del perfetto equilibrio, il catalizzatore che dà
origine al Paratwa.
Lui deglutì. — L'ho letto, da qualche parte.
Le sfuggì una risatina. — L'hai letto da qualche parte! Ma
che bravo ometto! Però ancora non hai capito cosa sto
parlando, vero?
— Non so cosa volevi che ti dicessi — ammise lui.
Un nuovo spasimo di rabbia le distorse il viso. — È stata
colpa di Reemul! Quello stupido bastardo! Non ha eseguito
gli ordini! Reemul non lo ha ucciso!
— Non ha ucciso chi... Gillian?
— Gillian? Bah! No, Gillian è solo una seccatura. Non
m'importa di lui. Ma di quello che ha addestrato Gillian, di
lui m'importa. Quello la cui vanità lo ha indotto a rivolgersi
contro di noi... quello che è ancora vivo! Reemul non ha fatto
il suo dovere... almeno, non del tutto. Uno dei suoi gemellari
dev'essere sopravvissuto!
— Ma chi... di chi stai parlando? — La curiosità stava
avendo la meglio sulla paura di Ghandi.
— Trasformate! Feti femminili alterati da lui! Centinaia,
sicuramente, tutte create col solo scopo di trovare quella
giusta, quella che può interallacciarsi con Gillian, quella che
può essere usata per far tornare Empedocle!
Ghandi sapeva abbastanza sulla storia dei Paratwa da
tentare un'educata ipotesi. — Stai parlando di... Aristotele? È
sopravvissuto all'Apocalisse?
— Aristotele — sussurrò lei, come se la parola fosse
un'imprecazione. — Sì, è ancora vivo... o lo è
un'incarnazione di lui, un aspetto di ciò che era una volta.
Nessun altro, nelle Colonie, potrebbe mai sperare di
rimediare alla menomazione di Empedocle. Nessun altro
avrebbe la capacità di risanare l'aritmia
dell'interallacciamento. — Il suo volto impallidì di colpo. —
La cellula degli Os/Ka/Loq... lui può essere il solo
responsabile...
— Cosa?
Saffo scosse il capo. — Niente.
Ghandi aveva gli occhi sbarrati. — È stato Aristotele a
creare quel programma negli Archivi E-Tech? Quello che il
tuo Bracconiere stava cercando di distruggere?
— Sì. Il San Bernardo è opera di Aristotele. — Lei alzò le
mani a toccarlo, ma stavolta con gentilezza, nel modo di
Colette. I palmi gli accarezzarono le guance. I polpastrelli
sfiorarono gli angoli della sua bocca. Ghandi ebbe la netta
sensazione che Saffo avesse bisogno d'essere capita, che lui
comprendesse la totalità degli intrighi degli Ash Ock.
La bocca di lei si avvicinò, le labbra toccarono le sue e
indugiarono su di esse in un breve bacio. Ghandi sentì un
afflusso di sangue alla faccia, ma era un calore misto a
qualcosa di poco familiare, una passione intrisa di stranezza.
— Pensavamo che solo quel programma fosse rimasto di
lui. Credevamo che il nostro nemico fosse rimasto soltanto
negli Archivi E-Tech. Ma ora è ovvio che sbagliavamo.
Aristotele, o una parte di lui, vive ancora.
Saffo si fece indietro. Sul suo volto c'era un'espressione
che Ghandi non seppe decifrare. Cosa prova? si chiese.
Tristezza, forse; dietro la tristezza c'era però anche qualcosa
che sembrava stagnare da lungo tempo nell'inquieta
profondità della mente. Solitudine? Questo avrebbe dato una
spiegazione umana a ciò che la turbava, ma i suoi non
potevano essere comuni turbamenti umani. C'era altro, un
genere di emotività che Ghandi non sarebbe mai riuscito a
capire davvero.
Per la prima volta in venticinque anni ebbe pietà di lei. Le
prese il volto fra le mani glielo fece alzare, con la bocca a
pochi millimetri dalla sua bocca, costringendola a guardarlo
così, come fra eguali.
Una sensazione incredibile lo attraversò. Seppe che
ritrovava il suo autocontrollo, la sua forza di volontà, e in un
solo momento sentì il vero se stesso emergere dalle strettoie
della prudenza in una vastità dove il morso dei microbi era
insignificante.
Il corpo di lei ebbe un tremito. Si appoggiò al suo petto. —
Aristotele... conosce cose che possono minacciarci.
Ghandi le accarezzò la nuca. — E queste informazioni
sono contenute nel San Bernardo?
— Sì. Ma ora dobbiamo batterci sia contro quel
programma che con il suo creatore.
Il cuore di Ghandi accelerò i battiti, pulsando di una
virilità nuova. Si lasciò immergere da quell'emozione,
alimentando la sua coscienza con una libertà che aveva
sacrificato da quasi una vita in nome dei piani degli Ash
Ock. Le permise di stringersi a lui, ma tenendole il volto fra
le mani, e non glielo lasciò abbassare. In quel breve varco fra
i loro occhi, le menzogne e le verità erano più facili da
identificare.
— Avrei alcune domande.
— Sì.
— Quando eri sul tavolo... nell'interallacciamento. Hai
detto una parola che non avevo mai sentito. Kascht.
— Il kascht è una parte di... spazio. — Esitò, in cerca di
una definizione più precisa. — Il kascht è un luogo... un
tempo. È una zona come... una zona che permette, o non
permette, la chiarezza necessaria per... la comunicazione
completa.
Ghandi non capì, ma aveva l'impressione che fosse
sincera.
Pensò che fosse solo un problema semantico. — E l'altra
frase — insisté. — L'hai detta più di una volta. Il puzzo della
mancanza?
— Questo kascht in cui voi esistete, in cui esistono la
Terra e le Colonie... questo kascht puzza, è il solo modo di
dirlo, perché manca qualcosa. Non permette la normale
chiarezza comunicativa. È un'aberrazione.
Nel dirlo ebbe una smorfia penosa. Per un momento lui
pensò che fosse sul punto di piangere.
— Un'aberrazione? Che genere di aberrazione?
Uno spettro parve passare sul volto di lei; gli occhi color
acquamarina si spalancarono, e Ghandi ebbe la curiosa
impressione di guardare più di una persona. Poi quell'istante
passò; Saffo se ne andò e ci fu di nuovo soltanto Colette. Lui
se ne accorse subito; aveva già assistito alla transizione in
senso contrario, al ritorno della gemellare e della sua
personalità.
Sua moglie si scostò da lui.
Ghandi tossicchiò. — Saffo mi stava dicendo... mi ha
parlato di un'aberrazione che...
— Per favore, Corelli-Paul. È già stato detto fin troppo.
Basta così. Per favore.
— Come vuoi. — Ghandi si girò verso lo schermo
sospeso, ancora sintonizzato sulla FL-Sedici. Stava
trasmettendo pubblicità: una giovane coppia elegante, mano
nella mano, passeggiava in un affollato viale di Irrya. C'era
tensione sui loro volti, un disagio accentuato dall'antipatico
amalgamarsi di troppi corpi in uno spazio troppo stretto.
— Manderò Calvin a indagare sul passato di questo prete
— disse Colette. — Forse c'è una traccia che ci porterà ad
Aristotele.
— Non se n'era già occupato, quando il notiziario disse
che Gillian era stato visto con questo Lester Mon Dama?
— Sì, Calvin ha fatto una discreta indagine. Ma non era
una cosa prioritaria. Ora lo è. Aristotele dev'essere trovato. E
dev'essere ucciso.
Ghandi annuì. — Queste informazioni in possesso di
Aristotele, di che si tratta? Come può minacciarvi? Hanno a
che fare con la gemellare di Gillian, col fatto di riportare
Empedocle in vita?
Colette esitò, come chiedendosi se doveva rispondere o
meno. Poi, bruscamente, gli volse le spalle e andò alla porta.
Il battente si disgregò, e tornò solido dopo il suo passaggio.
Ghandi era di nuovo solo.
E seppe che riportare in vita Empedocle — tramutare in
qualche modo Susan Quint nella gemellare di Gillian — non
era la prima preoccupazione di Colette/Saffo. Una seccatura
aveva detto, riferendosi a Gillian.
Il vero pericolo era dunque Aristotele. Lui e il suo
misterioso programma di computer, il San Bernardo.
Ma quali informazioni potevano rappresentare una
minaccia così grave per i piani degli Ash Ock? Che
Aristotele avesse sviluppato una specie di super-arma, o
qualcosa che le Colonie potevano usare per respingere i
Paratwa?
Scosse il capo. No, non un'arma... o almeno non una nel
senso comune del termine. Comunque, Aristotele aveva il
modo di tenere in scacco la regale casta. Come
Gillian/Empedocle, anche lui era uno di loro. Forse gli Ash
Ock avevano un segreto tallone d'Achille. Forse Aristotele
l'aveva scoperto. Era per questo che, come Saffo aveva
appena detto, Reemul il Jeek era stato mandato a ucciderlo?
Ghandi sospirò. C'erano troppe domande e pochi dati.
Avrebbe potuto ballare in circolo tutto il giorno senza
avvicinarsi di un passo alle risposte.
Sullo schermo, la pubblicità continuava. I due giovani che
avevano passeggiato sul viale sedevano fianco a fianco su un
letto ad aria, in una spaziosa camera dai colori pastellosi,
«terrestri»: verde, azzurro e ambra. Si tenevano ancora per
mano, ma le loro facce erano adesso nascoste da piccoli
visori affibbiati alla testa. Lei muoveva un ginocchio contro
quello di lui. Lui le accarezzava una coscia. I loro gesti
morbidi, la posa dei loro corpi, tutto suggeriva un gestalt di
pace e di serenità.
La scena si dissolse e apparve un ampio panorama: una
pianura verde che estesa fino alla parete lussureggiante di
una boscaglia, mentre sullo sfondo si levava il profilo di una
catena montuosa. Tre vette erano stagliate nitidamente sul
cielo azzurro, incappucciate di candide nevi. Nella parte
inferiore dello schermo apparve il messaggio dello sponsor.
— SENSORIALI PABLAZI —
AVETE SEMPRE SOGNATO DI VEDERLO
I NOSTRI VISORI VE LO FARANNO VIVERE
La Pablazi non era una un'industria della CPG, ma Ghandi
riconobbe quella pubblicità dei sensoriali come un prodotto
di un'agenzia della CPG. Il messaggio dietro quel video era
chiaramente opera di sua moglie.
Il sogno segreto dell'umanità, il ritorno alla Terra. Da
tempo ormai, per volere di Colette/Saffo, quell'argomento
era usato per vendere un po' di tutto, dai visori sensoriali alle
macchine robotizzate piantatrici-trebbiatrici.
Dal limite del suo subconscio emerse un'ipotesi, un
miscuglio di indizi disparati da cui gli sembrava di capire
che il «ritorno alle nostre radici» di Saffo e le segrete
conoscenze di Aristotele erano parte dello stesso mistero. Ma
non riuscì a delineare nulla di più concreto da quel sospetto.
Forse Colette/Saffo avrebbero avuto un altro accesso di
quello strano comportamento. Forse la prossima volta lei gli
avrebbe rivelato tutto.
13

Jon Van Ostrand aveva l'aspetto di un uomo che, se avesse


potuto scegliere, sarebbe stato felice di non partecipare allo
sbalordito silenzio sceso nella sala del Consiglio di Irrya.
Anche se fisicamente si trovava oltre l'orbita di Giove, nella
relativa sicurezza del suo satellite fortificato, la faccia scura
inquadrata negli schermi VSL stava informando i colleghi
che quel giorno il Comandante Supremo dei Sorveglianti
Intercoloniali avrebbe preferito essere altrove.
— Quanto grande? — chiese Inez Hernandez, per una
precisazione che nessuno degli altri sembrava ansioso di
avere.
Van Ostrand si girò a consultare uno dei suoi terminali,
fuori campo. Quando rispose, il Leone sentì che aveva una
nota stridula nella voce, come se i dati gli restassero ancora
indigesti.
— L'astronave sconosciuta è lunga circa 3460 km, di
forma ovoidale, con un diametro al centro di 1450 km.
Inez scosse il capo. — Lei sta parlando di un vascello
trenta volte più grosso della maggiore fra le nostre Colonie.
— Trenta volte più lungo di Irrya — la corresse Van
Ostrand. — In termini di volume, l'astronave sconosciuta
potrebbe contenere tutti e 217 i cilindri della confederazione.
— E quando è comparsa questa nave? — domandò Maria
Losef. La sua voce, come al solito, non esprimeva contenuti
emozionali. Avrebbe potuto chiedere l'ora con lo stesso tono.
— Il segnale è stato captato dai nostri teleradar più esterni
meno di un'ora fa. Ho chiamato via VSL appena avuto la
notizia.
— Interessante coincidenza — disse seccamente Edward
Huromonus. — Abbiamo Meridian qui in anticamera, in
attesa di parlare a questo Consiglio, ed ecco che appare una
nave colossale.
Il Leone provò un'altra spiacevole sensazione fisica, un
dolore acuto nelle profondità dell'addome. Da qualche giorno
soffriva di ciò che, quel mattino, un medico Costeau aveva
diagnosticato per crampi allo stomaco dovuti allo stress. Gli
era stata raccomandata una vacanza. Quel suggerimento
l'aveva fatto ridere; un sintomo di tensione anche quello,
certo, ma se non altro il primo cenno di catarsi emotiva dopo
l'attacco di quattro giorni addietro. Per accontentare il
medico gli aveva promesso solennemente che avrebbe
seguito il consiglio.
Sapeva che quel dolore allo stomaco era una
manifestazione fisica della sua vergogna, della sua codardia
dopo il massacro alla villa. Nell'orgasmo del momento lui
aveva tradito i valori morali di una vita intera, ed era
abbastanza onesto da capire che gli sarebbe occorso del
tempo per sentire la vera portata di quel tradimento. Anche
la sua rabbia era stata diluita dalla necessità di continuare a
essere il Leone degli Alexander, un consigliere di Irrya. Il
dovere gli chiedeva quell'auto-repressione. Il dovere
ordinava che la sua rabbia si trasformasse in crampi allo
stomaco.
Dal centro del tavolo rotondo, sul pentagono di schermi
VSL, Van Ostrand proseguì il suo rapporto. — L'astronave
sta decelerando verso le Colonie. La sua velocità attuale è il
dodici per cento di quella della luce. Sia la rotta che la
decelerazione sono identiche a quelle seguite dalla navetta di
Meridian, che rilevammo quaranta giorni fa nella stessa
zona.
— Fra quanto potremo intercettarla? — domandò
Huromonus.
— Fra due giorni, se l'invasore manterrà questa rotta. Fra
due giorni, infatti, quindici delle nostre navi da attacco con
armamento nucleare giungeranno in quel quadrante. E dopo
altri quattro giorni saranno seguite dalla nostra prima ondata,
composta da 296 fra navi da attacco e incrociatori, incluse
sedici navi da battaglia di Classe Ribonix.
Van Ostrand alzò il mento e si schiarì la gola, mostrando
più entusiasmo. Come tutti i militari, recitare dati e
schieramenti in campo lo animava di un'aria risoluta.
— Gli impianti delle stazioni più avanzate sono già in
grado di dirci qualcosa. Per ora, non è stata una sorpresa
accorgerci che lo scafo dell'astronave appare impenetrabile
ai detector. Proietta intorno a sé un campo di tipo
elettromagnetico, forse per il solo scopo di bloccare i raggi
sensori o fornire dati alterati. A distanza inferiore, tuttavia,
alcuni dei nostri scanner di tipo più evoluto dovrebbero poter
dare un'occhiata all'interno. Al momento sappiamo solo che
lo scafo mostra una serie d'irregolarità, e ciò fa pensare che
non sia stato costruito con procedimenti cantieristici, come le
nostre navi.
Inez si accigliò. — Vuol dire che potrebbe essere un
planetoide svuotato all'interno? Qualcosa del genere?
Van Ostrand esitò una frazione di secondo. — No, non
sembra che le cose stiano così.
Vedendo che il Comandante dei Sorveglianti non spiegava
le ragioni della sua ipotesi, Huromonus inarcò un
sopracciglio. — E come pensa che stiano le cose?
— Come ho detto, siamo allo stadio preliminare
dell'interpretazione dei dati. Ma le prime analisi indicano che
lo scafo esterno è composto di sezioni assemblate in modo
irregolare, casuale. Devo però ripetere che i dati finora
assunti potrebbero essere erronei. È possibile che i nostri
detector a lungo raggio siano ingannati dalle distorsioni del
fortissimo campo magnetico esterno.
Inez gettò uno sguardo al Leone. Van Ostrand stava
cercando di evitare risposte troppo precise.
Maria Losef non gliela lasciò passare. — C'è qualcosa che
lei è riluttante a dirci, Jon?
Il Comandante dei Sorveglianti cedette. — E va bene. Se i
dati da noi rilevati sono esatti, sembra che questo vascello
lungo 3460 km sia di natura organica. Questa dannata cosa
non può esser stata costruita. Ha più l'aria d'essere cresciuta.
Per qualche secondo nessuno fece commenti.
— Cresciuta? — mormorò infine Inez, nel silenzio.
Van Ostrand si strinse nelle spalle.
Il Leone sentì un'altra fitta di dolore nelle viscere. Allungò
una mano sotto il tavolo e si premette sulla camicia l'autofar-
mac, fremendo appena al contatto della siringa: un anestetico
ad azione rapida, l'unico medicinale che aveva accettato di
prendere.
Un'astronave lunga oltre duemila miglia. Da dove poteva
essere venuta una cosa simile? L'aveva costruita
Theophrastus, il genio degli Ash Ock? L'aveva piantata e
annaffiata finché era cresciuta a quel punto? Cos'è che ci
troviamo di fronte, dannazione?
La Losef non era, al solito dell'umore di concedere troppe
pause. — È possibile che questo scafo sia una struttura
mimetica, una mossa psicologica per provocare stupore e
paura?
Van Ostrand annuì vigorosamente. — Sì. Potrebbe essere
così. Non sappiamo per certo che tipo di nave stiamo
affrontando. È ancora troppo lontana.
Huromonus si rivolse a Inez. — I pre-Apocalittici
disponevano di meccanismi capaci di auto-accrescimento?
— Sì, ma secondo le nostre registrazioni non è mai stato
sviluppato niente sopra il livello della nano-tecnologia.
Sicuramente non erano arrivati al punto di far crescere
strutture meccaniche lunghe 3460 chilometri.
— Forse il rivestimento organico è solo un guscio
macroscopico, e non la nave vera e propria.
— Anche questo è possibile — disse Van Ostrand.
La Losef alzò una mano. — Una discussione su ipotesi per
ora vaghe è prematura. Suggerisco di restare su argomenti
più concreti.
— Buona idea — disse Inez guardando il suo monitor. —
Jon, c'è una cosa che m'incuriosisce. Ho fatto alcuni rapidi
calcoli, qui. Un vascello così enorme che viaggi a 12 PSOL,
dovrebbe esser stato individuato qualche settimana fa. Ma le
griglie dei teleradar lo avvistano soltanto ora. Io posso
vedere due possibili spiegazioni di questo. Una: stava
viaggiando a una velocità molto più elevata, ed ha decelerato
all'attuale 12 PSOL in tempo incredibilmente breve. Due: è
fornito di una tecnologia anti-individuazione assai superiore
alla nostra.
— I miei tecnici stanno lavorando sulla teoria anti-
individuazione — disse Van Ostrand. — Come ha suggerito
Edward, è probabile che la sua comparsa sui nostri schermi
mentre il Consiglio sta per ricevere Meridian non sia affatto
una coincidenza.
Il Leone annuì. L'altra metà di Meridian, a bordo del
vascello, poteva aver fatto spegnere l'apparato anti-
individuazione nel momento in cui il suo gemellare entrava
nel palazzo del governo. Ripensò agli avvertimenti di Nick
su quel Paratwa, un Jeek Elemental che si supponeva avesse
sempre collaborato con gli Ash Ock a livello direttivo.
È un Jeek, uno dei più terribili ceppi mai sviluppati, un
killer. Costui è il Paratwa che addestrò Gillian al
combattimento. Eppure non può essere un maniaco instabile
come Reemul. Nick dice che era un esperto dell'intrigo
politico, sotto la direzione di Saffo e di Aristotele. Ha una
mente sottile, da cui dobbiamo guardarci.
Inez disse, a Van Ostrand: — Jon, lei ha accennato alla
rotta di questo vascello. È sicuro che stia seguendo quella già
percorsa dalla navetta di Meridian?
— Le coordinate sono esattamente le stesse.
Ecco un altro mistero, pensò il Leone. Sei settimane
addietro, la navetta di Meridian si era avvicinata al sistema
solare da una direzione le cui coordinate polari erano
inclinate di 73/35 gradi rispetto alla rotta su cui erano partite
le navi del progetto Verso le Stelle due secoli e mezzo prima.
Presumendo che 12 PSOL — una velocità entro i limiti
noti della tecnologia di quel progetto — fosse rimasta il suo
limite massimo, la flotta dei Paratwa poteva aver raggiunto
uno degli obiettivi (forse Epsilon Eridani) stabilito là una
base planetaria (sempre che avesse trovato pianeti agibili) ed
avere avuto tutto il tempo per tornare nel sistema solare dopo
anni di permanenza altrove.
Ma né la navetta di Meridian né quel gigantesco vascello
arrivavano dalla direzione di Epsilon Eridani o altre stelle
vicine. Anzi la loro rotta, se prolungata all'indietro,
terminava a un gruppo di stelle lontane oltre mezzo milione
di anni luce.
C'erano varie ipotesi per spiegare quel mistero, e
nell'ultimo mese il Consiglio le aveva discusse nei
particolari. La più inquietante attribuiva ai Paratwa la
possibilità di avvicinarsi, e forse di aver superato, la mitica
velocità della luce, cosa che secondo la teoria VSL non era
irrealizzabile. Questo avrebbe consentito una vasta, per
quanto non necessaria, curva di rientro lungo una nuova
rotta.
Come i suoi colleghi consiglieri, anche il Leone non
voleva credere che i Paratwa disponessero di una velocità
relativistica. E in ciò era confortato da alcune teorie che
negavano quella VSL non senza buoni motivi. Per dirne uno,
quando le Colonie avevano saputo che i loro nemici erano
sopravvissuti all'Apocalisse infiltrandosi nel progetto Verso
le Stelle, i Paratwa si trovavano a cinquantasei anni di
viaggio dal sistema solare. Ovviamente il killer a tre
gemellari e forse anche Saffo erano giunti sulle Colonie
molto prima, ma ciò poteva esser spiegato in termini di
velocità normali. Il semplice fatto che quell'immenso
vascello arrivasse dopo i previsti cinquantasei anni
confermava che i Paratwa agivano nei limiti imposti da una
velocità sub-luce.
— Bene — disse Huromonus. — Suppongo che sia il
momento di invitare questo Meridian a darci qualche
spiegazione.
Van Ostrand ebbe una smorfia. — Magari ci dirà anche
perché i suoi padroni hanno assassinato il consigliere che ora
lei sostituisce.
— Il mistero che circonda la morte di Doyle Blumhaven
sarà chiarito — promise Huromonus. — E lo stesso dicasi
per la scomparsa di Gillian, di Lester Mon Dama e della
giovane Susan Quint.
Inez fece un sospiro. Prima della seduta aveva parlato col
Leone di ciò che riferivano le emittenti libere, ma non era
stata molto impressionata da quelle rivelazioni. Continuava a
essere convinta che la nipote fosse stata assassinata dal
Paratwa.
Tutti noi cerchiamo di mettere un limite alle nostre pene,
pensò il Leone.
— Non sono certa che un incontro faccia a faccia con
Meridian sia una buona idea — disse Inez. — Forse
dovremmo parlargli attraverso un impianto video.
— Non vedo un motivo logico per cui questo emissario
dovrebbe cercare di ucciderci — replicò Maria Losef.
— Fin dal suo arrivo — aggiunse Huromonus, —
Meridian e i suoi animali sono stati esaminati e riesaminati.
Diverse squadre hanno studiato con cura questo Jeek e i due
cani. Se Meridian e i suoi amichetti celassero armi e virus
pericolosi, o anche innocui come quello del raffreddore,
l'avremmo saputo. Ma sono puliti... almeno, per quanto i
nostri mezzi sono in grado di accertare.
Il Leone tenne per sé ciò che pensava. Era inutile riparlare
della tecnologia dei Paratwa; i consiglieri erano già informati
di tutte le ipotesi e non restava che tenerle presenti.
Inez lo stava guardando in cerca di appoggio. Il Leone si
costrinse a sorridere. — Se questo gemellare volesse, Inez,
potrebbe ucciderci tutti a mani nude senza darci la possibilità
di chiamare aiuto. Ma dobbiamo affrontarlo. — Esitò. — La
stampa insinuerebbe che siamo dei vigliacchi, se evitassimo
un incontro faccia a faccia.
— Sì, capisco — disse Inez. — Ma mi preoccupa
l'insistenza con cui Meridian chiede di portarsi dietro i suoi
cani dappertutto, perfino in questa stessa sala. Non ne
capisco il motivo.
Un lieve sorriso ravvivò le guance di Huromonus. —
Questa mattina ho fatto a Meridian la stessa domanda. Lui ha
risposto, cito le sue parole: «Mi sentirei molto solo senza i
miei piccoli amici».
Van Ostrand alzò gli occhi al cielo. Maria Losef ordinò al
computer di aprirle la comunicazione con l'anticamera e
chiese al servizio di sicurezza di far entrare Meridian.

Il Leone aveva già visto diverse foto di Meridian. Dopo


che la navetta del Jeek era stata fermata dalle astronavi di
Van Ostrand, le immagini erano state trasmesse sulle
Colonie. Ora s'accorse però che le foto non rivelavano
l'essenza di quel Paratwa.
Quando la porta nera si aprì e Meridian ebbe il permesso
di oltrepassare la soglia, il suo abbigliamento ricordò subito
al Leone certi antichi video sugli Zoe Coxcomb, una delle
più infami sette di fanatici del ventunesimo secolo, dedita
alla vivisezione. Tutti omosessuali maschi, vestiti in foggia
fastidiosa per gli occhi di un cittadino delle Colonie, gli Zoe
Coxcomb erano specializzati nelle amputazioni del pene
durante il rapporto sessuale, secondo la loro folle «Teoria
dell'Orgasmo Perfetto».
Meridian indossava un completo a tre pezzi di lucida
stoffa grigia. La giacca era in stile smoking ottocentesco, coi
bottoni formati da pietre preziose piuttosto grosse: rubini,
smeraldi e zaffiri. La sua camicetta rosa, ricamata, poteva
definirsi civettuola. A questo si aggiungeva una gonnella
pieghettata, lunga fino al ginocchio, sotto la quale portava un
paio di pantaloni col risvolto. Due o tre riccioli dei capelli
biondi, striati di grigio, gli ricadevano sulla fronte ampia. Al
suo lobo sinistro pendeva un orecchino di natura organica —
una medusa modificata, bianca e morbida, larga un paio di
centimetri — fornita di filamenti che sparivano nel canale
auditivo dell'orecchio. La medusa pulsava come un cuore,
collegata a qualche ritmo sconosciuto nel corpo di Meridian.
Era alto circa un metro e novanta e magro come un
arbusto, con una faccia pallida al punto d'apparire emaciata.
Dimostrava all'incirca sessant'anni, ma il Leone non voleva
fare speculazioni sull'età di quel gemellare. Meridian era
nato quasi tre secoli addietro, però restava incerto se gli Ash
Ock l'avessero tenuto in stasi per lunghi periodi, o fossero in
qualche modo riusciti a prolungargli la vita, o se questo era il
risultato dell'aver viaggiato a velocità relativistica.
— Benvenuto alla presenza di questo Consiglio — disse
Maria Losef. — Presumo che le presentazioni non siano
necessarie.
Gli attenti occhi verdi del gemellare scandagliarono i loro
volti, mentre li salutava con un cenno del capo. Il suo
sguardo indugiò un momento di più sui cinque schermi VSL
e rivolse un sorrisetto a Van Ostrand, che aveva già
conosciuto. Il Comandante dei Sorveglianti si limitò a
fissarlo.
I suoi cani furono fatti entrare in sala. Il borzoi — un cane
da caccia russo, e il solo a cui toccava il compito di
camminare — aveva un pelame lungo, marroncino. Era
piuttosto alto, almeno un metro alla spalla, con una testa
lunga e ossuta. L'altro cane, un barboncino nano, era
appollaiato sulla sua groppa. Stava rivolto all'indietro, verso
la coda del borzoi, come a guardargli le spalle. Il pelo
riccioluto del piccolo cane era corto, color sale e pepe; in
testa, fermato da una spilla, aveva un berrettino con la
visiera, vezzosamente inclinato.
La porta nera si chiuse.
— Non ho parole per ringraziarvi dell'onore che mi viene
fatto — disse Meridian, con una ricca voce baritonale. —
Questo momento dovrebbe essere eternato per i posteri. —
Guardò le pareti rivestite in cuoio, i dipinti antichi protetti
nel contenitori di cristallo, il pesante candeliere appeso al
soffitto a cupola. — Spero che una telecamera nascosta stia
registrando il nostro incontro.
La Losef sorrise educatamente e gli accennò di prendere
posto sulla sua destra, di fronte al Leone. — I suoi cani
hanno bisogno di qualcosa di particolare?
II gemellare sedette e appoggiò le mani sulla superficie di
mogano. Piegò le labbra in un sorriso. — Ambiente
delizioso. Legno pregiato, quadri d'epoca. Qui si respira il
profumo della vecchia Terra. I miei piccoli amici? — Si
volse ai cani. — Posizione di riposo accanto alla porta. State
immobili. Non abbaiate.
Il borzoi trotterellò verso l'ingresso e si mise a sedere,
dando spalle al muro. Il barboncino nano saltò giù dalla sua
groppa e assunse una posa identica, sull'altro lato della porta.
— È un animale... binario? — domandò Inez, incapace di
mascherare la sua perplessità.
— Due animali distinti — rispose Meridian, palesemente
divertito dalla sua espressione.
Il Leone ricordava di aver letto che nei tempi pre-
Apocalisse erano stati fatti esperimenti per creare animali
binari di ogni genere. La maggior parte di quei tentativi
erano falliti; in particolare quelli sui cani, da cui erano uscite
creature telepaticamente unite (o così si presumeva) che
dopo qualche settimana di comportamento «binario» o
supposto tale finivano per impazzire. Secondo le
registrazioni rimaste su quei prodotti di laboratorio, nessun
gemellare di cane era mai sopravvissuto fino all'età adulta.
Restava da vedere se Meridian diceva la verità sulla sua
coppia di «piccoli amici».
— Sembrano ben addestrati — constatò Huromonus.
— Fanno ciò che gli vien detto di fare.
Inez corrugò le sopracciglia. La Losef disse: — Questo
Consiglio apprezza l'opportunità d'incontrarsi con lei.
— Era mio dovere, ed è un piacere.
— Per la registrazione: il suo gemellare è rimasto a bordo
della grande astronave che sta facendo intrusione nel sistema
solare?
Meridian intrecciò le dita e poggiò le mani sul tavolo. — Il
termine «intrusione» contiene una certa nota di biasimo.
— Mi permetta di dirlo diversamente: il suo gemellare è a
bordo del vascello appena avvistato dal nostro sistema
difensivo?
— Sì. Io sono qui e là.
— E lei si rivolge a questo Consiglio come emissario
ufficiale dei Paratwa a bordo di quel vascello?
— Sì.
— È Saffo la leader di quei Paratwa?
— Il nostro vascello è chiamato la «Biodissea». Saffo ha
molta voce in capitolo nella conduzione della Biodissea, se è
questo che lei intende per «leader».
— Desidera esporre un'introduzione di qualche genere?
— Tale introduzione è già contenuta nel mio messaggio
iniziale.
— Ha qualcosa da suggerire sull'argomento con cui
potremmo dare inizio a questo colloquio?
— In effetti, sì.
Un momento dopo Meridian mosse il braccio destro;
qualcosa di piccolo e lucido si staccò dalla sua mano, e una
chiazza di luce bianca esplose sulla superficie del tavolo,
dove l'oggetto era andato a cadere.
Il Leone rivide in un flash le immagini del massacro alla
tenuta, e per un terribile istante fatto di caos e di ricordi
atroci nella sua mente scattarono segnali di pericolo. Si alzò,
scostando la pesante sedia, per allontanarsi e ripararsi da
qualunque cosa fosse ciò che Meridian aveva fatto.
Inez mandò un grido e si voltò verso i cani. Huromonus e
il Leone girarono su se stessi di scatto, seguendo il suo
sguardo. Ma i due animali non s'erano mossi. Sedevano ai
lati della porta, sempre nella stessa posizione.
Maria Losef inarcò un sopracciglio.
Dal tavolo si stava alzando uno sfolgorante pilastro di
solida luce bianca, una colonna d'energia che in breve
oltrepassò l'altezza del candeliere.
— Non c'è motivo di allarmarsi — li rassicurò Meridian
con un sorriso, toccando uno dei preziosi bottoni della sua
giacca.
Un paio di metri più in alto delle loro teste, il candido
pilastro cessò di crescere verticalmente e si disintegrò. Un
pulviscolo fine come foschia ricadde in basso, e dentro
quella nebbia luminosa cominciarono ad apparire dei colori,
dei contorni, delle forme. Le immagini si delinearono con
rapidità lungo il perimetro di una sfera, finché ciascuna
rivelò d'essere una miniatura fluttuante di una Colonia
Irryana. La più grossa, chiaramente Irrya, non superava i
dieci centimetri di lunghezza; le altre variavano in
proporzione. I dettagli erano molto precisi, addirittura
fotografici.
Il Leone fu certo, senza bisogno di contarli, che i 217
cilindri della confederazione c'erano tutti. Era la più
sorprendente dimostrazione di tecnica olografica che avesse
mai visto.
Anche la posizione relativa delle Colonie era corretta;
Irrya aveva l'inclinazione giusta rispetto al cilindro più
vicino, Saskatchewan Omni. Al lato opposto del campo
tridimensionale era riconoscibile Den, dove il Leone abitava.
Soltanto le distanze fra i cilindri erano ridimensionate; se fra
essi ci fosse stato il globo terrestre, per contenere
un'immagine analoga non sarebbe bastata la sala del
Consiglio.
— Santi della Fede — mormorò Inez, avvicinandosi a
osservare uno dei cilindri. — Questa è California
Settentrionale. Vedo perfino del verde, attraverso le strisce di
vetracciaio. La riserva forestale. — Inclinò la testa,
stringendo le palpebre. — Sembra che dentro ci sia qualcosa
che si muove... nuvole? Sono nuvole!
Meridian sorrideva ampiamente, godendosi il loro stupore.
— Questo non è un semplice display statico. È una
rappresentazione animata in tempo reale delle Colonie
Irryane.
— Impressionante — commentò la Losef, senza
convinzione. — Questo ologramma ha uno scopo specifico?
— Per il momento, consideratelo il ritratto della vostra
tranquillità.
Mentre tornava a sedersi, il Leone ebbe un brivido.
— Noi Paratwa desideriamo che il nostro ritorno sia
pacifico. Non ci auguriamo le tragedie e i dolori di un
conflitto.
Dal posto in cui sedeva il Leone, una delle piccole Colonie
sembrava fluttuare davanti alla bocca di Meridian. Nel
parlare, il gemellare gli dava l'impressione d'essere sul punto
di mangiarla.
— Il nostro vascello, la Biodissea, è frutto di realizzazioni
tecniche ben oltre le vostre capacità attuali. Sappiamo che un
vostro primo gruppo di quindici astronavi si sta portando su
una rotta d'intercettazione. — Si volse agli schermi VSL. —
Consigliere Van Ostrand, ho istruzione di informarvi che se
queste navi cercheranno d'impedirci il passaggio, o di usare
le loro armi, saranno immediatamente annientate. È un
avvertimento che vi diamo nella sincera speranza che siano
evitate le premesse di un conflitto fra i nostri popoli.
Van Ostrand, scuro in volto, stava per rispondere, quando
Maria Losef alzò una mano. — Voi state invadendo lo
spazio territoriale di una nazione sovrana — disse con calma.
— Stiamo tornando nella nostra patria — replicò
Meridian. — Le radici della nostra esistenza sono qui.
Al Leone quelle parole suonarono come uno degli slogan
metafisici della Chiesa della Fede.
Huromonus doveva aver avuto la stessa impressione. —
Agli Ash Ock si attribuisce l'invenzione di una delle nostre
religioni. Per caso, signore, lei è un seguace della Chiesa
della Fede?
Meridian sorrise. — Io, signore, sono un seguace della
logica soltanto. La Biodissea ha viaggiato a lungo. La
nostalgia si è indurita in una risolutezza che ha preso la
forma di un programma ben preciso. Non abbiamo bisogno
di mitologie come forza di spinta. I Paratwa sono guidati
solo dall'inesorabile strategia del raziocinio.
«Il sistema solare era la nostra patria. Tornerà ad essere la
nostra patria. Niente ci distoglierà dalla realizzazione di
questo sogno.
— Secondo la costituzione irryana, né la Terra né le
Colonie sono a disposizione della vostra gente.
Il gemellare scrollò le spalle. — Una costituzione è una
legge il cui scopo è di mantenere lo status quo. Se esclude i
diritti di qualcuno, non potete pretendere che per costui abbia
valore.
— Voi intendete ignorare i nostri diritti di sovranità? —
domandò Inez.
— Noi intendiamo realizzare il nostro sogno.
Il Leone ebbe una smorfia. — Anche alla fine del
ventunesimo secolo cercaste di realizzare il vostro sogno,
spazzando via l'umanità.
Meridian lo guardò freddamente. — A quell'epoca i
Paratwa non avevano scelta. Molte nazioni erano in guerra
contro di noi. Molte cosiddette costituzioni furono
modificate per negare agli esseri binari il diritto alla vita.
Fummo definiti un errore dell'uomo. Fu decretato che
dovevamo essere sterminati. Il tentativo di «spazzare via
l'umanità», come dite voi, fu soltanto l'atto disperato di una
razza che voleva sopravvivere.
Huromonus disse: — Credo che i dati contenuti nei nostri
archivi forniscano un'interpretazione diversa di quei fatti.
— Davvero? Chissà perché, non mi sorprende che gli
archivi della E-Tech siano pieni di massicce distorsioni della
verità.
Con quello che il Leone riconobbe come uno dei suoi
manierismi tipici, Huromonus si accarezzò la barbetta
caprina. — Lei sta dicendo che non è vero che i Paratwa
uccisero centocinquanta milioni di esseri umani?
— La razza umana ha sofferto gravi lutti e sciagure a
quell'epoca. I Paratwa erano forse i diretti responsabili di
ciascuna di esse? — Meridian scosse fermamente il capo. —
Distorsioni. Manovre politiche re-interpretate alla luce
dell'odio razziale.
Il Leone sentì la rabbia salire in lui. Si alzò e puntò un dito
contro il gemellare. — È una distorsione l'attacco alla mia
casa di quattro giorni fa, e l'assassinio dei miei amici? È una
distorsione il killer che impazza nelle Colonie da mesi,
massacrando gli inermi a decine? E cinquantasei anni fa:
Reemul! Le sue stragi sono una nostra re-interpretazione
politica dei fatti?
Meridian esitò. Il suo sguardo si fece distante. Il Leone
ebbe l'impressione che l'altro gemellare del Jeek stesse
conferendo con qualcuno, probabilmente Saffo o
Theophrastus. Infine disse:
— Gli umani e i Paratwa sono in guerra da secoli.
Nessuno lo nega. E quando i Paratwa sono in guerra, si
basano su due criteri: cercare la vittoria, e cercarla col minor
numero di perdite possibile... da entrambi i lati.
«Reemul è storia antica. Sia lui che Codrus, il quale lo
svegliò, sono morti. Reemul era del mio stesso ceppo, ma
sfortunatamente era pazzo, anche secondo i nostri standard. I
suoi eccessi non erano conformi agli interessi e ai desideri
degli Ash Ock. Usarlo come esempio è smaccatamente
irrazionale. La storia umana non è forse piena di pazzoidi
che agirono oltre ogni confine della legge e della morale?
«In quanto all'attacco alla sua villa, devo essere io a
ricordarle che lei ospitava, e all'insaputa di questo Consiglio,
diversi nemici giurati dei Paratwa? E mi riferisco soprattutto
a quel maligno individuo di nome Nick, conosciuto come lo
Zar. Lei può biasimare i miei capi se hanno mandato un
guerriero a occuparsi di un antico e brutale nemico?
Il Leone strinse i denti. — Sì, che li biasimo. Io vi accuso
di omicidio. Nick aveva ragione su di lei, Meridian. Lei è
soltanto un politicante bugiardo.
Il gemellare si alzò lentamente dalla poltroncina. Mosse
una mane di scatto. L'ologramma si spense; le Colonie in
miniatura svanirono in un pulviscolo multicolore. Poi si
rivolse con calma a Maria Losef.
— Chiedo un aggiornamento della riunione. Vedo che
l'emotività, al momento, non consente di discutere in modo
ragionevole le nostre iniziative di pace. Forse occorre
qualche giorno per raffreddare gli animi. Io manterrò intatta
la speranza di conciliare le nostre divergenze.
La Losef guardò i colleghi. — Lei è appena arrivato,
Meridian. Abbiamo molte domande da farle...
— Temo di dover insistere.
Il Leone sentì la sua rabbia crescere ancora. Avrebbe
voluto aggredire fisicamente il gemellare, colpirlo, farlo
soffrire.
Meridian si mosse verso di lui, fermandosi a due passi di
distanza. — Io capisco la sua ira. E, malgrado quel che può
pensare, non le do torto. Ma devo ricordarle,
spassionatamente, che durante l'attacco di quattro giorni fa
l'Ash Nar ha risparmiato la sua vita. La vita del Leone degli
Alexander, dell'uomo che fin dal suo sfortunato incontro con
Reemul è stato un nostro nemico giurato.
— Ash Nar — disse il Leone a bassa voce, non fidandosi
delle sue corde vocali. — Allora è così che chiamate i killer
a tre corpi.
Meridian si rivolse agli altri. — Per la registrazione: i vari
attacchi dell'Ash Nar sono effetto di decisioni militari
estranee alle mie competenze. Ma posso assicurarvi che, se
questo Consiglio e i Paratwa troveranno un terreno
accettabile su cui trattare, tutte le operazioni militari di
questo genere cesseranno.
«E ora, col vostro permesso, vorrei disporre di alcuni
giorni per godermi le attrazioni e i piaceri di Irrya.
Inez lo guardò sbalordita. — Vuole andarsene a spasso?
— Proprio così.
Anche Maria Losef sembrava senza parole.
Huromonus si schiarì la gola. Vorremmo la sua
assicurazione che la Biodissea non intraprenderà azioni
offensive contro le navi in avvicinamento.
— Avete la mia parola. La Biodissea non darà inizio a un
conflitto, a patto, ovviamente, che la vostra flotta non
assuma una strategia minacciosa.
«A risentirci fra qualche giorno, signori. — Meridian si
volse ai suoi cani. — Posizione deambulatoria standard.
Seguitemi.
Il barboncino nano balzò sulla groppa del borzoi,
girandosi di nuovo verso i suoi quarti posteriori. Il cane da
caccia attese che Meridian lo oltrepassasse e trotterellò
docilmente dietro il padrone, a due metri di distanza.
Quando la porta fu richiusa, la Losef guardò il Leone. —
La sua rabbia non ha contribuito a una discussione fattiva.
Quali che siano le sue emozioni, devo chiederle un maggiore
autocontrollo durante le riunioni ufficiali con Meridian.
Il Leone si scurì in volto, ma sapeva che la collega aveva
ragione. — Chiedo scusa a questo Consiglio. In futuro terrò
un atteggiamento più confacente.
— Bene. — Maria Losef si rivolse agli altri. — Qualche
commento?
Van Ostrand scosse il capo. — Da dove è uscito quel
proiettore olografico? Come ha potuto sfuggirci?
Inez non mascherava il malumore. — Sembra che non
sappiamo neppure riconoscere certi aspetti della loro
tecnologia.
Huromonus scrollò filosoficamente le spalle.
— Temo — disse la Losef, — che si debba prender atto di
una realtà spiacevole. Sembra che le nostre peggiori paure
siano giustificate: abbiamo di fronte una scienza superiore.
— Fece una pausa. — Bisogna considerare la possibilità che
i Paratwa risultino invincibili in uno scontro diretto.
— Questo è un controsenso — borbottò Van Ostrand. —
Ci è stato esibito qualche esempio di cosiddetta tecnologia
superiore al solo scopo di farci accettare le condizioni che
questo Meridian viene a proporre. Desidero mettere agli atti
che, a mio parere, non si può dare per scontata la loro
invincibilità senza prima combattere.
— Sta suggerendo di attaccare la Biodissea? — chiese la
Losef.
— I Paratwa devono essere sconfitti!
Il Leone si accigliò. Non l'aveva mai visto così rigido e
imperioso, neppure nei suoi atteggiamenti più militaristici.
D'improvviso desiderò che quella seduta terminasse.
Finché non ne avessero saputo di più, ogni discussione era
una perdita di tempo. In quel momento il suo solo desiderio
era parlare con Nick.
L'ometto aveva una conoscenza della psicologia dei
Paratwa molto superiore a quella di chiunque lì nel
Consiglio, e probabilmente in tutte le Colonie. In effetti, la
sua presenza in sala avrebbe potuto essere di grande valore.
Ma Nick giudicava vitale che almeno per un po' lui
continuasse a far credere che era in coma. C'erano cose che
riteneva prioritarie.
Il San Bernardo. È in lui che, secondo Nick, dobbiamo
riporre le nostre speranze. Forse il programma conteneva
segreti che avrebbero permesso di vincere i Paratwa. Gli
invasori non erano onnipotenti. Malgrado la superiorità
tecnologica potevano essere sconfitti.
Il Leone sospirò, senza crederci neppure per un momento.
La sua voglia di aggrapparsi a quella fantasia significava
soltanto che la realtà non offriva più scelte accettabili.
14

Gillian stava cercando di ricordare un posto che non


conosceva.
Rapide percezioni distorte — immagini — lampeggiavano
attraverso la sua mente, come una serie di foto fatte su uno
sfondo simile a una cascata, scene che si susseguivano
mescolandosi in un unico flusso. Eruzioni liquide del suo
passato, che si muovevano troppo in fretta per essere capite.
Empedocle gli spiegò: Il problema è che sei tu a muoverti
troppo lentamente. Le immagini sono nitide, ma devi
osservarle più da vicino. Devi guardarle dal pozzo più
abissale della tua psiche, in cui neppure io posso andare.
Devi scendere nella tua profondità senza tempo, nel
territorio dove esiste soltanto la creatura Gillian.
— Ma in che modo? — chiese lui. La sua voce solitaria
echeggiò nel vuoto e continuò a echeggiare sempre più
lontano, come un sasso che rimbalzasse sull'acqua.
Annulla te stesso, lo incitò il suo monarca.
Gillian non sapeva dove fosse. Non ricordava dov'era
prima. Una catena s'era spezzata e continuava a spezzarsi.
Questo non importa, disse il monarca in un tono a lui
familiare, un tono che voleva placarlo e prevenire il terrore
della conoscenza, la paura del ricordo dei luoghi in cui era
vissuto.
Sono sveglio o sto sognando?
Empedocle non rispose, e Gillian capì che la sua domanda
non significava niente. Sono dentro me stesso. Deve
importarmi soltanto questo.
Sentì il compiacimento di Empedocle: la sua corretta
analisi della situazione soddisfaceva il monarca.
Devi penetrare nel livello più nascosto delle tue
percezioni. È un luogo dove io non posso farti da guida né
seguirti. Devi andarci da solo.
Guardò le immagini con maggiore concentrazione, ma
esse parvero muoversi più in fretta e diventare del tutto
incomprensibili. Allora provò la tattica opposta, focalizzando
la sua attenzione di lato e osservandole solo con la coda
dell'occhio.
Funzionava. Il movimento rallentò. Ancora non
distingueva il contenuto delle singole icone, ma riuscì a
vedere meglio gli spazi fra di esse. Ciascuna immagine
aveva un'ombra; ogni spazio di luce era seguito da un
equivalente spazio di buio.
Luce... ombra... luce... ombra... all'infinito.
Ma le ombre erano inclinate rispetto alle immagini.
Questo sembrava importante. Il buio era alla giusta
angolazione con la luce.
Per un momento considerò l'ipotesi d'essere impazzito,
d'essersi perduto in una sorta di consapevolezza-inversa, un
ritmo concettuale completamente fuori sintonia con le norme
del mondo razionale. Niente aveva senso. Niente poteva
esser capito.
Sì, approvò il monarca, per spingerlo avanti su quella linea
di pensiero. Niente può essere capito.
Quella verità esplose dentro di lui. In un lampo seppe ciò
che le luci e le ombre rappresentavano; seppe il motivo
preciso per cui non poteva capire la loro natura. Empedocle
aveva ragione: le immagini provenivano dalla coscienza
prenatale di Gillian, da un tempo precedente alla possibilità
della percezione razionale, precedente all'esistenza della sua
mente conscia. A quel tempo il suo unico contesto di
riferimento era l'infinito susseguirsi di luci e ombre, captate
da una mente troppo primitiva per capire qualcosa oltre il
ritmo di quel flusso: ombra... luce... ombra... luce...
Ma ora capiva. Sto guardando la mia prima
consapevolezza di ciò che significava essere un Paratwa.
Lì c'era l'unione binaria, la complessa serie di impulsi che
legavano lui e Catharine. Lì c'era la sua primordiale visione
dell'interallacciamento — la danza a due — l'alternarsi di
luci ed ombre che, allineate nel modo giusto, rendevano
possibile l'esistenza del loro monarca Empedocle.
Io sono la luce. Catharine è l'ombra. Due entità,
telepaticamente unite, ma inclinate a 90 gradi nello spazio,
come aghi gemelli di una stessa bussola forniti di una
polarizzazione opposta: sempre collegati a quel polo, sempre
separati.
E dal punto di vista di Catharine, lei era la luce e Gillian
l'ombra. Dal punto di vista di Catharine lui era girato a
novanta gradi rispetto al polo.
Ma Catharine era morta. Non aveva più nessun punto di
vista.
La sofferenza lo attanagliò allo stomaco, crebbe in una
matassa di rivoli in qualche modo al di là del livello di
esistenza della carne. Un mondo interiore di correnti
elettriche si allineò, creando una devastazione subliminale e
forzando il suo corpo a reagire.
Uno spasimo atroce lo percorse.
Catharine è morta.
Recintò il dolore, lo controllò, lo represse, lo costrinse a
tornare nell'ombra da cui era emerso.
Sedeva in una piccola stanza esagonale con le pareti
dorate e priva di finestre. La riconobbe. Era quella che
chiamavano la Camera di Meditazione a Thi Maloca, la base
amazzonica degli Ash Ock dove lui e Catharine, e altri della
loro razza, erano stati creati. Quando volevano stare soli,
allontanarsi dal loro mondo eccessivamente organizzato, lui
e Catharine si chiudevano nella Camera di Meditazione. Era
un posto riservato a loro. Era il posto dove spesso facevano
l'amore.
La luce e l'ombra, sussurrò Empedocle. Concentrati su
questi aspetti. Considera il fatto che entrambi esistono
ancora. Considera il fatto che il meccanismo e l'essenza
dell'interallacciamento non sono cambiati. Permangono
intatti.
Gillian ebbe un moto d'ira. Ovvio, che non erano cambiati.
In caso contrario il suo monarca non sarebbe stato lì a
tormentarlo.
Ricorda la natura di ciò che è andato perduto, lo esortò
Empedocle. Ricorda ciò che significa essere parte di un
intero. Ricorda quando non conoscevi la rabbia e il senso di
colpa... quando eri un Ash Ock.
Gillian ci provò. Ma riusciva soltanto a ricordare
l'amarezza e la nostalgia, il fulcro distrutto, il senso di
perdita.
Empedocle non desistette. Io sono vivo. Tu sei vivo.
Catharine non c'è più, ma la capacità d'essere in tre può
essere restaurata. Non avrei creduto che una cosa simile
fosse possibile, ma ora conosco la verità. Il gemellare di
Aristotele, questo pallido relitto di un monarca finito, può
davvero aiutarci a invertire il tremendo risultato della
nostra aritmia. Questo Timmy può riportarci indietro.
Gillian ci pensò per un poco e concluse che quella restava
una fantasia, un sogno nato dalla disperazione. Se ricostruirsi
in questo modo è possibile, perché Aristotele non ha
ricostruito se stesso?
Forse non poteva. Forse era troppo tardi per lui. Ma questa
è una domanda secondaria. Alla fine sapremo la verità su di
lui. Per ora conta solo che Timmy sappia come riportarci
indietro. Noi possiamo essere un intero.
Perché ne sei tanto certo? Chi ti dice che non cista
mentendo?
Empedocle fremette d'eccitazione. Gillian avvertì il
riflesso di quell'emotività come un prurito, piume
nell'interno della pelle.
Puoi sentirlo? gridò il suo monarca. Questo posto! È
diverso da qualsiasi altro abbiamo mai conosciuto!
Gillian corrugò le sopracciglia. Si alzò dal letto e lasciò
vagare lo sguardo sui mobili intagliati a mano, nella
sicurezza della stanza esagonale. Questa è la nostra Camera
di Meditazione. Siamo venuti qui molte volte... s'irrigidì,
conscio che c'era qualcosa di sbagliato.
Non può essere la Camera di Meditazione. È scomparsa,
distrutta da secoli. Dopo il raid in cui Catharine aveva perso
la vita, la E-Tech aveva sottoposto Thi Maloca a un
bombardamento nucleare.
Dove sono? — domandò, non fidandosi più del dialogo
privato con Empedocle per avere risposte sincere. Si
avvicinò al muro e lo toccò. La sua mano lo attraversò come
se non esistesse.
— È un altro ologramma — borbottò, sentendosi
imbrogliato.
— Svegliati — ordinò una voce.
Gillian si svegliò. Stava disteso sulla schiena, ma in un
luogo sconosciuto e oscuro: un largo tubo, con un po' di luce
solo alle estremità. Timmy era in piedi accanto al letto. Lui
cercò di mettersi a sedere, ma s'accorse che non ci riusciva.
Era così debole che non poteva neppure sollevare le braccia.
— Questo è reale? — domandò.
— Un'altra forma di realtà — annuì Timmy. Il grosso
individuo si piegò verso di lui con un sorriso divertito, sicuro
di sé. — Ma, per rispondere con la precisione digitale che tu
richiedi: sì, è reale. Questa è la realtà che tu sei abituato a
definire tale.
— Perché non riesco a muovermi?
Timmy lo guardò. — Non ricordi?
Gillian scosse il capo. Anche quel lieve movimento gli
costò uno sforzo. — No... sì, ora ricordo... tu mi hai chiesto
di spogliarmi e... di seguirti attraverso... una parete. Siamo
venuti qui.
I ricordi alimentavano i ricordi. Empedocle l'aveva incitato
a ubbidire alle istruzioni. — Tu mi hai fatto qualcosa...
un'iniezione.
— Un infuso — precisò Timmy. — Una droga rallentante,
con un soporifico. Era sparsa su un neurostimolatore che ti
ho appoggiato sulla fronte. Un'endovenosa di quella sostanza
ti sarebbe stata fatale.
— Sì. Una droga che ha stimolato la mia capacità di
percepire l'interallacciamento! — Gillian scosse di nuovo il
capo; stavolta gli fu più facile. Cominciava a sentirsi più
forte, a ritrovare il controllo... almeno, il controllo della sua
memoria.
— Hai visto l'interallacciamento? — lo interrogò Timmy.
— Sì. E ho sognato... di Thi Maloca. Ero nella Camera di
Meditazione.
— Un semplice effetto collaterale della droga. È
comprensibile che, mentre la tua coscienza si focalizzava
sull'interallacciamento, il subconscio abbia rievocato
immagini piacevoli per te e per Catharine.
— Eravamo là dentro quando la E-Tech assalì la base —
mormorò Gillian. — Quella stanza è stato l'ultimo posto in
cui ci siamo visti come gemellari individuali.
— Non lo sapevo — lo compatì tristemente lui.
Gillian si alzò sui gomiti. — Empedocle... ora riesco
appena a sentirlo. Ma la sua presenza era forte mentre
dormivo.
— Sarà forte di nuovo — gli promise Timmy.
— Il mio monarca ha detto qualcosa... su questo posto. Ha
chiesto: «Puoi sentirlo?» Era molto eccitato. Cosa voleva
dire?
Timmy fece un passo indietro. Quando infine parlò, nella
sua voce c'era la solennità di un adepto della Chiesa della
Fede.
— Tutto ciò di cui fanno parte la Terra e le Colonie,
questo intero settore dello spazio, questo kascht... puzza di
una mancanza. Ma qui, nella cellula degli Os/Ka/Loq... qui
questo difetto non c'è. Qui è stata mantenuta la purezza.
«Il tuo monarca vanta una capacità sensoriale di cui tu non
disponi. Empedocle sente il potere risanatore di questo
luogo.
Gillian non capì. Ma prima che potesse domandare altro
un movimento lo fece voltare. Un'ombra danzò sulla luce
azzurrina a un'estremità del vasto locale tubolare. Stava
arrivando qualcun altro.

Susan girò intorno al letto e lo vide per la prima volta da


capo a piedi, senza la tuta protettiva, nudo e allerta, un pezzo
d'uomo molto robusto. Sulla sua pelle riluceva un velo di
sudore. Non sembrava né vecchio né giovane. D'istinto la
ragazza seppe che quegli occhi grigi avevano visto tempi e
luoghi lontani dalle esperienze dei suoi ventisei anni. Le sue
mani si strinsero sull'impugnatura delle lame-flash. Ma non
le estrasse.
In piedi accanto al letto Timmy la accolse con un sorriso
gioviale. — Benvenuta, Susan. Concedimi il piacere di
presentarvi formalmente. Gillian, Susan Quint.
La ragazza si fermò a tre o quattro passi dal letto.
— Susan Quint? — mormorò lui, stupefatto. — Tu sei la
nipote di Inez Hernandez. Sei scomparsa subito dopo la
strage di Honshu. La polizia ti ha cercato dappertutto!
Prima di poterselo impedire, Susan sorrise. Anche se ogni
tanto pensava a sua zia Inez, era un'eternità che nessuno le
parlava della sua vita passata.
Si schiarì la voce. — Mi stanno ancora cercando?
Gillian annuì, perplesso. La ragazza era ancor più bella di
quanto appariva negli olo dati da sua zia alle emittenti
televisive. Alta, gambe lunghe, con un'aria di patrizia
compostezza che gli ricordò un mosaico sul muro di
un'antica villa della Roma Imperiale. Era quasi troppo
eccezionale per essere una persona vera. Non somigliava per
nulla a Catharine, ed era esattamente uguale a Catharine.
Susan sentì le sue dita stringersi sull'impugnatura delle
lame-flash.
— Susan continua a fare resistenza al suo destino —
spiegò Timmy. — È ancora preda di un concetto che
definisce «libertà personale». Rifiuta di adeguarsi all'idea
che la vera libertà consiste nel saper accettare la propria
natura.
Susan sapeva che avrebbe potuto ucciderli entrambi, lì e in
quel momento. Timmy sarebbe stato una vittima facile.
Gillian era sempre indebolito dall'infusione di droga; in
quello stato non avrebbe potuto eguagliare la sua velocità.
Gillian percepì i suoi dubbi, e le sue intenzioni. — Se vuoi
aggredirmi, fallo pure. — Esitò. — So cosa significa esser
costretti a reprimersi, a trattenere l'energia che vuole
esplodere. Ma è un errore. Scegli una strada. Seguila.
Susan aveva giurato di opporsi ai folli piani di Timmy.
Diventare la gemellare di un Paratwa... la sola idea era
abominevole. Come potevano aspettarsi che lei facesse una
cosa simile?
Ma le parole di Gillian significavano qualcosa. Erano
reali. Lui era reale. Rilassò al sua stretta sulle lame-flash e
fece qualche passo verso di lui. Timmy si scostò dal letto,
come per lasciar loro una certa intimità.
Questa è follia. Susan allungò una mano e gli toccò un
braccio. La sua carne emanava calore. La pelle di lei, dalle
dita alla spalla, fu percorsa da un fremito. Lo vide sorridere;
una lenta pavana di strane immagini sembrava aleggiare su
quelle labbra.
Anche Gillian ebbe quella sensazione: un calore fra di
loro, più intenso della passione sessuale, più profondo, fatto
di qualcosa che era esistito nella sua prima infanzia. Era un
istinto basilare, la carne che cercava la carne. Pensò a
Sasalla, la balia che l'aveva allattato, e al suo corpo immobile
ora contenuto in una prigione di cristallo. Pensò alla sua
compagna di culla, Catharine, al paffuto volto infantile che
lo guardava sorridendo, alle piccole mani che lo toccavano
con goffi colpetti.
Catharine.
Sesso-violenza.
Gillian si alzò, attrasse a sé Susan e le fece alzare il volto
verso il suo. Lei cominciò a piangere. Lacrime calde scesero
sulle sue mani.
— Piangi — mormorò Gillian. — Piangi per ciò che hai
perduto.
Susan cercò di scostarsi; riuscì a girare la testa di quel
tanto che bastava per vedere che Timmy se n'era andato. Lei
e Gillian erano rimasti soli. Erano rimasti insieme.
Dalle profondità della coscienza di Gillian, Empedocle
irradiò la sua approvazione; pensieri tranquillizzanti
scivolarono intorno a una cascata di desiderio senza limiti.
È l'algoritmo della riscoperta, il processo della rinascita.
Oggi, nella sacralità della cellula degli Os/Ka/Loq, prende
inizio il nostro ritorno.
15

Irrya si allontanò rapidamente nell'oscurità; la prospettiva


in cui esisteva si restrinse, il suo calore di luogo abitato si
dissipò, e quella che era stata una città e un territorio fu
soltanto un guscio contro lo sfondo della notte cosmica.
Osservando quella metamorfosi dal finestrino della navetta,
il Leone si chiese com'era possibile che un luogo fino a poco
prima onnipresente in tutti i suoi sensi diventasse così
all'improvviso quasi insignificante.
Era sbalorditivo.
Il passaggio a gravità zero, quando la navetta s'era scostata
dal cilindro capitale, aveva contribuito ad aumentare il suo
disagio. Ma ancora non riusciva a capire bene perché quel
giorno il viaggio lo facesse sentire così. Nell'ultimo mezzo
secolo s'era spostato fra le Colonie innumerevoli volte. Era
semplice routine, un percorso a cui nessuno faceva mai
molto caso.
Sono stanco. Dev'essere per questo. La seduta del
Consiglio, dopo l'uscita di Meridian, era stata lunga e
tediosa. Ma la spiegazione gli apparve pietistica, poco
convincente. Continuò a guardar fuori dal finestrino, in cerca
di comprensione.
La crescita della prospettiva: dalla scala umana del
terminal all'arco dei settori visti dall'esterno, metallo
biancastro percorso dalle strisce dei settori solari in
vetracciaio. Poi il ridursi di quel territorio abitato in un
cilindro lungo settantacinque miglia, in un qualcosa non
semplicemente tecnologico, come un tubo di Falloppio con
un'estremità girata verso la Terra e l'altra puntata alle stelle,
per trasferire il seme dal passato al futuro.
Seme dal passato al futuro. Questo era importante. Forse
qualcuno di quei semi sarebbe tornato al pianeta, agli oceani
da cui era nato. Ma anche se la gente continuava a sognarlo
lui sapeva che non sarebbe successo. La Terra era un nido
abbandonato.
Quell'analogia, l'impressione di cadere dal nido, spense
un'altra candela sull'altare delle sue speranze. Come
possiamo sperare di respingere un invasore che certamente
dispone di una tecnologia secoli più avanti della nostra?
Come possiamo batterci contro un nemico che torna con un
vascello più grande di tutte le Colonie messe insieme?
Ebbe un'altra fitta allo stomaco. Si costrinse a ignorare il
dolore, deciso a usare il meno possibile l'autofarmac.
Io sono in guerra innanzitutto con me stesso.
Quel pensiero gli riportò alla mente un fatto vecchio di
decenni, poco prima che lui e sua madre si trasferissero sulla
Colonia Costeau di Den. Lei gli aveva raccontato com'era
vissuto e com'era morto suo padre, l'uomo che il dodicenne
Jerem Marth non aveva mai conosciuto. Nell'emozione del
momento s'era spinta a confessargli che suo padre era il capo
di una ciurma di contrabbandieri, dedito alla droga, un pirata,
un Costeau respinto perfino dal suo stesso Clan.
Lui s'era rifiutato di accettare il ritratto che sua madre ne
faceva, e le si era rivoltato contro. A sua volta lei aveva
reagito, amareggiata dalla sua reazione, e in uno scatto d'ira
l'aveva picchiato.
Questo era stato il motivo della sua fuga da casa.
È la stessa sensazione che provo oggi. Lo stesso
sopraffacente contrasto di emozioni represse che
cinquantasei anni fa mi spinse ad allontanarmi per qualche
tempo da mia madre.
In entrambi i casi s'era trovato di fronte a circostanze che
lui non poteva controllare. In entrambi i casi aveva reagito
con la fuga dai suoi stessi sentimenti. Per il bambino Jerem
Marth quella fuga a Sirak-Brath era stata, letteralmente, una
necessità. Ma per il Leone degli Alexander allontanarsi
assumeva il sapore più adulto, e più aspro, della rinuncia.
Il suo compagno di viaggio gli risparmiò altre
introspezioni. — Ho bisogno di quei dati, adesso.
Il Leone distolse lo sguardo dal cilindro e si girò verso
Vilakoz, che sedeva al posto di pilotaggio accanto a lui.
Tolse di tasca una piastra-dati e gliela porse. Vilakoz la
infilò nel lettore, e quando il monitor gli fornì il grafico di
rotta si accigliò.
— Queste coordinate ci portano in un quadrante vuoto. Un
rendez-vous con qualcuno?
— Sì — disse il Leone. — Un rendez-vous.
Vilakoz lo guardò qualche istante in attesa di altre
informazioni. Quando vide che lui taceva, passò i dati al
pilota automatico e si occupò dei comandi.
È un brav'uomo, pensò il Leone. Vilakoz non gli aveva
chiesto perché a bordo c'erano soltanto loro due. Di solito
quella navetta viaggiava con un equipaggio di cinque
Alexander. Ma il suo capo della sicurezza sapeva di dover
tenere la bocca chiusa, quando gli venivano dati solo
parametri poco specificati.
Vilakoz era anche un uomo fortunato, a sentire i medici.
Ora si portava dietro un paio di cicatrici oblique, dopo
l'intervento chirurgico sullo zigomo e sulle ossa nasali. Se il
guanto potenziato l'avesse colpito due centimetri più in alto
ci avrebbe rimesso un occhio. Comunque ne era uscito vivo.
Il Leone sapeva che la fortuna di Vilakoz non era del tutto
casuale. Il triplice killer non aveva concesso niente al caso. Il
suo capo della sicurezza era stato lasciato in vita per
sottolineare che lui era stato lasciato in vita; per ricordargli il
messaggio che aveva avuto.
Ma il Leone non volle indugiare ancora su quei pensieri.
— Hai controllato se qualcuno ci tiene d'occhio? Siamo sotto
analisi da parte di qualche scanner a lungo raggio?
— Gli strumenti non registrano segnali anomali. Nelle
immediate vicinanze non ci sono navette; nessuno ci segue.
Il Leone annuì. — Cercherò di dormire un po'. — Regolò
manualmente l'imbottitura della poltroncina e la inclinò
all'indietro. — Svegliami appena arriviamo sul posto.
— Le auguro i sogni di Ari — mormorò Vilakoz.
Ritrova te stesso, tradusse il Leone. Era un'antica
espressione Costeau, in qualche modo entrata nell'idioma
comune a tutti i Clan. Ari Alexander, il Primo Leone, era
stato uno dei fondatori del movimento Costeau.
Chiuse gli occhi e poco dopo scivolò nel sonno. Ma non
sognò i sogni di Ari. La sua mente fluttuò in un reame
onirico decisamente più bizzarro, dove le Colonie Irryane
emergevano a decine dal suo addome in una grottesca
parodia di parto, dopo una gravidanza di terrificanti
dimensioni.
Fortunatamente quel sogno sgradevole finì quasi subito e
il Leone passò a un altro di carattere più profondo, dove la
gioia e il dolore si mescolavano, dove ogni immagine
sembrava condensata in un'immensa lastra di roccia ferma
sul bordo di un grande abisso.

