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Alan Dean Foster si è impegnato in molti generi letterari,

fra cui la fantascienza, la fantasy, l'horror, i gialli, i western, i


romanzi storici. È anche autore di numerosi saggi di cinema
e di scienza, oltre ad aver realizzato la versione scritta dei
film di Guerre Stellari, e dei film Alien e Alien Nation.
Il suo romanzo "Cyber Way" ha vinto il premio letterario
Southwest Book Award for Fiction nel 1990, primo fra le
opere di fantascienza a ottenere questo premio. Foster e sua
moglie JoAnn Oxley abitano a Prescott, Arizona, in una casa
di mattoni che un secolo fa era un bordello per minatori.
Attualmente lavora a diversi nuovi romanzi e progetti
televisivi.
Negli anni dopo il Primo Contatto, gli umani e gli
insettoidi thranx si accordarono per tentare di mettere in
comune le loro idee e le loro culture, nonostante la netta
repulsione fisica che entrambi trovavano così difficile da
superare. Consapevoli che un giorno avrebbero potuto aver
bisogno gli uni degli altri contro un nemico comune, i leader
delle due razze decisero che l'unico modo per raggiungere un
compromesso sarebbe stato un lungo e prudenziale processo
di contatti ben delimitati. Poi, al momento opportuno i leader
avrebbero rivelato ai rispettivi mondi che un'alleanza con
una razza aliena era possibile.
Tuttavia non avrebbero mai previsto che la cosa venisse
prematuramente scoperta da due personaggi strani e
sconosciuti: Desvendapur, un Thranx dal talento artistico, e
Cheelo Montoya, un piccolo criminale umano animato dal
grande sogno di trovare soldi facili.

Collana «Cosmo serie Argento»


Codice libro 10 328 CA
COSMO Collana di fantascienza. Volume n. 328 — Ottobre 2002
Pubblicazione periodica registrata al Tribunale di Milano in data
5/2/73, n. 27.
Direttore responsabile: Gianfranco Viviani

Titolo originale:
PHILOGENESIS
Traduzione di Gianluigi Zuddas

Codice Libro 10 328 CA


ISBN 88-429-1221-2

© 1999 by Alan Dean Foster


© 2002 per l'edizione italiana by Casa Editrice Nord,
Via Rubens, 25 — 20148 Milano
Indirizzo Internet: http://www.nord.fantascienza.it
Indirizzo E-Mail: nord@fantascienza.it
Stampato dalla Milanostampa, Farigliano (CN)
PROLOGO

Anche quando vanno a buon fine, spesso le cose hanno un


modo di svolgersi tutto loro, diverso da quello che era stato
pianificato. Fu proprio quanto accadde col processo di
amalgama da cui emerse l'organizzazione sociopolitica nota
come Commonwealth Humanx. Dopo aver mantenuto
rapporti per sedici anni standard, gli esperti delle due incerte
ed esitanti razze stabilirono che il secondo stadio del
Contatto sarebbe avvenuto gradualmente in fasi successive,
elaborate con attente procedure e comprendenti programmi
complessi, studiati con prudente accuratezza.
Se ciò non si svolse in questo modo, la colpa non fu di un
cambiamento delle ponderate strategie che le due razze
avevano compilato insieme. Tutti gli studiosi coinvolti nel
progetto avevano fatto il loro lavoro con coscienza. Successe
semplicemente che, come la storia insegna, a volte il destino
non si cura di chi vuole pianificarlo. L'universo, nonostante
le sue precise leggi fisiche, non è esattamente un posto
prevedibile. Le azioni corrono più svelte delle intenzioni.
Stelle che non si credeva sarebbero diventate nova prima di
un miliardo di anni, esplodono improvvisamente. Fiori fatti
per sbocciare, appassiscono.
Ambasciatori ufficialmente designati non hanno la
possibilità di presentare le loro credenziali. Trattati stipulati
con mille sottigliezze non vanno in atto. Rigide formalità
protocollari frutto di lunghe consultazioni vengono gettate da
parte, come se il caso si divertisse a tendere imboscate ai
virtuosismi della diplomazia.
Fu in questo modo che il Fato scelse un poeta come suo
cavaliere di ventura, mentre altrove circostanze assai meno
nobili stavano costruendo un assassino.
1

Nessuno vide arrivare l'attacco. Probabilmente la colpa di


questo l'ebbe qualcuno, o più di qualcuno. E di certo, dopo,
vi fu il solito gioco a scaricabarile. Ma essendo notoriamente
difficile tagliare la torta della colpa — e assegnarne a
ciascuno una fetta — per un evento senza precedenti, la
richiesta di un castigo per i responsabili finì col cadere nel
nulla quando non si trovò chi lo fosse più di qualcun altro.
Quelli che sentivano, a ragione o torto, di avere una certa
responsabilità per l'accaduto si punirono da soli più
severamente di quanto l'avrebbe fatto un tribunale della
Regina o un'assemblea di loro pari.
Per più di cento anni, fin da quando erano avvenuti i primi
contatti fra gli AAnn e i thranx, le due razze erano state
divise da una forte animosità. Dato un terreno così fertile e
non mancando il tempo e le occasioni, l'inimicizia s'era
sviluppata in molte forme. A volte significativi, a volte
meno, gli atti ostili erano solitamente innescati dagli AAnn
e, benché fossero una continua sorgente di nervosismo per i
sempre ragionevoli thranx, essi non avevano mai superato i
limiti della tollerabilità. Gli AAnn sondavano e
stuzzicavano, convivevano e avanzavano, finché i thranx ne
avevano abbastanza e si sentivano costretti a reagire. Quando
si trovavano a confronto con la forza, invariabilmente gli
AAnn si facevano da parte, rinunciavano, si ritiravano. Il
braccio della spirale in cui si espandevano le due razze,
entrambe amanti dei pianeti ben riscaldati e ricchi
d'ossigeno, era abbastanza ricco di stelle da rendere evitabile
un conflitto, a meno che non lo si cercasse volutamente.
I pianeti davvero abitabili, in effetti, erano scarsi. Quando
le due razze ne individuavano uno le loro posizioni
s'indurivano, le accuse e le pretese s'incrociavano più
brucianti, le richieste tendevano a essere espresse con
linguaggio pungente invece che pacificatore. Anche così,
tuttavia, quello scambio di freddi comunicati era sempre
bastato a impedire un confronto potenzialmente esplosivo.
Fino a Willow-Wane. Fino a Paszex.
Worvendapur chinò la testa e alzò una veramano a pulirsi
l'occhio sinistro. Fuori del limitare della foresta, il vento
sollevava folate di polvere. Abbassò il visore protettivo
trasparente davanti alla faccia, protese le antenne attraverso
le apposite fessure e proseguì il cammino, su tutte e sei le
gambe. Ogni tanto alzava il torace e procedeva soltanto sulle
quattro veregambe, non perché avesse bisogno dell'ulteriore
capacità manipolatoria delle versatili mani-piedi, ma perché
sollevandosi alla sua massima altezza di oltre un metro e
mezzo poteva vedere sopra le erbe color lavanda, alte un
metro, che in quella zona erano piuttosto fitte.
Qualcosa di rapido e squittente attraversò la vegetazione,
alla sua destra. Usando la veramano e la manopiede di quel
lato del torace lui sfilò il fucile che aveva a tracolla e prese la
mira verso il rumore, teso e pronto a sparare. Il muso
dell'arma si alzò bruscamente quando una mezza dozzina di !
ccoerk schizzarono fuori dall'erba. Emettendo un fischio di
sollievo di quarto grado, lui tolse il dito dal grilletto e
rinfoderò l'arma.
Grassocci e purpurei, rapidi come frecce, i !ccoerk
volarono verso la superficie del lago liscia e satinata, simili a
bastoni di plastica carichi d'elettricità statica. Sotto il ventre
piumato, concavo, una femmina portava un sacco d'uova
grosso quasi quanto lei. Worvendapur si chiese se quelle
uova fossero commestibili. Anche se Willow-Wane era stato
colonizzato da più di duecento anni, lo sviluppo era stato
lento, graduale, secondo i metodi conservatori dei thranx. I
coloni s'erano prevalentemente tenuti nei continenti
dell'emisfero settentrionale. I territori del sud erano allo stato
selvatico, inesplorati, una sorta di frontiera dove si facevano
ogni tanto nuove scoperte e uno non sapeva mai quale
sconosciuta meraviglia lo attendeva dietro la prossima
collina.
Ecco perché lui aveva il fucile. Willow-Wane non era
Trix, un mondo che pullulava di forme di vita carnivore,
dinamiche, ma ospitava un vasto assortimento di predatori
assai attivi. Un colono doveva stare attento a ciò che aveva
attorno, specialmente nel selvaggio sud lontano dalla civiltà.
La riva del lago era orlata di sylux azzurri, alti e flessibili,
e quella vasta distesa d'acqua fresca dominava il panorama
per una considerevole distanza verso nord. Il suo grande
bacino separava la foresta pluviale, dov'erano stati aperti
alcuni insediamenti, dal deserto inospitale che si estendeva a
sud dell'equatore. Fondata quarant'anni addietro, la prospera
e fiorente colonia alveare di Paszex stava già sponsorizzando
la crescita di comunità-satelliti.
La famiglia di Worvendapur, i Ven, era la più importante
di uno di quei centri abitati, la cittadina campestre di
Pasjenji.
Benché la foresta pluviale fosse sufficiente per garantire
l'attuale necessità d'acqua dell'insediamento, i progetti per
l'espansione e la crescita previste richiedevano una fornitura
maggiore e più affidabile. Piuttosto di affrontare la spesa di
una diga, era stato suggerito di esaminare la risorsa naturale
rappresentata dal lago. Poiché aveva una sub-
specializzazione in idrologia, Wor era stato mandato a
studiare il posto più adatto per una stazione di filtraggio e
pompaggio. L'ideale sarebbe stato una località molto vicina
alla riva e nello stesso tempo geologicamente stabile, con lo
spazio necessario per costruire gli impianti e tutte le
infrastrutture secondarie.
Lui era già fuori da ormai più di un decagiorno, occupato
ad analizzare il terreno, confermare i dati dell'esplorazione
aerea, e valutare sia la zona più adatta per la stazione di
pompaggio sia il percorso migliore per le tubature che
avrebbero convogliato l'acqua verso nord. Come tutti i
thranx, sentiva la mancanza della vita sociale dell'alveare, la
vicinanza fisica, le voci e gli odori della sua gente. Purtroppo
si vedeva dinanzi un altro decagiorno di completa solitudine.
La fauna locale lo aiutava a distrarsi da quell'isolamento. E
lui apprezzava quelle presenze interessanti, spesso
impegnative, almeno finché non si mostravano troppo
propense ad azzannargli una gamba.
L'esame sismico e geologico del terreno avrebbe potuto
essere fatto dall'aria, o con un robot comandato a distanza,
ma per una cosa importante per la comunità come il
rifornimento d'acqua era stato stabilito che occorreva un
esame sul posto effettuato da uno specialista. Wor non
poteva non essere d'accordo. Se si fosse rivelata buona,
l'acqua di quel lago sarebbe servita a placare la sete della sua
prole. Quando i rubinetti si sarebbero aperti dentro l'alveare,
lui voleva che il flusso provenisse da una stazione
biologicamente pura e non sottoposta ai continui alti e bassi
della siccità.
Dopo aver deposto lo zaino, usò tutte e quattro le mani per
montare e mettere in posizione l'ecoscandaglio. Sfiorò il
pulsante e le sei sottili zampe meccaniche dell'apparecchio
scattarono, fissandolo sul terreno. Lui regolò i comandi per
un esame standard a varie profondità dalla superficie, in quel
punto leggermente fangosa. A confronto di altre zone che
aveva già esaminato, quella sembrava promettente. Sarebbe
stato un grave errore montare la stazione di pompaggio su un
terreno potenzialmente instabile.
Accese l'ecoscandaglio, s'allontanò di qualche passo e
lasciò che lo sguardo dei suoi occhi sfaccettati seguisse uno
stormo di gentre!!m che passava alto nel cielo. Assai comuni
nel nord, quei volatili migravano ogni anno nella foresta del
meridione per sfuggire alle piogge autunnali portate dai
monsoni. Le loro ali membranose, traslucide, scintillavano
sotto i raggi del sole pomeridiano. Le loro proboscidi si
gonfiavano e sgonfiavano quando emettevano i richiami,
simili a lunghe note di tromba.
L'ecoscandaglio lo avvertì con un beep che l'esame del
suolo era terminato. Mentre lui guardava quelle creature
selvatiche svanire nella foschia che aleggiava sul lago,
l'apparecchio aveva preso un'immagine sonica del sottosuolo
fino a oltre cento metri di profondità. Da quelle registrazioni
e dall'insieme degli altri dati, Worvendapur e i suoi colleghi
avrebbero costruito una mappa utile della riva settentrionale.
Benché non ci fosse alcuna urgenza di analizzare quei dati
lì sul momento, lui era sempre curioso di dare un'occhiata ai
risultati dello scandaglio. La terra che aveva sotto i piedi lo
interessava ancor pili della media dei thranx, perché sapeva
che un giorno avrebbe potuto trasferirsi a vivere da quelle
parti. Le letture che fece apparire a schermo erano
soddisfacenti e prive di sorprese. Come aveva già visto più a
ovest, quel terreno era composto di roccia sedimentale, con
occasionali intrusioni di lava avvenute in un'epoca molto
lontana allorché la tettonica locale era più attiva. In tutta la
regione, anche sotto la stessa Paszex, c'erano delle faglie
d'antica data, ma ormai assai stabili e non preoccupanti.
A un tratto però Worvendapur abbassò la testa. Poiché
aveva una membrana nittitante, trasparente, invece di
palpebre opache, non poteva stringere gli occhi, ma le sue
antenne si piegarono in avanti fin quasi a toccare lo schermo.
L'ecoscandaglio rivelava la presenza di un'anomalia proprio
sotto i suoi piedi. Un'anomalia decisamente peculiare.
Era così peculiare che considerò l'idea di tornare
all'autoaerea e fare rapporto su ciò che aveva trovato. Ma
sebbene affidabili, gli ecoscandagli non erano perfetti.
Nessuno strumento lo era. Né lo erano gli individui addetti
alla loro manovra. Se lui avesse fatto rapporto e poi le sue
preoccupazioni si fossero rivelate infondate, avrebbe fatto la
figura dello sciocco agli occhi dei suoi pari. L'ironia dei
thranx poteva essere pungente come gli ovopositori di una
giovane danzatrice. Incerto su quel che gli conveniva fare,
portò l'ecoscandaglio più vicino al lago, lo mise in posizione
ed eseguì un secondo esame del suolo. Stavolta, invece di
distrarsi con la vita selvatica, attese con impazienza che il
compatto apparecchio finisse il suo lavoro.
Il secondo scandaglio, effettuato su un luogo diverso,
confermò il risultato del primo. Worvendapur rifletté a lungo
sulla cosa. Ciò che vedeva sullo schermo poteva essere
dovuto a un guasto dello strumento, a un errore nel
programma di analisi, a un'imperfezione nel sistema di
lettura dei dati o a un centinaio d'altre possibili ragioni...
ognuna delle quali più sensata di quello che l'ecoscandaglio
gli stava dicendo.
Respirando con energia attraverso le spicule, eseguì un
programma d'analisi sul funzionamento dell'apparecchio. Da
quanto poté capire senza smontarlo, cosa per cui non era
qualificato, l'ecoscandaglio funzionava alla perfezione. Poi
Worvendapur esaminò se stesso, e decise che anche lui
funzionava benissimo. Dunque, stando così le cose, non gli
restava che affidare a un comitato l'interpretazione di quei
dati tanto inesplicabili. Ma lui non intendeva accontentarsi di
una sola lettura, né di due. Spostò altrove l'ecoscandaglio e si
accinse a eseguire il terzo dei molti esami che voleva fare
nella zona, del tutto inconsapevole di non essere solo.
Le sue attività venivano osservate e sottoposte allo stesso
genere d'analisi che lui stava riservando al terreno sotto i
suoi piedi. Gli occhi che lo guardavano non erano sfaccettati,
né appartenevano a rappresentanti della vita indigena di quel
pianeta.
— Cossa ssta facendo? — Vestita con la tuta mimetica
integrale, i cui colori mutavano col mutare dello sfondo,
l'esploratrice avanzata AAnn era praticamente invisibile
sotto l'ombra dei sylux che allargavano i rami sulla riva del
lago. Accovacciata accanto alla compagna guardò l'intruso
dal carapace azzurrino spostare il suo apparecchio a sei
zampe, attendere un poco e poi portarlo altrove.
— Io non ho nessuna familiarità con i meccanissmi
sscientifici thranx — confessò l'altra esploratrice. — Forsse
ssta prendendo letture della ssituazione meteorologica.
La più alta in rango delle due femmine ebbe un gesto di
dissenso di terzo grado, quindi mosse di traverso una mano a
indicare impazienza di secondo livello. — Perché mandare
qui un ssingolo tecnico ad analizzare il tempo? Gli orbitali
ssono molto più efficienti.
— Quessto è vero — concesse la compagna. — Io sstavo
ssolo cercando di ssuggerire una posssibilità, in asssenza
d'informazioni.
La faccia reptilica di quest'ultima, mimetizzata, rimase
volta verso la riva, oltre l'erba bluastra che il vento faceva
ondeggiare. Quel continuo movimento rendeva difficile
l'osservazione dettagliata. Inoltre, da quelle parti c'era troppa
umidità per i suoi gusti. Mentre i thranx si trovavano a loro
agio nella foresta pluviale, dove la percentuale d'umidità era
sempre elevata, gli AAnn potevano respirare bene soltanto
un'aria molto secca.
— Lui effettua missurazioni della zona. Dunque noi
dobbiamo ssapere cossa ssta essaminando. — L'esploratrice
staccò un piccolo oggetto tubolare dalla cintura, lo accese e
puntò una delle sue estremità verso il thranx. Era rischioso,
ma il colono si concentrava tanto sul suo lavoro che non notò
i brevi lampi di luce che palpitarono fra le oscillanti masse
dei sylux.
I risultati confermarono i peggiori timori delle due
esploratrici.
— Essegue sscandagli ssonici del ssottossuolo.
La sua compagna ne fu giustamente allarmata. — Quessto
non può esssere permessso!
— Correzione. — La più alta in rango fece un gesto. —
L'asssunzione di dati può esssere permesssa. Ciò che noi
dobbiamo prevenire è che lui riporti quei dati ai ssuoi pari.
— Guarda! — Incurante del fatto che i suoi movimenti
potessero essere visti nonostante la tuta mimetica, l'altra
esploratrice si alzò in piedi e indicò il thranx.
Questi stava rimettendo l'apparecchio nello zaino. Si voltò
e s'incamminò rapidamente attraverso l'erba alta, dritto verso
il suo mezzo di trasporto. Tenendosi basse, con le tute
mimetiche che ora imitavano l'erba alta invece dei sylux, le
due esploratrici seguirono il visitatore avvicinandosi
rapidamente. Mentre lo pedinavano, discutevano sulla
migliore linea di condotta.
— Dovremmo avvertire l'autorità competente — disse la
femmina di grado inferiore.
— Imposssibile. Prima che la gravità della ssituazione ssia
capita e una decissione pressa, l'intrusso sse ne andrà e ssarà
troppo tardi per fermare il dissseminarsi delle informazioni
che ha raccolto. Il dente cariato va tolto prima che ssparga
l'infezione.
— Non mi piace prendere una decissione di quessta
gravità ssenza l'autorizzazione di un'autorità ssuperiore.
— Neppure a me — fu d'accordo la compagna maggiore
di grado. — Ma è per quessto che ssiamo qui tu e io, invece
di altri.
L'altra esploratrice si alzò in tutta la sua altezza, agitando
nervosamente la coda scagliosa. — È vicino al ssuo veicolo.
— Lo vedo — sibilò la collega. — Il tempo di dibattere
come meglio rissolvere la ssituazione è sscaduto. — Le sue
gambe robuste scattarono, e corse avanti.
Worvendapur aprì il portabagagli e con cura sistemò
nell'interno l'ecoscandaglio. Poi richiuse il portello e s'avviò
alla scaletta. Appena giunto a Paszex avrebbe convocato una
riunione del suo gruppo di lavoro. Le informazioni contenute
nell'apparecchio erano tali da richiedere un'assemblea
d'emergenza. Anche mentre preparava mentalmente il suo
rapporto, continuava a sperare che un guasto o un altro
motivo a lui sfuggito fosse responsabile di quei dati, e che la
scoperta appena fatta in quella località non fosse vera.
Alla luce della potenziale pericolosità di quanto aveva
trovato, lui avrebbe dovuto stare più all'erta, ma i dintorni
erano quanto di più pacifico e bucolico si potesse
immaginare. Ad ogni modo, da lì a due minuti lui sarebbe
stato in volo per il suo insediamento, sfiorando ad alta
velocità la cima delle erbe. Non c'era niente di cui aver
paura. Anche quando scorse un movimento con la coda
dell'occhio non se ne preoccupò particolarmente.
Poi vide il riflesso di luce sopra un oggetto artificiale, e
seppe che si stava avvicinando qualcosa di più grosso e di
più letale di tutto ciò che avesse incontrato dall'inizio di
quell'esplorazione.
La veramano e la manopiede di Worvendapur afferrarono
con tutte e otto le dita il fucile. Prima che potesse estrarlo dal
fodero, una pulsazione sonica laser lo colpì nella parte
superiore dell'addome, stordendo il suo sistema nervoso e
aprendo un foro nel suo esoscheletro azzurrino. La violenza
del colpo lo sollevò dal suolo, sbattendolo contro un fianco
dell'autoaerea. Ancora cercando di estrarre l'arma lui scivolò
contro la lucida carrozzeria e cadde al suolo.
Mentre finalmente riusciva a sfoderare il fucile, un piede
chiuso in un pesante sandalo gli schiacciò la veramano.
Alcune delle delicate dita si schiantarono sotto il peso, ma
l'idrologo ferito non poteva sentire il dolore. Nonostante la
robustezza della struttura chitinosa interna, le sue viscere
stavano uscendo dal foro apparso fra le due ali atrofizzate
superiori.
Mentre la coscienza e la capacità visiva svanivano, alzò lo
sguardo e vide un paio di occhi assassini che lo fissavano
con attenzione. Poi il pezzo di cielo che li circondava si
mosse, e lui poté distinguere il cranio chiuso nel cappuccio
mimetico che cercava di simulare una nuvola. Un secondo
paio di occhi apparve sopra di lui, in una maschera di falsi
cespugli. Le due figure si parlarono. Non essendo un
linguista, Worvendapur non capì cosa significassero quelle
parole secche, schioccanti. Cercò di raggiungere il fucile,
usando solo la manopiede.
— Cossa facciamo, ora? — domandò la minore in grado
delle due assassine. — Lo portiamo dentro?
— A cossa sserve un cadavere? — Togliendo il piede
dalla mano schiacciata, l'altra esploratrice toccò il foro
sanguinante nell'addome con l'estremità della sua arma.
L'idrologo, inerme, mandò un debole gemito. Lei spostò
l'arma contro un lato della testa azzurrina. La sua espressione
non cambiò quando premette il grilletto. La testa ebbe uno
scossone, le antenne oscillarono con violenza, e il corpo
giacque inerte. Mentre le due esploratrici discutevano su
quel che conveniva fare, i colori rossi e oro degli occhi
sfaccettati della loro vittima si spensero gradualmente nel
grigio pallore della morte.

Il giorno dopo, le esploratrici si mostrarono testarde ma


apprensive allorché furono chiamate dinanzi alla
commissione d'inchiesta tripartita. Dopo la conclusione delle
solite brevi formalità, le due femmine furono interrogate dai
loro superiori e risposero senza esitazioni.
— Ssentivamo di non avere sscelta — ripeté l'esploratrice
più anziana. — Il thranx sstava per ripartire.
— Dovevamo agire — aggiunse la compagna, per
sostenerla. L'ufficiale più anziano presente si grattò un
prurito alla nuca.
Le scaglie del suo collo erano scolorite per l'età, ed era
trascorso molto tempo dall'ultima volta che aveva cambiato
pelle; ma i suoi occhi erano ancora lucidi, e la mente acuta.
— Avete fatto l'unica cossa in vosstro potere — concluse,
con un gesto di convinzione di secondo grado. — Sse quel
ricercatore fossse tornato al ssuo inssediamento con
l'informazione da lui raccolta, il nosstro ssegreto ssarebbe
sstato ssubito compromessso. Quella rivelazione doveva
esssere prevenuta, affinché la nosstra pressenza qui ssia
militarmente ssicura.
— Allora eravamo nel giussto ssul genere d'attività che
sstava ssvolgendo? — domandò l'esploratrice anziana.
Un ufficiale giovane ebbe un gesto d'assenso. —
L'informazione contenuta nello sstrumento alieno da voi
recuperato è sstata esstratta. Era ssosstanzialmente dannossa
come voi temevate.
— La ssituazione è ssgradevole — aggiunse il terzo
ufficiale della commissione. — Ma sse non avesste agito in
quel modo ssarebbe sstata peggiore. E sstato asstuto da parte
vosstra mettere il cadavere ssuirautoaerea, programmandola
perché partissse ssu una rotta di ritorno e ssi
autodistruggessse dopo un certo percorsso. — Guardò i
colleghi. — Con un po' di fortuna, i locali thranx
pensseranno che il loro ricercatore è morto a caussa di un
incidente meccanico del ssuo veicolo.
L'ufficiale anziano ebbe un gesto affermativo. — Quessti
thranx ssono ssemplici coloni. Non ssono ssofissticati
vissitatori da Hivehom. Il nostro rapporto rifletterà quesste
conssiderazioni. — I suoi occhi si strinsero fissando quelli
delle esploratrici, ferme in posizione di attenti con le code
rigidamente dritte e immobili. — È una fortuna che voi
fosste nel luogo più adatto per effettuare la nullificazione.
Un appropriato elogio ssarà unito al rapporto.
Le due esploratrici, che affrontando la commissione
d'inchiesta s'erano augurate soltanto di non essere
condannate per avere agito in modo così drastico, si
compiacquero in silenzio.
Le speranze dei loro superiori, tuttavia, e dei superiori dei
loro superiori, non si realizzarono. Contrariamente alle loro
sanguigne previsioni, i thranx non archiviarono
frettolosamente l'incidente. Stupiti dalle circostanze in cui
quell'idrologo competente era perito, un paio di uditori partì
da Paszex con l'ordine di seguire a ritroso i movimenti del
deceduto. Quando neppure loro fecero ritorno, fu inviata sul
posto una squadra più organizzata. Anch'essa scomparve in
modo inesplicabile. A questo punto i coloni richiesero, e
subito ottennero, una commissione d'indagine da parte del
governo settentrionale.
Una volta sul posto dov'erano avvenuti gli ormai numerosi
omicidi dei thranx andati là prima di loro, i commissari
scoprirono ciò che il defunto Worvendapur avrebbe potuto
svelare fin dall'inizio. Nell'immediato scontro armato che
seguì la scoperta, buona parte della commissione fu distrutta.
Ma stavolta gli AAnn non poterono uccidere tutti. I superstiti
si ritirarono, continuando a combattere e a subire perdite, e
un gruppo di essi riuscì a raggiungere l'insediamento più
vicino, dove riferì ciò che avevano trovato e quel che era
successo dopo la loro scoperta.
Senza esitare di fronte all'escalation, che ora appariva
come la loro unica scelta, gli AAnn attaccarono
l'insediamento decisi a mettere a tacere tutti, prima che
qualcuno potesse contattare le autorità dell'emisfero
settentrionale. Benché gli AAnn si fossero mossi in fretta,
con efficienza e usando tutte le armi di cui disponevano, i
thranx riuscirono a tenere Paszex e a far filtrare la notizia
dell'attacco, nonostante il tentativo nemico di bloccare ogni
genere di comunicazioni. Nello stesso tempo il nobile AAnn
al comando fu costretto a chiedere che la sua posizione
ricevesse rinforzi da altri pianeti.
Paszex era stata quasi presa dagli AAnn, quando il primo
trasporto militare giunse dal nord. Stupiti dall'entità delle
forze nemiche già sul posto, i thranx chiesero anch'essi
rinforzi immediati. Un'analisi dei dati rivelò la presenza non
di un semplice avamposto bensì di insediamenti AAnn,
localizzati sotto la superficie di quel grande lago
dall'apparenza innocua. Scavando in lungo e in largo, gli
AAnn erano riusciti a stabilire vaste installazioni permanenti
su Willow-Wane prima che la loro presenza fosse sospettata
dai thranx. Le tracce sotterranee che l'ecoscandaglio di
Worvendapur aveva rivelato non erano faglie geologiche,
bensì reti di tunnel.
Alla fine gli AAnn furono scacciati e allontanati dalla
zona di Paszex, ma le loro installazioni sotterranee si
dimostrarono troppo estese e ben fortificate per essere
conquistate. Nei successivi contatti, sia militari che
diplomatici fra le due razze, agli AAnn fu concessa quella
località di Willow-Wane, con la facoltà di mantenere ed
espandere l'insediamento in una regione non abitata dai
thranx, a patto che non mettessero piede in altre zone.
Questo compromesso fu molto osteggiato dagli abitanti di
Willow-Wane, ma erano in gioco fattori di maggiore portata.
Meglio consentire l'esistenza di un singolo insediamento,
anche ostile e illegale, che rischiare una guerra su un mondo
già estesamente colonizzato e sviluppato.
Così gli intrusi AAnn furono tollerati, e le loro ingiuste
pretese accettate. Questi sono i risultati degli accordi
diplomatici su vasta scala, nei quali le uccisioni vengono
assorbite in quella che i politicanti definiscono
ottimisticamente la «situazione generale». Nell'ombra inerte
e poco critica della diplomazia, il dolore di quelli che hanno
perso amici e parenti è convenientemente messo da parte.
La vendetta non era mai stata una caratteristica preminente
dei thranx, ma fra i superstiti di Paszex c'era più che un
senso di perdita e di tradimento. In specie per i pochi membri
rimasti della famiglia Ven, che un tempo si vantava d'essere
la più numerosa di Paszex e adesso era stata quasi spazzata
via. I sopravvissuti fecero del loro meglio per portare avanti
il nome della famiglia, ma da quel giorno la realtà fu che non
c'erano molti di loro nell'alveare Da e nel clan Pur.
Acutamente consci che spettava a loro impedire l'estinzione
del patronimico Ven, questi pochi divennero assai più attenti
del consueto a quel dovere. Nella loro prole fu inculcato quel
carattere, considerato eccessivo o addirittura aberrante, e la
generazione più giovane lo trasmise a quella ancora
successiva. A uno in particolare.

Era stata una giornata lunga, e i membri del Gran


Consiglio s'erano ritirati, come usavano fare, nella calda e
umida quiete del pozzo della contemplazione, nelle
profondità del suolo sotto la camera del consiglio, per
rilassarsi e alleviare lo stress dell'attività di governo. Non era
la solitudine quel che cercavano, e la conversazione passò ad
argomenti più leggeri e più piacevoli.
Fuorché per due di loro. Sebbene già anziani oltre ogni
standard essi erano fra i più giovani membri del Consiglio, e
parlarono di fatti che pur importanti sembravano non avere
alcun legame fra loro. Ciò che essi cercavano era in effetti un
collegamento.
— Gli AAnn sono più aggressivi del solito.
— Sì — ammise il maschio. — Gli eventi di Paszex sono
una vergogna insopportabile — disse, inalando un vapore
profumato dal mantello vegetale che copriva le sue spicole
respiratorie. — Non c'è niente da fare in merito. Non si
possono riportare in vita i morti, né sottoporre a un embargo
la colonia nemica, né dichiarare guerra in memoria di chi è
deceduto.
— Gli AAnn contano sempre che noi siamo ragionevoli e
logici in simili argomenti. Possano le loro scaglie marcire e
le loro uova rompersi.
— Sirri!!ch, perché non dovremmo esserlo? Lo siamo
sempre. Tuttavia hai ragione. L'incursione su Willow-Wane
ha avuto dimensioni senza precedenti. Ma non possiamo
farci niente.
— Lo so — fu d'accordo la femmina anziana. I suoi
ovopositori giacevano piatti sull'addome, non più capaci di
deporre uova. — Mi preoccupa la necessità di prevenire altre
azioni analoghe in futuro. Dobbiamo rafforzarci.
Il maschio fece un gesto di ambivalenza di secondo grado.
-Cosa possiamo fare che non abbiamo già fatto? Gli AAnn
non osano un attacco scoperto. Sanno che provocherebbe
una risposta devastante.
— Oggi questo è vero. Domani... — Le antenne di lei
fluttuarono in modo significativo. — Gli AAnn lavorano
quotidianamente per potenziare le loro forze. Quello che ci
serve è una diversione, qualcosa che li colga di sorpresa. —
Nel vapore, i suoi occhi composti ebbero uno strano
scintillio. — Qualcosa, forse, meno prevedibile dei thranx.
Il maschio ne fu colpito. Cambiò posizione sul tavolato.
— Tu non stai facendo ipotesi, Hai in mente qualcosa di
specifico.
— Tu conosci l'avamposto alieno sul pianoro alto? — I
bipedi? Gli humans?
— Umani — lo corresse lei. Le parole umane non
clicchettavano ed erano difficili da pronunciare. Il loro
linguaggio era morbido come le loro bocche carnose. — Ho
appena letto un rapporto. Là ci sono buoni progressi. Così
buoni che si stanno facendo preparativi per fare il passo
successivo nell'approfondimento e nello sviluppo delle
nostre relazioni.
— Con gli umani? — Il tono tri-note fu accompagnato da
un evidente gesto di disgusto. — Perché dovremmo voler
approfondire i rapporti con creature così sgradevoli?
— Tu non neghi la loro intelligenza? — La femmina lo
stava stuzzicando.
— La loro morale e i loro modi, forse. Ma la loro
intelligenza no... basandomi sui rapporti segreti che ho letto.
— Il maschio scivolò giù dal tavolato e si tolse il mantello
vegetale.
— Hanno una cospicua forza militare.
— Che non intendono certo porre al servizio dei nostri
interessi. — Le antenne del maschio s'irrigidirono. — Ho
letto anche quei rapporti. La maggior parte della popolazione
umana trova il nostro aspetto ripugnante. Devo dire che
l'opinione è reciproca. Un vicendevole disgusto è un
piedistallo instabile su cui costruire un'alleanza.
— Queste cose richiedono tempo — lo placò lei, mentre
con una manopiede si passava una resina detergente
sull'esoscheletro. Umidificata dal vapore della stanza essa
diede uno scintillio metallico alla sua chitina. — Ed
educazione.
Il consigliere maschio espresse contrarietà. — Non si può
educare senza contatto. Lo ammetto, da quel poco che ci
viene comunicato il progetto va bene. Ma è modesto come
dimensioni e scopi, e non serve a modificare la repulsione
che molti umani sembrano provare in nostra presenza.
— Questo è vero. — Le membrane nittitanti della
femmina ripulirono il vapore condensato dagli occhi. — Ma
c'è un altro progetto, più vasto e più specifico.
Il suo interlocutore alzò lo sguardo, incerto. — Non ne ho
mai sentito parlare.
— Viene tenuto segreto, in attesa che i tempi siamo maturi
per una rivelazione reciproca. Solo pochi ne sono al corrente.
Pochissimi. E considerato vitale per lo sviluppo dei rapporti
fra i due popoli. Gli AAnn non dovranno saperne niente.
Attualmente essi considerano gli umani una minaccia alle
loro mire espansioniste. Il pensiero di un asse umani-thranx
potrebbe indurli a fare qualcosa di... sconsiderato.
— Quale asse umani-thranx? Noi non abbiamo quasi
nessun rapporto con quei bipedi.
— Si sta lavorando per cambiare la situazione — gli
assicurò lei.
Il maschio clicchettò scetticamente. — Io posso concepire
rapporti formali fra le due razze. Ma un'alleanza
permanente? — Ebbe un gesto di netta contrarietà. — Non ci
sarà mai. Nessuna delle due razze la vuole.
— Ci sono dei teorici, per il momento senza dubbio pochi,
che la pensano diversamente. Ecco perciò il secondo, e ancor
più segreto, progetto. — Nel tono serio della femmina
s'insinuò un cenno di divertimento. — Tu non immagineresti
mai di cosa si tratta. — Avvicinandosi, per essere certa che
nessun altro consigliere nel pozzo della contemplazione
potesse udire, lei glielo sussurrò negli organi auricolari del b-
torace.
Aveva ragione. Lui non lo avrebbe mai immaginato.
2

I thranx non seppellivano i loro morti; per tradizione, i


defunti erano amorevolmente riciclati. Come molte
componenti della loro cultura anche questa cerimonia
risaliva alle più antiche origini, quando gli alveari pre-
tecnologici erano governati da Regine le quali deponevano
personalmente le uova, e tutto ciò che vi era di commestibile
veniva utilizzato, compresi i resti dei cittadini deceduti. Le
proteine erano proteine, e la necessità di nutrirsi e
sopravvivere aveva la precedenza sulle regole civili della
loro cultura. Il modo in cui veniva compiuto il riciclaggio
tradizionale era diventato sempre più decoroso, ma la sua
essenza restava la stessa.
L'estremo saluto era assai più elaborato e formale di quel
che avveniva ai tempi antichi, quando non si facevano tanti
discorsi, anche se coloro di cui si tessevano gli elogi ne
sarebbero rimasti commossi e imbarazzati. E per essere un
poeta famoso non solo su Willow-Wane ma in tutti i mondi
thranx, Wuuzelansem era stato fin troppo modesto.
Desvendapur ripensò all'ultima volta in cui s'era seduto col
suo maestro. Il colore di Wuuzelansem s'era scurito dal sano
indaco acquamarina dei giovani al verde-azzurro della
maturità, finché in vecchiaia il suo esoscheletro era diventato
bluastro. La testa gli ciondolava incontrollabilmente da una
parte e dall'altra, per effetto di una malattia non grave ma
incurabile del sistema nervoso, e raramente si alzava soltanto
sulle quattro veregambe, poiché gli occorrevano tutte e sei
per non perdere l'equilibrio. Ma sebbene ormai di rado
s'infiammassero degli ardori dell'ispirazione, i suoi occhi
erano sempre colmi di riflessi d'oro.
Erano andati a passeggio nella foresta pluviale, il grande
maestro e la classe dei suoi studenti più anziani, e s'erano
come al solito seduti all'ombra del cim!bu che piaceva tanto
a Wuuzelansem. In quel periodo l'immenso albero dalle
foglie gialle, striate di rosa, stava fiorendo. I giganteschi
boccioli pieni di nettare saturavano l'aria di profumo, e gli
stami pendevano gravidi di polline. Non c'erano insetti
attorno a quei turgidi fiori, né creature volanti si fermavano
ad assaggiarne il nettare. All'impollinazione del cim!bu
provvedevano dei contadini. Era necessario. L'albero era uno
straniero in quell'ecosistema, un esotico alieno proveniente
dal mondo natale di Hivehom, portato su Willow-Wane dai
coloni per ragioni decorative. E nell'umidità della foresta
pluviale era cresciuto bene, anche se circondato da estranei.
Sotto i cim!bu e il resto della fitta vegetazione, Yeyll
prosperava. La terza città in ordine di grandezza di Willow-
Wane era un alveare di case, fabbriche, istituti scolastici,
strutture ricreative e camere per l'allevamento delle larve.
Per quanto tecnologicamente avanzati fossero, i thranx
preferivano ancora vivere nel sottosuolo. Per Yeyll, dunque,
la foresta pluviale in cui Wuuzelansem e i suoi studenti
andavano a passeggio era una corona, un grande copricapo.
E benché in essa stagnassero gli odori della vita selvatica,
era curata e addomesticata come un parco pubblico.
Sotto il cim!bu c'erano delle panche. Alcuni studenti ne
avevano approfittato, mentre ascoltavano il poeta declamare
i versi sensuali di una raccolta di pentametri erotici,
stendendosi sulle rustiche piattaforme tanto per togliere il
loro peso dalle gambe. Desvendapur aveva preferito restare
in piedi, per assorbire la lezione con una parte della mente
intanto che con l'altra contemplava la vegetazione del
sottobosco. Quel mattino era caldo, molto umido, un tempo
perfetto. Nell'osservare la corteccia di un albero vicino le sue
antenne l'avevano sfiorata, alla ricerca delle vibrazioni delle
piccole creature che ne abitavano l'interno. Alcuni erano
insetti locali, altri d'importazione, vagamente imparentati con
la sua razza. Loro non prestavano alcuna attenzione ai versi
di Wuuzelansem, alle sue domande agli studenti e alle
risposte di questi ultimi, essendo interessati non alla poesia
ma solo a mangiare e riprodursi.
— E tu che ne pensi, Desvendapur?
— Cosa? — Distrattamente il suo cervello aveva registrato
il richiamo a suo nome, e i toni di una domanda uniti alle
parole. Distogliendo lo sguardo dall'albero s'era accorto che
tutti stavano guardando lui, compreso il maestro. Un altro
studente avrebbe potuto essere colto alla sprovvista e trovarsi
senza parole. Non Desvendapur. Lui non era mai senza
parole. Tutt'al più ne faceva economia. E contrariamente a
ciò che altri avrebbero potuto pensare, lui stava ascoltando.
— lo penso che molto di quanto oggi passa per poesia sia
spazzatura, o nel migliore dei casi al livello di un'esaltata
quanto tendenziosa mediocrità. — E riscaldandosi su
quell'argomento aveva alzato la voce, rafforzando i concetti
col rapido ed espansivo gesticolare delle veremani. —
Invece di creare poesia la fabbrichiamo, la produciamo. I
premi di composizione vengono vinti dalle recite ben
calibrate di artigiani, non già di artisti. Ma non è certo colpa
loro. Il mondo si è troppo rilassato, la vita è troppo
prevedibile. La poesia vera nasce dalle emozioni, dai trionfi
e dalle catastrofi, non dalle lunghe tempofasi trascorse di
fronte a un pubblico attento o nella conviviale compagnia
degli amici. — E poi, giusto nel caso che i compagni
potessero accusarlo di sfruttare l'opportunità di farsi bello
dinanzi al maestro, dopo quelle frasi particolarmente dure
aveva taciuto senza aggiungere altro.
Nessuno aveva fatto commenti, e i lineamenti facciali
immobili dei thranx non potevano comunicare molto, ma un
rapido gesticolare manuale era stato rivelatore: la sua
risposta aveva causato emozioni che andavano dalla
contrarietà alla rassegnazione. Desvendapur era noto per
essere un provocatore, caratteristica che i compagni
avrebbero tollerato più facilmente se fosse stato un poeta
migliore. La sua produzione artistica era ancora lontana
dall'annoverare qualcosa di notevole.
Oh, aveva occasionali exploit di brillante retorica, ma
erano scarsi come i fiocchi di quereequi che veleggiavano fra
gli alberi, anche se abbastanza creativi e originali da
impedire che lo sbattessero fuori a calci dalla classe degli
studenti anziani. Per molti versi egli era la disperazione degli
insegnanti, che vedevano in lui un talento promettente, forse
addirittura unico, il quale non si elevava mai sopra certe
morbose preoccupazioni assai poco tipiche dell'animo
thranx. Ad ogni modo Desvendapur aveva sviluppato varie
sottili astuzie grazie a cui riusciva a non farsi depennare
dall'elenco degli iscritti ai corsi.
Anche gli insegnanti più irritati dalle sue saltuarie
provocazioni erano riluttanti a buttarlo fuori, conoscendo la
storia della sua famiglia. Lui era uno degli ultimi discendenti
dei Ven a portare il loro nome, dato che tutti i suoi
progenitori erano stati spazzati via dal famigerato attacco
degli AAnn a Paszex, poco più di ottant'anni addietro. Quel
triste bagaglio ereditario lo aveva seguito anche quando s'era
trasferito a nord, a Yeyll. A differenza di una parola
sbagliata o di un verso poco elegante, quella era una cosa che
lui non poteva cancellare e riscrivere.
— Ven... Ven... no, non conosco questa famiglia —
borbottavano i suoi conoscenti. — È un nome di Hokanuck?
— No, è un nome dell'Aldilà — sogghignava miseramente
Desvendapur. Si sarebbe sentito meglio se fosse venuto da
un altro pianeta. In tal caso avrebbe almeno potuto tenere
nascosta la storia della sua famiglia. Su Willow-Wane, dove
tutti conoscevano i tragici fatti di Paszex, prima o poi tutti
trovavano il modo di fargli doverosamente sapere quanto lo
compativano.
Wuuzelansem non era parso molto colpito dal suo
commento. Non era la prima volta che quel suo studente
iconoclasta esprimeva sentimenti del genere. — Tu
condanni, tu critichi, tu castighi, ma cosa offri in cambio?
Cruda e insipida ira, speciosa sensitività, falsa furia,
biasimevole frenesia. Lo jarzarel plana e veleggia, poi si
tuffa a baciare il suolo e inciampa, vittima delle sue passioni.
Senza sapere contro chi o cosa ha lottato.
Morbidi click d'approvazione s'erano levati dai presenti a
quel così tipico spumeggiare di parole e sibili del maestro.
Desvendapur non aveva però abbandonato le sue posizioni
intellettuali. Wuuzelansem la faceva sembrare troppo facile,
e le giuste parole e i toni più eufonici spillavano dalla sua
bocca accompagnati dai più adeguati gesti delle mani,
quando altri dovevano lottare tempofasi, giorni, decagiorni,
per comporre qualcosa di espressivo. Quella guerra era
particolarmente acuta in Desvendapur, che aveva
l'impressione di non trovare mai i termini più nitidi per dar
forma al suo afflusso di emozioni. Come un vulcano
emanava fumi di zolfo che facevano tossire e lacrimare, ma
non aveva mai un'eruzione creativa. Artisticamente, qualcosa
di vitale gli mancava. Esteticamente, c'era un vuoto.
Quel giorno aveva accettato il lirico rabbuffo con
stoicismo, ma il modo in cui le sue antenne s'erano curvate
all'indietro aveva rivelato quanto profondamente ne fosse
colpito. Non era la prima volta né si aspettava che fosse
l'ultima. E in questo aveva ragione. La poesia era anche un
lavoro impegnativo, socialmente utile, e il suo maestro non
era tipo da permettere che gli allievi coltivassero illusioni.
Ripensando a quei giorni, Desvendapur non si stupiva
d'essere sopravvissuto alle difficoltà del corso di poesia.
Eppure, benché fosse convinto del suo valore, era stato
sorpreso di aver superato gli esami finali. S'era aspettato di
ottenere voti bassi, o d'essere addirittura respinto. Invece era
uscito dall'istituto con gli auguri del maestro e fornito di un
prezioso certificato scolastico. Questo gli aveva permesso di
trovare un lavoro, noioso ma sopportabile, in una compagnia
privata che distribuiva generi alimentari, dove il suo compito
consisteva nel comporre divertenti sonetti per evidenziare la
bontà e la convenienza di quei prodotti. Ma se ciò gli
consentiva di mantenere un soddisfacente tenore di vita —
mangiare bene gli piaceva, e la ditta gli faceva sconti speciali
— il suo benessere emozionale e artistico languiva. Dopo
una giornata trascorsa a poetizzare sulle meraviglie della
frutta in scatola, si sentiva pronto a esplodere per una
sciocchezza. Non esplodeva mai, invece, e il risultato fu che
in lui prese forma il timore che quando l'avesse fatto sarebbe
stata una cosa drammatica.
Sarebbe esploso, prima o poi?
Dozzine di ospiti illustri erano radunati nel tradizionale
circolo del lutto, nel giardino dove il poeta sarebbe stato
riciclato. Scienziati, industriali e politicanti, ex studenti
famosi e oscuri, rappresentanti del clan e della famiglia, tutti
ascoltarono educatamente i fioriti discorsi con cui numerosi
e ispirati colleghi magnificarono le virtù del defunto. La
brezza mattutina era calda e odorosa. La cerimonia si stava
già prolungando troppo. Wuuzelansem non avrebbe
apprezzato quei convenevoli. Se il maestro avesse potuto,
rifletté ironicamente Desvendapur, avrebbe già chiesto scusa
ai presenti e se ne sarebbe andato per i fatti suoi.
Vagabondando fra la folla, mentre la musica liturgica
appesantiva l'atmosfera, fu sorpreso di vedere due vecchi
compagni di scuola, Broudwelunc e una femmina di nome
Niowihomek. Entrambi avevano sfruttato al meglio certe
raccomandazioni e stavano facendo carriera con gran
successo, Broud nel governo e Nio nell'esercito, dove c'era
sempre bisogno di poeti per tenere su di morale la truppa.
Agitò una mano verso di loro, mettendo da parte la sua
tendenza all'intimità per il piacere della compagnia altrui,
tipico dei thranx. Avvicinandosi, fu lieto di notare che
anch'essi lo avevano subito riconosciuto.
— Des! — Niowinhomek si piegò in avanti, praticamente
attorcigliando le antenne alle sue. Il gesto affettuoso di lei fu
più gradevole di quanto Desvendapur avrebbe mai voluto
ammettere.
— È davvero triste morire così, eh? — Broud fece un
gesto verso le spoglie del maestro. — Sentiremo tutti la sua
mancanza.
— Rotolando verso terra, le onde vedono la spiaggia e
comprendono il loro destino: evaporare senza un perché, ma
gloriosamente — disse Nio, citando versi del maestro che
anche Desvendapur conosceva bene.
I due compagni sarebbero stati sorpresi nel sapere che il
cupo e spesso accidioso Desvendapur poteva recitare a
memoria tutto ciò che Wuuzelansen aveva composto, incluso
il lunghissimo e notoriamente incompleto Jor!k!k. Ma in
quel momento non era dell'umore.
— E tu come te la passi, Des? — domandò Broud,
agitando le veremani a indicare un'amicizia che sfumava
nell'affetto. Perché provasse un tale sentimento per lui,
Desvendapur non riusciva a immaginarlo. Al tempo in cui
erano stati in classe insieme, non gli era parso che il
compagno gli fosse particolarmente amico. Questo lo stupì e
lo innervosì un poco.
— Ancora non accoppiato, è così? — osservò Nio. — In
quanto a me, sto progettando di farlo entro sei mesi.
— È vero, non sono accoppiato — rispose Desvendapur.
Ma chi avrebbe voluto mettersi con lui? si chiese. Un poeta
senza nome, che tirava avanti facendo un lavoro qualsiasi,
una vita noiosa e convenzionale. Uno le cui attività s'erano
adeguate ai pili semplici e comuni piaceri dell'esistenza. Non
che il suo impulso di procreare fosse debole. Lo sentiva
energicamente, come qualsiasi altro maschio. Ma un thranx
con un carattere come il suo poteva dirsi fortunato se
l'ovopositore di una femmina aveva appena un fremilo
distratto verso di lui.
— Ad ogni modo, morire così non è poi tanto triste —
disse Desvendapur. — Wuuzelansem ha avuto una lunga e
onorata carriera, lascia alcune opere che gli sopravviveranno,
e non dovrà più svegliarsi al mattino con l'obbligo d'essere
brillante e creativo. La disperata ricerca dell'originalità è la
rupe su cui si consumano le forze d'ogni artista. Be', è stato
bello rivedervi. — Abbassò al suolo anche le manipiedi e
cominciò ad allontanarsi, a sei zampe. Il fremito di piacere
che aveva provato rivedendo quei compagni s'era già
dileguato.
— Aspetta! — Niowinhomek lo trattenne protendendo
verso di lui entrambe le antenne, con un gesto che lo
sorprese. La maggior parte delle femmine trovavano poco
interessante la sua presenza. Certo perché qualcosa mancava
nei suoi ferormoni, Desvendapur ne era convinto. Cercando
un argomento di conversazione che potesse trattenerlo, lei
ricordò una cosa di cui avevano recentemente discusso, sul
lavoro. — Cosa ne pensi di quelle voci che corrono su
Geswixt?
Desvendapur si voltò, con un gesto che indicava non-
comprensione. Ad un tratto voleva andarsene, allontanarsi
sia dai ricordi che dai vecchi compagni. — Quali voci?
— Quel che si dice su Geswixt — ripeté lei. — Una
località del settentrione, dove nessuno va mai. Non ne hai
sentito parlare?
— Chrrk! Quella cosa! — esclamò con uno squittio
stridulo Broud. — Tu stai parlando del nuovo progetto, no?
— Nuovo progetto? — Benché non fosse per niente
interessato, l'irritazione di Desvendapur sfumò. — Quale
nuovo progetto?
— Oh, allora non hai saputo niente. — Le antenne di Nio
s'agitavano come fruste, segno di grande eccitazione. — Ma
immagino che qui, a tanta distanza da Geswixt, ne abbiano
sentito parlare in pochi. — Gli si avvicinò, abbassando la
voce in un atteggiamento che Desvendapur trovò irritante.
— Nessuno può andare laggiù — disse lei, muovendo le
quattro parti della bocca. — L'intera zona è stata chiusa.
— Proprio così. — Con una veramano e la manopiede
opposta, Broud confermò quell'affermazione. — Dando alla
cosa la minor pubblicità possibile, un intero distretto è stato
precluso al traffico. E si dice che lo spazio aereo sia chiuso e
pattugliato, su fino all'orbitale.
Colpito, a dispetto di se stesso, Desvendapur si sentì
spinto a commentare: — Sembrerebbe che qualcuno stia
nascondendo qualcosa.
Con tutte e sedici le dita delle sue quattro mani, Nio si
disse d'accordo. — Un nuovo stabilimento biochimico in cui
si fanno ricerche importanti. Questa è la spiegazione
ufficiale. Ma alcuni di noi hanno sentito altre versioni. Storie
che negli ultimi quattordici anni si sono propagate fino a
diventare difficili da mettere a tacere.
— E suppongo che non abbiano niente a che fare con le
ricerche biochimiche. — Desvendapur desiderava
disperatamente andarsene, fuggire da quel parco diventato
all'improvviso opprimente.
Broud si dichiarò d'accordo, ma lasciò all'amica il compito
di dare spiegazioni. — Forse, in parte. Ma in tal caso le
ricerche sono secondarie rispetto allo scopo centrale di
questo progetto.
— E quale sarebbe? — domandò Desvendapur,
impaziente.
Lei guardò brevemente Broudwelunced, prima di
rispondere. — Esaminare gli alieni, e organizzare rapporti
sempre più stretti con loro.
— Alieni? — Desvendapur fu colto di sorpresa. Tutto si
sarebbe aspettato fuorché questo. — Quale genere di alieni?
I Quillp? — Quella razza di creature alte ed eleganti, ma
enigmatiche, che rifiutavano di allearsi sia con i thranx che
con gli AAnn, erano note da lungo tempo. E ce n'erano altre.
Ma la popolazione ormai le conosceva. Perché mai una di
quelle razze doveva essere parte di un misterioso progetto
segreto?
Del resto, come poteva lui, un bardo della frutta e verdura,
essere al corrente delle manovre del governo?
— Non i Quillp — gli stava dicendo Nio. — Creature
ancora più strane. — Gli si accostò, e le sue antenne
minacciarono di toccare quelle di lui. — I mammiferi
intelligenti.
Stavolta Desvendapur non riuscì a rispondere subito. —
Vuoi dire gli umani? Ma è assurdo! Ricordo che anni fa quel
progetto fu trasferito completamente a Hivehom, dove il
governo avrebbe potuto monitorarlo più da vicino. Non ci
sono più umani su Willow-Wane. Non mi meraviglia che i
malinformati ne parlino ancora, se volete saperlo.
Nio era evidentemente compiaciuta d'aver colto di
sorpresa il notoriamente imperturbabile Desvendapur. — Gli
umani, sì. Quei mammiferi alieni, bipedi e senza coda —
aggiunse, per buona misura. — Corre voce che non soltanto
siano ancora da queste parti, ma che abbiano avuto il
permesso di organizzare una colonia proprio qui, su Willow-
Wane. Ecco perché il Consiglio tiene la cosa sotto silenzio.
Ecco perché sono stati spostati dal luogo del progetto
originale a una zona isolata, non distante da una località
altrettanto sperduta di nome Geswixt.
Lui reagì con un fischio d'incredulità. I mammiferi erano
piccole creature pelose che prosperavano nella foresta
pluviale. Erano cose morbide, carnose, flessuose, con lo
scheletro all'interno del corpo. Il pensiero che avessero
sviluppato l'intelligenza era difficile da credere. E bipedi,
poi! Un bipede senza coda era uno sventurato afflitto da un
equilibrio instabile, un'impossibilità biomeccanica. Eppure
gli umani erano una realtà. Ogni tanto si leggevano rapporti
su di essi. Il contatto con loro procedeva a passi lenti,
studiati, calcolati per dare alle due razze il tempo di abituarsi
alle molte e basilari diversità che le dividevano.
Quel contatto, dunque, era stato ufficialmente ristretto e
limitato a due strutture apposite, una situata su Hivehom, e
un'altra simile su uno dei pianeti umani, Centaurus Cinque.
L'idea che una razza bizzarra come quella umana avesse
avuto il permesso di stabilire una colonia permanente su un
pianeta thranx era sicuramente impopolare. C'erano almeno
tre gruppi anti-umani che si sarebbero opposti a un progetto
del genere, forse anche con la violenza. Questo fu ciò che
Desvendapur disse ai due amici.
Nio rifiutò di lasciarsi dissuadere. — Nonostante ciò, le
voci che corrono sono fondate.
— Le voci si chiamano così proprio perché, finché restano
tali, sono infondate. Ben sappiamo come possano essere
fantasiosi i viaggiatori che vedono qualcosa d'insolito, e
come le loro storie si gonfiano passando di bocca in bocca.
— Per la seconda volta Desvendapur si accinse ad
andarsene. — È stato bello parlare con voi.
— Des — cominciò Nio. — Io... noi abbiamo pensato
spesso a te, e ci chiedevamo se... be', se c'è qualcosa che
possiamo fare per te, o se hai bisogno d'aiuto in qualcosa...
Desvendapur si voltò di nuovo, così bruscamente che lei
ritrasse d'istinto le antenne per non farsele colpire. Era un
riflesso difensivo che nessuno riusciva mai a reprimere.
Mentre si accingeva ad andarsene, lui era stato colpito da
una riflessione pregna di possibilità. Dei mammiferi bipedi e
senza coda erano un controsenso, e tuttavia nessuno poteva
negare che gli umani esistessero. I contatti, limitatissimi, con
loro andavano avanti da un bel po' di anni ormai, e
ufficialmente lì su quel pianeta non ce n'erano più, non da
quando quel progetto nato su Willow-Wane era stato
trasferito a Hivehom. Ma se questo non fosse stato vero?
Cosa sarebbe successo se quelle assurde e fantastiche
creature non fossero state più confinate in un centro di
ricerca, bensì avessero posseduto una vera e propria colonia,
proprio lì, su un pianeta colonizzato dai thranx?
Era ciò che gli AAnn avevano cercato di fare con la forza,
nei loro violenti attacchi contro la regione di Paszex. C'era
da non credere che il Consiglio avesse deciso di dare un
permesso analogo a un'altra razza, una così aliena. Quali
possibilità si aprivano in una situazione tanto innovativa?
Quali strane sorprese celava la cosa? E quali promesse, quali
meraviglie potevano prospettarsi?
C'era la possibilità, almeno in teoria, di ispirare la sua
musa e la sua vita in un modo nuovo e ancora mai avvenuto?
Quel pensiero imprevisto lo terrorizzò e allo stesso tempo lo
affascinò.
— Broud — disse, secco, — tu lavori per il governo.
— Sì. — L'altro giovane maschio si chiese cos'avesse
tanto colpito il compagno da trasformare così bruscamente il
suo umore. — Sono un comunicatore di terzo grado, nella
divisione rapporti speciali col personale.
— Nella cittadina di Geswixt. Benissimo. — Desvendapur
cominciava a vedere la luce. — Tu mi hai offerto un aiuto.
Lo accetto. — Ora fu lui a piegarsi in avanti, mentre la folla
dei partecipanti alle esequie cominciava a disperdersi. — Io
provo un forte desiderio di cambiare i parametri della mia
vita, e di andare a lavorare in una diversa regione del
pianeta. Tu mi raccomanderai ai tuoi superiori, nel tuo pili
forbito Alto Thranx, per un lavoro di qualche genere nella
zona di Geswixt.
— Tu mi attribuisci poteri che non ho — rispose il
coetaneo, agitando le veremani per indicare vivo dispiacere.
— Prima di tutto io non abito nelle vicinanze di Geswixt,
come sembri credere. Neppure Nio. — Guardò la femmina
per avere sostegno, e lei ebbe un gesto d'assenso. — Inoltre
sono soltanto un comunicatore di terzo grado. Se osassi
raccomandare qualcuno, i miei superiori non mi
presterebbero molta attenzione. — Le sue antenne si
curvarono mestamente in avanti. — Perché vuoi sradicare la
tua vita, cambiare tunnel, e trasferirti nei pressi di Geswixt?
— Sradicare la mia vita? Io non ho una compagna, e voi
sapete quanto poco resta della mia famiglia.
I suoi due amici gesticolarono, a disagio. Broud stava
cominciando a pentirsi di aver parlato di quell'argomento con
Desvendapur. Il suo modo di fare era poco cordiale, rustico,
e i suoi desideri oscuri. Lui lo avrebbe anche ignorato fin
dall'inizio, se Nio non avesse insistito. Ma ormai era tardi.
Andarsene così, senza dirgli altro, sarebbe stata
un'imperdonabile scortesia.
— In quanto alle mie ragioni — continuò Desvendapur, —
penso che siano ovvie. Voglio essere più vicino a questi
bizzarri alieni... se le voci che li vogliono ancora qui, su
Willow-Wane, sono davvero fondate.
Nio lo guardava, perplessa. — Per quale motivo, Des?
— Per comporre qualcosa su di loro. — I suoi occhi
sfaccettati scintillarono di luce dorata. — Wuuzelansem lo
ha fatto. Dava frequenti contributi al progetto originale
componendo versi sugli umani. Io ero presente nelle ultime
tre occasioni in cui declamò qualcosa che li riguardava. —
Le sue antenne ebbero un fremito, al ricordo. — Per quanto
sia difficile crederlo, lui diceva spesso che sebbene gli umani
non avessero appropriati riferimenti culturali, ciò nonostante
essi apprezzavano la sua poesia.
— E se nei dintorni di Geswixt non ci fosse nessun
umano? — si sentì in dovere di chiedere Broud. — E se le
voci di questa peraltro improbabile colonia aliena fossero
infondate? Ti saresti imbarcato in un radicale cambiamento
della tua vita, per niente.
Desvendapur guardò l'ex compagno di scuola. — Allora
mediterò sulla mia impulsività, e cercherò di salvare un po'
di luce nelle profondità della mia incertezza. In un modo o
nell'altro, sarà un miglioramento della mia situazione attuale.
— Accennò con una veramano verso il tunnel d'ingresso
della città sottostante. — Qui non c'è niente per me.
Comodità, protezione, dintorni familiari, lavoro quotidiano,
frasi di circostanza, intimità coi conoscenti. Niente più di
questo.
Nio era apertamente sbalordita. Desvendapur era più
disadattato di quanto lei avesse supposto. — Le cose che hai
nominato sono ciò che tutti i thranx desiderano.
Desvendapur fischiò, muovendo le quattro parti della
bocca in modo iroso. — Sono cose che uccidono la poesia.
La mia mente abbraccia tutto, ma con queste cose il mio
senso estetico è in continua guerra.
— Il poeta deve rassicurare, confortare, addolcire — si
sentì spinto a protestare Broud.
— La poesia dovrebbe esplodere. I versi bruciare. Le rime
tagliare come coltelli.
Broud indietreggiò su tutte e quattro le veregambe. —
Vedo che noi soffriamo di una grave differenza in fatto di
filosofia. Io sono convinto che il mio lavoro di poeta debba
far sentire meglio la gente, più a posto con se stessa e con ciò
che la circonda.
— E il mio è di farli sentire a disagio. Dunque, quale
miglior fonte d'ispirazione di esseri così grotteschi da
sfiorare l'incredibile? Quale ragione logica può avere il
governo per volere qui una loro colonia? — Desvendapur
ebbe un gesto enfatico con entrambe le veremani. — Una
piccola struttura per i contatti ufficiali, dove l'accesso sia
severamente ristretto, è una cosa... ma una colonia di quelle
creature? Se è vero, non mi stupisce che vogliano tenerlo
segreto. Gli alveari non lo sopporterebbero mai.
Nio ebbe un gesto incerto. La gente intomo a loro
continuava ad andarsene. Il parco si svuotava, man mano che
i partecipanti alle esequie sparivano lungo le rampe d'accesso
alla superficie. — Se esiste una colonizzazione effettiva,
devono esserci altre ragioni per cui il governo vuole tenere le
cose sotto controllo. Noi non siamo al corrente dei motivi
che originano le decisioni del Gran Consiglio.
Con un palpito delle antenne, Desvendapur indicò che
capiva. — Quali altre ragioni possono esserci? Il governo
teme che esporre frettolosamente le intenzioni di questi
alieni irriterebbe la gente, soprattutto con gli AAnn che
continuano odiosamente e con la forza a voler aumentare la
loro presenza qui. È ovvio che una seconda presenza aliena
fra noi sia tenuta sotto silenzio il più a lungo possibile. Io ho
sentito una registrazione delle loro voci. Questi mammiferi
possono comunicare, ma solo con difficoltà.
— Io non so niente di loro — protestò Broud. — Tenete
presente che per adesso la loro presenza su Willow-Wane è
soltanto una voce. Ufficialmente sono stati tutti trasferiti su
Hivehom anni fa. Per scoprire se queste voci sono fondate,
dovresti parlare con qualcuno direttamente collegato a
questo nuovo progetto. Se esiste un nuovo progetto.
Desvendapur rifletté furiosamente. — Questo dovrebbe
essere possibile. Sicuramente, se gli umani stanno
colonizzando, devono essere controllati e assistiti da
specialisti della nostra razza, se non altro per accertare che le
loro attività restino ignote alla maggioranza della
popolazione. Gli alieni possono essere isolati, ma non i loro
supervisori thranx. Tutti i thranx hanno bisogno della
compagnia dell'alveare.
Nio fischiò, divertita. — E tu, Des? Razza d'ipocrita.
— Sei ingiusta — replicò lui. — Io sento la necessità della
presenza dell'alveare come chiunque altro. Ma non sempre. E
non quando sono in cerca dell'ispirazione. — Guardò alle
spalle di lei, verso nord. — Io ho bisogno di qualcosa di
unico, di meraviglioso, di fuori dall'ordinario, Nio. La vita
comoda a cui tutti aspirano non fa per me. C'è qualcosa che
mi spinge a fare di più.
— Davvero? — Broud ne aveva abbastanza del loro
sbalestrato amico, pieno di strane pretese. — Di più cosa?
Occhi colmi di luce solare si fissarono nei suoi. — Se io
potessi spiegarlo, amico mio, starei assemblando
meccanismi, non parole. Sarei un manovale, non un poeta.
Broud si agitò, a disagio. Senza denigrare apertamente lui
o la sua professione, l'altro maschio lo aveva fatto sentire
come se il manovale fosse lui. Ma Desvendapur non gli
lasciò modo di trovare altri significati nascosti nelle sue
osservazioni.
— Mi puoi aiutare, Broud? Mi vuoi aiutare?
Stretto fra l'atteggiamento deciso di Desvendapur e quello
incuriosito di Nio, Broud si sentì costretto ad assentire. —
Come ho detto, quel che io posso fare è poco.
— Poco è ciò che io ho qui. Il tuo aiuto è più di quanto
avrei potuto sperare.
Sotto l'addome di Broud, le quattro veregambe fremettero.
— Se questo ti rende felice... — sospirò, clicchettante.
— Non so cosa potrebbe rendermi felice, Broud. A volte
sento che accoglierei più volentieri la morte che questa mia
esistenza priva di scopo, questo continuo lavorio alla penosa
ricerca di novità. Ma considerando ciò che mi aspetta... sì,
mi farebbe sentire meno miserevole.
— Allora vedrò quel che posso fare per te. Non so quanto
vicino potrò farti andare a questa mitica colonia. E possibile
che io sia già il poeta di grado più elevato, nel governo. Ma,
come sai, un po' di poesia ottiene sempre qualcosa.
— Fai quello che puoi. — Avanzando quasi
minacciosamente, Desvendapur intrecciò le antenne a quelle
dell'altro maschio. — Dopo l'ispirazione, la speranza è
quanto di meglio un poeta può desiderare.
— E quanto vicino a quelle creature vorresti andare? —
domandò Nio.
I sibili e i clicchettìi con cui Desvendapur rispose erano
gravidi d'eccitazione. — Il più vicino possibile. Vicino come
lo sono ora a voi. lo voglio vederli, esaminare le loro
deformità, annusare il loro odore alieno, se ne hanno uno.
Voglio scrutare nei loro occhi, passare le mie veremani sulla
loro moscia pelle polposa, ascoltare il gorgoglio interno dei
loro corpi. E incorporerò le mie reazioni in un'opera
narrativa, che sarà distribuita in tutti i mondi thranx!
— Ma se, presumendo che ci siano, si riveleranno troppo
ripugnanti e troppo alieni per essere studiati da vicino? — lo
provocò lei. — Io ho visto le loro immagini e, anche se è
bello pensare che abbiamo dei nuovi amici intelligenti in
questa zona del Braccio, non sono certa che vorrei passare
del tempo in loro compagnia. Potrebbe essere cosa da
lasciare a degli specialisti del contatto. — Piegò una
manopiede in un gesto di medio disgusto. — Si dice che
abbiano un odore osceno.
— Se gli specialisti possono sopportare il contatto e
sopravvivere, posso farlo anch'io. Credimi, Nio, nella realtà
c'è poco che possa superare le mie orribili fantasie.
— Non ho dubbi su questo — borbottò Broud. Si stava già
pentendo di aver accettato d'aiutare l'amico nella sua
incomprensibile aspirazione di avvicinare gli alieni.
Naturalmente era probabile che non ci fossero affatto umani
su Willow-Wane, e che nel cercarli Desvendapur stesse solo
perdendo tempo ed energia. Quel pensiero lo fece sentire
meglio.
— Se la colonia esiste, non è soltanto segreta ma anche
una faccenda sulla quale il governo è molto sensibile. — Nio
poggiò una mano sul torace di Desvendapur, fra il collo e il
primo paio di spicole respiratorie. — Non stai meditando
qualcosa di antisociale, vero? Non mi piacerebbe vederti
menzionare in modo spiacevole nei notiziari giornalieri.
— Di questo non m'importa — disse lui, in tono che la
femmina trovò allarmante. — Ma starò attento, perché se
infrangessi la legge non riuscirei ad arrivare dove spero.
Sono i miei personali e intimi obiettivi, e non le regole della
società, a mantenermi onesto.
— Tu hai bisogno di aiuto. — La testa di Broud
ondeggiava, a indicare quanto seriamente stava considerando
le intenzioni dell'amico. — Una terapia, urgente.
— Forse mi basterà provarci perché io trovi il tunnel della
soddisfazione. Forse la presenza di umani non è altro che
una voce. In ogni caso, il cambiamento mi solleverà dalla
noia, e contribuirà ad alleviare la mia depressione.
Broud fu rincuorato, anche se non messo a suo agio, da
quelle parole. — Cercherò ogni possibile incarico, nella zona
di Geswixt. Appena avrò trovato il più adatto, ti
raccomanderò per quel posto. Potrebbe rivelarsi inferiore a
quello in cui lavori oggi.
— Questo non importa — gli assicurò Desvendapur. —
Comporrò poesie per i pulitori di tunnel sanitari, per i
riciclatori di rifiuti pericolosi. Scaverò fogne con le mie
mani.
— Sono le macchine a fare queste cose — gli ricordò Nio.
— Allora scriverò poesie per le macchine. Qualunque
cosa. — Nel vedere le loro reazioni sgomente si sentì
costretto ad aggiungere: — Lo so, voi state pensando che
sono ammattito. Lasciate che vi rassicuri, amici miei: ho
ancora l'uso delle mie facoltà mentali. Sono lontano dalla
pazzia, ma la ricerca dell'ispirazione non mi dà requie.
— Come poeta e collega, io so quanto sia poca la
differenza fra le due cose — commentò seccamente Broud.
— Tu cammini sul bordo di un precipizio, Desvendapur. Stai
attento a non cadere.
3

