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2 | a margine

ALESSANDRO VOLPI

UNA CRISI TANTE CRISI


Crollo della finanza
e dell’idea di mercato
Progetto grafico e impaginazione: fuoriMargine (Vr)

2009
© BFS edizioni
Biblioteca Franco Serantini

Amministrazione e distribuzione:
Libercoop
via I. Bargagna, 60 – 56124 Pisa
tel./fax 050 9711432
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www.bfs-edizioni.it

ISBN 978-88-89413-40-1
INDICE

9 UNA BREVE PREMESSA

19 I CAPITALI TORNANO A CASA

27 I PREZZI IMPAZZISCONO

33 ARRIVA LO STATO

45 LE POLITICHE COMMERCIALI

49 DIFFICOLTÀ A STELLE E STRISCE

59 POLITICHE MONETARIE AFONE E CRISI DI FIDUCIA

69 INCUBI EUROPEI

75 SOLUZIONI NAZIONALI

87 UN CASO SPECIFICO. IL MERCATO DEI PRODOTTI AGRICOLI


IN AFRICA DI FRONTE ALLA CRISI

101 EPILOGO
Ad Anna, perché non abbia paura

Watch out, the world’s behind you


tehre’s always somone around you
Who will call
it’s nothing at all
The Velvet Underground, Sunday Morning
UNA BREVE PREMESSA

La natura stessa dell’attuale crisi finanziaria, esplosa con una for-


za per molti versi inattesa e in verità difficilmente prevedibile, consi-
glia un’estrema cautela nel tracciare scenari futuri1. Diverse sono in-
fatti le contraddizioni in atto ma sicuramente una delle più gravi, che
rende complessa ogni analisi del futuro, è data dalla modifica pro-
fonda intervenuta nelle strutture proprietarie del sistema economico
internazionale. Dalla metà degli anni Ottanta si è assistito ad un’e-
stensione della nozione stessa di mercato finanziario, con l’accre-
sciuto ruolo di vari soggetti – a partire dalle banche – che in molti
ordinamenti hanno ottenuto la prerogativa di creare prodotti finan-
ziari, di acquisire partecipazioni rilevanti in imprese e di produrre in
proprio gli strumenti per sostenere tali imprese, spesso attingendo a
piene mani alle innovazioni dell’ingegneria finanziaria. Espressione
tipica di questo processo è stata l’abolizione nel 1999 da parte del-
l’amministrazione Clinton dello storico Glass-Steagall Act, introdot-

1. Tra le opere dedicate agli attuali sviluppi della crisi finanziaria, di particolare interes-
se risulta il contributo di R. SHILLER, Finanza shock, Milano, Egea, 2008. Lo stesso Shiller
aveva dedicato all’analisi delle criticità finanziarie il volume Il nuovo ordine finanziario,
pubblicato in Italia dalla casa editrice Il Sole 24 ore. Ancora molto utili sono poi le notazioni
espresse da L. BINI SMAGHI, Chi ci salva dalla prossima crisi finanziaria?, Bologna, Il
Mulino, 2000; così come assai stimolante è il contributo di M. AGLIETTA, Le capitalisme, de
bulle en bulle, «Le Monde», 1 settembre 2007. Letture molto “singolari” sono invece quelle
di: G. SOROS, Cattiva finanza. Come uscire dalla crisi: un nuovo paradigma per i mercati,
Roma, Fazi, 2008, B. EMMOTT, Asia contro Asia, Milano, Rizzoli, 2008, H.J. CHANG, Cattivi
samaritani. Il mito del libero mercato e l’economia globale, Milano, Università Bocconi,
2008, F. ZAKARIA, L’era post americana, Milano, Rizzoli, 2008, G. SAPELLI, La crisi econo-
mica mondiale, Torino, Bollati Boringhieri, 2008. Decisamente più “ortodossa” l’interpreta-
zione di F. ALLEN, D. GALE, Understanding Financial Crises, Oxford, Oxford University
Press, 2008. Di notevole interesse risulta il dossier dedicato alla “crisi finanziaria 2007-
2008” presente sul sito www.lavoce.info, curato da Massimo Bordigon. Fra le ultime usci-
te: A. BERRINI, Come si esce dalla crisi finanziaria, Torino, Bollati Boringhieri, 2009,
M. GAGGI, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Roma, Laterza,
2009. La casa editrice Garzanti ha pubblicato una nuova edizione aggiornata e ampliata di
P. KRUGMAN, Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, che di fatto non
aggiunge molto alle precedenti edizioni e in realtà tratta pochissimo della crisi in atto.
10 UNA CRISI TANTE CRISI

to nel 1931 dopo la grande crisi il quale imponeva una netta distin-
zione delle banche commerciali da quelle di investimento. Simili
processi non solo hanno modificato la nozione stessa di rischio per
milioni di utenti bancari, inseriti di fatto senza troppa consapevolez-
za nel mercato finanziario, ma hanno anche alterato la catena di con-
trollo delle società, riproponendo e amplificando a dismisura i con-
flitti di interesse tipici delle “banche miste”2. La stessa ingegneria fi-
nanziaria ha poi permesso a queste banche proprietarie di distribuire
i pericoli delle operazioni aperte creando appositi strumenti-veicolo
che determinano una vera e propria invisibilità delle esposizioni e
delle stesse filiere di controllo. Accanto al nuovo ruolo delle banche
esiste, come è noto, il peso crescente dei fondi hedge e private che
hanno comprato utilizzando un pronunciato effetto leva, destinato a
costringerli a rispondere in termini brevissimi ai loro sottoscrittori,
con la preoccupante conseguenza della “trimestralizzazione” degli
andamenti perseguiti; è sempre più evidente quindi una prospettiva
interamente finanziaria, attratta dalle sirene della speculazione e che
certo mal si concilia con i tempi degli investimenti di natura produt-
tiva. Un fenomeno tutt’altro che trascurabile qualora si tenga presen-
te, solo per citare un dato, che in Inghilterra oltre 3 milioni di lavora-
tori, il 20% degli occupati nel settore privato, erano ancora nel luglio
2008 dipendenti di imprese di proprietà dei fondi o da essi partecipa-
te; si tratta di un comparto ora talmente in crisi da costringere ad un
ripensamento l’intero sistema economico britannico, il quale paga il
peso di una eccessiva terziarizzazione finanziarizzata e il venir meno
di grandi marchi “nazionali”: ormai solo 1/3 del sistema manifattu-
riero britannico è in mani inglesi3.
La distinzione tra fondi “attivisti”, che intendono cioè partecipare
alla gestione delle imprese finanziate, e fondi neutrali pare, in ultima
analisi, abbastanza debole visto che comunque entrambe le tipologie
devono rispondere ai loro sottoscrittori sulla base di scadenze molto
ravvicinate. In particolare i fondi hedge hanno ulteriori controindica-
zioni proprio in relazione alla struttura proprietaria; il fatto di ricor-
rere così massicciamente all’indebitamento per finanziarsi, con

2. Si possono citare fra gli altri i contributi di R. RAJAN, L. ZINGALES, Salvare il capita-
lismo dai capitalisti, Torino, Einaudi, 2004, C. BÉBÉAR, P. MANIÈRE, Uccideranno il capita-
lismo, Milano, Bompiani, 2004, R. R. BOTTLE, Soldi dal nulla, Milano, Il Sole 24 ore, 2006,
J. SACHS, La fine della povertà, Milano, Mondadori, 2005, M. VITALE, America punto a ca-
po. Una lettura non conformista della crisi dei mercati mobiliari, Milano, Scheiwiller, 2002,
S. ANDRIANI, L’ascesa della finanza. Risparmio, banche, assicurazioni: i nuovi assetti del-
l’economia mondiale, Roma, Donzelli, 2006.
3. L. MAISANO, Londra rimpiange le sue fabbriche, «Il Sole 24 ore», 22 gennaio 2009.
Una breve premessa 11

un’incidenza sulle loro disponibilità effettive che supera di molto la


capitalizzazione, e la logica determinante del breve termine non con-
sentono di sapere in realtà a chi appartengano nei diversi momenti
della loro esistenza e dunque di chi siano dipendenti i lavoratori del-
le imprese acquistate. A causa degli strumenti che utilizzano, non di
rado tali fondi coprono infatti il finanziamento con il loro capitale
per una percentuale pari al 20%, mentre il restante 80% è frutto di
debiti che hanno bisogno, per essere sostenibili, di tassi decisamente
bassi. Rispetto ad un simile quadro, a volte le immagini sono molto
più chiare delle descrizioni minuziose e argomentate. Quella di un
vero e proprio “allagamento” dei mercati finanziari internazionali
può servire a rendere bene l’idea della strabordante liquidità genera-
ta negli ultimi anni da tassi d’interesse molto bassi, dal risparmio
forzato dei cinesi, dai giganteschi surplus delle bilance commerciali
dei paesi emergenti e da vari altri fattori difficili da raccontare in po-
che righe. Questo allagamento ha contribuito a scatenare molteplici
effetti; in primo luogo ha trasformato in soggetti finanziari intere fa-
sce sociali che non lo erano a causa delle debolezze del loro reddito.
I mutui concessi a potenziali insolventi e poi cartolarizzati per pro-
durre ricchezza finanziaria non sarebbero stati possibili senza gli ec-
cessi di liquidità. Così come senza una tale, ampia disponibilità di
carta monetaria e commerciale non sarebbe stato possibile ridurre
per molti mesi la volatilità dei mercati fino a ingenerare l’illusione
ottica della scomparsa stessa della nozione di rischio; e un capitali-
smo senza la percezione del rischio, perché i titoli del Tesoro USA
rendevano come quelli di un paese dei Balcani, dava corpo ad una
sorta di Eden arredato in pieno stile Las Vegas. Un allagamento irro-
rato da una enorme messe di dollari, capace di tenere in piedi la dis-
astrata bilancia commerciale della più grande economia del pianeta,
alle prese con la perdita di potere d’acquisto dei salari dei cittadini
statunitensi che solo le merci sottocosto di cinesi e “cinesizzati”, pa-
gate appunto in dollari creati all’occorrenza, erano in grado di conti-
nuare a far consumare.
Parallelamente ad una simile crescita, le invenzioni dell’ingegneria
finanziaria sono state applicate nel concepire strumenti per un radicale
abbattimento dei rischi connessi all’attività di mercato. Al fine di au-
mentare in modo esponenziale il numero dei soggetti finanziarizzati,
interessati dai prodotti delle banche e dai titoli dei fondi, e di quelli in-
debitati, che hanno contratto debiti per operare tali acquisti, è divenuto
necessario infatti contenere le eventualità di perdite sia per chi presta
sia per chi è destinatario del prestito. Alla luce di ciò si è affermato un
modello di allocazione del rischio di credito che è passato dallo sche-
12 UNA CRISI TANTE CRISI

ma originate and hold al più “avanzato” originate to distribute4. Nel


primo caso le banche concedevano il credito e si facevano carico del
compito di vigilare sulla solvibilità del destinatario del credito stesso,
avendo la preoccupazione principale di evitarne il fallimento. Nel se-
condo, ora più diffuso, l’originatore dei crediti li assembla in combina-
zioni di varia qualità e di vario livello di rischio in strumenti cartolari
strutturati in strati con diverso grado di subordinazione che poi cede ad
investitori istituzionali e gestori di patrimoni; in tale sequenza il rap-
porto tra il soggetto che eroga il credito e il beneficiario di esso diven-
ta di fatto quasi anonimo e l’interesse per una restituzione certa scema.
Anzi, qualora la concessione del credito si sia abbinata a forme di assi-
curazione contro il rischio, appare assai più conveniente il fallimento
del creditore. La strada per limitare i rischi è quindi quella di spalmarli
su una platea molto ampia di compratori di titoli rappresentativi del
credito originario che risultano di conseguenza partecipi di una solvi-
bilità non più singola ma collettiva. Di questa frammentazione sono
stati a più riprese illustrati molteplici vantaggi, spesso con enfasi ec-
cessiva. Nelle nuove condizioni sarebbe più semplice il pooling dei ri-
schi e si contrarrebbe il fabbisogno di capitale in rapporto al credito
originato; al tempo stesso gli investitori dispongono di nuove opportu-
nità in merito alla combinazione rischio-rendimento e soprattutto sog-
getti che prima erano esclusi dal credito perché giudicati sprovvisti di
garanzie vengono ammessi ai finanziamenti per effetto, appunto, della
distribuzione “collettiva” dell’incertezza circa la loro capacità di salda-
re. Il pericolo di crisi sistemiche si riteneva scongiurato accrescendo la
percezione della sicurezza per effetto di un ampliamento delle dimen-
sioni dei fenomeni finanziari tale da garantire una costante disponibili-
tà di risorse liquide da parte di soggetti resi affidabili dalla catena delle
cartolarizzazioni. A questo fine hanno concorso le già ricordate strate-
gie di alcune banche centrali, in particolare della Federal reserve gui-
data da Alan Greenspan, attenta ad allagare di liquidità con tassi molto
bassi e con iniezioni di pronti contro termine le diverse piazze del pia-
neta5. La sensazione di sicurezza è stata rafforzata anche dalla limita-
zione della volatilità dei mercati, dipendente in gran parte proprio dal-
la grande liquidità disponibile e dagli strumenti pensati per veicolarla
che hanno permesso a titoli ad alto rischio di pagare interessi decisa-
mente contenuti, di fatto stabilizzandone gli andamenti. Si è definito
pertanto un circolo vizioso nel quale il basso costo del denaro ha faci-

4. L. SPAVENTA, Per la finanza è la fine di un modello, «Affari e finanza», 21 gennaio 2008.


5. Greenspan ha fornito un’esplicita testimonianza del suo modus operandi nel volume
L’era della turbolenza, Milano, Sperling & Kupfer, 2007, in particolare pp. 425-429.
Una breve premessa 13

litato il ricorso a modelli di indebitamento molto azzardati, con effetto


leva fino a trenta volte il capitale effettivamente disponibile, ma dove,
al contempo, il livello di “azzardo morale” è rimasto occultato proprio
dal denaro a buon prezzo. Ad accrescere l’impressione della cornuco-
pia ha concorso parimenti quello che Nouriel Rubini ha qualificato co-
me il «sistema finanziario ombra», composto da istituzioni non banca-
rie ma che alla stregua delle banche «ottengono prestiti a breve termi-
ne e in forme liquide mentre concedono prestiti a lungo termine e in
asset molto meno liquidi»6. Tale sistema include veicoli di investimen-
to strutturati come i SIV, i veicoli finanziari extrabilancio, i conduit, i
fondi monetari, le assicurazioni monoramo, oltre ai già ricordati
hedge: tutte realtà che hanno la caratteristica di dipendere dalla prero-
gativa di rinnovare le scadenze debitorie in quanto le loro passività a
breve termine possono essere inventariate facilmente, mentre i loro as-
set sono a lungo termine e illiquidi. Un’asimmetria sanabile, ancora
una volta, solo con tanta liquidità che nel caso del “sistema ombra”
non ha potuto derivare direttamente dalle banche centrali che gli sono
normalmente precluse data l’assenza in tale sistema di istituzioni de-
positarie. Spesso però i conduit risultano una filiazione più o meno le-
gittima delle banche stesse che hanno preferito fare ricorso ad essi per
evitare di sopportare i costi legati al fatto di detenere il capitale. A dif-
ferenza delle società industriali che dispongono di un capitale compre-
so tra il 30 e il 50% e un debito tra il 70 e il 50%, le banche fanno am-
pio ricorso alla leva finanziaria con un capitale fino al 12%, ma talvol-
ta solo fino al 5%, e con la percentuale restante composta da capitale
di bassa qualità o da debito7. In questo contesto, data l’assoluta centra-
lità di una fiducia diffusa per il mantenimento delle condizioni di una
facile liquidità, la struttura dei modelli di valutazione del rischio non è
stata perfezionata in maniera altrettanto minuziosa rispetto all’inge-
gneria finanziaria. Le agenzie di rating hanno mostrato infatti una no-
tevole accondiscendenza nei confronti di molti prodotti finanziari, dif-
ficili da valutare per la scarsa esperienza “storica” e per l’opacità in-
trinseca dei crediti strutturati. I prezzi dei titoli valutati sembravano in
grado di sfornare sempre e comunque premi allettanti e le agenzie di
rating hanno evitato di mettergli un freno, sfruttando la loro condizio-
ne di pressoché assoluto monopolio della valutazione che la legislazio-
ne USA gli attribuisce sia in rapporto al controllo degli intermediari sia
all’ammissibilità degli strumenti finanziari nel portafoglio degli inve-

6. N. ROUBINI, Dodici tappe verso la crisi più grave, «La Repubblica», 28 febbraio 2008.
7. M. LONGO, Sarà improbabile assistere al crack di grandi banche, «Il Sole 24 ore», 25
marzo 2008.
14 UNA CRISI TANTE CRISI

stitori istituzionali. In tale ottica la filiera della costruzione del valore


si snodava attraverso una serie di passaggi il cui grado di sicurezza,
per quanto artificiale, è stato a lungo sovrastimato; una sopravvaluta-
zione decisamente poco costosa nel particolare caso dei derivati che
hanno raggiunto il valore nominale abnorme di 360 mila miliardi di
dollari, potendo disporre della “solidità” attribuita loro dalle frequenti
esternazioni di Alan Greenspan che li ha definiti gli strumenti in grado
di «differenziare il rischio e di allocarlo agli investitori più capaci e de-
siderosi di assumerlo». Se per ottenere 100 mila dollari in azioni a
Wall Street servono 50 mila dollari in contanti e per comprare a termi-
ne con un future 100 mila dollari di greggio sono sufficienti 5 mila
dollari, è evidente che quest’ultima operazione abbia avuto un appeal
maggiore e abbia attirato molti soggetti altrimenti privi di risorse che
hanno contribuito così alla generalizzata fame di liquidità e ad un’insi-
cura sicurezza8. Le molteplici contraddizioni insite nelle pratiche della
nuova ingegneria finanziaria hanno cominciato ad esplodere nell’estate
del 2007 con la crisi degli ormai noti mutui subprime, prestiti concessi
a clienti di fatto privi delle garanzie per accedere a forme di credito
standard. Tali mutui che nel 1998 erano circa 600 mila, pari al 2% di
tutti i mutui USA, sono saliti a quasi 6 milioni alla fine del 2006 per una
percentuale del 13,5% del totale. Una crescita tanto tumultuosa si è le-
gata alla progressiva contrazione del reddito medio degli americani e
alla vera e propria bolla immobiliare per cui chi si indebitava anche a
tassi molto alti aveva la certezza quasi matematica di un rialzo del
prezzo dell’immobile acquistato decisamente superiore a quello paga-
to. Al contempo l’istituto che erogava il credito poteva spalmarlo attra-
verso le cartolarizzazioni su altri soggetti disposti ad assumere porzio-
ni di rischio in cambio di un interesse. L’intero sistema si reggeva dun-
que su due elementi: il prezzo delle case in continua crescita e i bassi
tassi d’interesse che facilitavano la catena dell’indebitamento e la ge-
stione del debito9. Quando il mercato immobiliare nell’agosto 2007 ha
manifestato chiari segni di regressione10, il primo perno del sistema ha

8. M. RICCI, Così la speculazione affonda l’economia, «La Repubblica», 28 febbraio 2008.


9. Stephen Roach ha messo in luce come dal 2000 il sistema dell’indebitamento, a parti-
re dal settore immobiliare, ha reso il Prodotto interno lordo statunitense dipendente dai con-
sumi interni per il 72% (M. MARGIOCCO, “Finisce con questa crisi la società del debito faci-
le”, «Il Sole 24 ore», 5 aprile 2008).
10. Nel giro di pochi mesi circa 8 milioni di famiglie americane si sono trovate “proprieta-
rie” di case il cui valore era inferiore al mutuo da pagare e un’eventuale riduzione del valore
degli immobili, pari al 30%, avrebbe portato il numero delle famiglie in tali condizioni a 16
milioni. Jacques Attali ha tratteggiato la previsione delle conseguenze della crisi finanziaria in
un lungo articolo comparso sul «Corriere della sera» (La crisi della finanza globale finirà per
castigare l’Europa, 5 aprile 2008), in cui immagina il decisivo intervento della finanza cinese.
Una breve premessa 15

cominciato a cedere e la rincorsa verso il basso posta in essere dalla


Federal reserve – fino a portare i tassi ben sotto il livello dell’inflazio-
ne così da rendere conveniente indebitarsi – non è sembrata in grado di
mettere un argine vero alla crisi. Il problema infatti era duplice: capire
le dimensioni reali del fenomeno subprime e individuare quanta parte
dei prodotti finanziari circolanti per i ben poco definiti mercati del pia-
neta fosse stata contaminata dalla cartolarizzazione dei medesimi sub-
prime. Soltanto dando una risposta convincente a queste due domande
sarebbe diventato possibile limitare gli effetti di un “credit crunch”, di
una restrizione dei cordoni del credito dovuta alla paura da parte di
banche e operatori di finanziare attività già compromesse. Ciò è risul-
tato particolarmente importante perché, a differenza di quanto avveni-
va fino al 2004 – allorché gran parte dei mutui era gestita da due socie-
tà pubbliche o semipubbliche (come Fannie Mae, Guinnie Mae e
Freddie Mac responsabili del 70% di tutte le emissioni di titoli con
mutui o asset immobiliari come collaterali) – dal 2006 oltre il 57% di
tali titoli è finito nell’orbita di banche e finanziarie, sia di quelle spe-
cializzate come Indymac, Wamu e Countrywide sia di quelle di gran
nome, da Leheman Brothers a Jp Morgan, da Goldman Sachs fino a
Bear Sterns; tutte realtà che hanno pagato a caro prezzo una simile
esposizione, senza peraltro che le agenzie pubbliche siano riuscite ad
avere conti migliori vista la mole di mutui subprime cartolarizzati. La
sicurezza generata dalla distribuzione del rischio è divenuta così, con
estrema velocità, paura dilagante11. Davanti ad una dispersione tanto
marcata, l’accennata stima delle perdite connesse alla bolla subprime
risulta estremamente complessa e tale da scatenare vere e proprie con-
troversie. Le sterminate distese dei mercati non sono più rappresentate
in nessuna mappa del rischio e forse nemmeno rappresentabili.
Quando Goldman Sachs, con le sue enormi difficoltà, è stata costretta
a rivedere in poco tempo le valutazioni circa le perdite indotte dalla
crisi globale del credito, portandole da 445 a oltre 1.200 miliardi di
dollari, l’unica certezza è rimasta quella di navigare a vista, senza car-
te nautiche e armati della speranza di non incappare negli scogli di una
recessione già affiorata.
È derivata da qui l’enorme instabilità dei mercati, messi costante-
mente sotto pressione dal bisogno di liquidità per alimentare erogatori
di credito e acquirenti di carta commerciale a corto di risorse e senza
una proprietà certa. La mancanza di una struttura proprietaria stabile
ha portato con sé, altrettanto frequentemente, rischi di insider trading

11. M. MARGIOCCO, I dieci perché della crisi dei mutui, «Il Sole 24 ore», 16 dicem-
bre 2007.
16 UNA CRISI TANTE CRISI

finalizzati a stravolgere il valore “reale” degli asset a cui i fondi, per i


caratteri prima accennati, non sono mai legati in maniera duratura.
L’essere inoltre fuori dalle Borse ha accentuato ancora di più questa
opacità, che si estende ovviamente alle società in cui tali fondi decido-
no di entrare; ma anche nel caso in cui i fondi scelgano di quotarsi, co-
me ha fatto Blackstone, permane il pericolo che diventino delle gigan-
tesche investment banks, senza sopportarne il costo fiscale e senza sot-
tomettersi alle regole previste per tali funzioni. Proprio la vicenda
Blackstone permette peraltro di allargare ancora il ventaglio dei pro-
blemi in quanto nel suo capitale ha fatto ingresso uno degli ormai noti
fondi sovrani in mano al governo cinese, con l’acquisizione di una si-
gnificativa quota del 10%. Un fondo opaco risulta così partecipato da
uno Stato del tutto estraneo a forme democratiche sia in campo politi-
co che in quello economico; se tale fondo controlla pezzi del sistema
produttivo in varie parti del pianeta, l’idea che il mercato abbia delle
regole a cui i players devono “correttamente” rispondere appare assai
debole, tanto più se, come è avvenuto, gli esiti dell’intera operazione
sono stati decisamente negativi.
Ai fini della trasparenza della catena della proprietà societaria certo
non giova neppure il continuo abuso che i fondi fanno dei paradisi fi-
scali. Le isole Cayman sono la capitale mondiale dell’industria degli
hedge, tanto che su 9.000 fondi censiti nel primo semestre 2007, 8.522
– pari all’87% del totale – risultavano registrati a George Town.
Qualche preoccupazione in tal senso emerge anche in relazione alla
proprietà delle ruggenti imprese cinesi, dove accanto allo Stato com-
paiono investimenti diretti esteri che provengono per quasi 15 miliardi
da paradisi fiscali (11 miliardi dalle sole Virgin Islands), contro i “soli 3
miliardi provenienti “formalmente” dagli Stati Uniti. Del resto, non-
ostante la definizione nel 2000 di una black list da parte dell’OCSE che
conteneva l’indicazione di 35 Stati qualificati come paradisi fiscali a
cui venivano richiesti precisi chiarimenti in termini di trasparenza, gli
ultimi anni hanno conosciuto solo un adeguamento formale da parte di
tali soggetti a regole condivise in sede internazionale. Le isole Cayman
dal 2000 al 2008 hanno ad esempio registrato una crescita delle loro
passività bancarie con gli investitori esteri da 781 a 1.721 miliardi di
dollari. La presenza di un sistema dai contorni così indefiniti, in parti-
colare in relazione alla questione decisiva degli assetti proprietari, e che
ha già conosciuto una violenta deflagrazione non permette dunque di
sapere molto in merito a cosa potrà accadere sui mercati nei prossimi
tempi. È interessante notare a questo riguardo lo sforzo posto in essere
da G8 e dalle autorità finanziarie internazionali per stabilire, proprio per
fronteggiare la crisi, degli argini al fenomeno stesso dei paradisi fiscali
Una breve premessa 17

spingendo la Svizzera all’abbandono del segreto bancario, attraverso il


superamento della distinzione fra evasione fiscale e frode fiscale, in
maniera da scatenare un processo virtuoso anche in realtà analoghe.
Nel momento in cui è deflagrata la crisi e serve denaro pubblico è chia-
ro che la permanenza dei paradisi fiscali non è più tollerabile e forse
imporre regole migliori diventa più facile se una larga parte dei 2.000
miliardi di dollari di asset depositati in Svizzera stanno dirigendosi in
maniera inattesa verso gli Stati Uniti, a dimostrazione del materializ-
zarsi della paura anche nei confronti dei luoghi tipici della finanza ano-
nima. Il capitalismo finanziario, nel costante tentativo di perfezionarsi e
di creare nuova ricchezza ben oltre la disponibilità del sistema produtti-
vo, ha smarrito ogni traccia di identificazione fino a perdere la propria
identità e a rendere anonimo e imprevedibile il rischio connesso alle
proprie attività. In un arco di tempo molto breve si è passati dalla scom-
parsa del rischio alla sua assoluta dilatazione, due dimensioni entrambe
evidentemente artificiali.
18 UNA CRISI TANTE CRISI
I CAPITALI TORNANO A CASA

Pur tra mille incertezze, tuttavia alcuni elementi sembrano profilar-


si già con una notevole evidenza tanto da suggerire almeno qualche
ipotesi credibile di lettura delle trasformazioni in atto. In primo luogo,
di fronte alla crisi finanziaria mondiale è in corso un fenomeno di evi-
dente “ritorno a casa” dei capitali; i grandi investitori internazionali –
che avevano fatto ampio uso negli anni passati del carry trade, indebi-
tandosi laddove il denaro costava poco, per effetto dei bassi tassi e del-
l’ampia liquidità, e mettendo le risorse così ottenute nei mercati emer-
genti più redditizi – stanno “smontando” queste posizioni divenute
troppo rischiose per tornare a impiegare le loro disponibilità nelle eco-
nomie di provenienza, Stati Uniti in primis, dove puntano a rimborsare
ed estinguere crediti contratti a tassi molto bassi. I flussi di capitale dai
paesi occidentali a quelli in via di sviluppo sono crollati tra il 2007 e il
2009 dell’82%, coinvolgendo persino gli investimenti diretti esteri, la
forma più stabile dei flussi, che sono scesi dai 304 miliardi di dollari
dal 2007 ai 197 del 2009. Anche le rimesse degli emigrati stanno sub-
endo una marcata riduzione per effetto della crisi, con una diminuzio-
ne del 20% nel corso degli ultimi mesi del 2008. Crescono invece i
flussi netti, dati dalla differenza fra gli acquisti e le vendite, di capitali
verso gli Stati Uniti, pari a quasi 160 miliardi di dollari che si articola-
no in rientro di capitali dall’estero, passività bancarie e acquisto di ti-
toli di Stato USA. Questo fenomeno crea grandi tensioni valutarie per-
ché rende ostica ogni previsione sulle sorti del dollaro, da un lato raf-
forzato dal ritorno in patria dei capitali – nonostante il bassissimo tas-
so di interesse praticato dalla Federal reserve, fissato a metà dicembre
2008 tra lo 0 e lo 0,25% – e dall’altro penalizzato dalle stime relative
all’economia USA e al debito federale. Difficile dire come si evolverà
una tale situazione, decisamente anomala e legata anche ai giganteschi
piani di sostegno messi in campo dai governi nazionali, con fini di sta-
bilizzazione. Si profila infatti uno scenario in cui l’economia america-
na attrae la propria moneta grazie agli aiuti pubblici ma al tempo stes-
so il tasso zero spinge gli investitori a dar corpo ad un nuovo carry tra-
20 UNA CRISI TANTE CRISI

de, questa volta con la presa in prestito “gratis” del denaro negli Stati
Uniti per impiegarlo altrove. La crisi e i bassi rendimenti generalizzati
in giro per il mondo rendono però difficile trovare soluzioni realmente
alternative; le autorità americane sembrano scommettere sulla perma-
nenza in patria dei capitali presi in prestito e per questo hanno fatto in
dodici mesi quello che il Giappone ha impiegato 12 anni a fare1. In tal
senso, dopo un brusco arresto del processo di globalizzazione sembra
essersi avviata una vera e propria deglobalizzazione. È certo che il
quadro di riferimento internazionale sta mettendo in tensione le valute
più fragili e in una simile ottica le questioni monetarie risultano parti-
colarmente spinose per i “microstati”, per gli Stati di ridottissime di-
mensioni che ormai da tempo dimostrano di soffrire le instabilità delle
proprie valute di riferimento. Le vicende dell’Islanda, che ha cono-
sciuto una vera e propria bancarotta del sistema bancario ed ha avuto
bisogno di ben 10 miliardi di dollari di “aiuti” internazionali, sono em-
blematiche di questa condizione; il cambio è rapidamente crollato,
rendendo molto difficili le importazioni e azzerando le riserve valuta-
rie, con immediata scomparsa degli investitori esteri. Si tratta di realtà
piccole che però, come già è avvenuto in passato, possono innescare
fenomeni di più ampie dimensioni, scatenando reazioni a catena.
Stanno sparendo, in parallelo con i fenomeni sopra ricordati, i pre-
stiti internazionali ad opera delle banche che sono coinvolte in manie-
ra profonda nella crisi: i dati della Banca dei regolamenti internaziona-
li indicano in 1.100 miliardi di dollari, pari al 3%, la riduzione che si è
verificata nel solo 2008; una fuga che, è bene precisarlo, si è avviata
negli ultimi mesi dell’anno con una notevolissima consistenza e non fa
presumere nulla di buono. In maniera analoga, si stima che nel 2009 il
credito ai paesi emergenti crolli da oltre mille miliardi a 150 miliardi
di dollari. Solo le banche americane, che hanno subìto nel terzo trime-
stre 2008 il ritiro dai loro conti correnti di 483 miliardi di dollari da
parte di possessori esteri, hanno erogato 587 miliardi di dollari in me-
no agli investitori non americani. Dopo il noto fallimento del fondo
LTCM, avvenuto nel 1998, il calo dei prestiti bancari internazionali fu
soltanto dell’1,2% mentre in seguito allo scoppio della bolla di inter-
net, nel 2001, la contrazione sfiorò appena l’1%. In questo contesto
particolari preoccupazioni interessano l’Africa subsahariana dove 11
paesi hanno un sistema bancario per oltre il 70% in mani estere e dun-
que subiscono il rischio di un rapido rientro dei capitali. Anche i fondi
hedge, che come le banche d’affari si finanziano sul mercato emetten-
do titoli, hanno scontato enormi difficoltà e per ripagare le proprie

1. R. SORRENTINO, Calo record per il dollaro, «Il Sole 24 ore», 18 dicembre 2008.
I capitali tornano a casa 21

esposizioni debitorie hanno cercato di stabilizzare il loro portafoglio


vendendo i titoli migliori e riducendo drasticamente l’attività.
Nonostante ciò è ormai evidente che queste realtà, importanti nel far
circolare i capitali negli ultimi anni, sono destinate a scomparire alme-
no nella percentuale del 50-60%, una sparizione accelerata dal fatto
che molti di tali fondi sono di piccole dimensioni: oltre l’80% del tota-
le dei fondi hedge gestisce meno di 100 milioni di dollari2. In questi
stessi mesi sta profilandosi un altro dato preoccupante: nel 2009 sca-
dranno i debiti del sistema industriale mondiale per oltre 1.000 miliar-
di di dollari, senza considerare i bond, e sarà certo più difficoltoso rifi-
nanziarli dal momento che nella parte finale del 2008 oltre l’83% delle
banche americane hanno ridotto o reso maggiormente onerosi i propri
finanziamenti. Della montagna di debiti in scadenza quasi 600 miliardi
fanno capo a società statunitensi e molte di esse hanno visto duramen-
te penalizzato il proprio rating, alla luce della vigorosa stretta che le
agenzie di valutazione hanno dovuto imporre ai propri criteri. È evi-
dente quindi che tale sistema abbia bisogno di nuova liquidità bancaria
e molto difficilmente la otterrà in queste condizioni. Ciò provocherà
numerose chiusure di aziende in giro per il mondo con una crescita dei
default del 7,5%: solo negli USA questo significa la bancarotta di circa
125 grandi società nel corso di un anno, fatti salvi interventi “esterni”,
ad esempio da parte dell’autorità federale3. Più in generale, secondo le
valutazioni di Euler Hermes – uno dei più grossi assicuratori mondiali
di rischi sul credito – nel corso del 2009 falliranno in Europa ben 200
mila imprese, 1/3 in più di quelle fallite nel 2007. Si tratta di stime
concepite peraltro prima dell’ulteriore aggravarsi della crisi.

