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2.

CODICE DELL'ALLEANZA MESSIANICA-


lL DISCORSO DELLA MONTAGNA (4, 25 - 8, 1)

Proclamazione dei regno: le beatitudini


(5, 1-16 / Mc 9, 50; Lc 6, 20-23; 14, 34-35)

25 Lo seguirono grandi folle di gente venute dalla Galilea, dalla


Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e dalla Transgiordania.

5 1 Gesù vedendo le folle salì sul monte, si sedette e i suoi discepoli


si avvicinarono. 2 Egli prese la parola e si mise ad ammaestrarli
così:

3Beati quelli che scelgono di essere poveri,


perché essi hanno Dio per re.

4Beati quelli che soffrono,


perché saranno consolati.

5Beati i sottomessi,
perché erediteranno la terra.

6Beati quelli che hanno fame e sete di tale giustizia,


perché saranno saziati.

7Beati quelli che prestano aiuto,


perché questi riceveranno aiuto.

8Beati i puri di cuore,


perché questi vedranno Dio.

9 Beati quelli che lavorano per la pace,

perché Dio li chiamerà suoi figli.

10Beati quelli che sono perseguitati per la loro fedeltà,


perché essi hanno Dio per re.

11Beati voi, quando vi insulteranno, perseguiteranno e


calunneranno in ogni modo a causa mia. 12 Siate lieti e contenti, ché
Dio vi darà una grande ricompensa; perseguitarono così, infatti, i
profeti che vi hanno preceduto.

13Voi siete il sale della terra. Se il sale diventa insipido con cosa si
salerà? Non serve più che ad essere gettato per strada e pestato
dalla gente.

14Voi siete la luce del mondo. Non si può nascondere una città posta
sull’alto della montagna, 15 né si accende una lampada per metterla
sotto una pignatta, ma per collocarla sul candeliere, in modo che
brilli per tutti quelli che sono in casa. 16 Prenda così a splendere la
vostra luce davanti agli uomini; vedano le vostre opere buone e
rendano gloria al vostro Padre del cielo.

Come conseguenza della predicazione e delle guarigioni, grandi


folle seguono Gesù. In esse vi sono giudei (Galilea, Gerusalemme,
Giudea) e pagani (Transgiordania, Decapoli). L’attività di Gesù
infrange le frontiere dei popoli. Davanti alla presenza delle folle,
Gesù reagisce salendo «sul monte». Questo termine aveva valore
teologico: simboleggiava il luogo di Dio, sfera divina tanto fra i
giudei quanto fra i pagani (cfr. 4, 8). Gesù non reagisce respingendo
le folle; dal monte - nuovo Sinai - promulgherà in loro presenza lo
statuto del regno definirà la nuova alleanza e costituirà il nuovo
popolo. Gesù «si siede» perché la sfera divina è la sua dimora
stabile. I discepoli gli si avvicinano: chi segue Gesù rispondendo al