L'immagine al centro della sala era noiosamente instabile,


fluttuava fra due e tre dimensioni, e i colori cambiavano più
di quanto ci si poteva aspettare con le solite interferenze. Ma
era un vecchio televisore 3D, il meglio che quel locale di
periferia potesse permettersi. Nessuno se ne lamentava. E lì,
nella cittadina costiera di Buena Vista, circondata dalla
foresta pluviale di Amistad, ogni più piccola comodità
veniva apprezzata.
Del resto, gli uomini e le donne che ogni tanto si
voltavano a guardare le immagini non erano abbastanza
sofisticati da trovare insopportabili quei difetti. La maggior
parte di loro seguivano l'audio, pili che il video. Erano
troppo occupati in altre cose per badare molto alla
trasmissione, dato che il loro maggiore interesse erano
l'alcool, le droghe a effetto rapido, il sesso facile, i soldi, e i
loro piccoli affari personali, onesti o meno che fossero.
Al bar, un lungo banco tradizionale in legno di cocobolo,
panchetti girevoli, bocce luminose di metalvetro o
metalplastica, il malconcio ma ancora funzionante
miscelatore automatico era l'unica concessione alla
modernità. A un'estremità, una donna e un uomo stavano
parlando del costo di un certo servizio, che non aveva a che
fare con quel che succedeva nella circostante foresta pluviale
perché simili prestazioni si svolgevano tradizionalmente al
chiuso.
Un uomo, che fino a poco prima aveva russato semidisteso
su un tavolo, ora russava semidisteso sul pavimento, senza
che nessuno gli facesse caso. Fuori era scesa la sera, umida e
calda.
Due clienti avevano girato le loro sedie per guardare la
3D. Al loro stesso tavolo un terzo studiava con profonda
concentrazione il bicchiere che aveva in mano, dove un
liquido verde chiaro gli parlava con voce calma e
rassicurante. Il liquido gli parlava realmente, poiché le sue
molecole stimolavano registrazioni contenute nel vetro
stesso del bicchiere. Mentre il livello si abbassava, nuove
frasi si manifestavano a beneficio del bevitore, come strati di
una cipolla ubriaca.
— Corpo di Buddha, guarda che roba! — Girandosi sulla
sedia, il cui vecchio e malandato giroscopio stentava a
impedire che i clienti finissero sul pavimento, uno degli
uomini che stavano guardando la 3D indicò l'immagine al
centro della sala. I suoi abiti avevano fatto conoscenza col
suolo della foresta pluviale, e così anche la sua folta barba
nera.
— Amico, non ho mai visto niente di così schifoso! — fu
d'accordo il suo compagno, un tipo dalla faccia sfregiata, che
poi si voltò a mollare una gomitata al terzo uomo. — Cristo!
Ehi, Cheelo, dai un'occhiata a quell'affare!
Con le promesse ingannevoli del suo volubile bicchiere
ancora negli orecchi, il terzo bevitore girò un riluttante
sguardo sulla 3D. L'immagine inquadrata in quel momento,
nelle sue instabili tre dimensioni, ebbe poco effetto sulla sua
mente intorbidita dal liquore.
Il suo amico, sempre che meritasse quell'appellativo uno
che lo colpiva con tanta durezza, gli mollò un'altra gomitata.
— Hai mai visto niente di più disgustoso? — Non ottenendo
risposta, si voltò a guardarlo. — Ehi, Cheelo, dico a te!
— Guarda i suoi occhi, uomo — disse il barbuto. — E già
ubriaco marcio. Se gli sganci un'altra gomitata, scommetto
cinque crediti che va in terra. La sua sedia non ce la fa a
reggerlo.
Quelle parole oltrepassarono la nebbia dell'alcool. Cheelo
Montoya sedette più dritto sulla sedia. Questo gli costò uno
sforzo, ma era ancora in condizioni di farlo. — Io non sono
affatto ubriaco. Chi ha detto che sono ubriaco? — Strizzò gli
occhi e li mise a fuoco sull'immagine 3D. — Certo che lo
vedo. Uh, sicuro, fa schifo. E con questo? — Si girò verso
«l'amico» alla sua destra. — Che t'importa, se fa schifo? Non
devi mica andarci a letto insieme.
L'osservazione parve irresistibilmente comica agli altri
due. Quando ebbero finito di ruggire risate e sbattere le mani
sul tavolo, lo sfregiato batté un dito grosso come una
salsiccia su una spalla magra di Montoya. — Sai una cosa,
Cheelo? Tu sei un tipo strano, sul serio. Qualche volta ti
comporti come questi grampeiros senza testa qui attorno, e
poi salti fuori con delle battute intelligenti come questa. Be',
quasi intelligenti.
— Molto obbligato. — Cheelo accennò in direzione
dell'immagine 3D. — Ad ogni modo, cosa diavolo sono quei
cosi?
Gli altri due si scambiarono un'occhiata, poi il tipo barbuto
domandò: — Stai dicendo che non lo sai, uomo?
— Naa — grugnì Cheelo. — Non lo so. Puoi spararmi, se
vuoi.
— Sarebbe una pallottola sprecata — mormorò lo
sfregiato, troppo piano perché Cheelo potesse udire.
— Quelli sono scarafaggi, uomo. Scarafaggi. — Il barbuto
agitò una mano davanti alla faccia di Cheelo, come per fargli
capire meglio il concetto. — Grossi, enormi, puzzolenti
scarafaggi alieni. E sono qui! Proprio qui, sulla Terra, nei
due posti dove si mantengono i contatti.
Appoggiandosi allo schienale della sedia, lo sfregiato
guardò meglio le immagini della 3D. — A dire la verità, ho
sentito dire che hanno un buon odore.
Visibilmente oltraggiato, il barbuto si girò verso di lui. —
Cosa? Un buon odore? Quelli sono scarafaggi, uomo! Gli
scarafaggi non possono avere un buon odore. Specialmente
quelli alieni. — Il suo tono si fece sprezzante. — Se ce ne
fosse uno qui dentro, lo schiaccerei sotto un piede, così! —
Esplorando con lo sguardo il pavimento nelle sue immediate
vicinanze, vide quel che sapeva di trovare, uno degli scarabei
che pullulavano da quelle parti, e allungò un piede verso di
esso. Il primo colpo andò a vuoto, ma la seconda volta il suo
stivale da giungla pieno di fango schiacciò l'insetto con un
crepitio udibile. — E così che si trattano gli scarafaggi,
uomo. Non m'importa se quelli costruiscono astronavi e
sanno parlare.
Il barista si sporse sopra il bancone del bar, a due passi da
loro, e il suo volto si contrasse in una smorfia quando guardò
la nuova macchia sul pavimento. — Era proprio necessario
sporcarmi il locale, André?
— Oh, scusa. — Il barbuto sorrise, sardonicamente. —
Dimenticavo d'essere in un albergo a cinque stelle. Scusami
tanto, se ho sporcato la moquette.
— Io lavo in terra tutti i giorni. — La faccia del barista era
poco cordiale e tale rimase. — Se qui non ti sembra pulito,
puoi sempre andare da Maria, in fondo alla strada.
Il cliente barbuto alzò gli occhi al cielo. — D'accordo,
d'accordo, non incavolarti. Lo sappiamo tutti che il tuo locale
è l'Amhergris Cay confronto a quel cesso. Ehi, Morales. —
Si volse allo sfregiato. — Scommetto che per cento crediti
potresti convincere una delle puttane di Maria ad andare a
letto con uno di quegli scarafaggi. Quelle ci stanno con
chiunque. Anche con un serpente andrebbero a letto, se dalla
giungla uscisse un anaconda con una moneta da due crediti
in bocca. Perché non con un thranx?
— E quei cosi costruiscono astronavi, eh? — Cheelo
Montoya sbatté le palpebre, stentando a tenere a fuoco le
immagini.
— Così dicono. — André, il barbuto, scosse il capo. —
Prima le lucertole, e adesso gli scarafaggi. Io dico che
dovremmo chiudere il sistema solare, e tenere fuori tutti
questi alieni.
— Non sono lucertole. — Lo sfregiato, Morales, s'affrettò
a correggere il compagno. — Gli AAnn sono lucertoloidi.
Proprio come i thranx sono insettoidi, ma non insetti.
— Ah, non fare il difficile, Morales. Sono scarafaggi. —
André non intendeva lasciarsi dare torto, e anzi sembrava
fiero della sua xenofobia. — Se dipendesse da me, io gli
darei il benservito con l'insetticida. Che infestino pure il loro
dannato pianeta, se vogliono, ma stiano alla larga dal nostro.
Non vengano a sporcare la Terra. Ne abbiamo abbastanza
della nostra spazzatura, qui. — Bevve un lungo sorso dal
bicchiere di liquore azzurro che aveva sul tavolo, si pulì la
bocca col dorso peloso di una mano abituata ai lavori
pesanti, e guardò il giovanotto magro seduto accanto a lui.
— E tu cosa dici, Cheelo? — lo interrogò. Accennò col
capo verso la 3D. — Cosa dovremmo fare con quelli?
Lasciarli venire qui, oppure spazzarli via? lo, per me,
preferisco le lucertole. Almeno quelle hanno due gambe
come noi. Ehi... ehi, Cheelo. Ehi, Montoya, sei ancora qui?
— Mmh, cosa? — La risposta del giovanotto magro fu
appena udibile.
— Ho detto, tu cosa faresti agli scarafaggi, eh, uomo?
— Lascia perdere. — Morales distolse lo sguardo dal
notiziario della 3D, che ora parlava d'altro, e si voltò verso il
bar. — Ti aspetti un'opinione meditata sugli alieni da lui? —
Alzò il bicchiere, chiedendo un'altra dose dello stesso
liquore. — Tanto varrebbe chiedergli con quale misura
economica saldare il debito nazionale. Lui non ha
un'opinione su niente. — I suoi occhi azzurri, slavati,
elargirono a Cheelo Montoya uno sguardo sprezzante. — E
non gliene importa niente.
Quelle parole penetrarono la nebulosità che avvolgeva i
pensieri di Cheelo. — Me ne importa, invece. — Tossì,
costringendo l'altro uomo a voltare la testa per evitare la sua
saliva. — Vedrete. Uno di questi giorni Cheelo Montoya farà
qualcosa di importante. Qualcosa di grosso.
— Sicuro, non c'è dubbio — ridacchiò Morales. — Ad
esempio, que? Avanti, Cheelo, dicci la cosa grossa che farai.
Dalla sedia accanto non ci fu risposta, perché s'era
liberata. Il suo occupante era scivolato sul pavimento come
un sacco di gelatina. Il giroscopio interno riportò la sedia in
posizione verticale, con un cigolio.
Sporgendosi di nuovo sopra il bancone, il barista lo indicò
agli altri due, accigliato. — Non m'importa un accidente se
farà una cosa grossa. Basta che non la faccia nel mio locale.
— Si frugò nel taschino della camicia bianca ed estrasse un
tubetto di pillole bianche. Ne diede due all'uomo barbuto. —
Portatelo fuori, e lasciate che la cosa grossa la faccia in
strada. Oppure, se siete davvero suoi amici, accompagnatelo
a casa. — Consultò l'orologio. — Stanotte ci sarà il pieno qui
dentro, e voi sapete che non potrò chiudere prima dell'alba.
Fategli ingoiare quelle due pillole antisbronza, così quando
si sveglierà non si sentirà come se il cervello volesse uscirgli
a calci dalla testa. Povero bastardo. — E dopo aver fatto il
suo dovere, l'uomo si dedicò agli altri clienti.
Riluttanti ma ormai costretti da quell'esortazione, André e
Morales trasportarono fuori il corpo inerte di Cheelo
Montoya e lo misero a sedere su uno scalino della veranda.
La pioggia tropicale che cadeva da qualche minuto, nella
notte, alzava dal suolo un vapore umido e denso come
nebbia. Dietro i tetti diseguali e malconci della fila di case di
Via Generale Gomez, l'unica vera strada della cittadina, si
alzavano le colline della baia, che la foresta di Amistad
chiudeva come una muraglia nera.
Senza nascondere il suo disgusto, il barbuto André infilò
le pillole in bocca a Cheelo, e cercò di fargliele ingoiare.
— Le ha prese? — domandò Morales. Il suo sguardo
valutò il diluvio che imperversava oltre lo sgocciolante
bordo della veranda.
— Chi diavolo se ne frega. — L'altro si raddrizzò e con un
piede bloccò il corpo dell'ubriaco, che si stava rovesciando di
lato. — Mettiamolo sotto l'acqua. O gli si schiarirà la testa, o
affogherà. In ogni caso, andrà a stare meglio di come sta
adesso.
I due sollevarono Cheelo dagli scalini di plastica e lo
portarono fuori, sotto la pioggia. Non fu difficile. Il
giovanotto era tutt'ossa e non pesava molto. Poi,
ridacchiando e dandosi di gomito, tornarono dentro il locale,
all'asciutto. Il barista li guardò storto e scosse il capo.
— Certi bastardi non vanno a bere da Maria solo perché le
loro madri non vogliono vederseli attorno — grugnì fra sé.
Quello che stava entrando nella sua bocca era fango, e la
pioggia batteva così forte da far male. Cheelo cercò di
alzarsi, perse l'equilibrio e cadde a faccia in giù nel canaletto
laterale della strada, di plastica consunta e piena di buche.
Visto che stare in piedi era fuori questione, si girò su un
fianco. La pioggia tiepida scorreva sulla sua faccia a fiumi.
— Farò qualcosa, io — mugolò. — Qualcosa di grosso.
Un giorno. — Si voltò a sputare.
— Me ne andrò da questo posto fottuto. Avete capito? —
sentì la sua voce che gracidava, nell'acquazzone. E prima o
poi avrebbe dovuto andarsene davvero. I minatori erano
troppo robusti per rapinarli, nei vicoli oscuri. I mercanti
avevano sempre una pistola, e non si lasciavano intimidire.
Gli servivano soldi per trasferirsi in un posto decente. Un
posto dove ci fosse un avvenire. Santo Domingo, forse. O
Belmopan. Sì, un posto del genere. Pieno di turisti dagli
occhioni ingenui e coi portafogli gonfi.
Qualcosa si stava muovendo sopra il suo stomaco.
Tirandosi a sedere vide un millepiedi gigante che gli si
arrampicava addosso. Con un grido d'orrore, un grido di
bambino, colpì l'enorme ma peraltro innocuo artropode e lo
sbatté via. Era un presagio, ma lui non aveva alcun modo di
saperlo.
Poi si girò di nuovo verso il canaletto di scarico della
strada e vomitò tutto quello che aveva nello stomaco.
4

Mentre il tempo passava senza che i suoi ex compagni di


scuola gli dessero notizie, Desvendapur finì per domandarsi
se fossero stati disposti ad aiutarlo solo a parole, e non
appena tornati alle loro case e al loro lavoro avessero
dimenticato la sua esistenza. Ma pur facendo le cose con
tutto comodo, il riluttante Broudwelunc aveva tenuto fede
alla promessa.
Venne così il giorno in cui Desvendapur ricevette dal sub-
ufficio per i poeti della sua regione la notifica formale che
era stato trasferito a Honydrop, con l'incarico di terapista di
quinto grado. In tutta fretta lui controllò sul suo scri!ber. Si
trattava di un piccolo alveare alquanto lontano dalle
principali vie di comunicazione di Willow-Wane, i cui
abitanti si occupavano della coltivazione e
dell'inscatolamento di bacche non originarie di quel pianeta.
Era una località fredda e secca, situata su un altipiano, e
questo particolare scoraggiava decisamente sia il turismo che
l'immigrazione. La temperatura bassa della zona richiedeva
ai thranx una robusta costituzione fisica e l'uso di abiti
protettivi, cosa rara per loro. Inoltre, se lui avesse accettato il
trasferimento il suo rango si sarebbe abbassato di due gradi.
Di questo gli importava poco o niente. Lui non teneva molto
al suo grado.
Ciò che contava era che l'alveare di Honydrop fosse a
meno di un giorno di viaggio da Geswixt.
Non trovò alcuna notizia circa un'ipotetica, sconosciuta e
comunque improbabile colonia umana lì o altrove,
naturalmente. Il suo scri!ber era un apparecchio di serie,
fatto per accedere a tutti i banchi dati del pianeta, e lui aveva
rinunciato da un pezzo alla speranza di trovare accenni a
quell'argomento, pur con la più estesa e insistente delle
ricerche. C'erano molte informazioni sugli umani più di
quante lui avrebbe potuto leggerne in una vita — e alcune
riguardavano i progressi fatti ultimamente su Hivehom. Ma
non una parola circa la presenza di mammiferi intelligenti su
Willow-Wane. Nonostante i suoi tentativi di saperne di più,
le voci restavano soltanto voci.
Raggiungere Honydrop richiedeva ben quattro diversi
mezzi di trasporto, a cominciare dalla tubolinea per finire a
un posto a bordo di uno dei rari veicoli pubblici che
facevano servizio fra le isolate comunità montane
dell'altipiano. Desvendapur non aveva mai immaginato che
su un mondo colonizzato e civile come Willow-Wane
esistessero località così desolate.
Fuori dalla cupola trasparente del veicolo a cuscino d'aria
su cui viaggiava, poteva vedere alberi non solo assurdamente
lontani — dunque con uno spreco del terreno che stava tra
l'uno e l'altro — ma del tutto separati e indipendenti fra loro.
Non c'erano viticci o liane che unissero le chiome delle
piante, né funghi e efflorescenze colme di colori sui tronchi,
tutti di un triste tono marrone. E le piccole foglie sostenute
dai rami sembravano insufficienti per raccogliere la luce
solare e tenere in vita le piante.
Gli alberi crescevano alti e dritti, in solitudine. Era proprio
il genere di territorio dove uno poteva aspettarsi d'incontrare
visitatori alieni. Ma gli unici movimenti erano quelli di
animali che, pur esotici agli occhi di chi proveniva dal sud,
erano già noti all'equipaggio del veicolo ed evidentemente
ben adattati all'arido ecosistema di quella regione.
Uno sguardo alla strumentazione disponibile entro il
veicolo informò Desvendapur che la temperatura esterna era
molto più vicina al punto di congelamento di quanto lui si
fosse mai augurato di sperimentare. Si accertò che i gambali
fossero ben allacciati, e controllò la sua giubba termica
addominale. Quegli indumenti gli lasciavano scoperta la
testa e in parte il torace. Un thranx doveva essere sempre in
grado di vedere e di respirare senza ostacoli, ma lui, sapendo
che poteva perdere calore corporeo soprattutto attraverso il
morbido addome, si sentiva ben protetto, per quanto
possibile con quegli insoliti indumenti.
I due conducenti erano abbigliati in modo simile, benché
le loro tute fossero un po' logore e sporche per il lungo uso.
Ignoravano la presenza dell'unico passeggero rimasto a
bordo, alle loro spalle, e si concentravano sulla guida e sulle
proiezioni tridimensionali degli strumenti. Il veicolo
avanzava su un terreno impervio, fra buche fangose e piccoli
massi sporgenti. Il cuscino d'aria su cui viaggiava lo teneva
tuttavia a un'altezza sufficiente per evitare quegli irritanti
ostacoli naturali. Le comunità come Honydrop e la stessa
Geswixt erano troppo isolate per rientrare nella rete di
tubolinee a repulsione magnetica che univano i maggiori
alveari di Willow-Wane. I trasporti pubblici erano svolti con
voli sub-orbitali o per via di terra, con veicoli sul genere di
quello sul quale lui stava viaggiando.
Uno dei conducenti, una femmina anziana con un'antenna
artificiale, girò la testa di centottanta gradi per guardarlo. —
Hai freddo? — E quando lui rispose con un gesto negativo:
— Lo avrai presto. — Le sue mandibole clicchettarono una
risata, mentre si girava di nuovo ai comandi.
La scarsità di vegetazione rispetto alle zone a cui
Desvendapur era abituato lo metteva molto a disagio. Gli
dava l'impressione di un ambiente ostile, fuori da ogni sua
esperienza. Eppure lì vivevano dei thranx, a quell'altitudine e
in quelle orribili condizioni. Dei thranx e — se il Progetto
Willow-Wane era più che una semplice voce — anche
qualcun altro, qualcuno che i Consigli da cui nascevano le
decisioni governative volevano tenere lontano dagli occhi
della popolazione.
A parte una stazione orbitale, non avrebbero potuto
scegliere un posto migliore, sospirò Desvendapur fra sé
mentre il veicolo accelerava fra le muraglie granitiche e i
precipizi delle montagne che conformavano l'altipiano.
Quello non era un territorio dove un thranx sarebbe venuto in
vacanza, o senza un preciso motivo. Anche gli AAnn
avrebbero trovato sgradevoli l'aria sottile e la bassa
temperatura. Guardando fuori dalla cupola, lui vide che le
pendici più elevate dei monti fra cui passavano erano
bianche. Lui conosceva la rilth, naturalmente. Ma non aveva
alcun desiderio di toccarla o di trovarsi dove cadesse dal
cielo. A quel pensiero ebbe un brivido. C'erano generi
d'ispirazione di cui faceva volentieri a meno.
La durezza del clima però non lo spaventava. Anche se lì
non c'erano colonie umane, o se c'era qualche altro progetto
segreto governativo che non aveva niente a che fare con quei
mammiferi, l'asprezza di quel territorio gli aveva già
suggerito numerose brevi composizioni. Ogni poeta degno di
questo nome era un pozzo senza fondo. Lui non poteva
fermare i pensieri e le parole che prendevano forma nella sua
mente, né i gesti che nascevano nelle sue braccia, così come
non avrebbe potuto impedirsi di respirare.
C'era poco da vedere, quando arrivarono. A differenza di
altre cittadine thranx in località più amene, Honydrop era
situata quasi interamente nel sottosuolo. Normalmente, la
superficie sarebbe stata occupata da vani di sosta per veicoli,
una foresta di prese e di scarichi per l'aria, magazzini e
giardini... quanti più giardini possibile. Ma salvo alcune zone
in cui i cespugli e gli alberi locali erano stati spianati, il
terreno su cui il veicolo si poggiò quel pomeriggio sul tardi
era più o meno allo stato naturale.
Desvendapur s'era aspettato troppo. Dopotutto, Honydrop
era solo una piccola comunità periferica su un pianeta
colonizzato di recente.
Trecentosessanta anni erano molti quando si trattava di un
continente, ma se c'era da sviluppare un intero pianeta
ovviamente immense regioni restavano ancora fuori dai
confini della civiltà. Il grande altipiano dove si trovavano
Honydrop, Geswixt e pochi altri centri abitati era una di
queste regioni di frontiera.
Il veicolo scivolò dolcemente in una rimessa d'aspetto
malconcio, e subito due battenti si chiusero alle sue spalle.
Con sorpresa di Desvendapur i due conducenti non attesero
che la temperatura fosse risalita a un livello sopportabile. La
cupola fu aperta non appena ebbero spento il motore.
La corrente d'aria gelida che colpì il giovane poeta lo fece
ansimare. Le sue spicole respiratorie si chiusero, facendo
contrarre l'intero torace. In fretta lui usò tutte e quattro le
mani per chiudere meglio i poco familiari indumenti attorno
all'addome e alle gambe.
L'interno dell'autorimessa era, se non altro, ben
organizzato. Non mancava niente, anche se lui si sarebbe
aspettato di trovare lì una maggiore quantità d'attrezzature. A
suo avviso, una comunità isolata come Honydrop aveva più
necessità di macchinari che un alveare di uguali dimensioni
in un clima mite. Ma forse quella era solo un'autorimessa
secondaria. Desvendapur scese dal veicolo e si guardò
attorno. C'erano dei meccanici e dei tecnici, che già si
stavano occupando del veicolo, e apparve anche una squadra
di manovali che cominciarono a tirare giù il carico, sotto la
direzione dei conducenti. Lui attese con impazienza il suo
bagaglio, che era stato assai poco rispettosamente sepolto
dietro varie casse.
Una manopiede lo toccò da dietro. Voltandosi con
movimenti che l'abito ingombrante rendeva goffi lui vide un
maschio, infagottato in una tuta termica. Il fatto che gli
abitanti locali usassero indumenti ancor più pesanti dei suoi
lo fece sentire un po' meglio. Quelli che vivevano lì non
erano superthranx, indifferenti a una temperatura che
avrebbe congelato le antenne di ogni individuo normale.
Erano soggetti alle intemperie quanto lo era lui.
— Salve. Sei tu il terapista assegnato qui dalle terre basse?
— Sono io — rispose Desvendapur.
— Benvenuto. — Il saluto fu breve, e breve fu il tocco
delle antenne. — Io sono Ouwetvosen. Ti scorterò al tuo
alloggio. — L'altro girò sulle quattro veregambe e si avviò.
Vedendo che lui esitava, aggiunse: — Non preoccuparti del
tuo bagaglio. Ti sarà consegnato. Honydrop è un posto
troppo piccolo per perdere la roba. Quando sarai pronto a
recitare?
Evidentemente le formalità e la cortesia erano freddi
quanto il clima, in quel posto. Un po' stordito Desvendapur
seguì la sua guida. — Sono appena arrivato. Credevo che...
be', pensavo di sistemarmi e rilassarmi, prima di cominciare.
— Non metterci troppo — lo esortò burberamente
Ouwetvosen. — Qui la gente ha un gran bisogno di
divertimento terapeutico. Le proiezioni e le registrazioni non
mancano, ma non sono la stessa cosa di uno spettacolo dal
vivo.
— Nessuno lo sa meglio di me, questo. — Desvendapur lo
seguì in un ascensore. Quando la cabina si chiuse, la
temperatura cominciò a risalire alla normalità. Lui riuscì a
rilassarsi un poco. Era come essere entrato in una grande
nurseria, ora. Conscio che Ouwetvosen lo stava esaminando,
raddrizzò le antenne e passò da sei gambe a quattro.
— Hai freddo?
— Sto benissimo — mentì Desvendapur. L'atteggiamento
dell'altro sembrò ammorbidirsi un poco. — Ci vuole tempo
per abituarsi. Per tua fortuna non sei un lavoratore agricolo.
Non dovrai uscire all'aperto, se non vuoi. Io sono un
amministratore di quarto grado. Non vado mai in superficie,
se qualcuno non me lo ordina.
Desvendapur si sentiva meglio. — Non può essere così
male, da queste parti. — Indicò l'indumento che aveva
addosso. — Così equipaggiato credo che potrei stare in
superficie per un giorno intero.
L'amministratore lo guardò, pensosamente. — Fra qualche
tempo forse ci riuscirai. Gli agricoli indossano un abito come
il tuo. Salvo quando dall'atmosfera cade la rilth,
naturalmente. Allora mettono la tuta a protezione integrale.
— Le sue mandibole clicchettarono una risata. — Con quella
addosso, ti sembra di lavorare nello spazio.
Desvendapur non fece caso al sarcasmo
dell'amministratore. — Stai dicendo che la rilth cade da
queste parti? A Honydrop? Io l'ho vista, compattata sulle
cime dei monti, ma... davvero cade qui?
— Verso la fine della stagione umida, sì. Qualche volta
l'acqua piovana congela prima di toccare il suolo. Puoi anche
camminarci sopra... se te la senti. Io ho visto vecchi
lavoratori agricoli farlo a piedi nudi. Per pochi momenti —
aggiunse in fretta.
Desvendapur cercò d'immaginarsi mentre camminava a
piedi nudi nella rilth, che poteva congelare gli artigli dei
piedi e paralizzare i nervi, bloccandogli le gambe. Chi
poteva essere così idiota da farlo volontariamente? Un
freddo di quel genere penetrava attraverso l'esoscheletro, e
trasformava in ghiaccio i fluidi interni, con gravi
conseguenze per nervi e muscoli. Lui avrebbe osato
provarci?
— Una domanda, Ouwetvosen: con un clima del genere,
perché hanno battezzato Honydrop questo paese?
La sua guida si voltò a mezzo, con un gesto vago. — I
primi coloni avevano molto senso dell'umorismo. O erano
degli imbecilli, scegli tu la versione che preferisci.
L'alloggio privato di Desvendapur si rivelò di modeste
dimensioni, ma fornito delle comodità necessarie. Una volta
messe a posto le sue cose cominciò a pensare alla
regolazione del climatizzatore individuale. I palpi della sua
bocca si aprirono pensosamente, poi esitò. Era il suo stato
mentale a essere infreddolito, non il suo corpo. Lì nel
sottosuolo, nell'alveare di Honydrop, la temperatura era
quella normale per i thranx, con un'umidità del giusto 90 per
cento. Smettila di pensare alle condizioni climatiche della
superficie si ammonì, e il tuo corpo seguirà la guida della
tua mente.
Aveva già composto versi per dieci minuti di recita, ma
sapeva che li avrebbe scartati. Ispirato da ciò che aveva
visto, in lui erano scaturite parole nate dal freddo e dalla
roccia di quelle montagne spoglie. Nel ripeterle fra sé
comprese che non era di questo che la gente del posto voleva
sentir parlare. Al contrario, forse avevano bisogno d'essere
trasportati altrove dai suoi versi e dai suoi gesti, e di
scordarsi le asperità di quella regione. Così mise da parte
quel primo materiale e ricominciò daccapo.
La sua recita inaugurale ebbe un pubblico numeroso. Ogni
novità era ben accetta lì a Honydrop, e l'arrivo di un terapista
faceva parte delle novità gradevoli. Lui sapeva bene come
introdursi presso un pubblico ancora sconosciuto, e badò a
non esagerare, limitandosi a «terapizzare» in modo
convenzionale. Al termine di quella prima meditata
prestazione, numerosi maschi e femmine della comunità
vennero al centro dell'anfiteatro per congratularsi con lui e
chiacchierare amichevolmente. Dopo quel lungo scomodo
viaggio dalle terre basse era piacevole essere in mezzo a uno
sciame, col calore e l'odore dei corpi non vestiti dei thranx
intomo a lui. Fu lieto della loro attenzione e grato di
quell'accoglienza. In particolar modo prese nota delle velate
promesse di un possibile accoppiamento, da parte di alcune
femmine.
Rassicurato e stanco, quando venne l'ora di ritirarsi nel suo
alloggio ripensò a quella lunga giornata, e a tutto ciò che
aveva visto fin dal suo arrivo. L'isolamento e l'aspro sapore
di quella regione erano fonte d'ispirazione. Sentiva che da lì
a pochi giorni sarebbe stato abbastanza a suo agio da unirsi
agli agricoltori nella loro fatica quotidiana, nei campi di
bacche, per guardarli al lavoro e fare esperienza di
quell'angolo così poco visitato di Willow-Wane.
Sapeva che lo avrebbero tenuto d'occhio, e che la sua
opera sarebbe stata pesata e valutata. Non era prudente
mettersi subito a far domande sulle voci riguardanti un
misterioso progetto, o sulle attività segrete del governo in
quella regione. Honydrop era a una discreta distanza e situata
sul lato opposto di un'alta catena di montagne rispetto a
Geswixt, l'alveare che poteva essere la base di quell'ipotetica
operazione con gli alieni. Dunque lui avrebbe dovuto trovare
una scusa per andare in visita da quelle parti, senza sollevare
sospetti. Honydrop era una tipica comunità agricola, benché
isolata. I suoi abitanti andavano per i fatti loro e nessuno li
sorvegliava. A Geswixt le cose potevano essere diverse.
Se non avesse scoperto niente, tutti i sacrifici e le noie che
aveva sopportato — per non parlare dei due gradi perduti —
sarebbero stati inutili.
I decagiorni trascorsero, e lui si trovò sempre più immerso
in quella comunità di lavoratori. Erano gente semplice, i
thranx di Honydrop. Apprezzavano ogni sua poesia, ogni suo
atteggiamento recitativo, ogni gesto delle mani e delle
antenne. Anche i lavori meno ispirati gli procuravano
complimenti. Il suo successo, si trovò a pensare, derivava più
dall'ardore che emanava nel declamare che dall'originalità
dei versi. Come terapista era sicuramente appassionato.
L'emozione che riusciva a esprimere era ben accolta, e nel
suo fascicolo personale si accumulavano gli elogi. C'era chi
voleva proporlo per una stella al merito.
In qualsiasi momento avrebbe potuto richiedere il
trasferimento a un alveare più importante, o un grado
superiore. Lui non fece alcun tentativo per avere l'una o
l'altra cosa.
Ciò che fece fu di cercare l'amicizia di tutti quelli che
lavoravano nei trasporti, fossero i manovratori dei cingolati
che raccoglievano le bacche sui campi, oppure i conducenti
dei veicoli interni e di quelli delle linee pubbliche fra gli
alveari. Un'occhiata a una carta geografica l'aveva informato
che sarebbe stato inutile cercare di raggiungere a piedi
Geswixt o altre località più vicine. Senza una tuta integrale
non avrebbe mai potuto oltrepassare i monti, e sarebbe
apparso strano che un poeta richiedesse un equipaggiamento
del genere. Questo non gli lasciava altra scelta che farsi dare
un passaggio, alla prima occasione.
La difficoltà stava nel fatto che, nonostante la prossimità
geografica, c'erano scarsi collegamenti fra Honydrop e
Geswixt. I prodotti coltivati a Honydrop andavano
direttamente in pianura, alle fabbriche della città più vicina.
Non c'erano scambi di merci fra Honydrop e Geswixt, e tutti
i rifornimenti provenivano dalle terre basse. Per i contatti che
le univano, le due località avrebbero potuto trovarsi ai capi
opposti del pianeta.
Desvendapur sedeva in uno dei due parchi di Honydrop,
pieno di umidità, fitta vegetazione tropicale, funghi
commestibili, e si slava godendo la luce artificiale emanata
dal soffitto, quando fu avvicinato da Heulmilsuwir,
un'operatrice logistica che come altri ammirava il suo lavoro,
e che era diventata sua buona amica, anche se non si
vedevano spesso.
— Una dolce brezza a te, Desvendapur.
Lui mise da parte lo scri!ber, un po' seccato d'essere stato
interrotto a metà di una composizione. — Buongiorno, Heul.
Sei fuori turno?
— Per un poco. — Lei sedette sulla panca accanto alla sua
poggiandovi l'addome, con le veregambe due per lato. — Tu
lavori sempre, anche qui?
— La maledizione della creatività. — Lui fece un gesto
allegro per togliere l'acidità a quelle parole. — Anche un
terapista ha bisogno di terapizzarsi. Ho scoperto che in tutta
Honydrop c'è un solo posto che fa per me.
— Soltanto questo posto? — Lei allungò una veramano e
gli accarezzò il torace azzurrino, sotto le spicole respiratorie.
Pigramente, Desvendapur meditò sulla snellezza degli
ovopositori di lei, ripiegati in basso sull'addome. — Ce ne
sono anche altri — concesse, in tono più caldo.
Per un poco chiacchierarono del più e del meno, poi lei si
fece più seria. — Se non ricordo male, otto giorni fa,
nell'intervallo in cui parlammo, tu dicesti che ti piacerebbe
visitare Geswixt.
Lui si sforzò di sopprimere l'emozione. Se la sua faccia era
poco mobile, non così le sue gambe. Gli parve di aver
nascosto bene le sue reazioni a quella femmina. — Un
cambiamento di scenario, per quanto transitorio, è sempre
bene accolto.
Lei indicò disaccordo, e lo sottolineò con un clicchettio
delle mandibole. — Non se significa andare fuori.
Personalmente, non riesco a immaginare perché qualcuno
dovrebbe prendersi il disturbo di visitare Geswixt. Da ciò
che ho sentito dire, è una piccola e spoglia stazione
mineraria, priva di comodità e divertimenti. — Ebbe un
gesto con una veramano. — Ancora peggio di Honydrop.
— Cosa scavano, lassù? — domandò distrattamente lui. —
Che miniere ci sono?
Lei ebbe un gesto incerto. — Non lo so. Mi sembra di
ricordare che cercavano materiali non ferrosi, ma non sono
certa che ne abbiano trovati. Suppongo che li stiano ancora
cercando.
— E scavano molti tunnel, immagino. Una miniera
significa reti di gallerie, e rimuovere una gran quantità di
terra e roccia.
Lei lo guardò incuriosita. — Be', sì, probabilmente. — Gli
specchi sfaccettati dei suoi occhi scintillavano d'oro. — Ad
ogni modo, se proprio ci tieni a dare un'occhiata a quella
zona, ho trovato una persona che potrebbe portarti là.
Il cuore di lui accelerò i battiti. — Interessante. Posso
conoscere questa persona?
— Se vuoi. È una femmina di nome Melnibicon. Una
conducente. — Quando Desvendapur indicò che non la
conosceva, Heulmilsuwir spiegò: — Mi capita spesso
d'incontrarla, quando controllo le sue bollette di carico.
Sembra che a Geswixt ci sia sempre bisogno di un
particolare medicinale. Una piccola quantità di catalizzatore
enzimatico. Piuttosto che farlo arrivare da Ciccikalk, il
nostro dipartimento lo manda oltre le montagne fino a
Geswixt. Una cortesia. A portarlo ci pensa Melnibicon.
Poiché il suo velivolo è vuoto, a parte quel singolo pacco di
medicinali, penso che abbia posto per un passeggero.
— Le hai parlato del mio desiderio? — Se non fosse stato
per il suo sforzo di mostrarsi indifferente, Desvendapur
avrebbe manifestato un impeto d'affetto per lei.
— Sì. Sapevo che avevi questo interesse. Io ho sempre
goduto molto delle tue recite... e della tua compagnia.
— Avevo sentito dire che i viaggi fra altre località e
Geswixt sono proibiti. — Desvendapur la guardò, in cerca di
una reazione.
— Limitati, non proibiti. Altrimenti le difficoltà
burocratiche da superare sarebbero troppe, e Honydrop
dovrebbe lasciare che Geswixt si procurasse altrove quei
medicinali. Benché esista un'ordinanza governativa che
ostacola il viaggio, so che ogni tanto qualcuno va da quelle
parti. — Heulmilsuwir si piegò in avanti, frugandosi in una
tasca addominale elegantemente ricamata a mano, e ne tolse
un rettangolo di plastica.
— Ecco, ho scritto qui dove puoi trovarla. Decollerà oggi
pomeriggio, per tornare prima del buio. È meglio fare queste
cose in fretta. Troppa pianificazione può destare la curiosità
altrui. Sei davvero deciso a farti portare lassù?
Allungando tutte e quattro le veregambe, lui scivolò giù
dalla panca. — Se dici che c'è un'ordinanza del governo,
voglio pensarci meglio. Se mi scoprissero potrei avere dei
guai.
— Io non lo dirò a nessuno. — L'operatrice logistica fletté
sensualmente gli ovopositori. — Potrai arrivare là, dare
un'occhiata in giro e tornare indietro prima che qualche
autorità si accorga che ci sei stato. Che male c'è in questo?
Nessun male, infatti. Le possibili conseguenze gli si
affollarono nella mente come foglie trascinate da un
monsone autunnale. — Sarò di ritorno questa sera — decise,
con calma.
— Naturalmente, stasera. — Heulmilsuwir si alzò in piedi
accanto a lui. — E io aspetterò il tuo ritorno, per sapere tutto
sulla tua furtiva visita a Geswixt. — Ebbe un gesto divertito.
Lui cominciò ad andarsene, già facendo i preparativi nella
sua mente. Poi esitò, voltandosi. — Heul, perché questo tuo
interesse in me? Perché continui a cercare la mia
compagnia?
— Tu sei un poeta, Des. Ti comporti così diversamente
dagli altri. — E detto questo lei si allontanò verso uno dei
tunnel meridionali. Lui la seguì con lo sguardo, poi tornò al
suo modesto alloggio. C'erano alcuni oggetti che doveva
portare con sé... per ogni eventualità.
Se tutto fosse andato bene, forse non sarebbe più tornato
indietro.

Melnibicon era una thranx anziana e taciturna, i cui


ovopositori s'erano da tempo afflosciati inerti contro il
rivestimento delle ali. Dopo essersi accertata che
Desvendapur fosse solo e che nessuno lo avesse pedinato, lo
fece sedere nel retro della carlinga del velivolo, ingombra di
scatoloni. Nella rimessa stinta c'erano alcuni inservienti
occupati nei fatti loro, e nessuno lo vide salire a bordo.
Ottenuto il permesso di partenza, il velivolo uscì sul
piazzale di terra battuta spazzato dal vento. Il decollo
verticale fu così brusco che per poco Des non cadde dal
sedile, e subito Melnibicon salì a qualche centinaio di metri
d'altezza, prima di accelerare verso nord-est.
— Scusami — grugnì, spostando lo sguardo dal pannello
di comandi al panorama montagnoso esterno. — Sono
abituata a portare soltanto merci, non passeggeri.
— È tutto a posto. — Nel sedile accanto al suo,
Desvendapur allacciò la cintura di sicurezza e guardò fuori.
Una catena di rupi scoscese e crinali bianchi di rilth separava
la fertile ma fredda vallata di Honydrop da quella, situata a
quota ancora maggiore, che ospitava Geswixt. Ciò che vide
gli confermò che cercare di attraversare a piedi quel
territorio poteva significare la morte per un thranx non
protetto da una vera e propria tuta spaziale. Ma quel velivolo
avrebbe coperto la distanza in meno di un'ora.
— Sei stata molto gentile con me.
Stavolta i suoi orecchi furono assaliti da una risposta assai
più espansiva del precedente grugnito. — Questo è un volo
piuttosto noioso, devo confessarlo. Per un po' di compagnia,
vale la pena di infrangere le regole e correre qualche rischio.
Facciamo quattro chiacchiere, poeta. Parlami di te, e del
mondo che c'è a sud di questo inferno desolato. Come si vive
da altre parti, ad esempio, nella bella Ciccikalk?
— Perché lo domandi a me? Avrai visto chissà quanti
video, immagino.
— Un video non è la stessa cosa che parlare a qualcuno
che conosce i posti. Usa il tuo linguaggio floreale, poeta. Mi
piace essere terapizzata in Alto Thranx.
Lui fece del suo meglio per accontentarla, sia recitandole
poemi suoi che opere di altri, poiché conosceva Ciccikalk
solo di fama. Questo lo aiutò a non guardare fuori. Quel
panorama gelido gli ricordava spiacevolmente quanto
sarebbe stato facile morire, in posti del genere.
Recitare lo aiutò a far passare più in fretta quell'ora.
Quando Melnibicon gli disse che avevano oltrepassato le
montagne e stavano scendendo verso Geswixt, lui mise da
parte il disagio e appoggiò la faccia e le antenne al finestrino.
Ciò che vide non gli diede nessuna delle informazioni che
sperava, e ne fu deluso, anche se non aveva alcuna idea di
cos'avrebbe dovuto cercare. Ad ogni modo, quel panorama
non aveva nulla che ispirasse un poeta, di questo almeno
poté essere certo.
La valle sotto di loro era lunga e stretta, schiacciata fra
montagne inospitali, e si allargava a nord in direzione del
mare, invisibile da lì. Al centro della valle c'era un fiume,
rapido e spumeggiante. A differenza del territorio intomo a
Honydrop, lì non c'era alcun segno di coltivazioni. Solo la
pista d'atterraggio circolare rivelava la presenza di un centro
abitato. La regione che stavano sorvolando era una delle più
desertiche di Willow-Wane. Geswixt, come Honydrop e ogni
altra comunità costruita dove il clima era meno che ideale,
doveva essere situata completamente nel sottosuolo.
Cosa ti aspettavi? si disse, mentre il velivolo passava fra
due vette bianche di rilth. Orde di umani che danzassero
all'aperto, pronti a genuflettersi all'arrivo di ogni mezzo di
trasporto? La mancanza di prove visibili della presenza di
mammiferi bipedi non era prova della loro assenza.
D'altra parte, non era neppure molto incoraggiante.
Dopo un atterraggio privo di storia, Melnibicon fece
avanzare il velivolo verso un hangar nel cui interno si
trovarono circondati da un assortimento d'altri mezzi di
trasporto, aerei e terrestri. Ce n'erano di nuovi e di vecchi, e
nessun indizio che alcuni fossero usati per scopi nascosti. Il
capannone era simile a quello di Honydrop, solo alquanto
più largo. C'era un'autoaerea da cui stavano scaricando delle
scatole, e un veicolo a cuscino d'aria sul quale gli inservienti
caricavano barili prelevati da un paio di vagoni. Non si
vedeva alcuna attività insolita, né insolite misure di
sicurezza.
Se quella voce era soltanto una voce, pensò Desvendapur,
deluso, lui non aveva perso soltanto un pomeriggio, ma gli
ultimi mesi della sua vita in una ricerca futile e vana. Il
ronzio del motore si spense. Melnibicon sganciò la cintura di
sicurezza, scese dal sedile e lo guardò. — Benvenuto a
Geswixt, Allora, è come ti aspettavi?
Lui fece un gesto vago. — Ancora non ho visto niente.
Lei sibilò una risata. — Dai un'occhiata in giro. Io
consegnerò quei medicinali. Li stanno aspettando, così non
mi ci vorrà molto. Poi però mi prenderò una pausa, e farò
due chiacchiere con dei piloti che conosco. — Parlò col
cervello elettronico del velivolo e gli domandò l'ora. Poi si
rivolse di nuovo a lui. — Cerca d'essere qui fra quattro
tempofasi. Io non ho intenzione di volare fra queste
montagne col buio, anche se questo apparecchio fa tutto da
solo. Il fatto che la rotta sia programmata non significa che
non mi piaccia vedere coi miei occhi dove vado.
Una volta sbarcato nello spazioso hangar, Desvendapur si
trovò solo. Poiché non aveva una meta precisa si limitò a
vagabondare fra i veicoli, osservando i tecnici al lavoro e
ogni tanto attaccando discorso allo scopo di lasciar cadere
domande e frasi indifferenti, dalle quali l'interlocutore
capisse che lui sapeva già qualcosa dell'argomento su cui
chiedeva notizie. Le risposte che ebbe furono vaghe quanto
le sue domande, a volte stupite, a volte divertite, ma per non
destare sospetti lui non osò essere più preciso. In quel modo
buttò via quanto restava del pomeriggio, e alla fine si ritrovò
con l'impressione di saperne ancor meno di quando era
partito da Honydrop.
A un certo punto vide un giovane maschio che stentava a
cavarsela con la manovra di un sollevatore. Aveva parecchie
casse oblunghe, su una piattaforma, e doveva caricarle sul
retro di un cingolato. Il sollevatore che stava usando per
spostarle doveva essere difettoso, ma lui ce la metteva tutta,
anche se la sua pazienza tipicamente thranx era agli
sgoccioli. Già rassegnato a tornarsene a Honydrop senza le
notizie in cui sperava tanto, e non avendo di meglio da fare,
Desvendapur gli offrì il suo aiuto. Se lì non c'era niente per
stimolare la sua mente, almeno avrebbe tenuto in esercizio il
corpo.
Il giovane accettò con gratitudine l'aiuto dello straniero,
lasciando perdere il sollevatore guasto, e l'operazione di
carico andò avanti più rapidamente. Il retro del cingolato
cominciò a riempirsi.
— Cosa c'è in queste casse? — Desvendapur guardò il
contenitore che aveva sulle quattro braccia. L'etichetta
incollata sulla plastica grigia non spiegava niente.
— Cibo — gli rispose il maschio. — Ingredienti. Io sono
un assistente preparatore di cibo, di terzo grado. — Nella sua
voce c'era una nota d'orgoglio. — Mi sono classificato primo
agli esami che fecero parecchi anni fa. È così che ho avuto
questo posto.
— Ne parli come se fosse qualcosa di speciale. —
Desvendapur non era mai stato famoso per il suo tatto, e
neppure stavolta fece eccezione. Passò al maschio un'altra
cassa. — Questa è Geswixt, voglio dire, non Ciccikalk. — E
già che c'era, infilò una sonda anche in quel commento: —
Naturalmente sarebbe diverso, se qui ci fossero degli umani.
— Qui? — Il preparatore di cibo fischiò, divertito. —
Perché dovrebbero esserci degli umani qui, a Geswixt?
— Già, perché? Sarebbe assurdo. — Ormai pratico,
Desvendapur non mostrò né indifferenza né incoraggiamento
a parlarne.
La sua nuova conoscenza annuì. — Proprio così. Loro
stanno su in cima alla valle, nei loro alloggiamenti. — E
indicò le casse. — Io sto cominciando a specializzarmi nella
preparazione di alimenti adatti agli umani. Questo cibo è per
loro.
5

Poiché era appena giunto alla deprimente conclusione che


la presenza degli umani su Willow-Wane era una favola,
Desvendapur fece il più rapido dietro-front della sua vita.
Con ammirevole faccia tosta disse subito: — Sì, lo so.
— Lo sai? — Il preparatore di cibo lo guardò, perplesso.
— E come fai a saperlo?
— Dalle etichette delle casse — rispose senza esitare il
poeta, essendo la menzogna l'anima stessa della creatività.
L'unica differenza era che adesso stava recitando per un
pubblico ignaro d'essere tale.
Il maschio clicchettò in segno di dubbio. — Le spedizioni
sono in codice. Come mai conosci i codici, tu?
Ogni passo avanti nelle sabbie mobili della finzione lo
faceva sprofondare più del precedente. Desvendapur fu
costretto a fame un altro. — Perché sto facendo un controllo
su di te. Io lavoro nella preparazione del cibo. Mi hanno
appena assegnato a Geswixt con la qualifica di assistente
generale alle cucine.
— Ah — disse il preparatore. — Io mi chiamo
Ulunegjeprok. Puoi chiamarmi Ulu.
— Lo so, naturalmente. E tu puoi chiamarmi Des.
Vediamo ora se le tue cognizioni sono aggiornate, Ulu. —
Lui batté le quattro dita di una mano su una cassa, con un
colpetto autoritario. — Dimmi cosa contiene questa.
L'altro guardò automaticamente l'etichetta. — Latte in
polvere. E una secrezione naturale dei mammiferi, usata in
molti cibi come ingrediente.
— Molto bene! — si complimentò Desvendapur con aria
soddisfatta, anche se non aveva la minima idea di cosa fosse
il «latte in polvere». Poi indicò un cilindro, con un'etichetta
più larga di quella dell'altro contenitore. — E questo?
Il giovane maschio esitò solo un momento. — Tavolette di
soia, estratti di noci varie, pesce disidratato, frutta e vegetali
assortiti. Non conosco ancora i nomi propri.
— D'accordo, andiamo avanti — lo incitò Desvendapur,
riprendendo il lavoro. — Scommetto che ti coglierò in fallo,
prima che abbiamo finito qui.
— Non mi è stato detto niente su un altro assistente
assegnato alla mia sezione — mormorò il preparatore,
ancora incerto.
— E quello che pensavo. — Lui trasferì sul veicolo la
cassa successiva senza lasciare che l'altro leggesse l'etichetta.
— Questa roba è troppo aliena per te.
— Nessuna delle sostanze che passano di qui è troppo
aliena per me. Almeno, non credo. — Le antenne del
maschio si drizzarono orgogliosamente. — Io porto a
termine ogni mio lavoro, e ricevo spesso degli elogi.
I due continuarono a quel modo finché l'ultimo contenitore
fu sul pianale e l'ultima etichetta tradotta. — Dov'è il tuo
alloggio?
— Ancora non mi è stato assegnato — continuò a
improvvisare Desvendapur, cosa per cui era particolarmente
portato. — Sono venuto in anticipo. Non avrei dovuto
presentarmi qui fino a dopodomani.
Il preparatore considerò la cosa. — Senti, qui a Geswixt
non ci sono alberghi pubblici. Perché non vieni con me?
Potresti dividere il mio alloggio, finché non te ne assegnano
uno.
— D'accordo, Ulunegjeprok. Ti ringrazio.
Il suo nuovo amico si guardò attorno. — Dov'è il tuo
bagaglio?
— Non lo hanno messo sul velivolo, perché ho deciso di
anticipare — spiegò Desvendapur. — Non preoccuparti, da
qui a un paio di giorni troverà la strada per raggiungermi.
— Se hai bisogno di qualcosa, Des, puoi approfittare della
mia roba. Vedo che hai già avuto un abito adatto. —
Ulunegjeprok approvò con un cenno il suo indumento
protettivo. — Ora vado a controllare se è arrivata qualche
altra cosa per la cucina. Se non c'è altro, fra mezza
tempofase potremo andarcene.
— Anch'io ho da fare una cosa, Ulu. Ci rivediamo qui —
disse Desvendapur.
Lasciato il preparatore, il poeta attraversò il grande hangar
alla ricerca di Melnibicon. La trovò che stava conversando
amichevolmente con un paio di thranx anziani. Attento a non
rivelare la sua eccitazione lui la prese da parte.
— Che cosa è successo? — lo interrogò lei. — Hai le
spicole tutte dilatate.
— Ho incontrato una persona — spiegò lui. — Un vecchio
amico. Mi ha invitato a restare qui con lui.
— Che storia è questa? Tu non puoi farlo. — L'anziana
pilota si guardò attorno, contrariata. — Io mi sono accollata
un rischio nel portarti qui per un pomeriggio. Ma non posso
tornare a Honydrop senza di te. La tua assenza sarà notata, e
faranno domande.
— Ci penserò io. Tu non sarai coinvolta in nessun modo.
Lei lo afferrò con entrambe le veremani. — Per tutti i
parassiti, non puoi farlo! Io sono già coinvolta. Tu sei venuto
qui con me, terapista, e devi tornare indietro con me.
— È solo per un giorno o due — la supplicò lui. —
Nessuno si accorgerà della mia assenza.
— E le tue recite giornaliere? E i tuoi giri?
— Se qualcuno te lo domanda, digli che non mi sento
bene, che ho un disturbo digestivo e che mi sto curando da
solo. Chiedi a Heul di attivare la serratura privata del mio
alloggio.
— E così vuoi coinvolgere anche lei nei tuoi sotterfugi. Io
non intendo esserne parte, Desvendapur. Se vuoi passare del
tempo qui, chiedi il permesso attraverso gli appositi canali.
— Non me lo daranno mai — disse lui. — Tu sai che non
me lo daranno. Geswixt è una zona proibita.
— Ed è per questo che tu tornerai con me. — Melnibicon
gli volse le spalle. — E ora, se vuoi scusarmi, terapista, devo
finire di parlare coi miei amici.
Lui restò lì, ruminando i suoi pensieri e sentendo salire la
rabbia mentre lei lo ignorava ostentatamente. Era poco
gentile da parte sua rimanere a portata d'orecchio dei discorsi
di Melnibicon, ma lei si mostrava adamantina. E poiché la
pilota non faceva caso alla sua presenza anche gli amici di
lei erano costretti a fare lo stesso. Reprimendo la rabbia e la
frustrazione, Desvendapur si volse e s'allontanò fra i
macchinari e le merci. Avrebbe incontrato il suo nuovo
amico Ulu nel posto e nel momento stabiliti, ma prima
doveva passare dal velivolo che lo aveva portato lì da
Honydrop.
Camminare gli diede il tempo di ponderare su quel che gli
conveniva fare. Benché la sua mente fosse chiara quanto le
sue intenzioni erano ferme, una parte di lui restava esitante.
Ciò che meditava di fare non era da lui, era qualcosa che non
aveva mai concepito né osato fare. Ma non era forse questa
la sorgente da cui sgorgava l'ispirazione dell'artista vero? Il
passo nel buio e nel pericolo, l'avventurarsi in regioni mai
visitate prima, lo sforzo per liberarsi dalle convenzioni e dai
tabù. Discusse con se stesso per tutta la strada fino al
velivolo di Melnibicon, finché aveva il tempo di farlo, e
anche mentre ne usciva e se lo lasciava alle spalle. Ma ormai
aveva preso una decisione, e nell'avvicinarsi al luogo
dell'appuntamento capì con drammatica certezza che non
poteva più cambiarla. Fu con orgoglio che non cedette
all'impulso di guardarsi indietro, neppure quando salì a
bordo del piccolo cingolato accanto a Ulunegjeprok e partì,
chiacchierando con lui.
Melnibicon lo avrebbe cercato, poteva scommetterci.
Avrebbe chiesto di lui a destra e a manca. C'era però da
dubitare che avrebbe saputo qualcosa. In quel grande hangar
tutti avevano molto da fare, e fra le merci e i veicoli in
movimento nessuno poteva badare a un thranx che passava
via con aria indaffarata. Alla fine si sarebbe rassegnata, pur
imprecando contro di lui, e sarebbe risalita sul suo velivolo
per tornarsene a casa. Avrebbe potuto consolarsi col pensiero
che non era colpa sua, se lui se n'era andato. Una volta
rientrata a Honydrop non le sarebbe rimasto che tacere,
oppure fare rapporto sulla sua assenza, prendersi un rabbuffo
per aver portato un passeggero a Geswixt senza permesso, e
dimenticarsi di lui.
Questo lo preoccupava, ma non al punto d'impedirgli di far
conversazione con Ulunegjeprok. Parlarono del cibo alieno e
della sua spesso bizzarra preparazione, con Desvendapur che
fingeva di sapere tutto mentre in realtà la sua ignoranza
sull'argomento era assoluta. Ma più Ulunegjeprok parlava, e
più il poeta «controllava se lui era aggiornato», più le
cognizioni di quest'ultimo in materia di cucina aliena si
accumulavano. Quando il veicolo giunse al posto di guardia,
gli sembrava di saperne abbastanza da sostenere una
conversazione con chiunque non fosse un esperto.
Era raro, in un alveare, trovare un tunnel bloccato o
sorvegliato. Desvendapur immaginava che l'accesso alle
installazioni militari e a quelle scientifiche di carattere
segreto fosse soggetto a misure di sicurezza, ma era la prima
volta in vita sua che trovava delle guardie armate a un
ingresso. Uno dei due militari riconobbe subito
Ulunegjeprok. Lui s'irrigidì quando l'altro rivolse la sua
attenzione al fatto che sul cingolato c'era un passeggero. Ma
era un'ora tarda, e le guardie erano stanche. Quando
Ulunegjeprok disse allegramente che il collega seduto
accanto a lui era un nuovo acquisto della sua sezione, i due
thranx accettarono la spiegazione senza far difficoltà. Non
c'era motivo che ne facessero. Perché mai qualcuno avrebbe
dovuto avvicinarsi a un branco di mammiferi dal corpo
moscio, privi di antenne e maleodoranti, se non avesse avuto
l'ordine di farlo? Il cingolato fu autorizzato a procedere.
Entrarono in un tunnel molto più lungo, sulle cui pareti
nude c'erano dei sensori per la sorveglianza elettronica. Il
loro passaggio era monitorato, dunque. Tutte quelle misure
di sicurezza lo mettevano sulle spine. Non riusciva
assolutamente a immaginarci quanto avrebbe potuto andare
avanti su quella strada. Abbastanza a lungo da procurarsi
l'ispirazione per un volume di poesie, si augurò. O almeno
per qualche opera densa di significati nuovi. Dopo quel che
aveva fatto per arrivare a quel punto, non voleva
accontentarsi di meno.
Melnibicon si sarebbe accorta che lui aveva inserito altri
dati nel programma di navigazione del suo velivolo? Sarebbe
stata così scrupolosa da controllare un programma di rotta
seguito chissà quante altre volte e che non le aveva mai fatto
strani scherzi? Se aveva controllato, a lui restavano al
massimo poche ore per cercare la sua ispirazione. Se invece
non aveva controllato, e s'era limitata a dare al computer
l'ordine di riportarla a Honydrop, allora lui avrebbe avuto
almeno un paio di giorni per interagire con gli alieni e con la
tempesta di immagini e suoni esotici che costoro sicuramente
potevano fornirgli, prima che la Sicurezza venisse a portarlo
via. E di questo era certo, perché il programma di rotta da lui
modificato avrebbe fatto automaticamente scendere
Melnibicon fra le montagne, nel primo luogo adatto a un
comodo atterraggio. Una volta al suolo, se lui aveva fatto
bene il suo lavoro, la strumentazione di volo avrebbe cessato
di funzionare, costringendola a chiamare aiuto e a perdere
così una giornata, forse due.
Non gli venne neppure il sospetto che quei dati così
frettolosamente inseriti avrebbero disorientato il velivolo, e
che le conseguenze sarebbero state molto più gravi.
Per essere un tunnel di servizio, quello che stavano
seguendo era incredibilmente lungo. Non se ne vedeva la
fine. Seduto sul suo sedile, con la cintura di sicurezza attorno
al corpo, Ulunegjeprok lasciava che il cingolato andasse
avanti sull'automatico e pensava ad altro. Sarebbe tornato ai
comandi manuali solo se necessario.
— Allora, Des, dove hai fatto i tuoi studi? — domandò
allegramente al suo nuovo collega.
D'umore più fantasioso del solito, Desvendapur gli
raccontò una storia elaborata sulla sua giovinezza trascorsa
su Hivehom. Poiché Ulunegjeprok era nato su Willow-Wane
e non conosceva altri mondi, non poteva coglierlo in fallo.
Quando, mezza tempo-fase più tardi, il veicolo finalmente
rallentò a un portone metallico, il poeta si stava convincendo
che avrebbe potuto sostenere con successo un esame sulla
preparazione del cibo alieno.
Entrando aveva trattenuto il fiato, ma ciò che vide oltre il
portone era così comune da deluderlo. Niente indicava la
presenza di alieni, ma lui non volle chiedere dettagli a
Ulunegjeprok, per non apparire stranamente ansioso. D'altra
parte, tenere la bocca chiusa era il modo migliore per
nascondere la sua ignoranza.
Ulunejprok girò in un corridoio laterale e fermò il
cingolato in un magazzino mezzo vuoto. Senza dir niente,
agendo come se tutto fosse normale e di sua competenza,
Desvendapur lo aiutò a scaricare le casse. Le cucine erano
spaziose, pulitissime, e d'aspetto abbastanza familiare, anche
se qua e là vide apparecchiature che gli erano sconosciute.
Questo non significava necessariamente che servissero per la
preparazione del cibo dei mammiferi, disse a se stesso. Lui
era un poeta, non un cuoco, e i soli attrezzi da cucina che
conosceva erano quelli semplici che si potevano trovare in
ogni alloggio.
Quando Ulu lo presentò — sempre col diminutivo di Des
— a un paio di colleghi delle cucine, lui scoprì con
soddisfazione che riusciva a fingersi uno di essi senza alcun
problema. Gli altri due a loro volta lo presentarono agli altri,
col risultato che quella sera stessa veniva già accettato come
un membro del personale. Grazie a questo, la sua presenza
cessò subito d'essere una novità degna di nota. Collaborò
addirittura alla preparazione del pasto serale, e notò che a
quell'ora i thranx che s'occupavano del cibo alieno avevano
le cucine tutte per loro.
Con sua sorpresa vide fra gli alimenti parecchie cose che
gli erano ben note. Non fece commenti su quella rivelazione,
per non mostrare la sua ignoranza, ma fu affascinante
scoprire che gli umani potevano mangiare cibo thranx.
— Non tutto, naturalmente — commentò Ulu, mentre
lavoravano, — ma questo già lo sai. Ad ogni modo loro non
ci chiedono di assisterli quando c'è da cucinare la carne.
— La carne? — Desvendapur non fu sicuro di aver capito
bene. Subito si affrettò a dire: — Cioè, vuoi dire che fanno
da soli?
— Sì, non temere. — Ulu fischiò fra sé. — Anche per me
è stato un sollievo sapere che preferiscono cucinarsela loro
stessi. Il solo pensiero di esseri intelligenti che mangiano la
carne di altri animali, neppure molto dissimili da loro, fa
tremare le gambe. Non è così?
— Oh, puoi scommetterci — fu svelto a improvvisare
Desvendapur. — Mangiare la carne! Ci sono cose che
sembrano incompatibili col semplice fatto di avere il bene
dell'intelletto.
— Io personalmente non li ho mai visti farlo. Ricordo di
aver domandato, durante il corso di specializzazione, perché
non potevano prepararsi tutto il cibo da soli. Ma come sai,
l'idea è di offrire loro ogni comodità possibile. — Ulu fischiò
una risatina. — Cosa non darebbero i mezzi d'informazione
per sapere che il progetto di contatto con gli umani su
Hivehom non è l'unico. — I suoi occhi sfaccettati ebbero un
lampo mentre guardava Des, che aveva le mani bianche di
una polvere chiamata farina. — Non sarebbe divertente se tu,
invece d'essere un preparatore di cibo, fossi un
corrispondente riuscito a introdursi qui sotto falsa identità?
Desvendapur rise di quello che sperava fosse un riso non
forzato. — Che strane fantasie hai, Ulu! Qui può entrare solo
chi ha giurato di non svelare la presenza degli umani, perciò
anche un corrispondente sarebbe legato al giuramento.
— Già, naturalmente. — Ulunegjeprok stava dividendo in
«pagnotte» la pasta di farina. Guardando, e imparando ogni
momento qualcosa di nuovo e utile, Desvendapur lo imitò
con sveltezza e abilità. Il cibo alieno poteva fornire
l'ispirazione per una quartina, un sonetto al massimo, ma gli
alieni dov'erano? Dove? Avrebbe avuto la possibilità di
vederli mangiare, dopo aver preparato il loro cibo? Avrebbe
potuto osservare le loro bocche da mollusco azzannare e
risucchiare, mentre le lingue flosce si avviluppavano come
vermi e conglobavano gli osceni bocconi giù nelle
gorgoglianti budella? Questo gli avrebbe offerto spunti per
un buon poema, forse. L'orrore e la nausea erano sempre
stimoli efficaci.
Ma il suo desiderio non fu esaudito. Due colleghi
portarono via il cibo per cuocerlo altrove, e lasciarono il
personale che lo aveva preparato con null'altro da fare che
lavarsi e andarsene, per quella sera. Desvendapur seguì
Ulunegjeprok al suo alloggio, continuando a chiacchierare
per accumulare informazioni tecniche.
— Domattina dovrò presentarmi al sovrintendente, e
consegnare i miei documenti, così farò un po' tardi al lavoro
— disse al collega mentre si preparavano ad andare a letto.
— Ma intanto lascia che ti ringrazi per tutto ciò che hai fatto,
e per la tua ospitalità.
— È un piacere esserti d'aiuto — rispose allegramente
l'altro. — I colleghi hanno già fatto amicizia con te, perché
lavori bene.
— Ho avuto un buon maestro — disse Desvendapur, e con
sua stessa sorpresa si accorse che non stava facendo
dell'ironia. In quel momento lui non era più soltanto un
poeta, ma anche un preparatore di cibo professionista,
specializzato in cucina aliena.

Fu il mattino dopo che un notiziario locale informò il


personale di Geswixt della morte di Melnibicon. Il suo aereo
s'era schiantato contro il fianco di una montagna, e nessuno
aveva potuto recuperare i resti della pilota e di un passeggero
che — da quanto si diceva a Honydrop — si trovava
illegalmente a bordo. La tragedia scosse molto Desvendapur,
che per tutto il giorno fu angosciato da un forte senso di
colpa. La sua fiducia, e la sua volontà di andare avanti con
quel progetto, rischiarono di crollare. Mai aveva immaginato
che le sue azioni egoistiche avrebbero causato la morte di
qualcun altro. Ma fu costretto a mettere da parte il rimorso e
a farsi forza, quando capì che insieme alla tragedia di
Melnibicon il disastro aereo aveva provocato la fine del
cittadino Desvendapur, poeta e terapista, il cui cadavere
risultava disperso fra la neve.
All'improvviso lui era diventato una non-persona. Aveva
cessato di esistere a tutti gli effetti legali. La sua famiglia e il
suo clan avrebbero celebrato una funzione commemorativa.
Heulmilsuwir avrebbe pianto la sua morte così prematura.
Poi tutti avrebbero continuato a vivere la loro vita. Lui,
invece... lui aveva la possibilità di cominciarne una nuova:
come semplice addetto alle cucine, umile preparatore di cibo
per gli umani.
Ma prima aveva bisogno di un posto per dormire, e
soprattutto di un'identità.
Nella sezione alloggi del personale c'era un certo numero
di cubicoli vuoti. Lui ne scelse uno, il più lontano possibile
da quelli abitati, e vi si trasferì. La scarsità di oggetti
personali di quel piccolo alloggio avrebbe stupito i suoi
colleghi, ma lui non si aspettava di avere molte visite. In
quanto al suo conto di credito, poiché quello che aveva in
passato era morto insieme alla sua vecchia identità, avrebbe
dovuto assicurarsene un altro tramite le strutture anagrafiche
e bancarie accessibili a Geswixt.
Alterare dati anagrafici era un crimine grave, ma quella
riflessione etica non poteva fermare Desvendapur. Non dopo
aver commesso, benché involontariamente, un assassinio.
Non pochi grandi artisti avevano dato la vita per la loro arte,
si disse. La sua era costata la vita a Melnibicon. Avrebbe
composto un memoriale per lei, una grande opera in versi
endecasillabi a rima binaria. Questo avrebbe reso omaggio al
suo nome più di tutto ciò che lei aveva fatto in vita. Lo
spirito della pilota lo avrebbe apprezzato. O almeno, lo
avrebbero apprezzato i suoi parenti e il suo clan. Nel
frattempo lui aveva cose più importanti che dolersi del
trapasso di una qualsiasi sconosciuta che, dopotutto, era stata
una persona di trascurabile importanza.
Con l'uso del terminale elettronico del suo alloggio,
costruirsi una nuova identità risultò sorprendentemente
facile. Lo aiutò il fatto che non tentò di farsi classificare
come specialista in armi da guerra, o in comunicazioni, o in
rapporti finanziari. Chi avrebbe voluto assumere una falsa
identità come semplice preparatore di cibo? Ma soprattutto,
non creò un fascicolo nuovo: ciò che fece funzionare l'idea
fu che trovò il vecchio prima che lo eliminassero, e lo
duplicò limitandosi a cambiare il nome in Desvenbapur, cosa
che bastò a fare di lui un thranx del tutto separato dal defunto
poeta, pur mantenendo l'abbreviativo «Des» con cui s'era
presentato ai colleghi delle cucine.
Poi, con un po' d'ansia, domandò un conto di credito al
banco dati di Geswixt, per vedere come questo avrebbe
digerito il suo lavoro. E poiché lui aveva una posizione, si
trovava lì, e poteva godere delle conferme di quanti lo
conoscevano, il banco dati lo accettò e gli attribuì un conto,
per il momento vuoto. A quel punto, nessuno avrebbe potuto
mettere in discussione la sua presenza e le sue qualifiche.
Nei giorni seguenti, l'assistente preparatore di cibo
Desvenbapur diventò una figura familiare a tutti. Con il
trascorrere dei decagiorni si applicò intensamente allo studio
dei manuali e alla pratica, diventando sempre più abile nel
suo lavoro.
Venne il giorno in cui giunse a Geswixt un altro tecnico
sanitario col suo bagaglio, e costui si accinse a occupare il
suo cubicolo. Scoprendo che ci abitava già qualcuno, i due
thranx riferirono l'inconveniente all'impiegata addetta agli
alloggi. Avendo cose più importanti da fare, l'impiegata
corresse i dati elettronici e assegnò al nuovo venuto un altro
cubicolo, senza rendersi conto che con lo stesso atto
introduceva la presenza dell'ex poeta nelle registrazioni
dell'alveare.

Con una residenza ufficiale, dati anagrafici, un conto di


credito dove affluiva la sua paga stagionale — appena il
responsabile delle cucine informò il capo del personale che
Des non era ancora stato pagato, la svista fu prontamente
corretta — e un lavoro, il thranx di nome Desvenbapur non
ebbe problemi. C'era il rischio che la sua identità non
reggesse a un'indagine mirata, ma era improbabile che
qualcuno volesse farla. Il supervisore della divisione cibo era
stato felice di avere un elemento in più. Il nome di
Desvenbapur filtrò così in tutti i banchi dati, e ottenne il
diritto alla vita per un processo di osmosi burocratica
irreversibile.
Chiunque fosse associato alle attività concernenti gli
umani era incoraggiato a imparare di più su di loro, e Des
approfittò di questa possibilità.
Nelle sue ore di libertà studiava la storia dei contatti fra
umani e thranx, i rapporti del progetto ufficiale in corso su
Hivehom, e i dettagli spiccioli delle relazioni fra due razze
che, pur così diverse, erano entrambe caute e prudenti. Nelle
registrazioni ufficiali non c'era niente su Geswixt. Per quel
che riguardava il pubblico e i mass media, quell'installazione
non esisteva neppure.
Lui temeva le promozioni, ma il suo lavoro era
apprezzato, benché si sforzasse di restare nell'ombra.
L'alternativa era d'essere meno diligente, cosa che però
avrebbe attratto su di lui un'attenzione ancor più
indesiderabile. Così, pur lavorando in pieno accordo coi
colleghi, evitava di fare più del dovuto e cercava la sicurezza
nell'anonimato.
Già più esperto sul cibo umano di quanto lo fossero i
biochimici e altri specialisti, Desvendapur cercò tutte le
notizie disponibili sui gusti di quei bipedi in fatto di arte, di
divertimenti, e di usanze sessuali e coniugali. Che su molte
di queste cose ci fosse l'etichetta sconosciuto non lo stupì. I
contatti fra le due razze si mantenevano su livelli ufficiali,
distaccati e formali, almeno per quanto riguardava il progetto
in corso su Hivehom.
Il motivo per cui ne esisteva un altro clandestino, a
Geswixt, era ovvio: umani e thranx miravano ad accelerare il
contatto, ad aumentare le opportunità di scambiare punti di
vista, ma senza allarmare l'elevata percentuale di xenofobi
presenti in entrambe le razze. Anche dopo quattordici anni
dal primo contatto ognuna delle due parti era lontana dal
fidarsi del tutto dell'altra. I thranx avevano fatto pili
esperienze di quante avrebbero voluto con alieni di natura
egoista, aggressiva, espansionista, paranoica, oppure
semplicemente incomprensibile, portati a mentire su tutto ciò
che facevano. Alcuni erano perfino peggiori degli AAnn.
Sicuro, quei mammiferi dall'epidermide moscia sembravano
abbastanza socievoli, ma se questa era soltanto un'astuzia
tesa a far abbassare la guardia ai thranx, per poi distruggere i
loro alveari? Nessuno voleva vedere un'altra Paszex
succedere da qualche parte, magari su Hivehom.
Gli umani avevano altrettante preoccupazioni, se non di
più. Con un antagonismo razziale, istintivo, verso tutti gli
insetti, l'idea di avere a che fare con esseri altrettanto
ripugnanti ma più grossi e intelligenti, i thranx, era troppo
per lo stomaco di molti. Le loro obiezioni all'alleanza erano
di genere più viscerale che intellettuale.
Così ogni razza aveva continuato a tenere a distanza l'altra,
per studiarla ed esaminarla, anche se in quel braccio della
spirale gli AAnn e altre creature procedevano con le loro
poco amichevoli attività. Il complesso a nord di Geswixt era
dunque un tentativo di accelerare i contatti.
Benché provasse un fremito di disgusto ogni volta che, nel
suo alloggio, guardava un video 3D di un umano.
Desvendapur alleviava la nausea componendo sonetti,
ciascuno accompagnato dalla coreografia gestuale
appropriata. Codificava quei file e li teneva nascosti con
cura, perché se qualcuno li avesse scoperti per caso avrebbe
avuto di che sbalordirsi delle straordinarie capacità artistiche
di un preparatore di cibo. Le strofe che creava gli venivano
spontanee, avevano una forte dose d'originalità, ma non
bruciavano del fuoco che lui cercava. Dov'era
quell'esplosione di genialità che gli avrebbe dato fama
universale? Come poteva elaborare frasi così liriche da
lasciare sconvolto il pubblico?
Nelle ore libere si dedicava anche allo studio della lingua
principale degli umani, dopo aver riso come di uno scherzo
del fatto che avevano dozzine di lingue diverse. Questa era
un'assurdità troppo balorda anche per una razza così aliena.
Differenti dialetti erano concepibili, sicuro, ma differenti
lingue? Dozzine di lingue? Come poteva una civiltà
svilupparsi se ogni gruppo capiva soltanto la sua lingua? Lui
decise che i primi linguisti thranx avevano voluto divertirsi
alle spalle degli altri, così ignorò quella sciocchezza e si
concentrò sulla lingua del contatto.
Le loro voci registrate avevano una rozza brutalità al cui
confronto il linguaggio thranx era il dolce mormorio di un
ruscello. Non era una lingua impronunciabile, ma era
sgraziata. E dov'erano i fischi e i ticchettii che davano tanto
colore ed espressività a un linguaggio civile? Per non parlare
degli stridori modulati che gli umani erano incapaci di
produrre. Era difficile credere che molti linguisti umani si
fossero impadroniti con successo dell'Alto e del Basso
Thranx. Come gli AAnn, i loro orifizi aspiratori erano situati
sulla faccia, col risultato che troppi organi sensoriali
affollavano la bocca, e tali orifizi erano solo due. I thranx ne
avevano otto, quattro dei quali sul torace. Vista quell'infelice
architettura fisiologica, Desvendapur giudicava un miracolo
che gli umani riuscissero a ossigenarsi il sangue.
Non avendone lì uno con cui far pratica, si allenava
ripetendo frasi umane nella solitudine del suo cubicolo. E
mentre studiava, componeva poesie. Nell'attesa del fuoco
bruciante dell'ispirazione. Quello che gli occorreva, e che
desiderava ormai più di ogni altra cosa, era d'incontrare
personalmente un alieno. Lui conosceva il cibo che
mangiavano, o almeno gli alimenti thranx che potevano
digerire. Ora voleva conoscere loro.
Lavorava nelle cucine da più di un anno, abbastanza per
cominciare a sentirsi scoraggiato e sull'orlo della
disperazione, quando finalmente l'occasione venne.
6

Golfito non era un granché, come città. Situata in una bella


baia naturale, viveva soltanto grazie alle navi da crociera e
agli yacht privati che sbarcavano turisti per un rapido
assaggio della foresta pluviale di Corcovado. E i turisti, dopo
aver rapidamente assaggiato la foresta, rapidamente
acquistato la loro quota di prodotti d'artigianato locale,
rapidamente cenato nei fast food al suono della locale
musica folk e rapidamente fatto un bagno e bevuto qualcosa
sulla spiaggia, tornavano a bordo delle loro fantascientifiche
supernavi a idropropulsione, o dei loro lussuosi hover-yacht,
e facevano rotta per località assai più prestigiose a nord, a
sud, o al di là dell'istmo. Del loro breve passaggio lasciavano
ricordi di comportamenti sgradevoli, sbronze, insipidi
incontri sessuali con le prostitute, denunce per borseggi e
risse, ma soprattutto lasciavano un po' dei loro
apprezzatissimi crediti, sia in forma cartacea che elettronica.
Ronzando attorno ai turisti dalla mattina alla sera, e
offrendosi come guida tuttofare, o ruffiano, o amante per
turiste anzianotte, Cheelo Montoya aveva fatto del suo
meglio perché almeno una piccola parte di quel denaro
restasse appiccicata addosso anche a lui, ma i suoi sforzi non
gli procacciavano mai più di pochi spiccioli. Era sempre
troppo lento, sempre un passo indietro rispetto ad altri,
sempre a corto della parola giusta, come un pescatore che
pur essendo circondato da pesci pronti ad abboccare non
riuscisse ad attaccare all'amo l'esca adatta.
Se però aveva fallito nel rastrellare i vantaggi offerti dal
continuo afflusso di turisti, bisognava rilevare il suo
successo nel farsi conoscenze potenzialmente utili fra i più
rispettati farabutti dei vicoli portuali e dei sobborghi di
Golfito. Fra quegli individui, a volte ridanciani, a volte gelidi
come serpenti a sonagli, ce n'era uno specializzato nel far
ballare allettanti prospettive davanti al naso dei pesci più
piccoli di lui.
Cheelo Montoya aveva imparato ad annusare le trappole,
ma quella volta gli era stato detto da fonte onesta e sicura
che Ernie il Becchino — ma era più saggio chiamarlo Mr.
Ehrenhardt — aveva per le mani di una seria proposta di
affari. E lui era alla disperata ricerca della sua Buona
Occasione.
La villa di Mr. Ehrenhardt era sul versante boscoso della
collina dove solo i pezzi grossi riuscivano a far costruire
abusivamente le loro dimore. Mentre viaggiava sulla
silenziosa funicolare privata, Cheelo poté rifarsi gli occhi
con lo splendido panorama della baia e dell'orizzonte azzurro
del Pacifico. La ben tutelata (o quasi) Riserva Faunistica che
circondava la piccola città ospitava scimmie, giaguari,
quetzals, e ogni specie di creature esotiche tipiche della
foresta pluviale.
Quegli animali interessavano Cheelo solo per il loro valore
come merce da esportazione. Lui non avrebbe mai osato
mettersi in concorrenza con il grosso consorzio di cacciatori
di frodo e contrabbandieri che dominava il mercato
clandestino degli animali esotici. L'unico modo per entrare in
quel genere d'attività era entrarci legalmente, ovvero col
beneplacito del Becchino e al suo servizio. Gli indipendenti
che cercavano di smerciare ai turisti uccelli Lira o cuccioli di
macaco rischiavano di andare a farsi una nuotata — molto
lunga — nella baia.
Un indios con mani larghe come prosciutti e occhi
inespressivi lo accolse al cancello della villa. Cheelo rivolse
un rispettoso cenno di saluto alla telecamera, e seguì il
silenzioso individuo fino alla bella e spaziosa veranda che
dominava il panorama. Mr. Ehrenhardt non si prese la briga
di alzarsi dalla sedia a sdraio sul bordo della piscina in cui
galleggiavano due ragazze, ma offrì a Cheelo un drink verde
con un cubetto di ghiaccio già in attesa sul prezioso tavolo di
legnoporpora accanto a lui. L'uomo non accennò tuttavia al
visitatore di prendersi una sedia, così lui rimase in piedi col
drink in mano, un po' goffamente.
— Montoya, amico mio — disse il contrabbandiere di
animali esotici, guardando attraverso gli occhiali neri che
nascondevano completamente gli occhi, — sul serio,
dovresti fare qualcosa per il tuo naso. Posso consigliarti un
ottimo chirurgo plastico. Io faccio sempre rifare il naso a
tutte le mie ragazze. — E accennò alle due sul canotto, alle
quali probabilmente ogni tanto lo spaccava lui stesso.
Cheelo sorrise, nervosamente. Non era colpa sua se lo
aveva storto come quello di un pugile fin dalla prima volta
che era caduto ubriaco sotto un tavolo, da ragazzo, ma le
volte successive non avevano certo migliorato la cosa. —
Appena potrò permettermi un chirurgo, Mr. Ehrenhardt, stia
sicuro che accetterò il suo consiglio.
Pallido e grassoccio dietro gli occhiali neri, l'uomo annuì.
Era una buona risposta. — E se ti dicessi che l'occasione di
permetterti questa e altre buone cose della vita è finalmente
arrivata?
Il suo ospite poggiò sul tavolo il bicchiere vuoto. Aveva
già finito il liquore senza identificarne il sapore, anzi senza
neanche accorgersi di averlo bevuto. — Ay, signore, lei mi
conosce. Farei tulio il necessario per non sprecare questa
occasione.
Mr. Ehrenhardt ridacchiò freddamente e tacque, tanto per
prolungare la suspense, perché era ben conscio dell'ansia
agonizzante del suo ospite. Un'aquila dalla coda rossa passò
più in basso, sfiorando le cime degli alberi alla ricerca di
qualche scimmia distratta. In una gabbia in fondo alla
veranda, un raro esemplare di macaw la vide e cominciò a
gracidare.
— Tu mi hai detto che nella vita vuoi fare qualcosa di
grosso.
— Chiedo solo un'opportunità, Mr. Ehrenhardt, signore.
Tutto ciò che chiedo è che qualcuno mi offra l'opportunità
giusta. Nient'altro.
Il contrabbandiere ebbe un sorrisetto comprensivo. — Ci
sarebbe bisogno di un nuovo rappresentante alla filiale di
Monterrey della nostra società. Quello vecchio è, diciamo...
deceduto, purtroppo. — Non aggiunse «per cause naturali»,
e Cheelo notò l'omissione e non domandò spiegazioni. — I
miei soci mi hanno chiesto se ho sottomano una persona di
fiducia a cui affidare la filiale. È un incarico molto
remunerativo, ma richiede ambizione, intelligenza e voglia
di far bene. Inoltre è necessario un uomo onesto,
specialmente con le percentuali che spettano alla società. Un
uomo discreto, che sappia quando parlare e quando tenere la
bocca chiusa.
— Lei sa come la penso io su questo, Mr. Ehrenhardt. —
Cheelo si raddrizzò orgogliosamente in tutta la sua non
imponente altezza.
— No, non lo so. — La faccia del contrabbandiere
s'indurì. Oltre le lenti nere i suoi occhi fissi su Cheelo erano
pietre. — Ma imparo qualcosa ogni volta che ci incontriamo.
Ho fatto il tuo nome ai miei soci, e sono lieto di dirti che
hanno accettato. A una condizione, naturalmente.
— Grazie, signore! Grazie! — Finalmente pensò Cheelo.
La possibilità che lui aveva sempre sognato. Ora
gliel'avrebbe fatta vedere, a tutti. A quelli che l'avevano
preso in giro, a quelli che l'avevano guardato dall'alto in
basso, a quelli che avevano riso sprezzanti delle sue capacità.
Ecco che alla fine gli era capitata l'occasione di dimostrargli
quanto valeva, a quei bastardi presuntuosi figli di puttana.
Specialmente a quei morti di fame di Buona Vista, quel buco
miserabile in mezzo alla giungla di Amistad...
Qualcosa che aveva detto Mr. Ehrenhardt gli tornò alla
mente come un'eco. — Una condizione, signore? Quale
condizione?
— Be', mio ambizioso Montoya, sicuramente tu capisci
che una cosa simile non capita tutti i giorni. E non è gratis.
Una filiale è come un concessionario: bisogna pagare la
licenza. Tu devi lasciare in deposito una certa somma, come
garanzia della tua buona fede.
Cheelo deglutì saliva e mantenne l'autocontrollo. —
Quanto? — Era così nervoso che dimenticò di aggiungere
«signore».
Mr. Ehrenhardt non lo notò, o forse generosamente non
volle farci caso. Scrisse qualcosa su un sottobicchiere di
plastica e lo spinse sul tavolo verso il suo ospite. Cheelo lo
prese.
Gli sfuggì un sospiro di sollievo. La somma era alta, ma
non impossibile. La data...
— Ho fino al giorno scritto qui, per consegnare i soldi?
Mr. Ehrenhardt annuì paternamente. — Se il deposito non
è in cassa entro questa data, la mia società dovrà assegnare la
filiale a qualcun altro. E così che vanno le cose. Dimmi, tu
disporrai della somma necessaria?
— Sì, signore! So che posso farcela. — La data di
scadenza era ragionevole. Ma non gli restava tempo da
perdere, per bighellonare in spiaggia o nei bar alla caccia di
turiste di mezz'età.
— Questo è ciò che ho detto ai miei soci. Ma... —
L'espressione patema svanì. — Io conosco le tue condizioni
finanziarie, Montoya. Francamente, non ispirano molta
fiducia.
Lui fece del suo meglio per mostrarsi stupito. — Questo
perché mi piace spassarmela, signore. Io spendo tutti i crediti
che incasso. Ma lei sa che ho una buona reputazione, giù al
porto, e sa che può fidarsi di me.
Con sollievo di Cheelo, il contrabbandiere annuì. —
Un'altra buona risposta. Continua a darmi le risposte giuste,
amico, e presentati alla data di scadenza con la somma
richiesta, e avrai la possibilità di fare qualcosa di grosso.
Sfrutta bene questa opportunità, lavora sodo, e diventerai una
persona ricca che tutti rispettano, come me. Non c'è bisogno
di dire che queste occasioni capitano una volta sola nella vita
di un uomo. Per molti, non vengono mai.
— Lo so, signore. Non la deluderò.
Il contrabbandiere scrollò le spalle. — Non pensare a
deludere me. Pensa a non fallire nella tua vita. Fallo per te.
Ricorda queste parole. — Sorseggiò il suo liquore che nel
termobicchiere era tenuto automaticamente alla temperatura
giusta. Nella sua gabbia sotto la veranda, quel maledetto
macaw non voleva saperne di chiudere il becco. Stava
rendendo Cheelo nervoso. — Dimmi una cosa, Montoya. Tu
cosa pensi di quegli alieni che si vedono nei notiziari in
questi giorni?
— Alieni, Mr. Ehrenhardt?
— Quegli insettoidi che da qualche anno insistono a
mantenere i contatti con noi. Tu quale pensi che sia il loro
vero scopo?
— Non lo so proprio, signore. Io non penso mai a queste
cose. — Dovresti farlo. — Il contrabbandiere si aggiustò gli
occhiali sul naso e guardò la baia che si apriva
sull'immensità del Pacifico.
— Quest'angolo della galassia è sorprendentemente
affollato, Montoya. Ognuno di noi deve chiedersi cosa sta
succedendo. Non possiamo più farci gli affari nostri, qui
sulla Terra, senza pensare a quello che succede sulle stelle,
come facevano i nostri padri e i nostri nonni. Prendi quei
rettili, ad esempio, quegli AAnn. I thranx dicono che sono
guerrafondai, espansionisti, e incorreggibili. Gli AAnn
invece lo negano. Noialtri umani a chi dovremmo credere?
— Ay... io non saprei, signore.
— No, naturalmente tu non puoi saperlo. — Mr.
Ehrenhardt sospirò profondamente. — E io sbaglio, a
chiederlo a uno come te. Purtroppo, un uomo nella mia
posizione deve circondarsi di persone con una visione della
vita alquanto limitata. — A un tratto si alzò in piedi, e
abbatté su una spalla di Cheelo una mano più pesante di quel
che sembrava. — Portami personalmente la garanzia qui,
Montoya, e la filiale sarà tua. La filiale, e il rispetto che gode
chi fa parte della mia società. Un'altra cosa: la somma
dev'essere in contanti. I miei soci sono persone all'antica, a
cui non piace il denaro elettronico. Ti rivedrò prima della
scadenza? — Cheelo annuì, e la mano gli strinse forte la
spalla. — Bene. Tu farai grandi cose. — L'uomo si rimise a
sedere e guardò le ragazze, in piscina. Il colloquio era finito.
Mentre scendeva in città con la funicolare privata, Cheelo
era in una nebbia d'euforia. La sua occasione, finalmente! E
alla faccia di tutti quelli che l'avevano maltrattato, buttato
fuori dai bar e offeso, in qualche modo lui avrebbe trovato la
somma necessaria. Non sarebbe stato troppo difficile. Ormai
aveva una certa esperienza in materia.
Ma non poteva procurarsi il denaro lì a Golfito. Le navi
sbarcavano molti turisti col portafoglio ben gonfio, ma
proprio per questo la polizia era sempre vigile. Al porto e
sulle spiagge c'erano agenti in borghese che sapevano tutto
sulle attività di quelli come lui. E lo conoscevano fin troppo
bene. Avrebbe dovuto fare il lavoro da un'altra parte.
Lui aveva già in mente il posto adatto.
7