Si svegliò sentendo una mano che gli stringeva un braccio,


e per qualche prezioso momento gli parve quella di sua
moglie. Mela, che lo incitava ad affrontare un nuovo giorno.
Il sogno si dissolse in una sensazione sfumata di desiderio
sessuale. Ma quando aprì gli occhi vide che si trattava di
Vilakoz.
— Siamo arrivati — annunciò l'uomo.
Mela era rimasta a casa loro, nella Colonia Den dei
Costeau. Per anni il Leone aveva fatto il pendolare, almeno
un paio di volte alla settimana. Ma i fatti di sangue degli
ultimi mesi l'avevano tenuto a Irrya per lunghi periodi, e
anche se si telefonavano ogni giorno lui sentiva la mancanza
della moglie. Non la vedeva di persona da ormai tre
settimane. Mela sarebbe venuta a Irrya anche ogni giorno,
ma il Leone preferiva che restasse nella loro vecchia dimora.
Là era più al sicuro.
Vilakoz tolse di mezzo una rivista che fluttuava sulla
console e indicò fuori dal finestrino anteriore. — Laggiù a
ore tre, signore. Quella luce rossa è un mercantile iscritto al
registro di Sirak-Brath. Il suo ID dice che stanno facendo un
giro con quattro tappe; caricano rifiuti industriali da riciclare
a Sirak-Brath. — Esitò un momento. — È con quella nave
che abbiamo il rendez-vous?
Il Leone si sfregò via le ultime tracce di sonno dagli occhi
e annuì. — Trasmetti il nostro codice e avvertili che stiamo
per salire a bordo.
Cinque minuti più tardi Vilakoz aveva pareggiato la
velocità del mercantile. Quando furono a un centinaio di
metri di distanza, un gruppo di otto autoflange — minuscoli
rimorchiatori robotizzati — uscirono dal mercantile facendo
lampeggiare freneticamente le loro luci di segnalazione
gialle, come uno sciame d'api inferocite. I piccoli
rimorchiatori raggiunsero la navetta e piazzarono i loro ganci
magnetici sullo scafo. Vilakoz avrebbe volentieri fatto a
meno delle autoflange, che spesso danneggiavano qualche
sensore, ma i capitani dei mercantili non erano disposti a
rischiare che un pilota sconosciuto, e magari inesperto, gli
sfasciasse un compartimento stagno.
Il pilota dell'altro vascello chiese a Vilakoz di spegnere i
motori, e lui eseguì. Le otto autoflange rimorchiarono la
navetta verso un portellone circolare largo una dozzina di
metri che s'era aperto presso la poppa del grosso scafo. Pochi
secondi dopo il mercantile li inghiottì.
Il Leone slacciò la cintura, fluttuò verso una ringhiera e
cominciò a spingersi verso il compartimento stagno. Vilakoz
spense il quadro e fece per seguirlo.
— No — disse lui, accennandogli di restare seduto. —
Preferisco che tu resti a bordo. Vado io solo.
A domandargli quell'incontro segreto era stato Edward
Huromonus, e le precauzioni del nuovo direttore della E-
Tech erano a dir poco puntigliose. Al Leone era stato chiesto
di partire da Irrya dopo aver comunicato al controllo-traffico
una rotta fasulla, e con un equipaggio ridotto al minimo che
l'avrebbe aspettato a bordo. Soltanto a lui sarebbe stato
permesso di salire sulla nave da trasporto. Huromonus non
aveva voluto spiegargli il motivo della sua richiesta; s'era
limitato a dire che era in gioco la sicurezza delle Colonie.
Il Leone attese con pazienza nel compartimento stagno,
mentre una voce artificiale lo informava su come procedeva
la pressurizzazione del locale esterno. Ma dopo cinque o sei
minuti cominciò a seccarsi. Sapeva che ne sarebbero bastati
due per l'intera operazione. Doveva esserci un altro motivo
per quel ritardo.
Finalmente il portello gli diede una luce verde e
l'automatico lo aprì, rivelando un corridoio spazioso e ben
illuminato. Sulla soglia c'era un uomo solo, di bassa statura,
che indossava una bio-tuta. Dietro il visore spalancato c'era
una faccia pallida ma allegra.
— Ehilà — disse Nick.
Il Leone non mascherò il suo stupore. — Che diavolo sta
facendo lei, qui?
— Be', credevo che lei sarebbe stato contento di vedermi.
— È stato Huromonus a chiamarla? — domandò lui, pur
conscio che quella domanda non aveva senso. Soltanto pochi
membri fidati del Clan Alexander sapevano che Nick non era
in coma. — Lei avrebbe dovuto restare a Den. Si può sapere
cosa sta succedendo?
— Altri guai, ho paura. Venga. Il nostro ospite la aspetta
per spiegarle tutto. — Gli indicò un ripostiglio in cui erano
appese diverse tute isolanti. — Deve mettersi l'impermeabile
anche lei, sa? Non che il bollettino meteorologico veda
pioggia, ma sembra che a bordo di questa nave il bio-rischio
sia da prendersi sul serio.
Tenendo con cura i piedi a contatto del pavimento il Leone
entrò nel mercantile. Prese uno dei mosci indumenti di
plastica e con qualche goffaggine se lo infilò. Quando ebbero
entrambi chiuso il visore dei caschi, raggiunsero l'estremità
del corridoio. Ci fu un'altra lunga attesa mentre uno scanner
li controllava in cerca di sostanze contaminanti, e il Leone si
girò a guardare il portello sul lato della navetta. Anche lì
c'era uno scanner dello stesso genere, il che spiegava perché
avesse tardato tanto ad aprirsi.
— Queste bagnarole sono programmate per aver paura
degli estranei, ma anche per proteggerli — spiegò Nick.
Proteggerli da cosa? si domandò il Leone.
Le sue perplessità crebbero quando, dopo aver oltrepassato
altre due porte di sicurezza, giunsero in un compartimento
pieno di monitor e attrezzature che sembravano nuove.
Edward Huromonus era in piedi davanti a una console.
Accanto a lui c'era una donna magra, dai capelli bianchi, che
indossava un camice medico.
— Potete togliervi le bio-tute — disse Huromonus. — Qui
non ci sono pericoli.
Intanto che si toglievano gli indumenti di plastica,
Huromonus presentò la donna. — Questa è la dottoressa Jean
Opal. È un'esperta in patologia molecolare alle dipendenze
della E-Tech. Joan?
La dottoressa indicò loro uno schermo. L'inquadratura
mostrava, ripresa dall'alto, una stanza fortemente
danneggiata da un'esplosione. Fra i rottami erano visibili tre
corpi umani. In tono pacato e professionale disse:
— Quella che vedete è la prima CAR (Camera A Rischio)
di questa nave, situata tre ponti più in basso rispetto a noi.
L'equipaggio la usa come locale di controllo per ogni
biorischio di Classe Tre che possa essere sbarcato da una di
queste navi. La legge esige che siano eseguiti anche test su
materiale sospetto reperito fra i rifiuti.
Il Leone annuì. Le leggi E-Tech prevedevano l'obbligo di
controlli di diverso genere prima che una nave usata per il
trasporto di rifiuti tossici attraccasse a una Colonia qualsiasi.
I regolamenti erano imposti con severità anche secoli dopo
l'Apocalisse, poiché negli ecosistemi isolati bastavano poche
sostanze inquinanti a provocare il dramma.
La dottoressa Opal disse: — Fra i numerosi altri articoli da
esaminare è stata portata qui una valigetta ermeticamente
chiusa, larga circa cinquanta centimetri per trenta, alta una
dozzina, con una superficie di colore bronzeo. Dall'esterno
non è stato possibile vederne il contenuto con i raggi X, e
neppure con un lettore ultra-tilsus. Dal rapporto risulta che i
raggi non penetravano nella valigetta.
Il Leone si accigliò. — Possibile? Un lettore a raggi ultra-
tilsus non può essere fermato dalla superficie di una
valigetta.
— Anche la squadra Anti Rischio è stata sorpresa da
questo risultato negativo — disse la dottoressa Opal. Una
smorfia le storse la bocca. — A questo punto, però, invece di
seguire la procedura e chiamare un funzionario della E-Tech,
hanno cercato di aprire la valigetta loro stessi.
— Un errore fatale — commentò Huromonus. — Quello
che vedete ne è il risultato.
La dottoressa Opal proseguì: — Evidentemente hanno
avuto delle difficoltà con l'apertura. Pur essendo in tre ci
hanno messo un'ora. Non sappiamo esattamente cosa sia
avvenuto poi. È tuttavia certo che, mentre si rendevano
colpevoli di una violazione, non volevano essere registrati.
Hanno quindi messo momentaneamente fuori uso il sistema
di sorveglianza. Mancano quindi tutte le registrazioni audio-
video dell'accaduto, salvo poche parole trasmesse al
comandante di questa nave, che si trovava in plancia.
Il Leone annuì. Non poteva dare tutti i torti alla squadra
Anti Rischio. La burocrazia E-Tech aveva generato regole e
obblighi d'insopportabile complessità. I capitani, i piloti e gli
equipaggi arrivavano spesso al punto di tracciare una linea
fra le leggi e ciò che la loro pazienza poteva tollerare.
— E quando hanno aperto la valigetta... bum! — disse
Nick.
— Sono morti all'istante — aggiunse Huromonus. — Noi
sospettiamo che la carica esplosiva sia di un tipo simile a
quello usato dai geo-cannoni.
La dottoressa Opal annuì. — Hanno seguito alcune regole
della procedura standard. Tutti e tre indossavano scudi
d'energia accesi. Se quello fosse stato esplosivo normale,
l'effetto ammortizzante dello scudo avrebbe salvato loro la
vita... per il momento.
Il Leone ripensò all'attacco alla sua tenuta. Si pensava che
il triplice killer avesse usato anche un geo-cannone. Poi il
tono della donna lo colpì. — Per il momento?
— La forza dell'esplosione ha sfondato la porta della
Camera a Rischio. E purtroppo nella valigetta era contenuto
anche qualcosa di diverso: un virus aerobico, mortale. Esso
si è diffuso nel sistema di ventilazione prima che il capitano
riuscisse a bloccarlo con le procedure d'emergenza. — La
dottoressa scosse il capo, accigliata nel sottolineare un fatto
che dimostrava la flagrante incompetenza di
quell'indisciplinato equipaggio. — A bordo del mercantile
c'erano ventotto fra uomini e donne. Ne sono sopravvissuti
soltanto due, che in quel momento stavano per loro fortuna
eseguendo una routine di manutenzione fuori dallo scafo.
Quando sono entrati hanno avuto la spiacevole sorpresa di
trovare dei cadaveri. I due sono stati abbastanza intelligenti
da restare chiusi nelle tute a pressione. Poco dopo, il loro
SOS è stato ricevuto da una stazione E-Tech.
— Tutto questo è accaduto circa sette ore fa — disse
Huromonus. — Joan e la sua squadra sono venuti subito qui.
Hanno montato le loro attrezzature e provveduto a
detossificare alcuni compartimenti. Il mercantile è ora
classificato Bio-Rischio Cinque, il nostro codice per i casi
peggiori.
Il Leone si volse a Nick. — E lei com'è arrivato qui?
L'ometto scrollò le spalle. — Ormai lei sa come sono fatto.
Non potevo starmene seduto a Den davanti alla TV, in attesa
che gli Ash Ock decidessero il mio destino. Ho chiamato
Eddie, qui, e ho vuotato il sacco... per intero: tutto ciò che
noi sappiamo finora. Gli ho detto quello che secondo me
bisogna fare. Lui ha mandato una navetta a prelevarmi. Il
caso ha voluto che questa dannata faccenda sia venuta fuori
proprio mentre mi lasciavo alle spalle le comodità di Den.
Eddie mi ha passato la notizia durante il volo, e mi è parsa
una cosa importante. — Fece una pausa. — Ho chiesto io
che lei fosse fatto venire qui, più in fretta e più in segreto
possibile.
Il Leone sospirò. Nick era incapace di ubbidire agli ordini.
L'ometto tentò un mezzo sorriso. — Ehi, amico, non si
può tenere una vecchia biscia di palude come me lontano dal
fango. Io non sono contento finché non ci ficco dentro la
testa per vedere quel che c'è sotto.
Huromonus, guardando il Leone in faccia, disse: —
Biasimi soltanto me per questo.
Lui biasimava se stesso. — Così, questa valigetta
esplosiva conteneva un virus micidiale. E presumo che la
cosa sia collegata coi Paratwa.
La dottoressa Opal sbarrò gli occhi. Non era stata messa al
corrente di quel sospetto.
— Joan, benvenuta al Museo degli Orrori — ridacchiò
Nick. — Ora, perché non dice al Leone com'è stata trovata la
nostra valigetta?
— Sì, naturalmente. — La donna si schiarì la gola. —
Questo mercantile si è recato alla Colonia Tolouse, una di
quelle che usano ancora torri di vecchio tipo per il
riciclaggio dei rifiuti. Credono nell'utilità di coinvolgere i
cittadini nei procedimenti ambientali. È un ottimo principio,
che secondo me tutte le Colonie dovrebbero seguire. La E-
Tech avrebbe meno difficoltà nel far rispettare le leggi
sanitarie se...
— La valigetta, dottoressa — le ricordò educatamente
Huromonus.
— Sì, mi scusi. Ora, i regolamenti E-Tech in materia
prevedono che le torri di riciclaggio siano svuotate e ripulite
ogni cinque anni, per sostituire i filtri, controllare i bruciatori
termochimici, eccetera eccetera. La valigetta è stata trovata
in un pozzo per il materiale con Bio-Rischio di Classe Tre,
nelle Torri di Riciclaggio Au Fait... un pozzo con un ciclo di
svuotamento di sei settimane. Il punto in cui era indica che si
trovava nel pozzo da circa cinque settimane. Ancora pochi
giorni e avrebbe raggiunto l'inceneritore termochimico, dove
probabilmente sarebbe stata resa innocua.
— Oppure — aggiunse Nick, — qualcuno l'avrebbe fatta
esplodere con un comando a distanza prima che finisse
nell'inceneritore, sfondando la parete del pozzo e spargendo
questo virus mortale nell'atmosfera della Colonia.
La dottoressa Opal annuì. — Data la violenza
dell'esplosione occorsa qui, tale ipotesi appare verosimile.
Sfortunatamente la nostra società non considera i rifiuti a
Bio-Rischio Tre abbastanza pericolosi da riciclarli entro vani
rinforzati. — Scosse il capo, disgustata da tanto lassismo. —
Comunque sia, questo equipaggio, come da contratto, ha
rimosso la totalità del materiale dai pozzi delle Torri di
Riciclaggio Au Fait, trasferendolo nelle stive del mercantile.
L'operazione, in accordo con l'impianto di Sirak-Brath che
avrebbe dovuto ricevere il materiale, aveva lo scopo di...
— Ci parli del virus, prego — la esortò Huromonus.
— È un mutagene aerobico, assolutamente il più fatale che
io abbia mai visto. A breve distanza, un getto d'aria saturato
con esso può uccidere ogni mammifero in pochi minuti. In
quantità diluita ai limiti delle nostre capacità di analisi, il
virus sarebbe mortale entro un massimo di pochi giorni per
chiunque lo respirasse. — Fece una pausa. — Se il contenuto
della valigetta si fosse disperso dalle Torri di Riciclaggio Au
Fait, si può facilmente calcolare che le correnti d'aria a
livello del suolo combinate con l'effetto Coriolis del cilindro
avrebbero sparso il virus ovunque, nell'atmosfera della
Colonia Tolouse, entro qualche ora. In assenza di un allarme
su tale presenza nell'aria, il tasso di mortalità previsto
supererebbe il novantacinque per cento. Ci sarebbero
superstiti soltanto sui moli dei terminal delle navette, e
all'estremità della Colonia dove la gente potrebbe essere
raggiunta dall'allarme in tempo per indossare tute a
pressione.
Il Leone guardò il monitor, i corpi distesi nella Camera a
Rischio. — Siamo stati fortunati che sia accaduto qui, nello
spazio.
— Sì, un vero colpo di fortuna — disse Nick con una
smorfia.
La dottoressa Opal continuò: — Una volta inalato, il virus
colpisce con effetti multipli le vie respiratorie. Stordimento,
mal di testa e dolori muscolari sono i primi sintomi. Poi
sopravviene una febbre violenta, e la temperatura corporea
sale fino a quarantotto o quarantanove gradi. La vittima
brucia, quasi letteralmente. A questo punto entra in uno stato
di coma. La morte sopraggiunge pochi minuti dopo. E anche
dopo la morte il virus continua ad agire sui tessuti: metastasi
cancerose si spargono attraverso il sistema linfatico e i vasi
sanguigni, devastando internamente il corpo già privo di vita.
— Scosse il capo. — Questo virus ha un'aggressività
patologica che lascia sbalorditi. In effetti, credo che non si
tratti di un mutagene derivato da processi naturali. Sono
certa che abbiamo a che fare con un microrganismo costruito
artificialmente.
Nick alzò un dito. — Ma questa non è ancora la parte
peggiore della storia. È venuto fuori che cinque settimane fa,
nei giorni in cui questa valigetta è stata introdotta nel pozzo,
un uomo si è ucciso gettandosi giù da quella torre. Il suo
nome era Philippe Boisset, e fino al momento del suicidio
era considerato una persona stabile, normale e affidabile.
Voglio lasciar indovinare a lei dov'era andato quest'uomo,
appena dodici ore prima della morte.
— A Irrya — sussurrò il Leone. — Alla sede del Gruppo
Venus.
— Bingo!
Il Leone sedette sul bordo della console, sopraffatto da ciò
che cominciava a intuire. Il Gruppo Venus, la ditta
appartenente a persone sconosciute che l'avevano usata come
facciata per l'attività di uno dei tre gemellari del killer, finché
Gillian, Martha e Buff erano inciampati in quell'intrigo
mortale. Qui stava il segreto motivo alla base dei cosiddetti
«attentati dell'Ordine della Sferza» che erano andati avanti
per mesi.
— Corrieri — disse Nick, come se gli leggesse nella
mente. — Ecco quali erano le vittime designate di quelle
stragi. Erano corrieri, manipolati ipnoticamente perché
portassero le valigette nelle loro Colonie, nascondendole poi
in chissà quanti posti segreti. E poi i corrieri sono stati
uccisi: o a gruppi, invitandoli con l'inganno sulla scena
preparata per il massacro, oppure individualmente, oppure
indotti al suicidio con un ordine post-ipnotico.
La dottoressa Opal apparve sconvolta. — I Paratwa sono
responsabili di aver sparso i contenitori del virus? In tutte le
Colonie?
— Così crediamo — disse Nick. — C'è il loro marchio di
fabbrica.
Huromonus annuì. — Joan, so che lei si rende conto delle
misure di sicurezza necessarie, ma sono costretto a
sottolineare che le nostre parole non devono uscire da questa
stanza.
Lei annuì con enfasi. — Naturalmente.
— Un teleneurico — disse Nick. — Ecco cosa deve aver
usato il gemellare del Gruppo Venus, Spadaccino, per
costringere questi corrieri a eseguire i suoi ordini. Centinaia
di loro, probabilmente: uomini e donne innocenti scelti a
questo scopo, persone selezionate in base alla loro
suscettibilità agli effetti di un teleneurico, invitati al Gruppo
Venus, ipnotizzati, forniti di una valigetta e rimandati a casa
loro per nasconderla. Poi un altro invito fasullo a una
conferenza, o a un appuntamento di lavoro, e poi il
massacro. Alcuni, i pochi sensibili a un ordine post-ipnotico
fino alle estreme conseguenze, sono stati indotti al suicidio
come Philippe Boisset. La manipolazione ultima: convinti a
rinunciare alla vita.
— Dobbiamo presumere — disse con calma Huromonus,
— che questi contenitori di virus siano stati nascosti in molte
delle duecento e diciassette Colonie, se non in tutte.
— Ci può scommettere — annuì Nick. — E sospetto che
soltanto un capriccio del caso ci abbia permesso di scoprirlo
qui, nello spazio, anche se dubito che questo ci servirà a
molto. Mi sembra ovvio che se la valigetta era in un pozzo
con un ciclo di sei settimane, tanto sarebbe bastato per
distruggere il virus. Di conseguenza siamo obbligati a
dedurre che doveva esser fatta esplodere a distanza entro sei
settimane da allora. Ci restano dunque pochi giorni al
massimo, prima che scada il termine programmato da chi sta
per scatenare l'inferno.
— Pochi giorni. — Il Leone si rivolse alla dottoressa Opal.
— È possibile preparare un antidoto entro questa scadenza?
— Lo escluda completamente. Questo virus è
difficilissimo, se non impossibile, da contrastare. È un vero
mutante ecologico, capace di adattare continuamente le sue
caratteristiche per ingannare i recettori sulla superficie delle
cellule. Una tale capacità rende necessario un sistema
d'approccio multiplo per chi deve sviluppare una cura. —
Fece un sospiro. — Il mio laboratorio alla E-Tech è uno dei
più progrediti delle Colonie, ma avrei bisogno di sei mesi
solo per stendere una mappa delle variazioni del virus. E
anche allora non potrei promettere niente. Penso che neppure
i pre-Apocalittici, con tutta la loro esperienza scientifica in
materia, avrebbero saputo affrontare un microrganismo così
maligno.
— Molte vittime dei massacri avevano infezioni virali
minori — disse il Leone. — Erano dovute alla presenza dello
stesso virus?
— Penso di sì — disse la dottoressa. — Nick e il signor
Huromonus mi hanno dato alcune notizie sull'autopsia di
queste vittime, e mi ha sorpreso che fin da allora si cercasse
di metterle in relazione secondo una tale ottica. Ma se le cose
stanno così, la mia ipotesi è che il virus abbia anche uno
stadio preliminare del suo sviluppo multiplo. Durante questo
stadio assumerebbe le caratteristiche di una variante del virus
influenzale di Tipo C. Solo in uno stadio successivo,
all'interno del corpo umano, svilupperebbe le sue diverse e
fatali capacità.
Il Leone era perplesso. — Ma come possono aver fatto le
vittime dei massacri, questi corrieri, a contrarre il virus?
Dovrebbero aver aperto ciascuno la sua valigetta, no?
— Questa è l'ipotesi che farei anch'io — disse la
dottoressa. — Hanno aperto le loro valigette e si sono auto-
contagiati.
Nick stava annuendo. — Pensiamo che ci fosse una sorta
di test da effettuare, e che il corriere dovesse accertare che
queste bombe virali fossero innescate nel modo giusto. In
effetti, è questo particolare a spiegarci perché i Paratwa siano
ricorsi a un sistema così complesso per contaminare le
Colonie. II nostro amico Ash Nar non poteva nascondere le
valigette personalmente; non intendeva certo suicidarsi
esponendosi a questa contaminazione durante la procedura
del test. Di conseguenza gli erano necessari degli aiutanti,
debitamente ipnotizzati col teleneurico, che eseguissero
l'operazione. E poi era necessario farli sparire subito
all'interno di una cassa da morto.
— Quasi subito — precisò la dottoressa Opal. — Se questi
corrieri, ciascuno dei quali era contaminato dalla procedura
del test, non fossero morti entro pochi giorni dall'auto-
contagio, il virus entro i loro corpi sarebbe mutato nella
configurazione più letale. La morte dei corrieri ha prevenuto
ciò. Il virus è rimasto nella sua forma preliminare senza
sviluppare caratteristiche pandemiche.
— Un tipico piano Ash Ock — disse Nick. — Ogni azione
ha obiettivi multipli. I corrieri non venivano uccisi solo
perché nessuno scoprisse dove avevano nascosto le valigette,
ma anche per impedire che spargessero il virus prima del
tempo.
— Se una Colonia fosse contagiata — domandò il Leone,
— ci sarebbe il modo di decontaminarla entro breve tempo?
Gli occhi della dottoressa Opal erano tornati sullo schermo
che mostrava l'interno del locale tre piano sotto di loro.
Sembrava schiacciata dalla vastità degli eventi che stavano
affrontando. — Non sono sicura che una Colonia potrebbe
essere mai decontaminata del tutto — disse sottovoce. — E
forse neppure in parte. Tanto per cominciare, l'atmosfera
dovrebbe essere fatta uscire del tutto; poi dovremmo
mandare squadre a controllare in ogni angoletto, in ogni
casa, in ogni barattolo chiuso dove un filo d'aria
consentirebbe al virus di sviluppare una colonia... nella
migliore ipotesi sarebbe un procedimento lungo e tedioso.
Per qualche istante rimasero in silenzio. Al Leone, le
conseguenze così ramificate della presenza di quel virus
facevano l'effetto di una porta che gli sbatteva in faccia. Non
c'è speranza. Abbiamo perso. Gli Ash Ock ci hanno sconfitto
molto tempo fa, e soltanto ora ce ne siamo accorti. Malgrado
i suoi sentimenti, si costrinse a domandare: — C'è qualche
possibilità di localizzare queste valigette entro i giorni che ci
restano?
Nick scosse stancamente il capo. — Possiamo provarci.
Potremmo trovarne alcune seguendo a ritroso i movimenti
delle vittime dei massacri risultate infette. Ma dubito che
riusciremmo a trovarne più di quattro o cinque. Queste
bombe virali sono state nascoste da centinaia di persone
diverse, tutte ormai morte. Anche se catturassimo vivo il
Paratwa triplice, non credo che potremmo costringerlo a
parlare. Si lascerebbe spellare vivo ridendo.
— E tale possibilità non esiste neppure con Meridian —
aggiunse Huromonus, come se lui e Nick ne avessero già
discusso.
— Torturerei quel bastardo con le mie mani, se pensassi di
poter ottenere qualcosa. Ma gli Ash Ock non hanno dato al
loro servo le informazioni che potrebbero servirci. Non
farebbero un'idiozia di questo genere.
Il Leone chiese: — Gli altri membri del Consiglio sono
stati informati di questa situazione?
Huromonus esitò. Poi si rivolse alla donna. — Dottoressa
Opal, le spiacerebbe lasciarci un momento soli?
— Come preferisce — disse lei, senza nascondere la sua
contrarietà nel vedersi esclusa a quel punto della discussione.
Staccò un paio di apparecchi dalle console, li chiuse in una
borsa che si mise a tracolla, e uscì dal compartimento.
Huromonus attese che la porta fosse chiusa, poi continuò:
— Nick e io abbiamo voluto farla venire fin qui perché
pensiamo che, se filtra una sola parola di tutto questo, nelle
Colonie si spargerà un panico di dimensioni incontrollabili.
Finora nessuno al corrente dell'esistenza del virus ha avuto il
permesso di lasciare questo mercantile.
— Ciò significa soltanto rimandare l'inevitabile — disse il
Leone. — Se i Paratwa intendono far esplodere queste
bombe virali fra pochi giorni, il caos e l'orrore che
dilagheranno... — Tacque, scrollando le spalle.
— Sì, lei dice il vero. Ma noi crediamo che i Paratwa non
intendano usare quest'arma per sterminarci. Noi siamo
convinti che Meridian, fra due giorni, alla prossima riunione
del Consiglio, userà il virus come leva per ammorbidirci
nella trattativa.
Il Leone ebbe una risata aspra. — È un inferno di leva!
Quello può venire a dirci: arrendetevi all'istante o siete
morti!
Huromonus e Nick si guardarono, scuri in faccia. Il Leone
sapeva di avere la stessa espressione.
Nick strinse le palpebre. — Lei pensa che abbiamo già
perso, eh? Pensa che i Paratwa non possono essere sconfitti.
— Sulla lunga distanza, forse. Non oggi.
Costringendosi a mantenere un tono calmo, Huromonus
chiese: — Lei cosa propone di fare?
— Non lo so. — Il Leone sospirò. — Questa è la loro
mossa. Dovremo aspettare e vedere.
— All'inferno! — sbottò Nick. — Io non ho intenzione di
aspettare, e può essere maledettamente certo che non chinerò
il capo. Ricorda quando ne abbiamo parlato, qualche
settimana fa? Io le ho detto che non potrei vivere neppure un
secondo sotto il loro dominio. E lei ha detto la stessa cosa.
— Potremmo non avere altra scelta.
Una vampa d'ira imporporò il volto di Nick.
Huromonus alzò una mano. — C'è una complicazione in
più. Doyle Blumhaven, il mio predecessore, aveva il modo di
far scomparire dagli Archivi informazioni vitali. Da quando
lo stesso Blumhaven mi mise a capo, suo malgrado, della
commissione d'indagine, uno dei miei primi obiettivi fu di
individuare, e possibilmente reintegrare, i dati alterati o
mancanti.
«Come sapete, per tradizione il Consiglio di Irrya incarica
la E-Tech di eseguire controlli di sicurezza su tutti gli
individui proposti, o proponibili, come membri del Consiglio
stesso.
Il Leone ricordava quello fatto su di lui vent'anni prima.
Doyle Blumhaven aveva scavato a fondo (alcuni Costeau
avevano commentato ringhiosamente troppo a fondo) per
scoprire nel suo passato qualcosa che gli impedisse di
diventare il primo rappresentante dei Clan Uniti al Consiglio.
— Circa otto anni fa — continuò Huromonus, — anche
Jon Van Ostrand dovette passare questo controllo. Ma mi
risulta che il rapporto sul nostro Comandante dei
Sorveglianti subì certe rettifiche, prima d'essere sottoposto al
Consiglio per l'approvazione.
— Rettifiche?
— Secondo la versione ufficiale, Jon Van Ostrand ammise
francamente di avere alcuni amici e conoscenti iscritti
all'Ordine della Sferza. Questo non era sorprendente. Un
gruppo di individui che propende per la soluzione di forza
contro il ritorno dei Paratwa contiene, quasi per sua natura,
anche dei militari. Van Ostrand, un ufficiale di carriera, non
poteva fare a meno di conoscere alcuni di loro.
«Ma la parte del rapporto che non fu presentata al
Consiglio, cioè quella che Blumhaven decise di tenere per
sé, getta una luce diversa sui rapporti di Jon Van Ostrand con
l'Ordine della Sferza.
«Secondo questi paragrafi estromessi dal rapporto, e che
io ho di recente scoperto, Van Ostrand aveva più che
semplici rapporti casuali con questa gente. Era anzi, a tutti
gli effetti, membro egli stesso dell'Ordine della Sferza e,
come se non bastasse, della sua fazione più estremista... una
fazione i cui membri hanno giurato di dedicarsi alla
completa distruzione dei Paratwa.
Il Leone si accigliò. — Ne è sicuro? — Era difficile
credere che Van Ostrand fosse così coinvolto con i fanatici,
all'insaputa del Consiglio.
— Ne sono sicuro. Jon Van Ostrand, il Comandante
Supremo dei Sorveglianti Intercoloniali, l'uomo da cui
dipende il nostro intero sistema difensivo, è uno dei falchi
dell'Ordine della Sferza.
Il Leone scosse il capo, a disagio. — Voglio dire, è sicuro
che le sue informazioni siano aggiornate? Dopo otto anni di
servizio come consigliere, le opinioni personali di Van
Ostrand potrebbero essere più morbide.
Nick inarcò un sopracciglio, con un borbottio.
— Naturalmente, è possibile — concesse Huromonus. —
Ma la mia esperienza legale nel trattare con quei fanatici mi
obbliga a concludere che i falchi, gli zeloti fedeli alla causa
come Van Ostrand, mutano raramente con l'età. Il tempo
anzi li rende esperti nel mascherare i loro... entusiasmi.
— Allora, perché Blumhaven ha voluto che Van Ostrand
fosse il Comandante in Capo delle nostre difese? —
domandò il Leone.
— Già. Perché? — disse Huromonus. — È ormai ben
chiaro che Doyle Blumhaven agiva agli ordini dei Paratwa
da molto tempo. È quasi certo che si debba a lui
l'introduzione Bracconiere nella rete dei computer, ventidue
anni fa. Ed era coinvolto anche nell'attacco alla sua tenuta: fu
infatti Blumhaven ad accordarsi sulla partecipazione di
quegli osservatori della ICN... che risultarono essere killer.
— Questo non ha senso — mormorò Nick, accigliato. —
Voglio dire, abbiamo già una fetida massa di prove
circostanziate che collegano Blumhaven ai Paratwa.
Presumendo che gli Ash Ock lo usassero come agente,
perché avrebbero voluto che approvasse un mangia-Paratwa
alla guida dell'intero dannato sistema difensivo?
— Forse, in questo caso — azzardò il Leone, — Doyle agì
secondo la sua coscienza. Forse decise di non rivelare ai
Paratwa le tendenze di Van Ostrand.
Nick ebbe una risata secca. — Se ne scordi. Gli Ash Ock
non trascurerebbero mai un particolare così critico.
Sicuramente avevano più che un semplice interesse per la
persona a cui doveva essere affidata la macchina da guerra
delle Colonie.
— Sono d'accordo — disse Huromonus.
— Allora questo dove ci porta? — domandò il Leone.
— Non lo so — borbottò Nick.
— Vediamo di riesaminare la situazione dal principio —
propose Huromonus. — Otto anni fa, Doyle Blumhaven
scopre che Van Ostrand è membro di una fazione molto
radicale. E fornisce la notizia ai suoi padroni Paratwa. Ma i
Paratwa, invece di lasciare che il rapporto giunga integro
nelle mani del Consiglio (il che, dal loro punto di vista,
sembrerebbe la cosa più logica) ordinano a Blumhaven di
censurare abbastanza dati da consentire l'ammissione di Van
Ostrand al seggio di Consigliere.
— Sì, è andata così — disse Nick. Il Leone annuì.
— A questo modo — continuò Huromonus. — Per otto
anni Van Ostrand ha svolto le sue funzioni con una duplice
responsabilità...
— Diciamo sette anni e mezzo — commentò il Leone. —
Da quando Jon ha lasciato Irrya, sei mesi fa, per unirsi alle
truppe, il suo lavoro di consigliere è stato soltanto
nominale...
— Ehi, un momento — disse Nick. — Van Ostrand è
partito da qui sei mesi fa?
— Sì.
— Mi venga un colpo — disse l'ometto. — E quando è
avvenuto il primo attentato dell'Ordine della Sferza?
— Circa cinque mesi fa.
Huromonus lo guardò, perplesso. — Che c'entra questo?
Nick puntò un dito verso il Leone. — Lei dice che Van
Ostrand non fa atto di presenza da sei mesi, al Consiglio?
— È quel che ho detto. Inoltre Jon non è sempre nelle
vicinanze dell'impianto VSL. Spesso si perde una seduta, o
parte di una seduta. — Il Leone si strinse nelle spalle. — Le
sue priorità sono diverse dalle nostre. E con due milioni di
uomini e una flotta di astronavi a tenerlo occupato, è logico
che...
— Ha lasciato Irrya sei mesi fa — ripeté Nick, — per
stabilire la sua base operativa oltre l'orbita di Giove. Ed è
partito un mese prima del primo cosiddetto attentato
dell'Ordine della Sferza.
Il Leone esitò. — Che rapporto c'è?
— Mi segua un momento. Supponiamo che l'ipotesi sia
giusta. Supponiamo che, per ragioni sconosciute, i Paratwa
preferiscano uno come Van Ostrand a capo delle nostre forze
armate. Questa è una sfaccettatura importante dei piani degli
Ash Ock: vogliono al comando qualcuno che li attacchi con
un minimo di provocazione da parte loro.
«Ma i membri del Consiglio di Irrya sono cinque. Van
Ostrand per attaccare, e se vuole farlo legalmente, ha
bisogno dell'appoggio di altri due consiglieri. Ma cosa
succede se Van Ostrand deve dare ordini alla flotta non dalla
Camera del Consiglio, bensì da una base operativa su un
satellite presso il campo di battaglia? Cosa succede se,
dinnanzi ai fatti, deve agire con tutta la sua autorità di
comandante in capo? Vista la sua affiliazione all'Ordine della
Sferza, sembra molto probabile che in una situazione
d'emergenza, se tutto sembra perduto, Van Ostrand avrebbe
l'impulso di attaccare quel mostruoso vascello con tutte le
armi a sua disposizione... e al diavolo le esitazioni dei civili,
al diavolo quello che il Consiglio di Irrya lontano e ignorante
può decidere.
Il Leone annuì lentamente. — È un quadro probabile.
— Okay. Così gli Ash Ock stabiliscono che il prossimo
passo dei loro complicati piani è di mettere Van Ostrand in
quella posizione. Dev'essere convinto a lasciare il suo seggio
al Consiglio, spostarsi oltre l'orbita di Giove e restare là.
Nello stesso tempo gli Ash Ock cominciano a distribuire
segretamente le valigette col virus, e ad ammazzare i corrieri
nel contesto di quegli attentati fasulli.
«In questo modo i due piani sarebbero collegati secondo la
tipica strategia degli Ash Ock. Dunque, circa un mese prima
che il killer Paratwa dia inizio alla sua serie di stragi, Doyle
Blumhaven riceve dai suoi padroni l'ordine di fare due
chiacchiere in segreto con Van Ostrand. Non sappiamo cosa
gli dice di preciso, ma il colloquio può essersi svolto così:
«"Jon" dice Blumhaven, "Da molto tempo so che fai parte
dell'Ordine della Sferza. Sono stato io a stralciare questo
particolare dal controllo di sicurezza che ti abbiamo fatto
sette anni fa. Voglio che tu sappia che hai il mio pieno
appoggio, Jon, poiché io approvo gli ideali dell'Ordine della
Sferza. Però, Jon, abbiamo un problema. Se il resto del
Consiglio venisse a sapere di questa faccenda, ti
rimuoverebbe dalla carica di Comandante Supremo dei
Sorveglianti. Saresti sostituito da un moderato, un debole.
Non dobbiamo permettere che questo accada."
«"Perciò, Jon, devi lasciare subito Irrya. La E-Tech ha
saputo che certi radicali dell'Ordine della Sferza si preparano
a compiere azioni violente, per generare un'atmosfera molto
più battagliera contro il ritorno dei Paratwa. Quando questa
violenza esploderà nelle Colonie, il tuo Ordine sarà messo
sotto il microscopio. Verranno alla luce molti fatti, e io
potrei essere perfino costretto a rivelare al Consiglio le
informazioni su di te che a suo tempo ho nascosto."
«"Quello che ti suggerisco, Jon, è che tu comandi le nostre
forze armate stando sul campo. Metti nei posti chiave uomini
di tua fiducia... dei veri idealisti. Se mai venisse il momento,
la lealtà dei tuoi uomini dovrà essere fuori discussione. È in
gioco la vita delle Colonie e della razza umana, non
dimentichiamolo."
— Abbiamo dati che confermano quest'ultima parte —
intervenne Huromonus. — Van Ostrand ha ristrutturato
molto la gerarchia di comando negli ultimi mesi. Il suo stato
maggiore è composto da uomini e donne che, se non sono
legati all'Ordine della Sferza, certo simpatizzano in quella
direzione. Lo stesso dicasi dei capitani di molte navi da
attacco, compresi quasi tutti quelli delle navi da battaglia di
Classe Ribonix.
Il Leone scosse il capo, senza parole. Una nave di Classe
Ribonix aveva abbastanza armamenti nucleari da devastare
un pianeta.
Nick si appoggiò al bordo di una console. — Così Van
Ostrand parte per lo spazio esterno. E nel periodo in cui
arriva alla sua nuova base, qui sulle Colonie due killer
fanatici proclamano d'essere dell'Ordine della Sferza e
cominciano a massacrare la gente. Van Ostrand fa un sospiro
di sollievo, si genuflette alla santa previdenza di Blumhaven
e prega che il suo nome non compaia mai su nessun elenco
di fanatici indagati... almeno finché avrà in mano le armi per
colpire i diavoli Paratwa.
«Il mio ragionamento è questo: io prevedo che entro un
paio di giorni, o alla prossima seduta del Consiglio con
Meridian, i Paratwa minacceranno che se non accetteremo le
loro condizioni scateneranno il virus. E quando Van Ostrand
sentirà come Meridian ci tiene per la gola sarà certo che le
Colonie hanno perso, e che gli Ash Ock oltrepasseranno il
suo perimetro difensivo dopo averlo costretto a
inginocchiarsi con la faccia per terra.
«E a questo punto Van Ostrand, il Comandante Supremo,
dirà: "All'inferno! Se qualcuno vuol essere schiavo dei
Paratwa, che Dio abbia pietà di lui. Ma noi qui siamo uomini
liberi e, se dovremo morire, moriremo liberi."
Huromonus annuì gravemente. — I Sorveglianti
potrebbero gettare tutte le loro forze contro la Biodissea.
— Ed essere spazzati via — mormorò il Leone.
— Questo è più che probabile — annuì Nick. — Finora,
l'evidenza fa pensare che la tecnologia dei Paratwa sia così
superiore da azzerare tutte le nostre possibilità, in un
confronto diretto. Penso che si debba dare per certo che la
loro potenza di fuoco sia sufficiente a distruggere il nostro
perimetro difensivo. Se andrà così, per loro sarà più facile
sconfiggere un comandante che gli sbatte subito addosso
tutto salvo i piatti della mensa. Non vogliono anni di
guerriglia in ogni angolo del sistema. Contano di togliere di
mezzo l'intera flotta in un sol colpo.
— Allora tutto è perduto — disse il Leone.
Una smorfia ferina distorse il volto di Nick. — Niente è
perduto finché si è vivi. E inoltre... c'è qualcosa di strano,
qui. So che questo vi sembrerà idiota, ma se ho una
sensazione idiota non posso farci niente. Secondo me, gli
Ash Ock sono alla disperazione.
— Loro sono alla disperazione? — borbottò il Leone.
— Sì, perdio! Io so come pensano quei bastardi! Io so
come agiscono gli Ash Ock, e vi dico che qualcosa gli ha
messo il fuoco sotto il culo. I Paratwa stanno facendo piani
da secoli, e all'improvviso ecco che si muovono con strana
fretta, con rapidità febbrile. Arrivano qui come pirati
all'arrembaggio, quasi che siano gente senza domani. Ci
tendono una sporca imboscata, e bang! Vittoria istantanea.
La nostra flotta annientata, e ogni Colonia che rifiuta di
arrendersi ripulita col virus. — L'ometto agitò un dito verso
il Leone. — No, non è da loro. Qui c'è qualcosa di strano.
— Bene — disse il Leone. — E allora cosa possiamo fare
noi?
— Il San Bernardo! In quel programma c'è la chiave di
tutta la faccenda. Dobbiamo tirar fuori le budella al San
Bernardo, e subito, entro i prossimi due giorni, prima che
Meridian getti il suo ultimatum sul tavolo del Consiglio.
Il Leone sospirò. Nick non avrebbe mai abbandonato la
speranza finché ne vedeva una; il pensiero della vittoria dei
Paratwa lo spingeva fuori dalla portata dei ragionamenti di
chiunque. — Questa sua intuizione sul San Bernardo. Io le
credo quando mi dice che questo programma dev'essere
importante. — Scosse il capo. — Ma... importante
abbastanza da togliere la vittoria dalle mani dei Paratwa?
— Sì! Il San Bernardo è così importante che l'Ash Ock
Codrus ha manovrato questa società per due secoli,
rafforzando la E-Tech perché i suoi Archivi restassero sicuri,
in modo che nessuno inciampasse casualmente in questo
programma. È così importante che dopo la morte di Codrus,
quando le Colonie seppero del prossimo ritorno dei Paratwa,
gli Ash Ock si fecero precedere qui da qualcuno di loro, allo
scopo di mettere il Bracconiere alla caccia del San Bernardo.
È così importante che gli Ash Ock hanno fatto uccidere
Adam Lu Sang, appena Blumhaven ha scoperto che era lui
ad agire contro il Bracconiere negli Archivi. Dietro l'attacco
alla sua tenuta ci sono anche altre ragioni, ma non inganni se
stesso presumendo d'essere tanto importante: il loro
bersaglio era Adam. Io sono stato una spina nel fianco degli
Ash Ock per tre secoli, ma neppure io ero così al centro della
loro attenzione. I killer non si sono neanche presi la briga di
assicurarsi che fossi morto. Adam era più pericoloso, perché
aveva accesso agli Archivi E-Tech. Adam era là, ed era sulle
tracce del San Bernardo.
— Non capisco — disse il Leone.
— Neanch'io lo capivo, prima dell'attacco. Poi ho
ripensato a una conversazione con Adam, quando cercavamo
un modo di penetrare i segreti del San Bernardo. Adam
disse, per scherzo, che c'era un sistema sicuro di riuscirci...
un sistema tecnicamente possibile ma ridicolo da ogni punto
di vista. — Nick fece una pausa. — Ora, però, con la
sconfitta che ci pende sulla testa... ora, forse, non è affatto
ridicolo.
Huromonus guardò il Leone. — Nick ha chiesto pieno
accesso agli Archivi E-Tech.
— Ho aiutato a progettarli. So come sono strutturati. Se
potrò essere fisicamente negli Archivi, farò ciò che per
Adam era soltanto una battuta scherzosa.
«Ormai siamo alle strette. Se non facciamo qualcosa, per
noi è la fine. C'è una possibilità di tirare il San Bernardo
fuori di là. C'è il modo di esaminare i dati che contiene. E
abbiamo meno di due giorni per riuscirci. — Nick si girò
verso il direttore della E-Tech. — Eddie, qui, ha ancora una
certa reticenza ad accettare il mio consiglio. C'è un altro
motivo per cui ho chiesto di farla venire di persona. Speravo
che mi aiutasse a convincerlo.
— A convincerlo di cosa?
— Nick vuole intraprendere un'azione che io ho giurato
d'impedire — disse con calma Huromonus. — Vuole,
letteralmente, dare inizio a una serie di manovre che
potrebbero produrre la distruzione di buona parte dei dati
negli Archivi della E-Tech.
Il Leone sentì un rigido sorriso piegargli la bocca. Più in
basso, al livello in cui una fitta di dolore lo tormentava da
giorni, fremeva una specie di risata acre, avvelenata
dall'incredulità e dallo stupore.
— Distruggere gli Archivi della E-Tech? Ma è una follia!
— Forse è vero — annuì Nick. — Forse.
16

— Tu sai che posto è questo? — domandò Gillian.


Con la testa poggiata su una sua spalla e una mano sul
petto, Susan gli stava mordicchiando il lobo di un orecchio.
— Timmy dice che è la cellula degli Os/Ka/Loq.
— Lo so. Ma cos'è, esattamente?
La giovane donna rotolò sopra di lui e sorrise,
contorcendosi per assumere la stessa posizione di poco
prima. — Cos'è cosa?
— Os/Ka/Loq. Tu sai che significa?
Lei corrugò le sopracciglia, fingendo di considerare
gravemente la questione. — Sì, credo di averlo capito.
Significa «il posto dove una ragazza non si stanca mai di fare
quella cosa».
Gillian la circondò con le braccia e la accarezzò. — Ma le
persone serie a un certo punto parlano anche di cose serie.
Lei rise. — E perché?
— Perché tutto ha una fine.
— Prima devi finire me.
Anche Gillian rise. — Cosa ne sarà di noi quando ci
saremo stancati di fare all'amore? Non possiamo stare su
questo letto per sempre.
— Hai ragione. Quando sarai vecchio e stanco ti lascerò
alzare per qualche minuto. Lo giuro.
— Adesso non sei razionale.
— Non ho mai detto che sarò razionale. Ho detto che sarò
la tua ombra.
— Se io sono la luce, tu sei l'ombra. Se la luce sei tu,
allora l'ombra sono io.
— Questo significa che siamo opposti ma inseparabili.
Incollati l'uno all'altra, per sempre.
Lui sospirò. — Sì. Ma ti stai dimenticando di Timmy.
— No, è troppo difficile dimenticarsi di Timmy.
— Non ci lascerà qui a fare all'amore per molto.
Lei gli baciò il petto. — Questo è vero. Aspettami qui.
Vado a strangolarlo e torno subito.
Gillian scosse il capo. — Tu non sai nulla di Timmy.
— So tutto, invece. — Susan gli passò un dito sul naso. —
Timmy ha bisogno di noi più di quanto noi ne abbiamo di
lui. Vuole... farti diventare di nuovo un Paratwa. Credo che
abbia dedicato la vita a questo scopo.
Lui guardò il suo bel viso e vide quello di Catharine. —
Dovresti aver paura.
— Ce l'ho. Perciò faremo ancora ciò che abbiamo fatto
poco fa.
— Sei insaziabile.
Stavolta lei si accigliò sul serio. — No, non insaziabile.
Una volta lo ero. Certe settimane facevo l'amore con una
dozzina di uomini diversi. Ora ho capito che stavo cercando
te.
Lui la baciò sul mento. — Timmy ti aveva destinato ad
essere la mia compagna. Non puoi fare a meno di provare
quello che provi.
— Lo so. Ma noi siamo le due metà di un intero. Lo stesso
desiderio si applica anche a te.
Per un poco tacquero. Infine lei gli domandò di
Empedocle.
— È qui, adesso?
— Lui è sempre dentro di me. Ma ora la sua presenza è
molto debole. Riesco appena a sentirla. Credo che il mio
monarca...
— Il nostro monarca — lo corresse lei.
— Credo che il nostro monarca si stia tenendo
volutamente in disparte. Ci permette di fare conoscenza.
— Ci permette di risanarci a vicenda.
— Suppongo di sì.
— Io sono come Catharine?
Gillian sorrise. — A volte sei esattamente come lei. Altre
volte no.
— E quando facciamo all'amore? Sono come lei in
questo?
— No. In quel momento tu sei tu.
Susan ne fu compiaciuta. — Catharine è... ancora dentro
di te? Una parte di lei è sempre viva?
— No, non viva. Ma l'interallacciamento è intatto. Ciò che
Catharine era... il suo potenziale... questo è rimasto. E
naturalmente ci sono i miei ricordi di lei. — Gillian fece una
pausa.
— A volte mi sommergono finché mi sento come
affogare.
— E adesso?
Adesso, per la prima volta da un'eternità, posso
ricordarla senza essere sopraffatto dal dolore. Baciò Susan
sulla punta del naso. — Voglio stare con te, per sempre. —
Un flusso di sensazioni gli salì lungo la colonne vertebrale:
Empedocle, che di lontano esprimeva la sua approvazione.
Susan annuì. — È pazzesco, ma è ciò che voglio anch'io.
Ho cercato di dirmi che l'idea stessa di diventare una
gemellare...
— Gli batté un pugno su una spalla. — È folle! Non ha
senso! È la cosa più oscena e ridicola che io possa
immaginare!
— E tu lo vuoi — disse Gillian.
— Lo voglio più di qualunque cosa abbia mai voluto. Il
mio corpo lo vuole.
— Non hai scelta.
— Lo so. Il mio corpo domanda soddisfazione.
— È stato Timmy a progettarti così.
— So anche questo. — Lei esitò. — Ho sempre voluto
avere nelle mie mani la possibilità di scegliere. Quando i
miei genitori morirono, quando si suicidarono, questo mi
privò di ogni scelta. Furono gli altri a decidere per me... —
Ora riusciva a vedere altre cose di se stessa. — Questa è la
vera ragione per cui facevo del sesso con molti uomini
diversi. Potevo scegliere. Potevo continuare a scegliere. Non
ero costretta a fermarmi. Avevo sempre la libertà di decidere
chi doveva essere il mio prossimo amante.
— Questa non è libertà.
— Lo so. Questo lo so, ora.
— Quegli uomini... lenivano la sofferenza che c'era in te?
Lei gli accarezzò un braccio. — Sì. Anche questo. Mi
rendevano la vita più sopportabile.
Gillian ebbe un'intuizione, e la condivise con lei mentre ne
formulava i parametri. — Gli Ash Ock... questo è uno dei
loro grandi poteri.
— Quale potere?
— Non solo sanno comprendere lucidamente quelle spinte
interiori di cui i gemellari, e gli umani, sono inconsapevoli,
ma capiscono la molteplicità di quei comportamenti che,
messi insieme, definiscono una creatura intelligente. —
Esitò, sforzandosi d'essere più chiaro. — Tu facevi del sesso
con tutti quegli uomini per diverse ragioni. Su un certo
livello, sul piano fisico, li usavi per lenire i tuoi bisogni e le
tue sofferenze. Allo stesso tempo, su un livello più profondo,
facevi in modo di avere sempre il potere di lasciarli, di essere
tu ad avere la scelta.
— Tutto parte della stessa cosa — suggerì lei. — Tutti
aspetti del mio comportamento nevrotico pre-Timmy.
— Ma gli Ash Ock... loro sono sempre consapevoli delle
relazioni fra questi livelli; sanno sempre, lucidamente, ciò
che noi gemellari o umani di solito dimentichiamo. Ecco
perché possono ideare piani così complessi. Ecco perché
fanno ogni cosa per più di una sola particolare ragione. Loro
le vedono tutte. Non hanno subconscio... almeno, non un
subconscio come lo intendiamo. Noi abbiamo livelli di
coscienza, loro no. Per loro la mente è un'unica grande arena
che vedono da un capo all'altro, con un solo colpo d'occhio.
— Fece una pausa. — Credo che il mio monarca non dorma
neppure.
Susan studiò un neo sul collo di lui. — Forse, quando un
monarca non è pienamente sveglio, i gemellari sono i suoi
sogni.
— Sì, è possibile. — Gillian la guardò. All'improvviso il
volto di lei era una maschera d'oro che copriva il suo. Una
visione, un'immagine iconica di com'erano le cose una
volta... e di come sarebbero tornate ad essere. Due gemellari,
capaci di vedere se stessi dall'interno e dall'esterno allo
stesso tempo, capaci di specchiarsi uno nell'altro. La
coscienza Ash Ock. Il Paratwa Ash Ock.
La visione se ne andò, lasciandogli un vortice di ipotesi
nuove. I suoi pensieri tornarono all'assassino, il Paratwa
triplice.
— Il massacro alla stazione di Honshu... quando ti sei
trovata di fronte il killer. Credo di aver capito una cosa. Tu
hai sempre pensato che la tua presenza lì fosse una
coincidenza, vero?
— Sì. Stai dicendo che forse non lo era?
— Io credo che il killer triplice ti volesse lì. Per ucciderti.
Un Ash Ock, probabilmente Saffo, aveva ordinato la tua
morte. Ma le cose sono andate diversamente. Tu eri troppo
veloce, e gli sei sfuggita.
Lei corrugò le sopracciglia. — È stata solo una
coincidenza. So che avevo già incontrato quel gemellare da
qualche parte. Per puro caso lui mi ha riconosciuta, mi ha
guardata come...
— No — disse Gillian, fremendo a quell'intuizione. —
No, quello sguardo, quel contatto visivo con te è stato
voluto! Finora io ero convinto che tu, pur senza ricordarne il
nome, avessi riconosciuto il killer in quella stazione, e che di
conseguenza lui ti volesse morta. Per liberarsi di una
testimone.
«Ma non è affatto così! Tu dovevi morire, là a Honshu,
perché eri la nipote di Inez Hernandez: l'unica parente
conosciuta di un membro del Consiglio di Irrya!
— Ma perché?
— Non lo so — ammise lui. — Non con certezza. Ma
penso di avere un'idea generica. I Paratwa stavano cercando
di manipolare il Consiglio di Irrya, di influire sui consiglieri,
di metterli nelle condizioni psicologiche più utili... per un
loro scopo. — Strinse le dita sulle natiche di lei, come nel
disperato tentativo di trovare una risposta nella sua stessa
carne. Era tutto lì, al limite della consapevolezza, l'intricato
schema degli Ash Ock in attesa di un'ultima lampadina che si
accendesse per illuminarlo.
— Il killer intendeva uccidere me per influenzare zia Inez?
Questo non mi sembra molto probabile.
— Considerato come atto singolo, forse no. Ma come
sfaccettatura di un loro piano più vasto ha un significato
preciso.
— Allora perché il killer si è lasciato vedere da me?
Voglio dire, se mi stava aspettando avrebbe dovuto
cogliermi di sorpresa... — Susan esitò, colta da altri dubbi.
— Sì! — la esortò Gillian. — Pensaci meglio!
— Va bene, devo aver incontrato uno dei gemellari prima
di quel giorno a Honshu. Ma questo lo sapevo già. — Scosse
il capo. — Non capisco come... però...
Gillian sentì che l'intuizione fluiva anche in lei; la percepì
in un fremito delle sue natiche. Ebbe un sogghigno. —
Stiamo pensando col culo, per così dire, eh?
La voce di lei fu un sussurro: — Quella al terminal di
Honshu non era la prima volta che il killer aveva cercato di
uccidermi. Ci aveva già provato. Ma qualcosa gli era andato
storto... non aveva avuto la possibilità di farlo.
— Giusto!
— Così ha deciso il raid a Honshu... sapeva che sarei
passata dal terminal... e ha messo la mia morte in lista
insieme a quella di altri!
— Proprio così. Un assassino Paratwa, che agisce al
servizio dei molteplici obiettivi del suo padrone Ash Ock.
— Mi ha guardato, e ha aspettato che io lo guardassi...
— ... perché voleva che tu sapessi. Voleva la
soddisfazione della tua paura. Voleva che tu capissi che non
stavi per essere uccisa da uno sconosciuto, ma da uno che
conoscevi...
— Da uno che io avevo offeso! Era pieno di rabbia verso
di me. C'era la degustazione della vendetta nei suoi occhi!
— Che tu però non hai riconosciuto, perché...
— Perché era uno dei tanti! Era stato... un mio amante.
No! Non un mio amante. Era stato...
— Un corteggiatore. Aveva tentato d'essere uno dei molti
compagni di letto di Susan Quint, ma non perché volesse
amarti.
— Sì, è così che ha cercato di uccidermi la prima volta.
Voleva che mi trovassero morta nel mio letto, assassinata da
un amante senza nome. Come una prostituta!
— E quando non è riuscito a sedurti, fallito il suo piano
per eliminarti in questo modo... e fallito anche il secondo
tentativo al terminal di Honshu... ha mandato a casa tua quei
due agenti E-Tech corrotti, perché finissero il suo lavoro.
— Volevano violentarmi! Uno di loro ha detto all'altro di
portarmi in camera. Ha detto: «Lo faremo sul letto». Quel
bastardo! Il Paratwa gli aveva ordinato di uccidermi nel
modo in cui avrebbe voluto farlo lui!
Un afflusso di emozioni venate di rabbia spazzò via i
pensieri di Susan, e all'improvviso la sua mente si perse in un
maelstrom di luci e ombre. Vide se stessa, vide il suo volto,
osservato dal volto che lei aveva davanti agli occhi. La
struttura della sua psiche — l'intima consapevolezza d'essere
se stessa — minacciò di disintegrarsi, sconvolta dall'urto di
quella visione impossibile. Una parte profonda di lei anelava
a quel collasso, ma un'altra parte indietreggiò inorridita.
La paura ebbe la meglio. Con una violenza nata dalla
disperazione spinse via Gillian e si alzò dal letto. La sua
caviglia destra restò presa dietro la gamba sinistra di lui, e
sbilanciata Susan andò a sbattere nella stalagmite verde-mare
che serviva da tavolino accanto al letto. Vi si aggrappò, in un
frenetico tentativo di ritrovare l'equilibrio. La stalagmite non
collaborò: il suo gambo si piegò come fosse di gomma,
facendo rovesciare sul pavimento la caraffa d'acqua
ghiacciata e i due bicchieri. Lei cadde a sedere in quella
pozzanghera, ansando.
L'agitazione, e lo stordimento della caduta. L'eco di quel
tonfo. La sensazione delle sue natiche appiattite in un
laghetto d'acqua gelida... e Gillian stava ridendo, divertito
dalla sua goffaggine. Questo avrebbe dovuto irritarla, o
imbarazzarla. Invece le piacque. Erano emozioni, erano
sensi. Erano cose reali.
— Santo cielo — ridacchiò Gillian. — Hai dato un bello
spettacolo. C'era un motivo per questo?
Susan si alzò in piedi. Fece un lungo respiro. — Ero
dentro di te — borbottò.
Il sorriso di lui si spense. — Ne sei sicura?
— Si capisce che ne sono sicura!
Lui cercò di mostrarsi comprensivo. — La prima volta
dev'essere un'esperienza terribile. Diventare una gemellare...
Susan restò in piedi di fronte a lui, nuda, con le braccia sui
seni per ripararsi dal suo sguardo.
— Col tempo ti sarà più facile — disse lui, e si sentì
stranamente triste, sapendo che la compativa per la perdita
della sua innocenza. Il processo dell'unione psichica era
cominciato. Da quel giorno avrebbero vissuto ogni
esperienza sempre più vicini, sempre più collegati. La loro
intimità si sarebbe miscelata inesorabilmente fino alla
comunicazione totale del Paratwa. I preziosi momenti
conosciuti insieme come entità separate erano finiti, per
sempre. Non sarebbero tornati mai più.
— E ora? — domandò lei, ritrovando la sua compostezza
ma ancora indifesa, come una bambina smarrita.
— La seconda volta sarà più facile — ripeté Gillian.
La sua voce era rassicurante. Non così le parole.
— È questo posto a farci unire — disse lui. — Questa
cellula degli Os/Ka/Loq. Qui dentro, migliaia di metri sotto
l'Oceano Atlantico, la purezza è stata mantenuta. — Non
capiva esattamente il senso di ciò che stava dicendo, ma
sapeva che era la verità.
— La purezza — sussurrò lei. Lentamente si girò a
guardare le strane pareti ondeggianti e la profusione di
stalagmiti, alcune con una funzione ovvia e banale, altre
ricche di estrusioni elettroniche i cui scopi non riusciva a
immaginare.
Gillian le tese le braccia. — Vieni qui, torna da me.
Susan fece un passo verso di lui, esitante. — Non ho
scelta.
— Nessuna scelta.
17

