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Cap V: la donna e il culto

Lo spazio riservato alla donna nella sfera cultuale è indice della sua rilevanza nella società. Per
quanto riguarda il ruolo della donna nel culto romano ci sono pareri discordanti:
- alteri: la sfera di attività della donna era limitata a causa dell’impostazione patriarcale dello stato
romano. La donna aveva comunque un suo ruolo marginale in quanto rappresentava un elemento
indispensabile, anche se subordinato.
-alteri: la donna aveva un suo spazio autonomo considerevole per le sue prerogative connesse alla
fecondità e alla legittimazione della discendenza.

livelli nella pratica cultuale

pubblico

è quello ufficiale che riguarda la città e le componenti sociali. Sono previste divinità a cui sono
tributati atti di culto pubblici secondo un rituale gestito da collegi sacerdotali maschili che detengono
la conoscenza delle corrette procedure del sacro. Le donne invece sono incapaci di praticale la
macellazione rituale e quindi hanno un ruolo subordinato. Alcuni di questi atti di culto però devono
essere compiuti da donne.
Vestali: unico collegio sacerdotale femminile che implica uno status connesso alla funzione pubblica.
Composto da sei donne che vivevano nell’atrium della dea vesta. Il servizio dura trent’anni (10
apprendistato, 10 servizio, 10 insegnamento). Sorvegliavano il fuoco sacro di vesta che non doveva
mai spegnersi e preparavano la mola salsa con cui erano cosparse le vittime sacrificali. Era loro
imposta la verginità che, se violata, comprometteva la sicurezza dello stato e la pena, la sepoltura da
vivi, consentiva di espellere dalla città dei vivi un soggetto contaminato in quanto socialmente e
moralmente morto. Le vestali avevano uno status giuridico e patrimoniale proprio: erano esentate
dalla tutela, potevano fare testamento, testimoniare in tribunale e come i magistrati erano
accompagnate da littori nelle vie pubbliche ->l’unico caso di riconoscimento pubblico come l’uomo
di una donna è dato dall’essere vergine = condizione femminile inattuabile perché privata del suo
potere naturale di procreare. Il loro culto rappresentava lo stile di vita dell’ideale matrona romana:
la sola differenza tra le due categorie riguarda la sessualità: alle vestali è richiesta la verginità->
rappresentano la condizione femminile inattuabile privata del suo potere naturale. Alla matrona è
richiesta la castitas (: pratica sessuale all’interno del matrimonio e solo a fini procreativi)-> detentrici
di un potere naturale: generare figli legittimi. La matrona, che per essere la donna religiosa per
eccellenza doveva essere univira e avere figli, doveva essere confinata nella domus e limitata nelle
prerogative pubbliche che però erano ribadite nello spazio della liturgia matronale deputato al
rinnovamento della fecondità e a legittimare la definizione dei ruoli di genere: procreazione per le
donne e guerra per gli uomini. (es di culto matronale: culto di bona dea celebrato dalle vestali e dalle
matrone di alto rango il primo maggio nel tempio di vesta e la notte tra il due e il tre dicembre nella
casa del magistrato detentore dell’imperium.). Il corretto adempimento dei culti, quindi anche di
quelli matronali che continuavano ad essere celebrati anche in pieno I sec a. C., garantiva la
sopravvivenza dello stato. In particolare, la maiestas matronale attesta il carattere religioso delle
matrone e lo stato ha il dovere di proteggere l’integrità di queste donne che sono destinate a
generare i cives. La maiestas delle matrone è dunque strettamente legata alla sanctitas e pudicizia e
si configura visivamente con un abbigliamento ed un comportamento adeguati. Nel momento in cui,
però, determinati culti femminili fuoriescono dall’ambito rituale e mettono in crisi i valori
tradizionali, vengono perseguitati e messi al bando. È il caso dei famosi Baccanali, oggetto di
provvedimenti restrittivi da senatoconsulto del senato nel 186 a. C, quando le matrone furono
accusate di stuprum e di uso di venena. Con il senatoconsulto si voleva preservare la familia, cellula
primaria dello stato e espressione del patriarcato messi a rischio dal comportamento delle donne
che in questi culti praticano un’attività sessuale irregolare compromettendo la purezza della
discendenza e iniziano giovani uomini al culto contrapponendosi ai patres. I baccanali erano
considerati pericolosi anche perché si aprivano agli strati inferiori della società che in essi vedevano
la possibilità di unirsi in forme di aggregazione organizzate per avere un riscatto della propria
condizione. Il culto si sarebbe quindi configurato come una forza organizzata eversiva -> baccanali
pericolosi per l’ordine pubblico.