Desvendapur stava lavorando in cucina, quando


Ulunegjeprok lo sorprese con una proposta dietro cui
s'intuiva una certa agitazione. — Invece di stare sempre qui a
preparare cibo per gli umani — gli domandò a un tratto, —
che ne diresti di consegnarlo tu stesso ai loro alloggi?
Lui non alzò lo sguardo dal tagliere su cui affettava dei
bianchi tuberi di vekind. — Non prendermi in giro, Ulu. Di
cosa stai parlando?
— Hamet e Quovin, i biochimici che si occupano del
controllo finale e della consegna, sono entrambi malati.
L'incarico di portare le cibarie di questa settimana è ricaduto
su Shemon. Ma poco fa ho parlato con lei. Dice che non l'ha
mai fatto prima, e che non le piace per niente l'idea di andare
là da sola.
— Be', tu conosci la procedura quanto me — rispose
Desvendapur. — Puoi andare tu con lei.
— Non è la procedura che preoccupa Shemon. Lei non ha
mai avuto a che fare con gli umani, personalmente, e non sa
come reagirà alla loro presenza. Così ha domandato che un
paio di noi la accompagnino. — Ulu raddrizzò le antenne. —
Io mi sono offerto volontario, e ho fatto anche il tuo nome,
sapendo che gli alieni ti interessano. — Alzò una veramano.
— Ad ogni modo, se oggi pomeriggio hai da fare e preferisci
ritirarti...
— Ritirarmi? — Desvendapur non riusciva a credere alla
sua fortuna. Finalmente, dopo tutto ciò che aveva sofferto
fisicamente e psicologicamente, avrebbe potuto incontrare
quei bipedi di persona, invece che vederne le immagini
tridimensionali, per quanto perfette fossero. — Oggi
pomeriggio? Sono pronto. Quando si va?
Ulunegjeprok fischiò una risata. — Finisci di tagliare tutte
quelle vekind. Abbiamo ancora tre o quattro tempofasi.
Desvendapur fece del suo meglio per concentrarsi sul
lavoro, ma dopo la proposta dell'amico non stava più nella
pelle. La sua mente era in ebollizione. Avrebbe portato con
sé uno scri!ber per comporre qualcosa sul posto, così sarebbe
stato certo di non perdere nessuna sensazione innescata dal
confronto che lo aspettava. Non c'era modo di sapere quanto
sarebbe durata la malattia dei suoi superiori o l'avversione di
Shemon. Chissà quanto sarebbe passato prima che
un'occasione come quella si ripresentasse.
— Cosa stai facendo? — gli domandò un paio di
tempofasi più tardi Ulu, quando lo vide lavorare allo scri!ber
su uno dei banconi della cucina.
— Compongo una poesia.
— Tu? Una poesia? — Ulunegjeprok fischiò a lungo e con
forza. — Tu sei un assistente preparatore di cibo. Cosa ti fa
credere che puoi comporre poesie?
— È solo un hobby. Una cosa che faccio nei miei momenti
liberi.
— È un bene per te che Quovin e Hamet siano malati, e
che Shemon sia occupata con l'inventario delle consegne
decagiornali. Loro non direbbero che questo è uno dei tuoi
momenti liberi. Be', finché nessuno ti vede, non sarò io a fare
la spia. Se no, a cosa serve essere amici? Coraggio, sentiamo
un po'... recitami qualcosa.
— No, lasciamo perdere. — Conscio che la sua
eccitazione l'aveva portato su un terreno pericoloso,
Desvendapur tornò subito al suo lavoro e cominciò a
sbucciare calki!!s maturi e polposi. — Non sono un granché,
come poeta.
— Questo non c'è bisogno che tu me lo dica. Ma mi
piacerebbe sentire qualcosa di tuo — insisté Ulunegjeprok,
interessato.
Messo all'angolo, Desvendapur lo accontentò.
Clicchettando e trillando recitò un sonetto fra i meno
sofisticati cui aggiunse numerosi strafalcioni, riducendolo a
una semplice successione di rime che a un congresso di
terapisti dilettanti l'avrebbe fatto buttare fuori a spinte dalla
sala.
La reazione di Ulu fu quella che ci si poteva aspettare. —
Non ho mai sentito niente di peggio. Faresti meglio a
macinare quei panetti di hequeln, laggiù, già che li hai tolti
dal frigorifero. In questo, almeno, posso dire che sei bravo.
Quel pomeriggio, dopo aver portato nel magazzino il
piccolo hover che galleggiava a un braccio d'altezza dal
suolo, Desvendapur e Ulunegjeprok provvidero a caricare
scatole e casse, mentre l'anziana Shemon teneva il conto di
ogni collo e controllava le etichette. Dal nervosismo e dalle
parole di lei era evidente che l'incarico di quel pomeriggio
non le piaceva affatto, e che s'augurava solo di fare la
consegna e tornare al più presto, nella speranza che Hamet e
Quovin riprendessero il lavoro prima della prossima volta.
Nella cabina dell'hover c'era a malapena posto per tre.
Mentre la femmina metteva in moto e partiva per il tunnel
ben illuminato, Desvendapur sistemò meglio gli scri!ber
nella borsa che s'era messa a tracolla. Ne aveva portati due,
nel caso che uno si guastasse.
— Perché hai insistito tanto che ti accompagnassimo in
due? — domandò Ulu alla compagna. A quelle parole
Desvendapur represse a fatica l'impulso di azzittirlo. —
Quelle creature sono così deboli che non riescono a scaricare
poche casse da soli?
— Gli umani qui presenti hanno lavori più importanti a cui
pensare. Sono scienziati e specialisti, non manovali. Ad ogni
modo, l'accordo prevede che certi lavori siano svolti da noi.
— Shemon li guardò. — Perché? Vi è già passata la voglia
di venire?
Desvendapur osava a stento respirare. Ulu ebbe un gesto
di negazione di primo livello. — No, solo me lo stavo
chiedendo.
Alla fine del tunnel c'era un posto di guardia. Qui i tre
furono fatti proseguire con un gesto, senza nessun controllo,
dato che il veicolo e il suo contenuto erano ben noti. L'hover
ripartì per un corridoio dove la temperatura era più bassa di
diversi gradi, ma Desvendapur, che si guardava attorno alla
ricerca di qualcosa di diverso o di un alieno, non vide niente.
L'altezza delle porte era maggiore, questo sì, ma per il resto
quella avrebbe potuto essere una sezione del settore thranx.
Poco più avanti entrarono in un magazzino non diverso da
quello da cui erano partiti. Shemon arrestò il veicolo accanto
a un pianale e scese. Desvendapur e Ulunegjeprok le tennero
dietro e cominciarono a scaricare, disponendo i colli dove
ordinava la femmina.
A parte alcuni robot pulitori di un modello alquanto
costoso, che nelle cucine nessuno avrebbe mai usato, il
magazzino e il corridoio esterno continuavano a restare vuoti
e silenziosi. Desvendapur cercò di non innervosirsi.
Dov'erano questi umani? Dov'erano gli alieni per conoscere i
quali lui aveva sacrificato la sua carriera, più di un anno di
vita, e la vita di una thranx innocente? Incapace di
sopportare quell'incertezza, si decise a domandarlo.
— E chi lo sa? — Shemon fece un secco gesto
d'indifferenza di quinto livello. Era chiaro che l'assenza degli
umani poteva solo renderla felice. — Saranno dove gli pare,
e meglio così. Non c'è bisogno che vengano qui a disturbarci.
— Ma non controllano la consegna? Non ci tengono ad
accertarsi che ci sia tutto quello che hanno richiesto? —
Desvendapur lavorava il più lentamente possibile, cercando
di non dare l'impressione di voler prolungare la loro
permanenza lì.
— E perché dovrebbero? Un decagiorno fa hanno fatto
l'ordinazione, e gli è stata data conferma che la nota era stata
approvata. Se ci fossero stati dei cambiamenti, il nostro
dipartimento li avrebbe già informati. — Il sollievo di
Shemon era palpabile. — Mi è stato detto che a quest'ora del
pomeriggio sono spesso impegnati altrove. Per fortuna,
perché non desidero trattare personalmente con loro.
Questo era invece proprio ciò che Desvendapur voleva:
trattare personalmente con gli umani. A dispetto dei suoi
sforzi, lo scarico delle vivande procedeva. Di quel passo,
avrebbero finito in mezza tempofase. Inventò e scartò
dozzine di espedienti. Poteva fingere di farsi male a un
piede, ma poi Shemon e Ulu avrebbero insistito per portarlo
nell'infermeria del settore thranx. Poteva uscire dal
magazzino con una scusa, o anche senza dare spiegazioni,
ma quelle poche tempofasi d'indipendenza avrebbero causato
senza dubbio la sua espulsione dall'alveare di Geswixt
azzerando ogni sua futura possibilità di conoscere gli alieni.
Non c'era niente da fare. Il tempo scorreva
inesorabilmente, e le sue speranze si stavano riducendo a un
sottile rivoletto sul punto di prosciugarsi. Il suo addome si
contrasse per il nervosismo. Ci mancava anche quella.
Avrebbe fatto meglio a svuotarsi prima di venire lì.
E nella sua mente si accese il lampo di un'idea. Non la
migliore, forse, ma per il momento non ne aveva altre. Aiutò
Ulu a scaricare una cassa lunga il doppio del suo corpo, e poi
si rivolse a Shemon. — Devo svuotarmi. Tu sai dove...?
La femmina non distolse neppure lo sguardo dalla lista
elettronica da cui depennava una voce dopo l'altra. Alzò una
veramano e una manopiede. — Laggiù in fondo. La seconda
porta. Non sai leggere?
Desvendapur guardò la porta indicata. — Certo che so
leggere, ma quello è un gabinetto per gli umani.
— È un gabinetto birazziale, così dice il manuale
d'istruzioni. Ma voialtri avete solo i manuali per le nostre
cucine, suppongo, così la tua ignoranza è scusabile. Fai in
fretta, che non abbiamo tempo da perdere — aggiunse, con
una nota di disagio nella voce. — Voglio andarmene da qui
al più presto.
Lui fece un distratto gesto d'assenso e s'avviò in quella
direzione, su tutte e sei le gambe. La porta scivolò di lato
appena la spinse, e subito il thranx si trovò dinanzi uno
schieramento di attrezzature così complesse da far pensare
che quello fosse l'interno di un'astronave, anche se le loro
funzioni erano molto più terra terra, in ogni senso.
Oltre a un moderno ma familiare pulitore sonico, e alle
fessure dei cessi nel pavimento, c'erano degli scomparti che
ospitavano quelli che sembravano sedili con l'interno cavo,
collegati al muro da un tubo. In un'altra occasione gli
sarebbe piaciuto ispezionarne uno più da vicino, ma adesso
era lì per incontrare gli alieni, non i loro gabinetti. In fretta
esplorò il locale alla ricerca di un'altra uscita, e non ne trovò
nessuna.
Non volendo cedere così presto e tornare al lavoro, aprì la
porta che dava sul magazzino e sbirciò i colleghi, cercando
di non farsi vedere. Shemon s'era chinata sull'etichetta di una
scatola, e Ulu stava cercando di cavarsela da solo con una
cassa di cubetti di griekk. Pochi momenti dopo i due
girarono sul retro del veicolo, e subito lui ne approfittò per
uscire dai gabinetti. A passi svelti si avviò verso destra, dove
c'erano altre cinque o sei porte. Con grande frustrazione
scoprì che la prima non si apriva. Dovette tentarne
freneticamente altre quattro prima di trovarne una la cui
maniglia cedesse.
Entrò in fretta, chiuse la porta alle sue spalle, e imprecò
fra sé, sperando che i colleghi non lo avessero visto. La
porta, comunque, era di disegno umano, ovvero un tantino
più stretta e alta una volta e mezzo più delle comuni porte
thranx. In fondo alla stanza c'era una rampa di scale che
spariva verso l'alto. Mentre avanzava con decisione lui notò
un certo numero di artefatti alieni: interruttori della luce a
contatto invece che a fotocellula, una ringhiera un po' troppo
alta per un thranx e fornita di un passamano non laterale
bensì superiore, e liscio — evidentemente fatto per
l'appoggio di mani carnose — e un pannello murale
trasparente dentro cui c'era roba elettronica non
identificabile. Benché la rampa fosse di scalini, invece che
un piano inclinato antiscivolo, i suoi piedi ansiosi la salirono
senza alcuna difficoltà.
Si trovò davanti un'altra porta, più larga e metallica. A lato
c'era un pannello con dei comandi sconosciuti. Toccando
quello sbagliato, o facendo la cosa sbagliata, avrebbe potuto
far scattare un allarme, ma a quel punto non gli importava.
Anche se quello fosse stato il solo risultato della sua
intrusione, c'era il caso che a rispondere all'allarme fossero
gli alieni. Senza esitare lui premette con due dita della
veramano sinistra i due pulsanti verdi. Dai suoi studi, sapeva
che gli umani davano al colore verde lo stesso significato dei
thranx.
Il battente si spostò all'interno con un ronzio elettrico, e
senza esitare un momento Desvendapur s'infilò nell'apertura
non appena questa fu abbastanza larga per il suo addome.
Più oltre c'era una tenda in larghe strisce di gomma, e lui
attraversò anche questa. Soltanto allora si fermò, colpito sia
fisicamente che mentalmente da un freddo improvviso. Era
all'esterno. In superficie.
I suoi piedi affondavano in uno spesso strato di rilth, e un
gelo incredibile gli risaliva su per le gambe, pungente come
il fuoco. Lo shock fu amplificato dal fatto che non indossava
un abito protettivo ma solo un paio di borse a tracolla.
Nell'alveare sottostante non c'era bisogno di protezioni,
anche se aveva notato una temperatura inferiore nei locali
frequentati dagli umani. Guardandosi attorno vide dovunque
un biancore uniforme. Il biancore della rilth che stava
cadendo dal cielo.
Si voltò e fece un passo verso la porta. Il freddo intenso gli
intorpidiva già i nervi, tanto che non si sentiva più le gambe.
Lo colpì il pensiero che nessuno sapeva che lui si trovava lì.
Shemon e Ulu non avrebbero cominciato a preoccuparsi per
la sua assenza prima di un decimo di tempofase almeno. E
poi sarebbero andati a cercarlo ai gabinetti o in corridoio.
Prima che qualcuno pensasse di cercarlo all'esterno lui
sarebbe morto, le spicole respiratorie paralizzate, gli arti duri
come pezzi di ghiaccio.
Cercò di fare un altro passo, ma nonostante tutte e sei le
gambe poggiate al suolo non ci riuscì, e vacillò. La rilth
cadeva sul suo corpo dal cielo grigio, ogni fiocco simile a
una puntura lieve, congelandosi appena toccava la chitina.
Sto per morire qui pensò. L'ironia della cosa era incredibile.
La sua morte avrebbe fornito un'ottima ispirazione a un suo
collega, se mai un suo collega avesse saputo che lui stava
cercando lì fuori una ragione di vita. D'altra parte, quant'era
romantico morire così per un poeta. No si corresse, per uno
stupido assistente preparatore di cibo, che ha sbagliato
porta mentre cercava il cesso. Anche i suoi motivi sarebbero
stati misconosciuti.
— Ehi, laggiù! Tutto bene?
Desvendapur scoprì che poteva ancora girare la testa,
anche se lo sforzo gli fece dolere i muscoli del collo. Quel
richiamo proveniva da una figura alta un buon terzo più di
lui... un bipede, un umano.
Dai suoi studi, Desvendapur sapeva che gli umani non
andavano mai in giro senza indumenti, anche all'interno dei
locali ben riscaldati. Questo indossava una tuta grigia in un
solo pezzo che lo copriva dal collo alle caviglie, e aveva i
piedi infilati in corti stivali grigi di qualche materiale
sintetico. Sorprendentemente, la sua testa e le mani erano
scoperte, esposte alla rilth che cadeva. Benché i suoi non
sembrassero indumenti autoriscaldanti, si muoveva con
grande naturalezza sullo spesso tappeto bianco.
Sebbene quella fosse una situazione assai lontana dalle
circostanze in cui aveva immaginato di usare le sue prime
frasi in lingua umana, accuratamente memorizzate, lui non
esitò a rispondere. Le parole gli uscirono un po' a fatica, e
s'augurò che non fossero incomprensibili per gli orecchi
alieni di un mammifero.
Evidentemente l'udito dell'umano era sensibile quanto
quello thranx, perché subito l'altro si affrettò verso di lui. Era
stupefacente il modo in cui alzava prima una gamba e poi
l'altra, spingendosi avanti col piede rimasto a contatto col
suolo. Come facesse a restare dritto nei lunghi momenti in
cui si equilibrava su una sola gamba, senza neppure il
bilanciamento della coda come gli AAnn o i Quillp, era una
cosa che bisognava vederla per crederci.
— Cosa stai facendo qui fuori? — gli fu domandato. Da
vicino, anche nella fresca aria montana, l'odore del bipede
era sopraffacente. Desvendapur piegò le antenne all'indietro.
Quel gesto, fatto di fronte a un thranx, sarebbe stato un grave
insulto, ma l'umano non ne conosceva il significato oppure
non ci fece caso. — A voi thranx la neve non piace.
— A te... — Desvendapur continuava a esitare sulle
parole, anche se appariva chiaro che l'umano lo capiva. — A
te piace?
— Oggi non fa un gran freddo, e poi sono ben coperto. —
Con una morbida mano carnosa, fornita di cinque dita
flessibili, l'umano cominciò a spazzare via la neve
accumulata sulla testa e sul torace del thranx.
— Ma la tua testa, e le mani... sono esposte.
La bocca dell'alieno aveva soltanto due parti mobili,
invece di quattro, e quando si aprirono rivelarono denti
bianchi come la rilth. Desvendapur non aveva denti, ma
sapeva cos'erano. Si sforzò di ricordare ciò che aveva letto
sull'espressività facciale degli umani. Pur se quei bipedi
potevano usare le braccia e gesticolare in abbondanza, per
comunicare le emozioni preferivano usare le loro facce,
oscenamente flessibili. In questa singolare capacità erano
perfino superiori agli AAnn, che avevano anch'essi una
faccia flessibile ma per via della natura scagliosa della loro
pelle assai più rigida e limitata.
Mentre l'umano continuava a spazzare via la rilth dal
corpo di Desvendapur, con mani apparentemente insensibili
al pericoloso gelo, lui si meravigliava alla vista di quella
carne scoperta. Perché mai quella moscia roba rosea non si
staccava via dallo scheletro interno era un'altra delle
meraviglie della natura. Non c'era niente a proteggerla, né
esoscheletro né scaglie, e neppure una pelliccia, a parte
quella che copriva il cranio. Quell'essere era privo di
protezioni naturali, nudo come i muscoli che s'indovinavano
sotto la pelle. Il poeta rabbrividì, e non solo di freddo. Qui
c'era materia per i suoi incubi... e per la sua ispirazione,
anche. Gli animali potevano avere un aspetto così assurdo,
ma gli esseri intelligenti? Era difficile credere a ciò che i
suoi occhi gli mostravano.
— Sarà meglio che io porti dentro. Reggiti a me.
Se Desvendapur s'era meravigliato della capacità
dell'umano (li deambulare su due sole gambe senza cadere,
fu addirittura sbalordito quando l'altro si piegò in avanti, gli
passò le mani sotto l'addome e lo sollevò di peso. Lui si sentì
staccare dal suolo; il freddo letale abbandonò i suoi piedi, e il
calore dell'umano lo raggiunse anche attraverso quell'abito
protettivo. Che il bipede riuscisse a camminare anche
appesantito dal suo corpo senza piombare subito a terra era
davvero sorprendente.
E non solo non crollò e non perse l'equilibrio, ma portò
Desvendapur oltre la tenda di gomma in pochi momenti.
L'aria calda lo avvolse come una coperta, la paralisi
cominciò a recedere, e la sensibilità accennò subito a fare
ritorno nelle sue membra.
— Ce la fai a stare in piedi? — Sì, credo di sì.
Una volta oltrepassata la porta metallica l'umano lo portò
fino in fondo alle scale e lo mise giù, ma sempre tenendogli
un braccio attorno al torace. Nonostante l'assenza di
esoscheletro" le sue dita erano notevolmente forti. La
sensazione che davano al tatto era qualcosa che nessun libro
o filmato poteva comunicare.
— Grazie. — Lui guardò negli occhi a lente-singola
dell'umano, cercando di vedere i pensieri dietro di essi.
— Ma cosa diavolo eri andato a fare, là fuori? Se io non
fossi capitato là per caso, te la saresti vista brutta.
— Non me la sarei vista brutta. Sarei morto. Ho intenzione
di comporre un'ode in rima baciata su questa esperienza. La
sensazione paralizzante del freddo può ispirarmi dei versi di
buona qualità.
— Oh, tu sei un poeta? — Con gesto automatico l'umano
consultò un terminale che portava allacciato al polso.
Desvendapur aveva stabilito che si trattava di un maschio,
data la presenza di certe caratteristiche sessuali e l'assenza di
altre, benché l'ingombrante abito protettivo gli rendesse
difficile esserne del tutto sicuro.
— No — si affrettò a correggerlo lui. — Io sono un
assistente preparatore di cibo. Compongo poesie per hobby,
niente di più. — E per cambiare argomento aggiunse: — Se
tu hai mangiato alimenti di produzione thranx, sicuramente
io ho lavorato alla loro preparazione iniziale.
— Puoi scommetterci che li ho mangiati. Noi ci nutriamo
con quello che ci fornite. Sarebbe impossibile importare
abbastanza generi alimentari da isolarci, almeno in senso
culinario. La frutta e la verdura di Willow-Wane, i cereali e
il resto sono ottimi. Migliori della roba concentrata e re-
idratata che potremmo produrre noi. Tu come ti chiami?
— Desvenbapur — rispose lui, e fischiò divertito quando
l'umano fece una comica ma passabile imitazione dei
clicchettìi e dei sibili che componevano il suo nome. — E
tu?
— Niles Hendriksen. Faccio parte della squadra di tecnici
che lavora con la tua gente per allargare la nostra
installazione qui.
Allargare pensò Desvendapur. Dunque la presenza umana
su Willow-Wane era più consistente di una piccola stazione
scientifica. Tuttavia questo non ne faceva ancora una
colonia. Aveva bisogno di saperne di più. Ma come?
L'umano stava già mostrando segni d'impazienza. Voleva
tornare a ciò che stava facendo prima, c'era da supporre.
Inoltre sulla sua faccia erano comparse goccioline di
essudazione. Benché la zona dei magazzini fosse fresca, dal
punto di vista thranx, per lui quel calore e quell'umidità
dovevano essere alquanto sgradevoli.
— Mi piacerebbe rivederti, Niles. Per fare due
chiacchiere.
Il sorriso dell'umano non fu tanto pronunciato, stavolta. —
Tu sai che non è permesso, Desvenbapur. Solo stando qui a
parlare così, tu e io stiamo già infrangendo un paio di pagine
di regole e di limitazioni. Ma dannazione, non potevo certo
lasciarti congelare a morte là fuori. — Camminò all'indietro
verso la scala, sempre senza perdere l'equilibrio. — Forse ci
rivedremo. Perché non chiedi di venire a fare il tuo lavoro
nel nostro settore?
— Esiste un lavoro di questo genere? — Desvendapur non
osava sperarlo.
— Credo di sì. Ci sono sempre un paio di thranx che
lavorano col nostro personale, qui in cucina. Ma devono
essere maestri preparatori, non semplici assistenti. Però, ora
che allarghiamo l'installazione, forse loro potrebbero
prendere un aiutante di grado inferiore. — E detto questo
l'umano risalì per la scala, uscì dalla porla e la chiuse dietro
di sé.
Con la testa ribollente di pensieri, Desvendapur tornò nel
magazzino dove avevano scaricato i viveri. Ulu e Shemon
avevano finito da un pezzo il lavoro, e lo stavano aspettando
con aria alquanto irritata.
— Dove sei stato? — lo aggredì subito l'anziana femmina.
— Te l'ho detto. Avevo bisogno di svuotarmi — rispose
Desvendapur, fronteggiando il suo sguardo con le antenne
dritte in segno di sfida.
— Stai mentendo. Ulunegjeprok è venuto a cercarti nei
gabinetti, e tu non c'eri.
— Ho avuto una convulsione digestiva, così ho pensato
che quattro passi potevano farmi bene, e sono uscito.
Lei rifiutò di crederci. Le sue antenne piegate in avanti
erano l'immagine stessa del sospetto. — Quale posto
migliore per alleviare una convulsione digestiva che i
gabinetti? Perché non sei rimasto là dentro?
— Ero un po' confuso. Mi spiace avervi dato delle
preoccupazioni.
Ulunegjeprok si fece avanti e parlò in difesa del suo
compagno di lavoro. — Non c'è bisogno di tormentarlo così.
Guarda i suoi occhi. Non vedi che sta poco bene? — E
poggiò fraternamente una mano sul torace di Desvendapur.
Quest'ultimo fece un passo indietro. L'amico ebbe un gesto
di sorpresa, e lui s'affrettò a inventare una spiegazione. —
Scusami, Ulu. Non è niente di personale, ma in questo
momento non voglio essere toccato. Ho paura che mi si
sconvolgano le viscere, e voglio evitare ogni stimolo. — La
vera ragione era che dopo quell'avventura in superficie la sua
chitina era ancora fredda, fenomeno questo che non sarebbe
stato facile giustificare.
— Sì, lo vedo. — Il collega ebbe un gesto preoccupato. —
Dovresti metterti a rapporto all'infermeria, al nostro ritorno.
— È quel che intendo fare — rispose Desvendapur,
sollevato. Durante il viaggio nel tunnel i tre non parlarono
quasi.
Desvendapur si tenne sulle sue, fisicamente e verbalmente.
Convinti che non si sentisse bene, sia Ulu che l'ancora
irritata Shemon evitarono di disturbare il suo silenzio.
Una volta tornati nel settore thranx Desvendapur si
accomiatò dai colleghi, ma invece di andare subito
all'infermeria passò dalle cucine, a quell'ora deserte. Qui
cercò nei frigoriferi delle radici di himek andate a male e
delle foglie gelatinose di coprul quasi marce, con cui si
preparò una rapida cena. Mezza tempofase più tardi era in
grado di presentarsi ai medici del settore con un genuino
attacco di colite spastica, per la quale fu premurosamente
curato.
Il giorno dopo si sentiva già molto meglio. Sul lavoro non
vedeva l'ora di finire il turno, e quella sera, ritiratosi nel suo
cubicolo, poggiò un flacone di !eld di buona marca sul suo
tavolo, abbassò le luci, accese lo scri!ber e in quel silenzio
intimo si preparò a comporre versi. Ma successe una cosa
inaspettata.
Non successe niente.
Quando si sforzava di trovare le parole e le sonorità per
descrivere il suo incontro con l'umano, a cui aveva pensato e
ripensato, non si manifestava nulla di veramente creativo.
Oh, nella mente aveva frasi e rime a sua disposizione, un
oceano di componenti in attesa solo dell'ispirazione per
essere assemblati e prendere vita insieme. A questo modo
Desvendapur buttò giù quartine e sonetti... e li scartò. Nel
tentativo d'imitare gli effetti della voce umana usando
termini thranx costruì un edificio di rauchi ticchettii... e
cancellò tutto.
Cosa c'era di sbagliato? Le parole danzavano, i suoni le
rendevano eleganti... ma qualcosa mancava. Le rime erano
belle, ma prive di fuoco. Tutto gli era accaduto così in fretta
che lui aveva avuto appena modo di reagire, mentre quel che
gli serviva era il tempo di assorbire, di studiare, di
contemplare. Troppo concentrato sulla sopravvivenza, non
s'era aperto all'ispirazione.
L'unica cosa da farsi, l'unica soluzione, era ovvia: ancora
input. Gli occorreva dell'altro e di più. Più contatti, più
conversazione, più dramma. Materiale di vera vita, non di
ciò che minacciava la vita. Ripensò alle parole dell'umano
Niles. Ma come poteva fare domanda per un posto di lavoro
nel settore umano, senza neanche sapere se quel posto di
lavoro esisteva? O se esisteva, come poteva proporsi per
quell'incarico senza rivelare come e da chi aveva avuto
l'informazione?
Doveva trovare uno stratagemma. Lui era svelto a
inventare le cose. Non aveva ispirazione poetica, forse. Non
ancora. Ma non c'era bisogno d'essere poetico per quel che
doveva fare. Bastava essere astuto.
Chissà se l'umano aveva parlato di quell'incontro coi suoi
colleghi, o coi superiori? E se l'aveva fatto, sarebbe giunta
voce di quel contatto non autorizzato alle autorità thranx che
amministravano la loro metà dell'installazione? Desvendapur
attese alcuni giorni prima di convincersi che l'umano aveva
tenuto per sé i particolari del salvataggio e dell'incontro. O
questo, oppure i suoi compagni non giudicavano il fatto
degno d'essere menzionato ai loro ospiti. Solo quando
cominciò a sentirsi confortato dall'idea che la notizia
dell'infrazione non s'era sparsa, lui osò giocare le sue carte.

— Questo non lo capisco — disse Rulag. La direttrice


delle cucine rilesse ciò che era apparso sul suo schermo. —
Qui dice che tu devi metterti a rapporto nel settore umano
domattina all'alba. Sei stato assegnato là in servizio
permanente.
Desvendapur riuscì a non lasciar esplodere la sua
eccitazione. Questo era ciò che stava aspettando. — Negli
ultimi decagiorni ho l'atto più volte domanda per essere
assegnato alla preparazione del cibo nel settore umano, nella
speranza che loro incrementassero la loro presenza numerica.
— Sapevi benissimo che la stavano incrementando, anche
se con cautela e senza fretta. Ma non è questo che mi
stupisce. — Con due dita la femmina indicò un angolo dello
schermo che Desvendapur dalla sua posizione non vedeva.
— Qui dice che devi portare con te tutte le tue cose.
Evidentemente non andrai soltanto a lavorare nel settore
umano, ma risiederai là. — Lo guardò. — A quanto ne so io,
i thranx che lavorano coi bipedi hanno l'alloggio qui, a
Geswixt.
Lui si agitò nervosamente sui quattro piedi. — È ovvio
che c'è stato un cambiamento di politica. O forse hanno dato
inizio a qualche nuovo esperimento.
L'interesse con cui Rulag lo studiò era genuino. — E
questo non ti preoccupa? Sei pronto ad andare a vivere fra
gli umani?
— Ci saranno anche altri della nostra razza — disse
fiduciosamente lui. — Io non sono certo l'unico assegnato là.
Gli umani non si accontenterebbero di un semplice assistente
preparatore di cibo, al lavoro nelle loro cucine.
— No, devono esserci altri, hai ragione, in questo. Nella
nostra sezione sei stato scelto solo tu, ma ho parlato con altri
supervisori di nono grado. Sono stati accettati altri thranx,
uno dalla meteorologia, uno dalla sezione ingegneria... sì,
avrai compagnia. — Rulag ebbe un brusco gesto negativo.
— Io non avrei mai fatto domanda per lavorare con gli
alieni.
— Forse non hai la mente abbastanza aperta, o manchi di
spirito d'avventura — replicò pacatamente Desvendapur.
Non era una critica.
— Ho la mente aperta, invece. Ma solo per quanto
riguarda la preparazione del cibo. — La femmina si alzò
dalla scrivania e piegò le antenne verso di lui. — Mi
mancherai, Desvenbapur. Non su basi personali, ma nel
lavoro di cucina. Sei un bravo thranx. In realtà, non ho mai
visto qualcuno più entusiasta di te in un lavoro così prosaico.
Mi viene il sospetto che tu avresti potuto qualificarti per
incarichi più importanti.
— Come hai detto tu, mi piace lavorare — rispose
evasivamente lui, rifiutando l'esca dei complimenti. — Hai
detto domani all'alba?
— Sì. — Rulag si volse. — Presentati all'hangar numero
sei. Mi hanno detto che ci sono altri tre che partono alla
stessa ora, così nel tuo primo incontro con gli umani non
sarai solo.
Lui aveva già avuto il primo incontro, ma quello era e
sarebbe sempre rimasto un fatto riservato. — Non ho molte
cose da portare con me.
— Già, da quanto mi è stato detto tu non sei uno che
accumula. Date le circostanze, suppongo che sia meglio così.
Addio, Desvenbapur. Ti auguro d'essere sereno fra quegli
esseri, o almeno non troppo spaventato.
Rulag non avrebbe capito se lui avesse detto che sperava
d'essere spaventato... e inoltre sbigottito, sopraffatto,
terrorizzato, sconvolto e comunque soggetto a ogni altra
possibile forte emozione. Era soltanto da quelle esperienze
estreme che l'arte poteva nascere. Ma non poteva dirle
questo. Non poteva dirlo a nessuno. Le uniche emozioni che
l'assistente preparatore di cibo Desvenbapur poteva
conoscere erano quelle dei contatti intimi con la verdura.
8

Desvendapur fu il primo dei quattro avventurosi a


presentarsi nell'hangar, la mattina dopo. Gli altri
sopraggiunsero poco più tardi. Fra loro c'erano un
meteorologo e un anziano ingegnere strutturale. L'altro
membro del gruppetto era una giovane femmina addetta ai
lavori sanitari, che si presentò col dolce nome di
Jhywinhuran. Costringendosi a ignorare l'interessante
conversazione dei due studiosi, lui gravitò verso l'unica
persona con cui si supponeva che un preparatore di cibo
potesse legare.
Gli sarebbe piaciuto assai di più discutere la loro
situazione e le eventuali prospettive coi due esperti
qualificati, ma quello era proprio il genere di passo falso che
avrebbe messo a repentaglio la sua nuova identità, così
faticosamente costruita. Quel sacrificio non lo deluse però a
lungo. Jhywinhuran risultò essere una persona amabile,
molto più attraente dei due maschi, e di un grado all'incirca
uguale al suo. A Desvendapur non occorse certo uno sforzo
per mettersi a sedere accanto a lei, quando salirono sul
cingolato.
— Tutto questo è così eccitante! — esclamò Jhywinhuran,
con gli occhi colmi di riflessi. Lui notò che quelle
sfaccettature dorate avevano una banda orizzontale rossa,
che dava al suo sguardo una delicata luce porporina. — Fin
da quando il governo ha scoperto l'esistenza dei bipedi, ho
sempre sognato di lavorare a contatto con loro. Ecco perché
ho chiesto di venire a Geswixt. Ma non avrei mai sperato di
avere l'opportunità di abitare proprio insieme a loro.
— Perché?
La femmina fece un gesto d'incertezza. — Perché cosa?
— Perché vuoi lavorare e vivere con loro? — Il veicolo si
mosse a marcia indietro, fece manovra e partì lungo il tunnel
che lui aveva già percorso.
— Mi sono sempre piaciute le cose nuove — rispose lei.
— Tutte le novità. Quando ho saputo di questa occasione, mi
è parsa la novità più interessante che potesse esserci.
Lui annuì, voltandosi a guardare il tunnel davanti a loro.
— Tu parli proprio come un artista.
— Be', no. — Jhywinhuran sembrò sbalordita da quel
paragone. — Per essere un artista occorre un'immaginazione
costruttiva. La mia è puramente deduttiva. Io non sono
affatto portata alle discipline estetiche. Ma in compenso sono
molto brava nel mio lavoro.
— Ne sono sicuro — disse lui. — In caso contrario, non
saresti stata scelta per questo incarico.
— Lo so. — Nella voce di lei ci fu una stridula nota
d'orgoglio. — Io sono fiera delle mie capacità, anche se ho
una posizione piuttosto bassa.
— Non poi tanto bassa — la blandì lui. — La mia è più
bassa della tua. Ma si può dire che entrambi lavoriamo nello
stesso campo: la biologia. Solo che io lavoro a un'estremità,
e tu a quella opposta.
Per mimare una modestia teatrale, Desvendapur dovette
ricorrere a un paio di sibili in Alto Thranx, e a lei occorse
qualche momento per capirli, ma poi fece un gesto di
divertimento di quinto grado e fischiò una risata. Come già
altre volte lui s'accorse che avrebbe dovuto stare più attento a
non rivelare la sua cultura. I semplici preparatori di cibo non
usavano spesso l'Alto Thranx, che conteneva sfumature e
sottigliezze alla portata dei più eruditi.
Il viaggio nel tunnel gli sembrò interminabile, molto più
lungo di quello della precedente visita. Quando domandò
dove stavano andando al conducente del veicolo, questi
seppe solo rispondergli che li portava all'Hangar Otto. Quel
che loro avrebbero dovuto fare dopo l'arrivo a destinazione,
lui non lo sapeva e non erano affari suoi.
Dopo aver oltrepassato due porte automatiche, il cingolato
si fermò in un hangar che Desvendapur non ricordava di
avere mai visto. Tutte le installazioni thranx erano pulite, ma
quella scintillava come se venisse ripulita a ogni tempofase.
C'era un notevole spiegamento di apparecchiature e di
personale della Sicurezza. I quattro passeggeri furono fatti
scendere dal veicolo, e sia i loro corpi che i loro bagagli
furono perquisiti, analizzati e scandagliati da tecnici che
prestarono la stessa attenzione ai due studiosi e ai due
semplici lavoratori. Desvendapur si sarebbe seccato di tutti
quegli esami, se non avesse notato che Jhywinhuran era
ancor più nervosa. Che anche lei si fosse costruita una falsa
identità?
No, questo era assurdo, si disse. Come al solito, doveva
controllare i suoi sospetti paranoici. Loro quattro avrebbero
lavorato a stretto contatto con gli umani. Era naturale che
fossero esaminati con molta meticolosità.
Tuttavia quelle procedure gli parvero eccessive.
Dopotutto, lui aveva avuto un contatto fisico con uno di quei
bipedi senza alcuna precauzione, e non gli risultava che ci
fossero state conseguenze per lui né per l'umano. Gli
alimenti destinati agli alieni non venivano sterilizzati, e
dunque non si conoscevano virus trasmissibili fra le due
razze. Ma lì c'era un regolamento da applicare.
Aveva previsto che quell'ispezione sarebbe durata al
massimo mezza tempofase. Invece occupò ben tre giorni,
durante i quali i quattro furono isolati non soltanto dagli
umani ma da tutti i thranx salvo quelli che li stavano
esaminando. Il mattino del quarto giorno, stanchi e di
malumore, si videro accompagnati a bordo di un grosso
veicolo, montato su una rotaia a repulsione magnetica.
Questo significava un viaggio ad alta velocità, e per una
destinazione molto più lontana di quanto si fossero aspettati.
Desvendapur chiese una spiegazione a un'ufficialessa che
camminava accanto a lui. Era una militare, con due cerchi e
due ondulazioni tatuate sulla chitina della spalla destra. —
Perché un trasporto veloce? Dove stiamo andando? — le
domandò. — Il settore umano è qui vicino, nel nord della
vallata.
— Quello è il settore di Geswixt — rispose l'ufficialessa.
— Ma voi quattro non siete stati assegnati a Geswixt. Siete
diretti alla sede del progetto.
— Il progetto! — Jhywinhuran, che aveva affiancato
Desvendapur, la guardò sbalordita. — Ma il progetto ha sede
su Hivehom. Questo non ci era stato detto!
— Suppongo che ora non ci sia più motivo di mantenere il
segreto. Ad ogni modo, non parlatene con nessuno —
rispose l'altra.
— Vi invidio, sapete? Avrete la possibilità di conoscere il
famoso supervisore del primo contatto, l'Eint Ryozenzuzex.
E un onore.
— Io non sono mai stato su altri pianeti. — Desvendapur
era stordito e non sapeva più cosa pensare. Un viaggio nello
spazio... superare la terribile distanza fra le stelle, che
esperienza! Di certo questo gli avrebbe fornito lo spunto per
comporre qualcosa. Per non parlare della possibilità di
incontrare il personale del progetto originale, i thranx che
avevano avuto il primo contatto con gli umani.
— Neppure io — disse l'ufficialessa con un gesto enfatico,
mentre la porta del veicolo si apriva davanti a loro. — E non
è probabile che ci vada mai. Ma sono felice di lavorare qui e
contribuire alla comprensione interrazziale.
— Quanti umani hai conosciuto, tu? — le domandò
Desvendapur.
— Hai degli amici fra loro?
— Nessuno — rispose lei, fermandosi a lato della porta
per lasciarli salire a bordo. Alzò le quattro braccia in segno
di saluto. — Io faccio parte della Sicurezza. Il nostro
compito è tenere i curiosi alla larga dagli umani, non di
interagire con loro. Ma c'è la soddisfazione di contribuire.
Buon viaggio a tutti voi.
Un senso d'aspettativa addolcì le speranze di Desvendapur,
che andò a sedersi soddisfatto nel più vicino posto libero.
Quasi subito il veicolo cominciò a scivolare avanti sulla
rotaia e accelerò verso la sua ignota destinazione. No, non
più ignota, si disse lui. Dovevano esserci dei posti prenotati
per loro a bordo di un'astronave, e una scialuppa li avrebbe
portati in orbita. La loro destinazione finale era dunque
Hivehom, mondo natale dei thranx e sede del progetto.
Per uno che si sarebbe accontentato di vedere qualche
umano nei dintorni di casa sua, le cose si stavano evolvendo
in modo davvero inaspettato.
La stazione a cui scesero era priva di contrassegni, né c'era
gente a cui potessero domandare che località fosse quella. Da
vari indizi però s'intuiva che si trattava di una zona militare,
dove non transitavano passeggeri e merci. Quel che videro
mentre si avviavano all'uscita sembrò confermarlo.
Tutto stava andando così liscio che Desvendapur fu colto
di sorpresa quando il processore dall'altra parte della
ringhiera alzò gli occhi dal suo schermo e dichiarò, con
severa fermezza: — Desvenbapur? In questo file non c'è
nessun Desvenbapur.
Il poeta si sentì gelare più di quand'era rimasto
inavvertitamente sotto la neve, fuori dall'alveare di Geswixt.
La nuova identità alla quale aveva lavorato così a lungo e
duramente gli evaporò fra le mani come uno sbuffo di
pleorinx, e lui si sentì messo allo scoperto insieme al suo
inganno dinanzi agli occhi di tutti. Ma no, nessuno stava
guardando nella sua direzione. Nessuno lo accusava di
niente. Non ancora.
— Dev'esserci un errore. Io ho fatto domanda, e sono stato
accettato. Finora nessun controllore ha mai fatto difficoltà.
— Desvendapur si sforzò di non far tremare le antenne,
deciso a nascondere la paura che dilagava dentro di lui.
Il processore non ne fu impressionato. Era molto anziano,
con la chitina chiazzata di sfumature porpora, ma quantomai
vigile e in possesso delle sue facoltà. Senza distogliere lo
sguardo dallo schermo, replicò: — E per questo che ogni
struttura militare ha livelli di sicurezza multipli. Ciò che
passa abusivamente a un controllo, non sfugge al successivo.
Non c'era niente che Desvendapur potesse fare, fuorché
lasciare che le cose facessero il loro corso. Nel frattempo
Jhywinhuran, che aveva oltrepassato quel controllo prima di
lui, tornò indietro a vedere cosa lo stava trattenendo. Quando
Desvendapur glielo spiegò, lei si rivolse al processore con un
gesto d'ira di secondo livello.
— Che sciocchezze sono queste? I documenti del mio
collega sono in perfetto ordine. Lui è uno dei quattro
assegnati... anzi promossi a questo incarico.
— Non importa, Jhy — cercò di placarla lui a disagio,
guardandosi attorno. Attratti dalle loro voci, anche i due
studiosi che si trovavano pili verso l'uscita si voltarono da
quella parte. La sola cosa che Desvendapur voleva evitare
era proprio l'attenzione altrui. — Sono certo che risolveranno
questo piccolo malinteso.
Lei lo guardò con occhi lucidi come specchi. — Non
dovresti lasciare che ti trattino così, Des. Tu sei una persona
importante, ora. Tutti noi lo siamo. — E fronteggiò il
processore con fermezza. — Non hai alcun riguardo per la
nostra qualifica lavorativa.
L'anziano funzionario non fece una piega. — Le procedure
devono essere eseguite. In caso contrario non ci sarebbe un
alveare, ci sarebbe l'anarchia. Se costui non è nel file, allora
ci troviamo in presenza di un'irregolarità. E le irregolarità
devono essere risolte.
— Sono certo che questa lo sarà — disse il poeta, con
gesti che invitavano alla calma e alla pazienza. — Deve
trattarsi di un errore nei dati.
— Nessun errore. — Il processore era adamantino. — I
miei dati parlano chiaro. Nessun Desvenbapur è registrato in
questo elenco. — Allungò una veramano verso un telefono.
— Devo convocare un superiore... e la Sicurezza.
Mettersi a discutere con un paio di guerrieri dalle
mandibole possenti non lo avrebbe aiutato a ottenere prima
una cabina su un'astronave. Desvendapur lo sapeva. Poteva
soltanto stare lì e aspettare. Aspettare, ahimè, l'ineluttabile,
ovvero ciò che lui era riuscito a evitare per più di un anno.
— Non capisco! — Se Desvendapur era intimorito,
Jhywinhuran non nascondeva il suo stupore. — Un controllo
deve dare risultati chiari in ogni caso, anche se un thranx è
un semplice addetto alla cucina.
— Assistente preparatore di cibo — la corresse
automaticamente lui.
Il processore fece clicchettare seccamente le mandibole.
— La lista di questo file elenca un sintetizzatore di cibo. Un
rango molto pili ragguardevole del tuo.
— Non lo metto in dubbio — disse lui. — Ad ogni modo
io non sono un sintetizzatore di cibo. Io sono un semplice
assistente preparatore. Di ottavo grado. — Piegandosi in
avanti, cercò di guardare lo schermo. Non ci riuscì. L'altro
sfiorò una tastiera, e la schermata cambiò. Desvendapur
ricordò a se stesso di respirare.
— Ah. Ecco qui. — Il tono del processore non cambiò. —
Desvenbapur. Assistente preparatore, ottavo grado. Puoi
proseguire per il prossimo controllo.
— Tutto qui? — Lui non riuscì a reprimere un gesto
irritato. — Dopo tutti questi discorsi?
— Quali discorsi? — L'altro lo guardò senza capire. —
C'era un semplice errore nel file. Io ho fatto soltanto il mio
lavoro.
Desvendapur si disse che avrebbe fatto meglio ad accettare
cose del genere con un gesto divertito. La sua falsa identità
non era stata svelata, e solo questo contava. Seguì Jhy al
successivo punto di controllo della stazione, pronto ad
affrontare tutto ciò che sarebbe successo.
Non c'era bisogno che si fortificasse l'animo né che si
rassegnasse: ai controlli seguenti la sua identità trovò
altrettante conferme. I tre giorni di esami a cui era stato
sottoposto prima di arrivare lì davano i loro frutti.
La località in cui erano giunti risultò essere una base
militare collegata a un astroporto, e quella sera furono
ospitati negli alloggi ufficiali. Il mattino dopo sarebbero stati
portati in orbita, dove attendeva il trasporto spaziale
Zenruloim. Nessuno aveva ufficialmente detto loro che
stavano andando su Hivehom, ma non ce n'era bisogno:
quella era la sede del progetto.
Desvendapur cercò di prepararsi psicologicamente al
viaggio che lo attendeva. Il suo primo volo interstellare
meritava di certo almeno un sonetto. Poi ci sarebbe stato
l'arrivo su un altro pianeta, la patria ancestrale dei thranx. E
alla fine lui avrebbe conosciuto in modo intimo quegli strani
mammiferi bipedi chiamati umani. La camera che gli
avevano assegnato era comoda, ma quella notte lui non
dormì quasi.
Il mattino portò con sé delle sensazioni difficili da
definire. Desvendapur fu lieto di notare che i due studiosi,
lungi dall'essere intellettualmente al di sopra delle piccole
emozioni di una lavoratrice sanitaria e di un preparatore di
cibo, erano eccitati quanto loro.
Una lunga rampa d'accesso li portò a bordo della navetta.
Non vennero mai a contatto con l'aria aperta, ma questo era
del tutto naturale. Ben poche strutture di ogni alveare, oltre
ai parchi, erano in superficie. Il velivolo sub-orbitale era di
piccole dimensioni, lungo e basso. Un inserviente diede loro
brevi e concise istruzioni. Nessuno si presentò a salutarli. E
quasi prima di accorgersene, Desvendapur si trovò
schiacciato dall'accelerazione che li stava portando in orbita.
Via dal suo mondo. Sulla navetta non c'erano finestrini,
ma grazie alla consolle del suo sedile lui poté avere una
proiezione tridimensionale del panorama esterno, a
trecentosessanta gradi. Poté vedere Willow-Wane che
s'allontanava sotto di loro, e il firmamento pieno di stelle e di
mondi e di altre razze — primitive ed evolute, conosciute e
sconosciute — avvicinarsi di un tantino. Dentro di lui
l'ispirazione nasceva e cresceva, ma senza ribollire. Questo
sarebbe avvenuto più tardi, coi contatti ravvicinati. Quando
avrebbe avuto intomo a sé quei bipedi alieni, gli umani che
vivevano nelle loro strutture e con le loro usanze, allora il
fiume dell'illuminazione avrebbe lavato via dalla sua mente
l'eredità della classica, scontata, stantia tecnica poetica
thranx.
Lui aveva studiato duramente fin da giovane, dedicando la
sua vita proprio a questo. Aveva studiato ciò che era
possibile studiare, e cercato ogni notizia disponibile sugli
umani. Sapeva come vivevano, ma questo non era come
vivere fra loro. Aveva letto del loro odore, ma questo non era
come odorarli. Sapeva come si muovevano, come risuonava
il loro peculiare linguaggio, come vedevano il mondo
attraverso quegli occhi a lente singola, e come il loro
apparato digerente assorbiva non solo il cibo normale ma
anche il corpo degli animali morti. Tutte queste erano cose
che lui sapeva, però aver ottenuto quelle informazioni di
seconda o di terza mano non era come averle avute di
persona.
Inoltre, quelle erano quasi tutte notizie ricavate in
condizioni controllate. Dal punto di vista di un artista —
l'opposto di quello di uno scienziato — lui valutava quel
singolo e breve incontro con l'umano fra la rilth di Geswixt
più prezioso di mille file di dati scritti. Come sarebbe
riuscito a sfuggire ai rigidi controlli che governavano le
situazioni del progetto, ancora non lo sapeva. Era però sicuro
che fosse necessario, addirittura vitale per maturare la sua
arte. In qualche modo avrebbe dovuto farlo accadere.
Ma prima doveva arrivare là.
Quando la Zenruloim eseguì il balzo dallo spazio normale
all'iperspazio, lui ne restò disorientato e sul momento
compose una poesia di quattro quartine pentasillabiche in
rima alternata. Chiunque l'avrebbe giudicata deliziosa. Poco
più tardi la mente gli si schiarì, e comprendendo che
rispecchiava — se non nella fraseologia, almeno nello spirito
— cose già scritte da molti altri, scartò subito l'opera. Non
era arrivato fin lì, abbassandosi alla menzogna e ingannando
e abbandonando perfino il suo nome, per fare pallide
imitazioni di cose già composte da altri in passato. Lui
cercava l'unico, il nuovo, l'originale. Non lo avrebbe certo
trovato rivivendo esperienze fatte da chissà quanti suoi
predecessori.
Mentre la nave sfrecciava via fra le distorsioni dello
spaziotempo, Desvendapur ebbe occasione di conoscere
molti altri compagni di viaggio. Benché dedicasse maggiore
attenzione a Jhywinhuran e ai due scienziati che s'erano fatti
assegnare al progetto, non trascurò gli altri passeggeri e i
membri dell'equipaggio che avevano tempo da dedicare a un
thranx di modesto rango. A lui interessava tutto. Un vero
artista non sapeva mai da dove poteva giungere l'ispirazione.
Così incamerava nozioni spicciole sui vari aspetti della
manutenzione di una nave spaziale, senza trascurare le
cucine di bordo, settore in cui vantava qualche esperienza ma
dove poteva sempre imparare qualcosa di nuovo.
Erano trascorsi ventotto giorni di viaggio, e Desvendapur
stava dormendo della grossa nella sua cabina privata, quando
sentì il rumore. Era un morbido fruscio che si ripeteva a
intervalli regolari. Poiché la tecnologia delle astronavi thranx
vantava un'efficienza di antica data, era difficile immaginare
cosa stesse provocando un rumore capace di svegliare un
passeggero. Mentre usciva dal sonno, disteso sul rigido e
basso letto, ascoltò con gli occhi chiusi, e appena fu
abbastanza lucido identificò meglio quel fruscio: era
prodotto da una stoffa che si agitava come indossata da
qualcuno che si stesse muovendo per la cabina.
A questo punto aprì gli occhi, sorpreso, e vide un'alta
figura bipede che incombeva su di lui, sulla destra del letto.
Anche nella penombra della strumentazione elettronica
appariva indiscutibilmente umana. Dai suoi studi
Desvendapur sapeva che l'altezza e il peso degli umani
variavano considerevolmente da un individuo all'altro, a
differenza di razze come i thranx o gli AAnn dove gli adulti
avevano tutti le stesse dimensioni. Questo era almeno il
doppio del maschio che lui aveva conosciuto sulla superficie
di Geswixt. Una cascata di pelame nero gli cresceva sulla
faccia, ricadendogli sul petto. Aveva occhi scuri e penetranti.
Una delle sue larghe mani — ne aveva due sole —
impugnava una scintillante lama metallica più lunga delle
sue braccia, alquanto minacciosa. Le vesti che indossava
erano di una stoffa spessa e rigida color marrone, e aveva i
piedi racchiusi in due stivali neri di materiale lucido alti fino
all'articolazione delle gambe.
L'individuo torreggiava sul letto e lo guardava, scoprendo
i denti bianchi che avevano la stessa funzione masticatoria
delle mandibole thranx. Il suo aspetto aveva qualcosa di
allarmante. Non sprecò il fiato in nessun saluto tipo «Come
va? Tutto bene?» al dormiente da lui svegliato, ma se ne
restò lì come ad aspettare una sua reazione, alieno e strano al
punto da dare gli incubi a chiunque.
Nonostante l'insonorizzazione Desvendapur poteva udire
una certa agitazione nel corridoio esterno. C'erano sibili acuti
e grida, ticchettio di piedi in corsa e un sottofondo di
conversazioni sovreccitate. Quel settore dell'astronave era
agitato come se lo stesse attraversando una mandria di
metrakti selvatici inseguita dai carnivori predatori.
Desvendapur alzò la parte superiore del corpo e si voltò
verso lo scri!ber della cabina pronunciando la parola che lo
accendeva. — Notata un'intrusione sotto forma di proiezione
tridimensionale. Presumo che si tratti di un test per la
stabilità emozionale. Riprendo a dormire — disse. E lo scri!
ber, quando fu trascorso il tempo limite senza che
l'occupante della cabina dicesse altro, registrò quel conciso
rapporto e si spense.
Tornando a voltarsi verso destra, Desvendapur vide che la
figura bipede era svanita. Una proiezione tecnicamente ben
realizzata, pensò, mentre richiudeva gli occhi e tornava ad
assopirsi.
Se l'avesse vista apparire dinanzi a sé un anno addietro,
senza dubbio si sarebbe unito agli altri che si agitavano in
preda al panico per tutto il corridoio, e che evidentemente
erano stati sottoposti a un test analogo. Ma lui non era più la
stessa persona. Ora sapeva molte cose che a quel tempo
ignorava. Quelle conoscenze gli avevano permesso di
mantenere la calma, riconoscere quel che aveva di fronte per
ciò che era, e tornare a dormire tranquillamente.
Il giorno dopo, al termine del pasto quotidiano insieme
agli altri passeggeri, i quattro compagni di viaggio furono
chiamati da un inserviente e condotti in una saletta
dell'astronave. Le pareti erano decorate a imitazione
dell'interno di una grotta, e nell'aria c'era un gradevole odore
di terticcio e vegetazione decomposta. I due anziani thranx
che li interrogarono sull'esperienza di quella notte si
mostrarono particolarmente perplessi per la laconica
relazione registrata da Desvendapur sulla figura
tridimensionale.
— Tu non sei stato colto dal panico quando hai visto
l'immagine dell'umano sopra di te — dichiarò in tono quasi
accusatorio la più anziana dei due, una femmina. — I tuoi
compagni di viaggio invece hanno reagito emotivamente, chi
più e chi meno.
Desvendapur notò che stavolta non solo Jhy ma anche i
due studiosi lo guardavano con curiosità. Era uscito troppo
dai parametri della sua accuratamente costruita identità?
Avrebbe dovuto anche lui correre fuori, in preda al panico?
Uscendo dal sonno aveva reagito non come un ignorante
preparatore di cibo bensì come una persona istruita. Poteva
solo sperare che questo non destasse sospetti tali da condurre
a un esame approfondito del suo passato.
Conscio che ritardando la risposta dava il tempo a quei
sospetti di nascere nella mente dei suoi interlocutori, rispose
succintamente: — Non ho visto alcuna ragione di
allarmarmi.
Il maschio richiamò su di sé la sua attenzione con un
gesto. I due erano degli esperti, e Desvendapur si chiese se
quel colloquio venisse registrato o trasmesso ad altri, che lo
avrebbero analizzato sino a scoprire quel che c'era di falso in
lui.
— Un alieno armato, di notevoli dimensioni e aspetto
minaccioso, appare all'improvviso nella tua cabina nel mezzo
della notte, svegliandoti dal sonno, e invece di fuggire
terrorizzato tu riconosci l'intruso come una proiezione, ti
comporti di conseguenza e tomi a dormire. Quanti thranx
conosci che reagirebbero in questo modo?
— In attesa della risposta, ogni antenna della stanza era
inclinata verso di lui. Desvendapur si augurò di non emettere
un odore di preoccupazione.
— Assai pochi, suppongo.
— Diciamo pure pochissimi. — Il tono della femmina era
secco, ma non sfumato d'ira. — E nessun assistente
preparatore di cibo di Willow-Wane farebbe parte di questo
gruppo.
Negli occhi del maschio c'era una luce indagatrice. —
Come hai fatto a capire così in fretta che l'intruso era una
proiezione, e che di conseguenza non c'era alcuna minaccia
per te?
Stavolta Desvendapur rispose senza la minima esitazione:
— Dai suoi indumenti.
I due esaminatori si scambiarono un'occhiata. — È stata
posta la massima attenzione affinché l'immagine fosse
verosimile. Cosa c'era di sbagliato nei suoi indumenti?
— Di sbagliato, niente. O almeno — si corresse
Desvendapur, — in base ai miei studi privati sugli umani e
sulle loro abitudini, niente che riguardasse gli indumenti di
per se stessi.
— Allora perché hai reagito con tanta calma? — lo incalzò
il maschio. — Cosa c'era di così peculiare da farti capire che
quella era soltanto un'immagine smaterializzata?
— C'era fin troppo. — Desvendapur si permise di
mostrare un blando divertimento. — Gli umani vivono in un
clima molto meno caldo e umido dei thranx. Possono
sopportare quelle che per noi sono condizioni climatiche
ottimali, ma non le gradiscono molto. E un calore che noi
giudicheremmo eccessivo, per loro potrebbe rivelarsi
dannoso. — Sentendosi più fiducioso, si rilassò sulla panca. I
— La temperatura nella mia cabina era più calda e umida
di quanto io stesso preferisca per la notte. La figura del
bipede indossava almeno due strati di pesanti indumenti
umani. Secondo i miei studi, nessun umano, sia su Willow-
Wane che su Hivehom o su altri mondi thranx, indosserebbe
volontariamente quelle vesti. In un decimo di tempofase
comincerebbe a soffrire molto. Ma la figura che stava
dinanzi a me non mostrava cenni di disagio per il microclima
della cabina. Sulla sua pelle non appariva affatto la
caratteristica condensazione acquosa chiamata sudore. — Si
voltò a guardare i compagni di viaggio. — Da questo ho
capito subito che non poteva trattarsi di un vero umano.
Gli esaminatori consultarono i loro scri!ber, prima che la
femmina rispondesse. Ruotando orizzontalmente una
veramano indicò ammirazione, senza ombra di sospetti o di
accuse. — Tu sei più osservatore di quanto ci si attende dal
tuo rango, Desvenbapur. Non c'è da stupirsi se sei stato
scelto per partecipare a un progetto significativo come
questo.
Lui s'affrettò a commentare con modestia: — Ho sempre
cercato di apprendere tutto il possibile sugli incarichi che mi
sono assegnati, siano questi la preparazione del cibo o altro.
Il simulacro avrebbe potuto ingannarmi. Si dà il caso che io
abbia studiato un resoconto sulla fisiologia umana distribuito
al personale di cucina dal nostro direttore un decagiorno fa, e
lo avevo ancora fresco nella memoria.
— Un'ottima memoria — riconobbe lei. — Sono certa che
la tua cucina ha perduto uno dei suoi migliori lavoranti,
quando hai deciso di lasciarla. — E detto questo, si alzò e
uscì dalla stanza insieme al suo collega. Il loro posto fu preso
da quattro ufficiali, una dei quali aveva due stelle tatuate
sulla spalla destra.
Desvendapur si piegò verso Jhywinhuran, e mormorò: —
Mi domando cos'abbiamo di tanto speciale da meritare
queste attenzioni.
— Non lo so proprio. — La femmina si prese un'antenna
con una veramano e la piegò in basso. Poi cominciò a pulirla
delicatamente con le mandibole. — Certo tu sei salito nella
stima dei dirigenti del progetto, col tuo comportamento di
questa notte.
— Sono stato fortunato. — Desvendapur allungò una
manopiede ad accarezzarle l'addome. Gli ovopositori di lei
reagirono con un fremito. — Davanti a un simulacro mi è
stato facile mantenere la calma. La prossima volta
probabilmente sarò io il primo a fuggire urlando.
— Non so perché, ma non credo — disse lei. Avrebbe
voluto aggiungere qualcosa, ma il più elevato in grado dei
nuovi arrivati stava parlando.
— Voi quattro state per unirvi e partecipare a quello che
molti alti personaggi hanno definito come il più importante
esperimento sociale della storia thranx. Come avete già
avuto occasione di studiare, fin dal tempo del primo contatto
noi abbiamo trovato questi mammiferi bipedi sia affascinanti
che spaventosi, attraenti e ripugnanti, utili e pericolosi. E una
razza aggressiva, piena d'inventiva, con l'irritante tendenza
ad agire prima di pensare. Più spesso di quanto potreste
immaginare, questo produce risultati che non vanno a loro
vantaggio. Quando ciò accade essi proseguono
testardamente, anche se possono vedere che la cosa non
giova alla loro causa. Qualcuno teorizza che abbiano troppa
energia per il loro stesso bene.
«Dopo i primi contatti con loro abbiamo accertato, lo dico
con soddisfazione, che agli umani non piacciono gli AAnn.
Ma non hanno neppure un'aperta ostilità verso di essi. Il loro
atteggiamento nei nostri confronti è tarato da un'irrazionale
paura per gli innumerevoli piccoli insetti che popolano il
loro pianeta, contro i quali hanno continuamente
guerreggiato non per la supremazia bensì per la
sopravvivenza fin da quando possiedono il bene
dell'intelletto. Il nostro aspetto fisico è stato di conseguenza
uno shock per loro, e soltanto i più intelligenti e responsabili
membri della loro specie sanno superare tale ripugnanza. I
progressi nelle nostre relazioni sono stati perciò più lenti di
quanto entrambi i governi avrebbero voluto. D'altra parte,
affrettando le cose c'è il rischio di alienarci la simpatia dei
più conservatori della nostra razza, e di provocare la latente
xenofobia che è purtroppo endemica fra la maggioranza
degli umani.
«Il loro attuale atteggiamento verso di noi è dunque
caratterizzato da un'ambivalenza sospetta. Si spera che
questo cambierà, col passar degli anni. Nel frattempo sono
state presentate varie proposte, da ambo le parti, per
accelerare i nostri contatti.
— Il progetto — disse il meteorologo.
— Sì. — A rispondergli era stata l'ufficialessa con due
stelle. — Tutti coloro che ne hanno il permesso governativo,
sia umani che thranx, conoscono il progetto e i suoi
inestimabili obiettivi. — I suoi grandi occhi dorati
indugiarono su ciascuno dei quattro candidati. — Quello che
nessuno sa, a parte i membri dei rispettivi governi, è che un
progetto del tutto analogo è in corso anche altrove.
— La necessità di segretezza è assoluta — commentò con
serietà un altro ufficiale. — Sospettosi e incerti come sono
gli umani nei nostri confronti, si pensa che reagirebbero in
modo non amichevole alla rivelazione che in mezzo a loro è
stata realizzata non una semplice stazione ma l'inizio di una
colonia vera e propria.
Desvendapur non era sicuro di aver capito bene. I thranx
avevano cominciato a sviluppare colonie su mondi abitabili
già da molte generazioni, ma da quanto lui ne sapeva non
s'erano mai stabiliti su mondi già abitati da altre razze
intelligenti. L'idea di aprire un alveare su un pianeta già
occupato dagli umani era bislacca. Molti l'avrebbero definita
folle.
Tuttavia sentiva che quello non era un test, come il
simulacro umano proiettato durante la notte. Gli ufficiali
erano più seri di una femmina pregna sul punto di deporre.
— Quale mondo? — domandò l'ingegnere. — Centaurus
Cinque, o uno degli altri pianeti Centaurani?
— Nessuno di quelli — disse l'ufficialessa con due stelle. I
suoi modi erano calmi e ponderati. — È a questa colonia che
voi siete stati assegnati. E là che lavorerete, a contatto con
gli umani più strettamente che ogni thranx in qualunque altro
luogo. Niente di questo genere è mai stato tentato prima. Voi
sarete parte di un esperimento sociale interrazziale di nuovo
genere. — Sfiorò i comandi di uno scri!ber, e accese un
proiettore. Davanti agli ufficiali e agli aspiranti coloni
apparve un globo tridimensionale.
— La grande maggioranza degli umani non ne sa niente, e
se tutto va secondo i piani continuerà a non saperne niente
per un certo tempo, ma già mentre noi parliamo là c'è una
presenza thranx, destinata a crescere e a prosperare con
l'aiuto di pochi volonterosi umani di larghe vedute.
Il globo stava ruotando lentamente e s'ingrandiva a
mostrare piccoli particolari, in risposta ai comandi manovrati
dall'ufficialessa. Era un bel mondo, pensò Desvendapur,
pieno di luce e striato di candide nubi. Non bello quanto
Willow-Wane o Hivehom, ma nonostante tutti quegli oceani
era pur sempre uno splendido posto. Si domandò quale dei
mondi colonizzati dagli umani stessero guardando, e quale
fosse il suo nome.
L'unico ufficiale che non aveva ancora parlato si alzò sulle
quattro veregambe, e procedette con le spiegazioni che i
quattro stavano aspettando ansiosamente.
— Scavatori di tane, pionieri dell'alveare, futuri coloni,
ecco la vostra destinazione. Io vi do fin da ora un caldo
benvenuto... sulla Terra. — E mentre ancora protendeva una
veramano a indicare quel mondo azzurro, si volse a
guardarli, con un gesto fra ironico e divertito. — Dopotutto,
se gli umani hanno una colonia su Hivehom, perché noi non
dovremmo avere lo stesso privilegio in casa loro?
9