La principale sezione di analisi dei dati, situata al primo


piano sotterraneo della sede E-Tech su Irrya, era una stanza
circolare piena fino al soffitto di terminali, monitor,
decodificatori e altre sofisticate attrezzature elettroniche. Nel
corso degli anni il Leone aveva avuto occasione di visitare
vari dipartimenti della E-Tech accessibili al pubblico, ma
non era mai stato lì. Nick aveva definito quel locale «l'anima
e il cuore degli Archivi».
L'ometto sedeva a una console, accanto a lui. Nella stanza
c'erano altri programmatori, due giovanotti e una ragazza,
tutti e tre incredibilmente giovani, sulle cui facce il Leone
leggeva la stessa appassionata dedizione che aveva animato
Adam Lu Sang. Nick li chiamava «le mie piccole teste
d'uovo». I tre si affaccendavano in quell'ordinato caos di
apparecchiature, leggendo monitor, chiedendo analisi,
facendo apparire diagrammi multicolori e decifrando il tutto
con una facilità che metteva a disagio il Leone.
Ciò che lo infastidiva, doveva ammetterlo, era il loro
puntiglioso perfezionismo, il modo in cui focalizzavano la
loro energia mentale sui particolari, tanto da far pensare che
poi sarebbe stato loro impossibile avere una visione più
vasta, una prospettiva generale delle cose. Ma si ripeté che
quelli erano i compagni fedeli del povero Adam Lu Sang,
non dei robot umani bensì gli amici da cui era stato
spalleggiato fin da quando aveva affermato che negli Archivi
era all'opera un programma come il Bracconiere. E adesso
quei tre erano gli unici programmatori d'alto livello dei quali
Huromonus potesse fidarsi per il lavoro che li attendeva. A
tutti gli altri tecnici e specialisti degli Archivi, inclusi i
dirigenti nominati da Blumhaven, era stato ritirato il
permesso d'accesso. Guardie armate, che avevano l'ordine di
usare anche la forza, controllavano gli ingressi dei
sotterranei per garantire che gli ordini di Huromonus fossero
eseguiti.
— Siamo in sincronia di fase! — esclamò uno dei
programmatori.
— Linee di default correlate! — intonò la ragazza.
— Ora sarete micro-processati. O Archivi: tremate! —
inneggiò il terzo.
Il Leone sospirò. Quel terzetto gli ricordava anche le
bande di coloniali ciarlieri e spensierati — giovani di
famiglia ricca, per lo più — che assoldavano i Costeau per
farsi portare in zone proibite della Terra ad assaporare
«un'esperienza avventurosa»: intelligenti ma sfrenati, e in
ultima analisi delle teste vuote. Un paio d'ore prima aveva
sussurrato quella sua impressione a Nick.
— Naah! — aveva detto lui. — Altra razza. Questi sono
giovani teste d'uovo.
Il soprannome era rimasto.
— Sta arrivando Eddie — disse Nick, guardando uno dei
monitor.
La porta si aprì dopo alcuni secondi per l'identificazione,
ed il direttore della E-Tech fece il suo ingresso. Cosa
insolita, sembrava di umore quasi gioviale. — Ho buone
notizie — disse.
Nick sollevò le sopracciglia. Le teste d'uovo
s'immobilizzarono, e subito, simultaneamente, si voltarono a
guardare Huromonus. Al Leone ricordarono tre antenne
radar che avessero captato un segnale: tre paia di orecchi
s'erano tesi verso il bersaglio, pronti ad assorbire dati freschi.
— Vengo ora dagli uffici della Sicurezza — disse
Huromonus a Nick. — Ho correlato le sue informazioni sul
Bracconiere con quelle che i miei uomini hanno appena
avuto da uno dei complici di Blumhaven. Costui sarà
giudicato in tribunale per una serie di gravi accuse. È stato
persuaso che gli conviene collaborare con la giustizia.
— Persuaso con le buone maniere, uh? — disse Nick.
— Più o meno. Da quanto ha detto, sembra che tutte le
strane tracce lasciate dal Bracconiere nei nexus-point della
rete avessero lo scopo di coprire la traccia vera.
— Io lo dissi ad Adam! — proclamò uno dei tre, alzando
un dito. — Il Bracconiere ha un punto di uscita dagli
Archivi. Forse anche più di uno.
— Sì — confermò Huromonus. — Per un breve periodo,
dopo il massacro di Honshu, il Bracconiere ha utilizzato un
nexus-point per uscire dalla nostra rete e penetrare in quella
dei computer delle stazioni delle navette. Dopo aver svolto là
un particolare incarico (e prima di tornare negli Archivi) ha
deliberatamente contattato una certa quantità di altri nexus-
point.
— Per mascherare i suoi obiettivi reali — ipotizzò il
Leone.
— Ovviamente — annuì Nick. — Psicologia Paratwa, un
altro esempio del loro stile, come i massacri: se devi
ammazzare una persona, ammazzane altre trenta perché
nessuno capisca i tuoi veri scopi. Se devi nascondere la tua
presenza in una rete di computer, semina un buon numero di
false tracce.
Huromonus proseguì: — Il nostro informatore dichiara
che Doyle Blumhaven gli ordinò di ignorare certe differenze
fra due versioni dello stesso elenco di viaggiatori in transito
da Honshu, e inoltre di sostituire la prima versione con la
seconda versione. La prima era quella registrata dalla E-Tech
al terminal delle navette subito dopo il massacro. La
seconda, l'elenco di passeggeri presumibilmente alterato dal
Bracconiere, fu sostituita all'altra circa sedici ore dopo il
fatto.
Un sogghigno apparve sul volto di Nick. — Vada avanti.
Mi dica che c'è un nome, e che è stato tolto dalla versione
contraffatta dell'elenco. Mi dica che abbiamo questo nome,
Eddie.
Huromonus si limitò a sorridere.
— Bingo! — esclamò l'ometto.
— L'hai inchiodato, Nick! — gridò uno dei
programmatori.
— Sì, ma non non ci sarei riuscito senza di voi, ragazzi.
Diavolo, voi conoscete questi Archivi come la faccia delle
vostre mamme.
Il Leone notò che il terzetto s'illuminava d'orgoglio. Nick
non era un semplice programmatore di computer: era una
leggenda vivente, uno dei geni pre-Apocalisse riportato alla
vita fra i discepoli. In quell'ambiente la sua doveva essere
considerata una presenza apostolica. Se non addirittura
angelica. Un complimento di Nick era probabilmente
qualcosa di simile a una benedizione divina.
— Non abbiamo soltanto il nome — disse Huromonus. —
Abbiamo anche la ditta per cui questo individuo lavora.
— Grazie, Susan Quint — mormorò Nick, — dovunque tu
sia.
Il Leone annuì in silenzio. Se Susan Quint fosse stata
uccisa al terminal di Honshu, il Paratwa non si sarebbe visto
costretto a cercare quell'elenco di passeggeri per cancellare il
nome del suo servo, il gemellare-killer riconosciuto dalla
ragazza.
— Il nome tolto dalla lista alterata è quello di Calvin KyJy
— continuò Huromonus. — Si tratta dell'assistente speciale
di Corelli-Paul Ghandi, fondatore e direttore della
Corporazione CPG, la quinta compagnia delle Colonie in
ordine di grandezza. C'è tuttavia una prova a discarico,
secondo la quale Calvin KyJy si sarebbe trovato nella
Colonia Michigan Deuce al momento del massacro.
— Altro fumo negli occhi — disse Nick.
— Così sospetto anch'io.
— Ghandi non ha una vita sociale molto attiva — disse il
Leone. — Comunque l'ho incontrato in diverse occasioni,
negli ultimi anni.
Huromonus annuì. — Anch'io. Ma le nostre strade non si
sono mai incrociate, finora. Mi sono appena rinfrescato la
memoria sulle sue attività. Ghandi ha fondato la CPG
venticinque anni fa.
— Questo corrisponde — disse Nick. — Il Bracconiere è
stato messo negli Archivi tre anni dopo.
— C'è inoltre il fatto che Ghandi ha dato inizio alla sua
attività in modo a dir poco singolare. Fin allora era stato un
avventuriero di mezza tacca, che si associava a ciurme di
Costeau in imprese poco pulite. E dal giorno alla notte, ecco
che mette insieme abbastanza capitale da avviare una
finanziaria destinata a rivelarsi dinamica e ambiziosa nel
campo dall'alta tecnologia. Un'impresa difficile, a dir poco,
per un ex contrabbandiere ignorante.
— Da dove veniva questo capitale? — domandò Nick.
— Da alcune iniziative legittime. Ma si pensa che buona
parte del denaro l'abbia tirato fuori dal mercato nero.
— Le simpatiche opportunità dell'investimento anonimo
— borbottò Nick. — Legali e con la benedizione del
Consiglio e della ICN. — Scosse il capo. — Cristo, la vostra
è una società fondata sul riciclaggio del denaro sporco.
Il Leone ricordò alcune cose. — A quell'epoca correva
voce che Ghandi, durante un'incursione illegale sulla Terra,
avesse scoperto una fonte di dati tecnologici di qualche
genere. E da quella spedizione tornò solo. Ricordo che alcuni
Costeau non la presero affatto con calma. C'era chi diceva
che avesse eliminato gli altri uomini della ciurma, giù in
superficie.
— Sì, lo ricordo anch'io — disse Huromonus. — Ma non
c'erano prove per costruire un'accusa contro di lui. Era
impossibile smentire la sua versione della storia. Disse che i
suoi compagni erano affogati sulla costa della Cina, travolti
da una grande onda di marea. Lui invece si salvò perché il
capitano l'aveva lasciato di guardia a bordo della navetta.
Una base E-Tech in Cina confermò che quel giorno una forte
onda di marea aveva effettivamente investito la costa
orientale.
«Ghandi andò sotto processo e fu condannato per
complicità in un atterraggio illegale in superficie. Dovette
pagare una multa salata. Ma questi furono tutti i suoi
problemi.
— Presumiamo — disse Nick, — che il nostro Ghandi
abbia incontrato dei Paratwa laggiù. E che abbia fatto un
qualche genere di accordo con loro.
— Come sarebbero arrivati sulla Terra? — domandò il
Leone.
— Probabilmente una navetta — rispose Huromonus. —
Meridian ne ha usata una per rientrare nel sistema. E il
Consiglio ritiene che i Paratwa abbiano una sofisticata
tecnologia anti-intercettazione. Se è andata così, venticinque
anni fa il nostro perimetro difensivo era tutto da attrezzare.
Chiunque avrebbe potuto oltrepassarlo.
— È così. — Nick scosse il capo. — Cristo, avrei dovuto
pensarci. Ho sempre supposto che il killer triplice e il
Paratwa venuto con lui avessero trovato il modo di entrare
direttamente in una Colonia, e non riuscivo a capacitarmene.
Sembrava talmente complicato... e pericoloso.
«Invece non hanno rischiato. Sono scesi sulla Terra,
usando la loro schermatura per evitare i radar E-Tech. Avrei
dovuto arrivarci prima!
Il Leone notò che le teste d'uovo s'erano accigliate. Il Dio
dei computer aveva delle imperfezioni.
— Maledizione! — borbottò l'ometto, irritato con se
stesso. — I Paratwa sono atterrati in superficie, hanno
contattato la navetta di Ghandi, ucciso l'equipaggio, nascosto
da qualche parte il mezzo con cui erano arrivati, e poi
Ghandi li ha portati sui cilindri. Forse ha fatto tappa in una
delle colonie Costeau non allineate, un posto dove non si
fanno molte domande. Ha lasciato lì i suoi nuovi amici, e
infine è tornato alla base di partenza dove ha distribuito la
sua favola sui compagni travolti dallo tsunami.
— Il conto torna — disse Huromonus.
— Torna, eccome! E questo Calvin KyJy, il cosiddetto
assistente di Ghandi, dev'essere il terzo gemellare. Quello di
supporto. Quello che Susan Quint avrebbe potuto
identificare.
— Allora Ghandi è un altro Doyle Blumhaven —
mormorò il Leone. — Un altro uomo di paglia dei Paratwa.
Credete che sia il killer triplice a dirigere la sua ditta?
— Ne dubito — disse Nick. — No, dev'esserci qualcun
altro. Forse un luogotenente degli Ash Ock, uno del rango di
Meridian... o forse il gemellare di un Ash Ock.
Il Leone ripensò all'odioso messaggio del killer Ash Nar,
alla tenuta, le parole che a suo dire venivano dalla stessa
Saffo. Potete accettare il nostro dominio e vivere, oppure
rifiutarlo e morire. La scelta è vostra.
Nel tentativo di prevenire un'altra fitta allo stomaco inalò
un lungo respiro, sperando di evitare il costo fisico della sua
codardia, della sua convinzione che i Paratwa non potevano
essere sconfitti. Ma con una certa sorpresa s'accorse che il
dolore non si faceva sentire. Per la prima volta dal giorno
dell'attacco alla villa provò una vaga ombra di speranza. Le
rivelazioni di Huromonus offrivano qualche possibilità
nuova. Anche il mio corpo riconosce che c'è un motivo per
non cedere al pessimismo. Quel pensiero lo fece ridacchiare
dentro di sé.
— Ho ordinato un dossier sulla CPG — disse Huromonus.
— Fra poco avremo un profilo completo di questa società e
dei suoi quadri dirigenti.
— Bene — disse Nick.
Il Leone domandò: — Niente di nuovo circa quel servizio
della FL-Sedici su Gillian, Susan Quint, Lester Mon Dama,
la Chiesa della Fede e le trasformate?
Huromonus scosse il capo. — Zork e la Morgan, i due
giornalisti che si sono occupati di questa storia, non sono
disposti a collaborare. Stiamo indagando sulle loro fonti
d'informazione, e in parallelo sulle ragazze che potrebbero
essere delle trasformate. Ma finora non abbiamo
informazioni significative. E Lester Mon Dama è sempre
introvabile.
Il Leone annuì. — Potrebbe esserci un nesso fra questo
prete e la Corporazione CPG.
— Una possibilità interessante.
Nick scrollò le spalle. — Coi se e coi forse potremmo
ballare in cerchio tutto il giorno senza fare un passo verso il
centro. Per adesso lavoriamo sui fatti che abbiamo in mano.
È il momento di dare una buona scossa agli Archivi. È l'ora
di acchiappare il San Bernardo per la coda.
— È giunta l'ora della profezia! Laggiù, miei prodi, veggo
i bastioni della città nemica! — recitò uno dei
programmatori.
— Signori, non aspettiamoci troppo dalla fine del mondo!
— li mise prudentemente in guardia la ragazza.
— Ad ogni albero è appesa una lanterna. Ciascun
guerriero segua la mia orma. Non una vergine sarà salva
stanotte, l'ho giurato! — declamò imperterrito il terzo.
Fiocchi di cotone bianco scendevano sullo sfondo di un
cielo azzurro pallido. Lo schermo mostrava un'immagine un
tempo familiare a ogni essere umano, e il Leone la guardò in
silenzio: i sogni di un luogo che non aveva mai conosciuto
ora vacillavano, stranamente mescolati al timore che i loro
atti avrebbero potuto negare per sempre l'accesso a qualcosa
di prezioso.
Ma gli Archivi dovevano essere sacrificati. Il San
Bernardo doveva essere indotto a uscire dalla fortezza di dati
nelle cui profondità si celava. Ed a sentire quelli che ne
sapevano più di lui, la distruzione era il solo metodo per
riuscirci.
Nick gli indicò lo schermo. — Ecco di nuovo il biglietto
da visita del San Bernardo, il cartello che innalza davanti
agli occhi di chi guarda. Ma le viscere di questo programma
si trovano in un drive mobile che si sposta in continuazione,
e che in ogni fase è senza dubbio disperso in un centinaio di
posti reconditi negli Archivi. È per questo che non siamo
mai riusciti a tirargli fuori i dati che contiene, ed è la stessa
ragione per cui anche il Bracconiere ha fallito... almeno
finora. Questo drive fluttuante è il segreto che gli ha
permesso di farsi trasferire sulle Colonie, due secoli e mezzo
fa. Era abbastanza intelligente da fargli aggirare i processi di
setacciamento e detossificazione, quando gli Archivi furono
spostati qui in orbita. Ma ora tutto sta per cambiare. —
L'ometto rivolse un sogghigno a Huromonus. — Costerà
caro. Speriamo di avere qualcosa in cambio, eh?
Il direttore della E-Tech sospirò. — Nick, preferirei un
genere di iniziativa meno drammatico. Le generazioni future
mi ricorderanno come l'uomo che ordinò la decimazione
degli Archivi, l'uomo che spazzò via una parte insostituibile
del passato dell'umanità.
— Già. Questa potrebbe essere la perdita più grave dopo
l'incendio della Biblioteca di Alessandria.
— Proprio così. E vorrei, se non altro, che sui libri di
storia ci fosse una nota di commento inconfutabile sulle mie
azioni.
Qualcosa come: «Dovette farlo per una buona ragione, e
perché non c'era altra scelta».
— Ehi — disse Nick. — Non si preoccupi così. Tanto
ormai le TV libere l'hanno già consegnata ai posteri come
Eddie il Pazzo.
Le teste d'uovo fecero udire risatine nervose. Anche il loro
buonumore patologico si stava disseccando, mentre si
avvicinava il momento fatidico.
— Penso che siamo pronti a cominciare — disse Nick.
— Avanti, allora — ordinò Huromonus.
Nick guardò le teste d'uovo. Uno di loro batté alcuni
comandi e mormorò. — Ecco che andiamo.
La ragazza disse. — Questo è per Adam. — Gli altri due
annuirono gravemente.
Poco prima, Huromonus aveva ripetuto la combinazione di
fattori grazie a cui era possibile intraprendere la decimazione
degli Archivi. «Le operazioni distruttive su grande scala
possono essere iniziate soltanto da questa sezione di analisi-
dati. È l'unico luogo da cui si ha accesso simultaneo a tutti i
maggiori nexus-point. E come direttore della E-Tech io sono
probabilmente il solo che può garantire la nostra sicurezza,
mentre questa catastrofe va in atto.» Un sorriso acre gli
aveva attraversato il volto. «Stiamo per mandare un grido
d'allarme a tutti i programmatori in contatto con la rete.
Qualcuno di loro potrebbe usare ogni espediente a sua
disposizione per fermarci».
Il Leone era d'accordo con le parole di Huromonus.
Per alcuni secondi non accadde nulla. I fiocchi di neve
scendevano lenti sullo sfondo celestino.
Poi lampeggiarono spie rosse, e più di un allarme
cominciò a suonare. Su tutti i monitor ebbe inizio un'attività
frenetica.
Il Leone sentì un fremito. La principale sezione di analisi
dei dati stava prendendo vita in un modo che i suoi
progettisti non avrebbero mai voluto. Prendeva vita per
prevenire la sua morte.
— Onda d'Urto Uno in allargamento — esclamò una testa
d'uovo. — Tangenti multiple in collisione con la primaria...
tutti i sistemi di back-up stanno producendo algoritmi
d'emergenza!
— I back-up stanno cominciando le procedure di taglio!
Fra trenta secondi interromperanno le comunicazioni
RF/laser!
— Pronti per l'Onda d'Urto Due — ordinò calmo Nick.
Quella grossa, pensò il Leone. La prima bordata di
elettroshock a stadio multiplo di Nick — un sovraccarico di
correnti ad alto voltaggio introdotte in ogni nexus-point —
aveva lo scopo di mettere in allarme i sistemi di back-up
scaglionati fra gli impianti degli archivi-duplicati in dozzine
di Colonie. Quella mossa d'attacco, benché incenerisse
letteralmente i circuiti mentre si allargava da un sistema
all'altro, era progettata per non saltare al di là dei nexus-point
che collegavano gli impianti principali e quelli di back-up.
Nick aveva spiegato quella tattica nel suo solito modo,
usando analogie che il Leone e Huromonus potessero capire:
«Per costringere il San Bernardo a venire allo scoperto,
non dovremo soltanto distruggere gli Archivi qui a Irrya, ma
anche cancellare i duplicati dei banchi-dati. L'Onda d'Urto
Uno forzerà gli algoritmi di back-up a uscire dalle loro
piccole tane sicure. Metteranno fuori la testa, dovunque
siano, per guardarsi attorno, e cercheranno di scoprire il
motivo della calamità che aggredisce il sistema primario. Ma
non capteranno nessuna minaccia diretta; l'Onda Uno non
colpirà i loro banchi-dati, così non entreranno nella fase
difensiva che li obbliga al distacco immediato delle matrici
di comunicazione RF/laser. A questo punto percepiranno il
problema come limitati ai sistemi irryani, anche se daranno il
via a una procedura standard di conto alla rovescia verso il
distacco d'emergenza. E in quel momento noi li stordiremo
con tutta l'energia che possiamo trasmettere da qui: l'Onda
d'Urto Due. Questo abbasserà gli algoritmi di sicurezza,
prevenendo il distacco delle comunicazioni. Allora
colpiremo duro i sistemi di back-up.»
Una testa d'uovo gridò: — Tutti gli algoritmi di sicurezza
sono fuori dalle loro tane! Quindici secondi al taglio delle
comunicazioni!
Questo era il segnale per Nick. — Onda d'Urto Due... ora!
Cicalini che avevano taciuto e spie che non s'erano accese
entrarono in funzione, aumentando il baccano. Una testa
d'uovo raggiunse Huromonus e lo prese per un gomito.
— Signore, le guardie all'esterno comunicano che due
programmatori anziani sono appena arrivati. Pretendono di
entrare. Stanno minacciando le guardie di gravi punizioni, se
non li lasceranno passare.
Huromonus gli scrollò gentilmente la mano finché lui si
decise a lasciargli il gomito. — Questi programmatori sono
armati?
— No, signore!
— Le guardie sono armate?
— Sì, signore! Afferro la sottile allusione, signore! — La
testa d'uovo s'affrettò a tornare alla console accanto alla
porta.
La ragazza annunciò: — Tutti gli algoritmi di sicurezza
abbassati! Procedure d'interruzione terminate!
— Via con le onde d'urto da tre a dieci — ordinò Nick.
Un'altra serie di elettro-spasmi percorse la rete. Altri
cicalini cominciarono a gemere. Su dozzine di monitor
s'inseguivano colori e cifre — schermate illeggibili, prive di
senso — che rappresentavano le grida d'agonia dei
programmi e la lotta confusa dei banchi-dati colpiti da shock
traumatici nei loro circuiti più profondi.
— Ho un cercatraccia su quello che sembra un grosso
drive mobile! Potrebbe essere quello del San Bernardo!
Nick balzò via dalla sua poltroncina. — Località?
— Il cercatraccia non riesce... l'avrà fra dieci secondi.
— Fattela dare fra cinque!
— Ce l'ho: Y-45-D! È qui a Irrya! Il drive sta schizzando
via da un posto all'altro, nel tentativo di non farsi friggere
dentro uno dei circuiti terminati! Y-45-WW... Y-45-CK... —
Con gli occhi sul monitor il ragazzo saltellava da un piede
all'altro, eccitato come un bambino di tre anni. — Cristo,
guarda come si muove questo gran bastardo! Ha buttato fuori
pista due cerca-traccia... ma resta nel sistema di Irrya: Y-45-
AF...
— Chiamalo a cuccia! — lo incitò Nick. — Mostragli la
strada!
Dalla console accanto alla porta l'altro testa d'uovo gridò:
— Abbiamo chiamate da tutte le sezioni E-Tech di tutte le
Colonie! I loro addetti back-up stanno ululando.
— Lasciali ululare — disse Nick senza voltarsi. — Resta
inchiodato a quel drive, ragazzo. Fagli ingoiare il percorso!
Sullo schermo lampeggiava un'intricata mappa verde.
Alcune dozzine di puntini rossi confluirono verso un
circoletto bianco, tallonati da altrettanti puntini gialli.
— Cerca un nexus-point! Sta sulla mappa... sta sulla
mappa!
— Bingo! Dobbiamo avergli bruciato parecchie memorie
fluttuanti. Sta andando a cuccia, al sicuro... o almeno dove
crede d'essere al sicuro.
— Ho localizzato il nexus-point — annunciò la ragazza,
da un altro monitor. — È un sub-sistema standard, un
terminale, nel sud di Irrya, Settore Epsilon. Ecco le
coordinate: uno virgola due-tre-sei-sei miglia a nord della
parete polare. Due-cinque-nove gradi.
— Chiudi quel nexus-point — ordinò l'ometto.
— Porta chiusa a chiave! Quel drive mobile non esce più
di là!
— Ci sei, amico! — esclamò Nick. — L'abbiamo preso in
trappola!
Il Leone azzardò un intervento nella loro agitazione. —
C'è qualche traccia del Bracconiere?
— Negativo! — rispose una testa d'uovo.
— Qui non mi aspetto molto successo — disse Nick,
subito più calmo. — Un Bracconiere è troppo compatto. È
progettato per nascondersi in un banco-dati della rete, e
restare lì al coperto qualunque cosa accada. — Distolse un
attimo lo sguardo dallo schermo e incontrò quello del Leone.
— Del resto, gliel'ho detto... non è al Bracconiere che stiamo
dietro.
Il Leone annuì. La distruzione coordinata degli Archivi
generava effetti troppo complessi per offrire una realistica
possibilità d'individuare entrambi i programmi. I cercatraccia
potevano seguirne al massimo uno, se avevano fortuna, e le
priorità di Nick erano chiare.
— Ho i dati sul terminale del San Bernardo — disse la
ragazza, anche lei più calma, come se fosse collegata
all'umore di Nick. — È un sub-sistema che si trova in
un'abitazione privata, una casa di proprietà della Chiesa della
Fede.
— Benone — mormorò Nick. — I nostri vecchi amici.
Perché questo non mi sorprende? — Si girò a cercare
Huromonus. — Dobbiamo precipitarci su quella casa, e
subito. Il colpo che abbiamo dato agli Archivi ha senza
dubbio offerto al Bracconiere informazioni analoghe alle
nostre. Forse gli Ash Ock sono già in marcia per quella
località.
— Potrebbero mandare il loro killer — disse il Leone,
cercando di tenere un flusso di emozioni spiacevoli lontano
dalla sua voce.
La risposta di Nick fu ringhiosa: — Allora sarà meglio
portarci dietro un bel po' di armamenti.
18

Ghandi non aveva mai visto Ky e Jy completamente nudi.


Anche allo chalet, il giorno in cui Doyle Blumhaven era
stato ucciso a sangue freddo, i due gemellari avevano
indossato una camicetta sottile e corta, quel tanto di stoffa
che bastava a coprire la carne sotto l'ascella sinistra di Ky e
quella destra di Jy: gli unici punti del suo corpo collettivo
che Calvin trovava imbarazzanti.
Non era facile capire quel pudore. L'Ash Nar sapeva
uccidere con indifferenza, era capace di eiaculare in pubblico
su un cadavere ancora caldo, e se non arrivava al punto di
accoppiarsi con gli animali doveva essere solo perché gli
dava più gusto torturarli a morte. Ma per quanto Ghandi
potesse ricordare, i due gemellari identici — Ky e Jy —
erano sempre stati quanto mai reticenti ad esibire le loro
strane cicatrici.
Colette gli aveva raccomandato di evitare qualsiasi
accenno a quel particolare in presenza di Calvin.
Quando Ghandi oltrepassò il portello stagno fra il
compartimento centrale della navetta e la piccola palestra, i
gemellari stavano fluttuando fuori dal cubicolo della doccia a
vapore, ed erano nudi. Dovevano aver appena finito i loro
esercizi ginnici, e sicuramente l'ultima persona che si
aspettavano di veder entrare era lui. Quando l'Ash Nar era a
bordo, Ghandi preferiva stare di sopra col resto
dell'equipaggio e non metteva mai piede in quella sezione
della navetta.
Quel giorno stava facendo eccezione, e non era sicuro di
capirne il perché.
All'istante i due gemellari strinsero le braccia al corpo.
Abbastanza svelti da impedirgli di vedere le loro cicatrici;
abbastanza in fretta da richiamare la sua attenzione su quel
gesto.
Ghandi piazzò gli stivali a frizione sulla piattaforma di un
rotociclo, si mise a «sedere» nel compartimento a zero G, e
gratificò i gemellari con un sogghigno.
— Paura di far vedere i vostri bei corpicini? — li provocò,
sapendo quanto fosse pericoloso.
Non stava borbottando insulti alle spalle di un sordo.
Ghandi era sicuro di aver buoni motivi per preoccuparsi del
suo futuro. Ma dopo il suo colloquio di qualche giorno
addietro con Saffo, dopo aver sperimentato l'incredibile
sensazione di detenere una parvenza di controllo sulla sua
vita, gli sembrava più naturale correre qualche rischio,
sfidare lo status-quo regolato dalla forza di volontà di
Colette/Saffo.
E chi rappresentava lo status-quo più dei gemellari Calvin,
ubbidienti e protettivi verso il loro «territorio» come cani da
guardia ben addestrati?
Ky e Jy erano girati di novanta gradi rispetto alla
prospettiva verticale di Ghandi. Due paia d'occhi lo
guardarono: quattro fessure irose così allineate che avrebbe
potuto unirle sullo stesso vettore. Come al solito erano
truccati e pettinati in modo da rendere il più possibile diverse
le loro fattezze identiche. Quel giorno Ky aveva le guance
più rigonfie di Jy, e i suoi riccioli rossi contrastavano con le
trecce bionde dell'altro gemellare.
Ghandi concesse al suo sogghigno di allargarsi. Mirò al
bersaglio da una diversa angolatura, assumendo un'aria
falsamente contrita: — Oh, mi dispiace esser capitato qui
così all'improvviso! Non volevo farvi vergognare. So quanto
siete pudibondi, con quelle vostre cicatrici... così
imbarazzanti, vero? Come vi capisco!
Odio. Rabbia omicida.
Dopo quei momenti d'intimità con Saffo nella sala
riunioni, la nuova energia psichica di Ghandi s'era dissolta in
fretta. Gli era rimasta solo una traccia mnemonica di essa,
l'eco di sensazioni e di concetti che aveva assaporato senza
capirli e poi perduto. I microbi erano tornati a danzare la loro
agitazione sotto la pelle, di nuovo testimoniando il suo
asservimento, la sua debolezza. Ma ormai aveva gustato il
nettare della virilità — virilità nel senso psicologico, pieno,
del termine — e adesso anelava ad averne un'altra dose. Non
sapeva immaginare un'altra droga cosi inebriante, e nella sua
disperazione cercava qualcosa capace di sostituirla.
Se avesse fatto perdere il lume degli occhi a Calvin, i
gemellari sarebbero incorsi nell'ira di Colette/Saffo. Calvin
avrebbe potuto ucciderlo lì, in quello stesso momento. Ma
per lui il gioco valeva la candela. In effetti, come droga
sostitutiva era eccitante.
— Eh, sì. Dev'essere difficile per voi. — insisté. — Eccovi
qui... il più mortale Paratwa della storia, come amate
vantarvi, eppure avete paura di mostrare al vecchio Ghandi
le vostre parti intime più vergognose.
Fluttuando nel locale a zero G, i gemellari assunsero pose
che sembravano quelle di felini pronti a scattare. I loro corpi
si tesero, rigidamente compressi. Piccole gocce d'acqua si
staccarono e volarono via. Altre gocce restarono appiccicate
alla pelle, malgrado il movimento, trattenute lì da forze che
Ghandi non si curava di capire.
— Preferireste uccidermi, piuttosto che lasciarvi guardare.
Posso vedere la vergogna nei vostri occhi.
I due fecero presa uno sull'altro e si spinsero verso di lui.
A gravità zero questo era innaturale, una violazione delle
leggi del moto: uno di loro avrebbe dovuto allontanarsi in
direzione opposta. Ghandi non era ignorante di tutte le forze
della natura.
I due fermarono il loro movimento aggrappandosi alle
sbarre del rotociclo, si allinearono con l'asse verticale di
Ghandi e lo fissarono, da meno di un metro di distanza.
Emanavano un odore caldo di Cokacola Cologne, un
profumo che lui non avrebbe scelto neppure come
deodorante per i piedi.
Piccoli suoni sgradevoli uscivano dalla bocca di Jy. Una
specie di ronfare gutturale intercalato da sibili, come un gatto
messo alle strette da qualche bestia più grossa.
L'altro gemellare — quello a cui la stampa aveva dato il
nome di «Spadaccino», quello i cui muscoli erano addestrati
a usare le lame-flash — parlò. La sua voce era calma come
la superficie di un pozzo senza fondo.
— Tu dici cose che non dovresti dire. Colette non è qui a
proteggerti. Stai rischiando la vita.
Ghandi emise una risata secca, forzata. — Francamente,
Calvin, mi aspettavo un'altra reazione da te. Qui non c'è in
gioco la mia vita. Stavamo parlando solo della tua
vigliaccheria.
Ci fu un movimento troppo rapido per il suo sguardo. Una
mano di Ky lo prese per il collo. Ora entrambi i gemellari
stavano sibilando.
La pressione delle dita di Ky era dolorosa, ma
sopportabile. Ghandi rifiutò di lasciarsi intimidire. Guardò i
gemellari, conscio che stava spingendo la cosa oltre i limiti
del razionale, conscio che stava rischiando un'esplosione di
rabbia Ash Nar.
Ma i microbi non si facevano sentire. Il suo corpo aveva
raggiunto una tranquillità interiore che non conosceva da
anni. Era il riposo di chi ha scacciato la paura. Ghandi
ricordava ancora cos'aveva significato per lui essere un
Costeau, indifferente alle conseguenze delle sue azioni e
capace di vivere una vita piena e vibrante. Era una libertà
spirituale a cui aveva rinunciato da molto tempo.
La morsa di Ky non era così forte da bloccargli la voce.
Riuscì a sussurrare: — Nei Clan c'è un detto: «Il sangue di
un codardo nutre il cervello di uno sciocco».
Le dita del gemellare gli si affondarono nella carne. Ma
solo per un istante. Poi Ky lo lasciò e balzò via attraverso il
locale. Urtò nella parete, piegò le gambe e si proiettò con
violenza verso Ghandi.
Jy allungò le braccia, afferrò il gemellare per le spalle e lo
bloccò al volo, facendolo abbassare accanto a sé. La rabbia
aveva abbandonato il volto di Ky. I due, anzi, guardarono
Ghandi con una strana assenza di emozioni.
— Fatevi vedere — li sfidò lui, sapendo di aver spinto
Calvin al punto in cui gli restava una sola scelta e una sola
alternativa. Deve mostrarsi a me, oppure uccidermi.
Ky alzò il braccio sinistro sopra la testa; Jy sollevò il
destro. Le cicatrici erano a forma di banana — speculari — e
cominciavano sotto l'ascella per finire poco più su del fianco.
Ghandi ne fu un po' deluso. Era soddisfacente averli costretti
a quella mossa, ma la loro calma ora lo infastidiva.
— Quando siete stati separati? — domandò,
improvvisamente curioso e anche, con sua sorpresa, colpito
dall'aria mite dell'Ash Nar, non importa quale fosse la
compulsione a cui stava ubbidendo.
Ky e Jy risposero a una voce sola: — Avevo quattro anni
quando i chirurghi di Saffo eseguirono l'operazione.
Ghandi cercò d'immaginare come fossero stati prima
dell'operazione: bambini siamesi, costretti a camminare, a
muoversi, a funzionare come un corpo unico.
— È stato difficile, per Saffo, crearti così?
Ky rispose: — L'interallacciamento, nel suo stato naturale,
non è a tre poli. Esso rimane binario.
Jy continuò: — Ma la nostra coscienza individuale è tripla.
E questo richiede un procedimento speciale. Nell'utero noi
eravamo due gemellari, Calvin e KyJy. Poi Ky e Jy furono
separati.... prima in parte, e infine del tutto, con l'operazione
chirurgica.
Ghandi scosse il capo. — Questo è stato fatto sulla
Biodissea... — Esitò, cercando di formulare il suo pensiero
in una domanda precisa. — Siete stati separati in un kascht
che non puzzava di nessuna mancanza?
Di nuovo i due risposero all'unisono. — Sì. Era
improbabile che io potessi essere creato qui. Le difficoltà
sarebbero state mille volte superiori.
Ghandi aveva la sensazione d'essere sul punto di capire
qualcosa... qualcosa di molto importante sulla realtà dei
Paratwa. Ma ad un tratto i due gemellari s'irrigidirono.
— Mi stanno chiamando — disse Ky. Raccolse una tuta,
ne gettò una uguale al gemellare ed entrambi si vestirono in
fretta.
— Anche la tua presenza è richiesta — aggiunse Jy.
Afferrò Ghandi per un braccio. — Viaggerai con me. Ti
insegnerò come vola un Ash Nar.
I due lo presero fra loro e si spinsero attraverso il portello,
nel compartimento centrale. Pareti e mobili fuggirono via
confusamente davanti agli occhi di Ghandi, che roteava e
sbandava da una parte e dall'altra. Si sentiva come un
palloncino in balia di un bimbo sovreccitato, un corpo
gonfiato da quel tanto di elio che bastava per tenerlo a poca
distanza dal suolo. Le quattro mani di Calvin lo premevano e
lo tiravano, mentre i suoi quattro piedi ammortizzavano gli
urti a ogni cambiamento di direzione e scalciavano per
imprimere al gruppo altra spinta.
La testa di Ghandi mancò per un millimetro il bordo del
portello in corridoio e il successivo, sfiorandoli a pericolosa
velocità. Non aveva alcun controllo dei suoi spostamenti...
eppure non s'era mai sentito così al sicuro in vita sua. Lui
aveva spinto Calvin al limite delle sue capacità di
sopportazione, mostrandogli che sapeva scherzare col fuoco
e che sarebbe morto prima di cedere. E ora Calvin stava
semplicemente continuando lo stesso gioco.
Ghandi rise forte, esilarato dalla tumultuosa sensazione di
quella folle giostra in cui non era lui ad avere il timone,
consapevole che Calvin non gli avrebbe permesso di andare
a sbattere da qualche parte. Per il momento, mi sembra uno
il cui coraggio è stato messo a dura prova. Per il momento
mi rispetta, come un suo eguale.
Poi il suo corpo fu contorto — un cambiamento di
direzione di novanta gradi — e le mani furono dinnanzi a lui
per arrestarlo. Un ultimo sobbalzo e s'accorse che stava
oltrepassando il portello dello studio/salotto di prua. I
gemellari lo girarono in posizione verticale; i suoi stivali a
frizione trovarono il contatto col pavimento.
Colette, una dozzina di passi più avanti, s'era girata a
guardarlo. Ghandi sogghignò, vacillando come un ubriaco, i
canali semicircolari ancora sconvolti da quel carosello. Ma
l'emozione lo faceva fremere; si sentiva rinvigorito.
Accanto a Colette c'era la terza parte di Calvin, il
gemellare di questo nome, che deteneva un ruolo superiore
agli altri. Era lui che si atteggiava a seduttore della sua
padrona; era lui solo a fornire all'Ash Nar la gloria della
conquista sessuale, suprema ricompensa e stimolo per le sue
imprese. In bizzarro contrasto con gli appetiti sessuali di
Calvin, di fronte a lei Ky e Jy restavano allo stadio verginale.
Il privilegio di assistere, e di masturbarsi se così lei voleva,
era il loro unico sfogo. Non avevano neppure bisogno di
eccitarsi; potevano eiaculare su ordinazione; un intero
processo di mitologia erotico-psicologica ridotto al livello
dell'orinare. Colette ammetteva che la meccanica delle loro
emozioni, in specie per ciò che riguardava il sesso, era un
aspetto dell'Ash Nar triplo ancora poco conosciuto.
Ghandi, invece, era convinto di capire quella sfaccettatura
dei tre gemellari.
Calvin aveva una sensibilità patologica verso gli altri due
e li percepiva come una falla nella sua perfezione Ash Nar,
quasi che la loro coppia di cicatrici rappresentasse una
debolezza congenita, una perpetua fonte di vulnerabilità. E
Calvin si comportava come molti umani normali dinnanzi
alla percezione di una debolezza interiore: super-
compensava. Tentava di spersonalizzare i suoi difetti.
— Sei irritante — sbottò Colette. — Smettila di
ridacchiare in quel modo!
Ghandi continuò a sorriderle. — Perché te la prendi così?
— Non contraddirmi! — lo avvertì lei.
Ghandi tacque, rendendosi conto che qualcosa doveva
essere andato storto nei piani dei Paratwa. Nient'altro poteva
renderla così furiosa. Forse stava per interallacciarsi, e
l'illuminata monarca Saffo sarebbe tornata a portargli via sua
moglie.
— Lester Mon Dama non si trova da nessuna parte! —
esclamò Colette. — E così anche Gillian, e Susan Quint!
Così, Aristotele resta un pericolo ignoto, un serpente
velenoso acquattato nell'ombra!
Ky e Jy tentarono di placarla, in stereo: — Le ricerche non
sono finite. Possiamo...
— Silenzio! Non parlate di ciò che non capite! Le
conseguenze del vostro fallimento... — Ad un tratto
cominciò a parlare molto più in fretta: — Ma non tutto è
stato un fallimento, no? Secondo i piani, la valigetta con
l'aero-gene di Tolouse è stata trovata. Il progetto di
colonizzazione va avanti come previsto: i sondaggi rivelano
che un'altra percentuale di individui d'ogni cultura desidera
ritornare sul pianeta.
Il ritmo delle sue parole aumentò ancora, come un getto
d'acqua da un rubinetto aperto al massimo: — La nostra
pubblicità subliminale ha avuto successo. Entro sei mesi
dalla nostra vittoria, duecento e cinquanta comunità di
agricoltori saranno al lavoro, scaglionate sulla superficie
della Terra. I semi della Biodissea cresceranno in un terreno
fertile. La coltivazione procederà secondo i piani. Questo
kascht che puzza di una mancanza darà comunque i suoi
buoni frutti. I primi raccolti saranno maturi alla data stabilita.
Tacque, bruscamente come aveva cominciato. Poi: — Non
è così?
— Sì, è così — disse Ghandi, a disagio. Una volta di più
Colette stava mostrando un comportamento del tutto nuovo.
Fu tentato di chiederle cos'era andato storto, ma intuì che
quel tipo di approccio sarebbe stato un errore.
Sulle labbra di lei ci fu un sorriso aspro. — Ma, a questo
punto, le coltivazioni sono di secondaria importanza, no?
Assai più vitale è il fatto che soltanto pochi minuti fa gli
Archivi E-Tech hanno subito un assalto di una vastità senza
precedenti nella storia!
«Gli Archivi sono stati deliberatamente colpiti con una
serie di elettroshock! Si è verificata una massiccia
distruzione di dati! Il nostro Bracconiere ci ha deluso! — Il
suo corpo sembrò attraversato da uno spasmo. Sul volto le si
disegnò un'espressione sofferente. Si girò verso il gemellare
Calvin. — Lo Zar è ancora vivo! È stato lui a fare questo. Tu
non l'hai ucciso, in quella villa!
Calvin alzò le dita. TU HAI DETTO CHE LA MORTE
DELLO ZAR NON ERA UNA PRIORITA'. HAI DETTO
CHE IL MOTIVO DELL'INCURSIONE ERA UCCIDERE
ADAM LU SANG E MOSTRARE LA NOSTRA
SUPERIORITÀ' TECNOLOGICA...
— Stupido! — urlò lei, agitando le braccia davanti al volto
come se qualcosa di terribile si stesse avvicinando. — Devo
sempre dirti tutto!
Calvin reagì con insolita mestizia; Ky e Jy abbassarono la
testa e dissero, in stereo: — Ho fatto un errore. Avrei dovuto
accertarmi che lo Zar fosse morto. L'errore è stato soltanto
mio.
— E chi ne soffrirà le conseguenze? — gridò Colette,
torcendo selvaggiamente le braccia come per scacciare un
demonio invisibile che la aggredisse. — Il San Bernardo è
stato preso! Intrappolato a Irrya! Lo Zar sarà già in cammino
per andare a prenderlo in quel terminale! Aprirà le budella
dell'abominio creato da Aristotele! Strapperà al San
Bernardo i suoi segreti!
Ky/Jy cominciò: — Fra poco approderemo a Irrya, e...
Colette mandò un gemito agonizzante e si afferrò la spalla
destra con la mano sinistra, come se avesse il fuoco sotto la
stoffa della camicetta.
Ghandi si mosse verso di lei. — Che cos'hai?
Lei indietreggiò, urtando contro una console. — Stai
lontano da me! Non toccarmi!
Sbigottito, Ghandi si girò verso i gemellari. Ma se pure
Calvin sapeva cosa le stava succedendo, lo tenne per sé.
Un altro grido scaturì dalla gola di Colette, ancor più acuto
e intriso di sofferenza. Con le dita artigliate alla spalla cadde
in ginocchio. I suoi occhi si riempirono di lacrime.
Ghandi ebbe un brivido. Qualcosa di terribile è accaduto
alla sua gemellare. S'incamminò verso di lei, per aiutarla o
almeno cercare di confortarla.
Ky e Jy corsero ad afferrarlo da dietro. Le dita di Calvin
sparsero nell'aria lettere verdi:
NON REAGIRE. NON C'È NIENTE CHE TU POSSA
FARE PER LEI.
Un nuovo urlo, stridulo e terribile, vibrò nello
studio/salotto. Ghandi non poté trattenersi. Con una
contorsione si gettò avanti, cercando di sfuggire alla stretta
dell'Ash Nar.
Fu inutile. Uno dei gemellari lo spinse lateralmente, e
l'altro gli fece lo sgambetto. Ghandi cadde sulle dure lastre
d'acciaio coperte di moquette.
NON FARE NIENTE. INTERFERIRE CON LA
DISCORPORAZIONE PUO' ESSERE GIUDICATO UN
MOTIVO PER AUMENTARNE LA DURATA O
L'INTENSITA'.
Ghandi scosse il capo, senza capire.
NON SARA' FATALE PER LEI. LE STANNO
SOMMINISTRANDO SOLO UNA BREVE
DISCORPORAZIONE. IL NOSTRO PRECISO COMPITO
È DI ASSISTERE. QUESTA È LA RAGIONE PER CUI
TU E IO SIAMO STATI CONVOCATI QUI. LE HANNO
ORDINATO DI AVERE DEI TESTIMONI. È PARTE
INDISPENSABILE DELLA PUNIZIONE.
— Punizione?
PER I SUOI ERRORI.
Colette piangeva scossa da singhiozzi terribili, così
disperati da spezzare il cuore. Stanno torturando la sua
gemellare!
Ghandi non ce la faceva a sopportarlo. Vedere sua moglie
sottoposta a quel tormento era peggio della sofferenza
interiore che gli faceva danzare sciami di microbi sotto la
pelle.
— No! — gridò, balzando in piedi.
Stavolta i gemellari furono meno delicati. Il calcio con cui
Ky lo colpì dietro un ginocchio fu duro come il colpo di una
spranga d'acciaio. La fitta di dolore gli arrivò fino al
cervello, e di nuovo Ghandi si abbatté al suolo.
È COSI' CHE FANNO. È COSI' CHE DEVE ESSERE.
— Perché? — gemette lui.
UN AVVERTIMENTO. LEI CI HA PORTATI IN UN
POSTO DOVE IL SUCCESSO E IL FALLIMENTO
DIPENDONO DA UN'IDENTITA' ASSIALE. QUESTA È
UNA COSA CHE LORO NON TOLLERANO. È... UN
ERRORE DI COMPORTAMENTO.
Ghandi aveva il fiato mozzo. — Loro? Chi... chi le sta
facendo questo? Gli altri Paratwa?
SI'. GLI ALTRI PARATWA.
Un ultimo grido. Colette chiuse gli occhi; poi scivolò a
faccia avanti sul pavimento, svenuta.
Ghandi si trascinò a quattro zampe verso di lei. Stavolta
Calvin non lo fermò.
— Amore mio — mormorò, cullandola fra le braccia. Le
accarezzò la testa. — Passerà. Andrà tutto bene... te lo
prometto.
Colette rinvenne, aprì gli occhi e tentò un debole sorriso.
— Dolore incorporato — sussurrò. — Insegna all'individuo
l'importanza della società.
— Non muoverti. Riposa.
— Corelli-Paul... una volta ti abbiamo detto che avresti
dovuto prepararti a un grande sacrificio. Un giorno, forse,
dovrai essere il capro espiatorio.
— Tutto ciò che vuoi — mormorò Ghandi.
Lei scosse il capo. — No. Io... Colette... io non voglio che
succeda. Io voglio che tu resti libero, e salvo. Se questo
sacrificio dovrà esserci, allora sarò io a farlo.
Ghandi la guardò in silenzio, e per la prima volta vide in
lei una creatura guidata da altri, una persona costretta a
seguire una strada e soltanto quella, com'era stato lui negli
ultimi venticinque anni. Colette/Saffo non aveva il potere di
alterare i rigorosi parametri della sua esistenza. Era legata a
un destino preciso.
Lei gli strinse un braccio. — Ho bisogno di recuperare le
forze. Devo dormire, Corelli-Paul. Basta poco. Fino
all'attracco della navetta.
Calvin si tolse di mezzo quando Ghandi prese in braccio
sua moglie e la portò via, nella cabina accanto. La depose sul
letto e la coprì con il lenzuolo.
— Sai una cosa? — mormorò Colette, mentre lui si
voltava.
— Che cosa?
— Io non ho mai sognato.
Ghandi corrugò le sopracciglia. Era un particolare che
aveva continuato a chiedersi per anni. — Non ti sei persa
molto — disse, cercando di assumere un tono casuale per
trattenere il singhiozzo che aveva in gola.
— Corelli-Paul?
Lui le volse le spalle per non farle vedere la sua agonia. —
Sì?
— Vorrei che le cose non fossero andate in questo modo.
Ghandi uscì in fretta, troppo sconvolto per rispondere.
Sapeva ciò che Colette aveva cercato di dirgli. Non avrebbe
sopportato di lasciare che lei si spiegasse meglio.
Non l'avrebbe vista mai più. Al suo risveglio, lei non
sarebbe più stata lì. Al suo risveglio, ci sarebbe stata Saffo.
19

Gillian dirigeva la loro esplorazione, ma non era per sua


scelta che stava ricoprendo il ruolo di guida. Susan aveva
insistito per affiancarlo e si teneva esattamente un passo
dietro di lui, al limite della sua visione periferica, come
un'ombra, gettandosi attorno occhiate trepidanti in attesa del
peggio, troppo indecisa per precederlo e troppo spaurita per
restare indietro.
Lui la capiva e non se l'era sentita di lasciarla sola,
sapendo quanto doveva essere difficile per lei. Ma
continuare a poltrire, come lei chiedeva, era fuori
discussione.
Ormai non vedevano Timmy... da quanto? Ore? Giorni?
Gillian aveva perso la sensazione del tempo. Tutto ciò che
gli rimaneva delle sue cose erano i pantaloni, una camicia,
gli stivali e la falce Cohe. La tuta spaziale era scomparsa, e
così anche il lanciaraggi. Susan aveva soltanto l'abito che
indossava, un paio di scarpe basse e le lame-flash infilate
nelle fondine.
Avevano già esplorato un numero incalcolabile di stanze,
corridoi, compartimenti e passaggi, alla ricerca del posto in
cui era rimasta la navetta di Gillian. Lì dentro non c'era
molto da illudersi sulle possibilità di trovare la via d'uscita
senza l'aiuto di Timmy. Ma erano giunti alla conclusione che
il loro «ospite» li stava spiando per vedere come se la
cavavano, perciò non si aspettavano che fosse così gentile da
offrire la sua assistenza.
Una parete fluttuante si aprì con ubbidienza al loro
avvicinarsi, e la fessura verticale s'allargò come l'ingresso di
una tenda. Gillian era ammirato dall'efficienza tecnologica
del vascello, o qualunque altra cosa fossa quella cellula degli
Os/Ka/Loq. Non c'era nulla di rigidamente stabile come una
semplice porta; uscite e passaggi apparivano lì dove uno
aveva bisogno di trovarli.
Oltrepassò la soglia e fu in un'altra stanza, all'apparenza
mai vista prima. Dietro di sé udì i passi di Susan, poi il lieve
fruscio con cui quel materiale si autosigillava, e senza
bisogno di voltarsi seppe che la porta era svanita.
Il nuovo locale sembrava il più vasto di quelli che avevano
attraversato fino a quel momento; un cavernoso salone largo
una cinquantina di metri e altrettanto alto, illuminato da
chiazze di luce azzurra sparse qua e là per il soffitto. La sua
lunghezza era impossibile da determinarsi: dal pavimento
emergevano le solite stalagmiti, ma lì ce n'era un'autentica
foresta, centinaia, di tutte le forme e dimensioni, in una
pletora di colori diversi fra cui dominavano il blu e il verde.
Dieci o dodici delle più grosse si allungavano fino al soffitto.
Alcune avevano completato la crescita unendosi al soffitto
e assumendo l'aspetto di colonne; altre davano l'impressione
d'essersi bloccate a quel livello, forse mancando della
chimica necessaria per la fusione. Queste ultime, come radici
incapaci di penetrare in un terreno ostile, s'erano suddivise in
rami e tentacoli che ricadevano in ogni direzione, quasi che
si fossero rassegnate a espletare funzioni minori d'altro
genere.
Gillian ricordava di aver visto qualcosa di simile sulla
Terra, secoli addietro: un antico edificio universitario
ricoperto da masse di ramoscelli secchi radicati ai muri, ciò
che restava di un'edera lussureggiante uccisa
dall'inquinamento. Lì, invece, ogni sezione del soffitto non
celata da grovigli di tentacoli sembrava in qualche modo
viva, come una tappezzeria fremente e che fluttuasse sotto la
carezza del vento.
Susan mormorò: — Una volta sono andata in una fattoria
sperimentale delle Colonie, per incarico della Gloria della
Ciencia. Stavano provando nuove varietà di grano, e in una
vasca rotante di coltura c'erano delle malformazioni
genetiche. La vasca era piena di steli enormi, contorti in ogni
direzione. Erano così fitti che si soffocavano a vicenda; ma
non per questo smettevano di crescere.
— Come qui, eh? — mormorò Gillian. Ora percepiva di
nuovo il suo monarca, che si agitava e premeva al confine
della coscienza, avido di avere piena libertà di movimento,
avido di una via d'uscita permanente dalla sua prigione di
singola dualità.
Esaudiscimi, lo incitava Empedocle. In questo stesso
istante sei nella trappola di un procedimento che non puoi
neppure lontanamente capire. Esaudiscimi. Fai di me un
intero, e io sognerò un sogno migliore. La mia coscienza ci
porterà fuori di qui.
Gillian scosse il capo. Non sono ancora pronto.
— Non c'era niente che potessero fare — continuò Susan.
— Le malformazioni genetiche entro la vasca rotante erano
impossibili da curare e ristrutturare. Dovettero eliminare
l'intera massa vegetale. Io lavoravo come ispettrice alle
procedure. Era mio dovere stendere un rapporto
particolareggiato e inviarlo immediatamente al mio
capodivisione. Nella Gloria della Ciencia, questo era
chiamato «canalizzazione inversa», e rappresentava il
sistema migliore per la disseminazione dei dati. Ma c'erano
sempre complicazioni...
— Taci — le ordinò Gillian, spostandosi rapidamente a
sinistra per evitare una massiccia stalagmite azzurra striata
da fasce di un giallo abbagliante.
Susan lo ignorò. — La metodologia della Gloria della
Ciencia per stabilire i parametri informativi era molto
sofisticata. Nella struttura gerarchica non c'erano «posti di
blocco» burocratici che filtrassero il flusso dei dati,
occultando parti dell'informazione o reinterpretando...
— Taci! — ringhiò Gillian, stavolta ad alta voce.
Circumnavigò il poderoso tronco della stalagmite e fece
ritorno dalla parte opposta, di fronte a lei. La ragazza
s'immobilizzò, fissandolo con rabbia.
— Il flusso dei dati periferia-centro-periferia non doveva
subire alterazioni arbitrarie, in quanto la rete agiva secondo
un'ideologia dedicata all'assimilazione totale di una
tecnologia perduta...
Gillian la afferrò per le spalle e la scrollò.
— Taci! Stai dicendo cose senza senso!
— Non posso farne a meno! — gridò lei, divincolandosi
dalla sua stretta. — Non capisci? Ho paura, Gillian. Ho
paura di quello che mi sta succedendo!
— Lo so. Ma devi tenere la paura sotto controllo.

Per Susan, fu peggio del momento di terrore a cui Timmy


l'aveva sottoposta sulla spiaggia dell'Ontario, peggio di
quando il suo vibrotomo che le feriva l'addome era sul punto
di rilasciare una lama capace di penetrarle da sola nelle
viscere. Adesso il panico scaturiva da radici ancora più
profonde, assorbiva forza da un luogo che stava oltre l'umana
paura del dolore fisico e della morte. Da quel primo
momento con Gillian, quando era stata spinta fuori da se
stessa per guardare Susan Quint dalla prospettiva di un altro,
quando la struttura dei suoi concetti aveva ceduto all'impatto
sconvolgente di una visione percepibile ma irrazionale...
Le loro parole e i loro pensieri erano schizzati avanti e
indietro con incredibile velocità e chiarezza, in un turbine
d'eccitazione, in una coalescenza... come transcodificatori
sincroni intelligenti che bloccassero tutte le frequenze
estranee allo scopo di ottenere un filtraggio totale delle
lunghezza d'onda, una comunicazione limitata finché restava
soltanto la perfetta essenza di un'unica onda...
Il tumulto sensoriale del divenire, per un impossibile
istante, un'altra creatura. Ventisei anni di concettualizzazione
e di istinti - per quanto repressi ed emotivamente contorti -
spazzati via in un momento. Ventisei anni di faticosa
conoscenza di se stessa gettati in un riciclatore...
E dopo, sapendo d'essere stata vittima della tempesta di
pensieri e di sensazioni che s'erano miscelati coi pensieri e le
sensazioni di Gillian...
Era stato troppo. Non credeva che avrebbe potuto mettere
ancora piede sul bordo di quell'abisso senza ringhiera, e poi
sporgersi fuori e gettarsi nel caos che avrebbe rimescolato la
sua vita in qualcosa di più grande, e nello stesso tempo di
inferiore, a ciò che lei era. Non credeva che avrebbe potuto
diventare un Paratwa.

Gillian cercò ancora di spiegarle, cercò di mettere un


mantello di razionalità sulle spalle tremanti del suo terrore.
— Ci sono forti disturbi psichici associati al catalizzatore.
Ciò che innesca l'interallacciamento forzato (la confluenza
dei gemellari uno nell'altro e del monarca in ambedue) è
un'espansione/compressione così potente da generare nel
subconscio le paure primarie. Tu devi cercare di arginare
queste paure, o di adattarti in qualche modo ad esse. Devi
venire a patti col tuo futuro.
— Non posso. Dev'esserci un altro modo.
Il tono di lui si fece amaro. — Il catalizzatore è ciò che
consente all'interallacciamento di esistere, perché lo innesca.
Susan sentì la tristezza nella sua voce, l'eco di una
sensazione che sembrava dire: «una volta c'era un modo più
semplice». E seppe che se voleva impedire al catalizzatore di
travolgerla avrebbe dovuto impedire che i loro
pensieri/emozioni fluissero di nuovo insieme.
Ma questa linea di condotta non teneva conto del suo
disperato desiderio di essere una cosa sola con Gillian; il
bisogno fisico, e psicologico, di restare per sempre con lui.
Non poté reprimere un grido, frustrata:
— Non so cosa fare!
Gillian annuì. — So che ti stai concentrando sugli aspetti
della tua vita passata (la Gloria della Ciencia, il lavoro di
ispettrice) sperando che la nitidezza della memoria
impedisca quella che senti come una dissoluzione della tua
mente. Ma ti tieni occupata con pensieri e sensazioni che non
hanno mai avuto molta importanza per te... — S'interruppe,
con una scrollata di spalle. — Potresti anche bloccare il
catalizzatore, ma questo ti farebbe diventare pazza.
Susan seppe che le stava dicendo la verità.
Gillian la prese fra le braccia e la strinse a sé; le fece
poggiare la testa sul suo petto e le passò le dita fra i capelli
morbidi.
Bastava il contatto di lui a farle provare spasmi di
emozioni che la colpivano in fondo all'anima, minacciando
d'innescare quella contraddizione chiamata catalizzatore. Ma
questo non le importò molto, essere cullata così la faceva
star bene.
Attenti! avvertì Empedocle. Le cose non sono come
sembrano. Siete entrambi presi in un gorgo di energia
formativa che può facilmente risucchiarvi nell'oblio. Non
dimenticate: io sono la sola via d'uscita. Ricordatelo!
Gillian ignorò il monarca e continuò ad accarezzarla. —
So cosa significa essere spaventati, incerti sul da farsi. So
che vuoi restare intatta. Ma... — Esitò. — Francamente, non
credo che ti sia possibile evitare questa cosa. Devi lasciare
che accada.
Susan lo abbracciò disperatamente. E all'improvviso
Gillian si spinse via da lei, con violenza.
— Che succede?
Un raggio di luce nera scaturì dalla sua mano, girando
intorno alle spalle di Susan. Dietro di lei qualcosa sibilò di
dolore.
In una frazione di secondo la ragazza si girò, estraendo le
lame-flash con un solo gesto fluido, e le due zanne di luce
affondarono nell'orribile muso di rettile che incombeva su di
loro.
Getti di sangue schizzarono dalla larga bocca del serpente,
bagnandola da capo a piedi. Lei balzò di lato per evitare
d'esserne investita, e la testa piombò ai suoi piedi con un
tonfo.
Più in alto, ancora attorcigliato al tronco della stalagmite,
c'era il resto del corpo della creatura, lungo sei metri e
coperto di scaglie multicolori, la cui estremità piena di
sangue e viscere squarciate si agitava da una parte e
dall'altra, come se cercasse di ritrovare il contatto con la testa
che la falce Cohe di Gillian gli aveva mozzato di netto.
— Dietro di te! — gridò lei.
Un altro serpente si stava gettando su di loro, avvinghiato
con la coda a una stalagmite grigia. La posizione di Gillian
era inadatta al contrattacco. Non ebbe altra scelta che tuffarsi
di lato per evitare il rettile.
Susan era balzata nella direzione opposta. Il serpente
rinunciò all'idea di attaccare Gillian e oscillò verso di lei,
sibilando.
Un terzo serpente, a livello del suolo, strisciò fuori dalla
foresta di stalagmiti. D'un tratto si arrestò, inarcando la testa
in alto, e i suoi occhi senza vita fissarono Susan. Anche la
ragazza s'immobilizzò, con un brivido.
— E ora? — sussurrò, tenendo le lame-flash puntate sui
rettili. Le loro grosse teste a forma di scatola erano ferme a
tre metri da lei, a distanza utile per avventarsi e colpire.
— Non muoverti — ordinò Gillian, alzandosi, e con
cautela si spostò sulla sinistra.
I serpenti aggredirono Susan. La Cohe di Gillian frustò
l'aria. Con una curva dall'alto in basso, a rientrare, il nero
raggio d'energia li decapitò entrambi.
Le loro teste rotolarono al suolo davanti a Susan. Come il
primo, anche i corpi dei due rettili si contorsero ciecamente
rifiutando di arrendersi alla morte. Lei evitò con agilità i
colli che eruttavano sangue, finché l'ultima parvenza di vita
li abbandonò del tutto. Ci fu un momento di quiete...
Ma subito altro rumori provennero dalla foresta. Susan si
girò e vide una creatura simile a un topo grosso come un
pony arrivare al trotto fra le stalagmiti. In groppa al bestione
c'era un umanoide di pelle nera, con un lungo collo da cui
sorgevano due teste. Entrambe le facce, gemelle, avevano gli
occhi strettamente chiusi.
Gillian si accostò a Susan. — Ho già visto questi esseri —
mormorò. — I due che vengono verso di noi, e i serpenti...
erano tenuti in una specie di stasi a bordo di questo vascello.
— Stasi? Per quale scopo? sussurrò lei.
Gillian si accorse di avvertire come una marea in lenta
ascesa i sentimenti gioiosi del suo monarca: soddisfazione e
sollievo, come se un fuoco che lo bruciava da un'eternità
fosse stato spento.
Ora capisco, disse Empedocle. Questo amalgama non
sperimentale ci sta offrendo ciò che era perduto. Io non ho
bisogno di sognare, ma voi dovete farlo; è l'unico modo per
ricostruire le connessioni più profonde.
— Connessioni? — domandò Gillian.
— Con-nes-sio-ni? — gli fece eco una delle teste gemelle
del negro, come se non avesse mai pronunciato una parola di
neoinglese.
L'umanoide colpì con un pugno la testa del grosso topo
grigio, che si fermò a pochi passi da loro. Susan sbarrò gli
occhi. Le staffe della bizzarra cavalcatura erano in realtà
delle mani, due per lato, che emergevano dal suo addome per
stringere le caviglie nude del negro.
Gli occhi gemelli rimasero chiusi, ma l'umanoide puntò
verso di loro un dito accusatore. — Chi sei, tu? Sei uno solo,
oppure due?
Gillian si limitò a guardarlo, non sapendo cosa dire.
L'altra bocca domandò: — Perché hai ucciso i serpenti?
— Ci hanno attaccato — rispose Gillian. — E tu... chi sei?
— Chi credi che io sia?
— Come posso saperlo?
— E se io fossi una creazione della tua mente, un
involontario prodotto del tuo subconscio? E se io non fossi
affatto qui?
Susan scosse il capo. — Questo è troppo strano. Questo
non può essere vero.
— Es-se-re ve-ro — le fece eco l'umanoide.
Gillian sospirò, confuso. — Che sta succedendo?
I pensieri di Empedocle si rovesciarono sopra la sua
coscienza. Sento il tuo corpo! Lo sento!
Gillian cercò di capire se lui poteva farlo. Non poteva.
Non c'era niente da sentire.
Ricordò l'ultima volta. Cinquantasei anni prima. Mentre
affrontava Reemul. Quell'impressione di totale perdita
dell'immagine corporea, ogni percezione fisica che svaniva,
il suo intero essere ridotto a una struttura mentale tagliata
fuori dai messaggi nervosi dei cinque sensi.
La stessa cosa mi sta accadendo ora!
— Non sei solo! — gridò Susan con improvvisa
comprensione. — Sta succedendo anche a me!
Gli occhi delle teste gemelle si spalancarono. Susan urlò.
Quattro orbite cave, prive di ogni massa interna. Occhi che
non esistevano realmente...
L'umanoide a due teste, la sua cavalcatura e gli esseri
simili a serpenti sparirono. La foresta di stalagmiti si appiattì
e assunse i contorni della piccola camera in cui Gillian e
Susan avevano fatto l'amore.
Il catalizzatore si spense; le due coscienze furono
mescolate nella rombante epifania dell'interallacciamento.
Empedocle si svegliò; balzò giù dai due lati del letto e
poggiò al suolo due paia di piedi nello stesso istante.
Stavamo sognando, pensò Gillian.
Era così reale, si lamentò Susan. Come se fossimo svegli.
Ma non abbiamo mai lasciato questa stanza.
Sognavamo insieme. Questo era ciò che gli serviva per
svegliarsi del tutto. Questo era l'elemento mancante.
Susan era spaventata. Mentre dormivamo la nostra
immaginazione era interallacciata. Lui è emerso dai nostri
sogni. E ora noi siamo i suoi sogni.
No, gli Ash Ock non sognano. Non hanno un vero
subcosciente. Ciò che siamo divenuti è un mero amalgama di
pensieri, incorporati nella totalità del suo essere. Per la
maggior parte del tempo non si accorgerà neppure della
nostra esistenza. In genere saremo nascosti alla sua
percezione, così come un paio di globuli rossi nelle vene di
un essere umano. Anche se i globuli vagano liberamente per
tutto il suo corpo, a livello cosciente lui non li considera
entità singole e distinte.
Il corpo di Gaia, pensò Susan.
Mentre Gillian considerava la situazione dal suo nuovo
punto di vista interiorizzato, provò un senso di dejà vu. Ora
ricordo. È così che si sentono i gemellari di un Ash Ock,
quando il loro monarca è completo. Il ritorno di
quell'esperienza un tempo così familiare lo riempì di una
strana euforia.
Susan avvertì la sua risata mentale sotto forma di un
fremito dietro il collo... o ciò che le sembrava di percepire
come il retro del collo. In effetti, comprese, non poteva
affermare di possedere un collo. Il suo corpo non era più suo.
Ora apparteneva al monarca. Lei era solo un amalgama che
conteneva il ricordo di un corpo.
Affascinato da quel modo di percepire, Gillian proseguì:
Le nostre sensazioni... i gemellari le dimenticano ogni volta
che il monarca restituisce loro il controllo. Tornando
individui singoti, non possono più ricordare cosa significa
essere ridotti in questo stato. Ogni volta che ci si fonde
insieme nell'amalgama la scoperta di ciò che si prova è del
tutto nuova. Se fosse possibile ricordare la volta precedente,
forse i gemellari potrebbero resistere meglio ai tentativi del
monarca di controllare i loro corpi.
Favoloso, borbottò mentalmente Susan. Tu stai dicendo
che siamo intrappolati senza scampo in uno stato di
esistenza miserevole, che non vale neppure la pena d'essere
ricordato.
Gillian percepì il suo sarcasmo sotto forma di una nuvola
temporalesca, punteggiata da furiose scariche elettriche.
Quanto tempo resteremo imprigionati domandò Susan.
Fra quanto potremo risvegliarci come... gemellari
individuali?
Lui non aveva una risposta.

