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ARTHUR SCHOPENAUHER

VITA E OPERE

Arthur Schopenhauer nacque a Danzica il 22 febbraio 1788 da una famiglia in buone condizioni
economiche: il padre era un banchiere mentre la madre era una nota scrittrice di romanzi.
Schopenhauer ha una formazione cosmopolita: viaggiò molto nella sua giovinezza,
prima in Francia e in Inghilterra e, dopo la morte del padre avvenuta per suicidio,
frequentò l’Università di Gottinga.

Nel 1811, a Berlino, poté assistere alle lezioni di Fichte (primo filosofo idealista);
nel 1813 si laureò a Jena con una tesi Sulla quadruplice radice del principio di
ragion sufficiente, basata sulle teorie di Kant. Negli anni conseguenti alla laurea
visse a Dresda, dove conobbe Goethe, con il quale strinse un rapporto d’amicizia
rimanendo affascinato dalle sue teorie scientifiche. Durante il suo soggiorno a
Dresda preparò per la stampa la sua prima opera, Il mondo come volontà e rappresentazione, pubblicata
nel dicembre 1818.

Nel 1818 (e negli anni successivi, fino alla sua morte) Hegel è il docente di filosofia più importante della
Germania, non solo dal punto di vista teorico, ma anche pratico: tutti i docenti di filosofia, in giro per la
Germania, erano allievi di Hegel. Schopenhauer era un acceso antihegeliano. Nel 1820 si abilitò alla libera
docenza (l’università concedeva il permesso di tenere dei corsi senza salario – per Schopenhauer non era
un problema non essere pagato, mai avuto problemi economici) presso l’Università di Berlino, fissando i
suoi corsi allo stesso orario di quelli di Hegel, con conseguente risultato un’aula semi vuota. Questa sua
“cattedra” dura fino al 1832.
L’epidemia di colera del 1831, risultata letale per Hegel, lo costrinse a lasciare Berlino, stabilendosi a
Francoforte, dove rimase fino alla morte, il 21 settembre 1860.

L’ultima opera di Schopenhauer, Parerga e paralipomena, risale al 1851: si tratta di un insieme di tradizione
e saggi, alcuni dei quali contribuirono alla diffusione della sua filosofia.

Il successo di Schopenhauer non fu immediato e questo gli provoca non poca frustrazione: a differenza di
Hegel, le quali opere erano scritte in maniera molto specialistica e dedicate solo ai pochi eletti in grado di
comprenderle, le sue opere erano scritte per un pubblico più ampio, non particolarmente specializzato.
Dovette aspettare vent’anni prima di pubblicare la seconda edizione de Il mondo come volontà e
rappresentazione.

L’indirizzo cupo e antidealistico del suo pensiero, che lo rendeva malvisto dai suoi contemporanei, poté
contribuire alla fortuna della sua filosofia solo dopo il 1848, in concomitanza con l’ondata di pessimismo
che colpì l’Europa: in questa situazione il suo libro ottenne un grande successo.

Con Schopenhauer si inaugura un filone di filosofi che hanno rapporti conflittuali con l’istituzione
universitaria, causando una complicazione del rapporto tra filosofia e istituzioni. Alcuni nomi sono
Schopenhauer, Feuerbach, Karl Marx, Comte e Nietzsche. Feuerbach e Karl Marx, entrambi allievi della
filosofia hegeliana, si separano dalle istituzioni universitarie per motivi politici, assumendo posizione
radicali.
LE RADICI CULTURALI DEL SISTEMA
Schopenhauer si pone come punto di incontro tra esperienze filosofiche diverse tra loro: Platone, Kant,
l’Illuminismo, il Romanticismo, l’idealismo (filosofia del Romanticismo) e la spiritualità indiana.

 Platone: Schopenhauer è attratto soprattutto dalla teoria delle idee, intese come forme eterne
sottratte alla caducità dolorosa (interpretazione di Schopenhauer) del nostro mondo;

 Kant: da Kant deriva l’impostazione soggettivistica della gnoseologia (filosofia della conoscenza);

 Illuminismo: di questo movimento lo interessa la vita psichica e sensoriale in termini di fisiologia


del sistema nervoso.

 Romanticismo: da qua il filosofo trae alcuni temi di fondo del suo pensiero, come l’irrazionalismo
(Schopenhauer è un filosofo materialista: non c’è una realtà spirituale o uno spirito; la realtà non
ha una struttura razionale, è un impulso cieco), la grande importanza attribuita all’arte e alla
musica, e soprattutto il tea dell’infinito (tesi della presenza nel mondo di un principio assoluto di
cui le varie realtà sono manifestazioni passeggere).