suo invito, e ha rotto col suo passato, entra con lui nella sfera divina.
Non avviene come nell'antica alleanza, in cui soltanto i mediatori
avevano accesso a Dio. Qui i ruoli si invertono: Gesù sale sul monte
come Mosè, mostrando così il suo essere di uomo, ma è egli stesso a
parlare sul monte, mostrando la propria condizione divina: egli non
è semplicemente un secondo Mosè venuto come Messia; è il Messia,
l'Uomo-Figlio di Dio, il Dio fra noi (1, 23), che assume la funzione
di un nuovo Mosè. Il sermone del monte, che allude alla
promulgazione della Legge sinaitica, è la parola del Messia, la Torà
messianica. È l'UomoDio a stabilire l'alleanza (cfr. 26, 28: «La mia
alleanza»). La salita dei discepoli mostra che non vi è più distanza
fra Dio e l’uomo; con l’adesione a Gesù essi hanno colmato la
distanza che li separava dal regno di Dio (4, 17: il regno di Dio è
vicino).
Gesù comincia a insegnare rivolgendosi ai discepoli. È un
insegnamento solenne; la frase introduttiva «prese la parola» (lett.
«aprendo la Sua bocca», semitismo) indica l’importanza di quanto
egli sta per dire.
Ciascuna delle beatitudini è costituita da due membri: il primo
enuncia una scelta, stato o attività; il secondo una promessa.
Ciascuna è preceduta dalla promessa di felicità («beati»).
Il codice della nuova alleanza non impone precetti imperativi; si
enuncia come promessa e invito.
Delle otto beatitudini vanno messe in risalto la prima e l’ultima, che
hanno il secondo membro e la promessa, al presente, identici:
«perché essi hanno Dio per re». Ciascuna delle altre sei ha un
secondo membro diverso e la promessa vale per il futuro prossimo
(«saranno, erediteranno, ecc.»). Di queste sei, le prime tre (vv. 4.5.6)
menzionano nel primo membro uno stato doloroso per l'uomo, da
cui si promette la liberazione. La quarta, quinta e sesta (vv. 7.8.9)
enunciano invece una attività, stato o disposizione dell’uomo

favorevole e benefica per il suo prossimo, anch'essa con la sua


corrispondente promessa nel futuro.
Si può disegnare il seguente schema:
—Beati quelli che scelgono dì essere poveri

Beati quelli che soffrono


Beati i sottomessi
Beati quelli che hanno fame

Beati quelli che prestano aiuto


Beati i puri di cuore
Beati quelli che lavorano per la pace

—Beati quelli che sono perseguitati

3. «Quelli che scelgono di essere poveri». Il testo greco si presta a


due interpretazioni: 1) poveri quanto allo spirito e 2) poveri per
mezzo dello spirito. La prima, a sua volta, può avere significato
peggiorativo («chi ha poche qualità »), oppure quello di «chi è
interiormente staccato dal denaro», anche se ne possiede in
abbondanza. Quest'ultimo significato è escluso dal significato del
termine «poveri» (‘anawim/‘aniyim), dalla spiegazione data da Gesù
stesso nella sezione 6,19-24, e dalla condizione imposta al giovane
ricco per seguire Gesù e così entrare nel regno di Dio (19,21-24).
Nella tradizione giudaica i termini ‘anawim/‘aniyim designavano i
poveri in senso sociologico, che ponevano la loro speranza in Dio
non trovando appoggio né giustizia nella societa.
Gesù riprende questo significato e invita a scegliere la condizione di
povero (opzione contro il denaro e il rango sociale, mettendosi nelle
mani di Dio).
Il termine «spirito», nella concezione semitica connota sempre forza
e attività vitale. In questo testo, dove è articolato e senza riferimento

a una precedente menzione, denota lo «spirito dell'uomo» (articolo


possessivo). Nell'antropologia dell'AT l’uomo possiede «spirito» e
«cuore». Entrambi i termini designano la sua interiorità; il primo in
quanto è dinamica, attività in atto; il secondo in quanto è statica, gli
stati interiori o disposizioni abituali, che
orientano e colorano la sua attività (cfr. 5, 8).
L’interiorità dell'uomo passa all’attività in quanto intelligenza,
decisione o sentimento.
Dato che quanto Gesù propone è una opzione per la povertà, l'atto
che la realizza è la decisione della volontà. Il significato della
beatitudine, è dunque «i poveri per decisione», opposti ai «poveri
per necessità». È l’interpretazione che Gesù stesso propone in 6, 24,
l’opzione fra i due padroni, Dio e il denaro. Trasponendo il nome
verbale «decisione» in una forma coniugata si ha «quelli che
scelgono (o decidono) di essere poveri».
Come si vede, oltre al significato biblico del termine «poveri» e dei
testi paralleli di Mt citati sopra (6, 19-24; 19, 21-24), il significato di
«spirito» (atto) nell’antropologia semitica, contrapposto a quello di
«cuore» (disposizione/stato), basta ad escludere l’interpretazione
«poveri in quanto allo spirito».
«Hanno Dio per re». In greco basileia non significa qui «regno» ma
il fatto di regnare (3, 2). «Suo è il regno di Dio» intende dire che tale
regno si esercita sopra dl loro, che soltanto su di loro Dio agisce
come re. La traduzione richiede una formula che esprima il
significato attivo di basileia.
Gli effetti negativi dell’opzione per la povertà (necessità,
dipendenza) vengono neutralizzati dalla dichiarazione di Gesù:
«beati». Quando Dio regna sugli uomini, si produce la felicità.
Ciò significa che questi poveri non mancheranno del necessario, né
dovranno assoggettarsi ad altri per ottenere il sostentamento. La
povertà cui Gesù invita significa una rinuncia ad accumulare e
trattenere dei beni, a considerare

