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UMBERTO BOTTAZZINI

Il calcolo sublime:
storia dell'analisi matematica
da Euler a Weierstrass
Umberto Bottazzini, nato a Viadana (Mantova)
nel 194 7, insegna Storia della Matematica
all'Università di Bologna. È autore di numerosi
lavori dedicati soprattutto alla storia dell'analisi
matematica nell'Ottocento, e collabora ai
"Matbematical Reviews" e a "Historia matbematica".
Lezioni e seminari

Boringhieri
UMBERTO BOTTAZZINI

n calcolo sublime:
storia dell'analisi matematica da Euler
a Weierstrass
© 1981 Editore Boringhieri società per azioni
Torino, corso Vittorio Emanuele 86
CL 74-9126-3
Indice

Introduzione 9

l Elementi di analisi del Settecento 19


1.1 Il concetto euleriano di funzione 1.2 La polemica sulle corde
vibranti 1.3 Mutamenti nel concetto di funzione 1.4 L"algebriz-
zazione' dell'analisi

2 La fisica come fonte di problemi d'analisi: J .B. Fourier 52


2 .l La matematica in Francia dopo la Rivoluzione 2.2 La serie
di Fourier 2.3 Il 'programma' di Fourier

3 Nuovi punti di vista 84


3.1 L'analisi all'inizio dell'Ottocento 3.2 Bernhard Bolzano 3.3 Il
Cours d'analyse di Cauchy 3.4 l fondamenti del calcolo infini-
tesimale in Cauchy: derivata e differenziale 3.5 l fondamenti
del calcolo infinitesimale in Cauchy: l'integrale 3.6 Funzioni di
variabile complessa e integrazione

4 La convergenza delle serie di Fourier 136


4.1 'Dimostrazioni' di Cauchy e Poisson 4.2 Una memoria di
Lejeune·Dirichlet 4.3 Il concetto di funzione di Dirichlet 4.4 La
convergenza uniforme delle serie

5 Analisi reale e complessa in Riemann 169


5.1 Caratteri dell'opera di Bernhard Riemann 5.2 La disserta-
zione inaugurale 5.3 Ricerche sull'integrazione e le serie trigo-
nometriche
6 L'aritmetizzazione dell'analisi 214
6.1 Discorsi con Kronecker e Weierstrass 6.2 Continuità e teorie
dei numeri reali 6.3 La teoria delle funzioni di Weierstrass

Appendice. Sulla storia del 'principio di Dirichlet' 242

Bibliografia 251
Indice dei nomi 263
Indice analitico 267
AVieri
AVVERTENZA
I rimandi alla Bibliografia finale sono costituiti da autore e data tra parentesi:
la data è quella dell'edizione originale; l'indicazione di pagina invece, ove siano
citate in Bibliografia l'edizione delle "Opere complete" o l'eventuale traduzione
italiana, si riferisce a queste ultime.
Introduzione

"Il vero metodo per prevedere l'avvenire delle matemati-


che è studiarne la storia e lo stato attuale."

Incominciando con queste parole la sua comunicazione al


4 ° Congresso internazionale dei Matematici (Roma, 1908)
Henri Poincaré (che pure non si è mai attivamente interessa-
to alla storia della matematica) dava comunque una preziosa
indicazione metodologica sia agli storici della matematica sia
ai matematici impegnati nella ricerca, non tanto per eserci-
tarsi in improbabili profezie, ma per individuare nella storia
le origini e le motivazioni delle teorie contemporanee e, nel
presente, le più feconde articolazioni delle teorie stesse.
In quel periodo, all'inizio del secolo, l'indagine storiogra-
fica stava emergendo con caratteristiche autonome tra le
varie branche della matematica: in Germania appariva l'ul-
timo volume delle monumentali Vorlesungen uber die
Gescbicbte der Matbematik di Cantor e un po' dovunque
nuove riviste specializzate si affiancavano a quelle esistenti,
da "Bibliotheca mathematica" (1887-1914) al "Bollettino
di bibliografia e di storia" (1898-1922) di Loria. I volumi
del "J ahresbericht" [annuario] della Società matematica
tedesca erano in gran parte dedicati a rapporti di natura sto-
rica su diversi argomenti, così come intere sezioni dell'Enzy-
klopiidie der matbematiscben Wissenscbaft, l 'imponente im-
presa voluta da Klein.
Lo stesso Klein negli ultimi tempi della sua vita, dagli an-
ni della guerra fino al 1919, teneva lezioni a casa sua per un
ristretto numero di uditori sulla storia della matematica più
10 INTRODUZIONE

recente: raccolte da Courant e Neugebauer, quelle lezioni


venivano poi pubblicate postume nelle magistrali Vorlesun-
gen uber die Entwicklung der Mathematik im 19° ]ahrhun-
dert, ancora oggi la migliore storia complessiva a disposizio-
ne sul secolo scorso.
Klein aveva inizialmente concepito le sue lezioni nel
contesto di un grandioso progetto di sintesi della "cultura
del presente".
E questo lo spirito che anima la sua concezione della
storia: Klein procede per temi e, pur se non manca un'anno-
tazione biografica sugli autori, il reale oggetto di indagine
è l'argomentazione matematica delle questioni, le connessio-
ni reciproche, le motivazioni degli sviluppi.
Nonostante i diversi punti di vista e le polemiche che pure
separarono i due, la concezione di Klein e quella di Poincaré
sono qui molto simili: si tratta di concepire la storia della
matematica "per il presente".
Questa prima, se pur schematica, precisazione si oppone
da un lato al considerare la storia come un magazzino di no-
tizie più o meno curiose accatastate dagli specialisti in anti-
quariato matematico, cui attingere occasionalmente, dali 'al-
tro ali 'idea assai diffusa che in realtà il matematico impegna-
to nella ricerca non abbia bisogno di conoscere la storia
"perché la sua vocazione è di rifiutarla" come è stato scritto
da Cavaillès. Una vocazione deprecabile, se porta qualche
studente ad annoverare Euler tra i matematici dell'antichità
classica, insieme a Eudosso e Euclide, o qualche ricercatore
dell'università a scoprire solo per caso, nel corso di una con-
versazione cui ho assistito, che Lie non è un matematico ci-
nese contemporaneo cui si devono le omonime algebre, co-
me aveva sempre pensato, ma un norvegese del secolo scorso.
Né è molto consolante ricordare che i grandi matematici del
passato (anche recente) studiavano non tanto i manuali
quanto direttamente le opere dei loro illustri predecessori.
Ma, anche nel considerare la storia della matematica "per
il presente", emergono punti di vista diversi: uno, assai dif-
fuso, è di intendere lo sviluppo della matematica come
una sorta di "commedia degli errori" che ha finalmente
emendato sé stessa trovando un esito definitivo e rigoroso
solo nei tempi più recenti. L'esempio più noto (e dunque in
INTRODUZIONE 11

questo senso emblematico) è forse costituito dalla raccolta,


negli Elementi di storia della matematica di Bourbaki (1960),
delle note storiche che corredano i vari fascicoli dei suoi
Eléments de mathématiques. Qui il divenire della matemati-
ca è visto come attraverso un imbuto: tutto lo sviluppo
precedente deve passare attraverso il collo stretto delle
"strutture" bourbakiste.
Certamente il lavoro dei bourbakisti ha rappresentato
anche lo sforzo di conferire alla matematica un assetto uni-
tario, ciò che Weil ha sottolineato, scrivendo in un suo articolo
che "abbiamo imparato a far risalire tutta la nostra scienza a
una fonte unica, composta soltanto di qualche segno e di
qualche regola d'uso di questi segni" come awiene per le
moderne teorie matematiche assiomatizzate.
Se certe branche della matematica non sono state ancora assioma-
tizzate, cioè, in altre parole, ricondotte a una forma di esposizione do-
ve tutti i termini sono definiti e tutti gli assiomi esplicitati a partire
dalle nozioni primitive della teoria degli insiemi - continuava allora
Weil (1962, p. 309)- è soltanto perché non abbiamo ancora avuto il
tempo di farlo.

Alle fiduciose aspettative di Weil si contrapponeva qual-


che anno più tardi l'opinione di Dieudonné, anch'egli uno
degli esponenti più autorevoli del gruppo bourbakista.
Ricordando il lavoro e le ipotesi alla base del gruppo, in
un recente articolo Dieudonné ha dato della matematica
un'immagine come di un gomitolo in cui" vi sono un certo
numero di fili che vanno in tutte le direzioni e non si
collegano con nessun altro. Bene, il metodo di Bourbaki è
molto semplice: tagliamo i fili".
Questo significa che "se vogliamo essere in grado di for-
nire un resoconto della matematica moderna che soddisfi
l'idea di stabilire un centro dal quale parte tutto il resto, è
necessario eliminare molte cose" (Dieudonné, 1970).
Tra le cose che non si è riusciti a "comprendere" attra-
verso le strutture fondamentali della matematica compaiono
"la teoria degli ordinali e dei cardinali, l'algebra universale ...
i reticoli, l 'algebra non associativa, la maggior parte della
topologia generale, degli spazi vettoriali topologici, della
teoria dei gruppi (gruppi finiti), della teoria dei numeri (teo-
12 INTRODUZIONE

ria analitica dei numeri), i processi di somma e tutto ciò che


può essere chiamato bard analysis ... e finalmente, ovvia-
mente, tutta la matematica applicativa".
Questa ricerca "di un centro dal quale parte tutto il resto"
è ricorrente negli scritti bourbakisti e presuppone l'idea del-
la continuità dello sviluppo delle teorie, presentate "unifica-
te" nella terminologia e nella concettualizzazione oggi usuali.
Percorrendo questa via si arriva a una ricostruzione for-
male dello sviluppo della matematica, che evidenzia dal no-
stro punto di vista errori, incomprensioni o "felici intuizio-
ni" dei matematici del passato; un lavoro probabilmente uti-
le, ma la storia non può limitarsi a questa analisi formale.
Difatti, se si vuole cercare di comprendere la dinamica
dello sviluppo reale della matematica, è essenziale sottoli-
neare la specificità dei contesti e delle motivazioni, i muta-
menti di punti di vista, le contraddizioni, le generalizzazioni
e le giustapposizioni delle teorie.
"La scienza avanza per una serie di combinazioni in cui il
caso non gioca affatto il ruolo minore - scriveva più di
cent'anni fa Galois (1962, p. 19) -la sua vita è ardua e asso-
miglia quella dei minerali che crescono per giustapposizio-
ne." E in un appunto trovato tra le sue carte si legge questa
pungente osservazione: "Si crede generalmente che le mate-
matiche siano una serie di deduzioni." Un'osservazione che
merita di venir ancor oggi ripensata, di fronte al gran parlare
di matematica come "sistema ipotetico-deduttivo".
Certo - scriveva Galois - se le verità matematiche si potessero
dedurre in maniera regolare e quasi meccanica (comme machinale-
ment) da qualche principio unito a un metodo uniforme, allora non ci
sarebbero più né ostacoli né alcuna delle difficoltà che lo studioso
incontra nelle sue ricerche (dan!i ses explorations) e che spesso sono
immaginarie. Ma non vi sarebbe più nessun ruolo per lo studioso. Non
è affatto così: se il compito dello studioso è più faticoso e difficile e
pertanto più bello, il cammino stesso della scienza è meno regolare.
È possibile insomma intendere la storia "per il presente"
ponendo l'accento sul cammino "meno regolare" della
scienza e, rovesciando una famosa battuta di Lakatos (1976,
p. 395), riportare al centro dell'indagine la storia "reale" ed
eventualmente in nota la sua "ricostruzione razionale", ab-
bandonando con ciò l'idea di uno sviluppo ininterrotto, con-
INTRODUZIONE 13

tinuo, verso teorie sempre più rigorose e rifiutando il finali-


smo implicito in questa tesi.
Difatti il rigore in matematica è anch'esso un concetto
"storico" e dunque in divenire: "Personalmente noi non
crediamo che un rigore assoluto debba sempre essere conse-
guito e se verrà un tempo in cui si penserà che le cose stan-
no così, questo sarà il segno che la razza dei matematici
è in via di declino" affermò cinquant'anni fa il matematico
(e storico) Pierpont al meeting annuale dell'American
Mathematical Society (Pierpont 1927, p. 23). Opinione che
trova significativi precedenti in Picard, Lie e Klein per
esempw.
Appellarsi all'esigenza di rigore nello spiegare lo sviluppo
della matematica sembra in realtà un discorso circolare: di
fatto, alla formulazione di nuovi standard di rigore si per-
viene quando i vecchi criteri non permettono una risposta
adeguata alle domande che vengono dalla pratica matemati-
ca o addirittura da problemi in certo senso esterni alla mate-
matica che, trattati matematicamente, impongono muta-
menti del quadro teorico.
Così non è un caso che la fisica matematica e più in
generale la matematica applicata siano state un motore
formidabile per lo sviluppo anche della matematica pura.
E non è neppure un caso che nuovi criteri di rigore si
presentino il più delle volte nella formulazione delle defini-
zioni anziché nelle dimostrazioni: il momento della defini-
zione rientra infatti nell'assetto complessivo in cui una
teoria si organizza ed è conseguente alla scoperta matemati-
ca vera e propria.
Inoltre, a differenti nozioni di rigore corrispondono spes-
so modi di intendere la matematica radicalmente differenti:
celebre è il caso di Riemann e Weierstrass, il primo espri-
mente una concezione "geometrica" e "fisica", l 'altro
"aritmetica" dell'analisi. Ed è noto che Weierstrass, e con lui
Kronecker, in fondo non riteneva molto rigoroso il mate-
matico di Gottinga.
Se dunque il nostro concetto di rigore matematico è
radicalmente mutato rispetto a quello di Euler o di Cauchy
o Riemann, la cosa più istruttiva, proprio pensando la storia
"per il presente", non è tanto di ripresentare teorie e
14 INTRODUZIONE

risultati storici col formalismo e il rigore contemporaneo,


ma comprendere le idee che erano all'origine delle teorie e le
motivazioni e i problemi che hanno portato a generalizzazio-
ni e mutamenti, anche nel campo del rigore. Questi hanno
spesso articolazioni complesse e moventi sia all'interno delle
teorie che nel contesto più ampio della scienza, della cultura
e della società in un dato momento storico.
A questo aspetto sono stati correlati due mudi di intende-
re lo sviluppo della matematica, che usualmente (e schemati-
camente) si identificano nei termini "storia interna" e "sto-
ria esterna" della matematica; questa distinzione artificiosa
è stata al centro di innumerevoli dibattiti.
Come è apparso chiaro anche a un recente convegno
sull'argomento tenutosi a Berlino, mantenere una rigida
separazione, attestandosi da una parte o dall'altra della
trincea teorica che (spesso) divide gli storici "esternisti"
dagli "internisti" è atteggiamento sterile: lo sviluppo reale
della matematica, infatti, viene difficilmente compreso
limitandosi a uno solo dei due aspetti.
"Occuparsi di concezioni mi sembra oggi la funzione
principale della storia" scriveva all'inizio del secolo Jourdain
(1913, p. 663), che dava tuttavia una vigorosa caratterizza-
zione in senso psicologico al termine "concezione". A me
pare che si possa tenere fermo questo giudizio, dando un
significato più vasto alle "concezioni", che comprenda in sé
elementi derivati dal rapporto specifico con la propria
disciplina scientifica e aspetti e influenze provenienti dagli
ambienti sociali e culturali dove concretamente opera il
matematico. Ecco quindi come proseguiva Jourdain
Alcuni sono dell'opinione che la storia costituisca un fine in sé, e
altri pensano che la sola cosa buona della storia sia il suo valore
euristico. A me sembra chiaro che la storia fornisca un mezzo
estremamente prezioso, forse l'unico, per farsi un'idea giusta della
nostra conoscenza dando stimolo alla critica. Da un lato stimola alla
scoperta originale e dall'altro anche alla critica.
È un'opinione che spero le pagine seguenti possano con-
fermare.
Questo volume raccoglie le lezioni da me tenute nel
biennio 1977-79 all'Università della Calabria per il corso di
INTRODUZIONE 15

Storia delle Matematiche. Nel progettare un corso simile, si


potevano seguire essenzialmente due vie: la prima, che si
presenta forse spontaneamente, è quella di fornire una
rassegna dello sviluppo della matematica dalle origini ai
tempi recenti. Ma non è difficile convincersi che, nel
concreto, tale via è impraticabile e facilmente si riduce a
uno sguardo per forza di cose superficiale alla storia. Una
rassegna di nomi, di uomini e di teorie che alla pretesa della
completezza sacrifica la necessità della comprensione dei
fatti matematici. La seconda consiste anzitutto nella drasti-
ca riduzione a priori del periodo di tempo considerato e dei
temi discussi e tendenzialmente si avvicina di più ad un cor-
so monografico. Vi sono in ciò evidenti limitazioni, tali da
sollevare obiezioni fondate; ma chiunque converrà nel fatto
che riesce difficile immaginare un tema più monografico del-
la geometria greca, argomento cui sono essenzialmente dedi-
cati, per quanto ne so, i pochi corsi di Storia delle Matemati-
che nelle nostre università.
Anche se non sempre lo si dichiara in modo esplicito, si
sceglie generalmente di svolgere un corso monografico; la vera
giustificazione sembra piuttosto risiedere nella natura delle
cose.
Certamente lo studio della storia della geometria greca
presenta grande interesse e un indiscutibile valore didattico,
ma non da meno sicuramente è il rilievo e l'importanza (non
solo per la didattica) della storia del calcolo infinitesimale,
per esempio, o della matematica dell'Ottocento, in cui si
trovano le origini e le prime motivazioni di numerose teorie
contemporanee.
Il complesso della matematica ottocentesca rappresenta
un campo straordinariamente ricco e fecondo per la ricerca
storica, se si pensa che nel secolo scorso la produzione
matematica è stata maggiore che nei duemila anni precedenti.
Facendo proprie le parole con cui Volterra al Congresso
dei Matematici del 1900 a Parigi caratterizzava il secolo
appena concluso, si può parlare di "secolo della teoria delle
funzioni" e tentare di dare un'idea della matematica otto-
centesca tracciando la storia dell'analisi, reale e complessa.
In realtà sotto il nome di "teoria delle funzioni" si compren-
deva allora molto di più e il termine "analista" aveva una
16 INTRODUZIONE

connotazione altrettanto vasta quanto in precedenza il ter-


mine "geometra". Così, una parte fondamentale dell'analisi
nell'Ottocento era costituita, per esempio, dalla teoria delle
funzioni ellittiche e abeliane, che oggi si considera più pro-
priamente parte integrante della storia della geometria alge-
brica e delle sue origini. Analogamente è stato per la teoria
degli invarianti o per la teoria delle funzioni algebriche.
Due temi attraversano tutta la storia dell'analisi matema-
tica dell'Ottocento e ne costituiscono una sorta di motivo
conduttore; da un lato la teoria delle serie (e in particolare
delle serie di Fourier) e dall'altro la teoria dell'integrazione
sia nel campo reale che complesso. Ad essi si collegano sia i
problemi dei fondamenti del calcolo infinitesimale, la teoria
degli insiemi e più in generale i mutamenti nello stesso
concetto di funzione, sia le teorie di Cauchy, Riemann e
Weierstrass delle funzioni di una variabile complessa, oltre
che le questioni di fisica matematica (teoria del potenziale e
funzioni armoniche) che in maniera naturale a queste si
legano. Il mantenere una separazione tra i due temi, come
qui è stato fatto, risponde solo a esigenze espositive.
Questo fa sì che ci siano due possibili piani di lettura,
uno essenzialmente dedicato alla storia dell'analisi reale,
l'altro a quella dell'analisi complessa.
Spero che questo volume possa essere di qualche utilità
non solo ai cultori di storia della matematica, ma più in ge-
nerale agli studenti dei primi corsi di analisi matematica del-
le nostre facoltà: il livello richiesto per la lettura del libro
non è superiore a quello raggiunto nei primi anni di universi-
tà e forse un'esposizione storica può fornire motivazioni e
argomenti per comprendere meglio nozioni e teoremi che
usualmente compaioni nei manuali dell'analisi.
Numerosi sono coloro che, in maniera più o meno diretta,
hanno contribuito alla stesura di questo libro, in primo
luogo gli studenti del Dipartimento di Matematica dell'Uni-
versità della Calabria che mi hanno continuamente sollecita-
to alla stesura di appunti delle lezioni, data l'inesistenza di
letteratura italiana sugli argomenti trattati. Inoltre tutti
coloro, spesso professionalmente impegnati in campi della
scienza diversi dalla storia della matematica, coi quali
tuttavia ho avuto occasione di discutere su argomenti
.INTRODUZIONE 17

particolari o, in generale, sulla storia della scienza e i suoi


aspetti metodologici.
Tra questi vi sono anzitutto Sissa Abbati, Anna Guagnini,
Pierangelo Miglioli e Antonio Sparzani, ai quali mi lega una
lunga consuetudine di discussione e di scambio di idee. Pre-
ziosi argomenti di riflessione mi hanno offerto le lunghe e
familiari conversazioni avute con Silvio Bozzi e Corrado
Mangione che, unitamente a Ivor Grattan-Guinness, desidero
ringraziare per l'accurata lettura di una prima stesura del
manoscritto, ricca di suggerimenti e di osservazioni. Stimo-
lanti sono stati gli scambi di idee avuti con Renato Betti,
Ettore Casari, Raffaella Fracci, Jacques Guenot, Giancarlo
Meloni, Luigi Pepe, Laura Toti Rigatelli e Pasquale Tucci.
Inoltre, innumerevoli spunti di ricerca ed elementi critici
mi sono venuti da colleghi stranieri durante i periodici
incontri svoltisi a Oberwolfach, cui sono stato inizialmente
introdotto grazie a Hubert Kennedy. Di ciò in primo luogo
sono grato al professar C. J. Scriba, per avermene dato l'oc-
casione invitandomi agli annuali convegni di Storia della
Matematica.

Un ringraziamento particolare va a Gianni Ferrari e


all'editore Boringhieri, che ha voluto accogliere il presente
volume tra quelli della collana "Lezioni e seminari".
C'è una persona infine che ha contribuito a questo lavoro
più di ogni altro, pur in maniera indiretta e con una
spontanea indifferenza per i contenuti: si tratta di mio figlio
Vieri, che crescendo e facendomi giocare con lui mi ha fatto
capire meglio molte cose, e, tollerando che ogni tanto mi
allontanassi da lui, mi ha insegnato, fra l'altro, a valutare
pienamente l'importanza del tempo.
Capitolo l
Elementi di analisi del Settecento

1.1 Il concetto euleriano di funzione

Nel fascicolo dei risultati del primo libro degli Eléments


de mathématique di Bourbaki, dedicato alle strutture
fondamentali dell'analisi, si legge questa definizione di
dipendenza funzionale:
Siano E e F due insiemi distinti o no. Una relazione tra una variabi-
le x di E e una variabile y di F è detta relazione funzionale in y, o rela-
zione funzionale di E verso F, se, qualunque sia x E E, esiste un ele-
mento y di F, e uno solo, che stia nella relazione considerata con x. Si
dà il nome di funzione all'operazione che associa così ad ogni elemen-
to x E E l'elemento y di F che si trova nella relazione data con x; si di-
ce che y è il valore della funzione per l'elemento x e che la funzione è de-
terminata dalla relazione funzionale considerata. Due relazioni funzio-
nali equivalenti determinano la stessa funzione (Bourbaki, 1939, p. 6).
Il concetto di funzione appare qui definitivamente basato
sulla teoria degli insiemi, nei cui termini si esprime appunto
la nozione di relazione funzionale tra due insiemi come
sottoinsieme del prodotto cartesiano E X F. In maniera
analoga si trova definito il concetto di funzione nelle opere
più recenti di Dieudonné (1969) o di Kolmogorov e Fornine
(197 4): la definizione in termini insiemistici appare così
come l'esito di una discussione che ha accompagnato la
storia dell'analisi dalle origini del calcolo infinitesimale nella
seconda metà del Seicento. Si tratta d'altra parte di una
20 CAPITOLO PRIMO

definizione che comincia a rivelarsi insoddisfacente proprio


rispetto ad alcuni recenti sviluppi dall'analisi.
Scrivono Kolmogorov e Fornine (1974, p. 197) introdu-
cendo le funzioni" generalizzate" o distribuzioni:
In analisi si è portati spesso a considerare il termine "funzione"
con un grado di generalità che varia secondo le questioni studiate ...
Vi sono casi in cui la nozione classica di funzione, anche se intesa nel
senso più generale, cioè come una legge arbitraria che ad ogni valore di
x appartenente al dominio di definizione della funzione fa corrispon-
dere un numero y = f(x), si rivela insufficiente.
Essi producono alcuni esempi per illustrare le difficoltà
che si presentano nella pratica fisica e matematica allorché
ci si limita a quella definizione di funzione, difficoltà che
potrebbero certo essere evitate limitando le funzioni ammis-
sibili a classi di funzioni opportune, per esempio le funzioni
analitiche.
"Ma - osservano ancora Kolmogorov e Fornine - una
tale restrizione dell'insieme delle funzioni ammissibili in
molte questioni è estremamente indesiderabile" e, motivan-
do con ciò la necessità di una estensione del concetto di
funzione, significativamente aggiungono:
Sottolineiamo ancora una volta che l'introduzione delle distribuzio-
ni è dovuta a problemi del tutto concreti e non alla semplice tendenza
a estendere il più possibile le nozioni dell'analisi [corsivo nostro]. In
fisica, d'altronde, si è cominciato a far uso delle distribuzioni da molto
tempo, in ogni caso da prima che fosse costruita la teoria matematica
rigorosa delle distribuzioni (i vi) . 1
È questo un fenomeno ricorrente nello sviluppo della ma-
tematica moderna, il cui rapporto con la fisica non si con-
cretizza solo nel vasto campo di applicazioni fisiche dei
risultati matematici; viceversa, numerose sono le teorie
matematiche, talvolta anche quelle a prima vista più astrat-
te, che trovano origini e motivazioni nella ricerca fisica.
Del resto, nella formulazione oggi usuale del concetto di
funzione come applicazione fra insiemi astratti va perduta
una delle idee centrali, di natura fisica, che originariamente
stavano alla base dell'analisi, l'idea di studiare matematica-
mente il movimento dei corpi e dunque la variazione delle
grandezze.
ANALISI DEL SETTECENTO 21

È questo il passo che separa nettamente la matematica


classica, tipicamente la geometria della Grecia antica,
tramandata dagli arabi e "riscoperta" nei testi di Euclide e
Archimede nel sedicesimo secolo, dalla matematica moder-
na. Nel 1870 il matematico tedesco Hankel (1839-1873)
scriveva: "La matematica moderna data dal momento in cui
Descartes va oltre la trattazione puramente algebrica delle
equazioni per indagare le variazioni delle grandezze che una
espressione algebrica subisce quando una grandezza generica
in essa contenuta percorre una successione continua di valo-
ri" (Hankel, 1882, p. 63). Si tratta di un passo decisivo, che
trova nel calcolo infinitesimale il significato più compiuto: il
calcolo dà conto della radicale differenza che intercorre tra
la moderna analisi e !"'algebra geometrica" degli antichi, ma
anche tra la cinematica di Galileo e la dinamica di Newton.
Se formalmente il termine "funzione" si trova per la prima
volta in Leibniz 2 e BernoullV è con Newton che emerge,
sulla base di motivazioni fisiche, la stretta relazione tra il
concetto di funzione e quelli di variazione e di calcolo
(flussionale). Per Newton il movimento dei corpi è al centro
della ricerca e il metodo delle flussioni offre la strumenta-
zione matematica per descrivere le variazioni delle grandezze
fluenti (cioè le funzioni), cose queste che "hanno veramente
luogo in natura". 4
Lo sviluppo del calcolo infinitesimale ha seguito diverse
vie in Inghilterra e nel continente europeo: rigidamente
vincolata alla tradizione newtoniana (e al suo infelice
formalismo), la matematica inglese nel Settecento sarà
incapace di cogliere la straordinaria quantità di risultati e di
tecniche che la maggiore flessibilità e fecondità della
tradizione leibniziana aveva assicurato ai matematici conti-
nentali. 5
Di fatto, l'atteggiamento (e il formalismo) leibniziano
appare dominante nell'analisi matematica del Settecento e,
coerentemente con esso, il concetto di dipendenza funzionale
tra quantità variabili è quello che Euler (1707-1783),
sicuramente il matematico più originale e fecondo del
secolo, esprime con le seguenti parole: "Una funzione di
quantità variabili è un'espressione analitica composta in
modo qualunque da quelle quantità e da numeri o quantità
22 CAPITOLO PRIMO

costanti" (Euler 17 48, vol. 8, p. 4 ). È questa la definizione


che si legge in apertura del primo volume dell'Introductio in
analysin infinitorum, un trattato "standard" della matemati-
ca settecentesca. Qui è già del tutto assente ogni riferimento
fisico al movimento dei corpi e il concetto di funzione viene
espresso in termini puramente formali come combinazione
di quantità (variabili e costanti) e di segni d'operazione.
Col termine "espressione analitica" si intende, per Euler,
un'espressione composta da grandezze simboliche e numeri
mediante operazioni algebriche (addizione, sottrazione, mol-
tiplicazione e divisione, elevamento a potenza ed estrazione
di radice, "alle quali bisogna aggiungere ancora la risoluzio-
ne delle equazioni") oppure trascendenti, quali l'esponenzia-
le e il logaritmo "e innumerevoli altre che ci fornisce il
calcolo integrale".
A questa distinzione è correlata, per Euler, quella tra
funzioni algebriche e trascendenti: le prime sono ottenibili
mediante un numero finito di operazioni elementari (le
equazioni algebriche sono in linea di principio risolubili
algebricamente, è opinione di Euler) mentre per le seconde
egli ritiene senz'altro che si possano sviluppare in serie
infinite (o comunque mediante un numero infinito di
operazioni elementari) senza porsi il problema né della
dimostrazione né della legittimità di tali estensioni.
Così, nel capitolo 4 dell'Introductio, considera come
la maniera più generale di esprimere una funzione una serie
infinita del tipo:
A + Bz + Cz 2 + Dz 3 + ... [1.1.1]
"Se qualcuno ne dubita- scrive Euler- il dubbio sarà tolto
dallo sviluppo di ciascuna funzione" (ivi, p. 74 ).
In ogni caso, non essendo di fatto in grado di dimostrare
la sviluppabilità di una funzione qualunque f(z) in serie di
potenze ascendenti di z, Euler lascia aperta la possibilità di
considerare esponenti qualunque per la z nello sviluppo
[ 1.1.1], possibilità che egli esprime nei termini seguenti:
"Affinché questa spiegazione valga nella maniera più estesa,
oltre alle potenze di z che hanno esponenti interi positivi si
debbono ammettere anche potenze a esponente qualunque.
Così non vi sarà più alcun dubbio che ogni funzione della
ANALISI DEL SETTECENTO 23

stessa z si possa in questo modo trasformare in una espres-


sione infinita, denotando ex, {3, 'Y ecc. numeri qualunque."
Dunque una funzione qualunque di z è esprimibile nella
somma (infinita o no)
Aza + BzfJ + Cz 6 + ... , [1.1.2]
ed è proprio questa la proprietà che Euler ha in mente e
utilizza negli sviluppi di funzioni in serie o prodotti infiniti
oppure in frazioni continue che sono frequenti nell' Intro-
ductio.
È il caso, per esempio, della trascendente elementare
log x, di cui Euler dà lo sviluppo:
x2 x3
log (l + x) =x - 2 + - 3- - ...

servendosi della serie binomiale di Newton


m_ m(m- l) 2
(
l +x ) - l + mx + 1.2 x + ...
mediante la quale egli sviluppa l'espressione
(l +x)IIi,

dove i è "un numero più grande di ogni quantità prefissata"


e x è sufficientemente piccolo.
Del resto, come ha osservato Yuskevic (1976, p. 63) le
funzioni usate in analisi al tempo di Euler erano, nella
grande maggioranza, analitiche nel senso oggi usuale, salvo al
più punti isolati del dominio di definizione e, in singoli casi,
si potevano presentare esponenti frazionari o negativi nelle
potenze dello sviluppo. Euler osserva sì che la rappresenta-
zione [1.1.2] può venir meno in punti "eccezionali" isolati,
ma sostanzialmente si limita alla considerazione di funzioni
algebriche ed estende in generale le loro proprietà alle
funzioni trascendenti.
Poiché si era in grado di ottenere direttamente per le funzioni
algebriche lo sviluppo in serie secondo potenze di un incremento, il
quoziente differenziale e l'integrale, si riteneva non solo giusto
ammettere l'esistenza di tali serie, del quoziente differenziale e
dell'integrale, in maniera del tutto generale per tutte le funzioni, ma
anche non veniva assolutamente in mente che allo scopo occorresse
24 CAPITOLO PRIMO

un'esplicita affermazione, sia questa oggi un assioma o un teorema; co-


sì appariva del tutto ragionevole ed evidente questa estensione delle
proprietà delle funzioni algebriche alle trascendenti, estensione appa-
rentemente legittimata dalla visualizzazione geometrica delle curve
rappresentanti le funzioni; ed esempi, in cui funzioni propriamente
analitiche mostravano singolarità che erano essenzialmente diverse da
quelle delle funzioni algebriche, passavano del tutto inosservati.
Così Hankel (1882, pp. 64 sg.), che sostiene il proprio
argomento con esempi di funzioni come sin ! ,e 11 x,

1/1 + e11 x, f t:vx


l ecc. considerate nel punto x= O.
Certamente non è difficile, dal nostro punto di vista,
rilevare l'inadeguatezza della classificazione euleriana di
funzioni algebriche e trascendenti. Infatti, il carattere
algebrico o trascendente di una funzione non si lascia
rivelare dal particolare tipo di "espressione analitica"
impiegata nella definizione: così, serie infinite di potenze
crescenti dell'incognita x possono definire funzioni sia
algebriche, come è il caso di
x2 x4 l · 3 x6
y=l +y-2-4+~6- ... =
=+v'l +x 2 per lxi..;;;; l,
che trascendenti, come
x2 x4 x6
Y =-1- -2 + - 3- - ... = log (l+ x 2 ) per lxi..;;;; l

(Pringsheim, 1899, pp. 5 sg.). Lo stesso Pringsheim sottoli-


nea come solo le funzioni razionali siano esprimibili
attraverso un numero finito di operazioni elementari.
Il modo di ragionare sostanzialmente formale di Euler, in
cui ha un peso decisivo l'analogia supposta esistente tra il
finito e l'infinito, è tipica dell'epoca. Tuttavia alcune
procedure, oggi ritenute illegittime, non sono non rigorose
per Euler: lo sono rispetto ai nostri criteri di rigore, passati
attraverso il filtro di duecento anni di sviluppo dell'analisi.
Questo è un punto delicato, la cui comprensione è decisiva
se si vuole intendere lo sviluppo reale della matematica e
non vederlo deformato dalle lenti "razionali" della critica
ANALISI DEL SETTECENTO 25

contemporanea. Anche quello di rigore è un concetto in


divenire, storicamente determinato, come del resto lo sono i
procedimenti di Euler, quelli di Cauchy o Weierstrass o
quelli odierni.

1.2 La polemica sulle corde vibranti

La discussione intorno al concetto di funzione diventa


centrale verso la metà del Settecento in una questione di
carattere fisico-matematico, quella di studiare le vibrazioni
di una corda in un piano. Intorno alla soluzione di questo
problema, che ebbe un impatto decisivo anche sulla mate-
matica "pura", si alimentò una lunga e vivace polemica tra i
più grandi matematici del secolo, inizialmente D'Alembert e
Euler, e poi Daniel Bernoulli e J. L. Lagrange. 6 Si tratta
di una vicenda di cui si trovano echi ancora all'inizio
dell'Ottocento in. J. B. Fourier. La discussione si accese
intorno a un lavoro di D'Alembert (1717-1783) del1747,
ma pubblicato due anni dopo, che rappresenta il primo
tentativo coronato da successo di integrare le equazioni
differenziali alle derivate parziali che si ottengono descriven-
do matematicamente le infinite forme assunte da una corda
tesa posta in vibrazione in un piano. Era questo un proble-
ma già parzialmente affrontato da Johann I. Bernoulli
(1667-1748) nel 1727, che tuttavia si era limitato a
considerarne una forma "approssimata" nel senso che,
invece di una corda continua, aveva preso in esame il
comportamento di n masse uguali, disposte alla stessa
distanza tra loro e congiunte da un filo pensato privo di
peso, flessibile e inestensibile. J ohann Bernoulli aveva otte-
nuto per lo spostamento Yk della massa k-esima l'equazio-
ne alle differenze fini te:
d 2 Yk _ 2 _
dt2 -a (Yk+t 2yk + Yk-t), [1.2.1]

dove a 2 dipende dalla tensione della corda (pensata costante


anche durante le vibrazioni), dalla massa totale degli n corpi
e dalla loro distanza reciproca; Bernoulli risolve l'equazione
e passa poi a trattare il caso di una corda continua,
.26 CAPITOLO PRIMO

mostrando che la corda ad ogni istante t assume una forma


sinusoidale, la cui equazione egli ottiene integrando l'equa-
zione differenziale d2 y!dx 2 =-ky. (]. Bernoulli, 1727 e
1728): un risultato questo che era già stato reso noto
qualche tempo prima da Taylor (1685-1731).
Quando D' Alembert comincia a interessarsi della questio-
ne, il suo obiettivo è di far vedere che una corda in
vibrazione assume infinite altre forme oltre a quella sinusoi-
dale. Introducendo un sistema di riferimento cartesiano e
considerando al posto degli Yk una funzione y =y(t, x)
continua al variare con continuità di x da O a l (lunghezza
della corda), D'Alembert ottiene, al posto dell'equazione
alle differenze finite [ 1.2 .l], la seguente
a2 Y a2 Y
atl =a 2 a-t2, [1.2.2]

che egli integra nel caso a 2 = l, facendo uso di tecniche oggi


diventate usuali. 7
D'Alembert chiama "generale" la soluzione trovata:
y=w(t +x)+ r(t-x), [1.2.3]
col che "egli vuole piuttosto affermare solo che in questo
modo sono state trovate infinite soluzioni" (Burkhardt, 1908,
p. 11) dovute all'arbitrarietà delle funzioni w e r che
compaiono nell'espressione della y. Proprio allo scopo di
caratterizzarle, D' Alembert discute il caso particolare che
y(O, x)= O.
Dalla [1.2.3] ricava che w(x) + f(- x)= O. Inoltre le
condizioni y(t, O)= y(t, l)= O (che esprimono il fatto che
la corda è fissata agli estremi) danno rispettivamente, per
ogni t,
W(t) + f(t) =o [1.2.4]
w(t +l)+ f(t -l)= O. [1.2.5]
La prima equazione, unitamente alla w(x) + f(- x)= O,
dice che f(x) è funzione pari, mentre la seconda equazione
esprime il fatto che la w è periodica di periodo 21; il che
riduce la soluzione [1.2.3] allay = W(t +x)- 'l!(t- x).
È questo il contenuto di una memoria che D' Alembert
ANALISI DEL SETTECENTO 27

pubblicò nelle "Memorie" dell'Accademia delle Scienze di


Berlino (D'Alembert, 1749a) cui faceva immediatamente
seguito una seconda memoria sullo stesso argomento
(D'Alembert, 1749b) in cui l'autore esaminava la condizione
iniziale che y(O, x)= [(x) e che la velocità iniziale della
corda sia una funzione g(x ), dove sia la [(x) che la g(x) sono
arbitrarie.
Da queste condizioni discendono le equazioni
'l! (x)- 'l!(- x)= [(x)
'l''(x)- '11'(- x)= g(x)
OSSia

'l'(x) + '11(- x)= Jg(x) dx


che risolve completamente il problema.
D' Alembert sottolinea con vigore il fatto che la [(x) è
soggetta alla legge di continuità (espressione con cui D'Alem-
bert intende che [(x) è data da un'unica espressione anali-
tica) ed è altresì due volte differenziabile, dal momento che
è y(O, x)= [(x) e che la y(t, x) deve soddisfare l'equazione
[1.2.2].
L'anno successivo Euler intervenne sulla questione con la
memoria Sur la vibration des cordes. 8 Tecnicamente la
soluzione di Euler non si discosta da quella di D' Alembert,
alla quale tuttavia egli dichiara di voler aggiungere "qualche
osservazione abbastanza interessante nell'applicazione delle
formule generali". Egli considera infatti la stessa equazione
[ 1.2.2] studiata da D'Alembert e sottolinea l'intento di
ricercare la massima generalità possibile della soluzione,
"affinché la figura iniziale della corda possa essere tracciata
arbitrariamente" (Euler 1750, p. 76). Essa può essere data
infatti da una curva "sia regolare contenuta in una certa
equazione, sia irregolare o meccanica" (ivi, p. 80), ed egli
mostra come costruire geometricamente a partire da una
tale curva la soluzione al tempo t, che scrive come

y =2l [(t + x) + 2l [(t- x),

senza soffermarsi sulla discussione delle condizioni iniziali


per cui le funzioni che compaiono nella soluzione (indicate
28 CAPITOLO PRIMO

da D' Alembert con 'll(x) e r(- x)) si possono considerare


identiche.
Tuttavia è proprio sul carattere della f(x), cioè della fun-
zione che descrive la posizione iniziale della corda, che le
posizioni di D'Alembert e Euler differiscono sostanzialmente.
Le divergenze vengono alla luce ben presto in una risposta
di D' Alembert (17 52) all'articolo di Euler: l'oggetto del
contendere è essenzialmente il concetto di funzione, cui ci si
riconduce immediatamente quando si tenta di precisare la
natura degli oggetti matematici "soluzione" dell'equazione
differenziale [1.2.2].
Non si può, mi sembra, esprimere analiticamente y in maniera più
generale che supponendola una funzione di t e di x - scrive
D'Alembert (1752, p. 358) -.Ma con questa supposizione si trova la
soluzione del problema solo nel caso in cui le diverse figure della corda
vibrante possono essere comprese in una stessa equazione.

Conclusione questa che è coerente con le idee allora


dominanti in analisi sulla continuità delle curve, idee che lo
stesso Euler aveva proprio in quel periodo autorevolmente
suffragato nella sua fntroductio. Nel secondo volume di
questo trattato Euler, dopo aver introdotto un sistema car-
tesiano di riferimento nel piano, scrive:
Benché si possano descrivere meccanicamente diverse linee curve
mediante il movimento continuo di un punto, che ci fa vedere la curva
nel suo complesso, noi qui le consideriamo principalmente come il
risultato di funzioni, essendo questa maniera di considerarle più
analitica, più generale e più adatta al calcolo. Così una funzione
qualunque di x darà una certa linea retta o curva, da cui segue che,
reciprocamente, si potranno mettere in relazione le linee curve con le
funzioni. Di conseguenza, la natura di una linea curva sarà determinata
da una funzione di x (... ) Da questa concezione delle linee curve
discende naturalmente la loro divisione in continue e in discontinue o
miste. La linea curva continua è quella la cui natura è espressa da una
sola funzione determinata di x. [Corsivo nostro.] Ma se la linea curva è
composta da differenti parti BM, MD, DM ecc. determinate da più
funzioni di x, di modo che, una parte BM essendo il risultato di una
funzione, un'altra, MD, sia quello di una seconda funzione, noi
chiamiamo queste specie di linee curve discontinue, o miste e
irregolari, giacché esse non sono formate secondo una legge costante e
sono composte di porzioni di differenti curve continue.
ANALISI DEL SETTECENTO 29

In geometria si ha a che fare principalmente con curve continue e


nel seguito si mostrerà che le curve, che sono descritte meccanicamen-
te da un movimento uniforme secondo una certa legge costante,
possono essere espresse da un'unica funzione e di conseguenza sono
delle curve continue (Euler, 1748, vol. 9, p. 4).
Euler illustra così il proprio argomento (fig. 1).

Questa classificazione delle curve operata da Euler rimase


standard per un lungo periodo e si ritrova ancora all'inizio
dell'Ottocento.
Dietro la vaga terminologia dell'epoca (oltre a quelle
viste, si parlava di curve "totalmente discontinue",
"tracciate con un libero movimento della mano",
"che obbediscono alla legge di continuità", "mecca-
niche", "arbitrarie", "algebriche", "trascendenti" ecc.) si
riconoscono, dal nostro punto di vista, due tipi di curve:
quelle differenziabili (che sono le curve "continue" secondo
Euler) e quelle continue (le "discontinue" o "miste" nella
terminologia euleriana), mentre non vengono prese in esame
le curve che oggi sono dette "discontinue".
In questo quadro teorico ha ragione dunque D' Alembert
quando, nel difendere la propria soluzione del problema
delle corde vibranti, afferma che "in ogni altro caso il
problema non potrà risolversi, almeno col mio metodo, e mi
domando se pure non sia superiore alle forze dell'analisi
conosciuta" (D'Alembert, 1752, p. 358).
Ma è lo stesso Euler a spingersi oltre, motivato dalla na-
tura fisica del problema. É del tutto ragionevole supporre,
infatti, che la corda, allorché viene posta in vibrazione,
assuma una forma iniziale arbitraria (tipicamente, se si
"pizzica" la corda per farla vibrare, la figura iniziale sarà
30 CAPITOLO PRIMO

data da due spezzate, ossia da una curva che presenta un punto


angoloso, e quindi la [(x) che definisce la curva "a tratti"
non è ivi derivabile).
La prima vibrazione - scrive Euler - dipende soltanto da noi (de
notre bon plaisir) giacché si può, prima di lasciar la corda, darle una
figura qualunque; il che fa sì che il movimento vibratorio della stessa
corda possa variare all'infinito, a seconda che le si dia la tale o la
talaltra forma all'inizio del movimento.
Coerentemente, Euler conclude che
le diverse parti di questa curva non sono dunque legate tra loro da
alcuna legge di continuità e sono tenute insieme solo dalla descrizione
[del fenomeno]; (... ) la sola considerazione del tratto di curva
[compresa tra x= O e x= l] è sufficiente a farci conoscere il movimen-
to della corda, senza assoggettarlo al calcolo (Euler, 1755a, p. 217).

La polemica sulle corde vibranti finì così per fornire


occasione di discussione sul concetto di funzione e sulle
funzioni ammissibili in analisi, da cui dipendeva la generalità
della soluzìone trovata. Come osservò Burkhardt (1908, p.
14), D'Alembert e Euler usano sì lo stesso termine
"funzione'', ma intendono cose diverse: il primo giunge alla
conclusione che "per non andar contro le regole dell'analisi"
la soluzione è sensata quando y sia espresso analiticamente
dalla x e t, Euler al contrario non richiede alcuna "legge di
continuità" per la curva e dunque alcuna espressione
analitica per la y.
Consapevole delle implicazioni connesse al suo atteggia-
mento, Euler scriverà a D' Alembert che "la considerazione
di tali funzioni non soggette ad alcuna legge di continuità
apre davanti a noi un campo dell'analisi interamente nuovo"
(Truesdell, 1960, p. 276).
Recentemente Demidov (1977) ha fatto notare che la
divergenza di opinioni fra D' Alembert e Euler corrisponde
anche a due modi diversi di integrare l'equazione delle
corde: mentre D'Alembert ottiene, con la [1.2.3], la
soluzione oggi detta "classica", Euler sembra muoversi nella
direzione di considerare soluzioni "deboli" o "generalizza-
te" dell'equazione [1.2.2]. 9
Nel 1753 si inserisce nella discussione il figlio di Johann
ANALISI DEL SETTECENTO 31

Bernoulli, Daniel Bernoulli (1700-1782): il suo approccio è


caratterizzato dalle sue precedenti ricerche fisiche (di
acustica) e proprio sulla base di motivazioni di natura fisica
(la sovrapposizione e la composizione delle onde) egli
asserisce che il movimento di una corda vibrante si può in
generale rappresentare con l'equazione:

y = a sin x cos t + {3 sin 2 x cos 2 t +


[1.2.6]
+ 'Y sin 3x cos 3 t + ...
(dove la velocità iniziale è nulla).
In questa forma, è convinzione di Bernoulli, si possono
porre le soluzioni di D' Alembert e di Euler. In una memoria
immediatamente successiva (175 5b), riprendendo l'argo-
mento del padre, considerava le vibrazioni di n pesi disposti
lungo una corda priva di peso e poi faceva crescere
indefinitamente n; trattando il caso particolare n = 2 trovava
conferma della propria opinione determinando le due
vibrazioni fondamentali.
Che Daniel Bernoulli fosse particolarmente attento al signi-
ficato fisico del problema (e quanto poco stimasse D'Alem-
bert da questo punto di vista) emerge anche da una lettera
da lui indirizzata nel gennaio 17 50 a Euler: "Stimo
D' Alembert un grande matematico in astratto, ma quando
fa un'incursione nella matematica applicata perde ogni mia
stima... e sarebbe spesso molto meglio per la vera fisica
(realem physicam) se non esistesse affatto la matematica."
D'altra parte Bernoulli non argomentava in maniera
matematicamente coerente le sue idee, e proprio da questo
versante vennero le critiche di Euler e di D' Alembert.
Euler (1755a) sottolinea sì l'importanza delle osservazio-
ni di Bernoulli sulla natura fisica del problema, ma dichiara
inaccettabile matematicamente la conclusione che la
[ 1.2.6] possa rappresentare una funzione arbitraria (come è
richiesta dall'integrazione della [1.2.2]: inoltre, osserva
Euler, una funzione data da una serie trigonometrica è
periodica, e nel caso che la y non abbia questa proprietà (il
ché accade nella generalità) non si può certo rappresentarla
con una tale serie.
32 CAPITOLO PRIMO

Ma forse - scrive Euler - si potrebbe rispondere che l'equazione


[1.2.6]. a causa dell'infinità dei coefficienti indeterminati, è così
generale che include tutte le possibili curve, e si deve riconoscere che,
se questo fosse vero, il metodo del signor Bernoulli fornirebbe una
soluzione completa. 10 Ma, a parte il fatto che quel grande geometra
non ha fatto questa obiezione, tutte le curve comprese in quell'equa-
zione, anche quando si aumenta indefinitamente il numero dei
termini, possiedono certe caratteristiche che le distinguono da tutte le
altre curve (Euler, 1755a, articolo 9).
Tra queste Euler sottolinea con particolare vigore la loro
periodicità, ma come ha scritto Grattan-Guinness (1970b, p.
10) "l'argomento della periodicità sembra completamente
frainteso, se si tiene presente che l'analisi si riferisce solo
all'intervallo AB dell'asse x su cui è tesa la corda: cosa
succede fuori di AB è irrilevante per la corda vibrante e
quindi per la matematica impiegata a descriverla".
Si tratta di una incomprensione non banale, che si rivela
piuttosto come un aspetto delle contraddizioni tra vecchia e
nuova teoria delle funzioni, tra una loro concezione algebrica
e una geometrica, pure entrambe presenti in un uomo come
Euler, protagonista di questa trasformazione. Infatti, nella
concezione classica, che si trova ancora in Euler, una funzione
è pensata associata alla totalità del dominio su cui "esiste",
mentre la distinzione (euleriana, si badi!) in funzioni
continue e discontinue già prelude all'idea di associare
ai diversi "tratti" di una funzione "discontinua" intervalli
distinti, indipendentemente dalla forma (algebrica) della
funzione. Questo è un passo decisivo, se si considera che è
qui anticipata in nuce l'idea oggi usuale di "dominio" della
funzione. Euler non coglie dunque tutte le implicazioni
presenti nella sua concezione delle funzioni discontinue
ma rimane ancorato alla sua originaria impostazione alge-
brica.
La replica di Bernoulli si sofferma in particolare proprio
sulla possibilità di operare sulle infinite costanti a, (3, -y, ...
presenti nella [ 1.2 .6] per determinare la curva-soluzione: "La
curva risultante - scrive Daniel Bernoulli (17 58) - conterrà
un'infinità di quantità arbitrarie, delle quali ci si potrà
servire per far passare la curva finale per tanti punti
prefissati quanti si vorrà e per identificare in tal modo
ANALISI DEL SETTECENTO 33

questa curva con la curva proposta col grado di precisione


che si vuole." Egli tuttavia non mostra come si possano
concretamente determinare i coefficienti a, {3, "(, ... della
serie, e sarà proprio questa l'obiezione che gli rivolgerà Euler
in una successiva occasione (1767, p. 312), affermando che
la determinazione dei coefficienti gli pare impresa "senza
dubbio molto difficile, per non dire impossibile"; il che
mostra che Euler "non aveva nessuna idea del fatto che ciò
che oggi chiamiamo una funzione non analitica possa essere
rappresentato in un donùnio finito da una serie trigonome-
trica" (Truesdell, 1960, p. 261).
Anche D' Alembert si oppone alla soluzione proposta da
Bernoulli facendo proprio l'argomento di Euler sulla rappre-
sentabilità di funzioni arbitrarie mediante una serie di seni
(D'Alembert, 1761) e, di più, nega la possibilità di rappresen-
tare mediante una tale serie una qualunque funzione pe-
riodica.
Se l'affermazione di Bernoulli fosse stata esatta - ha scritto a questo
proposito Lebesgue (1906, p. 21) - occorreva che una serie
trigonometrica potesse uguagliare una funzione lineare [come si
ottiene nel caso di una figura poligonale assunta come posizione
iniziale della corda] in un intervallo e un'altra funzione lineare in un
altro intervallo; o, se si vuole, bisognava che due espressioni analitiche
fossero uguali in un intervallo e diverse in un altro. Tutto ciò sembrava
impossibile.
E in nota lo stesso Lebesgue aggiungeva:
Siccome si ammetteva che due espressioni analitiche uguali in un
intervallo sono uguali dappertutto, si ammetteva che era sufficiente
dare una funzione con una definizione analitica in un intervallo, per
quanto piccolo, perché essa fosse per ciò stesso determinata anche in
tutto il suo dominio d'esistenza. Da qui il nome di funzioni continue
dato da Euler a queste funzioni. È solo dopo Cauchy che il termine
funzione continua ha acquisito il senso attuale. La proprietà che Euler
pensava di riconoscere nelle sue funzioni continue è quella che
caratterizza le funzioni analitiche di una variabile complessa. Fino a
Weierstrass, che fece vedere che due espressioni analitiche di una
variabile complessa possono essere uguali in un dominio senza esserlo
dappertutto, si ammetteva generalmente che questa continuità euleria-
na appartenesse ad ogni funzione di variabile complessa definita da un
procedimento analitico.
34 CAPITOLO PRIMO

La polemica era giunta a questo punto quando, nel


1759, fu ravvivata dall'intervento di un giovane e sconosciu-
to matematico, J. L. Lagrange (1736-1813), che in quell'an-
no pubblicò a Torino una memoria sulla natura e la
propagazione del suono.
Condividendo in parte l'opinione di D'Alembert sulla
natura della soluzione del problema della vibrazione di una
corda, Lagrange scrive:
Sembra indubitabile che le conseguenze che si deducono mediante
le regole del calcolo differenziale e integrale saranno sempre illegittime
in tutti i casi in cui questa legge [vale a dire, la "legge di continuità"]
non è supposta aver luogo. Da qui ne segue che, dal momento che la
costruzione del signor Euler è dedotta immediatamente dall'integra-
zione dell'equazione differenziale data [cioè la 1.2.2] questa costru-
zione non è applicabile, per sua propria natura, che alle curve
continue, e che possono essere espresse da una funzione qualunque
delle variabili t e x. Concludo dunque che tutte le prove che si
possono apportare per decidere una tale questione supponendo
inizialmente che la ordinata y della curva sia una funzione di t e x,
come hanno fatto finora D' Alembert e Euler, sono assolutamente
insufficienti, e che è solo mediante un calcolo, come quello che
abbiamo in vista di compiere, in cui si consideri il movimento dei pun-
ti della corda, ciascuno in particolare, che si può sperare di giungere
ad una conclusione che sia al riparo da ogni critica (Lagrange, 1759,
p. 68).

Ritenendo tuttavia che la soluzione trovata da D'Alem-


bert sia applicabile alle curve "discontinue" di Euler (e
dunque collegandosi così anche al punto di vista di Euler)
egli cerca di ottenere la soluzione della [ 1.2.2], come ha
anticipato nelle righe precedenti, considerando il movimen-
to "in particolare" di ogni punto. Egli, così come abbiamo
visto fare Johann Bernoulli, studia dunque il comportamento
di un "modello" discreto della corda vibrante, considerando
le oscillazioni di n corpi fissati su un filo inestensibile fissato
alle estremità, e poi ottiene la corda vibrante "passando al
limite" e cioè considerando n -+ oo, e la massa di ognuno dei
corpi tendente a zero, in maniera che la massa totale dei
corpi tenda a un limite fissato, dato dalla massa della corda.
Questo "passaggio al limite" è tutt'altro che rigoroso, e se
consente a Lagrange di pervenire alla soluzione di D' Alem-
ANALISI DEL SETTECENTO 35

bert, non sembra tuttavia giustificare le conclusioni che ne


ricava (proprio dal punto di vista del rigore) lo stesso
Lagrange quando scrive: "Questa costruzione è evidente-
mente la stessa che il signor Euler ha elaborato sotto le
stesse ipotesi. Ecco dunque la teoria di questo grande
geometra messa al sicuro e stabilita su princìpi diretti e
luminosi che non dipendono in alcun modo dalla legge di
continuità che richiede il signor D'Alembert" (Lagrange,
1867' p. 107).
Di fatto, furono proprio le critiche condotte dal punto
di vista del rigore matematico sia da D'Alembert, prima in
una lettera a Lagrange del 27 settembre 1759 11 e poi pub-
blicate in un opuscolo di risposta a Euler e Bernoulli
(D'Alembert, 1761, p. 65), che da Daniel Bernoulli, a spin-
gere Lagrange verso la ricerca di un altro metodo, che egli
rese noto nel suo trattato sulla natura e la propagazione del
suono (1760-61).
Il punto di partenza per integrare l'equazione
a2 Y a2 Y
[1.2.7]
at2 ax 2
è di moltiplicarne entrambi i membri per una funzione M(x),
da determinarsi opportunamente, e ridurla mediante integra-
zione alla:

!a
1 2
y
at2M(x)dx= M
[ aa~ dMJ 1
-y dx o+ [1.2.8]
l d2M
+l
o
y -d
x
2 dx.

La y deve annullarsi in x= O e x = l e la stessa condizione


Lagrange richiede per la M(x). Dunque dalla [ 1.2 .8] si ricava
1 a2 Y 1 d2 M
J-a
o t
M(x) dx =l y - d dx
2
x o
2 (1.2.9]

e, richiedendo inoltre che sia


d2 M
--=-PM (1.2.10]
dx 2
36 CAPITOLO PRIMO

(dove k è costante) dalla [1.2.9] si ricava


1 a2 Y 1
f-a
o t
M(x)dx=-P f yMdx
2
o
[1.2.11]

che, introducendo una nuova variabile


l
s= f yMdx,
o
[1.2.12]

si trasforma nella:
d2 s
--=-k 2 s [1.2.13]
dt 2 '

cwe l'integrazione dell'equazione alle derivate parziali


[ 1.2.6] è ricondotta all'integrazione di un'equazione diffe-
renziale ordinaria [1.2.10] e di una seconda [1.2.13] dello
stesso tipo e legate tra loro dalla [1.2.12].
Lagrange giustifica in questo modo la considerazione
dell'equazione [1.2.11] al posto della [1.2.7]:
Immagino dapprima che in luogo della semplice equazione generale
a2 Y a2 Y
2 =--
a t ax 2 che appartiene a tutti i punti mobili [della corda] se ne
--

abbia un'infinità, ciascuna delle quali rappresenti il movimento di


ciascuno dei punti in particolare, movimento che allora dipende da
tutti gli altri [punti], poiché il differenziale che si considera, d 2y, non
facendo variare che x, esprime la differenza seconda dei valori di y per
tre punti consecutivi. Moltiplico dunque ciascuna di queste equazioni
per un coefficiente indeterminato M, o meglio per la quantità Mdx,
considerando M come una variabile opportuna per tutte le equazioni
in generale, e ne considero la somma mediante una integrazione
indicata nel modo solito. Ora, dal momento che si tratta di associare i
coefficienti di ogni valore di y che corrisponde a ogni punto mobile,
trasformo la mia equazione integrale in modo che i differenziali di y
dipendenti da x si annullino.
Questo approccio di Lagrange, ha osservato Demidov
(1977, p. 36) assomiglia sorprendente mente al modo in cui si
introducono le soluzioni "deboli" mediante un'identità
integrale, anche se Lagrange non parla mai di una nuova
nozione di soluzione, ma al contrario oscilla tra l' accettazio-
ne del punto di vista di D'Alembert (ammettendo una
ANALISI DEL SETTECENTO 37

funzione almeno due volte differenziabile per la posizione


iniziale della corda, come scrive in una lettera a D'Alembert
(novembre 1764) e quello di Euler, che viene difeso qui e
nella seconda edizione della Mécanique analytique (1811 ),
dunque molti anni dopo, quando la polemica era del tutto
cessata. 12
C'è un'ultima osservazione da aggiungere sulla prima
soluzione del problema delle corde vibranti proposta da
Lagrange: dopo aver posto per gli n corpi l'equazione alle
differenze finite
d 2 Yk _ 2 _
dt2 -c (Yk+t 2yk + Yk-t) k =l, 2, ... ,n

attraverso una lunga e difficoltosa analisi che occupa 20


articoli della memoria, egli ottiene
2 .. . r 1r x .. . rtr x
~ sm-- ~ sm-dx ·
y(x t ) = -
' / r=i
crrrt
/ q=i
l
/
. crrrt
J [1.2.14]
[ Yq cos - 1- + rrr c Vq sm - 1-

dove Yq e V q danno la posizione iniziale e la velocità iniziale


della massa q-esima, alle quali sostituisce rispettivamente
Y(x) e V(x) per avere il comportamento della corda
omogenea.
Infatti considera le quantità
.. rrrx ... rrrx
/,; 1 sin - 1 - Yq(x) dx e q:I sm - 1 - Vq(x) dx

come integrali, cioè al posto della [ 1.2.14] considera

y(x, t)= (T
2 JY(x)
1 ..
~
.
sm-rrr x ) . rrrx
1- d x sm-
rrrct
1-cos-1-+
o r-1
[1.2.15]
+ ( - 2 Jf V(x) ~.. -l s m
. rtrx
- ) . rrrx . rrrct
1 -dx sm- 1 -sm-1-
rrc o r=l r
Molti storici della ma tema ti ca hanno osservato che, da
quest'ultima equazione, Lagrange avrebbe potuto dedur-
re la rappresentabilità di una funzione arbitraria (la y(x, t))
38 CAPITOLO PRIMO

mediante serie trigonometriche e la determinazione dei


coefficienti di tale serie mediante integrali definiti: allo
scopo sarebbe stato necessario solo scambiare il segno di
serie con quello di integrale e porre t = O. Ma Lagrange non
compie questo passo e ciò, scrive Burkhardt ( 1908, pp. 32 sg.)
"è un esempio estremamente istruttivo di come un autore
trascuri di pervenire a un risultato apparentemente a portata
di mano, quando ha in mente un obiettivo che è in una
direzione completamente diversa": Lagrange mira infatti a
provare la conclusione di Euler su un problema fisico e non
ha in vista il problema analitico (teorico) di rappresentare
una funzione arbitraria mediante serie, quale sarà invece
presente in Fourier cinquant'anni dopo. Formalmente, è a
un passo proprio dal risultato di Fourier 13 che rappresenta
la soluzione del problema al tempo t =O, ma Lagrange è
interessato alla soluzione per ogni t.
Di più, quando Fourier presenterà all'Istituto di Francia i
propri risultati sulla possibilità di rappresentare mediante
serie trigonometriche funzioni "arbitrarie", sarà proprio
Lagrange, uno dei relatori del lavoro di Fourier, a opporsi
ad essi nella manier:a più radicale.