Altro motivo romantico è quello del dolore, ma intenso in modo diverso rispetto a quello del
Werter: Schopenhauer ha decisamente una visione pessimistica della realtà, di cui è uno dei
maggiori teorici, opposta a quella ottimistica del Romanticismo (concretizzata in un tentativo di
dialettizzare o riscattare il negativo attraverso il positivo – Dio, lo spirito, la storia, …)

Schopenhauer indica il pensiero idealistico con la formula filosofia delle università, non al servizio della
verità ma di interessi volgari quali il successo e il potere. Hegel viene descritto come un sicario della verità.

Schopenhauer manifesta l’esigenza della libertà della filosofia, esigenza che lo fa indignare di fronte alla
divinazione dello Stato da parte di Hegel.

Nell’universo spirituale di Schopenhauer la sapienza dell’antico Oriente occupa un posto di rilievo, avviata
dagli studi di Frederich Mayer.
Schopenhauer:
 È il primo filosofo a importare elementi della filosofia orientale in quella occidentale;
 Ha destinato ad esso un prezioso repertorio di immagini e di espressioni suggestive, delle quali ha
fatto ampio uso nei suoi scritti;
 È stato un ammiratore della sapienza orientale e un profeta del successo che tale sapienza ha
avuto in Occidente;

“Spediamo oramai ai bramani, clergymen inglesi […] ma ci succede come a chi tira una palla contro una
roccia. In India non potranno metter mai radice le nostre religioni: la sapienza originaria dell'uman genere
non sarà soppiantata dagli accidenti successi in Galilea. Viceversa, torna l'indiana sapienza a fluire verso
l'Europa, e produrrà una fondamentale mutazione nel nostro sapere e pensare.”
(Il mondo come volontà e rappresentazione, par. 63)

In questo breve estratto, Schopenhauer afferma come la tradizione cristiana abbia fatto perdere di vista
l’autenticità della cultura propria degli indoeuropei. Questa affermazione denota come il filosofo sia ateo e
IL “VELO DI MAYA”
Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana, di valore conoscitivo, tra
fenomeno, cioè “cosa così come appare”, e noumeno, cioè “cosa in sé”.
Questa distinzione ha poco in comune con quella realmente professata da Kant: il fenomeno è la realtà e il
noumeno è un concetto – limite che serve da promemoria critico, che rammenta all’uomo i limiti della
conoscenza.

Per Schopenhauer il fenomeno è parvenza, illusione e sogno, ovvero ciò che nella sapienza indiana era
detto il “velo di Maya”, mentre il noumeno è quella realtà che si nasconde dietro l’ingannevole trama del
fenomeno.

Fin da principio, Schopenhauer riconduce il concetto di fenomeno a un significato estraneo allo spirito del
kantismo e, in parte, vicino alla filosofia indiana e buddista.

«È Maya, il velo dell’illusione, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non si
può dire che sia ma nemmeno che non sia, poiché è simile al sogno, simile al riflesso del sole sulla sabbia,
che il viandante da lontano scambia per acqua, o anche a una corda gettata a terra, che egli scambia per un
serpente»
(Il mondo come volontà e rappresentazione, par. 3)

L’atmosfera orientalistico – metafisica nella quale la filosofia di Schopenhauer immerge il lettore è ben
diversa da quella gnoseologica – scientifica della “Critica della ragion pura”. Mentre per il criticismo il
fenomeno è l’oggetto della rappresentazione ed esiste fuori della coscienza, il fenomeno di cui parla
Schopenhauer è la rappresentazione, ed esiste solo dentro la coscienza.

Il filosofo crede di poter esprimere l’essenza del kantismo con la tesi secondo cui “il mondo è la mia
rappresentazione”.
La rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili: da una parte c’è il soggetto rappresentante,
mentre dall’altra c’è l’oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto esistono entrambi come elementi
imprescindibili della rappresentazione, e nessuno dei due può procedere o sussistere indipendentemente
dall’altro: se il materialismo è falso perché nega il soggetto riducendolo all’oggetto o alla materia, anche
l’idealismo è errato, in quanto compie il tentativo di negare l’oggetto riducendolo al soggetto.