Sembravano una coppia piena di soldi. Di mezz'età, e


troppo contegnosi per essere romantici, camminavano fianco
a fianco senza toccarsi né tenersi per mano. Erano usciti
nonostante la pioggia a fare un giro nella foresta tropicale
fuori città, probabilmente per poterlo raccontare ai parenti e
ai vicini di casa, quando chiunque con un po' di sale in zucca
se ne sarebbe stato al bar dell'albergo finché le nuvole
avessero chiuso il rubinetto. Questo era ciò che gli abitanti di
San José facevano. Questo era ciò che faceva la maggior
parte dei turisti.
Ma non quei due. Poiché indossavano costosi
impermeabili statici idro-repellenti potevano bagnarsi
soltanto le mani, e solo quando se le toglievano di tasca. La
pioggia tiepida colpiva l'invisibile campo d'energia e
scivolava via, lasciando i loro abiti eleganti completamente
asciutti.
Cheelo Montoya li pedinava a distanza di sicurezza. Per
strada c'era poca gente, sotto la pioggia, e quella poca andava
in fretta per i fatti suoi. Nel centro storico, sotto la collina,
lavoravano sempre contrabbandieri e spacciatori di droga. In
città era pieno di turisti, ma in genere se ne stavano rintanati
nei locali pubblici e nei centri acquisti degli alberghi, in
attesa che l'acquazzone passasse via.
La rapina non era il genere di lavoro con cui Cheelo
avesse mai pensato di arricchire. Il confronto fra un'attività
criminosa e un'altra non gli piaceva. Ad ogni modo, come la
droga, rapinare i passanti era una cosa che rischiava di
diventare un'abitudine. Lui l'aveva visto succedere a dei
conoscenti. L'avrebbe visto succedere a degli amici, se
avesse avuto amici. Potendo scegliere, lui preferiva farsi una
o due stanze d'albergo, o il borseggio di portafogli da uomo,
o lo scippo alle donne anziane. Sfortunatamente quelle erano
cose che richiedevano la folla dei mercatini, e negli ultimi
dieci giorni a San José non c'era stato mercato. Ora lui
cominciava a diventare ansioso.
Ancora un buon colpo, soltanto uno, e avrebbe avuto tutto
il denaro della garanzia da consegnare a Ernie il Becchino
per assicurarsi la filiale di Monterrey. Ehrenhardt e i suoi
soci sarebbero stati bene impressionati, e questo era ciò che
gli serviva.
Non era la prima volta che Cheelo ricorreva alla rapina.
Però, a differenza di altri suoi colleghi più giovani, lui non
ne ricavava nessun brivido, nessun flusso di adrenalina su
per le vene nel vedere l'espressione di paura sulla faccia delle
sue vittime. Per lui quello era solo un lavoro, secondo la
migliore tradizione dei briganti che fermavano le carrozze
sulle strade di campagna, ai tempi antichi. Per realizzare il
suo sogno gli occorrevano ancora poche centinaia di crediti.
Quei due negligenti turisti glieli avrebbero forniti.
Continuò a seguire la coppia, fermandosi quando loro si
fermavano e girandosi a guardare le vetrine dei negozi
quando uno di loro si voltava dalla sua parte. Per lo più
restava invisibile, anche lui un turista fra quanti andavano in
giro senza curarsi molto della pioggia, con la differenza che
lui non poteva permettersi un impermeabile a campo
d'energia e ne indossava uno di plastica nera. L'estremità dei
suoi pantaloni e gli stivaletti di pelle marrone erano già
fradici.
In un certo senso lui era un turista, poiché era venuto lì da
Golfito, anche se il suo scopo era racimolare denaro invece
di spenderne. Aveva imparato per esperienza che era meglio
abitare in un posto e lavorare in un altro, il più lontano
possibile. Questo perché, di regola, ogni volta che in una
città succedeva qualcosa la polizia convocava tutti i recidivi
che abitavano nella zona, per interrogatori di routine e
confronti all'americana. Ad ogni modo era più probabile
trovare le buone occasioni a San José che nelle piccole
sonnolente città della costa.
Era quasi il momento. Cheelo preparò i pensieri e i
muscoli, e accelerò il passo, stringendo la distanza con la
coppia a passeggio. I due avevano appena svoltato in una
traversa, una strada stretta coi marciapiedi di plastica
consunta e l'asfalto pieno di buche.
Stava per infilarsi la mano destra in tasca quando,
all'improvviso, la coppia entrò in uno dei negozietti di
prodotti artigianali in legno per i quali San José era famosa.
Costretto a passare oltre, lui gettò un'occhiata alle statuette di
cocobolo e di paduk nella vetrina. Il negozio successivo era
chiuso. Più avanti c'era un pisciatoio, così piccolo che solo
un uomo alla volta ci poteva entrare, situato in una rientranza
dell'edificio larga un paio di metri e altrettanto profonda.
Cheelo entrò nel pisciatoio, dove se non altro era al riparo
dalla pioggia.
Attese li dentro, ogni tanto mettendo fuori la testa per
guardare verso la collina. La strada piena di pozzanghere era
deserta. L'acqua che scendeva nel pisciatoio frusciava, in
sottofondo al ticchettio della pioggia. Se quei due fossero
tornati indietro sulla strada principale, dove c'erano delle
telecamere, lui non avrebbe avuto altra scelta che seguirli
finché fossero usciti dal centro, come un caimano che
andasse dietro a un tapiro al pascolo sulla riva del fiume.
Da lì a non molto udì delle chiacchiere indistinte: tre voci,
quelle della coppia e il gestore del negozio. Poi dei passi
ciancicare fra le pozzanghere, in avvicinamento. Infilò una
mano in tasca, estrasse la piccola pistola neuronica e con
perfetta scelta di tempo uscì sul marciapiede, cercando di
apparire più grosso di quel che era. L'espressione stolida
delle loro facce gli disse quanto fossero stati colti di
sorpresa.
Svelto, ora disse a se stesso. Prima che abbiano il tempo
di reagire. Protese l'altra mano, a palmo in su.
— Il portafoglio! — ordinò, seccamente. Quando l'uomo,
che sebbene non fosse giovane era molto più corpulento di
lui, esitò, Cheelo latrò con voce dura e minacciosa: —
Muoviti... altrimenti ti sparo e lo prendo da solo!
— Martin, daglielo! — lo supplicò la moglie. — Siamo
assicurati.
L'assicurazione obbligatoria dei turisti, pensò Cheelo,
soddisfatto. La migliore amica dei ladri e borsaioli. —
Lentamente, uomo. Voglio vedere cosa tiri fuori di tasca —
lo avvertì, nel suo tono più intimidatorio.
Guardandolo con odio, l'elegante individuo estrasse da una
tasca interna della blusa un portafoglio e glielo consegnò.
Cheelo fece un passo indietro e usò la canna della pistola per
staccare via il chip localizzatore dall'interno del portafoglio,
e sogghignò come a dirgli: «Chi credevi di fare fesso, eh?»
Poi lo intascò in fretta. La strada era deserta, sia davanti che
dietro. Un paio di veicoli ad aria compressa passarono
ronzando nella via principale, ignari del piccolo dramma che
si svolgeva nella traversa.
~ I vostri telefoni — ordinò Cheelo. Si fece dare i due
piccoli apparecchi e li fracassò contro il muro. Poi si volse
alla donna. — E ora la borsetta. E i gioielli.
Una mano tremante gli passò la borsetta, in maglia
d'alluminio, poi con riluttanza anche un anello e due
braccialetti. Dopo un'occhiata nervosa alla porta del negozio
da cui i due erano usciti, lui fece un gesto imperioso verso la
mano sinistra della donna. — Avanti, sgancia tutto quanto!
Lei si coprì l'ultimo anello con l'altra mano. La sua
espressione era supplichevole. — Per favore... è la mia fede
nuziale. Le ho dato tutto quello che avevo! — Cheelo sapeva
che le gocce sugli zigomi di lei erano lacrime, perché la
faccia era protetta dalla visiera dell'impermeabile idro-
repellente.
Esitò. L'angoscia della turista sembrava genuina.
Probabilmente gli altri gioielli erano paccottiglia, a
differenza della fede nuziale; ma lui aveva già perduto
troppo tempo, e nel portafoglio dell'uomo aveva visto la
credcard, l'unica cosa che gli importasse davvero. A un tratto
decise di tagliare corto. Con la stessa espressione dura e
minacciosa annuì, freddamente.
— Va bene, tieni pure la tua fede. E ora entrate qui nel
pisciatoio, e restatevene zitti e buoni mentre mi allontano.
Badate, se fate tanto di uscire prima che io...
In quel momento il marito di lei gli saltò addosso.
Fu una mossa stupida, troppo azzardata, il genere di cosa
che un uomo di mezz'età ancora robusto e in buona forma
suppone di poter fare, quando non capisce di avere davanti
un professionista. Era molto più corpulento del suo
avversario, e senza dubbio più forte, il che lo rendeva
baldanzoso. In effetti era superiore a lui sotto ogni aspetto,
fuorché in uno: Cheelo aveva una pistola.
Una mano larga come un prosciutto calò di taglio, con una
violenta mossa di karaté, sull'avambraccio destro di Cheelo,
e la contrazione muscolare del colpo gli fece premere il
grilletto. Dalla canna dell'arma uscì un lampo azzurro. La
scarica interruppe all'istante gli impulsi elettrici nelle cellule
nervose dell'uomo, bloccandogli encefalo e midollo spinale,
e con un'espressione vacua sulla faccia lui s'afflosciò
sull'asfalto bagnato. La sua nuca sbatté con un tonfo udibile
sulla zannella del marciapiede. In piedi sopra di lui, con la
pistola in mano, Cheelo non era meno sbigottito della donna,
che subito si lasciò cadere in ginocchio accanto al marito.
Gli occhi dell'uomo erano aperti, vitrei.
La scarica dell'arma neuronica lo aveva colpito in pieno
petto, paralizzandogli anche il centro nervoso del cuore. Non
si trattava necessariamente di un'interruzione letale...
tuttavia, il cuore dell'uomo non era quello di un ragazzo. Il
problema non stava nel fatto che si fosse fermato; il
problema era che non aveva ripreso a battere. Cheelo aveva
già visto la morte, anche se non era stato lui a darla. Ora la
vedeva nella rigidità di quella faccia grigia, voltata verso il
cielo che la inondava di pioggia.
Senza pensare al pericolo che correva, la donna cominciò
a gridare. Cheelo alzò d'istinto la pistola verso di lei, poi la
abbassò con un'imprecazione. Non era stata sua intenzione
sparare a quel povero bastardo. Certamente non avrebbe mai
voluto ammazzarlo. Ma dubitava che in un tribunale questo
avrebbe avuto molto peso. S'infilò la pistola in tasca, nascose
la borsetta sotto l'impermeabile e si allontanò di corsa. Dietro
di lui le grida della donna erano un po' ammortizzate
dall'acquazzone che continuava a lavare le strade, e questo
forse avrebbe ritardato di qualche prezioso momento l'uscita
del negoziante o di qualcun altro.
Due o tre minuti più tardi, col fiato grosso, Cheelo saltò a
bordo di un autobus, azzittì con una moneta da dieci
centesimi l'impianto automatico che continuava a dargli il
benvenuto a bordo, e appena la sbarra lo lasciò passare andò
a cercare un posto libero. Nessuno dei ticos e delle ticas
seduti sull'autobus lo degnò di uno sguardo, ma per prudenza
lui s'alzò attorno alle guance il bavero dell'impermeabile. E
ora cosa diavolo gli conveniva fare? Se l'avessero preso, la
sentenza sarebbe stata la cancellazione selettiva della
memoria, il che significava perdere tutti i suoi ricordi di
adulto e tornare mentalmente un bambino di dieci o undici
anni, la supposta età dell'innocenza da cui la legge
consentiva di ricominciare... dopo un certo numero di anni
trascorsi in un centro di rieducazione. La macchina della
verità avrebbe potuto accertare che lui non voleva uccidere,
ma perché questo risultasse un attenuante sarebbe occorso un
avvocato molto in gamba.
Ad ogni modo lui non aveva intenzione di lasciarsi
prendere, né di permettere che lo riducessero un sorridente
idiota. Aveva visto gli ex criminali usciti dai centri di
rieducazione, dopo una cancellatura mnemonica
dall'infanzia-in-poi. Non che l'operazione ne facesse degli
idioti, in effetti: ciò che li rendeva «cittadini ben adattati» era
la pesante rieducazione mentale che ricevevano negli anni di
detenzione in quei centri.
Non tornò all'albergo dove aveva preso alloggio arrivando
a San José; cambiò autobus e andò nella direzione opposta.
Quando giunse all'aeroporto stava smettendo di piovere, e il
cielo da cupo era diventato semplicemente triste.
Non aveva intenzione di prendere una navetta e poi
un'astronave per farsi portare in qualche posto remoto, come
le colonie del Centauro o di Sirio. Quel che gli serviva era
allontanarsi subito e il più possibile, ma non tanto da non
poter contattare Ernie il Becchino prima che scadesse la data
del pagamento. Tornare a Golfito era fuori questione, e così
anche recarsi personalmente alla villa di Ehrenhardt. Il
contrabbandiere non avrebbe gradito la visita di un uomo
ricercato per omicidio. Essendo un noto antisociale schedato,
c'era sicuramente chi lo teneva d'occhio e filmava tutti i suoi
visitatori.
Pagando con la sua credcard personale, Cheelo entrò in un
gabinetto dell'aeroporto e compì alcune operazioni alquanto
illecite sulla credcard del turista. Avrebbe potuto venderla a
uno specialista, ma sapeva come fare per sistemare
l'impronta digitale contenuta nel chip. A patto che la moglie
del turista non avesse ancora telefonato alla banca. Poco
dopo, a un bancomat dell'aeroporto, usò la credcard rubata
senza dare l'impronta digitale come richiedeva la prassi,
mandando in atto la stessa procedura d'emergenza che
avrebbe potuto permettere alla moglie di attingere al conto
corrente dopo la morte del marito. Era un trucco che non
funzionava sempre, e che comunque non consentiva di
prelevare oltre una certa somma predeterminata dal titolare.
Cheelo fu soddisfatto quando vide quel che era riuscito a
spostare sul suo conto corrente personale: anche dopo essersi
pagato viaggio e soggiorno per qualche località sicura, gli
restava più che abbastanza per accontentare Ehrenhardt. La
transazione avrebbe solo dovuto aspettare un po'. Non c'era
motivo di farsi prendere dal panico. Il tempo a lui non
mancava.
La donna avrebbe dato una descrizione dell'aggressore.
Lui ci aveva pensato prima, facendosi crescere un paio di
centimetri di barba e acquistando quell'impermeabile nero.
Se lo tolse e lo gettò nel cesto dei rifiuti. Acquistò un rasoio
per farsi la barba, si accorciò anche capelli e basette; poi
uscì, vestito con il completo grigio che aveva messo quel
mattino e che gli dava un aspetto anonimo. Andò subito a
una delle biglietterie automatiche.
— Dove desidera recarsi, signore? — La voce sintetica era
femminile e cortese, come il simulacro animato nel campo
3D dietro il banco. Lui cercò di non apparire nervoso. Lo
stesso automatismo che lo aveva identificato come un uomo,
adulto e di sesso maschile, stava registrando la sua faccia.
Infilò la carta di credito nella fessura e mise un
polpastrello sulla piastra dell'impronta digitale. — Voglio un
volo che mi porti il più lontano possibile, lasciandomi
ventimila crediti sul conto. Anzi, facciamo ventiduemila.
Purché sia un volo che parte entro un'ora. — Se la
destinazione non gli fosse andata a genio poteva cambiarla, e
poi continuare a cambiarla; il cervello artificiale non avrebbe
perso la pazienza con lui.
— Potrebbe essere più specifico, signore? Desidera una
destinazione a caso, o preferisce una località adatta alle
vacanze? E in questo caso al mare, in montagna, in una
grande città? Sarebbe utile se lei mi desse qualche elemento.
— A sud — rispose lui, senza pensarci. La scelta era
semplice: a est o a ovest sarebbe andato oltre uno dei due
oceani. Nel nord del continente la polizia era troppo ben
organizzata. Restavano l'Africa e l'America del Sud, e in
Africa un bianco era sempre più notato di un nero.
— Le va bene Lima, signore? In questa stagione il clima è
gradevole, e le visite ai siti archeologici Incas sono gratuite.
Lui annuì, con un borbottio. Per l'intelligenza artificiale
questo fu più che sufficiente. La consolle mandò un ronzio, e
una striscia di plastica emerse da una fessura. La sua
credcard scattò fuori normalmente, dopo il prelievo. Aspettò
ancora qualche istante, teso, ma l'operazione bancaria era
andata liscia.
— È un volo suborbitale, signore. Partenza fra trentasei
minuti, dal Cancello Ventidue. Le auguro buon viaggio, e
buona vacanza nel Perù.
Cheelo non si prese la briga di rispondere. Raccolse il
biglietto, rilesse le istruzioni stampate su di esso e seguì la
striscia azzurra sul pavimento del terminal. Era felice di
poter partire senza perdere tempo. Dalla rapina era trascorsa
meno di un'ora, la polizia aveva di certo diramato una
segnalazione, e in quel momento le stazioni e gli aeroporti
non erano precisamente il posto migliore per lui.
Nessuno lo fermò mentre oltrepassava il Cancello 22. La
consolle gli restituì il biglietto dopo averlo timbrato, e la
sbarra si alzò. L'uomo e la donna seduti al controllo bagagli
presero nota del fatto che lui non aveva niente, e lo fecero
proseguire con un cenno.
Anche così, lui non si permise di rilassarsi finché l'aereo
fu decollato, guadagnando rapidamente quota per portarsi
sopra l'atmosfera calda dei tropici mentre accelerava a
velocità supersonica. Doveva riposarsi un poco, adesso.
Aveva ancora un paio d'ore prima del prossimo momento
critico, quando avrebbe saputo se ad attenderlo allo sbarco
c'era qualcuno. Nel frattempo era inutile tormentarsi troppo.
Se la polizia aveva seguito le sue tracce, lo avrebbero preso a
Lima. Senza dargli una sola possibilità di fuggire.
Sarebbe stato subito messo sul primo aereo in partenza ed
estradalo a San José.
Appoggiato all'indietro sul sedile ripensò alla faccia
inferocita del turista, alla mossa di karaté con cui l'aveva
colpito al polso. Non ricordava neppure di aver premuto il
grilletto. Rivide l'uomo afflosciarsi come un sacco vuoto,
sotto la pioggia, e la moglie gettarsi in ginocchio accanto a
lui con un rantolo, ancora troppo sgomenta per riuscire a
urlare. Ebbe un brivido. In vita sua gli era capitato di
picchiare qualcuno, anche ferocemente, ma non aveva mai
ucciso. Non provava niente di diverso. A uccidere era stata la
pistola, non lui. L'uomo se l'era cercata, aveva voluto fare il
furbo. Perché non aveva pensato alla sua pelle e non se n'era
stato buono e zitto? Era assicurato, no? Ora
quell'assicurazione non gli serviva più a niente.
Lima. Cheelo non era mai stato a Lima, anzi non era mai
stato più a sud di Balboa. Quando aveva avuto dei soldi in
tasca era andato a spenderli a Cancun, o a Kingston, fino a
restare di nuovo a secco. Cercò di richiamare alla mente quel
poco di geografia che sapeva. Lima era nei pressi delle
Ande. Ma sopra di esse, o sulla costa? I suoi abiti andavano
bene per il clima sub-tropicale, non per l'alta montagna.
Be', all'atterraggio lo avrebbe scoperto. Se sul conto gli
erano rimasti almeno ventiduemila crediti, oltre a pagare la
garanzia a Ehrenhardt poteva permettersi di comprare degli
abiti nuovi, e di mantenersi senza problemi per qualche
tempo. Ma non aveva intenzione di trattenersi a Lima, né in
altre zone dove c'era una polizia competente e fornita di
tecnologia. Spostarsi a sud era stata una buona idea. Intorno
alle Ande c'erano ottimi posti per nascondersi. Di quelle
regioni, in realtà, lui non sapeva proprio niente; ma avrebbe
imparato in fretta. Appena atterrato si sarebbe comprato una
guida e l'avrebbe registrata sulla sua credcard, per poterne
disporre con più comodo.
Doveva far perdere le sue tracce. Gli era già capitato di
doverlo fare, anche se mai sotto la pressione di un'emergenza
così grave. Una nuova identità, un nuovo aspetto, e sarebbe
stato a posto. Lui aveva trentacinque anni, e negli ultimi
venti aveva vissuto coi proventi delle sue attività illecite.
Non era disposto a lasciare che lo mettessero dentro e gli
facessero il lavaggio del cervello, neanche parziale. Al
diavolo, no! Non quando la realizzazione dei suoi sogni era
praticamente a portata di mano.
Lasciami solo scendere da questo aereo e sparire dalla
città pensò. Solo queste ore di libertà, e ci penserò io a
restare lontano dalle grinfie della legge.
Allorché l'aereo rallentò e si fermò, all'aeroporto di Lima,
Cheelo stava tremando. Una delle assistenti di volo gli
domandò se non si sentiva bene, ma lui riuscì a ringraziarla
per la sua sollecitudine con voce calma, e disse che aveva
soltanto un po' di freddo. Scendendo dalla scaletta tenne lo
sguardo risolutamente fisso in avanti, e intanto che i
passeggeri sbarcati dall'aereo si diradavano — chi riunendosi
a familiari in loro attesa, chi verso la distribuzione bagagli
— lui continuò a camminare senza nessuna vera destinazione
in mente. Giunto a metà del salone del terminal, e appena fu
chiaro che nessun funzionario di polizia l'avrebbe
intercettato per ammanettarlo, tirò un sospiro di sollievo e
allungò il passo.
I trasporti pubblici della città erano gli stessi che in ogni
altro posto, e disponibili nello stesso modo. Evitando sia gli
autobus, economici ma troppo affollati, sia i costosi veicoli
privati con conducente umano, lui scelse una vettura
automatica. Il cervello di bordo rispose alle sue domande
come avrebbe fatto un essere umano, e senza ficcare il naso
nei fatti suoi.
Una volta in centro si sentì subito molto più fiducioso
nelle sue capacità. Vestiti nuovi, l'acquisto di una guida, e un
taglio di capelli per perfezionare quel che s'era fatto da solo a
San José, migliorarono notevolmente il suo aspetto e
soprattutto lo aiutarono a essere diverso. Tutto quel che
doveva fare era scomparire per qualche tempo. Era ancora
presto per cercare un chirurgo e farsi alterare
permanentemente la faccia. Quando la notizia della morte
del turista si fosse raffreddata, nella memoria e negli impegni
di lavoro della polizia di San José, sarebbe tornato a Golfito
per concludere la transazione con Ernie il Becchino.
Lima non sorgeva sulle Ande, scoprì, e fu deliziato
nell'accorgersi che in quel periodo dell'anno sulla città
stagnava una fitta nebbia. Meno visibile era, più si sentiva a
suo agio. Ma come ogni grande città, anche quella vantava
un moderno corpo di polizia, suddiviso in molti ben
organizzati distretti. Sul suo conto lui aveva crediti a
sufficienza per allontanarsi dalle autorità e dalle telecamere
che pullulavano in tutte le strade del centro, senza toccare i
ventimila che doveva dare a Ehrenhardt. La sola domanda
era dove andare. A lui serviva un posto dove la polizia non ci
fosse proprio, un posto dove poter andare in giro senza
doversi preoccupare di girare la faccia ogni volta che
passava davanti a una telecamera.
La guida suggeriva diverse possibilità. A nord si stendeva
una regione collinosa e poco fertile, quasi disabitata. Ma era
piena d'importanti siti archeologici nei quali sciamavano i
turisti. Questo non gli andava bene. Le montagne erano
invece molto poco frequentate, mentre nelle valli c'erano
piantagioni e allevamenti di bestiame geneticamente
modificato per vivere a quelle quote. Più in alto le condizioni
climatiche erano tali da scoraggiare le attività economiche,
ma l'aria sottile e le basse temperature scoraggiavano anche
lui.
La striscia costiera di deserto, a meridione di Lima, era più
promettente. Sulla riva c'erano impianti di desalinazione, e
nell'interno abitava poca gente, quasi tutti dipendenti delle
numerose miniere. Là c'era abbastanza spazio per chiunque
volesse fare vita da eremita, ma uno che andasse a viverci
senza essere costretto da un motivo di lavoro sarebbe stato
considerato bizzarro e notato.
Restava l'immensa Riserva Amazzonia. La più importante
regione biologica del pianeta, accuratamente riportata al suo
stato naturale di foresta pluviale, era stata abbandonata dagli
indios più di cento anni prima, quando gli abitanti delle
miserabili cittadine sorte secoli addietro lungo i fiumi
avevano aderito ai programmi sociali, trasferendosi sulla
costa atlantica. Da allora la Riserva Amazzonia apparteneva
soltanto alla profusione di piante e di animali che la
popolavano, a parte poche e rigorosamente controllate
incursioni di turisti e di studiosi. La giungla poteva
nascondere un uomo da ogni esplorazione dal cielo, e la vita
selvatica pullulava al punto che nessuno avrebbe pensato di
cercarlo usando detector a infrarossi.
Secondo le informazioni che Cheelo lesse sulla sua
credcard, la parte più primitiva e isolata dell'Amazzonia era
quella ai piedi delle Ande, sotto le loro pendici orientali.
Laggiù la foresta non era mai stata in pericolo, né c'era stato
bisogno di far sgombrare le tribù di indios, per il semplice
motivo che quelle zone non erano mai state abitate. La
regione era inospitale per gli esseri umani, e si diceva che vi
fossero migliaia di specie di piante e di insetti ancora del
tutto sconosciute alla scienza. E tuttavia anche là erano state
fondate isolate strutture turistiche, dove i più avventurosi
potevano fare un'esperienza a contatto della genuina vita
selvatica.
Poiché s'era spesso addentrato nella foresta pluviale, non
tanto in cerca di frutta tropicale quanto di turisti dal
portafoglio ben gonfio, Cheelo aveva una certa familiarità
con quelle zone. I lunghi mesi trascorsi in stato di
ubriachezza ad Amistad gli tornarono in mente. Da quelle
parti faceva caldo, si sudava molto, ed era pieno di insetti
schifosi, ma le stesse condizioni che infastidivano lui
scoraggiavano anche i rappresentanti della legge. Se
qualcuno lo avesse fermato, sarebbe passato per un qualsiasi
turista. E in ogni caso, prima che approfondissero
un'indagine su di lui, gli sarebbe stato facile sparire nella
foresta.
A Lima non riuscì a trovare quel che gli serviva, ma
quando scese dalla monorotaia che portava su fino a Cuzco
poté soddisfare le sue modeste necessità. Lo zaino
ultraleggero che acquistò era un kit completo da
campeggiatore, che conteneva una buona riserva di alimenti
concentrati non deperibili, un ottimo filtro purificatore
d'acqua, materassino e tenda a prova di insetti, stufetta a
batteria, e molte mappe registrabili nella sua credcard. Il
commesso — un uomo, non un robot — gli assicurò che i
vestiti da giungla erano repellenti per tutto, da un
acquazzone a un esercito di formiche.
Così equipaggiato comprò un biglietto aereo per Sintuya,
l'unica piccola città che ci fosse entro il confine sud-
occidentale della Riserva Amazzonia. Sintuya esisteva solo
per le necessità dei turisti e degli studiosi. Dato che
difficilmente lui sarebbe passato per uno scienziato, stabilì di
recitare la parte del turista. Nello stesso tempo evitò il più
possibile i suoi compagni di viaggio, anche se essere di modi
cortesi nello scoraggiare chi voleva attaccare bottone non gli
riusciva facile. Il suo solo desiderio era di passare
inosservato e d'essere dimenticato al più presto.
Il volo da Cuzco sopra le Ande fu spettacolare: un
immenso panorama di antiche terrazze Incas — ora curate e
irrigate da macchine — fattorie piene di lama e di alpaca, e
comunità montane di Quechua che vivevano di artigianato e
di turismo. Poi gli immensi picchi lasciarono il posto alla
foresta pluviale, coperta di nebbia. L'aereo scese di quota
lungo i poderosi declivi andini, passando dentro nuvole e
banchi di nebbia, e i viaggiatori poterono filmare spettacolari
immagini di foreste e di cascate, burroni e fiumi, che poi
avrebbero rivisto una volta tornati a casa loro, in Europa, in
Giappone e in Australia.
Cheelo Montoya non registrò immagini, anche se fece
doverosamente udire molti «Oooh!» e «Uhau!» a uso di chi
gli stava accanto. Un turista che non si fosse gioiosamente
meravigliato di quei panorami sarebbe rimasto nella
memoria degli altri, cosa che lui intendeva evitare. L'assenza
di una videocamera non doveva essere spiegata. Non tutti
spendevano le vacanze registrando immagini ovunque.
Sintuya, sulla riva del Rio Ucayali, si rivelò più piccola di
quel che lui si aspettava. I due unici ristoranti servivano cibi
caratteristici della foresta pluviale, che andavano dalle
mousse di yucca alle frittelle di caimano. Conscio che per i
prossimi tempi quello sarebbe stato l'ultimo pasto non fai-da-
te, Cheelo ordinò spaghetti di agouti, pizza all'anaconda e un
purè di noci brazil. Due «ostelli della giungla», un paio di
strade piene di negozi di souvenir, i soliti terminali bancari
ed elettronici per i turisti, e un istituto scientifico dove
entravano soltanto gli studiosi venuti per lavoro,
componevano il resto della cittadina. Benché i bar ad aria
condizionata degli alberghi lo attirassero, Cheelo ignorò con
decisione gli allettamenti della civiltà. A parte il pranzo al
ristorante, non voleva lasciare altri ricordi e registrazioni del
suo passaggio in quella remota comunità.
Per il resto del giorno si limitò a guardarsi attorno e a
oziare, e attese il tramonto per rubare una barca. Era un
piccolo hover da fiume, molto silenzioso, che poteva portare
quattro persone. Ce n'era una dozzina dello stesso modello
che galleggiavano ormeggiati al molo. Lui li slegò tutti e
spinse gli altri nella corrente, aspettando finché li vide
sparire nel buio. La scomparsa di un solo hover sarebbe stata
attribuita a un furto. La fuga di tutti e sei poteva essere
interpretata come un atto di vandalismo, opera di un ubriaco
o di un gruppo di ragazzi dispettosi. Quando cinque hover
fossero stati recuperati, si sarebbe pensato che il sesto era
affondato e il fiume l'aveva trascinato via fra i banchi di
sabbia.
Il silenzioso motore lo portò su verso monte,
controcorrente, a buona velocità, mentre i sensori del radar
gli facevano evitare ogni ostacolo. Un aereo sarebbe stato
più rapido e flessibile, ma non gli avrebbe consentito di
nascondersi sotto le chiome degli alberi, e avrebbe finito il
carburante entro pochi giorni. Le batterie della barca-hover
sarebbero durate anche un paio di settimane, e risalendo il
fiume lui avrebbe potuto tenersi al riparo delle piante che
sporgevano sulle rive, addentrandosi nella Riserva
Amazzonia senza timore d'essere avvistato dal cielo. Il Rio
Ucayali era enorme, con dozzine di affluenti, lungo uno dei
quali lui avrebbe potuto perdersi e seminare eserciti di
eventuali inseguitori.
I posti in cui poteva decidere di fermarsi erano
innumerevoli, dalle antiche aciendas dei patrones che un
tempo schiavizzavano gli indios, alle missioni abbandonate.
Un po' dappertutto c'erano edifici in buono stato di
conservazione, non ancora invasi dalla giungla, dove lui
avrebbe potuto vivere abbastanza comodamente per mesi. Le
risorse locali, dalla frutta alle verdure inselvatichite, non
mancavano. Pian piano lo scalpore destato dall'uccisione di
un turista in un vicolo di San José si sarebbe spento, e gli
sarebbe rimasta ancora qualche settimana per rispettare
l'appuntamento con Ernie il Becchino. Poi, quando fosse
tornato alla civiltà, si sarebbe sistemato a Monterrey, dando
inizio a una lunga e proficua carriera di contrabbandiere di
animali esotici, e grazie all'organizzazione di Ehrenhardt
sarebbe finalmente diventato una persona importante.
Avrebbe finalmente fatto qualcosa di grosso.
Dopo aver regolato la barca sull'automatico,
programmando una rotta verso l'interno della zona più
selvaggia dell'Amazzonia, si distese sul suo materassino e
guardò le stelle che si muovevano lente in quel limpido cielo
incontaminato. Un tipico criminale avrebbe cercato rifugio
nei sobborghi di qualche grande città. Erano quelli i posti in
cui la polizia lo avrebbe subito cercato, esaminando le
registrazioni delle telecamere che pullulavano ovunque e
spremendo notizie dagli informatori. Lui era
ragionevolmente certo che nessuno lo avesse visto lasciare
San José, fiducioso che il suo passaggio a Lima era rimasto
inosservato, e sicuro d'essersi reso invisibile da Cuzco in poi.
Che lo cercassero pure a Golfito, buttando all'aria nel suo
piccolo appartamento in cerca di un indizio. Lì, nelle
profondità dell'Amazzonia, niente e nessuno poteva notare la
sua presenza. Anche i ranger che pattugliavano la Riserva si
tenevano nelle zone consentite ai visitatori. Lui aveva scelto
un territorio privo d'interesse per gli studiosi e i turisti, una
regione dove gli insetti erano così feroci da scoraggiare
chiunque. Per garantirsi un tranquillo anonimato era più che
disposto sacrificare un po' del suo sangue.
Soddisfatto della sua capacità di cavarsela in ogni
situazione, Cheelo lasciò che il mormorio dell'hover lo
cullasse e scivolò nel sonno.
10

Il pianeta fuori dagli oblò era esattamente uguale alle


proiezioni che Desvendapur e gli altri avevano studiato per
giorni: un globo striato di nuvole bianche, assai bello se non
fosse stato per la sproporzionata estensione delle distese
d'acqua. Sembrava strano che la vita, e soprattutto la vita
intelligente, avesse potuto evolversi su così poche e isolate
masse di terra emersa, ma indiscutibilmente questo era
successo. Poi il tempo di dare un'occhiata finì, e un ufficiale
anziano li convocò per le ultime istruzioni.
— A causa della necessità di segretezza, il trasporto in
superficie dovrà avvenire clandestinamente. — Il maschio
sottolineò quella parola con un gesto enfatico. — Da quando
noi e i nostri soci umani abbiamo fondato la colonia, è stata
sviluppata una routine per eseguire questi trasferimenti con
un certo grado di sicurezza. Ciò non significa che la cosa non
comporti qualche rischio. — Li guardò uno dopo l'altro. I
quattro aspiranti coloni alzarono una veramano e agitarono le
antenne, a indicare che capivano la gravità delle sue parole.
— Se per qualche combinazione il vostro gruppo fosse
intercettato da umani non autorizzati, voi quattro fingete di
non sapere niente. Direte di essere lavoratori diretti alla
località ufficiale del contatto, situata in un luogo chiamato
Lombok. — Nel pronunciare la parola umana, il thranx
ansimò in modo che a Desvendapur parve ridicolo con le
spicole respiratorie, ma tutto sommato superò bene la
difficoltà linguistica. — Se interrogati, potete rivelare le
vostre mansioni effettive. In esse non c'è niente che indichi
che voi siete diretti a una colonia segreta, ben diversa dal
solo luogo ufficialmente noto.
«Radunate il vostro bagaglio e mettetevi a rapporto nella
camera di sbarco fra due tempofasi. — L'ufficiale ebbe un
gesto di cautela, sfumata d'ammirazione. — Voi siete parte
di un grande esperimento. Fra una ventina d'anni, quando
sarà il momento di rivelare l'esistenza della colonia, ci
aspettiamo che gli umani siano così abituati alla nostra
presenza fra loro da accettarla volentieri, dimenticando le
incertezze iniziali. Questo dimostrerà inoltre che noi
possiamo condividere uno dei loro mondi, così come loro
possono condividere uno dei nostri, senza impatti dannosi
sui rispettivi ecosistemi e ambienti sociali. C'è un'altra
importante questione culturale a cui i coloni dovranno
rispondere, ma ora non è il momento di entrare nei
particolari. Circa il vostro soggiorno fra gli alieni sarete
aggiornati da coloro che già vivono e lavorano sul posto.
Il meteorologo gesticolò un interrogativo. — Tu hai
trascorso molto tempo fra loro?
— Un poco — ammise l'ufficiale.
— Come li trovi? I nostri contatti fino a oggi sono stati
limitati, quanto a questo.
— Li trovo frustranti. Amichevoli, ma esitanti. Impulsivi
fino all'idiozia. Spesso divertenti. Minacciosi. Hanno
movimenti liquidi, sconcertanti, goffi con le mani. Vedrete
voi stessi. Sono un misto di contraddizioni. E sto parlando
dei migliori della loro razza, i funzionari governativi che ci
aiutano a sviluppare il progetto della colonia in segreto,
all'insaputa della loro gente. Il resto della popolazione
umana, che questo progetto ha il compito di convincere, è
una massa caotica, un subbuglio di comportamenti a
malapena controllabili. Uno che si muove fra questi umani
ha l'impressione di addentrarsi in una polveriera con una
torcia in mano. Ognuno di loro è una bomba che potrebbe
esplodere. Collettivamente, fanno venire voglia di
allontanarsi dalla loro presenza al più presto. Quanto a me,
devo dire che non mi piacciono. Ma il Gran Consiglio ha
deciso che dobbiamo averli come alleati. Personalmente
preferirei i Quillp — disse. Poi proseguì: — Io devo
attenermi alle mie istruzioni. Ammetto che siano abili e
intelligenti, non si può negare. Si ritiene che, nonostante la
ripugnanza fisica, sia necessario sviluppare l'amicizia fra noi
e gli umani, prima che gli AAnn o altre razze altrettanto
sgradevoli li portino dalla loro parte. Questo sarà uno degli
scopi del vostro lavoro. Voi siete degli specialisti, alcuni nei
più avanzati campi di ricerca, altri in attività di supporto, ma
ognuno di voi è un ambasciatore. Non dimenticatelo mai.
I quattro ebbero il permesso di tornare nelle loro cabine a
riposare e preparare i bagagli. Desvendapur non sapeva cosa
si agitasse nella mente dei compagni, ma lui non riusciva a
trattenere l'eccitazione. Era per questo che aveva lavorato
tanto. Era per questo che aveva mentito, ingannato e
falsificato: per ottenere ispirazione artistica nuova e vibrante,
di un genere negato a ogni altro poeta di tutti i mondi thranx.
Un dubbio improvviso minacciò quel sogno: e se nella
colonia segreta c'era già un poeta? Era probabile che
nell'organizzazione fossero già inseriti un terapista o due. Poi
Desvendapur decise che questo non poteva preoccuparlo
davvero. Se c'erano, stavano svolgendo il loro normale
lavoro sui colleghi. Lui non aveva obblighi di quel genere.
Al termine delle sue mansioni giornaliere nelle cucine o
altrove, sarebbe stato libero di comporre quel che voleva, e
di tenere le sue opere lontane dagli occhi altrui, al sicuro nel
suo scri!ber. Le avrebbe pubblicate soltanto dopo il suo
ritorno su Willow-Wane, soltanto quando fosse giunto il
momento di mandare in pensione l'assistente preparatore di
cibo Desvenbapur, e di resuscitare Desvendapur il poeta.
Con calma, si disse, prudentemente. Tutto a suo tempo.
Prima lo stimolo e l'illuminazione, poi le rivelazioni.
Da ogni apparenza esterna, niente distingueva la navetta
thranx da quelle umane destinate agli stessi compiti. Il tozzo
velivolo fornito di brevi ali, atto al volo spaziale come a
quello atmosferico, emerse dalla Zenruloim come un uovo
dal ventre di un vlereq. Niente poteva rivelare a un
osservatore esterno, in orbita o sul pianeta, cosa ci fosse di
particolare nel suo interno.
Dopo il permesso delle autorità planetarie la navetta si
allontanò dall'astronave coi propulsori di manovra, e a
distanza di sicurezza accese quello principale. Frenando la
sua velocità orbitale cominciò a scendere, lasciandosi non
solo indietro ma anche più in alto la Zenruloim.
Come l'attenzione dei compagni, anche quella di
Desvendapur era fissa sullo schermo di prua mentre
abbandonavano il campo di gravità artificiale dell'altra
astronave. Nell'inquadratura c'era una fetta del grande globo
striato di nubi. Oltrepassarono una stazione orbitale umana,
un insieme di grandi ruote girevoli intorno alle quali
sciamavano piccoli velivoli. A un'estremità erano ormeggiate
due grosse astronavi. Agli occhi non addestrati del poeta esse
apparvero altrettanto voluminose della Zenruloim. Era uno
spettacolo notevole, ma non sopraffacente. Per certi aspetti
l'architettura spaziale umana era uguale a quella thranx,
mentre per altri era addirittura incomprensibile. Sembrava
strano che da leggi fisiche universali, e dunque identiche,
fossero emersi risultati tecnici così diversi.
Poi la navetta si lasciò indietro l'indaffarata stazione
orbitale. Sotto di loro c'era un oceano incredibilmente
azzurro. Dai suoi studi Desvendapur sapeva che sul mondo
natale umano esistevano tre tipi di masse d'acqua: gli oceani,
i mari, e i laghi. Su Hivehom e su Willow-Wane si poteva
dire che i primi due tipi non esistessero. Benché sapesse che
non c'era motivo di preoccuparsi, la vista di tutta quell'acqua
lo allarmò più di quanto avrebbe voluto ammettere. Avendo
le spicole respiratorie sul torace, un thranx poteva entrare
nell'acqua bassa tenendo testa e antenne sopra la superficie...
e affogare. Nell'acqua alta, pur con un salvagente, il suo
pesante esoscheletro e la sottigliezza degli arti gli avrebbero
reso molto difficile il nuoto.
Gli umani, a quanto aveva letto Desvendapur, non solo
nuotavano con buona efficienza ma ci si divertivano anche.
Se due rappresentanti di queste razze fossero caduti in mare
uno accanto all'altro, l'umano avrebbe potuto aspettare i
soccorsi galleggiando, mentre il thranx sarebbe colato a
picco fino al fondo.
Sul terreno solido, comunque, nessun umano poteva avere
la stabilità di un thranx che disponeva di otto arti, né la sua
efficienza lavorativa. Quei bipedi erano fomiti di due sole
mani, e non potevano uguagliare la destrezza e le possibilità
delle quattro mani di un thranx.
Nella manovra degli oggetti, gli umani potevano tuttavia
sviluppare una maggiore forza di sollevamento. Se questo
particolare fosse davvero utile era oggetto di dibattito.
Mentre la navetta entrava nell'atmosfera, il peso cominciò
a tornare e Desvendapur fu attratto con l'addome contro la
spessa imbottitura della panca cui era assicurato. Lo schermo
mostrava a tratti distese di nuvole, a tratti parti del territorio.
I colori del suolo variavano moltissimo, come su ogni
pianeta dove ci fosse vita. Sentì che Jhywinhuran gli
chiedeva come si sentiva, e le rispose distrattamente. La sua
attenzione era focalizzata sul mondo alieno che saliva
tumultuosamente incontro a loro.
Dall'elettronica della cabina uscirono calme istruzioni di
volo Poi ci fu uno scossone quando la navetta secondaria
montata nel corpo di quella più grossa si staccò. La sua
discesa verso la superficie fu rapida, accompagnata da
misure antiradar per evitare l'avvistamento da terra. Queste
precauzioni furono aiutate dal fatto che stavano scendendo a
motore spento verso una sterminata foresta pluviale dove
c'era la minore densità di abitanti del pianeta. Data la bassa
quota a cui era avvenuta la separazione, e l'angolo di volo,
non c'era modo di sbagliare. Un approccio a motore acceso
avrebbe rivelato la sua presenza ai detector delle zone
circostanti più popolate. Uno del tutto in caduta libera
avrebbe rischiato di finire in una tragedia. Ma i piloti della
navetta avevano già eseguito quella manovra molte altre
volte. Desvendapur e i suoi compagni non furono intimoriti
dalla forza gravitazionale che li schiacciò sulle panche al
momento della decelerazione, comprimendo le loro antenne
a contatto del cranio. Se l'erano aspettata, e nello spazio
ristretto della cabina non c'era modo di ruzzolare chissà
dove.
Ci fu ancora uno scossone dovuto a un vuoto d'aria, e
Desvendapur strinse le mandibole. Lo schermo si scurì
quando attraversarono uno strato di nuvole, e furono in
mezzo a un temporale. Nella zona scelta per la colonia
segreta pioveva spesso... una calda umidità che ricordava ai
thranx la loro patria. Quelle condizioni meteorologiche così
amichevoli non ponevano alcun problema inaspettato ai
piloti.
Attraverso le nubi e i grigi banchi di nebbia Desvendapur
vide una vasta distesa di chiome di alberi verdi, d'aspetto
sconosciuto. Poi il velivolo penetrò nell'apertura di una vasta
superficie mimetica; ci fu un tonfo quando toccò il suolo, e il
rumore acuto delle ruote che rallentavano freneticamente, coi
freni azionati al massimo. Infine la navetta penetrò in una
specie di hangar e poco più avanti si fermò del tutto. Mentre
la sua respirazione tornava normale e si sganciava la cintura
di sicurezza, Desvendapur vide, dal finestrino, dei piccoli
veicoli di servizio, dei robot al lavoro, e parecchie figure a
sei gambe che venivano con aria svelta ed efficiente verso la
navetta.
Lui e i suoi compagni uscirono in un hangar che, a parte le
sue dimensioni alquanto ristrette, non era molto diverso da
quel che avrebbero potuto vedere su Willow-Wane. Le
apparecchiature tecniche erano le stesse, anche se inferiori in
quantità e dimensioni. Il veicolo venuto a prendere i
passeggeri era uno soltanto, accanto al quale una giovane
femmina diede loro il benvenuto senza troppi convenevoli.
Dopo essersi assicurati che i loro bagagli li seguissero, i
quattro salirono a bordo e furono subito portati via
dall'hangar, lungo un tunnel.
Niente di alieno assaliva i loro sensi. Le pareti del tunnel
erano spruzzate di uno spesso strato isolante grigio. Cartelli
d'aspetto familiare indicavano la dislocazione di corridoi
laterali, camere di servizio, tubature varie e prese d'acqua.
Quello avrebbe potuto essere l'interno di un qualsiasi alveare
in cui avevano abitato su Willow-Wane, senza la minima
differenza.
Desvendapur ebbe un orribile sospetto: e se erano stati
arruolati in un misterioso esperimento sociale di tutt'altro
genere? E se il loro viaggio nell'iperspazio li aveva riportati
indietro in una lunga curva fino a Willow-Wane, o su
Hivehom? E se quello era un ambiente destinato
all'interazione con gli umani, ma su uno dei tanti pianeti
thranx? Ciò che avevano visto sullo schermo nell'atterraggio
poteva essere un falso. Era impossibile dirlo, impossibile
capire la differenza. Lì non c'era niente di particolarmente
indicativo.
Niente, fuorché l'aria.
Sapeva di esotico, di vegetazione aliena, di muschi strani.
Anche purificata prima d'essere immessa nei tunnel della
colonia, era piena di odori sconosciuti. Naturalmente
un'atmosfera poteva essere falsificata come le immagini.
Qualsiasi odore artificiale poteva essere introdotto in un
ambiente chiuso. Se era così, pensò Desvendapur, qualcuno
stava facendo un ottimo lavoro.
Grazie alle sue esperienze di vita, lui era molto più
diffidente dei compagni. Consapevole di questo, decise di
non dare fiato ai suoi sospetti. Sperava che si sarebbero
rivelati erronei.
Se la gravità era diversa da quella di Willow-Wane, la
differenza era minima. Lui non sapeva se essere a disagio o
compiaciuto. Il veicolo svoltò in un altro corridoio e iniziò a
rallentare. Fu allora che molti dei suoi sospetti, se non tutti,
si dissolsero.
Tre specialisti venivano a piedi su un lato del tunnel,
parlando animatamente e gesticolando con le antenne. Non
avevano niente di speciale, e niente che indicasse come
speciale l'ambiente in cui si muovevano. Ma coi tre
camminavano due umani, che chiacchieravano con loro e
agitavano gli arti superiori. A confronto dell'unico umano
che Desvendapur aveva incontrato su Willow-Wane, questi
non indossavano praticamente niente. La loro moscia
epidermide carnosa era esposta per intero. Dai suoi studi, lui
poté decidere che entrambi erano maschi. Ma non era stata la
presenza degli umani, né la loro mancanza di vestiti, a
colpire il poeta. Il suo sguardo s'era infatti subito spostato
sulle due strane creature che li accompagnavano.
I due piccoli quadrupedi che zampettavano intomo alle
gambe degli umani e dei thranx erano coperti di una sostanza
che Desvendapur identificò come peluria, prima che il
veicolo passasse oltre. Uno era assai più grosso, e la sua
peluria differiva molto da quella dell'altro. Entrambi avevano
musi lunghi, occhi intelligenti, e bocche che ricordavano più
quelle degli AAnn che dei loro compagni umani.
Lui cercò di ricordare qualche particolare della società
umana. Sapeva che i bipedi non si limitavano a mangiare la
carne di altre creature, ma tenevano nelle loro case dei
rappresentanti di razze I diverse, solitamente mammiferi,
come se la compagnia di membri della loro razza non gli
bastasse. Quanto a questo, certe sub-razze erano più
privilegiate di altre. Fra le preferite c'erano i cani, e lui
suppose di poter identificare come tali i due quadrupedi che
aveva appena visto. Ciò che gli parve notevole, anzi
affascinante, fu che sebbene non avessero un'intelligenza
evoluta i due cani sembravano prestare altrettanta attenzione
ai thranx che agli umani.
Per quel che lui ne sapeva, nessuna creatura del genere era
mai stata importata su Willow-Wane. Né erano presenti nelle
strutture riservate agli umani su Hivehom. Quelle strutture
erano costruite per alloggiare gli umani, non i loro compagni
addomesticati. Era già fin troppo costoso ospitare i bipedi e
curarsi di loro. Sul mondo degli umani evidentemente quelle
restrizioni non erano applicate. La presenza dei cani non
aveva del tutto cancellato i suoi dubbi, ma li aveva resi
piuttosto evanescenti. Quei quadrupedi domestici pelosi gli
erano parsi troppo a loro agio in compagnia dei thranx, per
esser stati importati di recente in un progetto situato su un
mondo non umano.
Il veicolo rallentò fino a fermarsi e si abbassò a contatto
del suolo. Ad attenderli c'erano due femmine, sulla cui
chitina era tatuato un simbolo che Desvendapur non aveva
mai visto. Mentre i due studiosi ne seguivano una verso
un'altra destinazione, lui e Jhywinhuran furono condotti in
un rapido giro delle strutture in cui avrebbero lavorato e
infine ai loro nuovi alloggi. Prima di separarsi si accordarono
per mangiare insieme, al tramonto, e per condividere il resto
delle esperienze di quella giornata.
Aspettando l'arrivo dei suoi bagagli, il poeta esaminò i due
locali che sarebbero stati la sua casa per un certo periodo.
Non c'era niente di estraneo; niente di troppo diverso
dall'alloggio in cui aveva vissuto a Geswixt. Tutto era di
fabbricazione thranx. Data la natura segreta, e segregata,
della nuova colonia lui non s'era aspettato qualcos'altro. I
bipedi che li stavano aiutando a installarsi sul loro mondo
natale non potevano certo ordinare alle loro fabbriche un
massaggiatore toracico o un impianto igienico thranx.
Si fermò. Un oggetto situato sul piano d'appoggio per
attrezzi, ai piedi della tavola del letto, aveva attratto il suo
sguardo. Mentre lo guardava, le sue antenne captarono un
odore gradevole. Era un piccolo mazzo di fiori,
accuratamente disposti, diverso da qualunque cosa lui avesse
mai visto. I loro petali erano bianchi, con un orlo purpureo, e
chinandosi verso di essi lui accostò le antenne per meglio
apprezzare il profumo. I gambi erano infilati in un elegante
cilindro di vetro contenente acqua. Se fossero cresciuti su
Willow-Wane, o su Hivehom, i botanici che li avevano
realizzati avrebbero meritato qualsiasi ricompensa. Ma quei
delicati miracoli della natura non sembravano appartenere ai
mondi thranx. I gambi, tagliati di fresco, parlavano di qui e
di ora.
Desvendapur era impaziente di cominciare a lavorare nelle
cucine, ma quel piacere gli era negato fino all'indomani.
Nessuno si aspettava che qualcuno scendesse dall'astronave
dopo un lungo viaggio fra le stelle e si mettesse subito al
lavoro. Se il proposito degli organizzatori era di convincere i
nuovi arrivati che si trovavano sulla Terra, mentre in realtà
non avevano mai lasciato il loro mondo, lì c'era un'attenzione
ai particolari che lui poteva soltanto ammirare. Ma ogni
decimo di tempofase che trascorreva lì dentro, si convinceva
sempre più che il suo era stato uno dei soliti dubbi paranoici,
e che era davvero giunto su una colonia segreta nel più
interno dei mondi umani.
Aveva sperato di conoscere subito qualcuno di quei
bipedi, però nella mensa dove si recò per il pasto serale
c'erano soltanto thranx. Parecchi odoravano fortemente di
esterno: un sentore netto, alieno, pungente. Si consolò con la
certezza che avrebbe senz'altro interagito con gli umani nei
giorni successivi, o l'indomani stesso. Non ne aveva forse già
visti un paio passare in compagnia di quei tre thranx? Aveva
portato pazienza fino a quel punto, poteva pazientare ancora
un po'.
Ma i giorni trascorsero senza che gli capitasse più di
vedere un umano neppure di lontano, e Desvendapur
cominciò a seccarsi. Non aveva viaggiato fin lì, dopo tutta la
fatica fatta, per restare chiuso nelle cucine a preparare cibo
per l'intera vita. Anche se aveva imparato ogni dettaglio del
suo nuovo lavoro, era ansioso di lasciarlo a chi era nato per i
mestieri semplici, e di tornare alla ben più nobile professione
di poeta a tempo pieno. Per ottenere questo era necessario
immergersi nell'ispirazione e afferrarne la sorgente. Ma
quella sorgente restava più elusiva che mai.
Dov'erano gli umani? A parte i due visti il giorno del suo
arrivo, i bipedi erano evidenti per la loro assenza. Era
assurdo che ci fossero meno contatti con loro qui sulla Terra
che sui mondi thranx. Ma quanto a questo, se doveva mettere
insieme tutti i contatti avuti con loro e misurare l'ispirazione
che gli avevano fornito, tanto valeva che lui fosse rimasto su
Willow-Wane. La sua frustrazione diede origine ad alcuni
robusti sonetti, un po' acidi, ma seppure ben costruiti e
originali essi non bruciavano ancora del fervore che lui
cercava così disperatamente.
Ogni tentativo d'indagare e saperne di più richiedeva
grande cautela da parte sua. Un assistente preparatore di cibo
che avesse chiesto informazioni su soggetti così lontani dai
suoi doveri ufficiali avrebbe richiamato su di sé
un'attenzione che lui voleva evitare. Ogni domanda doveva
essere formulata nel modo più obliquo e sottile, condita con
molta indifferenza. I semplici lavoratori come lui erano noti
per la loro mancanza di curiosità intellettuale.
Jhywinhuran gli era d'aiuto solo marginalmente. Benché
Desvendapur avesse deciso di mantenere le distanze con lei,
se ne sentiva attratto. La femmina aveva un grado non
maggiore del suo, ma era chiaro che lo vedeva
intellettualmente superiore a lei, e più competente per quanto
riguardava materie estranee al loro lavoro. L'interesse e
l'ammirazione di lei erano sinceri. In sua presenza
Desvendapur si rilassava più di quel che avrebbe voluto.
Abituato a stare sempre all'erta, timoroso d'essere scoperto,
apprezzava molto la compagnia di una persona alla quale lui
piaceva per ciò che era, e che non stava a chiedersi da quale
misteriosa origine uscissero le sue parole quando discuteva
con competenza di certi argomenti.
In risposta ai suoi cauti sondaggi, lei disse di aver visto
degli umani in due occasioni, ma a distanza. Non aveva
avuto contatti personali. Né c'era motivo perché una del suo
rango ne avesse. Senza dubbio gli umani di servizio alla
colonia dovevano consultarsi coi thranx per tutto quel che
riguardava i rapporti con l'esterno. Il lavoro di Jhywinhuran,
dunque, un rapporto con l'ambiente esterno lo aveva, salvo
che le latrine e gli scarichi della colonia non fossero isolati in
un sistema di riciclaggio chiuso. Che le cose non stessero
così, Jhy l'aveva capito nelle due occasioni in cui aveva visto
gli umani a colloquio con degli specialisti thranx.
Ma gli umani non avevano alcun motivo di venire nelle
cucine. Desvendapur e i suoi colleghi non avevano affatto
bisogno del loro aiuto per preparare il cibo della colonia.
C'era anche un'altra mensa, in effetti, e Jhywinhuran gliene
aveva parlato. Non gli fu di consolazione sapere che i suoi
colleghi di quell'installazione non avevano più contatti di lui
con gli umani.
Doveva trovare il modo di raggiungerli, d'immergersi nella
cultura di quelle creature estranee e nel loro mondo. Ottenere
un grado superiore lì nelle cucine, a parte la soddisfazione
personale, non gli avrebbe procurato niente che già non
avesse. Data la segretezza di quella colonia, i movimenti di
tutti i thranx che ne facevano parte erano limitati da un
regolamento piuttosto severo. A lui era concesso spostarsi a
suo piacere in tutte le sezioni collegate alle cucine, in quelle
ricreative, in quelle delle relazioni sociali, ma per entrare in
altre avrebbe dovuto fornire una solida spiegazione. Fra
queste c'erano l'hangar mimetizzato delle navette, e tutti i
locali con un'uscita sul mondo esterno, che erano pochi.
La dislocazione di quelle uscite, per la maggior parte
intese come uscite d'emergenza, era ben conosciuta. In caso
d'incendio, il personale doveva sapere come raggiungerle al
più presto. Nessun thranx, per quanto curioso, avrebbe però
infranto il regolamento facendo un uso non autorizzato di
quelle uscite. Un atto del genere non sarebbe stato soltanto
illecito, ma del tutto immotivato. Nella colonia c'era ogni
comodità, tutto era sicuro e familiare. Fuori... fuori c'era un
mondo alieno pullulante di fauna esotica e dominato da una
razza inaffidabile. Chi avrebbe desiderato andare fuori? Un
thranx che avesse espresso una simile ambizione sarebbe
stato guardato con stupore e sospetto, e considerato bizzarro,
se non addirittura anormale.
Ma come ogni poeta, per restare sano di mente
Desvendapur doveva uscire dal sentiero della normalità.
Se avesse dedicato ogni momento libero a ruminare sulle
sue frustrazioni, avrebbe potuto finire all'ospedale.
Consapevole del pericolo, si concentrò sul lavoro. La notte
era molto più difficile, quando non aveva nulla con cui tener
occupate le mani o la mente, quando era libero di
vagabondare sia con il corpo che coi pensieri. Incapace
d'individuare una ragione per le inquietudini che talvolta
ribollivano alla superficie della personalità di Desvendapur,
Jhywinhuran faceva del suo meglio per confortarlo. Lui
cercava di reagire, di distrarsi, ma qualche volta la femmina
non riusciva a essergli d'aiuto. Chi avrebbe potuto capire la
natura della furia creativa che si agitava in lui come un
torrente impetuoso chiuso fra gli argini delle convenzioni
sociali?
Era una situazione che non poteva continuare, lui lo
sapeva. Prima o poi le frustrazioni avrebbero sfondato la
diga del suo buonsenso. Avrebbe fatto qualche stupidaggine
e si sarebbe rovinato con le sue mani. Poi lo avrebbero
rimosso dall'incarico, preso in custodia, spedito su un altro
pianeta per il trattamento medico, e punito.
Se avessero scoperto la sua responsabilità nella morte
della pilota Melnibicon, gli sarebbe successo anche di
peggio. Ogni possibilità di carriera nel campo creativo,
ovviamente, gli sarebbe stata preclusa per sempre.
Come indagare oltre i confini delle sue competenze senza
apparire troppo curioso? Dopo aver soppesato ogni
alternativa, decise che un solo approccio sfacciato con una
sola persona avrebbe presentato un rischio minore di molte
domande furtive poste a molti diversi individui.
La sua scelta cadde su un giovane operatore ai trasporti di
nome Termilkulis, che ogni tanto portava rifornimenti alle
cucine. Coltivando l'amicizia di quel maschio, offrendogli
manicaretti e cibi scelti, Desvendapur ne conquistò pian
piano la fiducia finché l'altro cominciò a sentirsi del tutto a
suo agio con lui.
Una mattina di buon'ora, quando gli alimenti per il pasto
mattutino erano già stati preparati e lasciati ai cucinieri per la
cottura finale, Termilkulis venne a fare una consegna.
Desvendapur gli disse di aver bisogno di una pausa, e
l'operatore ai trasporti rispose che anche a lui avrebbe fatto
piacere rilassarsi un poco. I due andarono così a fermarsi in
un angolo del magazzino, dietro la piattaforma di carico, e
assunsero la posizione di riposo, su tutte e quattro le
veregambe e le due manipiedi.
Dopo due o tre decimi di tempofase in cui parlarono del
più e del meno, Desvendapur osservò in tono casuale: — Sai,
mi sembra strano che qui, sul mondo natale degli umani, non
ci accada mai di vedere personalmente quei bipedi.
— Be', immagino che non ti farebbe piacere vederli
entrare qui, nella sezione dove lavori — rispose Termilkulis,
lasciando penzolare pigramente le antenne di lato.
Desvendapur si dichiarò d'accordo con un gesto breve e
moderato. — Suppongo che sia vero. E tu? — chiese, con
apparente indifferenza. — Quanti ne hai visti?
L'operatore ai trasporti non parve trovare nulla di strano in
quella domanda. — Uno o due.
— Avrei pensato che nei tuoi giri di consegne per tutta la
colonia tu avessi modo di vedere molti bipedi.
— Non proprio. Sai, quando fui assegnato qui anch'io mi
posi la stessa domanda, dopo qualche tempo — disse l'altro.
Il poeta si irrigidì, ma dall'atteggiamento dell'operatore ai
trasporti era chiaro che quell'osservazione non aveva destato
in lui alcun sospetto. — Così domandai se c'era un motivo
per questo, e la risposta che ebbi mi spiegò tutto.
— Davvero? — disse Desvendapur, casualmente. — Ti
spiegò tutto?
Termilkulis si volse verso di lui. — Questa è una colonia
thranx, un alveare thranx. Solo pochi umani, al servizio del
loro governo ma in segreto, sanno della sua esistenza. È
destinata a dimostrare che possiamo vivere fra loro in gran
numero, senza un impatto dannoso sulla loro società.
Quando verrà il momento, appena gli xenosociologi di
entrambe le razze lo stabiliranno, la nostra esistenza sarà
rivelata, e si conta che questo avrà un salutare effetto
sull'opinione che i bipedi hanno di noi. Ma non c'è motivo
per cui loro vengano continuamente in visita all'alveare.
Questa è una colonia thranx. E di conseguenza è popolata da
thranx. — Una mano-piede si alzò a indicarli entrambi. —
Come te e me.
Era una risposta sensata, Desvendapur lo sapeva, e
dannatamente frustrante. Perché un alveare, anche situato su
un mondo umano, avrebbe dovuto richiedere la presenza
umana? I progetti ufficiali in corso su Willow-Wane e
Hivehom erano stati studiati per esaminare l'interazione
umani-thranx, ma quella colonia aveva un altro scopo. Era
destinata a crescere, per il momento, e infine a dimostrare
che poteva esistere tranquillamente su un mondo umano.
L'interazione aperta sarebbe venuta dopo, quando entrambe
le razze avrebbero dato il via a contatti più intensi, quando
gli umani non avrebbero più trovato i thranx ripugnanti e
viceversa.
Questo Desvendapur lo capiva. Anche lui trovava
disgustosi certi aspetti degli umani. La differenza fra lui e gli
altri thranx era che questo disgusto gli serviva da fonte
d'ispirazione.
Ma come immergersi in quello stato emozionale, se gli
veniva negato il contatto con quelli che potevano fornirlo,
pur essendocene a miliardi fuori da lì? A lui sarebbe bastata
una dozzina di umani, ma neppure questo gli era consentito.
E non poteva aspettare in eterno che la situazione cambiasse
o accadesse qualcosa. Il suo periodo di servizio sulla Terra
aveva un limite. Ma soprattutto era troppo impaziente per
starsene lì senza far niente. La rassegnazione fatalistica non
era nel suo carattere.
Cosa poteva fare? Se avesse visto un umano di lontano,
oltre il confine delle sezioni a lui proibite, avrebbe potuto
infrangere le regole e andare a conoscere il visitatore. Questo
poteva funzionare, per una tempofase o due, finché la
Sicurezza si sarebbe accorta della cosa e lo avrebbe mandato
via. La seconda volta però ci sarebbero stati dei
provvedimenti a suo carico. Oppure poteva avvicinare un
umano e imporgli la sua presenza con la forza per un periodo
più lungo, magari per qualche giorno, ma dopo un'azione del
genere lo avrebbero spedito via dal pianeta senza neanche
dargli il tempo di fare i bagagli. Avendo accesso ai veicoli,
Termilkulis poteva essergli di qualche aiuto... a patto che
non capisse le vere intenzioni del suo nuovo amico, perché
in caso contrario avrebbe subito messo fine alla loro amicizia
e fatto rapporto alle autorità dell'alveare.
No, decise con calma Desvendapur, qualunque cosa
avesse fatto doveva farla da solo. Le sue scelte erano molto
limitate. O almeno, lo erano quelle razionali. Restava da
vedere fino a che punto potessero funzionare quelle
irrazionali. Si trattava di azioni abbastanza inconcepibili per
il thranx medio. Ma se c'era qualcosa di «medio» in lui,
Desvendapur non se n'era mai accorto.
La soluzione era ovvia quanto folle. Se non poteva trovare
umani con cui interagire dentro l'alveare, allora doveva
escogitare il modo di incontrarli fuori.
11

Come ogni dannata mattina, odiosamente e


immancabilmente, Cheelo fu svegliato all'alba
dall'allucinante coro delle scimmie urlatrici che salutavano il
ritorno del sole. Disteso supino sotto il leggero lenzuolo
tropicale alzò lo sguardo oltre il materiale trasparente e
ultraleggero della tenda. A quella latitudine, pochissimo a
sud dell'equatore, il sole si alzava e tramontava con grande
rapidità. Il grigiore dell'alba che «indugiava nel cielo» era
una terminologia da zone temperate, e non trovava
applicazione lì nel settentrione dell'Amazzonia.
Sbadigliando portò una mano al petto per grattarsi un
prurito... e si alzò a sedere, con un urlo. Abbassando lo
sguardo vide un rivolo di colore rosso attraverso il lenzuolo
che gli copriva lo stomaco, da destra a sinistra. Il rivolo
entrava da un buco largo qualche centimetro su un lato della
tenda, e usciva da un altro buco sul lato opposto, dopo aver
aggirato o scavalcato ogni ostacolo non organico lungo quel
percorso. Sarebbe passato anche attraverso il suo corpo, se
non fosse stato avvolto in un lenzuolo di plastica non
commestibile.
Cheelo era andato a letto senza attivare il repellente
elettronico per gli insetti che aveva nello zaino.
L'esercito di formiche aveva fatto un buco nella tenda
semplicemente perché questa era sul suo percorso. Poi gli
insetti avevano trovato più comodo arrampicarsi sul suo
corpo. Era stato molto fortunato, anche se questo lo avrebbe
capito solo più tardi, quando avrebbe avuto tempo di
riflettere. Per il momento tutto ciò che seppe fare fu di
balzare in piedi gridando, e schiacciò la formica soldato che
aveva affondato le mandibole nel suo pollice destro. Se
avesse saputo qualcosa degli eserciti di formiche avrebbe
reagito in modo più prudente.
Nel captare i ferormoni d'allarme emessi dal collega
schiacciato, le formiche soldato cambiarono direzione e
partirono all'attacco. Cheelo balzò qua e là come se ballasse
scalzo sui carboni ardenti. Ruzzolò fuori dalla tenda, corse
via sotto gli alberi e attraversò la spiaggia, gettandosi nel
fiume. Anche sott'acqua, le formiche continuarono a restargli
tenacemente attaccate addosso. Dato che non era la stagione
secca ed era disponibile una gran quantità di prede, i piranha
di quella zona ignorarono la sua violenta intrusione nel loro
mondo. Non così il caimano nero lungo quattro metri,
sull'altra riva, che scivolò silenziosamente nell'acqua e
remigò con la sua coda di drago per investigare, visibile solo
come una scia a V che s'avvicinava veloce. Quando però
giunse sul posto, Cheelo s'era svegliato del tutto e aveva già
fatto ritorno sulla spiaggia. Deluso, il caimano nero restò
dov'era, mentre la sua ex preda gli dava le spalle, ignara di
quant'era stata vicina ai suoi denti giallastri e infetti.
Ringhiando un'imprecazione dopo l'altra Cheelo fece
ritorno alla tenda. Si chinò ad allungare una mano
nell'interno ed esaminò bene lo zaino, prima di tirarlo fuori.
In una tasca c'era la pomata per i segni rossi lasciati dai
morsi degli insetti. Occorsero un paio di pinzette per
rimuovere le mandibole e le teste di quei soldati che gli
erano rimasti addosso anche dopo essere stati schiacciati a
ceffoni o affogati.
Non c'era molto che potesse fare, salvo attendere che la
colonna di formiche fosse passata via. Fortunatamente tutto
il suo cibo era in confezioni sottovuoto. Questo era
importante, non solo perché l'umidità non lo facesse
deteriorare, ma anche per impedire che insetti e mangiatori
di carogne fossero attratti dall'odore.
Era tardo pomeriggio quando la retroguardia della colonna
passò attraverso i due buchi della tenda. Dopo un rapido
esame per controllare che non ci fossero formiche
ritardatarie, Cheelo la smontò e portò tutto il suo bagaglio
sulla barca. Di regola avrebbe controllato che nelle fessure e
nelle pieghe non si fossero annidati altri insetti che
pullulavano nella foresta, come scorpioni verdi, ragni
velenosi, zecche, scolopendre e vespe carnivore; ma dopo il
passaggio dell'esercito di formiche quella precauzione non
era necessaria: sulla loro scia non restava mai nulla di vivo.
Si ripromise d'essere pili cauto nella scelta del prossimo
campo. Ma nella giungla nessun luogo era del tutto sicuro.
Fra i cespugli si celavano ragni e serpenti; gli alberi erano
pieni d'insetti voraci d'ogni genere, e dormendo in barca
sarebbe stato assalito dalle zanzare che sciamavano sul
fiume; ovunque c'erano orribili parassiti capaci d'insinuarsi
nel corpo umano. A dispetto della sfortunata esperienza di
quella notte, lui continuava a preferire il terreno aperto, le
piccole radure circondate dalla foresta non troppo viene ai
corsi d'acqua. Aveva con sé una scatola di pezze adesive, e i
fori aperti nella tenda dalle formiche potevano essere
riparati.
Perversamente, Cheelo era grato della presenza di tutto ciò
che mordeva, pungeva, aggrediva e parassitava. Tutto
contribuiva alle condizioni che i turisti trovavano
scoraggianti. Peggiore era il clima e più predace la fauna,
meno era probabile che lui incontrasse un gruppo di turisti
scortati dalle loro sospettose guide. Quella non era una zona
isolata dal punto di vista elettronico; in orbita c'erano satelliti
d'ogni genere, e tutti quanti avevano in tasca telefoni e
minicomp con cui potevano inviare all'altro capo del mondo
una sua immagine o addirittura uno scanner DNA, e
chiamare una pattuglia di ranger della Riserva. Con quello
sfortunato incidente a San José ancora fresco negli archivi
della polizia di mezzo pianeta, Cheelo doveva stare alla larga
dalla gente. Per lasciar sbollire la cosa occorreva un minimo
di tempo, e solo allora lui sarebbe stato in grado di tornare a
Golfito.
Fino a quel momento tutto era andato bene. Vivere in
quella terra selvaggia era pili difficile che evitare l'attenzione
delle autorità. Aveva già provato a catturare dei pesci, e non
senza un certo successo: il fiume ne era pieno, e si gettavano
su qualsiasi cosa uno usasse come esca. Ma aveva scoperto
che c'erano assai meno noci e bacche commestibili di quel
che sperava, e le scimmie (tredici dannate specie ce n'erano,
diceva la guida) erano molto più rapide di lui a trovare gli
alberi di frutta commestibile matura, che poi difendevano
con ferocia dagli estranei non invitati. Lo stesso si poteva
dire dei pappagalli e dei macaw. Il pesce era ottimo e ce
n'era abbastanza da saziarsi, ma dopo un paio di settimane
una dieta di piranha e di pescigatto cominciava a diventare
noiosa.
Il bisogno di varietà sia nel gusto che nelle sostanze
nutrienti lo costrinse a consumare la sua riserva di
concentrati, al punto che cominciò a preoccuparsi. Dopo aver
lavorato così duramente per isolarsi dalla società era
riluttante ad andare a Puerto Maldonado, il più vicino centro
abitato sul Rio Ucayali, per rinnovare le sue scorte. Trovò
delle radici di yucca, le pulì e le arrostì. Questo gli restituì
fiducia nelle sue capacità di vivere nella foresta, sviluppate
durante l'adolescenza a Gatun e nel suo circondario tropicale.
Sapeva che stava chiedendo molto a se stesso; nessuno era
davvero capace di sopravvivere a lungo lontano dalla civiltà,
nelle grandi giungle accuratamente tutelate della Terra, i
posti noti per essere i polmoni del pianeta.
Quando trovò una piantagione di alberi da frutta,
abbandonata molti decenni addietro e tornata allo stato
selvatico, quella scoperta lo rese euforico. La frutta era
troppa perché le scimmie riuscissero a spazzarla via tutta
appena matura, ed era quel che ci voleva per rimpinguare le
sue scorte. La soddisfazione risollevò molto il suo morale e
lo fece sentire meglio anche fisicamente. Quella sera^ prese
un pescegatto di dieci chili, dopo un'epica lotta per impedire
che la lenza si spezzasse, e con la sua carne bianca riempì
del tutto il vano conservatore dello zaino.
Il giorno dopo avviò la barca-hover su per il fiume, si
distese sul pagliolato e lasciò che il pilota automatico facesse
il suo lavoro. Non c'era pericolo di andare a sbattere nella
riva, in un banco di sabbia o in un tronco galleggiante. Sotto
di lui il motore elettrico ronzava volonterosamente, mentre le
fotocellule disposte su ogni superficie ricaricavano le
batterie. Per essere un fuggiasco, lui era eccezionalmente
tranquillo e rilassato.
Finché la prua sbatté contro qualcosa d'imprevisto.
Ci fu uno scossone a cui seguì un guaito di dolore
animalesco. Alzandosi a sedere Cheelo fece in tempo a
vedere un cucciolo di lontra gigante galleggiare via sulla
superficie del fiume, ferito. L'animale perdeva sangue dalla
testa e da un fianco. Occupato al cacciare pesci nell'acqua
fangosa, era incappato nell'elica dell'hover. Ora si lasciava
portare dalla corrente, gemendo in modo penoso.
Il resto del branco di lontre reagì subito in modo ostile alla
presenza del supposto aggressore. Gli adulti erano bestioni
lunghi un metro e mezzo e pesanti fino a quaranta chili, e
nuotando intorno alla barca latravano sonoramente,
inferociti.
— Ehi, è stato un incidente! — si trovò a sbraitare Cheelo,
mentre si frugava in cerca della pistola. — Non l'ho investito
io, quel cucciolo. Ha urtato lui contro la barca!
Le lontre giganti, una dozzina, non sembravano di
quell'avviso. Anche se avevano capito che lui non era un
nemico, erano incavolate per il suo arrivo nel loro territorio
di caccia. Due grossi maschi riuscirono ad arrampicarsi a
bordo e cominciarono a cercare di addentare i suoi stivali da
giungla. Avevano canini lunghi un pollice, zanne capaci di
staccargli un piede, e si avventavano verso le sue caviglie
ringhiando con molta energia.
Cheelo riuscì finalmente a tirare fuori la pistola dalla
fondina, ma non osava sparare con un'arma a proiettili, per
timore di sfondare la barca. Allora sparò un colpo sopra le
teste degli animali. Latrando e stridendo le due lontre giganti
si gettarono di nuovo nel fiume, ma non prima che una di
esse si avventasse sulla sua gamba sinistra per morderlo
profondamente alla coscia. Prima che l'uomo riuscisse a
riprendersi dalla sorpresa e dal dolore, le due bestie erano
scomparse di nuovo nel fiume.
Cheelo poggiò la pistola sul sedile e si tirò giù i pantaloni,
ringhiando fra i denti. Con tutti i serpenti, i coccodrilli, gli
insetti velenosi, i piranha, i parassiti e i roditori giganti della
foresta, gli capitava d'essere assalito proprio dalle lontre, che
avrebbero dovuto essere innocue quanto i delfini di fiume. Si
pulì la ferita col disinfettante, poi ci sparse sopra un
fermasangue e terminò l'opera con uno strato trasparente di
pelle artificiale, che subito si solidificò e cominciò a fondersi
con la sua carne. Una volta che la ferita sottostante fosse
guarita, la pelle artificiale si sarebbe seccata e staccata come
una crosta, lasciando allo scoperto l'epidermide sana. Finita
l'opera di pronto soccorso, Cheelo richiuse il kit d'emergenza
e ripulì il filtro in fondo alla barca dalla vegetazione che
c'era finita dentro, in modo che la pompa potesse aspirare via
l'acqua portata dentro dalle lontre.
Fu allora che un'altra di loro, evidentemente persuasa che
l'intruso non fosse stato punito abbastanza, schizzò fuori
dall'acqua e dopo essersi arrampicata sulla poppa gli balzò
sulla schiena.
Prima che lui potesse voltarsi, le zampe artigliate della
bestia lo afferrarono per una spalla. Accecato dal dolore
Cheelo urlò e si contorse selvaggiamente. Poi afferrò la
pistola e cercò di prendere la mira, agitando le braccia per
staccarsi di dosso l'aggressore. Avvinghiati nella lotta, uomo
e lontra gigante barcollarono a destra e a sinistra, facendo
ondeggiare la barca, e si rovesciarono oltre il bordo. Mentre
cadeva nel fiume Cheelo allungò d'istinto una mano per
aggrapparsi a qualcosa, ma tutto ciò che poté afferrare fu il
suo zaino. Quando riemerse con la testa, vide che l'hover
aveva ripreso la sua corsa su per il fiume e filava via,
evitando abilmente ogni ostacolo e portando con sé la tenda,
il sacco a pelo e tutti i rifornimenti che non erano contenuti
nello zaino.
L'impatto con l'acqua aveva distratto o scoraggiato la
lontra. O forse questo le era parso vendetta sufficiente.
Comunque fosse, la grossa bestia aveva lasciato andare la
spalla di Cheelo e ora si allontanava verso il branco, ogni
tanto voltandosi ad abbaiare verso l'intruso. Cheelo non
aveva fiato per rispondere agli insulti del mammifero
inferocito. Stringendo con una mano lo zaino e con l'altra la
pistola, nuotò verso la riva opposta a quella scelta dal branco
di lontre, lanciando sguardi disperati alla barca che se ne
andava, inconsapevole di aver perduto il suo unico
passeggero.
Non avrebbe dovuto essere un marinaio così imprudente,
rifletté, depresso. Con il pilota automatico, l'hover avrebbe
proseguito verso monte finché una rapida o qualche altro
ostacolo insuperabile non l'avrebbero costretto a fermarsi in
attesa di istruzioni.
Grondando acqua risalì sulla spiaggia fangosa. Alcune
tartarughe dal guscio verde lo guardavano da un tronco
caduto, e uno sciame di farfalle lo circondò per esaminare le
sue esalazioni. Alcuni uccelli saltellarono via per dargli
spazio. Lui controllò che non gli fossero entrate sanguisughe
o qualcos'altro di pericoloso dentro i pantaloni, scosse via
l'acqua dalla pistola e contemplò le scelte che gli restavano.
Finché ci fosse stata luce solare, la barca non avrebbe
esaurito l'energia. Era programmata per andare avanti e non
si sarebbe fermata a far pausa da nessuna parte. Doveva
considerarla perduta, e con essa buona parte di quel che s'era
portato dietro per sopravvivere nella foresta. Il kit da pesca
era però nello zaino, e questo gli sarebbe stato d'aiuto, anche
se lo lasciava alle prese con un menu assai ridotto.
Proseguire verso le sorgenti del fiume era ormai da
escludere. Se voleva mantenere il suo appuntamento con
Ernie il Becchino, Cheelo doveva tornare a est e cercare una
fattoria isolata, o un accampamento di turisti, o una cittadina
al confine della Riserva, e doveva mettersi in marcia subito.
Un posto valeva l'altro, pur di tornare in contatto con la
civiltà. Se qualcuno gli avesse fatto domande, avrebbe potuto
raccontare la storiella del turista a cui piaceva vagabondare
per conto suo, unitamente a quella della lontra e della barca
che se n'era andata da sola verso monte.
Con un po' di fortuna avrebbe potuto raggiungere un posto
da cui ripartire in volo per Golfito. La sola difficoltà era che
avendo perso la barca doveva camminare, cercò di dirsi.
Aveva ancora tutto il tempo per arrivare prima della
scadenza.
Ma nel frattempo gli sarebbe convenuto trovare qualcuno,
magari un gruppo di turisti caritatevoli, e farsi dare un
passaggio. Cercando di evitare le attenzioni dei ranger della
Riserva, possibilmente.
Due giorni più tardi i suoi calcoli gli dissero che non era
lontano dal piccolo porto fluviale di Tabasco, o San
Fernando, o come diavolo si chiamava, ma sul fiume non
aveva ancora visto passare una sola barca. Era così occupato
a cercare qualcosa da mangiare, per salvare i concentrati
rimastigli, che dapprima non vide il robot della sorveglianza.
La sua forma era quella di un'aquila dalla coda biforcuta, e
stava risalendo il fiume all'altezza delle cime degli alberi.
Non fu la lenta regolarità del suo volo ad attrarre lo sguardo
di Cheelo, inducendolo a cacciarsi subito al riparo nel
sottobosco, ma il fatto che quel rapace troppo perfetto non
batteva mai le ali. Per quanto abile fosse un'aquila nello
sfruttare le correnti d'aria, lui non ne aveva mai vista una che
tenesse sempre le ali tese.
Chino dietro le radici di una mangrovia, Cheelo vide il
robot compiere un lento circolo sulla spiaggia della riva
opposta, scendere di quota e proseguire su per il fiume.
Nessuna aquila vera avrebbe potuto volare così, a un paio di
metri dall'acqua dove non c'erano correnti ascensionali,
senza far lavorare le ali. Le telecamere che aveva al posto
degli occhi stavano mandando immagini non solo al suo
micropilota automatico ma anche alle stazioni dei ranger
dislocate lungo il perimetro della Riserva. Monitorare lo
stato di salute della flora e della fauna, senza disturbare gli
animali, era il primo e probabilmente unico scopo di quei
robot mimetizzati.
Non poteva cercare lui, si disse Cheelo. Anche se la
polizia stava indagando e aveva scoperto che lui aveva preso
un volo per Lima, chi avrebbe sospettato che lui s'era dato
alla macchia nella foresta pluviale? No, scegliendo quella
tattica lui aveva avuto un'ottima idea, rifletté,
congratulandosi ancora con se stesso. Poi gli venne da
pensare che quel robot non cercava lui, Cheelo Montoya,
colpevole di omicidio, bensì i passeggeri della barca alla
deriva. Nella sua rotta su per il fiume, non era irragionevole
presumere che una barca vuota avesse attirato l'attenzione di
un altro sorvegliante robotico della riserva. Probabilmente i
ranger s'erano preoccupati nel vedere l'hover, con vari
oggetti a bordo, viaggiare verso monte senza i suoi
passeggeri. Forse ne avevano dedotto che era successo
qualche incidente, e ora stavano cercando le tracce di quei
turisti.
L'ipotesi era ragionevole, solo che Cheelo non voleva
essere salvato da loro. Addentrandosi nell'Amazzonia il suo
scopo era stato quello di allontanarsi dalle autorità, e non
aveva alcuna intenzione di farsi salvare dai ranger, non
importava quanto benintenzionati fossero. Di conseguenza,
sebbene fosse pericoloso fare a meno del suo principale
punto di riferimento, ora doveva allontanarsi dal Rio Ucayali
e proseguire verso est marciando nella giungla. I ricercatori,
umani e robotici, avrebbero esplorato solo i fiumi e le
spiagge, dato che altrove non c'era modo di vedere niente e
che la prassi comune nell'Amazzonia era di tenersi sul corso
dei fiumi. La barca era rubata, e a bordo non c'era nulla che
potesse condurre a lui, dato che i suoi documenti li aveva
nello zaino. Più a ovest, dove nell'Ucayali confluiva il
Serpente d'Oro — il leggendario fiume che un tempo alcuni
identificavano con l'Eldorado, pieno di sabbie aurifere —
c'erano delle rapide micidiali. Con un po' di fortuna la barca
sarebbe affondata prima che i ranger potessero fare indagini
sul suo scarso contenuto.
Cheelo s'incamminò di buon passo nella foresta, conscio
che sotto le chiome degli alberi anche un esercito sarebbe
stato invisibile. Nessuno poteva essere così idiota da cercare
un uomo dall'aria, neppure esplorando soltanto le rive dei
fiumi. Una volta aveva sentito dire che in Amazzonia c'erano
catene di montagne lunghe quanto le Alpi dove nessuno,
bianco o indios, aveva mai messo piede, e che una città come
New York poteva sparire in quelle immensità senza che
nessun aereo riuscisse ad avvistarla mai più, dal cielo. La sua
marcia era lenta, ma priva di difficoltà. Per avanzare nella
foresta pluviale bastava un paio di guanti con cui scostare i
rami, e un bastone per ammazzare i serpenti che non si
allontanavano da soli nel sentire il rumore. Gli alberi, ben
distanziati, facevano troppa ombra per consentire la crescita
di un sottobosco fitto.
A Cheelo la foresta piaceva. Era bella, così piena di fiori
strani. Le scimmie saltavano sui rami, richiamando la sua
attenzione verso l'alto, ma lui badava bene a dove metteva i
piedi, e a fare rumore per sgombrare la strada davanti a sé. Il
pericolo d'incappare in un serpente velenoso era la cosa che
lo preoccupava di più.
Dopo aver controllato che non ci fossero formicai o ragni
o altre spiacevolezze del genere si fermò, in uno spazio
sgombro fra tre grossi alberi, e si preparò a trascorrere la
notte. Pur avendo perso la tenda e il sacco a pelo, nello zaino
aveva ancora un robusto lenzuolo di plastica. Un paio di
rami gli fornirono il sostegno che cercava, per costruirsi un
riparo contro la pioggia notturna. Quella non era la stagione
delle piogge, comunque, ed era una fortuna, perché le piogge
trasformavano la giungla in una palude dove un uomo a piedi
sarebbe stato perduto. Senza la barca lo aspettavano dei
momenti duri, ma almeno non sarebbe affogato, e finché
avevano la lenza non avrebbe sofferto la fame.
Il mattino dopo, innescando l'amo con una libellula, riuscì
a pescare quattro pesci rossi a strisce gialle. Per pulirli usò il
coltello che aveva alla cintura. La stufetta da campo era
andata, e accendere un fuoco da quelle parti era impossibile.
Tutto il legno che vedeva era troppo fresco e verde, oppure
marcio. Ad ogni modo lui non voleva rischiare di farsi
localizzare producendo fumo.
Mentre masticava il pesce crudo si disse che gli sarebbe
piaciuto avere almeno un limone per condirlo, ma
l'importante era riempirsi lo stomaco. Con le tavolette di
concentrati che gli erano rimaste avrebbe potuto andare
avanti per qualche tempo. Se non altro, cercò di consolarsi
con un sorrisetto fosco, non sarebbe stato appesantito dai
rifornimenti.
Impacchettò le sue cose nello zaino e riprese la marcia,
tenendosi sempre sul terreno più alto. I suoi piedi erano
asciutti, ben protetti dai calzini di lana, e gli stivali da
giungla avevano una carica statica che respingeva il fango
umido. Non tutti avrebbero avuto l'accortezza di comprarsi
un paio di guanti, come aveva fatto lui, invece di un
machete, per aprirsi la strada. L'uso del machete faceva
dolere le braccia dopo appena qualche centinaio di metri, e
inoltre il coltello non era abbastanza lungo per spaccare la
testa ai serpenti che si spenzolavano dai rami, come invece si
poteva fare con un preciso colpetto del bastone. Per gli
insetti, bastava chiudersi bene i polsini e il fondo dei
pantaloni, e spargersi la pomata repellente sulla faccia.
Il mattino dopo vide un aereo che volava lentamente lungo
il corso di un affluente dell'Ucayali. Avvertito del suo
avvicinarsi dall'agitazione di un branco di scimmie-
scoiattolo, Cheelo si nascose in un folto di dieffenbachie. Le
grosse foglie lo ripararono dalle telecamere e dai sensori a
infrarossi. Sbirciando cautamente vide che il silenziosissimo
velivolo era camuffato con un campo statico che lo
circondava di nebbia. Se non fosse stato per le scimmie, non
lo avrebbe notato finché non fosse stato quasi su di lui.
La foresta è mia amica pensò, aspettando al riparo delle
foglie che il velivolo si fosse allontanato. Ma quando riprese
la marcia, la sua sicurezza fu scossa da una riflessione
improvvisa.
Ora che ci pensava, perché diavolo i ranger della Riserva
stavano usando un velivolo camuffato? Certo, il rumore di
un aereo normale avrebbe infastidito la fauna, ma era ben
lontano dal provocare un danno ecologico. L'uso di un
motore silenziato e di un campo statico per la nebulosità
artificiale era un espediente eccessivo, che non sembrava
giustificato dalla necessità di non disturbare l'ambiente.
Lui capiva l'uso degli uccelli-robot come l'aquila, che
erano in normale dotazione a tutte le riserve ecologiche del
mondo; ad ogni modo l'aereo era troppo grosso per non
disturbare la fauna, come l'agitazione delle scimmie-
scoiattolo testimoniava. Questo era su spetto, si disse.
Se il velivolo mimetizzato non serviva a niente per la
fauna agli occhi di chi doveva passare inosservato? Chi c'era
a bordo? Una spedizione scientifica non aveva alcun bisogno
di nascondersi da altri esseri umani, e così un gruppo di
turisti.
Questo poteva far pensare che a bordo del velivolo ci
fossero degli intrusi che non avevano diritto di trovarsi nella
Riserva. Gente di un'industria biochimica, magari. Cheelo
aveva sentito dire che nella foresta pluviale c'erano molti
vegetali da cui si potevano estrarre medicinali costosi, non
ottenibili per sintesi. Alcune industrie avevano il permesso di
procurarsi legalmente quella roba, altre no.
Se in quella regione dell'Amazzonia c'erano dei
«contrabbandieri botanici», costoro avrebbero potuto —
appena si fossero accertati che lui era un collega —
accoglierlo e dargli una mano. Oppure sparargli, ancor prima
di avergli dato modo di spiegare che lui era socio di un noto
contrabbandiere di animali come Mr. Ehrenhardt. La cosa
migliore era tenersi ben nascosto finché non ne avesse
saputo di più.
Chiunque fossero, rifletté mentre scavalcava un tronco
ricoperto di funghi, avevano i soldi. Camuffare un aereo con
un campo statico era una cosa, ma silenziare il motore a quel
modo richiedeva una tecnologia molto costosa.
C'era anche il caso, si trovò a pensare poco dopo, che
quell'aquila robotizzata non fosse della Riserva, bensì della
stessa gente che c'era a bordo dell'aereo, e che costoro
l'avessero mandata avanti per accertarsi che nella zona non
vi fossero ranger o turisti. Fece un fischio fra i denti, colpito
dalle implicazioni della cosa. Tutto ciò che aveva visto
faceva supporre che da quelle parti fosse in corso
un'operazione illegale su vasta scala. Era praticamente certo
che su quel velivolo non ci fossero funzionari della Riserva o
gente autorizzata.
Be', poco importava chi erano e cosa stavano cercando,
decise, soddisfatto. Polizia o trafficanti, o contrabbandieri
che fossero, Cheelo Montoya li avrebbe evitati con cura
finché fosse giunto il momento di andarsene dalla Riserva
Amazzonia. Quella gente stava alla larga dalla foresta; lui ci
camminava dentro come un indio.
(ili animali e gli insetti erano suoi amici, suoi protettori.
Tutto quel che doveva fare era scoprire cosa stava
succedendo lì, in quel posto fuori dal mondo, e capire se per
lui c'era il modo di trame un qualche profitto prima di
andarsene.
Stando bene attento, naturalmente, che nel frattempo i suoi
amici non lo avvelenassero, ferissero, infettassero o
sbranassero approfittando di un suo momento di
disattenzione.
12

