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Il libro

L a Commedia dantesca è un universo meraviglioso, illimitato e complesso nel


quale, oggi forse più che in passato, è pressoché impossibile addentrarsi
confidando solo nella propria capacità di orientamento. Senza un’adeguata
carta topografica e una bussola efficiente, si rischia di smarrire presto la strada. Ma
per fortuna c’è un Virgilio che guida il lettore dalla «selva oscura» dell’Inferno fino a
contemplare «l’amor che move il sole e l’altre stelle» nel Paradiso: Marco
Santagata, con la sua prosa scorrevole, coinvolgente, priva di tecnicismi, ripercorre
in queste pagine il viaggio ultraterreno di Dante, rivelando e rendendo accessibile
l’inestimabile tesoro di emozioni, sentimenti e pensieri nascosto «sotto ’l velame de
li versi strani».
L’autore

Zocca, Modena, 1947. Docente di Letteratura italiana all’Università di Pisa, è noto a


livello internazionale per i suoi studi su Petrarca e Dante. Oltre che saggi scrive
romanzi, tra cui Il Maestro dei santi pallidi, premio Supercampiello 2003.
Marco Santagata

IL RACCONTO DELLA
COMMEDIA
Guida al poema di Dante
Linee essenziali per orientarsi

Genere e titolo
La Commedia è un poema in terzine di endecasillabi (metro di invenzione
dantesca) di complessivi 100 canti diviso in tre parti o cantiche (Inferno,
Purgatorio, Paradiso) di 33 canti ciascuna, ad eccezione dell’Inferno che
ne conta 34 perché il primo funge da proemio generale. Racconta uno
straordinario viaggio nell’aldilà compiuto in sogno dal suo autore.
Appartiene, dunque, al genere letterario delle visioni.
Cosa significhi il titolo Commedia è oggetto di molte discussioni:
addirittura manca la certezza che esso sia di Dante. Tra le tante ipotesi, la
più suggestiva è che il termine non si riferisca al genere teatrale
tradizionalmente contrapposto alla «tragedia», ma a quello della satira, che i
Latini consideravano un sottogenere della commedia e alla quale il poema
dantesco si apparenterebbe perché anch’esso, come i testi dei satirici latini,
fustiga i vizi e i costumi corrotti dei contemporanei e giudica e critica
aspramente il degrado morale e politico della società.

Dante colloca il suo viaggio nell’aldilà nella settimana tra il 25 e il 31


marzo 1300, una data carica di implicazioni. Nel 1300 papa Bonifacio VIII
aveva indetto, per la prima volta nella storia della Chiesa, un giubileo
secolare: aveva stabilito cioè che, ogni cento anni, a chi si fosse recato a
Roma in penitenza alle basiliche di San Pietro e di San Paolo sarebbero
state rimesse le pene da scontare in Purgatorio. È probabile che quell’anno,
all’inizio della primavera, anche Dante si sia recato in pellegrinaggio alle
tombe dei due apostoli. Nel 1300 Dante compiva trentacinque anni, e quindi
si trovava, stando all’idea allora diffusa che fissava la durata della vita
umana in settant’anni, esattamente a metà della propria. Anche il 25 marzo
era un giorno particolare: secondo la tradizione, un 25 marzo Dio aveva
creato il mondo, e sempre un 25 marzo Cristo si era incarnato; inoltre, per i
fiorentini il 25 marzo era il giorno d’inizio di un nuovo anno.

Dante comincia a scrivere il poema in un periodo posteriore alla data


fittizia del viaggio: può darsi che un abbozzo dei primi canti sia stato steso
a Firenze prima dell’esilio (gennaio 1302), ma la composizione della
Commedia che noi leggiamo è cominciata nel 1306-1307 e si è protratta fin
quasi alla morte dell’autore (1321). La stesura dell’Inferno è collocabile
negli anni 1306/07-1308, nei quali Dante soggiornò in Lunigiana, nel
Casentino e a Lucca; quella del Purgatorio tra la fine del 1308-inizio del
1309 e l’autunno del 1314, anni nei quali Dante ha soggiornato in
prevalenza nel Casentino e nella Toscana occidentale; quella del Paradiso,
infine, fra il 1314-15 e la morte (settembre 1321), anni trascorsi da Dante
soprattutto a Verona e Ravenna.

La discrepanza cronologica tra la data immaginaria del viaggio e quella


della sua composizione fa sì che nella Commedia si intreccino due «voci»:
quella di un Dante autore che, nel momento in cui scrive, interviene con
considerazioni, appelli al lettore, invettive, perfino ricordi della sua vita
vissuta, e quella di un Dante personaggio che agisce come protagonista
della storia raccontata.

Com’è fatto l’Inferno


L’Inferno è una voragine fatta a imbuto che sprofonda sotto Gerusalemme
fino al centro della Terra. Si formò quando Lucifero, il capo degli angeli
ribelli, venne scagliato da Dio dal Cielo sulla Terra, e questa, per non essere
toccata dal suo corpo immondo, si ritrasse nell’altro emisfero, creando agli
antipodi di Gerusalemme, in mezzo all’oceano, la montagna del Purgatorio.
Le pareti dell’imbuto infernale sono a gradoni circolari (detti «cerchi») il
cui diametro diminuisce a mano a mano che si scende verso il basso. Su
ciascun gradone sono collocate le anime dei dannati, in ordine discendente
a seconda della gravità delle colpe da espiare. I cerchi sono nove, più un
decimo collocato prima dell’Inferno vero e proprio: in questo spazio sono
ammassati gli ignavi, cioè coloro che in vita non fecero né il bene né il
male. Dopo aver superato il fiume Acheronte, si entra attraverso una porta
nel primo cerchio o Limbo («lembo, margine»), che ospita le anime dei non
battezzati. Nei cerchi dal secondo al quinto sono puniti i peccatori
incontinenti, coloro cioè che non seppero tenere a freno gli istinti (lussuria,
gola, avarizia e prodigalità, ira e accidia). Gli iracondi e gli accidiosi del
quinto cerchio sono immersi nella palude Stigia. Un’invalicabile cinta di
mura divide questa prima parte dell’Inferno dalla città di Dite, cioè di
Lucifero, comprendente i cerchi dal sesto al nono. Nel sesto si trovano le
anime degli eretici; nel settimo quelle dei violenti, distribuite in tre settori
(detti «gironi»): nel primo girone i violenti contro il prossimo (tiranni,
omicidi, predoni), immersi nel Flegetonte, un fiume di sangue ribollente;
nel secondo i violenti contro sé stessi (suicidi e scialacquatori); nel terzo i
violenti contro Dio e la natura (bestemmiatori, sodomiti, usurai). Un
profondo burrone, nel quale precipita il Flegetonte, separa il settimo
dall’ottavo cerchio, detto Malebolge, perché suddiviso in dieci bolge
(letteralmente «borse») concentriche e digradanti, messe in comunicazione
da ponti di pietra («scogli»). In Malebolge sono puniti i fraudolenti;
nell’ordine: ruffiani e seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri,
ipocriti, ladri, tessitori di inganni e consiglieri di frodi, seminatori di
discordia, falsari. Il nono e ultimo cerchio è costituito da un lago ghiacciato,
il Cocito, nel quale sono conficcati i traditori, distribuiti in quattro zone,
anche queste concentriche: nella Caina i traditori dei congiunti,
nell’Antenora quelli della patria o del partito, nella Tolomea quelli degli
ospiti, nella Giudecca quelli dei benefattori. Al centro del Cocito, che
corrisponde al centro della Terra, si trova Lucifero, con il petto che
fuoriesce dal ghiaccio e le gambe che si allungano nell’altro emisfero.

Com’è fatto il Purgatorio


Il Purgatorio è una montagna altissima che si innalza fino al di sopra
dell’atmosfera terrestre: sorge su un’isola collocata in mezzo all’oceano
nell’emisfero meridionale, privo di terre emerse, esattamente agli antipodi
di Gerusalemme. Dante lo rappresenta diviso in tre settori: in basso, il
cosiddetto Antipurgatorio, al di sopra il Purgatorio vero e proprio e sulla
cima il Paradiso terrestre. Nell’antipurgatorio, immerso nell’atmosfera
terrestre, si trovano le anime dei negligenti, cioè di coloro che in vita hanno
tardato a pentirsi dei loro peccati: prima di poter accedere al Purgatorio
devono trascorrere qui un numero di anni pari a quello degli anni nei quali
hanno vissuto nel peccato. Nel gradino più basso del monte si trovano gli
scomunicati, salvati dalla pietà divina perché pentitisi in punto di morte. Gli
altri negligenti sono distribuiti su tre successivi ripiani («balzi») che
circondano la montagna: nel primo balzo coloro che si sono pentiti
all’ultimo momento di vita; nel secondo i morti di morte violenta; nel terzo,
in una valletta fiorita, i principi negligenti. Al Purgatorio, fuori
dall’atmosfera terrestre, si accede attraverso una porta custodita da un
angelo guardiano. Questi incide sette P (simbolo dei sette peccati capitali)
sulla fronte di Dante: le lettere si cancelleranno via via che Dante salirà
verso l’alto purificandosi. Intorno al monte girano sette ripiani successivi
(«cornici»): in ciascuno di essi le anime espiano un peccato capitale. I
peccati sono ordinati in ordine di gravità decrescente (dunque all’inverso
rispetto all’Inferno) secondo tre principi fondamentali: peccati commessi
per amore rivolto a un cattivo oggetto; peccati dovuti a debolezza
dell’inclinazione amorosa; peccati causati da un eccesso di inclinazione.
Nel primo gruppo rientrano i superbi (prima cornice), gli invidiosi (seconda
cornice) e gli iracondi (terza cornice); nel secondo gli accidiosi (quarta
cornice); nel terzo gli avari e prodighi (quinta cornice), i golosi (sesta
cornice) e i lussuriosi (settima cornice). Il Paradiso terrestre è un luogo di
incantevole bellezza e perfezione. Fu creato come sede originaria
dell’umanità, ma a causa del peccato dei progenitori l’uomo ne è stato
cacciato e da allora nessuno più ha potuto entrarvi. Vi scorrono due fiumi: il
Lete, la cui acqua toglie anche il ricordo dei peccati commessi, e l’Eunoè, la
cui acqua ha il potere di rafforzare la grazia acquisita da chi è stato immerso
nel Lete. Qui Dante osserva il dispiegarsi di una processione allegorica che
illustra la storia della Chiesa e, soprattutto, dopo avere confessato le sue
colpe ed essersi purificato nel Lete, incontra finalmente Beatrice.

Com’è fatto il Paradiso


Il vero Paradiso è costituito dall’Empireo, un cielo immateriale, nel quale
cioè non valgono le categorie di spazio e di tempo, che avvolge l’intero
creato. Questo è formato dalla Terra e da nove cieli fisici che la circondano:
l’Empireo trasmette il movimento a questi cieli i quali, mossi ciascuno da
una determinata intelligenza angelica, grazie a quel movimento trasmettono
ruotando gli influssi astrali sulla Terra. In ogni cielo è incastonato un
pianeta, dal quale il cielo prende nome. L’Empireo è la sede di Dio ed è il
luogo immateriale nel quale soggiornano gli angeli e i beati. Dante, però,
immagina che per incontrarlo i beati scendano temporaneamente nel cielo
responsabile dell’influsso astrale al quale più sono stati soggetti in vita. A
partire dalla Terra i cieli si susseguono verso l’alto in quest’ordine: nel
primo cielo, della Luna, appaiono gli spiriti che hanno disatteso un voto; nel
secondo cielo, di Mercurio, appaiono gli spiriti attivi per onore e gloria
terrena; nel terzo cielo, di Venere, appaiono gli spiriti amanti; nel quarto
cielo, del Sole, appaiono gli spiriti sapienti; nel quinto cielo, di Marte,
appaiono quelli militanti per la ; nel sesto cielo, di Giove, appaiono gli
spiriti giusti; nel settimo cielo, di Saturno, appaiono quelli contemplativi;
nell’ottavo cielo, delle Stelle fisse, appaiono gli spiriti trionfanti. Il nono
cielo, detto Primo Mobile o Cielo Cristallino, il più esterno e perciò più
vicino a Dio, imprime il movimento a quelli sottostanti. Vi compaiono tutte
le gerarchie angeliche (Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Virtù,
Potestà, Principati, Arcangeli, Angeli).

Una linea di lettura


Nel periodo in cui scrive l’Inferno Dante, in esilio da almeno quattro anni,
cerca di ottenere dai Guelfi «neri» di Firenze un’amnistia personale che gli
consenta di ritornare in città. Pertanto chiede perdono della colpa più grave
da lui commessa nel biennio 1302-1304 durante il quale, insieme agli altri
Guelfi «bianchi» esiliati, ha combattuto in armi contro Firenze, e cioè
quella di avere stretto un’alleanza anche militare con i Ghibellini,
considerati dai fiorentini, divisi in fazioni ma nell’ambito dello stesso
partito guelfo, i loro peggiori nemici. Nelle intenzioni di Dante l’Inferno ha
anche lo scopo di assicurare ai Guelfi di Firenze il suo totale distacco dai
Ghibellini e di confermare la sua piena adesione alla politica guelfa della
città. Ecco perché in questa cantica (e solo in questa, giacché Purgatorio e
Paradiso saranno scritti in congiunture politiche e personali molto diverse)
egli passa sotto silenzio – o per lo meno attenua fortemente – le
responsabilità dei Neri nel colpo di Stato che aveva provocato la cacciata
dei Bianchi, attacca i più noti esponenti della parte ghibellina (Federico II,
Farinata degli Uberti, Guido da Montefeltro), non pronuncia alcun elogio
dell’istituzione imperiale e cerca di accreditarsi come erede della migliore
tradizione guelfa.
Nell’autunno del 1308, con la sua uccisione, giunge al suo tragico
epilogo la parabola politica di Corso Donati, l’uomo sul quale, grazie alla
parentela con la moglie Gemma, Dante faceva affidamento per ottenere
l’amnistia. In quel periodo comincia anche la scrittura del Purgatorio. In
questa cantica, perduta la speranza di rientrare in patria, Dante svela senza
reticenze le sue vere convinzioni politiche, cominciando proprio con il
ribaltare il giudizio sui Ghibellini. A Federico II condannato all’Inferno
contrappone il figlio Manfredi, salvato nonostante la scomunica papale; a
Guido da Montefeltro, presentato all’Inferno con infamia, contrappone il
figlio Buonconte, contro il quale aveva pur combattuto a Campaldino;
denuncia le chiare responsabilità dei Neri nella crisi politica sfociata nella
guerra civile; esprime la convinzione che l’impero sia necessario per la pace
della cristianità. Per buona parte della cantica Dante lamenta i gravi danni
che la latitanza dell’autorità imperiale (nessun imperatore era più stato
incoronato dopo la morte di Federico II nel 1250) e la conseguente
autonomia delle istituzioni comunali e monarchiche hanno prodotto in Italia
e in Europa. È vero che nell’autunno del 1308 Enrico di Lussemburgo era
stato eletto re di Germania e dei Romani, e che aveva manifestato presto la
sua intenzione di scendere in Italia per farsi incoronare imperatore, ma per
parecchio tempo Dante non sembra avere creduto che il neoeletto, a
differenza dei predecessori, mantenesse questo impegno. Si ricrederà
quando nell’autunno di due anni dopo Enrico scenderà effettivamente in
Italia e da quel momento appoggerà con tutte le sue forze il tentativo di
restaurare l’autorità imperiale. Preso com’è dagli impegni politico-
propagandistici (dovrebbe risalire agli anni di Enrico in Italia la scrittura del
trattato politico-giuridico sulla Monarchia), è probabile che Dante abbia
rallentato la composizione del Purgatorio, addirittura è possibile che l’abbia
interrotta per un certo periodo di tempo. La riprenderà dopo l’improvvisa e
imprevedibile catastrofe dell’avventura imperiale di Enrico VII, venuto a
morte nell’agosto del 1313, e la riprenderà sull’onda della più grave
delusione da lui mai provata. Sarà con un nuovo spirito profetico, proiettato
verso il futuro ma sganciato dalla realtà contingente, che scriverà i canti
dedicati al Paradiso terrestre. Paradossalmente, di Enrico VII nel
Purgatorio non c’è traccia.
Il Paradiso si colloca sotto il segno del fallimento di Enrico e del
tradimento della Chiesa, che dal 1309 ha stabilmente fissato la Sede papale
ad Avignone sotto il controllo dei re di Francia. Adesso Dante ha perso la
speranza che le forze politiche e sociali possano operare per il bene comune
e perciò si distacca sia dai Guelfi che dai Ghibellini, anche perché ha
maturato la convinzione che il riscatto della cristianità e, finalmente, la
restaurazione dell’autorità imperiale possano realizzarsi soltanto attraverso
una profonda riforma della Chiesa. Il profetismo che impregna di sé tutta la
cantica ha come sua meta finale il ritorno all’Impero, ma come bersaglio
polemico ormai quasi unico la Chiesa.

Commenti consigliati
La Divina Commedia, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia, Firenze
1985³ (I ed. 1957).
La Divina Commedia, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Le
Monnier, Firenze 1979.
Commedia, a cura di Emilio Pasquini e Antonio Quaglio, Garzanti, Milano
1987.
Commedia, con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi,
Mondadori, Milano 1991-97.
Vittorio Sermonti, L’Inferno di Dante, Il Purgatorio di Dante (revisione di
Gianfranco Contini), Il Paradiso di Dante (revisione di Cesare Segre),
Rizzoli, Milano 2001.
Inferno, a cura di Saverio Bellomo, Einaudi, Torino 2013.
Commedia, revisione del testo e commento di Giorgio Inglese, Carocci,
Roma 2016.
Il racconto della Commedia
INFERNO
CANTO 1
Nella selva del peccato

A trentacinque anni Dante perse la strada maestra e si ritrovò, di notte, in


una foresta fitta e spaventosa. Non sa dire come e perché si fosse perduto:
in quel momento, infatti, dormiva troppo profondamente.
Dante, dunque, sta riferendo un sogno. Quando il sonno è profondo,
insegna Aristotele, non si producono sogni o se ne producono solo di
confusi, mentre diventano più limpidi, e perciò restano impressi nella
memoria, a mano a mano che il sonno si purifica.
Dante, però, ricorda che sul fare del giorno, dopo aver vagato tutta la
notte, era capitato ai piedi di un colle i cui fianchi erano illuminati dai primi
raggi del sole.
Sorgeva l’alba del 25 marzo 1300.
La vista del colle soleggiato gli diede coraggio, e così, riposatosi un po’,
gettò un’ultima occhiata alla foresta alle sue spalle e cominciò a salire. Fatti
pochi passi, gli si parò davanti una lince dalla pelle screziata: non solo gli
impediva di proseguire, ma lo respingeva in basso. Dante, tuttavia, non si
scoraggiò. L’ora mattutina e la stagione primaverile lo rendevano fiducioso.
E invece, ecco apparire un leone: muoveva contro di lui ruggendo con
rabbia. Dante si spaventò. Ma subito dopo lo spaventò ancora di più, anzi,
lo paralizzò di paura, una lupa vorace e magrissima, quasi consunta dalla
bramosia. Perse la speranza di arrivare sulla cima. La lupa, infatti, gli
andava incontro senza fretta e lui retrocedeva: cosicché a poco a poco lo
stava ricacciando nella foresta dalla quale era appena uscito.
Una scena come questa ha significati che vanno al di là di quello
letterale; in altre parole, si tratta di una scena allegorica. E in effetti tutti
gli elementi che la costituiscono associano un significato simbolico a quello
primario. La selva è un simbolo trasparente del male e del peccato, nel cui
intrico si sono smarriti sia il personaggio Dante sia l’intera cristianità. Ne
consegue che il sonno è reale, ma anche metaforico: il peccato ha
intorpidito la sensibilità. Se il sonno reale impedisce di ricordare sogni
troppo confusi, quello metaforico precipita il soggetto in uno stato di
incoscienza. Il colle illuminato rappresenta la condizione di felicità terrena
a cui gli uomini tendono con l’aiuto della virtù e della ragione. E le tre fiere
simboleggiano i vizi che impediscono di raggiungere proprio
quell’obiettivo: la lince incarna la lussuria; il leone, la superbia; la lupa,
l’avidità. È quest’ultima la causa principale che impedisce agli uomini di
essere felici. Dante ha di mira la moderna società mercantile, basata sullo
scambio di beni e sulle transazioni finanziarie, di cui la sua Firenze
fornisce l’esempio più compiuto. Il pensiero sottinteso è che bisogna
liberarsi di quel modello economico e sociale.
Mentre scendeva dal fianco del colle retrocedendo verso la foresta,
Dante scorse un essere umano, il cui aspetto non lasciava capire se fosse
una persona viva o lo spettro di un defunto.
«Pietà» gridò «chiunque tu sia, ombra o uomo!»
«Non sono un uomo, lo sono stato» fu la risposta.
Disse di essere nato a Mantova, al tempo di Giulio Cesare, e di essere
vissuto a Roma sotto l’imperatore Augusto; poeta, aveva cantato le imprese
compiute da Enea dopo che fuggì da Troia in fiamme.
È Virgilio, l’autore dell’Eneide, vissuto fra il 70 e il 19 a.C. Sarà lui a
fare da guida a Dante sia nella discesa all’Inferno sia nella salita al
Purgatorio. Virgilio non è una figura allegorica: è qui a incarnare il potere
della ragione e i valori culturali che l’antichità aveva elaborato prima che
Dio si rivelasse nella storia.
«Ma tu» proseguì «perché vuoi tornare in quella paurosa foresta invece
di salire sul colle che genera ogni umana felicità?»
Dante, che aveva riconosciuto la fonte di ogni eloquenza, gli rispose
deferente. Gli disse che lui era il faro per tutti gli altri poeti, nonché il suo
maestro e la sua massima autorità, il solo dal quale aveva appreso lo stile
elevato che gli aveva dato fama di poeta; in nome dell’amore che lo aveva
spinto a leggere e a studiare il suo poema, lo pregò di aiutarlo contro quella
lupa feroce. E, nel dirlo, piangeva.
«Per uscire da questa foresta e salvarti da questa lupa che uccide
chiunque cerchi di passare e che, dopo aver mangiato, è più affamata di
prima» gli rispose Virgilio «devi seguire un’altra strada.» (Come dire: nella
situazione in cui ti trovi, virtù e ragione sono inefficaci, ben altra
esperienza ti è necessaria.) E continuò con una profezia: la lupa si accoppia
con molti animali e seguiterà a farlo finché un veltro, un cane da caccia,
non ne farà strazio. Questo veltro non si ciberà di beni materiali, ma di
saggezza, d’amore e di virtù, le prerogative della Trinità. Sarà la salvezza
della misera Italia, per la quale hanno dato la vita la vergine Camilla,
Eurialo, Turno e Niso, morti tutti, come si legge nell’Eneide, combattendo
dall’una e dall’altra parte nella guerra tra i Latini e i Troiani. Il veltro
ricaccerà la lupa all’Inferno, da dove il demonio l’aveva liberata.
Chi si nasconde dietro l’immagine del veltro? Quale personaggio storico
e in quale epoca salverà l’Italia distruggendo le forze diaboliche degli
interessi economici, mercantili e finanziari? Molto probabilmente nessuno.
Questa sembra una profezia generica, priva di un referente concreto. Può
darsi che Dante pensi a un futuro imperatore oppure, ed è forse l’ipotesi
più plausibile, a un papa che riconduca la Chiesa alla povertà evangelica e
che, attraverso una riforma della Chiesa, trasformi l’intera società
cristiana.
«Seguimi,» continuò Virgilio «ti guiderò attraverso l’Inferno, dove
sentirai le grida disperate dei dannati, e attraverso il Purgatorio, dove vedrai
le anime contente di soffrire perché sicure di raggiungere la beatitudine. Al
Paradiso, invece, ti condurrà un’anima più degna di me: a me, pagano, Dio
nega l’accesso alla città dei santi.»
L’anima più degna è quella di Beatrice, al secolo Bice Portinari, la
donna amata e cantata da Dante in gioventù, morta dieci anni prima, nel
1290. Dante aveva raccontato la storia del suo amore per lei nella Vita
Nova. Nelle ultime righe del libro aveva promesso di dedicare a Beatrice
salita in Paradiso un’opera più degna di lei, ma poi aveva disatteso la
promessa. Con la Commedia, finalmente, onora quell’impegno.
Dante rispose prontamente: «Portami là dove hai detto. Fammi vedere la
porta del Purgatorio e i dannati dell’Inferno».
Allora Virgilio si mosse e lui lo seguì.
CANTO 2
Tre donne soccorrevoli

Avevano camminato per tutto il giorno, il sole stava tramontando. La notte


dava riposo a uomini e animali; solo Dante, sveglio, cercava dentro di sé la
forza per affrontare il terribile viaggio che, come autore, si appresta a
raccontare, se le Muse, l’ingegno e la memoria lo assisteranno.
«Ma tu sei proprio convinto che io sia capace di fare ciò che mi chiedi?»
domandò a Virgilio. «Hai scritto che Enea, ancora vivo, è andato nell’aldilà.
Ebbene, è evidente che Dio gli aveva concesso tale privilegio perché lui,
Enea, predestinato a fondare Roma, nel mondo dei morti avrebbe appreso
cose necessarie per compiere la sua missione. Nei piani divini Roma
avrebbe dato vita a un impero, e così i papi, che in quella città avrebbero
avuto sede, avrebbero diffuso in tutto il mondo il messaggio cristiano.
Anche san Paolo è salito, vivente, in Paradiso; e questo affinché il suo
apostolato ne avesse giovamento e la fede cristiana si spandesse più sicura
tra i popoli. Ma io non sono Enea, non sono Paolo! So bene di non essere
degno di questo privilegio. Per me questo viaggio sarebbe una pazzia.»
Combattuto tra paura e desiderio, nel corso della notte Dante aveva
consumato la bella sicurezza con la quale si era messo in cammino.
«La tua» gli rispose Virgilio «è viltà, e la viltà impedisce agli uomini di
compiere grandi imprese. A questo punto è bene che io ti riveli perché ti
sono venuto incontro.»
Raccontò che nel Limbo, dove egli era relegato tra le anime non
sottoposte ai tormenti infernali ma prive della speranza di conoscere la
beatitudine celeste, si era sentito chiamare per nome. Una donna bella, dagli
occhi più splendenti delle stelle, con una voce angelica e modi semplici e
soavi, gli aveva detto che un suo amico, un vero amico, aveva perso la
strada e aveva bisogno di aiuto. Lo aveva pregato di soccorrerlo, pur
temendo che ormai fosse troppo tardi. Aveva detto di chiamarsi Beatrice, di
essere discesa dal Cielo spinta dall’amore. Lui si era dichiarato pronto a
esaudire quel desiderio, ma le aveva chiesto come mai un’anima beata non
avesse avuto timore di scendere dal Paradiso fino all’Inferno.
«Bisogna temere» gli aveva risposto lei «solo ciò che può nuocere, ma
niente di questo vostro mondo infelice può toccare me beata.»
In Paradiso, aveva continuato Beatrice, la Vergine Maria provava
compassione di quell’amico suo incapace di uscire dalla foresta, tanto che,
infrangendo la severa sentenza emessa da Dio contro di lui, aveva chiamato
Lucia e le aveva raccomandato di prendersi cura di quell’uomo, che era
pure un suo devoto. Lucia era subito corsa al luogo dove lei, Beatrice,
sedeva accanto a Rachele, la moglie di Giacobbe (Dante le vedrà sedute
insieme nel canto 32 del Paradiso), e le aveva detto: «Beatrice, perché non
aiuti colui che ti ha tanto amata e che si è innalzato sopra gli altri rimatori
grazie alle poesie scritte per te? Non ti addolora vederlo vicino a morire?».
Santa Lucia è la martire di Siracusa venerata come protettrice della
vista. Dante soffriva di disturbi agli occhi, e ciò potrebbe spiegare la
devozione che nutriva nei suoi confronti. È probabile che anche Beatrice, in
vita, fosse una sua devota. La casa del quartiere d’Oltrarno nella quale
Bice Portinari era vissuta dopo aver sposato Simone dei Bardi, infatti, era
quasi addossata a una chiesa dedicata alla santa, ed è perfino ipotizzabile
che la donna fosse stata sepolta proprio lì. C’erano dunque tutte le ragioni
biografiche perché nel poema santa Lucia svolgesse una funzione di tramite
fra Dante e Beatrice.
Udite quelle parole, Beatrice si era subito alzata dal suo scranno e si era
precipitata all’Inferno (la scena sarà rievocata nel canto 32 del Paradiso).
Mentre parlava, disse Virgilio, piangeva, e anche il suo pianto lo aveva
spinto ad affrettarsi a salvare Dante dalla lupa.
«Dunque, cosa ti succede? Perché ti fermi? Perché ti lasci prendere dalla
viltà? Sapere che tre donne come queste vegliano su di te in Paradiso
dovrebbe darti coraggio.»
E Dante il coraggio lo ritrovò immediatamente.
«Sono deciso» gli disse. «Fammi da guida e da maestro.»
E così cominciarono a scendere per un cammino impervio.
CANTO 3
Gli ignavi

«Attraverso di me si entra nella città del dolore, attraverso di me si entra


dove il dolore è eterno, attraverso di me si va tra i dannati. Mi ha costruito
la giustizia divina, Padre, Figlio e Spirito Santo; prima di me esistevano
solo cose incorruttibili, ma anch’io duro in eterno. Lasciate ogni speranza,
voi che entrate.» Queste minacciose parole, scritte sull’architrave di una
porta, sgomentarono Dante. Era la porta che introduceva nell’Inferno.
«Adesso abbandona ogni esitazione» lo esortò Virgilio. «Qui, come ti ho
detto, vedrai le anime che hanno perduto per sempre la visione di Dio.»
Poi, con un sorriso rassicurante, lo prese per mano e lo condusse dentro
quel mondo negato ai viventi.
Sospiri, pianti, acuti lamenti echeggiavano sotto una volta scura, senza
stelle: imprecazioni, sussurri, strida nelle lingue più diverse, e il rumore di
mani e di corpi percossi scuotevano come un turbine quell’aria eternamente
buia. Inorridito, Dante chiese a Virgilio chi fosse la gente che si lamentava
in quel modo.
«Questi» spiegò Virgilio «in vita non furono né buoni né cattivi. Con
loro sono mischiati gli angeli vili che non si schierarono né con Lucifero né
con Dio. I cieli li rifiutano, ma nemmeno l’Inferno li vuole: che gloria
potrebbero mai dargli simili peccatori?»
«Ma cosa li tormenta tanto?» chiese Dante.
«Semplicemente l’essere privi di ogni speranza, perfino quella di essere
annichiliti per sempre» rispose Virgilio. «Sulla Terra nessuno li ricorda, Dio
non li degna né della sua misericordia né della sua giustizia. Non parliamo
di loro, guardali e tira dritto.»
Dante vide una moltitudine di spiriti correre veloci e senza meta dietro a
una bandiera. Mai avrebbe creduto che tante persone fossero vissute sulla
Terra. Ne riconobbe qualcuna, ma solo dopo aver riconosciuto l’anima di
colui che per viltà fece il gran rifiuto capì che quella era la folla degli
ignavi, i vigliacchi già morti quando erano ancora in vita, disprezzati da Dio
e dal Diavolo. Nudi, erano punti da mosconi e da vespe: il sangue che gli
rigava il volto cadeva ai loro piedi mischiato alle lacrime e qui era succhiato
da vermi schifosi.
I lettori del tempo di Dante non esitavano a riconoscere nel vile che fece
il gran rifiuto papa Celestino V, l’eremita Pietro del Morrone – uomo di vita
santa, ma inesperto di problemi ecclesiastici e politici – che si era dimesso
dopo pochi mesi di pontificato (5 luglio - 13 dicembre 1294). Gli sarebbe
succeduto, con il nome di Bonifacio VIII, il cardinale Benedetto Caetani,
che Dante considerava il suo più acerrimo nemico personale, la causa
prima della sua rovina e della corruzione della Chiesa. Per l’intera durata
del suo pontificato Bonifacio VIII fu perseguitato dall’accusa di essere
stato lui a indurre Celestino alle dimissioni per potergli succedere, accusa
a cui Dante mostra di dare credito.
Guardando davanti a sé Dante vide una massa di anime accalcarsi sulla
riva di un fiume. «Chi sono?» chiese a Virgilio. «Perché sembrano così
desiderose di passare di là?»
«Lo saprai quando saremo vicini all’Acheronte, il fiume del dolore» fu la
risposta.
Dante ebbe la sensazione che le sue parole infastidissero Virgilio e
allora, con gli occhi bassi per la vergogna, rimase in silenzio finché non
arrivarono al fiume.
L’Acheronte, presente anche nelle raffigurazioni dell’Averno o Ade, il
regno dei morti del mondo classico, segna il confine tra l’Antinferno degli
ignavi e l’Inferno vero e proprio.
Un vecchio, bianco di pelo e di capelli, si dirigeva su una barca verso
Dante e Virgilio gridando: «Guai a voi, anime malvagie, non sperate di
rivedere il cielo. Io vi porterò all’altra sponda, nelle tenebre eterne». Poi,
rivolto a Dante: «Tu che sei vivo, allontanati da questi morti». Siccome lui
non si allontanava, aggiunse:
«Diversa è la tua strada: una barca molto più leggera ti traghetterà a
un’altra riva.»
Dante, dunque, non era destinato all’Inferno.
Nel canto 2 del Purgatorio Dante racconterà che una veloce
imbarcazione, governata da un angelo, trasporta quasi volando sulle onde
le anime all’isola in mezzo all’oceano sulla quale si innalza la montagna
che esse dovranno salire per purificarsi.
Intervenne Virgilio: «Caronte, lo vuole Dio onnipotente, e quindi taci».
A queste parole, le guance barbute del nocchiero non si mossero più.
Anche nella mitologia antica Caronte aveva il compito di traghettare le
anime dei morti al di là del fiume (o palude) di Acheronte. Il ritratto del
demone (perché tali diventano nell’immaginario cristiano i personaggi
dell’Ade pagano) tracciato da Dante assomiglia molto a quello che ne fa
Virgilio nell’Eneide.
Le anime che si accalcavano presso le livide acque del fiume, udite le
parole gridate da Caronte, impallidirono, digrignarono i denti e poi si
diedero a bestemmiare Dio, la specie umana, i genitori, il luogo e il
momento in cui erano stati concepiti e quello in cui erano nati. Dopo di che
si raggrupparono piangendo sulla sponda. Caronte, a cenni, le caricava sulla
barca: con il remo colpiva chi si sedeva. La riva si svuotò, ma per poco. La
barca non era ancora approdata dall’altra parte che già si era radunata una
nuova schiera.
Virgilio spiegò a Dante che lì si radunavano da ogni parte del mondo
tutti coloro che morivano in peccato mortale, e che erano così vogliosi di
attraversare il fiume perché la giustizia divina trasformava la paura della
pena in desiderio. Aggiunse che da lì non passava mai alcuna anima
destinata alla salvezza e che, pertanto, le proteste di Caronte nei suoi
confronti significavano chiaramente che lui si sarebbe salvato. A quel punto
un forte terremoto scosse quella buia regione. Dalla terra si sprigionò un
vento che produsse un lampo vermiglio: Dante svenne, e cadde al suolo
come se si fosse addormentato.
CANTO 4
I grandi spiriti del Limbo

Dante fu svegliato dal suono cupo di un tuono. Si alzò in piedi e guardò


intorno a sé. Si trovava sull’orlo di una voragine dalla quale salivano grida
e lamenti assordanti. Era buia e caliginosa, tanto profonda che era
impossibile distinguervi alcunché.
«Adesso scendiamo nel mondo senza luce» disse Virgilio pallido in
volto. «Io andrò avanti e tu mi seguirai.»
Ma Dante, che si era accorto del suo impallidire, protestò: «E come
posso seguirti se tu, mia guida, sei così impaurito?».
«Non è paura» rispose Virgilio «ma pietà di coloro che sono rinchiusi
qui sotto. Muoviamoci, il viaggio è lungo.»
Si inoltrarono nel primo dei cerchi concentrici e digradanti che
contornavano la voragine.
Qui nessuno piangeva. Folle di bambini, di donne e di uomini facevano
tremare l’aria con i loro sospiri. Non piangevano, perché nessuna punizione
li tormentava.
«Non mi chiedi chi sono?» domandò Virgilio. «Questi» seguitò senza
aspettare la risposta di Dante «in vita non hanno peccato, e però, anche se
hanno fatto cose buone, i loro meriti non sono stati sufficienti a salvarli.
Quelli vissuti dopo Cristo non hanno ricevuto il battesimo, e quelli vissuti
prima hanno seguito una religione sbagliata. Io sono uno di loro. Siamo
condannati solo per questo. La nostra pena è sapere di non poter appagare,
mai e poi mai, il desiderio di congiungerci a Dio.»
Le sue parole fecero capire a Dante che su quel margine intorno al pozzo
erano relegate anche anime di persone di grande valore, e ciò lo addolorò
molto.
«Qualche anima è mai uscita da qui, o per i propri meriti o per
l’intervento di altri?» chiese, senza però dire a Virgilio che fede e dottrina
gli avevano insegnato come Cristo risorto fosse disceso all’Inferno e vi
avesse liberato le anime dei patriarchi ebrei. Virgilio, tuttavia, aveva intuito
il suo pensiero, e allora gli raccontò che, non molto tempo dopo il suo
arrivo nel Limbo (il poeta era morto nel 19 a.C., poco più di cinquant’anni
prima della morte di Cristo, avvenuta secondo Dante nel 34), aveva visto
giungere all’Inferno un Potente incoronato con il segno della croce: questi
aveva liberato le anime del progenitore Adamo e di suo figlio Abele, di
Noè, Mosè, Abramo e Davide, di Giacobbe con il padre Isacco, i suoi
dodici figli e la moglie Rachele, e di tanti altri ancora, e le aveva portate in
Paradiso. Prima di allora, nessun’anima ne era mai uscita.
Mentre Virgilio parlava, i due camminavano fendendo quella moltitudine
di spiriti, fitta come una foresta. Percorso un breve tratto di strada, Dante
vide un fuoco illuminare le tenebre. Benché fossero ancora a una certa
distanza, si accorse che in quel cerchio di luce si trovavano persone
onorevoli, e allora chiese a Virgilio chi fossero coloro che godevano del
privilegio di essere separati dalle altre anime. Questi gli spiegò che il Cielo
accordava loro quella distinzione perché portavano nomi famosi e venerati
sulla Terra. In quel momento echeggiò una voce: «Onorate il sommo poeta:
la sua ombra, che si era allontanata, sta tornando da noi».
Quattro grandi ombre avanzavano silenziose verso di loro. Non
sembravano né liete né tristi.
«Guarda!» disse il maestro. «Quello che impugna la spada e precede gli
altri come se fosse il loro re è Omero, il sovrano dei poeti; dietro di lui è
Orazio, il terzo è Ovidio, l’ultimo è Lucano. In quanto poeti, onorando me,
onorano sé stessi.»
Di Omero, Dante, come tutti i suoi contemporanei, aveva solo una
conoscenza vaga e di seconda mano, ma sapeva bene che una tradizione
ininterrotta lo indicava come il principe dei poeti; Orazio, Ovidio, Lucano
e, naturalmente, Virgilio costituivano nel Medioevo il canone
dell’eccellenza poetica: erano i poeti per antonomasia.
I quattro si riunirono con Virgilio, parlarono un po’ tra loro e poi
rivolsero a Dante gesti di saluto. Di questa cortesia Virgilio parve contento.
E non si limitarono a salutarlo, ma lo accolsero nel loro gruppo. Così Dante
fu il sesto di quei grandi sapienti.
Nel collocare sé stesso nella ristretta schiera di quei sommi Dante
autore compie un gesto di inaudita audacia. Implicitamente, infatti, egli
attribuisce anche a sé stesso, che pure scrive in volgare e avrebbe perciò
diritto solo al nome di rimatore, quel titolo di poeta che la cultura del suo
tempo riconosceva unicamente agli antichi autori che avevano scritto in
greco o in latino. È un modo, sicuramente immodesto, per innalzare il
poema che sta scrivendo sullo stesso piano dei capolavori dell’antichità.
Parlando, il gruppetto si spinse fino alla zona illuminata dal fuoco.
Arrivarono ai piedi di un castello cinto da sette giri di mura e circondato
da un piccolo fiume. Lo attraversarono come se fosse privo d’acqua; poi,
superate una dopo l’altra sette porte, giunsero a un prato d’erba
freschissima. Qui c’erano persone dall’aspetto molto autorevole:
pronunciavano poche parole, a bassa voce. Poi salirono su un’altura
illuminata dalla quale era possibile osservare tutte le anime che si trovavano
sul prato. Davanti a sé Dante vide gli spiriti dei non cristiani che avevano
concepito e compiuto grandi cose. Quella visione, commenta, lo entusiasma
ancor oggi mentre ne scrive.
Quei grandi spiriti erano divisi in due gruppi principali. Il primo,
costituito da personaggi eminenti nella vita attiva, comprendeva nomi
famosi della storia di Troia e di Roma, considerate insieme perché i Latini
erano, tramite Enea, discendenti dei Troiani e perché l’impero costruito da
quella discendenza aveva svolto, per volere della Provvidenza, una funzione
determinante nella diffusione del cristianesimo. Ecco dunque Elettra, madre
di Dardano, progenitrice della stirpe troiana, e tra i suoi molti nipoti i due
più illustri, Ettore ed Enea; a Enea, fondatore di Roma, segue Giulio
Cesare, fondatore dell’impero, in armi e con lo sguardo minaccioso. E poi
Camilla, la figlia del re dei Volsci che combatté contro Enea, e Pentesilea,
regina delle Amazzoni, uccisa da Achille sotto le mura di Troia; dal lato
opposto, il re Latino era seduto accanto alla figlia Lavinia, moglie di Enea.
L’elenco prosegue con Lucio Giunio Bruto, primo console di Roma, che ne
cacciò il re Tarquinio il Superbo, e con un gruppetto di donne romane
celebri per la loro virtù: Lucrezia, che si suicidò dopo essere stata
disonorata da Sesto Tarquinio, figlio del Tarquinio appena ricordato; Giulia,
figlia di Cesare e moglie di Pompeo; Marzia, moglie di Catone Uticense
(che sarà protagonista dei canti 1 e 2 del Purgatorio), e Cornelia, madre dei
Gracchi (riproposta come esempio di virtù nel canto 15 del Paradiso). In
disparte se ne stava il Saladino, cioè Salah-ad-Din, sultano d’Egitto alla fine
del XII secolo (unico personaggio «moderno» e nello stesso tempo il solo
grande spirito islamico della schiera).
Collocato in posizione più elevata era il secondo gruppo, quello dei
sapienti, disposti intorno ad Aristotele, che di tutti i sapienti è il maestro.
Gli altri lo guardavano con riverenza: primi fra gli altri i filosofi Socrate e
Platone, che gli erano più vicini. Intorno sedevano Democrito di Abdera,
Diogene il Cinico, Anassagora di Clazomene, Talete di Mileto, Empedocle
di Agrigento, Eraclito di Efeso, Zenone di Elea, Dioscoride di Cilicia. E
inoltre i poeti greci Orfeo e Lino, Cicerone, il filosofo Lucio Anneo Seneca;
accanto, gli scienziati: il matematico Euclide, l’astronomo e geografo
Tolomeo, i medici Ippocrate e Galeno e, unici «moderni», i filosofi arabi
Avicenna e Averroè. Su quel prato c’erano ancora molti altri spiriti, ma
Dante autore non può elencarli tutti: deve procedere nel suo racconto perché
tante sono le cose da riferire.
La compagnia dei poeti dovette dividersi: Virgilio condusse Dante fuori
da quel tranquillo castello, di nuovo nella zona buia dove i sospiri facevano
tremare l’aria.
CANTO 5
I lussuriosi: Francesca e Paolo

Dal primo cerchio Dante scese nel secondo. Era più piccolo del precedente,
ma conteneva molto più dolore. All’ingresso il giudice Minosse, ringhiando
in modo orribile, interrogava le anime, emetteva la condanna e la rendeva
esecutiva. Dopo aver ascoltato la loro confessione e avere capito quale
luogo dell’Inferno si addicesse alle loro colpe, attorcigliava la coda intorno
al corpo un numero di volte pari a quello del cerchio a cui erano destinate.
Come Caronte, anche il mitico re di Creta Minosse è un personaggio del
mondo dei morti già presso gli antichi. Nell’Eneide esercita questo stesso
ruolo di giudice dei defunti all’ingresso dell’oltretomba.
Benché le anime in attesa di giudizio fossero molte, quando vide Dante,
Minosse interruppe il suo lavoro e gli disse: «Tu che vuoi entrare in questa
casa di dolore, stai attento. Non ti fidare della tua guida, e non lasciarti
neppure ingannare dal fatto che l’ingresso sia così largo».
«Minosse,» lo interruppe Virgilio «smetti di gridare. Non puoi impedire
un viaggio voluto dal fato: lo vuole Dio onnipotente, perciò taci.»
Il luogo, buio, muggiva come il mare in tempesta. Una bufera incessante
trascinava le anime che, prese nel vortice, venivano sbattute qua e là e
percosse tra loro. Dante comprese che quel tormento puniva i lussuriosi, i
peccatori che sottomettono la ragione agli istinti. Il vento li faceva volare
come fossero stornelli, li sballottava disordinatamente in tutte le direzioni.
Non potevano sperare non solo che si fermasse, ma nemmeno che calasse
un poco.
Nella tormenta Dante vide avvicinarsi, portata dal vento, una lunga fila
di anime simile a quella che formano le gru volando una dietro l’altra, e
come le gru anche le anime emettevano suoni lamentosi. Chiese al suo
maestro chi fossero. Virgilio cominciò a elencarle a una a una. Semiramide,
moglie di Nino, a cui succedette sul trono: regnò su molti popoli, fu rotta a
ogni lussuria, al punto che, per cancellare l’infamia del suo amore
incestuoso per il figlio, dal quale secondo alcuni sarebbe stata uccisa,
decretò per legge che ciascuno potesse fare ciò che più gli piaceva. Didone,
di cui nell’Eneide Virgilio racconta che si uccise per amore di Enea, dopo
aver tradito la fedeltà promessa al defunto marito Sicheo. Cleopatra, la
lussuriosa regina d’Egitto che si diede la morte per non cadere nelle mani di
Ottaviano (suicidio ricordato anche nel canto 6 del Paradiso). Elena, a
causa della quale fu combattuta la lunga e luttuosa guerra di Troia (e che
Dante, forse, riteneva morta nella distruzione di quella città). Il grande
Achille che, innamoratosi della figlia di Priamo, Polissena, si lasciò attrarre
in un agguato dove morì per mano del di lei fratello Paride. Paride (il
rapitore di Elena, che dopo aver ucciso Achille fu ucciso a sua volta da una
freccia avvelenata scagliatagli da Filottete). Tristano (cavaliere della
Tavola Rotonda legato da un tragico amore incestuoso a Isotta, moglie di
suo zio Marco, re di Cornovaglia e, secondo alcuni, ucciso proprio da lui).
Questo elenco di donne e di cavalieri del passato suscitò in Dante un
turbamento così forte che per poco non perse i sensi.
La sua attenzione fu attirata da due anime che non volavano una dietro
l’altra, ma affiancate. Incuriosito, disse a Virgilio che avrebbe parlato
volentieri con loro; lui gli rispose di aspettare che si fossero avvicinate e poi
di pregarle in nome di quell’amore che le teneva strette nel volo: lo
avrebbero accontentato. Così Dante fece. Le invitò a parlare con lui, se Dio
non lo impediva, e allora quelle anime tormentate, avendo percepito quanto
affetto pervadesse la sua richiesta, si staccarono dalla fila e come due
colombe gli si avvicinarono in volo.
«O uomo cortese e benevolo» cominciò una delle due «che in questo
luogo tenebroso vieni a far visita a noi che macchiammo il mondo con il
nostro sangue, se Dio ci fosse amico lo pregheremmo di premiare la
compassione che mostri per il nostro male crudele concedendoti di vivere in
pace. Fino a che il vento, qui, si manterrà calmo come è adesso, noi vi
diremo tutto ciò che desiderate ascoltare.» Dopo essersi presentata – «Sono
nata a Ravenna, una città vicina al mare nel quale sfocia il Po con i suoi
affluenti» – raccontò come tra lei e il compagno fosse nato l’amore e a
quale tragico destino li avesse condotti: «Amore, che in un cuore nobile
attecchisce veloce, accese in costui un così smodato desiderio del mio bel
corpo, di cui adesso sono priva, che ancora, dannata, ne soffro le
conseguenze. Amore, che impone di riamare chi ti ama, accese me di un
desiderio così forte della bellezza di quest’uomo che, come vedi, ancora mi
possiede. Amore ci portò a morire insieme. Chi ci uccise a tradimento vive
ancora, ma è atteso nella Caina» (al fondo dell’Inferno, dove sono puniti i
traditori dei parenti).
Dante ha riconosciuto i protagonisti di una storia di amore e morte
accaduta non molti anni prima. Francesca da Polenta, figlia di Guido il
Vecchio signore di Ravenna e moglie del signore di Rimini Giovanni
Malatesta detto Gianciotto perché sciancato («ciotto»), aveva una relazione
con il fratello del marito, Paolo Malatesta detto il Bello, lui pure sposato.
La relazione, dunque, oltre che adulterina era incestuosa, dal momento che
allora veniva considerato incestuoso un rapporto carnale anche con
parenti acquisiti. Adulterio e incesto sono sì peccati individuali, ma di forte
impatto sociale perché turbano l’armonia della famiglia e le regole della
convivenza. Gianciotto, scoperta la tresca, li uccise entrambi. Dante è il
solo a parlare di questa vicenda, della quale tacciono tutte le fonti
dell’epoca, comprese quelle romagnole. Il duplice delitto, dunque, non
aveva fatto scalpore, anche perché non dovevano essere rari i casi di
mariti, soprattutto di rango, che lavavano con il sangue l’onore macchiato.
Quel fatto di sangue, però, era ben noto a Firenze, dove i protagonisti
erano molto conosciuti: Paolo Malatesta vi aveva esercitato la funzione di
capitano del Comune tra il 1282 e il 1283 e il padre di Francesca vi aveva
ricoperto la carica di podestà nel 1290, pochi anni dopo il delitto, databile
intorno al 1285.
Udite le parole di quelle anime ferite, Dante chinò il capo, tanto a lungo
che Virgilio gli chiese: «A cosa stai pensando?». Quando finalmente gli
rispose, esclamò: «Ahimè, quali dolci pensieri d’amore, e che grande
desiderio condusse questi due a un così doloroso trapasso!».
Poi si rivolse a loro: «Francesca, i tuoi tormenti mi impietosiscono fino
alle lacrime, ma dimmi: al tempo dolcissimo nel quale in ciascuno di voi si
accendeva il desiderio, con quali indizi e in quale occasione amore fece in
modo che lo rivelaste l’uno all’altro?».
E lei gli rispose: «La tua guida sa bene che non c’è dolore più grande del
ricordare la passata felicità quando si è infelici, ma siccome sei così
desideroso di conoscere come sia nato il nostro amore, te lo racconterò, pur
piangendo».
In precedenza, quando per la prima volta si è rivolta a Dante, Francesca
ha citato alcuni dei concetti più importanti del cosiddetto «amor cortese»,
cioè di quella idea dell’amore che ispirava gran parte della letteratura
amorosa in prosa e in versi del Medioevo: l’amore è una prerogativa di
persone nobili di animo e solo di quelle; impone a chi è amato di
ricambiare il sentimento; è desiderio suscitato dalla bellezza corporea
dell’uomo o della donna. Francesca, però, ignora o distorce il vero
significato dell’amor cortese: mentre questo impone di sublimare il
desiderio, lei riduce un sentimento che dovrebbe raffinare l’animo di chi lo
prova a soddisfazione dei sensi, e quindi a lussuria. Adesso, nel raccontare
l’occasione nella quale l’amore si era rivelato a entrambi, presenta la
letteratura «cortese», quella stessa che già aveva travisato, come fonte di
corruzione e incitamento a peccare.
Francesca disse, infatti, che un giorno, per svago, lei e il suo compagno
stavano leggendo il Lancelot, il romanzo (in prosa francese, a cui Dante
farà ancora riferimento nel canto 16 del Paradiso) che racconta come il
cavaliere Lancillotto si fosse innamorato di Ginevra, moglie di re Artù.
Erano soli e non sospettavano cosa sarebbe accaduto. È vero che ciò che
leggevano li aveva spinti più di una volta a guardarsi negli occhi e che
quegli sguardi li avevano fatti impallidire, ma a farli cedere fu un punto ben
preciso del racconto. Quando lessero che quel nobile innamorato baciò la
bocca da lui desiderata, Paolo, tremante d’emozione, baciò la sua. Da quel
momento smisero di leggere. Come nel romanzo il siniscalco Galeotto
aveva indotto Ginevra a baciare Lancillotto, il libro aveva spinto loro a
baciarsi.
Mentre Francesca parlava, l’altra anima, mai nominata, piangeva.
Colpito da tanto dolore, Dante perse conoscenza, e cadde a terra come se
fosse morto.
CANTO 6
I golosi: Ciacco

I tormenti di Francesca e Paolo, amanti benché cognati, avevano tramortito


Dante. Ripresi i sensi, si ritrovò nel cerchio sottostante, il terzo. Intorno a
lui, in qualunque direzione si muovesse o ficcasse gli occhi, non c’erano
che nuovi dannati sottoposti a nuove pene. In quel luogo una pioggia
fredda, pesante, mista a grandine e neve, si riversava, sempre uguale, su un
terreno maleodorante. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – gli occhi
iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani
artigliate –, latrava con tre gole sopra le anime sommerse dalla pioggia e le
graffiava, le scuoiava, le squartava. I reietti ululavano come cani, e si
rivoltolavano da un lato all’altro per ripararsi in parte dalla pioggia. Quando
vide Dante e Virgilio, Cerbero, tremando in tutto il corpo, spalancò le tre
bocche e mostrò le zanne. Virgilio raccolse da terra due manciate di fango e
le gettò in quelle gole fameliche. Subito le tre facce del demone Cerbero si
acquietarono, proprio come fa un cane dopo aver dato il primo morso al
pasto per il quale smaniava abbaiando.
Dante trasforma Cerbero, che nelle rappresentazioni antiche dell’Ade
era un cane a tre teste, in un demone mostruoso che abbina tratti animali e
umani.
Le ombre, sfibrate dalla pioggia, giacevano distese per terra, simili a
corpi ma prive di consistenza. Virgilio e Dante le calpestavano
camminando.
Di colpo, una di esse si levò a sedere e disse a Dante: «Tu dovresti
riconoscermi perché sei nato prima che io morissi».
E lui: «Non ricordo di averti mai visto, forse perché lo strazio a cui sei
sottoposto ti rende irriconoscibile. Dimmi tu chi sei, e perché sei
condannato qui a una pena così spiacevole».
«Nella dolce vita terrena abitavo nella tua città, che oggi trabocca
d’invidia. Voi fiorentini mi chiamavate Ciacco. Sono qui a macerarmi sotto
la pioggia a causa del peccato di gola. Non sono il solo, comunque: anche
tutte le altre anime qui presenti sono punite per questo stesso peccato.»
Su questo Ciacco – che sembrerebbe più un nome di battesimo che un
soprannome dispregiativo («ciacco» con il significato di «porco») – Dante
autore non fornisce alcuna informazione. Molto probabilmente era quello
che allora veniva chiamato un «uomo di corte», cioè un cliente di grandi
famiglie facoltose, le quali, per ostentare la loro ricchezza, scimmiottavano
lo stile di vita dell’antica nobiltà feudale offrendo grandi pranzi, quel che si
diceva «tenere corte imbandita». Per Dante il lusso e lo sperpero sono
aspetti riprovevoli di una società dominata da arricchiti che ignorano la
vera generosità cortese.
Sentito che si trattava di un concittadino, Dante, dopo aver manifestato
dolore per la sua angosciosa condizione, gli fece tre domande: «Fino a che
punto i fiorentini spingeranno le loro divisioni? A Firenze c’è ancora
qualche persona giusta? Qual è l’origine delle discordie che lacerano la
città?».
È la prima volta che Dante affronta il tema delle discordie civili
fiorentine. Verso la fine degli anni Novanta del Duecento il partito guelfo si
era diviso in due fazioni: quella dei Bianchi, alla quale era affiliato lo
stesso Dante, capeggiata dalla famiglia dei Cerchi, banchieri, e quella dei
Neri, capeggiata dalla famiglia dei Donati, a un ramo della quale
apparteneva Gemma, la moglie di Dante. I Neri erano sostenuti, più o meno
apertamente, da papa Bonifacio VIII. Questi aveva fatto venire in Italia in
loro aiuto Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo IV il Bello, e fu
proprio grazie alle armi francesi che nel novembre 1301 i Neri presero il
potere a Firenze e, nei primi mesi dell’anno successivo, ne esiliarono i
Bianchi.
Alla prima domanda Ciacco rispose con una predizione: «La lunga
contesa sfocerà nel sangue. Il partito dei Cerchi caccerà dalla città quello
dei Donati. Ma è destino che, prima ancora che passino tre anni da adesso
(primavera del 1300), il potere dei Cerchi precipiti e che alto si levi, con
l’aiuto di uno (Bonifacio VIII) che ora si atteggia a imparziale, quello dei
Donati. Questi domineranno per molto tempo, vessando gli altri senza
curarsi né dei loro lamenti né della loro indignazione».
Predizione sostanzialmente corretta – anche perché Dante sta scrivendo
dopo che gli eventi sono già accaduti –, tranne che su un punto: i Bianchi
non hanno mai cacciato dalla città i Neri. Dante autore, evidentemente,
vuole apparire imparziale e distribuire su entrambe le parti le
responsabilità, anche a scapito della verità storica.
Alle altre due domande Ciacco rispose in modo più sbrigativo: «Di
giusti, ce ne sono pochissimi, e anche quei pochi sono inascoltati. L’odio
che incendia i cuori è nato dalla superbia, dall’invidia e dall’avidità».
Dante gli fece un’ulteriore domanda: «Dimmi dove si trovano le anime
di Farinata degli Uberti e di Tegghiaio Aldobrandi, persone tanto
ragguardevoli, di Iacopo Rusticucci, di Arrigo Fifanti, di Mosca dei
Lamberti e degli altri che in passato si impegnarono per il bene pubblico. Li
addolcisce il Cielo o li avvelena l’Inferno?».
«Sono fra le anime più nere, nei cerchi più profondi: se scenderai fin
laggiù, li potrai vedere» gli rispose Ciacco. (E infatti Dante avrà cura di
ripresentarle nei canti che seguiranno.)
Le persone nominate erano fiorentini vissuti molti anni prima, intorno
alla metà del Duecento. Alcuni di loro erano guelfi, altri ghibellini, ma
appartenevano tutti a grandi famiglie dell’aristocrazia cittadina, il cui stile
di vita era assai diverso da quello dei loro discendenti, che ostentavano la
ricchezza mantenendo clienti come Ciacco.
Dopo aver pregato Dante, una volta ritornato alla dolce vita terrena, di
ricordarlo ai vivi, Ciacco lo guardò per qualche istante, storcendo gli occhi,
poi reclinò il capo, e con quel movimento cadde disteso insieme agli altri
accecati dal fango.
«Si rialzerà solo il giorno del Giudizio universale» commentò Virgilio
«quando, al suono della tromba degli angeli, ogni anima ritornerà nella sua
tomba terrena, riprenderà il proprio corpo e udirà la sentenza di condanna
rimbombare per l’eternità.»
Mentre, a passi lenti, attraversavano quella repellente mistura di anime e
fango, Virgilio e Dante parlavano di quale sarebbe stata la condizione delle
anime dopo il Giudizio finale. Dante volle sapere se, dopo quel giorno, le
pene infernali sarebbero rimaste immutate o sarebbero cresciute di intensità.
Virgilio lo rimandò alla dottrina di Aristotele, secondo la quale quanto più
un essere è perfetto, tanto più sente il bene e il male: anche se i dannati non
avrebbero mai raggiunto una totale perfezione, tuttavia dopo il giudizio
avrebbero avuto un essere più pieno e perfetto.
Percorrendo il cerchio, arrivarono all’imbocco della discesa in quello
sottostante. Qui trovarono il diavolo Pluto.
CANTO 7
Prodighi e avari, iracondi e accidiosi

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!…» si lamentava Pluto con una fastidiosa
voce rauca, manifestando così a Satana la sua dolorosa meraviglia nel
vedere un vivente tra i morti.
Pluto, rappresentato da Dante con fattezze insieme umane e ferine, nella
mitologia classica era il dio della ricchezza, e quindi non a caso posto qui a
guardia del cerchio dove sono puniti gli avari e i prodighi.
Virgilio confortò Dante, di cui aveva intuito la paura, assicurandogli che,
per quanto potere avesse, Pluto non sarebbe riuscito a impedire loro di
scendere nel cerchio sottostante. Dopo di che si rivolse a quel demonio
gonfio d’ira intimandogli di tacere, perché il loro viaggio nelle profondità
dell’Inferno era voluto da Dio stesso. A quelle parole la fiera crudele si
afflosciò a terra, come si afflosciano avviluppandosi le vele gonfiate dal
vento quando l’albero della nave si spezza. Così Dante e Virgilio scesero
nel quarto cerchio.

«Ahi giustizia divina!» esclama Dante autore. «Chi altri mai potrebbe
ammassare tanti e tanto inauditi tormenti come quelli che io vidi
all’Inferno? E perché noi uomini, peccando, ci condanniamo a un simile
strazio?»

Due grandi schiere di anime avanzavano da parti opposte del cerchio


l’una contro l’altra urlando e spingendo massi con il petto, finché non si
scontravano, proprio come si scontrano le onde spinte da correnti contrarie
presso Cariddi (nello stretto di Messina). Ciascuna delle due schiere, al
momento dell’urto, si rigirava gridando un insulto all’altra: «Perché tieni
stretto il denaro?», i prodighi agli avari; «Perché lo sperperi?», gli avari ai
prodighi. E poi ritornavano indietro, a destra e a sinistra del cerchio, fino al
punto opposto, e anche lì ripetevano il loro oltraggioso ritornello; dopo di
che si voltavano per un nuovo scontro.
Dante chiese a Virgilio chi fossero costoro e, in particolare, se quelli con
la testa tonsurata che vedeva alla sua sinistra fossero stati effettivamente
uomini di Chiesa. Virgilio gli spiegò che, come poteva capire chiaramente
dalle reciproche accuse che si rivolgevano, tutti quei peccatori in vita
avevano o speso o conservato fuor di misura, e che, per quanto riguardava
le anime con il capo privo di capelli, erano state papi e cardinali, e si sa che
le massime gerarchie ecclesiastiche sono quelle in cui l’avidità raggiunge il
colmo. E quando Dante osservò che si sarebbe aspettato di riconoscere
qualcuno di quei peccatori, Virgilio gli fece presente che ciò era
impossibile, perché il fatto che durante la vita non avessero saputo
conoscere il bene e il male li rendeva adesso irriconoscibili. Si sarebbero
scontrati tra loro in eterno, anche dopo il Giudizio universale, quando
sarebbero risorti dalla tomba: gli avari, dominati dall’ossessione del
possesso, con il pugno chiuso; gli scialacquatori senza neppure i capelli,
sperperati anche quelli.
«Questo ti mostra chiaramente» concluse Virgilio «come i beni terreni
affidati alla Fortuna, beni per il cui possesso gli uomini si accapigliano,
altro non siano che una beffa, e per di più di breve durata: tutto l’oro del
mondo non potrebbe comprare un solo momento di riposo a nessuna di
queste anime stanche.»
Avendo sentito nominare la Fortuna, Dante chiese cosa fosse quell’entità
che tiene i beni del mondo tra i suoi artigli. Virgilio scorse nella sfumatura
spregiativa dell’espressione un segno dell’ignoranza umana, e allora si
dilungò a spiegare la natura e i compiti della Fortuna. Disse che Dio, come
aveva affidato a ciascun cielo un’intelligenza angelica che ne guidasse il
moto, così aveva assegnato ai beni mondani come unica amministratrice
un’intelligenza celeste con il compito di trasferire quei beni illusori da un
popolo all’altro, dall’una all’altra famiglia, senza che gli uomini potessero
opporsi. Essa adempie a questo ufficio senza mai fermarsi, e i mutamenti da
lei prodotti, per cui un popolo primeggia e un altro langue, nascono da un
giudizio, riconducibile al volere divino, del tutto inspiegabile per la mente
umana. Ecco, questa è la Fortuna, maledetta, biasimata, infamata perfino da
coloro che dovrebbero onorarla; ma lei nemmeno ode le ingiurie degli
uomini, con gli altri angeli gira la sua sfera ed è beata in sé stessa. «Ma
adesso scendiamo in un luogo nel quale il dolore è ancora più forte»
concluse Virgilio. «È mezzanotte, e noi non possiamo perdere tempo.»
Attraversarono il cerchio fino al bordo opposto, presso una sorgente
gorgogliante la quale versava in un canale che da essa aveva origine
un’acqua scura, quasi nera. Lo seguirono per una via accidentata fino a una
palude, formata dallo Stige, giù in basso, nel quinto cerchio (lo Stige era un
fiume infernale della mitologia greca e latina). Nel pantano Dante vide
anime nude, ricoperte di fango, irate in volto, che si colpivano a vicenda, e
non solo con le mani, ma con la testa, con il petto e con i piedi, e che
addirittura si sbranavano a morsi.
«Questi» gli disse Virgilio «sono coloro che si lasciarono trasportare
dall’ira; sotto il pelo dell’acqua ci sono anime che con i loro sospiri fanno
ribollire la superficie, come puoi vedere tu stesso. Conficcate nel fondo
della palude dicono: “Sulla Terra, dove l’aria è dolce e rallegrata dal sole,
fummo tristi, pieni del fumo accidioso esalato dalla bile nera; adesso ci
rattristiamo nella nera melma della palude”. In realtà, quest’inno se lo
gorgogliano in gola, perché non possono recitarlo con parole distinte.»
Come l’ira, anche l’accidia era uno dei sette peccati capitali, in quanto
il soggetto, nella condizione di inerzia e di vuoto interiore in cui versa (oggi
parleremmo di «depressione») che gli impedisce di godere del dono del
creato, non può operare e nemmeno guardare alla vita con la fiducia che il
credente deve avere.
Dante e Virgilio, dopo aver percorso un lungo tratto del cerchio
tenendosi tra la riva asciutta e la palude con gli occhi fissi ai mangiatori di
fango immersi lì dentro, giunsero ai piedi di una torre.
CANTO 8
Verso la città di Dite. Filippo Argenti

Dante e Virgilio, molto prima di giungere ai piedi della torre, avevano visto
accendersi sulla sua cima due fiammelle, alle quali avevano risposto, da una
distanza tale che li rendeva a stento percettibili, analoghi segnali luminosi.
«Cosa significano quei fuochi di segnalazione? Chi li accende?» chiese
Dante a Virgilio.
E lui: «Se il vapore della palude non te lo impedisce, già adesso,
perlustrando le acque fangose, puoi scorgere cosa aspettano coloro che li
hanno accesi».
E infatti sull’acqua correva verso di loro, più veloce di una freccia, una
navicella guidata da un solo marinaio, che gridava: «Sei mia, anima
dannata!». E Virgilio di rimando: «Flegias, questa volta tu gridi invano, ci
avrai solamente per il tempo necessario ad attraversare la palude».
Flegias, deluso e contrariato, si tacque reprimendo la sua ira.
Dante non specifica quale funzione eserciti Flegias, ma è chiaro perché
lo colloca nel quinto cerchio, quello degli iracondi. Questo personaggio
mitologico, presente anche nell’Eneide, furente con Apollo perché gli aveva
sedotto la figlia, in un impeto d’ira aveva incendiato il tempio del dio a
Delfi.
Virgilio e Dante salirono sulla barca, la quale, caricata del peso di un
vivente, navigava spostando più acqua del solito. Mentre solcavano quella
palude mefitica un’anima sporca di fango si parò davanti a Dante e gli
chiese: «Chi sei che vieni qui prima di essere morto?».
E Dante: «Sono venuto qui, ma non ci resto. Piuttosto, chi sei tu, ridotto
in questo stato?».
«Lo vedi da te, sono un dannato.»
«Spirito maledetto, tieniti la tua pena. Ti ho riconosciuto, anche così
coperto di fango.»
Benché l’anima non abbia rivelato il suo nome, Dante riconosce il
fiorentino Filippo Argenti. Di lui sappiamo poco. Si chiamava Filippo dei
Cavicciuoli, soprannominato Argenti perché si diceva avesse ferrato
d’argento il suo cavallo. Dante lo presenta come orgoglioso, iracondo e
violento; i testimoni più antichi lo tratteggiano come cavaliere superbo che
amava ostentare la sua ricchezza. Dante, dunque, attraverso di lui
stigmatizza ancora una volta i costumi della classe dirigente fiorentina dei
suoi tempi, caratterizzati dall’ostentazione della ricchezza e dal disprezzo
per i meno abbienti. Tanto più che i Cavicciuoli appartenevano alla
consorteria degli Adimari, della quale, nei decenni precedenti, era stato
esponente anche quel Tegghiaio Aldobrandi nominato nell’incontro con
Ciacco tra le persone ragguardevoli e ricordato dai cronisti come cavaliere
saggio, prode e di grande autorità. Il confronto implicito tra i due Adimari
sottolinea la decadenza morale dell’aristocrazia cittadina.
Udite le parole di Dante, il dannato allungò le mani verso la barca, per
salirvi o per rovesciarla, ma fu prontamente ricacciato da Virgilio, il quale
poi abbracciò Dante e lo baciò benedicendone la madre per aver partorito
un uomo capace di tanto sdegno nei confronti del male. «Questi» aggiunse
poi «visse da arrogante, nessun atto di bontà abbellisce la sua memoria sulla
Terra: ecco perché qui nell’Inferno è così furiosamente arrabbiato. Anche
adesso al mondo sono in tanti a ritenersi uomini grandi, che poi, qui, si
rotoleranno nella melma come maiali lasciando di sé solo spregevoli
ricordi.»
Dante espresse a Virgilio il desiderio di vedere, prima di lasciare la
palude, quel peccatore sprofondare nelle acque fangose, e Virgilio gli
assicurò che sarebbe stato esaudito. E infatti, poco dopo, i dannati della
palude ne fecero strazio, tanto che anche adesso, mentre scrive, Dante ne
loda e ringrazia Dio. I dannati in coro urlavano: «Dàgli a Filippo Argenti!»,
e lui, rabbioso, si dilaniava con i denti.
Colpito da grida di dolore, Dante spalancò gli occhi davanti a sé. Virgilio
gli spiegò che erano ormai vicini alla città chiamata Dite. E Dante confermò
di riuscire a distinguerne con sicurezza le torri, rosse come se fossero uscite
dalle fiamme. A farle apparire di quel colore, disse Virgilio, era il fuoco
eterno che bruciava al di là delle mura.
Dante chiama Dite, nome classico di Plutone dio degli Inferi, sia
Lucifero sia la parte dell’Inferno, il cosiddetto «basso Inferno», a lui più
vicina. La città di Dite, infatti, comprende i quattro cerchi più bassi, nei
quali sono puniti peccati più gravi di quelli di incontinenza dei primi
cinque: mentre questi sono causati dall’incapacità di frenare gli istinti o di
dominare gli impulsi, i peccati di violenza e di frode implicano una scelta
da parte del soggetto, e quindi una sua partecipazione attiva e consapevole.
La città è delimitata da una cerchia di mura turrite che corre lungo i bordi
della palude Stigia, segnando il confine tra il quinto e il sesto cerchio.
Arrivati con la barca nel profondo fossato che protegge la città e
compiuto un ampio giro intorno alle mura di colore ferrigno, a un certo
punto il marinaio urlò forte: «Scendete, qui è l’entrata». Sul portone, un
numero sterminato di diavoli gridava con stizza: «Chi è costui che si aggira
vivo per il regno dei morti?». Virgilio gli fece segno di voler parlare con
loro in disparte, al che, dissimulando un po’ la rabbia, i diavoli risposero:
«Vieni tu solo; quel tipo che ha avuto l’ardire di entrare in questo regno se
ne vada. Provi, se ne è capace, a ritornare indietro da solo per la strada che
ha follemente percorso, perché tu, che l’hai guidato in questa buia contrada,
rimarrai qui».
Al sentire quelle parole, Dante temette di non riuscire più a tornare nel
mondo dei vivi. Si rivolse a Virgilio, la cara guida che molte volte gli aveva
dato sicurezza e lo aveva salvato dai pericoli, pregandolo di non lasciarlo
così scoraggiato: se non potevano spingersi oltre, ebbene, tutti e due,
insieme, potevano subito ritornare sui loro passi. Virgilio però lo rassicurò
che nessuno avrebbe impedito il loro passaggio, perché Dio lo voleva, e gli
chiese di attenderlo, riconfortato e speranzoso: lui non l’avrebbe
abbandonato in quel mondo sotterraneo. Ciò detto, lo lasciò solo,
combattuto tra paura e speranza.
Dante non poté udire ciò che Virgilio diceva a un gruppo di diavoli usciti
dalle mura, ma il loro confabulare non durò a lungo: ben presto, infatti, i
demoni rientrarono di corsa dentro la città e gli chiusero le porte in faccia.
Virgilio tornò verso Dante a passo lento, con gli occhi bassi e
un’espressione scoraggiata; sospirando diceva tra sé: «Ma guarda che
gentaglia mi vieta di entrare!». E poi, rivolto a Dante: «Tu non perderti
d’animo, non preoccuparti se mi vedi dolente, io questa sfida la vincerò,
chiunque là dentro si dia da fare per impedirmelo. Non è la prima volta che
i diavoli sono così presuntuosi, lo furono già presso la porta dell’Inferno,
quella sulla quale hai visto l’iscrizione che annuncia la morte eterna e che
da allora è rimasta aperta. Già in questo momento, dopo essere passato
proprio per quella porta, di cerchio in cerchio sta scendendo verso di noi un
potente che ci aprirà la città».
I diavoli mostrarono per la prima volta la loro tracotanza quando
cercarono di opporsi a Cristo che scendeva nel Limbo a liberare le anime
dei patriarchi ebrei. In quell’occasione Cristo sfondò la porta infernale, che
da allora è rimasta aperta per sempre.
CANTO 9
L’ingresso nella città di Dite

Virgilio, accortosi che Dante nel vederlo tornare sui suoi passi era
impallidito, per non accrescere ulteriormente la sua paura nascose il proprio
turbamento. Immobile, si mise in ascolto: attraverso il fumo denso e scuro
della palude non poteva guardare molto lontano.
«Bisognerà pure che la vinciamo questa battaglia» cominciò a dire
«altrimenti… Ma la vinceremo, è potente chi ci ha sostenuto finora. Oh,
come mi pesa che chi deve arrivare non sia già qui!»
Dante capì che Virgilio aveva pronunciato le ultime parole per
correggere le prime, eppure provò paura, forse perché attribuiva a quel
discorso interrotto un significato peggiore di quello che aveva. Per
accertarsi che la sua guida conoscesse la strada, gli chiese se poteva
accadere che qualcuno dal Limbo scendesse fin dove si trovavano. Che
un’anima del Limbo percorresse quella strada, rispose Virgilio, capitava di
rado, anche se, per la verità, lui era già stato lì un’altra volta, spintovi dagli
incantesimi della crudele maga Eritone, che era solita richiamare in vita i
defunti. Lui era morto da poco, quando Eritone gli aveva fatto attraversare
le mura della città di Dite affinché tirasse fuori un’anima condannata nella
Giudecca, il più basso e il più buio dei cerchi infernali: Dante, dunque,
poteva stare tranquillo, perché lui conosceva bene la strada. Strada che,
obbligatoriamente, passava attraverso quella palude maleodorante intorno
alla città di Dite.
Nella Farsaglia Lucano racconta che la maga tessala Eritone aveva fatto
tornare in vita un morto affinché profetizzasse a Sesto, figlio di Pompeo,
l’esito della battaglia di Farsalo (48 a.C.) tra il padre e Giulio Cesare.
L’episodio a cui accenna Virgilio è invece un’invenzione di Dante.
L’attenzione di Dante fu catturata dall’improvviso apparire, nello stesso
istante, di tre furie insanguinate sulla cima infuocata di una torre: d’aspetto
femmineo, avevano per cintura rettili velenosi e per capelli serpentelli e
vipere. Erano le Erinni, gli disse Virgilio, le ancelle di Proserpina, regina
degli Inferi: Megera, Aletto e Tisifone. Si graffiavano il petto con le unghie,
si percuotevano con le palme delle mani e lanciavano grida tanto alte che
Dante, impaurito, si strinse a Virgilio. Guardando verso il basso, dov’era
Dante, le furie urlavano: «Venga Medusa, così lo trasformiamo in pietra!
Male facemmo a non uccidere Teseo quando ci assalì». «Girati subito» gli
disse Virgilio «e tieni gli occhi chiusi. Se davvero apparisse la testa di
Medusa, e tu la vedessi, non potresti mai più risalire da qui.» Dette queste
parole, fu lui stesso a voltarlo e, per maggiore sicurezza, sovrappose le sue
alle mani che Dante si era messo sugli occhi.

A questo punto Dante autore invita i lettori, quelli tra loro capaci di
intendere la verità, a contemplare l’insegnamento nascosto sotto il velo dei
suoi versi oscuri, cioè a coglierne il significato allegorico.
Quale significato morale vada attribuito alle Erinni, all’azione
pietrificante di Medusa e a quella dell’angelo che sta per apparire non è
perspicuo, tant’è vero che da secoli gli interpreti si interrogano sui valori
simbolici e allegorici della scena. Erinni era il nome greco delle Furie,
personaggi della mitologia classica: nell’antichità raffiguravano i rimorsi
delle colpe commesse che infuriano nella coscienza degli uomini; nel
Medioevo hanno molti e diversi significati simbolici: più congruente con il
testo di Dante sembra essere l’interpretazione secondo la quale esse
simboleggerebbero i peccati compiuti con la mente, la parola e l’azione. Le
Erinni invocano Medusa, una delle tre Gorgoni, mostri alati dallo sguardo
che impietriva. Medusa fu decapitata da Perseo, ma la sua testa mantenne
il potere di trasformare in pietra chi la guardava, e perciò Minerva la
collocò sul suo scudo. Le Erinni lamentano pure di non avere ucciso l’eroe
ateniese Teseo, spintosi negli Inferi per rapire Proserpina, e lì rimasto
prigioniero finché Ercole non lo liberò: se lo avessero fatto, avrebbero
distolto altri (in particolare Enea) dall’avventurarsi nel regno dei morti.

Dante, che aveva gli occhi chiusi, sentì avvicinarsi dalla palude un
rombo fragoroso e terribile, del tutto simile a quello prodotto da un uragano
che si abbatte su una foresta, ne schianta i rami e li scaglia lontano e,
preceduto da una grande nube di polvere, mette in fuga le bestie selvatiche
e i pastori. Virgilio gli liberò gli occhi e lo invitò a dirigere lo sguardo verso
il punto della palude dove più densi erano i vapori. E lì vide innumerevoli
anime di dannati le quali, come le rane schizzano fuori dall’acqua in
presenza di una biscia, fuggivano rapidissime davanti a uno che, a piedi,
attraversava lo Stige come se fosse terraferma. Non sembrava provare né
paura né pietà, ma solo fastidio per quel vapore denso che allontanava dal
viso agitando la mano sinistra. Dante capì che era un angelo, si voltò verso
Virgilio e questi gli fece segno di tacere e di inchinarsi. L’angelo giunse
davanti alla porta della città, la toccò con una verga, e quella si aprì senza
alcuna resistenza. Poi, dalla soglia, rimproverò i diavoli: da dove nasceva
l’arroganza a cui si erano abbandonati? Perché contrastavano l’irresistibile
volontà di Dio? Sapevano bene che non ne avrebbero avuto alcun
vantaggio, anzi, che quel loro comportamento aveva più volte accresciuto la
loro pena. Si ricordassero di Cerbero, che portava ancora sul collo i segni
delle catene (quando liberò Teseo prigioniero, Ercole rapì Cerbero, qui
guardiano del terzo cerchio, incatenandolo). Poi, con l’aria di chi è gravato
da ben altre preoccupazioni, senza degnare Dante e Virgilio di una sola
parola, l’angelo riprese la strada da cui era venuto.
I due entrarono, pacificamente, nella città e si trovarono nel sesto
cerchio.
Dante, desideroso di conoscere quali peccatori fossero rinchiusi in quella
fortezza, appena dentro si guardò intorno: a destra e a sinistra vide un vasto
spazio pianeggiante, punteggiato di innumerevoli sarcofagi. L’effetto era lo
stesso che si prova nelle necropoli di Arles, là dove il Rodano si impaluda,
e di Pola, presso il golfo del Quarnaro, che, a est, segna il confine italiano,
con la differenza, però, che qui il modo della sepoltura era quanto mai
doloroso: quelle tombe, infatti, erano arroventate da un fuoco di tale
intensità che nessun fabbro avrebbe potuto desiderarne uno più forte per
rendere malleabile il ferro.
Ad Arles, città della Provenza situata sul delta del fiume Rodano, nel
Medioevo si estendeva una vastissima necropoli romana, detta Alyscamp
(Campi Elisi), della quale oggi è visibile solo una piccola porzione, mentre
è del tutto scomparsa la necropoli che allora si trovava a Pola, presso il
golfo tra l’Istria e la costa della Dalmazia.
Siccome i coperchi delle tombe erano sollevati, si udivano i lamenti
degli infelici che dentro vi erano tormentati. Si trattava, spiegò Virgilio a
Dante, dei fondatori e dei capi di sette eretiche con tutti i loro adepti, ed
erano, aggiunse, molto più numerosi di quanto lui credesse. I seguaci di una
stessa eresia erano sepolti insieme, e i loro sepolcri erano più o meno
roventi a seconda della gravità dell’errore professato.
«Eresia» veniva chiamata ogni dottrina giudicata erronea e perciò
condannata dalla Chiesa. Gli eretici nell’Inferno subiscono il supplizio
delle fiamme, così come sulla Terra sono condannati al rogo.
Poi Virgilio svoltò verso destra e i due passarono tra le tombe e le mura
della città.
CANTO 10
Gli eretici: Farinata degli Uberti

Mentre camminavano, uno dietro l’altro, lungo un sentiero appartato che si


snodava tra le mura della città e le tombe, Dante chiese a Virgilio di
soddisfare un suo desiderio. Siccome i coperchi dei sarcofagi erano già
sollevati e non c’era nessuno di guardia, era possibile vedere i dannati che
vi giacevano?
«I sepolcri» rispose Virgilio «saranno tutti chiusi quando, dopo il
Giudizio universale, le anime torneranno qui dalla valle di Giosafat (nei
pressi di Gerusalemme) insieme ai corpi che avevano lasciato sulla Terra.
Qui sono sepolti Epicuro e tutti coloro che, seguendo la sua dottrina,
ritengono che l’anima muoia insieme al corpo, e dunque la tua richiesta sarà
ben presto soddisfatta, e sarà pure esaudito» aggiunse «il desiderio che mi
hai taciuto.» Dante si giustificò per non aver espresso quel desiderio
asserendo che proprio lui gli aveva insegnato, tempo prima, a non parlare
troppo.
Il filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.), essendo vissuto prima del
cristianesimo, non può essere considerato propriamente un eretico, ma ai
tempi di Dante era diffusa la prassi di chiamare «epicuri» quelli che non
credevano nell’immortalità dell’anima. Per quanto riguarda il desiderio
inespresso di Dante a cui Virgilio allude, si tratta dell’aspirazione a
incontrare un particolare dannato.
Improvvisamente, da una delle arche uscì una voce: «O toscano, che,
vivo, ti aggiri per questa città infuocata e parli con tanto decoro, per favore,
fermati un poco. La tua parlata rivela che sei fiorentino, nato anche tu in
quella nobile città alla quale, forse, io feci troppo male».
Dante, sentitosi apostrofare, si spaventò e si accostò a Virgilio.
«Ma che fai?» reagì quest’ultimo, stupito. «Girati! Guarda, là c’è
Farinata. Si è alzato in piedi nel sepolcro, lo puoi vedere tutto dalla cintola
in su.»
Manente degli Uberti, detto Farinata, è l’anima che Dante desiderava
incontrare e il primo dei personaggi di cui aveva già chiesto notizia a
Ciacco. Era stato il capo carismatico dei Ghibellini di Firenze intorno alla
metà del Duecento. Nel 1260 fu tra i capi della coalizione formata dai
fuorusciti ghibellini di Firenze, dai senesi e dai tedeschi del re di Sicilia
Manfredi, figlio naturale dell’imperatore Federico II, che nella battaglia di
Montaperti sbaragliò i Guelfi fiorentini. Il ricordo di quella strage restò
impresso per decenni nella memoria della città, e da allora i fiorentini
considerarono gli Uberti, esiliati nel 1267, i loro peggiori nemici,
sottoponendoli a continue vessazioni. Nel 1283 l’inquisitore di Firenze con
un processo postumo (Farinata era morto nel 1264) condannò lui e i suoi
eredi per eresia: il cadavere fu dissepolto e le ossa arse sul rogo. Si trattò
di un processo politico: le accuse di eresia nei confronti dei Ghibellini,
indipendentemente dalla loro fondatezza, erano infatti ricorrenti nella
propaganda guelfa ed ecclesiastica. Farinata è dunque collocato nel
cerchio degli eretici proprio a causa di quella condanna (qui però
sottaciuta), e ciò significa che Dante, nel suo tentativo di ingraziarsi i Neri
di Firenze, si adegua ai luoghi comuni di quella campagna diffamatoria.
Dante guardò Farinata, il quale si levava con la fronte alta e il petto in
fuori come se non si curasse dell’Inferno. Virgilio lo sospinse verso la
tomba, raccomandandogli di usare parole convenienti. Farinata, dopo averlo
squadrato per un po’, con tono altero gli chiese: «Chi furono i tuoi
antenati?».
Dante glielo disse e quello, sollevati appena gli occhi in un gesto di
disappunto: «Furono nemici miei, dei miei padri e del mio partito, tanto che
per due volte li cacciai».
«Furono cacciati, ma entrambe le volte tornarono dai luoghi d’esilio; i
vostri, invece, l’arte di ritornare non l’hanno imparata» ribatté Dante.
I Guelfi furono cacciati da Firenze la prima volta nel 1248 e la seconda
dopo Montaperti. Non risulta, però, che gli Alighieri fossero coinvolti nelle
lotte tra i due partiti, con la parziale eccezione di Geri del Bello, cugino del
padre di Dante, forse lui pure esiliato dopo Montaperti (Dante lo
incontrerà tra i seminatori di discordia nella nona bolgia). I Ghibellini,
fuggiti da Firenze nel 1267, dopo la sconfitta e la morte di Manfredi a
Benevento non riuscirono più a farsi riammettere in città.
Prima che Farinata potesse rispondere, un’ombra sporse la testa sopra
l’orlo dell’arca scoperchiata – forse si era alzata in ginocchio –, guardò
intorno a Dante come per accertarsi se ci fosse qualcun altro con lui e poi,
delusa, gli chiese piangendo: «Se ti aggiri per l’Inferno grazie al tuo valore
intellettuale, dov’è mio figlio? Perché non è con te?».
Dall’allusione a un figlio di ingegno pari al suo e dal tipo di pena a cui
era condannato, Dante capì che a parlargli era stato Cavalcante Cavalcanti.
Cavalcante (morto prima del 1280), uno dei capi del partito guelfo ai
tempi di Farinata, era il padre di Guido, grandissimo poeta e grande amico
di Dante, nonché consuocero di Farinata, dal momento che Guido ne aveva
sposato una figlia. Non ci sono testimonianze che avesse professato idee
ereticali, mentre Guido condivideva la dottrina averroistica che negava
l’immortalità dell’anima individuale.
Avendo capito chi era, Dante poté rispondergli in modo adeguato: «Non
compio questo viaggio grazie alle mie capacità; la persona che aspetta là,
dietro di me, attraverso l’Inferno mi conduce, spero, a chi vostro figlio
Guido non ebbe in gran conto».
Virgilio non può condurre Dante che a Beatrice, e la cosa, in effetti,
accadrà nel Purgatorio. Ora, Dante e Guido Cavalcanti, pur essendo amici
e pur condividendo molte idee intorno alla poesia in volgare, avevano
concezioni diverse dell’amore: per Cavalcanti si trattava di una passione
irrazionale e distruttiva; per Dante di un sentimento che nobilita
spiritualmente chi lo prova. Ebbene, il punto di massima divergenza tra i
due si coglie proprio nelle poesie di Dante per Beatrice, presentata come
una sorta di angelo in grado di elevare al cielo il suo innamorato.
La reazione di Cavalcante fu immediata. Alzatosi in piedi di scatto,
gridò: «Hai detto “non ebbe”? Non è più in vita? Non vede più la luce del
sole?». Poiché Dante indugiava a rispondere, l’ombra ricadde sul dorso e
non si fece più vedere.
L’altero Farinata, che di fronte a quella scena era rimasto perfettamente
immobile, riprese il discorso dal punto in cui era stato interrotto: «Se i miei
non hanno imparato l’arte di ritornare in patria, ciò mi tormenta più di
questo sepolcro. Ma non passeranno cinquanta mesi lunari che anche tu
saprai quanto quell’arte sia difficile».
Farinata non predice a Dante che sarà esiliato (cosa che, peraltro,
finora nessun altro gli ha predetto), ma che sperimenterà quanto sia
difficile ritornare dall’esilio. I cinquanta mesi lunari a partire dalla fine di
marzo 1300 portano alla primavera inoltrata del 1304, cioè al periodo nel
quale si sviluppò e fallì il tentativo del cardinale Niccolò da Prato di
pacificare Firenze facendo rientrare in città i fuorusciti «bianchi» e
ghibellini. Il cardinale agiva su incarico di papa Benedetto XI, successore
di Bonifacio VIII, defunto nell’ottobre 1303.
«Ti auguro di ritornare nel mondo,» proseguì Farinata «ma intanto
dimmi: perché il popolo di Firenze è così spietato contro gli Uberti da
escluderli da ogni atto di clemenza?»
E Dante, con ironia: «Il massacro che arrossò di sangue l’acqua
dell’Arbia fa sì che nelle nostre chiese si recitino tali preghiere».
«Non fui solo io ad attaccare Firenze, e avevo buone ragioni per allearmi
con altri» ribatté Farinata. «Ma fui solo io, quando tutti gli altri accettarono
la proposta di raderla al suolo, a difenderla a viso aperto.»
Le assemblee e i consigli nei quali, fra l’altro, si decretavano indulti e
amnistie si svolgevano generalmente all’interno delle chiese. Il fiume Arbia
scorreva nei pressi del campo di battaglia di Montaperti, dove i Ghibellini
avevano fatto strage dei Guelfi; in quanto ritenuti i principali responsabili
di quel massacro, gli Uberti furono da allora esclusi da tutte le amnistie.
Farinata ricorda che al congresso tenuto dai vincitori a Empoli poco dopo
la battaglia di Montaperti era stato proprio lui a opporsi alla proposta
avanzata dai legati di Manfredi di distruggere Firenze.
Dante cambiò discorso. Dal dialogo con Cavalcante in lui era sorto un
dubbio, che Farinata avrebbe potuto sciogliere: era chiaro che i dannati
potevano vedere il futuro, mentre ignoravano il presente. Farinata confermò
che erano come i presbiti: Dio concedeva loro di vedere le cose lontane nel
tempo, ma non quelle vicine o attuali. Perciò, della condizione dei viventi
non sapevano nulla, a meno che qualcuno non gliela riferisse. Questa loro
preveggenza, comunque, sarebbe scomparsa del tutto dopo la fine del
mondo, quando anche il tempo avrebbe avuto fine. Allora Dante, sentendosi
in colpa, gli disse: «Riferite all’anima che è ricaduta nella tomba che suo
figlio è ancora tra i viventi e che prima non gli ho risposto perché stavo
riflettendo sul dubbio che adesso mi avete risolto».
Guido Cavalcanti, in effetti, nel marzo 1300 era ancora vivo; morirà il
29 agosto di quell’anno a Sarzana, dove era stato mandato al confino con
una risoluzione dei priori, fra i quali era anche Dante, o a Firenze, appena
rimpatriato da Sarzana. Dante personaggio aveva capito che Cavalcante,
potendo vedere il futuro prossimo, sapeva che il figlio sarebbe morto presto,
ma, non essendo in grado di conoscere alcunché del presente, ignorava se
fosse già morto in quel momento.
Nel frattempo si era fatto tardi, e Virgilio chiamò Dante. Questi, allora,
pregò Farinata di dirgli, in fretta, quali dannati erano lì con lui. «Tantissimi»
rispose. «Qui ci sono Federico II e il cardinale, e tralascio gli altri.» Dopo di
che scomparve nella tomba.
Federico II di Svevia (1194-1250) era stato l’ultimo imperatore del
Sacro romano impero. Negli anni in cui Dante scriveva questo canto,
nessuno gli era ancora succeduto in quella carica. La Chiesa, che lo
considerava il suo più acerrimo nemico, tanto da averlo scomunicato per
ben due volte, lo tacciava di eresia per ragioni propagandistiche. I
Ghibellini, al contrario, vedevano in lui il più alto punto di riferimento
della causa imperiale. Il «cardinale» è Ottaviano degli Ubaldini (1210 ca -
1273), appartenente a una cospicua famiglia ghibellina (era zio di
quell’arcivescovo Ruggieri che a Pisa fece imprigionare e morire il conte
Ugolino), che svolse nell’Italia centrale una politica da molti ritenuta
favorevole a quella parte.
Dante si riavvicinò a Virgilio, e insieme ripresero il cammino, ma
continuava a pensare alla predizione fattagli da Farinata. Lo aveva così
sgomentato che Virgilio gli chiese: «Perché sei tanto sconvolto?». Quando
ne conobbe il motivo, gli ordinò: «Tienila a mente». Poi, puntando il dito,
aggiunse: «Attento a quanto sto per dirti: sarà Beatrice, che, beata, conosce
tutto il futuro, a rivelarti il tuo destino» (nel Paradiso, invece, questo
compito sarà assolto dal trisavolo Cacciaguida). Dopo di che svoltò a
sinistra. Lasciarono le mura della città di Dite e si diressero verso il centro
del baratro, lungo un sentiero che portava a un vallone dal quale emanava
un fetore repellente che arrivava fin lassù.
CANTO 11
L’ordinamento dell’Inferno

Giunsero sul bordo di una parete alta e scoscesa che sovrastava l’enorme
ammasso di peccatori del settimo cerchio, ma lì, a causa del puzzo
insopportabile che saliva dal fondo della voragine, arretrarono e si
accostarono a una grande tomba. Sul coperchio lessero la scritta:
«Custodisco Anastasio, che Fotino distolse dall’ortodossia».
Anastasio II, papa fra il 496 e il 498, visse nel pieno dello scisma dei
monofisiti (che negavano la natura umana di Cristo), con i quali cercò un
accordo senza mai cedere a posizioni eretiche. In realtà Dante confonde un
oscuro diacono Fotino, inviato in missione ad Anastasio dal metropolita di
Tessalonica e dal papa ammesso alla comunione, con il più famoso vescovo
monofisita Fotino di Sirmio, vissuto un secolo dopo.
A Virgilio, che aveva proposto di fermarsi per abituare il naso a quel
puzzo, Dante suggerì di fare in modo che quella sosta non risultasse tempo
perso. E lui, dettosi d’accordo, cominciò a illustrargli come era fatta la parte
dell’Inferno sottostante.
Sotto di loro, disse, c’erano tre cerchi digradanti pieni di dannati, tutti
colpevoli di avere peccato, volontariamente e con intenzione, usando la
violenza o l’inganno. Il primo (settimo cerchio) conteneva i violenti, divisi,
in ordine di gravità, in tre gironi, a seconda che avessero esercitato violenza
contro il prossimo – nelle persone (con omicidi e ferimenti) e nelle cose
(con distruzioni, ruberie e rapine) –, contro sé stessi, dissipando i propri
averi e suicidandosi, o contro Dio, bestemmiandone il nome e spregiandone
la bontà con peccati contro la natura (la sodomia) e contro il lavoro, che alla
natura si conforma (l’usura). Ai violenti seguono gli ingannatori: per primi
(ottavo cerchio) coloro che ingannarono quelli che non si fidavano di loro, e
perciò stavano in guardia (i fraudolenti), poi (nono cerchio) coloro che, più
gravemente, ingannarono chi aveva fiducia in loro (i traditori). Sul fondo
dell’ultimo cerchio, in corrispondenza con il centro della Terra, c’era Dite
(Lucifero).
A Dante, che gli chiese perché i dannati incontrati fino ad allora
(lussuriosi, golosi, avari, prodighi, iracondi, accidiosi) fossero fuori della
città di Dite, Virgilio spiegò, appoggiandosi ad Aristotele, che i peccati sono
di tre tipi: di incontinenza (smodatezza), di malizia (frode) e di dissennata
bestialità (violenza), e che quelli del primo tipo, commessi dai dannati ai
quali Dante si riferiva, in quanto causati da impeti passionali, meno
offendono Dio di quelli compiuti per scelta. A Dante era rimasto ancora un
dubbio, e cioè perché l’usura fosse un peccato contro Dio. Sulla base,
ancora una volta, di Aristotele e del libro della Genesi, Virgilio argomentò
che, siccome la natura deriva da Dio e dal suo operare e l’arte umana segue
la natura e l’uomo trae il suo sostentamento dalla natura e dal lavoro,
l’usuraio, che ripone le sue aspettative di guadagno nel prestito di denaro a
interesse e non nella fertilità naturale e nel lavoro, disprezza sia la natura sia
l’arte che è sua seguace.
Ma ormai si era fatto tardi, erano circa le quattro del mattino (del 26
marzo), e la via per scendere nel cerchio sottostante era ancora lontana.
CANTO 12
I centauri e i tiranni del Flegetonte