— Ha funzionato! — esclamò Timmy, riempiendo la


soglia con l'informe tunica grigia che fluttuava intorno al suo
corpaccione.
Empedocle lo scrutò freddamente, prendendo atto con un
certo fastidio delle emozioni che si dilatavano come cerchi
nell'acqua da quegli ondeggianti rotoli di grasso.
— Sei tornato! L'aritmia dell'interallacciamento è stata
invertita!
— Sì, sono tornato — gli concesse Empedocle, parlando
attraverso la bocca del gemellare-Gillian. Allargò le braccia
e assaporò il ritorno della libertà di movimento. La metà dei
suoi muscoli (quelli della gemellare-Susan) rispondevano in
modo strano e avrebbero dovuto essere sincronizzati meglio.
Inalò alcune profonde boccate d'aria, usando il metodo
Paratwa del doppio automatismo che lasciava liberi i due
midolli spinali di regolare separatamente la meccanica della
respirazione.
Il vecchio grassone lo guardò con ansia. — È piacevole,
vero?
— È piacevole.
— Kascht moniken keenish, — disse Timmy. — Kascht
mulaf was.. belj moniken...
— Risparmia il fiato — disse Empedocle. — Le tue parole
non possono controllare me.
L'altro sorrise. — Sei veramente un intero.
— Sono un intero.
Timmy sbatté energicamente le palpebre. — Il mio occhio
artificiale mi dà... dei problemi, da parecchio tempo.
Sporadici difetti nei circuiti. È molto seccante. Starei meglio
senza questa stupida...
Empedocle ignorò quell'osservazione auto-
compassionevole. Fece muovere e parlare la gemellare
Susan, sentendosi sempre più a suo agio con quel corpo
elastico e flessuoso. — Dentro di te è rimasto qualcosa di
Jalka, o di Aristotele?
— Io sono Timmy — affermò il vecchio grassone. — Ciò
che ero un tempo non sarà mai più. Naturalmente dispongo
dei ricordi. Dati riguardanti il passato. Ma le coscienze dei
gemellari e del monarca sono scomparse. Sono morti,
quando è nato Timmy. Il dolore della perdita del suo
gemellare aveva costretto Jalka a...
— Non m'interessano le tue vicissitudini — lo interruppe
Empedocle. — Perché mi hai riportato indietro? Cosa c'è di
tanto importante nel mio ritorno? Decenni di lavoro per
ottenere questo. Perché?
Nell'occhio naturale di Timmy luccicò una lacrima. —
Vuoi dire che non lo sai?
— Se lo sapessi, non lo domanderei.
— Tu sei un Ash Ock — sussurrò Timmy. — Sei l'ultimo
dei miei compagni.
Empedocle considerò quelle parole. — Io non sono
l'ultimo della nostra casta. C'è Theophrastus. C'è Saffo.
— Loro mi hanno tradito.
Empedocle captò una traccia di stizza senile nella voce del
ciccione. — Ti tieni in vita con un rancore vecchio di secoli?
Mi hai riportato indietro perché io sia il tuo vendicatore?
Timmy scosse il capo. — No, non è affatto così.
— Sono perplesso. Illuminami. — Empedocle allargò
quattro braccia, in gesto di amichevole invito. — Questo
vascello, la cellula degli Os/Ka/Loq, fermo sul fondo
dell'Oceano Atlantico... dovresti conoscere molto
profondamente cos'è ed a cosa serve.
— Sì. So perché si trova qui.
Empedocle concesse a un caldo sorriso di schiarire i suoi
due volti. Stava cominciando a capire i desideri di quel
malinconico e obeso rottame di un Ash Ock. Le sue
conoscenze avrebbero potuto rivelarsi utili.
— Timmy, voglio diventare un tuo alunno. Voglio
imparare tutto ciò che sai. Accetti d'essere il mio insegnante?
Il vecchio parve sul punto di scoppiare in lacrime. — Sì,
Empedocle, sì! Io sarò il tuo insegnante!
Empedocle continuò a presentargli un atteggiamento
amichevole. Uno stupido ciccione, una misera ombra... ecco
ciò che resta del maestoso Paratwa che tu eri, Aristotele.
Theophrastus e Saffo ti hanno tradito, o così mi dici, ma
forse fosti tu a tradire loro. In ogni caso, io saprò la verità.
Ti permetterò di istruirmi, e poi deciderò se vale la pena di
lasciarti in vita.
Timmy uscì nel corridoio. — Vieni con me — lo implorò.
— Andremo nelle mie stanze private a parlare. E dopo ti
mostrerò cose che non hai mai immaginato!
— Fammi strada.

Susan provava un senso di gelo dentro di sé, dove sentiva


il vago ricordo del suo petto.
È un mostro! gridò. Timmy lo ha riportato in vita, e come
tutta ricompensa ora lui medita di ucciderlo!
Gillian non era altrettanto sconvolto. Lui sapeva cosa si
provava quando la coscienza era ridotta a un amalgama,
quando il monarca controllava i due corpi. Empedocle è un
Paratwa Ash Ock. Ha una certa... arroganza.
Susan frenò le sue emozioni. E va bene... è un bastardo
arrogante. Ma noi possiamo fare qualcosa, o no? Come
possiamo tornare gemellari individuali?
Dobbiamo aspettare che il giusto insieme di circostanze
dissolva l'interallacciamento. Dobbiamo stare allerta, pronti a
trarre il massimo vantaggio dal verificarsi di queste
opportunità.
Susan esitò. Questa è una cosa che lui non intende
permetterci. È vero?
Non volontariamente. Empedocle lotterà per mantenere il
suo stato fisico di monarca il più a lungo possibile.
Io non lo accetto! sbottò Susan. Gillian sentì il calore della
sua ira investirlo come un alito rovente sulla faccia.
Stai attenta, la avvisò. Ti ho già detto che siamo soltanto
due particelle dentro il suo corpo, ma ci sono momenti in cui
può sentirci. Le nostre emozioni più forti lo raggiungono.
Non riesce a captare i nostri pensieri, ma può analizzare un
violento flusso di emotività. E questo lo mette in grado di
capire le nostre intenzioni.
Susan si costrinse alla calma. Sì. Sono certa che sia
diventato molto intuitivo nel decifrare le emozioni altrui.
Gillian continuò: Se manteniamo una certa tranquillità, i
nostri pensieri privati resteranno fuori dalle sue possibilità
di indagine. Possiamo comunicare senza che lui se ne
accorga affatto. I gemellari hanno sempre i loro piccoli
segreti.
Per un poco restarono in silenzio, e scivolarono in uno
stato di coscienza ancora più profondo: uno stagno molto al
di sotto del livello dei sogni.
Susan fu la prima a tornare alla superficie, con un
pensiero. Lo proiettò con cautela, in modo che neppure una
sfumatura di tristezza colorasse le sue parole. Non credevo
che diventare una gemellare significasse sentirsi così...
vuota.
Tu non sapevi come ti saresti sentita, disse Gillian. E io
non potevo ricordarlo.
20

Il Leone non era mai stato così a sud nel cilindro capitale.
Era accanto a Nick, all'incrocio di due strade deserte e in
ombra, dietro un vecchio muro di cemento rinforzato con
lastre di plastica. Oltre il muro, file e file di piccole case
fatiscenti e quasi del tutto abbandonate si perdevano nella
fitta nebbia. Il meridione di Irrya era una delle zone più
depresse delle Colonie, e rivaleggiava perfino coi sobborghi
di Sirak-Brath.
Il loro obiettivo, una casa a due piani con la facciata
dipinta in scintillante vernice verde, si trovava a metà
dell'isolato. Secondo i registri catastali era una delle poche
del quartiere con tutti i permessi ancora in regola.
Il Leone rabbrividì nella brezza gelida che scendeva dalla
parete polare. L'enorme disco terminale del cilindro si levava
a meno di due chilometri da lì, come il contrafforte verticale
di una montagna cosparso di nebbia e vaghe chiazze
luminose. Le luci più vive contrassegnavano gli stabilimenti
industriali, ma c'era anche una notevole quantità di abitazioni
private sparse dappertutto.
Nella maggior parte delle Colonie, il costo del terreno
edificabile sui dischi polari era decisamente basso. Benché in
genere la gente detestasse l'idea di vivere in condizioni
gravitazionali non standard, molti sceglievano di restare al di
sopra della nebbia, preferendo la geometria anomala di
quelle abitazioni all'umidità delle strade circumpolari.
— Certe cose non cambiano mai — borbottò Nick,
guardando all'insù. — Essere poveri in cima alla collina è
meglio che essere poveri giù nella vallata.
— Suppongo di sì — disse il Leone, tirandosi su il colletto
nel vano tentativo di tener fuori l'umidità dai vestiti.
Nick rabbrividì. — Cristo, è un quartiere poco allegro. Mi
ricorda la Londra dei vecchi tempi.
— Avrei dovuto mettermi qualcosa di pesante — sospirò
il Leone. — Il sud di Irrya non ha un clima gradevole.
Nell'ultimo mezzo secolo le spese militari non ci hanno
lasciato i fondi per nom-normalizzare questa zona.
— Per cosa?
— Fin dai primi tempi — spiegò il Leone. — vicino ai
dischi polari delle Colonie c'è sempre stata una forte umidità,
un fenomeno legato alle correnti d'aria e alla condensazione
naturale. Ma negli ultimi trent'anni sono stati sviluppati dei
procedimenti per combattere questo problema. Si chiamano
tecniche di nom-normalizzazione.
— Ah, capisco — disse Nick. — In altre parole sotto la
parete nord, alla sua tenuta, i fondi per la nom-
normalizzazione sono stati trovati. Qui, invece, ghetto era e
ghetto rimane.
— Qualcosa del genere — ammise il Leone.
L'ometto scrollò filosoficamente le spalle. — Presumo che
questo significhi qualcosa per l'integrazione sociale dei
Costeau. La sua gente non si sente più ai margini della
società, almeno.
— Qualcuno di noi ce l'ha fatta. Ma... — Il Leone indicò
la parete verticale. — Non tutti, fra quelli venuti a far fortuna
in città. Il sessanta per cento di quella gente lassù appartiene
ai Clan.
Nick si asciugò la faccia con un polsino della blusa. — E
lei pensa di far qualcosa per loro?
Lui lo fissò. — Crede che io sia entrato nel Consiglio di
Irrya per questioni di prestigio, o per farmi bello con le
donne?
Nick sogghignò, guardandosi attorno. — Bene. Ora sento
di nuovo il ruggito del Leone. Da qualche giorno mi
sembrava piuttosto il belato di un predicatore della Chiesa
della Fede.
Il ruggito del Leone, sbuffò lui fra sé. Ma Nick aveva
ragione, almeno in quello. Si sentiva meglio; lo stomaco
aveva smesso di fargli male e non poteva negare il ritorno di
un certo ottimismo, della sensazione che i Paratwa potevano
essere sconfitti. A un livello più profondo, però, il conflitto
c'era ancora. Il Leone sapeva d'essere soltanto venuto a patti
con la sorgente del suo disagio.
Di fronte alla morte, sono stato un codardo.
Se non altro, ora riusciva ad affrontare quel pensiero, ad
ammetterne la verità senza nascondersi dietro reazioni
emotive più scusabili: rabbia, vergogna, o rassegnazione
dinnanzi a un supposto destino inevitabile. Ma che potesse
seppellire la convinzione d'esser stato un codardo, questo
restava da vedere.
— Lo sa? — disse Nick. — Non siamo lontani da una
località di un certo interesse storico. Oltre cinquant'anni fa, a
pochi isolati da qui, il suo futuro padre adottivo e Gillian
ebbero il loro primo scontro con Reemul.
Il Leone annuì. — Lo so. — Aaron, l'Alexander che
l'aveva adottato e il solo padre che lui avesse mai avuto, era
rimasto gravemente ferito nel combattimento contro il
vassallo killer; la sorella di Aaron e un altro Costeau erano
morti.
Non era il momento migliore per ripensare al padre
adottivo. Cos'avrebbe detto Aaron della mia vigliaccheria?
Ne sarebbe stato disgustato? Avrebbe avuto vergogna di
avermi chiamato «figlio»?
Un improvviso calore spazzò via il vuoto di quegli ultimi
giorni. Aaron era stato un uomo troppo realista per
condannare chiunque alla dannazione eterna dopo un solo
gesto di codardia. Il Leone sorrise, immaginando come suo
padre avrebbe commentato la cosa: «Te la sei fatta sotto,
ragazzo. Non hai dato un bello spettacolo. Lo sai, no? La
prossima volta guarda di ricordartene.»
Lui promise che se ne sarebbe ricordato.
Da un edificio vuoto e semidistrutto all'altra estremità di
quell'isolato, Edward Huromonus e una squadra di otto
uomini e donne della Sicurezza corsero in strada. Gli agenti
indossavano tute grigie da battaglia, caschi elettronici e scudi
d'energia accesi. Ognuno impugnava un lanciaraggi di grosso
calibro.
Il direttore della E-Tech arrivò di corsa davanti a loro,
paonazzo in volto, fece fermare la squadra e poi appoggiò
una mano al muro, ansimando pesantemente.
Nick ridacchiò. — Eddie, lei sta diventando troppo
anziano per lavorare sul campo.
Huromonus raddrizzò le spalle. — Lei e il Leone non siete
precisamente due ragazzini.
— Già, siamo vecchie bestiacce spelacchiate. Ma è la
cattiveria che ci mantiene giovani. — Nick sogghignò
fieramente.
La caposquadra, una donna alta dalla pelle olivastra, si
fece avanti. — Signore, abbiamo la conferma. Le ultime
squadre sono nelle posizioni assegnate.
Huromonus annuì. — Ci sono settecentottanta agenti
sparsi entro un raggio di un chilometro da qui, più una
dozzina di velivoli da assalto, con tanti di quei detector
puntati attorno che se un topo sbuca da una fogna possiamo
sapere quante pulci ha addosso entro cinque secondi. Se il
killer triplo penetra in questa zona, vi giuro che non resterà
abbastanza carne da fargli l'autopsia.
Il cipiglio di Nick gli comunicò di non esserne tanto
sicuro. Ma Huromonus lo sapeva già. Non era questione di
superiorità numerica; il killer aveva una velocità disumana,
poteva agire da tre posti diversi con un'unica mente, e
avrebbe usato armi tecnologicamente molto superiori a ciò
che le Colonie potevano opporgli.
L'ometto scrollò le spalle. — All'inferno. Se il nostro
amico Ash Nar farà vedere la sua faccia, sarà un bello
scontro. — Guardò la caposquadra. — Non è così, sergente?
La donna aveva il lanciaraggi acceso e non sembrava in
vena di scherzare. — Io ho perso un amico alla tenuta degli
Alexander.
Huromonus ha scelto bene i suoi, pensò il Leone.
— Bene, sergente — disse il direttore della E-Tech. —
Dia il segnale. E ricordi: siamo qui perché ci servono
informazioni. Se là dentro c'è qualcuno, fate il possibile per
prenderlo vivo.
La sergente annuì.
— Ma se qualcuno vi punta un'arma — aggiunse Nick, —
fatelo in briciole.
La sergente abbassò il visore del casco e girò dietro il
muro. La sua squadra la seguì di corsa.
Percorsero trenta metri in cinque secondi. Quando furono
a pochi passi dalla casa dipinta di verde, un jet che
incrociava in alto oltre la nebbia lanciò un missile lento. Il
missile si abbassò pigramente nella foschia, individuò il
bersaglio e balzò avanti a velocità d'attacco.
Il portone e buona parte del muro che gli stava attorno
esplosero. La sergente e la sua squadra entrarono attraverso
lo squarcio saltando le macerie e sparirono nel polverone.
Huromonus, che li monitorava con un casco uguale ai
loro, aggiornò subito gli altri due: — Sono in un andito, alla
base delle scale... si suddividono per esplorare il
pianterreno... gli scanner danno letture negative... nessun
bersaglio...
Dal retro dell'edificio provenne una seconda esplosione.
— La squadra due ha sfondato la porta posteriore — disse
Huromonus. — Anche qui nessun bersaglio... gli scanner
non segnalano armi o elettronica... ora vanno di sopra...
Nick scosse il capo, accigliato. — Dev'esserci un
terminale.
— Ancora niente sugli scanner... un momento! Hanno
localizzato un bersaglio... al primo piano. — Huromonus
s'irrigidì. — Il bersaglio è armato!
Il Leone trattenne il fiato.
— Preso! — gridò Huromonus. — Hanno neutralizzato il
bersaglio... è vivo...
Nick uscì da dietro il muro. Il Leone e Huromonus lo
seguirono a passi svelti. Prima che avessero raggiungo il
portone sfondato, la strada era già piena di luci, rumori e
movimenti. Dozzine di agenti della Sicurezza E-Tech
sbucarono dalle case circostanti, dalle vie laterali e dal cielo
grigio di nebbia a cavalcioni di sibilanti sky-jet. I velivoli da
assalto si abbassarono a livello dei tetti, scandagliando la
foschia coi sensori ottici ed elettronici.
Nick attraversò l'atrio pieno di rottami e salì le scale tre
gradini alla volta. Il Leone e Huromonus gli tennero dietro.
Al primo piano girarono un angolo, oltrepassarono una
camera da letto vuota e furono fatti entrare in una stanza
dalle pareti bianche, senza finestre.
La sergente e altri quattro della sua squadra erano in piedi
intorno a una sedia su cui stava un uomo barbuto di mezz'età,
in pantaloni grigi e maglietta bianca. Davanti a lui c'era una
scrivania elettronica fornita di terminale. Sullo schermo,
ancora acceso, scorrevano cifre e brandelli di diagrammi
senza significato. Il Leone la riconobbe come una delle
tipiche schermate che stavano dilagando nella rete dopo la
distruzione avvenuta in tutti i banchi-dati.
La parete di destra era piena di nicchie spaziate a caso, che
sembravano aggiunte da un muratore improvvisato a cui le
rifiniture non importassero molto. Ogni nicchia era piena di
antichi elenchi telefonici avvolti in sfoglie di plastica. Altre
copertine, e targhe d'ottone anch'esse chiuse in materiale
protettivo trasparente, erano state incorniciate e appese in
ogni spazio libero delle pareti.
— «PACIFIC NORTHWEST BELL» — lesse Nick. —
«BELLTELEPHONE — PENNSYLVANYA»,
«WISCONSIN BELL» «BELL ATLANTIC». — Girò di
fronte al prigioniero e lo guardò in faccia. — Pensava di
telefonare a qualcuno?
— Il suo nome è Lester Mon Dama — disse la Sergente.
— Nella casa non c'è nessun altro. Quando siamo entrati qui
stava ancora lavorando al terminale.
— Esplosivi? Microspie? — domandò Nick.
— Niente che i nostri scanner rilevino. Il terminale è
pulito, almeno per quanto riguarda detonatori o esplosivi. Se
poi ha piazzato trappole nel suo banco-dati...
— Di queste ce ne occuperemo noi — le assicurò Nick.
Lester Mon Dama disse: — Lei è lo Zar. Dovrei sentirmi
onorato. — Gli indicò lo schermo. — Questa terribile
distruzione di programmi. È opera sua, vero? Molto
ingegnoso. Un gesto così azzardato, così disperato... non era
stato previsto. Il mio padrone non aveva preso alcuna
precauzione contro una pazzia di questo genere.
— Chi è il suo padrone? — lo interrogò Huromonus.
— Si fa chiamare Jalka.
— E Jalka chi sarebbe?
— È il mio padrone.
Nick aggrottò le sopracciglia. — Lei sta per conoscere il
guaio della sua vita, prete. Le consiglio di collaborare.
— È proprio ciò che intendo fare.
— Bene. Cominciamo dalle domande facili. Dov'è
Gillian?
— E Susan Quint — aggiunse il Leone. — È viva?
— Non lo so.
— Dove si trova questo Jalka? — domandò Nick.
— Non posso dirlo.
— Forse è meglio chiarire che tipo di collaborazione ci
aspettiamo — disse Huromonus. Girò dietro la sedia, fuori
dal campo visivo del prete. — Voglio farle presente che non
ci sono ancora imputazioni precise contro di lei, per il
momento. La nostra incursione qui è legale, in quanto
autorizzata dal Decreto D&D3 della Sicurezza E-Tech,
approvato dal...
Lester Mon Dama alzò una mano. — Rinuncio ai miei
diritti. Ogni discorso sulla legalità è inutile.
— E si rende conto che l'esito delle nostre ricerche in casa
sua può portare alla formulazione di accuse, ora o in futuro?
— Me ne rendo conto.
Due delle teste d'uovo degli Archivi — la ragazza e uno
dei ragazzi — fecero irruzione nella stanza, con diversi
terminali portatili a tracolla. Sembravano molto agitati, e i
loro sguardi balzavano a destra ed a sinistra. La ragazza vide
su un lato del casco della sergente qualcosa che attrasse la
sua attenzione, e le andò accanto per osservare meglio. Il
Leone aveva l'impressione che i due non uscissero dagli
Archivi molto spesso.
— Da questa parte — ordinò Nick. — Non perdiamo altro
tempo.
Le teste d'uovo aggredirono la scrivania. La ragazza
cominciò a collegare i suoi terminali a tutte le prese dietro il
computer di Lester Mon Dama. Il ragazzo piombò sulla
tastiera. Un rapido ticchettio si levò sotto le sue dita.
Huromonus tornò di fronte alla sedia. Si accovacciò sui
talloni davanti al prete, in modo che i loro occhi fossero alla
stessa altezza.
— C'è una strana storia — disse il direttore della E-Tech,
— messa in giro dalle emittenti libere. Riguarda la
misteriosa morte di tre suoi conoscenti, avvenuta circa
ventiquattro anni fa. Tre ostetrici. Uno di costoro non solo si
prese cura della madre di Susan Quint durante la gravidanza,
ma provocò alterazioni nel feto. Susan nacque con delle
modifiche genetiche che fecero di lei una trasformata.
Il prete tenne lo sguardo sul pavimento.
— In effetti, non fu la sola a subire tali alterazioni
genetiche da parte dei suoi amici ostetrici — continuò
Huromonus. — È per questo che Jalka le ordinò di uccidere i
tre medici? Perché nessuno scoprisse mai che eravate
responsabili della creazione illegale di centinaia di
trasformate di sesso femminile?
Un tick nervoso contrasse una guancia di Lester Mon
Dama. Le sue spalle ebbero un fremito violento. — Non
ricordo il fatto di cui parla.
— C'è qualcosa a questo riguardo che lei ricorda?
— Molto poco.
— Siamo sul punto di arrabbiarci, sa? — lo avvertì Nick.
— È qui! — esclamò il ragazzo alla tastiera.
— Il San Bernardo! — aggiunse l'altra.
Lester Mon Dama alzò verso il viso una mano tremante.
La sergente gli afferrò immediatamente il polso. Un altro
agente avvicinò un piccolo detector alla barba scarruffata del
prete.
— Niente — riferì quest'ultimo. — Neppure una protesi
dentaria.
Huromonus inarcò un sopracciglio. — Non lo avevate
esaminato?
La sergente annuì. — Da capo a piedi, prima che entraste.
Ma un secondo controllo non guasta.
Huromonus approvò con un cenno del capo.
— Se la sente di parlarci del San Bernardo? — domandò
Nick.
Il prete tacque per qualche istante. Quando parlò le sue
parole sembrarono venire da lontano, smorzate da un sipario
invisibile. — Anche se è vostro diritto non crederci, io non
so niente di questo programma, al di là del semplice fatto
della sua esistenza.
— Da quanto lei se ne sta chiuso in questa casa? — chiese
Nick.
— Molti giorni. Jalka mi ha ordinato di nascondermi qui,
dopo aver preso contatto con Gillian.
— Quando abbiamo spinto il San Bernardo fuori dagli
Archivi, perché è venuto in questo particolare terminale?
— E attraverso questo terminale, attraverso di me, che
Jalka controlla il San Bernardo. Suppongo che il programma
lo considerasse il posto più naturale in cui rifugiarsi.
— Cosa sa del Bracconiere?
— Soltanto che cercava di distruggere il San Bernardo.
Huromonus si accigliò. — Jalka comunica con lei tramite
questo terminale?
— Sì. O con altri terminali.
Il direttore della E-Tech assunse il suo famigerato tono da
inquisitore. — Devo dedurne che lei sa dove si trova Jalka in
questo momento, ma che rifiuta di fornirci tale
informazione?
— Sì, è così.
— È in possesso di altre informazioni su Jalka? È disposto
a offrircele spontaneamente?
Le spalle di Lester Mon Dama furono scosse da un altro
sussulto, e un'espressione di profonda mestizia gli apparve
sul volto. Guardò le due indaffarate teste d'uovo; guardò le
targhe appese alle pareti. Poi disse, tristemente: — Tutti noi
crediamo in qualcosa a cui siamo fedeli. Sono certo che un
uomo nella sua posizione sa capire questo aspetto
dell'esistenza.
— Naturalmente — lo blandì Huromonus.
— Io non posso dirvi nulla di Jalka. Ma posso offrirvi la
mia collaborazione in altre cose. — Si rivolse alla sergente.
— Prego, rimuova l'avvolgimento protettivo dall'elenco
telefonico della Bell Atlantic.
Huromonus autorizzò la sergente con un cenno. L'uomo
col detector tolse l'antico volume dal materiale plastico e lo
esaminò da tutti i lati.
— È un triste giorno — si lamentò il prete. Li guardò. —
Io sono dispiaciuto... veramente dispiaciuto. So che voi non
capite, ma questi sono reperti autentici pre-Apocalisse.
Rappresentano un'epoca e le sue usanze. Hanno un grande
valore per me.
Il Leone si accorse che Nick scrutava l'individuo con un
cipiglio perplesso e preoccupato.
— Il libro è pulito — riferì l'agente.
— Volete porgermelo, prego?
Huromonus annuì, e l'uomo depositò l'elenco sulle mani
aperte di Lester Mon Dama. Lui accarezzò lentamente la
copertina.
— Bell Atlantic — mormorò. — La mia collezione
consiste in cose di questo genere: pagine gialle, uscite da una
tipografia negli ultimi decenni del ventesimo secolo. Questi
non sono elenchi di nomi, come negli anni successivi. A quel
tempo si usavano i numeri, e venivano stampati su carta.
Sfortunatamente era carta fragile, e quando gli antiquari
cominciarono a interessarsene erano quasi scomparsi. Oggi
sono incredibilmente rari.
— Affascinante — commentò Huromonus, sempre in tono
amichevole.
Nick parve sul punto di dire qualcosa; poi si girò verso le
teste d'uovo. — Ne avrete per molto?
— Ci siamo quasi — disse la ragazza, dietro il terminale.
— Roba semplice. Abbiamo oltrepassato i blocchi di
controllo esterni. Non ci sono veri ostacoli.
— Avremo il San Bernardo a schermo e pronto a vuotare
le tasche in cinque minuti netti — aggiunse la sua
controparte maschile.
Lester Mon Dama sfogliò l'elenco in cerca di qualcosa; ad
un tratto strinse le palpebre e scosse il capo. — Scusatemi. I
miei occhi... la tensione. Ho un gran mal di testa. Dovrete
leggere voi per me. Pagina tre-tre-otto. L'inserto
pubblicitario in alto a destra.
La sergente attese il cenno di Huromonus. Poi prese il
volume, cercò il punto indicato e cominciò a leggere:
— Kawaniam Acquatics... Progettazione e costruzione di
Piscine in Cemento... Scavi, Tubature, Rivestimenti in
Ceramica Anti-Scivolo, Manutenzione...
Uno spasmo distorse il volto di Lester Mon Dama. Il Prete
s'inarcò all'indietro sullo schienale.
Sul volto di Nick ci fu un attimo di stupore; poi i suoi
occhi si spalancarono per l'improvvisa comprensione. — No!
— esclamò. — Smettila di leggere!
— Kascht moniken keenish — disse Lester Mon Dama,
pallidissimo, con una voce che sembrava provenire
dall'oltretomba.
— Chiamate un medico! — gridò Nick.
La testa del prete ricadde in avanti e il suo corpo si
afflosciò. La sergente e uno degli uomini lo afferrarono
prima che rotolasse sul pavimento.
Nick prese il polso di Lester Mon Dama, in cerca delle
pulsazioni. Gli poggiò l'altra mano sulla fronte. — Figlio di
puttana!
— Cos'è successo? — domandò Huromonus.
— Che Dio lo maledica!
— Sergente — ordinò il direttore della E-Tech. — Chiami
subito una squadra medica. Li avverta di far intervenire
un'unità per la rivitalizzazione dal più vicino...
— Non state a perdere tempo — borbottò Nick, ancora
furibondo. — Non c'è niente da fare per lui. È morto, e
resterà morto.
Il Leone azzardò un'ipotesi. — Cursori mnemonici?
— L'ha detto — annuì Nick. Avrei dovuto sospettarlo. La
sua inerzia fisica, il modo in cui diceva «il mio padrone»
parlando di Jalka. Merda! Avrei dovuto capire questi indizi.
— Lei non poteva saperlo — cercò di consolarlo il Leone.
— Già. Forse.
— Non sono sicuro di aver capito bene — disse
Huromonus.
— È semplice. Lester Mon Dama era controllato da
cursori mnemonici impiantati in lui. E intendo veramente
controllato. Quando gli farete l'autopsia, scommetto che
troverete abbastanza residui di cursori mnemonici da
riempire un magazzino.
«Questo povero bastardo era manovrato come un
burattino. Nei suoi elenchi telefonici devono esserci
centinaia di sequenze in codice, sotto forma di inserti
pubblicitari e simili. Quando Mon Dama era di fronte a una
certa situazione, un cursore mnemonico lo costringeva ad
aprire un particolare volume ed a leggere il codice voluto.
Questo codice, a sua volta, innescava nuovi cursori
mnemonici che lo inducevano ad altri schemi di
comportamento predisposti.
Il Leone ebbe una smorfia, ricordando certe cose che
aveva letto sugli anni pre-Apocalisse.
— Uno psico-schiavo! — disse la programmatrice.
— Già — annuì Nick. — È così che li chiamavamo, ai bei
vecchi tempi.
— Una semplice tecnologia per immagazzinare e
processare dati — disse il collega di lei, sorridendo. — Gli
elenchi possono fornire un enorme numero di
combinazioni... gigabyte di codici sfruttabili, coi cursori
stessi in funzione di drive mobili capaci di accedere a
sequenze successive con le varianti innescate da frazioni
particolari dell'ordine iniziale.
— È più simile alla CPU vecchio tipo che ai drive mobili
— lo corresse la ragazza.
— Non credo. Tieni presente che la tecnica base dei drive
mobili risale, storicamente, a prima che le CPU a circuiti
stampati...
— Per favore! — li interruppe Huromonus.
Le teste d'uovo scrollarono le spalle e ripresero il loro
lavoro sul terminale. Il direttore si rivolse a Nick. — Perché
non potremmo tentare la rivitalizzazione?
— Gli guardi la fronte.
— Si è arrossata molto — osservò lui. Sfiorò la pelle del
prete. — Scotta come se avesse la febbre.
— È un tipo di cursore mnemonico noto come
«consumatore». Anche questo è comandato da un codice,
una semplice frase. In questo caso l'annuncio pubblicitario di
una ditta costruttrice di piscine. Dopo aver letto, o sentito
leggere, quella frase, Mon Dama è stato obbligato a
pronunciare la sequenza finale che ha attivato il
consumatore.
«Una volta in funzione, un consumatore provoca una forte
attività di neuro-trasmissione a livello cerebrale, a cui
consegue l'apertura delle sinapsi e una febbre cellulare che
distrugge la maggior parte della memoria. Se anche lei lo
rivitalizzasse per fargli un'analisi del RNA, non troverebbe
informazioni utilizzabili. Potrebbe ridare una parvenza di
vita al suo corpo, ma si troverebbe fra le mani un vegetale.
— Lui lo sapeva — mormorò il Leone. — Non ha voluto
leggere le parole di quell'inserto. Dentro di sé sapeva che
così si sarebbe dato la morte. Ha accampato la scusa del mal
di testa per non dover leggere personalmente.
— È vero — disse Nick. — Questa era l'unica maligna
libertà che gli avevano concesso. L'illusione di poter
resistere al suo stesso impulso suicida. La sua cattura deve
aver messo in moto la sequenza di cui noi abbiamo visto la
fine. Qualcosa in lui continuava a lottare, ma era in un vicolo
cieco. Povero figlio di puttana.
— Un'intera vita appeso alle dita del burattinaio —
mormorò il Leone. Al confronto i suoi recenti guai, la sua
codardia, sembravano cose dappoco.
— Jalka deve averlo istruito su tutta la parte informatica di
questa impresa — disse Huromonus.
— Ci può scommettere: — Nick abbassò lo sguardo sul
corpo immobile del prete. — Jalka, dovunque tu sia, dovrai
pagare anche per questo disgraziato.
— Il San Bernardo! — gridò il ragazzo. Sullo schermo era
apparso il panorama di montagna con la familiare nevicata.
Huromonus si volse alla sergente. — Portate via il corpo.
Poi restate ad aspettarci fuori.
Gli agenti raccolsero il cadavere del prete, uscirono dalla
stanza e chiusero la porta.
— Programma accessibile! — annunciò la ragazza. — È
pronto per essere letto fino all'ultimo byte.
— Ottimo lavoro — si complimentò Huromonus.
— Semplice routine, qui — rispose lei. — Questi
programmi di salvataggio sono inafferrabili in una rete di
grosse dimensioni, ma isolati in un terminal si lasciano
svuotare come il nido di un passero sul ramo.
Nick si avvicinò al terminale e batté alcune parole sulla
tastiera. La nevicata del San Bernardo svanì e fu sostituita da
un menu.
— Bella cosa — approvò l'ometto. — Il San Bernardo ci
sta offrendo tutta una serie di scelte su come decodificare il
suo contenuto. Qui vedo una sessantina di linguaggi di
programmazione, sette linguaggi-macchina, diverse lingue
note e un'altra chiamata Os/Ka/Loq iconico-base.
— Che ne dice del neo-inglese standard? — propose il
Leone.
— Mi sembra l'idea migliore. — L'ometto batté il codice.
Apparvero delle righe di scrittura. Un lungo documento.
Nick chiese alla ragazza di registrare la RAM e cominciò a
leggere.
Era un resoconto di fatti accaduti nei decenni pre-
Apocalisse, scritto personalmente dal Paratwa Ash Ock
Aristotele. Era la rivelazione dell'esistenza di una forma di
vita insospettata, e di manovre e di inganni su una scala così
vasta che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.
Parlava di Saffo e delle sue gemellari: una bellissima e
seducente, l'altra esile e deforme, nata senza gambe e senza
braccia. E parlava di un'altra varietà di Paratwa, chiamati
Os/Ka/Loq.
— Per tutti i santi del paradiso! — sussurrò il Leone,
mentre il significato di ciò che stavano leggendo penetrava
in lui.
Huromonus dovette tossire per schiarirsi la voce. —
Questo è... è incredibile.
Lessero in silenzio, a lungo, una schermata dopo l'altra.
Quando giunsero alla fine del documento, Nick fu il primo a
parlare.
— Penso di aver capito di cosa hanno paura — disse,
solennemente. — Forse abbiamo trovato il modo di
sconfiggerli.
Forse. Ma a quale prezzo? si domandò il Leone.
21

Nella stanza ovale, larga appena abbastanza da ospitare


insegnante ed alunno, stagnava il puzzo della sporcizia
compenetrata nella moquette grigiastra e nella stessa plastica
a fiori delle pareti in stile Tardo-Californiano. La luce
proveniva da chiazze azzurre sul soffitto a cupola.
Guardandosi attorno nel disordine di quello spazio ristretto,
Empedocle capì che il suo obeso istruttore dormiva lì.
Timmy doveva aver fatto l'abitudine all'odore della
biancheria sporca; cose simili s'erano evidentemente
allontanate dalla sua coscienza fin da quando aveva smesso
di socializzare con la gente per isolarsi con i suoi sogni
decadenti.
L'odore di chi aveva rinunciato alla vita.
Timmy sedette con le spalle al muro, assunse la posizione
del loto e si aggiustò la tunica grigia sui ginocchi.
Empedocle sedette a destra ed a sinistra di fronte a lui,
formando un triangolo con il gemellare del suo antico
mentore. I quattro orecchi del monarca udirono il fruscio
dell'ingresso che tornava a sigillarsi dietro di lui.
— Sto per raccontarti una storia che tu non conosci —
cominciò il suo insegnante. — Essa riguarda le verità più
lontane e più segrete dei Paratwa. È una storia conosciuta
nella sua interezza soltanto da Saffo, da Theophrastus e da
Meridian. E dagli Os/Ka/Loq.
Empedocle, pensando che qualche byte di retorica
personalizzata avrebbe aiutato Timmy a raccontare con
maggiore lucidità, piegò in un sorriso la bocca del gemellare-
Gillian: — Sono lieto d'essere qui con te — mentì. —
Ricordo con nostalgia le nostre passeggiate nella boscaglia...
e le lunghe conversazioni, negli ombrosi sentieri di Thi
Maloca.
L'occhio organico di Timmy si strinse; un'espressione
sofferente apparve su quel lato della sua faccia. — Sì,
anch'io ricordo quelle passeggiate, benché tu fossi con
Aristotele e non con me. Il mio monarca è morto ormai da
molti anni.
— Così mi hai detto.
— Ovviamente io ho ancora accesso ai suoi ricordi. —
Timmy sbatté le palpebre. — Sì, ricordo la foresta delle
Amazzoni... Aristotele la trovava incantevole. I tramonti sui
grandi corsi d'acqua, le cascate... — Annuì con enfasi. —
Quel posto ti piaceva molto.
— Sì — disse Empedocle.
Timmy chiuse l'occhio naturale. Quello artificiale reagì
aprendosi di più, come se qualche equilibrio interno lo
richiedesse. — Era l'ultimo decennio del ventunesimo
secolo. Erano gli anni finali, prima della decimazione che fu
poi chiamata Apocalisse.
«Tu abitavi ancora a Thi Maloca. Il tuo addestramento era
quasi giunto al termine. Da lì a poco tempo avresti dovuto
essere condotto nel vasto mondo esterno, e accolto nel
Castello Reale degli Ash Ock. Ma, come ad Aristotele ed a
Codrus, anche a te sarebbe stata negata la conoscenza dei
veri piani e dei veri obiettivi dalla tua casta. — Il tono di
Timmy si sfumò d'amarezza. — Perché a governare il
destino degli Ash Ock era in realtà unicamente Saffo, e
soltanto Theophrastus e un manipolo di Paratwa a loro fedeli
conoscevano i segreti che a tutti gli altri erano preclusi.
«A un certo punto, tuttavia, anche Aristotele scoprì quei
segreti. Ma era già troppo tardi. Il mio monarca non
comprese la natura della trappola finché questa non si chiuse
su di lui.
Timmy chinò il capo e tacque. Empedocle attese con
impazienza, ansioso di sentire i fatti ma conscio che sarebbe
stato un errore far pressione su quell'obeso relitto.
Infine Timmy rialzò gli occhi. Entrambi erano spalancati.
— Il mio monarca non ebbe il tempo di fuggire. E così fu
distrutto.
Attraverso la gemellare-Susan, Empedocle domandò: —
Dunque la tua altra metà fu uccisa nei giorni pre-Apocalisse?
— Sì.
— E Jalka, il gemellare superstite, si fuse poi con
Aristotele.
— Io diventai Timmy — disse lui, con voce fioca.
È così triste, pensò Susan, captando l'eco di una solitudine
sconfinata nel mormorio di Timmy. Dev'essere stato
terribile per lui.
Gillian le proiettò un assenso, poi ripeté il suo
avvertimento: Attenta a non esporre troppo apertamente le
tue emozioni. Se Empedocle se ne accorge, prenderà
precauzioni in più per difendere la sua sovranità sui nostri
corpi.
Susan immaginò di accennare un «sì» col capo, sapendo
che lui avrebbe identificato quella proiezione mentale. Hai
ragione, aggiunse. Dovrò fingermi insensibile, anche se
detesto questo genere di auto-repressione. Mi ricorda la mia
vita pre-Timmy...
Lo stai facendo ancora, sospirò Gillian.
Scusa.
Timmy è come un amalgama fratturato, osservò Gillian. È
un carcerato fra le macerie del suo carcere, che continua a
scavare nei residui di se stesso alla perpetua ricerca diparti
ancora utilizzabili, sapendo perfettamente che non ha
alcuna speranza di ricostruire niente. Gillian fece una pausa.
Ecco. Hai sentito come mi sono espresso? Ho sostituito il
contenuto emotivo dei miei pensieri con quello di una
comunicazione puramente informativa.
Sì... credo di aver capito. Lei cercò di imitarlo. Io, Susan,
sono come un albero le cui radici sono state strappate dal
suolo, e la cui adorazione fisica per il suo nuovo amore,
Gillian, è stata bruscamente... e sventuratamente...
trasformata in adorazione platonica.
Gillian le proiettò un sorriso, tenendolo a un livello basso
per non farlo sentire a Empedocle. Sì, molto verboso e
quindi ben smorzato. Stai più attenta con le parole fornite di
un quoziente emozionale elevato, come «sventuratamente».
Hanno un contenuto automatico come una scarica
d'energia, se non le alleggerisci in un contesto di tipo
allegorico.
E la parola amore? domandò lei con cautela.
Diciamo che va maneggiata coi guanti.
Susan annuì. Allora mi procurerò un paio di guanti di
ghiaccio, e ti accarezzerò soltanto con quelli.

Un sogghigno strano fiorì sulle guance di Timmy. Spostò


lo sguardo a destra e a sinistra, da Empedocle a Empedocle.
— È ancora difficile per me credere che tu sia ritornato. Tutti
questi anni, tutto questo lavoro... ma alla fine, il successo. Tu
sei di nuovo un intero. La tua gloria è stata ricostruita. È
bello averti qui.
Empedocle gli poggiò una mano di ogni gemellare sulle
spalle. — E bello essere tornato — disse in stereo. E pensò:
Questo idiota va nutrito con gli umori del sentimentalismo e
della nostalgia. Ha bisogno di continui incoraggiamenti,
come un bambino.
Timmy si schiarì la voce. Empedocle ritrasse le mani,
fornendo Gillian/Susan di espressioni tristi e comprensive.
— Ti prego, vai avanti — lo incitò.
— Sì — disse Timmy. — Devo andare avanti... al periodo
precedente la dipartita di Aristotele. Devo cominciare la
storia qui, nell'anno 2095.
«La Terra era sull'orlo del baratro. Gli adepti della follia
tecnologica erano al potere; piccole guerre assurde
imperversavano dovunque, e anche gli umani più ottimisti
sentivano che la fine era vicina. Il mondo era ormai divorato
dai cancri gemelli del progresso incontrollato e del profitto
illimitato. L'individuo regnava supremo anche mentre il
tessuto della società si disintegrava. L'equilibrio era stato
perduto. Il caos aspettava dietro l'angolo.
«E Saffo... in segreto lei agognava questi eventi;
assaporava l'idea stessa della decimazione nucleare/biologica
e della fine della vita sul pianeta.
«Era lei la vera guida della casta reale, anche se celava il
suo ruolo di protagonista dietro un accurato processo
decisionale che coinvolgeva i quattro Ash Ock adulti. Era
molto sottile in questo. Neppure Aristotele, all'inizio, capiva
che la maggior parte delle nostre attività tendevano ad altri
risultati calcolati da Saffo.
«Codrus, ahimè, non fu mai consapevole della sua
dominazione. Non capì mai che Saffo in realtà desiderava
l'Apocalisse. — Timmy si accigliò. — Codrus era uno
specialista brillante, ma al di fuori del suo campo dimostrava
un'ingenuità stupefacente.
«E poi c'era Theophrastus. Di solito il nostro genio
scientifico usava la sua formidabile logica per avallare le
proposte di Saffo, anche se esibiva una sostanziale neutralità
politica. A volte arrivava a darle torto pubblicamente. Ma in
verità Theophrastus le era fedele.
«Nel frattempo aveva avuto inizio il Progetto Verso le
Stelle. Uno dei gemellari di Theophrastus, usando il Nome di
Teddy Carrera, si era introdotto fino al livello direttivo e ne
aveva infine preso il controllo. Ovviamente, il nostro piano
era di infiltrare a bordo delle navi quanti più Paratwa
possibile e rifugiarci nello spazio... per sfuggire
all'Apocalisse e colonizzare un altro pianeta.
«Una risata amara riempì la stanza. — Colonizzare un
altro pianeta! Ah, quanto deve aver riso Saffo dentro di sé
nel vedere come questo grande ideale ispirava Codrus,
Aristotele, e migliaia di altri Paratwa. Saremmo sfuggiti alla
devastazione delle Terra. Avremmo creato una cultura, una
civiltà, basata sulle necessità dei Paratwa. I binari si
sarebbero finalmente liberati della persecuzione della razza
umana.
Timmy scosse il capo. — Era una fantasia, naturalmente,
ma molto tentatrice; una fantasia che Saffo ebbe la capacità
di sfruttare per asservire i ceppi di Paratwa creati in ogni
continente e metterli al servizio della regale casta. Saffo
capiva il potere di un desiderio così profondo, così condiviso
dalla maggior parte dei Paratwa. Sapeva come coltivare quel
sogno e come plasmarlo per generare comportamenti leali
fino al fanatismo.
Empedocle permise a una genuina curiosità di emergere su
entrambe le facce. — Il progetto Verso le Stelle era una
facciata?
— Fin dall'inizio. Non ci fu mai l'intenzione di colonizzare
altri pianeti. — Timmy sogghignò e diede una pacca su un
braccio alla gemellare-Susan. — Ma sto andando troppo
avanti. Non è appropriato per un'insegnante.
— Non è appropriato — mormorò Empedocle, affascinato
da quel preludio.
— Come ho detto, Saffo desiderava l'arrivo
dell'Apocalisse, e quando Aristotele ne ebbe l'intuizione
questo lo insospettì. Non riusciva a capirne il senso. Perché
lei voleva la devastazione del pianeta e la rovina
dell'umanità? Gli Ash Ock partivano, quasi sempre, dal
presupposto che conquistare fosse meglio che distruggere.
Ma i programmi di Saffo sembravano dare per certa la
distruzione. Mentre in pubblico cercava modi per prevenire
l'Apocalisse, segretamente calcolava circostanze che
garantissero il verificarsi della tragedia.
«I sospetti di Aristotele su questo particolare lo
condussero a riesaminare altri fatti dati per certi. Uno di
questi fu l'ordine in cui erano nati gli Ash Ock.
«Come ricorderai, ti è stato detto che il primo nato era
Codrus, seguito da Aristotele, Saffo, Theophrastus e, molto
più tardi, tu stesso. Noi quattro accettavamo per certo
d'essere nati nello stesso periodo, a meno di una settimana di
distanza uno dall'altro. — Ebbe un sorriso. — Ricordavamo
d'esser stati bambini insieme; i nostri gemellari erano
cresciuti e avevano giocato insieme nei confini di Thi
Maloca. Ma quando Aristotele usò la sua memoria iconica
per richiamare i suoi giorni pre-natali seppe che Saffo
esisteva già prima di tutti gli altri.
«Un giorno, Aristotele ne parlò casualmente a Codrus, e
con sua sorpresa venne a sapere che anch'egli aveva ricordi
iconici di Saffo.
«Aristotele giunse alla conclusione che le date di nascita
erano false. Una menzogna ci era stata detta e ripetuta finché
la nostra memoria l'aveva incorporata come verità. La prima
nata doveva esser stata Saffo. E lei aveva celato questo fatto
per lo stesso motivo che la induceva a celare il suo vero
ruolo fra gli Ash Ock.
Timmy fece una pausa e inarcò le sopracciglia. Empedocle
capì che il vecchio rottame si aspettava che il suo «studente»
tirasse le somme. Gli rispose attraverso il gemellare-Gillian:
— Sembrerebbe che Saffo si sia sempre mimetizzata nel
gruppo per seguire una sua politica, generando azioni i cui
risultati non potessero esser fatti risalire a una sua decisione
personale.
— Esattamente. Sì, Saffo ricorreva a sotterfugi di questo
genere. Dapprima Aristotele suppose che questa sua
«politica personale» fosse unicamente tesa a controllare la
casta regale. Tuttavia, ormai incuriosito dalla segretezza di
Saffo, cominciò a studiare ogni sua azione, ad analizzare
ogni sua mossa. In effetti Saffo aveva diverse attività che
potevano sembrare strane, e una delle più singolari
riguardava i suoi frequenti viaggi nelle città costiere del
Brasile. La maggior parte delle volte la gemellare plenaria
viaggiava da sola, ma quando si trattava di recarsi in queste
cittadine portuali era sempre accompagnata dalla parziale.
— La gemellare plenaria? — si stupì Empedocle. — La
parziale?
— Ah, sì. La configurazione di Saffo. Di nuovo sono
andato troppo in fretta. Scusami.
«Durante la gestazione di Saffo, in laboratorio c'era stato
un grave inconveniente tecnico... o almeno, questa era la
versione ufficiale, che ormai Aristotele considerava con
crescente incredulità. Comunque fosse, una delle gemellari
di Saffo era nata con una gravissima malformazione fisica.
«Il loro aspetto non avrebbe potuto essere più diverso. La
gemellare nota come plenaria era una donna bellissima e
seducente, una bionda mozzafiato, capace di far girare la
testa agli uomini con uno sguardo. In stridente contrasto, la
gemellare chiamata parziale era una povera creatura priva di
gambe e di braccia, che fisicamente non si sviluppò più di
una bambina impubere. Era affetta inoltre da difetti neuro-
sinaptici che le provocavano una nevralgia facciale quasi
continua. La gravità delle sue minorazioni era tale che
durante la crescita fu impossibile applicarle anche le più
basilari protesi elettroniche.
Empedocle ripensò alla bambinetta senza gli arti scoperta
su una stalagmite durante la sua prima esplorazione del
vascello.
— Durante la nostra fanciullezza a Thi Maloca —
proseguì Timmy, — la plenaria usava condurre in giro la
parziale a bordo di una carrozzella elettrica. Più tardi la
parziale fu inserita in una protesi giroscopica
semipermanente. Questo autentico contenitore robotizzato
provvedeva alle sue funzioni corporali e nello stesso tempo
la forniva di una limitata capacità di deambulazione. La
parziale imparò a governarne i movimenti grazie a semplici
ordini verbali.
— Era... intelligente? — chiese Empedocle. Sapeva che
quella era una domanda imprecisa, ma Timmy non gli fece
osservazione.
— Oh, sì, la parziale era intelligente. Riusciva a produrre
un piccolo vocabolario di parole/suoni, con sufficiente
chiarezza da governare la protesi giroscopica... un risultato
non dappoco, considerata la gravità della sua malformazione.
«Ora, tu devi capire che in quel periodo Aristotele stava
mettendo in discussione tutte le verità che conosceva. Stava
ristrutturando l'intero concetto che aveva di Saffo, e ciò
unicamente basandosi sull'osservazione dei fatti. Non si
fidava più neppure della sua stessa memoria. Registrava tutti
i dati e li riscontrava con controlli incrociati; poi li
confermava oppure li eliminava. Era convinto che soltanto
con una metodologia assolutamente rigida avrebbe potuto
apprendere la verità sugli Ash Ock.
«Ma tale sistema, benché accurato, non gli forniva una
quantità apprezzabile di informazioni nuove. E anche se
aveva sviluppato una sua ipotesi circa le malformazioni della
parziale, non c'era modo di verificarla. Si sentiva sempre più
frustrato. Infine decise che per assumere altri dati avrebbe
dovuto correre qualche rischio. Formulò un piano.
«Un giorno, dopo che la gemellare plenaria era partita
(senza portarsi dietro la parziale) Aristotele decise di fare
una visita all'abitazione di Saffo. Le gemellari s'erano da
qualche tempo trasferite in Europa, in un grattacielo di città,
nel meridione dell'ex Yugo-Ungheria. Il grattacielo era uno
di quei costosissimi alberghi capaci di garantire la segretezza
assoluta, dove ad ogni membro del personale veniva
impedito di riferire informazioni sui clienti. Alla fine di ogni
turno di lavoro ciascuno era spogliato, analizzato dentro e
fuori, e quindi subiva un'iniezione amnesiaca che cancellava
dal loro cervello tutta la memoria a breve termine.
Rientrando al lavoro, ogni dipendente era rimesso al corrente
delle informazioni che gli sarebbero occorse durante la
giornata, per trattare coi colleghi e con gli ospiti dell'albergo.
«Gli Ash Ock, ovviamente, non si nascondevano a vicenda
questi particolari, cosicché Aristotele sapeva sempre dove
trovare Saffo. Quando arrivò all'albergo sapeva anche che
avrebbe trovato la parziale da sola. Usando un teleneurico su
alcuni camerieri, dopo aver corrotto altre persone e iniettato
un amnesiaco ad altre ancora, riuscì a far sì che nella
colazione della parziale fosse messo un forte soporifero non
analizzabile. Con questo stratagemma Jalka, un gemellare di
Aristotele, in uniforme da cameriere, aggirò le misure di
sicurezza dell'albergo e penetrò nell'appartamento di Saffo.
«La parziale, che all'interno della sua protesi giroscopica
stava facendo colazione, era già addormentata. — Timmy
chiuse un momento il suo occhio naturale. — Ricordo bene
quel giorno. Un paio di tubetti erano infilati nella boccuccia
infantile della parziale. Un filo di saliva le colava sul mento.
Gli automatismi della protesi erano rimasti intrappolati a
metà di un ciclo, e stavano ripetendo lo stesso schema di
movimenti con allucinante efficienza: le mani meccaniche le
infilavano in bocca i tubi delle bevande e del cibo liquido, le
asciugavano premurosamente le labbra, le toglievano i tubi,
aspettavano che lei deglutisse e tornavano a inserirli, senza
sosta. Ovviamente c'era un grave difetto di progettazione in
quegli stupidi automatismi...
— Cosa riuscì a scoprire Aristotele? — lo incitò
Empedocle.
— Scoprire... oh, sì. Prima di tutto Aristotele disattivò gli
apparati elettronici e i sensori dell'appartamento, collegando
ad essi una registrazione che aveva preparato per ingannare
la memoria dei dispositivi di sicurezza. Sapeva quali tracce
avrebbero potuto restare della sua incursione, e aveva preso
tutte le precauzioni necessarie. Restava una sola fonte da cui
Saffo avrebbe potuto venire a sapere ciò che stava
accadendo...
— La gemellare stessa — finì per lui Empedocle.
— Precisamente. La plenaria, sebbene fosse in quel
momento a migliaia di chilometri da lì, avrebbe potuto
chiedersi perché la sua handicappata parziale s'era
addormentata a metà della colazione... una strano colpo di
sonno, nel migliore dei casi. Ma, se la teoria di Aristotele
sulla parziale era esatta, questo non sarebbe stato una
minaccia per la sua sicurezza.
«A questo modo poté esaminare con cura la parziale di
Saffo. Da lì a venti minuti Aristotele ebbe la conferma che la
sua ipotesi era più vera di quanto avesse mai immaginato. La
parziale, quella povera creatura senza arti chiusa in una
protesi robotizzata... non era veramente viva. Non nel pieno
senso Ash Ock del termine.
«La struttura interna della parziale era ricoperta da uno
strato di carne e pelle autorigenerante. Ma sotto questa
protezione c'erano un campo energetico e un complesso
insieme di biochip, sofisticati componenti nanocellulari, e
una tecnologia di un genere totalmente ignoto ad Aristotele.
Questi biochip replicavano la conformazione standard degli
organi umani, con una sola notevole eccezione: nel canale
vaginale della parziale c'era un interfaccia semiorganico con
dei collegamenti utilizzabili dall'esterno.
Empedocle fece annuire entrambe le teste, ricordando i fili
che dalla vagina della bambinetta andavano a collegarsi ai
computer.
— Aristotele concluse che la parziale non era una
gemellare. Si trattava in realtà di un complicatissimo
androide progettato per reagire agli schemi corporali della
plenaria, per vivere l'illusione di essere effettivamente la
metà di un Paratwa, perfetto fin nella sua capacità di
separarsi della plenaria e funzionare nel tipico modo normale
(pur limitato dagli handicap) di un gemellare individuale.
«Aristotele aveva con sé un intero campionario di
microspie, e dopo aver stabilito che la parziale era un
androide decise di correre un rischio in più e impiantarle dei
micro-registratori olotronici nella carne. Si trattava di
strumenti bio-inerti, non emittenti, capaci di sfuggire a
qualsiasi detector. Sfortunatamente questo rendeva
necessario che per leggere i dati registrati fossero estratti dal
corpo in un secondo tempo. Aristotele risolse tuttavia che
questo era l'unico metodo sicuro per monitorare l'ambiente
audio/video della parziale. Forse, in futuro, avrebbe avuto in
qualche modo l'occasione di recuperarli e di ottenere così
nuovi dati.
Timmy scosse il capo. — Aristotele abbandonò in tutta
sicurezza l'appartamento prima che la parziale si svegliasse,
ma come puoi ben immaginare adesso era più sbalordito che
mai. Cercando una risposta aveva trovato solo un gran
numero di domande impreviste. Perché Saffo aveva creato
una falsa gemellare? Se quella creatura non era la gemellare
di Saffo, allora cos'era? E la plenaria stessa, era veramente
un Paratwa? Possibile che Saffo fosse un'umana normale?
Chi aveva progettato una parziale così evoluta? Da dove
venivano quei sofisticati e misteriosi componenti
nanocellulari? A cosa serviva quell'organo d'interfaccia nella
vagina?
«Più cose apprendeva, più strana gli appariva la realtà
della casta degli Ash Ock. Né Aristotele né i suoi gemellari
potevano soffrire accessi di paranoia, ma dopo aver
esaminato quell'androide i suoi sospetti lo portavano ai
confini dell'inverosimile.
«In parallelo a ciò, Aristotele aveva preso a indagare sul
passato degli scienziati di Thi Maloca, quei pochi a cui si
attribuiva la creazione del ceppo degli Ash Ock. Questo lo
fece inciampare in un mistero non minore. Le sue pazienti
ricerche gli rivelarono che i membri dell'apparato scientifico
di Thi Maloca avevano un curriculum del tutto falso. Erano
stati reclutati in diversi angoli del mondo, ma in tutte le
registrazioni che li riguardavano c'erano blocchi che
impedivano di andare a fondo della loro vera origine. Irritato
e deluso, Aristotele fu costretto a concludere che quegli
scienziati non erano esistiti prima di allora. Non avevano un
passato.
«Fu a questo punto che Aristotele decise di salvaguardare
il suo crescente bagaglio di strane informazioni. Da tempo
era penetrato nella rete degli Archivi E-Tech, l'enorme massa
di dati già sotto studio in attesa d'essere trasferita ad altri
sistemi, nei cilindri orbitali. Negli Archivi, Aristotele scoprì
l'esistenza di un potente programma di salvataggio chiamato
San Bernardo. Usandolo come prototipo ne costruì una
seconda versione personalizzata. Il suo San Bernardo, capace
di celarsi negli Archivi, sarebbe diventato una cassaforte per
i dati che lui andava scoprendo su Saffo e sulla regale casta.
Così, se gli fosse accaduto qualcosa... — Timmy abbassò lo
sguardo sul pavimento e tacque.
— Continua — lo esortò infine Empedocle, seccato da
quei ricorrenti attacchi di malinconia.
Timmy rialzò la testa, confuso. — Cosa stavo dicendo?
Empedocle si controllò. — Parlavamo del San Bernardo.
— Ah, sì. Aristotele cominciò a trasferire dati nel San
Bernardo, ogni volta che scopriva qualcosa. Se Saffo si fosse
accorta delle sue indagini e avesse cercato di tappargli la
bocca, lui sarebbe stato in grado di reagire minacciandola di
consegnare il programma e il suo contenuto alla E-Tech. Il
San Bernardo doveva essere la sua assicurazione sulla vita,
se le cose si fossero messe male.
«Il passo successivo, ovviamente, riguardava la gemellare
plenaria. Lei doveva avere la chiave dell'intero enigma.
Aristotele stabilì che era necessario indagare sui suoi viaggi
segreti nelle varie città costiere del Brasile.
«Così attese che entrambe le gemellari si recassero
insieme in Sud America. Dopo il loro ritorno, allorché la
plenaria partì di nuovo per altri affari lasciando la parziale da
sola nell'albergo europeo, Aristotele entrò in azione.
«Ci fu un'altra serie di manovre e di corruzioni, un'altra
dose di sonnifero nel cibo della parziale... e Jalka
s'introdusse una seconda volta nell'appartamento di Saffo. I
registratori impiantati qualche mese addietro furono prelevati
con successo dal corpo dell'androide addormentata.
«Aristotele fece ritorno alla sua base d'operazioni, a Città
del Capo, in Sud Africa. E fu lì, nel rifugio ben difeso della
sua villa, che esaminò le registrazioni audiovisive e scoprì la
verità sui Paratwa.