I viveri non sarebbero stati un problema, almeno a breve


termine. Desvendapur poteva procurarsi generi alimentari
più facilmente di chiunque alla colonia, e più di quanti fosse
riuscito a portarsene dietro. Inoltre era sua intenzione vivere
di ciò che gli offriva quel mondo alieno. Gli umani erano in
grado di nutrirsi coi prodotti naturali di Willow-Wane, e
nello stesso modo l'apparato digerente dei coloni thranx
poteva tollerare una gran parte della vegetazione locale.
Questo facilitava l'insediamento e la sua segretezza dato che
non era necessario importare sulla Terra quantità sospette di
viveri. Una volta fuori da lì, lui avrebbe saputo cosa cercare
e come cucinarlo. A patto che fosse riuscito ad andarsene,
naturalmente.
La porta principale per la superficie era una sola,
nell'hangar dove arrivavano e partivano le navette, ma
c'erano diverse uscite d'emergenza il cui funzionamento lui
conosceva bene. Tutti gli alveari avevano tunnel «rapidi» da
cui un ascensore comunicava con la superficie. Usarne uno
nel modo previsto era fuori questione, perché avrebbe subito
fatto suonare un allarme al reparto manutenzione. Dunque
lui avrebbe dovuto uscire dalla colonia lungo un percorso di
genere del tutto insolito.
Non c'erano sorveglianti a quelle uscite. La foresta era
disabitata, anche se esistevano monitor di fattura umana e
thranx per segnalare l'avvicinarsi di intrusi. Questo non s'era
mai verificato, anche perché quella vasta regione del pianeta
era non solo disabitata, ma controllata dalle autorità umane
che non tolleravano l'ingresso di estranei. I monitor erano
una precauzione in più, probabilmente non necessari.
Comunque esistevano, e lui avrebbe dovuto tenerne conto.
Per il suo tentativo scelse le prime ore del mattino, quando
i turni di lavoro cambiavano. Con metà dei lavoratori della
colonia che andavano al lavoro e l'altra metà che tornava agli
alloggi, nessuno avrebbe fatto caso a un thranx con un
voluminoso zaino agganciato sulla schiena. E nessuno
avrebbe sentito la sua mancanza, con l'eccezione di
Jhywinhuran. Lui cercava di non pensare a come la giovane
femmina avrebbe reagito venendo a conoscenza della sua
vera identità. Rivedendo con la mente il suo perfetto volto a
V, ai suoi occhi dorati, la sensuale curva dei suoi
ovopositori, la lucidità del suo elegante esoscheletro verde-
azzurro, si sentiva a disagio. Ma cercò di non pensarci e si
avviò nel tunnel.
Filtrata e purificata, l'atmosfera aliena era assorbita
nell'alveare da una serie di silenziose pompe, i cui sbocchi
erano camuffati da tronchi d'albero nella foresta sovrastante.
Quando entrò tramite un portello di servizio nel condotto
d'aria che aveva scelto, Desvendapur dovette subito lottare
contro la corrente diretta dall'alto in basso. Poi, usando tutte
e sei le gambe e le due veremani per afferrarsi a ogni
appiglio, risalì nel cilindro verticale. Come s'era aspettato,
l'aria esterna aveva una temperatura inferiore a quel che gli
sarebbe piaciuto, ma era adeguatamente umida. Avrebbe
avuto un po' di freddo, però non si sarebbe disidratato.
La salita fu dura, tanto che a un certo punto gli parve di
avere dei lingotti metallici nello zaino invece del cibo, delle
tavolette di additivi chimici e dei medicinali d'emergenza.
Ma alla fine, con un ultimo disperato sforzo, riuscì a tirarsi
fuori dalla condotta d'aria e rotolò sul terreno erboso della
boscaglia, dove giacque sfinito e senza fiato. Ora doveva
andare avanti per forza, poiché il portello che s'era chiuso
alle spalle poteva essere aperto solo dal tunnel della
manutenzione. Era in trappola nel mondo esterno, il mondo
dei bipedi. Proprio dove voleva essere.
La sua eccitazione era per il momento sovrastata dalla
stanchezza per lo sforzo fatto. Ogni articolazione
dell'esoscheletro gli faceva male, intanto che giaceva lì
disteso sull'addome, ma pian piano, mentre si guardava
attorno, cominciò a meravigliarsi di ciò che vedeva.
Gli alberi erano di un colore sbagliato: grigi o grigiastri
dove avrebbero dovuto essere marrone scuro. Le foglie
avevano generalmente una normale forma a spatola, ma
presentavano una rete di venature invece d'essere lisce. Era
un sollievo vedere insetti primitivi che avrebbero potuto
essere suoi antenati arrampicarsi e svolazzare dappertutto.
Peccato che le strida sgradevoli dei mammiferi, i
predecessori della specie dominante del pianeta, riempissero
l'aria. La temperatura era bassa e probabilmente la notte
sarebbe stata ancora inferiore, ma a parte quel fastidio non
gli parve che l'ambiente fosse pericoloso per la
sopravvivenza.
Poiché in quegli ultimi giorni aveva occupato il suo tempo
libero a studiare la biologia della superficie nelle immediate
vicinanze della colonia, identificò subito parecchie piante
commestibili. Nessuna era utilizzata dagli umani, la cui
capacità gastrica nel digerire i vegetali era notevolmente
inferiore a quella dei thranx. Desvendapur si alzò in piedi,
s'aggiustò meglio lo zaino sulla schiena e s'incamminò nel
sottobosco, in direzione est, attento a evitare i monitor di cui
conosceva la dislocazione e a non lasciare alcuna traccia del
suo passaggio.
Mentre s'allontanava dalla colonia, nelle intoccate
profondità della foresta pluviale terrestre, la sua eccitazione
aumentò. Era questo che aveva cercato tanto a lungo: un
ambiente nuovo e diverso. Ogni fiore, ogni insetto, perfino
quelle strida rauche dei mammiferi, tutto gli ispirava qualche
verso poetico, e non gli importava di rallentare il passo per
dare sfogo alla sua musa. Più trascorreva il tempo, e più in
lui si rafforzava il proposito di restare libero il più a lungo
possibile, o almeno finché non avrebbe terminato ogni
rifornimento.
Quando tramontò il sole l'aria si fece piuttosto fredda, ma
gli indumenti e la tenda tubolare che aveva portato con sé
furono sufficienti. Un umano avrebbe trascorso la notte
sudando per il caldo e l'umidità, ma le necessità di un thranx
erano diverse. Dentro il suo solitario rifugio, Desvendapur
dormì della grossa fino al mattino.
Quando si svegliò, rimise le sue cose nello zaino e
proseguì il cammino verso oriente. A parte i serpenti
velenosi, che non potevano danneggiarlo a meno che non lo
mordessero proprio su un occhio, la giungla presentava dei
pericoli che comunque gli erano già teoricamente noti. Un
boa constrinctor o un anaconda erano in grado di stritolare
un thranx come un essere umano. Nello stesso modo doveva
guardarsi dai giaguari e dai caimani. Grazie al suo
esoscheletro il poeta era però immune alle punture degli
insetti, dei ragni e di altri esseri come le sanguisughe e i
parassiti.
I rigagnoli e i ruscelli che s'intrecciavano dappertutto
erano una costante fonte di meraviglia, ma il primo fiume
vero e proprio che incontrò lo costrinse a fermarsi. Era largo
quattro o cinque metri, non più profondo di un braccio, e un
bambino umano avrebbe potuto guadarlo senza difficoltà.
Non così un thranx. Se lui si fosse addentrato nell'acqua,
questa gli sarebbe penetrata nelle spicole respiratorie del
torace.
Il poeta girò lungo la riva in cerca di un posto adatto per
guadarlo. Fu un albero di mogano caduto fra le rocce a
fornirgli un ponte. Traballava alquanto sotto il suo peso, ma
non avendo altra scelta lui corse il rischio. Non appena fu
sulla riva opposta tirò fuori lo scri!ber dallo zaino, e
tenendolo con una mano davanti alla bocca per comporre a
voce si avviò allegramente nel fitto sottobosco della foresta.
Trascorsero così alcuni giorni, durante i quali si accampò
in posti diversi, assaggiò la vegetazione locale, compose
senza interruzione sonetti e odi, e attraversò fiumi anche
profondi con un'indifferenza che divenne perfino scriteriata.
Tutto ciò che vedeva lo ubriacava di sensazioni nuove,
esaltato dal pensiero che pochi della sua razza avevano
vissuto le esperienze che lui stava facendo. Stava
componendo di più e meglio in quei giorni che in tutto il
resto della sua vita, e per un artista questo era più importante
di ogni possibile conseguenza.
Mentre camminava e dettava s'addentrò in una bassa
palude, piena di piccole voraci sanguisughe che gli
sciamarono subito attorno alle gambe. Incapaci di penetrare
il suo esoscheletro persero la presa e ricaddero. Lui ne fu
divertito, anche se quegli esseri mosci lo ripugnavano.
Su Willow-Wane c'erano predatori di dimensioni
rispettabili, e nella preistoria di Hivehom gli antenati
selvaggi dei thranx avevano conosciuto la paura a causa dei
colowact, fomiti di grossi artigli, o dei bejajek, feroci
scavatori. I grossi carnivori di quel genere facevano però un
gran fracasso quando s'avvicinavano alla preda. Fu perciò
con sorpresa che Desvendapur, il quale si credeva ormai
bene in sintonia coi ritmi e i movimenti della giungla
terrestre, oltrepassò un verde cespuglio di calathia e si trovò
faccia a faccia con un robusto quadrupede dalla pelliccia
maculata, grosso all'incirca quanto lui.
Anch'esso sorpreso, e senza dubbio interessato e
incuriosito, il giaguaro inclinò la testa e annusò l'aria.
Attento a non fare movimenti rapidi che potessero irritare il
carnivoro, Desvendapur estrasse un coltello da una tasca
laterale dello zaino, e dalla mano-piede lo trasferì a una
veramano, meno robusta ma più svelta e agile. Il thranx e il
giaguaro si guardarono in silenzio, ciascuno estraneo all'altro
come più non si poteva essere. Ma a un tratto la bestia balzò
avanti e lo colpì con un artiglio a una delle gambe di sinistra,
comparendo poi nella boscaglia con pochi rapidi salti.
Era stato appena una specie di assaggio, più che un attacco
vero e proprio, però Desvendapur vacillò imprecando,
stupito dalla rapidità dell'animale. Mentre il fruscio del
giaguaro in corsa s'allontanava fra la vegetazione, rimise il
coltello nello zaino e si esaminò la ferita. Dalla chitina
usciva un filo di sangue e fluidi corporali, tuttavia l'artiglio
aveva prodotto appena un minuscolo forellino. Lo disinfettò
e lo riempì di chitina sintetica. Per fortuna il giaguaro non lo
aveva azzannato coi denti, perché in tal caso gli avrebbe
spezzato la gamba di netto. Questo gli avrebbe creato un
serio problema, anche se lui non era un bipede come gli
umani e gli sarebbero rimaste sempre cinque gambe per
camminare.
Desvendapur decise che il bestione aveva reagito in quel
modo perché era spaventato, più che inferocito. Ma per
quanto riguardava la poesia i versi sarebbero risultati più
drammatici se lui avesse descritto l'accaduto colorendo un
poco la verità. L'esagerazione era uno strumento del poeta
come la rima e il ritmo. Anche l'attacco del giaguaro poteva
dimostrarsi utile sotto il profilo creativo, come ogni cosa che
gli era successa dopo aver lasciato l'alveare. Benché, a
differenza di tutto il resto, quella fosse un'esperienza che lui
non desiderava ripetere.
Il prossimo grosso predatore avrebbe potuto decidere di
controllare se quell'octopode alieno era commestibile, e
cercare di staccargli la testa invece di una gamba.
13

Sempre più fiducioso nella sua capacità di sfuggire


all'attenzione di chi portava avanti le sue manovre in quella
zona della foresta, Cheelo si preparò a cenare e poi a ritirarsi
per la notte. L'enorme ramo che sporgeva dal tronco del
diderocarpus a qualche metro dal suolo non sarebbe stato
facile da raggiungere per un comune abitante di città, ma lui
era stato costretto a sviluppare doti inaspettate; era sgusciato
attraverso le maglie della polizia alle stazioni e agli
aeroporti, aveva conquistato la giungla. Quella modesta
ascensione non gli pose alcun problema.
In pochi minuti assicurò lo zaino a un ramo, e distese il
lenzuolo sulla biforcazione fra due rami secondari. Dopo
essersi così messo al sicuro dai predatori che si aggiravano
nella boscaglia dopo il tramonto, scartò una tavoletta alla
frutta arricchita di vitamine, disidratata, e la mise in una
tazza. Quando ci ebbe aggiunto un po' d'acqua per farla
gonfiare, ottenne un ottimo antipasto.
Il sole era nascosto dietro una muraglia di foschia, così
non poteva vederlo scendere verso l'orizzonte, ma ormai
conosceva le usanze dei pappagalli e dei macaw, delle
scimmie e degli altri animali, che al tramonto si azzittivano
lasciando udire meglio il perenne ronzio degli insetti e il
fruscio del fiume. Per compagnia aveva centinaia di rane
gialle e nere, non più lunghe del suo pollice. La foresta
amazzonica era un carnevale senza fine dove uno non sapeva
mai quale altra meraviglia della natura lo aspettava più
avanti.
Non per questo Cheelo riuscì a mantenere la calma quando
l'insetto alto un metro e mezzo sbucò dai cespugli,
avanzando in direzione del suo albero.
Dapprima pensò che fosse un'allucinazione, un miraggio
di quelli che si potevano avere ai tropici. Ma intomo
all'insetto gigante tutto ciò che lui poteva vedere, odorare,
udire e toccare appariva fin troppo solido e reale.
Un'allucinazione solitamente riguardava uno solo dei sensi.
Esclusa la comparsa della creatura nient'altro — né gli alberi,
né le rocce — sembrava anormale.
Mentre si avvicinava, lui vide che pur apparendo un
insetto non lo era del tutto. Aveva otto arti invece di sei, e
non aveva l'aria di un ragno. Altri particolari indicavano una
differenza significativa, Ciascuno dei quattro arti superiori
terminava non in artigli o pinze, bensì in dita articolate di
uguale lunghezza. Cheelo non poté fare a meno di pensare
che fossero mani, perché una reggeva con attenzione un
oggetto di qualche genere e l'altra stringeva un bastone.
Mentre lui lo guardava, lo strano essere dal guscio
azzurrino si fermò. Guardò l'oggetto che aveva in mano,
osservò ciò che aveva attorno, quindi cercò d'infilare
l'oggetto in una tasca dello zaino che aveva sulla schiena. Lo
zaino era di un materiale sintetico che Cheelo non
conosceva. Non riuscendo a infilare l'oggetto nella tasca, la
creatura lo trasferì momentaneamente in un'altra mano più
robusta, e usò la mano più piccola per aprire meglio la tasca;
poi completò l'operazione.
Si alzò sulle quattro zampe posteriori, si guardò attorno e
riprese il cammino. Se non avesse cambiato direzione
sarebbe passato direttamente sotto il ramo su cui Cheelo
aveva fatto il letto.
Appiattendosi sulla biforcazione lui frugò ansiosamente
nello zaino in cerca della pistola. Non gli pareva che l'insetto
avesse armi in mano o attaccate al suo bagaglio. Fu in quel
momento che riconobbe quell'essere per ciò che era, grazie
alle immagini di un notiziario che gli balenarono alla mente.
Erano immagini confuse, perché in quell'occasione lui era in
stato di ubriachezza e il proiettore 3D non funzionava
neppure troppo bene. Era accaduto in uno dei periodi più
miserabili della sua vita, che erano stati molti. Se ricordava
bene, quello era un rappresentante di una delle razze
intelligenti che l'umanità aveva incontrato fra le stelle dopo
l'invenzione del motore a posigravità, o motore KK, che
aveva reso possibili i viaggi più veloci della luce. Cercò di
rammentare il nome della razza: cranx, o drinks... o thranx.
Sì, quello. Pur non essendo tipo da preoccuparsi delle notizie
di cronaca locale, e tantomeno di quelle extra-solari, lui
aveva depositato la cosa in quell'angolo della sua memoria
dove finivano i fatti non immediatamente collegati alla sua
situazione finanziaria e sociale.
Gli esploratori spaziali potevano andare dove volevano e
incontrare tutti i dannati alieni che volevano; per lui non
significava niente, se non gliene veniva niente in tasca. E
non era il solo a pensarla così. Convinti che le cose davvero
importanti dell'universo fossero quelle che riguardavano
personalmente loro, gli esseri umani si curavano poco di ciò
che avveniva altrove. A preoccuparsi degli scenari futuri
erano quei tipi intellettuali che venivano invitati a
chiacchierare oziosamente nei talk-show, non la gente
normale.
Be', adesso era lui a preoccuparsi. Teso e accigliato
osservò l'avvicinarsi dell'alieno, meravigliato della fluidità
degli strani movimenti che lo spingevano avanti. Cosa
diavolo stava facendo uno di quegli insettoni thranx lì, nelle
profondità della foresta più grande della Terra? Non avrebbe
dovuto starsene in quarantena in orbita, o al più in quei posti
dove lavoravano i diplomatici, a Ginevra o a Lombok?
Scrutando gli alberi dietro l'alieno non vide altri
movimenti. Anche se era prematuro fare quell'ipotesi,
sembrava che fosse solo. Lo vide fermarsi e guardarsi ancora
attorno. La testa a forma di V, grossa quanto quella di un
uomo, poteva girarsi di quasi centottanta gradi. In stridente
contrasto col colore azzurrino del carapace, gli occhi erano
dorati, con una striscia rossa orizzontale. Le antenne
articolate si piegavano da una parte e dall'altra come per
esaminare i dintorni.
Una persona più intellettualmente preparata avrebbe
reagito a quella scena con curiosità e interesse. Cheelo
strinse i denti, desiderando solo che quella mostruosità a otto
zampe se ne andasse via. Aveva avuto già la sua dose di
scarafaggi, ragni, scorpioni, formiche mordaci e altre
bestiacce tropicali per apprezzare la vicinanza di un insetto
di quelle dimensioni. Anche se quello era intelligente, gli
conveniva sparire alla svelta. Al pensiero delle noie che
poteva dargli, per non parlare della possibilità che fosse
ostile e aggressivo, le dita di Cheelo si strinsero sul calcio
della pistola.
Che uccidere quell'alieno potesse creare un incidente
diplomatico interstellare non gli attraversò neppure
l'anticamera del cervello. La diplomazia interstellare non
aveva alcun impatto sulla sua vita e perciò non lo riguardava.
Di quelle cose se ne occupava il governo. A lui importava la
sua libertà di movimenti, la sua salute e il suo conto in
banca. Non vedeva come sparare a un alieno avrebbe potuto
influire su quelle tre cose.
Ma d'un tratto l'alieno alzò lo sguardo verso di lui. Benché
non avesse pupille, Cheelo ebbe la netta sensazione che
stesse fissando lui e lo avesse visto. Deglutì saliva,
allarmato. Lentamente mosse la pistola fino a puntarla dritta
contro quegli strani occhi colmi di riflessi. Il suo dito
cominciò a contrarsi sul grilletto.
— Salve — disse in quel momento l'insetto. — Spero che
non rivelerai la mia presenza.
L'accento era strano, morbido, frusciante al punto d'essere
quasi incomprensibile, ma non c'era dubbio che avesse
parlato in terranglo, la lingua che veniva insegnata in tutte le
scuole e che stava sostituendo perfino i dialetti locali, un po'
dappertutto.
Rivelare la sua presenza? Cheelo non s'era aspettato che
quel coso alieno parlasse, nella sua o in qualsiasi altra lingua,
ma comunque avrebbe dovuto dire qualcosa come «Tu non
spara, io amico» oppure «Portami dal tuo capo», non una
cosa come «Spero che non rivelerai la mia presenza». Ad
ogni modo, notò, non aveva avuto alcuna reazione alla vista
dell'arma mortale che lui gli stava puntando addosso. Cheelo
esitò.
Che quella voce morbida e quelle parole cortesi fossero un
trucco per fargli abbassare la guardia, in attesa di aggredirlo
e succhiargli fuori le budella? Guardandolo era impossibile
dire se fosse capaci di arrampicarsi sugli alberi o no. Che
mirasse a farlo scendere al suolo, per poi infilargli il
pungiglione nella pancia? In effetti non sembrava che avesse
pungiglioni, ed era più piccolo e più leggero di un uomo,
però non si poteva capire quanto fosse forte. I granchi erano
più piccoli degli uomini, però avevano pinze che potevano
staccare un dito a un uomo.
— Puoi parlare? — domandò l'alieno, in tono che lui
interpretò come educatamente incuriosito. — lo ho trascorso
molto del mio tempo studiando registrazioni della vostra
lingua, allo scopo d'impararla bene. Naturalmente il mio
modo di gesticolare non è adeguatamente espressivo.
— Già — rispose Cheelo, senza pensarci troppo. — Sì,
posso parlare. — In quanto all'espressività, il terranglo
dell'alieno era migliore del suo, che rivelava non solo la sua
origine ma anche il fatto che nei sobborghi dov'era cresciuto
la scuola lasciava molto a desiderare. — Tu sei un thranx,
no?
— Sono un thranx. — L'alieno gesticolò in modo
elaborato con gli arti superiori e con le dita. — Per la
precisione, giacché voi pure avete l'usanza di presentarvi col
nome, io mi chiamo Desvenbapur.
Cheelo annuì distrattamente. Era prudente rivelare il suo
nome all'alieno? C'era qualcosa da perdere, o da guadagnare?
Se proprio dovevano continuare a conversare (e l'insetto non
mostrava alcuna intenzione di tirare dritto per la sua strada)
avrebbe dovuto rivolgersi a lui con un nome. Scrollò le
spalle.
Chiunque fosse quel thranx, non rappresentava certo la
polizia.
— Piacere. Cheelo Montoya.
I primi tentativi del thranx di pronunciare il suo nome lo
fecero sogghignare. Forse non era poi tanto bravo a parlare,
dopotutto. Era però abbastanza curioso da far irrigidire di
nuovo Cheelo.
— Cosa stai facendo in questo posto deserto? — domandò
ingenuamente Desvendapur. Fece un passo indietro,
scostandosi dal tronco. — Sei un ranger, o un sorvegliante?
Alla parola ranger, lui si accigliò. Poi si rilassò un poco
quando vide che l'alieno appariva più nervoso di lui. Si
guardava attorno con movimenti rapidi e aveva ripiegato le
braccia contro il petto... se si poteva parlare di «braccia» e di
«petto». Ignorando il senso di quei gesti, Cheelo poteva
interpretarli solo dal punto di vista umano, e gli parve che
l'alieno fosse pronto a fuggire con tutta la sveltezza delle sue
zampe.
— No — rispose, cautamente. — Non sono un ranger.
Non sono un pubblico ufficiale di nessun genere. Io sono...
un turista. Un amante della natura. Studio la foresta.
Le due braccia riassunsero la posizione rilassata, e la testa
smise di girarsi qua e là, mentre l'alieno tornava a guardare
soltanto l'uomo sull'albero. — Tu devi essere un esperto di
sopravvivenza. Questa è una zona disabitata e lontana dalla
civiltà.
— Proprio così. — Cheelo annuì, poi corrugò le
sopracciglia. Aveva abbassato la pistola, ma non l'aveva
ancora messa via. — Tu come lo sai? E cosa stai facendo
qui, eh?
Desvendapur esitò. Incapace d'interpretare i gesti umani e
la straordinaria quantità d'espressioni che le loro facce
flessibili potevano produrre, non aveva modo di capire le
vere intenzioni del bipede. Doveva perciò affidarsi solo alla
sua conoscenza della lingua. Per un thranx, abituato a parlare
sia coi gesti che coi suoni, fare a meno dei primi significava
non poter disporre di metà del linguaggio. Ad ogni modo gli
sembrava che l'umano fosse più curioso che ostile, benché
l'oggetto che gli aveva puntato addosso poco prima avesse
l'aria di un'arma. Tuttavia, se aveva incontrato un naturalista,
non c'era niente da temere. Gli scienziati non tendevano a
essere violenti. In ogni caso, i benefici di quel confronto si
stavano già manifestando: alcuni versi suggestivi avevano
iniziato a danzargli nella mente, in risposta a quei freschi
stimoli. Allungò una veramano alla ricerca dello scri!ber.
Quell'improvviso movimento allarmò il sospettoso bipede.
— Ehi, che intenzioni hai? — Di nuovo il piccolo oggetto
che il mammifero aveva in mano comparve da sopra il ramo.
Forse questo tipo è armato pensò Cheelo, nervosamente.
E se lo era, lui come poteva riconoscere un'arma aliena?
Magari la cosa migliore era di sparargli subito. Ma se non
era solo? Se faceva parte di una squadra di esploratori? E se
lavorava insieme a degli scienziati umani? Dolorosamente
conscio della sua ignoranza, capì che finché non ne avesse
saputo di più, avrebbe dovuto essere prudente. Non era
agendo impulsivamente che lui era sopravvissuto a pericoli
peggiori di quelli della giungla e arrivato vicino a realizzare
il sogno della sua vita. Osserva, analizza, pensa, fai i tuoi
piani, e poi agisci: questa era l'antica lezione della strada.
D'altra parte, quell'alieno dalle gambe rigide non sembrava
troppo svelto, e non aveva l'aria di volersene andare.
Avrebbe potuto sempre sparargli più tardi.
Non volendo innervosire oltre il bipede, Desvendapur tirò
fuori lo scri!ber molto lentamente. — Questo è un innocuo
attrezzo per registrare i dati.
— Non m'importa un corno, amico. — Cheelo fece un
gesto con la pistola. — Tu non puntarmelo addosso, okay?
— Non voleva neanche essere fotografato.
— Come desideri. — Esilarato dalla tensione e da
quell'inatteso contatto, Desvendapur produsse un torrente di
ticchettii, fischi e parole sibilanti per lo scri!ber, unitamente
agli accenni per i gesti appropriati che le accompagnavano.
L'umano continuava a guardarlo in silenzio, dal suo ramo.
Che sguardo primitivo! pensò il poeta, così diretto e fisso,
reso quasi feroce da quegli occhi a lente singola.
Quand'ebbe finito infilò lo scri!ber in una tasca più larga
dello zaino, dove sarebbe stato più accessibile. L'umano
reagì abbassando il piccolo meccanismo che aveva in mano.
— Non hai ancora risposto alla mia domanda. Io ti ho
detto chi sono e cosa sto facendo qui. Sto ancora aspettando
di sentire la tua storia.
Desvendapur sapeva di poter inventare qualsiasi cosa. Era
necessario impedire che l'umano facesse rapporto alle
autorità, visto che lui non avrebbe potuto dare una
spiegazione ufficiale della sua presenza lì. Il bipede
dichiarava d'essere un naturalista. Ma, a meno che non
avesse nascosto altrove il suo equipaggiamento, stava
viaggiando stranamente leggero per essere uno studioso nel
corso della sua attività. Qualcosa in quel bipede non era quel
che sembrava, ma lui decise che era troppo presto per
emettere giudizi.
— Io sono uno specialista nella preparazione del cibo —
disse, lentamente per esser certo che l'altro capisse.
Cheelo capì le parole, ma nella sua ignoranza
dell'organizzazione thranx queste non gli spiegarono molto.
— E per chi prepari il cibo? — domandò, scrutando di nuovo
il sottobosco. — Non soltanto per te, giusto? Devono
essercene altri, della tua razza.
— Ci sono — spiegò Desvendapur, — ma sono, crrrk,
occupati nei loro studi, lontano da qui. Io sto eseguendo una
spedizione solitaria, per conto mio.
— E cosa fai? — Sospettoso per istinto, Cheelo
continuava a scrutare i cespugli temendo un agguato. —
Raccogli erbe e spezie? — Abbassò lo sguardo. — O magari
stai pensando di cogliermi di sorpresa per farmi fuori e usare
me come cibo?
La voce dell'umano s'era alzata di tono. Dai suoi studi
Desvendapur capì che era allarmato, ma quella domanda lo
colse di sorpresa. Ci mise un po' prima di rispondere,
sconvolto. — Scusami, ma la tua insinuazione è molto
sgradevole per uno della mia razza. Noi thranx non... — La
sua voce vacillò nel dirlo, — non mangiamo le altre creature.
— Ah. Vegetariani, eh? — grugnì Cheelo. — D'accordo.
E così tu sei un cuoco di qualche genere. Questo ancora non
mi spiega cosa stai facendo da queste parti, tutto solo.
Desvendapur decise che non aveva niente da temere nel
rivelarsi a un individuo di un'altra razza. — Io sono anche un
poeta dilettante. Stavo trasformando in arte le mie
impressioni dell'ambiente alieno che mi circonda.
— Ah, sì? Ma non mi dire!
Desvendapur non fu certo di aver capito bene. — Sì, io ti
dico — rispose, cortesemente.
Un poeta. Sembrava un'occupazione piuttosto innocua, per
quanto Cheelo poteva dire. — Allora, quando parlavi in quel
registratore lì, tu stavi componendo una poesia?
— Una parte. L'arte sta anche nel procedimento con cui si
sviluppa. Voi umani usate i gesti come supplemento al
linguaggio. Per noi thranx essi sono parte della lingua e di
ciò che diciamo, non solo di come lo diciamo.
Cheelo annuì lentamente. — Ho capito. Se io avessi
quattro braccia, gesticolare sarebbe il doppio importante
anche per me, suppongo. — Benché non si fidasse
dell'alieno, questi non gli appariva più minaccioso come
poco prima. Ciò malgrado, un insetto gigante era sempre un
insetto gigante. Quando scese dall'albero lo fece tenendo la
pistola in mano. Il thranx doveva pesare una cinquantina di
chili; in piedi davanti a lui su quattro gambe gli arrivava alla
spalla, e le antenne aggiungevano un'altra trentina di
centimetri alla sua statura.
— E così — disse Cheelo. — Stai facendo una spedizione
da solo? Ed è autorizzata dal governo? Io credevo che gli
alieni se ne stessero in orbita, e che soltanto i vostri
diplomatici avessero il permesso di mettere piede sulla
Terra.
Desvendapur era un mentitore rapido. — Il mio gruppo ha
ottenuto una licenza speciale. Ci sono dei rappresentanti
della vostra razza che ci controllano.
— E ti riunirai presto con loro?
Qual era la risposta che non avrebbe stimolato i sospetti
del bipede o il suo istinto difensivo? — No. Loro stanno
lavorando altrove, e non avranno bisogno di me per... —
Desvendapur cercò di ricordare come gli umani
suddividevano il tempo, — per un altro mese.
— Uh-hu. — La testa del bipede si mosse su e giù alcune
volte. Desvendapur lo identificò come un assenso, molto
simile all'analogo gesto thranx con le antenne. — E così
questo tuo gruppo è qui in segreto, per lavorare senza che i
mezzi di comunicazione e la gente del posto ne sappiano
nulla. È così?
Dopo un'esitazione Desvendapur «annuì», trovando quel
movimento semplice come la maggior parte dei gesti umani.
Cheelo ne fu sollevato. Per un inquietante momento aveva
immaginato dozzine di giornalisti che sciamavano intomo
alla prima spedizione thranx in una zona disabitata della
Terra. La sua faccia trasmessa da tutti i notiziari del pianeta
era proprio quel che gli occorreva! Per non parlare di quel
che avrebbe pensato Mr. Ehrenhardt. Ma, se aveva capito
bene, il gruppo di thranx del quale faceva parte questo
Desvenbapur era ansioso di tenere nascosta la sua presenza
al resto del mondo, proprio come lui. Il cuoco-poeta ci
teneva al suo anonimato, e questo era tranquillizzante. A
meno che...
— Okay, voglio credere che tu sia chi hai detto di essere.
Ma cosa stai facendo qui da solo? — Cheelo indicò attorno a
sé, senza pensare cosa poteva significare quel gesto per
l'alieno. — Questo è uno dei posti più isolati e primitivi del
mondo. E ci sono delle bestie pericolose, qui.
— Lo so. — Il thranx non poteva sorridere, ma i suoi arti
superiori si mossero in modo espressivo. — Ne ho incontrate
parecchie. Come puoi vedere, sono ancora tutto intero.
— Sei capace di difenderti, eh? — Cheelo guardò lo zaino
dell'alieno in cerca di gonfiori sospetti. Anche se stavano
conversando amichevolmente, lui non si fidava affatto di
quell'insettone.
— Non proprio. Alcuni animali sono riuscito a evitarli,
mentre altri si sono dimostrati meno pericolosi per me di
quanto suppongo che siano per la vostra razza. —
Desvendapur si batté le dita centrali di una veramano sul
torace. — A differenza di voi, la mia razza ha lo scheletro di
sostegno all'esterno. Noi siamo più resistenti alle punture e ai
tagli. Tuttavia, se questa protezione esterna viene
compromessa, noi sanguiniamo più facilmente di voi.
~ Allora non sei armato? — Cheelo guardava l'alieno negli
occhi, ma questo non gli rivelava niente dei suoi pensieri.
— Non ho detto questo. Se fosse necessario, potrei
difendermi — rispose Desvendapur. Il bipede non sembrava
ostile, ma era meglio non lasciargli capire quanto lui fosse
inerme. Meno cose sapeva di lui, meno poteva
avvantaggiarsene.
— Mi fa piacere saperlo — disse Cheelo, anche se gli
avrebbe fatto più piacere il contrario. Non che l'alieno agisse
in modo ostile.
— In realtà — continuò l'altro, nella sua frusciante
versione del terranglo, — ho mentito. Io faccio parte di una
grossa truppa di guerrieri che sta esaminando i luoghi più
adatti per un'invasione. Cheelo lo guardò a bocca aperta, e
fece per alzare la pistola. Poi esitò. L'insetto stava emettendo
un fischio acuto, intermittente, e le sue antenne vibravano.
— Cristo... stai scherzando, è così? Mi stai prendendo in
giro. Dannazione, un insetto con il senso dell'umorismo. Chi
l'avrebbe detto? — Scosse il capo e rinfoderò la pistola, pur
senza mettere la sicura, tanto per prudenza.
— Vedi, nonostante la vostra sgradevole apparenza, noi
abbiamo molte cose in comune. — La testa a V di
Desvendapur s'inclinò di lato, dandogli un'aria interrogativa.
— Tu non rivelerai la mia presenza alle autorità locali? Se lo
facessi, metteresti fine alla mia raccolta di materiale
artistico... e anche al lavoro dei miei compagni di spedizione.
— Naa, terrò la bocca chiusa. Ti dico io cosa faremo: io
non parlerò a nessuno della tua presenza qui, e tu non
parlerai della mia ai tuoi compagni di spedizione, quando ti
riunirai con loro.
— Sono compiaciuto di questo patto. Ma perché tu vuoi
che la tua presenza qui rimanga sconosciuta? Sicuramente la
segretezza non è una componente necessaria al lavoro di un
naturalista.
Cheelo non era un pensatore particolarmente rapido, ma
doveva improvvisare una risposta prima che Desvendapur
s'insospettisse.
— Per dirti la verità, sono qui senza permesso. Venire in
questa zona della Riserva è proibito. Nessuno può avere il
visto d'ingresso per il Manu. Ma io avevo i miei motivi per
venire qui. — Oh, se li avevo! pensò. — Così ci sono entrato
abusivamente, diciamo. Non è difficile, se uno sa come fare.
Il Manu è immenso, e le stazioni dei ranger sono poche e
non hanno abbastanza personale. — Raddrizzò
orgogliosamente le spalle. — Non molti avrebbero il fegato
di esplorare questa regione da soli. Capisci? Insomma, si può
dire che io sono una persona particolare, un uomo
eccezionale.
— Sì, questo lo vedo. — Anche gli umani erano sensibili
agli elogi, e amavano vantarsi? Era un altro punto in
comune, ma stavolta Desvendapur preferì non dirlo. Tenerlo
segreto poteva venirgli utile, in futuro.
— Bene, amico. Tutto questo è affascinante. Incontrarti è
stato un piacere. Ora però io devo pensare al mio lavoro, e
sono certo che tu vorrai occuparti del tuo. Ci vediamo, eh?
Detto questo, il bipede girò su se stesso, con stupefacente
senso dell'equilibrio, e cominciò ad arrampicarsi di nuovo
sull'albero da cui era sceso. Desvendapur vide la sorgente
d'ispirazione per cui aveva tanto duramente lavorato
allontanarsi da lui.
Fece qualche passo, inducendo l'umano a voltarsi, e in
quel momento seppe che doveva prendere una decisione. —
Scusa se te lo chiedo — disse, respingendo il senso di nausea
allo stomaco che gli dava la vicinanza di quell'essere. —
Non avresti niente in contrario se io mi accompagnassi con
te?
14

Le parole non erano mai state il punto forte di Cheelo


Montoya, e quel momento nelle profondità della foresta
amazzonica non fece eccezione. L'uomo si schiarì la gola,
annaspando alla ricerca di una risposta appropriata.
L'ultima cosa che voleva era la compagnia di qualcuno.
Più era solo, e maggiori erano le sue probabilità di non
attirare l'attenzione dei ranger. Non vedeva nessun vantaggio
nell'avere con sé uno strano tipo di artista, umano o alieno
che fosse.
Incapace di trovare qualcosa da dire, replicò: — Si può
sapere perché vorresti venire con me?
— Io ho... be', ho sempre avuto un interesse particolare per
la tua razza, fin da quando su Willow-Wane è stato
inaugurato il progetto per facilitare la comunicazione e la
comprensione fra le nostre razze. Molto tempo fa mi sono
riproposto di entrare direttamente a contatto con voi alieni,
per cercare un'originale fonte d'ispirazione, nuova per me e
preclusa a tutti gli altri poeti thranx.
Cheelo non poté fare a meno di rispondere sbuffando, con
tono derisorio: — Se stai cercando un'ispirazione poetica,
amico, non sarà la mia compagnia a dartela.
— Permetti che sia io a stabilire questo.
Ma quanto è verboso e formale quest'insetto, pensò
Cheelo. Si chiese se fossero tutti come lui. — Senti, io
viaggio da solo — disse. Indicò la giungla intomo a loro. —
Tutto questo non è abbastanza alieno per te? Hai un intero
mondo per cercare la tua ispirazione.
— Sì, ed è meraviglioso — fu d'accordo Desvendapur. —
Ma lo vedo meglio attraverso i tuoi occhi che coi miei.
Capisci? In tua compagnia l'esperienza che io faccio di ogni
cosa è doppia: quella che faccio io, e quella che vedo fare a
te.
— Be', allora dovrai fartela dannatamente da solo. Io non
cerco compagnia. — Cheelo riprese ad arrampicarsi sul
tronco.
— Se non mi permetti di viaggiare con te, temo che dovrò
rivelare la tua presenza alle autorità locali — disse subito il
poeta.
Stavolta Cheelo ebbe un sogghigno lupesco. — No, credo
proprio che non lo farai. Perché neanche tu dovresti essere
qui. La tua piccola spedizione aliena ha messo le antenne
molto oltre il confine per i visitatori alieni. Questo è fin
troppo chiaro. In realtà potrei essere io a minacciarti di
rivelare la tua presenza.
Desvendapur lo sfidò: — E perché non lo fai?
— Lo sai già. Perché così rivelerei anche la mia presenza.
Né tu né io dovremmo essere qui. Così nessuno dei due può
denunciare l'altro. Ma questo non significa che io debba
trascinarmi dietro un tipo come te.
— Io preferirei farlo con la tua collaborazione — disse il
thranx. Cheelo notò che le sue antenne non stavano mai
ferme. — Ma se sarà necessario ti seguirò a distanza, per
osservare te e il modo in cui interagisci con l'ambiente.
— No, non lo farai. — Cheelo batté una mano sulla
fondina della pistola. — Perché se ci provi, io ti sparo. E non
credo che ti piacerebbe perdere le budella per tutta la foresta.
La testa a V si piegò in un senso e poi nell'altro, mentre gli
occhi mettevano a fuoco l'arma. — Il tuo atteggiamento è un
po' troppo bellicoso per un naturalista.
— Be', io ho un caratteraccio. Tutti abbiamo i nostri
difetti, no? — replicò Cheelo, a denti stretti.
L'espressione dell'umano non ebbe alcun effetto su
Desvendapur, ma le sue parole sì. Il bipede capiva quant'era
profonda la verità di quell'osservazione? Il poeta sospettava
di no.
— Tu non mi sparerai. Se io non tomo a fare rapporto
secondo il programma, i miei compagni verranno a cercarmi.
E quando capiranno che sono morto, verranno a cercare te.
— Correrò i miei rischi. — Le dita di Cheelo indugiavano
in prossimità della pistola. — Se i tuoi compagni sapranno
identificare i tuoi resti dopo che i caimani e i piranha se ne
saranno occupati, vorrà dire che di medicina legale se ne
intendono più di chiunque altro su questo mondo.
Desvendapur non ebbe bisogno di chiedergli spiegazioni.
Dai suoi studi conosceva entrambi quei predatori locali. —
Cosa ti fa pensare che i carnivori indigeni troveranno
appetitoso il mio corpo? Essi mi ignoreranno. Il mio
cadavere sarà ritrovato intatto. E poi i miei compagni
saranno inesorabili e feroci nel vendicarmi.
Non avrebbero fatto niente di simile, lui lo sapeva bene.
La loro unica preoccupazione sarebbe stata di rimuovere il
suo corpo per non farlo trovare dagli umani, evitando così
un'inchiesta imbarazzante. Ma il bipede questo non poteva
saperlo. Tutto ciò che sapeva dei thranx, l'avrebbe
scommesso, era ciò che gli stava dicendo lui stesso.
L'uomo e il thranx si guardarono pensosamente, ciascuno
all'oscuro dei veri motivi dell'altro come lo erano i membri
della loro razza. Nessuno dei due era addestrato nei contatti
inter-razziali. Agendo in balia dell'ignoranza, potevano
imparare solo dai loro errori.
— E va bene. — La mano di Cheelo s'allontanò dalla
pistola. — Può darsi che non ti sparerò. Ma questo non
significa che ti permetterò di seguirmi.
— Perché no? Se me lo permetti, io non disturberò la tua
solitudine. Potrai condurre le tue ricerche come se io non ci
fossi. Mi accontenterò di osservare, registrare, e comporre.
Le mie ricerche pensò Cheelo. Tutto quel che lui cercava
era il modo per stare alla larga dalle grinfie della polizia.
Non vedeva come un insetto potesse essergli utile, in questo.
Tuttavia, nonostante la sua origine aliena, il poeta
sembrava conoscere parecchie cose della giungla. Se non un
vantaggio, almeno non sarebbe diventato un peso.
Pensandoci meglio, se la polizia lo avesse rintracciato
Cheelo avrebbe sempre potuto dire (dopo avergli piantato
una pallottola nella testa, perché non potesse contraddire la
sua storia) di aver scoperto un avamposto alieno. Se non
poteva liberarsi di lui, con le minacce o con la persuasione,
avrebbe dovuto trovare il modo di trarre un utile
dall'insistenza di quell'essere. Questa era una cosa in cui
Cheelo Montoya era sempre stato bravo.
— È vero — sbottò. — Io non posso impedirti di
seguirmi, e anche se non credo una parola delle tue
chiacchiere sui tuoi compagni che verrebbero in cerca di
vendetta, non penso che sarebbe prudente farti fuori. Non
adesso, comunque. Ma vedi di restare fuori dai piedi, e di
fare le tue registrazioni o composizioni o quel che diavolo
sono, senza rompermi le scatole.
— Diventerò una non-entità — gli assicurò Desvendapur,
compiaciuto e soddisfatto.
Peccato che tu non lo sia davvero grugnì dentro di sé
Cheelo. Forse l'alieno sarebbe annegato in una palude, o si
sarebbe rotto una gamba e sarebbe restato indietro. Allora
nessuno avrebbe potuto incolpare lui delle conseguenze. E se
gli fosse capitata l'occasione giusta, forse lui avrebbe potuto
dare una mano alla sfortuna. In caso contrario... be', l'insetto
aveva detto di avere un mese per fare il suo lavoro. Prima di
quella scadenza, lui se ne sarebbe andato dalla foresta per
tornare a Golfito.
Quanto era veloce un thranx? Quanto resistente? Forse,
dopo un giorno o due di fatica nel tenere dietro all'agile e
robusto ladro, quel poeta a otto zampe avrebbe deciso di
cercare la sua ispirazione con qualcuno che lo stancasse
meno. Lui lo avrebbe fatto correre ben bene.
— Accomodati pure, allora. — Cheelo gli indicò il terreno
sotto l'albero, ma prima di arrampicarsi sul tronco si fermò.
Girò la testa qua e là e annusò l'aria. Per Desvendapur, che
sentiva gli odori con le antenne, fu un'affascinante
dimostrazione che meritava d'essere descritta con parecchi
versi elaborati.
— Cosa c'è? Che stai facendo?
— Annuso. Non senti niente, tu? — Notando che sulla
faccia dell'alieno non c'era un naso, Cheelo aggiunse: — No,
suppongo di no. Sto esaminando l'aria per gli odori. Un
odore, in particolare.
Le piume che orlavano le antenne di Desvendapur
filtravano l'aria che passava fra esse. — A quale odore ti
riferisci?
Voltandosi, Cheelo guardò meglio l'esoscheletro
dell'alieno. Non c'era più dubbio di quale fosse la sorgente di
quel sottile e suggestivo profumo. — Il tuo.
Il thranx scrutò cautamente il bipede. — E cosa ti ricorda
il mio odore?
Mentre Cheelo annusava, Desvendapur vide due mosci
orifizi sulla sua faccia allargarsi e contrarsi oscenamente. —
Rose, o forse gardenie, non saprei. Magari l'odore dei
frangipani, o delle bougainvillee.
— Cosa sono questi oggetti? — Dai suoi studi,
Desvendapur non ricordava nessuno dei nomi usati
dall'umano.
— Fiori. Tu odori di fiori. È un profumo forte, ma non
troppo. Non è quello che... uh, che mi aspettavo.
Desvendapur lo scrutò attentamente. — E una cosa buona?
— Be'... — L'umano sorrise contraendo la bocca, anche se
dal suo atteggiamento si deduceva che non c'era allegria in
quell'espressione. — Non è una cosa cattiva. Ad ogni modo,
confesso che mi hai sorpreso. Gli insetti non dovrebbero
profumare come fiori. Gli insetti puzzano.
— Io non sono un insetto, lo dico per tua informazione. I
thranx e gli insetti terrestri sono esempi di evoluzione
divergente. Ci sono delle somiglianze, sì, ma le differenze
sono assai di più. Siamo entrambe forme di vita basate sul
carbonio, ed essendoci evoluti su pianeti con gravità e
atmosfera simili ciò ha originato una forma quasi identica.
Ma non fare lo sbaglio di pensare che le somiglianze
significhino una parentela fra due specie.
Cheelo strinse le palpebre. — Sai una cosa? Per essere un
semplice cuoco, o quel che sei, parli in modo stranamente
istruito.
Desvendapur non poteva assumere un'espressione di
stupore, e l'umano non poteva decifrare il suo gesto delle
mani. In fretta rispose: — La mia posizione sociale richiede
più istruzione di quel che pensi. Tutti i membri della mia
spedizione sono stati scelti fra i più colti della loro categoria.
— Già, sicuro. — Cheelo era poco convinto. Lui
conosceva l'alieno da pochi minuti ma, se la mente dei
thranx non differiva troppo da quella umana, come
cominciava a credere, allora quel tipo gli stava nascondendo
qualcosa.
Annusò ancora. Stavolta gli parve orchidea... o era ibisco?
Quel profumo sembrava cambiare ogni momento, come se il
guscio verde-azzurro dell'alieno emanasse prima un odore e
poi un altro. Quali altre sorprese gli preparava? — E io? —
gli domandò. — Che odore ho, io? Tu puoi annusarmi, no?
Desvendapur piegò le antenne in avanti, ma contraendo le
piume per sentire meno intensamente possibile. — Il tuo è
un odore... pungente.
— Pungente, eh? — annuì Cheelo. — Ho capito. — Si
voltò e si arrampicò sull'albero fino alla biforcazione del
ramo. Desvendapur osservò quell'operazione con avido
interesse, componendo mentalmente qualche verso. Nessun
thranx, per quanto agile, poteva emulare la scioltezza dei
movimenti del corpo umano, rifletté, ma nessuno avrebbe
avuto una simile ambizione. Non più di quanto un umano
avrebbe invidiato la rapidità di movimenti di uno
scarafaggio.
Cheelo parve sul punto di prendere la sua roba e gettarla al
suolo, ma poi ci ripensò e chiamò: — Ehi, renditi utile.
Prendi questo.
Il thranx allungò le manipiedi, più adatte delle delicate
vere-mani, che tenne aderenti al torace, e afferrò al volo lo
zaino che l'altro gli aveva lanciato dall'alto, deponendolo poi
con cura sull'erba. Soddisfatto Cheelo arrotolò il lenzuolo e
gli gettò giù anche quello; poi scese agilmente. Desvendapur
lo guardò mentre metteva la sua roba nello zaino e poi si
metteva il tutto a tracolla. Era difficile capire perché quel
peso non sbilanciasse il bipede, facendolo cadere all'indietro.
Un thranx, sia su quattro che su sei gambe, poteva portare un
peso maggiore di un umano e restare stabile. Questo lo
indusse a fare un'offerta che rientrava nella natura del loro
patto.
— Vuoi che porti io quello zaino, al tuo posto? La parte
superiore del tuo corpo deve farti male, quando lo sostieni in
quel modo.
Cheelo guardò l'alieno, sorpreso. — Qual è il problema?
Non ti sembra d'essere già abbastanza carico?
— Io posso sopportare facilmente una massa extra. Se
dobbiamo viaggiare insieme, ciascuno può disporre anche
delle capacità naturali dell'altro. Io non posso arrampicarmi
sugli alberi, come te, però posso portare più carico. Il tuo
bagaglio non mi appesantirà.
Cheelo fu costretto a sogghignare. — Davvero gentile da
parte tua. — Si sfilò lo zaino da tracolla. Poi si fermò. —
No, ripensandoci credo che mi terrò la mia roba per un altro
po'. Ma grazie per l'offerta.
Desvendapur automaticamente rispose a gesti, cosa che
non significò nulla per l'umano. Allora aggiunse a voce: —
Come preferisci.
Probabilmente era un'offerta onesta, pensò Cheelo mentre
s'incamminava fra gli alberi. Ma lui che ne sapeva di quel
che stava macchinando l'alieno? Magari aveva i suoi motivi
particolari. Magari avrebbe potuto decidere di filarsela
portandosi via un bel pacco di souvenir terrestri pre-
confezionati, graziosamente offerti da Cheelo Montoya. Lui
non sapeva niente di quegli insettoni, neppure quanto svelti
potevano correre. Gli aveva confessato di non sapersi
arrampicare, ma non sembrava goffo né lento. Secondo lui,
anzi, se avesse usato tutte e otto le zampe per camminare,
avrebbe potuto rivelarsi piuttosto veloce.
L'idea di accollare il suo zaino a qualcun altro, col caldo
che faceva in quella giungla, era tentatrice. Ma cavarsela
senza il lenzuolo, il repellente elettronico per gli insetti, il
purificatore d'acqua e le altre cosette che aveva nello zaino,
sarebbe stato impossibile. No, gli conveniva fare da solo.
Figurarsi se uno si poteva fidare di un affare con otto zampe,
due antenne e occhi sfaccettati come quelli di una mosca.
Aveva un buon odore, certo, questo bisognava ammetterlo.
Quella sera Cheelo ebbe modo di vedere come i thranx
mangiavano, e come dormivano. Beveva i liquidi attraverso
una specie di sottile proboscide, e masticava tavolette di
concentrato con quattro mandibole, e lui si chiese quali
fossero le sue abitudini sociali durante la cena. Il fatto che
mantenesse le distanze poteva essere significativo. Cheelo
mangiò un po' del pesce che aveva pescato il giorno addietro.
Il thranx studiò interessato il procedimento con cui lo
masticava e inghiottiva, chiacchierando e sibilando senza
pausa nel suo registratore.
Alla fine Cheelo non poté trattenersi. — Ehi, sto soltanto
cenando, amico. Cosa c'è di tanto poetico in questo?
— Ci sono dei versi in tutto ciò che fai, perché è tutto
esotico per me. Al momento sto considerando il contrasto fra
il tuo aspetto civilizzato e il tuo comportamento barbaro.
— E questo cosa vorrebbe dire? — Cheelo tolse via le
spine, si ficcò in bocca un pezzo di polpa e lo masticò
lentamente.
— Tu utilizzi gli strumenti di una civiltà evoluta per
nutrirti della carne di un'altra creatura.
— Già, proprio così. E voialtri siete vegetariani, eh? —
Cheelo gettò via le spine. — Be', un pesce è soltanto un
pesce.
— È un animale che vive nell'acqua. Ha un cuore, i
polmoni, un sistema nervoso, e un cervello.
Cheelo lo guardò nella penombra che si infittiva. — Cosa
stai cercando di dirmi? Che un pesce pensa?
— Se ha un cervello, pensa.
— Non direi che ne abbia molto, di cervello. — Cheelo
ridacchiò, e mangiò un altro boccone.
— Il pensiero è un assoluto, non importa quanto ce n'è. Il
rispetto per la vita è una questione morale.
— Qualcosa me lo diceva che eri un rompiscatole, buono
solo a criticarmi. E così adesso io sarei un immorale, eh?
— Non secondo i vostri standard. Io non presumo di
giudicare i membri di un'altra razza in base ai parametri
sviluppati per la mia gente.
— Bravo ragazzo — approvò Cheelo. Esitò, masticando il
boccone. — Ad ogni modo, che genere di ispirazione poetica
trovi nel guardarmi mentre mangio un pesce?
— Ottengo una sensazione cruda, potente, aliena. — Il
thranx disse ancora qualcosa nel suo scri!ber.
— Ti faccio orrore? — lo interrogò Cheelo.
— Lo spero. Non ho fatto tutta questa strada e passato un
sacco di guai, per ritrovarmi poi con un'ispirazione di genere
puerile. Io sono venuto in cerca di qualcosa di radicale, di
estremo, di molto sgradevole. Di pericoloso, anche.
— E tutto questo lo trovi guardando mentre mangio un
pesce? — borbottò Cheelo. — Io non m'intendo molto di
poesia, però sarei curioso di sentire qualcosa che hai scritto.
Visto che sono la tua fonte d'ispirazione, penso di averne il
diritto.
— Mi piacerebbe recitare per te, ma temo che molte
sottigliezze e significati andrebbero persi. Tu non hai i
necessari riferimenti culturali per capire, e ci sono concetti
che io non sono in grado di tradurre nella tua lingua.
— Tu dici? — Cheelo bevve un lungo sorso dal
purificatore, appoggiò la schiena a un albero e fece un gesto
incoraggiante a quell'insetto troppo cresciuto. — Mettimi
alla prova.
— Metterti alla prova? — Il thranx apparve confuso.
— Fammi sentire una di queste poesie, coraggio — disse
lui, impaziente.
— Molto bene. Non mi piace recitare opere non ancora
rielaborate adeguatamente, ma visto che comunque tu non ne
capirai molto suppongo che sia lo stesso. Io non posso
tradurre l'opera nella tua lingua, ma spero che vedrai il senso
generale di quel che io chiamo arte creativa.
— Aspetta. Aspetta un momento. — Cheelo frugò nello
zaino e trovò la torcia elettrica. Sopra di loro c'era
abbastanza vegetazione per nasconderli. Nessun robot
volante si stagliava contro le poche stelle visibili. La accese
e la poggiò al suolo in modo che illuminasse il thranx. Sullo
sfondo buio della boscaglia, quella figura aliena insettiforme
con gli occhi che riflettevano la luce poteva essere sbucata
da un incubo, ma era difficile aver paura di un essere che
odorava come un negozio di profumi per signora.
— Temo che neppure il titolo della mia recita sia
traducibile.
— Okay, Okay. — Cheelo accennò che poteva fame a
meno. — Suppongo che sia qualcosa di simile a Selvaggio
Umano Che Mangia Pesce. — Finì in fretta il resto della
cena e si leccò alcuni pezzetti di carne dalle dita.
Sopprimendo il suo disgusto, Desvendapur cominciò.
Nel crepuscolo tropicale, circondati dai versi degli animali
notturni, le parole si mescolarono ai sibili acuti o morbidi,
intervallati da clicchettìi che variavano di volume e intensità
fino a far pensare che fossero generati da un tamburello assai
vivace. In parallelo a quella colonna sonora c'era un'intricata
danza di gesti, eseguiti nell'aria da quattro braccia articolate
e sedici dita. Le antenne si piegavano, oscillavano, vibravano
e balzavano in alto, mentre l'intero corpo da insetto
dell'alieno si contorceva senza requie.
Dapprima Cheelo trovò che quello spettacolo era
fantasmagorico e impressionante, ma poi, abituandosi
all'aspetto del thranx cominciò a vederlo non come un insetto
gigante ma come un intelligente visitatore venuto dalle
lontane stelle. Il profumo che questi emanava dal duro
guscio giocava la sua parte in questo cambiamento di
impressioni. In quanto alla recita in se stessa, anche se
Desvendapur era nel vero dicendo che Cheelo non ne
avrebbe capito niente, era chiaro che si trattava di una
prestazione artistica di un genere complesso e sofisticato.
Poetico, anche. Pur senza capire le parole del thranx,
quell'insieme di suoni e movimenti costituiva una
coreografia molto graziosa, elegante, insomma qualcosa che
poteva colpire la sensibilità di un uomo.
Crescendo nella miseria e ai margini della società, Cheelo
aveva conosciuto solo gli aspetti più volgari dell'arte: i video
3D, la musica gastronomica delle hit parade, la pornografia,
e gli stimoli alquanto viscerali della pubblicità. Era però
consapevole che, per quanto aliena fosse la prestazione a cui
assisteva, essa apparteneva a una categoria più elevata.
Se dapprima era stato divertito e sprezzante, mentre il
thranx si esprimeva con quell'intreccio di suoni e gesti
l'uomo s'accorse che non gli dispiaceva affatto assistere. E
alla fine, quando Desvendapur concluse stanco ed eccitato la
sua recita, il buio avvolgeva del tutto l'inquieta giungla
amazzonica.
— Ebbene? — domandò il thranx, vedendo che l'umano
sedeva in silenzio senza mostrare alcuna reazione. — Che ne
pensi? Ti ha detto qualcosa, o per te è stato solo una
cacofonia di rumori alieni?
Cheelo si schiarì la voce. Un bruco gli si stava
arrampicando su una mano, senza pungerlo, e lui se ne liberò
con un gesto distratto. Nell'oscurità, la luce della torcia
elettrica strappava riflessi azzurrini dal carapace del thranx.
— Io... non ho capito una sola dannata parola, ma credo che
sia una delle cose più belle che abbia mai visto.
Desvendapur ne fu colto di contropiede. Non era la
reazione che si sarebbe aspettato. Un educato gesto
d'indulgenza, forse, o al massimo un vago borbottio
d'apprezzamento... ma non un elogio. Non da un umano.
L'umano lo guardava coi suoi occhi assurdamente piccoli e
tuttavia acuti. — I suoni che tu hai fatto avevano ritmo, c'era
della musica dentro. E il modo in cui muovevi le braccia e
tutto il corpo... è stato molto bello, sì. — Scosse il capo, in
un gesto che Desvendapur non riuscì a interpretare.
— Io non so niente di questa roba — continuò Cheelo, —
però mi sembra che tu sia molto bravo in questo tuo hobby.
Credo che molta gente... esseri umani, dico, pagherebbero
per assistere.
— Sul serio lo pensi? Come ti ho detto, io sono solo un
dilettante.
— Sono sicuro che pagherebbero. Io non sono un esperto,
ma... credo che la cosa piacerebbe. E se tu riuscissi a tradurre
questa roba in terranglo, invece di dirla nella tua lingua, be'...
contribuiresti molto alla comprensione e ai buoni rapporti fra
le nostre razze. Ci sono altri che fanno recite di questo
genere per gli umani in visita sul tuo mondo... come si
chiama...
— Willow-Wane — rispose lui. — Suppongo che
dovrebbero farlo, al progetto per i contatti con gli umani. Ma
io non so cosa faccia il Gran Consiglio. Forse ci sono
terapisti al progetto, o forse no.
— È così che si chiamano quelli come te? Terapisti? —
Nella scarsa luce Cheelo annuì pensosamente. — Senti, io so
di non essere un granché come pubblico. Io sono un
illetterato, un ignorante. Non sono neanche capace di farti
quella che chiamano una recensione, una critica. Ma tutte le
volte che vorrai recitare qualcosa di nuovo, di quello che
componi, mi farà piacere assistere.
— Vuoi dire che ti è piaciuto? Sul serio? — Desvendapur
guardò il bipede.
— Sicuro, amico. E ti dirò una cosa. Domani sera
mangerò qualcosa di diverso, per darti dell'altra ispirazione.
Magari riuscirò ad ammazzare un agouti, o roba del genere.
Desvendapur ebbe un fremito, e piegò un momento le
antenne. — Per favore, non cannibalizzare esseri viventi per
me.
— Credevo che tu volessi degli stimoli radicali, stimoli
estremi.
— La mia mente li vuole. Il mio apparato digerente non la
pensa nello stesso modo.
Cheelo incrociò le gambe, sogghignando. — Okay. Ti
procurerò l'ispirazione più delicatamente. — Allungò una
mano a frugare nello zaino e ne tirò fuori un pacchetto di
stimstick. Scartandone uno e mettendolo a contatto con l'aria,
lo accese.
Desvendapur guardò l'umano che si metteva il tubetto
fumante fra le labbra e aspirava. Questo era più di quanto
avesse sperato. Ogni momento in compagnia del bipede era
fonte di un'illuminazione senza precedenti. Quale piacere
quell'essere traeva dall'inghiottire fumo di materiale organico
bruciato, lui non poteva immaginarlo, ma
quell'imperscrutabile attività fu l'origine di ben due brevi
poesie complete, prima che la solita pioggerellina serale li
costringesse a ripararsi per la notte.
15