La discesa poteva avvenire solo attraverso un burrone scosceso e


accidentato, simile a quella frana abbattutasi, a causa di un terremoto o del
cedimento del monte, sulla riva dell’Adige al di qua di Trento, tanto ripida
che nessuno avrebbe potuto trovare il modo di percorrerla verso il basso. La
sola vista di quel dirupo incuteva paura, ma ciò che si trovava lungo il suo
ciglio faceva veramente orrore: lì, infatti, se ne stava disteso il Minotauro.
La frana, tutt’oggi visibile, va identificata con i cosiddetti Slavini di
Marco, ai piedi del monte Zugna, pochi chilometri a sud di Rovereto.
Quanto al Minotauro, il mito racconta che Pasifae, moglie di Minosse re di
Creta, invaghitasi di un toro, per accoppiarsi con lui si nascose all’interno
di una vacca di legno, e in seguito diede alla luce un mostro con il corpo di
uomo e la testa di toro (ma Dante sembra invertire le due nature).
Imprigionato da Minosse nel labirinto, dove veniva nutrito con carne
umana, il Minotauro fu ucciso dall’ateniese Teseo, che riuscì a uscire dal
labirinto grazie all’aiuto di Arianna, figlia di Minosse e Pasifae.
Quando vide Dante e Virgilio, il mostro, in un eccesso di rabbia, si prese
a morsi. Virgilio gli urlò: «Pensi forse che sia arrivato qui Teseo? Vattene! Il
mio compagno non ha niente a che fare con Arianna, è qui per conoscere
l’Inferno».
Il Minotauro si slanciò contro di loro, ma barcollava, come fa il toro
colpito a morte che, incapace di camminare, saltella scomposto.
«Approfittane, corri al passaggio» gridò subito Virgilio a Dante. «Scendi
giù mentre è prigioniero della sua stessa rabbia.»
Cominciarono a calarsi per quelle pietre franate, instabili sotto il peso di
un corpo vivo. Vedendo Dante pensieroso, Virgilio capì che si stava
chiedendo cosa avesse potuto provocare una frana in un mondo eternamente
immobile come l’Inferno, e allora gli spiegò che il crollo, non ancora
avvenuto quando lui era passato di lì la prima volta (inviatovi, come detto
nel canto 9, dalla maga Eritone), era stato causato dal devastante terremoto
che aveva squassato l’universo al momento della morte di Cristo.
Più in basso scorreva un fiume di sangue bollente nel quale erano
immersi i violenti che avevano sparso il sangue del prossimo.
Si tratta del Flegetonte, come sarà denominato nel quattordicesimo
canto, cioè «fiume di fuoco»; in quel canto Dante ne rivelerà l’origine e ne
descriverà il corso, così come degli altri fiumi infernali.
Dante autore, dopo aver deprecato la cupidigia e l’ira che stravolgono gli
uomini nella loro breve vita terrena condannandoli a un perpetuo tormento
nel sangue bollente, racconta di avere visto un largo fossato solcare
circolarmente il piano del settimo cerchio e, tra il fossato e la parete
rocciosa, correre in fila centauri armati di arco e frecce. Sembrava che
andassero a caccia, come erano soliti fare sulla Terra.
I centauri sono figure mitologiche dal torso umano e dal resto del corpo
equino (hanno qualche analogia, dunque, con il Minotauro), che la
tradizione rappresentava in genere come violenti: famoso è il
combattimento da essi ingaggiato con i lapiti quando, invitati alle nozze del
re di questi ultimi, Piritoo, con Ippodamia, si ubriacarono e tentarono di
rapire la sposa e altre donne lapite. Dei tre centauri che Dante mette in
scena, Folo partecipò a quella battaglia; Nesso, che aveva cercato di
violentare Deianira e per questo era stato colpito dal marito di lei, Ercole,
con una freccia avvelenata, prima di morire aveva dato a Deianira una
camicia intrisa del suo sangue intossicato che Ercole indossò, rimanendone
ucciso; Chirone, che Dante presenta come il più autorevole in quanto
precettore di Achille, godeva invece fama di saggio e di colto.
Vedendo Dante e Virgilio scendere lungo la parete rocciosa, i centauri si
fermarono; tre di loro scelsero accuratamente alcune frecce e uscirono dalla
fila.
«A quale specie di pena state andando?» chiese ad alta voce uno di loro.
«Ditelo subito, altrimenti tendo il mio arco.»
«Lo diremo a Chirone, quando saremo lì. Tu sei sempre stato troppo
precipitoso» gli rispose Virgilio. Il quale, poi, dato a Dante un colpetto di
gomito, disse: «A parlare è stato Nesso, che riuscì a vendicare la propria
morte; quello fra i due che riflette a capo chino è Chirone, educatore di
Achille; il terzo è Folo, da sempre arrabbiato. Migliaia di centauri corrono
sulle sponde del fiume e con le loro frecce trafiggono qualunque dannato
sporga dal sangue più di quanto la colpa commessa non gli conceda».
Si avvicinarono. Chirone, scopertasi la bocca dalla barba con la cocca di
una freccia, chiese ai compagni: «Vi siete accorti che quello di dietro
smuove i sassi che tocca? Non è cosa da morti».
«E infatti è vivo» interloquì Virgilio, la cui testa arrivava esattamente
all’altezza del petto del centauro, là dove la natura umana e quella ferina si
congiungono. «Per incarico di uno spirito beato lo conduco attraverso
l’Inferno. Nessuno di noi due è un dannato. In nome di Dio, dacci uno dei
tuoi che ci faccia da guida, ci mostri dove attraversare il fiume e, al guado,
prenda in groppa costui che, non potendo volare, si brucerebbe nel sangue
bollente.»
Chirone incaricò Nesso di guidarli e di liberare la strada nel caso in cui
avessero incontrato altre schiere di centauri.
Camminando lungo la riva del fiume, dal quale fuoruscivano le grida dei
dannati, Dante vide anime immerse nel sangue bollente fin sopra agli occhi.
«Sono tiranni» spiegò il centauro «che rapirono la vita e i beni dei sudditi.»
Poi nominò Alessandro Magno e il feroce Dionisio di Siracusa, che tanti
dolori inflisse alla Sicilia, uno dai capelli neri, Ezzelino da Romano, e uno
biondo, Obizzo II d’Este, ucciso dal figliastro.
L’identificazione con Alessandro il Macedone (356-323 a.C.) non è
sicura: potrebbe trattarsi, infatti, di Alessandro, tiranno di Fere, in
Tessaglia, dal 369 al 358 a.C.; l’altro tiranno antico è Dionisio I il Vecchio
di Siracusa (430 ca-367 a.C.). I due moderni sono Ezzelino III da Romano
(1194-1259), signore della Marca Trevigiana, ghibellino imparentato con
l’imperatore Federico II, di cui aveva sposato una figlia (Dante collocherà
in Paradiso una sorella di Ezzelino di nome Cunizza), e Obizzo II d’Este,
marchese di Ferrara, ucciso, nel 1293, forse dal figlio Azzo VIII, da Dante
definito «figliastro» perché una diceria voleva che la madre lo avesse
concepito in adulterio. Nella Commedia l’odio per gli Este è una costante:
guelfi, strettamente alleati con i Neri di Firenze e particolarmente ostili ai
Bianchi di Bologna. Azzo VIII muore nel 1308 e, dunque, poteva essere
ancora in vita quando Dante scrive questo canto, in cui lo accusa di aver
ucciso il padre e di essere un bastardo.
Più avanti Nesso sostò sopra i dannati immersi in quel bollore fino alla
gola (gli omicidi). Indicò un’ombra, che se ne stava in disparte, dicendo:
«Costui squarciò in chiesa quel cuore che ancora sanguina sul Tamigi».
È l’inglese Guido di Montfort, dal 1270 vicario in Toscana di Carlo I
d’Angiò re di Napoli, che nel 1271, durante una messa celebrata in una
chiesa di Viterbo alla quale presenziava, oltre al sovrano angioino, anche
Filippo III re di Francia, per vendicare il padre morto in battaglia contro
Enrico III d’Inghilterra uccise il nipote di questi, Enrico di Cornovaglia. Il
cuore del giovane principe fu portato a Londra e conservato in una chiesa.
Grazie alla protezione del re di Napoli, di cui era cugino, Montfort rimase
impunito.
Poi Dante vide dannati che emergevano dal fiume con tutto il petto
(erano coloro che avevano inferto ferite al prossimo) e ne riconobbe molti.
Sporgevano tanto perché il livello del sangue si stava abbassando sempre
più. Quando arrivò all’altezza dei piedi, i due viaggiatori e il centauro che li
accompagnava attraversarono. Nesso spiegò a Dante che il fiume bollente,
come nel tratto che avevano percorso si era fatto via via meno profondo,
così, da quel punto in poi, diventava sempre più profondo, fino a
raggiungere la profondità massima là dove erano immersi i tiranni.
Aggiunse che nel tratto successivo la giustizia divina tormentava il famoso
Attila, flagello di Dio, Pirro e Sesto (guastatori e predoni).
Ad Attila, re degli Unni, nel canto successivo Dante imputerà anche la
distruzione di Firenze. Pirro è il figlio di Achille: nell’Eneide Virgilio lo
rappresenta come furibondo devastatore di Troia. Sesto è il figlio di
Pompeo (a cui Dante già aveva alluso nel canto 9), datosi alla pirateria
dopo la morte del padre.
La giustizia divina, aggiunse, spreme lacrime eterne anche a Rinieri da
Corneto e a Rinieri dei Pazzi, due briganti che infestarono le strade.
Più che con il Rinieri bandito di strada della Maremma (nel qual caso
Corneto sarebbe Tarquinia), potrebbe essere identificato con Rinieri della
Faggiola, morto nel 1292 o 1293, padre di Uguccione (in questo caso
Corneto sarebbe la sede principale di quella famiglia nel Montefeltro). Il
secondo Rinieri (morto prima del 1280) apparteneva alla famiglia
ghibellina dei Pazzi di Valdarno superiore. Dante li taccia di essere banditi
di strada, ma in realtà erano esponenti di famiglie feudali, ghibelline, che
difendevano, anche ricorrendo alla guerriglia, i diritti e i territori di cui i
Comuni, e quello di Firenze in particolare, si appropriavano illegalmente.
Qui Dante sostiene la tesi del Comune, forse anche per far dimenticare che,
fra il 1302 e il 1304, con quelle famiglie i Bianchi in esilio avevano stretto
un’alleanza militare contro Firenze.
Poi Nesso girò su sé stesso e guadò di nuovo il fiume.
CANTO 13
Suicidi e scialacquatori: Pier della Vigna

Nesso non aveva ancora toccato l’altra riva che Dante e Virgilio già si erano
inoltrati in una macchia selvaggia: le fronde erano scure, i rami, nodosi e
contorti, non avevano frutti ma solo spine velenose. Nemmeno le bestie
selvatiche che in Maremma, tra Cecina e Corneto (Tarquinia), rifuggono i
luoghi coltivati avrebbero abitato in sterpaglie così aspre e fitte. Vi avevano
il nido le sozze Arpie, quei mostri che cacciarono i Troiani dalle isole
Strofadi predicendo loro future sventure: avevano larghe ali, il volto di
donna, i piedi artigliati e il ventre pennuto, e dagli alberi lanciavano versi
spaventosi.
Le tre Arpie dal volto femminile e il corpo di rapace sono personaggi
mitologici. Qui Dante allude a quell’episodio dell’Eneide nel quale Virgilio
racconta come le Arpie avessero imbrattato con i loro escrementi il cibo dei
Troiani che, fuggiti dalla loro città distrutta, sostavano nelle isole Strofadi,
nel mare Ionio, e come una di esse avesse predetto loro che, arrivati in
Italia, per la fame si sarebbero ridotti a mangiare le proprie mense.
Virgilio avvertì Dante che si trovavano nel secondo girone (del settimo
cerchio), dove avrebbe visto cose incredibili.
Dante sentiva lamenti provenire da ogni parte del bosco, ma non vedeva
nessuno. Turbato, smise di camminare. Al che Virgilio gli disse: «Se spezzi
un rametto, le tue supposizioni cadranno». Immaginava, infatti, che Dante
attribuisse quei lamenti a dannati nascosti tra i rami delle piante. Dante,
allora, allungò una mano e da un grande arbusto spinoso troncò la cima di
un ramo. Subito il ramo spezzato gridò: «Perché mi schianti?». E poi,
anneritosi di sangue: «Perché mi laceri? Non hai un briciolo di pietà?
Adesso siamo sterpi, ma fummo uomini. Se fossimo stati anime di serpenti,
la tua mano avrebbe dovuto essere più pietosa».
Dal ramo spezzato uscivano insieme parole e sangue, proprio come da
un tizzone ancora verde, acceso solo a un estremo, stilla all’altro l’umidità
e, con un sibilo, fuoriesce il vapore. A Dante, intimorito, cadde di mano il
rametto.
Virgilio si rivolse all’anima ferita dicendole di essere stato lui a spingere
Dante a compiere quel gesto, e che ciò gli rincresceva; lo aveva fatto perché
Dante, che pure aveva letto nell’Eneide di piante spezzate dalle quali colava
sangue, non avrebbe prestato fede a un fenomeno tanto incredibile se non
l’avesse sperimentato personalmente.
Virgilio allude all’episodio di Polidoro. In terra di Tracia Enea svelle
alcuni arbusti e da questi sgorgano gocce di sangue, dopo di che una voce
sale dal terreno sottostante: è quella di Polidoro, figlio di Priamo ed
Ecuba, il quale racconta come fu ucciso da un nugolo di frecce che poi
crebbero su di lui, non sepolto, in forma di mirto.
Virgilio invitò l’anima nascosta nella pianta a rivelare a Dante il proprio
nome, in modo che questi, ritornato nel mondo, come parziale risarcimento
potesse ravvivare la sua memoria. L’anima non seppe resistere all’invito, e
si presentò.
È Pier della Vigna (1190 ca - 1249), oggi noto come poeta lirico in
volgare, ma ai tempi di Dante famoso soprattutto come raffinato estensore
di epistole in latino e come importante funzionario alla corte
dell’imperatore Federico II, nella quale aveva ricoperto le cariche di capo
della cancelleria e di ascoltato consigliere. Nel 1249, coinvolto in una
congiura, fu accecato e poi giustiziato, forse a San Miniato, in Toscana.
Dante autore accetta sia la tesi che Pier della Vigna fosse caduto vittima di
un complotto sia la leggenda che si fosse suicidato.
Il dannato disse che, in vita, aveva governato a suo piacimento il cuore
di Federico II, del quale deteneva sia la chiave dell’assenso sia quella del
dissenso, chiavi che lui manovrava con così dolce discrezione da escludere
dalla confidenza del sovrano tutti gli altri cortigiani. Attendeva a quel
glorioso incarico con tanta scrupolosa fedeltà da perderci il sonno e la
salute. E tuttavia l’invidia, quella meretrice che mai distoglie i suoi occhi
maligni dalla reggia dell’imperatore, rovina dell’umanità e principale vizio
delle corti, infiammò contro di lui gli animi di tutti, e gli animi accesi di
invidia a loro volta accesero d’ira l’imperatore, cosicché gli onori felici si
mutarono in tristi pianti. Caduto in disgrazia, ritenne che la morte lo
avrebbe sottratto al disprezzo del mondo, e così, quasi godendo del suo
gesto sprezzante, si uccise: lui, innocente, si fece ingiusto carnefice di sé
stesso. Giurò sulle radici dell’albero in cui la sua anima era stata
trasformata che mai aveva tradito il suo signore e, infine, chiese a quello dei
suoi interlocutori che sarebbe tornato nel mondo di risollevare la sua
memoria, che ancora giaceva atterrata dal colpo infertole dall’invidia.
Virgilio, dopo aver atteso un po’ per vedere se l’anima avesse avuto
ancora qualcosa da dire, visto che taceva sollecitò Dante a farle altre
domande, ma questi disse di essere troppo commosso, e lasciò a lui quel
compito. Virgilio, allora, chiese al dannato di spiegare come le anime
fossero avvinte in quelle piante e se qualcuna mai se ne svincolasse. Dal
ramo spezzato uscì un sospiro, che poi si tramutò in voce:
«Quando l’anima crudele si divide dal corpo dal quale lei stessa si è
sradicata, Minosse la manda nel settimo cerchio. In questo bosco, nel luogo
dove il caso l’ha scagliata, germoglia: prima mette fuori un sottile
ramoscello e poi si sviluppa in pianta selvatica. Le Arpie, strappando
dolorosamente rami e foglie, producono le ferite dalle quali escono i nostri
lamenti. Come tutte le altre anime, anche noi nel giorno del Giudizio
torneremo nel mondo per cercare i nostri corpi, ma non potremo
rivestircene: li trascineremo qui e ciascun corpo sarà appeso all’albero nel
quale la sua anima è imprigionata.»
Un rumore improvviso sorprese Dante e Virgilio, ancora protesi verso
quel tronco spezzato pensando che volesse aggiungere altre parole: il
rumore era simile a quello che sente un cacciatore quando l’abbaiare dei
cani e lo stormire delle fronde lo avvisano che il cinghiale e i suoi
inseguitori si stanno avvicinando al luogo dove è appostato. Ed ecco, alla
loro sinistra, apparire due anime nude e coperte di graffi: inseguite da un
branco di nere cagne fameliche, scappavano veloci spezzando nella corsa le
frasche del bosco. Quella davanti invocava la morte che la salvasse dallo
strazio, l’altra, che si era accorta di essere troppo lenta, le gridava: «O Lano,
le tue gambe non furono così pronte a fuggire durante gli scontri presso il
Toppo!». Poi, venutole meno il fiato, si gettò in un cespuglio. Le cagne si
slanciarono su di lei e la sbranarono.
Con questi due dannati entrano in scena gli scialacquatori, che fecero
violenza a sé stessi dilapidando i propri averi. Lano viene identificato con il
senese Arcolano di Squarcia Maconi: si diceva fosse appartenuto a quella
brigata «spendereccia» o «godereccia» alla quale Dante alluderà nella
bolgia dei falsari. Fu ucciso nello scontro avvenuto a Pieve al Toppo
(giugno 1288) nell’ambito della guerra tra gli aretini e i Ghibellini
fuorusciti di Siena e Firenze, da una parte, e i Guelfi, capitanati da Firenze,
dall’altra, guerra culminata l’anno dopo nella battaglia di Campaldino,
alla quale partecipò lo stesso Dante. L’anima che corre più lentamente è
quella del ricchissimo padovano Giacomo da Sant’Andrea, ucciso nel 1239,
famoso per la sua leggendaria dissipatezza. L’anima trasformata in
cespuglio, infine, dovrebbe essere, ma l’identificazione è controversa,
quella del banchiere e mercante fiorentino, ma attivo soprattutto in
Francia, Rucco di Cambio dei Mozzi, il quale, travolto dal dissesto della
sua ditta, si sarebbe impiccato a Parigi (fra il 1291 e il 1292). Un suo
nipote è collocato da Dante tra i sodomiti.
Virgilio prese Dante per mano e lo condusse verso il cespuglio, il quale,
intanto, si lamentava per le ferite sanguinanti dicendo: «O Giacomo da
Sant’Andrea, a cosa ti è servito cercare in me riparo? Che responsabilità ho
io se sei vissuto da peccatore?».
Fermatosi su di lui, Virgilio gli chiese chi fosse, e quello, dopo aver
pregato le due anime sopraggiunte di raccogliere le sue fronde disperse
dalle cagne e di radunargliele ai piedi, disse di essere stato cittadino di
Firenze, la città che aveva cambiato il suo primo protettore, Marte, con san
Giovanni il Battista. Aggiunse che il dio della guerra, per vendicarsi di
essere stato ripudiato, l’avrebbe perseguitata per sempre; anzi, che
l’avrebbe già distrutta, dopo che i fiorentini l’avevano riedificata sopra le
ceneri in cui Attila l’aveva ridotta, se non fosse stato per il fatto che una sua
statua, seppure mutila, restava ancora presso il Ponte Vecchio. Le sue
ultime parole furono: «Mi impiccai in casa mia».
La leggenda voleva che la chiesa battistero di San Giovanni
nell’antichità fosse un tempio dedicato a Marte. Leggendaria è anche la
distruzione di Firenze a opera del re unno Attila (distruzione che nel De
vulgari eloquentia Dante attribuirà invece al re goto Totila), così come
l’identificazione, da parte dei fiorentini, dei resti di un’antica statua
equestre, collocata sul Ponte Vecchio, con una statua che sarebbe
appartenuta al tempio di Marte. Con le parole del dannato, Dante presenta
Firenze come una città dilaniata, sotto il maligno influsso del dio della
guerra, da risse e lotte intestine. Della statua mutilata di Marte Dante
parlerà nuovamente nel canto 16 del Paradiso.
CANTO 14
I bestemmiatori: Capaneo

Dante, spinto dall’amor di patria, radunò le fronde disperse a terra e le rese


al suo concittadino, che si era ammutolito. Poi lui e Virgilio arrivarono al
confine tra il secondo e il terzo girone. Questo girone era una pianura, del
tutto priva di vegetazione, circondata dalla selva dei suicidi, così come
quella lo era dal Flegetonte. La copriva una sabbia arida e compatta,
identica a quella che Catone aveva calpestato nel deserto della Libia.
Marco Porcio Catone detto l’Uticense (che Dante collocherà come
custode del Purgatorio) guidò le truppe pompeiane sconfitte attraverso il
deserto libico. Dante si rifà al racconto di Lucano nella Farsaglia, racconto
a cui alluderà anche nella bolgia dei ladri.
Sulla distesa di sabbia Dante vide molte schiere di dannati, tormentati da
pene diverse: alcuni, meno numerosi ma puniti più dolorosamente degli
altri, erano distesi sulla schiena (i bestemmiatori), altri sedevano accoccolati
(gli usurai) e altri ancora, ed erano i più, camminavano senza sosta intorno
al girone (i sodomiti). Lingue di fuoco piovevano lentamente sopra la landa
sabbiosa, come lentamente larghi fiocchi di neve scendono in montagna
quando non tira vento. Restavano ben accese fino a che non toccavano
terra, proprio come le fiamme che in India (secondo Alberto Magno)
piovvero sull’esercito di Alessandro il Macedone, il quale, siccome non si
estinguevano, per evitare che si accumulassero ordinò ai suoi uomini di
calpestare il terreno. Sotto quelle fiamme eterne la sabbia si accendeva
come un’esca sotto l’acciarino. I dannati, bruciati sia dalla pioggia di fuoco
sia dalla sabbia ardente, muovevano freneticamente le mani di qua e di là,
cercando invano di scuotere via le fiamme appena cadute.
Dante scorse un uomo di grande corporatura che se ne stava disteso con
un’espressione sprezzante e minacciosa, come se quell’incendio gli fosse
indifferente: uno che proprio non sembrava ammorbidito dalla pena. Chiese
a Virgilio chi fosse, ma fu lo stesso dannato, accortosi che stava
domandando di lui, a rispondergli gridando: «Da morto, io sono lo stesso
che fui da vivo!». E proseguì: «Giove, se anche chiedesse al suo fabbro
Vulcano di sfiancarsi a fabbricargli nuovi fulmini, che proprio da lui aveva
avuto quello con il quale, arrabbiato, mi colpì a morte, o se anche nella
tenebrosa officina sotto l’Etna ne sfiancasse a turno tutti gli aiutanti (i
Ciclopi), invocando il loro aiuto come aveva fatto nella battaglia di Flegra,
e se anche mi fulminasse con tutte quelle folgori, ebbene, Giove non
potrebbe gioire della sua vendetta».
A quel punto Virgilio parlò con una veemenza con la quale mai prima di
allora Dante lo aveva sentito parlare: «Capaneo, questa è la tua punizione
maggiore, che in te non si abbassa la superbia; la rabbia che provi è l’unica
pena adeguata alla tua empietà». E poi, rivolto a Dante, con atteggiamento
più disteso: «Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe. Disprezzò
Dio e, a quanto pare, ancora lo disprezza, ma, come gli ho appena detto,
quel suo disprezzo è l’unico appropriato ornamento di cui può fregiarsi. Ma
adesso seguimi, sta’ attento a non mettere i piedi sulla sabbia rovente e
tieniti sul margine del bosco».
Il mito di Capaneo è raccontato nella Tebaide di Stazio (poeta latino che
Dante assumerà come guida, insieme a Virgilio, nell’ultimo tratto della
salita del Purgatorio): durante l’assedio condotto da sette re alla città di
Tebe, il cui trono era stato usurpato da Eteocle a danno di suo fratello
Polinice, il bestemmiatore Capaneo salì da solo sulle mura nemiche e da lì
sfidò Giove a incenerirlo. Il dio, allora, lo fulminò, ma, sebbene colpito,
Capaneo restò in piedi e, morendo, con lo sguardo continuò a sfidare la
divinità. Lo spirito di Capaneo accenna anche alla battaglia di Flegra, in
Tessaglia, nella quale Giove dovette ricorrere all’aiuto di Vulcano per
abbattere con i fulmini i Giganti che tentavano di scalare l’Olimpo.
Un piccolo fiume di colore rosso, bollente come la fonte del Bulicame
dalla quale le meretrici di Viterbo incanalano l’acqua calda per i loro bagni,
sgorgava dalla sabbia e scorreva verso il basso dell’imbuto infernale. Il
fondo, le pareti interne e le spallette erano di pietra: su queste, dunque, era
possibile camminare.
Il fiume rosso di sangue è il Flegetonte, che Dante aveva già guadato in
groppa al centauro Nesso. Bulicame era il nome di una sorgente termale
nei pressi di Viterbo da cui le prostitute, alle quali era fatto divieto di
lavarsi altrove, derivavano con un sistema di canalizzazioni l’acqua per i
loro bagni.
«Di tutte le cose che ti ho mostrato finora» ammonì Virgilio «nessuna è
più notevole di questa.» E poi, per soddisfare la curiosità suscitata in Dante,
continuò raccontando che nell’isola di Creta, ignara del male nel tempo
felice in cui vi regnava Saturno (la mitica età dell’oro), sorgeva una
montagna, l’Ida, anch’essa un tempo rigogliosa e adesso ridotta a un
deserto. In una caverna di quel monte si ergeva in piedi, con le spalle rivolte
a Damietta (città presso il delta del Nilo, e perciò a oriente) e gli occhi a
Roma (a occidente), la statua di un grande vecchio: aveva la testa d’oro, le
braccia e il petto d’argento, il tronco di rame, le gambe e il piede sinistro di
ferro, il destro, sul quale si appoggiava, di terracotta. Tutte le parti del
corpo, tranne la testa, erano attraversate da una fenditura che versava
lacrime. Queste, riunite, filtravano dalla caverna, scendevano di roccia in
roccia all’Inferno, dove formavano i fiumi Acheronte, Stige e Flegetonte e,
sul fondo, il lago ghiacciato di Cocito.
La figura del vecchio di Creta rappresenta visivamente la storia di
decadenza dell’umanità dalla primitiva età dell’oro a quella presente, nella
quale essa, invecchiata e prossima alla fine, sopravvive precariamente su
un piede di terracotta. Dalla fenditura prodotta nell’umanità dal peccato
originale nascono i mali e, da qui, le lacrime di cui sono fatti i fiumi
infernali.
«Perché» chiese Dante «se i fiumi, che derivano dalle lacrime del
vecchio di Creta, scendono qui dalla Terra, non abbiamo incontrato prima
questo fiumicello?»
«Perché» gli rispose Virgilio «l’Inferno è circolare, e noi, nello scendere,
non ne abbiamo mai percorso l’intera circonferenza. Se l’avessimo fatto, lo
avresti incontrato.»
E Dante ancora: «Dove sono il Flegetonte e il Lete?».
«Il sangue bollente avrebbe dovuto farti capire che questo è il
Flegetonte. Quanto al Lete, lo vedrai in Purgatorio» disse Virgilio. «È ora di
lasciare il bosco, seguimi sulla spalletta del fiume, che non brucia.»
Il fiume Lete scorre nel Paradiso terrestre, sulla cima del monte del
Purgatorio: alle anime che vi si immergono prima di salire al cielo le sue
acque tolgono perfino il ricordo dei peccati commessi.
CANTO 15
I sodomiti: Brunetto Latini

Dante e Virgilio si allontanarono dal bosco camminando sopra una delle


spallette di pietra, dove il vapore esalato dal fiume bollente spegneva la
pioggia di fiamme. Quegli argini erano, sì, più bassi e meno larghi, ma
avevano la stessa forma della diga che i fiamminghi, per difendersi dalle
maree, costruiscono tra Wissant e Bruges (rispettivamente ai margini
occidentale e orientale delle Fiandre) e dei terrapieni che i padovani
innalzano lungo il Brenta a protezione di città e villaggi prima che in
Carantania il calore primaverile sciolga le nevi e faccia gonfiare i fiumi. (Il
ducato di Carantania occupava un’area estesa dall’attuale Carinzia fino a
Trento, presso cui nasce il fiume Brenta.) Il bosco era già scomparso alla
vista, quando Dante e Virgilio si imbatterono in una schiera di anime (i
sodomiti) che procedeva verso di loro costeggiando l’argine. Ciascuna di
esse li osservava con lo stesso sguardo concentrato con il quale le persone si
scrutano l’un l’altra in una notte senza luna: stringevano le palpebre come
un vecchio sarto che cerca di infilare il filo nella cruna.
Un’anima riconobbe Dante, gli afferrò dal basso il bordo della veste e
gridò: «Qual meraviglia!». Dante guardò intensamente il viso riarso e,
benché fosse devastato dalle ustioni, lo riconobbe, abbassò la mano come
per accarezzarlo ed esclamò: «Voi siete qui, ser Brunetto?».
E lui: «Figlio mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latini torna un poco
indietro con te lasciando che la fila dei compagni prosegua il suo
cammino».
Dante lo pregò vivamente di farlo, anzi, gli disse che lui stesso si sarebbe
seduto insieme a lui, se la sua guida glielo avesse concesso. Ma Brunetto
rispose che chiunque di loro si fosse fermato anche solo per un momento
sarebbe poi dovuto rimanere sdraiato per cento anni senza potersi riparare
dalle fiamme. Che Dante, dunque, continuasse a camminare: lui l’avrebbe
seguito standogli vicino, e poi sarebbe tornato indietro per ricongiungersi al
suo gruppo di dannati.
Brunetto Latini (1220/30-1293), notaio (da qui il titolo di «ser»), uomo
di cultura e politico, fu una delle più eminenti personalità fiorentine della
seconda metà del Duecento e l’intellettuale più rappresentativo del partito
guelfo. Vissuto in Francia durante il predominio ghibellino (1260-1266) –
dove, in francese, scrisse l’enciclopedia il Tresor ricordata alla fine del
canto –, al suo rientro a Firenze occupò importanti cariche pubbliche.
Dante rappresenta Brunetto come un maestro a cui era stato legato da un
rapporto di tipo filiale. In effetti, egli deve aver esercitato sul giovane
Dante, con l’esempio, gli scritti, i consigli di lettura e con vere e proprie
lezioni di lingua e stile latini, una sorta di tutorato culturale e spirituale.
Ma dirsi figlio di Brunetto, cioè dell’indiscusso punto di riferimento della
vita politica e amministrativa fiorentina, per Dante significa anche
dichiararsene erede e con ciò indicare sé stesso, per quanto bandito dalla
città, come il vero interprete dei valori della tradizione guelfa comunale.
Dante, che non osava scendere dall’argine per camminare al fianco di
Brunetto, mostrava la sua deferenza tenendo il capo chino.
Brunetto allora gli chiese quale superiore ragione lo portasse laggiù
ancora in vita e chi fosse colui che gli faceva da guida. E Dante gli rispose
che lassù sulla Terra, poco prima di aver toccato il culmine della vita
(essendo nato nel maggio 1265, il 25 marzo 1300 non aveva ancora
compiuto trentacinque anni), si era smarrito in una selva: ne era uscito solo
il giorno prima, all’alba, ma stava per perdervisi un’altra volta quando gli
era apparso colui che adesso lo accompagnava e lo riconduceva a casa per
quella strada. Al che Brunetto disse: «Se quando ero in vita ho visto giusto,
segui la rotta che ti indica la stella sotto la quale sei nato (la costellazione
dei Gemelli) e non mancherai di giungere alla gloria. Se non fossi morto
così anzitempo (alla fine del 1293, quando Dante sta per pubblicare il suo
primo libro, la Vita Nova, e sta per entrare nella vita politica cittadina, tra
il 1294 e il 1295), io stesso, vedendo quanto il Cielo ti fosse propizio, avrei
incoraggiato il tuo operare. Ma quella ingrata popolazione che anticamente
scese da Fiesole, e che ancora conserva la selvatica durezza delle origini
montanare (secondo la leggenda, Firenze, che i Romani fondarono dopo
aver distrutto Fiesole, fu popolata da coloni romani e dai fiesolani rimasti
senza città), ti odierà proprio per la tua rettitudine (mandando Dante in
esilio), ed è giusto che sia così, perché il fico non può produrre i suoi dolci
frutti tra le aspre sorbe. Un detto antico li chiama ciechi (stando ad alcune
tradizioni, a causa della loro ingenuità, ma Brunetto allude alla cecità con
la quale, combattendosi, i fiorentini mandano in rovina la città); sono avidi,
invidiosi, superbi: non macchiarti dei loro vizi. La tua sorte ti riserva un
grande onore: entrambe le parti vorranno divorarti, ma l’erba resterà lontana
dalla loro bocca. Le bestie fiesolane (cioè i fiorentini) si mangino tra loro, e
non tocchino la pianta, ammesso che nel loro letame ne nasca ancora
qualcuna in cui riviva il santo seme di quei Romani che si fermarono a
vivere a Firenze, ricettacolo di tanta cattiveria, quando la fondarono (tra i
pochi discendenti dei Romani, ovviamente, c’è Dante stesso)».
Brunetto allude alle fazioni dei Neri e dei Bianchi, unite nell’odio contro
Dante. Questi si inimicherà i Bianchi, suoi compagni di esilio, quando,
forse intorno al 1306, li abbandonerà e sconfesserà nel tentativo di ottenere
dai Neri di Firenze un’amnistia personale. La predizione di Brunetto,
dunque, si riferisce a un periodo di tempo successivo, anche se di poco, a
quello a cui rimandavano i cinquanta mesi profetizzati da Farinata perché
Dante conoscesse quanto fosse difficile l’arte di ritornare dall’esilio.
«Se fosse esaudito il mio desiderio» gli rispose Dante «voi sareste
ancora in vita: la cara e buona immagine paterna di voi che mi insegnavate
come si diventa immortali è fissa nella mia mente, e adesso, a vedervi qui,
mi addolora. Finché avrò vita, nelle mie parole si vedrà quanto io abbia caro
il vostro insegnamento. Annoto ciò che dite del mio futuro, e lo conservo,
insieme a un’altra predizione, per farlo commentare da una donna, Beatrice,
che lo saprà fare. (In realtà, nel Paradiso, a commentare le profezie di
Farinata e Brunetto sarà Cacciaguida, trisavolo di Dante.) Questo solo
voglio dirvi: sono pronto a obbedire ai voleri della Fortuna, purché non
contrastino con la mia coscienza. La vostra profezia non giunge nuova alle
mie orecchie, e perciò la Fortuna giri la sua ruota come le pare, e il
contadino la sua zappa.»
A quel punto, Virgilio, che camminava un poco più avanti, si voltò e
sentenziò: «Buon ascoltatore è chi ricorda ciò che ha udito!». Dante, però,
non si distrasse, e continuò a parlare con Brunetto. Gli chiese chi fossero i
suoi compagni più noti e importanti. E lui gli rispose che il tempo non
sarebbe bastato a nominarli tutti, ma che, per dirla in breve, i compagni più
eminenti erano uomini di Chiesa e dotti famosi. Citò Prisciano e Francesco
d’Accursio; se Dante poi, aggiunse, avesse avuto voglia di conoscere una
persona tanto sozza e ripugnante, avrebbe potuto vedere il vescovo che il
papa aveva trasferito da Firenze a Vicenza dove, morendo, aveva lasciato
quei nervi che, da vivo, aveva proteso in colpevoli erezioni durante i suoi
rapporti omosessuali.
Prisciano da Cesarea (V-VI secolo) è autore della più diffusa
grammatica latina del Medioevo. Francesco (1225-1293), figlio del celebre
giurista Accursio, insegnò diritto allo Studio di Bologna. Andrea di
Spigliato dei Mozzi, vescovo di Firenze dal 1287, fu allontanato da
Bonifacio VIII, su pressione popolare, per essere stato ispiratore, nel 1295,
di una rivolta di magnati contro i provvedimenti che li escludevano dalle
cariche pubbliche, e trasferito a Vicenza dove morì. È nipote del banchiere
Rucco incontrato da Dante tra i suicidi.
Brunetto avrebbe parlato ancora, ma una nuvola di fumo che vedeva
levarsi dal sabbione lo avvisò che stava per sopraggiungere una nuova
schiera di dannati, ai quali gli era proibito mescolarsi. Pertanto si congedò
dicendo: «Non ti chiedo altro che di avere cura del mio Tresor, nel quale
ancora sopravvivo». Ciò detto, si girò e scattò in una corsa attraverso il
sabbione. Sembrava uno dei corridori che a Verona gareggiano per
conquistare il panno verde e, per come correva veloce, pareva il vincitore
non il perdente.
A Verona si svolgeva ogni anno, la prima domenica di quaresima, una
corsa podistica il cui vincitore era premiato con un drappo verde, mentre
l’ultimo arrivato riceveva un gallo che doveva esibire per la città. Dante
può avervi assistito il 16 febbraio 1304, verso la fine del suo primo
soggiorno veronese, cominciato nell’estate dell’anno precedente.
CANTO 16
Altri violenti contro natura: Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi,
Iacopo Rusticucci

Dante era arrivato al punto da cui già si percepiva in lontananza, simile al


ronzio degli alveari, il rumore prodotto dal precipitare del Flegetonte nel
dirupo che separava il settimo dall’ottavo cerchio. Ed ecco che da una
schiera che passava distante dall’argine si staccarono contemporaneamente
tre anime. Correvano verso Dante e Virgilio e tutte e tre gridavano:
«Fèrmati, tu che dall’abito ci sembri uno della nostra corrotta città». Erano
piagate da ustioni vecchie e recenti.
Virgilio invitò Dante ad arrestarsi: era doveroso essere cortesi verso
quelle anime tanto onorevoli che, se non fosse stato per le fiamme, avrebbe
dovuto essere lui a correre verso di loro.
Dante e Virgilio si fermarono, e allora le anime smisero di correre e,
raggiuntili, cominciarono a muoversi in circolo intorno a loro. Come i
lottatori nei duelli giudiziari (ai quali venivano affidate le controversie
altrimenti non risolvibili, nella convinzione che il vincitore fosse voluto da
Dio), prima di colpirsi e ferirsi, ruotando, cercano di capire quale sia la
presa più vantaggiosa, così ognuna di quelle anime, girando in tondo,
storceva il collo voltando il viso verso Dante. Poi una di loro cominciò a
parlare: «Anche se questo luogo di degrado e il nostro aspetto annerito e
scorticato rendono spregevoli noi e le nostre suppliche, il buon nome di cui
abbiamo goduto in vita ti induca a dirci chi sei tu, che cammini
impunemente attraverso l’Inferno. Questi, che gira davanti a me, benché
adesso sia nudo e privo di peli e capelli, fu di rango molto più elevato di
quanto tu possa credere. Si chiamava Guido Guerra, era nipote della valente
Gualdrada, e fece cose egregie come governante e come capitano. L’altro,
che gira dietro a me, è Tegghiaio Aldobrandi, di cui i fiorentini avrebbero
dovuto ascoltare i consigli. E io, in mezzo a loro, fui Iacopo Rusticucci,
condannato, più che per altro peccato, per la bestialità che usavo con mia
moglie».
L’allusione ad atti «bestiali» con la moglie potrebbe indicare che questo
gruppo di dannati non praticò la sodomia omosessuale, ma una forma di
vizio contro natura eterosessuale. Di Rusticucci (di cui Dante aveva chiesto
notizia a Ciacco) poco sappiamo, se non che fu guelfo, cavaliere e che
ricoprì la carica di capitano del popolo ad Arezzo (1258). Dal suo
testamento risulta che praticò l’usura, ma su ciò Dante sorvola. Guido
Guerra VI di Dovadola (1220 ca - 1272), appartenente a un ramo della
nobilissima famiglia comitale dei Guidi – con la quale, nel periodo
dell’esilio, la vita di Dante fu strettamente intrecciata –, era nipote di
Gualdrada, moglie di Guido Guerra III e figlia di Bellincione Berti dei
Ravignani, antica e ragguardevole famiglia fiorentina (al padre e alla figlia
Dante accennerà nel canto 16 del Paradiso). Il Guido Guerra infernale fu
uno dei capi del partito guelfo: comandò i fuorusciti fiorentini nella
battaglia di Benevento contro Manfredi (1266) e poi divenne il principale
esponente del governo cittadino. Tegghiaio Aldobrandi, un altro di cui
Dante aveva chiesto notizia a Ciacco, apparteneva alla consorteria degli
Adimari (la stessa di Filippo Argenti): guelfo, dopo la sconfitta di
Montaperti andò in esilio a Lucca dove morì. I fiorentini non seguirono il
suo consiglio di non scendere in guerra contro Siena, guerra conclusasi con
la disfatta di Montaperti.
Se avessi potuto ripararmi dal fuoco – commenta Dante – mi sarei
gettato tra loro giù dall’argine, e sono sicuro che Virgilio me lo avrebbe
permesso, ma la paura fu più forte del desiderio di abbracciarli. Allora mi
presentai, non prima di avere assicurato l’interlocutore che la loro
condizione non aveva suscitato in me disprezzo alcuno ma, semmai, un
intenso dolore, e ciò fin dal momento in cui Virgilio mi aveva fatto capire
che si avvicinavano persone onorevoli quali essi erano: «Sì, sono di
Firenze, ho sempre ascoltato e ripetuto le vostre azioni e i vostri nomi con
commozione. Lascio l’amarezza del peccato e vado a cercare la suprema
dolcezza; prima, però, bisogna che scenda sino al fondo dell’Inferno».
«Possa tu vivere a lungo» replicò Rusticucci «e la tua fama risplendere
dopo la morte. Dimmi: i nobili costumi e le virtù civili abitano ancora nella
nostra città, come un tempo, o se ne sono andati? Te lo chiedo perché
Guglielmo Borsiere, arrivato qui da poco tempo, e che adesso cammina là
con gli altri, molto ci addolora con i suoi discorsi.»
Non sappiamo chi fosse Guglielmo Borsiere: forse era uomo di corte,
come Ciacco, e perciò diretto testimone della decadenza morale
dell’aristocrazia fiorentina.
Dante guardò in alto ed esplose in un grido: «O Firenze, i nuovi venuti e
i facili arricchimenti hanno prodotto in te tanta arroganza e smodatezza che
ne piangi!».
Dante autore ha di mira sia il fenomeno dell’inurbamento, che portando
in città gente dal contado ha stravolto la classe dirigente fiorentina ai
danni dell’antica nobiltà autoctona, sia il potere assunto dalla finanza e dal
commercio.
I tre dannati, convinti che quello sfogo fosse la risposta alla loro
domanda, si guardarono l’un l’altro con l’espressione di chi viene a
conoscere una dolorosa verità e poi, dopo aver manifestato la loro
ammirazione per il coraggio e la sincerità con i quali Dante rispondeva a
simili domande e avergli chiesto di usare la stessa franchezza nel parlare di
loro una volta ritornato sulla Terra, sciolsero il cerchio e fuggirono via
come se avessero le ali ai piedi.
Neanche il tempo di dire «amen», che già Virgilio si era rimesso in
cammino. Percorso un breve tratto, furono investiti dal rombo assordante
del Flegetonte che precipitava al fondo di una parete ripidissima. Esso era
di intensità pari al fragore prodotto da quel fiume – il primo a gettarsi nel
mare tra quelli che scendono dal versante sinistro dell’Appennino – che nel
suo corso superiore ha nome Acquacheta, nome che poi perde nei pressi di
Forlì (per assumere quello di Montone), quando, sopra San Benedetto
dell’Alpe, invece di dividersi in tante cascatelle, piomba dall’alto con un
unico salto.
Ai tempi di Dante il Montone era il primo fiume a sfociare nell’Adriatico
guardando da ovest a est, mentre oggi sarebbe il terzo, preceduto dal Reno
e dal Lamone, che allora finivano, rispettivamente, nel Po di Primaro e
nelle paludi intorno a Ravenna.
Dante portava intorno al collo una corda con la quale aveva pensato di
catturare la lince dalla pelle screziata apparsagli mentre saliva sul colle (se
la lince è simbolo di lussuria, la corda può simboleggiare la castità).
Virgilio gli ordinò di scioglierla e di passargliela, e quando l’ebbe in mano,
prese lo slancio e la gettò giù dal burrone, osservandola cadere con
attenzione. Dante pensò che a quel richiamo così inconsueto dovesse
rispondere qualcosa di altrettanto insolito. E infatti Virgilio, che gli leggeva
nel pensiero, gli confermò che ben presto si sarebbe materializzato ciò che
lui immaginava confusamente, come in un sogno.

Dante autore a questo punto si rivolge ai lettori. È vero, dice, che per
evitare di essere tacciati come bugiardi, pur non essendolo, fin che si può
non bisogna parlare di verità che possano sembrare menzogne, ma in questo
caso lui non può tacere. Sulle parole della commedia che stanno leggendo –
possa essere loro gradita per molto tempo – giura che attraverso l’aria densa
di fumo egli vide un essere, che avrebbe sbigottito anche la persona più
sicura di sé, salire nuotando verso di lui. Compiva gli stessi movimenti del
marinaio che, dopo essersi immerso nel fondo del mare per disincagliare
un’àncora rimasta incastrata in uno scoglio o in qualcos’altro, risale
protendendo in alto le braccia e raccogliendo le gambe e i piedi per darsi la
spinta.
È la prima volta che Dante designa il genere letterario (commedia) a cui
appartiene il poema; lo farà solo una seconda volta all’inizio del canto
ventunesimo.
CANTO 17
Gerione e gli usurai

«Ecco la fiera con la coda appuntita, alla quale non resistono né montagne
né mura né eserciti! Ecco la fiera che infesta con il suo puzzo il mondo
intero!» disse Virgilio, il quale, poi, fece cenno al mostro di approdare
all’estremità dell’argine di pietra sul quale lui e Dante avevano fino ad
allora camminato.
Il mostruoso Gerione (il cui nome verrà pronunciato molto più avanti) è
nello stesso tempo un demone e un simbolo della frode che dilaga in tutto il
mondo e contro la quale non valgono né protezioni naturali (le montagne)
né mura cittadine né eserciti. Nella sua figura Dante mescola alcuni
elementi della mitologia classica, che faceva di Gerione un mostro a tre
teste, con altri di estrazione biblica come le locuste dell’Apocalisse.
Quella ripugnante immagine di frode obbedì, ma sulla riva appoggiò la
testa e il busto, non la coda (che pendeva nel vuoto). La sua faccia,
dall’aspetto benevolo, era di uomo dabbene; il tronco, di serpente; aveva
zampe artigliate e pelose, il dorso, il petto e i fianchi decorati di lacci e
ghirigori più colorati dei tappeti orientali o dei tessuti orditi da Aracne
(fanciulla che sfidò Minerva nell’arte della tessitura e che dalla dea fu
trasformata in ragno: il mito sarà ricordato nel canto 12 del Purgatorio).
Per il modo in cui si era sistemata sull’orlo di pietra che delimitava il
sabbione dalla parte dell’abisso, con la testa e il busto sulla riva e la coda
nel vuoto, la fiera sembrava una barca tirata in secco solo per metà o un
castoro che dalla riva dà la caccia ai pesci con la coda immersa nell’acqua.
Faceva guizzare la sua estremità biforcuta e velenosa torcendola come fosse
uno scorpione.
Per avvicinarsi al mostro, Dante e Virgilio girarono sulla destra e, fatti
una decina di passi sull’orlo di pietra che li proteggeva dalla pioggia di
fuoco e dalla sabbia rovente, lo raggiunsero. In quel momento, però, Dante
scorse un gruppo di dannati seduti sulla sabbia in prossimità della voragine.
Virgilio lo invitò, affinché completasse la conoscenza del girone, ad andare
da loro per un breve colloquio. In attesa del suo ritorno, lui avrebbe parlato
con la bestia per convincerla a concedere loro le sue forti spalle per
scendere. Dante, allora, si diresse da solo là dove sedevano quelle anime
afflitte.
Queste piangevano e agitavano le mani qua e là per ripararsi ora dalle
falde di fuoco ora dalla sabbia ardente: sembravano i cani che, d’estate, con
il muso o con la zampa scacciano le pulci, le mosche o i tafani che li
pungono. Dante non riconobbe nessuna di quelle anime, ma si accorse che
portavano al collo una borsa da monete, ciascuna con una propria insegna, e
che quelle anime se la mangiavano con gli occhi: su una, gialla, era
disegnato un leone azzurro; su un’altra, rossa, un’oca bianca.
La prima è l’insegna dei Gianfigliazzi, magnati fiorentini aderenti al
partito dei Neri; la seconda è quella degli Ubbriachi, ghibellini (con una
possibile allusione a Ciapo o Lapo degli Ubbriachi, banchiere attivo a
Firenze negli anni Novanta del Duecento).
Un dannato, sulla cui borsa bianca era disegnata una scrofa azzurra e
gravida, disse a Dante: «Che ci fai tu qui? Vattene. Dato che sei ancora
vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà alla mia sinistra. Io
sono l’unico padovano tra questi fiorentini, che più e più volte mi assordano
gridando: “Venga finalmente il più grande dei cavalieri, quello sulla cui
borsa sono disegnati tre capri neri!”». Ciò detto, storse la bocca e tirò fuori
la lingua, come un bue che si lecchi il naso.
A parlare è il banchiere padovano Reginaldo degli Scrovegni, morto nel
1300, padre di quell’Enrico che commissionò a Giotto la decorazione della
cappella di famiglia: preannuncia a Dante la condanna all’Inferno
dell’ancora vivente (morirà nel 1311, cioè dopo che Dante ha scritto questo
canto) Vitaliano del Dente dei Lemizzi, suo genero, e lui pure banchiere.
L’odio evidente di Dante nasce dal fatto che gli Scrovegni tenevano in
pugno la famiglia dei Caminesi, signori di Treviso, alla quale egli si sentiva
legato. Il paragone con il bue che si lecca con la lingua potrebbe alludere,
in modo ingiurioso, a un altro ramo della famiglia Lemizzi, quello dei
Linguadivacca. Il fiorentino, irriso come nobilissimo cavaliere, il cui arrivo
è atteso all’Inferno è Gianni Buiamonti dei Becchi, finanziere e socio in
affari del potente Betto Brunelleschi, guelfo «nero»: condannato nel 1308
per bancarotta fraudolenta, anche lui morirà dopo la stesura del canto, nel
1310.
Dante, temendo che un suo ritardo potesse irritare Virgilio, si affrettò a
raggiungerlo, trovandolo già in groppa al mostro.
«Coraggio,» lo incitò Virgilio «d’ora in poi scenderemo con mezzi come
questo. Monta davanti a me, così la coda non potrà colpirti.»
Dante era sul punto di mettersi a tremare, così come il malato di malaria,
a cui già sono illividite le unghie, sente avvicinarsi il brivido della febbre e
trema anche solo a guardare l’ombra; ma si trattenne per vergogna e si fece
forza, come fa il servo in presenza di un valente signore. Sedutosi su quelle
spalle ripugnanti, avrebbe voluto chiedere a Virgilio di abbracciarlo, ma gli
mancò la voce. Virgilio, però, gli venne come al solito in aiuto, e lo sorresse
stringendolo con le braccia, poi ordinò a Gerione di muoversi, ma
scendendo gradualmente e a larghe volute, dato che portava un carico per
lui inusuale. Il mostro si staccò dalla riva retrocedendo lentamente come
una barca che lascia l’ormeggio e quando si sentì libero di muoversi rivolse
la coda là dov’era il petto: dopo averla distesa, la fece guizzare come
un’anguilla e con le zampe raccolse a sé l’aria come un nuotatore fa con
l’acqua. Dante si ritrovò nel vuoto e senza poter vedere nient’altro che lo
stesso Gerione: si spaventò non meno di quanto si spaventarono Fetonte,
quando lasciò cadere le briglie del carro del Sole dando fuoco al cielo,
come ancor oggi si vede, e lo sventurato Icaro, quando si sentì staccare le
ali dalle spalle, mentre il padre gli gridava che stava sbagliando strada.
Gerione nuotava nell’aria lento lento, planando con volute circolari: Dante
se ne accorse soltanto perché sentiva una leggera brezza sul viso e sotto di
sé.
I miti di Fetonte e di Icaro sono raccontati da Ovidio nelle Metamorfosi:
Fetonte, figlio di Elios (il Sole), aveva ottenuto dal padre di poter guidare
per un giorno il suo carro, ma i cavalli gli presero la mano e così, uscito
dalla giusta traiettoria, incendiò il cielo e la terra (i segni sono ancora
visibili nella Via Lattea); Icaro, insieme al padre Dedalo, era fuggito dal
labirinto in cui erano tenuti prigionieri grazie a un paio di ali attaccate alle
spalle con la cera, ma essendo salito troppo vicino al sole, nonostante le
raccomandazioni del padre, la cera si liquefece e lui precipitò in mare.
A un certo punto Dante udì, sotto di sé a destra, lo scroscio spaventoso
della cascata che si abbatteva sul fondo: sporse la testa e guardò giù. Vide
fuochi e udì pianti e sentì crescere la paura di cadere. Tremando, strinse le
gambe intorno al corpo di Gerione. Poi cominciò a scorgere sotto di sé
atroci scene di tormenti. Si facevano più vicine da ogni lato, e dal loro
progressivo avvicinarsi percepì visivamente, cosa che prima non poteva
fare, che stava scendendo con giri circolari. Come il falcone che è stato a
lungo in volo, per stanchezza, e non per obbedire al richiamo o per aver
avvistato la preda, scende lentamente, con disappunto del falconiere, là da
dove, rapido, si era alzato in volo, allo stesso modo Gerione depose Dante e
Virgilio proprio ai piedi della ripida parete: scaricatili, si dileguò con la
velocità di una freccia scagliata dall’arco.
CANTO 18
Malebolge: ruffiani e seduttori, adulatori

Nell’Inferno c’è un luogo, detto Malebolge, tutto di pietra grigio scura.


Dello stesso colore è la parete rocciosa che lo circonda. Nel suo centro si
apre un pozzo largo e profondo. La zona circolare compresa tra la parete e il
pozzo è suddivisa in dieci fossati. Ne danno un’immagine i castelli
fortificati circondati da una successione di fossi a difesa delle mura; e
proprio come quei castelli hanno piccoli ponti che dalle loro porte arrivano
sino al fossato più esterno, così in Malebolge una serie continua di ponti
rocciosi si diparte dalla base della parete e interseca gli argini e i fossati
convergendo nel pozzo centrale. Fu in questo luogo che Dante e Virgilio si
ritrovarono, una volta che Gerione li aveva deposti a terra.
Malebolge («borse» o «sacche del male») è il nome, di coniazione
dantesca, dell’intero ottavo cerchio, nel quale sono puniti gli inganni
compiuti nei confronti di chi si fida: è un grande anello di pietra,
digradante verso il centro, suddiviso appunto in dieci fossati (o bolge)
collegati da ponti naturali, ciascuno dei quali ospita una distinta categoria
di peccatori. Al centro sprofonda un pozzo sul cui fondo si trova il lago
ghiacciato di Cocito (nono cerchio).
I due svoltarono a sinistra e si incamminarono lungo la parete rocciosa,
sul margine esterno della prima bolgia: sul fondo, alla loro destra, stavano i
dannati, nudi (i ruffiani e i seduttori). Erano divisi in due colonne: una,
nello spazio tra il centro della bolgia e il margine esterno, procedeva in
direzione contraria a quella di Dante e Virgilio, e perciò veniva loro
incontro; l’altra, nella corsia interna, camminava nella loro stessa direzione,
ma più velocemente. Un modo simile di procedere fu escogitato dai Romani
per smistare il grande traffico di pellegrini che, l’anno del giubileo, intasava
il ponte di Sant’Angelo: da un lato del ponte, rivolti verso il Castello,
venivano fatti passare i pellegrini diretti a San Pietro; dall’altro, in direzione
del monte Giordano, quelli che ne venivano.
Il giubileo indetto da Bonifacio VIII (dal 25 dicembre 1299 al 24
dicembre 1300) attrasse a Roma una quantità di pellegrini quale non si era
mai vista in epoca medievale. Che il ponte di Sant’Angelo (detto anche di
San Pietro), l’unico a consentire l’accesso diretto alla basilica di San
Pietro, fosse particolarmente congestionato è dunque credibile, anche se il
fatto non è attestato da altre fonti. È probabile che Dante si sia recato a
Roma per lucrare l’indulgenza e che, pertanto, attinga qui a un ricordo
personale. Il monte Giordano, oggi non più visibile, era una collinetta
situata quasi dirimpetto a Castel Sant’Angelo, sulla riva opposta del
Tevere.
Dagli argini della bolgia diavoli cornuti frustavano i dannati sulla
schiena con lunghi scudisci. Oh, come alzavano i tacchi al primo colpo!
Nessuno aspettava il secondo, e tanto meno il terzo.
Mentre camminava, Dante adocchiò un dannato che gli sembrava di
conoscere: prima si fermò per guardarlo bene, poi, con l’assenso di Virgilio,
ritornò indietro, seguendo il peccatore che nel frattempo era passato oltre.
Questi, sotto i colpi di frusta, cercava di non farsi riconoscere abbassando la
testa. Ma inutilmente, perché Dante gli disse: «O tu che guardi per terra, se
non sei uno che gli assomiglia, sei Venedico dei Caccianemici. Quale colpa
ti condanna a così brucianti frustate?».
«Se ti rispondo» disse quello «è solo perché sentirti parlare come fanno i
vivi mi riporta alla vita di un tempo. Fui io, checché se ne dica, a
convincere Ghisolabella a soddisfare le voglie del marchese Obizzo d’Este.
Non sono il solo bolognese a essere qui tormentato, anzi, in questa bolgia ci
sono più bolognesi di quelli che adesso, tra Sàvena e Reno, dicono “sipa”
(cioè «sì»). Ricordati di quanto siamo avidi, e avrai una prova sicura di ciò
che affermo.»
Mentre parlava un diavolo gli inferse una scudisciata, dicendogli:
«Cammina, ruffiano! Qui non ci sono femmine da prostituire».
Venedico dei Caccianemici, antica famiglia nobiliare di Bologna, fu un
importante uomo politico della seconda metà del Duecento. Guidava la
fazione di Guelfi intransigenti detta dei Geremei, ostile ai Bianchi e
sostenitrice degli Este di Ferrara (ai quali Venedico era legato anche da
rapporti di parentela), storici nemici di Bologna e alleati dei Neri di
Firenze. Saranno proprio i Geremei, saliti al potere nel 1306, a costringere
Dante a fuggire da Bologna, dove si era rifugiato un paio di anni prima:
anche da qui il suo odio nei confronti di questo dannato. Che Venedico
avesse fatto prostituire la sorella Ghisolabella al marchese di Ferrara
Obizzo II (immerso nel sangue bollente insieme ai tiranni nel primo girone
del settimo cerchio) è attestato solo da Dante, evidentemente sulla base di
dicerie correnti. Nel 1300 Venedico era ancora vivo (sarebbe morto nel
1303): perciò Dante, quando nel 1307-1308 scrive questo canto e lo
colloca tra i morti, o commette un errore, o si lascia trascinare dall’odio.
Diverso, come vedremo, sarà il caso del morto-vivente Branca Doria,
immerso nel ghiaccio fra i traditori dei parenti. Il Sàvena e il Reno sono
due corsi d’acqua che, all’epoca di Dante, delimitavano il territorio del
comune di Bologna.
Dante ritornò da Virgilio. Insieme salirono senza sforzo su una roccia
che spuntava dal costone formando un ponte naturale. Giunti sull’arco sotto
il quale passavano i dannati, Virgilio disse a Dante di fermarsi e di
osservare la fila di anime (i seduttori) che procedeva verso di loro sotto le
frustate: siccome camminavano nella loro stessa direzione, prima non aveva
potuto guardarle in faccia. Poi, senza che Dante gli avesse chiesto alcunché,
disse: «Guarda come quel grande procede ancora regalmente, senza
spargere alcuna lacrima di dolore! È Giasone, che con coraggio e astuzia
nella Colchide rapì il vello d’oro del montone. Prima aveva sostato
nell’isola di Lemno, dopo che le donne, spietatamente, vi avevano ucciso
tutti i maschi, e lì, con gesti d’amore e belle parole, aveva sedotto la
giovinetta Isifile, per poi abbandonarla incinta tutta sola. Questa è la colpa
punita dal tormento che vedi, e che rende giustizia anche a Medea, lei pure
ingannata da lui. In sua compagnia camminano coloro che sedussero
fingendo amore».
L’eroe mitico Giasone, con cinquanta compagni detti Argonauti (da
Argo, il nome della nave sulla quale viaggiavano), compì una spedizione
nella Colchide (corrispondente all’incirca all’attuale Caucaso) per
recuperare la pelliccia dorata di un montone là conservata come sacra
reliquia. Durante la traversata sostò a Lemno, un’isola dell’Egeo che era
rimasta priva di maschi perché tutti massacrati, su istigazione di Venere,
dalle donne: qui convisse per due anni con la regina Isifile, che poi
abbandonò, gravida di due gemelli, per proseguire l’impresa con la
promessa, mai mantenuta, di ritornare. Nella Colchide superò difficilissime
prove grazie ai poteri magici di Medea, figlia del re Eeta, che si era
innamorata di lui. Con il suo aiuto si impossessò del vello dorato e fuggì
insieme a lei a Corinto, dove però l’abbandonò per sposare Creusa, figlia
del re Creonte. Medea si vendicò uccidendo i due figli avuti da Giasone.
Dante attingeva queste notizie soprattutto da Ovidio e da Stazio.
Dante e Virgilio, nel frattempo, avevano attraversato il ponticello: dal
punto nel quale esso incrociava l’argine opposto, che a sua volta faceva da
sostegno all’arcata successiva, sentirono dei sommessi lamenti provenire
dalla seconda bolgia; li emettevano dannati (gli adulatori) che soffiavano
rumorosamente con la bocca e le narici, percuotendosi, intanto, con le mani.
Il miasma che esalava dal fondo aveva incrostato le pareti di un marciume
che infastidiva occhi e naso. Siccome l’unico modo per scorgere il fondo di
quel fosso stretto e buio era salire sul punto più alto del ponte, Dante e
Virgilio lo fecero, e da lì videro sotto di loro anime affondate in uno sterco
che pareva proprio quello delle latrine. Frugando in basso con gli occhi,
Dante scorse una testa talmente sporca da non capire se fosse di un laico o
di un chierico.
«Perché ti fissi su di me quando ci sono tanti altri imbrattati di merda?»
gridò quello con rabbia.
«Perché ricordo di averti già visto quando avevi i capelli puliti» gli
rispose Dante. «Tu sei Alessio Interminelli da Lucca: ecco perché fisso te
più degli altri.»
E lui, picchiandosi la zucca: «Sono sommerso quaggiù a causa delle
adulazioni di cui sempre mi sono riempito la bocca».
Di Alessio degli Interminelli (o Antelminelli), cavaliere lucchese, è
attestata la presenza a Firenze negli anni Novanta del Duecento fino all’11
novembre 1299: è probabile che in questa occasione egli rappresentasse i
Bianchi di Lucca e che Dante lo avesse conosciuto allora.
Intervenne Virgilio. «Guarda un po’ più avanti» disse a Dante. «Potrai
vedere proprio in faccia quella sozza e scapigliata donnaccia che, laggiù, si
sta graffiando con le unghie sporche di merda e che per un po’ si piega sulle
cosce, per un po’ si ferma in piedi. È la puttana Taide, quella che alla
domanda del suo amante: “Ti sono molto gradito?” rispose: “Non molto,
moltissimo!”. E con ciò, di questa bolgia abbiamo visto quanto basta.»
La prostituta Taide è personaggio di una commedia di Terenzio
(185/184-159 a.C.), ma qui Dante autore si rifà, equivocando, a un passo
del De amicitia di Cicerone: mentre nella commedia è l’amante che, dopo
aver inviato in dono una schiava a Taide, chiede al parassita che aveva
eseguito la commissione se Taide gliene fosse grata, dal testo ciceroniano
sembra che la richiesta sia rivolta dall’amante a Taide stessa. In ogni caso,
Dante capovolge la domanda latina «Mi sei grata?» in «Ti sono gradito?».
CANTO 19
I papi simoniaci: Niccolò III, Bonifacio VIII, Clemente V

Dante autore inizia questo canto con un’apostrofe a Simon mago e ai suoi
seguaci, detti, appunto, «simoniaci», gli avidi che, in cambio di oro e
argento, prostituiscono in adulterio, cioè in illegittimo possesso, quei beni,
appartenenti solo a Dio, che possono essere dati in matrimonio solamente
alle persone buone. Per voi racchiusi nella terza bolgia, scrive Dante,
adesso suonerà la mia tromba profetica.
I simoniaci sono coloro che vendono o acquistano i beni spirituali, in
particolare le cariche ecclesiastiche. Gli Atti degli Apostoli raccontano che
Simone, un mago di Samaria, chiese a Pietro di poter comprare la facoltà
degli apostoli di trasmettere con il battesimo lo Spirito Santo mediante
l’imposizione delle mani.

Dante e Virgilio erano saliti sul ponte che scavalcava la terza bolgia fino
al punto in cui questo cadeva a perpendicolo sul centro del fossato
sottostante. Le pareti e il fondo, di pietra grigio scuro, erano cosparsi di fori
rotondi tutti della stessa grandezza. A Dante sembrarono identici a quelli
fatti nel suo bel San Giovanni per ospitare i fonti battesimali: non molti anni
prima del 1300, lui ne aveva rotto uno per salvare un bambino che vi stava
annegando.

E questa mia dichiarazione – commenta Dante autore – convinca


definitivamente chiunque a non dare credito a false voci.
Al tempo di Dante, nel fonte battesimale di San Giovanni erano presenti
dei fori, scavati quando il rito per effusione aveva soppiantato quello per
immersione, nei quali erano collocate delle anfore d’argilla contenenti
l’acqua lustrale. L’episodio autobiografico, di cui non abbiamo altre
testimonianze, va messo in relazione con il racconto biblico della rottura
dell’anfora da parte del profeta Geremia: gli abitanti di Gerusalemme si
erano dati a culti idolatrici, e allora Dio aveva ordinato a Geremia di
rompere un’anfora nella valle antistante la Porta dei cocci per profetizzare
loro che la città sarebbe stata distrutta. Rompendo l’anfora dell’acqua
benedetta Dante aveva replicato il gesto e, nello stesso tempo, il messaggio
del profeta biblico: come Geremia si era scagliato contro l’idolatria degli
Ebrei, così lui, con la Commedia, si scaglia contro la moderna idolatria
della Chiesa, ovvero la simonia. È probabile che il gesto di Dante avesse
creato sconcerto o che, addirittura, fosse stato giudicato sacrilego. Da qui
la sua solenne affermazione dei buoni motivi che lo avevano guidato.

Dall’imboccatura dei fori spuntavano solamente i piedi e i polpacci dei


dannati. Avevano tutti le piante dei piedi in fiamme, per cui dimenavano le
articolazioni così forte che avrebbero spezzato corde e funi: come il fuoco
appiccato a un oggetto unto fiammeggia solo sullo strato più superficiale,
così faceva quella fiamma dai calcagni alla punta delle dita.
Dante chiese a Virgilio chi fosse il dannato che, riarso da un fuoco più
vivo, si dibatteva più degli altri compagni di pena. Virgilio gli rispose che,
se avesse accettato di essere portato in braccio fin laggiù, scendendo per il
punto meno ripido della costa, avrebbe saputo direttamente da lui chi fosse
e quali fossero le sue colpe. Dante acconsentì volentieri, e così, attraversato
il ponte, arrivarono sull’argine fra la terza e quarta bolgia, si voltarono e
scesero nel fondo angusto e pieno di fori. Virgilio lo depose solo quando
furono accanto al buco dentro cui il dannato manifestava il suo dolore
dimenando tanto freneticamente le gambe.
Dante, che si era chinato a terra, con l’orecchio vicino all’imboccatura,
come fa il frate confessore se l’assassino già piantato a testa in giù nel
terreno lo richiama indietro per ritardare la morte (gli «assassini», sicari
prezzolati, erano giustiziati per «propagginazione», cioè infilati a testa in
giù in una buca che poi veniva riempita di terra e acqua), domandò a
quell’anima conficcata per la testa di rivelargli chi fosse, se poteva parlare.
E quella gridò: «Sei già qui? Sei già qui, Bonifacio? Il libro del futuro mi ha
dunque ingannato di parecchi anni (i dannati, come detto, possono
conoscere le cose che verranno). Ti sei stancato così presto di quelle
ricchezze per avere le quali non avesti ritegno di sposare con l’inganno la
bella donna (la Chiesa, sposa di Cristo e quindi dei suoi vicari) e poi di
prostituirla?».
A parlare è Niccolò III, papa dal 1277 al 1280, appartenente alla
potente famiglia romana degli Orsini e dai suoi contemporanei
concordemente accusato di aver praticato la simonia a favore dei familiari.
Il foro in cui si trova conficcato è destinato ad accogliere le anime di tutti i
papi simoniaci: i nuovi arrivati spingono verso il basso i predecessori.
Niccolò scambia Dante per Bonifacio VIII, e si stupisce che egli sia morto
prima del previsto (in questo modo Dante può anticipare al 1300 la
condanna all’Inferno di Bonifacio, che morì nel 1303). Bonifacio VIII è qui
accusato di aver ottenuto il pontificato, a cui avrebbe aspirato per brama di
potere e di ricchezze, con l’inganno, cioè incoraggiando, se non addirittura
costringendo, il suo predecessore Celestino V (da Dante collocato tra gli
ignavi) alle dimissioni.
Dante, interdetto e disorientato, non sapeva cosa rispondere. Fu Virgilio
a suggerirgli di dire: «Non sono io quello che credi». Al che il dannato,
indispettito, torse forte i piedi e poi, dolorosamente, disse: «Se non sei
quello, cosa vuoi da me? Se ti importa tanto sapere chi sono, sappi che io
fui rivestito del manto papale e che fui per davvero un figlio dell’orsa
(animale che si riteneva fortemente attaccato alla prole, ma qui anche nel
senso di membro della famiglia Orsini), tanto avido, per avvantaggiare gli
orsacchiotti (i parenti), che su nel mondo ho messo in tasca molte ricchezze
e qui all’Inferno ho messo me stesso in questa tasca. Sotto la mia testa,
spinti giù e schiacciati nelle fessure della roccia, ci sono i papi che mi
hanno preceduto nella simonia; finirò anch’io più in basso, spinto da colui
che credevo tu fossi quando ti ho fatto quella domanda precipitosa. Ma già
ora è più il tempo che ho passato capovolto a cuocermi i piedi di quello che
passerà lui in questa stessa posizione. Da occidente, infatti, verrà un nuovo
papa (Clemente V) dal comportamento ancora più turpe. Calpesterà ogni
legge, e giustamente ricoprirà me e Bonifacio. Sarà un novello Giasone:
quello comprò il favore del suo sovrano, questi farà altrettanto con il re di
Francia».
Niccolò III afferma che è passato più tempo dalla sua morte (1280) ad
allora (1300) di quanto passerà tra la morte di Bonifacio VIII (1303) e
quella del suo successore Clemente V (1314). Questi, il guascone (e perciò
proveniente da occidente) Bertrand de Got, è eletto papa nel 1305 e muore
nell’aprile 1314. Si diceva che il re di Francia Filippo IV il Bello fosse
intervenuto in suo favore nel conclave dietro la promessa di ottenere per
cinque anni le decime della Chiesa nel regno di Francia: da qui il
paragone con il Giasone della Bibbia, che aveva comperato la carica di
sommo sacerdote dal re di Siria Antioco. Dante manifesta tanta ostilità e
disprezzo per Clemente V perché lo ritiene responsabile del fallimento di
Enrico VII, al quale, dopo un iniziale sostegno, aveva fatto mancare il suo
appoggio alla vigilia dell’incoronazione imperiale (1312): di questo
«tradimento» parlerà nel canto 17 del Paradiso; alla sua corruzione
accennerà indignato nel canto 27 sempre del Paradiso. La profezia di
Niccolò III relativa alla morte di Clemente V comporta che questo canto sia
stato, se non scritto, almeno rielaborato nella seconda metà del 1314, poco
prima della pubblicazione dell’Inferno, ultimato ormai da alcuni anni.
Dante autore si chiede se, allora, egli avesse reagito al discorso del papa
simoniaco con troppa temerarietà. Infatti, nonostante la reverenza dovuta a
un papa, la sua risposta era stata di questo tenore: «Ehi, tu, dimmi: quanto
denaro Cristo nostro Signore pretese da san Pietro per consegnargli le
chiavi della Chiesa? Altro non gli chiese se non “Vienimi dietro”. Né Pietro
né gli altri apostoli estorsero oro o argento a Mattia quando questi fu
sorteggiato per sostituire il traditore Giuda (secondo il racconto degli Atti
degli Apostoli). Perciò stattene quieto, che sei giustamente punito, e tieniti
stretto il denaro accumulato con la simonia, quelle ricchezze a causa delle
quali hai ardito opporti a Carlo d’Angiò (probabile allusione alle voci,
peraltro infondate, di un sostegno prezzolato di Niccolò III a una congiura
contro il re di Napoli Carlo I d’Angiò). E se non me lo vietasse il rispetto
dovuto, nonostante tutto, alla dignità pontificale di cui tu fosti investito, le
mie parole sarebbero ancora più dure, perché la cupidigia di voi
ecclesiastici corrompe il mondo, calpestando i buoni e innalzando i
malvagi. Vide proprio voi l’evangelista Giovanni quando vide la grande
meretrice fornicare con i re (nella grande meretrice, Babilonia
nell’Apocalisse, i padri della Chiesa scorgevano la Roma pagana, Dante
invece la Roma papale, cioè la Chiesa), quella meretrice che nacque con
sette teste (i sette sacramenti) e che, finché il suo sposo (il papa) ebbe cara
la virtù, trasse aiuto e vigore da dieci corna (i dieci comandamenti). Vi siete
costruito un dio d’oro e d’argento (come fecero gli Ebrei con il vitello
d’oro): ma quale differenza c’è tra voi e gli Ebrei idolatri se non che essi
pregavano un solo idolo e voi ne pregate cento (ogni moneta d’oro o
d’argento)? Ahi, Costantino, quanto male partorì non la tua conversione al
cristianesimo, ma il dono con il quale per la prima volta facesti ricco un
papa!».
La cosiddetta «Donazione di Costantino» era un documento di fatto
risalente soltanto al IX secolo, ma ai tempi di Dante ritenuto autentico, con
il quale l’imperatore Costantino I (280-337), dopo la sua conversione al
cristianesimo, avrebbe donato a papa Silvestro I la città di Roma. La
«Donazione» era il principale pilastro giuridico sul quale la Chiesa
fondava il proprio potere temporale. Dante, che la ritiene autentica, nel
trattato politico sulla Monarchia contesta la legittimità del dono imperiale.
La donazione sarà deprecata anche nel canto 20 del Paradiso.
Mentre Dante gliele cantava in quel modo, Niccolò III, preso dall’ira o
morso dalla vergogna, ballava agitando i piedi freneticamente.
A giudicare dall’espressione soddisfatta con la quale aveva ascoltato
quelle parole di verità, il discorso di Dante doveva essere piaciuto a
Virgilio. Lo aveva abbracciato e, dopo averlo sollevato ed esserselo stretto
al petto, era risalito per la via da cui era disceso, tenendolo in braccio finché
non era giunto al culmine dell’arcata che scavalcava la quarta bolgia. Lì
depose il suo carico con tutta la delicatezza richiesta da quel luogo
accidentato e scosceso, arduo perfino per le capre. Da lassù, a Dante si aprì
la visione di una nuova bolgia.
CANTO 20
Gli indovini

Adesso – scrive Dante autore – devo mettere in versi un altro tormento, e


questo sarà l’argomento del ventesimo canto della prima canzone, dedicata
ai dannati.
È la prima volta che Dante chiama «canti» i capitoli nei quali sono
suddivise le tre cantiche, qui definite «canzoni».

Dante, che si era sporto dal ponte per osservare il fondo della bolgia,
vide avvicinarsi lentamente una processione di anime che piangevano in
silenzio. Guardando meglio, si accorse che tutte avevano il collo
mostruosamente stravolto e la faccia girata verso la schiena, cosa che le
costringeva a camminare all’indietro. Nemmeno una paralisi avrebbe potuto
ridurre qualcuno in quel modo. Rivolgendosi ai suoi lettori, Dante autore
scrive che essi possono bene immaginare, senza bisogno delle sue parole,
come, di fronte alla visione della forma umana stravolta al punto che le
lacrime colavano nel solco tra le natiche, lui non avesse potuto fare a meno
di piangere. Appoggiato a una sporgenza della roccia, singhiozzava tanto
forte che Virgilio lo rimproverò: «Dopo tutto quello che hai visto reagisci
ancora come gli altri sciocchi? Vera pietà, qui, è non avere pietà. C’è
qualcuno più scellerato degli indovini, convinti di poter forzare le decisioni
di Dio? Solleva gli occhi, e guarda!».
Gli indicò l’ombra di Anfiarao, a cui la terra si era spalancata sotto i
piedi, e che, mentre i Tebani lo dileggiavano chiedendogli: «Dove stai
precipitando? Perché abbandoni la battaglia?», non smise di rovinare in
basso finché non giunse al cospetto di Minosse. Adesso, proprio perché
voleva vedere troppo lontano, camminava all’indietro con le spalle al posto
del petto. E poi quella di Tiresia, da maschio trasformato in femmina per
aver colpito con un bastone due serpenti avvinghiati nella copula, ma
ritornato maschio dopo avere di nuovo colpito la stessa coppia di serpenti.
Il sacerdote Anfiarao è uno dei sette re (fra i quali il Capaneo incontrato
tra i bestemmiatori) che parteciparono all’assedio di Tebe: avendo previsto
con arte divinatoria la morte in guerra, aveva cercato di sottrarsi alla
spedizione, ma, costrettovi, mentre combatteva eroicamente fu inghiottito
da una voragine sotto gli occhi dei tebani e precipitò nell’Ade. Dante qui
interpreta liberamente il racconto della Tebaide di Stazio. Anche l’indovino
Tiresia (padre di Manto, che entrerà in scena fra poco) partecipò alla
guerra tebana. Dante, in questo caso, riprende un racconto delle
Metamorfosi di Ovidio: Tiresia, punito con la trasformazione in donna per
avere bastonato due serpenti durante l’accoppiamento, dopo sette anni,
avendo nuovamente percosso gli stessi due serpenti, riacquistò il suo sesso
originario. In virtù di questa sua esperienza, fu chiamato a dirimere una
controversia tra Giove e Giunone su quale dei due sessi provasse maggiore
piacere nell’amore: schieratosi con Giove, che riteneva fosse quello
femminile, per vendetta fu accecato da Giunone, ma risarcito da Giove con
il dono della preveggenza.
Aronte seguiva Tiresia addossandosi alla sua pancia. Era vissuto in una
caverna tra i bianchi marmi dei monti di Luni, sotto i quali gli abitanti di
Carrara hanno le loro coltivazioni, e da lassù aveva potuto osservare senza
incontrare ostacoli le stelle e il mare.
Aronte è un indovino etrusco che, stando alla Farsaglia di Lucano,
avrebbe predetto la guerra civile tra Cesare e Pompeo. I «monti di Luni»
sono le alpi Apuane, dalle quali si estrae il marmo bianco. Tra il 1306 e il
1307 Dante era stato ospite dei marchesi Malaspina in Lunigiana.
Infine veniva Manto, e lei pure procedeva all’indietro, cosicché Dante
non poteva vederne né i capelli che, sciolti com’era proprio delle maghe,
scendevano a coprirle il seno, né le altre parti pelose del corpo. Siccome,
disse Virgilio, dopo aver vagato per molte terre si era stabilita là dove lui
era nato, adesso desiderava parlargli un poco di quel luogo. E proseguì
raccontando: «Dopo che suo padre Tiresia era morto e Tebe, sacra a Bacco,
aveva perso la libertà, Manto aveva a lungo peregrinato per il mondo. Nella
bella Italia, ai piedi di quelle Alpi che all’altezza del Tirolo delimitano il
confine della Germania, si trova un lago, chiamato Benaco, nel quale si
raccoglie l’acqua che sgorga da innumerevoli fonti nell’arco montano
compreso tra il borgo di Garda e la Valcamonica e al cui centro si
incrociano i confini tra le diocesi di Trento, Brescia e Verona. L’acqua che
non può essere contenuta nel lago defluisce necessariamente dal punto in
cui la riva è più bassa, sulla sponda meridionale, là dove è situata Peschiera,
fortezza ben munita per fronteggiare bresciani e bergamaschi. Il fiume che
così si forma prende il nome di Mincio per l’intero suo corso, dall’inizio
fino a Governolo, nei cui pressi si getta nel Po. Le sue acque, dopo un breve
tragitto dal lago, incontrano un avvallamento, e lì si allargano formando una
palude che, a volte, durante l’estate tende a prosciugarsi. Passando per quel
luogo Manto, vergine crudele, vide in mezzo all’acquitrino un lembo di
terra incolto e disabitato. Desiderosa di fuggire la compagnia umana, vi si
fermò con i servi per esercitarvi le sue arti magiche e vi rimase fino alla
morte. In seguito gli uomini che vivevano sparsi nei dintorni si riunirono in
quel luogo protetto tutto intorno dalla palude. Sulla tomba di Manto
costruirono una città e in memoria di lei, senza ricorrere a sortilegio alcuno,
la chiamarono Mantova. Era molto più popolata prima che i conti di
Casalodi si facessero stoltamente ingannare da Pinamonte dei Bonacolsi. Ti
ho detto tutto ciò affinché, nel caso in cui sentissi raccontare diversamente
l’origine della mia città, nessuna menzogna alteri la verità».
Manto, dopo la morte del padre Tiresia, di cui sarebbe stata aiutante,
era fuggita da Tebe, caduta sotto tirannia, e, dopo aver vagato per molti
anni, si era fermata là dove sarebbe sorta Mantova, che Virgilio, nato nel
vicino villaggio di Andes (identificato con l’odierna Pietole), considera la
sua patria. La lunga digressione vuole correggere le fonti antiche, tra le
quali lo stesso Virgilio, che attribuivano la fondazione della città o a Manto
o a un suo figlio (Dante, invece, afferma che Manto era vergine) o a
pratiche magiche, e riportarla invece all’iniziativa degli uomini. L’accenno
finale al declino della popolazione di Mantova si riferisce a vicende della
seconda metà del Duecento: Pinamonte dei Bonacolsi, ghibellino, nella
guerra tra le grandi famiglie mantovane prima si era alleato con i Casalodi
o Casaloldi (1268), guelfi di antica nobiltà, poi si era rivoltato contro di
loro, li aveva cacciati (1273) ed era diventato signore di fatto della città
fino alla morte (1293). La fortezza di Peschiera era un caposaldo degli
Scaligeri di Verona, ghibellini anch’essi. Nel descrivere le zone del lago di
Garda e del Mantovano Dante può avere attinto a ricordi di viaggi
compiuti durante il suo soggiorno a Verona nel 1303-04.
Dopo averlo rassicurato che la sua spiegazione era così persuasiva da
togliere ogni efficacia a qualunque altra, Dante chiese a Virgilio di
indicargli qualche altro dannato degno di nota. Per primo Virgilio nominò
Euripilo, del quale lui, come Dante sapeva bene, aveva parlato nella sua
sublime tragedia, l’Eneide: Euripilo, la cui barba, a causa della rotazione
del collo, scendeva dalle gote sulle spalle, era stato indovino nel periodo in
cui la Grecia si era svuotata di uomini, partiti per la guerra di Troia, e
insieme a Calcante aveva calcolato il momento propizio perché la flotta
greca salpasse dall’Aulide verso Troia. Poi segnalò per nome alcuni
astrologi moderni: Michele Scoto, di esile corporatura, ma profondo
conoscitore degli inganni che si possono compiere con la magia; Guido
Bonatti e il calzolaio Asdente, che adesso avrebbe voluto, ma era troppo
tardi, essersi occupato solo di riparare scarpe. Infine indicò un gruppo di
streghe, le sciagurate che avevano abbandonato i lavori femminili come il
cucito, la tessitura e la filatura e, fattesi indovine, avevano praticato
malefici con filtri e figure da trafiggere o bruciare.
Nell’Eneide (qui chiamata «alta tragedia» in considerazione del suo
stile elevato, mentre, all’opposto, il poema dantesco è detto «commedia»
all’inizio del canto successivo) Euripilo non è un indovino, ma un semplice
messaggero che riferisce ai Greci il responso dell’oracolo di Apollo. Forse
Dante lo riteneva collegato all’indovino Calcante, il quale aveva suggerito
di sacrificare Ifigenia, figlia di Agamennone, per placare la dea Artemide,
che impediva alle navi greche di salpare. Michele Scoto (1175 ca - prima
del 1236), filosofo scozzese, traduttore di Aristotele e Averroè e autore di un
imponente trattato di astrologia, fu il più famoso astrologo del suo tempo,
molto apprezzato dall’imperatore Federico II, alla cui corte trascorse gli
ultimi anni di vita. Il matematico forlivese Guido Bonatti (1210 ca -
1296/1300) fu invece l’astrologo più famoso della seconda metà del
Duecento, lui pure collegato agli ambienti ghibellini avendo collaborato
nel tempo con Federico II, Ezzelino da Romano e Guido da Montefeltro.
Benvenuto detto Asdente, cioè «sdentato», benché esercitasse il mestiere di
calzolaio a Parma, nella seconda metà del Duecento era un ascoltato
esegeta delle profezie bibliche e profane.
«Ma adesso vieni via» disse Virgilio «perché il sole è sorto a
Gerusalemme e sta tramontando la luna che, come ben ricordi dato che ti fu
di aiuto nella selva in cui ti eri smarrito, ieri notte era già piena.» (Sono
circa le sei del mattino del 26 marzo.)
Dante e Virgilio si misero in cammino parlando tra loro.
CANTO 21
I barattieri: l’anziano di Santa Zita

Seguitando a parlare di cose che Dante autore non ritiene importante riferire
nella sua commedia, passarono dal ponte della quarta bolgia a quello della
quinta: nel punto più alto si arrestarono a osservare la nuova fossa di
Malebolge. Era straordinariamente buia. Come durante l’inverno, quando
non possono navigare, i veneziani fanno bollire nell’arsenale la pece con la
quale calafatare le imbarcazioni danneggiate – e in quei mesi di sosta
forzata c’è chi costruisce una nuova barca, chi chiude con la stoppa le
fessure apertesi nelle fiancate di quelle che hanno molto navigato, chi con il
martello ribatte i chiodi a prua o a poppa, chi fabbrica remi, e chi attorciglia
la canapa per le sartie e rappezza le vele –, allo stesso modo non il fuoco ma
l’arte divina faceva ribollire sul fondo della bolgia una pece densissima che
ne ricopriva le pareti di uno strato vischioso. La superficie della pece era
increspata da bolle che si sollevavano, gonfiavano e poi si disfacevano
scoppiando. Benché scrutasse attentamente, Dante non vi vedeva
nient’altro.
«Bada!» lo mise in guardia Virgilio. A quel richiamo Dante si voltò: alle
sue spalle un diavolo nero stava correndo su per il ponte verso di loro.
Feroce nell’aspetto e crudele nel comportamento, tenendo le ali spalancate
si muoveva leggero sulle punte dei piedi, anche se le sue spalle, aguzze e
sporgenti, erano appesantite da un peccatore riverso all’indietro che lui
teneva artigliato per i garretti.
Dal ponte gridò agli altri diavoli: «O Malebranche, ecco uno degli
anziani di Santa Zita! Mettetelo sotto la pece, mentre io torno a Lucca a
prenderne altri: quella città, dove per denari il no diventa sì, è fornitissima
di questo genere di peccatori. Eccetto Bonturo, sono tutti barattieri». Ciò
detto, lo buttò di sotto e tornò indietro più veloce di un mastino che insegue
un ladro.
Malebranche è il nome collettivo (suggerito dagli artigli, «branche») dei
diavoli della bolgia (ma è anche il nome di una famiglia di Lucca). Qui
sono puniti i barattieri. Ricadevano sotto il reato di baratteria tutte le
malversazioni e le appropriazioni illecite di denaro o beni pubblici, nonché
la compravendita delle cariche, soprattutto elettive: oggi parleremmo di
corruzione, concussione e voto di scambio. La baratteria è uno dei reati di
cui Dante è riconosciuto colpevole nella sentenza di condanna all’esilio. I
barattieri di questo canto sono tutti di Lucca (dove Dante ha soggiornato a
lungo nel 1308), città qui indicata con il nome di una popolana, Zita da
Monsagrati, morta nel 1278, venerata come una santa benché non fosse
canonizzata (lo sarà solo nel 1690). Gli «anziani», tra i quali figura
l’anonimo peccatore portato a spalla dal diavolo, costituivano la più alta
magistratura del Comune lucchese. Quanto al peccatore, esso va
identificato con un tale Martino Bottaio, un guelfo «nero» di estrazione
popolare legato al Bonturo Dati nominato poco dopo: la cosa straordinaria
è che Martino morì proprio il 26 marzo 1300, sicché Dante ne racconta
l’arrivo all’Inferno, potremmo dire, in diretta. Il mercante Bonturo Dati
(ricordato con ironico sarcasmo) è ancora vivo negli anni in cui Dante
scrive questo canto: morirà infatti nel 1325. Fino al 1314 avrà un ruolo di
primo piano nella vita politica lucchese, e poi si trasferirà a Firenze
legandosi strettamente ai Neri.
Il dannato si immerse e poi tornò su piegato in due, ma i diavoli che
stavano sotto il ponte, prima gli gridarono: «Qui non viene esposto il Volto
Santo! Qui si nuota ben diversamente che nel Serchio! (Fiume che scorre
nei pressi di Lucca, nella cui cattedrale è conservato un crocifisso bizantino
chiamato Volto Santo.) Perciò, se non vuoi essere uncinato, non venire fuori
dalla pece». Subito dopo, artigliatolo con innumerevoli ramponi, lo
ributtarono sotto – proprio come fanno gli sguatteri quando immergono la
carne nella pentola e ve la trattengono con gli uncini perché non affiori –, e
intanto gli dicevano: «Qui, diversamente che a Lucca, devi ballare al
coperto, e sgraffignare di nascosto, se mai ci riesci».
Virgilio consigliò a Dante di rannicchiarsi dietro la sporgenza di una
roccia per evitare di essere visto dai diavoli e lo esortò a non avere paura,
qualunque gesto o minaccia avesse visto fare nei suoi confronti, perché lui,
che già altre volte si era scontrato con i demoni, sapeva bene come
comportarsi. Ma poi, raggiunto l’argine al di là del ponte, dovette mostrare
tutto il suo coraggio, perché i diavoli, con la stessa furia con la quale i cani
si avventano contro un mendicante, rivolsero contro di lui tutti i loro
ramponi; e come il mendicante si affretta a chiedere l’elemosina senza
avanzare di un passo, così lui subito gridò: «Fermi tutti! Uno di voi venga
ad ascoltarmi, dopo di che deciderete se uncinarmi». E quelli, in coro:
«Vada Malacoda!» (sia il nome del capo dei diavoli sia quelli di molti altri,
quali Cagnasso, Graffiacane, Scarmiglione, sono coniati su cognomi e
soprannomi attestati a Lucca). Questi allora si fece avanti dicendo fra sé:
«A che mai gli serve?».
Al che Virgilio: «Pensi forse, o Malacoda, che io sia venuto qui,
superando tutti i vostri ostacoli, senza il volere divino? Lasciaci andare,
perché il Cielo vuole che io mostri a qualcuno questo cammino impervio».
A queste parole, Malacoda, deposta ogni arroganza, lasciò cadere a terra
l’uncino. «Non c’è più niente da fare» disse agli altri diavoli. «Non
colpitelo.»
Virgilio, allora, disse a Dante di uscire dal nascondiglio e di raggiungerlo
senza timore. Dante obbedì, ma i diavoli gli si fecero incontro tutti insieme,
tanto che lui ebbe paura che non mantenessero il patto. La stessa paura,
ricorda Dante autore, da lui vista nei fanti che, dopo aver patteggiato la
resa, uscivano dal castello di Caprona, quando si trovarono in mezzo a tanti
nemici.
Dante partecipò al breve assedio che nell’agosto 1289, meno di due
mesi dopo la vittoria di Campaldino, l’esercito fiorentino pose al castello di
Caprona, a poca distanza da Pisa, occupato dalle truppe ghibelline
comandate da Guido da Montefeltro. I difensori del castello si arresero
dopo soli tre giorni.
Intimorito, Dante si strinse a Virgilio, tenendo gli occhi fissi sui diavoli,
che avevano facce minacciose. Abbassavano gli uncini contro di lui e
intanto si dicevano l’un l’altro: «Vuoi che lo colpisca sul groppone?». «Sì,
dàglielo addosso!» Malacoda, però, che stava parlamentando con Virgilio,
si girò di scatto e intimò a uno di loro: «Fèrmati, Scarmiglione!». Quindi
spiegò a Dante e a Virgilio che non avrebbero potuto proseguire di ponte in
ponte perché quello sulla sesta bolgia era crollato e che, se avessero voluto
procedere ugualmente, avrebbero dovuto continuare lungo l’argine fino al
ponte naturale che avrebbero incontrato non molto lontano. «Questo ponte»
precisò «è crollato esattamente 1266 anni e un giorno fa, cinque ore meno
rispetto a quella presente.»
Il ponte è crollato a seguito del terremoto provocato dalla morte di
Cristo, avvenuta, secondo Dante, a 34 anni compiuti, all’ora sesta, cioè a
mezzogiorno. Dunque, adesso sono le sette del mattino del 26 marzo 1300.
Questo è l’unico luogo del poema che indica la data del viaggio.
Malacoda aggiunse che, siccome stava inviando una decina dei suoi a
controllare che un qualche dannato non si tirasse fuori dalla pece per
cercare un po’ di sollievo, loro potevano accompagnarsi al gruppo in tutta
sicurezza. E cominciò a chiamarne per nome i componenti: Alichino,
Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, che pose a capo del drappello; e poi
chiamò ancora Libicocco, Draghignazzo, Ceriatto, Graffiacane, Farfarello e
Rubicante. A costoro ordinò di perlustrare all’intorno la pece bollente e di
non toccare i due fino al successivo ponte di roccia che, integro, scavalcava
le bolge. (Sia l’informazione data da Malacoda a Dante e Virgilio sia
l’ordine da lui impartito ai diavoli sono menzogneri, perché tutti i ponti
sulla sesta bolgia, come si vedrà, sono crollati.) Dante, però, avendo visto i
diavoli digrignare i denti e ammiccare, in segno di intesa con Malacoda, si
spaventò e pregò Virgilio di proseguire da soli, senza quella scorta, tanto lui
conosceva la strada; ma Virgilio gli rispose di non temere e di lasciarli
digrignare a loro piacimento, perché le minacce erano rivolte ai dannati
immersi nella pece.
Svoltarono verso l’argine sinistro, ma prima ciascun diavolo mostrò la
lingua, stretta fra i denti, al capo Barbariccia, il quale rispose usando il culo
a mo’ di tromba.
CANTO 22
Altri barattieri: Ciampolo di Navarra

A me è capitato – comincia Dante autore – di vedere cavalieri mettersi in


marcia, dare l’assalto e sfilare in parata, e qualche volta anche battere in
ritirata; ho visto, o aretini, fare scorrerie nel vostro territorio; ho visto
compiere incursioni a cavallo, combattere tornei e scontrarsi nelle giostre:
tutto ciò accompagnato da segnali, a volte di trombe, a volte di campane,
altre volte di tamburi o di fumate e falò dai castelli, segnali nostrani o
forestieri; mai, però, ho visto muoversi cavalieri, fanti e neppure navi al
suono di una cornamusa così bizzarra, come quella usata da Barbariccia.
Allusione alla guerra tra Firenze e Arezzo proseguita con la spedizione
contro Pisa ricordata nel canto precedente. Le scorrerie fiorentine in
territorio aretino avvengono tra il 1286 e il 1289: in questo periodo si situa
anche il già citato scontro di Pieve al Toppo, nel quale trovò la morte il
Lano senese punito tra gli scialacquatori.