Schopenhauer ritiene che la nostra mente risulti corredata di tre forme a priori, attraverso: spazio, tempo e
causalità. Spazio e tempo ordinano i fenomeni e riguardano la sfera sensibile. La causalità è per
Schopenhauer l’unica categoria, l’unica forma pura dell’intelletto, per due motivi:

 tutte le altre categorie sono riconducibili a essa;


 la realtà stessa dell’oggetto si risolve completamente nella sua azione casuale su altri oggetti. Dire
“materia” è dire “azione causale”, come testimonia il sostantivo tedesco Wirklichkeit (realtà) che
discende dal verbo wirken (agire).
Gli oggetti si risolvono nelle loro relazioni causali.

La causalità assume forme diverse a seconda degli ambiti in cui opera, manifestandosi come necessità
fisica, logica, matematica e morale, ovvero come:
 principio del divenire, che regola i rapporti tra gli oggetti naturali;
 principio del conoscere, che regola i rapporti tra premesse e conseguenze;
 principio dell’essere, che regola i rapporti spazio – temporali e le connessioni aritmetico –
geometriche;
 principio dell’agire, che regola le connessioni tra un’azione e i suoi motivi.
Schopenhauer paragona le forme a priori a vetri sfaccettati, attraverso cui la visione delle cose si
deforma. Egli considera la rappresentazione come una fantasmagoria ingannevole, traendo la conclusione
che la vita è un sogno, cioè un tessuto di apparenze. Per fare queste affermazioni, Schopenhauer parte da
delle suggestioni letterarie:

 la filosofia dei Veda (sapienza indiana) per cui l’esistenza comune è una sorta di illusione ottica;
 Platone, che spesso afferma “gli uomini non vivono che in un sogno” (riferimento al mito della
caverna)
 Pindaro, che afferma che “l’uomo è il sogno di un’ombra”
 Sofocle, che paragona gli individui a “simulacri e ombre leggere”
 Shakespeare, il quale dice che “noi siamo di tale stoffa come quella di cui son fatti i sogni, e la
nostra breve vita è chiusa in un sogno”, tratto dall’atto IV de “La tempesta”
 Calderòn de la Barca, autore del noto dramma “La vida es sueño”

Al di là del sogno esiste però la realtà, quella vera, riguardo alla quale l’uomo, o meglio il filosofo che è
nell’uomo, non può fare a meno di interrogarsi. L’uomo, secondo Schopenhauer, è un animale metafisico
che, a differenza degli altri esseri viventi, è portato a stupirsi della propria esistenza e a interrogarsi
sull’essenza ultima della vita.

Lettura pag 50 – 51

LA SCOPERTA DELLA VIA D’ACCESSO ALLA COSA IN SÉ


Schopenhauer presenta la propria filosofia come un’integrazione necessaria alla filosofia di Kant: si vantava
infatti di aver individuato quella via d’accesso al noumeno che Kant aveva precluso.
Schopenhauer argomenta come se noi fossimo soltanto conoscenza e rappresentazione, o una “testa
d’angelo alata, senza corpo” non potremmo uscire dal mondo fenomenico, ossia dalla rappresentazione
puramente esteriore di noi e delle cose. Ma poiché siamo dati a noi medesimi non solo come
rappresentazione ma anche come corpo, non ci limitiamo a vederci dal di fuori, ma ci viviamo anche dal di
dentro. (godere e soffrire: termini propri della volontà).

Ed è proprio quest’esperienza di base che permette all’uomo di squarciare il velo del fenomeno e di
afferrare la cosa in sé: ripiegandoci su noi stessi, ci rendiamo conto che la cosa in sé del nostro essere è la
brama, la volontà di vivere (Wille zum leben), cioè un impulso inarrestabile che ci spinge a esistere e ad
agire. Noi siamo vita e volontà di vivere, e il nostro stesso corpo non è che la manifestazione esteriore
dell’insieme delle nostre brame interiori. L’intero mondo fenomenico non è altro che la maniera attraverso
cui la volontà si manifesta o si rende visibile a sé stessa nella rappresentazione spazio – temporale.

Per esprimere il concetto di questa supremazia della volontà, Schopenhauer ricorre a una serie di
immagini, scrivendo che il rapporto tra la volontà e l’intelletto, tra la volontà e il corpo, tra la volontà e il
fenomeno in generale è lo stesso che intercorre tra padrone e il servo.