CASI DI INSOLVENZA NEL 2008 PREVISIONI 2009


Stati Uniti 41.200 +50%
Giappone 15.800 +8%
Cina 4.570 +10%
Germania 30.100 +12%
Francia 56.000 +12%
Gran Bretagna 28.500 +34%

Non bisogna dimenticare che nel giro di pochissimi mesi è stata


stravolta la geografia di un intero settore come quello delle banche
2. M. NIADA, Hedge a rischio estinzione, «Il Sole 24 ore», 26 ottobre 2008.
3. Si vedano in tal senso le considerazioni di M. LONGO, Industria esposta per mille mi-
liardi di dollari, «Il Sole 24 ore», 9 novembre 2008.
22 UNA CRISI TANTE CRISI

d’investimento: Lehman Brothers è fallita, Merrill Lynch è stata acqui-


stata da Bank of America, Bear Stearns, grazie ad un prestito ponte, è
stata rilevata da JP Morgan Chase, che ha acquisito anche Washington
Mutual, mentre Wachovia è stata comprata da WellsFargo. È inevitabile
dunque una fortissima contrazione del credito “specializzato”. Nel più
generale comparto bancario poi Citigroup ha dovuto accettare, “in
cambio” di un’iniezione di liquidità pari a 52 miliardi di dollari e di ga-
ranzie per oltre 300 da parte del Tesoro federale, una profonda ristruttu-
razione con il siluramento di Robert Rubin e soprattutto con l’abbando-
no del modello, a lungo inseguito, del conglomerato finanziario globa-
le, peraltro perdendo subito molti soldi vista la cessione di Smith
Barney ad un prezzo di 2,7 miliardi contro gli 11 a cui era valutata dal
mercato. L’effetto di ciò è un sostanziale ridimensionamento dell’istitu-
to, che dovrebbe ridurre le proprie ambizioni, stabilendo maggiori lega-
mi con Morgan Stanley in tema di brokeraggio.

GENNAIO 2007 GENNAIO 2009


JP Morgan Chase 167 84
Citigroup 273 20
Bank of America 239 42
Morgan Stanley 86 17
Goldman Sachs 84 27
Lehman Brothers 41 0,03
BNP Paribas 101 28
Royal Bank of Scotland 123 7
Deutsche Bank 69 13
Lloyd Bank 63 10
Barclays 93 7
Ubs 127 32
Credit Suisse 84 23
* Valore di mercato in miliardi di dollari. Tra gennaio e marzo
2009 Citigroup ha perso il 78%, Bank of America il 72%, Ubs il
37%, Deutsche Bank il 25%.

Nel febbraio 2009 l’amministrazione americana di fronte, al perdu-


rare delle difficoltà dell’istituto, ha prefigurato l’ipotesi di acquistare fi-
no al 40% del capitale di Citigroup, convertendo in azioni ordinarie i ti-
toli privilegiati già ottenuti in precedenza in cambio di iniezioni di capi-
tali pubblici per circa 45 miliardi di dollari. Anche Bank of America, do-
po il salvataggio di Merrill Lynch, ha registrato in un trimestre perdite
per quasi 1,8 miliardi di dollari e ha avuto bisogno quindi dell’interven-
I capitali tornano a casa 23

to del Tesoro USA, ricevendo un’iniezione di 20 miliardi di dollari e la


garanzia per future perdite dovute ad asset in pessime condizioni per al-
tri 118 miliardi4.
Già nel 2008, inoltre, a conferma della difficoltà di rastrellamento
dei capitali, sono crollate le operazioni di IPO (Initial Public Offering),
pari a 95 miliardi di dollari contro i 257 dell’anno passato, e si sono
concentrate per oltre il 62% nei paesi in via di sviluppo5. Come pesan-
te corollario di ciò, sarà inevitabile che le imprese, al pari degli Stati,
che vorranno rifinanziarsi dovranno pagare interessi sensibilmente più
alti, per molti versi in maniera indipendente dalle sempre meno effica-
ci politiche monetarie. Una recente ricerca di Barclays Capital ha ag-
giunto elementi di preoccupazione nella misura in cui ha dimostrato
che nel corso del periodo 1998-2008 le azioni hanno costituito una
delle classi di attività con il peggior ritorno, pari negli Stati Uniti a uno
0,3% annualizzato; in tal senso verrebbe smentito uno degli assiomi
più frequentemente ribaditi dagli analisti, per il quale proprio le azioni
nel lungo periodo sono la tipologia di investimento più remunerativa6.
In questo senso è in atto un fenomeno assai particolare per cui molti
investitori tendono a vendere azioni e comprare obbligazioni delle
stesse società di cui hanno venduto le azioni. Non a caso nel mese di
gennaio 2009 sono stati emessi sui mercati corporate bond per quasi
170 miliardi di dollari, una vera e propria cifra record, giustificata in
gran parte dall’elevato rating dei titoli emessi e dal discreto spread ri-
spetto ai titoli di Stato. Al maggior costo del rifinanziamento si ag-
giunge quello dei credit default swap (CDS), gli strumenti nati per pro-
teggere i possessori di titoli di società dal rischio del fallimento di
queste ultime; il loro costo è ormai salito alle stelle e costituisce una
pericolosa fonte di instabilità qualora tali titoli diventassero, per effet-
to dell’allargarsi della crisi, non più solvibili. Nel caso italiano i CDS
hanno accresciuto il loro costo in termini di percentuali di punto, rife-
riti al sistema bancario, dai 6 del maggio 2007 ai 185 di gennaio 2009,
mentre in Inghilterra sono saliti da 4 a 145, in Francia da 1 a 72, in
Germania da 6 a 63. Proprio alla luce di queste difficoltà da più parti
si sostiene l’esigenza di costituire una “clearing house” europea, una
camera di compensazione che dia corpo ad una controparte centrale
per i CDS per limitare le paure di fallimenti diffusi anche dei titoli de-
stinati a proteggere dai fallimenti.

4. M. VALSANIA, Bankamerica-Merrill, il Tesoro salva la fusione, «Il Sole 24 ore», 17


gennaio 2009.
5. M. MONTI, Borse senza matricole: 2008 nero per le IPO, «Il Sole 24 ore», 13 dicem-
bre 2008.
6. A. MERLI, C’era una volta il culto delle azioni, «Il Sole 24 ore», 11 febbraio 2009.
24 UNA CRISI TANTE CRISI

Per citare un esempio eloquente delle ricadute di questo quadro,


caratterizzato da minori propensioni al rischio e da costi maggiori,
nei confronti delle economie deboli è possibile fare riferimento al
caso sudafricano dove il rand ha perso il 43% del suo valore in rela-
zione alla forte crescita del deficit estero che in pochi mesi ha rag-
giunto quasi l’8% del PIL. Anche in Kenya il deficit annuale con l’e-
stero è aumentato del 63% già nell’estate, toccando un valore di cir-
ca 1,5 miliardi di dollari, oltre il 5% del PIL. Una situazione simile ri-
guarda la Georgia, che ha un deficit con l’estero pari al 26% del PIL e
per finanziarlo ha emesso un prestito da 750 milioni di dollari, ora
sottoposto alle intemperie dei mercati7. In condizioni forse ancora
peggiori si trovano Lettonia, Ucraina e Romania, che hanno cono-
sciuto un brusco declassamento del loro debito pubblico. A metà di-
cembre 2008 poi è esploso il caso clamoroso dell’Ecuador che ha di-
chiarato la propria impossibilità a pagare 31 milioni di dollari sulle
obbligazioni in scadenza. Il vero timore in un contesto siffatto pro-
viene dal pericolo che la fuga dei capitali esteri, la svalutazione della
moneta e il crollo dei prezzi delle materie prime spingano le econo-
mie di molti paesi deboli verso l’informalità, verso la fuga in dire-
zione di dimensioni degli scambi caotiche in cui si rafforzano ele-
menti di marcata illegalità. In maniera analoga, alcune economie
dell’Est Europa stanno conoscendo un brusco indebolimento della
loro moneta; in particolare lo zloty polacco e il fiorino ungherese
hanno incontrato gravi difficoltà mettendo a rischio i risparmiatori
che negli ultimi anni avevano contratto mutui denominati in euro o
in franchi svizzeri e si trovano ora a pagare rate decisamente pesanti.
Questo tracollo così pesante rischia di colpire duramente anche l’eu-
ro per gli ormai stretti legami con le valute dell’Est, soprattutto qua-
lora si tenga presente che secondo recenti stime di Ubs le aziende e i
risparmiatori dell’Est Europa dovranno rimborsare alle banche occi-
dentali ben 400 miliardi di dollari di debiti. Recentemente il presi-
dente della Banca mondiale, Robert Zoellick, ha fornito fosche pre-
visioni in merito all’impatto globale della crisi nei confronti delle
zone più fragili del pianeta, stimando 46 milioni di nuovi poveri che
andranno ad aggiungersi nel 2009 ai circa 50 milioni di poveri gene-
rati l’anno precedente dal fenomeno dell’“agroinflazione”. Per evita-
re ciò ha proposto che lo 0,7% degli interventi a sostegno delle eco-
nomie dei vari paesi, messi in essere in questi mesi, confluisca in un
“fondo di vulnerabilità” finalizzato ad attenuare le conseguenze della
crisi nei riguardi delle realtà più povere.

7. R. SORRENTINO, Allarme prestiti nei Paesi poveri, «Il Sole 24 ore», 30 novembre 2008.
I capitali tornano a casa 25

Stati e aziende, in una simile bufera, sembrano essere nella mede-


sima situazione; a reggere meglio sono quelle realtà in cui il credito
continua ad essere erogato come avviene nel caso del Brasile dove il
rapporto tra credito e PIL è salito dal 28 al 35% nel periodo 2005-2008.
In questo paese, però, alla stregua di quanto accade in altre realtà suda-
mericane, per consentire il normale funzionamento del sistema banca-
rio è in atto una riduzione del costo del denaro: il tasso brasiliano così
è sceso già a gennaio 2009 al 13,75%, quello dell’Argentina al 12,
quello della Colombia al 9,50, quello del Messico al 7,75 e quello del
Perù al 6,50. Questo sta determinando una bassa remunerazione garan-
tita dai titoli di Stato di tali paesi e gli effetti di ciò potrebbero essere
una rapida fuga dei capitali esteri8. Contro un simile rischio le politiche
economiche di alcuni Stati latinoamericani hanno previsto un ingente
stanziamento di fondi pubblici nel settore delle infrastrutture; il Brasile
ha messo sul tavolo 280 miliardi di dollari dal 2007 al 2010, il Messico
44,6, la Colombia 24,5 e il Perù 10. Nonostante ciò le stime per il 2009
vedono per il Brasile una crescita del PIL ferma allo 0,5% contro il 5,5
del 2008 soprattutto per le difficoltà dell’industria siderurgica, mecca-
nica e della plastica. Ormai le difficoltà investono anche la Svezia, do-
ve il PIL ha registrato una perdita vicina al 5% nel quarto trimestre
2008, la Finlandia, ufficialmente in recessione dal febbraio 2009, e la
Danimarca. Di fronte alla crisi il mondo è diventato realmente “piatto”,
più di quanto non lo sia stato duramente la globalizzazione.

8. R. DA RIN, Il Sudamerica corre ai ripari con un’ondata di tagli ai tassi, «Il Sole 24
ore», 21 gennaio 2009.
26 UNA CRISI TANTE CRISI
I PREZZI IMPAZZISCONO

La crisi finanziaria e la temporanea scomparsa della liquidità, pur


con tassi vicini allo zero, che hanno portato l’Euribor a livelli molto
bassi, hanno provocato parimenti un andamento schizofrenico e del
tutto imprevedibile del prezzo delle materie prime, dei beni agricoli e
dell’energia. Nel corso del 2008 si è assistito ad un incredibile rialzo
dei prezzi, non certo dettato dagli andamenti del mercato reale, e poi
durante l’estate con l’esplosione della crisi finanziaria, interpretata co-
me l’avvio di una dura recessione anche nei paesi emergenti, ad un al-
trettanto rapido ribasso, con l’effetto di produrre una vera e propria
doccia scozzese su molte economie, in particolare su quelle fragili,
private di ogni possibilità di consolidamento. Nel giro di qualche me-
se, rispetto alla primavera 2008, il prezzo del nickel ha perso circa il
70%, il piombo, lo zinco e il rame poco meno del 60%, mentre l’allu-
minio ha subìto una contrazione del 40%. La fibra di cotone sul mer-
cato a termine di New York è passato dai 68 cents per libbra alla fine
del 2007 agli 89,15 cents a marzo 2008 per scendere a 49 a fine anno.
Una sorte analoga hanno conosciuto le commodities con l’indice
Reuters-Jefferies Crb che è caduto del 36%, a 229,54 cents, il peggiore
crollo dal 1956, anno di debutto di tale misurazione. Anche l’indice
Baltic dry, che misura il corso dei noli marittimi per carichi secchi è
crollato del 91%, scendendo al livello del 1986. Solo il minerale di
ferro è riuscito a conservare le proprie posizioni perché i contratti di
fornitura si reggono su negoziazioni annuali1 e tra le commodities han-
no tenuto cacao e zucchero, quest’ultimo sospinto in particolare dalla
decisa diminuzione della produzione indiana, secondo produttore
mondiale, costretto ad importare fino a 2 milioni di tonnellate di
“grezzo” per compensare il calo dell’offerta locale. Ancora il
Sudafrica fornisce un esempio di questo processo: da lì proviene infat-
ti l’80% del platino mondiale e in pochissimi mesi questo metallo,

1. R. CAPEZZUOLI, La crisi riduce i mercati per miniere e fonderie, «Il Sole 24 ore», 19
novembre 2008.
28 UNA CRISI TANTE CRISI

fondamentale per la bilancia commerciale del paese, ha perso il 60%


del suo valore di mercato. In Kenya, per usare l’esempio precedente,
la rapida discesa del prezzo del caffè ha ridotto drasticamente le entra-
te e ha convinto il governo a rimandare, anche alla luce delle nuove
condizioni dei mercati finanziari, l’emissione di un eurobond per 500
milioni di dollari.
Più in generale la discesa dei prezzi delle materie prime e dell’e-
nergia renderà ben più difficile sia la rinegoziazione da parte dei go-
verni di vari Stati africani delle concessioni minerarie con compagnie
estere (si pensi al caso del rame, il cui prezzo era passato da 1.178
dollari la tonnellata nel 2003 a 8.348 dollari all’inizio del 2008), sia
l’introduzione di forme di tassazione degli utili delle stesse società
estere basate sulla crescita del prezzo dei beni da esse commerciati
(secondo il modello della windfall tax).
Al tempo stesso la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli potrà
disinnescare i fenomeni di “agroinflazione” che hanno caratterizzato
il 2007 e parte del 2008: il rischio tuttavia è costituito dal fatto che il
calo del prezzo dei prodotti agricoli, come già sembra, sia decisamen-
te più lento (nell’ordine solo del 5%) rispetto all’andamento di prezzo
delle materie prime o dell’energia, colpite più duramente dalle paure
di recessione. È significativo rilevare a riguardo che il biennio 2008-
2009 sta registrando una forte diminuzione di soia e mais per effetto
dei cattivi raccolti di Argentina e Brasile, con un calo delle quotazioni
dei futures inferiore all’1%, mentre il crollo dei consumi del cotone a
livello planetario sta riducendo drasticamente le aree coltivate con
conseguenze non ancora prevedibili. Alla luce di simili dati diventa
sempre più difficile distinguere fra prezzi “finanziari” e prezzi reali
delle commodities originando un quadro in cui la stessa definizione di
prezzo è assai complessa.
Nel caso del petrolio la questione cruciale è rappresentata dal prez-
zo di riferimento internazionale che, ovviamente, non è lo stesso per
tutti i paesi produttori, neppure per quelli presenti nel cartello OPEC.
Un prezzo al barile compreso fra i 40 e i 50 dollari significa un livello
di remunerazione per molti paesi inferiore ai costi di produzione e la-
vorazione, con possibili conseguenze in termini di riduzione futura
della produzione e quindi di nuovi rialzi di prezzo; l’Agenzia interna-
zionale dell’energia, che riunisce 28 paesi consumatori di petrolio, ha
segnalato il pericolo che vengano meno gli investimenti indispensabili
per mantenere la produzione in molte realtà destinate a scontare le dif-
ficoltà planetarie del credito. Questa situazione – determinata anche
dal fatto che molte majors sia pubbliche che private hanno preferito ri-
comprare proprie azioni piuttosto che fare investimenti negli impianti
I prezzi impazziscono 29

e nella ricerca2 – genera delle evidenti conflittualità; se per l’Arabia


Saudita è sufficiente un prezzo di 54 dollari al barile per conservare in
equilibrio i conti con l’estero, per il Venezuela, dato il pesante sistema
di costi interni, è necessario che il prezzo del barile stia stabilmente
sopra i 102 dollari3, pena un ulteriore aggravarsi delle condizioni mo-
netarie, faticosamente tenute insieme dal cambio fisso del bolivar con
il dollaro, stabilito nel 2003 ad un impossibile 2,15 (che scatena un gi-
gantesco cambio “nero”). È chiaro quindi che per i due paesi, entrambi
membri influenti dell’OPEC, le quantità di produzione da immettere sul
mercato debbano essere assai diverse, con conseguenti tensioni inter-
nazionali; il Venezuela in particolare sembra costretto a rivedere le
proprie posizioni nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali
cercando di indurle a fare nuovi investimenti per sviluppare le riserve
dell’Orinoco Belt4. Un atteggiamento molto differente è adottato inve-
ce dalla Bolivia e dalla Libia che, di fronte alla previsione di una ridu-
zione drastica del prezzo dell’energia, tendono ad accelerare i processi
di nazionalizzazione delle proprie risorse. Il presidente Morales ha ac-
quisito per via legislativa il controllo della società petrolifera Chaco,
mentre il colonnello Gheddafi ha indicato in 100 dollari il prezzo “ra-
gionevole” del barile di petrolio, al di sotto del quale ritiene necessario
procedere alla nazionalizzazione. Le stesse tensioni, sia pur con inten-
sità diversa, attraversano Iran e Iraq, beneficiati nell’ultimo anno dai
prezzi alti. Per l’Iraq, dove le esportazioni di petrolio garantiscono il
95% delle entrate, la discesa dei prezzi provoca enormi problemi alla
ricostruzione del paese, mentre l’Iran continua a sperare nella Cina
con cui ha firmato un contratto per sviluppare il giacimento petrolifero
di Azadegan. Considerazioni analoghe sono possibili per le compagnie
petrolifere private; solo le più grandi hanno i mezzi per continuare ad
investire, nel caso i prezzi del barile crollino per un periodo di tempo
non breve. «Di questo passo – ha dichiarato Christophe de Margerie,
amministratore delegato di Total – c’è il rischio che una produzione
già debole si presenti ancora più indebolita all’appuntamento con la ri-
presa economica causando una nuova fiammata dei prezzi e, quel che
è peggio, compromettendo le possibilità di rilancio»5. I budget stanzia-
ti per il 2009 dalle principali majors certificano un simile dato con evi-
denti restrizioni; ConocoPhillips, il terzo gruppo USA, ha limitato i

2. Un rilievo di questo tipo è stato espresso dal petroliere russo Valere Golovushkin in
un’intervista concessa a F. FUBINI, “Petrolio, a questi prezzi la produzione si fermerà”,
«Corriere della sera», 11 dicembre 2008.
3. R. CAPEZZUOLI, OPEC verso un rinvio dei tagli, «Il Sole 24 ore», 29 novembre 2008.
4. L. DAVI, Petrolio, investimenti fermi, «Il Sole 24 ore», 18 gennaio 2009.
5. A. GERONI, “Petrolio, prezzi troppo bassi”, «Il Sole 24 ore», dicembre 2008.
30 UNA CRISI TANTE CRISI

propri stanziamenti del 18% (12,5 miliardi DI DOLLARI?) e persino


Total, che aveva annunciato un piano di sviluppo, ha dovuto riconside-
rare i suoi impegni. È davvero singolare peraltro che la contrazione
degli investimenti da parte delle compagnie petrolifere si sia manife-
stata nell’anno degli utili record, quando Exxon ha chiuso con 45 mi-
liardi di dollari di utili e Chevron con 24 miliardi; nonostante ciò, sono
stati sufficienti i dati in flessione dell’ultimo trimestre per convincere i
vertici delle majors a rivedere i loro investimenti.
Non è certo un caso così che, davanti ad una situazione siffatta, al-
cuni paesi membri dell’OPEC stiano facendo pressione su esportatori
come Russia, Messico e Norvegia perché entrino a far parte dell’orga-
nizzazione allo scopo di raggiungere un prezzo stabile intorno ai 75
dollari il barile. Non è casuale neppure, per gli stessi motivi, che le au-
torità russe abbiano manifestato il proprio interesse nei confronti di si-
mili proposte. Rimane però la grande attrazione esercitata dalla possi-
bilità di vendere senza quote e questo ha indotto il vicepremier Igor
Sechin a dichiarare che nel 2009 la Russia non è ancora in grado pren-
dere impegni definitivi in termini di produzione, tanto più se i prezzi
continueranno a scendere.
Nel 2009 è stata prevista infatti una riduzione di 1,4 milioni di ba-
rili al giorno della domanda di greggio negli Stati Uniti, una diminu-
zione reale quindi del mercato fisico, per quanto a livello planetario la
contrazione sia soltanto di 200 mila barili. A tale riduzione si unisce
un sensibile aumento delle scorte negli Stati Uniti, che spinge l’Arabia
Saudita in direzione di una riduzione complessiva della produzione di
2 milioni di barili dal momento che, dopo anni di dominio finanziario,
la questione cruciale sembra tornare ad essere quella dei consumi
veri6. Il rischio è che la via d’uscita da parte dell’OPEC sia individuata
in un’ulteriore accentuazione del monopolio dell’oro nero, soprattutto
se si approfondisce l’attuale fase di “contango”, la situazione in cui i
futures per consegna lontana costano più di quelli a scadenza imme-
diata, con l’effetto di provocare un costante accumulo di giacenze nel
terminale di Cushing, in Oklahoma, punto di consegna del Nymex7.
A conoscere una tendenza al ribasso non è solo il petrolio ma an-
che la benzina, soprattutto per quel che riguarda la componente finan-
ziaria; il future sulla benzina Rbob è passato dai 3,57 dollari al gallone
del 3 luglio a 1,07 di metà novembre, con un crollo del 72%. Simili ri-
bassi stanno provocando dunque scossoni violenti nel settore delle ma-

6. D. TABARELLI, Dal greggio un anticipo di deflazione, «Il Sole 24 ore», 18 dicembre 2008.
7. R. CAPEZZUOLI, La manovra ribassista altera ancora il mercato, «Il Sole 24 ore», 18
gennaio 2009.
I prezzi impazziscono 31

jors petrolifere, modificando alcune delle gerarchie consolidatesi negli


ultimi anni in relazione ai dividendi distribuiti e al valore di capitaliz-
zazione societaria. Sul mercato “fisico”, quello della domanda e del-
l’offerta reale, sta scendendo altrettanto rapidamente il prezzo della
nafta, a testimonianza di una profonda crisi dell’intero settore petrol-
chimico. Ma siamo davvero sicuri che questa riduzione sia destinata a
durare? L’Europa importa il 50% del suo gas dalla Russia tramite due
soli grandi gasdotti che attraversano Ucraina e Bielorussia, due paesi
tutt’altro che tranquilli. Entrambi i paesi si battono con Gazprom, la
principale compagnia energetica russa, per ottenere prezzi molto bassi
per le loro forniture di gas. Il ricatto posto in essere è assai semplice;
se la Russia intende attraversare con il proprio gas il territorio ucraino
e bielorusso per portarlo in Europa, dove si trova il suo principale mer-
cato di destinazione, deve accettare di distribuirlo in Ucraina e Bielo-
russia a prezzi “popolari”. Nel momento in cui però Gazprom deve fa-
re i conti con prezzi del gas più bassi del passato, non può permettersi
sconti e di conseguenza è indotta a chiudere i rubinetti del gas verso
l’Ucraina che a sua volta, di riflesso, rallenta i flussi in transito verso
l’Europa. Derivano da qui le preoccupazioni dei governi del Vecchio
continente che temono una “guerra del gas” tra Russia e Ucraina –
motivata anche dalle accuse rivolte da Kiev a Mosca di utilizzare inter-
mediari come RosUkrEnergo, molto costosi e politicamente ostili al
governo ucraino – con pesanti effetti sui propri approvvigionamenti.
Se a ciò aggiungiamo che la Russia, per rafforzare la sua posizione di
monopolista, si è fatta promotrice della nascita di un’OPEC del gas con
Iran e Algeria, è chiaro che la tendenza dei prezzi del gas a ribassare
non è per nulla scontata. Dal 2001, infatti, esiste il Gas Exporting
Countries Forum, che riunisce ormai ben 15 paesi e ha sede a Doha, in
Qatar; tale organismo controlla di fatto il 73% delle riserve mondiali
di gas e il 42% della produzione. Non prevede ancora la determinazio-
ne di quote finalizzate a definire i prezzi, limitandosi a costituire una
sede privilegiata per lo scambio di informazioni tra i paesi membri: è
molto probabile tuttavia che sotto la spinta della Russia possa divenire
a breve il luogo delle politiche energetiche di alcune realtà esportatrici
di primissimo piano8. Una considerazione analoga si potrebbe fare per
il petrolio. È vero che gli Stati Uniti hanno, quest’anno (2009?), ridot-
to la loro domanda, ed è vero che l’economia cinese si è raffreddata,
così come è vero che la speculazione finanziaria si è sgonfiata. Ma è
altrettanto vero che le grandi compagnie petrolifere hanno limitato gli
investimenti e che, con un mercato caratterizzato da prezzi molto bas-

8. A. SCOTT, La Russia fonda il club del gas, «Il Sole 24 ore», 24 dicembre 2008.
32 UNA CRISI TANTE CRISI

si, numerosi paesi non sono più nelle condizioni di estrarre greggio
perché i loro costi di produzione non rendono più remunerativi gli in-
vestimenti. Di nuovo dunque saranno decisive le aree dove estrarre pe-
trolio costa poco: il Medio Oriente e il Golfo Persico, ora minacciati
da gravissime tensioni. Non bisogna dimenticare infatti che se il fabbi-
sogno globale di idrocarburi dovesse crescere nei prossimi dieci anni
persino di un modesto 1% l’anno, saranno necessari 48 milioni di bari-
li di petrolio in più rispetto al consumo attuale. È probabile quindi che
anche questi prezzi torneranno a crescere in tempi non troppo lunghi.
Per i generi alimentari il declino dei prezzi in realtà non si è ancora
neppure consolidato e i dati ISTAT, relativi al nostro paese, segnalano
che a dicembre (anno?) l’aumento di pane e cereali è stato del 7,8%.
Nonostante la crisi finanziaria tuttavia non sono cessate le tanto depre-
cate cartolarizzazioni; nel 2008 il volume delle nuove operazioni di ta-
le tipo è stato pari a 711 miliardi di euro per il 95% utilizzate come
collaterale per la BCE e con una crescita del 56% rispetto all’anno pre-
cedente. Negli Stati Uniti invece le cartolarizzazioni nel corso del
2008 si sono ridotte, ma hanno continuato ad avere un valore di poco
superiore ai 930 miliardi di dollari. Se anche solo una parte di questa
carta, come è naturale, finisce nel mercato petrolifero, ai primi segnali
di aumento dei prezzi reali può scatenarsi di nuovo una forte specula-
zione rialzista. Una tendenza che la Cina comunque non smetterà di
alimentare, pur nelle difficoltà attuali di cui si tratterà in seguito. «È
un fenomeno strutturale; – ha dichiarato Wei Wang, fondatore della
M&A Association – grazie alla globalizzazione, la Cina è diventata il
principale polo manifatturiero del pianeta. In quanto tale ha bisogno di
una quantità crescente di materie prime per produrre ciò che viene ri-
chiesto dalla domanda mondiale». Dunque la pressione sui prezzi sarà
costante, ben oltre la recessione che rende la deflazione un effetto tan-
to profondo quanto transitorio.
ARRIVA LO STATO