Non furono le scimmie urlatrici a svegliare Cheelo, il


mattino successivo. Uno stridulo squittio lo fece alzare a
sedere di colpo, sotto il lenzuolo, e quando la vista gli si
schiarì poté vedere che a emetterlo era stato uno dei volatili
più grotteschi che si potesse immaginare. Grosso quanto una
gallina, l'uccello che stava beccando un frutto caduto lì
accanto aveva occhi rossi, una stretta testa blu e una lunga
cresta di piume gialle e nere. Il grugnito di Cheelo lo indusse
ad allontanarsi con un volo goffo e pesante fin su un ramo
poco distante, dove continuò a contemplare la strana coppia
che aveva dormito sotto l'albero.
Mentre si tirava in piedi, passandosi una mano sulla
faccia, Cheelo cercò di ricordare certi nomi della guida
acquistata a Cuzco, quella che aveva registrato sulla sua
credcard. L'uccello era abbastanza grosso per essere un
rapace, ma aveva becco e artigli piccoli, e la sua scarsa
abilità nel volo faceva pensare a qualche altra specie. Ancora
assonnato tirò fuori la credcard dallo zaino. Pochi tocchi gli
bastarono per chiamare sul display la guida, e la sezione
riservata agli uccelli.
Il goffo volatile dall'aria preistorica era un hoatzin. Se
c'era un uccello sopravvissuto ai dinosauri, diceva la guida,
era quello. Poi la sua attenzione si spostò dall'abitante della
foresta pluviale alla figura ancora più aliena distesa lì vicino.
Il thranx aveva trovato un tronco adatto allo scopo, e lo
usava come letto. Con tre gambe su un lato e tre gambe
sull'altro, dormiva tenendo i due arti superiori ripiegati sotto
il petto, sempreché nella sua anatomia insettoide quello fosse
il petto. Dato che non aveva palpebre opache, ma solo una
membrana trasparente che a volte abbassava per proteggere
quegli occhi dorati, era impossibile dire se dormiva o no.
L'assenza di ogni reazione, quando Cheelo si avvicinò, fu
abbastanza per convincerlo che il thranx continuava a
viaggiare in quell'inimmaginabile regione dove gli esseri
come lui andavano dopo aver spento la coscienza per la
notte.
Si domandò quale genere di sogni sfacessero gli alieni. Per
la prima volta si trovava così vicino a lui da poterlo toccare.
Il profumo del suo corpo era forte. Alcune piccole aperture
nella chitina del torace pulsavano ritmicamente, a indicare
che stava respirando. Le sensibili antenne erano piegate a
semicerchio in avanti.
Cheelo passò un dito sul lucido esoscheletro della
copertura delle ali. Era duro e liscio, freddino, come plastica
o un altro materiale da costruzione. Spostando la mano verso
il basso gli toccò una gamba, ed ebbe quasi la sensazione di
toccare una macchina invece di una creatura vivente. Ma
quell'impressione scomparve quando il thranx si svegliò.
Sorpreso dall'inatteso tocco dell'umano, Desvendapur
mandò un ansito e scalciò con tutte e sei le gambe. Uno dei
piedi colpì Cheelo a una caviglia e lo fece barcollare.
Svegliato in quel modo brusco, il poeta perse l'equilibrio e
rotolò di lato, finendo sul terreno umido. Subito si riprese e
fu in piedi, fronteggiando l'umano.
— Cosa stai facendo?
— Cerca di calmarti, amico — lo ammonì Cheelo. — Non
sto facendo proprio niente, okay?
— E io come posso esserne sicuro? Voi umani siete noti
per le vostre strane abitudini — disse Desvendapur,
controllando nello stesso tempo il suo corpo. Sembrava che
tutto fosse a posto e senza danni.
L'umano sbuffò, derisorio. — Senti, toccarti per me non è
un divertimento, puoi stame certo.
— E allora perché l'hai fatto? — disse Desvendapur in
tono accusatore.
— Per vedere cosa sarebbe successo. Non preoccuparti,
non lo rifarò. — Cheelo si sfregò le dita, come per toglierne
la polvere. — È lo stesso che toccare un pezzo di plastica.
Il poeta andò a controllare la chiusura del suo zaino. Era
intatta, ma lui non ne fu del tutto sicuro finché non ebbe
esaminato anche il contenuto. — Sempre meglio che toccare
la vostra carne moscia. — Le sue antenne ebbero un fremito.
— Tutta quella polpa cedevole, coperta solo da un sottile
strato di epitelio, piena di sangue e muscoli, esposta all'aria
in quel modo. È indecente. Non riesco a immaginare cosa
stesse pensando la Natura, quando ha progettato le vostre
forme animalesche, girate con l'interno all'esterno.
— Ehi, girato con l'interno all'esterno sarai tu. — Cheelo
tornò accanto alle sue cose e cominciò a prepararsi la
colazione. — Bella roba andare in giro con lo scheletro
all'esterno!
— Sempre meglio che averlo nascosto nell'interno —
replicò Desvendapur. — Voi avete il corpo di una quantità di
colori diversi. Non c'è armonia, non c'è consistenza. I nostri
colori si scuriscono con l'età, riflettendo il naturale scorrere
del tempo. I vostri cambiano quando avete delle malattie,
alcune delle quali ve le procurate volontariamente. — Le
veremani del thranx si muovevano in continuazione nel
parlare. Cheelo non aveva idea di cosa volessero dire quei
gesti, ma poteva immaginarlo dal tenore delle parole.
— Ad ogni modo, nel guardare le vostre imperfezioni che
sono l'inevitabile conseguenza di difetti genetici, sappi che io
provo una certa simpatia per voi.
— Tante grazie. — Nel preparare il suo semplice pasto
mattutino Cheelo si chiese se l'insettone capiva il sarcasmo, e
decise di no. — Non che questo sia molto importante, ma
posso chiederti il perché di questa simpatia?
Stavolta una manopiede e una veramano fecero lo stesso
gesto, contemporaneamente. — La vostra pelle è così
delicata, così facile da tagliarsi o rompersi, che c'è da stupirsi
che siate sopravvissuti come razza. Apparentemente il
minimo contatto incidentale con gli oggetti che adoperate
dovrebbe avere conseguenze letali.
— La nostra pelle è più robusta di quello che credi —
disse Cheelo, e come dimostrazione si prese fra due dita
quella di un braccio. Affascinato e disgustato, Desvendapur
non poté distogliere lo sguardo da quella vista incredibile.
Era orribile vedere qualcuno che deformava così l'esterno del
suo corpo. Nella sua mente nacquero versi che ogni thranx
avrebbe giudicato orridamente censurabili.
— Coraggio. — Cheelo gli si avvicinò, tirandosi su la
manica fino al gomito. Gli porse il braccio. — Avanti, prova
tu stesso.
— No. — La baldanza che per un attimo aveva pervaso
Desvendapur scomparve dinanzi a quell'epitelio quasi
trasparente, sotto il quale s'intravedevano muscoli, tendini e
sangue. Quella moscia carne di mammifero si sarebbe
deformata sotto le sue dita, lo sapeva. Gli bastava
immaginarlo per sentirsi contrarre lo stomaco da un conato
di vomito.
Poi si costrinse a smetterla d'immaginare troppo. Se ciò
che voleva era innocua ispirazione avrebbe dovuto restare su
Willow-Wane, accettare un lavoro di terapista e
perfezionarsi coi normali metodi. Invece era lì, sul mondo
degli umani, da solo e illegalmente. Alzò una veramano e la
accostò al braccio dell'altro.
Quando lo toccò con le quattro punte delle dita,
Desvendapur sentì subito il suo calore. Non c'era da stupirsi
che gli umani mangiassero tanto, pensò. Senza l'isolamento
di un esoscheletro, perdevano nell'aria molto calore ed
energia.
Come potessero restare tanto tempo nell'acqua senza
congelarsi all'istante era uno di quei misteri che solo gli
xenobiologi potevano svelare.
Strinse lentamente le dita. Nel vedere la pelle e la carne
deformarsi fra esse gli sfuggì un ansito. La stretta non
sembrava far male all'umano, anche se sicuramente
aumentando la pressione gli avrebbe causato dolore. Usata
per operazioni delicate e di agilità, una veramano non poteva
esercitare molta forza. Una manopiede avrebbe potuto, ma il
poeta non desiderava provarci.
Quando l'umano mosse il braccio, la pelle nella presa del
thranx si piegò ma non si ruppe. Cheelo sogghignò, divertito
dal disagio dell'altro. Poi, allorché Desvendapur lasciò la
presa, lui riabbassò la manica.
— Visto? Non mi hai fatto alcun danno. Noi siamo
flessibili. E' una struttura fisica migliore, la nostra.
— La tua affermazione merita d'essere discussa. —
Desvendapur si chinò a raccogliere un sasso a punta. Poi
protese una manopiede e se la sfregò con la cima aguzza
della pietra. Il risultato fu un semplice segno chiaro. —
Prova a farti questo sulla tua struttura fisica migliore — lo
sfidò, gettandogli il sasso.
Cheelo lo prese al volo, d'istinto. L'orlo irregolare era
abbastanza tagliente da lacerare la pelle a sangue. Gettò via
il sasso e strinse i denti, seccato. Essere preso in castagna
non gli piaceva, né da un compagno di bevute né da un
alieno.
— Okay, guscioduro. Diciamo che hai segnato un punto.
Questo non ti fa diventare meno brutto. Sicuro, hai un buon
profumo, e ammetto che sei in gamba, però io ti guardo e
continuo a vedere un grosso scarafaggio con otto zampe.
Noialtri umani abbiamo sempre schiacciato gli scarafaggi, da
quando il mondo è mondo.
Aperta ostilità! Se un altro thranx sarebbe stato addolorato
e offeso dalla truce reazione dell'umano, Desvendapur ne fu
eccitato. Un'interazione personale così rude era impensabile
fra i thranx, che vivendo a strettissimo contatto avevano
sviluppato un'elaborata struttura di modi cortesi e formali.
Questa sì che era ispirazione! Subito tirò fuori lo scri!ber e
registrò una lunga serie di parole, fischi e ticchettii.
Cheelo aggrottò le sopracciglia. — E ora di cosa parli?
— Sto solo cercando di catturare questo momento. La
rabbia espressa è una cosa rara fra la mia gente. Per favore,
mantieni quel tono di voce e quelle sillabe così urgenti.
— Dovrei mantenere... ma cosa diavolo credi che io sia?
Un animale allo zoo, che stuzzichi attraverso le sbarre della
gabbia con un bastone per vederlo arrabbiato? — Alzò la
voce. — Io non sto certo qui per il tuo dannato divertimento,
egregio. Ficcatelo nella testa.
— Meraviglioso, stupendo! — ansimò il thranx, passando
un momento al terranglo. — Non smettere!
Cheelo incrociò le braccia sul petto e tacque, accigliato.
Nel vedere che l'umano aveva finito, o quantomeno
interrotto, il suo sfogo, Desvendapur mise in pausa lo scri!
ber, deluso. Come poteva indurre il bipede a ricominciare?
Con un comportamento del tutto contronatura, in diretto
contrasto con tutto ciò che era stato educato a credere, lui
passò a un attacco verbale. L'adolescente idealista che ancora
aveva in sé reagì con sgomento a quel tono, ma lì non c'era
nessun altro thranx da scandalizzare.
— Io non sono il tuo scarafaggio, sciocco presuntuoso di
un umano! Prova a calpestarmi e ti staccherò il piede, o ti
scaraventerò nel fiume più vicino.
Cheelo strinse le palpebre. — Tu, e altri dieci come te,
forse. Se qualcuno finirà nel fiume, sarà perché ce l'ho
buttato io!
— Avanti, allora. — Stupito dalla sua stessa audacia, con
la mente piena di versi eroici che bruciavano d'ardire,
Desvendapur si voltò ad affrontare l'umano, di tutta la testa
più alto di lui. Adottò una posizione difensiva: le veremani
ripiegate sul petto, le robuste manipiedi protese in avanti a
dita rigide, le antenne erette e tese. I thranx potevano essere
molto educati, ma non erano indifesi. — Vediamo cosa sei
capace di fare!
Cheelo Montoya non era uomo da ignorare una sfida.
Sapeva di avere un vantaggio di peso e di altezza
sull'insettone, anche se disponeva di soli quattro arti invece
che di otto. Dato che tutta la muscolatura dell'avversario era
interna, nascosta entro l'esoscheletro, lui non aveva nessuna
idea della sua forza fisica. Sapeva che i piccoli insetti come
le formiche e le vespe potevano sollevare molte volte il loro
peso, ma questo non significava che un thranx avesse tale
capacità in proporzione al suo. Nel breve tempo dacché lo
conosceva non lo aveva visto sollevare niente di pesante, né
spingere via alberelli dalla sua strada.
Lentamente l'uomo poggiò al suolo lo zaino.
Nelle vicinanze c'era un corso d'acqua largo appena
qualche metro. Non era un fiume, ma qua e là si apriva a
formare ampie polle. Per dargli una buona lezione e una
dimostrazione poteva andare.
Mentre l'umano si avvicinava, Desvendapur cominciò a
ondeggiare da una parte e dall'altra, costringendo l'avversario
a vedersela con un bersaglio mobile. Quando questi cercò di
girargli attorno, lui piroettò sulle quattro gambe per
continuare a fronteggiarlo. In via sperimentale l'umano
allungò la mano destra ad afferrargli una delle manipiedi.
Lui la ritrasse, e con l'altra manopiede lo colpì al polso.
L'umano grugnì e si tenne a distanza, evidentemente perché
la mossa gli aveva fatto più male di quanto si fosse aspettato.
— Fatti sotto — lo sfidò Desvendapur, mentre cercava di
escogitare più versi possibile. Era una cosa straordinaria!
L'idea che lo scontro potesse finire con delle ferite non gli
sfiorava ancora i pensieri. — Avanti! Credevo che tu volessi
buttarmi nel fiume.
Cheelo continuò a girare intomo all'alieno in cerca di
un'apertura. Con otto fra gambe e braccia a parare i suoi
colpi, la cosa non era facile. — Sei svelto, te lo concedo.
Puoi bloccare un pugno, e probabilmente un calcio. Ma... che
ne pensi di questo?
L'uomo protese le braccia e si tuffò in avanti. Quando il
thranx cercò di fintare, lui non ci cascò. Era sopravvissuto a
troppe zuffe da strada e nei bar perché qualcuno potesse farlo
fesso. Chiuse le braccia intomo al corpo del thranx e girò la
testa, fuori portata dal le sue mani.
La sua faccia fu inondata di profumo. Col petto bloccò le
fragili veremani dell'altro che tentavano di allungarsi in cerca
di una presa, mentre le manipiedi lo afferravano per i fianchi
e spingevano per allontanarlo. Erano insistenti, ma non
abbastanza forti. Con uno sforzo lui sollevò l'alieno dal suolo
e cominciò a trasportarlo verso il corso d'acqua.
Aveva fatto appena pochi passi quando tutti e quattro i
piedi dell'avversario lo colpirono al plesso solare, facendogli
uscire tutta l'aria dai polmoni. Cheelo perse la presa e vacillò
indietro; poi cadde a sedere al suolo e si girò di fianco, con le
mani premute sull'addome. Il thranx finì anch'egli fra i
cespugli, ma subito si alzò in piedi e corse verso di lui,
protendendo tutte e quattro le mani.
Cheelo attese finché l'avversario lo afferrò per la camicia,
poi alzò le braccia e lo afferrò per i polsi delle manipiedi,
stringendo le dita intomo alla chitina liscia e dura. Gli piantò
un piede al centro dell'addome e si gettò all'indietro,
spingendo forte con la gamba.
Il thranx volò via in semicerchio sopra di lui e atterrò nella
fanghiglia con un tonfo pesante.
Rotolando di fianco, col fiato corto, l'uomo guardò
l'avversario. Steso sul dorso e scalciando con tutti e otto gli
arti il thranx somigliava in modo snervante a un granchio
capovolto. Alla fine riuscì a far presa con un paio di gambe,
si girò e un momento dopo era in piedi e lo fronteggiava di
nuovo. Non sembrava ferito, ma questo non si poteva dire
per certo. La rigida chitina non si arrossava né si gonfiava o
illividiva come la carne.
— Ne hai avuto abbastanza? — ansimò Cheelo,
chinandosi a massaggiarsi la caviglia destra.
Benché conoscesse un poco le tecniche di combattimento
senz'armi, Desvendapur non poteva dire altrettanto delle
conseguenze fisiche. Lottare a mani nude sulle imbottiture di
una palestra sgombra di ostacoli era una cosa, ruzzolare sul
terreno sassoso, un'altra. Era pieno di dolori dalla testa ai
piedi. Ma se trasformare in poesia quella straordinaria
esperienza reale non gli avesse fatto vincere un premio di
composizione, allora gli sarebbe convenuto dare le
dimissioni da poeta e restare un preparatore di cibo per tutta
la vita. L'esperienza era esilarante, pericolosa e, sì,
ispiratrice.
— Ancora una tempofase, se non ti spiace. Inoltre vorrei
buttare giù una sintesi dell'accaduto. — Desvendapur tolse lo
scri!ber dalla tasca dello zaino e cominciò a registrare un
torrente di rapida retorica infiocchettata di versi eleganti.
— Figurati — annuì graziosamente Cheelo. — Prenditi
pure tutto il tempo che vuoi. — Finse di scostarsi sulla
destra, e d'un tratto balzò avanti, circondando con le braccia
il corpo dell'alieno e sollevandolo dal suolo per la seconda
volta... ma stavolta da dietro, per evitare i suoi calci.
L'agitarsi furioso delle braccia e delle gambe non lo
raggiunse. Il thranx non era capace di contorcersi per colpire
qualcuno che gli stava alle spalle. La sua testa poteva però
girarsi di centottanta gradi. Benché quella faccia rigida non
potesse esprimere niente, l'agitarsi delle quattro mandibole e
di tutti e otto gli arti rivelava chiaramente la disperazione
dell'alieno.
— Prova a scalciarmi nella pancia, adesso, eh? Perché non
ci provi? — Cheelo non era un uomo forzuto, e l'insettone
pesava più di quanto gli sarebbe piaciuto, ma era deciso a
mettere in atto la sua minaccia. Inclinato un po' all'indietro
per non cadere sotto il peso, mise avanti un passo dopo l'altro
in direzione del torrente.
Benché così sollevato fosse inerme fra le braccia
dell'umano, Desvendapur continuò a comporre finché furono
sulla riva del torrente. L'acqua sgocciolava più che scorrere
da una pozza all'altra, e nel punto più profondo non
raggiungeva il metro.
— Hai dimostrato la tua tesi — dichiarò, rimettendo lo
scri!ber nella tasca. — Io ammetto che tu puoi gettarmi in
questo ridicolo fiume. Ora mettimi giù.
— Metterti giù? — gli fece eco Cheelo, ansimando. —
Sicuro, ecco come ti rimetto giù! — E detto questo
scaraventò avanti il thranx, che spalancando gli otto arti per
lo sbigottimento finì in acqua, con un gran tonfo. Subito
riemerse alla superficie, agitandosi violentemente.
Cheelo lo osservava dalla sponda, con un sogghigno. Si
aspettava che da un momento all'altro l'alieno annaspasse
all'asciutto, grondando acqua e fango, sconfitto e umiliato, a
capo chino dinanzi all'essere umano che s'era dimostrato
superiore a lui. Si chiese se si sarebbe scrollato come un
cane.
La sua espressione sardonica si sfumò d'incertezza.
L'agitazione degli arti azzurrini stava rallentando. Era come
se l'alieno fosse per qualche verso in difficoltà. Ma come
poteva essere in difficoltà se la sua testa era fuori dall'acqua?
E se s'era fatto male, perché non chiedeva aiuto con quei suoi
fischi e clicchettìi, o addirittura in terranglo?
Se non gridava, rifletté infine, poteva essere perché aveva
i polmoni pieni d'acqua. Magari se ne stava lì, voltato verso
di lui, e lo guardava, e intanto affogava sotto i suoi occhi. Le
fessure nel torace pensò all'improvviso Cheelo. Il dannato
coso respirava attraverso le fessure del torace... e quelle
aperture vitali erano tutte quante al di sotto della superficie
dell'acqua.
Imprecando scese sulla riva scoscesa e avanzò nella polla.
Nel suo punto più profondo l'acqua era più alta di quel che
sembrava; gli arrivava al collo. Non c'era da stupirsi se
l'alieno era nei guai. Il suo guscio era spesso, robusto e
pesante quanto quello di un granchio, e poteva affondare
come una pietra.
Lo afferrò energicamente e lo trascinò fuori dal torrente.
Poi, quando l'ebbe messo disteso all'asciutto, restò a
guardare mentre l'altro ansimava e tossiva penosamente,
contraendo il torace ed espellendo spruzzi d'acqua dalle
fessure respiratorie. Infine, quando si fu svuotato polmoni, il
thranx si girò su un fianco e si aggrappò alla radice
sporgente di un albero. I suoi sfaccettati occhi d'oro
guardarono l'umano.
— Questa dimostrazione letale non era necessaria. Io non
lo avrei fatto, con te. — Un altro colpo di tosse lo squassò, e
uno schizzo d'acqua uscì dalle spicole respiratorie del torace.
— Tu non avresti potuto farlo a me — lo corresse Cheelo,
incapace di reprimere un sogghigno baldanzoso.
— Non esserne tanto sicuro. Noi thranx impariamo in
fretta. — Una veramano indicò le gambe dell'umano. — La
tua finta è stata astuta. Non me l'aspettavo. Ma non ci
cascherei una seconda volta.
Cheelo scrollò le spalle. Lui aveva fatto a botte con una
quantità di balordi, in vita sua. Mai con un alieno. Questa
avrebbe potuto raccontarla, si disse. — Non importa.
Conosco anche altri trucchetti — rispose. Lo guardò,
inarcando un sopracciglio. — Magari, la prossima volta non
ti tiro fuori. — Poi scosse il capo, ironicamente. — Hai
quattro gambe e quattro braccia, e non sei neanche capace di
nuotare?
— Purtroppo, no. Noi thranx tendiamo ad affondare. Non
subito, ma fin troppo presto. E i nostri arti sono troppo sottili
per remigare e spingerci avanti. Così affoghiamo. Ti
ringrazio per avermi tirato fuori.
— Non sono sicuro che sia stata una buona idea —
borbottò lui. Notò che l'alieno non si scrollava come un cane,
ma usava le mani per spazzolarsi via l'acqua di dosso. Il suo
voluminoso zaino era a terra, gocciolante, e lui si chiese se
fosse a prova d'acqua. Dentro c'era anche l'apparecchio che
l'insettoide usava per comporre.
— Senti — propose, generosamente, — se vuoi scrivere
su di me, o comporre poesie, o quel che diavolo fai,
d'accordo. Solo, non provocarmi per il solo scopo di avere
questa ispirazione a cui tieni tanto. Okay? Vuoi venirmi
dietro, va bene, fai pure, però restami fuori dai piedi. Io ho
un carattere impulsivo, e quando uno mi fa girare le scatole
se la passa brutta. La prossima volta potrebbe finire male per
te. Magari potrei romperti una gamba con un calcio.
L'altro alzò la testa a guardarlo. — Questo non sarebbe
facile come pensi. Forse potresti fratturarti l'appendice
inferiore. Può darsi che tu sia più flessibile, ma io sono più
duro.
— Ah, sì? Allora sai cosa ti dico? Forse dovremmo... —
Cheelo sentì le sue stesse parole, e si calmò. — Queste sono
stupidaggini, il modo in cui stiamo perdendo tempo qui. Non
m'importa sapere chi è più forte, o più duro, o cosa ti pare.
Non sono in competizione con un'altra razza, io. Sentiamo
cosa puoi insegnarmi sulla tua razza: se io lottassi a morte
con un thranx, a cosa dovrei mirare?
— Perché dovrei dirtelo?
Già, perché? si domandò Cheelo. Non che l'informazione
fosse molto importante. Quegli alieni potevano avere punti
deboli inimmaginabili per un umano, ma in una lotta era
sempre meglio colpire quelli non protetti dal guscio. Gli
occhi, ad esempio, o il morbido addome. Uno strappo a una
di quelle antenne lo avrebbe probabilmente costretto a
retrocedere. Non che lui prevedesse una lotta, ma era sempre
meglio essere pronti a tutto. Era stato così nelle strade di
Gatun e Balboa e San José. Perché nella giungla avrebbe
dovuto essere diverso?
Quello che lui sapeva dei thranx era poco, anzi
pochissimo, roba sentita distrattamente alla 3D. Questo tipo,
questo Desvenbapur, poteva essere amichevole, magari
innocuo, sospettoso e sarcastico, oppure poteva essere
schizofrenico e pericoloso, capace di saltargli alla gola da un
momento all'altro per succhiargli fuori le budella. Spera nel
meglio e preparati al peggio, questo era il motto di Cheelo.
Prova della sua efficacia era il fatto che lui era ancora vivo, e
a parte qualche cicatrice e dente rotto, ancora abbastanza
sano.
— Okay, hai un'armatura dura e hai un buon profumo.
Questo te lo concedo. — Fece una smorfia. — Però sei
schifosamente brutto.
— Brutto? — La testa a V s'inclinò, mentre gli occhi
studiavano l'umano. — Che profonda osservazione, da parte
di uno che ha il corpo moscio come gelatina. Non solo
tremoli tutto mentre cammini, ma ti si può vedere quasi
attraverso la pelle. Voi avete occhi fatti di una singola lente,
e perciò vi basta danneggiarla per restare ciechi. Il vostro
olfatto è primitivo, affidato a un organo inalatorio della
faccia, che deve aspirare faticosamente per sentire un odore.
— E per illustrare la superiorità della forma thranx,
Desvendapur agitò le antenne avanti e indietro.
— Avete solo quattro arti invece di otto, e quei quattro
sono limitati soltanto alle loro funzioni. — Le manipiedi si
alzarono dal suolo, a dimostrazione di come un thranx
poteva usarle sia come piedi che come mani. — La vostra
pelle è vulnerabile alla minima puntura. E non potete far
musica sfregando insieme gli arti. Inoltre non siete neppure
simmetrici.
— Che stai dicendo? Io non sarei simmetrico? — Con un
dito della mano destra, Cheelo indicò le varie parti della sua
anatomia. — Due occhi, due orecchi, due braccia e due
gambe. Come fai a dire che non sono simmetrico?
— Guarda le tue mani. — Desvendapur accennò col capo.
— Le tue cinque dita sono forse divisibili per due? No. Per
essere simmetrica una mano dovrebbe averne sei, o quattro
come le mie. Inoltre devi guardare anche nella tua
profondità.
— La mia profondità? — Cheelo raccolse lo zaino.
— Dentro il tuo misero corpo. Voi quanti cuori avete?
Uno, spostato di lato. Lo stesso vale per tutti gli organi
interni umani, a parte i polmoni, che per uno strano scherzo
della natura sono quanti devono essere. — Il poeta si passò
una manopiede sul torace. — Due cuori, due fegati, due
stomaci, e così via. Un corpo progettato secondo logica per
una razza progredita, simmetrico ed efficiente. Il vostro
invece è un caos di organi ammucchiati a caso, nessuno dei
quali nella giusta posizione.
Privo di argomenti, e un po' sopraffatto, Cheelo poté solo
mugolare: — Allora tu dici che voialtri avete due di tutto?
Trovando divertente quel gesto umano, Desvendapur
annuì. — Non solo questa è una soluzione esteticamente
gradevole, ma è anche fatta per durare. Un thranx può
perdere uno degli organi principali, ma restare in vita perché
ne ha un doppione. Voi umani non avete questo vantaggio.
Dovete vivere sempre attanagliati dalla paura che un organo
smetta di funzionare.
— Anche se voi avete due di tutto — replicò
pensosamente Cheelo, mentre s'incamminava nella foresta
con il thranx alle calcagna, — i vostri corpi sono più piccoli
dei nostri. Perciò tutto quel che c'è dentro è più piccolo...
polmoni, cuori, tutto. I nostri organi sono più grossi.
— Le dimensioni non contano quanto avere un doppione
— argomentò Desvendapur.
I due continuarono a camminare e a discutere i meriti delle
rispettive anatomie, finché i pensieri di Cheelo furono
penetrati da una constatazione. — Per essere un cuoco, o
assistente cuoco, o quello che sei, conosci un sacco di cose
sugli esseri umani.
Benché il bipede non potesse interpretare i suoi gesti,
Desvendapur si sforzò di non muovere le mani. — I membri
della spedizione di cui faccio parte sono stati ben preparati.
— Ay, questo me l'avevi già detto. — Ancora dubbioso,
Cheelo si voltò a scrutare il thranx. Il suo linguaggio
corporale esprimeva cose d'ogni genere, forse, ma lui non
sapeva cosa. I movimenti di quella testa e delle mani erano
complicati, e per lui significavano meno di quelli delle
scimmie che saltavano sui rami sopra di loro. Anzi, lui
riusciva a capire le emozioni dei primati dai loro gesti, ma
non quelle dell'alieno che chiacchierava al suo fianco.
Il thranx aveva un vantaggio, dunque. Era stato preparato
al contatto con gli umani, mentre lui non sapeva niente di
quegli insettoidi alieni. Ma stava imparando. Cheelo
Montoya era uno che imparava in fretta.
— E se vuoi sapere una cosa — aggiunse il suo disumano
compagno di viaggio, — voi puzzate.
— Ora capisco perché ti hanno assegnato alle cucine
invece che al servizio diplomatico — grugnì Cheelo. Però
non poteva dargli torto. Mentre l'altro continuava a olezzare
come un negozio di fiori, lui sapeva benissimo di avere il
pesante odore di un mammifero sudato.
In quanto all'aspetto fisico, doveva ammettere che ogni
volta che l'insettone gli capitava davanti agli occhi gli
sembrava meno alieno e meno sgradevole. C'era qualcosa di
attraente nel ritmo in cui muoveva tutte quelle gambe, nel
colore verde-azzurro del carapace che ricordava una
tormalina Paraiba, nella delicata forma delle antenne, e in
quella luce d'oro dei grandi occhi sfaccettati. Certo, non
attraeva l'occhio come una ballerina in un night di lusso, ma
non stimolava neppure l'impulso di alzare un piede e
schiacciarlo come uno scarafaggio.
Un po' sgomento Cheelo considerò quei pensieri
dall'esterno e ne fu sorpreso, perché dopotutto il thranx non
era poi molto diverso dai suoi piccoli cugini terrestri.
Possibile allora che l'intelligenza contasse tanto nell'alterare
le percezioni di un uomo? Se gli scorpioni avessero
cominciato a parlare e a recitare poesie, una donna avrebbe
strillato nel vederne uno sul muro?
Probabilmente sì, decise, se avessero continuato a pinzare
la gente. Ma lui non è uno scorpione si disse. Non è un
insetto. E il membro di una razza aliena contattata di
recente, intelligente e sensibile. Nel convincersi di questo
ebbe un certo successo... ma non più di tanto. Gli istinti
atavici erano duri a morire. Pensare che i thranx erano esseri
come gli uomini, e non qualcosa che uno avrebbe volentieri
schiacciato contro il muro, era più facile quando si tenevano
gli occhi chiusi. Cosa che uno però non poteva fare spesso,
marciando nella giungla. Anche con gli occhi aperti si
rischiava d'inciampare a ogni passo.
A parte i commenti un po' infantili di poco prima, Cheelo
si trovò a chiedersi cosa pensasse veramente l'alieno di lui.
16

La corte dell'Imperatore MUUNIINAA III era stata


progettata per impressionare e sopraffare, dalla profusione di
robot ingioiellati e silenziosissimi attendenti elettronici, al
lusso dei suoi arredi. Il fatto che tutto nella sala del trono
fosse funzionale ma nello stesso tempo decorativo, era tipico
della mentalità AAnn. Benché gli AAnn amassero le
cerimonie e il fasto, niente doveva ostacolare l'efficienza
operativa. Quel concetto si estendeva dal livello più elevato
del governo all'ultimo monitore delle sabbie.
L'Imperatore, naturalmente, non occupava lo sfarzoso
trono per diritto ereditario. La sua carica era elettiva, come lo
era quella di tutti i baroni e i conti e degli altri nobili che
svolgevano i più importanti incarichi sotto di lui. Ciò si
doveva al fatto che gli AAnn non riuscivano a tralasciare le
antiche tradizioni, e le tenevano in vita anche dopo che
queste avevano cessato la loro funzione, rivestendone una
società che ormai si espandeva attraverso molti sistemi
stellari e planetari. E benché l'Impero parlasse di storia antica
e antichi regimi, esso era in realtà feudale quanto la struttura
dei computer quantum-paralleli da cui erano guidate le
astronavi che sfrecciavano nell'iperspazio.
Così, se Lord Huudra Ap e il Barone Keekil YN
indossavano i paramenti cerimoniali del loro alto ufficio, gli
eleganti abiti di ciascun nobile celavano schermi difensivi
individuali, e le gemme erano in realtà apparecchi che li
tenevano in contatto costante con schiere di subordinati e
altra gente. Rigidamente fermi con la testa china e le code
basse intanto che l'Imperatore si ritirava dalla sala, per
andare a occuparsi delle mille cose meno fastose ma più
urgenti del suo ufficio, i due altolocati personaggi si
scambiarono un'occhiata per comunicarsi la necessità di
parlare in privato.
Altri gruppetti si separarono dall'Assemblea, sia per
rilassarsi in chiacchiere informali che per discutere questioni
importanti. Per Huudra e Keekil erano entrambe le cose.
Le teste annuivano rispettosamente, e mani dagli artigli
finemente curati si scambiavano cortesi saluti e gesti
d'intesa. In aggiunta al loro repertorio d'altre capacità,
entrambi i nobili erano maestri nei manierismi sociali.
Insieme a parecchi altri personaggi d'alto rango essi
formavano uno dei dieci o dodici gruppi di potere che
dominavano la politica dell'Assemblea. L'argomento che
Keekil desiderava discutere con Huudra, comunque, non
aveva niente a che fare coi più urgenti affari di stato. Era
loro costume, da molto tempo, scambiarsi opinioni su fatti
che avrebbero potuto diventare determinanti, a seconda di
come si fossero risolte certe situazioni.
Consci che tutti, dai partiti dell'opposizione allo stesso
Imperatore, si affidavano a loro per ottenere certe
informazioni, i due si tenevano in costante contatto con i più
lontani funzionari dell'Impero che potevano venire a
conoscenza di fatti di qualche importanza.
Fu con questo spirito di curiosità e insieme di necessità
che Huudra salutò il suo collega e alleato, un «buon amico»
che lui non avrebbe esitato a mandare in rovina pur di
migliorare la sua posizione sociale. Keekil sibilò un cordiale
saluto, ben conscio di ciò che l'altro nobile stava pensando.
Lui pensava esattamente la stessa cosa. Non c'era alcuna
animosità fra loro. Era l'ordine naturale delle cose. Quel
genere di competizione rafforzava l'Assemblea, e di
conseguenza l'Impero.
— È tutto molto ssingolare. — Keekil preferiva il blu nei
suoi abiti, in tutte le sue sfumature. Anche il comunicatore
che fluttuava a qualche centimetro dalla sua bocca era di
quel colore. — Mi riferissco a quessto affare dei thranx che
cercano di farssi alleati quei mammiferi.
Huudra si scusò, perché proprio in quel momento stava
ricevendo una chiamata prioritaria, e suggerì alcune possibili
soluzioni alla spiacevole situazione che un tecnocrate gli
aveva esposto. — Ti prego di sscussarmi, onorevole Keekil
— disse di nuovo. — Dunque tu penssi che quegli inssetti
sstiano facendo ssul sserio, in quessta loro iniziativa?
Il barone ebbe un gesto d'assenso di primo livello,
sottolineato da un sibilo. — Ssì, ne ssono convinto. La
domanda è: fanno ssul sserio anche quessti umani?
Più in alto dei monitori fluttuavano alla ricerca di intrusi
non autorizzati, armi nascoste, spie e possibili assassini. La
temperatura nella sala era di quaranta gradi, l'umidità a un
tollerabile sei per cento. Entrambi i comunicatori dei due
nobili emisero un beep per richiamare la loro attenzione, ma
entrambi furono ignorati, per il momento.
— I miei ricercatori riferisscono di un'evidente riluttanza
da parte della popolazione umana, ssia sul loro mondo natale
che nelle colonie. Inoltre gli umani ssembrano avere una
paura ancesstrale della forma thranx. — Sibilò il suo
divertimento. — Riessci a immaginarlo? Decidere la loro
politica intersstellare ssulla basse della forma. Ssono proprio
una razza immatura!
— Non c'è niente d'immaturo nella loro tecnologia —
ricordò Keekil al suo aristocratico collega. — Le loro armi
ssono uguali a quelle dell'Impero, o dei thranx. I loro
ssistemi di comunicazione ssono eccellenti. Le loro
asstronavi... — Il barone ebbe un gesto che indicava
involontaria ammirazione mista a rabbia, non molto facile da
eseguire ma eloquente. — Bissogna dire che ssono almeno
eleganti.
Huudra contrasse il labbro superiore per scoprire i denti
acuminati della lunga mandibola. — Io ho vissto alcuni
rapporti preliminari. Non tutti ssono d'accordo nel definire le
loro navi migliori delle nosstre.
— Sse hanno posssibilità tecniche ssuperiori alle nosstre,
allora ssono migliori. Come ssono anche migliori di tutto ciò
che hanno i thranx. — Irritato, Keekil poggiò una mano
ingioiellata sulle gemme della sua cintura. II beep del
telefono che continuava a chiedere la sua attenzione tacque.
— Quessta ssarebbe una buona ragione per cercare la loro
alleanza — Huudra si grattò via una scaglia secca su un lato
del collo. Con uno scintillio rapido la scaglia svolazzò al
suolo, e fu prontamente risucchiata dal pavimento della sala
del trono a opera di un rapido robopulitore quadrupede a
forma di kerpk. — I nosstri interesssi ssarebbero meglio
sserviti sse li perssuadesssimo a entrare nell'Impero come
razza confederata.
— Tu ssai che i nosstri inviati non hanno avuto ssuccessso
nel mosstrare agli umani i vantaggi che avrebbero
allineandossi ai nosstri interesssi economici. — Keekil
protese una mano di lato, e dovette aspettare meno di un
minuto perché un robocameriere fluttuante gli mettesse un
bulbo di liquore fra le dita.
— Ssì. — Huudra non aveva sete. Pigramente si chiese
come avrebbe potuto fare qualcuno per avvelenare i drink di
Keekil. Era un pensiero ozioso, perché il barone non avrebbe
mai bevuto con quella naturalezza se non avesse controllato
sia i camerieri che i liquori prima di entrare in sala. — Quei
mammiferi danno molto valore alla loro indipendenza.
— Quessto dovrà cambiare. I miei pssico-sspecialisti mi
dicono che gli umani posssono esssere perssuassi.
Ssappiamo già che ssono ressisstenti alle presssioni. Nesssun
argomento razionale è riusscito a fargli cambiare idea.
Huudra rivelò una certa irritazione. Era superiore di rango
a Keekil, ma non tanto da intimidirlo. — Allora cossa ci
conviene fare?
— Avere pazienza, mi è sstato ssuggerito. L'umano più
convinto è uno che ha convinto sse sstessso. Asspettiamo che
cerchino di allettare noi. Quando quessto ssuccederà, ssi
creerà fra noi una forte alleanza... un'alleanza nella quale noi
ssaremo la componente dominante. — Il barone sorseggiò il
liquore. — C'è ssolo un problema: gli altri che hanno la
sstesssa ssperanza.
— Quei dissgusstossi inssetti sstercoari, ssì — grugnì
Huudra, con un gesto sprezzante.
— Proprio loro. Hanno avuto ssolo un modessto
ssuccessso nel vincere la naturale antipatia degli umani per
la loro forma. Quanto a quessto, la maggior parte dei thranx
trova detesstabili l'asspetto, le attività e le abitudini degli
umani. Quessto reciproco dissgussto va tutto a nosstro
vantaggio.
— Allora non ci ssono altre novità. — Huudra fece per
allontanarsi, l'amministrazione del suo Fief aveva bisogno
della sua presenza, e gli AAnn erano noti per la loro
efficienza lavorativa.
— Quessto non è del tutto vero, mio onorevole amico, sse
bisogna credere a certi rapporti.
Huudra esitò. — Quali rapporti? Io non ho letto nulla che
indichi che le relazioni fra gli umani e i thranx ssiano
cambiate. Non in meglio, comunque.
Keekil fece un gesto di scuse un po' sarcastico. — Quessto
perché le mie fonti ssono meglio informate delle tue — non
seppe trattenersi dall'aggiungere.
Huudra si scurì in faccia. — Ti do atto che le tue sspie
ssono molto abili... sse hai qualcossa che valga la pena di
ssapere.
— C'è in ballo qualcossa di molto ssegreto. I miei
informatori parlano di un grossso risschio che i thranx
sstanno correndo, riguardo pochi sselezionati alleati umani.
Il Lord del Fief Meridionale sbuffò, incredulo. — I thranx
non ssanno manovrare in ssegreto. Ssono cauti, calcolatori, e
prevedibili. Non corrono risschi.
Keekil rifiutò di lasciarsi smontare. — Ciò nonosstante il
rapporto essisste, per quelli che vogliono leggerlo. Afferma
che gli inssetti ssi ssono imbarcati in un'impressa che, sse
avrà ssuccessso, accelererà e migliorerà molto le loro
relazioni con gli umani.
D'istinto Huudra rifiutava di credere a voci così assurde.
I thranx non sapevano manovrare in segreto, e ogni
tentativo di spingere gli umani frettolosamente verso una
decisione, come aveva dimostrato l'esperienza, otteneva
l'effetto opposto. Gli insetti dovevano ormai saperlo come gli
AAnn, e qualunque cosa si potesse dire di quegli esseri a otto
zampe, non erano stupidi.
— Mi degnerò di essaminare quel rapporto — disse,
distrattamente. Con un gesto espresse la formale richiesta di
vedere il documento in oggetto. — Io non ssto dicendo che
sscarto l'idea. Dico ssolo che trovo difficile prenderla ssul
sserio.
— Anch'io. — Keekil finì il liquore e protese il bulbo di
lato. Un robopulitore si affrettò a prelevarlo dalle sue dita. —
Tuttavia ignorare il rapporto, sse l'informazione in essso
contenuta fossse veritiera, potrebbe rivelarssi pericolosso.
Era un modo diplomatico per dire che in quella faccenda
c'era in gioco il loro titolo, per non parlare delle loro code.
Esperto com'era del lavoro amministrativo, Huudra sapeva di
non poter ignorare rapporti riguardanti le relazioni fra umani
e thranx, per quanto sembrassero infondati. Non quando lui e
Keekil erano incaricati di tenere informato l'Imperatore
sull'argomento. Ebbe un sibilo rassegnato.
— Lo leggerò con attenzione. Dimmi, onorevole collega,
sse rissultassse che quessto rapporto è realisstico, c'è
qualcossa che potremmo fare in merito? — L'idea di
frustrare le mire dei pedanti e testardi thranx era allettante e
gli sollevava lo spirito.
Keekil sbatté le palpebre. — È posssibile, onorevole
collega. È posssibile. I thranx non ssono l'unica razza capace
d'interferire negli affari di altre razze di qualche rilevanza. E
ssorprendente come un ssegreto posssa esssere rivolto contro
un altro ssegreto, con un po' d'immaginazione e di accurata
programmazione.
Sibilando una risatina divertita i due lasciarono la sala, e il
resto dell'Assemblea uscì dopo di loro. Pili Huudra ascoltava
Keekil esporre le sue idee, e più cresceva la sua ammirazione
professionale per il collega. Sulle delicate sabbie dell'astuta
pianificazione, nessuno sapeva avanzare più sottilmente
degli AAnn.
17

Cheelo sapeva che avrebbe dovuto accorgersi


dell'anaconda. Cosa stesse facendo un serpente così grosso in
un ruscello così piccolo lui non poteva immaginarlo, ma i
motivi del serpente non erano importanti. Ciò che contava
era che si trovava lì, che il loro passaggio lo aveva
disturbato, e che aveva colpito.
Non lui, ma il suo ignaro compagno.
Quando l'anaconda aveva colpito, il thranx aveva emesso
un suono stridulo, mentre le coperture delle sue ali vibravano
come corde di violino. La grossa bocca del rettile gli aveva
addentato una delle gambe centrali, con forza, e i piccoli
denti acuminati avevano fatto presa pur senza penetrare del
tutto nella chitina. Poi le spire erano emerse una dopo l'altra
dall'acqua fangosa per avvolgersi intorno alle gambe
posteriori e all'addome del thranx. Lui s'era divincolato,
agitando selvaggiamente gli arti superiori e le antenne, ma
non poteva liberarsi da quella presa più di quanto le sue
vestigia di ali avrebbero potuto farlo volare via.
La massa infangata dell'alieno che agitava gli arti e delle
spire del rettile era sprofondata nella melma. Cheelo aveva
udito un netto crack nell'umida aria immobile, e l'alieno
aveva mandato uno strillo acuto come un fischio. Lui era
rimasto in disparte, cautamente, osservando la scena.
Non sembra un granché come essere superiore, adesso
s'era ritrovato a pensare.
L'alieno stava per morire. Questo era chiaro. Se l'anaconda
fosse in grado di ingoiarlo tutto era un'altra faccenda, ma
avrebbe in breve soffocato il thranx, non importava quanti
polmoni avesse. Il poderoso serpente avrebbe pian piano
stritolato la preda finché questa non sarebbe più riuscita a
respirare. Cheelo si chiese se la luce si sarebbe spenta in quei
brillanti occhi d'oro, con la morte.
— Fai qualcosa! — ansimò l'alieno, sputacchiando fango.
— Toglimelo di dosso... aiutami!
Pensava davvero che lui volesse rischiare la pelle? si
domandò Cheelo, incredulo. Lui non aveva mai avuto nessun
desiderio e nessun bisogno della compagnia di un alieno, e
non prevedeva di averne in futuro. Se si fosse avvicinato, il
serpente avrebbe potuto decidere di lasciare quella preda dal
guscio duro per qualcosa di più morbido e più familiare.
Perché correre il rischio? Lui non aveva proprio nessun
obbligo con quei rappresentanti di una razza lontana. Era
stato quello straniero a intromettersi nella sua solitudine, e
lui gli aveva cortesemente permesso di seguirlo. Questo non
significava essere responsabile della sua sorte. Inoltre lui
aveva un appuntamento da mantenere.
Se qualcuno fosse inciampato sui resti non digeribili di
quel corpo, nessuna autorità umana o thranx avrebbe potuto
metterli in rapporto con Cheelo Montoya. Probabilmente, i
compagni stessi dell'insettone avrebbero concluso che questi
aveva avuto proprio ciò che meritava per essersene andato a
zonzo per conto suo. La sua morte non significava niente per
Cheelo, meno di quella di un uccello o di una scimmia. Del
resto, se nei guai ci fosse stato lui, era probabile che l'alieno
non si sarebbe sforzato molto per soccorrerlo.
— Oh, merda — mugolò, mentre apriva la fondina della
pistola. Addentrandosi in quei gorghi d'acqua fangosa dove
uno dei due combattenti si stava indebolendo sempre più,
Cheelo cercò di prendere di mira la tozza testa a cuneo del
serpente. La cosa fu dapprima impossibile, ma divenne più
facile quando i contorcimenti del thranx cominciarono a
cessare. Accorgendosi del cedimento della preda, il serpente
si rilassò alquanto. Pur non essendo sicuro di mettere a segno
un colpo preciso, Cheelo si fece avanti. Non era opportuno
aspettare che l'anaconda smettesse del tutto di muoversi,
perché a quel punto il thranx sarebbe morto.
Quando il proiettile lo colpì, la testa dell'anaconda ebbe
uno scossone ma la bocca non mollò la presa sulla gamba
dell'alieno. Dai piccoli occhi dell'animale era impossibile
capire quanto fosse stato efficace il colpo. Arrischiandosi a
un contatto più ravvicinato Cheelo appoggiò la canna della
pistola al cranio dell'animale e sparò ancora. Neppure
stavolta la bocca lasciò la gamba chitinosa, però il
corpaccione ebbe uno spasimo e si afflosciò, morto.
Lui rinfoderò l'arma e cominciò a darsi da fare con
l'ingombrante massa delle spire. Gli occorsero alcuni minuti
di sforzi per trarre fuori il thranx da sotto quel peso. — Ehi,
sei sempre vivo? — lo interrogò. — Dimmi qualcosa, amico.
Non vorrei aver fatto tutta questa fatica per niente.
— Non l'hai fatta per niente. — Il terranglo del thranx era
meno comprensibile, quando fece lo sforzo di rispondere in
quella lingua. — Sono vivo. Ma temo di avere una gamba
rotta.
— Ah, ho sentito il rumore quando si è spezzata. — Con
un grugnito Cheelo cercò di spostare la testa dell'anaconda,
ma non ci riuscì. — Ti fa male?
— Si capisce, che mi fa male! — Libero dalle spire sotto
cui stava soffocando, Desvendapur guardò l'umano che
l'aveva salvato. — Credi che io sia fatto di metallo?
— No, certo. Sei fatto di guscio e di budella, okay. Scusa
tanto se te l'ho chiesto.
Conscio che le sue parole erano state mal interpretate
dall'umano che lo aveva salvato, Desvendapur s'affrettò a
dirimere il malinteso. — Non volevo essere scortese. È solo
che dovrebbe essere ovvio per chiunque che una gamba rotta
fa male.
— lo non so niente di come siete fatti dentro, voialtri, o se
avete dei nervi — disse Cheelo, scalciando contro le spire
dell'anaconda.
— Allora ascolta e impara: noi sentiamo il dolore, proprio
come voi.
— Ma non nello stesso modo. — Cheelo si chinò a
esaminare la gamba, sulla cui chitina le zanne dell'anaconda
restavano testardamente strette anche nella morte. — In caso
contrario, adesso urleresti di dolore. — Si voltò a guardare il
thranx negli occhi sfaccettati, e afferrò con entrambe le mani
il collo del serpente. Provò a tirare.
— Ti fa male, se faccio così?
— Non troppo. Nel guscio esterno noi abbiamo pochi
nervi. Il nostro tatto non è così sensibile come il vostro.
— Non so se sia una cosa buona o cattiva, ma per il
momento è senza dubbio buona. Non ti muovere, adesso.
Con una veramano Desvendapur indicò se stesso. — Ho
una gamba rotta. Dove dovrei andare?
— E che ne so? Poco fa ti vantavi di quante cose possono
fare le tue quattro gambe, confronto alle mie due, e quanto
sei più svelto e bravo ad andartene in giro.
Cheelo si tolse lo zaino da tracolla e frugò nell'interno
finché trovò un multi-utensile. Poi tornò accanto all'alieno e
allargò la bocca dell'anaconda un po' alla volta, fino a
estrarre i denti dalla ferita. Solo allora la testa del serpente
ricadde nel fango. Benché avesse del disinfettante da
applicare, si rese conto che la cosa era fuori dalla sua scarsa
competenza. La chitina sanguinava molto. I denti
dell'anaconda avevano prodotto una doppia fila di piccoli
fori.
— Credi che potrai guarire? — domandò, curioso.
— Col tempo e con una dieta appropriata, sì. —
Desvendapur si girò a esaminare meglio la ferita. — Benché
le mandibole della bestia mi abbiano morso con forza
impressionante, per fortuna i fori non sono troppo profondi.
— Che ne dici di applicare una fasciatura sterile, o uno
spray?
— Nel mio zaino c'è il necessario per intervenire sulle
ferite. Una volta trattato l'esterno, la perforazione interna
guarirà da sola.
— Il suo addome ebbe un fremito. — Ma la frattura è
un'altra cosa.
Cheelo sospirò. Perché non salutava quell'individuo e non
se ne andava per i fatti suoi, questo non lo capiva. Forse
perché in lui si stava facendo strada l'idea che c'era qualcosa
da guadagnare da quell'incontro inaspettato. Forse.
L'esperienza gli aveva insegnato che dagli imprevisti e dalle
novità usciva spesso del denaro, e se quell'alieno non era una
novità, allora lui non ne aveva mai vista una.
— Fammi dare un'occhiata.
A rompersi era stata la parte inferiore della gamba di
mezzo. Usciva più sangue di quanto sarebbe accaduto con la
carne umana. Seguendo le istruzioni di Desvendapur, Cheelo
aprì il kit di pronto soccorso thranx e applicò pomate e
sigillanti, avvolgendo poi la frattura in una pasta di chitina
sintetica che sarebbe diventata parte del corpo dell'alieno
come il naturale rivestimento delle sue gambe.
Non erano cure a effetto rapido, tuttavia. Il thranx avrebbe
dovuto misurare i suoi movimenti per parecchi giorni. E
occorreva un sostegno supplementare per la gamba
fratturata. Dimostrando un'abilità che sorprese il poeta,
Cheelo improvvisò un'ingessatura con due pezzi di legno
assicurandoli ben stretti intomo alla gamba.
— Così dovrebbe andare. — Fece un passo indietro per
ammirare il suo lavoro.
— Funzionerà bene — fu d'accordo il thranx. — Del resto,
è naturale che tu abbia sviluppato queste capacità lavorando
da solo in una giungla dove sei costretto a cavartela con le
tue forze.
— Dici bene. — Cheelo non gli spiegò che la giungla in
cui era cresciuto consisteva di sobborghi malfamati e
bordelli di infimo ordine, dove i pericoli da affrontare erano
quelli causati dai balordi e dai drogati che conducevano là i
loro affari illeciti, esattamente come lui. D'altra parte, c'era
da stupirsi di come le capacità che uno sviluppava nella
giungla urbana potessero rivelarsi utili anche altrove.
Come lettuccio su cui riposare un po', Desvendapur scelse
un tronco caduto ricoperto di funghi, dove poté poggiare
l'addome. — Ora che i problemi più immediati sono risolti,
mi chiedo se tu potresti spiegarmi una cosetta o due — disse.
Il suo compagno umano non fu sorpreso di vedergli tirare
fuori lo scri!ber.
Questo significava un'altra serie interminabile di domande
sugli esseri umani, grugnì Cheelo dentro di sé. Per essere
uno che aveva sempre evitato la curiosità altrui, ultimamente
stava parlando un po' troppo dei fatti suoi.
— D'accordo, basta che non passiamo il resto della
giornata a discutere su chi è più bravo. Io ho del lavoro da
fare. Cosa vuoi sapere, ancora? Come sono organizzati i
nostri «alveari»? Quali sono i nostri hobby? Perché teniamo
animali domestici? Particolari sulle nostre abitudini sessuali?
— La sua bocca si contorse in un sogghigno. — Ah, vedo
che hai delle altre domande sull'argomento. Ma stavolta ti
dirò che qualche domanda voglio fartela anch'io.
— Per il momento preferirei non approfondire questioni
tanto intime, anche se in un certo senso la prima domanda
che vorrei farti è personale. — Il thranx lo guardava negli
occhi. O almeno, Cheelo aveva l'impressione che lo
guardasse negli occhi. Data la forma composita di quelle
lenti sfaccettate, era difficile dirlo.
— Personale, in che senso? — Cheelo stava ancora
sogghignando. Gli piaceva pensare che il suo accenno al
sesso avesse messo in imbarazzo l'alieno.
— In questo: perché tu mi hai mentito?
Cheelo passò sulla difensiva. Non c'era motivo che si
allarmasse, quando l'unico essere intelligente nel raggio di
molti chilometri era un alieno, ferito e ridotto ad andare in
giro zoppicando. La sua reazione fu puramente un riflesso.
— Io, mentito a te? E perché dovrei prendermi il disturbo
di mentirti? Cosa te lo fa credere? — Lo guardò, colto da un
dubbio improvviso. — Sei telepatico o roba simile, per caso?
— Niente del genere. La telepatia non esiste. O almeno, la
sua esistenza non è mai stata verificata. Io non ho bisogno di
leggerti nei pensieri, Cheelo, per sapere che hai mentito.
— Certo che hai una bella faccia tosta, amico. Io ti ho
appena salvato la pelle, ti ho curato la gamba come meglio
non si poteva, e invece di dirmi «grazie, uomo, per avermi
tolto dai guai» vieni a chiedermi «perché mi hai mentito?»
— I thranx sono molto franchi. Tu invece sei decisamente
evasivo.
Cheelo scrollò le spalle. — Io non ho niente da
nascondere. Se tu pensi che abbia mentito, dimmi qual è la
bugia che ti ho raccontato. — Seduto su un sasso, agitò un
dito verso di lui. — Avanti, bel tipo. Sentiamo dov'è che ti
avrei mentito.
— Benissimo. Tu non sei un naturalista.
Cheelo strinse le palpebre. Perché diavolo perdeva tempo
con quelle sciocchezze? — Tu sei nuovo di questo pianeta.
Io sono il primo uomo che tu abbia mai conosciuto, e sai già
dire se un uomo ti mente oppure no? Scusa, ma non credo
che tu sia così intelligente.
— È solo questione di analizzare le osservazioni casuali
che hai fatto da quando ci conosciamo. — Desvendapur non
era irritato né intimidito dall'atteggiamento aggressivo
dell'umano. — Noi viaggiamo insieme ormai da qualche
giorno. In tutto questo tempo non ti ho visto fare niente che
giustifichi la tua pretesa d'essere un naturalista. Non hai
studiato niente, raccolto niente, guardato niente. Hai ignorato
del tutto il mondo naturale che ti circonda, salvo per
scostarlo quando ti ingombrava la strada.
«Anche se io vedo l'esistenza, anzi sono costretto a
vederla, di forti diversità nelle nostre culture, la scienza non
è certo così variabile. Ci sono leggi e procedure che restano
costanti in tutta la galassia e presso tutte le razze.
«Una di queste cose è la scienza che si basa
sull'osservazione. Nel tempo che abbiamo trascorso insieme,
tu non ne hai fatta nessuna. Neppure per caso. Non hai preso
note, né registrazioni video, né fatto altro che indichi come la
tua professione richieda la raccolta e l'analisi di dati.
— Vedi questi? Questi sono le mie telecamere. — Cheelo
alzò due dita a V per indicarsi gli occhi. E qui c'è il mio scri!
ber... il mio registratore. — Si batté un dito su un orecchio.
— Io ho sempre avuto un'ottima memoria, e ricordo tutto
quel che vedo.
Desvendapur fece un gesto di comprensione di quinto
livello, poi ricordò di annuire col capo perché l'umano
capisse. — Dici davvero? Ieri uno stormo di uccelli molto
interessanti è passato sopra di noi, visibile attraverso un
varco nel fogliame. Tu e io lo abbiamo visto, e ci siamo
scambiati alcuni commenti. Puoi dirmi di che colore erano?
Cheelo si sforzò di ricordare. — Azzurri! — esclamò
infine. — Erano azzurri, con il becco giallo. — Sorrise
trionfante, guardando l'alieno. — Che te ne pare? Questa è la
memoria di un naturalista al lavoro, amico. Guarda e impara.
— Se tu fossi un naturalista thranx perderesti un grado o
due. Erano verdi, non azzurri. E col becco rosso.
— Non è vero! — insisté strenuamente Cheelo. — Erano
azzurri col becco giallo. E tu non puoi dimostrare il
contrario!
— Oh, sì che posso. — Desvendapur sollevò lo scri!ber.
— Io non registro solo le mie composizioni. Quando
possibile, registro ogni fonte d'ispirazione. Vuoi rivedere lo
stormo in questione? Posso mostrartelo, e farti sentire anche
i versi che ho composto sul volo di quelle creature.
Colto in fallo, Cheelo guardò lo strumento, sbuffando. —
Okay, a volte non riesco a ricordare tutto. E questo cosa
prova? Niente.
— Prova che tu sei il naturalista più straordinario della tua
razza, oppure il più sventurato. Un thranx che svolgesse
questa professione avrebbe con sé strumenti di analisi, di
misura e di registrazione. Io non ti ho visto usare nessuno
strumento. — Desvendapur indicò lo zaino dell'uomo con
una veramano. — Mostramene uno. Su, vediamo un po'.
Cheelo si chiese di nuovo perché diavolo sopportasse la
compagnia di quell'alieno. Un colpo di pistola, buttare il
corpo nel fiume, ed ecco risolto il problema, pensò. Tuttavia
non poteva scartare l'idea che lì ci fossero da fare dei soldi...
e che i soldi sarebbero stati molti di più se il soggetto della
ricompensa fosse stato vivo e in buono stato, invece che
defunto.
D'altra parte, che danno poteva fargli quel thranx? Fargli
rapporto all'Associazione Naturalistica per la Protezione
Ambientale nella Riserva Amazzonia? Se entrambi si
trovavano lì illegalmente, lui poteva benissimo fare a meno
di preoccuparsi troppo.
— E va bene, diciamo che mi hai preso in castagna,
egregio. E con questo? Non ha nessuna importanza.
— Al contrario, ha molta importanza. — Il thranx lo
guardava negli occhi, adesso. Cheelo ne era sicuro. — Se
non sei un naturalista, come hai raccontato, vuol dire che sei
qualcos'altro. — Faticosamente, usando una manopiede e
una veramano, Desvendapur cambiò posizione alla gamba
ferita.
— La domanda allora è: chi sei?
18

Animato e sorretto dall'entusiastica certezza d'essere


l'avanguardia promozionale nelle relazioni fra gli umani e i
thranx, l'alveare terrestre era un posto eccitante in cui
lavorare. Il fatto che fosse una colonia segreta, la cui
esistenza era nota soltanto a pochi membri dei due governi e
delle comunità scientifiche, aggiungeva a quella
consapevolezza un brivido piacevole. Uscendo dal suo
alloggio per dare inizio al turno di lavoro, nessuno sapeva
mai se quel giorno un incidente o il caso avrebbero svelato
l'esistenza della colonia. Essendo stati informati a fondo
sull'umanità e sulle sue fobie, tutti i thranx erano ben consci
dell'irrazionalità che c'era in quei bipedi. Se qualcosa fosse
andato storto, e se si fossero trovati esposti all'attenzione del
mondo, nessuno poteva prevedere come avrebbero reagito le
grandi masse umane alla presenza di una colonia aliena in
mezzo a loro. Di conseguenza, pur mentre si dedicavano con
la massima serenità al lavoro quotidiano, i thranx dovevano
essere vigili e preparati a tutto.
Mentre i decagiorni e i mesi passavano senza che la
colonia fosse scoperta, un certo sentimento di sicurezza s'era
impadronito di tutti. Se perfino gli apprensivi umani che
collaboravano in segreto con l'alveare si mostravano
tranquilli, allora i thranx non potevano fare diversamente.
Era per questo motivo che i pensieri di Jhywinhuran non
indugiavano su tali argomenti, quella sera, al termine del suo
turno di lavoro, mentre eseguiva un controllo finale degli
scarichi chimici prima di lasciare il posto al collega del turno
successivo. Ma invece di concentrarsi sui dati del display, la
sua mente vagava fra i ricordi del tempo trascorso insieme a
un certo maschio. Senza che lei potesse farci nulla, e spesso
nonostante ogni suo sforzo, da qualche giorno si scopriva a
tornare continuamente su quei pensieri.
Perché trovasse così affascinante un semplice assistente
preparatore di cibo, non riusciva a spiegarselo. Certo
quell'attrazione non aveva a che fare col lavoro di lui, che era
perfino più prosaico e insignificante del suo. In quell'alveare
indaffarato c'erano molti altri maschi che la trovavano degna
di nota, e che parlavano con toni dolcemente striduli quando
lei era presente per farsi notare in modo educato. Con alcuni
Jhywinhuran aveva trascorso qualche tempofase,
chiacchierando o in attività ricreative, ma i suoi pensieri non
cessavano di riandare a quel particolare preparatore di cibo.
Cosa ci fosse in lui di tanto singolare era stranamente
difficile da capire, per quanto lei provasse e riprovasse a
esaminare la cosa. Qualcosa nei suoi gesti, forse, o nel suo
modo di modulare la comunicazione; non solo i concetti ma i
ticchettii e i fischi così importanti nell'espressività delle
parole. Forse era il suo vezzo, quand'era eccitato da un
argomento, di gettare lì frasi in Alto Thranx, cosa che
nessuno si sarebbe aspettato da un assistente preparatore di
cibo. E c'erano altre diversità in lui: l'eccitazione con cui
parlava del mondo alieno sopra di loro, i suoi gesti animati
quando assistevano alla recita di un terapista ufficiale della
colonia, e l'indifferenza con cui accoglieva gli elogi e le
critiche al suo lavoro.
C'era qualcosa che non tornava nell'assistente preparatore
di cibo Desvenbapur, qualcosa nello stesso tempo di
irresistibile e di allarmante. Per quanto si sforzasse,
Jhywinhuran non riusciva a toglierselo dalla mente. S'era
baloccata con l'idea di andare da una matriarca anziana per
un consiglio, ma poi aveva deciso che le sue condizioni non
erano ancora passate dalla semplice infatuazione
all'ossessione. Finché non avesse valicato quel confine,
sarebbe stata in grado di controllare la situazione da sola.
Un buon modo di affrontarla poteva essere quello di
andare a far visita all'oggetto della sua agitazione. Come in
ogni alveare, i coloni avevano alloggi assegnati in zone il più
possibile vicine al luogo di lavoro, ma non era richiesto
alcun permesso per aggirarsi in zone diverse. In effetti pochi
lo facevano, non avendone alcuna necessità reale. I coloni
potevano trovare tutto ciò di cui avevano bisogno nei confini
della loro sezione di alloggi. Quel sistema garantiva
l'efficienza dell'alveare e ne manteneva ragionevolmente
poco intenso il traffico, su Hivehom o su Willow-Wane e
così anche sul mondo alieno chiamato Terra dai suoi abitanti.
Gli umani invece, com'era stato detto ai coloni, erano assai
meno ordinati. Pur superficialmente ben organizzati essi
tendevano a muoversi dappertutto senza stretta necessità. Il
traffico, nei loro alveari, era qualcosa di caotico, spesso
addirittura allucinante. Visti il disordine e la criminalità che
imperavano in quei grandi centri abitati di superficie, c'era da
chiedersi come avesse potuto diventare civile quella razza.
Jhywinhuran decise di dirimere le contraddizioni che
ribollivano in lei. Finito il turno di lavoro, identificò la
dislocazione delle cucine dell'alveare e s'incamminò da
quella parte, usando il suo scri!ber per mantenere la
direzione giusta. Addentrandosi in quella zona non familiare
della colonia si fermò a scambiare qualche parola con tre o
quattro thranx che non aveva mai incontrato, ed essi furono
lieti di parlarle. Nessuno le chiese cosa stesse facendo.
Benché la sua presenza lì fosse inconsueta, in questo non
c'era niente di illecito.
Per un decimo di tempofase chiacchierò con un addetto ai
servizi sanitari che si occupava degli scarichi in quella
sezione. La colonia era stata progettata con doppi impianti.
Se uno si fosse ostruito, non ci sarebbero state fuoruscite di
liquidi prima o durante le riparazioni. Le fabbriche di pezzi
di ricambio erano a molti anni-luce da lì, e prima che
arrivassero gli oggetti ordinati poteva passare molto tempo.
In quanto agli umani, le restrizioni imposte dalla segretezza
della colonia ostacolavano anche loro. Così l'alveare doveva
essere il più possibile autosufficiente.
Infine, nonostante queste diversioni interessanti ed
educative, Jhywinhuran si trovò nei locali ausiliari delle
cucine. Per procedere oltre bastava chiedere il permesso di
assistere alla preparazione del cibo. Ciò che lei vedeva lì era
un duplicato dell'impianto in cui Desvenbapur aveva
lavorato in passato, identico fino alla dislocazione degli
utensili adoperati dagli addetti. Al momento questi ultimi
erano occupati nella pulizia e taglio di alcuni cassoni di
piante indigene, destinate a essere poi cucinate secondo i
comuni gusti thranx. Se non avessero avuto la possibilità di
digerire la vegetazione indigena, la loro colonia sarebbe
cresciuta a un ritmo molto inferiore.
Jhywinhuran chiacchierò amabilmente coi membri del
personale, che mostravano una certa curiosità nel vedere lì
una rappresentante del servizio sanitario. No, le fu detto,
nessun assistente preparatore di nome Desvenbapur faceva
parte di quella squadra. In effetti nessuno di loro lo aveva
mai sentito nominare. Forse faceva parte del turno di notte.
Lei sapeva che avrebbe dovuto tornare nel suo cubicolo, se
voleva riposarsi per qualche tempofase prima del turno
dell'indomani. Era proprio una sciocca a permettere che un
interesse casuale diventasse una pericolosa fissazione.
Desvenbapur non le aveva forse detto che sarebbe stato
troppo occupato, dopo essersi stabilito in una nuova zona,
per avere facilmente contatti sociali? E non le aveva forse
detto che sarebbe stato lui a farle visita, non appena si fosse
sistemato e non avesse più avuto problemi di routine col
lavoro? Anzi, le aveva specificamente domandato di
interrompere i loro contatti sociali, finché fosse venuto il
momento di riprenderli con reciproca soddisfazione.
Nonostante questo lei era lì, forzando la situazione, per
riallacciare quel rapporto che le era stato chiesto di evitare
temporaneamente. Cosa c'era che non andava dentro di lei?
Si mosse per andarsene e fare ritorno al suo settore. Senza
dubbio, se lui provava un interesse sentimentale analogo, si
sarebbe messo in contatto con lei non appena appianati i suoi
momentanei problemi logistici. Sarebbe stato
controproducente, perfino dannoso per la loro relazione, se
lei avesse perseguito un incontro con insistenza eccessiva.
Loro due avevano una relazione? Lei sapeva di desiderarne
una, e pensava che lo desiderasse anche lui. Fargli troppa
pressione avrebbe potuto rovinare tutto.
Considerò le sue scelte. C'era un modo di soddisfare
almeno in parte il suo interesse senza troppo rischio di
danneggiare i rapporti personali. Trovò un terminale per le
informazioni, vi collegò il suo scri!ber e introdusse una
ricerca. Con un palpito di sollievo vide il nome di lui
apparire nella lista dei lavoratori assegnati a quella zona,
dipartimento preparazione cibo.
Questo avrebbe dovuto bastare per soddisfarla. Invece,
nello stato d'ansia in cui si trovava, aumentò ancora il suo
bisogno di vederlo. Restò davanti al terminale finché un
fischio educato la informò che altri due membri dell'alveare
erano in fila dietro di lei, in attesa di usarlo. Inquieta e
preoccupata si allontanò.
Avrebbe aspettato l'arrivo del turno di notte, decise. Non
per parlare con Desvenbapur, ma per assicurarsi che stesse
bene. Questo poteva farlo ponendo una domanda o due ad
altri operatori del suo dipartimento. Anche facendo a meno
del sonno, era certa che l'indomani avrebbe svolto in modo
soddisfacente il suo lavoro.
Trascorse il resto della giornata aggirandosi in quella
sezione, e scoprì che, come c'era da aspettarsi, era un
duplicato di quella dove abitava lei. Mentre sopraggiungeva
la fine del turno si avviò verso la cucina, poi indugiò in quei
corridoi rivolgendo domande a due o tre fra quelli che
venivano al lavoro. Nessuno di loro conosceva un assistente
preparatore di nome Desvenbapur.
Dopo che l'ultimo lavoratore fu giunto, Jhywinhuran era
più preoccupata che mai. Che le fatiche del trasferimento lo
avessero fatto ammalare? Un controllo della situazione
medica della colonia le prese pochi momenti. Nell'elenco dei
malati non c'era nessun Desvenbapur.
Questo era assurdo, si disse. Evidentemente proprio quel
giorno il suo amico s'era preso un turno di vacanza. Sarebbe
tornato al lavoro l'indomani. E lei non poteva oziare lì
attorno per chissà quante altre tempofasi, saltando il suo
turno, solo per accertarsi che lui stesse bene.
Ma perché non era riuscita a trovare neanche un collega
che conoscesse il suo nome? Lui era stato assegnato a quel
settore da tempo, perciò doveva essersi fatto degli amici, o
almeno dei conoscenti casuali. Da quel che aveva visto del
lavoro di cucina, un assistente preparatore non operava certo
da solo.
Perplessa attese che il terminale fosse libero, quindi
richiamò l'elenco del personale di servizio in quel
dipartimento. Sulla lista c'era il suo nome, nessun dubbio su
questo. Non essendo assegnata alla cucina, lei non poteva
avere accesso a tutte le informazioni. Ma poteva localizzare
l'alloggio di tutti. Fu questo che fece.
Lo ebbe subito a schermo: Desvenbapur, habitat del
Livello 3, Quadrante Celle 6, Cubicolo 82. Contemplò quei
dati per un lungo momento, incerta. Poi, con le antenne
dritte, s'incamminò a passi decisi verso la rampa del Livello
3.
Non le occorse molto per localizzare il cubicolo
desiderato. Un breve contatto del suo scri!ber con la
serratura della porta le rivelò che l'occupante si chiamava
Desvenbapur, assistente preparatore di cibo. Dunque lui
stava lì. Ma questo non le diceva niente sul suo stato di
salute. Jhywinhuran esitò. Richiedendo l'accesso avrebbe
lasciato una registrazione del suo passaggio. Andandosene
conservava l'anonimato, ma senza aver soddisfatto la
curiosità che l'aveva portata lì.
Forse frequentando Desvenbapur era stata contagiata da
quel che c'era di bizzarro in lui. Forse era semplicemente
testarda. In ogni caso, decise che lo avrebbe aspettato.
Il successivo turno di lavoro passò senza che lei vedesse
alcun segno dell'amico. Ormai il suo supervisore doveva
averla segnata assente e iniziato la routine per indagare sulla
sua salute e sulla sua posizione. Sapeva che quell'assenza
non autorizzata sarebbe rimasta sul suo fascicolo personale,
a danno del suo prossimo avanzamento di grado. Ma non le
importava. Giunse l'inizio del secondo turno di notte, e la
porta del cubicolo 82 continuò a restare chiusa.
E se lui fosse stato lì dentro, gravemente malato? Una
doppia aritmia coronarica, magari, con entrambi i cuori che
battevano fuori ritmo. O un blocco intestinale. La curiosità si
trasformò in preoccupazione, poi in paura. Alzandosi dalla
posizione di riposo in cui era rimasta per più di una giornata
si avviò con gambe rigide al più vicino terminale e chiamò
un supervisore domiciliare.
La femmina responsabile di quella sezione di alloggi
rispose subito, ascoltò le preoccupazioni di Jhywinhuran e fu
d'accordo che la situazione da lei descritta richiedeva un
intervento. Fu chiesto e ottenuto il permesso di eseguire un
ingresso d'emergenza in un alloggio privato. Mentre seguiva
il supervisore lungo il corridoio lei era in preda a emozioni
contrastanti. Se qualcosa di grave era accaduto a
Desvenbapur, lei ne sarebbe stata molto addolorata. Se, al
contrario, non gli era accaduto niente, rischiava d'essere
accolta da una ben meritata serie d'imprecazioni.
Mentre il supervisore rompeva la serratura del cubicolo e
spingeva di lato la porta, Jhywinhuran aveva il fiato mozzo
per l'apprensione. Entrarono insieme. L'interno del compatto
spazio abitativo era pulito e ordinato, dalla camera di riposo
alla piccola area riservata all'igiene. In effetti era più che
pulito.
Era chiaro che nessuno abitava lì da qualche tempo.
— Dev'esserci un errore. — Sconcertata, Jhywinhuran si
aggirò in quell'alloggio deserto e silenzioso. — Sulla porta
c'è la sua identità.
Il supervisore controllò qualcosa sul suo scri!ber. Ebbe un
gesto di perplessità di primo livello, poi controllò ancora.
Controllò una terza volta. Quando spense l'apparecchio, i
movimenti delle sue veremani e delle antenne rivelavano più
che una semplice perplessità.
— Hai ragione. Un errore c'è. Questo cubicolo non è
assegnato. Muovendo lentamente le mandibole una sull'altra,
Jhywinhuran guardò la femmina anziana. — Ma la sua
identità è impressa nella serratura.
— Lo è, certamente. Stai sicura che io non sono meno
curiosa di te di sapere come e perché sia così.
Le due femmine condussero insieme altre ricerche. Nessun
assistente preparatore di cibo era stato assegnato al cubicolo
residenziale 82. Sì, un thranx di nome Desvenbapur era stato
trasferito alla cucina sussidiaria. No, non poteva essere
localizzato. Forse il suo scri!ber s'era guastato, oppure era
stato volutamente disattivato. Le domande rivolte a ogni
singolo lavoratore assegnato alla preparazione del cibo in
quel settore rivelarono che nessuno conosceva Desvenbapur,
e che nessuno con quel nome si trovava in tutti gli altri
settori.
— Qui c'è qualcosa di molto strano — dichiarò la
femmina supervisore dopo quella ricerca.
Jhywinhuran stava ancora lavorando sul suo scri!ber. —
Questo è vero, ma cosa? Lui mi ha detto, e lo ha detto a tutti
quelli con cui lavorava, che era stato trasferito alla
preparazione del cibo in questo settore. Il suo nome è sulla
lista dei lavoratori.
— Proprio come il suo nome è sulla porta di questo
alloggio. — Il supervisore considerò la situazione. —
Lasciami effettuare un'altra ricerca.
Jhywinhuran attese, mentre la femmina anziana muoveva
rapidamente le dita sul suo apparecchio. Poco dopo l'altra
rizzò le antenne. — Non c'è nessuna registrazione di un
trasferimento in questo settore per nessun preparatore di
cibo, tantomeno per uno di nome Desvenbapur.
— Allora lui... ha mentito. — Jhywinhuran stentò a
trovare i giusti ticchettii per sottolineare quelle parole.
— Così sembra. Ma perché? Perché questo tuo amico, o
conoscente, ha mentito per far credere che si fosse trasferito
da una zona dell'alveare a un'altra?
— Io non lo so. — La giovane lavoratrice sanitaria emise
una nota stridula. — Ma lui non è qui, e se non è qui allora
dov'è? E perché è da un'altra parte?
— Non lo so neppure io. Ma se non emerge qualcosa per
indicare il contrario, qui abbiamo l'inequivocabile prova di
un comportamento asociale. Sono certa che tutto diventerà
chiaro quando lui sarà localizzato.
Quando invece l'unica cosa chiara fu che non lo si poteva
localizzare, una sensazione d'allarme dilagò non solo fra i
thranx che avevano partecipato alla ricerca dell'assistente
preparatore di cibo, ma anche fra i loro colleghi umani.
Jhywinhuran fu convocata dalla direzione dell'alveare, e
introdotta in una camera vuota, dove attese d'essere
interrogata. Era una stanza di piccole dimensioni, senza nulla
di particolare a parte la presenza di tre oggetti, posti fra due
panche, il cui scopo era difficile da capire. Sembravano
piccole panche, ma troppo piccole per fornire appoggio
anche a un thranx giovane. E invece d'essere accessibili dai
quattro lati, uno di quei lati era soprelevato, cosicché
nessuno avrebbe potuto appoggiare l'addome sul piano
orizzontale.
L'alveare era stato messo a soqquadro dalla ricerca
dell'introvabile assistente preparatore di cibo. Quando era
stato chiarito oltre ogni dubbio che nell'alveare non c'era, e
che non c'erano corpi privi di vita neppure negli angoletti più
nascosti, qualcuno aveva pensato d'interrogare più a fondo
lei. Così Jhywinhuran sedette su una panca e attese,
chiedendosi cosa, nel nome del Supremo Alveare, stava
succedendo.
Non dovette aspettare a lungo.
Quattro persone entrarono nella camera. Due di loro
avevano soltanto due gambe e due braccia. Lei aveva già
visto degli umani in giro per l'alveare, ma non spesso. Essi
non frequentavano la sezione della colonia dove lavorava lei,
e nello svolgimento delle sue mansioni lei non aveva spesso
bisogno di recarsi altrove. Dai suoi studi sulla loro razza,
notò che entrambi i sessi erano rappresentati. Com'era
comune fra gli umani, il colore degli occhi a lente singola e
della pelle variava molto. C'erano quelle e altre variazioni
superficiali che lei si aspettava. Non fu sorpresa quando li
vide sedersi su due di quei peculiari oggetti di cui s'era
chiesta la funzione. Ebbe però un fremito, incapace di capire
come un essere vivente, anche uno flessibile come gli umani,
potesse mettersi in posizione di riposo col corpo
praticamente piegato in due.
Ma fu stupita quando la conversazione cominciò, e gli
umani vi parteciparono... parlando non nella loro lingua,
bensì in un rozzo e non sofisticato tuttavia
comprensibilissimo Basso Thranx.
— Da quanto tempo conosci l'assistente preparatore di
cibo che si fa chiamare Desvenbapur? — domandò la
femmina umana, senza troppe difficoltà nella costruzione
vocale della qualifica.
Jhywinhuran esitò, sorpresa dall'implicazione di quella
domanda non meno che dalla sua provenienza. Guardò i due
thranx presenti per un consiglio, e ricevette solo un gesto
d'incoraggiamento dal più anziano. Un gesto secco. Dunque
la situazione era considerata grave.
— L'ho conosciuto sulla Zenruloim, durante il viaggio da
Willow-Wane a qui. Era una compagnia simpatica, e poiché
eravamo solo in quattro a provenire da quel pianeta fu
naturale fare conoscenza. Gli altri due con cui diventai amica
erano gli ingegneri Awlvirmubak e Durcemhofex.
— Essi non sono coinvolti in questa faccenda, e non ci
preoccupano — disse il thranx più anziano. — Costoro sono
effettivamente quelli che dicono di essere.
Jhywinhuran ebbe un gesto di stupore. — Non capisco.
— Neppure noi — disse l'anziano. — Questo è uno dei
motivi per cui ci troviamo qui: raggiungere la comprensione.
— Le sue antenne si agitavano appena, indicando soltanto un
certo disagio. — Il tuo amico è assente.
— Lo so. Ho aiutato a effettuare la ricerca.
— No, tu non sai niente — la corresse l'anziano. — Io non
sto dicendo che è assente dal lavoro o dall'alloggio. Sto
dicendo che non si trova nell'alveare.
— Né lui — aggiunse il maschio umano,
drammaticamente, — né il suo cadavere.
— L'inevitabile conclusione — disse il più giovane dei
due thranx, — è che ne sia uscito.
— Uscito? — La confusione di Jhywinhuran era evidente.
— Vuoi dire uscito dalla colonia? Volontariamente?
L'anziano piegò un ginocchio a indicare tristezza. — Così
bisogna presumere.
— Ma perché? — Accettando la presenza degli umani, lei
incluse anch'essi nella sua domanda, oltre ai due severi
supervisori. — Perché avrebbe voluto fare una cosa simile?
Perché un membro della colonia dovrebbe farla?
La femmina umana incrociò le gambe una sopra l'altra,
con un gesto di fluidità impressionante, che certo nessun
thranx poteva emulare. Jhywinhuran si chiese quale ne fosse
il significato recondito. — Noi ci auguriamo che tu possa
fare luce su questo, Jhywinhuran.
Sentire il suo nome da una bocca aliena, completo dei
giusti fischi e clicchettii, fu una novità di cui la giovane
lavoratrice sanitaria non ebbe il tempo di compiacersi. —
Assicuro tutti voi che io non so niente di utile.
— Pensaci — la esortò l'anziano. — E una cosa più
importante di quel che tu possa immaginare. Noi stiamo già,
con l'aiuto dei nostri amici umani, cercando questo individuo
sulla superficie e nei dintorni della colonia, ma ci sarebbe
assai utile sapere chi stiamo cercando in realtà.
— Voi parlate di Desvenbapur come se pensaste che non
esiste. — Qualcosa dentro di lei la spinse a difendere,
debolmente e inefficacemente, un amico che le aveva
mentito con sfacciataggine.
I due thranx si scambiarono qualche gesto. Fu il più
giovane che spiegò: — Lui non esiste. Crrik. L'individuo che
tu conosci come Desvenbapur certamente esiste, ma quella
non è la sua identità. Quando il tuo rapporto è stato
considerato, e si è accertato che l'individuo non risiedeva più
nella colonia, su di lui è stato eseguito un controllo per avere
qualche indizio su cosa possa averlo spinto a un
comportamento così asociale. Data la gravità della
trasgressione, il controllo è stato molto approfondito.
«Con la collaborazione tecnica dei nostri amici umani, è
stata fatta una ricerca, via comunicazione iperspaziale, delle
registrazioni esistenti su Willow-Wane, non solo i dati
professionali ma anche quelli personali. Il primo resoconto è
stato così sorprendente che, nonostante la spesa e le
difficoltà tecniche, abbiamo chiesto una ricerca aggiuntiva.
Essa ha confermato le prime scoperte.
— E quali sarebbero? — domandò lei, dimenticando per
un momento la presenza degli umani.
Il supervisore più giovane continuò: — Una delle cose che
abbiamo richiesto è stato un pieno controllo anagrafico. I
dati dell'alveare Ba non fanno alcuna menzione di un
Desvenbapur, vivo o deceduto.
Le mandibole dei thranx non potevano aprirsi per lo
stupore in senso umano, ma Jhywinhuran rivelò
quell'emozione con un gesto molto evidente delle veremani.
— Allora lui chi è?
— Pensiamo di averlo scoperto — disse l'anziano. — È
stato molto astuto questo individuo, mostrandosi ben più
istruito di quanto potrebbe essere un semplice preparatore di
cibo.
— Questo Io sapevo anch'io. — Le mandibole orizzontali
di lei clicchettarono, mentre quelle verticali non si mossero.
La rivelazione l'aveva lasciata senza fiato.
— Dimmi, Jhywinhuran — intervenne di nuovo il
supervisore giovane, — il tuo amico assente ha mai rivelato
un forte interesse nella composizione poetica?
Stavolta lei pote solo guardarlo in silenzio, sbalordita. Non
fu necessario che rispondesse. Il suo atteggiamento era
eloquente.
Il supervisore anziano disse, muovendo le mandibole con
calma: — Su Willow-Wane non c'è mai stato un
Desvenbapur, né un Desvenhapur, né un Desvenkapur.
Risulta l'esistenza di un certo Desventapur, un anziano e ben
conosciuto tecnomontatore elettronico che abita nell'alveare
Wevk. E di un certo Desvenqapur, un mietitore asessuato
risiedente a Hierxex Superiore. — Mosse l'addome sulla
panca, e proseguì: — C'è anche una Desvengapur, che non
solo ha l'età giusta ma ha un certo interesse nella
composizione a scopi di recita.
— È quella la persona di cui parliamo? — Jhywinhuran
udì se stessa domandare, con voce tremula.
Il supervisore fece un gesto negativo. — Desvengapur è
una femmina.
Il pili giovane dei thranx assunse un tono accusatorio, con
secchi ticchettii e fischi rapidi. — Nessun Desvenbapur è
mai esistito. Ma su Willow-Wane c'era un giovane poeta
abbastanza abile da ricevere l'incarico di terapista. Lui fece
in modo d'essere assegnato alla sede del progetto di contatto
con gli umani, a Geswixt.
Il maschio umano intervenne. — Sembra che questo
individuo, per ragioni ignote, desiderasse un contatto con la
mia razza.
— Il suo nome — disse il supervisore giovane, — era
Desvendapur. Una persona reale ed esistente, secondo tutte
le registrazioni anagrafiche.
Un poeta, si trovò a pensare lei. Un terapista autorizzato.
Non c'era da stupirsi che le poesie «dilettantesche» del suo
amico le fossero parse così belle. Non c'era niente di
dilettantesco in lui, rifletté mestamente.
— Ha cambiato il suo nome e i suoi dati — disse con voce
quasi priva di emozione. — Ha falsificato il suo intero
passato, e ha imparato il lavoro di assistente preparatore di
cibo. Ma perché?
— Evidentemente per essere assegnato a questa colonia —
rispose la femmina umana. — Per quale motivo abbia fatto
questo, non possiamo immaginarlo. Ma ci piacerebbe
saperlo.
— Vero — dichiarò il supervisore anziano. — Una
spiegazione sarebbe la benvenuta. Questo Desvendapur è un
individuo che ha intrapreso misure estreme.
Jhywinhuran indicò assenso. — Costruirsi una falsa
identità, mentire ripetutamente... — Un pensiero improvviso
la fermò. — Aspettate. Io ho compreso come abbia fatto a
farsi passare per un assistente preparatore di cibo di nome
Desvenbapur, ma della sua identità originale cosa ne è stato?
Non ne hanno notato la mancanza, a Geswixt e altrove?
— Il talento di Desvendapur va ben oltre la composizione
di versi e rime — disse il supervisore giovane, cupamente.
— Partecipò a un breve volo non autorizzato fra Geswixt e il
luogo del progetto, nel settentrione di Willow-Wane. Nel
viaggio di ritorno, il velivolo su cui era Desvendapur si
schiantò sulle montagne. Si è supposto che tutti i passeggeri
fossero periti nel terribile impatto. Poco tempo dopo il nome
di Desvenbapur apparve negli elenchi dei preparatori di cibo,
nel posto del progetto di contatto con gli umani.
Lei ebbe un gesto stupito. — Quanto è stato fortunato!
Dev'essere stato un colpo di fortuna per lui e per i suoi piani,
visto che, da quanto mi avete detto, si deve supporre che lui
desiderasse proprio questo e da lungo tempo.
— Certo, lo desiderava — fu subito d'accordo il
supervisore anziano. — Ma possiamo porci delle domande
sul fatto che si sia trattato di semplice fortuna.
— Cosa stai insinuando, Venerabile? — scattò lei.
— La caduta del velivolo durante il viaggio di ritorno a
Geswixt, lasciandolo illegalmente ma all'insaputa di tutti nel
luogo del progetto, fu troppo conveniente per lui perché la si
possa considerare un incidente. Benché sia trascorso molto
tempo dal tragico evento, le autorità stanno ora eseguendo
un'inchiesta. — Allargò tutte e quattro le mani. — Va
considerata la possibilità che il tuo amico abbia provocato la
caduta del velivolo allo scopo di obliterare la sua identità
precedente, mentre egli provvedeva con opportuni
stratagemmi a crearsene una nuova.
Mentre Jhywinhuran cercava di digerire
quell'inconcepibile informazione, la femmina umana
commentò, in quel modo terso e privo di tatto per cui gli
umani erano famigerati: — Ciò che Eirmhenqibus sta
dicendo è che il tuo amico, oltre a mettere in grave pericolo
tutto ciò per cui stiamo lavorando qui, potrebbe essere anche
un assassino. — Ebbe qualche difficoltà a mettere il giusto
accento sul termine thranx «uno che uccide membri della sua
specie», ma Jhywinhuran comprese fin troppo bene.
— Io... trovo difficile crederlo.
— Allora sei in buona compagnia, in questa stanza — le
assicurò il supervisore anziano. — Assassinio, falsificazione
di identità, illegale assegnazione professionale, e ora fuga.
Questo Desvendapur ha molte cose di cui rispondere.
— Non è quello che mi sarei aspettato da un terapista. —
L'altro supervisore era incredulo. — Il tuo amico dev'essere
trovato, e subito.
Entrambi gli umani annuirono col capo. — Questa regione
della Terra è stata scelta come sede della colonia non solo
per il clima, adatto al vostro benessere — disse la femmina,
— ma perché è una delle pili vaste zone del pianeta dove non
ci sono tracce di presenza umana. Pochi umani vi si
avventurano, e anch'essi sotto stretto controllo e con la guida
di professionisti autorizzati. Ma se qualcuno vedesse questo
Desvendapur, occupato nell'operazione che è venuto a fare
qui, qualunque essa sia, lo riconoscerebbe subito per quello
che è; un alieno che si aggira sulla Terra nascostamente e
con scopi illeciti.
— Non c'è bisogno che io ti ricordi — le disse rudemente
il maschio, — la delicata natura delle relazioni fra le nostre
razze. Il vostro aspetto fisico, sfortunatamente, è...
sconvolgente, per gli umani che non hanno ancora imparato
a guardare oltre l'apparenza esterna allo scopo di stabilire
buoni rapporti. La grande massa degli umani non ha ancora
accettato l'idea che ci sono altre razze intelligenti, o
addirittura più intelligenti di loro. Esiste una paranoia
razziale che solo di recente ha cominciato a essere
lentamente curata da cose come, ad esempio, il graduale
contatto coi thranx.
«La brusca rivelazione che una colonia aliena è stata
stabilita qui, in una regione dove ufficialmente non è mai
stato autorizzato niente del genere, può causare un grave
tracollo delle future relazioni fra le nostre razze. Fra dieci o
quindici anni, la popolazione terrestre avrà maturato un
atteggiamento diverso sulla vostra esistenza e sul vostro
aspetto, e per allora la rivelazione che da anni esiste qui una
vostra colonia autorizzata sarà una buona mossa politica.
Sapere che la vostra gente ha vissuto fra noi in armonia e
senza danni per un lungo periodo di tempo dovrebbe, così ci
dicono i nostri psicologi, facilitare il pieno contatto fra le
nostre culture.
— Ma oggi no — concluse la femmina. Jhywinhuran
pensò che appariva stanca, come se non dormisse da qualche
giorno. — Oggi è prematuro. Troppo prematuro. Le
conseguenze di una scoperta così precoce sarebbero molto
dannose.
La giovane lavoratrice sanitaria non esitò. Nonostante ogni
sentimento personale che poteva provare per il misterioso
individuo il cui vero nome era evidentemente Desvendapur,
lei era un membro coscienzioso e responsabile dell'alveare.
Come tale, sapeva che la sicurezza e gli obiettivi della
comunità non dovevano essere compromessi.
— Io capisco che lui debba essere rintracciato e riportato
indietro prima che la sua esistenza sia scoperta da umani di
passaggio. Farò il possibile per aiutarvi. — Ebbe un gesto
secco con una vera-mano. — Poiché lo conosco e so qual è
la sua natura, posso dirvi che dopo essersi dato tanto da fare,
ed essere giunto agli estremi da voi descritti, sarà molto
contrario a ubbidire a questa imposizione.
Sarebbe stato meglio se a risponderle fosse stato un
supervisore, ma con la mancanza di tatto per cui erano noti
fu il maschio umano a parlare per primo.
— Se risulterà che le cose stanno così, allora naturalmente
dovremo ucciderlo.
19