1.3 Mutamenti nel concetto di funzione


Uno degli esiti più interessanti della polemica sulle corde
vibranti fu dunque quello di centrare l'attenzione dei
matematici sulla definizione euleriana di funzione, allora
"standard", e particolare di funzione continua e disconti-
nua, e di cercare di comprendere, rispetto a quella, quale
fosse la natura degli oggetti matematici ottenuti dall'integra-
zione di equazioni differenziali alle derivate parziali. Così
nel 1787 l'Accademia di Pietroburgo bandiva un premio per
la miglior soluzione del problema di determinare "se le
funzioni arbitrarie cui si perviene mediante l'integrazione di
equazioni a tre o più variabili rappresentino delle curve o
superfici qualunque, sia algebriche o trascendenti, sia
meccaniche, discontinue, o gem:rate da un movimento
arbitrario della mano; o se queste funzioni comprendano
soltanto delle curve continue rappresentate da un'equazione
algebrica o trascendente".
ANALISI DEL SETTECENTO 39

Il premio fu vinto da una memoria di L. F. Arbogast


(1759-1803), di cui l'aspetto più interessante è la distinzio-
ne che egli fa tra funzioni discontinue e funzioni di-
scontigue.
Secondo le parole di Arbogast (1791, pp. 9-11 ),
la legge di continuità consiste nel fatto che una quantità non può
passare da uno stato a un'altro senza passare attraverso tutti gli stati
intermedi che sono soggetti alla stessa legge.
Le funzioni algebriche sono considerate continue, poiché i differen-
ti valori di queste funzioni dipendono nella stessa maniera da
quelli della variabile, e supponendo che la variabile cresca continua-
mente, la funzione subirà variazioni in modo corrispondente, ma
tuttavia non passerà da un valore a un'altro senza passare attraverso
tutti i valori intermedi.
Quindi l'ordinata y di una curva algebrica, quando l'ascissa x varia,
non può passare bruscamente da un valore a un'altro; non ci può
essere un salto fra una ordinata e un'altra che differisce da essa di una
quantità prefissata, ma tutti i successivi valori di y devono essere
collegati tra loro da una stessa legge ( ... )
Questa continuità può essere vanificata in due modi:
l) La funzione può cambiare la sua forma, vale a dire la legge se-
condo cui la funzione dipende dalla variabile può cambiare del tutto.
Una curva formata dall'unione di alcune porzioni di curve
differenti è di questo tipo.
Non è neppure necessario che la funzione y debba essere espressa
da un'equazione in un certo intervallo della variabile; essa può
continuamente cambiare la sua forma e la linea che la rappresenta, al
posto di essere l'unione di curve regolari, può essere tale che in
ognuno dei suoi punti diventi una curva differente, in altre parole può
essere interamente irregolare e non seguire alcuna legge per ogni
intervallo comunque piccolo. Tale sarebbe una curva tracciata a caso
dal libero movimento della mano. Questo tipo di curve non può essere
rappresentato né da una né da più equazioni algebriche o trascenden-
ti ( ... )
2) La legge di continuità viene meno anche quando le differenti
parti di una curva non si congiungono tra loro( ... )

Queste ultime Arbogast le chiama curve "discontigue",


cioè, in termini odierni, curve "discontinue". Le funzioni
arbitrarie che compaiono nell'integrazione delle equazioni
differenziali sono, per Arbogast, di entrambi i tipi; per
esempio, dice Arbogast, nella equazione delle corde vibranti
40 CAPITOLO PRIMO

a2 Y ,
si può pensare ad un "salto" nei valori di ax2 , purche lo
. l . d. a2y
stesso salto avvenga per 1 va on 1 a-t2 .
La distinzione di Arbogast tra curve "discontinue" e
"discontigue" tende a distinguere tra curve discontinue e
curve continue nel senso moderno, anche se definite in di-
versi intervalli da diverse dipendenze funzionali. Inoltre, nel
caso (1), trattando delle discontinuità, Arbogast sembra la-
sciare intravvedere una definizione puramente nominale di
funzione anche se egli si affretta a precisare che ha in men-
te "curve tracciate a caso dal libero movimento della mano".
Le precisazioni di Arbogast alla definizione di Euler, e
l'introduzione di un nuovo concetto di discontinuità più
vicino al senso moderno, si accompagnarono a un dif-
fuso criticismo verso il concetto classico, ma ripreso da
Euler (1748), di funzione come espressione analitica
composta di variabili e costanti. Nelle lnstitutiones ca/culi
differentialis (17 5 5b) lo stesso Euler aveva dato una defini-
zione assai generale di funzione (anche se in pratica si era
limitato alk funzioni analitiche). Secondo Euler,
se delle quantità dipendono da altre in modo tale che dalle mutazioni
di queste anche le prime subiscano delle variazioni, esse si usano
chiamare funzioni di queste. Questa denominazione ha un'estensione
molto ampia e comprende in sé tutti i modi coi quali una quantità si
può determinare per mezzo di altre. Se dunque x rappresenta una
quantità variabile, allora tutte le quantità che dipendono da x in un
modo qualunque o possono determinarsi per mezzo di essa, sono
chiamate funzioni di essa (Euler, 1755b, p. 4).
Né sembra immotivato concludere che la grande generali-
tà di questa definizione sia stata suggerita a Euler proprio
dalla vicenda delle corde vibranti: se gli oggetti matematici
che risolvono l'equazione [1.2.2] sono funzioni di x e t,
allora non è certamente il caso, per Euler, di pensare per essi
a una qualche sorta di "esprimibilità analitica": e se nel suo
trattato egli si limita a queste ultime, è perché a queste si
riducono le funzioni più usuali. Il che tuttavia non implica il
limitarsi a priori ad esse come ai soli oggetti denominabili
"funzioni".
Il primo che sembra aver colto la generalità di questa
ANALISI DEL SETTECENTO 41

concezione di Euler è, in qualche senso sorprendentemente,


un matematico non professionista (nel senso stretto del
termine). Si tratta di M. A. Condorcet (1743-1794), segreta-
rio dell'Accademia delle Scienze di Parigi e forse più noto
come uomo politico e come riformatore nel campo del-
l'istruzione che non come scienziato (e matematico).
Condorcet fu autore di un Traité du ca/cui intégral
pubblicato a Parigi nel 1765 e di una seconda opera (con lo
stesso titolo) rimasta incompiuta. Ebbene, è proprio in
questa seconda, di cui numerosi fogli a stampa dovettero
circolare a Parigi ed essere noti tra i matematici, che
Condorcet dà la seguente definizione di funzione:
Suppongo - egli scrive- di avere un certo numero di quantità x, y,
z, ... F e che per ogni valore determinato di x, y, z, ... F abbia uno o più
valori determinati che corrispondono ad essi. lo dico allora che F è
una funzione di x, y, z, ... Infine, so che, allorché x, y, z, ... saranno
determinati, lo sarà anche F; anche se non conoscerò né la maniera di
esprimere F mediante x, y, z, né la forma dell'equazione tra F e x, y,
z, ... io saprò che F è funzione di x, y, z.
È questo quanto Condorcet intende per funzione "analiti-
ca": una funzione di natura del tutto arbitraria, dove il
termine "analitico" sta a designare che lo studio di simili
quantità avviene nel contesto dell'analisi. Condorcet distin-
gue inoltre tre diversi tipi di funzioni: l) funzioni di cui si
conosce la forma (cioè in altre parole funzioni esplicite); 2)
funzioni introdotte da equazioni tra F e x, y, z... (vale a dire
funzioni implicite); 3) funzioni che non sono date che
mediante certe condizioni (per esempio equazioni differen-
ziali). Tuttavia lo studio concreto delle funzioni è da
Condorcet (e in ciò egli è influenzato da Lagrange, come
vedremo) ricondotto alla serie di Taylor, che viene assunta
come fondamento del calcolo differenziale, e la determina-
zione dei coefficienti della serie porta Condorcet al concetto
di "funzione differenziale", l'analogo delle "funzioni deriva-
te" di Lagrange. 14
Tra coloro che ebbero per le mani i fogli inediti di questo
trattato di Condorcet vi fu S. F. Lacroix (1765-1843),
autore di numerosi trattati, tra cui un'opera sul calcolo
differenziale e integrale che per tutta la prima metà
dell'Ottocento conobbe una fama indiscussa, numerose
42 CAPITOLO PRIMO

riedizioni (una ancora negli anni sessanta) e altrettante


traduzioni all'estero (anche in italiano, nel1829).
Nella prefazione della seconda edizione (1810) Lacroix
dà un breve riassunto del lavoro di Condorcet e si appresta
poi a precisare cosa si intenda per funzione.
Dopo aver richiamato alcune definizioni classiche (funzio-
ne di una quantità è ogni potenza di questa quantità, oppure
og~i espr~ssione algebrica contenente quella quantità) La-
crolx scnve:
Infine, delle nuove idee, portate dallo sviluppo dell'analisi, hanno
dato luogo alla definizione seguente di funzione. Ogni quantità il cui
valore dipenda da una o più altre quantità è detta funzione di queste
ultime sia che si sappia sia che si ignori attraverso quali operazioni oc-
corra passare per risalire da queste alla prima (ivi, p. 1).

Una definizione che si richiama apertamente a quelle


di Euler (1755b) e di Condorcet. Tuttavia oct.:orre sottolinea-
re l'aspetto nominale di queste definizioni, nel senso che poi
in pratica le funzioni studiate erano sostanzialmente quelle
algebriche e le trascendenti elementari.
Il tentativo più coerente di stabilire una teoria delle
funzioni (e nel tempo stesso, di fondare in maniera
inequivoca il calcolo infinitesimale) fu operato da Lagrange
con un trattato che in certo senso rappresenta in modo
emblematico lo stato dell'analisi e dei suoi fondamenti alla
fine del Settecento.

1. 4 L "algebrizzazione' del/ 'analisi


La Théorie dès fonctions analytiques di Lagrange apparve
nel 1797. Oggetto della Tbéorie sono la teoria delle funzioni
e i princìpi del calcolo differenziale "liberati da ogni
considerazione di infinitesimi, di quantità evanescenti, di
limiti e flussioni, e ricondotti all'analisi algebrica di quantità
finite", come scrive Lagrange nel sottotitolo dell'opera
riprendendo il punto di vista già sommariamente tratteggia-
to in un precedente lavoro (Lagrange, 1772).
Il volume trattato si apre con la seguente definizione di
funzione: "Si chiama funzione di una o più quantità ogni
espressione del calcolo nella quale queste quantità entrano
ANALISI DEL SETTECENTO 43

in maniera qualunque, insieme o no (mélées ou non) con


altre quantità che si considerano come aventi dei valori dati
e costanti, mentre le quantità della funzione possono
assumere ogni valore possibile" (Lagrange, 1797, p. 1).
Tale definizione appare ben più restrittiva di quella data
circa quarant'anni prima da Euler nelle Institutiones e che si
richiama invece direttamente a Leibniz e Bernoulli: "Essi
l'hanno per primi usata in questa accezione generale -
osserva Lagrange - ed è oggi generalmente adottata." Si
tratta di una valutazione perlomeno discutibile, ma che per
Lagrange assume il carattere di un indispensabile punto di
partenza di tutta la teoria, giacché il passo immediatamente
successivo è di far vedere che una funzione qualunque è
sviluppabile in serie.
Scrive infatti Lagrange:
Consideriamo dunque una funzione f(x) di una variabile qualunque
x. Se al posto di x si mette x + i, i essendo una quantità indeterminata
qualunque, essa diventerà f(x + i), e, mediante la teoria delle serie
[corsivo nostro] la si potrà sviluppare in una serie di questa forma
f(x) + pi + qi 2 + rij + ecc., nella quale le quantità p, q, r ecc.,
coefficienti delle potenze di i, saranno delle nuove funzioni di x,
derivate dalla funzione primitiva f(x) e indipendenti dalla quantità i.
(... ) La formazio.ne e il calcolo di queste diverse funzioni sono, a dire il
vero, l'autentico oggetto dei nuovi tipi di calcolo, cioè del cosiddetto
calcolo differenziale (ivi, p. 2).
Cercando di ricondurre il calcolo infinitesimale a un
fondamento algebrico, Lagrange discute in primo luogo
l'inadeguatezza delle precedenti concezioni dei princìpi del
calcolo, concludendo che "la vera metafisica" di questo
calcolo consiste nel fatto che gli errori derivanti dal
trascurare gli infinitesimi di ordine superiore erano "corretti
o compensati" dalle procedure stesse del calcolo, quando ci
si limitava a delle quantità infinitesime dello stesso ordine.
È quanto si trova anche in Euler e D' Alembert, dice
Lagrange, nonostante il loro tentativo di far fronte a carenze
fondamentali "facendo vedere mediante applicazioni par-
ticolari che le differenze che si suppongono infinitesime
devono essere assolutamente nulle e che i loro rapporti, le sole
quantità che entrano realmente nel calcolo, non sono che
limiti di rapporti tra differenze finite o indefinite" (ivi, p. 3).
44 CAPITOLO PRIMO

Quanto a Newton, la sua idea di considerare le quantità


matematiche come generate dal movimento "per evitare la
supposizione degli infinitesimi" è sembrata a molti più
chiara, dice Lagrange,
perché ciascuno ha creduto di avere un'idea della velocità. Ma, da un
lato, introdurre il movimento in un calcolo che non ha che quantità
algebriche per oggetto è introdurre un'idea estran'!:'a, che costringe a
considerare queste quantità come delle linee percorse da un mobile,
d'altro lato bisogna riconoscere che non si ha affatto un'idea ben
chiara di cosa sia la velocità istantanea di un punto, quando questa
velocità è variabile (ivi, p. 4).
E il Treatise on Fluxions di Maclaurin (1742), aggiunge
Lagrange, mostra assai bene come sia difficile rendere
rigoroso il metodo in questione. Ecco perché nei Principia
Newton preferì sostituire alle flussioni il metodo degli
ultimi rapporti di quantità evanescenti: un metodo che,
come quello dei limiti, ha secondo Lagrange gli stessi difetti
di oscurità e imprecisione.
Tentativi nella giusta direzione, per Lagrange, sono stati
compiuti da Lande n (17 64) e da Arbogast in una memoria
rimasta inedita (1789). Ora, lo scopo della sua opera, dice
Lagrange, è di "considerare le funzioni che nascono dallo
sviluppo di una funzione qualunque" e di applicare queste
funzioni "derivate" alla risoluzione dei problemi d'analisi, di
geometria e di meccanica in cui è coinvolto il calcolo
differenziale; liberandolo da "ogni supposizione" illecita e
da "ogni metafisica" e fondandolo sul metodo delle
funzioni primitive e derivate, Lagrange dichiara di poter
dare alla risoluzione dei problemi trattati "il rigore delle
antiche dimostrazioni". Dove, tuttavia, il punto cruciale di
tutta la costruzione è l'asserzione fatta sulla sviluppabilità di
una funzione qualunque in serie di potenze ascendenti di
un'indeterminata i.
Ma per non anticipare nulla gratuitamente - egli aggiunge -
cominceremo con l'esaminare la forma stessa della serie che deve
rappresentare lo sviluppo di ogni funzione fx, quando si sostituisce
x + i al posto di x, e che noi abbiamo supposto non dover contenere
che le potenze intere e positive di i.
Questa supposizione si verifica infatti mediante lo sviluppo delle
diverse funzioni note, ma nessuno, a quanto ne so, ha cercato di
ANALISI DEL SETTECENTO 45

dimostrarla a priori, il che mi sembra tuttavia tanto più necessario in


quanto ci sono dei casi particolari dove essa non può aver luogo (ivi,
p. 7).
Per assicurarsi della generalità della sua assunzione circa
lo sviluppo in serie di una funzione [(x), Lagrange mostra
che (restando x e i indeterminati) la serie non può contenere
potenze frazionarie o negative di i. Tuttavia non c'è affatto,
ed è questo il passo decisivo, alcuna prova dell'esistenza di
uno sviluppo siffatto per una qualunque funzione data, ma
solo del fatto che la serie contiene solo potenze positive di i,
dopodiché, "essendoci così assicurati della forma generale
dello sviluppo della funzipne [(x + i)", vediamo cosa signifi-
chi ciascuno dei suoi termini. In primo luogo si avrà:
[(x +i)= fx +i P
dove P è una nuova funzione di x e i:
f(x +i)- [x
P= . .
t
Separando in P quanto è indipendente da i (che non s1
annulla ponendo i= O), chiamatolo p, egli mostra che
P=p +iQ
e quindi
f(x+i)=fx+iP
P=p +iQ
Q =q+ iR ecc.
Ripetendo su Q il ragionamento fatto su P e sostituendo
si ha:
[(x+ i)= [x+ i P= [x+ i p+ P Q=
[1.4.1]
=f x + i p + i 2 q + i3 R = ... ,
per cui, dice Lagrange, si può prendere i così piccolo che
un termine qualunque della serie sarà più grande della somma
di tutti i termini successivi. Tale proposizione per Lagrange
si deve annoverare fra i princìpi fondamentali della teoria.
Ci sono dei dubbi sul procedimento seguito, non esita a
riconoscere Lagrange, che verranno meno quando sarà data
46 CAPITOLO PRIMO

la forma generale del resto di questa serie. Tuttavia, di


seguito, egli fa una significativa aggiunta:
È facile osservare, del resto, che il metodo che abbiamo dato per
trovare i termini successivi della serie che rappresenta una funzione di
x + i, sviluppata secondo potenze di i, non può applicarsi, in generale,
allo sviluppo di una funzione di x e i che quando questa funzione è
suscettibile d'essere ridotta in una serie che procede secondo le
potenze positive e intere di i, poiché il ragionamento mediante il quale
abbiamo provato che ogni funzione di x + i, generalmente parlando, è
suscettibile di questa forma, non potrebbe applicarsi ad una funzione
qualunque di x e i. Ma nei casi in cui questa riduzione è possibile
[corsivo nostro] si potranno sempre applicare alla serie risultante dallo
sviluppo secondo potenze ascendenti di i le conclusioni tratte (ivi,
p. 13).

La conclusione è certamente vera, ma rivela chiaramente


il circolo vizioso entro cui si muove Lagrange.
A questo punto della Théorie Lagrange compie il passo
cruciale, quello che consiste nell'identificare le funzioni p,
• • • 1 f"x f"'x
q, r... dello sv1luppo nspett1vamente con[ x, - 2- , ~ ... ,
dove f'x, {' x, ["'x ecc. sono le derivate successive della
1

funzione fx.
La tecnica usata è puramente algebrica: nella serie
[ 1.2.15] egli suppone che x divenga x + o, dove o è una
quantità indipendente da i e per il resto affatto indetermina-
ta. Quando si va a calcolare [(x + i + o), si ottiene lo stesso
risultato sia che si sostituisca i con i + o, che x + o al posto
di x.
Nel primo caso si ottiene:
fx + p(i +o)+ q(i + o) 2 + r(i + o) 3 + ... ,
ossia, sviluppando secondo le potenze di (i + o):
fx +p i+ qi 2 + ri 3 + ...
+ p o + 2 q i o + 3 rP o + ...
Nel secondo caso, se si indica con f x + f 1 x · o + ... ,
p+ p 1o + ... , q+ q 1o + ... ciò che si ottiene quando nelle
funzioni fx, p, q, ... si effettua la sostituzione x+ o al posto
ANALISI DEL SETTECENTO 47

di x, si avrà:
fx +p i+ q P+ ri 3 + ...
+ f ,x. o +p ,.to +q l t'2 o + ... ,
e dunque, identificando i termini corrispondenti, SI avrà:
p= f'x, 2 q= p', 3 r =q' ... ,
da cui senza difficoltà Lagrange deduce:
l f il x f"' x
p=fx, q = 2--, r = y ecc.,

dove f'x, [ 11x, f"' x ecc. indicano le funzioni derivate prima,


seconda, terza ecc. della fx.
È questa la tecnica con cui formalmente Lagrange ricava
la serie di Taylor di una funzione: infatti, sostituendo nello
sviluppo della funzione f(x + i), si ha:
f ilf"'
f< x+ t') -[ 'f' _..::... '2 _x_ '3
- x+ t x+ 2 t + 3! t + ... [1.4.2]

Questa nuova espressione - scrive Lagrange (ivi, p. 14)- ha il van-


taggio di far vedere come i termini della serie dipendano gli uni dagli
altri e soprattutto come, allorché si sappia formare la prima funzione
derivata di una funzione primitiva qualunque, si possano formare tut-
te le funzioni derivate contenute nella serie.
Non c'è dubbio che questo è vero se la funzione ha
opportune proprietà,15 ma il punto delicato consiste proprio
nell'ipotesi che ogni funzione sia sviluppabile in una serie
del tipo [1.4.1], giacché i criteri per tale sviluppo presup-
pongono l'esistenza delle derivate della fx, che è quanto
Lagrange cerca invece di dimostrare.
Inoltre, come si sa fin dalle origini del calcolo infinitesi-
male, il punto cruciale è proprio ricavare la f'x. La
debolezza dell'argomentazione lagrangiana non doveva sfug-
gire allo stesso autore, che nella seconda edizione della
Théorie (1813) a questo punto commentava: "Del resto, per
quanto poco si conosca il calcolo differenziale, si deve
vedere che le funzioni derivate f', [ 11 , f"' ecc. relative a x
coincidono con le espressioni df!dx; d 2 f!dx 2 ; d 3 f!dx 3 ... "
Parole che ricordano in maniera impressionante quelle
48 CAPITOLO PRIMO

impiegate da Leibniz per presentare il calcolo coi differen-


ziali nel 1684. Chiunque conosca un po' di geometria saprà
operare col nuovo calcolo, aveva detto allora Leibniz. Il che,
all'epoca, era pura propaganda.
Infine non si trova in Lagrange, conformemente allo
spirito dell'epoca, alcun tentativo di assicurarsi della conver-
genza della serie [l. 4.1] . Del resto, proprio a proposito
dell'uso delle serie in analisi, egli stesso aveva scritto diversi
anni prima, al tempo della sua soluzione del problema delle
corde vibranti, discutendo la soluzione in serie trigonometri-
ca proposta da Euler e Daniel Bernoulli:
lo mi domando se, ogni volta che in una formula algebrica si
troverà per esempio una serie geometrica infinita come
l + x + x 2 + x 3 + ... , non si sarà in diritto di sostituirvi -1- 1- ,
-x
benché [corsivo nostro] questa quantità non sia realmente uguale alla
somma della serie proposta che supponendo l'ultimo termine x- nullo.
Mi sembra che non si potrebbe contestare l'esattezza di una simile
sostituzione senza stravolgere i princìpi più comuni dell'analisi (La-
grange, OEuvres, vol. l, p. 323).
Ma, come verrà in chiaro ai matematici all'inizio dell'Otto-
cento, la sostituzione è lecita solo quando lxi < l (che è
quanto Lagrange intende dicendo secondo il linguaggio del
suo tempo che xoo è nullo).
Tra le cose più significative della Théorie è sicuramente il
teorema del resto, "un teorema nuovo e notevole per la sua
semplicità e generalità" secondo cui, nella simbologia di
, x2 , x3 , • .•
Lagrange, fx =f + xf + 2 f + ~ f u e, m particola-
re, fx = f + xf'u, dove f indica il valore assunto dalla
funzione in O e u è un valore qualsiasi compreso tra O e x.
Alla sua apparizione il trattato di Lagrange fu accolto con
un notevole favore, che venne tuttavia ben presto meno,
proprio per le critiche sempre più precise e convincenti
sull'uso delle serie infinite senza opportuni criteri che ne
assicurassero la convergenza, compito questo cui si accinsero
i matematici dell'Ottocento a iniziare da Abel e Cauchy.
Quale fosse la sorte della Théorie emerge anche dalle
parole di Serret, che, curando nel 1847 la terza edizione,
lamentava appunto che l'opera di Lagrange fosse "sfortuna-
ANALISI DEL SETTECENTO 49

tamente ben poco letta ai nostri giorni". Ma i criteri di


rigore in analisi, sostenuti soprattutto da Cauchy, avevano
reso di fatto agli occhi dei matematici assai poco rigorosa
"l'analisi algebrica" di Lagrange e insufficiente per la
fondazione del calcolo infinitesimale.
C'è tuttavia un elemento che Lagrange sottolinea in varie
occasioni e che caratterizza fortemente lo sviluppo dell'ana-
lisi nell'Ottocento: il progressivo distacco dal riferimento
geometrico nel trattare i problemi d'analisi e dunque la
necessità di autonomi criteri di coerenza per l'analisi.
Nel Traité de Mécanique analytique, un testo fondamen-
tale per più di una generazione di matematici, Lagrange sot-
tolinea, non senza soddisfazione, che:
in quest'opera non si troveranno affatto figure. l metodi che vi espon-
go non richiedono né costruzioni né ragionamenti geometrici o mec-
canici, ma soltanto delle operazioni algebriche ( ... ) [corsivo nostro).
Quelli che amano l'analisi, vedranno con piacere la meccanica divenir-
ne una nuova branca e mi saranno grati di averne così esteso il domi-
nio (ivi, p. 2).

Analogo è il punto di vista nel trattare i fondamenti del


calcolo e della teoria delle funzioni: il discorso si mantiene
sul piano puramente algebrico, senza alcun ricorso intuitivo
alla geometria (per "chiarire" il significato di derivata, ad
esempio).
In questo dunque Lagrange si può considerare un
coerente e consapevole pioniere di una tendenza che diverrà
prevalente da Cauchy in poi; e se il fondamento da lui
individuato (l'analisi algebrica delle quantità finite) mostrerà
di essere inadeguato, nondimeno ci si muoverà su una strada
simile, lontana dal riferimento all'evidenza geometrica, ma
volta piuttosto a trovare nell'ambito dell'analisi, ed esclusi-
vamente in questo, il fondamento profondo, la "metafisica"
del calcolo infinitesimale.
Ci si sta incamminando qui, almeno a livello di esigenza
teorica, sulla strada che porterà, dopo settant'anni, all'"arit-
metizzazione dell'analisi"; una strada che vede, come tappa
fondamentale, la specializzazione e la separazione all'interno
della matematica di diverse branche di ricerca. Motivato da
fattori di diversa natura, questo sarà il processo dominante
50 CAPITOLO PRIMO

nella matematica dell'Ottocento e ancora caratteristico della


matematica contemporanea.

NOTE AL PRIMO CAPITOLO

1 Una storia delle origini della teoria delle distribuzioni si trova in J. Lutzen

(1979).
2 Vedi Leibnizens matbematiscbe Schriften, a cura di C. I. Gerhardt, 7 voli.

(Berlino e Halle 1849-63) vol. 5, pp. 268 e 306. Lo stesso Leibniz aveva usato
il termine "funzione" in un manoscritto del 1673, dal titolo Metbodus tangen-
tium inversa, seu de functionibus. Secondo alcuni storici, quello di dipendenza
funzionale (come altri concetti fondamentali della matematica) appare già nei
testi più antichi, e c'è chi ha parlato di "istinto per la funzionalità" presso i ba-
bilonesi. Per la storia del concetto di funzione fino alla metà del Settecento ve-
di A. P. Yuskevic (1976).
3 Johann Bernoulli, Opera Omnia, vol. 2, p. 241. Il termine funzione

compare anche nel carteggio tra Leibniz e J. Bernoulli.


4 Alla storia del calcolo infinitesimale è dedicato il volume di C. B. Boyer

(1959), senz'altro il lavoro più completo sull'argomento. In italiano si trovano


tradotti importanti articoli di Leibniz e Newton in G. Castelnuovo (1972).
5 La Società analitica, fondata in Inghilterra nel 1813 da Herschel, Peacock

e Babbage e altri, aveva lo scopo di far conoscere al pubblico matematico inglese


gli sviluppi dell'analisi infinitesimale: un momento essenziale di questa lotta di
rinnovamento fu la polemica contro i sostenitori del dot-age, la notazione
"puntata" di Newton, in favore dei "differenziali" leibniziani. (Con un gioco
di parole intraducibile, poiché dotage: rimbambimento.)
6 A questa vicenda sono stati dedicati numerosi lavori di carattere storico.

Oltre alle sezioni di opere di carattere generale, come Kline (1972), vedi per
esempio Burkhardt (1908), Demidov (1977), Jourdain (1913), Riemann (1854),
Truesdell (1960) e Yuskevic (1976).
7 Essenzialmente un cambiamento di variabili; vedi per esempio Apostol

(1978, vol. 3, pp. 236-39).


8 Euler doveva essere particolarmente interessato alla cosa: infatti, contraria-

mente alle sue abitudini, pubblicò sia una versione latina di questo articolo
(Euler, 1749) che una francese, traduzione di quella (Euler, 1750). In realtà
quest'ultimo articolo era stato scritto nel 1748, ma fu pubblicato solo due anni
dopo, così come avvenne per le memorie di D'Alembert (1749a e 1749b). Qui,
per quanto riguarda i lavori di D'Alembert, Euler, Daniel Bernoulli sulle corde
vibranti, abbiamo indicato gli anni di pubblicazione nelle memorie delle accade-
mie; occorre tener presente tuttavia che essi furono tutti pubblicati due anni do-
po la loro effettiva stesura.
9 La soluzione classica si ottiene dalle condizioni iniziali

y(O, t)=F(x)

òyl =G(x)
at t=o

da cui si ricava (Apostol, 1978, vol. 3, pp. 237 sg.):

y(t,x)=
F(x- a t)+ F(x + at)
2 +-
1
J
X+at
2 a x-at
G(z)dz.
ANALISI DEL SETTECENTO 51

Le soluzioni deboli si possono pensare introdotte in due modi:


a) come limite di una successione di funzioni { /k) (x)} (soluzioni
classiche della (1.2.2)) uniformemente convergente nel dominio D: {t> O,
x- at >O, x+ at <l}, dove ciascuna delle t<k>(x) è funzione due volte differen-
ziabile in (0, /]ed è ottenuta dalla formula di D'Alembert,
b) attraverso un'identità integrale, ottenuta dall'integrale esteso a D:
a•y a'y)
JJ ( ---a• - - z(x, t)dxdt=O
D ilt 2 ilt 2
dove z(x, t) è funzione due volte differenziabil'! in D, uguale a zero sulla frontiera.
Mediante integrazione per parti si ottiene:

JJy(~-~)dxdt=O
D ilt ilx 2 2

soddisfatta, oltre che da ogni soluzione classica, anche da una vasta classe di
funzioni chiamate "soluzioni deboli" (Demidov, 1977, p. 30).
10 A questo proposito, tuttavia, Riemann, nelle sue lezioni sulle equazioni

differenziali alle derivate parziali, tenute a Gottinga nel 1854-55, farà osservare
che: "l'argomento di D. Bernoulli, di avere a disposizione un'infinità di
coefficienti e che bastava solo determinarli, era in generale a priori inesatto; al
contrario egli avrebbe dovuto far vedere che ogni coefficiente si approssima
sempre a un valore determinato" (Riemann, 1869, p. 49).
11 Scrive D' Alembert: "Riguardo al metodo col quale voi passate da un

numero indefinito di corpi vibranti a un numero infinito, esso non mi pare


altrettanto dimostrativo quanto pare a voi, ma sarebbe troppo lungo dirvi le mie
obiezioni su questo argomento ( ... ) poiché ho già avuto dieci anni fa una disputa
epistolare con M. Euler su questo argomento" (Lagrange, OEuvres, vol. 13, p. 3).
12 Per gli sviluppi di questa discussione, si vedano le lettere tra Lagrange e

D'Aiembert in Lagrange (ibid. pp. 13-17 passim).


13 Con la sostituzione t= O si arriva alla serie di Fourier per lay, scambiando i
simboli f e I:, cosa che Lagrange stesso aveva fatto senza porsi problema alcuno.
•• Uno studio dell'opera matematica di Condorcet si trova in Yuskevic (1974).
15 Una funzione [(x) è sviluppabile in serie di Taylor [1.4.2] se è olomorfa in

un dominio finito contenente x al suo interno. In particolare lo sviluppo è valido


in ogni cerchio di centro x in cui f è olomorfa.
Capitolo 2
La fisica come fonte di problemi d'analisi:
J. B. Fourier

2.1 La matematica in Francia dopo la Rivoluzione


Tra il Settecento e l'Ottocento si verifica una profonda
frattura sul piano politico, sociale ed economico ad opera
della Rivoluzione francese, un fatto che ha un'importanza
decisiva anche rispetto alla storia della matematica. Infatti
come esito della radicale trasformazione operata dalla
Rivoluzione francese anche la matematica esce profonda-
mente mutata, sia nel ruolo sociale dei matematici che negli
orientamenti della ricerca.
Nel Settecento i matematici svolgevano la loro attività
all'ombra delle accademie, senza obblighi di insegnamento,
con un appannaggio assicurato dal mecenatismo dei principi
e dei sovrani (esemplari da questo punto di vista erano le
accademie di Berlino, dove lavorò lungamente Euler, e poi
Lagrange prima di lasciare la Germania per l'Accademia di
Parigi, e quella di Pietroburgo, dove furono attivi lo stesso
Euler e Daniel Bernoulli).
Spesso erano questioni di prestigio che spingevano le
accademie ad accaparrarsi i migliori matematici. Inesistenti
le università, almeno per quanto riguarda la ricerca, alle
accademie erano affidate in pratica le sorti dello sviluppo
della matematica e alle memorie o agli atti delle accade-
mie era dovuta la propagazione dei risultati e delle scoperte;
almeno sul piano formale, giacché queste pubblicavano
spesso con notevoli ritardi le memorie ricevute, e inoltre era
FISICA E ANALISI 53

assai usuale l'informazione diretta fra i matematici attraver-


so lettere personali.
Gli epistolari di Euler, D' Alembert, Lagrange, Bernoulli
ecc. sono vere e proprie miniere di informazioni, spesso
molto più stimolanti e interessanti che le memorie pubblica-
te nelle riviste ufficiali.
La situazione cambia radicalmente, prima in Francia e poi
nel resto d'Europa, in seguito alla Rivoluzione francese. Il
fatto che materialmente segna la svolta nel modo di in-
tendere (e di svolgere) il mestiere del matematico è la
fondazione delle grandi scuole francesi, anzitutto l'Ècole
polytechnique e l'"E:cole normale supérieure dal 1794 (e per
il poderoso contributo organizzativo occorre ricordare i
nomi di Gaspard Monge (1746-1818), geometra e didatta ge-
niale, inventore della geometria descrittiva e, fino al 1797,
di Lazare Carnot (1753-1823), !"'organizzatore della vitto-
ria", autore fra l'altro di un'interessante opera sulla metafi-
sica del calcolo infinitesimale).
Le scuole francesi sono costituite col compito preciso di
formare una estesa classe di ingegneri e di tecnici adeguata
alle esigenze militari e produttive della Francia rivoluziona-
ria (e poi bonapartista: è noto che Napoleone favorì e
protesse lo sviluppo della scienza in Francia e certo non
puramente per amore del sapere). Come insegnanti sono
chiamati matematici tra i più prestigiosi, quali Monge
Legendre (1752-1833), Lacroix, Laplace (1749-1827), age-
volmente convertitosi alle politiche del Direttorio prima e di
Napoleone poi, Lagrange, l'ex-accademico di Berlino colto
dalla Rivoluzione in Francia e posto a dirigere, negli anni
difficili della lotta (1790), la commissione per i pesi e le
misure, che concluse i propri lavori nel 1799 con l'adozione
del sistema metrico decimale e le relative unità di misura.
All'École polytechnique e all'École normale se ne affian-
carono ben presto numerose altre (l'École des Ponts et
Chaussées, l'École des Mines e quelle più propriamente
militari del Genio e dell'Artiglieria, per esempio).
Il tipo di insegnamento impartito nelle scuole uscite dalla
Rivoluzione (e tutte generalmente improntate a un severo
spirito militare) è fondato sulla matematica, "pura" e
"applicata", dove impegnativi corsi di analisi si affiancano a
54 CAPITOLO SECONDO

corsi di meccanica o di geometria descrittiva, la nuova


disciplina elaborata da Monge e rivelatasi anche di grande
interesse strategico-militare. Il piano di studi prevedeva un
severo impegno da parte di docenti e studenti, i primi
impegnati, oltre che nelle lezioni (e il numero di ore di
insegnamento era decisamente elevato) in seminari, esami e,
cosa fondamentale, nello scrivere manuali dei rispettivi
corsi; ~ secondi a tenere il passo previsto da rigidi pro-
gramml.
Poiché i più importanti matematici francesi vennero
chiamati a insegnare in queste scuole, ha scritto Klein
(1926), non c'è da stupirsi se il rendimento di queste scuole
salì ben presto a un livello notevole, rispecchiato nella gran
parte dei trattati di matematica superiore dei primi decenni
del secolo, dovuti essenzialmente agli incarichi di insegna-
mento nelle scuole francesi.
Nel giro di pochi decenni, la Francia si assicurò l'egemo-
nia europea nel campo della ricerca fisico-matematica,
potendo vantare un numero impressionante di scienziati di
altissimo livello, e ciò che accadeva a Parigi divenne un
punto di riferimento fondamentale per ogni matematico. A
mo' di esempio si ricorderà il viaggio del giovane Abel a
Parigi (1826), proprio per entrare in contatto con gli
ambienti più avanzati della ricerca, oppure il contempora-
neo periodo di formazione scientifica di Lejeune-Dirichlet,
avvenuto a contatto con Fourier, allora una delle figure più
prestigiose tra gli scienziati francesi, segretario perpetuo
dell'Accademia delle Scienze.
Il fatto che i matematici divengano, a partire dall'Otto-
cento, professori avrà esiti non indifferenti anche pro-
prio nello specifico della matematica, per quanto riguar-
da l'organizzazione rigorosa delle teorie in funzione di-
dattica. Inoltre, la caratterizzazione "politecnica" dell'in-
segnamento, con una grande attenzione rivolta agli aspetti
"applicati", costituirà un tratto distintivo per lungo tempo
della matematica francese, e contribuirà, tra l'altro, ad
assicurare all'analisi un ruolo privilegiato tra le varie branche
della matematica.
FISICA E ANALISI 55

2.2 Le serie di Fourier


La Théorie des fonctions analytiques di Lagrange era
stata in qualche senso una sintesi dell'analisi "pura"
settecentesca, così come, in altri campi, la Mécanique
analytique dello stesso Lagrange o la Mécanique céleste di
Laplace. C'era, verso la fine del secolo, la diffusa convinzio-
ne che la matematica fosse giunta per così dire a un punto
morto, senza sbocco. Le numerose teorie sorte nel corso del
secolo erano state grandemente sviluppate e le difficoltà
dovute alla estrema complicazione dei calcoli sembravano
essere insuperabili; d'altra parte, in molti casi, era opinione
dominante che quanto si doveva scoprire fosse già stato
scoperto, che non si potesse andare oltre il punto cui erano
arrivati i vari Bernoulli, Euler, Clairaut, D' Alembert, Laplace
e Lagrange.
Lo stesso Lagrange, per esempio, aveva scritto il 21
settembre 1781 a D'Alembert:
Mi sembra anche che la miniera [della matematica] sia già
veramente profonda e, a meno che qualcuno non scopra nuovi filoni, si
renderà necessario prima o poi abbandonarla. Fisica e chimica offrono
ora più brillanti ricchezze e più facile sfruttamento; inoltre l'inclina-
zione del nostro secolo sembra essere interamente in questa direzione
e non è impossibile che il seggio di geometria all'Accademia diventerà
un giorno ciò che è oggi la cattedra di arabo all'università (Lagrange,
Oeuvres, vol. 13, p. 368).
Ancor più significativamente J. B. Delambre (1749-1822),
segretario permanente della sezione matematica e fisica del-
l'Istituto di Francia, nel suo Rapport historique sur le pro-
grès des sciences mathématiques depuis 1789 et leur état
actuel (letto all'Istituto nel1810) aveva affermato:
Sarebbe difficile e avventato analizzare le chances che il futuro
riserva allo sviluppo della matematica; in pressoché tutte le sue
branche si è bloccati da difficoltà insormontabili; perfezionare i
dettagli sembra essere la sola cosa che resta da fare. Tutte queste
difficoltà sembrano annunciare che la potenza della nostra analisi è
praticamente esaurita.
A queste voci si era opposta quella di Condorcet, che,
fortemente impressionato dall'opera di Monge (e dalle
56 CAPITOLO SECONDO

applicazioni da questo proposte dell'analisi alla geometria),


aveva scritto nel1781:
Siamo lontani dall'aver esaurito le applicazioni dell'analisi alla
geometria, e invece di credere che ci stiamo avvicinando alla fine, al
punto in cui queste scienze dovranno arrestarsi perché avranno
raggiunto il limite delle forze del pensiero umano, dobbiamo piuttosto
riconoscere di essere solo al primo passo di un immenso sviluppo. Le
nuove applicazioni, indipendentemente dall'utilità che esse possono
avere in sé, sono necessarie per il progresso dell'analisi in generale; esse
danno luogo a questioni impensate e richiedono di creare nuovi
metodi. I processi tecnici sono figli della necessità e lo stesso si può
dire per i metodi delle scienze più astratte. Ma queste ultime sono
dovute a necessità di carattere più elevato, la necessità di scoprire
nuove verità o di conoscere meglio le leggi della natura (Kline, 1972,
pp. 62 3-24 ).
Le parole di Condorcet coglieranno nel segno, non solo
per quanto riguarda la previsione di uno straordinario
sviluppo della matematica nell'Ottocento, ma in parte,
anche per quanto riguarda la fonte delle ricerche: questa
sarà da individuarsi, almeno per quanto riguarda uno dei
campi più significativi della matematica e della fisica, in un
problema fisico di grande interesse teorico e pratico: lo
studio della natura e della propagazione del calore. Una
questione che, verso la fine del Settecento, attira l'interesse
di numerosi fisici e matematici (oltre che di "tecnici"
pratici).
Indiscutibilmente si comincia intravedere sempre pm
chiaramente nell'utilizzo del calore come forma di energia
un valido ausilio nella produzione: la conferma può venire
anche dalla progressiva presenza di macchine a vapore nei
processi industriali, in Inghilterra soprattutto e in Francia.
Ma se nelle fabbriche tessili inglesi c'è essenzialmente
interesse pratico verso la cosa, tra gli scienziati francesi è
privilegiato l'aspetto teorico.
Nel 1784 Laplace e Lavoisier (1743-1794) pubblicarono
una memoria congiunta contenente i risultati dei propri
esperimenti condotti per determinare il calore specifico di
diverse sostanze, e qualche tempo dopo, nel 1804, è J. B.
Biot (177 4-1862 ), allievo di Laplace, a pubblicare nel
Journal des Mines una Mémoire sur la propagation de la
FISICA E ANALISI 57

chaleur. Nello stesso periodo, comincia a occuparsi della


questione, e in maniera del tutto originale, Fourier
(1768-1830); le sue ricerche saranno fonte di discussione e
di risultati di analisi per parecchi decenni, per opera di
uomini come Dirichlet e Riemann, Heine, Cantor e Le-
besgue.
Il punto di vista adottato da Fourier è espresso in maniera
assai chiara nel Discours préliminaire, che apre la sua
Théorie analytique de la chaleur (1822): "Le cause prime ci
sono del tutto sconosciute - così si inizia il Discours- ma
sono soggette a leggi semplici e costanti, che possono essere
scoperte dall'osservazione e il cui studio forma l'oggetto
della filosofia naturale."
Per opera di Newton, dice Fourier, sono state trovate le
leggi che regolano l'intero sistema dell'universo. Ma queste
leggi, per quanto di vasta applicazione, non danno conto dei
fenomeni "di un tipo speciale" in cui sono presenti "gli
effetti del calore".
Dopo un attento e prolungato studio - scrive Fourier (1822, pp.
16 sg.) - sono giunto alla conclusione che, per determinare nume-
ricamente i più vari movimenti del calore, è sufficiente sottomet-
tere ogni sostanza a tre osservazioni fondamentali. Corpi diversi infatti
non possiedono nella stessa misura la capacità di contenere calore, di
riceverlo o trasmetterlo attraverso le loro superfici e neppure di
condurlo all'interno della massa. Queste sono tre qualità specifiche
che la nostra teoria individua chiaramente e ci permette di misurare.

Fourier è ben consapevole dell'interesse pratico dei suoi


risultati e scrive: "E' facile giudicare quanto queste ricerche
interessino le scienze fisiche e l'economia civile e quale
possa essere la loro influenza sul progresso delle arti che
richiedono l'uso e la distribuzione del fuoco" (ivi), dove
il termine ha, naturalmente, il significato talvolta associa-
to all'espressione "arti e mestieri" di eredità cinquecen-
tesca.
Queste ricerche, inoltre, sono in una "relazione necessaria
col sistema del mondo", ma l'oggetto della teoria vera e
propria è di natura analitica, e qui sta un punto fondamenta-
le di tutta l'impostazione teorica di Fourier: una volta
ottenuti, via la più accurata osservazione sperimentale, un
58 CAPITOLO SECONDO

certo numero di dati osservativi, occorre tradurre in forma


matematica (nelle fattispecie, in equazioni differenziali) le
relazioni tra essi; è questa la via da seguire per fare avanzare
la conoscenza della natura.
Le equazioni differenziali della propagazione del calore - dice
Fourier - esprimono le condizioni più generali, e riducono le
questioni fisiche e problemi di analisi pura e questa è l'oggetto vero e
proprio della teoria (... )
Dopo aver stabilito queste equazioni differenziali, bisognava
ottenerne gli integrali; il che consiste nel passare da un'espressione
generale (commune) a una soluzione specifica (propre) soggetta a tutte
le condizioni date. Questa ricerca difficile esigeva un'analisi speciale,
fondata su teoremi nuovi ( ... )
Il metodo che ne deriva non lascia niente di vago e di indetermina-
to nelle soluzioni e le porta fino alle ultime applicazioni numeriche,
condizione necessaria di ogni ricerca e senza la quale non si
arriverebbe che a delle inutili trasformazioni ( ... )
Lo studio profondo della natura è la fonte più fertile delle scoperte
matematiche. Questo studio non ha solo il vantaggio, presentando un
oggetto ben determinato di indagine, di escludere questioni vaghe e
calcoli senza scopo; esso è inoltre un metodo sicuro per costituire
l'analisi stessa e per scoprire gli elementi che ci interessa conoscere e
che le scienze naturali devono sempre preservare: questi sono gli
elementi fondamentali che si ripresentano in tutti i fenomeni naturali.

Da qui la conclusione, che mantiene un grande interesse


ancora oggi, quando la matematica sembra avventurarsi in
regioni sempre più lontane dal reale: "Considerata da questo
punto di vista, l'analisi matematica è tanto estesa quanto la
natura stessa" (ivi, pp. 21-23).
Nel primo capitolo, Fourier riprende questi stessi temi
scrivendo nelle primissime righe:
Gli effetti del calore sono soggetti a leggi costanti che non possono
essere scoperte senza l'ausilio dell'analisi matematica. L'oggetto della
teoria che ci accingiamo a esporre è di dimostrare queste leggi; essa
riduce tutte le ricerche fisiche sulla propagazione del calore a problemi
di calcolo integrale i cui elementi sono dati dall'esperimento. Nessun
soggetto è in relazione più ampia col progresso dell'industria e delle
scienze naturali [corsivo nostro] .
La Théorie analytique apparve nel 1822, quando Fourier
era segretario perpetuo della ripristinata Accademia delle
FISICA E ANALISI 59

Scienze; essa costituisce in realtà la estensione e il completa-


mento di una precedente memoria che Fourier presentò
all'Istituto di Francia nel 1807, rimasta manoscritta e
pubblicata solo recentemente (Grattan-Guinness e Ravetz,
1972).
Oggetto dell'indagine è la propagazione del calore, sulla
cui natura si potrebbero solo avanzare "ipotesi incerte" dice
Fourier, coerentemente con l'atteggiamento filosofico deli-
neato nel Discours préliminaire, ma "la conoscenza delle leg-
gi matematiche alle quali i suoi effetti sono soggetti è
indipendente da ogni ipotesi" (iv i, p. 15) e richiede
solo l'esame accurato di fatti sperimentali. Le ricerche di
Fourier, tuttavia, sono ricche di implicazioni e di risultati
che vanno ben oltre il tema proposto e costituiscono un
sostanziale ampliamento del dominio della fisica-matemati-
ca, dai tempi di Newton consistente nella meccanica
razionale e celeste.
Ai tempi di Fourier - scrive Grattan-Guinness nell'introduzione
all'edizione del manoscritto di Fourier -, l'analisi matematica dei
problemi fisici era largamente basata sulla costruzione di equazioni
differenziali alle derivate parziali che rappresentavano i fenomeni da
studiare insieme con le condizioni iniziali e al contorno. Fourier
arrichì e modificò questa procedura in una quantità di modi che da
allora in poi sono diventati importanti.
In primo luogo, egli distinse fra due tipi di comportamento fisico,
azione in un punto "interno" e azione sulla "superficie" del materiale
considerato, e formulò per essi equazioni differenziali distinte.
In secondo luogo, espresse queste equazioni in un sistema di
coordinate appropriato alla simmetria geometrica e fisica del problema
trattato ( ... )
In terzo luogo, aggiunse alle equazioni relative ai punti interni e alla
superficie l'esplicita richiesta di condizioni iniziali che dovevano
permettere il calcolo delle costanti incognite e quindi dare una
completa descrizione del fenomeno analizzato (ivi, p. 7).

Nell'integrare le equazioni differenziali ottenute, Fourier


fece largo uso di serie trigonometriche, determinandone
opportunamente i coefficienti (le "serie di Fourier"); serie
di questo tipo erano già note, come abbiamo visto, in
matematica, ma "senza il background del fenomeno fisico,
queste questioni sarebbero rimaste delle curiosità matemati-
60 CAPITOLO SECONDO

che; ma nell'opera di Fourier, sviluppi in fisica-matematica e


sviluppi in analisi erano intimamente connessi, fornendosi
reciproci stimoli e reciproche conferme" (ivi).
Ma, proprio nella parte matematica, più in particolare
nell'uso delle serie trigonometriche, la memoria di Fourier
incontrò obiezioni da parte dei commissari dell'Istituto, cui
era stata sottoposta per un giudizio (Lagrange, Laplace,
Monge e Lacroix). 1
Alle obiezioni Fourier rispose con un articolo inviato allo
stesso Lagrange 2 sulla convergenza delle serie trigonome-
triche e con una nota inviata all'Istituto nel 1808 sullo
stesso argomento.
La questione della propagazione del calore tuttavia rimase
aperta e, secondo il costume dell'epoca, nel 1811 l'Istituto
di Francia bandiva un premio sul seguente problema:
"Fornire la teoria matematica delle leggi di propagazione del
calore e confrontare i risultati di questa teoria con delle
esperienze esatte."
Fourier partecipò al concorso con successo, ma incontrò
ancora obiezioni dal punto di vista del rigore, come si legge
nel rapporto presentato dai giudici del concorso all'Accade-
mia:

Questo lavoro contiene le vere equazioni differenziali della propa-


gazione del calore, sia all'interno dei corpi che alla loro superficie; e la
novità dell'argomento, insieme alla sua importanza, hanno convinto la
Classe di scienze matematiche fisiche e naturali dell'Accademia ad
attribuire il premio a quest'opera, pur osservando tuttavia che la
maniera in cui l'autore perviene alle sue equazioni non è esente da
difficoltà e che la sua analisi, per integrarle, lascia ancora qualcosa a
desiderare, sia relativamente alla generalità che anche per quanto
attiene al rigore (Fourier, 1888, vol. l, pp. 7 sg.).

Fu questo probabilmente il motivo per cui la memoria


vincitrice del premio, contrariamente alle consuetudini, non
fu allora pubblicata e apparve a stampa solo nel 1824 e
1826, quando, come s'è detto, Fourier stesso era diventato
segretario perpetuo dell'Accademia delle Scienze. Sulle sue
iniziali ricerche era stata pubblicata una breve nota, non
particolarmente entusiasta, da parte di Poisson (1781-1840),
FISICA E ANALISI 61

il giovane segretario del "Bulletin de la Société philomati-


que", e relativa alla memoria del 1807. 3
Il primo approccio al problema della propagazione del
calore tra corpi disgiunti da parte di Fourier data dai primi
anni del secolo e viene ripresentato nelle successive memorie
fino al volume della Théorie: si tratta inizialmente di un
modello moltò semplice, formato da due corpi di ugual
massa e a differenti temperature iniziali che scambiano
calore a distanza infinitamente piccola; modello che poi vie-
ne esteso a n corpi; Fourier risolve il problema senza parti-
colari difficoltà, sia quando gli n corpi sono disposti su una
retta che quando sono disposti su una circonferenza.
Secondo uno schema teorico allora usuale (e l'abbiamo
visto anche in Lagrange a proposito delle corde vibranti) il
passo successivo avrebbe dovuto essere quello di far tendere
n a infinito, per ottenere la soluzione del corrispondente
corpo continuo (in questo caso, una sbarra rettilinea o un
anello).
Tuttavia Fourier si ferma a questo punto (nei suoi primi
lavori verosimilmente del 1802-03) e non tratta l'estensione
ai corpi continui. Anzi sembra abbandonare del tutto la
questione, fino a quando non viene di nuovo stimolato a
riprenderla da un lavoro inviatogli da J. B. Biot (1805).
Questi aveva ottenuto alcuni risultati di natura sperimen-
tale sulla propagazione del calore e aveva cercato di
organizzarli in una teoria matematica.
Adottando il punto di vista di Newton,4 secondo cui la
perdita di calore di un corpo verso l'ambiente circostante è
proporzionale alla differenza di temperatura tra essi, Biot
introdusse due diversi coefficienti di conducibilità, uno
relativo alla conduzione di calore interna al corpo e uno a
quella dell'ambiente esterno.
Prendendo, come fa Biot, una sbarra riscaldata a una delle
estremità, ogni punto di essa riceve calore da ogni punto
"precedente" e lo trasmette ai "successivi", perdendo
intanto calore all'esterno: in una situazione di equilibrio
termico il fenomeno si può rappresentare con un'equazione
differenziale ordinaria del se con d 'ordine; ma quando la tem-
peratura è variabile, tra l'interno e l'esterno vi è una differenza
netta esprimibile con un'equazione alle derivate parziali.
62 CAPITOLO SECONDO

Fin qui il ragionamento di Biot, che tuttavia non esibisce


concretamente una siffatta equazione. "Le ragioni sono
rintracciabili nelle sue concezioni filosofiche sulla fisica,
laddove egli seguiva Laplace nel considerare tutti i fenomeni
fisici come prodotto di forze newtoniane tra molecole assai
vicine, ma non necessariamente adiacenti" (Grattan-Guin-
ness e Ravetz, 1972, pp. 83 sg.).
Da qui anche il parlare di "punti" da parte di Biot,
piuttosto che di sezioni della sbarra.
Dell'articolo di Biot Fourier fece propria, con ogni
probabilità, l'idea di conduzione interna ed esterna e dei
diversi coefficienti di conducibilità associati ad esse. Contra-
riamente a Biot invece, Fourier considerò una sezione
trasversale della sbarra, di spessore dx, la cui temperatura
era influenzata solo dalle sezioni ad essa adiacenti e
dall'atmosfera in contatto con la superficie esterna della
sezione. Sotto queste ipotesi, indicando con h e k i
coefficienti di conducibilità esterna e interna rispettivamen-
te, egli ottiene

k d 2 t-ht=O
dx '
equazione ancora disomogenea, che diventa omogenea con
la semplice sostituzione di kldx al posto di k, motivata dal
fatto che la capacità di condurre calore aumenta al
diminuire dell'ampiezza della sezione:
d2 t
k dx 2 - ht= O,

il cui integrale è:
t =M· e-x.Jblk +N· ex.Jhlk
dove M e N sono costanti arbitrarie.
Dalla natura fisica del problema (la propagazione del
valore lungo una sbarra infinita) si ha che t deve essere
infinitamente piccola al crescere di x (e dunque N= 0). Se si
pone come condizione iniziale, per x = O, t =A, allora la
soluzione è data da:
t =A e-x hlk;
FISICA E ANALISI 63

Fourier presenta questo risultato accennando soltanto alle


ricerche di Biot.
Trattando la questione (da Biot semplicemente posta, ma
non effettivamente studiata) della variabilità della tempera-
tura in dipendenza del tempo, e indicando con v la
temperatura si ricava in modo analogo
av
2 av
k ax2- h v= at.
Questa è l'equazione ottenuta per il caso della sbarra
infinita da Fourier (e si trova in suo manoscritto del1805),
mentre per la lamina l'equazione della propagazione del
calore è:
k(a2v+ a2v)-hv=k
ax 2 ay 2 at
e per un corpo solido:

k
a2v + aay2
( ax2 2v a2v) av
+~ -hv=-at· [2.2.1]

Ma sia nella memoria del 1807 che nella edizione della


Théorie il termine - hv (correttamente) è omesso. Qual è il
significato di questa omissione?
Cercando di integrare la [2.2.1] , Fourier si rese conto
che la dispersione del calore del corpo (da cui dipende il
fattore - hv) riguarda solo le molecole della superficie del
corpo e non quelle interne; a commento della [2.2.1]
infatti Fourier aggiunse la nota:
Quando si conoscerà meglio, dai risultati delle esperienze, in che
cosa consiste questa proprietà posseduta da tutti i corpi, di dissipare
spontaneamente una parte del loro calore, si distinguerà se l'ultimo
termine hv debba entrare nelle equazioni relative all'interno dei corpi
o solo nelle equazioni relative alla loro superficie.
Questa distinzione doveva diventare di grande importanza
in fisica: attraverso di essa, Fourier era in grado di ottenere
l'equazione generale della propagazione del calore all'inter-
no di un corpo, riservando a un secondo tempo lo studio
delle condizioni relative alla superficie. Nella memoria del
1807, al paragrafo 29, relativo all'equazione generale del
64 CAPITOLO SECONDO

movimento del calore, si legge:


L'equazione che abbiamo ottenuto rappresenta gli stati successivi
di un solido qualunque i cui diversi punti cambiano continuamente di
temperatura. Il coefficiente h, che rappresenta la misura della
conducibilità esterna, non entra affatto in questa equazione. Ma esso
rimane a esprimere una condizione relativa alla superficie, fatto che
spiegheremo nel seguito della memoria. È in questa parte del calcolo
che il coefficiente h è introdotto.
L'equazione generale della propagazione del calore nei corpi solidi
è dunque la seguente:

av K ( a2 v a2 v a2 v )
at =CD ax 2 + ay + --a;r ; [2.2.2]

v è una funzione delle tre coordinate x, y, z e del tempo t, K è la


misura della conducibilità propria della sostanza di cui è formato il
corpo, C è il calore specifico di questa sostanza e D la sua densità. Il
senso proprio di questa equazione è che la funzione v deve soddisfare
alla condizione generale che vi è espressa. Ma, indipendentemente da
questa condizione generale per ogni caso, vi sono diverse altre
condizioni particolari che dipendono dalla forma del corpo, dalla
natura e dalla forma della superficie, dall'azione di una o più sorgenti
di calore e da diverse altre circostanze che si possono presentare nei
singoli casi (Grattan-Guinness e Ravetz, 1972, pp. 126 sg.).
Cercando di integrare l'equazione [2.2.2] Fourier comin-
ciò a trattare il caso di una lamina rettangolare di lunghezza
infinita (dunque nella [2.2.2] manca il termine ~:~):
Fourier considera inizialmente il caso delle "temperature
stazionarie", cioè della situazione di equilibrio termico (il
che implica ~; =O). Come condizioni al contorno egli
richiede semplicemente che la temperatura sia l all'estremi-
tà della lamina e O sui due lati. Si tratta dunque inizialmente
di integrare l'equazione
a2 v a2 v
ax2 + ay2 =0, [2.2.3]

cosa che Fourier realizza attraverso il metodo della separa-


zione delle variabili. Egli suppone cioè che
v= (/>(x) 1/1 (y),
FISICA E ANALISI 65

da cui, derivando,
c/J"(x) 1/J(y) + c/J(x) 1/l"(y) =O,
OSSia,

----'c/J(x)
-::-'---'--- = 1/1 (y) =A,
<P" (x) 1/1" (y)
dove A è una costante o

Si vede da qui - scrive Fourier - che si può prendere per rp(x) una
quantità della forma emx e per t/J(y) la quantità cos(ny)o Si supporrà
dunque:
y =a oemx cos(ny),
e sostituendo nella proposta si avrà la condizione
m2 =n2

(ooo) che sarà sempre soddisfatta se si prende per valore di v la


quantità v= a · e nx cos (ny ), oppure v = a · e - nx cos(ny )o
Scartata la prima per motivi fisici relativi alla natura del
problema (v diverrebbe infinitamente grande al crescere di
x),
si ridurrà dunque la soluzione precedente a v= ae -nxcos(ny), n
essendo un numero positivo qualunque e a una costante indetermina-
ta. Si formerà ora la soluzione generale scrivendo:

v =a 1e-n 1 x cosn1y + a2 e -n 2 cosn 2y + oo•

Per determinare completamente la soluzione occorre


dunque per Fourier determinare la doppia infinità di
costanti arbitrarie
al> a 2 , ... ak, ...
nk,···
nl,n2,ooo
Per determinare le nk, Fourier sfrutta la condizione che
sui due bordi della lamina la temperatura sia= O. All'uopo
suppone di "tagliare" in due parti uguali la lamina longitudi-
nalmente mediante l'asse x e richiede inoltre che la
semiampiezza della lamina sia l. Così, per ogni valore di x,
deve essere v = O quando y = l e y = - l: il che implica che
le costanti n 1 , n 2 , o.onk,oo• siano uguali ai multipli dispari di
66 CAPITOLO SECONDO

un quarto d"1 ctrcon


. f erenza, cwe:
. ' n 1 = 2;
1T 3 1T ... ecc.
n 2 = 2;
Per trovare le costanti ak Fourier sfrutta la restante
condizione, che cioè sia v = l per x= O, qualunque sia y. Il
che porta all'equazione:

l =a 1 cosz- y
1T
+ a2 cos -321T-y +
[2.2.4]
51T
+a 3 cos2y + ... ,

l . ' .
ch e, ponen d o z1TY = u, Sl puo scnvere:

l =a 1 cos u + a 2 cos 3 u + a3 cos 5 u + ... [2.2.5]

con u compresa tra - 21T e


1T
2.
Per determinare i coefficienti, Fourier considera la serie
[2.2.5] e le sue derivate, ottenute derivando la serie termine
a termine, e pone u =O, il che porta alle equazioni:
00

l= ~ ak
k =1

O= ~ (2 k- 1) 2 ak
k=1

O= ~ (2 k- 1) 4 ak
k=1
... ,
ctoe a un sistema di infinite equazioni lineari in infinite
incognite (i coefficienti ak ). Ecco come Fourier intende
risolvere il sistema:
L'indeterminata a 1 - egli scrive -riceverà per esempio un valore per
il caso di due incognite, un altro per il caso di tre incognite, e così di
seguito per quattro ecc. Lo stesso accadrà per l'indeterminata a 2 , che
riceverà tanti valori diversi quante saranno le volte in cui si sarà
effettuata l'eliminazione.
Ciascuna delle altre indeterminate è similmente suscettibile di
un'infinità di valori diversi. Ora, il valore di- una di queste incognite,
nel caso in cui il loro numero è infinito; è il limite verso il quale
tendono i valori differenti che essa assume attraverso eliminazioni
successive.
FISICA E ANALISI 67

In altre parole, Fourier si propone di considerare solo le


prime k equazioni in k incognite (con k finito), determinare
il valore del coefficiente a 1 (per esempio) risolvendo il
sistema eliminando successivamente le incognite a 2 , ... , ak e
poi, di conseguenza, ricavare i valori (relativi alle prime k
equazioni) delle restanti k - l incognite a 2 , •.. , ak e, infine,
effettuare il passaggio al limite per k tendente a infinito per
ottenere il "vero" valore dei coefficienti. 5
In questo modo, egli ottiene per il coefficiente a 1
l'espressione:

a 1 -- 23·3·5·5·7·7·9· 9 ·11·11·13·13 ...


. 4. 4. 6 . 6 . 8 . 8 . 10. 10. 12 . 12 . 14 ...

che, dopo Wallis, si sa essere uguale a .±....


1T
Risostituendo nel sistema il valore ottenuto per a 1 e
ricavando con procedura analoga i valori di a2 , a 3 ecc.
Fourier trova per i coefficienti le seguenti espressioni:
2 2/rr 2/rr
a 1 = 2 ·7r; a 2 =- 2 · - 3-; a 3 = 2 · - 5-;
2/rr
7- ecc.
a 4 =- 2 · -

per cui è, in definitiva,


l
1T
4 = cos u - T cos 3 u + 5l cos 5 u - ... [2.2.6]

Siccome questi risultati sembrano discostarsi dalle ordinarie conse-


guenze del calcolo - scrive a questo punto Fourier - è necessario
esaminarli con cura e interpretarli nel loro vero significato.
Si considererà l'equazione

y = cos u + 3l cos 3 u + 5l l
cos 5 u --:;- cos 7 u +ecc.,

come quella di una linea di cui u è l'ascissa e y l'ordinata. Si vede già


dalle osservazioni precedenti che questa linea dovrà essere composta
da parti separate aa, bb, cc, dd,... di cui ciascuna è parallela all'asse
[delle ascisse] e uguale a una semicirconferenza. Queste parallele sono
situate alternativamente al di sopra e al di sotto dell'asse a distanza l e
sono unite dalle perpendicolari ab, cb, cd, ed, ... che fanno anch'esse
parte della linea [corsivo nostro].
68 CAPITOLO SECONDO

Per farsi un'idea esatta della natura di questa linea, bisogna


supporre che il numero dei termini della funzione

cos u - 3l cos 3 u + 5l cos 5 u - 7l cos 7 u + 9


l
cos 9 u ...

riceva in un primo tempo un valore determinato. In quest'ultimo caso,


l'equazione
l l l
y = cos u - - cos 3 u + - cos 5 u - - cos 7 u +
3 5 7
[2.2.7]
l
+9cos 9u ...

appartiene a una linea curva che passa alternativamente al di sopra e al di


sotto dell'asse, tagliandolo tutte le volte che l'ascissa u diventa uguale a
± 2l 11" ••• ± 23 11" ••• -+ 25 11". •• ecc. Quanto pm 1"l numero d e1 termml
o' o o o

dell'equazione aumenta, tanto più la curva in questione tende a


confondersi con la linea precedente, composta di rette parallele e rette
perpendicolari (Grattan-Guinness e Ravetz, 1972, pp. 158 sg.).
Il grafico che qui ha in mente e presenta Fourier (ma non
lo disegna) è il seguente (fig. 2).
a a c c a
,......---

---- b b d d
Figura 2

Dal punto di vista moderno, certamente un tale grafico


non rappresenta una funzione, a meno che non si pensi la
curva discontinua, cioè senza i segmenti di perpendicolare
ab, cd, ed, ... , che invece Fourier espressamente considera
come parte integrante della curva.
Si tratta della questione delicata e difficile della continui-
tà di una funzione, un concetto attorno cui si intricano le
concezioni dei matematici all'inizio dell'Ottocento.
Anche l'atteggiamento di Fourier è oscillante tra una
accezione classica, leibniziana, della continuità e una più
FISICA E ANALISI 69

aderente al senso "moderno". La descrizione per così dire


"genetica" che egli dà della funzione [2.2.7] chiarisce quale
fosse inizialmente il suo punto di vista: la y viene
considerata come funzione di u e di m (numero dei termini
considerati nello sviluppo in serie) e dunque il grafico della
figura ha da pensarsi come il "limite", al crescere indefinita-
mente di m, di una successione di curve continue, ciascuna
corrispondente a
l l
y=cosx-Tcos3x+ ... - 2 m-l cos(2m-l)x
per ogni valore di m intero.
Le stesse osservazioni, dice Fourier, valgono ad esempio
per il grafico che descrive l'andamento della serie
. x- 2l sm
sm . 2 x +T
l sm
. 3 x- ... [2.2.8]

che, dopo Euler, si sa essere uguale a x/2.


In generale - scrive Fourier - queste serie si presentano spontanea-
mente ed è facile formarle in diversi modi: ma il punto essenziale
[corsivo nostro] è di distinguere i limiti entro i quali si deve prendere
il valore della variabile. Per esempio, l'equazione [2.2.8) data da Euler
non ha luogo che finché il valore di x è compreso tra O e 1T oppure tra
O e - 1T. Per tutti gli altri valori della x il secondo membro ha un
valore determinato molto diverso da ~ x.
Si devono usare con molta cautela i procedimenti di calcolo che
forniscono queste serie senza far conoscere i limiti oltre i quali
l'equazione cessa di valere.
In effetti, non essendo questi limiti gli stessi per le diverse
equazioni, si potrebbe ottenere, mediante la combinazione di serie
diverse, dei risultati del tutto sbagliati. È mediante questa osservazione
che si spiegano conseguenze contraddittorie presenti nella combinazio-
ne di differenti serie di seni e coseni (ivi, p. 169).
Questo punto fu uno di quelli che sollevarono le
obiezioni di Lagrange: in risposta, Fourier aveva scritto in
una comunicazione privata a Lagrange che dalla convergenza
della serie [2.2.8] seguiva anche quella di
rr-x
- 2-
.
= sm x + 2l . l .
sm 2x +T sm 3x + ... [2.2.9]
70 CAPITOLO SECONDO

ottenuta sostituendo 1l' -x a x. Lagrange doveva aver


obiettato che, differenziando la [2.2.9] , e cioè ottenendo la
sene
l
-2=cosx + cos 2x + cos 3x + ...
e quindi integrandola
l . l .
C- 2 x = sm x +2 sm 2x + 3l sm
. 3
x + ...

e ponendo x= O (che implica C= 0), si aveva la serie:

- 2l .
x = sm x + 2l sm
. l . 3
2x + 3 sm x + ... ,

il che smentiva il risultato di F ourier.