Attraverso gli orecchi di Empedocle, Gillian aveva


ascoltato con vivo interesse. La storia trascendeva tutto ciò
che lui avesse mai saputo o sospettato. Ma mentre Timmy
proseguiva il suo racconto si accorse di scivolare in una sorta
di oblio, di perdita di dati che riduceva la sua sfera
percettiva. Sentiva il bisogno di invertire gli eventi, di
tornare indietro nel tempo, di lasciarsi trasportare da un
fiume diretto a ritroso verso una semplicità di forme e di
funzioni. Avrebbe voluto spazzar via quelle informazioni
dalla sua consapevolezza.
Se avesse avuto il controllo del proprio corpo, sarebbe
uscito in cerca di uno scontro fisico. Sesso violenza: una
catarsi per sfogare la sofferenza psichica. Ma il suo stato
amalgama non gli offriva una possibilità del genere. Non
c'era via di fuga.
Susan percepì il tormento di Gillian, anche se non era in
grado di capirne le ragioni. Per lei, la storia di Timmy era
affascinante. Cosa c'è che non va?
Ho paura, rispose lui con calma, mantenendosi su un
livello emotivo basso perché Empedocle non avvertisse il
suo sconforto.
Paura di cosa?
Non lo so.

Timmy assunse la sua più tipica posa da istruttore: spalle


dritte, mento un po' sollevato, occhi socchiusi come se
vedesse molto al di là della maleodorante tappezzeria della
stanza. Empedocle ricordava che quell'atteggiamento aveva
preceduto le più aride lezioni di Aristotele.
— Le forze basilari della natura sono cinque — cominciò
Timmy. — Gravitazione, elettromagnetismo, energia
nucleare forte, energia nucleare debole, e la T-psionica.
«È da questa quinta forza, la T-psionica, che dipende il
fenomeno dell'interallacciamento binario, la capacità dei
gemellari Paratwa di restare telepaticamente collegati
qualunque sia la distanza che li separi. La T-psionica è la più
nuova delle cinque, scoperta alla metà del ventunesimo
secolo, quando lo sviluppo dell'Unità McQuade permise la
creazione dei primi Paratwa. Ma neppure all'apogeo della
scienza pre-Apocalittica essa fu mai pienamente compresa.
Tuttavia si sospettava che nella complessità della vita
terrestre (il vasto strato di attività organica che costituiva il
sine-qua-non del pianeta, ovverosia Gaia) si sospettava,
dicevo, che entro questo insieme noto la T-psionica fosse
sostanzialmente una forza debole, capace di raggiungere il
massimo della risonanza solo nella mente dei Paratwa.
«In realtà, non pochi scienziati di quell'epoca pensavano
che la forza T-psionica esistesse in forme più o meno intense
a seconda delle diverse zone dell'universo, come la gravità,
cioè in relazione alla massa presente in una certa area di
spazio. Si faceva l'ipotesi che avvicinandosi al centro della
galassia si sarebbe riscontrata una T-psionica più intensa. E
si supponeva (giustamente, come poi risultò) che nella nostra
zona marginale della galassia la forza T-psionica fosse a un
livello insolitamente basso rispetto al resto del cosmo.
«Ora immaginiamo un altro luogo, un altro pianeta, assai
più vicino al cuore della galassia. Un mondo dove la forza T-
psionica non sia debole ma enormemente intensa, e dove gli
attributi di tale forza abbiano influenzato la biosfera fin dal
suo nascere. Immaginiamo un mondo dove l'impeto
dell'evoluzione, tarato sulla capacità di ogni organismo di
comunicare telepaticamente, abbia infine portato allo
sviluppo dell'intelligenza.
«Immaginiamo questo strano mondo dove tutto comunica,
dove la distinzione fra piante e animali, fra erbivori e
carnivori, fra maschi e femmine, sia rimasta di secondaria
importanza... almeno a confronto del nostro pianeta, e conti
assai di più la collaborazione fra (ed entro) le specie.
Immaginiamo che da ultimo si sia evoluta una combinazione
particolare di organismi, un'intelligenza composta da una
molteplicità di forme capaci di interagire, telepaticamente
collegate e unite dalla volontà di raggiungere obiettivi
comuni. Al suo livello più elevato un'unità intelligente
consiste di una coppia (una coppia di gemellari) uniti dalla
telepatia ed a loro volta composti ciascuno da un vasto
conglomerato di organismi di livello inferiore. Gemellari di
questo genere non sono tormentati dalle necessità della
procreazione: i loro componenti minori si prendono cura dei
bisogni specifici, coi ritmi opportuni e con diverse modalità.
«Diamo ora un nome a questa razza evoluta, a questo
insieme di gemellari fatti da conglomerati di organismi
capaci di collaborare. Chiamiamoli Os/Ka/Loq.
«Noi non sappiamo quando gli Os/Ka/Loq abbiano
realizzato i loro enormi vascelli organici interstellari.
Cinquemila anni fa? Centomila? Un milione? Basti dire che
divennero una razza di viaggiatori spaziali moltissimo tempo
fa. Essi mandarono nel cosmo una gran quantità di tali super-
astronavi, con a bordo non solo i gemellari ma anche tutti gli
organismi dell'intero sistema di vita cooperativa esistente sul
loro mondo. Ogni immensa nave era, in effetti, una Gaia in
miniatura.
«Quelle immense astronavi percorsero la galassia,
navigando non già in base a elementi spaziotemporali, bensì
scegliendo la direzione a seconda degli impulsi della forza
T-psionica. Più intensa era la forza T-psionica in un certo
settore dello spazio, e più un vascello Os/Ka/Loq era attirato
da quella parte. E dovunque gli Os/Ka/Loq trovavano un
pianeta capace di ospitare la vita, intelligente o meno che
fosse, lo seminavano di nuovo con i particolari semi della
loro vita.
«Gli Os/Ka/Loq, com'è ovvio, non avevano mai sviluppato
quello che noi definiamo il sacro rispetto per la vita
intelligente. Un tale concetto non poteva, semplicemente,
evolversi su un mondo dove la forza T-psionica era così
potente. Essi quindi percepivano come imperfette e anomale,
come una perversione della natura, le forme di vita dei
pianeti dove la forza T-psionica era debole. La popolazione
indigena veniva di conseguenza eliminata con energia
oppure, dove possibile, isolata e sottomessa. La presenza di
una razza intelligente in una certa zona non era mai un
fattore significativo nei piani degli Os/Ka/Loq.
L'intelligenza, benché ammirata come uno strumento
sofisticato per l'adattamento all'ambiente, non era fra i
concetti che gli Os/Ka/Loq usavano per definire una forma
di vita superiore. L'importanza degli organismi alieni veniva
valutata secondo la forza del loro legame telepatico.
Fra questi vascelli ce ne fu uno, che noi chiameremo la
Biodissea, il quale si trovò un bel momento a passare in
questo settore dello spazio: nel nostro kascht. Poiché entro i
confini di questo kascht (ovvero il nostro sistema solare e un
certo numero di stelle vicine) la forza T-psionica era
notevolmente debole, io posso soltanto fare delle
speculazioni sul perché la Biodissea arrivò qui. Forse gli
Os/Ka/Loq avevano già ri-seminato tutti i pianeti interni
della galassia. Forse percepirono la Terra, con la sua scarsità
di forza T-psionica, come una nuova sfida. Non so dirlo con
precisione. Tutto ciò che sappiamo con certezza è che nei
primi anni del ventunesimo secolo una cellula-sonda della
Biodissea atterrò segretamente sulla Terra. O meglio, atterrò
sul fondo dell'oceano, ad alcune centinaia di chilometri dalla
costa del Sud America. Noi ora ci troviamo per l'appunto su
questa sonda, questa cellula degli Os/Ka/Loq.
«C'era una sola entità Os/Ka/Loq a bordo di essa: una
gemellare (parleremo di lei al femminile) che naturalmente
manteneva il contatto T-psionico con l'altra sua metà a bordo
della Biodissea. La metodologia delle esplorazioni
Os/Ka/Loq prevedeva l'invio di numerose sonde dalla nave-
madre, ciascuna con un solo gemellare. Ogni sonda
approdava su un pianeta ritenuto utilizzabile, col compito di
prepararlo per l'inseminazione della vita Os/Ka/Loq.
«La gemellare che discese sulla Terra comunicò alla
Biodissea che a suo avviso il kascht di questo pianeta doveva
essere considerato un luogo adatto all'inseminazione. Benché
l'intera zona «puzzasse di una mancanza», ovvero
disturbasse i loro sensi calibrati per una forza T-psionica che
qui invece era scarsissima, questa gemellare riuscì a
convincere i suoi compagni esploratori che la Terra era la
scelta migliore a loro disposizione. Ormai lontani dal centro
della galassia, messi di fronte alla difficoltà di localizzare
pianeti più adatti alla semina, gli Os/Ka/Loq a bordo della
Biodissea giunsero alla conclusione che la Terra doveva
essere utilizzata.
«Così l'immenso vascello fece rotta verso il sistema solare.
E qui sulla Terra, nelle profondità dell'Oceano Atlantico, la
gemellare diede inizio ai preparativi per l'arrivo della nave-
madre.
«Il suo nome Os/Ka/Loq era impronunciabile. Lo stesso
termine «Os/Ka/Loq» è solo una parola coniata da loro per
uso degli umani. E il suo aspetto fisico era decisamente
diverso dall'attuale. Ma penso che tu abbia ormai capito di
chi stiamo parlando.
— Saffo — mormorò Empedocle.
— Sì. Non ancora la Saffo che conosciamo, ma pur
sempre lei. Aveva tempo, così cominciò a studiare le forme
di vita del nostro pianeta. Quasi subito, presumo, giunse a
capire che la Terra opponeva un ostacolo non dappoco
all'inseminazione. Il basso livello T-psionico di questa zona
spaziale aveva condotto allo sviluppo di una vita che portava
all'estremo il concetto di dominazione/sottomissione. Dal
punto di vista Os/Ka/Loq il pianeta doveva apparire
governato dalla follia, con ogni specie impegnatissima in una
furiosa lotta per la sopravvivenza a scapito delle altre. Al
posto del concetto basilare Os/Ka/Loq, ovvero della
«collaborazione dei più adatti», qui ne esisteva uno molto
diverso...
— La sopravvivenza dei più adatti — disse Empedocle.
— La sopravvivenza basata sulla cruda selezione naturale.
Il nostro pianeta mancava di ciò che gli Os/Ka/Loq
avrebbero percepito come un'influenza almeno minima,
stabilizzatrice, della forza T-psionica. Milioni anni di rivalità
fra innumerevoli specie avevano prodotto un selvaggio
miscuglio di piante, animali, insetti e microrganismi sempre
ai ferri corti con l'ambiente e fra loro, sempre in lotta per
disputarsi il cibo e il territorio. L'individualità portata
all'estremo.
Empedocle corrugò le sue quattro sopracciglia. — Ma gli
Os/Ka/Loq avevano la cognizione dell'individualità? Se
questa gemellare di Saffo era qui sulla Terra da sola, deve
aver preso delle decisioni di carattere individuale, no?
— Questo è vero. Gli Os/Ka/Loq, pur mantenendo un
allineamento telepatico con ogni forma di vita del loro
mondo, esistevano come conglomerati di entità ogni coppia
dei quali era un individuo singolo. È soltanto la forza T-
psionica che ci distingue da loro. Si tratta di un'energia
estremamente debole nel nostro spazio, ma esiste. Nella zona
di provenienza degli Os/Ka/Loq è forte, tuttavia ha i suoi
limiti. L'individualità è reale in entrambi i posti. Come ogni
altro aspetto dell'universo, anch'essa è relativa.
«Una volta mi capitò fra le mani una monografia di
Theophrastus sui campi d'energia T-psionica. Postulava
l'esistenza teorica di un luogo dove questa forza sarebbe così
intensa da rendere impossibile l'individualità. Lì potrebbe
esistere soltanto un'unica forma di vita, un'entità composta di
tutto, una super-cellula.
«Ad ogni modo, qui sulla Terra la gemellare di Saffo
cominciò ad esplorare in segreto il nostro mondo. Mandò
nell'oceano piccole sonde robotizzate che raccolsero
campioni viventi e li riportarono in questa cellula, dove
furono sottoposti ad analisi e a esperimenti genetici.
— Le creature nelle stalagmiti — disse Empedocle, dalla
bocca di Susan.
— Sì. Esperimenti preliminari, prototipi. In seguito Saffo
divenne più esperta nel manipolare il nostro materiale
genetico, e i risultati migliorarono notevolmente; ma
all'inizio ci furono numerose bizzarre mutazioni. Alcune
delle più singolari sono state conservate.
— Un museo delle aberrazioni — commentò Empedocle.
— Sì, all'incirca. Ma Aristotele pensava che, dal punto di
vista di entità telepatiche composte da molteplici organismi
coscienti e intercollegati, l'idea di aberrazione fisica fosse
irrilevante. Per quanto bizzarri, tali mutanti sarebbero
psichicamente uniti agli Os/Ka/Loq, e di conseguenza parti
della loro coscienza, non più alieni di quanto lo sarebbe per
te un tuo braccio. Su questo pianeta però, con un kascht che
puzzava di una mancanza a tal punto, simili esperimenti
potevano risultare affascinanti. L'uomo con due teste, ad
esempio: un individuo unico composto da due entità non
collegate telepaticamente. L'opposto degli Os/Ka/Loq,
dunque. Un vero pezzo da museo.
«Comunque, la gemellare di Saffo fece buoni progressi
tecnici. Pochi anni dopo era in grado di creare esseri umani
apparentemente normali in tutto. Molti di costoro, che Saffo
teneva come schiavi controllati da cursori mnemonici,
furono poi utilizzati a Thi Maloca.
— Gli scienziati, i cosiddetti creatori degli Ash Ock —
annuì Empedocle. — È per questo che non riuscisti a
scoprire la loro origine?
— Proprio così. Ma gli scienziati rappresentavano soltanto
l'inizio del piano di Saffo. Quello che lei cercava era una
testa di ponte, un modo di trapiantare gli aspetti più intensi
della forza T-psionica in una forma di vita terrestre. Alla
metà del ventunesimo secolo raggiunse finalmente il
successo. Fu lei la responsabile di quella realizzazione
imprevedibile, l'Unità McQuade, che fece tanto scalpore su
tutto il pianeta. Il laboratorio scozzese a cui fu accreditata la
scoperta di quelle prime cellule telepatiche era soltanto uno
di quelli che usava come facciata.
«Fu Saffo a rendere possibile l'applicazione di un'Unità
McQuade in crescita entro esseri umani, progettati in uteri
artificiali, quando ne iniettò due in feti separati che si
svilupparono e nacquero come un individuo unico.
«Fu Saffo a introdurre e perfezionare la tecnica per la
creazione di quegli esseri binari chiamati Para-Twain, i para-
gemelli, nome che poi fu abbreviato in quello attuale.
Empedocle s'era sempre ritenuto immune dallo
sbalordimento, il momentaneo shock dovuto a un afflusso
troppo rapido di informazioni inattese, un'emozione che lui
poteva evitare stratificando i nuovi dati in un processo di
analisi. Ma quando entrambe le sue bocche si aprirono per la
sorpresa capì che, certe volte, anche quella regola aveva la
sua eccezione.
Timmy continuò: — E fu Saffo a dirigere gli scienziati che
trasferirono il suo materiale genetico, la sua coscienza, in un
feto femminile, diventando così in un certo senso la creatrice
di se stessa, e dando vita al primo (e unico) Paratwa di razza
mista e di caratteristiche miste: una gemellare umana,
un'altra Os/Ka/Loq. La primogenita della casta regale. E la
sua parte umana, la plenaria, era fornita di un campo T-
psionico capace di estendere la durata della sua vita molto
oltre il limite di quella umana.
— Seicento anni — mormorò Empedocle.
— Sì. Assai più di quanto la scienza pre-Apocalittica fosse
in grado di offrire coi trapianti e le tecniche rigenerative.
Aristotele sospettava che seicento anni fosse appena una
frazione della vita media di un Os/Ka/Loq. Ma fu un
risultato molto notevole, considerato che il materiale
genetico usato per la plenaria di Saffo era completamente di
origine terrestre.
«Quando la gemellare plenaria era ancora una bambinetta,
fornita tuttavia di piena coscienza iconica, fece in modo che
gli scienziati a lei asserviti producessero altri tre Paratwa
dello stesso ceppo. Questi tre dovevano essere istruiti per
diventare specialisti in campi diversi.
«Codrus sarebbe stato l'esperto finanziario, Aristotele il
politico, e Theophrastus il ricercatore scientifico. Più tardi fu
deciso che occorreva anche un quinto Ash Ock. Ma i motivi
che portarono alla tua creazione li spiegherò fra poco.
«Saffo costruì quella sua pseudo-gemellare, la parziale,
usando per il corpo dell'androide i nano-componenti
ottenibili nei meccanismi di crescita di questa cellula. La
tecnologia dei biochip trovati nella parziale, che stupirono
Aristotele, è la base di tutte le realizzazioni Os/Ka/Loq. Essi
fanno crescere praticamente ogni loro utensile... le immense
astronavi, le piccole sonde, e la maggior parte delle armi di
cui dispongono.
— Anche le trasmittenti VSL? — domandò Empedocle.
— No. La VSL è un'invenzione originale di Theophrastus.
Benché sia basata su tecnologia Os/Ka/Loq, l'impianto è
progettato per essere costruito, non fatto crescere, il che
spiega perché gli scienziati delle Colonie siano stati in grado
di replicarlo.
«La struttura genetica dei Paratwa utilizzava normalmente
solo DNA terrestre. Ma per quanto riguardava i feti degli
Ash Ock (compresa la plenaria di Saffo) la particolare Unità
McQuade iniettata in essi per generare l'interallacciamento
differiva molto da quelle usate negli altri ceppi. Questa Unità
McQuade era stata arricchita con un elemento in più... un
distillato di ciò che gli Os/Ka/Loq avevano per natura,
benché si trattasse di una variante specifica del nostro kascht.
Timmy fece un sospiro. — Qui devo confessarti la mia
inadeguatezza scientifica. Le spiegazioni che ti offrono non
chiariscono appieno il fenomeno degli Ash Ock. Temo che
soltanto Theophrastus, o gli Os/Ka/Loq, potrebbero
analizzare i particolari della nostra essenza. Basti dire che
nulla dei nostri geni ha reso noi della casta reale ciò che
siamo. Questo dovrebbe spiegarti una cosa che nel corso
degli anni non avrà cessato di incuriosirti.
Empedocle annuì, incerto. — Nessun esame medico ha
mai rivelato qualcosa che potesse attribuire una maggiore
durata di vita ai miei gemellari.
— Infatti. Così come la tua esistenza di Paratwa resta un
fatto insondabile per la scienza terrestre, lo stesso è per la
durata della tua vita: entrambi i concetti non hanno nulla a
che fare con il DNA, poiché riguardano l'energia T-psionica.
E la quinta forza della natura è ancora lontana dalle
possibilità d'indagine umane.
«Nella creazione degli Ash Ock ci fu tuttavia un inatteso
effetto collaterale. Le coppie di gemellari nacquero con un
certo... lo si potrebbe chiamare difetto. L'entità Os/Ka/Loq
che abbiamo chiamato Saffo, quella con una gemellare sulla
Terra e un'altra sulla Biodissea, era esistita come una
personalità unica, ma tutto cambiò quando questa gemellare
trasferì la sua coscienza in una forma umana. Da quel
momento, e per la prima volta, Saffo ebbe il modo di esistere
anche come due metà effettivamente separate. Era un fatto
senza precedenti, e fra i Paratwa esso rimane ancor oggi la
caratteristica unica degli Ash Ock: la possibilità di vivere nei
due modi, di essere unico o doppio, di spezzarsi in una
coppia di gemellari distinti oppure di fondersi nel monarca.
Empedocle scrollò le spalle del gemellare-Gillian. — Ho
sempre pensato che avere due metà capaci di ottenere il
controllo dei corpi sia un difetto. La naturale perfezione del
monarca viene interrotta da queste coscienze inferiori,
questi... effetti collaterali. — D'un tratto tacque, e il pensiero
che aveva preso forma in lui lo eccitò. Un sorriso trionfante
gli apparve su entrambe le facce.
— Ah, il mio bravo alunno! — si complimentò Timmy. —
Vedo che hai finalmente capito. Rallegrati, Empedocle. Da
ora in poi i tuoi problemi in merito saranno notevolmente
minori.
Gillian bloccò le sue emozioni, usando ogni stilla di
volontà per impedire che l'esplosivo flusso di timor panico
salisse nel campo percettivo del monarca. So perché ho
paura, proiettò.
Susan attese.
Gillian trasse quello che immaginava un profondo respiro.
Cercò d'indurre le entità mnemoniche che un tempo erano
state le sue labbra a espellere il terrore fuori da lui. Ma le
parole in cui avrebbe potuto trasferirlo non presero forma.
Cosa c'è? chiese Susan, disturbata dalla sua riluttanza, dal
suo crescente spavento. Qualunque cosa sia, Gillian, devi
dirmelo. Anche se lui ti sentirà. Parlamene.
Gillian immaginò di annuire col capo. Riuscì a formulare
una frase: Non potrò tornare indietro. Immaginò di respirare
in fretta; di entrare in iperventilazione.
Susan proiettò stupore. Cosa vuoi dire?
Non potrò tornare indietro, ripeté lui. Non potrò tornare
nel mio corpo. Sono intrappolato qui.
Io... non capisco. Hai detto che basta aspettare l'occasione
buona. Hai detto che nelle opportune condizioni riusciremo a
sciogliere l'interallacciamento e...
Mi sbagliavo. Gillian sentì una risata una risata amara
dentro di sé. Ero così spaventato dall'alternativa... dalla
paura di diventare un Timmy, con Gillian ed Empedocle
morti e mescolati in un'altra coscienza, che ho perduto di
vista la verità.
Quale verità? domandò Susan senza preoccuparsi che
Empedocle avvertisse la sua emotività: frustrazione e
improvviso spavento.
Gillian si costrinse a continuare: Qui, in questa cellula
degli Os/Ka/Loq dove la purezza della forza T-psionica è
stata mantenuta, Timmy ha potuto invertire l'aritmia
dell'interallacciamento. Ma non è solo questo che ha fatto.
Oltre a incorporare te, Susan Quint, nell'entità di
Empedocle, ricostruendo in pieno un Paratwa binario, ha
fatto sì che io non potessi mai più lasciare questo stato di
coscienza amalgamata.
Susan trovò difficile accettare questa conclusione. —
Come puoi dirlo?
I cursori mnemonici! Hanno una presa su di me. Io lo
sento! Nel mio corpo, nel mio cervello, questi cursori sono
stati predisposti per impedirmi ogni tentativo di sciogliere
l'interallacciamento. Timmy deve aver inserito delle frasi in
codice nei cursori, mentre io dormivo. Ha inserito dei
blocchi per sottomettermi in perpetuo alla volontà del
monarca. Non riavrò mai la libertà!
Susan intrise i suoi pensieri di determinazione. Se Timmy
ha messo questi codici nei tuoi cursori mnemonici, deve
anche conoscere i comandi verbali che li neutralizzano.
Bisogna escogitare il modo di persuaderlo. Oppure
dobbiamo scoprire questi codici.
E come? Siamo due amalgami intrappolati qui! E
occorrerebbe di più che conoscere questi contro-codici. Non
dimenticare che i miei particolari cursori mnemonici devono
prima di tutto essere innescati dall'occhio artificiale di
Timmy. Gillian provò un gelido senso di sconfitta. È inutile.
Timmy è l'unico che possa riportarmi indietro. E non lo farà
mai, spontaneamente.
Susan capì la sua disperazione. E ora anche Empedocle lo
sa. Il nostro monarca ha compreso quanto sia importante
Timmy per te.

Quella rivelazione aveva riempito Empedocle di nuova


energia. Provava il bisogno di agire. — Perché io sono stato
creato? — domandò. — Perché Saffo voleva un quinto Ash
Ock?
Timmy sorrise. — Per l'Apocalisse, ovviamente. Io non so
dirti se il cataclisma nucleare-biologico del 2099 sarebbe
avvenuto anche senza l'aiuto degli Os/Ka/Loq. La razza
umana stava viaggiando dritta verso l'autodistruzione. Può
darsi perfino che sia stato questo a far propendere per
l'intervento gli Os/Ka/Loq a bordo della Biodissea. La Terra,
per dirla come certa stampa cinica del giorno d'oggi, era
matura e pronta per esser colta.
«Comunque sia, gli Os/Ka/Loq decisero che il cataclisma
doveva essere incoraggiato. Noi Ash Ock, insieme ai
Paratwa di dozzine di altri ceppi prodotti in ogni angolo del
mondo, eravamo destinati ad accelerare la distruzione a
livello planetario. Saffo ci aveva creati con lo scopo di
riunire tutti i Paratwa sotto una direzione unica e dare una
spinta alle tendenze suicide dell'umanità, in accordo con le
scadenze del programma d'intervento Os/Ka/Loq. Ma poi si
accorse che la cosa rischiava di andare per le lunghe. Era in
ritardo.
— È per questo che le servivo — mormorò Empedocle. —
Per far accadere l'Apocalisse entro i tempi previsti.
— Sì, questa fu la prima ragione. Ma Saffo stava
cominciando a temere la selvaggia imbecillità di molti
Paratwa. Interi ceppi rifiutavano di sottomettersi agli Ash
Ock per il solo motivo che noi non eravamo dei guerrieri. Gli
Ash Ock sanno deflettere il bisogno di macellare, non hanno
necessità di catarsi violente. Per questo motivo molti
Paratwa sentivano di non potersi fidare di noi.
«Oltre a costoro c'era un gruppo di Paratwa in aperta lotta
contro la casta reale. Paratwa abbastanza acuti da intuire che
gli Ash Ock volevano l'Apocalisse. Essi ingaggiarono
un'attiva opposizione, e lavorarono per difendere la Terra
dalle mire di Saffo e dei suoi seguaci.
«Infine, a peggiorare le cose, esistevano numerosi Paratwa
che spesso fungevano da killer al servizio di vari governi e
altre organizzazioni. Elementi come Reemul, il Jeek, le cui
azioni imprevedibili erano delle autentiche bombe nel
pianificatissimo programma d'intervento degli Os/Ka/Loq.
«In breve, fra gli Ash Ock ed i comuni Paratwa c'era un
abisso intellettuale. La maggior parte dei ceppi creati per la
guerra stavano accettando il traguardo idealistico da noi
proposto, una Terra unita sotto la nostra dominazione, ma
altri erano contrari oppure mentalmente incapaci di allearsi a
noi.
«Così fosti creato tu: Empedocle, il guerriero Ash Ock, la
cui forza in combattimento avrebbe persuaso i più scatenati a
divenire nostri simpatizzanti. — Timmy sogghignò. — Tu
dovevi fungere da bandiera per il concetto di unità Paratwa,
in modo che il programma Os/Ka/Loq per la distruzione
della Terra procedesse senza intoppi. E in effetti, anche se il
raid della E-Tech su Thi Maloca e la morte di Catharine
misero fine prematura alla tua carriera, il solo fatto che
esistevi s'era già dimostrato benefico. Meridian s'era deciso
ad allearsi con quello che da tutti veniva chiamato il Castello
Reale, il luogo immaginario dove per costoro regnavano gli
Ash Ock; e Meridian (che s'era portato dietro quasi tutti i
Jeek Elemental) aveva consolidato il suo accordo con Saffo
impegnandosi a fare di te il più micidiale degli uccisori.
Furono i suoi rapporti sui tuoi progressi, unitamente ai miei,
a portare un buon numero di Paratwa sotto la nostra
direzione.
«Naturalmente, Saffo e Theophrastus si rendevano conto
che anche tu, in teoria, avresti potuto diventare una minaccia
per i loro piani.
Empedocle annuì due volte. — È per questo che
impiantarono in me dei cursori mnemonici, predisponendo le
tecniche per metterli in funzione.
— Esattamente. Doveva essere un sistema di controllo...
anche se di carattere limitato, perché soltanto i tuoi gemellari
erano soggetti a manipolazione con i codici protolinguali,
codici che derivano dal linguaggio cerebrale-profondo
sviluppato dagli Os/Ka/Loq. La tua coscienza di monarca
sarebbe rimasta sempre in grado di ignorare qualsiasi cursore
mnemonico. — Timmy fece una pausa. — Non volevano
inibire in qualche modo le tue capacità naturali.
«Così, indirettamente, la tua influenza aiutò a far
procedere il programma degli Os/Ka/Loq. L'Apocalisse
avvenne nei tempi previsti. Gaia, la totalità dell'ambiente
organico, fu praticamente spazzata via dal pianeta. Il suo
rivestimento di vita, che puzzava di una mancanza e risultava
contronatura per gli standard Os/Ka/Loq, doveva essere
eliminato per preparare la Terra alla nuova inseminazione.
«Vedi, nella forza principale delle entità Os/Ka/Loq (la
capacità di svilupparsi in armonia reciproca) sta anche la
loro principale debolezza. Senza un atto preparatorio di
carattere estremo, la vita Os/Ka/Loq non può sperare di
competere con organismi resi così duri dall'assenza della
forza T-psionica. Nel kascht ultracompetitivo dell'ambiente
terrestre, dove la lotta per la sopravvivenza è il concetto di
base, le forme organiche Os/Ka/Loq avrebbero vita breve. La
delicatezza della loro particolare interdipendenza richiede
un'ecosfera meno minacciosa, più gentile.
«Benché la Terra sia in una zona di T-psionica debole,
possiede gli attributi per sostenere la vita. Malgrado la
differenza fra i due ambienti, il pianeta ha caratteristiche
abbastanza rare anche nelle regioni della galassia dov'è
quello di origine degli Os/Ka/Loq. Entrambi i mondi sono
nelle condizioni ottimali per consentire il massimo sviluppo
delle forme di vita basate sul carbonio.
Empedocle gli mostrò due fronti accigliate. — Gli
Os/Ka/Loq hanno una tecnologia ovviamente superiore a
quella terrestre. Perché un piano così contorto per
distruggere il rivestimento organico del pianeta? Perché non
si sono limitati a venire qui con la loro immensa nave, questa
Biodissea, ed a prendere possesso del pianeta con un'azione
immediata e diretta? Perché non hanno modificato la
superficie con i loro mezzi?
— Ottima domanda — si complimentò Timmy. — Sei nel
giusto, circa la loro superiorità tecnologica. Tuttavia
anch'essa ha dei limiti. Per dirne una, non possiedono motori
di tipo VSL. Devono sopportare i disagi delle velocità non-
relativistiche, e su distanze galattiche i loro tempi di
spostamento sono molto lunghi.
«Ma quello che tu vedi come un piano troppo contorto in
realtà non lo è affatto. Gli Os/Ka/Loq, dopo millenni di
esperienza, hanno adottato il metodo che noi definiremmo
meno costoso per riplasmare la superficie di un pianeta da
inseminare. Non dimenticare che la cellula-sonda in cui ci
troviamo è soltanto una delle molte mandate dalla Biodissea
in tutte le direzioni. E ciascuna di queste cellule, guidata da
un gemellare, esplora in un ben preciso raggio spaziale e
temporale dalla nave madre. Da quanto ne so, questo
parametro non è mai stato cambiato dall'inizio della loro
espansione.
«Quando Saffo, da questa cellula, inviò il suo primo
rapporto esplorativo, la Biodissea si trovava a circa tre secoli
di viaggio dal nostro pianeta. Come ho detto ce n'erano altre,
tutte entro quel raggio d'azione prestabilito e quindi assai
lontane. Gli Os/Ka/Loq sono una razza che sa far bene i suoi
conti; intervenire in ogni luogo può rivelarsi antieconomico
e, in certe occasioni, pericoloso. Questo modus operandi
devono averlo sviluppato dopo le loro prime esperienze con
pianeti ostili. In quanto al tempo... — Timmy fece una
pausa. — Riesci a capire il significato di un intervento di
inseminazione così deliberatamente ritardato?
— Penso di sì — rispose con cautela Empedocle. — Il mio
gemellare Gillian ha avuto certe informazioni dallo Zar circa
il risanamento di Gaia, della Terra. La superficie sta
tornando alla vita, malgrado la radioattività e
l'avvelenamento chimico. L'ecosfera è pronta a reagire
positivamente a un serio lavoro di restaurazione.
— Proprio così — disse Timmy. — La Terra sta
riprendendo vita. Gli Os/Ka/Loq, millenni or sono,
stabilirono quello che ovviamente considerano il metodo più
pratico di inseminazione. Prima di tutto una distruzione
nucleare/biologica su vasta scala. E poi, dopo la scomparsa
delle forme di vita superiori e di quasi tutte quelle inferiori,
un'attesa di due-trecento anni perché i meccanismi naturali di
assorbimento e filtraggio comincino a ripulire via i veleni. A
questo punto, quando il pianeta ritrova la forza di sostenere
la vita, gli Os/Ka/Loq introducono organismi progettati allo
scopo di accelerare il procedimento.
«Dall'inseminazione di innumerevoli mondi, gli
Os/Ka/Loq hanno imparato a prevedere con accuratezza gli
effetti del cataclisma nucleare/biologico su un'ecosfera.
Hanno imparato a controllare i parametri della distruzione in
modo che la loro nave arrivi sulla scena nel momento adatto,
col minimo sforzo logistico.
«Ma sulla Terra, ciò che Saffo e gli Os/Ka/Loq non
previdero affatto (almeno finché non fu troppo tardi) fu la
tenacia e la capacità lavorativa di molti esseri umani, i quali
avevano visto l'arrivo dell'Apocalisse con assoluta chiarezza.
Questi individui fecero i loro piani per salvare la razza,
diedero il via al progetto Verso le Stelle, incrementarono la
formidabile attività costruttiva dei cilindri orbitali, e
crearono la E-Tech perché garantisse la regolarità e la
sicurezza del loro grande sforzo.
«Così, quando l'Apocalisse culminò con gli eventi
drammatici del 2099, quando alcuni Ash Ock e moltissimi
Paratwa abbandonarono il sistema solare sulla flotta del
progetto Verso le Stelle, intorno alla Terra era rimasta una
minaccia abbastanza concreta per il piano degli Os/Ka/Loq,
vale a dire le Colonie di Irrya.
Empedocle giunse a un'altra conclusione. — La flotta di
Verso le Stelle non partì per colonizzare altri mondi, ma per
un rendez-vouz con la Biodissea.
Timmy annuì. — Naturalmente. E Codrus fu lasciato
indietro, con diversi killer chiusi in capsule di stasi. Come ho
già accennato, Codrus non era intellettualmente all'altezza
degli altri. Non sarebbe stato di molta utilità agli Os/Ka/Loq,
a differenza di Theophrastus, il cui genio era già stato
riconosciuto.
«Codrus poteva però dare il suo contributo frenando il
progresso scientifico delle Colonie. Infatti, benché gli
Os/Ka/Loq fossero (e siano tutt'ora) più evoluti, avevano
notato con preoccupazione il ritmo delle realizzazioni
tecnologiche umane degli ultimi secoli. Dovevano
considerare la possibilità che le Colonie Irryane, se fossero
tornate libere di evolversi senza ostacoli, sviluppassero armi
sofisticate in grado di minacciare la Biodissea.
«Ma Codrus riuscì a mantenere forte la E-Tech. Ogni
progresso fu controllato e bloccato, almeno fino a
cinquantasei anni fa.
Ed a questo punto l'umanità non aveva più il tempo
materiale per superare il divario tecnologico.
«Codrus frenò inoltre i progetti delle Colonie tesi a ridare
vita alla Terra. Gli Os/Ka/Loq, avendo calcolato il momento
del loro arrivo sui cicli di risanamento naturale del pianeta,
non volevano alterazioni in questo programma. Perciò
Codrus, controllando sia la Chiesa della Fede che la ICN,
impedì che il progetto Ricostruzione Ecosferica ottenesse
risultati effettivi. — Timmy sorrise. — Tutto stava andando
abbastanza bene per gli Os/Ka/Loq, finché mezzo secolo fa,
dopo lo scivolone di Codrus, prese inizio la sequenza di
eventi che ha portato noi due qui dove siamo oggi.
Dev'esserci un modo per fermarlo, proiettò Susan.
Dopotutto, questo cursori mnemonici sono nel tuo corpo,
non nel mio. Forse io posso sciogliere l'interallacciamento.
Gillian considerò quella proposta. Ma come? Occorrono
due gemellari che agiscano in tandem per innescare il
catalizzatore... Esitò, ripensando al giorno in cui aveva
affrontato Reemul, cinquantasei anni prima. In
quell'occasione Empedocle era ritornato, anche se per
dissolversi poco tempo dopo durante la furiosa lotta con il
vassallo-killer. Ma quel fatto s'era verificato in condizioni
del tutto diverse. L'interallacciamento era stato fragile, con
un solo gemellare disponibile per dare una momentanea
realtà al monarca. La situazione oggi era un'altra.
Susan sentì quei pensieri. Dev'esserci un modo! insisté.
Non credo. La nostra sola speranza è Timmy.
Susan immaginò di deglutire un groppo di saliva per la
paura. Si costrinse a reprimere quel brivido gelido. Se questo
è vero, dobbiamo agire in fretta.
Hai ragione. Se Timmy è il solo che può far qualcosa per
noi, non ci resta molto tempo.
22

— Consiglio di Irrya, diciotto settembre 2363 — aprì la


seduta Maria Losef. — Database confidenziale, accesso
standard.
— Database confidenziale? — chiese Jon Van Ostrand
con una smorfia sarcastica quintuplicata dagli schermi VSL.
— Sembra una burla. La seduta di oggi è così confidenziale
che tanto varrebbe tenerla in diretta nello studio di
un'emittente libera.
— L'inconveniente a cui lei si riferisce non causa che un
disturbo minimo. Sia oggettivo, prego — replicò la Losef.
— Minimo? — Van Ostrand scosse il capo, esasperato. —
Quanti manifestanti crede che si siano riuniti fuori dal
Palazzo del Consiglio?
Edward Huromonus, con pignoleria tipica, lesse i dati
aggiornati sul suo monitor. — L'ultima stima parla di circa
450.000 persone nelle strade circostanti gli edifici del
governo. Più altre 300.000 suddivise in gruppi di ogni
tendenza politica in varie zone di Irrya. Manifestazioni più o
meno della stessa entità stanno avvenendo in molte altre
Colonie.
— Milioni di voci che protestano — brontolò Van
Ostrand, — e tutti sanno non solo che questa astronave
Paratwa è entrata nel perimetro difensivo, ma anche che
quindici nostre navi da battaglia sono già in posizione di
attacco. Peggio ancora, la stampa è in possesso di dati precisi
sulle nostre forze in via di spostamento. Sanno perfino
quando la prima ondata giungerà a contatto del nemico!
Il Leone capiva bene l'ira del Comandante in Capo dei
Sorveglianti. Non era ingiustificata. Ma a Van Ostrand la
verità non poteva essere detta, o almeno non ancora. Senza
dubbio non gli sarebbe piaciuto sapere che a far filtrare alla
stampa i movimenti tattici delle sue forze erano stati Inez
Hernandez, Edward Huromonus e lui.
Huromonus si schiarì la gola. — Circa il novanta per cento
dei manifestanti invocano un attacco immediato contro gli
invasori.
— Di bene in meglio! Adesso la prossima decisione
strategica è addirittura oggetto di dibattito agli angoli delle
strade! — sbottò Van Ostrand.
— La democrazia esige un prezzo che a volte si chiama
anche libera informazione — gli fece notare Inez, con un filo
d'ironia.
— Mi risparmi questi aforismi!
La reazione rabbiosa di Van Ostrand non era una sorpresa
per il Leone. Nick l'aveva prevista. Falco dell'Ordine della
Sferza o no, il Comandante in Capo dei Sorveglianti non era
uomo che tollerasse di dover giungere a decisioni influenzate
dall'opinione pubblica. Poco gli importava che questa fosse
schierata dalla sua parte: se le sue forze dovevano attaccare
la Biodissea lui voleva che l'ordine uscisse dal suo ufficio,
non dalla bocca delle donnette e dei bottegai che stavano
facendo baccano nelle piazze. Era un militare poco portato
agli atteggiamenti democratici, e il Leone si augurò che
questo aspetto della sua personalità non rovinasse il piano di
Nick.
La Losef inarcò un sopracciglio. — È possibile che la sua
velata accusa sia ingiustificata. Dubito che un membro di
questo Consiglio avesse motivi per divulgare informazioni
militari.
Sbagli, pensò il Leone. Avevamo un motivo dannatamente
buono.
— Il responsabile può essere Meridian — continuò la
donna.
Van Ostrand annuì, riluttante. — È probabile. Ma questo
Consiglio avrebbe dovuto tenere Meridian segregato fra una
seduta e l'altra, invece di lasciarlo andare in giro per tutta
Irrya.
— A quanto ne sappiamo — disse Inez, — questo
Meridian ha impiegato il suo tempo facendo spese di ogni
genere in una quantità di negozi e centri-acquisti.
— Col denaro dei contribuenti — ringhiò Van Ostrand. —
E nello stesso tempo contattando in segreto i suoi complici.
Maria Losef alzò una mano. — Jon, a questo punto non ha
importanza dove sia la falla nella sicurezza. Lei sa che tenere
Meridian segregato sarebbe stato inutile. Come gemellare, è
in contatto col suo vascello. E qui sulle Colonie ci sono altri
Paratwa. È ovvio che non siamo in grado di neutralizzare la
loro possibilità di comunicare.
Per un momento Van Ostrand parve sul punto di
lamentarsi ancora. Poi grugnì un assenso. — D'accordo.
Suppongo che lei abbia ragione. Se nell'ira mi sono sfuggite
delle allusioni, domando a questo Consiglio di scusarmi.
— Grazie — disse la Losef. — Ora passiamo
all'argomento all'ordine del giorno. Meridian sta aspettando
fuori da questa sala...
— Meridian può aspettare ancora un po' — intervenne
Huromonus. — Ci sono alcune cose che il Consiglio deve
discutere in privato.
E queste cose, pensò il Leone, possono determinare se le
Colonie riusciranno a sopravvivere o no.
Far filtrare alla stampa notizie sui movimenti della flotta
era stata un'idea di Nick. Il suo piano, basato sulle incredibili
informazioni estratte dal San Bernardo, sembrava nelle sue
linee generali quanto di più assurdo e disperato si potesse
immaginare. Ma il Leone e Huromonus — e Inez
Hernandez, messa al corrente di ciò che avevano scoperto —
avevano convenuto che quella era l'unica speranza delle
Colonie.
Il Leone ripensò al loro pre-Consiglio privato di qualche
ora prima, a cui era stato presente anche Nick. Huromonus
aveva aperto la riunione riferendo a Inez ciò che era venuto
alla luce sulla Corporazione CPG.
— Maria Losef ha confermato che la CPG è la proprietaria
del Gruppo Venus? — aveva chiesto Inez.
— Non glielo abbiamo domandato, e non lo faremo. Nick
e il Leone pensano, e io sono d'accordo, che sia meglio non
rischiare di metterli in allarme.
— Maria Losef e la ICN — aveva spiegato Nick, — non
possono godere di assoluta fiducia per quanto riguarda la
sicurezza delle Colonie. Cinquantasei anni fa la ICN era stata
profondamente infiltrata da Codrus, e ignoriamo se una parte
di quel meccanismo sia rimasta in piedi. Inoltre, mentre le
Colonie rischiano l'annientamento, la ICN ha fatto di tutto
per tenere nascosti i proprietari del Gruppo Venus.
— Pensa che siano coinvolti anche loro? — aveva chiesto
Inez.
— No. Ma la mentalità della ICN è pericolosa. È come le
famigerate multinazionali del ventesimo secolo, i cui
interessi venivano prima di ogni altra considerazione.
Tratterebbe con chiunque, perfino coi Paratwa, pur di
mantenere stabile il suo controllo del mercato. Un gruppo di
questo genere è dispostissimo ad agire alle spalle del suo
governo ed a finanziare il nemico perfino in tempo di guerra,
per motivi di profitto.
Huromonus aveva scrollato le spalle. — Comunque sia,
non abbiamo più bisogno della conferma della ICN. Il
rapporto della Sicurezza E-Tech sulla CPG è illuminante. C'è
una figura femminile che risalta in primo piano. Mi riferisco
a Colette Ghandi, moglie di Corelli-Paul Ghandi da quasi
venticinque anni.
Il Leone la conosceva. Gli era capitato d'incontrarla in
varie occasioni sociali nel corso degli anni, come
probabilmente chiunque altro si muovesse nello stesso
ambiente. — Colette Ghandi ha una personalità da non
sottovalutare — aveva detto. — È una donna molto attraente,
con un fascino sensuale. E affermare che segue molto da
vicino qualsiasi attività del marito è dir poco. Sembra molto
unita a lui. Usa perfino il suo cognome.
— Una moglie vecchio stile, eh? — grugnì Nick.
Huromonus aveva alzato un dito. — II rapporto dice che
Colette Ghandi ha quarantotto anni. È figlia illegittima di un
Costeau, ed è nata su una navetta in viaggio fra le Colonie di
Teheran e di Washington Montana.
— Astuto — aveva annuito Nick. — Se non sbaglio
questo esclude l'obbligo di registrazioni anagrafiche, salvo
che la madre non ne faccia espressa richiesta a una delle due
Colonie. Giusto?
— Giusto. E sua madre non la fece. Risulta che sia morta
poco dopo il parto. Il padre è rimasto sconosciuto. È stata
allevata dai Costeau, ma non entro un clan in particolare. —
Huromonus aveva fatto una pausa. — Si sanno molte cose di
lei, ma nessuno di questi dati può essere confermato da
un'indagine. Sembra che lei e Ghandi si siano conosciuti a
Lamalan, circa sei mesi dopo che quest'ultimo era tornato
dalla sua disavventura sulla Terra.
— Potrebbe essere lei — aveva mormorato Nick, sempre
più eccitato. — I tempi coincidono. Forse Ghandi e la sua
ciurma hanno incontrato questa Colette giù in superficie.
Forse lei e Ghandi hanno ucciso insieme gli altri Costeau, e
poi sono venuti sulle Colonie, non senza aver imbarcato sulla
navetta di Ghandi anche il nostro killer a tre facce.
Inez aveva annuito. — E avevano con sé anche il
Bracconiere, pronto per essere introdotto negli Archivi alla
caccia del San Bernardo.
— Può scommetterci — aveva detto Nick.
— È possibile che sia lei la gemellare di Saffo? — s'era
chiesto il Leone ad alta voce, disturbato dal pensiero di aver
stretto galantemente la mano alla loro più temibile
avversaria, alla Paratwa che dominava gli stessi Ash Ock.
— Sì, è possibile. — Lo sguardo di Nick s'era perso nel
vuoto. — Gesù Cristo... Saffo in persona. Dopo tre secoli,
forse siamo a un passo da questa inafferrabile puttana.
— Naturalmente, il suo ruolo è stato molto ridimensionato
— gli ricordò Huromonus. — Le informazioni contenute nel
San Bernardo ci rivelano che Saffo è l'agente degli
Os/Ka/Loq sulla Terra, ma si può presumere che nella
Biodissea non abbia mai ricoperto una posizione superiore a
quella di altri.
Per un po' erano rimasti in silenzio, come soverchiati dagli
inverosimili aspetti della realtà appresa dal San Bernardo. Le
scoperte di Aristotele sembravano ancora troppo
sconvolgenti per essere accettate.
Enormi vascelli che percorrevano la galassia alla ricerca di
mondi da conquistare, da inseminare coi loro organismi. Una
creatura Os/Ka/Loq che aveva trasferito se stessa in un corpo
umano, Saffo, divenendo la creatrice di tutti i Paratwa.
L'Apocalisse che si rivelava come un aspetto deliberato dei
loro piani. La flotta del progetto Verso le Stelle, partita non
già per colonizzare altri pianeti ma per un incontro con la
nave-madre di Saffo, la Biodissea. Una sonda che riposava
in una località sconosciuta nelle profondità dell'oceano.
L'umanità manipolata su scala incredibile da una razza
aliena.
Il Leone scacciò quei pensieri e concentrò la sua
attenzione sui colleghi seduti intorno al tavolo. Huromonus
stava per rivolgersi al Consiglio nei termini che avevano
stabilito.
— Desidero fare una dichiarazione, signori. La mia ferma
opinione è che la nostra nazione debba intraprendere
un'offensiva immediata — disse il direttore della E-Tech. —
E per «immediata» intendo ora, subito, prima di riprendere il
colloquio con Meridian. I Paratwa devono vedere senza
possibilità di equivoci che le Colonie di Irrya sono
assolutamente decise a contrastare con ogni mezzo la loro
barbara aggressione.
— Cosa propone? — domandò Maria Losef.
Huromonus li guardò uno dopo l'altro. — Io chiedo,
signori, che questo Consiglio ordini alle navi da battaglia, le
quindici già in contatto strumentale con la Biodissea, di
attaccare il nemico.
La Losef guardò Van Ostrand, poi di nuovo il direttore
della E-Tech. — Le ricordo che questo Consiglio si è
impegnato verbalmente con Meridian per non dare inizio alle
ostilità.
— Sono consapevole di questo impegno. Ma la nostra
sicurezza deve avere la precedenza. È necessario lanciare un
attacco immediato, affinché i Paratwa sappiano che la nostra
opposizione è risoluta e continuerà ad essere tale.
Van Ostrand si accigliò.
Maria Losef disse: — Per quanto politicamente
comprensibile, un attacco senza preavviso irriterà moltissimo
i Paratwa.
— Lasciamo che si irritino. Io propongo che la mia
richiesta sia subito messa ai voti.
— Come presidente di questo Consiglio, non posso
approvare alcuna votazione... almeno fin quando non avremo
permesso a Meridian di esprimere le sue proposte.
Inez alzò una mano. — Io appoggio la mozione del
Consigliere Huromonus per una votazione immediata.
La direttrice della ICN la guardò freddamente. I suoi
limitati poteri non le consentivano di respingere una richiesta
formale. — Come desidera. Che si voti subito, dunque. La
ICN vota no. E desidero motivare il voto mettendo agli atti
che la ICN ritiene tale proposta l'espressione di un'emotività
sconsiderata, irriflessiva, e foriera di devastanti conseguenze
per le Colonie.
— La E-Tech vota sì — disse Huromonus.
Inez annuì. — La Gloria della Ciencia vota sì.
Attacchiamo la Biodissea immediatamente.
— I Clan Uniti votano sì — aggiunse il Leone.
Se le circostanze fossero state meno drammatiche, al
Leone sarebbe parsa divertente l'espressione della Losef
quando i «sì» assommarono a tre. Era raro vedere Coda di
Ghiaccio perdere il controllo.
— Questo è... assurdo! — esclamò la Losef volgendosi
agli schermi VSL. — Jon, lei desidera registrare il suo voto?
Van Ostrand non cercava neppure di nascondere lo
sbalordimento. — Non sono sicuro che un attacco immediato
possa portare a...
— Lei vota no, dunque — sbottò la bionda. — E in questa
situazione lei non è solo un consigliere di Irrya, ma anche il
comandante sul campo. A livello strategico lei è il più
qualificato per considerare i pro e i contro di una simile
decisione... una decisione che appare motivata da
considerazioni politiche.
Bene, pensò il Leone. Nell'orgasmo del momento, la Losef
pensa che l'ordine di attaccare sia il risultato della
massiccia ondata di manifestazioni in corso nelle Colonie. È
convinta che ci siamo piegati alla voce del popolo.
I cittadini di Irrya erano stati indotti da diversi motivi a
una reazione di frenetica ostilità contro i Paratwa. L'Ordine
della Sferza aveva scaldato l'atmosfera, portando in primo
piano la sua opposizione a ogni possibilità di convivenza
pacifica con gli esseri binari. Le emittenti libere avevano
trasmesso accaniti dibattiti, spezzate in due fra l'opposizione
ai fanatici e la fondatezza delle loro opinioni. I Paratwa
stessi, con le stragi del killer a tre corpi, avevano fatto
pendere decisamente la bilancia contro di loro, specialmente
quando era venuto fuori che dietro i supposti attentati
dell'Ordine della Sferza c'era un Ash Nar.
Infine i cospiratori stessi — Nick, Huromonus, Inez e il
Leone — avevano informato la stampa che la flotta dei
Sorveglianti era già a contatto con «l'astronave da battaglia»
dei Paratwa. La notizia, esplosa attraverso le emittenti libere,
aveva portato al culmine l'emotività della gente.
Era stata di Nick l'idea di definire «da battaglia» il
vascello che si stava avvicinando, perché il concetto fosse
chiaro.
Manipolazione politica su scala di massa, pensò il Leone.
Giocare a fare il Dio, dicevano gli antichi. Ma subito ricordò
a se stesso che loro erano dei dilettanti a paragone di ciò che
gli Os/Ka/Loq erano abituati a fare, da millenni, in tutta la
galassia.
Huromonus alzò un dito: — Questa decisione non ha
alcun rapporto con il consenso popolare. Siamo convinti che
le nostre possibilità miglioreranno quando i Paratwa avranno
visto che intendiamo andare fino in fondo.
— Ridicolo! — replicò Maria Losef.
Il Leone era d'accordo. Ma sperava che la Losef
continuasse a pensare che il motivo dell'attacco alla
Biodissea era meramente politico. Questo valeva ancor più
per Van Ostrand: se il Comandante Supremo dei Sorveglianti
avesse saputo l'intera verità, la verità contenuta nel San
Bernardo, avrebbe reagito come ci si poteva aspettare da un
militarista incallito, mettendo in pericolo la loro unica
possibilità di vittoria.
Maria Losef riconquistò il suo gelido autocontrollo. —
Jon, a livello strategico lei deve valutare le conseguenze
dell'attacco secondo i dettami della sua esperienza. Se questa
le assicura che un atto simile danneggerebbe la sicurezza
delle Colonie, è suo dovere mantenersi su una posizione di
rifiuto.
Il Leone, Inez e Huromonus mantennero il silenzio.
Avevano già parlato della possibilità che Maria Losef
arrivasse al punto di opporsi al voto del Consiglio, e avevano
risolto che in tal caso una reazione verbale sarebbe stata
controproducente. Van Ostrand andava dirottato con molta
delicatezza verso la decisione giusta.
In quel momento sembrava solo irritato a morte con
l'intero insieme dei fatti che accadevano sotto i suoi occhi. Si
girò di lato e parlò in privato con qualcuno fuori campo,
probabilmente l'ammiraglio Kilofski, il Capo del suo Stato
Maggiore. Dal VSL provennero crepitii di statiche quando il
campo d'energia distorse la figura di Van Ostrand per
impedire anche la lettura delle labbra.
Il Leone fissò lo schermo, conscio di quanto fosse
instabile l'equilibrio di ogni mossa. Tre uomini e una donna
avevano stabilito una linea di condotta che avrebbe
determinato se la razza umana aveva un futuro oppure no.
Ora avevano passato la palla ad altri due uomini, in una base
militare su un satellite oltre l'orbita di Giove, e la decisione
spettava a loro. Altri ancora, ciascuno nella sua zona del
campo, si sarebbero trovati fra le mani per qualche istante
quella stessa palla. Tirarla verso la porta avversaria in un sol
colpo era impossibile. E ad ostacolarli c'erano anche
giocatori riluttanti della propria squadra, come Maria Losef.
Finalmente Van Ostrand spense lo schermo d'energia e
rivolse la sua attenzione alla Sala del Consiglio. — Voglio
che sia messo agli atti e registrato che io mi astengo dalla
votazione. Ma è mio dovere mandare in effetti la risoluzione
approvata dal Consiglio. Ordinerò quindi alle nostre navi da
battaglia di aprire immediatamente il fuoco contro il vascello
chiamato Biodissea.
Il Leone lasciò uscire il fiato. Huromonus e Inez si
scambiarono un'occhiata di sollievo. Maria Losef li ignorò e
si concentrò sul suo monitor privato. Probabilmente per
limitarsi a registrare le note incredule o indignate che il
consiglio di amministrazione della ICN le stava inviando a
schermo.
Inez si rivolse alla telecamere del VSL. — Jon, quanti
Sorveglianti ci sono a bordo di quelle quindici navi da
battaglia?
— Gli equipaggi sono composti da circa trecento fra
uomini e donne — rispose Van Ostrand.
— Auguri loro buona fortuna — disse Inez, con voce così
piatta che, non conoscendola, qualcuno avrebbe potuto
giudicarla insensibile, perfino offensiva.
Ma il Leone la conosceva. E guardandola di profilo poteva
vedere come le pulsavano le vene, sulla tempia e sul collo,
gonfie fino a scoppiare per l'emozione.
Non era stato facile prendere una decisione con la quale
mandavano alla morte quei volontari, uomini e donne che
avevano lasciato le loro famiglie per servire la patria con
onore. Inez, Huromonus, il Leone e Nick sapevano ciò che
gli altri potevano solo ipotizzare; sapevano che la Biodissea
avrebbe annientato quelle quindici navi come moscerini che
osassero attaccare un elefante.
Dev'essere fatto. Non c'è altro modo.
Il Leone accese la tastiera del suo terminale, e informò
Nick che gli eventi si stavano svolgendo secondo il loro
piano.
23