Alle principali trasformazioni in atto nel mercato dei capitali privati


si affianca un ulteriore dato nuovo rappresentato dall’intervento dello
Stato nell’economia che si articola in molte forme, ma che sul piano
della circolazione internazionale dei capitali significa in primo luogo
una forte concorrenza tra i buoni del Tesoro emessi dai paesi europei e
dagli Stati Uniti per alimentare gli interventi a sostegno delle loro eco-
nomie; una concorrenza molto dura però soprattutto nei confronti dei
titoli del debito estero di molti Paesi in via di sviluppo. Solo gli USA si
calcola che emetteranno oltre 2 mila miliardi di dollari di buoni del
Tesoro e circa 600 saranno emessi dalla Germania, scatenando di fatto
una vera e propria competizione internazionale in tale ambito; peraltro
la fuga verso la qualità da parte di risparmiatori, fondi e banche sta fa-
cendo crollare i rendimenti dei treasury bond a due e dieci anni, con
evidenti benefici in termini di costi in conto interessi da parte delle au-
torità americane che godono di una condizione di chiaro favore anche
alla luce del contemporaneo aumento di prezzo dei credit default swap.
L’attuale massa di debito trasferita sul mercato dall’amministrazione
americana rischia tuttavia di scatenare, prima o poi, un downgrading
dei titoli a stelle e strisce, un deprezzamento con effetti pesanti per i lo-
ro possessori che sono, come ricordato, in larghissima parte non ameri-
cani1. In maniera analoga la Germania, che gode di conti pubblici in
buona salute, non deve garantire interessi troppo alti e questa condizio-
ne la induce a non caldeggiare ipotesi di bond europei ben più gradite
ad altri partner europei, introducendo così altri elementi di tensione, a
cui si aggiunge la concorrenza fatta ai titoli di Stato dai bond emessi
ora dalle banche con garanzia dello Stato. L’emissione contemporanea
di ingenti quantità di titoli di Stato ad opera di molti paesi, rispetto alla
quale per di più non esiste alcuna forma di programmazione condivisa
nelle date delle aste, sta già producendo l’effetto di rendere più pesanti

1. M. MARGIOCCO, La prossima bolla è il debito federale, «Il Sole 24 ore», 16 dicem-


bre 2008.
34 UNA CRISI TANTE CRISI

gli spreads pagati dai paesi con debiti maggiori e soprattutto con rating
in forte ribasso, come nel caso di Grecia, Spagna e Portogallo, con un
deficit della bilancia commerciale del 10%. Il rischio insito in questo
contesto è rappresentato dal fatto che molti governi, nella speranza di
far rientrare i capitali finiti nei paradisi fiscali, costruiscano percorsi di
recupero basati sulla sottoscrizione di titoli pubblici, in maniera tale
che la riduzione delle aliquote per il rientro sia legata proprio all’acqui-
sizione di debito pubblico da parte degli evasori di ritorno. In un pano-
rama simile, se i paesi più deboli per finanziarsi dovranno tornare a ri-
alzare i tassi è probabile che conoscano difficoltà analoghe a quelle già
vissute alla fine degli anni Novanta, questa volta senza la necessità di
difendere le proprie monete. Il nuovo statalismo avrà conseguenze an-
che sul piano delle politiche di cooperazione, in termini di disponibilità
di aiuti, e su quello degli accordi commerciali, rafforzando la già decisa
spinta alla conclusione di accordi bilaterali a scapito delle sedi multila-
terali. È evidente inoltre che gli interventi statali faranno lievitare il de-
ficit dei conti pubblici, che dovrebbe crescere dal 2,6% del 2008 al
6,8% del 2009, con punte del 7,7 per le economie più ricche, raggiun-
gendo un livello sconosciuto ormai da cinquant’anni.
Il dato che maggiormente balza agli occhi di tale finanziamento del
debito è costituito dalle sue dimensioni; il governo statunitense aveva
già stanziato, a fine 2008, 8.560 miliardi di dollari a sostegno della
propria economia. Ben 3.800 miliardi erano stati destinati all’acquisto
di azioni e debiti di banche e società, insieme a mutui e quote di credi-
to al consumo, altri 1.700 sono stati indirizzati a fornire liquidità per
garantire prestiti di dubbia solvibilità e altri 3.100 miliardi, emessi con
l’appoggio della Federal reserve, per garantire prestiti interbancari, va-
lori mobiliari e depositi di vario titolo. Si tratta di una somma gigante-
sca pari ad oltre la metà del PIL americano2. Ad essa il presidente
Obama ha aggiunto ulteriori misure riprendendo la strategia degli
sgravi fiscali a famiglie e aziende per oltre 300 miliardi di dollari. Si
tratta di una cifra superiore a quella prevista da George W. Bush, che
aveva contemplato nell’ambito di un programma decennale da 1.350
miliardi di dollari un primo biennio di 174 miliardi. Nell’ottica di
Obama, invece, il piano in due anni dovrebbe superare, come detto, i
300 miliardi. Tuttavia la differenza con la presidenza repubblicana sta
nella natura degli sgravi, non più generalizzati, ma mirati ai ceti medio
bassi e ai lavoratori dipendenti3. Già a marzo 2009 però queste cifre

2. M. MARGIOCCO, Oltre la metà del PIL USA a sostegno dell’economia, «Il Sole 24 ore»,
27 novembre 2008.
3. M. VALSANIA, Obama, tagli fiscali da 300 miliardi, «Il Sole 24 ore», 6 gennaio 2009.
Arriva lo Stato 35

sono di nuovo cresciute: con un totale che ha raggiunto e superato i 13


mila miliardi, calcolati mettendo insieme gli stanziamenti del bilancio
federale, l’intervento della Federal reserve e degli enti di garanzia dei
depositi bancari. Durante la Seconda guerra mondiale la spesa com-
plessiva posta in essere dal governo degli Stati Uniti, attualizzata a va-
lori correnti, fu di 3.600 miliardi di dollari, mentre il New deal costò
“solo” 500 miliardi e la guerra in Vietnam 698. In Europa sono passati
da 2 mila a 6 mila i miliardi messi a disposizione dagli Stati per forni-
re garanzie al fine di agevolare il normale funzionamento del sistema
bancario e altri 250 miliardi sono stati stanziati per il rilancio dell’eco-
nomia nel suo complesso. Anche in alcuni paesi, Germania e Inghi-
lterra in primis, sono stati avviati piani di sgravio fiscale per rilanciare
la domanda interna, ma al di là delle cifre la differenza tra le due più
grandi economie del pianeta, ha notato Mario Monti, consiste nel fatto
che il bilancio pubblico europeo è composto quasi interamente dai bi-
lanci degli Stati e quello comunitario «è un piccolo fregio sull’edifi-
cio, pari a poco più dell’1% del PIL», mentre negli Stati Uniti il bilan-
cio pubblico dipende in pratica interamente dall’autorità federale; una
differenza che certo pesa rispetto all’organicità degli interventi ed è
forse ancora più importante delle loro(?) dimensioni4. Anche Mario
Draghi, convinto fautore dell’adozione di un global legal standard, vol-
to ad adottare regole comuni in tema di standard finanziari mondiali, ha
sostenuto che un’azione fiscale coordinata a livello europeo produrreb-
be effetti del 30% più incisivi rispetto a misure prese da un singolo
paese5. Dopo simili interventi su entrambe le sponde dell’Atlantico ap-
pare comunque in tutta chiarezza il definirsi di un nuovo rapporto tra
politica ed economia. Si profila infatti una marcata dipendenza delle
sorti dell’economia dalle scelte, e per alcuni versi dall’arbitrio, della
politica. Come hanno testimoniato gli andamenti al rialzo di molti titoli
nel corso dell’autunno 2008, poi soggetti ad altrettanto repentine rica-
dute, sarà sempre più determinante capire in anticipo quali saranno le
società che godranno dell’aiuto statale, soprattutto qualora la crisi ten-
da a non ridimensionarsi rapidamente. Non sarà infatti possibile salva-
re tutte le istituzioni bancarie e finanziarie in difficoltà; dunque do-
vranno essere operate delle scelte che, vista l’assoluta precarietà mani-
festatasi per numerosi parametri di misurazione del mercato, si fonde-
ranno innanzi tutto sulle convinzioni delle autorità monetarie, a partire
da quelle di natura politica, certamente non insensibili ai meccanismi

4. D. D I V ICO , “Maastricht non è più un alibi per non investire sulla crescita”,
«Corriere della sera», 30 novembre 2008.
5. A. MERLI, “Servono nuove misure”, «Il Sole 24 ore», 17 dicembre 2008.
36 UNA CRISI TANTE CRISI

del consenso e talvolta non estranee ai pericoli di conflitti di interesse


e alle sirene speculative. Già gli sbalzi dei listini che hanno premiato
alcuni titoli – sicuramente contraddistinti da un rapporto assai sottova-
lutato tra utili e prezzo ma, in larga misura, giudicati ben “protetti” in
termini politici – sembrano suggerire letture di questo tipo. È assai
probabile che le autorità pubbliche aiutino i “campioni nazionali”, che
vedranno così risollevate le loro quotazioni forse al di là del valore
reale, così come è pensabile che gli aiuti finanzieranno quelle società
disposte a collaborare al salvataggio di altre, magari procedendo ad
acquisizioni e fusioni su cui i soggetti regolatori tenderanno a chiudere
un occhio. Inoltre, il pericolo paventato dal presidente della Consob
italiana, Lamberto Cardia, di potenziali scalate di società italiane data
la brusca perdita di valore azionario – un fenomeno questo assai diffu-
so anche in altre parti del mondo – ha condotto ad un ulteriore restrin-
gimento delle normative sulle offerte pubbliche di acquisto e in altri
paesi ha spinto i governi a ricapitalizzazioni operate con denaro pub-
blico. Al contempo sta rapidamente contraendosi il volume complessi-
vo delle privatizzazioni condotte nel mondo, che nel 2008 si è ridotto a
110 miliardi di dollari; per trovare un anno in cui gli Stati hanno com-
prato più di quanto abbiano venduto bisogna risalire ad oltre trent’anni
fa6. Considerazioni simili sono possibili in tema di politiche fiscali,
dove le strategie di riduzione delle imposte tendono a diventare sem-
pre meno neutre e a riassumere la natura dello strumento fortemente
caratterizzato da tratti specifici in termini sociali.
In mercati che abbandonano sia pur temporaneamente il mark to
market e rischiano quindi di essere più opachi, la dipendenza dall’aiuto
pubblico può ingenerare l’ulteriore danno del diffondersi di fenomeni
di insider trading, di passaggio di informazioni dalla politica ai merca-
ti volte a favorire qualcuno. In tale ottica è messa a repentaglio l’indi-
pendenza delle banche centrali e in particolare della BCE che dovrà, an-
ch’essa, fare delle scelte precise vista la gigantesca massa di liquidità
richiestale; quando ben 600 banche chiedono di essere ammesse alle
aste di rifinanziamento e le somme messe a disposizione superano,
ogni volta, i 300 miliardi di euro, è evidente che criteri di utilità politi-
ca entrino in gioco data l’impossibilità di accogliere tutte le richieste
nel lungo periodo. Questo anche se il bilancio consolidato dell’istituto
centrale europeo ha registrato un forte aumento dei depositi, pari a 281
miliardi di euro nel gennaio 2009 contro un solo miliardo iscritto nel
giugno 2007, prima dello scoppio della crisi dei subprime. Quale sarà
il paese politicamente più forte in Europa non risulterà certo trascura-

6. F. LOCATELLI, Se lo Stato compra il mondo, «Il Sole 24 ore», 26 febbraio 2009.


Arriva lo Stato 37

bile in simili scelte condotte dall’istituto centrale. Persino gli swaps tra
titoli di Stato e portafogli critici delle banche, annunciati dalla Banca
d’Italia, imporranno selezioni non neutre e potranno dare adito a ri-
schiose preferenze. In estrema sintesi, il massiccio intervento degli
Stati, nelle più diverse forme, apre scenari in cui la discrezionalità e la
valutazione dell’opportunità maturate in sedi ben distinte dal mercato
avranno un peso crescente. Nel rapporto tra politica e mercato, che ne-
gli ultimi decenni ha visto la ritirata della prima, le cose stanno quindi
cambiando con estrema rapidità; una trasformazione a cui contribui-
scono in maniera molto avvertibile i fondi sovrani, che dispongono
complessivamente di quasi 3 mila miliardi di dollari e che hanno dato
già prova di scegliere i propri impieghi abbinando valutazioni econo-
miche e considerazioni politiche. Per capire quanto possano pesare
questi fondi è sufficiente ricordare che le migliori società italiane ave-
vano alla fine del 2008 un valore complessivo di circa 200 miliardi di
euro, poco meno del 7% del portafoglio dei fondi sovrani. A complica-
re le cose contribuisce l’assenza di una definizione comunemente ac-
cettata di cosa sia un fondo sovrano: secondo l’OCSE si tratta di stru-
menti di proprietà dei governi che vengono finanziati dagli scambi con
l’estero, mentre per il Tesoro degli Stati Uniti sono strumenti statali
che gestiscono in maniera separata i propri beni rispetto alle riserve uf-
ficiali delle autorità monetarie. A giudizio del McKinsey Global
Institute i fondi sovrani hanno tale qualità in quanto finanziati dalle ri-
serve della Banca centrale di un paese e hanno l’obiettivo di massimiz-
zare il ritorno finanziario entro certi margini di rischio7. Alla luce di si-
mili differenze risulta assai complesso individuare regole comuni sia in
termini di regolamentazione della operatività dei fondi sia in relazione
alla richiesta di una vera trasparenza. Anche da questo punto di vista
quindi la discrezionalità della politica risulta accresciuta.
In un panorama mondiale così agitato sta cambiando rapidamente
anche il ruolo della Cina, una delle economie più statalizzate del pia-
neta e ormai al terzo posto mondiale per ricchezza generata (le stime
aggiornate del 2007 indicano un PIL di 3.380 miliardi di dollari ). Di
fronte ad un sia pur parziale rallentamento del suo sistema produttivo,
testimoniato dal brusco raffreddamento dell’inflazione, la Cina ha
messo a disposizione di esso e del proprio mercato 585 miliardi di
dollari, investendo nell’edilizia, nelle infrastrutture, nella rete energe-
tica, nella sanità e nell’ambiente. Agli interventi del governo centrale
si affiancano le misure adottate dalle province, che stanno imponendo
alle imprese locali di utilizzare materie prime e semilavorati cinesi.

7. A. DINI, La geografia dei fondi sovrani, «Il Sole 24 ore», 11 novembre 2008.
38 UNA CRISI TANTE CRISI

Nella stessa direzione si muovono la deducibilità dell’IVA sugli in-


vestimenti in conto capitale e l’abolizione del massimale bancario al-
la concessione di crediti alle imprese, destinate a evitare il crollo dei
consumi, certificato da una rapida discesa dell’inflazione dal 7 al 4%
in pochi mesi. Questi impegni “interni”, resi possibili dalla disponibi-
lità di riserve valutarie per oltre 2 mila miliardi di dollari e da un de-
bito pubblico estremamente basso, rischiano di andare a discapito de-
gli investimenti diretti esteri e dunque di sottrarre risorse alle econo-
mie più fragili, negli ultimissimi anni terra di destinazione dei capitali
cinesi. L’unico settore nel quale proseguono gli impieghi cinesi sem-
bra essere quello petrolifero: 20 miliardi di dollari sono stati investiti
in Australia, 25 in Russia e altri 10 in Brasile, attraverso un accordo
tra China Development Bank e Petrobras. Persino i conti pubblici
stanno subendo gli effetti di questi interventi dal momento che, dopo
aver chiuso il 2007 con un surplus di 174 miliardi di yuan, lo Stato ci-
nese ha registrato nel 2008 un deficit per 110 miliardi di yuan, pari a
circa 16 miliardi di dollari. In tale ottica è significativo rilevare come
il surplus commerciale di ottobre 2008 registrato dalla Cina sia stato
non solo più basso del previsto – nell’ambito di una riduzione del-
l’export del 2,2% su base annua – ma soprattutto sia dipeso dal forte
calo delle importazioni in termini di prezzo e in termini di quantità:
fra novembre 2007 e novembre 2008 si è registrata una diminuzione
del 17,9%8 e la diminuzione è proseguita a gennaio con un calo del
43% su base annua, a fronte di un calo delle esportazioni del 17,5%;
stanno diminuendo ugualmente gli ordinativi dell’industria cinese con
inevitabili effetti sui mercati internazionali. In Cina è inoltre in atto
una crisi strisciante delle piccole e medie imprese che continuano a
costituire l’ossatura portante dell’economia con un contributo al PIL
superiore al 60%, con un apporto alle esportazioni intorno al 70% e al
gettito fiscale del 50%. Danno origine al 75% dei nuovi posti di lavo-
ro, ma si scontrano ora con un almeno parziale rialzo del costo della
manodopera, mentre i grandi gruppi come Lenovo o Foxconn, che
produce componenti per Sony, Samsung, Dell, Nokia e Apple, fatica-
no di fronte alle difficoltà mondiali dell’elettronica e dell’informatica
e procedono a massicci licenziamenti. Anche i consumi interni della
Cina stentano a decollare; continuano a comporre solo il 30% del PIL
e la crescita nel corso del 2008 è stata del 15%, al di sotto delle aspet-
tative, per quanto le retribuzioni dei lavoratori cinesi siano cresciute
da una media di 1.470 dollari del 2003 ai 4.140 del 2008, avvicinan-
dosi ormai a quelle dei lavoratori messicani. Un segnale non rassicu-

8. L. VINCIGUERRA, Export cinese in retromarcia, «Il Sole 24 ore», 11 dicembre 2008.


Arriva lo Stato 39

rante proviene poi dal settore bancario dove si registra la fuga di mol-
ti istituti esteri, solerti nel vendere le proprie partecipazioni alle ban-
che cinesi: Bank of America ha venduto il 2,5% di China
Construction Bank, Ubs ha ceduto l’1,33% di Bank of China, di cui
Royal Bank of Scotland ha a sua volta venduto il 4,3%. L’insieme di
questi dati accentua un fenomeno già visibile costituito dalla progres-
siva fuga di cinesi dalle grandi città in direzione delle campagne; ol-
tre 20 milioni di cinesi, circa il 15% dei 130 milioni di nuovi immi-
grati giunti nei principali centri urbani dalle campagne, stanno tor-
nando rapidamente a casa dopo aver perso il lavoro. Si stima infatti
che il numero dei disoccupati nelle periferie del paese sarà nel 2009
di circa 26 milioni.
L’unico dato che sembra ulteriormente consolidarsi è rappresenta-
to dalla gigantesca mole di titoli di Stato USA acquistati dalla Cina,
pari nel novembre 2008 a 585 miliardi di dollari, poi saliti in poche
settimane a 740 miliardi, una cifra superiore ai 573 miliardi nelle ma-
ni dei risparmiatori, delle istituzioni e delle autorità giapponesi e tale
da fare dell’ex impero celeste il principale possessore planetario di
debito statunitense.
In questo senso la crisi in atto tende a produrre il duplice effetto di
spingere l’economia cinese ad un maggior ripiegamento su se stessa,
intensificando ancora di più la propria natura pubblica, e al contempo
di rinsaldare il già stretto nesso tra Cina e Stati Uniti. Oltre che sui ti-
toli pubblici, la relazione tra i due paesi è basata sulla mole di azioni
e obbligazioni di società a stelle e strisce nei portafogli cinesi, dove
sono presenti in maniera massiccia titoli di Freddie Mac, Fannie Mae
e alcuni altri investimenti ben poco remunerativi come i 3 miliardi di
dollari impiegati da China Investment Corporation in Blackstone, ac-
quistati con il titolo a 31 dollari e ormai sotto i 69. Su tale legame, che
ha chiari risvolti politici, pesa però la sempre più evidente concorren-
za che stanno facendosi in termini di svalutazione “competitiva” lo
yuan e il dollaro, con un cambio sceso da 8 a 6,8 fra il 2005 e la fine
del 2008, le cui debolezze sono utilizzate dalle rispettive banche cen-
trali come strumenti a sostegno delle esportazioni “nazionali” (per
quanto le autorità cinesi stiano puntando anche a “internazionalizza-
re” la loro moneta a partire da due zone di influenza come Hong
Kong e la macroregione confinante con lo Yunnan). Per ragioni di
competizione Ben Bernanke dimostra quindi di non essere più troppo
preoccupato dal fatto di aver portato i tassi di interesse vicinissimi al-

9. L. VINCINGUERRA, Cina primo creditore dell’America, «Il Sole 24 Ore», 19 novem-


bre 2008.
40 UNA CRISI TANTE CRISI

lo zero10; se infatti lo yuan si indebolisce più del dollaro, oltre che da-
gli effetti di una pericolosa concorrenza svalutativa, il vero pericolo
per il Tesoro USA proviene dalle maggiori difficoltà per l’economia
cinese di continuare a sottoscrivere i buoni del Tesoro americani, tan-
to più in una fase in cui si stanno riducendo le riserve della Banca del
popolo di Pechino – scese da 1.900 miliardi di dollari a settembre
2008 a circa 1.800 solo due mesi dopo – sia per la perdita di valore
degli asset nei quali erano investite sia per una almeno parziale “fu-
ga” di capitali11. Bernanke sembra convinto che la Cina – dotata di
una notevole capacità di reazione in termini di politica monetaria tan-
to da aver messo mano ai tassi cinque volte in tre mesi – non intenda
in alcun modo rinunciare al ruolo di elemento di stabilizzazione mo-
netaria dell’intera area del Sud-Est asiatico, secondo un modello di
comportamento già seguito in occasione della crisi del 1997, quando
le dimensioni dell’economia cinese erano decisamente più limitate. In
tale ottica le dichiarazioni del nuovo segretario al Tesoro Timothy
Geithner, duramente polemiche nei confronti di una “manipolazione”
da parte delle autorità cinesi della moneta nazionale, sembrano ri-
spondere a logiche politiche, finalizzate alla necessità di rivedere la
regolazione del sistema commerciale con la Cina piuttosto che a una
vera preoccupazione di ordine meramente monetario12. Il mercato pe-
rò ha dato subito un segnale chiaro; mentre Wall Street perdeva terre-
no, i buoni del Tesoro americani, invece di trovare facile accoglienza
fra risparmiatori e investitori alla ricerca di un porto sicuro, erano co-
stretti a pagare ben 40 centesimi di più in conto interessi per rendersi
allettanti. Non a caso quindi una delle prime destinazioni estere del
nuovo segretario di Stato, Hillary Clinton, è stata la Cina, dove non
ha esitato a ringraziare il governo per la costante fiducia riposta nei T-
bond USA e dove ha ribadito che il tema dei diritti umani non può in-
terferire nelle relazioni economiche tra i due paesi. È evidente che lo
stretto legame, quasi simbiotico, fra USA e Cina sia fondato in larga
misura su elementi politici che risultano prioritari rispetto alle que-
stioni monetarie e alle strategie di investimento. In termini politici e
di rapporti di forza devono essere probabilmente valutate le ipotesi
poste in essere dalle autorità cinesi che insistono con sempre maggior
forza sull’idea di una valuta di riserva internazionale, senza legami
con alcuna nazione e capace, a differenza del dollaro attuale, di ga-
rantire una stabilità di lungo termine.
10. F. FUBINI, Tonfo delle Borse mondiali, «Corriere della sera», 2 dicembre 2008.
11. R. SORRENTINO, Lo yuan debole? Oggi non piace più, «Il Sole 24 ore», 11 gen-
naio 2009.
12. L. VINCIGUERRA, “Sullo yuan accuse infondate”, «Il Sole 24 ore», 24 gennaio 2009.
Arriva lo Stato 41

Tutto questo avviene nell’ambito di una significativa trasformazio-


ne della natura stessa delle banche centrali che, mentre perdono gran
parte della loro indipendenza, stanno accrescendo le loro funzioni at-
traverso l’intermediazione di ingenti flussi di denaro tra le banche vi-
gilate, assumendo posizioni molto rischiose13. La Federal reserve, solo
per citare un esempio evidentissimo, ha triplicato nel giro di poco tem-
po il proprio bilancio, passando dagli 850 miliardi di dollari dell’ago-
sto 2007 a circa 2.500 del novembre 2008, con un capitale fermo a 42
miliardi e con un chiaro deterioramento delle qualità dell’attivo, in
passato composto da titoli del Tesoro e ora “popolato” da titoli di qua-
lità molto dubbia, consegnati dalle banche per ricevere liquidità, quasi
si trattasse di un hedge fund14. L’aver portato il tasso a zero e la conse-
guente necessità di acquisto titoli per fare politica monetaria non con-
tribuiscono a migliorare i conti dell’istituto centrale ma spingono in
direzione del quantitative easing, l’allentamento quantitativo (seguito
dal 2001 al 2006 dalla Banca centrale giapponese), per effetto del qua-
le si cancella di fatto la distinzione tra attività di politica monetaria,
condotta attraverso i tassi, e iniziative di stabilizzazione dei mercati,
realizzate mediante iniezioni di liquidità. L’incremento di rischiosità
dei portafogli delle banche centrali che potrebbe derivare da queste si-
tuazioni è stato contrastato imponendo più consistenti margini di ga-
ranzia sui titoli ricevuti a fronte dei finanziamenti ricevuti. Il corri-
spondente incremento delle passività iscritte in bilancio è stato orien-
tato, nello specifico della Federal reserve, da un aumento delle riserve
e dei depositi detenuti dal sistema bancario e dal Tesoro statunitense
presso la banca centrale.
Non deve essere troppo celebrato, alla luce di ciò, il fatto che la
stessa FED abbia chiuso il bilancio del 2008 con un utile di quasi 39
miliardi di dollari perché tale risultato non registra ancora il marcato
appesantimento verificatosi in conclusione di annata. Persino la BCE,
tradizionalmente ostile al quantitative easing, ha visto lievitare le pro-
prie attività da 1.400 a 2.050 miliardi di dollari nella seconda parte del
200815. Considerazioni analoghe sono possibili ormai anche per la
Banca d’Inghilterra che ha portato il tasso all’1%, tagliando il costo
del denaro di 4 punti da ottobre 2008 agli inizi di febbraio 2009 fino

13. M. MUCCHETTI, Il nuovo volto delle banche centrali, «Corriere della sera», 14 no-
vembre 2008.
14. M. GAGGI, “Debito pubblico, stiamo diventando tutti italiani”, «Corriere della se-
ra», 7 dicembre 2008, M. MUCCHETTI, Se la banca centrale diventa un hedge fund, «Corriere
della sera», 11 gennaio 2009.
15. R. SORRENTINO, BCE e FED unite nell’esplosione dei bilanci, «Il Sole 24 ore», 21 di-
cembre 2008.
42 UNA CRISI TANTE CRISI

ad un livello mai raggiunto nella sua storia che è sceso a marzo allo
0,5%, avviando la stampa di nuova moneta per fare acquisti di asset
tossici e titoli di Stato. Ciò è avvenuto in un contesto in cui il governo
inglese è dovuto intervenire con 50 miliardi di sterline a disposizione
della Banca d’Inghilterra, mentre il PIL scendeva nell’ultimo trimestre
del 2008 dell’1,5%, segnando di fatto l’inizio della peggiore recessio-
ne dal 1980. La stessa Banca d’Inghilterra ha ricevuto altri 250 miliar-
di di sterline per garantire nuove linee di credito o in scadenza, mentre
l’urgenza del momento ha costretto il governo a salire al 70% in Royal
Bank of Scotland in previsione di una totale nazionalizzazione, a fron-
te di una perdita di 24 miliardi di euro – la più grande mai registrata da
una azienda inglese –, e a pianificare un intervento di 17 miliardi di
sterline nel capitale della banca risultante dalla fusione di HBOS e
Lloyd TSB: ciò ha provocato perdite tali da costringere poi il governo
inglese alla nazionalizzazione anche di Lloyds Bank, con una quota di
capitale pubblica al 77%. Simili impegni sembrano destinati a spinge-
re anche l’Inghilterra in direzione dell’euro, alla luce della necessità di
proteggere meglio una moneta “nazionale” che sta diventando troppo
fragile; un percorso forse condiviso in maniera analoga da Svezia e
Danimarca. Da tempo la pratica del quantitative easing è seguita dalla
Banca del Giappone che con tassi allo 0,1% sta procedendo ad un for-
te aumento degli acquisti di titoli del proprio debito pubblico e di com-
mercial paper delle imprese nipponiche, unendo l’azione monetaria a
sostegni diretti all’economia nazionale con un piano pari al 2% del PIL
destinato a generare un forte disavanzo primario16. Agli inizi di feb-
braio del 2009, poi, la stessa Banca centrale giapponese ha dichiarato
di essere disposta ad acquistare dalle banche del paese azioni in loro
possesso fino ad un ammontare di 11 miliardi di dollari, prefigurando
una linea di condotta del tutto nuova e ben poco ortodossa rispetto ai
suoi tradizionali comportamenti. Le banche centrali, attraverso nuove
condotte spesso ben poco convenzionali, tendono dunque ad acquisire
i caratteri degli strumenti di sostegno alle economie dei loro paesi. In
una situazione così complicata è naturale che emergano ipotesi di bad
banks costruite dalle autorità statali nei diversi contesti per alleggerire
i compiti delle stesse banche centrali; magari persino più bad banks
nello stesso paese, come nelle ipotesi più recenti di Obama, al fine di
collocarvi dentro i titoli “inquinanti” e rimettere così il mercato del
credito in condizioni di almeno parziale normalità.
Oltre la Cina, una serie di difficoltà sta investendo altre economie
statalizzate come l’India, la cui economia dipende meno di quella ci-

16. S. CARRER, Il Giappone segue la FED, «Il Sole 24 ore», 20 dicembre 2008.
Arriva lo Stato 43

nese dalle esportazioni – 22% del PIL, su un totale del 35% garantito
dal commercio nel suo complesso – ma sconta le ristrettezze del credi-
to e il calo degli investimenti diretti esteri, nonostante la scelta del go-
verno di raddoppiare in pochi mesi l’ammontare di bond indiani dete-
nuti da investitori esteri e soprattutto un deficit del bilancio pubblico
pari all’11% del PIL, in gran parte dovuto ad un piano di interventi
pubblici pari a 23 miliardi di euro in un contesto dove solo il 4% della
popolazione paga un’imposta sul reddito. Le stime per il 2009 indica-
no una crescita indiana del 6%, ben al di sotto del 9% preventivato fi-
no a pochi mesi fa – dopo il 9,5 del 2005, il 9,7 del 2006 e il 9 del
2007 – e molto probabilmente insufficiente a garantire il contenimento
della disoccupazione, tanto che si valutano in 10 milioni i posti di la-
voro persi nel 2008 nel settore dell’export, in forte calo da novembre
2008 a febbraio 200917. Lo scandalo Satyam, il colosso indiano del-
l’outsourcing che ha registrato un buco di bilancio di 1,1 miliardi di
dollari a causa di una pessima governance societaria, ha inoltre inde-
bolito molto la fiducia nell’efficienza del sistema indiano dell’It18. Nel
caso indiano si può immaginare una situazione in cui la crisi dell’eco-
nomia reale si trasmetterà al settore finanziario e al credito per effetto
del moltiplicarsi dei prestiti divenuti inesigibili, secondo una dinamica
inversa a quella verificatasi negli Stati Uniti e in Europa. Problemati-
che simili colpiranno Indonesia e Malaysia, duramente penalizzate dal
ribasso del prezzo delle materie prime, mentre la Thailandia è ormai
da tempo preda di una singolare crisi politica.
L’arrivo dello Stato è dunque caratterizzato da molte contraddizio-
ni che si colgono bene alla luce delle diverse cause della crisi in atto
,sintetizzabili per maggiore chiarezza in pochi punti: 1) il sistema eco-
nomico e finanziario è stato a lungo abituato a stare in piedi ricorrendo
ad un massiccio indebitamento; 2) questo indebitamento è avvenuto
grazie al basso costo del denaro praticato in primis dalla Federal reser-
ve; 3) i rendimenti finanziari delle aziende e delle banche indebitate
premiavano i sottoscrittori dei titoli di esse e queste sottoscrizioni con-
sentivano a banche e aziende di aver un alto valore di capitalizzazione
e di disporre di liquidità ulteriore; 4) lo scoppio della bolla immobilia-
re ha avviato una “verifica” globale dei conti delle banche e delle
aziende perché i mercati hanno cominciato bruscamente ad aprire gli
occhi sull’artificiosità del sistema e hanno espresso grandi paure nel
rimettere risorse in circolazione; 5) la mancanza di trasparenza dei
17. T. KHANNA, 2.4 miliardi di imprenditori. Cina e India nel nostro futuro, Milano,
Francesco Brioschi editore, 2008.
18. M. MASCIAGA, A Delhi giro di vite sulla governance, «Il Sole 24 ore», 13 gen-
naio 2009.
44 UNA CRISI TANTE CRISI

mercati, che è stata la loro forza nella fase di esplosione, è diventata la


loro principale e insuperabile debolezza. All’autorità del mercato, or-
mai priva di autorevolezza, ha dovuto sostituirsi allora quella dello
Stato. Non una scelta cosciente, quindi, espressione di politiche eco-
nomiche capaci di affermare una reale critica verso gli eccessi merca-
tistici, ma un’esigenza imposta di fatto dalle insanabili contraddizioni
maturate in seguito alla perdita di identità del mercato. L’arrivo dello
Stato è così lo strumento per limitare paure collettive che risultano pe-
rò decisamente costose.
LE POLITICHE COMMERCIALI