qualcosa come esclusivamente proprio; questi poveri saranno


sempre disposti a condividere quanto possiedono. Cosi Gesù spiega
negli episodi dei pani (14, 13-23; 15, 32-39).
Questa è la buona notizia per i poveri, il fine della loro miseria
annunciato da Is 61, 1 (cfr. Mt 11, 5).
L’opzione iniziale che Gesù propone realizza quanto prescritto dal
primo comando di Mosè.
«Non avrai altri dèi contro di me» (Dt 5, 7).
L'idolatria che minacciava Israele nei suoi primi tempi si concretizza
nel possesso della ricchezza (cfr. Mt 6, 24). Perciò l'enunciato di
questa beatitudine, come quello delle altre che
seguono, è esclusivo: perché «essi» e non altri hanno Dio come re.
Soltanto quanti hanno rotto con l'idolo del denaro entrano nel regno
di Dio. L’opzione per la povertà è la porta di ingresso nel regno,
quella che incorpora alla nuova alleanza.
In relazione con la proclamazione di Gesù: «cambiate vita, perché il
regno di Dio è vicino», l'opzione proposta dalla prima beatitudine
porta alla perfezione la metanoia o cambiamento di vita, dato che
chi sceglie di essere povero, rinunciando ad accaparrare ricchezze e
con ciò al rango e al dominio, esclude dalla propria vita ogni
possibilità di ingiustizia.

4. Cominciano le tre beatitudini che menzionano una situazione


negativa dell’uomo con la corrispondente promessa di liberazione.
«Quelli che soflrono» il verbo greco denota un dolore profondo che
non può far a meno di manifestarsi all'esterno. Non si tratta di un
dolore qualunque; il testo è ispirato a Is 61, 1, dove quelli che
soffrono fanno parte dell'enumerazione che include detenuti e
prigionieri. Nel testo profetico si tratta dell'oppressione di Israele, e
il Signore promette il suo conforto per trarre il popolo fuori
dall'afflizione, dal lutto e dall’abbattimento.

«Quelli che sotfrono» sono dunque vittime di una oppressione tanto


dura che egli non può contenere il suo dolore. Come in Is 61, 1 il
conforto significa la fine dell'oppressione.

5. Il testo di questa beatitudine riproduce quasi alla lettera Sal 37,


11. Nel salmo i praeis sono gli ‘anawim o poveri che, per la
cupidigia dei malvagi, hanno perso l'indipendenza economica (terra,
terreno) e la libertà, e devono vivere
sottomessi ai potenti che li hanno spogliati. La loro situazione è tale
che non possono neppure esprimere la loro protesta. Ad essi Gesù
non promette il possesso di un terreno come patrimonio familiare,
bensì quello della «terra», a tutti in comune (cfr. Dt 4).
L'universalità di questa «terra» indica la restituzione della libertà e
l’indipendenza con una pienezza prima sconosciuta.