Empedocle dormì per qualche ora limitandosi a godere la


semplice sensazione di possedere un corpo, lasciando che i
quattro polmoni processassero ossigeno a ritmi diversi,
asincroni, ciascuna coppia collegata a una metà del sistema
nervoso periferico Paratwa. Dormì soltanto per ristorare i
suoi corpi. La sua mente non aveva nessun bisogno di
riposo; rimase attiva per tutto il tempo, analizzando i dati
ricevuti e strutturando in un preciso piano d'azione quelle
che erano state vaghe idee. Dormì il sonno senza sogni degli
Ash Ock, pensando senza sforzo a ciò che doveva essere
fatto.
Quando si svegliò, vide che sulla soglia della sudicia
stanzetta c'era Timmy, con un'espressione preoccupata sul
volto rimpolpato di lardo. Empedocle si chiese se quel
pietoso relitto fosse ansioso di continuare il procedimento
d'istruzione o se aveva intuito che quello era l'ultimo giorno
della sua vita. Comunque fosse, poco importava.
Timmy condusse i due gemellari nel vasto locale dove il
gemellare-Gillian aveva fatto il suo primo incontro coi
campioni delle strane forme di vita in stasi nelle stalagmiti.
Le tre sezioni di materiale trasparente sulle pareti erano
immutate.
In una delle camere accessibili da lì c'erano le cinque
stalagmiti coi bizzarri esperimenti genetici di Saffo. Quella
accanto ospitava i due scienziati Yoskol ed Eucris, e la balia
Sasalla. Timmy le ignorò e si diresse alla terza sezione, oltre
la quale campeggiava un'unica stalagmite alta tre metri.
La sua mano grassoccia si poggiò su un tratto opaco della
parete, a lato della finestra traslucida. All'interno, quella che
Empedocle ora sapeva essere la versione Os/Ka/Loq di una
capsula di stasi, la stalagmite solitaria, cominciò a
cristallizzarsi e a rivelare il suo contenuto. Osservandola da
due diverse angolazioni Empedocle vide, affascinato, la
chiazza scura delinearsi sempre meglio.
Timmy non aveva bisogno di dargli spiegazioni; lui
sapeva già che stava guardando il corpo originale Os/Ka/Loq
della gemellare di Saffo, la metà esploratrice, quella che
aveva trasferito la sua coscienza nelle spoglie umane della
plenaria. E benché l'Os/Ka/Loq fosse in condizione di stasi,
non era addormentata.
L'aliena incapsulata era percorsa da strani movimenti.
Ogni centimetro quadrato della sua carne verdastra sembrava
un'entità indipendente, che si torceva e sussultava e fremeva;
l'intera epidermide ribolliva come se milioni di serpenti si
stessero spostando sotto la sua superficie. Un conglomerato
pluri-funzioni di organismi semiautonomi, tutti
telepaticamente uniti, tutti dediti a realizzare se stessi in una
struttura e in uno scopo comune. La collaborazione come
misura della capacità di sopravvivenza.
In un gestalt d'intuizione profonda, Empedocle capì che la
prima descrizione di Timmy non rendeva giustizia a quella
creatura. La sua massa pulsante era priva di analogie con il
concetto terrestre di organismo; la sua radicale diversità
aveva l'effetto di trasformare all'istante ogni altra forma di
vita familiare in una sub-categoria primitiva. Soltanto adesso
lui era in grado di percepire il più vasto — e più sottile —
significato della parola kascht, che serviva non solo a
descrivere un luogo ma anche a definire parametri di
classificazione biologica al di sopra del regno della
tassonomia: un kascht conteneva tutto ciò che di organico
era originario del pianeta Terra. Un altro kascht ospitava al
completo i conglomerati telepatici evolutisi sul pianeta
natale degli Os/Ka/Loq.
L'aliena era alta circa due metri e ottanta... o forse lunga
due metri e ottanta; Empedocle non aveva modo di valutare
se in quella forma ci fossero necessità di stazione orizzontale
o verticale. Non aveva gambe. Alla base poggiava su una
massa più voluminosa di carne fremente, e gradualmente si
assottigliava fino alla sommità emisferica. Questo gli fece
pensare che la sua configurazione attuale fosse dovuta
soltanto alla forza di gravità. In effetti, per una creatura di
quel genere il concetto di «forma» doveva essere una
variabile; probabilmente era in grado di fluidificarsi come il
mercurio; la sua infrastruttura telepatica doveva essere
capace di modifiche morfologiche basate sulle condizioni
ambientali.
— Nulla indicava che possedesse un mezzo di
locomozione, ma di nuovo Empedocle seppe d'istinto che
avrebbe potuto spostarsi con una quantità di metodi:
nuotando, rotolando, strisciando, o magari generando
provvisoriamente gambe per imitare la deambulazione
umana. Forse aveva modo di assumere un aspetto
aerodinamico e vincere la resistenza dell'aria alle alte
velocità, oppure uno idrodinamico per nuotare nella
pressione elevata della grandi profondità. L'essenza fisica
dell'Os/Ka/Loq suggeriva ogni possibilità di locomozione
immaginabile nel kascht terrestre. Al suo confronto la forma
umana appariva gravemente handicappata.
Timmy scosse il capo. — Una creatura stupefacente. Ogni
tanto vedo delle appendici sporgere dal suo corpo. Ho notato
che estrude organi sensori di moltissime varietà. Nel corso
degli anni ho contato almeno un centinaio di occhi
diversamente specializzati emergere dalla pelle, da soli o a
gruppi, ciascuno senza dubbio capace di monitorare a fondo
un'intera gamma delle lunghezze d'onda dello spettro
elettromagnetico. Anche altri organi appaiono e scompaiono.
In genere non restano esposti molto a lungo, e poi si
riassorbono nell'infrastruttura basilare.
Spesso ho visto formarsi delle bocche, anche due alla
volta, e ho registrato suoni emessi da questi orifizi: una gran
quantità di versi e rumori, alcuni stupefacenti e altri più o
meno noti... o animaleschi. Ricordo versi che facevano
pensare al gracchiare di un corvo, e altri simili a nitriti
equini. Talvolta tre o più bocche si sono messe a cantare
insieme, o quantomeno hanno creato ricche combinazioni di
suoni armonici, una specie di musica Os/Ka/Loq, dotata di
strana bellezza. Altre volte vengono estrusi grossi noduli
sensori, così grottescamente alieni che non saprei neppure
fare ipotesi sulla loro funzione specifica.
— La vera gemellare di Saffo — mormorò Empedocle. —
Ma perché questo corpo vive così intensamente pur restando
in stasi?
— Una contraddizione, vero? — annuì Timmy. — Ma
questo è ciò che richiede la natura telepatica di un
Os/Ka/Loq. Conservare un essere umano in una capsula di
stasi significa fornire un'unica temperatura e un unico tipo di
sonno ad un insieme di cellule stratificato su un solo livello
di complessità. Ma un Os/Ka/Loq è composto da milioni,
forse, di creature ciascuna con le sue caratteristiche
particolari. Credo che non ci sia modo di mettere in sonno
freddo totale un Os/Ka/Loq senza danneggiare la sua aura
distica. Una capsula di stasi Os/Ka/Loq, come altri aspetti
della loro tecnologia è diversa dalle nostre. L'abbassamento
della temperatura non sembra richiesto. Se lo
raffreddassimo, credo che un Os/Ka/Loq comincerebbe a
scorporizzarsi.
— Che significa?
— La discorporazione provoca il progressivo separarsi dei
milioni di organismi che collaborano al corpo, mentre i
restanti cercano nuove configurazioni funzionali sempre più
ridotte. Alla fine, se la discorporazione raggiunge un limite
critico, se troppi organismi abbandonano il corpo principale,
l'Os/Ka/Loq muore. E le entità che se ne sono staccate si
incorporano in altre creature.
«Gli Os/Ka/Loq utilizzano la discorporazione a livello
sociale. In effetti, essa è uno dei parametri su cui si basa la
loro politica interna ed estera, concetto questo che si può
senz'altro rapportare al suo equivalente umano. Nella loro
struttura comunitaria le opinioni politiche di minoranza sono
tollerate fino a un certo punto. Se un gruppo di Os/Ka/Loq
individua obiettivi che richiedono un comportamento non
standard, essi cominciano a perdere il supporto corporativo
della società. Queste minoranze sociali Os/Ka/Loq possono
essere costrette a subire una discorporazione, sia come atto
punitivo, sia come avvertimento del fatto che il loro punto di
vista si sta scostando troppo da quello dominante.
«La cosa che non cessa di meravigliarmi è la fantastica
capacità psichica di queste creature. L'adattabilità. Trasferita
in un corpo umano e nella società umana, Saffo ha aderito a
questi parametri comportamentali come se le appartenessero
per nascita.
Empedocle non aveva distolto lo sguardo dalla creatura
chiusa nella stalagmite. — Ma non possiede autocoscienza.
Questo suo aspetto è stato spostato nella plenaria umana.
— Esatto. Ciò che vedi è un involucro vuoto, l'ex corpo di
Saffo, non la sua mente o il suo spirito.
Empedocle rifletté qualche momento. — Se questa
creatura si discorporasse, la gemellare plenaria di Saffo
morirebbe?
— No. L'attuale plenaria è a tutti gli effetti l'altra metà
della Os/Ka/Loq a bordo della Biodissea. Saffo, la monarca,
è ormai un'ibrida. In un certo senso, trasferendo una
gemellare in un corpo umano ha subito una certa
discorporazione. Ciò che resta in questa camera è un guscio
inutile. La mente non può fare ritorno nel suo vecchio corpo.
La gemellare che ha assunto un corpo di donna resterà donna
e umana per il resto della sua vita.
Lui annuì con entrambe le teste. — Allora questo è un
museo.
— Sì. — Timmy abbassò la voce. — Un deposito di
anime, e di corpi perduti.
Empedocle distolse lo sguardo dall'Os/Ka/Loq. — Come
hai fatto a entrare in questa cellula? Saffo sa che sei qui?
Il grassone ridacchiò. — Se la plenaria sapesse che questa
cellula esiste ancora, svuoterebbe gli oceani per cercarla. No,
ci sono molte cose che Saffo non sa. Può darsi perfino che
non abbia ancora capito che un gemellare di Aristotele è
sopravvissuto al suo tradimento.
— Raccontami la storia di questo tradimento — lo incitò
Empedocle. All'improvviso aveva fretta. Era di nuovo un
intero, di nuovo un monarca Ash Ock. E anche Saffo e
Theophrastus erano entità complete. — Dimmi cosa ti è
successo.
Timmy scrollò tristemente le spalle. — Sì, credo che sia il
momento di farlo. — Alzò una mano al viso e si estrasse
l'occhio artificiale dall'orbita; poi fece scivolare l'umido
oggetto bianco in una tasca. Nell'interno dell'orbita una
membrana di carne traslucida scese come un sipario,
occludendo le oscure profondità rossastre. La palpebra,
invece, rimase aperta.
Empedocle guardò la sua orbita guercia. Il simbolismo di
quel gesto era chiaro: non ci sarebbero stati altri trabocchetti,
né altre manipolazioni. Nessuna trappola nascosta.
— Accadde solo poche settimane dopo che Aristotele
aveva fatto quella sconvolgente scoperta — cominciò
Timmy. — Eravamo nel 2095, quattro anni prima
dell'Apocalisse. Aristotele aveva fatto ritorno nella sua villa,
a Città del Capo. Lì esaminò le registrazioni olotroniche
recuperate dal corpo della parziale, e seppe il perché delle
frequenti e misteriose visite di Saffo nelle città costiere del
Brasile.
«Lei possedeva una dozzina di jet-yacht, ormeggiati in
porto in una zona di seicento chilometri di costa, da Rio su
fino a Caravelas e Alcobaca, a nord. In quell'occasione,
mentre la parziale registrava tutto senza saperlo, Saffo si
recò a Caravelas.
«Lì s'imbarcò sul suo jet-yacht da sola (cioè, lei e la
parziale da sole) e fece rotta verso l'Atlantico centrale. A
parecchie centinaia di miglia dalla costa, in un punto a venti
gradi sotto l'equatore, spense il motore. Usò un
neurostimolatore per mettere la parziale in stato
d'incoscienza, la portò in cabina e le infilò un set di cavi nel
canale vaginale. Il set si collegò automaticamente all'organo
d'interfaccia che Aristotele aveva scoperto durante il suo
esame segreto. Saffo inserì l'altra estremità dei cavi in un
terminale basico.
«La piccola androide senza gambe e senza braccia non era
soltanto una marionetta costruita per nascondere il fatto che
la gemellare vera di Saffo era un'Os/Ka/Loq. Aveva anche
altre funzioni. In quel caso lei la utilizzò per contattare la
cellula Os/Ka/Loq in cui ci troviamo. Batté i codici
opportuni sul terminale e l'organo interno della parziale
trasmise gli ordini nel fondo dell'oceano. La cellula-sonda
emerse in superficie, preceduta dal suo effetto mimetizzante
per sfuggire ai detector. La fitta nebbia bloccava i
localizzatori ottici, e la tecnologia Os/Ka/Loq provvedeva a
ingannare ogni altro apparato elettromagnetico, compresi i
sensibili teleradar dei satelliti spia che pullulavano a ogni
quota. La cellula spalancò le sua ganasce, inghiottì il jet-
yacht di Saffo e scese di nuovo sul fondale oceanico, circa
tremila metri più in basso.
Timmy fece una pausa. — Ancor oggi non so con
precisione perché Saffo venne qui, quel giorno. A bordo c'è
una versione Os/Ka/Loq della trasmittente VSL, ma la
plenaria non ne fece uso. Non ne aveva bisogno, del resto,
poiché era sempre in contatto telepatico con la sua metà. Qui
esiste fra l'altro anche un grosso alchemizzatore (un sistema
automatico per elaborare oggetti partendo dai loro dati)
capace di costruire copie di lavoro di tutto ciò che la sua
memoria contiene. Ma nell'occasione di cui stiamo parlando
Saffo non fece uso neppure di quello.
Fortunatamente per Aristotele, la parziale, una volta
staccata dal terminale, seguì la plenaria nell'interno della
cellula-sonda, camminando nella sua giroprotesi ancora
programmata per replicare le azioni della plenaria. Grazie a
ciò Aristotele poté in seguito osservare gli inesplicabili
avvenimenti che accaddero nelle tre ore in cui Saffo rimase
qui.
«La plenaria venne in questa camera, rese trasparente la
parete e si fermò proprio qui dove siamo noi, a guardare il
suo vecchio corpo Os/Ka/Loq, che in silenzio continuava a
vivere questa statica versione di vita ormai priva di mente.
Restò in quella posizione per più di un'ora. E poi, dapprima
lentamente come se stesse entrando nel ritmo, la gemellare
umana di Saffo cominciò a danzare.
Timmy scosse il capo. — Forse questo aveva qualcosa a
che fare col bisogno di macellare tipico dei Paratwa. Forse
era una specie di addio, un metodo per smorzare la
consapevolezza che non sarebbe mai più rientrata nella sua
forma originale. Comunque, quale ne fosse il motivo, fu uno
spettacolo strano. Io posso forse paragonarlo a una versione
personalizzata di un antico valzer, ma anche questa
descrizione non rende le immagini che la parziale registrò.
«La danza andò avanti per un paio d'ore. Quando finì,
smorzandosi nelle lenta grazia con cui era cominciata, la
plenaria tornò subito sul suo jet-yacht. Usò di nuovo la
parziale come unità di controllo e, una volta in superficie,
fece rotta sul porto di Caravelas.
Empedocle s'era accigliato. — Allora questa fu la sola
ragione della sua visita?
— Se aveva anche altri scopi, Aristotele non lo seppe mai.
Empedocle scrollò le spalle, tutte e quattro. — E poi?
— Nelle due settimane successive Aristotele lavorò
sull'enorme quantità di dati raccolti dai registratori
olotronici. La parziale li aveva portati dentro di sé per diversi
mesi, e le informazioni andavano setacciate e condensate.
Ma anche dopo averle studiate a lungo il mio monarca restò
ignorante della vera natura dei piani degli Os/Ka/Loq. E
benché Saffo avesse menzionato la Biodissea in molti
colloqui con Theophrastus, Aristotele non sapeva molto di
quell'immensa nave inseminatrice.
«Ciò che lo sconvolse furono questi colloqui stessi,
l'accorgersi che Theophrastus era partecipe dei segreti di
Saffo. Se ne sentì... truffato. Aveva saputo che anche Codrus
era lasciato all'oscuro. Perché Theophrastus era stato messo a
parte di questi segreti? Perché lui e Codrus ne venivano
esclusi?
«Aristotele s'irritò molto. E decise che Saffo e
Theophrastus dovevano esser considerati due nemici. Sapeva
che il solo modo per ottenere altre informazioni (voleva
l'intera storia) richiedeva d'introdursi a bordo del vascello
sottomarino di Saffo. Così fece i suoi piani.
«Pochi giorni dopo l'albergo europeo in cui abitava Saffo
fu polverizzato. L'edificio e i suoi occupanti, e l'intera
popolazione della cittadina in cui sorgeva, vennero colpiti in
pieno da una testata nucleare. Un gruppo di terroristi, dei
fanatici religiosi chiamati Luci Bianche di Cristo, a
quell'epoca abbastanza attivo in Europa, si attribuì la strage.
Empedocle permise a un sorrisetto saputo di curvare le
belle labbra della gemellare-Susan. — Questi terroristi,
presumo, agivano al servizio di Aristotele.
— Diciamo che le Luci Bianche di Cristo avevano
continui problemi finanziari, e ogni tanto un generoso
afflusso di fondi su un certo conto segreto ispirava la loro
attività.
— E Aristotele riuscì a prelevare la parziale di Saffo prima
che la testata colpisse l'obiettivo?
Timmy annuì. — Le Luci Bianche gli fecero il servizio
completo. Saffo, che era in viaggio, non lo seppe mai. Pensò
che la sua androide fosse stata distrutta. Questo non era un
problema, perché nascoste in giro per il mondo ne aveva
altre. Si limitò a prendere una di quelle, e poi tornò a Thi
Maloca dicendo quant'era stata fortunata. A Codrus e ad
Aristotele stesso raccontò che la sua «gemellare» era in
un'altra città al momento dell'attentato. — Un sorrisetto
allargò le guance lardose del vecchio. — Ricordo ancora
quanto fu commosso Codrus nel sapere che Saffo era stata
sfiorata dalla morte.
«Ad ogni modo, ora Aristotele aveva la chiave per entrare
nella cellula degli Os/Ka/Loq. Ma mentre pianificava
quell'operazione commise il suo errore fatale.
Timmy tacque, e si passò il polsino di una manica
sull'orbita vuota. Deglutì un groppo di saliva. — Devi
scusarmi. Ciò che riguarda la scomparsa del mio monarca...
mi dà ancora qualche difficoltà di carattere emozionale...
— È naturale — concesse Empedocle, mentre entrambe le
sue facce si accigliavano per l'impazienza. — Prenditi pure il
tuo tempo — aggiunse, con un tono che significava il
contrario.
Timmy vinse la sua emozione e proseguì: — L'errore che
uccise il mio monarca fu banale. Si rivolse a Meridian... il
solo Paratwa di cui credeva di potersi fidare. Non c'era
motivo di sospettare del Jeek. Pur intensamente leale agli
Ash Ock, Meridian riusciva ad essere franco e onesto con
tutti i Paratwa che condividevano la nostra causa. E
Aristotele lo considerava un amico. Ti stavano addestrando
entrambi, e fra loro era nato un certo cameratismo.
Timmy sospirò. — Così Aristotele prese da parte uno dei
gemellari di Meridian e gli confidò alcune sue scoperte.
Disse poco, ma abbastanza da stuzzicare l'interesse del Jeek,
concentrando i fatti che avevano persuaso lui a cominciare le
indagini. Non gli rivelò che la parziale era una marionetta, e
non disse nulla dei segreti appresi dalle registrazioni
olotroniche. — Ebbe un sorrisetto amaro. — Per il mio
monarca, come per tutti gli Ash Ock, la manipolazione
psicologica era un sistema di vita. Nel caso di Meridian,
Aristotele intendeva spingere il Jeek a intraprendere
personalmente un'indagine ed a compromettersi, in modo che
se Saffo avesse avuto dei sospetti ci fosse la possibilità di
usarlo come capro espiatorio.
«Ma quell'occasione non si presentò. Meno di
ventiquattr'ore dopo le prime rivelazioni del mio monarca,
entrambi i gemellari del Jeek arrivarono alla sua villa, a Città
del Capo. Meridian dichiarò d'esser stato sconvolto dai
sospetti di Aristotele. Disse che voleva discutere le
implicazioni di quelle incredibili scoperte.
Timmy abbassò lo sguardo sul pavimento. — Il mio
monarca capì subito d'esser stato tradito. Meridian era un
bugiardo astuto, ma Aristotele era più smaliziato di lui.
Ascoltò quello che il Jeek stava dicendo, e ascoltò ancora
meglio ciò che non stava dicendo, e seppe che anche
Meridian era parte della cospirazione.
«Il Jeek doveva esser andato subito da Saffo. E lei gli
aveva ordinato di andare a Città del Capo per tirar fuori ad
Aristotele tutto ciò che sapeva. Inoltre, entrambi i gemellari
di Meridian erano venuti alla villa. Il mio monarca fu
costretto a presumere che il Jeek aveva istruzioni, se l'avesse
giudicato opportuno...
— Aristotele doveva essere ucciso?
Timmy si strinse le mani per impedire che tremassero. —
Prima che quel colloquio fosse finito, entrambe le parti
sapevano come stavano le cose. Anche se non furono fatte
aperte accuse, Aristotele era certo del tradimento di
Meridian, e quest'ultimo sapeva che lui sapeva. Il mio
monarca, per guadagnare tempo, giocò la sua carta : disse al
Jeek che nei nuovi Archivi E-Tech c'era il San Bernardo, e
che questo speciale programma conteneva tutte le
informazioni da lui scoperte. "Se mi accadesse qualcosa" lo
avvertì, "I dati del San Bernardo cadranno nelle mani della
E-Tech".
«Meridian accolse quella minaccia col suo atteggiamento
tipico... con una sorta di amichevole compostezza. —
Timmy esitò. — Ricordi quel suo modo di comportarsi, no?
Empedocle lo ricordava. «Amichevole compostezza» era
la descrizione che meglio si applicava al luogotenente degli
Ash Ock. Anche quando uccideva, il Jeek sapeva farlo con
ineffabile grazia. Se Reemul era considerato un omicida
folle, Meridian aveva fama d'essere cortese e simpatico con
le sue stesse vittime.
Timmy riprese: — Al termine del colloquio, i gemellari di
Meridian, con la solita flemma, gli offrirono la quaranta.
La quaranta, ricordò Empedocle. La stretta di mano dei
Paratia; otto mani che si uniscono, quaranta dita allacciate
insieme in amicizia.
— Aristotele pensò che quella era la fine; Meridian
l'avrebbe ucciso a metà di quel gesto formale. Ma, con sua
sorpresa, il Jeek gli strinse le mani e se ne andò
tranquillamente. Solo allora il mio monarca capì che per il
Jeek la quaranta era un vero gesto di amicizia, il suo modo di
salutare un compagno.
«Dunque non sarebbe stato Meridian a ucciderlo. Ma
Aristotele sapeva di avere poco tempo a disposizione. Saffo
avrebbe mandato un altro sicario, uno con modi assai meno
garbati.
«Come tutti gli Ash Ock, anche lui aveva numerosi piani
pronti per ogni emergenza: false identità, residenze in vari
angoli del mondo, rifugi, rifornimenti, conti bancari segreti...
subito mandò uno dei gemellari in una zona a nord di Città
del Capo, nel più vicino dei suoi bunker sotterranei. La
parziale di Saffo era lì, in uno stato di sonno artificialmente
indotto. Aristotele pensava di trasferirsi nella steppa russa,
dove possedeva una casa e si faceva passare per un geologo
della Repubblica di Nuova Nam, continuamente fuori per
lavoro.
Il corpo di Timmy fu scosso da un tremito. Nello sforzo di
controllarsi dovette allargare saldamente i piedi al suolo, per
non vacillare.
— Il mio monarca aveva già aspettato troppo. Quello
stesso giorno una bomba termonucleare esplose sopra Città
del Capo. Il gemellare che era rimasto alla villa fu, per
l'altro, il testimone del suo incenerimento.
Timmy si palpò il torace con le mani. Un ultimo tremito lo
attraversò, e la sua voce divenne un sussurro rauco. — In
seguito, quando io scesi in questa cellula e penetrai nei
banchi-dati degli Os/Ka/Loq, appresi l'identità del killer.
— Era stato Reemul, è così?
— Sì. Il vassallo killer annientò un'intera metropoli per
uccidere il mio monarca.
Empedocle si accigliò. — Ricordo di aver sentito che
Aristotele stava cercando di corrompere il presidente del Sud
Africa, quando esplose quella bomba.
Timmy rise, di una risata che s'incrinava sull'orlo della
follia. — Il mio monarca pagava questo o quel presidente, di
tanto in tanto. Ma quella storia va vista nel quadro delle
manovre di Saffo di quegli ultimi anni. Forse la fece mettere
in giro perché nessuno sapesse dei dissensi nel cosiddetto
Castello Reale. Meglio attribuire la morte di Aristotele alle
incertezze della politica internazionale.
Empedocle annuì lentamente, in tandem. — Così uno dei
gemellari morì. E l'altro?
— Jalka stava entrando nel bunker sotterraneo. Era fuori
dal raggio più letale dell'esplosione e si salvò, ma riportò
delle ferite. Perse un occhio... e questo non fu il peggio,
naturalmente, poiché cadde in preda della follia. Tu sai cosa
significa. Anche tu hai conosciuto l'orrore d'essere spezzato
in due. Per molti giorni, forse per settimane, Jalka si trascinò
attorno come un animale in agonia, torturato dal dolore e
consapevole solo di ciò che aveva perso... — La palpebra
dell'occhio organico di Timmy cominciò a sbattere, come se
fosse andata in corto circuito. — Dopo qualche tempo uscì
dal bunker. Era sopravvissuto alla devastazione, ma
continuava a bruciare in una fornace d'agonia, perché
continuava a rivivere il momento in cui il suo gemellare era
stato incenerito.
«Alla fine, però, da quella fornace emerse un nuovo
essere. Jalka e Aristotele s'erano fusi. E da quella blasfema
unione di monarca e gemellare io presi forma. Ero nato. E
battezzai me stesso col nome di Timmy.
«Anche fisicamente non ero più lo stesso. Un
contrabbandiere procurò un occhio nuovo, al mercato nero.
Tornai in quel bunker e recuperai l'androide di Saffo, ancora
addormentata. Affittai un jet-yacht e misi nel pilota
automatico le coordinate del luogo dove la cellula degli
Os/Ka/Loq giaceva, sul fondo dell'Atlantico. Collegai il
terminale come avevo visto fare a Saffo. Mi occorsero ore
per oltrepassare i codici di controllo, e in quelle ore non
cessai di tremare per la paura. Ero convinto che Saffo fosse
stata messa in allarme da qualche precauzione di cui non
sapevo niente; forse c'erano boe, o addirittura satelliti spia,
pronti a mandarle un segnale. Ma ogni paura si spense
quando le mandibole della grande cellula emersero in
superficie per avvolgere la mia imbarcazione. Mentre
viaggiavo verso il fondo cominciai a sentirmi più sicuro.
Presto avrei conosciuto tutti i suoi segreti.
«La mia sicurezza non era immotivata. Fu qui, in questa
cellula, che appresi delle manovre millenarie di una razza
aliena. Presi possesso del loro banco-dati, imparai a usare il
potente alchemizzatore, assimilai le conoscenze di
un'ingegneria genetica più avanzata di quanto uno scienziato
umano avesse mai sognato. Trascorsi ore collegato a circuiti
mnemonici capaci di inserire nozioni nella mente a velocità
accelerata.
«E in quei giorni, in quelle settimane, aspettai che Saffo si
facesse vedere. Non avevo fatto piani, però, non avevo preso
precauzioni in vista della sua venuta. Più tardi mi resi conto
che questo era sintomo di un desiderio di morte. Volevo che
mi trovasse. Volevo che completasse il lavoro lasciato a
metà. Ma lei non si fece vedere. Io compresi il mio istinto
autodistruttivo e me ne liberai. Decisi che avrei dovuto
restare in vita, anche se allora non ne comprendevo bene il
perché. Comunque fosse, architettai un piano a lunga
scadenza.
«Studiai con pazienza la manovra di questa cellula, che
può essere spostata in ogni condizione. Tenendomi
sott'acqua la pilotai lontano dal luogo scelto da Saffo, fino a
una nuova posizione circa mille miglia più a nord.
— Dove siamo ora — disse Empedocle.
— Sì. Dopo aver nascosto la cellula tornai in superficie
col mio jet-yacht e feci rotta verso Fortaleza, il porto più
vicino. Qui mi valsi dei miei conti bancari segreti... ne
svuotai parecchi. Spesi una fortuna per portare avanti il resto
del mio piano. I gruppi terroristici di cui Aristotele usava
servirsi non erano mai stati di modeste pretese.
«Sei giorni dopo il mio ritorno, un grosso jet (si credeva
che fosse carico di eroina sintetica) fu abbattuto proprio nella
zona di mare dov'era stata nascosta la cellula. Le autorità
brasiliane erano state informate che un enorme carico di
droga stava viaggiando verso una località degli Stati Uniti.
Poiché il Brasile aveva stretto con gli USA una serie di
accordi commerciali fra cui c'era l'impegno di combattere il
traffico di droga verso il Nord America, e poiché le autorità
statunitensi minacciavano gravi contromisure, l'aviazione
brasiliana fu costretta ad abbattere l'aereo piuttosto che
prenderlo in ostaggio per estorcere una percentuale ai
trafficanti, secondo le antiche usanze locali. Vari fattori
contribuirono a farlo cadere là dove cadde.
«E subito si scoprì che l'aereo non conteneva eroina. Il suo
carico era assai più mortale: centonovantadue bombe
atomiche, le quali in effetti erano ansiosamente attese dal
Movimento Separatista Franco-Canadese, nei Nuovi
Territori. E per una ragione che nessuno seppe mai spiegare,
le testate erano innescate e pronte a esplodere.
«L'aereo sparì sott'acqua a un miglio e mezzo dal luogo
dove un tempo era stata la cellula-sonda di Saffo. A qualche
centinaio di metri di profondità le testate detonarono, per un
motivo misterioso. Le stazioni televisive fecero diversi
servizi interessanti sulle onde di marea, una delle quali alta
trenta metri, che devastarono la costa brasiliana.

Susan non riuscì a trattenere oltre le sue emozioni. Sono


due mostri! Stanno parlando di morte e distruzione come se
fossero cose di nessuna importanza!
Sono Paratwa, commentò Gillian. Sono Ash Ock...
So benissimo cosa sono! Ma credevo che Timmy fosse
diverso!
Allora ingannavi te stessa. Devi accettare questa realtà. I
Paratwa hanno sempre visto gli esseri umani come bestiame.
Timmy è un calcolatore spietato come tutti gli altri. E ricorda
ciò che ti ha detto degli Os/Ka/Loq: la nostra intelligenza,
essere creature coscienti, non è un fattore di cui tengono
conto. Nel loro modo di valutare le altre razze importa
soltanto il grado di forza T-Psionica...
Va' all'inferno!
Gillian fu investito dal flusso della sua ira. Non è con me
che sei arrabbiata.
Susan cercò di controllarsi. Hai ragione. Non è con te che
sono arrabbiata. Scusami.
Del resto, le comunicò Gillian, all'inferno ci siamo già.
Nonostante la situazione il tono comprensivo di lui la
confortò, la fece sentire più calma, più decisa. Dev'esserci
un modo di spezzare l'interallacciamento. Se non possiamo
convincere Timmy a disattivare i cursori mnemonici nella
tua mente, allora tocca a me...
Non è possibile, insisté Gillian. Per togliere il controllo al
monarca è necessario agire in tandem, e soltanto se sono
presenti le condizioni capaci di innescare... S'interruppe.
Hai un'idea?
Gillian ci pensò qualche minuto. Forse un modo c'è.
Ma Susan non fu rallegrata da quelle parole, perché i
pensieri di lui erano una corrente inquinata da rivoli di
sensazioni aspre come il fiele.
Empedocle rise, usando entrambe le bocche per far
echeggiare quella risata nella stanza.
Timmy si accigliò. — Il mio racconto ti sembra tanto
umoristico?
— Oh, no. Sono gli amalgami insignificanti a divertirmi.
La Susan è arrabbiata. Il Gillian è amareggiato. Non si sono
ancora rassegnati all'inevitabile. Non sanno accettare l'idea
che il loro è un futuro senza corpo.
Timmy annuì. — Hanno bisogno di tempo per adattarsi
alla realtà.
— Infatti. Ma ti prego, continua la tua storia. Dopo la
detonazione del pacchetto di testate nucleari, Saffo si è
convinta che la sua base sottomarina era andata distrutta?
— Sì. Lei aveva un localizzatore sintonizzato con
un'emittente di questa cellula, nell'improbabile ipotesi che
qualcuno la scoprisse e la spostasse altrove. Ma prima di
quell'immane esplosione atomica io spensi il segnale. Dato
che la zona devastata del fondale era troppo radioattiva per
consentire ricerche subacquee, e che il suo apparato non
riceveva più niente, Saffo dev'essersi subito resa conto che la
sua cellula, se non distrutta, era stata gravemente
danneggiata.
— Ma l'accaduto l'avrà insospettita molto, no?
— È ovvio. Un incidente nucleare proprio sopra la sua
cellula-sonda non poteva esser ritenuto casuale. Ma non
avendo la minima prova che un gemellare di Aristotele fosse
sopravvissuto, Saffo dovette indirizzare altrove i suoi
sospetti. Probabilmente giunse alla conclusione che qualche
società petrolifera avesse scoperto la cellula nel corso di
un'esplorazione subacquea, e che la decisione di distruggerla
fosse stata presa in segreto da qualche governo. — Timmy
scrollò le spalle. — Questo accadeva quattro anni prima
dell'Apocalisse, quando la sregolatezza e la paranoia erano
ormai un comportamento normale. La cosiddetta «risposta
nucleare limitata» non godeva del favore dell'opinione
pubblica, ma era considerata preferibile alla «guerra
batteriologica limitata» di cui c'erano già stati alcuni esempi.
«In effetti, mentre l'Apocalisse si avvicinava, dovetti fare
piani a lunga scadenza per non esserne travolto. Decisi di
trascorrere alcuni secoli in sonno freddo. Ma non volevo
entrare in stasi qui, nella cellula degli Os/Ka/Loq. C'era
sempre la possibilità che Saffo e gli altri tornassero dal loro
rendez-vous nello spazio profondo, e che la Biodissea
localizzasse in qualche modo questo vascello.
«Utilizzai allora un impianto di stasi che avevo costruito
anni prima nella Catena degli Adirondack, in una zona allora
conosciuta come lo Stato di New York. In un raggio di
duecento chilometri da quella caverna sotterranea predisposi
altri nascondigli e magazzini, con alcune navette spaziali. E
nell'autunno del 2095 mi sottoposi al sonno freddo. Gli
automatismi della capsula di stasi erano regolati per
risvegliarmi esattamente dopo duecento anni. Se gli
Os/Ka/Loq avessero rispettato il loro programma, avrei
potuto prepararmi a riceverli con qualche decennio di
anticipo.
«Fu così che mi svegliai nel 2295, dodici anni prima che
Codrus sguinzagliasse Reemul per terrorizzare le Colonie
Irryane, dodici anni prima che Rome Franco togliesse dalla
stasi il tuo gemellare Gillian. Con mia sorpresa trovai la
Terra ancora disabitata, a parte poche basi E-Tech e alcuni
Templi della Chiesa della Fede. L'aria era sempre
pesantemente inquinata.
«Avevo calcolato che due secoli sarebbero bastati alle
Colonie per rivitalizzare il pianeta, almeno in certe zone. Ma
ostacolare il progetto di Ricostruzione Ecosferica era uno dei
compiti che Codrus aveva l'incarico di svolgere. E c'era
riuscito. Al loro arrivo gli Os/Ka/Loq avrebbero trovato il
pianeta in perfetto stato, pronto per essere inseminato di
nuova vita.
«Quell'atmosfera così venefica non mi trovava però
impreparato. Nella mia volta sotterranea avevo tute a
pressione, armi, strumenti e rifornimenti di ogni genere.
Dovetti sobbarcarmi una camminata di quindici chilometri
sulle colline spoglie che un tempo erano state coperte di
boscaglia, e quando arrivai alla città più vicina, dove c'era un
hangar in cui avevo nascosto una navetta, trovai solo
un'estensione di terreno vetrificato da un'esplosione nucleare.
Fui costretto a dirigermi a nord, verso un altro dei miei
depositi, e qui per fortuna trovai la navetta orbitale ancora
intatta. Lì vicino sorgeva l'Eremo del Lago Ontario, una
località allora usata dalla Chiesa della Fede per le sepolture
sulla superficie terrestre.
«Salii a bordo della navetta e feci rotta per l'Atlantico, a
sud dell'equatore. La cellula-sonda era intatta, pronta a
ricevermi come l'avevo lasciata. Per dodici anni restai qui, e
appresi tutto ciò che potevo sugli Os/Ka/Loq. Le emittenti
televisive delle Colonie mi consentivano di tenermi
aggiornato sulla situazione. Poiché sapevo cosa cercare
individuai le attività di Codrus, e cominciai ad analizzare la
sua strategia.
«Ma poi si giunse agli eventi decisivi del 2307. Codrus e
Reemul vennero allo scoperto, e la E-Tech tolse Nick e il
gemellare Gillian dalla stasi. Io mi accorsi subito che Nick
era lo Zar, uno dei più accaniti nemici degli Ash Ock negli
anni pre-Apocalisse. E dopo che Gillian ebbe ucciso Reemul
seppi anche chi era lui. Nessun essere umano avrebbe potuto
sconfiggere il vassallo-Killer in uno scontro faccia a faccia.
«Questo mi eccitò molto, e vidi che potevo fare altri
progetti. Ora conoscevo abbastanza tecnologia Os/Ka/Loq da
sapere come ricostruire un monarca Ash Ock in tutta la sua
gloria, invertendo l'aritmia dell'interallacciamento. Per me
era troppo tardi... gemellare e monarca s'erano uniti, e si
trattava di un processo irreversibile. Ma le notizie disponibili
su Gillian mi parlavano di un individuo con forti turbe
psichiche. Fui sicuro che voi non vi eravate ancora uniti.
«Contattai il San Bernardo e scoprii che Rome Franco
aveva fatto rimettere in stasi il tuo gemellare Gillian e Nick,
lo Zar. Perfetto, pensai, perché sapevo che il mio piano
avrebbe richiesto qualche decennio di lavoro.
«E per vent'anni fui molto occupato qui, in questa cellula,
con i preparativi. Poi, una trentina di anni fa, feci ritorno
nello Stato di New York, all'Eremo del Lago Ontario. Qui
entrai a far parte della Chiesa della Fede, presentandomi
come un ex contrabbandiere fuggito per motivi di sicurezza
dalle Colonie.
«Seppi rendermi utile ai diaconi della Chiesa, ed essi mi
permisero di restare all'Eremo. Diventai il loro uomo
tuttofare, il capo della manutenzione. Aggiustavo ciò che era
rotto, raddrizzavo ciò che era storto.
«Nel frattempo portavo avanti i miei piani. Mi resi amico
un giovane prete dell'Eremo di nome Lester Mon Dama. Un
giorno lo persuasi a fare una lunga passeggiata sulla spiaggia
con me; quando fummo lontani da occhi indiscreti lo drogai
e lo portai nella mia navetta. Poi impiantai nella profondità
della sua mente una grossa quantità di cursori mnemonici.
Feci di lui il mio psico-schiavo. Lui si rendeva conto di ciò
che era diventato, ovviamente, ma non poteva farci nulla.
«Lavorando ai miei ordini, Lester fece in modo che tre
ostetrici, adepti della Chiesa della Fede, venissero in visita
all'Eremo. Anche a loro le passeggiate in riva al lago non
dispiacevano. Così, quanto tornarono sulle Colonie, i tre
medici erano pieni di cursori mnemonici.
«Usando le attrezzature biologiche T-psioniche di questa
cellula avevo creato una matrice genetica capace di
potenziare il sistema neuro-muscolare di un essere umano
normale. Nei cinque anni successivi, grazie al lavoro di
Lester Mon Dama, i tre ostetrici iniettarono la matrice in
centinaia di donne gravide. Nacquero così centinaia di
bambine, di trasformate, una delle quali al momento giusto
avrebbe avuto l'età giusta per accoppiarsi con Gillian. Poi
incaricai Lester di eliminare i tre medici, che avevano già
servito al loro scopo.
«Dapprima ero sicurissimo che fra quelle centinaia di
femmine ne avrei trovata più di una adatta a sostituire
Catharine. Ma negli anni che seguirono cominciai a pensare
d'essermi illuso. Era scoraggiante. Nessuna di quelle giovani
donne (che esaminavo a distanza, tramite Lester e con le
indagini del San Bernardo negli Archivi E-Tech) sembrava
pienamente adatta a rimpiazzare la tua gemellare perduta.
Lester mi portò all'Eremo quelle che valeva la pena di
analizzare meglio, e non le trovai all'altezza. Ma alla fine fu
il turno di Susan. — Timmy si permise un sorriso, gettando
uno sguardo soddisfatto alla gemellare. — E lei si rivelò in
possesso delle doti necessarie per diventare l'altra tua metà.
«Così feci in modo da avervi entrambi in questa cellula,
dove la ricostruzione sarebbe stata fattibile. Qui la purezza
del kascht è stata mantenuta. Se la chiamo «cellula» non è
per caso: si tratta di un organismo vivente, saturo di energia
T-psionica a un livello che neppure io ho mai capito
davvero. Ma resta il fatto che entro questo frammento di
kascht certi processi delicatissimi, come l'inversione di
un'aritmia Paratwa, possono riuscire.
Le teste di Empedocle annuirono alternativamente. — C'è
però una cosa che mi lascia perplesso, Timmy. Perché lo hai
fatto? Perché mi ai riportato indietro?
— Te l'ho già detto. Sei un Ash Ock. Sei della mia razza.
— Allora hai agito solo per ragioni sentimentali?
— I sentimenti che ho per te... sì, sono l'unica cosa che mi
sembra importante, dopo che il mio monarca e il gemellare si
sono fusi. Mi fa piacere aver fatto di te un intero. Questo ha
dato uno scopo alla mia vita.
— E non c'è un altro motivo?
Timmy non rispose. E cambiò argomento. — Come ti ho
detto, quando la flotta di Verso le Stelle partì per il suo
rendez-vous con la Biodissea, Codrus fu lasciato nelle
Colonie. Te ne ho spiegato le ragioni. Ma fra i suoi compiti
ce n'era un altro: doveva cercare il programma segreto di cui
Aristotele aveva parlato a Meridian.
«Saffo non era sicura che esistesse davvero. Il San
Bernardo poteva esser stato soltanto un bluff di Aristotele.
Inoltre, in quei due secoli i programmatori della E-Tech non
ne avevano affatto notato la presenza. Ciò malgrado lei non
intendeva correre rischi. La gemellare di forma umana era
partita con la flotta, ma dopo il fallimento e la morte di
Codrus lei la fece tornare sulle Colonie. Con il Bracconiere.
Liberando il suo programma distruttore di dati negli Archivi
con l'ordine di svuotare tutti i vecchi programmi, Saffo
contava di eliminare il San Bernardo... se pure esisteva.
«Ma il San Bernardo era un vecchio cane astuto, e fu lui a
vedere per primo il programma nemico. Il mese scorso,
infine, quando lo Zar cominciò a esplorare gli Archivi coi
suoi programmi, io individuai un'opportunità. Feci entrare in
funzione il San Bernardo con i suoi originali compiti di
salvataggio e lasciai che rivelasse la sua esistenza in modo
indiretto, affinché il Bracconiere andasse a fare rapporto su
quella scoperta. Poi il San Bernardo lo seguì fino al
terminale da cui qualcuno lo controllava. Così potei scoprire
l'identità che Saffo aveva assunto.
Timmy tolse di tasca una piastra-dati. — Qui ci sono
informazioni sulla gemellare umana di Saffo. Il suo nome
attuale è Colette Ghandi. Questi dati ti aiuteranno a
rintracciarla.
Empedocle usò una mano del gemellare-Gillian per
prendere la piastra. Con la gemellare-Susan andò a fermarsi
davanti a Timmy. Per qualche momento studiò il relitto che
si proclamava suo insegnante, di fronte e di profilo. Poi: —
C'è un altra cosa che mi lascia perplesso. E credo che tu
sappia quale.
— Naturalmente. Entrambi sappiamo che stai per
uccidermi. E non riesci a capire perché questo non mi
preoccupa affatto, vero?
Empedocle annuì.
Uno strano sorriso distorse il volto di Timmy. — Prima
che gli eventi giungano alla loro prevedibile conclusione,
devo parlarti di un altro particolare. Riguarda il raid della E-
Tech su Thi Maloca. L'attacco in cui perse la vita la tua
gemellare Catharine. Come ricorderai, quel fatto si verificò
poche settimane dopo la supposta morte di Aristotele.
Empedocle s'irrigidì, mentre un flusso di rabbia omicida
saliva in lui. Lo fissò gelidamente.
— C'è una correlazione ovvia — disse Timmy. —
Empedocle era l'allievo di Aristotele. Saffo non aveva modo
di sapere se il mio monarca ti aveva messo a parte delle sue
manovre occulte, ma non poteva correre rischi. Il tuo
addestramento era quasi finito. Presto avresti lasciato Thi
Maloca per divenire membro a pieno titolo della casta regale.
«Ma ormai non c'era più bisogno di te perché l'Apocalisse
arrivasse nei tempi previsti... ed eri considerato sacrificabile,
se non pericoloso. La base nella foresta amazzonica non
serviva più, e ora poteva essere utilizzata per il suo ultimo
compito: dare ai nemici degli Ash Ock la pericolosa illusione
di aver sferrato loro un colpo mortale. In effetti Saffo non
aveva scelta. Fu lei a informare la E-Tech che i laboratori
Ash Ock si trovavano a Thi Maloca. Programmò la tua
morte, come aveva programmato la mia.
Empedocle sentì che la sua rabbia si dissolveva.
Timmy sembrava indifferente alle sue emozioni. — Così
ora sai tutto. Hai perfino i dati che potrebbero permetterti di
fare ciò che Saffo e gli Os/Ka/Loq temono di più, anche se
mi sembra che tu non abbia afferrato questo importante
particolare. Ma se ci rifletterai un poco, riuscirai a capirlo.
«Ad ogni modo, Empedocle, ti do la mia benedizione. Tu
sei l'ultimo nato della casta regale. Ora nasci di nuovo... e sei
libero di fare ciò che va fatto.
Col gemellare-Gillian lui fece un passo avanti. — La
vendetta? — sussurrò. — È di questo che stai parlando?
Vuoi che io uccida Saffo?
Timmy sospirò. — Ancora non capisci, vero? E va bene,
Ash Ock. Te lo dirò a chiare lettere. Il mio monarca,
Aristotele, aveva alcuni difetti. Era ambizioso, individualista.
Non gli sarebbe piaciuto lasciare questo pianeta a una razza
sulla quale non poteva sperare di dominare. Fu questo, in
ultima analisi, a metterlo contro Saffo. Ma lei lo aveva
creato. Io voglio porre rimedio a quello che fu un atto di
tradimento da parte di Aristotele.
«Ti ho restituito al tuo stato di monarca. Ti ho dato il
modo di prendere il posto che ti spetta fra i Paratwa. Il posto
che ti spetta nella casta regale, a cui darai nuova forza.
«Io voglio che tu sia il mio dono per Saffo, e la mia
richiesta di perdono.
Empedocle lo fissò in silenzio, troppo sbalordito per
parlare. Si accorse che stava scuotendo le teste, entrambe. —
Tu devi essere impazzito! Completamente!
Timmy scrollò le spalle. — È possibile. Ma, pazzo o no,
questo è il mio desiderio. Non ho mai osato contattare Saffo
per dirglielo di persona. Non si sarebbe fidata di un
gemellare di Aristotele. Con te, invece... il vostro dissidio
non è profondo. Saffo può crederti e ti accetterà.
Specialmente quando vedrà che con le informazioni di cui
disponi ti sei rivolto a lei, invece che agli umani. E potrai
portarle un regalo che lei apprezzerà: la testa di Aristotele...
in senso figurato, questo, o almeno spero. — Un altro sorriso
dilatò le guance carnose del vecchio.
— Ora sei un Paratwa completo, un Ash Ock. Vai da
Saffo. Chiedile di condividere la vittoria con te. Assumi il
tuo ruolo nel nuovo ordine che verrà.

Non farlo! gridò Susan, senza più preoccuparsi di


mantenere il minimo controllo sulle sue emozioni. Sapeva
cosa sarebbe successo. Poteva sentire la psiche di Empedocle
condensarsi in quello stato di calma — la freddezza del killer
— al termine del quale la tensione sarebbe esplosa in un
crescendo di violenza.
E benché la mostruosità delle uccisioni e delle manovre di
Timmy le fosse chiara, non poté fare a meno di sentirsi
addolorata per lui. Timmy ha riempito il vuoto che era la mia
vita. Mi ha rivelato me stessa.
Gillian diresse un fremito di rabbia verso di lei. Non
essere così stupidamente sentimentale! Timmy ti ha portato
qui per una sola ragione: intrappolare la tua coscienza in
un amalgama. Gli servivi solo per ricostruire il monarca.
Sì, ma non posso evitare di provare ciò che provo.
Gillian proiettò amarezza. E ora in questa trappola ci
resteremo per sempre! Timmy è l'unico in grado di
neutralizzare i cursori mnemonici. L'unico che potrebbe
ridarmi il mio corpo!
Ma tu hai detto che forse c'è un modo...
È tutto inutile! gridò Gillian. Quando avrà ucciso Timmy
sarà sicuro che non potremo sciogliere l'interallacciamento.
Non c'è via d'uscita!
Lei cominciò a capire. Si costrinse a rispondere con il
maggior autocontrollo possibile. Tu vuoi che il nostro
monarca senta come la sconfitta ti brucia. Vuoi che
Empedocle ci creda rassegnati e senza speranza.
Sei una persona piena di intuizione, rispose Gillian con
calma. Perciò cerca di intuire quale contributo puoi dare al
nostro scopo comune.
Susan gridò disperatamente.
Empedocle avanzò col gemellare-Gillian: il braccio destro
alzato, il pugno chiuso, il dito medio esteso e rigido come un
coltello. La sua mano scattò. Il dito penetrò nella fragile
membrana traslucida dell'orbita vuota di Timmy, sfondò
l'osso e penetrò per qualche centimetro nel cervello.
Il vecchio mandò un gemito rauco. Empedocle ritrasse il
dito e usò le braccia della gemellare-Susan per spezzargli il
collo con una rapida torsione. Il corpo rimpolpato di grasso
ebbe un sussulto e rotolò al suolo, mentre Empedocle si
scostava per non essere investito dal suo peso. Due sguardi
soddisfatti contemplarono il cadavere; due bocche sorrisero.
— Grazie, mio caro insegnante. Mi sei stato d'aiuto. E
credo proprio che seguirò il tuo consiglio.
24

Vista sugli schermi VSL la Biodissea non appariva né


immensa né minacciosa. Ovoidale nella sua forma, lunga
3460 chilometri da un'estremità all'altra e con un diametro di
1450 nella sua zona centrale, sembrava più un limone
bitorzoluto che l'ostile rappresentante di una razza aliena. Ma
il Leone sapeva che il corpo vivo della nave inseminatrice
degli Os/Ka/Loq poteva partorire la distruzione. E mentre
guardava lo sciame di puntini rossi che la avvicinavano fu di
nuovo assalito da una sensazione d'impotenza.
— Queste sono le nostre quindici navi da battaglia —
disse Van Ostrand, fuori campo. — Stanno attaccando.
Come potete vedere, si sono divise in due gruppi.
— Quanto manca? — domandò Inez. La sua voce era
ancora controllata, ma sul volto aveva un pallore che
neppure i batteri epiteliali tonificanti potevano mascherare.
— Fra un minuto raggiungeranno le coordinate di lancio
per le torpedini ad alta velocità — rispose Van Ostrand.
Edward Huromonus inarcò le sopracciglia. — Le nostre
navi sembrano più grosse di quanto avrei pensato, in
rapporto alla Biodissea.
— Quello che state guardando è un ingrandimento —
spiegò la voce scorporizzata del Comandante Supremo. —
Su questa scala le navi da battaglia sarebbero completamente
invisibili. Per la trasmissione video il segnale del teleradar è
stato arricchito e colorato.
Il Leone domandò: — Ora che sono così vicine, le navi
riescono a penetrare coi detector in quello scafo?
— No — borbottò Van Ostrand, a disagio. — Il campo
elettromagnetico della Biodissea continua a bloccare anche i
nostri scanner più sensibili.
— È un peccato — mormorò Inez.
Maria Losef, in tono più freddo del solito, li informò: —
Meridian ha appena chiesto d'essere ricevuto da questo
Consiglio.
— Non ne sono sorpreso — disse Huromonus. — L'altro
suo gemellare è su quel vascello. Come direbbe certa
stampa, Meridian sta guardando nella canna del nostro
fucile.
Il Leone represse una risata nervosa. La frase non avrebbe
potuto essere più adatta alla circostanza.
— Meridian può aspettare — dichiarò Inez.
— Trenta secondi — disse Van Ostrand. — L'attacco sarà
sferrato contemporaneamente da...
Un lampo di luce ambrata riempì gli schermi VSL,
annebbiando le immagini. I puntini rossi che
rappresentavano le quindici astronavi dei Sorveglianti si
dilatarono, palpitarono un attimo e scomparvero nel buio.
Pochi secondi dopo, quando il monitor del teleradar si
schiarì, soltanto una vaga nebbiolina rosa segnava il punto
dove c'era stata una nave da battaglia.
— Distrutte — sussurrò Inez.
Al centro degli schermi campeggiava solitario, intatto,
l'ovoide alieno della Biodissea. Quell'indifferente
dimostrazione di potenza di fuoco aveva ammutolito il
Leone, come se dinnanzi a lui ci fosse un'entità superiore alle
sue capacità di comprensione.
Sapevamo che sarebbe successo, pensò, rifiutando a quel
trionfo degli Os/Ka/Loq d'indebolire la sua determinazione.
La telecamera del VSL abbandonò il monitor del teleradar
e tornò a inquadrare Van Ostrand. Il Leone non aveva mai
visto la faccia del Comandante dei Sorveglianti così rigida e
vacua.
A rompere il silenzio fu la Losef. — Uno stupido
sacrificio.
— Un sacrificio tragico — la corresse Inez sottovoce.
Van Ostrand si schiarì la gola e guardò il Consiglio.
Aveva cinque schermi dalla sua parte, più uno che gli dava
un'immagine globale della sala. — Il campo
elettromagnetico... si è allargato. Gli ultimi rilevamenti delle
navi da battaglia indicano un'emissione di energia da due
zone di questo campo...
— Non resta nulla delle nostre navi? — domandò
Huromonus. — C'è qualche possibilità che vi siano dei
superstiti?
— No. Le navi sono state polverizzate.
Il Leone cercò di pensare a quei trecento membri degli
equipaggi. Cercò d'immaginare cosa fossero stati per loro
quegli istanti finali. Dovevano aver saputo fin dall'inizio che
le loro possibilità di uscire vivi da quello scontro erano zero.
Le dimensioni immani della Biodissea e la consapevolezza
di avere di fronte un avversario tecnologicamente superiore
dovevano averli convinti che si trattava di una missione
suicida.
— Il loro coraggio non sarà dimenticato — mormorò Inez.
Il Leone sentì quelle parole affondarsi come lame in quella
corazza interiore che s'era costruito, e che ora riconosceva
per ciò che era: la bara in cui aveva sepolto il rispetto di se
stesso.
Come oso piangere sulla mia vigliaccheria? Io ho visto la
morte in faccia e sono scappato, e poi ho predisposto che
fossero questi uomini e queste donne a sacrificarsi per noi.
Si accorse che il suo volto arrossiva. Seppe di aver toccato
il fondo dell'indegnità. Ho vergogna di me. Ho vergogna di
aver voluto essere il Leone degli Alexander.
Sapeva che avrebbe dovuto vivere con quella colpa per il
resto dei suoi giorni. Non poteva esserci redenzione, non
poteva esserci nessuna catarsi di pentimento che impedisse al
subconscio di allargare tentacoli di sofferenza dentro di lui.
Razionalizzare la cosa sarebbe servito solo a spaccare in due
la sua anima, la sua mente, la sua personalità. Per restare in
piedi davanti a sé stesso doveva sopportare il peso della
vigliaccheria. Ciò significava accettare l'opinione che aveva
di sé come uomo — l'uomo che aveva saputo d'essere mentre
l'Ash Nar lo schiacciava a terra — ma almeno, accettandosi,
avrebbe potuto tenere insieme i suoi pezzi.
Io sono il Leone degli Alexander. Un vecchio, un codardo.
E così sia.
Un nuovo seme di determinazione mise radici. Dovevano
proseguire col resto del loro piano. Era l'ora di passare
all'offensiva. — Penso che dovremmo chiedere a Meridian di
entrare in sala.
La Losef vide che gli altri non facevano obiezioni e parlò
col servizio di guardia. Pochi secondi dopo la massiccia
porta nera si aprì, e Meridian e i suoi cani — il barboncino
nano sempre sulla schiena dell'altro — fecero il loro
ingresso.
Il Jeek era vestito con gli stessi abiti che aveva sfoggiato
giorni addietro: l'ottocentesca giacca da smoking coi bottoni
di pietre preziose, la ricamatissima camicetta rosa, i
pantaloni sormontati da una gonnella pieghettata di stoffa
grigia, e l'orecchino-medusa i cui filamenti sparivano
nell'interno dell'orecchio sinistro. Meridian curava la sua
eleganza come un damerino. Quel giorno, però, il volto che
mostrava al Consiglio era meno amichevole.
Nell'avvicinarsi al tavolo il servo degli Ash Ock puntò un
dito verso la porta. I due animali compresero l'ordine del
padrone; il barboncino saltò giù dalla groppa del borzoi ed
entrambi andarono a sedersi nell'identica posizione della
visita precedente. Meridian girò intorno al tavolo e andò a
fermarsi davanti a Maria Losef. — Questo attacco non
provocato è stato incredibilmente idiota. Vi illudevate
davvero di poter fermare la Biodissea con quindici gusci di
noce?
Il Leone percepì le parole del Jeek come una sfida rivolta
innanzitutto a Van Ostrand. Guardò la faccia del
Comandante dei Sorveglianti, vide il rossore dell'ira e capì
che quella tattica poteva benissimo riuscire: Van Ostrand
sembrava abbastanza fuori di sé da scagliare tutta la sua
flotta contro i Paratwa. Ma questo non deve succedere.
Meridian sospirò. — La stupidità è uno spreco. Era stato
previsto che malgrado ogni amichevole avvertimento avreste
cercato di mettere alla prova le nostre difese. Ora che vi siete
tolti la curiosità, mi auguro che si possa procedere con le
trattative.
Il Jeek mosse un braccio in avanti. Il piccolo oggetto
scintillante — un seme di luce — lanciato dalla sua mano si
fermò senza un solo rimbalzo sulla superficie del tavolo.
Nell'aria si levò una colonna di bagliori bianchi che
raggiunse il candeliere e poi ricadde, in una pioggia di
pulviscolo multicolore. Sciami di lucciole si unirono a
formare le immagini dei piccoli cilindri che fluttuavano in
un'orbita sferica, e per la seconda volta la rappresentazione
delle Colonie Irryane si sviluppò davanti ai consiglieri.
— Hanno un loro fascino, non è vero? — disse Meridian.
Nessuno aprì bocca.
Lui sorrise. — Scegliete una Colonia. Una qualsiasi.
— Preferiremmo discutere di argomenti concreti — disse
Maria Losef. — Non siamo qui per giocare.
— Ah, ma questo non è un gioco — la avvertì Meridian.
— Coraggio, scelga una Colonia. — Fece una pausa. —
Voglio venirle incontro: ne indichi una che non le piace. Mi
nomini un cilindro la cui scomparsa non sarebbe una gran
perdita.
Il Leone ebbe un brivido. Adesso ci siamo.
— I Paratwa non vogliono la guerra. Ma negli ultimi
giorni sono accaduti eventi che ci costringono a trarre
conclusioni spiacevoli. — Meridian si girò di scatto a
guardare Huromonus. — A quanto ho capito, i Paratwa
vengono incolpati della distruzione degli Archivi E-Tech. È
così?
Huromonus annuì. — Infatti. E dovreste esserne
orgogliosi. Il vostro Bracconiere ha avuto successo,
annientando buona parte di una scienza che era la nostra
eredità.
Meridian rise. — Una bugia interessante. Incolpare il
Bracconiere che, lo ammetto senz'altro, è una nostra
creatura, può essere buona politica. Ma non tutti i consiglieri
presenti sono stati estranei a quell'atto distruttivo.
— Temo di non capire di cosa sta parlando — disse
Huromonus con calma. — Le sue parole sembrano tese a
provocare un dissidio entro questo Consiglio.
Il Leone represse un sorrisetto. Possiamo giocare con la
verità e con la menzogna come ci giochi tu, caro mio.
— Il vostro acume è davvero impressionante — ironizzò il
Jeek. — Ma lasciate che ora ve ne mostri il risultato. In altre
parole, prego, scegliete una Colonia. O preferite che la
scelga io per voi?
— Questo è il suo spettacolo — disse Maria Losef.
— A volte vorrei che fosse vero — commentò il Jeek con
un rammarico che sembrava genuino. Si strinse nelle spalle.
— In questa occasione temo tuttavia che siano altri a guidare
le mie mani. Ogni alleanza richiede il suo prezzo.
Allungò un braccio e chiuse le dita intorno a uno dei
cilindri olografici, lungo cinque o sei centimetri. Quando
spostò la mano anche l'immagine la seguì, come appiccicata
ai suoi polpastrelli.
Lui la guardò da vicino e scosse il capo. — La mia cultura
coloniale è ancora difettosa. Non riconosco questo
particolare cilindro. — Girò sulla sinistra del tavolo, si fermò
accanto a Inez e le mostrò il cilindretto sul palmo della
mano. — La Gloria della Ciencia... i nobili idealisti che si
oppongono alla limitazione di ciò che la logica ha raggiunto.
Come rappresentante di un ente così maestoso nel suo amore
per la conoscenza, se la sente di tentare un'identificazione?
Inez evitò di guardare Meridian negli occhi; si limitò a
osservare la sua mano protesa. — È la Colonia di Red
Saxony. — Si rivolse al Leone. — La riconosco dalla lieve
curvatura della parete polare meridionale.
— Molto impressionante — disse Meridian. Chiuse il
pugno. Quando lo riaprì l'immagine olografica era
scomparsa.
— Fra un'ora esatta, se questo Consiglio non avrà
accettato la nostra iniziativa pacifica, un contagio si spanderà
nella Colonia Red Saxony. Il virus, un mutagene aerobico
fatale agli esseri umani nel cento per cento dei casi, saturerà
l'atmosfera di quel cilindro. Ve ne informo in anticipo perché
possiate avvertire i suoi abitanti. Tute biologiche, spaziali, e
ogni indumento protettivo fornito di un respiratore, potranno
salvare chi ne dispone. — Fece una pausa di qualche
secondo. — Naturalmente costoro dovranno programmare
tempi di permanenza piuttosto lunghi nelle loro tute. Il virus
sviluppa colture dovunque ci sia aria, e una volta liberato nel
cilindro temo che non esista un facile metodo di
decontaminazione. In effetti passeranno molti anni prima che
qualcuno possa aggirarsi in quella Colonia senza una tuta.
Il Leone scrutò gli altri consiglieri e fermò la sua
attenzione su Van Ostrand. Non lo meravigliò vedere che
stava vibrando di furia a malapena controllata.
Meridian proseguì, nello stesso tono: — Un'ora dopo la
dispersione del virus in Red Saxony, sceglieremo una
seconda Colonia per un'identica operazione. E un'ora più
tardi una terza. A questo ritmo ci vorranno ben nove giorni
prima che tutti i duecentodiciassette cilindri siano colpiti
dalla morte.
«Ma prevedo che i Paratwa non dovranno sopportare
un'attesa tanto lunga per ottenere la pace con le Colonie
Irryane. Io mi auguro sinceramente che sapremo raggiungere
un proficuo accordo prima che un solo cilindro debba subire
una sorte così tragica.
— Bastardo! — sbottò Van Ostrand.
Meridian si spostò dietro il seggio di Huromonus e gli
appoggiò una mano su una spalla. Il direttore della E-Tech
sussultò.
Nel parlare, il Jeek gli accarezzò dolcemente il collo. —
Alcuni di voi consiglieri già conoscono l'efficienza di questo
virus. In realtà, almeno uno di quanti siedono a questo tavolo
ha potuto far analizzare la struttura del virus che chiamiamo
aerogene. La nostra persona sa bene che non stiamo
bluffando.
«In ciascun cilindro è stato nascosto un contenitore di
virus aero-gene, pronto ad esplodere per distribuire il
contagio nell'aria. La Biodissea può far scattare all'istante
ognuna di queste bombe virali. Non c'è modo di bloccare il
segnale che sarà trasmesso. Basti dire che la tecnologia
coinvolta è di tipo VSL.
— Mi tolga le mani di dosso, prego — disse Huromonus
con gelido autocontrollo.
Meridian gli diede una pacca su una spalla. — Come
desidera. Non intendevo certo essere offensivo. — Appoggiò
le mani sul tavolo e si girò a guardarlo. — Comunque,
Edward... posso chiamarla Edward? Comunque, dicevo,
siamo stati noi a fare in modo che trovaste la valigetta con
l'aero-gene sul mercantile che ha portato via i rifiuti dalle
Torri di Riciclaggio Au Fait, di Tolouse. Era stata messa là
proprio perché sapevamo in che data i pozzi sarebbero stati
ripuliti. In altre parole, volevamo che un campione del virus
fosse trovato ed esaminato. È stato un nostro comando a
distanza a far esplodere la valigetta. Non l'abbiamo fatto per
crudeltà, credetemi. La contaminazione di quella nave ha
causato una piccola perdita di vite... piccola al confronto di
ciò che accadrà fra un'ora nella Colonia Red Saxony.
«Vi è stata data la possibilità di osservare il virus affinché
fossero i vostri scienziati più esperti a spiegarvi l'entità del
pericolo. Così ora lei, Edward, sa che non stiamo bluffando.
La Losef domandò: — È vero quello che Meridian sta
dicendo?
Huromonus guardò gli schermi VSL. — Sì.
— Perché non ne ha informato il Consiglio? — domandò
Van Ostrand. — Da che parte sta la E-Tech? Che razza di
maledette e insensate manovre...
— Basta così! — sbottò il Leone. — Le uniche manovre
insensate che abbiamo visto ci sono state mostrate da questo
assassino.
Huromonus annuì. — Tutto ciò che sta accadendo è in
preciso orario coi piani dei Paratwa. Ogni parola di Meridian
è in copione da molto tempo. E io avevo ottime ragioni per
non informare ufficialmente il Consiglio. Ragioni che questo
non è il momento di discutere. Per ora vi esorto a tenere in
mente l'antico motto politico «divide et impera», che
l'emissario dei Paratwa sembra illudersi di poter mettere in
atto fra noi.
Meridian rise. — Confesso questa triste colpa. Ma siamo
seri, qui dentro io non sono l'unico politicante ad averla
commessa.
Van Ostrand si piegò in avanti finché il suo volto riempì
gli schermi. — La avverto, Meridian: non piegheremo mai il
capo ai vostri spregevoli ricatti. Combatteremo fino
all'ultimo!
Proprio ciò che Meridian sta cercando di ottenere, pensò
il Leone, scoraggiato. La rivelazione che anche il
ritrovamento del mercantile contaminato entrava nei piani
dei Paratwa era snervante. A questo non avevamo pensato. È
un imprevisto.
Poteva solo sperare che non ce ne fossero altri.
Con regale sicurezza Meridian proseguì: — Vi prego di
capire che noi Paratwa negoziamo da una posizione di
assoluta superiorità. Non stiamo facendo minacce a vuoto.
Se sarà necessario vi decimeremo. Distruggeremo i cilindri.
«Ma, ripeto, intendiamo fare ciò che è in nostro potere per
evitare una tragedia. Non vogliamo sterminarvi. Desideriamo
offrire una pace onorevole ai cittadini di Irrya.
Si allontanò da Huromonus, avviandosi a passi lenti
intorno al tavolo. — Nei giorni che verranno sarà chiesto ai
cittadini di Irrya di accettare certe modifiche al loro sistema
di vita. Ma in generale i cilindri continueranno a prosperare
serenamente. La maggior parte delle vostre usanze e delle
vostre istituzioni potranno restare intatte, compreso questo
Consiglio, il Senato di Irrya e la ICN. Non vogliamo
destabilizzare il commercio fra le Colonie. Ci rendiamo
conto che certi delicati equilibri devono essere mantenuti.
Anche le vostre emittenti televisive avranno il permesso di
continuare le loro trasmissioni, per quanto poco educative.
— Il Jeek ebbe un lieve sorriso. — A patto, ovviamente, che
voi lo desideriate.
— Lei sta parlando di schiavitù, pura e semplice — disse
Inez.
— Naturalmente sarete soggetti alla nostra ferma
supervisione — disse Meridian. Indicò i suoi cani. — Questi
animali sono ai miei ordini. Quando è necessario, essi
devono eseguirli. Ma per il resto del tempo fanno ciò che
vogliono. Vivono una vita tranquilla.
«Io, Meridian, non sono un Dio. I Paratwa non sono Dei.
Tutti gli organismi viventi hanno chi li guida, che se ne
rendano conto o meno. Io eseguo le istruzioni di chi sta sopra
di me. Saffo esegue le istruzioni di chi sta sopra di lei. E tutti
devono ubbidire a qualcun altro, o a qualcos'altro. È una
legge di natura.
— La collaborazione dei più adatti? — domandò il Leone.
Per un interminabile istante Meridian lo guardò negli
occhi.
Poi si girò verso la Losef.
— Vi prego ora d'essere ragionevoli e fare il necessario
per la coesistenza pacifica. Metteremo una pietra sulle
passate divergenze. Le nostre condizioni sono piuttosto
semplici. Voi riferirete ai cittadini delle Colonie la natura
della minaccia batteriologica che potrebbe annientarli dal
primo all'ultimo. Dichiarerete che per un certo tempo le
Colonie passeranno sotto il controllo di una squadra di
Paratwa altamente qualificati, in arrivo con la Biodissea. In
attesa che essi siano qui, io fungerò da loro portavoce.
«Il vostro sistema difensivo, le basi militari e le astronavi
si arrenderanno immediatamente alle forze inviate dalla
Biodissea. Se ci accorderemo su questi parametri basilari
entro i prossimi tre quarti d'ora, non ci sarà bisogno di
diffondere l'aero-gene. La tragedia di un conflitto che non
potete vincere sarà evitata. E una nuova era di pace, per gli
uomini e i Paratwa, potrà cominciare.
Il braccio destro di Meridian scattò in avanti. Le immagini
dell'ologramma si scolorirono, diventarono una nuvola di
polvere, scomparvero.
Per alcuni secondi nessuno parlò. Poi il Leone si rivolse a
Maria Losef. — Voglio mettere agli atti della seduta che
Meridian è un emerito bugiardo. Le sue menzogne dovranno
essere rivelate e messe a nudo. C'è qui in anticamera una
persona che gradirebbe l'opportunità di rivolgersi a questo
Consiglio. È qui per dirci la verità. Col vostro permesso,
vorrei chiedergli di entrare.
Van Ostrand corrugò le sopracciglia. La Losef annuì
lentamente.
Huromonus inviò un ordine dal suo terminale e la porta si
aprì. Nick entrò in sala con andatura decisa. Nel passare fra i
cani gettò un piccolo osso di gomma davanti a loro. I due
animali non fecero una piega.
— Vedo che lei sa imporre una disciplina ferrea — disse
l'ometto, andando a sedersi in una sedia vuota accanto a Inez.
Meridian gli offrì il vago accenno di un inchino. — Lo
Zar. Alla fine ci incontriamo. Mi ritengo onorato.
— Salve, Jeek. Dal mio punto di vista non posso dire che
sia un onore. Ma ricorderò questa circostanza per molto
tempo.
— Condivido i suoi sentimenti.
Nick sorrise. — Ne dubito. Tuttavia i tuoi gemellari sono
noti per la loro maschera di cortesia. Spero che quello con
cui ti stai rivolgendo a noi mantenga questi manierismi
diplomatici, almeno per qualche minuto ancora. Non vorrei
che quanto sto per dire ti facesse uscire dai gangheri in modo
disdicevole. Terrai i nervi a posto?
— Farò il possibile, ovviamente.
— Bene. Andiamo subito al sodo. Col permesso di alcuni
consiglieri ho assistito allo svolgimento della seduta...
Maria Losef inarcò un sopracciglio, contrariata da
quell'infrazione alla procedura.
— ... e l'ho trovata interessante. In effetti gli ultimi giorni
sono stati molto istruttivi. Ma non tutti i consiglieri sono al
corrente dei fatti. Permettetemi dunque di ricapitolarli...
Nick cominciò a parlare delle informazioni che avevano
ottenuto dal San Bernardo. Durante questo prologo il Leone
continuò a osservare il Comandante Supremo dei
Sorveglianti, per studiare l'effetto di quelle notizie sul suo
temperamento. Presto Jon Van Ostrand avrebbe capito
quanta parte del loro futuro dipendeva dalle sue azioni.
Nick fece un sunto delle scoperte di Aristotele. Disse loro
degli Os/Ka/Loq, di come Saffo era giunta sulla Terra tre
secoli prima della Biodissea sulla sua nave da esplorazione,
per fare in modo che il pianeta soccombesse al cataclisma
ambientale, di come avesse creato i Paratwa terrestri
sfruttando un kascht con elevato livello di energia T-psionica
entro una zona che ne era quasi priva, un kascht che puzzava
di una mancanza. Parlò di ciò che aveva spinto Aristotele a
tradire gli Ash Ock. Spiegò le secolari manovre di Saffo, gli
scopi reconditi dei massacri dell'Ordine della Sferza, e i
motivi per cui Codrus era stato lasciato nelle Colonie.
Poi l'ometto illustrò il complesso programma degli
Os/Ka/Loq per sostituire la vita di tipo terrestre con quella
originaria del loro pianeta natale. Infine passò ai fatti
imprevisti che avevano aperto incrinature sempre più larghe
nel piano dei Paratwa.
— L'Apocalisse si verificò abbastanza in orario con il
programma d'intervento Os/Ka/Loq. La vita organica era
praticamente spazzata via, e da lì a un paio di secoli la Terra
sarebbe stata pronta per essere di nuovo inseminata. Ma
l'esistenza delle Colonie Irryane era un grave smacco per gli
Os/Ka/Loq... per Saffo in particolare. La nostra
sopravvivenza non era in programma. Non si pensava che
molti milioni di esseri umani sarebbero riusciti a rifugiarsi
nei cilindri orbitali mentre il pianeta soccombeva alla follia
nucleare e biologica. E di questo possiamo ringraziare solo il
coraggio e la perseveranza dei nostri antenati, quei milioni
che lavorarono per costruire le Colonie e che riuscirono a
tenerne fuori i Paratwa.
Nick si strinse nelle spalle. — Tutto considerato, però, non
furono Saffo e i Paratwa a spezzare la schiena alla dolce
Gaia. L'umanità stessa l'aveva già trascinata sull'orlo del
baratro... gli alieni si limitarono a dare l'ultima spinta. Anche
senza il loro aiuto i demoni gemelli che animano la nostra
razza, il progresso e il profitto, prima o poi ci avrebbero fatto
rotolare nell'abisso.
«Ma prima o poi, non era una previsione soddisfacente per
gli Os/Ka/Loq. Essi avevano dei programmi precisi. E oggi
ci troviamo qui ad assistere al momento culminante del loro
grande progetto. La Biodissea è arrivata, e non c'è dubbio
che la sua tecnologia sia in grado di annientare gli ostacoli
che possiamo metterle davanti. Il virus aero-gene è stato
abilmente piazzato in tutte le Colonie. Gli Os/Ka/Loq sono
pronti a sciamare sulla Terra. Noi siamo stretti in un angolo
dove la nostra fine sembra inevitabile... a meno che non ci
arrendiamo. Ma neppure la resa ci salverà. Tutt'al più ci darà
qualche anno di vita. Se abbasseremo docilmente le armi, gli
Os/Ka/Loq faranno uso di noi per accelerare il loro
programma di inseminazione, e poi ci manderanno
all'inferno... esattamente com'era deciso fin dall'inizio.
Nick fece una pausa; si girò a guardare Meridian. — Ma
noi abbiamo un asso nella manica. Non è vero, Jeek?
Meridian sorrise. — Ciò che avete è appena mezzora,
prima che la Colonia Red Saxony sia contaminata.
Nick inarcò le sopracciglia. — Sono sbalordito, Jeek. Non
contesti le accuse?
— Sarebbe tempo perso. I fatti che lei ha esposto sono
abbastanza veri, anche se la sua interpretazione è errata. Gli
Os/Ka/Loq desiderano soltanto il pianeta. Voi umani potrete
vivere serenamente e prosperare nei vostri cilindri,
indisturbati.
Van Ostrand appariva stordito. — Tutto questo... le
guerre, i Paratwa, l'Apocalisse... tutto questo è parte del
piano di una razza aliena che vuole conquistare la Terra?
— Così è, amico — disse Nick. — Gli esseri umani sono
le briciole nel letto di costoro. E ci hanno sopportato per tre
secoli.
— Ben recitato — disse Meridian, girando lo sguardo
sull'intero Consiglio. — Ma tutto ciò che lo Zar vi ha esposto
sarebbe stato rivelato alle Colonie comunque, nelle prossime
settimane. Il suo intervento non porta variazioni sostanziali a
uno schema progettato assai più di tre secoli fa. Pensate a
questo. Pensate a una razza capace di piantare semi i cui
frutti appaiono solo dopo centinaia di anni. — Il Jeek scosse
il capo. — Un Paratwa traditore vi ha dato qualche
frammento di conoscenza in anticipo sul previsto, ma ciò
non cambia la vostra situazione. La scelta che vi trovate di
fronte resta la stessa. Se rifiuterete di accettare le nostre
condizioni, le Colonie saranno esposte al virus... una dopo
l'altra.
Nick ridacchiò. — Non credete neppure un istante al Jeek.
Questo figlio di puttana è alla disperazione. Lui sa che io ho
un asso nella manica. E sa che sono entrato qui per metterlo
in tavola.
Meridian sospirò. — Allora lo faccia, prego. È ovvio che
il corso inevitabile degli eventi non potrà riprendere fino al
termine di questa sua... piccola recita.
— Dici bene, Paratwa — annuì Nick. — Ieri, dopo aver
appreso i segreti contenuti nel San Bernardo, il Leone degli
Alexander, con la piena collaborazione della E-Tech e della
Gloria della Ciencia, ha mandato in atto il nostro piano.
Un'estesissima armata di navette, di astronavi da carico della
E-Tech e dei Clan Costeau, è stata caricata di esplosivi
nucleari e di veleni biologici di ogni genere possibile. I
cilindri di ricerca E-Tech hanno contribuito con le loro più
maligne tossine ecosferiche; e la Gloria della Ciencia, prima
fornitrice del nostro sistema difensivo, ha messo a
disposizione testate atomiche per un numero di megatoni più
che sufficiente al nostro scopo.
«Meno di un'ora fa, tutte le basi e gli impianti sulla
superficie del pianeta hanno avuto l'ordine di evacuazione.
Fra circa dieci minuti questa armata sarà dislocata su una
rete di orbite più basse. Poi le astronavi lanceranno il loro
carico di morte sulla Terra. — Nick fece una pausa. — Gaia
non diventerà un'orrida mutante aliena. Meglio un altro
Armageddon. L'Apocalisse Seconda sta per annientare la
culla della nostra razza.
— Che Dio ci aiuti! — sussurrò Van Ostrand. Maria Losef
si appoggiò lentamente allo schienale, sbigottita.
Nick proseguì. — È un giorno triste per l'umanità. II
grande sogno collettivo, la Ricostruzione Ecosferica, così
vicino a realizzarsi, sta per svanire. Il nostro mondo sarà
contaminato e reso incapace di sostenere la vita umana... e
quella Os/Ka/Loq. — Rigido per l'ira si girò a fissare
Meridian. — E sia chiaro, Jeek... noi faremo ogni sforzo per
mantenere la Terra contaminata. Se sarà necessario la
precluderemo a noi stessi per l'eternità, perché tu e i tuoi
padroni non possiate mai più insozzarla col vostro abominio.
Meridian lo guardò pazientemente, come per assicurarsi
che avesse finito di parlare. Quando Nick non aggiunse altro,
il Jeek scosse la testa e rise. — E tutto qui? È questo il suo
cosiddetto asso nella manica? — Con un sogghigno aspro si
volse a Van Ostrand. — Giuro che sono perplesso, sul serio.
Mi aspettavo qualcosa sul tipo, diciamo, di una nuova arma.
Ma... bombardare la Terra? — Un'altra risata sprezzante
echeggiò nella sala.
— Questa è la più ridicola sciocchezza che io abbia mai
sentito. Credete davvero che contaminare di nuovo il pianeta
farà sparire i Paratwa? Siete davvero convinti che questo ci
impedirà di spargere il virus aero-gene? Vi illudete che la
Biodissea... se ne andrà, così, semplicemente?
Il Leone guardò Van Ostrand e lo vide scuro in faccia per
la preoccupazione. La Losef era accigliata. Anche Inez
appariva molto innervosita dalla sicurezza che Meridian
continuava a esibire.
— Allora fatelo — disse Nick, in un sussurro che tagliò il
silenzio della sala come una lama di ferro. — Fatelo pure,
Jeek. Coraggio, dà il segnale.
— Come dice, scusi?
— Ho detto fatelo. Colpite tutte le duecentodiciassette
Colonie, e fatelo adesso. Scatenate il virus nei cilindri.
Il Leone spinse indietro la sedia e si alzò. — Colpite,
subito.
Huromonus e Inez lo imitarono. — Non c'è motivo di
aspettare — disse il direttore della E-Tech.
— Nessun motivo — aggiunse Inez.
Per un momento Meridian esitò, ed il Leone intuì che c'era
una reazione a bordo della Biodissea, dove il secondo
gemellare del Jeek era davanti a Saffo e agli Os/Ka/Loq.
Nick domandò: — La traduzione è arrivata chiaramente
all'altra estremità? I tuoi padroni hanno capito le nostre
parole?
Meridian rimase in silenzio.
— Be', Jeek, lascia che ripeta il messaggio a questo
modo... per noi, tu e i tuoi Os/Ka/Loq potete andare a
discorporarvi. O per dirla al buon vecchio modo di noi
umani: andate a farvi fottere tutti quanti.
Il Leone aggiunse. — Qualunque cosa accada a noi, il
pianeta è finito. La nostra armata non può essere richiamata.
Voi potete spazzare via le Colonie, Meridian. O magari
potete liberarvi di questo Consiglio e mettere insieme un
governo fantoccio, per quelli che si rassegneranno a vivere
sotto i Paratwa. Sono certo che non avrete difficoltà a trovare
chi è disposto. Ma anche così, qualsiasi cosa decidiate, i fatti
non cambiano.
— Proprio così — disse Nick. — La Terra sta per essere
bombardata con armi atomiche sporche, e non c'è un
accidente che possiate fare per impedire questo.
Quando finalmente Meridian parlò il suo tono era
flemmatico, quasi contemplativo. — Gli Os/Ka/Loq sono
una razza paziente. Hanno fatto i loro progetti sulla Terra
secoli fa. Se dovranno aspettare un po' di più per realizzarli,
allora aspetteranno.
Nick scosse il capo. — No, io non la bevo. Qualche anno,
certo. Dieci, venti, cinquanta, perfino cento. Ma che ne dici
di migliaia di anni, Jeek? Che ne dici di cinque o seimila
anni? Sono disposti ad aspettare tanto?
Meridian fece per rispondere ma subito tacque, o più
probabilmente gli fu ordinato di non parlare.
— Immagino ciò che stavi per dire — gli comunicò Nick.
— Pensavi che le Colonie non dispongono di abbastanza
esplosivi nucleari per avvelenare la Terra cosi a lungo. E
potresti avere ragione. Anche i nostri calcoli più ottimisti
dicono che possiamo causare una grave contaminazione
radioattiva della durata di un centinaio di anni.
«Ma ci siamo dati la pena di estrapolare una
configurazione più vasta per l'inquinamento planetario.
Sappiamo ciò che basta, in termini di megatoni, a rendere
inavvicinabile la Terra per millenni. I nostri calcoli dicono
che una forte saturazione di elementi radioattivi, per una
quantità circa trentacinque volte superiore a quella scatenata
durante l'intero anno dell'Apocalisse, sarebbe sufficiente. Il
livello di radioattività innescherà reazioni auto-alimentanti a
lungo termine, con un violentissimo fallout della durata
minima di un migliaio d'anni. La temperatura globale si
alzerà, sciogliendo le calotte polari. Lo strato di ozono sarà
spazzato via.
Il Leone annuì. — Questa distruzione è realizzabile coi
nostri mezzi. E conosciamo abbastanza i vostri padroni per
sapere che malgrado la loro scienza superiore non sono
onnipotenti. Gli Os/Ka/Loq non possono sperare di invertire
la distruzione. Noi porremo la Terra al di là di qualsiasi
possibilità di recupero.
Nick si rivolse a Van Ostrand. — In effetti, per ottenere
questo è sufficiente l'armamento atomico di due dozzine di
navi da battaglia di Classe Ribonix.
Il volto di Van Ostrand, sugli schermi VSL, fu attraversato
da un'improvvisa comprensione.
Nick proseguì: — Dipende dunque da lei, e dai
Sorveglianti. E fra parentesi, consigliere, noi siamo certi al
cento per cento che Doyle Blumhaven era una marionetta dei
Paratwa. E sappiamo che Blumhaven ha nascosto per loro
ordine il fatto che lei appartiene all'Ordine della Sferza.
Van Ostrand non parve molto sorpreso dalle affermazioni
di Nick. Il Leone si disse che in quei giorni il Comandante
Supremo dei Sorveglianti doveva aver approfondito per
conto suo le attività di Blumhaven.
— Ci rifletta — gli consigliò Nick. — Si chieda perché i
Paratwa volevano uno con le sue idee radicali al comando
del nostro sistema difensivo.
Van Ostrand si accigliò. — Io li avrei attaccati con tutte le
armi che abbiamo.
— Bingo. La sola minaccia reale alla vittoria Os/Ka/Loq è
quella che ho appena delineato. Due dozzine delle sue
astronavi di Classe Ribonix possono vanificare totalmente
tre secoli di manovre dei Paratwa.
«E gli Os/Ka/Loq questo lo sanno. Fu cinquantasei anni or
sono, quando smascherammo Codrus, che la loro grande
paura prese forma. Le Colonie Irryane cominciavano a
rimuovere i limiti tecnologici imposti dalla E-Tech per due
secoli e mezzo. Peggio ancora, si davano alla produzione di
armi su vasta scala. E nel costruire il perimetro difensivo
stavano mettendo insieme abbastanza esplosivi nucleari da
distruggere il pianeta.
«Cosi la loro prima preoccupazione fu di tenerci
all'oscuro. E la minaccia che temevano di più era il San
Bernardo. L'antico programma di Aristotele era diventato
una spada di Damocle sospesa sui loro piani. Io penso che
Codrus abbia cercato di scovarlo e distruggerlo, ma non era
il suo campo e ha fallito. Così, dopo la sua morte, la
gemellare umana di Saffo fu mandata qui con il Bracconiere.
Questo programma agiva negli Archivi e nella rete con un
solo obiettivo: dare la caccia al San Bernardo, mentre con
tipica astuzia Ash Ock svuotava tutti i vecchi programmi per
mascherare il suo vero scopo. — Nick fece una pausa. — Ma
siamo stati noi a trovare il San Bernardo.
Meridian era immobile e non sembrava ascoltare. I suoi
occhi erano lontani, come persi su qualcosa invisibile da lì.
Van Ostrand guardò Nick. — Voi avete fatto in modo che
le nostre quindici navi più avanzate attaccassero la
Biodissea, sapendo che andavano alla distruzione. Volevate
che io sapessi cosa abbiamo di fronte.
— Anche questo — annuì Nick. — Gli Os/Ka/Loq non
chiedono di meglio che lei getti l'intera flotta contro la
Biodissea. Sperano che, appena avranno cominciato a
scatenare il virus nelle Colonie, la sua reazione sarà quella di
attaccarli furiosamente con tutte le navi di cui dispone. A
questo punto avranno la possibilità di annientare l'intera
flotta, eliminando così l'unica forza che può distruggere
l'oggetto dei loro desideri. Ma il sacrificio dei nostri
equipaggi deve anche far capire all'invasore, già deciso ad
annientarci, che la sua politica interstellare qui non darà
alcun guadagno.
«Ora lei ha visto cosa succederà durante un attacco di
questo genere. Lo schermo d'energia della Biodissea può
disintegrare ogni astronave o missile a portata di tiro.
Presumo che per noi sia impossibile fare un solo graffio a
quel vascello.
— Sì, è così — disse Meridian, riportando su di loro la sua
attenzione. — Ma il nostro aero-gene resta in grado di
eliminare la vita dalle Colonie. — Fece un sospiro. — Che
distruggiate il pianeta o meno, non farà differenza per voi. Vi
prego di convincervi che la vostra sola speranza di
sopravvivere sta nella resa, alle nostre condizioni. Dovete
capire che qualsiasi cosa facciate, ormai avete perduto ogni...
— S'interruppe, accorgendosi che Van Ostrand era
scomparso dagli schermi VSL.
Nick sorrise duramente. — Sicuro, Jeek, nessuno discute
la tua logica Paratwa. Ma la mia è questa: meglio morire
subito che quando farà comodo a voi. Se non altro, ce ne
andremo con un minimo di dignità. Sappiamo bene che per
gli Os/Ka/Loq la specie umana vale quanto uno sputo sulla
perfezione dell'universo. I tuoi padroni potrebbero tenere
qualcuno di noi in vita per un po', come schiavo o animale da
esperimenti, ma non intendono lasciarci esistere come razza.
Per la prima volta una traccia di autentica preoccupazione
apparve sulla faccia di Meridian. Continuava a guardare il
VSL, la sedia vuota di Van Ostrand sugli schermi. — Questa
è... una decisione coraggiosa da parte del Consiglio. Ma
dubito che sarà apprezzata dalla maggior parte della
popolazione. Quando le Colonie sapranno che avete firmato
la loro condanna a morte si rivolteranno. Come ogni
organismo, anche loro lotteranno per restare in vita.
Nick scrollò le spalle. — Probabilmente hai ragione. Ma
in ogni caso il vostro obiettivo vi sarà tolto. La Terra sta per
essere bombardata...
— Faremo anche di peggio — promise Van Ostrand,
tornando sugli schermi. Appariva più cupo e determinato di
quanto il Leone l'avesse mai visto.
— Ho appena dato gli ordini ai miei comandanti. In questo
momento oltre novecento astronavi, comprese quarantotto
navi da battaglia di Classe Ribonix, stanno facendo rotta
verso la Terra. Gli equipaggi sono stati informati
dell'importanza e del significato della loro missione. Hanno
l'ordine, qualunque cosa succeda sulle Colonie, di usare tutte
le loro armi sulla superficie del pianeta. I missili atomici ne
devasteranno ogni centimetro. La Terra sarà completamente
desertificata.
Nick puntò un dito verso Meridian. — E, Jeek... è inutile
precisare che quando gli uomini e le donne a bordo di quelle
navi sapranno che le Colonie sono state contaminate, e che
non hanno più niente a cui tornare... be', scommetto che
nessuna forza al mondo li distoglierà dal completare la loro
missione.
Il Leone disse: — Ora la mossa tocca a lei, Meridian.
Il Jeek non rispose subito. Poi: — Se non vi spiace, vorrei
stare solo per qualche minuto.
— Come desidera. — Maria Losef parlò col servizio di
guardia in anticamera. La porta fu aperta. Meridian uscì
subito, seguito dai suoi cani.
Inez sospirò, accigliata. — Be', ormai l'abbiamo fatto. È
così?
— Non si torna indietro — disse Huromonus.
Lei esitò, incerta. — Ma abbiamo preso la decisione più
giusta?
Nick scosse la testa. — Dubito che ci fosse una decisione
giusta, da prendere. Sono convinto che abbiamo agito con
onestà. Inoltre questa è la nostra sola speranza di
sopravvivere.
Il Leone si volse a Huromonus. — Novità sulla CPG?
Nick spiegò brevemente a Van Ostrand e a Maria Losef
come avevano scoperto l'identità di Saffo. La Losef consultò
il terminale e diede conferma che il Gruppo Venus
apparteneva alla Corporazione CPG.
— Fornendoci questa informazione con tanta
sollecitudine, la ICN ha dato prova di un encomiabile senso
della realtà — disse Huromonus, in tono acido e senza
prendersi il disturbo di guardarla.
— La ICN ha sempre agito nel rispetto del suo statuto e di
questo Consiglio — replicò la bionda, senza fare una piega.
Il Leone alzò una mano. — Sia come sia, al momento non
ha più molta importanza. A che punto siamo?
Huromonus consultò il suo monitor. — Abbiamo
numerosi reparti di truppe da assalto schierati intorno alla
sede della CPG, qui su Irrya. Non sappiamo dove si trovino
Corelli-Paul Ghandi e il killer a tre corpi, ma la Sicurezza
riferisce che la donna è all'interno dell'edificio.
— Vista la situazione — disse Inez, — non credo che le
cose potrebbero peggiorare se catturassimo la gemellare di
Saffo.
Huromonus annuì. — Sono dello stesso parere.
— Prendiamo quella puttana — disse Nick.
25