Questi tuttavia faceva osservare che il valore x =O non era
tale da rendere valida la [2.2.9], come si verifica immediata-
mente con una sostituzione, il che inficiava l'osservazione di
La~ange.
E questo lo stile con cui Fourier tratta le serie infinite:
egli non ha a disposizione alcun criterio sufficiente a
garantire la convergenza di una serie e dunque calcola
direttamente la somma dei primi m termini (sfruttando
artifici di trigonometria elementare o le tecniche del calcolo
infinitesimale) e poi effettua il limi te per m tendente a
infinito.
Qui c'è già, nella sostanza, un atteggiamento radicalmente
diverso da quello settecentesco: Fourier utilizza sì il
bagaglio cospicuo di risultati sulle serie numeriche ottenuti
dai matematici seicenteschi e settecenteschi per trovare, in
casi particolari, conferme dei propri risultati generali, ma
nuova è la cura che egli pone alle questioni di convergenza
(e perciò stesso alla maniera di definire la somma) di una
serie infinita.
Ciò che ancora distingue l'approccio di Fourier da quelli,
diventati standard, da Cauchy in poi è la mancanza di criteri
Ji esistenza del limite che definisce la somma della serie: per
sapere se una serie converge, Fourier non ha altra via che
mostrare concretamente quale ne sia la somma mediante
processi di calcolo effettivo. La natura fisica dei problemi
FISICA E ANALISI 71

trattati lo assicura di "escludere questioni vaghe e calcoli


senza scopo", come scriverà nel Discours préliminaire alla
Théorie (1822).
Così, l'equazione [2.2. 7] gli si presenta nel cercare di
integrare l'equazione differenziale che dà la propagazione
del calore nella lamina. Ma lo studio della natura di quella
equazione (e delle analoghe) gli si rivela come "il vero nodo
della questione".
"Risulta dalle mie ricerche su questo argomento - scrive
infatti Fourier - che le funzioni arbitrarie anche disconti-
nue possono sempre essere rappresentate da sviluppi in seno
o coseno di archi multipli ... Conclusione che il celebre
Euler ha sempre respinto" (Grattan-Guinness e Ravetz,
1972, p. 183).
"Gli sviluppi in discorso - aggiunge Fourier - hanno
questo in comune con le equazioni differenziali alle derivate
parziali, che essi possono esprimere le proprietà delle
funzioni interamente arbitrarie e discontinue; è per questo
che si presentano in maniera naturale per l'integrazione di
queste ultime equazioni" (ivi, p. 185).
Che cosa intende qui Fourier per "discontinuità" delle
funzioni? Sorprendentemente, il primo esempio di "linea
discontinua" è proprio la linea aa, bb, cc, ... della figura 2
presentata senza far parola dei segmenti di perpendicolare
ab; be, cd, ... Ciò corrisponde alla "moderna" definizione di
continuità (e di discontinuità) che darà Cauchy nel1821.
Certo, se, come afferma F ourier in una nota alla fine di
questa sezione del manoscritto, il suo lavoro è stato
"frequentemente interrotto e i calcoli fatti a diverse
riprese", la cosa può dar conto delle difformità nel
concepire la continuità che si trovano a distanza di poche
pagine l'una dall'altra. Ma gravi ambiguità e oscillazioni
teoriche tra vecchio e nuovo concetto di continuità doveva-
no permanere, se immediatamente dopo egli (coerentemente
con l'antica concezione euleriana) dichiara "discontinue"
linee "composte da archi di parabola e segmenti di retta".
Né, d'altra parte, diverso è l'atteggiamento presente nella
definitiva versione della Théorie.
Così, per esempio, quando, studiando la propaga.Zione del
calore in una sbarra, ottiene per lo stato iniziale t = O
72 CAPITOLO SECONDO

l'espressione
l_ r cosqx d
11' ~ l + q2 q,
egli commenta:
Ne segue che la linea la cui equazione sarà:
2 ~s cosqx
y = - - - - dq
1T o l+ l
è composta di due branche simmetriche che si ottengono ripetendo a
sinistra dell'asse y la parte della curva logaritmica che sta a destra di
quest'asse e ha come equazione y =e-x. Si vede qui un ... esempio di
una funzione discontinua espressa mediante un integrale definito.
2 ~s cosqx
Questa funzione - 2 dq equivale a e -x quando x è
1T o l+q
positivo; ma è uguale a ex quando x è negativo (Fourier, 1822, pp.
395 sg.).
A questo punto Darboux, editore delle OEuvres di
Fourier commenta giustamente: "Non si tratta qui di una
funzione realmente discontinua, ma piuttosto di una funzio-
ne espressa da due leggi differenti a seconda che la variabile
sia positiva o negativa" (ivi, p. 396).
Entro i margini di questa ambiguità si situa l'affermazione
di Fourier di poter sviluppare in serie di seni e coseni di
archi multipli "funzioni interamente arbitrarie e disconti-
nue". A questo scopo, il primo passo di Fourier è lo
sviluppo in seni di archi multipli di una funzione che
contiene solo potenze dispari della variabile e che quindi
può pensarsi sviluppabile in serie di potenze dispari di x. Se
si indica con {j>(x) la funzione, il problema consiste nel
determinare i coefficienti a, b, c, d, ... dello sviluppo:
(j>(x) =a sin x+ b sin 2x +c sin 3x +d sin 4x + ...
Attraverso una lunga e complicata analisi, egli arnva
infine al "risultato notevole" fornito dall'equazione:

~ 11' (j>(x) =sin x Jsin x {j>(x) dx +


J
+ sin 2 x sin 2 x (j> (x) d x + ... [2.2.10)
+sin ix Jsin ix (j>(x)dx + ...
FISICA E ANALISI 73

dove gli integrali del secondo membro vanno presi tra x = O


e x= 71"; in questo caso la serie, conclude Fourier, dà sempre
lo sviluppo richiesto per la funzione rp(x).
Avendo fondato la sua costruzione della rappresentazione
in serie di seni su un processo di eliminazione ottenuto
confrontando due serie, quella dello sviluppo di rp(x) in serie
di Taylor e la serie a sin x + b sin 2x + c sin 3 x ecc., potrà
sembrare, dice Fourierj che il risultato sia limitato alle
funzioni dispari.
Per mostrare che le cose non stanno in questo modo,
mostra direttamente che la [2.2.10] vale qualunque sia la
funzione rp(x ).
Pone dunque senz'altro:
rp(x)= ~ a;sinix [2.2.1'1]
i=l

e determina i coefficienti a;.


Allo scopo moltiplica ambo i membri della [2.2.11] per
sin nx e assumendo tacitamente, come era allora usuale, che
la serie sia integrabile termine a termine, integra tra O e 71"
ottenendo:
~ ~

j rp(x) sin n x
o
dx = ~ a;
j =l
l sin ix sin n x dx.
o

Si può mostrare facilmente (osserva Fourier) 6 che:


~

l) l'integrale Jsin ix sin n x d x = O per i =l= n,


o

2) per i= n il valore dell'integrale è rr/2.


Ne segue che il coefficiente a; è dato dall'integrale:
~

f
~ a;= rp(x) sin ix dx

conformemente alla [2.2.10].


Con un'analisi simile Fourier prova che si può sviluppare
una funzione qualunque anche in serie di coseni di archi
multipli: posto infatti
rp(x) = ~"" a; cos ix. [2.2.12)
i=O
per determinare i coefficienti a; procede in maniera analoga
74 CAPITOLO SECONDO

a quella ora vista, moltiplicando ambo i membri per cos n x e


integrando tra O e 1r. Poiché

I'" cos ix cos nx dx== {o;12


per i =F n
per i =n =F O
per i= n= O
ottiene per a; (i =F O)
1r

J
; a;= {/J(x) cosix dx

e per a 0 il valore
1r

1r a0 = J(jJ (x) d x
o
e dunque per la funzione {/J(x) la rappresentazione in serie:

~ {/J(x) =y {/J(x) dx +
l
I
1r

[2.2.13]
00 1r

+ L cos ix J{/J(x) cos ix dx.


i= l o

A questo punto, mentre nel manoscritto del 1807 Fourier


si limita a considerare numerosi casi particolari ad illustra-
zione degli sviluppi in serie ottenuti, nella Théorie del 1822
egli si muove verso considerazioni più generali nel tentativo
di dimostrare che mediante simili sviluppi in serie si possono
rappresentare funzioni "arbitrarie" di una variabile.
"Le due equazioni generali che esprimono lo sviluppo di
una funzione qualsiasi in seni o coseni di archi multipli,
danno luogo a diverse osservazioni che spiegano il vero
significato di questi teoremi e le loro applicazioni", scrive
Fourier. Infatti, se nella serie
L a; cos ix
x è compreso tra O e - 1r, la serie rimane la stessa, come pure
se incrementiamo la variabile di multipli interi qualunque di
27r. Allora nella [2.2.13] la (/J(x) è periodica e rappresenta
una curva composta da archi uguali ognuno dei quali
corrisponde a un intervallo di ampiezza 27r sull'asse delle x.
Se supponiamo, per esempio, di tracciare una linea ar-
bitraria che corrisponde a un intervallo uguale a 1r, allora,
FISICA E ANALISI 75

-rr o x 1T 2rr 3rr


Figura 3
sostituendo a x un valore qualunque X compreso tra O
e 1T, è del tutto determinato il valore di </>(X) (fig. 3).
Gli integrali che compaiono ai coefficienti nello sviluppo
[2.2.13] sono sempre determinati, dice Fourier, e hanno un
J
valore analogo a "quello dell'area totale </>(x) dx compresa
tra una curva </>(x) e l'asse x." L'arco <f></>a è completamente
arbitrario, ma lo stesso non si può dire delle altre parti della
linea, che sono, al contrario ben determinate: "L'arco </>ex.
che corrisponde all'intervallo da O a- 1T, è lo stesso dell'arco
</></>a e l'intero arco cx<f><t> a è ripetuto sulle parti consecutive
dell'asse, a intervalli di ampiezza 27r". 7
In maniera analoga, se abbiamo una funzione arbitraria il
cui grafico è dato per esempio alla maniera seguente (fig. 4):

-rr o 1T 2rr 3rr

Figura 4

possiamo utilizzare l'espressione [2.2.10] e considerare


- 1r, 1T come estremi d'integrazione degli integrali al secondo
membro al posto di O, 1T, purché si scriva 1T 1/J(x) invece di
21T 1/J(x).
76 CAPITOLO SECONDO

Dunque, nel pnmo caso, la parità della funzione com-


porta
ifJ(x) = ifJ(- x)
e nel secondo
1/J (x)=- 1/J (-x).
Ora, dice Fourier, "una funzione qualunque F(x) rappre-
sentata da una linea tracciata arbitrariamente tra - 1r e 1r
può sempre essere· composta da due funzioni come ifJ(x) e
i/1 (x)". L'argomento su cui si basa per questa affermazione è
di natura geometrica (fig. 5):

Figura 5

Sulla base delle evidenti simmetrie geometriche, Fourier


conclude che
F(x)=ifJ(x)+ 1/J(x) e f(x)=ifJ(x)-1/J(x)=F(-x);
pertanto
l l
ifJ(x) =2 F(x) + 2 F(- x) e

l l
1/;(x) = - F(x)-- F(- x)
2 2
da cui segue che:
ifJ (x) = ifJ (- x) e 1/J (x) = - 1/J (- x).
Allora due funzioni ifJ(x) e 1/J(x), la cui somma è uguale a
FISICA E ANALISI 77

F(x), possono essere sviluppate l'una in coseni, l'altra in seni


di archi multipli.
Applicando quindi la [2.2.10] e la [2.2.13] e prendendo
gli integrali tra - 1T e 1T si ha:
1T [t/> (x) +
+ ~ (x)] = 1T F (x) = Jt/> (x) d x +
+ .~ cosix J1/>(x) cosix dx +
t=l

+ .~
t= l
sin ix J~(x) sin ix dx.
Non è difficile, proprio per la proprietà della tJ>(x) e della
~(x)osservare che nella formula precedente si può sostitui-
J J
re F(x) cos ix d x all'integrale t/> (x) cos ix d x (e analo-
J J
gamente, F(x) sini x d x a ~(x) sin ix dx)e ottenere quindi:

1T F(x) = ~ JF(x) dx + i~l cos ix JF(x) cos ix dx +


[2.2.14]
+ .~
t= l
J
sin ix F(x) sin ix dx

che è la "serie di Fourier" completa per la funzione F(x).


Assumendo lecito lo scambio dei simboli di ~ e è solo J,
questione di passaggi trigonometrici mostrare poi, come fa
Fourier, che essa si può scrivere nella forma più compatta:

F(x) =l_
1T
JF(cx) dcx{-21 + .~ t= l
cos i(x- ex)}. [2.2.15]

Intervenendo, a questo punto nella vecchia questione


della vibrazione di una corda, questione che tuttavia non
aveva smesso di interessare i matematici, Fourier, forte dei
risultati ottenuti, scrive:
Applicando i princìpi da noi stabiliti alla questione del movimento
delle corde vibranti, si risolveranno tutte le difficoltà che presentava
l'analisi di Daniel Bernoulli. In effetti, la soluzione proposta da
questo grande geometra non sembrava affatto applicabile al caso in cui
la figura iniziale della corda fosse un triangolo o un trapezio o quando
una parte soltanto della corda fosse posta in vibrazione mentre le altre
parti si confondevano con l'asse. Gli inventori dell'analisi delle
equazioni alle derivate parziali consideravano addirittura impossibile
questa applicazione [dell'equazione di Bernoulli].
78 CAPITOLO SECONDO

Le obiezioni di D' Alembert e Euler contro la soluzione


proposta da Bernoulli, aggiunge F ourier,
mostrano molto bene la necessità di dimostrare che una funzione
qualunque può sempre essere sviluppata in serie di seni e coseni di
archi multipli e che, di tutte le dimostrazioni di tale proposizione, la
più completa è quella che consiste nel risolvere una funzione arbitraria
effettivamente in una tale serie, assegnando i valori dei coefficienti.
Il torto di Bernoulli, dice F ourier, fu quello di non
mostrare concretamente come si potessero determinare i
coefficienti, ma di affermare solo che era possibile farlo. "Ma
i geometri - osserva Fourier - non ammettono che ciò che
non possono affatto contestare."
Infine Fourier conclude questa breve nota sulle corde
vibranti con una osservazione estremamente significativa dal
punto di vista metodologico.
Per applicare utilmente queste equazioni [alle derivate parziali] -
egli dice - occorre dare ai loro integrali una forma appropriata alla
natura stessa della questione che si sta trattanto e restringere o
estendere la generalità degli integrali in maniera tale che essa
corrisponda perfettamente a quella della questione. Nella teoria di cui
ci stiamo occupando, la forma degli integrali è determinata dalla
natura stessa delle condizioni fisiche (... ) Ogni ricerca di altri integrali
sarebbe qui del tutto sterile; ma era necessario far coincidere i risultati
con uno stato iniziale qualunque. La risoluzione della seguente
questione è fondata sullo sviluppo di una funzione arbitraria in seni e
coseni di archi multipli. Noi ci eleveremo a dei risultati più generali
allorché l'esigerà la natura della questione 8 (Grattan-Guinness e
Ravetz, 1972, p. 253).

2.3 Il 'programma' di Fourier


Nella Théorie, Fourier affrontò inoltre il problema della
propagazione del calore in corpi solidi omogenei (anello,
sfera, cilindro, cubo ecc.) e, studiando la propagazione lungo
una linea infinita, mostrò come una funzione possa essere
rappresentata anche nella seguente maniera 9
+- +-
7r</J(x)= f acx</J(cx) f dq cos(qx- qcx).
o
[2.3.1]

La rappresentazione delle funzioni mediante integrali costi-


FISICA E ANALISI 79

tuì un importante problema di ricerca nell'analisi matema-


tica dell'Ottocento.
Ma in Fourier, come egli stesso ripetutamente sottolinea,
queste ricerche non avvengono sulla spinta di una sempre
maggiore generalizzazione dei risulati: anzi, la generalità è
un argomento indotto dai problemi affrontati, e ci si spinge
su questa via solo quanto basta per risolverli compiutamen-
te; per lui, l'analisi rimane una scienza molto concreta.
Questo approccio alla matematica resterà largamente
dominante nella matematica francese del secolo scorso:
l 'impostazione cheF ourier dà al suo Discours préliminaire e a
tutta la Théorie si può interpretare come l'enunciazione e la
prima realizzazione di "un programma di ricerca" al
compimento del quale in Francia lavoreranno (più o meno
consapevolmente) i matematici di più generazioni.
Elementi distintivi di questo programma si possono
individuare nella forte motivazione fisica alla ricerca mate-
matica, nel rifiuto del formalismo euleriano e lagrangiano e,
più generalmente, nella concezione della scienza come ele-
mento di progresso civile.
Se il primo argomento non è certamente nuovo, e gran
parte della matematica settecentesca si motiva inizialmente
con questioni di natura fisica, dall'origine del calcolo di
Newton al problema delle corde vibranti, alla teoria del
potenziale gravitazionale e alla propagazione delle onde,
nuovo e cosciente è il ruolo svolto dalla fisica nello sviluppo
delle matematiche.
Il contesto in cui si muove Fourier è fuori del quadro
teorico del newtonianesimo (di qui anche le iniziali incertez-
ze nell'impostazione del problema, in Biot e in Fourier
stesso). La fisica inoltre svolge, oltre che un ruolo di stimolo
alla ricerca, anche una funzione di "controllo" dei risultati.
Le stesse affermazioni sulla rappresentabilità in serie, che
sembrano svolgersi su un terreno esclusivamente analitico,
sono da Fourier motivate proprio dalla necessità di risolvere
problemi fisici; senza queste, egli dice, non si potrebbe fare
un passo in avanti nelle sue ricerche. Da qui anche una
"legittimazione" di queste tecniche da parte della natura
stessa (fisica) dei problemi da risolvere.
Quest'ultimo argomento chiarisce anche il carattere della
80 CAPITOLO SECONDO

matematica usata da Fourier, del tutto nuovo rispetto, per


esempio, a quello "algebrico" proprio della Théorie analyti-
que di Lagranz;e. Mi pare, anzi, che questo sia il contrasto di
fondo tra i due, che emerge invece su un problema specifico
(quello della rappresentabilità delle funzioni in serie trigono-
metriche).
Anche se in Fourier non si trova una definizione di
funzione (né egli, peraltro, ha in mente di scrivere un
trattato di analisi scrivendo la Théorie!) è chiaro che il suo
concetto di funzione non è rivestibile con l'abito stretto
imposto da Lagrange, né tantomeno la sua idea di "analisi"
è quella lagrangiana di studio algebrico di quantità finite. Il
"rigore" lagrangiano (di cui non a caso la trattazione di
Fourier è accusata di essere carente) viene sostituito da
un'altra concezione, non formale.
Ad esempio, per quanto riguarda le serie (uri punto
cruciale nella matematica dell'inizio del secolo scorso) è
rigorosa per Fourier non già la trattazione (se pure
formalmente ineccepibile) delle funzioni mediante serie di
Taylor, ma un calcolo effettivo dei primi n termini, che
mostra già come debba essere il limite per n infinito, e poi
una verifica dei risultati sui dati (matematici o fisici) da cui
si è partiti.
Egli si serve sì della serie di Taylor nei primi passi della
ricerca sulla rappresentabilità in serie trigonometriche di
funzioni arbitrarie, ma se ne libera ben presto e anzi, non è
soddisfatto che quando riesce a esibire direttamente lo
sviluppo cercato.
La matematica deve trovare nella realtà esterna (fisica)
stimoli e verifiche (e dunque anche i propri criteri di rigore):
questa è l'indicazione che emerge con chiarezza dall'opera di
Fourier.
La matematica è parte integrante della "filosofia natura-
le" e quest'ultima è lo strumento che abbiamo a disposizio-
ne per conoscere la natura: questa è la "filosofia" che sta
alla base delle ricerca di F ourier e che dà corpo alla sua
concezione della scienza, che non è un insieme di teorie
astratte e formali, ma un ramo del sapere che ha anche forti
interessi pratici. Questa concretezza della concezione di
Fourier (e anche modernità, dopo più di centocinquan-
FISICA E ANALISI 81

t'anni) è l'elemento che distingue, nei pnm1 decenni del


secolo, la matematica (e l'analisi) in Francia dalle concezioni
che oltre confine, in Germania, uomini come Jacobi
(1804-1851) e F.E. Neumann (1798-1895), per esempio,
andavano sostenendo. 10
Cresciute all'ombra delle facoltà di filosofia e filologia
delle università tedesche (matbematicus non est collega!) le
facoltà matematiche in Germania conservano per molto
tempo una forte connotazione "astratta", di matematiche
"pure".
Lontano dalla rivoluzione industriale inglese e dalla
Rivoluzione francese, i matematici tedeschi (che pure erano
in gran parte di sentimenti liberali, e lo provarono nel '48
uomini come lo stesso J acobi, Eisenstein, amico di Riemann
e allievo prediletto di Gauss, Kummer e Dirichlet, parteci-
pando alla costituzione di circoli democratici e operai)
elaborano una concezione della matematica separata dalla
pratica, kantianamente rivolta all'"onore dello spirito uma-
no". E non è un caso che le questioni sui "fondamenti del-
la matematica" siano anzitutto sollevate da matematici tede-
schi, da Kronecker a Dedekind a Weierstrass a Cantor, prima
di diventare, a cavallo del 1900, generale argomento di di-
scussione tra i matematici e i logici europei.
Negli anni venti Fourier è segretario dell'Accademia delle
Scienze, e intorno alla sua figura si costituisce un circolo di
giovani intellettuali e matematici, uomini come Liouville
(1809-1882), e Sturm (1803-1855) e Dirichlet, ma anche
come Comte, il filosofo del positivismo.
E sarà proprio quest'ultimo, nella sua lezione inaugurale
nel 1829, a dedicare il suo Corso di filosofia positiva a
Fourier, autore con la Théorie, nell'opinione di Comte, di
un'opera paradigmatica nella ricerca scientifica.

NOTE AL SECONDO CAPITOLO

1 Monge, con ogni probabilità, giudicava favorevolmente il lavoro di Fourier,

suo protetto dai tempi della École polytechnique e della spedizione in Egitto
(Fourier vi prese parte su segnalazione di Monge, divenendo poi uno dei
personaggi più influenti della vicenda); lo stesso si poteva dire per Lacroix e
Laplace, mentre diverso (e determinante) fu il parere di Lagrange.
82 CAPITOLO SECONDO

2 Il manoscritto si trova, ci informano Grattan-Guinness e Ravetz (1972, p.

172) nella biblioteca dell'Istituto di Francia a Parigi, insieme alle carte di


Lagrange.
3 Per la bibliografia completa delle opere di Fourier, comprendente anche

manoscritti e fogli inediti, vedi Grattan-Guinnes e Ravetz, ibid.


4 Uno studio accurato delle origini e degli sviluppi delle ricerche di Newton

sull'argomento si trovano in Ruffner (1966).


5 Questo modo di risolvere un sistema lineare di infinite equazioni in infinite

incognite, dimenticato per circa un secolo, fu ripreso e utilizzato da Riesz


(1880..1956) nel suo libro del 1913.
6 Le identità seguenti erano già note a Euler fin dal 1777.
7 In questa circostanza Fourier introduce e spiega il significato del simbolo
b
J, da allora diventato usuale.
a
8 Non è forse inutile ricordare qui che all'origine delle ricerche in questione
c'è l'integrazione dell'equazione [2.2. 3] con date condizioni iniziali.
9 Come fece osservare Darboux, questa "celebre formula", alla quale è

rimasto legato il nome di Fourier, ha un senso rigoroso solo sotto opportune


condizioni.
"L'integrale doppio
A b
j(A, B, b)=..!.... J ip(a)daJ cosq(x- a)dq =
rr B o

b A
= ~ J dq J ip(O!) cos q (x- a) da,
rr o B

dove b è un numero positivo e dove si ha B <A, tende verso un limite


determinato j(A, B, oo) quando (A e B restando fissati), b cresce indefinitamen-
te" e la funzione ip(X) si mantiene limitata e ha un numero finito di
discontinuità e di massimi e minimi quando x varia sull'asse reale da - "" a + ""·
"Risulta da qui - continua Darboux - che j(A, 8, "") possiede un limite
determinato ] 0 (x) allorché B e A tendono rispettivamente verso - oo e + oo, e
che questo limite determinato è uguale a ~ [<P(X + O)+ ip(X- 0)) o a ip(X)
allorché <P (x) è continua per il valore di x considerato. Le proposizioni
precedenti sussisteranno ancora quando la funzione diventerà infinita per certi
valori di x, in numero limitato, purché l'integrale J ip(x)dx si mantenga finito per
i valori di x che rendono infinita ip(x )" ( Fourier, 1888, p. 409 ).
10 In una lettera a Legendre, Jacobi (Gesammelte Werke, vol. 1, pp. 454 sg.)

scriveva: "È vero che il signor Fourier era dell'opinione che lo scopo principale
delle matematiche fosse l'utilità pubblica e la spiegazione dei fenomeni naturali;
ma un filosofo come lui avrebbe dovuto sapere che lo scopo unico della scienza
è l'onore dello spirito umano e che, da questo punto di vista (sous ce titre) una
questione di teoria dei numeri vale tanto quanto una relativa al sistema del
mondo."
La fondazione del "seminario matematico e fisico" di Konigsberg da parte di
jacobi e F. E. Neumann nel 1835 e la formazione della cosiddetta "scuola di
Konigsberg" possono essere assunti come il definitivo decollo della matematica
tedesca a livello europeo.
FISICA E ANALISI 83

Il momento di svolta è segnato dalla fondazione, nel 1826, del "Journal fiir
die reine und angewandte Mathematik" da parte di Crelle.
Lo stato della ricerca matematica in quel periodo viene così descritto da
Abel, allora all'inizio del suo viaggio di studio in Europa: "Crelle parla molto
anche dello scarso livello della matematica in Germania: le conoscenze della
maggior parte dei matematici si ridurrebbero a un po' di geometria e a qualcosa
che va sotto il nome di analisi, ma che non sarebbe nient'altro che la teoria delle
combinazioni. Ora nondimeno, a suo giudizio dovrebbe cominciare un periodo
più felice per le matematiche in Germania (... )
È straordinario come i giovani matematici, qui a Berlino e, a quel che sento
dire, dappertutto in Germania, portino Gauss alle stelle, per così dire. Per loro, è
l'essenza della perfezione matematica."
Tuttavia l'influenza diretta di Gauss non era granché estesa, come appare
anche da quanto scrive poco più avanti nella stessa lettera Abel. Progettando di
andare a Gottinga, al cui osservatorio lavorava Gauss, egli scrive: "Gottinga ha
una buona biblioteca, è vero, ma è tutto qui; poiché Gauss è il solo che sappia
qualcosa [un giudizio un po' temerario e sbrigativo da parte di Abel!] ed è
assolutamente inavvicinabile" (Abel, 1902, pp. 10-12).
Capitolo 3
Nuovi punti di vista

3.1 L 'analisi all'inizio dell'Ottocento


Nell'ottobre del 1826 Abel (1802-29) scriveva da Parigi,
dove era giunto dopo aver lasciato Berlino nel corso del suo
viaggio di studio in Europa, al suo antico professore
Holmboe (1795-1850) di Cristiania:
Benché mi trovi nella città più vivace del continente, mi sembra
di stare in un deserto. Non conosco pressoché nessuno. Il fatto è che
tutti vanno a stare in campagna durante l'estate e non si vede in giro
anima viva. Finora non ho fatto conoscenza che con Legendre,
Cauchy e Hachette, più qualche matematico di secondo piano ma
molto abile, il signor Saigey, direttore del "Bollettino delle scienze
ecc." e il signor Lejeune-Dirichlet, un prussiano, che l'altro giorno m'è
venuto a trovare credendomi un suo compatriota.
È un matematico assai acuto. Ha dimostrato contemporaneamente
a Legendre l'impossibilità di risolvere con numeri interi l'equazione
x 5 + y 5 = z 5 e altre cose molto belle. Legendre è un uomo assai
affabile, ma sfortunatamente "vecchio come le pietre".
Cauchy è matto e con lui non c'è niente da fare, benché sia in
questo momento il matematico che sa come bisogna fare della
matematica. I suoi lavori sono eccellenti, ma scrive in modo molto
confuso. All'inizio non capivo quasi niente di quel che scrive, ora va
meglio.
Adesso sta pubblicando una serie di memorie dal titolo Exercices
des mathématique. lo li compro e li leggo assiduamente. Ne sono
apparsi 9 fascicoli dall'inizio dell'anno.
Cauchy è estremamente cattolico e bigotto, cosa ben strana per un
NUOVI PUNTI DI VISTA 85

matematico. D'altronde è l'unico che oggigiorno faccia della matema-


tica pura. Poisson, Fourier, Ampère ecc. non si occupano d'altro che
di magnetismo e di altre faccende di fisica. Laplace non scrive quasi
più. L'ultima cosa che ha fatto è stato un supplemento alla Théorie
des probabilités ( ... )
Ciascuno lavora per conto suo senza occuparsi di quello che fanno
gli altri. Tutti vogliono insegnare e nessuno vuole imparare. L'egoismo
più assoluto regna ovunque (Abel, 1902, pp. 45 sg.).

Il quadro che Abel descrive all'amico e le informazioni


che gli fornisce sull'ambiente parigino sono anche per noi
un'ottima fonte di notizie sugli uomini e le idee che
all'inizio del secolo scorso animavano la città scientificamen-
te più vivace d'Europa. Ai matematici ricordati da Abel qui
occorre aggiungere ancora i nomi di Poncelet (1788-1867)
per esempio, o di Poinsot (1777-1859) o di Dupin
(1784-187 3) per non citarne che alcuni.
Ma Abel è sostanzialmente estraneo allo spirito "poli-
tecnico" degli scienziati francesi e alle loro "faccende di
fisica": i suoi temi di ricerca appartengono al dominio
della pura analisi. Ha appena ultimato "una grande memoria
su una certa classe di funzioni trascendenti" 1 e ora sta
lavorando alla teoria delle equazioni, suo "argomento
preferito"; inoltre si occupa "delle quantità immaginarie,
per le quali c'è ancora molto da fare, del calcolo integrale e
soprattutto della teoria delle serie infinite, i cui fondamenti
sono così incerti".
Il suo riferimento naturale è dunque nell'opera di Cauchy
(1789-1857), il solo (a suo dire) matematico puro degno
di questo nome. È un giudizio magari drastico, ma che
esprime bene i nuovi orientamenti nel campo della mate-
matica (e dell'analisi in particolare).
Da diverso tempo infatti, ed è questa la cosa che colpisce
maggiormente il giovane Abel, Cauchy era impegnato in un
lavoro di revisione critica dei princìpi dell'analisi, il cui
manifesto era stato la pubblicazione del Cours d'analyse
(1821), le lezioni che Cauchy aveva tenuto all'École
polytechnique. Da esse Abel aveva fatto propria l'esigenza
di un nuovo rigore in analisi, una questione quest'ultima che
assillava il matematico norvegese e che compare in più
luoghi nelle sue lettere. "Voglio dedicarmi con tutte le mie
86 CAPITOLO TERZO

forze a fare un po' più di chiarezza nella prodigiosa oscurità


che innegabilmente si trova oggigiorno in analisi", aveva
scritto al suo professore Hansteen di Cristiania (Abel, 1902,
p. 23).
Essa manca a tal punto di un piano e di una struttura (de pian et
d' ensemble) che è assolutamente stupefacente che possa essere
studiata da tanta gente, e il peggio è che non è fatta per nulla con
rigore. Non ci sono che pochissime proposizioni, nell'analisi superiore,
che siano dimostrate con indiscutibile rigore (avec une rigueur
décisive).
Dappertutto si trova questa perfida (malheureuse) abitudine di
estrapolare dal particolare al generale, ed è ben strano che con un
simile metodo non si trovino malgrado tutto che pochi paradossi. È
veramente interessante cercarne il motivo.
A mio parere questo deriva dal fatto che le funzioni di cui l'analisi
si è occupata finora possono, nella maggioranza dei casi, essere
espresse per mezzo di potenze. Non appena ne intervengono altre,
cosa che invero accade piuttosto raramente, allora le cose non
tornano più e da conclusioni false derivano una serie di proposizioni
scorrette, ad esse concatenate( ... )
Finché si usa un metodo generale, la cosa va ancora bene; ma ho
dovuto essere estremamente attento, perché una volta ammesse delle
proposizioni senza dimostrazione rigorosa (vale a dire senza dimostra-
zione) esse si sono così fortemente radicate in me, che sono conti-
nuamente tentato di servirmene senza considerarle più da vicino
(Abel, ivi, p. 23).
Esemplificando questo atteggiamento nel caso dello
studio delle serie infinite, una delle questioni cruciali
dell'analisi dell'epoca, Abel scriveva il 16 gennaio 1826 a
Holmboe:
Un altro problema che mi ha impegnato molto è stato il calcolo
della somma della serie
m(m- l)
cosmx +m cos(m- 2)x + cos(m- 4)x + ...
2

Se m è un numero intero positivo, la somma di questa serie è, come


sai, (2 cos x)m, ma se m non è un numero intero, questo non vale più,
a meno che x sia minore di rr/2.
Non c'è un problema che abbia impegnato altrettanto i matematici
negli ultimi tempi. Poisson, Poinsot, Plana, Crelle e una quantità di
altri hanno cercato di risolverlo, e Poinsot è il primo che ha trovato
NUOVI PUNTI DI VISTA 87

una somma esatta, ma il suo ragionamento è del tutto sbagliato e


nessuno è ancora riuscito a venirne a capo.
lo ci sono riuscito in modo completamente rigoroso ( ... )
Ho trovato che:
cosmx +m cos(m- 2)x + ... = (2 + 2 cos 2x)m 12 • cos mk 1r
sin mx +m sin(m- 2)x + ... = (2 + 2 sin 2x)m 12 • sinmk 7T;
m è una grandezza compresa tra - l e + oo, k è un intero e x una
grandezza compresa entro (k- l/2)7T, e (k + 1/2)7T.
Se nella seconda uguaglianza poni k =O, ottieni la formula curiosa
m(m- l)
sinmx+msin(m-2)x+ 2 sin(m-4)x+ ... =O

per tutti i valori di x compresi tra - 7T/2 e + 7T/2. Se m è compreso tra


- l e - oo, le due serie sono divergenti, e di conseguenza non hanno
una somma.
Le serie divergenti sono in blocco un'invenzione del diavolo ed è
una ver.gogna che si osi fondare sopra esse la pur minima dimostrazio-
ne.
Usandole, si può mostrare tutto quello che si vuole e sono esse che
hanno portato tanti guai e creato tanti paradossi.
Si può immaginare qualcosa di più orrendo che dire che:
o= l - 2n + 3n - 4n + ecc.,
dove n è un intero positivo? Risum teneatis amici.
Sono diventato estremamente attento a queste cose, poiché, a
eccezione dei casi più semplici, per esempio le serie geometriche, non
si trova in matematica pressoché alcuna serie infinita la cui somma sia
determinata in maniera rigorosa: in altre parole, la parte più
importante della matematica è senza fondamento.
Nella maggioranza dei casi le cose sono giuste: è ben vero, ed è
straordinariamente sorprendente.
Mi sforzo di cercarne il motivo (argomento assai interessante). lo
non credo che tu possa propormi molti teoremi dove compaiono delle
serie infinite, contro la cui dimostrazione io non possa avanzare
obiezioni ben fondate. Fallo, e io ti risponderò.
Nemmeno la formula del binomio è ancora rigorosamente dimo-
strata.
Ho trovato che si ha:
m(m- l) 2
(l+ x)m =l+ m x+ 2 x + ...

per tutti i valori di m quando x è minore dell'unità. Quando x è uguale


88 CAPITOLO TERZO

a +l, vale la stessa formula, ma solo se m è maggiore di - l, quando


x è uguale a - l, la formula sussiste solo per dei valori positivi di m.
Per tutti gli altri valori di x e m, la serie l + mx + ecc. è divergente. 2
Il teorema di Taylor, la base di tutte le matematiche superiori, è
anch'esso mal fondato. Non ho trovato che una sola dimostrazione
rigorosa ed è quella di Cauchy nel suo Résumé des leçons sur le calcul
infinitésimal, dove dimostra che si ha:
, ci ,
'{J(x +a)= '{JX +a '{J x + 2 '{J x + ...

solo quando la serie è convergente (ma di solito, la si usa in tutti i


casi).
Per mostrare con un esempio generale come si ragione male (sit
venia verbo) e come occorra stare in guardia, sceglierò il seguente ( ... )
Sia
ao + a1 + a2 + ...
una qualunque serie infinita; tu sai che un modo molto usuale per
trovarne la somma è di cercare la somma di
a 0 + a 1 x + a 2 x 2 + ...
e di porre poi x = l nel risultato. Questo va bene, ma mi sembra che
non lo si possa accettare senza dimostrazione, poiché, se si dimostra
che
'{J(x)=ao +a 1 x +a 2 x 2 + ...
per tutti i valori di x inferiori all'unità, non è detto per questo che lo
stesso avvenga per x uguale a l.
Può anche succedere che la serie a 0 + a 1 x + a 2 x 2 + ... tenda a una
quantità del tutto diversa da a 0 + a 1 + a 2 + ... quando x tende a l.
Questo è chiaro nel caso generale in cui la serie a0 + a 1 + a 2 + ...
è divergente, poiché allora non ha somma. Ho dimostrato che questo
procedimento è corretto allorché la serie è convergente.
L'esempio seguente mostra come ci si può ingannare. Si può
dimostrare rigorosamente che si ha per tutti i valori di x inferiori a 1T

x. l. +1.3
z-=smx-lsm2x 3sm x- ...

Sembra che si potrebbe concludere che la stessa formula vale per


x= 1r, ma questo darebbe
1T • l .
2=sm"TT-2sm21f + 3sm3"TT-ecc.=O
l . (assur d o ..
)

Si può trovare un'infinità di esempi simili.


NUOVI PUNTI DI VISTA 89

La teoria delle serie infinite in generale è, finora, assai mal fondata.


Si applicano alle serie infinite tutte le operazioni, come se esse fossero
finite; ma tutto ciò è permesso? Nemmeno per sogno. Dove è
dimostrato che si ottiene la derivata di una serie infinita prendendo la
derivata di ogni termine? È facile fornire esempi dove questo non è
corretto; per esempio

--z=
x . l
sinx---z
.
Sin 2x
+ -3
l .
Sin 3x- -··

derivando si ottiene

2l = cosx- cos 2x + cos 3x- ecc.,


risultato completamente falso, perché questa serie è divergente.
La stessa cosa avviene rispetto alla moltiplicazione e alla divisione
ecc. delle serie infinite.
Ho cominciato a passare in rassegna le regole più importanti che
(oggigiorno) sono ammesse da questo punto di vista e a mostrare in
quali casi sono giuste e in quali no (Abel, ivi, pp. 15-19).
Questa lettera di Abel offre una vivida testimonianza del
disagio provato dai matematici all'inizio del secolo scorso
verso i fondamenti della loro scienza, di cui cominciavano
ad awertire sempre più chiaramente la precarietà. Abel si
sofferma lungamente sulle questioni relative alle serie
infinite, perché queste erano uno strumento essenziale
nell'analisi così come si era andata costituendo nel Settecen-
to e con Lagrange erano state assunte a fondamento del
calcolo infinitesimale (quanto pertinente appare l'osserva-
zione di Abel sul teorema di Taylor! ); opponendosi a
Lagrange, egli sostiene che in generale non è lecito per
derivare una funzione data mediante una serie derivare
termine a termine la serie, pensando che in questo modo si è
ottenuta proprio la derivata della funzione rappresentata
dalla serie di partenza: questo, si badi, è quanto fa
ripetutamente e senza problemi anche Fourier quando
determina i coefficienti delle sue serie.
Gli argomenti di Abel e l'esigenza di rigore in matematica
che egli esplicita cominciano ad essere sempre più diffusi
all'epoca e comuni a molti matematici.
L'interprete più coerente di questo atteggiamento è di
solito indicato in Cauchy, e i ripetuti riferimenti di Abel al
90 CAPITOLO TERZO

matematico francese sono in questo senso inequivoci.


Tuttavia, per cercare di comprendere pienamente il senso di
questa attribuzione, occorre anzitutto chiedersi come e
perché il modo di fare matematica (e dunque i criteri di
rigore matematico accettati) si sia rivelato inadeguato agli
occhi dei matematici all'inizio del secolo, di cui Abel
esprime così chiaramente l'opinione.
È difficile (e probabilmente parziale) trovare una risposta
univoca: diversi fattori, di natura interna e esterna alla
matematica concorsero a formare un nuovo punto di vista.
Uno viene sottolineato con forza da Abel: nella pratica
matematica si va incontro a guai e paradossi se si tiene
fermo il punto di vista fino ad allora accettato.
Da un lato si tratta ancora della vecchia questione
(irrisolta) del calcolo infinitesimale, che nonostante l'univer-
sale applicazione e la quantità sterminata di risultati che ha
fornito rimane problematico nei suoi princìpi. Dall'altro, vi
è il fatto che le nuove ricerche (di Fourier per esempio)
hanno mostrato con chiarezza che neppure i concetti
fondamentali, come quello di funzione, sembrano adeguata-
mente definiti.
Non si sa dire per esempio che cosa avviene di una
funzione somma di una serie infinita di funzioni. Se queste
sono tutte continue in un punto x 0 , lo sarà anche la somma
e sotto quali condizioni?
Di più, non si sa precisamente che cosa si intenda, al di là
del riferimento grafico intuitivo, parlando di continuità.
Sono problemi, questi, che si presentano ben presto quando
si affrontano, come fa Fourier, fenomeni molto concreti
e non solo "astratte" questioni di rigore.
Dunque, dalla pratica vengono precise indicazioni di
questioni aperte, insoddisfacenti nella loro formulazione
attuale.
Entrano poi in gioco altri fattori: il primo, di natura per
così dire filosofica, sarà messo in luce con grande chiarezza
da Bolzano (1781-1848) anche se era già implicito nella
"metafisica" dell'analisi sostenuta da Lagrange.
Si tratta essenzialmente di questo: l'analisi non deve
andare a ricercare nelle altre scienze, e neppure in altre
branche della matematica (nella fattispecie, nella fisica e nel-
NUOVI PUNTI DI VISTA 91

la geometria) il fondamento dei princìpi e dei propri criteri


di rigore. Questa è la via che porterà, dopo circa cinquan-
t'anni, alla cosiddetta "aritmetizzazione dell'analisi", alla
costituzione dell'analisi sul fondamento fornito dall'aritme-
tica dei numeri naturali: una tendenza cui si accompagnerà
anche una progressiva specializzazione e divisione del lavoro
anche all'interno della matematica. Ai "geometri" settecen-
teschi, si sostituiranno nell'Ottocento i cultori di analisi
pura o di geometria o di algebra e sempre più rari saranno gli
uomini in grado di dominare interamente i diversi campi
della matematica.
Il secondo fattore, più strettamente legato alla questione
del rigore, ha motivazioni più decisamente esterne alla
matematica vera e propria; si tratta del fatto che, dall'inizio
del secolo, la gran parte dei matematici "militanti", cioè,
con l'eccezione di Gauss e di pochi altri, la quasi totalità dei
matematici francesi, è impegnata dall'attività di insegnamen-
to nelle grandi scuole, cioè è impegnata di fatto in un lavoro
di riorganizzazione delle teorie matematiche in funzione
didattica.
Il che significa isolare i princìpi fondamentali delle teorie
(nell'analisi tipicamente concetti quali funzione, continuità,
derivata ecc.) e da essi far discendere i teoremi secondo una
organizzazione deduttiva, che mostri chiaramente come le
varie proposizioni siano tra loro connesse: un lavoro
esemplificato nella stesura della gran quantità di manuali per
studenti allora redatti.
Né è certo un caso che, da Cauchy in poi, nell'Ottocento
siano stati originati da (o almeno si siano presentati in)
questioni didattiche i passi decisivi verso la concezione del
rigore e l'organizzazione delle teorie divenute dominanti.
È emblematico il caso dei numeri reali, nella testimonian-
za dello stesso Dedekind, 3 quando spiega il disagio provato
nello spiegare cosa fosse la continuità in occasione dei suoi
corsi di analisi al Politecnico di Zurigo. E celebri da questo
punto di vista furono le lezioni di Weierstrass (nel corso
delle quali egli presentò le definizioni oggi usuali di numeri
reali, continuità, limite, derivata ecc.).
Tutti questi fattori, inestricabilmente connessi, concorse-
ro in vario modo allora, e spesso sono presenti ancora oggi,
92 CAPITOLO TERZO

se pur con "filosofie" e intendimenti diversi, a formare un


nuovo punto di vista nell'analisi.

3.2 Bernhard Bolzano


Se le nuove idee si manifestarono apertamente, e si resero
note ai matematici, attraverso l'opera di Cauchy, esse sono
già presenti nell'opera di un monaco boemo, Bernhard
Bolzano, un uomo tagliato fuori dalle principali correnti del
pensiero scientifico dell'epoca. Bolzano le espose in un
dimenticato lavoro (1817) che ha per oggetto la dimostra-
zione, in termini puramente analitici, di un teorema ben
noto, anche allora, ai matematici, di cui si trovano le prime
formulazioni già nel Cinquecento.
Se una funzione reale di una variabile reale, continua in
un intervallo [a, /3], assume valori di segno opposto nei due
punti a e /3, allora esiste almeno una radice reale dell'equa-
zione f(x) = O compresa tra a e /3.
Un teorema di cui è chiaro il naturale riferimento
geometrico: una curva continua non può passare da una
parte all'altra dell'asse x senza tagliarlo almeno in un punto.
E una proposizione, per questo, ritenuta da sempre senz'al-
tro vera; cosa che Bolzano non nega, asserendo tuttavia che
per accettarla è necessaria una dimostrazione rigorosa (col
che egli intende condotta in termini analitici, senza appog-
giarsi all'evidenza geometrica della questione).
Gli argomenti con cui Bolzano conduce in porto la sua
dimostrazione, e le motivazioni che egli adduce al proprio
modo di ragionare, sono del tutto inusuali nel contesto del-
la matematica dell'epoca.
Conscio della novità del suo punto di vista, egli si augu-
ra che venga fatto proprio dai matematici più influenti,
per poter diventare quindi corrente nella matematica.
La memoria di Bolzano, affidata per la pubblicazione agli
atti della Società reale boema delle Scienze, fu letta pro-
babilmente da Cauchy, anche se non si trova né nelle sue
opere né nelle sue carte alcun riferimento al filosofo e
matematico boemo; ma anche Abel, per esempio, conosceva
Bolzano, come risulta dai suoi appunti 4 , e così Lobacevskij,
noto essenzialmente per i suoi lavori in geometria non
NUOVI PUNTI DI VISTA 93

euclidea, ma che pure si occupò a fondo di diversi problemi


d'analisi (anche se le sue memorie, scritte in russo, non
esercitarono di fatto alcuna influenza sui matematici con-
temporanei).
"Vi sono due teoremi della teoria delle equazioni di cui
ancora recentemente si poteva dire che la dimostrazione
interamente corretta era sconosciuta", esordisce Bolzano
nella sua memoria: il primo è quello che compare nel titolo
del suo lavoro [Dimostrazione puramente analitica del
teorema: tra due valori qualunque che danno due risultati di
segno opposto, si trova almeno una radice dell'equazione],
il secondo è il teorema fondamentale dell'algebra, del quale
già nel 1799 Gauss aveva data una dimostrazione. Essa
però conteneva, secondo Bolzano, una lacuna, e cioè
"fondava una verità puramente analitica su una considera-
zione geometrica".
Ma questo errore [corsivo nostro] è assente, dice
Bolzano, dalle due più recenti dimostrazioni dello stesso
Gauss (1816a e b) del teorema in questione.
Scopo di Bolzano è ora quello di provare il primo dei
teoremi ricordati. Alla dimostrazione Bolzano premette
un'analisi critica dei tentativi precedenti, sostanzialmente
basati sull'evidenza geometrica dell'enunciato.
Ora, dice Bolzano "non si può obiettare assolutamente
nulla contro la correttezza né contro l 'evidenza" della
corrispondente proposizione geometrica. Il punto è un
altro:
È del tutto chiaro - scrive Bolzano - che qui c'è un errore in-
tollerabile contro il buon metodo, errore che consiste nel voler de-
durre le verità delle matematiche pure (o generali) (cioè dell'aritme-
tica, dell'algebra o dell'analisi) da considerazioni che appartengono
a una parte applicata (o speciale) soltanto, e cioè alla geometria.

Dire questo significa dunque impegnarsi a chiarire cosa


si intenda con dimostrazione matematica.
Bolzano sostiene che nella scienza le dimostrazioni non
devono essere semplici procedure di "fabbricazione di
evidenze, ma piuttosto dei fondamenti"; in altre parole,
"occorre esporre i fondamenti oggettivi posseduti dalla
verità da dimostrare".
94 CAPITOLO TERZO

Per questo una dimostrazione geometrica della proposi-


zione in questione sarebbe un vero circolo vizioso; questa
proposizione non ha dunque bisogno di una dimostrazione
intesa come fabbricazione di evidenza ma ha invece bisogno,
di un fondamento.
Il secondo argomento di Bolzano è contro le dimostrazio-
ni basate sul concetto di continuità di una funzione in cui si
facciano intervenire i concetti di tempo e di movimento
(dimostrazioni del tipo: se due funzioni sono tali che
f(a.) < <P(/3) per x= a e [((3) > <P(/3) per x= (3, e le funzioni
obbediscono alla legge di continuità, allora all'inizio della
variazione della x vale la prima disuguaglianza e alla fine la
seconda, dunque c'è un istante intermedio ecc.).
"I concetti di tempo e di movimento (e quest'ultimo
ancor più) sono del tutto estranei alle matematiche generali
così come il concetto di spazio", afferma Bblzano, e il loro
uso è al più legittimo a scopo esemplificativo e come abuso
di linguaggio, ma deve essere del tutto chiaro che non si
accetteranno esempi al posto di dimostrazioni e che la
sostanza di una dimostrazione non si baserà mai su
espressioni del linguaggio usate impropriamente e sulle
immagini secondarie che esse evocano.
È l'enunciazione di un "programma" che troverà realizza-
zione compiuta con Weierstrass e con la sua scuola (o più
precisamente: Weierstrass e i suoi allievi si atterranno a
questi criteri, cui perverranno ignorando, almeno in un
primo tempo, addirittura l'esistenza di Bolzano; lo stesso
awerrà per Dedekind a proposito dei numeri reali).
Anche il fondamentale teorema, cosiddetto di Bolzano-
Weit:rstrass, fu enunciato dal secondo ignorando la analoga
(precedente) formulazione di Bolzano, il che fu sottolineato
per la prima volta da Schwarz (1872) (allievo di Weier-
strass).
Coerentemente con queste premesse Bolzano dà la se-
guente definizione di continuità: "Una funzione f(x)
è continua per tutti i valori di x all'interno o all'ester-
no di certi limiti 5 se, x essendo uno di questi valori qua-
lunque, la differenza [(x+ w) - f(x) può essere resa più
piccola di ogni grandezza data se si prende w arbitrariamen-
te piccolo. " 6 Ora, è certamente vero che una funzione
NUOVI PUNTI DI VISTA 95

continua non assume un certo valore senza aver prima


percorso tutti i valori che lo "precedono", dice Bolzano,
per esempio [(x + n !:, x) può assumere tutti i valori
compresi tra [(x) e f(x + /:,x) quando si prenda arbitraria-
mente n tra O e l (compresi), ma questo "non può essere
considerato come la spiegazione del concetto di continuità;
è piuttosto un teorema sulla continuità".
Per giungere alla dimostrazione della proposizione propo-
stasi, in primo luogo Bolzano svolge alcune considerazioni
sulle serie, introducendo un criterio di convergenza.
Dopo aver posto
A+ Bx + Cx 2 + ... + Rxr=Fr(x)
e
A +Ex+ Cx 2 + ... + Rxr + ... + Sxr+s = Fr+s(x),
enuncia il seguente:
Teorema. Se in una successione di grandezze
F1 (x), F2(x), ... , Fn(x), ... Fn+r(X)

[che è la successione delle somme parziali) la differenza tra il termine


n-esimo Fn(x) e ogni termine successivo Fn+r (x), lontano quanto si
vuole dall'n-esimo, resta più piccola di ogni grandezza data, se si è
preso n sufficientemente grande, allora esiste sempre una certa
grandezza costante, e una sola, cui si approssimano sempre più i
termini di questa successione e cui si possono approssimare a piacere,
pur di prolungare la successione sufficientemente lontano, cioè pur
di prendere n abbastanza grande (Bolzano, 1817, p. 150).
Di questo teorema Bolzano dimostra solo la possibilità
del limite X, non la sua esistenza.
L'argomento dimostrativo di Bolzano è infatti di mostra-
re che l'esistenza di un limite invariabile X (come egli lo
chiama) non comporta nulla d'impossibile e poi di provare
l'unicità di un tale X.
Il passo successivo è di introdurre l'idea di estremo
superiore di un insieme di grandezze variabili.
Nelle ricerche di matematica applicata - scrive ancora Bolzano -
non è affatto raro che una certa proprietà M appartenga a tutti i
valori di una grandezza variabile x che sono minori di un certo u,
senza che si sappia, allo stesso tempo, che questa proprietà non
appartiene più ai valori che sono maggiori di u.
96 CAPITOLO TERZO

In questi casi, può esistere ancora più di un u 1 che è > u e di cui si


può affermare allo stesso modo che tutti i valori di x più piccoli
possiedono la proprietà M; di più, questa proprietà può appartenere a
tutti gli x senza eccezione.
Al contrario, se non si sa che questa cosa soltanto, e cioè che M
non è una proprietà di tutti gli x in generale, si sarà già autorizzati a
concludere, riunendo queste due indicazioni, che esiste una certa
grandezza U che è la più grande fra quelle per cui può essere vero che
tutti i valori di x più piccoli possiedono la proprietà M (ivi, p. 15 3 ).
Questa conclusione viene da Bolzano provata col seguente
teorema:
Teorema. Se una proprietà M non appartiene a tutti i
valori di una grandezza variabile x, bensì a tutti quelli che
sono minori di un certo u, allora esiste sempre una
grandezza U che è la più grande di quelle di cui si può
affermare che tutti i valori inferiori x possiedono la
proprietà M.
È questo il modo in cui si trova qui enunciato il teorema
cosiddetto di Bolzano-Weierstrass.
Per la dimostrazione, Bolzano si serve della proposizione
sulle serie precedentemente dimostrata: poiché M vale per
tutti gli x minori di u, ma non per tutti gli x, allora, dice
Bolzano, esiste una grandezza V= u + D (con D >O) di cui
si può dire che M non appartiene a tutti gli x < V Egli
cons1'dera ora la quantlta:
. ' u + -D- con m E N .
zm
Se M appartiene a tutti gli x minori di u + ~ per ogni
m, allora è lo stesso u il valore più grande per il quale vale
l'affermazione che tutti gli x < u possiedano la proprietà M.
Se al contrario le cose non stanno così, Bolzano,
mediante un ragionamento basato su reiterate dicotomie,
costruisce la serie
u+_Q_+
zm zmD +n + ...
convergente. Se Une è la somma, allora M vale per tutti gli
x < U e dimostra senza difficoltà che M non vale per gli
x< u + €.
Entrambe queste conclusioni sono condotte con ragio-
NUOVI PUNTI DI VISTA 97

namenti puramente analitici e il teorema è così completa-


mente dimostrato.
"Il teorema precedente è della massima importanza e ci se
ne serve in tutte le branche della matematica" sia pura che
applicata, commenta Bolzano, che mostra inoltre la diffe-
renza che esiste tra estremo superiore e massimo per un
insieme di grandezze variabili, affermando che l'esistenza di
U non comporta affatto l'esistenza di alcun x massimo per
cui vale la proprietà M.
A questo punto egli può dimostrare la proposizione che
dà il titolo alla sua memoria, e che egli enuncia in questo
modo:

Teorema. Se due funzioni di x, f(x) e ..p(x) sono continue


ù per tutti i valori di x o almeno per tutti quelli compresi tra
a e ~ e se inoltre f(a) < ..p(a) e [({3) > ..p({3), allora esiste
sempre un certo valore intermedio di x tra a e {3 per cui
f(x) = '{J (x).

Bolzano suppone inizialmente che a e {3 siano entrambi


positivi (ma la dimostrazione si estende agli altri possibili
casi, come anche Bolzano fa senza difficoltà) e che sia
a < {3, ossia {3 = a + i, con i positivo. Poiché f(a) < ..p(a),
allora è anche f(a + w)< ..p(a +w), con w arbitrariamente
piccolo (per la continuità delle funzioni).
"Si può dunque affermare, per tutti gli w che siano
minori di un certo w, che le due funzioni [(a+ w) e
..p(a + w) sono nel rapporto di una grandezza più piccola e
una più grande" (sono una minore dell'altra).
Bolzano designa questa proprietà con M, proprietà che
owiamente non appartiene a tutti gli w (non vale per
esempio per w= i). Allora, sulla base del teorema dell' estre-
mo superiore, appena dimostrato, esiste "una grandezza U
che è la più grande di quelle di cui si può affermare con
certezza che tutti gli w < U possiedono la proprietà M". U è
compreso tra O e i, ed è tale che f( a + U) = ..p(a + U), non
potendo essere, per le proprietà di U, né f(a + U) <
< ..p(a + U) né [(a+ U) > ..p(a + U).
Il teorema è completamente dimostrato, e per averlo nella
forma usuale è sufficiente porre ..p(x) =O.
98 CAPITOLO TERZO

3.3 Il Cours d'analyse di Caucby


Sollecitato da uomini come Laplace e Poisson e "per
maggior utilità degli studenti" nel 1821 Cauchy si decideva
a mettere per iscritto e a pubblic;tre il corso delle lezioni di
analisi matematica da lui date all'Ecole polytechnique.
Animato da una concezione dell'analisi e del rigore non
dissimile da quella di Bolzano, questo volume di Cauchy
trovava però ben altra accoglienza nel mondo matematico
del pamphlet di Bolzano e diventava il manifesto della
"nuova" analisi, un libro "che deve essere letto da ogni
analista che ami il rigore nelle ricerche matematiche" come
scrisse Abel (1826, p. 221).
Nelle pagine dell'introduzione al Cours d'analyse si trova
espressa con grande vigore la concezione che Cauchy ha del
rigore in analisi:
Quanto ai metodi, ho cercato di dar loro tutto il rigore che si esige
in geometria - egli scrive - in modo da non ricorrere mai ad
argomenti tratti dalla generalità dell'algebra.
Argomenti di questo tipo, benché ammessi assai comunemente
soprattutto nel passaggio dalle serie convergenti a quelle divergenti e
dalle quantità reali alle espressioni immaginarie, non possono essere
considerati, mi sembra, che come delle induzioni adatte a far talvolta
presentire la verità, ma che poco s'accordano con l'esattezza tanto
vantata delle scienze matematiche.
Bisogna inoltre osservare che essi tendono a far attribuire alle
formule algebriche un'estensione indefinita, mentre in realtà la
maggior parte di queste formule sussiste unicamente sotto certe
condizioni e per certi valori delle quantità in esse contenute.
Determinando queste condizioni e questi valori e fissando in modo
preciso il senso delle notazioni di cui mi servo, faccio sparire ogni
incertezza ( ... )
È vero che, per mantenermi costantemente fedele a questi princìpi,
mi sono visto costretto ad ammettere diverse proposizioni che sem-
breranno forse un po' dure a prima vista (Cauchy, 1821, pp. 2-4).

La prima tra le proposizioni "un po' dure" da ammettere


è il fatto che "una serie divergente non ha somma"; cosa che
doveva risultare ben ardua agli occhi dei contemporanei, se
Cauchy la evidenzia con tanto rilievo. E infatti si opponeva
nettamente a una tradizione da sempre dominante in analisi
NUOVI PUNTI DI VISTA 99

e ancora riaffermata nel Traité des fonctions analytiques di


Lagrange, pure uno dei libri più studiati dal giovane Cauchy.
Ma se questi concorda con Lagrange sulla necessità di
fondare l'analisi in modo rigoroso, senza limitarsi a giustifi-
care i metodi col successo nelle applicazioni alla geometria,
alla fisica ecc., prende tuttavia nettamente le distanze da lui
quando si tratta di individuare i fondamenti: gli argomenti
tratti dall'algebra, afferma Cauchy opponendosi a Lagran-
ge, non possono servire come base della "tanto vantata
esattezza" dell'analisi.
Le serie infinite giocano in queste questioni un ruolo
decisivo, ed estremo deve essere il rigore nel trattarle; anche
a costo di drastiche riduzioni dell'estensione delle formule
usate.
"Così, prima di effettuare la somma di una qualsiasi serie,
ho dovuto esaminare in quali casi le serie possono essere
sommate, o, in altri termini, quali sono le condizioni per la
loro convergenza; e, a questo riguardo, ho stabilito delle
regole generali che mi sembrano meritare qualche attenzio-
ne" (ivi, p. 5).
Come vedremo, lo strumento che Cauchy elabora per
condurre a termine la sua opera di revisione critica è la
teoria dei limiti; è il concetto di limi te infatti che gli
consente di definire la continuità delle funzioni, la derivata
e l'integrale, la convergenza di una serie e la sua somma.
Il Cours d'analyse, com'è naturale per una trattazione
generale e didatticamente efficace, si apre con una serie di
preliminari, dove Cauchy passa in rassegna le diverse specie
di numeri (naturali, relativi ecc), introduce il concetto di
valore assoluto, che egli chiama "valore numerico", il
calcolo con quantità letterali e infine il concetto di limite,
che egli così definisce:
"Allorché i valori successivamente assunti da una stessa
variabile si avvicinano indefinitamente a un valore fissato, sì
da differirne alla fine tanto poco quanto si vorrà, quest'ul-
tima quantità è chiamata il limite di tutte le altre" (ivi,
p. 4).
È noto quanto sia stato importante, per la matematica,
l'avere isolato questo concetto "più o meno chiaramente
presente nello spirito di ogni matematico", ma mai posto
100 CAPITOLO TERZO

prima a fondamento del calcolo infinitesimale. È interessan-


te notare l'esempio che subito Cauchy presenta per illustrare
il concetto: "Così per esempio, un numero irrazionale è il
limite delle diverse frazioni che ne forniscono valori sempre
più approssimati."
L'introduzione dei limiti consente a Cauchy di precisare
in maniera inequivoca il significato di infinitesimo e di
infinito positivo e negativo, di cui dà definizioni diventate
classiche. Così,
allorché i successivi valori numerici di una stessa variabile descrescono
indefinitamente in modo da diventare minori di ogni numero dato,
questa variabile diventa quello che si chiama un infinitesimo o una
quantità infinitesima. Una variabile di questo tipo ha zero per limite.
Quando i successivi valori numerici di una stessa variabile crescono
sempre più, in modo da superare ogni numero dato, si dice che questa
variabile ha per limite l'infinito positivo, indicato con oo, se si tratta di
una variabile positiva, l'infinito negativo se si tratta di una variabile
negativa.
Infine Cauchy presenta le usuali operazioni di calcolo,
somma, prodotto ecc., l'esponenziale e il logaritmo e le
funzioni trigonometriche.
Nel primo capitolo si trova immediatamente la definizio-
ne di funzione di una (e più) variabile reale.
"Allorché delle quantità variabili sono legate tra loro in
modo tale che, dato il valore di una, si possa ricavare il
valore di tutte le altre, [queste], espresse per mezzo della
variabile indipendente, sono chiamate funzioni di questa
variabile" (ivi, p. 19).
In maniera analoga egli definisce le funzioni di più variabili
indipendenti e distingue tra funzioni definite esplicitamente
e funzioni implicite, caso che si presenta "quando si danno
solo le relazioni tra le funzioni e la variabile, vale a dire le
equazioni alle quali soddisfano queste quantità, senza che
tali equazioni siano risolte algebricamente".
Dopo aver definito gli infinitesimi di primo ordine e degli
ordini successivi attraverso i limiti, Cauchy dà la seguente
definizione di continuità di una funzione:
Sia [(x) una funzione della variabile x, e supponiamo che, per ogni
valore intermedio di x entro due limiti dati, la funzione ammetta
sempre un valore finito.
NUOVI PUNTI DI VISTA 101

Se, partendo da un valore di x compreso entro questi due limiti, si


attribuisce alla variabile x un incremento infinitesimo a, la funzione
stessa riceverà per incremento la differenza
f(x +a)- j(x),

che dipenderà al tempo stesso dalla nuova variabile a e dal valore di x.


Ciò posto, la funzione j(x) sarà, entro i due limiti assegnati alla
variabile x, funzione continua di questa variabile se, per ogni valore di
x compreso tra questi due limiti, il valore numerico della differenza
f(x +a)- f(x)
decrescerà indefinitamente insieme a quello di a (iv i, p. 34).
A questo punto egli fa seguire la riformulazione m
termini di infinitesirni dello stesso concetto:
La funzione j(x) resterà continua rispetto a x tra i due limiti dati, se,
entro questi limiti, un incremento infinitesimo della variabile produce
sempre un incremento infinitesimo della funzione stessa.
La definizione di funzione che dà Cauchy appare del
tutto svincolata dall'esprimibilità, attraverso "un'espressione
analitica", della variabile dipendente (come era per Lagran-
ge, per esempio) così come la continuità, intesa da Cauchy,
comprende anche funzioni con punti angolosi e dunque non
dovunque derivabili nel loro dominio di definizione; come
in Bolzano, anche in Cauchy si trova espressa nettamente
l'idea che la funzione vada considerata "entro due limiti
dati" quando ad esempio si vuole affermare qualcosa sulla
sua continuità.
Le definizioni di Bolzano e di Cauchy di funzione
continua appaiono simili in maniera impressionante, ciò
che sembra ancora più rimarchevole se si considera che
all'epoca questa era una maniera del tutto nuova di studiare
la continuità. Ma, mentre Bolzano sembra muoversi consa-
pevolmente verso la distinzione tra continuità e derivabilità
(nella Funktionenlehre (inedita) del 1830, Bolzano conside-
ra una funzione continua in ogni punto ma in nessun punto
derivabile, di cui il primo esempio pubblicato appare solo
negli anni settanta e, nelle lezioni di Weierstrass, un po'
prima) Cauchy sembra essere qui ancora legato all'analisi
classica, e produce esempi standard di funzioni continue
(a+ x, a- x, ax, sin x,cos x, log x, Ax ecc.) tutte derivabili
102 CAPITOLO TERZO

e come funzione discontinua dà l'esempio di a/x per x= O.