I nuovi scenari pongono alcune questioni importanti in relazione


alle tematiche commerciali. In primo luogo risulta sempre più diffici-
le ipotizzare forme di integrazione multilaterale e più specificamente
è ormai poco credibile la prospettiva di una rapida conclusione del
Doha round. È evidente infatti che se non è stato possibile cancellare
buona parte dei sussidi agricoli, durante il vertice WTO di luglio 2008
a Ginevra, in un momento in cui i prezzi salivano vertiginosamente,
sarà ben poco probabile che tale cancellazione avvenga ora con prezzi
in discesa e con minori rischi di inflazione, soprattutto nel pieno di
una crisi che ha scatenato ventate protezionistiche. Non è un caso
dunque che, di fronte alle crescenti riluttanze di giungere a soluzioni
condivise, siano cresciuti velocemente gli accordi bilaterali che sono
ormai più di 3001. Anche dal vertice di Hokkaido del G8, dove sono
stati invitati sette paesi africani, sono emerse varie difficoltà: dei 25
miliardi di dollari aggiuntivi promessi a Gleneagles ad esempio ne
sono stati versati solo 3. La paura che ha serpeggiato poi al G20 di
Rio de Janeiro è stata rappresentata dall’eventualità che possa diven-
tare ancora più forte il protezionismo agricolo e che i singoli paesi si
chiudano in loro stessi rendendo impraticabili molti dei percorsi che
dovrebbero portare alla sovranità alimentare. Per fornire elementi in
tal senso è possibile citare il fatto che nel 2007 solo il 18% del fru-
mento mondiale, l’8,6% del mais e il 7,4% del riso è finito sul merca-
to internazionale: se i dazi cresceranno, le condizioni dei paesi impor-
tatori di derrate peggioreranno molto. Nel marzo 2009, al vertice di
Dar el Salam, il direttore del Fondo monetario internazionale Strass
Kahn ha ipotizzato una riduzione della crescita africana di 2 punti, ri-
spetto al 2008, per effetto della crisi del commercio internazionale,
indicando tuttavia questa stima come assolutamente prudenziale. In
un contesto di protezionismo crescente giocheranno inoltre un peso

1. Una efficace sintesi di queste problematiche è contenuta in P. GUERRIERI, L. SALVATICI,


Il Doha Round e il WTO, Bologna, Il Mulino, 2008.
46 UNA CRISI TANTE CRISI

importante le riserve agricole di alcuni paesi, a partire dalla Cina che


produce oltre 180 milioni di tonnellate di riso e le trattiene al proprio
interno, procedendo anche a dotarsi di gigantesche scorte di frumen-
to. Lo stato di salute del commercio internazionale dei beni agricoli
non è quindi dei migliori. La tanto sbandierata riduzione di dazi tarif-
fari per 130 miliardi di dollari, due terzi dei quali sarebbero dovuti
andare a vantaggio dei paesi più deboli, non c’è stata per gli scontri
tra Stati Uniti, Cina e India e per le mille incomprensioni maturate fra
i vari membri della WTO che hanno dimostrato come non sia possibile,
in queste condizioni, una posizione omogenea neppure tra i “piccoli”
Stati del sud del pianeta. Sia Obama che McCain si sono impegnati
nel tour elettorale a convincere i 60 milioni di elettori che compongo-
no il voto rurale della loro volontà di varare farm bill in grado di met-
terli al riparo dai guasti operati dai “ragazzi cattivi” di Wall Street,
mentre il presidente francese Sarkozy nel rifinanziare il proprio siste-
ma bancario ha mostrato di rivolgere cure attente agli istituti più vici-
ni al mondo delle campagne. È normale quindi che diverse forme di
protezionismo agricolo tenderanno a prendere sempre più consistenza
così come era inevitabile che Pascal Lamy, direttore generale del
WTO, abbia dovuto dichiarare di nuovo, a metà dicembre 2008, l’im-
possibilità di chiudere i negoziati di Doha. Ad aggravare le difficoltà
dei mercati agricoli concorre poi continua proliferazione di accordi
bilaterali accelerata proprio dal totale discredito che pesa sul processo
multilaterale; sono molti gli accordi già firmati e quelli in via di ne-
goziazione, promossi in gran parte dall’Unione Europa e dagli Stati
Uniti, a cui si uniscono gli accordi siglati dai cinesi in giro per il
mondo. Il pericolo tangibile è che nei prossimi anni si passi dalla mi-
riade caotica di forme di commercio rette in sede bilaterale a forzate
“integrazioni” regionali, realizzate da un pivot forte, sul modello de-
gli EPA; forme in cui la richiesta dei partner forti nei confronti delle
economie più deboli di dar vita ad aggregazioni commerciali suffi-
cientemente ampie da essere attraenti per gli investitori può produrre
unioni del tutto artificiali. Gli effetti della crisi finanziaria rischiano
di incidere in maniera negativa anche in altri modi. È probabile infatti
che tutto il settore delle commodities conosca una forte instabilità con
cadute di prezzo e repentine risalite, in un’ottica tipicamente specula-
tiva di brevissimo periodo nella quale le strategie finanziarie di difesa
di portafogli in affanno possono indurre a vendere i titoli più apprez-
zati. I guasti della finanziarizzazione che ha provocato nei mesi scorsi
un artificiale rialzo dei prezzi stanno generando ora una costante vo-
latilità in larga parte scissa dai dati sulla produzione reale: il 2008 è
stato un anno record per il frumento con quasi 680 milioni di tonnel-
Le politiche commerciali 47

late ma ciò non ha impedito una logorante instabilità di prezzo che, in


campo agricolo, pare salvare solo i semi di soia, i cui futures al
Chicago Board of Trade stanno perdendo poco più del 5%. Alla luce
di ciò, l’esigenza di portare fuori dai mercati finanziari i beni agricoli
pare l’unica strada percorribile per ridare alle dinamiche di prezzo un
senso compiuto e una prevedibile coerenza. La bolla speculativa che
ha animato i mercati nel periodo compreso tra il 2006 e l’agosto 2008
con aumenti nel prezzo del riso e del frumento del 200-300% si è
sgonfiata nel secondo semestre dello stesso 2008 con ribassi tra il 55
e il 65%; poi, a partire da dicembre i prezzi sono nuovamente saliti
del 25-30%, con continue fughe in avanti animate dalla speculazione.
Secondo gli esperti dell’IFAD e della FAO questa volatilità resterà ac-
centuata per oltre un decennio.
Altrettanto importante, su un piano più generale, appare il definirsi
di una nuova architettura finanziaria internazionale a partire dal Fondo
monetario che dovrebbe essere potenziato, secondo Gordon Brown,
con l’apertura ai capitali arabi e con funzioni di banca globale ben ol-
tre i compiti della Banca mondiale. Nelle ipotesi avanzate invece dalla
cancelliera tedesca Angela Merkel il Fondo monetario dovrebbe raffor-
zare le proprie funzioni di vigilanza, in particolare nei confronti della
finanza strutturata, mentre dovrebbe essere il G8, allargato fino a dive-
nire G16, a svolgere le mansioni di “ONU dell’economia”2; una propo-
sta che Merkel ha perfezionato in più interventi fino a proporre al fo-
rum di Davos nel gennaio 2009 una vera e propria “Carta per l’econo-
mia globale”3. Nel G7 di Roma del febbraio 2009 si è tornato ad af-
frontare il tema dei compiti del FMI nell’ambito di una riforma più ge-
nerale delle regole dei mercati internazionali che scongiuri i pericoli di
protezionismo e che adotti un modello nuovo di legal standard, finaliz-
zato a rafforzare la liquidità e la base di capitale delle istituzioni finan-
ziarie. In tale sede la proposta prevalente è stata quella di legare l’FMI
al Financial Stability Forum. In questo senso la gravità della crisi e i
bisogni di liquidità internazionale hanno contribuito a ravvivare il de-
stino dello stesso Fondo monetario che pareva destinato ad un rapido
declino e che ora dispone di oltre 500 miliardi di dollari di dotazione.
Nell’ambito del G20 sono state inoltre ipotizzate tre soluzioni in merito
al futuro di questa istituzione; la prima prevede la possibilità di accordi
bilaterali fra FMI e singoli paesi che mettono a disposizione le loro ri-
sorse, una seconda contempla la triplicazione temporanea delle risorse

2. D. TAINO, Affondo della Merkel: la recessione? È figlia del modello anglosassone,


«Corriere della sera», 6 dicembre 2008.
3. V. DA ROLD, “Un Consiglio ONU per l’economia”, «Il Sole 24 ore», 31 gennaio 2009.
48 UNA CRISI TANTE CRISI

del Fondo stesso sulla base dell’aumento del fondo NUB, nato dopo la
crisi del 1998, e una terza stabilisce un incremento permanente delle
disponibilità con il coinvolgimento a pieno titolo dei paesi emergenti.
Si discute sempre con maggiore insistenza anche dell’ipotesi di una
nuova moneta internazionale, che si affiancherebbe senza sostituirli ad
euro e dollaro, con funzioni di garanzia dei rapporti di debito-credito
tra i vari paesi e con compiti di stabilizzazione delle riserve delle ban-
che centrali, magari mediante la cessione di titoli di Stato. Nella so-
stanza è in atto dunque un decisivo ripensamento dei contorni fonda-
mentali del mercato che pare muovere in primo luogo dalla riflessione
politica e che ha uno degli aspetti più controversi nelle istituzioni del
commercio internazionale. Senza una rapida e profonda riforma delle
istituzioni “globali”, che sancisca regole in grado di ridurre drastica-
mente la volatilità dei prezzi e delle monete, è molto difficile tuttavia
che il commercio riesca ad assumere una dimensione reale, non sog-
getta a spinte estranee al rapporto tra domanda e offerta di merci, evi-
tando di cadere preda di costanti speculazioni. Si tratta di un’esigenza
tanto più avvertita dopo che il 2008 ha registrato – per la prima volta
da decenni – un regresso del commercio internazionale del 2%. La fi-
nanziarizzazione degli ultimi due decenni ha stravolto il sistema delle
commodities su cui si fonda una porzione importante del mercato e
quindi non avrebbe senso avviare una modifica del World trade organi-
zation o degli istituti commerciali se essa non si lega alla modifica del-
l’ingegneria delle istituzioni finanziarie nate a Bretton Woods.
Ormai finanza e commercio non appaiono disgiungibili; fino a quan-
do saranno possibili futures su ogni tipologia di merci, non avrà alcun
significato definire il commercio internazionale in termini autonomi.
DIFFICOLTÀ A STELLE E STRISCE

Nel particolare contesto statunitense si sta profilando una crisi evi-


dente del sistema pensionistico a carico di imprese che non sono più
solvibili per le loro hanno sia sui mercati reali, dove non vendono più,
sia sui mercati finanziari, in relazione alla propria capitalizzazione e al
valore dei titoli acquistati e posseduti in portafoglio. Le autorità fede-
rali registrano un deficit annuo pari a 1.200 miliardi di dollari; per sa-
nare tale deficit dovrebbero procedere ad un aumento delle tasse, ri-
schiando di intaccare i consumi. Anche da questa prospettiva è ormai
evidente come la crisi finanziaria sia diventata una crisi industriale e
sociale. Non a caso il neoeletto Barack Obama nella sua prima confe-
renza pubblica ha fatto esplicito riferimento alle difficoltà del settore
automobilistico USA in quanto asse portante di una complessa rete di
relazioni economiche e sociali. Le tre grandi case americane, Ford,
General Motors e Chrysler hanno registrato una riduzione delle loro
vendite in soli 10 mesi di oltre un milione e mezzo di veicoli; ciò si-
gnifica la messa a repentaglio di 3 milioni di posti di lavoro, in un
quadro in cui molti osservatori prefigurano una veloce crescita della
disoccupazione negli Stati Uniti dal 6,5 al 10%. Solo nel novembre
2008 sono scomparsi 533 mila posti di lavoro – il numero più alto dal
1974 – e altre 422 mila persone sono sparite dalle statistiche ministe-
riali perché hanno rinunciato a cercare una nuova occupazione 1. Si
vendono meno auto – negli USA si è passati da 17 a 14 milioni di unità
in un anno – ma si vendono anche meno case, meno elettrodomestici,
meno computer. La settimana lavorativa media si è ridotta a 33 ore e
mezzo, con una parallela riduzione dei salari, mentre i mutui in soffe-
renza sono già oltre il 10% del totale. Persino Toyota, in particolare
negli States, vive una situazione non troppo differente da quella dei
grandi gruppi americani essendo passata da un attivo di 6 miliardi e
mezzo di dollari a una perdita di 2,9 miliardi, ben tre volte superiore
rispetto alle previsioni, con un calo del fatturato del 20% e il declassa-

1. M. VALSANIA, America, mercato del lavoro a picco, «Il Sole 24 ore», 6 dicembre 2008.
50 UNA CRISI TANTE CRISI

mento da parte delle agenzie di rating, in un contesto dove solo in


Europa si è registrata una contrazione delle vendite superiore a quella
del 1993, vicina al 17%. Per Nissan, Mitsubishi Motors e Mazda il
crollo della produzione è stato del 45%. A diminuire negli Stati Uniti è
soprattutto il patrimonio netto degli americani che è sceso nel corso
del 2008 del 18%, con un divario fra attività e passività di 51.500 mi-
liardi di dollari rispetto ai 62.700 del 2007; è significativo rilevare in
merito a ciò che si è ridotto anche il passivo con una prima contrazio-
ne dell’indebitamento, dovuta in primo luogo all’esaurirsi dell’“epo-
ca” del finanziamento concesso a tutti, quando il rialzo del prezzo de-
gli immobili costituiva lo strumento principe per ottenere nuova liqui-
dità dal sistema bancario. Una conseguenza di questa riduzione della
ricchezza in circolazione è rappresentata dal rapido rallentamento del-
la mobilità interna degli americani, a cui si è accompagnato un calo
degli ingressi di immigrati regolari.
È utile ricordare, tuttavia, che solo dopo innumerevoli tensioni il
Senato degli Stati Uniti aveva approvato con 74 voti favorevoli il pia-
no proposto dall’amministrazione Bush per “salvare” il paese da una
profonda crisi economica e finanziaria, dimostrando come non fosse
ancora matura fino a qualche mese fa la percezione del baratro. Si è
trattato di un’approvazione varata a seguito di alcune modifiche so-
stanziali, come l’innalzamento da 100 a 250 mila dollari dell’assicu-
razione federale sui depositi bancari e altri sgravi fiscali mirati a fa-
vorire la middle class a stelle e strisce. Proprio questo dato risulta
fondamentale per capire meglio cosa stia succedendo. In piena cam-
pagna elettorale negli Stati Uniti è scoppiata una crisi senza prece-
denti che tende a spazzare via un intero modello sociale e culturale.
Sono infatti naufragate le promesse della finanza miracolosa delle
banche d’investimento, da cui proveniva il segretario Paulson, indivi-
duato da molti non solo come il colpevole della poco oculata gestione
dell’urgenza degli ultimi mesi ma come l’espressione politica di un
sistema viziato fin dalle sue origini. Di fronte a tale sfacelo gran parte
dei congressisti americani, democratici e repubblicani, ha ritenuto ne-
cessario dichiarare apertamente la propria non corresponsabilità
esprimendo voto contrario alla Camera e attribuendo di fatto all’am-
ministrazione Bush l’intera colpa di quanto avvenuto. I parlamentari
USA hanno fatto una simile scelta soprattutto perché hanno capito che
sulla scena americana sta riaffacciandosi con forza un sentimento, di
fatto mai sopito, di diffuso e astioso populismo, diretto ora contro le
illusioni e gli illusionismi della finanza creativa. Da tale populismo è
percorsa proprio la classe media – un soggetto sociale che si è rivela-
to sempre determinante nelle tornate elettorali degli Stati Uniti – e
Difficoltà a stelle e strisce 51

che ha accusato l’amministrazione Bush di averla tradita.


Improvvisamente si sono materializzati i pericoli di impoverimento
che erano stati allontanati dotando i cittadini americani di strumenti
con cui indebitarsi a basso costo, fornendo loro merci cinesi a prezzi
stracciati e “garantendo” lauti dividendi. La campagna elettorale ave-
va messo in luce molti di questi elementi, tracciando alcuni scenari
per l’immediato futuro, proponendo una profonda differenza fra i
programmi dei due candidati soprattutto in relazione alle tematiche
economiche. La crisi finanziaria in questo senso ha contribuito in ma-
niera decisiva a fare chiarezza, costringendo Obama e McCain ad ab-
bandonare dichiarazioni programmatiche troppo generiche che dava-
no l’impressione di una condivisa avversione alle strategie di mercato
seguite dall’amministrazione Bush e di un’altrettanto condivisa con-
versione a misure protezionistiche. Su come uscire dalla crisi e su
quali politiche fondare il futuro economico degli Stati Uniti, invece, i
due candidati hanno espresso visioni realmente distinte. McCain ha
dimostrato di non avere affatto abbandonato la tradizionale idea re-
pubblicana di ridurre le imposte sulle aziende, promettendo di farle
scendere dal 35 al 25% e di abbinare a tale riduzione un alleggeri-
mento significativo dell’imposta sui capital gain di lungo periodo, da
portare già nel 2009 al 7,5%. In tema di commercio estero il candida-
to repubblicano si è detto inoltre favorevole a moltiplicare gli accordi
bilaterali, a partire da quello con la Colombia, e a sostenere il Nafta,
l’accordo di libero scambio con Messico e Canada, non ritenendo
sufficienti a motivare l’abbandono di una simile strategia le moltepli-
ci violazioni dei diritti dei lavoratori e l’eccessivo contenimento dei
salari che si praticano nei paesi “partner” commerciali degli USA. Sul
fronte dell’energia, McCain ha dichiarato il suo aperto favore alla co-
struzione di nuove centrali nucleari – ben 45 entro il 2030 – e ad uti-
lizzare il deserto del Nevada per lo stoccaggio delle scorie. Infine,
sulle due cruciali questioni del cambiamento climatico e dei mutui
immobiliari, il candidato repubblicano ha espresso posizioni nettissi-
me: riduzione delle emissioni con il sistema del cap and trade, basato
di fatto su mercato dei diritti di emissione, e riforma profonda del si-
stema delle caparre in modo da limitare gli scoperti bancari. È evi-
dente che il complesso di queste misure ha fatto di McCain il candi-
dato di molte corporations, in particolare di quelle che continuavano
a basare le loro forza sugli andamenti dei mercati finanziari e inten-
devano proseguire nell’opera di delocalizzazione produttiva all’este-
ro, sfruttando i benefici dei trattati commerciali bilaterali e regionali.
Per McCain la globalizzazione degli ultimi venti anni non si è esauri-
ta, si trattava solo di rimetterla in moto e di fare in modo che, attra-
52 UNA CRISI TANTE CRISI

verso la ripresa dei prezzi di azioni e obbligazioni contenute in centi-


naia di migliaia di fondi pensione e polizze assicurative, ne potessero
beneficiare fasce estese di popolazione. Il libero mercato restava dun-
que il cardine del programma repubblicano che sembrava riproporre
persino le idee reaganiane sull’esigenza primaria per gli States di at-
trarre grandi quantità di capitale estero. La visione dell’economia di
Obama è nella sostanza antitetica e parte dal presupposto che la glo-
balizzazione sia avvolta in una crisi drammatica. Per il candidato de-
mocratico occorre tassare le multinazionali USA che delocalizzano, è
necessario aumentare l’imposta sui capital gain e bisogna, in tempi
brevi, rivedere l’intero sistema di accordi commerciali con quei paesi
dove la manodopera è duramente sfruttata e i sindacati vengono cri-
minalizzati. Obama si è dichiarato poi convinto fautore delle sedi
multilaterali per risolvere le grandi controversie con i paesi emergen-
ti, a condizione che tali sedi, a partire dal WTO, siano profondamente
riformate in senso democratico e possano imporre regole vincolanti
per tutti i membri. In tema di energia è contrario all’apertura di nuove
centrali e ritiene di dover investire ben 120 miliardi di dollari in bio-
carburanti, fornendo così un incentivo forte all’agricoltura a stelle
strisce e ottenendo il voto decisivo dell’America rurale. Il candidato
democratico sembrava convinto che la grande fiducia nei confronti
dei mercati internazionali dovesse essere ripensata con attenzione e
gli Stati Uniti, per ripartire, avessero bisogno di maggiore protezione,
investendo su se stessi.
A corroborare questa analisi sono intervenuti in pochi mesi i gua-
sti provocati dagli eccessi della finanza che hanno messo in ginocchio
l’economia reale: prima la speculazione sui titoli petroliferi ha porta-
to il prezzo del petrolio e dell’energia a livelli insostenibili per qual-
siasi settore produttivo che operasse al di fuori della Cina e di un
gruppo molto ristretto di paesi emergenti, poi l’improvvisa fine della
liquidità facile e della conseguente possibilità di indebitarsi a basso
costo per sostenere i consumi ha di fatto cancellato fette intere di
mercato. La finanziarizzazione in meno di un anno ha finito per
schiantare in successione i produttori, con gli alti prezzi “speculati-
vi”, e i consumatori, per la sostanziale scomparsa del credito. Spesso
i guasti del sistema finanziario si sono fatti sentire contemporanea-
mente. Le aziende automobilistiche statunitensi hanno perso nel 2008
ben oltre i due terzi del loro valore di Borsa. A inizio 2009 Ford capi-
talizza 3,7 miliardi di dollari e General Motors meno di 2, valori
quindi inferiori a quelli di aziende italiane di medie dimensioni; e il
crollo pare non arrestarsi, rafforzato dalla “scomparsa” delle vendite
che nel gennaio 2009 hanno visto una contrazione del 49% per
Difficoltà a stelle e strisce 53

General Motors, del 39% per Ford e quasi del 55% per Chrysler. La
crisi tuttavia non è esclusivamente automobilistica. In un solo giorno,
a metà gennaio 2009, alcune imprese americane hanno annunciato 45
mila licenziamenti: 20 mila Caterpillar, 8 mila Sprint Nextel, 7 mila
Home Depot, 2 mila General Motors, 8 mila dalla fusione di Pfizer e
Wyeth2. A inizio 2009 un’azione di General Electric valeva circa 9
dollari contro i 38 di qualche mese prima e la compagnia di assicura-
zione Aig perdeva 67 miliardi di dollari in un trimestre. Dai massimi
del 2007, l’indice Stoxx ha perso il 59% e lo S&P il 55%, con i ban-
cari USA che hanno cancellato l’85% del loro valore. Che strategia in-
dustriale è possibile immaginare per recuperare una distruzione di va-
lore così gigantesca e repentina persino nella più grande economia
del mondo? Probabilmente nessuna, ed è ovvio che l’unico strumento
concepibile nel breve periodo sia quello citato dal presidente Obama,
capace di fargli vincere le elezioni ed individuato negli aiuti di Stato,
per una nuova tranche di oltre 700 miliardi di dollari che in origine
doveva consentire alle big three di essere ammesse al programma fe-
derale di acquisto delle attività finanziarie “tossiche” e all’interno del
quale è stata definita poi una porzione di circa 130 miliardi destinata
specificatamente alle auto. Si trattava di un programma distinto dal
piano Paulson che, una volta accertata l’impossibilità di stabilire a
quanto ammontino gli asset più rischiosi, si è tradotto nell’ingresso
dello Stato nelle principali banche a stelle e strisce3. All’inizio di di-
cembre, mentre il PIL dell’ultimo trimestre 2008 crollava del 3,8%, è
stato presentato un altro piano di prestiti a Chrysler e General Motors
per 15-17 miliardi di dollari, ad un tasso di interesse del 5% per i pri-
mi cinque anni e in seguito del 9%4. Le resistenze del Congresso, già
duramente critico sul modo con cui sono stati utilizzati i primi aiuti
alle banche5, hanno però convinto la presidenza uscente di tornare al-
l’ipotesi originaria di finanziare le big three con il piano Paulson, an-
che perché da più parti si stima in 125 miliardi il fabbisogno necessa-
rio per superare le difficoltà del settore auto; al fine di salvare le ban-
che si ritiene inoltre necessario creare una bad bank di Stato in cui ri-
versare tutti gli asset tossici per consentire ai mercati di superare la
paura. In un panorama così pericolante non sono praticabili neppure
fusioni che porterebbero comunque costi di ristrutturazione e inevita-
bili eccessi di produzione. Nella patria del liberismo repubblicano
non si tratta tanto di operare attraverso i mercati, di fatto ridotti al-
2. E. DI CARO, USA, 45 mila licenziamenti in un giorno, «Il Sole 24 ore», 27 gennaio, 2009.
3. M. VALSANIA, Paulson, dietrofront sul fondo, «Il Sole 24 ore», 13 novembre 2008.
4. M. LONGO, Il piano Obama fa volare i mercati, «Il Sole 24 ore», 9 dicembre 2008.
5. D. ROVEDA, Banche, attacco al Tesoro USA, «Il Sole 24 ore», 11 dicembre 2008.
54 UNA CRISI TANTE CRISI

l’osso, quanto di fare appello all’autorità dello Stato federale, a con-


dizione che questa autorità riesca a conciliare massicce dosi di popu-
lismo e giustizialismo con una linea coerente di politica economica e
sappia svolgere le sue funzioni, senza erodere ancora di più la capaci-
tà d’acquisto con nuove tasse, emettendo invece oltre 2.000 miliardi
in buoni del Tesoro e finanziando una bad bank. Il problema, almeno
per ora, non è tuttavia chi accetterà di comprarli e a quali condizioni
dal momento che, nonostante un debito pubblico di 10 mila miliardi
di dollari – il 75% del PIL degli Stati Uniti – per il 44% in mano stra-
niere e un debito estero di 2.500 miliardi di dollari, nell’asta di di-
cembre 2008 i titoli del Tesoro USA, con un rendimento vicinissimo
allo zero, sono stati rapidamente acquistati e quasi il 50% dell’intera
partita è stata sottoscritta da banche estere. La questione più spinosa è
rappresentata invece dal fatto che una simile offerta di titoli di Stato
da parte della principale potenza del pianeta farà una dura concorren-
za in maniera continuativa al sistema industriale drammaticamente af-
famato di denaro sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo, con pe-
ricolosi rischi di circoli viziosi rispetto a settori produttivi alimentati
finanziariamente da una sola fonte e per giunta ad essi esterna. Le
esplicite dichiarazioni di Obama a difesa della classe media a stelle e
strisce, che hanno contribuito a fargli vincere le elezioni, esprimono
dunque in primo luogo la volontà di provare a ricostruire l’economia
reale utilizzando denaro pubblico preso a prestito a buon prezzo sia
con una politica monetaria nuova, a tasso zero, sia per effetto della
paura di guai peggiori e di nuove bolle che continuano purtroppo ad
esplodere senza tregua. A metà dicembre 2008 Bernard Madoff, tito-
lare di uno dei fondi più gettonati dai gestori di fondi hedge, ha regi-
strato perdite per oltre 50 miliardi di dollari in una manciata di ore,
gettando nel panico intere piazze finanziarie; a partire dalla Svizzera,
dove le banche temono buchi per più di 5 miliardi di euro, e dal mer-
cato italiano, in cui alcuni istituti avevano affidato significative risor-
se a Madoff. Dopo le prime indagini sono emersi quasi 14 mila conti
di “clienti” vittime della truffa, ma al di là delle cifre, tanto ingenti,
quello che colpisce è la dinamica della fortuna e del fallimento dello
speculatore americano, ingegnoso nel costruire uno schema in realtà
abbastanza semplice. Madoff pagava infatti i rimborsi dei suoi vecchi
“clienti” impiegando le somme dei nuovi clienti, che gli affidavano le
loro fortune convinti proprio dalla straordinaria capacità di Madoff di
raggiungere i rendimenti promessi. In sostanza si trattava di una gi-
gantesca catena di Sant’Antonio che ha retto fino a quando la richie-
sta di rimborsi non ha superato le nuove sottoscrizioni; ha retto cioè
fino a quando le paure innescate dalla crisi finanziaria non hanno
Difficoltà a stelle e strisce 57

chiesto il conto, rendendo conclamata la fine della festa. Questa vi-


cenda, che potrebbe apparire molto particolare, è invece paradigmati-
ca della natura della crisi stessa. Madoff ha potuto fare soldi per anni
approfittando della opacità dei mercati; nessuno sapeva, e voleva sa-
pere, in cosa investisse per garantire i rendimenti che prometteva.
Poteva inoltre disporre, per aggiustare le eventuali difficoltà tempora-
nee, di un credito bancario e finanziario a ottimo prezzo. Nessuno in-
fine si preoccupava di chiedergli quanto fosse indebitato. Quando la
bolla è scoppiata tutti i nodi sono venuti, contemporaneamente e in
maniera rapidissima, al pettine, costringendo il fisco degli Stati Uniti
– per limitare l’impatto “sociale” del crack – a consentire ai truffati di
detrarre dalle tasse gran parte delle loro perdite. Il caso Madoff è
molto simile a quello delle grandi aziende che producono automobili
o delle grandi banche e probabilmente non è neppure l’ultimo di una
lunga serie6. Dopo Madoff infatti è comparso, anzi scomparso, per al-
cuni giorni sir Robert Allen Stanford, facoltoso texano accusato dalla
Securities and Exchange Commission di una colossale frode da 8 mi-
liardi di dollari nei confronti di migliaia di risparmiatori in giro per il
mondo, persino nel Venezuela di Chavez. In più occasioni dunque ne-
gli ultimi mesi gli elementi del giallo d’autore sono emersi con evi-
denza: scambi oscuri di mail in codice, colossali frodi nei confronti di
migliaia di investitori ignari, tanti fantasiosi prodotti finanziari, una
buona dose di insider trading e infine grosse retate di nomi eccellenti.
Le recenti inchieste che hanno scosso Wall Street hanno presentato
una trama tanto affascinante quanto emblematica del peso assunto
dalla finanza selvaggia del “crea e distribuisci il rischio” nelle tasche
e nell’immaginario dei cittadini statunitensi. I risparmiatori hanno
perso in meno di un anno 1,6 miliardi di dollari solo con il fallimento
di pochissimi fondi, mentre l’esplosione della bolla dei subprime ha
messo moltissimi titolari di mutuo nella infelice condizione di dover
pagare un mutuo dal valore divenuto decisamente superiore a quello
della casa acquistata. Il malessere è montato rapidamente e neppure il
massiccio intervento della Federal reserve nelle vesti di prestatore di
ultima istanza, sollecita nel togliere dal mercato carta commerciale di
pessima qualità, unitamente ai salvataggi “guidati”, sono bastati a
rasserenare il clima. La strada obbligata, secondo il modello USA af-
fermatosi dopo il varo della legge Sarbanes-Oaxley, è risultata allora
quella della massima severità penale, ribadita dal nuovo presidente
Obama attraverso l’idea della creazione di un procuratore generale
con l’incarico di indagare sulla crisi finanziaria e di recuperare per