6. Le due beatitudini precedenti si condensano in questa. «Quelli


che hanno fame e sete della giustizia» («di tale giustizia»). La fame
e la sete indicano il desiderio veemente di qualcosa di indispensabile
alla vita. La giustizia è necessaria all’uomo quanto il cibo e le
bevande; senza di essa, egli si trova in uno stato di morte. La
giustizia cui la beatitudine si riferisce è quella espressa in
precedenza: vedersi liberi
dall’oppressione, godere di indipendenza e libertà. Gesù promette
che questo desiderio sarà saziato, cioè che nella società umana
secondo il progetto divino, «il regno di Dio», non rimarrà traccia di
ingiustizia.

7. Cominciano le beatitudini che menzionano una attività o stato


positivo. «Quelli che prestano aiuto»: non si tratta di misericordia
come sentimento, ma come opera (= opera di misericordia); cioè di
prestare aiuto a chi ne ha bisogno in qualunque campo, in primo

luogo nell'ambito corporale (cfr. 25, 35s). Dio riverserà il suo aiuto
su chi si comporta cosi.

8. L'espressione «i puri di cuore» è tratta dal Sal 24, 4, dove «il puro
di cuore» è in parallelo con «chi ha le mani innocenti». «Puro di
cuore» è chi non cova cattive intenzioni contro il suo prossimo; «le
mani innocenti» indicano la condotta irreprensibile. Nel Salmo
entrambe le frasi si spiegano con «chi non si attacca a un idolo, né
giura il falso al suo prossimo» (LXX). Nella prima beatitudine Gesù
ha identificato l'idolo con la ricchezza (5, 3; cfr. 6, 24); è l'uomo
avaro a tenere una condotta malvagia.
Ciò che esce dal cuore e macchia l'uomo viene descritto in Mt 16,
19: i cattivi disegni, che sfociano nelle cattive azioni. La purezza di
cuore, disposizione permanente, si traduce in trasparenza e sincerità
di condotta, e crea una società in cui regna la mutua fiducia.
Ai «puri di cuore» Gesù promette che «vedranno Dio», che avranno
cioè una profonda e costante esperienza di Dio nella loro vita.
Questa beatitudine contrasta col concetto di purezza secondo la
Legge; la purezza davanti a Dio non si ottiene con riti e osservanza,
ma con la buona disposizione verso gli altri e la sincerità di
condotta. La coscienza della propria impurità faceva ritrarre dalla
presenza divina (cfr. Is 6, 5), e il cuore puro era una aspirazione
dell’uomo (Sal 51, 12). Per Gesù il
cuore puro non è soltanto una possibilità ma la realtà corrispondente
ai suoi. Nell’AT il luogo della presenza di Dio era il tempio (Sal 24,
3; 42, 3.5; 43, 3); la sua funzione ha cessato di esistere: Dio si
manifesta all'uomo direttamente e personalmente.

9, «La pace» ha il significato semitico di prosperità, tranquillità,


diritto e giustizia; significa insomma la felicità dell'uomo,
individualmente e socialmente considerato. Questa beatitudine
compendia le due precedenti: in una società in cui tutti sono disposti

a prestare aiuto e dove nessuno cova cattive intenzioni contro gli


altri si realizza pienamente la giustizia e si raggiunge la felicità
dell'uomo. A quelli che lavorano per questa felicità Gesù promette
che «Dio li chiamerà suoi figli»; questa attività, cioè, rende l’uomo
simile a Dio perché è la stessa da lui esercitata verso gli uomini.
Come vertice delle promesse si annuncia la relazione
filiale degli individui con Dio, che include la ricezione dell'aiuto che
egli presta e l’esperienza di Dio nella propria vita. Il regno di Dio è
quello di un Padre, che comunica vita e che ama il figlio. Cessa
dunque la relazione con Dio come sovrano, propria dell’antica
alleanza, sostituita dalla relazione di fiducia, intimità e
collaborazione del Padre coi figli.