Fondandosi sul principio di analogia, Schopenhauer afferma che la volontà di vivere è l’essenza segreta di
tutte le cose, ossia la cosa in sé dell’universo. La volontà di vivere pervade ogni essere della natura, sia
pure in forme distinte e secondo gradi di consapevolezza diversi, che vanno da quelli della materia
organica, in cui si manifesta in modo inconscio, fino a quelli dell’uomo, in cui risulta pienamente
consapevole.
CARATTERI E MANIFESTAZIONI DELLA VOLONTÀ DI VIVERE
La volontà presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione, in quanto si sottrae
alle forme proprie di quest’ultimo – spazio, tempo e causalità.

 la volontà primordiale è inconscia: la consapevolezza e l’intelletto sono solo due delle sue possibili
manifestazioni secondarie. Il termine volontà non significa quindi volontà cosciente, ma indica il
concetto più generale di energia o impulso.

 la volontà risulta unica: – rimando alla dottrina dell’unicità della sostanza – esistendo al di fuori
dello spazio e del tempo, che hanno la prerogativa di dividere e di moltiplicare gli enti, si sottrae
costituzionalmente a ciò che i filosofi del medioevo chiamavano principio di individuazione.

 la volontà è eterna e indistruttibile: essendo oltre la forma del tempo, risulta essere un principio
senza inizio né fine.

 la volontà si configura come una forza libera (non determinata) e cieca: essendo oltre la categoria
di causa, risulta essere una energia incausata, senza un perché e senza uno scopo. Noi possiamo
cercare la ragione di questa o quella manifestazione fenomenica della volontà, ma non della
volontà in sé stessa.
La volontà primordiale non ha alcuno scopo oltre sé stessa.

Miliardi di esseri viventi non vivono che per vivere e continuare a vivere: secondo Schopenhauer questa è
l’unica crudele verità sul mondo, anche se gli uomini hanno tentato di mascherarne la terribile evidenza
postulando un Dio su cui finalizzare la loro vita e in cui trovare un senso per le loro azioni.
Ma Dio secondo Schopenhauer non esiste: l’unico assoluto è la volontà stessa, i cui caratteri di fondo – il
suo essere unica, eterna e incausata – sono i caratteri che da sempre i filosofi hanno conferito a Dio (e con
cui i Romantici hanno caratterizzato l’infinito).

L’unica e infinita volontà di vivere si manifesta nel mondo fenomenico attraverso due fasi distinguibili:

1. nella prima, la volontà si oggettiva in un sistema di forme immutabili, aspaziali e atemporali, che
egli chiama platonicamente idee (archetipi del mondo).

2. nella seconda, la volontà si oggettiva nei vari individui del mondo naturale, che sono nient’altro
che la moltiplicazione delle idee. Tra gli individui e le idee esiste un rapporto di copia – modello,
per cui i singoli esseri risultano semplici riproduzioni dell’unico prototipo originario che è l’idea.

Il mondo delle realtà naturali si struttura a propria volta


in una serie di gradi disposti in ordine ascendente.
Il grado più basso è costituito dalle forze generali della
natura, i gradi superiori da piante e animali. Questa
sorta di piramide cosmica culmina nell’uomo, nel quale
la volontà diviene pienamente consapevole.
Ciò che essa acquista in coscienza, perde in sicurezza:
come guida della vita la ragione è meno efficace
dell’istinto, e questo è il motivo per cui Schopenhauer
afferma che l’uomo è un “animale malaticcio”.
Lettura pag 51 – 54

IL PESSIMISMO
Affermare che l’essere è la manifestazione di una volontà infinita equivale a dire che la vita è dolore per
essenza. Infatti, volere significa desiderare e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la
mancanza di qualcosa. Il desiderio è assenza, vuoto e indigenza, ossia dolore. E poiché nell’uomo la
volontà è più cosciente, l’uomo risulta il più bisognoso e mancante, destinato a non trovare mai un
appagamento verace e definitivo.

Ciò che gli uomini chiamano godimento (fisico) e gioia (psichica) non è nient’altro che una cessazione del
dolore – visione simile a quella leopardiana – ossia lo scaricarsi di una tensione preesistente: perché ci sia
piacere bisogna che ci sia uno stato precedente di tensione o di dolore.
La stessa cosa non vale per il dolore, che non può essere ridotto: un individuo può sperimentare una catena
di dolori, senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri, mentre ogni piacere nasce solo come
cessazione di una qualche preesistente tensione fisica o psichica.

Mentre il dolore, identificandosi con il


desiderio (struttura stessa della vita), è un
dato primario e permanente, il piacere è
solo una funzione derivata del dolore, che
vive a spese di esso. Il piacere riesce a
vincere il dolore solo a patto di annullare sé
stesso, poiché non appena viene meno lo
stato di tensione del desiderio, cessa anche
la possibilità del godimento.