Empedocle amava sfruttare i momenti favorevoli di


resistenza, ma sapeva anche con quale spirito fronteggiarne
le delusioni e le sconfitte. Dopo essere rimasto isolato nel
silenzio di un gemellare solitario — lunghi anni, intrappolato
da una personalità incapace perfino di percepire la realtà del
suo monarca — s'era abituato a vivere come un'ombra, una
mente derubata delle sensazioni fisiche, un sogno confinato
nei nebulosi territori del subconscio di Gillian. Era occorso
molto tempo perché gli eventi innescassero finalmente nella
psiche del gemellare superstite la riscoperta della sua passata
coscienza Ash Ock, molto tempo prima che Empedocle
potesse scorgere la speranza di sfuggire a una vita di
clausura così avvilente. E anche quando Gillian aveva
ritrovato la memoria il monarca aveva dovuto spendere tutta
la sua energia — il suo potere di persuasione subliminale —
per sfiorare con qualche saltuaria possibilità di successo la
coscienza attiva del gemellare.
E mentre i ricordi di Gillian tornavano nitidi anche per lui,
Empedocle aveva conosciuto la frustrazione peggiore,
perché s'era reso conto che il suo futuro di monarca era
limitato ad un singolo corpo. Non avrebbe potuto
immaginare una condanna più amara per un Ash Ock. E
tuttavia non c'era modo di superare quella restrizione.
Catharine era morta. Restava un gemellare soltanto.
Era stato allora che il concetto di interallacciamento fisso
aveva cominciato a far presa in lui. Fondere la coscienza con
quella di Gillian non era certo la soluzione ideale ma, data la
sua ristretta gamma di scelte, gli era parsa la più accettabile.
Poi Timmy aveva capovolto le loro prospettive. Stimoli da
lunghi anni forzatamente sopiti e sogni di gloria dimenticati
nella polvere erano tornati a farlo fremere. L'apporto
psicofisico di Susan Quint aveva ristabilito la bipolarità della
coscienza. Empedocle aveva potuto risalire al suo pieno stato
di Paratwa Ash Ock.
Fu così che, data a Timmy la sola ricompensa a cui
sembrava aver mirato, decise di seguire il suo consiglio.
Avrebbe cercato la gemellare di Saffo e si sarebbe presentato
a lei, con la notizia che quanto restava del traditore
Aristotele era stato eliminato e che la cellula-sonda degli
Os/Ka/Loq era intatta e disponibile. Una volta che la Signora
degli Ash Ock avesse verificato la sua sincerità, Empedocle
sarebbe stato riammesso al rango che gli spettava fra i futuri
dominatori della Terra.
Non ci volle molto perché quel piano così ottimistico si
sbriciolasse.
Tornato a bordo della navetta dopo aver prelevato la
«gemellare» parziale, Empedocle aveva usato il piccolo
androide per inviare le opportune sequenze di codici alla
sonda di Saffo. La loro ascesa alla superficie del mare era
stata rapida e poco interessante... purché non ci si
meravigliasse della tecnologia che sovrintendeva a quel
procedimento di emersione. Ma quando aveva acceso i
sistemi di monitoraggio della navetta era subito stato
aggredito da eventi del tutto imprevisti.
Ordini urgenti e allarmanti saturavano le lunghezze d'onda
delle trasmittenti coloniali. Ogni stazione televisiva stava
emanando una variante della stessa istruzione
inequivocabile: tutti gli esseri umani presenti sulla Terra, sia
nelle basi E-Tech che negli eremi della Chiesa della Fede,
sia occupati in imprese illegali che autorizzati a trovarsi in
superficie, doveva evacuare immediatamente il pianeta.
Nessuna spiegazione veniva data per quel comunicato senza
precedenti.
Ma Empedocle poteva fare ipotesi fondate su ciò che stava
accadendo. Il San Bernardo era caduto nelle mani della E-
Tech, rivelando i suoi segreti. Le Colonie Irryane avevano
scoperto il tallone d'Achille dei Paratwa.
Subito accese i motori. Le telecamere esterne rivelavano
che la nebbia andava dissipandosi, e la massiccia nave
Os/Ka/Loq stava di nuovo scendendo nelle profondità
dell'oceano. Empedocle non era sicuro che tre chilometri
d'acqua l'avrebbero salvata da ogni conseguenza, ma c'era
poco che lui potesse fare in proposito. Con così poco tempo
a disposizione per familiarizzarsi coi comandi della cellula-
sonda, ogni tentativo di portarla altrove sarebbe stata una
follia.
Allorché raggiunse la relativa sicurezza dell'orbita,
centinaia di missili nucleari stavano già volando verso il
pianeta da tutte le direzioni. Era a circa quarantamila
chilometri dalla superficie quando incontrò la prima ondata
di attaccanti.
Gli allarmi di bordo suonarono. I monitor di plancia si
riempirono di dati in arrivo, e di richieste di dati. I sistemi
interni erano obbligati a rispondere, e non esitarono a farlo.
Parecchie navette E-Tech controllarono l'intero contenuto del
computer e del pilota automatico, e quindi gli inviarono
avvertimenti e informazioni extra. Lui lasciò che la navetta
fornisse la sua documentazione, e rispose alle richieste a
voce, assicurando che sarebbe subito rientrato alle Colonie.
In circostanze normali i velivoli della Sicurezza E-Tech lo
avrebbero probabilmente abbordato; dopotutto lui era su una
navetta appartenente a un contrabbandiere. Ma quelle non
erano circostanze normali.
Le telecamere e i detector esterni gli diedero una
rappresentazione in tempo reale dal cataclisma che si
abbatteva sul pianeta. Il proiettore olografico di plancia
costruì un'immagine tridimensionale schematica del globo e
degli strati geotermici che lo avvolgevano. D'un tratto oltre
cento punti di luce bianca si accesero sulle masse
continentali; poco dopo erano diventati migliaia. A schermo,
le telecamere ottiche mostravano una versione più
impressionante della stessa scena, mentre banchi di nuvole si
dilatavano a forte velocità intorno al luogo di ogni
esplosione. Per alcuni incredibili minuti ogni terra emersa
del pianeta sembrò ricoperta da veli fluttuanti di strana e
terribile fiamma dorata.
Poi la tempesta di fuoco finì, i bagliori si spensero e
l'atmosfera divenne scura, quasi opaca. Empedocle disattivò
il proiettore e gli schermi, sapendo che per quanto riguardava
lui non c'era altro da vedere. Permise ai gemellari di
sospirare pensosamente su quella realtà: un radicale
cambiamento dei suoi piani era inevitabile.
Dapprima aveva stabilito di approdare a Sirak-Brath, nello
stesso terminal da cui era partito giorni addietro il gemellare-
Gillian, per poi prendere un normale volo passeggeri da lì a
Irrya. Questa gli era parsa la linea di condotta più sicura. Ma
adesso non c'era tempo per le precauzioni. Regolò il pilota
automatico sulla torre di controllo di Irrya e ingannò il tempo
facendo mangiare i gemellari. In una cabina c'era il
necessario per truccarsi la faccia, e la gemellare-Susan ne
approfittò, mentre il gemellare-Gillian si faceva la barba e
cercava un po' di biancheria utilizzabile. A bordo non c'era
molto, ed Empedocle si ripromise di metterci rimedio quanto
prima. Occuparsi dei suoi corpi era piacevole e — benché
ricordasse di aver sentito Gillian affermare il contrario — lui
dava la giusta importanza allo stile dell'abbigliamento e
all'estetica. Usò gli occhi e le mani del gemellare-Gillian per
pettinare la gemellare-Susan, mentre lei si controllava il viso
allo specchio. Poco dopo la torre di controllo di Irrya gli
ordinò di infilare una cartotessera nel computer, chiese quale
ingresso desiderava e gli assegnò un molo d'ormeggio.
Il terminal a cui Empedocle aveva deciso di attraccare era
uno dei minori, situato venticinque miglia a sud della città e
solitamente poco frequentato. Ma appena uscì sul molo
s'accorse che anche il resto del suo piano sarebbe stato del
tutto irrealizzabile.
Nelle strade di Irrya regnava il caos.
Facendosi largo — fianco a fianco — in una ressa di
viaggiatori allarmati, salì sulla rampa mobile e si lasciò
portare all'uscita del terminal. Nel quartiere periferico era in
atto una vera e propria rivolta urbana.
Gli individui coinvolti erano migliaia, dei due sessi e di
tutte le età, per buona parte occupati a urlare insulti alla
polizia ed a sfondare le vetrine dei negozi e di un paio di
supermarket. Fra loro, i pochi che innalzavano ancora cartelli
di protesta erano i soli a tenersi ancora al centro della strada.
La Sicurezza E-Tech era presente in forze, ma
evidentemente aveva perso del tutto il controllo della
situazione. I militari con equipaggiamento antisommossa
erano schierati lungo un marciapiede e sembravano in attesa
di ordini; il ronzio dei loro scudi d'energia accesi si udiva
anche sopra le grida della folla. Qualche centinaio di metri
più a sud, sotto i jet che volavano lenti a bassa quota, gli
agenti E-Tech stavano intervenendo con più energia. Si
vedevano due o tre piccoli incendi, alcuni corpi stesi al suolo
e diverse auto rovesciate; era difficile capire cos'avesse
trasformato quei cittadini in saccheggiatori e distruttori.
Empedocle volse subito le spalle e scese di nuovo nel
salone del terminal. Fece entrare i suoi gemellari in un
gruppo di persone spaventate che guardavano uno degli
schermi del traffico in arrivo e in partenza. Qualcuno lo
aveva collegato all'emittente televisiva ufficiale di Irrya, e un
mezzobusto dall'aria professionale — una ricostruzione
computerizzata, non un giornalista in carne e ossa — stava
parlando dei disordini scoppiati nelle Colonie.
La sommossa in corso al livello stradale non era un evento
isolato; in quasi tutti i cilindri le manifestazioni di protesta
erano degenerate in violenti tafferugli. Con voce grave ma
rassicurante il mezzobusto animato confermò ciò che
Empedocle già sapeva: la superficie terrestre era stata
investita con migliaia di esplosioni nucleari, allo scopo di
allontanare i Paratwa dai loro obiettivi primari. Chi aveva
composto la notizia non dava alcun particolare su quali
fossero questi obiettivi.
Frustrato, Empedocle passò col gemellare-Susan fra la
gente, saltò sul bancone e armeggiò coi canali del monitor
finché non trovò un'emittente libera che stava riassumendo i
fatti del giorno con toni eccitati, quasi deliranti. La
sfacciataggine di Empedocle non fu apprezzata da quelli che
si affollavano davanti allo schermo.
— Ehi, bionda! — gridò un uomo alto e robusto, con una
lucida protesi meccanica al posto della mano destra. — Non
vedi che stiamo guardando le ultime notizie di Irrya? Noi
vogliamo uscire di qui senza finire all'ospedale! Chi diavolo
credi di essere, tu?
Empedocle gli si avvicinò con il gemellare-Gillian e gli
sferrò un calcio fra le gambe, dal basso in alto. L'uomo si
abbatté sul mosaico plasticato del pavimento e rimase lì a
gemere, piegato in due. Tre o quattro dei presenti
squadrarono il gemellare-Gillian, inferociti, ma la sua
espressione li scoraggiò e non ci furono altre proteste.
Il giornalista inquadrato sullo schermo, un uomo anziano
stretto fra due icone rettangolari in cui scorrevano immagini
registrate, stava enumerando gli incidenti accaduti dall'arrivo
di Meridian nelle Colonie. Empedocle ascoltò con crescente
apprensione.
I motivi dei disordini erano diversi e non tutti chiari.
L'avvio era stato dato dalle vibranti proteste dei
simpatizzanti dell'Ordine della Sferza, che accusavano il
Consiglio di vigliaccheria per aver accettato di ricevere
Meridian. La violenza era però esplosa solo qualche ora
prima, quando un portavoce del Consiglio era sceso in sala
stampa per comunicare ufficialmente che l'immenso vascello
dei Paratwa, chiamato la Biodissea, aveva annientato un
piccolo stormo di astronavi dei Sorveglianti.
Subito dopo, mentre gli organizzatori delle manifestazioni
erano già scavalcati da gruppi di estremisti che ingaggiavano
tafferugli con le forze dell'ordine, un'altra notizia aveva
gettato benzina sul fuoco. Fonti non ufficiali — non si
specificava quali — affermavano che in tutti i cilindri erano
nascoste bombe contenenti un virus mortale, fabbricate dai
Paratwa. Si diceva inoltre che il Consiglio, rifiutando le
condizioni di pace proposte dagli Ash Ock, stesse mettendo
in pericolo la vita di tutti i cittadini. Il giornalista riferì che
c'erano voci — anche queste non confermate — secondo le
quali l'atmosfera di una Colonia era già stata contaminata.
I manifestanti s'erano spaccati in due. In quel momento
c'erano sommosse di notevoli dimensioni su tre quarti delle
Colonie. Per lo più si trattava di fanatici dell'Ordine della
Sferza che volevano un attacco immediato contro la
Biodissea, contro gli ex-moderati i quali pretendevano che il
Consiglio cedesse al ricatto di Meridian. I due gruppi si
scontravano selvaggiamente, con la partecipazione delle
forze di polizia. Né gli uni né gli altri sembravano aver preso
nota che la Terra era stata nuclearizzata; benché varie
emittenti trasmettessero ancora in diretta le drammatiche
immagini del pianeta, la notizia aveva evidentemente scarso
peso.
In una decina di cilindri i governanti locali avevano
dichiarato la legge marziale, tuttavia la Sicurezza E-Tech era
così soverchiata dal numero dei cittadini in rivolta che non
c'erano arresti, solo interventi a base di pestaggi. Sparare a
vista sugli sciacalli e sui manifestanti era legale, ma la gente
sembrava troppo spaventata per preoccuparsi delle minacce
delle autorità.
L'anziano giornalista passò ad altre notizie. Empedocle
venne così a sapere della decimazione degli Archivi E-Tech,
evento attribuito alla responsabilità di «Eddie il Pazzo»
Huromonus, la cui permanenza alla direzione della E-Tech
veniva pronosticata come la più breve nella storia di
quell'organizzazione. Questo gli fece intuire in che modo gli
umani avevano strappato al San Bernardo i suoi segreti. E
capì che molto probabilmente Huromonus non aveva agito
da solo. Dietro le quinte di quella faccenda doveva esserci lo
Zar, l'antico implacabile nemico degli Ash Ock. Soltanto lui
poteva arrivare al punto di distruggere quei banchi-dati pur
di mettere le mani sul programma di Aristotele.
Il giornalista riparlò anche dell'attacco alla tenuta del
Leone degli Alexander, cosa assolutamente priva d'interesse
per Empedocle. Poco gli importava di Adam Lu Sang, di
Buff Boscondo e degli altri umani che avevano perso la vita,
anche se nel profondo di sé avvertiva le emozioni irradiate
dall'amalgama-Gillian.
Fu la notizia successiva ad inchiodare i suoi quattro piedi
sul pavimento del terminal.
— Finora soltanto «no comment» dalle autorità a cui la
stampa continua a chiedere per quale motivo sia stata
arrestata Colette Ghandi, moglie di Corelli-Paul Ghandi,
fondatore e proprietario della Corporazione CPG. Come
abbiamo annunciato mezz'ora fa, la Sicurezza E-Tech ha
fatto irruzione in forze nella sede irryana della CPG,
procedendo quindi al fermo della signora Ghandi. — Il
giornalista interrogò la regia con uno sguardo e poi riprese:
— Non è ancora stata formulata nessuna accusa a suo carico.
Il vice-comandante della Sicurezza E-Tech ha dichiarato
soltanto che la signora Ghandi dovrà essere interrogata su
alcune attività della CPG, e che avrà comunque l'assistenza
del suo ufficio legale.
Empedocle non poté trattenere una risata aspra. Quello
stupido giornalista non aveva il minimo sentore
dell'importanza della notizia che aveva lasciato in ultima
pagina. Ma il suo ribaldo impeto di buonumore Ash Ock
svanì subito.
La gemellare di Saffo era stata presa.
Considerò le alternative e decise subito che gli restava
soltanto una linea d'azione. Non sarebbe stato facile entrare
nella Sala del Consiglio di Irrya, dove — il giornalista
l'aveva accennato un paio di volte — i consiglieri erano
ancora in seduta. E una volta là, le sue possibilità di
sopravvivere erano un'incognita; ormai esistevano troppe
variabili.
Ma un destino meno eclatante non meritava d'esser preso
in considerazione. Lui non era arrivato fin lì per vedersi
relegato in secondo piano, o addirittura in disparte. Quel
tempo era finito per sempre. Ora lui sarebbe vissuto, o
sarebbe morto, come un Ash Ock.

Buff è stata uccisa! continuava a proiettare Gillian.


Susan fu colpita dal suo dolore. Era una tua buona
amica?
Sì. Con uno sforzo lui represse la sofferenza, relegandola
in un luogo oscuro oltre la sua consapevolezza immediata. In
futuro — se ci sarebbe stato un futuro — il pensiero di Buff
e del vuoto che lei lasciava sarebbe stato sempre con lui. Ma
adesso non era il momento di tormentarsi.
La sua rabbia, la sua voglia di vendetta, furono più difficili
da spegnere.
Susan mantenne l'autocontrollo. Cosa possiamo fare?
Gillian incanalò i suoi pensieri in un flusso gelido,
incolore. Ci atterremo al nostro piano. Quando sarà il
momento, quando si verificheranno le condizioni adatte,
agiremo... lucidamente e senza esitazioni. Ricorda: avremo
una sola possibilità. Empedocle non si lascerà ingannare
una seconda volta dalla stessa tattica.
Susan esitò qualche istante per sottolineare la sua
incertezza. Non c'è un altro modo?
Nessun altro insisté Gillian. Posso sentire i cursori
mnemonici di Timmy. Riesco a percepire i confini della
prigione psichica in cui sono rinchiuso. Io non posso
tornare nel mio corpo.
Timmy ha impiantato dei cursori anche dentro di me, gli
ricordò lei.
Di questo ne abbiamo già parlato rispose Gillian.
Sospettava che la reticenza di lei non nascesse dal timore di
scontrarsi con gli spiacevoli parametri della trappola mentale
di Timmy ma da quello che le sarebbe accaduto se avessero
spezzato l'interallacciamento. I tuoi cursori mnemonici sono
diversi. Me l'hai detto tu stessa. Timmy li ha impiantati col
solo scopo di costringerti a cercarlo se fossero accadute
certe cose. Ma in me e in Catharine furono messi per altri
motivi, come sistemi di controllo sui gemellari di Empedocle
nel caso che il monarca diventasse una minaccia per gli Ash
Ock.
Susan continuò a emanare incertezza. Come sai che
Timmy non ha impiantato altri cursori segreti nella mia
mente?
Non aveva ragione di farlo. Lui non sapeva.... Gillian
cercò le parole adatte. Catharine e io eravamo diversi dagli
altri gemellari Ash Ock. Eravamo i soli a non aver bisogno
dell'uso di uno specchio per innescare l'interallacciamento.
I soli capaci di unirci solo con la forza di volontà. E
Aristotele conosceva questa nostra particolare abilità... un
tempo.
Che vuoi dire?
Timmy ha dichiarato di possedere tutti i ricordi del suo
monarca e dei gemellari. Ma io so che non è così. Ha
mentito. Io ricordo bene il dolore terribile che assale un
Paratwa quando è spezzato in due, quando perde l'altro
gemellare. Il monarca e il gemellare superstite di Aristotele
si sono fusi perché il solo risultato di quel dolore sarebbe
stato la follia. Se uno è costretto a farlo, può eliminare molte
cose dalla sua coscienza, ed a Timmy non dev'essere costato
un grande sforzo per rimuovere tutti i ricordi che avevano a
che fare con l'individualità, con la libertà di scelta... erano
cose a cui doveva rinunciare se voleva sopravvivere.
Non capisco, proiettò Susan.
È semplice. Timmy ha dimenticato quella particolare
caratteristica mia e di Catharine. Ha dimenticato che
potevamo creare, e quindi sciogliere, l'interallacciamento
senza un particolare catalizzatore esterno, come lo specchio.
E ignorando questo semplice fatto ha agito nella convinzione
che per mantenere Empedocle nello stato permanente di
monarca bastasse impedire a me, Gillian, di tornare nel mio
corpo. Così facendo ha trascurato te. Presumeva che
l'amalgama un tempo conosciuto come Susan Quint non
avrebbe potuto far niente da solo. Catharine ed io eravamo
capaci di questo. Lui ha calcolato male l'estensione delle mie
possibilità. Di conseguenza non ha perso tempo a impiantare
cursori mnemonici più sofisticati dentro di te.
Susan sussurrò: Il tuo piano mi fa paura.
Lo so rispose dolcemente lui. Ed è una paura che io non
posso aiutarti a superare. Ma se non vogliamo trascorrere il
resto della vita come amalgami, non abbiamo scelta. Lei non
rispose. Non ce n'era bisogno.
26

La limousine privata aveva un tettuccio trasparente con un


campo repulsivo anti-neve, una cabina capace di ospitare con
ogni comodità sei passeggeri, lo stesso numero di ruote —
tutte motrici, con pneumatici adatti al terreno ghiacciato — e
una autista bruna e taciturna con un ben pagato senso della
discrezione.
— Dove, signore? — domandò, mentre teneva aperta la
portiera per Ghandi e il gemellare Calvin.
— Vai verso sud — ordinò l'Ash Nar, e scivolò sul divano
anteriore. Ghandi sedette sull'altro, con le spalle alla poppa
della limousine, di fronte a Calvin.
L'autista entrò nel suo abitacolo separato, accese il motore
e partì sulla strada sgombra di neve. Ghandi guardò dal
finestrino, ma i suoi occhi non vedevano le bianche alture e
le piste da sci che rappresentavano l'essenza della Colonia
Pocono. Per quello che gli importava, avrebbe potuto essere
il vuoto dello spazio.
Il gemellare si tolse di tasca un piccolo apparecchio e lo
puntò qua e là, poi fece un cenno a Ghandi. — L'auto è
pulita. Possiamo parlare.
E a che serve parlare? pensò Ghandi. L'amarezza lo
riempiva di una vacua indifferenza, tuttavia gli rispose,
accorgendosi che riusciva ugualmente a essere sarcastico. —
Niente lettere olotroniche oggi, Calvin? Mandi in onda la
preziosa voce della tua bocca? Sono onorato.
Gli occhi del gemellare passavano da un lato all'altro della
faccia dell'uomo, come se facesse calcoli chirurgici sulle
possibilità di vivisezione che la sua carne gli avrebbe offerto.
— La cattura di Colette è un inconveniente momentaneo.
Lui si costrinse a sorridere. — È finita per lei, Calvin. Non
hai ancora registrato questo fatto nelle meningi?
— Ho registrato. Quelli che l'hanno presa la pagheranno
cara.
— Non mi sembri molto sconvolto. Mi sarei aspettato
almeno un po' di rabbia.
— Sono arrabbiato. I miei gemellari sono già arrivati allo
chalet. Sono in palestra. Mentre parlo con te, io sto
polverizzando i sacchi da allenamento con quattro pugni. La
catarsi fisica è soddisfacente, almeno come procedura
iniziale. Dovresti provarla.
— Non è nel mio stile — bofonchiò Ghandi.
Il gemellare ebbe l'ombra di un sorriso. — Vuoi che io ti
punisca? Vuoi che ti faccia soffrire, in modo che tu senta
meglio il dolore della tua perdita?
Ghandi lo guardò. Cominciava a pensare di aver fatto un
errore cercando di ottenere il rispetto dell'Ash Nar. Mi
piaceva di più quando avrebbe voluto ammazzarmi per il
solo piacere di farlo.
— Quando saremo allo chalet, potrò somministrarti un
pestaggio a sei mani. O magari buttarti giù dalle scale, se
questo ti aiutasse a superare la depressione. — Calvin
sogghignò.
— Posso buttarmi dalle scale anche senza il tuo aiuto.
Il gemellare si girò verso il finestrino e guardò una pista di
discesa libera che sbucava dalle nuvole e procedeva parallela
alla strada, a poca distanza. — Tu non hai seguito il destino
fatto per te, Corelli-Paul. Questa è la grande tragedia della
tua vita.
— Di che stai parlando?
— Ieri, nella navetta, quando ti sei spinto al limite...
quando mi hai sfidato. Questo ti ha fatto sentire forte, virile.
No?
Ghandi non rispose.
— Ti ha fatto sentire... vivo.
— Hai un motivo per parlare, Calvin, o ti sei stancato di
usare la lingua solo per leccare il culo alla tua padrona?
Ghandi si pentì subito di quell'accenno a Colette, ma
ormai gli era uscito di bocca. Il gemellare lasciò perdere il
panorama esterno e concentrò la sua attenzione su di lui.
— Il tuo destino, Corelli-Paul, era di opporti a noi. Tu eri
fatto per combattere i Paratwa.
Lui distolse lo sguardo. — Sicuro. E il tuo era di fare il
consigliere spirituale, Calvin. A volte sai essere così
comprensivo, vero?
Il gemellare scrollò le spalle. — Sto dicendo la verità, e tu
lo sai. Per venticinque anni hai camminato fuori dalla tua
strada. Hai vissuto una vita separata dalle tue emozioni. Hai
mentito a te stesso.
I microbi fremettero. Le spalle di Ghandi furono percorse
da un brivido violento. — Io la amo — non poté evitare di
dire. — La mia vita è Colette. Per lei valeva la pena fare
qualsiasi cosa. — Alzò gli occhi in quelli fermi e indifferenti
dell'altro, e sentì che gli tremavano le mani. — La amo,
capisci? Non posso farci niente.
— Naturalmente. Lei è il tuo anestetico, la tua droga. —
Calvin fece una pausa. — Lo sapevi che è stata lei a
crearmi?
— In che senso?
— Mi ha dato la vita. La gemellare umana di Saffo aveva
bisogno di un compagno, così ha creato me.
— La gemellare umana? — chiese Ghandi, perplesso.
La risata di Calvin riempì l'abitacolo. — Tu sei come tutti
i semplici umani, Corelli-Paul, accecato dai tuoi bisogni
animaleschi più immediati. Hai passato metà della tua vita
con Colette e vaghi ancora nelle tenebre. Non sai niente di
quello che c'è nel resto dell'universo.
— Lei non ha mai voluto dirmi la verità — borbottò
Ghandi.
— È ovvio. Non c'era nessun bisogno di dirtela.
Ghandi si accorse che stentava a pensare con un minimo
di coerenza. La parole gli scaturirono dalla bocca a sussulti,
come conati di vomito. — Io l'ho perduta... anche prima che
la E-Tech la prendesse, l'avevo perduta... discorporata. L'hai
detto tu. Le hanno fatto questo... e lei se n'è andata... e non
tornerà più.
— Esatto — confermò Calvin. — Colette non tornerà mai
più. Ora c'è soltanto Saffo, per sempre.
Lui udì appena le parole dell'Ash Nar. Tutto era confuso,
irreale come un sogno. Calvin era una macchina parlante
montata nell'interno dell'auto di fronte a lui, programmata
per distribuire gratis gelide frasi sprezzanti.
— Tu hai creduto di potermi prendere in giro, Corelli-
Paul. Mi hai paragonato a Reemul. Ma in tutta franchezza io
direi che Reemul era più simile a te. Quel Jeek era schiavo
delle sue emozioni.
«Tu lo sapevi che Saffo una volta ha sedotto Reemul?
Quando io ero un bambino, lei mi mostrò un olo che aveva
ripreso durante un loro incontro amoroso, giù sulla Terra, nei
tempi pre-Apocalisse. Saffo me lo mostrò perché voleva che
io capissi cosa significa manipolare gli altri.
«Durante quello che fu il loro primo e unico rapporto
sessuale, Colette concesse ai gemellari del Jeek di penetrarla
entrambi, tenendola in mezzo. Dall'olo risultava evidente che
per Reemul era un'esperienza molto piacevole. Ma dopo
quell'incontro Colette non permise più al Jeek di toccarla.
Anzi, in seguito Reemul fu convocato di rado alla sua
presenza. E anche in quelle occasioni lo faceva parlare solo
con la sua gemellare parziale...
«Ah, ma dimenticavo che tu non sai nulla della gemellare
parziale, Corelli-Paul. — Scrollò le spalle. — Poco importa.
Il succo di questa storia è che Reemul era facile da
controllare. Quando lui entrò in contatto con gli Ash Ock, le
bastò un solo rapporto sessuale. Da quel momento furono le
sue fantasie ad asservirlo a Saffo.
«Sedurre te è stato più complesso, suppongo. Per te era
necessario un tipo di rapporto più prolungato.
Ghandi si sentiva stordito. Ricadde indietro contro il
morbido schienale. — Dobbiamo... dobbiamo liberarla —
sussurrò. — Non è possibile che... io la amo. Io...
Calvin scosse il capo. — Sei patetico, Corelli-Paul. C'è
qualcuno o qualcosa che tu non abbia tradito? Prima hai
venduto la razza umana. Poi sei stato il Giuda di te stesso. E
ora dove andrai? Chi altro ti è rimasto da tradire?
Ghandi guardò fuori dal finestrino, schiacciato in un cupo
silenzio dalle osservazioni di Calvin. Il panorama,
completamente innevato, passava come una pellicola bianca
davanti ai suoi occhi. Una teoria di immagini senza colore,
senza significato, senza fine.
27

— Bentornato — disse Nick, mentre Meridian e i suoi


cani rientravano nella Sala del Consiglio.
In piedi al lato opposto del locale, lontano dagli altri, il
Leone studiò il volto del Jeek in cerca di una traccia di
razionalità, di un segno da cui poter sperare che i Paratwa
fossero giunti alla decisione che sentenziare la morte
dell'intera umanità sarebbe stato inutile. Ma, come in
precedenza, il gemellare proiettava un'aura di calcolato
distacco.
Nick si issò a sedere sul bordo del tavolo, fra Inez e
Huromonus. Poche sedie più in là, Maria Losef guardava il
suo monitor con espressione tesa. Sugli schermi VSL, Van
Ostrand stava mangiando un sandwich. Unico fra i
consiglieri, il Comandante Supremo dei Sorveglianti
Intercoloniali appariva rilassato. Aveva emanato i suoi
ordini, aveva messo in movimento le forze armate su una
precisa linea d'azione, e quali che fossero state le sue
incertezze ora emergeva in lui la disciplina del soldato: dal
punto di vista di Van Ostrand non restava altro che attendere
spassionatamente gli esiti della battaglia.
Il Leone avrebbe voluto almeno saper imitare quella
flemma.
Nick disse: — La gemellare di Saffo è qui, in una sala
d'attesa. Ma... penso che ormai tu lo sappia, eh?
Meridian non rispose. Non aveva ordinato ai suoi cani di
sedersi accanto alla porta come sentinelle. Stavolta il borzoi
procedeva al fianco del padrone, tenendo il passo con
ubbidienza. Appollaiato sulla sua schiena e rivolto verso
poppa, il barboncino nano agitava allegramente la coda.
— Suppongo che tu abbia avuto modo di dare una buona
occhiata a quel che è successo sulla Terra — continuò Nick.
— Un vero inferno di fuoco, eh? Per quel che può servire, le
nostre astronavi hanno scaricato nell'atmosfera qualche
tonnellata di tossine biologiche, anche se forse avremmo
potuto risparmiarcelo. L'inquinamento radioattivo distribuito
dagli esplosivi termonucleari è già valutato in due milioni di
megacurie per ogni cento chilometri quadrati. Ma quando
una cosa va fatta, tanto vale farla bene.
«Ovviamente, quando fra meno di un mese la flotta dei
Sorveglianti avrà raggiunto la Terra... — L'ometto scrollò le
spalle. — Be', suppongo che tu non abbia bisogno di
previsioni dettagliate.
Lo sguardo del Jeek percorse freddamente la sala,
fermandosi per un breve istante su ciascuno di loro. Infine
disse:
— Nelle Colonie sono in corso violente rivolte popolari.
La gente ha saputo della vostra folle decisione. L'enorme
maggioranza dei cittadini sta invocando che voi cinque siate
rimossi dalla carica di Consiglieri di Irrya.
Inez ebbe un sorrisetto triste. — Era già mia intenzione
prendermi una lunga vacanza.
— Così la penso anch'io — disse Huromonus. Fece un
cenno a Maria Losef, che batté alcune istruzioni sulla sua
tastiera.
Il Leone girò intorno al tavolo finché fu dalla parte
opposta rispetto a Meridian. — Credo sia il momento che lei
parli con la sua padrona.
La porta si aprì di nuovo. Due agenti della Sicurezza E-
Tech con le armi in pugno scortarono dentro Colette Ghandi.
Le sue braccia erano immobilizzate lungo i fianchi da una
sottile cintura di metallo nero, fornita di due anelli laterali
chiusi intorno ai polsi. I riccioli biondi che le ricadevano
spettinati sulla fronte le davano un'aria noncurante. Ma ad
onta delle manette e della scorta c'era qualcosa di regale
nell'andatura con cui entrò nella sala. Colette Ghandi
riusciva a imporre la sua presenza con un'intensità che
domandava rispetto.
Non fu però la forza di quella personalità a inchiodare su
di lei lo sguardo del Leone. Nessun uomo normale avrebbe
potuto restare indifferente alla sua comparsa.
— Saffo... — mormorò Nick.
C'era qualcosa nel pallore del suo volto ovale, in quegli
occhi penetranti, nel modo in cui la gonna color rame le
oscillava intorno ai fianchi e aderiva al ventre delineando il
solco fra le cosce. C'era qualcosa nello spazio fra i suoi seni,
dove la stoffa della camicetta bianca rientrava ad accarezzare
le profondità di quella valle, esplorandone i segreti.
Il Leone si accorse di aver trattenuto il fiato. Lui voleva
quella femmina. Avrebbe dato tutto il suo denaro per poterla
stringere fra le braccia, lì in quel momento, e trascinarla
nella stanza più vicina per fare all'amore con lei.
La bionda lo guardò e gli sorrise, e il suo sorriso era solo
per lui; era qualcosa che escludeva tutti gli altri salvo loro
due. Ma d'un tratto il Leone scoprì d'essere incapace di
rispondere a quel sorriso. E subito la consapevolezza
dell'assurdità delle sue emozioni sciolse la nebbia di libidine
che l'aveva avvolto. Evitò gli occhi della femmina, distolse
lo sguardo dal suo corpo. Questo gli costò uno sforzo che
l'uomo dentro di lui non avrebbe voluto fare, ma lo fece.
Girandosi a osservare i colleghi vide che non era il solo ad
esser stato colpito. Huromonus aveva stretto le palpebre, e la
sua testa si muoveva su e giù come se la stesse
scandagliando ripetutamente da capo a piedi. Maria Losef si
mordicchiava il labbro superiore, studiandola con estremo
interesse. Inez Hernandez aveva aggrottato le sopracciglia.
Anche le due guardie non distoglievano un attimo lo sguardo
dalle loro prigioniera.
Nick, invece, stava sogghignando con aria saputa.
All'improvviso l'ometto batté le mani, saltò giù dal bordo del
tavolo e rise forte, divertito. — Svegliatevi, gente! Tenete gli
ormoni sotto controllo, che siamo qui per lavorare!
Questo ruppe l'incantesimo. Huromonus annuì con aria
contegnosa. Inez si rilassò contro lo schienale. La Losef
accennò alle guardie di uscire. Con una certa riluttanza i due
uomini lasciarono la Sala del Consiglio. La porta nera fu
chiusa.
— Santo cielo, Saffo — disse Nick, sempre sogghignando.
— Sei un'autentica vamp, eh? Una seduttrice di grosso
calibro. Non c'è da meravigliarsi che i tuoi Paratwa ti siano
sempre venuti dietro come cagnolini al guinzaglio.
La luce che c'era nei suoi occhi si spense. Uno sguardo
freddo e calcolatore esaminò Nick come se fosse un insetto.
— O forse — continuò lui, — sei una cagna in permanente
stato di calore. O magari lo puoi accendere e spegnere a
volontà, eh? Ma qualunque cosa sia dovresti essere
legalmente interdetta; quello che sai fare ai maschi è
pericoloso per la società.
La voce di lei era pacata, un po' rauca, quando scosse il
capo come per rifiutare quelle parole e rispose: — Io mi
chiamo Colette Ghandi, e non conosco il nome che lei ha
pronunciato. Voi state facendo un errore di persona, ne sono
certa. I miei avvocati...
— Non ci faccia perdere tempo — sbottò il Leone.
— Giusto — annuì Nick. — Noi ti conosciamo e non ci
sono dubbi su questo. Colette Ghandi è una delle tue
gemellari, ma io so bene che in questo momento non stiamo
parlando con lei. Tu sei Saffo, la monarca, la Ash Ock.
— Se lei continua a negarlo la manderemo a meditare in
cella — la avvertì Huromonus.
— Per quel che ci proponiamo di ottenere — disse Nick,
— possiamo benissimo trattare con Meridian.
Il Leone vide un'ombra d'ira sul suo volto. Ma subito la
bocca della bionda si aprì in un sorriso.
— Come volete. Io sono Saffo, infatti. Ma credo che qui ci
sia un problema di comunicazione. Sembra che abbiate
difficoltà a capire che noi possiamo annientarvi...
completamente. Io penso che legalmente interdetto dovrebbe
essere questo Consiglio. Voi state dimostrando d'essere
pericolosi per la vostra società.
— Già, forse, ma questo dipende dai punti di vista, no? —
disse Nick. Si rivolse agli altri. — Date una buona occhiata
alla donna che avete di fronte, signori. Non si tratta di una
persona comune. Oggi è qui, finalmente, la diretta
responsabile della morte di molti milioni di esseri umani.
Colei che vedete ha progettato lo svolgersi dell'Apocalisse,
ha creato i Paratwa, e per tre secoli ha manipolato con
spietata freddezza il destino stesso della razza umana.
«È stata questa signora ad assassinare Doyle Blumhaven
non appena ha cessato di essere utile ai suoi piani. È stata
questa signora a predisporre che Jon Van Ostrand avesse il
comando dei Sorveglianti. — Guardò Inez. — È stata questa
signora a ordinare la morte di sua nipote Susan Quint.
Facendola uccidere durante uno dei massacri programmati
per eliminare i corrieri dell'aero-gene, la Ash Ock contava di
spezzare il morale a lei, per indebolire il Consiglio in vista
dell'ultimatum che ci è stato presentato. Un simile attentato
alla forza d'animo è stato organizzato anche contro il Leone
degli Alexander.
«La Ash Ock voleva rendervi consci, e succubi, della
vostra umana debolezza, rubandovi qualcosa di prezioso. Nel
suo caso, Inez, la sua unica parente. Saffo voleva che,
quando le Colonie sarebbero state di fronte alla minaccia
della distruzione, conscia del suo dolore lei avrebbe fatto di
tutto perché i cilindri fossero risparmiati.
— E in quanto a me — disse il Leone, — mi è stato rubato
il coraggio. — Guardò freddamente la prigioniera. — Per
fortuna il motivo di quel furto è stato scoperto. Forse questo
mi ha aiutato a recuperare un po' della refurtiva.
Nick si volse a Huromonus. — Temo invece che lei,
Eddie, non entri bene nei piani di questa signora. Lei è salito
al potere grazie a un tentativo di Blumhaven di salvarsi la
faccia, cosa che invero non interessava molto alla sua
padrona Ash Ock.
— Così è la vita — disse Huromonus. — E la
presidentessa del nostro Consiglio?
Maria Losef tenne lo sguardo su uno dei quadri alle pareti.
— Io ero la più prevedibile. Non avevo bisogno d'essere
manipolata.
— Proprio così — disse Nick. — La ICN segue sempre la
strada indicata dal suo profeta, il denaro. Non ci si può
sbagliare.
— Io seguo la strada indicata dal mio senso del dovere.
Il Leone non ne fu sicuro, ma gli parve di notare un filo di
sarcasmo nelle parole di Maria Losef. Forse anche lei aveva,
in un certo modo, oltrepassato il confine della sua
prevedibilità.
Meridian fece udire un sospiro. — Questo Consiglio
continua a perdere tempo. Io ripeto il fatto essenziale: niente
è cambiato. Il virus aero-gene è sempre in attesa d'essere
liberato. A meno che... — Il Jeek si rivolse a Van Ostrand,
— lei non impartisca subito alla sua flotta l'ordine di rientro,
affinché i danni alla superficie planetaria siano limitati al
livello attuale. Altrimenti gli Os/Ka/Loq renderanno
inabitabili i vostri cilindri. E se questo accadesse... — Fece
una pausa d'effetto. — Dove andrebbero i pochi superstiti?
— All'inferno anche loro — annui Nick. — Ma non è
un'opzione disponibile. La flotta dei Sorveglianti non può
essere richiamata. Jon?
Accigliati, Meridian e Saffo guardarono gli schermi VSL.
Van Ostrand inghiottì l'ultimo boccone del sandwich e poi si
strinse nelle spalle. — Ai comandanti di nave è stata
impartita una direttiva blackout di priorità-uno. Hanno
l'ordine tassativo di ignorare qualsiasi futura comunicazione
diretta alla flotta. Ciò che accadrà alle Colonie non avrà la
minima influenza sullo svolgimento della loro missione.
Niente che provenga dalle Colonie può avere un effetto, a
questo punto. Ogni comandante di nave è stato informato che
i Paratwa cercheranno di influenzare, subornare o ricattare il
Consiglio di Irrya, o inviare a suo nome messaggi falsificati.
Tutti i messaggi saranno perciò ritenuti non validi.
Huromonus disse: — Jon, noi sappiamo che molti dei tuoi
comandanti simpatizzano con l'Ordine della Sferza.
— Questo è vero — ammise Van Ostrand con voce
fredda. — E i loro equipaggi hanno appreso a odiare
appassionatamente i Paratwa. Ora sono consapevoli
dell'importanza della missione. Devono precludere la Terra
al nemico per molti millenni. Niente li distoglierà da questo
scopo.
Dal bordo del tavolo, Nick alzò un dito verso la gemellare
Ash Ock. — Sai, Saffo, il problema di chi ama fare piani
troppo complicati è che qualche particolare va sempre storto.
E quando si fa il gioco grosso, tutti gli errori hanno
conseguenze grosse.
Qualcosa in Saffo parve scattare. Il Leone vide la furia
invadere quei lineamenti fin allora tenuti sotto controllo dalla
certezza della propria superiorità. D'improvviso la bionda si
mosse verso Nick, in atteggiamento minaccioso.
Con un solo passo lungo e deciso Meridian le si portò di
fronte, bloccandole la strada. — No — le disse, con calma.
— C'è stato un tempo in cui la distruzione dello Zar era di
tua competenza. Ora le decisioni esecutive provengono da
un'altra fonte.
Da sopra una spalla del Jeek, Saffo continuò a fissare
intensamente Nick.
Il Leone disse: — Meridian, è nostra convinzione che la
Colonia Red Saxony non sia ancora stata contaminata,
benché circolino voci di segno opposto... voci indubbiamente
messe in giro dai Paratwa.
— Per generare caos e discordia — aggiunse Nick.
— Qualunque ne sia il motivo — continuò il Leone, —
resta il fatto che l'aria di Red Saxony è ancora pura. La
vostra bomba virale non è stata fatta esplodere.
— Questo è sorprendente — commentò Huromonus.
— Sì — disse Nick, accigliandosi. — Voglio dire, tu hai
affermato che le valigette con l'aero-gene possono esser fatte
esplodere dalla Biodissea. Cos'è che vi trattiene dal farlo?
Saffo cercò di aggirare Meridian, ma il Jeek rifiutò di
lasciarla passare. Il borzoi e il barboncino cominciarono a
ringhiare.
Nick sedette di nuovo sul tavolo. — Questa creatura è
diventata un problema, non è così, Meridian? Voglio dire, tre
secoli fa, quando la gemellare Saffo Os/Ka/Loq originale
arrivò con la sua sonda da esplorazione, fece in modo di
convincere i compagni a bordo della Biodissea che la Terra
sarebbe stata una colonia di lusso. Il nostro pianeta aveva un
suolo fertile, le giuste condizioni meteorologiche, la distanza
ideale dal sole e così via. Sarebbero bastate poche modifiche,
e poi anche le più delicate forme di vita Os/Ka/Loq
avrebbero potuto prosperare... una volta che gli indigeni
fossero stati eliminati.
«Così, anche se una razza intelligente e progredita abitava
il pianeta, Saffo formulò un piano d'azione. Dopotutto, si
disse, un cataclisma nucleare avrebbe spazzato via non solo
la specie umana ma anche tutti gli altri indesiderati
organismi di tipo terrestre.
«Invece le cose non andarono esattamente come Saffo
sperava. La distruzione di una razza capace di costruire
ambienti spaziali si dimostrò più difficoltosa del previsto. E
gli umani erano dei pazzi bastardi ma anche tenaci, cosicché
riuscirono a sopravvivere senza problemi qui nelle Colonie.
Questo fatto, benché la Terra fosse stata adeguatamente
preparata a ricevere l'inseminazione degli Os/Ka/Loq,
rappresentava un pericolo per il loro piano. L'umanità,
infatti, era in una posizione tattica da cui avrebbe potuto
danneggiare il pianeta. Una simile eventualità andava presa
molto sul serio, a causa del tradimento di Aristotele e delle
informazioni da lui chiuse nelle viscere di un programma di
computer.
«Fu a quell'epoca, Saffo, o almeno così presumo, che tu
cominciasti a perdere il favore dei tuoi compagni
Os/Ka/Loq. Ora comprendiamo abbastanza del legame tele-
psionico della vostra razza per sapere che gli altri Os/Ka/Loq
non furono compiaciuti dalla lista di errori che venivano in
evidenza negli sviluppi conclusivi del tuo piano. Gli
Os/Ka/Loq sono un club politicamente molto unito, e chi
agisce in modo troppo individuale rischia di essere... come
dite voi... discorporato?
Sul collo di Saffo un muscolo fremette.
Nick sorrise freddamente. — Parola antipatica, eh?
Togliere via elementi dal corpo, ridurne le facoltà... per uno
della tua razza è un destino peggiore della morte, lo capisco.
«Ma anche se gli altri Os/Ka/Loq avevano motivo di
accusarti di alcuni errori, tu proponesti delle modifiche al tuo
piano. Quando avvenne l'Apocalisse (quando tu e
Theophrastus e migliaia di Paratwa lasciaste il sistema solare
mescolati ai coloni di Verso le Stelle, per dirigervi al rendez-
vous con la Biodissea) tu convincesti gli Os/Ka/Loq che il
limite di tempo per l'inseminazione del nostro mondo era
sempre valido. Codrus era stato lasciato indietro per bloccare
il progresso tecnico delle Colonie e ritardare ogni lavoro di
risanamento sul pianeta. E il programma segreto di
Aristotele, se pure esisteva, non sarebbe stato mai trovato.
«Ma poi Codrus andò a gambe all'aria, e gli eventi di
cinquantasei anni fa imposero un'altra modifica ai tuoi piani.
Stavolta dovesti rimandare la gemellare umana sulla Terra
con il Bracconiere, perché le Colonie stavano lavorando
sodo per recuperare il terreno perduto e costruivano armi
atomiche... i cui dati, fra l'altro, venivano prelevati dagli
Archivi E-Tech, cosicché c'era la possibilità che qualcuno
s'imbattesse nel San Bernardo.
«Perciò tornasti sulle Colonie e cercasti di rimettere le
cose sul binario giusto. E mentre si avvicinava il momento
della verità (cioè mentre la Biodissea si avvicinava al
sistema solare) cominciasti ad appiccare il fuoco qua e là
calcolando che questo ci avrebbe tenuti fuori strada. Pensavi
che saremmo rimasti confusi e distratti da certi avvenimenti
(i massacri dell'Ordine della Sferza, l'uccisione di Doyle
Blumhaven, le bombe virali nascoste nelle Colonie) al punto
che non avremmo scoperto di possedere un semplice metodo
per negare alla tua razza il suo vero obiettivo.
«Dal punto di vista psicologico, l'idea del virus è stata
molto astuta. Il pericolo della contaminazione dei cilindri (la
perdita dell'aria respirabile e dello spazio vitale) avrebbe
prodotto nei superstiti una devozione ancor maggiore verso
la Terra. Grazie a questo, nei primi stadi dell'inseminazione
del pianeta sarebbe stata evitata la minaccia che un'azione
terroristica con armi nucleari ne inquinasse l'atmosfera. Io
sospetto che la Corporazione CPG abbia contribuito in modo
determinante a spargere il concetto che la Terra fosse una
cosa d'immenso valore.
Nick fece una pausa. — Ed è una cosa d'immenso valore.
Ma il nostro mondo non è stato fatto per la vostra razza,
Saffo. La Terra non si tocca. E se noi, che ne siamo i figli,
dobbiamo stendere su Gaia un sudario di cenere morta per
impedire che una razza aliena ne faccia una cosa aliena, così
sia.
Dalla gola di Saffo scaturì un verso rauco, quasi il ringhio
di un animale che cercasse di fuggire dalla gabbia. I cani
girarono la testa verso l'origine di quel rumore. Meridian
fece un passo indietro, come se avesse visto intorno a lei
qualcosa che lo induceva a starle lontano.
Nick scese di nuovo dal tavolo e puntò verso la bionda un
dito accusatore. — E oggi, Ash Ock, oggi è il giorno del
giudizio per te. Ora sei di fronte ai discendenti degli
sventurati che hai fatto massacrare e sterminare. E sei di
fronte ai tuoi stessi compagni Os/Ka/Loq, che hai
gravemente deluso.
Mugolando di rabbia e contorcendosi per liberare le
braccia dalla cintura di costrizione, Colette Ghandi, la
gemellare di Saffo, si avventò verso il suo avversario. Ma
non lo raggiunse mai.
La sua testa scattò di lato, come colpita da una forza
invisibile. Un sussulto violento la scosse da capo a piedi.
Vacillò indietro con un grido, perse l'equilibrio e cadde.
Mentre rotolava sul pavimento echeggiarono nella sala suoni
strani e inumani, suoni che uscivano dalla sua bocca
spalancata. Stava latrando, strideva. Era un urlo bestiale,
dietro cui si avvertiva una sofferenza da incubo.
Il Leone si sentì accapponare la pelle. Mai nella sua vita
aveva udito un lamento così orrido e impressionante.
Ma un attimo dopo la donna era di nuovo in piedi, e
torcendosi come se avesse sciami di scorpioni sotto le vesti
cominciò a piroettare selvaggiamente per la stanza. Gli altri
consiglieri balzarono in piedi, spaventati, per togliersi dal
suo percorso.
Del tutto priva di controllo, torturata da demoni che il
Leone sapeva al di là della comprensione umana, Saffo si
gettò — o fu scaraventata — contro la parete più vicina.
Pochi istanti prima di colpirla, il verso che emetteva calò di
tono. Paradossalmente, al culmine del delirio la sua agonia
sembrava quasi umana.
Con un tonfo sordo la testa di Saffo colpì il vetro che
proteggeva un quadro originale e senza prezzo, I Girasoli, di
Van Gogh. La violenza dell'urto mandò in pezzi il
contenitore pressurizzato, e sul vaso dei fiori comparvero
macchie rosse che non c'erano mai state. Saffo girò su se
stessa. La sua faccia era una maschera di sangue, piena di
tagli e di schegge piantate nella carne. La palpebra sinistra
penzolava staccata a lato del naso, lasciandole l'occhio
orribilmente scoperto. Per qualche secondo non fece altro
che ansimare, mentre l'ultima stilla di razionalità rimasta in
lei si metteva a fuoco su Meridian.
— Dammi... la... fine! — rantolò, vacillando. Non era una
supplica. Era un ordine.
Il Jeek poggiò un ginocchio al suolo accanto ai suoi cani.
— Disposizione aggressiva — ordinò, puntando un dito. —
Attacco! Nessun limite!
Il borzoi attraversò la sala con due balzi. Il barboncino
abbandonò la sua groppa, atterrando abilmente sulle zampe,
e un momento dopo le fauci dell'animale più grosso si
chiusero con ferocia sulla gola di Saffo. Sotto l'urto del suo
peso la donna andò a sbattere contro la parete, e quando
cadde al suolo un getto di sangue schizzò sulla moquette
dalle arterie squarciate. Intanto che il borzoi la azzannava di
nuovo anche il barboncino la aggredì, mordendola sulla
faccia e sul collo.
Distesa al suolo Saffo continuò a urlare, senza cessare un
istante di scalciare convulsamente.
— Che Dio ci scampi! — sussurrò Inez, pallidissima.
Con indifferente compostezza Meridian li informò: — Il
procedimento di completa discorporazione è abbastanza
lungo. Occorreranno alcuni minuti perché tutti i singoli
organismi che compongono la gemellare Os/Ka/Loq siano
separati. Fino ad allora, questa gemellare sarà animata da
una parvenza di vita.
Il barboncino e il borzoi continuarono a infierire, finché,
con la testa quasi staccata dal collo, l'orribile grido tacque.
Ma il corpo seguitò ad inarcarsi; stava ancora cercando di
alzarsi, in un lago di sangue. Il cane da caccia le saltò sul
petto per tenerla giù.
Sbigottito, il Leone volse le spalle a quella scena e guardò
i colleghi. Inez, Huromonus e Maria Losef erano grigi in
faccia. Sugli schermi VSL Van Ostrand stava scuotendo
lentamente la testa, come se si rammaricasse per quello
spettacolo così incivile. Sulla bocca di Nick c'era una
smorfia aspra, quasi distaccata.
Meridian disse: — La natura organico-collaborativa degli
Os/Ka/Loq, l'essenza dell'interallacciamento T-psionico,
preclude l'evoluzione di caratteri paragonabili alle emozioni
umane. La discorporazione di Saffo era una semplice
necessità sociale. Un comportamento deviante può essere
assimilato, e neppure sempre, a patto che dimostri di
rappresentare una collaborazione positiva. Un fallimento
dimostra il contrario.
— La collaborazione dei più adatti — mormorò il Leone.
— No. Piuttosto «collabora o muori» — disse Nick.
Meridian guardò i suoi cani, che continuavano senza fretta
a sbranare la gemellare di Saffo. — Essenzialmente esatto.
Ma, benché entro i parametri della loro logica, anche gli
Os/Ka/Loq utilizzano il concetto di «punizione». La
discorporazione parziale raggiunge spesso il suo scopo. In
effetti, di recente una dose di questa pena è stata
somministrata a Saffo, per annotarle che nel complesso delle
sue azioni c'era un'alta possibilità di fallimento.
«Ma lei ha mantenuto la stessa linea di condotta, incapace
di valutare gli ultimi dati. Ha promesso che entro sei mesi
dalla vostra resa il primo raccolto di organismi Os/Ka/Loq
sarebbe stato pronto per incamminarsi sulla superficie
terrestre.
— Un raccolto pronto per incamminarsi? — chiese Inez,
con gli occhi fissi sul corpo dilaniato della gemellare.
— A bordo della Biodissea è stata creata una nuova specie
di piante mobili — spiegò Meridian. — La prima
generazione di tali piante, nutrite dal suolo terrestre, sarebbe
stata matura in sei mesi. Poi si sarebbero auto-sradicate. Con
l'opportuna assistenza si sarebbero quindi sparse sulla
superficie del pianeta, deponendo semi ovunque. Entro dieci
anni, l'inseminazione avrebbe raggiunto e coperto ogni
superficie emersa utilizzabile fra le calotte polari.
«Migliaia di esseri umani sarebbero stati reclutati per
accelerare l'inseminazione. La maggior parte di tali operai
sarebbero venuti dalle vostre Colonie agricole. La CPG
avrebbe organizzato il lavoro, provvedendo che i macchinari
indispensabili (le torri atmosferiche, le seminatrici e le
piantatrici automatiche e il resto) fossero trasferiti in
superficie.
«Sulla Terra, uno speciale ceppo di Paratwa creato a bordo
della Biodissea avrebbe super visionato le coltivazioni. Gli
Ash Joella sarebbero stati i contadini e i mandriani del nuovo
mondo, e grazie a loro la semina sarebbe proceduta
alacremente.
Gli Ash Joella avrebbero anche provveduto a estirpare
ogni organismo competitivo capace di minacciare la natura
collaborativa Os/Ka/Loq.
«Una volta che le sub-specie si fossero sparse su tutto il
pianeta, le forme superiori di vita Os/Ka/Loq avrebbero
cominciato a emigrare dalla Biodissea.
— E le Colonie? — domandò il Leone.
— Vi sarebbe stata preclusa la possibilità di danneggiare il
nuovo mondo. Il virus aero-gene avrebbe sterminato ogni
Colonia indocile alla dominazione Os/Ka/Loq. La prima fase
del piano prevedeva la necessità di uccidere subito almeno il
venti per cento della vostra popolazione.
— La prima fase del piano, eh? — borbottò Nick. — E le
fasi successive?
Meridian scrollò le spalle. — Alla fine, ovviamente, la
maggioranza della vostra razza sarebbe stata eliminata.
Quelle parole avrebbero dovuto far rabbrividire il Leone,
ma non fu così. Per il momento la sua sensibilità aveva
superato lo stadio in cui qualcosa poteva influenzarla.
Guardò il Jeek. — Allora, dal punto di vista razziale
abbiamo agito secondo logica. Devastare la Terra era la
nostra unica speranza.
— In un certo senso — ammise Meridian.
— E adesso? — domandò Huromonus. — Cosa
succederà?
Il Jeek chiuse gli occhi. — Al momento, gli Os/Ka/Loq si
sono ritirati dalla mia presenza. Ne discuteranno fra loro per
un poco. Ogni Os/Ka/Loq della Biodissea dovrà assimilare i
fatti più rilevanti di una situazione ormai così alterata. È
necessario un riassetto delle opinioni collaborative. Poi sarà
presa una decisione di natura collaborativa.
Ciò che restava di Colette Ghandi riuscì a sedersi, con
un'ultima esplosione di energia. La testa le penzolava sul
petto; il suo corpo, ridotto a una massa sanguinolenta che
emanava un odore insopportabile, ebbe qualche fremito. Il
barboncino nano abbaiò selvaggiamente. Il borzoi le saltò di
nuovo addosso e la schiacciò al suolo.
La gemellare di Saffo smise di muoversi.
Meridian riaprì gli occhi. — La discorporazione è
completata. L'entità Os/Ka/Loq da voi conosciuta come
Saffo ha cessato di esistere. I milioni di organismi
individuali che componevano la sua particolare struttura
sono ora sparsi nelle foreste della Biodissea, dove saranno
assimilati da altre creature e collaboreranno a nuove
configurazioni.
Nella Sala del Consiglio restò il silenzio. I cani di
Meridian, soddisfatti nel constatare che la vittima non dava
più segno di vita, tornarono dal loro padrone. Il barboncino
nano saltò sulla groppa del borzoi e si leccò il muso sporco
di sangue.
— Lei ci ha mentito su questi animali — disse Inez. — Si
tratta di gemellari, non è così?
— Sì, lo confesso — rispose il Jeek, chinandosi ad
accarezzare la testa del barboncino. — Si chiama Lancelot. È
un bravo cane.
28