Dante e Virgilio camminavano insieme ai dieci diavoli. Ben feroce


compagnia! – commenta Dante autore. Ma, d’altronde, in chiesa si sta con i
santi e in taverna con i furfanti. L’attenzione di Dante era concentrata sulla
pece, nel tentativo di scorgervi qualcuno dei dannati che vi bollivano
dentro. Per alleviare il tormento alcuni di loro a volte lasciavano emergere
la schiena, per poi nasconderla in un battibaleno: sembravano delfini che
affiorano dall’acqua con il dorso avvisando così i marinai dell’avvicinarsi di
una tempesta. Come i ranocchi stanno sul bordo dei fossi tenendo fuori
dall’acqua solo il muso, lo stesso facevano i dannati su entrambe le sponde,
ma non appena si avvicinava Barbariccia si ritraevano sotto la superficie
bollente come fanno le rane. Càpita, talvolta, che una di loro si trattenga
mentre le altre saltano via: ebbene, Dante vide uno di quei dannati attardarsi
e Graffiacane, che gli era più vicino, agganciargli i capelli impeciati e
tirarlo su, simile a una lontra che il cacciatore estrae dall’acqua. Gli altri
diavoli gridarono in coro: «Rubicante, prendilo con gli artigli e scuoialo!».
Dante pregò Virgilio di chiedere a quello sciagurato chi fosse. Virgilio,
allora, gli si avvicinò e gli domandò dove fosse nato.
«Sono nato nel regno di Navarra» rispose. «Mia madre mi mise al
servizio di un signore, perché quello scioperato di mio padre aveva
scialacquato i propri averi e poi si era suicidato. In seguito, entrai nella
corte del buon re Tebaldo di Navarra, e qui mi diedi alla baratteria.»
Non sappiamo chi sia questo innominato peccatore: i commentatori
antichi lo identificano con un certo Zampòlo o Ciampolo, nella forma
toscana. Un’ipotesi suggestiva, ma priva di appoggi documentari, vedrebbe
in lui il celebre poeta Rutebeuf (attivo nei decenni centrali del Duecento),
nato in Champagne (allora appartenente al regno di Navarra) e in rapporti
con il re Tebaldo II, che regnò dal 1253 al 1270.
Ceriatto lo lacerò con una delle due zanne che gli sporgevano ai lati della
bocca come ai cinghiali: quel povero topo era capitato tra gatte incattivite!
Ma s’intromise Barbariccia: afferrò il Navarrese e, tenendolo stretto con
entrambe le braccia, intimò agli altri diavoli di non muoversi; poi invitò
Virgilio, se desiderava avere ulteriori informazioni dal dannato, a porgli in
fretta altre domande, prima che uno dei diavoli lo facesse a pezzi. Virgilio
allora gli chiese se tra i peccatori immersi nella pece conoscesse qualche
italiano. Quello rispose di avere lasciato da poco uno che proveniva da una
regione vicina all’Italia. Aveva appena finito di esclamare: «Potessi essere
ancora sotto la pece insieme a lui!», che Libicocco, gridando: «Abbiamo
pazientato anche troppo», lo agganciò per un braccio con un rampone e gli
strappò di netto un pezzo di muscolo. Anche Draghignazzo gli diede
addosso, uncinandolo alle gambe. Al che il comandante Barbariccia si volse
tutt’intorno con sguardo minaccioso. Calmatisi un poco i diavoli, Virgilio
chiese subito al dannato, che se ne stava a guardarsi le ferite, chi era il
compagno dal quale aveva detto di essersi separato per venire a riva. E lui
rispose: «Era frate Gomita di Gallura, ricettacolo d’ogni tipo d’inganni:
capitatigli tra le mani i nemici del suo signore, si fece pagare e li lasciò
liberi senza processo, “di piano”, come lui ama dire. Del resto, anche in tutti
gli altri incarichi fu grandissimo barattiere. Con lui fa comunella il signor
Michele Zanche di Logudoro: i due non fanno altro che parlare della
Sardegna».
La Sardegna medievale era divisa in quattro regni o «giudicati»:
Arborea, Cagliari, Gallura e Logudoro. Il frate Gomita, che qui appare
provvisto di formazione giuridica («di piano» [de plano] nel lessico
giudiziario indicava il processo sommario), era probabilmente un ufficiale
del giudice di Gallura Nino Visconti (di famiglia guelfa pisana, associato al
potere con il conte Ugolino della Gherardesca, protagonista del penultimo
canto dell’Inferno; il Visconti, da Dante conosciuto personalmente, sarà
invece uno dei personaggi del canto 8 del Purgatorio). Non sappiamo chi
fossero i nemici lasciati liberi per denaro da Gomita: secondo i
commentatori antichi, Visconti lo avrebbe fatto impiccare a causa di questo
tradimento. Michele Zanche o Zanca, nato a Sassari da nobile famiglia
intorno al 1210, era strettamente collegato ai Doria di Genova, e in
particolare a Branca Doria (che Dante collocherà, morto vivente, fra i
traditori dei parenti), a cui aveva dato in sposa una figlia. Fu fatto
assassinare dallo stesso Doria per motivi a noi oscuri, ma sicuramente
legati agli interessi genovesi in Sardegna.
Il dannato avrebbe parlato ancora, se uno dei diavoli non lo avesse
spaventato digrignando i denti e facendogli così temere il peggio: in effetti,
Farfarello, con gli occhi sbarrati, sembrava proprio sul punto di colpirlo. Il
gran capo Barbariccia, però, lo allontanò. Allora il peccatore, che
dall’accento aveva riconosciuto le regioni d’origine dei suoi interlocutori,
riprese a dire: «Se volete vedere o ascoltare dannati toscani o lombardi, ne
farò venir su dalla pece, purché i Malebranche stiano lontani per non
spaventarli. Quando qualcuno di noi emerge, con un fischio avverte gli altri
che non c’è pericolo: se io, da qui, fischierò, ne farò venire a galla
parecchi».
A queste parole, Cagnazzo, facendo segno di no con la testa, esclamò:
«Ma senti che astuzia ha escogitato costui per buttarsi di sotto!».
Allora l’altro, che era abilissimo nel tendere trappole, replicò: «Non sono
astuto, ma molto malvagio, se procuro ai miei un tormento ancora
peggiore».
Alichino raccolse la sfida e, contro il parere dei suoi, disse al dannato:
«Se ti tuffi, io ti rincorro non di galoppo, ma volando. Ci ritiriamo dalla
sommità dell’argine e ci nascondiamo dall’altra parte: vedremo se tu da
solo sei più bravo di noi».
I diavoli si voltarono verso l’altro lato dell’argine, primo fra tutti
Cagnazzo, che era stato il più restio a prestar fede al Navarrese; questi colse
il momento favorevole: appoggiò i piedi per terra e nello stesso istante si
svincolò dalla presa di Barbariccia e saltò giù. Di ciò ogni diavolo si sentì
colpevole, ma più degli altri Alichino, che era stato causa dell’errore, perciò
si mosse per primo gridando: «Ti prendo!». Ma la sua prontezza non fu
sufficiente, perché le sue ali non furono più veloci della paura del dannato;
questi si tuffò e Alichino dovette tirare su il petto e virare verso l’alto, come
si impenna il falco irato quando l’anatra, nel vederlo avvicinarsi, di colpo si
tuffa sott’acqua. Calcabrina, arrabbiato per la beffa subita, spiccò il volo,
desideroso che il dannato sfuggisse alla cattura per avere l’occasione di
azzuffarsi con Alichino. E infatti, non appena il barattiere scomparve nella
pece, con gli artigli ghermì il suo compagno. Questi però si dimostrò un
falco ancora più aggressivo nell’artigliarlo, e così caddero entrambi in
mezzo alla pece bollente. Scottati, per il bruciore si separarono subito, ma
non poterono alzarsi in volo perché le loro ali erano incrostate di pece.
Barbariccia, indispettito non meno degli altri, ordinò a quattro dei suoi di
volare sull’altro argine con i loro ramponi: i diavoli si appostarono
velocemente su entrambe le rive, e da lì allungarono gli uncini ai due che,
ormai, si erano ben cotti dentro la crosta di pece.
Dante e Virgilio se ne andarono lasciandoli in quegli impicci.
CANTO 23
Gli ipocriti: due frati Godenti

Senza più la compagnia dei diavoli, Dante e Virgilio camminavano per un


luogo disabitato come due frati minori, in silenzio, uno dietro l’altro. Dante
pensava alla favola di Esopo della rana e del topo e al fatto che la sua
morale si applicava perfettamente alla rissa a cui aveva assistito.
Il topo chiese alla rana di aiutarlo ad attraversare un fiume. Questa
finse di acconsentire: lo caricò sulla schiena e, dicendo di farlo per la sua
sicurezza, lo legò a sé per una zampa. A metà del fiume si immerse
cercando di trascinare sott’acqua il topo ma, mentre questi si dibatteva in
superficie, sopraggiunse un nibbio che lo afferrò portando in cielo con sé
anche la rana legata alla preda. La favola era notissima al tempo di Dante
perché contenuta nelle raccolte in latino che circolavano nelle scuole sotto
il nome di Esopo (autore greco vissuto nel VI secolo a.C.).
Da questo pensiero, però, ne nacque un altro che moltiplicò lo spavento
da lui provato in precedenza, e cioè che i diavoli, rimasti beffati da un
peccatore per causa loro, si sarebbero subito messi all’inseguimento e,
siccome adesso la rabbia si univa alla loro naturale malvagità, sarebbero
stati più inferociti di un cane che cerca di addentare la lepre. Con i capelli
dritti per la paura, non cessava di prestare attenzione a ciò che poteva
succedere alle sue spalle. Infine, si decise a implorare Virgilio: «Maestro,
nascondiamoci subito, ho una gran paura dei Malebranche. Già me li sento
addosso».
Virgilio, il quale non solo aveva percepito ciò che Dante immaginava
prima ancora che glielo manifestasse, ma nutriva un’identica
preoccupazione, rispose che avrebbero cercato di sottrarsi all’inseguimento
dei diavoli calandosi nella bolgia successiva. Era necessario, però, trovare
un punto nel quale il pendio della parete fosse più dolce. Non aveva
neppure finito di parlare che Dante vide i diavoli arrivare volando, ed erano
già vicini. Virgilio non perse tempo: come una madre che, svegliata dal
rumore di un incendio e, vistesi le fiamme addosso, afferra il figlio, scappa
e, preoccupata più della sua incolumità che del proprio decoro, non si ferma
nemmeno un momento per indossare almeno una camicia, così Virgilio
prese Dante in braccio e, tenendolo stretto al petto proprio come fosse un
figlio, si lasciò scivolare sulla schiena giù dalla scarpata della parete
rocciosa che delimitava uno dei lati della sesta bolgia. Aveva appena messo
i piedi sul fondo pianeggiante quando gli inseguitori apparvero sulla
sommità dell’argine, proprio sopra di loro. Ma a quel punto non avevano
più niente da temere: Dio, infatti, impedisce ai diavoli di uscire dalla bolgia
di cui sono i custodi.
Nella nuova bolgia trovarono dannati (gli ipocriti), all’apparenza colorati
di vernice, che piangendo camminavano molto lentamente, quasi distrutti
dalla stanchezza. Indossavano cappe pesanti con i cappucci calati sugli
occhi della stessa foggia di quelle che usano i benedettini di Cluny: ma
queste all’esterno erano d’oro abbagliante (da qui l’impressione che i
peccatori fossero colorati) e all’interno di piombo, e perciò tanto pesanti
che al loro confronto le cappe di piombo di cui l’imperatore Federico II
rivestiva i condannati sarebbero risultate leggere come paglia.
Nella grande e ricca abbazia benedettina di Cluny, in Borgogna, nel X
secolo era nato il movimento riformatore dei cluniacensi. A questi monaci
venivano rimproverati l’eleganza e il lusso dell’abbigliamento. Quanto a
Federico II, si diceva che egli mettesse a cuocere i condannati per lesa
maestà dopo averli rivestiti di una tunica di piombo che li uccideva
fondendosi: di questa pena, però, non c’è traccia nella legislazione
federiciana. Dante sembra avallare leggende diffuse dalla propaganda
guelfa ed ecclesiastica.
Dante e Virgilio cominciarono a muoversi nella stessa direzione dei
dannati, ma siccome questi, a causa del peso, camminavano troppo
lentamente, a ogni passo se ne trovavano accanto di nuovi, ragion per cui
Dante pensò che fra i tanti che ne scorgevano Virgilio dovesse riconoscerne
qualcuno noto per le sue azioni o il suo casato, e gli chiese di indicarglieli.
Virgilio non ebbe bisogno di rispondere perché un dannato, che camminava
dietro di loro, sentita la parlata toscana gridò: «Fermatevi, voi che andate
così di corsa! Forse io posso soddisfare la richiesta».
E Virgilio a Dante: «Aspettalo, e poi regola il passo sul suo».
Dante si fermò. Vide due dannati. Sul loro viso traspariva un grande
desiderio di raggiungerlo, ma li rallentavano il peso delle cappe e la strada
ingombra di compagni di pena. Una volta arrivati dov’era lui, lo guardarono
a lungo di sbieco, in silenzio. Poi si misero a parlare tra loro: «Da come
respira, questo qui sembra vivo» si dicevano. «Se invece sono morti tutti e
due, per quale privilegio camminano senza la veste di piombo?»
Infine si rivolsero a Dante: «O toscano, che ti trovi qui fra gli ipocriti,
per cortesia, dicci il tuo nome».
E Dante: «Sono nato e cresciuto nella grande città presso il bel fiume
Arno, e sono qui con il mio corpo. Ma chi siete voi, che spargete lacrime
così copiose? Che pena tanto abbagliante è la vostra?».
«Le cappe dorate sono fatte di piombo» rispose uno dei due «e sono così
spesse che per il peso ci fanno gemere, come i carichi troppo pesanti fanno
cigolare le bilance. Fummo entrambi di Bologna, entrambi frati Godenti: il
mio nome era Catalano, Loderingo quello di costui. La tua città ci chiamò a
ricoprire in coppia la carica di podestà, per la quale, di solito, si chiama una
sola persona, con il compito di mantenere la pace: gli effetti di come lo
svolgemmo si vedono ancor oggi dalle parti del Gardingo.»
I bolognesi Catalano dei Malavolti (1210 ca - 1285), guelfo, e
Loderingo degli Andalò (1210 ca - 1293), ghibellino, appartenenti entrambi
all’ordine religioso, fondato dallo stesso Loderingo nel 1260, dei Cavalieri
della Milizia della Beata Vergine Maria (detto dei «frati Godenti», in
quanto aperto anche ai coniugati che praticavano attività mondane), nel
1266, dopo la disfatta dei Ghibellini a Benevento, furono nominati in
coppia podestà di Firenze (carica che veniva affidata a una personalità
esterna alla città) allo scopo di garantire l’equilibrio tra le parti. Secondo
Dante, essi condussero una politica ipocrita a favore dei Guelfi vincitori e
ai danni dei Ghibellini sconfitti, tanto che questi, l’anno dopo, vennero
cacciati e le loro proprietà immobiliari rase al suolo. Ancora nel 1300,
nella zona di Firenze situata nei pressi dell’attuale Palazzo Vecchio che
prendeva nome dalla torre del Gardingo, erano visibili le macerie delle
case degli Uberti, abbattute in quell’occasione con la proibizione di
ricostruire su quell’area.
Dante aveva pronunciato le prime parole di risposta: «O frati, i vostri
mali…», quando si interruppe perché gli era caduto l’occhio su uno che era
crocifisso per terra con tre picchetti di legno (invece che con i chiodi).
Accortosi della sua presenza, il dannato cominciò a contorcersi per la rabbia
e a sospirare rumorosamente, quasi soffiasse nella barba.
Catalano, che aveva capito perché Dante si era interrotto, prese la parola:
«Crocifisso qui per terra» gli disse «stai osservando Caifa, che consigliò ai
farisei di suppliziare un uomo solo, e ciò per il bene del popolo. Disteso
nudo di traverso, come vedi bene, deve sopportare il peso di chiunque passa
di qua. In questa bolgia subiscono lo stesso tormento suo suocero Anna e
tutti i membri del consiglio che deliberò la morte di Cristo, principio delle
sventure degli Ebrei».
Caifa, sommo sacerdote, nel sinedrio di Gerusalemme chiese la
condanna a morte di Cristo con la motivazione che era preferibile
sacrificare una singola persona piuttosto che rischiare sommosse popolari.
Motivazione ipocrita, perché in realtà agiva per interesse personale. Anna,
suo suocero e suo predecessore nella carica sacerdotale, aveva condotto
l’interrogatorio di Cristo.
Virgilio, ripresosi dallo stupore suscitatogli da quel dannato crocifisso,
chiese ai frati Godenti se sull’argine interno ci fosse un passaggio attraverso
il quale lui e Dante potessero uscire dalla bolgia senza dover ricorrere
all’aiuto di qualche diavolo. Catalano gli rispose che un ponte di roccia, più
vicino di quanto lui potesse sperare, partendo dalla cerchia più esterna
valicava tutte le bolge, salvo quella in cui si trovavano, perché lì era
crollato. Tuttavia potevano salire su per le macerie.
Virgilio rimase un poco pensieroso, a testa bassa, e poi mormorò:
«Dunque Malacoda mentiva».
E il frate, con sarcasmo: «Fra i tanti vizi che ho sentito attribuire al
diavolo dai teologi bolognesi, c’è anche quello di essere bugiardo».
Virgilio si allontanò in fretta, con il volto un po’ corrucciato dall’ira;
Dante allora lasciò i dannati con le cappe di piombo e lo seguì.
CANTO 24
I ladri: Vanni Fucci

In pieno inverno la brina del mattino imbianca il suolo come fosse neve, ma
a differenza di questa ben presto si dissolve, e così capita che il pastorello,
uscito di casa in cerca di foraggio per le bestie, vedendo la campagna tutta
bianca rientri sconfortato senza sapere che fare, ma che poi esca di nuovo e
si riconforti nel constatare come i campi in poco tempo abbiano cambiato
aspetto, e allora, impugnato il bastone, conduca le pecore al pascolo. Allo
stesso modo, la paura che aveva preso Dante nel vedere Virgilio così
turbato in volto fu ben presto medicata dal constatare che, una volta giunti
alle macerie del ponte crollato, questi lo guardava con la stessa dolcezza di
quando lo aveva visto per la prima volta ai piedi del colle illuminato dal
sole. Dopo avere esaminato attentamente la frana, e deciso quale fosse la
via migliore per arrampicarsi, Virgilio afferrò Dante con decisione e lo
spinse verso l’alto. Ne guidava l’arrampicata segnalandogli a quali
sporgenze aggrapparsi, ma solo dopo aver saggiato con le mani se potevano
reggere il suo peso. Quella non era certo una via che si sarebbe potuta
percorrere con una cappa indosso! Con gran fatica riuscivano a salire di
sasso in sasso, tanto che, se quell’argine tra le due bolge non fosse stato più
basso del precedente, dato che l’intero cerchio di Malebolge declinava
verso l’imboccatura del pozzo centrale, forse Virgilio, che era uno spirito,
non avrebbe avuto problemi, ma Dante, per quanto sostenuto e sospinto
dalla sua guida, non ce l’avrebbe fatta. Finalmente arrivarono in cima: a
Dante mancava il fiato, al punto da non poter più muovere un passo, e così,
appena giunto, si mise a sedere. Virgilio lo rimproverò. Era ora che
scacciasse da sé la pigrizia: fra i cuscini e sotto le coperte non si acquista
fama, e chi muore senza fama lascia nel mondo una traccia di sé più labile
del fumo nell’aria o della schiuma nell’acqua.
«E dunque, alzati!» lo incitò. «Con la forza della volontà vinci la
stanchezza che ti toglie il fiato! Con quella forza si può vincere ogni
battaglia, se non ci si fa prostrare dal peso del corpo. Non basta esserci
lasciati gli ipocriti alle spalle, ci attende una salita molto più lunga di
questa.»
Dante si alzò in piedi, facendo mostra di sentirsi molto più in forze di
quanto non fosse. «Vai,» disse «io sono pronto.»
Sull’argine la via era stretta e irta di spuntoni. Dante camminava e
intanto, per nascondere la propria debolezza, parlava. Fu per averlo sentito
che dal fondo della settima bolgia qualcuno pronunciò parole confuse.
Benché si trovasse al culmine del ponte che valicava la fossa, Dante non ne
comprese il significato: gli parve solo che a parlare fosse stato qualcuno in
movimento. Guardava in basso, ma l’oscurità gli impediva di vedere
distintamente il fondo. Allora chiese a Virgilio di raggiungere l’altro argine.
Virgilio accondiscese volentieri. Arrivati alla fine del ponte, alla
congiunzione con l’argine opposto, gli si aprì la visione della bolgia. Vi
erano ammassati serpenti terribili di specie diverse. Il deserto libico non
potrebbe vantarsi di possederne tanti e così velenosi nemmeno se si unisse
con l’intera Etiopia e con l’Arabia. In mezzo a quella crudele e ripugnante
massa di rettili correvano nudi i dannati: non potevano sperare in un buco in
cui rifugiarsi e neppure nell’elitropia (una pietra simile allo smeraldo alla
quale era attribuito il potere di rendere invisibili e di annullare l’effetto dei
veleni). Correvano con le mani legate dietro la schiena con serpi, le quali,
inoltre, spingevano la testa e la coda lungo le reni e si annodavano intorno
al ventre.
All’improvviso un serpente si avventò contro un dannato che si trovava
vicino alla riva dove erano Dante e Virgilio e lo morse alla nuca. In un
momento quello prese fuoco e cadde a terra incenerito. La cenere sparsa per
terra si riunì per forza propria e, in un istante, riprese la forma umana: i
grandi sapienti attestano che la fenice, quando giunge al suo
cinquecentesimo anno di vita, muore e rinasce allo stesso modo. Come
l’epilettico caduto a terra privo di sensi perché posseduto da un demonio o a
causa di un’ostruzione dei vasi sanguigni, quando si rialza si guarda attorno
ancora stordito da ciò che ha provato e, guardando, sospira, così si
comportava quel peccatore dopo che si era rialzato.
Nel Medioevo l’epilessia mantiene il carattere di morbo sacro che aveva
presso gli antichi, ma la sacralità si trasforma in diabolicità. Dante, però,
distingue: la perdita dei sensi e la conseguente caduta a terra possono
essere causati da possessione demoniaca oppure da un’occlusione o
ostruzione (oppilazione) dei vasi sanguigni: sarebbe un eccesso di umori, di
varia natura, a determinare l’ostruzione totale o parziale dei ventricoli del
cervello.
Virgilio domandò al dannato chi fosse, e lui rispose: «È da poco tempo
che dalla Toscana sono precipitato in questa fossa crudele. A me piacque
vivere da bestia, come piace al mulo, che peraltro io fui («mulo» significava
anche bastardo). Sono Vanni Fucci detto “Bestia”, e Pistoia fu la mia degna
tana».
Dante, allora, si rivolse a Virgilio: «Digli di non svignarsela e chiedigli
quale colpa lo abbia spinto fin quaggiù: per come io l’ho conosciuto, era un
violento e un iracondo».
Giovanni, figlio illegittimo di Guelfuccio dei Lazzàri, fu un guelfo di
parte «nera» coinvolto in violenze sia private sia politiche negli anni
Ottanta e Novanta del Duecento: bandito da Pistoia nel 1295, morì poco
prima del 1300. Nel 1292 aveva militato tra le truppe fiorentine durante la
guerra contro Pisa legandosi a Nino Visconti; poi aveva esercitato il
mestiere di mercenario e, infine, si era messo a capo di una banda che
infestava la zona tra Pistoia e Prato. Dante può averlo conosciuto in uno
dei suoi soggiorni a Firenze.
Il peccatore non fece finta di non aver sentito: indispettito, alzò
arditamente il viso rosso di rabbia verso Dante e disse: «Che tu mi
sorprenda in questa miserabile condizione mi addolora più di quanto mi
addolorai quando mi fu tolta la vita. Ma non posso non risponderti: mi trovo
sprofondato così in basso (e non tra i violenti del settimo cerchio) perché
rubai il tesoro della sacrestia di San Iacopo, furto che, allora, fu
erroneamente imputato ad altri. Non voglio però che tu gioisca di avermi
visto in questo stato, e perciò apri bene le orecchie e ascolta cosa ti
preannuncio, se mai uscirai dall’Inferno: dapprima Pistoia si spopolerà dei
Neri cacciandoli, poi Firenze muterà governi e governanti. Il pianeta Marte
farà uscire dalla Val di Magra, in Lunigiana, un fulmine avvolto da nuvole
fosche: sul Campo Piceno nuvole e fulmine combatteranno una battaglia
aspra e violenta, finché il fulmine, d’un tratto, squarcerà le nuvole e tutti i
Bianchi saranno colpiti. Te lo dico perché tu ne soffra!».
Il trafugamento del tesoro della cappella di San Iacopo, nel duomo di
Pistoia, avvenne tra il 1293 e il 1294: in un primo tempo ne fu accusato un
certo Rampino di Ranuccio Foresi, poi scagionato. Vanni Fucci predice
avvenimenti del 1301 e 1302: nel maggio 1301 i Guelfi «bianchi» di
Firenze, che da alcuni anni esercitano il potere a Pistoia, divisa tra due
fazioni guelfe, dovendo lasciare la balìa (ovvero la potestà di governo)
della città, ne bandiscono in via preventiva i Guelfi «neri»; nei primi giorni
di novembre, con l’aiuto determinante di Carlo di Valois, i Neri fiorentini
compiono un colpo di Stato, al quale seguirà, nel gennaio 1302, il bando
dei Bianchi, tra i quali Dante. Nel settembre 1302 il marchese Moroello
Malaspina di Giovagallo, in Lunigiana (qui simboleggiato dal fulmine), a
capo dell’esercito fiorentino e lucchese, dopo un assedio conquistò il
castello di Serravalle nel territorio pistoiese (da Dante designato
classicamente come Campo Piceno) sconfiggendo i Bianchi di Pistoia
(simboleggiati dalle nuvole). La «bianca» Pistoia si arrenderà alle truppe
fiorentine, sempre comandate da Malaspina, solo nel 1306, dopo quattro
anni di terribile assedio. Moroello, benché guelfo «nero», dal 1306 alla sua
morte nel 1315 è il maggior protettore di Dante.
CANTO 25
Altri ladri e ancora Vanni Fucci

Alla fine del suo discorso il ladro (Vanni Fucci) fece le fiche con entrambe
le mani, le alzò al cielo e gridò: «Prendi, Dio, è a te che le indirizzo!».
«Fare le fiche» era un gesto osceno e ingiurioso consistente nel mettere
il pollice tra l’indice e il medio della mano chiusa a pugno per alludere
all’organo sessuale femminile.
Da allora, commenta Dante, i serpenti mi furono cari, e ciò perché una
serpe si avvolse al collo del ladro come per dirgli: «Non parlare più», e
un’altra alle braccia, e lo legò, annodandosi sul davanti, in modo che gli arti
superiori non potessero più fare alcun movimento.

Dopo di che Dante autore esplode in un’invettiva: «Ahi, Pistoia, Pistoia,


perché non decidi di incenerirti, tu che superi in malvagità i tuoi fondatori?
(Secondo la tradizione, i seguaci di Catilina, che congiurò contro la
Repubblica e morì in battaglia a Campo Piceno nel 62 d.C.) In tutti i
tenebrosi gironi dell’Inferno non ho visto uno spirito più superbo contro
Dio, nemmeno quello che precipitò dalle mura di Tebe (Capaneo,
incontrato tra i bestemmiatori del settimo cerchio)».

Fatte le fiche, il ladro fuggì senza proferire parola, mentre un centauro si


avvicinava gridando rabbiosamente: «Dov’è? Dov’è il ribelle?». Sulla
groppa, fino a dove cominciava l’aspetto umano, aveva più bisce di quante
se ne potevano trovare in Maremma. Un drago con le ali spalancate,
collocato sulle sue spalle, dietro la nuca, soffiava fuoco su chiunque gli
capitasse davanti.
«Costui è quel Caco» disse Virgilio «che sotto la rupe dell’Aventino
sparse molto sangue. Non percorre il primo girone del settimo cerchio come
gli altri centauri perché con l’inganno rubò i buoi lasciati da Ercole nelle
vicinanze; le sue iniquità cessarono proprio a causa di quel furto: Ercole,
infatti, lo colpì cento volte con la sua mazza, ma lui era già morto al decimo
colpo».
Caco è un mostro mitologico che Dante trasforma in creatura diabolica.
Nell’Eneide Virgilio racconta che Caco, un predone particolarmente
crudele, aveva sottratto a Ercole alcuni capi di bestiame usando lo
stratagemma di trascinarli per la coda affinché le tracce non rivelassero
dove li nascondeva, ma che Ercole, scopertolo, lo uccise a colpi di clava.
Mentre Virgilio stava ancora parlando, il centauro era già passato oltre.
Nel frattempo sotto di loro erano arrivati tre spiriti. Dante e Virgilio si
accorsero della loro presenza soltanto quando li sentirono chiedere stupiti:
«Voi chi siete?». Virgilio allora smise di parlare, per ascoltarli. Lì per lì
Dante non li riconobbe, ma capitò che uno dei tre ne menzionasse un altro
domandando: «Cianfa dove sarà rimasto?». Al che, avendo riconosciuto il
nome di un fiorentino, messo un dito davanti alla bocca Dante fece cenno a
Virgilio di tacere.
Cianfa è il primo dei cinque ladri di Firenze presentati in questo canto.
Sembra trattarsi di un Donati (come il Buoso che apparirà più avanti), già
morto nel 1289.
All’improvviso un serpente con sei zampe si slanciò contro uno dei tre
spiriti e si avvinse a lui con tutto il corpo. (Il serpente è il Cianfa appena
nominato, che ha subìto una trasformazione in rettile; la sua vittima più
avanti sarà chiamata Agnello, forse un Agnolo dei Brunelleschi, famiglia
ghibellina.) Con le zampe centrali gli cinse la pancia, con quelle anteriori le
braccia, poi gli addentò interamente la faccia; distese le zampe posteriori
lungo le cosce del dannato e tra esse infilò la coda, che fece poi risalire
sulla schiena. Incollati l’uno all’altro come fossero di cera calda e
malleabile, i due mescolarono i loro colori: ciascuno aveva perso la forma
precedente.
Gli altri due spiriti osservarono la scena ed esclamarono: «Ohimè,
Agnello, come ti stai mutando!».
La testa formatasi dalla compenetrazione dei corpi mostrava, fuse
insieme, la fisionomia dell’uomo e quella del serpente. Le braccia del
dannato e le zampe anteriori del serpente da quattro si ridussero a due; le
cosce e il ventre dell’uomo, unendosi alle zampe e al busto del serpente,
crearono una mostruosità indescrivibile: la nuova creatura conservava
entrambi gli aspetti e nessuno dei due. Quell’essere così orribilmente
trasformato si muoveva con grande lentezza.
Ma ecco che un serpentello grigio scuro, sprizzante fuoco dalla bocca,
più fulmineo di un ramarro che nella calura estiva attraversa la strada da
una siepe all’altra, balzò verso la pancia degli altri due dannati, ne morse
uno all’ombelico e cadde immobile ai suoi piedi. (Il serpentello, come
vedremo, è l’anima di Francesco Guercio Cavalcanti, mentre la vittima è
Buoso Donati.) Il morsicato lo guardò in silenzio, lui pure immobile, e
sbadigliò come se avesse un attacco di sonno o di febbre. Mentre i due si
osservavano l’un l’altro, dalla ferita del dannato e dalla bocca del
serpentello uscivano grandi volute di fumo che si scontravano.

Davanti a ciò che sto per descrivere, proclama Dante autore (ricorrendo
alla figura retorica della iactatio, consistente nel dichiarare di aver
superato in bravura i grandi predecessori), taccia Lucano, che racconta di
Sabello e Nasidio morsi dai serpenti, e taccia anche Ovidio, che descrive le
metamorfosi in serpente di Cadmo e in fonte di Aretusa. Io non ho nulla da
invidiargli, perché lui ha narrato solo la metamorfosi da una natura in
un’altra, e non, come io sto per fare, lo scambio contemporaneo e speculare
di due nature.
Nella Farsaglia Lucano racconta di due soldati di Catone morsi da
serpenti nel deserto libico: a Sabello si putrefanno le carni; Nasidio si
gonfia perdendo l’aspetto umano. Nelle Metamorfosi Ovidio descrive la
trasformazione di Cadmo, fondatore di Tebe, in serpente e della ninfa
Aretusa, inseguita dal fiume Alfeo, in fonte.

Mentre al serpentello si biforcava la coda, al morsicato si univano i piedi


e le gambe si fondevano interamente tra loro. La coda biforcuta del primo
assumeva l’aspetto delle gambe che si dileguavano del secondo; e la pelle,
che in questi si induriva, nell’altro diventava più molle. Quanto più le
braccia del morsicato si accorciavano rientrando nel busto, tanto più si
allungavano le zampe anteriori del serpentello. Quelle posteriori,
attorcigliatesi, si trasformarono in un membro virile, laddove il membro del
morsicato si protendeva diviso in due. Mentre il fumo dava all’uno il colore
dell’altro e all’uno faceva crescere i peli e all’altro li toglieva, il serpentello
si levò in piedi e il morsicato cadde per terra. Non smettevano di guardarsi
intanto che il loro volto cambiava aspetto. Quello che si era alzato in piedi
ritrasse il muso verso le tempie e l’eccesso di materia ivi accumulatosi
fuoruscì su entrambi i lati formando le orecchie; la materia restante foggiò
il naso e le labbra umane. Quello che si era steso a terra allungò la faccia e
fece rientrare le orecchie nella testa, come fa la lumaca con le corna; la sua
lingua, che era unita e atta a parlare, si biforcò; quella già biforcuta
dell’altro, invece, si compattò. A questo punto il fumo smise di fuoruscire
da entrambi.
L’anima trasformata in rettile fuggì sibilando per la bolgia; l’altro gli
tenne dietro cercando di parlare, ma poi si girò e disse all’unico dannato che
non aveva mutato aspetto: «Mi fa piacere che ora tocchi a Buoso correre
carponi per questa bolgia come ho già fatto io».
Buoso di Forese Donati (nipote del Buoso Donati vittima dell’inganno di
Gianni Schicchi Cavalcanti raccontato nel trentesimo canto) era zio
paterno di Corso, ma per Dante contava soprattutto che fosse il padre di
Gasdia, moglie del giurista Baldo d’Aguglione, che egli considerava suo
nemico personale.

Ecco, conclude Dante autore, le continue metamorfosi di ladri che ho


visto nella settima bolgia: se il mio racconto è un po’ confuso, mi scusi la
novità della materia.

E sebbene la vista di Dante fosse annebbiata per il turbamento, i tre


dannati non poterono fuggire così di soppiatto da impedirgli di riconoscere
distintamente Puccio Sciancato dei Galigai (ghibellino bandito da Firenze
nel 1268), il solo dei tre a non avere subìto alcuna metamorfosi; l’altro (il
serpentello che aveva assunto figura umana), invece, era colui a causa del
quale ancor oggi piange il castello di Gaville.
Gaville è un castello del Valdarno confiscato nel 1289 da Firenze alla
famiglia ghibellina degli Ubertini. L’episodio a cui Dante allude è oscuro:
sembrerebbe che un Francesco Cavalcanti detto Guercio fosse stato ucciso
da uomini del castello e che, per vendicarlo, i Cavalcanti avessero
attaccato Gaville dando origine alla faida che fa piangere i suoi abitanti.
CANTO 26
I tessitori di inganni: Ulisse

Godi, Firenze! La fama della tua grandezza non solo vola per il mondo
intero, ma si diffonde in tutto l’Inferno! Tra i ladri ho trovato cinque tuoi
cittadini così spregevoli che me ne vergogno e certo tu non ne acquisti
onore. Ma, se è vero che i sogni fatti all’alba si avverano, allora tu proverai
ben presto le sventure che Prato, per non dire di altre città ancor più
nemiche e potenti, ti augura ardentemente. Se ti colpissero oggi, sarebbe
sempre troppo tardi: ma siccome è ineluttabile che ti colpiscano, lo facciano
subito, perché mi daranno tanto più dolore quanto più invecchio. (La
predizione dei prossimi mali che si abbatteranno su Firenze non sembra
riferirsi a eventi specifici.)
Pronunciata l’invettiva, Dante autore riprende a raccontare.

Virgilio risalì, tirandosi dietro Dante, su per gli scalini che prima, nello
scendere, li avevano fatti impallidire, poi entrambi proseguirono, non senza
l’aiuto delle mani, su per il ponte di roccia che valicava l’ottava bolgia
(dov’erano puniti i tessitori di inganni e i consiglieri di frodi).

Lo spettacolo che vidi da lassù – commenta Dante – e che ancora mi


addolora quando lo ricordo, fece sì che da allora io tenga a freno la mia
intelligenza più di quanto non avessi fatto prima, affinché non si metta a
correre senza la guida della virtù, e mi privi io stesso, in tal modo, di quel
bene donatomi dagli astri favorevoli (la costellazione dei Gemelli che
splendeva al momento della sua nascita) o da una potenza superiore.
Dall’alto del ponte Dante vide il fondo della bolgia cosparso di fiamme:
erano tanto numerose quanto le lucciole che in un crepuscolo di inizio
estate il contadino, dal colle dove si sta riposando, vede risplendere giù
nella vallata, forse proprio là dove sono i suoi campi e le sue vigne. Ogni
fiamma si muoveva sul fondo del fossato senza lasciare intravvedere ciò
che nascondeva: ciascuna celava un’anima. Allo stesso modo il profeta
Eliseo vide partire il carro di fuoco di Elia quando i cavalli si levarono al
cielo impennandosi, ma, seguendone poi con gli occhi l’ascesa, non scorse
altro che una fiamma salire come una nuvoletta.
La Bibbia narra che un carro infuocato, trainato da cavalli anch’essi di
fuoco, rapì il profeta Elia sotto gli occhi del suo discepolo Eliseo
portandolo fino al cielo.
Dante stava in piedi sul ponte: era talmente preso da ciò che vedeva che,
se non si fosse tenuto a una sporgenza, sarebbe caduto, anche senza essere
urtato da qualcuno. Virgilio, vistolo così attento, gli spiegò che dentro a
ogni fiamma ardeva un dannato.
«Adesso ne sono sicuro» disse Dante «ma l’avevo intuito già prima, e
infatti anche in precedenza volevo chiederti chi c’è in quella fiamma che si
muove verso di noi con la cima divisa in due, come se si sprigionasse dalla
pira sulla quale Eteocle fu posto insieme al fratello Polinice.»
Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si uccisero l’un l’altro sotto le mura di
Tebe. I loro cadaveri vennero collocati su una stessa pira, ma la fiamma si
divise in due, a testimoniare che l’odio che li aveva divisi in vita perdurava
anche dopo la morte.
Virgilio rispose che nella fiamma erano tormentati Ulisse e Diomede,
accomunati nella punizione come lo erano stati nel provocare la collera
divina. Il fuoco puniva l’inganno del cavallo, con cui furono aperte le porte
di Troia, attraverso le quali fuggirono i nobili progenitori dei Romani;
puniva l’astuzia che aveva indotto Achille ad abbandonare Deidamia e che
di ciò si lamentava anche da morta; puniva il furto della statua di Pallade.
I Greci Ulisse e Diomede sono tra gli eroi più famosi della guerra di
Troia: il primo celebre per l’astuzia, il secondo per il coraggio. Notissimo è
lo stratagemma del cavallo di legno, al cui interno erano nascosti Ulisse e
altri valorosi soldati, grazie al quale i Greci riuscirono a penetrare nella
città e a distruggerla. Dopo molte peripezie, i Troiani superstiti
approdarono nel Lazio, sotto la guida di Enea, e fondarono Roma.
Deidamia era stata sedotta da Achille nell’isola di Sciro, dove la madre Teti
lo aveva nascosto sotto abiti femminili per impedirgli di partecipare alla
guerra di Troia, nella quale sapeva che sarebbe morto. Ulisse e Diomede,
giunti sull’isola, lo smascherarono e lo convinsero a partire per Troia. Nel
Purgatorio Dante dirà che Deidamia si trova nel Limbo, e dunque è lì che
ancora piange il tradimento di Achille. La statua di Pallade Atena
proteggeva la città di Troia: Ulisse e Diomede riuscirono a penetrare nella
rocca dove era conservata, uccisero i guardiani e la rubarono. Dante
attinge le sue informazioni dall’Achilleide di Stazio e dall’Eneide.
Dante, allora, pregò con insistenza la sua guida di aspettare che la
fiamma bipartita si avvicinasse, qualora le anime in essa nascoste avessero
potuto parlare: provava un così forte desiderio di ascoltarle che già si
protendeva in quella direzione. Virgilio accettò, ma con l’avvertenza che a
parlare sarebbe stato lui stesso, perché, trattandosi di Greci, notoriamente
superbi, forse a Dante non si sarebbero degnati di rispondere. E così,
quando la fiamma fu vicina, Virgilio cominciò con solennità: «O voi due
che state dentro a un’unica lingua di fuoco, se in vita ho acquisito qualche
merito presso di voi scrivendo l’Eneide, in cui celebro molte delle vostre
gesta, fermatevi, e Ulisse racconti dove si smarrì e incontrò la morte».
La più alta delle due fiamme cominciò ad agitarsi come fosse scossa dal
vento e a mormorare in modo indistinto, poi iniziò a parlare – la cima, che
si muoveva di qua e di là, sembrava essere la sua stessa lingua – e disse:
«Quando mi separai da Circe, che con le sue lusinghe mi tratteneva da più
di un anno nell’isola vicina a quel luogo che poi Enea avrebbe nominato
Gaeta, né la tenerezza per il figlio né la devozione per il padre né l’amore di
sposo per Penelope poterono vincere il mio ardente desiderio di conoscere il
mondo, i vizi e le virtù degli uomini; e così, invece di dirigermi verso la
Grecia, mi spinsi in alto mare con una nave soltanto e con quei pochi
compagni che non mi avevano abbandonato. Esplorai entrambe le sponde
del Mediterraneo, quella europea fino alla Spagna e quella africana fino al
Marocco, la Sardegna e le altre isole di quel mare».
Dante, che non conosceva l’Odissea, sapeva di Circe, di come la maga
avesse legato a sé Ulisse e trasformato in porci i suoi compagni, dalle
Metamorfosi di Ovidio; dal poema di Virgilio, invece, aveva appreso che
Enea aveva battezzato Gaeta con il nome della sua nutrice (Caieta) là
tumulata.
«Quando arrivammo a quell’angusto passaggio (lo stretto di Gibilterra)
dove Ercole aveva collocato le due colonne per ammonire i naviganti a non
inoltrarsi nell’oceano, i miei compagni ed io eravamo diventati dei vecchi
senza forze. Dopo aver superato sulla destra Siviglia e sulla sinistra Ceuta
(in Africa, di fronte a Gibilterra), parlai loro e dissi: “Fratelli, che attraverso
innumerevoli pericoli siete giunti all’estremo occidente, nei pochi anni di
vita che ancora ci restano non rifiutatevi di conoscere il mondo disabitato al
di là del sole. Considerate la vostra origine: non siete stati creati per vivere
come bestie, ma per mirare alla virtù e al sapere”. Con questo breve
discorso li spronai a tal punto che a fatica avrei potuto trattenerli dal
mettersi in viaggio: e dunque, rivolta la poppa a oriente (cioè dirigendoci a
occidente), ci lanciammo, come se i remi fossero ali, in quel volo temerario.
Navigavamo piegando sempre verso sinistra (cioè verso l’emisfero
australe). Ormai, di notte, potevamo vedere tutte le stelle del polo
meridionale, mentre quelle del polo settentrionale restavano nascoste sotto
l’orizzonte. Erano passati cinque mesi dal giorno in cui avevamo intrapreso
quella rotta pericolosa quando in lontananza ci apparve una montagna di
colore indistinto: mai ne avevo visto una più alta. (È la montagna del
Purgatorio, situata agli antipodi di Gerusalemme, la cui cima, sulla quale è
collocato il Paradiso terrestre, si eleva al di sopra dell’atmosfera.) Ci
rallegrammo, ma subito la nostra gioia si convertì in pianto: da quella terra
che ci era appena apparsa si levò un vento turbinoso che colpì la parte
anteriore della nave. Questa girò per tre volte nel gorgo creato dal turbine;
alla quarta sollevò in alto la poppa e con la prua si inabissò fino a che il
mare non si richiuse su di noi.»
L’Odissea, peraltro – come detto – ignota a Dante, non parla della fine
di Ulisse, ma da vari autori latini Dante poteva ricavare la notizia favolosa
di un suo viaggio nell’oceano; la navigazione agli antipodi e il naufragio in
vista della montagna del Purgatorio restano comunque una sua invenzione.
CANTO 27
I consiglieri di inganni: Guido da Montefeltro

La fiamma di Ulisse, finito di parlare, si levava dritta e acquietata. Con il


permesso di Virgilio si stava già allontanando quando un’altra fiamma,
subito dietro di lei, attirò l’attenzione di Dante e della sua guida a causa
dell’indistinto mormorio che usciva dalla sua punta. Le parole del dannato,
non trovando un passaggio né un’apertura attraverso il fuoco, all’inizio si
tramutarono in crepitio, proprio come i lamenti del suppliziato dentro il toro
siciliano, da lui stesso fabbricato, si trasformavano in muggiti, cosicché
sembrava che quel toro di rame sentisse dolore.
L’ateniese Perillo aveva costruito per Falaride, tiranno di Agrigento, un
toro di bronzo al cui interno erano chiusi i condannati a morte e che poi
veniva arroventato: le grida dei torturati uscivano dal toro simili a muggiti.
Il primo a sperimentare lo strumento di tortura, per ordine di Falaride, fu
lo stesso Perillo.
Ma dopo che le parole, trovata la loro strada, ebbero impresso alla punta
la stessa vibrazione con la quale la lingua le pronunciava, da quella fiamma
uscì il seguente discorso: «O tu (Virgilio), che or ora dicevi in lombardo:
“Istra (adesso) puoi andare, non ti spingo più a parlare” (sono le parole con
le quali Virgilio, nativo del Mantovano e perciò di lingua lombarda, aveva
congedato Ulisse), anche se forse non puoi fermarti ancora, non ti
dispiaccia di restare a parlarmi: non dispiace a me, che pure brucio nel
fuoco! Se sei appena precipitato all’Inferno da quella dolce terra italiana
nella quale commisi le mie colpe, dimmi se i romagnoli sono in pace o in
guerra. Io nacqui nel Montefeltro, tra Urbino e il monte da cui esce il
Tevere aprendosi un varco».
Virgilio toccò il fianco di Dante, che si sporgeva dal ponte, e gli disse:
«Parla tu, questi è un italiano».
E Dante, che già aveva pronta la risposta, cominciò senza indugio: «I
tiranni della tua Romagna, come sempre, covano la guerra nei loro cuori,
ma in questo momento non ce n’è nessuna in corso (nel maggio 1299 era
stata stipulata una pace tra Bonifacio VIII e le città romagnole, soggette al
potere della Chiesa). Ravenna è nella stessa condizione in cui si trova da
molti anni: l’aquila dei Polentani la tiene sotto di sé e con le sue ali arriva a
coprire anche Cervia. Forlì, che resistette a lungo all’assedio e fece dei
francesi una catasta sanguinolenta, si trova ancora sotto gli artigli del leone
verde. Malatesta il Vecchio da Verrucchio e suo figlio Malatestino, che
fecero strazio di Montagna dei Parcitadi, mordono ancora Rimini come
mastini. Il leone in campo bianco, che cambia partito con le stagioni, regge
Faenza e Imola. Cesena, come giace tra la pianura e la montagna, così sta in
bilico fra tirannide e governo libero».
La famiglia dei da Polenta, sul cui stemma campeggiava un’aquila, si
era impadronita del potere a Ravenna nel 1275; nel 1283 Bernardino da
Polenta, fratello della Francesca uccisa da Gianciotto Malatesta, prese il
controllo di Cervia. Il leone verde è l’insegna della famiglia Ordelaffi. La
ghibellina Forlì fu espugnata dall’esercito franco-pontificio, dopo un lungo
assedio, nel 1283; il 1° maggio 1282 le truppe forlivesi, comandate da
Guido da Montefeltro, avevano inflitto una sanguinosa sconfitta alla
cavalleria francese. La famiglia guelfa dei Malatesta – Malatestino era
fratello di Paolo e Gianciotto – si era insignorita di Rimini nel 1290; nel
1295 catturarono e uccisero crudelmente Montagna dei Parcitadi, capo
della fazione ghibellina a loro ostile. Il leone in campo bianco è l’insegna
di Maghinardo Pagani di Susinana, ghibellino in Romagna, ma in Toscana
fedele ai Guelfi di Firenze, per i quali combatté a Campaldino; nel canto 14
del Purgatorio Guido del Duca lo chiamerà «demonio».
«Ma adesso,» concluse Dante «ti prego, dicci chi sei; non essere meno
cortese di quanto io sia stato, e possa il tuo nome durare nel mondo.»
Prima la fiamma cominciò a crepitare, poi mosse la punta di qua e di là
e, infine, disse: «Se io pensassi di rispondere a una persona che potesse
ritornare nel mondo, non pronuncerei una sola parola, ma siccome da
questo abisso nessun vivente è mai ritornato, ti risponderò senza temere che
le mie parole mi procurino infamia».
Parla l’anima di Guido da Montefeltro (1220 ca - 1298), la più
importante personalità ghibellina della seconda metà del Duecento e uno
dei più famosi condottieri del secolo: vicario di Corradino di Svevia,
comandante dello schieramento ghibellino in Romagna, capitano delle
truppe pisane nella guerra contro Firenze, nel 1296 si fece frate
francescano. La sua conversione fu presentata dal partito guelfo come una
vittoria politica di Bonifacio VIII. Sul rapporto di Guido con il papa è
impostato l’episodio dantesco, mirato a screditare la figura del condottiero
e l’affidabilità dell’uomo politico piegatosi a collaborare con il suo
principale nemico.
«Io fui soldato, e poi frate francescano. Credevo che vestendo quell’abito
avrei scontato i miei peccati, e lo avrei creduto giustamente, se il papa – che
gli pigli un accidente! – non mi avesse fatto ricadere nelle vecchie colpe:
voglio che tu sappia come e perché. In vita non ho agito con la forza del
leone, ma con l’astuzia della volpe. Conoscevo tutti gli stratagemmi, tutte le
trame oscure; seppi utilizzare l’arte dell’inganno con tanta abilità che la mia
fama si estese fino ai confini del mondo. Quando arrivai alla vecchiaia, età
nella quale tutti dovrebbero calare le vele, ritirare le sartie e rifugiarsi in
porto, gli inganni di cui mi compiacevo mi vennero in odio, e così, pentito,
mi feci frate: e ciò, ahimè, avrebbe giovato alla mia salvezza. Ma il capo dei
nuovi farisei (i moderni prelati simoniaci), avendo intrapreso una guerra nei
pressi del Laterano (il palazzo di Roma allora sede del papa e della curia) –
e non guerreggiando contro i saraceni e nemmeno contro i giudei, ché
nessuno dei suoi nemici aveva aiutato gli infedeli a espugnare San Giovanni
d’Acri (l’ultima fortezza cristiana in Palestina, caduta nel 1291) o aveva
trafficato nei paesi del Sultano –, non ebbe nessun rispetto né per il
ministero di sommo pontefice né per il suo stato sacerdotale e nemmeno per
l’abito francescano che indossavo. Come l’imperatore Costantino fece
chiamare papa Silvestro dalla grotta in cui si era rifugiato affinché lo
guarisse dalla lebbra (e a seguito della guarigione, dice la leggenda, si
convertì al cristianesimo), così questo papa mi fece chiamare affinché,
come un medico, lo guarissi dalla sua febbre di dominio. Mi domandò un
consiglio, ma io rimasi muto, perché le sue parole mi parvero deliranti. E
allora lui ricominciò: “Non temere di peccare; ti assolvo già ora, ma tu
insegnami come radere al suolo Palestrina. Io posso chiudere e aprire le
porte del Cielo: per questo sono due le chiavi che il mio predecessore non
ebbe care”. (Allusione ironica e sarcastica al rifiuto di Celestino V, da
Dante collocato – come detto – tra gli ignavi.) Di fronte a così pesanti
argomentazioni mi parve che il tacere sarebbe stato la scelta peggiore.
“Padre,” risposi “giacché tu mi assolvi dal peccato che sto per commettere,
sappi che a farti trionfare su Palestrina sarà il promettere a lungo e il
mantenere per poco tempo.”»
Dal maggio 1297 Bonifacio VIII era in guerra con i Colonna, una delle
più potenti famiglie romane. Era una guerra privata che il papa non aveva
esitato a elevare al rango di crociata, cosa che Dante stigmatizzerà anche
nel canto 27 del Paradiso. Nei mesi successivi erano cadute tutte le fortezze
dei Colonna, tranne Palestrina, dove si erano rifugiati i cardinali Pietro e
Iacopo. Sappiamo che Bonifacio aveva cercato a lungo di convincere alla
resa i Colonna asserragliati, anche con promesse evidentemente
menzognere se nel maggio 1298, dopo la loro resa, fece evacuare la città e
la rase al suolo. Non possiamo escludere che Guido da Montefeltro abbia
effettivamente avuto un ruolo in questa vicenda, ma il famigerato consiglio,
piuttosto deludente per la pochezza del suo contenuto, o è un’invenzione di
Dante o, più probabilmente, circolava oralmente.
«Dopo la mia morte, san Francesco venne a prendermi, ma un diavolo
gli disse: “Non portarlo con te, non farmi questo torto. Deve venire giù tra
gli altri miei servi. È da quando ha dato il consiglio ingannatore che gli sto
addosso pronto ad acciuffarlo per i capelli: il principio di non
contraddizione impedisce che ci si possa pentire e si voglia peccare nello
stesso tempo”. Ohimè, che brutto risveglio fu il mio quando mi prese
dicendomi: “Forse tu non pensavi che io fossi maestro di logica!”. Mi portò
da Minosse; questi avvolse per otto volte la coda intorno alla schiena e poi,
dopo averla morsa rabbiosamente, sentenziò: “Ecco un peccatore da
nascondere dentro al fuoco”. Per questo sono qui, dannato a patire rivestito
di fiamme.»
Quando ebbe finito di parlare, la fiamma si allontanò agitando la punta.
Dante e Virgilio proseguirono fino al ponte che sovrastava la bolgia nella
quale erano puniti i colpevoli di avere provocato discordie.
CANTO 28
I seminatori di scismi e discordie: Maometto, Pier da Medicina,
Bertran de Born

Chi mai potrebbe riferire compiutamente, si chiede Dante autore, anche


servendosi della prosa e anche raccontandoli più volte, il sangue e le ferite
che ho visto in questa nona bolgia? Il linguaggio e la memoria degli uomini
non hanno la capacità necessaria per contenere e descrivere l’intera serie di
quegli orrori. Anche se si mettessero insieme tutti coloro che nella
tormentata terra di Puglia hanno versato il loro sangue nelle guerre
provocate dall’arrivo dei Troiani o in quella lunghissima che, come scrive
l’infallibile Livio, procurò ad Annibale un così ricco bottino di anelli d’oro,
con coloro che furono feriti per resistere a Roberto il Guiscardo e con gli
altri le cui ossa ancora si ammucchiano a Ceprano, dove i pugliesi
mancarono alla parola data, e presso Tagliacozzo, dove l’anziano Alardo
vinse con uno stratagemma, e anche se tutti questi caduti mostrassero le
loro mutilazioni, ebbene, sarebbe comunque impossibile eguagliare la
ripugnante condizione della nona bolgia.
Il primo riferimento è alle guerre sostenute dai Troiani di Enea per
stabilirsi in Italia e alla seconda guerra punica, in particolare alla strage
di Canne (216 a.C.), nella quale i Cartaginesi depredarono i cadaveri di
ventimila Romani. Il secondo riferimento è ai combattimenti che il principe
normanno Roberto il Guiscardo, nominato duca di Puglia (1059), dovette
sostenere per un ventennio per conquistare e consolidare il ducato (ne farà
cenno il canto 18 del Paradiso). Nella guerra tra Manfredi, figlio di
Federico II, e gli Angioini, la fortezza di Ceprano si arrese al re di Napoli
per il tradimento dei baroni pugliesi che la custodivano: di qui la
successiva sconfitta di Manfredi a Benevento (1266). Corradino di Svevia,
nipote di Federico II, fu sconfitto a Tagliacozzo (1268) da Carlo I d’Angiò
grazie a una mossa strategica suggeritagli dal cavaliere crociato Erard
(Alardo) di Valéry.
Dante scorse un dannato aperto dal mento fino a dove si scorreggia –
mai la perdita del fondo avrebbe squarciato una botte in quel modo –: le
budella pendevano tra le gambe ed erano visibili le interiora e il sacco che
trasforma in merda ciò che gli uomini ingoiano. Mentre Dante era intento a
osservarlo, il dannato lo fissò, con le mani si aprì il petto, e disse: «Guarda
come mi squarcio! Guarda come è storpiato Maometto! Davanti a me, con
la faccia spaccata dal mento all’attaccatura dei capelli, cammina Alì. (Dante
condivideva la credenza del tempo che l’Islam nascesse da uno scisma
nell’ambito della cristianità: Maometto in un primo tempo sarebbe stato un
prelato cristiano; Alì è il cugino e genero di Maometto, fondatore della
setta degli sciiti.) Tutti i dannati che qui vedi, da vivi seminarono discordie
e scismi: per questa colpa sono così divisi (con evidente contrappasso).
Alle mie spalle c’è un diavolo che, quando abbiamo completato il giro della
bolgia e le nostre ferite si sono rimarginate, ci concia in questo modo,
tagliandoci di nuovo con la spada. Ma chi sei tu, che te ne stai a guardare
dal ponte forse per prendere tempo e ritardare il viaggio verso la pena che ti
è stata assegnata?».
«Costui non è morto» gli rispose Virgilio «e non è dannato; io, che
invece sono morto, ho il compito di condurlo giù di cerchio in cerchio
affinché abbia completa conoscenza dell’Inferno.»
A quelle parole, più di cento dannati si fermarono a guardare Dante pieni
di meraviglia, dimentichi della loro pena.
«Dunque» proseguì Maometto con un piede già sollevato per andarsene,
«dato che, forse, tra breve rivedrai il sole, di’ a frate Dolcino che, se non
vuole raggiungermi qui tra poco tempo, si munisca di viveri, in modo che i
novaresi non ottengano, grazie all’assedio della neve, quella vittoria che per
loro sarebbe arduo conquistare con le armi.» Poi, messo il piede a terra, si
allontanò.
Dolcino Tornielli di Novara, capo della setta eretica degli apostolici, di
ispirazione pauperistica, nel 1306 si rifugiò in Val Sesia per sottrarsi alla
crociata indetta contro di lui da novaresi e vercellesi con la benedizione di
papa Clemente V. Assediato sul monte Zebello, nel marzo 1307 fu costretto
ad arrendersi per mancanza di cibo, dovuta anche all’isolamento provocato
dalla neve, e nel giugno successivo venne fatto a pezzi e bruciato.
Maometto, dunque, predice avvenimenti accaduti poco tempo prima che
Dante scrivesse questo canto.
Uno dei dannati che per lo stupore si erano fermati a guardare – aveva la
gola perforata, il naso troncato e un solo orecchio – prima degli altri aprì la
gola, all’esterno tutta rossa di sangue, e disse: «Tu, che non sei dannato e
che io ho visto in Italia – a meno che tu non assomigli molto a qualcun altro
–, se ti capiterà di tornare a vedere la dolce pianura che da Vercelli digrada
a Marcabò (castello allora situato alle foci del Po) ricordati di Pier da
Medicina. E fa’ sapere a Guido e ad Angiolello, i più ragguardevoli
cittadini di Fano, che, se è vero, come è vero, che noi all’Inferno possiamo
prevedere il futuro, loro saranno chiusi in un sacco e gettati in mare presso
la costa di Cattolica, e sarà un tiranno sleale a tradirli. Mai il Mediterraneo,
da Cipro a Maiorca, ha visto un delitto così infame, né per mano di pirati né
per mano di naviganti greci. Li tradirà il guercio Malatestino Malatesta,
signore di Rimini, città che un tale, qui vicino a me, vorrebbe non avere mai
visto: li inviterà a conferire con lui e poi, annegandoli, farà in modo che essi
non debbano più votarsi a Dio per scampare al vento che soffia dalle alture
di Focara».
Di Pier da Medicina, un romagnolo – Medicina è situata una ventina di
chilometri a est di Bologna – che qui afferma di aver conosciuto Dante
prima dell’esilio, non sappiamo niente di sicuro: secondo gli antichi
commentatori, avrebbe fomentato discordie fra i signori di Romagna e in
particolare tra Fano e la Rimini dei Malatesta. Lui e i successivi Curione e
Mosca dei Lamberti rientrano nella categoria dei sobillatori di discordia
nella società civile. Anche l’episodio dell’uccisione dei due fanesi non è
documentato. I due chiusi nel sacco e gettati in mare potrebbero essere
Guido del Cassero e Angiolello da Carignano, capi, rispettivamente, del
partito guelfo e di quello ghibellino di Fano. Il loro assassinio per mano di
Malatestino Malatesta, detto «dall’occhio» in quanto monocolo, sembra
avvenuto nell’ambito di un tentativo dei Malatesta di intromettersi nelle
cose di Fano: Malatestino avrebbe invitato i due capipartito rivali a un
incontro in campo neutro (su una imbarcazione?) e poi li avrebbe fatti
sopprimere, forse al largo di Cattolica, liberandoli una volta per tutte, dice
Pier da Medicina con sarcasmo, dai pericoli della navigazione, ostacolata
in quella zona dal vento detto «focarese». Anche questo delitto dovrebbe
essere avvenuto poco prima della composizione del canto.
«Se vuoi che io rechi notizia di te nel mondo» gli rispose Dante
«indicami e nomina colui al quale fu funesta la vista di Rimini.»
Allora il dannato afferrò con la mano la mascella del compagno, gli
spalancò la bocca e gridò: «È proprio lui, ma non parla più! Questi, esiliato,
sciolse il dubbio di Cesare affermando che a chi è pronto l’indugiare sempre
porta danno».
E adesso, commenta Dante, il Curione che era stato così audace nel
pronunciare quelle parole se ne stava lì avvilito con la lingua tagliata.
Il tribuno della plebe Gaio Scribonio Curione, bandito da Roma in
quanto cesariano, raggiunse Cesare a Rimini e, scrive Lucano, lo convinse
ad attraversare il Rubicone (49 a.C.), dando così inizio alle guerre civili.
Un dannato con entrambe le mani mozzate levò in alto i moncherini – e
così il sangue gli colava sulla faccia – e gridò: «Ricordati anche del Mosca.
Fui io, ahimè, a pronunciare la frase “Ciò che è fatto è fatto”, da cui ebbero
origine i mali dei toscani».
«E la fine della tua stirpe» continuò Dante.
A quelle parole il dannato, che al dolore della pena aggiungeva quello
per la fine della sua famiglia, se ne andò come fuori di sé.
Mosca dei Lamberti (di cui Dante aveva chiesto notizia a Ciacco), morto
nel 1243, fu uno dei capi del partito ghibellino di Firenze. I cronisti
raccontano che nel 1216, essendo Buondelmonte dei Buondelmonti venuto
meno alla promessa di matrimonio con una donna degli Amidei, questi si
consultarono con i membri del clan, fra i quali i Lamberti, su come
vendicare l’offesa, e che risultò decisivo il consiglio di Mosca di non
limitarsi a ferire l’offensore ma di ucciderlo, per evitare le conseguenze
imprevedibili di una vendetta a metà. L’uccisione di Buondelmonte è
ritenuta anche da Dante la causa che scatenò la rivalità tra Guelfi e
Ghibellini (ne parlerà anche nel canto 16 del Paradiso). Nell’ambito delle
guerre tra i due partiti, i Lamberti furono banditi nel 1268 e, come gli
Uberti, non più riammessi in patria.
Mosca se ne andò, ma Dante rimase a osservare la processione dei
dannati e assisté a uno spettacolo che, non avendo nessun’altra
testimonianza a sostegno, avrebbe paura di riferire, se non lo rendesse
sicuro la coscienza di dire il vero. Vide un busto senza testa camminare non
diversamente dagli altri, ma tenendo in mano per i capelli il capo mozzato,
a penzoloni come una lanterna. La testa fissava Dante e Virgilio, e intanto
sospirava lamentandosi. Il dannato la usava per guardare, come fosse una
lampada. Come possa accadere, commenta Dante, che due parti del corpo
siano una sola e quell’una sia divisa in due, lo sa solo Dio. Quando si trovò
proprio sotto il ponte, il dannato alzò in alto il braccio che teneva la testa
per avvicinarla a Dante e Virgilio, in modo che potessero sentire le sue
parole.
«Tu che, pur respirando, ti aggiri tra i morti, guarda questa pena atroce,
guarda se ce n’è altra peggiore. Affinché tu possa portare ai vivi notizia di
me, sappi che io sono Beltram dal Bornio. Io diedi i malvagi consigli a re
Enrico il giovane, io inimicai il padre e il figlio l’uno contro l’altro:
nemmeno Achitofel fece peggio di me con Davide e Assalonne. Siccome ho
diviso persone così strettamente congiunte, porto il mio cervello diviso dal
cuore: in me è pienamente rispettato il contrappasso, il rapporto tra pena e
colpa.»
Bertran de Born (1140 ca - 1215), visconte di Hautefort (Altaforte), fu
uno dei più celebri trovatori del suo tempo (nel De vulgari eloquentia Dante
lo ricorda tra i poeti che si sono distinti nel cantare le armi). Risale alle vite
romanzate dei trovatori la notizia che egli abbia istigato Enrico, detto il «re
giovane», a ribellarsi, tra il 1173 e il 1174, al padre Enrico II Plantageneto,
re d’Inghilterra. La Bibbia racconta che Achitofel istigò Assalonne contro il
padre Davide, di cui Achitofel era stato consigliere. Bertran de Born e il
Geri del Bello che apparirà all’inizio del canto che segue rientrano nella
categoria dei seminatori di discordia all’interno delle famiglie.
CANTO 29
Geri del Bello. Gli alchimisti: Griffolino d’Arezzo e Capocchio

Di fronte alla moltitudine di dannati di quella bolgia e alle orribili ferite che
gli passavano davanti, Dante avrebbe desiderato fermarsi e sfogare con il
pianto le lacrime che gli si erano addensate negli occhi, ma Virgilio lo
richiamò chiedendogli perché continuava a guardare giù, tra le misere
ombre mutilate, cosa che non aveva fatto nelle bolge precedenti. Se per
caso credeva di poterle contare a una a una, doveva tenere presente che la
bolgia aveva una circonferenza di ben ventidue miglia (corrispondenti a
una dozzina di chilometri). E per di più il tempo a loro disposizione ormai
era poco: era già l’una del pomeriggio del 26 marzo e avevano ancora molto
da vedere. Mentre se ne andavano Dante disse che, se Virgilio avesse saputo
per quale motivo si era attardato a osservare la bolgia, forse gli avrebbe
perdonato il suo indugiare, e gli rivelò di ritenere che in essa fosse punito
un suo consanguineo. E Virgilio: «Non pensare più a lui, c’è altro a cui
prestare attenzione, e quello resti dov’è. Ho detto resti dov’è perché l’ho
visto mentre sotto il ponte ti minacciava con il dito e l’ho sentito chiamare
Geri del Bello. In quel momento tu eri talmente occupato con il signore di
Altaforte (Bertran de Born) che non badavi a nient’altro».
«Penso» gli rispose Dante «che a renderlo così sdegnato sia il fatto che
nessuno dei famigliari ha ancora vendicato il disonore del suo assassinio: la
mancata vendetta mi ha reso più pietoso verso di lui.»
Geri del Bello (o di Bello), cugino primo di Alighiero, padre di Dante,
doveva essere un uomo violento e facile alla rissa se ai primi di novembre
del 1280 fu imputato e condannato in contumacia in un processo per atti di
violenza compiuti a Prato. Fu ucciso, per motivi a noi ignoti, da un certo
Brodario della nobile famiglia fiorentina dei Sacchetti nell’aprile 1287. Nel
1300 nessun Alighieri aveva ancora vendicato la sua morte. Ciò avverrà,
per mano di due lontani parenti di Dante, molti anni dopo l’omicidio, forse
intorno al 1317. Un patto formale di pace tra gli Alighieri e i Sacchetti sarà
stipulato ancora più tardi, il 10 ottobre 1342: lo sottoscriverà Francesco,
fratello di Dante, anche a nome dei figli di quest’ultimo, Pietro e Iacopo.
Che Dante si presenti come fautore della vendetta non deve meravigliare:
siccome tale pratica, molto diffusa a Firenze, era moralmente obbligatoria
per le famiglie nobili, di fatto, sostenendo il dovere e il diritto degli
Alighieri di vendicarsi, Dante intendeva qualificare come nobile la sua
famiglia (che nobile, invece, non era).
Parlando, Dante e Virgilio giunsero al ponte sospeso sulla decima bolgia,
l’ultima di Malebolge. Al colmo del ponte, da dove si apriva la vista dei
dannati, furono investiti da lamenti così acuti che Dante si coprì le orecchie
con le mani. Se i malati ricoverati negli ospedali della Val di Chiana, della
Maremma e della Sardegna, zone paludose, tra luglio e settembre, quando
imperversa la malaria, fossero tutti radunati in un unico fosso, da loro
promanerebbe un coro di lamenti e un puzzo di carni in decomposizione
simili a quelli che provenivano dalla bolgia sottostante. Dal ponte scesero
sull’argine dell’ultimo cerchio e da lì Dante poté osservare più chiaramente
la bolgia nella quale la giustizia divina puniva i falsari. Non credo –
commenta Dante – che la popolazione dell’isola di Egina, colpita dalla
peste quando il contagio si propagò attraverso l’aria al punto che tutti gli
animali, esclusi gli insetti, morirono (e poi, come i poeti danno per certo,
quel popolo rinacque dalle formiche), offrisse alla vista uno spettacolo più
orribile di quello offerto dagli spiriti che in quella oscura bolgia languivano
ammassati in strani mucchi.
Ovidio, nelle Metamorfosi, narra la favola degli abitanti dell’isola greca
di Egina, sterminati da un’epidemia di peste scatenata da Giunone, e del re
Eaco, sopravvissuto, che ottenne da Giove di trasformare in uomini le
formiche, unici esseri animati rimasti in vita (questa sarebbe l’origine dei
mirmidoni, dal nome greco della formica).
Chi giaceva sul ventre, chi sulle spalle di un vicino, chi si spostava
carponi. Dante e Virgilio camminavano lentamente, guardando e ascoltando
quelle anime ammalate, incapaci di alzarsi in piedi. Dante scorse due
dannati seduti schiena contro schiena, come due tegole messe a essiccare
l’una appoggiata all’altra: erano ricoperti di croste dalla testa ai piedi. Non
aveva mai visto un mozzo di stalla atteso con impazienza dal suo signore,
né uno stalliere costretto a lavorare mentre crollava dal sonno, dare colpi di
striglia con la stessa furia con la quale ognuno dei due si graffiava a causa
del prurito che non trovava altro sollievo; le loro unghie raschiavano le
croste come il coltello le squame di una scardola o di un altro pesce più
grande.
Virgilio si rivolse a uno di loro e gli chiese se in quella bolgia ci fosse
qualche italiano.
«Noi siamo italiani, tutti e due» gli rispose il dannato. «Ma tu chi sei?»
«Io accompagno quest’uomo vivo di cerchio in cerchio per mostrargli
l’Inferno» spiegò Virgilio.
A quelle parole, i due si divisero e, vacillando, si girarono verso Dante;
anche altri dannati, che le avevano ascoltate sebbene non fossero dirette a
loro, fecero lo stesso.
«Parla pure» disse Virgilio a Dante, e questi allora cominciò: «Possa il
ricordo di voi conservarsi per molti anni nella memoria dei viventi, ditemi
chi siete e di quale regione; la pena disgustosa a cui siete condannati non vi
trattenga dal dirmelo».
«Io fui di Arezzo» rispose uno dei due. «Albero da Siena mi fece mettere
al rogo, ma a portarmi quaggiù non è stata l’accusa per cui fui condannato.
È vero che, scherzando, io dissi ad Albero: “Volendo, potrei sollevarmi da
terra” e che lui, curioso ma poco intelligente, volle che gli insegnassi l’arte
di levitare e che, per il solo fatto che non lo resi un nuovo Dedalo (che
costruì le ali per sé e il figlio Icaro), mi fece ardere sul rogo da uno che lo
considerava come un figlio. E però Minosse, giudice che non può sbagliare,
mi condannò all’ultima delle dieci bolge a causa dell’alchimia che praticavo
in vita».
Parla Griffolino d’Arezzo, condannato al rogo per eresia o stregoneria
prima del 1272. Il suo accusatore, Albero di Bernardino Prosperini,
appartenente a una famiglia senese nobile e facoltosa, era ancora in vita
nel 1294. Si diceva che fosse un protetto o, forse, un figlio naturale del
vescovo di Siena, colui che avrebbe condannato al rogo Griffolino; di
sicuro era in rapporti finanziari con l’inquisitore della città. L’alchimia,
considerata fraudolenta dalla Chiesa, era l’arte che si proponeva di
tramutare in oro i metalli vili; labili erano i confini tra alchimia, magia ed
eresia.
«È mai esistito un popolo più vanesio del senese?» chiese Dante a
Virgilio, a commento di quanto avevano appena ascoltato. «Nemmeno i
francesi lo sono tanto!»
«Eccetto Stricca,» si intromise ironicamente l’altro dannato «famoso per
la sua moderazione nello spendere, ed eccetto Niccolò, che per primo
introdusse l’uso dispendioso dei chiodi di garofano in una città nella quale
tale usanza attecchisce facilmente (all’epoca le spezie erano molto costose),
e fai pure eccezione per la brigata nella quale Caccia d’Asciano dissipò tutti
i suoi averi e l’Abbagliato sprecò la sua intelligenza.»
La brigata «godereccia» o «spendereccia», alla quale sembra essere
appartenuto anche il Lano incontrato da Dante tra gli scialacquatori, era
costituita da una dozzina di ricchi senesi che dilapidarono i loro patrimoni
in spese voluttuarie. Stricca dovrebbe essere il nome o il soprannome di un
Salimbeni, che si dice fosse membro della brigata; Niccolò è identificato
con il cavaliere Niccolò Bonsignori, nel 1311 nominato vicario di Milano
da Enrico VII e morto nel 1315; Caccia, cioè Caccianemico di Trovato
degli Scialenghi, era proprietario terriero nella Valle dell’Ombrone, mentre
Abbagliato è il soprannome di Bartolomeo di Raniero dei Folcacchieri, che
ricoprì cariche pubbliche anche fuori Siena e morì tra il 1300 e il 1305.
«Per sapere chi sono io che mi unisco a te nel deridere i senesi» continuò
il dannato «guardami attentamente: vedrai che sono l’ombra di quel
Capocchio che falsificava i metalli con l’alchimia. Dalla tua espressione
capisco che mi riconosci e, dunque, devi ricordare come, con la mia arte,
sapevo imitare bene la natura.»
Il fiorentino Capocchio fu bruciato sul rogo a Siena il 5 agosto 1293 con
l’accusa di praticare l’alchimia. Ignoriamo dove e quando Dante possa
averlo conosciuto.
CANTO 30
Contraffattori di persona (Gianni Schicchi), falsari (maestro
Adamo) e mentitori (Sinone)

Giunone, infuriata contro Tebe perché gelosa di Semele (la figlia del
fondatore della città, Cadmo, ingravidata da Giove), fece impazzire il re
Atamante, tanto che questi, avendo incontrato la moglie Ino (sorella di
Semele) con i due figlioletti in braccio, cominciò a gridare: «Tendiamo le
reti! Catturiamo questa leonessa e i suoi leoncini», e poi, allungate le mani a
mo’ di artigli, afferrò il piccolo Learco, lo roteò nell’aria e lo scagliò contro
una roccia. Ino, disperata, si annegò in mare con l’altro figlioletto. Dopo
che la Fortuna ebbe abbattuto la superbia di Troia cancellandone re e regno,
Ecuba (moglie del re Priamo), straziata, privata di tutto e prigioniera,
mentre sulla riva del mare si prendeva cura del cadavere della figlia
Polissena (sacrificata dai Greci sulla tomba di Achille) si vide davanti il
corpo del suo amato figlio minore Polidoro: il dolore la stravolse a tal punto
che, fuori di sé, si mise a latrare come una cagna. Eppure, né fra i tebani né
fra i Troiani si videro mai bestie o uomini così ferocemente impazziti come
le due ombre che Dante vide correre nude a quattro zampe mordendo, simili
al porco che si slancia fuori dal porcile. Una di esse assalì Capocchio, lo
azzannò alla nuca e, trascinandolo, gli fece grattare il ventre scabbioso sul
fondo di pietra della bolgia. Griffolino, tremando di paura, disse a Dante:
«Quel diavolo di dannato che, affetto dalla rabbia, si aggira riducendo gli
altri in questo stato è Gianni Schicchi» (coloro che hanno contraffatto la
propria identità sono puniti con l’idrofobia).
E Dante: «Ti auguro che l’altro dannato non ti azzanni, ma dimmi subito
chi è, prima che scappi via».
«È l’anima della scellerata Mirra» gli rispose Griffolino «che, contro il
lecito amore, divenne amante del padre: per poter peccare con lui si finse
un’altra. Anche Gianni Schicchi, per accaparrarsi la più bella cavalla del
branco, osò assumere le sembianze di Buoso Donati: così travestito, dettò
un regolare testamento.»
Gianni Schicchi è Giovanni Schicchi Cavalcanti, cavaliere, morto prima
del 1280. L’episodio a cui Dante allude, benché abbia aspetti da novella,
quasi sicuramente contiene un nucleo di verità. Si racconta che Simone
Donati (padre di Corso, Forese e Piccarda) avesse indotto Gianni Schicchi
a prendere il posto del morente Buoso di Vinciguerra Donati (zio del Buoso
di Forese incontrato fra i ladri). Gianni, travestitosi così bene che
nemmeno il notaio si era accorto della sostituzione di persona, avrebbe
dettato un testamento a favore di Simone, assegnando a sé stesso una
cavalla di pregio. Mirra, figlia del re di Cipro, innamoratasi del padre, per
soddisfare il suo desiderio si finse un’altra donna. Qui è punita non per
l’incesto, ma per aver contraffatto la propria identità.
Dante seguitò a guardare i due dannati finché non scomparvero, dopo di
che si volse a osservare gli altri (sono i falsificatori di moneta, affetti da una
grave forma di idropisia, malattia che gonfia il ventre, appesantisce le
membra e provoca un’arsura inestinguibile). Ne scorse uno che, a causa
della pancia gonfia e del collo magro, sarebbe stato simile a un liuto, se solo
non avesse avuto le gambe. L’idropisia, che rende sproporzionato il corpo
smagrendo il viso e gonfiando la pancia, gli faceva tenere le labbra aperte,
come il tisico che tiene un labbro ripiegato sul mento e l’altro all’insù.
È l’anima di Adam de Anglia, maestro Adamo, un monetiere al servizio
dei ghibellini conti Guidi di Romena, accusato di aver falsificato il fiorino
d’oro per conto dei suoi signori e arso sul rogo, forse nei pressi di Romena,
nel 1281. I Guidi, invece, sebbene condannati anch’essi in contumacia,
furono graziati. Più avanti Dante nominerà esplicitamente i tre fratelli
Guidi implicati in quell’affare: Guido, morto prima del 1292, forse a
Campaldino; Alessandro, morto nel 1304; e Aghinolfo, che vivrà fino al
1338. Si tenga presente che sia Alessandro sia Aghinolfo furono capitani
generali dell’esercito dei Bianchi fuorusciti e dei loro alleati ghibellini nei
primi mesi della guerra contro Firenze, e pertanto Dante non solo fu loro
ospite nel Casentino, ma, in quanto membro del Consiglio dei Bianchi,
anche stretto collaboratore. Le accuse infamanti che rivolge a loro in
questo canto rientrano dunque nel suo tentativo di pacificarsi con i Neri di
Firenze, prendendo le distanze dagli ex compagni di lotta.
«Voi che, non so perché, siete all’Inferno senza dover scontare alcuna
pena» cominciò il dannato «prestate attenzione al miserabile stato di
maestro Adamo: in vita abbondavo di tutto, adesso, ahimè, sono ridotto a
desiderare una goccia d’acqua. Ho fissa negli occhi l’immagine dei
ruscelletti che dai verdi colli del Casentino scendono in Arno e con la loro
frescura coprono di morbidi prati le valli in cui scorrono: ma il loro ricordo
accresce la mia sete molto più della malattia che mi scarnifica il volto.
L’inflessibile giustizia divina si serve perfino del luogo dove ho peccato per
strapparmi sospiri più profondi. Nel Casentino sorge il castello di Romena
(dei Guidi dell’omonimo ramo), e fu proprio là che falsificai la moneta sulla
quale è impressa l’effigie di Giovanni Battista (protettore di Firenze): per
questo delitto il mio corpo fu bruciato. Ma se potessi vedere qui all’Inferno
l’anima dannata di Guido o d’Alessandro o del loro fratello Aghinolfo, non
scambierei il piacere di vederle con tutta l’acqua della Fonte Branda
(celebre fontana di Siena; meno probabile, dal momento che non è
documentata ai tempi di Dante, che l’allusione sia alla Fonte Branda
vicina al castello di Romena). Se i dannati rabbiosi che corrono per la
bolgia non mentono, una di quelle anime (Guido) è già qui; ma che me ne
viene, visto che ho il corpo immobilizzato dalla malattia? Se fossi in grado
di muovermi anche solo quel tanto che mi consentisse di spostarmi solo un
paio di centimetri in cento anni, mi sarei già messo a cercarlo, sebbene
questa bolgia abbia una circonferenza di undici miglia (circa sei chilometri)
e sia larga più di mezzo miglio (oltre duecento metri). Per causa loro mi
ritrovo in questa compagnia di falsari; furono loro a spingermi a coniare
fiorini con tre carati di materia vile.»
Il fiorino, coniato nel 1252, era una moneta d’oro puro a ventiquattro
carati; essendo il perno dell’economia fiorentina, basata sulla finanza e sul
commercio, ai falsari erano comminate pene molto severe.
Dante chiese a maestro Adamo chi fossero i due poveretti che giacevano
attaccati l’uno all’altro alla sua destra: i loro corpi fumavano come
d’inverno evapora l’acqua dalle mani bagnate. Il dannato rispose di averli
trovati lì quando era precipitato in quella bolgia: da allora non si erano
mossi e, forse, non l’avrebbero fatto per l’eternità. Una era la donna che
accusò falsamente Giuseppe, l’altro il greco Sinone, che si finse troiano: a
farli sudare in modo puzzolente era la febbre acuta che li bruciava.
La donna è la moglie di Putifarre, eunuco del faraone, la quale, rifiutata
da Giuseppe, figlio di Giacobbe, nonostante gli si fosse offerta più volte,
per vendetta lo accusò di aver tentato di violentarla. L’altro è Sinone che,
racconta l’Eneide, si lasciò catturare dai Troiani e li convinse con un falso
racconto a portare dentro la città il cavallo di legno.
Sinone, forse offeso per essere stato nominato in modo disonorevole,
diede un pugno al ventre deformato di maestro Adamo, che risuonò come
un tamburo; questi, allora, lo colpì sulla faccia altrettanto duramente e gli
disse: «Anche se non posso muovermi, ho il braccio libero per colpirti».
«Quando, legato, ti portavano al rogo, non l’avevi così svelto; e invece,
l’avevi ancora più svelto quando coniavi i fiorini» ribatté Sinone.
E l’idropisiaco maestro Adamo: «Dici il vero, ma non lo dicesti quando
a Troia ti chiesero la verità sul cavallo».
«Se io dissi il falso» ribatté Sinone «tu falsificasti il conio: dunque, io
sono qui per un solo peccato, ma nessun altro qui dentro ha commesso tanti
peccati quanti te.» (Ogni singolo fiorino falsificato era un peccato.)
«Ricordati del cavallo» replicò il dannato dalla pancia gonfia «e ti faccia
soffrire il fatto che tutto il mondo conosce il tuo spergiuro.»
E il greco: «Facciano soffrire te la sete che ti screpola la lingua e il
putrido umore che ti gonfia il ventre tanto da coprirti gli occhi».
Allora maestro Adamo: «Ma la tua bocca per sempre va in pezzi bruciata
dalla febbre. Se io sono assetato e rigonfio d’umore, tu, riarso e con la testa
che duole, non ti faresti pregare per poter dare anche solo una leccatina
all’acqua nella quale si specchiò Narciso». (Il bellissimo Narciso si
innamorò di sé stesso vedendo la propria immagine riflessa in una fonte.)
Dante, completamente preso dallo scontro fra i due, fu riscosso dal
rimprovero di Virgilio: «Bada! Ancora un po’ e litigo con te». Allora si
riempì di vergogna. Desiderava scusarsi e non si accorgeva che proprio con
il suo silenzio lo stava facendo, come colui che sogna una sventura e mentre
lo fa si augura che si tratti solamente di un sogno, senza accorgersi di stare
desiderando proprio ciò che già avviene. Virgilio lo consolò dicendogli che
una vergogna minore di quella che stava ora provando avrebbe lavato una
colpa anche peggiore. Se per caso si fosse trovato ancora ad assistere a
qualche lite di quel tipo, doveva pensare di avere lui accanto a sé: così
avrebbe scacciato il vile desiderio di ascoltare risse verbali di quel genere.
CANTO 31
Il pozzo dei giganti

Virgilio, commenta Dante autore, prima lo aveva ferito con i suoi


rimproveri, facendolo arrossire di vergogna, e poi lo aveva guarito con
parole di consolazione; si dice che facesse lo stesso la lancia di Peleo, padre
di Achille, che al primo colpo feriva e al secondo guariva.
Date le spalle alla decima bolgia, Dante e Virgilio attraversarono in
silenzio l’argine che la circondava. Nella penombra che impediva di
guardare lontano, Dante sentì il suono di un corno così assordante da far
sembrare flebile il rombo di qualsiasi tuono (nemmeno Orlando, dopo la
sconfitta di Roncisvalle, dove Carlo Magno perse la santa schiera dei suoi
paladini, suonò il corno con tanta forza): allora rivolse gli occhi in quella
direzione.
La strage della retroguardia cristiana a Roncisvalle (778) è raccontata
dalla Chanson de Roland (canzone di gesta della fine dell’XI secolo): solo
quand’era ormai troppo tardi Orlando si decise a suonare il corno per
chiedere l’aiuto dell’esercito di Carlo. Orlando e Carlo Magno saranno
nominati insieme anche nel canto 18 del Paradiso.
Si era appena voltato che subito gli parve di vedere molte torri, tanto che
chiese a Virgilio che città fosse quella. Lui gli rispose che era troppo
lontano per vedere distintamente; che si affrettasse, dunque, e, una volta
avvicinatosi, avrebbe capito di essersi ingannato. Ma poi, presolo
premurosamente per mano, aggiunse che già subito, affinché la cosa in
seguito non gli risultasse troppo paurosa, era bene sapesse che non erano
torri, ma giganti, immersi dall’ombelico in giù tutt’intorno al pozzo centrale
dell’Inferno, in prossimità dell’argine che stavano attraversando.
Come, quando si dissipa la nebbia, lo sguardo a poco a poco distingue
ciò che essa nascondeva, così, a mano a mano che si avvicinava, attraverso
l’aria densa di scuri vapori Dante vide che quelle non erano torri. La nuova
immagine, però, accrebbe la sua paura, perché sul bordo del pozzo si
innalzavano, anche se solo per metà del loro corpo, gli spaventosi giganti
che Giove ancora minaccia ogni volta che tuona. La loro disposizione
ricordava la corona di torri che si erge sulle mura circolari di
Monteriggioni.
L’assalto dei giganti all’Olimpo, respinto da Giove grazie ai fulmini
fabbricati per lui da Vulcano, già accennato dal bestemmiatore Capaneo,
sarà qui ricordato altre due volte. Monteriggioni è una fortezza senese,
sulla via per Firenze, cinta da mura circolari munite di numerose torri.
Di uno di quei giganti Dante, adesso, poteva distinguere la faccia, le
spalle, il petto, gran parte del ventre e le braccia distese lungo il tronco.
Pensò che la natura aveva fatto bene a non generare più esseri di quel
genere, sottraendo così a Marte, dio della guerra, guerrieri tanto possenti. È
vero che continuava a creare elefanti e balene, ma, a ben considerare, ciò
era un segno ulteriore della sua saggezza; in effetti, se alla loro potenza
fisica si fossero aggiunte malvagità e intelligenza, come era per i giganti,
nessuna difesa sarebbe stata possibile. La faccia del gigante sembrava a
Dante lunga e larga come la pigna di San Pietro a Roma (una pigna di
bronzo alta circa quattro metri che ai tempi di Dante era collocata
nell’atrio della basilica), e il resto del corpo era in proporzione: l’altezza
della metà che sporgeva dal pozzo era tale che tre uomini molto alti messi
uno sopra l’altro non sarebbero arrivati alla capigliatura.
Il gigante cominciò a gridare bestialmente: «Raphèl maì amècche zabì
almi».
Al che Virgilio reagì: «Sciocco, per sfogare le tue passioni accontentati
del corno! Ce l’hai legato al collo, ti pende a bandoliera sul petto». Poi si
rivolse a Dante: «Si presenta da sé: è Nembrot. Si deve al suo malvagio
progetto se l’umanità non usa un unico linguaggio. Lasciamolo dov’è e non
parliamo inutilmente, tanto lui non comprende nessuna lingua, e nessuno,
del resto, capisce la sua».
Secondo la tradizione patristica, Nembrot, re di Babilonia, sarebbe stato
il costruttore della torre di Babele, superbo tentativo di scalata al cielo
punito da Dio con la confusione delle lingue: del mito della torre si
riparlerà nel canto 26 del Paradiso.
Dante e Virgilio procedettero oltre. A un tiro di balestra trovarono il
secondo gigante, molto più feroce e grande del primo. Chi fosse stato il
fabbro che l’aveva incatenato, Dante non lo sapeva, ma sta di fatto che
quello aveva il braccio sinistro, davanti, e il destro, dietro, legati da una
catena che, avvolgendosi cinque volte sulla parte visibile del corpo, lo
bloccava dal collo in giù.
«Questo superbo volle sperimentare la sua potenza contro il sommo
Giove» spiegò Virgilio «e questa è la sua ricompensa. Si chiama Fialte (o
Efialte), compì le ben note imprese quando i giganti fecero paura agli dèi
dando l’assalto al cielo.»
Virgilio, nelle Georgiche, attribuisce a lui e al fratello Oto l’impresa di
avere sovrapposto ben tre montagne durante l’assalto al cielo.
Dante disse a Virgilio che avrebbe desiderato vedere lo smisurato
Briareo. Virgilio gli rispose che, lì vicino, avrebbe visto Anteo, il gigante
che li avrebbe deposti sul fondo di tutti i mali (il Cocito). Briareo era molto
più in là e, a differenza di Anteo, era legato. Per il resto, invece, a parte il
fatto che aveva un aspetto più truce, era simile a lui. A quelle parole Fialte
diede alle sue catene uno scossone più forte di un violento terremoto. Dante
temette di morire, e la paura che provò sarebbe bastata a ucciderlo, se non
avesse visto le catene.
Briareo, di proporzioni enormi, aveva partecipato alla guerra contro gli
dèi; Anteo, invece, famoso cacciatore di leoni ucciso da Ercole non è
incatenato perché, essendo nato dopo, non aveva partecipato a quella
guerra.
Dante e Virgilio procedettero, finché non arrivarono vicini ad Anteo.
Virgilio gli parlò: «O tu, che nella fortunata valle resa gloriosa da Scipione
quando mise in fuga Annibale (la valle del fiume Bàgrada, vicino a Zama,
dove Scipione l’Africano nel 202 a.C. sconfisse l’esercito cartaginese
mettendo fine alla seconda guerra punica) cacciasti innumerevoli leoni e
che, dicono alcuni, se avessi partecipato alla guerra contro gli dèi, avresti
assicurato la vittoria ai giganti, figli della Terra, non ti rincresca deporci
laggiù dove il freddo ghiaccia l’acqua di Cocito (il lago dove si raccolgono
le acque infernali, ghiacciato a causa di una corrente d’aria fredda
prodotta da Lucifero). Non ci costringere ad andare fino da Tizio e da
Tifone (il primo ucciso da Apollo, il secondo fulminato da Giove e
incarcerato sotto l’Etna). Questi che è con me può elargire ciò che qui si
desidera: può darti fama nel mondo, perché è vivo e ha ancora molto da
vivere, se la grazia divina non lo chiama a sé anzitempo; perciò non ti
rincresca di chinarti».
Subito Anteo protese le mani, di cui Ercole aveva provato la potente
stretta prima di riuscire a uccidere il gigante con molta fatica, e afferrò
Virgilio; questi, quando si sentì agguantare, disse a Dante di avvicinarsi e lo
abbracciò. A chi la guarda dalla parte della pendenza, la Garisenda, se passa
una nuvola in direzione contraria all’inclinazione, dà l’impressione di
muoversi e di cadergli addosso; la stessa sensazione provò Dante nel vedere
Anteo chinarsi verso di lui, e in quel momento avrebbe desiderato scendere
in altro modo.
La Garisenda è una celebre torre di Bologna, allora molto più alta di
oggi, nelle cui vicinanze Dante forse alloggiò durante il suo primo
soggiorno in quella città nel 1287.
E invece Anteo li depose delicatamente sul fondo che inghiotte nel suo
ghiaccio Lucifero e Giuda, ovvero nel nono e ultimo cerchio; e non rimase
lì chinato in avanti, ma subito si rialzò come si rialza l’albero di una nave
inclinato dal moto delle onde.
CANTO 32
I traditori dei parenti (Camicione dei Pazzi) e i traditori politici
(Bocca degli Abati)

Se io possedessi una lingua che fosse capace di rappresentare in poesia con


suoni rauchi e aspri la terribile realtà del pozzo sul quale gravita l’intero
Inferno – dichiara Dante autore – potrei esprimere l’essenza dei miei
concetti, ma siccome non la possiedo, è con paura che mi induco a poetare:
descrivere il fondo di tutto l’universo (perché il fondo dell’Inferno è anche
il centro della Terra) non è impresa da prendere alla leggera né da
affrontare con una lingua da bambini. Le Muse mi aiutino a far sì che la mia
poesia sia adeguata a questa materia. O dannati in questo luogo, di cui è
così arduo parlare, quanto sarebbe stato meglio per voi, i più spregevoli di
tutto l’Inferno, essere nati bestie!

Deposto sul fondo del pozzo, Dante osservava ancora l’alta parete
rocciosa da cui era disceso quando si sentì dire: «Guarda dove metti i piedi!
Fai attenzione a non calpestare le teste degli sventurati fratelli (i due
dannati che appariranno tra poco)». Si voltò, e vide un lago ghiacciato.
È il Cocito, il quarto dei fiumi infernali, che sul fondo dell’Inferno si
allarga formando un lago di ghiaccio. È presente nell’Ade pagano, ma il
suo essere ghiacciato è un’invenzione dantesca.
Né il Danubio in Austria né il Don nelle fredde regioni settentrionali
durante l’inverno hanno mai formato sulla loro superficie uno strato di
ghiaccio così spesso come quello di quel lago: se anche vi fossero cadute
sopra due alte montagne, quali la Tambura e la Pania della Croce (vette
delle alpi Apuane), non avrebbe scricchiolato neppure sull’orlo. Come
all’inizio dell’estate, quando la contadina spera di poter fare un’abbondante
spigolatura, le rane se ne stanno a gracidare con il muso fuori dall’acqua,
così le anime dannate, livide per il freddo, stavano conficcate nel ghiaccio
fino al collo e coi denti facevano un suono simile a quello della cicogna
quando batte il becco. Ogni anima teneva la faccia rivolta all’ingiù: il
battito dei denti manifestava il tormento esteriore, gli occhi bassi quello
interiore. Dopo essersi guardato attorno, Dante rivolse lo sguardo ai suoi
piedi e vide due dannati avvinti l’uno all’altro tanto strettamente da formare
una sola capigliatura. Chiese a loro chi fossero. Quelli sollevarono il viso:
le lacrime sgocciolarono dagli occhi sulle labbra e il gelo le solidificò
rinserrando le loro bocche. Allora, rabbiosi, cercarono di separarsi e si
urtarono con la fronte come caproni.
Un altro dannato, che per il freddo aveva perduto entrambe le orecchie,
continuando a tenere la faccia all’ingiù chiese a Dante: «Perché ci fissi con
tanta insistenza? Vuoi sapere chi sono questi due? Ebbene, a loro e al loro
padre appartenne la valle nella quale il fiume Bisenzio scorre verso l’Arno.
Furono figli di una stessa madre. In tutta la Caina (la zona del nono cerchio
così denominata da Caino, uccisore del fratello Abele, nella quale sono
puniti i traditori dei parenti) non troverai dannati più degni di essere
conficcati nel ghiaccio, non Mordret, al quale con lo stesso colpo di lancia
Artù perforò il petto e l’ombra (perché la ferita lasciò passare un raggio di
sole), non Focaccia, non costui il cui capo mi toglie la visuale: si chiama
Sassolo Mascheroni, e tu che sei toscano adesso sai di chi si tratta. Non mi
infastidire con altre domande. Ti dico che io fui Camicione dei Pazzi:
aspetto che qui arrivi Carlino, il cui tradimento farà apparire più lieve il
mio».
A parlare è Uberto Camicione dei Pazzi di Valdarno, famiglia ghibellina
che conduceva un’endemica guerriglia nei confronti del Comune di
Firenze, morto prima del 1290: avrebbe ucciso per interesse il cugino
Ubertino. Il Carlino atteso all’Inferno è un nipote di Camicione: alleato dei
fuorusciti «bianchi», nel luglio 1302, dietro la promessa di un compenso in
denaro e della restituzione dei suoi possedimenti confiscati, consegnerà il
castello di Castel del Piano (o Pian tra Vigne) ai fiorentini che lo
assediavano da tre settimane. Camicione nomina nell’ordine: i fratelli
Napoleone e Alessandro degli Alberti, conti di Mangona, nella valle del
Bisenzio, piccolo fiume che scorre nelle vicinanze di Prato; divisi anche
politicamente (ghibellino il primo, guelfo il secondo), furono in continua
lotta per l’eredità del padre Alberto, tanto da uccidersi tra loro (ma in
realtà Alessandro uccise o fece uccidere Napoleone e poi fu soppresso da
un figlio di Napoleone, ucciso a sua volta da un figlio di Alessandro);
Mordret, personaggio letterario del ciclo arturiano, fu trapassato da parte
a parte con un colpo di lancia da re Artù, suo zio o, secondo altra
tradizione, suo padre, e attraverso la ferita passò il sole rompendo la sua
ombra; il pistoiese Vanni dei Cancellieri detto Focaccia (marito della
Selvaggia cantata da Cino da Pistoia), morto nel 1295/96, un guelfo
«bianco» che uccise un cugino di parte «nera» scatenando cruente lotte
cittadine; Sassolo Mascheroni dei Toschi, fiorentino, decapitato per aver
ucciso un nipote di cui era tutore.
Dante scorse poi una moltitudine di peccatori che avevano anche il collo
immerso nel ghiaccio: i loro volti erano bluastri per il freddo. Mentre
insieme a Virgilio si dirigeva verso il centro dell’Inferno e del cosmo,
tremava in quella tenebra eternamente gelida.
Sono le anime punite nell’Antenora (dal troiano Antenore, che avrebbe
aperto lo sportello del cavallo di legno), la zona del Cocito che ospita i
traditori della patria o del partito.
Passeggiando fra le teste confitte nel ghiaccio, Dante colpì con un piede
il viso di una delle anime: non avrebbe saputo dire se lo avesse fatto
deliberatamente o indotto dalla volontà divina o, semplicemente, per caso.
Il colpito gridò: «Perché mi calpesti? Vuoi aggravare il castigo del mio
tradimento a Montaperti?».
Si tratta del ghibellino di Firenze Bocca degli Abati, ancora vivo nel
1280, che, non cacciato dalla città nell’epurazione del 1258, nel corso
della battaglia di Montaperti tradì passando al nemico. Il suo tradimento,
tuttavia, dovette essere meno grave di quanto Dante afferma se Bocca, nel
1268, fu punito solamente con il bando.
Dante, allora, chiese a Virgilio di fermarsi finché non si fosse tolto un
dubbio suscitatogli dalla vista di quel dannato, dopo di che, aggiunse,
avrebbe potuto mettergli tutta la fretta che voleva. Virgilio si fermò e lui si
rivolse a quell’anima che ancora imprecava per il calcio subìto: «Chi sei tu
che mi rimproveri?».
«Chi sei tu» fu la risposta «che ti aggiri per l’Antenora scalciandomi in
faccia? Se io fossi ancora in vita, certo non lo tollererei.»
«Sono io a essere vivo» replicò Dante «e dovrebbe esserti gradito, se
desideri fama nel mondo, che io metta anche il tuo nome tra i miei ricordi.»
E l’altro: «Io desidero proprio il contrario. Vattene e non seccarmi più:
qui nessuno vuole essere ricordato dai viventi».
A quel punto Dante lo afferrò per la collottola e lo minacciò: «Dimmi il
tuo nome o in testa non ti resterà nemmeno un capello».
«Non te lo dico e non te lo rivelo in alcun modo, nemmeno se mi strappi
tutti i capelli e mi colpisci mille volte sulla testa.»
Dante, attorcigliati i capelli intorno alla mano, già gliene aveva strappati
a ciocche, e quello urlava come un cane, quando un altro dannato gridò:
«Che hai, Bocca? Non ti basta battere i denti, devi anche metterti a gridare?
Che diavolo ti succede?».
«Adesso, perfido traditore,» gli intimò Dante «non dire altro. Per tua
infamia, io porterò nel mondo notizie veritiere su di te.»
«Va’ via» replicò quello «e racconta ciò che ti pare. Ma, se mai tu uscissi
da qui, riferisci anche di colui che è stato così lesto a parlare. Potrai dire di
aver visto tra i peccatori conficcati nel ghiaccio quel tale da Dovara: qui
sconta il denaro avuto dai francesi. E se qualcuno ti chiedesse se ce n’erano
altri, ecco, proprio accanto a te, quel tizio dei Beccaria a cui Firenze tagliò
la gola. Credo che un po’ più in là ci sia Gianni dei Soldanieri, insieme a
Gano e a Tebaldello, che di notte aprì le porte di Faenza.»
Buoso da Dovara o Duera, capo dei Ghibellini di Cremona e molto
legato a re Enzo, figlio di Federico II, nel 1265, quando militava con
Manfredi, si sarebbe lasciato corrompere da Carlo d’Angiò consentendo il
passaggio delle milizie francesi in marcia verso Roma. Il pavese Tesauro
dei Beccaria, abate di Vallombrosa e in relazioni con il cardinale Ottaviano
degli Ubaldini (da Dante collocato tra gli eretici), fu decapitato a Firenze
nel 1258 con l’accusa di aver tramato con i Ghibellini fuorusciti. Né il
tradimento di Buoso né quello di Tesauro sono provati: in entrambi i casi
Dante fa sue le tesi sostenute dalla propaganda guelfa. Il ghibellino Gianni
dei Soldanieri nel 1266, dopo la morte di Manfredi (nel periodo della
podesteria dei due frati Godenti puniti tra gli ipocriti), si mise a capo di
una sollevazione popolare contro i Ghibellini. Gano di Maganza è il
traditore della Chanson de Roland che provocò la morte di Orlando.
Tebaldello degli Zambrasi, benché ghibellino, nel 1280 aprì le porte di
Faenza alla consorteria guelfa dei Geremei di Bologna in lotta con la
fazione ghibellina dei Lambertazzi rifugiatasi in quella città.
Dante e Virgilio si allontanarono da Bocca degli Abati. Camminando,
Dante scorse due dannati imprigionati insieme dal ghiaccio in modo che la
testa di uno sembrava fare da cappello a quella dell’altro. Quello di sopra
addentava la nuca sotto di lui con la stessa voracità con la quale un affamato
divora un pezzo di pane: non diversamente Tideo rose per spregio il cranio
di Menalippo.
Nella Tebaide Stazio racconta che Tideo, uno dei sette re che
assediarono Tebe, uccise Menalippo dopo essere stato da lui ferito e, fattosi
portare la sua testa mozzata, la addentò. I due dannati sono il conte
Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri, protagonisti del canto successivo.
Dante si rivolse a colui che mangiava il cranio dell’altro dannato
chiedendogli di dirgli quale fosse la causa dell’odio che manifestava in
modo così bestiale. Promise che, una volta conosciute la loro identità e la
colpa commessa dal dannato sul quale si stava vendicando, se avesse
trovato giuste le sue ragioni lo avrebbe compensato, se non gli si fosse
seccata la lingua, vendicandolo anche nel mondo dei vivi.
CANTO 33
Altri traditori politici (conte Ugolino) e traditori degli ospiti (frate
Alberigo)

Udita la richiesta fattagli da Dante, il peccatore sollevò la bocca dal pasto


bestiale pulendola con i capelli di quella testa di cui aveva devastato la
nuca, e poi cominciò a parlare.
Il protagonista di questo episodio è Ugolino della Gherardesca, conte di
Donoratico. Dopo la rovinosa sconfitta subita a opera dei genovesi nella
battaglia navale della Meloria (6 agosto 1284), Pisa, tradizionalmente
ghibellina, dovendo far fronte a una lega ostile formata da Genova, Lucca e
Firenze gli aveva affidato una sorta di signoria di fatto sulla città. Il conte,
poi, aveva associato al potere il nipote Nino Visconti, signore del giudicato
di Gallura, in Sardegna. I due erano di sentimenti guelfi (soprattutto
Visconti). Ugolino aveva compiuto atti distensivi nei confronti di Lucca e
Firenze, cedendo loro alcuni castelli. Fu proprio questa apertura ai nemici
guelfi a fornire al ghibellino arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini (nipote
del cardinale Ottaviano, all’Inferno tra gli eretici insieme a Farinata e a
Federico II) il pretesto per accusare Ugolino di tradimento. A seguito di
una sollevazione popolare orchestrata, il 1° luglio 1288 il conte, con i figli
Gaddo (Gherardo) e Uguccione e i nipoti Nino detto il Brigata e
Anselmuccio, venne rinchiuso nella torre dei Gualandi, in una stanza nella
quale si tenevano i falconi durante il periodo della muta (e perciò detta
«della Muda»), e costretto a più riprese a pagare ingenti somme per il
riscatto. Dopo otto mesi, esaurite le risorse economiche dei Gherardeschi, i
prigionieri furono lasciati morire di fame e senza conforti religiosi. I loro
corpi furono portati via dalla torre solo il 18 marzo 1289.
«Tu vuoi che io rinnovi il disperato dolore che mi opprime il cuore anche
solo a pensarci, prima ancora che ne parli. Tuttavia, se le mie parole
possono arrecare infamia al traditore di cui sto rodendo il capo, parlerò tra
le lacrime. Non so chi tu sia né come tu sia arrivato quaggiù, ma a sentirti
parlare mi sembri proprio fiorentino. Sappi che io fui il conte Ugolino e che
questi è l’arcivescovo Ruggieri: ora ti rivelo perché mi sfogo così
crudelmente su di lui. Non ho bisogno di dirti che fui catturato e fatto
morire a causa del tradimento di costui, di cui mi fidavo; invece ti
racconterò, cosa che nessun altro può fare, come la mia morte fu crudele. E
così giudicherai se ho buone ragioni per vendicarmi.
Attraverso una stretta feritoia della torre della Muda – che da me prende
il nome di torre della Fame –, nella quale altri ancora saranno sicuramente
rinchiusi, avevo visto più volte rinnovarsi la luna quando feci il brutto
sogno che squarciò il velo che mi nascondeva il futuro. Nel sogno mi
apparve Ruggieri mentre sul monte che ai pisani impedisce di vedere Lucca
stava cacciando un lupo e i suoi cuccioli. Lui era il capocaccia, con sé
aveva una muta di cagne affamate e ben addestrate e davanti aveva
schierato i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi.»
Le cagne rappresentano il popolo aizzato dall’arcivescovo contro
Ugolino; alla testa della battuta di caccia sono le principali famiglie
ghibelline di Pisa.
«Già dopo una breve fuga, il lupo e i suoi cuccioli mi apparivano
stanchi; vidi che i denti aguzzi dei cani li sbranavano ai fianchi. Svegliatomi
che non era ancora giorno, udii i miei figliuoli piangere nel sonno e
domandare del pane. Se già adesso non ti addolori nel pensare a ciò che il
mio cuore presagiva, devi essere privo d’ogni umanità. Se ora non piangi,
cosa mai ti fa piangere? I figlioletti si erano svegliati, anch’essi paurosi per
ciò che avevano sognato. Si avvicinava l’ora in cui, di solito, ci portavano
da mangiare e, invece, sentii che in basso stavano inchiodando la porta
d’ingresso della torre: a quel rumore guardai in faccia i miei figli senza dire
una sola parola. Mi feci di pietra. Io non piangevo, ma loro sì.
Anselmuccio, il più piccolo, mi disse: “Padre, il tuo sguardo è strano, che
hai?”. Non risposi. Rimasi in silenzio, senza piangere, per tutto il giorno e
tutta la notte. Alla fioca luce che all’alba penetrò nel carcere vidi sui quattro
volti dei figli (anche se in realtà sono due figli e due nipoti) l’espressione
che doveva avere il mio: il dolore fu tale che mi morsi le mani. Ma quelli,
pensando che lo facessi per fame, subito si alzarono in piedi dicendo:
“Padre, ci darà meno dolore se ti nutri di noi. Tu ci hai vestito di queste
misere carni, e tu puoi togliercele”. Allora, per non angosciarli di più, mi
calmai. Quel giorno e il seguente restammo in silenzio. Ahi terra crudele,
perché non ci inghiottisti? Al quarto giorno Gaddo si buttò ai miei piedi
implorando: “Padre mio, perché non mi aiuti?”, e lì morì. Tra il quinto e il
sesto giorno vidi cadere gli altri tre a uno a uno: io, cieco, cominciai a
cercarli a tentoni, e, morti, per due giorni li chiamai per nome. Dopo, la
fame fu più forte del dolore.»
Dette queste parole, il dannato abbassò la testa, appoggiò di nuovo la
bocca su quel teschio straziato e i denti, forti come quelli di un cane, gli si
avventarono all’osso.