6. M. VALSANIA, Uragano Madoff su Wall Street, «Il Sole 24 ore», 14 dicembre 2008.
56 UNA CRISI TANTE CRISI

via giudiziaria almeno una parte delle somme “sottratte” agli ameri-
cani. Sembra profilarsi in maniera sempre più nitida un nesso strin-
gente fra processi di finanziarizzazione e inasprimento duro dei reati
finanziari. È peraltro singolare che quando gli effetti della crisi diven-
gono molto aspri in termini di ricaduta sociale, allora si fa appello al-
la modifica del diritto fallimentare per ammorbidirlo. Così è avvenuto
con i nuovi provvedimenti varati da Obama che, oltre a garantire i ti-
tolari di mutui rispetto a rate troppo onerose, superiori al 31% del
reddito lordo, hanno sancito la possibilità per i giudici di modificare
le condizioni stesse dei mutui. Anche da questo punto di vista risulta
centrale il deflagrare del populismo che, unito all’avvitarsi della crisi,
esige soluzioni semplici, forse semplicistiche, e immediate, con il pe-
ricolo che siano più politiche che tecniche: la politica mette i soldi e
la politica cerca prima di tutto consenso anche a spese di altri effetti.
La difesa degli investitori nei confronti dei rischi appare affidata
alla giustizia penale e assai meno all’individuazione di regole di mer-
cato in grado di contrastare gli eccessi speculativi; alla luce di ciò
Obama ha accompagnato all’inasprimento delle pene un progetto di
riforma dei regolatori con l’affidamento alla Federal reserve del com-
pito di vigilare sugli asset tossici e alla FDIC, l’agenzia che assicura i
depositi bancari, quello di “sorvegliare” più da vicino le società fi-
nanziarie in difficoltà: ma con risorse troppo scarse per rendere la lo-
ro azione efficace. Decisamente deficitarie sono inoltre le forme di
autoregolamentazione delle condotte dei nuovi soggetti finanziari, co-
me i fondi hedge, e i meccanismi di attribuzione dei rating cadono
spesso sotto i colpi dei molteplici conflitti d’interesse e dell’insider
trading. “Malicious mortgage”, mutuo malevolo – questa l’eloquente
e suggestiva denominazione data dall’ FBI all’operazione iniziata a
marzo 2008 – ha costituito la risposta più netta e decisa all’insieme di
simili pericoli e ha teso a fornire una soluzione giudiziaria alla scarsa
eticità dei mercati. Strumenti d’indagine come le intercettazioni tele-
foniche e i controlli sulle mail rappresentano elementi cruciali e inso-
stituibili che la stessa FBI, su sollecitazione della SEC, l’autorità di
Borsa USA, ha disposto nel giro di pochissimi giorni. Se il controllo di
natura giudiziaria diviene uno dei cardini per garantire la regolarità
delle operazioni finanziarie a difesa dei soggetti più deboli, è chiaro
che gli strumenti ad esso necessari, a partire dalle intercettazioni, de-
vono essere potenziati anche se rischiano di essere in contrasto con la
privacy. Senza le intercettazioni e i controlli informatici non sarebbe
stato possibile smascherare i “furbetti del quartierino” e il caso
Parmalat avrebbe avuto probabilmente un’evoluzione molto diversa.
Ciò che è successo negli Stati Uniti offre più di uno stimolo a riflette-
Difficoltà a stelle e strisce 57

re sulla centralità di forme di vigilanza che le ardite costruzioni finan-


ziarie richiedono, vista l’estrema inefficacia di modelli di vigilanza
puramente interna ai mercati. Il rischio è che la volontà di sconfigge-
re la crisi porti con sé l’idea di rafforzare la dimensione penale dei
controlli riducendo i margini di libertà individuale. La crisi finanzia-
ria può risultare simile alla lotta al terrorismo nell’accrescere il peso
dello Stato “vigilante”.
58 UNA CRISI TANTE CRISI
POLITICHE MONETARIE AFONE
E CRISI DI FIDUCIA

Con così tante fibrillazioni ancora in atto, pensare che la FED co-
minci ad emettere propri titoli e che debba poggiare la sua azione su
acquisti di titoli immobiliari e del debito pubblico a lunga scadenza
non appare, neppure questo, tranquillizzante; soprattutto alla luce del
sempre più colossale deficit federale. Le stime compiute a inizio 2009
dall’ufficio di bilancio del Congresso valutavano in 1.200 miliardi tale
disavanzo, pari all’8,5% del PIL, un record assoluto anche rispetto al
precedente picco del 1983, quando il deficit raggiunse il 6%. Questa
stima presenta forse un eccesso di ottimismo perché non contabilizza
gli effetti del piano di intervento straordinario concepito dal presidente
Obama. Se infatti si aggiungessero i costi di esso, il deficit per il 2009
salirebbe a 1.600 miliardi di dollari; una cifra molto pesante per un
paese dove il debito complessivo di famiglie, imprese, banche, finan-
ziarie, amministrazioni pubbliche centrali e periferiche assomma or-
mai a quasi 52 mila miliardi di dollari; se poi a tale somma si aggiun-
gono le esposizioni del Tesoro USA verso i trust funds si raggiungono i
56 mila miliardi, pari al 393% del PIL. In questo senso le ricette propo-
ste dal presidente Obama per fronteggiare quella che lui stesso ha defi-
nito una possibile crisi “irreversibile” mettono in discussione molti de-
gli elementi di fondo del linguaggio politico degli ultimi due decenni.
In primo luogo è evidente infatti che il nuovo leader democratico con-
sidera il problema del deficit un vero e proprio tabù a cui prestare ben
poca attenzione. È chiaro quindi che le regole fissate dall’Europa di
Maastricht, il famoso e doloroso limite del 3% deficit-PIL, gli impegni
imposti per anni in giro per il mondo dal Fondo monetario e le politi-
che di rigore dei conti pubblici vengono di fatto rapidamente messe da
parte in nome della necessità di superare la crisi. Allo stesso tempo,
Obama ha dichiarato di condividere la politica monetaria della Federal
reserve di portare il costo del denaro vicinissimo allo zero, con la con-
seguenza di generare un sensibile deprezzamento del dollaro che cer-
tamente favorirà le esportazioni statunitensi ma contribuirà a indeboli-
re altrettanto sicuramente ogni ipotesi di stabilizzazione monetaria a
60 UNA CRISI TANTE CRISI

livello mondiale. Anche la necessità dunque di coltivare con cura la


stabilità delle monete nazionali, tanto avvertita da molti studiosi e ana-
listi del Vecchio continente, sembra essere passata in secondo piano ri-
spetto alla deprecata pratica di fare affidamento sulle svalutazioni
“competitive” per cui i paesi con la moneta meno apprezzata riescono
a vendere di più, garantendo sconti impropri sulle loro merci e sui loro
servizi. Lo stesso Obama non pare molto preoccupato della necessità
di emettere uno stock gigantesco di buoni del Tesoro indirizzati a fi-
nanziare la spesa pubblica e coprire il deficit, accettando persino l’e-
ventualità che tali buoni, se non trovassero una quantità adeguata di
compratori, possano essere acquistati direttamente dalla Federal reser-
ve nonostante sia sempre più evidente che l’emissione di debito non
garantisce una significativa crescita del reddito degli americani: se nel
1957 per ogni dollaro di nuovo debito gli Stati Uniti riuscivano ad au-
mentare di 54 centesimi il reddito nazionale, oggi si arriva a stento a
201. Malgrado ciò la Federal reserve ha deciso nel marzo del 2009 di
comprare nell’arco di 6 mesi titoli del Tesoro a lungo termine per 300
miliardi di dollari e di ampliare di 750 miliardi gli acquisti di titoli le-
gati a mututi garantiti da Fannie Mae e Freddie Mac; un’operazione il
cui obiettivo è duplice, mirando a fornire liquidità al sistema finanzia-
rio e ad abbattere i tassi d’interesse a lungo termine, in particolare
quelli sul debito pubblico, secondo pratiche decisamente poco orto-
dosse rese necessarie dalla previsione della forte crescita del debito
stesso. La prima conseguenza di questa manovra è costituita però dal
rapido indebolimento del dollaro, in primis rispetto all’euro, con il pe-
ricolo di avviare una dinamica ben poco governabile. Diventa allora
legittimo porsi la domanda se stia cambiando la natura stessa della
moneta sui mercati internazionali. Si tratta di una domanda assai im-
pegnativa e complessa a cui è necessario però provare a dare una ri-
sposta viste le pesanti implicazioni che un simile processo ha nei con-
fronti della vita quotidiana di tutti noi. Per farlo bisogna ricordare al-
cuni fatti avvenuti negli ultimi giorni. La Banca d’Inghilterra, dopo
aver portato il proprio tasso di sconto allo 0,50, ha deciso di aumentare
rapidamente la quantità di sterline stampate per circa settanta miliardi,

1. M. MUCCHETTI, USA, la salvezza nel debito pubblico, «Corriere della sera», 7 febbraio
2008. Nel caso del debito pubblico statunitense è necessario distinguere due dimensioni; la
prima è quella del debito pubblico federale pari, al 31 dicembre 2008, a 6.369 miliardi di dol-
lari e dei municipal bonds e altri debiti di amministrazioni locali e federali per ulteriori 2.200
miliardi (al 30 settembre 2008). La seconda è invece una dimensione più complessa che ap-
pare molto più alta dal momento che in essa confluiscono ad esempio gli oltre 4 mila miliardi
di dollari destinati dal Tesoro al finanziamento della guerra in Iraq e sottratti, di fatto, alle ri-
sorse accumulate dalla Social Security e da vari fondi pensione pubblici e parapubblici.
Politiche monetarie afone e crisi di fiducia 61

riprendendo una pratica già avviata durante la Seconda guerra mondia-


le, per mettere liquidità a disposizione del sistema finanziario e per co-
prire la spesa pubblica. La Federal reserve è andata ancora oltre impe-
gnandosi a comprare buoni del Tesoro per 300 miliardi di dollari e ti-
toli legati a mutui pericolanti per altri 750 miliardi; nella sostanza
1.000 miliardi di carta moneta “fittizia” gettati su mercati duramente
irrigiditi. Il primo effetto di simili misure è rappresentato da una re-
pentina perdita di valore delle monete di riferimento, sterlina e dolla-
ro, che si presuppone saranno oggetto di svalutazione alla luce proprio
della loro grande disponibilità liquida. Dopo tanti anni il prezzo delle
valute tenderà quindi a dipendere piuttosto che dai fondamentali delle
economie di riferimento – tasso d’inflazione, livello di indebitamento,
andamento del PIL – dalla produzione di carta moneta e di carta com-
merciale. Per tutto l’Ottocento e per buona parte del Novecento il
prezzo delle monete dipendeva dalla loro convertibilità in oro e in ar-
gento, che determinava la possibilità di emettere senza svalutazione.
Dopo gli accordi di Bretton Woods del 1944, e fino al 1971, il prezzo
si legava invece ad una parità di cambio fisso stabilita in relazione al
dollaro. Dalla fine della convertibilità aurea del dollaro in poi, le quo-
tazioni monetarie sono dipese appunto dal valore dato dal mercato alle
economie che le emettevano. Ora le nuove pratiche seguite dalla
Banca d’Inghilterra, dalla Federal reserve e anche dalla Banca centrale
giapponese stanno sfornando masse di carta moneta tali da rendere la
quantità l’elemento decisivo per definire la qualità delle monete; un
po’ come avveniva in passato, senza tuttavia l’agganciamento al metal-
lo prezioso. È evidente che si tratta di pratiche rischiose giustificate
dalla gravità della crisi e dalla necessità di finanziare l’indebitamento
degli Stati che corrono in soccorso delle loro economie: si emette tanta
carta moneta per comprare titoli di Stato così che i tassi rimangano
bassi non solo nel breve ma anche nel lungo periodo e in tal modo chi
si indebita, a partire dallo Stato stesso, paghi poco la sua esposizione.
L’impressione è che se gli anni Novanta hanno favorito l’indebitamen-
to privato attraverso l’ingegneria finanziaria e la liquidità resa facile
dalla riduzione artificiale del rischio, la crisi finanziaria globale finirà
per generare nuovi strumenti di indebitamento pubblico chiamato a
coprire i debiti privati divenuti ormai scoperti. Si configura in tal mo-
do uno spostamento colossale dell’asse dell’economia mondiale, reso
possibile dalla produzione straordinaria di carta moneta, la quale di-
venta il cardine della “rinazionalizzazione” degli assetti più consueti
del capitalismo. In quest’ottica si pone la domanda iniziale circa la na-
tura della moneta perché è ovvio che lungo un simile percorso tende a
diventare – più di quanto non lo sia mai stata – un pezzo decisivo di
62 UNA CRISI TANTE CRISI

politica economica “nazionale”, persino per gli Stati Uniti che saranno
costretti a ripensare in profondità la natura internazionale della loro
moneta. Moneta e debito pubblico appaiono i due elementi su cui la
parte più ricca di questo pianeta scommette per la propria tenuta: qua-
lora si abusasse di entrambi tuttavia lo spettro di un brutale passaggio
dalla deflazione all’inflazione galoppante diverrebbe tristemente reale.
Ancora una volta la capacità di riuscita degli strumenti tecnici dell’e-
conomia sembra dipendere dalla fiducia collettiva. Nelle condizioni at-
tuali è solo questa infatti che stabilisce il limite oltre il quale debito e
moneta vengono considerati carta straccia.
Conti pubblici a rischio, moneta debole ed emissioni di titoli di
Stato a dosi massicce, acquistati in primo luogo dalla Federal reserve,
paiono essere i tratti della “nuova frontiera” di Obama che assomiglia
però molto, purtroppo, all’economia italiana della fine degli anni
Settanta. Certo, sono diversi i contesti di riferimento e la forza delle
due realtà; oggi siamo di fronte al pericolo di una grande deflazione,
preludio di una vera e propria depressione, con la disoccupazione ne-
gli USA per la prima volta che si avvicina al 9% e con un intero sistema
produttivo in panne per mancanza di liquidità e di mercati. Quindi oc-
corre una scossa. Gli Stati Uniti inoltre continuano ad essere la più
forte economia del pianeta e il dollaro, nonostante le sue debolezze, la
moneta con cui si fanno l’80% degli scambi mondiali. Tuttavia non
può non colpire il fatto che per uscire dalla crisi si abbandonino in
fretta quasi tutti i princìpi ispiratori di quelle che sono state considera-
te per anni, soprattutto dai governi “progressisti” e di centro-sinistra,
le politiche economiche virtuose e si ritorni all’“allegro” deficit spen-
ding degli anni cupi, foriero di nefaste conseguenze. Così come non
può non colpire che Obama, dopo una campagna elettorale condotta
contro i guasti degli epigoni di Reagan, si appresti a varare il più gran-
de taglio fiscale della storia americana: l’annunciata strategia degli
sgravi fiscali a famiglie e aziende per oltre 300 miliardi di dollari con-
tiene una cifra superiore a quella prevista da George W. Bush, che ave-
va contemplato – nell’ambito di un programma decennale da 1.350
miliardi di dollari – un primo biennio di 174 miliardi. Nell’ottica di
Obama il piano di sgravi, approvato il 29 gennaio 2009 alla Camera
con l’opposizione di tutti i deputati repubblicani, dovrebbe superare in
due anni i 300 miliardi e raggiungere, oltre alle imprese, il 95% delle
famiglie americane, riservando 500 dollari per ogni lavoratore e 1.000
per ogni coppia; neppure Reagan avrebbe immaginato tanto e non po-
teva certo pensare di spendere 2 mila miliardi di denaro pubblico per
sostenere il sistema finanziario. Se si mettono insieme tutti gli stanzia-
menti varati da Bush prima e da Obama poi tra dicembre 2007 e gen-
Politiche monetarie afone e crisi di fiducia 63

naio 2009 si raggiungono i 10 mila miliardi di dollari, di cui quasi 4


mila già utilizzati. Più spesa pubblica e meno tasse; speriamo davvero
che questa insolita combinazione, per nulla ortodossa, abbia effetti po-
sitivi. Del resto, lo stesso Obama ha preso rapidamente coscienza di
alcune di tali contraddizioni e ha promesso nel febbraio 2009 di di-
mezzare il deficit federale in quattro anni puntando soprattutto al ritiro
delle truppe in Iraq, ad un aumento delle entrate fiscali da redditi supe-
riori ai 250 mila dollari annui e al miglioramento dell’efficienza della
macchina amministrativa.
In questa fase il problema vero tuttavia appare essere un mercato
che non offre segnali troppo rassicuranti neppure di fronte a strategia
tanto ambiziose. Le appassionate parole del neopresidente Obama
hanno scaldato i cuori di 2 milioni di spettatori intervenuti a
Washington per festeggiarlo e hanno rafforzato l’enorme gradimento
di cui gode il leader democratico. Non sono riuscite però a convince-
re i mercati che hanno anzi reagito malissimo, con il Dow Jones che è
franato del 5,28%, trascinando con sé buona parte dei listini del pia-
neta. Il perché di una tale reazione, così diversa da quella che ha at-
traversato l’immaginario di un’intera nazione, è riconducibile ad al-
cuni elementi da non sottovalutare. In primo luogo Obama ha fatto un
esplicito riferimento nel suo discorso alla necessità di introdurre un
sistema di controlli adeguati per evitare gli eccessi speculativi del
mercato; un watchful eye – per usare la chiara espressione del presi-
dente – che freni gli ardori dell’ingegneria finanziaria, valuti con at-
tenzione gli asset e impedisca facili indebitamenti. Bisogna prendere
atto infatti che il mercato rappresenta la sede di creazione ma anche
di distruzione della ricchezza e dunque occorrono regole stringenti2.
Un richiamo simile ha immediatamente intimorito le Borse che, in
presenza di condizioni di panico diffuso, hanno interpretato le posi-
zioni di Obama come la premessa di una legislazione e di una serie di
comportamenti decisamente restrittivi rispetto all’agire finora in lar-
ghissima parte deregolamentato della finanza. Gli ultimi quindici an-
ni, al di là di alcuni grandi processi e di una maggiore severità intro-
dotta nei confronti dei reati più gravi, hanno conosciuto il sostanziale
abbandono da parte del legislatore, e più in generale della politica, di
ogni volontà di definire princìpi e paletti rispetto alle operazioni fi-
nanziarie. La forte dichiarazione di Obama, che ha rivendicato un
ruolo decisivo per i valori condivisi della “vecchia America” – lavoro
2. R. MASERA, The recent distruption in financial markets implications for the imple-
mentation of Basel II, in Money, Derivate Growth, 5th colloquium (COS’È?), 2008, pp. 181-
210; C. BORIO, W. NELSON, Monetary operations and the financial turnoil, «BIS Quarterly
Review», 2008, n. 133, pp. 31-45.
64 UNA CRISI TANTE CRISI

duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e pa-


triottismo –, sembra annunciare la fine della centralità del turbocapi-
talismo, già duramente piegato dalla crisi. L’ambizione della politica
di riprendersi il proprio ruolo viene così punita da mercati che non
sono più abituati a sottostare a forme di vera sovranità democratica,
soprattutto se corroborate dalla maggiore severità penale. Per capire
la diffidenza dei mercati occorre però aggiungere un altro dato, rap-
presentato dalla sempre più marcata convinzione che circola nei mer-
cati stessi circa l’impossibilità persino per giganteschi interventi sta-
tali di ridare fiato e fiducia alle diverse economie del pianeta. Le
Borse hanno paura delle regole e, al contempo, non credono negli
aiuti dello Stato che pure invocano a sostegno di un sistema in crisi di
liquidità. Si verifica in tal modo una sorta di previsione che si auto-
realizza vanificando ogni impegno di capitale pubblico: in poche set-
timane le massicce risorse iniettate dal Tesoro degli Stati Uniti nelle
principali banche del paese hanno perso la metà del loro valore per
effetto della brusca caduta dei prezzi delle azioni delle banche mede-
sime. In una simile situazione il rischio è che le cifre necessarie a
porre in essere gli auspici contenuti nel discorso di Obama siano sem-
pre insufficienti anche quando sono enormi perché i mercati temono
il nuovo corso del presidente, ritenendolo da un lato rivolto a cancel-
lare i benefici drogati della “finanza allegra” e dall’altro incapace pe-
rò di sostituire tali benefici con una politica economica che sappia
prescinderne. Il tasso di risparmio delle famiglie americane ormai
all’1,2%, la metà di quello del 2001, il deficit federale attestato intor-
no ai 1.200-1.300 miliardi di dollari e la produzione industriale prati-
camente in corso di sparizione forniscono un supporto pericolosissi-
mo al pessimismo dei mercati che, pur nel baratro, tendono ad essere
più forti delle speranze di una nazione. Quando Chrysler ha bisogno
di un’alleanza strategica con Fiat per abbattere i costi e rientrare nel
piano di aiuti pubblici del governo USA, cedendo il 35% del proprio
capitale di fatto gratis e promettendo un altro 20% per 25 milioni di
dollari – 10 anni fa Daimler aveva pagato 36 miliardi di dollari per
Chrysler –, è evidente che l’orgoglio nazionale americano ha bisogno
di corroboranti davvero straordinari. La principale scommessa di
Obama pare quindi essere questa: restituire agli Stati Uniti una cen-
tralità nei mercati, modificando la nozione stessa di mercato e affron-
tandone le molteplici resistenze. Più Stato, più rigore in sede penale,
più controlli invocati a gran voce da un populismo sempre meno sot-
terraneo alimentano la difficile scommessa di Obama, il quale deve
cambiare le dinamiche del mercato stando ben dentro la sua attuale
conformazione. I mercati hanno paura delle loro stesse azioni e se il
Politiche monetarie afone e crisi di fiducia 65

sistema finanziario non “collabora” anche le misure “socialisteggian-


ti” come l’ultima versione del piano di Geithner non sono efficaci.
Molti insistono sulla necessità di nazionalizzazioni temporanee, attra-
verso strumenti come i warrants pensati da Jeffrey Sachs, per ridare
fiducia e rimettere ordine senza cancellare la prospettiva futura della
rinascita del mercato; passare dal privato al pubblico per tornare al
privato appare ora però una dinamica difficile da configurare, in pri-
mo luogo in termini di costo complessivo del sistema. Solo il rapido
diffondersi di ipotesi di nazionalizzazione, sia pure temporanea, di al-
cune banche USA ne ha provocato un drammatico crollo azionario,
con Citigroup che ha perso il 22% in un’unica seduta, toccando il
prezzo di 2 dollari contro i 50 di un anno e mezzo fa. La paura della
nazionalizzazione statale risulta un elemento che deteriora, piuttosto
che sanare, il panico indotto dalla prospettiva che le attività iscritte
nel bilancio delle banche non valgano nulla. Lo statalismo, in tal sen-
so, rischia di essere inutilizzabile prima ancora di essersi realmente
concretizzato oppure, come alcuni pensano, un semplice transito per
ripianare i costi dell’incertezza e rimettere poi le banche e le imprese
sul mercato. In altre parole, il mercato abdica temporaneamente alle
proprie funzioni solo a condizione di essere reintegrato nei suoi pieni
poteri in una prospettiva decisamente poco accettabile per contribuen-
ti che devono pagare il conto. Ma se quei contribuenti, come avviene
negli Stati Uniti, sono anche partecipi del gioco finanziario in qualità
di azionisti, di sottoscrittori di fondi pensione o di titolari di mutuo,
forse l’indigesto salvataggio per conto terzi diventa più digeribile, so-
prattutto se il compito dello Stato diventasse quello di fornire garan-
zie sulla base dei prezzi di mercato precedenti non all’esplosione del-
la crisi, ma alla sua fase più acuta3. Cosa rimane in tutto ciò delle
“tradizionali” dinamiche del capitalismo è assai difficile da definire.
Ipotesi come la già menzionata bad bank atta a separare le colossali
attività illiquide da quelle buone o il fantasioso “sidecar” pensato da
George Soros, che trasferisce al sistema bancario nel suo complesso
strumenti tipici dei fondi hedge, erano del tutto inconcepibili solo una
decina d’anni fa e ben poco soggetti a codificazioni conosciute.
Stiamo assistendo dunque al crollo dell’impero economico a stelle
e strisce? Una domanda di questo genere poteva apparire decisamente
provocatoria ancora qualche mese fa ma gli ultimi eventi la rendono
molto concreta. Mentre il presidente Obama presentava la sua propo-
sta per il budget federale del 2010, in sostanza la sua prima “legge fi-
nanziaria”, annunciando interventi per 3.600 miliardi, il dipartimento

3. F. GIAVAZZI, Come salvarci dall’abisso, «Corriere della sera», 22 febbraio 2009.


66 UNA CRISI TANTE CRISI

del Tesoro forniva cifre da incubo sulla caduta del PIL statunitense, pa-
ri a –6,2% negli ultimi tre mesi del 2008, un dato decisamente peggio-
re di ogni stima possibile e che non si ripeteva da una trentina di anni.
Per capire cosa stia succedendo, questi due aspetti – gigantesco budget
federale e crisi – vanno letti insieme. Di fronte ad una crisi che sembra
non avere più confini, Obama annuncia un bilancio che segna la com-
parsa di un deficit nei conti pubblici vicino ai 1800 miliardi di dollari,
molto più alto quindi dell’intera ricchezza prodotta in un anno dal no-
stro paese; un deficit pari al 12,3% del PIL americano, quindi 4 volte
superiore ai parametri virtuosi imposti all’Europa dal trattato di
Maastricht e al deficit USA dell’anno prima. Un simile disavanzo deri-
va innanzi tutto dalle risorse che continuano ad indirizzarsi verso le
banche, sempre più in affanno, come dimostra la necessità per lo Stato
di salire fino al 36% della proprietà azionaria di Citigroup, la più gran-
de banca del mondo. Dipende poi dalla caccia agli asset tossici che
l’amministrazione statunitense vuole cancellare dai bilanci di banche,
assicurazioni e società con spese miliardarie. Ma oltre al settore finan-
ziario Obama vuole destinare soldi alla sanità, con un piano da 634
miliardi di dollari in 10 anni, ai lavori pubblici, all’ambiente e al setto-
re manifatturiero. Si tratta di un vero e proprio cambio di prospettiva
rispetto al passato, che al fine di reperire le enormi liquidità necessa-
rie, colpisce alcuni gruppi sociali storicamente molto forti, dagli agri-
coltori, con un taglio dei sussidi, ai petrolieri, sottoposti ad una serie
di inasprimenti fiscali, che dovrebbero portare nelle casse USA 31 mi-
liardi di dollari in una decina di anni; dai titolari di redditi superiori ai
500 mila dollari alle imprese che subiranno, per la prima volta, la tas-
sazione dei profitti all’estero. L’America di Obama sembra costretta
dalle difficoltà a concentrarsi su se stessa, mettendosi in discussione
senza avere però certezze circa la riuscita reale dei propri sforzi. Può
vantare tuttavia alcuni elementi di indubbia forza: in questo momento
nessun altro paese al mondo può iniettare nella propria economia 3600
miliardi di dollari e dunque è evidente che una tale prerogativa può
consolidare il primato americano. Per disporre di una simile montagna
di risorse gli Stati Uniti devono però cambiare in profondità la loro
stessa geografia sociale e il loro ruolo internazionale. Per difendere i
redditi degli americani e far ripartire i consumi interni è necessaria una
colossale redistribuzione di ricchezza che ponga fine al crescente e ra-
pido impoverimento del ceto medio verificatosi negli ultimi venti anni.
Bisogna, al tempo stesso, ripensare il peso delle banche e dei mercati
finanziari, a cui non può più essere demandato il compito di produrre
ricchezza per l’intero sistema paese. Soprattutto è indispensabile che
tenga la capacità del governo degli Stati Uniti di indebitarsi per trovare
Politiche monetarie afone e crisi di fiducia 67

i mezzi necessari ai propri interventi, visto che un aumento generaliz-


zato della tassazione o un aumento del PIL da cui trarre risorse non so-
no pensabili. In quest’ottica diventa fondamentale il ridimensionamen-
to del ruolo internazionale degli USA che non potranno più continuare
a svolgere l’azione del gendarme internazionale rispetto ai sempre più
numerosi conflitti regionali e saranno costretti ad una vera e propria
“sottomissione” alle richieste che provverranno dai loro grandi finan-
ziatori, a partire dalla Cina, in possesso di una parte colossale del de-
bito pubblico americano e dei dollari circolanti. Il paradosso in cui si
trova invischiato il presidente Obama è costituito dal fatto che la sua
capacità di salvare la propria economia è vincolata a doppio filo alla
volontà degli investitori internazionali, Cina su tutti, di finanziarla.
Questo significa dover rinunciare al ruolo di superpotenza e accettare
un nuovo rapporto con il mondo e con la propria identità. La fissazio-
ne della data dell’estate 2010 per il la fine della guerra in Iraq procla-
mata da Obama è uno dei primi segni dell’era post-americana.
68 UNA CRISI TANTE CRISI
INCUBI EUROPEI

Come negli USA, anche in Europa bisogna fare presto; questo sem-
bra essere il monito che scuote i governi europei e le banche centrali.
La crisi industriale ormai è esplosa pure qui e sta colpendo duramente
il settore automobilistico, chimico, minerario e siderurgico, oltre ad
aggravare i ritardi di altri comparti già in affanno. I benefici che pos-
sono derivare dalla decisa e improvvisa riduzione del prezzo del pe-
trolio e delle materie prime sono infatti vanificati dal pesante indebi-
tamento in cui versano molte imprese, dalla loro difficoltà nel reperi-
re liquidità e dalla scomparsa di numerosi mercati di destinazione fi-
nale delle produzioni. La continua distruzione di valore borsistico che
subiscono le società quotate contribuisce a rendere ancora più cupo
tale clima. Di fronte ad una situazione simile è finalmente ripartita in
Europa una politica monetaria volta a dare fiato all’economia reale,
con chiari segnali di abbassamento dei tassi fino all’1,5% e forse ol-
tre; una scelta quasi obbligata che si inserisce in un panorama inter-
nazionale di generale riduzione del costo del denaro, ora decisamente
necessaria per evitare guai peggiori e resa possibile dal repentino ve-
nir meno dei pericoli inflazionistici, sostituiti da tangibili sintomi di
deflazione. In quest’ottica sono assai meno cogenti sia il vincolo
strutturale – che il Trattato di Maastricht impone alla BCE allo scopo
di difendere il potere d’acquisto degli europei, contenendo l’inflazio-
ne al di sotto del 2% – sia la paura di fiammate inflattive legate ai rin-
novi dei contratti nazionali di categoria che anche in Germania hanno
mostrato, al di là delle dichiarazioni bellicose, una sostanziale mode-
razione. Le previsioni per il 2009 registrano che ben 11 dei 16 paesi
di Eurolandia subiranno una decisa recessione e lo sforamento del li-
mite del 3% avverrà in quasi tutta la UE con casi eclatanti come quello
dell’Irlanda, dove si prevede un segno negativo pari all’11%, della
Spagna con un deficit del 6,2%, della Francia con un meno 5,4%1.
Nel caso spagnolo, dove la recessione si è manifestata a partire dal-

1. A. CERRETELLI, UE: nel 2009 PIL italiano al -2%, «Il Sole 24 Ore», 20 gennaio 2009.
70 UNA CRISI TANTE CRISI

l’ultimo trimestre 2008, appare particolarmente acuta la crisi del set-


tore immobiliare che pesa in maniera profonda sull’intero comparto
bancario: nel corso del 2008 i sette principali istituti di credito iberici
hanno acquisito case per un controvalore di 7,7 miliardi di euro nello
sforzo di tamponare i 315 miliardi di euro di crediti che le stesse ban-
che vantano nei confronti delle società immobiliari. Intanto la disoc-
cupazione ha superato i 4 milioni di unità, con una porzione superiore
al 30% di senza lavoro di lungo periodo. Alla luce di simili difficoltà
la “nuova” BCE, oltre a iniettare liquidità, dovrebbe, secondo il suo
stesso presidente Trichet, assumere in proprio i compiti di vigilanza
diretta e prudenziale sui sistemi finanziari dei vari stati europei sotto-
posti a ben 50 diverse authorities, svolgendo funzioni che, almeno in
parte previste dal trattato, non sono mai state esercitate per le resi-
stenze dei governatori delle banche centrali “nazionali”; una asimme-
tria poco comprensibile in virtù del fatto che oltre il 70% dei depositi
totali nell’Unione europea sono conservati presso banche transfronta-
liere. Come ha notato Lorenzo Bini Smaghi, le resistenze nazionali
sono originate dalle paure di ogni autorità bancaria di perdere peso
specifico. In questo senso il vero problema è il rapporto tra BCE e
Banca d’Inghilterra che, rispetto all’istituto centrale europeo, dispone
già di una possibilità di coordinamento con il proprio sistema di vigi-
lanza finanziaria e dunque tende a frenare gli sforzi di integrazione in
termini di vigilanza europea con chiari rischi però di sostanziale opa-
cità del quadro.
I due timori principali sono costituiti infatti dalle fiammate specu-
lative e dalla deflazione, associata ad una spinosa recessione che le
stime più recenti valutano in oltre due punti percentuali per le princi-
pali economie europee nel corso del 2009; nel caso tedesco le ipotesi
più credibili stimano la recessione al 3%. Oltre ad un solerte interven-
to sul versante monetario, si profilano così altre misure di primo soc-
corso a partire dall’applicazione “soft” del patto di stabilità che, sulla
base della versione concordata già nel 2005, dovrebbe consentire agli
Stati del Vecchio continente di sopportare un maggiore indebitamento
pubblico, stimolando il finanziamento delle infrastrutture, le varie
forme della spesa sociale e gli sconti di natura fiscale e tariffaria. La
Gran Bretagna avrà nel 2009 un rapporto deficit-PIL superiore al 7%,
con una crescita colossale del rapporto debito PIL dall’attuale 47% ad
una percentuale compresa tra il 70 e il 100%, la Francia sarà di nuovo
sopra il 3%. Questi dati sono comunque meno preoccupanti rispetto
al pericolo di una brusca impennata della disoccupazione che, secon-
do le cifre fornite dall’ILO, per il 2009 si dovrebbe attestare a quasi 50
milioni di nuovi disoccupati a livello planetario con una tasso del 7%;
Incubi europei 71

di questi, 11 milioni saranno nell’Unione europea. Proprio per scon-


giurare ciò, la Commissione europea ha messo a punto un pacchetto
di contributi “anti-recessione” pari a 200 miliardi di euro, secondo al-
cuni analisti ancora troppo limitati dal momento che si tratta
dell’1,5% circa del PIL dei paesi dell’Unione europea; persino il sem-
pre prudente Fondo monetario auspicherebbe un intervento pari alme-
no al 2%, lo stesso FMI che riceverà dall’Europa 75 miliardi di euro
per finanziare soprattutto la difficile ripresa dei paesi dell’Est. Si trat-
ta in gran parte di misure di stimolo fiscale di carattere nazionale e
solo in misura limitata di interventi basati su risorse comunitarie; nel
complesso dovranno avere natura temporanea e non produrre distor-
sioni della concorrenza2, secondo quanto ha ribadito la commissaria
Kroes, ferma nel distinguere fra ricapitalizzazioni pubbliche di ban-
che “sane” e in crisi (per le quali è necessario un tasso di mercato au-
mentato di un premio di rischio). È evidente che almeno in una prima
fase gli interventi maggiori sono stati destinati a fornire garanzie al
sistema bancario in difficoltà, considerato come il settore più a ri-
schio e suscettibile di provocare guai molto pesanti all’economia nel
suo complesso.