Accanto al dolore, realtà durevole, e al piacere, momentaneo, Schopenhauer pone, come terza situazione
esistenziale di base, la noia, la quale subentra quando viene meno l’aculeo del desiderio.
La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso
l’intervallo illusorio del piacere e della gioia. Ma se il dolore è ciò che costituisce la legge profonda della
vita, ciò che distingue le situazioni e i casi umani sono solo il diverso modo o le diverse forme in cui esso di
manifesta.

LA SOFFERENZA UNIVERSALE

Poiché la volontà di vivere, che è tensione perennemente insoddisfatta e sempre rinnovantesi, si manifesta
in tutte le cose sotto forma di una vera e propria Sehnsucht (desiderio inappagato) cosmica, il dolore non
riguarda soltanto l’uomo, ma investe ogni creatura: tutto soffre.

L’uomo soffre di più rispetto alle altre creature perché possiede maggior consapevolezza ed è destinato a
sentire in modo più accentuato la spinta della volontà e a patire maggiormente l’insoddisfazione del
desiderio e l’offesa dei dolori. Di conseguenza, il genio, avendo maggiore sensibilità rispetto agli uomini
comuni, è votato a una sofferenza più intensa.

“più intelligenza avrai, più soffrirai


“chi aumenta il sapere, moltiplica il dolore”

Espressione di tale dolore universale non è solo l’anelito frustrato della volontà, ma anche la lotta crudele
di tutte le cose. Secondo Schopenhauer, dietro le celebrate meraviglie del creato si cela “un’arena di esseri
tormentati e angosciati, i quali esistono solo a patto di divorarsi l’uno con l’altro, dove l’autoconservazione
di ogni essere carnivoro rappresenta una catena di morti strazianti”. Questa affermazione rappresenta una
auto lacerazione dell’unica volontà in una molteplicità conflittuale di parti e di individui reciprocamente
ostili, che si contendono l’un l’altro lo spazio e il tempo. L’individuo risulta possedere il valore di un mero
strumento al servizio della specie: l’unico fine della natura si rivela essere quello di perpetuare la vita e,
con essa, il dolore.

L’ILLUSIONE DELL’AMORE

L’amore è uno dei più forti stimoli all’esistenza. Il suo fine, o lo scopo per cui esso è voluto dalla natura è
solo l’accoppiamento, in quanto l’unico fine della natura è la continuazione della specie.

Se l’amore è un puro sentimento per perpetuare la vita della specie, allora non c’è amore senza sessualità.

“ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire,


affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale”

ed è per questo che l’amore procreativo viene inconsapevolmente avvertito come peccato e vergogna:
esso è il responsabile del maggiore dei delitti, cioè della procreazione di altre creature destinate a soffrire.
L’amore è nient’altro che “due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano e una terza
infelicità che si prepara”. Per questo, l’unico amore di cui si può tessere l’elogio non è quello generativo
dell’eros, ma quello disinteressato della pietà.

Per la prima volta appare l’idea che noi non siamo chi pensiamo di essere: siamo il prodotto dell’inconscio,
estrinsecazione della volontà senza sapere di esserlo.

LA CRITICA DELLE VARIE FORME DI OTTIMISMO


IL RIFIUTO DELL’OTTIMISMO COSMICO

Uno degli aspetti più interessanti della filosofia di Schopenhauer è la critica mossa alle diverse ideologie (=
rappresentazione generale della realtà che arriva a sostituire la realtà stessa) con cui gli uomini tetano di
celare a sé stessi i dati negativi del vivere e la crudele realtà del mondo. Spunti di critica alle ideologie si
trovano disseminati in tutti i suoi libri, poiché egli usa la tecnica dello smascheramento, uno degli aspetti
principali del suo filosofare. Per questo è considerato uno dei maestri del sospetto, probabilmente tra i
primi, accanto a Marx, Nietzsche e Freud.

 Marx: allievo di Hegel, afferma che l’ideologia del liberismo nasconde la verità dello sfruttamento
dell’uomo (1848 manifesto del Partito Comunista).
 Nietzsche: afferma che tutto ciò che fa l’uomo è il risultato della volontà do potenza, quella che
Schopenhauer chiama volontà di vivere.
 Freud: afferma che noi non siamo ciò che crediamo di essere, ma siamo pulsioni dell’inconscio.