A questo punto Dante autore prorompe in un’invettiva: «Ahi Pisa,


vergogna degli italiani, siccome i tuoi vicini (lucchesi e fiorentini) tardano a
punirti, si muovano la Capraia e la Gorgona (isolette prospicienti la costa
pisana), sbarrino la foce dell’Arno che così anneghi tutti i tuoi abitanti! È
vero, si diceva che il conte Ugolino ti avesse tradita consegnando i castelli
(a Lucca e Firenze), ma non per questo, emula dell’antica Tebe (famosa per
i suoi orrori), dovevi infliggere ai figli quell’atroce supplizio: la giovane età
li rendeva innocenti».

Dante e Virgilio proseguirono il cammino e giunsero dove il ghiaccio


copriva di un manto pungente un’altra specie di peccatori (i traditori degli
ospiti), i quali non tenevano la testa rivolta in basso, ma rovesciata
all’indietro, cosicché era proprio il pianto a impedire loro di piangere: le
lacrime, infatti, solidificate dal gelo, riempivano la cavità degli occhi, e quel
blocco le costringeva a rifluire all’interno accrescendo così la pena dei
dannati. A Dante, sebbene la sua faccia a causa del freddo avesse perso ogni
sensibilità, sembrò di sentire soffi di vento, e allora, stupito perché
all’Inferno il sole non poteva certo trasformare in vento l’umidità della
terra, chiese a Virgilio cosa li producesse. Questi gli rispose che presto
avrebbe visto con i suoi occhi la causa di quella corrente d’aria.
Uno dei dannati si rivolse a loro: «O anime così scellerate da aver
meritato il posto più basso dell’Inferno, levatemi dal viso il velo di ghiaccio
cosicché, per un momento, prima che le nuove si congelino, io possa
sfogare le lacrime che riempiono di pianto il mio cuore».
E Dante a lui: «Se vuoi che ti aiuti, dimmi prima chi sei. Possa io
scendere nel fondo del ghiacciaio, se non lo faccio».
«Io sono frate Alberigo» rispose il dannato. «Sono quello della frutta
malefica: qui ricevo datteri per fichi (cioè sono ripagato ampiamente del
male fatto).»
Alberigo dei Manfredi, frate godente di Faenza e capo dei Guelfi della
città, nel 1285 uccise, per questioni patrimoniali, il cugino Manfredo e il di
lui figlio durante un banchetto. Ancora vivente nel 1300, sarebbe morto nel
1302 o poco dopo. Pare che il segnale convenuto per i sicari fosse la frase:
«Venga la frutta!», in seguito divenuta proverbiale. L’espressione «datteri
per fichi» equivale a «pan per focaccia»: i datteri, esotici, erano molto più
costosi dei fichi nostrani.
«Oh,» chiese Dante stupito «sei già morto?»
E l’altro: «Come stia il mio corpo su nel mondo, non lo so. I dannati in
questa Tolomea (così detta dal Tolomeo biblico che fece uccidere a
tradimento il suocero Simone Maccabeo e i suoi due figli, è la zona del
Cocito dove si trovano i traditori degli ospiti) godono del bel privilegio che
la loro anima, a volte, è qui precipitata prima ancora che Atropo (la Parca
che taglia il filo della vita) le dia il segnale della partenza. Per invogliarti a
liberarmi gli occhi, ti dico che l’anima macchiatasi di un tradimento come il
mio è subito privata del corpo da un diavolo, che poi vi abita, reggendolo,
per tutto il tempo destinato alla sua vita; l’anima, invece, cade in questo
pozzo ghiacciato. Forse sulla Terra è ancora visibile il corpo dell’anima che
sverna qui dentro: se tu ne sei sceso proprio adesso, lo devi sapere. Quello
là è Branca Doria, e sono passati molti anni da quando è imprigionato in
questo ghiaccio».
«Credo che tu mi stia ingannando» obiettò Dante «perché Branca Doria
è tutt’altro che morto: mangia, beve, dorme e si veste come tutti.»
«Nella bolgia dei Malebranche dove bolle la pece non era ancora
arrivato l’ucciso Michele Zanche che già le anime di Branca e del suo
parente complice nell’assassinio avevano lasciato un diavolo a governare il
corpo al loro posto. Ma allunga finalmente la mano, aprimi gli occhi…»
Ma Dante non glieli aprì: e fargli quel torto non fu una villania, ma, al
contrario, un atto cortese nei confronti della giustizia.
Branca Doria, appartenente a una delle più cospicue famiglie genovesi,
morirà solamente nel 1325. In una data imprecisata, ma di parecchio
anteriore al 1300, avrebbe trucidato il suocero, il sardo Michele Zanche,
signore di Logudoro (da Dante collocato nella bolgia dei barattieri), dopo
averlo invitato a un banchetto, e ciò per impadronirsi dei suoi domini sardi.
Di questa vicenda le cronache e i documenti tacciono, sicché le uniche fonti
risultano il racconto dantesco e i commenti alla Commedia. Dante ne sarà
venuto a conoscenza presso i Malaspina, imparentati alla lontana con
Zanche. È probabile, infatti, che dietro l’oscuro episodio ci siano
implicazioni che toccavano gli interessi o le alleanze di questa famiglia,
protettrice di Dante.

Per la seconda volta in questo canto, Dante autore prorompe in


un’invettiva: «Ahi genovesi, privi di ogni buon costume e pieni invece di
ogni difetto, perché non siete cancellati dal mondo? Lo dico perché in
compagnia del peggiore spirito di tutta la Romagna (Alberigo) ho trovato
uno di voi che, per il suo delitto, con l’anima sta a bagno nel Cocito mentre
sulla Terra il corpo appare ancora vivo».
CANTO 34
Traditori dei benefattori. Lucifero

«Vexilla regis prodeunt inferni» (Si avvicinano le insegne del re


dell’Inferno) declamò Virgilio «e perciò guarda davanti a te» aggiunse
rivolto a Dante.
Virgilio riprende, adattandolo al contesto, l’inizio di un inno alla Croce
di Venanzio Fortunato, vescovo di Poitiers del VI secolo.
Come, quando si diffonde una fitta nebbia o sul nostro emisfero cala la
notte, da lontano si scorge in modo indistinto un mulino a vento, così a
Dante sembrò di intravvedere una costruzione; il vento, però, soffiava
sempre più forte e, siccome non c’erano altri ripari, lui dovette rifugiarsi
dietro Virgilio. In quel luogo le anime erano interamente coperte dal
ghiaccio, dal quale trasparivano come pagliuzze nel vetro. Alcune erano
sdraiate, altre erano erette, ma chi con la testa in su, chi con i piedi in alto;
altre ancora erano piegate ad arco, con la faccia a toccare i piedi.
I due si trovano nella Giudecca, così detta da Giuda, la zona del Cocito
nella quale sono puniti i traditori della patria.
Dante e Virgilio procedettero, uno dietro l’altro, verso il centro del lago
ghiacciato, finché Virgilio non decise che Dante poteva finalmente vedere
colui che era stato il più bello del creato. Allora si scostò, lo fece fermare e
gli disse: «Ecco Dite, qui devi armarti di tutto il tuo coraggio».
Dante gelò di paura e ammutolì; era così stordito da non sapere se fosse
vivo o morto.
Lucifero, il sovrano di quel regno di dolore, sporgeva dal ghiaccio da
metà petto in su: era talmente smisurato che le dimensioni di Dante rispetto
a un gigante sarebbero state meno sproporzionate di quelle del braccio di un
gigante rispetto a Lucifero stesso. Se era stato così bello quanto adesso era
brutto, e nonostante ciò si era ribellato al suo creatore, non stupiva, pensò
Dante, che da lui provenisse ogni male. E, cosa assolutamente straordinaria,
la sua testa aveva tre facce. Una, rossa, sul davanti. Le altre due si
attaccavano a questa partendo dalla metà delle spalle e congiungendosi tra
loro alla sommità del capo, sormontato da una cresta: la faccia di destra era
di un colore tra il bianco e il giallo, quella di sinistra aveva il colore nero
degli etiopi. Sotto ciascuna faccia spuntavano due ali proporzionate a un
così enorme uccello, nessuna vela di nave avrebbe mai potuto eguagliarle in
grandezza: non avevano penne, ma erano fatte come quelle dei pipistrelli,
Lucifero le agitava suscitando tre venti, ed erano questi che facevano
ghiacciare il Cocito. Piangeva da sei occhi, e il suo pianto colava su tre
menti mescolato a una bava sanguinolenta: con le bocche, infatti,
maciullava tre peccatori contemporaneamente. Ma per il peccatore
addentato nella bocca di mezzo i morsi erano ben poca cosa rispetto ai
graffi che, qua e là, gli scorticavano la schiena.
«Quello tormentato più degli altri, che lassù tiene la testa nella bocca e
fuori dimena le gambe» disse Virgilio «è Giuda Iscariota. Degli altri due, la
cui testa pende al di fuori, quello che si contorce in silenzio è Bruto e
l’altro, così robusto, è Cassio. Ma si sta facendo nuovamente notte, è ora di
andarsene: all’Inferno non c’è nient’altro da vedere.»
Giuda Iscariota è l’apostolo che tradì Cristo, il massimo benefattore
dell’umanità. Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino sono i congiurati
che nel 44 a.C. uccisero Giulio Cesare, fondatore dell’impero. Il viaggio
all’Inferno è terminato: sono passate ventiquattr’ore da quando Dante e
Virgilio vi sono entrati; dunque, sono le sei del pomeriggio (ora di
Gerusalemme) del 26 marzo.
Su invito di Virgilio, Dante gli si avvinghiò al collo. Virgilio si mise
all’erta per cogliere il momento e la presa opportuni e, quando Lucifero aprì
le ali a sufficienza, si aggrappò alle sue costole pelose; quindi, di ciuffo in
ciuffo, cominciò a scendere nell’interstizio tra il corpo e la crosta di
ghiaccio del lago. Giunti al punto dove la coscia si articola, proprio là dove
l’anca si ingrossa, Virgilio, con fatica e affanno, si rovesciò e, rivolta la
testa verso le gambe di Lucifero, cominciò a salire su per i peli: Dante
pensò con paura di stare ritornando all’Inferno.
I due avevano raggiunto e superato il centro della Terra, e pertanto
stavano risalendo verso la superficie dell’altro emisfero.
«Tieniti forte» gli disse Virgilio, ansimando per la stanchezza «perché da
questo luogo orribile si può uscire solo attraverso scale come questa.»
Infine sbucò da quella strettoia attraverso un’apertura nella roccia: fece
sedere Dante sul bordo e poi, con cautela, lo raggiunse. Dante alzò lo
sguardo, aspettandosi di vedere Lucifero a testa in su come lo aveva
lasciato, e invece ne vide solo le gambe (che adesso sporgevano dal fondo
di quella specie di caverna nella quale Dante si trovava).
«Alzati in piedi,» lo sollecitò Virgilio «la via è lunga e impervia, e sono
già le sette del mattino passate (nell’emisfero meridionale il giorno sorge
quando in quello settentrionale cala la notte).»
Il luogo dove si trovavano non era certo la sala di un palazzo, ma una
caverna naturale poco illuminata e dal fondo accidentato.
Levatosi in piedi, Dante chiese a Virgilio di sciogliergli una serie di
dubbi: dov’era il lago ghiacciato? Perché Lucifero era capovolto? In che
modo, in così poco tempo, il sole era passato dalla sera alla mattina?
E Virgilio gli spiegò: «Tu immagini di esser ancora al di là del centro
della Terra, dove mi afferrai ai peli della bestia ripugnante che buca il
mondo al suo centro, ma lì sei stato per il tempo durante il quale io sono
disceso; quando mi capovolsi, anche tu hai superato il punto verso cui
gravitano tutte le cose che hanno peso (il centro della Terra è anche il
centro della gravità universale). Adesso ti trovi nell’emisfero celeste
opposto a quello che ricopre le terre emerse e sotto il cui punto mediano è
situata Gerusalemme, la città dove Cristo fu ucciso. Appoggi i piedi sul
piccolo cerchio al quale, dall’altra parte, corrisponde la Giudecca: in questo
emisfero è mattina quando nell’altro è sera. Lucifero non ha cambiato
posizione: precipitò dal Cielo su questa parte della Terra, e questa, che
prima emergeva proprio qua dove ora siamo, per paura di lui si ritrasse,
facendosi schermo del mare, ed emerse nell’emisfero nostro; e forse, fu
proprio per fuggire da lui che lasciò qui uno spazio vuoto (la caverna)
emergendo anche in questo emisfero (dove formò la montagna del
Purgatorio)».
Ai margini della caverna, lontano da Lucifero, c’era un luogo precluso
alla vista, ma di cui si indovinava la posizione grazie al mormorio di un
ruscelletto che vi scendeva attraverso un cunicolo che la sua corrente,
procedendo a spirale e quindi con leggera pendenza, aveva scavato nella
roccia. Virgilio e Dante, per salire nel mondo della luce, entrarono in quel
cunicolo sotterraneo e senza mai riposarsi lo risalirono, uno dietro l’altro,
fino a quando Dante, attraverso un foro tondo, non scorse alcune stelle. E
da lì uscirono a rivedere la volta stellata.
PURGATORIO
CANTO 1
Sulla spiaggia. Catone

Adesso – annuncia Dante autore – la piccola barca del mio ingegno,


lasciatosi alle spalle lo spaventoso mare dell’Inferno, salperà verso acque
più limpide e tranquille: canterò il secondo regno dell’aldilà, quello in cui le
anime degli uomini espiano le proprie colpe e diventano degne di salire al
cielo. Possa la mia poesia prostrata risollevarsi, l’aiutino le Muse, e
Calliope l’accompagni con quel canto sovrumano che gettò le Piche nella
disperazione.
Le nove Muse erano preposte alle arti; Calliope all’epica e, più in
generale, alla poesia elevata. Nelle Metamorfosi Ovidio racconta che le
figlie di Pierio, re della Tessaglia, osarono sfidare le Muse nel canto, ma
furono vinte da Calliope e, per punizione, trasformate in gazze (Piche).

Uscito dal buio dell’Inferno, Dante vide con gioia un cielo limpido e
azzurro. Il pianeta Venere brillava a oriente, velando con il suo splendore la
luminosità della costellazione dei Pesci (siccome questa precede
immediatamente quella dell’Ariete, nella quale si trova il sole nella finzione
del viaggio, Dante esce dal cunicolo infernale poco prima dell’alba del 27
marzo 1300). Poi volse lo sguardo verso destra e nel cielo dell’emisfero
australe vide quattro stelle, che fino a quel momento erano state osservate
solo da Adamo ed Eva, e si rammaricò che il nostro emisfero non potesse
godere di quella visione (sulla cima della montagna del Purgatorio, che
sorge in mezzo all’oceano nell’emisfero meridionale, esattamente agli
antipodi di Gerusalemme, è situato il Paradiso terrestre: nessun uomo,
dalla cacciata dei progenitori, era più entrato in quel luogo di perfezione e
aveva potuto vedere quelle stelle, simboleggianti le virtù cardinali –
prudenza, giustizia, fortezza, temperanza – infuse da Dio nei primi uomini).
Distolto lo sguardo, e giratosi un poco verso l’emisfero settentrionale, nel
cui cielo però non scorse l’Orsa Maggiore, nascosta dietro l’orizzonte
(perché lui si trovava al di qua dell’equatore), ecco apparire vicino a lui un
venerabile vegliardo tutto solo. Aveva una lunga barba brizzolata e lunghi
capelli, brizzolati anch’essi, che gli scendevano in due fasce sul petto; la
sua faccia era illuminata dai raggi delle quattro stelle. Sommuovendo la
barba nel parlare, chiese a Dante e Virgilio chi fossero, come fossero fuggiti
dalla prigione infernale, chi li avesse guidati, quale luce avesse indicato loro
la strada per uscire dal buio della voragine. «È dunque possibile infrangere
le leggi infernali» continuò il vegliardo «o il cielo ha cambiato la legge che
vieta ai dannati di raggiungere la montagna di cui sono il custode?»
Parla l’anima di Marco Porcio Catone, detto l’Uticense (95-46 a.C.).
Uomo di vita integerrima, inflessibile repubblicano e perciò irriducibile
avversario di Cesare, si tolse la vita in Utica, vicino a Cartagine, dopo che
l’armata anticesariana di cui era uno dei condottieri era stata
definitivamente sconfitta a Tapso. Nei primi due canti sembra svolgere il
ruolo di guardiano del Purgatorio.
Virgilio, che lo aveva riconosciuto, subito costrinse Dante a
inginocchiarsi e ad abbassare gli occhi, poi rispose che non veniva di
propria iniziativa ma su incarico di una donna beata (Beatrice) scesa dal
Cielo per pregarlo di soccorrere l’uomo che era lì con lui. Queste parole
sarebbero bastate, ma Virgilio, per cortesia, volle rispondere a tutte le
domande di Catone, e perciò proseguì dicendo che il suo compagno non era
morto, ma a causa della sua follia era stato sul punto di morire. Proprio per
salvarlo, come già gli aveva detto, era stato mandato da lui. E per salvarlo
non c’era altra strada che quella sulla quale si era incamminato: già gli
aveva mostrato i dannati dell’Inferno, adesso intendeva mostrargli le anime
che si purificano sotto la sua giurisdizione. Lo aveva condotto a lui aiutato
da un potere superiore, e perciò lo accogliesse di buon grado: quell’uomo
andava cercando libertà, quella libertà che è tanto preziosa come sa chi per
lei rinuncia perfino alla vita. E lui, Catone, lo sapeva bene, lui che in Utica,
dove aveva lasciato il corpo che risplenderà di gloria il giorno della
resurrezione, per la libertà aveva scelto di morire. Nessuno di loro due
aveva infranto le leggi eterne: il suo compagno era vivo e lui, morto, non
era tra i dannati soggetti alla giurisdizione di Minosse (il giudice infernale
che assegna ai peccatori il luogo della pena), ma si trovava in quel cerchio
nel quale era anche la sua casta Marzia (il Limbo, primo cerchio
dell’Inferno, dove soggiornano le anime dei giusti non battezzati o che non
conobbero la fede cristiana). Marzia, a giudicare dall’aspetto, sembrava che
ancora lo scongiurasse di considerarla sua: per amore di lei lo pregava di
accondiscendere alle loro richieste, di lasciarli salire per le sette cornici del
monte di cui era custode. Se si degnava che il suo nome venisse
pronunciato giù nell’Inferno, con gratitudine avrebbe riferito a Marzia ciò
che lui aveva fatto per amor suo.
Marzia aveva sposato Catone ma poi, consenziente il marito, era stata
ceduta in matrimonio all’oratore Quinto Ortensio; rimasta vedova, aveva
pregato il primo marito di riprenderla in moglie, e lui aveva acconsentito
alla sua richiesta. Dante racconta questo episodio, letto nella Farsaglia di
Lucano, anche nel quarto libro del Convivio.
«Da vivo» rispose Catone «ho amato Marzia al punto da soddisfare ogni
suo desiderio, ma adesso che dimora al di là dell’Acheronte (il fiume che
segna il confine oltre il quale si apre la voragine dell’Inferno, a cui
appartiene anche il Limbo) non può più commuovermi: lo stabilisce la
legge promulgata il giorno in cui io uscii dal Limbo (quando Cristo risorto
vi discese per liberare i giusti dell’età precristiana). Ma se, come dici, ti
spinge e ti guida una donna beata, chiedimelo allora in suo nome, che tanto
basta per me, e smetti di lusingarmi. Vai, dunque, ma prima cingi costui di
un giunco (simbolo di umiltà) e lavagli il viso del sudiciume accumulato
nell’Inferno, sarebbe sconveniente presentarsi al primo degli angeli (che
Dante e Virgilio incontreranno in ciascuna delle sette cornici) con gli occhi
velati di caligine. Troverai i giunchi sulla battigia della spiaggia che
circonda quest’isola (sulla quale sorge la montagna): in quel terreno
fangoso non potrebbe spuntare alcuna pianta che, come il giunco, non si
piegasse sotto i colpi delle onde. Dopo, però, non ripassare di qua: sarà il
sole che sta per sorgere a mostrarvi dove la salita al monte è meno ripida.»
Detto ciò, disparve.
Dante, che era rimasto muto in ginocchio, si sollevò e guardò Virgilio,
che disse: «Seguimi, giriamoci e scendiamo in fondo alla spiaggia».
Il chiarore dell’alba vinceva l’oscurità dell’ultima ora della notte e così
Dante scorse, in lontananza, il tremolio luccicante del mare. Camminavano
per quel luogo deserto, desiderosi entrambi di ritornare al più presto sulla
strada che saliva. Giunti che furono in un posto ombroso ancora cosparso
della rugiada notturna, Virgilio allungò le mani per raccoglierne un po’ e
Dante, che aveva capito la sua intenzione, gli porse le guance sporche di
lacrime e così il maestro gli ripulì le gote restituendole al loro naturale
colore. Poi scesero sul lido di quel mare dove mai si era spinto un essere
umano capace di farne ritorno (anche Ulisse vi aveva fatto naufragio). Lì
Virgilio cinse Dante di un giunco e, con stupore, videro che un altro giunco
era subito nato, del tutto uguale a quello divelto e nel punto esatto in cui era
stato divelto.
CANTO 2
Lo sbarco delle anime purganti. Casella

Il sole stava sorgendo. Il cielo, che prima da bianco si era fatto rosso,
adesso era dorato.
Dante e Virgilio erano ancora fermi sulla riva del mare, incerti su quale
direzione prendere. All’improvviso Dante scorse in lontananza una
indistinta luce rosseggiante che si avvicinava ad altissima velocità sulla
superficie marina. Appena il tempo di gettare un’occhiata interrogativa a
Virgilio, ed ecco che quella luce divenne più luminosa e più grande. Dante
percepì qualcosa di bianco ai lati del lume e, poco dopo, anche sotto.
Virgilio taceva, ma quando capì che la massa bianca ai lati erano le ali di un
angelo che stava guidando una nave gridò a Dante di inginocchiarsi e di
unire le mani in segno di preghiera: da quel momento avrebbe dovuto
abituarsi alle apparizioni di simili ministri divini.
«Guarda,» insisteva Virgilio «per compiere un così lungo viaggio (dalla
foce del Tevere all’isola del Purgatorio) non usa né remi né vele. Usa solo
le ali. Guarda come le tiene dritte al cielo e come batte l’aria con le sue
penne immutabili.»
Più si avvicinava, più l’angelo aumentava di splendore, al punto che
Dante fu costretto ad abbassare lo sguardo. Infine una navicella così leggera
che incideva appena la superficie dell’acqua attraccò alla riva. L’angelo
nocchiero era a poppa, sulla barca un gran numero di anime cantava
all’unisono In exitu Israel de Aegypto (Nell’uscita del popolo di Israele
dall’Egitto). L’angelo le benedisse, quelle si precipitarono sulla spiaggia e
lui ripartì, veloce come era venuto.
Le anime cantano il Salmo 113 che celebra l’esodo del popolo ebraico
dall’Egitto e il ritorno in Palestina.
Sotto i raggi dardeggianti del sole che, spuntato da poco più di mezz’ora,
ormai diffondeva ovunque la sua luce, la gran folla dei nuovi arrivati si
guardava intorno spaesata. Accortisi della presenza di Dante e Virgilio,
chiesero loro di mostrargli la strada per salire sul monte; Virgilio rispose
che erano arrivati poco prima e che anch’essi non conoscevano quel luogo.
Aggiunse pure che per arrivare lì avevano percorso un cammino ben
diverso dal loro, una strada così impervia e aspra che adesso la salita
sarebbe sembrata un gioco. In quel momento le anime si accorsero che
Dante respirava: impallidirono di stupore e poi, immobili, ma come ansiose
di ricevere buone notizie, diressero i loro sguardi sul viso di Dante, quasi
dimentiche di dover salire a purificarsi.
Una di esse si staccò dal gruppo e si avvicinò a Dante facendo l’atto di
abbracciarlo: c’era tanto affetto in quel gesto che Dante, pur senza averla
riconosciuta, fu spinto a fare altrettanto. Per tre volte cercò di stringerla e
per tutte e tre le volte si ritrovò a stringere il proprio petto. Quelle anime
erano ombre senza corpo! Davanti alla sua meraviglia l’ombra sorrise e si
trasse indietro; lui si spinse avanti. Quando con dolcezza l’anima gli disse
di non riprovarci, la riconobbe alla voce, e allora la pregò di fermarsi un
poco a parlare con lui.
«Certo che mi fermo» disse «perché da morto ti amo tanto quanto ti amai
da vivo. Ma tu che sei vivo, perché viaggi nel mondo dei morti?»
«Casella mio,» rispose Dante «faccio questo viaggio per poter ritornare
in questo posto una seconda volta (cioè salvo). Ma tu, piuttosto, spiegami
perché sei arrivato qui con tanto ritardo.»
Di Casella sappiamo poco più di ciò che si evince da questo episodio.
Forse fiorentino, fu sicuramente musico e cantore. Dovette morire prima,
ma non sappiamo quanto, della primavera del 1300.
Casella gli spiegò che le anime che non scendono al fiume Acheronte
(per essere traghettate all’Inferno) si radunano tutte alla foce del Tevere
(porto di Roma, capitale della cristianità) e che qui l’angelo nocchiero,
quello stesso che là, adesso, si stava nuovamente dirigendo, imbarca chi
vuole e quando vuole. Più volte l’angelo si era rifiutato di accoglierlo – ma
non certo per sua scelta arbitraria, ché egli obbedisce al volere divino –,
finché, proprio tre mesi prima, non aveva cominciato a caricare senza
alcuna obiezione chiunque desiderasse salire sulla barca; e così anche lui,
che allora si trovava sulla foce, era stato benevolmente accolto.
Dante fa riferimento alle indulgenze legate al Giubileo che il papa
Bonifacio VIII aveva promulgato il 22 febbraio 1300, stabilendo però che
l’indulgenza poteva essere lucrata a partire dal Natale precedente (25
dicembre 1299), cioè proprio tre mesi prima del viaggio dantesco
nell’aldilà, cominciato il 25 marzo.
Dante gli chiese: «Se la nuova condizione in cui ti trovi non ti vieta di
ricordare e di eseguire i canti d’amore che un tempo acquietavano ogni mio
dolore, ti prego, consola un po’ con uno di quei canti la mia anima, che,
giunta fin qui appesantita dal corpo, è tanto affannata».
E allora egli attaccò: Amor che ne la mente mi ragiona, cantando con
una dolcezza tale che ancora, dice Dante, risuona dentro di lui.
«Amor che nella mente mi ragiona / della mia donna disiosamente»
(Amore, che, pieno di desiderio, parla della mia donna nella mia mente) è
l’inizio della canzone di Dante che apre il terzo libro del Convivio.
Virgilio, Dante e le anime sbarcate con Casella erano felicemente
catturati da quel canto, come se nient’altro importasse loro. Se ne stavano
immobili e attenti, quand’ecco che Caronte gridò: «Cosa fate, anime pigre?
Che negligenza, che indugio è questo? Correte al monte, correte a scrollarvi
di dosso quella scorza che vi impedisce di vedere Dio».
Come i colombi, quando si radunano a pastura beccando quietamente
grano e biada e all’improvviso appare qualcosa che li spaventa, subito,
preoccupati di salvarsi, abbandonano il mangime, con altrettanta velocità
quella schiera di anime abbandonò il canto e fuggì verso il monte senza
nemmeno sapere dove esattamente andare; e con altrettanta fretta si
allontanarono anche Dante e Virgilio.
CANTO 3
Scomunicati pentiti: Manfredi

Le anime si sparpagliarono in disordine; Dante, invece, si tenne ben stretto


a Virgilio: dove sarebbe andato senza di lui? Procedevano in fretta: Virgilio
con un aspetto turbato, come se dentro di sé si rimproverasse di avere
ceduto alla lusinga del canto di Casella, Dante concentrato nei suoi pensieri.
Solo dopo che Virgilio ebbe rallentato il passo alzò gli occhi al monte e si
accorse che il sole, ancora basso sull’orizzonte, stampava davanti a lui
unicamente la sua ombra. Preso dalla paura di essere stato abbandonato, si
girò, ma Virgilio lo confortò: «Non penserai che ti abbia lasciato solo.
L’ombra la faceva il mio corpo, ma quello mi fu tolto a Brindisi e ora lo
custodisce Napoli, dove adesso sta scendendo la sera (è l’ora del Vespro,
cioè circa le quattro del pomeriggio, perciò nel Purgatorio sono circa le
sette del mattino. Virgilio morì il 19 a.C. di ritorno da un viaggio in Grecia
e per ordine di Augusto la sua salma fu trasportata e seppellita a Napoli).
Perciò non ti stupire se non proietto nessuna ombra, proprio come non ti
stupisci che le sfere celesti siano trasparenti e non intercettino i raggi
luminosi. Dio fa sì che i corpi delle anime, pur essendo diafani, patiscano i
tormenti e sentano caldo e freddo. Il suo modo di operare è inconoscibile;
folle è chi crede che la ragione umana possa percorrere le infinite vie che
segue la Trinità. Accontentatevi di sapere che le cose stanno così; se voi
uomini aveste potuto conoscere tutto, non ci sarebbe stato bisogno che
Maria partorisse (Gesù). Se fosse stato possibile, uomini di altissimo
ingegno, penso ad Aristotele, Platone e a molti altri, avrebbero placato la
loro sete di conoscenza, sete che invece è inflitta a loro come pena
inestinguibile».
Ciò detto, abbassò gli occhi e, commosso, si tacque.
Nel frattempo erano giunti ai piedi del monte. In quel punto, però, la
roccia era così ripida che nessuno sarebbe riuscito a salire: al confronto, il
dirupo più scosceso della riviera ligure, da Lerici (all’estremità orientale) a
Turbia (La Turbie, alle spalle di Montecarlo, all’estremità occidentale),
sembrerebbe un’agevole scalinata. Mentre Virgilio, immobile e a testa
bassa, si chiedeva se prendere a destra o a sinistra, Dante guardava in su
tutt’intorno al monte. E così scorse una folla di anime che camminavano
verso di loro, ma tanto lentamente che sembravano ferme.
Sono le anime dei morti scomunicati salvati dalla misericordia divina;
come in vita furono ribelli alla Chiesa, in Purgatorio procedono
lentamente, docili come pecore.
«Ecco chi ci indicherà la strada» disse Dante a Virgilio. Questi le guardò
e, sollevato, rispose: «Coraggio, andiamo noi da loro».
Avevano già fatto un migliaio di passi e quelle anime, che pure distavano
ancora un buon tiro di sasso, si fermarono timorose addossandosi alla parete
rocciosa.
«O anime salve,» le apostrofò Virgilio «indicateci dove la salita è meno
ripida.»
La prima fila di quella schiera fortunata si mosse compostamente verso
di loro seguita dalle altre, ma quelle che precedevano, non appena videro
l’ombra proiettata da Dante, si fermarono e poi retrocessero un poco, e
altrettanto fecero, senza nemmeno sapere il motivo, quelle che erano dietro,
simili alle pecore quando, uscendo un po’ alla volta dal recinto, ciascuna
compie gli stessi movimenti di quella che la precede, e si arresta
addossandosi a lei, senza sapere il perché, se essa si arresta. Virgilio
prevenne la loro domanda e spiegò che il corpo che rompeva la luce del
sole era quello di un uomo in carne e ossa: non si meravigliassero, ma
tenessero per certo che quell’uomo cercava di salire su per quella parete
non senza l’aiuto del Cielo.
«Se volete salire» dissero le anime, facendo segno col dorso della mano
«voltatevi e camminate nella nostra stessa direzione.»
Una di loro cominciò a parlare: «Chiunque tu sia, non smettere di
camminare ma guardami: cerca di ricordare se mi hai mai visto sulla Terra».
Dante fissò attentamente colui che aveva parlato: era biondo, bello, di
nobile aspetto, ma un colpo di spada aveva tagliato in due uno dei
sopraccigli, poi negò con parole reverenti di averlo conosciuto. «Vedi?»,
disse lui, e gli mostrò una ferita nella parte superiore del petto; poi,
sorridendo: «Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza. Ti prego,
una volta ritornato sulla Terra, vai dalla mia bella figlia, madre dei re di
Sicilia e di Aragona, e dille la verità (cioè che lui è salvo), anche se in Terra
si dice una cosa diversa (cioè che lui è dannato)».
Sta parlando l’anima di Manfredi di Svevia (1232-1266), figlio
illegittimo dell’imperatore Federico II e perciò nipote dell’imperatrice
Costanza d’Altavilla, moglie di Enrico VI, padre di Federico; la figlia,
anch’essa di nome Costanza, sposò Pietro d’Aragona e generò Federico III
re di Sicilia e Giacomo II re d’Aragona. Manfredi, incoronato a Palermo re
di Sicilia e di Puglia nel 1258, usurpando i diritti del legittimo erede
Corradino, nipote di Federico II, e contro il volere della Chiesa, della
quale il Regno era feudatario, condusse una politica espansiva radunando
intorno a sé le forze ghibelline: fu grazie al suo aiuto determinante che i
senesi e i Ghibellini fuorusciti sconfissero nel 1260 a Montaperti i Guelfi di
Firenze. Nel 1265 il papa Clemente IV investì del titolo regale di Sicilia
Carlo d’Angiò, conte di Provenza: questi scese in Italia con il suo esercito e
nel febbraio del 1266, a Benevento, sconfisse e uccise Manfredi, diventando
il primo re angioino dell’Italia meridionale. Manfredi, più volte
scomunicato dai papi, dopo la morte di Federico II era stato il principale
punto di riferimento dei Ghibellini italiani e il maggiore antagonista del
potere politico della Chiesa e del partito guelfo: che Dante lo collochi tra
le anime salvate, dopo aver messo il padre all’Inferno tra gli eretici, è un
segnale di come le sue posizioni politiche decisamente antighibelline nella
prima cantica siano mutate quando scrive il Purgatorio. L’imperatrice
Costanza figurerà tra le anime beate del cielo della Luna.
«Dopo che il mio corpo fu squarciato da due ferite mortali (nella
battaglia di Benevento), pentito, mi affidai alla misericordia di Dio. I miei
peccati erano stati orribili, ma la sua bontà è infinita e accoglie chiunque a
lei si rivolga. Se il vescovo di Cosenza (Bartolomeo Pignatelli), a cui
Clemente IV aveva ordinato di perseguitarmi (come legato papale), avesse
ben compreso questo aspetto di Dio, le mie ossa sarebbero ancora custodite
sotto il gran mucchio di sassi all’estremità del ponte vicino a Benevento.
Invece, adesso le bagna la pioggia e le sommuove il vento sul greto del
Verde (il fiume Liri, poi Garigliano), quasi fuori dal Regno, dove lui le
aveva fatte trasportare a ceri spenti.»
Carlo d’Angiò aveva fatto seppellire lo scomunicato Manfredi in un
terreno sconsacrato, ma con gli onori militari, all’estremità di un ponte,
non bene identificato, nei pressi della città; pare che ogni soldato avesse
deposto una pietra sul corpo. Il vescovo di Cosenza lo disseppellì e di notte,
a luci spente, come era uso per gli scomunicati, ne trasportò le spoglie sul
fiume Liri, che segnava il confine tra il Regno di Sicilia e lo Stato della
Chiesa, e lì lo abbandonò insepolto.
«Tuttavia le maledizioni di papi e vescovi (la scomunica “maggiore”
era accompagnata da maledizione o anatema) non impediscono all’eterno
amore di Dio di rivolgersi nuovamente al peccatore finché questi ha ancora
un poco di vita (e quindi può ancora sperare di salvarsi). È vero, però, che
chi muore scomunicato, anche se in punto di morte si è pentito, è costretto a
restare fuori del Purgatorio per un tempo pari a trenta volte quello vissuto
sotto scomunica, a meno che esso non venga abbreviato dalle preghiere di
buoni viventi. Dopo quello che ti ho detto, cerca di accontentarmi rivelando
alla mia buona figlia Costanza che mi hai visto tra i salvi, ma dille anche
del divieto che mi impedisce di salire sul monte, perché qui si progredisce
molto grazie alle preghiere di chi è in Terra.»
CANTO 4
Pentiti solo in fin di vita: Belacqua

Dopo il colloquio con Manfredi, Dante sperimentò di persona quanto fosse


vero che l’anima, quando è interamente occupata da sensazioni piacevoli o
dolorose, si concentra unicamente su quelle, cosicché noi non ci accorgiamo
del passare del tempo. Lo sperimentò perché, mentre camminava tutto preso
ancora dall’immagine e dalle parole di Manfredi, si era accorto che dal
sorgere del sole erano trascorse più di tre ore solamente quando le anime
alle quali lui e Virgilio avevano chiesto la strada gridarono a una voce:
«Ecco ciò che ci chiedevate».
Il pertugio su per il quale, lasciati soli dagli scomunicati, cominciarono a
inerpicarsi era più stretto di uno di quei buchi nella siepe che i contadini
chiudono con una piccola forcata di pruni per proteggere l’uva che sta
maturando. Quanto poi alla salita, se con i soli piedi si può arrivare fin su a
San Leo o discendere giù a Noli, montare sulle sommità di Bismantova e
del monte Cacume, per quel sentiero era necessario usare anche le ali,
quelle ali del desiderio che sospingevano Dante verso l’alto.
San Leo è una rocca sulla cima di un monte del Montefeltro; Noli è una
cittadina sul mare a ovest di Savona al tempo di Dante raggiungibile dalla
via Aurelia scendendo un ripido pendio a gradoni; la Pietra di Bismantova
è un monte dalla cima piatta e dalle pareti a picco dell’Appennino
reggiano; il Cacume è forse l’omonimo monte del gruppo dei Lepini in
Campania.
Si arrampicavano lungo quello stretto camino aiutandosi pure con le
mani. Arrivati quasi in cima al ripido costone, là dove il budello si
allargava, Dante chiese quale via a quel punto avrebbero dovuto percorrere
e Virgilio gli disse di proseguire dritto vero l’alto, che prima o poi
avrebbero incontrato qualcuno esperto del luogo. La vetta neppure si
vedeva; la pendenza superava i 45 gradi. Dante, spossato, implorò Virgilio
di sostare; questi lo esortò a salire ancora fino a un ripiano che lì sopra
girava tutt’intorno al monte e lui, fattosi coraggio, si trascinò a carponi fino
a quella balza (la prima delle tre balze dell’antipurgatorio).
Lì si sedettero, rivolti a levante. Dante prima guardò la spiaggia in basso,
poi sollevò gli occhi al sole e rimase stupito nel vedere che i suoi raggi
provenivano da nord e li colpivano sulla sinistra. Allora Virgilio, accortosi
della sua meraviglia, gli impartì una lezione di astronomia: gli disse che se
il sole fosse stato più vicino al solstizio d’estate lo avrebbe visto ancora più
a nord di quanto era in quel periodo, e questo perché, essendo esattamente
agli antipodi, Gerusalemme e il Purgatorio condividono il medesimo
orizzonte, ragion per cui nell’emisfero settentrionale il sole compie una
traiettoria che piega verso sud e in quello meridionale una traiettoria che
piega verso nord. Grazie a quella lezione Dante comprese a pieno che il
Purgatorio distava dall’equatore esattamente quanto ne distava
Gerusalemme. Quello che non sapeva, e che avrebbe gradito sapere da
Virgilio, era quanto ancora avrebbero dovuto camminare, dato che di quella
montagna non si scorgeva la cima. Virgilio gli rispose che lo ignorava,
sapeva per certo, però, che la salita nel tratto iniziale era molto faticosa ma
che la fatica si alleviava a mano a mano che si saliva, fino a diventare
addirittura piacevole. Dunque, quando il camminare gli sarebbe sembrato
così agevole come se stesse scendendo con una nave sul filo della corrente,
in quel momento avrebbe capito di essere arrivato alla fine del viaggio.
«Mi sa che prima di allora vorrai sederti!» esclamò una voce
sconosciuta.
A quelle parole si girarono e scorsero sulla loro sinistra un grande masso
a cui prima non avevano fatto caso. Si avvicinarono e videro un gruppo di
anime sostare pigramente all’ombra di quella roccia.
Sono le anime di coloro che per neghittosità, pigrizia e indolenza morale
non si sono curati di pentirsi dei loro peccati se non in punto di morte.
Una di loro se ne stava accovacciata con le braccia strette intorno alle
ginocchia e la faccia nascosta tra esse.
«Guarda un po’ se quello non sembra proprio fratello della pigrizia»
disse Dante.
Allora l’anima li sbirciò girando la faccia appoggiata su una coscia e
replicò: «Sali tu, che sei così bravo».
A quel punto Dante lo riconobbe e, ansimando ancora per la fatica, gli si
avvicinò. E quello, sollevando appena la testa: «Allora, hai capito perché
qui il sole cammina alla tua sinistra?».
Tanta pigrizia nel muoversi e nel parlare strappò a Dante un sorriso:
«Belacqua,» cominciò «adesso che ti vedo qui (salvo) non sono più in pena
per te. Dimmi però perché sei qui seduto. Aspetti una guida o ti ha ripreso
la tua solita pigrizia?».
Dietro al soprannome Belacqua, cioè «bevilacqua», a indicare
antifrasticamente una notoria inclinazione al vino, sembra nascondersi il
fiorentino Duccio di Bonavia, ancora vivente nel luglio del 1299. Forse
esercitava il mestiere del liutaio. Dall’episodio risulta che fu amico di
Dante.
«Fratello,» rispose «a che mi servirebbe salire? Tanto, l’angelo che Dio
ha messo a guardia della porta mi impedirebbe di entrare (Dante varcherà
la porta del Purgatorio nel canto 9). Siccome ho ritardato a pentirmi fino
all’ultimo, devo restare al di qua della porta per un tempo uguale a quello
che è durata la mia vita, a meno che non mi aiuti la preghiera di un cuore in
grazia di Dio: il cielo non ascolta quelle di chi vive nel peccato.»
Virgilio intanto aveva ricominciato a salire ed esortava Dante a
raggiungerlo perché era già mezzogiorno.
CANTO 5
Morti di morte violenta: Iacopo del Cassero, Buonconte da
Montefeltro, Pia dei Tolomei

Dante camminava dietro a Virgilio quando una voce alle sue spalle gridò:
«Guarda là, quello più in basso fa ombra sulla sua sinistra, sembra proprio
vivo».
Si voltò, qualcuno lo stava puntando con il dito. Altre anime lo fissavano
stupite.
«Perché rallenti?» lo rimproverò Virgilio. «Che t’importa se qui si
mormora di te? Seguimi, e lasciali dire. Sii come una solida torre che non
oscilla al vento. Ricordati che chi si abbandona a un pensiero dopo l’altro
finisce per allontanarsi dalla sua meta.» E Dante cosa mai avrebbe potuto
rispondere se non «Vengo»? E così rispose, rosso di vergogna.
Un po’ più in alto sul ripiano del monte (la seconda balza) un altro
gruppo di anime procedeva trasversalmente verso di loro cantando a versetti
alternati il Miserere.
«Miserere mei Deus, secundum misericordiam tuam» (Pietà di me, o
Dio, per la tua misericordia) è l’inizio del Salmo 50, il più celebre di quelli
penitenziali, recitato nella liturgia funebre e quaresimale.
Quando si accorsero che il corpo di Dante impediva il passaggio dei
raggi solari le anime tramutarono il canto nell’esclamazione di un «Oh»
prolungato e sommesso. Due di loro, a mo’ d’ambasciatori, corsero giù
verso Dante e Virgilio chiedendo se fossero morti o vivi. Virgilio rispose di
riferire agli altri che il corpo del suo compagno era di carne: pertanto, se si
erano fermati perché avevano visto la sua ombra, adesso ne sapevano a
sufficienza. Aggiunse che se lo avessero trattato con cortesia, ne avrebbero
avuto vantaggi. I due risalirono più velocemente di quanto stelle cadenti
agostane solchino il cielo sul far della notte o lampi squarcino le nubi al
tramonto; riferito il messaggio, tutti quanti insieme si precipitarono giù in
corsa sfrenata. Al che Virgilio avvertì Dante: «Attento, questi sono in gran
numero e vengono a supplicarti. Tu però non ti fermare e ascoltali mentre
cammini».
Gridavano: «O tu, che vai a guadagnarti l’eterna felicità con quello
stesso corpo con il quale sei nato, rallenta un poco il passo, guarda se hai
mai visto qualcuno di noi, così da portarne notizia nel mondo dei vivi.
Perché seguiti a camminare? Perché non ti fermi? Noi tutti fummo uccisi
con violenza, e fummo tutti peccatori fino all’ultima ora: in quell’ora la
grazia divina ci rese consapevoli, così ci pentimmo del male fatto e
perdonammo quello subito, e morimmo riconciliati con Dio».
E Dante: «Benché scruti i vostri volti, non riconosco nessuno, ma se
desiderate che io faccia qualcosa che è in mio potere, ditelo, e in nome di
quella pace che vado cercando attraverso i regni dell’aldilà, io lo farò».
Uno di loro cominciò a parlare.
È l’anima di Iacopo del Cassero di Fano (1260 ca-1298), uomo politico
e comandante militare di parte guelfa. Alla guida di un contingente di Fano
partecipò alla battaglia di Campaldino (11 giugno 1289) tra i fiorentini e
gli aretini nello stesso schieramento nel quale militava anche Dante
(Buonconte da Montefeltro, che parlerà subito dopo, era schierato invece
con gli aretini). Come podestà di Bologna nel 1297 aveva svolto una
politica repressiva del partito filoestense attirandosi l’odio del marchese
Azzo VIII d’Este (quello stesso che nel canto 12 dell’Inferno Dante aveva
accusato di aver ucciso il padre e di essere un bastardo); due anni dopo
Azzo lo fece assassinare in un agguato tesogli mentre attraversava il
territorio padovano per recarsi a Milano a prendere possesso della carica
di podestà.
«Non c’è bisogno che lo giuri, ci fidiamo della tua promessa. Io, che
parlo per primo, ti chiedo la cortesia, se mai ti capiterà di visitare la Marca
Anconitana (situata tra la Romagna e il Regno di Napoli), di sollecitare le
anime buone di Fano a pregare affinché io possa salire a espiare i miei gravi
peccati. Io ero di lì, ma le profonde ferite che mi dissanguarono mi furono
inferte nel territorio degli Antenori (i padovani, discendenti da Antenore, il
principe troiano che, trasferitosi in Italia dopo la distruzione della sua
città, secondo la leggenda avrebbe fondato Padova), proprio là dove
credevo di essere più al sicuro (in effetti per evitare di attraversare il
territorio degli Estensi Iacopo aveva viaggiato via mare fino alla foce del
Brenta e da lì stava dirigendosi via terra verso Milano). A mandare i sicari
era stato l’Estense (Azzo VIII), che mi odiava più del giusto. Tuttavia,
quando quelli mi sorpresero a Oriago, se fossi fuggito sulla strada per Mira
adesso sarei ancora tra i vivi; invece corsi verso la palude, caddi impigliato
tra le canne e la melma e là vidi il sangue delle mie vene allagare il
terreno.»
Poi prese la parola un’altra anima.
Parla Buonconte da Montefeltro, figlio del grande condottiero ghibellino
Guido. Lui pure ghibellino e uomo d’arme, partecipò alla battaglia di
Campaldino, dove trovò la morte, dalla parte dei nemici di Firenze. Il fatto
che Dante avesse collocato il padre all’Inferno, per di più infamandone la
memoria (canto 27), e adesso salvi l’anima del figlio, contro il quale aveva
combattuto personalmente, è un altro forte indizio del mutamento di
prospettiva politica intervenuto tra la fine della composizione della prima
cantica e l’inizio di quella della seconda.
«Ti auguro di realizzare il desiderio di salire in cima a questo monte, ma
tu, per favore, aiutami a esaudire il mio stesso desiderio. Io fui della
famiglia dei Montefeltro, io sono Buonconte. Giovanna (forse la moglie) e
gli altri miei parenti (i figli Federico e Manentessa, moglie di Guido
Salvatico di Dovadola, di cui Dante era stato ospite nel 1307) non si
ricordano di me: ecco perché cammino tra costoro vergognoso a testa
bassa.»
Dante gli chiese: «Come mai ti allontanasti tanto da Campaldino che il
tuo cadavere non fu mai trovato? Fosti costretto o fu semplicemente per
caso?».
«Oh,» rispose Buonconte «ai piedi del Casentino la valle è attraversata
da un corso d’acqua, che nasce sopra l’Eremo di Camaldoli, chiamato
Archiano: io, ferito alla gola, a piedi e insanguinando il piano, arrivai là
dove quel torrente sfocia nell’Arno e lì persi conoscenza: la mia ultima
parola fu il nome di Maria. Là spirai e abbandonai il mio corpo. Adesso ti
dirò la verità, e tu riferiscila ai viventi: l’angelo di Dio prese la mia anima
mentre quello dell’Inferno (il diavolo) gridava: “O tu che vieni dal cielo,
perché mi derubi? Ti porti via la parte immortale di costui solo perché ha
sparso una lacrimuccia, ma io tratterò ben diversamente il suo corpo”. Si sa
che il vapore addensato nell’aria quando, salendo, è investito dal freddo si
trasforma nuovamente in acqua; ebbene, unendo insieme intelligenza e
volontà malvagia, il diavolo smosse il vapore e il vento; dopo il tramonto
coprì di nebbia la valle dell’Arno, dal Pratomagno (il complesso montuoso
che la delimita a ovest) alla Giogaia (che la delimita a est), e raffreddò la
temperatura dell’aria. Quella gran massa compressa si convertì in pioggia:
l’acqua caduta riempì i fossati, poi si raccolse nei torrenti e questi si
precipitarono in Arno con una velocità tale da travolgere ogni ostacolo.
Presso la foce la piena violenta dell’Archiano si abbatté sul mio corpo
gelato¸ sciolse la croce che, sopraffatto dal dolore, avevo formato sul petto
con le braccia e lo spinse nell’Arno. La corrente mi rivoltò sbattendomi
contro le rive e sul fondo, poi mi seppellì sotto i suoi detriti.»
«Quando sarai tornato sulla Terra, e ti sarai riposato del lungo viaggio,»
disse di seguito una terza anima «ricordati di me. Sono Pia: nata a Siena,
sono morta in Maremma, come sa bene colui che, prima di uccidermi, mi
aveva sposato donandomi l’anello nuziale.»
Secondo alcuni la moglie trucidata sarebbe una Pia dei Tolomei e il
marito Paganello (Nello) dei Pannocchieschi, signore di feudi in
Maremma; questi l’avrebbe uccisa forse per poter sposare Margherita
Aldobrandeschi, contessa di Sovana; altri pensano che la moglie uccisa sia
una Pia Malvolti di Siena, sposata a Paganello in seconde nozze.
CANTO 6
Altri morti di morte violenta. Sordello

Dante cercava di sciogliersi dall’abbraccio di quella gran folla di postulanti


guardando ora questo ora quello e promettendo a ciascuno che avrebbe
esaudito il suo desiderio. Si comportava come il vincitore di una partita a
dadi, il quale, finito il gioco, prestando ascolto ora all’uno ora all’altro e
allungando qualche mancia ai più insistenti, si apre la strada nella ressa di
spettatori che da ogni lato gli si raccomandano.
In quella folla di anime c’era il giudice aretino ucciso dal feroce Ghino
di Tacco (ghibellino discendente di una grande dinastia feudale
progressivamente privata di terre e diritti dal Comune di Siena, esercitava
il brigantaggio avendo come base operativa la rocca di Radicofani; uccise
a Roma il noto giurista di Arezzo Benincasa da Laterina per vendicarsi del
fatto che questi, come giudice a Siena, nel 1285 aveva fatto torturare e
giustiziare suo padre Tacco dei Cacciaconti) e c’era l’altro aretino (Guccio
dei Tarlati di Pietramala, uno dei capi ghibellini di Arezzo) morto annegato
mentre fuggiva (sembra dal campo di battaglia di Campaldino, inseguito
dai Bostoli, famiglia aretina di parte guelfa). Scongiuravano Dante
tendendo le mani anche Federico Novello e il pisano che diede modo al
valoroso Marzucco di mostrare la sua forza d’animo.
Il primo è figlio di Guido Novello dei Guidi di Bagno, ghibellini, lui pure
ucciso da uno dei Bostoli. Il pisano è Gano di Marzucco Scornigiani,
assassinato nel 1287 da Nino detto il Brigata, nipote del conte Ugolino
della Gherardesca (protagonista del canto 33 dell’Inferno), in quanto
sostenitore di Nino Visconti. Il padre Marzucco, che dopo avere ricoperto
prestigiosi incarichi si era fatto frate minore e aveva soggiornato anche nel
convento di Santa Croce a Firenze, aveva dato prova della sua forza
d’animo rinunciando a vendicare l’uccisione del figlio.
Dante vide anche il conte Orso di Mangona (figlio di Napoleone degli
Alberti conficcato nel ghiaccio della Caina insieme al fratello Alessandro:
Napoleone aveva fatto uccidere Alessandro e un figlio di questi ne aveva
vendicato la morte uccidendo il cugino Orso) e Pier da la Broccia (Pierre
de la Brosse), il quale sosteneva di essere stato giustiziato innocente, per
astio e invidia (e di ciò, commenta Dante autore, la signora di Brabante si
penta finché è ancora viva, per non trovarsi poi nella schiera dei dannati).
Pierre de la Brosse, chirurgo e ciambellano dei re di Francia, fu
impiccato nel 1278 da Filippo III l’Ardito a seguito di una accusa di
tradimento rivoltagli da Maria di Brabante, seconda moglie del re, la
quale, in precedenza, era stata accusata da Pierre di aver avvelenato
l’erede al trono per favorire il proprio figlio. Dante rivolge il suo
ammonimento a Maria quando essa è ancora in vita (morirà nel 1321).
Liberatosi finalmente dall’assedio di quelle anime supplicanti, Dante
chiese a Virgilio di risolvergli un dubbio: credeva di aver capito – ma
avrebbe anche potuto aver inteso male – che lui in un passo dell’Eneide
negasse espressamente che una preghiera potesse modificare un decreto del
cielo (si riferiva alla risposta della Sibilla a Palinuro, che la pregava di
traghettarlo al di là dell’Acheronte benché insepolto: «Non illuderti di
piegare con le suppliche i decreti degli dèi»); e allora, si domandava, tutte
quelle anime che proprio quello chiedevano nutrivano una vana illusione?
«Io ho scritto esattamente ciò che dici, ma non per questo la speranza di
costoro è infondata» rispose Virgilio. «Intanto, il fatto che la carità dei
viventi abbrevi l’attesa dei purganti lascia il decreto del tutto immutabile;
poi, per quanto riguarda Palinuro, le preghiere di un pagano nemmeno
arrivavano a Dio. Comunque – proseguì – per un problema così importante
aspetta i chiarimenti che ti darà colei che è in grado di illuminare la tua
mente, dico Beatrice, che incontrerai lieta e beata sulla cima di questo
monte.»
«Affrettiamoci» esclamò Dante. «Non sento più la fatica come prima e
poi sta scendendo la sera.»
«Calma» ribatté Virgilio. «Non è come immagini: prima di arrivare in
vetta vedrai sorgere il sole più di una volta.»
Poi gli indicò un’anima che, tutta sola, li stava osservando con dignitosa
fierezza. Benché si fossero mossi verso di lei per chiederle la strada, quella
seguitava a guardarli immobile e in silenzio: sembrava un leone
accovacciato. Invece di rispondere a Virgilio che, avvicinatosi, le aveva
chiesto quale fosse la via migliore per salire, domandò loro chi fossero e da
quale paese venissero. Virgilio aveva appena cominciato a dire:
«Mantova…», che l’ombra si levò di scatto: «O mantovano,» disse «io sono
Sordello, tuo conterraneo!». E i due si abbracciarono.
Sordello, nato a Goito, vicino a Mantova, all’inizio del Duecento da una
nobile famiglia decaduta, ebbe una vita avventurosa. Nella giovinezza
frequentò varie corti dell’Italia del nord, dalla Ferrara di Azzo VII d’Este
alla Verona di Rizzardo di San Bonifacio alla Treviso dei da Romano.
Proprio su incarico dei fratelli da Romano avrebbe rapito e riportato a
Treviso la loro sorella Cunizza, moglie di Rizzardo; si diceva che con
Cunizza – che Dante collocherà in Paradiso nel cielo di Venere – egli
avesse avuto una relazione sentimentale. Dal 1229 visse fuori dall’Italia: in
Spagna, Portogallo e Provenza, dove, prima fu al servizio di Raimondo
Berengario IV, poi di Carlo d’Angiò. Nel 1265 seguì la spedizione
dell’Angioino contro Manfredi e fu ricompensato con feudi nel Regno. Morì
nel 1269, non sappiamo in quali circostanze. Sordello è considerato il
maggior poeta italiano in lingua d’oc; come poeta Dante lo menziona con
onore nel De vulgari eloquentia. Sicuramente l’anima di Sordello
appartiene alla grande schiera dei negligenti, cioè di coloro che si sono
pentiti solo all’estremo della vita; non è chiaro, invece, se appartenga a
uno dei sottogruppi in cui Dante la suddivide.

Subito dopo aver raccontato di aver visto Sordello e Virgilio


abbracciarsi, Dante autore prorompe in una lunga invettiva: «Ah, Italia,
paese senza legge, albergo di dolore, nave sballottata nella tempesta senza
timoniere, non più signora di nazioni, ma prostituta! Mentre quella nobile
anima si affrettò ad abbracciare il suo concittadino solamente per aver
sentito echeggiare il nome della sua città, i tuoi abitanti si accaniscono gli
uni contro gli altri, perfino dentro la stessa cerchia di mura. Nessuna tua
parte è in pace. Giustiniano ti aveva dato leggi che ti tenessero a freno, ma
adesso nessun imperatore ti governa, e perciò quelle leggi sono inapplicate;
anzi, avremmo meno da vergognarci se non ci fossero».
L’imperatore Giustiniano (527-565) – che sarà protagonista del canto 6
del Paradiso – aveva riordinato l’intera legislazione romana nel Corpus
iuris civilis. Dalla morte di Federico II (1250) fino a Enrico VII di
Lussemburgo, incoronato nel 1312, nessuno di coloro che erano stati eletti
re dei Romani aveva cinto la corona imperiale.
«Ah, voi, uomini di Chiesa, che dovreste occuparvi delle cose sacre e
lasciare che l’imperatore eserciti il suo comando, guardate che cavallo
riottoso è diventata l’Italia da quando, avendola voi presa per la cavezza, gli
sproni degli imperatori più non la domano. O Alberto tedesco, che invece di
salire in sella abbandoni a sé stesso questo cavallo indomabile, che il
castigo divino cada sulla tua stirpe, e spaventi il tuo successore! Perché tu e
tuo padre, presi dagli interessi di Germania, avete tollerato che l’Italia, la
regione più bella dell’impero, fosse abbandonata.»
Alberto I d’Asburgo, eletto re di Germania e dei Romani nel 1298, fu
assassinato da un nipote nel maggio 1308 (nell’anno precedente era morto
suo figlio Rodolfo). Non si era curato dell’Italia e, benché riconosciuto
imperatore dal papa, non era mai venuto a farsi incoronare. Nel novembre
1308 gli succedette nel titolo di re dei Romani Enrico VII di Lussemburgo:
è probabile che quando scriveva questo canto Dante non conoscesse
ancora l’intenzione di Enrico di scendere in Italia. Alberto sarà ricordato
tra i sovrani dannati nel canto 19 del Paradiso. Anche Rodolfo I d’Asburgo,
padre di Alberto – che ricomparirà tra i principi negligenti del prossimo
canto –, benché la sua elezione a imperatore fosse stata riconosciuta dal
papa nel 1274, proprio come il figlio non scese in Italia a ricevere la
corona.
«O Alberto, incurante del tuo dovere, vieni a vedere come si combattono
Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi (cioè i Guelfi e i Ghibellini:
i Montecchi di Verona e i Cappelletti di Cremona capeggiavano
rispettivamente fazioni ghibelline e guelfe che si erano scontrate a lungo in
Lombardia; i Monaldi e i Filippeschi erano invece a capo dei Guelfi e dei
Ghibellini di Orvieto), vieni a vedere come sono oppressi i tuoi feudatari
(dall’espansionismo dei Comuni e del papato), come è decaduta la contea
di Santafiora (presso il monte Amiata, feudo degli Aldobrandeschi)! Vieni a
vedere la tua Roma che piange abbandonata e giorno e notte ti invoca: “O
mio imperatore, perché non stai con me?”. Vieni a vedere quanto si amano
gli italiani! Se non per pietà di noi, vieni per vergognarti della tua infamia.
Se mi è permesso chiedere, o Dio: hai rivolto altrove i tuoi occhi o con
questi mali stai preparando, in modo per noi incomprensibile, un bene
futuro? Lo dico perché le città italiane sono piene di usurpatori; ogni
capopopolo, foss’anche un plebeo contadino, si atteggia a salvatore della
patria come Marcello (Marco Claudio Marcello, che espugnò Siracusa
nella seconda guerra punica. Se invece Dante si riferisse al pompeiano C.
Claudio Marcello nemico di Cesare, il senso sarebbe che ogni politico si
atteggia a nemico dell’imperatore).
O mia Firenze, puoi ben essere contenta che questa mia digressione (dal
filo del racconto) non ti riguardi: ringrazia di ciò il tuo popolo. Molte
persone di altre città hanno la giustizia in cuore, ma raramente ne
pronunciano il nome; il tuo popolo invece quel nome l’ha sempre sulle
labbra. Molte persone rifiutano il peso delle cariche pubbliche, ma il tuo
popolo è prontissimo a gridare, senza nemmeno essere stato interpellato:
“Me lo metto io sulle spalle!”. O Firenze, rallegrati, che ne hai motivo: sei
ricca, sei in pace, sei piena di saggezza! Non lo dico io, lo dicono i fatti.
Atene e Lacedemona (Sparta) fecero le prime costituzioni (Solone ad
Atene, Licurgo a Sparta) e furono città molto ben governate, ma rispetto a
te, che emetti provvedimenti tanto sottili che non arriva a metà novembre
ciò che hai filato a ottobre, portarono ben poco alla convivenza civile.
Quante volte nell’arco di una vita hai cambiato leggi, moneta, cariche,
mode! Quante volte hai rinnovato i tuoi cittadini! (Si allude agli esili e ai
ritorni dei vari gruppi di famiglie dovuti all’alterno prevalere della parte
guelfa e ghibellina.) Se non hai perduto la vista e la memoria, vedrai che tu
assomigli a quella ammalata che non trova riposo nemmeno sul letto più
morbido, ma cerca di calmare il dolore rivoltandosi ora su un fianco ora
sull’altro.»
CANTO 7
Ancora Sordello. La valletta dei principi negligenti

Virgilio e Sordello si abbracciarono più volte, dopo di che Sordello si scostò


e chiese: «E voi chi siete?».
E Virgilio: «Sono stato sepolto prima della morte di Cristo. Sono
Virgilio, ho perduto il Cielo unicamente per non avere avuto la fede».
Sordello restò sbalordito, non credeva ai propri occhi. «Ma sarà proprio
vero?» si ripeteva. Superato quel momento di stupore, abbassò gli occhi, gli
si avvicinò di nuovo e si chinò ad abbracciargli le ginocchia:
«O gloria dei Latini,» esclamò «orgoglio della mia Mantova, tu, che hai
mostrato tutta la potenza della nostra lingua! Quale grazia straordinaria è
incontrarti! Vieni dall’Inferno? Da quale girone?»
«I gironi li ho attraversati tutti,» disse Virgilio «ma non potrò vedere
quel Dio che tu desideri e che io ho conosciuto solo dopo morto. Io sto con i
bambini non battezzati e con i giusti ignari delle virtù divine laggiù (nel
Limbo), in un luogo oscuro ma privo di tormenti, dove le anime non gridano
di dolore ma sospirano. Ma se conosci la strada e ti è permesso indicarcela,
dicci come possiamo arrivare al Purgatorio vero e proprio.»
Sordello rispose che dentro i confini dell’antipurgatorio a lui era
consentito di muoversi a suo piacimento e perciò si offrì come guida. Ma
aggiunse che, siccome era impossibile salire durante la notte e il sole stava
tramontando, sarebbe stato bene pensare a un luogo dove passare
gradevolmente la notte. Lì vicino, sulla destra, separate dalle altre, c’erano
anime che sicuramente Virgilio avrebbe conosciuto con piacere. Lo avrebbe
condotto da loro.
«Perché di notte non si può salire?» domandò Virgilio. «Per un
impedimento esterno o per una mancanza di forza interiore?»
Sordello con un dito tracciò una riga per terra e disse: «Vedi, dopo il
tramonto non potresti superare nemmeno questa linea: il buio ti toglierebbe
perfino la voglia di provarci. Con il buio, invece, potresti scendere giù alla
spiaggia e passeggiare intorno al monte fino a che dura la notte».
«E allora» disse Virgilio «andiamo dove hai detto che possiamo
piacevolmente riposarci.»
Sordello indicò come loro meta un avvallamento incavato nel fianco del
monte. Vi arrivarono (terza balza) percorrendo uno stretto sentiero obliquo.
Sotto di loro si apriva una valletta cosparsa di erbe e di fiori dai colori così
vividi che nessuna pietra o metallo prezioso sulla Terra li avrebbe potuti
superare in brillantezza. La natura non solo l’aveva dipinta di fiori, ma,
mescolando mille diversi profumi, ne aveva creato uno nuovo, sconosciuto
e indistinto. Seduto su quel prato fiorito un gruppo di anime cantava Salve,
Regina.
Sono le anime di principi e re dei principali regni d’Europa e intonano
una antica preghiera, recitata nell’uso liturgico al calare della notte, con la
quale si chiede a Maria di poter finalmente contemplare, dopo l’esilio
terreno, suo figlio Gesù.
Per poterle meglio distinguere a una a una Sordello suggerì di non
scendere ancora fra di loro ma di osservarle dall’alto del sentiero
approfittando della poca luce rimasta, e subito cominciò a indicarle.
Nella posizione più eminente sedeva l’imperatore Rodolfo: lui, che
avrebbe potuto guarire le ferite che hanno ucciso l’Italia, ferite che adesso è
troppo tardi perché possano essere risanate, sembrava vergognarsi di aver
trascurato il proprio dovere e perciò non cantava insieme agli altri.
Anche nell’invettiva del canto precedente Rodolfo I d’Asburgo,
imperatore eletto ma non incoronato, era stato accusato di avere
abbandonato il governo dell’Italia.
Vicino a lui cercava di confortarlo Ottocaro, che fu re di Boemia, e che
perfino da bambino valeva più di quanto non valga da adulto suo figlio
Venceslao, che si nutre di ozio e di lussuria.
Ottokar II Premysl (1233-1278), re di Boemia dal 1253, fu acerrimo
nemico di Rodolfo, di cui non riconobbe l’elezione a imperatore, e morì in
battaglia combattendo contro di lui. Il figlio Venceslao (Václav) II,
succeduto al padre sul trono di Boemia a soli sette anni e nominato re di
Polonia nel 1300, era ancora vivente nell’anno in cui Dante finge di
compiere il viaggio nell’aldilà (morirà nel 1305). Dante alluderà a lui
come ozioso e lussurioso anche nel canto 19 del Paradiso.
Uno dal piccolo naso si stringeva, come se gli stesse parlando, a un altro
di aspetto pacioso: il primo era morto mentre fuggiva in ritirata disonorando
il giglio di Francia. Mentre questi si batteva il petto, l’altro sospirava, con
una guancia appoggiata al palmo d’una mano: erano entrambi lacerati dal
dolore di vedere quale vita corrotta conducesse il re che è rovina della
Francia e del quale erano rispettivamente padre e suocero.
Il nasetto appartiene al re di Francia Filippo III l’Ardito, morto di
malaria nel 1285 mentre si ritirava dall’Aragona sconfitto da Pietro III. È
il padre di Filippo IV il Bello, il «mal di Francia», di cui è suocero Enrico I
di Navarra, detto il Grasso a causa della sua obesità.
Un altro re, di grande corporatura (Pietro III d’Aragona), cantava
all’unisono con un’anima dal grosso naso (Carlo I d’Angiò): in vita era
stato pieno di virtù, e se sul suo trono fosse rimasto il giovinetto che là
sedeva dietro di lui (Alfonso III), le sue virtù si sarebbero travasate di padre
in figlio, mentre invece gli altri figli, Giacomo (II d’Aragona) e Federico
(III di Sicilia), avevano ereditato i suoi regni, ma non le sue virtù. Del resto,
succede di rado che il valore umano si trasmetta dai padri ai figli: è Dio a
volerlo, perché appaia con chiarezza che il valore discende solo da lui. E
questo, oltre che per Pietro, valeva anche per Carlo il nasuto, stando ai
lamenti che si levavano sia dalla Puglia che dalla Provenza. Lamenti dovuti
al fatto che il figlio a lui succeduto sul trono (Carlo II lo Zoppo) era
inferiore al padre almeno quanto il padre lo era stato a Pietro III d’Aragona.
Pietro III il Grande, re d’Aragona e poi, dopo i «vespri» del 1282, di
Sicilia, morì nel 1285 dopo avere sconfitto Filippo III di Francia; da
Costanza Hohenstaufen, figlia di Manfredi (nominata nel canto 3), ebbe
Giacomo – re di Sicilia e poi, alla morte prematura nel 1291 del fratello
Alfonso III il Liberale (il «giovinetto» seduto dietro al padre nella valletta),
anche d’Aragona – che morirà nel 1327 e Federico, re di Sicilia dal 1296,
che morirà nel 1337. Carlo I d’Angiò, il «nasuto», fu conte di Provenza e,
dopo la sconfitta di Manfredi (1266), re di Napoli e Sicilia, isola che
dovette abbandonare dopo la rivolta dei «vespri»; nel 1285 gli succedette
Carlo II lo Zoppo, morto nel 1309.
In disparte e tutto solo sedeva Enrico III Plantageneto, re d’Inghilterra
(1216-1272), uomo un po’ sciocco, ma fortunato nella discendenza (il figlio
Edoardo I [1272-1307], era detto il «Giustiniano inglese» per aver
riordinato le leggi del regno; diverso giudizio Dante sembrerebbe dare nel
canto 19 del Paradiso). Il marchese Guglielmo di Monferrato se ne stava
invece più in basso di tutti; a causa sua il figlio aveva scatenato contro
Alessandria una guerra che stava devastando il Monferrato e il Canavese.
Guglielmo VII detto Lungaspada, ghibellino (1240 ca-1292), dominava
un vasto territorio comprendente quasi tutto il Piemonte e parte della
Lombardia, Milano compresa; catturato nella guelfa Alessandria durante
una ribellione fu lasciato morire in una gabbia. Il figlio Giovanni I, morto
nel 1305, contro Alessandria condusse una guerra su larga scala ancora in
corso nel 1300.
CANTO 8
Ancora nella valletta: Nino Visconti, Corrado Malaspina

Era l’ora del tramonto, l’ora che spinge i naviganti, alla fine del primo
giorno di viaggio, a desiderare la patria dove hanno lasciato i loro amici,
l’ora che trafigge di nostalgia il viaggiatore messosi da poco in cammino al
quale i lontani rintocchi di una campana sembra quasi che lamentino il
giorno che muore.
Sordello aveva smesso di parlare. Dante vide un’anima alzarsi in piedi e,
con le mani giunte levate in alto, fissare intensamente il cielo a oriente:
dalla sua bocca uscirono le note di Te lucis ante con tanta dolcezza che lui
ne fu rapito. Le altre anime, con altrettanta dolcezza, seguitarono a cantare
l’inno sino alla fine, loro pure tendendo gli occhi al cielo. E al cielo li
mantennero fissi anche dopo aver finito il canto: sembravano in timorosa
attesa.
«Te lucis ante» sono le prime parole di un inno ambrosiano con il quale,
a compieta, si invoca la protezione di Dio contro le tentazioni notturne:
«Prima della fine del giorno noi ti invochiamo, o creatore del mondo,
affinché, per tua clemenza, tu sia nostro difensore».
Due angeli vestiti di verde, con in mano una spada fiammeggiante,
scesero dal cielo e si collocarono ai lati opposti della valle. Dante poteva
distinguere i loro biondi capelli, ma non i lineamenti del volto. «Sono
inviati da Maria» spiegò Sordello «a difendere la valle dal serpente che qui
verrà da un momento all’altro.» Dante, impaurito, si accostò a Virgilio.
Su invito di Sordello, con pochi passi scesero tutti e tre nella valletta tra
le anime di quei grandi uomini.
Una di loro non staccava gli occhi da Dante, come se cercasse di
riconoscerlo. Gli si avvicinò e Dante, nonostante il buio si stesse infittendo,
la riconobbe: come fu felice nel constatare che il nobile giudice Nino non
era tra i dannati!
Ugolino (Nino) dei Visconti di Pisa, signore («giudice») della Gallura
dal 1275 e capo del partito guelfo pisano, nel 1285 era stato associato al
potere dal nonno materno, il conte Ugolino della Gherardesca; in seguito,
allontanato dal potere poco prima della rovina del conte, si era rifugiato a
Firenze (dove Dante può averlo conosciuto) facendosi promotore della
guerra della lega guelfa contro Pisa. Morì in Sardegna nel 1296.
Scambiatisi i più cortesi saluti, Nino gli domandò da quanto tempo fosse
approdato ai piedi del monte.
«Stamattina» gli rispose Dante. «Non però attraversando l’oceano, ma
passando per l’Inferno. Sono ancora vivo, con questo viaggio mi guadagno
la vita eterna.»
Nell’udire che Dante non era un’ombra tutte le anime, e Sordello con
loro, si ritrassero per lo stupore. Sordello si volse verso Virgilio, Nino verso
un’anima vicina a lui. «Corrado!» gli gridò «alzati, vieni a vedere questo
miracolo di Dio.» (Corrado II Malaspina parlerà con Dante nell’ultima
parte del canto: tra i Visconti di Pisa e i Malaspina i rapporti erano molto
stretti.) E poi si rivolse a Dante pregandolo, in nome della speciale
gratitudine che lui doveva a Dio, che, una volta ritornato tra i viventi,
dicesse a sua figlia Giovanna di invocare per lui, lei che era pura di animo,
la misericordia divina. Non chiedeva di rivolgere la stessa richiesta alla
madre di Giovanna, che sicuramente non l’amava più da quando, dismesse
le vesti vedovili, si era risposata. Il suo comportamento mostrava bene
quanto poco tempo nelle donne duri la fiamma amorosa se non è rinfocolata
dai sensi. Ma la moglie avrebbe rimpianto il suo stato vedovile: il biscione
di Milano (stemma dei Visconti) non ornerà la sua tomba quanto l’avrebbe
ornata il gallo di Gallura (stemma del giudicato).
Giovanna, titolare dei feudi sardi dei Visconti, già promessa sposa a
Corradino Malaspina (nipote di Corrado II), dopo un’intricata trattativa
svoltasi negli anni in cui Dante si trovava in Lunigiana, nel novembre 1309
aveva sposato il signore di Treviso Rizzardo da Camino, esponente di una
famiglia guelfa amica dei Malaspina. Morirà nel 1339. Beatrice d’Este,
sorella di Azzo VIII, dal 1296 vedova di Nino Visconti, si era risposata nel
1300 con Galeazzo, primogenito di Matteo I Visconti signore di Milano.
Morirà nel 1334. I Visconti di Milano, ghibellini, erano strettamente legati
ai Doria di Genova, nemici dei Malaspina.
Mentre il giudice Nino esprimeva, pur con molta misura, il suo giusto
sdegno, Dante non staccava gli occhi dal Polo, tanto che Virgilio gli chiese:
«Cosa guardi lassù?».
E lui: «Guardo quelle tre stelle che illuminano questo cielo» (sono le
virtù teologali: Fede, Speranza, Carità).
«Hanno preso il posto delle quattro (le virtù cardinali)» spiegò Virgilio
«che ammiravi questa mattina.»
Stava ancora parlando quando Sordello lo attirò a sé e, puntando il dito,
gli disse: «Guarda, ecco là il nostro nemico (Satana)».
Un serpente si avvicinava strisciando nell’erba fiorita: muoveva la testa
di qua e di là e si leccava il dorso come per farsi più bello. Gli angeli si
avventarono come sparvieri, bastò il rumore dell’aria smossa dalle loro ali a
mettere in fuga la serpe. Dopo di che essi, appaiati, volarono di nuovo via.
Per tutto il tempo dell’assalto al serpente quel Corrado che era stato
chiamato dal giudice Nino non aveva distolto gli occhi da Dante. Poi
cominciò a parlare: «Ti auguro di trovare in te tanta perseveranza da
raggiungere la vetta di questo monte, ma dimmi: puoi darmi notizie certe di
Val di Magra o dei paesi vicini? Io là ero uno potente. Mi chiamavo
Corrado Malaspina, non il vecchio Corrado, ma suo nipote. Qui mi purifico
del troppo amore che ho portato alla mia famiglia».
Parla Corrado Malaspina il Giovane (morto nel 1294), nipote del
capostipite del ramo dei Malaspina dello Spino Secco, Corrado l’Antico
(morto nel 1254 ca), e cugino di Franceschino e Moroello, protettori di
Dante. I marchesi Malaspina, suddivisi in vari rami, controllavano un vasto
territorio a cavallo fra Toscana ed Emilia, di cui la zona più importante era
la Lunigiana, percorsa dal fiume Magra.
«Io non sono mai stato nel vostro paese,» gli rispose Dante «ma in quale
angolo di Europa non è conosciuto? Le virtù della vostra casata e del vostro
paese sono tanto famose da essere ben note anche a chi non l’ha ancora
visitato. Vi assicuro che la vostra famiglia onorata ancor oggi può vantarsi
della sua liberalità e del suo valore in guerra. Lei sola seguita a percorrere
quella diritta strada che il mondo, mal guidato (da papi e imperatori), ha
abbandonato.»
«Basta così» replicò Corrado. «Non passeranno sette anni che tu potrai
sperimentare di persona e non per sentito dire quanto sia fondata la buona
opinione che hai della mia famiglia.»
Intorno alla metà del 1306, dunque prima di sette anni dal 1300, Dante
si trasferirà da Bologna in Lunigiana sotto la protezione dei cugini
Moroello e Franceschino: il 6 ottobre 1306, a Sarzana, sottoscrive a loro
nome un atto di pace con il vescovo conte di Luni. Si tenga presente che
quando scrive questo canto Dante molto probabilmente risiede a Lucca, in
vicinanza della Lunigiana, grazie ai buoni uffici di Moroello.
CANTO 9
La porta del Purgatorio

Quando mi addormentai sull’erba della valletta – nota Dante autore – erano


quasi le nove di sera (del 27 marzo), ora che qui, dove adesso sto scrivendo,
corrisponde quasi alle sei del mattino.

Nel sonno fece un sogno. Lo fece sul far dell’alba, quando i sogni,
essendo la mente degli uomini più sgombra di pensieri, predicono il futuro.
Sognò che un’aquila dalle penne d’oro si librava nel cielo con le ali aperte,
pronta a calare sulla preda; gli sembrava di trovarsi sul monte Ida, dove
Giove, sotto forma di aquila, aveva rapito il giovane Ganimede per portarlo
nell’Olimpo. In sogno pensava che forse quell’aquila aveva l’abitudine di
cacciare unicamente su quel monte. Poi, dopo aver roteato nell’aria, l’aquila
piombò su di lui come una saetta, lo ghermì e lo rapì fino al cielo del fuoco
(collocato tra la sfera dell’aria e il cielo della Luna), dove entrambi, lui e
l’aquila, cominciarono a bruciare. Il calore di quell’incendio immaginario
era tale che lui si svegliò. Quel brusco risveglio lo agghiacciò di paura,
proprio come si era spaventato il piccolo Achille quando, trasportato
dormiente dalla madre dalle braccia del maestro Chirone all’isola di Sciro,
aveva aperto gli occhi senza capire dove si trovasse.
Teti, per sottrarlo alla guerra di Troia nella quale sapeva che sarebbe
morto, aveva allontanato il figlioletto Achille dal centauro Chirone, suo
maestro in Tessaglia e, mentre dormiva, l’aveva portato sull’isola di Sciro
nell’Egeo, dove aveva vissuto travestito da fanciulla. Dante dipende
dall’Achilleide di Stazio.
Dante era sconcertato: quando si era addormentato intorno a lui c’erano
Virgilio, Sordello, Nino Visconti e Corrado Malaspina, mentre adesso c’era
solo Virgilio; aveva chiuso gli occhi verso le nove di sera, e adesso il sole
era alto in cielo da più di due ore (erano le otto passate); si era addormento
nel chiuso della valletta, e adesso poteva contemplare il mare davanti a sé.
«Non temere» lo rassicurò Virgilio. «Anzi, confortati, perché siamo a
buon punto del viaggio. Sei arrivato al Purgatorio: guarda quella parete di
roccia. Vedi? Là c’è l’entrata.»
Gli raccontò che al primo chiarore del giorno, quando Dante ancora
dormiva, si era presentata Lucia e che questa, per facilitarne il viaggio, lo
aveva preso in braccio, quindi, non appena era sorto il sole (perché è
proibito salire il monte durante la notte), lasciati Sordello e le altre anime,
lui e lei insieme erano saliti fino al punto in cui adesso si trovavano. Prima
di deporre Dante per terra, con un cenno degli occhi Lucia gli aveva
mostrato un’apertura nella roccia. Poi si era dileguata, nel medesimo istante
in cui lui si era svegliato.
Si tratta di santa Lucia, la martire di Siracusa, della quale, nel canto 2
dell’Inferno, era stato detto che, su sollecitazione della Vergine Maria, era
corsa da Beatrice invitandola a prendersi cura di Dante sperduto nella
selva.
Rinfrancato da queste parole Dante seguì Virgilio su per il ripiano.
Avvicinatisi alla parte rocciosa, quella che prima gli era sembrata
nient’altro che una fenditura si rivelò essere una porticina. Vi si accedeva
salendo tre gradini di diverso colore. Un angelo con in mano una spada
sguainata sedeva, in silenzio, sul gradino più alto. Il fulgore del suo viso e il
riverbero dei raggi del sole sulla spada erano tali che Dante ne era accecato.
L’intera scena che segue simboleggia il sacramento della penitenza (o
confessione).
«Fermatevi là dove siete e ditemi cosa volete e chi vi ha guidato» intimò
l’angelo portinaio quando furono più vicini.
«Una beata che tutto conosce» gli rispose Virgilio «ci ha appena detto di
venire qui.»
«Venite allora davanti a questi gradini» disse l’angelo con tono cortese.
E così fecero.
Il primo gradino era di un marmo bianco così levigato e lucido da
potervisi specchiare; il secondo, fatto di una pietra scabra, come bruciata, e
piena di crepe, era quasi nero; il terzo, di porfido, era di un colore rosso
come il sangue fresco (i tre gradini simboleggiano i tre momenti del
sacramento: l’esame di coscienza, la contrizione del cuore, il rossore della
confessione). L’angelo sedeva sulla soglia, di diamante (a simboleggiare
l’inflessibilità del confessore), e poggiava i piedi sul gradino di porfido.
Incitato da Virgilio, Dante salì e, battutosi il petto per tre volte, gli si gettò
ai piedi chiedendogli per misericordia di aprirgli la porta. Con la punta della
spada l’angelo gli incise sette P (i sette peccati capitali) sulla fronte,
avvertendolo che quelle ferite avrebbe dovuto richiuderle in Purgatorio; poi,
estratte da sotto la veste di un colore grigio cenere (a simboleggiare l’umiltà
del confessore) una chiave d’oro e una d’argento, prima con questa e subito
dopo con l’altra fece scattare la serratura. Spiegò che, se anche una sola
delle due chiavi non avesse funzionato, la porta non si sarebbe aperta; che
una era più preziosa, ma che l’altra, quella che effettivamente scioglie il
groppo della serratura, era molto più difficile a maneggiarsi (la chiave d’oro
simboleggia il potere di assolvere dai peccati; quella d’argento, più difficile
da usare, il giudizio del confessore sul penitente). «Me le ha date san
Pietro» (al quale erano state consegnate da Cristo)» concluse. «Mi ha
anche raccomandato di sbagliare piuttosto nell’aprirla (cioè perdonare chi
non lo merita), che nel tenerla chiusa (cioè respingere i pentiti).» Poi spinse
il battente, ma: «Attenti,» li ammonì «chi si volta indietro, deve tornare
fuori (perché chi pecca perde la grazia ottenuta col perdono)».
Girando sui cardini, i battenti di metallo di quel sacro portone emisero
un rumore più stridente di quello che fece nell’aprirsi la porta del tempio di
Saturno sulla rupe Tarpea quando, vinta l’opposizione di Metello, fu
depredato del suo tesoro.
Nella Farsaglia Lucano racconta che Giulio Cesare, arrivato a Roma
dopo aver guadato il Rubicone, si impadronì del tesoro pubblico conservato
nel tempio di Saturno sul Campidoglio nonostante l’opposizione del tribuno
della plebe Lucio Cecilio Metello.
L’attenzione di Dante fu attratta da un suono indistinto che proveniva da
oltre la porta: in quell’insieme confuso ma dolce di suoni gli sembrava che
una voce cantasse Te Deum laudamus. L’effetto era proprio identico a
quello di un canto a più voci, nel quale le parole si intendono solo a
momenti.
«Te Deum laudamus» (Ti lodiamo come nostro Dio) è l’inizio di un inno
di ringraziamento cantato ancor oggi nelle occasioni solenni. Sarà intonato
dai beati anche nel canto 24 del Paradiso.
CANTO 10
Superbi

Varcarono la soglia. Alle loro spalle la porta si richiuse con lo stesso


stridore con il quale si era aperta. Quella porta, infatti (a differenza di quella
dell’Inferno) veniva usata di rado, perché pochi sono gli uomini che
rivolgono a Dio il loro amore. Virgilio e Dante, che si era ben guardato dal
voltarsi indietro, si ritrovarono alla base di una fenditura della roccia che
saliva ripida a stretti tornanti. Cominciarono a inerpicarsi, ma l’andamento
zigzagante del cunicolo rendeva difficoltoso, soprattutto in corrispondenza
delle svolte, il loro procedere, tanto che impiegarono quasi un’ora a
raggiungere l’uscita superiore. Sbucarono su un pianoro, largo circa cinque
metri, che a quanto era dato vedere girava tutto intorno al monte (prima
cornice). Dante era stremato dalla fatica, sia lui che Virgilio non sapevano
in quale direzione incamminarsi, e perciò si fermarono su quella specie di
terrazza completamente deserta. Dante si accorse che la parete interna, di
marmo candido, era ornata di bassorilievi di un tale realismo che non solo
Policleto (scultore greco del V secolo a.C., assunto nel Medioevo come
modello assoluto di eccellenza artistica), ma nemmeno la natura avrebbero
potuto uguagliarlo.
Le scene scolpite illustrano esempi di umiltà.
L’angelo venuto in Terra ad annunciare quel perdono di Dio, implorato
per secoli, che finalmente aveva riaperto agli uomini la strada del Cielo
(con il sacrificio di Cristo), era scolpito in modo così veritiero che
sembrava parlare. Si sarebbe giurato che stesse dicendo Ave a Maria,
raffigurata lì accanto in un atteggiamento nel quale si leggevano
nitidamente le parole: Ecce ancilla Dei.
Il Vangelo di Luca racconta che Maria rispose all’annuncio
dell’arcangelo Gabriele con le parole: «Ecce ancilla Domini, fiat mihi
secundum verbum tuum» (Ecco la serva del Signore, si faccia di me
secondo la tua parola).
Invitato da Virgilio a non soffermarsi unicamente su quella scena, Dante
spostò lo sguardo verso destra e si accorse che al di là di Maria era incisa
un’altra storia. Si avvicinò per vedere meglio. Vide il carro trainato dai buoi
che trasportava l’Arca santa; lo precedeva una folla di persone suddivisa in
sette gruppi: cantavano tutti, e il realismo della rappresentazione era tale
che, sebbene il senso dell’udito dicesse a Dante: «No, non stanno
cantando», quello della vista diceva: «Sì, cantano proprio». Identica
illusione nasceva dall’immagine del fumo degli incensi: anche se gli occhi
vedevano bene che si trattava solo di una scultura, il naso percepiva il
profumo dell’incenso. Davanti al carro il re David ballava con la veste
sollevata: un gesto d’umiltà che agli uomini appariva indegno di un re, ma a
Dio ancor più che regale. Da una finestra del palazzo Micol lo stava
osservando con disprezzo.
Dante riprende il racconto biblico del trasferimento, voluto da David,
dell’Arca dell’Alleanza, contenente le Tavole della legge, da Gat a
Gerusalemme. Il fatto che David ballasse a gambe nude, comportamento
disonorevole per un re, aveva suscitato la reazione contrariata di sua
moglie Micol, figlia di Saul.
Dante si allontanò un poco dal punto in cui si trovava per osservare più
da vicino la scena successiva. Questa raccontava il gesto glorioso compiuto
dall’imperatore Traiano (53-117 d.C.) a favore di una povera vedova, gesto
la cui generosità aveva commosso il papa Gregorio Magno (540 ca-604
d.C.) al punto da pregare per lui tanto da ottenerne da Dio la salvezza. La
vedova, in lacrime, tratteneva Traiano afferrando il morso del cavallo; lui
era circondato da cavalieri; bandiere con le aquile imperiali sventolavano al
vento. Sembrava che l’immagine della vedova dicesse: «Signore, rendimi
giustizia dell’uccisione di mio figlio» e quella dell’imperatore rispondesse:
«Aspetta il mio ritorno dalla guerra», e che l’altra ribattesse: «E se non
torni?». «La riceverai dal mio successore», sembrava risponderle Traiano; e
quella: «A che ti gioverà il bene fatto da altri, se trascuri il tuo dovere?».
Alla fine Traiano sembrava dire: «Consolati, farò il mio dovere: me lo
impongono la giustizia e la pietà nei tuoi confronti». Questo dialogo tra
figure scolpite, impossibile sulla Terra, era stato creato e reso possibile da
Dio.
La leggenda di Traiano piegato dalla preghiera della vedova di renderle
giustizia per un figlio assassinato era famosissima nel Medioevo in quanto
collegata alla figura del papa Gregorio Magno. Nel canto 20 del Paradiso
Dante farà ancora riferimento sia all’episodio della vedova sia al fatto
eccezionale che l’anima di Traiano, grazie all’intercessione di Gregorio,
era stata sottratta all’Inferno quasi cinquecento anni dopo la sua morte.
Dante era ancora intento ad ammirare quelle scene d’umiltà quando
Virgilio gli sussurrò che molte anime si stavano avvicinando a passi
lentissimi: da loro sarebbero stati indirizzati alle cornici superiori.

A questo punto, però, Dante autore interrompe il racconto per esortare i


lettori a non lasciarsi scoraggiare dalla durezza delle pene che vedranno
descritte e a perseverare nel proposito di fare il bene; non pensino ai
tormenti, ma alla beatitudine che seguirà e pensino che, nel peggiore dei
casi, quei tormenti avranno fine con il giudizio universale.

Concluso l’ammonimento, Dante riprende a raccontare riferendo che si


rivolse a Virgilio dicendogli che non riusciva a distinguere cosa fossero
quelle forme che si muovevano verso di loro: non gli sembravano persone,
ma non capiva cos’altro potessero essere. «Anch’io ho faticato a
riconoscerle,» rispose Virgilio «ma se guardi attentamente vedrai che sono
anime rannicchiate sotto grossi massi (sono le anime dei superbi).»

E di nuovo Dante autore prende la parola per scagliare un’invettiva


contro i cristiani superbi. Proprio in quanto cristiani essi dovrebbero sapere
che gli esseri umani nient’altro sono che larve create per dare vita
all’anima, alla farfalla che, senza corpo, volerà libera alla giustizia divina.
Di cosa mai insuperbiscono, dato che sono solamente degli infimi insetti
incompiuti, dei vermi non sviluppati?

Dante seguì il consiglio di Virgilio: guardò più attentamente quelle


forme in movimento e si avvide che le anime avevano una posizione simile
a quella delle cariatidi, cioè di quelle figure di sasso che a volte sostengono,
piegate in due con le ginocchia che toccano il petto, un soffitto o un tetto.
Non tutte erano piegate allo stesso modo, la posizione di ciascuna
dipendeva dal peso del masso da reggere; un peso tale che anche quelle più
rassegnate al supplizio piangevano e con il loro pianto sembravano dire:
«Non ce la faccio più».
Sotto le cariatidi o i telamoni medievali si legge spesso l’iscrizione «Non
possum». In particolare le iscrizioni in latino poste sotto due cariatidi della
cattedrale romanica di Civita Castellana svolgono il dialogo seguente:
«Sorreggi, sciagurato, aiutami» implora una delle due statue; «Non posso,
perché crepo» risponde l’altra.
CANTO 11
Altri superbi: Omberto Aldobrandesco, Oderisi da Gubbio,
Provenzano Salvani

«Padre nostro che sei nei cieli, non perché in essi sei chiuso ma per il
particolare amore che a essi e agli angeli tu porti, siano lodati il tuo nome,
la tua potenza, il tuo spirito d’amore. La pace del tuo regno scenda su di
noi, noi che con le nostre forze non possiamo salire fino alla sua altezza.
Come gli angeli, cantando Osanna, sacrificano a te la loro libera volontà,
così gli uomini facciano della propria. Dacci anche oggi, come ogni giorno,
il pane della grazia senza il quale nel desolato deserto della vita più va
indietro chi più si affanna per andare avanti. Come noi perdoniamo tutti
coloro che ci hanno fatto del male, tu non giudicarci secondo i nostri meriti,
ma perdonaci con benevolenza. Non mettere alla prova del demonio la
nostra poca virtù, ma liberaci dalle sue tentazioni. Quest’ultima preghiera,
Signore, non è per noi, che non ne abbiamo bisogno, ma per quanti sono
ancora sulla Terra.»
Quelle anime, mentre pronunciavano questa preghiera bene augurante
per loro e per noi (viventi), camminavano intorno al monte sotto il peso dei
massi.

Se in Purgatorio – commenta Dante autore – le anime pregano sempre


per noi, qui sulla Terra cosa possiamo dire e fare per loro? Dobbiamo
aiutarle a lavare le macchie peccaminose che si portano dietro affinché
possano volare leggere ai cieli stellati.