Germania Francia Spagna Gran Bretagna Stati Uniti Giappone Cina


Spesa pubblica 64,8 14,3 12,3 17,1 408,2 78,9 398,6
Ricapitalizzazione 40 10,5 - 40,8 180,3 - -
Garanzie 621,8 412,7 198,3 695,4 428,6 414,1 -
Totale impegni 726,6 437,5 210,6 753,3 1.017 493 398,6
Spesa in %
del PIL 2,6 0,7 1,1 1,0 4,2 2,4 4,8
Var. del debito
in % del PIL 29,3 22,2 19,1 42,1 10,5 14,8 14,5
* Fonte Prometeia, previsioni 2009, dati in miliardi di euro (gennaio 2009)

La gravità della crisi obbligherebbe invece l’Europa ad attivare po-


litiche ancora più eccezionali che superino alcune delle rigidità degli
anni passati, quando il problema centrale era identificato nella necessi-
tà di avere una moneta forte e conti pubblici in regola per dare stabilità
ad un assetto istituzionale in corso di costruzione e per difenderlo da-

2. E. BRIVIO, Bruxelles: 200 miliardi per rilanciare l’economia, «Il Sole 24 ore», 27 no-
vembre 2008. Su questo tema si vedano anche le considerazioni espresse da James A.
Mirrlees in una recente intervista (V. DA ROLD, “Giusti gli aiuti, purché temporanei”, «Il
Sole 24 ore», 23 novembre 2008). Già a inizio dicembre Almunia e Trichet notavano come i
piani di intervento adottati dai governi fossero solo 18 su 27 Stati membri, per una percen-
tuale pari allo 0,7% del PIL continentale (E. BRIVIO, “Governi troppo lenti”, DOV E ?, 9 di-
cembre 2008).
72 UNA CRISI TANTE CRISI

gli shock interni. Il caso della Germania sta dimostrando che, nono-
stante un piano pubblico di 500 miliardi di euro tra garanzie e ricapita-
lizzazioni, il sistema bancario è ancora in affanno e da più parti si ven-
tila un nuovo intervento da 30 miliardi. A inizio gennaio 2009 il go-
verno tedesco ha iniettato 10 miliardi di euro nel capitale di
Commerzbank: dopo tale intervento e dopo la fusione in atto con
Dresdner Bank, lo Stato ne deterrà il 25%, procedendo al contempo ad
ottenere il 10% di Deutsche Bank, attraverso l’acquisizione da parte di
tale istituto di Postbank, la banca al dettaglio più importante della
Germania, partecipata da Deutsche Post3. A febbraio la presa d’atto
del tracollo di Hypo Real Estate ha spinto il governo di Angela Merkel
a proporre un progetto di legge che consente la nazionalizzazione for-
zata di un istituto di credito in crisi. Tale norma segna un evidente sal-
to di qualità in termini di rilievo dell’intervento statale, soprattutto in
relazione all’ordinamento tedesco dove l’articolo 14 della legge fonda-
mentale stabilisce precisi limiti all’esproprio e contiene solo un gene-
rico rimando alla possibilità di indennizzo per gli azionisti espropriati.
Le difficoltà continuano a caratterizzare anche l’economia della
Francia dove il governo, sottoposto a forti critiche, fin dal 12 ottobre
2008 ha presentato un piano che offriva una garanzia a copertura dei
titoli emessi dalla Société française de financiement de l’économie en-
tro il 31 dicembre 2009, con una scadenza da uno a cinque anni e a
tassi di mercato per un ammontare complessivo pari a 320 miliardi di
euro. Lo Stato francese si è impegnato inoltre a offrire una garanzia
sui finanziamenti concessi alle società del gruppo Dexia, in accordo
con i governi lussemburghese e belga4, quest’ultimo già coinvolto in
maniera massiccia nel difficoltoso salvataggio dell’istituto finanziario
Fortis. In Spagna si è assistito alla parallela creazione di un fondo, con
una dotazione iniziale di 30 miliardi di euro e con la possibilità di ac-
quistare titoli da istituzioni finanziarie operanti in Spagna; pure in
questo caso molte delle criticità continuano tuttavia a permanere seb-
bene in un quadro bancario più solido.
L’esigenza di pronte repliche europee deriva dal fatto che, a diffe-
renza di quanto avveniva in passato, ora la crisi ha origine fuori
dall’Europa e i diversi poli dell’economia mondiale – Stati Uniti,
Cina, Russia, America Latina – stanno attrezzandosi per riportare i
capitali a casa o per trattenerli all’interno dei propri mercati, a cui
fornire – sia pur con esiti incerti stimoli – decisi per rilanciare i con-
sumi. In particolare la Russia, che ha visto crollare l’indice MICEX

3. E.B. ROMANO, Deutsche Bank fa posto allo Stato, «Il Sole 24 ore», 14 gennaio 2009.
4. Banca d’Italia, Bollettino economico, n. 55, gennaio 2009, p. 11.
Incubi europei 73

della Borsa di Mosca da quasi 2.000 a poco più di 213 punti, sembra
intenzionata a utilizzare gran parte dei 330 miliardi di dollari di riser-
ve – erano 450 solo qualche mese fa – e i 200 miliardi del fondo di
stabilizzazione, accumulati nella fase dei prezzi alti del petrolio, per
dare fiato alla propria economia, portando i sussidi di disoccupazione
a 4.900 rubli (circa 175 dollari), aumentando le pensioni del 12% e
introducendo una serie di misure di supporto ai veri settori
produttivi5. Malgrado tutto ciò è probabile che l’economia russa regi-
stri nel 2009 un deficit dei conti pubblici superiore al 6%, un disavan-
zo della bilancia commerciale e una crescita del PIL del 3,5% con se-
gni di inflazione al 12,5%, di svalutazione della moneta e di disoccu-
pazione, resa avvertibile dalla presenza di quasi 5 milioni di senza la-
voro6. A preoccupare Putin è in particolare la sorte del rublo: nel giro
di pochi mesi, tra dicembre e febbraio, è sceso da un rapporto di 29
rubli per un euro ad uno di 46 a 1, mentre l’agenzia di rating Fitch ha
declassato da BBB+ a BBB la valutazione del debito pubblico russo,
seguendo l’esempio di Standard & Poor’s che aveva operato già a di-
cembre 2008 una riduzione analoga.

5. A. SCOTT, Putin: più Stato nelle imprese, «Il Sole 24 ore», 5 dicembre 2008.
6. F. DRAGOSEI, Russia, il governo rompe il tabù “Siamo in recessione”, «Corriere della
sera», 13 dicembre 2008.
74 UNA CRISI TANTE CRISI
SOLUZIONI NAZIONALI

Il Vecchio continente per reagire non può limitarsi a beneficiare dei


rialzi borsistici quando il Tesoro USA, affidato secondo criteri di evi-
dente continuità a Geithner, l’uomo della FED di New York, decide di
salvare le proprie banche, come nel caso di Citigroup, ma dovrà dedi-
care più risorse a se stesso. Il multilateralismo, al di là delle dichiara-
zioni di principio, si costruisce a partire dalla capacità dei singoli sog-
getti internazionali di non finire schiacciati dalle proprie crisi. Sembra
profilarsi un possibile corto circuito fra l’allentamento dei vincoli re-
golamentari in tema di bilanci pubblici e di aiuti di Stato da un lato e
l’invocata adozione di standard contabili di maggiore trasparenza e di
procedure per la gestione del rischio da parte delle banche, con perio-
diche verifiche, dall’altro. La prospettiva di due distinti mercati, uno
pubblico e uno privato, che hanno regole e soglie di tolleranza diverse
rispetto al pericolo di opacità, risulta un’eventualità concreta e porta
con sé molti pericoli soprattutto quando i due mercati finiscono inevi-
tabilmente per interagire e sovrapporsi con continuità. A lungo l’azio-
ne delle istituzioni economiche e finanziarie europee non ha purtroppo
colto la gravità della crisi che si stava per profilare. Per l’eurozona il
vero e pressoché unico pericolo è stato considerato quello rappresenta-
to dall’inflazione contro la quale, ha affermato Trichet a più riprese,
era necessaria e urgente una “guerra preventiva”, rialzando i tassi di
interesse. Con toni quasi militareschi il responsabile della BCE ha au-
spicato un raffreddamento prima di tutto dei salari, nella speranza di
riuscire a difendere il potere d’acquisto degli europei; un’intenzione
ineccepibile in termini “monetari” che lasciava però qualche dubbio
visto l’ormai conclamato manifestarsi, hic et nunc, di una non rinvia-
bile questione salariale in diversi paesi del Vecchio continente. Forse
Trichet si è preoccupato troppo dei numerosi rinnovi contrattuali aper-
ti nei principali sistemi produttivi europei e meno dell’andamento del-
l’economia in senso generale, della redistribuzione della ricchezza e
della capacità reale di consumo, messa a dura prova dal rialzo dei
prezzi di molti generi primari che in maniera quasi paradossale sono
76 UNA CRISI TANTE CRISI

stati sottostimati nel determinare il peso del paniere dell’inflazione e


poi degli effetti della recessione. Se è vero che occuparsi di tali temi
non figura tra i compiti del presidente della BCE, è altrettanto vero che
una politica monetaria dannosa perché rigida fino all’eccesso corre il
rischio di provocare guai seri e difficilmente riparabili dalle politiche
economiche dei singoli Stati. Con tassi di interesse europei che sono
da tempo superiori rispetto a quelli USA, con difficoltà crescenti nelle
esportazioni dettate dai cambi in molte zone “agganciate” al dollaro,
con il prosciugarsi della liquidità, sembra veramente difficile che
l’Europa riesca a conoscere una maggiore giustizia sociale e una mi-
gliore crescita. Il pericolo reale è che dopo aver pagato a caro prezzo il
processo di unificazione e di allargamento dei propri confini, con un
tangibile impoverimento soprattutto dei lavoratori dipendenti,
l’Unione europea si trovi ora impegnata a sopportare, in gran parte da
sola, i costi della ristrutturazione dell’economia mondiale, a comincia-
re dalle difficoltà della ex locomotiva statunitense, senza essere riusci-
ta neppure a realizzare un’armonizzazione della base imponibile dei
vari Stati membri. La stessa eurozona potrebbe trovarsi a fare i conti
con una corsa globale alle svalutazioni monetarie come strumento
competitivo sia pur in un mercato monetario con tassi vicini a zero;
svalutazioni perseguite da economie piccole come la Svizzera e grandi
come il Giappone che puntano a deprezzare le loro divise di un buon
10% per avere così un analogo beneficio alle proprie esportazioni. A
poco è servita, in questi anni, anche la sensibile riduzione delle impo-
ste sulle aziende, diminuite negli ultimi 10 anni: nel 1999 la tassazione
media era del 34,8%, nel 2009 è precipitata al 23%1. La riduzione del
tasso principale di interesse all’1,5%, il livello più basso mai raggiunto
dal 1999, dall’avvio della gestione della politica monetaria da parte
della BCE, rappresenta forse solo un ravvedimento tardivo, che ha con-
tinuato a conservare comunque un differenziale di 1-1,5 punti rispetto
a Stati Uniti, Inghilterra, Giappone e Canada.
Nei nuovi scenari che si profilano con l’esplosione della crisi eco-
nomica appare inoltre sempre più difficile definire persino cosa possa
intendersi con il termine “mercato”, sia per l’inevitabile riduzione dei
consumi sia perché stanno riaffacciandosi con forza due fenomeni al-
meno in parte assopiti nel recente passato. Si tratta dei già menzionati
aiuti di Stato e del protezionismo commerciale. Dopo l’ondata di sal-
vataggi bancari che ha attraversato buona parte dell’economia mondia-

1. P. RAITANO, Depressione fiscale, «Altraeconomia», febbraio 2009, p. 36. Nel 2008 il


livello di tassazione medio mondiale era del 25,9% a fronte di un 26,8% dell’anno preceden-
te. È cresciuta invece la tassazione indiretta con una media planetaria intorno al 15,7%.
Soluzioni nazionali 77

le, l’intervento pubblico si rivolge ora ai settori industriali maturi. Il


caso più evidente è quello dell’automobile: il governo tedesco ha an-
nunciato un piano di sostegno di quasi 2 miliardi di euro, seguendo l’e-
sempio francese che ha messo sul piatto ben 9 miliardi di euro – in
cambio dell’abbandono di ogni delocalizzazione per almeno 5 anni da
parte delle imprese transalpine – e quello degli Stati Uniti, dove è stata
già predisposta una prima tranche di 3 miliardi di dollari. Anche la
Gran Bretagna, per bocca del ministro alle attività produttive Peter
Mandelson, ha promesso ai propri produttori di auto 2,5 miliardi di eu-
ro; in maniera analoga si è mosso il governo giapponese con un consi-
stente pacchetto di misure per fronteggiare un brusco calo della produ-
zione industriale del 9,6% e soprattutto una riduzione del PIL che nel
quarto trimestre del 2008 ha registrato uno smottamento storico pari al
12,7%, tre volte più pesante di quello statunitense e due volte quello
dell’Eurozona, legato alla crisi delle esportazioni (-13,9% con un suc-
cessivo dato di gennaio pari a -45,7%)2, degli investimenti (-5,3%) e al
ristagno dei consumi (0,4%). A marzo Tokyo ha deciso per la prima
volta di attingere alle proprie riserve valutarie per destinare 5 miliardi
di dollari a favore della Japan Bank of International Cooperation, ente
di diritto pubblico ora finalizzato a sostenere le imprese nipponiche in
difficoltà. La Svezia ha erogato 2,5 miliardi di euro e una cifra di poco
inferiore è stata stanziata dalla Spagna. Tutti questi interventi sono sta-
ti condizionati, a detta dei governi che li hanno promossi, ad un’attenta
analisi dei conti delle imprese beneficiate e della loro duttilità a pro-
durre auto meno inquinanti in modo da evitare finanziamenti a fondo
perduto3. È certo tuttavia che rappresentano una evidente forma di dis-
torsione della concorrenza e tendono a legare la capacità competitiva
delle varie aziende automobilistiche alla quantità di risorse ad esse tra-
sferite dai governi nazionali; in breve, più consistenti sono gli aiuti
tanto maggiore diventa la possibilità di superare la crisi. Se l’industria

2. In maniera significativa si è contratto soprattutto il volume delle esportazioni giappo-


nesi nei confronti della Cina, con un disavanzo ormai pari a 563 milioni di yen (S. CARRER,
A Tokyo mai così alto il deficit commerciale, «Il Sole 24 ore», 36 febbraio 2009).
3. «Nei principali paesi la politica di bilancio ha assunto un orientamento fortemente
espansivo, con misure di sostegno alla domanda che si aggiungono a quelle messe in atto per
salvaguardare il sistema bancario e finanziario. Gli Stati Uniti hanno deciso interventi per
quasi 800 miliardi di dollari, con un impatto complessivo sul disavanzo nel triennio 2009-
2011 del 5 per cento del prodotto annuo. In Giappone gli interventi per il 2009-2010 sono
commisurati al 2 per cento del PIL; al 3 per cento in Canada. In Europa, la Germania ha ap-
provato azioni di stimolo per oltre 3 punti del PIL tra il 2009 e il 2010; la Spagna per poco
meno di 2 punti in un solo anno; il Regno Unito per quasi 1,5 punti; la Francia per circa tre
quarti di punto. Le maggiori spese e riduzioni di entrate approvate in Italia per finalità antici-
cliche sono pari a circa mezzo punto percentuale del PIL, finanziate da interventi di segno op-
posto» (Mario Draghi, intervento al Forex di Milano, 21 febbraio 2009).
78 UNA CRISI TANTE CRISI

dell’auto italiana disporrà “solo” di 250-300 milioni di euro, è chiaro


che la sua possibilità di stare in un mercato così profondamente droga-
to dagli aiuti di Stato sarà assai compromessa e le conseguenze saran-
no tutt’altro che irrilevanti. Non si tratta infatti solo della posizione più
o meno solida di Fiat ma di un settore che nel suo complesso produce
il 14% del PIL italiano e garantisce un gettito fiscale di 81 miliardi di
euro. Si apre così una questione molto complessa e costituita dalla de-
finizione del carattere nazionale o meno di un’azienda: quando un’a-
zienda si puà definire di “interesse nazionale”? Quando la sua proprie-
tà è nelle mani di soci nazionali o quando il maggior numero degli oc-
cupati di tale azienda appartiene allo Stato che eroga il finanziamento?
Simili interrogativi sono particolarmente rilevanti nell’ambito degli at-
tuali processi di globalizzazione e delocalizzazione delle sedi produtti-
ve. Un’indagine recente ha dimostrato che un’auto uscita dalla catena
di montaggio di Chrysler, società americana, ha un contenuto naziona-
le in termini di manodopera e di indotto soltanto del 66%, mentre
un’auto prodotta negli Stati Uniti da Toyota, società giapponese, ha un
contenuto americano per l’80%. La maggior parte dei colossi automo-
bilistici produce generalmente in patria solo il 30-40% dei propri mez-
zi. Il fatto che gli aiuti di Stato diventino un elemento decisivo per la
sorte dell’economia dei paesi pone dunque di fronte a scelte non facili,
rese ancora più importanti dal ruolo assunto dall’autorità pubblica nel
sistema creditizio, le cui strategie di investimento sono sempre più le-
gate alla politica. In Svezia il governo si è rifiutato di salvare la Saab
dal fallimento, in quanto di proprietà General Motors, mentre ha deci-
so di garantire i prestiti della Banca europea degli investimenti indiriz-
zati alla Volvo, di proprietà Ford, solo a condizione che l’azienda ame-
ricana s’impegni ad investire nella sua controllata. In maniera analoga
l’esecutivo tedesco ha legato gli aiuti alla Opel, anch’essa di proprietà
di General Motors, alla rigida separazione tra l’azienda tedesca e la
sua casa madre statunitense. Sembra profilarsi in tal senso uno scontro,
più chiaro ancora rispetto al passato, tra le esigenze nazionali di “tem-
poraneo” accantonamento dei princìpi di tutela della concorrenza e la
volontà della Commissione europea di garantirne il pieno rispetto; uno
scontro che rischia di far perire definitivamente la legittimità diffusa
delle istituzioni comunitarie, destinate ad apparire agli occhi degli eu-
ropei in affanno come inutili e “ottuse” custodi di un’ortodossia mera-
mente liturgica e lontana dalla realtà. Si sta assistendo poi alla brusca
ripresa dei protezionismi, messi in atto da molteplici attori internazio-
nali in settori disparati; in poche settimane gli Stati Uniti hanno raffor-
zato le barriere in entrata nei confronti degli acciai esteri, provocando
solo in Italia la messa a repentaglio di 17 mila posti di lavoro, e hanno
Soluzioni nazionali 79

di fatto chiuso il mercato delle acque minerali; il Brasile ha aumentato


bruscamente i dazi sui prodotti tessili e sulle scarpe; la Russia ha pro-
seguito nella strategia di chiusura del proprio mercato interno. Nel ca-
so dell’acciaio la scelta americana è stata particolarmente netta, con
l’introduzione dell’obbligo dell’utilizzo di acciai americani in tutti i
cantieri finanziati con denaro pubblico; una chiara violazione quindi di
ogni concorrenza internazionale. Il vero rischio del protezionismo è in-
sito d’altra parte in un’applicazione “rinforzata” dei dazi già applicabi-
li, dal momento che il divario tra i dazi massimi e quelli applicati è
molto esteso e a questa possibilità si aggiunge quella relativa all’ado-
zione di licenze “non automatiche” sull’importazione di alcuni prodot-
ti, sul modello di quanto ha recentemente deciso l’Argentina. Sono
elementi destinati a suscitare preoccupazione per l’economia italiana
che spera di appoggiare la propria parziale ripresa sul rilancio dell’ex-
port, cresciuto a dicembre del 5,4 rispetto all’anno precedente, ma poi
gelato a gennaio e febbraio. La vicina Francia nel febbraio 2009 ha de-
ciso di aumentare le garanzie per gli esportatori nazionali contro possi-
bili default della clientela delle imprese in 37 paesi esteri e ha annun-
ciato l’eliminazione della tassa professionale che grava sulle aziende
transalpine. Qualora prevalessero i protezionismi e diventassero decisi-
vi gli aiuti di Stato, il timore principale è che le economie in questo
momento con minori risorse pubbliche possano correre il rischio di
avere la peggio; tanto più se non prenderanno corpo ipotesi di collabo-
razione fra i vari Stati europei in tema di emissione del debito che con-
sentirebbero di risparmiare ben 300 miliardi di euro in conto interessi.
Si configurano in sostanza tante, troppe politiche “patriottiche” che nel
panorama globale determinano squilibri rispetto ad una funzionale dis-
tribuzione delle produzioni. In relazione a questo stanno scontrandosi
non solo USA, Cina e India, ma anche molte economie più deboli,
ognuna cosciente che le nuove dinamiche dei prezzi e il rischio della
crisi di liquidità mondiale costituiscono una miscela esplosiva da cui
difendersi con mezzi autonomi e fatti in casa. L’ipotesi di una maggio-
re liberalizzazione dei traffici, con l’abbattimento delle tariffe e dei da-
zi per rilanciare gli scambi, non convince per la paura che ciascun pae-
se ha di non vedere garantite in pieno le proprie richieste di “reciproci-
tà”. Questo insieme di fattori rischia di legare insieme crisi finanziaria
e crisi economica, aprendo una situazione molto difficile soprattutto
per una realtà come quella italiana che negli ultimi anni ha tratto una
parte del proprio PIL dalle esportazioni e ha beneficiato dei buoni anda-
menti borsistici. Nel periodo 2003-2007 le prime cinquanta società
quotate a Milano hanno triplicato i profitti, Enel ed Eni hanno versato
allo Stato-azionista ben 12 miliardi di dividendi, mentre nel 2008 la
80 UNA CRISI TANTE CRISI

stessa piazza milanese ha subìto perdite pari al 50%. Oggi questi dati
sono messi pesantemente a rischio se si pensa che nell’ultimo trimestre
del 2008 il PIL italiano è crollato del 2,6% rispetto al 2007 e dell’1,8%
nei confronti del trimestre precedente: numeri negativi che non si regi-
stravano dal 1980, tanto più se accompagnati ad una caduta del PIL nel
2008, pari complessivamente allo 0,9%, la peggiore dal 1993.
Le dure proteste espresse dai lavoratori inglesi della raffineria
Lindsey Oil, a Grimsby nel Lincolnshire, contro gli “sporchi immigra-
ti” italiani accusati di accettare salari da fame, costituiscono uno degli
esempi più chiari del nuovo clima determinato dalla recessione econo-
mica. L’origine delle manifestazioni di piazza è riconducibile alla de-
cisione di Total, che gestisce la raffineria di Grimsby, di affidare una
serie di importanti lavori all’azienda siciliana Irem, evitando di ricor-
rere a manodopera inglese. La maggiore sigla sindacale britannica,
Unite, ha giustificato la sollevazione degli operai “nazionali” dichia-
rando che le aziende estere starebbero ormai da tempo discriminando
la manodopera locale, mentre la stampa popolare ha soffiato sul fuoco
della polemica indicando i lavoratori italiani come poco attenti alle
norme di sicurezza e disposti ad un vero e proprio “crumiraggio”. Il
primo ministro Gordon Brown, decisamente imbarazzato, ha criticato
l’iniziativa dei lavoratori inglesi, limitandosi però a definirla soprattut-
to “inopportuna”; il ministro della Sanità Alan Johnson si è spinto ol-
tre, chiedendo una revisione profonda della normativa a tutela dei la-
voratori, indebolita, a suo giudizio, dalle recenti sentenze della Corte
europea. A sostegno dei lavoratori della raffineria Lindsey si sono avu-
te poi numerose manifestazioni in altri impianti a partire da quelli
scozzesi di Grangenouth e del gassificatore di South Hook nel Galles,
a cui ha fatto seguito una aperta dichiarazione di supporto alle ragioni
dei lavoratori inglesi dell’ex leader dei minatori Arthur Scargill, ora
esponente del Socialist Labour Party. «Ben venga il protezionismo –
ha detto – per tutelare salari e occupazione»4. Già queste reazioni fan-
no capire che la vicenda della Lindsey Oil, conclusasi solo dopo l’im-
pegno della Total ad assumere un numero di lavoratori britannici pari a
quello di lavoratori stranieri, rischia di anticiparne molte altre. Se la
possibilità per le singole economie nazionali di uscire dalla crisi, sal-
vando migliaia di posti di lavoro, dipende sempre più dall’intervento
dello Stato, sia sotto forma di aiuti sia attraverso l’adozione di rigide
politiche protezionistiche, è evidente che l’appello all’appartenenza
nazionale come criterio di destinazione delle risorse statali sarà sem-
pre più marcato. I dati certificano però quanto gli appelli alla difesa