Il filosofo sbugiarda in particolare la filosofia accademica di Stato, dicendo che chi viene pagato per
pensare non può certo filosofare liberamente (riferimento a Hegel), ma deve riflettere rispettando le idee e i
pregiudizi di chi lo paga; polemizza contro gli intellettuali inseriti e contro le loro occulte ambizioni di
denaro, di potere e di gloria: si oppone alle ipocrisie spiritualistiche sull’amore.

Da queste affermazioni risulta come la polemica di Schopenhauer si concentri soprattutto sull’ ottimismo
cosmico, schema di pensiero che interpreta il mondo come organismo perfetto, provvidenzialmente
governato da Dio o da una Ragione immanente (Hegel). Per Schopenhauer questa visione, pur essendo
consolatrice, risulta falsa, poiché la vita è un’esplosione di forze irrazionali e il mondo è il teatro
dell’illogicità e della sopraffazione.
Schopenhauer contesta le religioni, definendole metafisiche per il popolo, e i sistemi teistici, abbozzando
quindi un ateismo filosofico.

IL RIFIUTO DELL’OTTIMISMO SOCIALE

Schopenhauer si scaglia anche contro la tesi della bontà e della socievolezza dell’uomo, affermando che la
regola dei rapporti umani è sostanzialmente costituita dal conflitto e dal tentativo di sopraffazione
reciproca. Tale regola, pur assumendo nel tempo mille forme, è rimasta sostanzialmente sempre la stessa:
basta un niente per far sì che anche il più mansueto degli individui riveli la sua natura di felino rabbioso:

“vi è dunque, nel cuore di ogni uomo, una belva che attende solo il momento propizio per scatenarsi e
infuriare contro gli altri”

La cattiveria dell’uomo nei confronti dei propri simili emerge anche dal fatto che le disgrazie altrui
suscitano spesso una malcelata soddisfazione (= lasciata trapelare più o meno chiaramente) nel nostro
feroce istinto egoistico (Schadenfreude, piacere provocato dalla sfortuna altrui).

Se gli uomini vivono insieme non è tanto per simpatia o innata socievolezza, ma per bisogno , riprendendo
l’antica tradizione filosofica dagli atomisti fino ad Hobbs. Se esistono lo Stato e le sue leggi non è certo per
rispondere a un’umana esigenza di eticità, ma solo perché l’uomo possa difendersi e regolamentare gli
istinti aggressivi degli individui.
Con queste affermazioni, Schopenhauer esprime un pessimismo antropologico e sociale, venendo accusato
di misantropismo (atteggiamento d’odio nei confronti del genere umano).

Grazie a questa sua visione del mondo come inferno di egoismi, nel suo sistema viene favorita la scelta della
via etica della pietà: solo chi ha la sensibilità di avvertire come i rapporti umani si costituiscano per lo più
nell’orizzonte dell’ingiustizia può sentire il desiderio interiore di seminare e curare quei fiori dell’eccezione
che sono la giustizia e l’amore.

IL RIFIUTO DELL’OTTIMISMO STORICO

Un aspetto che lo contrappone radicalmente all’idealismo romantico è la polemica contro ogni forma di
storicismo. Schopenhauer ridimensiona fortemente la portata conoscitiva della storia, affermando che
essa non è una vera e propria scienza in quanto è costretta a limitarsi alla catalogazione dell’individuale:
risulta quindi inferiore all’arte e alla filosofia, che mirano a strutture universali e permanenti. Studiando gli
uomini, gli storici finiscono per perdere di vista l’uomo, cadendo nell’illusione che gli uomini mutino. In
realtà,
“non vi è nulla di nuovo sotto il sole”.

Il destino dell’uomo presenta quindi dei tratti immutabili. Storicismo: filosofia che pone la conoscenza
storica come una conoscenza superiore.

Di conseguenza, il solo modo adatto di occuparsi di storia è quello di evidenziare la costante uniformità e
ripetitività della storia, nella quale ciò che cambia non è l’essenza delle cose, ma solo la loro facciata
superficiale. In questo senso è sufficiente la sola lettura dell’Erodoto (storico greco antico, 484 – 430 a.C.
considerato da Cicerone come “il padre della storia” – egli considerava la storia come un insieme di fatti
collegati tra loro da una complessa rete di rapporti logici, e non solo come una semplice serie di
avvenimenti che si susseguono nel tempo). Bisogna quindi passare dalla storia alla filosofia della storia.
Se la storia è solo il fatale ripetersi di un medesimo dramma, che ripropone la stessa cosa vissuta più e più
volte nel tempo, allora è necessario spogliare la disciplina storica della sua pretesa di rivelarci il diverso e il
progressivo, e prendere coscienza del fatto che l’intera umanità si trova nel medesimo stato di dolore, e
spera di metterlo a tacere inseguendo un mutamento e un progresso illusori.

