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Isabel Allende

Mio zio, un eroe del secolo

La tragedia del primo presidente socialista del Sud America. Il boicottaggio della Cia e le
proteste popolari. Poi la rivolta dei militari e la disperata resistenza all'interno del palazzo della
Moneda. La fine di un'illusione. 25 anni dal golpe cileno

Si nasce segnati dal destino? O creiamo il nostro destino mano a mano che procediamo?
Questa domanda, che ogni scrittore si pone quando crea un personaggio, mi viene sempre in
mente quando penso a Salvador Allende e ad altri che, come lui, si assumono il compito di
movimentare la storia. In un romanzo i protagonisti hanno vita propria, crescono, agiscono e
hanno delle emozioni mentre si appropriano del testo. Sono loro a determinare gli accadimenti.
Nella vita reale, il grande romanzo dell'umanità è scritto da quegli uomini e quelle donne
straordinari il cui ruolo - o destino - è produrre dei cambiamenti. Che siano giudicati eroi o
codardi, senza di loro non si scrive la storia.

Salvador Allende è stato uno di quei protagonisti: eroe per alcuni, codardo per altri, ma senza
dubbio un uomo eccezionale. Non si può scrivere la storia del Cile, dell'America Latina o del
ventesimo secolo senza dargli il posto che gli spetta. Come quasi tutti i grandi personaggi, era
pieno di contraddizioni che non lasciavano gli altri indifferenti. Per alcuni rappresentò la
speranza di una società più giusta, per altri il pericolo del marxismo. Gli toccò agire in tempi di
guerra fredda, in un'epoca lacerata dagli estremismi inconciliabili del capitalismo e del
comunismo. Quando venne eletto presidente del Cile nel 1970, gli occhi del mondo intero si
rivolsero a quel lungo e stretto paese in basso sulla carta geografica: per la prima volta un
marxista era stato eletto con una trasparente elezione democratica. Le forze dell'opposizione in
Cile, appoggiate dai servizi segreti degli Stati Uniti, iniziarono immediatamente una guerra
feroce per porre fine all'esperimento di Allende e ai sogni socialisti di milioni di uomini e donne
dell'America Latina.

I miei primi ricordi di Salvador Allende risalgono all'infanzia, quando andavamo in gita con la
sua famiglia - compresi due enormi cani -, mia madre e i miei fratelli al Monte San Cristobal,
che allora era quasi selvaggio e oggi è parco nazionale. Mio padre era scomparso dalla mia vita
molto presto e la sua immagine svaniva con il passare dei giorni: così, l'unico mio rapporto con
la mia famiglia paterna è stato Salvador Allende, quell' uomo generoso ed esigente che ci
obbligava a seguirlo nella sua corsa verso l'alto. Già allora era un politico conosciuto, il
deputato più combattivo della sinistra e bersaglio dell'odio delle forze conservatrici del paese,
ma per noi era soltanto un altro zio in una famiglia numerosa.
A volte si sentiva un ruggito rauco e lontano: era il leone nella sua gabbia del giardino
zoologico non lontano da lì. Dopo aver consumato tutti i viveri con vera ghiottoneria,
scendevamo di corsa, dandoci spintoni, rotolando in alcuni posti più ripidi, Salvador Allende
sempre davanti a noi con i suoi cani, sua figlia Carmen Paz ed io sempre ultima. Per me quella
gita era una combinazione di sforzo, paura e fascino. Credo di poter definire allo stesso modo
l'impressione che quello zio, cugino di mio padre, mi suscitava. In sua presenza, ogni volta,
persino durante il più rilassato pranzo campestre, mi trovavo a compiere un portentoso sforzo -
sempre insufficiente - per mettermi all'altezza della conversazione politica e della sfida
intellettuale. Di fronte a lui mi dibattevo tra la paura di apparire ignorante e il fascino che la
sua personalità aveva tra tutti i presenti. Era proprio difficile resistere a quella stregoneria che
persino i suoi peggiore nemici gli riconoscevano: durante il colpo militare i generali rifiutarono
di parlargli faccia a faccia, "perché", secondo quanto pubblicato dalla stampa successivamente
"poteva raggirarci". Aveva un eloquio, una forza interiore, capace di accattivare allo stesso
modo le folle in piazza, i suoi colleghi, la controparte nel Congresso e ogni persona alla quale
stringeva la mano.

La stessa forza vitale, la tenacia e la perseveranza che lo spingevano ad arrivare per primo
sulla cima del Monte San Cristobal, lo sostennero per più di trent'anni in una corsa a ostacoli,
per realizzare un sogno di giustizia e uguaglianza per il Cile. Le esigenze di quell'enorme
compito, gli avevano dato l'abitudine di dormire poco. Impiegava buona parte della notte a
leggere, a studiare e a giocare interminabili partite a scacchi. Stremati dalla sua energia, i suoi
collaboratori non ce la facevano a seguirlo ed erano costretti a fare dei turni. Non era facile
lavorarci insieme. Il suo autista, Mario, che lo conosceva bene, ne sapeva qualcosa. Magro,
pallido, pettinato con la brillantina, molto discreto, Mario sopportava Allende che seduto al suo
fianco gli indicava: "Frena! Accelera! Rosso!".

In una occasione, durante un tour politico, i due stavano cenando in un ristorante e Allende gli
chiese: "Cosa fai, Mario, dopo avermi lasciato in albergo?".