4. L. MAISANO, Il leone Scargill torna sulle barricate, «Il Sole 24 ore», 3 febbraio 2009.
Soluzioni nazionali 81

della “nazionalità” del lavoro siano esagerati: in Inghilterra solo l’8%


dei lavoratori non ha passaporto britannico e in Francia tale percentua-
le sale all’8,5%. La drammatica fine della dimensione globale dei pro-
cessi economici e il ritorno alla centralità degli Stati possono condurre
all’accentuazione di fenomeni di sciovinismo ben più forti di quelli
paventati dall’immagine dell’idraulico polacco che tanto aveva preoc-
cupato i lavoratori europei a seguito della direttiva Bolkstein. Il merca-
to internazionale è infatti oggi molto debole e dunque la capacità delle
aziende di creare occupazione discende dall’ausilio pubblico assai più
che dalla prerogativa di fare prodotti di buona qualità e a basso prezzo.
Gli Stati mettono soldi nella difesa del proprio sistema bancario privi-
legiando le banche che operano sul loro territorio, si impegnano nel-
l’industria automobilistica nazionale e quando pongono in essere gran-
di commesse tendono a favorire appaltatori del proprio paese, rinun-
ciando semmai alle spese militari che si sono ridotte in Spagna, in
Inghilterra, in Francia e in Italia. I capitali sono sempre più in procinto
di tornare a casa, alla ricerca dei favori dello Stato da cui sono prove-
nuti, e il commercio internazionale per la prima volta dopo tanti anni
regredisce. La crisi configura un mondo con minori interrelazioni, con
minori dipendenze necessarie e con maggiori chiusure. In un clima
siffatto l’idea che il lavoro debba essere prima di tutto riservato ai cit-
tadini “autoctoni” diventa decisamente prevalente. Statalismo, prote-
zionismo, nazionalismo possono comporre quindi una pericolosa cate-
na di “ismi” che rischia di sfociare nella xenofobia; un sentimento di
cruda ostilità verso lo straniero, “depredatore” delle magre disponibili-
tà nazionali, che molti linguaggi della politica possono coltivare e che
persino le forze sindacali faticano a contenere. Nel momento in cui le
delocalizzazioni selvagge degli anni Novanta si stanno interrompendo
perché si riducono a livello planetario i consumi e pertanto ha poco
senso aumentare i volumi produttivi, si assiste ad una “ricollocazione”
patriottica delle imprese che, a partire dall’Europa, rinfocola distinzio-
ni e alimenta prospettive meramente domestiche. Il vero problema tut-
tavia è costituito dal fatto che nessuna delle singole economie del
Vecchio continente ha i mezzi per uscire da sola dalla crisi in atto, tan-
to più se la più grande economia del mondo, quella degli Stati Uniti,
pone in essere una decisa azione di sostegno della proprie imprese.
Nello scontro tra il “buy american” a stelle e strisce, con interventi da
1.500-2.000 miliardi di dollari solo in parte mitigati nella loro caratura
“nazionalistica” dall’intervento del Senato, e i tanti, troppi, protezioni-
smi nazionali dei vari paesi europei, ciascuno con misure che difficil-
mente superano i 50 miliardi di dollari, sarebbe molto facile prevedere
come possa andare a finire. La crisi finanziaria del 1929 aveva portato
82 UNA CRISI TANTE CRISI

con sé l’esplosione di una tragica stagione di egoismi nazionali, il cui


esito è tristemente noto. Tutto questo avviene in un quadro di regole
sostanzialmente ancora fermo ad una decina di anni fa quando le sorti
del dollaro erano saldamente nelle mani della Federal reserve. Una de-
cina d’anni fa, World trade organization pensava ad un mondo retto
dal multilateralismo, dalle privatizzazioni e dalla panacea del mercato
internazionale dove tante economie specializzate scambiavano le pro-
prie produzioni: oggi a dominare sono le grandi economie pubbliche
degli Stati, così come statalizzate sono le fondamentali risorse energe-
tiche, gestite da cartelli in corso di ampliamento; il cuore dello svilup-
po si trova nei mercati interni e nella moltiplicazione forzata dei “con-
sumatori nazionali”. Dieci anni fa, infine, non esisteva neppure un’e-
conomia informale tanto diffusa quanto quella con cui ci misuriamo
ora, frutto anch’essa della globalizzazione che, dove non è riuscita a
far decollare i sistemi produttivi né a mobilitare i processi di finanzia-
rizzazione, ha contribuito quasi paradossalmente a cancellare gli istitu-
ti del mercato, aprendo spazi enormi alla rinascita di forme pluriseco-
lari di sussistenza, mescolate adesso però, non di rado, con gli stru-
menti dell’illegalità. Certo, il dato comune alla nuova finanza e alle in-
formalità, entrambe post globali, è stato troppo a lungo rappresentato
da una sostanziale estraneità a regole che siano realmente trasparenti e
in grado di tutelare i soggetti più fragili.
La confusa conferenza stampa dell’ormai ex ministro delle Finanze
giapponese Shoichi Nakagawa, rilasciata al G7 di Roma di inizio feb-
braio 2009, costituisce un episodio assai più significativo di quanto
non si pensi dell’attuale contesto. Il membro del governo del premier
Taro Aso è infatti oggetto di critiche non per il suo indubbio amore per
l’alcool ma soprattutto per le sue scarse competenze specifiche; un de-
ficit di conoscenza che risulta particolarmente grave nel momento in
cui il PIL nipponico registra un crollo storico del 12,7%, come non av-
veniva dal 1974. In California il governatore Arnold Schwarzenegger,
dopo aver promesso un radioso futuro ai propri elettori, si trova ora
sull’orlo della bancarotta con 42 miliardi di dollari di debiti. L’ex cul-
turista, alle prese con un bilancio complesso e con un’economia in bru-
sco rallentamento, fatica a trovare le soluzioni giuste ed è stato costret-
to persino a prendere in considerazione la proposta di tassare la mari-
juana, la quale costituisce il più grosso raccolto della California. Anche
la classe dirigente russa, colpita dalla caduta del prezzo del petrolio e
dal crollo della produzione industriale, non riesce a individuare vie
d’uscita convincenti. Si potrebbero citare numerosi altri esempi di mi-
nistri e alti burocrati che non sembrano all’altezza della difficoltà del
momento; persino il presidente Sarkozy appare appesantito nella sua
Soluzioni nazionali 83

azione e il neoprotezionismo di misure come “Achetez français” forse


cela l’incapacità di avviare una vera riflessione sul futuro dell’intera
economia europea. La difesa della “nazionalità” dell’economia, in di-
versi casi, potrebbe essere la strada più semplicistica – soprattutto se
abbinata ad un brutale appello alla “sicurezza nazionale” – per ma-
scherare l’incapacità di affrontare in termini complessi i processi eco-
nomici. Intanto, molti dei comportamenti pericolosi che hanno genera-
to la crisi sembrano non essersi esauriti, anzi. Nonostante la crisi finan-
ziaria infatti non sono cessate le tanto deprecate cartolarizzazioni.
Nella sostanza si continua a creare carta da carta e a trasferire rischi da
soggetti a soggetti, a discapito della trasparenza dei mercati. La possi-
bilità per gli istituti di credito di ottenere una garanzia dalle banche
centrali dei vari paesi sta producendo non tanto l’effetto di far sparire i
titoli tossici già in circolazione quanto di continuare a moltiplicare la
produzione di titoli assai instabili. Nel giro di pochissimi mesi sono
stati messi in circolazione dai vari Stati europei bond con garanzia
pubblica per oltre 220 miliardi di euro, denomina in divisa europea, in
dollari e in sterline. In questo senso il ricorso alle tecniche finanziarie
più articolate resta assai diffuso a fronte di una classe politica interna-
zionale che, mentre mostra evidenti contraddizioni tra il rifiuto in ter-
mini generali del protezionismo e il frequente ricorso ad esso in termi-
ni concreti, continua a rimanere troppo debole nel contrastare la finan-
ziarizzazione. Al di là delle misure ad effetto, come la sensibile ridu-
zione dei bonus ai manager introdotta da Obama per le banche che ri-
cevono aiuto dallo Stato, l’impressione è che neppure la drammaticità
della crisi in atto stia stimolando la definizione di una nuova etica eco-
nomica. La gigantesca e costosa immissione di denaro pubblico nelle
banche e nelle imprese private sta avvenendo nella sostanziale prose-
cuzione di comportamenti ormai consolidati, soprattutto in Europa,
quando sarebbe auspicabile al contrario una precisa azione “pubblica”
finalizzata a subordinare gli aiuti a condotte rigorose. Il sistema banca-
rio italiano ha distrutto più di metà del proprio valore di Borsa ma non
ha conosciuto un significativo ricambio dei vertici e se i Tremonti bond
non sono ancora partiti, è iniziato invece il ricorso alle garanzie della
Banca d’Italia. La continuità dei vertici blindata dai soliti patti di sin-
dacato non sta impedendo il progressivo, implacabile calo dei corsi
azionari dell’intero comparto bancario, minacciato anche dall’eccessi-
va esposizione verso alcune aree a rischio come l’Europa orientale. La
presunta sbornia del titolare delle Finanze giapponesi riassume in ma-
niera didascalica, dunque, un’incapacità diffusa della politica di misu-
rarsi con la crisi e di ripensare in profondità il modello che ha trionfato
negli ultimi anni, a partire dai principali interpreti di esso. Senza un ve-
84 UNA CRISI TANTE CRISI

ro ricambio sarà difficile un vero cambiamento, che certo non passerà


attraverso nuovi legal standards espressi in quattro mesi da molti dei
responsabili della crisi. L’Italia in questo senso è davvero uno dei casi
più gravi. Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi che, al cospetto del
premier inglese Gordon Brown, ha sostenuto la possibilità per il gover-
no italiano di procedere alla nazionalizzazione delle banche, salvo poi
ribadire la buona salute di esse, hanno contributo ad aggravare un qua-
dro già sufficientemente difficile. Le confuse parole del presidente del
Consiglio hanno rafforzato la sensazione di profonda incertezza in me-
rito alle condizioni reali degli istituti di credito italiano deprimendo i
mercati, nella fase attuale molto inclini ad allarmarsi. La crisi è certa-
mente mondiale, ma è indubbio che la Borsa di Milano è stata la peg-
giore fra quelle europee, con l’indice Mibtel che ha lasciato sul campo
quasi il 4,84%, distruggendo valore in poche ore per una cifra tre volte
superiore a quella contenuta nel decreto anticrisi. Ad essere travolte,
guarda caso, sono state proprio le banche con il titolo di Unicredit, che
ha perso l’8,71%, ampiamente sotto 1 euro per azione, e quello di
Intesa Sanpaolo, crollato addirittura del 15,34%. In questo senso le pa-
role rischiano davvero di essere pietre, tanto più se pronunciate mentre
la Commissione europea era chiamata ad esprimersi sull’ammissibilità
dei Tremonti bond. Una volta ottenuta l’autorizzazione le banche quo-
tate possono infatti emettere obbligazioni che dovrà comprare il Tesoro
italiano in cambio di un interesse dell’8,5%, tasso fissato alla luce del-
la presunta buona salute degli istituti annunciata da Berlusconi. È chia-
ro invece che la gravità della crisi indurrà molto probabilmente varie
banche a fare ricorso a questo strumento, costringendo di fatto il go-
verno a procedere ad acquisti per i quali, a differenza di quanto accade
in altri paesi europei, non esiste ad oggi una copertura certa ma solo
una stima intorno ai 20 miliardi, più o meno quanto cancellato dal va-
lore di listino delle banche il 20 febbraio. Berlusconi e Tremonti hanno
a più riprese definito questi bond un’eventualità a cui ricorrere in caso
di difficoltà estrema; ora siamo arrivati a tale condizione e bisogna
procedere a varare misure vere senza avere la prerogativa tipica di altri
paesi di indebitarsi. La Gran Bretagna di Gordon Brown, ad esempio,
sta adoperandosi concretamente per salvare la propria economia a par-
tire dalle banche, grazie ad una massiccia iniezione di denaro pubblico
consentita da un debito pubblico pari al 47% del PIL che dovrebbe au-
mentare di ben trenta punti percentuali in breve tempo, raggiungendo
così l’80%. La stessa Banca d’Inghilterra, forse abusando del quantita-
tive easing, ha persino deciso di stampare 2 miliardi di sterline per
comprare titoli di Stato, a cui ha fatto seguito una successiva tranche di
ben 75 miliardi di sterline per comprare titoli di Stato. Francia e
Soluzioni nazionali 85

Germania sono in condizioni non troppo dissimili. L’Italia parte da un


debito pubblico che è già vicino al 110%, quindi indebitarsi ancora è
estremamente difficile, per non dire impossibile. Se le banche emette-
ranno i Tremonti bond per migliorare il livello della loro incerta patri-
monializzazione, lo Stato le comprerà facendosi pagare dalle banche
stesse un discreto interesse, naturalmente solo in caso di utile da parte
delle banche. Ma se le banche, come è probabile, non faranno utile e
non riusciranno a pagare le obbligazioni, essendo queste convertibili in
azioni, resteranno in carico allo Stato, il quale non è ben chiaro come
potrebbe finanziarle. La situazione è resa poi particolarmente delicata
dal fatto che le principali banche italiane hanno pesanti esposizioni
sulle piazze dell’Est Europa, divenute ormai molto pericolanti, e que-
sto spinge ulteriormente la velocità delle loro perdite, pari al 30% per
Intesa, al 34% per Monte dei Paschi e a quasi al 50% per Unicredit.
Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno deciso inoltre di mettere a disposi-
zione di Fiat una linea di credito di 1 miliardo, anche nella prospettiva
di sostenere i propri crediti verso la più grande azienda italiana che ha
vari prestiti obbligazionari in scadenza e ha quindi bisogno di denaro
liquido. Sempre Unicredit e Intesa sono coinvolte nel maxiprestito
concesso ad Enel per acquistare la società iberica Endesa, di cui ormai
possiede il 92%. Un’operazione, è bene ricordarlo, che porterà il livel-
lo di indebitamento di Enel da 50 a quasi 62 miliardi di euro. Tutti que-
sti numeri fanno pensare che l’ingresso dello Stato italiano in alcune
banche sia molto più che probabile; sarebbe bene trovare i mezzi per
farlo e soprattutto discutere di quelle condizioni che devono imporre
un profondo cambiamento di gestione, al di là dell’iniziativa dei bond.
«La globalizzazione finanziaria ha portato ad una significativa riduzio-
ne dei costi di transazione e, al contempo, ha garantito un importante
aumento della disponibilità finanziaria globale. Questa, grazie alla ca-
pacità dei mercati di favorire un’efficiente allocazione della ricchezza
su scala globale, ha permesso di sostenere un importante sviluppo del-
l’economia». Se Alessandro Profumo, CEO di Unicredit dal 1998, ha
ancora la forza di sostenere queste tesi, così come le ha espresse al
Forex di Milano del febbraio 2009, è evidente che la coscienza di cosa
sia realmente accaduto è decisamente troppo debole, mentre i numeri
dovrebbero suggerire maggiore prudenza: le passività delle banche ir-
landesi, al netto di capitale e riserve, sono 9 volte più grandi del PIL di
quel paese, mentre in Francia, in Belgio e in Olanda ammontano a 4
volte, in Austria a 3,5 e in Italia a 2,55. Solo per suggerire un altro dato
eloquente è bene ricordare che l’esposizione bancaria sul mercato im-

5. M. LONGO, Così è crollato il castello di carta, «Il Sole 24 ore», 1 marzo 2009.
86 UNA CRISI TANTE CRISI

mobiliare è pari al 56,1% in Germania, al 47,1% in Francia, al 106% in


Olanda e al 96,7% in Irlanda. In queste condizioni è naturale che assi-
curarsi contro i default degli Stati costi moltissimo, tra l’1,5 e il 2%
dell’importo da assicurare perfino per le economie più forti.
Diversamente da Profumo Ben Bernanke ha avuto la forza di fare un
pesante mea culpa, sottolineando le responsabilità della Federal reser-
ve nella crisi globale, e lord Adair Turner, presidente della Financial
service authority, ha presentato una riforma del sistema finanziario in-
glese in cui si riconoscono gli errori del modello britannico e si solleci-
ta la creazione di una nuova istituzione europea di vigilanza che im-
ponga una maggiore quantità e una migliore qualità del capitale delle
banche.
UN CASO SPECIFICO.
IL MERCATO DEI PRODOTTI AGRICOLI
IN AFRICA DI FRONTE ALLA CRISI

Questa crisi sta colpendo duramente anche alcune zone già molto
fragili come il mercato dei beni agricoli in Africa, che rischia di esse-
re una delle vittime principali delle difficoltà economiche attuali.
Quando si affronta il tema del mercato agricolo africano bisogna di-
stinguere almeno tre diverse dimensioni che lo contraddistinguono.
Esiste infatti un mercato fisico dei beni agricoli, caratterizzato dalla
presenza degli strumenti propri dello scambio formalizzato, dalla mo-
neta alle norme commerciali, che è radicato soltanto in alcune aree
del continente; accanto ad esso convivono una rete di scambi e di
traffici informali – dove il baratto e la territorialità sono largamente
dominanti – e la fortissima influenza della finanziarizzazione dei beni
agricoli. Proprio quest’ultimo aspetto, sul versante della determina-
zione dei prezzi, risulta decisamente prevalente dal momento che so-
no gli scenari internazionali a definire le condizioni per l’attribuzione
del “valore” ai beni primari, rispetto ai quali la domanda interna, sia
per la sua esiguità sia per la sua difficile “formalizzazione” moneta-
ria, ha un peso assai relativo. È naturale dunque che nel corso dell’ul-
timo anno il vero e proprio andamento schizofrenico del mercato fi-
nanziario mondiale dei beni agricoli ha prodotto conseguenze durissi-
me nei confronti delle fragili economie africane.
Fino a luglio 2008 si è assistito al fenomeno della cosiddetta
“agrinflazione”, della marcata crescita cioè del prezzo dei beni agri-
coli, in particolare dei cereali; il prezzo del riso, alimento di base per
numerosissimi paesi, tanto da essere utilizzato come valore di riferi-
mento dei mercati, è aumentato nei primi sei mesi del 2008 di oltre il
50% in Costa d’Avorio, del 50% nella Repubblica Centraficana, del
39% in Camerun, del 45% in Senegal, del 42% in Mauritania, mentre
in Sierra Leone, per le specifiche condizioni politiche e ambientali,
ha raggiunto il 300%. Nel medesimo periodo il grano ha conosciuto
un andamento molto simile a quello del riso e il mais ha visto il pro-
prio prezzo crescere di un terzo. Già negli ultimi giorni di settembre
2007, al Chicago Board of trade il future per consegna vicina del fru-
88 UNA CRISI TANTE CRISI

mento aveva toccato il record dei 9,39 dollari per bushel, più del dop-
pio rispetto ad un anno prima1.
Le cause di tali aumenti sono state molteplici, a cominciare proprio
dalla speculazione finanziaria che ha trasformato per alcuni mesi i be-
ni agricoli in beni rifugio. Nel 2006 i futures sui cereali negoziati alla
Borsa di Chicago hanno superato il valore di 3 mila miliardi di dollari
e sono stati tenuti alti solo in minima parte dalla crescita della doman-
da reale. Nel 2007 e nel 2008 il volume degli scambi è ulteriormente
cresciuto e ad incidere sulle quotazioni ha contribuito anche la deci-
sione di molti fondi di investimento di impiegare gran parte delle pro-
prie risorse di liquidità nel settore delle commodities così che gli inve-
stimenti basati sull’indice delle materie prime sono cresciuti dai 30
miliardi di dollari del 2003 ai 160 miliardi del 2007. In termini finan-
ziari è interessante rilevare che l’Africa subshariana viene ormai inse-
rita negli indici EMEA, i quali mettono insieme, all’interno dei vari fon-
di, i paesi emergenti europei, il Medio Oriente e appunto l’Africa
subshariana. Un accostamento assai forzato, dovuto in parte proprio
alla comune natura di aree produttrici ed esportatrici di materie prime
e commodities sempre più indirizzate verso Cina e India. Questo inse-
rimento ha favorito certamente una maggiore volatilità delle piazze
africane anche in relazione ai prezzi dei beni primari vista la loro cre-
scente scarsità in tali aree. Al definirsi dell’agroinflazione hanno con-
tribuito a lungo poi le debolezze del dollaro che ha messo in difficoltà
alcune valute e ne ha rafforzato altre, come è avvenuto per il rand su-
dafricano, colpito da pronunciata debolezza, al contrario per esempio
del kwacha dello Zambia. In momenti di grande tensione inflazionisti-
ca il ruolo delle monete assume un rilievo centrale rispetto alle bilance
commerciali soprattutto per i paesi dalle economie più fragili e specia-
lizzate in pochi prodotti sottoposti a concorrenza2. Per tali paesi, se
hanno scelto di applicare un controllo sulle proprie valute al fine di
evitare l’inflazione, le operazioni relative al cambio possono risultare
molto costose, come dimostra il caso della Nigeria. Il naira infatti, in
presenza di un forte afflusso di capitale estero e di alti prezzi del pe-
trolio, ha cominciato a salire di prezzo, costringendo la Banca centrale
a stamparlo in gran quantità per venderlo sul mercato dei cambi, accu-
mulando riserve valutarie. Ciò ha finito per stimolare di nuovo l’infla-
zione, che era faticosamente scesa dall’11 al 6%, inducendo la stessa
autorità monetaria a brusche sterilizzazioni. Il grande problema è rap-

1. P. ROBERTS, The end of food. The coming crisis in the world food industry, London,
Bloomsbury Publishing, 2008.
2. FAO, Southern Africa, 2006/2007 Mid-season Update, gennaio 2007.
Un caso specifico 89

presentato dalla debole capacità delle pochissime banche centrali afri-


cane “sovrane” di definire i contorni di una vera politica monetaria;
una questione che ha coinvolto anche il Sudafrica, la cui Banca centra-
le ha posto in essere nel corso del 2007 alcune strette sul costo del de-
naro senza riscuotere troppo successo nel frenare l’inflazione.
L’aumento di prezzo dei generi cerealicoli infatti ha surriscaldato un
quadro economico già sospinto da una crescita nel 2006 vicina al 5%.
Sui prezzi cominciano a pesare anche i cambiamenti climatici: un
recente studio dell’economista William R. Cline, Global warming and
agricolture: impact estimates by country, prevede un calo della produ-
zione agricola sudafricana del 39-47% per il 2080 se la concentrazione
dei gas serra continuerà a crescere al ritmo attuale. Un dato allarmante
per i contadini africani che già combattono contro una cronica insuffi-
cienza alimentare. Particolarmente drammatiche sono le conseguenze
delle alluvioni che con periodicità frequente colpiscono il continente
africano. Nell’agosto-settembre 2007 le precipitazioni hanno flagellato
buona parte dell’Africa subsahariana a ridosso della stagione del rac-
colto. Nel 2006 ad essere devastate sono state le aree del Corno
d’Africa, mentre nel 2000 fu paralizzato l’intero Mozambico. I periodi
delle piogge intense si alternano a drammatiche siccità senza che siano
state ancora realizzate le necessarie opere infrastrutturali, a partire dai
grandi invasi3. Un’altra causa dell’incremento dei prezzi dei cereali è
rappresentata dal forte sviluppo della produzione dei cosiddetti “agro-
carburanti”, soprattutto in alcune zone del pianeta. L’amministrazione
Bush ha previsto una produzione di biocarburante per trasporto di 132
miliardi di litri entro il 2016 al fine di ridurre la dipendenza dal petro-
lio; sembra più probabile tuttavia che l’obiettivo da raggiungere si fer-
mi a circa 650 milioni di ettolitri per evitare di esercitare pressioni in-
sostenibili sui mercati agricoli. Questo obiettivo è stato confermato nel-
la sostanza dal nuovo presidente Obama che nel suo programma eletto-
rale non ha rimosso i sussidi in tale direzione. In Africa sono stati stan-
ziati diversi milioni di dollari per produrre bioetanolo e biodiesel, in
particolare in Angola, Zambia, Kenya e Mozambico. Il Sudafrica ha va-
rato un programma, stimato in 828 milioni di dollari, per coprire entro
il 2013 con i biocarburanti il 75% del target complessivo di energia rin-
novabile del paese. La Nigeria ha proceduto ad assegnare due conces-
sioni alla Inc. Natural resources per portare a termine un progetto da 4
miliardi di dollari per produrre etanolo nello stato settentrionale di
Jigawa. Nel maggio del 2007 a Nairobi è stato approntato un piano per
forniture di energia rinnovabile a 20 milioni di abitazioni in ben 25 stati

3. G. ALBANESE, L’Africa dell’eterna emergenza, «Avvenire», 22 settembre 2007.


90 UNA CRISI TANTE CRISI

africani4. Al di là delle diverse stime che circolano fra gli esperti circa
la reale potenzialità di questi carburanti, è indubbio che la loro “coltiva-
zione” necessita di molta acqua – ottenere un litro di etanolo richiede
da tre a cinque litri di acqua d’irrigazione e genera fino a tredici litri di
acque reflue –, accelera processi di deforestazione e tende a ridurre
l’occupazione (nelle zone tropicali, 100 ettari destinati all’agricoltura
familiare creano 35 posti di lavoro, mentre la palma da olio e la canna
da zucchero solamente una decina)5. Lo sviluppo dei biocarburanti è
stato reso possibile dal prezzo del barile di petrolio ampiamente sopra i
100 dollari; con il greggio tornato a inizio 2009 tra i 40 e i 50 dollari è
molto probabile che tale settore subisca un drastico ridimensionamento,
contribuendo alla già marcata riduzione del prezzo dei beni agricoli.
Alla luce di ciò si tratta di capire quali siano state le conseguenze
di questa fase rialziasta dei prezzi soprattutto per le economie più sen-
sibili ad essi, le più “aperte”, come quella africana. Qualche dato può
essere utile per cogliere le dimensioni del fenomeno: dal 1995 al 2003
le esportazioni agroalimentari dell’Africa dell’Ovest sono cresciute
del 50% (per oltre 6 miliardi di dollari) ma il deficit dei suoi scambi
alimentari è salito in misura maggiore, arrivando al 55% (pari a quasi
5 miliardi). L’Africa occidentale si è ridotta da forte esportatrice a re-
gione importatrice di prodotti alimentari. Dal 1993 al 2002 quest’area
ha aumentato le proprie importazioni di cereali del 60% (per il resto
del mondo l’aumento è stato del 18,2%), mentre la loro produzione è
aumentata solo del 16,3% (6% per la media mondiale). Nell’area di li-
bero scambio dell’Africa occidentale la produzione agricola “specia-
lizzata” è destinata al mercato interno solo per una percentuale com-
presa tra l’8 e il 13%6, mentre assai più ampia è la parte destinata al
consumo domestico costituita dalla produzione non specializzata. In
tutta l’Africa subsahariana la bilancia commerciale agricola è divenuta
passiva dal 2000, con una fortissima crescita dell’importazione dei ce-
reali; questo in un contesto mondiale dove, invece, gli scambi com-
merciali di beni agricoli interessano solo il 5% della produzione agri-
cola mondiale.
Nel corso del 2007 Benin e Burkina hanno presentato un pesante
problema commerciale: il forte aumento del prezzo del grano non è
stato compensato da un analogo incremento del prezzo del cotone; in
Gambia la produzione di cereali ha coperto meno della metà del fabbi-

4. M. COCHI, Pericolo verde, «Nigrizia», ottobre 2007, pp. 30-33.


5. E. HOLTZ-GIMENEZ, I cinque miti della transizione verso gli agrocarburanti, «Le
Monde diplomatique», n. 4, 2007.
6. D. DIALLO, La concorrenza sleale uccide. SOS per l’agricoltura africana, «il manife-
sto», 3 marzo 2007.
Un caso specifico 91

sogno nazionale, rendendo il paese estremamente sensibile agli shock


esterni, un dato comune alla Guinea Bissau e alla Mauritania, nella
quale solo 1/3 del fabbisogno di cereali è coperto dalla produzione na-
zionale. In Nigeria, sempre nel 2007, l’importazione di cereali è stata
limitata da una maggiore produzione nazionale, ma solo perché l’epi-
demia di aviaria non ha dirottato verso questo settore una parte del
mais coltivato. In Sierra Leone i prezzi dei beni alimentari importati
sono stati a lungo il principale fattore di inflazione e pesano per il 54%
sull’indice dei prezzi al consumo. Significativi deficit nella bilancia
alimentare colpiscono anche il Congo e la Repubblica democratica del
Congo, mentre realtà come il Gabon scontano la loro natura di “mono-
culture” energetiche, in cui l’agricoltura occupa una posizione margi-
nale nella creazione della ricchezza. Nell’insieme i deficit commercia-
li sono resi ancora più gravosi dal fatto che esiste solo una limitata in-
terdipendenza regionale, in grado di realizzare un proprio circuito di
distribuzione interno, e le importazioni provengono dalle grandi eco-
nomie agrarie del pianeta, a cominciare dagli Stati Uniti7. Si tratta di
importazioni su cui pesano quindi il cambio della moneta, i costi di
trasporto e i flussi di merci internazionali; appena non è più conve-
niente distribuire in Africa perché si aprono altri scenari, come è suc-
cesso ora con la comparsa prepotente della Cina, i “rifornimenti” agri-
coli tendono insomma a rarefarsi.
Questo arrivo massiccio e incontrollato di prodotti alimentari
d’importazione, anche sotto forma di aiuti umanitari, ha avuto effetti
devastanti sulla produzione locale, sulla “professione” e sui redditi dei
piccoli produttori, indeboliti già da una spesa statale indirizzata all’a-
gricoltura ormai inferiore al 5% dell’intero budget pubblico8; una con-
trazione che permane nonostante l’impegno assunto dall’Unione afri-
cana durante il vertice di Maputo, tenutosi nel luglio 2003, di portare
al 10% la percentuale del bilancio pubblico destinata all’agricoltura. Il
danno principale deriva dal fatto che le produzioni importate dall’este-
ro, e soprattutto dall’Unione europea, sono concentrate su alcuni gene-
ri (carne di volatili, latte, patate) che hanno fatto concorrenza diretta ai
produttori locali e al tempo stesso hanno impedito il costituirsi di una
complementarietà intraregionale – in particolare nel caso del mais,
delle carni bovine e delle cipolle – con effetti negativi per esperienze
di integrazione africana, a partire da ECOWAP (Ecowas agricultural po-
licy), iniziativa rivolta ad una politica agricola comune ad opera dei
paesi del blocco CEDEAO, siglata nel gennaio 2005. Bisogna aggiunge-

7. FAO, Giews Country Updates, giugno 2007.


8. M. DI SISTO, Coltivare l’Africa, «Mosaico di pace», settembre 2005.
92 UNA CRISI TANTE CRISI

re che le economie agricole africane per quanto aperte, con bilance


passive, in alcuni casi dispongono già di forme di protezione doganale.
Per i dazi ad valorem, Marocco, Ruanda e Repubblica del Congo ri-
sultano ai primi posti della graduatoria internazionale, mentre per le
franchigie Angola, Congo-Brazzaville e Repubblica del Congo sono
tra le più “protette”. Risulta difficile pertanto anche solo ipotizzare mi-
glioramenti nel caso di una riduzione di tali forme di protezione.
Si tratta di agricolture aperte ma in molte zone assai fragili e com-
plesse, per le quali gli shock di prezzo sono assolutamente devastanti:
nell’Africa subsahariana, dove l’aumento della produzione agroalimen-
tare è appena intorno al 2% annuo, l’incremento demografico è almeno
del 3%. E l’aumento di produzione è dovuto alla messa a coltura di ter-
re vergini, di terreni deforestati: si invadono altipiani, savane, zone pre-
desertiche, si adottano pratiche agronomiche inadatte e dannose per le
risorse naturali che contribuiscono all’erosione dei suoli e all’avanza-
mento dei deserti. L’impressione è che il modello di un’agricoltura da
esportazione, a lungo sostenuto per dotare i paesi africani di un merca-
to esterno – vista la debolezza del proprio – e per consentire loro di ri-
pagare il debito estero, non sia servito a migliorare realmente la produt-
tività agricola (la produzione media per ettaro in Africa è soltanto il
54% della media mondiale9), generando un’ulteriore dipendenza che
nella fase dei prezzi esplosivi è stata del tutto insostenibile. Questo mo-
dello non ha minimamente risolto nemmeno la questione dell’approv-
vigionamento idrico, senza il quale la produzione agricola è ridotta di
almeno 1/3; un dato comprensibile qualora si tenga conto del fatto che
un africano su sette dipende da colture legate alle piogge e quindi parti-
colarmente soggette agli effetti del cambiamento climatico. Le analisi
della FAO certificano che l’Africa utilizza solo il 4% delle riserve d’ac-
qua disponibili per l’irrigazione, concentrandole su appena il 7% delle
terre arabili; una percentuale che crolla all’1,6% nell’Africa subsaha-
riana10. L’ostinato sforzo di favorire la specializzazione colturale come
strumento primario per accrescere la produttività ha inoltre provocato
serissimi danni ad una biodiversità che per secoli ha costituito una delle
risorse fondamentali della tradizione africana e che ora rischia di essere
rivalutata, ma solo nell’ottica della “variabilità genetica”, prodotto delle
biotecnologie. Ben altra prospettiva sarebbe invece quella di stimolare,
ai fini di una maggiore autosufficienza, un’agricoltura di “conservazio-
ne”, che intenda utilizzare proprio la biodiversità dei terreni come fatto-