Due anni dopo, pubblicando il Resumé delle lezioni date
alla École polytechnique, Cauchy scriveva che "le due
funzioni x 112 e 1/logx ... diventano discontinue passando
dal reale ali 'immaginario quando la variabile x diminuisce
passando per zero" (Cauchy, 1823, p. 39).
Il senso di questa affermazione sembra essere che Cauchy
pensa che le funzioni continue sono sempre derivabili, e
cessano di esserlo solo nei punti di discontinuità.
Infatti, prendiamo per esempio la prima delle funzioni
proposte da Cauchy: y =x 112 . La sua derivata è y' = 1 C'
discontinua nell'origine. 2vx
Se noi passiamo da valori reali a complessi la cosa si
chiarisce immediatamente, dice Cauchy. In tal caso, infatti,
il punto x= O si rivela un punto multiplo, e la funzione
cambia di determinazione quando la variabile compie un
giro completo intorno ad esso.
Diversi anni più tardi lo stesso Cauchy aveva occasione di
chiarire meglio quest'idea.
Esponendo in una lettera a Coriolis, pubblicata nei
rendiconti dell'Accademia delle Scienze (1837), un pro-
prio metodo, fondato sugli sviluppi in serie convergenti,
per rappresentare le radici delle equazioni algebriche o gli
integrali delle equazioni differenziali, egli scriveva a pro-
posito di continuità:
Secondo la definizione data nel mio Cours d'analyse, una funzione
di una variabile è continua entro limiti dati, allorché entro questi
limiti ogni valore della variabile dà luogo a (produit) un valore univoco e
finito della funzione e allorché varia per gradi insensibili (insensibles)
con la variabile stessa. Ciò posto, una funzione che non diviene
infinita non cessa in generale di essere continua se non diventando
multipla (Cauchy, 1837, p. 38).
Una piena consapevolezza della novità teorica, insita nella
propria definizione di continuità, rispetto alla tradizione
euleriana e lagrangiana, si trova, in Cauchy, solo in uno
scritto molto più tardo, in cui si legge:
Nelle opere di Euler e di Lagrange, una funzione è chiamata
continua o discontinua, secondoché i diversi valori di essa, corrispon-
denti a diversi valori della variabile, sono o non sono soggetti a una
NUOVI PUNTI DI VISTA 103

medesima legge, sono o non sono forniti da una sola e medesima


equazione.
È in questi termini che la continuità delle funzioni trovasi definita
da questi illustri geometri, allorché dicevano che le funzioni arbitrarie,
introdotte dall'integrazione delle equazioni alle derivate parziali,
possono essere funzioni continue o discontinue.
Tuttavia, siffatta definizione è lontana dall'offrire una precisione
matematica, poiché, se i diversi valori di una funzione corrispondenti
ai diversi valori d'una variabile dipendono da due o più equazioni
distinte, nulla impedirà di diminuire il numero di queste equazioni, e
anche di sostituirvi un'unica equazione la cui decomposizione forni-
rebbe tutte le altre.
Di più: le leggi analitiche, alle quali le funzioni possono essere
assoggettate, si trovano generalmente espresse da formule algebriche o
trascendenti, e può accadere che diverse formule rappresentino, per
certi valori di una variabile x, la stessa funzione, e per altri valori di x,
delle funzioni differenti.
Quindi, se si considera la definizione di Euler e di Lagrange come
applicabile ad ogni specie di funzioni, siano esse algebriche o
trascendenti, un semplice cambiamento di notazione basterà sovente
per trasformare una funzione continua in funzione discontinua, e
reciprocamente.
Così, per esempio, supposto x reale, una funzione che si riducesse
ora a +x ora a -x, secondoché x fosse positiva o negativa, dovrebbe
per questo motivo annoverarsi tra le funzioni discontinue; eppure la
stessa funzione potrà riguardarsi come continua quando sia rappresen-
tata dall'integrale definito

~
rr
f
o
x2 dt
t2+ x2 •••

Dunque, il carattere di continuità nelle funzioni, considerato dal


punto di vista dal quale dapprima si misero i geometri, è un carattere
vago e indeterminato. Ma l'indeterminazione cesserà se alla definizione
di Euler si sostituisce quella da me data nel capitolo 2 dell'Analyse
algébrique (Cauchy, 1844, pp. 116 sg.).
Nello stesso capitolo del Cours d'analyse, dopo aver defi-
nito la continuità di funzioni composte, Cauchy dedica lun-
ghe pagine allo studio dei "valori singolari delle funzioni in
alcuni casi particolari".
Si tratta di "una delle questioni più importanti e più
delicate dell'analisi", dice Cauchy, cioè quella di studiare i
limiti di alcune funzioni per x=± oo, e x =O, il che lo porta
104 CAPITOLO TERZO

ad individuare le cosiddette "forme indeterminate" del tipo


0/0· ~ oo - oo O · oo 00 oo 0 l ao
' 00' ' , ' ' .

Nel corso di questa ricerca, Cauchy enuncia e dimostra


teoremi divenuti poi classici:
1° Teorema. Se, per valori crescenti di x, la differenza
[(x+ l ) - [(x)

converge verso un certo limite k, la frazione


[(x)
x
convergerà an cb 'essa verso lo stesso limite.
2° Teorema. Se, essendo la funzione f(x) positiva per valori molto
grandi di x il rapporto
[(x+ l)
f(x)
conve~ie verso il limite k, al crescere indefinitamente di x l'espressione
[f(x) ] 1 x convergerà an cb 'essa verso lo stesso limite (ivi, pp. 48-54).
È immediata la considerazione che i due teoremi valgono
anche quando f(x) non è definita che per valori interi di x, e
dunque entrambi si possono riformulare in termini di suc-
cessioni, del che Cauchy si setvirà più avanti per enunciare
criteri di convergenza per le serie.
Queste occupano l'intero capitolo sesto del Cours d'ana-
lyse. Qui Cauchy definisce convergente una serie "se per
valori sempre crescenti di n, la somma sn si avvicina
indefinitamente a un certo limite s" che sarà detto la somma
della serie; al contrario, se al crescere di n, "sn non si
avvicina ad alcun limite fissato, la serie sarà divergente, e
non avrà più somma".
E dopo aver fatto l'esempio della serie geometrica
l +x + x 2 + ... convergente a 1/(1 -x) se lxi < l, enuncia
la celebre condizione necessaria e sufficiente per la conver-
genza (la cosiddetta "condizione di Cauchy"):
Affinché la serie u 0 + u 1 + u 2 + ... +Un+ ... sia convergente è
necessario e sufficiente che per valori crescenti di n la somma
sn=uo +u1 +u2 + ... +un-l
.NUOVI PUNTI DI VISTA 105

converga indefinitamente verso un limite fissato s; in altri termini, è


necessario e sufficiente che, per valori infinitamente grandi del
numero n, le somme sn, Sn+!, Sn+ 2 , ... differiscano dal limite s, e
di conseguenza tra loro, di quantità infinitesime (ivi, pp. 124 sg.).
Cauchy non ha difficoltà a provare che la condizione è
necessaria, ma per quanto riguarda la sufficienza, analoga-
mente a Bolzano, si limita ad affermare che "reciprocamente,
allorché queste diverse condizioni [cioè che il termine
generale Un tenda a zero e che le somme delle quantità
Un +Un +l+ ... , prese a partire dalla prima in numero
arbitrario, 'finiscano per assumere sempre dei valori numeri-
ci inferiori ad ogni limite assegnabile'] sono soddisfatte, la
convergenza della serie è assicurata" (ivi, p. 116).
Cauchy, sulla base dell'intuizione geometrica della conti-
nuità della retta numerica, ritiene il suo asserto evidente;
ma, come verrà in chiaro circa cinquant'anni più tardi, la
dimostrazione rigorosa della sufficienza della "condizione di
Cauchy" richiede preliminarmente la costruzione del campo
dei numeri reali.
D'altra parte, pensare definiti i numeri irrazionali, come
fa Cauchy nel Cours d'analyse, come "limiti delle diverse
frazioni che ne forniscono valori sempre più approssimati"
porta inevitabilmente ad un circolo vizioso.
Ma, mentre Bolzano affrontò lo studio dei numeri reali
nel tentativo di "aritmetizzare" l'analisi, 7 Cauchy non
sembrò mai mostrare interesse alla cosa, né prima né dopo la
stesura del Cours d'analyse.
Qui, dopo aver applicato la sua condizione per mostrare
che la serie armonica è divergente e che la serie ~ ~
n.
converge (si tratta della serie esponenziale, che definisce il
numero e, base dei logaritmi neperiani), Cauchy enuncia il
seguente:
Teorema. Allorché i diversi termini della serie [
..
~ Un] so-
n= l
no delle funzioni di una stessa variabile x, continue rispetto
a questa variabile nell'intorno di un valore particolare per il
quale la serie è convergente, anche la somma s della serie,
nell'intorno di questo valore particolare, è funzione conti-
nua di x.
106 CAPITOLO TERZO

Cauchy non fa il nome di Fourier in questa circostanza,


ma è chiaro che qui egli ne mette in discussione l'intero
approccio: essendo infatti le funzioni seno e coseno, che
compaiono nelle serie di Fourier, funzioni continue, ne se-
gue che, secondo questo teorema, le serie di Fourier di fun-
zioni discontinue non sono convergenti alle funzioni date.
La "dimostrazione" di Cauchy è la seguente: se indichia-
mo la somma s di una serie come s = sn + rn (dove rn è il
resto della serie a partire dal posto n-esimo) allora le tre
quantità sn, rn e s sono funzioni di x, di cui la prima è
senz'altro continua nell'intorno del valore particolare di x di
cui si tratta (e per il quale la serie data è convergente per
ipotesi).
Consideriamo l'incremento delle tre funzioni s, sn e rn
quando incrementiamo x di una quantità infinitesima a:
l'incremento di Sn sarà infinitesimo per ogni n finito e
"quello di rn diventerà trascurabile (insensible) insieme a
r n se si attribuisce a n un valore molto grande".
Dunque sarà infinitesimo anche l'incremento di s, da cui
Cauchy deduce la continuità di s stessa nell'intorno di x.
Ma un'analisi più rawicinata della dimostrazione mostra
che la conclusione di Cauchy è scorretta e basata sull'ipotesi
arbitraria che rn (x +a) divenga infinitamente piccolo per
n >N molto grande e indipendente da x; il che in generale
non è vero se la serie è semplicemente convergente.
L'errore di Cauchy si deve a diversi tipi di confusioni.
Anzitutto, l'uso sistematico e sbrigativo di infinitesimi
nella dimostrazione gli impedisçe di cogliere la dipendenza
funzionale del "valore molto grande di n" cercato.
In secondo luogo, la sua concezione geometrica, sostan-
zialmente intuitiva, lo porta a pensare che, al crescere di n, i
grafici delle curve y = sn (x) si awicinino sempre più a quello
(supposto esistente) dif(x). Il che in un certo senso è vero, ma
nel senso che, fissato un particolare valore x dell'intervallo,
per ogni numero positivo € arbitrariamente piccolo, esiste
un intero v per cui, per quel valore di x, la differenza in
valore assoluto tra le ordinate di y = sn (x) e y =[(x) è
minore di E per n > v .
Ciò non significa che le curve finiscano per coincidere
geometricamente e questo può awenire non solo nell'intor-
NUOVI PUNTI DI VISTA 107

no di un punto di discontinuità della f(x ), ma anche quando


f(x) è continua.
La cosa si vede bene con alcuni esempi (Carslaw, 1921,
pp. 140-42).

Esempio l. Consideriamo la serie ~Un (x), dove

Un
l
(x) = (n - l) x +l nx
l+ l (x~ O),
le cui somme parziali sono
l
Sn =l - nx + l
(x)

allora, per x > O li m Sn (x) = l, mentre, per x = O, li m Sn (x) =


=O.
La curva f(x) per x > O consiste nella semiretta y = l,
esclusa l'origine, dove f(x) vale O; dunque è discontinua
nell'origine mentre non lo sono le sn per ogni n finito.

Esempio 2. Consideriamo la serie ~un (x), dove


nx (n-l)x
Un (x)= 2 2 2 2
l +n x l +(n- l) x
allora le sn (x) sono date da
nx
Sn (x)= 2 2
l+ n x
e lim sn (x) = O per ogni x. La somma della serie è continua,
ma le curve y = sn (x) differiscono sostanzialmente dalla
curva y = f(x) in un intorno dell'origine.
Le prime hanno un massimo in (1/n, 112) e un minimo in
(- 11n; - 1/2). L'ascissa del massimo tende a zero al
crescere di n (fig. 6).

"Se ragionassimo sulla base della forma delle curve


y = sn (x), dovremmo aspettarci di vedere la parte dell'asse y
compresa tra - 1/2 e 112 apparire come porzione della
curvay = f(x)" conclude Carslaw (ivi, p. 141).
Un'ultima confusione riguarda le operazioni con doppi
limiti: infatti, se la serie è convergente e la sua somma è
108 CAPITOLO TERZO

1 x
Figura 6

[(x), allora
[(x)= lim Sn (x),

e, supponendo che ci sia il limite di [(x) per x tendente a x 0 ,


si ha:
(a) lim [(x)= li m [ li m Sn (x)].
x-+x 0 x-+x 0 n-+oo

D'altra parte, sef(x 0 ) è la somma della serie per x= x 0 , dal-


la definizione si ha che questo valore è dato da lim Sn (x 0 ).
n-+oo

Se le sn (x) sono tutte continue nell'intervallo in que-


stione,
Sn (x o)= lim Sn (x),
x -+x 0

e dunque la somma della sene nel punto x 0 può essere


scritta come
( (3) li m [ li m Sn (x)],
n-+ oo x-+xl)

ma (a) e ( (3) danno lo stesso valore solo nel caso in cui [(x) è
continua in x 0 .
Il primo ad avanzare delle riserve sul teorema di Cauchy
fu Abel. In una nota che compare nel suo articolo del 1826
sulla convergenza della serie binominale egli osserva: "Mi
sembra che questo teorema ammetta delle eccezioni. Per
NUOVI PUNTI DI VISTA 109

esempio la serie
. 2
.
sm x- 2l sm x + 3l sm
. 3 x - ...

è discontinua per tutti i valori (2m + 1)11' di x, m essendo un


numero intero. Ci sono, come si sa, diverse serie di questo
tipo" (Abel, 1826, pp. 224 sg.).
Era questa, citata da Abel, una delle serie proposte da
Fourier come esempi dei suoi sviluppi in serie trigono-
metriche.
Con ogni probabilità Abel trovò a Berlino, nella bibliote-
ca di Crelle, 8 la Théorie di Fourier come pure il Cours
d'analyse di Cauchy.
È dopo la lettura del Cours che le serie di Fourier si
rivelano agli occhi di Abel come effettivi controesempi del
teorema di Cauchy, proprio sulla base della definizione di
continuità che dà il matematico francese.
Sulla questione delicata del comportamento di serie di
funzioni continue, Abel enunciava in quello stesso articolo
due teoremi. Nel primo Abel afferma che "se la serie
[(01.) = Vo +V t 01. + V2 01.2 + ... + Vm Ol.m + ...
è convergente per un certo valore o di 01., sarà convergente
per ogni valore minore di o, e, per valori descrescenti di {3, la
funzione f( 01.- {3) si avvicina indefinitamente al limite [(a),
allorché 01. è minore o uguale a o".
Col che Abel mette in discussione una pratica matematica
all'epoca assai usuale, che aveva spesso portato i matematici
ad affermazioni del tutto sbagliate sulle serie numeriche. Per
calcolarne la somma, infatti, la via comunemente seguita era
di trasformare la serie data in una serie di potenze di una
variabile x, calcolarne la somma e poi sostituire in quest'ulti-
ma un valore opportuno di x che dava la serie di partenza.
Un esempio classico è quello della serie di Grandi:
l - l + l - l+ ... , sulla cui "somma" molto polemizzaro-
no i matematici del Settecento. La serie di Grandi veniva da
alcuni detta convergente a l 12 sulla base del ragionamento
seguente: nella serie geometrica

l+ x+x 2 + ... -- l
1 -x
110 CAPITOLO TERZO

si ponga al posto di x il valore - 1. Si ottiene così appunto


la serie di Grandi, la cui somma è dunque 1/2. Ma già
Bolzano (1817) e poi Cauchy (1821) avevano dimostrato
che la convergenza della serie geometrica è assicurata solo se
lxi< l; qui Abel aggiunge che la sostituzione sarebbe legit-
tima solo nel caso che la serie converga per x = - l (cioè
5 = 1), il che appunto non è.
Questo teorema di Abel doveva sollevare non poche diffi-
coltà se, ancora parecchi anni più tardi, dopo la morte di
Dirichlet il matematico francese Liouville credeva opportu-
no rendere note le sue antiche perplessità:
Si tratta di dimostrare che, se la serie
a0 + a 1 + a 2 + ... +an + ...
è convergente e ha per somma A, la somma della serie
ao +a1 P +a2P 2 + ... + anPn + ... ,
che sarà convergente a fortiori prendendo la variabile p positiva e
inferiore all'unità, tenderà al limite A, quando si farà tendere
indefinitamente p verso l'unità. 9
Chiacchierando un giorno col mio ottimo e così compianto amico
Lejeune-Dirichlet, gli dicevo che trovavo abbastanza difficile da
esporre (e anche da comprendere) la dimostrazione che Abel ha dato
di questo teorema importante (Dirichlet, 1862, vol. 2, p. 305).
La comunicazione di Liouville prosegue con la trascrizio-
ne della dimostrazione data "sui due piedi" e "sotto i suoi
occhi" da Dirichlet: sia
S = ao +al p+ a2 p2 + ... +an pn + ... ,
essendo O< p < l; ponendo al posto di a 0 , a 1 , a 2 , ...
rispettivamente s0 , s 1 - s0 , s 2 - s1, ... , si ha:

OSSia

S =(l- p) (s 0 + s1 p+ s2 p 2 + ... ).
"Scomponendo Sin due parti, comprendenti l'una i primi
n termini e l'altra tutti i termini restanti, e facendo crescere
n a mano a mano che e = l -p decresce, ma ab bastanza
lentamente affinché il limi te di n e sia zero" si vede
NUOVI PUNTI DI VISTA 111

facilmente che il limite di S, quando p tende a l, è dato


dalla somma A della serie di partenza. "Io penso che d'ora
in avanti nessuno possa pensare di domandare dei nuovi
chiarimenti" concludeva Liouville.
Passando poi a considerare, al posto delle V n, delle
funzioni v n (x), Abel enunciava il seguente "teorema":
Sia

una serie convergente, in cui v 0 , v 1 , v2 ... sono delle funzioni continue


di una stessa quantità variabile x entro i limiti x= a e x= b; la serie
f(x) = v 0 + v 1 a+ v2 a 2 + ... ,
dove a < o, sarà convergente e funzione continua di x entro gli stessi
limiti (Abel, 1826, pp. 22 3 sg.).
Nella dimostrazione, Abel considerava le due funzioni
+ v 1a+ v 2 a+ ... + Vm-l am-l
<.p(x) =v 0
lj;(x) = Vm am + Vm +l am +l+ ... ,
tali che j(x) =<.p(x) + lj;(x). Ora, potendosi scrivere

lj;(x)= (Ta)m VmDm + (a)m+l


T Vm+Iom+l + ... ,
se
8(x) = sup (lvm Dm + ... + Vm+n Òm+nl),
nE N

allora si ha

11/J(x) l~(~) m 8(x).


Da ciò 10 Abel concludeva che, se si dà un incremento
infinitesimo {3 alla x, anche la f(x) varierà di una quantità
infinitesima e dunque la funzione f(x) è continua.
Ma analogamente alla "dimostrazione" di Cauchy, anche
quella di Abel contiene un'ipotesi illecita: egli infatti
suppone implicitamente nel suo discorso che sup 8(x) sia
xE[a, b]
finito, cosa in generale non vera. 11 Secondo quanto scrive
Sylow (Abel, 1902, p. 53) "c'è motivo di credere ch'egli
non fosse completamente soddisfatto" della sua dimostra-
112 CAPITOLO TERZO

zione, se vi ritornò ancora con esiti tuttavia non diversi in una


memoria Sur /es séries, rimasta manoscritta e pubblicata
solo nella seconda edizione delle "Opere", nel 1881.
Abel colse dunque nel segno, denunciando con un
controesempio l'inesattezza del teorema di Cauchy sulle
serie di funzioni continue, ma altro è il discorso quando si
tratta di scoprire dove sta il punto responsabile dell'errore
nella dimostrazione. Abel si limitò ad osservare, con le
cautele proprie di un giovane agli inizi rispetto a un
matematico dei più autorevoli, che gli sembrava che il
teorema ammettesse "eccezioni", che è un modo curioso di
dire che un teorema è falso e richiede, eventualmente,
ipotesi aggiuntive.
D'altra parte, come lo stesso Abel riconosce, il Cours
d 'analyse di Cauchy era la sua guida teorica: così le
tecniche di cui fa uso Abel sono quelle di Cauchy; le
definizioni di continuità e di convergenza delle serie sono le
stesse, simile è l'uso di infinitesimi nelle dimostrazioni.
È proprio quest'ultima cosa che impedisce a entrambi di
cogliere il punto incriminato nella dimostrazione di Cauchy
e vedere che esiste un'altra forma di convergenza, ciò che
oggi chiamiamo convergenza uniforme delle serie di funzio-
ni, la cui assunzione si rende necessaria per la correttezza del
teorema di Cauchy. Sono dunque fuori strada i matematici e
gli storici che hanno voluto vedere in questo teorema di
Abel presente l'idea della convergenza uniforme. Così lo è
Pringsheim, quando scrive (1899, p. 35) che Abel "dimostrò
l'esistenza della proprietà oggi chiamata convergenza unifor-
me" e Hardy, secondo cui "l'idea della convergenza unifor-
me è presente implicitamente nella dimostrazione di Abel
del suo famoso teorema" (Hardy, 1918, p. 148).
In realtà, Abel ha la stessa idea di convergenza di una
serie che ha Cauchy, mentre quella di convergenza uniforme
doveva emergere circa un ventennio più tardi e in un
diverso contesto.
Ancora nell'articolo del 1826, Abel enuncia tra i risultati
nuovi, facendo propria la tecnica di Cauchy, criteri di con-
vergenza delle serie.
L'enunciazione di criteri di convergenza per le serie è
infatti tra le cose più significative del Cours d 'analyse di
NUOVI PUNTI DI VISTA 113

Cauchy; sulla base dei teoremi l e 2 (pp. 101 sg.) Cauchy


enuncia i criteri del rapporto e della radice, che assicurano
la convergenza della serie ~ Un allorché, rispettivamente,
lim Un+l
Un
= K<lelim(u n ) 11 n=K<l .
Per le serie che contengono termini tanto positivi che
negativi, Cauchy stabilisce la convergenza allorché la serie
~P n dei rispettivi valori assoluti verifica i criteri sopra dati,
mentre per la serie a termini di segno alternato dimostra che
è sufficiente che il termine generale Un tenda a zero per
garantire la convergenza delle serie.
Nel caso di serie di potenze intere di una variabile,
a 0 +a 1 x+a 2 x 2 + ...
enuncia il teorema secondo cui la serie è convergente se "il
valore numerico [cioè il modulo] della variabile x è
inferiore a 1/A" dove A è il lim {i"'f'a,J. "Al contrario la
n-+oo

serie sarà divergente se il valore numerico di x supera 1/A"


(Cauchy, 1821, p. 151).
La proposizione passò inosservata finché non la riscoprì
Hadamard nel 1892; col nome di "teorema di Cauchy-
Hadamard", essa si è rivelata di importanza fondamentale
nella teoria delle funzioni analitiche, consentendo di deter-
minare il raggio del cerchio di convergenza della serie che dà
un elemento qualunque della funzione analitica.
La ricerca e la determinazione di criteri di convergenza
per le serie riflette un radicale mutamento nel modo di
intendere l'analisi rispetto alla tradizione settecentesca:
Cauchy si assicura della convergenza delle serie sotto
opportune ipotesi per il termine generale Un senza conoscere
effettivamente quale sia il valore somma. Se per un valgono
le tali e le tali condizioni, allora esiste un numero S tale che
lim sn = S per n ~oo : è questo lo schema dei teoremi di
Cauchy.
Le affermazioni di natura esistenziale sono diventate oggi
abituali in matematica e costituiscono anzi la struttura
portante di numerose teorie (e solo chi aderisce ad un punto
di vista strettamente costruttivista o neointuizionista è
portato a metterne in discussione la validità).
114 CAPITOLO TERZO

In questo senso si trova qm m Cauchy una profonda


novità teorica, destinata a improntare di sé lo sviluppo
futuro della matematica (a Cauchy si devono, tra l'altro
teoremi di esistenza e unicità della soluzione di equazioni
differenziali).
Si trattava ora, per quanto riguarda le serie di Fourier,
argomento all'epoca di grande interesse teorico, di stabilite
teoremi di convergenza, senza essere costretti caso per caso,
come era stato nell'esemplificazione prodotta dallo stesso
Fourier, a calcolare concretamente il limi te per ogni serie
trigonometrica di cui si voglia stabilire la convergenza.
A questo lavoro manifestò l'intenzione di dedicarsi Abel
in una lettera a Holmboe del dicembre 1826, ma vi si
impegnarono invece di fatto lo stesso Cauchy, Poisson, e più
tardi Lejeune-Dirichlet (1805-1859).

3.4 I fondamenti del calcolo infinitesimale in Cauchy


derivata e differenziale
Tra i limiti notevoli e le forme indeterminate che Cauchy
passa in rassegna nel Cours d 'analyse, compare in particola-
re quella del tipo 0/0:
Allorché i due termini d'una frazione sono delle quantità infinite-
sime - scrive Cauchy - i cui valori numerici decrescono indefinita-
mente con quello della variabile a, il valore singolare che assume questa
frazione per a= O è talvolta finito, talvolta nullo o infinito ( ... )
Tra le frazioni i cui due termini convergono a zero insieme alla
variabile si deve porre la seguente:
f(x +a)- f(x)
a
tutte le volte che si attribuisce alla variabile x un valore nel cui intorno
la funzione f(x) si mantiene continua (ivi, pp. 61 sg.).

Come esempi, egli propone le funzioni f(x) = x 2 e


f(x) =a/x, per le quali i due limiti in discorso sono
rispettivamente 2x e - alx 2 . Dopo aver dimostrato col
metodo anche oggi usato che
l. sin a _ 1
lm - - - - .
c.-+o a
NUOVI PUNTI DI VISTA 115

Cauchy aggiunge: "Essendo la ricerca dei limiti verso cui


convergono i rapporti
f(x +a)- f(x) [(a)- f(O)
a a
uno dei principali oggetti del calcolo infinitesimale, noi non
vi indugeremo oltre" (ivi, p. 64).
È questo il solo accenno al concetto di derivata che si
legge nel Cours. Questa, insieme con i principali concetti del
calcolo differenziale, costituiva invece argomento del corso
da Cauchy tenuto all'École polytechnique l'anno seguente e
pubblicato nel 1823 nel Résumé sur le ca/cui infinitésimal.
Qui si trovano le definizioni di derivata, di differenziale e di
integrale in termini di limiti, diventate da allora classiche;
qui Cauchy dà una prima sistemazione rigorosa alla teoria
dello sviluppo delle funzioni in serie di Taylor, la base
lagrangiana della teoria delle funzioni.
Cauchy è ben consapevole della profonda novità teorica
che il suo atteggiamento comporta e nell'awertenza premes-
sa al Résumé scrive:
I metodi che ho seguito differiscono per diversi aspetti da quelli
che si trovano esposti nelle opere dello stesso genere. Il mio scopo
principale è stato quello di conciliare il rigore, che mi ero posto come
norma irrinunciabile (je m'étais fait une /oi) nel mio Cours d'analyse,
con la semplicità che proviene dalla considerazione diretta degli
infinitesimi.
Per questo motivo ho creduto di non dover ammettere gli sviluppi
delle funzioni in serie infinite, tutte le volte che le serie ottenute non
sono convergenti; e mi sono visto costretto a rinviare al calcolo
integrale la formula di Taylor, potendo essere ammessa questa formula
solo finché la serie che vi è contenuta sia limitata a un numero finito
di termini e completata con un integrale definito.
lo non ignoro affatto che l'illustre autore della Mécanique
analitique [cioè Lagrange] ha preso la formula in questione come base
della sua teoria delle funzioni derivate. Ma, malgrado tutto il rispetto
che si deve a una grande autorità, la maggior parte dei geometri oggi
concordano nel riconoscere l'incertezza dei risultati ai quali si può
essere portati usando le serie divergenti; da parte nostra aggiungeremo
che, in diversi casi, il teorema di Taylor sembra fornire lo sviluppo di
una funzione in serie convergente, sebbene la somma della serie
differisca in maniera essenziale dalla funzione proposta( ... ) Del resto,
116 CAPITOLO TERZO

chi leggerà il mio libro si convincerà, spero, che i princìpi del calcolo
differenziale e le sue applicazioni più importanti possono essere
facilmente esposti senza l'intervento delle serie.
Al di là delle formalità, questo è un attacco deciso e
radicale alla concezione dei fondamenti del calcolo infinite-
simale di Lagrange, che ancora pochi anni prima, pubblican-
do un suP.plemento alle sue lezioni sulla teoria delle funzioni
date alla Ècole polytechnique aveva scritto:
Ogni funzione di una sola variabile può sempre essere considerata
come una derivata esatta; poiché se essa non ha in maniera naturale
una funzione primitiva si può sempre trovarne una mediante le
serie, ... risolvendo la funzione data in serie di potenze della variabile
e prendendo in seguito la funzione primitiva di ogni termine
(Lagrange, 1806 ).
Nello stesso volume del "J ournal de l'È cole polytechni-
que" contenente questo supplemento di Lagrange, A. M.
Ampère (1775-1836) pubblicava una lunga nota che aveva
per oggetto "una nuova dimostrazione della serie di Taylor"
(Ampère, 1806): criticando l'assunto di Lagrange, Ampère
cercava di dimostrare che è possibile per ogni funzione /(x)
uno sviluppo in serie di potenze ascendenti, a partire da una
definizione di derivata che viene data sulla base di una pro-
prietà delle funzioni derivate trovata da Lagrange. La pro-
prietà in questione viene così espressa da Ampère (1806,
p. 151):
Siano A e K i valori di [(x) corrispondenti a x= a, x= k; si potrà
sempre supporre che a e k siano stati presi in maniera tale che f(x)
non divenga infinita nell'intervallo e che non si abbia né A = K né
a= k, affinché
K-A
k -a
non sia né nullo né infinito, e che si possa prendere questa quantità
per quella al di sopra e al di sotto della quale si potrà sempre
f(x + i)- [(x)
ricondurre . , dando allo scopo a i un valore sufficiente-
t
mente piccolo.
Da questa proprietà Ampère ricava la sua definizione di
derivata che gli "sembra la più rigorosa possibile":
NUOVI PUNTI DI VISTA 117

"La funzione derivata di f(x) è una funzione di x tale che


f(x + i) - f(x) , . .
~-----:-.---"-- e sempre compreso tra due det valon che
z
questa funzione derivata assume tra x e x + i, qualunque
siano x e i. " 12
Questo lavoro di Ampère e le sue lezioni all'Ècole po-
lytechnique non furono senza influenza su Cauchy, che
cita Ampère sia nel Cours d'analyse che nel Résumé tra
coloro verso cui è debitore. Ma l'approccio di Cauchy
rovescia i termini della questione: definendo la derivata di
una funzione (se esiste) come un opportuno limite, quella
enunciata da Ampère come definizione diventa una proprie-
tà delle derivate, esprimibile con un teorema.
Ecco come procede Cauchy: dopo aver ripetuto le
definizioni di limite, di infinitesimo e di continuità date nel
Cours d'analyse, egli scrive:
Allorché la funzione y = f(x) si mantiene continua tra due limiti
dati dalla variabile x e si assegnano alla variabile valori compresi nei
due limiti in questione, un incremento infinitesimo dato alla variabile
dà luogo a un incremento infinitesimo della funzione stessa. Di
conseguenza, se si pone allora ~x= i, i due termini del rapporto incre-
mentale (rapport aux différences)
~y f(x +i)- f(x)
=
~x

saranno degli infinitesimi. Ma, mentre questi due termini si avvicinano


indefinitamente e simultaneamente al limite zero, il rapporto stesso
potrà convergere verso un altro limite, sia positivo sia negativo.
Questo limite, se esiste [corsivo nostro] ha un valore determinato
per ogni valore particolare di x, ma varia con x( ... )
La forma della nuova funzione che servirà da limite al rapporto
f(x + i)- f(x)/i dipenderà dalla forma della funzione proposta
y = f(x). Per indicare questa dipendenza si dà alla nuova funzione il
nome di funzione derivata e la si indica, mediante un apice, con la
notazioney' o['(x) (Cauchy, 1823, pp. 22 sg.).
Nella successiva lezione Cauchy dà la definizione di
differenziale della funzione f(x) come "il limite a cui
converge il primo membro dell'equazione
f(x + cxb)- f(x) = f(x +i~- f(x) h (i= cxb)
(X z
118 CAPITOLO TERZO

quando la variabile a tende indefinitamente a zero e la


quantità h si mantiene costante" (Cauchy, 1823, p. 27) e nel
caso particolare [(x)= x l'equazione
df(x) =h ['(x)
si riduce a dx =h, da cui
df(x) =['(x) dx
oppure, equivalentemente,
dy=y' dx,
che consente, dice Cauchy, di scrivere la derivata prima
come dyldx, cioè come il rapporto tra il differenziale della
funzione e quello della variabile.
Il teorema fondamentale da cui Cauchy ricava le proprie-
tà notevoli del suo calcolo delle derivate viene così
enunciato:
"Se la funzione [(x) è continua tra i limi ti x = x 0 e x = X e
si indica con A il più piccolo e con B il più grande dei valori
che la funzione derivata ['(x) assume in questo intervallo, il
rapporto incrementate
[(X)- f(x 0 )
X-x 0
sarà necessariamente compreso tra A e B" (ivi, p. 44);
ed è in questa circostanza che Cauchy si richiama con una
nota al lavoro di Ampère sopra visto.
Così, mentre per Lagrange la serie di Taylor era la
premessa della teoria delle funzioni derivate, per Cauchy lo
studio della possibilità di trasformare "funzioni qualunque
di x( o x +h) in funzioni intere di x( o x + h) alle quali si
aggiungono degli integrali definiti" costituisce la conclusio-
ne delle sue lezioni sul calcolo infinitesimale.
Qui egli dà la seguente formula:

f(x +h)= [(x)+ h ['(x)+ ;,2 f"(x) + ... +

+ hn-1 r<n-1) (x)+


(n- l)!
b (h _ Z )n -1
+S -'-----'--- r<n> (x + z) dx,
o (n- l)!
NUOVI PUNTI DI VISTA 119

che è la "formula di Taylor col resto nella forma di


Cauchy". Questa formula, aggiunge Cauchy, presuppone che
"le funzioni f(x + z), f'(x + z) ... f<n> (x + z) si mantengano
continue tra i limiti z =O, z =h".
Quando l'integrale che dà il resto tende a zero per valori
crescenti di n, allora essa serve "a sviluppare la funzione
f(x + h) in serie ordinate secondo le potenze ascendenti
intere delle quantità x e h. Il resto di questa serie è
precisamente l'integrale". Cauchy conclude con una osserva-
zione del più grande interesse: se si considera il particolare
la serie di Maclaurin (ottenibile immediatamente da quella
di Taylor):
2
f(O) + xf'(O) + ~! f"(O) + ...
si potrebbe credere - egli scrive - che la serie ha sempre f(x) per
somma, quando è convergente e che, nel caso in cuì i suoi differenti
termini si annullano l'uno dopo l'altro, la funzione f(x) si annulla
anch'essa; ma per assicurarsi del contrario è sufficiente osservare che la
seconda condizione sarà soddisfatta se si SUP.pone f(x) = e- (l/x)' e la
. ,se SI. suppone ji(x ) =e -x• + e - (llx] . T uttav1a
. la f unzwne
.
2
pnma
e- (l!x) non è identicamente nulla e la serie dedotta dall'ultima
supposizione ha per somma non il binomio e -x• + e- (l/x)', ma il suo
2
primo termine e-x (ivi, pp. 229 sg.).
Con questo controesempio Cauchy non solo metteva
definitivamente in luce la debolezza teorica intrinseca nella
costruzione di Lagrange, ma inaugurava una delle questioni
più spinose dell'analisi dell'Ottocento, quella di sapere se e
come si potevano rappresentare le funzioni in serie conver-
genti alla funzione data. La cosa rivestiva un interesse
decisivo soprattutto per quanto riguardava le serie di Fou-
rier, di cui si trattava ancora di affrontare il problema aper-
to della loro convergenza.

3.5 I fondamenti del calcolo infinitesimale in Caucby:


l'integrale
Una buona metà del Cours d'analyse è dedicato all'analisi
complessa, che rappresenta uno dei contributi fondamentali
di Cauchy alla matematica e forse quello più significativo.
Nelle sue mani, infatti, il calcolo con quantità complesse
120 CAPITOLO TERZO

divenne uno strumento indispensabile nell'analisi, perdendo


quelle caratteristiche di mistero e di inspiegabilità che
avevano accompagnato le quantità complesse fin dalla
nascita, nella soluzione delle equazioni algebriche di terzo
grado (nel celebre "caso irriduttibile", allorché le tre radici
dell'equazione sono tutte reali).
Se questa è la prima volta che una trattazione delle
grandezze complesse appare in un manuale per studenti,
queste erano tuttavia state l'oggetto (oltre che di ricerche di
Gauss), di una fondamentale memoria dello stesso Cauchy
scritta nel 1814, a venticinque anni, e pubblicata solo nel
1827: si tratta della Mémoire sur /es intégrales définies,
un argomento cui Cauchy era stato condotto da ricerche di
idrodinamica.
In questo lavoro tuttavia sono presenti numerosi concetti,
dalle cosiddette condizioni di monogeneità alla prima formu-
lazione del "teorema integrale" di Cauchy - Riemann, che
costituiscono le basi della teoria delle funzioni di variabile
complessa in Cauchy. Nella memoria del 1814 il punto di
partenza di Cauchy è l'equazione

a [t<Y)ax
az ay] =~
a [t<Y)az
ay] [3.5.1]

(dove y è una funzione delle variabili reali x e z), equazione


"che si può verificare direttamente mediante la sola diffe-
renziazione" (Cauchy, 1827, p. 337).
La [3.5.1], dice Cauchy, vale anche quando y e f(y) sono
quantità complesse: y =M+ iN (dove M, N sono funzioni
reali di x e z) e f(y) =P' + iP". Allora alla equazione
[ 3.5.1] si possono sostituire le
as au ar av
az = ax , -az- = -ax- [3.5.2]
dove
S =P' aM -P" aN U=P' aM -P" aN
ax ax , az az
[3.5.3]
V=P' aN +P"
az aM ,
az T=P'aN +P"aM
ax ax
Le [ 3. 5.2], afferma Cauchy, esprimono "l'intera teoria
del passaggio dal reale all'immaginario".
NUOVI PUNTI DI VISTA 121

Integrando le [3.5.21 egli ottiene:


J(S"- S') dx = f<U"- U') dz;
[3.5.41
J<r"-T')dx=f<v"- V')dz
(dove gli apici indicano il valore assunto dalle funzioni negli
estremi di integrazione) supponendo che le funzioni S, U, T,
V abbiano sempre un valore ben determinato entro i limiti
di integrazione. Da qui Cauchy ricavò una quantità di
applicazioni a casi particolari. In primo luogo, ponendo
M(x, z) =-= x, N(x, z) = z, le [ 3. 5. 2 l diventano le "equazioni
di Cauchy-Riemann"
aP' aP" aP' aP"
ax-=--az; --a;-=---ax·
Le [ 3. 5.4 l richiedono che si possa sempre scrivere, per una
funzione continua,
h

a
J 1{) 1 (x) dx = l{)(b) -l{)(a), [3.5.51

ma la cosa non vale, dice Cauchy, quando la funzione è


discontinua.
Su questo punto si soffermò l'attenzione di Legendre,
uno dei commissari predisposti dall'Accademia per un
giudizio sulla memoria presentata dal giovane Cauchy. Nel
suo rapporto, Legendre scrisse che alcuni integrali calcolati
da Cauchy
presentavano casi in cui la legge di continuità è vincolata. Una formula
come
-J x cos ax
o sin bx
aumenta o diminuisce bruscamente di rr/2 quando il rapporto a/b che
è all'inizio supposto uguale a un numero intero, diminuisce o aumenta
di una quantità infinitesima (ivi, p. 326).
Per a = b infatti Cauchy dava per l'integrale i due valori
7r eh +e-h 1r 3 e-h- eh
2 eh- e-h ' 2 eh- e-h
che rappresentano in realtà i limiti sinistro e destro per la
122 CAPITOLO TERZO

funzione rappresentata dall'integrale nel punto di disconti-


nuità a= b. Essi differiscono di Tr/2 dal valore che Legendre
aveva trovato nel 2° volume dei suoi Exercices de calcul
intégral (scritto pressoché contemporaneamente alla memo-
ria di Cauchy e pubblicato nel 1817); il valore era ottenuto
da Legendre usando un procedimento di sostituzione del
tipo di quello che abbiamo visto essere poi criticato da
Abel. 13
Così Cauchy, fin dal 1814, non solo era interessato a
problemi di rappresentazione delle funzioni mediante inte-
grali definiti, ma era già in possesso della nozione di
continuità di una funzione che pubblicherà poi nel Cours
d'analyse. Per quanto riguarda l'obiezione di Legendre,
Cauchy aveva d'altra parte avvertito nella introduzione alla
memoria che
se, quando la variabile aumenta di quantità "insensibili", la funzione si
trova a passare bruscamente da un valore a un altro, la variabile
essendo sempre compresa nei limiti di integrazione, allora la differenza
tra le brusche interruzioni che la funzione può presentare necessiterà
di una correzione della stessa natura (ivi, p. 332).

In altre parole, come illqstra Cauchy nel corso del suo


articolo, se la funzione ~P(Z) "passa bruscamente da un de-
terminato valore ad un altro sensibilmente differente per
z = Z, cosicché
~P(Z +0 - ~P(Z- 0 = f::.,

dove ~ è una quantità arbitrariamente piccola, allora il


valore ordinario dell'integrale [ 3. 3. 5] deve essere diminuito
della quantità f::.". Come esempio Cauchy dà il seguente:

-2
J• - dzz = log(4) -log(- 2)- f::.,
dove t::.= -log(- l).
Il problema decisivo concerne la possibilità di derivare le
equazioni [3.5.4] dalle [3.5.2] anche quando l'integranda
diviene infinita o indeterminata per certi valori della
variabile.
In tal caso l 'integrale doppio che compare nelle [ 3. 5.4] ,
NUOVI PUNTI DI VISTA 123

che si possono anche pensare scritte come


x2 z2 as z2 x2 au
J Jzt ----az dx dz =Izt xtI ~ dx dz, ...
xl
[3.5.6]

è indeterminato e (inoltre) le due successive integrazioni


possono dare valori del tutto differenti.
A integrali siffatti Cauchy dà il nome di "integrali
singolari" e lunga parte della memoria è dedicata al loro
studio.
Cauchy suppone prima che il punto di indeterminazione
per l'integranda si trovi nel punto (x 1 , z 1 ), poi lungo un lato
del rettangolo di integrazione e infine all'interno di esso. In
questo ultimo caso generale egli dimostra che, se il punto in
questione è (X, Z), allora:
x2 z2 as z. x. as
s s --a;- dx dz - J J
xt Zt zt xt
ax dx dz =

[3.5.7]
=J[S(X +t Z +
o
0- S(X- ~. Z + 0-
- S(X + ~. Z- 0 + S(X- ~. Z +~)]d~.
Ci sono dunque in questa memoria del 1814le origini del
cosiddetto "calcolo dei residui" 14 che Cauchy sviluppò più
tardi in diversi lavori, negli anni 1826-29.
Pubblicando nel 1823 una memoria sull'integrazione delle
equazioni differenziali lineari a coefficienti costanti, Cauchy
nelle "Osservazioni generali e aggiunte" scriveva:
In questa memoria consideriamo ogni integrale definito come la
somma dei valori indefinitamente piccoli delle espressioni differenziali
poste sotto I, che corrispondono ai diversi valori della variabile
compresi tra i limiti in questione.
Se adottiamo questa maniera di considerare gli integrali definiti
proviamo facilmente che ogni siffatto integrale ha un unico valore
finito ogni volta che, essendo i due limiti della variabile finiti,
l'integranda si mantiene finita e continua tra questi limiti" (Cauchy,
1823a, p. 275-357).
E in un poscritto a questa memoria, egli osservava:
Noi siamo naturalmente portati dalla teoria delle quadrature a
considerare ogni integrale definito, preso tra due limiti reali, come la
124 CAPITOLO TERZO

somma dei valori infinitesimi della espressione differenziale sotto il


segno J
che corrispondono ai diversi valori reali della variabile che
sono compresi tra i limiti in questione.
Ora, a me sembra che questo modo di considerare un integrale
definito debba essere preferibilmente adottato, come io appunto ho
fatto, poiché è ugualmente adatto, in ogni caso, anche a quelli in cui
non possiamo generalmente passare dalla funzione sotto il segno alla J
funzione primitiva.
Inoltre, ha il vantaggio di fornire sempre valori reali per gli integrali
corrispondenti a funzioni reali. Infine ci permette facilmente di
separare ogni equazione immaginaria in due equazioni reali.
Questo potrebbe non essere più tanto vero se consideriamo un
integrale definito preso tra due limiti reali come necessariamente
equivalente alla differenza negli estremi di integrazione di una
funzione primitiva discontinua o se facciamo percorrere alla variabile
per andare da un estremo all'altro, una successione di valori
immaginari (ivi, pp. 354 sg.).
Quest'ultimo era per esempio il modo impiegato da
Poisson (1820a) per calcolare l'integrale

Ì
-1
dx
x
ponendo x=- (cosz +i sinz) considerato da z =O a
z = (2n + 1)11'.
Passando la x da - l a + l, si evita in questo modo di
passare per l'origine (dove l'integranda ha una discontinui-
tà); poi attraverso il cambiamento di variabile si ha:
dx =- i (cosz + i sin z) dz
e
, dx (2n+l)11'
J,x = f i dz =+i (2n + l) 11'.
La trattazione rigorosa di questa idea si trova in Cauchy
solo nel Résumé des leçons sur le ca/cui infinitésimal
(1823), dove si trova la definizione di integrale come limite
di somme diventata "classica".
Cauchy considera una funzione di variabile reale y = f(x)
continua nell'intervallo [x 0 , X]. Dati n- l valori di x, tali che
x 0 <x 1 <x 2 < ... <xn-I <X
NUOVI PUNTI DI VISTA 125

egli considera la somma S dei prodotti


S =(x 1 - x 0 ) j(x o) +(x 2 - x 1 ) f(x 1 ) +... +
+(X- Xn-1) j(Xn-1 ).

S dipende allora: a) dal numero n degli intervalli (xi,


xi+ 1 ); b) dal modo di divisione di [x 0 , X] adottato.
Ora importa osservare -scrive Cauchy- che, se il valore numerico
degli elementi [xi+ 1 -xi] diventa molto piccolo e il numero n molto
grande, il modo di divisione non avrà sul valore di S che un'influenza
trascura bile.
Cosa che egli dimostra senza difficoltà e conclude:
Se si fanno decrescere indefinitamente i valori numerici di questi
elementi, aumentando il loro numero, il valore di S finirà per essere
sensibilmente costante o, in altri termini, finirà per raggiungere un
certo limite, che dipenderà unicamente dalla forma della funzionef(x)
e dai valori degli estremi x 0 , X attribuiti alla variabile x.
Questo limite è ciò che si chiama un integrale definito (Cauchy,
1823, p. 125).
Nei casi in cui gli estremi dell'intervallo diventano infiniti
oppure la j(x) non si mantiene finita e continua tra x 0 e X
"non si vede più quale senso si debba attribuire alla
notazione che serviva a rappresentare generalmente il limite
di S"; per togliere ogni incertezza, dice Cauchy, "è
sufficiente estendere per analogia le equazioni
X x, x3 x
!
Xo
f(x) dx =!
f(x) dx
Xo
f(x) dx +!x,
j(x) dx +... + ! Xn-•

x ~

! f(x) dx = t-+lim
x 0 X
Sf(x) dx
t0
t o -+X o
ai casi stessi in cui esse non possono essere rigorosamente
dimostrate" (ivi, p. 141).
Rendendo rigorosa l'originaria concezione di Leibniz
dell'integrale come somma di elementi infinitesimi, Cauchy
si allontana in modo netto dalla pratica anche allora usuale
di assumere in primo luogo l'esistenza dell'integrale in-
definito e, da questo, far discendere l'integrale definito
126 CAPITOLO TERZO

secondo la formula classica


b
i [(x) dx = F(b)- F(a),
a

dove F'(x) =[(x).


Secondo quanto egli stesso scrive nell'avvertenza del
suo Résumé del 182 3, "è sembrato necessario dimostrare
generalmente l'esistenza degli integrali o funzioni primitive
prima di far conoscere le loro diverse proprietà. A questo
scopo si è reso indispensabile anzitutto stabilire la nozione
d'integrale preso entro limiti dati o integrale definito".
Infatti, definito nella maniera vista S(x), Cauchy dimostra
senza difficoltà che

_
S(x 0 +h)- S(x 0 )
_;;__-o----~=- J
l x•tb
[(x) d x =
h h xo
=f(x 0 +0h), (O<O<l),
ossta che S(x) è continua e ha per derivata [(x). S(x), o
meglio S(x) + K, dove K è una costante arbitraria, è detto
l'integrale indefinito della funzione [(x).
Naturalmente le cose si complicano quando [(x) non è
più continua in [x0 , X] in un numero finito di punti o in
un'infinità di punti, problema che si presenterà in tutta la
sua difficoltà nelle ricerche sulle serie trigonometriche; 15 il
punto fondamentale che occorre qui sottolineare è che con
Cauchy si ha il momento di svolta, dal considerare l'integra-
zione come l'operazione inversa della derivazione verso una
moderna teoria della misura, dove l'oggetto primario di
interesse è l'integrale.
Inoltre, l'approccio di Cauchy all'integrazione dà conto
anche dell'interesse centrale da lui rivolto verso le questioni
di esistenza di soluzioni per le equazioni differenziali. 16

3.6 Funzioni di variabile complessa e integrazione


Pur trattando dell'integrazione nel campo complesso, la
memoria di Cauchy presentata all'Accademia nel 1814 non
conteneva alcuna esplicita teoria della variabilità complessa:
NUOVI PUNTI DI VISTA 127

trattandosi di un lavoro di ricerca, Cauchy fa uso delle


quantità complesse considerandole come cose note, almeno
nella pratica ormai secolare dei matematici.
Di tutt'altra natura è, come s'è detto, il Cours d'analyse,
e qui si trovano infatti esposti da Cauchy i fondamenti della
teoria dei numeri complessi, delle funzioni di variabile
complessa e delle serie a termini complessi.
L'introduzione delle quantità complesse awiene in manie-
ra formale, definendo Cauchy dapprima "espressione simbo-
lica" "ogni combinazione dei segni algebrici che non
significa nulla di per sé, o alla quale si attribuisce un valore
diverso da quello che deve naturalmente avere".
Queste espressioni hanno lo scopo di semplificare il
calcolo: "Le equazioni simboliche sono tutte quelle che,
prese alla lettera e interpretate secondo le convenzioni
generalmente stabilite sono inesatte o non hanno senso, ma
dalle quali si possono dedurre dei risultati esatti ... "
Tra le espressioni simboliche che hanno qualche interesse
in analisi, si devono soprattutto isolare quelle chiamate
immaginarie, conclude Cauchy.
A questo punto egli considera le identità
cos (a + b) = cosa · cos b - sin a · sin b
[3.6.1]
sin (a + b) = sin a · cos b - sin b · cosa
e aggiunge: moltiplichiamo tra loro le due quantità simbo-
liche
cosa+ i sin a
cos b +i sin b
ottenendo, per le [3.6.1]
cos (a + b) + i sin (a + b) =
=(cosa+ i sin a) (cos b +i sin b).
Le quantità che compaiono in quest'ultima eguaglianza
"non rappresentano niente di reale": in generale chiamiamo
espressione immaginaria ogni espressione del tipo a + ib.
A questo punto Cauchy definisce con puntiglioso scrupo-
lo le operazioni con tali numeri, le loro proprietà ecc. Anche
la definizione di funzione che egli dà nel caso di variabili
128 CAPITOLO TERZO

complesse non presenta elementi di novità, ma è definita


semplicemente come un'espressione immaginaria nella quale
la parte reale e il coefficiente dell'immaginario sono
funzioni reali di x e y.
Cauchy si preoccupa poi di definire cosa si intenda per le
diverse funzioni usuali, quelle circolari e logaritmiche,
quando si passa dal reale all'immaginario.
Solo nella Mémoire sur /es fonctions des quantités géo-
métriques che comparve molto tempo dopo il Cours d'ana-
lyse negli Exercices d 'analyse et de physique matbématique
si trova la seguente definizione:
Allorché ( ... ) si sostituiscono alle espressioni complesse le quantità
geometriche, 17 le variabili complesse altro non sono che quantità
geometriche variabili.
Resta da sapere come debbano essere definite le funzioni di variabi-
li complesse. Questa questione ha imbarazzato sovente i geometri; ma
ogni difficoltà scompare, qualora, lasciandosi guidare dall'analogia, si
estendano alle funzioni di quantità geometriche le definizioni general-
mente adottate per le funzioni di quantità algebriche (cioè reali).
Si giunge in tal modo a conclusioni singolari a prima vista e pure
affatto legittime, che indicherò in poche parole.
Due variabili reali, o, in altri termini, due quantità algebriche
variabili diconsi funzioni l'una dell'altra, quando varino simultanea-
mente in modo che il valore di una determini il valore dell'altra. Se le
due variabili sono supposte rappresentare le ascisse di due punti
soggetti a muoversi su una stessa retta, la posizione di uno di questi
punti determinerà la posizione dell'altro e reciprocamente.
Analogamente, conclude Cauchy, una quantità geometri-
ca w= u + iv si dovrà considerare come funzione di una
quantità geometrica variabile z =x+ iy ogni volta che il
valore di z determini quello di w o, in termini geometrici,
quando la posizione del punto z determini la posizione del
punto w. Allo scopo u e v saranno funzioni determinate di x
ey.
Commentando questa definizione di Cauchy, Casorati
(1868, pp. 70 sg.) scriveva: "Questa definizione può
intendersi come implicante puramente l'idea della dipenden-
za del valore w da quello di z, e non di necessità l'idea di
una espressione analitica per questa dipendenza", anche se
appare chiaro che Cauchy intendeva sempre come ammessa
una tale espressione.
NUOVI PUNTI DI VISTA 129

La seconda osservazione di Casorati è che


pur volendo abbracciare esclusivamente espressioni analitiche, la
nuova definizione è assai più generale di quella vista sopra; poiché una
quantità ottenibile mediante operazioni di calcolo da eseguirsi sulle
due variabili x e y non sarà che in casi relativamente particolari
ottenibile mediante un sistema di operazioni di calcolo da eseguirsi
sopra l'unica quantità composta x + iy.
Siffatta generalizzazione, per la quale qualunque funzione di due
variabili x e y può mettersi tra le funzioni di una sola variabile
complessa x+ iy, non è ( ... ) consigliata da vera, profonda analogia;
per essa la teoria delle funzioni di una variabile complessa sarebbe
semplicemente la teoria delle funzioni di due variabili ( ... ) Egli è perciò
che Cauchy stesso, pur conservando la posta definizione di funzione di
una variabile complessa x + iy trova necessario di introdurre un'epite-
to per designare, fra tutte le funzioni comprendibili nella definizione,
soltanto quelle le quali, al pari di tutte le funzioni risultanti dagli
ordinari sistemi di operazioni di calcolo eseguite sulla combinazione
x + iy godano della proprietà di avere per ogni valore di x + iy una
derivata indipendente dal valore di dv!dx.
Si tratta delle cosiddette funzioni monogene, dove la
condizione di monogeneità è espressa dall'equazione
. aw
z--=-- aw [3.6.2]
ax ay
o nelle
au av au av-
=-- [3.6.3]
ax = ay ; ay ax '
da cui discendono le seguenti:
a2u a2u a2v a2 v [3.6.4]
ax2 + ay2 =O; ax2 + ay2 =O.
Cauchy propose inoltre una quantità di termini speciali
per indicare proprietà particolari delle funzioni, alcuni dei
quali sono rimasti nell'uso mentre altri sono stati dimentica-
ti. Egli definisce per esempio, monodroma una funzione
definita in una porzione finita del piano complesso quando la
funzione prende sempre lo stesso valore in uno stesso punto
di S, qualunque sia il cammino percorso da z (entro S) per
arrivarvi.
Sinettiche sono per Cauchy le funzioni finite, continue,
130 CAPITOLO TERZO

monodrome e monogene m tutto il piano, per valori finiti


della variabile z.
Le ricerche sull'integrazione, inaugurate dalla memoria
del 1814, sono da Cauchy continuate in un altro lavoro
del 1825 che ha per oggetto gli integrali definiti, dove
gli estremi di integrazione sono numeri complessi. Egli
scrive:
Per fissare generalmente il significato della notazione
c
Jf(x) dx
a

a e c esprimendo quantità reali e f(x) una funzione reale o


complessa 18 della variabile x, basta considerare l'integrale definito,
rappresentato da questa notazione, come equivalente al limite o a uno
dei limiti verso cui converge la somma
(xl- a)f(a) +(xl- x1)[(x1) + ... +(c- Xn-l>f<xn-1)
allorché gli elementi

della differenza c- a, ritenuti dello stesso segno di essa, ricevano


valori numerici sempre più piccoli.
Dunque, per comprendere nella stessa definizione gli integrali presi
fra limiti reali e quelli presi fra limiti complessi, conviene rappresenta-
re con la notazione
c +id

a+id
J f(z) dz [3.6.5]

il limite o uno dei limiti verso cui converge la somma di prodotti della
forma:

[(xl- a)+ i(yl- b)] f(a +i b)


[(xl- xl)+ i(yl- Yl)] /(xl+ iy1)

allorché in ciascuna delle due successioni


a, Xt. x 1 , .•. , Xn-l• c
h, Yt. Y2· ···• Yn-t. d
i termini sempre crescenti o sempre decrescenti in grandezza dal primo
NUOVI PUNTI DI VISTA 131

all'ultimo, vadano awicinandosi indefinitamente tra loro aumentando


perciò indefinitamente di numero (Cauchy, 1875).
I valori xi e Yi si possono pensare ottenuti mediante due
funzioni continue monotone crescenti della stessa variabile
t:
x=ifJ(t), y=l/J(t) tE[(X,j3]
tali che
ifJ (ex)= a 1/J (ex)= b; ifJ (j3) =c 1/J ({3) =d.
Se si indica con A + iB l'integrale [3.6.5] e si sostitui-
scono a x e y le funzioni di t sopra definite si ha per l'inte-
grale [3.6.5] la forma:
(3
J
A+ iB = [ifJ'(t) +i 1/l'(t)]f[ifJ(t) +i 1/l(t)]dt, [3.6.6]

che, ponendo per brevità:


ifJ'(t) =x', 1/J'(t) = y',
si può scrivere:
(3
J
A + iB = (x'+ iy') [(x+ iy) d t.
O<
[3.6.7]

Ora - scrive Cauchy - supponiamo che la funzione si mantenga li-


mitata e continua quando x è compreso tra i limiti a e c e y tra i limiti
b e d. In questo caso speciale si prova facilmente che il valore dell'in-
tegrale [3.6.7], cioè il numero complesso A+ iB è indipendente dal-
la natura delle funzioni x ={J(t) e y = 1/1 (t).
È questa la forma in cui Cauchy enuncia il "teorema in-
tegrale": l'enunciato usuale si ottiene immediatamente se
si osserva che le funzioni x = ifJ (t) e y = 1/1 (t) si possono
pensare come le equazioni parametriche di una curva nel
piano (x, y) congiungente i punti (a+ i b), (c+ id).
L'enunciato di Cauchy stabilisce allora che l'integrale
[ 3.6.5] è indipendente dal cammino d'integrazione (nelle
ipotesi fatte sullaf(z)).
Ritornando nel 1846 su questa questione, Cauchy (1846)
dimostrava che l'integrale di una funzione "sinettica" preso
lungo un cammino chiuso del piano z è zero.
132 CAPITOLO TERZO

Il punto di partenza per la dimostrazione era la relazione:


x y

X0
l [(x + iy 0 ) dx + i l [(X+ iy) dy -
Yo
x y
- xl [(x +i Y) dx - i YoJ f(xo + iy) dy = [3.6.8]
0

x y a[(z) y x a[(z)
=- f S aY
Xo Yo
dy dx +i f f aY
Yo Xo
dx dy.

Cambiando l'ordine di integrazione (se


continua di x, y) si ottiene che l'integrale
:f
x
è funzione

Jf(z) dz,
c

preso lungo il rettangolo di integrazione c si riduce


all'integrale doppio
x J
J v ( - ar
Xo Yo
- + i -ax
ay
ar) dy dx

che è nullo per la [ 3.6.2].


Se f(z) = u + iv, allora, separando la parte reale e il
coefficiente dell'immaginario, si hanno le due equazioni

f(u dx- v dy) =- f f(~; + ~~ )dx dy [3.6.9]

J(v dx + u dy) = JJ0 ~; + ~:) dx dy [3.6.10]

nel caso di un contorno rettangolare.


Nella stessa memoria di Cauchy si trova che, se P e Q
sono funzioni monodrome, finite e continue di x, y,
l'integrale
JP dx +Q dy, [3.6.11]
esteso al contorno di una superficie piana in cui valgono le
condizioni date per P e Q, si riduce all'integrale doppio
aP aQ) dxdy
Jf---
( ay [3.6.12]
ax
NUOVI PUNTI DI VISTA 133

esteso a tutti i punti della superficie e che inoltre, se


P dx + Q dy è un differenziale esatto, l 'integrale [ 3. 6.11] è
nullo: risultati che erano stati ottenuti (ma non pubblicati)
già da tempo da Gauss (1777-185 5). Questi fin dal 1811 in
una lettera all'amico Besse! (1784-1846) aveva scritto:
Cosa si deve pensare di f lj?(x)dx per x= a+ ib? Evidentemente, se
si vuoi prendere le mosse da concetti chiari, bisogi•a fare l'ipotesi che
x passi, attraverso incrementi infinitamente piccoli (ognuno della
forma a + i/3), da quei valori per cui l'integrale deve essere nullo fino a
x= a+ ib, e poi sommare tutti i lj?(x)dx. In questo modo il senso è
completamente fissato.
Ora però questo passaggio può avvenire in un'infinità di modi: così
come si pensa l'intero dominio di tutte le grandezze reali mediante
una linea retta infinita, allo stesso modo ci si può concretamente
rappresentare l'intero dominio di tutte le grandezze, reali e immagina-
rie, mediante un piano infinito in cui ogni punto, determinato da
un'ascissa a e da un'ordinata b, rappresenti per così dire la grandezza
a + ib. Il passaggio continuo da un valore di x a un altro a + ib
avviene di conseguenza lungo una linea ed è perciò possibile in infiniti
modi.
Ora io affermo che l'integrale flj?(x)dx lungo due cammini diversi
assume sempre lo stesso valore, se all'interno della superficie piana
racchiusa dalle due linee che rappresentano i due cammini lj?(x) non
diventa mai uguale a zero. Questo è un teorema molto bello 19 di cui
darò la dimostrazione, nient'affatto difficile, in una occasione
opportuna (Gauss, Werke, vol. 8, pp. 90 sg.).
Ma è noto che Gauss, estraneo al clima di accesa
competizione presente tra i matematici parigini, dava alle
stampe i suoi lavori con grande parsimonia, solo quando
questi avessero raggiunto la perfezione desiderata, secondo il
motto "pauca sed matura" che si era imposto.

NOTE AL TERZO CAPITOLO

1 "L'ho mostrata a Cauchy, ma a malapena gli ha dato un'occhiata. E io oso

dire, senza vantarrni, che è buona. Sono curioso di sapere il giudizio dell'Isti-
tuto." Così continua la lettera di Abel; la memoria cui egli si riferisce è quella
celebre del1841 (vedi Bibliografia).
Il matematico norvegese doveva attendere inutilmente il giudizio dell'Istitu-
to: consegnata da Fourier, segretario permanente dell'Istituto, a Cauchy e
Legendre per un giudizio, della memoria si perse traccia, finché Jacobi non
richiamò l'attenzione di Legendre sulla cosa, dopo la morte di Abel.
134 CAPITOLO TERZO

La memoria tornava così all'Accademia con un giudizio di Cauchy favorevole


alla pubblicazione. Tuttavia motivi di natura politica (i rivolgimenti connessi con
la rivoluzione di luglio del 1830) e i ritardi dell'Accademia impedirono a
Holmboe di entrarne in possesso al momento della pubblicazione delle opere di
Abel (1839).
La memoria, che contiene il cosiddetto "teorema di Abel", fondamentale in
geometria algebrica, fu finalmente pubblicata per conto dell'Accademia nel
1841.
La tormentata vicenda di questo articolo non era però finita: il manoscritto,
all'epoca in possesso di Libri (1803-1869), sparì quando questi fu costretto, in
seguito ad un enorme scandalo, a rifugiarsi in Inghilterra (1848) accompagnato
dall'infamante accusa di essersi impadronito di libri delle biblioteche pubbliche.
Di fatto, il manoscritto fu ritrovato nel 1952 da Viggo Brun alla Biblioteca
Moreniana a Firenze! Per la storia di questo manoscritto e la biografia di Abel,
vedi Ore (1957).
2 Abel anticipa qui il contenuto essenziale della memoria apparsa lo stesso

anno del Journal di Crelle; vedi Abel (1826).