10. L’ultima beatitudine, che completa la prima, espone la situazione


in cui vivono coloro che hanno fatto l'opzione contro il denaro. La
società basata sull'ambizione di potere, gloria e ricchezza (4, 9), non
può tollerare l’esistenza e
l’attività di gruppi il cui modo di vivere nega le basi del suo sistema.
Conseguenza inevitabile dell’opzione per il regno di Dio è la
persecuzione. Questa tuttavia non rappresenta un fallimento ma un
successo («beati»), e, anche se in mezzo alle difficoltà, è fonte di
gioia perché il regno di Dio si esercita efficacemente su questi
uomini.
«Per la sua fedeltà» in greco dikaiosynê, come al v. 6 ma senza
articolo. L’assenza di articolo impedisce di identificarla con la
giustizia di 5, 6. Essendo invece in parallelo con «a causa mia» (5,
11), indica la fedeltà all'opzione proposta da Gesù nella prima
beatitudine (5, 3), di cui questa è prolungamento, avendo in comune
con essa il secondo membro: «essi hanno Dio per re».

Il fatto che nella prima e nell'ultima beatitudine la promessa sia fatta


al presente («hanno Dio per re») e nelle altre al futuro («saranno

consolati», ecc.) indica che le promesse del futuro sono effetto


dell'opzione per la povertà e della fedeltà ad essa. Si distinguono
quindi due piani: quello del gruppo che aderisce a Gesù e fa il passo
di adempiere alla scelta proposta da lui, e l'effetto di ciò
sull'umanità.
In altre parole, l'esistenza del gruppo che opta radicalmente contro i
valori della società provoca una liberazione progressiva degli
oppressi (vv. 4-6) e va creando una società nuova (vv. 7-9). L’opera
liberatrice di Dio e di Gesù verso l'umanità è vincolata all'esistenza
del gruppo umano che rinuncia all'idolatria del denaro e crea
l'ambito per il regno di Dio.
Sebbene Gesù rivolga il suo insegnamento ai discepoli (5, 2), le
beatitudini sono enunciate in terza persona, sono inviti aperti a ogni
uomo.
La folla rimasta ai piedi del monte, ma che ascolta le sue parole (7,
28), può considerarsi invitata ad accettare il programma di Gesù. La
nuova alleanza non è destinata soltanto a Israele, ma all'intera
umanità. Secondo la concezione di Mt, l'Israele messianico
comprende tutti i popoli, che divengono figli di Abramo (3, 9). Per
questo la genealogia del Messia non cominciava con Adamo ma con
Abramo (1, 2), perché con lui ebbe inizio la formazione
dell’umanità secondo il progetto di Dio: l’integrazione dell’umanità
nel popolo del Messia (1, 21), il discendente di Abramo, sarà il
compimento della promessa.
Nelle beatitudini Gesù promulga lo statuto dell'Israele messianico e
costituisce il nuovo popolo, rappresentato in questo passo dai
discepoli che salgono sul monte con lui. È per questo che Mt, al
contrario di Mc (3, 13-19),
non narra la costituzione dei Dodici ma soltanto la loro missione
(10, 1ss). Il numero Dodici è quello dell’Israele messianico, fondato
con le beatitudini o codice dell’alleanza. «I dodici discepoli» (10, 2)
rappresentano tutti i seguaci di Gesù, qualunque sia il loro numero.

11-12. Gesù sviluppa per i suoi discepoli l'ultima beatitudine, la più


paradossale di tutte. La persecuzione menzionata in 5, 10 si esplicita
nell'insulto, la persecuzione e la calunnia a
causa di Gesù. La società esercita sulla comunità una pressione che
ha diverse manifestazioni, più o meno cruente. Cerca di screditare il
gruppo cristiano, di presentarne un’immagine avversa, che può
giungere all'aperta persecuzione. Il motivo di tale ostilità non può
essere altro che la fedeltà a Gesù e al suo programma. La reazione
dei discepoli dinanzi alla persecuzione deve essere di gioia: avranno
una grande ricompensa.
La locuzione dell’originale («nei cieli») designa Dio come agente
(«dai cieli»); egli agisce come re di quanti vivono perseguitati;
questa è la loro ricompensa; i discepoli prendono nella storia il posto
dei profeti di un tempo, ma, in
questo passo, l'azione profetica è la vita stessa secondo il
programma proposto da Gesù. La persecuzione non è dunque
motivo di depressione o scoraggiamento; al contrario, dimostra che
la vita dei discepoli causa un impatto nella società circostante e
questo è il suo successo.
Mettendo queste parole di Gesù in relazione con l’insieme delle
beatitudini, si può affermare che la vita della comunità va
producendo la liberazione promessa nei settori oppressi della
società, e a ciò si deve la persecuzione di cui è oggetto.