A Virgilio, che chiedeva di indicargli quale e dove fosse la salita più


agevole per un uomo in carne e ossa com’era il suo compagno, una voce,
emessa non si capiva da chi, rispose che, se avessero camminato insieme a
loro verso destra, avrebbero incontrato un passaggio adatto anche a un
vivente. E proseguì affermando che, se non fosse stato per il masso che lo
costringeva a tenere il viso piegato a terra, gli sarebbe piaciuto poter
guardare quell’innominato ancora in vita: se lo avesse conosciuto, avrebbe
potuto impietosirlo del suo tormento. «Io fui italiano,» seguitò «figlio di un
toscano potente: si chiamava Guglielmo Aldobrandesco. Forse il suo nome
vi è familiare.»
Omberto (Umberto) degli Aldobrandeschi del ramo di Soana (nel canto
6 Dante aveva lamentato la decadenza degli Aldobrandeschi del ramo di
Santafiora) era figlio di Guglielmo, morto intorno al 1254, che aveva
combattuto a lungo contro il Comune ghibellino di Siena alleandosi anche
con i Guelfi di Firenze. Omberto continuò le ostilità contro i senesi e, per
contrastare il loro espansionismo in Maremma, lui pure si alleò con
Firenze. Morì tra il 1258 e il 1259 a Campagnatico, vicino a Grosseto, in
circostanze non chiare, ma sicuramente per mano dei senesi.
«L’antica nobiltà e le imprese cavalleresche dei miei antenati mi resero
così arrogantemente superbo, che, dimenticando che siamo tutti figli di Eva,
disprezzai ogni altro uomo. I senesi sanno, e a Campagnatico lo sanno
perfino i bambini, che io fui ucciso proprio a causa della mia superbia.»
Dante non spiega, e noi non sappiamo, per quale gesto superbo o
arrogante Omberto sia stato ucciso a Campagnatico.
«Io sono Omberto: non solo io, ma tutti i membri della mia casata sono
stati rovinati dalla superbia. Qui in Purgatorio, con questo peso sulle spalle,
espio proprio quella colpa della quale non ho pagato il debito quando ero tra
i vivi.»
Per meglio udirlo Dante si era chinato a terra. Una di quelle anime si
contorse sotto il masso, lo guardò, lo riconobbe e lo chiamò per nome.
Teneva gli occhi fissi su di lui con grande fatica.
«Oh!» esclamò Dante «ma sei proprio Oderisi, la gloria di Gubbio e di
quell’arte che a Parigi chiamano enluminer (miniare)?»
«Fratello,» rispose l’anima «adesso risplendono di più i fogli che con il
suo pennello colora Franco il bolognese. Adesso la gloria è tutta sua, della
mia resta solo qualche ricordo.»
Il miniatore Oderisi da Gubbio, morto nel 1299, fu attivo soprattutto a
Bologna, dove Dante può averlo conosciuto durante il suo soggiorno del
1287. Le poche miniature superstiti sicuramente di sua mano lo mostrano
ancora immerso in una cultura figurativa pregiottesca. Dovrebbe
appartenere a una fase artistica più «moderna» il miniatore di origine
bolognese di nome Franco, del quale non abbiamo attestazione alcuna a
parte il verso di Dante.
«Da vivo» proseguì Oderisi «non sarei stato così generoso: allora avevo
troppa voglia di primeggiare. Di certo non sarei ancora stato ammesso in
Purgatorio se non mi fossi pentito in tempo della mia superbia. O vanità
della fama terrena! Appassisce più in fretta delle foglie sulla cima di un
albero; può durare più a lungo solamente se sopraggiunge un’età di
decadenza priva di nuovi talenti. Cimabue si illudeva di restare padrone del
campo, e invece oggi tutti acclamano Giotto e nessuno più lo ricorda. Stessa
cosa per i due Guidi: Guido Cavalcanti ha tolto a Guido Guinizelli il
primato nella poesia. E forse è già nato chi di quel primato li spossesserà
entrambi.»
Cenni di Peppo, detto Cimabue (1240 ca-1300/01), attivo, oltre che a
Firenze, in altre città italiane, fu il pittore più famoso della generazione
anteriore a quella di Giotto di Bondone (1266/67-1337), forse suo allievo.
Non è provato che Dante conoscesse Giotto di persona e, tanto meno, che i
due fossero amici. Il poeta lirico Guido Guinizelli, con l’anima del quale
Dante dialogherà nel canto 26, nato forse nel 1230, era morto nel 1276.
Guido Cavalcanti, di cui già Dante aveva parlato nel canto 10 dell’Inferno,
nato fra il 1255 e il 1260 e morto nell’agosto del 1300, era stato l’amico
più stretto del giovane Dante, che a lui aveva dedicato la Vita Nova.
L’allusione a colui che supererà i due Guidi potrebbe indicare lo stesso
Dante.
«La fama sulla Terra non è altro che un capriccioso soffio di vento. Metti
di morire da vecchio, ebbene, fra mille anni o ancor prima, e mille anni non
sono che un battito di ciglia rispetto ai trentaseimila della rivoluzione del
cielo, che a sua volta è niente rispetto all’eternità, ebbene, pensi che fra
mille anni o ancor prima si parlerà di te più di quanto non si farebbe se tu
fossi morto fanciullo? Tutta Toscana parlava di colui che cammina a così
piccoli passi davanti a me, e oggi a Siena, di cui pure era stato il padrone
quando a Montaperti fu abbattuta la protervia di Firenze, quella superba
adesso ridotta a puttana, a malapena si pronuncia il suo nome. La fama
degli uomini è proprio come l’erba: il sole che la rende di un fresco colore
verde è lo stesso che la secca.»
«Di chi stai parlando?» gli chiese Dante.
E Oderisi: «Di Provenzan Salvani. È qui perché ebbe la presunzione di
impadronirsi di tutta Siena. Ecco cosa deve pagare chi, in vita, presunse
troppo di sé».
Provenzano Salvani, comandante delle truppe senesi nella battaglia di
Montaperti (1260), nella quale l’alleanza ghibellina sconfisse i Guelfi di
Firenze, dopo quella vittoria diventò di fatto il capo della città. Nato nel
1220, morì nel 1269, decapitato dai Guelfi fiorentini vincitori nella
battaglia di Colle Val d’Elsa. Poco dopo, Siena diventò città guelfa a sua
volta, da qui il silenzio calato su Provenzano. Questi era nipote della Sapìa
che Dante colloca nel canto 13 fra gli invidiosi.
Le ultime parole di Oderisi avevano instillato un dubbio in Dante: se le
anime dei peccatori che si erano pentiti solo in punto di morte non potevano
salire in Purgatorio prima che fosse passato un numero di anni pari a quello
della loro vita, a meno che una persona buona non intercedesse per loro,
come mai a Provenzano, che era campato quasi cinquant’anni e per il quale
nessuno dovrebbe aver pregato, dopo poco più di trenta era stata aperta la
porta?
Oderisi gli spiegò: «Al culmine della sua potenza, incurante di ogni
pudore, di sua libera iniziativa Provenzano si era piantato nel mezzo del
Campo di Siena e in quella piazza, per liberare un suo amico dalle prigioni
di Carlo d’Angiò, si era ridotto, tremando in ogni sua fibra, a sopportare
l’estrema vergogna (quella di elemosinare). Lo so, adesso non capisci cosa
io intenda dire con queste oscure parole, ma non passerà molto tempo che i
tuoi concittadini faranno in modo di fartelo capire con chiarezza. È stato
quell’atto di umiltà a liberarlo anzi tempo dal confino nell’antipurgatorio».
Nella battaglia di Tagliacozzo (1268), nella quale gli Angioini avevano
sconfitto Corradino di Svevia, era stato fatto prigioniero un ghibellino
senese amico di Provenzano, tale Bartolomeo Saracini. Carlo I d’Angiò,
per risparmiargli la condanna a morte e liberarlo aveva chiesto un ingente
riscatto. Provenzano si era collocato con un banchetto sulla piazza del
Campo chiedendo ai suoi concittadini di aiutarlo a raccogliere la somma
necessaria. Anche Dante avrebbe provato su sé stesso quale vergogna fosse
chiedere l’elemosina, preannuncia Oderisi riferendosi all’esilio.
CANTO 12
Esempi di superbia punita. L’angelo dell’umiltà e salita al girone
degli invidiosi

Dante camminava chinato, di pari passo con Oderisi, ma quando Virgilio gli
disse di lasciarlo e di procedere oltre si raddrizzò e seguì la sua guida con
andatura spedita.
«Guarda per terra» gli disse Virgilio. «Ciò che vedrai ti conforterà nel
cammino».
E in effetti il pavimento della cornice era tutto istoriato: sembrava quello
di una chiesa cosparso di lastre tombali sulle quali, a mantenerne viva la
memoria, fossero incisi i nomi e le immagini dei defunti. Ma qui le
immagini erano di ben altra qualità!
Le incisioni rappresentano esempi, tratti dalla Bibbia e dalla mitologia
classica, di superbi puniti.
Da un lato Dante vide Lucifero, il più nobile degli angeli, mentre
precipitava giù dal cielo più veloce di una folgore, dall’altro il grande corpo
del gigante Briareo, trafitto dalla saetta di Giove, disteso morto sulla terra.
Vide Timbreo (Apollo, così detto dal tempio a lui dedicato a Timbra nella
Troade), Minerva e Marte che, ancora con le armi in pugno, contemplavano
insieme al padre Giove le membra dei Giganti disseminate al suolo (il
colossale Briareo e gli altri giganti avevano assaltato l’Olimpo; furono
sconfitti da Giove e dagli altri dèi). Vide il gigante Nembròt, che ai piedi
della torre (di Babele) nella piana di Sennàr osservava smarrito la
confusione dei popoli che avevano condiviso il suo superbo progetto (di
costruire una torre alta fino al cielo). Oh come dolenti gli apparvero gli
occhi di Niobe, scolpita sulla strada tra i cadaveri delle sette figlie e dei
sette figli! Oh quanto realistica gli parve la figura di Saul suicida con la sua
stessa spada sul monte Gelboè! Oh che espressione infelice aveva la folle
Aracne, ormai per metà trasformata in ragno, distesa tra i brandelli della
tela tessuta per sua disgrazia! O Roboamo, con quanto terrore, e senza che
nessuno lo inseguisse, fuggiva su un carro (verso Gerusalemme)!
Niobe, moglie del re di Tebe, insuperbita anche per il fatto di avere ben
quattordici figli, pretese di essere adorata al posto di Latona, che aveva
solo due figli, Apollo e Diana. La dea si vendicò facendo uccidere dai suoi
figli quelli di Niobe, la quale, per il dolore, si trasformò in pietra. Saul, re
d’Israele, ripudiato da Dio per la sua disobbedienza, fu sconfitto dai
Filistei sui monti del Gelboè e si diede la morte. Aracne sfidò Minerva
nell’arte della tessitura: ricamò una splendida tela che però la dea stracciò
e allora si impiccò per la disperazione, ma fu trasformata in ragno.
Roboamo, succeduto nel regno al padre Salomone, con i suoi
comportamenti arroganti provocò la rivolta delle tribù del Nord, che lo
costrinsero a fuggire e a ritirarsi a Gerusalemme.
Il pavimento marmoreo della cornice mostrava poi come Alcmeone fece
pagare caro alla madre (Erifile) il possesso della collana maledetta.
Mostrava come i figli uccisero il re assiro Sennacherib all’interno del
tempio e poi come ne avessero lì abbandonato il cadavere. Mostrava la
regina Tamiri che, dopo aver fatto strage dei Persiani, diceva alla testa
mozza del re Ciro: «Avevi sete di sangue, e io te ne sazio!». Mostrava la
fuga rovinosa degli assiri dopo l’uccisione di Oloferne e il suo cadavere
decapitato. Dante, infine, vide raffigurata Troia distrutta e totalmente
umiliata.
L’indovino Anfiarao, padre di Alcmeone, avendo previsto la propria
morte nell’assedio di Tebe, per non andare in guerra si era nascosto, ma la
moglie Erifile aveva rivelato a Polinice il suo nascondiglio: lo aveva
tradito per avere una preziosa collana che, però, aveva sempre portato
sventura alle donne che l’avevano posseduta. E anche a Erifile toccò la
stessa sorte: infatti fu uccisa dal figlio che voleva vendicare la morte del
padre. Avendo il re dell’Assiria Sennacherib disprezzato il Dio d’Israele, un
angelo sterminò il suo esercito. Il re assiro fu ucciso dai figli mentre
pregava in un tempio di Ninive. Tamiri, regina degli sciti, sconfisse
l’esercito persiano, catturò il re Ciro e, per vendicare la morte del proprio
figlio, lo fece decapitare: mentre ne immergeva la testa in un otre pieno di
vino, secondo lo storico Orosio avrebbe pronunciato la frase: «Satia te
sanguine quem sitisti» (Saziati del sangue di cui eri assetato). Il generale
assiro Oloferne fu sedotto e decapitato dalla bellissima Giuditta: il suo
esercito si diede terrorizzato alla fuga. La superba Troia fu incendiata dai
Greci: il «superbo Iliòn fu combusto» aveva scritto Dante nel canto 1
dell’Inferno.

In Terra, si chiede Dante, quale pittore o disegnatore sarebbe capace di


riprodurre le figure e i lineamenti incisi su quel pavimento? I morti
sembravano proprio morti e i vivi, vivi al punto che i testimoni dei fatti là
effigiati non ne avevano avuta una visione più nitida e veritiera di quella
che il camminare sopra quelle immagini offriva a lui. E adesso, o figli di
Eva – esclama ironicamente Dante autore – continuate pure ad andare
superbi a testa alta, non abbassate gli occhi a controllare se siete sul giusto
sentiero.

Dante e Virgilio, assorti com’erano nella contemplazione delle scene


scolpite, avevano camminato per molto più tempo di quanto avessero
creduto: era già mezzogiorno inoltrato. Fu Virgilio ad attirare l’attenzione di
Dante su un angelo che si apprestava ad andare loro incontro: in effetti, un
angelo biancovestito, dal viso più scintillante del pianeta Venere, si stava
avvicinando. Spalancate le braccia e le ali, quell’essere celeste li invitò a
seguirlo, li condusse a un punto vicino dove una scalinata era intagliata
nella roccia e qui, toccata la fronte di Dante con le ali, gli assicurò che la
salita sarebbe stata agevole.
Una stretta scalinata, incassata nella ripida parete, addolciva la salita al
girone superiore; anche nella ben governata Firenze, scrive Dante con
ironia, una scalinata simile a quella attenua la fatica del salire dal ponte di
Rubaconte alla chiesa di San Miniato. Questa scalinata, aggiunge, era stata
scavata nell’epoca in cui a Firenze ci si poteva fidare del registro notarile
del Comune e della integrità dello staio che misura il sale dispensato dal
monopolio comunale.
Il ponte, oggi Ponte alle Grazie, era stato costruito nel 1237 durante la
podesteria del milanese Rubaconte da Mandello. L’allusione a due episodi
più recenti mette in rilievo la corruzione che aveva infettato le magistrature
fiorentine. Nel 1299, durante un’inchiesta a suo carico, l’ex podestà
Monfiorito da Coderta, legato al gruppo di potere di Corso Donati, aveva
confessato di aver fatto mettere a verbale dal giudice Nicola Acciaioli in un
processo penale una testimonianza che sia lui sia il giudice sapevano falsa.
La cosa, comunque, venne messa a tacere, tanto che, pochi mesi dopo,
Acciaioli fu eletto priore. Durante il priorato, però, egli cercò di eliminare
dal verbale di quel processo gli atti che lo compromettevano, e allora si
affidò al giurista, lui pure legato ai donateschi, Baldo d’Aguglione. Questi
riuscì ad avere gli atti processuali, ne eliminò le parti compromettenti e li
restituì mutilati al deposito della cancelleria. La manomissione, però, fu poi
scoperta ed entrambi furono condannati. Ma la condanna, tuttavia, non
impedì ad Acciaioli, una volta ritornati al potere i Donati, di occupare
cariche importanti, segnalandosi nella persecuzione giudiziaria dei
cerchieschi, e a Baldo di percorrere una brillante carriera politica. Nel
canto 16 del Paradiso Dante si riferirà a Baldo, che egli considera suo
nemico personale, con sprezzanti parole: «puzzo / del villan d’Aguglion».
Lo scandalo del sale deve risalire all’incirca agli stessi anni: un Durante
della famiglia magnatizia dei Chiaramontesi o Chermontesi, che ricopriva
la carica di soprintendente alla vendita del sale, si era procurato una
cospicua fortuna alterando la misura dello staio di legno usato per la
distribuzione; alla vergogna che ricadde sulla famiglia Dante accennerà
ancora nel canto 16 del Paradiso.
Proprio mentre si avvicinavano alla scala sentirono delle voci cantare:
«Beati pauperes spiritu» («Beati i poveri di spirito» è la prima delle
beatitudini pronunciate da Cristo nel discorso della montagna secondo il
Vangelo di Matteo). Poi cominciarono a salire quella ripida rampa, e nel
salire a Dante sembrava di faticare meno di prima, quando pure camminava
in piano. Ne chiese ragione a Virgilio e questi gli spiegò che, quando le P
rimastegli sulla fronte sarebbero state del tutto concellate, per lui il salire
non solo non sarebbe stato faticoso, ma addirittura piacevole. Dante, un po’
incredulo, si toccò la fronte. Fece proprio come coloro che dalle occhiate
ammiccanti degli altri sospettano di avere sulla testa qualcosa che non
possono vedere e allora la toccano e capiscono che è effettivamente così:
esplorando la fronte con le dita si accertò che vi erano rimaste solo sei P.
Quel suo gesto strappò un sorriso a Virgilio.
CANTO 13
Invidiosi: Sapìa

La scalinata sbucava su un ripiano che, al pari di quello sottostante, girava


tutt’intorno al monte (seconda cornice). A differenza dell’altro, però, il
pavimento e la parete, di una pietra livida e liscia, erano privi di intagli o di
bassorilievi. Sul pianoro non si vedevano anime purganti. Virgilio,
valutando che forse avrebbero dovuto attendere troppo tempo per incontrare
qualcuno che indicasse loro la giusta direzione, decise di muoversi in
direzione del sole, cioè verso nord. Si erano incamminati con tanta lena che
avevano percorso un miglio senza nemmeno essersene resi conto. Ed ecco
che sulle loro teste passò volando una voce che gridava: «Vinum non
habent»; non si era ancora spento il suono di quella frase, ripetuta più volte
in lontananza, che una seconda voce li sorvolò gridando: «Io sono Oreste».
Dante aveva appena finito di chiedere a Virgilio che voci fossero, che una
terza sopraggiunse dicendo: «Amate chi vi ha fatto del male».
La frase: «Vinum non habent» (Non hanno vino) nel Vangelo di
Giovanni è rivolta da Maria a Gesù durante il banchetto nuziale a Cana;
quella: «Io sono Oreste» è pronunciata la prima volta da Pilade per salvare
l’amico Oreste dalla pena di morte per aver ucciso la madre Clitemnestra
e, la seconda volta, dallo stesso Oreste per smentire Pilade; «Amate chi vi
ha fatto del male» traduce il «diligite inimicos vestros» detto da Cristo nel
discorso della montagna.
Virgilio, dopo avere spiegato a Dante che in quella cornice le anime
scontavano il peccato di invidia e perciò erano incitate a purificarsi
mediante esempi d’amore, ma che, prima di salire alla cornice superiore,
avrebbe udito anche esempi di invidia punita, lo invitò a scrutare davanti a
sé: appoggiate alla parete del monte avrebbe visto delle anime sedute.
Dante guardò con attenzione e in effetti vide delle anime coperte da
mantelli dello stesso colore della pietra. Avvicinatosi un poco, udì che
quelle anime invocavano: «Maria, prega per noi» e, poi, in successione:
«Michele», «Pietro», «Tutti i santi».
Le anime recitano le litanie, dal primo versetto: «Sancta Maria, ora pro
nobis» fino all’ultimo: «Omnes sancti et sanctae».
Una volta accostatosi, fu commosso fino alle lacrime dallo spettacolo
compassionevole delle anime che, coperte di un panno ruvido e vile,
stavano appoggiate alla parete sorreggendosi a vicenda con le spalle:
sembravano quei mendicanti ciechi che, per suscitare maggiore pietà, si
collocano davanti alle chiese nei giorni delle indulgenze reclinando il capo
l’uno sulla spalla dell’altro. E come i ciechi, anche quelle anime non
vedevano la luce perché avevano le palpebre cucite con un filo di ferro.
Dante si sentiva in colpa a camminare davanti a chi non poteva vederlo, si
volse verso Virgilio e questi, che aveva capito senza che lui parlasse, gli
concesse di rivolgere a loro poche e precise parole. Dante allora domandò
se tra loro ci fosse qualche italiano soggiungendo che, se si fosse
manifestata, forse quell’anima ne avrebbe avuto giovamento.
«O fratello, qui siamo tutti cittadini di una sola autentica città (la
Gerusalemme celeste); tu intendi dire se c’è qualcuno che, quando era esule
in Terra, vivesse in Italia», gli rispose una voce che proveniva da un punto
alquanto più avanti di quello in cui lui si trovava, e perciò avanzò.
Un’anima, con il mento all’insù, a modo dei ciechi, aveva tutta l’aria di
aspettare le sue parole.
«Se sei tu» le disse Dante «quella che prima mi ha risposto, dimmi il tuo
nome o la tua patria.»
«Io fui di Siena» rispose quella «e qui, insieme agli altri, piangendo
chiedo a Dio che si conceda a noi. Mi chiamavo Sapìa, ma nonostante il
nome fui ben poco saggia: godevo più delle disgrazie altrui che della mia
fortuna. È proprio così: senti a che punto arrivò la mia follia in età avanzata
(che dovrebbe essere quella di maggior saggezza).»
Raccontò che quando i suoi concittadini erano schierati sul campo di
battaglia vicino a Colle Val d’Elsa, lei pregava Dio per quello che lui stesso
aveva già deciso, cioè che fossero sconfitti. E infatti furono sgominati e
volti in fuga, e lei, vedendoli inseguiti dai nemici (dagli spalti di Castiglion
Ghinibaldi, forse castello del marito), provò una gioia superiore a ogni altra
mai provata prima. Fu tale la sua follia che alzò la faccia al cielo gridando a
Dio: «Infliggimi tutti i mali che vuoi, ma questa gioia non potrai più
rovinarmela».
Appartenente alla famiglia Salvani (era zia del Provenzano incontrato
nel canto 11), Sapìa aveva sposato Ghinibaldo Saracini da Strove; nota per
opere di beneficenza, fece testamento nel 1274. Il 12 giugno 1269 nella
battaglia di Colle Val d’Elsa (il marito di Sapìa possedeva un castello a
poca distanza) i Ghibellini senesi guidati da Provenzano Salvani furono
sconfitti dai Guelfi di Firenze.
Alla fine della vita, però, si pentì; tuttavia adesso sarebbe ancora a
scontare i suoi debiti nell’antipurgatorio se Pier Pettinaio non l’avesse
ricordata nelle sue preghiere.
Piero, detto Pettinaio, perché commerciava in pettini da telaio, morì nel
1289; considerato in vita uomo di santi costumi, venne venerato subito
dopo morto, tanto che il Comune di Siena eresse sulla sua tomba nella
chiesa dei francescani un ciborio con altare. Terziario francescano, visse
per un certo periodo nel convento di Santa Croce a Firenze, dove Ubertino
da Casale ricorda di averlo conosciuto.
«Ma tu» gli domandò Sapìa «che chiedi di noi respirando e che,
suppongo, non hai gli occhi cuciti, chi sei?»
«Anche i miei occhi» rispose Dante «saranno cuciti, ma non per tanto
tempo, perché non sono stato molto invidioso; ho paura invece della pena
che si espia giù sotto (nella cornice dei superbi): mi sembra di sentire già
sulle spalle il peso di quei massi.»
E Sapìa: «Se pensi di poter tornare sulla Terra, chi ti ha condotto qui su
tra noi?».
E Dante: «Il compagno che mi sta accanto in silenzio. Io sono vivo,
perciò dimmi pure se vuoi che in Terra io vada da qualcuno che possa
pregare per te».
«Oh!» esclamò Sapìa «è talmente straordinario ciò che sento, che può
essere dovuto solo a un particolare amore di Dio per te. Visto che Dio ti
ama tanto, di quando in quando aiutami con le tue preghiere. Se poi ti capita
di passare per la Toscana, avvisa i miei parenti più stretti che sono salva. Li
troverai tra quegli stolti che ripongono le loro speranze in Talamone, e che
resteranno ancora più delusi di quanto non restarono nella ricerca della
Diana; ma i più delusi di tutti saranno gli ammiragli.»
Nel 1303 il Comune di Siena aveva acquistato per una ingente somma
Talamone per farne un porto commerciale, ma l’impresa, anche a causa
della malaria che infestava la zona e delle difficoltà di controllarla
militarmente, non riuscì mai a decollare: gli «ammiragli» potrebbero essere
gli appaltatori che avevano investito grosse somme nel porto o, più
probabilmente, coloro che speravano di diventare comandanti di una flotta
che non ci fu mai. Era chiamato Diana un fiume sotterraneo che si
presumeva scorresse sotto la città; per trovarlo i senesi, afflitti da penuria
d’acqua, avevano profuso nel tempo molte risorse.
CANTO 14
Altri invidiosi: Guido del Duca e Rinieri da Calboli

«Chi è costui che gira intorno al nostro monte e, vivo, apre e chiude gli
occhi a suo piacimento?»
«Non lo so, ma so che non è solo: tu che gli sei più vicino chiedigli chi
sia, ma con gentilezza.»
Così due anime, l’una appoggiata all’altra, parlavano di Dante. Poi si
volsero verso di lui sollevando la faccia e una di loro disse:
«Tu che sali al cielo ancora vivo, facci la carità di dirci da dove vieni e
chi sei: la grazia che ti è stata concessa ci riempie di stupore.»
E Dante: «Io vengo da un luogo situato su un fiume che nasce dal monte
Falterona e poi scorre per cento miglia attraverso la Toscana. Inutile che vi
dica chi sono, perché il mio nome non è ancora molto conosciuto».
E l’anima che aveva parlato per prima interloquì: «Se capisco bene, parli
dell’Arno».
Allora l’altra anima chiese alla prima: «Perché quest’uomo ha taciuto il
nome di quel fiume come se fosse una cosa turpe?»; e questa le rispose:
«Non lo so, ma so che è giusto cancellarne il nome. Dalla sorgente, sui
picchi più alti dell’Appennino, fino alla foce tutti gli abitanti di quella
misera valle, o per un disgraziato destino o per loro abituale malvagità,
fuggono la virtù come si fugge un serpente. Hanno a tal punto stravolto la
loro natura umana da sembrare trasformati da Circe (che con incantesimi
mutava gli uomini in bestie). Nel suo corso superiore, quando è ancora
povero d’acqua, il fiume scorre tra lerci maiali, più degni di mangiare
ghiande che cibo per uomini (Dante si riferisce agli abitanti del Casentino,
ma forse con una particolare allusione al castello di Porciano dei Guidi di
Modigliana, ghibellini a lui ostili prima della discesa di Enrico VII). Poi,
scendendo verso sud, si imbatte in botoli ringhiosi più di quanto gli
consentirebbe la loro forza (gli aretini); per disprezzo, volge loro le spalle
(per risalire a nord, verso Firenze) e a mano a mano che si ingrossa quel
fiume dannato e disgraziato vede i cani farsi lupi (i fiorentini). Superate
gole profonde (tra Signa e Montelupo), trova le volpi (i pisani), così astute
che nessuna trappola le può catturare».
Il primo dei dialoganti è Guido del Duca, della famiglia ghibellina degli
Onesti di Ravenna: giudice in varie città della Romagna, visse
prevalentemente a Ravenna e Bertinoro. L’ultima notizia certa che lo
riguarda risale al 1249. Il suo interlocutore è Rinieri da Calboli, capo di
una famiglia guelfa in lotta prima con Guido da Montefeltro e poi con i
ghibellini Ordelaffi per la signoria di Forlì. Fu ucciso nel 1296 nel
tentativo di rientrare in città, da dove i Calboli erano stati espulsi due anni
prima.
L’anima poi aggiunge che la presenza di Rinieri, al quale le sue parole
sarebbero dispiaciute, non gli avrebbe impedito di riferire ciò che una
veridica ispirazione profetica gli rivelava: quel vivo che lo stava ascoltando
avrebbe fatto bene a ricordarsene in futuro. Perciò, rivolgendosi al
compagno, proseguì: «Vedo tuo nipote diventare cacciatore di quei lupi
sulla riva del fiume feroce e atterrirli tutti. Mercanteggia la loro carne
quando sono ancora vivi, poi, con la ferocia di un mostro antico, li uccide.
Toglie la vita a molti, a sé toglie l’onore. Esce da quella selva desolata
imbrattato di sangue: la lascia in uno stato tale che nemmeno in mille anni
ritornerà com’era».
Fulcieri da Calboli, di cui Rinieri era zio, nel 1303 era stato nominato
dai Neri podestà di Firenze. Nell’esercizio delle sue funzioni si era distinto
per la crudeltà con la quale aveva infierito sui Bianchi (da lui anche
sconfitti a Pulicciano nel Mugello). Nel 1312 sarà tra gli armati che
difenderanno Firenze dall’assedio di Enrico VII, nel 1321 capitano del
popolo a Bologna. Morirà intorno al 1340.
Nell’ascoltare questa profezia Rinieri, per il turbamento, si era alterato in
viso. Le parole dell’una e il contegno dell’altra anima accesero
ulteriormente il desiderio di Dante di sapere i loro nomi. Li pregò di
rivelarglielo.
«Tu vuoi che io ti dica ciò che tu rifiuti di dirci» rispose la prima.
«Ebbene, lo farò, tanto risplende in te la grazia divina. Io sono Guido del
Duca: in vita bruciavo di invidia al punto da illividire di rabbia di fronte alla
gioia altrui. Qui sono punito di quel peccato. O uomini, perché desiderate
quei beni per possedere i quali è necessaria l’esclusione di compagni? (Il
significato di questa esclamazione sarà spiegato a Dante da Virgilio nel
canto successivo.) Quest’altro è Rinieri, il vanto e l’onore della casata dei
Calboli, nella quale, però, nessuno ha ereditato la sua virtù. Ma in Romagna
la sua stirpe non è la sola ad avere perduto le qualità necessarie per vivere
in onestà e letizia: il terreno fra l’Appennino e il Po, il mare Adriatico e il
fiume Reno è cosparso di sterpi velenosi, ormai è troppo tardi per poterlo di
nuovo coltivare. Dove sono oggi il valoroso Lizio di Valbona (paesino
sull’Appennino tosco-romagnolo. Guelfo, combatté contro i Ghibellini di
Forlì guidati da Guido da Montefeltro, morì prima del 1285), Arrigo
Mainardi (o Manardi, famiglia di Bertinoro legata ai Del Duca, vivente
ancora nel 1228), Pietro dei Traversari (ghibellino, signore di Ravenna,
morì nel 1225) e Guido di Carpegna (nel Montefeltro; guelfo, morì prima
del 1289)? O romagnoli, come vi siete imbastarditi! Quando a Bologna si
rivedrà un Fabbro dei Lambertazzi (capo della fazione ghibellina fra il
1228 e il 1259)? Quando a Faenza un Bernardino di Fosco, animo nobile
nato da umile famiglia (guelfo, difese Faenza assediata da Federico II nel
1240-41)? Non ti meravigliare, o toscano, se io piango quando, insieme al
ricordo di Guido da Prata (tra Faenza e Ravenna; fu consigliere, nel 1228,
del comune ravennate), di Ugolino d’Azzo (faentino, attestato nel 1183), di
Federico Tignoso (forse di Rimini) e dei suoi amici, delle casate dei
Traversari e degli Anastagi, rimaste entrambe senza eredi (casate tra loro
ostili e dominanti in Ravenna fino alla metà del Duecento), vado con la
memoria ai tempi in cui, in quella Romagna dove oggi i cuori sono fatti così
malvagi, amore e nobiltà d’animo ci spingevano al piacevole servizio delle
dame e alle faticose imprese cavalleresche. O Bertinoro, perché non te ne
vai da quella regione? La stirpe dei tuoi Conti si è estinta e i nobili cortesi
sono fuggiti (i conti di Bertinoro si erano estinti verso la fine del XII
secolo; qui si allude ai Mainardi, che nel 1306 avevano ceduto la città agli
Ordelaffi di Forlì). Fanno bene i conti di Bagnacallo a non procreare figli
maschi, fanno male quelli di Castrocaro e, ancor più, quelli di Conio a
intestardirsi a mettere al mondo conti come quelli di adesso (Malvicino dei
Malvicini di Bagnacavallo era morto nel 1305 senza eredi maschi: sua
figlia Caterina aveva sposato Guido Novello da Polenta che, nel 1316,
diventerà signore di Ravenna; i conti di Castrocaro erano un ramo della
famiglia Pagani legato agli Ordelaffi; quelli di Conio si erano impadroniti
di Bagnacavallo alla morte del Malvicini); benissimo faranno i Pagani se
smetteranno di procreare dopo che quel demonio di Maghinardo sarà morto:
ma anche con ciò, la loro memoria non sarà senza macchia (i Pagani erano
una grande casata ghibellina suddivisa in vari rami: Maghinardo da
Susinana, morto nel 1302, è ricordato nel canto 27 dell’Inferno per la sua
signoria su Faenza e Imola e per il fatto di agire come ghibellino in
Romagna e come guelfo fedele a Firenze in Toscana). O Ugolino dei
Fantolini (faentino, morto nel 1278), il tuo nome non può più essere
infangato da discendenti degeneri!»
«Ma adesso vattene, o toscano» concluse Guido del Duca. «Dopo questo
nostro angoscioso discorso, ho più voglia di piangere che di parlare.»
Dante e Virgilio proseguirono il loro cammino: il fatto che nessuna di
quelle anime, che non potevano vedere ma che però sentivano bene i loro
passi, dicesse loro alcunché li rendeva sicuri di procedere nella giusta
direzione. Erano rimasti soli quando una voce venne loro incontro, più
veloce di un fulmine che fenda l’aria, gridando: «Mi ucciderà chiunque mi
riconoscerà», e poi si spense proprio come si dilegua il rumore di un tuono
che all’improvviso abbia squarciato le nuvole. Ma subito dopo con
altrettanto fragore un’altra voce gridò: «Io sono Aglauro, fui trasformata in
sasso».
La prima frase traduce le parole rivolte a Dio da Caino dopo l’omicidio
di Abele; la seconda è pronunciata da Aglauro, figlia di Cecrope re di
Atene, trasformata in sasso da Mercurio al quale per invidia aveva cercato
di impedire di entrare nella camera della sorella Erse, di cui il dio era
innamorato.
Questi esempi, commentò Virgilio quando ritornò il silenzio, dovrebbero
trattenere voi uomini entro i confini prefissati, e invece voi vi lasciate
adescare dal demonio e non c’è esempio che possa valere. «Il cielo»
concluse «vi chiama a sé roteando intorno a voi le sue stelle, e ciò
nonostante voi continuate a guardare per terra. Per questo Dio vi castiga.»
CANTO 15
Dagli invidiosi agli iracondi

Mancavano tre ore al tramonto: in Italia era mezzanotte, nel Purgatorio le


tre del pomeriggio. Dante e Virgilio camminavano verso occidente, i raggi
del sole li colpivano in piena faccia. Ma ecco che Dante fu abbagliato da
una luce più intensa di quella del sole e si riparò gli occhi con le mani. Non
riusciva proprio a capire da dove provenisse, perciò lo chiese a Virgilio.
«È un angelo» disse Virgilio. «È qui per invitarci a salire. Ben presto la
visione di simili creature, che adesso infastidisce ancora i tuoi occhi, sarà
per te un piacere.»
Quando gli furono vicini, l’angelo indicò loro una scala meno ripida
delle precedenti. Mentre salivano, l’angelo alle loro spalle prima cantò:
Beati misericordes e poi: «Godi tu che vinci!».
«Beati misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequentur» (Beati i
misericordiosi, perché otterranno misericordia) è una delle beatitudini del
discorso della montagna; «Godi tu che vinci» sembra una libera resa della
conclusione di quel discorso: «Gaudete et exultate quoniam merces vestra
copiosa est in coelis» (Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra
ricompensa nei cieli).
Approfittando della circostanza di essere rimasti soli, Dante pensò di
impiegare vantaggiosamente il tempo necessario a salire interrogando
Virgilio su un dubbio che gli era rimasto dall’incontro con l’anima di Guido
del Duca (nel canto precedente): quel romagnolo cosa aveva voluto dire
parlando di «divieto», esclusione, e «consorte», compagno? E Virgilio
rispose che quell’anima parlava proprio del suo peccato, dal momento che
l’invidia nasce dal fatto che gli uomini desiderano possedere beni che, se
divisi con altri, perdono di valore. Se rivolgessero i loro desideri al cielo
non avrebbero quell’ansia di possesso, perché lì più sono i beneficiati, tanto
maggiore è il bene che ciascuno possiede. Dante confessò di essere più
confuso di prima: si chiedeva, infatti, com’era possibile che un bene
distribuito fra molti possessori rendesse ciascuno di loro più ricco che se
fossero stati pochi.
«Non capisci» gli rispose Virgilio «perché seguiti a pensare ai bene
terreni.» E continuò spiegando che Dio concede il suo amore infinito e
indicibile in proporzione al desiderio di chi si rivolge a lui e pertanto quante
più sono le anime che in Paradiso lo desiderano più cresce la quantità di
amore. «Comunque» concluse «se questa mia spiegazione non ti appaga,
sarà Beatrice a toglierti questo e quant’altri dubbi tu abbia. Adesso cerca
piuttosto di cancellare al più presto le cinque P che ancora sono rimaste
sulla tua fronte.»
Nel momento in cui stava per rispondere di essere soddisfatto della
risposta, Dante sbucò nella cornice successiva (la terza), e così, preso dalla
curiosità di guardare, non disse niente. Messo piede sulla cornice, fu subito
rapito da una visione estatica, una visione mentale che lo assorbì
completamente. Vide più persone radunate in un tempio e una donna che
sulla porta, con dolce atteggiamento materno, rimproverava suo figlio:
«Figlio mio, perché hai fatto questo ai tuoi genitori? Tuo padre e io ti
cercavamo addolorati». Su queste parole la visione svanì.
Dante traduce quasi alla lettera il passo del Vangelo di Luca che
racconta come Gesù dodicenne, sfuggito alla custodia di Maria e Giuseppe,
avesse trascorso tre giorni nel Tempio di Gerusalemme a discutere con i
dottori e come Maria, ritrovatolo, lo avesse rimproverato.
Ma ne subentrò un’altra. Una donna in lacrime diceva: «O Pisistrato, se
davvero sei il signore di Atene, punisci quelle braccia insolenti che
abbracciarono nostra figlia». E Pisistrato benignamente rispondeva con viso
sereno: «Che faremo a chi ci vuole male, se condanniamo chi ci ama?».
Valerio Massimo racconta che con queste parole il tiranno di Atene
Pisistrato aveva risposto alla moglie che gli chiedeva di condannare a
morte un giovane innamorato che aveva osato baciare per strada la loro
figlia.
Nella terza visione apparve a Dante una folla irosa che lapidava un
giovinetto urlando a squarciagola: «Ammazza! Ammazza!»; questi, sul
punto di morire, stava piegato a terra, e però non smetteva di rivolgere gli
occhi al cielo e intanto pregava Dio che perdonasse i suoi persecutori.
Il racconto del martirio per lapidazione del giovane diacono Stefano,
primo martire cristiano, è liberamente ripreso dagli Atti degli Apostoli.
Dante si riscosse, riprese contatto con la realtà e capì di aver visto tutto
ciò solo con la mente. E però si muoveva impacciato, come se si fosse
svegliato da un sonno profondo.
«Che hai, che non ti reggi in piedi?» gli domandò Virgilio. «È da un bel
po’ che cammini con gli occhi semichiusi e ondeggiando come un ubriaco.»
Dante, tuttavia, non fece in tempo a rispondergli perché Virgilio lo
prevenne dicendo che ogni suo pensiero gli era noto e quindi gli erano note
anche le apparizioni che aveva avuto. «Se ti ho chiesto: “Che hai?”, non è
per essere informato, ma per rinfrancarti e incitarti a camminare.»
Procedevano nella sera verso occidente sforzandosi di vincere il
barbaglio dei raggi del sole calante davanti a loro. Ma ecco che a poco a
poco un fumo scuro come la notte avvolse l’intera cornice: non riuscivano
più a vedere e respiravano a fatica.
CANTO 16
Iracondi: Marco il Lombardo

Il fumo li aveva avvolti in una oscurità più fitta di quella di una notte
nuvolosa senza luna e senza stelle. Per di più, gli occhi, irritati, non
riuscivano a stare aperti. Dante si era aggrappato alla spalla che Virgilio in
silenzio gli aveva offerto e così camminava come un cieco dietro alla sua
guida. Nel buio udiva voci che invocavano la pace dall’Agnello di Dio che
leva i peccati (Cristo): le loro preghiere cominciavano tutte con le parole
Agnus Dei, pronunciate all’unisono con la stessa intonazione (è l’inizio
dell’invocazione liturgica: «Agnus Dei, qui tollis peccata mundi» [Agnello
di Dio, che togli i peccati del mondo]).
«Sono spiriti quelli che pregano?» chiese a Virgilio; e questi: «Sì, sono
spiriti che espiano il peccato di iracondia».
«Chi sei tu, che parli di noi e attraversi il nostro fumo come se fossi
ancora vivo?» domandò una voce a Dante.
«Rispondigli,» lo esortò Virgilio «e poi chiedigli se per questa strada si
sale alla cornice superiore.»
Dante invitò allora quell’anima a camminare insieme a lui perché
avrebbe udito cose che lo avrebbero riempito di stupore, ed essa accettò di
buon grado. Anche se nel fumo non potevano vedersi, aveva aggiunto,
sarebbero rimasti in contatto con la voce.
Poi Dante disse: «Sì, sto salendo il monte con il mio corpo; vengo
dall’Inferno. In nome della grazia fattami da Dio di poter vedere da vivo la
sua corte celeste, dimmi chi eri in vita e dimmi anche se vado nella
direzione giusta per raggiungere il passaggio alla cornice di sopra».
L’anima rispose: «Io fui lombardo (di origine, cioè dell’Italia
settentrionale), il mio nome era Marco. Fui esperto del mondo, amai quelle
virtù cortesi alle quali oggi non mira più nessuno. Per salire sul monte
questa è la strada giusta». E poi aggiunse: «Ti prego di pregare per me
quando sarai in Paradiso».
Mancano notizie certe sull’identità di questo personaggio. Uomo di
corte, secondo alcune fonti ha vissuto per qualche tempo presso la corte
trevigiana di Gherardo da Camino (di cui parlerà più avanti nel canto),
secondo altre è stato anche al servizio del conte Ugolino a Pisa.
«Ti dò la mia parola che lo farò» lo assicurò Dante. «Ma adesso liberami
da un dubbio che la tua affermazione, concordante con quanto ho già udito
nel girone di sotto (da Guido del Duca), ha vieppiù accresciuto.»
Dante gli disse di essere incerto su quale fosse la causa del fatto – del
tutto sicuro – che il mondo si era svuotato di virtù e riempito di malizia:
influssi astrali, come sostengono alcuni, o volere umano, come sostengono
altri? Desiderava saperlo per poterlo rivelare tornato sulla Terra.
L’interlocutore emise un profondo sospiro che terminò con un gemito di
dolore: «Fratello,» esclamò «il mondo è cieco, e si vede bene che tu da là
provieni».
Continuò spiegando che i viventi attribuiscono la causa di ogni
accadimento ai cieli, in tal modo, però, negano il libero arbitrio e, di
conseguenza, il fondamento sulla base del quale la giustizia divina
distribuisce premi e punizioni. I cieli determinano solo l’impulso iniziale,
poi sta all’uomo assecondarlo o contrastarlo. Egli, infatti, è dotato della
ragione per distinguere il bene dal male e della volontà per mettere in
pratica ciò che la ragione gli detta. E questa può essere debole all’inizio,
ma, se ben coltivata, alla fine vince ogni influsso astrale. Gli uomini, pur
restando liberi, sono soggetti a una forza più possente e a una natura più
elevata dell’influsso dei cieli: è Dio stesso a creare l’anima razionale (che
comprende intelletto e volontà) sulla quale i cieli non hanno influenza. Ecco
perché la causa dell’odierno traviamento del mondo risiede solamente negli
uomini.
«L’anima individuale» proseguì «esce dalle mani di Dio innocente e
ignara come una bambina, che ride e piange senza motivo; e però, essendo
stata creata da Colui che è la felicità somma, tende naturalmente verso tutto
ciò che le dà gioia. Dapprima la trova in beni di poco valore: vi si lascia
irretire e li rincorre. Per indirizzare il suo desiderio a un bene più elevato fu
necessario istituire leggi che la frenassero e un re che la guidasse, un re
capace di scorgere da lontano almeno la torre più alta di quella città (di Dio)
a cui indirizzarla. Le leggi, dunque, ci sono; ma chi le fa applicare?
Nessuno (l’Impero è vacante) e il papa, sola guida rimasta al gregge
cristiano, conosce sì la legge divina, ma non è capace di distinguere il bene
dal male e quindi di realizzare la giustizia: il popolo cristiano lo vede mirare
solamente a quel bene mondano di cui lui stesso è ghiotto e perciò di quello
si pasce e non ne cerca altri. Come vedi, il mondo è diventato perverso non
perché la natura umana sia stata corrotta da cattivi influssi astrali, ma
perché è mal governato (dai papi). Quando governava ottimamente il
mondo, Roma era illuminata da due soli: uno (l’Impero) illuminava la
strada che porta gli uomini alla felicità sulla Terra, l’altro (il papato) quella
che li conduce alla beatitudine eterna di Dio.»
Dante sostituisce alla metafora tradizionale dell’astro maggiore (sole),
cioè il papa, e del pianeta minore (luna), cioè l’imperatore, quella dei due
soli per sottolineare la pari dignità delle due istituzioni.
«Adesso un sole ha eclissato l’altro: il papa impugna insieme il bastone
vescovile (simbolo del potere spirituale) e la spada (simbolo di quello
temporale), ma così arbitrariamente congiunti, non bilanciandosi più l’un
l’altro, entrambi i poteri operano male. Lo si vede chiaramente dagli effetti
che quell’unione forzosa produce. Prima che il papa facesse guerra a
Federico II (imperatore dal 1220 al 1250) nelle regioni solcate dal Po e
dall’Adige (Lombardia, compresa l’Emilia attuale, e Marca Trevigiana)
fiorivano virtù e cortesia: oggi qualunque manigoldo che si vergognasse di
aver a che fare con persone oneste passerebbe tranquillamente da quelle
parti. Sì, ci sono ancora tre vecchi a mantenere vivi gli antichi costumi, ma
non vedono l’ora di morire: Corrado da Palazzo, il buon Gherardo e Guido
da Castello, meglio conosciuto come il buon Lombardo.»
Poco sappiamo di Corrado da Palazzo, nobile bresciano, se non che fu
podestà in varie città italiane e nel 1276 a Firenze, dove l’anno dopo fu
anche capitano della Parte guelfa; Gherardo da Camino (1240 ca-1306),
padre di Rizzardo, guelfo simpatizzante per i Neri, fu per molti anni signore
di Treviso. Dante potrebbe aver goduto della sua ospitalità durante il
soggiorno nel Veneto del 1303-04. Da qui l’elogio della sua «cortesia», ma
non si dimentichi che i Caminesi erano legati ai Malaspina, protettori di
Dante; Guido da Castello, dei Roberti di Reggio Emilia (1233-38, ancor
vivo nel 1315), era forse guelfo. È possibile che Dante sia stato suo ospite
nel 1306 durante il viaggio da Bologna alla Lunigiana. Nel quarto libro del
Convivio Dante cita come esempi di nobiltà sia Gherardo da Camino che
Guido da Castello.
«Si può ben affermare» concluse Marco «che la Chiesa di Roma
volendosi accollare entrambi i poteri, sotto quel peso cade nel fango e così
imbratta sé stessa e il carico che si è addossata.»
«O Marco,» rispose Dante «tu parli davvero bene. Grazie alle tue parole
comprendo perché i Leviti (i membri della tribù ebraica di Levi ai quali
erano affidate le funzioni sacerdotali) furono esclusi (da Mosè) dal
possesso della terra. Ma dimmi, chi è quel Gherardo che hai presentato
come campione dell’antica nobiltà?»
«Ma come!» si stupì l’altro. «Tu, toscano, non sai chi è il buon
Gherardo! Io lo conosco solo con quell’epiteto (buono), a meno di non
coniarne un altro sul nome della figlia Gaia (cioè gaio).»
Lo stupore di Marco deriva dal fatto che Gherardo da Camino doveva
essere ben noto a Firenze a causa dei suoi rapporti con Corso Donati. Nel
1308, anno della sua morte, Corso aveva ricoperto la carica di podestà a
Treviso quando signore della città era Rizzardo. Gaia (1270 ca-1311)
esercitò un ruolo rilevante nella politica della famiglia: Dante ne usa il
nome per sottolineare le qualità cortesi di Gherardo, «buono» e «gaio»,
cioè gai, che nel linguaggio trobadorico indica la raffinatezza del vivere di
corte (Treviso era detta anche «Marca gioiosa»).
Marco si congedò: «Dio sia con voi, io non posso più accompagnarvi.
Già attraverso il fumo si intravvede il chiarore del sole; laggiù c’è l’angelo,
mi è proibito comparirgli davanti».
Ciò detto, si girò senza nemmeno aspettare la loro risposta.
CANTO 17
Dagli iracondi agli accidiosi

Dante e Virgilio procedevano appaiati. Un po’ alla volta il fumo si diradava


e nella foschia lasciava trasparire il disco del sole. Uscito da quel banco di
nebbia, Dante lo scorse davanti a sé: stava tramontando, le pendici del
monte erano già buie.
Con la fantasia cominciò a vedere immagini che lo rapirono interamente.
Non erano i sensi a stimolare quelle immaginazioni, esse prendevano forma
da una illuminazione emanata dagli astri o provocata direttamente da Dio.
Con la fantasia, dunque, si raffigurò Progne, la donna che sarebbe stata
trasformata in usignolo, mentre in preda all’ira compiva il suo gesto
efferato. Dante era totalmente immerso in questa fantasia quando,
improvvisamente, ne sopraggiunse un’altra: un uomo stava morendo in
croce, aveva un’espressione feroce e rabbiosa; intorno a lui c’erano il
grande re Assuero, la sua sposa Ester e il giusto Mardocheo. Poi anche
queste immagini si dissolsero, come una bolla d’aria quando affiora
dall’acqua, e al loro posto subentrò quella di una fanciulla che, piangendo,
diceva disperata: «O regina, perché infuriata hai preferito morire? Ti sei
uccisa per non perdere Lavinia, e con ciò mi hai perduta. O madre, sono
proprio io, Lavinia, quella che piange la tua morte».
Progne, per vendicarsi del marito Tereo che aveva violentato la sorella
Filomena, uccise il figlioletto Iti e ne imbandì le carni allo sposo. Secondo
la versione del mito seguita da Dante, le due sorelle sfuggirono alla
vendetta di Tereo perché furono trasformate l’una in usignolo (Progne) e
l’altra in rondine (Filomena). L’uomo in croce è Aman, potente ministro del
re di Persia Assuero. Per odio aveva condannato al patibolo Mardocheo,
ebreo e zio di Ester, moglie del re, e si apprestava a sterminare gli Ebrei. La
regina svela al marito le trame del ministro che finisce sul patibolo
approntato per Mardocheo. Lavinia, figlia del re Latino e della regina
Amata, dopo essere stata promessa a Turno, re dei Rutuli, fu concessa a
Enea. La madre, contraria a questo matrimonio, pensando erroneamente
che Turno fosse morto per mano di Enea e che pertanto avrebbe perso
Lavinia, prossima sposa a quello straniero, si impiccò.
Quando una luce improvvisa colpisce gli occhi chiusi di un dormiente, il
sonno si interrompe: proprio così, di colpo, si spensero le fantasie di Dante,
investito da una luce intensissima. Ritornato in sé, guardava tutt’intorno
frastornato per capire dove si trovasse, ma una voce che diceva «Qui si
sale» attirò la sua attenzione. Rivolse lo sguardo in quella direzione per
vedere chi avesse parlato, ma una luce troppo abbagliante gli impedì di
vedere.
Spiegò Virgilio: «È un angelo, un angelo che si nasconde dietro il suo
splendore. Ci indica la strada senza esserne pregato. Assecondiamo,
dunque, il suo invito. Cerchiamo di salire prima che faccia buio, perché
dopo non potremo fino all’alba.»
Si incamminarono verso una scala. Messo il piede sul primo gradino,
Dante sentì un fruscio d’ala e una brezza leggera sfiorargli la faccia, intanto
una voce diceva: «Beati pacifici».
«Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur» (Beati i pacifici, perché
saranno chiamati figli di Dio) è una delle beatitudini del discorso della
montagna.
Ormai il sole illuminava solo le parti più alte del monte, in cielo
cominciavano ad apparire le stelle. Dante e Virgilio erano saliti in cima alla
scala, fino all’orlo della successiva cornice (la quarta) e qui si erano
fermati. Dante, che sentiva essergli venuta meno la forza di muovere le
gambe, prima si pose in ascolto se un qualche suono provenisse dalla
cornice e poi, non avendo udito alcunché, chiese a Virgilio quale peccato si
espiasse. E lui rispose: «Qui si compensa l’amore rivolto, sì, al bene, ma
non con l’energia e la sollecitudine dovute (si tratta dell’accidia)».
Poi, affinché Dante potesse meglio comprendere, gli spiegò che tutti gli
esseri viventi nascono dotati di un impulso amoroso, o istintivo o
determinato da una scelta razionale. A differenza di quello naturale,
istintivo, che è sempre giusto, l’amore elettivo può sbagliare: o perché si
rivolge a cose non buone o perché persegue un bene mondano con troppo
vigore o perché tende al bene sommo con fiacchezza. Non pecca se si
rivolge al sommo bene e neppure se si orienta verso i beni inferiori con
misura, ma pecca se si rivolge al male, se desidera beni inferiori con troppa
sollecitudine, quello sommo con troppo poca. Ne discende che negli uomini
l’amore è l’origine sia della virtù che del vizio. Ora, poiché nessun essere
creato può odiare sé stesso e nemmeno il suo creatore, l’unica possibilità
che gli resta è di amare il male del prossimo. Negli uomini questo amore
perverso può nascere in tre modi: desiderando, per poter primeggiare, che
un altro decada da una posizione elevata (superbia); desiderando, per paura
di perdere potere, favore, onore e fama se qualcun altro si innalza che esso
scenda in basso (invidia); diventando vendicativi per una offesa ricevuta e
perciò procurando il male altrui (ira).
«Queste tre forme di amore del male del prossimo» concluse Virgilio su
questo punto «sono punite nelle tre cornici sottostanti.» Ma siccome voleva
che Dante apprendesse qualcosa anche sull’altro tipo di amore, quello
rivolto al bene ma in modo disordinato, proseguì dicendo che ogni uomo
concepisce, anche se confusamente, l’idea di un bene supremo che possa
appagare il suo animo e quindi a esso aspira. Se però l’amore che spinge gli
uomini a contemplarlo e possederlo è fiacco e lento, ecco che la cornice
dove si trovavano puniva, previo pentimento in Terra, proprio
quell’indolenza (accidia). Gli uomini, però, tendono anche ad altri beni
(quelli terreni), i quali, tuttavia, non danno la felicità, perché non sono il
bene per essenza, che è solo in Dio. L’amore eccessivo per quei beni era
punito nelle tre cornici sopra di loro (nella quinta, l’avarizia; nella sesta, la
gola; nella settima, la lussuria). «Ma non ti dico in base a quali ragioni
l’amore eccessivo dei beni terreni sia così tripartito» furono le sue ultime
parole. «Lo capirai da te.»
CANTO 18
Accidiosi: un abate di San Zeno

Virgilio aveva smesso di parlare e guardava Dante in faccia per capire se


fosse rimasto soddisfatto delle sue spiegazioni; anche Dante taceva, in
realtà era agitato da un dubbio che però esitava a manifestare per timore di
infastidire il maestro con le sue domande. Questi, tuttavia, si accorse che
l’allievo avrebbe voluto chiedere ancora, e perciò lo incoraggiò a parlare.
Dante allora lo pregò di spiegargli cosa fosse quell’amore al quale lui
riconduceva ogni azione umana, buona o cattiva. Ripreso il ruolo di
docente, Virgilio cominciò spiegando che l’animo umano, essendo stato
creato con una innata predisposizione ad amare, si muove spontaneamente
verso ogni cosa che attivi in lui quell’attitudine. L’amore è per l’appunto
l’attrazione che un oggetto reale, rielaborato in immagine mentale, esercita
sull’anima se questa lo percepisce come piacevole. Poi l’anima comincia a
desiderarlo, e non si acquieta finché non lo raggiunge. Sbagliano, dunque,
coloro che credono che ogni amore sia di per sé stesso buono, unicamente
perché è buona la disposizione naturale ad amare.
La spiegazione di Virgilio sollevò in Dante ancora un altro dubbio: se il
desiderio amoroso è prodotto negli uomini da un oggetto esterno e se
l’anima non può non muoversi verso ciò che le piace, l’uomo come può
essere responsabile se segue una strada buona o cattiva? E Virgilio,
premesso che lui potrà dirgli solamente ciò che è alla portata della ragione
umana e che per quello che la trascende, argomento di fede, dovrà rivolgersi
a Beatrice, riprese a spiegare:
«La potenzialità di amare è insita nell’uomo così come ogni cosa
contiene in sé la specifica potenzialità della sua specie, ma queste attitudini
innate sono percettibili solo quando operano, dal momento che si
manifestano solamente per i loro effetti: ecco perché non sappiamo come si
generino in noi la conoscenza dei principi a fondamento della ragione e il
desiderio dei beni primari. Sono desideri innati, non passibili né di lode né
di biasimo. Ma nell’uomo è innata anche la facoltà di giudicare e di
indirizzare la volontà solo ai desideri buoni. Questa facoltà determina se i
desideri sono da premiare o da condannare. Su questa libertà innata i
filosofi antichi hanno fondato la morale. In conclusione, anche ammettendo
che ogni desiderio insorga necessariamente, voi avete il potere di accettarlo
o di reprimerlo. Beatrice chiama questa facoltà libero arbitrio.»
Era quasi mezzanotte. La luce della luna aveva reso evanescente quella
di molte stelle. Virgilio aveva smesso di parlare e Dante era sul punto di
addormentarsi. Lo riscosse un rumore improvviso alle sue spalle: una
grande folla di anime (gli accidiosi) stava correndo verso di loro. Non
appena li raggiunsero, due anime, che correvano in testa al gruppo,
gridarono piangendo: «Maria si affrettò alla montagna» e: «Cesare per
espugnare Ilerda prima attaccò Marsiglia e poi si precipitò in Spagna».
Subito dopo le altre anime gridarono: «Presto, presto, non perdiamo tempo!
Ravviviamo la grazia divina compiendo alacremente il nostro dovere».
Maria, saputo che Elisabetta aspettava un figlio (Giovanni il Battista), si
recò subito da lei nella regione montuosa di Ebron per assisterla. Dante
traduce alla lettera un passo del Vangelo di Luca: «abiit in montana cum
festinatione» (si mise in viaggio per la montagna in tutta fretta). Nel 49 a.C.
Giulio Cesare cinse d’assedio Marsiglia e poi, senza aspettarne la
capitolazione, passò in Spagna, dove sconfisse i pompeiani a Ilerda
(Lérida).
Virgilio si rivolse a loro chiedendo, in nome di quel fervore che lì in
Purgatorio compensava la loro passata negligenza, che indicassero dove si
trovava il varco più vicino per salire. Lo chiedeva perché l’uomo accanto a
lui, vivente, desiderava compiere l’ascesa appena si fosse fatto giorno.
«Seguici» rispose una di quelle. «Noi non possiamo fermarci, è la nostra
punizione. Perdonaci, non lo facciamo per scortesia. Io fui abate di San
Zeno ai tempi del Barbarossa, quel giusto imperatore del quale i milanesi
parlano ancor oggi con dolore.»
Fra il 1160 e il 1187 l’abbazia veronese di San Zeno fu retta da un abate
di nome Gherardo, del quale nient’altro si sa. Federico I di Svevia, detto
Barbarossa, aveva raso al suolo Milano nel 1162. L’apprezzamento che, ciò
nonostante, Dante gli manifesta è un ulteriore segno dell’ottica
filoimperiale con la quale scrive il Purgatorio.
L’abate continuò profetizzando: «In Terra c’è un tale con un piede già
nella fossa che ben presto (nell’altra vita) dovrà espiare il male fatto a quel
monastero e si dorrà di avere avuto il potere di nominarne abate, contro il
diritto canonico, un suo figlio bastardo, deforme nel corpo e ancor più nella
mente».
L’attacco colpisce il signore di Verona Alberto della Scala (morirà nel
settembre 1301), padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande. Gli Scaligeri
mantennero sempre uno stretto controllo su quella abbazia dotata di un
cospicuo patrimonio: nel 1292, dopo aver fatto sospendere dal papa la
norma che escludeva gli illegittimi dalle cariche ecclesiastiche, Alberto vi
aveva imposto il figliastro Giuseppe, sciancato e, sembrerebbe,
particolarmente corrotto. Alla morte di Giuseppe, Cangrande, diventato
signore, imporrà la nomina di un figlio illegittimo del defunto. Si tenga
presente che Dante nel 1303-04 era stato ospite di Bartolomeo (di cui poi
celebrerà la «cortesia» nel canto 17 del Paradiso) e che Cangrande sarà il
suo più illustre protettore solo pochi anni dopo la composizione di questo
canto. L’accusa al padre non può non colpire anche i figli: un segno chiaro
di quanto deludente sia stato il primo soggiorno veronese di Dante.
Forse l’abate aveva detto anche altro, ma nella sua corsa si era tanto
allontanato che Dante non era riuscito a sentirlo. Sentì invece Virgilio
avvertirlo che altre due anime sopravvenivano di corsa. Esse, le ultime di
quella schiera, passarono gridando: «Il popolo davanti al quale si erano
aperte le acque del Mar Rosso morì prima che il Giordano (la Palestina)
potesse vedere coloro ai quali era stato da Dio promesso in eredità» e:
«Quei compagni di Enea che non sopportarono sino alla fine le pene della
peregrinazione si condannarono a una vita ingloriosa».
Durante l’esodo dall’Egitto gli Ebrei, stanchi, si rifiutarono di seguire
Mosè alla Terra Promessa e morirono tutti, tranne Giosuè e Caleb, nel
deserto. Ugualmente, una parte dei compagni di Enea, una volta arrivati in
Sicilia, si rifiutò di proseguire il viaggio verso il Lazio.
Le anime degli accidiosi scomparvero alla vista.
Nella mente di Dante germinò un pensiero, e da quello ne nacquero
molti altri, fra loro sconnessi: lui cominciò a vagare dall’uno all’altro, e in
quel disordinato vagare della mente gli si chiusero gli occhi e si
addormentò.
CANTO 19
Avidi: papa Adriano V

Dante dormiva. Verso l’alba, nell’ora più fredda della notte, cominciò a
sognare. Sognò una donna balbuziente, guercia, storpia, dalle mani
rattrappite e il colorito terreo. Ma poi sotto il suo sguardo quell’essere
deforme si trasformò: la lingua le si sciolse, il corpo le si raddrizzò tutto, il
viso pallido assunse un amorevole colore. E cominciò a cantare.
«Io sono,» cantava «io sono una dolce sirena che con il suo canto
ammaliante incanta i marinai in mezzo al mare. Io sviai dalla sua rotta
perfino Ulisse. Chiunque mi frequenti, ben raramente mi abbandona.»
Nel racconto omerico, ignoto a Dante, Ulisse resiste al richiamo delle
sirene facendosi legare all’albero della nave.
Nel momento stesso in cui la sirena smise di cantare, accanto a Dante
apparve una donna del cielo che, sdegnata, gridò: «Virgilio, non sai forse
chi è costei?». Al che Virgilio afferrò la sirena, le strappò i vestiti sul
davanti e ne mostrò a Dante il sesso. Ne uscì un tale fetore che Dante si
risvegliò.
«Ti ho chiamato tre o quattro volte» gli disse Virgilio. «Alzati,
cerchiamo il passaggio adatto a te.»
Tutte le cornici del monte erano illuminate dal sole già alto. Dante,
chinato in avanti, con la testa bassa, camminava pensieroso dietro a
Virgilio. Ed ecco che una voce dolcissima disse: «Venite, il passaggio è
qui». Era un angelo, aveva le ali spiegate. Poi le mosse e fece vento su di
loro, e intanto diceva che coloro che piangono sarebbero stati beati.
«Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur» (Beati coloro che
piangono, perché saranno consolati): altra beatitudine del discorso della
montagna.
Avevano salito pochi gradini e Virgilio chiese a Dante perché seguitasse
a guardare per terra; Dante gli rispose che non riusciva a non pensare a un
sogno che aveva fatto poco prima.
«Hai visto quell’antica seduttrice le cui attrattive si espiano nei gironi
sopra di noi, e hai anche visto come liberartene» disse Virgilio. «Adesso
muoviti, e rivolgi lo sguardo alle sfere celesti con le quali Dio ti chiama.»
Così incitato, Dante salì di slancio lungo la fenditura della roccia finché
non si affacciò sul sovrastante girone (il quinto).
Qui alcune anime (gli avidi di beni terreni), sdraiate bocconi per terra,
con le mani e i piedi legati piangevano e mormoravano parole che,
inframmezzate com’erano di sospiri, appena si potevano intendere:
Adhaesit pavimento anima mea.
È citazione del Salmo 118: «Adhaesit pavimento anima mea; vivifica me
secundum verbum tuum» (La mia anima è appiattita al suolo; ridammi vita
secondo la tua parola).
Virgilio chiese loro la strada per salire, e una di esse rispose di
camminare sempre verso destra. Dalla provenienza del suono Dante aveva
individuato di chi fosse la voce e perciò con uno sguardo domandò a
Virgilio il permesso di parlarle e lui assentì con un gesto benevolo. Dante
allora si portò sopra quell’anima sdraiata per terra e le chiese chi fosse,
perché tutte le anime avessero le schiene rivolte in alto e se potesse fargli
qualche favore una volta ritornato nel mondo dal quale era venuto ancora
vivo.
«Ti spiegherò dopo il perché di questa pena» fu la risposta. «Prima sappi
che io fui un successore di Pietro (un papa). Il titolo della mia famiglia si
onora del nome di un torrente (il Lavagna) che scende al mare tra Sestri e
Chiavari. Ho provato solo poco più di un mese quanto pesi il manto papale
a chi cerchi di preservarlo dal fango.»
Parla l’anima di Ottobono Fieschi dei conti di Lavagna, cardinale dal
1251 e papa, con il nome di Adriano V, dall’11 luglio al 18 agosto del 1276.
I Fieschi erano una potente famiglia ligure (Ottobono era nipote di
Sinibaldo, papa Innocenzo IV) i cui possedimenti confinavano con quelli
lunigianesi dei Malaspina. I rapporti tra le due famiglie furono nel
complesso di forte concorrenza, anche se Moroello, che aveva sposato una
Fieschi, fu a loro strettamente legato.
«Ahimè» continuò Adriano «la mia conversione fu tardiva: fu quando
divenni pontefice che scoprii quanto la vita sia bugiarda. Constatai che quel
trono non placava i miei desideri, e però nella vita terrena non si può salire
più in alto: ecco perché in me si accese l’amore di quest’altra. Fino a quel
momento ero stato una povera anima lontana da Dio interamente dominata
dall’avidità. Adesso, come vedi, sono punito di quel peccato.»
Continuò dicendo che la pena a cui le anime erano sottoposte in quel
girone mostrava visibilmente come l’avidità riducesse gli animi umani: in
vita gli occhi di quei peccatori, tutti fissi ai beni terreni, non si erano
sollevati al cielo, in quel girone la giustizia divina li teneva schiacciati a
terra; in vita l’avidità aveva spento ogni impulso a ben operare, adesso la
giustizia divina li teneva distesi immobili, legati mani e piedi, per tutto il
tempo che avrebbe voluto.
Dante si era inginocchiato per parlare, ma appena cominciò, quell’anima,
sentendone la voce più vicina, si accorse del suo gesto reverente e gli
chiese: «Perché ti sei inchinato?».
«In considerazione del vostro rango» gli rispose Dante.
E l’altra allora: «Tirati su, fratello. Siamo tutti servi di un unico signore.
Ricorda il detto evangelico: Neque nubent… (E non si ammogliano)».
Il Vangelo di Matteo afferma che Gesù, rispondendo a un quesito dei
Sadducei, disse che «in resurrectione neque nubent neque nubentur, sed
erunt sicut angeli Dei in coelo» (i risorti non si ammogliano né si maritano,
ma sono come angeli di Dio in cielo), a significare che nella vita eterna non
esisteranno più i legami umani.
«Ma adesso vai, non disturbare più la mia penitenza. In Terra ho una
nipote di nome Alagia. È una donna buona, se i cattivi esempi della mia
famiglia non la corrompono. L’unica in Terra che possa pregare per me.»
Alagia (1270 ca-1344), figlia del fratello di Ottobono, Niccolò Fieschi, e
sorella del potente cardinale Luca Fieschi, era già sposata a Moroello
Malaspina quando Dante fu suo ospite nel 1306. Ecco perché Dante la
salva nel giudizio negativo che colpisce l’intera sua famiglia.
CANTO 20
Altri avidi: Ugo Capeto

Dante non volle contrastare la volontà di papa Adriano di essere lasciato


solo e perciò, benché fosse ancora desideroso di notizie, si allontanò
insieme a Virgilio. Il girone era coperto fino al bordo esterno dalle anime
distese che espiavano lacrima dopo lacrima il peccato di avidità e per
questo i due procedevano con circospezione tenendosi vicini alla parete,
come sugli spalti delle mura si cammina rasente ai merli.

Dante autore, ricordando quanto numerose fossero quelle anime


penitenti, prorompe in una invettiva contro quella lupa, antica quanto il
genere umano, che per saziare la sua fame implacabile miete vittime più di
qualunque altro vizio. «E voi, sfere celesti,» si chiede «voi che, a quanto si
dice, avete il potere di mutare le situazioni terrene, quando arriverà
qualcuno che la scaccerà dal mondo?»
Nella selva nella quale si era perduto, il pellegrino Dante era stato
atterrito da una lupa (simbolo, come qui, dell’avidità) vorace e magrissima,
e Virgilio gli aveva profetizzato che un giorno un «veltro» l’avrebbe
ricacciata nell’Inferno da cui il demonio l’aveva liberata (canto 1).

Dante e Virgilio camminavano a piccoli passi, attenti a non calpestare le


anime che si lamentavano sdraiate. Ed ecco che fra quei lamenti Dante udì
una voce che davanti a lui, come fosse di donna in procinto di partorire,
invocava: «O dolce Maria!» e poi proseguiva: «Dalla stalla (di Betlemme)
nella quale partoristi il tuo santo bambino si misura quanto fosti povera». E
subito dopo udì ancora la stessa voce esclamare: «O buon Fabrizio, che hai
preferito restare povero, ma onesto, piuttosto che ricco ma corrotto».
Del console romano Caio Fabrizio Luscino si tramanda che avesse
rifiutato la proposta di Pirro, re dell’Epiro, di passare dalla sua parte in
cambio di un quarto del suo regno.
Attirato da queste parole, Dante avanzò per scoprire chi fosse che stava
parlando. Questi intanto continuava rievocando i doni generosi che san
Nicola aveva fatto alle tre vergini per preservarne l’onore.
Secondo la leggenda San Nicola, vescovo di Mira e protettore di Bari,
vissuto fra il III e il IV secolo, avendo saputo che un padre caduto in
miseria intendeva prostituire le sue tre figlie, per tre volte portò a casa di
quell’uomo un donativo d’oro che consentì di dotarle e maritarle.
«Chi sei,» gli domandò Dante «e perché tu solo commemori questi
lodevoli esempi? Se parli, ne sarai ricompensato quando tornerò alla vita
terrena.»
E quello: «Parlerò, ma non perché mi attenda qualche conforto dal
mondo di là, parlerò perché in te vivente traspare la grazia divina».
Parla l’anima di Ugo Capeto o Ciappetta (francese chapette, «piccola
cappa», «cappuccio», in quanto abate laico di St-Martin a Tour),
capostipite della casa reale di Francia dei Capetingi. Fu eletto re dei
Franchi nel 987, dopo la morte senza eredi diretti dell’ultimo re carolingio
Ludovico V, e morì nel 996. Dante lo confonde più volte con il padre Ugo I
il Grande, duca di Francia, Borgogna e Aquitania.
«Io fui la radice da cui spuntò quella pianta così malvagia (la dinastia
capetingia) che affligge tutta la cristianità. Ma se a Douai, Lille, Gand e
Bruges (cioè alle Fiandre) se ne presentasse la possibilità, ben presto si
vendicherebbero di tanta malvagità: questa vendetta io la chiedo al giusto
Dio.»
Allusione alla sconfitta che nel 1302 a Courtrai i fiamminghi avrebbero
di lì a poco inflitto ai francesi vendicando il tradimento perpetrato da
Filippo IV il Bello ai danni del conte di Fiandra al quale il re aveva
promesso la libertà in cambio della resa.
«In Terra fui chiamato Ugo Ciappetta, da me sono nati i Filippi e i Luigi
che ancor oggi regnano sulla Francia. Io nacqui da un macellaio. Quando i
re carolingi si estinsero – tutti tranne uno, che però prese il saio monastico
–, mi ritrovai in mano le redini del regno. Accumulai tanto potere e tanta
ricchezza e fui circondato da un tale numero di sostenitori che la corona
vacante fu posta sul capo di mio figlio: da lui cominciò la dinastia dei re
consacrati.»
La dinastia capetingia presentava una ininterrotta alternanza di sovrani
di nome Filippo e Luigi; nel 1300, e anche al tempo della composizione di
questo canto, il re era Filippo IV il Bello (1285-1314). La nascita di Ugo da
un macellaio o da un mercante di bovini era tramandata da leggende
infamanti che Dante fa sue: in realtà Ugo era figlio del duca di Francia e
conte di Parigi. Altra informazione erronea è che l’ultimo legittimo erede
carolingio, Carlo di Lorena, si fosse fatto monaco: in realtà fu imprigionato
dal Capeto. Questi, inoltre, cinse la corona reale, ragion per cui il figlio
Roberto II, associato nel regno nel 987, non fu il capostipite della dinastia.
I re di Francia erano «unti», consacrati, durante la cerimonia di
incoronazione nella cattedrale di Reims.
«Fino a quando l’aver ricevuto in dote la grande contea di Provenza non
le tolse ogni pudore, la mia stirpe non mostrò di valere granché, ma almeno
non faceva del male. Fu da quell’acquisto, ottenuto con la violenza e
l’inganno, che cominciarono le sue rapine: per penitenza del male fatto si
impossessò della contea di Ponthieu, della Normandia e della Guascogna
(possedimenti dei re d’Inghilterra); poi Carlo d’Angiò scese in Italia e per
fare penitenza sacrificò Corradino di Svevia e, ancora per penitenza, rispedì
in cielo Tommaso d’Aquino».
Nel 1246 Carlo d’Angiò, fratello del re Luigi IX, aveva sposato Beatrice,
figlia del conte di Provenza Raimondo Berengario IV, da poco defunto.
Grazie a quelle nozze, stipulate, ricorrendo a trattative segrete e all’uso
della forza, ai danni di altri pretendenti, Carlo si era impadronito della
ricca contea provenzale. Il ducato di Normandia era già stato incamerato
da Filippo II nel 1204; la contea di Ponthieu e il ducato di Guascogna
furono strappati agli inglesi da Filippo il Bello fra il 1293 e il ’94. Come si
è visto nel canto 3, nel 1265 il papa Clemente IV aveva investito del titolo
regale di Sicilia Carlo d’Angiò, conte di Provenza: questi era sceso in Italia
con il suo esercito e l’anno dopo, a Benevento, aveva sconfitto e ucciso
Manfredi, diventando il primo re angioino dell’Italia meridionale. Nel
1268, a Tagliacozzo, aveva sconfitto Corradino di Svevia, nipote di
Federico II, che tentava di riconquistare il regno con le armi; catturatolo,
lo aveva fatto decapitare. È infondata invece la leggenda che Carlo
d’Angiò avesse fatto assassinare san Tommaso d’Aquino, morto nel 1274 a
Fossanova in Campania a seguito di una caduta da cavallo.
A questo punto Ugo Capeto cominciò a profetizzare: «Fra non molto un
altro Carlo uscirà dalla Francia per far meglio apprezzare le qualità sue e
della sua famiglia: uscirà senza esercito, armato solo della lancia di Giuda,
e a tradimento sbudellerà Firenze. Non ne otterrà alcun regno, ma solo
biasimo e vergogna: il peggio è che lui nemmeno si curerà dei danni
provocati. Un altro Carlo ancora, quello che dalla sua nave era uscito
prigioniero, venderà sua figlia contrattando il prezzo, come fanno i corsari
con schiave qualsiasi. O cupidigia, cosa puoi fare di peggio alla mia stirpe
dopo averla resa schiava al punto che essa non rispetta nemmeno la propria
carne?».
Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, d’accordo con il papa
Bonifacio VIII nell’estate del 1301 era sceso in Italia con un piccolo
esercito con il pretesto di combattere contro gli Aragonesi di Sicilia ma, in
realtà, per rovesciare il regime dei Bianchi a Firenze. Il primo novembre
era stato accolto in città come pacificatore e mediatore fra le parti, ma solo
pochi giorni dopo aveva aperto le porte ai Neri e insieme a loro aveva
messo in atto il colpo di Stato che provocò l’esilio dei Bianchi e dello stesso
Dante. Il Valois non riuscì però mai a coronare le sue ambizioni, e fu detto
il Senzaterra. Il secondo Carlo è Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo, figlio di
Carlo I, re di Sicilia (in realtà solo della parte continentale) dal 1289 al
1309. A capo della flotta napoletana, nel 1284 era stato catturato dagli
aragonesi comandati da Ruggero di Lauria durante una battaglia navale
nella guerra del Vespro e tenuto prigioniero per quattro anni. Nel 1305
aveva dato in sposa al marchese di Ferrara Azzo VIII d’Este la
giovanissima figlia Beatrice dietro un esorbitante compenso in denaro.
Ugo Capeto poi proseguì con una visione profetica così sconvolgente
che, al paragone, tutto il male che la sua stirpe aveva fatto nel passato e
tutto quello che avrebbe potuto fare in futuro apparivano di assai minore
gravità: «Vedo il giglio (insegna dei re di Francia) entrare in Anagni, vedo
Cristo nuovamente catturato nella persona del suo vicario; lo vedo schernito
una seconda volta; vedo che gli somministrano l’aceto e il fiele e che lo
uccidono fra due ladroni. Vedo che tanta crudeltà non sazia il nuovo Pilato
(Filippo il Bello), ma anzi, che come un corsaro bramoso di preda questi
indirizza la sua nave fin dentro al Tempio. O Dio mio, quando mi allieterà
la vendetta che, segretamente, stai meditando?».
Lo scontro tra il re di Francia Filippo il Bello e il papa Bonifacio VIII
culminò con l’assalto al palazzo papale di Anagni e la temporanea cattura
del papa da parte dell’inviato francese Guglielmo di Nogaret e di Sciarra
Colonna, che vendicò così la persecuzione della sua famiglia (7 settembre
1303). Che in quell’occasione il papa sia stato schiaffeggiato dal Colonna
è probabilmente una leggenda. Bonifacio, comunque, non resse
all’oltraggio e morì poco più di un mese dopo (11 ottobre). Filippo (che nei
confronti del papa si era comportato come Pilato nei confronti di Cristo)
nell’ottobre del 1307, senza alcuna autorizzazione papale, catturò tutti i
Cavalieri Templari di Francia, li accusò d’eresia, li consegnò
all’inquisizione e incamerò i cospicui averi di quell’Ordine (ottenendone
infine la soppressione dal papa Clemente V nel 1312).
Ugo seguitò a parlare rivelando a Dante che le parole che aveva in
precedenza pronunciato sulla povertà di Maria, parole che lo avevano
indotto a chiedergli spiegazioni, erano alternate dai purganti in quel girone,
a mo’ di responsorio, alle preghiere che recitavano durante il giorno. Di
notte, invece, al posto delle lodi della povertà andavano ripetendo esempi di
avarizia punita, e quindi parlavano di Pigmalione, che l’avidità di ricchezza
aveva reso traditore, ladro e assassino di parenti; della miserabile
condizione in cui l’avido re Mida, che non può non essere deriso, si era
ridotto a causa della sua ingorda richiesta; del sacrilego Acàn, ladro del
sacro bottino e perciò colpito dall’ira di Giosuè. Accusavano l’avidità di
Saffira e di suo marito, lodavano il cavallo che aveva scalciato Eliodoro.
Tutto il girone pronunciava a sua infamia il nome di Polimnestore,
l’uccisore di Polidoro; infine, le anime gridavano: «Crasso, tu che lo sai,
dicci: che sapore ha l’oro?». Aggiunse che, a seconda dell’intensità
dell’impulso che le spingeva, a volte qualche anima parlava ad alta voce e
qualche altra a voce bassa; non era stato solo lui, dunque, a pronunciare
quelle lodi della povertà che avevano attirato l’attenzione di Dante; era
sembrato così perché nelle vicinanze nessun’altra anima aveva alzato il
tono della voce.
Nell’ordine: stando al racconto dell’Eneide, il re di Tiro Pigmalione,
fratello di Didone, uccise lo zio e cognato Sicheo per impadronirsi delle sue
ricchezze; stando alle Metamorfosi di Ovidio, Mida, re della Frigia, avendo
chiesto e ottenuto da Bacco che tutto ciò che avrebbe toccato si
trasformasse in oro, rischiò di morire di fame; Acàn si impadronì di parte
del bottino fatto a Gerico e fu fatto lapidare da Giosuè con tutta la
famiglia; Saffira e il marito Ananìa, venduto un terreno, trattennero per sé
una parte del ricavato che avrebbero dovuto devolvere interamente alla
comunità: smascherati da Pietro, furono fulminati da Dio; Eliodoro,
tesoriere del re di Siria, cercò di confiscare il tesoro del tempio di
Gerusalemme ma fu fermato da un cavallo montato da un misterioso
guerriero; Polimnestore, genero di Priamo, per impadronirsi dei suoi averi
uccise a tradimento il cognato Polidoro, che il padre aveva inviato presso
di lui per evitargli di morire in guerra; il triumviro Marco Licinio Crasso,
famoso per la sua ricchezza e avarizia, fu sconfitto a Carre (53 a.C.) dai
Parti e fu decapitato: il re dei Parti Orode gli fece poi versare oro fuso in
bocca dicendo: «Aurum sitisti, aurum bibe» (Avevi sete di oro, ora bevilo!).
Dante e Virgilio si erano allontanati e cercavano di camminare il più
velocemente possibile, quand’ecco che un violento terremoto scosse la
montagna. Dante raggelò di paura. Accrebbe il suo spavento un grido
possente levatosi da tutti i gironi del monte, ogni anima cantava: Gloria in
excelsis Deo.
«Gloria a Dio nell’alto dei cieli»: così cantavano gli angeli sulla stalla
di Betlemme secondo il Vangelo di Luca.
Cessato il terremoto e con esso il canto delle anime, Dante e Virgilio, che
erano rimasti immobili e attenti, ripresero il cammino tra le anime distese.
Queste avevano ricominciato a piangere e a lamentarsi. Dante procedeva
pensieroso: siccome Virgilio mostrava di avere fretta, non osava fargli
domande, ma dentro di sé era tormentato dall’ansia di sapere cosa
significassero quel terremoto e quel canto.
CANTO 21
Un prodigo liberato: Stazio

Dante e Virgilio camminavano lungo quella strada ingombra di anime con


gli occhi a terra, attenti a non calpestarne nessuna. Per questo si accorsero
che un’anima li stava seguendo soltanto quando sentirono le parole:
«Fratelli miei, Dio vi dia pace».
Sorpresi, si girarono. Virgilio, restituitole il saluto con un cenno del
capo, rispose: «Che la giustizia divina, che mi ha relegato all’Inferno, ti
accolga nella pace del Paradiso».
«Come?» si stupì quell’anima. «Se non siete destinate al Paradiso, chi vi
ha guidato fin qui?»
Virgilio, mentre camminavano tutti e tre con passo veloce, le spiegò che
il suo compagno, come poteva vedere dai segni che portava impressi sulla
fronte (le P incise dall’angelo), era destinato al Paradiso, ma che, essendo
vivo e quindi incapace di vedere come i puri spiriti, aveva bisogno di essere
accompagnato da un’anima. Lui era stato chiamato dal Limbo proprio per
fargli da guida: lo avrebbe guidato fin dove sarebbe stato in grado di
condurlo (cioè fino alla cima del Purgatorio). Chiese poi a quell’anima di
dirgli, se lo sapeva, da cosa fosse stato causato il terremoto che aveva
scosso il monte poco prima e perché tutte le anime del Purgatorio avessero
gridato all’unisono «Gloria a Dio». E quella, dopo aver premesso che su
quel monte niente accadeva per caso o contro le regole prestabilite,
cominciò a spiegare che la parte di monte che si elevava al di sopra dei tre
gradini d’accesso alla porta del Purgatorio non conosceva perturbazioni
dovute a fenomeni naturali: in quella zona non cadevano pertanto né
pioggia né grandine né neve, non si formavano né rugiada né brina né
nuvole di nessun genere. Lì il terreno non esalava quei vapori secchi che
producono i venti e i terremoti. Nella parte bassa del monte
(nell’antipurgatorio) qualche terremoto causato dai vapori della terra
poteva forse verificarsi, ma su in alto non erano mai stati avvertiti. Lì la
terra tremava soltanto quando un’anima si sentiva purificata e perciò si
muoveva per salire al cielo: il canto spiegato delle anime che aveva
ascoltato accompagnava il sisma. L’imperioso impulso a salire che l’anima
sente prova che essa è del tutto purificata dal peccato.
«Ed io,» continuò «che per cinquecento anni sono stato sdraiato a subire
questa pena, proprio adesso ho sentito dentro di me quella volontà di
varcare la porta del Paradiso. Ecco perché hai avvertito la terra tremare e
udito le anime pie di tutta la montagna glorificare il Signore. Mi auguro che
presto le faccia salire al cielo.»
Richiesta da Virgilio di rivelare chi era stata in vita e perché fosse
rimasta sdraiata tra quei penitenti per tanti secoli, l’anima si presentò: «Io
ero un poeta famoso, ma non ancora convertito alla vera fede, al tempo in
cui Tito (figlio dell’imperatore Vespasiano e poi imperatore a sua volta)
con l’aiuto di Dio vendicò il martirio di Cristo (distruggendo Gerusalemme
nel 70 d.C.). Io ero di Tolosa, ma la mia poesia era tanto dolce che Roma mi
volle a sé: là fui incoronato poeta con il mirto. Sulla Terra sono ancora
famoso con il nome di Stazio: cantai la guerra di Tebe e le imprese di
Achille, ma morii prima di aver finito il secondo libro».
Publio Papinio Stazio, che con Virgilio e Lucano costituiva la triade di
poeti epici più famosa del Medioevo, era nato intorno al 45 d.C. a Napoli (e
non a Tolosa, come afferma Dante, che lo confonde con il retore di età
neroniana Lucio Stazio Ursolo) e morto nel 96 d.C., mentre era intento a
scrivere il secondo libro dell’Achilleide. Oltre a questo poema, Dante, che
non conosceva le Sylvae scoperte solo all’inizio del Quattrocento, nomina
la Tebaide, poema in dodici libri che racconta la guerra fra Eteocle e
Polinice. È una sua invenzione la notizia che si leggerà nel canto 22
secondo la quale Stazio, suggestionato dalla lettura di Virgilio, si sarebbe
segretamente convertito al cristianesimo.
Stazio seguitò la sua presentazione dicendo che il fuoco della sua
ispirazione poetica era stato innescato dalle faville sprigionate dall’Eneide
di Virgilio, la cui fiamma celestiale, peraltro, aveva acceso l’ispirazione di
innumerevoli poeti. Quel poema era stato per lui mamma e nutrice, senza il
suo esempio non avrebbe potuto scrivere alcunché di un qualche minimo
valore. Concluse poi asserendo che sarebbe stato disposto ad aspettare in
Purgatorio ancora un anno se gli fosse stato concesso di vivere al tempo in
cui aveva vissuto Virgilio. Sentite queste parole Virgilio si girò verso Dante
imponendogli con l’espressione del viso di tacere; ma non sempre si
possono controllare le emozioni, e infatti a Dante sfuggì un sorrisetto
ammiccante. Stazio lo guardò negli occhi e gli chiese il perché di quel
sorriso appena accennato. Dante, preso tra due fuochi, manifestò il suo
imbarazzo con un sospiro; Virgilio lo percepì e gli disse: «Parla pure».
E allora Dante parlò a Stazio: «Se ti sei stupito del mio sorridere, adesso
ti stupirò ancora di più. La mia guida è proprio quel Virgilio dal quale
attingesti la tua ispirazione poetica. Ho sorriso nel sentire ciò che dicevi di
lui».
Mentre Dante ancora parlava, Stazio si era inginocchiato per abbracciare
i piedi di Virgilio, ma questi lo fermò: «Cosa pensi di fare?, sia tu che io
non siamo che ombre».
E Stazio gli disse: «Il fatto che io abbia dimenticato che siamo spiriti
incorporei e abbia cercato di abbracciarti come se avessimo un corpo ti dà
la misura di quanto sia grande il mio amore per te».
CANTO 22
Salita al girone dei golosi. Ancora Stazio

Dante, Virgilio e Stazio stavano velocemente salendo al sesto girone (dove


le anime espiano il peccato della gola). Un angelo, dopo aver cancellato
una P dalla fronte di Dante e, pronunciando la sola parola sitiunt (hanno
sete), aver proclamato beati coloro che hanno sete di giustizia, aveva loro
indicato la strada.
L’angelo aveva recitato in forma scorciata una delle beatitudini del
discorso della montagna: «Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam, quoniam
ipsi saturabuntur» (Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché
saranno saziati).
Adesso l’angelo era alle loro spalle. Virgilio e Stazio, essendo spiriti,
salivano veloci, Dante li seguiva però senza fatica, sentendosi leggero come
mai si era sentito nelle salite affrontate in precedenza.
Virgilio cominciò a parlare e disse a Stazio: «Una persona che sa di
essere amata di un amore virtuoso non può non contraccambiare quel
sentimento: ecco perché dal momento in cui Giovenale (Decimo Giunio
Giovenale, poeta satirico latino, visse dal 47 ca al 130 d.C.), disceso nel
Limbo, mi fece conoscere quanto tu mi veneravi, io ho provato un grande
affetto per te: tanto grande che vorrei fosse più lunga questa scala sulla
quale stiamo salendo per poter stare con te per più tempo. Ebbene, ti faccio
una domanda da amico e tu, da amico, perdona se può risultare indiscreta:
tu, così saggio, come hai potuto essere avaro?».
Stazio represse un sorriso e rispose: «Ti ingannano le apparenze.
Siccome mi hai incontrato nel girone degli avari, hai creduto che in vita lo
fossi anch’io. Invece in quel girone per migliaia di mesi ho espiato il
peccato opposto, la prodigalità. E se non mi fossi ravveduto quando capii il
senso di quella tua indignata esclamazione contro la natura umana: “Perché,
o santo desiderio di ricchezza, non tieni a freno lo smodato appetito degli
uomini?”, adesso sarei a scontrarmi con gli avari, rotolando macigni nel
quarto cerchio dell’Inferno».
Dante traduce i versi del terzo libro dell’Eneide nei quali, a commento
dell’assassinio compiuto da Polimnestore, Virgilio esclama: «Quid non
mortalia pectora cogis, / auri sacra fames?» (A che cosa tu non induci
l’animo umano, o esecranda fame dell’oro?), ma rovesciandone il senso: la
«fame» di ricchezza non è «esecranda» ma «santa», di per sé giusta, a
patto di non eccedere nell’avidità. Tuttavia, comunque la si interpreti, la
frase male si adatta al vizio della prodigalità.
«Leggendo i tuoi versi mi accorsi che anche l’eccesso nello spendere era
una colpa, e di quella mi pentii come delle altre. Ma quanti sono quelli che
si ritroveranno all’Inferno con la testa rapata (così Dante rappresenta le
anime degli scialacquatori nel canto 7 dell’Inferno) perché non hanno
capito che si tratta di un peccato e perciò non se ne sono pentiti! Sappi,
infine, che qui si espiano insieme i peccati tra loro diametralmente opposti:
ecco perché mi trovavo tra gli avari, ero lì per purgarmi del peccato
contrario.»
A questo punto Virgilio, dopo aver osservato che il suo interlocutore, al
tempo in cui (nella Tebaide) cantava la spietata guerra tra i figli di Giocasta
(Eteocle e Polinice), stando a quanto là scriveva non sembrava proprio aver
abbracciato quella fede indispensabile per la salvezza, gli domandò quale
grazia divina o quale parola umana lo avessero fatto seguace di san Pietro.
«Sei stato tu» rispose Stazio. «Tu, che per primo mi hai avviato al
Parnaso (sede delle Muse), per primo mi hai illuminato la strada di Dio.
Quando hai scritto: “Il mondo rinasce, torna la giustizia, torna l’età dell’oro
e una nuova discendenza scende dal cielo”, hai fatto come colui che
cammina di notte tenendo la lanterna dietro la schiena: non illumina la
propria strada, ma mostra il cammino a chi lo segue. Grazie a te fui poeta,
grazie a te fui cristiano.»
Dante traduce i celebri versi della quarta egloga di Virgilio: «Magnus
ab integro saeculorum nascitur ordo / iam redit et Virgo, redeunt Saturnia
regna; / iam nova progenies caelo demittitur alto» (Una grande serie di
secoli ricomincia di nuovo: ritorna la vergine Astrea [la Giustizia],
ritornano i regni di Saturno; dall’alto del cielo discende una nuova
progenie), versi che nel Medioevo venivano interpretati come una profezia
della nascita di Cristo.
Poi spiegò più dettagliatamente che, siccome il messaggio dei versi di
Virgilio appena citati concordava con ciò che i predicatori affermavano
della nuova fede diffusa in tutto il mondo dagli apostoli, lui aveva
cominciato a frequentare abitualmente i cristiani. Nel frequentarli si era
convinto della loro santità, cosicché, quando l’imperatore Domiziano li
perseguitò (Tito Flavio Domiziano, imperatore fra l’81 e il 96 d.C., secondo
gli storici cristiani aveva scatenato una seconda persecuzione dopo quella
di Nerone), aveva unito le sue lacrime alle loro sofferenze. Per tutta la vita
li aveva sostenuti, disprezzando ogni altra credenza religiosa. Cosicché,
ancor prima di scrivere la Tebaide si era battezzato. Tuttavia, per paura,
aveva nascosto di essere cristiano e aveva continuato a mostrarsi pagano.
Proprio a causa della sua reticenza nel manifestare la fede aveva dovuto
correre intorno al monte nel quarto girone (degli accidiosi) per più di
quattrocento anni.
«Ma tu» concluse «durante la salita che ci resta da fare dimmi, se lo sai,
dove sono Terenzio, Cecilio, Plauto e Varo. Sono dannati? Se sì, in quale
cerchio dell’Inferno?»
Publio Terenzio Afro (192 ca-159 a.C.), Cecilio Stazio (220-166 a.C.),
Plauto (254 ca-184 a.C.) sono commediografi latini dei quali Dante, ad
eccezione del primo, aveva solo una vaga conoscenza; Varro o Varo è forse
Lucio Vario Rufo, poeta epico e tragico, amico di Virgilio.
Virgilio gli rispose che i poeti nominati, insieme a Persio, a molti altri e a
lui stesso, nonché a Omero, il prediletto delle Muse, si trovavano nel
Limbo, dove spesso parlavano tra loro di poesia. Con loro vi erano anche
Euripide, Antifonte, Simonide, Agatone e parecchi altri poeti greci. E là si
trovavano anche molte persone di cui Stazio aveva parlato nei suoi poemi,
ed elencò per nome sette donne infelici.
Persio (34-62 d.C.) fu poeta satirico latino molto noto nel Medioevo.
Tutti i Greci elencati, compresi il grande tragico Euripide (480-406 a.C.) e
il lirico Simonide (556-467 a.C.), erano per Dante puri nomi.
Virgilio e Stazio erano arrivati nella nuova cornice (la sesta) e,
silenziosi, si guardavano attorno. Erano passate le dieci di mattina. Virgilio
suggerì di dirigersi verso destra, come avevano sempre fatto fino ad allora,
e Stazio assentì.
I due camminavano davanti, Dante dietro, attento ai loro discorsi, ricchi
di ammaestramenti per un poeta. Ben presto, però, la visione di un albero
che, carico di frutti odorosi, si trovava proprio nel mezzo della via
interruppe quei dolci conversari. L’albero aveva la forma di un cono
rovesciato, esattamente il contrario di quella di un abete: nessuno avrebbe
trovato appigli per arrampicarvisi. Un’acqua limpida precipitava dall’alto
della parete rocciosa alla loro sinistra e poi risaliva lungo l’albero
irrorandone le foglie.
I due poeti si avvicinarono alla pianta, ed ecco che una voce nascosta tra
le fronde gridò: «Non mangerete di questo cibo», e poi, in successione:
«Maria si preoccupava che le nozze fossero decorose, non di riempirsi la
bocca, bocca che adesso intercede per voi (allusione all’episodio delle
nozze di Cana, durante le quali Maria convinse Gesù a tramutare l’acqua
in vino). Le antiche donne romane per bere si contentavano dell’acqua
(secondo una testimonianza di Valerio Massimo ripresa da Tommaso
d’Aquino). Daniele disprezzò il cibo e acquistò sapienza (il profeta Daniele
rifiutò i pasti regali offertigli da Nabucodonosor, re di Babilonia, e si nutrì
solo di acqua e legumi). Nella prima età dell’uomo (la mitica età dell’oro)
la fame rendeva saporite le ghiande e la sete trasformava in nettare l’acqua
dei ruscelli. Nel deserto (dove si era ritirato a fare penitenza) Giovanni il
Battista si nutrì solo di miele e di locuste: anche da qui la sua grande gloria
proclamata dai Vangeli».
CANTO 23
Golosi: Forese

Rimproverato da Virgilio per essersi attardato a fissare la chioma


dell’albero, Dante si accodò ai due poeti che, camminando, parlavano tra
loro. Ed ecco che qualcuno cominciò a cantare fra le lacrime: «Labia mea,
Domine…» (Le mie labbra, o Signore). Era un canto dolce e insieme
compassionevole.
«Domine, labia mea aperies, et os meum adnuntiabit laudem tuam»
(Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode): è un
versetto del Miserere (Salmo 50).
«Cos’è?» chiese Dante.
E Virgilio: «Forse sono anime che stanno pagando il loro debito verso
Dio».
Proprio in quel momento una folla di ombre silenziose sopraggiunse alle
loro spalle e li superò (sono le ombre dei golosi): nel sorpassarli avevano
girato la testa e li avevano guardati con stupore. Ciascuna aveva gli occhi
infossati in una faccia pallida e tanto magra che la pelle si modellava sulle
ossa: le occhiaie sembravano castoni di anelli senza la gemma. Quanti
pensano che nel volto umano si legga la parola OMO, su quelle facce
avrebbero ben riconosciuto la emme.
La parola OMO risulterebbe leggibile sul volto se scritta inserendo due
lettere “o” (gli occhi) all’interno delle anse di una M maiuscola gotica
(archi sopracciliari e naso), come si può vedere qui sotto.
Chi mai, se non ne conoscesse la causa, potrebbe credere che la brama di
un frutto odoroso o dell’acqua riducesse in quelle condizioni? Dante non
conosceva la causa della loro magrezza e della squamosità della loro pelle,
e perciò si chiedeva meravigliato cosa li affamasse fino a quel punto. In
quel momento un’anima rivolse su di lui i suoi occhi incavati, lo fissò e poi
esclamò ad alta voce: «Che regalo è questo?».
Dante, che mai l’avrebbe riconosciuto dal volto, lo riconobbe alla voce:
era Forese.
Forese di Simone Donati, morto nel luglio del 1296, era fratello di
Corso (di cui si parlerà nel canto successivo) e di Piccarda (che Dante
incontrerà nel canto 3 del Paradiso), nonché lontano cugino di Gemma,
moglie di Dante.
«Non badare alle croste che mi sfigurano la faccia e alla mia magrezza»
lo esortò Forese. «Dimmi piuttosto come mai sei qui ancora vivo. Dimmi
chi sono quelle due anime che ti accompagnano.»
«A vederla così sfigurata la tua faccia mi fa piangere come quando la
vidi priva di vita» rispose Dante. «In nome di Dio, adesso non farmi parlare
di me, sono troppo sbalordito. Dimmi piuttosto che cosa vi inscheletrisce
così.»
Forese spiegò che la loro magrezza era causata da uno speciale potere
infuso da Dio nell’acqua e nell’albero che si erano lasciati alle spalle. Il
profumo dei frutti spruzzati d’acqua accendeva nelle anime che in vita si
erano abbandonate senza ritegno al vizio della gola la voglia di bere e di
mangiare, voglia che si acutizzava ogni volta che, girando intorno al monte,
passavano davanti all’albero.
«E come mai» gli chiese Dante «sei già quassù anche se non sono passati
nemmeno cinque anni dalla tua morte? Pensavo di trovarti giù in basso, ai
piedi del monte (nell’antipurgatorio), dove le anime di coloro che si sono
pentiti all’estremo della vita attendono per tutto il tempo da loro vissuto nel
peccato.»
E Forese: «Se così presto sono qui a bere il dolce assenzio delle pene lo
devo alla mia Nella. Sono stati i suoi pianti dirotti, le sue devote preghiere, i
suoi sospiri a tirarmi fuori dal costone dove le anime aspettano di poter
salire e anche ad abbreviare il mio soggiorno nei sottostanti gironi».
Non abbiamo notizie di Nella (Giovanna, Giovannella), moglie di
Forese: questi la chiama «vedovella», segno che nel 1300 non si era
risposata.
«La mia vedovella, che molto ho amato, è tanto più cara a Dio quanto
più è sola a comportarsi bene: le femmine della Barbagia di Sardegna sono
più pudiche di quelle della Barbagia dove l’ho lasciata (Firenze).»
Il riferimento a questa regione montuosa della Sardegna centrale è forse
dovuto all’etimologia del nome da barbaries: secondo alcuni commentatori
antichi le donne barbaricine vestivano scollate mostrando il petto.
«Fratello mio, che dirti di più?» continuò Forese. «Vedo già che in un
prossimo futuro alle sfacciate donne fiorentine sarà proibito addirittura dal
pulpito di andare in giro mostrando i seni. Per quali selvagge, per quali
saracine si è mai dovuto ricorrere a sanzioni ecclesiastiche o civili perché
andassero coperte? Ma se le svergognate di Firenze sapessero ciò che il
Cielo sta preparando per loro, già urlerebbero a bocca spalancata: se non mi
sbaglio a leggere il futuro, la sventura le colpirà prima che ai neonati di
oggi cominci a spuntare la barba. Adesso però raccontami di te. Come vedi
non io soltanto, ma tutte le anime intorno a me osservano con stupore
l’ombra proiettata dal tuo corpo.»
Non è chiaro a cosa sia riferita la profezia di Forese: forse alla discesa
di Enrico VII di Lussemburgo e alle minacce di distruzione, non
realizzatesi, che Dante stesso rivolge ai fiorentini in una epistola scritta nel
marzo 1311 (Epistola 6).
Dante gli rispose: «Se ritorni con la memoria a che tipo di vita abbiamo
fatto insieme, tu e io, quel ricordo ti sarà ancora penoso. Da quella vita mi
ha distolto costui, che adesso mi cammina davanti».
L’unica testimonianza dell’amicizia tra Dante e Forese è una tenzone
poetica (tre sonetti a testa) nella quale i due si scambiano insulti e pesanti
allusioni alla loro vita privata e ai loro familiari (moglie di Forese
compresa): si tratta di un gioco letterario da non leggere in chiave
biografica, e tuttavia è possibile che Dante qui alluda, se non proprio a
quell’episodio, almeno al clima morale e al tipo di vita a esso sottesi.
«Alcuni giorni fa, una notte di luna piena, costui mi ha guidato con
questo mio corpo reale attraverso le tenebre dell’Inferno. Da lì mi ha poi
fatto salire, girone per girone, la montagna dove voi espiate i vostri peccati.
Promette di accompagnarmi fino a dove incontrerò Beatrice; dopo dovrò
proseguire senza di lui. Costui» e lo additò a Forese «è Virgilio; l’altro è
l’anima per la quale, poco fa, ha tremato ogni pendice del vostro monte.»
CANTO 24
Altri golosi: Bonagiunta da Lucca e ancora Forese