L’autentico compito della storia sarà quello di offrire all’uomo la coscienza di sé e del proprio destino.

LE VIE DELLA LIBERAZIONE DAL DOLORE


Da quanto descritto finora emerge come per Schopenhauer la vita sia sostanzialmente dolore.

“nella vita umana, come in ogni cattiva mercanzia, il lato esterno è mascherato con un falso splendore:
sempre si cela ciò che soffre; mentre ciascuno […] quanto più interna contentezza gli manca, tanto più
desidera nell’opinione altrui passare per felice”

Schopenhauer fa proprie le sentenze pessimistiche di:


 Saggi dell’Oriente: esistere è soffrire
 Platone: è meglio non essere nati piuttosto che soffrire
 Tradizione biblico – cristiana: non c’è nulla di nuovo sotto il sole
per affermare che l’esistenza risulta una cosa che si impara poco per volta a non volerla.

Nonostante questa visione, il filosofo rifiuta e condanna il suicidio, per due motivi di fondo:

1. perché il suicidio non è un atto di negazione della volontà, bensì un atto di forte affermazione della
volontà stessa in quanto il suicida vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono
toccate. Anziché negare veramente la volontà, egli nega piuttosto la vita.

2. Perché il suicidio sopprime soltanto una manifestazione fenomenica della volontà di vivere,
lasciando intatta la cosa in sé la quale, pur morendo per un individuo, rinasce in mille altri.

Schopenhauer trova quindi la risposta al dolore del mondo non nel suicidio, ma nella liberazione dalla
stessa volontà di vivere. Piuttosto che dare una giustificazione teorica, Schopenhauer richiama
all’attenzione l’esistenza di alcuni individui eccezionali (artisti, mistici, santi, eremiti, …) che in tutti i tempi
hanno intrapreso il cammino della liberazione di sé stessi dalla volontà di vivere e dalla tirannia, a essa
connessa.

Il filosofo intende quindi dimostrare che, quando la voluntas perviene alla coscienza di sé, tende a farsi
noluntas, cioè negazione progressiva di sé medesima.
È con la presa di coscienza del dolore e con il disinganno di fronte alle illusioni dell’esistenza che prende
avvio il cammino di liberazione dell’individuo.

Schopenhauer articola il percorso della salvezza dell’uomo in tre momenti esistenziali: l’arte, la
morale e l’ascesi.

L’ARTE

Per Schopenhauer l’arte è conoscenza libera e disinteressata che si rivolge alle idee, cioè alle forme pure
delle cose. Nell’arte, questo amore diventa l’amore, ovvero l’essenza immutabile di tale fenomeno. Il
soggetto che contempla le idee non è più l’individuo naturale particolare, ma il puro soggetto del
conoscere.
L’arte sottrae l’uomo dalla catena infinita di bisogni e desideri quotidiani, offrendogli un appagamento
immobile e compiaciuto. Ecco perché l’arte è catartica per essenza: grazie a essa l’uomo contempla la vita,
elevandosi al di sopra della volontà, del dolore e del tempo.

Le varie arti si possono ordinare gerarchicamente: esse vanno dall’architettura, che corrisponde al livello
più basso, fino alla scultura, alla pittura e alla poesia, che hanno per oggetto le idee del mondo vegetale,
animale e umano. Tra le arti spicca la tragedia, che costituisce l’autorappresentazione del dramma della
vita. Un posto a sé occupa la musica, in quanto si pone come immediata rivelazione della volontà a sé
stessa. Schopenhauer afferma che la musica si configura come l’arte più profonda e universale, e come una
vera e propria metafisica in suoni, capace di metterci a contatto con le radici stesse della vita e dell’essere.

Ogni arte è quindi liberatrice, poiché il piacere che essa procura è la cessazione del bisogno. Ma questa
funzione liberatrice è pur sempre temporanea e parziale, con i caratteri di un gioco effimero. Costituisce
un conforto alla vita.

L’ETICA DELLA PIETÀ (MORALE)

L’etica implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. È un tentativo di superare l’egoismo e di
vincere quella lotta incessante degli individui tra loro che costituisce l’ingiustizia e che rappresenta una
delle maggiori fonti di dolore per l’uomo.