Benché irritato, Cheelo stava per rispondere alla domanda


del thranx, ma proprio in quel momento udì un ronzio. Si
guardò attorno, fra la vegetazione non molto fitta del
sottobosco, e la sua attenzione fu attratta dal corso d'acqua in
cui era stato acquattato l'anaconda. Ignorando le domande di
Desvendapur andò sulla riva e scrutò pensosamente da una
parte e dall'altra. Il ronzio non era diventato più forte, ma
neppure più debole.
— Cosa stai facendo? — In via sperimentale Desvendapur
poggiò al suolo la gamba fratturata; poi si voltò verso
l'umano, incuriosito dal suo atteggiamento. — Se ti è venuta
l'idea di persuadermi che sei un naturalista, fingendo d'essere
immerso in una profonda osservazione della fauna locale, io
non...
— Taci! — scattò l'altro. Il suo tono, più di quella breve
parola in terranglo, indusse il poeta a tacere. O forse fu il
gesto che la accompagnò, un secco movimento della mano
dall'alto in basso, che aveva qualcosa di universale.
Desvendapur aspettò finché il silenzio si prolungò in modo
insopportabile. Conscio dell'avvertimento dell'umano,
quando gli si avvicinò tenne la voce bassa; qualcosa in lui
suggeriva uno stato di allarme improvviso.
— Che succede?
— Non lo senti? Questa specie di ronzio.
Desvendapur fece un gesto manuale affermativo, poi annuì
col capo alla maniera umana. — Ma certo. Anche se il nostro
senso dell'udito non è sviluppato quanto il vostro, è adeguato
alle necessità. — Mosse le antenne nell'aria alla ricerca di
qualche odore, ma non trovò nulla di particolare. — Sarà un
animale. Un abitante della foresta.
— Animale un accidente. — Con la mano Cheelo esortò il
thranx a rimpiattarsi in fretta nel sottobosco.
La pianta dietro cui andarono a nascondersi era un
palmizio con larghe foglie a ombrello, da cui pendevano
grossi caschi di datteri marrone. Senza parlare Cheelo gli
appoggiò una mano sul dorso e alzò l'altra a indicare l'aquila
che era apparsa lungo il torrente, all'altezza delle cime degli
alberi, con le ali immobili e la testa che si muoveva lenta da
una parte e dall'altra. Ignorando il disagio creato dal contatto
con la moscia e flessibile carne del mammifero,
Desvendapur annuì ancora per indicare che capiva la
situazione. Solo quando l'aquila fu scomparsa in lontananza,
Cheelo uscì da dietro il palmizio e accennò al thranx che
poteva fare lo stesso.
— Quello era un volatile pericoloso? — domandò
Desvendapur, tornando sulla riva del torrente. Saggiò l'aria
con le antenne, poi si voltò verso l'umano. — Velenoso,
forse, o più forte e feroce di quel che sembrava?
— Quello non era per niente un volatile. Le aquile
stridono. Non ronzano. — Gli occhi a lente singola
guardarono Desvendapur. — Era una macchina. L'avevo già
vista, giorni fa. Quella o una simile. Speravo che fosse
soltanto una sorveglianza di routine, programmata dal
servizio forestale. Io non so quali siano le loro procedure.
Prima di venire qui non avevo mai immaginato che i ranger
usassero scanner così sofisticati. Suppongo che li mascherino
da animali per non disturbare la fauna.
— Può darsi che non sia il servizio forestale di cui parli a
usare quei robot — disse Desvendapur, guardando il suo
compagno di viaggio.
Cheelo si accigliò. — Amico, c'è qualcosa che tu sai e che
non mi hai detto?
Lui indicò il cielo con una veramano. — Può darsi.
Proprio come c'è qualcosa che tu non dici a me. Se io mi
spiego meglio, tu farai lo stesso?
— Ay. D'accordo, va bene. — Senza smettere di guardare
il cielo nel timore che la finta aquila tornasse, Cheelo sedette
con la schiena contro un albero e incrociò le braccia sul
petto.
— Io sospetto che quel robot camuffato non appartenga a
un'organizzazione umana riconosciuta.
Cheelo ebbe una smorfia perplessa. — Cosa vuoi dire con
«riconosciuta»?
— Credo di sapere perché il robot è mascherato da
volatile. Non ha lo scopo di passare inosservato alla fauna
locale. Ha lo scopo di passare inosservato alle vostre autorità
della Riserva. E credo che stesse cercando me.
— Cercando te? — Cheelo strinse le palpebre, poi annuì
lentamente. — Ah, capisco. Dunque gli altri membri della
tua spedizione ti cercano. Come mai? E scaduto il tempo
entro cui dovevi raggiungerli? — Benché sperasse di trovare
un modo per fare soldi con la presenza dell'alieno, aveva
ancora sentimenti imprecisi sulla sua presenza, e si accorse
che non gli sarebbe neppure dispiaciuto che si togliesse dai
piedi.
— Vero. Ma in effetti io avrei dovuto raggiungerli fin da
quando li ho lasciati.
Cheelo scosse il capo, spazientito. Una spiegazione
doveva chiarire le cose, non confonderle ancora di più. —
Che significa?
— Io non dovrei essere qui.
— Cosa? Stai fuggendo dai tuoi compagni? — Cheelo
ridacchiò. — Che mi venga un colpo. Un alieno con le palle!
— Poiché non padroneggio del tutto il vostro ampio
catalogo di espressioni gergali, non commenterò questa
osservazione. Ciò che sto dicendo è che io non dovrei essere
qui, in questo posto, su questo pianeta.
Stavolta Cheelo non rise. Si piegò in avanti, serio in viso.
— Vuoi dire che la vostra spedizione è illegale?
Desvendapur esitò un poco. — Fino a che punto posso
fidarmi di te, Cheelo Montoya?
— Completamente. — L'umano lo guardò con calma e
attese.
— Non c'è nessuna spedizione. — Il poeta girò la parte
superiore del suo corpo e indicò verso est. — Con l'aiuto di
certi selezionati membri della tua razza, una colonia è stata
installata in questa regione del vostro mondo.
— Una colonia? Di insetti? — Cheelo digerì la notizia, poi
scosse il capo. — È pazzesco! Anche in un posto isolato
come la Riserva Amazzonia, una cosa del genere sarebbe
finita su tutti i notiziari ancora prima di cominciare.
Desvendapur fece un gesto di disaccordo. — Tutto è stato
fatto sotto la superficie. Ricerche, progetti, scavi,
costruzioni, tutto. Gli organizzatori umani della colonia
hanno fornito e continuano a fornire la necessaria copertura,
per garantire la segretezza. Una volta fondata e avviata,
l'espansione non è stata difficile. O così dice la storia della
colonia, che io ho letto. Io ero stato assegnato qui. Ma uscire
dall'alveare è proibito.
— Questa vostra «colonia»... — Cheelo esitò, incerto. La
cosa era più grossa di quello che sospettava. Molto più
grossa. — Non è stata autorizzata dal governo, allora?
Voglio dire, non è che io ascolti i notiziari tutti i giorni, ma
le cose grosse, le cose che contano, uno le sente anche dalla
gente. Io ho sentito dire un sacco di roba della vostra razza,
ma mai niente su una colonia.
— Non è stata autorizzata ufficialmente dal vostro governo
— spiegò Desvendapur. — Ma è chiaro che certi individui di
certi dipartimenti del vostro governo ne sono responsabili.
Essi hanno portato avanti questo progetto senza informare la
gente.
Come nel gioco di costruzioni di un bambino, una struttura
prendeva forma un pezzo dopo l'altro nella mente di Cheelo.
— Allora, se questa colonia è stata impiantata qui in segreto,
e se nessuno deve saperne niente, e nessuno ha il permesso
di uscirne, tu stai infrangendo la legge due volte.
— Questo è esatto.
Sbalordito, Cheelo guardò il thranx che lo fronteggiava
con calma. Lui credeva d'essere l'unico da quelle parti ad
avere un motivo per starsene nascosto, e ora scopriva che il
suo compagno di viaggio aveva commesso un crimine
confronto al quale il suo impallidiva.
Ciò che uno come lui poteva combinare a Golfito e a San
José, compreso un omicidio accidentale, era robetta da
provinciali, cose che non facevano notizia. Davanti a lui
c'era invece un malfattore su scala interstellare.
Corrugò le sopracciglia. — Perché lo hai raccontato a me?
— Per osservare la tua reazione. Io faccio collezione di
reazioni.
— Il thranx cambiò posizione per non pesare sulla gamba
fratturata.
— Io non sono un ricercatore, più di quanto tu sia un
naturalista. Sono un poeta, e cerco l'ispirazione. Ho fatto in
modo di venire qui, sul vostro mondo, per trovarla. E per
trovarla sono uscito illegalmente dalla colonia. — Le sue
antenne erano puntate verso l'interlocutore come due sonde.
— E stato nella speranza di trovare l'ispirazione che mi sono
avventurato in questa zona, alla ricerca di umani che non
avessero mai incontrato uno della mia razza.
I pensieri di Cheelo balzavano da una parte e dall'altra. Per
tutto il tempo che aveva camminato con lui, quell'insettone
non aveva studiato la foresta... stava studiando lui. E
neanche per scopi scientifici. Quel tipo era un dannato
artista.
Nella sua relativamente breve esistenza, Cheelo non aveva
dedicato molto spazio all'introspezione; ad ogni modo poteva
dire di aver visto se stesso sotto molti aspetti. Mai, tuttavia,
nelle vesti di musa ispiratrice per un poeta.
— Cosa ti faranno, se ti scoprono qui fuori? — domandò.
— Mi riporteranno nell'alveare, nella colonia. Mi
interrogheranno, e mi imbarcheranno sulla prima nave in
partenza per uno dei nostri mondi. Poi sarò punito. A meno
che...
— A meno che?
— A meno che dal mio soggiorno non autorizzato sul
vostro mondo non risulti un insieme di opere poetiche senza
precedenti. Io non so come vadano le cose fra gli umani, ma
fra i thranx la vera arte fa perdonare qualsiasi trasgressione.
Del resto, si presume che tutti i grandi artisti siano
mentalmente dei diversi, almeno in parte.
Cheelo annuì. — Ay, le cose vanno così anche da noi. —
Si mordicchiò un labbro. — Aspetta un momento. Se
nessuno, a parte questi tuoi colleghi, sa dell'esistenza della
colonia, parlandone con me tu mi hai compromesso. Mi hai
reso partecipe di un segreto di stato — Spalancò gli occhi. —
Merda. Ti rendi conto di cosa mi faranno, se mi trovano in
tua compagnia? Io non ho nessuna intenzione d'essere
spedito via con te su uno dei mondi di voialtri insetti!
— Questo è da escludere. Il segreto vale anche per i nostri
pianeti. Immagino che la mia gente o la tua dovranno
ucciderti, per assicurarsi il tuo silenzio.
— Per assicurarsi il mio silenzio, eh? — Cheelo ebbe
l'impulso di gettarsi sul thranx e strangolarlo, solo che
afferrarlo per il collo non avrebbe interrotto l'afflusso
dell'aria ai suoi polmoni. Poteva essere soffocato dalle spire
di un anaconda, non dalla stretta di un uomo. Però, se avesse
usato tutta la sua forza, forse sarebbe riuscito a spezzargli il
collo. — Perché mi hai fatto questo? Perché?
— Tu avevi il diritto di sapere. Se quel robot mascherato
da uccello ci avesse scoperti, tu non avresti saputo i motivi
della cosa. Ora li sai. Per comprometterti, non c'era bisogno
che io ti parlassi della colonia. Il semplice fatto d'essere
trovato in mia compagnia da quelli che mi stanno cercando è
sufficiente a condannarti.
Il bipede s'irrigidì. — Chi è condannato? Non Cheelo
Montoya! Io sono stato ricercato più di una volta, in vita
mia, e più di una volta mi sono nascosto. Sono entrato e
uscito da posti dove nessun altro aveva mai messo piede. E
se io non voglio farmi trovare, non c'è nessun branco di
dannati insetti presuntuosi che possa trovarmi!
Un thranx poteva sorridere solo dentro di sé. —
Un'affermazione stranamente aggressiva, per uno che dice
d'essere un naturalista.
Cheelo imprecò fra i denti. Poi scosse il capo e la sua voce
assunse un pericoloso tono a metà fra accusatorio e
ammirato. — Tu, dannato bastardo di uno scarafaggio
intrigante. Tu sei convinto d'essere molto intelligente, eh?
— Questo è un fatto provato, non un'ipotesi — rispose con
calma il thranx. — Perché non mi dici chi sei tu, uomo?
— Sicuro. Ay, sicuro, perché no? Poco importa che tu lo
sappia, visto che non puoi telefonare al commissariato più
vicino e denunciarmi. Sicuro, te lo dico subito. — Indicò la
tasca sul torace del thranx. — Perché non tiri fuori il tuo
scri!ber e registri tutto? Potresti farci una bella poesia, su
questa faccenda.
Conscio del sarcasmo dell'umano, ed eccitato,
Desvendapur si affrettò a fare proprio questo. Tenne lo
strumento davanti al suo interlocutore e aspettò con grande
interesse.
— Io prendo roba dalla gente — cominciò Cheelo, in tono
di sfida. — Quando sono nato non avevo niente, e ho visto
mia madre morire in miseria, e ho avuto un fratello che è
morto da bambino prima di capire quanto eravamo poveri.
Mentre crescevo ho capito che se uno vuole qualcosa, a
questo mondo, deve prendersela, perché nessuno te la regala
o te la lascia prendere facilmente. Questo è un pianeta civile,
c'è un sacco di tecnologia, buone medicine, buon sistema di
trasporti, molto meno inquinamento di una volta. Questa è
una cosa che so perché conosco la storia. Io ho letto dei libri,
amico.
— Non ne ho mai dubitato. — Desvendapur stava
assorbendo non solo le parole dell'umano ma
l'atteggiamento, le espressioni facciali spesso
meravigliosamente contorte. Davvero quel bipede era una
fonte di verità e di ispirazione.
— L'umanità è riuscita a liberarsi di un sacco della sua
vecchia spazzatura, dei vecchi guai. Ma non della povertà.
Non c'è ancora arrivata, fino a oggi. Ho sentito alla 3D dei
sociologi che parlavano di questo: se possono esistere i
poveri anche quando una nazione diventa ricca. Ma qualcuno
dev'essere sempre sul fondo, non importa quanto la cima sia
diventata alta. — Scosse il capo, amaramente. — Io non
volevo restare sul fondo per sempre. Quando ho capito che
non ero capace di venirne fuori per quella che chiamano la
retta via, ho cercato altri modi. Non sono l'unico, né sono il
migliore, ma sono più svelto di tanti altri. E per questo che
ora sono qui a parlare con te, invece che con un pigiama da
ospedale addosso in attesa che il chirurgo mi spazzi via la
memoria di tutta l'età adulta. — C'era qualcosa di
gratificante nel buttare fuori tutto così, anche solo davanti a
un insettone alieno. Sentendosi un po' sollevato da quella
confessione, concluse: — E ora sono qui perché ho
ammazzato un uomo.
Desvendapur sentì un fremito nelle viscere. Questo era più
di quanto aveva sperato: ispirazione scaturita da una cruda
verità umana, più reale di quanto avesse sperato nei suoi
sogni più arditi. — Tu hai ucciso uno della tua razza?
— Non l'ho fatto apposta — protestò Cheelo. — Io non ho
mai voluto fare del male a nessuno. L'omicidio non è un
buon affare. Solo che... è successo. Avevo bisogno di soldi.
Così ho dovuto andarmene, per lasciar calmare le acque. —
Indicò la foresta intomo a loro. — Questo è un posto sicuro.
O almeno, lo era prima che incontrassi te.
— Tu sei ancora al sicuro — affermò Desvendapur. — Io
non ti tradirò.
— Non c'è bisogno che tu mi tradisca. — Cheelo aveva un
tono accusatore. — Come hai detto tu, se i tuoi amici insetti
e i loro complici umani mi trovano con te, io passo alla
storia. Ma non succederà. Ho un appuntamento a cui non
devo mancare. E tu non puoi metterti sulla mia strada. —
Lentamente la sua mano destra si mosse con fermezza verso
la fondina della pistola.
— Ancora un giorno. — Il thranx guardò il cielo. — Per
ora non mi hanno trovato. E non credo che mi troveranno, se
continuo a nascondermi. Ma chiedo di avere un altro giorno
in tua compagnia.
La mano di Cheelo rallentò. Perché esitare? si disse.
Ammazzalo e vattene. Nessuno troverà mai il suo corpo,
nella giungla. E anche se l'avessero trovato, non lo
avrebbero messo in collegamento con lui. Per quanto
riguardava i thranx di quella colonia non autorizzata e i loro
alleati, lui sarebbe stato solo uno di quelli che s'aggiravano
nell'immensità della foresta pluviale.
Ma nell'atteggiamento del thranx c'era qualcosa —
un'ansia di imparare, una disperazione esistenziale, un
bisogno di ottenere qualcosa — che colpiva nel profondo
dell'animo Cheelo Montoya. Non era l'idea che fossero in un
certo modo uguali. Questo era un pensiero assurdo. Cheelo
non aveva mai avuto un impulso poetico o artistico in vita
sua, salvo che non si volesse chiamare arte quella di
alleggerire i gonzi e restare vivo nelle fogne della società.
Il robot camuffato da aquila era già passato in quella zona.
Era improbabile che un altro lo seguisse. Le risorse di quella
colonia segreta dovevano essere limitate, e le loro ricerche
eseguite in modo circospetto. In caso contrario avrebbero
attirato l'attenzione dei ranger, o dei monitor automatici della
Riserva. Se lui e il thranx si fossero spostati nella direzione
da cui era venuto il robot, sarebbero stati al sicuro dalle
ricerche per un altro po' di tempo.
Senza davvero volerlo, udì se stesso dire: — Ancora un
giorno?
Il thranx annuì. Cheelo non trovò nulla di strano in quel
gesto fatto da un alieno. — Un giorno. Così potrò finire di
prendere appunti e avrò un insieme completo su cui lavorare.
— Non sono sicuro di capire quello che cerchi. Io non ti
devo niente, amico.
— No, non mi devi niente. Anche se tu e io siamo,
spiritualmente, dello stesso clan.
Cheelo si accigliò. — Di cosa diavolo stai parlando?
Il tono del thranx non cambiò. — Siamo tutti e due dei
fuoricasta, asociali. E abbiamo preso la vita di qualcun altro.
Anch'io sono responsabile della morte di una persona. Tutto
perché volevo comporre qualcosa d'importante.
Dunque le cose stavano così. Quell'alieno, quell'insetto
troppo cresciuto di un altro mondo voleva fare qualcosa di
grosso. Proprio come Cheelo Montoya.
No pensò irosamente, rifiutando l'analogia. Noi non
abbiamo niente in comune. Non io e un dannato insetto! Ma
non lo disse a voce. Cos'avrebbe dovuto dire? Lui non
sapeva nulla della società thranx, di ciò che essa giudicava
accettabile o no, anche se una cosa era certa: in una società
civile, sicuramente l'uccisione di un individuo era una brutta
cosa.
— Ad ogni modo, se al termine di questo periodo sarai
ancora tormentato dal dubbio — stava dicendo Desvendapur,
— potrai sempre uccidermi.
Cheelo sbatté le palpebre. — Cosa ti fa pensare che io
voglia ucciderti?
— Sarebbe la cosa più logica da fare. — Desvendapur
indicò la fondina al fianco dell'uomo. — Ho visto la tua
mano muoversi intomo a quell'arma, avanti e indietro,
seguendo i tuoi cambiamenti di umore. Fin da quando ci
siamo incontrati, hai meditato sull'opportunità di disfarti di
me. Avresti potuto uccidermi in qualsiasi momento.
— Sembri piuttosto sicuro che non lo farò.
— No, non lo sono. — Le antenne del thranx si mossero in
modo complicato. — Ho monitorato i tuoi ferormoni. Il
livello sale e scende secondo il tuo stato mentale. Sono in
grado di dire quando hai l'impulso di uccidermi e quando no.
— Mi leggi nei pensieri? — Cheelo lo guardò negli occhi.
— No. Leggo i tuoi odori corporali. Come ho già detto,
sono molto forti. Anche questo è una fonte d'ispirazione per
me. — La testa a forma di cuore s'inclinò di lato. — Ancora
un giorno.
— E poi, mi lasceresti la scelta se ucciderti o no? Tu
stesso dici che è la cosa più logica da fare.
Il thranx annuì. — È vero. Ma non credo che lo farai. Se lo
credessi, mi sarei già allontanato durante la notte.
Cheelo inarcò un sopracciglio. — Cosa ti rende tanto
sicuro che non lo farò?
— Perché non l'hai fatto finora. E perché fare la cosa
illogica, inaspettata, è ciò che separa l'individuo dalla folla
dell'alveare. A volte l'individualità non è ricompensata bene.
In entrambe le nostre società, gli iconoclasti e gli eccentrici
sono guardati con grande sospetto.
— Be', che io sia stato guardato con sospetto è sicuro
come l'inferno. Insomma, vuoi ancora un giorno. — Cheelo
ci pensò. — Va bene. Domani sera tu andrai per la tua
strada, e io per la mia.
— D'accordo. — Il thranx fece un gesto con la mano
libera e con lo scri!ber. — Qui ho già molte poesie complete,
e materiale che mi darà lavoro per parecchi anni. Mi restano
solo da capire certe cose, certi vostri problemi esistenziali.
Se nel tempo che ci resta mi permetterai di farti delle
domande, domani lascerò la tua compagnia pienamente
soddisfatto.
— Già, sicuro. Ma ora pensiamo ad andarcene da qui.
Okay? — Indicò il corso d'acqua, verso monte. — Mettiamo
un po' di distanza fra noi e quello scanner volante.
Incamminandosi a fianco del bipede, Desvendapur tenne
lo scri!ber in mano per registrare meglio la sua voce. — Per
favore, dimmi una cosa: quando hai ucciso l'altro umano,
come ti sei sentito?
Cheelo gli gettò uno sguardo, chiedendosi cosa ci fosse
dietro quegli occhi sfaccettati. Ma erano pieni dei riflessi che
scendevano fra il fogliame, come gemme di cristallo
incastonate nella chitina verde-azzurra.
— Che razza di domanda è questa?
— Una difficile — rispose il thranx. — Le risposte facili
danno origine a una poesia debole — L'interrogatorio, così
Cheelo lo definiva fra sé, andò avanti senza sosta per tutto il
resto del giorno e durante la sera. Cosa ne ricavasse il thranx
da risposte a domande che, a suo avviso, erano troppo intime
o troppo bislacche, lui non riusciva proprio a immaginarlo,
ma l'altro sembrava compiaciuto di ogni risposta, fosse
esauriente oppure sintetica. Cheelo sopportò la cosa, senza
capirne lo scopo, dicendosi che l'indomani sarebbe stato
libero da quel disturbo e dal disturbatore. Libero di andare a
Golfito e concludere l'affare che avrebbe cambiato la sua
vita.
Il mattino dopo a svegliarlo non fu il sole, né il coro delle
scimmie urlatrici, né il feroce ronzio degli insetti, ma un
tocco gentile su una spalla.
— Lasciami dormire — grugnì. — È troppo presto.
— Sono della stessa opinione — disse la voce ormai ben
nota del thranx. — Ma è necessario. Credo che non siamo
soli, qui.
Cheelo si alzò a sedere e scostò il lenzuolo, scacciando la
sonnolenza. — I tuoi compagni sono venuti a cercarti?
— No. Ho visto solo le tracce di una presenza. Ma non è il
genere di tracce che dei thranx in viaggio lascerebbero dietro
di loro.
Cheelo si accigliò. — Quali tracce?
— Vieni a vedere.
Seguendo il thranx nel sottobosco, Cheelo si trovò davanti
una scena che gli era fin troppo familiare, anche se non si
sarebbe aspettato di vederla lì. Le pelli erano state ben
distese, e allineate ad asciugare su rastrelliere di rami.
C'erano i segni lasciati da un accampamento: le ceneri del
fuoco, il terreno calpestato, il punto dov'era stata piantata
una tenda. E non si trattava di biologi. Fra le pelli ce n'era
una di giaguaro e due di margays; le altre erano tutte più
piccole, ma non meno preziose. C'era anche una cassa di
plastica che si rivelò piena di penne scelte, tolte a dozzine di
macaw e altri uccelli esotici della foresta.
Riabbassando il coperchio della cassa, Cheelo si guardò
attorno ansiosamente.
— Che strana attività umana è questa? Si tratta di
un'operazione ecologica che le autorità della Riserva
vengono a fare qui?
— È un'operazione ecologica, sì. — Cheelo si stava già
spostando con cautela fuori dal campo, senza smettere di
guardare fra la vegetazione. — Ma non esattamente del tipo
che le autorità possono approvare. Anzi, l'opposto. — Indicò
le pelli lasciate lì ad asciugare al sole. — Questo è un campo
di bracconieri.
— La parola non mi è nota. — Con lo scri!ber in mano
Desvendapur seguì la ritirata dell'umano. Non poté fare a
meno di voltarsi a guardare le pelli disposte sulle rozze
rastrelliere.
Cheelo aveva gli orecchi tesi ai rumori della foresta. — I
bracconieri sono gente che entra illegalmente nella Riserva
per rubare tutto quello che possono rivendere. Piante rare per
gli appassionati di botanica, insetti d'ogni genere per i
collezionisti, legni pregiati per i fabbricanti di mobili,
scimmie e uccelli vivi per il mercato degli animali domestici.
— Fece un cenno verso il piccolo accampamento. — Penne
per decorazioni, e pelli d'animale per l'industria
dell'abbigliamento.
— Abbigliamento? — Desvendapur abbassò lo scri!ber,
voltandosi ancora a guardare. — Vuoi dire che questa gente
uccide gli animali e gli strappa la pelle, perché altri umani se
la mettano addosso?
— Proprio così. — Attento ai ragni, ai serpenti, e agli
scorpioni velenosi, Cheelo spinse da parte una pesante massa
di fronde da cui pendevano orchidee rosa.
— Ma gli umani hanno già la loro pelle. Sopra di essa
indossate tessuti che sembrano perfettamente in grado di
proteggere la vostra delicata epidermide dagli agenti esterni.
Perché qualcuno dovrebbe avvolgersi nella pelle di un'altra
creatura vivente? La cosa ha forse qualche significato
religioso?
— Per certa gente potrebbe anche essere così. — La bocca
di Cheelo si piegò in un sogghigno. — Ho visto dei ricchi
per i quali la moda è una specie di religione.
— E mangiano anche la carne degli animali morti?
Desvendapur cercò di esprimere il suo disgusto, ma non
conosceva la lingua abbastanza. Dovette limitarsi a qualche
gesto, comprensibile solo a un thranx.
— No. Questi bracconieri buttano via le carcasse.
— Dunque ogni creatura è stata uccisa solo per la sua
epidermide?
— Esatto. Salvo che non abbiano tolto anche i denti e gli
artigli. Tu ci ricavi dell'ispirazione, da questo?
— Sembra una cosa rozza e primitiva. Questa
incomprensibile miscela di primitivo e di evoluto fa di voi
una razza molto singolare.
— Non sarò io a darti torto.
Benché Desvendapur non avesse difficoltà a tenere il
passo dell'umano, e anzi pur con una gamba fratturata
potesse muoversi nella foresta più velocemente di lui, gli
domandò perché all'improvviso stesse camminando così in
fretta.
— Quelli che hanno lasciato lì le pelli non esiterebbero a
spararci, amico, se ci vedessero qui. Il bracconaggio nella
Riserva è un reato punito con la cancellazione della memoria
e un anno di rieducazione forzata. E una prospettiva che a
me non piacerebbe, e stai certo che non vogliono rischiarla
neanche quelli che sono qui attorno a cacciare di frodo. Noi
abbiamo già i tuoi colleghi che ci danno la caccia, perciò
cambiamo aria.
— Non tanta fretta, hombre.
Cheelo si sentì balzare il cuore in gola. Avrebbe potuto
gettarsi di lato e rotolare via fra i cespugli prima che il fucile
sonico puntato verso di lui cominciasse a sparare, ma
probabilmente il suo sarebbe stato un viaggio di breve
durata.
I bracconieri erano due: uomini di bassa statura, robusti,
entrambi con lineamenti indios, e armati di fucili a laser
sonico. Avevano pelle olivastra, lunghi capelli neri legati
dietro la testa, e indossavano tute mimetiche da giungla che
consentivano loro di confondersi perfettamente con lo
sfondo di arbusti e rampicanti. La canna dell'arma puntata
verso Cheelo era spiacevolmente vicina al suo naso.
Se quell'individuo fosse stato solo, Cheelo avrebbe potuto
cercare di afferrare il fucile per la canna e di estrarre la
pistola. Purtroppo non era così, e il suo compagno si trovava
qualche metro più sulla sinistra, anche lui con l'arma in
pugno e pronta a sparare. Cheelo spostò lentamente la mano
destra verso il fianco, sapendo che la fondina era nascosta
sotto l'orlo della blusa. Il bracconiere che gli stava di fronte
non sorrise e non parlò. Si limitò a scuotere la testa due
volte. Lui allontanò la mano dal fianco.
L'altro bracconiere venne alle spalle di Cheelo e
s'impadronì della sua pistola. Poi lo perquisì sommariamente
e gli tolse lo zaino dalle spalle. Tenendo lo zaino per la
cinghia fece un passo indietro e guardò il thranx, che s'era
immobilizzato.
— E questo cosa diavolo è? Dico a te, cabròn!
Cheelo scrollò le spalle, continuando a fissare quello che
gli teneva il fucile puntato sul petto. — Lui è un alieno. Un
thranx. Voialtri ninlocos non guardate la 3D?
— Certo che la guardiamo, hombre. All'emporio di Puerto
Maldonado ce n'è una, bella grossa. Un alieno, eh? Seguro.
— La faccia dell'uomo si contrasse in una smorfia. — Non se
ne vedono, da queste parti.
— La nostra è una vita solitaria — disse l'altro. — Ma per
noi va bene, come andava bene per i nostri antenati. Hapec e
io sappiamo come cavarcela, nella selva. — Mise al suolo lo
zaino di Cheelo e si chinò a frugarci dentro. Dopo aver
esaminato il contenuto si voltò verso il compagno. — Questo
non è un ranger. E non è neanche uno scienziato. — Guardò
Cheelo inarcando un sopracciglio, rialzandosi in piedi. — È
un pesadito qualsiasi.
— Meglio così. — L'uomo di nome Hapec annuì. — Vuol
dire che nessuno sentirà la sua mancanza. — Il suo sguardo,
freddo come quello di uno squalo, considerò per un breve
istante Desvendapur. — Cosa ne facciamo di quell'affare lì?
— domandò al compare. Non ebbe risposta, allora premette
la canna del fucile sonico contro lo stomaco di Cheelo. —
Dove hai trovato quella specie di insetto, uomo? E che
diavolo te ne fai?
— Già — disse l'altro. — Cosa ci fa uno schifoso alieno
come questo dentro la Riserva? Sa parlare la nostra lingua?
Tenendo un occhio sul fucile, pronto ad approfittare di
qualsiasi opportunità, Cheelo cercò di pensare in fretta. —
No, stai scherzando? Non sa parlare. Non ha mica la bocca
come la nostra, no? E non capisce una parola di quello che
diciamo. — Si voltò a guardare Desvendapur dritto negli
occhi. — La sua razza comunica solo a gesti. In questo
modo, guarda. — Alzò entrambe le mani verso il thranx e
contorse più volte le dita.
Desvendapur guardò il gesto di lui con la coda dell'occhio.
Non era sicuro di aver capito le intenzioni dei due
sconosciuti, ma il fatto che puntassero le armi contro Cheelo
era tutt'altro che una prova di amicizia e buona volontà. I
loro commenti su di lui non lo preoccupavano, ma le loro
parole, che ovviamente aveva capito benissimo, erano senza
dubbio allarmanti. Ad ogni modo, pur non potendo leggere
l'espressione del suo compagno di viaggio, ciò che aveva
detto era abbastanza chiaro: se lui avesse fatto finta di non
capire la loro lingua, forse questo sarebbe risultato utile.
Così si affrettò a fare dei gesti in risposta a quelli di Cheelo.
Da parte di quest'ultimo non c'era stato un tentativo di
comunicargli segretamente qualcosa, ma questo era
secondario. L'importante era che quei due credessero che
loro comunicavano a gesti.
— Cosa ti ha detto quel coso? — lo interrogò uno dei due
bracconieri. — Rispondi, cabrón.
Cheelo si voltò verso di lui. — Vuole conoscere le vostre
intenzioni. Vorrei conoscerle anch'io.
— Seguro — annuì l'uomo, tranquillamente. — Vedi, noi
siamo gente per bene. Ma non possiamo correre rischi,
capisci? Così, prima spareremo a te. Poi ammazzeremo quel
coso. E poi vi butteremo tutti e due nel fiume. Che ne dici di
questo, eh, hombre? — La canna del suo fucile si girò verso
il thranx.
— Non è necessario che ci ammazziate, amigos. Noi non
siamo spie dei ranger — disse Cheelo, sforzandosi di
mantenere la voce ferma. Non aveva mai supplicato nessuno,
e non gli piaceva farlo, ma non era neanche disposto a
morire. — Non vi daremo dei fastidi.
Il bracconiere che aveva lo zaino sorrise e guardò il
compare. — Hai sentito, Hapec? Dice che non ci daranno dei
fastidi. — Il fucile a laser sonico fra le sue mani era un'arma
moderna, accesa, e ronzava leggermente. — E noi possiamo
credere alla tua parola, naturalmente, eh, hombre?
— Sentite, io sono atteso a Golfito, nel Costa Rica, da un
uomo molto conosciuto, Mr. Ehrenhardt. Forse voi lo avete
sentito nominare: Ernie il Becchino — disse Cheelo. I due lo
guardarono con aria sprezzante. — È nel commercio degli
animali. Io ho un appuntamento con lui, per un affare
importante.
— Peccato — rispose quello che gli stava di fronte. —
L'affare lo farà qualcun altro.
Lui aveva voluto allontanarsi, rifletté Cheelo, ma forse
s'era allontanato troppo. Se quei ninlocos non avevano mai
sentito nominare Ernie il Becchino, quello era davvero un
posto sperduto. In una città della costa il nome di Ehrenhardt
avrebbe significato qualcosa. Lì, nell'immensità della
Riserva, era soltanto un nome.
Naturalmente Mr. Ehrenhardt non avrebbe dato un
centesimo per sapere se una nullità come Cheelo Montoya
era vivo o morto. Per lui non era nessuno. La filiale di
Monterrey sarebbe andata a qualcun altro.
— Sentite, brava gente, lasciateci andare — li pregò
Cheelo. Il secondo fucile era puntato sul thranx, ma lui
dubitava di poter disarmare l'individuo che aveva di fronte
prima che l'altro avesse il tempo di voltarsi e sparare. — Non
diremo a nessuno che voialtri lavorate da queste parti. Quello
che fate non sono affari nostri, e non ci importa. — Allargò
le braccia, supplichevole. — Voi non capite. Io devo andare
a quell'appuntamento. Ne va della mia vita, amigos.
— Seguro — ridacchiò trucemente il contrabbandiere più
lontano. — E noi possiamo fidarci di te, eh? È così che
Hapec e io abbiamo fatto buoni affari, negli ultimi vent'anni.
Fidandoci della gente che non conosciamo. Ora, io so che
Hapec vorrebbe spararvi subito, però io sono uno all'antica.
Così ti lascerò dire le tue ultime preghiere. — Fece qualche
passo, scostando le frasche, e accennò verso il thranx. — Fai
pure sapere al tuo amico scarafaggio che anche lui può dire
le sue preghiere, se vuole. Non abbiamo fretta.
— Voi non potete ammazzarmi! — esclamò Cheelo. — Se
lo fate, sarà una porcata. Un giorno potreste trovarvi voi in
questa situazione, a chiedere a qualcun altro di non
ammazzarvi.
— Hombre, questo è un pensiero commovente. Adesso
vuoi vedere che mi metto a piangere? — Il bracconiere
regolò il laser del fucile, e il ronzio dell'accumulatore si fece
più acuto.
Cheelo pensò, freneticamente. — Senza di me, voi non
potrete comunicare col thranx.
L'individuo scrollò le spalle. — E perché dovrei voler
comunicare con questo coso alieno... dopo che l'avremo fatto
fuori?
— Perché... perché è prezioso. Probabilmente vale un
sacco di soldi da morto, ma da vivo vale molto di più.
I due scorridori della foresta si scambiarono un'occhiata.
— Okay, cabròn. Perché quel coso lì dovrebbe valere dei
soldi?
— Voi due vendete anche al mercato clandestino degli
animali, no? — Cheelo accennò verso Desvendapur. —
Questo è un esemplare raro, che nessuno ha mai avuto.
Neppure i collezionisti più ricchi. Se quella gente può pagare
fino a diecimila crediti per un tapiro maculato, o un giaguaro
nero, pensate quanto potrebbero pagare per un alieno vivo.
— Ehi — disse l'altro bracconiere, — noi conosciamo un
paio di gringos che tengono degli animali alieni, nei loro zoo
privati. Ma non sono alieni intelligenti. Questo vorrebbe dire
esagerare un po', non ti sembra?
— E chi verrebbe mai a saperlo?
Ora che stava per realizzare l'affare della sua vita, Cheelo
non era disposto a lasciarsi ammazzare. Stava facendo
appello a tutte le sue facoltà. In qualche modo, a qualsiasi
costo, lui doveva tornare a Golfito in tempo per pagare la
cauzione a Ehrenhardt. In quanto al thranx, in quel momento
cessava d'essere una persona, un essere vivente e intelligente
come lui. Era un bene di scambio, niente di più. Un oggetto
col quale barattare la sua vita.
— Questo insetto non parla, perciò non può protestare.
Nessuno lo vedrà mai più, a parte l'uomo che lo compra e
quelli a cui vorrà mostrarlo. Può vivere mangiando frutta e
verdura terrestre, perciò l'alimentazione non è un problema.
Avanti, amigos, voi non state pensando abbastanza in
grande. Immaginate che razza di cifra certa gente sarebbe
disposta a sborsare per un insetto così!
Dalla sua espressione, era evidente che il bracconiere più
vicino stava dando a quelle parole una certa considerazione.
Cheelo cercò di non lasciargli il tempo di pensare troppo.
— E se nessuno accetta l'offerta, potreste sempre
ammazzarci tutti e due, più tardi.
— A te, possiamo ammazzarti ora, hombre. — L'individuo
che gli puntava il fucile allo stomaco annuì fra sé. — Per
vendere quel coso, non abbiamo bisogno di te.
— Sicuro che avete bisogno di me. Perché io sono il solo
che sa comunicare con lui. Se volete che venga con voi
tranquillamente, avete bisogno che io lo tenga buono. Certo,
potreste gettargli addosso una rete e prenderlo con la forza,
ma lui lotterebbe a morte e dovreste ferirlo. E un esemplare
ridotto male, forse moribondo, chi vorrebbe comprarlo?
— Tu resta lì e non muoverti — lo avvertì il bracconiere.
— Se fai tanto di muoverti per scappare, sei morto. Clara? ~
Lui e il suo compare si allontanarono di qualche passo e
cominciarono a confabulare sottovoce. Cheelo tese gli
orecchi più che poté, ma non riuscì a sentire niente.
Dopo un paio di minuti il colloquio ebbe termine, e il
bracconiere di nome Hapec riprese il suo posto di fronte a
lui. — Ancora non ci hai detto cosa sta facendo qui quello
scarafaggio.
— E un naturalista — li informò Cheelo senza esitare. –
Faceva parte di una missione di studio. Ma una missione non
autorizzata. Capite? Sono atterrati in Amazzonia senza
permesso, perciò se questo non fa ritorno gli altri non
potranno chiedere alle autorità di cominciare una ricerca.
Dovranno darlo per perso, e tornarsene a casa.
L'altro bracconiere si guardò attorno e scrutò il cielo. —
Se fa parte di una missione scientifica, perché dovrebbe
venirsene con noi bello e tranquillo?
Cheelo fece un profondo respiro. — Perché vuole
imparare tutto sugli esseri umani. Lui si fida di me. Se io gli
dico che stiamo andando in un posto dove può imparare
molte cose sull'umanità, lui crederà alla mia parola. E questo
risparmierà a voi un sacco di grattacapi. Prima che capisca
che scherzo gli abbiamo giocato, voi lo avrete già venduto,
messo in gabbia e spedito. Poi non dovrete essere voi a
preoccuparvi di quello che pensa.
Desvendapur ascoltava quella conversazione in silenzio.
Era chiaro che il suo compagno di viaggio stava inventando
una storia per impedire che quei due individui asociali li
uccidessero. Finora sembrava che avesse un ammirevole
successo. Nel frattempo lui si limitava a tacere e, come
aveva detto Cheelo ai bracconieri, imparava qualcosa sugli
umani, qualcosa di drammatico e di molto interessante, su
questo non c'era dubbio. Non doveva preoccuparsi su come i
due asociali interpretavano i movimenti delle sue mani,
perché essi non avevano nessuna idea del loro significato. In
quanto alle espressioni, le rigide facce thranx non potevano
rivelare nulla a chi le osservava.
— Perché ti offri di aiutarci, tu, cabròn? — lo interrogò il
bracconiere più vicino, scrutandolo. — Cosa ti fa pensare
che non ti ammazzeremo, dopo aver venduto l'insetto?
Cheelo ebbe un sorriso melenso. — Io voglio vivere più a
lungo possibile. E poi, l'uomo che comprerà l'alieno forse
vorrà comunicare con lui. Questo significa che potrei
servirgli vivo.
— E tu andresti via con quel coso? — L'altro bracconiere
lo guardò, dubbioso.
— Sicuro, perché no? La polizia mi sta alle costole. Io
devo sparire per un po' di tempo.
— Non ci stai prendendo in giro, hombre? Cos'hai fatto?
— Ho sparato a un turista idiota, che non era d'accordo di
farsi alleggerire del portafoglio. Non volevo ammazzarlo, ma
questo alla polizia non importa molto. Perciò vedete bene
che io non andrei mai a fare la spia sui fatti vostri.
— E vorresti farci credere che sei un nostro compare, eh?
È questo che dovremmo pensare, secondo te?
Cheelo lo guardò freddamente. — No, se pensaste che io
posso essere vostro amico, sareste due stupidi.
Per la prima volta, l'espressione da squalo del bracconiere
di nome Hapec si ammorbidì. — Tu sei okay, hombre. Fai
un gesto sbagliato e io ti brucio via la testa. Ma sei okay.
D'accordo. Allora tu adesso spieghi all'insetto che noi
siamo... uh, operatori della Riserva, autorizzati a eliminare
animali in eccesso, animali malati. Digli che siamo armati
per proteggerci dai grossi carnivori. Digli che noi
apprezziamo il suo lavoro di naturalista, e che se viene con
noi lo porteremo in un museo. — Scambiò uno sguardo col
compare e rise. — Sì, un museo dove potrà imparare molte
cose sugli uomini. E digli che tu lo seguirai come traduttore.
Digli che fra qualche giorno lo riporteremo qui, così potrà
ricongiungersi ai suoi colleghi, e che avrà un sacco di storie
interessanti da raccontargli. — Fece un gesto col fucile. —
Diglielo.
Cheelo si voltò a guardare gli occhi sfaccettati del suo
compagno di viaggio e cominciò a fare gesti complicati con
le dita. Il thranx aveva capito la situazione? Era rimasto ad
ascoltare, ma si rendeva conto della necessità di stare zitto e
fare la commedia? Se non era così, solo uno di loro sarebbe
uscito vivo dalla foresta. E anche lui non sarebbe rimasto
vivo a lungo, quando quei due si fossero accorti di quant'era
idiota cercare di vendere un thranx.
Le sue preoccupazioni erano ingiustificate. Desvendapur
aveva capito abbastanza bene la situazione. Non aveva
intenzione di parlare. Era chiaro che il suo conoscente
umano aveva qualcosa in mente, un piano grazie al quale si
sarebbero salvati da quei due violenti membri asociali della
sua razza. Quale fosse quel piano lui non lo sapeva né poteva
immaginarlo, essendo all'oscuro dei misteriosi processi
mentali degli umani. Nel frattempo era eccitante osservare e
imparare.
Quell'esperienza aveva già dato origine a materiale grezzo
per un intero poema, uno che lui sperava di vivere per
comporre. Così rispose ai gesti che gli venivano rivolti con
una serie di gesti dello stesso genere.
Dopo parecchi minuti di quell'esercizio ginnico eseguito in
perfetto silenzio, Cheelo si voltò verso i due bracconieri. —
L'alieno ha accettato la mia proposta, e vuole sapere quando
partiremo.
— Ci muoveremo stasera, hombre. — L'individuo fece un
gesto d'intesa a Hapec, il quale abbassò il fucile e si
allontanò nel sottobosco. — Non ti lego, perché questo
potrebbe dare un'idea sbagliata al tuo amico scarafaggio. Ma
non fare stupidaggini.
Cheelo alzò le mani in un gesto conciliante. — Abbiamo
fatto un patto, amigo. Perché dovrei rischiare? E poi, se voi
potete farmi arrivare lontano, in Europa o nel Nord America,
per me sarà tanto di guadagnato. — Il suo sguardo si spostò
sul tratto di foresta che aveva inghiottito l'altro individuo. —
Volete camminare di notte? Un GPS può darvi la direzione,
ma non vi faciliterà la marcia.
Il bracconiere lo guardò un momento, poi ebbe un
sogghigno. — Tu credi che ce ne andremo a piedi? Hombre,
se noi fossimo appiedati i ranger ci avrebbero preso da anni.
Abbiamo un vagone volante, laggiù fra gli alberi. Un
Meysler che può portare fino a due tonnellate, con motore
schermato per gli infrarossi. Non sono molti quelli che sanno
come entrare e uscire dalla Riserva, senza farsi pescare dagli
scanner. Noi siamo professionisti, hombre. Noi usciamo in
volo. In un'ora possiamo arrivare a un posticino sicuro che
abbiamo giusto fuori dai confini della Riserva. Tu dormirai
là, intanto che noi informiamo i nostri soliti contatti che
abbiamo qualcosa di speciale da vendere. — Sorrise ancora.
— Credevi che ti avremmo fatto marciare su fino a Cuzco, e
che avremmo messo l'alieno in vendita in una stalla, col
cartellino del prezzo appeso al collo?
Cheelo scrollò le spalle, cercando di non apparire né
troppo furbo né troppo ignorante. — Che ne so io di come
lavorate voialtri vatos? Io non vi conosco. Lascio fare a voi,
okay?
— Seguro, tu lascia fare a noi. — L'uomo tolse uno
stimstick dal taschino, aspettò che il contatto con l'aria lo
accendesse, e se lo infilò fra i denti ingialliti. — Questo è ciò
che devi fare, se non vuoi che io ti bruci via la testa.
20

Intanto che Hapec smontava il campo per nascondere con


cura ogni ricordo della sua esistenza, l'altro bracconiere, di
nome Manico, teneva d'occhio i due prigionieri. L'individuo
concentrava la sua attenzione su Cheelo, lasciando che
Desvendapur si aggirasse liberamente lì attorno. Dopo,
quando gli parve che il thranx si allontanasse un po' troppo
dal campo, Maruco ordinò al prigioniero umano di
richiamarlo indietro, cosa che Cheelo eseguì con una breve
esibizione del solito pseudo-linguaggio gestuale.
Desvendapur continuò a reggergli il sacco, rispondendo ai
suoi movimenti con altri non meno inventati ma di buon
effetto visivo.
A questo modo i due malfattori restarono all'oscuro del
fatto che il thranx stava cercando di escogitare qualcosa per
aiutare il suo compagno umano. Se Desvendapur avesse
avuto un'arma, non avrebbe esitato a fame uso. Ma tutto ciò
che aveva era un piccolo utensile da taglio nel suo zaino.
Sfruttando la sorpresa, avrebbe potuto balzare addosso ai due
asociali e immobilizzare uno di loro, ma non entrambi.
Erano troppo attenti, troppo decisi, troppo abituati a una vita
di azione e di pericoli.
Inoltre, benché non sospettassero che lui tramava alle loro
spalle, non erano certo a loro agio con un thranx che si
muoveva lì intomo. Di conseguenza lui non poteva
avvicinarsi a meno di quattro o cinque metri da quegli
individui senza che s'irrigidissero e lo guardassero
innervositi.
Uno di questi esperimenti indusse infatti Maruco a
ordinare: — Di' a quell'affare di tenersi a distanza da noi,
hombre. Dio, quanto fa schifo! Ha un buon odore, però —
ammise. — Io non credo che qualcuno vorrà portarsi dietro
anche te. Ma dici bene, sono sicuro che il tuo amigo ci
frutterà molto denaro. — Scosse il capo, pensosamente, con
la canna del fucile puntata al suolo. — Io non terrei mai un
alieno intelligente. Non saprei cosa farmene. Ma la gente che
compra gli animali per tenerli in gabbia è strana. Alcuni sono
proprio locos.
— Come mai tu e Hapec vi siete messi in questo lavoro?
— Cheelo era davvero curioso. La sua attenzione non si
scostava mai dal fucile sonico del bracconiere. Appena ci
fosse stata una ragionevole probabilità di successo, avrebbe
cercato di strapparglielo di mano. Ma per il momento l'uomo
era troppo vigile. — Voglio dire, i ranger tengono d'occhio la
Riserva, e mettono scanner dappertutto. Vale la pena
rischiare, per qualche pelle e una cassa di piume?
— Hapec e io ce la caviamo bene. Ma non è solo questo. I
nostri antenati vivevano liberi in questa terra, cacciando e
pescando. Loro prendevano quello che volevano, quello che
gli serviva. Quando i bianchi hanno fatto la Riserva, gli
indios che volevano restare qui sono stati buttati fuori a
calci, e costretti a vivere fuori dai confini della selva, come i
bianchi. Per salvare l'ambiente, dicono loro. Per lo scambio
dell'ossigeno e dell'anidride carbonica. Come se il pianeta
rischiasse di restare a corto d'ossigeno. — Il suo tono era
aspro. — Ma questa rimane la nostra terra. Hapec e io non ce
la lasciamo rubare.
Cheelo annuì gravemente. — Questo posso capirlo. —
Dentro di sé pensò che la spiegazione del bracconiere era
una razionalizzazione troppo comoda. Quei due venivano a
razziare nella Riserva non per onorare il nome dei loro
antenati, ma perché era un modo di fare i soldi senza
lavorare, e per nessun'altra ragione. Vendicarsi perché gli
ormai dimenticati nonni dei loro nonni erano stati costretti a
trasferirsi, non c'entrava niente. Cheelo Montoya conosceva
dozzine di nonlocos come Hapec e Maruco, era cresciuto con
loro, e non la beveva neppure per un minuto. Cosa pensasse
l'ingenuo thranx di quella situazione, non riusciva a
immaginarlo. E neppure ci teneva molto, in quel momento.
Gli bastava che continuasse a recitare la parte del muto,
perché quei bastardi non ci avrebbero pensato due volte ad
ammazzarlo.
Dalla parte del campo provenivano rumori di frasche
spostate. Cheelo si voltò a guardare. — E questo posto che
avete, dove si trova?
— Lo vedrai fra un po' — disse Maruco. Il suo compare
stava ripiegando con cura la pelliccia di giaguaro e le altre.
Poi smontò le rastrelliere di rami e finì di cancellare ogni
altra traccia di presenza umana.
Quando la roba fu caricata sul vagone aereo, anche i due
prigionieri vennero fatti salire a bordo. Era un velivolo da
lavoro, camuffato, del tipo usato da molti contrabbandieri, e
Cheelo ci non trovò nulla di notevole. Ma Desvendapur ne fu
affascinato. Era il primo esempio di tecnologia umana che
vedeva da vicino, e ogni sua parte, dal pannello dei comandi
all'interno climatizzato, gli era nuova. Non c'era un sedile
adatto a lui, e per un thranx il pavimento era meglio delle
poltroncine fatte per gli umani. Decise di stare in piedi,
reggendosi in equilibrio mentre il velivolo si alzava in
silenzio dal suo nascondiglio per involarsi sopra le cime
degli alberi.
Benché questo richiedesse un tempo quadruplo di un volo
diretto, Maruco scelse una rotta che li tenne più in basso
delle colline che spuntavano dalla giungla, sfruttando la
copertura degli alberi ogni volta che era possibile e alzandosi
di quota solo quando il vagone volante cominciava a
spezzare rami e liane. Ogni tanto nella foresta si aprivano le
strade rappresentate dai fiumi sinuosi e dai cocha che
consentivano al velivolo di accelerare tenendosi al di sotto
delle cime degli alberi.
Soltanto quando apparvero i versanti delle montagne fra i
banchi di nebbia e le nuvole, Cheelo commentò: — Credevo
che la vostra base fosse fuori dalla Riserva.
— È così — disse Manico senza voltarsi, mentre l'altro
teneva il fucile puntato dalla parte del loro prigioniero
umano. — Se tu conoscessi la regione, sapresti che il confine
ovest della Riserva è in quota, sopra i pendii delle Ande.
Cheelo vide gli immensi pendii verdi di vegetazione,
spesso così ripidi da dare le vertigini, farsi più vicini. — Lo
so. Pensavo che il posto fosse in basso, fra gli alberi che lo
nascondono.
Maruco sorrise con aria saputa, mentre il vagone volante
cominciava a salire rapidamente di quota lungo il percorso di
una valle sempre più stretta. — Questo è ciò che
penserebbero anche i ranger che pattugliano i confini. Così
noi ci siamo trovati un posto più in quota, all'aperto, un posto
freddo e scomodo. Perché i ranger dovrebbero pensare che
degli stupidi chingòns hanno un rifugio dove non ci sono
alberi, e tutti possono vederli? Nessun bracconiere
sceglierebbe un posto del genere, giusto?
— Nessuno ha mai scoperto il nostro rifugio — disse
Hapec. — Nessuno ci ha mai dato delle noie. — Il suo
sogghigno scoprì una chiostra di denti in ceramica dorata,
del tipo che andava di moda vent'anni addietro. — E quando
qualcuno ci domanda cosa facciamo, gli rispondiamo che è
una stazione d'osservazione degli uccelli.
— Non è una bugia. — Maruco era d'umore gioviale. —
Noi osserviamo gli uccelli. E se sono abbastanza rari li
vendiamo.
Mentre il vagone volante entrava nella zona di foresta
pluviale e di nebbie eterne che rivestivano le montagne di un
mantello dai colori cupi, il bracconiere al posto di pilotaggio
passò dal volo manuale a quello strumentale. Il
deumidificatore della cabina s'era già spento, e il termostato
che prima la raffreddava ora la stava riscaldando. Cheelo
continuava a parlare del più e del meno. Sapeva che quei due
non ci avrebbero messo niente a sparargli, se avesse detto
qualcosa che li irritava. Ma era sempre meglio chiacchierare
che starsene zitto o insultarli. Almeno poteva apprendere
qualcosa.
Desvendapur stava apprendendo molto. Non solo il
viaggio, ma anche la conversazione un po' tesa fra i tre
umani continuava a dargli un flusso di stimoli, suggerimenti
e ispirazione. Non potendo usare lo scri!ber per timore che i
loro catturatori glielo prendessero, si concentrava
sull'osservazione e cercava di memorizzare tutto. Agitarsi e
mostrarsi allarmato erano atteggiamenti che la sua razza
aveva smorzato molto nel corso dell'evoluzione. Nella
società ben organizzata degli alveari, fatta di ambienti stretti
e molto affollati, la cortesia e l'autocontrollo erano
un'assoluta necessità.
Gli umani, invece, litigavano e si battevano per cose da
nulla, quasi senza provocazione. L'energia che sprecavano in
quegli scontri, peraltro affascinanti, era molta. Al loro
confronto, il thranx più eccitabile era circospetto e riflessivo.
Il fatto che quegli individui intendessero venderlo a una
specie di zoo non lo emozionava quanto le loro continue
schermaglie verbali. In ogni caso la prigionia non sarebbe
stata insopportabile; poteva consentirgli di continuare a
studiare gli umani da vicino, anche se dubitava che il suo
compagno di viaggio la pensasse così.
Era lui che quegli asociali umani volevano, non Cheelo
Montoya. E neppure lui aveva più un vero bisogno di
quell'umano. Più di una volta Desvendapur era stato tentato
di parlare, rivelando ai due contrabbandieri che conosceva la
loro lingua. L'unica ragione per cui non l'aveva fatto era che
questo avrebbe significato la morte per il suo compagno. E
se ciò, a giudicare da quanto lui stesso gli aveva raccontato,
sarebbe stata una perdita trascurabile per la sua razza, per un
thranx era un'azione abominevole. Desvendapur aveva delle
necessità, ma non se la sentiva d'infrangere la morale fino a
questo punto. Almeno, non ancora. Per il momento era più
interessante giocare a quel gioco, e ascoltare quei due umani
che facevano commenti su di lui convinti che non capisse le
loro parole.
Dopo alcuni minuti il vagone volante uscì sopra le nuvole,
in una luce così intensa da far male agli occhi. Sul puro
azzurro del cielo si stagliavano picchi che superavano i
cinquemila metri. Più avanti c'era un altipiano sassoso,
verdeggiante, che si stendeva ondulato verso ovest. I soli
segni di vita erano poche lontane fattorie, e alcune strisce di
terreno coperte con sfoglie fototropiche, a protezione dei
campi di patate e degli orti.
Presso un precipizio, sul lato orientale, c'era un hangar di
piccole dimensioni che un corridoio chiuso collegava a una
costruzione più grande. Il tetto si aprì, mentre il vagone
volante s'avvicinava. Usando i comandi manuali — i sistemi
automatici d'atterraggio potevano inviare segnali captabili
dai ranger — Maruco fece abbassare il velivolo verso il
centro esatto del garage, e quindi spense il motore. Il tetto si
richiuse rumorosamente sopra di loro, mentre l'impianto di
riscaldamento a pannelli radianti si accendeva.
I due bracconieri condussero Cheelo e Desvendapur fuori,
lungo il corridoio coperto, fino all'altro edificio, che si rivelò
poco ammobiliato ma abbastanza accogliente. A un tratto
Hapec si voltò a guardare il thranx, accigliandosi.
— Ehi, hombre, cosa succede al tuo amico? — domandò.
Cheelo, che si stava guardando attorno per imprimersi nella
mente l'aspetto della loro prigione, s'accorse che
Desvendapur stava tremando. Gli bastò un momento per
capirne il motivo.
— Ha freddo.
— Freddo? — Maruco sbuffò, seccato, e indicò il
termostato a muro. — Qui ci sono ventitré gradi.
— È una temperatura troppo bassa per un thranx. Lui mi
ha detto che aveva freddo anche nella giungla. E qui l'aria è
troppo secca. Lui ha bisogno di un'umidità del novanta per
cento, e di almeno trentatré o trentaquattro gradi per non
ammalarsi.
— Merda! — mugolò Hapec. — Mi ammalerò io.
— No, tu non starai troppo male. Ma per lui è importante.
Borbottando fra sé l'altro bracconiere si rivolse verbalmente
all'impianto della casa, e gli ordinò di modificare le
condizioni climatiche interne per garantire al thranx un
minimo di conforto.
— Maruco! — protestò l'altro, quando la temperatura e
l'umidità cominciarono a salire.
— Non fare il difficile. È solo per un paio di giorni, finché
troveremo un compratore. Non ci vorrà di più, per una cosa
speciale come questa. — Indirizzò un sogghigno a
Desvendapur. — Tu ci farai arricchire, amigo scarafaggio.
Possiamo sopportare un po' di caldo, per te.
Il thranx guardò l'asociale umano con occhi illeggibili, ben
consapevole del senso di ciò che stava dicendo.
— Quanto a te, hombre — Maruco si voltò verso Cheelo,
— mi spiace, ma dobbiamo legarti.
— Ehi, no, non potete farlo! — protestò lui. — Questo...
questo spaventerà il thranx. Lui è convinto che siate due
amici. Se mi legate, comincerà ad agitarsi.
— E che si agiti pure. Se sarà necessario legheremo anche
lui. — Hapec stava già tirando fuori del cavo elettrico da un
cassetto.
— Potreste perderlo. Potreste ferirlo mentre cerca di
liberarsi, o fargli venire un attacco cardiaco.
— Correremo il rischio. — Entrambi i bracconieri si
stavano muovendo verso Cheelo, e Maruco lo teneva di mira
col fucile sonico. — Se protesta, possiamo sempre slegarti.
Non rendere le cose più difficili per te, hombre.
— Già — lo avvertì Hapec. — Considerati fortunato. A
quest'ora potevi essere in una buca piena di formiche rosse,
già mezzo scarnificato.
Non avendo scelta, Cheelo dovette mettersi a sedere su
una sedia e lasciarsi avvolgere il cavo elettrico intomo ai
polsi e alle caviglie. Quando i due giudicarono che i legacci
fossero solidi guardarono il thranx, che non aveva avuto
alcuna reazione.
— Non sembra che il tuo amigo sia troppo sconvolto.
Prendila con calma, eh? Digli che questo è un rito normale di
noialtri esseri umani. Un rito dell'amicizia.
— Diglielo tu! — sbottò Cheelo, senza nascondere la sua
rabbia. Hapec fece per mollargli un manrovescio, ma fu
fermato dal suo compare. — Lascia perdere. Meglio non
sconvolgere lo scarafaggio, se possiamo evitarlo. — Manico
si piegò verso Cheelo, avvicinandosi fino a sfiorargli il naso
col suo. — Tu cerca di non rompere le scatole, cabròn. Se ti
comporti bene potrai andartene con quel coso, nel Nord
America o in Europa, quando lo avremo venduto. Altrimenti
faremo a meno dei tuoi servizi di interprete. — Si raddrizzò
e guardò Desvendapur, che stava esaminando gli attrezzi di
cucina.
— Che cosa mangia? Ha fame?
Cheelo mugolò un'imprecazione fra i denti. — E
vegetariano. Odia la sola vista della carne. Può digerire
molte piante terrestri, ma non so quale gli piace di più.
Dovrò chiederglielo. Ma non posso parlare con lui, con le
mani legate.
Maruco corrugò le sopracciglia. Era chiaro che non aveva
pensato a quel particolare. Tolse di tasca un coltello a
serramanico e gli tagliò i legami dei polsi. — Va bene. Ma
quando ti avrà dato la risposta che ci serve ti leghiamo
ancora. E niente trucchi.
Cheelo allargò le mani. — Cosa diavolo dovrei dirgli, di
chiamare i ranger? Anche lui ha tutto l'interesse a stare alla
larga dalla legge. — Si voltò verso Desvendapur, richiamò la
sua attenzione con qualche gesto e cominciò a muovere le
dita.
Il poeta prestò doverosamente attenzione ai suoi sforzi, e
quindi rispose con gesti che per i thranx avevano invece un
significato molto preciso. Ciò che disse fu che Cheelo era un
pontik, una specie di larva particolarmente stupida, e che i
due asociali erano dei pepontik, ovvero una specie ancora
inferiore ma disgustosa e con abitudini ripugnanti, oltreché
stupida. Nessuno dei tre umani aveva la minima idea di
come li stava insultando, naturalmente, ma questo lo divertì
lo stesso.
Stabilire in che modo rispondere alla domanda posta
dall'asociale era tuttavia un problema alquanto difficile. Dato
che non poteva parlare, doveva esprimere le sue preferenze
dietetiche in qualche altro modo. Voltandosi a esaminare il
lavandino della cucina, lasciò a Cheelo il dilemma di cosa
inventare.
Privo di un punto d'appoggio, Cheelo improvvisò: — Ha
detto che in questo momento non ha fame. E quando non ha
fame, non gli piace parlare del cibo.
Manico grugnì. — Qui abbiamo molti generi di frutta e di
verdura. Potrà scegliere quello che vuole. Adesso io devo
parlare con un cliente. Hapec, tu scarica il vagone. — Il suo
compare annuì e s'allontanò nel corridoio che portava al
garage. Il bracconiere strinse le palpebre, scrutando il
prigioniero. — Se fai ballare la sedia al punto di farmi
pensare che stai cercando di liberarti, ti appendo al soffitto
per i pollici. — Il suo sogghigno si allargò. — Magari potrai
dire allo scarafaggio che fa parte del nostro rito dell'amicizia.
— Poi considerò Desvendapur. — Quella sacca che ha sulla
schiena... mi chiedo cosa ci sia dentro. Non vorrei farlo
incavolare, ma mi piacerebbe frugarlo. Credi che abbia
qualche arma?
Cheelo scrollò le spalle. — Ti ho detto che è un
naturalista. È per questo che sta collaborando, finora. Vuole
studiarci. Non è armato. — Questa, per quanto ne sapeva lui,
era la pura verità.
— Bene. Ci accontenteremo di questo... per ora, almeno.
— Maruco prese un altro pezzo di cavo plasticato e legò di
nuovo i polsi di Cheelo. — Così non potrai parlargli dietro le
mie spalle, mentre io sto lavorando.
Detto questo, l'uomo andò a sedersi a una consolle per
comunicazioni audio-video a lunga distanza accanto alla
porta della cucina e la accese. Da lì a poco s'immerse in
diverse chiamate a gente che, proprio come lui, sembrava
avere una ragionevole voglia di fare buoni affari e nessuno
scrupolo.
Mentre Cheelo sedeva sulla sedia, di pessimo umore e
senza poter far altro che guardarsi attorno, Desvendapur
continuò a curiosare in tutti gli angoli della cucina. La
temperatura e l'umidità s'erano alzate a un livello che trovava
sopportabile, anche se non ideale, e lui stava assorbendo
esperienze eccitanti che tuttavia sospettava non sarebbero
durate a lungo. L'espressione facciale di Cheelo era tutta una
serie di contorcimenti, alcuni dei quali davvero straordinari.
Nessuno di essi significava niente per il poeta, ma dalla loro
frequenza era chiaro che l'umano stava cercando di
comunicargli qualcosa con molta urgenza.
Desvendapur non poteva permettere che quella gente lo
vendesse, naturalmente. Se non gli avessero lasciato altra
scelta, pensava che sarebbe sopravvissuto anche in stato di
prigionia. Ma non era certo quel che si augurava per il
futuro. Uno zoo umano non era l'ambiente dove le sue recite
sarebbero state più apprezzate. Lui aveva bisogno di un
pubblico thranx. Di conseguenza doveva trovare il modo di
ritornare alla colonia. E poiché non vedeva come avrebbe
potuto riuscirci da solo, gli occorreva l'aiuto di Cheelo.
Questo non significava necessariamente affrettare i tempi,
anzi lui non intendeva affatto agire con precipitazione.
Benché i due asociali umani desiderassero trarre un
guadagno da lui, se si fossero sentiti minacciati l'avrebbero
ucciso. Di certo Cheelo questo lo capiva.
Da lì a poco Hapec fece ritorno, dopo aver scaricato il
vagone volante. Mentre il suo compare continuava a parlare
via radio con altra gente, il bracconiere cominciò a preparare
da mangiare. Per il momento i due prigionieri venivano
piuttosto ignorati, anche se non del tutto.
Trovandosi a confronto con una situazione alla quale una
vita di studio e di lavoro non l'aveva preparato, Desvendapur
era costretto ad affidarsi a quel lato della sua personalità che
non lo aveva mai tradito: la sua immaginazione. Mentre
proseguiva nell'esame del domicilio, cominciò a costruire
mentalmente una serie di azioni, un po' come faceva quando
progettava una recita, revisionandole e modificandole in
modo opportuno.
Niente di tutto ciò poteva essere notato da Cheelo, che
seduto sulla sedia e legato mani e piedi si sentiva sempre più
ansioso. Grazie a qualche stratagemma improvvisato era
riuscito a restare vivo fino a quel momento, ma i due
bracconieri erano tipi a cui non piaceva pensare né portare
pazienza. Un niente sarebbe bastato a farli imbestialire, o a
convincerli che la cosa migliore fosse sparargli nella testa.
Lui lo sapeva, perché quei due appartenevano alla sua stessa
sottospecie umana: quella che nei momenti di incertezza
tende a reagire in modo aggressivo, invece di sprecare troppo
tempo a riflettere. Manico e Hapec gli somigliavano troppo
perché gli piacesse essere nelle loro mani.
Cercando di convincersi che per il momento non c'era
pericolo che gli sparassero, spostò l'attenzione sui movimenti
del thranx. Era impossibile capire cosa stesse pensando, visto
che non poteva dire una sola parola in terranglo. A lui non
restava che tentare d'immaginarlo. Che ne pensava della
situazione? Gli importava qualcosa della sorte del suo
compagno umano? Cheelo sapeva che a lui non importava
niente del thranx, tuttavia la sua possibilità di uscirne vivo
era legata a quel che l'altro avrebbe fatto. La sua vita era
nelle mani — strane mani a quattro dita — di un insetto
alieno.
Se avesse dimenticato il gioco a cui stavano giocando, se
fosse uscito dalla sua parte e avesse cominciato a parlare,
allora i bracconieri avrebbero saputo che non c'era bisogno
di un traduttore. Lui sarebbe diventato superfluo. A est di
quella casa c'era un immenso precipizio sul fondo del quale
regnava la giungla più impenetrabile del mondo, coperta di
nebbia. In silenzio pregò il thranx di non tradirlo. Anche se
fossero stati venduti, sarebbero rimasti in vita. Le loro
prospettive future erano senza dubbio più positive se
partivano da quella fondamentale premessa. E poi, chi
poteva dire cosa sarebbe successo? Magari lui sarebbe
riuscito a convincere il compratore a fare una breve sosta a
Golfito.
Cercò di stare su di morale. Se l'insetto e i due bracconieri
tenevano la testa a posto, forse non gli sarebbe andata male.
Lui voleva rimanere fuori vista, e si trovava con gente che
aveva la sua stessa necessità. Per il momento essere lì o
altrove faceva qualche differenza? E l'insettone collaborava
al meglio, fingendo di essere uno studioso e di esaminare
tutto quanto, lì dentro.
In realtà, dava troppo credito a Desvendapur. Il thranx non
stava affatto fingendo. Dato che i due bracconieri lo
ignoravano, lui s'interessava a tutti i particolari degli oggetti
di fabbricazione umana. Gli piaceva soprattutto osservare il
modo in cui quei due individui maneggiavano le cose. A un
certo punto, quello di nome Hapec sorprese il thranx che lo
guardava da sopra una spalla, mentre lui cucinava. A disagio
l'uomo si scostò, e gli ordinò a gesti di farsi indietro.
Rispettando la sua finzione, il poeta ignorò le parole ma
interpretò con ubbidienza i suoi cenni e s'allontanò.
Verso mezzogiorno, quando venne l'ora di pranzo, Cheelo
s'era più o meno rassegnato al suo stato di prigioniero e fu
quasi grato a Hapec, che gli poggiò un piatto di stufato
vegetale molto piccante sulle ginocchia e gli liberò i polsi,
dandogli due minuti di tempo per mangiare. Poi, di nuovo
legato, restò ad assistere mentre i contrabbandieri mettevano
davanti a Desvendapur un assortimento di frutta e verdura,
tutta roba disidratata tolta da alcuni sacchi. I due si
accertarono che il loro prezioso alieno trovasse di suo gusto
quel cibo, e quindi andarono a sedersi a tavola. La loro
conversazione durante la cena consisté in qualche battuta di
spirito, commenti salaci sugli individui coi quali avevano
contatti d'affari, e speculazioni su quanto denaro avrebbero
ricavato dalla vendita dell'unico membro di una razza aliena
mai caduto fra le grinfie di gente come loro. A quanto
Cheelo ne capì, Maruco aveva almeno due compratori molto
interessati all'affare, ma non s'era ancora fatto un'idea di quel
che avrebbe potuto ricavare dalla vendita del thranx.
Quando Desvendapur ebbe mangiato, si allontanò dalla
bacinella in cui l'esotico ma insipido banchetto gli era stato
reidratato dai suoi catturatori, andò fino all'angolo della
stanza e con fare casuale raccolse uno dei due fucili sonici,
con una veramano e una manopiede. Ci vollero alcuni
secondi prima che Hapec si rendesse conto che l'alieno gli
stava puntando l'arma addosso.
— Ehi! Uh... ehi, Maruco! — bofonchiò, a bocca piena.
Deglutì il boccone e sbatté le palpebre, accigliato.
— Cosa... oh, merda! — Maruco guardò Cheelo, intanto
che il compare si scostava lentamente dal tavolo. — Ehi,
hombre, di' all'insetto di mettere il fucile giù. E' carico, e la
sicura è tolta. Digli che potrebbe ferirsi. Che diavolo sta
facendo? Noi siamo suoi amigos, no? E lo stiamo aiutando a
studiare il nostro mondo. Ricordagli che siamo suoi amigos,
forza!
— Non posso dirgli niente, con le mani legate — replicò
con calma Cheelo. — Se vuoi che gli parli, slegami.
Stavolta Maruco non esitò. Si alzò lentamente dalla sedia,
e tenendo gli occhi sull'enigmatico thranx si portò accanto
alla sedia di Cheelo. Poi, col coltello a serramanico, tagliò il
cavo che gli imprigionava i polsi.
Lui se li massaggiò per ristabilire la circolazione. — Ehi,
non mi sleghi i piedi?
— Che c'entrano i tuoi piedi? — grugnì il bracconiere. —
Mica parli coi piedi, tu.
— Liberagli le gambe — Desvendapur fece un cenno col
fucile. Fatta per le morbide mani umane, quell'arma era un
po' scomoda per lui ma leggera. Il suo funzionamento e uso
erano molto semplici.
— Seguro, solo stai attento con quel... — Maruco si girò a
guardarlo, col coltello in mano, e spalancò gli occhi. —
Figlio di puttana!
— Sta parlando! — esclamò Hapec. I due bracconieri
guardarono l'alieno, a bocca aperta per la sorpresa.
— Non molto bene, ma il mio accento migliora con la
pratica. Allora, le gambe? — Desvendapur mosse ancora il
fucile.
Scuro in faccia Manico si chinò a tagliare il cavo elettrico.
Con un sospiro di sollievo Cheelo poté finalmente cambiare
posizione.
Un thranx non aveva bisogno di voltare la testa per
mettere a fuoco ciò che rientrava nel suo vasto campo visivo.
Le sue superfici ottiche sfaccettate gli consentivano
un'ottima visione periferica. Tenne la canna dell'arma
puntata verso l'umano di nome Hapec, che si era alzato da
tavola e aveva fatto un passo in direzione dell'altro fucile.
— Anche se non mi è familiare il risultato prodotto da
quest'arma, penso di sapere come funziona. E credo che tu
dovresti muoverti in direzione opposta, avvicinandoti al tuo
compagno.
— Sta bluffando. — Manico si scostò da Cheelo, il quale
s'era alzato dalla sedia e stava cercando di far circolare di
nuovo il sangue nei suoi piedi. — Prendi il fucile. Lui non sa
come si fa a sparare.
— Forse, però ha un dito sul grilletto — grugnì Hapec.
Tenendo le mani bene in vista si mosse intomo al tavolo e
raggiunse il suo compare. — Perché non ci provi tu a
prendere il fucile?
Mentre studiava quell'insetto armato di fucile, Manico
sorrise amichevolmente e allargò le mani, senza sapere che il
soggetto a cui si rivolgeva non comprendeva il significato di
quei gesti.
— D'accordo, allora sai parlare. Non c'è bisogno di fare
così. Noi non vogliamo farti del male. — Sempre sorridendo
indicò Cheelo, col capo. — Lo avevamo legato perché è una
nostra cerimonia. Un gesto di benvenuto.
— No, non è così — disse Desvendapur, nel suo sibilante
ma sempre meglio articolato terranglo. — Tu dimentichi che
quando non parlavo vi ho ascoltato. Ho capito tutto quel che
avete detto, fin da quando ci avete sorpresi nella foresta. So
che volevate ucciderci, finché il mio compagno non vi ha
convinto a vendermi. — Non aveva bisogno di conoscere le
molteplici espressioni facciali umane per intuire il significato
di quella che contrasse i muscoli di Manico.
Sempre un po' zoppicante per la scomodità della posizione
in cui era stato costretto, Cheelo si spostò accanto al thranx.
Poiché fino a poco prima era rassegnato a essere venduto
come parte di un affare illecito, si trovava ora in una
posizione decisamente insperata.
— Amico insetto, tu sei pieno di sorprese.
La testa a forma di cuore si girò verso di lui. — Il mio
nome è Desvenbapur.
— Ay, giusto. — Cheelo allungò una mano verso il fucile.
— Questo lo prendo io, eh? Non che pensi tu non sappia
usarlo, ma probabilmente io sono più svelto di te con questa
roba. — E mentre il thranx gli consegnava docilmente
l'arma, aggiunse: — Tu sai come si usa, eh? Non stavi
bluffando?
— Oh, sono certo che avrei potuto attivarlo. Il
meccanismo di sparo è semplice, e benché l'arma sia
progettata per voi umani non presenta difficoltà per un
thranx. Ma non l'avrei mai fatto, naturalmente.
— Cosa, cosa? — Manico fece una smorfia, chiedendosi
se aveva sentito bene.
— Anche se noi thranx combattiamo per difenderci, e ci
siamo evoluti da antenati che guerreggiavano spesso fra loro,
siamo diventati una razza pacifica. — Le antenne di
Desvendapur si piegarono in modo elaborato. — Io non vi
avrei sparato, a meno che la mia vita non fosse stata
minacciata.
— Era minacciata — gli ricordò Cheelo.
Il thranx scosse il capo, sorprendendo i due bracconieri
con quel gesto così umano. — In pericolo era la mia libertà
di movimenti, non la mia vita. Anche se preferirei tornare
alla colonia, avrei potuto tollerare d'essere trasportato in
un'altra zona del pianeta.
Maruco grugnì: — Allora perché hai preso il fucile?
— Perché, come ho detto, per varie ragioni preferisco
tornare al mio alveare. Inoltre, in gioco non c'erano soltanto
il mio destino e la mia libertà di movimento. — Le antenne
si piegarono verso Cheelo.
Quest'ultimo fu sorpreso e colpito dalle parole del thranx.
Non gli importava d'essere venduto. Aveva preso il fucile per
salvare lui, e non soltanto se stesso. Di fronte a quella franca
dimostrazione d'altruismo, così rara in una vita come la sua,
Cheelo restò spiazzato e non seppe come reagire.
Al diavolo pensò.
— Okay, Deshvel... Desvencrapur. Dobbiamo andarcene
da qui. — Cheelo mosse il fucile verso Maruco. — Voglio il
vostro vagone. Come vi ho detto, ho un appuntamento
importante. E credo che quel velivolo ce la farà, a portarmi
su fino all'Istmo.
Sempre tenendo le mani bene in vista, Maruco indicò la
casa intomo a loro. — E ci lasci inchiodati qui, hombre?
— Non raccontarmi questa merda, uomo — disse Cheelo,
godendosi il modo in cui s'era rivoltata la situazione. — I
vostri amici stanno venendo qui a comprare, e hanno tutti i
mezzi di trasporto che vogliono. — Il suo sogghigno si
allargò. — Naturalmente non saranno felici quando vedranno
che la merce che sono venuti a comprare non c'è più. Allora,
cosa mi dite del vagone volante?
— E un modello di dieci anni fa — disse Hapec. — Basta
accendere il sistema di navigazione. Prendilo e vattene.
— Sicuro. Così voi attivate da qui il programma di
autodistruzione, col cencomp. Credete che io sia nato nel
cesso di un bordello, come voi due? — replicò Cheelo.
Maruco si scurì in faccia, ma non disse niente.
— Andiamo. — Cheelo fece un gesto col fucile. —
Despindo... Des, tu seguimi. Ci avvicineremo il più possibile
alla colonia, se tu sei in grado di localizzarla, e ti lascerò nel
posto che preferisci.
— Colonia? — Maruco lo guardò insospettito. — Quale
colonia? Cheelo lo ignorò, in attesa della risposta del thranx.
— Fra la mia gente io sono colpevole di una grave attività
asociale. Mi terranno confinato finché sarà possibile
trasferirmi su un altro pianeta, e poi verrò formalmente
punito. Così, Cheelo Montoya, se tu non hai obiezioni io
preferisco viaggiare in tua compagnia. Per un altro po' di
tempo, almeno.
— Non si può fare, amico. Il nostro viaggio nella giungla
è finito. Io devo tornare dalle mie parti, adesso, visto che ho
il mezzo di trasporto. Ho un affare che mi aspetta. E poi, non
hai detto che sarai perdonato quando potrai recitare le tue
poesie e le tue composizioni davanti ai tuoi compagni?
La testa azzurrina si mosse da una parte all'altra. — Temo
che per il momento non sarebbero considerate circostanze
attenuanti. Preferisco continuare a creare, e a cercare
ulteriore ispirazione. Un giorno, naturalmente, rivelerò le
mie opere a tutti gli alveari. Ma non ancora. — Gli occhi
sfaccettati scintillarono di mille riflessi. — Ci sono ancora
molte cose che desidero fare.
— Come ti pare. — Indifferente, Cheelo fece ancora un
cenno verso la porta con il fucile. Una volta al sicuro nella
giungla, ci sarebbe stato tutto il tempo di decidere cosa fare
con quell'insetto troppo cresciuto. I due bracconieri
s'incamminarono fuori, davanti a loro.
Nel corridoio coperto, Maruco si voltò a mezzo. — Perché
hai parlato di una colonia, hombre? C'è un'intera colonia di
questi cosi, qui sulla Terra? Già nella Riserva? Io non ne
sapevo niente.
— Tieni la bocca chiusa e continua a camminare. Il
vagone volante ha un sistema codificato, perciò sarai tu a
farlo partire per me.
— Allora è vero! Nella Riserva c'è un avamposto alieno,
tenuto nascosto a tutti quanti. — La voce di Manico era
eccitata. — E tu non hai detto «avamposto», hai detto
colonia. — Guardò il suo compare. — Questo dev'essere il
più grosso segreto del mondo. Le reti di 3D e di giornali
pagherebbero una cifra con nove zeri per quest'informazione.
Vale molto di più di un insetto vivo. — E si voltò ancora a
guardare Cheelo.
— Tu che ne pensi, vato? Noi qui abbiamo l'attrezzatura
per comunicare con tutto il mondo, nascondendo la fonte del
segnale. Vendiamo l'informazione al miglior offerente, e
dividiamo in tre. Un buon affare per te e per noi. Un
mucchio di crediti per tutti — disse. Vedendo che Cheelo
non rispondeva, la sua agitazione aumentò. — Ehi,
potremmo fare anche a meno di te per vendere la notizia. Ma
la Riserva è grande, e questa colonia o base o quel che è
dev'essere ben nascosta. Hapec e io lavoriamo qui da
vent'anni, e non abbiamo mai sospettato che ci fosse
qualcosa del genere. Tu però sai dov'è. Il gruppo che
comprerà l'informazione non avrà voglia di andare a caccia
del posto. Vorrà arrivarci sopra prima che qualche
concorrente sospetti quello che c'è in ballo. — Fece una
pausa. — Tu sai dov'è, vero?
— Sicuro — mentì Cheelo. — Posso portare chiunque
molto vicino a quel posto.
— Allora mettiamoci in società, hombre! Non sputare su
questa occasione. Possiamo uscirne ricchi tutti e tre.
— Poco fa volevate ammazzarmi — gli ricordò
freddamente Cheelo. — Oppure vendermi, come un
accessorio dell'insetto.
— Ehi, amigo, non c'era niente di personale — disse
l'altro. Erano quasi arrivati al garage. — Erano soltanto
affari. Tu sei un uomo d'affari, chingòn. Non ti abbiamo
mica maltrattato, no? Ti sto facendo una proposta onesta.
Possiamo fornirti i contatti, la base di operazioni, tutto quello
che ti serve.
Cheelo era incerto, confuso. La proposta del bracconiere
aveva un lato allettante. — E l'insetto? Può darsi che lui sia
un fuorilegge per la sua gente, ma non sarebbe mai d'accordo
di rivelare il segreto della colonia.
— Chinga l'insetto! — sbottò Manico. — Se per lui è un
problema, vada a farsi fottere da un'altra parte. Non abbiamo
più bisogno di lui. A te cosa t'importa? E solo uno
scarafaggio alieno.
— E intelligente. Probabilmente più di voi due.
Probabilmente... probabilmente più di me, anche. Lui... è un
artista.
Maruco rise sgangheratamente, entrando nel garage. Il
vagone volante era fermo al centro del locale, collegato con
un cavo all'impianto di ricarica e in attesa solo del codice
d'accensione per ripartire. Con quel mezzo di trasporto
Cheelo sapeva di poter arrivare a Golfito. O magari a Gatun,
dove aveva degli amici e poteva fare rifornimento senza
problemi.
Le sue dita si strinsero sul fucile. — Già, può anche darsi
che tu abbia avuto una buona idea, uomo. Ma perché dovrei
fidarmi di voi?
— Tu hai bisogno di noi, amigo. Non è così, Hapec?
— Sicuro. E noi di te, perché tu puoi portare sul posto
quelli che compreranno la notizia — disse l'altro, avviandosi
verso uno scaffale pieno di utensili.
— Ehi, tu, dove stai andando? — disse Cheelo, girando il
fucile verso la schiena di Hapec. Nello stesso momento
Manico girò su se stesso e si scaraventò contro di lui, con
tutta la violenza di cui era capace.
21