3 Vedi la prefazione al saggio di Dedekind (1872).
4 "Si trova da qualche parte nei manoscritti di Abel (quaderno 111) " 'Bolza-

no è uno capace', frase che io non potevo comprendere dal momento che non
conoscevo Bolzano se non come nome di città. Fu tanto più interessante veder
citato nell'Enzyklopiidie der mathematischen Wissenschaften un matematico
Bolzano che avrebbe dato, prima di Cauchy, il criterio fondamentale di conver-
genza ben noto. Senza dubbio, nel corso del suo viaggio, Abel lesse anche il li-
bro di Bolzano Rein analytiscber Beweis des Lehrsatzes ecc."
Così, incredibilmente, dà notizia della cosa Sylow - il matematico noto ad
ogni studente che abbia seguito un corso di algebra elementare per i suoi teoremi
sui gruppi- scrivendo nel 1902 (!) una biografia scientifica di Abel basata sui
suoi manoscritti (Abel, 1902). Si ha così anche una conferma dell'esigua noto-
rietà dei lavori matematici di Bolzano, ancora all'inizio del nostro secolo.
5 Ci sono funzioni che variano in maniera continua per tutti i valori delle

loro radici, per esempio ax + (3x. Ma ce ne sono anche altre che non sono
continue che all'interno o all'esterno di certi valori limite delle loro radici. Così
.J
x + (l - x)(2- x) non è continua che per tutti i valori di x che sono < +l o
> + 2, ma non per i valori situati tra + l e + 2. (Nota di Bolzano.)
6 La definizione verrà precisata con l'aggiunta del valore assoluto della

differenza (w positivo) in un'opera più tarda di Bolzano, la Funktionenlehre del


1830.
7 Queste ricerche, rimaste manoscritte, sono state recentemente pubblicate

(Rychlik, 1961), anche se diverso è il parere degli storici sulla loro adeguatezza.
8 A. L. Crelle (1780-1855), fu mediocre matematico ma straordinario
organizzatore; a lui si deve la fondazione del "Journal fur die reine und
angewandte Mathematik", nel 1826. Abel conobbe Crelle a Berlino durante il
suo viaggio in Europa, e nelle sue lettere assai frequenti sono i riferimenti alla
cortesia e alla disponibilità mostratagli da Crelle, che gli mise a disposizione la
biblioteca e lo invitava settimanalmente alle riunioni che si tenevano a casa sua
con altri giovani matematici di Berlino, tra cui Martin Ohm (1792-1872) fratello
del più celebre fisico Simon Ohm.
9 È in questa forma, dove lì = l, che il teorema si rivela assai utile in pratica

nel calcolo delle serie.


10 In realtà, sia qui che nel teorema precedente non c'è uso del valore assoluto

in Abel.
11 Per un controesempio vedi l'articolo di Dugac in Dieudonné (1978, vol. l).
NUOVI PUNTI DI VISTA 135

12 Una accurata discussione di questo lavoro di Ampère e delle origini del

concetto di derivata in Cauchy si trova in Grabiner (1979).


13 L'esposizione dettagliata dei particolari tecnici della controversia tra

Legendre e Cauchy si trova in Grattan-Guinness (1970b, pp. 36-40).


14 "Per residuo di una funzione [(z) in un punto a si intende il valore

dell'integrale

r
_l___ f(z) dz
2 1TI J
preso lungo il verso positivo di una curva che circonda il punto a. Per la qual
cosa f(z) deve, nell'intorno considerato di a, essere analitica salvo (al più) il
punto a stesso" (Osgood, 1901, p. 16).
Il residuo in a si può anche pensare come il coefficiente del termine (z- a)" 1
nello sviluppo della funzione secondo potenze intere (positive e negative) di
(z- a), come lo stesso Cauchy mostrò negli Exercices de matbématique, vol. 6
(1826) p. 11.
Il teorema fondamentale del calcolo dei residui si può enunciare in
terminologia moderna nella maniera seguente: "Sia D un aperto della sfera di
Riemann 5 1 e sia f una funzione olomorfa in D salvo al più in punti isolati, che
sono singolari per f.
Sia r il bordo orientato di un compatto A contenuto in D e supponiamo che
r non contenga alcun punto singolare dif, né il punto all'infinito.
I punti singolari Zk contenuti in A sono allora in numero finito e si ha la
relazione
J
r
f(z) dz = 2 1ri (~ Res if, zk))
k

dove Resif, Zk) designa il residuo della funzione f nel punto Zk; la somma è
estesa a tutti i punti singolari Zk contenuti in A, compreso eventualmente il
punto all'infinito" (Cartan, 1961, p. 93).
La sfera di Riemann è la sfera unitaria x 1 + y 1 + u• = l dello spazio R 3
=
munita della topologia indotta da R 3 ; se P (O, O, l), allora l'applicazione (x,
y, u) ..... z è un omeomorfismo di 5 1 - P su C.
15 Vedi per esempio il classico volume di Lebesgue (1906).
16 Cauchy fu il primo ad affrontare con successo il problema dell'esistenza e

unicità della soluzione di equazioni differenziali con date condizioni iniziali:


risultati oggi noti col nome di teorema di Cauchy-Lipschitz.
17 Nel Cours d'analyse è al contrario assente ogni interpretazione geometrica

di tali espressioni.
18 Funzione complessa della variabile reale x è una quantità esprimibile da

f(x) + i .p(x), dove f e .p sono funzioni reali di x, il che non va confuso con una
funzione di variabile complessa.
19 Veramente è stata inoltre fatta l'ipotesi che .p(x) sia una funzione

monodroma di x, o almeno che per quei valori interni ad ogni parte di superficie
piana assuma un sistema di valori senza soluzione di continuità. (Nota di Gauss.)
Capitolo 4
La convergenza delle serie di Fourier

4.1 'Dimostrazioni' di Cauchy e Poisson


Lo studio delle equazioni alle derivate parziali, di cui
Fourier aveva offerto un cospicuo esempio integrando
l'equazione della propagazione del calore, era all'inizio del
secolo scorso argomento della più grande attualità; a
equazioni di questo tipo infatti portava la trattazione
matematica dei problemi fisici indagati, come la teoria della
propagazione delle onde piane o quella del potenziale (vedi
Appendice).
Alla prima questione si era interessato Laplace fin dal
1778 e, qualche tempo dopo, Lagrange (1781) studiava la
propagazione delle onde superficiali di uno strato sottilissi-
mo d'acqua. Questo stesso tipo di problemi, ma in una
situazione più generale, fu studiato da Cauchy in occasione
di un premio bandito dall'Accademia delle Scienze pel
1815. Nella memoria che vinse in premio Cauchy (1827b)
perviene all'equazione
a2 q o a2 q o
~+~=O, [4.1.1]

dove q 0 ha il significato di potenziale di velocità. Cauchy


integra la [4.1.1] nella forma:
..
i
q o= l: cos (a m)·
o
ehm· f(m) dm+

+l: j cos (a m)· e-hm· f(m) dm,


o
SERIE DI FOURIER 137

senza indicare come sia pervenuto alla soluzione e dimostra


poi che la soluzione è generale (Burkhardt, 1908, pp.
430-38).
La [4.1.1) è formalmente identica all'equazione che
Fourier ricavò nel caso della lamina, ma in Cauchy non si
trova parola di ciò.
Verosimilmente, le informazioni di cui era in possesso
Cauchy circa la memoria di Fourier si limitavano al breve
sommario di Poisson del 1808 (e tali restarono fino al
1818).
Infatti, in una nota aggiunta alla memoria successivamen-
te, dove Cauchy dava conto delle formule "reciproche"
..
[(x) =v'(271i)!o I{)(JJ) COSJ.lX dJJ
..
'{)(X) =V[ilii) ~ [(JJ) COSJ.lX dJJ
o

da lui ottenute, ma note anche a Fourier, egli assicurava di


averle ricavate sulla scorta delle ricerche sue e di Poisson
sulla teoria delle onde.
Avendogli allora Fourier fatto vedere i risultati dei suoi
studi del 1807 e 1811, "io vi trovai le stesse formule -
scrive Cauchy - e mi affrettai a rendergli la giustizia dovuta
su questo punto in una seconda nota stampata nel dicembre
1818" (Cauchy, 1827b, pp. 300 sg.).
Anche per la notazione oggi usuale dell'integrale definito,
introdotta da Fourier, che Cauchy usa a partire dagli anni
venti, si trova in Cauchy analogo esplicito riconoscimento:
"Se si designa con il signor F ourier ... "
L'anno successivo all'apparizione della memoria di
Cauchy, vincitrice del premio, Poisson, che non aveva
potuto partecipare al concorso quale membro dell'Accade-
mia, pubblicava una propria memoria sullo stesso argomen-
to, in cui integrava l'equazione
a2"' a2"' a2"'
ax2 + ay2 +~=O,
(dove !{) ha lo stesso significato della q 0 nelle [ 4.1.1])
rappresentando la soluzione mediante integrali definiti. 1
138 CAPITOLO QUARTO

Così, almeno Cauchy e Poisson (qui va aggiunto il nome


di Sophie Germain ( 177 6-18 31 ), che nel 1811 vinse un
premio bandito dall'Accademia sulla vibrazione delle lami-
ne) erano fortemente interessati allo studio delle funzioni
che si ottenevano dall'integrazione delle equazioni differen-
ziali e, quindi, alla questione che aveva proposto Fourier
della rappresentabilità di simili funzioni mediante serie
trigonometriche convergenti. 2
Di fatto, a partire dagli anni venti e in diverse occasioni,
Cauchy e Poisson con tecniche e intenti diversi, si occupano
del problema della convergenza di tali serie.
Un primo lavoro è di Poisson (1820b).
Quando si applica l'analisi a delle questioni di fisica o di meccanica
- scrive Poisson in apertura della sua memoria - o anche a semplici
problemi di geometria, si ha talvolta bisogno di esprimere delle funzio-
ni qualunque per mezzo di serie di seni o coseni di archi proporzionali
alla variabile.
In certi casi, queste funzioni devono così essere rappresentate per
tutti i valori reali della variabile, dall'infinito negativo all'infinito
positivo: le serie in discorso si trasformano allora in integrali
definiti ( ... )
Altre volte, le funzioni che si considerano non sono date che in un
intervallo limitato dei valori della variabile; è solo per questi valori che
le funzioni devono essere ridotte in serie di quantità periodiche, o, se
si vuole, esse non sono che parti di funzioni, alle quali si tratta allora
di dare questa forma (Poisson, 1820b, p. 417).
Il punto di partenza di Poisson curiosamente è un
antico lavoro di Lagrange (vedi § 1.2) scritto nel corso
della discussione intorno alla vibrazione delle corde. Egli
assume dunque t = O nella [ 1.2 .15] e la scrive alla maniera
seguente:

f(x)=f-f(f sin i~x sin i~cx) f(cx)dcx [4.1.2]

formula che rappresenta, dice Poisson, tutti i valori di [(x)


per x compreso tra O e l (che sono anche gli estremi di
integrazione dell'integrale). A questo punto Poisson fa
l'importante osservazione che "in generale, una serie infinita
di quantità periodiche, come quella contenuta nella formu-
la precedente, non può avere un senso chiaro e preciso, che
SERIE DI FOURIER 139

soltanto quando la si considera come il limite di una serie


convergente" (ivi, p. 422).
Egli allora moltiplica il te_rmine generale della sene m
[4.1.2] per l'esponenziale e-k 1 (k >O) ottenendo

f(x) =f J(~ e-kisin i7x sin i~a) [(a) da


l
[4.1.2']

"nella quale si dovrà considerare k infinitesimo o nullo, do-


po aver effettuato i calcoli".
"L'introduzione di questo esponenziale - scrive Poisson
- rendendo la serie convergente, fa sparire le difficoltà che
presentava la formula di Lagrange [ 4.1.2] e, sotto questa
forma, si va a vedere che è suscettibile di una dimostrazione
diretta e rigorosa."
Allo scopo, egli assume il risultato (noto dalla teoria delle
serie) che:
k -k
l
~ e-ki cosiO= 2 ( k e2 - ee + e -k)
i e - cos 2
(x- a)7T
m cui opera la seguente sostituzione: l
al posto di
da
e, poi moltiplica ambo i membri per [(a) - 1- e quindi
integra, ottenendo:

J(7e-ki. cos i 1r(x -a))


l
da
f(a) - 1- + 2f
l
J[(a) da=
(ek - e-k) f(a) da [4.1.3]
= J 2l[ek- 2 cos (x- a)7T
+ e-k]
.
1
Prendendo l'integrale tra O e l e supponendo che x sia
compreso tra gli stessi valori e che [(x) non sia infinita, si ha

f(x) = J(7 .e-kl cos


i1r(x- a))
1
da
f(a) - 1- +
[4.1.4]
+ 2~ Jf(a) da
"purché si faccia k =O dopo l'integrazione".
La [ 4.1.4], dopo uno scambio tra il simbolo di integrale
e quello di serie, diventa così la serie completa di Fourier
140 CAPITOLO QUARTO

per la [(x), mentre l'integrale a secondo membro della


[4.1.3] è il cosiddetto "integrale di Poisson".
Il ragionamento di Poisson è il seguente: supponiamo k
infinitesimo, allora lo sarà anche l'integranda al secondo
membro della [4.1. 3] per tutti i valori di a, eccetto quelli
i1r(X - O!) . f" . . .
che rendono cos 1 m mttamente prosstmo a l (m
tal caso l'integranda assume la forma indeterminata 0/0).
Per evitare l'indeterminazione Poisson considera a= x +
+ u (con u un infinitesimo) e considera l'integrale tra
u = -13 e u = 13, dove 13 è una quantità infinitesima positiva.
In tale intervallo dice Poisson, la [(a) potrà essere considera-
ta costante e uguale a [(x), inoltre, trascurando gli infinitesi-
mi di terz'ordine rispetto a k eu, si avrà:
(x - 0!)7r
ek - e-k = 2k, ek - 2 cos 1 + e-k =
2 2
= k 2 + ..JL.!!.._
[2

valori che sostituiti nell'integrale a secondo membro della


[ 4.1. 3] danno
lkdu f(x) 1ru
[(x) S p [2 + 1r 2 u 2 =-1r- arctg kl + cost. [4.1.5]

che, passando all'integrale definito tra -/3 e /3, diventa


2f(x) 1r 13
1r arctgv

e ponendo ora k = O si ottiene:


2f(x)
-1r- arctg oo = f(x ), [4.1.6]

il che conclude la dimostrazione.


Ma dalla [4.1.5] in poi Poisson usa la tecnica che, come
abbiamo visto, Abel metterà in discussione nel 1826:
la sostituzione k = O è legittima se la serie che compare nel-
l'integrale [4.1.3] è convergente, cosa invece che Poisson
intende proprio provare. 3
Dopo la "dimostrazione" data, Poisson applica la [ 4.1.4]
SERIE DI FOURIER 141

per ottenere gli sviluppi in serie sotto ipotesi particolari


(quando la [(x) è pari ecc.) e conclude: "Esistono molte
altre formule della stessa natura delle precedenti, che hanno
anch'esse la proprietà di esprimere i valori d'una funzione
qualunque entro limiti dati, e che differiscono tra loro per le
diverse condizioni che esse soddisfano ai limiti." Dopodiché
aggiunge: "Le ricerche del signor Fourier sulla propagazione
del calore nei corpi solidi e la mia memoria sullo stesso
argomento 4 contengono diverse formule di questa specie."
Poisson ripetè più tardi, sostanzialmente inalterata, questa
dimostrazione (Poisson, 1823a e b), dimostrazione che fu
ripresa molto più tardi, ed evitando l'errore visto, da K. H.
Schwarz. 5
Contro il metodo impiegato da Fourier per la determina-
zione dei coefficienti, Po isso n (182 3b) aveva avanzato anche
obiezioni di principio che sembravano essere largamente
condivise: "Mi è sembrato che le formule dello sviluppo
delle funzioni in serie non fossero state affatto dimostrate in
maniera precisa e rigorosa" ebbe a scrivere nella summenzio-
nata memoria, e ancora "la determinazione dei coefficienti
suppone essenzialmente che si sappia, oltre alla forma delle
funzioni, che esse sono sviluppabili": osservazione decisiva
che una diecina d'anni più tardi Sturm (1836) faceva
propria scrivendo: "Fourier e altri geometri sembrano aver
misconosciuto l'importanza e la difficoltà di questo proble-
ma [quello di dimostrare la possibilità dello sviluppo] che
essi hanno confuso con quello di determinare i coefficienti"
(Burkhardt, 1916, pp. 957 sg.).
Era questa la situazione quando Cauchy affrontò nel
1827 la questione della sviluppabilità delle funzioni in serie
periodiche, non convinto dalle dimostrazioni di Poisson, che
egli riteneva fondate su ragionamenti intuitivi e non rigorosi.
Nelle serie di questo genere- scriveva allora Cauchy (1827a, p. 12)
- i coefficienti dei diversi termini sono ordinariamente degli integrali
definiti che contengono dei seni o dei coseni; e, allorché si possono
effettuare le integrazioni in virtù di una forma particolare attribuita
alla funzione che si tratta di sviluppare, si riconoscerà facilmente che
le serie ottenute sono convergenti. Tuttavia era desiderabile che que-
sta convergenza potesse essere dimostrata in una maniera generale, in-
dipendentemente dai valori della funzione.
142 CAPITOLO QUARTO

Allo scopo, egli fa uso di formule trovate nelle sue


ricerche sulla propagazione delle onde e sugli integrali
definiti con estremi d'integrazione immaginari. Scritta dun-
que la serie
[(x)=-
1 {af
a •
[(J.L) dJ.L +
[4.1.7]

"importa ora di mostrarne la convergenza" su [0, a], dice


Cauchy.
La sostanza del suo ragionamento consiste nell'operare
con opportune trasformazioni sul termine generico Vn della
serie [4.1. 7] e mostrare che, per n tendente a infinito, esso
si riduce a:
l . 2n1rx
Wn =- 2 n1r [f(a)- [(O)] sm a . [4.1.8]
"Ora è chiaro che la serie che ha l'espressione [wnl per
termine generale sarà una serie convergente" scrive Cauchy,
e dunque sarà convergente anche la serie ~ Vn data, il che
completerebbe la dimostrazione.
In altre parole, Cauchy non cerca di dare una dimostrazio-
ne diretta della convergenza delle serie di Fourier, ma, per co-
sì dire, "scarica" la convergenza su quella di una serie più
facile da studiare, attraverso un "cnterio" di convergenza
che si può formulare in questi termini: "Se la serie ~Wn è
convergente e il termine generale Wn _. Vn per n tendente a
infinito, allora anche la serie~ Vn è convergente."
Il fatto che questo criterio sarà banalmente smentito da
un controesempio di Dirichlet, non deve far concludere sulla
grossolanità di questo errore di Cauchy.
Si tratta di un errore estremamente indicativo del punto
di vista di chi lo ha compiuto: un uomo concretamente
impegnato a "far matematica" in un modo nuovo, a tentare
strade inesplorate. Enuncia proposizioni, le saggia, ritorna
sugli enunciati, riprende questioni apparentemente risolte
per darne nuove soluzioni, con nuove prospettive.
La matematica sembra qui molto più simile a una scienza
sperimentale, che all'impalcatura ipotetico-deduttiva cui
SERIE DI FOURIER 143

siamo abituati; del resto quest'ultima appartiene semmai alla


fase di riorganizzazione delle teorie, più che al momento
della scoperta vera e propria.
In ogni caso, a detta di Dirichlet, lo stesso Cauchy non
era molto soddisfatto del suo lavoro: "L'autore stesso di
questo lavoro, scrisse Dirichlet (1829, p. 119) riferendosi
alla memoria di Cauchy ora vista, riconobbe che la sua
dimostrazione era in difetto per certe funzioni, per cui,
tuttavia, la convergenza era incontestabile." Cauchy ad ogni
modo riaffrontò la questione l'anno successivo, seguendo
una via completamente diversa, utilizzando allo scopo la sua
recente teoria dei residui delle funzioni di variabile comples-
sa. Il lavoro di Cauchy apparve nel secondo volume degli
Exercices de mathématique (1827), ma all'epoca passò inos-
servato.6
Queste ricerche sulla convergenza delle serie di Fourier
non fornirono tuttavia l'occasione a Cauchy per tornare sul
suo teorema sulla continuità di una funzione somma di una
serie di funzioni continue e ancora nelle sue lezioni torinesi 7
pubblicate nei Resumés analytiques del1833 si trova rienun-
ciato il teorema in questione negli stessi termini dati nel
Cours d'analyse.

4.2 Una memoria di Lejeune-Dirichlet


La questione della convergenza delle serie di Fourier
doveva essere affrontata da un punto di vista assai diverso,
che doveva diventare poi dominante, da un giovane matema-
tico che durante il suo lungo soggiorno a Parigi era entrato a
far parte del gruppo di intellettuali che si riunivano intorno
alla figura di Fourier: si tratta di Lejeune-Dirichlet. L'opera
matematica di Dirichlet è sostanzialmente influenzata, oltre
che da Fourier, dal grande Gauss, le cui Disquisitiones
aritmeticae fornirono preziosi stimoli alle ricerche di Diri-
chlet nella teoria dei numeri. 8
All'influenza congiunta di Fourier e Gauss si devono
inoltre le ricerche di Dirichlet in diversi campi della
fisica-matematica, soprattutto nella teoria del potenziale;
nelle lezioni dedicate all'argomento, Dirichlet enunciò il suo
celebre "principio" (vedi Appendice) per lungo tempo
144 CAPITOLO QUARTO

oggetto di discussione e di ricerche da parte dei matematici.


La memoria in cui Dirichlet affrontò la questione 9
apparve nel quarto volume del "Journal fiir die reine und
angewandte Mathematik" (giornale di matematica pura e
applicata), la nuova rivista fondata da Crelle, tra le più
prestigiose riviste matematiche del secolo e ancora oggi
esistente: alla sua fondazione (1826) collaborò anche Abel,
cui Crelle offerse anche la direzione scientifica, e alla sua
direzione figurarono, dopo la morte di Crelle (1855),
uomini come Kronecker e Weierstrass. Non è improprio
affermare che, almeno nei suoi primi 40-50 anni di vita, la
rivista di Crelle pubblicò gli articoli più significativi di
matematica, destinati a far epoca; da Abel stesso a Jacobi a
Weierstrass e Riemann a Dirichlet, Dedekind, a Hermite, a
Cayley e Kronecker, queste sono tra le firme che si
incontrano nelle sue annate. 10
La memoria di Dirichlet si apre, con alcune osservazioni
critiche all'articolo di Cauchy del 1827a, il solo, dichiara
Dirichlet, a lui noto su questa questione.
L'argomento centrale di Dirichlet ~ontro la dimostrazione
d 1. Cauc hy e, ch e, se una sene
. ha A - nx come termme
sm - . ge-
n
nerale (così Dirichlet indica la [4.1.8]) ed è convergente, ciò
non implica che sia convergente anche una serie ~ Vn per cui
il rapporto tra i termini dello stesso indice delle due serie
differisca di poco quanto si vuole dall'unità, allorché si con-
siderano indici opportunamente grandi.
Il controesempio che Dirichlet propone è
(- l)n
~ Vn che è serie convergente

(_ l)n ( (_ 1 )n )
~ Vn l+ Vn che è divergente, e tuttavia il rap-
porto dei loro termini generici è l ± 1/yn che converge a l
al crescere di n.
Il metodo seguito da Dirichlet nella sua memoria discende
direttamente dall'analisi della dimostrazione data da Fourier
della [2.2.6]. Come ha osservato Darboux, "questo metodo
consiste, come si vede, nell'esprimere con un integrale
SERIE DI FOURIER 145

definito la somma dei primi m termini della serie, e poi di


cercare il limite di questo integrale" (Fourier, 1888, p. 158).
Ecco quindi come Dirichlet sviluppa la sua dimostrazione:
consideriamo, egli dice, un numero h con O < h ~ ~ e sia
[({3) una funzione continua, positiva e monotona decrescen-
te in [O, h]; formiamo l'integrale:

J• sin
b i {3
sin {3 f( {3) d {3, [4.2.1]

dove i è una quantità positiva. Si tratta ora di studiare cosa


avviene dell'integrale al crescere di i. Allo scopo egli diviene
l'intervallo d'integrazione [O, h] in intervalli parziali, [O,
1Tii], [1Tii, 2 1T!i], ... , [(r- l) 1T/i, r 1Tii], [r 1Tii, h], dove
r 1T!i designa il massimo multiplo di 1T/i < h.
Ora è chiaro che il fattore sin i{3 nell'integranda fa sì che,
quando 13 percorre i vari intervalli, l'integrale cambi conti-
nuamente di segno e che dunque gli (r + i) integrali in cui si
decompone l'integrale [4.2.1] siano alternativamente positi-
vi e negativi.
Inoltre ognuno di essi, in valore assoluto, è minore del
precedente: infatti se consideriamo due qualunque consecu-
tivi di essi,
rnr (v+l) ~

J
1 sin i {3 J 1 sin i {3
(v- 1) ~ sinp [({3) d/3 e vrr sin/3 f(/3) d/3 [4.2.2]
1 T
e sostituiamo nel secondo {3 + 1T/i, quest'ultimo si trasfor-
merà nell'integrale
vrr
-;-
sin (i {3 + 1T) .
JT 1r
sin(/3 + 1r!i) [({3 + 1Tit) d/3 =
(v -1)
[4.2.3]
V1r
T sin i {3
--(v-t~ l
sin(/3 + 1Tii) [({3 + 1T!i) d/3

che è certamente minore del primo integrale delle [ 4.2.2]


146 CAPITOLO QUARTO

dal momento che


[({3 + rr/i) < [({3)
e
sin ({3 + rrli) >sin {3
(sin {3 è crescente per O < {3 < h,.;;;; ~ ).
Consideriamo ora il primo degli integrali [4.2.2]; i due
. . sin i{3
fatton che compongono l'mtegranda, - .-{3- e [({3), sono
sm
entrambi funzioni continue di {3 entro i limiti di integrazio-
ne e il primo di essi vi ha sempre lo stesso segno. Allora
l'integrale si può esprimere come l'integrale del primo
fattore per una quantità Pv compresa tra f (<v ~ l)rr) e
f (~rr), ossia come
IJ?r

T sin i{3
Pv Kv =P v <v _t_!):_ sin{3 d{3, [4.2.4]
l

quantità che dipende da v e da i ed è positiva o negativa a


seconda che v - l è pari o dispari.
Operando un cambiamento di variabili nell'integrale
[ 4.2.4], cioè ponendo al posto di {3, -yli, con 'Y variabile, si
ha che al crescere di i l'integrale converge al limite
"""
sin 'Y
kv= J-
(v-l)w 'Y
- d-y [4.2.5]

(integrali anch'essi aJternativamente positivi e negativi) e


d'altra parte è noto che l'integrale
'fJ -
sin 'Y
- d-y
o 'Y
o, equivalentemente, la serie a termini alternati
kl- k2 + k3- ... [4.2.6]
dedotta dalla [ 4. 2. 5] converge a rr/2.
Consideriamo a questo punto il comportamento dell'inte-
grale di Dirichlet, come è comunemente detto l'integrale
SERIE DI FOURIER 147

[ 4.2.1], e determiniamo il limite, allorché i cresce indefini-


tamente, dividendo gli infiniti integrali che si ottengono in
due gruppi: i primi
K1 P1- K2 P2 + K3p3 + ... - Km Pm (m pari) [4.2.7]
e i rimanenti
00

~ (- 1)t+l KtPt·
t= m+!
Gli integrali [4.2.7] sono tali che le quantità p 1 , ..• , Pm
tendono al limite f(O) al crescere di i, mentre le K 1 , ... , Km
tendono rispettivamente, nella stessa ipotesi su i, ai valori
kl' ... , km.
Dunque la [4.2.7] converge al limite:
m
~ (- l)n + 1 kn f(O) = Sm f(O). [4.2.8]
n= l

D'altra parte, dalla [4.2.8] segue che la somma in questio-


ne sarà sempre minore di Km + 1 Pm+ 1 : che converge a
km+l f(O). Quando m è opportunamente grande, km + 1 sarà
minore di qualsiasi grandezza data e dunque, in conclusione,
l'integrale [4.2.1], al crescere indefinitamente di i, converge-
rà al limite ~ f(O).
Il risultato viene dimostrato anche per una funzione [({3)
costante e per i caso di [((3) crescente. Riassumendo,
Dirichlet conclude questa prima parte della dimostrazione
stabilendo l'enunciato:
"Qualunque sia la funzione [({3), purché resti continua tra
O e h, O ~h~ ~ , che sia crescente o decrescente nell'inter-

vallo, l'integrale j
o
si~
s1n
{3i{3 f({3)d {3 finirà sempre per differire
da ~ f(O) di una quantità minore di ogni numero prefissato,
quando si fa crescere i oltre ogni limite positivo."
In maniera analoga Dirichlet dimostra che l 'integrale
g sini{3 Tr ,
f sin (3 [((3) d{3 converge a 2 f(O) allorche è
148 CAPITOLO QUARTO

O< g <h :s;;; ~, e dunque che quando gli estremi di


integrazione sono g e h (cioè l'integrale [4.2 .l] è considera-
to tra g e h), allora converge a zero.
A questo punto egli può passare alla dimostrazione della
convergenza delle serie di F ourier. "La via che seguiremo -
scrive Dirichlet - ci porterà a stabilire la convergenza di
queste serie e a determinare nello stesso tempo il loro
valore." Si tratta di un approccio del tutto nuovo, l'idea
cioè di mostrare che, sotto certe condizioni, la serie i cui
coefficienti sono dati da integrali in cui compare la '{)(x) è
convergente (e questo era l'oggetto delle dimostrazioni
precedenti, di Poisso n e Cauchy) e converge proprio alla
'{)(X).
Dirichlet parte considerando la serie

1 1 .. {cos n x J '{)(a) cos n a da}


211" J'{)(a)da+rr~ sinnx J~P(a)sin nada [4 · 2 ·9 1
dove gli integrali sono presi tra - 1r e 1r.
Considerati i primi 2n + l termini della serie, cioè

-l -nJ '{)(a) da [l- 2


11"
n + .~n cos i(a- x)~ ,
1=1

e sommando, questa si può mettere sotto la forma

l Jn sin(n + 112) (a- x)


1T '{)(a) 1 da, [4.2.10]
-n 2sinz-(a-x)

(comunemente indicato anch'esso come "integrale di Diri-


chlet").
Si tratta, per risolvere il problema, di studiare il compor-
tamento dell'integrale [4.2.10] al crescere di n, utilizzando
i risultati ottenuti per l'analogo integrale [4.2.1].
Considerando nell'integrale [ 4.2.10] l'intervallo di inte-
grazione diviso in due parti, da - 1r a x e da x a 11", e
sostituendo nel primo integrale ottenuto x - 2 {3 =a e nel
secondo x+ 2{3=a, l'integrale [4.2.10] si trasformerà,
SERIE DI FOURIER 149

fatta astrazione dal fattore lhr, nei seguenti:


(rr+x)/ 2 sin(2n + 1)/3
Jo .
s1n
(3 I{)(X - 2(3) d/3;
[4.2.11]
(rr- x)/2
sin (2n• + 1)/3 (x + 2,..,R) df.l.,..,.
J
o
(./.
sm,..,
1/)

Consideriamo ora il secondo di questi integrali: supponia-


mo ~ (rr- x)~ rr/2 (quando x= 1T l'integrale è nullo per
ogni valore di n) e siano l, l', l", ... , f<v> i punti corrispondenti
ai valori di 13 in cui la funzione l{)(x + 213) presenta disconti-
nuità o massimi o minimi tra 13 =O e 13 = ~ (rr- x).
Consideriamo ora questo secondo integrale decomposto
negli v + l integrali presi tra gli estremi di intregrazione O, l,
I l , / ", ... , f(V). Tl (rr- x ) .
Se supponiamo che ~ (rr- x)~ ; , allora, per quanto
è stato dimostrato, tutti gli integrali avranno per limite zero
al crescere di n, escluso il primo che tenderà al limite
; I{)(X + e), e essendo una quantità data positiva arbitraria-
mente piccola.
Se ~ (rr- x)> ; , allora si dividerà nuovamente l'inter-
vallo di integrazione in due parti, da 13 = O fino a 13 = ~ rr e
da questo valore a 13 = ~ (1T- x). Nel primo caso Cl

ritroviamo nella situazione ora discussa, nel secondo, ope-


rando la sostituzione 13 = rr - 'Y ci troviamo in una forma
analoga a quella precedente, il limite dell'integrale essendo
nullo, fatta eccezione per O= ~ (rr + x), ossia x=- rr, in
cui il limite vale l{)(rr- e).
In maniera analoga si ragiona sul primo degli integrali
[ 4.2.11] concludendo che esso è nullo per x=- rr, ha per
limite ; [1{)(11"- e)+ 1{)(-rr + e) quando x= 1T e negli altri
casi converge a ; l{)(x- e).
150 CAPITOLO QUARTO

Ora, da ciò, Dirichlet conclude che: "È dimostrato che la


serie [4.2.9] è convergente e si è trovato per mezzo dei
risultati precedenti, che è uguale

[4.2.12]

(dove e è una quantità infinitesima) per ogni- 1T <x< 1T, e


che per x = - 1T, x = 1T la serie è uguale a:

2l [1j?(1T- €) + lj?(- 1T + €)]."


Se x non è un punto di discontinuità, la [4.2.12] dà
effettivamente 1/'(X) come valore della serie in x.
Queste sono le conclusioni che Dirichlet trae dall'essere la
funzione lP continua salvo un numero finito di discontinuità
e dal possedere un numero finito di massimi o minimi.
"Ci resteranno da considerare i casi in cui le supposizioni
che abbiamo fatto sul numero delle discontinuità e su quello
dei valori massimi e minimi cessano di aver luogo" aggiunge
a questo punto Dirichlet.
Se i punti di discontinuità sono in numero infinito, la
[4.2.10) è sensata allorchè la funzione è tale che, detti a e
b due valori qualunque- 1T <a< b < 1T, si possano determi-
nare due valori re s, con a < r < s < b, tali che la funzione
sia continua nell'intervallo (r, s).
"Ci si accorgerà facilmente della necessità di questa
restrizione considerando che i diversi termini della serie
sono degli integrali definiti e risalendo alla nozione fonda-
mentale di integrale" dice Dirichlet. Come esempio di
funzione che non soddisfa questa condizione egli dà la
celebre "funzione di Dirichlet", una funzione che vale c
(costante) quando x è razionale e d (costante) quando x è
irrazionale.
"La funzione così definita ha dei valori finiti e determina-
ti per ogni valore di x e nondimeno non sarebbe possibile
sostituirla nella serie, dal momento che i diversi integrali che
entrano in questa serie perderebbero in questo caso ogni
significato" (Dirichlet, 1829, p. 132). La restrizione sulle
discontinuità della funzione è dunque direttamente legata
alla nozione di integrale di Cauchy, la sola a disposizione.
SERIE DI FOURIER 151

Cauchy aveva definito l'integrale per funzioni continue su


un intervallo o discontinue in un numero finito di punti:
Dirichlet, probabilmente dell'idea che l'integrabilità di una
funzione equivalga al fatto che l'insieme dei suoi punti di
discontinuità formi ciò che oggi viene detto un insieme
"raro", aggira la difficoltà inerente alla presenza di un'infini-
tà di punti di discontinuità richiedendo per la funzione la
continuità "a tratti": questa, unitamente alla richiesta di
non diventare infinita, 11 è la sola condizione cui deve essere
sottoposta la I{)(X ).
Così Dirichlet sembra essere dell'opinione che una funzio-
ne continua, pur con un'infinità di massimi e minimi, sia
sempre rappresenta bile in serie di Fourier convergente; e
quando Gauss più di vent'anni dopo, nel 1853, ritorna
sull'argomento e gli scrive, ipotizzando la possibilità che si
possa estendere, probabilmente senza particolari difficoltà,
la dimostrazione della convergenza delle serie trigonometri-
che al caso in cui nella funzione da sviluppare si presentino
infiniti massimi e minimi, Dirichlet non esita a rispondere:
"Dopo un esame più rawicinato della cosa, trovo completa-
mente confermata la Sua supposizione, se si vuole in qualche
modo prescindere da certi casi del tutto singolari" (Dirichlet,
1897, p. 386).
La lettera continua con una traccia di come si potrebbe
condurre in porto la dimostrazione. Che l'ottimismo di
Dirichlet sulla portata del suo teorema fosse mal posto verrà
in chiaro solo nel 187 6, quando Du Bois Reymond
(1831-1889) renderà noto il controesempio di una funzione
continua la cui serie di Fourier non converge in punti
isolati. 12
In questa circostanza Du Bois Reymond confermava di
aver appreso da una conversazione con Weierstrass "che
Dirichlet sembrò non aver mai perso la convinzione della
validità del suo teorema".
Dirichlet stesso, tuttavia, si rendeva ben conto che
l'esame dei casi esclusi dalle sue condizioni 13 di convergenza
coinvolgeva questioni tra le più delicate dell'analisi, quali la
continuità e l'integrabilità di una funzione, e chiudeva la sua
memoria con l'osservazione che "la cosa, per esser fatta con
tutta la chiarezza desiderabile, esige qualche dettaglio legato
152 CAPITOLO QUARTO

ai princìpi fondamentali dell'analisi infinitesimale, che saran-


no esposti in un'altra nota" (Dirichlet, 1829, p. 132).

4.3 Il concetto di funzione di Dirichlet


La memoria preannunciata in questa circostanza non vide
mai la luce, anche se Dirichlet pubblicherà diversi anni più
tardi, nel 1837, un secondo articolo sull'argomento nel
primo numero della rivista "Repertorium der Physik",
diretta tra gli altri dallo stesso Dirichlet, da Jacobi e
Neumann ed edita da Dove.
Questo lavoro non rappresentava tuttavia alcun sostanzia-
le passo in avanti rispetto al contenuto della memoria del
1829 e a ragione Kronecker (1823-1891) in colloqui avuti a
Berlino nel 1864 con il matematico italiano Casorati dirà
che "la memoria sulla continuità pubblicata dal Dirichlet nel
Dove's Repertorium non contiene nulla d'essenziale che già
non sia nel giornale di Crelle". 14
In essa infatti Dirichlet si limitava a una riesposizione dei
risultati noti, corredata dalla definizione di alcuni concetti
fondamentali di cui faceva uso: quello di integrale (nel senso
di Cauchy) e quello di continuità di una funzione in un
intervallo.
La notorietà acquisita da questo lavoro risiede probabil-
mente in quest'ultima definizione, come anche Kronecker
lascia intendere chiamandola semplicemente "la memoria
sulla continuità", mentre il reale argomento, desunto dal
titolo, era la "rappresentazione di funzioni del tutto
arbitrarie mediante serie di seni e coseni".
Ecco la definizione in questione:
Si pensi di indicare con a e b due valori fissati e con x una
grandezza variabile, che possa assumere tutti i valori compresi tra a e
b. Ora, ad ogni x corrisponda un unico y finito e tale che, mentre x
percorre con continuità l'intervallo da a a h, y == f(x) vari in maniera
del tutto simile; allora y si dice funzione continua di x in
quest'intervallo. Per ciò, non è affatto necessario che y sia dipendente
da x secondo la stessa legge nell'intero intervallo; neppure occorre
pensare a una dipendenza esprimibile attraverso operazioni mate-
matiche.
Rappresentata geometricamente, cioè pensate la x e la y come
SERIE DI FOURIER 153

ascisse e ordinate, una funzione continua appare come una curva


connessa (zusammenhiingende Kurve) di cui ad ogni valore dell'ascissa
compreso tra a e b corrisponde un solo punto.
Questa definizione non impone un'unica legge per le varie parti
della curva; questa si può pensare composta delle più diverse parti o
disegnata del tutto arbitrariamente. Ne segue che una simile funzione
si deve considerare completamente determinata su un intervallo
quando o è data graficamente per l'intero intervallo oppure, matemati-
camente, quando è sottoposta per le varie parti dell'intervallo a leggi
valide in esse. Anche quando si sia determinata una funzione per una
parte dell'intervallo, rimane del tutto arbitraria la maniera in cui
prolungare la funzione nella parte restante dell'intervallo (Dirichlet,
1837a, pp. 135 sg.).
Commentando questa definizione, Hankel scriveva nel
1870 che i risultati di Fourier avevano rivelato insostenibile
il vecchio concetto di funzione, così come l'ipotesi tacita,
ma decisiva, che le proprietà delle funzioni algebriche
attinenti la continuità, la sviluppabilità in serie di potenze
ecc. si potessero comunque estendere a tutte le funzioni e
che perciò si rivelava priva di significato la richiesta che una
qualunque funzione fosse rappresentabile analiticamente.
"Reciso questo nodo", dice Hankel, la via era spianata per
una definizione di funzione come la seguente: "y si dice
funzione di x se ad ogni valore della grandezza variabile x
all'interno di un certo intervallo corrisponde un determinato
valore di y, senza riguardo al fatto che su tutto l'intervallo y
dipende o no da x secondo la stessa legge, e che la
dipendenza sia o no esprimibile da operazioni matema-
tiche."
È questa la forma in cui Hankel presenta la definizione di
Dirichlet, andando ben oltre, dunque, le intenzioni e lo
scritto dello stesso Dirichlet. Scrive infatti Hankel:
Questa definizione puramente nominale, cui nel seguito associerò il
nome di Dirichlet, poiché essa sta a fondamento del suo lavoro sulle
serie di Fourier, che hanno mostrato l'indifendibilità del precedente
concetto senza ombra di dubbio, non basta affatto alle esigenze
dell'analisi, poiché funzioni di questo tipo non possiedono proprietà
generali e perciò vengono meno tutte le relazioni fra i valori delle
funzioni corrispondenti ai diversi valori dell'argomento. 15
Così, dice Hankel, c'è una grande confusione su cosa si
154 CAPITOLO QUARTO

debba intendere come funzione, come si vede anche da un


rapido sguardo ai migliori manuali: c'è chi la definisce alla
Euler, chi alla Dirichlet, chi dice che una dipendenza
funzionale è data secondo una legge e chi non dà alcuna
definizione; "tutti tuttavia traggono dai loro concetti
conseguenze che non sono affatto contenute in essi".
C'era dunque bisogno, continua Hankel, di dare una
definizione di funzione che consentisse di stabilire una
teoria e un calcolo con le funzioni coerente con la
definizione data, non troppo generale da diventare "pura-
mente nominale e priva di contenuto reale" e tuttavia in
grado di individuare la vasta classe di oggetti matematica-
mente interessanti che si hanno in vista. "Ma solo in tempi
recenti (1851) è stato posto da Riemann, con spirito
puramente filosofico, un solido fondamento; allontanandosi
dal concetto di Dirichlet, egli fondò quello di funzione
(monogena) di una variabile complessa, dando di nuovo a
quella definizione vuota un contenuto che si awicinava al
concetto classico" (Hankel, 1882, p. 68).
Ora, obiettivo di Hankel è di far chiarezza, nel caso di
funzioni di una variabile reale, tra le funzioni da lui
chiamate legittime e quelle illegittime (come la funzione di
Dirichlet) rispetto alle singolarità che esse possono presenta-
re: lo strumento di cui si servirà è un'estensione del suo
principio di permanenza delle proprietà formali enunciato
per i sistemi numerici 16 al caso delle funzioni: come per i
primi i numeri interi e le proprietà delle operazioni su essi
effettuabili sono i dati che si assumono come permanenti
nelle successive estensioni, così nel caso delle funzioni
sono le funzioni algebriche che offrono la forma tipica
alla quale più o meno direttamente si devono ricondurre
tutte le altre funzioni. Ecco allora come si può formulare
secondo Hankel questo principio, nel tentativo di superare
la "nominalità" della definizione di Dirichlet:
Se è dato per un dominio della variabile un certo sviluppo che non
si può direttamente prolungare oltre i limiti del dominio, poiché
perderebbe di significato, e se inoltre per un altro dominio della
variabile è dato un altro sviluppo che non può essere prolungato nel
primo, e non ci sono sviluppi validi per entrambi i domini, allora i due
sviluppi devono essere considerati appartenenti a una funzione, se la
SERIE DI FOURIER 155

funzione presenta le stesse proprietà in ciascuno dei due domini


(Hanke~ 1882,p. 66~

Ma si tratta di una formulazione di cui Hankel stesso è il


primo a vedere le ambiguità, se nelle osservazioni conclusive
di questo suo articolo scrive che "una forma inequivoca e
accettabile di questo principio non è stata però mai data, né
in generale si potrebbe trovarne una".
La presenza di punti di discontinuità (eventualmente in
numero infinito) nelle funzioni di variabile reale impose la
ricerca di altri mezzi di indagine e si scoprì, dice ancora
Hankel, che tali punti si potevano più facilmente aggirare
anziché oltrepassare, considerando variabili complesse anzi-
ché reali: "Con la limitazione della variabilità a valori reali
dell'argomento non si riesce ad ottenere una definizione di
funzione soddisfacente le esigenze dell'analisi."
Partendo da premesse teoriche radicalmente diverse anche
Karl Weierstrass (1815-1897) giunse in quegli anni, come
vedremo, a conclusioni analoghe e nelle sue lezioni "intro-
duttive alla teoria delle funzioni analitiche" andava soste-
nendo che la definizione di Dirichlet, a causa della sua
troppo grande generalità, permetteva di "fare poche cose", e
se comunque veniva utilizzata era perché si trasportavano
"tacitamente le proprietà che possiedono tutte le funzioni
considerate a queste funzioni generali".
Uno degli obiettivi principali che egli si prefigge e che traspare
chiaramente quando si getta uno sguardo sintetico alla sua opera - ha
scritto Dugac (197 3, p. 71) commentando il contributo all'analisi di
Weierstrass - è di determinare la più ampia classe di funzioni di cui si
possa dare una rappresentazione analitica e che possa rispondere nella
maniera più completa possibile ai bisogni dell'analisi( ... )
Per Weierstrass questa classe sarà quella delle funzioni continue,
grazie al suo teorema sulla rappresentazione delle funzioni continue
mediante serie uniformemente convergenti di polinomi.

Sulla base di questa concezione, la serie di Taylor finisce


per costituire la base più appropriata dell'analisi e il
fondamento della sua teoria delle funzioni analitiche.
In maniera naturale ne discende un atteggiamento critico
verso la convinzione di Dirichlet di poter rappresentare in
serie di Fourier una qualunque funzione continua. Egli
156 CAPITOLO QUARTO

osserva anzitutto che la serie di Fourier di una funzione


continua non converge sempre verso la funzione; di più, un
tale sviluppo non consente una conoscenza profonda delle
proprietà della funzione: "Non si può dimostrare che è
derivabile - osserva Weierstrass - e così viene meno lo
strumento più importante per la conoscenza delle proprietà
della variazione delle funzioni."
Le interpretazioni di Hankel e Weierstrass della definizio-
ne di funzione continua (ma come s'è visto questa precisa-
zione è subito scomparsa nei commenti dei due!) data da
Dirichlet sono state fatte proprie dai moderni storici della
matematica: così E. T. Bell vi ha visto la prima formulazio-
ne del moderno concetto di applicazioni tra insiemi e ha
scritto (1945) che "la definizione dì Dirichlet di una
funzione (a valori numerici) dì una variabile reale come una
tavola o corrispondenza, o correlazione, tra due insiemi di
numeri lascia intendere una teoria dell'equivalenza degli
insiemi di punti", dando con ciò prova di una notevole
fantasia interpretativa e leggendo nel testo ciò che vi è
assente.
C. B. Boyer, da parte sua, dà questa versione della cosa:

Lejeune-Dirichlet ( ... ) nel183 7 propose una definizione molto ampia


di funzione: se una variabile y ha una relazione con una variabile x
tale che, ogniqualvolta venga assegnato un valore numerico alla x,
esista una regola in base alla quale viene determinato un valore univo-
co di y, si dice che y è una funzione della variabile ·indipendente x.
Questa definizione presenta un'affinità con l'idea moderna di
corrispondenza tra due insiemi di numeri, anche se a quel tempo i
concetti di "insieme" e di "numero reale" non erano ancora entrati
stabilmente nel campo della matematica. Per sottolineare la natura
assolutamente arbitraria della regola di corrispondenza Dirichlet
propose una funzione molto "irregolare": quando x è razionale, sia
y =c, e quando x è irrazionale, sia y =d =t= c (Boyer, 1968, p. 600).

Tutto ciò è molto suggestivo, ma purtroppo non ha nulla


a che fare con la storia reale: né Dirichlet propose quella
definizione né tantomeno diede l'esempio di funzione
"patologica" citato per illustrare l'arbitrarietà della "regola
dì corrispondenza". Più sbrigativamente, Bourbaki si limi t a
a osservare che "è noto che Dirichlet, precisando le idee
SERIE DI FOURIER 157

di Fourier, definisce la nozione generale di funzione così


come noi l'intendiamo oggi" (Bourbaki, 1960, p. 237).
Quello che sembra essere loro sfuggito in primo luogo è
l'aggettivo "continua" che accompagna il termine funzione,
senza il quale appunto si finisce per non comprendere nulla
delle idee di Dirichlet: egli è interessato a definire esplicita-
mente ciò che Fourier intendeva per funzione arbitraria e si
collega alla lunga discussione originata dalla definizione
euleriana di funzione continua e dalla nuova definizione di
continuità (alla Cauchy): ciò che Dirichlet vuole chiarire è
semplicemente che una funzione continua si può dare o
arbitrariamente con un grafico (e qui la sua idea di curva
continua mostra di essere largamente intuitiva) oppure con
una formula matematica, non necessariamente la stessa in
ogni parte dell'intervallo.
L'idea di fondo è ancora che ogni funzione continua, per
quanto arbitrariamente data, sia sviluppabile in serie di
Fourier.
Quanto Dirichlet fosse lontano da quello che oggi viene
generalmente chiamato "il concetto di Dirichlet di funzio-
ne" emerge anche da ciò che egli scrive nella stessa memoria
del 18 37, quando si tratta di discutere il valore della serie di
Fourier nei punti di discontinuità della funzione; dopo aver
osservato che per la funzione si possono dare punti isolati di
discontinuità, egli aggiunge:
La curva la cui ascissa è {3 e la cui ordinata è [({3) consiste di più
pezzi, la cui connessione è interrotta nei punti dell'asse delle ascisse
che corrispondono a quei particolari valori di {3, e per ognuna di tali
ascisse corrispondono di fatto due ordinate, di cui l'una appartiene
alla porzione di curva che termina in quel punto e l'altra alla porzione
che vi comincia. Nel seguito sarà necessario distinguere questi due
valori di [({3) [corsivo nostro] e li indicheremo con [({3- 0) e [({3 + 0)
(Dirichlet, 1837a, p. 156).
Ottenuta poi la formula [4.2.12], che scrive (secondo la
notazione qui introdotta) come

2l [f(x +O)+ [(x- O)],


Dirichlet così commenta: "Dove si presenta una soluzione
di continuità e dunque la funzione ha propriamente due
158 CAPITOLO QUARTO

valori [corsivo nostro] la serie, che per propria natura


assume per ogni x un valore umvoco, rappresenta la
semisomma di questi valori."
Sono al più di questo tipo le funzioni "del tutto
arbitrarie" che compaiono già nel titolo delle due memorie e
che Dirichlet considera. L'origine dell'attribuzione a Diri-
chlet del "concetto di Dirichlet" di funzione è probabilmen-
te da attribuire al suo esempio di funzione "patologica"

{ c se x razionale
f(x) = d se x irrazionale.
Ma tutto ciò era presente già nell'idea di funzione di Euler
(1755) come corrispondenza qualunque tra variabili: il
passo cruciale si doveva dunque misurare nella pratica
con tali funzioni. Dirichlet stesso non sembrava attribuire
tanto interesse a questa funzione, che nemmeno rientrava
tra quelle "completamente arbitrarie" per le quali tuttavia
aveva senso parlare di integrale e di rappresentazione in serie
di Fourier. Così, anche il quadro concettuale cambierà solo
con Riernann, proprio a partire da una nuova definizione di
integrale.

4. 4 La convergenza uniforme delle serie


I lavori di Dirichlet mettevano in luce in maniera
inequivoca quanto già Abel aveva indicato con un contro-
esempio: le serie di Fourier consentivano di rappresentare
funzioni discontinue; dunque esisteva un'intera classe di
funzioni che contraddiceva il teorema di Cauchy sulla
continuità della somma di una serie di funzioni continue.
Ma il fatto che un enunciato venga smentito non significa
che, per ciò stesso, sia chiaro dove sta il punto incriminato.
Né d'altra parte Dirichlet sembra accorgersi della contraddi-
zione esistente tra la propria dimostrazione di convergenza
delle serie di Fourier e il teorema di Cauchy e nei suoi lavori
non fa parola della cosa.
Del resto, all'epoca nessuno sembrava avere un'idea di
convergenza di una serie diversa da quella definita da
Cauchy nel Cours d'analyse. Solo negli anni quaranta comin-
ciarono a stento a emergere, in diversi contesti, modi di-
SERIE DI FOURIER 159

versi di considerare la convergenza di una serie di funzioni.


Chi denunciò la patente contraddizione in cui si trovava la
teoria delle serie fu Seidel (1821-1896), che era stato allievo
prima di Dirichlet a Berlino e poi di Jacobi e F.M.E. Neumann
a Kònigsberg.
Si trova, nel Cours d'analyse di Cauchy, un teorema che dice che la
somma di una serie convergente, i cui termini sono funzioni di una
grandezza x, continue nell'intorno di un determinato valore di x, è
sempre una funzione continua della stessa grandezza in questo
intorno.
Da qui seguirebbe che serie del tipo suddetto non sono adatte a
rappresentare funzioni discontinue nell'intorno dei punti dove i loro
valori subiscono un salto
scriveva Seidel nel 1848 in un articolo dedicato alle serie che
rappresentano funzioni discontinue. Dopo aver brevemente
indicato la traccia della dimostrazione di Cauchy, Sei del
così continuava:
Tuttavia il teorema è in contraddizione con quanto ha mostrato
Dirichlet, che per esempio le serie di Fourier convergono sempre
anche quando si impone loro di rappresentare funzioni discontinue;
anzi, la discontinuità viene spesso introdotta proprio dalla forma di
queste serie, i cui termini però sono funzioni continue ( ... )
Partendo dalla certezza così ottenuta che il teorema non può valere
in generale, ci deve essere alla base della sua dimostrazione una
qualche ipotesi nascosta e, se si sottopone la dimostrazione ad una
analisi dettagliata non è neanche difficile scoprire l'ipotesi nascosta;
procedendo a ritroso, si può allora concludere che essa non può essere
soddisfatta da serie che rappresentano funzioni discontinue (Seidel,
1848, p. 383).

Il teorema cui perviene Seidel per caratterizzare queste


serie è il seguente: "Se si ha una serie convergente che
rappresenta una funzione discontinua di una grandezza x, e
tale che i suoi termini siano funzioni continue, allora si
devono poter dare, nell'intorno immediato dei punti dove la
funzione fa un salto, valori di x per i quali la serie converge
in maniera arbitrariamente lenta" (Seidel, 1848, p. 383).
La dimostrazione datane da Seidel si può così schematiz-
zare: se s(x) è la somma della serie e Sn (x) e rn (x) sono
rispettivamente la somma dei primi n termini della serie e il
160 CAPITOLO QUARTO

resto, allora
s(x) = Sn (x)+ rn (x) [4.4.1]
e considerando la variazione di s(x) quando si attribuisce
alla x un incremento o, si ha
s (x + o) - s (x) = [Sn (x + o) - Sn (x)] +
[4.4.2]
+ [rn (X + 0)- Yn (x)],
equazione che decide della continuità o della discontinuità di
s(x) in un intorno del punto x ed essendo, per la continuità
della Sn (x), sicuramente l Sn (x + o) - Sn (x) l < T, tutta la
questione si riduce allo studio del comportamento di
lrn (X + O)- Yn (x)l.
Ora, sia rn (x + o) che rn (x), per la supposta convergenza
della serie, sono minori rispettivamente di p', p arbitraria-
mente piccoli per n opportunamente grande. Se la funzione
s(x) è continua, allora deve esistere un e positivo minore di
p e p', tale che l Yn (X + O)- Yn (x) l <e per n> no (dipen-
dente da e); e se, quando o tende a zero esiste un intero N
(che è il massimo degli n 0 successivamente determinati) tale
che, per n> N
ls(X + 0)- S(X)I <T+ p+ p', [4.4.3]
allora questa disuguaglianza esprime appunto la continuità
richiesta per la s(x ).
Se invece il numero n 0 cresce oltre ogni valore finito
quando o, a partire da un valore iniziale 77, tende a zero, la
[ 4.4.3] cessa di essere verificata e la convergenza della serie,
nell'intorno del punto x, diventa arbitrariamente lenta. "Al
contrario, non si può escludere, prima di ulteriori ricerche,
che lo stesso caso si verifichi anche con serie, i cui valori non
presentano soluzioni di continuità" commenta Seidel in
conclusione del suo lavoro.
La questione lasciata aperta da Seidel, se la continuità
della somma della serie implichi per ciò stesso la convergen-
za uniforme, troverà solo molto più tardi risposta nega-
tiva con la costruzione di opportuni controesempi da parte
di Darboux (1875), Du Bois Reymond (1876) e Cantar
(1880).
SERIE DI FOURIER 161

Quando apparve la memoria di Seidel, altri matematici


erano già stati condotti dalle loro ricerche a considerare
modi (oggi chiamati) di convergenza uniforme delle serie di
funzioni. Tra essi Weierstrass, probabilmente ispirato da
Gudermann (1798-1852), suo maestro all'Università di
Miinster. Questi, in un articolo pubblicato nel 1838 sulla
rivista di Crelle, mise in luce per la prima volta la proprietà
della convergenza uniforme di certe serie infinite che danno
lo sviluppo delle funzioni ellittiche.
Weierstrass seguì nell'inverno 1839-40 il corso di Guder-
mann sulle funzioni ellittiche "ed è così che ebbe l'occasio-
ne di famigliarizzarsi con questa nozione", 17 che utilizzò fin
dai suoi primi lavori del 1841 e 1842 dedicati alle serie
intere e rimasti però inediti fino al 1894.
Così, con la dimostrazione che una serie di potenze intere
convergente è uniformemente convergente all'interno del
dominio di convergenza, trovava sistemazione rigorosa
anche il teorema di Abel sulla continuità della funzione
somma di una serie di potenze. Il ruolo fondamentale
giocato in analisi dal concetto di convergenza uniforme delle
serie cominciò ad essere sottolineato esplicitamente da
Weierstrass solo a partire dalla fine degli anni cinquanta e
nel corso di tutta la sua lunga carriera di professore
all'Università di Berlino. Nelle sue lezioni Weierstrass dava la
nozione di convergenza uniforme su un intervallo, diventata
classica:
A 1 ) Si dice che la serie ~Un (x) è uniformemente
convergente sull'intervallo [a, b] se per ogni e positivo
arbitrariamente piccolo esiste un n 0 (e) tale che lrn(x)l <e
per n > n 0 e per ogni x, a~ x~ b.

Ma non è questo il senso con cui Seidel introdusse la sua


nozione: egli non era interessato a proprietà "globali", a
caratterizzare il modo della convergenza della serie su tutto
l'intervallo, ma piuttosto in un intorno, piccolo ma prefissa-
to, di un punto; in altre parole, a ciò che oggi si chiama
convergenza uniforme nell'intorno di un punto. Si tratta
cioè del concetto espresso dalla definizione seguente:
A 2 ) La serie ~ Un (x) è uniformemente convergente
nell'intorno del punto r dell'intervallo [a, b] se esiste un
162 CAPITOLO QUARTO

8(n tale che l rn (x)J <E per ogni E positivo arbitrariamente


piccolo, per n> n0 (t, E) e per t- 8 <n< x< t+ 8 <n.

La convergenza uniforme di una serie su un intervallo,


definita dalla A 1 ), implica naturalmente la convergenza
uniforme nell'intorno di ogni punto dell'intervallo; il vice-
versa è vero, ma la dimostrazione non è affatto banale e fu
esibita per la prima volta da Weierstrass nel 1880. 18
Contemporaneamente a Seidel, e ignaro sia delle sue
ricerche che di quelle di Weierstrass, un altro giovane fisico
matematico era intervenuto sulla questione dei modi di
convergenza delle serie, l'inglese Stokes (1819-1903). Erede
della tradizione inaugurata da Peacock e Babbage, Stokes è
al corrente dei lavori dei matematici francesi come Cauchy e
Poisson, ma ignora completamente ciò che ha fatto Diri-
chlet; egli affronta lo studio delle serie, e delle serie di
Fourier in particolare, sulla scorta del teorema di Cauchy
sulla continuità della somma di una serie di funzioni
continue (che egli cita non dal Cours d'analyse ma dalle
Leçons de calcul différentiel et de ca/cui intégral (1840-44)
pubblicate dall'abate Moigno sulla traccia delle lezioni di
Cauchy) e delle ricerche di Poisson sulle serie di Fourier. Del
primo, Stokes usa la definizione di continuità di una
funzione e ne adotta la distinzione in serie "convergenti" e
"divergenti", introducendo, di più, la distinzione tra serie
"essenzialmente" e "accidentalmente" convergenti, che
corrisponde alla odierna distinzione tra convergenza "assolu-
ta" e "condizionata" all'epoca già introdotta da Dirichlet;
del secondo impiega il metodo di sommatoria e l'integrale
[ 4.1.4] al solo scopo di trovare la somma della serie, una
volta dimostratane altrimenti la convergenza.
Il punto di maggiore originalità del lavoro di Stokes
risiede nel suo studio delle serie di Fourier nell'intorno di un
punto di discontinuità della funzione: è lo stesso problema
di Seidel, ma la via seguita da Stokes è assai diversa.
Con le sue parole, si tratta della questione seguente:
Sia
Ut + u2 + ua + ... [4.4.4]
una serie infinita convergente, avente per somma U. Sia
SERIE DI FOURIER 163

[4.4.5)
un'altra serie infinita il cui termine generico Vn è una funzione della
variabile positiva h e diventa uguale a Un quando h si annulla.
Supponiamo che per un valore sufficientemente piccolo di h e per
tutti i valori minori di esso la serie [4.4.5) sia convergente e abbia V
per somma. Si potrebbe a prima vista supporre che il limite di V per
h= O sia necessariamente uguale a U. Questo tuttavia non è vero( ... )
Si tratta del problema che Abel aveva trattato nel caso
particolare di serie di potenze e che ha a che fare con una
questione di doppio limite. Infatti, se indichiamo al solito
con Sn (h) la somma dei primi n termini della serie [ 4.4. 5] ,
la questione diventa quella di sapere quando si può
scambiare l'operazione di limite nei due limiti seguenti:
lim lim sn(X) = V 0 = V(O)
b-+0 n-+oo
e
lim lim sn (x)= U.
n-+oo b-+0

Se si pensa che Stokes suppone le V n (h) funzioni continue


di h, allora il problema è essenzialmente quello, trattato da
Seidel, relativo alla continuità della funzione somma V(h)
quando h =O. La risposta di Stokes è data dal seguente

Teorema. Il limite di V non può mai differire da U, a meno che la


convergenza della serie [4.4.5) divenga infinitamente lenta quando h
si annulla.
La convergenza della serie è sì detta infinitamente lenta se, essendo
n il numero dei termini che occorre considerare per rendere il resto
minore in valore assoluto di una data quantità e che si può essere
piccola a piacere, n cresce oltre ogni limite quando h diminuisce oltre
ogni limite.
Dimostrazione. Se la convergenza della serie non diventa infinita-
mente lenta sarà possibile trovare un numero n abbastanza grande per
cui, per il valore iniziale di b e per tutti i valori inferiori ad esso e
maggiori di zero, il resto della serie sarà in valore assoluto minore di
e.
C'è una netta distinzione tra quanto Stokes intende con
convergenza "infinitamente lenta" e la convergenza "arbi-
trariamente lenta" di Seidel, come ha osservato Hardy
164 CAPITOLO QUARTO

(1918, p. 155): "Stokes considera una disuguaglianza


soddisfatta da un particolare valore di n, o al più da una
successione infinita di valori di n, e non necessariamente da
tutti i valori di n da un certo punto in poi." In altre parole,
Stokes introduce qui un modo di convergenza oggi detto
"quasi-uniforme", così definito:
B2 ) Una serie L Un (x) è q.u. convergente nell'intorno di
un punto ~ di un intervallo [a, b] se esiste un 8 <n > O tale
che lrn (x) l < e per ogni e positivo arbitrariamente piccolo,
ogni N e un n 0 (~, 8, e, N) maggiore di N e~ -8 <n ~x~
~~+l) <n.
In maniera analoga a quanto detto per la convergenza
uniforme, anche per la convergenza quasi uniforme si può
pensare a una definizione "globale", per un intervallo:
B1 ) Una serie L Un (x) è q.u. convergente su un intervallo
[a, b] se per ogni e positivo arbitrariamente piccolo e ogni
N esiste un n 0 (e, N) maggiore di N tale che l rn (x) l < e per
n = n 0 e a ~ x ~ b.

È inoltre importante, in relazione alle ricerche di Stokes,


introdurre anche la definizione (B 3 ) di convergenza quasi
uniforme in un punto x=~-
Essa si scrive come la (B 2 ), con la precisazione essenziale,
però, che la 8 dipende dalla precedente scelta di~. e, e N.
Il matematico italiano Dini (1845-1918) ha dimostrato
infatti che una condizione necessaria e sufficiente perché la
s(x) sia continua per x = ~ è che la serie sia quasi uniforme-
mente convergente nel punto~- 19
Così, solo dopo più di vent'anni si comincia a far chia-
rezza intorno al teorema enunciato da Cauchy nel Cours
d'analyse: dopo il controesempio di Abel e il silenzio di
Dirichlet sulla cosa, tre matematici, all'insaputa l'uno
dell'altro e con motivazioni e obiettivi diversi, danno
differenti risposte: Weierstrass introduce l'idea di convergen-
za uniforme su un intervallo, Seidel quella di convergenza
uniforme nell'intorno di un punto, Stokes quella di conver-
genza quasi uniforme nell'intorno di un punto. Comune ai
tre è il superamento della nozione di convergenza sem-
plice "alla Cauchy". Questi, da parte sua, solo in una
nota apparsa nei rendiconti d eli' Accademia nel 185 3,
SERIE DI FOURIER 165

ritornava sul proprio teorema, osservando che esso è


verificato per serie di potenze intere crescenti di una
variabile, ma che "per altre serie" richiede delle restrizioni, e
l'esempio che produce è quello a suo tempo menzionato da
Abel (vedi pp. 105 sg.).
Ma Cauchy non fa parola né del matematico norvegese né
delle più recenti ricerche di Seidel e Stokes (le sole
pubblicate) e assume un tono infastidito: certo, nell'enun-
ciato del suo teorema c'era qualcosa che non andava, ma del
resto "è facile vedere come deve essere modificato l'enuncia-
to del teorema, perché non si presenti più alcuna eccezione.
È ciò che adesso spiegherò in poche parole" (Cauchy, 1853,
pp. 31 sg.).
Dopo aver ricordato la sua definizione di funzione
continua data nel Cours d'analyse "e oggi generalmente
adottata", Cauchy osserva che "se si chiama n' un numero
intero superiore a n, il resto rn non sarà altro che il limite
verso cui convergerà, per valori crescenti di n', la differenza
[4.4.6]
Pensiamo ora che attribuendo a n un valore sufficiente-
mente grande si possa rendere, per tutti i valori di x
compresi entro i limi ti dati, il modulo dell'espressione
[ 4.4.6] qualunque sia n') e di conseguenza il modulo di rn
minore di un numero € arbitrariamente piccolo". Questa
ulteriore ipotesi sulla convergenza della serie nell'intervallo
- dice Cauchy - basta a garantire la continuità della
funzione somma s(x). Il suo antico teorema deve essere dun-
que soppiantato dal seguente:
Teorema (di convergenza uniforme). Se i termini della serie l: Un
sono delle funzioni della variabile reale x, continue rispetto a questa
variabile entro limiti dati, se inoltre la somma [4.4.6) diventa sempre
infinitesima per dei valori infinitamente grandi dei numeri interi n e
n' >n, la serie sarà convergente e la somma s della serie sarà entro i
limiti dati, funzione continua della variabile x. (i vi, p. 33 .)