privato

Nel culto privato si realizza più compiutamente la religiosità femminile, in particolare nel culto che si
evince da iscrizioni in onore di svariate divinità in cui le donne compaiono come dedicanti senza
intermediari. Tale complesso cultuale è noto solo dalle iscrizioni e ricopre un’area di devozione non
solo locale. Le iscrizioni attestano magistre (:a capo di associazioni religiose) e ministre (:godono di
una certa autonomia e sono simili alle magistre) come detentrici del culto. Le divinità in questione
sono quelle più vicine alla sensibilità popolare, in particolar modo femminile, disposte ad ascoltare i
fedeli. Le iscrizioni permettono anche di conoscere divinità non altrimenti note (es: minerva medica
memor cabardiacensis = nell’appennino emiliano. Divinità indigena romanizzata). Il culto domestico
tradizionale invece era incentrato sul genius, capacità procreativa, del pater familias.

capacità divinatorie attribuite alle donne

L’Italia ha anche conosciuto un’ampia tradizione di maghe che sono sempre state considerate
negativamente quali abbindolatrici di ignoranti (soprattutto di sesso femminile). Predicevano il
futuro mettendosi in contatto con il mondo dei morti, soprattutto con procedimenti di magia nera.
Tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio dell’età imperiale, questa magia di tradizione entra in crisi,
soppiantata dalle pratiche magiche di derivazione straniera (Tracia, Tessaglia, Oriente). Un es: Eritto,
una maga tessala, pratica la necromanzia in tutti i suoi aspetti più terribili. Questa rappresentazione
di femminilità a metà tra il mondo delle regole funzionali a una corretta convivenza civica e mondi
soprannaturali in balia di forze sconosciute incontrollabili spiega l’ampio spazio concesso alle figure
femminili oracolari, considerate come tramite ideale tra il mondo naturale ed il mondo
soprannaturale. Un esempio ne sono le sibille che in stato di trance pronunciavano profezie che,
necessitando di codici interpretativi dei collegi sacerdotali maschili, furono definite artificiosa
divinatio. La donna possiede quinidi maggiori poteri degli uomini nel campo della divinazione in
quanto stabilisce la divinatio naturalis –contatto diretto con le divinità –, le manca però la capacità di
interpretare correttamente questi contatti e i segnali inviati dagli dèi, capacità rigorosamente
maschili. La donna è anche lo strumento con cui gli dei inviano segnali negativi di rottura della pax
deorum, inoltre le donne sono in grado di generare monstra/miracula: esseri contrari all’ordine
naturale. Anche il sangue mestruale è considerato come un monstrificium, nel senso che provoca
prodigia (avvenimenti che sovvertono il naturale andamento delle cose): la donna mestruata fa
inacidire il vino; il mestruo provocherebbe la morte dell’uomo in caso di rapporto sessuale.
L’espiazione dei prodigi era fondamentale e doveva avvenire secondo il rito.

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Cap VI: donne ricche, lavoratrici e schiave

È difficile indagare sul lavoro femminile in quanto le fonti non ne fanno menzione. Fa eccezione il
lavoro femminile servile in quanto tra gli schiavi la differenziazione di genere ha minor valore
rispetto ai liberi, i soli veri e propri uomini e vere e proprie donne.

Lavoro agricolo femminile: è attestato lavoro agricolo di schiave, in quanto contumella dice le donne
schiave possono rimanere in casa a filare la lana se fa molto freddo. Il lavoro agricolo delle mogli di
liberi cittadini e delle braccianti invece viene ignorato oppure indica estrema povertà

Le donne abbienti ereditavano e gestivano i patrimoni incrementandole con operazioni di


investimento finanziario, imprenditoriale e mercantile (es: iunia libertas possedeva isolati con
botteghe che dava in affitto). Le donne possono essere onorate da corporazioni professionali, in
quanto onorare una patrona consentiva alle associazioni professionali in difficoltà di ottenere un
finanziamento, oppure fanno nelle loro scritture epigrafiche accenni ad attività produttive. La
documentazione è comunque scarsa dal momento che attività di commercio e imprenditoria erano
considerate negativamente e questo obbligava le elite a utilizzare prestanome, fenomeno che
coinvolge anche le donne le quali appunto necessitavano di un intermediario, spesso un liberto.
L’attività femminile imprenditoriale è attestata da pubbliche iscrizioni, dalla documentazione di
archivi privati in cui figura che le donne operavano in transazioni commerciali, dalle frequenti
richieste da parte di donne di rescritti alla cancelleria imperiale su temi in materia di gestione
patrimoniale, dai marchi di fabbrica dei prodotti laterizi in cui le donne appaiono come proprietarie
(sono attestate fabbriche di laterizi in puglia e calabria. Safnia picentia, sentia secunda, cornelia
venusta, cedicia victrix sono alcune proprietarie.).