Mentre Cheelo si girava per fronteggiare l'aggressore, il


suo dito si contrasse d'istinto sul grilletto. Un sottile e
intenso schiocco molto localizzato echeggiò nell'edificio.
Hapec abbassò gli occhi e guardò, sbigottito, il piccolo ma
letale foro che il laser sonico gli aveva aperto dall'addome
alla spina dorsale. Si premette le mani sullo stomaco e il
sangue gli ruscello fuori fra le dita. Con la bocca aperta in
un'O di sorpresa fece un passo verso gli altri due; poi cadde
in ginocchio e si piegò lentamente di lato, afflosciandosi sul
pavimento polveroso del garage.
Manico riuscì ad afferrare la canna del fucile prima che
Cheelo potesse sparare un secondo colpo. I due lottarono con
violenza, ansando furiosamente, per il possesso dell'arma,
finché un altro schiocco acuto fece vibrare i vetri delle
finestre del garage.
Con fiato mozzo per l'emozione Desvendapur, accanto alla
grigia carrozzeria del vagone volante, guardò la scena
sanguinosa che aveva davanti.
Due umani giacevano morti al suolo, perdendo copioso
fluido rosso dal loro sistema circolatorio danneggiato. Il
terzo era rimasto in piedi, col fucile sonico ancora fra le
mani. Con gli occhi vacui, come stentando a capire cos'era
successo, Cheelo fece un passo indietro per non sporcarsi
una scarpa col sangue di Maruco, che giaceva bocconi ai
suoi piedi.
Desvendapur aveva visto antichi filmati con scene di
violenza, e in lui c'era l'eredità genetica di antenati che
avevano fatto quelle cose. Ma nonostante ciò, e benché
avesse avuto lui stesso quell'arma fra le mani, non s'era
aspettato né di usarla né di vederla usare. Era la prima volta
che assisteva personalmente a qualcosa di tanto terribile e
selvaggio. — Questa è una cosa... barbara! Una cosa
abominevole! — Nuove frasi, eccitanti ma sconvolgenti, si
agitavano nella sua mente, rifiutando di lasciarsi mettere da
parte.
Cheelo si passò una mano sulla faccia. — Già, suppongo
di sì. Ora non sapremo mai il codice d'accensione di questo
velivolo. Siamo inchiodati qui.
Gli occhi sfaccettati del poeta si sollevarono verso il
bipede. — Io non volevo dire questo. Due esseri intelligenti
sono morti.
Cheelo fece una smorfia. — In questo non c'è niente di
male. Non per quello che riguarda me. — Poi assunse un
tono offeso. — Ehi, non penserai che io volessi sparargli. —
Desvendapur fece un passo verso l'uscita, cautamente. —
Prendila con calma, amico. L'atmosfera si è surriscaldata, e
quei due bastardi hanno cercato di saltarmi addosso. —
Quando vide che il thranx non rispondeva, cominciò a
irritarsi. — Senti, io ti sto dicendo le cose come stanno. Quei
due pensavano che li avrei ammazzati dopo che avrebbero
acceso il vagone. Io non Io avrei fatto. Sicuro, ci avevo
pensato, ma li avrei lasciati vivi. A me interessava soltanto
andarmene da qui e mantenere il mio appuntamento d'affari.
E prima di prendertela tanto per quei due, ricorda che
avevano capito tutto della vostra colonia nascosta. Se li
avessimo lasciati qui, avrebbero venduto la notizia alla
stampa. Cerca di guardarla in questo modo: ora che sono
morti, la tua gente giù nella Riserva non corre più alcun
pericolo.
— Forse avrebbero persuaso altri a cercare l'alveare, ma
senza le coordinate non l'avrebbero mai trovato. Mai. —
Desvendapur continuava a guardare il bipede in modo
accusatorio, o almeno così sembrava a Cheelo.
— Non importa — tagliò corto lui. — Adesso loro sono
morti, e noi no. Credimi, nessuno si lamenterà della loro
perdita.
— La morte di ogni essere senziente è sempre una perdita.
Il suo compagno umano borbottò alcune parole che il
thranx non capì. Andò a toccare Maruco con la canna del
fucile e poi si chinò sul suo compare. I due bracconieri non
respiravano più.
Allora mise il fucile su uno scaffale e si voltò a
considerare il vagone volante. — Potrei cercare di far partire
questo velivolo, ma solo se i suoi proprietari non lo avessero
chiuso con un codice. E i codici possibili sono milioni. —
Guardò fuori da una finestra. — Hai visto anche tu le
montagne, qui intomo. Questo posto è davvero isolato. Non
c'è niente, salvo delle fattorie automatizzate. Potremmo
tentare di raggiungerne una.
— Io non credo — disse Desvendapur.
— Perché no? — Cheelo era ormai di nuovo calmo. Si
girò verso il thranx.
— Mentre tu parlavi coi due umani, nel corridoio, io ero
rimasto indietro. Ho sentito delle voci uscire dal loro
comunicatore. Una voce umana autoritaria domandava dove
fosse andato Maruco. Non avendo risposta, la trasmissione è
terminata con queste parole: «Ci vediamo fra poco, razza di
idioti». Anche se i possibili significati di questo sono
parecchi, credo che il più probabile sia che l'umano abbia
promesso di arrivare qui entro un breve periodo.
— Credo anch'io. Dannazione! — Cheelo si grattò la testa.
— M'ero dimenticato dei loro compratori di insetti. Sarà
meglio non farsi trovare qui, quando arriverà quella gente.
— Con una smorfia di disgusto osservò i cadaveri sul
pavimento. — Aiutami, con questi due. — Si guardò intomo
alla ricerca di una porta esterna.
— Cosa vuoi fare? Una specie di cerimonia funebre? —
Nonostante l'orrore per l'accaduto, il poeta avrebbe registrato
con molto interesse quello che prometteva d'essere un rito
umano senza dubbio affascinante.
— Una specie, sì. — Cheelo trovò il pannello, e poi
individuò l'interruttore che lo apriva. Una corrente d'aria
fredda penetrò nel garage.
Lavorando insieme, i due trascinarono i corpi dei
bracconieri sul bordo del precipizio e li gettarono nel vuoto,
restando a guardare mentre rimbalzavano e rimpicciolivano
verso lo scuro tappeto della foresta amazzonica,
seminascosta da spessi banchi di nebbia. Desvendapur fu
deluso dalla mancanza di formalità, poiché gli sarebbe
piaciuto registrare canti o danze umane, ma il suo compagno
grugnì solo poche parole d'accompagnamento e nessuna di
esse gli parve complimentosa o rispettosa per i due deceduti.
Terminato quel faticoso compito fecero ritorno
nell'edificio, dove il thranx fece del suo meglio per aiutare
l'umano a ripulire il sangue sul pavimento. Quando Cheelo
fu soddisfatto del risultato si asciugò il sudore dalla fronte.
Desvendapur stava ancora cercando di riprendersi dopo il
freddo dell'aria esterna, secca e ventosa.
— Ecco fatto — sospirò Cheelo, stancamente. — Quando
i loro amici saranno qui, constateranno che quei due bravi
figli di puttana sono andati altrove. Troveranno qui il vagone
volante, certo, e noi non possiamo farci niente, ma non per
questo penseranno che gli è successo qualcosa. Può darsi che
li cerchino da qualche parte, però senza nessuna fretta. Prima
che trovino i corpi, se mai li troveranno, e che pensino che
qualcuno come noi due può entrarci per qualcosa, tu e io
saremo lontani. Da qui possiamo scendere nella Riserva, e
poi io so come seguire i fiumi fino a Sintuya. Da lì prenderò
un volo per Lima. Ho ancora tutto il tempo necessario per
tornare a Golfito. — Andò allo scaffale e raccolse il fucile
sonico.
— Questo è un giocattolo costoso — disse, esaminando
l'arma da tutte le parti. — Be', vuol dire che il nostro viaggio
fin qui non è stato del tutto in perdita. Ora andiamo a
rifornirci di quello che ci serve, prima che i soci dei due
bastardi si facciano vedere.
— Io non posso.
Cheelo sbatté le palpebre. — Che vuol dire «non posso»?
Non vorrai restare qui, vero? Chiunque sia quella gente, se
quelli ti trovano finirai subito dentro una gabbia. Non
dimenticare che vengono proprio per te.
— Io gli spiegherò che desidero studiarli, e che il mio
scopo è quello di scrivere opere poetiche. — Desvendapur
agitò le antenne. — Forse troveremo un accordo
soddisfacente per tutti.
— Al diavolo le tue opere poetiche! Sai quanto importa a
quelli delle tue poesie e dei tuoi studi! — Cheelo cercò di
calmarsi, sapendo che il thranx era sensibile al volume della
voce umana. — Tu non capisci, amico. La gente che sta
venendo qui sarà già maledettamente nervosa perché non
troverà quei due. E una volta entrati in casa, si vedranno
davanti un insetto gigante che loro si aspettano di trovare ben
chiuso in gabbia. E probabile che ti facciano addosso una
dozzina di buchi ancora prima che tu abbia il tempo di aprire
bocca.
— Potrebbero ascoltare quello che dico, prima di sparare
— obiettò Desvendapur.
— Sì, potrebbero, certo. — Cheelo aggirò il thranx e si
avviò nel corridoio che portava all'abitazione. — Io
comincio a fare i bagagli. Se tu vuoi metterti nelle mani di
una banda di farabutti a cui interessano solo i soldi che
possono fare con te, fai pure. Io preferisco la compagnia
delle scimmie. Ho intenzione di scendere nella foresta, con o
senza di te.
Lasciato solo in quel garage a meditare sulle sue scarse
alternative, Desvendapur non ci mise molto a seguire
l'umano nell'altro edificio.
— Tu non capisci, Cheelo Montoya. Non è che io voglia
restare qui. Il fatto è che non ho altra scelta.
Cheelo stava scegliendo concentrati e scatolette, e li
metteva ordinatamente nel suo zaino. — Ay. Che significa?
— Non hai notato che ho avuto appena la forza di aiutarti
a rimuovere i due cadaveri? Non è stato perché il loro peso
era eccessivo, ma perché l'aria esterna è troppo secca per me.
Peggio ancora, la temperatura è vicina al punto di
congelamento.
Cheelo smise di frugare nei cassetti e guardò il thranx. —
Okay, ora vedo che abbiamo un problema. Ma da qui alla
Riserva è tutta discesa. Più scendiamo di quota, più
troveremo aria calda e umida, e più ti sentirai meglio.
La testa a forma di cuore annuì, mentre le veremani e le
antenne facevano gesti di assenso. — Io so che è così. La
domanda critica è: l'aria diventerà calda e umida abbastanza
presto?
— A questo non so rispondere — disse l'umano. — Io non
so quali sono i tuoi limiti di sopportazione.
— Neppure io so rispondere. Ma ho paura di fare il
tentativo. Com'è vero che le mie ali non possono volare, ho
paura di tentare.
Nelle profondità dell'animo di Cheelo la sua capacità di
provare compassione s'era inaridita da anni. Cercò di
trovarne un poco. — Forse possiamo improvvisarti un
indumento di qualche genere. Io non sono un sarto, e non
vedo macchine da cucire qui attorno, ma penso che
potremmo tagliare una coperta o qualcos'altro. Le tue uniche
alternative sono di aspettare qui augurandoti di riuscire a
parlare prima che quella gente cominci a sparare, oppure
attraversare questo altipiano e cercare un altro posto
riscaldato dove quelli non vadano a frugare.
Il thranx ebbe un gesto di negazione. — Se devo
camminare, meglio in direzione di un clima più favorevole
che verso uno altrettanto ostile. — Si voltò a indicare il
territorio fuori da una finestra. — Non ce la farò a scendere
lungo la valle più vicina, prima che le mie articolazioni
comincino a bloccarsi per il freddo. E non dimenticare che
ho una gamba ferita.
— E cinque ancora buone. Be', tu pensaci. — Cheelo
riprese a cercare cibo e cose utili. — Qualunque cosa tu
decida di fare, io ti aiuterò come posso... a patto che non mi
costi troppo tempo.
Alla fine, Desvendapur decise che nonostante la sua
padronanza del linguaggio umano, non se la sentiva di
rischiare un incontro coi compari dei due bracconieri. Aveva
già sperimentato l'aspetto violento della natura umana e la
loro reazione imprevedibile agli eventi che li irritavano. Non
sapendo cosa aspettarsi in un luogo che aveva
improvvisamente interrotto il contatto radio con loro, quella
gente sarebbe giunta lì con le armi in pugno e avrebbe potuto
usarle prima che lui riuscisse a spiegarsi.
Qualunque punizione lo attendesse dopo il suo ritorno alla
colonia, questa non includeva l'esecuzione sommaria. La
domanda era: poteva farcela per tutta la strada che li
separava dalla foresta pluviale calda e umida? Probabilmente
non c'era altro da fare che provarci. Il bipede sembrava
pensare che la cosa era possibile. Quando ebbe presa questa
decisione, il poeta cominciò a raccogliere anch'egli cibarie
dalla dispensa della casa, affidandosi all'umano per la
descrizione del contenuto della gran varietà di scatole e
confezioni.
Quando nei loro zaini ci furono abbastanza rifornimenti,
l'umano e il thranx tornarono al problema di come rivestire
un individuo la cui anatomia non somigliava neppure
lontanamente a quella di un mammifero. Utilizzare gli
indumenti dei bracconieri si rivelò impossibile; non uno di
essi poteva adattarsi intomo al corpo di Desvendapur.
Dovettero ripiegare su alcune delle termocoperte che
trovarono sui letti, tagliate e legate alla meglio. Purtroppo gli
elementi termici delle coperte funzionavano con l'impianto
elettrico della casa, e all'esterno erano del tutto inutili.
— Questo è il meglio che io posso fare — assicurò Cheelo
al suo compagno chitinoso. — Qui non c'è altro che
potremmo adattare. In pianura avremmo potuto trovare delle
coperte di lana, più pesanti, ma quei due avevano materiale
moderno, da alta quota. — Fece un gesto verso l'altipiano,
fuori da una finestra. — Non c'è modo di sapere quanto dista
il villaggio più vicino. Io so solo che mentre venivamo qui
non ne ho visto neanche uno.
— Neppure io — concesse Desvendapur. Avvolto nelle
coperte che l'umano gli aveva legato addosso con una corda
sapeva d'essere uno spettacolo piuttosto strano. Mentre si
contemplava in una superficie riflettente, tolse lo scri!ber
dalla tasca sul torace, nascosta sotto la coperta, e cominciò a
recitare.
Cheelo lo guardò disgustato, mentre regolava le cinghie
del suo zaino. — Ma non la smetti mai di comporre?
Il thranx finì una quartina che esprimeva emozioni
sistemiche, e mise lo strumento in pausa.
— Per uno come me, smettere di comporre significa
cominciare a morire.
L'umano grugnì uno dei versi primitivi che non
significavano niente e attivò il pannello della porta. Il
rettangolo di plastica prese ad aprirsi verso l'alto, e una
rabbiosa ventata d'aria fredda entrò nella costruzione isolata,
aggredendo il calore interno. Desvendapur chiuse le
mandibole per impedire che il freddo gli entrasse nel corpo
attraverso la bocca. In quelle occasioni era meglio non usare
la bocca per inalare l'aria. Il bipede aveva tagliato due
fessure nella coperta, sul torace, per consentire alle spicole di
respirare. Ma i polmoni si stavano contraendo al contatto di
quell'atmosfera rigida. Cercando di non tremare lui
s'avventurò all'esterno.
— Andiamo. Prima scendiamo di quota, prima troveremo
un'aria più calda e umida.
Cheelo non disse niente. Si limitò ad annuire e lo seguì
fuori dal garage.
C'era un sentiero, una semplice traccia fatta da qualche
animale o semplicemente dalle piogge. Era così stretta che i
due dovettero procedere uno dietro l'altro, ma serpeggiava
giù verso una valle a un'inclinazione abbastanza percorribile,
in un territorio spoglio.
Assai più a suo agio nella sottile aria di montagna, Cheelo
avrebbe subito distanziato rapidamente il suo compagno se
non fosse stato per le sporgenze di roccia, sulle quali le sei
zampe del thranx erano molto più efficienti.
L'uomo era costretto a guardare dove metteva i piedi per
non inciampare a ogni passo, mentre il suo compagno non
avrebbe potuto cadere neppure urtando i piedi su ogni
ostacolo, e la distanza fra loro non aumentava.
A metà del pomeriggio fecero una pausa per mangiare,
accanto a una cascatella. Grosse farfalle dalle ali grigie
svolazzavano intomo al pulviscolo di schizzi, e sulle felci
primitive che crescevano lungo il torrente c'erano sciami di
mosche. Cheelo era energico e di buon umore, ma era chiaro
che il suo compagno di viaggio non si sentiva molto bene.
— Avanti, tieni su le antenne — lo esortò. — Stiamo
tenendo un buon ritmo di marcia. — Masticò qualche
boccone di carne ricostituita e accennò col capo alle nuvole
più in basso, che nascondevano la pianura. — Prima che te
ne accorga saremo di nuovo laggiù, dove fa caldo come
all'inferno. E non sentirai più il freddo.
— È questo che mi fa paura. — Desvendapur si strinse
alla meglio nelle coperte che lo avvolgevano. — Il fatto di
perdere la sensibilità fino a non sentire più il freddo.
— Il pessimismo è una caratteristica comune a tutti i
thranx? — cercò di stimolarlo Cheelo.
Il poeta cercò di tenere le gambe più aderenti al corpo per
riscaldarle, ma senza molto successo. — La capacità umana
di adattarsi a climi molto estremi è una dote che noi non
abbiamo. Mi sembra incredibile che tu possa sentirti a tuo
agio in questo ambiente.
— Oh, quassù sento il freddo, non credere il contrario. Ma
ci stiamo lasciando l'altipiano alle spalle, e quando saremo
laggiù, sotto le nuvole, ci sarà molta più umidità nell'aria.
— Sì, il peso dell'aria è un po' aumentato — ammise
Desvendapur. — Ma fa sempre freddo, molto freddo!
— Mangia un altro po' di verdura ~ gli consigliò Cheelo.
Quante volte sua madre gli aveva detto la stessa cosa? Al
ricordo sorrise fra sé. Ma il suo sorriso si spense subito.
Quelle erano cose che lei gli diceva quando non si drogava,
quando non lo picchiava, e quando non era in camera da letto
con uno dei molti «zii» che si portava a casa di continuo.
Con una smorfia si alzò in piedi.
— Coraggio, muoviamoci. Tireremo diritto finché non
comincerai a sentirti bene.
Il thranx si fece forza sulle sei gambe e si alzò, grato per
quelle parole d'incoraggiamento. Ora doveva calcolare ogni
passo per scoprirsi il meno possibile, e per non appoggiare
troppo peso sulla gamba ferita.
Ma non cominciò a sentirsi meglio. Cheelo non si accorse
neppure di quanto rapidamente le condizioni del thranx
stessero peggiorando. Dieci minuti dopo la pausa per il
pasto, cominciò ad avere delle forti difficoltà con i
movimenti.
— Io... sì, sto bene — rispose Desvendapur. — Ho solo
bisogno di riposare per una tempofase.
— No, non farlo ~ lo avvertì Cheelo. — Fermarsi è
pericoloso. Più avanti, forse, non qui. — Poi vide che il
thranx piegava le gambe e si affrettò a sorreggerlo. Mentre lo
aiutava a tenersi in piedi, il contatto con la liscia chitina del
torace lo sorprese. — Merda, sei freddo come queste rocce!
Gli occhi clorati lo guardarono da sotto in su. — Il mio
metabolismo sta concentrando il calore corporeo nell'interno,
per proteggere gli organi vitali. Posso ancora camminare. Ho
bisogno di riposare un poco per riprendere le forze.
Cheelo rispose con voce cupa: — Stai fermo troppo a
lungo e non potrai rialzarti più. — Ma perché si preoccupava
così? Cosa poteva importargli se quell'insetto fosse morto?
Avrebbe gettato il corpo in una forra, dove i compari dei due
ninlocos morti non lo avrebbero mai trovato, e proseguendo
da solo avrebbe risparmiato tempo. In breve avrebbe trovato
uno degli affluenti del Rio delle Amazzoni, e seguendo la
corrente sarebbe arrivato a Sintuya. Camera d'albergo
climatizzata, buona cucina, schermi d'energia per gli insetti,
e poi un rapido volo per Lima, o Iquitos, e da lì a Golfito
dove lo aspettava l'accordo con Mr. Ehrenhardt. Subito dopo
si sarebbe trasferito a Monterrey, per occuparsi del traffico
clandestino di animali esotici. Quattrini, bei vestiti, puttane
di classe, roba buona da bere. E rispetto, per Cheelo
Montoya.
Questo era ciò che gli avevano promesso, e ora tutto era là
in sua attesa. Con questa prospettiva, perché doveva
prendersi tanto disturbo per un alieno, anche se era grosso e
intelligente come un uomo?
Quel thranx non gli aveva portato altro che guai. Oh,
certo, forse gli aveva salvato la vita con quei due bastardi,
ma se non lo avesse incontrato non si sarebbe mai trovato in
quella dannata situazione. Come se questo non bastasse,
l'insettoide era un fuorilegge, un asociale fra la sua stessa
gente! Lui non poteva certo dire che si stava prodigando per
salvare una specie di santo alieno, o un importante
diplomatico.
Le gambe del thranx si piegarono contro l'addome quando
si accovacciò sotto le coperte. Anche le antenne si
ripiegarono contro il cranio come a minimizzare la perdita di
calore. Cheelo lo guardò accigliato. Davanti a loro la pista
era una traccia fangosa che spariva fra le rocce. Con un po'
di fortuna — e se la pista non li tradiva — il mattino dopo
sarebbero giunti in pianura. Cheelo si sentiva bene, e mentre
scendevano di quota l'ossigeno sempre più denso gli
rinfrancava lo spirito.
Fece un paio di passi lungo la pista e si voltò a mezzo. —
Avanti. Non possiamo fermarci qui, se vogliamo essere giù
nella foresta prima del buio.
— Un momento. Solo un momento — lo supplicò il
thranx. La sua voce era pili sibilante del solito.
Cheelo Montoya aspettò, seccato, guardando le nubi
eterne che avvolgevano quegli immensi pendii verdeggianti.
— Oh, al diavolo.
— Si voltò e tornò nel punto dove l'alieno era collassato al
suolo, con gli arti contratti sotto le coperte. Si tolse lo zaino e
se lo spostò sul petto, aggiustando le cinghie; poi si chinò
accanto al thranx presentandogli la schiena, e si piegò in
avanti.
— Coraggio, tirati su. Siamo in discesa. Basta che tu lasci
cadere le gambe una davanti all'altra.
— Cadere? — Le membrane trasparenti che gli
proteggevano gli occhi erano opache e tremolanti. — Non
capisco il significato.
— Sbrigati! — Seccato, spazientito, irritato con se stesso,
Cheelo non aveva tempo per le domande stupide. — Metti le
braccia sopra le mie spalle. — Si diede una pacca sulla
schiena. — Aggrappati a me. Io ti trasporterò per un po'.
Man mano che scendiamo farà più caldo, e presto sarai in
grado di camminare da solo, vedrai.
— Tu... vuoi caricarti di me?
— Non se resti lì a clicchettare e sibilare! Alzati,
dannazione, prima che ripensi meglio alla stupidaggine che
sto per fare e cambi idea.
Il tocco di quelle gelide e dure zampe aliene contro il
corpo era una sensazione spettrale, da brivido, come se un
enorme granchio gli si stesse arrampicando sulla schiena.
Usando tutti e quattro gli arti superiori il thranx riuscì ad
avere una presa salda sulle spalle dell'uomo. Abbassando gli
occhi Cheelo vide le mani dell'altro strette intomo al torace,
allo zaino e alle cinghie. Quattro mani azzurrine. Era un
abbraccio sicuro e non soffocante. Il thranx era chiuso in
un'armatura di chitina, ma non troppo pesante. Lui decise
che avrebbe potuto farcela per un po', anche perché stavano
andando in discesa. Il problema maggiore sarebbe stato il
pericolo d'inciampare, non quello di cedere sotto il peso
dell'alieno.
Girandosi a guardare in basso Cheelo vide le altre quattro
gambe chitinose che penzolavano ai lati delle sue cosce. Il
profumo di fiori che emanava dal corpo del thranx gli riempì
il naso. Avvolto da quell'intensa fragranza riprese la marcia.
— Reggiti forte — ordinò in tono iroso al suo fardello. —
Appena farà più caldo starai meglio.
— Sì — disse l'altro. Sentendo le quattro mandibole
dell'alieno che si muovevano contro la sua carne, Cheelo
represse un fremito. — Appena farà più caldo. Io non so
come ringraziarti. — Così a contatto del suo orecchio destro
quelle parole avevano un suono esotico.
— Ora risparmia il fiato per un po' — gli suggerì il suo
portatore umano. Il poeta mantenne il silenzio, ubbidiente.
Cheelo aveva l'impressione di portare sulle spalle un
fascio di legname, ma pian piano riuscì a trovare il ritmo
giusto. Nel resto del pomeriggio percorsero il versante di una
lunga valle. Il thranx, grazie al cielo, manteneva il silenzio,
senza aprir bocca neanche per chiedere di fermarsi a
mangiare qualcosa. Quando il sole cominciò a scendere fra le
Ande in cerca del lontano Pacifico, Cheelo stimò che
avessero percorso metà della distanza che li separava dalla
foresta pluviale. L'indomani, verso il mezzodì, sarebbero
giunti in pianura, dove l'umidità e la temperatura
raggiungevano livelli sgradevoli per l'uomo ma buoni per un
thranx.
— È l'ora di smontare — disse al suo passeggero.
Reagendo con molta lentezza a quelle parole, il thranx lasciò
la presa intomo alle spalle di lui e scivolò al suolo.
— Non ce l'avrei fatta ad arrivare qui, senza il tuo aiuto.
— Stringendosi nelle coperte con le veremani e le manipiedi,
il poeta cercò un tronco caduto sul quale trascorrere la notte,
e con passi faticosi s'avviò da quella parte. Il legno morto era
umido e freddo contro il suo addome.
— Su col morale — lo incoraggiò Cheelo, senza sapere
perché si dava tutta quella pena. — Qui è più caldo, e presto
starai bene.
— È più caldo — ammise il thranx, — ma non abbastanza
caldo per sentirmi meglio.
— Domani — gli promise Cheelo. — S'inginocchiò
accanto allo zaino e cercò la confezione di bastoncini da
campo che aveva preso nella casa dei bracconieri. I
bastoncini servivano a innescare un fuoco, ma non essendoci
legna da ardere avrebbe dovuto usarli uno dopo l'altro fino
all'esaurimento.
Mentre scaldava una semplice cena, Cheelo notò che il
thranx non si muoveva. — Non hai fame?
— Non ho fame. Fa troppo freddo. — Le antenne si
raddrizzarono a metà, ma non di più.
Lui si alzò e andò a guardare nello zaino del thranx. — Per
essere una razza che viaggia nello spazio, non si può dire che
siate molto adattabili.
— Noi ci siamo evoluti nel sottosuolo, ed è lì che
preferiamo vivere — rispose Desvendapur. Anche i suoi
gesti avevano perso la solita eleganza. — È difficile adattarsi
ai climi estremi, quando li si è sempre evitati.
Cheelo scrollò le spalle e reidratò della frutta secca.
L'acqua per reidratare il cibo non era un problema, almeno,
da quelle parti. Alla sera cominciava sempre a cadere la
pioggia, anche nella stagione secca. Volenti o nolenti,
avrebbero dovuto sopportare quell'ultima notte sullo spoglio
pendio della montagna, e al mattino si sarebbero svegliati
bagnati fino all'osso anche sotto le coperte. Ma qualcosa di
caldo nello stomaco avrebbe aiutato a minimizzare gli effetti.
Benché non avesse nessuna voglia di farlo, il thranx
mangiò, lentamente e con cura. Cheelo, che aveva divorato
in fretta la cena, lo guardò da vicino.
— Va meglio, ora? — gli domandò, quando ebbe finito.
Come sempre, era affascinante osservare l'alieno che si
puliva le mandibole con le veremani. Gli faceva venire in
mente una mantide gigante che assaporava gli ultimi
rimasugli della preda.
— Credo di sì. — Una delle manipiedi tracciò un segno
nell'aria mentre le veremani continuavano nell'operazione
igienica, e l'uomo rifletté sull'utilità di avere delle mani in
più. — Quello che ho fatto è un gesto che indica una
gratitudine più che moderata.
— Come questo? — Cheelo contorse le braccia in un
goffo tentativo d'imitarlo.
L'alieno non rise e non criticò quel gesto maldestro. — La
parte superiore del movimento va bene, ma quella inferiore
dev'essere più larga, così. — Glielo mostrò, e Cheelo ripeté
l'atto cercando di perfezionarlo.
— Meglio — dichiarò Desvendapur. — Prova ancora.
— Faccio quello che posso — borbottò l'uomo. — Dal
polso alla spalla io ho solo tre articolazioni, non quattro
come te.
— Sì, ora va bene. — Il thranx alzò una manopiede e la
mosse all'indietro, orizzontalmente. — Questo è il gesto che
indica accordo di primo livello.
— E ora dovrei imparare ad annuire con un braccio? —
Cheelo ebbe un sorrisetto storto.
La lezione di linguaggio gestuale proseguì alla debole luce
del fuoco, e in questo modo i due trascorsero il tempo fino a
notte. S'erano limitati ai gesti più semplici, non perché
Cheelo fosse incapace di imitare i movimenti del thranx, ma
perché quelli più elaborati richiedevano l'uso di due braccia
in più. Malgrado il suo desiderio d'imparare, l'uomo non
poteva certo sdraiarsi in terra e agitare per aria gambe e
braccia, come una tartaruga rovesciata sul dorso.
Il mattino, sul versante della montagna, giunse
accompagnato da banchi di nebbia umidi e tristi. Cheelo
sbadigliò e cambiò posizione, dentro il lenzuolo arrotolato.
La notte era stata fredda, ma non in modo insopportabile. La
temperatura non era mai scesa sotto quella dell'altipiano.
Si alzò a sedere e si massaggiò una spalla, lasciando
ricadere il lenzuolo. Guardando sulla destra vide che il suo
compagno di viaggio dormiva ancora, rimbacuccato sotto le
coperte legate addosso, con le gambe strettamente contratte
sotto l'addome.
— È l'ora di muoversi — lo chiamò, con tono brusco. Si
alzò in piedi e si passò le mani sulla faccia. — Coraggio. Se
ci mettiamo subito in marcia, prima di sera saremo in
pianura. Ora ti reidrato un po' di broccoli, o di quell'altra
roba. — Fra la frutta e la verdura terrestre che aveva
assaggiato, il thranx aveva mostrato una certa predilezione
per i broccoli. Secondo Cheelo, questo approfondiva la
differenza fra le due razze.
Vedendo che l'altro non rispondeva, né verbalmente né
con gli eleganti gesti ora più familiari, l'uomo andò a toccare
il dorso azzurrino con un piede. — Alzati e datti da fare,
amico. C'è un'altra giornata di marcia che ci aspetta.
A guardare il thranx, non c'era niente che non andasse in
lui. La testa poggiava leggermente sulla corteccia del tronco.
Le lenti sfaccettate degli occhi, coperte dalla membrana
trasparente, riflettevano la luce del mattino. Ma qualcosa
mancava. A Cheelo occorse qualche attimo per capire cosa.
Non c'era più il profumo.
Annusò l'aria, accigliato. Il delicato odore floreale che
emanava dalla chitina del thranx era completamente svanito.
Non si sentiva altro che la fresca aria di montagna.
Preoccupato Cheelo si chinò a toccarlo e gli diede una
spintarella.
Rigido come fosse congelato il thranx cadde giù dal tronco
e si rovesciò lateralmente, con le coperte legate addosso
come un sudario funebre. Le gambe e le braccia restarono
ripiegate nella stessa posizione in cui erano, strettamente
unite al corpo.
— Amico... su andiamo, non ho tempo di scherzare.
Alzati. — Cheelo si chinò a toccare uno degli arti superiori e
lo scosse. Non ci fu alcuna reazione. Lo afferrò con
entrambe le mani e tirò con forza.
Ci fu un rumore secco, schioccante, e l'articolazione
superiore dell'arto con tutta la veramano rimase fra le sue
dita stupefatte. Un rivolo di sangue rosso scuro sgocciolò
brevemente dalla frattura. Sgomento, Cheelo si raddrizzò e
lasciò cadere l'appendice amputata. Quella terribile ferita non
aveva provocato alcuna reazione, e lui capì che nel corpo del
thranx non c'era più la vita.
Sedendosi su un sasso, indifferente alle erbe fangose che
gli bagnavano i pantaloni, Cheelo poté soltanto guardarlo,
incredulo.
L'insetto era morto. No, si corresse. Il poeta era morto.
Desmelper... Dreshenwn...
Cristo imprecò in silenzio. Non riusciva neanche a
pronunciare il nome dell'alieno. E adesso era possibile che
non ci sarebbe riuscito mai più, perché il proprietario di quel
nome non gli avrebbe più dato lezioni di pronuncia. Si trovò
a desiderare di aver fatto più attenzione quando l'alieno
parlava di sé. Si trovò a desiderare di aver fatto più
attenzione a un sacco di cose.
Be', era un peccato, ma lui non aveva nessuna colpa. Il
destino imprevedibile governava il cammino di ogni essere
senziente. Se lui aveva incontrato il suo lì, su un freddo e
umido pendio delle Ande, non significava che Cheelo
Montoya avesse qualche responsabilità. Le loro strade
s'erano incrociate per caso, ma la sua proseguiva verso il
futuro e ora lo portava altrove, prima a Golfito e poi a
Monterrey. Lui aveva la coscienza a posto.
In quanto all'insetto, non gli doveva niente. Al diavolo,
non apparteneva neppure al suo mondo! Aveva pagato il
prezzo delle conseguenze di azioni volute da lui, decise da
lui. Nessuna colpa per com'era finito poteva restare addosso
a Cheelo, o a qualcun altro. Era morto. Le cose non erano
andate per il verso giusto, e Cheelo l'aveva visto succedere
altre volte, anche a persone a cui voleva bene. Non c'era
niente di eccezionale. Niente d'insolito.
Allora perché lui si sentiva così dannatamente depresso?
Questo è ridicolo si disse. Lui aveva fatto del suo meglio
per l'alieno, nelle sue limitate possibilità. Dunque non aveva
nulla da rimpiangere. Se fosse stato chiamato davanti a un
tribunale per rispondere delle sue azioni, avrebbe potuto dire
d'essersi comportato onestamente mentre viaggiava in
compagnia dell'altro. Del resto, in una situazione capovolta,
se Cheelo fosse stato quello che giaceva lì, morto sull'erba,
cos'avrebbe fatto il thranx? Sarebbe tornato dalla sua gente,
poco ma sicuro, lasciando il suo corpo a marcire dietro quel
vecchio tronco.
Per un poco restò dov'era, accigliato. Nessuno lo
costringeva a prendere una decisione o l'altra. Nessuno
sguardo lo spiava dalle profondità della vegetazione.
L'impulso che sentiva era soltanto quello nato dentro di lui,
anche se non avrebbe saputo dire da dove usciva. Non aveva
alcun senso, e lui non era mai stato un uomo sensibile. Tutto
quello che aveva imparato, ogni grammo di se stesso, tutto
ciò che lo faceva così com'era, gli stava dicendo di prendere
su lo zaino e andarsene per la sua strada. Muoversi, non
pensare a niente e lasciarsi alle spalle il posto in cui aveva
trascorso la notte. Arrivare a Sintuya non sarebbe stato
facile, ma una volta là si sarebbe fatto una notte di sonno in
una camera d'albergo, avrebbe preso un biglietto aereo e
regolato finalmente l'accordo con Mr. Ehrenhardt. La sua
vita era stata una serie di fallimenti e miserie. Fino ad allora.
Stringendo i denti fece rotolare il cadavere in un folto
cespuglio. Sarebbe rimasto lì in attesa che la foresta lo
reclamasse. Non che quegli eterni banchi di nebbia avessero
bisogno d'aiuto per celare un corpo all'esplorazione aerea.
Controllò le fibbie dello zaino, se Io mise in spalla e
cominciò energicamente a marciare lungo la pista, verso il
fondovalle. Non aveva fatto che un paio di passi quando
inciampò in qualcosa fra l'erba. Borbottando
un'imprecazione scalciò via il piccolo ostacolo che s'era
trovato fra i piedi, e solo allora s'accorse che non si trattava
di un pezzo di legno. Era la mano che lui aveva
involontariamente staccato dal corpo del thranx.
Separata dal resto del braccio, aveva assunto qualcosa di
artificiale. Senza dubbio quelle dita cilindriche erano
appartenute a una qualche delicata scultura, e non a un essere
vivente. Sublime nel suo disegno, snella e funzionale, non
era più d'alcuna utilità al suo precedente proprietario, e certo
non a lui. Si chinò a raccoglierla, la esaminò da vicino per
qualche momento, poi la gettò di lato con indifferenza e
riprese la discesa.
Al confine fra la vegetazione bassa e quella alta si fermò.
Gli alberi della foresta erano una distesa sterminata, folta.
Davanti a lui ce n'era uno a forma di ombrello, aggredito dai
rampicanti fino alla chioma verdeggiante e coperto di grossi
fiori purpurei. I colibrì saettavano da una corolla all'altra
bevendo il nettare, e grandi farfalle color blu-elettrico
svolazzavano fra i rami, lente come pesci nell'acqua. Cheelo
guardò quello spettacolo affascinante per alcuni lunghi
minuti. Poi, senza sapere perché, volse le spalle alla foresta e
tornò sui suoi passi.
22

A Shannon il suo nuovo incarico non piaceva molto, ma


era sempre meglio che intervistare gli assessori al turismo o
girare video sui progetti di rimboschimento. Se non altro
Iquitos aveva dei locali pubblici decenti, posti dove
ammazzare il tempo la sera, e centri acquisti climatizzati
dove i giovani potevano sfuggire al caldo opprimente.
Avrebbe potuto andarle peggio, e lei lo sapeva, per esempio,
se la Compagnia le avesse ordinato di fare dei servizi sulle
stazioni di ricerca dislocate ai tropici. Questo significava
settimane nella giungla con scienziati che non avevano
tempo da perdere con lei, e che nello stesso tempo volevano
imporle gli argomenti da pubblicizzare nelle interviste.
Essere assegnata al distretto di Iquitos era meglio, molto
meglio.
Questo le dava l'occasione di far qualcosa di più che girare
dei video di cronaca. La città e i suoi sobborghi erano un
calderone di storie d'interesse umano, a differenza della
giungla, come la faccenda che le si era presentata quel
mattino. Nella Riserva c'era un sacco di fuorilegge e di
balordi che cercavano di stare lontani dalla civiltà per i più
diversi motivi, ma prima o poi la loro presenza era captata da
qualche monitor automatico e si ritrovavano ospiti in una
prigione dei ranger.
La sola differenza era che invece di uno dei soliti
bracconieri, o dei casi di gente che voleva sfuggire agli
avvocati della moglie o della compagnia che aveva truffato,
qui si trattava di un soggetto accusato di omicidio a scopo di
rapina. Iquitos era una città poco tranquilla, ma l'assassinio
non era un delitto comune. Le moderne tecniche di
prevenzione, unite alla minaccia della cancellazione
mnemonica selettiva, avevano molto ridotto i casi di
omicidio.
Ad ogni modo non era questo a rendere interessante il
caso. Ciò che aveva attirato l'attenzione di Shannon era che
l'uomo aveva una storia da raccontare. E lei voleva vedere se
quella storia aveva qualche fondamento di verità, oppure si
trattava di una stupidaggine inventata da un balordo in cerca
di un alibi.
Fuori della stanza dei colloqui era di guardia un agente
armato; non c'era da stupirsene, visto che il detenuto era
accusato di un delitto così grave. Lei era già stata perquisita
all'ingresso in cerca di armi o altri oggetti illegali, e le bastò
mostrare la sua tessera all'agente. La porta scivolò di lato e
lei ebbe il permesso di entrare.
L'aspetto dell'individuo seduto dall'altra parte del tavolo
non era molto promettente; sembrava un qualsiasi piccolo
delinquente dei sobborghi, e Shannon cominciò subito a
pensare che stava perdendo tempo. Ma quel giorno non
aveva niente di meglio da fare, così sedette, poggiò sul
tavolo il registratore 3D, lo accese e lasciò che il computer
riprendesse sia lei — dal suo lato migliore, il sinistro — che
l'uomo. Più tardi lei avrebbe potuto scegliere fra diversi tipi
di montaggio e di effetti che l'apparecchio le avrebbe
presentato. La striscia di luce polverosa che entrava
obliquamente dalla finestra, in cui ronzava una mosca, era
piuttosto buona, e lei notò che il computer se n'era accorto e
la stava includendo in una panoramica preliminare.
Quelle brevi manovre avevano attratto l'attenzione del
detenuto, e quando lui si voltò a guardare il registratore 3D
lei ebbe modo di osservarlo meglio. L'opinione che s'era già
fatta di lui non salì di un grado, anche perché il suo sguardo
d'ammirazione sapeva troppo di bar di periferia.
— Mi aspettavo un giornalista, non una bella senorita —
disse l'uomo, con un sorrisetto. — Ma meglio così. Bene, che
ne dice di chiedere allo scimmione, là fuori, di opacizzare il
vetro della porta? O preferisce che lui guardi?
— E lei che ne dice di fare meno il cretino e rispondere
alle mie domande, senza tante spiritosaggini? — replicò
freddamente lei. — Altrimenti può starsene qui a divertirsi
con le sue mani, finché torneranno a interrogarla i ranger.
Loro, però, non sono per niente disposti a credere alla sua
storia.
La baldanza da macho del detenuto si sgonfiò subito, e
l'uomo distolse lo sguardo. Strisciò le mani sul tavolo come
se non sapesse dove metterle, e disse: — Prima mi faccia
riavere i miei oggetti.
Le ben disegnate sopracciglia di Shannon si corrugarono.
— Quali oggetti personali? Il rapporto su di lei dice che
quando è stato prelevato dalla foresta aveva soltanto i vestiti
che ha addosso.
Lui si piegò in avanti e abbassò la voce in un sussurro, con
aria da cospiratore. — Quando ho visto che i ranger mi
avevano localizzato, ho nascosto uno zaino. Senza quello che
c'è dentro, lei non crederebbe una parola di quello che ho da
dire.
— Dubito che crederò quello che ha da dire, qualsiasi cosa
sia. Ad ogni modo, che c'è di tanto grosso? Cos'aveva nel
suo zaino, che non voleva far vedere ai ranger? Droghe
pesanti? Refurtiva?
Lui sogghignò con aria saputa. — Prove. Della mia storia.
Scuotendo tristemente la testa, Shannon allungò una mano
e spense il registratore 3D. Stava perdendo tempo, lì dentro.
— Non esistono prove della sua storia. Né dentro il suo
misterioso zaino nascosto, né da nessun'altra parte. Perché la
sua storia è pazzesca. Priva di senso.
Il sorriso di lui s'indurì, ma non scomparve. — Allora
perché lei è qui?
Lei scrollò le spalle. — Perché sembrava diversa dalla
solita roba che si può usare come sfondo per un servizio.
Perché pensavo che lei fosse un buon esempio di come i
balordi sanno inventare cose assurde pur di evitare i rigori
della legge. Fino a questo momento non vedo niente
d'interessante, invece.
— Mi faccia avere quello zaino, e qualcosa d'interessante
lo vedrà. Quel che c'è dentro le farà brillare gli occhi come
lanterne.
Shannon sospirò pazientemente. — Io ho dato una scorsa
al rapporto. Non ci sono thranx nella Riserva. Non ci sono
thranx in tutto l'emisfero meridionale. La loro presenza sulla
Terra, come quella di tutti i rappresentanti delle razze
intelligenti con cui abbiamo rapporti diplomatici, è limitata a
una stazione orbitale separata, per ogni singola razza. Ogni
tanto ci sono gruppi o individui singoli particolarmente
importanti che vengono scortati in qualche posto, in visita,
ma generalmente non escono mai dagli ambienti attrezzati
apposta per loro, a Lombok o a Genova. Anche nel caso in
cui uno di essi finisse chissà come da queste parti, non
potrebbe sopravvivere.
Piegandosi ancora verso di lei, l'altro abbassò la voce al
punto che anche Shannon dovette chinarsi, per udire. Quella
vicinanza non le piacque. Benché fosse stato lavato e
ripulito, l'uomo indossava ancora gli indumenti con cui era
stato trovato, e puzzava di sudore.
— Dice bene. Non potrebbe sopravvivere. Ma un gruppo
ben organizzato di loro, e ben equipaggiato, lo sta facendo.
Lei alzò gli occhi al cielo. — Ora sta cercando di dirmi
che non ce n'è uno solo, ma un'intera squadra di thranx,
atterrati senza essere visti nel mezzo della Riserva? Si
diverte a prendere in giro la gente, Montoya? Se i ranger
sono riusciti a piombare addosso a un solo essere umano
come lei, che stava cercando dannatamente di evitarli, crede
che si lascerebbero sfuggire un alieno? O un'intera squadra
di thranx?
— Sì, se quelli hanno abitazioni sotterranee e sono aiutati
da specialisti umani — replicò lui. — E io non cercavo di
evitare i ranger. Non più. Sono stato io a farmi prelevare
dalla giungla.
Lei si accigliò, incerta, mentre la sua irritazione diminuiva
abbastanza da lasciar riaffiorare un palpito d'interesse. —
Abitazioni sotterranee? Mi sta dicendo che nella Riserva c'è
una squadra di thranx atterrata illegalmente, nel sottosuolo?
Sulla faccia di lui riapparve il sorrisetto. — Non una
squadra d'atterraggio. Un alveare. Una colonia. — Il suo
tono si fece insolente. — Non c'è una dozzina di thranx
atterrati illegalmente nella riserva... sono centinaia. E non
sono venuti a caccia di farfalle o di piante esotiche. Abitano
lì. E prolificano.
Shannon lo guardò, un magro e vanaglorioso madrino dei
sobborghi che le sedeva davanti con le braccia incrociate sul
petto, e sogghignava sostenendo il suo sguardo. Lei avrebbe
voluto alzarsi e andarsene. Ma non lo fece. Non ancora,
almeno.
— E cosa c'è nel suo zaino che proverebbe una cosa tanto
incredibile come questa?
— Allora la mia storia «pazzesca» può valere l'attenzione
di una bella giornalista? — disse lui. La stava provocando.
Ma lei era abituata alle provocazioni.
— Mi dia le coordinate di questo suo zaino e vedremo
cosa c'è dentro. Se c'è qualcosa. Se esiste.
— Oh, esiste, esiste. — Lui gettò un'occhiata alla porta. —
Ma prima dobbiamo fare un accordo preciso. Ufficialmente
registrato, e con testimoni.
— Un accordo? — Shannon non ne fu compiaciuta. Il suo
conto spese era proporzionato al suo incarico. Iquitos non era
Parigi. — Che genere di accordo?
Per la prima volta da quando lei era entrata nella stanza
dei colloqui, l'uomo parve rilassarsi.
— Non penserà che io voglia regalare la storia del secolo
gratis e per bontà d'animo, no? — Per un momento strinse le
palpebre, e di nuovo abbassò la voce in un sussurro. — Io
devo avere qualcosa in cambio, perché ho mancato a un
importante appuntamento d'affari. Ho rinunciato ad avere la
filiale di una società non esattamente legale. Ho lasciato
perdere, per questa faccenda. — Scosse lentamente il capo,
con aria incredula. — Devo essermi rimbecillito. E un'altra
cosa. Questo servizio lei lo fa a modo mio. Anzi, voglio
essere io a farlo.
Lei stava per scoppiare a ridere, poi vide che l'uomo
diceva sul serio. — E così, ora, oltre a essere un assassino
vuole anche mettersi a fare il giornalista?
Lui ebbe una smorfia. — Quell'uomo a cui ho sparato, a
San José, è stata una dannata scalogna. Un incidente.
Comunque io voglio restare anonimo. — Il suo sorriso tornò,
esitante. — Dovrà essere garantito il mio anonimato,
capisce? Io so troppe cose, e al governo non piace che la
gente che sa troppe cose vada in giro liberamente. Ma per lei
ne varrà la pena, glielo prometto.
Shannon si raddrizzò sulla sedia e accese di nuovo il
registratore 3D. — A parte tutte le altre sciocchezze, cosa le
fa pensare di conoscere il modo migliore di raccontare una
storia?
Lui contrasse le labbra e le mandò un bacio, a cui Shannon
rispose con una smorfia disgustata. — Lei l'ha appena
comprata, no?
Lo zaino c'era, sorprendentemente, in una delle zone più
abbandonate del lontano sud-ovest dell'Amazzonia, alla base
di un'altissima rupe, sepolto fra due contorti alberi di fico.
Proprio dove lui aveva detto di averlo messo. Questo in sé
non significava niente. Anche la presenza di un moderno
apparecchio di costruzione thranx poteva voler dire poco, a
parte l'abilità di Montoya di ottenere oggetti alieni di
contrabbando, attraverso canali sotterranei che uno come lui
poteva benissimo conoscere. La parte terminale di un braccio
thranx, però, era un'altra cosa. Era abbastanza fresca e ben
conservata da non aver ancora cominciato a decomporsi,
nonostante l'ambiente della foresta pluviale. Messe insieme,
queste cose non dimostravano ancora niente al cento per
cento ma cominciavano a far diventare piuttosto credibile la
storia del detenuto.
La volta successiva che Shannon andò a parlare con
Montoya, aveva compagnia. Sul tavolo fra loro furono
deposti la mano dell'alieno e l'apparecchio prelevato dallo
zaino sepolto. Niente sembrava esser stato toccato, benché
entrambe le cose fossero state analizzate con cura per
verificarne l'autenticità. Questo era stato fatto. Ora, i curiosi
— molto curiosi — rappresentanti dei mezzi di
comunicazione aspettavano di sapere come mai quegli strani
oggetti erano giunti in possesso di un piccolo criminale, la
cui attività s'era sempre svolta molto più a nord, sull'istmo
che univa le due Americhe.
Shannon spinse l'apparecchio elettronico thranx in
direzione di Cheelo. — Sappiamo che questo è una specie di
computer di fabbricazione aliena. Ma non sappiamo a cosa
serve.
— Io lo so. È uno scri!ber. Ve l'ho detto: Des era un poeta.
Questo significa che non si limitava a mettere insieme le
parole. Fra i thranx, la poesia è una complessa arte visiva.
Lui ha recitato un paio di volte per me. — Un sorriso triste
storse la bocca di Cheelo. — Io non ne ho capito molto. Non
capivo le parole, né i gesti. C'era un sacco di ticchettii e di
fischi, anche. Ma, perdio, era bello.
La giornalista che aveva fatto la domanda stava per ridere,
ma un suo collega le mise una mano su un braccio. Poi si
piegò in avanti e disse con serietà: — Io sono Rodrigo
Monteverde, e ho lavorato a Genova. Non mi è mai capitato
di ascoltare la poesia thranx a cui lei si riferisce, ma conosco
gente che ha assistito a questo genere di recita. La sua
descrizione coincide, Mr. Montoya.
— Quei thranx che hanno recitato le loro poesie, l'hanno
fatto in occasione di cene ufficiali. Un paio di volte, e alla
3D — disse il più anziano dei giornalisti. — Quest'uomo
potrebbe aver visto una registrazione.
Shannon spinse la mano amputata verso il detenuto. — E
questa? Cosa significa?
Montoya abbassò lo sguardo sulle dita azzurrine. Dentro
di lui qualcosa si contrasse dolorosamente, ma nulla di quel
ricordo così mesto apparve sul suo volto. — Questa? Questa
è una mano del mio amico Des. Il suo nome completo era
più lungo, più complicato. — Rialzò lo sguardo e sorrise a
Shannon, prima di voltarsi di nuovo verso l'uomo anziano,
che era ovviamente il più importante.
— Io vi offro la storia più grossa degli ultimi cento anni.
La volete, o devo far circolare la voce che sono pronto a
venderla a qualche altro grosso gruppo?
Il giornalista più anziano mantenne il suo atteggiamento
serio, ma un accenno di sorriso gli piegò un angolo della
bocca. — La storia la acquistiamo noi... se c'è dell'altro. La
domanda è: lei cosa vuole, Mr. Montoya? — Accennò col
capo verso la collega più giovane. — Ms. Shannon, qui, mi
ha parlato della sua richiesta, ma non ha potuto fornirmi i
particolari.
Tutti gli occhi erano su di lui, con aria di cordiale attesa.
Lui si godette la loro attenzione. Lo faceva sentire... grande.
— Così va meglio. Per prima cosa, voglio che tutte le accuse
contro di me siano fatte cadere.
— A quanto ne so, lei ha commesso un omicidio. — Il
tono di Shannon era secco come il deserto.
Lui non le piaceva, pensò Cheelo. Questo non importava.
Contava solo che lei vedesse la possibilità di lavorare su una
grossa storia. — E stato un incidente, gliel'ho detto. L'idiota
mi si è buttato addosso mentre io avevo una pistola in mano,
e abbiamo lottato. Nessuno può dimostrare la
premeditazione. Interrogate la moglie, e vedrete che ho detto
la verità.
— Nonostante ciò — dichiarò inesorabilmente il
giornalista anziano, — lei ha lasciato un innocente a terra
morto.
— Sistemate la cosa in qualche modo. — Il tono di Cheelo
era fermo, non tollerava compromessi. — Io so cosa possono
fare i giornali e la 3D. E quando tutte le accuse saranno
lasciate cadere, voglio la fedina penale ripulita. Così potrò
ricominciare.
— Cioè, ricominciare a riempirla? — Il giornalista
anziano sospirò. — Quello che lei chiede è possibile.
Costoso e poco commendevole, ma possibile. Specialmente
se la moglie della vittima confermasse la versione che lei ha
dato. Cos'altro?
— Un po' di crediti sul mio conto. Non voglio dire la
somma. Ci metteremo d'accordo poi. — Il suo tono si fece
speranzoso. — Forse voi non mi crederete, ma quando ho
deciso di lasciarmi prendere ho sacrificato più denaro di quel
che potreste immaginare. Ma soprattutto, ho sacrificato una
carriera.
— Molto nobile da parte sua. — Mentre il giornalista
anziano parlava, gli altri prendevano note.
Note pensò Cheelo dentro di sé. È questo che siamo, tutti
quanti: note, nella mente di qualcun altro. Quando
moriamo, di noi restano solo le note prese da altri. Salvo
che non abbiamo fatto in modo di annotare anche noi
qualcosa su noi stessi.
— Un'altra cosa. — Spinse lo scri!ber alieno verso
Shannon. — Voglio che tutto ciò che c'è qui dentro venga
pubblicato. Non so cosa significa in questo caso, né come
voi possiate farlo, perché non è poesia umana. Ma voglio che
sia fatto. Dovrà essere pubblicato e distribuito. Sui mondi
thranx, oltre che qui sulla Terra.
— Distribuito? — Shannon lo guardò ironicamente.
— Ehi, signora, ha capito benissimo. Voglio che l'arte di
Des sia conosciuta. Che tutti la possano vedere.
— Per noi umani è una cosa che non significa niente —
puntualizzò l'altro giornalista.
— Forse no, ma i thranx dovranno conoscerla, che lo
vogliano o no. Una volta pubblicata non potranno ignorarla.
È un lavoro importante. Roba grossa. — Cheelo annuì, più
volte. — Più grossa di quello che io potrò mai fare.
Per la prima volta, la sprezzante ostilità di Shannon lasciò
il posto a un'espressione incerta. — E lei come lo sa, se non
ha potuto capirne niente?
— Lo so perché ho visto come Des ci credeva, la passione
con cui me ne parlava, e il modo in cui me l'ha recitata...
anche se sapeva che io non ne capivo molto. Lo so perché lui
ha dato tutto quello che aveva per ottenere qualcosa
d'importante. Io non sono un artista, non ho mai scolpito o
dipinto o scritto niente. Ma riconosco la passione quando la
vedo. ~ Il suo sguardo s'illuminò. — Sì, è questo che c'era
dentro di lui. Una grande passione. — Batté un dito sullo
scri!ber. — Questo suo lavoro è pieno di passione, e io
voglio che tutti possano conoscerlo.
Per la prima volta, il giornalista anziano mostrò una certa
animazione. — Perché? Perché dovrebbe importarle
qualcosa del lavoro di un oscuro artista alieno? L'arte non
significa niente per lei. Quel thranx non significa niente per
lei.
— Non ne sono sicuro. Forse... forse perché ho sempre
sentito che tutti dovrebbero aspirare a qualcosa, anche se il
resto della società non è d'accordo su questo, e credo che
nessuno dovrebbe morire per niente. Ho visto troppa gente
morire per niente. Non voglio che succeda a me. E non
voglio che succeda a Des. — Cheelo scrollò le spalle e si
voltò a guardare fuori dalla finestra, troppo piccola perché un
detenuto potesse uscirne. Si vedeva la periferia della città, e
più oltre un tratto della foresta pluviale.
— È probabile che a me succeda, comunque. Io non sono
niente di speciale. Non lo sono mai stato, e forse non lo sarò
mai. Ma voglio fare in modo che questo non accada a lui.
Mentre i giornalisti più giovani aspettavano
rispettosamente, quello anziano considerò le parole del
prigioniero. Infine lo guardò. — Va bene. Accettiamo le sue
condizioni. Tutte. A patto che ci sia qualcosa di significativo
e di reale alla fine di questo suo arcobaleno alieno.
Tranquillizzato, Cheelo si rilassò sulla sedia. Nonostante
lo zaino, nonostante il suo contenuto indiscutibilmente
alieno, non era stato sicuro di quel che ne avrebbero pensato
i giornalisti. Se non si era sbagliato troppo sulle loro
possibilità, presto lui avrebbe di nuovo camminato libero per
le strade. Un poeta thranx morto gli era costato la carriera,
ma poteva ridargli la sua libertà.

Cheelo Montoya non immaginava quali conseguenze


avrebbe portato la sua iniziativa. Lui si aspettava d'essere
libero. Non si aspettava che sarebbe diventato famoso.
Cercando solo nella zona di foresta pluviale da lui
indicata, i giornalisti e il personale da loro assunto non ci
misero molto tempo a scoprire l'esistenza dell'alveare. Ne
seguì una clamorosa rivelazione a livello mondiale. Costretti
a venire allo scoperto, i rappresentanti della colonia e i loro
alleati umani dovettero dare tutte le spiegazioni richieste
dalla stampa. Il caso diede lavoro ai mezzi d'informazione
per parecchie settimane.
Visto così distrutto quel loro prudente esperimento sociale,
i diplomatici umani e thranx cercarono di salvare il salvabile
e rimodellare la loro politica. Costretti ad accelerare i
contatti interrazziali, e a sviluppare progetti che erano
appena allo stadio di esame preliminare, s'affrettarono a
stendere e poi a firmare il primo trattato formale d'alleanza
fra umani e thranx, venti o trent'anni almeno prima d'essere
davvero pronti a farlo. Entrambe le razze avrebbero dovuto
affrontare conseguenze non prevedibili. L'alternativa sarebbe
stata una rottura nelle loro relazioni, e forse il pericolo di
un'aperta ostilità.
In quanto alla colonia amazzonica, ebbe il permesso di
restare dov'era, perché agli umani furono garantiti uguali
privilegi sia su Hivehom che per l'installazione più piccola
su Willow-Wane. Fu scelta una località, che gli umani
battezzarono Mediterranea Plateau, troppo fredda e secca per
interessare i thranx. Costretti a contatti più ravvicinati dalle
circostanze, gli umani e i thranx scoprirono rapidamente che
si completavano a vicenda in modi mai previsti dai
diplomatici. Furono fatti i primi passi per vincere l'istintiva
ripugnanza di ognuna delle due razze per l'altra.
In quanto a Cheelo Montoya, che voleva soltanto
riprendere la sua vita nella società dov'era nato e cresciuto,
solo con un po' di denaro in più, si trovò trasformato da
ladruncolo egoista e senza scrupoli in un esempio di primo
contatto inter-razziale. Era una notorietà che lui non aveva
cercato e non voleva, ma quando la sua parte nella storia fu
rivelata non gli restò alcuna scelta. Cercato continuamente
da tutti i mezzi d'informazione, per interviste alla stampa e
trasmissioni alla 3D, si trovò spesso alle prese con la sua
inadeguatezza di fronte a domande cui non sapeva
rispondere e opinioni che erano oltre le sue possibilità di
comprensione. Esposto alla curiosità di un mondo che non ne
aveva mai abbastanza, non riuscì ad avere una vita privata.
Cercato, invitato, pagato, criticato, sottoposto a ogni
genere di voci e speculazioni, ben presto si pentì di aver
cercato di guadagnare qualche soldo dalla sua breve
relazione con il defunto poeta alieno. Disturbato e
tormentato dai rappresentanti dei mezzi d'informazione, e
dalla gente, una dozzina di anni dopo fu trovato morto nella
sua villa di San José, e non si poté mai stabilire se fosse stato
un collasso cardiaco o un suicidio, come qualche giornalista
affermava. Il suo funerale fu sontuoso, uno splendido affare
per i mass media, e la 3D ne trasmise una sintesi non solo su
tutta la Terra ma anche sui pianeti thranx. Gli sarebbe
piaciuto sentire quello che dissero di lui.
Il monumento che misero sulla sua tomba fu, se non altro,
una cosa grossa.
I thranx erano meno ingenui. Costretti dalla pubblicità che
fu data alla cosa ad accettare il lavoro di un artista
mostruosamente asociale, che in un'altra situazione sarebbe
stato ignorato con risolutezza, gli altamente conservatori
critici d'arte thranx dovettero riconoscere i suoi meriti. La
forza e la passione con cui il defunto Desvendapur aveva
intriso le sue poesie non potevano essere negate.
Fu così che Cheelo Montoya, che non aveva cercato la
fama, trovò quella riflessa su di lui dal poeta thranx,
Desvendapur. Allettato da un'offerta sostanziosa a scrivere le
sue memorie, le realizzò per i mezzi d'informazione con
l'aiuto di un piccolo esercito di esperti in quel genere di
produzioni. Da come lo riportò lui, il racconto del suo
incontro con l'artista rinnegato thranx e delle loro avventure
nella giungla, insidiati dagli animali feroci e dai bracconieri,
assunse colorazioni emozionanti, perfino eroiche. Ed anche
poetiche con un sottofondo morale.
Così, mentre si passava alle generazioni successive la
notizia che l'amicizia fra umani e thranx era stata accelerata
da un assassino e da un poeta, cominciò a diventare meno
chiaro chi fosse il primo e chi il secondo.
Dopo quelle rivelazioni fuori programma, con
l'annullamento dei ben studiati e prudenti esperimenti sociali,
i contatti fra le due razze fecero un balzo in avanti di almeno
mezzo secolo a dispetto, e non per merito, delle teorie dei
diplomatici esperti e benintenzionati. C'erano dei precedenti.
La storia è spesso fatta da individui insignificanti che
agiscono per gretti motivi personali, del tutto diversi da
quelli di chi pianifica onestamente il futuro. Bisogna
prendere le cose come vengono.
Se l'umanità non avesse formalizzato così presto le sue
relazioni coi thranx, il Commonwealth che nacque in seguito
ai contatti con altre razze intelligenti avrebbe potuto non
nascere mai. In quanto agli infidi AAnn, la loro contrarietà
assunse toni oltraggiati quando videro i loro tradizionali
competitori nella ricerca di mondi abitabili allearsi coi
militarmente forti ma imprevedibili umani. A corto di
stratagemmi per impedire l'ormai inevitabile firma del
trattato, l'Imperatore cercò il consiglio di quei nobili che
avessero efficaci soluzioni da proporre.
Non fu un caso che Lord Huudra Ap e il Barone Keekil
YN fossero già pronti a suggerirne una.