Ma il linguaggio, che qui Cauchy ancora usa, degli infiniti


e degli infinitesimi apparirà sempre di più inadeguato a
trattare le questioni sofisticate e complesse poste allora
dall'analisi; d'altra parte, quando Cauchy scriveva questa
166 CAPITOLO QUARTO

nota, la Francia era sempre meno capace di conservare


l'egemonia della ricerca matematica, come rilevò proprio in
quegli anni Lamé (1795-1870) in un allarmato rapporto
all'Accademia delle Scienze, in cui esortava i matematici alla
ricerca "pura" lamentando che il pressoché esclusivo interes-
se alle questioni applicative impediva lo sviluppo della
matematica e denunciando con ciò i limiti presenti nella
tradizione "politecnica".
I problemi posti dallo studio della natura, come quelli
affrontati da Fourier, rientravano ora prepotentemente tra
le questioni più delicate dell'analisi "pura" e portavano
necessariamente alla elaborazione di tecniche di indagine
assai più raffinate di quelle dei matematici francesi dell'ini-
zio del secolo: gli infinitesimi scompariranno dalla pratica
matematica di fronte agli € e o di Weierstrass, e anche
l'analisi delle funzioni di variabile complessa, inaugurata da
Cauchy, verrà riformulata su nuove basi nei lavori di
Riemann e nelle lezioni di Weierstrass.

NOTE AL QUARTO CAPITOLO

1 Un'esposizione dettagliata di questa memoria di Poisson si trova in


Burkhardt (1908, pp. 439-47).
2 Sia Fourier che Cauchy e Poisson erano interessati a problemi di
rappresentazione delle funzioni soluzioni di equazioni differenziali sia mediante
serie trigonometriche sia con integrali definiti; in quegli anni lavoravano tutti
alto stesso tipo di problemi e spesso vi furono polemiche tra loro. Così, per
esempio, dopo la lettura della memoria di Poisson all'Accademia, Fourier avanzò
una serie di obiezioni verso i risultati di Poisson e la successiva risposta di questi
diede origine a una accesa discussione, cui prese parte anche Cauchy, sui metodi
di soluzione delle equazioni delta propagazione delle onde e della vibrazione di
una lamina.
Per gli aspetti tecnici di questa intricata questione si può vedere t'accurato
resoconto che ne dà Burkhardt (1908, pp. 454-63).
3 Il procedimento di Poisson è stato ripreso nella moderna analisi per

sommare sia serie convergenti che serie divergenti sommabili.


Per una storia delta teoria di queste ultime, vedi Tucciarone (197 3).
4 Apparsa nel giugno 1815 nel "Bulletin de la Société philomatique".
5 Il problema di Schwarz, strettamente connesso alta ricerca di una
dimostrazione rigorosa del "principio di Dirichlet" (vedi Appendice) è quello di
integrare l'equazione di Laplace
a2 u a2 u
t.u=--+--=0
ax 2 ay 2
per la superficie di un cerchio dati certi valori sul contorno.
SERIE DI FOURIER 167

Se la u(x, y) è, in generale, definita e continua per tutti i punti interni e del


contorno di una superficie T e le derivate parziali
au au a2 u a2 u
ax'ay' ax 2 ' ay 2
esistono finite e continue e soddisfano la 6 u =O solo per i punti interni alla
superficie T, Schwarz dimostra, usando !'"integrale di Poisson", che, se la T è un
cerchio, la funzione u è univocamente determinata dai valori che essa assume
sulla circonferenza.
Che tali valori possano essere dati da una funzione continua qualunque [( '{!) è
da Schwarz mostrato provando il teorema: "Se lungo il contorno di una
superficie circolare S è data arbitrariamente una funzione f< '{!) definita e
continua per tutti i valori reali di '{!e periodica di 27T, ma non sottoposta ad altre
condizioni, esiste sempre una e una sola funzione u, le cui derivate parziali
soddisfano, per la superficie S, le condizioni sopra date e che sul contorno di .S
coincide con la funzione data [('f!). Questa funzione, per tutti i punti z = re 1 'fi
interni a S, r <l, è rappresentata dall'integrale:

l J
27T
u(r, ' { ! ) = - . [('41)
l - r2
dV.
27T o l - 2r cos{>4J- '{!) + r 2
(Schwarz, 1872, pp. 185-89).
6 Su di esso richiamò per primo l'attenzione Harnack nel 1888, il quale fece

vedere che Cauchy dimostrava la convergenza della serie di Fourier di una


funzione [(x) sotto le stesse ipotesi per la f(x) che enuncerà Dirichlet nel suo
celebre articolo del 1829.
7 In condizioni di autoesilio al seguito di Carlo X di Borbone, cacciato dal

trono dopo la rivoluzione del 1830, Cauchy soggiornò fino al 1833 a Torino,
insegnando fisica e matematica ed entrando in contatto coi più noti matematici
italiani del tempo.
Trasferitosi poi a Praga al seguito del suo re con l'incarico di precettore del
figlio, ritornò a Parigi nel 1838, dove riottenne il suo posto all'Accademia, ma
non la cattedra di insegnamento, per il suo rifiuto di prestare il richiesto
giuramento di fedeltà a Luigi Filippo.
Cacciato questi a sua volta nel 1848, Cauchy riotterrà la sua cattedra alla
Sorbona che conserverà fino alla morte nell857.
8 Le sue lezioni sulla teoria dei numeri, pubblicate da Dedekind nel 1863,

portano nella seconda edizione numerosi supplementi dello stesso Dedekind, tra
cui il celebre (l'undicesimo) Sulla teoria dei numeri algebrici interi, in cui viene
introdotta la nozione di ideale, fondamentale nell'algebra moderna.
9 Essa porta il titolo: Sur la convergence des séries trigonométriques qui

servent à représenter une fonction arbitraire entre des limites données.


Dirichlet scrive serie "trigonometriche", ma intende in realtà serie "di
Fourier": la distinzione fra queste ultime e altre serie trigonometriche verrà in
chiaro solo con Riemann.
10 L'altra grande rivista di matematica di questo periodo era il "Journal de

mathématiques pures et appliques", fondata da Liouville nel 1836 e succeduta


agli "Annales" di Gergonne.
11 Quando la funzione diviene infinita in un punto c, Dirichlet pose come

condizione per la rappresentabilità della funzione in serie di Fourier la


J
convergenza dell'integrale 'fi(a<)da< in un intervallo piccolo e comprendente il
punto c (Dirichlet, 1837b).
168 CAPITOLO QUARTO

12 La tecnica con cui Du Bois Reymond è giunto allo scopo è veramente


complicata, ed è fondata su una teoria della crescita e decrescita delle funzioni
da lui chiamata Infinitiirkalkul.
Du Bois Reymond determina una funzione [(x) tale che:
a) [(O)= O
b) per x* O è [(x)= p(x) sin 1/l(x), dove per x tendente a O, 1/i(x) diventa
infinita con infiniti massimi e minimi e p(x) tende a O. "Questa funzione- egli
dice - è continua in un intervallo che contiene il punto x= O, e per un tale inter-
vallo, con l'esclusione del punto x= O, sono continue persino tutte le sue derivate,
e cionondimeno non è rappresentabile per x= O. Del resto dalla funzione
p(x)sin 1/l(x) si possono ottenere anche altre funzioni non rappresentabili, il cui
sviluppo secondo serie di Fourier o per mezzo dell'integrale di Fourier (vedi la
formula [2.3.1)) in ogni intervallo piccolissimo diventa infinito.
Formiamo allora la funzione
f<sinpx) = p(sinpx) cos 1/l(sinpx)
con la determinazione [(O)= O; e così questa funzione è continua per ogni x. La
stessa cosa vale per questa:

F(x) = ~ llp p(sinpx) cos 1/l(sinpx).


p=l
Si ponga infine:
+B
H(x) = lim J
b-+- -A
sin b(a- x)
da F(a) - - - - -
a- x
così la funzione ha, in ogni intervallo per quanto piccolo, un punto in cui è
infinita, o più precisamente, i llp possono sempre essere determinati in modo
che tale caso si verifichi" (Du Bots Reymond, 1876, art. 100 sg.).
Commentando questo esempio di funzione, Kronecker (1894, p. 94) nelle
sue lezioni sulla teoria dell'integrazione (1894) scriveva: "Può tuttavia sembrare
discutibile se tali espressioni, ottenute puramente con passaggi al limite, possano
ancora essere senz'altro considerate come funzioni."
Esempi più semplici di funzioni continue ma non rappresentabili in serie di
Fourier furono dati da Schwarz (vedi Sachse, 1880, pp. 272-74) e Lebesgue
(1906, pp. 85 sg.).
13 Condizioni che Lakatos (1979, p. 193) chissà sulla base di quali argomenti,
chiama "prudenti".
14 Vedi Neuenschwander (1978a).
15 Vedi Hankel (1882, p. 67).
16 Nel suo volume Tbeorie der complexen Zablensysteme (1867) Hankel
così enuncia (p. 11) il principio di permanenza: "Se due forme espresse median-
te simboli generici dell'arithmetica universalis sono uguali l'un l'altra, allora de-
vono restare tali anche se i simboli cessano di indicare semplici grandezze e per-
ciò anche le operazioni ricevono un qualunque altro contenuto."
Per un commento dell'opera matematica di Hankel (e, in particolare, di que-
sto principio) vedi Monna (1973).
17 Vedi Dugan (1973, p. 47).
18 Weierstrass la pubblicò nell'articolo Zur Funktionenlebre, apparso una

prima volta nei rendiconti dell'Accademia di Berlino nel 1880 e poi nella raccol-
ta di articoli "Abhandlungen aus der Funktioneolehre" (1886). (Qui la dimo-
strazione in questione si trova alle pp. 71 sg.) Oggi tale dimostrazione si ottiene
mediante l'applicazione del teorema di Heine-Borel.
19 Vedi Dini, Fondamenti per la teoria delle funzioni di variabili reali (Pisa

1878) p. 107.
Capitolo 5
Analisi reale e complessa in Riemann

5.1 Caratteri dell'opera di Bernbard Riemann


Alcune volte nella storia, è accaduto che uomini attraver-
sassero, simili a meteore, le regioni della matematica,
illuminandone improvvisamente nuovi domini per poi repen-
tinamente sparire lasciando dietro di sé una traccia duratura
e incancellabile. Così fu per Abel e per Galois, così è stato
anche per Riemann (1826-1866): seppur attivo per poco più
di dieci anni nel mondo matematico, la sua influenza sulla
scienza moderna è stata enorme e vasti campi della
matematica riuscirono riformulati e posti su nuove basi dai
suoi lavori, se non addirittura fondati ex novo.
Oltre all'analisi complessa e alla teoria delle serie trigono-
metriche e dell'integrazione, a lui si devono le origini della
topologia algebrica, della geometria algebrica (via lo studio
delle funzioni abeliane) e lo studio delle varietà n-dimensio-
nali, per non citare che gli esempi più cospicui.
Tale molteplicità di ambiti di ricerca rispecchia la varietà
di interessi e di motivazioni che stanno alla base della
concezione riemanniana della matematica.
Ecco come egli stesso ebbe a descrivere la propria attività:
I lavori di cui in questo momento mi occupo principalmente sono:
l. Introdurre l'immaginario nella teoria di altre funzioni trascen-
denti, in maniera simile a quanto è già awenuto con tanto successo
per le funzioni algebriche, le funzioni esponenziali e circolari, le
170 CAPITOLO QUINTO

funzioni ellittiche e abeliane; a tal fine ho già fornito l'indispensabile


lavoro preliminare generale nella mia dissertazione inaugurale.
2. In relazione a ciò ci sono nuovi metodi per l'integrazione di
equazioni differenziali alle derivate parziali, che ho già applicato con
successo a diverse questioni fisiche.
3. Il mio lavoro principale riguarda una nuova concezione delle
leggi naturali note, cioè una loro espressione mediante altri concetti
fondamentali, per mezzo della quale sia possibile l'utilizzazione dei
dati sperimentali sull'interazione tra calore, luce, magnetismo e
elettricità per indagarne le connessioni. Sono stato condotto a ciò
principalmente dallo studio delle opere di Newton e di Euler e,
d'altra parte, di Herbart. 1

L'aspetto centrale nell'opera di Riemann è infatti il


carattere unitario che egli continuamente conferisce alle sue
ricerche matematiche, punto d'approdo delle sue concezioni
fisiche e filosofiche e, al tempo stesso, strumento indispen-
sabile della "filosofia naturale" secondo la concezione
classica di questo termine. Così i suoi risultati di materna ti ca
"pura" hanno profonde radici altrove: egli stesso, per
esempio, scrisse che larga parte delle sue iniziali ricerche
sulle funzioni abeliane, pubblicate nel 1857, trovarono
origine in studi sulla rappresentazione conforme di superfici
molteplicemente connesse, studi motivati da un argomento
diverso da quello delle funzioni abeliane.
Secondo la ricostruzione storica di Brill e Noether, tale
argomento concerneva l'equilibrio elettrostatico su superfici
cilindriche dotate di tagli circolari.
Nella nota postuma di Riemann da essi citata si trova
infatti pressoché tutta la strumentazione teorica (superficie
di Riemann, tagli trasversali ecc.) poi largamente impiegata
da Riemann nei suoi lavori pubblicati.
Si può avere da ciò un'idea di come Riemann pervenisse
ai suoi risultati, scrivono Brille Noether (1894, p. 259).
Quando già nel mondo scientifico (e matematico in
particolare) la tendenza alla specializzazione era ampiamen-
te diffusa, Riemann mirò invece costantemente a una sinte-
si tra le varie teorie utilizzando ai suoi scopi strumenti otte-
nuti spesso in contesti, come quello della fisica matematica,
apparentemente assai lontani dal proprio ambito di ricerca.
Decisivi in questo senso furono gli anni di formazione
ANALISI REALE E COMPLESSA 171

scientifica trascorsi alla scuola del fisico Weber (1804-1891),


che Gauss aveva voluto a Gottinga e col quale aveva stretto
un duraturo sodalizio scientifico.
Parimenti decisiva fu l'influenza di Dirichlet, professore a
Berlino e poi a Gottinga alla morte di Gauss. Da Dirichlet
Riemann apprese l'essenziale sulle serie trigonometriche e la
loro storia più recente, sulla teoria del potenziale; di Dirichlet
completò, generalizzandole, le ricerche sull'integrale defini-
to e di lui (e di Gauss) fece proprio l'interesse per la teoria
dei numeri. 2
In un discorso pronunciato a Vienna (1894) il matema-
tico Klein (1849-1925), ricordando l'opera di Riemann, ne
sottolineava proprio il carattere unitario, individuando in
esso la fecondità dell'approccio riemanniano contrapposto
ai rischi della specializzazione:
Noi sentiamo, affermava allora Klein, che sotto l'influenza dello
sviluppo moderno la nostra scienza, nella misura in cui avanza a rapidi
passi, corre il pericolo di isolarsi sempre di più. Lo stretto rapporto tra
matematica e scienze naturali teoriche, così vantaggioso per entrambi i
campi ed esistente fin dal sorgere della moderna analisi, minaccia di
spezzarsi. È questo un grave pericolo, che aumenta di giorno in giorno.

Insistendo sulle basi del pensiero di Riemann, un uomo


"determinante come nessun altro per lo sviluppo della
matematica moderna", Klein si richiamava alla "grande
tradizione di cui sono simbolo i nomi di Gauss e Weber" e
alla filosofia di Herbart e aggiungeva che Riemann "ha
sempre, a più riprese, lavorato alla ricerca di una formulazio-
ne unitaria in termini matematici delle leggi alle quali sono
so~etti tutti i fenomeni naturali".
E in questo ordine di idee, secondo Klein, che bisogna
cercare l'origine degli sviluppi di matematica pura dovuti a
Riemann. 3
Questa concezione unitaria della scienza e della matemati-
ca emerge già nettamente nella prima memoria di Riemann,
la sua dissertazione inaugurale (Inauguraldissertation) del
18 51, sui fondamenti di una teoria generale delle funzioni
di una variabile complessa.
172 CAPITOLO QUINTO

5.2 La dissertazione inaugurale


"Pochissimi articoli di matematica hanno esercitato un'in-
fluenza sullo sviluppo successivo della matematica paragona-
bile allo stimolo che essa ha ricevuto dalla dissertazione di
Riemann" ha affermato Ahlfors in apertura di un convegno
tenutosi a Princeton nel 1951 in occasione del centenario
del lavoro di Riemann. "Essa contiene - ha continuato
Ahlfors - il germe della maggior parte della moderna teoria
delle funzioni analitiche, ha dato inizio allo studio sistemati-
co della topologia, ha rivoluzionato la geometria algebrica
e aperto la via all'approccio dello stesso Riemann alla geo-
metria differenziale" (Ahlfors, 195 3, p. 3).
La dissertazione si apre con la definizione di funzione di
una variabile reale consolidata nella tradizione matematica
da Euler a Dirichlet:
Se si designa con z una grandezza variabile che può prendere
successivamente tutti i valori reali possibili, allora, quando a ciascuno
dei suoi valori corrisponde un solo valore della grandezza indetermina-
ta w, si dice che w è una: funzione di z e, allorché z percorre in manie-
ra continua tutti i valori compresi tra due valori fissati, w varia ugual-
mente in maniera continua, si dice che questa funzione w è continua
in questo intervello (Riemann, 1851, p. 3 ).

Per quanto riguarda la continuità, tra le carte di Riemann


è stata trovata la seguente nota, che ne precisa il senso:
Con l'espressione "la grandezza w varia in maniera continua con z
tra i limiti z =a, z = b" intendiamo la seguente cosa: in questo
intervallo, ad ogni variazione infinitamente piccola di z corrisponde
una variazione infinitamente piccola di w; o ancora, esprimendoci in
maniera più precisa: per una grandezza qualunque data €, si può
sempre determinare la grandezza a, tale che in un intervallo relativo a
z, minore di a, la differenza tra due valori di w non sia mai maggiore
di €. La continuità di una funzione, anche quando questo punto non è
espressamente enunciato. implica quindi questo fatto: la funzione è
sempre finita (ivi, p. 46).

Ma questo era, secondo Dirichlet, il contenuto di un


teorema sulle funzioni continue che egli, nel corso delle sue
lezioni sull'integrazione, tenute a Berlino nel 1854, aveva
.ANALISI REALE E COMPLESSA 173

enunciato nella maniera seguente:


Sia y =[(x) una funzione continua di x nell'intervallo finito da a a
b. Per sottointervallo si intende la differenza tra due valori qualunque
di x, cioè ogni parte dell'asse x delle ascisse compreso tra a e b. Allora
è sempre possibile fare corrispondere a un numero p, arbitrariamente
piccolo, un numero a in maniera tale che in ogni sottointervallo che è
.;;;:; a, la funzione y varia al più di p.
Questa proposizione, da dimostrare per Dirichlet, diventa
la definizione della continuità per Riemann, così come per
Weierstrass, che pure si era probabilmente ispirato ai corsi di
Dirichlet (Dugac, 1976a), e che nelle sue lezioni del1861 a
Berlino presentò per la prima volta la sua definizione di
continuità in termini di € - o:
Se è possibile determinare un valore o tale che per ogni valore di h,
minore in valore assoluto di o, [(x + h) - [(x) sia minore di una
quantità e arbitrariamente piccola, allora si dirà che si è fatto
corrispondere a una variazione infinitamente piccola della variabile
una variazione infinitamente piccola della funzione.

Da questo momento si può far datare, ha scritto Dugac


( 197 6a, p. 7 ), la sostituzione di disuguaglianze, che implicano
una nozione topologica di intorno, all'idea intuitiva di
"tendere a".
Si tratta di un procedimento non infrequente nella storia
della matematica: dalla pratica emergono le proprietà
centrali (e dunque più profonde) di classi di oggetti, ed è poi
naturale porre a loro definizione proprio quelle proprietà; in
questo senso si è anche parlato di dialettica nella matemati-
ca (Cavaillès, 1938).
Dirichlet sembra così aver ispirato sia Riemann che
Weierstrass: la cosa è tanto più manifesta in Riemann, che
dopo aver dato la definizione di funzione così la commenta:
"È evidente che questa definizione non prescrive alcuna
legge tra i diversi valori della funzione, poiché, avendo a
disposizione questa funzione per un determinato intervallo,
resta del tutto arbitrario il modo di prolungarla fuori
dall'intervallo." Sono parole che richiamano quelle impiega-
te da Dirichlet nel 1837. La dipendenza di w da z, dice
Riemann, può essere arbitraria o data da leggi matematiche
174 CAPITOLO QUINTO

e la cosa è del tutto indifferente, poiché "moderne ricerche


hanno fatto vedere che esistono delle espressioni analitiche
mediante le quali ogni funzione continua può essere
rappresentata in un dato intervallo".
Le ricerche in questione sono appunto quelle di Dirichlet
sulle serie di Fourier. 4
Ma se in Dirichlet, come del resto era stato anche per
Euler, alla generalità della definizione non corrispose una
pratica coerente con lo studio di funzioni altrettanto
"generali", altro sarà il discorso per Riemann, che nella sua
tesi di abilitazione (Habilitationschrift) del 1854 rivelerà al
mondo matematico un universo straordinariamente ricco di
funzioni "patologiche".
Se si guarda alla storia reale della matematica, allora è
innegabile che nella pratica dei matematici il concetto
moderno di funzione di una variabile reale, in tutta la sua
generalità, cominciò ad affermarsi solo alla fine degli anni
sessanta, quando si diffuse lo scritto di Riemann e si sparse la
notizia che i matematici berlinesi, Weierstrass e Kronecker
in primo .luogo, dedicavano particolare attenzione allo
studio di simili funzioni nello sforzo di rendere rigorosi
concetti fondamentali del calcolo infinitesimale come quelli
di continuità e di derivata.
Nella dissertazione Riemann si limita a queste poche
osservazioni per quanto riguarda la variabilità reale: la
situazione cambia sostanzialmente, egli osserva, quando si
impone alla variabile z di assumere valori complessi. In tal
caso, se la dipendenza di w= u +iv da z =x + iy è
arbitraria, il rapporto
du +i dv
dx + idy
varierà in generale al variare di dx e dy.

Ma, in qualunque maniera w possa essere determinato come


funzione di z mediante una combinazione delle operazioni elementari
di calcolo, il valore della derivata : : sarà sempre indipendente dai
valori particolari assunti dal differenziale dz 5 - dice Riemann, e quin-
di - chiaramente per questa via non si può esprimere una qualunque
ANALISI REALE E COMPLESSA 175

dipendenza arbitraria della grandezza complessa w dalla grandezza


complessa z.
Ma, pur avendo in mente di considerare funzioni indipen-
dentemente dalla loro esprimibilità analitica, è questa una
buona proprietà che si può assumere come punto di
partenza per la definizione di dipendenza funzionale, "senza
stare a dimostrare ora la sua generale validità e ammissibilità
per il concetto di dipendenza esprimibile mediante operazio-
ni su grandezze".
Per Riemann, dunque, "una grandezza variabile comples-
sa w è detta funzione di un 'altra grandezza variabile com-
plessa z, allorché la prima varia con la seconda in maniera
tale che il valore della derivata ~ è indipendente dal valo-
re del differenziale dz ".
Questa condizione è soddisfatta allorché
au - av au - av
a-x- ay e ay --a-x [5.2.1]

da cui:

a2u a2u a2v a2v


ax2 + ay2 = /::,u =o, ax2 + ay2 =l::, v= o, [5.2.2]

che discendono immediatamente dall'essere il valore di

dx +i dy

indi pendente da dz = dx + idy. 6


Riemann pone così al centro della nozione di funzione di
variabile complessa il sussistere delle [5.2.1 ], che per Cauchy
era una proprietà particolare delle funzioni in questione
(quella di essere monogene).
È quanto anche Casorati (1868, pp. 139 sg.) sottolinea,
facendo osservare "la maggiore semplicità" che deriva a
tutta la teoria con "lo stabilire le proprietà fondamentali
delle funzioni di una variabile complessa immediatamente
[corsivo nostro] con l'equazione
176 CAPITOLO QUINTO

aw . aw
--=z-- [5.2.3]
ay ax '
anziché stabilire in prima le proprietà fondamentali delle
funzioni (componenti) che soddisfano l'equazione b..u = 0".
Crediamo che sia veramente da ammirare - continua Casorati -
quella potenza assimilatrice colla quale [Riemann) seppe raccogliere
e fondere in una teorica compatta semplice e generale, insieme con le
proprie, tutte le ricerche altrui che vi avevano attenenza importante;
delle quali specialmente le molte dovute a Cauchy, sparse in numerose
pubblicazioni, erano state condotte con svariati intendimenti, oltre
che giacevano avvolte in una varietà eterogenea di nomi e di notazioni
speciali ...
Degnissimo di osservazione - conclude Casorati - è anche in
particolare lo stabilire ch'egli fa sempre le proprie convenzioni e
definizioni in modo che ogni teorema si possa enunciare come vero
senza eccezioni, o che si possano riunire in una sola formula o teorema
parecchie formule o teoremi d'ordinario considerati come diversi l'uno
dall'altro.

Inoltre, Riemann è il primo ad aver compreso appieno


l'importanza per la teoria delle funzioni di variabile com-
plessa, delle equazioni [5.2.2], che compaiono a fondamen-
to dell'intera teoria, equazioni con le quali si era familiariz-
zato per le sue ricerche in fisica. 7
A questo punto Riemann non ha difficoltà a mostrare
come la dipendenza così definita di w da z si lasci
geometricamente interpretare come una rappresentazione
conforme del piano z sul piano w, cosa peraltro nota. 8
A questi primi paragrafi, ne seguono nella dissertazione
altri dedicati all'illustrazione di un concetto matematico del
tutto nuovo: quello di superficie di Riemann, che egli
introduce come l'ambiente geometrico opportuno per collo-
carvi le proprie considerazioni sulle funzioni.
Scegliamo questo modo di rappresentazione dove sarà lecito parlare
di superfici sovrapposte, al fine di poter ammettere che il luogo di un
punto O possa ricoprire più volte la stessa pane di piano; ma, in tal
caso, supporremo che le porzioni di superfici sovrapposte non si
connettano fra loro lungo una linea, in modo che non succeda che la
superficie sia piegata, né che sia divisa in parti sovrapposte.
Tra le idee più feconde presenti nella tesi di Riemann,
ANALISI REALE E COMPLESSA 177

nessuna, ha osservato Ahlfors (1953, p. 4), è


così semplice e al tempo stesso così profonda. Il lettore è portato a
credere che si tratti di una banale convenzione, ma non c'è traccia che
qualcuno abbia usato una simile strumentazione prima di lui. Nell'uso
che ne fa Riemann è una magistrale fusione di due idee distinte e
ugualmente importanti: l) una nozione puramente topo logica di
superficie di ricoprimento, necessaria per chiarire il concetto di
applicazione nel caso di corrispondenza a più valori; 2) una concezio-
ne astratta dello spazio della variabile, con una struttura locale
definita da un parametro uniformizzante. Quest'ultimo aspetto viene
in primo piano nel trattare i punti di diramazione. Da un punto di
vista moderno, l'introduzione delle superfici di Riernann adombra
l'uso di spazi topologici arbitrari, spazi con una struttura e spazi di
ricoprimento.
Una delle motivazioni intuitive dell'introduzione di que-
ste superfici a più strati risiede nell'idea che, rappresentando
w mediante il piano B, se la w è funzione a più valori, come
per esempio w= z lln, allora vi sarebbero punti diversi del
piano B corrispondenti allo stesso punto del piano A delle z.
Riemann introduce queste superfici a più strati in modo
tale che, se w è a più valori, ogni punto della superficie sia
rappresentativo di un solo valore di w in corrispondenza ad
un solo valore di z.
Siffatto luogo geometrico - commenta ancora Casorati - destinato
ad essere il campo intuitivo delle speculazioni dell'autore, è quella
creazione di lui affatto originale nella quale si trova la ragione del suo
linguaggio e di certi suoi procedimenti singolari, e la quale dapprima
non bastantemente spiegata al di fuori della scuola di Gottinga, fu
duro ostacolo a che in più largo circolo si diffondessero queste
notabilissime speculazioni (Casorati, 1868, p. 120).
Che le sue idee incontrassero difficoltà anche presso gli
"stessi lettori" tedeschi è Riemann stesso a riconoscerlo,
scrivendone a Betti nel giugno 1863, durante il periodo del
suo soggiorno in Italia. Vediamo di chiarire la cosa con un
esempio, considerando la funzione w = y'Z, ossia la relazione
w 2 - z =O.
Per ogni punto O del piano A corrispondono nel piano B
due punti che variano con continuità al variare di z (affissa
di O) in A, e che coincidono nell'origine (per z =O).
Immaginiamo ora un altro piano A 1 disteso sopra A e
178 CAPITOLO QUINTO

tagliato lungo una linea (per semplicità, una retta) che parta
dal punto z = O e vada all'infinito senza passare più volte da
uno stesso punto.
Sia ora A 1 il luogo del punto Q e associamo a un punto
qualsiasi uno dei due valori corrispondenti di w in modo che
facendo variare con continuità O, in ogni singola successiva
posizione di O si associ sempre il valore di w che si ottiene
conservando la continuità.
Così ad ogni punto di A 1 sarà associato un valore di w.
Consideriamo ora un secondo piano (strato, nella terminolo-
gia riemanniana) A 2 , tagliato come A 1 dall'origine all'in-
finito.
Si associ ora ad ogni suo punto (rappresentante come in
A e A 1 un valore di z) il valore di w che non è associato al
punto sottoposto del piano A 1 e consideriamo ora O mobile
in A 2 , come abbiamo visto sopra nel caso di A 1 , in maniera
di associare ad ogni punto di A 2 un valore di w che vari con
continuità al variare di z.
In tal modo in ogni due punti di A 1 , A 2 sovra pposti ad uno stesso
A riescono deposti i due valori di w corrispondenti ad uno stesso z. E,
considerando i 2 + 2 = 4 orli dei tagli di A 1 e A 2 , si riconosce che i
valori di w deposti lungo l'orlo destro dell'un piano sono ordinatamen-
te uguali ai deposti lungo l'orlo sinistro dell'altro. Dunque, immagi-
nando che vengano connessi lungo tutta la loro indefinita lunghezza
l'orlo destro di A 1 col sinistro di A 2 ed il destro di A 2 col sinistro di
A 1 , otterremo un'unica superficie a due piani o strati dotata della
proprietà, che ogni coppia distinta di valori di w e z, ossia ogni
soluzione distinta dell'equazione w 2 - z =O abbia in essa uno ed un
solo esclusivo punto rappresentativo, e che qualunque variazione
continua e simultanea di queste due variabili si possa raffigurare in un
movimento continuo di un punto; mobile in essa superficie e viceversa
(Casorati, 1868, pp. 122 sg. ).
Abbiamo seguito letteralmente questa discussione del-
l'esempio fatta da Casorati, uno dei più convinti sostenitori
delle idee riemanniane in Italia, e che contribuì in modo
essenziale, unitamente con Betti, alla loro diffusione e
comprensione, poiché sembra magistralmente chiara.
Lo stesso Casorati, per aiutare l'immaginazione dei suoi
studenti a comprendere questi oggetti matematici introdotti
da Riemann, era solito nelle sue lezioni darne una rappresen-
ANALISI REALE E COMPLESSA 179

tazione visivamente efficace (pur con i limiti di un modello


materiale) suggerendo di immaginare queste superfici "come
reti, di cui i nodi ne esprimano i punti mentre i fili siano
variabili in lunghezza, flessibili e oltrepassabili", vale a dire,
in sostanza, "come sistemi di punti separati, insensibilmente
del resto, tra loro". 9
Fin qui dunque le superfici di Riemann appaiono come
strumenti adatti per studiare le funzioni algebriche.
Queste ultime erano state argomento di una memoria di
Puiseux (1820-1883), apparsa nel "Journal" di Liouville nel
1850 e diventata celebre.
Partendo dalle ricerche di Cauchy sulla continuità delle
soluzioni di un'equazione algebrica f(u, z) =O, dove f è un
polinomio nelle variabili (complesse) u e z, Puiseux vi
introduceva la distinzione fra poli e punti di diramazione e,
per le funzioni trascendenti, la nozione di polo di ordine
infinito (o singolarità essenziale), come è per esempio il
punto z =O per la funzione e 11 z.
Puiseux dimostrava poi che, se u 1 è una soluzione di f(u,
z) = O e se b 1 è il valore di u 1 in corrispondenza a z =c, la
funzione u 1 riprende lo stesso valore b 1 quando z ritorna in
c dopo aver percorso un cammino chiuso nel piano non
comprendente poli o punti di diramazione della funzione
f(u, z); in altri termini, l'integrale )u 1 dz, preso lungo un
siffatto cammino, è nullo.
Inoltre Puiseux mostrava che, se in un punto A coincido-
no p radici dell'equazione f(u, z) =O e si indicano con
u 1 , ••• , Up le p funzioni di z che coincidono per z =a, in un
intorno abbastanza piccolo di A che non contenga punti
critici esse sono sviluppabili in serie di potenze intere di
(z- a)ltp_
È a queste ricerche, maturate nell'ambito della "scuola"
di Cauchy, che si è richiamato MarkuseviC1° nel ricercare
le origini delle concezioni riemanniane. Dopo aver osservato
che Riemann nella sua tesi non fa pressoché alcun esplicito
riferimento ad altri matematici (esclusi Gauss e Dirichlet,
suoi maestri a Gottinga) e che "si comporta nel continente
delle funzioni analitiche come Robinson Crusoe sulla sua
isola deserta", Markusevic afferma che, nonostante le
innovazioni e la forza del suo genio, Riemann "era per molti
180 CAPITOLO QUINTO

versi un matematico della vecchia scuola" e avanza la


congettura che egli trovasse nelle ricerche di Cauchy in
generale e in quelle di Puiseux in particolare "l'impalcatura"
per la sua costruzione delle superfici a più strati.
Per quanto riguarda Cauchy, Markusevic richiama la
discussione sui concetti fondamentali dell'analisi complessa
che awenne nel1847 tra Eisenstein (1823-1852) e Riemann
stesso, allora studente a Berlino per seguire i corsi di
Dirichlet, J acobi e Steiner.
In quell'anno Eisenstein teneva un corso sulla teoria delle
funzioni ellittiche e Riemann ne seguì le lezioni e strinse un
rapporto d'amicizia col giovane professore.
Riemann ha raccontato in seguito - scrive Dedekind nella sua
classica biografia di Riemann - che essi discussero insieme anche
dell'introduzione delle grandezze complesse nella teoria delle funzioni,
ma che erano di opinioni completamente diverse sui princìpi da porvi
a fondamento; Eisenstein si limitava al calcolo formale, mentre egli
stesso riconosceva nelle equazioni differenziali alle derivate parziali la
definizione essenziale di una funzione di variabile complessa (Rie-
rnann, 1876, p. 544).

Forse il punto di partenza delle riflessioni dei due giovani


matematici era nell'approccio di Cauchy alla teoria delle
funzioni di variabile complessa, che privilegiava l'aspetto
formale della cosa, ed è del tutto ragionevole supporre,
come fa Markusevic, che sia il Cours d'analyse che gli
Exercices de mathématiques di Cauchy fossero certo noti a
entrambi. Ma rispetto alla "scuola" di Cauchy il punto di
vista di Riemann si configura già qui in maniera del tutto
originale e per scoprirne le motivazioni più profonde non
serve indagare a Parigi, ma occorre cercare a Gottinga e
Berlino: infatti, le equazioni differenziali in cui Riemann
vede l'essenziale di una definizione delle funzioni di
variabile complessa sono le condizioni di monogeneità
[5.2.1] e l'equazione [5.2.2] di Laplace, quelle stesse
equazioni che giocano un ruolo fondamentale nella teoria
del potenziale, cui non più di otto anni prima, nel 1839,
Gauss aveva dedicato un fondamentale lavoro, e attorno alla
quale lavorava ancora con Weber nelle ricerche sul magneti-
smo.
ANALISI REALE E COMPLESSA 181

In quello stesso articolo del 1839 Gauss faceva uso di un


principio, da Riemann poi chiamato "principio di Dirichlet"
perché da quest'ultimo riformulato e usato intensivamente
nelle sue ricerche sul potenziale, che fornì a Riemann la
base su cui costruire i suoi teoremi di esistenza di una
funzione date certe condizioni: "Praticamente egli pone un
segno d'uguaglianza tra la teoria del potenziale in due
dimensioni e la teoria delle funzioni di variabile complessa"
(Ahlfors, 19 53, p. 4 ).
Si tratta di un atteggiamento che porta a definire una
funzione dalle sue singolarità, come Riemann stesso ripetu-
tamente sottolinea in maniera esplicita: "Questo approccio
richiede - scrive ancora Ahlfors (1953, p. 4)- teoremi di
esistenza e unicità, in contrasto con la concezione classica di
funzione come un'espressione analitica fissata." È una
concezione che Riemann, come scrisse nella sua tesi di
laurea e affermava a lezione, attribuiva a Euler più che a
Cauchy; e se si deve dar credito alle parole di Prym
(1841-1915) uno dei suoi allievi a Gottinga, Riemann affer-
mò di essere stato portato ad attribuire importanza decisiva
alle equazioni [ 5.2.1] e [ 5.2.2] proprio dopo essersi
chiesto sotto quali condizioni fosse possibile "prolungare"
lo sviluppo in serie di una funzione fuori dal suo dominio di
convergenza e perché mai, in molti casi, come ripetutamente
faceva Euler, si ottenevano risultati giusti operando con
serie divergenti.
Dirichlet, interrogato da Riemann sulla questione, si
mostr? ?ella sua stessa opinione sul ruolo di quelle
equazwm.
Non appena poi, coerentemente con questo punto di
f
vista, si comincia a studiare l'integrale X dx + Ydy, ci si
accorge che la molteplicità dei valori dell'integrale dipende
dal fatto che ci sono nel piano cammini chiusi che non
formano il contorno di una parte del piano; da qui
l'introduzione di tagli e di superfici a più strati per
rappresentare funzioni a più valori, la cui determinazione
awiene per mezzo delle condizioni al contorno e delle
discontinuità con la strumentazione data dalla teoria del
potenziale e dal principio di Dirichlet.
Che nella fisica matematica si trovino le origini della
182 CAPITOLO QUINTO

teoria riemanniana delle funzioni di variabile complessa fu


sottolineato per la prima volta da Klein nelle sue lezioni
sulle funzioni algebriche e i loro integrali, tenute a Lipsia nel
1881 e pubblicate in un celebre opuscolo (Klein, 1882 ).
Un'interpretazione che nella sostanza fu condivisa da coloro
che avevano conosciuto personalmente Riemann, come
Betti e Prym, 11 e che fu indirettamente confermata poi da
Brille Noether (1894).
Quanto alla congettura dell'influenza di Puiseux su
Riemann, Markusevic riconosce che non ci sono fatti che la
supportino, se non l'osservazione che molti dei risultati di
Puiseux si trovano generalizzati e unificati nella dissertazio-
ne di Riemann e che
l'apparizione del concetto di superficie a più strati, all'inizio del lavoro
di Riemann, con la definizione dei punti di diramazione della
superficie e la descrizione della connessione tra i vari strati, distribuiti
in cicli nell'intorno di ogni punto di diramazione, doveva sembrare
completamente inaspettata ed estremamente artificiale a chiunque
non avesse studiato la memoria di Puiseux.
Ma un lettore acuto di quella memoria poteva scoprire in quel
concetto nuovo e insolito un'eccellente spiegazione geometrica e, nel
suo proprio linguaggio, un sommario del contenuto fondamentale
della memoria.

Certamente, stando sulle superfici di Riemann si "vedo-


no" meglio i cicli e i punti di diramazione di Puiseux. Ma il
problema teorico fondamentale di Riemann non è quello di
indagare le proprietà delle funzioni algebriche, come era per
Puiseux. Egli, come afferma ripetutamente è alla ricerca di
un metodo generale, capace di abbracciare classi più vaste di
funzioni e trattarle in maniera unitaria; proprio questo gli
consente il suo approccio ed egli ne dà cospicui esempi nello
studio della serie ipergeometrica di Gauss (Riemann, 1857a
pp. 66-87) e delle funzioni abeliane (1857b pp. 88-144 ), e nel-
le sue lezioni sulle funzioni ellittiche, dove la superficie a due
strati e quattro punti di diramazione viene introdotta all'ini-
zio in maniera naturale come l'ambiente geometrico oppor-
tuno per studiare simili funzioni. 12
Aveva dunque ragione, a mio parere, Weyl (1885-1955),
quando, nel suo celebre volume sul concetto di superficie
ANALISI REALE E COMPLESSA 183

riemanniana (1913), scriveva:


Si incontra ancora qui e là la concezione che le superfici di
Riemann non siano nient'altro che un mezzo visivo (si aggiunge: assai
pregevole, molto suggestivo) per presentare e illustrare la molteplicità
delle funzioni. Questa concezione è sbagliata radicalmente. La
superficie di Riemann è una componente oggettiva e indispensabile
della teoria, che sta proprio a fondamento di essa. Non è neanche
qualcosa che viene "distillato" a posteriori, in maniera più o meno
artificiale, dalle funzioni analitiche, al contrario deve essere assoluta-
mente considerata come il prius, come il corpo della madre in cui in
primissimo luogo possano crescere e svilupparsi le funzioni (Weyl,
1913,p.4).
In questo volume Weyl dà la definizione di superficie di
Riemann attraverso il concetto di gruppo di mappe local-
mente conformi (ivi, p. 36). "E non c'è dubbio - scrive
Weyl -che l'intera potenza e semplicità delle idee di Riemann
si rivela solo con questa formulazione generale."
Nella sua dissertazione, per le superfici a più strati
introdotte, Riemann definisce i punti di diramazione, come
punti tali che gli m strati della superficie vi siano connessi in
modo da ritornare al punto di partenza quando la variabile
ha compiuto m giri, passando con continuità da uno strato
al successivo, intorno al punto in questione.
Passa poi a definire cosa si intende per taglio trasversale e
per connessione di una superficie (''una superficie è detta
semplicemente connessa quando è divisa in parti da ogni
taglio trasversale, molteplicemente connessa in caso contra-
rio") enunciando e dimostrando il fondamentale teorema:
"Se una superficie T è scomposta mediante n 1 tagli
trasversali q 1 in un sistema T 1 di m 1 parti di superficie
semplicemente connessa e mediante n 2 tagli trasversali q 2 in
un sistema T 2 di m 2 parti di superficie, allora non può
essere n 2 - m 2 > n1 - m 1."
Da questo teorema Riemann ricava la definizione dell'or-
dine di connessione di una superficie come il numero n- m,
dove n è il numero indeterminato dei tagli trasversali ed m è
il numero di parti semplicemente connesse in cui si
scompone la superficie mediante essi.
In una successiva memoria (1857 b), Riemann premetterà
alla trattazione delle funzioni abeliane alcune osservazioni di
184 CAPITOLO QUINTO

natura topologica (relative all'analysis situs, come allora si


diceva). In questa occasione egli darà una seconda definizio-
ne di ordine di connessione di una superficie:
Quando su una superficie F si possono tracciare n curve chiuse a 1 ,
a 2 , ... an che, sia se considerate separatamente sia se considerate
riunite, non formino un contorno completo di una parte di questa
superficie, ma che, congiunte ad ogni altra curva chiusa, formino
allora un contorno completo d'una parte della superficie, la superficie
sarà detta (n + l) volte connessa
dove la cosa decisiva è mostrare che "questo carattere della
superficie è indipendente dal sistema delle curve a 1 ... an".
Riemann non fu certamente il primo a occuparsi di
questioni topologiche (che si trovano già in Euler, per
esempio, Gauss e soprattutto Listing in forma embrionale 13
né le sue definizioni di ordine di connessione sono dal punto
di vista moderno completamente soddisfacenti (nella secon-
da sono però presenti in germe le idee che porteranno nel
1895 Poincaré alla nozione di omologia): è tuttavia con
Riemann che la topologia rivela la propria fecondità nelle
ricerche di analisi e ne mette in luce i profondi legami con la
geometria.
Confrontando l'approccio di Riemann e quello di Cau-
chy, Hadamard (1909, p. 49), ha scritto che
la teoria delle funzioni di Cauchy non getta sulla natura delle
funzioni algebriche la luce che ci si doveva attendere e che, in seguito,
si mostra effettivamente in grado di fornire. Sembra sfuggirgli un
elemento essenziale che è necessario considerare in tutti i problemi
importanti che ci si pone sulle funzioni e le curve algebriche: cioè che
quando si studia la geometria su una di queste curve o l'espressione
delle coordinate in funzione di variabili ausiliarie, sempre si introduce
uno stesso numero intero, il genere della curva; e la teoria alla quale
abbiamo fatto allusione, non permette di prevederne l'introduzione

mentre la "gloria di gettare i fondamenti definitivi" della


teoria delle funzioni algebriche è spettata appunto a
Riernann.
Nell'ambiente geometrico così predisposto, Riemann
colloca le sue ricerche sulle funzioni; infatti, egli dice, una
grandezza variabile che assume in generale, cioè al più con
l'eccezione di punti e linee isolati, per ogni punto O della
ANALISI REALE E COMPLESSA 185

superficie un valore ben determinato, che varia con conti-


nuità in dipendenza dalla posizione, può chiaramente essere
considerata come una funzione; nel seguito quando si
parlerà di funzioni di x e y, ne penseremo determinato il
concetto in questo modo. Riemann considera poi due
funzioni X e Y di x, y, continue in ogni punto della
superficie T e l'integrale:

ax av)
J (-
ax +ay
- dT [5.2.4]

esteso alla superficie T e ottiene i teoremi noti già a Cauchy


e Gauss, che cioè l'integrale [5.2.4] è uguale all'integrale
-J (X cos ~ + Y cos T/) ds preso lungo tutto il contorno della
T, dove ~ e 11 sono gli angoli formati rispettivamente con gli
assi x e y dalla normale in ogni punto del contorno,
orientata positivamente verso l'interno e che

J(aaxx +~)
ay
dT=- J(x~ +y_iL) ds=
ap ap
[5.2.5]
=J (x aya -
s
Y ~)
as ds •
dove s indica la lunghezza della parte di contorno da un
punto iniziale qualunque fissato a un punto arbitrario 0 0 e
p indica la distanza di un punto indeterminato O calcolata
lungo la normale al contorno in 0 0 , orientata come si è
detto. Questo consente di esprimere le coordinate x, y del
punto generico O in funzione di s e p.
Si osservi che Riemann giunge a queste dimostrazioni
sotto condizioni di grande generalità, richiedendo soltanto
per le X e Y di essere continue.
Nell'ipotesi aggiuntiva che sia uguale a zero l'integranda
della [5.2.4], è uguale a zero anche ciascuno degli integrali
a secondo membro della [5.2.5] quando l'integrale sia
esteso a tutto il contorno della superficie T.
Ancora sotto le stesse ipotesi, il valore degli integrali
[ 5.2.5] non muta "allargando o diminuendo la superficie T
in maniera qualunque, purché ogni volta questa operazione
non aggiunga o tolga alcuna parte della superficie in cui
186 CAPITOLO QUINTO

cessano di valere" le ipotesi fatte. Qui emerge l'importanza


delle premesse fatte sulla connessione delle superfici: se la
superficie è semplicemente connessa, l'integrale

f (x aaxp ay) ds=


+ Y ap f( ax ax)
Y-as-Xa; ds [5.2.6]

è nullo quando è preso lungo tutto il contorno di una parte


qualunque della superficie e mantiene lo stesso valore se pre-
so lungo due cammini distinti che vanno da un punto fissato
qualunque della superficie, 0 0 , a O, pure qualunque, senza
uscire dalla superficie T. Se in T, dove ancora sarà in gene-
rale,

[5.2.7]

si tolgono i punti di discontinuità mediante contorni chiusi


che li circondano, allora varrà ancora che gli integrali a
secondo membro della [ 5.2.5] sono nulli in ogni parte
restante della superficie T*, ottenuta praticando opportuni
tagli in modo da renderla semplicemente connessa. Allora,
l'integrale

Z= J ? (Yax- - xay)
- ds (0 0 fissato)
o. as as
si potrà considerare come una funzione di x, y (coordinate
di 0), che assume un ben determinato valore comunque ci si
muova in T* per andare da O 0 a O. Di più, è una funzione
finita e continua, le cui derivate sono rispettivamente

az=
ax Y , az
ay =x o

Ma lungo i tagli operati in T il valore di Z varia di una


costante, il cui numero è uguale a quello dei tagli trasversali
operati (n - 1 se la T è n-plicemente connessa). Queste
costanti (o moduli di periodicità, come li chiamerà Riemann
nella memoria del 1857b) sono inoltre tutte indipendenti
tra loro.
"Si vede comparire qui nella teoria delle funzioni una
ANALISI REALE E COMPLESSA 187

classificazione delle superfici: quelle alle quali la relazione

J (x ~; + Y :~) ds =o
si applica senza modificazioni, e le altre. Riemann chiama
semplicemente connesse le prime" (Pont, 1974, p. 61).
A questo punto Riemann studia le proprietà delle
. . u, ul d'1 x, y, mtro
f unzwm . aul
d otte ponen d o u -a-
- u au =X e u au
1

ax ay
1
- u au = Y Se u e U sono
1

ay
1 :rmo-
niche si potrà applicare all'integrale

ax Ya-y) ds= J(ua-


J(X-+ u- uapa-u) ds 1
l
[5.2.8]
ap ap ap
le conclusioni fin qui ottenute, poiché vale la [5.2.7].
Richiedendo ora che la funzione u e le sue derivate prime
non abbiano discontinuità lungo una linea e che, per ogni
punto dove siano discontinue, divengano infinitamente
. ' p au
. le le quantlta
piCCO ax e p ayau InSieme
. . a p, p essen d O la
distanza di O dal punto di discontinuità, e supponendo
ancora che la superficie T sia composta da un solo strato,
allora Riemann riesce a esprimere il valore di u in un punto
qualunque 0 0 di T mediante l'integrale

uo=
1
21T J( logr au a log r) ds,
ap -u ap

l'integrale essendo preso lungo un cammino chiuso che


racchiude il punto O 0
essere continua e
=
(x0 , y 0 ) in cui u è inoltre supposta

21 log [(x- x 0 ) 2 + (y- y 0 ) 2 ] = logr.

Da questa espressione egli ricava il teorema:

Allorché una funzione u, all'interno di una superficie T che ricopre


dappertutto semplicemente il piano A, soddisfa, in generale, all'equa-
188 CAPITOLO QUINTO

zione differenziale
32 u + a2 u =0
ax 2 ay 2
in maniera tale che:
l) i punti in cui questa equazione differenziale non è soddisfatta
non formino una parte di superficie continua,
. .d
2 ) 'puntr ove u,
au a 'a
au d"rvengono d"rscontrnue
. 1". •
non ,ormrno
una linea continua, u y au au
3) per ogni punto di discontinuità le grandezze p ax ' p ay
divengano infinitamente piccole contemporaneamente alla distanza p
del punto O da questa discontinuità,
4) e infine che per u sia escluso il caso di una discontinuità
eliminabile modificando il suo valore in punti isolati, allora u è ne-
cessariamente finita e continua insieme a tutte le sue derivate in ogni
punto interno a questa superficie (Riemann, 185 l, pp. 20 sg.).

Nelle stesse condizioni per la u, Riemann prova le


seguenti proposizioni:
I) Se u e ~; sono nulle in tutti i punti di una linea, u è
nulla dappertutto in T.
II ) Se 1·1 va1ore d.1 u e d"1 a
apu e' dato 1ungo una 1·mea, u
rimane determinata in tutte le parti di T.
III) I punti interni a T, dove u ha un valore costante,
formano necessariamente, quando u non è costante dapper-
tutto, delle linee che separano le parti della superficie dove
u è più grande da quelle dove u è più piccolo della costante
in questione.
Questa proposizione è la riunione delle due seguenti:
a) u non può avere né un massimo né un minimo in un
punto internamente a T.
b) u non può essere costante solo in una parte della
superficie.

A questo punto Riemann riprende la considerazione della


w = u + iv funzione di z, interrotta precedentemente. La w
è continua e verifica le condizioni [5.2.1] in generale, salvo
al più in linee o punti isolati. Consideriamo in primo luogo
ANALISI REALE E COMPLESSA 189

l'ipotesi che T sia semplicemente connessa e costituita di un


solo strato. Allora, se la funzione w di z non è mai
discontinua lungo una linea e inoltre, per ogni punto O'
della superficie dove z = z', w(z- z') diventa infinitamente
piccola all'awicinarsi indefinitamente di O a 0', questa
funzione è finita e continua con tutte le sue derivate
all'interno della superficie T.
Infatti, valgono per le u, v (componenti di w) le [5.2.1] e
le ipotesi l -4 del teorema precedente; inoltre è

f
j
(u~-v
as as ay) ds=O
'
l'integrale essendo esteso all'intero contorno di una parte
qualunque di T, e dunque la funzione U di x, y (al variare di
O)

u= f
o.
(u ax
as
-v ay ) ds
as ' (0 0 fissato),

le cui derivate sono (vedi p. 183)

--=u
au e
au
--=-v
ax ay ,
è continua e finita in ogni punto di T, e lo stesso vale per le
sue derivate.
Continua e finita insieme alle sue derivate è quindi anche
.
la f unz10ne au . au
COmp1essa W= ax - t ay ·
Riemann mostra quindi che se il prodotto w(z - z') non
tende a zero al tendere di jz - z'l a zero, e se può trovarsi
invece una potenza d'esponente n per cui w(z - z')n tenda a
zero al tendere a zero di lz - z' l allora la funzione
n-1 a;
w-~ '; • (a; costanti),
i= 1 (z- z )
sarà continua e finita nel punto 0'.
La restrizione imposta alla T (di essere una superficie a un
solo strato) non è essenziale alla legittimità di questi due
teoremi, che valgono anche quando si consideri una superfi-
cie a più strati e quando il punto O' sia di diramazione
190 CAPITOLO QUINTO

dell'(n- l) -esimo ordine, purché si sostituisca (z- z') 1hl al


posto di z- z'.
Infine, se la dipendenza di w da z (variabile su una
superficie T) viene rappresentata mediante una superficie S in
modo che ad ogni punto O di T corrisponda un punto Q di
S (di coordinate u, v), allora l'insieme dei punti Q al variare
di z formerà la superficie S in questione.
Poiché una funzionè w = u + iv non può essere costante
lungo una linea senza esserlo dappertutto, allora Q si
muoverà su S generalmente in manie;ra continua al variare di
O con continuità in T, e il contorno di S corrisponde al
contorno di T e ai punti di discontinuità. Sulla superficie S,
in ogni punto Q, la z possiede un solo valore determinato,
· m
ch e vana · mamera
· ·
contmua · m o d o ta l e ch e ddzw
con Q e m
è indipendente da d w e dunque z è funzione della w,
continua nel dominio S. Se O' e Q' sono punti corrisponden-
ti rispettivamente in T eS, è finito il limite del rapporto
,
w-w,
z-z
al tendere di O a O' se O' e Q' non sono punti di
diramazione; se Q' è punto di diramazione di ordine n- l e
O' di ordine m- l, allora al tendere di O a O' sarà finito il
limite
(w- w')lln
(z - z')llm
Nella parte restante della dissertazione, Riemann espone e
applica il principio di Dirichlet (vedi Appendice) per la
determinazione di una funzione di variabile complessa
sottoposta a opportune condizioni.
Anzitutto parte con l'enunciare il teorema:
Siano Q e (j due funzioni qualunque di x, y per le quali l'integrale

S~(-
3Q- -
3(3) 2 + (3Q
- +3(3)
2]

3x ay - ay 3x
dT
'
[5.2.9]

relativo a tutte le parti di una superficie T che ricopre il piano in una


maniera qualunque, possieda un valore finito; quando si aggiungono
ad Q delle funzioni continue, o discontinue solamente in punti isolati,
ANALISI REALE E COMPLESSA 191

nulle sul contorno, questo integrale presenta sempre per una di queste
funzioni un valore minimo e, quando si escludano delle discontinuità
che possono essere eliminate modificando la funzione in punti isolati,
questa funzione è unica (Riemann, 1851, p. 30).
Ecco la forma in cui Riemann si serve del principio di
Dirichlet:
È questo precisamente lo strumento con cui il signor Riemann rese
possibile più in generale quella determinazione delle funzioni, per
mezzo di opportuni sistemi di condizioni strettamente necessarie e
sufficienti, la quale, indipendentemente dal dato di una espressione
analitica, permette ... di trattare le questioni più col puro ragionamen-
to che col calcolo. Il principio di Dirichlet come strumento analitico,
al pari delle superfici T come sussidio geometrico, è affatto caratteri-
stico della teoria delle funzioni professata in Gottinga (Casorati, 1868,
pp. l 32 sg. ).
A proposito di questo principio Riemann osserverà
qualche anno più tardi (1857 b, p. 97):
Come principio di base nello studio di una trascendente, c'è
anzitutto bisogno di stabilire un sistema di condizioni indipendenti tra
loro, sufficienti a determinare questa funzione. Qui, in molti casi, e
segnatamente in quello degli integrali delle funzioni algebriche e delle
loro funzioni inverse, ci si può servire di un principio per mezzo del
quale Dirichlet, ispirato probabilmente da un'idea analoga di Gauss, ha
trattato da diversi anni, nelle sue lezioni sulle forze che agiscono
secondo l'inverso del quadrato della distanza, la soluzione di questo
problema relativamente a una funzione di tre variabili che soddisfa
all'equazione alle derivate parziali di Laplace. 14

Da qui l'attribuzione a Dirichlet, diventata usuale, del


principio in discorso.
La dimostrazione del teorema enunciato segue in Rie-
mann una via già anticipata da Gauss. Egli considera una
funzione À, continua o al più discontinua in punti isolati,
nulla sul contorno, per la quale l'integrale

relativo a tutta la superficie T sia finito; indica p01 con


w + À una qualunque delle funzioni a + À e con n
192 CAPITOLO QUINTO

l'integrale

n= J[(~:- ~~ )2 + (~; + ~~ rJdr.


L'insieme delle funzioni À, dice Riemann, è tale che si
può passare con continuità dall'una all'altra, non potendo
mai alcuna di esse tendere indefinitamente verso una
funzione discontinua lungo una linea senza che allo stesso
tempo L non divenga infinito (cosa questa che egli si riserva
di dimostrare in seguito).
Posto ora w= a+ À, l'integrale n "per ogni funzione À
prende un valore finito che tende all'infinito con L e varia in
maniera continua con la forma di À, ma ha per limite
inferiore zero; di conseguenza [corsivo mio] per una forma
almeno della funzione w l'integrale n presenta un valore
minimo" (Riemann, 1851, p. 30).
Numerose e decisive sono le obiezioni che si possono
sollevare verso questa conclusione (vedi Appendice). Co-
munque, stabilita così l'esistenza del minimo, Riemann ora
non ha difficoltà a mostrare che è unico.
Inoltre, indicata con u la funzione che realizza il minimo
per n, si ha che anche u + h X (con h costante) soddisfa alle
condizioni imposte alle funzioni w.
L'integrale n, calcolato per la funzione u + h À, dà

n(u +h À) = J~~ ~-
ax lf!._)
ay
2
+ (~ + lf!._) 2] d T
ay ax
+zhJ (auax -~) ax +(auay +a{3)
ay ax ax ax]dT
ay
+h 2 J (~; ) 2
+ (~~ YJdT=
=M+ 2hN+ h 2 L,
e per la definizione di minimo deve essere, per ogm À,
N = O, giacché in caso contrario
2 hN + h2 L =L h (1 + ~ ~)
sarebbe negativo, purché h sia preso di segno contrario a N e
lhl <2NIL.
ANALISI REALE E COMPLESSA 193

Dopo avere poi dimostrata la proprietà annunciata sulla


À, che cioè non può tendere verso una funzione 'Y
discontinua lungo una linea senza che contemporaneamente
non diventi infinito l'integrale L, Riemann considera l'inte-
grale N= O. Separata dalla superficie T la parte T' che
contiene le discontinuità di u, iJ, e À e posto

x=(~-lL)À
ax ay ' Y=(au
ay +lL)t..
ax
si ha che la parte di N dovuta alla parte di superficie
T"= T- T'è data da

-JÀ(~:~+;;~)dT-J(~; + ~~)Àds [5.2.101


per le [5.2.5]; essendo il secondo integrale nullo, per le
condizioni imposte a À, nella parte di contorno comune a
T" e a T, ne segue che N può essere considerato dato dal
primo degli integrali [5.2.10) relativamente a T" e dagli
integrali

ay +.Èl
J~~(~-il!_)~+(~
ax ay ax ax_) ~]d
ay T+
(aap aasa.)
+ r ~+-t- Àds
J
[5.2.11]

relativamente a T'.
Se ora è 6.u =O in tutto T, dalla condizione N= O
segue che anche le [5.2.11] sono uguali a zero. Così,
rispetto alle X e Y, valgono le [5.2.7] e [5.2.6] "finché
almeno quest'ultima espressione ha un senso ben deter-
minato".
Supponiamo ora di aver ridotto la superficie T, se è
molteplicemente connessa, ad una T* semplicemente con-
nessa per mezzo di tagli trasversali. L'integrale

-r(au
o0 iJp
+ a/3)
3s
ds (0 0 fissato),

preso lungo un cammino arbitrario da 0 0 a O in T*, può


essere considerato come una funzione continua v in T, che è
la stessa lungo i due bordi di un taglio trasversale.
194 CAPITOLO QUINTO

Consideriamo ora la funzione v= {3 + v, le cui derivate


parziali sono le [5.2.1] ; Riemann enuncia e dimostra il
teorema fondamentale:

Data su una superficie connessa T, ridotta mediante tagli trasversali


a una superficie semplicemente connessa T*, una funzione complessa
Q + i(3 di x, y, per la quale l'integrale [5.2.9] esteso a tutta la super-
ficie possieda un valore finito, questa funzione può essere sempre,
e in maniera unica, trasformata in una funzione di z aggiungendole
una funzione J1 + iv di x, y che soddisfa alle seguenti condizioni:
l) sul contorno, J1 = O, o al più è diversa da zero solo in punti
isolati; in un punto, v è data in maniera arbitraria,
2) le variazioni di J1 su T e quelle di v su T non sono discontinue
che in punti isolati, e ciò solo in maniera tale che gli integrali

relativi a tutta la superficie rimangano finiti; di più le variazioni di v


lungc un taglio trasversale sono uguali sui due bordi (ivi, pp. 34 sg.).

Sono queste le condizioni sufficienti a determinare la


funzione p. +iv. Il teorema ora enunciato, dice Riemann,
"apre la via per lo studio di funzioni determinate di una
variabile complessa (indipendentemente da una espressione
esplicita di queste funzioni)" [corsivo mio], il che dà
conto anche del carattere decisivo e della funzione non
"strumentale" delle superfici di Riemann per lo studio della
variabilità complessa, come già aveva osservato Weyl. 15
Per dare un 'idea dd proprio metodo in un caso determi-
nato, Riemann tratta il seguente:
Se la T è semplicemente connessa, la funzione w = u + iv della
variabile z può essere data dalle seguenti condizioni:
l) per u si dà il valore in tutti i punti del contorno, valore che, per
una variazione infinitesima della posizione, varierà di una grandezza
infinitesima dello stesso ordine, ma per il resto in modo qualunque [a
dire il vero - aggiunge Riemann in nota - le variazioni di questi valori
sono soggette solo a non essere discontinue lungo una parte del con-
torno e l'ulteriore restrizione serve qui solo a evitare inutili complica-
zioni),
2) in un punto qualunque, il valore di v è dato arbitrariamente,
3) la funzione deve essere ovunque finita e continua (ivi, p. 35).
ANALISI REALE E COMPLESSA 195

Sotto queste condizioni la w è completamente determina-


ta. Infatti, dal teorema precedente si può determinare
ex + i{3 in modo che ex assuma i valori dati sul contorno e che
sia continua la ex + i{3 in tutta la superficie u può essere data
sul contorno come funzione di s del tutto arbitrariamente, il
che fa sì che si determini anche v (e reciprocamente) a
meno di una costante, determinabile allorché è nota v in un
punto.
Infine, rivendicando la generalità e la fecondità del
proprio approccio alla teoria delle funzioni di una variabile
complessa, Riemann scriveva:
Fino ad oggi, i metodi per trattare queste funzioni assumevano
come definizione un'espressione della funzione, mediante la quale il
suo valore era dato per ogni valore dell'argomento; le nostre ricerche
hanno dimostrato che, in conseguenza del carattere generale di una
funzione di una grandezza variabile complessa, una parte degli
elementi di determinazione sono, in una definizione di questa natura,
una conseguenza della parte restante;
a dire il vero, "l'insieme di questi elementi è qui ricondotto
a quelli che sono essenziali alla determinazione" della
funzione.
Inoltre, "una teoria di queste funzioni, basata sui princìpi
qui introdotti, stabilirà il comportamento della funzione
(cioè il suo valore per ogni valore del suo argomento)
indipendentemente da un metodo per determinare la funzio-
ne per mezzo di operazioni su grandezze" (che era stato
l'approccio di Cauchy, ad esempio).
Il carattere comune di una classe di funzioni - continua Riemann
- che sono espresse ... per mezzo di operazioni sulle grandezze, si
presenta allora per queste funzioni sotto forma di condizioni relative
al contorno e alle discontinuità. Per esempio, se il dominio di
variabilità della grandezza z ricopre semplicemente o molteplicemente
tutto il piano indefinito A e se la funzione non ammette discontinuità
che in punti isolati e in questi punti degli infiniti di ordine finito [cioè
non delle singolarità essenziali], allora la funzione è necessariamente
una funzione algebrica e, reciprocamente, ogni funzione algebrica
soddisfa a queste condizioni (ivi, pp. 38 sg.).
Emerge qui la profondità e la generalità dell'approccio
riemanniano alla teoria delle funzioni, che gli consente di
proiettare, tra l'altro, una nuova luce sull'intera teoria delle
196 CAPITOLO QUINTO

funzioni algebriche e dei loro integrali, argomento che


Riemann affronterà più diffusamente nella fondamentale
memoria del 1857b sulle funzioni abeliane, che, a parere
unanime, ha gettato le basi della moderna teoria delle
funzioni algebriche.
Su questo argomento Riemann nella sua dissertazione si
limitava a osservare che, per poter quindi porre i suoi
risultati a fondamento di una teoria generale di quelle
funzioni, bisognava ancora esibire la dimostrazione "che il
concetto qui posto alla base di una funzione di una variabile
complessa coincide completamente con quello di dipenden-
za esprimi bile per mezzo di operazioni su grandezze". 16
Tuttavia ricerche successive hanno mostrato che questa
congettura di Riemann è insostenibile; Seidel ne fornì per
primo dei controesempi e in seguito Weierstrass (1886)
dimostrò che "il concetto di funzione monogena di una
variabile complessa non coincide con quello di dipendenza
esprimibile mediante operazioni (aritmetiche) su grandez-
ze". Infatti,
se il dominio di convergenza di una serie, i cui termini sono funzioni
razionali di una variabile x, può essere diviso in più parti, in modo tale
che nell'intorno di ogni punto interno a una di quelle parti la serie con-
verga uniformemente, allora questa rappresenta in ogni singola parte un
ramo di una funzione monogena di x, ma non necessariamente in parti
diverse rami di una stessa funzione (Weierstrass, 1886, p. 90).
Infine, come esemplificazione della fecondità del suo
metodo Riemann proponeva (e mostrava concretamente in
un caso particolare) il teorema della rappresentazione
conforme per superfici piane semplicemente connesse; ma il
teorema è da Riemann enunciato in una forma che, come ha
detto Ahlfors, "sfida ogni tentativo di dimostrazione, anche
con metodi moderni".
È questo, insieme a numerosi altri passi negli scritti di
Riemann, "un esempio di quelli che Ahlfors stesso ha
chiamato i suoi "pressoché criptici messaggi per il futuro".