Dante e Forese camminavano in fretta, senza smettere di parlare, mentre le


altre anime osservavano stupite quel vivente. Dante, continuando il discorso
(avviato nel canto precedente), disse: «L’altra anima (quella di Stazio) sta
salendo al Paradiso: lo fa forse più lentamente di quanto non lo farebbe se
fosse da sola per restare più a lungo con Virgilio. Ma adesso dimmi, se lo
sai: dov’è Piccarda? Dimmi se fra costoro che mi fissano c’è qualcuno
degno di nota».
«Mia sorella,» rispose Forese «che non so se fosse più bella o più buona,
è beata in Paradiso (dove Dante la incontrerà nel cielo della Luna). Quanto
alle altre anime, essendo irriconoscibili a causa del digiuno, è necessario
che te le indichi per nome. Questi» e lo segnò col dito «è Bonagiunta da
Lucca; quello dietro di lui, dalla faccia più emaciata delle altre, venne da
Tour e fu papa: qui sconta con il digiuno le troppe anguille di Bolsena
affogate nella vernaccia da lui mangiate in vita.»
Bonagiunta Orbicciani da Lucca, notaio attivo fra il 1242 e il 1267, fu
anche un poeta lirico in volgare. Apparteneva, come sottolineerà lui stesso
nel corso del canto, alla generazione di poeti anteriore alla svolta dello
Stilnovo. Simon de Brion, dopo essere stato canonico a Tour, divenne papa
con il nome di Martino V (1281-85): la sua golosità, in particolare per le
anguille del lago di Bolsena cucinate nella vernaccia, era nota ai cronisti
del tempo.
Forese ne nominò molti ancora, contenti tutti di essere stati identificati.
Fra le altre anime mostrò a Dante quelle di Ubaldino della Pila, di
Bonifacio, che era stato vescovo di una grande diocesi, e di Marchese,
quello che a Forlì, benché avesse meno sete che lì in Purgatorio, non
riusciva mai a dissetarsi.
Il ghibellino Ubaldino degli Ubaldini, del ramo della Pila, risulta attivo
tra il 1238 e il 1281 (partecipò al congresso tenuto a Empoli dai vincitori
dopo Montaperti): era fratello del cardinale Ottaviano (ricordato nel canto
10 dell’Inferno) e padre dell’arcivescovo Ruggieri, colui che a Pisa fece
imprigionare il conte Ugolino (canto 33 dell’Inferno). Bonifacio dei Fieschi
di Parma fu arcivescovo di Ravenna dal 1274 al 1294; morì nel 1295.
Marchese o Marchesino degli Argogliosi di Forlì fu podestà di Faenza nel
1296; alcune fonti datano la sua morte al 1316.
Dante, tuttavia, osservava con particolare attenzione il lucchese
Bonagiunta, anche perché gli sembrava che fosse il più desideroso di fare la
sua conoscenza. Questi parlava sommessamente tra sé; nel suo borbottio
Dante intese un nome, qualcosa come «Gentucca». E allora gli chiese di
farsi capire.
«Una giovane donna, non ancora sposata,» cominciò Bonagiunta «ti farà
piacere la mia città, per quanto male se ne dica in giro. Questo prevedo per
te; in ogni caso saranno i fatti a chiarire le cose.»
Grazie forse ai buoni uffici di Moroello Malaspina, Dante poté
soggiornare a Lucca, città guelfa «nera» alleata di Firenze, fra il 1308 e la
primavera del 1309. La misteriosa Gentucca, diminutivo di Gentile (che
l’ipotesi più accreditata vorrebbe figlia del lucchese Ciucchino Morla e poi
sposa di altro lucchese, Buonaccorso di Fondara, detto Coscio o
Cosciorino), apparteneva forse a una famiglia che si era mostrata ospitale
nei confronti di Dante esule.
«Ma tu» continuò «dimmi se davanti a me vedo proprio quel Dante che
rinnovò la poesia con la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore.»
E Dante: «Io, come altri, quando Amore mi parla, annoto le sue parole
dentro di me e poi le trascrivo proprio come lui le ha dettate».
«Fratello,» esclamò Bonagiunta «adesso comprendo quale sia stato il
laccio che ha trattenuto il Notaio, Guittone e me al di qua di quel nuovo
stile melodioso (dolce) di cui parli. Adesso capisco che voi, scrivendo,
seguite fedelmente la voce che detta, mentre noi non lo abbiamo fatto.
Nessuno potrebbe definire meglio la differenza tra il vostro e il nostro modo
di poetare.»
Dopo di che, appagato, smise di parlare.
«Donne ch’avete intelletto d’amore» è la canzone, raccolta nella Vita
Nova, che a detta dello stesso Dante segnò l’inizio della sua nuova maniera
poetica, quella della «lode». Giacomo da Lentini, il Notaio per
antonomasia, funzionario alla corte di Federico II, morì intorno al 1250: se
non proprio il primo, fu tra i primi esponenti di quella corrente poetica,
detta Scuola siciliana, fiorita nel Regno nell’età degli Svevi. Guittone
d’Arezzo, morto sembra nel 1294, è stato il poeta più rilevante e più
influente prima di Dante; è stato anche il principale e costante bersaglio
polemico di Dante storico e teorico della poesia. La definizione «dolce stil
novo» è diventata canonica per designare quel gruppetto di lirici fiorentini
o legati a Firenze (oltre a Dante, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni
Alfani, Cino da Pistoia, Dino Frescobaldi) che operarono un profondo
rinnovamento della poesia lirico-amorosa negli anni Ottanta e Novanta del
Duecento.
La turba di anime affrettò il passo e si allontanò velocemente, solo
Forese si trattenne al fianco di Dante.
«Quando potrò rivederti?» gli domandò.
«Non so quando morirò» gli rispose Dante. «Comunque, è certo che il
mio ritorno qui in Purgatorio, per quanto possa avvenire presto, non sarà
mai prima di quando io lo desideri. La città in cui sono nato è sempre più
malvagia: sembra proprio destinata alla rovina.». Di Dante storico e teorico
della poesia
A questo punto Forese rivelò a Dante ciò che vedeva nel futuro. Vedeva
il maggiore responsabile dei mali di Firenze (Corso Donati) trascinato
all’Inferno dalla coda di un cavallo. Vedeva la bestia accelerare sempre più
la sua corsa e poi colpirlo a morte e abbandonare per terra il suo corpo
miseramente sfigurato. E poi, guardando al cielo, concluse: «Le sfere celesti
non compiranno molti giri che a te risulterà chiaro anche ciò che adesso non
posso dirti».
Corso Donati, fratello di Forese, era stato il capo dei Guelfi neri di
Firenze e il principale artefice del colpo di Stato che ai primi di novembre
del 1301 aveva portato alla caduta e all’esilio dei Bianchi. Per alcuni anni
era stato il politico più potente della città, ma poi la parte «nera» si era
divisa in due fazioni e Corso aveva gradualmente perso la sua influenza.
Sospettato di voler impadronirsi del potere con l’aiuto di Ghibellini come
Uguccione della Faggiola (di cui aveva sposato una figlia) fu accusato di
tradimento e ucciso durante la cattura il 6 ottobre 1308. I cronisti
raccontano che egli avrebbe cercato di fuggire a cavallo ma che, colpito,
sarebbe caduto e, rimasto impigliato in una staffa, sarebbe stato trascinato
dall’animale fino alla sua morte. Corso, legato per parentela a Gemma, era
la persona sulla quale Dante faceva affidamento per ottenere l’amnistia
personale da lui chiesta nel 1306: ecco perché nell’Inferno non solo non lo
accusa, ma glissa sulle responsabilità dei Neri nella guerra civile
fiorentina. Dopo la sua morte può finalmente esprimere il proprio pensiero.
Enunciata la sua profezia, Forese si congedò per raggiungere, veloce
come un cavaliere che esca dalla schiera per lanciarsi al galoppo contro i
nemici, il gruppo dei golosi. Quando si fu allontanato tanto che non riusciva
più a distinguerlo chiaramente, Dante distolse lo sguardo, tenuto fino a quel
momento su di lui, e vide che lì vicino c’era un altro albero, dai rami
verdeggianti carichi di frutti. Un gruppo di anime alzava le mani verso i
rami, gridando qualcosa di incomprensibile. Sembravano bambini che,
supplici, si protendessero verso qualcuno che teneva in alto un oggetto da
loro desiderato: questi glielo mostrava, acuendo il loro desiderio, ma non
cedeva alle loro preghiere. Poi quelle anime si allontanarono scoraggiate, e
in quel momento Dante, Virgilio e Stazio arrivarono sotto il grande albero.
Una voce fra i rami li ammonì: «Passate oltre senza avvicinarvi: questa
pianta è nata dall’albero del Paradiso terrestre di cui Eva morse il frutto».
Tutti e tre, tenendosi stretti tra loro, passarono oltre camminando lungo
la parete. E mentre passavano la stessa voce enunciava: «Ricordatevi dei
maledetti figli della nuvola (i Centauri, nati dall’unione di Issione con la
nuvola Neféle a cui Giove aveva dato l’aspetto di Giunone), che si
scontrarono con i loro petti metà umani e metà equini con Teseo (invitati
alle nozze di Piritóo e Laodamia, ubriachi aggredirono la sposa e le donne
là radunate e furono uccisi da Teseo), e ricordatevi di quegli Ebrei che,
essendosi dissetati bevendo alla sorgente come cani, Gedeone non volle con
sé quando piombò sui Madianiti (nemici degli Israeliti, il cui campo era
posto in una valle; Gedeone li attaccò con solo trecento uomini, quelli che
si erano dissetati raccogliendo l’acqua con le mani a coppa, scartando il
grosso dell’esercitò perché aveva bevuto in ginocchio leccando l’acqua)».
Questo, cioè esempi di peccati di gola puniti, è ciò che i tre ascoltarono
mentre oltrepassavano l’albero camminando rasente al costone. Poi,
superato quell’ostacolo, procedettero per più di mille passi guardandosi
intorno in silenzio.
All’improvviso una voce domandò: «A cosa state pensando voi tre, che
ve ne andate tutti soli?».
Dante sobbalzò. Sollevò la testa per vedere chi avesse parlato e vide una
figura di un rosso incandescente (l’angelo della Temperanza) che, con
parole che invitavano alla pace, indicò loro la strada per salire. Il suo
splendore era tale che ne rimase abbagliato. Accecato seguiva le sue guide
lasciandosi guidare dal suono delle loro parole. Ed ecco che una brezza
profumata come quella che a maggio annuncia l’alba lo colpì sulla fronte:
percepì il movimento delle ali dell’angelo e contemporaneamente lo udì
dire: «Beati coloro che reprimono l’istinto della gola e invece hanno fame
di giustizia».
È la beatitudine già citata per gli avidi: «Beati qui esuriunt et sitiunt
iustitiam» (Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia).
CANTO 25
Salita al girone dei lussuriosi

Erano già le due del pomeriggio, bisognava salire senza indugi. Cosicché
Dante, Virgilio e Stazio, come chi va per la sua strada senza fermarsi
qualunque cosa gli si pari davanti, si affrettarono a imboccare il passaggio
che l’angelo aveva loro indicato: era una scala stretta che li costringeva a
procedere in fila indiana.
Dante sentiva forte il desiderio di formulare una domanda, ma si
tratteneva: apriva la bocca per farlo, ma poi taceva. Virgilio se ne accorse e
lo invitò a parlare. Allora Dante, rinfrancato, domandò: «Come può
dimagrire chi non ha bisogno di nutrirsi?».
Gli rispose Virgilio: «Ciò non ti apparirà così incomprensibile se solo
ricordi come Meleagro si consumò al consumarsi di un tizzone o se
consideri come uno specchio restituisca ogni più piccolo movimento di un
corpo umano che in esso si rifletta. Ma Stazio potrà esaudire meglio di me il
tuo desiderio di sapere».
Alla nascita di Meleagro, personaggio delle Metamorfosi di Ovidio, le
Parche gettarono un tizzone nel fuoco e decretarono che la vita del neonato
sarebbe durata fino a quando il tizzone non si fosse consumato. Allora la
madre Altea lo spense. Ma in seguito, per punire il figlio ormai adulto che
aveva ucciso i fratelli di lei, gettò nel fuoco il tizzone, e così Meleagro,
anche se lontano e inconsapevole, morì quando il pezzo di legno si
consumò.
Stazio, dopo aver chiesto scusa di assolvere a quel compito in presenza
di Virgilio, che avrebbe potuto farlo meglio di lui, cominciò la sua lunga
spiegazione a partire dal momento in cui si forma il feto umano.
Il sangue maschile più puro riceve nel cuore la capacità di formare un
organismo umano: una parte scorre nelle vene, un’altra, ulteriormente
decantata (trasformata in liquido seminale), scende nei testicoli (che per
decenza Stazio non nomina) e da qui cola nell’utero femminile, un
ricettacolo predisposto a tal fine dalla natura, dove si mescola con il sangue
della donna. Lo sperma, congiuntosi al sangue femminile, comincia a
esercitare la capacità formativa ricevuta nel cuore: per prima cosa forma un
coagulo e poi lo anima. In una successione graduale di azioni il seme
giunge a formare gli organi necessari. Ma ciò non rende ancora ragione di
come il feto divenga da animale persona umana, capace di parlare e di
ragionare. Su questo punto era caduto in errore anche quel sapiente di
Averroè (grande commentatore arabo di Aristotele, ricordato tra le anime
del Limbo), il quale, non trovando alcun organo dal quale dipendesse la
facoltà intellettiva dell’uomo, aveva teorizzato che essa fosse separata
dall’anima (cioè che non fosse generata con il singolo individuo ma fosse
una sostanza immateriale, incorruttibile ed eterna disgiunta dai singoli
uomini, ai quali resterebbe solo l’anima sensitiva, che morirebbe insieme a
loro). La verità è che, quando il cervello del feto è pienamente formato, Dio
soffia dentro di lui l’anima intellettiva o razionale, e questa attira e assorbe
in sé quella vegetativa-sensoriale trasformandosi in un’anima sola, che ha
vita, sensibilità e conoscenza di sé stessa. Quando l’uomo muore l’anima si
scioglie dal corpo e porta con sé tutte le sue facoltà, sia quelle umane
(vegetativa e sensitiva) sia quella divina (intellettiva): in questo stato
mentre le facoltà legate al corpo non sono più attive, la memoria,
l’intelligenza e la volontà (facoltà dell’anima intellettiva) sono potenziate
più di prima. Non appena morto il corpo, l’anima cade, miracolosamente, su
una delle due rive (l’Acheronte o il Tevere), e lì conosce quale strada è a lei
destinata (Inferno o Purgatorio). Giunta nel luogo assegnatole, subito la sua
capacità formativa (quella proveniente dal cuore del maschio) si irraggia
nello spazio circostante, vi proietta la propria immagine nello stesso modo
in cui aveva dato forma alle membra corporee e sviluppa tutti gli organi
sensoriali. E questa nuova forma segue le alterazioni dell’anima come la
fiamma segue gli spostamenti del fuoco. Da questo momento, poiché può
essere veduta, è chiamata ombra.
«È questo corpo d’aria» concluse Stazio «che ci consente di parlare e
ridere, di piangere e sospirare. La nostra ombra si atteggia a seconda dei
desideri o delle passioni che ci affliggono. È questa la causa della nostra
magrezza, di cui tanto ti meravigli.»
Mentre Stazio parlava, erano pervenuti all’ultimo girone (il settimo): la
sua parete sprigionava una vampa di fuoco. Dal bordo esterno si levava un
vento che la respingeva, pertanto dovevano procedere, uno dietro l’altro, sul
ciglio. Dante aveva paura sia del fuoco alla sua sinistra che del precipizio
alla sua destra. Tanto più che Virgilio si raccomandava di non distrarsi,
perché ci voleva poco a fare un passo falso.
Dall’interno del grande rogo si sentì un canto: «Summae Deus
clementiae» («Signore della più alta clemenza» è l’inizio di un inno
attribuito a sant’Ambrogio che si recitava nel mattutino del sabato). Dante
si girò verso le fiamme e scorse anime che vi camminavano attraverso (i
lussuriosi). Terminato l’inno, le anime gridarono ad alta voce: «Virum non
cognosco» («Io non conosco uomo» è la risposta di Maria all’annuncio
dell’angelo secondo il Vangelo di Luca), e poi ripresero l’inno a voce più
bassa. Conclusolo, gridarono un’altra volta: «Diana volle vivere nelle selve
e ne scacciò Elice che aveva assaggiato il veleno dell’amore» (Diana, dea
vergine, visse nelle selve per preservare la propria castità, e ne cacciò la
ninfa Elice che era stata sedotta da Giove). Tornavano poi a cantare e di
nuovo a gridare i nomi di mogli e mariti che erano stati casti nel
matrimonio. Dante immaginò che avrebbero alternato canti ed esempi di
castità per tutto il tempo che avrebbero trascorso tra le fiamme.
CANTO 26
I lussuriosi: Guido Guinizelli, Arnaut Daniel

Avanzavano, uno dopo l’altro, tenendosi sul ciglio del girone; spesso
Virgilio ammoniva Dante: «Attento a dove metti i piedi». I raggi del sole
che, alla loro destra, inclinava al tramonto proiettavano la sagoma del corpo
di Dante sulle fiamme alte alla sua sinistra rendendole di un rosso più vivo.
Avendo visto ciò, molte anime che vi camminavano dentro cominciarono a
dirsi tra loro: «Il corpo di quello là non sembra fatto d’aria». Poi gli si
accostarono, facendo attenzione, però, a non uscire dalle fiamme, e una di
esse, rivolgendosi a Dante che camminava in coda agli altri due, gli chiese
come mai i raggi del sole non trapassassero il suo corpo, quasi fosse ancora
vivo. Tutti quanti loro, non solo lui, erano arsi dal desiderio di saperlo.
Dante avrebbe risposto subito se, proprio in quel momento, la sua
attenzione non fosse stata attirata da un altro gruppo di anime che si
avvicinava attraverso il fuoco in direzione contraria al primo. Quando i due
gruppi si incontrarono, le anime, senza fermarsi, si affrettarono a baciarsi
l’un l’altra, come formiche che si sfiorino con il muso forse per scambiarsi
informazioni. Non appena ebbero interrotto gli amichevoli saluti, prima
ancora di aver fatto il primo passo, dalle due schiere di anime uscì un grido
a tutta voce, come se ciascuna si sforzasse di gridare più forte dell’altra:
«Sodoma e Gomorra!», gridò il gruppo arrivato per ultimo; «Pasifae entra
nella vacca affinché la sua lussuria sia soddisfatta dal torello», gridò il
primo.
Il Genesi racconta che le città di Sodoma e Gomorra furono distrutte da
Dio con il fuoco perché gli abitanti erano dediti al peccato contro natura.
Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, invaghitasi di un giovane toro entrò
in una vacca di legno fatta costruire dall’architetto Dedalo per potersi
congiungere carnalmente con l’animale.
Poi si divisero, una parte in una direzione, l’altra in quella opposta,
ricominciando a cantare il loro inno e inframmezzandolo con esempi di
castità (come narrato nel canto precedente).
Le stesse ombre che già prima avevano chiesto a Dante di parlare gli si
accostarono di nuovo: avevano l’espressione attenta di chi si appresta a
udire la risposta. Dante allora, che per due volte aveva visto quanto
desiderassero ascoltare le sue parole, disse che lui era lì con il corpo, e ciò
grazie a una donna (Beatrice) che in Paradiso aveva ottenuto per lui il
privilegio di attraversare da vivo il regno dei morti. Chiese poi chi fossero
loro e quella schiera che si stava allontanando alle loro spalle. Le facce
delle ombre si riempirono di stupore: perfino lo stupore senza parole del
rozzo e selvatico montanaro che entra in città sarebbe inferiore a quello
dipinto su quei volti. Superato che ebbero quel momento di muta
meraviglia, l’anima che in precedenza si era rivolta a Dante ricominciò a
parlare. Spiegò che la schiera che si era allontanata gridando «Sodoma!» si
era macchiata dello stesso peccato a causa del quale, un tempo, Cesare,
durante un trionfo, si era sentito chiamare «regina».
Era la schiera dei sodomiti o omosessuali. Secondo lo storico Svetonio
(ma la fonte di Dante sembra essere Uguccione da Pisa) durante i trionfi di
Giulio Cesare i soldati cantavano una canzone che alludeva ai suoi
rapporti omosessuali con il re di Bitinia Nicomede.
Lui e gli altri membri della sua schiera avevano invece peccato di
lussuria eterosessuale: siccome si erano abbandonati all’istinto come bestie,
separandosi dai sodomiti gridavano, a loro propria vergogna, il nome di
quella donna che si era fatta bestia dentro la vacca di legno. Questi, dunque,
erano stati i loro peccati. Se adesso Dante desiderava conoscere i loro nomi,
beh, non ci sarebbe stato il tempo e del resto lui nemmeno li conosceva
tutti.
«Ma ti dirò chi sono io» concluse. «Sono Guido Guinizelli, sono in
Purgatorio perché mi sono pentito prima della fine.»
Il primo impulso di Dante, sentito il nome del poeta che considerava il
padre suo e degli altri rimatori, di lui migliori, che mai avessero scritto
soavi poesie d’amore, sarebbe stato quello di gettarsi ad abbracciarlo, ma il
fuoco lo trattenne dal farlo: se ne restò per un pezzo a fissarlo intensamente,
immobile e muto.
Il bolognese Guido Guinizelli, nato intorno al 1230 e morto a Monselice
nel 1276, fu giudice e ghibellino, e per questo esiliato nel 1274. Come lirico
in volgare apparteneva, come Bonagiunta da Lucca, alla generazione
anteriore a quella degli Stilnovisti. Sebbene la sua maniera poetica fosse di
tipo cortese, Dante lo proclama padre suo e degli altri poeti nuovi
essenzialmente perché nella canzone Al cor gentil rempaira sempre amore
Guinizelli teorizza che l’amore può nascere solo in una persona di animo
nobile, idea che è centrale nella poetica di Dante e di Cavalcanti.
Riavutosi, Dante giurò all’anima di Guinizelli di essere totalmente al suo
servizio. E quella rispose che il ricordo della grazia straordinaria a lui
elargita dal cielo sarebbe rimasto impresso per sempre nella sua memoria. E
proseguì chiedendogli che, onorando il giuramento appena fatto, gli
rivelasse per quale motivo con parole e sguardi manifestasse tanto amore
nei suoi confronti.
E Dante: «Il motivo sono le vostre dolci poesie che, per quanto durerà
l’uso di scrivere nelle moderne lingue volgari, faranno amare le carte sulle
quali sono state vergate».
Al che l’altro ribatté, additando uno spirito più avanti: «Fratello, costui
fu migliore di me nel poetare in volgare. Superò in maestria tutti gli altri
poeti lirici (in lingua provenzale o d’oc) e tutti i romanzieri (in lingua
francese o d’oil). Lascia pure che gli stolti sostengano che il migliore fu il
Lemosino (Giraut del Bornelh, poeta attivo nella seconda metà del XII
secolo, nato nel Perigord ma presente a lungo nella corte di Limoges): lo
dicono perché prestano fede alle voci che corrono e non giudicano secondo
le leggi dell’arte. Del resto, in passato, la stessa cosa è successa con
Guittone, molto elogiato, ma soltanto perché sulla bocca di tutti, prima che
un gruppo di poeti con le loro liriche ristabilisse la verità sul suo valore
artistico (già Bonagiunta, nel canto 24, aveva sottolineato l’arretratezza
artistica di Guittone d’Arezzo rispetto alla nuova poesia di Dante e degli
Stilnovisti). Adesso – concluse Guinizelli – dato che hai il così grande
privilegio di salire con il corpo in Paradiso, ti prego, recita a Cristo un
paternostro per me».
Poi, forse per lasciare il posto a un’altra ombra, scomparve nel fuoco
come un pesce nell’acqua.
Dante si avvicinò allo spirito che Guinizelli gli aveva additato e gli disse
che desiderava molto conoscere il suo nome. E quello, prontamente,
cominciò a dire nella sua lingua provenzale:

Tan m’abellis vostre cortes deman,


qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!

(Tanto m’è gradita la vostra cortese richiesta che a voi non posso né
voglio nascondermi. Io sono Arnaut, che piango e vado cantando; contrito
e pensoso contemplo la passata follia e lieto guardo alla gioia che spero in
futuro. Ora vi prego, per quella virtù che vi conduce al sommo di questa
scalinata, ricordatevi a suo tempo della mia pena.)
Ciò detto, si nascose nel fuoco che purifica quelle anime.
Arnaut Daniel, attivo fra il XII e il XIII secolo, tra i poeti in lingua d’oc
fu particolarmente rinomato come maestro di trobar clus, cioè di uno stile
poetico «difficile» caratterizzato dall’oscurità del contenuto e da
virtuosismo tecnico.
CANTO 27
Ingresso nel Paradiso terrestre e congedo di Virgilio

Quando l’angelo di Dio apparve a Dante, Virgilio e Stazio erano le sei del
pomeriggio (del 29 marzo): il sole stava per tramontare. L’angelo apparve
sul bordo del girone, fuori dal fuoco; con voce più sonora di quella umana
cantava: Beati mundo corde.
È l’ultima citazione dal discorso della montagna: «Beati mundo corde,
quoniam ipsi Deum videbunt» (Beati i puri di cuore perché vedranno Dio).
Poi, quando i tre gli si furono avvicinati, disse: «Non potete proseguire,
o anime sante, se prima non provate i morsi di questo fuoco. Entrateci, e
lasciatevi guidare dal canto che viene da oltre le fiamme».
Dante, terrorizzato, impallidì come un cadavere. Allungò le mani quasi a
pararsi dal fuoco e intanto con l’immaginazione rivedeva quei corpi di
condannati che in Terra aveva visto bruciare sul rogo. Virgilio cercò di
rincuorarlo. Quelle fiamme lo avrebbero tormentato, sì, ma non ucciso.
«Ricordati,» aggiunse «ricordati delle tante volte che ti ho aiutato. Se ti
ho guidato incolume perfino sulla groppa di Gerione, non potrò fare
altrettanto ora che siamo molto più vicini a Dio?» (Nell’Inferno, canto 17,
Dante era disceso nel cerchio di Malebolge volando sulla groppa del
mostruoso Gerione.)
«Ti assicuro» insisteva Virgilio «che, se anche tu stessi dentro a quel
fuoco per mille anni, non ti bruceresti nemmeno un capello. Non ci credi?
Avvicina alla fiamma un lembo della veste, e vedi se brucia. Non aver
paura, vieni, entraci sicuro.»
Ma Dante, ostinato, non si muoveva.
Vedendolo irremovibile Virgilio si turbò un po’ e poi disse: «Figliuolo,
questo muro di fuoco è l’ultimo ostacolo che ti separa da Beatrice».
Nell’udire il nome che sempre risuonava nella sua mente, la dura
ostinazione di Dante subito si sciolse. Si girò verso Virgilio; questi sorrise,
come si sorride a un bambino che si è lasciato convincere dalla promessa di
un frutto, e tentennando il capo disse: «Allora? Vogliamo restarcene di
qua?». Poi entrò nel fuoco per primo, pregando Stazio di seguire Dante.
Questi, non appena si fu inoltrato tra le fiamme, fu avvolto da un tale
calore che per rinfrescarsi si sarebbe buttato in una fornace piena di vetro
liquefatto. Virgilio lo confortava parlandogli di Beatrice: «Mi sembra già di
vedere i suoi occhi» gli diceva.
Tra le fiamme li guidava il suono di una voce che cantava al di là del
muro di fuoco; seguendo quel canto i tre ne sbucarono fuori, proprio
davanti all’imboccatura di una scala. Lì, una luce angelica di insostenibile
splendore disse: «Venite, benedicti Patris mei» (Venite, o benedetti del
Padre mio). Il giorno se ne va, sopravviene la sera: affrettatevi finché non
cala il buio».
L’angelo pronuncia le parole con le quali, secondo il Vangelo di Matteo,
Cristo accoglierà gli eletti il giorno del Giudizio.
La scala saliva dritta, tagliata nella roccia. Dante vedeva davanti a sé la
propria ombra proiettata dal sole, basso all’orizzonte dietro di lui, ma,
montati solo pochi gradini, l’ombra svanì: il sole era tramontato. In quel
crepuscolo lui e i suoi compagni si sdraiarono su un gradino facendosene un
letto: la particolare natura di quel monte aveva tolto loro non solo la forza,
ma perfino il desiderio di salire. La scala era profondamente incassata nella
roccia, cosicché Dante da disteso poteva vedere solo una piccola parte di
cielo: in essa, però, splendevano stelle più grandi e più luminose del solito.
Mentre le osservava si addormentò.
Poco prima dell’alba, così almeno suppone Dante, fece un sogno. Sognò
una donna giovane e bella che passeggiava per una campagna raccogliendo
fiori e nel frattempo cantava: «Io sono Lia, raccolgo i fiori per farne una
ghirlanda. Me ne adorno per piacermi guardandomi allo specchio; mia
sorella Rachele siede davanti al suo specchio senza mai distogliersene. Lei
ama ammirare i suoi begli occhi, io adornarmi con le mie proprie mani; lei
ama la contemplazione, io l’azione».
Lia era figlia di Labano e sorella maggiore di Rachele. Giacobbe, per
poter sposare Rachele, dovette prima prendere in moglie Lia: Lia non era
bella, mentre molto bella era Rachele; però, mentre Lia era feconda,
Rachele rimase sterile a lungo. Nella tradizione esegetica della Bibbia Lia
è figura della vita attiva e Rachele di quella contemplativa.
Il sonno svanì insieme alle tenebre, vinte dal chiarore dell’alba. Dante si
alzò in piedi; i suoi maestri lo avevano già fatto. Virgilio gli disse parole
che lo riempirono di gioia: «Oggi placherai la tua fame mangiando quel
dolce frutto che l’umanità cerca per le strade più diverse» (il frutto è la
felicità terrena che Dante raggiungerà quel giorno stesso nel Paradiso
terrestre).
Al che Dante, preso dal desiderio impaziente di trovarsi sulla cima del
monte, cominciò a salire sempre più velocemente, quasi volando. Arrivati
in cima alla scala, Virgilio lo guardò negli occhi e disse: «Figlio mio, hai
visitato l’Inferno e il Purgatorio, adesso sei arrivato al confine al di là del
quale io, con le mie sole forze, non sono più in grado di guidarti. Fin qui ti
hanno condotto i miei ammaestramenti, adesso, che non devi più salire le
vie ripide e strette del Purgatorio, lasciati guidare dalla tua inclinazione.
Guarda il sole che ti splende in fronte, guarda le erbette, i fiori, gli arbusti
che qui la terra produce spontaneamente. In attesa che arrivino quegli occhi
belli (di Beatrice) che con le loro lacrime mi spinsero a correre in tuo
soccorso, puoi sederti o passeggiare sull’erba fiorita. Non aspettare più le
mie parole o i miei cenni, ora la tua volontà è libera, integra, orientata al
bene: sarebbe una colpa non ubbidirle, perciò ti incorono sovrano di te
stesso».
CANTO 28
Matelda

Dante si ritrovò sul limitare di una foresta fitta e rigogliosa; attraverso i


rami filtrava la luce del sole sorto da poco. Preso dal forte desiderio di
esplorare quel luogo, senza indugio abbandonò il margine e si incamminò
lentamente su un prato che profumava. Una brezza soave e costante soffiava
da oriente, gli accarezzava la fronte e, facendo tremolare le foglie, inclinava
i rami degli alberi nella direzione opposta, ma non tanto da disturbare gli
uccellini che, sulle cime, salutavano cinguettando le prime ore del mattino:
anzi, il fruscio delle foglie faceva da accompagnamento al loro canto,
proprio come capita nella pineta di Classe (sul litorale vicino a Ravenna)
quando i rami stormiscono sotto lo scirocco. Inoltratosi nella foresta, la
strada gli fu sbarrata da un fiumicello che scorreva verso nord: le sue acque,
benché fluissero sotto l’ombra perpetua degli alberi, erano di una
limpidezza che non ha paragoni sulla Terra.
Si tratta del Lete, il fiume che toglie la memoria dei peccati commessi:
scorre verso l’emisfero settentrionale, dove vive l’umanità.
Dante, immobile, ammirava la grande varietà di rami fioriti al di là del
fiume, ed ecco apparire, lasciandolo stupefatto di meraviglia, una bella
donna che, tutta sola, passeggiava cantando e raccogliendo fiori.
Sull’identità di questa donna, che solo nel canto 33 e per una sola volta
sarà chiamata Matelda, sono state avanzate un gran numero di ipotesi,
nessuna delle quali, però, appare convincente. Non è chiaro neppure se
essa dimori stabilmente nell’Eden o vi si trovi in occasione del passaggio di
Dante. È probabile che si tratti di un personaggio di invenzione e che la
sua unica funzione, come suggerisce il nome, anagrammabile in ad letam
(alla beata), sia proprio quella di fare da tramite fra Dante e Beatrice.
Dante la invitò ad avvicinarsi, in modo che lui potesse intendere cosa
stesse cantando. La donna lo accontentò. Avanzò sul prato fiorito a piccoli
passi, con i piedi uniti aderenti al suolo, come eseguisse un movimento di
ballo. Teneva gli occhi pudicamente abbassati, ma non appena ebbe
raggiunto la riva del piccolo fiume li sollevò: erano più splendenti di quelli
di Venere quando, accidentalmente, fu ferita dalla freccia del figlio Cupido.
E intanto, in piedi sull’altra sponda, intrecciava fiori colorati e sorrideva.
Solo tre passi separavano Dante da lei, ma in quel momento egli odiò quel
fiumicello, che non si apriva per lasciarlo passare, più di quanto Leandro
odiava lo stretto dell’Ellesponto quando, in tempesta, gli impediva di
raggiungere la donna amata.
Dante attinge da Ovidio la favola di Leandro che ogni notte attraversava
a nuoto il braccio di mare (l’Ellesponto, oggi stretto di Dardanelli) fra
l’Asia e l’Europa per raggiungere Ero da lui amata.
La donna cominciò a parlare rivolgendosi a Dante, Virgilio e Stazio:
«Voi non conoscete questo luogo scelto da Dio come dimora originale
dell’uomo, e perciò vi chiedete meravigliati perché io, qui, rida di felicità:
ve lo può spiegare il salmo Delectasti.»
Dante rimanda a due versetti del Salmo 91 che esprimono la gioia
dell’uomo davanti alla bellezza del creato: «Quia delectasti me domine in
factura tua, / et in operibus manuum tuarum exultabo» (Mi desti diletto, o
Signore, per le tue imprese, ed esulterò per le opere delle tue mani).
Poi, rivolgendosi al solo Dante, aggiunse: «Tu che cammini davanti agli
altri e che mi hai pregato di avvicinarmi, parla, se hai altre domande, io
sono pronta a risponderti».
Dante allora rivelò lo sconcerto che provava nel constatare come in quel
luogo scorresse un corso d’acqua e la foresta fosse smossa dal vento: quei
fenomeni, infatti, contrastavano con ciò che gli era stato insegnato poco
prima (da Stazio, il quale aveva detto, nel canto 21, che nella sua parte più
alta il monte del Purgatorio era del tutto privo di alterazioni
metereologiche).
La donna rispose che avrebbe risolto il suo dubbio: ciò che lo rendeva
perplesso, infatti, aveva una causa ben precisa. E cominciò a spiegargli che
Dio aveva creato quel luogo affinché l’umanità vi sperimentasse una sorta
di anticipo della beatitudine eterna. Gli uomini, però, vi erano rimasti poco
tempo: per loro colpa avevano scambiato una vita di delizie con una di
sofferenze e disperazione. Proprio perché gli uomini non fossero molestati
dalle perturbazioni atmosferiche, generate dai vapori che, esalati dalla terra
e dall’acqua, tendono a salire in alto, Dio aveva innalzato quel monte fino a
una altezza alla quale, al di sopra del punto in cui si trova la porta del
Purgatorio, le perturbazioni non potessero arrivare. Contro il monte, che
svetta libero lassù dove l’aria è più pura, può invece urtare la massa
atmosferica nel suo movimento circolare, ed è proprio il movimento
dell’aria a fare stormire i rami della foresta. Gli alberi, poi, la impregnano
dei loro semi e questa, rotando, li sparge ovunque sulla Terra. Non c’è da
meravigliarsi, dunque, se in Terra spuntano piante che nessuno ha seminato.
Del resto, in quel luogo si trovano piante di tutte le specie, anche di quelle
sconosciute agli uomini. Quanto al piccolo fiume, a differenza di quelli
terrestri esso non sgorga da una sorgente alimentata dalla pioggia, e perciò
dal regime variabile, ma da una fonte di portata costante alimentata
direttamente da Dio. Da essa si diramano due fiumi: quello che scorre
davanti a Dante ha il potere di cancellare in chi beva la sua acqua il ricordo
dei peccati commessi; l’altro, di restituire la memoria del bene compiuto. Il
primo si chiama Lete, il secondo Eunoè: perché l’acqua produca il suo
effetto è necessario bere da entrambi i fiumi.
Il fiume Lete (di cui già si parla nel canto 14 dell’Inferno) è presente nei
Campi Elisi dell’Eneide: in quel poema le sue acque cancellano nei morti il
ricordo della vita precedente. Nel Paradiso terrestre sarà guadato da Dante
con un gesto che ricorda il battesimo per immersione praticato dal Battista
nel Giordano e poi ripreso dalla liturgia battesimale in uso per molti secoli
nella Chiesa. L’Eunoè è invece un’invenzione dantesca, a cominciare dal
nome grecizzante, che significa «buona mente» o «buona memoria»: come
l’immersione nel Lete rimanda al sacramento del battesimo, il successivo
bere nell’Eunoè potrebbe simboleggiare quello della confermazione o
cresima, che ai tempi di Dante veniva impartito durante la cerimonia
battesimale subito dopo l’immersione.
La donna riteneva di avere saziato la sete di conoscenza di Dante,
tuttavia, sicura di fargli piacere, decise di regalargli un’ulteriore
informazione, e aggiunse:
«I poeti del mondo antico, quando descrissero l’età dell’oro (la prima
felice e innocente stagione dell’umanità), forse con la fantasia videro questo
luogo, dove i primi uomini vissero senza colpe, dove splende una perenne
primavera, dove scorre quest’acqua che è il nettare di cui essi parlano.»
Dante si voltò indietro verso i suoi poeti e vide che quelle ultime parole
avevano suscitato sul loro volto un sorriso compiaciuto. Poi si girò di nuovo
verso la donna.
CANTO 29
Una processione mistica

Terminato il suo discorso, Matelda ricominciò a cantare: «Beati quorum


tecta sunt peccata!» («Beati coloro le cui colpe sono state perdonate» è il
primo versetto del Salmo 31). Cantava come canta una donna innamorata.
Poi, simile a una di quelle ninfe che erravano sole per le selve, riprese a
camminare lungo la riva del fiume in direzione contraria a quella della
corrente (verso sud); sulla sponda opposta Dante l’accompagnò di pari
passo. Percorsero solo un breve tratto e le rive curvarono ad angolo retto
verso oriente. Dopo pochi passi Matelda si rivolse ancora a Dante
dicendogli: «Guarda e ascolta».
Un bagliore improvviso illuminò la foresta: sulle prime Dante pensò che
fosse un lampo, ma poi, siccome quella luce, a differenza del lampo che
subito sparisce, non solo persisteva, ma cresceva di intensità, si chiese cosa
mai potesse essere. Nel frattempo una dolce melodia si diffondeva nell’aria
luminosa. Di fronte a tale spettacolo Dante dentro di sé rimproverò
sdegnato la temerarietà di Eva: mentre tutto l’universo ubbidiva a Dio, lei,
che era una donna, sola e appena creata, non aveva voluto ubbidire, e per
causa sua lui aveva perso quelle gioie indicibili che avrebbe potuto gustare
per tutta la vita. Mentre si godeva quegli anticipi dell’eterna beatitudine,
l’aria, da luminosa, divenne addirittura incandescente e la dolce melodia si
fece riconoscere come un coro di voci.
A questo punto Dante autore invoca l’aiuto delle Muse, per le quali
aveva sofferto fatiche e sacrifici: che l’Elicona (monte sacro alle Muse) con
l’acqua delle sue sorgenti (Aganippe e Ippocrene) possa alimentare la sua
ispirazione e Urania (la Musa preposta alla scienza delle cose celesti) con
le sue compagne lo aiuti a dare forma poetica a una materia difficile anche
solo a pensarsi.
Inoltratosi ancora un po’, a Dante sembrò di vedere in lontananza, al di
là del fiume, sette alberi d’oro, ma poi, avvicinatosi ulteriormente,
comprese che erano candelabri dai quali si diffondeva una luce intensa (a
simboleggiare i sette doni dello Spirito Santo: Sapienza, Intelletto,
Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timor di Dio). Contemporaneamente
fra le parole cantate in coro distinse «Osanna» (voce ebraica di gioia con la
quale la folla acclama Gesù al suo ingresso in Gerusalemme). Pieno di
stupore, dapprima si volse verso Virgilio, il quale, però, lo contraccambiò
con uno sguardo altrettanto stupito, e poi si concentrò su quegli oggetti che
avanzavano lentamente verso di lui.
«Perché ti fissi su di loro» lo rimproverò Matelda «e non guardi anche
ciò che li segue?»
E in effetti, dietro ai candelabri procedeva una schiera di persone vestite
di bianco. Giunto all’altezza del corteo, Dante si accorse che le fiamme dei
candelabri tracciavano nell’aria dietro di loro sette strisce luminose, come
bandiere spiegate. Queste si prolungavano all’indietro tanto che egli non ne
poteva vedere la fine. Si accorse pure che dietro ai candelabri, sotto quel
cielo luminoso, camminavano affiancati a due a due ventiquattro anziani
vestiti di bianco e coronati di gigli (raffigurano i ventiquattro libri
dell’Antico Testamento). Cantavano in coro: «Tu sia benedetta fra le donne
e sia benedetta in eterno la tua bellezza».
Nel Vangelo di Luca l’angelo annunciatore apostrofa Maria Vergine con
le parole: «Benedicta tu in mulieribus».
Dopo che gli anziani ebbero sfilato davanti a lui, ecco sopraggiungere
quattro animali con sei ali coperte di occhi (gli Evangelisti: Matteo, Marco,
Luca e Giovanni): procedevano disposti agli angoli di un quadrato al cui
centro era collocato un carro trionfale trainato da un grifone con le ali d’oro
tese fino al cielo (il carro simboleggia la Chiesa, il grifone, animale dal
corpo di leone e la testa e le ali di aquila, Cristo). Nei trionfi degli antichi
Romani, di Scipione Africano o dello stesso Augusto, mai si era visto un
carro così bello; perfino quello del sole apparirebbe povera cosa al
paragone. Al suo lato destro avanzavano danzando tre donne (le virtù
teologali): una dalla pelle rossa (Carità), un’altra dalla pelle verde
(Speranza), la terza dalla pelle bianca come la neve (Fede); a quello
sinistro, altre quattro vestite di porpora (le virtù cardinali: Prudenza,
Giustizia, Fortezza, Temperanza). Seguivano il carro due vecchi, vestiti
diversamente ma di uguale contegno (personificano gli Atti degli Apostoli
dell’evangelista Luca e le Epistole di san Paolo) – uno (Luca) era vestito da
medico, l’altro (Paolo) brandiva una spada tanto acuminata che Dante ne
ebbe paura –, e altri quattro di umile aspetto (personificano le Epistole di
Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda Taddeo). Chiudeva il corteo un altro
vecchio, che procedeva da solo, quasi sognasse, ma con la faccia di chi
vede lontano (personifica l’Apocalisse di Giovanni). Gli ultimi sette vecchi
avevano vesti candide come i primi ventiquattro, ma la loro testa non era
coronata di gigli, bensì di rose e altri fiori rossi.
Quando il carro giunse all’altezza di Dante scoppiò un tuono e la
processione si arrestò.
CANTO 30
Apparizione di Beatrice e suoi rimproveri a Dante

Al deflagrare del tuono i candelabri in testa alla processione si fermarono; i


ventiquattro vecchi che li seguivano si voltarono verso il carro: uno di loro
(personificazione del Cantico dei cantici di Salomone) cantò per tre volte ad
alta voce: Veni, sponsa, de Libano, e gli altri si associarono a lui. Mosso
dalla voce di quel nobile vegliardo, uno stuolo di angeli si alzò entusiasta
dal carro. Dicevano in coro: Benedictus qui venis! e, spargendo fiori
tutt’intorno: Manibus, o, date lilia plenis!
«Vieni dal Libano, o mia sposa» è un versetto del Cantico dei cantici;
«Benedictus qui venit in nomine Domini» (Benedetto colui che viene nel
nome del Signore) secondo i Vangeli sono le parole rivolte a Gesù quando
entrò a Gerusalemme; «Spargete gigli a piene mani!» sono parole
pronunciate nell’Eneide da Anchise in omaggio a Marcello, nipote di
Augusto morto prematuramente.
Come a volte il disco del sole che sorge trapela attenuato nella sua
luminosità fra i vapori del primo mattino, in mezzo alla nuvola di fiori
gettati in alto dagli angeli a Dante apparve una donna: un candido velo le
copriva la testa coronata di ulivo, indossava un mantello verde sopra un
abito rosso fuoco. Benché Dante non l’avesse ancora riconosciuta alla vista,
la sua anima, che pure per tanto tempo non era più stata scossa dal tremore
che la coglieva alla sua presenza (Beatrice era morta l’8 giugno 1290, dieci
anni prima del viaggio ultraterreno di Dante), per un segreto potere che
emanava da quella donna avvertì la forza possente dell’antico amore.
Immediatamente, non appena percepì anche negli occhi quel grande potere
che un tempo, prima ancora che egli uscisse dalla fanciullezza, lo aveva
ferito (nella Vita Nova Dante racconta di essersi innamorato di Beatrice
quasi alla fine del proprio nono anno di vita), si girò verso Virgilio, proprio
come un bambino ricorre alla mamma per essere rassicurato o consolato. Si
era girato per dirgli: «Non c’è goccia del mio sangue che non tremi:
riconosco i sintomi dell’antico amore» (traduzione letterale delle parole:
«adgnosco veteris vestigia flammae» con le quali, nell’Eneide, Didone
confessa alla sorella Anna che Enea ha fatto rinascere in lei l’amore);
questo avrebbe voluto dirgli, ma non poté farlo perché Virgilio, il suo
dolcissimo padre, la guida alla quale si era totalmente affidato, li aveva
abbandonati (Dante era rimasto in compagnia del solo Stazio). Nel
constatarne l’assenza si mise a piangere: nemmeno le delizie del Paradiso
terrestre erano riuscite a trattenere le sue lacrime.
«Dante, non piangere, non piangere ancora perché Virgilio se ne è
andato: dovrai piangere per ben altre ferite.»
Nell’udire il suo nome (unica occorrenza in tutto il poema), Dante si
voltò: sulla sponda sinistra del carro, simile a un ammiraglio che in piedi
sulle parti più elevate del ponte controlla e sprona i marinai delle altre navi
della flotta, vide la donna apparsagli nella nuvola di fiori: benché il velo ne
nascondesse il viso, intuì che lo stava guardando. E quella, altera anche
nell’atteggiamento, continuò pronunciando parole ancora più brucianti:
«Guardami, guardami, sono proprio io, Beatrice! Perché solo adesso ti
sei degnato di salire su questa montagna? Non sapevi forse che qui si
realizza la felicità dell’uomo?»
Dante, vergognoso, abbassò gli occhi sul fiumicello davanti a lui, ma
non appena vide quale immagine di sé si riflettesse nell’acqua limpida,
ancor più vergognoso li distolse.
Beatrice tacque, e subito gli angeli cominciarono a cantare il salmo In te,
Domine, speravi fino al versetto che termina con le parole pedes meos.
Gli angeli, intonando i versetti 1-9 del Salmo 30, da «In te ho sperato,
Signore» fino a «hai posto in luogo spazioso i miei piedi», intercedono per
Dante ammutolito dalle parole di Beatrice.
Quando comprese che gli angeli con quel canto manifestavano la loro
compassione per lui, come se dicessero a Beatrice: «Perché lo avvilisci
così?», Dante sciolse in lacrime il ghiaccio che le parole appena udite
avevano rappreso intorno al suo cuore. Ed essa, sempre immobile sulla
sponda del carro, così parlò agli angeli:
«Voi vegliate nella luce eterna di Dio e perciò conoscete ogni minimo
evento del mondo: più che da voi, dunque, cercherò di farmi capire da
quell’uomo che sta piangendo al di là del fiume, affinché il suo dolore sia
commisurato alla sua colpa. Non solo gli influssi astrali ma anche una
particolare generosità dell’imperscrutabile grazia divina avevano infuso in
costui nella sua giovinezza tali potenzialità che ogni buona inclinazione, se
fosse stata da lui coltivata, avrebbe potuto produrre effetti straordinari. Per
un certo tempo l’ho sorretto con la mia bellezza: con i miei occhi da
adolescente lo guidavo sulla retta strada. Ma non appena, sul limitare della
giovinezza (che inizia a venticinque anni, mentre Beatrice era morta a
ventiquattro), passai a questa vita, questi si distolse da me e si affidò ad
altri. Quando, trasformatami in puro spirito, ero diventata ancora più bella e
virtuosa, ebbene, proprio allora questi mi amò e mi apprezzò di meno. E
così, inseguendo false immagini di felicità, immagini che non mantengono
nessuna delle loro promesse, si incamminò per una strada sbagliata. Per
rimetterlo sulla giusta via ottenni che Dio gli mandasse in sogno o in altri
modi buone ispirazioni, ma invano: a lui non importava di cambiare vita.
Precipitò tanto in basso che l’unico modo per salvarlo fu di mostrargli le
pene dei dannati: ecco perché discesi nel Limbo e piangendo implorai
Virgilio di fargli da guida (come è raccontato nel canto 2 dell’Inferno).
Sarebbe infranto un solenne decreto di Dio se costui bevesse l’acqua del
Lete senza prima aver versato alcuna lacrima di autentico pentimento.»
CANTO 31
Confessione di Dante e sua immersione nel Lete

Beatrice, non paga di averlo ferito parlando agli angeli, si rivolse


direttamente a Dante: «Tu, conferma se ho detto il vero. Confessa la tua
colpa».
Frastornato, lui non riusciva a proferire parola.
Beatrice pazientò solo per poco e poi disse: «A cosa stai pensando?
Rispondimi, l’acqua del Lete non ha ancora cancellato dentro di te il ricordo
delle colpe».
Il timore di disobbedire e la vergogna di confessare, mescolati tra loro,
fecero sì che dalla bocca di Dante uscisse un «Sì» tanto flebile che poteva
essere inteso solo scrutando il movimento delle labbra. La voce gli era
uscita così debole anche perché, sopraffatto dalla tensione, era scoppiato in
un pianto dirotto.
E Beatrice continuò: «Quando mi desideravi e, seguendo questo
desiderio, percorrevi la strada che porta ad amare il sommo bene, quali
ostacoli hai incontrato così insormontabili da toglierti perfino la speranza di
superarli? Quali attrattive, quali vantaggi hai scorto nell’aspetto di altri
beni, tanto da corteggiarli?».
Dante sospirò, poi a fatica, con un filo di voce, piangendo rispose: «A
sviarmi, subito dopo la vostra scomparsa, è stata l’ingannevole bellezza di
cose che vedevo attorno a me».
E allora Beatrice disse: «Che la neghi o lo confessi, la tua colpa non
sarebbe meno nota al tribunale di Dio; però, se è lo stesso colpevole ad
accusarsi, ciò mitiga la giustizia divina. Adesso smetti di piangere e
ascoltami: l’udire come la mia morte avrebbe dovuto spingerti in tutt’altra
direzione accrescerà la tua vergogna, ma ti renderà anche più forte se, in
futuro, dovrai resistere alle lusinghe di altre sirene. Siccome mai ti è
capitato di vedere una cosa paragonabile per bellezza al corpo, adesso
disperso in terra, nel quale stava imprigionata la mia anima, venuta meno,
con la mia morte, quella bellezza suprema, quale altro oggetto caduco
avrebbe dovuto suscitare il tuo desiderio? Se la mia natura mortale ti aveva
deluso, ebbene, proprio quella delusione avrebbe dovuto spingerti a seguire
su in Cielo me, diventata immortale. Una fanciulla o qualche nuova
esperienza non avrebbero dovuto tarparti le ali, spingerti in basso, verso
nuove più gravi delusioni. Solo un uccellino appena nato se ne resta fermo
ad aspettare due, tre volte i colpi dei cacciatori; gli adulti sfuggono alle reti
e alle frecce».
Dante la ascoltava in silenzio, come un bambino che si vergogna della
sua colpa e, in silenzio, con gli occhi a terra, la ammette e se pente. E allora
Beatrice lo spronò: «Solleva la barba (il mento), guardami: guardandomi
soffrirai ancora di più».
Dante, che aveva riconosciuto l’ironia con la quale Beatrice aveva
sottolineato la sua maturità dicendogli di alzare la barba, faticosamente
obbedì.
Non appena ebbe sollevato la faccia si accorse che gli angeli non
spargevano più fiori e che Beatrice si era rivolta verso il grifone. Era al di là
del fiume e ancora velata, e tuttavia a lui sembrò ancora più bella di quando
era in vita, quando già superava in bellezza tutte le altre donne, e allora,
pentito, odiò quei piaceri terreni che più lo avevano allettato. Provò un
rimorso così acuto che perse i sensi.
Quando ritornò in sé, si ritrovò immerso nel fiume fino alla gola.
Matelda, china su di lui, lo stava trascinando sulla superficie dell’acqua e
intanto gli diceva: «Tieniti a me». Arrivati vicini alla riva opposta, dalla
quale si levava, dolcissimo, il canto dell’Asperges me, Matelda allargò le
braccia, con le mani gli immerse la testa e lo costrinse a bere, poi lo tirò
fuori e, bagnato, lo pose fra le quattro belle donne che danzavano (le virtù
cardinali) e ognuna di loro lo coprì con un braccio.
Fino alla recente riforma postconciliare il canto dell’antifona dal Salmo
50: «Asperges me Domine hissopo et mundabor» (Mi aspergerai, o Signore,
con l’issopo e sarò mondo) apriva la messa grande domenicale come
commemorazione del battesimo.
Mentre compivano quel gesto protettivo cantavano: «Qui abbiamo forma
di ninfe, in cielo quella di stelle: prima ancora che Beatrice nascesse, noi
fummo destinate al suo servizio. Ti condurremo davanti ai suoi occhi, ma
saranno le tre donne che si trovano al di là dal carro (le virtù teologali) a
rendere la tua vista capace di sostenere il loro splendore». Poi lo guidarono
davanti al grifone: adesso Beatrice era di fronte a loro.
«Guarda bene quegli smeraldi splendenti» gli dissero le quattro donne.
«Sono gli occhi verdi dai quali Amore un tempo ti scagliò addosso le sue
frecce.»
Dante fissò gli occhi di Beatrice con intenso desiderio, ma essi restavano
immobili a osservare il grifone, il quale si rifletteva in loro come il sole in
uno specchio, mostrando ora il suo aspetto di aquila ora quello di leone. Nel
frattempo, mentre lui si appagava di quella visione, le altre tre donne si
avvicinarono a passo di danza e rivolgendosi a Beatrice cominciarono a
cantare: «Volgi gli occhi al tuo fedele, che ha fatto tanta strada per vederti!
Ti preghiamo, togli il velo dalla tua bocca, concedigli di contemplare la
seconda delle tue bellezze».
Beatrice si svelò.

Dante autore si chiede quale mai poeta, per quanto esperto e ispirato, non
apparirebbe inetto se tentasse di descrivere il divino splendore di quel volto
liberato dal velo.
CANTO 32
Scene allegoriche e prima investitura profetica di Dante

Erano dieci anni che Dante non vedeva il volto di Beatrice: si immerse nella
sua contemplazione con la stessa avidità con la quale un assetato sazia
finalmente la sua sete. Non prestava attenzione a nient’altro. Ma ecco che
qualcuno lo rimproverò: «Guardi troppo fissamente!». Queste parole,
pronunciate dalle tre donne che avevano pregato Beatrice di svelarsi (le
virtù teologali), lo strapparono di colpo da quello stato di smemorato
stordimento. Girò gli occhi a sinistra, ma ci volle un po’ di tempo perché
essi, ancora sotto l’effetto abbagliante del viso di Beatrice, riprendessero la
capacità di vedere. Solo allora si accorse che il corteo trionfale, compiendo
una conversione a destra, si muoveva verso oriente come fosse una ben
ordinata colonna militare. Davanti a lui sfilarono i sette candelabri e il resto
del corteo, alla fine anche il carro girò il timone. Le sette virtù ripresero la
loro posizione accanto alle ruote e il grifone lo mosse senza il minimo
sforzo. Matelda, Stazio e Dante lo seguirono tenendosi alla sua destra. Una
angelica melodia regolava i loro passi.
Percorso che ebbero uno spazio pari all’incirca a tre gittate di freccia,
Beatrice smontò dal carro: tutti, dopo aver mormorato «Adamo», si
disposero in cerchio intorno a un albero altissimo, completamente spoglio
di foglie e di fronde e dalla chioma straordinariamente ampia (è l’albero
della scienza del bene e del male, i cui frutti Dio aveva proibito di cogliere),
e gridarono: «Beato te, o grifone, che da quest’albero non stacchi frutto
alcuno: sono frutti dolci, ma producono in chi li ha mangiati dolorose
contorsioni».
E il grifone rispose: «Così si preserva il fondamento di ogni giustizia».
Poi tirò il timone del carro vicino all’albero e lì lo legò. E subito
quell’albero desolato si rivestì di colori purpurei (simbolo del sangue di
Cristo versato per l’umanità). Allora tutti cominciarono a cantare.
Dante autore, però, non può riferire le parole di quell’inno perché al
suono di quella melodia lui si era addormentato. E siccome non è nemmeno
in grado di descrivere in che momento e in che modo si era addormentato,
passa subito a raccontare come si era risvegliato.

A destarlo furono una luce splendente e una voce che diceva: «Alzati!
Che fai?». Era quella di Matelda, in piedi accanto a lui. Si guardò intorno e
non vide più i beati della processione. E allora, timoroso, chiese: «Dov’è
Beatrice?».
E Matelda: «Beatrice è là, seduta ai piedi dell’albero. Gli altri stanno
salendo in cielo al seguito del grifone».
Forse avrà detto anche altro, ma Dante era di nuovo sprofondato nella
contemplazione di Beatrice.
Essa sedeva per terra, come a guardia del carro legato all’albero. Le
facevano corona le sette virtù con in mano i sette candelabri dalla fiamma
inestinguibile. Poi Beatrice gli parlò: «In questa selva resterai per poco
tempo, ma per l’eternità abiterai con me in quella Roma (celeste, il
Paradiso) di cui anche Cristo è cittadino. Perciò, tu che sei già salvo, a
vantaggio dell’umanità corrotta adesso tieni gli occhi fissi sul carro e, una
volta ritornato sulla Terra, scrivi ciò che qui vedrai».
Dante obbedì prontamente.
Ed ecco, più veloce di una folgore, un’aquila piombò sull’albero, ne
straziò la corteccia, le foglie e i fiori appena spuntati e colpì il carro con
tanta forza che esso ondeggiò come una nave tra i marosi (l’aquila
simboleggia l’Impero romano che nei primi due secoli perseguitò i
cristiani). Poi una volpe famelica (l’eresia) si avventò all’interno del carro,
ma Beatrice, denunciando i suoi turpi errori, la mise in fuga precipitosa.
L’aquila scese di nuovo attraverso i rami, si posò sul carro e lo lasciò
coperto delle sue penne, nel frattempo dal cielo una voce esclamava
dolente: «O mia piccola nave (la Chiesa), di quale cattiva merce sei
carica!» (questa seconda volta l’aquila simboleggia l’Impero dopo la
conversione di Costantino; le penne simboleggiano le ricchezze e il potere
che la Chiesa acquisì attraverso la cosiddetta «donazione di Costantino»,
deprecata anche nei canti 19 dell’Inferno e 20 del Paradiso). Poi sotto il
carro si aprì una voragine dalla quale uscì un drago che, con la coda
velenosa, strappò al carro una parte del fondo e se ne andò serpeggiando (il
drago è Satana; la sua azione distruttrice raffigura quella degli scismi, in
particolare quello maomettano). In un fiato ciò che era rimasto del carro si
ricoprì in ogni sua parte di quelle penne donate (dall’aquila-Costantino)
forse con buona intenzione e da quel santo carro così trasformato (dalla
ricchezza e dal potere) spuntarono sette teste mostruose, tre con due corna,
le altre quattro con un corno solo in fronte (nell’Apocalisse un mostro
simile simboleggia l’Anticristo). Su di esso, sicura di sé come una fortezza
in cima a una montagna, sedeva una puttana discinta che guardava
all’intorno in modo sfacciato (nell’Apocalisse la meretrice simboleggia
Babilonia, qui la curia papale corrotta); in piedi al suo fianco, come se le
facesse da guardia, c’era un gigante (la casa reale di Francia e, forse, in
particolare Filippo il Bello): i due ogni tanto si baciavano. Ma quando si
accorse che la puttana gettava su Dante occhiate desiderose, il suo feroce
amante la frustò da capo a piedi e poi, incattivito dalla rabbia, slegò il carro
mostruoso dall’albero e lo trascinò nella selva fino a farlo scomparire alla
vista (allusione al trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone,
sotto il controllo del re di Francia, compiuto da Clemente V nel 1309).
CANTO 33
Profezie di Beatrice e seconda investitura profetica di Dante.
Dante beve l’acqua dell’Eunoè

Dopo aver visto il carro sparire nella selva, le sette virtù cominciarono a
salmodiare piangendo: Deus, venerunt gentes.
È l’inizio del Salmo 78, che piange la distruzione del tempio di
Gerusalemme e invoca la vendetta divina: «Deus, venerunt gentes in
hereditatem tuam, polluerunt templum sanctum tuum, posuerunt
Hierusalem in acervis lapidum» (O Dio, i pagani hanno invaso la tua
proprietà, hanno profanato il tuo sacro tempio, hanno ridotto Gerusalemme
in macerie).
Beatrice le ascoltava sospirando, trasfigurata dal dolore quasi come
Maria ai piedi della croce. Poi, quando le virtù ebbero terminato il loro
canto, si alzò in piedi e, arrossendo di sdegno, disse loro: «Care sorelle,
modicum et non videbitis me, et iterum modicum et vos videbitis me».
«Ancora un poco e non mi vedrete più; e ancora un altro poco, e mi
rivedrete»: sono le parole con le quali, secondo il Vangelo di Giovanni,
nell’ultima cena Cristo annunciò agli apostoli la sua morte imminente e la
sua resurrezione.
Ciò detto, dopo aver indicato alle sette virtù di precederla e, con un
cenno, a Dante, Stazio e Matelda di seguirla, si allontanò dall’albero.
Non aveva fatto nemmeno dieci passi che, rasserenata, guardò Dante
negli occhi e gli disse: «Cammina più svelto, vienimi vicino».
Dante obbedì e le si affiancò. E lei: «Adesso che finalmente mi cammini
accanto, perché hai paura di farmi domande?». Dante, pieno di soggezione,
le rispose farfugliando che lei sapeva bene cosa lui desiderasse conoscere,
anche se non glielo rivelava.
«Affinché tu possa parlare con sicurezza» proseguì Beatrice «sappi che il
carro squarciato dal drago non è più quello che era (la Chiesa è come se non
esistesse più), ma chi ne porta la colpa (i papi e i re di Francia) sia certo
che alla giustizia divina non si può sfuggire. L’aquila che lo ha coperto di
penne, trasformandolo in mostro e poi rendendolo preda del gigante, non
sarà sempre senza erede (l’Impero non resterà per sempre vacante, come
era nel 1300): io vedo con certezza che già si avvicina, e niente l’ostacola,
una costellazione astrale sotto la quale un condottiero (un cinquecento dieci
e cinque), inviato da Dio, ucciderà sia la ladra (la Curia che usurpa i diritti
dell’Impero) sia il gigante che tresca insieme a lei.»
È forse la profezia più oscura e più controversa dell’intera Commedia.
Con il numero 515, se espresso in numeri romani DXV, anagrammabile in
DUX, «condottiero», quasi sicuramente Dante allude a un futuro
imperatore. Le ipotesi di identificazione, tuttavia, sono quanto mai incerte:
se il canto è stato scritto prima della sua morte (24 agosto 1313), potrebbe
trattarsi di Enrico VII di Lussemburgo; se è stato scritto dopo, potrebbe
trattarsi del figlio di Enrico, Giovanni di Lussemburgo re di Boemia, che
Dante considerava legittimo successore del padre.
«Può darsi» continuò Beatrice «che questa mia profezia, oscura come gli
oracoli di Temi (dea della giustizia collegata all’oracolo di Delfi) o i
quesiti della Sfinge, non ti convinca, ma ben presto saranno i fatti a
sciogliere questo difficile enigma. Tu ricordala; ai mortali riporta
esattamente le parole che ti ho detto e come te le ho dette. E nello scrivere
non dimenticare di riferire la vicenda dell’albero che qui hai visto
saccheggiato due volte. Chiunque lo danneggia, compie un atto blasfemo
nei confronti di Dio, che ha creato quell’albero perché fosse usato solo da
lui. Per aver morso il frutto di quella sacra pianta Adamo dovette desiderare
per più di cinquemila anni che venisse Cristo a prendere su sé stesso con la
propria morte la colpa del suo morso. La tua intelligenza è davvero assopita
e incrostata da vane speculazioni se non capisce che la straordinaria altezza
e la sagoma capovolta dell’albero vanno interpretati in senso morale come
indizi dell’interdetto di Dio, cioè della sua giustizia. Ma siccome vedo che
il tuo intelletto è ancora ottenebrato, voglio che di queste mie parole, che
sopravvanzano la tua capacità di capire, tu conservi, se non il significato
nitido e preciso, almeno l’impressione.»
Dante le assicurò che le sue parole si erano impresse nella propria
memoria come un sigillo sulla cera, ma le chiese anche perché esse
volassero così al di sopra della sua capacità di intenderle.
«Affinché tu conosca» gli rispose Beatrice «l’inadeguatezza delle
dottrine apprese nella scuola che hai frequentato e veda che la scienza
umana dista da quella richiesta dalle cose divine più di quanto la Terra sia
lontana dal più alto dei cieli.»
«Eppure» azzardò Dante «io non ricordo di essermi mai allontanato da
voi, tanto è vero che non provo rimorso alcuno.»
Beatrice sorrise e rispose: «Non lo ricordi perché, pensaci, oggi hai
bevuto l’acqua del Lete. E però questa tua dimenticanza mostra chiaramente
come ci fosse colpa nel tuo stornare i desideri da me. Da questo momento,
tuttavia, parlerò in modo da farmi capire».
Era mezzogiorno (del 30 marzo), le sette donne che precedevano
Beatrice e Dante si fermarono al limitare di un’ombra rada. Davanti a loro
due fiumi, simili in questo al Tigri e all’Eufrate (fiumi della Mesopotamia
che secondo la tradizione avevano origine da un’unica sorgente),
sgorgavano dalla stessa sorgente e poi lentamente si separavano. Dante
chiese a Beatrice che fiumi fossero e lei gli rispose di domandarlo a
Matelda (unica occorrenza nel poema del suo nome). Questa, col tono di
chi si giustifica, affermò di averglielo già spiegato e che l’acqua del Lete
non poteva avergli cancellato quel ricordo.
«Forse» osservò Beatrice «l’ha dimenticato perché era tutto preso da
interessi maggiori. Comunque adesso conducilo, come sei solita fare,
all’Eunoè, e con la sua acqua ravviva la sua virtù intorpidita.»
Matelda prese Dante per mano e con grande signorilità disse a Stazio:
«Vieni anche tu insieme a lui».
A questo punto Dante autore si rivolge ai suoi lettori, per dire loro che,
se avesse più ampio spazio a disposizione, ben volentieri cercherebbe di
esprimere quale dolce sapore avesse quell’acqua, ma siccome le carte
previste per la seconda cantica (unica occorrenza nel poema di questo
termine) erano ormai tutte piene, il senso delle proporzioni gli impediva di
scrivere nient’altro se non che ritornò indietro dal sacro fiume purificato e
pronto a salire alle stelle.
PARADISO
CANTO 1
L’ascesa al cielo

La gloriosa potenza di Dio pervade tutto l’universo, ma in alcune parti


risplende di più, in altre di meno. Ebbene – prosegue Dante autore – io sono
stato nel cielo nel quale essa risplende al massimo grado (l’Empireo) e lì ho
visto cose che né io né alcun altro potremmo mai riferire: la mente umana,
infatti, quando più si avvicina all’oggetto supremo del suo desiderio (Dio)
vi si addentra così profondamente che la memoria non può seguirla.
Argomento del mio canto, dunque, sarà quel poco che ho potuto
memorizzare visitando il Paradiso. E tu – continua rivolgendosi ad Apollo,
protettore della poesia – infondi in me, che mi accingo a quest’ultima fatica,
quel valore poetico che pretendi per concedere la corona d’alloro. Se fino a
qui mi è bastato l’aiuto delle Muse, adesso, per affrontare la difficile gara
che ancora mi resta da compiere, ho bisogno anche del tuo. Ispirami! Se
grazie a te riuscirò a manifestare anche solo la debole traccia che del beato
regno paradisiaco è rimasta impressa nella mia memoria, allora verrò ai
piedi dell’alloro da te amato e potrò incoronarmi di quelle fronde delle quali
mi avranno reso degno l’altezza della materia trattata e tu stesso. Le
aspirazioni degli uomini sono diventate così meschine, che solo di rado con
le fronde dell’alloro si celebrano i trionfi di un imperatore o di un poeta;
che qualcuno le desideri ardentemente dovrebbe procurarti una grande
gioia. Anche perché una piccola scintilla può suscitare un grande incendio,
e quindi è possibile che dopo di me altri poeti con voce più alta invochino il
tuo aiuto.»
Nelle Metamorfosi Ovidio racconta la favola della ninfa Dafne:
inseguita da Apollo che voleva farla sua, riuscì a salvare la verginità
consacrata a Diana grazie al padre Peneo (fiume della Tessaglia) che, da
lei invocato, intervenne e la tramutò in una pianta di alloro. Apollo ornò il
capo, la faretra e la cetra di quelle fronde, divenute da allora, intrecciate in
corona, l’emblema dei poeti e dei generali vittoriosi.
Nel Paradiso terrestre era da poco passato il mezzogiorno (del 30
marzo): Beatrice fissava il sole intensamente; di riflesso, anche Dante aveva
fissato gli occhi sul sole. Benché ne avesse sostenuto la vista molto più a
lungo di quanto avrebbe potuto fare sulla Terra, alla fine fu costretto a
distogliere lo sguardo, ma non prima di aver visto il suo disco sfavillare
tutt’intorno a sé come fosse un ferro incandescente estratto dal fuoco. Ed
ecco che alla luce del giorno se ne era aggiunta un’altra, quasi che Dio
avesse adornato il cielo di un secondo sole. Beatrice teneva gli occhi fissi al
cielo; Dante, distolti i suoi dal sole, li teneva fissi su di lei. Nel guardarla si
sentì interiormente trasformare, come il pescatore Glauco, nel mangiare
l’erba miracolosa, si era sentito uguale agli dèi marini.
Ancora Ovidio nelle Metamorfosi racconta che Glauco, pescatore della
Beozia, avendo visto che i pesci da lui deposti sulla spiaggia, dopo aver
mangiato una certa erba, riprendevano vita e si rituffavano in mare, volle
lui pure assaggiare quell’erba: subito sentì di stare mutando natura, si
immerse nel mare e divenne una divinità marina.

Con le parole – nota Dante autore – non è possibile esprimere come


l’uomo trascenda i limiti della propria natura, e perciò ai cristiani basti
l’esempio mitologico: a loro, infatti, Dio concede di fare diretta esperienza
di ciò. Solo Dio, che con la sua luce lo rapiva in alto, – continua – poteva
sapere se egli stava salendo unicamente con l’anima o anche con il corpo.

Colpito dal suono armonioso prodotto dalla rotazione delle sfere celesti,
Dante volse gli occhi da Beatrice al cielo: la luce ardente del sole ne
incendiava una gran parte. Quell’armonia mai prima udita e quella grande
plaga luminosa lo stupirono e suscitarono in lui un acuto desiderio di
conoscerne la causa. Stava per chiedere spiegazioni a Beatrice, ma essa,
sorridendo, lo prevenne: «Non capisci perché pensi ancora di essere sulla
Terra, e invece stai volando al cielo più velocemente di quanto un fulmine
non ne discenda».
Il breve discorso di Beatrice calmò, sì, lo stupore che Dante aveva
provato, ma suscitò in lui un dubbio.
«Come posso salire con il corpo attraverso l’aria e il fuoco?» chiese.
Beatrice, compassionevole, lo guardò come una madre guarda un figlio
ammalato che delira, e disse: «Tutte le cose create sono ordinate fra loro, e
in ciò gli angeli e gli uomini riconoscono l’impronta di Dio. È lui il fine
supremo a cui tende l’ordine universale. Nell’immensa e molteplice vita
dell’universo, però, le cose create, a seconda che siano più o meno vicine a
Dio, tendono a fini diversi obbedendo a un impulso naturale che le guida: è
questo istinto a indirizzare il fuoco verso il cielo della Luna, a imprimere il
moto vitale negli animali, a tenere unita e compatta la Terra. Anche le
creature dotate di intelletto e di volontà seguono il loro impulso naturale, ed
è alla pace abbagliante del cielo Empireo, meta della piena felicità, che
l’istinto le porta. E proprio là noi siamo diretti. È vero, può capitare che gli
uomini, essendo provvisti del libero arbitrio, deviino dalla loro naturale
traiettoria e, attirati da una falsa immagine di bene, invece di salire verso il
Cielo, come li spingerebbe l’impulso primario al bene, si volgano verso la
Terra. Ma tu sei libero da ogni impedimento peccaminoso, e perciò non ti
puoi stupire se sali al cielo, anzi, sarebbe stupefacente che tu fossi rimasto
immobile giù sotto (nel Paradiso terrestre)».
Dette queste parole, Beatrice rialzò il viso al cielo.
CANTO 2
Il cielo della Luna

Dante autore ammonisce i lettori: «Voi che, desiderosi di ascoltare il mio


canto, avete seguito la nave della mia poesia a bordo di una fragile barca
(quella della sapienza umana), tornate da dove siete partiti, non vi mettete
in mare aperto, perché, perdendomi di vista, smarrireste la rotta. Nessuno ha
mai navigato il mare in cui mi inoltro: Minerva (dea della sapienza) soffia
nelle mie vele, Apollo (dio della poesia) governa la nave, tutte e nove le
Muse orientano la rotta. Solo voi pochi che fin da giovani vi siete nutriti
della sapienza celeste potete inoltrarvi in alto mare dietro alla mia scia».

Lui e Beatrice salivano velocemente verso il regno divino: Beatrice


guardava in alto, Dante guardava lei. In un baleno giunse là dove la sua
attenzione fu attratta da qualcosa di portentoso. Beatrice, che conosceva
ogni suo desiderio di sapere, gli disse gioiosa: «Ringrazia Dio che ci ha
fatto arrivare al pianeta più vicino alla Terra» (la luna).
Dante concepisce i pianeti e le stelle fisse come globi compatti
incastonati nello spessore della sfera diafana, il cielo, che ruota intorno
alla Terra. Nella sua salita immagina sempre di giungere in quel punto del
cielo nel quale è collocato il pianeta.
Dante si ritrovò avvolto da una nube luminosa, densa, solida e levigata,
quasi fosse un diamante colpito dai raggi del sole. Era penetrato all’interno
di quella gemma incorruttibile allo stesso modo in cui un raggio di luce
attraversa l’acqua, cioè senza disgregarla. Eppure lui era un corpo, e qui
sulla Terra è inconcepibile che due corpi possano occupare
simultaneamente lo stesso spazio, come avverrebbe se uno penetrasse
nell’altro senza alterarlo: ebbene, questo misterioso fenomeno dovrebbe
accendere il desiderio di contemplare l’ancor più profondo mistero di
Cristo, nel quale si compenetrano la natura umana e quella divina. Mistero
che per gli uomini è un atto di fede, ma che in Paradiso si chiarirà di per sé
stesso, senza bisogno di dimostrazioni.
Dante rispose a Beatrice che ringraziava Dio il più devotamente
possibile, ma le chiese anche di spiegargli cosa fossero quelle macchie
scure sulla superficie lunare che, sulla Terra, inducono la gente a
favoleggiare di Caino.
Una leggenda popolare voleva che Caino, maledetto da Dio, fosse stato
relegato sulla luna e ivi condannato a portare sulle spalle in eterno un
fascio di spine.
Beatrice sorrise con indulgenza e poi lo invitò a dire quale fosse la sua
spiegazione del fenomeno. E questi: «Credo che le variazioni di luce che
dalla Terra vediamo nei corpi celesti dipendano dalla loro diversa densità».
È la teoria fisico-quantitativa, di origine aristotelica, che Dante aveva
fatta sua nel secondo libro del Convivio. A essa Beatrice opporrà come
unica vera spiegazione quella metafisico-qualitativa di origine
neoplatonica: e cioè che le differenze di luminosità dipendono dalla
maggiore o minore potenza dell’influsso che Dio trasmette dal cielo più
alto a quelli sottostanti.
Beatrice cominciò a confutare la credenza di Dante partendo da un
principio generale che si ricava osservando l’ottavo cielo, quello delle Stelle
Fisse: esso contiene innumerevoli astri tra loro differenziati per dimensione,
intensità di luce e colore; ebbene, se queste variazioni dipendessero soltanto
da un fatto quantitativo, cioè dal diverso grado di densità della loro materia,
allora essi dovrebbero esercitare il medesimo tipo di influsso, ma siccome
gli influssi che da essi promanano sono qualitativamente differenti, ne
consegue che qualitativamente diversi sono i principi formali, cioè le
essenze, che li determinano. La credenza di Dante, invece, presupponeva
che tutto dipendesse unicamente dalla densità. Per quanto riguardava poi le
macchie lunari, se esse fossero effetto di una rarefazione della densità,
bisognerebbe ammettere o che le zone rarefatte attraversassero il pianeta da
una parte all’altra per tutto il suo spessore o che esso fosse formato da strati
di diversa densità, così come un corpo animale alterna tessuti grassi e
tessuti magri. Se la prima ipotesi fosse corretta, durante le eclissi solari la
luce del sole trasparirebbe attraverso le smagliature del pianeta, e ciò non
avviene. Se fosse vera la seconda, ci sarebbe pur sempre dietro a quella
rarefatta una zona densa che non lascerebbe passare la luce e quindi la
rifrangerebbe. In questo caso Dante potrebbe supporre che i raggi riflessi
dagli strati più interni siano più oscuri di quelli riflessi dalla superficie. Ma
l’esperienza dimostra che l’immagine riflessa da uno specchio lontano è, sì,
meno grande di quella riflessa da specchi più vicini a chi guarda, ma ha la
medesima intensità luminosa. Dunque, nemmeno questa poteva essere la
causa delle macchie lunari.
A questo punto Beatrice espose quale fosse la loro vera causa. Spiegò
che nel cielo materiale (nono cielo o Primo Mobile) che ruota circoscritto
dall’Empireo (unico cielo interamente spirituale) è potenzialmente
contenuta l’esistenza dell’intero universo sensibile. Il cielo sottostante
(ottavo o delle Stelle Fisse) distribuisce quella potenzialità indistinta a tutte
le costellazioni. Gli altri sette cieli dispongono in modi distinti le virtù
ricevute dall’alto in modo che esse possano produrre i loro effetti sulla
Terra. Dunque, come Dante poteva vedere, le sfere celesti distribuiscono
sotto di loro l’influenza che ricevono dall’alto. Il movimento e gli influssi
dei sette cieli più bassi sono determinati dalle gerarchie angeliche che
presiedono a ciascun cielo; anche l’ottavo, che si adorna di tante stelle,
prende la sua impronta dall’Intelligenza angelica che lo muove (Cherubini),
e questa, pur rimanendo sempre una in sé stessa, dispiega e moltiplica la
propria virtù benefica di cielo in cielo. Così diversificata, tale virtù produce
differenti combinazioni unendosi ai preziosi corpi celesti ai quali infonde
vita. E siccome promana dalla letizia degli angeli, tale virtù si manifesta nei
singoli corpi celesti coi quali si amalgama attraverso lo splendore luminoso.
Da essa deriva la diversità di luce da stella a stella, non da diverse
gradazioni di densità.
CANTO 3
Spiriti che non hanno mantenuto un voto: Piccarda Donati,
Costanza imperatrice

Beatrice, quella stessa Beatrice che un tempo sulla Terra gli aveva scaldato
il cuore, confutando il suo errore e dimostrandogli il vero gli aveva rivelato
il dolce volto della verità, e così Dante aveva alzato la testa per dichiararle
di essere pienamente persuaso: ma ecco che una improvvisa visione lo
catturò al punto da fargli dimenticare di pronunciare quelle parole. Come i
lineamenti del nostro viso, se riflessi da un vetro trasparente o da uno
specchio d’acqua limpido e calmo, non così profondo, però, che non si veda
il fondale, ci appaiono tanto evanescenti che, al paragone, una perla su una
bianca fronte sarebbe meglio percepibile, sfocati e tenui allo stesso modo
gli apparvero i volti di spiriti desiderosi di parlare. Al contrario di Narciso,
che prese per reale la sua immagine riflessa nell’acqua (il bellissimo
Narciso si innamorò di sé stesso vedendo la propria immagine specchiata
in una fonte), Dante pensò di stare osservando delle immagini riflesse, e
perciò si girò all’indietro per vedere di chi fossero quei volti: dietro di lui
non c’era nessuno. Allora diresse gli occhi su Beatrice: sorrideva.
«Sorrido di questo tuo pensiero infantile» disse lei. «È evidente che ti
sfugge la verità. Quelle che vedi non sono pure immagini, ma sostanze.
Anime relegate in questo cielo per aver mancato ai voti. Parla pure a loro,
ascoltale e credi a ciò che diranno: Dio, verità fatta luce, le tiene sempre nel
vero.»
Dante si rivolse all’ombra che gli sembrava la più desiderosa di parlare:
«O anima eletta, gradirei molto che tu mi accontentassi col dirmi il tuo
nome e la vostra condizione».
«Anche la nostra carità, come quella di Dio,» rispose l’anima «non
chiude la porta a un onesto desiderio. Nella vita terrena io sono stata una
suora. Se frughi nella tua memoria, benché adesso io sia molto più bella,
riconoscerai che sono Piccarda. Con questi altri beati mi trovo nel cielo che
ruota più lentamente degli altri perché trascurammo in tutto o in parte i
nostri voti.»
Piccarda di Simone Donati era sorella di Corso (la cui dannazione
all’Inferno è stata preannunciata nel canto 24 del Purgatorio) e di Forese
(incontrato da Dante nei canti 23-24 di quella stessa cantica), nonché
cugina di terzo grado di Gemma, moglie di Dante. Il fratello Corso la
costrinse a lasciare, in un periodo compreso tra il 1285 e il 1293, il
convento delle Clarisse e a sposare Rossellino della Tosa (fratello della
scostumata Cianghella che sarà citata da Cacciaguida nel canto 15), uno
dei capi della famiglia che, dopo l’esilio dei Cerchi, era diventata la più
acerrima nemica dei Donati. In Purgatorio la beatitudine di Piccarda era
stata preannunciata a Dante da Forese.
E Dante: «Non avevo capito subito chi fossi perché in te risplende una
luce divina che ti rende diversa da come ti ricordavo, ma adesso, grazie alle
tue parole, mi è facile riconoscerti. Dimmi: voi beati in questo cielo
desiderereste essere in una sfera più alta per contemplare Dio più da vicino
e avere con lui un rapporto più stretto?».
A questa domanda Piccarda e gli altri beati sorrisero fra loro, poi
Piccarda, con l’espressione felice di chi arde di amore divino, rispose che
essi, appagati da quanto avevano, non aspiravano ad altro: se avessero
desiderato di essere in un cielo più elevato, tale desiderio sarebbe stato in
contrasto con la volontà di Dio, e siccome attenersi alla volontà divina è
costitutivo della loro beatitudine, tutti accettavano con gioia di essere stati
da Lui assegnati a questo o ad altro cielo. La loro pace consisteva
nell’identificarsi con la volontà di Dio, alla quale tende ogni cosa creata.
Dante ringraziò Piccarda perché gli aveva chiarito che in Paradiso, anche
se la grazia divina non scende nei diversi cieli in uguale misura, regna
ovunque la stessa beatitudine, e subito dopo, preso da un’altra curiosità, le
chiese quale fosse stato il voto che non aveva adempiuto.
«In giovane età» raccontò Piccarda «mi ritirai dal mondo per vestire
l’abito e seguire la regola di quella donna (santa Chiara d’Assisi, fondatrice
dell’ordine femminile delle Clarisse sull’esempio di san Francesco, che
aveva fondato l’ordine dei frati minori) i cui meriti collocano in un cielo
più elevato di questo, e anch’io promisi che per tutta la vita avrei avuto
come unico sposo Cristo. Ma uomini più abituati a fare il male che il bene
(il fratello Corso e, forse, Rossellino della Tosa, a cui era stata assegnata in
sposa) mi rapirono dal dolce chiostro. Dio sa quale è stata poi la mia vita…
Quest’altra anima che risplende qui alla mia destra – seguitò Piccarda – ciò
che ti ho detto di me, potrebbe dirlo di sé stessa: anche lei era suora, e
anche a lei fu strappato dal capo il sacro velo monacale. Tuttavia, pur
costretta a ritornare nel mondo contro la sua volontà e contro ogni buona
norma, in cuor suo rimase fedele ai suoi voti. È l’anima splendente della
grande Costanza, che dal secondo imperatore della casa di Svevia (Enrico
VI di Hohenstaufen) generò il terzo e ultimo (Federico II, morto nel 1250;
da quella data fino al 1300 nessun altro era più stato incoronato
imperatore).»
Costanza, figlia del re normanno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, nel
1186 fu unita in matrimonio per ragioni politico-dinastiche al futuro Enrico
VI, figlio di Federico I Barbarossa, più giovane di lei di una decina d’anni;
nel 1194, a quarant’anni, diede alla luce Federico. Per screditare Federico
II la propaganda guelfa aveva diffuso la leggenda che prima del
matrimonio la madre fosse stata monaca: così l’imperatore nemico della
Chiesa, vero Anticristo, sarebbe stato figlio di una monaca vecchia e
smonacata! Dante fa sua la leggenda, ma capovolgendola di segno. Nel
canto 3 del Purgatorio Manfredi, figlio illegittimo di Federico II, ricorda
con orgoglio di essere nipote «di Costanza imperadrice».
Pronunciate queste parole, Piccarda cominciò a cantare Ave Maria e,
cantando, svanì, come un oggetto pesante scompare nell’acqua profonda.
Dante cercò di seguirla con gli occhi il più possibile e poi, persala di vista,
si rivolse a Beatrice, ma essa sfolgorò così forte che lui non ne sostenne la
visione. Abbagliato, non riuscì a pronunciare subito la domanda che aveva
in animo di farle.
CANTO 4
Dubbi di Dante

In realtà, erano due i dubbi che Dante avrebbe voluto esporre a Beatrice, ma
siccome entrambi lo attanagliavano in ugual misura, incapace di decidere
quale esprimere per primo, se ne stava in silenzio. Beatrice, però, leggeva
nella sua mente, e perciò fu lei a portare alla luce quali fossero: «Dentro di
te ti chiedi: “Se la buona volontà non viene meno (come è accaduto a
Piccarda e a Costanza), perché la violenza subita a opera di qualcuno
dovrebbe diminuire i meriti (e quindi il grado di beatitudine a loro
corrispondente)?”. E poi, in base a ciò che hai visto ti chiedi se non avesse
ragione Platone nel sostenere che le anime ritornano alle stelle dalle quali
sono discese».
Nel dialogo Timeo, di cui non siamo certi che Dante avesse diretta
conoscenza, Platone (428/27-348/47 a.C.) sostiene che le anime dimorano
nelle stelle, dalle quali discendono per incarnarsi in un corpo umano e alle
quali ritornano dopo la morte di questo corpo, per poi incarnarsi di nuovo.
Siccome questo secondo dubbio era più insidioso del primo, Beatrice
decise di cominciare da qui. Tutte le anime beate, siano esse quelle dei più
alti in grado dei Serafini, dei profeti Mosè o Samuele (profeta e ultimo dei
giudici di Israele) o di uno dei due Giovanni – scegliesse Dante se il
Battista o l’Evangelista –, o quelle che gli erano appena apparse nel cielo
della Luna, hanno la loro sede eterna nell’Empireo. Si differenziano tra loro
unicamente perché avvertono con maggiore o minore intensità il soffio
dello Spirito Santo. Se qualcuna si era manifestata in quel cielo più basso,
era stato per mostrare a Dante un segno sensibile del grado di beatitudine di
cui godono nell’Empireo. L’intelletto umano, infatti, per conoscere ha
bisogno di percezioni sensibili, tanto è vero che la Bibbia attribuisce a Dio
mani e piedi e la Chiesa rappresenta in figura umana gli arcangeli Gabriele,
Michele e Raffaele. A differenza della Bibbia, che usa immagini sensibili
per significare realtà spirituali, sembra che Platone ritenga come vero ciò
che afferma, e cioè che le anime ritornino a quella stella dalla quale si erano
staccate quando hanno preso dimora in un corpo. Può anche darsi, però, che
questa dottrina sia meno ridicola di quanto non sembri e che non vada presa
alla lettera: Platone potrebbe voler dire che ai cieli vanno attribuiti i meriti e
le responsabilità degli influssi esercitati sugli uomini. Tuttavia questa teoria
degli influssi, male intesa, nell’antichità ha indotto in errore quasi tutti gli
uomini, tanto da spingerli ad attribuire ai cieli nomi di dèi come Giove,
Mercurio e Marte.
L’altro dubbio, proseguì Beatrice, implicava il problema del fatto che
agli uomini la giustizia divina può sembrare ingiusta ed era meno velenoso
del secondo. Le anime del cielo della Luna avevano, sì, subito violenza, ma
per difetto di volontà l’avevano in parte assecondata. Se la loro volontà
fosse stata forte, come quella del martire Lorenzo (martirizzato nel 258 d.C.
sopra una graticola) o di Muzio Scevola (fallito il tentativo di uccidere il re
etrusco Porsenna, si arse la mano destra su un braciere), avrebbero potuto
ritornare nei monasteri dai quali erano state rapite, e invece non l’avevano
fatto.
Così il dubbio sarebbe risolto, ma c’era un altro punto che Dante non
avrebbe potuto affrontare con le sue sole forze intellettive. Beatrice gli
aveva detto che i beati non possono mentire, ma poi Piccarda aveva
affermato (nel canto precedente), quasi contraddicendola, che Costanza in
cuor suo era rimasta fedele ai voti. È vero che già molte volte era accaduto
che per evitare un male qualcuno avesse fatto controvoglia qualcosa che
non avrebbe dovuto fare. In casi come questi, chi si rassegna al male si
rende complice e perciò peccatore nei confronti di Dio. La volontà assoluta
non acconsente mai al male; può acconsentirvi di fatto se teme di subire un
male maggiore. Piccarda, quando aveva detto che Costanza si era
interiormente mantenuta fedele ai voti, parlava della volontà assoluta; lei,
invece, si riferiva a quella relativa. Tutte e due, insomma, dicevano la
verità.
Dante ringraziò Beatrice con parole colme di gratitudine. Sapeva bene,
disse, che solo la verità divina poteva saziare la fame di conoscenza
dell’intelletto umano, tuttavia dalle verità parziali nella mente umana
rampollano i dubbi, e così quel desiderio di colle in colle innalzava noi
uomini fino alla sommità. Ecco perché si sentiva incoraggiato a sottoporle
ancora un altro suo dubbio: era possibile compensare i voti mancati con
altre buone azioni?
Beatrice lo guardò con uno sguardo così sfavillante d’amore che Dante
non riuscì a sostenerne la visione e, abbassati gli occhi, quasi perse
coscienza di sé.
CANTO 5
Salita al cielo di Mercurio. Apparizione di Giustiniano

«Non ti meravigliare se il mio splendore sovrumano trascende la tua


capacità visiva: ciò dipende dal fatto che la visione intellettuale del Bene
supremo tanto più vi si inoltra quanto più lo conosce. Vedo che anche nel
tuo intelletto già risplende quella luce eterna di Dio che, una volta vista,
accende di un amore esclusivo. E se per caso l’amore degli uomini è attratto
da qualche altro oggetto, è solo perché in esso di quella luce traspare una
labile traccia. Tu, dunque, vuoi sapere se è possibile compensare il mancato
rispetto di un voto con altra opera meritoria.»
Così Beatrice cominciò a esporre il problema oggetto di questo canto, e
poi subito, senza interrompere il filo del discorso, seguitò ad argomentare:
«Se consideri che il libero arbitrio è il dono più grande fatto dal Creatore
agli uomini e agli angeli, e solo a loro, quello più conforme alla sua infinita
bontà e che lui stesso più apprezza, ti apparirà chiaro lo straordinario valore
del voto, purché sia bene accetto a Dio: nello stipulare questo patto con Dio,
infatti, l’uomo sacrifica volontariamente proprio il bene prezioso della sua
libera volontà. Che altro mai potrebbe offrire in cambio di questo tesoro? Se
pensassi di riprenderti la tua libertà per compiere con essa ancora delle
buone azioni, beh, è come se tu volessi fare beneficenza con soldi rubati.
Con ciò ti ho chiarito il nucleo centrale del problema, ma, siccome la Santa
Chiesa concede dispense dal voto, il che sembra in contraddizione con ciò
che ti ho appena detto, ascoltami ancora un po’ con attenzione. Due cose
costituiscono l’essenza del voto: il patto e ciò che si pattuisce. Il patto non
può mai essere cancellato; l’oggetto del voto, invece, può essere cambiato,
ma non senza il consenso della Chiesa e a condizione che il nuovo voto sia
molto più impegnativo del precedente. Se però il valore della materia del
voto è tale che nient’altro lo possa uguagliare, è impossibile permutarla. E
dunque i cristiani non prendano i voti alla leggera; li osservino, ma non in
modo sconsiderato: insomma, non come Iefte quando promise a Dio come
vittima la prima persona che avrebbe incontrato, e nemmeno come
Agamennone quando sacrificò Ifigenia».
Iefte, giudice di Israele, aveva fatto voto di sacrificare al Signore, se
avesse sconfitto gli Ammoniti, la prima persona che fosse uscita dalla porta
di casa al suo ritorno: la prima a uscire festante fu la sua unica figlia, ed
egli la sacrificò. Agamennone, capo della coalizione greca impedita di
salpare alla volta di Troia dai venti avversi, aveva promesso di sacrificare a
Diana la più bella creatura del suo regno, che risultò essere la figlia
Ifigenia.
«O cristiani, pensateci bene prima di fare un voto, non pensate che
qualunque offerta votiva possa lavare le vostre colpe: per la vostra salvezza
bastano il Nuovo e il Vecchio Testamento e la guida del papa. Anche se la
cupidigia umana vi spingerebbe a fare altro (a fare voti avventati per
interesse, come fecero Iefte e Agamennone), comportatevi da uomini
razionali, non come pecore dissennate.»
Pronunciate queste parole, che Dante autore dice di trascrivere
esattamente, Beatrice si volse desiderosa verso l’alto, dove la luce era più
viva e si trasfigurò. Dante, colpito dal suo improvviso silenzio e
dall’accresciuto splendore del suo volto, si trattenne dal pronunciare le altre
domande che avrebbe voluto rivolgerle. In un attimo salirono al secondo
cielo (di Mercurio). Lo splendore di Beatrice accrebbe quello del pianeta.

E se quel pianeta, per sua natura inalterabile, – commenta Dante autore –


incrementò allietandosi la sua luminosità, come dovetti trasformarmi io,
uomo, e perciò soggetto a tutti i possibili cambiamenti!

Dante vide più di mille anime rilucenti avvicinarsi a loro come in una
limpida peschiera i pesci accorrono verso una cosa che loro giudichino
commestibile in essa gettata. A mano a mano che si facevano più vicine, lui
poteva intravvedere dentro a ciascuno di quei fulgori la sagoma dell’anima
che vi era racchiusa.