13. Il sale, che assicura l'incorruttibilità, si usava nei patti come


simbolo della loro saldezza e permanenza. In particolare, ogni
sacrificio doveva essere salato come segno della permanenza
dell'alleanza (Lv 2, 13; cfr. Nm 18, 19: «un'alleanza di sale è
perenne»; 2Cr 13, 5: «il Signore con patto di sale concesse a
Davide e ai suoi discendenti il trono di Israele per sempre»). «La
terra» è per l’umanità che la abita. Secondo questo detto di Gesù, i

discepoli sono il sale che assicura l’alleanza di Dio con l'umanità;


vale a dire, dalla loro fedeltà al programma di Gesù dipendono
l’esistenza dell'alleanza e la conclusione dell'opera liberatrice
promessa. Se il sale perde il suo sapore non si può ricuperarlo con
nulla; se quanti si chiamano discepoli di Gesù e hanno dinanzi il suo
esempio non gli sono fedeli non c'è modo di trovar rimedio. Tali
discepoli sono qualcosa di inutile, vanno disprezzati, buttati via, e
meritano il disprezzo degli uomini, alla cui liberazione avrebbero
dovuto cooperare.
L’uso del verbo môrainô per indicare che il sale perde il suo sapore
(môranthê «diventa sabbia» lett. «diventa insipido») mette questo
avvertimento di Gesù in relazione con 7, 26 dove il môros o sciocco
è chi ascolta le parole di Gesù ma non le mette in pratica. La
comunità che nella sua prassi tradisce il messaggio non ha ragione
di esistere.

14-16. «La luce» è la gloria o lo splendore di Dio stesso, che,


secondo Is 60, 1-3, doveva rifulgere o splendere su Gerusalemme.
L'interpretazione di Is 60, 3 applicava la frase a Israele, ed anche
alla Legge, al tempio (cfr. ls 2, 2) e alla città di Gerusalemme (cfr. Is
60, 19), sempre come riflesso della presenza di Dio in essi. Questa
presenza radiante e percettibile va d'ora innanzi verificata nei
discepoli; sono loro
l’Israele da cui rifulge Dio, la nuova Gerusalemme in cui egli abita.
Questa luce deve essere percepita: la comunità cristiana non può
nascondersi, né vivere chiusa in se stessa. La gloria di Dio non si
manifesta più nel testo della Legge, ne’ nel locale di un tempio, ma
nel modo d’agire di quanti seguono Gesù. «La vostra luce» sono le
opere in favore degli uomini descritte in 5, 7.8.9, in cui Dio
risplende; l'aiuto, la sincerità e il lavoro per la pace, cioè la
costituzione di una società nuova. Nominando Dio come Padre dei

discepoli, Mt allude alla qualità di figli di cui essi godono per la loro
attività, che prosegue quella del Padre (5, 9).
Così «gli uomini» glorificheranno il Padre, conosceranno cioè
l'unico vero Dio.
Questi due detti di Gesù confermano la creazione dell’Israele
messianico: i discepoli sono i garanti dell’alleanza e nella comunità
risplende la gloria di Dio. È la comunità di quelli che
hanno scelto di essere poveri (5, 1), si mantengono fedeli a questo
impegno (5, 10), esercitano le opere, proprie dei figli di Dio (5, 7-9)
e rendono così possibile la liberazione dell'umanità (5, 4-6). È la
presenza del regno di Dio sulla terra (5, 3.10).