5.3 Ricerche sull'integrazione e le serie trigonometriche


Alla fine del dicembre 1853 Bernhard Riemann scriveva
al fratello Wilhelm:
ANALISI REALE E COMPLESSA 197

Con i miei lavori ora va discretamente: all'inizio di dicembre ho


consegnato lo scritto per l'abilitazione 17 e insieme a quello dovevo
proporre tre temi per la lezion(.l. d'abilitazione, tra i quali la facoltà ne
sceglie uno. I primi due li avevo pronti e speravo che si sarebbe preso
uno di quelli: Gauss tuttavia aveva scelto il terzo, e così ora sono di
nuovo un po' alle strette, poiché questo devo ancora prepararlo. 18
Il tema che Gauss aveva scelto per il colloquio d'abilita-
zione, che qui Riemann confessa di non aver ancora del
tutto pronto, e che sarà argomento della lezione d'abilitazio-
ne che Riemann tenne nella primavera dell'anno successivo,
presente Gauss, è quello consegnato nella memoria, diventata
celebre, sulle ipotesi che stanno alla base della geometria,
rimasta inedita fino alla morte di Riemann e pubblicata per
la prima volta da Dedekind nel1867.
Parimenti inedito e, come quella, pubblicato da Dedekind
nella stessa occasione fu lo scritto di abilitazione, sulla
rappresentabilità di una funzione mediante una serie trigo-
nometrica, "un capolavoro" secondo Darboux, di cui una
delle perle "è la definizione di integrale definito. È di là che
io ho tratto una quantità di funzioni che non hanno
derivata" scrive ancora Darboux. 19
La prima parte dello scritto di Riemann fornisce una
storia dell'argomento in questione, ricostruita sostanzial-
mente alla luce della testimonianza di Dirichlet sul suo
periodo parigino e su quanto allora aveva appreso dalla viva
voce di Fourier.
Nella biografia di Riemann scritta da Dedekind si legge
infatti che nelle ferie autunnali del1852 Dirichlet soggiornò
un periodo di tempo a Gottinga, incontrando quasi quoti-
dianamente Riemann. Questi scriveva in quel periodo al
padre: "L'altra mattina Dirichlet rimase da me circa due
ore; egli mi diede le informazioni di cui avevo bisogno per la
mia abilitazione in maniera così esauriente che il mio lavoro
ne è risultato essenzialmente facilitato; io avrei dovuto
altrimenti cercare a lungo in biblioteca su diverse cose." 20
Il primo passo effettivo verso la soluzione del controverso
problema della rappresentabilità di una funzione mediante
serie trigonometrica, scrive Riemann, fu il riconoscimento
da parte di Dirichlet del fatto che le serie infinite si dividono
in due classi essenzialmente distinte, quelle assolutamente e
198 CAPITOLO QUINTO

quelle condizionatamente convergenti. Solo alle prime si


possono applicare le ordinarie regole valide per somme finite
di elementi, cosa che sfuggì completamente ai matematici
del Settecento soprattutto perché le serie di potenze intere
con le quali essi lavoravano appartengono in generale (cioè
esclusi valori isolati della variabile) alla prima classe.
Le cose non stanno certo così per le serie di Fourier, il
che spiega anche il fallimento dei tentativi di dimostrazione
della convergenza fatti da Poisson e Cauchy. L'idea che
assicurò il successo al tentativo di Dirichlet fu di condurre
un'analisi della dimostrazione data in casi particolari da
Fourier alla luce degli standard di rigore adottati da Cauchy.
Qui trovano spiegazione infatti i risultati di Dirichlet, che
Riemann così riassume:
Si può rappresentare mediante una serie trigonometrica ogni
funzione periodi ca di 2 1T che:
l) sia in generale suscettibile d'integrazione,
2) non abbia un numero infinito di massimi e minimi,
3) nel caso che il suo valore vari bruscamente, prenda il valor medio
tra i valori limite assunti da una parte e dall'altra della discontinuità.

Una funzione per la quale viene meno la condizione ( 3)


non può, dice Riemann, essere rappresentata da una serie
trigonometrica: infatti "la serie che la rappresentasse fuori
dalle discontinuità ne differirebbe nei punti stessi di
discontinuità". Ma, allorché viene meno l'una o l'altra delle
prime due condizioni, è possibile, e sotto quali ipotesi,
rappresentare la funzione mediante una serie trigonometri-
ca? Su questo punto si innestano le ricerche di Riemann,
anche se, come egli afferma, la questione rimane ancora
aperta anche dopo le sue ricerche; infatti, se viene meno la
(2), non sono più valide le conclusioni sull'integrale di
Dirichlet; se invece si lascia cadere la (1), dove l'integrale è
da intendersi nel senso di Cauchy, non riesce possibile la
determinazione dei coefficienti della serie di Fourier.
Riemann si propone di indagare la questione senza alcuna
particolare ipotesi sulla natura della funzione e la sua
indagine sarà perciò vincolata da quelle condizioni: "Una via
così diretta come quella di Dirichlet, egli scrive, non è
praticabile per la natura delle cose."
ANALISI REALE E COMPLESSA 199

È assai interessante allora leggere le motivazioni che


Riemann stesso adduce al proprio lavoro:
In effetti per tutti i casi che si presentano in natura la questione
era completamente risolta, perché per quanto poco si sappia su come
varino le forze e gli stati della materia secondo tempo e luogo
nell'infinitamente piccolo, tuttavia possiamo sicuramente ammettere
che le funzioni alle quali non si applicano le ricerche di Dirichlet non
si presentano in natura.
Cionondimeno, questi casi non trattati da Dirichlet sembrano
essere degni d'attenzione per un duplice motivo.
In primo luogo, come lo stesso Dirichlet osserva alla fine della sua
memoria, questo argomento è strettamente legato ai princìpi del
calcolo infinitesimale e può portare su questi stessi princìpi una
maggiore chiarezza e precisione. Da questo punto di vista, lo studio di
questa questione presenta un interesse immediato.
In secondo luogo tuttavia, l'applicazione delle serie di Fourier non
è limitata alle sole ricerche fisiche; ora le si usa con successo anche in
una branca della matematica pura, la teoria dei numeri, e qui sono
precisamente le funzioni di cui Dirichlet non ha studiato la rappresen-
tabilità in serie trigonometriche che sembrano essere importanti
(Riemann, 1867a, pp. 237 sg.).
L'accenno all'infinitamente piccolo tocca un punto che
sta particolarmente a cuore a Riemann e costituisce un
aspetto centrale della sua concezione della fisica e matemati-
ca: nel colloquio d'abilitazione, sostenuto di lì a poco
tempo, esporrà la sua concezione locale 21 della geometria
sulle varietà n-dimensionali definita a partire dall'elemento
lineare dato dalla forma differenziale:
yf"E. dx 2

e sosterrà che
le questioni sull'incommensurabilmente grande sono per la spiegazione
dei fatti naturali (Naturerkliirung) questioni oziose. Ben altrimenti
awiene per le questioni sull'incommensurabilmente piccolo.
Sulla precisione con cui riusciamo a indagare i fenomeni nell'infini-
tamente piccolo si basa essenzialmente la conoscenza dei loro rapporti
causali. l progressi degli ultimi secoli nella conoscenza dei fatti
meccamc1 sono quasi esclusivamente legati alla precisione della
costruzione, che è stata resa possibile dall'invenzione dell'analisi
200 CAPITOLO QUINTO

dell'infinito e dai semplici concetti fondamentali scoperti da Archime-


de, Galileo e Newton, di cui si serve la fisica contemporanea (... )
Le questioni sui rapporti di misura dello spazio nell'incommensura-
bilmente piccolo non appartengono dunque alle questioni oziose.
(Riemann, 1867b, p. 285).
E nell'introduzione al suo primo corso all'Università di
Gottinga, dopo l'abilitazione (corso tenuto nel semestre
invernale 1854/55 e avente per tema le equazioni differen-
ziali alle derivate parziali e la loro applicazione alle questioni
fisiche) Riemann scriverà che
le vere leggi elementari possono verificarsi solo nell'infinitamente
piccolo, solo per i punti dello spazio e tempo. Tali leggi saranno
tuttavia in generale equazioni differenziali alle derivate parziali e la
deduzione delle leggi per corpi estesi e intervalli di tempo esige la loro
integrazione. Si rendono perciò necessari metodi con cui ricavare dalle
leggi nell'infinitamente piccolo queste leggi al finito, e anzi ricavarle
con ogni rigore senza concedersi alcuna trascuratezza. Poiché solo
allora si può sottoporle all'esperimento (Riemann, 1869, p. 4). 22
Un punto cruciale che ne consegue è quindi la precisa-
zione in termini rigorosi del concetto di integrale: così la
prima lezione del suo corso è dedicata alla definizione
dell'integrale definito, dove egli ripete e chiarifica estesa-
mente quanto aveva scritto nella tesi di abilitazione. Qui,
dopo aver osservato che "l'incertezza regna ancora su
qualche punto fondamentale" dei princìpi del calcolo
infinitesimale, Riemann si poneva la domanda: "Che cosa si
b
J
deve intendere con f(x )dx? ''
a
L'integrale infatti, da Cauchy e Fourier in poi, non era
più inteso in maniera intuitiva come l'operazione inversa
della derivata, ma come un'area.
Tuttavia la definizione di Cauchy (che pure Dirichlet
adottò nel suo lavoro del 1829) è applicabile quando
l'integranda f(x) è continua nell'intervallo di integrazione o
presenta al più un numero finito di punti di discontinuità,
ma cessa di valere se tali punti sono in numero infinito. Ed è
questo il caso che interessa Riemann. Dirichlet stesso si era
affaticato invano intorno a tale problema.
La risposta che Riemann diede alla domanda postasi
ANALISI REALE E COMPLESSA 201

consiste nella definizione dell'integrale che porta il suo


nome.
Diviso l'intervallo di integrazione [a, b] in n parti [x; -l>
x;] con:
a <x 1 <x 2 < ... <xn-l <h,
e posto per brevità x;- x;_ 1 = ~. Riemann considera la
somma:
n
S = 1: ~; [(x;-• +E;~;).
l

(dove x 0 =a e gli E; sono frazioni proprie positive). LaS


dipende dalla scelta degli intervalli parziali ~i e dei numeri
€;.
Se, comunque siano presi i ~i e gli €;, Stende a un limite
fissato A al tendere dei ~i a zero, tale limite è da Riemann
b
f
chiamato l'integrale f(x)dx. Un'estensione di questa defini-
a
zione "accettata da tutti i matematici" si ha quando,
diventando la [(x) infinitamente grande al tendere di x a un
valore c, esiste tuttavia il limite di
c-~, b
J
a
f(x) dx + J [(x) dx
c+~ 2

al tendere di c:x 1 e c:x 2 a zero.


Ma oltre a ciò, "in quali casi - si chiede Riemann - una
funzione è integrabile e in quali no? ". Si tratta di
determinare una condizione necessaria e sufficiente per
l'integrabilità di una funzione, condizione che Riemann
enuncia nella maniera seguente:
Affinché la somma S sia convergente quando tutti i o diventano
infinitamente piccoli, oltre al fatto che la funzione f(:x;) sia limitata
occorre anche che l'ampiezza totale dell'intervallo, in cui le oscillazio-
ni sono >a, qualunque sia a, possa essere reso arbitrariamente piccolo
mediante un'opportuna scelta di d(d = sup o;).
j
E viceversa:
Se la funzione f(x) è limitata e se al decrescere infinitamente delle
grandezze o l'ampiezza totale s dell'intervallo, in lui le oscillazioni
della funzione sono maggiori di una grandezza data a, diventa sempre,
202 CAPITOLO QUINTO

alla fine, infinitamente piccola, allora la somma S è convergente al


tendere a zero di tutti i o. 23
Non è difficile convincersi che questa rappresenta un'ef-
fettiva estensione della definizione di Cauchy, nel senso che
per Riemann sono integrabili funzioni cui non è applicabile
la definizione di Cauchy.
Come esempio di una simile funzione, discontinua in ogni
punto razionale eppure integrabile, Riemann diede il se-
guente:
(a) [(x)=~ (n~) ,
t n
dove (n x)= x meno l'intero più vicino, oppure =O se x è a
uguale distanza da due interi.
La serie è convergente e se x= pl2n (con p e n interi
primi fra loro) allora:
[(x +O) ::c [(x)- 21n2 (1 + t + 215- + .. .) =
1T2
=f(x)- 16n2

[(x - O) =[(x) + 2 !2
7T2
~+ + + 215 + .. .) =

=f(x)+ 16n2 ,
mentre è continua in ogni altro punto.
L'integrabilità della [(x) discende dal fatto che l'oscilla-
2
zione della funzione è uguale a B1Tn 2 nei punti x= pl2n e
dunque i punti per i quali l'oscillazione è maggiore di a> O
fissato sono in numero finito.
Definito il concetto di integrale, Riemann affronta poi
l'argomento centrale della sua indagine, e in un modo
ancora una volta del tutto caratteristico. I lavori precedenti,
egli dice, seguivano questo schema: se una funzione gode
della tale e tal'altra proprietà, può essere sviluppata in serie
da Fourier. "Noi ci proponiamo la questione inversa: se una
funzione è sviluppabile in serie trigonometrica, che cosa ne
consegue sul suo andamento, sulla variazione del suo valore
quando l'argomento varia in maniera continua?"
ANALISI REALE E COMPLESSA 203

Allo scopo suppone data la serie


A 0 +A 1 +A 2 + ... , [5.3.1]
dove si è posto per brevità A 0 = 1/2 b 0 e Ai= ai sin ix+
+bi cosix (i= l, 2, ... ).
Sia [(x) il valore della serie, di modo che questa sia
funzione determinata solo per valori di x per cui la serie è
convergente. È condizione necessaria per la convergenza di
una serie che i suoi termini tendano a zero al crescere
dell'indice n. Ora, si danno due casi:
A) i coefficienti an e bn tendono a zero al crescere di n, e
dunque i termini della serie divengono infinitesimi per
qualunque valore di x,
B) in caso contrario, essi potranno diventare infinitesimi
solo per valori particolari di x.

Riemann comincia ad esaminare il primo di essi e sotto


questa ipotesi considera la serie

, x2 A2 A3 _
C+ C x +A 0 y- A 1 -4-9- ... -F(x) [5.3.2]

ottenuta dalla [5.3.1] con una doppia integrazione. Egli


dimostra che la F(x) è continua e integrabile, e ne dà poi
alcune proprietà:
l) Quando la serie [5.3.1] è convergente, l'espressione

F(x +ex+ {3)- F(x +ex- {3)- F(x- ex+ {3) +


+ F(x- ex- {3)
-------'--4-cx-{3~-----, [5.3.3]

dove ex e {3 sono infinitesimi il cui rapporto è finito,


converge verso lo stesso valore cui converge la serie [ 5. 3 .l].
In primo luogo Riemann suppone ex = {3, che consente di
scrivere la [5.3.3] come A + .~
0
.. (sin
-.- icx) 2, espressione che
1=1 zcx
si dimostra convergente a [(x) mostrando che la serie
[5.3.1] implica
A o +A 1 + A2 + ... +An -1 =[(x)+ En.
204 CAPITOLO QUINTO

Ponendo An = En + 1 + En, si ha
2
.. ( sin n 01. )
~An
o n01.
=f(x) + [5.3.4]

+;~,..w~:~~:~" T- (si::" Y}
La serie nel secondo membro della [5.3.4] converge a zero
e questo basta per concludere la prova. La dimostrazione si
estende anche quando 01. =/:= {3 osservando che:
F(x + 01.- /3)- 2F(x) + F(x- 01.- /3) =
= (01. + /3)2 [f(x) + <5.]
F (x + 01. - /3) - 2 F (x) + F (x - 01. + /3) =
= (01.- /3) 2 [f(x) + <52],
il che consente di applicare i risultati ora ottenuti.

In maniera analoga Riernann prova la proposizione:


F(x + 201.) + F(x - 201.) - 2F(x)
2) 2 01. è sempre infinitesi-
ma con 01..

Infine, enuncia per la F(x) la seguente proposizione:


3) Designate con b e c due costanti arbitrarie, con b <c,
e con À(x) una funzione tra b e c e che s'annulla in b e c, la
cui derivata prima ha le stesse proprietà e la derivata
seconda non ha un numero infinito di massimi e minimi,
l'integrale

1J. 2 f F(x) cos !J.(x- a) À(x) dx


b
[5.3.5]

diventa più piccolo di ogni grandezza data al crescere


indefinitamente di Il. 24

A questo punto egli può enunciare le proposiziOni


seguenti sulla possibilità di rappresentare una funzione con
una serie trigonometrica il cui termine generale tenda a zero
per ogni valore dell'argomento x.
I) Affinché una funzione periodica di periodo 21T possa essere
ANALISI REALE E COMPLESSA 205

rappresentata da una serie trigonometrica i cui termini finiscano per


diventare infinitamente piccoli per ogni valore di x, è necessario che
esista una funzione F(x) da cui la [(x) dipende in modo tale che
l'espressione [5.3.3] converga a [(x) [sotto le stesse ipotesi per a e
13].
Inoltre è necessario che l'integrale [5.3.5) [nelle ipotesi fatte per
À(x), À 1 (x) e À 11 (x)] sia infinitamente piccolo al crescere di Il in-
definitamente.
Il) Reciprocamente, se queste due condizioni sano soddisfatte,
allora esiste una serie trigonometrica, i cui coefficienti finiscono per
diventare infinitamente piccoli, e che rappresenta la funzione dapper-
tutto dove la serie è convergente.

Le proposizioni I e II esprimono la condizione necessaria


e sufficiente perché per la f(x) data esista una serie
trigonometrica che, come oggi si dice, abbia la f(x) per
somma generalizzata di Riemann, che è appunto il valore
della derivata seconda generalizzata di F(x), data dall'espres-
sione [5.3.3].
La prova di Riemann si sviluppa in questo modo:
Determiniamo due quantità C' e A 0 in modo che
F(x) - C'x - A 0 x 2 12 sia funzione periodica, di periodo 2rr,
che sviluppiamo in serie di Fourier C, A 1 /1, A 2 /4, ...
ponendo:

2\ _i [F(t)- C't-A 0 t 2 12]dt=C

-l J [F(t)-C't-A
1(
11"

-11"
0 t 2 /2]cosn(x-t)dt=-Anln 2 ;

allora
2 11"
An=-..1!.....
1(
J [F(t)-C't-A 0 t 2/2]cosn~-t)dt[5.3.6]
-11"

tende a zero al crescere di n, e dunque, per il teorema (l) (p.


200) la serie ~A; quando è convergente, avrà per somma
f(x). '
Il teorema seguente di Riemann offre un modo per
studiare il comportamento di questa serie:
III) Sia b <x < c e p(t) una funzione tale che p (b)= p(c) =
=p'(b)=p'(c)=O e siano p(t) e p'(t) continue tra be c, inoltre
206 CAPITOLO QUINTO

p" (t) non abbia un numero infinito di massimi e minimi, e, di più, per
t = x, sia p(t) = l, p' (t) =O, p" (t)= O mentre p"' (t) e p""(t) rimango-
no finite e continue; allora la differenza tra la serie A 0 + A 1 + ... +
+An e l'integrale
(2 n + l ) (x - t)
sm
d2 ________~2~-----
x-t
l c sin--
-J
21T
F(t) ----d-t-:2~---
2
p (t) d t [5.3.7)

diventa infinitamente piccola di crescere di n. La serie A o + A 1 +


+ A 2 + ... sarà perciò divergente o convergente, a seconda che l'in-
tegrale [ 5. 3. 7] diverge o converge a un limite fissato al crescere di n
(Riemann, 1867a, p. 252).
Consideriamo la somma dei termini [5.3.6] estesa da l a
n: poiché
n n d2 cosn(x- t)
2 ~ - n 2 cos n (x - t) = 2 ~
l l dt2
dove il secondo membro è proprio uguale alla derivata
seconda rispetto a t che compare nell'integranda della
[5.3.7], si può scrivere:

l
~A;=-
i
n '" [ F(t)- C't-
27T -Tr
J
(2n + l) (x- t)
sm
d2 ----~2~--­ [5.3.8]
. x- t
- A2o t2] _________ s_m__- ----2~~-------
2 dt.
dt
Sulla base del teorema (3) (p. 201) e, indicata per
comodità con H(t, x) l'integranda della [5.3.8], si ha che
l 7r

21T J'" H(t, x) X(t) d t


diventa infinitesimo al crescere di n per le stesse ipotesi su
X( t) e le sue derivate e inoltre se, per t= x, si ha
X(t) =O, X'(t) = X"(t) =O
restando finite e continue X"' (t) e X"" (t).
ANALISI REALE E COMPLESSA 207

Ciò posto, se si prende À(t)= l - p(t) entro b e c,


À(t) = l altrove, si ha che la differenza tra ~Ai e l'integrale
[5.3.7] diventa infinitesima al crescere di n, come era
richiesto.
È questo il contenuto essenziale del lavoro di Riemann,
potendosi ricondurre a quello ora trattato anche il caso in
cui la serie trigonometrica [5.3.1) ha i termini che
diventano infinitamente piccoli come lln per un valore x
dell'argomento, senza che ciò avvenga per ogni valore
dell'argomento. È quanto Riemann mostra considerando le
serie [5.3.1] che si ottengono per x+ t e per x- t: som-
mandole poi termine a termine si ottiene infatti la serie
2A 0 + 2A 1 cost + 2A 2 cos2t + ...
i cui termini tendono a zero al crescere di n per ogni t e per
la quale dunque si possono applicare i risultati ottenuti.
Riemann non affronta poi il problema generale, costituito
dai casi esclusi dalle condizioni di Dirichlet, ma si limita a
considerare alcuni esempi significativi.
Per quanto riguarda funzioni con un numero infinito di
massimi e minimi, si possono dare esempi, egli afferma, di
funzioni integrabili ma non rappresentabili in serie di
Fourier, come è la:

d(xvcos+)
f(x) = dx (O <v< 112).
Analogamente però,
come per una funzione, nonostante essa possa in generale essere
integrabile, la serie di Fourier può non essere convergente e addirittura
il suo termine generale può diventare infinitamente grande al crescere
di n, così, nonostante l'impossibilità di integrazione in generale di una
f(x), ci possono essere tra due valori, vicini tra loro quanto si vuole,
infiniti valori per i quali la serie [5. 3.l] è convergente.
Ne è un esempio la funzione data dalla serie
... (nx)
~--
1 n '
dove (nx) ha lo stesso significato che si è detto all'inizio.
208 CAPITOLO QUINTO

Questa funzione esiste per ogni x razionale - dice Riemann - ed è


rappresentabile mediante la serie trigonometrica

- t[- (-1)0]
I: sin 2nxrr
n=l nrr

e
dove al posto di si devono porre tutti i divisori di n,25 ma non resta
compresa fra limiti finiti in alcun intervallo, per quanto piccolo, e di
conseguenza, non è suscettibile di integrazione.
Esempi analoghi sono dati dalle serie:
~ .
...., Cn Sln n 2 x,
o
dove le ci sono quantità positive decrescenti a zero, ma per
n
le quali la somma .~ ci diventa infinitamente grande.
r= l

Infine, "una serie trigonometrica può anche convergere


un numero infinito di volte in un intervallo arbitrariamente
piccolo, senza che i suoi coefficienti divengano infinitamen-
te piccoli". Un esempio (col quale si chiude la memoria) è
00

dato dalla serie ~sin(n!x1T), che non solo converge per ogni
l
valore razionale di x, ma anche per infiniti numeri irraziona-
li tra cui, per esempio, i multipli di sin l, cos l, 2/l.
Che Riemann avesse in mente altre funzioni del compor-
tamento "patologico" appare anche da quanto Weierstrass
affermò qualche anno più tardi (1872) in una comunicazio-
ne all'Accademia delle Scienze di Berlino.
In quell'occasione Weierstrass disse di aver appreso da chi
aveva seguito le lezioni di Riemann che egli nell861 o forse
prima aveva sostenuto che la funzione rappresentata dalla
serie trigonometrica
oo sin(n 2 x)
~
n =l

non verificava una proprietà apertamente ammessa da


matematici come Gauss, Cauchy e Dirichlet, e cioè che una
funzione continua di variabile reale ha sempre (salvo in
punti isolati) una derivata prima.
ANALISI REALE E COMPLESSA 209

Purtroppo - continuava Weierstrass - non ne è stata pubblicata


la dimostrazione da Riemann, né essa sembra potersi ricavare dalle
sue carte, né è stata tramandata oralmente ( ... ) l matematici che, dopo
che l'affermazione di Riemann fu conosciuta in circoli più ampi, si
sono occupati della cosa sembrano essere stati dell'avviso (almeno
nella maggioranza) che bastasse mostrare l'esistenza di funzioni che
presentassero in ogni intervallo, per quanto piccolo, dell'argomento
punti in cui non erano differenziabili. Che ci siano funzioni di questo
tipo si può far vedere in modo straordinariamente semplice e io
credo perciò che Riemann avesse in mente solo funzioni che non
possiedono un ben determinato quoziente differenziale per nessun
valore della variabile.

Cile la funzione data abbia questa proprietà è piuttosto


difficile da dimostrare, aggiungeva Weierstrass 26 ed era assai
più semplice trovare funzioni continue ma in nessun punto
derivabili. L'esempio che Weierstrass produceva in questa
circostanza era la funzione
..
[(x)= l: bn cos(an X1T),
n
con a intero dispari, b positivo e minore di l, ab > l + ~-1T.
Delle perplessità e delle difficoltà suscitate dalla funzione
di Riemann all'inizio degli anni sessanta si trova traccia in
anche diverse lettere e appunti dei matematici italiani Betti
e Casorati, i quali probabilmente ne ebbero notizia dallo
stesso Riemann, durante i suoi ripetuti soggiorni in Italia
negli anni 1863-65 dovuti alle sue precarie condizioni di
salute, che lo portarono alla morte l'anno successivo, ancora
una volta in viaggio verso l'Italia.
Così a Betti che gli comunica le idee di Riemann, Tardy
(1816-1914) risponde che già Dirichlet, nel suo viaggio in
Italia (184 3) gli aveva fatto "notare qualcosa di simile",
dove la genericità nasconde l'incomprensione della questio-
ne, visto che poi la lettera continua citando l'esempio di
y =x sin - 1- "che per x =O non si può dire che abbia una
x
derivata determinata" e si conclude con l'affermazione:
"Credo di dimostrare in generale l'esistenza della derivata
in modo alquanto diverso da quello che si suoi tenere." 27
E Tardy non era allora certo l'ultimo dei matematici
210 CAPITOLO QUINTO

attivi in Italia, ed era stimato da uomini come Cayley e


Sylvester.
Incertezze, difficoltà e incomprensioni che traspaiono
anche da quanto scrive Casorati, riportando nel suo diario
scientifico una discussione avuta con Prym nel 1865
sull'argomento. 28 Ma questo era solo un esempio delle
complesse e delicate questioni, fondamentali tuttavia per
l'analisi reale, che Riemann era stato portato ad affrontare
dallo studio sulle serie trigonometriche e che dovevano
cominciare a trovare risposta di lì a poco tempo, nel lungo
lavoro di ricostruzione rigorosa dell'analisi intrapreso da
Weierstrass e dai matematici berlinesi.

NOTE AL QUINTO CAPITOLO

1 Vedi Riemann (1953, p. 507). I riferimenti bibliografici rimandano


all'edizione standard delle opere di Riemann, completa degli scritti postumi e
del Nacblass. Alcuni dei corsi di lezioni tenuti da Riemann furono pubblicati
separatamente e non sono compresi nelle opere.
2 A questo argomento Riemann doveva dedicare la breve nota sul numero

dei numeri primi inferiori a una grandezza data (1859).


3 Vedi Klein (1894, p. 484).
• Come Dirichlet, anche Riemann sembra qui condividere l'opinione allora
dominante che una qualunque funzione continua in un dato intervallo sia
rappresentabile in serie di Fourier, e che le condizioni di Dirichlet siano in un
certo senso sovrabbondanti.
5 Quest'affermazione è chiaramente giustificata in tutti quei casi in cui
dall'espressione di w per mezzo di z si riesce a trovare, mediante le regole di
differenziazione, un'espressione di dw!dz per mezzo di z; in ciò è posta per ora
la sua validità rigorosamente generale. (Nota di Riemann.)
6 Peano (1858·1932), nelle sue note al Trattato di calcolo differenziale e

principi di calcolo integrale di A. Genocchi (1884) ha osservato che "le


. . . -,-
con dtztom òu Òtl
= -~- òu
e ...,..- Òtl
=- ..,..- •
sono necessane e suff"tctentt
. . per l' eststenza
.
uX uy uy 10X 2
della derivata. Le condizioni a• u + ~ = O e analoga per t1, sono pure
ax• ay•
necessarie, ma non sufficienti".
7 Vedi anche Picard (1893, p. 7). Dieudonné (1974, vol.1, p. 50) ha
sottolineato con forza che "[Riemann) è il primo matematico che sa mettere a
profitto il fatto che u e t1 sono delle funzioni armoniche".
• Riemann stesso rimanda in nota alla memoria di Gauss (1925); tuttavia è
bene sottolineare, con Ahlfors, che "Riemann fu il primo a individuare la
connessione fondamentale che intercorre fra applicazioni conformi e teoria delle
funzioni di variabile complessa: per Gauss, le applicazioni conformi sono state in
maniera ben precisa una questione di geometria differenziale" (Ahlfors, 1953, p.
3).
ANALISI REALE E COMPLESSA 211

Ancora una dimostrazione della vigorosa spinta alla sintesi di varie teorie,
presente nell'opera di Riemann.
9 Una. presentazione classica delle superfici di Riemann e degli integrali

abeliani si trova anche in Picard (189 3, capp. 12-16).


10 Un'indagine sulle origini delle concezioni di Riemann nel campo dell'analisi

complessa costituì l'argomento della comunicazione di A. I. Markusevic al


recente Congresso internazionale dei Matematici, tenutosi a Helsinki ( 1978). Di
essa ho avuto notizia da S.S. Demidov; le citazioni sono tratte dalla copia della
comunicazione messami cortesemente a disposizione da H. Mehrtens.
11 Si tratta di lettere inedite, conservate nella biblioteca di Gottinga, in

risposta a domande di Klein sull'attendibilità della propria interpretazione della


teoria riemanniana. Di esse sono citati lunghi passi in Bottazzini (1980).
12 Diverse volte (nei semestri estivo e invernale del 185 5/56 e 60/61)
Riemann tenne un corso sulle "funzioni, di una variabile complessa, in
particolare le ellittiche e abeliane, che si componeva essenzialmente di due
parti: una prima di introduzione della teoria delle funzioni di variabile
complessa e una seconda sulle funzioni ellittiche viste come un primo esempio di
funzioni abeliane. Questa seconda parte fu pubblicata da Stahl (1899). Che
Riemann pensasse di aver posto, nella sua dissertazione, le basi di un metodo
assai generale per studiare le funzioni di variabile complessa, emerge in più
luoghi, sia nella memoria sulle funzioni abeliane (1857b) che in quella sulle
funzioni rappresentabili mediante serie ipergeometrica, dove si legge: "Nella
seguente memoria ho trattato questa trascendente secondo un metodo nuovo,
che essenzialmente risulta applicabile ad ogni funzione che soddisfa un 'equazio-
ne differenziale lineare a coefficienti algebrici." Tale metodo è quello esposto
appunto nella dissertazione (Riemann, 1857a, p. 67 e p. 85).
13 Una storia della topologia algebrica dalle origini fin verso la fine del secolo
scorso (Poincaré escluso!) si trova in Pont (1974).
14 Seguendo Ahlfors (1953, p. 5) l'approccio di Riemann si può esprimere in
terminologia moderna in questo modo: "Dato un differenziale chiuso O< con dati
periodi, singolarità e valori al contorno, egli suppone che esista un differenziale
chiuso {3 tale che O<+ {3° (dove {3° indica il differenziale coniugato) abbia una
norma di Dirichlet finita. Egli determina poi un differenziale esatto w,, con
valori nulli al contorno, la cui distanza in norma da O< + {3° è un minimo. Ma ciò
è equivalente a una decomposizione ortogonale
O<+ {3. =w, + w: (w 1 esatto, w 2 chiuso),
da cui segue che
O<-w 1 =w:-(3•
è simultaneamente chiuso e co-chiuso, aoe armonico. Da cui il teorema di
esistenza: esiste un differenziale armonico con dati valori al contorno, periodi e
singolarità."
Per rendere rigoroso il ragionamento di Riemann ci si può porre in uno
spazio di Hilbert, dove i differenziali chiusi e esatti possono essere definiti per
ortogonalità.
15 "L 'idea fondamentale, che sta alla base della loro introduzione - aveva

osservato Weyl (1955, p. 38) - non è assolutamente limitata alla teoria delle
funzioni di variabile complessa. Una funzione di due variabili reali x, y, è una
funzione nel piano; ma è certamente altrettanto lecito studiare funzioni sulla
sfera, sul toro e in generale su una superficie. Certamente, finché ci si preoccupa
solo del comportamento delle funzioni 'in piccolo', come avviene nella maggior
parte dei lavori di analisi, il concetto di funzione di due varilibili reali è
212 CAPITOLO QUINTO

generalmente sufficiente, poiché l'intorno di ogni punto di una varietà


bidimensionale si può rappresentare mediante x, y (o x+ iy).
Non appena però si passa a studiare il comportamento delle funzioni 'in
grande', le funzioni nel piano formano un importante caso particolare tra infiniti
altri altrettanto leciti.
Riemann e Klein ci hanno insegnato a non fermarci a questo caso particolare.
Applicato alla teoria delle funzioni di variabile complessa tutto ciò significa:
prima di procedere allo studio di un qualsiasi tipo di funzioni, bisogna sempre
che prima sia definita la superficie che fornisce il dominio di variabilità
dell'argomento indipendente; dopodiché deve essere chiarito che cosa si deve
chiamare 'funzione analitica' su questa superficie, col che la superficie diventa
una superficie di Riemann, e solo a questo punto ci si può dedicare alla funzione
stessa."
16 Si intende con ciò ogni dipendenza esprimibile per mezzo di un numero

finito o infinito di operazioni elementari del calcolo, addizione e sottrazione,


moltiplicazione e divisione. L'espressione "operazioni su grandezze" (contrappo-
sta a "operazioni su numeri") sta a indicare quelle operazioni in cui non si tiene
conto della commensurabilità delle grandezze. (Nota di Riemann.)
11 Si tratta dell'abilitazione a Privatdozent, il primo passo della carriera

accademica presso le università tedesche.


11 Gli altri due temi preparati da Riemann per la lezione di abilitazione erano

i seguenti:
l) Storia della questione della rappresentabilità di una funzione mediante
una serie trigonometrica.
2) Sulla soluzione di due equazioni di secondo grado a due incognite.
19 Si tratta di una lettera a Houel del marzo 1873 pubblicata in Dugac (1973,

p. 150).
20 Vedi Riemann (1953, p. 546). La ricostruzione storica di Riemann rimase
standard fin verso la fine del secolo, prima di essere corretta in alcuni punti e
integrata soprattutto per opera di Burkhard (1908) e (1916b).
21 Si può rendere efficacemente l'idea di "locale" con la seguente immagine
data da Cartan (1924, p. 297): "Due osservatori vicini possono individuare in
uno spazio di Riemann i punti che sono in un loro intorno immediato, ma non
possono senza una nuova convenzione individuarsi l'un l'altro."
Infatti i coefficienti della forma differenziale che dà l'elemento lineare sono
pensati variabili, in generale, da punto a punto.
22 Nel suo discorso su Riemann (1894), Klein, dopo averne richiamato le
ricerche nel campo dell'ottica e dei fenomeni elettromagnetici e la convinzione
dell'esistenza dell'etere, si spingeva ad affermare che: "Ciò che in fisica è la
messa al bando dell'azione a distanza e la spiegazione dei fenomeni per
mezzo delle forze interne di un'etere che riempie lo spazio, in matematica
diventa la comprensione [delle proprietà] delle funzioni a partire dal loro
comportamento nell'infinitamente piccolo, in particolare quindi a partire dalle
equazioni differenziali che esse soddisfano", e per sottolineare ancor più
decisamente questo aspetto, giungeva a stabilire uno stretto parallelismo tra
l'opera di Faraday in fisica e quella di Riemann in matematica.
23 In terminologia moderna, dopo Lebesgue, s1 può enunciare la cosa dicendo
che "affinché una funzione limitata [(x) sia integrabile è necessario e sufficiente
che l'insieme dei suoi punti di discontinuità sia di misura nulla" (Lebesgue,
1904, p. 29).
24 La dimostrazione si può trovare in Riemann (1867a, pp. 249-51) e anche,
per esempio, in Tonelli (1928, pp. 76-82) il quale utilizza la convergenza
uniforme della serie I: Ai che discende dall'essere, per ogni x, an-> O e bn-> O
per ipotesi. Vedi anche Lebesgue (1906, pp. 113-19).
ANALISI REALE E COMPLESSA 213

25 Col simbolo !:(- (- 1)11) si deve intendere una somma di unità, positive o
Il
negative a seconda che rispettivamente sia dispari o pari il divisore di n.
26 Weierstrass (1872, pp. 71 sg.). L'intuizione di Weierstrass era corretta; so-

lo recentemente, tuttavia, Gerver (1970) ha mostrato che la funzione di


2A +l
Riemann possiede per valori ~1T, con ~ razionale della forma - - - , derivata
1 2B +l
finita=- z• mentre fin dal 1916 Hardy aveva provato che la funzione non ha
. è . .
d envata se ~ 1rraz10na le o raziOna
. le d e Il a f orma - 2- 2 A-+-
A - oppure - l (A e
B sono interi). 4B +l 2B
27 Questa lettera si trova nell'Archivio Tardy presso l'Università di Genova.

28 Il testo di Casorati è riportato in Neuenschwander (1978a).


Capitolo 6
L' aritmetizzazione dell'analisi

6.1 Discorsi con Kronecker e Weierstrass


Nell'autunno del 1864 un giovane professore di analisi
dell'Università di Pavia, Casorati, si recava a Berlino per
incontrare gli uomini che allora costituivano il punto di
riferimento dei matematici europei. Gli appunti presi da
Casorati durante le conversazioni avute con Kronecker e
Weierstrass (cui parteciparono, tra gli altri, anche Schering,
Kummer e Roch) 1 forniscono una rassegna rapida e
penetrante delle questioni allora all'ordine del giorno e
anticipano in diversi punti risultati che saranno pubblica-
mente resi noti solo molto più tardi.
I temi trattati riguardano differenti aspetti dell'analisi
reale e complessa, dalla continuità al principio di Dirichlet
alle funzioni ellittiche, ma comune è il punto di vista degli
autorevoli interlocutori del matematico italiano: occorre
introdurre un maggior rigore in analisi.
Nella seconda metà del secolo scorso, infatti, di fronte
alla straordinaria ricchezza di risultati, i matematici più
attenti alle questioni metodologiche cominciarono a render-
si conto che anche le nozioni apparentemente più sicure e i
teoremi fondamentali dell'analisi mancavano di una base
rigorosa.
Così era per esempio per il criterio di convergenza delle
serie dato da Cauchy, per la derivabilità e l'integrabilità
termine a termine di una serie di funzioni, come anche per il
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 215

teorema secondo cui ogni grandezza sempre ma non


illimitatamente crescente tende certamente a un limite, un
teorema che "può essere considerato in un certo senso come
base sufficiente del calcolo differenziale" _2
La stessa nozione di continuità appariva incerta e lo
studio delle serie trigonometriche lontano dal potersi
pensare concluso.
La convinzione che lentamente si venne affermando (non
senza polemiche e opposizioni irriducibili) fu che il rigore
desiderato si poteva raggiungere soltanto a patto di abban-
donare il terreno intuitivo dell'evidenza geometrica, da
sempre il riferimento naturale degli argomenti di analisi, e di
considerare il concetto di numero naturale (e l'aritmetica
dei naturali) come il fondamento su cui ricostruire l'edificio
de 11' analisi.
Non a caso dunque Kronecker, uno dei più convinti
assertori di questo punto di vista, dirà a Casorati di aver
appreso "ad essere più esatto coltivando la teoria dei numeri
e l'algebra. Nell'uso dell'analisi infinitesimale non aveva
trovato l'occasione di acquistare questa esattezza".
Che cosa si debba intendere quando si afferma che il
concetto di numero naturale e l'aritmetica dei numeri
naturali costituiscono il fondamento dell'analisi lo esprimerà
con l'abituale chiarezza molti anni dopo (1888) Dedekind
(18 31-1916) scrivendo che questa concezione
fa apparire come owio che ogni teorema di algebra e di analisi
superiore, per quanto remoto, si possa enunciare come teorema sui
numeri naturali. È questa un'asserzione che ho sentito fare parecchie
volte anche da Dirichlet. Ma io non considero in nessun modo come
cosa meritevole - e anche Dirichlet non ha mai avuto l'intenzione di
farlo - l'intraprendere effettivamente una tale faticosa opera di ridu-
zione e il non voler ammettere ed usare altri numeri all'infuori di quel-
li naturali.

Il punto è un altro: qui si tratta solo di potersi assicurare,


almeno in via di principio, l'esistenza della possibilità di tale
riduzione e con ciò, per Dedekind, l'esistenza di un fonda-
mento sicuro per l 'intera analisi. L 'introduzione di nuovi
concetti ha invece importanza fondamentale nello sviluppo
delle teorie: di ciò Dedekind è assolutamente convinto.
216 CAPITOLO SESTO

Si constata invece - egli scrive - che i progressi più grandi e


fecondi nella matematica e nelle altre scienze sono dovuti prevalente-
mente alla formazione e alla introduzione di nuovi concetti, perché
ciò è reso necessario per la frequente riapparizione di fatti complicati i
quali vengono a stento dominati dai vecchi concetti. 3
I mutamenti negli standard di rigore, così come la
tendenza alla generalizzazione e l'introduzione di nuovi
concetti, trovano dunque motivazione nelle necessità e si
misurano sul terreno concreto della pratica matematica.
Come dar conto, per esempio, di funzioni continue in ogni
punto e in nessun punto derivabili, di cui si parla già in
questi discorsi di Kronecker a Berlino, se ci si attiene alla
definizione di continuità che ancora si legge nel Traité di
Lacroix (di cui una sesta edizione era stata stampata pochi
anni prima): "Si deve intendere con legge di continuità
quella che si osserva nella descrizione delle linee mediante il
movimento e secondo cui i punti consecutivi di una stessa
linea si succedono senza alcun intervallo?" 4
È una nozione teorica che rende impraticabile anche lo
studio delle serie di funzioni e in particolare delle serie
trigonometriche, un tema irto di difficoltà, ma di cui
Riemann aveva indicato la grande· fecondità per lo sviluppo
dell'analisi reale.
Sono questi i temi che si intrecciano nei discorsi di
Casorati con Kronecker e Weierstrass, e che il matematico
italiano annota così come gli vengono esposti, nella forma
provvisoria e ipotetica che hanno le ricerche in corso. E non
a caso, il resoconto del primo incontro con Kronecker si
apre proprio con la questione della continuità.
La continuità è ancora un'idea confusa, afferma Kronecker, che
definisce in iscuola come continua una funzione reale i/J( x) d'una
variabile x quando, fissata una quantità 8 piccola quanto si vuole, si
possa rendere
1/>(x) - 1/>(x') <8
e questa diseguaglianza sussista poi ponendo in luogo di x' qualunque
altro valore che più di esso si accosti a x.

Questa è la definizione che abbiamo visto dare Riemann


nella sua tesi di laurea e da Weierstrass nelle sue lezioni. 5
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 217

"Ma è necessario - domanda Casorati perchè una


</>(x)- <f>(x')
funzione s'abbia a dire continua, che lim ,
sia finito?" x'= x x -x
In altre parole, la derivabilità è una condizione necessaria
per la continuità?
A questa domanda Kronecker convenne meco l'opinione che la
continuità in certo modo esiste anche quando sia
. 1/J(x + k) -1/J(x) . 1/J(x + k) -1/J(x)
hm 112 o hm 113 o ecc.
k k
finito, aggiungendo che potrebbesi dichiarare continua una funzione
1/J(x + k) -1/J(x)
ogniqualvolta li m f(k) fosse finito e dove f(k) è una certa
funzione che s'annulla con k. Però resterebbe ancora da decidersi qual
funzione dovrebbesi prendere per f(k).

Sulla difficile e delicata questione della continuità Casora-


ti ritorna più volte, sollecitando con osservazioni e domande
i suoi interlocutori. Così chiede a Kronecker e Weierstrass
se una funzione continua debba perciò stesso essere finita:
egli pensa di sì e osserva che si potrebbe omettere, nella
definizione di funzione continua, la proprietà di essere
finita. Weierstrass si dichiara d'accordo, affermando che "la
continuità contiene questa condizione: che a una porzione
finita del piano della variabile debba corrispondere una
porzione finita del piano della funzione"; mentre Krone-
cker, da parte sua, precisa che nella differenza <f>(x + a) -
- <f>(x ), con la quale si definisce la continuità, <f>(x) ritiensi un
valore di <P pienamente determinato, ciò che non sarebbe se
<f>(x) = oo. 6 Ma aggiunse essere tuttavia meglio "di non
omettere 1"endlich' [finito] per non far credere che si
ritengano identici i due concetti del continuo e del finito, e
per dinotare che nell'infinito non si suol portare alcuno
giudizio circa la continuità".
Da qui il discorso con Kronecker si sposta sulla continuità
delle funzioni definite da serie di funzioni continue. Egli,
annota Casorati,
fu condotto a dire che Abel, nella memoria sulla serie binomiale (dove
definisce non abbastanza nettamente la continuità), correggendo
218 CAPITOLO SESTO

l'errore di Cauchy, dà una dimostrazione che non vale. Poiché essa


poggia essenzialmente su ciò, che quando, prendendo per x un valore
qualunque in un dato intervallo (per esempio da - l a + l), si possa
sempre assegnare un limite superiore al valore di una funzione rj>(x ), la
funzione debba avere un massimo nello stesso intervallo. E Kronecker
rimarca che Abel non considerava che se quel limite superiore dipende
dall'x, non si può asserire l'esistenza del massimo. Egli vede il difetto
della dimostrazione di Abel, ma dichiara di non vedere il mezzo di
ottenere una dimostrazione rigorosa.
La questione del rigore nelle dimostrazioni rimanda, in
realtà, alla definizione rigorosa dei concetti con cui si opera;
così non stupisce che Kronecker affermi che
i matematici ( ... ) sono un po' bochmiitig7 nell'uso del concetto di
funzione. Anche Riemann, generalmente molto esatto, non è irrepren-
sibile sotto questo rispetto. Se una funzione cresce e poi diminuisce o
viceversa, Riemann dice dovervi essere un minimo o un massimo (vedi
la dimostrazione del cosiddetto Dirichletsche Prinzip ), mentre si
dovrebbe restringere la conclusione alla sfera delle funzioni per così
dire ragionevoli.
L'assunto che qui è implicito è di liberare l'analisi dal
costante riferimento alla geometria; in particolare, il concet-
to di funzione f(x) da quello intuitivo di curva piana, che
risulta inessenziale quando si pensi a una funzione definita
puramente come modo di associare valori della variabile y a
valori della variabile x. Acquistano così particolare interesse
le funzioni "patologiche" sulle quali aveva richiamato
l'attenzione Riemann nella sua tesi di abilitazione che, pure
non pubblicata, doveva essere nota a Berlino.
Ecco allora Kronecker affetmare di "conoscere funzioni
che non ammettono coefficienti differenziali, che non
possono rappresentare linee"; come scrive Casorati, "il
discorso cadde sulle funzioni discontinue, come, per esem-
pio, quelle che per valori razionali di x hanno il valore l e
per valori irrazionali il valore O, delle quali dicesi general-
mente non darsi integrale".
A questo proposito è Schering che si intrattiene con
Kronecker "sopra una funzione discontinua nel modo
suddetto e che tuttavia ammette integrale". L'esempio che
porta Schering è proprio quello, proposto da Riemann, di
funzione discontinua, ma integrabile. Riemann appare conti-
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 219

nuamente citato in questi colloqui di Casorati con Krone-


cker e Weierstrass; nella maggioranza dei casi si tratta di
critiche proprio dal punto di vista del rigore.
Così si viene a sapere, da un lato, che "a Berlino le cose
del Riemann fecero difficoltà" e dall'altro, come sostiene
Weierstrass, che "i discepoli del Riemann hanno il torto di
attribuire tutto al loro maestro, mentre molte [scoperte]
erano già fatte e dovute a Cauchy ecc. e il Riemann non fece
che vestirle alla maniera sua per suo comodo". Il che rivela,
fra l'altro, una grande sottovalutazione e incomprensione
dell'aspetto geometrico della teoria riemanniana (in partico-
lare delle superfici di Riemann). Di più, Weierstrass non
esita ad affermare che "egli capì il Riemann, perchè posse-
deva già i risulta ti delle ricerche".
La divergenza dei punti di vista di Riemann e dei
matematici berlinesi emerge chiaramente soprattutto nel-
l'approccio alla teoria delle funzioni di variabile complessa,
dove Weierstrass e Kronecker anticipano i temi essenziali del
metodo del prolungamento analitico.
Si tratta di un argomento già variamente presente nella
letteratura matematica, al quale fa riferimento in diversi
luoghi anche Riemann, 8 ma che non era mai stato trattato
col necessario rigore. Dapprima Kronecker fa osservare che
si suppone sempre che una funzione si possa sempre continuare,
qualunque sia la parte del piano dove la variabile debba andare (Briot
e Bouquet, Cauchy ... ), cioè che si possa sempre far percorrere a
questa un tal cammino da evitare i punti pericolosi, quasi che siffatti
punti non possano intercettare affatto la comunicazione fra le parti
del piano. Il Riemann è un po' più scrupoloso, ma mantiene troppo il
silenzio su queste cose, sì che i suoi discepoli possono essere tratti
nell'esposto errore.

Come esempio, Kronecker prende la funzione


00 (q) =l+ 2q + 2q 4 + ...
che esiste solo per mod q < l, cioè nel cerchio di centro
nell'origine e raggio l. "Per conoscere cosa sia la funzione al
di là di questa circonferenza bisogna ricorrere ad altri mezzi
e non a quello di far percorrere alla q un cammino
congiungente a con b."
220 CAPITOLO SESTO

In un successivo colloquio Weierstrass confermava l'opi-


nione di Kronecker e da parte sua osservava che anche
Riemann aveva esaminato la possibilità di prolungare una
funzione sino a un punto qualunque del piano.
Ma ciò non è ammissibile - scrive Casorati - ed è cercando appunto la
dimostrazione della possibilità generale eh 'egli [Weierstrass] s'accorse
della non generale possibilità. Egli trovò il teorema che ogni fun:~;ione
(monodroma s'intende) la quale non abbia punti in cui cessa di essere
definita è necessariamente razionale. (La funzione e 11x nel punto
x= O non è definita poiché può avervi qualsiasi valore.)
Egli credeva che siffatti punti non potessero costituire una conti-
nuità e che quindi almeno per un punto P si potesse sempre passare
da una porzione chiusa del piano a un punto M qualunque di esso. Ma
s'accorse del contrario.
Della funzione proposta da Kronecker, Weierstrass disse
che non si poteva prolungarla fuori del cerchio dov'è defini-
ta, affermando che
vi è bensì un'altra espressione di essa che ha significato anche al di
fuori del circolo, ma lo ha dentro e fuori e non sulla circonferenza.
Eppure questa funzione soddisfa a un'equazione differenziale. Siffatta
circonferenza è dunque tutta composta di punti in cui la funzione non
è definita, essa può ivi assumere qualunque valore.

Lo studio ravvicinato di funzioni dal comportamento


eccezionale o "patologico" ha così lo scopo di permettere di
chiarire e delimitare la portata dei concetti, qui quello di
funzione analitica e di singolarità di una funzione (introdu-
cendo la radicale differenza tra quelle polari e quelle
essenziali, dove, con le parole di Weierstrass, "la funzione
non è definita perché può avervi qualunque valore"), altrove
quello di minimo e di estremo inferiore (nella critica all'uso
riemanniano del principio di Dirichlet che fa Kronecker), o
quello di continuità. Tutto ciò bene illustra il costante
sforzo di Weierstrass di enunciare i suoi teoremi con la
massima generalità possibile e di dedurre rigorosamente da
essi tutte le conseguenze derivabili. Un atteggiamento e uno
stile che diventeranno a poco a poco dominanti in Germa-
nia, insieme con il crescente prestigio dell'Università di
Berlino, la nuova capitale dello stato unificato sotto la
leadersbip politica e militare prussiana, e supereranno ben
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 221

presto i confini per diventare, verso la fine del secolo, il


modo di intendere la matematica e il rigore di Weierstrass il
modello di rigore cui tendere.

6.2 Continuità e teorie dei numeri reali


Qualche anno più tardi e per diverse vie, gli argomenti che
abbiamo visto trattati nei discorsi berlin~si di Casorati
diventavano di pubblico dominio nel mondo matematico:
Weierstrass rendeva noti in comunicazioni all'Accademia
delle Scienze di Berlino controesempi al "principio di
Dirichlet (1870) e al "teorema" secondo cui una funzione
continua f(x) è sempre derivabile tranne al più punti isolati
(1872); Heine pubblicava sul "Journal" di Crelle un primo
articolo sugli elementi della teoria delle funzioni secondo
Weierstrass (1872); in questo stesso anno Dedekind
(1831-1916) e Cantor (1845-1918) rendevano note le
proprie teorie dei numeri reali, che si affiancavano a quella
di Weierstrass nel dar una sistemazione rigorosamente
aritmetica della continuità. Quest'ultimo si rivelava come
problema preliminare ad ogni trattazione aritmetica del-
l'analisi: tuttavia le diverse motivazioni da cui erano
sollecitati rispettivamente Dedekind, Cantor e Weierstrass
portarono alla costituzione di tre teorie concettualmente
differenti, anche se naturalmente i domini numerici ottenuti
si dimostravano senza difficoltà essere in corrispondenza
biunivoca, simile e isomorfa tra loro. Per Dedekind il
problema più urgente era quello di trovare un fondamento
aritmetico rigoroso al calcolo differenziale, per Cantor si
trattava di pervenire ad un teorema di unicità della
rappresentazione di una funzione in serie trigonometrica,
mentre Weierstrass considerava la teoria dei numeri reali
come un passo indispensabile alla costruzione della sua
teoria delle funzioni analitiche.
a) 'L 'uomo aritmetizza'

Così, modificando il celebre aforisma platonico "Dio


aritmetizza", Dedekind sintetizzava nel 1888 le convinzioni
che lo avevano animato fin dai tempi della prima stesura
dell'opuscolo su continuità e numeri irrazionali (1872). In
222 CAPITOLO SESTO

realtà, come lo stesso Dedekind sottolinea nella prefazione,


le prime elaborazioni della sua teoria risalgono al 1858,
anno in cui comincia a tenere lezioni di calcolo infinitesima-
le presso il Politecnico di Zurigo, e certamente influente
doveva essere stato anche il suo periodo di formazione
trascorso a Gottinga come studente.
A quell'epoca risale infatti un corso di calcolo differenzia-
le e integrale, tenuto da Stern e seguito da Dedekind. Nella
redazione di quel corso (1850), scritta da Dedekind, si legge
che Stern sosteneva a lezione che le difficoltà inerenti al
calcolo infinitesimale non erano di natura matematica ma
logica, e che "la matematica non analizza il concetto di
continuo ...
Il calcolo differenziale si occupa di rappresentare median-
te formule come awiene il passaggio istantaneo da uno stato
a un altro: qui ci si imbatte di nuovo necessariamente nella
difficoltà del concetto di continuità". 9
Di queste parole del suo antico professore a Gottinga
deve forse essersi ricordato Dedekind scrivendo nella prefa-
zione al suo saggio:
Spesso si dice che il calcolo differenziale si occupa di grandezze
continue, eppure non si dà mai una definizione di questa continuità.
Le trattazioni più rigorose che si hanno del calcolo differenziale non
basano le loro dimostrazioni sulla continuità, ma fanno invece appello,
più o meno coscientemente, a rappresentazioni geometriche o si
servono di teoremi che a loro volta non furono mai rigorosamente
dimostrati con mezzi puramente aritmetici [corsivo nostro].

Certo l'uso di argomenti geometrici è didatticamente


efficace e fors'anche "indispensabile, se si vuole evitare una
eccessiva perdita di tempo" dice Dedekind, ma il punto è un
altro: "Nessuno, credo, vorrà sostenere che una tale
introduzione nel calcolo differenziale possa vantarsi di
essere scientifica."
Rifiutando il ricorso all'evidenza geometrica, si manifesta
per Dedekind la necessità di "scoprire negli elementi
dell'aritmetica la vera origine" dei teoremi del calcolo
differenziale, "acquistando con oiò nello stesso tempo una
definizione effettiva della continuità".
Il primo passo consiste nello studio delle proprietà dei
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 223

numeri razionali, tra cui particolare importanza hanno le


seguenti:
l Se si ha a > b e b > c, allora si ha a > c.
0

2° Se a e c sono due numeri distinti, allora esistono infiniti numeri


b tra a e c.
3° Se a è un numero dato, allora tutti i numeri del sistema R dei
razionali si ripartiscono in due classi A 1 e A 2 , contenenti ognuna
infiniti elementi; la prima classe A 1 comprende tutti i numeri a1 che
sono minori di a, la seconda classe A 2 comprende tutti i numeri a 2
che sono maggiori di a (Dedekind, 1926, p. 127).
Ora, non ci sono difficoltà nel far corrispondere ad ogni
numero razionale un punto su una retta su cui sia stata
fissata un'origine e l'unità di misura dei segmenti, ma si
scopre altrettanto facilmente che ci sono punti cui non
corrisponde alcun numero razionale, cioè che "la retta è
infinitamente più ricca di punti che non il campo razionale
R di numeri".
Ecco dunque che i numeri razionali non bastano per dar
conto "aritmeticamente" delle proprietà della retta e
"appare perciò indispensabile" un ampliamento di quel
campo numerico "creando numeri nuovi", in modo da
ottenere un campo "altrettanto continuo, quanto lo è la
retta", alla quale attribuiamo la proprietà di essere completa
e senza lacune.
La via seguita da Dedekind si basa sulla proprietà di
ordinamento della retta, mediante la quale si arriva a
formulare "una proprietà caratteristica e precisa della
continuità, la quale possa servire di base a deduzioni vere e
proprie".
Infatti, ogni punto p della retta divide la retta in due
parti, tali che, fissato un verso di percorrenza della retta,
ogni punto di una di esse sta a sinistra di ogni punto
dell'altra.
Ora - scrive Dedekind - io vedo l'essenza della continuità
nell'inversione di questa proprietà, e cioè nel principio seguente: "Se
una ripartizione di tutti i punti della retta in due classi è di tale natura
che ogni punto di una delle classi stia a sinistra di ogni punto
dell'altra, allora esiste uno e un sol punto dal quale questa ripartizione
di tutti i punti in due classi, o questa decomposizione della retta in
due parti, è prodotta."
224 CAPITOLO SESTO

È un principiO tanto evidente, dice Dedekind, che la


maggior parte delle persone lo riterrà assai banale e "proverà
una grande disillusione nell'apprendere che è questa banalità
che deve svelare il mistero della continuità".
Ma che tale principio sia altamente evidente a tutti è al
più elemento di soddisfazione, giacché esso "non è che un
assioma, ed è sotto forma di questo assioma che noi
pensiamo la continuità della retta".
Definita in maniera assiomatica la continuità, si è trovata
anche la via da percorrere per giungere a una caratterizzazio-
ne aritmetica di essa. Infatti ogni sezione (A 1 , A 2 ) (come
ora Dedekind le chiama) del campo razionale, che goda della
proprietà che ogni numero della classe A 1 è minore di ogni
numero della classe A 2 , possiede la proprietà che o la classe
A 1 presenta un massimo o la classe A 2 un minimo e
viceversa; questa proprietà caratterizza le sezioni prodotte
da numeri razionali.
"Ma è facile provare l'esistenza di infinite sezioni non
prodotte da nessun numero razionale"; un esempio imme-
diato è dato dalla sezione (A 1 , A 2 ): in A 1 stanno tutti
i numeri razionali negativi, lo zero e tutti i numeri razionali
positivi plq tali che p 2 /q 2 sia minore di 2; nella classe A 2
stanno i rimanenti numeri razionali.
"Orbene, ogni volta che è data una sezione (A 1 , A 2 ) che
non sia prodotta da nessun numero razionale noi creiamo un
nuovo numero, un numero irrazionale a, che noi consideria-
mo completamente definito da questa sezione; noi diremo
che il numero a corrisponde a questa sezione e che esso la
produce." In tal modo Dedekind introduce un nuovo
dominio numerico, quello dei numeri reali, definiti da
sezioni ad ognuna delle quali corrisponde un sol numero,
razionale o irrazionale.
Dedekind dimostra poi senza difficoltà le proprietà di
ordinamento dei numeri reali e quindi il teorema decisivo
che il campo R è continuo: "Se il sistema R di tutti i numeri
reali è decomposto in due classi (A 1 , A 2 ) di tale natura che
ogni numero a 1 della classe A 1 è minore di ogni numero a 2
della classe A 2 , allora esiste uno e un solo numero a dal
quale questa partizione è prodotta" (Dedekind, 1926, p.
144).
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 225

In altre parole, dimostra che il campo dei numeri reali è


chiuso rispetto all'operazione di sezione. Per questi numeri
Dedekind introduce opportunamente le operazioni aritmeti-
che usuali; dimostra poi come, per mezzo dei numeri reali, si
possa dare una dimostrazione rigorosa di uno dei principali
teoremi di analisi infinitesirnale, quello dell'esistenza del-
l'estremo superiore per ogni insieme limitato superiormente
di numeri reali.
La pubblicazione dell'opuscolo di Dedekind, che si
affiancava ai contemporanei e analoghi lavori di Heine e
Cantor, suscitò notevole interesse e vivaci reazioni, non
tanto per la natura dell'argomento, noto ai matematici dai
tempi di Pitagora, quanto per il punto di vista dell'autore: la
necessità di rigida riduzione dei fondamenti dell'analisi
all'aritmetica dei numeri natundi era infatti convinzione
certamente diffusa, ma lontano dall'essere dominante. Tan-
tomeno lo era l'idea che nell'assioma di Dedekind risiedesse
l'essenza della continuità della retta, fatto di cui sembrava
indiscutibile avere un'intuizione geometrica primordiale.
Fu proprio su questi temi che si sviluppò una breve ma
vivace polemica fra Lipschitz (1832-1903) e Dedekind, che
offrì a quest'ultimo occasione per precisare con grande
chiarezza la propria opinione sugli irrazionali e il problema
della continuità.
Devo confessare- scriveva Lipschitz a Dedekind nel giugno 187610
- che io non nego la legittimità della vostra definizione, ma sono però
dell'opinione che si distingua solo nella forma dell'espressione, non
però nella sostanza, da ciò che hanno stabilito gli antichi. Posso solo
dire di ritenere soddisfacente quanto la vostra la definizione data da
Euclide (V, 5) che trascrivo in latino: rationem habere inter se
magnitudines dicuntur, quae possunt moltiplicatae sese muto supe-
rare.11
Opponendosi risolutamente a questa opinione, Dedekind
rispondeva che il punto di partenza di Euclide non basta
assolutamente allo scopo, "se non si aggiunge ai princìpi
euclidei il nucleo del mio lavoro, che è del tutto assente:
l'essenza della continuità".
Certamente la definizione euclidea consente di trattare
domini di grandezze incommensurabili, come appunto
avviene nel libro X degli Elementi, "ma non si trova da
226 CAPITOLO SESTO

nessuna parte in Euclide o in un autore posteriore -


continua Dedekind - la 'chiusura' di questo processo di
completamento che è il concetto di un dominio di grandez-
ze continuo", la cui essenza appunto è data dall'assioma di
continuità: questo è il fatto decisivo che separa la teoria di
Dedekind da quella di Eudosso-Euclide ed è qui che
divergono le concezioni del rigore di Lipschitz e Dedekind.
Voi fin dall'inizio vi prefiggete - obietta il primo in una successiva
lettera - di considerare solo i numeri razionali e le grandezze che sono
misurate da numeri razionali. In questo punto Euclide procede in
maniera diversa e in ciò risiede anche il nocciolo della vostra
differenza rispetto a Euclide.

Euclide pensava che una qualunque grandezza fosse defini-


ta dalla misura di un segmento e da questo punto di vista non
gli era difficile far vedere che esistono segmenti che non
stanno in un rapporto dato da numeri interi.
lo so benissimo - proseguiva Lipschitz - che voi obietterete che
non vi basta derivare l'esistenza di un rapporto da una costruzione
geometrica. A questo rispondono subito. Lo spirito umano ha tratto la
sua forza attuale dalla geometria. Per secoli il rigor geometricus è stato
la massima esigenza. Se ora noi ne abbiamo altre lo dobbiano in gran
parte allo studio della geometria; sostanzialmente, queste non sono
diverse da quelle.