Quando Empedocle arrivò nel centro cittadino della


capitale con l'auto a tre ruote che aveva preso a nolo, la
situazione appariva senza speranza; non c'era modo di
raggiungere il sedicesimo piano del Palazzo del Consiglio,
almeno non dall'ingresso principale. La ressa dei
manifestanti era così fitta che a due isolati di distanza
dall'edificio fu costretto a fermare il veicolo davanti a un
muro di folla.
Ingoiò la frustrazione e di nuovo cambiò i suoi piani.
L'atrio che si apriva sul Viale delle Colonie era
probabilmente inaccessibile, ma il palazzo occupava una
superficie piuttosto estesa e c'erano altri ingressi
La memoria del gemellare-Gillian gli fornì un'immagine
schematica dei dintorni dell'edificio. Esistevano almeno
cinque via d'accesso al seminterrato, una riservata al servizio
di sorveglianza, una sbarrata in permanenza da un portone
metallico, e tre rampe che conducevano ai parcheggi
sotterranei. Anche se erano trascorsi cinquantasei anni
dall'ultima volta che Gillian era stato in quella zona, non
sembrava che ci fossero state modifiche architettoniche di
qualche rilievo. E, se la psicologia di massa funzionava
ancora, era molto difficile che sul retro del palazzo ci fosse
lo stesso assembramento.
Empedocle abbandonò l'auto in mezzo alla strada e fece
separare i gemellari, aggirando la folla sui due lati. Nelle vie
traverse sull'altro lato della piazza c'era meno gente, ma gli
ingressi ai parcheggi governativi erano chiusi da robuste
saracinesche.
Sul retro, invece, in fondo alla stradicciola che separava la
Camera di Commercio da una banca della ICN, la gemellare-
Susan scoprì una rampa con la saracinesca abbassata soltanto
a metà. La zona, come aveva previsto, era quasi deserta.
Empedocle aspettò l'arrivo del gemellare-Gillian. Poi, con
due sorrisi soddisfatti, prese se stesso per mano e si avviò
fianco a fianco giù per la rampa.
Nessuno gli impedì di oltrepassare la saracinesca, ma poco
più in basso, dove la corsia girava nel garage, c'era un posto
di guardia sorvegliato da sei agenti E-Tech armati di
lanciaraggi. Due di loro uscirono subito per bloccargli la
strada.
— Documenti, prego — disse uno di loro.
Empedocle rispose con la sua bocca femminile. — Io sono
Susan Quint, nipote del Consigliere Hernandez. Questo
signore e io siamo qui per parlare con mia zia Inez.
L'uomo della Sorveglianza E-Tech corrugò le sopracciglia.
— Susan Quint? Lei è stata data per... uh, per morta.
— Può darsi, ma evidentemente non sono ancora stata
sepolta.
La seconda guardia, una donna alta, guardò con più
attenzione la gemellare femmina. — Sì, somiglia alla foto.
Ma è necessario che lei ci mostri un documento.
Empedocle tolse da una tasca di Susan una piastra di
identità e gliela porse. I due la girarono per guardare di
fronte e di profilo l'immagine olografica, quindi la
consegnarono al loro caposquadra, un individuo magro e
saturnino con lunghi baffi a manubrio. L'uomo la infilò in
uno scanner che aveva alla cintura, controllò il display e
annuì.
— Sembra che lei sia la persona che afferma di essere. —
Scrutò da capo a piedi il gemellare-Gillian. — E il suo
amico?
Prima che Empedocle potesse rispondere, una quarta
guardia si avvicinò in fretta, parlando a bassa voce nella
radio del suo casco. Il monarca riuscì a sentire abbastanza da
capire che il suo bluff era fallito prima di cominciare:
— A Sirak-Brath... la settimana scorsa... contrabbandiere,
un certo Impleton... la descrizione corrisponde...
Empedocle colpì prima che gli altri agenti potessero
assimilare le informazioni.
Una torsione del polso destro di Gillian, e la falce Cohe fu
catapultata nella mano del gemellare. La guardia che aveva
parlato via radio ebbe appena il tempo di girare a mezzo il
fucile a raggi prima che la nera frusta d'energia tagliasse
l'arma in due.
Con un grido l'uomo balzò indietro, lasciando cadere i
frammenti arroventati sul pavimento del garage.
Usando le braccia di Gillian, Empedocle afferrò
brutalmente Susan. La spostò davanti a sé e le puntò la falce
Cohe sotto un orecchio, fingendo di usare la ragazza come
riparo. Il monarca strinse i denti e accese lo scudo d'energia
di Gillian, che vibrò nell'aria davanti e dietro ai loro corpi,
proteggendoli entrambi. Poi contorse la faccia di Susan in
una smorfia di terrore disperato.
— No, vi supplico, no! — strillò con la sua voce
femminile.
— È stato Gillian a portarmi qui! Se non fate quello che
dice lui mi ucciderà! È deciso a tutto!
Gli agenti E-Tech attivarono gli scudi d'energia. Nel
silenzio del garage echeggiò il ronzio vibrante dei campi
protettivi. I cinque ancora armati puntarono i lanciaraggi in
direzione della gemellare-Susan, mentre davano l'allarme via
radio parlando concitatamente tutti insieme nei loro
microfoni.
— Fermi! Nessuno si muova! — ordinò Baffi a Manubrio
ai suoi, fissando freddamente Empedocle. — Tu, lascia
andare la ragazza. Se fai quello che dico, ti prometto che non
accadrà niente...
— Non farmi perdere tempo — sbottò il monarca con la
bocca di Gillian. — Adesso voi farete quello che dico io, e
subito!
— Per favore! Per favore! — li implorò attraverso Susan.
— Non fatelo arrabbiare, o mi ucciderà! Ho paura!
Baffi a Manubrio puntò il lanciaraggi di lato, alzò una
mano e fece lentamente due passi avanti, scuro in faccia. —
Cosa vuoi?
Facendo gemere di spavento la gemellare-Susan, il
monarca annunciò le sue pretese con la voce dura e decisa
dell'altra metà: — Voglio il Consiglio di Irrya qui, e voglio
Meridian qui. Dovete farli scendere immediatamente in
questo garage, tutti quanti.
Baffi a Manubrio esitò. — Forse preferisci essere condotto
al sedicesimo piano, dove c'è la Sala del Consiglio, no?
Quando sarai là potrai parlare personalmente ai...
— No. — Empedocle premette l'ago della Cohe nel suo
collo femminile con tale forza da lacerare la pelle. Un
rivoletto di sangue scivolò nel colletto della tuta di Susan e
le fece emettere un convincente grido di dolore.
— Non prendermi in giro. Conosco questo edificio. Ci
sono troppi posti adatti a un agguato, e io non ho intenzione
di invogliare i tuoi colleghi a fare una sciocchezza che vi
costerebbe cara. Porta qui il Consiglio, e fallo subito.
Chiaro?
Ferirsi il collo a quel modo gli dava fastidio. Irritato,
mandò con la gemellare-Susan un gemito di protesta. — Vi
prego, aiutatemi!
Baffi a Manubrio annuì e alzò ancora la mano. — Va
bene. Stia calma, signorina Quint. Faremo esattamente ciò
che quest'uomo chiede. Non si lasci prendere dal panico. —
Guardò di nuovo Gillian. — Senti, devi capire che i
consiglieri potrebbero rifiutarsi di venire qui...
— Non rifiuteranno. Anzi, ho idea che siano molto ansiosi
di vedermi. Appena saranno qui, prometto che lascerò andare
questa ragazza, sana e salva. Avete la mia parola, su questo.
Non voglio fare del male a nessuno. Ma bada... se mi
costringete, non avrò altra scelta. — E aspramente pensò:
Quest'ultimo particolare è fin troppo vero. Comincio a non
avere più molte scelte.
Empedocle udì la saracinesca che si chiudeva alle sue
spalle. Non aveva importanza. O sarebbe uscito libero da
quel garage, o la scena conclusiva della sua vita l'avrebbe
recitata lì.
— Stai perdendo tempo, uomo — disse. — Chiama il
Consiglio.
Baffi a Manubrio cambiò frequenza e parlò a bassa voce
nel microfono. Accennò agli altri di non muoversi, mentre
qualcuno gli rispondeva. Poi disse, non senza un certo
stupore: — La tua richiesta è stata trasmessa al Consiglio. I
consiglieri hanno accettato di scendere qui. Stanno venendo.
Empedocle poté finalmente scostarsi dal collo l'ago della
Cohe. — Oh, grazie! Mi avete salvato la vita! — esclamò
con la tremula voce della gemellare-Susan.

Il Leone ebbe un brivido quando lui, Inez, Huromonus,


Maria Losef e Nick uscirono dallo spazioso elevatore
nell'aria fredda e male illuminata dal garage, al livello
sotterraneo 1-B. A meno di cinquanta di metri da loro,
fronteggiato da una trentina di agenti E-Tech disposti in
semicerchio, c'era Gillian. La ragazza dall'aria spaurita che
teneva a sé con un braccio, all'interno del suo scudo
d'energia e con la falce Cohe puntata alla testa, era senza
dubbio Susan Quint.
— Bene, bene — disse Nick. — Guarda un po' chi
abbiamo, qui.
Alle loro spalle ci fu un sibilo quando la cabina dell'altro
elevanter si fermò allo sbocco del tunnel orizzontale. La
porta si aprì e ne uscirono Meridian e quattro agenti della
Sicurezza. Il cane Lancelot — con le due bocche ancora
sporche di sangue, e il muso della sua metà più piccola
rivolto verso poppa — trotterellò dietro al padrone.
Nick si volse a mezzo. — Un soldo per la tua opinione,
Jeek — mormorò. — Secondo te è uno solo, oppure due?
Meridian si strinse nelle spalle.
Inez Hernandez s'era fermata accanto al Leone,
emozionata. — Susan! Dio, ti ringrazio. È proprio lei!
— Forse — la avvertì Nick. — O forse no.
Il gruppo s'incamminò attraverso il Garage, arrestandosi a
sei metri dal posto di guardia. Il Leone avrebbe voluto
avvicinarsi di più, ma fu bloccato dai corpi — e dagli scudi
— degli agenti della Sicurezza E-Tech, a cui non piaceva
affatto che i quattro quinti del Consiglio di Irrya fossero
nello stesso locale con un pazzo armato di falce Cohe.
Un ufficiale anziano, un maggiore, attraversò lo
schieramento di truppe e si portò di fronte a Gillian. — Va
bene. Hai avuto quello che chiedevi. Il Consiglio è qui. Ora
metti via quell'arma, spegni lo scudo e lascia andare la
ragazza.
— Non c'è fretta.
Nick fece un passo avanti. — Salve, Gillian. È un po' che
non ci vediamo, eh?
Empedocle annuì con la testa maschile, ricordando l'ultima
volta che il gemellare era stato in presenza dello Zar. I due
avevano litigato aspramente. In effetti Gillian era andato
molto vicino a torcere il collo a quel tipetto magro. Peccato
che non abbia terminato l'opera.
— Vedo che non hai più le impronte che ti avevo lasciato
sul collo — rispose il monarca. — Hai preso la sana
abitudine di lavarti?
A quella battuta di spirito Nick si accigliò. Il Leone vide
Meridian assumere all'improvviso una posa leggermente
diversa, bilanciandosi sulle punte dei piedi e un po' curvo in
avanti, come un felino di fronte a un avversario pericoloso.
Lancelot (barboncino e borzoi) fece udire un ringhio a due
tonalità.
Anche Inez, con gli occhi pieni di lacrime, fece un passo
avanti. — Susan! Ti credevamo morta, bambina. Io non
sapevo cosa... io pensavo che tu...
— Non preoccuparti, zia. Io sto bene — disse Empedocle
attraverso la sua gemellare femmina.
— Non le faccia del male — disse la donna a Gillian.
— Non è mia intenzione — disse il monarca. — Ma
questo era l'unico modo per essere ricevuto dal Consiglio
senza appuntamento. E io non ho tempo da sprecare.
— Io non so chi tu sia — disse il Leone, cautamente, —
ma se è questo che desideravi, ora siamo qui. Cosa vuoi?
Empedocle sentì il dubbio nella voce del Leone, notò la
tensione di Meridian, lesse il sospetto nello sguardo dello
Zar, e decise di cambiare tattica. Non c'era scopo a
continuare con la commedia della dualità. — Voglio che mi
sia garantita l'immunità, tanto per cominciare — disse,
allontanando la Cohe dal collo di Susan. — La stessa
immunità di Meridian.
Alcune guardie alzarono le armi. — Fermi! — ordinò
Huromonus. Si volse all'ufficiale. — Maggiore, nessuno
deve aprire il fuoco, qui. Sono stato chiaro?
Il maggiore parlò nel microfono del casco. Gli agenti E-
Tech puntarono i lanciaraggi al suolo. Empedocle rimise la
Cohe nella fondina dell'avambraccio di Gillian, spense lo
scudo e fronteggiò i presenti, fianco a fianco con se stesso.
— Allora è vero — mormorò il Leone.
— Tu hai trovato Jalka — constatò Nick. — E il gemellare
di Aristotele ha... ha usato Susan... ha ricostruito il monarca.
Inez scosse la testa, incapace di crederci.
Empedocle parlò in stereo, guardando Meridian: —
Aristotele è morto. Ho ucciso ciò che restava di lui, quel
rottame di Jalka che si faceva chiamare Timmy. Era
inevitabile. Timmy stesso voleva che la sua morte ripagasse
gli Ash Ock per il tradimento di Aristotele. Desiderava che
questo gli procurasse l'assoluzione e il perdono di Saffo.
Nick inarcò un sopracciglio. — Temo che tu sia un po' in
ritardo, per questo.
Sul volto di Meridian apparve un sorrisetto. — Saffo è
morta. Gli Os/Ka/Loq hanno deciso di discorporarla per il
suo insuccesso. — Fece una pausa. — Ora restate soltanto tu
e Theophrastus... gli ultimi degli Ash Ock.
Empedocle sentì un torrente d'amarezza sgorgare dentro di
sé (rabbia, intensa frustrazione nel veder crollare di nuovo
tutti i suoi piani) e provò il desiderio di sfogarsi su quello
stupido Jeek. Come osava sorridere della morte di una Ash
Ock? Le sue quattro mani si strinsero a pugno, ma represse
l'impulso di estrarre la Cohe. Da quando aveva lasciato la
sonda Os/Ka/Loq, i suoi programmi avevano continuato a
scontrarsi con l'imprevisto. E ora... Saffo...
— In questo momento — continuò Meridian, — la
situazione è fluida. Se fossi al tuo posto, ci penserei due
volte prima di chiedere la stessa immunità di cui gode un
inviato degli Os/Ka/Loq. — Il suo sorriso si allargò. — Di
questi tempi, allearsi con l'una o con l'altra parte può essere
ugualmente poco saggio.
Il Leone distolse lo sguardo da Meridian. — Empedocle,
possiamo parlare con i tuoi gemellari? Lo chiedo anche a
nome della signora Hernandez.
Inez annuì più volte.
— I miei gemellari sono irreperibili per voi — rispose
Empedocle, irritato. — Non ci sono più. Non torneranno mai
più.
Inez scosse la testa, rifiutando di crederlo. — Tu sei
sempre Susan. Una parte di te dev'essere ancora...
— Susan è un niente! — sbottò il monarca attraverso la
gemellare femmina. — Susan ha cessato di esistere. È
soltanto un amalgama, un'ombra chiusa nel silenzio.
— Non ti credo.
— Quello che credi non ha importanza, donna. Io sono
Empedocle, il monarca Ash Ock, e tale resterò sempre. Tua
nipote è come morta, e ti conviene considerarla tale.
Inez deglutì saliva e distolse lo sguardo. Il Leone le
poggiò una mano su una spalla. — Non disperare —
mormorò. — Quello è il monarca della menzogna.
Nick allargò le mani. — Bene, Empedocle. Se ciò che dici
è vero, questo rende la situazione più semplice. Se i nostri
amici Gillian e Susan hanno cessato di esistere, possiamo
considerarti nostro nemico senza... complicazioni.
— È così — disse il monarca, rilassando la tensione nei
muscoli collegati alla fondina della falce Cohe. Lentamente
girò di traverso la gemellare-Susan, preparandola ad estrarre
le lame-flash.
Ma non poteva illudersi che quello sarebbe stato un
combattimento facile. Circondato da trentacinque uomini
armati, con i gemellari troppo vicini fra loro — brutta
posizione, in quel locale spoglio — e senza l'uso della
sorpresa, il ricorso alle armi non era la cosa migliore per
lui... inoltre c'era anche il gemellare di un Jeek Elemental
con cui vedersela.
La sua velocità gli consentiva però di colpire per primo.
Con un sol colpo della Cohe avrebbe potuto eliminare il
Consiglio di Irrya. E lo Zar.
Ma Meridian lo scrutava con attenzione. Il Jeek sapeva
leggere il suo linguaggio corporale. Aveva capito.
— Sarebbe un vero peccato — disse Meridian d'un tratto,
volgendosi al Leone e ad Huromonus, — se tutto finisse in
un bagno di sangue, qui in uno squallido parcheggio
sotterraneo. Non è possibile che le parti in causa trovino un
accordo?
— Sembra un'idea dannatamente buona — ammise Nick.
II Leone guardò gli altri consiglieri, poi annuì. — Io credo
che il Consiglio di Irrya possa concedere diritto di asilo
all'Ash Ock.
La Losef e Inez si accigliarono, ma nessuno aprì bocca per
obiettare. Il Leone continuò: — Allora, se tutti siete
d'accordo, questo Consiglio decreta l'immunità...
— A una condizione — aggiunse Nick.
— E quale? — chiese subito Empedocle.
L'ometto si mordicchiò un labbro. — Vedi, signor
monarca, c'è il fatto che se gli Os/Ka/Loq decidessero di
usare le loro bombe virali per sterminare la razza umana...
be', niente di quello che decidiamo qui avrà molta
importanza. Ma se le cose andassero in un altro modo, se le
Colonie sopravviveranno, avremo sempre alcuni grossi
problemi. E uno di questi problemi si chiama Calvin.
Meridian ebbe un sorrisetto divertito.
Il Leone cominciò a capire. Annuì. — In questo momento
la Sicurezza E-Tech è impegnata in una ricerca nelle
Colonie. Stavolta il killer triplo è stato costretto a lasciare
Irrya senza troppe precauzioni. Entro un'ora, due al massimo,
sarà localizzato.
— E volete che io lo uccida per voi? — disse il monarca.
— Questa sarebbe una prova di buona volontà della quale
terremo debito conto — rispose pacatamente Nick.
Empedocle sogghignò con entrambe le facce. — E non hai
tenuto conto della possibilità di risolvere
contemporaneamente due dei problemi a cui accennavi? Io e
Calvin potremmo ammazzarci a vicenda.
— Diavolo! — disse Nick. — Questo non mi è neppure
passato per l'anticamera del cervello!
Meridian ridacchiò. — Ah, Empedocle... prima che tu
accetti l'incarico, voglio avvisarti che a detta di molti Calvin
è il killer più micidiale che si sia mai visto. L'opinione degli
intenditori, sulla Biodissea, è che sia imbattibile in uno
scontro diretto.
«Tuttavia, ho motivo di supporre che l'Ash Nar sia molto
irritato per l'umiliazione che il tuo gemellare Gillian ha
inferto a uno dei suoi gemellari, nella sede del Gruppo
Venus. — Il Jeek scrollò le spalle. — Francamente non
credo che tu abbia scelta. Se non vai tu a cercare Calvin,
prima o poi sarà lui a dare la caccia a te.
Empedocle li guardò, pieno di rabbia sia contro gli umani
che contro i Paratwa. Quando infine rispose, alternò le parole
fra i suoi gemellari:
— A quanto pare...
— ... la mia scelta...
— ... è già stata fatta.
Senza smetter di sorridere, Meridian annuì. — Credo che
tu abbia preso la decisione giusta.
29

C'è una grande attività intorno al mio corpo, comunicò


Gillian a Susan. Non sono sicuro di quel che mi sta
succedendo, ma credo di essere in assenza di peso. Si sforzò
si capire di più. Mi sto appoggiando a... stanno attaccando
qualcosa ai miei piedi. Mi hanno messo in testa uno strano
genere di casco. E percepisco una certa... apprensione... un
senso di attesa in Empedocle. Credo che il momento critico
stia per giungere.
Susan prese atto di quell'avvertimento. Era innegabile che
la tensione si stesse intensificando. Qualunque cosa ci fosse
nell'aria, sarebbe accaduta ben presto. Cercò di non perdere
il controllo. Quando sarà il momento, farò del mio meglio...
Non basta! la sferzò lui, sapendo che il monarca non
avrebbe letto molto in quella semplice reazione emotiva. Ma
se anche Empedocle fosse riuscito a intuire cosa c'era sotto
quell'esplosione, lui doveva rischiare. Era vitale che Susan
capisse. Era vitale che si convincesse a fondo che la loro
libertà dalla trappola del monarca dipendeva dalla sua
completa rimozione di ogni dubbio.
Tu devi esser certa che ce la faremo. In caso contrario, una
parte di te si opporrà al procedimento. Qualunque stato
emotivo che non sia di fede assoluta annienterebbe i nostri
sforzi. E ricorda: dovremo aggredirlo al momento giusto.
Probabilmente non avremo mai una seconda possibilità.
Sarò pronta, promise solennemente lei. Quando verrà
quel momento, io sarò lì per te.
Gillian sapeva cos'aveva voluto dire. Ma restava da vedere
se Susan sarebbe riuscita a sopportare il caos che c'era da
aspettarsi.
Lei domandò: Perché sta diventando sempre più... difficile
sentire quello che accade ai nostri corpi? Nel garage non
era così... e sono trascorse appena otto ore, credo. Cosa
cista succedendo? Ha qualche relazione col fatto che i nostri
corpi sono in due località diverse, e lontane?
Gillian avvertì una traccia di paura intorno alle sue parole,
e fu tentato di tranquillizzarla. Ma se il tentativo di fuga
doveva avere qualche speranza di riuscita, era necessario che
fra loro ci fosse una gelida franchezza. Le disse la cruda
verità:
Empedocle ci tiene deliberatamente staccati dal mondo
esterno, ma questo ha poco a che fare con la distanza fisica
fra i nostri corpi. La dura realtà è che più a lungo il monarca
resta integro, più i gemellari allo stato di amalgama
s'indeboliscono. E nel nostro caso, lui sta usando tutte le sue
risorse per comprimerci. Fra non molto saremo così
dissociati e lontani dalla realtà da dover abbandonare ogni
speranza di sopraffarlo.
Susan protese le sue percezioni all'esterno. Sento del
freddo, gli riferì. Il mio corpo è uscito in un posto dove l'aria
è gelida... molto umida...
In effetti non poteva avvertire il cambiamento di
temperatura vero e proprio. Ma l'idea di freddo era
avvertibile; sfiorava l'amalgama della sua coscienza come un
vapore, come il residuo mnemonico di un sogno fatto un
momento prima. Automaticamente l'immaginazione di Susan
analizzò quel vapore, estrapolò i dati del luogo in cui si
trovava e ne aggiunse altri. Qualunque esperienza stesse
vivendo la gemellare-Susan, essa era oltre le sue capacità
sensorie. Ciò malgrado le informazioni provenienti dal
mondo esterno continuarono a fluire — annebbiate e filtrate
— nella prigione che racchiudeva il suo spirito.
Vide una fila di ghiaccioli che pendevano sotto la sbarra
orizzontale di una ringhiera. Sentì voci maschili e femminili
che discutevano in tono duro; le parole erano indistinguibili,
ma chiaramente modulate nel ritmo che preludeva all'azione
violenta. Un altro riferimento mnemonico fu innescato, e la
sensazione attivò il ricordo di un sapore della sua infanzia:
gelato alla vaniglia, coperto da una crosta all'arancia
deliziosamente gelida sulla lingua e fra le labbra. In ogni
scatola ce n'erano sei, ciascuno montato sul suo bastoncino.
Per un momento si ritrovò bambina, saldamente in
possesso del suo gelato alla vaniglia-arancia e occupata a
calcolare quanti di quelli rimasti nella scatola potevano
essere suoi, se fosse stata svelta e furba. Ma ad un tratto la
sensazione svani, e il ricordo d'infanzia si allontanò da lei.
Quell'intensità, quella gioia — quella replica di un sapore —
erano scomparse.
Un amaro disappunto la invase. Ma quando l'ira per la
perdita di sensazioni che erano state sue la colpì, in lei
esplose la ferrea volontà di non cedere. Riavrò il mio corpo!
giurò a se stessa. Quando verrà il momento, io sarò pronta!
Gillian poté tastare i contorni di quella nuova
determinazione. Ora vedo che sai quello che dici. Ora credo
che sapremo lottare per riavere ciò che è nostro.

Il Leone restò in gruppo con gli altri, rabbrividendo nelle


raffiche di vento che scendevano dagli strati superiori
dell'atmosfera di Pocono, perennemente gelida e dal
comportamento mai troppo prevedibile. Alzò fino agli
orecchi il colletto della giacca imbottita e si chinò a girare di
altri cinque gradi il termostato degli stivali. Come qualcuno
potesse abitare e lavorare per tutto l'anno in una località del
genere, era oltre le capacità della sua immaginazione. Il
termometro alla parete di quercia dietro di lui indicava sei
gradi sotto lo zero. Due secoli prima, quando ancora alcuni
cilindri orbitali erano in via di costruzione, qualcuno doveva
aver pensato che fosse divertente battezzare quella località di
villeggiatura col nome di Pocono.
— Qui fuori fa un freddo cane — brontolo Huromonus,
girandosi per presentare la schiena al vento.
Il Leone annuì, già pentito di non aver preso una delle tute
termiche a pressione che noleggiavano al terminal, completa
di casco e respiratore autonomo. Ma la squadra di punta
delle truppe d'assalto — venticinque uomini e donne
raggruppati con lui, Huromonus e la gemellare di Empedocle
Susan sulla terrazza dell'Hotel Regina delle Nevi — aveva
optato per tenute sportive da sci, che lasciavano maggiore
libertà di movimento. E c'erano molti Costeau — la sua
gente, gli Alexander — acclusi alle forze della Sicurezza E-
Tech. L'orgoglio di clan costringeva il Leone a mostrarsi
altrettanto indifferente al freddo.
Ciò malgrado, sentiva che non avrebbe sopportato a lungo
quel dannato vento. Se Empedocle non avesse dato il via
all'attacco senza perdere altro tempo, lui sarebbe rientrato nel
confortevole atrio dell'albergo.
La gemellare del monarca, Susan, si teneva appartata dagli
altri, sotto la veranda in stile svizzero di fronte alle porte a
vetri, e stava osservando lo schermo di un terminale
collegato con la squadra al lavoro al centrocielo. Mentre il
Leone la guardava, la metà femminile di Empedocle scartò
un gelato montato sul bastoncino, gettò via la confezione e
se lo portò alla bocca, staccandone un bel pezzo con un
morso.
Empedocle vide con la coda dell'occhio che il Leone s'era
girato verso di lui. Gli sorrise e si leccò le labbra, alzando il
gelato verso di lui. — Vaniglia all'arancia — disse. — Sono
ottimi. Li vendono qui nell'atrio.
Il Leone rabbrividì. Com'era possibile mangiare gelati con
quella temperatura? A peggiorare le cose, la porta a vetri si
aprì ed una ventata d'aria tiepida — ahimè troppo breve —
gli accarezzò la faccia. Due uomini emersero dal calore
dell'atrio.
Vilakoz, il caposquadra dei Costeau uniti alla E-Tech,
sembrava uno degli androidi da combattimento degli anni
pre-Apocalisse. Come il resto della truppa indossava una
tenuta da sci e una blusa piena di tasche, ma montato sulla
schiena aveva un voluminoso congegno nero pieno di
sporgenze, simile a uno dei saldatori elettrici usati nel vuoto
dello spazio ma due volte più grosso. Tre spessi cavi grigi lo
univano al tubo lungo due metri e venti che il negro
stringeva fra le mani guantate. Altri cavi più piccoli
collegavano il dispositivo di puntamento del tubo ai display
del casco. La visiera gli nascondeva la faccia quasi del tutto;
ma sul lato del suo naso le cicatrici, ricordo del suo
precedente incontro con Calvin, erano ancora visibili.
— Sembra piuttosto ingombrante — gli disse Huromonus,
accennando col capo a quell'attrezzatura. — Non sapevo che
esistesse un geo-cannone anche di modello portatile.
— Non è portatile.
Huromonus inarcò le sopracciglia.
Vilakoz sogghignò, guardando il territorio coperto di neve
sul retro dell'albergo, oltre il posteggio. — Un colpo di
quest'affare — promise, — e uno di quei bastardi ha chiuso,
scudo o non scudo.
— Non scordarti, però — intervenne il secondo uomo,
sbucando da dietro l'armamento di Vilakoz, — che non
siamo qui per eliminare dei bastardi... al plurale. Quello è
uno solo: un triplo bastardo. — L'ispettore Xornakoff alzò
una delle sue mani a quattro dita e richiamò l'attenzione di
tutti.
— Tenete sempre a mente questo fatto — li avvertì. —
Avremo di fronte un essere capace di esistere in tre posti
simultaneamente. Perciò guardatevi sempre alle spalle.
Un paio di uomini all'altra estremità della veranda
borbottarono qualcosa sottovoce. Xornakoff si mosse da
quella parte. — Ci sono commenti? Non ho sentito bene.
— Niente, signore.
L'ispettore sorrise e alzò il braccio, quello fratturato
durante l'attacco alla villa del Leone e ancora chiuso in
un'ingessatura plasticata, mettendolo amichevolmente sulle
spalle dell'uomo che aveva parlato. — Se hai qualche
dubbio, Lombardi, non esitare a dividerlo con noi.
L'agente E-Tech guardò alcuni dei suoi compagni, poi
scrollò le spalle. — Be', signore... la strategia, qui, sembra un
po'... come dire, all'acqua di rose.
— All'acqua di rose?
Un altro agente, alto e molto robusto, si fece avanti. —
Signore, questo chalet che dobbiamo attaccare... noi
sappiamo che il Paratwa è là dentro, giusto?
— Giusto. Non è stato visto uscire.
— E non dobbiamo fare prigionieri.
— Aspettarsi che un Paratwa si arrenda è da escludersi,
infatti.
— E non ci sono ostaggi di cui si debba tener conto.
L'ispettore tolse il braccio dalle spalle di Lombardi. —
Vieni al punto, Ravinsky.
L'uomo si accigliò. — Signore, molti di noi si stanno
chiedendo... perché non facciamo semplicemente in briciole
questo chalet. Basta un missile, e ci siamo levati il pensiero.
Un altro agente, una donna, annuì con enfasi. — Sì,
signore. Quella casa è completamente isolata. Potremmo
farla saltare via dal fianco della collina con un colpo solo
senza imprevisti... senza che ci siano perdite.
— Militari o civili — aggiunse un altro.
— Sì, questa è una buona domanda — ammise Xornakoff,
gettando un'occhiata a Huromonus. — Ma io non sono
autorizzato a dare la risposta. I vostri ordini sono chiari. Lo
chalet va attaccato con armi portatili. Gli esplosivi saranno
usati solo per entrare, sfondando le finestre o i muri esterni.
Empedocle finì il gelato alla vaniglia-arancia e gettò il
bastoncino nella neve. Poi impregnò di una disinvolta
asprezza le parole della gemellare-Susan: — Se avete paura
di restare feriti... nessuno vi obbliga a venire con me.
— Non è questione di paura! — protestò uno dei presenti
con voce rauca. Un coro di voci decise gli fece eco.
— Basta così — ordinò Xornakoff. — Voi siete tutti
volontari, in questa missione. I parametri dell'attacco sono
stati chiariti...
— Ma avete diritto a una spiegazione — intervenne il
Leone. Prese a camminare avanti e indietro; un altro vano
tentativo di vincere il freddo. — Ormai sapete tutti della
Biodissea e degli Os/Ka/Loq, la razza aliena che minaccia di
spargere il virus mortale nelle Colonie. E sapete che questo
Paratwa triplo è uno di quelli che hanno fatto nascondere le
valigette con l'aero-gene in tutti i cilindri.
«Naturalmente non possiamo esserne certi, ma esiste la
possibilità che nello chalet ci siano informazioni su queste
bombe virali. Ciò potrebbe consentirci di trovarle e
disattivarle. — Un'altra raffica gelida spazzò la terrazza. Il
Leone fece una smorfia e si spostò sotto la veranda.
Huromonus prese le redini del discorso. — Ci sono troppe
vite in gioco. La distruzione indiscriminata è un rischio che
non possiamo correre. Dopo che avremo tolto di mezzo il
killer, perquisiremo quello chalet da cima a fondo.
— Dopo che avremo tolto di mezzo i cadaveri —
mormorò Empedocle, a voce così bassa che soltanto il Leone
lo udì. Sul volto della gemellare-Susan c'era un sorriso aspro,
derisorio.
— Ricordate — continuò Huromonus, — che in nostro
favore c'è l'elemento sorpresa. Con Gillian, e Susan, alla
guida dell'attacco ci sono ottime possibilità di concludere in
fretta. Entrambi hanno già affrontato il killer, e sono...
combattenti addestrati.
Empedocle represse l'impulso di ridere. Huromonus e il
Leone sono dei poveri vecchi spaventati. Non vogliono
ammettere neppure con i loro agenti che si appoggiano a
me, un Ash Ock, e che sono costretti a mandare un Paratwa
a battersi con un Paratwa.
Ci furono alcune smorfie scettiche, ma la maggior parte
degli uomini e delle donne sembrò accettare la spiegazione
del Leone. Questo lo fece sentire a disagio. Detestava
mentire.
La giustificazione ufficiale era un falso. Nessuno credeva
davvero che in quell'edificio avrebbero trovato elementi che
li aiutassero a cancellare la minaccia del virus nelle Colonie.
Era stato Nick a chiedere che l'attacco allo chalet fosse
condotto da Empedocle. Come sempre, l'ometto era stato
molto convincente nell'esporre le sue argomentazioni.
— Ascoltate — aveva detto. — Noi sappiamo che circa
dieci ore fa Corelli-Paul Ghandi e il gemellare identificato
come Calvin sono entrati in quella casa. E ci sono novanta
possibilità su cento che la dentro ci siano anche gli altri due,
Pistolero e Spadaccino. Tuttavia, nonostante ciò che è
accaduto oggi (e in particolare l'annuncio ufficiale della
morte di Saffo, dato dal Consiglio) Ghandi e il killer non
hanno cercato di andarsene.
«Riflette su questo. Voglio dire: perché diavolo sono
ancora imboscati là dentro dopo tutto questo tempo? Devono
pur sapere della morte di Saffo; tutte le emittenti libere ne
hanno parlato per ore. Chiunque avesse un minimo di
raziocinio si sarebbe subito dileguato alla ricerca di un altro
nascondiglio, un posto qualsiasi purché non collegato alla
CPG. L'ipotesi allora diventa: in quello chalet dev'esserci
qualcosa che noi ignoriamo. Mandare un jet a sbriciolare
tutto quanto sarebbe poco saggio, forse addirittura
pericoloso.
Il Leone non ne era rimasto convinto. Conosceva Nick. —
Questa è solo una razionalizzazione, e neppure buona, e lei
lo sa.
— D'accordo. — L'ometto aveva scrollato le spalle. —
Allora le darò una razionalizzazione migliore, la stessa a cui
abbiamo accennato nel garage. Mandiamo avanti
Empedocle, e magari i Paratwa si elimineranno a vicenda.
Due piccioni, e senza rischiare neanche una fava di nostra
proprietà.
Huromonus aveva scosso il capo. — Non posso mandare
degli agenti a giocarsi la vita solo perché a lei sembra astuto
indurre due killer ad ammazzarsi a vicenda.
— Non è questo. Probabilmente uno di loro
sopravvivrebbe.
— Allora perché non ci dice la ragione vera? — aveva
domandato il Leone.
— Credevo che la ragione vera lei la sapesse già.
— Vorrei sentirla lo stesso.
— E va bene — aveva detto Nick a denti stretti. — Gillian
era mio amico, e anche suo amico, e merita almeno una
maledetta possibilità. A me non importa un accidente che
Empedocle viva o crepi. Ma Gillian ha il diritto di provarci.
Dobbiamo dargli il modo di tornare indietro.
— Non sappiamo se possa tornare indietro — aveva
osservato Huromonus.
— Lei ha ragione. Non lo sappiamo. Però io so che in
circostanze di violento stress, di tensione emotiva, la strada
che porta giù nella profondità della mente di un Ash Ock si
apre. Il combattimento presenta la situazione ideale, è
l'occasione che può permettere di attraversare quella soglia.
— Supponiamo di accontentarla — aveva detto
Huromonus. — Come pensa che potremmo portare questo
attacco? Non dimentichi che lo chalet ha un sistema di
sorveglianza da fare invidia a una base militare. Crede
davvero che si possa arrivare lì del tutto di sorpresa?
— Si fidi di me — aveva detto Nick, con un sorriso privo
di allegria. — Ho un piano.
Il Leone riportò la sua attenzione sulla terrazza, dove
Xornakoff stava dando ordini alla truppa. L'ispettore guardò
un monitor. — Bene, gente. Lassù sono quasi pronti. Tutti in
sella, ora. Se qualcuno vuole che io gli auguri buona fortuna,
si faccia avanti... nessuno vuole un bacetto sulla guancia?
D'accordo, siete un branco di duri bastardi. Muovetevi.
La squadra d'assalto si mise in azione. Quattro alla volta
gli agenti scavalcarono la balaustra e saltarono in sella agli
sky-jet posteggiati in fila sotto la terrazza, un paio di metri
più in basso. I reattori rombarono. Due dozzine di tubi
argentei lunghi un paio di metri si alzarono dal suolo e
presero lentamente quota nel cielo grigio e fosco di Pocono.
Come al solito, nell'aria c'era un accenno di nevischio.
Appaiati a due a due, i ventiquattro cavalieri alati accesero
i propulsori di poppa e presero velocità, lasciandosi dietro
scie di fumo grigio che il vento disperdeva subito. Pochi
momenti più tardi lo stormo scomparve nella foschia che si
addensava intorno alla zona residenziale di Pocono.
Il loro obiettivo si trovava a circa diciotto chilometri a sud
dell'albergo. La squadra avrebbe seguito un percorso
curvilineo, salendo fino a un chilometro d'altezza; qui
doveva rallentare e allungare, per sintonizzarsi con l'altra
metà del piano; poi sarebbe scesa verso lo chalet ad una
velocità intorno ai 350 kmh. Se avessero calcolato bene il
tempo, i ventiquattro agenti sarebbero passati all'attacco
pochi secondi dopo l'arrivo del gemellare-Gillian.
— Spero che non ci saranno molte perdite — mormorò
Huromonus.
Empedocle ridacchiò.
Con un sibilo di reattori un piccolo velivolo della
Sicurezza E-Tech girò sulla verticale dell'Hotel Regina delle
Nevi. Qualche secondo dopo la fiamma gialla dei suoi
propulsori verticali fuse la neve e il ghiaccio sulla pista
d'atterraggio, nella zona centrale del parcheggio. Il vento
trascinò sulla terrazza nuvole di vapore già freddo.
Vilakoz, curvo sotto il peso del geo-cannone, scese per la
scaletta di cemento e corse verso il jet, riuscendo a superare
quei quaranta metri in appena una decina di secondi. Una
scaletta fu abbassata; il Costeau sparì svelto nella carlinga. Il
sibilo dei propulsori s'intensificò; il velivolo prese di nuovo
quota, fece un mezzo giro sul parcheggio e si allontanò sulla
stessa rotta seguita dagli sky-jet.
— A quanto ammonta la forza della seconda ondata? —
domandò il Leone.
— Abbiamo altri undici jet da assalto — rispose
Huromonus. — Più ventotto fuoristrada da neve, armati di
lanciamissili, e un totale di milleduecentocinquanta uomini
al suolo.
— Sarà abbastanza? — commentò Empedocle, e sbottò in
una risata aspra. Con incredibile velocità di movimenti la
gemellare-Susan si catapultò oltre la balaustra e atterrò sulla
sella del suo sky-jet. Il tubolare salì con un rombo e si fermò
all'altezza del Leone, di Huromonus e dell'ispettore
Xornakoff.
— Ai vecchi tempi avevo un motto... anche se non era
esattamente mio, ma di quel tappetto che si fa chiamare Zar
— disse il monarca. Dipinse un sorriso sulle sue due facce e
parlò in stereo, perché lo stava dicendo anche a qualcun
altro: — Se tutto va come previsto... ci rivedremo all'inferno!
Lo sky-jet salì di quota e scomparve nella nebbia.
— Ci rivedremo all'inferno!
— Penso che questo tu l'abbia imparato da me — disse
Nick.
— Non credo, tappo — rispose Empedocle attraverso il
gemellare-Gillian.
L'ometto grugnì e si girò verso l'ultimo tecnico E-Tech
rimasto nel piccolo locale. — L'apripista è pronto?
— Sì, signore. È giù nel tubolare. Armato e programmato.
— Allora lasciaci soli — ordinò il monarca.
Il tecnico gettò uno sguardo a Nick, a disagio, poi si diede
una spinta e fluttuò fuori dalla cabina di partenza della Pista
di Discesa Libera 14. Il portello metallico si chiuse.
Erano al centrocielo della Colonia, a gravità zero, nel
punto da cui prendeva inizio il toboga lungo sedici
chilometri che sospeso a cavi d'acciaio spiraleggiava
dall'asse di Pocono verso l'esterno. L'impianto era stato
chiuso al pubblico per essere ripulito dalle incrostazioni di
ghiaccio, ma dopo la riapertura non c'erano state molte
presenze. Tutto faceva presumere che quell'anno i
campionati intercoloniali non si sarebbero svolti.
Il gemellare-Gillian era sospeso a un metro dal suolo, con
gli attacchi di sicurezza degli stivali fissati al monosci
argenteo in fibra di carbonio. Sei lunghe sbarre ricurve simili
a zampe di ragno sostenevano il monosci sopra la botola, in
quel momento chiusa. Il suo corpo era piegato in avanti nella
classica posizione a uovo. Il casco aerodinamico, che si
allungava fino a metà della schiena, era fornito di due piccoli
propulsori laterali, accesi, che ronzavano leggermente
emettendo refoli e gocce di vapore condensato, e di un cavo
di trazione collegato alla parte posteriore del monosci, una
piattaforma lunga due metri avvolta in una nebbia di
polyfreeze che il tecnico aveva appena spruzzato sulla
superficie d'attrito.
— Bene, mi sembra che più pronto di così non potresti
essere — disse Nick. — Ricorda che il robot apripista ti
precederà di circa trecento metri, ma che questo divario
aumenterà perché è misurato dal tempo, non dalla distanza.
Il tuo monosci è elettronicamente collegato al suo, e
replicherà tutte le sue variazioni di rotta. Quando poi
l'apripista sarà all'altezza dello chalet...
— Stiamo sprecando tempo.
L'ometto sogghignò. — Già. Volevo solo accertarmi che
tu avessi capito. Chissà, magari riuscirai a battere il record
della pista.
Empedocle rise. — Tu pensi ancora che lui tornerà
indietro. È così?
— Non so di cosa stai parlando.
— Gillian se n'è andato. È storia antica.
— Stai attento all'impatto verticale. Una buona partenza è
la base di una buona gara.
Nel locale echeggiò la voce di un tecnico. — Abbiamo il
via. Qui siamo pronti. Inizio conto alla rovescia dal vostro
segnale.
Empedocle strinse saldamente le manopole dei bastoncini.
— Parti con il conteggio.
— Apripista uscito dall'hangar — annunciò il tecnico. —
Apripista nel primo tratto, in accelerazione... telemetrico
verde... controllo automatismi verde... quattro secondi al
lancio...
— ... tre... due... uno...
Empedocle fece l'occhiolino allo Zar. Poi il sestetto di
sbarre di sostegno si ritrasse, e la botola sotto di lui
scomparve. Il campo di forza da cui era tenuto in posizione
verticale lo fece calare velocemente attraverso l'apertura.
Con un tonfo secco il monosci atterrò sulla pista larga tre
metri, coperta da uno strato di ghiaccio. I propulsori si
accesero. Empedocle stava già assaporando sensazioni
abbastanza movimentate con l'altra sua metà, ma gli piacque
l'impulso con cui il gemellare-Gillian balzò avanti e accelerò
nel tratto orizzontale della pista: un intero mezzo miglio
senza curvatura all'insù, completamente contenuto in un
tubolare largo dieci metri illuminato a giorno.
I sensori calcolarono la sua velocità. Il display del casco la
tradusse in miglia all'ora.
Trenta... quarantacinque... sessantacinque... novanta...
Empedocle chiuse gli occhi del gemellare maschio e si
concesse una vista del panorama con quelli della gemellare
femmina soltanto. Lo sky-jet di Susan era arrivato alla quota
massima prevista, e stava per cominciare la sua picchiata
verso lo chalet. Intorno a lei il resto della squadra d'assalto si
abbassava, prendendo posizione, e il cielo era striato dagli
scarichi bianchi dei loro propulsori.
Quando il gemellare-Gillian riaprì gli occhi, il display del
suo casco segnava già centoventi miglia all'ora. Trecento
metri più avanti la forma accovacciata in posizione a uovo
dell'apripista si stava innalzando nel primo tratto curvo della
Pista di Discesa Libera 14. Luci rosse pulsavano sulle sue
spalle; gli scandagli di cui era fornito analizzavano il
ghiaccio di fronte a lui in cerca di crepe potenzialmente
mortali; il robot modificava senza requie la sua posizione e
trasmetteva i dati della traiettoria al computer del monosci di
Gillian, sincronizzato al suo con un divario di tempo
calcolato al millesimo dagli scanner di pista.
II gemellare-Gillian era telecomandato; stava filando giù
per la spirale praticamente alla cieca, impegnato solo nel
mantenere l'equilibrio in posa aerodinamica. La sua velocità
era salita a 130 miglia all'ora.
Entrando nella curvatura, il monosci si spostò di lato sulla
parete ricalcando al millimetro la traccia dell'apripista. Sopra
di lui ci fu all'improvviso un cielo grigio; era uscito dal
rettilineo del tubolare. Da lì in poi avrebbe viaggiato
all'aperto. Il tratto iniziale curvava anche a destra oltreché
verso l'alto, e la forza centrifuga lo stava spostando sempre
più su lungo la parete sinistra, così vicino al bordo superiore
che il campo d'energia del guard-rail — l'unico ostacolo che
poteva impedirgli di volare nel vuoto in caso d'errore —
passava via a meno di mezzo metro dal fianco del monosci.
La cifra del tachimetro superò le 140 miglia all'ora.
Mentre la pista scendeva — ai suoi occhi saliva —
allontanandosi dal centro privo di gravità di Pocono,
Empedocle acquistava peso e si sentiva più stabile. Più
avanti, l'apripista entrò nella prima chicane, una serie di tre
lente curve a S.
Strinse forte i bastoncini e fu nella S anche lui... su per un
tratto a raggio più stretto... di nuovo giù, mentre il monosci
si staccava dalla pista... su per la parete opposta, deviando a
destra e a sinistra tre volte di fila...
Era fuori dalla chicane... un «rettilineo» di cinquecento
metri... e poi la curva più impegnativa della pista: un arco di
180 gradi che spinse il suo monosci pericolosamente in alto
lungo la parete, a pochi centimetri dallo scintillante campo
del guardrail...
E la gemellare-Susan portò al massimo dell'accelerazione
lo sky-jet. Il vento le investiva la faccia mentre si gettava in
picchiata verso l'obiettivo...
L'estasi pura della velocità.
Gli arrivava attraverso entrambi i corpi e lo faceva sentire
selvaggiamente vivo, frustato dal ritmo della trascendenza
binaria, conscio che i suoi due sistemi neuro-muscolari
gareggiavano su quell'arena al massimo del loro potenziale.
E il mondo esterno rallentò. Era arrivato a quello stadio di
percezione così perfetto che soltanto un Paratwa poteva
sperare di raggiungerlo; l'armonia estrema delle tensioni
interallacciate, gli stimoli che convergevano e divergevano
gareggiando in violenza.
Empedocle gridò con entrambe le bocche — l'esplosione
di un orgasmo psichico incontrollabile — e seppe che
avrebbe colpito il suo bersaglio al culmine di quella
sensazione, in una sincronia della mente e del corpo che
nulla poteva più arrestare.
Altre curve... il cielo si schiariva rapidamente... per un
poco ambedue i suoi corpi viaggiarono alla stessa velocità,
160 miglia all'ora, continuando ad accelerare sempre più...
E poi fu il momento.
Il conteggio alla rovescia scorreva sul display del casco
del gemellare-Gillian. Empedocle fece rallentare lo sky-jet
della gemellare-Susan, modificando la velocità del suo
avvicinamento aereo in modo che i due arrivassero allo
chalet separati da una manciata di secondi.
— Otto... — disse la voce meccanica. — Sette...
La Pista di Discesa Libera 14 spiraleggiava ora lontana dal
suo punto d'inizio. Si stava accostando al livello del suolo.
Quando Empedocle sbucò dalla foschia nel tratto inferiore
dell'atmosfera poté vedere la superficie del cilindro,
duecento metri più in basso, e scorse case e campi; chiazze
di vita organica nell'immenso panorama bianco che
tappezzava l'interno di Pocono.
— Cinque secondi...
D'un tratto l'obiettivo fu in vista: una macchia scura a
breve altezza sul fianco di una collinetta, tre piani di pietra e
tek strutturati con eleganza, l'ultimo fornito di una vasta
finestra panoramica, a meno di trenta metri di distanza dalla
pista.
— ... tre...
Lo Zar e i tecnici avevano fatto bene i loro calcoli; il
sistema di guida dell'apripista era stato modificato, e armato.
Fino all'ultima frazione di secondo tutto si sarebbe svolto
automaticamente.
— ... due...
Nessun essere umano avrebbe potuto tentare quella
manovra; solo una creatura i cui tempi di reazione erano
tarati su una scala diversa aveva la possibilità di agire entro i
parametri di una velocità così accecante.
— ... uno...
Trecento metri davanti a lui, sulla curva, l'apripista
impazzì.
Spine d'acciaio emersero dalla superficie d'attrito del
monosci e si piantarono nella pista, mentre ingannato dalla
brusca frenata il computer lo faceva procedere in linea retta.
Empedocle vide una nuvola di ghiaccio tritato levarsi
nell'aria; ci fu uno stridore acuto quando il robot cominciò a
strisciare contro il guard-rail della Pista di Discesa Libera 14,
nel punto in cui questa passava più vicino allo chalet.
L'apripista esplose.
La granata nitrodirompente aprì un grosso squarcio nella
parete sinistra. Frammenti di plastica e d'acciaio — i detriti
abbastanza leggeri da arrivare fin lì — piovvero sulla pista
davanti al monosci di Empedocle.
Poi anche i suoi freni si conficcarono nel ghiaccio e ci fu
lo stress — previsto, e anticipato — della violenta
decelerazione che lo fece piegare in avanti, quando la sua
velocità passò da 175 a 70 miglia all'ora in meno di un