Pur riconoscendo con Kant che il disinteresse costituisce il cuore della moralità, Schopenhauer sostiene
contro Kant che l’etica non sgorga da un imperativo categorico dettato dalla ragione, ma da un’esperienza
vissuta, ovvero da un sentimento di pietà o di com – passione, attraverso cui avvertiamo come nostre le
sofferenze di altri.

Non basta sapere che la vita è dolore e che tutti soffrono: bisogna sentire e realizzare questa verità nel
profondo del nostro essere. Pertanto, è la moralità a produrre la conoscenza e non il contrario.
Tramite la pietà sperimentiamo quell’unità metafisica di tutti gli esseri che la filosofia teorizza.

Solo per un sogno illusorio il malvagio si crede separato dagli altri e dal loro dolore, ma il rimorso
temporaneo e la duratura angoscia costituiscono l’oscura consapevolezza dell’unità del volere cosmico. Se
ogni malvagità e disconoscimento dell’unità primordiale degli esseri, ogni atto di pietà è invece il
riconoscimento di essa, che va oltre il velo di Maya del fenomeno e oltre il principium individuationis (un
ente esiste nella sua individualità come un essere differente e distinto nei confronti di tutti gli altri enti che
pure partecipano della sua stessa natura) dello spazio e del tempo.

La morale si concretizza in due virtù cardinali: la giustizia e la carità (agápe).

 giustizia: primo freno all’egoismo, ha un carattere negativo poiché consiste nel non fare il male e
nell’essere disposti a riconoscere agli altri ciò che siamo pronti a riconoscere a noi stessi.

 carità: si identifica come la volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo. È un amore
disinteressato e autentico, a differenza dell’eros (falso amore), e quindi pietà.

La pietà consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri passati e presenti, e nell’assumere su di sé
il dolore cosmico.

L’ASCESI
Sebbene implichi una vittoria sull’egoismo, la morale rimane pur sempre all’interno della vita e presuppone
un qualche attaccamento ad essa. Per questo Schopenhauer persegue una liberazione totale non solo
dall’egoismo e dall’ingiustizia, ma dalla stessa volontà di vivere. Questa liberazione si raggiunge con l’ascesi.

L’ascesi, che nasce dall’orrore dell’uomo per l’essere di cui è manifestazione il suo proprio fenomeno e per
l’essenza di un mondo riconosciuto pieno di dolore, è l’esperienza attraverso la quale l’individuo, cessando
di volere la vita e il volere stesso, si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di
volere.

Il primo gradino dell’ascesi è costituito dalla castità perfetta, che libera dalla prima e fondamentale
manifestazione della volontà di vivere, l’impulso alla generazione e alla continuazione della specie. La
rinuncia ai piaceri, l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e l’automacerazione (dominio degli istinti) sono
altre manifestazioni tipiche dell’ascetismo e tendono tutte al medesimo scopo.

La soppressione della volontà di vivere, di cui l’ascesi rappresenta la tecnica, è l’unico vero atto di libertà
che sia possibile all’uomo: l’individuo, come fenomeno, è un anello della catena causale ed è
necessariamente determinato dal proprio carattere.

La coscienza del dolore come essenza del mondo non è un motivo, ma un quietivo (qualcosa che sospende
la volontà di vivere ma in maniera temporanea) del volere, capace di vincere il carattere stesso
dell’individuo e le sue tendenze naturali. Quando succede ciò, l’uomo diviene finalmente autenticamente
libero, si rigenera ed entra in quello stato che i cristiani chiamano di grazia.

Mentre nei mistici del cristiano l’ascesi si conclude con l’estasi (stato di unione con Dio), nel misticismo
ateo il cammino verso la salvezza mette capo al nirvana buddista, ovvero all’esperienza del nulla: non è il
niente, bensì un nulla relativo al mondo, cioè una negazione del mondo stesso.

Se il mondo, con tutte le sue illusioni, le sue sofferenze e i suoi rumori, è un nulla, il nirvana è un tutto, un
oceano di pace, uno spazio luminoso di serenità, in cui le stesse nozioni di io e di soggetto si dissolvono.

La teoria orientalistica dell’ascesi costituisce la parte più debole e contraddittoria del sistema
schopenhaueriano. Una di queste è la mancata testimonianza dell’ascesi da parte del filosofo: senza una
testimonianza diretta, si da l’impressione della non – sincerità del pessimismo schopenhaueriano.