Infine, concludeva Lipschitz, "ciò che voi affermate a


proposito della completezza del dominio numerico, che si
deduce dai vostri princìpi, coincide di fatto con la proprietà
fondamentale di una retta, senza la quale nessun uomo può
rappresentarsi una retta".
La risposta di Dedekind, con la quale si chiude la
polemica, chiarisce definitivamente sia la natura della
divergenza fra i due, sia il punto di vista fermamente
sostenuto da Dedekind. Egli osserva anzitutto che la
definizione euclidea di rapporto tra grandezze omogenee
"non basta assolutamente se si desidera costruire l'aritmeti-
ca sul concetto di rapporto tra grandezze, cosa che non è
nelle intenzioni di Euclide".
Questa era anche l'opinione di Weierstrass, che aveva a
questo proposito osservato la necessità di liberare il concet-
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 227

to di numero da ogni riferimento geometrico alla teoria


euclidea dei rapporti tra grandezze.
D'altra parte Dedekind è ben consapevole di non aver
messo in luce alcun fenomeno nuovo, dal momento che,
come scrive a Lipschitz, "il fenomeno delle sezioni è
introdotto in ogni libro d'aritmetica quando si tratta di
rappresentare i numeri irrazionali con un'approssimazione
qualunque di numeri razionali" (commettendo tra l'altro un
errore decisivo di logica, sottolinea Dedekind).
D'altra parte, approssimare i numeri reali con successioni
di razionali corrisponde al processo concreto della misura
delle grandezze, e la teoria di Dedekind si configura qui
come il dato "astratto" di una procedura concreta che è a
base della moderna scienza; ma mentre il processo pratico di
approssimazione presuppone l'esistenza del numero da
approssimare, per Dedekind, al contrario, la sezione è il
numero reale.
Si tratta di un rovesciamento fondamentale dal punto di
vista logico, che ne sottende uno più sostanziale: per gli
antichi, dopo Pitagora, non c'erano problemi di esistenza,
giacché andava da sé che ad ogni grandezza si potesse
associare una misura (razionale o no). Qui è proprio la
questione della misura che si pone e che giustifica il
carattere assiomatico della continuità, su cui poi si basano
gli argomenti d'esistenza e la completezza del campo reale.
In sostanza, nei processi di approssimazione (dal metodo
di esaustione di Archimede alle dimostrazioni di convergen-
za delle serie in Cauchy) si trattava sempre, sotto forme
diverse, di provare ciò che noi oggi diciamo l 'unicità del
limite, non l'esistenza. Esemplificando questo aspetto, nelle
sue note al saggio di Dedekind, Zariski ( 1926, pp. 2 52 sg.)
osservava che qui risiedeva
l'insufficienza dei metodi della matematica greca in questioni esisten-
ziali che si risolvono adesso col postulato della continuità. In tutti
questi esempi si ha a che fare con successioni infinite i/ cui limite è già
dato sotto forma geometrica concreta (lunghezza, area, volume) sicché
la sua esistenza cade, per così dire, sotto i nostri occhi.

In altre parole, per Zariski, i greci sapevano che, data una


grandezza, si poteva costruire una successione che la
228 CAPITOLO SESTO

ammettesse come limite, "ma non si vede invece che essi


osassero considerare la tesi inversa, che una successione
infinita, data a priori e soddisfacente qualche criterio
elementare di convergenza, per esempio che sia limitata,
ammette un limite". Esprimendo questo fatto nel linguaggio
della teoria degli insiemi, Zariski concludeva che "i greci
conoscevano la proprietà dell'insieme dei punti della retta di
essere denso, ma non la sua integrità, che è per noi la sua
vera continuità". 12
A questo concetto di continuità era per Dedekind,
subordinata in maniera naturale l'intuizione della continuità
dello spazio fisico:"Non occorre affatto che lo spazio, se
esso ba una reale esistenza [corsivo mio] sia necessaria-
mente continuo; moltissime delle sue proprietà rimarrebbe-
ro tali e quali anche se esso fosse discontinuo" aveva scritto
nel 1872. "Posso rappresentarmi lo spazio e ogni retta di
esso come del tutto discontinuo" scriveva ora Dedekind a
Lipschitz e soggiungeva: "Anche il professar Cantor di Halle
ne sarà certo capace e devo pensare che ogni uomo lo può
fare". Il fatto è che la continuità dello spazio non è "una
condizione inseparabilmente legata alla geometria di Eucli-
de; tutto il suo sistema resta in piedi senza la continuità,
risultato che è certo sorprendente per molte persone e
perciò mi è sembrato molto degno di essere menzionato"
aggiungeva Dedekind, che concludeva la sua lettera a
Lipschitz affermando che sulla questione egli non sentiva il
bisogno di aggiungere altro. 13
L'aritmetizzazione dell'analisi per Dedekind finiva dun-
que per trasportare la nostra conoscenza dello spazio fisico
nell'ambiente teorico delle nostre "costruzioni mentali", e
le sue proprietà di continuità, da sempre ritenute intuitiva-
mente evidenti, erano ricondotte al risultato della "potenza
creatrice" del nostro pensiero, come egli ebbe a esprimersi
in diverse occasioni. Ad essa, in fondo, si riduceva anche
tutta l'aritmetica, e rispondendo alla domanda Was sind und
was sollen die Zablen ?, che fornisce il titolo 14 di un suo
saggio del 1888, in cui dava una presentazione assiomatica
dell'aritmetica a partire dal concetto di insieme, scriveva che
i numeri sono "creazioni del nostro pensiero".
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 229

b) Serie trigonometriche e teoria degli insiemi

Dal suo arrivo come libero docente a I-lalle (1869)


Cantor, lasciando da parte i suoi interessi nella teoria dei
numeri cui erano state dedicate sia la sua tesi di laurea
(1867) che la tesi di abilitazione alla libera docenza (1869)
redatte a Berlino sotto la guida di Kronecker e Kummer,
dedica la sua attività di ricerca allo studio delle serie
trigonometriche, dietro lo stimolo di uno dei suoi colleghi
più anziani di Halle, H. E. Heine. Questi da tempo stava
lavorando a problemi concernenti tali serie, che non avevano
mai smesso di attirare l'attenzione dei matematici.
Prima ancora che apparisse a stampa la tesi di abilitazione
di Riemann, Lipschitz, nel 1864, aveva preso in esame il
caso che, delle condizioni da Dirichlet richieste per la f(x),
venisse meno soltanto quella di non possedere infiniti
massimi e minimi, cosa che, in generale, per un certo
intervallo [a, b] fissato, può accadere in due modi: l 0 ) che
si possa dare a < r < b in modo che negli intervalli parziali
[a, r- eS] e [r +eS, b] (con eS arbitrariamente piccola) la
funzione presenti un numero finito di oscillazioni,e infinito
invece in [r- eS, r + eS]; oppure 2°) che, presi due valori
qualunque r, s, tali che a< r < s < b, non si possa trovare
un numero finito di oscillazioni per la f(x) tra r e s.
Lipschitz provava allora il teorema che l'integrale di
Dirichlet

Sgh f( tJ. ~) si.n k {3 d{3


sm {3
{. 7T)
\ 0 ~ g <h ~ 2

7T
tendeva a 2:f(O) al tendere di k a infinito, se la f(x)
verificava la condizione
1 t<f3 +eS)- t<f3>1 < B s~ (a> O),
dove B è una costante positiva e eS una costante prefissata
positiva arbitrariamente piccola.
Dopd i lavori di Dirichlet, Riernann e Lipschitz, le cose si
presentavano dunque in questo modo: era stato dimostrato
che una funzione, sotto ipotesi di natura molto generale, si
230 CAPITOLO SESTO

poteva rappresentare in serie di Fourier, ma nulla si diceva


su quanti fossero i modi di sviluppo. Su questo problema
essenziale Heine, che vi lavorava richiamò l'attenzione del
suo giovane collega Cantor. In un articolo pubblicato l'anno
successivo a quello della venuta di Cantor a Halle, Heine
scriveva infatti che la dimostrazione di Weierstrass, della
necessità della convergenza uniforme per l'integrazione
termine a termine di una serie di funzioni, aveva reso
inattendibile il teorema secondo cui una funzione f(x),
finita tra x= - rr e x= rr, si può rappresentare al più in un
modo mediante una serie trigonometrica della forma
1
2 a0 + .~ (ai cosix +bi sin ix). [6.2.1]
J=l

Il fatto grave, lamentava Heine, è, che il significato, che


si attribuiva fino ad ora alla rappresentazione di una funzio-
ne mediante una serie trigonometrica, risiedeva in gran parte
nell'unicità dello sviluppo, cioè nella sicurezza di trovare la
stessa serie, qualunque via si scegliesse per trasformare la
funzione in serie (Heine, 1870, p. 3 53).
Certamente una serie di Fourier, che rappresenta una
funzione discontinua, anche se rimane finita, non può essere
uniformemente convergente ma non si sa ancora (dice
Heine) se una serie, che rappresenta una funzione continua,
debba essere uniformemente convergente, cosa che finora si
è sempre tacitamente assunta.
"Questa circostanza non viene chiarita neanche nel
seguito" di questa memoria, dice Heine, che aggiunge: "Non
si sa neppure, a tutt'oggi se sia possibile rappresentare una
funzione continua data, mediante una serie trigonometrica
uniformemente convergente": al quesito, di lì a poco, i
lavori di Du Bois Reymond avrebbero dato risposta ne-
gativa.
Nella suddetta memoria sulle serie trigonometriche
(1870), Heine parte dai risultati di Dirichlet, che riformula
nel modo seguente (ivi, p. 354):
Proposizione I. La serie di Fourier per una funzione finita f(x) che
possiede un numero finito di massimi e minimi converge uniforme-
mente allorcbè f(x) è continua da- 1r a 1r inclusi e f(Tr) = f(- 7r); negli
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 231

altri casi è solo in generale uniformemente convergente [dove "in


generale" significa "salvo un numero finito di punti"].
Successivamente enuncia le due seguenti proposizioni, ri-
cavandole dalla prima:
Proposizione II. Una funzione [(x) in generale continua, ma non
necessariamente finita, si può al più sviluppare in un modo in una serie
trigonometrica della forma [6.2 .l] se la serie è soggetta alla condizio-
ne di essere in generale uniformemente convergente. La serie rappre-
senta in generale la funzione da - 1r a Tr.
Proposizione III. Se una serie trigonometrica della forma (6.2.1] è
in generale uniformemente convergente tra - 1r e 1r e rappresenta in
generale lo zero, allora si devono annullare tutti i coefficienti ai e bi e
la serie rappresenta perciò lo zero dappertutto.

È quest'ultimo il risultato da cui prende le mosse Cantor


per provare il proprio teorema di unicità, cioè che se una
funzione è rappresentabile in serie trigonometrica, tale
rappresentazione è unica. Il punto di partenza di Cantor, nel
marzo 1870, è il seguente:

Se le due successioni {tln} e {bn} sono tali che il limite di


an sin nx + bn cos n x
per ogni valore di x appartenente a un intervallo (a< x< b)
dato del campo reale, è uguale a zero al crescere di n, allora
anche {an} e {bn} tendono a zero al crescere di n.
La dimostrazione del teorema è effettuata da Cantor in
maniera assai laboriosa.
Il secondo strumento di cui si serve Cantor, facendo
propria la convinzione espressa da Heine (1870, p. 35 3), è il
concetto di convergenza uniforme di una serie.
Cantor osserva che il problema dell'unicità della rappresen-
tazione non potrebbe essere risolto, come si era creduto
generalmente, moltiplicando ogni termine della serie [6.2.1]
per cos n (x - t) d t, e effettuando poi una integrazione ter-
mine a termine tra -,.e 1r (Dauben, 1971, p. 190).
Tale procedura richiedeva non solo l'integrabilità della
[(x), ma anche la convergenza uniforme della serie.
232 CAPITOLO SESTO

Il grande risultato di Cantor (aprile 1870) fu di provare,


cosa che destò l'ammirazione dei contemporanei, che "una
rappresentazione dello zero mediante una serie trigonome-
trica .~ C; (dove C0 = 21 d 0 e C;= d;cosix + c; sin ix e
r=O
d; ~ O, c; ~ O al crescere di i Ì, convergente per ogni valore
reale di x, non è altrimehti possibile che quando i
coefficienti d0 , c;, d; sono tutti nulli" (Cantar, 1870b, p. 83).
Di qui segue subito il teorema di unicità, applicando il
risultato da Cantar ottenuto nell'articolo del marzo prece-
dente.
Qualche tempo dopo Cantar indeboliva le condizioni del
suo teorema di unicità (gennaio 1871) dimostrando che "si
possono modificare le assunzioni nel senso che per certi
valori di x viene meno o la rappresentazione dello zero
mediante la ~C; oppure la convergenza della serie". Sono
l

questi punti "eccezionali" che giocheranno un ruolo fonda-


mentale per gli sviluppi che avranno assai presto in Cantor,
sia verso la teoria dei numeri reali che la teoria degli insiemi.
In questo primo lavoro, pubblicato sotto forma di successiva
aggiunta all'articolo dell'aprile 1870, Cantor si limitava a
richiedere che tali punti eccezionali fossero in numero
finito: il grande risultato, che ottenne nell'anno successivo
(1872), fu la scoperta che il suo teorema di unicità
continuava a valere anche nell'ipotesi di un numero infinito
di punti eccezionali, purché distribuiti in maniera oppor-
tuna.
L'articolo in cui Cantar lo rendeva noto conteneva nella
parte iniziale, come indispensabili premesse, la sua teoria dei
numeri reali e degli insiemi derivati.
Come era stato per Dedekind, anche per Cantar la
definizione dei numeri reali awiene seguendo una via
aritmetica, che tuttavia si distingue concettualmente dal-
l' operare sezioni alla Dedekind nel campo dei razionali. Egli
basa infatti le sue considerazioni su successioni infinite a 1 ,
a 2 , ... , an, ... di numeri razionali, sottoposte alla condizione
che, fissato comunque un intero m, si può trovare un
numero n abbastanza grande per cui
lam+n -ani <E
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 233

per ogni scelta di € (razionale) positivo arbitrariamente


piccolo. Ogni successione di questo tipo, che Cantor chiama
fondamentale, 15 "ha un limite determinato b", col che si
deve intendere solo che alla successione {an} è associato un
simbolo b. 16
Per le successioni fondamentali Cantor introduce poi una
relazione di equivalenza, nel modo seguente: se alla succes-
sione {ttn} è associato il limite b e alla successione {a~} il
limite b', allora se
l an -a~ l< €,
le due successioni sono equivalenti nel senso che b = b'.
In maniera naturale egli definisce poi per le successioni
fondamentali le operazioni aritmetiche e l'ordinamento:
l'insieme dei simboli b associati alle successioni fondamenta-
li costituisce il nuovo dominio numerico B dei numeri reali.
Considerando poi successioni di elementi b 1 , b 2 , ... ,
bn, ... di B e definendo in maniera analoga successioni
fondamentali { bn} , Cantor costruisce il dominio C dei
simboli c, associati ad ogni successione fondamentale e
prova che esso sostanzialmente coincide con B, nel senso
che B e C hanno la stessa struttura matematica e si possono
mettere in corrispondenza biunivoca, anche se (e questo è
per Cantor un fatto fondamentale) gli elementi di B e quelli
di C posseggono un diverso contenuto concettuale. Dimo-
strata la chiusura di B rispetto all'operazione di limite,
Cantor, reiterando À volte questo procedimento giunge a
definire il dominio numerico L i cui elementi egli chiama
"grandezze numeriche, valori o limiti di X-esima specie".
"Il concetto di numero, così come è stato qui sviluppato,
contiene in sé il germe per una estensione infinita, in sé
necessaria e assoluta" scrive Cantor a commento di questo
processo generativo di nuovi elementi, che gli si ripresenterà
trattando degli insiemi di punti. Ed è proprio in questo
processo generativo che egli riconosce l'oggettività delle
grandezze numeriche via via considerate, ognuna delle quali
"dapprima del tutto inconsistente, appare solo come ele-
mento costitutivo di proposizioni, cui spetta oggettività; del-
la proposizione, per esempio, che la successione corrispon-
dente ha per limite la grandezza numerica" considerata.
234 CAPITOLO SESTO

Si tratta qui di un tipo di oggettività sostanzialmente


diverso da quello che siamo disposti a riconoscere ai numeri
naturali (o ai razionali), e che è strettamente correlato al più
generale punto di vista "formalista" di Cantar sulla questio-
ne dell'esistenza degli enti matematici.
Nella concezione cantoriana di numeri reali di specie
superiore c'è già, infatti, nelle linee essenziali, l'idea della
generazione di insiemi "transfiniti" che egli articolerà
successivamente in numerose memorie; e quando si volge a
tradurre le considerazioni intorno ai numeri reali nel
linguaggio dei corrispondenti insiemi di punti sulla retta, 17
Cantar sottolinea proprio l'importanza centrale per tutta la
teoria del concetto di "insieme derivato" di un insieme di
punti. Egli comincia a definire il concetto di punto-limite di
un insieme di punti (ciò che oggi usualmente si chiama punto
di accumulazione) in questo modo:
Per "punto-limite di un insieme P di punti" intendo un punto della
retta tale che in ogni suo intorno si trovino infiniti punti di P, col che
può capitare che egli stesso non appartenga all'insieme. Per "intorno
di un punto" si deve intendere ogni intervallo che contiene il punto al
suo interno. In conseguenza di ciò è facile da dimostrare che un insie-
me di punti costituito da un numero infinito di punti ha sempre alme-
no un punto-limite (Cantor, 1872, p. 98).

È un risultato che è meglio noto come "teorema di


Bolzano-Weierstrass. Allora, per ogni insieme di punti della
retta, c'è sempre il suo insieme "derivato" P', cioè l'insieme
dei suoi punti limiti (eventualmente vuoto, se l'insieme dei
punti P è finito).
La reiterata operazione di derivazione di un insieme
infinito di punti P si presenta concettualmente a Cantar
come il naturale corrispettivo della generazione dei domini
numerici B, C, ... , L. Se dopo n derivazioni p<n> contiene
solo un numero finito di punti (dunque p< n+ O è vuoto)
P si dirà un insieme di tipo n-esimo. "Un singolo punto sulla
retta, la cui ascissa sia un irrazionale di specie n-esima"
costituisce un esempio di un insieme siffatto, dove P è
l'insieme dei punti ad ascissa razionale che costituiscono la
successione fondamentale di partenza. 18
Nel lavoro del 1872 Cantar si limitava a considerare
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 235

insiemi di punti di prima specie, tali cioè che p<n> = O per


n < + oo: se l'insieme dei punti eccezionali per una serie
trigonometrica era dato da un insieme siffatto, allora valeva
ancora il suo teorema di unicità della rappresentazione.
Questo era quanto dimostrato nell'ultima parte della memo-
ria, ma già da allora l'interesse prioritario di Cantar era
piuttosto dedicato ai preliminari del teorema riguardanti gli
insiemi derivati, ed egli aveva considerato la possibilità di
spingere l'operazione di derivazione fino all'insieme p<""> e
da qui fino a comprendere la successione degli insiemi
derivati di seconda specie, secondo "una generazione dialet-
tica di concetti che conduce sempre più lontano, e libera da
ogni arbitrarietà, resta in sé necessaria e conseguente" come
scriverà qualche anno più tardi, quando la sua attenzione
sarà completamente rivolta agli sviluppi della teoria degli
insiemi e dei numeri transfiniti, qui solo intravista.

6.3 La teoria delle funzioni di Weierstrass


Si potrebbe pensare, erroneamente, che l'approccio rie-
manniano alla teoria delle funzioni di variabile complessa
diventasse ben presto dominante nella seconda metà del
secolo scorso. Al contrario, le idee di Riemann tardarono ad
affermarsi, trovando inizialmente solo qualche sostenitore
isolato tra i suoi studenti e pochi altri, cosicché Betti, per
esempio, ancora nel1863, inaugurando l'anno accademico a
Pisa poteva affermare che il
metodo [di Riemann] ha sopra gli altri il vantaggio della sua immensa
generalità e di soddisfare compiutamente alle principali tendenze
dell'analisi moderna, poiché il meccanismo del calcolo non ci entra
quasi per niente ed è quasi tutto un magnifico lavoro di puro pensiero.
Ma quanta è la forza della mente, altrettanta è la concisione e
l'oscurità dello stile di questo eminente geometra. In modo che i suoi
lavori per ora è quasi come se non esistessero nel mondo scientifico
[corsivo nostro].

In Francia, da molto tempo si era rimasti ancora legati


alla tradizione inaugurata da Cauchy e si vedevano con
sospetto le concezioni di Riemann, basate sulla sua partico-
236 CAPITOLO SESTO

lare idea di superficie, giudicata tutt'al più un utile supporto


geometrico delle considerazioni analitiche.
Parallelamente all'affermarsi della tendenza all'aritmetiz-
zazione dell'analisi, saranno le vedute aritmetiche di Weier-
strass a divenire dominanti, e saranno le sue lezioni berlinesi,
in cui egli svolgeva la propria teoria delle funzioni analitiche
a diventare il punto di riferimento dei matematici europei, e
meta frequente per i giovani promettenti delle università
tedesche e straniere. Proprio agli appunti presi alle lezioni di
Weierstrass da questi giovani matematici si dovette in buona
misura la diffusione delle vedute weierstrassiane in Europa.
In questo tipo di lavori si inserisce il Saggio di Pincherle
(1880), redatto in seguito a un viaggio di studi a Berlino,
che gli consentì di seguire i corsi di Weierstrass nell'anno
1877-78, e che può essere utilmente letto per avere un'idea
dell'introduzione di Weierstras·s alla teoria delle funzioni.
Il Saggio in questione si divide in quattro parti: nella
prima sono esposti i princìpi fondamentali dell'aritmetica
(base della teoria delle funzioni), vi si trova una teoria dei
numeri (interi, razionali, negativi), compresa la teoria
weierstrassiana dei numeri reali (cioè numeri costituiti da
un'infinità di elementi secondo la sua terminologia), e la
teoria dei numeri formati con due unità principali, cioè i
numeri complessi. Inoltre vi si trova esposta la teoria delle
serie e dei prodotti infiniti (numerici).
Nella seconda parte, Weierstrass espone alcuni teoremi
sulle grandezze in generale, tra i quali si trova il teorema
detto di Bolzano-Weierstrass, enunciato in questo modo: se
x è una lettera cui si può assegnare qualunque valore reale
(cioè costituisce una varietà semplicemente infinita o a una
dimensione l'insieme dei valori che può prendere la x) e si
indica con posto o punto della varietà un valore speciale
attribuito alla x (e ancora si definisce alla maniera solita
l'intorno di un posto, sia questo anche all'infinito), vale la
proposizione fondamentale:
Se in una varietà a una dimensione si hanno infiniti posti
soddisfacenti ad una definizione comune si troverà in quella varietà
per lo meno un posto avente la proprietà che in qualunque suo
intorno, per piccolo che si voglia prendere, esisteranno sempre infiniti
posti soddisfacenti a quella definizione (Pincherle, 1880, p. 237).
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 237

Solo nella terza parte compare il concetto di funzione.


La definizione che vi si legge è la seguente:
Se una quantità variabile, reale o complessa, che diremo y, è legata
a un'altra quantità variabile o reale o complessa x in guisa che a un
valore di x corrispondano entro certi limiti uno o più valori
determinati per y, si dirà che y è funzione di x nel senso più generale
del vocabolo funzione e si scriverày = f(x) (ivi).
A commento delle definizioni di continuità e di derivata
che Weierstrass dà in maniera analoga a quella oggi usuale,
Pincherle scrive:
Si è creduto fino a questi ultimi tempi che l'esser continua bastasse
ad una funzione per ammettere derivata e in molti trattati si trova
"dimostrato" il "teorema": ogni funzione continua ammette una de-
rivata. Ma queste dimostrazioni ammettono tutte implicitamente
qualche proprietà che non è contenuta nel concetto generale di fun-
zione (ivi).
Come controesempio riporta la funzione
oo sin(n! x)
[(x)= "L1 n.' [6.3.1]
continua e finita per ogni x E R, ma in nessun punto
derivabile.
Assai interessanti sono poi le osservazioni di Weierstrass
sul concetto di funzione, che Pincherle così annota:
Se si immagina tra x e y una relazione di dipendenza soggetta alla
sola condizione che, dato un valore a x, ne consegua uno corrispon-
dente per y, si trova che il legame così stabilito fra le x e le y è tanto
vago e indeterminato che è impossibile trovare qualche proprietà
comune a tutte le funzioni (ivi).
Come allora Riemann, anche Weierstrass ha qui in mente,
per uno "studio puramente analitico delle funzioni", le
funzioni di variabile complessa. "Una teoria delle funzioni
non si potrà quindi fondare se non si limitano in qualche
modo le classi di funzioni per le quali si vogliono dare
proprietà comuni": saranno queste le funzioni analitiche;
invece funzioni che perdono di significato per valori
complessi della variabile, come la [6. 3.1] , "non saranno da
noi considerate come vere funzioni analitiche, ma solo come
casi limite di quelle" (ivi, p. 254 ).
238 CAPITOLO SESTO

In vista dello scopo dichiarato, che occupa la parte quarta


del Saggio (le funzioni razionali e le serie di potenze),
Weierstrass introduce il concetto di funzione razionale e poi
le funzioni definite come somme infinite di funzioni
razionali (cioè serie di funzioni razionali), per le quali
stabilisce i concetti di campo di convergenza della serie e di
convergenza uniforme, enunciando poi il teorema:
"Una somma di infinite funzioni razionali uniformemente
convergente in un certo campo rappresenta entro quel
campo una funzione continua."
Un ruolo fondamentale nell'approccio di Weierstrass è
giocato dalla teoria delle serie di potenze di una variabile per
le quali definisce il cerchio di convergenza ed enuncia il
teorema "classico" che se una serie converge in un cerchio
di raggio R, allora converge uniformemente nel cerchio di
raggio r, con r <R.
Dopo aver esposto le condizioni di identità di due serie di
potenze e la derivazione delle serie di potenze termine a
termine, nell'ipotesi della uniforme convergenza, Weierstrass
passa poi a porre in luce i fondamenti del principio del
prolungamento analitico. Indicata con p(x, a) una serie di
potenze convergente in un cerchio di centro a e raggio R,
egli considera un punto qualunque b del cerchio: per tutti i
valori di x tali che
l b- al +lx- hl< R,
si potrà allora ricavare uno sviluppo della serie data secondo
potenze di x- h, e questa serie sarà convergente entro un
cerchio di centro b e raggio R- lb- al, ma potrà anche
convergere in un cerchio di raggio maggiore di questo, e nei
punti comuni ai due cerchi le due serie p(x, a); p(x, a, b)
(come indica Weierstrass la serie dedotta dalla p(x, a))
danno un medesimo valore.
È questa l'idea di fondo del prolungamento analitico.
Infatti,
una serie di potenze f(x, a), convergente entro un cerchio a e di raggio
r, determina per tutti i valori x presi nell'interno del cerchio una
funzione avente carattere razionale intero
e
preso un punto b nell'interno di questo cerchio si può dedurre dalla
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 239

serie primitiva una serie f(x, a, b) rispetto al punto b; questa avrà un


cerchio di convergenza r' che si può estendere anche fuori del cerchio
(a, r): si dirà che questa serie dà la continuazione della funzione
definita da f(x, a) per i punti del cerchio (b, r) esterni al cerchio (a, r)
(Pincherle, 1880, p. 353).
Le serie così introdotte costituiscono gli elementi di una
funzione analitica, mediante i quali, via il prolungamento
analitico, si ottiene la funzione atJalitica nella sua totalità, là
dove è definita. I punti singolari sono quelli non apparte-
nenti al campo di validità della funzione. Weierstrass
distingue infine tra funzioni monodrome (quelle per cui,
partendo da un elemento originario [(x, a) e percorrendo un
cammino qualsiasi "tracciato dai punti che servono agli
sviluppi intermedi, si giungerà rispetto ad ogni punto x 0 del
campo di validità costantemente ad un unico sviluppo [(x,
a, ... , x 0 )'' e polidrome (in caso contrario).
Motivando il proprio punto di vista e la divergenza con
l'approccio riemanniano Weierstrass afferma che:
Le funzioni che da noi si diranno analitiche sono quelle definite da
Cauchy e Riemann dalla seguente proprietà: se w= u +iv è funzione
di z =x +i y, si deve avere:
au av au av
ay =-a;· -ax-=ay ·
Questa definizione generale di funzione può sembrare fondata
sopra una proprietà di carattere arbitrario, e la cui generalità non si
può dimostrare a priori, ed inoltre essa richiede che le funzioni u e v
siano scelte fra quelle funzioni di due variabili reali che ammettono
derivate parziali, mentre nello stato attuale della scienza le funzioni di
variabili reali atte alla derivazione non costituiscono una classe che si
possa esattamente delimitare: per queste ragioni tale definizione di
funzione analitica non verrà adottata (ivi, pp. 317 sg.).
Rifiutando così il punto di vista globale sostenuto da
Riernann nella sua tesi, Weierstrass veniva a concepire lo
studio delle funzioni analitiche come uno studio locale.
Si trattava, come ha scritto Boutroux (1908, p. 2) , di rappresenta-
re una funzione e di riconoscerne le proprietà nell'intorno immediato
di un punto. Di qui il ruolo privilegiato attribuito agli sviluppi
convergenti in un cerchio o in una corona descritta attorno a un
punto. Per la scuola di Weierstrass definire una funzione è insomma
240 CAPITOLO SESTO

fornirsi di una serie di Taylor, poiché da questa serie si può


teoricamente, col metodo del prolungamento analitico, dedurre il
valore della funzione in ogni punto dove è definita.
I metodi di Weierstrass nella teoria delle funzioni preval-
sero fino verso la fine del secolo e il termine tedesco
Funktionenlehre (teoria delle funzioni) divenne sinonimo di
teoria delle funzioni di variabile complessa secondo i
princìpi di Weierstrass.
Non mancarono tuttavia le voci di opposizione e Lie, per
esempio, non esitò a scrivere a Darboux 19 che era proprio ed
esclusivamente per colpa di Weierstrass e della sua scuola se
in Germania non esisteva una seria ricerca in geometria e si
dicevano sull'argomento "grandissime sciocchezze"; il che,
al di là della polemica, rivelava una divergenza profonda
nell'intendere la matematica, condivisa (per altro verso)
anche da uomini come Poincaré e Klein. Questi, in un
discorso tenuto alla Società delle Scienze di Gottinga
proprio in occasione dell'ottantesimo compleanno di Weier-
strass, dopo aver ricordato "l'impronta" data dal rigore di
Weierstrass alla matematica contemporanea e la tendenza
estrema di Kronecker, "di bandire gl'irrazionali e di ridurre
la scienza matematica a sole relazioni fra numeri interi"
secondo un programma tracciato qualche anno prima, 20 così
prosegutva:
lo comprenderei queste varie evoluzioni( ... ) col nome di aritmetiz-
zazione (Arithmetisierung) della matematica ( ... ) Di buon grado, come
intenderete facilmente, riconoscerò la straordinaria importanza di una
simile evoluzione; d'altra parte, non potrò fare a meno di respingere il
concetto che nella scienza "aritmetizzata" si trovi racchiuso e
concentrato, come in un estratto, tutto quanto il contenuto della
matematica. Debbo pertanto sviluppare il mio concetto da due lati:
positivo, assenziente l'uno, l'altro negativo, confutatorio. Poiché
considero come essenziale non la forma aritmetica dello sviluppo del
pensiero, bensì il rigore logico raggiungibile sotto quella forma,
richiedo (ed è questo il lato positivo del mio programma) una nuova
elaborazione, appoggiata al fondamento aritmetico dell'analisi, delle
altre discipline della matematica. D'altra parte, debbo pure accentuare
nel modo più esplicito (ed è questo il lato negativo) che la matematica
non è per nulla esauribile colla deduzione logica, bensì accanto ad essa
l'intuizione conserva ancora oggidì la sua piena e specifica efficacia
(Klein, 1896. p. 109).
ARITMETIZZAZIONE DELL'ANALISI 241

Anche se affermava che "non aveva particolari nuovi" da


esporre la voce di Klein si inseriva di fatto nel dibattito che
ormai preludeva agli sviluppi della matematica del nostro
secolo.

NOTE AL SESTO CAPITOLO

1 Estratti dei resoconti di Casorati sono stati pubblicati da Bottazzini

(1977b) e da Neuenschwander (1978a).


2 Così si esprime Dedekind nella prefazione a Continuità e numeri irrazionali

(1872).
3 Vedi Dedekind (1926, p. 15).

4 Vedi S. F. Lacroix (1837, p. 88).

5 Naturalmente, la definizione di Kronecker va integrata col simbolo di

valore assoluto e l'ipotesi 8 > O; probabilmente questa imprecisione risiede an-


che nel carattere di appunti personali delle note di Casorati.
6 "Dell'infinito non abbiamo concetto determinato, noi lo intendiamo

unicamente come un limite" è la significativa nota a margine ap·posta qui da


Casorati.
7 Letteralmente "altezzosi", "arroganti".

• Per esempio Riemann, (1953, pp. 68 e 89).


9 Vedi Dugac (1976b, p. 154).
10 Vedi Dugac (1976b) per le lettere di Lipschitz, mentre quelle di Dedekind

erano già state pubblicate in Dedekind (1932).


11 Si dice che sono in rapporto tra loro delle grandezze che moltiplicate

possono superarsi l'un l'altra.


12 Vedi Dugac (1976b, p. 58) per la discussione di un'interpretazione in

termini algebrici moderni di questo punto.


13 I rapporti tra Dedekind e Lipschitz si dovettero mantenere comunque di

grande stima se, come ci informa Dugac (1976b, p. 53), Lipschitz espresse alla
morte il desiderio che fosse Dedekind a curare l'edizione delle sue opere.
14 Letteralmente: Che cosa sono e cosa devono essere i numeri? Comune-

mente si adotta la traduzione italiana di Zariski (vedi Bibliografia).


15 Oggi sono dette comunemente successioni di Cauchy.
16 È questo il punto delicato dell'intera costruzione. Evidentemente Cantor

intende definire b ed è ben consapevole, come scriverà anche esplicitamente,


dell'errore logico che si nasconde dietro pratica dei matematici precedenti.
Errore che egli denuncia in termini analoghi a quelli usati da Dedekind. A questo
proposito vedi anche Dauben (1971, p. 20 5 ).
17 Naturalmente, anche nella teoria dei numeri reali di Cantor, la corrispon-

denza biunivoca tra punti della retta e numeri reali è assicurata mediante un
assioma di continuità analogo a quello di Dedekind, ma non equivalente nel
senso che da quest'ultimo è derivabile il postulato di Archimede, non derivabile
dall'assioma di continuità di Cantor.
10 C'è qualche imprecisione nella terminologia da Cantor adottata, giacché

p< n+ l) dovrebbe essere vuoto, il che non può avvenire per un punto numero
irrazionale n-esima specie, vista la precedente definizione di tali numeri.
19 Vedi Dugac (1973, p. 148).

'° Kronecker (1887).


Appendice
Sulla storia del 'principio di Dirichlet'

Dopo la pubblicazione dei Principia mathematica philoso-


phiae naturalis (1867) di Newton, uno dei problemi cui
lavorarono gli scienziati settecenteschi fu la determinazione
dell'attrazione gravitazionale dei corpi celesti, in particolare
della Terra sulla Luna, problema riconducibile in prima
approssimazione a quello di determinare la forza di attrazio-
ne di un corpo su una massa puntiforme.
Secondo uno schema teorico classico, si trattava dappri-
ma di determinare la forza di attrazione di una massa
infinitesima del corpo sull'unità di massa posta nel punto P
e poi di ottenere la forza di attrazione esercitata dal corpo
come somma delle forze esercitate dalle masse infinitesime,
cosa che portava immediatamente ad un difficile problema
di integrazione. Infatti, seguendo questa via e introdotto un
opportuno sistema di riferimento, le componenti della forza
lungo gli assi sono date dagli integrali di volume
(x-~)
fx =- kfHp r3 dv

(y -- 71)
[y =- kfJSp r3 dv [l]

fz=-kJSfp
(z- n dv
r3
dove (t 71, ~) è un punto generico del corpo, la cui densità è
PRINCIPIO DI DIRICHLET 243

p, r = {(x- ~)2 + (y- 17) 2 + (z- r> 2 } 112


e k è la costan-
te di Newton.
Per cercare di calcolare tali integrali è in primo luogo
necessario conoscere la forma del corpo; di qui un gran
numero di ricerche sia sulla forma della terra, argomento su
cui nel 1743 Clairaut (1713-1765) pubblicò il volume
Théorie de la figure de la terre diventato allora celebre, sia
sull'attrazione degli elissoidi (o più in generale dei corpi di
rotazione) essendo chiaro che la forma della terra non era
esattamente sferica, ma piuttosto elissoidale. Naturalmente,
nel caso delle ricerche sull'attrazione della Terra, le cose
erano ulteriormente complicate dal fatto di non conoscere
la p.
Una maniera in molti casi più praticabile di arrivare allo
scopo fu quella di determinare una funzione V(x, y, z), la
funzione potenziale, definita dall'integrale

V(x, y, z) =J H-T dv, [2]

che permette, come si verifica senza difficoltà, di esprimere


le [l] mediante una derivazione: un'idea questa che si trova
per la prima volta già nell 'Hydrodinamica (17 38) di Daniel
Bernoulli e che fu generalmente seguita. I primi successi
furono riportati da Legendre, che riuscì nell'intento per i
solidi di rotazione ricorrendo a certi polinomi oggi detti
"polinomi di Legendre" o anche "coefficienti di Laplace" o
"armoniche locali". Lo stesso Laplace da tempo lavorava su
questi problemi: stimolato dai risultati di Legendre, cui egli
non poco aveva contribuito, riprese le sue ricerche e riuscì
nella determinazione della V nel caso di uno sferoide
arbitrario, assumendo che la V, per i punti interni ed esterni
al corpo, verificasse l'equazione

6 v= a2 v+ a2 v+ a2 v= 0 [3]
ax 2 ay 2 az 2
che gli era certamente nota da prima per esser nota già a
Euler. Questi, in un lavoro sul movimento dei fluidi del
17 52 aveva mostrato infatti che se u, v, w sono le
componenti della velocità in un punto qualunque di un
244 APPENDICE

fluido incompressibile, allora l'espressione


u dx + v dy + w dz
doveva essere un differenziale esatto dS e dunque
as as as
u = ax , v= ay , w= az .
Dall'essere il fluido sottoposto, durante il movimento, alla
"legge di continuità" seguiva che:
a2 s a2 s a2 s
ax 2 + ay 2 + az 2 =O,
equazione che Euler riusciva a integrare nel caso particolare
in cui S era dato da un polinomio in x, y, z.
La questione fu ripresa da Poisson, che in un articolo
apparso nel 1813 mostrava, contro l'opinione di Laplace,
che se il punto P= (x, y, z) era all'interno del corpo, allora
V verificava, anziché la [ 3], l'equazione
6V=-4rrp [4]
dove p, densità dal corpo attraente, era funzione di x, y, z.
Ancorché corretto, l'enunciato di Poisson era dimostrato in
maniera insoddisfacente anche per gli standards del tempo
come riconobbe poi lo stesso Poisson.
Nello stesso anno appariva una memoria di Gauss sulla
attrazione degli elissoidi omogenei; anche in questo tipo di
problemi collegati a quelli astronomici volti a determinare
l'orbita della luna, si trova una prima fonte dell'interesse di
Gauss verso la teoria del potenziale.
Ma le motivazioni principali di Gauss per dedicarsi alla
teoria del potenziale risiedevano nelle sue ricerche sul
magnetismo terrestre, che egli condusse insieme a Weber e i
cui risultati pubblicò nel 1839. (Con Weber, Gauss diede
vita all'Associazione per il Magnetismo che pubblicava an-
che un giornale scientifico, nel quale apparve appunto la
memoria di Gauss del1839.)
In questo lavoro, Gauss dava una dimostrazione rigorosa
della [4] oltre che una teoria dell'equazione [3] , affrontan-
do il problema matematico di determinare una funzione
armonica (cioè che soddisfa la [3]) all'interno di un dominio
PRINCIPIO DI DIRICHLET 245

chiuso di superficie S, di cui è noto il valore l sul contorno.


Si tratta di un primo esempio del cosiddetto "problema di
Dirichlet", che Gauss risolse assumendo l'esistenza di una
funzione che minimizza l'integrale

ns[( ~~) 2 + ( ~; r + (~~rJdv [5]


e mostrando che tale funzione era proprio la funzione
armonica cercata.
Precedentemente a Gauss, e a sua insaputa, un matemati-
co autodidatta, l'inglese Green (1793-1841) si era dedicato
a studi sull'elettricità e il magnetismo che aveva poi raccolto
nel 1828 in un opuscolo pubblicato a proprie spese. Un la-
voro rimasto sconosciuto finché non fu fatto pubblicare,
dopo la morte dell'autore, da Thomson (Lord Kelvin) nel
"Journal" di Crelle nel 1850. Il risultato principale in esso
contenuto era la dimostrazione della "formula di Green ":

dove U e V sono funzioni continue con derivate finite nel


dominio, e n è la normale alla superficie diretta verso
l'interno; una formula che era stata ottenuta nello stesso
anno dal matematico russo Ostrogradskij (1801-1861).
In un successivo lavoro del 1833 Green mostrò che se è
data con continuità una funzione V sul contorno di un
corpo, allora esiste una funzione che è armonica all'interno
del corpo e assume i valori dati sul contorno. Nella
dimostrazione anche Green faceva uso del fatto che esiste
sempre una funzione che minimizza l'integrale [5], un'idea
che venne formulata esplicitamente qualche anno più tardi
da Thomson (1847) e da Dirichlet nel corso delle sue lezioni
sulla teoria del potenziale, tenute a Gottinga nell'inverno
1856-57.
In queste ultime, pubblicate nel 1876 da Grube, si legge:
"C'è sempre una e una sola funzione u di x, y, z per un
dominio chiuso arbitrario, che è continua insieme alle sue
derivate del prim'ordine, che internamente al dominio
soddisfa l'equazione l:,u =O e che assume in ogni punto
della superficie un valore dato" (Dirichlet, 1876, p. 127).
246 APPENDICE

"Questa propos1z10ne è nota col nome di principio di


Dirichlet" commenta Grube a questo punto. Tuttavia il
problema di determinare una funzione armonica all'interno
di un dominio e assumente valori dati con continuità sul
contorno è oggi detto il problema di Dirichlet, che si può
enunciare in terminologia moderna in questo modo: "Sia n
un aperto di R 3 e sia data una funzione reale continua f sul
contorno an di n. Il problema è se esiste una funzione F,
definita nella chiusura di n, armonica in n e tale chef= F
su an" (Manna, 1975, p. 29).
Il principio di Dirichlet è un modo di risolvere tale
problema, come è chiaro anche dalle stesse parole di
Dirichlet. Egli infatti proseguiva osservando che "il compito
di trovare quella funzione u non è risolubile; si può solo
parlare di una dimostrazione di esistenza. Quest'ultima non
presenta alcuna difficoltà" ed a questo punto enunciava il
"principio di Dirichlet" in questi termini:
Ci sono chiaramente per ogni dominio limitato e connesso T
infinite funzioni u continue in x, y, z insieme alle loro derivate parziali
prime, che sulla superficie del dominio si riducono ad un valore dato.
Tra queste funzioni ce ne sarà almeno una che minimizza il seguente
integrale esteso al dominio

u=s[(::)' + (!;)' + (:; )'}r,


poiché si tocca con mano che l'integrale ha un minimo, non potendo
diventare negativo. Si può ora dimostrare che:
l) Ognuna di quelle funzioni u, che rende U minimo, soddisfa
dovunque internamente a T l'equazione differenziale
au au 3 u .
2 2
--+--+-·-=o
2

3x2 3y 2 3z 2 •

Con ciò sarebbe già dimostrato che c'è sempre una funzione u con la
proprietà richiesta, cioè proprio quella funzione per cui U diventa
minimo.
2) Ognuna delle funzioni u, che debba soddisfare l'equazione
differenziale b. u =O all'interno del dominio T, minimizza l'integrale
u.
3) L'integrale U può avere solo un minimo.
Dalle 2) e 3) seguirebbe che esiste solo una funzione u con la
proprietà richiesta (ivi, pp. 127 sg.).
PRINCIPIO DI DIRICHLET 247

Ci sono gravi obiezioni al principio in questione: l) non


è affatto evidente, come assume senz'altro Dirichlet, che la
classe U delle funzioni u non sia vuota; 2) non è detto che
l'integrale [5] sia finito per ogni funzione della classe U.
Infine, e questo è il punto cruciale, 3) non è detto che
l'estremo inferiore della classe delle funzioni u sia una
funzione che appartiene a U, cioè che esista un minimo.
Critica questa che formulò apertamente Weierstrass nel
1870, esibendo un controesempio: si tratta dell'integrale

]= Jl x
- 1
2
(dy )2
-
dx
dx [6]

in cui si considerano le funzioni y(x) continue insieme alle


loro derivate prime tra x =- l, x = l e tali che y(- l) =
=a =1= b = y(l). Si mostra che, tra queste funzioni, ne esistono
tali da verificare la disuguaglianza j < E per ogni scelta di E
prefissato arbitrariamente piccolo, e dunque l'estremo infe-
riore dell'integrale (al variare delle y) è zero. Tuttavia non
c'è un minimo, poiché in tale caso dovrebbe essere y = cost.,
il che è impossibile dato che a =1= b. Indicando con Weier-
strass con ~ una costante positiva, consideriamo la funzione:
a+b b-a arctg xl~
y= 2 + 2 arctg 11~
[7]

funzione che soddisfa le condizioni richieste. Sostituendo


nella [6] al posto di y la [7] si ottiene:

1 <L (x 2 +e)(:~) 2
d x<
(b-a) 2 1 dx ~ (b-a) 2
<e (2 arctg 11~) 2
J
-l x2 +e =2 arctg 1/~
Dunque j diventerà piccolo a piacere allorché ~ sarà preso
arbitrariamente piccolo, tuttavia non esiste una funzione y
che minimizza l'integrale e sia continua. Infatti al tendere di
~ a zero è y =a per x < O e y = b per x > O (per x = O è
+2- b . E' d unque questa f unzwne
y = -a - · d·tsconttnua
· que11a
per cui] è zero (Picard, 1893, pp. 39-41).
"Con ciò una gran parte degli sviluppi di Riemann rischia
248 APPENDICE

di venir meno" affermò Klein (1894, p. 492), ricordando


che sul principio di Dirichlet Riemann aveva fondato le sue
dimostrazioni di esistenza nella teoria delle funzioni di
variabile complessa e delle funzioni abeliane.
Niente affatto, al contrario; infatti malgrado ciò, i fecondi risultati
che Riemann stabilì con l'aiuto del principio suddetto sono tuti:i
perfettamente esatti, come hanno dimostrato in dettaglio più tardi
Karl Neumann (1877) e Schwarz (1870 e 1872) con un perfetto
rigore. Occorre dunque immaginarsi che Riemann abbia dovuto trarre
originariamente i suoi teoremi dall'intuizione fisica, che si conferma
ancora una volta qui come un metodo di scoperta euristico e che, se
egli è ricorso poi al metodo di ragionamento in questione, sia stato per
conservare un ordine nelle idee e un insieme di procedimenti
matematici omogenei; e come mostrano meglio lunghi passi della Tesi,
Riemann ha sentito perfettamente certe difficoltà, ma non vi ha
insistito più del necessario, vedendo che l'ambiente a lui più vicino e
Gauss in persona avevano accettato conclusioni simili in circostanze
analoghe (ivi).
Lo stesso Klein aggiungeva in nota:
Mi ricordo che Weierstrass mi raccontò una volta che Riemann
non aveva in alcun modo attribuito un valore decisivo al fatto di avere
ottenuto i suoi teoremi di esistenza mediante il "principio di
Dirichlet". Perciò anche la critica di Weierstrass del "principio di
Dirichlet" non gli avrebbe fatto alcuna particolare impressione. In
ogni caso ne conseguiva il compito di provare un'altra via i teoremi di
esistenza.
Di fatto, la critica di Weierstrass costrinse i matematici a
fare a meno del "principio di Dirichlet" come argomento
dimostrativo: a testimonianza della situazione prodottasi si
possono portare le parole di Betti, che, nella prefazione al
volume Teoria delle forze newtoniane (1879), in cui
raccoglieva per la pubblicazione in volume suoi risultati già
apparsi in articoli nel Nuovo Cimento nel corso di diversi
anni, scriveva che per provare l'esistenza di una funzione
armonica in un dominio con valori dati sul contorno, egli si
era servito in un primo tempo del "teorema di Dirichlet-
Riemann", ma che vi aveva poi rinunciato in seguito alle
critiche e aveva seguito altre vie.
Ma se il rigore di Weierstrass, la cui critica al "principio di
Dirichlet" ne forniva una convincente prova, era norma per i
PRINCIPIO DI DIRICHLET 249

matematici, assai meno lo era per i fisici. Helmholtz,


sintetizzando il loro punto di vista, ebbe a dire una volta a
Klein che "per noi fisici il principio di Dirichlet continua a
rimanere una dimostrazione".
Riportando quanto dettogli da Helmholtz, Klein annota-
va (1926, p. 264): "Chiaramente egli distingueva dunque tra
dimostrazioni per matematici e per fisici; del resto è
generalmente un dato di fatto che i fisici si preoccupano
poco delle raffinatezze matematiche, bastandogli !"eviden-
za'." Klein inoltre aggiungeva di aver ricordato questo
episodio proprio per mettere in luce con quanta lentezza si
affermano le idee matematiche nuove.
Comunque, verso la fine del secolo, numerose furono le
ricerche che avevano per argomento il principio di Dirichlet,
da quelle condotte coi metodi propri della nascente analisi
funzionale, a quelle di Poincaré (1887) basate sul suo
metodo del balayage.
Infine, con due successive memorie pubblicate nel 1900 e
1901 Hilbert (1862-1943) "richiamò in vita" (come egli
stesso scrisse nella prima di esse) il principio di Dirichlet
provandone rigorosamente le conclusioni con metodi tratti
dal calcolo delle variazioni e inaugurando al tempo stesso il
periodo delle moderne ricerche sull'argomento.
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Indice dei nomi

Abel N. H. (1802-1829), 48, 54, 83-86, BrillA. (1842-1936), 170, 182


89, 92, 98, 108-12, 121, 133 sg., Briot C. (1817-1882), 219
140, 144, 158, 161, 163-65, 169, Brunn V. (1885-1978), 134
217 Burkhardt H. (1861-1914), 26, 30, 38,
Ahlfors L. V., 171, 175, 181, 196, 50, 137. 141, 166, 212
210 sg.
Alembert J. B.le R., d' (1717-1783), Cantar G. (1845-1918), 57, 81, 160,
25-37,43,50 sg., 53, 55,78 221,225,228-34,241
Ampère A.-M. (177 5-1836), 85, 116-18, Cantar M. (1829-1920), 10
135 Carnot L. (1753-1823), 53
Apostol T., 50 Carslaw H. S. (1870-1954), 107
Arbogast L.-F. (1759-1803), 39 sg., 44 Cartan E. (1869-1951), 212
Archimede (circa 287-212 a.C.), 227, Cartan H., 135
241 Casorati F. (1826-1890), 128 ~-. 152,
175-78, 191,209 sg., 214-20
Babbage C. (1792-1871), 50, 162 Castelnuovo G. (1865-1952), 50
Beli E. T. (1883-1960), 156 Cauchy A.-L. (1789-1857), 14, 17, 25,
Bernoulli D. (1700-1782), 25, 31-33, 33, 48 sg., 70 sg., 84 sg., 88 sg.,
35,48,50~3.55,77,243 91 sg., 98-138, 141-43, 148,
Bernoulli J. (1667-1748), 21,25 sg., 31, 150-52, 157-59, 162, 164-67,
34,44, 50 175 sg., 179-81, 184 sg., 195, 198,
Besse! F. W.(1784-1846), 133 200, 202, 208, 214, 218 sg., 227,
Betti E. (1823-1892), 177 sg., 181, 235,239,241
209,235,248 CavaillèsJ. (1903-1944),10, 173
Biot J. B. (1774-1862), 56, 61-63 Cayley A. (1821-1895), 144, 210
Bolzano B. (1781-1848), 90, 82-98, Clairaut A.-c. (1713-1765), 55, 243
101,105, 11~ 134,234~. Comte A. (1798-1857), 81
Bore! E. (1871-1956), 168 Condorcet M.-A. N. (1743-1794), 41
Bottazzini U., 211, 241 sg., 51,55
Bouquet J .-c. (1819-1885), 219 Coriolis G. G. (1792-1843), 102
Bourbaki N., 11, 19, 156 sg. Courant R. (1888-1972), 10
Boutroux P., (1880-1922), 239 Crelle A. L. (1780-1856), 83, 86, 109,
Boyer C. B. (1906-1976), 50, 156 134,144,152,161,221,145
INDICE DEI NOMI 264

Darboux J.-G. (1842-1917), 72, 82, Grattan-Guinness 1., 17, 32, 59 sg., 62,
144,160,197,240 64,68 sg., 71, 78, 82, 135
Dauben J. W., 231,241 Green G. (1793-1841), 245
Dedekind J. W. R. (1831-1916), 81, Grube F. (1835-1893), 245 sg.
91,94, 134,144,167,180,197, Gudermann C. (1798-1852), 161
215, 221-28, 230, 241
Delambre J. B. (1749-1822), 55 Hachette j.N. (1769-1864), 84
Demidov S. S., 30, 33, 35, 50 sg., 212 Hadamard J. (1865-1963), 113, 184
Descartes R. (1596-1650), 21 Hankel H. (1839-1873), 21, 24, 153-56,
Dieudonné J., 12, 19, 134,210 168
Dini U., (1845-1918), 164, 168 Hardy G. H. (1877-1947), 112, 163,213
Dirichlet P. G. L. (1805-1859), 54, 57, Hamack A. (1851-1888), 167
81,84, 110,114,142-59,164,167, Heine H. (1821-1881), 57, 168,221,
171-74, 179-81, 190 sg., 197-99, 225, 229-31
207-09, 211, 215, 221, 229 sg., Helmholz H. L. (1821-1894), 249
245-49, Herbartj.F. (1776-1841), 170sg.
Dove H. W. (1803-1879), 152 Hermite C. (1822-1901), 144
Du Bois-Reymond P. (1831-1889), Herschel ]. W. (1792-1871), 50
151,160,168,230 Hilbert D. (1862-1943), 211, 249
DugacP., 134,155,168,173,212, Holmboe B. (1759-1850), 84, 86, 114,
241 134
Dupin C. (1784-1873), 85 Houel G.-J. (1823-1886), 212

Eisenstein F. G., (1823-1852), 81, 180 Kelvin T. W. (1824-1907), 245


Euclide (circa 300 a.C.), 10, 21, 225 Klein F. (1849-1925), 9 sg., 13, 54,
sg. 171, 182,210-12,240 sg., 248 sg.
Eudosso (circa 400- circa 347 a.C.), 10, Kline M., 50, 56
225 Kolmogorov A. N., 19 sg.
Euler L. (1707-1783), 10, 14,21-25, Kronecker L. (1823-1891), 13, 81,
27-35, 37-43, 48, 50-54, 69, 71, 144, 152, 168, 174,214-21,229,
78, 81, 102 sg., 154, 158, 170, 240 sg.
172, 174, 181, 184,243 sg. Kummer E. E. (1810-1893), 81, 214,
Faraday M. (1791-1869), 212 229
Fornine S., 19 sg. Jacobi C. G.]. (1804-1851), 81 sg.,
Fourier J.B.j. (1768-1830), 17, 25, 133, 144, 152, 159, 180
38, 51, 54,57-81,85,89 sg. 105, Jourdain P. E. B. (1879-1919), 14, 50
109, 119, 133, 136 sg., 139, 141,
143, 145, 148, 151, 153, 155-59, Lacroix S.-F. (1765-1843), 41 sg., 53,
162, 165 sg., 174, 198-200,210, 60,81,216,241
230 Lagrange J. L. (1736-1813), 25, 34-38,
Galilei G. (1564-1642), 21 41-49, 51-55,60 sg., 69 sg., 80-82,
Galois E. (1811-1832), 12, 169 89 sg., 99, 101 sg., 115 sg., 118 sg.,
Gauss C. F. (1777-1855), 81, 83, 91, 136, 138 sg.,
93,120, 133, 135, 143, 151, 171, Lakatos l. (1922-1974), 12, 168
179-82, 184 sg., 191,197,208, Lamé G. (1795-1870), 166
210, 244 sg., 248 Landen J. (1719-1790), 44
Gergonne J. D. (1771-1859), 167 Laplace P. S. (1749-1827), 53-56, 60,
Gerhardt C. l. (1816-1899), 50 62,81,85,98, 136,180,191,
Germain S. (1776-1831), 138 243 sg.
Gerver J ., 213 Lavoisier A. L. (1743-1794), 56
Grabiner J ., 135 Lebesgue H. (1875-1941), 33, 57, 135,
Grandi G. (1671-1742), 109 sg. 168,212
265 INDICE DEI NOMI

Legendre A.-M. (1752-1833), 53, 82, Ravetz 1., 59 sg., 62, 64, 68 sg., 71,
84, 121 sg., 133, 135, 243 78,82
Leibniz G. W. (1646-1716), 21, 43, 48, Riemann G. F. B. (1826-1866), 13, 16,
50, 125 50 sg., 57, 81, 120 sg., 135, 144,
Libri G. (1803-1869), 134 154, 158, 166 sg., 169-77, 179-212,
Lie S. (1842-1899), 10, 13, 240 216, 218-20, 229 sg., 235, 234,
Liouville 1. (1809-1882), 81, 110 sg., 239, 241, 247 sg.
167, 179 Riesz F. (1880-1956), 81
Lipschitz R. (18 32-1903), 135, 225-29, Roch G. (1839-1866), 213
241 Ruffner A., 82
Listing 1. B. (1806-1882), 184 Rychlik K., 134
Lobacevskij N.l. (179 3-1856), 92
Saigey 1. F. (1797-1871), 84
Maclaurin C. (1698-1746), 44, 119
Schering E. (1833-1897), 213, 218
Markusevic A. l., 179 sg., 182,211
Schwarz H. A. (1843-1921), 94, 141,
Mehrtens H., 211
166-68, 248
Moigno F. N. M. (1804-1884), 161
Seidel P. L. (1821-1896), 159-65, 196
Monge G. (1746·1818), 53, 55, 60,81
Serret 1. A. (1819-1885), 48
Monna A. E., 168, 245
Stahl H. (1843-1908), 211
Napoleone Bonaparte (1769-1821), 53 Steiner 1. (1796-1863), 180
Neuenschwander E., 168, 213, 241 Stern M.-A. (1807-1894), 222
Neumann F. E. (1798-1895), 81 sg., Stokes G. (1819-1903), 162-65
152, 159 Sturm C. (1803-1855), 81, 141
Neumann C. G. (1832-1925), 248 Sylow L. (1832-1918), 111, 134
Newton l. (1643-1727), 21, 44, 50, 57, Sylvester 1.1. (1814-1897), 210
59,61,82, 170,242~.
Noether M. (1844-1921), 170 Tardy P. (1816-1914), 209, 213
Taylor B. (1685-1731), 26, 41, 47, 73,
Ohm M. (1792-1872), 134
Ore O. (1899-1968), 134 80, 88, 115 sg., 118 sg., 155, 239
Tonelli L. (1885-1946), 212
Osgood W. F. (1864-1943), 135
Tucciarone 1., 166
Ostrogradskij M. (1801-1861), 245
Truesdell C. A., 30, 50
Peacock G. (1791-1858), 50, 162
Peano G. (1858-1932), 210 Volterra V. (1860-1940), 15
Picard E. (1856-1941), 13, 210 sg., 247
Pierpont 1. (1866-1932), 13 Wallis 1. (1616-1703), 67
Pincherle S. (1853-1936), 236 sg., 239 Weber W. (1804-1891), 171, 180, 224
Pitagora (sesto secolo a.C.), 227 Weierstrass K. (1815-1897), 13, 16,
Plana G. (1781-1864), 86 25, 39,81,91,94,96, 101,144,
Poincaré 1. H. (1854-1912), 9 sg., 184, 151, 155 sg., 161 sg., 164, 166,
211, 240, 249 168, 173 sg., 196,208 sg., 213 sg.,
Poinsot L. (1777-1859), 85 sg. 216 sg., 219 sg., 226, 234-40,
Poisson S. D. (1781-1840), 60, 85 sg., 247 sg.,
98, 114, 124, 136-41, 148, 162 Weil A.,9
166 sg., 198, 244 Weyl H. (1885-1955), 182 sg., 194,
Poncelet 1. V. (1788-1867), 85 211
Pont 1.-G., 187,211
Pringsheim A. (1850-1941), 24, 112 Yuskevic A. P., 23, 50 sg.
Prym E. (1841-1915), 181 sg., 210
Puiseux V. (1820-1883), 179, 182 Zariski 0., 227 sg., 241
Indice analitico

Accademie, 52 Curva:
Analisi: algebrica, 29, 38 sg.
algebrizzazione dell', 42-50 arbitraria, 29, 38
aritmetizzazione dell', 51, 105,215, continua, 28 sg.
228, 236, 240 sg. discontigua, 38 sg.
discontinua, 28 sg., 38-40, 68
Bourbakismo, 11 sg. irregolare, 27 sg.
mista, 28 sg.
Calcolo: meccanica, 27, 38
dei residui, 123, 135 trascendente, 29, 38
flussionale, 21,44
infinitesimale, 21, 43, 46-49 Derivata, 114-17
Condizione di Lipschitz, 229 di una serie termine a termine, 89,
Continuità, 216 sg., 221-28 238
assioma di, 223 sg., 227,241 Differenziale, 117 sg.
e derivabilità, 209,217,221,237
e numeri irrazionali, 221, 224-26 Equazione:
legge di, 30, 34 sg., 37, 94, 121, 216 di D'Aiembert, 26
Convergenza {delle serie), 48, 69 sg., di Cauchy-Riemann, 120 sg., 129,
87-89,95,104,112,158 175 sg., 180, 210, 239
arbitrariamente lenta, 159 sg., di Laplace, 175,180,210,243
cerchio di, 238 Estremo:
condizioni di Cauchy, 104 sg. inferiore, 220
criteri di, 70, 112 sg. superiore, 95 sg., 215
infinitamente lenta, 163
quasi uniforme, 164 Fondamenti della matematica, 81
uniforme, 112, 162, 165, 238 Forme indeterminate, 104
Corde vibranti, 25, 34, 40, 61, 77-79 Formula:
equazione delle, 26 di Green, 245
integrazione dell'equazione delle, 26 di Taylor, 115-19
35 sg. Funzione, 19-21, 30-32, 38-42, 218,
polemica sulle, 27-37 237
soluzioni "classiche". 30, 50 sg. algebrica, 22-24, 184, 195 sg.
soluzioni "deboli", 30, 36 sg., 51 analitica, 33, 40 sg., 237, 239
268 INDICE ANALITICO

arbitraria, 40, 71 sg., 75 sg., 152 Numeri:


armonica, 244 sg. complessi, 127 sg.
continua, vedi Funzione continua razionali, 223, 226 sg.
definizione di, di Bourbaki, 19 reali, 105,221,224 sg., 232 sg., 236
definizione di, di Cauchy, 100
definizione (prima) di, di Euler, 21 sg. Ordine di connessione, 183 sg.
definizione (seconda) di, di Euler, 40
definizione di, di Condorcet, 41 Piano di Gauss, 133
definizione di, di Lacroix, 42 Principio:
definizione di, di Lagrange, 42 sg. di continuità, 22 3 sg.
derivata, 41, 44, 115-17 di Dirichlet, 181, 190-91, 218, 221,.
di Dirichlet, 150, 156, 158 246-49
differenziale, 41 di permanenza, 154 sg., 168
di Riemann, 208, 213. Problema di Dirichlet, 245 sg.
discontigua, 39 sg. Prolungamento analitico, 219 sg., 238 sg.
discontinua, 29, 32, 39, 71 sg., 102 Propagazione del calore, 56-62, 71
di variabile complessa, 128 sg., 130 equazione della, 6 3 sg.
sg., 174-7 6, 180, 188, 194 sg. integrazione d eli 'equazione della,
implicita, 100 64 sg.
monodroma, 129, 239 Propagazione delle onde, 136 sg.
monogena, 129, 175 Punto di diramazione, 179, 183
olomorfa, 51 limite, 234
polidroma, 2 39
sinettica, 129-31 Relazione funzionale, 19
trascendenti. 22-24, 179, 182 Rigore, 14, sg., 24 sg., 44, 49, 54, 80,
Funzione continua, 29, 32 sg., 39, 68 85 sg., 89-92,98 sg., 115,214-219,
definizione di, di Bolzano, 94 sg. 226, 248
definizione di, di Cauchy, 100-03
definizione di, di Dirichlet, 152-58 Serie di Fourier, 59,72 sg., 77,139,
definizione di, di Euler, 102 sg. 159, 162
definizione di, di Lagrange, 102 sg. convergenza della, 141-50
definizione di, di Riemann, 171 sg., e serie trigonometriche, 202, 207,
definizione di, di Weierstrass, 17 3 230 sg.
Serie:
Grandi scuole francesi, 53 sg. di Grandi, 109 sg.
di potenze, 22 sg., 45-48, 71
Identità di Euler, 7 3 sg. di Taylor, 41, 47, 51, 73, 80, 88, 155,
Infinitesimo, l 00 240 sg.
Infinito, l 00 Serie trigonometriche, 31 sg., 33, 37 sg.,
Insiemi derivati, 2 33-35 59 sg., 65, 69 sg., 72-74, 85-88,
Integrale: 138 sg., 141, 197 sg., 202-08, 230 sg.
definito di Cauchy, 123-25 e teoria degli insiemi, 229-3 5
definito di Riemann, 200-02 Sistema di infinite equazioni, 66 sg.
di Dirichlet, 195-48, 229 Società analitica, 50
di Poisson, 140 sg., 167 Successioni fondamentali (di Cauchy),
indefinito, 126 233
singolare, 122 sg. Superficie:
Integrazione nel campo complesso, connessione di una, 183 sg.
130-33, 185 sg. di Riemann, 176-83,219
semplicemente connessa, 185, 187
Limite:
definizione di, 99 sg. Teorema:
doppio, 107 sg., 163 di Abel sulle serie, 109-12, 161,217 sg.
INDICE ANALITICO 269

di Bolzano-Weierstrass, 96 sg., 2 34, 2 36 dell'estremo superiore, 225


di Cauchy-Hadamard, 113 di Heine-Borel, 168
di Cauchy sulle serie di funzioni con- fondamentale dell'algebra, 93
tinue, 105-07, 143, 158 sg., 162, in te graie, 131 sg.
164 sg. del resto, 48
di Cauchy-Lipschitz, 135
di convergenza (uniforme), 165 Valore numerico, 99
Stampato in Italia
dalla litografia Silvestri
di Torino
Maggio 1981
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