Sono documentate anche donne operaie che lavorano in suddette fabbriche: Caso emblematico è il
tegolone di pietrabondante: nel sannio in un’officina che produceva tegole due donne,
probabilmente schiave, hanno impresso le impronte dei loro sandali sull’argilla fresca e un’iscrizione
doppia in osco e latino -> bilinguismo. La condizione di donne lavoratrici è attestata anche dalle
iscrizioni funerarie delle stesse donne in cui è citato il loro mestiere come strumento di affermazione
personale dal momento che il più delle volte tali donne compaiono sole. Suddette iscrizioni funerarie
sono molto presenti nei columbaria (:luoghi di sepoltura collettiva usati dagli addetti al servizio delle
grandi famiglie aristocratiche per le quali potevano svolgere anche mansioni intellettuali). I mestieri
femminili possono essere rappresentati iconograficamente.
L’artigianato femminile è spesso identificato nella filatura e nella tessitura, ovvero le uniche forme di
lavoro manuale previste per la matrona caratterizzate positivamente anche nel modello ideale
femminile. A partire dal III sec a.C. sono attestati collegia professionali che presuppongono
un’organizzazione professionale nel campo della tessitura, esistevano dunque produzioni tessili
organizzate in laboratori di tessitura in cui lavoravano pesatrici della lana, filatrici, sarte. seneca il
retore descrive le operaie tessili come ancelle infelici che passavano le loro monotone giornate in
laboratori. Il lavoro specializzato (tessitrici, rammendatrici) invece garantiva una discreta agiatezza
(es: trosia ilaria che gestiva una produzione di indumenti di lana che confezionava a casa dei clienti. Il
suo lavoro le permise di farsi edificare da viva il suo monumento sepolcrale e di predisporre un’area
sepolcrale per i suoi liberti e liberte). Altre attività lavorative femminili attestate: segretaria
parrucchiera, guardarobiera, massaggiatrice, cameriera. Nell’ambito del commercio: fornaia,
pescivendola, commerciante; le attività commerciali erano appannaggio soprattutto di liberte ma
godevano di scarsa considerazione sociale ed erano considerate addirittura immorali: per il diritto
romano, infatti, le donne che lavoravano a stretto contatto con il pubblico erano equiparate alle
prostitute.

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Prostitute: colpite da infamia e in quanto tali soggette a limitazioni di carattere giuridico.
Rappresentava l’antitesi sessualmente deviante delle tradizionali virtù matronali. Nelle opere nella
Nella produzione letteraria però è spesso rappresentata una sessualità femminile come
incontrollabile: ne consegue che ogni donna, se non tenuta a freno, è una potenziale prostituta. Il
mercato delle prostitute era gestito da lenoni e mezzane, tenutari di postriboli femminili, ed era
alimentato da schiave, ragazze abbandonate alla nascita o rapite da schiavi e banditi. Anche la
povertà poteva indurre una donna a prostituirsi, anche su istigazione del padre o del marito.
Diversi livelli di prostituzione: prostituzione sacra per cui era previsto che donne libere potessero
prostituirsi in santuari una sola volta prima del matrimonio con stranieri come espiazione rituale in
favore della comunità di appartenenza o per procacciarsi la dote. Anche sacerdotesse di condizione
servile potevano prostituirsi nei santuari; prostituzione di strada: le prostitute di strada viveva in
condizioni misere, spesso oggetto di abusi e violenza dei clienti e degli sfruttatori; prostituzione nei
lupanari: è possibile che nella società municipale le prostitute dei lupanari fossero ben integrate: a
Pompei esse sono in grado di fare propaganda elettorale ovvero far scrivere sui muri della città il
nome del loro candidato favorito.

Bassa condizione sociale era riservata anche alle gliadiatrici, citate dalle fonti letterarie e da un
rilievo di alicarnasso. Rappresentavano l’incarnazione della virago in quanto abbigliate come uomini
e combattevano con coraggio virile. Dimensione che non può fuoriuscire dall’arena.