"Se vuole la verità, compagno, dopo averla lasciata me ne vado in giro con un barattolo di
vernice a scrivere sui muri: "A morte Salvador Allende!"", rispose compostamente l'autista. Lo
stesso Salvador Allende raccontava quella storia divertito. Era ironico, incisivo, veloce nelle
risposte, non si lasciava sfuggire le occasioni di scherzare. Di primo acchito appariva arrogante,
perché aveva un gran senso della dignità ed esigeva rispetto per la sua carica, prima come
parlamentare e poi come presidente. Riguardo a queste non tollerava scherzi, ma sul piano
personale non aveva alcun problema ad esserne il bersaglio. Aveva anche dei raptus di cattivo
umore che egli chiamava delle "allendate", ma ciò nonostante pochi conservavano rancore nei
suoi confronti perché chiedeva scusa prontamente e con simpatia.

Il suo temperamento esplosivo lo indusse a battersi in duello con Ral Rettig, senatore radicale
designato più tardi, durante la sua presidenza, ambasciatore in Brasile. La storia cominciò con
un dibattito acceso nel Congresso e finì con i due duellanti vestiti di scuro, con cravatta e
cappello, ciascuno con una grande pistola in mano. Erano disposti a morire per l'onore ma,
fortunatamente non si arrivò a tanto, giacché entrambi avevano una pessima mira. Più tardi
Allende migliorò la sua ed arrivò ad avere alcune armi in casa, cosa che servì ai suoi detrattori
per accusarlo di possedere un arsenale.

Salvador Allende era un amico leale e un avversario benevolo, forse perché si considerava
invulnerabile alla malvagità altrui. Il suo esagerato senso dell' amicizia consentiva ad alcuni dei
suoi nemici politici di considerarsi suoi amici personali. Conoscendolo s'imparava ad
apprezzarlo, anche se non si aveva le stesse idee. Proiettava una immagine di onestà e di
franchezza. Aveva il sorriso facile, una voce precisa e lo sguardo appassionato, capace
d'ipnotizzare l' interlocutore . Di mezza statura, agile, camminava molto dritto, forse per
vedersi più alto. Era frugale, badava alla propria salute e beveva poco, contrariamente a
quanto tentarono di far credere i suoi avversari. Un amico lo riforniva di piccole bottiglie del
suo vino rosso preferito, che egli custodiva gelosamente. Generoso per tutto il resto, con quel
vino e con i gelati di cocco che Fidel Castro gli inviava da Cuba si comportava da avaro. Parlava
in modo semplice, senza giri inutili e con una grande conoscenza dell'animo umano; nessuno
poteva affermare pretestuosamente di non averlo compreso. Aveva velocità mentale, intuito e
fascino. Il suo senso cavalleresco era spesso quasi donchisciottesco. Durante la sua prima
campagna presidenziale, nel 1952, vide in una strada un uomo che picchiava una donna.
Senza esitare fermò l' auto, scese e con un pugno stese l'uomo per terra. La vittima e l'
aggressore lo riconobbero e lo coprirono d'insulti per essersi intromesso in un litigio coniugale:
"Per fare il ficcanaso ha perso due voti, dottore", gli urlarono dietro. In quell'epoca i voti di
sinistra si contavano uno a uno.

Lo accusavano di essere un "donnaiolo" e forse lo è stato, perché sapeva apprezzare e attrarre


le donne. È stato il primo a rendersi conto che il voto femminile sarebbe stato decisivo e si
sforzò per conquistarlo, eppure uno dei suoi maggiori ostacoli fu la paura inculcata alle donne
dalla destra politica. Le campagne di terrore le minacciavano con la distruzione della famiglia,
della religione e facevano vedere bambini cileni rapiti da soldati sovietici. Ebbero un effetto
devastante.

Gli ultimi giorni prima del colpo militare la situazione in Cile era insostenibile. Allende era
seduto su di una polveriera la cui miccia era già stata accesa e lo sapeva. Era sciupato,
insonne, inappetente, preoccupato soltanto di conciliare le forze antagoniste che stavano
lacerando la sua patria. I giornali di destra chiedevano la sua rinuncia, l'esilio e insinuavano
persino che si dovesse suicidare. Al suo tavolo il Presidente diceva: "Non rinuncerò. Non tradirò
il popolo. Da La Moneda uscirò alla fine del mio mandato o mi porteranno fuori morto".

Chi è stato Salvador Allende? Non lo so e sarebbe pretenzioso da parte mia tentare di
descriverlo in poche pagine, ci vorrebbero molti volumi per esaminare la sua personalità
complessa e il suo ruolo di statista e di rivoluzionario. Non compete a me nemmeno analizzare
la sua traiettoria politica. Ma non posso scordarlo. Come i grandi personaggi di alcuni romanzi
memorabili, mi perseguita, mi fa soffrire. Ancora oggi, dopo tanta vita e tante perdite, dopo
tanto sforzo e tanta nostalgia, tanti libri scritti e tanti amori lacerati, la sua memoria mi
commuove profondamente.

Questo uomo straordinario mi ha lasciato un'eredità dal valore inestimabile: l'orgoglio di avere
il suo sangue e il suo cognome.

(Copyright Isabel Allende.


Traduzione di Guiomar Parada)