A questo punto Dante autore si rivolge nuovamente al lettore: «Se vuoi


capire quanto fosse intenso il mio desiderio di udire da quei beati la loro
condizione, pensa a quanto saresti ansioso di saperne di più se il mio
racconto si interrompesse qui».
Uno di quegli spiriti parlò a Dante dicendogli che se voleva notizie di
loro domandasse pure a suo piacimento. Beatrice lo invitò a chiedere.
Allora Dante domandò: «Chi sei? Perché sei nel cielo di Mercurio?».
La luce del beato crebbe d’intensità, tanto da cancellare per l’eccessiva
luminosità la sagoma che prima lasciava intravvedere, e poi rispose nel
modo che sarà raccontato nel canto successivo (dove rivelerà di essere
l’anima dell’imperatore Giustiniano).
CANTO 6
Spiriti che fecero il bene per desiderio di gloria terrena:
Giustiniano, Romeo di Villanova

«La sacra aquila imperiale (insegna e simbolo dell’Impero a cui Dante


aveva già riservato un ruolo rilevante nell’allegoria del canto 32 del
Purgatorio), dopo che Costantino con un viaggio inverso a quello che aveva
fatto seguendo Enea (in fuga da Troia al Lazio) l’aveva portata da
Occidente a Oriente (trasferendo nel 330 d.C. la capitale da Roma a
Bisanzio-Costantinopoli), per più di duecento anni aveva dimorato in quella
parte estrema di Europa, vicino ai monti (della Troade) dai quali aveva
preso il volo (con Enea), e laggiù, passando di mano da un imperatore
all’altro, aveva governato il mondo, finché non era pervenuta nelle mie. Io
fui imperatore, sono quel Giustiniano che, per volontà dello Spirito Santo,
mise ordine nelle leggi.»
Giustiniano, la cui opera legislativa Dante aveva ricordato nel canto 6
del Purgatorio, era stato imperatore dal 527 al 565 d.C.: la sua
incoronazione, dunque, era avvenuta prima dei duecento anni e più di cui
parla Dante, il quale, forse, attinge dati cronologici sbagliati dal Tresor di
Brunetto Latini. Il merito di Giustiniano consiste nell’avere riordinato
l’intera legislazione romana nel Corpus iuris civilis.
«Prima di accingermi all’opera legislativa ero convinto che in Cristo ci
fosse solo la natura divina (secondo l’eresia monofisita ariana) e non anche
quella umana (secondo la dottrina ortodossa): alla vera fede mi portarono
gli insegnamenti di papa Agapito. Non appena convertito, Dio si
compiacque di ispirarmi la nobile impresa legislativa; mi dedicai a essa
completamente, affidando l’esercito al mio Belisario: il favore che Dio gli
concesse fu segno tangibile che il mio compito era quello di attendere solo a
opere di pace.»
Giustiniano, a differenza della moglie, l’imperatrice Teodora, non fu
seguace dell’eresia monofisita; Agapito I, papa nel biennio 535-536, si
recò, sì, a Costantinopoli per negoziare la pace tra i Goti e l’Impero, ma
dopo che la redazione del Corpus iuris civilis era stata quasi interamente
completata: è certo, invece, che in quell’occasione Agapito depose il
patriarca eretico Antimo. Il generale Belisario, dopo avere distrutto il
regno dei Vandali in Africa, aveva condotto una lunga e vittoriosa
campagna militare contro i Goti in Italia.
«Con ciò – proseguì Giustiniano – ho risposto alla tua prima domanda
(cioè chi lui fosse), ma siccome nel risponderti ho parlato dell’Impero, mi
vedo costretto ad aggiungere altre considerazioni affinché tu veda quale
grave ingiustizia commettono nei confronti di quella sacra insegna (l’aquila
imperiale), degna di ogni venerazione, sia coloro che se ne appropriano (i
Ghibellini) sia coloro che la combattono (i Guelfi). Il suo valore cominciò a
manifestarsi fin da quando Pallante (figlio di Evandro, alleato di Enea)
sacrificò la vita (fu ucciso da Turno, re dei Rutuli) per procacciarle un
regno. Sai che l’aquila per più di trecento anni dimorò nella città di
Albalonga (fondata da Ascanio, figlio di Enea), fino alla vittoria in duello
degli Orazi sui Curiazi che decretò la supremazia di Roma su quella città.
Sai quali imprese fece soggiogando i popoli vicini nel periodo dei sette re
(dal 753 al 510 a.C.), dal rapimento delle Sabine al suicidio di Lucrezia (a
causa della violenza subita da parte del figlio di Tarquinio il Superbo,
ultimo dei sette re. Lucrezia è collocata all’Inferno tra i grandi spiriti del
Limbo). Sai quali imprese fece contro i Galli di Brenno (che avevano invaso
Roma: 390 a.C.), contro Pirro (re dell’Epiro, alleato dei Tarentini: 282-272
a.C.) e contro altri regni e repubbliche: in quelle guerre acquistarono fama
Tito Manlio Torquato (vincitore di Galli e Latini: 340-338 a.C.), Lucio
Quinzio Cincinnato (vincitore degli Equi: 458 a.C.), i tre Decii (nonno,
padre e figlio morti nella guerre latina, sannitica e tarantina) e i trecento
Fabi (morti nella guerra contro Veio: 477 a.C.). L’aquila abbatté la
protervia degli Arabi (i Cartaginesi), che al seguito di Annibale avevano
valicato le Alpi (seconda guerra punica: 219-202 a.C.); sotto quell’insegna
trionfarono ancora giovani Publio Cornelio Scipione (vincitore di Annibale
a Zama) e Gneo Pompeo Magno (che a soli venticinque anni sconfisse Caio
Mario nella guerra civile tra questi e Silla). Essa arrecò amarezza agli
abitanti di quel colle sotto il quale sei nato (secondo la leggenda, a cui
allude anche Brunetto Latini nel canto 15 dell’Inferno, Fiesole fu distrutta
dai Romani per avere dato asilo a Catilina). Poi, avvicinandosi il tempo nel
quale il Cielo aveva deciso che il mondo fosse tutto pacificato a sua
immagine, fu Giulio Cesare, per volere dei Romani, a impugnare l’insegna.
L’Isère, l’Era (la Loira), la Senna e tutti i corsi d’acqua che ingrossano il
Rodano furono testimoni delle imprese da lui compiute nella Gallia, dal
fiume Varo al Reno; quelle compiute dopo che, lasciata Ravenna, passò il
Rubicone (49 a.C.), si susseguirono con una tale velocità che né parole né
scritti riuscirebbero a tener loro dietro: prima condusse l’esercito in Spagna
(contro i luogotenenti di Pompeo), poi a Durazzo (contro lo stesso Pompeo)
e infine a Farsalo lo colpì con tanta durezza che perfino il Nilo avvertì il
dolore di quella percossa (dopo la sconfitta subita a Farsalo [48 a.C.],
Pompeo fuggì in Egitto dove fu ucciso a tradimento dal re Tolomeo).
L’aquila, seguendo Cesare, rivide nella Troade il porto di Antandro (da cui
era partita insieme a Enea) e il fiume Simoenta, in riva al quale giace il
corpo di Ettore, e quindi si levò in volo con danno di Tolomeo (che,
detronizzato in favore della sorella Cleopatra e sconfitto, annegò nel Nilo);
dall’Egitto piombò come un fulmine su Giuba (re della Mauritania
sconfitto da Cesare a Tapso nel 46 a.C.) e poi si diresse nuovamente in
Spagna, dove risuonava la tromba di guerra degli ultimi pompeiani
(sconfitti a Munda nel 45 a.C.). Delle imprese compiute dall’aquila nelle
mani del secondo imperatore (Ottaviano Augusto) si lamentano nell’Inferno
Bruto e Cassio (uccisori di Cesare sconfitti a Filippi nel 42 a.C. e
raffigurati nel canto 34 dell’Inferno mentre Lucifero li divora), ne portano il
lutto sia Modena che Perugia (teatri della guerra tra Ottaviano e Antonio) e
ne piange ancora Cleopatra che, fuggendo davanti a lei, si diede con
l’aspide una morte repentina e terribile. Insieme ad Augusto volò fino al
Mar Rosso, insieme a lui portò nel mondo intero tanta pace che furono
chiuse le porte del tempio di Giano (che restavano aperte in tempo di
guerra).
Tuttavia – continuò Giustiniano – le imprese che l’aquila aveva
compiuto fino ad allora e avrebbe compiuto in seguito sono ben poca cosa
se paragonate a quella compiuta quando era in mano al terzo imperatore
(Tiberio, 14-37 d.C.): a lui la giustizia divina concesse la gloria di vendicare
e placare (con il sacrificio di Cristo) l’ira provocata dal peccato di Adamo.
In seguito, con Tito (figlio dell’imperatore Vespasiano), e la cosa a te
sembrerà contraddittoria, si precipitò a punire (con la distruzione di
Gerusalemme nel 70 d.C.) coloro che in Cristo avevano punito il peccato
originale. Quando poi i Longobardi assalirono la Santa Chiesa, fu sotto le
ali dell’aquila che Carlo Magno corse in suo aiuto e li sconfisse (nel 773
Carlo Magno, re dei Franchi, sconfisse il re Desiderio e nella notte di
Natale dell’800 fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero). Dopo
quello che ti ho raccontato sei in grado di giudicare quei tali che poco fa ho
accusato di essere la causa di tutti i mali presenti degli uomini. La parte
guelfa contrappone al simbolo universale (l’aquila dell’Impero) i gigli
d’oro (dei re di Francia); quella ghibellina ne fa un emblema di partito. I
Ghibellini facciano pure i loro traffici, ma sotto un’altra insegna: non è
lecito ostentarla e nello stesso tempo allontanarla dalla giustizia. Quanto a
questo nuovo Carlo e ai suoi Guelfi (Carlo II d’Angiò lo Zoppo, re di
Napoli dal 1285 al 1309), non si illuda di abbatterla, anzi, abbia paura di
quegli artigli che hanno strappato il pelo a ben altri leoni. Sappia che spesso
i figli pagano le colpe dei padri, e non creda che Dio intenda cambiare la
sua insegna con i gigli gialli (degli angioini).»
Non è chiaro a cosa si riferisca la minaccia di Giustiniano: potrebbe
trattarsi, come già all’inizio del canto 9, della sconfitta subita a
Montecatini nell’agosto del 1315 dalle forze fiorentino-angioine a opera di
quelle pisano-ghibelline guidate da Uguccione della Faggiola; in quella
battaglia, infatti, perirono un figlio (Pietro, conte di Eboli) e un nipote
(Carlotto, figlio di Filippo di Taranto) di Carlo II.
Passando a rispondere alla seconda domanda di Dante, e cioè perché lui
si trovasse nel cielo di Mercurio, Giustiniano continuò a parlare:
«Questo piccolo pianeta si abbellisce delle anime di coloro che si sono
prodigati per conseguire in Terra onore e fama: un desiderio, questo, che
non può non rendere meno intenso quello rivolto al Cielo. Ma gran parte
della nostra letizia sta proprio nel vedere commisurate le ricompense
ottenute ai meriti acquisiti. Con ciò la giustizia divina ci rasserena tanto da
impedirci anche solo di pensare di poter essere posti più in alto. La diversità
dei gradi di beatitudine produce nella nostra comunità una armonia simile a
quella prodotta dalle diverse voci di un canto polifonico. In questa stella
risplende l’anima di Romeo, le cui buone azioni in Terra furono mal
ricompensate. Ma i Provenzali che agirono contro di lui non hanno riso; con
ciò si vede che non c’è vantaggio a considerare i successi altrui un danno
per sé.
Ciascuna delle quattro figlie di Raimondo Beringhieri divenne regina, e
ciò grazie a Romeo, che pure era una persona di bassa condizione e
straniera. Ma poi le insinuazioni invidiose spinsero Raimondo a chiedergli i
rendiconti, e quel giusto di Romeo mostrò che la sua amministrazione
aveva reso al conte dodici per dieci. Dopo di che se ne andò povero e
vecchio. Gli uomini lo lodano molto, ma se sapessero con quale segreta
amarezza andò mendicando il pane a tozzo a tozzo, lo loderebbero molto di
più.»
Romeo di Villanova (Romieu de Villeneuve), 1170 ca-1250, fu ministro e
gran siniscalco di Raimondo Berengario I conte di Provenza e alla morte di
questi (1245) resse la contea per conto della sua figlia minore. Uomo
politico di peso e ottimo amministratore, sicuramente ebbe un ruolo
importante nella stipula dei matrimoni delle quattro figlie del conte:
Margherita, sposata nel 1234 a Luigi IX re di Francia; Eleonora, nel 1236
a Enrico III re d’Inghilterra; Sancia, nel 1243 sposa di Riccardo conte di
Cornovaglia, poi eletto re dei Romani. Dopo la morte del conte, trattò il
matrimonio di Beatrice con Carlo d’Angiò (1246), che così ereditò la
contea di Provenza. Nel canto 20 del Purgatorio Ugo Capeto aveva
attribuito proprio alla dote provenzale la causa iniziale della depravazione
dei suoi discendenti: è possibile che l’allusione ai danni subiti dai
Provenzali si riferisca proprio al nuovo dominio angioino. Non risulta, a
differenza di quanto sostiene Dante, né che Romeo fosse di umili origini né
straniero, e neppure che avesse abbandonato la Provenza e si fosse ridotto
a mendicare. Dante segue probabilmente una leggenda che doveva essere
diffusa ai suoi tempi. Nella povertà di Romeo ramingo Dante proietta la
propria condizione di esule.
CANTO 7
Altri dubbi di Dante

L’anima di Giustiniano cominciò a cantare: «Osanna, sanctus Deus


sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth»
(Osanna, o santo Dio degli eserciti [sabaòth, parola ebraica] che con la tua
luce aggiungi così grande splendore ai beati fuochi di questi regni
[malacòth, altra parola ebraica]) e, danzando in circolo al ritmo del suo
canto, lei e tutte le altre si allontanarono veloci come scintille nell’aria e
scomparvero alla vista di Dante.
Questi era assillato da dubbi, e benché dentro di sé provasse l’impulso di
rivelarli a Beatrice, quel profondo senso di reverenza che si impadroniva di
lui anche solo a udire il suo nome lo tratteneva. Fu Beatrice a scuoterlo dal
suo ripiegamento interiore.
«Sono sicura» gli disse «che ti stai chiedendo come possa essere
considerata giusta la punizione di una giusta vendetta (cioè perché la
distruzione di Gerusalemme doveva essere giudicata un atto di giustizia
divina, come Giustiniano aveva affermato nel canto precedente, se Dio
stesso aveva voluto la morte del Figlio per vendicare il peccato di Adamo).
Ascolta, ti rivelerò una grande verità.»
Dopo di che seguitò dicendo che Adamo, per insofferenza dei limiti posti
da Dio, nel suo stesso interesse, alla sua volontà, aveva condannato sé e
tutta la sua discendenza, cosicché il genere umano si era trascinato per molti
secoli nel peccato, fino a che il Verbo divino non si compiacque di scendere
nel ventre di Maria unendo a sé, in una stessa persona, quella natura umana
che si era allontanata dal suo creatore. La natura umana congiunta in Gesù
era senza peccato originale, come quella che era stata di Adamo, ma in sé e
per sé restava pur sempre quella scacciata dal Paradiso. Dunque, nessuna
condanna alla crocefissione fu più giusta di quella inflitta a Cristo, se la si
commisura alla sua natura umana; ma nessuna fu più iniqua se rapportata
alla persona divina che la subì. Ecco perché una stessa morte fu gradita sia a
Dio che agli Ebrei; per quella morte la terra tremò d’orrore, mentre il Cielo
si schiuse di nuovo all’umanità.
«Adesso comprendi» concluse Beatrice «perché Giustiniano ha
affermato che una giusta vendetta fu giustamente punita.»
Beatrice, però, aveva capito che la mente di Dante era rimasta
intrappolata in un nuovo dubbio, e cioè per quale motivo Dio per redimere
l’umanità avesse scelto di incarnarsi in Cristo e di farlo morire sulla croce.
E allora gli spiegò che Dio è puro amore e che l’impronta della sua bontà è
indelebile ed eterna; se impressa nelle creature da lui create direttamente
(gli angeli e gli uomini), non solo non si cancella più, ma si accompagna
alla totale libertà, e questo perché Dio le predilige in quanto a lui più
conformi. Solo il peccato può togliere all’uomo la libertà e la somiglianza a
Dio. Con il peccato di Adamo l’umanità non aveva perso solo il Paradiso
terrestre, ma anche i privilegi (immortalità, libertà, conformità a Dio) di cui
era stata dotata all’atto della creazione. Quei privilegi avrebbero potuto
essere recuperati solo in due modi: se Dio, per pura generosità, avesse
perdonato il peccato o se l’uomo avesse riparato con le sue forze alla
propria follia. Ma questo l’uomo non avrebbe potuto farlo perché,
umiliandosi, non si sarebbe abbassato tanto quanto, disobbedendo, aveva
preteso di innalzarsi. Solo Dio, dunque, avrebbe potuto restituirlo alla
pienezza di vita originale, o seguendo una delle due strade o seguendole
entrambe. Per farlo, egli scelse ambedue le strade (quella della giustizia e
quella della misericordia): dal primo giorno all’ultima notte della creazione
non vi fu né vi sarà un atto di così sublime giustizia e di così generosa
misericordia come quello compiuto sia nell’una che nell’altra strada. Dio si
mostrò più misericordioso immolando sé stesso (nel Figlio) che se avesse
perdonato soltanto per un suo gratuito gesto di generosità; d’altra parte, se il
Figlio non si fosse umiliato fino ad incarnarsi, tutti gli altri possibili modi
sarebbero stati insufficienti a soddisfare la sua giustizia.
Finito di chiarire questo punto, Beatrice aggiunse altre parole per
chiarire un dubbio che la sua affermazione secondo cui la bontà divina
impressa sulle creature perdurava in eterno poteva aver suscitato in Dante:
questi, infatti, avrebbe potuto chiedersi se anche i quattro elementi (acqua,
fuoco, aria e terra) e i loro composti, essendo anch’essi creature di Dio,
fossero incorruttibili. La risposta era che gli angeli e i cieli erano stati creati
nell’interezza del loro essere, ma che dei quattro elementi e delle cose che
essi compongono Dio aveva creato direttamente solo la materia prima e
l’influenza astrale che a loro dà forma. Sono questi influssi e il loro moto a
estrarre dalla potenzialità della materia sia l’anima degli animali che quella
delle piante; ma il soffio vitale degli uomini è infuso direttamente dalla
bontà suprema di Dio. Se ciò che è stato creato direttamente è immortale, se
ne deduce che il corpo umano, essendo Adamo ed Eva stati plasmati da
Dio, risorgerà a vita eterna.
CANTO 8
Cielo di Venere. Spiriti amanti: Carlo Martello

Un tempo – esordisce Dante autore – gli uomini credevano, correndo il


rischio di dannarsi, che Venere Ciprigna (di Cipro, l’isola dove la dea era
nata) irradiasse l’amore sensuale dal terzo cielo, e perciò i pagani antichi
non solo onoravano lei con sacrifici e preghiere, ma veneravano anche
Dione (figlia dell’Oceano e di Teti), che ritenevano sua madre, e Cupido,
che ritenevano suo figlio e di cui favoleggiavano che si fosse seduto in
grembo a Didone (racconta Virgilio nell’Eneide che, assunte le sembianze
di Ascanio, Cupido sedette in grembo a Didone e instillò in lei l’amore per
Enea). Con il nome della dea dalla quale prendo le mosse per il mio canto
chiamarono il pianeta che appare nel cielo al mattino e la sera.

Dante si rese conto di essere entrato nel pianeta Venere unicamente


perché vide Beatrice farsi ancora più bella. Sullo sfondo luminoso dell’astro
riuscì a distinguere altre luci che, danzando in cerchio, si muovevano quale
più e quale meno velocemente: poi, abbandonando il moto circolare, quelle
anime splendenti si precipitarono più rapide di un lampo verso Beatrice e
Dante. Gli splendori a lui più vicini cantavano «Osanna» in modo così
sublime che da quel momento Dante non ha più smesso di desiderare di
udirlo ancora. Uno di loro, spintosi più avanti, cominciò a parlare: «Siamo
tutti pronti a soddisfare ogni tuo desiderio. Noi ruotiamo, con lo stesso
ritmo e animati dallo stesso desiderio di Dio, insieme a quel coro angelico (i
Principati) al quale tu stesso dal mondo ti sei rivolto con la canzone Voi che
’ntendendo il terzo ciel movete (O voi che semplicemente col pensiero
muovete il terzo cielo), tuttavia siamo così pieni d’amore che ci sarà
ugualmente dolce fermarci un poco per compiacerti».
La canzone dantesca citata dallo spirito beato è commentata nel
secondo libro del Convivio: a quell’epoca Dante pensava che a
sovrintendere al cielo di Venere fossero i Troni; quando scrive il Paradiso
disegna una gerarchia angelica diversa e a muovere il terzo cielo colloca i
Principati (si veda la fine del canto 28).
Rassicurato dal muto assenso di Beatrice, Dante chiese con tono
profondamente affettuoso: «Chi siete?».
L’anima sfolgorò di gioia.
È l’anima di Carlo Martello (1271 ca-1295), figlio primogenito di Carlo
II d’Angiò e di Maria d’Ungheria, e quindi erede della contea di Provenza
e del regno di Napoli per parte paterna e di quello d’Ungheria per parte
materna. Dopo essere stato in giovanissima età reggente del Regno durante
la prigionia del padre in Aragona, nel 1292 fu proclamato re d’Ungheria
ma non prese mai possesso del trono. Nel marzo del 1294 aveva
soggiornato per una ventina di giorni a Firenze, dove era andato incontro
al padre che ritornava dalla prigionia: è possibile che in quell’occasione
Dante lo abbia incontrato e, forse, ne abbia ottenuto la benevolenza.
«Sono vissuto per poco tempo» disse. «Fossi vissuto più a lungo, molti
dei mali che vi colpiranno avrebbero potuto essere evitati (allusione
all’ascesa al trono di Napoli nel 1309 di suo fratello Roberto). Chiuso
come sono nella luce della mia beatitudine, non mi riconosci, ma tu mi hai
molto amato. E a ragione perché, fossi rimasto in Terra, avrei avuto modo di
mostrarti il mio affetto non solo a parole. Sia quella regione che si estende
alla sinistra del Rodano dopo che la Sorgue vi è confluita (la Provenza), sia
quella punta meridionale dell’Italia (il Regno di Napoli) al di sotto dei fiumi
Tronto e Verde (Liri o Garigliano) presidiata dalle fortezze di Bari, Gaeta e
Catona (vicino a Reggio Calabria) a tempo debito mi aspettavano come
loro signore. E già sul mio capo riluceva la corona della terra solcata dal
Danubio (l’Ungheria). Anche la bella Sicilia mi avrebbe potuto avere come
sovrano e ancor oggi sarebbe governata dai miei discendenti, legittimi eredi
di Carlo I d’Angiò e Rodolfo I d’Asburgo (rispettivamente nonno e suocero
di Carlo Martello), se il malgoverno, là come ovunque, non avesse
esasperato i sudditi, tanto che Palermo insorse al grido di morte (ai
francesi).»
La rivolta dei palermitani contro gli Angioini del 30 marzo 1282, i
cosiddetti Vespri siciliani, finì per provocare il distacco dal Regno della
Sicilia, passata sotto il controllo degli Aragonesi.
«Se mio fratello Roberto fosse lungimirante e riflettesse sulle
conseguenze del malgoverno, fin da ora (prima di diventare re) si
libererebbe dei funzionari catalani avidi e spilorci (al suo servizio e, già
prima, a servizio del padre), che gli procureranno solo danni: è necessario
che lui, o chi per lui (il padre), non carichi di altri pesi la barca già
sovraccarica del regno. Roberto, benché nato da una stirpe generosa (con
allusione forse al nonno Carlo I, non certo al padre Carlo II, accusato nel
canto 20 del Purgatorio di aver venduto per avidità perfino la propria
figlia), è avaro di natura, e perciò avrebbe bisogno di funzionari che non si
curassero solo di riempire le loro casse.»
Dante gli rispose che le sue parole lo avevano colmato di gioia, ma gli
chiese anche di risolvergli un dubbio in lui suscitato proprio da un
passaggio del suo discorso, e cioè come sia possibile che da un seme dolce
nasca un frutto amaro (vale a dire, da una stirpe generosa un individuo
avaro).
Carlo Martello spiegò che Dio attua i suoi disegni provvidenziali
attraverso gli influssi dei cieli, determinando non solo le varie nature degli
uomini, ma anche i fini a cui sono destinate. Tutti gli influssi celesti sono
ordinati a un fine determinato, se ciò non fosse la loro azione invece che
armonia produrrebbe disordine, il che non è possibile dato che le
Intelligenze angeliche che li muovono sono perfette come perfetto è il
Primo Motore che le ha create.
«Vuoi che ti illumini ancora su questo punto?» chiese a Dante.
E Dante: «No davvero. So bene che la natura adempie compiutamente ai
suoi compiti».
«Dimmi, sarebbe peggio per l’uomo se non facesse parte di un consorzio
civile?» insistette il beato.
«Sì» rispose Dante «e non ho bisogno che me lo dimostri.»
«E potrebbe esserci un consorzio civile» chiese ancora il beato «se sulla
Terra gli uomini non vivessero in modo diverso l’uno dall’altro attendendo
a compiti diversi? No, come insegna Aristotele.»
E proseguì concludendo che, se gli uomini devono avere diversi compiti
nella società, è necessario che a quei compiti corrispondano diverse
attitudini: ecco perché c’è chi nasce politico e legislatore, come Solone (ad
Atene), condottiero, come il re persiano Serse, sacerdote come
Melchisedèch (presentato nella Bibbia come sacerdote del Dio Sommo),
artefice, come Dedalo che perdette il figlio Icaro volando nell’aria. Tuttavia
– proseguì – i cieli nell’imprimere la propria indole a ciascun uomo non
distinguono tra famiglia e famiglia, ragion per cui Esaù è diverso fin dal
momento del concepimento dal gemello Giacobbe (afferma il Genesi che
essi si combattevano già nella pancia della madre; il racconto biblico sarà
ripreso anche nel canto 32); Romolo Quirino (fondatore di Roma) nasce da
un padre così da poco che i Romani per nobilitarlo lo dichiararono figlio di
Marte. È la provvidenza divina a far sì che l’indole dei figli non sia la stessa
dei padri.
Come ultimo corollario Carlo Martello aggiunse che sulla Terra non si
tiene conto del fatto che un uomo costretto ad agire in un campo
discordante dalle sue attitudini fa sempre cattiva prova; invece, gli uomini
costringono alla vita religiosa chi è nato per cingere la spada e fanno re chi
è buono soltanto a fare il predicatore.
Allusione sferzante a Roberto d’Angiò, che amava predicare in pubblico:
di lui ci restano quasi trecento sermoni latini; per ben tre volte era salito
sul pulpito di Santa Maria Novella a Firenze.
CANTO 9
Altri spiriti amanti: Cunizza da Romano, Folchetto di Marsiglia

Dante autore si rivolge a Clemenza d’Asburgo (figlia di Rodolfo I, sposa di


Carlo Martello nel 1287 e morta poco dopo di lui; Dante giovane potrebbe
averla vista nel 1281 di passaggio a Firenze durante il suo trasferimento a
Napoli) e le dice che il suo Carlo, dopo avergli chiarito il dubbio (su come
da una stirpe liberale possa nascere un individuo avaro), gli aveva
raccontato, profetizzando, quali inganni sarebbero stati perpetrati ai danni
del proprio figlio, ma gli aveva anche intimato di tacere e di lasciar fare al
tempo: sicché egli, adesso, non può dire altro che quegli inganni saranno
giustamente vendicati e che la vendetta sarà dolorosa.
La predizione si riferisce al fatto che Carlo Roberto, figlio di Carlo
Martello e re d’Ungheria, era stato definitivamente privato nel 1309 dei
suoi diritti di successione a favore dello zio Roberto d’Angiò (ma la cosa
era già stata decisa nel 1296); la dolorosa vendetta potrebbe essere
identificata nella sconfitta subita a Montecatini nell’agosto 1317 dai Guelfi
di Firenze e dagli Angioini loro alleati ad opera di Uguccione della
Faggiola, tanto più che in quella battaglia (alla quale potrebbe aver alluso
anche Giustiniano nel canto 6) erano morti un figlio e un nipote di re Carlo
II.

L’anima di Carlo Martello si era appena rivolta verso Dio quando


un’altra si avvicinò a Dante: il suo splendore era un chiaro segno che
desiderava compiacerlo. Ricevuto l’assenso dagli occhi di Beatrice, Dante
le disse che lei sicuramente conosceva ciò che lui desiderava sapere senza
che dovesse manifestarglielo; al che lo spirito passò dal canto alla parola e
dalla profondità della luce che l’avvolgeva cominciò a presentarsi.
«Nella regione compresa tra Venezia e i monti del Trentino e del Cadore,
dai quali hanno origine i fiumi Brenta e Piave, si innalza un piccolo colle
(Romano): proprio da quel colle discese la torcia che incendiò devastandola
la contrada circostante.»
La torcia è Ezzelino III da Romano (1194-1259), signore ghibellino della
Marca Trevigiana, collocato fra i tiranni immersi nel sangue bollente del
Flegetonte nel canto 12 dell’Inferno.
«Io fui sorella di Ezzelino, il mio nome era Cunizza; mi vedi risplendere
in questo cielo perché soggiacqui all’influsso amoroso di Venere. Potrà
apparire incomprensibile al volgo, ma di essere stata soggetta a Venere non
mi rammarico, anzi, perdono a me stessa quell’inclinazione ad amare grazie
alla quale sono beata in questo cielo.»
Cunizza da Romano (nata verso la fine del XII secolo e morta dopo il
1279), stando alle cronache, alle quali Dante mostra di prestare fede, ebbe
una intensa e disordinata vita sentimentale: nel 1222 sposò il signore di
Verona Rizzardo di San Bonifacio; venne poi rapita, su disposizione del
fratello Ezzelino, da Sordello da Goito (incontrato da Dante nel canto 6 del
Purgatorio), con il quale si diceva avesse allacciato una relazione
sentimentale; in seguito, si sarebbe legata a un facoltoso giudice di Treviso,
tale Enrico da Bonio. Dopo l’assassinio di questi, si sarebbe sposata una
seconda volta con il vicentino Naimerio dei Breganze e una terza ancora
con un veronese. È certo che dopo la rovina dei fratelli da Romano
(Ezzelino muore nel 1250, Alberico è trucidato con tutta la famiglia l’anno
successivo) Cunizza si trasferì in Toscana: è attestata la sua presenza a
Firenze, in casa di Cavalcante Cavalcanti, padre del poeta Guido, nel 1265
e nel castello degli Alberti di Cerbaia in Val Bisenzio nel 1279.
Poi, indicando un’anima a lei vicina (quella di Folchetto di Marsiglia,
che prenderà la parola nella seconda parte del canto), proseguì dicendo:
«Di questa gemma splendente sulla Terra è rimasta una fama così grande
che fra cinquecento anni si parlerà ancora di lei: ma ci vogliono azioni
eccellenti perché con la fama si possa sopravvivere alla morte. Eppure, il
popolo che vive nella regione fra Tagliamento e Adige (Marca Trevigiana)
a comportarsi con virtù e valore non ci pensa proprio, e per quanto sia
colpito da castighi, nemmeno si pente; ma ben presto accadrà che Padova
tingerà di sangue l’acqua della palude che bagna Vicenza, e ciò perché il
suo popolo è restio al proprio dovere; e dove i fiumi Sile e Cagnano
confluiscono (a Treviso) signoreggia e va a testa alta uno per il quale si sta
già tessendo la rete che lo intrappolerà. Anche Feltre piangerà il tradimento
del suo empio vescovo, tradimento così turpe che nessuno fu mai rinchiuso
in una prigione per quanto orribile per un reato più grande di questo.
Troppo ampia dovrebbe essere la botte capace di accogliere tutto quel
sangue ferrarese, e si stancherebbe chi volesse pesarlo oncia a oncia, di cui
farà dono questo prete munifico per attestare la sua fedeltà di partito; del
resto, siffatti doni saranno conformi ai costumi degli abitanti di questa
regione. Queste mie profezie sono giuste e veritiere in quanto ispirate da
Dio attraverso l’ordine angelico dei Troni».
Cunizza profetizza tre eventi: Cangrande della Scala nel dicembre 1314
infliggerà una grave sconfitta negli acquitrini presso a Vicenza ai padovani,
rei di non riconoscere il suo ruolo di Vicario imperiale; il signore di Treviso
Rizzardo da Camino (figlio di quel Gherardo di cui si parla nel canto 16 del
Purgatorio) nel 1312 sarà ucciso in una congiura; nel 1314 il guelfo
Alessandro Novello di Treviso, vescovo di Feltre, riconsegnerà tre
fuorusciti ghibellini di Ferrara, ai quali aveva dato asilo, a Pinuccio della
Tosa, vicario di Roberto d’Angiò in quella città, che li farà decapitare.
Cunizza si tacque, e rientrò nel cerchio delle anime rotanti. L’altra anima
beata, che già era stata presentata a Dante come gemma preziosa, scintillava
come un purissimo rubino colpito dal sole.
«O anima beata, nessun mio desiderio ti può sfuggire» le disse Dante.
«Dunque, perché non mi parli?»
Dante si rivolge all’anima di Folchetto (Folquet), di origine genovese
ma nato a Marsiglia, famoso poeta provenzale nato nella seconda metà del
secolo XII e morto nel 1231. Dopo aver frequentato numerose e importanti
corti scrivendo soprattutto poesie d’amore, si era fatto monaco cistercense.
Nel 1205 divenne vescovo di Tolosa e in quella veste si segnalò come uno
dei più accesi sostenitori della crociata contro gli Albigesi, sia
appoggiando la predicazione di san Domenico, sia guerreggiando lui stesso
contro gli eretici.
E quell’anima allora cominciò: «Io sono nato sulla sponda del
Mediterraneo, tra l’Ebro (in Spagna) e la Magra, il corto fiume che divide il
genovese dalla Toscana, nella città (Marsiglia), collocata quasi sullo stesso
meridiano di Bugie (in Algeria), il cui porto spumeggiò di sangue (per la
strage compiutavi da Decimo Bruto, luogotenente di Cesare, nel 43 a.C.).
Chi mi conosceva mi chiamava Folco. Sono in questo cielo perché, in
gioventù, arsi d’amore più di Didone per Enea, di Fillide per Demofoonte,
di Ercole per Iole. Di quegli amori qui in Paradiso non ci pentiamo, anzi, ne
gioiamo: ci rallegriamo non della colpa, della quale abbiamo perso perfino
il ricordo (dopo l’immersione nel Lete), ma della virtù divina che ha
ordinato al bene quegli influssi celesti».
Del tragico amore di Didone per Enea Dante aveva parlato nel canto 5
dell’Inferno. Da Ovidio ricava le storie di Fillide, figlia del re di Tracia,
che si era uccisa pensando che Demofoonte, figlio di Teseo, l’avesse
abbandonata e di Ercole, il cui amore per Iole aveva suscitato la gelosia
della moglie Deianira, gelosia che in seguito sarebbe stata la causa della
sua morte (come si racconta nel canto 12 dell’Inferno).
«Mi è chiaro che tu desideri sapere di chi sia l’anima racchiusa nella luce
che splende qui vicino a me, e affinché ogni tuo desiderio sia esaudito,
sappi che in quella luce si gode la pace dei beati Raab, la meretrice che per
prima fu assunta in questo cielo quando Cristo risorto scese all’Inferno e
liberò le anime dei giusti dell’Antico Testamento (come raccontato nel
canto 4 dell’Inferno). Ed è giustissimo che sia in Paradiso, dato che essa
favorì la prima gloriosa impresa di Giosuè nella conquista della Terra
Santa.»
Racconta la Bibbia che la prostituta cananea Raab accolse e nascose
nella sua casa di Gerico due esploratori inviati da Giosuè per studiare il
modo di espugnare la città. Lei, i suoi famigliari e la sua casa furono i soli
a scampare al massacro dopo la presa della città.
«Della Terra Santa» proseguì Folchetto «il papa nemmeno si ricorda. La
tua città (Firenze), pianta germogliata dal seme di Satana, conia e diffonde
ovunque quel fiore maledetto (il fiorino d’oro, che portava impresso un
giglio su una delle due facce) che ha trasformato i pastori (gli ecclesiastici)
in lupi, traviando il gregge cristiano. Per procurarsi fiorini gli ecclesiastici,
messi da parte il Vangelo e i Padri della Chiesa, studiano intensamente i
testi del diritto canonico, come si può vedere dalle fitte note vergate sui
margini di quei libri. Solo ai fiorini pensano papi e cardinali, non certo a
Nazareth, dove l’arcangelo Gabriele fece l’annuncio a Maria. Ma presto il
Vaticano e gli altri luoghi illustri di Roma nei quali furono martirizzati i
primi cristiani saranno liberati dall’adulterio che li profana.»
CANTO 10
Cielo del Sole. Spiriti sapienti: Tommaso d’Aquino

Dante si rivolge al lettore: premesso che Dio ha creato l’universo con un


ordine tale che chi lo rimira non può non godere della sua potente sapienza,
lo invita a sollevare insieme a lui gli occhi a quella parte del cielo nella
quale si scontrano i due opposti movimenti rotatori, quello diurno
(equatoriale) da levante a ponente e quello annuo (zodiacale) da ponente a
levante, e, partendo da lì, a contemplare con amore l’opera divina. Il lettore
vedrà, infatti, come proprio da quel punto (equinoziale) si diverge,
inclinato, il cerchio zodiacale nel quale si muovono le orbite del sole e degli
altri pianeti: se non fosse inclinato rispetto all’equatore molte benefiche
influenze dei cieli resterebbero senza effetto, se lo fosse di più o di meno,
l’ordine sulla Terra ne sarebbe alterato. «Adesso, o lettore,» continua Dante
«resta al tuo banco di studio e rifletti su ciò che ti ho appena accennato: ti
ho servito il cibo, ora nutriti da solo, perché tutta la mia attenzione è
richiamata dal resoconto del viaggio in Paradiso.»

Senza accorgersene era salito al cielo del Sole. La luce sprigionata dagli
spiriti che si trovavano nel pianeta era talmente intensa che lui riusciva a
distinguerli perfino dentro al bagliore solare. Tuttavia, confessa, per quanto
faccia appello al suo talento, alla sua arte, alla sua esperienza, non è in
grado di descriverli: i lettori gli credano per fede.
Beatrice lo esortò a ringraziare il Signore, e lui lo fece con amore e
devozione così intensi da fargli dimenticare la stessa Beatrice. Questa non
se ne dispiacque, ma sorrise con tale felicità che il fulgore dei suoi occhi
richiamò in parte la mente di Dante che era tutta concentrata in Dio. E così
scorse una schiera di anime più luminose del sole disporsi a corona intorno
a lui e a Beatrice: cantavano, e la dolcezza di quel canto era addirittura
superiore allo splendore della loro luce. Come tante altre cose del Paradiso,
anche quel canto non può essere descritto qui in Terra. Sempre cantando,
girarono lentamente per tre volte intorno a loro, poi si arrestarono, simili a
danzatrici che, senza sciogliere la figura del ballo, si fermino a una pausa
della musica in attesa che essa ricominci. Una di quelle anime cominciò a
parlare:
«Poiché in te splende così intensamente il raggio della grazia divina, non
possiamo non appagare la tua sete di conoscenza. Tu desideri sapere di
quali fiori sia adorna questa ghirlanda di anime: ebbene, io fui uno degli
agnelli del santo gregge che Domenico con la sua regola conduce dove ci si
può arricchire spiritualmente se non si corre dietro a cose vane (il senso di
questa frase sarà spiegato nel canto successivo). Quello che mi è più vicino
sulla destra, mio confratello e maestro sulla Terra, è Alberto di Colonia, io
sono Tommaso d’Aquino.»
Tommaso d’Aquino (Roccasecca 1226-Fossanova 1274), detto anche
«Doctor angelicus», fu il più importante teologo della sua epoca. Entrato
nell’ordine dei domenicani, studiò a Parigi e allo Studio generale di
Colonia (dove ebbe maestro Alberto Magno). Insegnò nelle università di
Parigi e Napoli. Le sue opere fondamentali, anche per Dante, sono la
Summa theologiae e la Summa contra Gentiles; il suo pensiero teologico è
imperniato sull’integrazione fra il razionalismo aristotelico e la rivelazione
cristiana. Alberto Magno (Lauingen, fra il 1193 e il 1206-Colonia 1280),
detto «Doctor universalis», fattosi domenicano a Padova nel 1223, insegnò
a Colonia, Hildesheim, Friburgo, Ratisbona (dove fu anche vescovo),
Strasburgo, Parigi. Ebbe tra i suoi allievi Tommaso d’Aquino.
«Segui con gli occhi i beati che ti nomino» continuò Tommaso.
E nell’ordine presentò Graziano (monaco camaldolese e docente di
teologia a Bologna, morto prima del 1160, famoso per aver raccolto e
sistemato l’intera legislazione ecclesiastica), Pietro Lombardo (insegnante
di teologia a Parigi, morto nel 1160, raccolse e commentò le sentenze dei
Padri della Chiesa), Salomone (che parlerà risolvendo un dubbio di Dante
nel canto 14 e di cui qui Tommaso dice che «non nacque un altro uomo così
sapiente come lui» con una espressione di cui lo stesso Tommaso spiegherà
il significato nel canto 13), Dionigi Areopagita (che nel Medioevo veniva
indentificato con l’autore di un trattato sugli angeli, che si proclamava
allievo di san Paolo ma che in realtà visse tra V e VI secolo; Dante ne
parlerà nel canto 28), Paolo Orosio (storico cristiano vissuto tra il IV e il V
secolo della cui opera si giovò Agostino d’Ippona), Severino Boezio
(senatore romano e filosofo, nato intorno al 480 d.C. e nel 526 condannato
a morte da Teodorico re dei Goti, di cui era stato autorevole consigliere.
Nel Medioevo era considerato un martire. Durante la prigionia scrisse il
trattato, decisivo per l’educazione filosofica di Dante, De consolatione
philosophiae [La consolazione della filosofia]), Isidoro di Siviglia (vescovo,
nato intorno al 560 e morto nel 626, famoso per l’enciclopedia
Etymologiae), Beda (monaco benedettino detto il Venerabile, grande
erudito, nato in Inghilterra nel 674 e ivi morto nel 735), Riccardo di San
Vittore (monaco agostiniano scozzese, così detto dal nome dell’abbazia di
Parigi di cui fu priore dal 1162 alla morte nel 1173, fu uno dei principali
autori mistici del Medioevo). Da ultimo, Tommaso presentò un’anima che
in vita, immerso com’era in pensieri tormentosi, aveva desiderato di essere
preso in fretta dalla morte: era l’anima luminosa di Sigieri di Brabante,
colui che, facendo lezione nel Vico degli Strami (la rue du Fouarre, a
Parigi, dove aveva sede la Facoltà delle Arti), aveva dimostrato attraverso
rigorose deduzioni logiche verità che gli avevano procurato odio e
persecuzione.
Sigieri di Brabante (1226-1283) aveva insegnato nello Studio di Parigi;
sostenitore del razionalismo aristotelico-averroista, era entrato più volte in
polemica con lo stesso Tommaso d’Aquino. Nel 1277 le sue tesi erano state
condannate dal vescovo di Parigi, e lui si era rifugiato presso la corte
papale, che però lo aveva trattenuto in una sorta di soggiorno obbligato.
Fu ucciso a Orvieto in circostanze e per cause mai chiarite.
Quando Tommaso smise di parlare la corona delle anime, con un
movimento simile a quello di un orologio meccanico che, all’alba, l’ora
nella quale la Chiesa recita il mattutino a Cristo suo sposo, con il suo dolce
«tintin» sveglia i fedeli colmando d’amore il loro spirito già predisposto,
cominciò di nuovo a ruotare e intanto i beati cantavano accordando le loro
voci con un’armonia tale che solo in Paradiso può essere conosciuta.
CANTO 11
Tommaso d’Aquino elogia san Francesco

O uomini insensati, – esclama Dante autore – svolazzate terra terra


sbagliando i vostri calcoli! Mentre io, libero da ogni preoccupazione
terrena, ero accolto con Beatrice nella suprema gloria del cielo, giù da voi
c’era chi si dava agli studi di diritto e chi alla medicina, chi cercava cariche
ecclesiastiche e chi il potere, chi rubava e chi attendeva alla pubblica
amministrazione, chi si consumava nei piaceri della carne e chi si
abbandonava all’ozio.

Dopo che la corona dei beati ebbe compiuto un intero giro, l’anima che
già prima aveva parlato (Tommaso d’Aquino), con un sorriso che accrebbe il
suo chiarore, si rivolse a Dante dicendogli che, siccome leggeva ogni suo
pensiero nella mente di Dio, sapeva che due punti del suo precedente
discorso in lui avevano generato dubbi, e precisamente quando aveva
affermato che seguendo la Regola di Domenico ci si può arricchire
spiritualmente se non si corre dietro a cose vane e che non era nato alcun
uomo più sapiente di Salomone. Adesso li avrebbe sciolti entrambi.
«L’imperscrutabile provvidenza divina,» cominciò «affinché la Chiesa,
sposa di Cristo, procedesse verso il suo amato sposo con dottrina più sicura
e comportamento a lui più conforme, dispose che la guidassero due
principi: uno (Francesco) ardente di carità come un Serafino, l’altro
(Domenico) sfolgorante di sapienza come un Cherubino (sono i due ordini
angelici più elevati: i Serafini sono caratterizzati dall’amore ardente per
Dio, i Cherubini dalla sua piena conoscenza). Ti parlerò solo del primo, ma
è chiaro che, di qualunque dei due si tessano le lodi, è come lodare anche
l’altro: essi, infatti, perseguirono lo stesso scopo.
Fra il fiume Topino e quello (il Chiascio) che discende dal monte scelto
come suo romitaggio dal beato Ubaldo (Baldassini [1084-1160], prima
eremita e poi vescovo di Gubbio) digrada la costa di un alto monte (il
Subasio) i cui versanti da un lato guardano verso Perugia, dall’altro verso
Nocera e Gualdo. Dal versante rivolto verso Perugia, nel punto in cui
diventa meno ripido, è spuntato un sole, proprio come questo, nel quale ci
troviamo, a primavera spunta dal Gange. Ecco perché chi nominasse quel
luogo Ascesi (forma toscana antica per Assisi, da Dante interpretata
etimologicamente come «ascendere, sorgere») direbbe troppo poco; per
chiamarlo in modo appropriato, dovrebbe dire Oriente. Era sorto da poco, e
già quel sole faceva sentire alla Terra il suo benefico influsso. Ancora
giovanissimo Francesco affrontò l’ira del padre per amore di una donna
(Povertà) che, come la morte, nessuno mai vorrebbe fare sua, e lui, invece,
la sposò davanti al tribunale ecclesiastico e al cospetto del padre. Da quel
giorno l’amò sempre più intensamente.»
Francesco aveva destinato i proventi della vendita di alcuni beni
familiari al restauro della chiesa di San Damiano; il padre Pietro
Bernardone, mercante di stoffe, nel 1207 – Francesco era nato nel 1182 –
lo citò davanti al vescovo di Assisi obbligandolo a rinunciare all’eredità:
Francesco si spogliò di tutti i suoi averi, abiti compresi.
«Questa donna, vedova del suo primo marito (Cristo), prima che
Francesco la sposasse non era più stata chiesta in moglie per più di mille e
cento anni: a vincere il disprezzo che tutti provavano nei suoi confronti non
erano valse né la fama che perfino colui che incuteva paura al mondo intero
non l’aveva intimidita (racconta Lucano nella Farsaglia che Cesare
nell’Epiro una notte capitò nella capanna di un povero pescatore di nome
Amiclate per chiedergli di traghettarlo in Italia e che questi non mostrò la
minima paura nei suoi confronti) né l’essere stata impavidamente fedele a
Cristo tanto da piangere con lui sulla croce quando perfino Maria ne era
rimasta ai piedi. Questi due amanti sono Francesco e Povertà. La loro
armonia, la serenità e l’amore che trasparivano dai loro volti, la
meravigliosa dolcezza con la quale si guardavano suscitavano in tutti
pensieri di santità: il primo a esserne colpito, al punto da seguire Francesco
a piedi nudi (secondo il costume dei frati), fu Bernardo; ma poi quella sposa
felice attrasse anche Egidio e Silvestro.»
Bernardo di Quintavalle, nobile di Assisi, morto prima del 1246, seguì
Francesco nel 1209 e già nel 1211 fondò a Bologna il primo convento
francescano; sono di Assisi anche Egidio, morto a Perugia nel 1262, e il
sacerdote Silvestro, morto nel 1240.
«Poi in compagnia della sua donna e di un piccolo gruppo di discepoli
scalzi e con una corda per cintura si recò a Roma, e qui, senza alcuna
vergogna per essere figlio di Pietro Bernardone, un semplice mercante, e
nemmeno per il suo vestito tanto miserevole da suscitare stupore in chi lo
vedeva, anzi, con fierezza regale espose a papa Innocenzo III (nel 1210) la
rigida Regola e ne ottenne una prima approvazione (orale). Dopo che la
famiglia dei poverelli si fu accresciuta, fu lo Spirito Santo ad approvarla
solennemente per la seconda volta per mezzo di papa Onorio III (con la
bolla del 1223 che istituiva l’ordine francescano). L’ultimo definitivo
sigillo (le stigmate) fu imposto sul corpo di Francesco da Cristo stesso sul
monte della Verna, dopo che questi, spintosi in Terrasanta per sete di
martirio e predicato alla presenza del superbo Sultano, avendo constatato
che i popoli musulmani non erano maturi per una conversione al
cristianesimo, era ritornato al suo proselitismo in Italia.»
Tommaso si riferisce a quando Francesco, fatto prigioniero con altri
dodici seguaci durante un suo viaggio in Oriente nel 1219, tentò di
convertire il sultano d’Egitto Malek-al-Kamil, che lo aveva ricevuto e
ascoltato con rispetto.
«Per due anni il suo corpo portò impressi quei segni divini (dal 1224 alla
morte nel ’26); quando poi a Dio piacque di richiamarlo a riscuotere il
premio meritato dalla sua umiltà, ai suoi confratelli raccomandò che
amassero la donna che a lui era stata più cara di tutte (la povertà) e che le
fossero fedeli: e fu proprio dal suo grembo che quell’anima illustre si staccò
per ritornare al proprio regno disponendo che il corpo non avesse altra bara
che lei (Francesco al momento della morte chiese che il suo corpo fosse
posto nudo per terra nella chiesa della Porziuncola).
Dopo ciò che ti ho detto della grandezza di Francesco – proseguì
Tommaso –, pensa a quanto grande dovette essere anche il fondatore del
mio ordine (Domenico, Tommaso infatti è un domenicano), se fu suo degno
compagno nell’impresa di mantenere sulla giusta rotta in mare aperto la
nave di Pietro (la Chiesa); e da ciò puoi capire che chi segue la sua Regola
carica la propria barca di buona mercanzia (cioè accumula meriti per la
salvezza eterna). Ma il gregge domenicano, diventato ghiotto di cibi diversi
da quelli indicati dal fondatore (i beni terreni), si disperde nella ricerca di
pascoli che non forniscono il giusto nutrimento. Sì, alcuni si tengono stretti
al pastore, ma sono davvero pochi. Dunque – concluse Tommaso –, se io mi
sono spiegato bene e se tu mi hai ascoltato con attenzione, ritengo che
adesso tu abbia capito sia perché l’albero domenicano si spezza in schegge
sia cosa volessi dire quando affermavo che seguendo la Regola di
Domenico ci si può arricchire, a patto di non correre dietro a cose vane.»
CANTO 12
Bonaventura da Bagnoregio elogia san Domenico

Tommaso aveva appena pronunciato l’ultima parola che già la corona dei
beati aveva cominciato a ruotare e non aveva fatto in tempo a compiere un
giro completo che una seconda corona l’aveva circondata, accordando il suo
movimento e il suo canto alle anime della prima. Sembravano due
arcobaleni concentrici e di uguale colore. Dopo che entrambe le corone
nello stesso istante ebbero cessato di danzare in tondo e di cantare,
dall’interno di una delle luci della seconda ghirlanda si alzò una voce.
Dante si girò nella direzione da cui proveniva.
È la voce, come sarà rivelato solo alla fine del canto, di Giovanni
Fidanza, universalmente noto come Bonaventura da Bagnoregio, nato nel
1221 e morto nel 1274. Francescano, insegnò a Parigi nel 1248; dal 1256
fu generale dell’Ordine, e con questa carica cercò di comporre i dissidi
interni ai francescani, e nel 1272 divenne cardinale. Collega e in alcune
occasioni rivale di Tommaso d’Aquino, scrisse opere mistiche e la Legenda
maior sulla vita di Francesco.
La voce esordì dicendo che l’amore divino la spingeva a parlare
dell’altro condottiero (Domenico) che Tommaso aveva indirettamente
celebrato con i suoi grandi elogi di Francesco: era giusto esaltare
congiuntamente la gloria celeste di quei due, che in vita avevano
combattuto per lo stesso scopo. Siccome l’esercito di Cristo seguiva il
vessillo della Croce stancamente, titubante e a ranghi ridotti, Dio, per pura
misericordia, era venuto in soccorso di quelle truppe in pericolo e aveva
inviato in aiuto della Chiesa due campioni: grazie alle loro azioni e alla loro
predicazione il popolo cristiano traviato si era ravveduto.
Poi la voce proseguì: «Nella parte occidentale del mondo, poco lontano
dalla costa atlantica, si trova, sotto la protezione dei re di Castiglia, la
fortunata città di Calaroga: qui nacque quell’amoroso vassallo della fede
cristiana, il santo combattente benevolo con i suoi, implacabile con i
nemici».
Domenico nacque nel 1170 a Calaruega, piccolo borgo della provincia
di Burgos nella Vecchia Castiglia, forse dalla nobile famiglia dei Guzman;
compiuti gli studi di filosofia a Palencia, divenne sottopriore della
cattedrale di Osma. A seguito di una missione diplomatica condotta insieme
al vescovo Diego de Azevedo, nel 1205 venne in contatto con l’eresia degli
Albigesi in Linguadoca. Nel 1206 ottenne da Innocenzo III il permesso
verbale di predicare contro gli eretici e partecipò, con la predicazione più
che con le armi, alla crociata anti-albigese del 1209-13. L’ordine dei frati
predicatori fu approvato ufficialmente nel 1217 da papa Onorio III;
Domenico ne divenne generale nel 1220. Morì a Bologna l’anno
successivo.
«Già al momento del suo concepimento l’anima di Domenico fu riempita
di tanta virtù da rendere profetica la madre (allusione alla leggenda
secondo la quale la madre sognò che avrebbe partorito un cane bianco e
nero, come l’abito dei domenicani, con in bocca una fiaccola che
incendiava il mondo); al momento del battesimo, poi, la madrina aveva
visto in sogno quali cose straordinarie avrebbero compiuto lui e i suoi
seguaci (altra leggenda, secondo la quale la madrina del battesimo avrebbe
sognato che il bambino, con una stella in fronte, guidava il mondo). Infine,
affinché fosse anche nel nome quale era di fatto, da qui in Paradiso discese
l’ispirazione di chiamarlo con il nome di Colui a cui lui totalmente
apparteneva, e perciò fu battezzato Domenico (Dominicus è l’aggettivo
possessivo di Dominus, signore). Io dico che lui fu l’agricoltore che Cristo
scelse perché lo aiutasse a coltivare il suo orto. E infatti fin da bambino si
presentò come inviato e servo di Cristo: molte volte la nutrice lo trovo di
notte, sveglio, in ginocchio per terra; taceva, ma sembrava dire: “Io sono
venuto a questo” (a vivere in povertà e umiltà). Felice realmente e non solo
di nome suo padre! E davvero Giovanna (Grazia del Signore), sua madre!
In poco tempo divenne dottissimo, non per ottenere onori e vantaggi
economici, per i quali oggi si affaticano quelli che studiano diritto canonico
sui libri dell’Ostiense (Enrico di Susa, nominato cardinale e vescovo di
Ostia nel 1262, insigne studioso di diritto ecclesiastico, morì nel 1271) e
medicina su quelli di Taddeo (Alderotti, 1215-95, fiorentino e professore di
medicina a Bologna), ma per curare quella vigna (la Chiesa) che presto
inaridisce se il vignaiuolo (il papa) la trascura. Alla Santa Sede, un tempo
più generosa con i poveri di quanto non lo sia oggi per colpa del papa, non
chiese la carica di dispensiere di mensa vescovile, non la rendita del primo
beneficio vacante, non le decime, che appartengono ai poveri di Dio, ma
chiese la licenza di predicare contro gli eretici in favore della dottrina
ortodossa. Poi, ottenuto il mandato papale, con l’impeto di un torrente di
montagna si abbatté sulla sterpaglia ereticale, più duramente là dove le
resistenze erano maggiori (nella Francia meridionale, centro dell’eresia
albigese). Da quel torrente si formarono tanti ruscelli che adesso rendono
verdeggiante l’orto cattolico».
Continuò la voce del beato: «Se una delle due ruote del carro da
combattimento con il quale la Chiesa vinse la guerra contro l’eresia fu di tal
fatta, dovrebbe esserti chiara anche l’eccellenza dell’altra ruota
(Francesco), quella che ti ha elogiato Tommaso prima che io qui arrivassi.
Se non che nessuno segue più il solco da essa tracciato: il buon vino si è
guastato. I francescani adesso camminano in senso contrario. D’accordo,
chi sfogliasse foglio per foglio il libro dell’Ordine su alcune carte potrebbe
ancora leggere “Io non sono cambiato”, ma chi lo ha scritto sicuramente
non viene né da Casale né da Acquasparta: dei due che provengono da quei
luoghi, uno elude la Regola francescana, l’altro la irrigidisce».
Di Casale Monferrato è Ubertino (1259-dopo il 1325), esponente di
punta del movimento degli «spirituali», cioè di coloro che propugnavano il
ritorno al rigore della Regola di Francesco; fra il 1287 e il ’90 era stato
lettore di teologia nello Studio francescano di Santa Croce a Firenze, e lì
Dante avrebbe potuto ascoltare qualche suo sermone. Matteo
d’Acquasparta (1240-1302), ministro generale dell’Ordine dal 1287 al
1291, cardinale dal 1288, è qui assunto come esponente dei cosiddetti
«conventuali», cioè della parte francescana che interpretava la Regola in
senso lassista. Nel biennio 1300-01 era stato inviato da Bonifacio VIII
come legato a Firenze, dove aveva svolto una politica di sostanziale
appoggio della fazione dei Neri.
Terminato che ebbe di deplorare la triste condizione in cui versavano i
francescani, il beato prima si presentò («Io sono Bonaventura da
Bagnoregio, nelle alte cariche da me ricoperte ho sempre messo in secondo
piano le cose terrene») e poi nominò a una a una le altre undici anime che
insieme a lui formavano la nuova corona: Illuminato e Agostino (l’uno di
Rieti, l’altro di Assisi, tra i primi seguaci di Francesco), Ugo da San Vittore
(fiammingo, 1097 ca-1141, fu abate dell’abbazia parigina di San Vittore),
Pietro Mangiatore o Comestore (teologo, tra l’altro cancelliere
dell’Università di Parigi, morì nell’abbazia di San Vittore fra gli anni
Settanta e Ottanta del XII secolo), Pietro Spano (o Ispano, cosiddetto
perché originario di Lisbona; autore di un’opera di logica centrale per la
cultura medievale), Natan (profeta ebraico che rimproverò a Davide
l’adulterio con Betsabea e l’uccisione del marito di lei Uria), Giovanni
detto Crisostomo o Boccadoro (345 ca-407, patriarca di Costantinopoli),
Anselmo d’Aosta (1033-1109, benedettino e arcivescovo di Canterbury),
Elio Donato (grammatico del IV secolo, autore di un manuale usato come
libro di testo nelle scuole), Rabano Mauro (776-856, benedettino e
arcivescovo di Magonza). Per ultimo nominò il calabrese Gioachino da
Fiore, dicendo che era dotato di capacità profetiche (nato a Celico nel 1130
ca e morto nel 1202, Gioachino, prima cistercense, fondò un suo Ordine
religioso con sede nel monastero di San Giovanni in Fiore sulla Sila. Aveva
profetizzato l’avvento di una nuova età di rigenerazione influenzando con le
sue idee la corrente degli «spirituali» francescani).
Infine si congedò dicendo che a spingere lui a esaltare quel grande
paladino della fede (Domenico) e le anime beate di quella corona ad
assecondarlo nella lode era stato il generoso e limpido discorso di Tommaso
d’Aquino.
CANTO 13
Di nuovo Tommaso d’Aquino

Alla fine del discorso di Bonaventura le due corone concentriche di dodici


beati ciascuna ripresero a ruotare, cantando, una in una direzione, l’altra in
quella opposta. Se i lettori – avverte Dante autore – riuscissero a
immaginare due costellazioni fantastiche, ognuna di dodici luminosissime
stelle disposte in cerchio, che girassero in opposta direzione l’una
all’interno dell’altra, ebbene, essi avrebbero solo una pallida immagine del
doppio velocissimo movimento che quella reale costellazione di anime
compiva intorno a lui. Ruotando, i beati celebravano con il canto la trinità e
unità di Dio e la duplice natura, umana e divina, di Cristo. Poi si
arrestarono, smisero di cantare e dedicarono tutta la loro attenzione a
Beatrice e a Dante.
A interrompere il silenzio fu l’anima che aveva raccontato la vita
mirabile del poverello d’Assisi. Tommaso disse a Dante che, dopo avergli
chiarito (nel canto 11) il suo primo dubbio (cioè perché seguendo la Regola
di Domenico ci si può arricchire, a patto di non correre dietro a cose vane),
adesso la carità lo spingeva a risolvere il secondo (perché non era mai nato
uomo più sapiente di Salomone): quando (nel canto 10) lo aveva sentito
affermare che nessun uomo era stato pari in sapienza a Salomone, Dante
doveva essersi sicuramente meravigliato, convinto com’era che Dio avesse
infuso in Adamo e in Cristo tutta la possibile sapienza umana. Gli avrebbe
dimostrato che la convinzione che egli nutriva e l’affermazione che lui
aveva fatto erano entrambe veritiere.
Continuò spiegando che tutto ciò che esiste, incorruttibile e non, è un
riflesso del Verbo divino che, per sua bontà, fa convergere i suoi raggi,
quasi specchiandosi, sui nove cori degli angeli rimanendo sempre uno; dalle
gerarchie angeliche la luce del Verbo discende di cielo in cielo,
trasformandosi tanto che alla fine genera creature corruttibili, in quanto non
prodotte direttamente ma attraverso la mediazione dei cieli stessi. Siccome
la loro materia e la virtù dei cieli che le informa non sono sempre nella
stessa disposizione, ecco che la luce divina vi traspare in modo differente:
perciò alberi della stessa specie danno frutti migliori o peggiori e gli uomini
nascono con indoli diverse. Se invece la creazione è compiuta direttamente
dalla Trinità, allora nella creatura è infusa ogni perfezione: così fu creato
Adamo, così fu impregnata la Vergine Maria.
«Dunque» concluse Tommaso «approvo la tua opinione che la natura
umana non fu né sarà mai perfetta come in Adamo e in Cristo. Ma se mi
fermassi qui, tu potresti obiettare: “E allora, come hai potuto dire che
Salomone non ha uguali in sapienza?”.»
Tommaso seguitò la sua spiegazione invitando Dante a riflettere su quale
ruolo Salomone ricoprisse quando aveva chiesto a Dio il dono della
sapienza e a quale scopo aveva fatto quella richiesta.
Racconta la Bibbia che Dio era apparso in sogno a Salomone e gli
aveva detto di chiedergli ciò che voleva e che lui aveva chiesto la sapienza
per poter governare saggiamente il suo popolo; Dio lo accontentò e gli
promise che nessun altro avrebbe avuto un cuore sapiente e intelligente
quanto lui.
Insomma, anche dal suo discorso avrebbe dovuto apparirgli chiaro che
Salomone aveva parlato a Dio come re e aveva chiesto la sapienza per
essere all’altezza del suo compito di re, non per spaziare nei campi della
metafisica, della logica, della fisica o della geometria. Da ciò che lui aveva
detto prima e adesso risultava dunque evidente che egli intendeva riferirsi
non alla sapienza in generale ma a quella, di cui pochi erano dotati,
necessaria ai re che governano. E con questo veniva a cadere ogni
contraddizione fra le sue parole e il giusto convincimento di Dante che
Adamo e Cristo fossero stati gli uomini più sapienti in assoluto.
Aggiunse poi che il fraintendimento in cui era caduto avrebbe dovuto
servirgli da lezione: bisognava essere cauti nell’affermare o nel negare
qualcosa di cui non si ha una piena comprensione; farlo è proprio da stolti.
Siccome il giudizio frettoloso induce in errore, e dall’errore è difficile
recedere, cercare la verità senza avere gli strumenti adatti è, più che inutile,
dannoso: lo dimostrano filosofi come Parmenide, Melisso (filosofi greci
della scuola eleatica vissuti nel V secolo a.C.), Brisone (filosofo e
matematico, figlio dello storico Erodoto, vissuto nel IV secolo a.C.; cercò di
risolvere il problema della quadratura del cerchio), quegli eretici che
distorsero le Scritture come Sabellio (che negava la Trinità; la sua dottrina
fu condannata dal concilio di Alessandria nel 261) e Ario (il quale negava
che Cristo avesse natura divina; l’eresia ariana fu condannata al concilio
di Nicea nel 325). Capita di vedere durante l’inverno un pruno secco e irto
di spine che poi a primavera fiorisce, come capita di vedere una nave snella
e veloce correre sicura per il mare e poi naufragare in vista del porto: ciò
insegni a non giudicare con troppa fretta il futuro sulla base di ciò che
appare al presente. Una qualunque donna Berta e un qualunque ser Martino,
per aver visto uno rubare e un altro fare offerte in Chiesa, non credano di
sapere come Dio li giudicherà: il ladro, infatti, può pentirsi e salvarsi,
l’uomo pio può peccare e dannarsi.
CANTO 14
Altri spiriti sapienti: Salomone. Salita al cielo di Marte

Tommaso d’Aquino parlava dal cerchio dei beati a Beatrice e Dante che vi
si trovavano al centro; non appena ebbe terminato il suo discorso, fu
Beatrice a prendere la parola rivolgendosi alle anime che le facevano
corona: disse loro che nella mente di Dante sicuramente era nato un dubbio,
anche se lui al momento non solo non lo esprimeva a parole, ma nemmeno
lo formulava con il pensiero, e li pregò di volerglielo chiarire. Il dubbio era
questo: la fascia luminosa che avvolgeva le loro anime si sarebbe mantenuta
anche dopo la resurrezione della carne e, se sì, una volta ripreso il corpo,
tutta quella luminosità non avrebbe impedito ai loro occhi di vedere?
Questa richiesta suscitò un tale slancio gioioso nella doppia corona di beati,
che ripresero a danzare e a cantare meravigliosamente. Cantarono per tre
volte un inno alla Trinità. Poi, nel silenzio, Dante udì una voce uscire dalla
più sfolgorante delle luci della prima ghirlanda interna: era umile e soave
come quella dell’arcangelo Gabriele quando fece l’annuncio a Maria.
È la voce di Salomone, che Tommaso d’Aquino aveva presentato nel
canto 10 e di cui si era parlato, seppur indirettamente, nel canto 13. Figlio
di David, fu re di Israele dal 971 al 931 a.C.; a lui si deve la costruzione
del Tempio di Gerusalemme. Siccome fu considerato il re più saggio e
sapiente, gli furono attribuiti scritti biblici come il Libro della Sapienza,
molti capitoli di quello dei Proverbi e anche il Cantico dei Cantici.
Salomone spiegò che la veste luminosa sarebbe durata in eterno e che il
suo splendore era proporzionale al grado di visione di Dio raggiunto da
ogni anima; questo era a sua volta commisurato alla quantità di grazia che
Dio le concedeva; pertanto, siccome dopo la resurrezione sarà più completa
e perfetta, la persona umana riceverà un maggior dono di grazia e quindi
splenderà più di prima. Ma tanta luce non la danneggerà perché il corpo
risorto sarà ancora più luminoso di quell’irradiazione che lo circonda e i
suoi organi visivi, potenziati, saranno capaci di vedere gli altri corpi.
L’«Amen» che a questo punto pronunciarono in coro i beati di entrambe
le ghirlande mostrò quanto desiderassero riavere i loro corpi: forse non lo
desideravano solo per accrescere la propria beatitudine, ma anche per poter
rivedere le mamme, i padri e le altre persone che avevano amato in vita.
Ma ecco che un chiarore di intensità pari a quella delle ghirlande si
diffuse tutt’intorno. A Dante parve di intravvedere nel cielo nuove anime
che si disponevano intorno alle due corone. Poi quel chiarore
all’improvviso divenne incandescente, tanto che gli occhi di Dante non lo
tollerarono. Questi prima guardò Beatrice, poi di nuovo in alto, e in quel
preciso momento si accorse di essere sollevato, solamente con Beatrice, a
un grado più alto di beatitudine (è il quinto cielo, quello di Marte). Se ne
era accorto a causa del barbaglio di fuoco di quel nuovo pianeta. Ringraziò
Dio con tutto il cuore, e subito capì che la sua preghiera era stata accolta:
infatti gli apparvero due strisce luminose ripiene di spiriti splendenti. Esse
tracciavano nello spessore di Marte il segno venerando della croce.

«Non chiedetemi altro» soggiunge Dante autore. «La mia memoria


supera la mia capacità di rappresentare ciò che vidi. Il vero cristiano mi
perdonerà capendo che in quella croce ho visto balenare l’immagine di
Cristo.»

Da un lato all’altro in orizzontale, dall’alto in basso in verticale lungo i


bracci della croce scorrevano anime luminose che brillavano più fortemente
quando si incrociavano e si oltrepassavano: sembravano quei corpuscoli che
si intravvedono agitarsi dentro la lista di luce che, a volte, attraversa
l’ombra di un ambiente chiuso. Da quelle anime si effondeva una melodia
che lo rapiva, anche se non riusciva a distinguere le parole del canto. Ogni
tanto percepiva un «Resurgi» e un «Vinci», e da ciò arguì che fosse un inno
di lode (di Cristo vincitore della morte). Nient’altro al mondo fino a quel
momento lo aveva avvinto con così dolci legami.

«Sono stato forse troppo ardito nell’anteporre la dolcezza di quel canto


al piacere che mi procuravano gli occhi di Beatrice?» si chiede Dante
autore. «Se sì, mi scusi il fatto che in quel nuovo cielo non li avevo ancora
guardati. Siccome la loro bellezza si faceva sempre più pura salendo di
cielo in cielo, in quello sarebbe stata sicuramente ancora maggiore e perciò,
guardandoli, li avrei trovati più belli di qualunque altra bellezza.»
CANTO 15
Combattenti per la fede: Cacciaguida e la Firenze dei suoi tempi

Il coro delle anime beate si tacque. Ed ecco che, simile a una stella cadente,
dal braccio destro la fiamma di una di loro slittò veloce fino ai piedi della
croce senza mai fuoruscire dalle liste luminose che la formavano.
Mostrando nei confronti di Dante un affetto pari a quello con il quale, come
racconta Virgilio (nell’Eneide), nei campi Elisi l’ombra di Anchise,
riconosciutolo, si era fatto incontro al figlio Enea, l’anima esclamò:
«O sanguis meus, o superinfusa gratia Dei, sicut tibi cui bis unquam celi
iuanua reclusa?» (O sangue mio, o sovrabbondante grazia di Dio, a chi,
come a te, fu mai aperta per due volte la porta del cielo?)
Dante lo guardò stupefatto, poi guardò Beatrice, e rimase ulteriormente
stupito dal bagliore che emanava dai suoi occhi. Intanto il beato aveva
continuato a parlare pronunciando parole così profonde che Dante non le
comprese. Fu solo dopo che, sfogata la piena dell’affetto, il suo parlare era
diventato comprensibile a mente umana che Dante distinse: «Che tu sia
benedetto, Signore uno e trino, che sei tanto generoso con la mia
discendenza».
Poi, rivolgendosi a Dante: «O figlio, grazie a colei che ti ha dato le ali
per volare così in alto (Beatrice) hai esaudito l’acuto desiderio di incontrarti
che da tanto tempo provavo dentro a questo lume leggendo il futuro nella
mente di Dio».
E seguitò dicendo che Dante giustamente credeva che ogni proprio
pensiero a lui fosse noto per mezzo di Dio, e che perciò non chiedeva chi
egli fosse e perché apparisse il più gioioso in quella folla beata. Ma ciò
nonostante lo incitò a fargli quelle domande, affinché, rispondendogli, lui
potesse manifestare a pieno l’ardore di carità che Dio gli trasmetteva.
Allora Dante, rivoltosi a Beatrice e ricevuto da lei un cenno d’assenso, dopo
aver dichiarato la sua umana insufficienza a ringraziarlo con parole
adeguate, si risolse a chiedergli il suo nome.
Dante si rivolge all’anima di un suo trisavolo di nome Cacciaguida (il
nome sarà rivelato solo alla fine del canto). Di lui sappiamo ben poco (ma
anche Dante non doveva saperne molto di più): un documento del 1131 lo
dice figlio di un certo Adamo, mentre un altro documento del 9 dicembre
1189 lo nomina come padre defunto dei fratelli Preitenitto e Alighiero. Ebbe
due figli: da quello di nome Alighiero nacque Bellincione, da cui un
secondo Alighiero, padre di Dante. Le altre notizie si desumono dal canto,
ma sulla loro attendibilità gravano molti dubbi. C’è da dubitare, per
esempio, che egli sia stato cavaliere, addirittura di investitura imperiale, e
sia morto crociato in Terrasanta, come Dante gli fa dire. Nel corso del
lungo colloquio con Cacciaguida Dante non perde occasione per cercare di
nobilitare la propria famiglia, che ai suoi tempi non apparteneva certo alla
nobiltà fiorentina.
Il beato subito rispose: «Io fui il capostipite della tua famiglia», e poi
specificò: «Colui dal quale essa prende nome fu figlio mio e bisavolo tuo.
Da più di cento anni percorre in tondo il primo girone (dei superbi) della
montagna del Purgatorio: faresti bene ad abbreviargli la penitenza con i tuoi
suffragi».
È Alighiero I, del quale nient’altro sappiamo se non che ebbe casa
vicino alla chiesa di San Martino al Vescovo (parte della quale sarebbe
passata in eredità allo stesso Dante), due figli (Bello e Bellincione) e che
era ancora in vita nell’agosto 1201 (mentre Cacciaguida nel 1300 afferma
che la sua anima si trova in Purgatorio da più di un secolo). La superbia è
un tipico peccato nobiliare: con l’attribuirla ad Alighiero Dante cerca di
avvalorare, dopo quella del trisavolo, anche la nobiltà del bisnonno.
Ciò detto, il beato raccontò che un tempo, quando la città era ancora
racchiusa dalle mura antiche (la prima, che la tradizione faceva risalire a
Carlo Magno, delle tre cinte murarie costruite nei secoli fino all’età di
Dante), in Firenze la vita scorreva pacifica, parsimoniosa e onesta. Le
donne non esibivano gioielli, gonne ricamate, cinture più appariscenti di chi
le indossava. Allora la nascita di una figlia non spaventava i padri, perché le
fanciulle non erano promesse in matrimonio in età così giovane come
succedeva adesso e le doti non erano spropositate (l’entità della dote era
commisurata alla condizione economica dello sposo; non di rado anche le
famiglie facoltose erano costrette a richiedere prestiti o stipulare mutui
bancari per dotare le figlie). Non c’erano famiglie senza figli; la lussuria
non le aveva corrotte. E nemmeno il lusso, adesso più sfrenato che nella
stessa Roma. Lui in persona aveva visto il nobile Bellincione Berti (dei
Ravignani, padre della Gualdrada, sposa a Guido Guerra III dei conti
Guidi, della quale si fa cenno nel canto 16 dell’Inferno e di cui si riparlerà
qui nel 16) indossare una semplice cintura di cuoio e di osso e sua moglie
senza alcun trucco sul viso. E aveva visto anche i Nerli e i Vecchietti
(famiglie colpite dalla legislazione antimagnatizia di fine Duecento)
accontentarsi di abiti fatti di pelle sfoderate e le loro mogli contente di filare
al fuso la lana. Fortunate le donne di allora! Tutte erano certe che sarebbero
state sepolte a Firenze (e non in terra straniera a causa dell’esilio della
famiglia) e nessuna restava sola nel letto nuziale perché il marito si era
trasferito a mercanteggiare in Francia (destinazione principale dei
commerci fiorentini). Una, accanto alla culla, vezzeggiava il neonato con il
linguaggio che prima ancora diverte i padri e le madri; un’altra, mentre
filava, attorniata dalla servitù, raccontava le storie dei Troiani, della
distruzione di Fiesole (già accennata nel canto 6 e, in precedenza, nel 15
dell’Inferno), di Roma. A quei tempi una donna come Cianghella e un
uomo come Lapo Saltarelli avrebbero suscitato più meraviglia di quanto
oggi susciterebbero un Cincinnato o una Cornelia (esempi canonici di
rettitudine e di virtù: il primo, già ricordato nel canto 6, dopo la vittoria
sugli Equi si ritirò tornando ai suoi campi; la seconda è la madre dei
Gracchi, menzionata nel canto 4 dell’Inferno).
La citazione sferzante di Cianghella come prototipo di donna lussuriosa
ha anche una valenza politica, dal momento che essa era moglie di Lito
degli Alidosi e cugina di Rosso Della Tosa, uno dei capi della fazione
«nera» avversa ai Donati; di fatto Dante contrappone Cianghella alla
pudicizia delle donne dei Donati, come Nella, moglie di Forese (ricordata
nel canto 23 del Purgatorio) e Piccarda (beata nel canto 3). Lapo Saltarelli,
giurista, fu uno dei capi della Parte «bianca» o cerchiesca e con lui Dante
collaborò strettamente soprattutto nel biennio 1300-1301: Dante non gli
perdona il tentativo, peraltro non riuscito, che egli fece di passare alla
Parte «nera» dopo il colpo di Stato del novembre 1301.
«Ecco» concluse il beato «io nacqui in quella tranquilla e serena città, tra
concittadini legati da reciproca fiducia: fui battezzato con il nome di
Cacciaguida nel vostro antico Battistero di San Giovanni. Ebbi due fratelli,
Moronto ed Eliseo, e una moglie originaria della Valle Padana: da lei derivò
il tuo cognome.»
Niente sappiamo dei fratelli di Cacciaguida: il nome Eliseo, tuttavia,
suggerisce un rapporto con la nobile famiglia ghibellina degli Elisei. Una
famiglia Alighieri o Aldighieri è effettivamente attestata a Ferrara già
nell’XI secolo.
«Fui poi al seguito dell’imperatore Corrado, ed egli, per i miei meriti, mi
fece cavaliere. Con lui passai in Terrasanta a combattere contro i musulmani
che, per colpa dei papi che se ne disinteressano, usurpano il vostro legittimo
diritto sui luoghi santi. Là fui ucciso e dal martirio passai a questa pace.»
Si discute su chi sia questo imperatore: se non è una invenzione di
Dante, potrebbe trattarsi del re dei Romani Corrado III di Hohenstaufen,
che condusse una crociata insieme al re di Francia Luigi VII conclusasi con
una disfatta, nella quale trovò lui stesso la morte, tra il 1147 e il ’48.
CANTO 16
Cacciaguida e la decadenza delle antiche famiglie fiorentine

Dopo aver fatto dire dal suo trisavolo al sé stesso personaggio che lui
discendeva da una famiglia di stirpe nobile, Dante autore si abbandona a
una appassionata apostrofe alla nobiltà: «O nobiltà di sangue, sarai anche
poca cosa, ma come potrei stupirmi se qui in Terra spingi gli uomini a
vantarsi di te, se perfino in Paradiso, dove i desideri sono fermamente
rivolti al vero bene, anch’io di te mi sono vantato? È vero, però, che sei
come un mantello che con il passare del tempo rapidamente si accorcia, a
meno che la virtù di chi lo indossa non lo allunghi di giorno in giorno».

Saputo della nobiltà di Cacciaguida, Dante passò, in segno di rispetto,


dal «tu» al «voi». Beatrice, che assisteva al dialogo un po’ in disparte, si
lasciò scappare un risolino (avvertendo così Dante di avere capito perché
usasse il «voi»), proprio come la dama di Malehaut, tossendo, aveva
avvertito Lancillotto di avere udito ciò che Ginevra gli aveva detto.
Nel romanzo in prosa francese Lancelot – lo stesso che leggevano
Francesca e Paolo – la dama di Malehaut, innamorata di Lancillotto ma
non corrisposta, assiste defilata al primo colloquio del cavaliere con la
regina Ginevra e, tossicchiando, avverte di avere capito dalle parole della
regina che è lei stessa l’oggetto d’amore di Lancillotto.
Prima gli manifestò il suo entusiasmo e poi gli chiese di dirgli chi erano i
suoi antenati, in che anno era nato, quanti abitanti aveva allora Firenze,
quali erano le famiglie altolocate più rispettabili.
L’anima si fece ancor più luminosa e con voce ancor più soave, ma
parlando un fiorentino antico diverso da quello di Dante, rispose di essere
nato nel 1091 nello stesso quartiere nel quale erano nati anche i suoi
antenati, nel punto in cui, a ponente, cominciava l’attuale sestiere di San
Pier Maggiore (dunque entro la cerchia delle antiche mura, dove abitavano
le famiglie di più antica nobiltà). Degli avi bastava sapere questo. Poi disse
che a quell’epoca i fiorentini atti alle armi erano un quinto di quelli di
adesso: ma erano tutti fiorentini puri, fino all’ultimo artigiano, mentre
adesso con loro si mescolavano quelli originari della Valle di Bisenzio,
della Valdelsa e del Valdarno.
«Quanto sarebbe meglio» esclamò «se fossero rimasti dei confinanti e se
i confini fossero ancor oggi al Galluzzo (a sud sulla via per Siena) e a
Trespiano (a nord su quella per Bologna); diventati cittadini, ammorbano
l’aria con il loro puzzo il contadino di Aguglione e quello da Signa,
prontissimo a lucrare sulle cariche pubbliche! (Baldo d’Aguglione, giurista,
originario della Val di Pesa, più volte priore, era stato uno degli estensori
degli Ordinamenti di giustizia del 1293 di Giano della Bella, ma poi si era
avvicinato ai magnati e aveva operato attivamente per fare cadere Giano;
schieratosi prima con i donateschi e poi con la fazione dei Della Tosa, nel
1311 era stato il maggiore responsabile dell’amnistia, nota per l’appunto
come riforma di Baldo d’Aguglione, che escludeva esplicitamente dal
beneficio l’esule Dante Alighieri: questi lo considerava suo nemico
personale. Bonifazio o Fazio Morubaldini da Signa giurista di parte
«bianca» passato con i «neri», era stato più volte priore dal 1302 e
Gonfaloniere di giustizia nel 1318.) Se la gente di Chiesa, la peggiore di
tutte, non si fosse comportata nei confronti dell’Imperatore come una
matrigna (limitandone i poteri e così consentendo ai Comuni di estendere i
loro sul territorio extracittadino), ma lo avesse accudito benevolmente
come una madre fa con un figlio, beh, certuni che adesso, cittadini di
Firenze, fanno i banchieri e i mercanti, sarebbero ancora nel contado di
Semifonte (in Valdelsa) a esercitarvi i piccoli commerci di cui vivevano i
loro nonni (forse allude a Lippo Venuti, mercante, avverso a Giano della
Bella), e ancora adesso il castello di Montemurlo (nel territorio di Pistoia)
sarebbe dei conti Guidi (che nel 1254 erano stati costretti a cederlo al
Comune di Firenze), i Cerchi vivrebbero ancora nella pievania di Acone (in
Val di Sieve; i Cerchi, il cui capo era Vieri, erano la più ricca e potente
famiglia di banchieri di Firenze: guidavano la fazione politica alla quale
Dante apparteneva, che avrebbe preso il nome di «bianca», e avevano
seguitato a essere il principale punto di riferimento dei fuorusciti almeno
fino alla sconfitta della Lastra nel 1304), e forse i Buondelmonti vivrebbero
ancora in Val di Greve (dei Buondelmonti Cacciaguida parlerà nuovamente
verso la fine del canto).»
Cambiando tono, Cacciaguida dichiarò che la promiscuità e la
mescolanza della popolazione causano sempre la rovina delle città;
perseguire le grandi dimensioni è un obiettivo illusorio: un toro cieco,
proprio perché grande e grosso, cade prima di un agnello; molte volte una
sola spada taglia di più e meglio di cinque. E tuttavia che le città decadano
fino a scomparire è ineluttabile. Se si considera come sono andate in rovina
l’antica Luni (presso la foce della Magra) e la romana Urbisaglia (nelle
Marche, distrutta dai Visigoti) e come stiano rovinando Chiusi (in
Valdichiana) e Senigallia, non stupisce constatare che anche le famiglie si
estinguono. Uomini e istituzioni umane sono destinati a perire; mentre,
però, la morte degli individui è sotto gli occhi di tutti, il deperimento
mortale di istituzioni come le città e le stirpi si produce in un arco di tempo
così lungo che un uomo nella sua vita non può vederne l’esito finale. Anche
a Firenze i sommovimenti della Fortuna hanno causato l’estinguersi di
antiche famiglie.
«Adesso ti nominerò» proseguì Cacciaguida «le antiche famiglie la cui
fama è sepolta nel tempo.»
Quando lui viveva alcune, come gli Ughi, i Catellini, i Filippi, i Greci,
gli Ormanni e gli Alberichi, erano già in decadenza; altre di pari antichità,
come i Sannella, quelli dell’Arca, i Soldanieri, gli Ardinghi e i Bostici,
erano invece ancora fiorenti. Fra queste c’erano i Ravignani, il cui capo era
quel Bellincione Berti dal quale erano discesi il conte Guido Guerra di
Dovadola e i molti che nel corso degli anni erano stati chiamati con il suo
nome (come già detto nel canto 16 dell’Inferno e qui nel Purgatorio nel
canto precedente la figlia di Bellincione, Gualdrada, aveva sposato Guido
Guerra III, di cui il Guido Guerra qui nominato era nipote; le altre figlie di
Bellincione avevano tramandato il nome del padre in altre famiglie, come i
Donati. Dante riteneva che il suo bisnonno Alighiero I avesse sposato una
figlia di Bellincione, e che da qui derivasse il nome Bellincione del suo
nonno paterno). Sulle case che erano state dei Ravignani (nello stesso
sestiere di Dante) adesso (nel 1300) gravava l’insegna di una famiglia che
per la sua viltà ben presto avrebbe condotto a rovina Firenze (le case dei
Ravignani erano passate per via ereditaria ai conti Guidi che poi nel 1280
le avrebbero vendute ai Cerchi: il disprezzo nei confronti della famiglia alla
quale Dante era stato politicamente legato nasce probabilmente dal
comportamento irresoluto tenuto da Vieri in occasione del colpo di Stato
dei Neri ai primi di novembre del 1301). Altre famiglie eminenti ai suoi
tempi erano i Della Pressa, i Galigai, i Pigli, i Sacchetti, i Giuochi, i Fifanti,
i Barucci, i Galli e i Chiaramontesi, che adesso ancora si vergognavano
della frode nella misurazione del sale compiuta da uno di loro (e alla quale
Dante aveva alluso nel canto 12 del Purgatorio). Già grandi erano anche i
Calfucci (ramo decaduto della consorteria dei Donati), i Sizii e gli
Arrigucci.
«O quanto potente era allora» esclamò Cacciaguida «quella stirpe
superba adesso annientata proprio a causa della sua alterigia! (Gli Uberti
ghibellini, tra i quali Dante aveva incontrato Farinata nel canto 10
dell’Inferno, esiliati ed esclusi da tutte le amnistie.) I Lamberti erano
l’orgoglio di Firenze (anche loro ghibellini e pure banditi per sempre),
come lo erano gli antenati dei Visdomini e dei Tosinghi, che adesso si
arricchiscono amministrando i beni della diocesi nei periodi di sede
vacante.»
Poi continuò dicendo che cominciava a crescere d’importanza, benché
fosse di umile origine, l’arrogante famiglia degli Adimari (alla quale
apparteneva quel Filippo Argenti incontrato nel canto 8 dell’Inferno), che
da Fiesole si erano inurbati i Camposacchi, che già rispettati erano i Giudi e
gli Infangati e che, anche se poteva sembrare incredibile, la porta attraverso
la quale si entrava nell’antica cerchia delle mura prendeva il nome dalla
famiglia (ormai estinta ai tempi di Dante) della Pera. Aggiunse che, benché
molte famiglie ancora si ornassero del titolo cavalleresco concesso dal
marchese di Toscana (Ugo il Grande, vicario imperiale di Ottone III, morto
nel 1001) e ne portassero sullo stemma parte dell’emblema, c’era chi fra di
loro si schierava con il popolo contro i magnati (allude a Giano della Bella,
ispiratore della legislazione filopopolare e antimagnatizia del 1293). In
Borgo Santi Apostoli (rione della città) abitavano i Gualterotti e gli
Importuni, e il Borgo sarebbe rimasto molto più tranquillo se in seguito non
avesse accolto nuovi arrivati (i Buondelmonti). La casata degli Amidei e
l’intera loro consorteria, il cui giusto risentimento ha provocato tanti lutti
tra i fiorentini e segnato la fine dell’epoca felice della città, godevano di
grande prestigio, «e invece tu, Buondelmonte» si lasciò andare Cacciaguida
«con quali terribili conseguenze hai rifiutato di sposare una loro fanciulla
seguendo cattivi consigli. Se fossi annegato nell’Ema la prima volta che
venisti a Firenze (dal castello di Montebuoni in Val di Greve), quanti lutti e
dolori si sarebbero evitati».
Nel 1216 Buondelmonte Buondelmonti ruppe la promessa di matrimonio
con una donna degli Amidei per sposare una Donati, pare su istigazione
della madre di lei Gualdrada Donati; la consorteria, alla quale
appartenevano anche i Lamberti, si vendicò uccidendolo. I cronisti
indicano in quel fatto di sangue l’origine della divisione tra Guelfi e
Ghibellini e delle conseguenti contese civili a Firenze. Dell’episodio Dante
aveva parlato anche nel canto 28 dell’Inferno.
«Ma era destino» commentò Cacciaguida «che a segnare la fine della sua
vita pacifica Firenze immolasse una vittima alla statua mutilata di Marte
che sta a guardia del Ponte Vecchio (presso la quale era stato ucciso
Buondelmonte).»
Della statua mutila di Marte Dante aveva parlato anche nel canto 13
dell’Inferno.
«Ecco,» concluse Cacciaguida «con queste famiglie e con altre che non
ho nominato io ho visto Firenze vivere in pace; con loro ho visto il popolo
fiorentino glorioso in guerra e giusto in pace, tanto che mai la bandiera fu
capovolta con l’asta rovesciata (perché sconfitta) e mai il giglio si arrossò di
sangue a causa delle lotte civili (con probabile allusione anche al fatto che
nel 1251, dopo la cacciata dei Ghibellini, i Guelfi cambiarono i colori dello
stemma cittadino trasformando il giglio bianco in campo rosso in rosso in
campo bianco, mentre i Ghibellini mantennero quello precedente).»
CANTO 17
Cacciaguida profetizza l’esilio a Dante

Dante era turbato da un pensiero che non osava esternare: temeva di udire
cosa gli sarebbe stato risposto se avesse fatto domande su ciò che lo
preoccupava. Beatrice e Cacciaguida, però, leggevano nella sua mente,
sicché la beata lo invitò a esprimere chiaramente cosa desiderava sapere.
Lui allora si rivolse al trisavolo e gli disse che durante il viaggio all’Inferno
e in Purgatorio in compagnia di Virgilio gli erano state dette parole
allarmanti intorno al proprio futuro (da Farinata, Brunetto Latini e Vanni
Fucci nell’Inferno; da Corrado Malaspina e Oderisi da Gubbio nel
Purgatorio); sebbene si sentisse ben saldo contro i colpi della fortuna,
tuttavia, siccome il male colpisce meno dolorosamente se è previsto,
desiderava conoscere da lui, che contemplava in Dio gli eventi umani prima
che si avverassero, quale sorte lo attendesse.
Cacciaguida non gli rispose con gli oscuri giri di parole degli oracoli
antichi, ma con un discorso chiaro e preciso. Dopo aver premesso che la
conoscenza del futuro gli veniva da Dio nella cui mente gli eventi umani
sono tutti compresenti, disse che lui, Dante, sarebbe stato costretto a
lasciare Firenze, proprio come Ippolito se n’era dovuto andare da Atene a
causa della sua spietata e perfida matrigna.
Nelle Metamorfosi Ovidio racconta che Ippolito, calunniato presso il
padre Teseo dalla matrigna Fedra per aver resistito alle sue richieste
incestuose, fu esiliato dalla città.
«Questo si vuole,» proseguì «questo si sta già ora tramando nella Curia
papale, dove ogni giorno si fa mercato di Cristo, e ben presto ciò sarà messo
in atto (nel marzo del 1300 Bonifacio VIII starebbe già tramando a favore
dei Neri; nel canto V dell’Inferno Ciacco diceva che il papa fingeva di
essere imparziale). Come al solito, la voce popolare addosserà la colpa alle
vittime, ma la giusta punizione che ne seguirà renderà testimonianza alla
verità (possibile allusione alla morte dei maggiori responsabili, Bonifacio
VIII e Corso Donati). Il primo tuo dolore sarà dover abbandonare tutto ciò
che più ami; poi proverai quant’è salato il pane degli altri (soprattutto per
un toscano abituato al pane senza sale) e quanto è faticoso scendere e salire
le scale di una casa non tua. Ma più di ogni altra cosa ti peserà la
compagnia malvagia e stolta con la quale condividerai la sventura
dell’esilio (i fuorusciti «bianchi» e gli alleati ghibellini insieme ai quali
Dante combatterà contro Firenze dal 1302 alla metà del 1304): questi
compagni ingrati e folli ti si rivolteranno contro senza pietà, ma poco tempo
dopo saranno loro, non tu, a pagare col sangue. L’esito disastroso delle loro
azioni sarà la riprova della loro bestialità, sicché per te sarà un onore esserti
diviso da loro (allude alla sconfitta subita dall’alleanza dei Bianchi e dei
Ghibellini alla Lastra il 20 luglio 1304. Dante qui collega l’atteggiamento
ostile nei suoi confronti degli ex compagni di lotta con il fatto che lui si era
distaccato da loro prima di quella battaglia, ma nella realtà è più probabile
che esso sia dipeso dalla sua richiesta al Comune di Firenze di usufruire di
una amnistia personale, richiesta che potrebbe risalire al 1306).
Bartolomeo della Scala, che esibisce nel suo stemma personale l’aquila
imperiale (avendo sposato una pronipote dell’imperatore Federico II) sulla
scala (simbolo della famiglia), ti offrirà il primo stabile rifugio e sarà così
generoso da anticipare con i suoi doni le tue stesse richieste (Bartolomeo fu
signore di Verona dal settembre 1301 alla morte nel marzo 1304. Dante
soggiornò a Verona nel biennio 1303-04, ma numerosi indizi mostrano che
il rapporto con gli Scaligeri allora non fu tanto gratificante: nel canto 18
del Purgatorio un abate di San Zeno pronuncia parole di insulto nei
confronti di Alberto della Scala, padre di Bartolomeo, Alboino e
Cangrande. Il cambio di atteggiamento è dovuto al fatto che quando scrive
i canti di Cacciaguida Dante si è nuovamente trasferito a Verona, forse
dalla Toscana occidentale e in una data anch’essa incerta ipotizzabile
intorno al 1316, in cerca di protezione e sostegno da Cangrande). Insieme a
lui vedrai chi, alla nascita, è stato così influenzato da questo pianeta Marte
(che infonde virtù guerriere), che le sue gesta saranno memorabili. Adesso
ha solo nove anni, ma già prima che il papa Clemente V tradisca il nobile
Enrico darà prova di quanto disprezzi ricchezze e fatiche. Perfino i nemici
dovranno riconoscere la sua munificenza. Affidati a lui, alla sua
generosità.»
Poi predisse che quel ragazzo avrebbe fatto cose talmente incredibili che
nemmeno coloro che nel futuro ne saranno testimoni oculari crederanno ai
loro occhi: Dante, dunque, non le riveli in Terra, ma le conservi nella sua
memoria.
Cangrande della Scala, associato al potere dal fratello Alboino nel
1308, era diventato unico signore dal 1312; morirà nel 1329. Clemente V,
che in un primo momento aveva sostenuto il tentativo di restaurazione
imperiale di Enrico VII di Lussemburgo, nel 1312, sotto la pressione del re
di Francia, gli aveva fatto mancare il proprio appoggio alla vigilia
dell’incoronazione. Il «tradimento» del papa sarà esecrato da san Pietro
nel canto 30.
«Figlio mio,» concluse Cacciaguida «queste sono le spiegazioni di ciò
che ti è stato detto nell’Inferno e nel Purgatorio, queste le minacce che ti
attendono da qui a pochi anni. E però non invidiare i concittadini rimasti in
città; tu infatti vivrai abbastanza per vedere la punizione delle loro
perfidie.»
Le notizie sul proprio futuro ricevute dal trisavolo avevano imprigionato
Dante in un dilemma. Decise di consigliarsi con quell’antenato, che
l’amava e che era chiaramente dotato di intelligenza e rettitudine. Se entro
breve tempo sarebbe stato colpito dalla disgrazia dell’esilio, per lui sarebbe
stato bene armarsi di prudenza: a causa dei suoi versi, infatti, dopo aver
perduto la patria amatissima, avrebbe rischiato di perdere qualunque altro
possibile rifugio. Il dilemma era questo: se nel poema avesse raccontato
tutto ciò di cui era venuto a conoscenza durante il viaggio nell’aldilà, a
molte persone sulla Terra quei suoi racconti sarebbe risultati aspri e irritanti.
Se invece si fosse censurato e non avesse detto tutta la verità, temeva che il
suo poema non sarebbe sopravvissuto nella memoria dei posteri.
A quelle parole, l’anima di Cacciaguida prima lampeggiò e poi rispose:
«Sì, ogni coscienza macchiata da colpe proprie o dei parenti senza dubbio
troverà aspro il tuo parlare. Ma nondimeno, manifesta tutto ciò che hai visto
senza alcuna menzogna, e chi ha la rogna, che si gratti. Al primo assaggio la
tua voce risulterà sgradevole, ma poi, assimilata, sarà nutrimento vitale.
Grida la verità, il tuo grido, come il vento, colpirà le cime più alte (le
persone più famose e potenti), e ciò non è piccolo motivo d’onore. In questi
cieli, nella montagna del Purgatorio e nella voragine infernale ti sono state
mostrate soltanto anime famose proprio perché i tuoi ascoltatori si
convincano grazie a esempi molto noti e ad argomenti di sicura evidenza».
CANTO 18
Dal cielo di Marte a quello di Giove. Gli spiriti dei giusti formano
la figura di un’aquila

Cacciaguida taceva, e taceva anche Dante, dibattuto tra il dolore


procuratogli dalla predizione dell’esilio e la consolazione delle altre buone
notizie ricevute (la gloria promessa alla sua opera e, forse, l’ospitalità
degli Scaligeri). Beatrice lo richiamò: «Lascia quei pensieri. Pensa invece
che io vivo vicino a Colui che allevia qualunque ingiustizia». A quelle
parole lui si voltò: la visione indicibile degli occhi di Beatrice, nei quali
splendeva la luce di Dio, cancellò ogni altro desiderio. Abbagliandolo con
la luminosità del suo sorriso, Beatrice lo invitò a guardare e ad ascoltare
nuovamente Cacciaguida: «La beatitudine del Paradiso» lo ammonì «non è
visibile solo nei miei occhi».
Da quanto sfolgorava fiammeggiando risultava evidente che il trisavolo
desiderava parlargli ancora. E infatti cominciò a dire: «In questo quinto
cielo si trovano beati che in vita ebbero una tale fama da fornire materia a
ogni genere di poesia. Te li nominerò, e vedrai che lo spirito chiamato per
nome attraverserà i bracci della croce (formata dalle anime) con la velocità
di un fulmine». E così, infatti, fecero Giosuè (il successore di Mosè che
guidò gli Ebrei nella Terra Promessa) non appena Cacciaguida ebbe
pronunciato il suo nome, e altrettanto l’illustre Giuda Maccabeo (che liberò
il popolo ebraico dalla tirannide del re di Siria Antioco Epifane), e così
pure fecero Carlo Magno e Orlando (il restauratore del Sacro Romano
Impero e il suo nipote paladino, ricordati insieme anche nel canto 31
dell’Inferno). Poi lungo la croce sfrecciarono le luci di Guglielmo d’Orange
e di Renoardo (il primo è personaggio storico: consigliere di Carlo Magno
e vincitore dei Saraceni nel 739, poi diventato protagonista di un ciclo di
poemi epici detto, per l’appunto, d’Orange; il secondo leggendario: un
gigante saraceno convertito e poi al servizio di Guglielmo nel medesimo
ciclo epico), del duca Goffredo di Buglione (condottiero della prima
crociata, prese Gerusalemme e ivi morì nel 1100) e di Roberto il Guiscardo
(cioè l’«astuto»; figlio di Tancredi d’Altavilla, liberò la Puglia dai
Bizantini, ma Dante pensa che fossero i Saraceni; morì nel 1085. A questa
guerra Dante aveva accennato nel canto 28 dell’Inferno). Dopo aver
parlato Cacciaguida riprese il suo posto tra i beati.
Dante si voltò verso Beatrice: desiderava capire da un suo gesto o da una
sua parola cosa doveva fare. La vide di una bellezza come mai gli era
apparsa fino a quel momento, e da ciò si accorse che era salito al cielo
superiore (il sesto, quello di Giove).
Come un branco di uccelli contenti di aver bevuto e mangiato si leva in
volo aggregandosi in stormi di forme diverse, così le splendenti anime beate
volando e cantando disegnavano sul disco di Giove, il cui candore si
rifletteva sbiancandolo sul viso di Beatrice, varie lettere dell’alfabeto
umano: ora una D, ora una I, ora una L. Formata una lettera, si fermavano
per breve tempo in silenzio, poi si muovevano a formarne un’altra.
Complessivamente, tra vocali e consonanti, ne disegnarono trentacinque.
Dante le memorizzava via via. Per primi disegnarono il verbo e il nome
DILIGITE IUSTITIAM , poi il resto della frase: QUI IUDICATIS TERRAM . Sulla
M (fig. 1) si fermarono, cosicché il disco d’argento della stella appariva
intarsiato in oro.
«Diligite iustitiam qui iudicatis terram» (Amate la giustizia, voi che
giudicate la terra) è il primo versetto del biblico libro della Sapienza, che
veniva attribuito a Salomone. La M è la lettera iniziale di «Monarchia»,
intesa come monarchia universale, cioè Impero.
Poi altre anime splendenti si posarono sulla sommità della M, cosicché
l’escrescenza da loro formata la trasformò in un giglio araldico (stilizzato)
(fig. 2). Infine dalla cima di quella figura si levarono in volo innumerevoli
spiriti i quali si disposero in modo da disegnare la testa e il collo di
un’aquila; le altre anime ne completarono il corpo (fig. 3).
La frase leggibile grazie al susseguirsi delle lettere e il disegno simbolico
tracciato dai beati resero evidente a Dante che la giustizia umana dipende
dall’influsso del cielo di Giove.
Per questo – prosegue Dante autore – lui prega Dio, dal quale deriva la
virtù di quella stella, di guardare in Terra, da dove esce il fumo (la curia
papale) che oscura il raggio della sua giustizia. Che guardi, e si indignerà
una seconda volta del mercato (delle cose sacre) che si fa dentro al tempio
(Cristo aveva scacciato i mercanti dal Tempio di Gerusalemme). «O
esercito dei beati,» esclama «che ancora vedo con la memoria, prega per gli
uomini traviati dal cattivo esempio della Chiesa! Un tempo le guerre si
combattevano con le spade, adesso lo si fa negando a questo o a quello
l’eucarestia (che non può essere impartita agli scomunicati). Ma tu, che
commini condanne solo per poi poterle cancellare (dietro compenso),
ricordati che Pietro e Paolo, morti per la vigna (la Chiesa) che tu distruggi,
sono ancora vivi. Certo, tu puoi controbattermi: “Io sono così fermamente
devoto a colui che scelse di vivere in solitudine e che subì il martirio a
causa di una danza (Giovanni Battista, fatto decapitare da Erode perché la
testa fosse consegnata a Salomè, figlia della moglie Erodiade, in premio
della danza fatta per lui) che non so chi siano né il pescatore (Pietro,
pescatore di anime) né Paolo”.»
L’apostrofe sarcastica è rivolta al papa Giovanni XXII (1316-34)
accusato di ignorare gli insegnamenti dei fondatori e di amare solamente il
fiorino, la moneta di Firenze sul cui verso era impressa l’immagine di san
Giovanni patrono della città (si veda anche il canto 27). Anche l’accusa di
combattere usando lo strumento della scomunica sembra riferirsi alle
scomuniche da lui lanciate negli anni 1317-19 contro i vicari imperiali
Cangrande della Scala a Verona, Matteo Visconti a Milano e Passerino
Bonacolsi a Mantova. Dante, insomma, da poco trasferitosi a Verona,
prende posizione a favore di Cangrande nello scontro in atto tra lui e il
papa.
CANTO 19
L’aquila parla dell’imperscrutabilità della giustizia divina e
condanna le cattive azioni di alcuni moderni principi cristiani

L’aquila formata dai beati, splendenti come rubini colpiti dai raggi del sole,
si mostrava a Dante con le ali spalancate. Ma faceva anche cose più
eccezionali, cose neppure concepibili dall’immaginazione umana: parlava
muovendo il becco come fosse un uccello vero, parlava con voce umana e,
soprattutto, benché fosse composta da tantissime anime, parlava usando la
prima persona singolare.
«Io sono stato innalzato a questa gloria» cominciò con una sola voce
«perché nella vita terrena sono stato giusto e misericordioso, lasciando di
me un tale ricordo che perfino i malvagi mi lodano (parlano anime di re e
imperatori).»
Dante, allora, si rivolse a quei beati pregandoli di appagare un desiderio
che lo tormentava da molto tempo e che nessuno in Terra riusciva a
soddisfare. Non disse quale, perché sapeva che a loro era noto. L’aquila
esultò cantando, poi riprese a parlare dicendo che l’universo, finito, non può
contenere il pensiero infinito di Dio: ne è prova il fatto che Lucifero, che
pure era la più nobile delle creature, per non aver voluto aspettare, a causa
della sua superbia, che la grazia divina lo portasse a perfezione era caduto
incompiuto nell’Inferno. E se imperfetto è Lucifero, a maggior ragione lo
sono tutte le altre creature, che a lui sono inferiori. Ecco perché la mente
umana, che è solo uno dei raggi di quella divina, non può per sua natura
spingersi al di là delle cose sensibili. Gli uomini possono addentrarsi nella
visione della giustizia di Dio allo stesso modo in cui a riva riescono a
scorgere il fondo del mare, che invece non vedono al largo. Non c’è luce di
conoscenza per l’uomo se non discende da Dio.
«Adesso» concluse l’aquila «dovresti cominciare a capire la ragione,
sulla quale tanto ti interrogavi, per cui l’uomo non può arrivare a
comprendere la giustizia divina. Dentro di te ti dicevi: “Mettiamo che uno
nasca in riva al fiume Indo (cioè nell’estremo Oriente), e laggiù non c’è chi
parli né insegni né scriva di Cristo; mettiamo che i suoi pensieri e le sue
azioni, per quanto è possibile giudicare, siano state senza colpe, e però che
muoia non battezzato e senza fede: ebbene, che giustizia è condannarlo in
eterno? Che colpa ha lui del fatto che non crede?”. Ma chi credi di essere tu
che pretendi di montare in cattedra e giudicare, miope, a mille miglia di
distanza? Certo, se a guidarvi non ci fossero le Scritture, ci sarebbero buoni
motivi per dubitare della giustizia divina. È giusto solamente ciò che si
conforma alla volontà di Dio, che è buona in sé e per sé.»
Terminato il discorso, l’aquila cominciò a volare intorno a Dante, e
ruotando cantava: «Come tu non intendi le parole del mio canto, così voi
uomini non capite l’eterna giustizia di Dio».
Poi quelle luci infuocate smisero sia di volteggiare sia di cantare, e
ricominciarono a parlare a Dante.
«In Paradiso non è mai salito qualcuno che non credesse in Cristo, né
prima né dopo il suo sacrificio sulla croce. Attento, però: molti di coloro
che gridano “Cristo, Cristo” nel giorno del giudizio saranno meno vicini a
lui di altri che nemmeno lo conoscono; quando si divideranno nei due
gruppi dei beati e dei dannati, anche un etiope (un pagano) potrà
condannare certi cristiani. Quel giorno, quando leggeranno le loro pessime
azioni sul libro aperto di Dio, cosa diranno i Persiani dei vostri re cristiani?
In quel libro leggeranno ciò che di Alberto d’Asburgo Dio scriverà tra poco
(siamo nel 1300), e cioè come abbia devastato il regno di Boemia (il re dei
Romani Alberto I d’Asburgo – già ricordato tra gli eletti tedeschi che non si
curano dell’Italia nel canto 6 del Purgatorio – nel 1304 invase la Boemia e
spodestò il cognato Venceslao II, che sarà biasimato più avanti nel canto);
in quel libro leggeranno del dolore arrecato ai francesi con la falsificazione
della moneta da colui che morirà per l’assalto di un cinghiale (Filippo IV il
Bello, che coniò monete con titolo aureo inferiore al valore nominale per
finanziare la guerra di Fiandra; morì nel 1314 durante una battuta di
caccia a causa di un cinghiale che fece imbizzarrire il suo cavallo. Di lui
Dante parla più volte e sempre in termini negativi: nel canto 19
dell’Inferno, nei canti 7 e 20 del Purgatorio; quasi sicuramente è lui il
gigante che amoreggia con la curia meretrice nel canto 32 del Purgatorio).
Leggeranno della folle sete di potere che spinge il re di Scozia e quello
d’Inghilterra a combattersi tra loro (forse si riferisce a Edoardo I
Plantageneto in guerra con i baroni scozzesi guidati da Robert Bruce; ma
di Edoardo nella valletta dei principi, canto 7 del Purgatorio, Dante dava
un giudizio lusinghiero). In quel libro leggeranno della lussuria e della
mollezza dei re di Spagna (Ferdinando IV di Castiglia, 1285-1312) e di
Boemia (il già citato Venceslao II, presentato come lussurioso anche nel
canto 7 del Purgatorio); leggeranno come al Ciotto di Gerusalemme le
buone azioni saranno segnate con una I (che vale 1) e le cattive con una M
(che vale 1000. Si tratta di Carlo II d’Angiò, detto il Ciotto, lo Zoppo,
insignito del titolo di re di Gerusalemme; sempre negativo il giudizio di
Dante su di lui, sia nel canto 6 di questa cantica, sia nel 7 del Purgatorio);
leggeranno quanto sia avido e vile il re di Sicilia: anzi, per far capire quanto
poco vale, le sue cattive azioni saranno scritte in forma abbreviata, in modo
da concentrarne molte in poco spazio (Federico III d’Aragona, lui pure
criticato nel canto 7 del Purgatorio e qui nel successivo), e lì saranno pure
segnate le sozzerie dello zio (Giacomo di Maiorca, 1262-1311) e del
fratello (Giacomo II re di Sicilia e poi d’Aragona, un altro dei sovrani
criticati nel canto 7 del Purgatorio), che hanno disonorato una stirpe illustre
e ben due regni. Leggendo nel libro conosceranno come sono veramente i re
del Portogallo (Dionisio [Diniz] detto l’Agricola, 1261-1325), di Norvegia
(Acone [Haakon] VII detto Gambalunga, 1299-1319) e di Rascia (Serbia;
Stefano Urosio [Uroš] II Milutin, 1276-1321, re di Serbia, Croazia e
Dalmazia). O beata l’Ungheria, se non si lascerà più malgovernare (nel
1308 troverà un buon re in Carlo Roberto d’Angiò, figlio di Carlo
Martello) e beata la Navarra, se riuscirà a farsi scudo delle montagne che la
circondano (ma invece nel 1314 sarà incorporata nel regno di Francia)! E
come anticipo dei mali che la Navarra subirà sotto la Francia si levano già
adesso i lamenti di Nicosia e Famagosta (città dell’isola di Cipro) contro
quella bestia di re, simile agli altri che ho nominato, che le affligge (si tratta
di Enrico II di Lusignano, re di Cipro dal 1285 al 1324, di origine francese
e sottomesso a Filippo il Bello).»
CANTO 20
L’occhio dell’aquila. Traiano, Rifeo

L’aquila pose fine al suo discorso in prima persona singolare, e subito le


tante luci beate che la formavano, aumentando ciascuna di splendore,
intonarono un canto così sublime che Dante non lo sa ridire. Cessato anche
questo, ecco che un suono indistinto, simile al gorgoglio di un torrente
montano che scende tra le rocce, cominciò a salire lungo il collo
dell’uccello finché non uscì dal becco articolato in parole. Ripresa la prima
persona, l’aquila disse a Dante: «Guarda il mio occhio. Fra tutte le anime di
giusti che formano la mia figura quelle che risplendono nel mio occhio sono
le più illustri».
Proseguì, prima indicando lo spirito che le faceva da pupilla: colui che in
vita aveva celebrato lo Spirito Santo e trasportato l’Arca dell’alleanza da
una città all’altra (David, re d’Israele, esaltato come autore dei Salmi), poi i
cinque che formavano l’arco del suo ciglio. Il più vicino al suo becco era
quello di chi aveva consolato la vedova rendendole giustizia per l’uccisione
del figlio (l’imperatore Traiano, del quale già nel canto 10 del Purgatorio
era stato raccontato il gesto compiuto nei confronti della vedova): lui
sapeva bene quale prezzo costi non seguire la fede cristiana per aver
provato, prima della dolcezza del Paradiso, la miseria dell’Inferno (nel
Limbo, come sarà raccontato più avanti nel canto). Il successivo aveva
ottenuto di ritardare la morte per avere il tempo di espiare i propri peccati
(forse è il re di Giuda Ezechia, il quale, venuto a sapere dal profeta Isaia
della sua morte imminente, aveva pregato Dio di poter vivere ancora e Dio
gli aveva concesso altri quindici anni di vita; nel racconto biblico, però,
non si fa cenno a penitenza). L’altro ancora aveva trasferito la sede
dell’Impero a Bisanzio per lasciare al papa il possesso di Roma: le sue
intenzioni erano buone, ma gli effetti furono gravemente dannosi. Adesso in
Paradiso sperimenta che, benché il mondo ne sia stato rovinato, il male
provocato da quella decisione non aveva nuociuto alla sorte della sua anima
(è l’imperatore Costantino; Dante aveva deprecato gli effetti rovinosi
dell’atto con il quale si pensava che egli avesse donato Roma al papa
anche nei canti 19 dell’Inferno e 32 del Purgatorio). Nella parte declinante
del ciglio era l’anima splendente di Guglielmo II d’Altavilla detto il Buono
(re di Sicilia e Puglia dal 1166 al 1189), rimpianto da quelle regioni che
adesso soffrono sotto il regno di Carlo II d’Angiò e di Federico III
d’Aragona (Dante ha espresso giudizi negativi e a volte sprezzanti su Carlo
d’Angiò re di Napoli nei canti 7 e 20 del Purgatorio; su Federico d’Aragona
re di Sicilia nel canto 7 del Purgatorio e nel 19 di questa cantica). Quale
uomo potrebbe mai credere che la quinta anima del ciglio fosse quella del
troiano Rifeo? Lui, beato, conosceva i misteri della divina provvidenza, pur
senza scorgerne il fondo, molto più di quanto li conoscessero gli uomini in
Terra (Rifeo, definito «giustissimo» da Virgilio, è un personaggio minore
dell’Eneide: muore nell’ultima battaglia dopo che i Greci avevano fatto
irruzione in Troia).
L’aquila tacque nuovamente. In Dante era sorto un dubbio e allora,
sebbene fosse consapevole che esso traspariva all’esterno come un oggetto
colorato in un vaso di vetro, invece di aspettare in silenzio domandò subito,
tanto l’urgeva: «E ciò cosa significa?».
L’aquila, con l’occhio ancor più sfavillante di carità, gli rispose che lui
evidentemente credeva a ciò che lei aveva detto per il solo fatto che
gliel’aveva detto, ma senza comprenderlo, come chi impara il nome di una
cosa senza capirne l’essenza. Lui si stupiva che Traiano e Rifeo fossero in
Paradiso, e questo perché credeva che fossero morti come pagani, mentre
invece erano morti come cristiani, credendo fermamente, Rifeo nella futura
crocefissione di Cristo, Traiano nella crocefissione avvenuta. L’anima di
Traiano era resuscitata dall’Inferno perché Dio aveva esaudito le preghiere,
rese efficaci da una viva speranza, a lui rivolte (da Gregorio Magno)
affinché, ritornata in vita, quell’anima potesse volgersi al bene. E così fu:
ritornata in vita, anche se per breve tempo, essa credette in Cristo redentore
e si accese di un tale ardore di carità che quando morì per la seconda volta
fu degna di salire a quella festa celeste.
Dante aveva fatto riferimento anche nel canto 10 del Purgatorio alla
leggenda secondo la quale il papa Gregorio Magno (540 ca-604 d.C),
commosso dal gesto pietoso compiuto da Traiano nei confronti della
vedova, aveva pregato e ottenuto da Dio che egli, morto nel 117 d.C., fosse
resuscitato e salvato.
Rifeo, per dono dell’insondabile grazia divina, in vita aveva dedicato
tutto il suo amore alla giustizia, per cui Dio, aggiungendo grazia a grazia,
gli aveva rivelato il mistero della redenzione futura: lui, credendo, non
sopportò più il puzzo del paganesimo, anzi, cominciò a rimproverare le
persone traviate da quell’errore. Più di mille anni prima che il battesimo
fosse istituito, lui fu battezzato da quelle tre donne che Dante aveva visto
accanto alla ruota destra del carro (nella processione mistica descritta nel
canto 29 del Purgatorio; sono le virtù teologali: Fede, Speranza, Carità).
Alla fine i beati, dopo aver sottolineato quanto siano oscure per le menti
umane, incapaci di vedere Dio nella sua totalità, le ragioni della
predestinazione, invitarono i mortali a trattenersi dal giudicare: nemmeno
loro, che pure godevano della visione di Dio, sapevano esattamente chi
sarebbero stati i futuri eletti. E Dante autore ricorda che, come il buon
citarista accorda la vibrazione delle corde alla voce del cantore, lui vide le
anime di Traiano e di Rifeo accompagnare a tempo, facendo tremolare le
loro fiamme, le parole dell’aquila.
CANTO 21
Il cielo di Saturno. Spiriti contemplativi: san Pier Damiani

Dante aveva fissato nuovamente il suo sguardo sul volto di Beatrice, ma


essa, diversamente da prima, non sorrideva. Si giustificò dicendo che, se
avesse sorriso, la sua bellezza, che diventava più splendente di cielo in
cielo, adesso che erano saliti al settimo cielo lo avrebbe incenerito, proprio
come un fulmine schianta il ramo di un albero.
«Piuttosto» continuò «osserva con attenzione l’immagine che ti si
mostrerà in questo cielo.»
Benché guardare Beatrice fosse il più grande dei piaceri, Dante distolse
gli occhi da lei. Nel corpo trasparente del pianeta che porta il nome del re
sotto il cui regno fu annientato ogni male sulla Terra (Saturno, che
presiedette alla mitica età dell’oro) vide una scala rifulgente d’oro
innalzarsi così in alto che non ne poteva scorgere la sommità. E lungo i
gradini vide scendere un gran numero di spiriti splendenti. A un certo punto
si divisero in tre gruppi: fecero come i corvi grigi nelle albe d’autunno che,
dopo un primo aggirarsi in gruppo, si dividono, e alcuni si allontanano per
non più tornare, altri ritornano al posto dal quale avevano spiccato il volo e
altri ancora indugiano volando in cerchio. Uno spirito si era fermato vicino
a Dante e Beatrice; mostrava quanto intenso fosse il suo amore
sprigionando una grande luminosità. Dante avrebbe desiderato parlargli, ma
poiché Beatrice non faceva né motto né segno, rimase in silenzio. Quando
finalmente Beatrice lo invitò a parlare, lui pose allo spirito due domande:
perché si era avvicinato a lui più degli altri e perché in quel cielo, a
differenza di quelli inferiori, non echeggiava alcun canto paradisiaco.
Il beato cominciò con il rispondere all’ultima domanda. Il motivo, disse,
per cui in quel cielo non si cantava era lo stesso a causa del quale Beatrice
non gli aveva sorriso: il suo udito, essendo umano, sarebbe stato annientato
dal canto proprio come la sua vista lo sarebbe stata dal riso di Beatrice.
Quanto alla prima domanda, disse che lui si era avvicinato non perché
provava nei suoi confronti una carità più ardente di quella che provavano
gli altri beati, ma perché la suprema carità, che li rende pronti a obbedire
alla volontà che governa tutto l’universo, a lui aveva assegnato il compito di
festeggiarlo.
Dante replicò che non capiva perché fra tutti i beati di quel cielo proprio
lui fosse stato predestinato a quel compito. Non aveva neppure finito di
pronunciare l’ultima parola che il lume cominciò a ruotare su sé stesso
come una rapida mola da mulino, e poi l’anima che si nascondeva nel suo
involucro splendente rispose che né lei, sebbene capace di scorgere l’Essere
divino dal quale promanava la luce da cui era investita, né Maria Vergine,
l’anima beata più vicina a Dio, e nemmeno il più perfetto dei Serafini
potrebbero soddisfare la sua richiesta: ciò che lui voleva sapere, infatti, si
inoltrava a tal punto nelle profondità degli eterni decreti divini da essere
precluso all’intelligenza delle menti umane e angeliche.
«Quando ritornerai sulla Terra» concluse «riferisci quello che ti ho detto,
così che gli uomini abbandonino la presunzione di poter investigare con la
loro mente un problema così inaccessibile. Sulla Terra, dove è offuscato
dall’errore, come potrebbe l’intelletto umano comprendere ciò che non può
capire nemmeno qui, dove è illuminato dalla Grazia?»
Le parole del beato frenarono Dante, che smise di fare domande su
questo argomento e si limitò a chiedergli chi fosse.
Il beato ricominciò a parlare per la terza volta: all’inizio disse che tra la
costa tirrenica e quella adriatica si innalza una catena montuosa
(l’Appennino tosco-emiliano), non molto lontana dalla patria di Dante, dalla
quale si stacca una protuberanza denominata Catria (monte che si erge verso
l’Adriatico tra Pergola e Gubbio) alle cui pendici è collocato un eremo
dedicato al culto divino (l’eremo camaldolese di Santa Croce di Fonte
Avellana); poi aggiunse che in quell’eremo lui si era consacrato interamente
al servizio di Dio nutrendosi di magro in ogni stagione e appagandosi del
tutto di una vita contemplativa.
«Quel monastero un tempo era fertile di santi» esclamò. «Adesso è
sterile.» E continuò: «Io vissi in quell’eremo con il nome di Pietro Damiano
e con quello di Pietro Peccatore nel monastero di Santa Maria in Porto
presso Ravenna. Sul finire dei miei anni fui costretto ad accettare il cappello
cardinalizio, quel capello che adesso passa da una testa indegna a una anche
peggiore».
Pier Damiani (da Damiano, nome del fratello che lo aveva mantenuto
agli studi), nacque a Ravenna nel 1007. Docente di giurisprudenza a
Parma e Padova, entrò nel 1035 nel monastero di Fonte Avellana, di cui
divenne priore nel 1043 e al quale diede un grande impulso. Nominato
cardinale vescovo di Ostia nel 1057 e incaricato di molte e importanti
missioni, ottenne nel 1066 di ritornare nell’eremo. Morì a Faenza nel 1072.
Non risulta una sua presenza in Santa Maria in Porto a Ravenna, dove
invece è attestata quella di un Pietro Peccatore, che fondò quel monastero
nel 1096, quindi dopo la morte del Damiani: è possibile che Dante attinga
a una leggenda locale che identificava Pier Damiani con Pietro Peccatore.
Dal momento che questo canto sembra essere stato scritto a Ravenna, dove
Dante si era trasferito fra il 1318 e il 1320, è probabile che egli abbia
voluto rendere omaggio alla città di cui era diventato da poco ospite.
Pier Damiani proseguì il suo discorso parlando proprio dei moderni
cardinali.
«Pietro e Paolo vissero poverissimi elemosinando. I prelati di oggi
pretendono servi che li sorreggano da ogni lato, che li portino, tanto sono
grassi, che alzino lo strascico delle loro vesti quando salgono a cavallo. Una
volta issativi, lo coprono col loro mantello, e così sotto un’unica pelle
camminano ben due animali, il cavallo e il cavaliere. O pazienza di Dio,
cosa non sopporti!»
Tantissime anime, udita questa esclamazione, cominciarono a scendere
di gradino in gradino lungo la scala d’oro roteando su sé stesse, e a ogni
giro crescevano di splendore; si fermarono intorno a Pier Damiani ed
emisero un grido così possente che Dante, sopraffatto dal fragore, non ne
comprese le parole.
CANTO 22
Altri spiriti contemplativi: san Benedetto. Salita al cielo delle Stelle
Fisse

Sconvolto dal fortissimo grido lanciato dai beati (alla fine del canto
precedente), Dante si rivolse a Beatrice, come un bambino ansimante di
paura ricorre alla madre, e Beatrice, come una madre soccorrevole, lo
rincuorò dicendogli che in Paradiso non può accadere niente di male. E
aggiunse: «Adesso, dopo aver provato quanto quel grido ti ha turbato, puoi
capire quali effetti avrebbero prodotto su di te il canto dei beati e il mio riso
(come già era stato spiegato, nel cielo di Saturno i beati non cantano e
Beatrice non sorride per evitare che l’udito e la vista di Dante ne siano
sopraffatti). Quel grido era una preghiera: se tu avessi potuto decifrarne le
parole, avresti saputo che la vendetta di Dio si abbatterà sui prelati corrotti
ben presto, prima ancora della tua morte. Ma adesso guardati intorno, qui
vedrai tanti spiriti illustri».
Dante seguì l’invito, e vide un gran numero di piccole sfere lucenti che si
illuminavano a vicenda. Non osava fare domande, e allora la più splendente
di quelle gemme gli si avvicinò e si presentò per appagare il desiderio che
lui si faceva scrupolo di manifestare.
«Io fui colui» disse «che per primo portò il nome di Cristo sulla cima di
quel monte, un tempo frequentato dai pagani, sulle cui pendici sta il borgo
di Cassino. Il Signore riversò su di me tanta della sua grazia che io riuscii a
convertire anche i borghi circostanti.»
È san Benedetto da Norcia (480-543), fondatore dell’Ordine monastico
che porta il suo nome. Ritiratosi a vita eremitica a Subiaco, fondò una
dozzina di monasteri in Umbria e poi, nel 529 circa, quello di
Montecassino, sulla cima del monte dove sorgeva un tempio di Apollo.
Poi indicò i beati intorno a lui, tutti spiriti che in vita si erano dedicati
alla contemplazione: Macario, Romualdo e tutti i confratelli che si erano
mantenuti fedeli alla sua Regola.
Macario potrebbe essere Macario d’Egitto, anacoreta morto intorno al
390, o Macario d’Alessandria, lui pure anacoreta, morto nel 404: nel
Medioevo i due venivano facilmente confusi. Romualdo, nato dalla famiglia
ravennate intorno al 956, nel 1012 fondò l’eremo di Camaldoli (nominato
nel canto 5 del Purgatorio) e l’Ordine, di filiazione benedettina, dei
Camaldolesi (al quale apparteneva il monastero di Fonte Avellana di cui
era stato priore Pier Damiani, autore fra l’altro di una famosa Vita di
Romualdo). Morì nel 1027.
Dante, incoraggiato dalla carità premurosa che il beato gli manifestava,
espresse il desiderio di poterlo vedere non più nascosto dal bagliore che
l’avvolgeva. Benedetto gli rispose che il suo desiderio sarebbe stato
esaudito solo nell’Empireo, là dove tutti i desideri sono esauditi. E
proseguì: «La scala, di cui non puoi vedere la sommità, arriva fin lassù. E
proprio fin lassù il patriarca Giacobbe le vide protendere la cima quando gli
apparve sovraccarica di angeli (racconta il Genesi che Giacobbe vide in
sogno una scala appoggiata a terra la cui cima toccava il cielo e angeli che
la salivano e ne discendevano). Ma oggi nessuno più stacca i piedi da terra
per salirvi; la mia Regola si tramanda solo per sciupare i fogli di carta dove
viene inutilmente trascritta. I monasteri, un tempo luoghi di preghiera,
adesso sono covi di ladri; le cappe dei monaci sono sacchi pieni di farina
guasta. Nessuna usura, per quanto grave, offende la volontà divina quanto
l’appropriarsi delle rendite ecclesiastiche: sono quelle rendite a far
impazzire di desiderio il cuore dei monaci. Eppure, tutti i beni che la Chiesa
custodisce appartengono ai poveri, non ai parenti dei monaci o anche
peggio (figli e concubine). La carne degli uomini è così debole che sulla
Terra un buon inizio non dura nemmeno il tempo che impiega una quercia
appena nata a fare le ghiande. Pietro fondò la sua comunità senza oro e
argento; io la mia pregando e digiunando, Francesco la sua sull’umiltà:
guarda ora come si sono ridotte quelle comunità, ciò che era bianco è
diventato nero. Tuttavia Dio provvederà: ha fatto ben altri miracoli quando
ha invertito il corso del Giordano (per fare passare l’esercito di Giosuè) e
diviso le acque del Mar Rosso (affinché gli Ebrei sfuggissero agli
egiziani)».
Pronunciate queste parole, Benedetto si riunì agli altri beati e poi, serrati
insieme, tutti salirono in alto roteando velocemente come un turbine.
Beatrice fece cenno a Dante di salire per la scala dietro alle anime beate.
Niente sulla Terra potrebbe essere paragonato alla velocità del volo che egli
spiccò.

Come è vero – dice Dante al suo lettore – che io non faccio che piangere
i miei peccati e battermi il petto per ritornare un giorno a quel trionfo di
santi, ebbene, è altrettanto vero che tu non avresti impiegato a mettere un
dito nel fuoco e subito a ritrarlo il tempo che io misi ad avvistare la
costellazione dei Gemelli (nel cielo ottavo delle Stelle Fisse) e a
ritrovarmici dentro. Poi invoca le gloriose stelle di quella costellazione, la
loro straordinaria virtù, al cui influsso, dice, lui deve tutto l’ingegno, grande
o piccolo che sia, di cui si sente dotato: «il sole era congiunto con voi il
giorno in cui, per la prima volta, avevo respirato l’aria di Toscana (nel 1265,
anno di nascita di Dante, la costellazione dei Gemelli splendeva fra il 14
maggio e il 13 giugno; a Pietro Giardini, un notaio ravennate a lui vicino
negli ultimi anni di vita, Dante avrebbe raccontato di essere nato nel mese
di maggio) e quando mi fu concesso il privilegio di entrare nella sfera che
vi fa ruotare mi fu assegnata in sorte proprio la zona di cielo da voi
occupata. A voi adesso la mia anima si rivolge con devozione: vi prego,
datele la forza necessaria per affrontare la difficile impresa di descrivere ciò
che resta del Paradiso».

«Ora sei così vicino a Dio» lo apostrofò Beatrice «che i tuoi occhi sono
diventati capaci di guardare lontano: perciò, prima di addentrarti in lui,
guarda in giù, guarda quanta parte del creato ti ho fatto percorrere.»
Con lo sguardo Dante ripercorse tutti e sette i cieli e in fondo vide il
piccolo globo terrestre. Vide la luna illuminata dal sole, senza quelle
macchie che (nel canto 2) aveva attribuito a variazioni di densità; il suo
sguardo sostenne la vista del sole, e ad esso vicini osservò orbitare
Mercurio e Venere; da lassù scorse il temperato candore di Giove,
intermedio tra il gelido Saturno e l’affocato Marte, e gli apparvero
chiaramente quali fossero i loro movimenti. Dall’alto valutò con precisione
la grandezza, la velocità di rotazione e le distanze tra loro di tutti e sette i
pianeti. Infine, mentre le girava intorno insieme ai Gemelli, ai suoi occhi
apparve nitidamente, dai monti ai mari, quella piccola aiuola per la quale gli
uomini si combattono così ferocemente. Poi, rivolse i suoi occhi a quelli
belli di Beatrice.
CANTO 23
Trionfi di Cristo e di Maria

Beatrice fissava la sommità della volta celeste con la stessa concentrata


attenzione di un uccello che, dopo aver riposato la notte presso il nido dei
suoi piccoli, sul fare dell’alba, appollaiato su un ramo, guarda fisso verso il
cielo e, ansioso di poter procurare a loro il nutrimento, aspetta il sorgere del
sole. Vedendola così assorta, Dante capì che qualcosa stava per accadere e
attese l’evento con grande desiderio. L’attesa fu molto breve. Beatrice,
infatti, con gli occhi traboccanti di felicità e il viso ardente d’amore, disse:
«Ecco, il trionfo di Cristo, ecco le schiere da lui salvate, ecco il frutto
prodotto dagli influssi di questi cieli!».
Apparvero migliaia di anime splendenti: una sorgente di luce le
illuminava allo stesso modo in cui il sole illumina le altre stelle; in quel
punto luminosissimo traspariva, tanto sfolgorante che Dante non ne resse la
vista, il corpo risorto di Cristo. La sua mente, incapace di contenere quella
visione, uscì da sé stessa: Dante non sa dire cosa avvenne delle sue capacità
intellettive.
Lo riportarono in sé queste parole di Beatrice: «Guardami, dopo quello
che hai visto sei ora in grado di sostenere il mio sorriso». Dante la guardò.

Anche se, confessa ai lettori, mi venissero in aiuto le lingue di tutti i più


grandi poeti del mondo, non riuscirei a esprimere nemmeno la millesima
parte dello splendore di quel sorriso. «Il sacro poema» continua «non può
rappresentare tutto il Paradiso. Eppure, pensando a quanto sia gravoso quel
compito e quanto deboli le spalle mortali che se ne fanno carico, non
possono essere rimproverate se tremano sotto il peso; il mare che la mia
coraggiosa nave va solcando non si addice né a una piccola imbarcazione
né a un nocchiero che si risparmi.»
Beatrice intervenne una seconda volta: «Non guardare solo me, osserva
il bel giardino che fiorisce ai raggi di Cristo (la schiera dei beati). In quel
giardino c’è la rosa nella quale il Verbo si è incarnato (Maria Vergine), ci
sono i gigli (gli apostoli) che con il loro profumo hanno guidato l’umanità
sulla retta via».
Dante obbedì e così scorse innumerevoli schiere di anime sfolgoranti
illuminate dall’alto da raggi di luce dei quali non vedeva la provenienza
(Cristo). Beatrice aveva pronunciato il nome del bel fiore (la rosa-Maria)
da lui sempre invocato, mattina e sera: e allora si concentrò per sostenere la
visione di quello che (resosi Cristo invisibile) era rimasto lo splendore più
vivo di tutti. Non appena ebbe fissato gli occhi su di lei, attraverso il cielo
scese una fiaccola ardente (l’arcangelo Gabriele) in forma di corona, che la
circondò girandole intorno. Cantava: «Io che circondo la sublime felicità
che si effonde dal grembo che ospitò Cristo sono angelo fervente di carità e
seguiterò a girare finché, signora, non raggiungerai tuo figlio e renderai più
fulgido l’Empireo con la tua presenza». La più dolce melodia che si possa
udire sulla Terra, se comparata al suono di quella lira celeste, sembrerebbe
il fragore di un tuono. Alla fine del canto dell’angelo, tutte le anime
pronunciarono a gran voce il nome di Maria. Questa si innalzò dietro al suo
figlio, ma Dante non poté seguirne il volo con gli occhi perché il Primo
Mobile, il cielo che circonda gli altri otto sottostanti, era ancora troppo
distante e perciò non visibile dal punto in cui lui si trovava.
Come il neonato, finita la poppata, tende le braccia alla madre pieno
d’amore, così ciascuna di quelle anime fulgenti protese la sua fiamma verso
l’alto manifestando il grande amore che aveva per Maria. Poi, senza
allontanarsi dagli occhi di Dante, intonarono Regina coeli con suo
indimenticabile piacere.
«Regina coeli laetare, alleluja!» (Rallegrati, Regina del cielo) è l’inizio
di una antifona cantata durante il periodo pasquale.

«O quant’è abbondante la beatitudine che si raccoglie nelle anime


elette!» esclama Dante. «In Paradiso si gode del tesoro spirituale acquistato
soffrendo nell’esilio terreno. In Paradiso celebra la sua vittoria, sotto Cristo
e Maria e insieme ai santi dell’Antico e del Nuovo Testamento, colui che
tiene le chiavi della gloria celeste (san Pietro).»
CANTO 24
San Pietro esamina Dante sulla Fede

Beatrice parlò ai beati (che avevano finito di intonare il Regina coeli): li


pregò, loro che sedevano alla grande cena dell’Agnello di Dio, cena della
quale la grazia divina aveva concesso a Dante di condividere qualche
briciola ancor prima di morire, di volerlo ristorare un po’ con quell’acqua
(la verità) che loro bevono direttamente dalla fonte a cui sono rivolti i suoi
pensieri. In segno di giubilo per la richiesta ricevuta, i beati si disposero in
corone che ruotavano intorno a un asse centrale lanciando scie
fiammeggianti: sembravano le ruote del congegno di un orologio. E come
queste girano in modo tale che la rotella centrale sembra essere ferma e
quella più esterna sembra volare, così la diversa velocità di rotazione di
quelle corone consentiva a Dante di valutare il diverso grado di beatitudine
delle anime che le formavano. Da quella più preziosa si distaccò lo spirito
più ardente di tutti (san Pietro), per tre volte girò cantando intorno a
Beatrice, si fermò e la salutò chiamandola sorella. Al che Beatrice chiese a
quel grand’uomo a cui Cristo aveva lasciato in Terra le chiavi del Paradiso
di esaminare Dante in materia di fede: a lui sicuramente era ben chiaro se
Dante praticava le virtù teologali (Fede, Speranza, Carità), e tuttavia farlo
parlare della Fede, grazie alla quale il Paradiso aveva acquistato i suoi
cittadini, sarebbe stato un modo giusto di glorificarla.
Dante si sentiva come un baccelliere in attesa dell’esame, e proprio come
uno studente, prima ancora che san Pietro ponesse la questione, ricapitolava
in silenzio le argomentazioni che gli sarebbero servite per rispondere
prontamente.
Il baccelliere è lo studente di una facoltà di Teologia candidato a
sostenere l’esame finale di un corso di livello medio-basso, cioè inferiore al
dottorato. Il maestro poneva la questione e il baccelliere ne produceva le
prove a dimostrazione; in data successiva il maestro riprendeva la
questione e la portava a compimento, la «determinava».
«Che cos’è la Fede?» gli chiese san Pietro.
E Dante, dopo aver ricevuto un cenno di approvazione da Beatrice e
invocato l’aiuto della Grazia, rispose: «Come ha scritto la penna infallibile
di quel tuo amato fratello che insieme a te condusse Roma sulla retta via
(san Paolo, nella Lettera agli Ebrei), la Fede è il fondamento sostanziale di
ciò che noi speriamo (l’esistenza di Dio e della vita eterna) e l’argomento,
cioè la prova concettuale, dell’esistenza di ciò che non si vede».
San Pietro approvò, a patto però che a Dante fosse chiaro perché Paolo
avesse chiamato la Fede prima «sostanza» e poi «argomento».
E Dante allora spiegò che gli uomini, essendo loro preclusa la visione
delle realtà divine, possono credere alla loro esistenza solo per fede, sulla
quale si fonda la loro speranza: ecco perché la Fede può essere chiamata
principio sostanziale di ciò che si spera. Ma può essere definita anche
argomento perché da essa, per via di sillogismo, si può dedurre la realtà
delle cose invisibili.
San Pietro gli manifestò la sua profonda soddisfazione per il modo in cui
aveva definito la sostanza e il valore della Fede, ma subito dopo gli
domandò: «Ma tu, la possiedi?».
«Sì, la possiedo senza ombra di dubbio» rispose Dante.
«E da dove ti è venuta?» insistette san Pietro.
E Dante: «Non da dimostrazione razionale ma dalle pagine ispirate da
Dio del Vecchio e del Nuovo Testamento».
«E su quale base» incalzò san Pietro «ti sei convinto che il Vecchio e il
Nuovo Testamento siano proprio parola di Dio?»
«Sulla base dei miracoli che seguirono a quegli scritti.»
«Ma chi ti garantisce che quei miracoli siano realmente accaduti, se non
quelle scritture che i miracoli stessi dovrebbero provare ispirate da Dio?»
«Se è vero che tutto il mondo si è convertito al cristianesimo senza
bisogno di miracoli,» ribatté Dante «ebbene, questo da solo è un miracolo
che vale cento volte più degli altri. Quando iniziasti a coltivare la vigna del
Signore, che adesso è diventata una sterpaia, tu eri povero e incolto (la fede
cristiana si era diffusa anche se gli apostoli erano privi di risorse materiali
e culturali).»
Conclusa questa fase dell’esame, tutta la schiera dei beati intonò il Te
Deum.
«Te Deum laudamus» (Ti lodiamo come nostro Dio) è l’inizio di un inno
di ringraziamento cantato ancor oggi nelle occasioni solenni. Dante lo
aveva sentito cantare dalle anime che si trovavano al di là della porta del
Purgatorio (canto 9).
L’esame, comunque, si avvicinava alle battute finali. San Pietro
ricominciò a parlare: «La Grazia divina fin qui ti ha fatto rispondere
esattamente, ma adesso devi esprimere le singole verità in cui credi e dire
da dove le hai attinte».
«O santo Padre,» disse Dante «alla tua richiesta io rispondo così: “Credo
in un Dio unico, eterno, motore immobile dell’universo: non lo provano
solo argomenti scientifici e speculativi, lo prova la rivelazione che scende
come pioggia dal Cielo attraverso l’intero Vecchio Testamento, i Vangeli e
gli scritti di voi apostoli (Atti degli Apostoli, Epistole, Apocalisse). Credo
nelle tre persone dell’eterna Trinità, e credo che sono una sola sostanza,
unica ma contemporaneamente trina, tanto che la si può designare,
contemporaneamente, con il singolare e con il plurale. La certezza di questa
insondabile condizione dell’essere divino è impressa nella mia mente da più
luoghi del Vangelo. Questa certezza è il fondamento di tutta la mia fede”.»
Non appena Dante si tacque, san Pietro gli manifestò quanto avesse
gradito le sue parole girandogli intorno per tre volte mentre lo benediceva
cantando.
CANTO 25
San Giacomo esamina Dante sulla Speranza. Apparizione di san
Giovanni

All’inizio del canto Dante autore manifesta il desiderio di poter ritornare un


giorno a Firenze grazie alla gloria che gli procurerà il poema a cui sta
lavorando: «Se potrà mai accadere che il poema sacro (la Commedia), a
comporre il quale hanno concorso il cielo e la terra, tanto che sotto il peso
di quella fatica mi consumo da molti anni, vinca l’odio feroce che mi
chiude fuori (in esilio) dal bell’ovile (Firenze) dove da giovane dormivo
innocente come un agnello, ma avversato da quei concittadini che lo
devastano come lupi, ebbene, quel giorno ritornerò a Firenze con ben altra
fama e maturità di poeta, e sarò incoronato sul fonte dove fui battezzato (in
San Giovanni), perché là sono entrato in quella fede per la quale Pietro mi
ha circondato il capo con la sua luce» (alla fine del canto precedente san
Pietro, dopo averlo esaminato sulla Fede, per tre volte aveva girato intorno
a lui benedicendolo).

Staccandosi dalla stessa ghirlanda di anime dalla quale prima era uscito
san Pietro, uno spirito luminoso avanzò verso Dante e Beatrice, ed essa
disse a Dante: «Guarda, guarda, ecco il grande spirito per visitare il
sepolcro del quale sulla Terra ci si reca in pellegrinaggio in Galizia».
È l’apostolo Giacomo di Zebedeo, detto il Maggiore, per distinguerlo
dall’altro apostolo Giacomo di Alfeo, detto il Minore. Fratello di Giovanni
Evangelista, fu martirizzato intorno al 44 d.C. per ordine di Erode Agrippa
I. La leggenda vuole che il suo corpo volasse miracolosamente a Santiago
di Compostela in Galizia: il santuario a lui dedicato nel Medioevo era una
delle più importanti mete di pellegrinaggio.
Giacomo e Pietro prima si festeggiarono a vicenda, poi si arrestarono
muti, ma in un tripudio di fiamme, davanti a Dante. Questi, colpito da tanta
luce, dovette abbassare gli occhi. Fu Beatrice a parlare, invitando il nuovo
beato a esaminare Dante intorno alla Speranza. Nessun altro, disse, era più
adatto di lui, che l’aveva simboleggiata in tutti gli episodi del Vangelo nei
quali Gesù aveva mostrato ai tre maggiori apostoli la sua predilezione (il
riferimento è agli episodi evangelici della resurrezione della figlia di
Giairo, della trasfigurazione sul monte Tabor e della preghiera nell’orto del
Getsemani nei quali Gesù aveva voluto accanto a sé solamente Pietro,
Giacomo e Giovanni; nella tradizione esegetica i tre apostoli
simboleggiano le tre virtù teologali: Pietro, la Fede; Giacomo, la Speranza,
Giovanni, la Carità).
San Giacomo prima rassicurò Dante, che teneva ancora gli occhi
abbassati, dicendogli che in Paradiso le sue capacità visive venivano
potenziate e che pertanto poteva sollevarli, cosa che Dante fece subito, poi
gli chiese di rispondere a tre domande: cos’è la Speranza? In che misura la
sua anima se ne abbelliva? Da dove gli veniva? Dante, però, fu preceduto
da Beatrice, la quale assicurò il beato – cosa peraltro che lui sapeva bene
perché la leggeva nella mente di Dio – che in tutta la chiesa militante non
c’era nessuno che nutrisse più speranza di Dante. Lasciava a lui invece il
compito di rispondere alle altre due domande (cosa sia la Speranza e da
dove gli fosse venuta), sicura che lo avrebbe fatto facilmente e senza
vanterie.
E Dante, come uno studente certo della propria preparazione, subito
rispose: «La Speranza è la sicura aspettativa della futura gloria eterna, la
generano la grazia divina e la consapevolezza dei meriti acquisiti (Dante
traduce alla lettera una sentenza di Pietro Lombardo, citato tra i sapienti
da Tommaso d’Aquino nel canto 10: «Est enim spes certa expectatio
futurae beatitudinis veniens ex Dei gratia et ex meritis praecedentibus» [La
Speranza è attesa sicura della futura beatitudine che proviene dalla Grazia
e dai meriti precedenti]). Questa luce di verità mi viene da molte fonti. Il
primo a infonderla nel mio cuore fu il sommo cantore di Dio (David), che
nel suo inno dice: “Sperino in te quelli che conoscono il tuo nome”
(traduzione di un versetto del Salmo 9: «Sperent in te qui noverunt nomen
tuum»); poi anche tu me l’hai infusa con la tua Epistola (l’Epistula Iacobi
va in realtà attribuita a Giacomo il Minore)».
Mentre Dante parlava il beato manifestava la sua soddisfazione con
improvvisi e frequenti guizzi di luce. Poi chiese a Dante di dire quale fosse
l’oggetto del suo sperare, e questi rispose che Vecchio e Nuovo Testamento
indicavano concordi la meta dei buoni cristiani: il profeta Isaia, infatti,
afferma che in Paradiso ciascuna anima eletta indosserà due vesti e il
fratello di Giacomo (Giovanni) illustra più dettagliatamente quella verità
nel passo (dell’Apocalisse) nel quale scrive dei corpi luminosi dei beati
(oggetto della Speranza è dunque la resurrezione della carne).
Al termine del discorso di Dante una voce dall’alto cantò Sperent in te (il
versetto davidico citato poco prima) e le corone danzanti dei beati risposero
in coro. Subito dopo una di quelle anime cominciò a brillare di luce più
intensa, si avvicinò alle altre due che giravano danzando (Pietro e
Giacomo) e si unì al loro canto e alla loro danza. Beatrice, senza mai
distogliere gli occhi da quegli splendori, disse: «Questi è colui che (durante
l’ultima cena) poggiò il capo sul petto di Cristo, colui al quale dalla croce
Cristo affidò il grande compito di prendere il suo posto di figlio presso
Maria».
Si tratta dell’apostolo Giovanni, fratello minore di Giacomo, ritenuto
l’autore del Vangelo che porta il suo nome, di tre Lettere e dell’Apocalisse:
entrambi gli episodi a cui Dante fa riferimento sono raccontati nel suo
Vangelo.
Udite quelle parole, Dante fissò intensamente, tanto da restarne accecato,
proprio come succede a chi si sforza di osservare il sole durante una eclissi
parziale, l’anima incandescente di Giovanni, ma una voce lo ammonì:
«Perché ti accechi nel tentativo di vedere qualcosa che non c’è? Il mio
corpo è terra in Terra, e là resterà fino al giorno del Giudizio. I soli ad
essere saliti qui in Paradiso con l’anima e il corpo sono Cristo e la
Madonna. Riferiscilo agli uomini».
Dante intende confutare le leggende secondo cui san Giovanni e alcuni
profeti biblici, come Enoch ed Elia, avrebbero avuto il privilegio di salire in
cielo anche con il corpo.
A quelle parole di Giovanni, lo sfolgorante girotondo delle tre anime si
quietò insieme al loro canto a tre voci. Ahi – esclama Dante – quanto mi
turbai quando, voltatomi verso Beatrice, non riuscii a scorgerla, anche se le
ero vicino, e addirittura in Paradiso!
CANTO 26
San Giovanni esamina Dante sulla Carità. Adamo

Nel fissare lo splendore dell’anima di san Giovanni Dante aveva perso la


vista. Temeva di non poterla più recuperare. Fu lo stesso beato a
rassicurarlo dicendogli che non era rimasto cieco e che gli occhi di Beatrice
gli avrebbero restituito la vista: nel frattempo, in attesa che il senso visivo
consumato nel guardarlo riprendesse vigore, avrebbe potuto esercitare la
vista della mente parlando con lui.
Per prima cosa gli chiese di dirgli a quale oggetto d’amore tendeva la sua
anima. Dante, dopo aver premesso che si affidava totalmente al potere di
quegli occhi che erano stati il varco attraverso il quale era penetrata in lui
l’inestinguibile fiamma d’amore per Beatrice, rispose che la sua anima
tendeva a Dio, che è Alfa e Omega, inizio e fine, di ogni sentimento
d’amore. E allora san Giovanni gli chiese di specificare chi aveva
indirizzato il suo amore verso Dio. E Dante rispose: «A imprimere tale
amore nel mio animo sono sia argomentazioni razionali sia l’autorità delle
Sacre Scritture». Proseguì spiegando che il bene suscita sempre amore
nell’uomo e siccome esso è proporzionato alla grandezza del bene che si
ama, e siccome Dio è il massimo dei beni, chi riconosce questa verità amerà
Dio sopra ogni altra cosa.
«Tale verità» concluse «è mostrata al mio intelletto da colui (Aristotele)
che dimostra quale sia l’oggetto d’amore di tutte le sostanze (angeli e
uomini) e dall’autore della Scrittura (Dio), quando, parlando di sé, dice a
Mosè: “Io ti farò vedere ogni bene” (traduzione del versetto dell’Esodo:
«Ego ostendam omne bonum tibi»). Ed è mostrata pure da te, all’inizio del
possente annuncio che più di ogni altro proclama in Terra il mistero di
Dio.»
Potrebbe riferirsi al celebre incipit del Vangelo di Giovanni: «In
principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum»
(In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio) o a
quello dell’Apocalisse, che comincia con la frase: «Ego sum Alpha et
Omega, principium et finis», citata da Dante nella sua prima risposta.
Giovanni gli chiese se, oltre alle prove della ragione umana e all’autorità
della Scrittura, altri stimoli avessero concorso a dirigere il suo amore verso
Dio. Dante, che aveva capito a cosa mirava questa domanda, rispose che
avevano agito su lui non solo quelli, ma proprio tutti gli stimoli che
dimostrano l’amore di Dio e orientano verso Dio: l’esistenza dell’universo e
la sua propria, il sacrificio di Cristo, il premio da tutti agognato della vita
eterna lo avevano salvato dal vasto mare degli amori fallaci e deposto sulla
spiaggia sicura dell’amore vero. E aggiunse che egli amava anche tutte le
creature a seconda della loro maggiore o minore bontà (la Carità dunque lo
spingeva ad amare anche il prossimo, perciò anche Beatrice vivente: a
questa confessione mirava forse l’intenzione nascosta con la quale
Giovanni aveva fatto la sua domanda).
Non appena smise di parlare, tutti i beati, compresa Beatrice, con un
canto dolcissimo intonarono: «Santo, santo, santo!» (è la triplice
invocazione, ripresa da testi biblici, che risuona nella liturgia della messa,
già intonata da Giustiniano nel canto 7).
A quel punto gli occhi di Beatrice con i loro raggi cancellarono ogni
impurità da quelli di Dante, che ripresero a vedere meglio di prima.
Riacquistata la vista, dopo un attimo di disorientamento Dante si accorse
con stupore che un’altra anima splendente si era aggiunta alle tre
precedenti, e chiese a Beatrice chi fosse. E lei: «È la prima anima creata da
Dio (Adamo)». Dante subito si meravigliò e poi fu preso da un incontenibile
desiderio di parlare al padre dell’umanità: lo pregò devotamente di
rispondere alle sue domande, a lui ben note senza che egli le formulasse
esplicitamente. La vibrazione del manto luminoso che l’avvolgeva lasciò
trasparire la gioia che Adamo provava nel poter appagare quelle domande
che lui leggeva chiaramente nello specchio di Dio, e cioè: quanto tempo fa
il Signore lo aveva collocato nel Paradiso terrestre, quanto a lungo vi era
rimasto, la vera causa della collera divina e quale lingua lui aveva inventato
e usato.
Cominciò con l’affermare che la causa del lungo esilio dell’umanità non
fu l’aver mangiato il frutto, ma l’aver oltrepassato il limite posto da Dio;
poi disse che, una volta cacciato dall’Eden, era vissuto 930 anni e che, da
morto, era stato relegato nel Limbo per 4302 anni (Adamo, dunque, aveva
atteso che Cristo morendo lo liberasse dal peccato per 5232 anni; si ricordi
che nel canto 33 del Purgatorio Beatrice aveva affermato che l’attesa di
Adamo era durata più di cinquemila anni. Se a quella cifra sommiamo gli
anni trascorsi dalla morte di Cristo alla data dell’incontro in Paradiso
[1300], risulta che Adamo era stato creato 6498 anni prima); infine, che la
lingua da lui parlata era già completamente estinta prima che i babilonesi di
Nembròt si dedicassero all’impresa impossibile della torre (del mito della
torre di Babele Dante aveva già parlato nel canto 31 dell’Inferno).
«Nessun prodotto umano, infatti» spiegò «dura per sempre, e questo
perché il gusto degli uomini cambia continuamente. La facoltà di parlare è
data dalla natura, in quale lingua farlo, invece, la natura lascia che siano gli
uomini stessi a deciderlo a loro piacimento. Prima che io, morendo,
scendessi nel Limbo, Dio sulla Terra era chiamato I, in seguito fu chiamato
El; che ciò succeda è inevitabile perché gli usi umani mutano nel tempo: si
avvicendano l’uno all’altro come le foglie sui rami.»
Mentre El è parola ebraica per “Dio”, non è chiaro da dove Dante
attinga il precedentemente usato I. È certo invece che qui Dante corregge
ciò che aveva sostenuto nel De vulgari eloquentia, e cioè che El fosse la
prima parola pronunciata da Adamo, e pertanto che la sua lingua fosse
l’ebraico. Mentre nel trattato linguistico affermava che la lingua di Adamo
era perdurata unica e immutata fino alla confusione delle lingue prodotta
dal fallimento babelico e che solo dopo tale evento le lingue si erano
diversificate nel tempo e nello spazio, qui sostiene che la lingua di Adamo
era già mutevole e arbitraria.
Alla domanda per quanto tempo fosse rimasto nell’Eden, rispose con
precisione di esservi rimasto dalla prima ora del giorno (le sei del mattino) a
quella che segue il mezzogiorno (Dante segue l’opinione di Pietro
Comestore, ricordato come Pietro Mangiatore nel canto 12).
CANTO 27
Invettiva di san Pietro. Salita al Primo Mobile

«Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo» cominciarono a cantare tutti i


beati: Dante ne era inebriato. Le anime di Pietro, Giacomo, Giovanni e
Adamo risplendevano davanti ai suoi occhi. Poi calò il silenzio. La luce
dell’anima di Pietro crebbe di intensità e cambiò colore; da candida si fece
rossa e da essa uscirono queste parole:
«Non ti stupire se io muto colore; vedrai che mentre parlerò arrossiranno
anche tutti questi beati», e subito attaccò: «Colui che in Terra usurpa il mio
posto di vicario di Cristo, posto che agli occhi del Figlio di Dio risulta
vuoto, ha trasformato il mio sepolcro (sul colle Vaticano a Roma) in una
fogna piena di sangue e di marciume puzzolente: ciò appaga i malvagi
desideri di quell’angelo perverso precipitato da quassù all’Inferno
(Lucifero)».
L’invettiva è scagliata contro il papa Bonifacio VIII che, pur occupando
in modo legittimo la carica pontificale (e per questo nel canto 20 del
Purgatorio Dante aveva condannato l’oltraggio inflittogli ad Anagni), non è
riconosciuto da Cristo come suo vicario: è dunque una delegittimazione di
ordine spirituale.
A quelle parole tutte le anime del cielo si tinsero di un colore purpureo,
di rabbia e vergogna, e anche Beatrice arrossì.
Pietro proseguì con voce alterata quanto il suo aspetto:
«La Chiesa, sposa di Cristo, non fu nutrita con il sangue mio, di Lino e
di Anacleto perché poi diventasse uno strumento per acquistare ricchezze;
Sisto, Pio, Callisto e Urbano versarono il loro sangue dopo una lunga
sofferenza affinché fosse lo strumento per acquistare la beatitudine di
quassù.»
Lino e Anacleto furono i due immediati successori di Pietro; Sisto e Pio
furono papi nel II secolo, Callisto e Urbano nel III; al tempo di Dante
erano tutti considerati martiri.
«Noi primi papi mai abbiamo pensato che i nostri successori dovessero
dividere il popolo cristiano in buoni e cattivi, facendo sedere i primi alla
loro destra e i secondi alla sinistra (il giorno del Giudizio universale Dio
collocherà alla sua destra gli eletti e alla sua sinistra i dannati; i papi
moderni si sentono autorizzati ad anticipare il giudizio su basi politiche:
alla destra i favoriti Guelfi, alla sinistra i perseguitati Ghibellini), e
nemmeno che le chiavi del regno dei cieli datemi da Cristo dovessero
diventare lo stemma di una bandiera levata in guerra contro altri cristiani
(allude alla crociata bandita da Bonifacio VIII contro i Colonna già
stigmatizzata nel canto 27 dell’Inferno) e neppure che la mia effigie
impressa sul sigillo papale dovesse servire a legittimare privilegi concessi
per lucro e in malafede: ogni volta che ci penso brucio di vergogna (nel
canto 18 un’apostrofe sarcastica era stata rivolta contro Giovanni XXII
devoto solo al fiorino). Da quassù si vedono lupi famelici travestiti da
pastori che predano i loro greggi per ogni pascolo (in ogni angolo del
mondo cristiano imperversa la simonia): o soccorso di Dio, perché tardi
ancora? Già Caorsini e Guasconi si preparano a bere il nostro sangue: che
fine meschina attende quel nostro santo inizio! (Allude ai successori di
Bonifacio VIII, i papi Clemente V di Guascogna – sul quale si vedano
anche i giudizi espressi nel canto 19 dell’Inferno e nei canti 17 e 30 del
Paradiso – e Giovanni XXII di Cahors.) Ma so che la divina provvidenza,
che già una volta ha salvato l’Impero con le armi di Scipione (vincitore di
Annibale), presto verrà in soccorso, e tu, figliolo, tu che tornerai sulla Terra,
laggiù parla chiaramente: non nascondere nulla di quel che io non ti
nascondo.»
Pietro cessò di parlare; le anime che si erano fermate in quel cielo
risalirono tutte insieme verso l’alto: Dante le osservava e pensava che
sembravano fiocchi di neve che scendono in un limpido cielo invernale, ma
queste invece salivano. Le seguì con gli occhi finché non scomparvero in
lontananza. E allora Beatrice gli disse: «Abbassali, e misura quale arco hai
percorso in questo cielo».
Dante così si accorse che dal momento in cui aveva guardato la prima
volta verso la Terra (nel canto 22) si era spostato verso occidente di novanta
gradi: dal punto in cui adesso si trovava poteva spingere lo sguardo, da un
lato, al di là dello stretto in cui Ulisse si era follemente avventurato (come
narrato nel canto 26 dell’Inferno), dall’altro, alla costa della Fenicia (nel
Mediterraneo orientale). Ma i suoi occhi ardevano dal desiderio di guardare
nuovamente Beatrice: quando lo fece, vide uno spettacolo di ineguagliabile
bellezza. Anche Beatrice ricambiò lo sguardo. Quello sguardo ebbe il
potere di staccarlo di colpo dalla costellazione dei Gemelli (nell’ottavo
cielo) e di proiettarlo di slancio nel cielo più veloce di tutti (il nono, il
Primo Mobile).
Quel cielo era perfettamente uniforme, sia nelle zone più vicine sia in
quelle più lontane: essendo sprovvisto di pianeti, non offriva a Dante nessun
punto di riferimento. Beatrice capì che lui desiderava sapere dove era
giunto e perciò con un sorriso gioioso gli spiegò che quel cielo impartiva il
movimento a tutti quelli sottostanti e che esso traeva quel potere dalla
mente divina, nella quale era collocato. Come includeva, abbracciandoli, i
cieli inferiori, così un cielo immateriale costituito di luce e amore
(l’Empireo) includeva lui. Il suo movimento non era determinato da quello
di nessun altro cielo, mentre i movimenti di tutti gli altri cieli erano
commisurati sul suo: in quel cielo, dunque, aveva origine anche il tempo.
Eppure gli uomini, proseguì Beatrice, sommersi dalle onde della
cupidigia, sono incapaci di sollevare gli occhi e di ammirare lo spettacolo
dei cieli. Nascono naturalmente inclini al bene, ma poi capita a loro ciò che
capita alle susine quando una pioggia ininterrotta le guasta. Ecco perché
fede e innocenza si trovano ormai soltanto nei bambini; l’una e l’altra
svaniscono prima ancora che le loro guance comincino a coprirsi di peluria.
C’è chi, quando è ancora un bambino incapace di parlare, osserva i digiuni
e poi, fatto adulto, si ingozza di qualunque cibo in qualsiasi giorno
dell’anno (anche in quelli nei quali si dovrebbe digiunare per penitenza);
c’è chi, quando ancora non sa parlare, ama sua madre e le presta ascolto e
poi, da adulto, desidera solo vederla morta.
«Ma tu» concluse Beatrice «non stupirti se l’umanità è traviata:
considera che in Terra non c’è chi la governa (essendo vacanti sia la Chiesa
che l’Impero). Ma prima o poi questi cieli irradieranno i loro influssi e la
tempesta che da tanto tempo si aspetta costringerà la nave dell’umanità a
invertire la rotta e a puntare diritta al porto e finalmente alle promesse
seguiranno buoni frutti.»
CANTO 28
Le gerarchie angeliche

Dante fissò gli occhi di Beatrice, vi scorse riflesso un punto luminosissimo,


e allora si girò all’indietro. Fece come chi, all’improvviso e senza
aspettarselo, vede riflettersi in uno specchio la fiamma di un candeliere che
gli sta alle spalle e allora si volta per verificare se effettivamente si tratta
della fiamma di un candeliere. E così vide un piccolissimo punto, più
piccolo di qualunque piccola stella si possa vedere dalla Terra, che irradiava
una luce accecante (Dio). Lo circondava un cerchio di fuoco che gli girava
intorno più velocemente di quanto il Primo Mobile ruoti intorno alla Terra,
e quel cerchio era circondato da un altro, e quest’altro da un terzo, il terzo
da un quarto e il quinto da un sesto. Il settimo cerchio era così largo che un
arcobaleno, fosse anche stato un circolo completo, non avrebbe potuto
contenerlo. Ancora più ampi erano poi i due cerchi concentrici successivi.
Vide che ogni cerchio girava più lentamente quanto più era lontano dal
primo e che questo, il più vicino al punto luminoso, splendeva di una luce
più vivida degli altri.
Beatrice, accortasi che un dubbio lo turbava, gli disse: «Da quel punto
dipendono il cielo e tutto il creato. Il cerchio a lui più vicino si muove così
rapidamente a causa dell’ardente amore che lo stimola».
Dante aveva intuito che quei cerchi erano ordini angelici, però non era
rimasto appagato: lo sarebbe stato, rispose, se le sfere del mondo sensibile
(la Terra e i nove cieli) funzionassero come vedeva funzionare quelle ruote,
ma a differenza di queste i cieli ruotano tanto più velocemente quanto più
sono lontani dal centro (la Terra): come si spiegava, dunque, che il modello
(il mondo sovrasensibile) e la copia (il mondo sensibile) non funzionassero
allo stesso modo? Beatrice riconobbe che il problema era di difficile
soluzione e lo invitò ad ascoltare con attenzione ciò che stava per dirgli.
Cominciò affermando che i cieli sono più o meno ampi a seconda della
quantità di energia benefica che in essi si dispiega in modo omogeneo: ne
consegue che, se una bontà maggiore produce una maggiore influenza
benefica e se un corpo più grande, ma perfetto in ogni sua parte, contiene
una più grande quantità di quei benefici influssi, il cielo più grande, quello
che avvolge tutti gli altri (il Primo Mobile) corrisponde al cerchio angelico
che, essendo più vicino a Dio, più conosce il suo amore e la sua sapienza.
Ecco perché, prendendo come unità di misura non la grandezza ma la virtù
dei cerchi angelici, il cielo più grande e perciò più ricco di virtù corrisponde
al cerchio angelico che appare minore come grandezza ma che ha la virtù
maggiore.
Il dubbio di Dante si dissolse. Non appena Beatrice ebbe smesso di
parlare i cerchi angelici sprizzarono scintille: erano migliaia di angeli che
giravano insieme al cerchio di appartenenza e dall’uno all’altro cerchio
cantavano le lodi di quel punto immobile al loro centro. Beatrice riprese a
parlare e indicò a Dante quali fossero gli angeli che costituivano ognuno di
quei cerchi.
«I primi due (quelli più vicini al punto luminoso) sono formati da
Serafini e Cherubini: sono i più elevati di tutti e perciò più di tutti possono
avvicinarsi ad assomigliare a Dio. Intorno a loro girano angeli chiamati
Troni, cioè “seggi di Dio”. La successiva terna comprende le Dominazioni,
le Virtù e le Potestà. Nel settimo e ottavo cerchio ruotano Principati e
Arcangeli. Fu Dionigi Areopagita a distinguere e a nominare gli ordini
angelici così come te li ho presentati. È vero che poi Gregorio Magno
cambiò quell’ordinamento, ma è anche vero che, non appena qui in
Paradiso poté contemplare la verità, rise lui stesso del suo errore. Non ti
meravigliare se un uomo è arrivato a svelare al mondo una verità così
profonda, perché a rivelargliela, insieme a molte altre, fu colui che quassù
l’aveva vista con i suoi occhi (san Paolo, rapito da vivo nell’Empireo, come
Dante aveva scritto nel canto 2 dell’Inferno).»
Il Dionigi dantesco (ricordato tra i sapienti del canto 10), benché
affermi di essere stato convertito da san Paolo, sembra essere vissuto tra il
V e il VI secolo; e pertanto viene chiamato Pseudo-Dionigi. È autore di un
trattato sugli angeli nel quale propone un ordinamento gerarchico da cui si
distacca Gregorio Magno (il papa santo che intercedette per Traiano, come
è raccontato nel canto 20): nel Convivio Dante seguiva l’ordinamento di
Gregorio.
CANTO 29
Creazione, facoltà e numero degli angeli

Beatrice tacque per un attimo e poi subito ricominciò a parlare: disse a


Dante che avrebbe risposto ad alcune domande che lui, come lei vedeva
bene nella mente di Dio, si stava facendo senza formularle a parole. Alla
prima domanda implicita, vale a dire perché Dio avesse creato gli angeli,
rispose che l’eterno amore divino non lo aveva certo fatto per accrescere la
propria beatitudine, cosa impossibile, ma, con un atto spontaneo della sua
volontà, si era moltiplicato in altri esseri amanti affinché questi
acquistassero coscienza del loro autonomo esistere. In merito alla seconda
domanda non esplicitata, cioè cosa Dio facesse prima di aver creato gli
angeli, spiegò che essa non aveva senso, dal momento che il prima e il poi,
cioè il tempo, cominciarono proprio con l’atto della creazione. Quanto al
come Dio abbia agito, altra domanda inespressa, spiegò che dal suo atto
creativo erano scaturiti simultaneamente e istantaneamente, e in sé perfetti,
la forma pura (le intelligenze angeliche), la materia prima e il loro
indissolubile composto (i cieli). Ed era scaturito pure il loro ordine nel
cosmo e la loro reciproca dipendenza: le intelligenze angeliche erano state
collocate nella parte più alta dell’universo, la materia prima informe in
quella più bassa, i cieli, composto indissolubile di forma e materia, nel
mezzo. Beatrice aggiunse che, benché san Girolamo ([340/45-419/20],
celebre per la sua traduzione della Bibbia, espresse più volte la tesi che
Dante qui confuta) avesse scritto che gli angeli erano stati creati molti
secoli prima della creazione del mondo sensibile, la verità era quella che lei
aveva esposto: del resto, che così fosse lo attestavano molti passi della
Bibbia e, a ben vedere, anche la ragione umana, la quale non può ammettere
che gli angeli siano rimasti per tanto tempo impossibilitati a esercitare il
loro compito di motori dei cieli, e perciò imperfetti.
«Adesso» proseguì Beatrice «conosci il luogo, il tempo e il modo in cui
gli angeli furono creati. Ma non passò il tempo necessario nemmeno per
contare fino a venti che una parte degli angeli precipitò sulla vostra Terra.
La caduta fu causata dalla superbia di colui (Lucifero) che tu hai visto (nel
centro della Terra: canto 34 dell’Inferno) oppresso da tutto il peso
dell’universo. Qui vedi gli angeli che non insuperbirono: la grazia
illuminante e il loro merito hanno esaltato la loro capacità di vedere Dio.
Sappi per certo che il merito di ricevere la grazia è proporzionale alla
disponibilità e al desiderio di riceverla.»
Beatrice aveva terminato le sue spiegazioni, tuttavia decise di
aggiungervi un corollario su un tema che nelle scuole di teologia veniva
frainteso: vi si insegnava, infatti, che gli angeli possiedono intelligenza,
memoria e volontà. Ebbene, spiegò, gli angeli non ricordano, e questo
perché dal momento in cui hanno avuto il privilegio di vedere direttamente
il volto di Dio, non hanno più distolto lo sguardo da quel volto nel quale
tutto è eternamente presente, e quindi non hanno bisogno di ricordare.
«Sulla Terra» continuò «chi attribuisce agli angeli la facoltà della
memoria sogna a occhi aperti, sia che lo faccia in buona fede sia, cosa assai
più colpevole e vergognosa, che lo faccia in mala fede. Per apparire
originali e fare bella figura voi uomini non seguite l’unico sentiero della
verità. Ma di queste esibizioni di originalità noi in Paradiso ci indigniamo
meno di quando la Scrittura è posposta alle tesi filosofiche, o addirittura
travisata. In Terra si dimentica quanto sangue di martiri sia costato spargere
nel mondo il suo seme e quanto piace a Dio chi vi si tiene stretto con
umiltà. E invece per mettersi in mostra tutti escogitano nuove trovate, i
predicatori le propagandano e nessuno insegna più il Vangelo. C’è chi va
dicendo che durante la passione di Cristo la luna si frappose fra il sole e la
Terra, e da qui l’eclissi: è falso, il sole si oscurò da sé, miracolosamente,
come prova il fatto che l’eclissi coprì il mondo intero, dagli spagnoli agli
indiani agli Ebrei. Non ci sono tanti Lapi e Bindi a Firenze (nomi allora
diffusissimi) quante sono le fandonie di questo genere che ogni anno
vengono predicate dai pulpiti in tutta la cristianità, pascendo di stupidaggini
il gregge dei fedeli. Cristo non disse agli apostoli: “Andate per il mondo a
predicare frottole”; per diffondere la fede diede loro il solido fondamento
del Vangelo. Oggi i predicatori vanno per il mondo facendo battute di
spirito e buffonate, si gonfiano di vanità per aver strappato il riso ai loro
uditori: questo è il loro unico scopo. Il popolo non si accorge che nei
cappucci dei frati si nasconde il diavolo e così non capisce di che genere
siano le indulgenze nelle quali confida. Anzi, la sua stolta credulità è
cresciuta al punto che si precipita da chiunque prometta un perdono
qualsiasi. È grazie a questa dabbenaggine che con false indulgenze i monaci
Antoniani ingrassano i loro maiali e, peggio ancora, le loro concubine e i
loro bastardi (sant’Antonio, III-IV secolo, era raffigurato con un porco ai
piedi, simbolo del diavolo, ed era considerato protettore degli animali
domestici).»
A quel punto Beatrice riconobbe che la sua digressione li aveva
allontanati troppo dall’argomento e invitò Dante a rivolgere di nuovo la sua
attenzione agli angeli. Disse che il loro numero è talmente elevato che gli
uomini non solo non riescono a esprimerlo, ma nemmeno a concepirlo, e
tuttavia non è un numero infinito ma determinato. Ciascun angelo riceve la
luce divina in misura diversa e pertanto anche la sua beatitudine è
commisurata all’intensità dell’irraggiamento divino.
«Adesso, dopo quanto ti ho spiegato,» concluse Beatrice «puoi ammirare
la sublime grandezza e la magnificenza di Dio, che ha creato innumerevoli
specchi (gli angeli) nei quali, riflettendosi, si moltiplica rimanendo uno in
se stesso, come era prima di averli creati.»
CANTO 30
L’Empireo. La rosa dei beati. Il seggio di Enrico VII

Come sulla Terra ancor prima dell’alba, quando già il cielo trascolora, si
spengono le stelle meno luminose e poi, via via, fattosi giorno, scompaiono
alla vista tutte le altre, così quel turbinio festante di angeli intorno al punto
luminoso di Dio a poco a poco svanì. Il cielo si svuotò e allora Dante
rivolse nuovamente gli occhi verso Beatrice.
Beatrice era di una bellezza soprannaturale, tanto che solo Dio poteva
comprenderla appieno, e perciò indicibile.

«Se tutto quanto fino a quel momento avevo scritto in sua lode» ammette
Dante autore «adesso venisse sommato e racchiuso in un unico elogio,
ebbene, questo sarebbe del tutto inadeguato a dar conto di tanta bellezza.
Confesso la mia insufficienza: anche il solo ricordo di quel dolce riso mi
paralizza. Dal giorno in cui nella vita terrena ho visto per la prima volta il
suo volto (incontro raccontato nella Vita Nova) fino a questa visione in
Paradiso nel celebrare in versi la sua bellezza non ho mai incontrato un
ostacolo insuperabile, ma ora sono costretto a fermarmi. Ho esaurito le mie
risorse espressive.»

Beatrice riprese decisa il suo ruolo di guida e annunciò a Dante che


erano usciti dal Primo Mobile ed entrati nell’Empireo, il cielo costituito di
sola luce, luce spirituale piena di amore, di amore del vero bene pieno di
letizia, di una letizia che oltrepassa ogni dolcezza umana. In quel cielo
avrebbe visto entrambi gli eserciti del Paradiso, gli angeli e i beati, e li
avrebbe visti con il corpo che vestiranno il giorno del Giudizio finale.
Dante fu accecato da un improvviso bagliore. Beatrice però lo rassicurò
dicendogli che quello era il saluto con il quale Dio accoglieva le nuove
anime: il fulgore accecante le metteva in grado di sopportare la sua visione.
E in effetti Dante riacquistò subito la vista, ma potenziata al punto da
riuscire a sostenere la visione della luce più fulgida. E vide un fiume di luce
tra due rive meravigliosamente colorate di fiori. Dalla fiumana sprizzavano
scintille (gli angeli) che si posavano sui fiori (i beati) da entrambi i lati e
che poi, come inebriate dal loro profumo, si reimmergevano nel
meraviglioso gorgo di luce: se una vi si tuffava, un’altra ne usciva. Il
profondo desiderio di Dante di conoscere a pieno ciò che stava vedendo era
ben chiaro a Beatrice, ma essa lo avvertì che avrebbe potuto soddisfarlo
soltanto dopo aver bevuto di quella luce divina: infatti il fiume, le scintille
che ne uscivano ed entravano e i fiori sulle rive non erano che segni che
adombravano appena la loro vera essenza. Come un lattante risvegliatosi
più tardi del solito, affamato, si precipita a cercare il latte, così Dante subito
si chinò a guardare il fiume e sotto il suo sguardo questo gli apparve mutato
di forma: da fiume si era trasformato in un lago. E poi vide le scintille e i
fiori trasformarsi nelle due corti degli angeli e dei beati.

O luce di Dio – invoca Dante autore – dammi la forza di descrivere ciò


che io vidi.

La luce divina, che rende visibile il creatore agli angeli e ai beati, si


estende nella forma circolare di un lago tanto grande che la sua
circonferenza sarebbe una cintura troppo larga perfino per il sole. Tutta la
sua luminosità si origina da un unico raggio proveniente da Dio e riflesso
dalla superficie del Primo Mobile. E come il pendio di un colle ornato di
verde e di fiori si specchia in una superficie d’acqua collocata ai suoi piedi,
così Dante vide specchiarsi in quel disco di luce, disposte tutt’intorno su
una gradinata di innumerevoli gradini, le anime dei beati. E se il gradino più
basso può abbracciare un così enorme bacino di luce, si può ben
immaginare l’immensità dei petali più alti di questa rosa (dunque il fiume si
è trasformato in lago, questo in una arena di luce sovrastata come in un
anfiteatro da gradinate e l’anfiteatro nel suo insieme in una rosa). La vista
di Dante non si smarriva nella vastità e nella profondità di quel fiore, anzi,
percepiva nitidamente l’insieme e i dettagli di quello sterminato numero di
beati. Lo poteva fare perché nell’Empireo, governato direttamente da Dio,
le leggi naturali non contano e quindi non contano né vicinanza né
lontananza.
Beatrice condusse Dante, silenzioso benché desideroso di parlare, nel
centro della rosa e gli disse: «Guarda come è grande la comunità dei beati.
Guarda quanto è largo il cerchio della nostra città (la Gerusalemme celeste),
come sono pieni i nostri seggi: sono rimasti liberi ancora pochi posti. In
quel grande seggio al quale tieni fisso lo sguardo, attirato dalla corona che
vi è posata sopra, prima che tu muoia siederà l’anima augusta (cioè
insignita della dignità imperiale) del nobile Arrigo (VII di Lussemburgo):
verrà per riportare l’Italia sulla retta via, ma troppo presto, prima che essa
sia pronta. Voi italiani, per l’avidità che vi abbaglia, vi comportate come i
neonati che muoiono di fame eppure cacciano la balia. Quando Arrigo
verrà, sarà papa uno che ufficialmente lo sosterrà e in segreto lo combatterà
(Clemente V). Ma Dio non sopporterà a lungo che egli ricopra quella sacra
carica: sarà precipitato all’Inferno tra i seguaci di Simon mago e al suo
arrivo spingerà più in basso (nel cunicolo nel quale sono infilati a testa in
giù, uno sopra l’altro, i papi simoniaci) Bonifacio VIII» (come Niccolò III
aveva predetto a Dante nel canto 19 dell’Inferno).
Enrico VII di Lussemburgo, eletto re dei Romani, era sceso in Italia
nell’autunno del 1310 e dopo varie vicissitudini era stato incoronato
imperatore a Roma nel luglio 1312; era morto improvvisamente a
Buonconvento nell’agosto del 1313 mentre si dirigeva con l’esercito contro
Roberto d’Angiò, re di Napoli. Dante aveva sposato attivamente la sua
causa, tanto che la morte dell’imperatore può essere considerata la
delusione più cocente da lui provata. In un primo tempo il papa Clemente V
si era mostrato a lui favorevole, ma poi aveva ceduto alle pressioni del re di
Francia Filippo IV il Bello e aveva sostenuto lo schieramento dei nemici
capitanato dal re di Napoli, da quello di Francia e da Firenze. Dante
considera il comportamento del papa un tradimento e di ciò lo accusa più
volte nel poema: si vedano i canti 19 dell’Inferno e 17 del Paradiso.
CANTO 31
La candida rosa. Apparizione di san Bernardo e preghiera a
Beatrice. La gloria di Maria

Dante contemplava la santa comunità dei beati disposta in forma di candida


rosa e quella degli angeli che, con volti fiammeggianti, ali d’oro e il corpo
bianchissimo, ora discendevano tra i petali della rosa, ora risalivano verso la
luce divina, simili a una schiera di api che vanno e vengono dai fiori
all’alveare. Spargevano di petalo in petalo quella pace e quell’ardore di
carità che avevano raccolto volando verso Dio. Con il loro numero
riempivano tutto lo spazio tra il fiore e il luogo in alto dove Dio dimora, ma
ciò non ostruiva la vista né attenuava lo splendore, perché niente lassù
ostacolava il glorioso dispiegarsi della luce divina. I beati del Vecchio e del
Nuovo testamento tenevano occhi e cuore rivolti a un unico segno: la luce
della Trinità che risplendeva loro in una sola essenza.

O luce divina – implora Dante autore – guarda quaggiù a noi uomini, alle
nostre tempeste!

Se i barbari provenienti dalle sperdute regioni del nord di fronte alla


magnificenza di Roma imperiale restarono stupefatti, davanti a quello
spettacolo quanto grande dovette essere lo stupore di Dante, pervenuto
all’eterno dal mondo umano, a quella pura e santa comunità dalla corrotta
Firenze! Lui, meravigliato ed estasiato insieme, se ne stava silenzioso, pago
di guardare. Perlustrava con gli occhi, ora verso l’alto, ora verso il basso, a
volte circolarmente all’intorno, tutti i gradini dei beati, sentendosi come un
pellegrino che, giunto al santuario meta del suo voto, si ricrea guardandosi
intorno e già si culla nell’idea di raccontare, al ritorno, come è fatto. Così,
senza soffermarsi su alcun particolare, aveva abbracciato con lo sguardo la
struttura generale del Paradiso.
Poi era rinato in lui il desiderio di conoscere e perciò si era girato verso
Beatrice per chiederle alcune delucidazioni. Invece di Beatrice vide un
vecchio vestito con la veste candida dei beati: aveva sul volto l’espressione
lieta e benevola di un padre amoroso.
«Lei dov’è?» domandò subito Dante.
«Beatrice» rispose il vecchio «mi ha chiesto di scendere dal mio seggio
per condurti alla visione di Dio. Guarda in su, la potrai vedere nella terza
gradinata a partire dall’alto seduta sul trono che i suoi meriti le hanno
assegnato.»
Senza dire alcunché Dante alzò gli occhi: e benché fosse separata da lui
da una distanza enorme, la vide nitidamente coronata di splendore. Gli uscì
una preghiera: «O donna in cui si fonda e vive la mia speranza e che per la
mia salvezza hai sopportato di scendere all’Inferno, riconosco di dovere
interamente a te il privilegio e la capacità di vedere ciò che ho visto nel
viaggio ultraterreno. Tu mi hai liberato dalla servitù del peccato. Custodisci
dentro di me gli effetti magnifici della libertà, così che l’anima mia, da te
restituita alla salute eterna, possa lasciare il corpo in quello stato di grazia a
cui l’hai condotta».
Così Dante la pregò, e Beatrice nella sua lontananza gli rivolse uno
sguardo e un sorriso, poi tornò a contemplare Dio.
Il vecchio lo invitò a volare con gli occhi per quella rosa di beati: la sua
visione avrebbe preparato lo sguardo a salire lungo il raggio di luce che
conduce fino a Dio.
«La regina del cielo» soggiunse «non ci lesinerà la sua grazia, perché io
sono il suo devoto cultore Bernardo.»
Nato nel 1091 e morto nel 1153, monaco cistercense, nel 1115 Bernardo
fondò l’abbazia di Clairvaux nella Borgogna (dalla quale la designazione
di Bernardo da Chiaravalle). Figura eminente sia nell’ambito della politica
ecclesiastica, in particolare come sostenitore del papa Innocenzo II contro
l’antipapa Anacleto II e come instancabile promotore dell’Ordine
cistercense con la fondazione di abbazie in Francia e in Italia, fu anche
autore di numerosi trattati, opuscoli e lettere. Legato alla tradizione di
impianto biblico-misticheggiante, polemizzò aspramente con la teologia
filosofica di Abelardo. Nelle sue opere attribuì molta importanza al ruolo
della Madonna.
La rivelazione che quel beato era Bernardo lasciò Dante stupefatto di
meraviglia: seguitava a fissarlo come fanno i pellegrini che vanno a Roma
da paesi lontani come la Croazia per vedere l’immagine della Veronica, e
una volta arrivati non smettono di guardarla e intanto dentro di sé si
chiedono increduli: «Signore Gesù Cristo, fu dunque questo il vostro
aspetto?».
Era chiamata Veronica, da «vera icon», cioè «vera immagine», una
icona bizantina raffigurante il volto di Cristo venerata in San Pietro a
Roma.
Bernardo amorosamente lo ammonì a distogliere gli occhi e a sollevarli
verso l’alto: sul gradino più remoto avrebbe visto il seggio della regina del
Paradiso. Dante li alzò, e si avvide che un settore della zona più alta della
rosa sopravanzava in luminosità l’intera parte restante, così come all’alba il
cielo a oriente era più luminoso che a occidente. E proprio come nel punto
in cui sta per sorgere il sole la luce del cielo si fa più intensa, mentre si
attenua progressivamente ai suoi lati, allo stesso modo, mentre la parte di
più intensa luminosità della rosa diventava ancora più viva, stingevano le
altre zone vicine. E in quel punto centrale Dante vide migliaia di angeli
festanti e in mezzo a quelle danze e a quei canti scorse una bellezza (Maria
Vergine) il cui fulgore si rifletteva negli occhi di tutti i beati.

E se anche – confessa Dante autore – la mia lingua fosse pari alla mia
capacità di immaginare, ebbene, nemmeno in quel caso proverei a
esprimere anche solo la più piccola parte di quella bellezza paradisiaca.

Quando vide che Dante stava fissando Maria, anche Bernardo rivolse a
lei i suoi occhi.
CANTO 32
Distribuzione dei beati nella rosa celeste

Benché fosse del tutto preso dalla contemplazione della bellezza di Maria,
Bernardo si assunse spontaneamente il compito di illustrare a Dante
l’ordinamento dei beati nella rosa.
Ai piedi della Vergine sedeva Eva, la bellissima donna che aveva inferto
al genere umano la ferita del peccato originale, ferita che Maria aveva poi
curato e risanato. Nella terza fila di seggi a partire dall’alto sedevano
Rachele e Beatrice (Rachele è la seconda moglie di Giacobbe; già ricordata
nel canto 27 del Purgatorio e ancor prima, in coppia con Beatrice, nel
canto 2 dell’Inferno); scendendo di fila in fila, l’una sotto l’altra si
trovavano Sara (moglie di Abramo e madre di Isacco), Rebecca (moglie di
Isacco e madre di Giacobbe), Giuditta (che uccise Oloferne) e Ruth, la
bisavola di David. Dal settimo gradone in giù una serie di donne ebree,
sedute anch’esse una sotto l’altra, divideva, come a formare un muro, i
gradini della rosa in due settori. In quello di destra, dove gli scranni erano
già tutti occupati, erano seduti i beati che avevano creduto nel Cristo
venturo; in quello di sinistra, dove i gradoni presentavano ancora scranni
liberi, erano seduti coloro che avevano creduto in Cristo dopo la sua venuta.
La divisione era segnata, da un lato, dai troni di Maria e delle sottostanti
donne ebree, dall’altro, da quelli di Giovanni il Battista (ricordato come
penitente alla fine del canto 22 del Purgatorio) e, a scendere, di san
Francesco, san Benedetto (protagonisti rispettivamente dei canti 11 e 22) e
sant’Agostino (nominato incidentalmente solo nel canto 10, fu il maggiore
dei padri della Chiesa. Nato a Tagaste, nell’odierna Algeria, nel 354, da
madre cristiana, studiò retorica a Cartagine che poi insegnò a Milano. Qui,
a contatto con sant’Ambrogio si convertì. Ritornato in Africa, fu ordinato
sacerdote a Ippona (odierna Bona) nel 391, ne divenne vescovo e lì morì
nel 430. Tra le sue numerose opere, particolarmente rilevanti per Dante
furono le Confessiones e il De civitate Dei [La città di Dio]). La sapienza
divina aveva stabilito che i beati dei due gruppi alla fine sarebbero stati pari
di numero. I seggi compresi fra il gradone che tagliava orizzontalmente a
metà entrambi i settori e la base della rosa erano occupati da beati che vi si
trovavano non per merito loro ma, a certe condizioni, per merito di altri:
erano infatti le anime dei bambini innocenti morti prima di avere l’uso della
ragione.
«Te ne potrai accorgere tu stesso» disse Bernardo a Dante «se presti
attenzione ai loro volti e alle loro voci puerili. Mi accorgo però» proseguì
«che benché silenzioso sei preso da un dubbio: ora lo scioglierò.»
Bernardo sapeva che Dante si stava chiedendo come mai i bambini, pur
non avendo avuto merito alcuno in vita, essendo qui seduti su scranni
collocati a diverse altezze godessero di un diverso grado di beatitudine.
Spiegò che siccome in Paradiso il caso non esiste, anche quegli spiriti
approdati precocemente alla vita eterna non erano distribuiti casualmente.
Sedevano più in alto o in più in basso perché Dio, nel crearle, dona alle
menti umane una diversa quantità di grazia: da ciò, dunque, dipendevano
quelle distinte collocazioni nella rosa. E che la grazia divina fosse infusa
nelle anime in misure differenti era attestato dal racconto biblico (del
Genesi) dei due gemelli che cominciarono a detestarsi fin da quando erano
nel ventre della madre (come già accennato nel canto 8, Esaù, odiato da
Dio, e Giacobbe, da lui amato, figli gemelli di Isacco e di Rebecca, si
combatterono fin nel ventre materno). Pertanto, la diversa collocazione
delle anime dei bambini dipendeva dalla loro innata predisposizione a
vedere Dio.
Bernardo proseguì spiegando quali fossero le condizione necessarie
perché i bambini potessero salvarsi. Nelle prime epoche del mondo (da
Adamo ad Abramo) bastava loro la fede dei genitori nel Messia; trascorse
quelle epoche, fu necessario che i maschi rafforzassero la loro innocenza
tramite la circoncisione; ma dopo che fu venuta l’era della redenzione, i
bambini innocenti privi del battesimo cristiano (di cui la circoncisione era
solo prefigurazione) furono confinati nel Limbo.
«Ma adesso» lo esortò Bernardo «guarda il viso (di Maria) che più
assomiglia a quello di Cristo: solo il suo splendore può predisporti a
sostenere la vista del volto di Cristo.»
Dante vide scendere su di lei una moltitudine di angeli festanti: niente di
ciò che aveva visto in precedenza lo aveva così rapito quanto quello
spettacolo di beatitudine, né gli aveva offerto una immagine così simile a
quella di Dio stesso. L’angelo che per primo era sceso su Maria le si fermò
davanti con le ali spalancate cantando: «Ave, Maria, gratia plena» («Ave, o
Maria, piena di grazia» è il saluto dell’arcangelo Gabriele nel Vangelo di
Luca, già citato nel canto 10 del Purgatorio) e l’intera corte celeste da ogni
punto della rosa accrebbe di splendore mentre rispondeva (continuando il
saluto: «Dominus tecum» [Il Signore è con te]).
«Chi è quell’angelo che guarda negli occhi la nostra regina con tanta
gioia che sembra ardere d’amore?» chiese Dante a Bernardo.
E lui: «È l’arcangelo che portò a Maria la palma della vittoria quando il
figlio di Dio volle addossarsi il peso del corpo umano. Ma adesso segui con
gli occhi ciò che ti indico a parole: vedrai i più nobili personaggi di questo
Impero. I due che siedono su in alto, più felici di tutti per essere i più vicini
all’imperatrice, possono essere considerati come le radici di questa rosa:
quello seduto alla sua sinistra è Adamo, quello alla sua destra è Pietro, a cui
Cristo affidò le chiavi di questo bellissimo fiore. Vicino a lui siede
Giovanni Evangelista, che prima di morire ebbe la visione (raccontata
nell’Apocalisse) dei tempi difficili che la Chiesa avrebbe attraversato,
mentre accanto ad Adamo siede Mosè, che condusse il popolo d’Israele,
ingrato, volubile e ribelle, dall’Egitto alla Terra Promessa. Di fronte a Pietro
c’è Anna (madre di Maria), che canta osanna insieme agli altri beati senza
mai distogliere lo sguardo dalla figlia; dirimpetto ad Adamo siede Lucia,
colei che mosse Beatrice al tuo soccorso quando stavi per precipitare nella
selva (come è stato raccontato nel canto 2 dell’Inferno). Ma poiché il
tempo concesso alla tua visione in sonno sta per finire, qui ci fermeremo,
come il bravo sarto che adatta la gonna alla quantità di stoffa a sua
disposizione, e rivolgeremo gli occhi a Dio. Ma per penetrare nel suo
fulgore e per evitare che, volando solamente con le tue ali, mentre pensi di
progredire, in realtà retroceda, è necessario che tu ottenga l’aiuto della
grazia invocando Colei che può aiutarti. Segui col cuore le mie parole».
Bernardo cominciò la seguente preghiera.
CANTO 33
Preghiera alla Vergine. Visione della Trinità

«Vergine Madre, figlia del tuo stesso figlio, la più umile e insieme la più
nobile di tutte le creature, linea divisoria (della storia umana) prefissata da
sempre dalla divina provvidenza, tu sei colei che ha nobilitato la specie
degli uomini tanto che il suo creatore non disdegnò di farsi lui stesso
creatura. Nel tuo ventre si è riacceso quell’amore tra Dio e l’uomo da cui è
sbocciato questo fiore eterno. Qui in Paradiso sei per noi beati fiaccola di
carità splendente come il sole a mezzogiorno; giù tra i mortali sei viva fonte
di speranza. Donna, la tua grandezza e il tuo potere sono tali che chiunque
desiderando una grazia non ti si rivolge desidera invano. La tua bontà non
soccorre soltanto chi la invoca, ma spesso anticipa spontaneamente la
richiesta. In te si uniscono compassione, pietà, generosità, tutto il bene
possibile in un essere umano. Adesso costui, che dalla più profonda
voragine fino a qui ha visto tutte le condizioni delle anime, ti implora per
grazia divina di concedergli la forza di sollevare il suo sguardo in alto,
verso Dio. E io, che del desiderio di vederlo non ho mai bruciato più di
quanto ora bruci del desiderio che lo veda lui, ti offro tutte le mie preghiere,
e prego che bastino, affinché tu, con le preghiere tue, dissolva le nebbie del
suo stato mortale tanto che la somma bellezza si riveli ai suoi occhi. Ti
prego anche, o regina, di conservare pure le sue inclinazioni dopo una così
alta visione. La tua protezione vinca le sue umane passioni: guarda come
Beatrice e gli altri beati si associano a mani giunte alla mia preghiera!»
Maria teneva gli occhi fissi su Bernardo che la pregava, con ciò
mostrando quanto quell’invocazione le fosse gradita, poi li rivolse verso
l’eterna luce. Avvicinandosi al fine ultimo di tutti i desideri, Dante portò al
culmine il suo. Bernardo gli faceva cenno, sorridendo, di guardare in su, ma
lui già di sua iniziativa aveva rivolto gli occhi in alto.
Da questo momento in poi – scrive Dante autore – ciò che io vidi
trascende la capacità delle mie parole di esprimerlo: esse sono sopraffatte
da una visione così sublime, e di fronte alla sua dismisura anche la memoria
viene meno. Adesso io sono come chi ha sognato e poi, risvegliatosi,
conserva nella memoria soltanto la traccia delle emozioni provate
sognando: mentre, infatti, la visione si è quasi tutta dissolta, come si
scioglie la neve al sole o come al vento si sperdevano i responsi della
Sibilla Cumana scritti sulle foglie (secondo il racconto di Virgilio
nell’Eneide), nel mio cuore scende ancora qualche goccia della dolcezza da
essa generata. O Dio, che tanto ti elevi al di sopra di quanto gli uomini
possono concepire, fammi ricordare almeno una piccola parte di come
allora mi apparisti e fai che la mia lingua possa tramandare ai posteri anche
solo una piccola scintilla del tuo fulgore: per poco che mi torni alla
memoria e per pochissimo che echeggi in questi miei versi, la tua potenza
invitta meglio sarà intesa dalle generazioni a venire.

Dante ricorda. Ricorda che riuscì a sopportare l’intensità acutissima della


luce divina e che a reggere tale visione lo aiutò il pensiero che, se avesse
distolto gli occhi, si sarebbe smarrito (come argomenterà poco più avanti):
così, persistendo, il suo sguardo finì per fondersi con l’essenza stessa di
Dio. Nella profondità della divina essenza vide rilegato con amore in un
unico libro tutto ciò che nell’universo appare sciolto in diversi e distinti
fascicoli: vide compenetrati e amalgamati insieme le cose che sussistono
per sé, i loro modi di essere e le loro reciproche relazioni: tuttavia confessa
che della complessa perfezione di quell’amalgama ciò che lui può dire non
è che un pallido barlume. Adesso non ricorda come fosse configurato quel
nodo amoroso che tiene insieme sostanze, accidenti e il loro relazionarsi, è
certo però di averne intuito il principio primo: ne è certo perché anche
soltanto nell’affermare quella sua convinzione prova una gioia
straordinaria. Non può ricordarlo perché un solo attimo aveva prodotto in
lui uno smemoramento di ciò che aveva visto maggiore dell’oblio che ben
venticinque secoli avevano potuto stendere sull’impresa degli Argonauti,
impresa che aveva provocato lo stupore di Nettuno, dio del mare, quando
aveva visto sopra di sé scivolare l’ombra della loro nave.
Al mito della spedizione guidata da Giasone nella Colchide per rapire il
vello d’oro Dante aveva già fatto riferimento nel canto 18 dell’Inferno: nel
Medioevo quell’impresa era datata al 1223 a.C., quindi venticinque secoli
prima del viaggio dantesco. Lo stupore di Nettuno nasceva dal fatto che
Argo era la prima nave che solcasse il mare.
Dante, dunque, teneva gli occhi fissi e immobili nella contemplazione
della luce divina, e più si concentrava nella visione, più desiderava
contemplare ancora. È impossibile, infatti, distogliere lo sguardo da quella
luce, perché in essa è raccolto il bene a cui tende ogni volontà.

D’ora in poi – avverte Dante autore – per esprimere, non dico ciò che
vidi, ma anche solo quel poco che ne ricordo le mie parole saranno più
inadeguate del balbettio di un lattante.

La viva luce nella cui contemplazione Dante era sprofondato è


eternamente unica e immutabile, e pertanto non si diversificava in più di un
aspetto: a trasformarsi, però, era la capacità visiva di Dante, che col
guardare si faceva sempre più forte, cosicché, in parallelo con il modificarsi
della sua potenza visiva, anche quell’immagine, pur restando uguale a sé
stessa, si trasformava ai suoi occhi. All’interno della profonda e luminosa
essenza divina gli apparvero tre cerchi di tre colori e di una stessa
dimensione (la Trinità; i cerchi vanno immaginati distinti ma sovrapposti, il
che è di per sé impossibile): uno dei cerchi (il Figlio) pareva riflesso
dall’altro (il Padre), come arcobaleno da arcobaleno, e il terzo (lo Spirito
Santo) sembrava un fuoco alimentato in ugual misura dal primo e dal
secondo.

O come è inadeguato e fiacco il mio parlare – ribadisce ancora una volta


Dante autore – rispetto a quanto ho concepito di quella visione! E di quella
visione ciò che ho concepito è quasi niente. Poi, rivolgendosi alla luce
divina: «O luce eterna, che in te sola ti posi (la Trinità, che può essere
contenuta solo da sé stessa), sola ti conosci e, da te conosciuta (il Padre
conosce sé stesso tramite il Figlio) e conoscente te (il Figlio conosce il
Padre), gioisci d’amore (in quanto Spirito Santo), quando ebbi osservato a
lungo quel cerchio che in te appariva concepito come luce riflessa (il
Figlio), mi parve che al suo interno esso avesse dipinta, del suo proprio
colore, la nostra sembianza umana (il Figlio incarnato in Cristo)».
Il suo sguardo si concentrò su quella immagine. Come un matematico
che si arrovella con tutte le sue forze intellettuali per scoprire il principio
della quadratura del cerchio, e non ne viene a capo, allo stesso modo Dante,
preso da quella visione straordinaria, cercava invano di capire come
l’immagine (di Cristo) si allocasse nel cerchio adattandovisi. Ma ecco che
un improvviso lampo di luce lo investì, e in quell’attimo capì. In
quell’attimo, però, la sua facoltà visionaria si spense, ma i suoi desideri
istintivi e i suoi voleri intellettuali erano ormai tutti armoniosamente guidati
da quel Dio che con il suo amore muove il sole e le altre stelle.
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Il racconto della Commedia


di Marco Santagata
© 2017 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Published by arrangement with The Italian Literary Agency
La prima parte di questo volume, riveduta per la presente edizione, è stata pubblicata con il
titolo Guida all’Inferno, Mondadori, Milano 2013.
Ebook ISBN 9788852079078

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