9. G.T. SCARASCIA MUGNOZZA, Una rivoluzione verde per l’Africa, «30Giorni», n. 2, 2007.
10. J. DIOUF, Lo sviluppo agricolo, una carta che l’Africa può giocare, «Le Monde diplo-
matique», dicembre 2004. Cfr. anche P. COLLIER, L’ultimo miliardo, Roma, Laterza, 2008.
Un caso specifico 93

re chiave per aumentare la produttività e controllare l’erosione del ter-


reno; obiettivi raggiungibili attraverso l’alterazione minima del suolo,
precise tempistiche di semina, rotazione e associazione delle colture,
copertura dei terreni. Sarebbe opportuno favorire, con più convinzione
di quanto si sia fatto finora, proprio l’integrazione dei mercati africani
in un’unica area regionale che dipenda meno dall’approvvigionamento
esterno e sia nelle condizioni di autoregolarsi e di provvedere ai propri
bisogni, magari contenendo quanto più pezzi possibili della filiera
agroalimentare11. Questa prospettiva renderebbe più efficienti anche gli
aiuti europei, sicuramente assai ingenti; nel decimo FES sono previsti
per i paesi dell’Africa subsahariana circa 4 miliardi l’anno che si do-
vrebbero spendere con cognizione, facilitando le procedure formali per
la stessa richiesta di aiuti. Sarebbe altresì necessario rivitalizzare una
sede realmente multilaterale per discutere di regole commerciali e di ta-
riffe, dal momento che la logica degli accordi bilaterali, attraverso la
quale passa oggi oltre il 65% delle riduzioni tariffarie, favorisce i pivot
più forti e non consente di affrontare temi generali come la riduzione
della povertà, la lotta all’inquinamento e la redistribuzione “sociale”
della ricchezza planetaria. Questo è tanto più necessario in relazione al-
le esigenze dei paesi in via di sviluppo, dove la spesa per il consumo di
cibo raggiunge il 65% della spesa totale, a fronte di una percentuale fra
il 10 e il 20% nei paesi industrializzati. Gli accordi bilaterali tendono a
semplificare gli scambi – liberandoli da vincoli di carattere generale –
e, al tempo stesso, mirano ad ampliare i benefici dei singoli contraenti a
scapito di garanzie ambientali e sociali, con effetti tutt’altro che benefi-
ci proprio nella distribuzione della ricchezza.
In una simile ottica assume allora un rilievo significativo la valoriz-
zazione della struttura dell’economia agricola africana dove, nonostan-
te il processo sopra descritto, resta centrale l’importanza dell’agricoltu-
ra familiare. Questa “forma di società” – soprattutto nell’Africa subsa-
hariana, nella quale 2/3 degli abitanti vivono in villaggi con meno di
2.000 abitanti – assicura più del 90% della produzione agricola e gesti-
sce più del 95% delle terre agricole. A dispetto della spietata concor-
renza internazionale, i piccoli produttori dell’agricoltura familiare con-
tinuano ad assicurare fino al 90% dell’approvvigionamento alimentare
delle comunità locali. L’agricoltura ha però subìto negli ultimi anni un
processo di indebolimento dovuto alla riduzione dei sussidi ai piccoli
agricoltori, all’eliminazione del controllo dei prezzi dei fattori di pro-

11. Si vedano in tal senso le dichiarazioni di Mamadou Cissokho, presidente e fondatore


di ROPPA, la rete dei produttori agricoli dell’Africa occidentale (S. MORANDI, “Prendere o la-
sciare. Così l’Europa ci impone gli accordi”, «Liberazione», 24 aprile 2007).
94 UNA CRISI TANTE CRISI

duzione e delle aziende agricole, alla smobilitazione di alcune strutture


parastatali nell’ambito della commercializzazione agricola. Si è profila-
to poi da tempo il grave problema della reale ricaduta in loco dei prezzi
delle produzioni agricole: in Costa d’Avorio i produttori hanno ricevu-
to, nel periodo 1980-1988, il 17,5% di ogni dollaro speso dai consuma-
tori e tale percentuale è crollata allo 7,25 tra il 1999 e il 2003.
Dall’estate del 2008 le tendenze inflazionistiche sono state rapida-
mente raffreddate dall’esplosione della crisi internazionale e per molti
versi sono state sostituite da un’altrettanto marcata spinta in direzione
della deflazione. È quindi probabile che tutto il settore delle commodi-
ties conosca una forte instabilità con cadute di prezzo e repentine risa-
lite, in un’ottica tipicamente speculativa di brevissimo periodo nella
quale le strategie finanziarie di difesa di portafogli in affanno possono
indurre molti investitori a vendere i titoli più apprezzati. Ancora una
volta i guasti della finanziarizzazione che hanno provocato nei mesi
scorsi un artificiale rialzo dei prezzi stanno generando ora una costan-
te volatilità in larga parte scissa dai dati sulla produzione reale: il 2008
è stato un anno record per il frumento con quasi 680 milioni di tonnel-
late ma questo non impedisce una logorante instabilità di prezzo che,
in campo agricolo, pare salvare solo i semi di soia, i cui futures al
Chicago Board of Trade stanno perdendo poco più del 5%. Solo sulla
scorta delle valutazioni finanziarie è così potuto avvenire che nel giro
di pochissimi mesi, alla fine del 2008, il prezzo dei cereali nel conti-
nente africano abbia lasciato sul campo l’11% rispetto al 2007, pur in
presenza di dati macroeconomici non troppo dissimili. L’esigenza di
portare fuori dai mercati finanziari i beni agricoli pare l’unica strada
percorribile per ridare alle dinamiche di prezzo un senso compiuto e
una prevedibile coerenza; un’esigenza resa maggiormente avvertita
dalla rinascita del protezionismo finalizzato ora a impedire le cadute
di prezzo secondo una linea decisa dalla Commissione europea nel-
l’ottobre 2008 che ha reintrodotto i dazi di importazione dei cereali.
L’instabilità che minaccia il commercio dei beni agricoli è d’altra
parte accentuata dalla questione monetaria. Il dollaro risulta in larga
misura “catturato” dalla dimensione finanziaria della crisi in atto e
subisce le conseguenze sia della politica al ribasso della Federal reser-
ve, con un tasso ormai allo 0%, sia delle paure delle banche che rifiu-
tano di prestarsi il denaro, terrorizzate dal rischio di controparte, diffi-
cile da superare anche con l’intervento delle garanzie pubbliche sui
collaterali. I prezzi di mercato sono dunque vittima di una moneta co-
munque minata da un’intrinseca debolezza che finisce per contagiare
l’euro, in quanto lo spettro della recessione americana e del dollaro
fragile mettono a repentaglio la credibilità stessa della divisa europea,
Un caso specifico 95

danneggiando al contempo lo yen, rafforzato oltremisura dalla fragilità


altrui fino a farne un paradossale impedimento insuperabile alle espor-
tazioni12. Ma senza monete affidabili e con i mercati finanziari nel pa-
nico, la possibilità di ricostruire una dimensione internazionale del
commercio dei beni agricoli sembra decisamente compromessa. Le
prospettive che si delineano sono da un lato quella della rinascita dei
mercati nazionali volti a immunizzare i consumatori dalle docce scoz-
zesi dei prezzi, sia pur con pericoli di eccessive frammentazioni, e dal-
l’altro quella del progressivo dilagare di zone di economia informale,
dove mancano o vengono meno gli strumenti e le procedure dello
scambio formale. È molto importante capire quale sarà la natura dei
nuovi regionalismi, in particolare di quelli africani, e se un’esperienza
come quella del nuovo accordo concluso di recente fra COMESA, EAC e
SADC, che comprende 26 paesi per un PIL di 746 miliardi, sarà in grado
di far fronte ai pericoli di protezionismi nazionali da parte delle econo-
mie più forti sia in termini di circolazione di merci che di capitali13.
L’unico dato certo è costituito dal fatto che i tassi bassi renderanno si-
curamente meno gravosa la gestione del debito per molti paesi africani
pesantemente indebitati; l’eventuale deflazione dei prezzi agricoli po-
trebbe pertanto indurre le stesse banche africane a seguire la medesi-
ma strada, garantendo alle loro economie l’ulteriore beneficio di un
costo del denaro molto contenuto. Il vero problema però è che la sta-
gione dei prezzi alti, nei paesi importatori di derrate, ha spinto, più an-
cora che in passato, parti significative della produzione interna al sod-
disfacimento delle esigenze alimentari nell’ambito dei canali dell’eco-
nomia informale. Ciò ha di fatto destrutturato il sistema della distribu-
zione che ora, con prezzi bassi, trova scarsi incentivi a organizzarsi in
maniera più estesa. La stessa riduzione dei prezzi provoca ulteriori
guasti perché sta conducendo ad una contrazione delle aree coltivate
proprio in vista della minore redditività degli impieghi agricoli. Un si-
mile fenomeno rischierebbe di innescare una svalutazione del prezzo
delle terre con conseguenze che in parte già si intravedono: una filiale
dell’impresa coreana Daewoo ha concluso con il governo del
Madagascar un accordo per prendere in affitto ben 1,3 milioni di ettari
a prezzi decisamente favorevoli; operazioni analoghe sono state pro-
gettate dall’Angola e da alcuni altri paesi africani14. Se a ciò si unisse
la già accennata ripresa del protezionismo, come sembra prefigurare il

12. S. CARRER, Il Giappone sprofonda nella recessione, «Il Sole 24 ore», 10 dicem-
bre 2008.
13. R. SORRENTINO, L’Africa cerca unità nell’economia, «Il Sole 24 ore», 2 novem-
bre 2008.
14. J.P. TUQOI, I ricchi sfamati dall’Africa, «La stampa», 21 novembre 2008.
96 UNA CRISI TANTE CRISI

fallimento del Doha round, è molto probabile che le sorti dei mercati
agricoli africani siano schiacciate da una vera e propria frantumazione
localistica: senza monete di riferimento, senza sbocchi internazionali,
con una scarsa remunerazione sui mercati interni e con prezzi dei ter-
reni a picco, gli spazi per un’economia reale, capace di garantire mi-
gliori condizioni di vita e soprattutto una vera sovranità alimentare,
sono molto limitati. Negli scenari di una crisi molto cupa potrebbero
prendere consistenza soluzioni assai particolari come le ipotesi di svi-
luppare la coltivazione del riso OGM: l’esperienza di Nerica, il riso che
resiste alla siccità e fornisce grandi raccolti, costituisce uno degli
esempi più chiari in tal senso15. La possibilità che queste soluzioni si
concilino con la struttura familiare dell’agricoltura africana è tuttavia
quantomeno da verificare. Può essere sfruttata invece l’adattabilità
delle agricolture famigliari per ricostruire una maggiore autonomia re-
gionale anche perché in molti casi le dimensioni delle cosiddette agri-
colture domestiche, in particolare in Africa occidentale, comprendono
sia aziende di 2-3 persone sia quelle con un centinaio di lavoratori,
senza reali differenze di fondo nel loro funzionamento. Fanno infatti
parte del medesimo modello quelli che secondo le definizioni OECD-
DAC sono descritti come “tradizionalisti” (family farms con qualche
rapporto con il mercato) e come “superstiti” (proprietari di piccoli ap-
pezzamenti che producono solo per l’alimentazione famigliare): un
esteso gruppo che dipende dalle fragilità dell’ecosistema e dai raccolti,
sottoposto al rischio di scadere nei ben più precari insiemi dei “sala-
riati” e degli “schiavi”. Migliorare l’efficienza delle agricolture fami-
gliari può pertanto consentire di frenare le migrazioni dalle zone rurali
alle megalopoli, conseguenza del rapido impoverimento di tali aree so-
ciali, favorendo altresì la nascita di “capoluoghi rurali”, snodi che per-
mettono di razionalizzare la mobilità contadina, rendendola meno in-
vasiva e inserendola in una efficace pluriattività, nell’ambito della qua-
le i redditi non agricoli, uniti alle rimesse dall’estero, compongono cir-
ca il 50% dei budget famigliari negli ambienti rurali16. Un’esigenza
rafforzata dal fatto che gli investimenti diretti esteri hanno determinato
in molte zone africane ricadute molto limitate e si sono tradotti soprat-
tutto in profit remittances: nel periodo 1995-2003 su 10,761 milioni di
dollari diretti in Angola questa voce è stata pari a oltre 7 milioni, in
Botswana su 943 mila dollari ben 5 milioni, nella Repubblica demo-
cratica del Congo su 1,6 milioni quasi 3 milioni, in Nigeria su 11 mi-
15. L. DELL’AGLIO, Riso, l’OGM “buono” che salverà l’Africa, «Avvenire», 10 dicem-
bre 2008.
16. F. LOVISOLO, S. VITALE, Povertà, sviluppo e mobilità rurale in Africa occidentale,
«Working papere», n. 13, 2006.
Un caso specifico 97

lioni oltre 1217. Resta ugualmente molto intensa la fuga di capitali dal
continente africano: secondo stime pubblicate da «Jeune Afrique» è
stata superiore nel 2006 ai 30 miliardi di dollari. Il Rapporto UNCTAD
del 2007 relativo agli investimenti diretti esteri ha messo in rilievo co-
me l’unica loro ricaduta reale nei paesi dell’Africa subshariana pro-
venga dalle entrate fiscali; di fronte a prezzi in rialzo di materie prime
e minerali, molti di questi paesi hanno avviato una ridefinizione degli
appalti e dei regimi di concessione accordati alle società transnaziona-
li. Lo stesso rapporto ha insistito sul fatto che nel 2006 gli investimenti
diretti esteri in Africa, saliti a 35 miliardi di dollari, hanno rappresen-
tato una percentuale sul totale più bassa rispetto al 2005, passando dal
3,1 al 2,7%, e si sono soprattutto indirizzati per ben 10 miliardi
all’Egitto. La crescita del valore assoluto è dipesa prevalentemente
dall’aumento del prezzo delle commodities, contrastata dallo sforzo di
riacquisto di azioni di società concessionarie da parte degli Stati titola-
ri delle concessioni. In molti paesi africani gli investimenti diretti este-
ri sono stati attratti in larga prevalenza dal settore minerario; così è av-
venuto in Ghana, Zambia, Tanzania e Mali18. Allo sviluppo rurale en-
dogeno e locale non sembra quindi possano essere sostituite altre for-
me centrate sull’apertura all’esterno, anche se una simile evoluzione
ha bisogno di alcuni elementi ulteriori rappresentati da vere e proprie
politiche sociali per le fasce più deboli, da misure in campo educativo
e sanitario, da politiche di contenimento delle nascite e da un sistema
di interventi infrastrutturali. Vi è bisogno anche di un migliore utilizzo
delle centralissime rimesse degli emigrati che per l’intero continente
africano hanno assommato nel 2007 a quasi 40 miliardi di dollari, di
cui circa 11 nell’Africa occidentale e più di 5 in quella orientale. Una
somma tuttavia limitata dai pesanti costi di trasmissione, compresi fra
il 25-30%, e dalla scarsa sicurezza dei trasferimenti, in relazione alme-
no in parte alle carenze del sistema finanziario dei paesi destinatari.
Solo il 20% di tali rimesse si traduce in investimenti per attività eco-
nomiche locali19 e nel 2009 il complesso dei trasferimenti è destinato a
subire una forte contrazione del 13% in Africa del Nord e Medio
Oriente e del 7% in Africa subsahariana.
È sempre più evidente che la globalizzazione ha trasformato in ten-
sioni mondiali condotte politiche ed economiche che hanno origine
nelle singole aree. Eventi come il vertice della FAO a Roma si sono

17. K. SINGH, Why investment matters, Fern?, 2007, pp. 44-45.


18. CHRISTIAN AID, A reach seam: who benefits from rising commodity price?, DOVE?,
gennaio 2007, pp. 4-5.
19. A. MERLI, Dagli emigrati risorse per 300 miliardi di dollari, «Il Sole 24 ore», 17 ot-
tobre 2007.
98 UNA CRISI TANTE CRISI

aperti nel segno della preoccupazione condivisa per la nuova dramma-


tica inflazione legata al rialzo del prezzo dei beni agricoli, ma si sono
chiusi con un sostanziale nulla di fatto a causa delle resistenze di alcu-
ni paesi ad assumere impegni realmente vincolanti sulla limitazione
delle coltivazioni destinate a biocarburanti e ad evitare (GIUSTO EVI-
TARE LE RESISTENZE?) l’adozione di barriere doganali in uscita
delle merci agricole. L’effetto di tutto ciò è stato l’aumento del nume-
ro degli affamati che sicuramente non potranno disporre degli euro
“forti” per fare acquisti. La grande trappola dei tassi di interesse si ma-
terializza pertanto nella contraddizione fra la difesa del potere d’acqui-
sto e dell’occupazione di una parte del pianeta e il parallelo, brusco in-
debolimento delle condizioni di altre e ben più estese zone della terra.
Siamo di fronte a scenari complessi ormai assolutamente interdipen-
denti tra loro, la capacità di pensare in forme globali le grandi temati-
che risulta indispensabile. Aumentare la produttività dei terreni, creare
una banca del cibo e altre importanti soluzioni in materia di alimenta-
zione, così come migliorare la produttività del lavoro e la concorrenza
per ridurre i prezzi, non bastano più se non si riesce ad impedire che
alcune variabili fondamentali – frutto di scelte “regionali” e parziali –
a partire proprio da quella monetaria, non destabilizzino continuamen-
te il pianeta. E la crisi ovviamente non ha solo un risvolto economico:
anche perché le tensioni tornano sempre da dove sono state avviate.
Quando si riprende a parlare con forza di “nazionalismi” è bene avere
chiaro tutto ciò, tenendo presente che il mondo attuale è sempre meno
“occidentale”: se nel 1995, anno della prima riunione del G8, Stati
Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Italia costituiva-
no quasi il 50% del prodotto interno lordo mondiale, oggi questi stessi
paesi, a cui si sono uniti Canada e Russia, arrivano appena al 43% del
totale e gli effetti della recessione stanno limando ulteriormente tale
percentuale. Al contempo la tenuta dell’economia mondiale passa al-
trove, soprattutto da Cina, India e Brasile. Proprio gli Stati Uniti sono
ritenuti da molti i responsabili principali della ripresa dell’inflazione
planetaria prima e della deflazioni poi. Il dollaro che sembra “struttu-
ralmente” debole, tenuto dalla Federal reserve a livelli decisamente
bassi per garantire liquidità al febbricitante mercato finanziario a stelle
e strisce, genera continua instabilità nei prezzi dei beni, i quali vengo-
no scambiati in valuta USA: in pratica l’80% delle merci mondiali, a
cominciare da energia e alimentari. Sempre dai mercati maturi è pro-
venuta e proviene gran parte della speculazione messa in campo dagli
strumenti dell’ingegneria finanziaria che, nati per ridurre il rischio de-
gli investitori distribuendolo su platee estese di soggetti, stanno terre-
motando le quotazioni dei listini con pericoli tangibili di eccessiva vo-
Un caso specifico 99

latilità e di dannosissime ricadute reali. I prezzi dei futures e dei deri-


vati sulle commodities, e sui beni agricoli in particolare, finiscono per
determinare ampi margini speculativi anche sui prezzi dei prodotti rea-
li pagati dai consumatori globali. Esiste l’ulteriore pericolo che si tenti
di uscire dalla crisi mondiale favorendo una nuova ripresa dell’infla-
zione nelle economie mature diretta a pagare meno il gigantesco inde-
bitamento messo in essere dagli Stati per salvare le proprie economie.
Leggere una simile complessità e interpretare le nuove gerarchie eco-
nomiche mondiali con lenti ottocentesche, a partire appunto dai nazio-
nalismi, costituirebbe un pericolo molto grave.
100 UNA CRISI TANTE CRISI
EPILOGO

Non era mai successo. Questa espressione sta diventando ormai fin
troppo ricorrente. Non era mai successo che il tasso di interesse della
BCE raggiungesse livelli così bassi, mai toccati dal 1999, da quando le è
stata affidata la gestione delle politiche monetarie europee. Non era
mai successo neppure che le banche reagissero così male ad un taglio
tanto marcato dei tassi di interesse, a dimostrazione che la politica mo-
netaria è in questa fase un’arma assolutamente spuntata. La Banca
d’Inghilterra, storicamente molto severa nei confronti dei mercati, ha
portato il tasso alla soglia record dello 0,50%, lo stesso della Banca ca-
nadese, procedendo persino a “stampare” sterline per 75 miliardi e a ri-
correre quindi a strumenti “non convenzionali”. Non era mai successo
che il denaro fosse gratis in gran parte del mondo e che le banche non
riuscissero in nessun modo a riprendersi, costituendo, anzi, il principa-
le problema economico contemporaneo. Non era mai successo che
aziende iper capitalizzate e solide fino a pochi mesi prima si siano tro-
vate con tale rapidità sull’orlo del baratro. General Motors è solo l’e-
sempio più evidente di un fenomeno di questo tipo. Non era neppure
mai successo che l’enorme messe di aiuti, peraltro anch’essi senza pre-
cedenti, posti in gioco dal governo degli Stati Uniti guidato dal più ca-
rismatico dei presidenti, non riuscisse a scalfire la perdita di valore del-
le aziende americane e a frenare l’emorragia dei posti di lavoro che
dall’inizio della crisi al marzo 2009 hanno raggiunto la colossale cifra
di 4,4 milioni. In 17 mesi, tra il 2008 e il 2009, l’indice della Borsa USA
ha ceduto il 57%, più di quanto aveva perso con la crisi dei titoli tecno-
logici all’inizio del nuovo millennio, quando la perdita fu del 49%, più
della crisi petrolifera degli anni Settanta che aveva registrato una con-
trazione del 48% e più della crisi del 1929, allorché l’indice era sceso
del 47,9%. Appare evidente che né il libero mercato né il protezioni-
smo paiono ora capaci di invertire gli indici economici. Non era mai
successo che il governo giapponese decidesse di attingere alle riserve
della propria banca centrale per sostenere il sistema bancario; così co-
me non era mai successo che uno stato comunista come la Cina iniet-
tasse in due tranche più di mille miliardi di dollari per alimentare i pro-
102 UNA CRISI TANTE CRISI

pri consumatori, senza ottenere neppure in questo modo risposte con-


vincenti. Non era mai successo che la tenuta dell’euro fosse così mi-
nacciata dalla crisi delle economie più deboli da poco entrate nella UE,
quasi che la sorte della valuta anticipasse gli effetti negativi di una re-
cessione dei mercati. L’attuale crisi materializza tutte le paure suscitate
da un allargamento forse troppo rapido, trovando alimento nelle pesan-
ti esposizioni delle banche europee nei paesi dell’est dove si erano im-
maginati ritorni ben più lucrosi. Nello specifico italiano non era mai
successo che il valore delle aziende bancarie venisse bruciato con que-
sto ritmo, a prescindere persino dal numero di sportelli posseduti, e che
il mercato finanziario divenisse una sorta di terra di nessuno, dove non
è possibile azzardare alcuna previsione, con la capitalizzazione della
Borsa di Milano scesa a precipizio in pochi mesi dal 35 al 17% del PIL.
Non era mai successo neppure che un ministro delle finanze passasse
in una manciata di settimane da un grande ottimismo ad un vero e pro-
prio catastrofismo, definendo “orribile” quello che aveva indicato come
l’anno della ripresa. Intanto i 3 milioni di lavoratori titolari di contratti
atipici, che hanno rappresentato lo strumento per aumentare il numero
degli occupati, rischiano seriamente di perdere il posto di lavoro, insie-
me ai 300 mila giovani che entrano ogni anno nel mercato del lavoro e
alle migliaia di cassaintegrati. Non era mai successo che il debito pub-
blico di tutte le principali economie del pianeta crescesse contempora-
neamente di 10-20 punti in pochi mesi, attraverso un vero e proprio al-
lagamento dei mercati con titoli di Stato che rendono pochissimo ma
sono richiestissimi. Non era mai successo che si parlasse di default di
così tante economie statali. L’elenco delle cose mai avvenute prima po-
trebbe continuare ancora e purtroppo andrebbe ampliato ogni giorno.
Siamo veramente in un’era nuova e dobbiamo capirne i caratteri men-
tre cambia velocemente. È difficile, ma dobbiamo farlo prima di tutto
abbandonando subito molti dei vecchi arnesi del mestiere. Il primo e
decisivo passo in tal senso è costituito da una nuova etica dei mercati
finanziari. È evidente infatti che molte delle difficoltà attuali si legano
alla sostanziale assenza di regole non solo di natura giuridica ma anche
di ordine etico, in grado di condizionare i comportamenti degli attori
economici internazionali. L’assenza di regole è stata fortemente voluta
nell’ambito di più ordinamenti, a partire da quello americano dove si è
cancellata ogni distinzione vera tra banche commerciali e banche d’in-
vestimento, creando una nuova tipologia di conglomerati a cui si è per-
messo di entrare in maniera massiccia nel campo delle assicurazioni.
Questi istituti hanno alimentato comportamenti inclini al cosiddetto
“azzardo morale” favorito al tempo stesso dalla modificazione degli
strumenti di riduzione del rischio e dei modelli di indebitamento. Con
Epilogo 103

l’avvento del sistema dell’originate to distribuite, che consiste nella


distribuzione del rischio del credito fra una molteplicità di istituti ban-
cari e finanziari, si è diffusa l’idea di una sostanziale scomparsa del pe-
ricolo di fallimenti societari; a questa illusione si è unita la possibilità
di sostenere un massiccio indebitamento anche da parte di soggetti de-
boli e poco solvibili. I due elementi hanno composto una miscela
esplosiva che ha sconvolto i mercati fino a portarli all’eccesso specula-
tivo; bassi tassi d’interesse, crediti erogati con facilità e cartolarizzati
quasi all’infinito, Borse gonfiate da una frenesia di acquisti hanno
composto una sequenza micidiale che ha cancellato ogni remora rispet-
to alla ricerca della rapida produzione di ricchezza finanziaria. Milioni
di risparmiatori sono stati coinvolti in questa dinamica, diventando par-
tecipi di un gioco dal quale erano stati esclusi fino a pochi anni prima
da legislazioni molto più restrittive. La rimozione delle regole è stata
presentata come la strada per realizzare una maggiore “democrazia”
economica: senza i mutui subprime, l’americano con reddito basso e
lavoro precario non avrebbe potuto comprarsi una casa. Dal luglio
2007, con i primi pesanti tracolli, la celebrazione dell’ingegneria finan-
ziaria si è rapidamente interrotta; è tornata con forza l’esigenza di una
maggiore dose di eticità negli affari che si è tradotta prima di tutto nel-
la centralità riconosciuta alle garanzie, destinate a rassicurare un siste-
ma in fibrillazione. Dopo la sbornia della scomparsa del rischio attra-
verso la sua distribuzione, si assiste ora alla rinascita dell’importanza
delle garanzie contro i rischi della controparte, divenuta complessiva-
mente inaffidabile perché l’anonimato della cartolarizzazione ha conta-
minato l’intero sistema finanziario. Tali garanzie devono essere fornite,
data la pessima salute dei mercati, in primis dalle autorità pubbliche –
Stati e banche centrali – che per produrle hanno speso e spenderanno
molto, in quanto sarà necessario fare ricorso all’indebitamento; proprio
alla luce di ciò alcuni governi nazionali stanno subordinando la conces-
sione delle garanzie stesse e degli aiuti all’impegno da parte degli ope-
ratori economici all’adozione di comportamenti moralmente apprezza-
bili, oltre ad una maggiore attenzione agli interessi “protezionistici”
delle singole economie. Si comincia quindi a fare riferimento con insi-
stenza alla necessità di porre fine, nuovamente per via normativa, alla
finanziarizzazione a basso costo di ogni bene e di ogni servizio, all’uso
spregiudicato dell’indebitamento, ai conflitti di interesse tra banche e
società d’impresa, alle carenze dei regolatori, delle autorità di controllo
e delle agenzie di rating. Nella stessa ottica si sostiene l’introduzione
di global legal standard condivisi a livello internazionale per unifor-
mare le linee di condotta dei diversi sistemi finanziari, chiamando in
causa persino le Nazioni unite come sede destinata a superare i limiti
104 UNA CRISI TANTE CRISI

intrinseci di scarsa democraticità di WTO, FMI e Banca mondiale. In


estrema sintesi è in atto, in relazione stretta con il decisivo intervento
pubblico nelle economie, uno sforzo di costruzione di una nuova etica
finanziaria ed economica finalizzata in primo luogo a sconfiggere il pa-
nico dei mercati; l’etica diventa lo strumento per rimettere in moto le
dinamiche di mercato e l’autorità pubblica sembra orientata a svolgere
la funzione di garante di tale eticità. La domanda che si pone in un si-
mile contesto è quale sia lo spazio per la finanza etica in senso stretto,
per le banche etiche che negli anni passati hanno costruito il proprio
ambito di intervento in misura significativa proprio sulla sostanziale
scomparsa dei comportamenti etici dai mercati, sulla definizione di una
netta separazione tra il quadro dei “valori” coltivati dal turbocapitali-
smo e le regole stringenti dell’equità e della giustizia sociale. Tale spa-
zio rischia oggi forse di ridursi per il già accennato maggior peso delle
autorità pubbliche che dovranno limitare le retribuzioni dei manager,
smontare i paradisi fiscali e consentire forme di tutela collettiva di ri-
sparmiatori e investitori. La maggiore eticità viene inoltre indotta da
una decisa sterzata in direzione giustizialista della legislazione penale
in tema di reati finanziari. Di fronte a questa maggiore eticità della fi-
nanza, la finanza etica in senso stretto rischia di diventare un settore
ancora più di nicchia e dai costi forse troppo elevati in un contesto do-
ve i tassi ufficiali praticati dalle banche centrali si avvicinano allo zero
e dove si assiste ad una colossale emissione di titoli di Stato, dal basso
rendimento, che sono considerati però l’unico solido approdo per pro-
teggere il capitale. Al contempo, la pesantezza della crisi e il bisogno
di maggiore rigore fanno venire meno tra le banche etiche l’illusoria
prospettiva di sfornare prodotti finanziari “etici”, in grado di fare con-
correnza all’ingegneria finanziaria delle grandi banche d’investimento
senza perdere di vista le proprie vere finalità in un’ottica che condan-
nava i criteri ispiratori del turbocapitalismo ma ne adottava molti degli
strumenti tecnici. Tuttavia resta chiaramente aperta una questione deci-
siva legata alla natura stessa della forzata “eticizzazione” promossa da-
gli Stati e rappresentata dalla reale natura democratica degli interventi
pubblici; quanto riusciranno simili interventi a sfuggire da mere logi-
che protezionistiche volte a tutelare i “campioni nazionali” e dunque a
non alimentare solo il grande circuito del credito delle majors banca-
rie? Quanto le regole per superare le pulsioni speculative si tradurranno
veramente nella difesa concreta dei soggetti più deboli, una volta che
essi non saranno più, per il venir meno dell’ingegneria finanziaria, ban-
cabili? Quanto questo tipo di etica non sarà sinonimo di mero sciovini-
smo e di un pericoloso patriottismo sociale? Se la questione del costo
delle banche etiche in termini di capacità di stare sul mercato – anche
Epilogo 105

alla luce della riforma e della nazionalizzazione di molti istituti, com-


prese le banche popolari – è certamente un punto decisivo, è altrettanto
importante non perdere di vista, soprattutto adesso, la profonda natura
culturale che le banche etiche portano con sé. Soprattutto nel momento
in cui, nonostante la gravità della crisi o forse proprio a causa di essa,
gli strumenti per contrastarla sembrano tornare al turbocapitalismo.
Mentre questo libro andava in stampa, il presidente Obama presentava
un ulteriore piano destinato a consentire la pulizia dei bilanci delle
banche e delle compagnie di assicurazione da 500 miliardi di asset tos-
sici, tornando a puntare molto sull’ingegneria finanziaria e introducen-
do le garanzie della FDIC, l’agenzia di assicurazione dei depositi, e del-
la Federal reserve: un procedimento che deve coinvolgere l’intervento
dei privati, in primo luogo hedge fund, private equity, fondi pensione e
le stesse compagnie di assicurazione, consentendo loro di impiegare
solo 7 dollari ogni 100 di investimento e di ottenere, con tale partecipa-
zione, ben il 50% di qualsiasi guadagno si generasse dall’operazione.
Obama sembra convinto di poter rianimare il mercato affidandosi
esclusivamente ai soggetti che in larga misura l’hanno sfasciato e af-
fiancando loro un gigantesco ombrello statale. Le difficoltà incontrate
dallo “statalismo” rispetto alle resistenze dei titolari di capitale grandi e
piccoli hanno rapidamente trasformato il ruolo delle autorità pubbliche
in garanti e pagatori di istituti sull’orlo del fallimento, giudicati però i
soli in grado di rimettere in moto le Borse. Se prevale una simile ipote-
si anche questa crisi, dopo un ventennio che ha stravolto l’idea di mer-
cato, avrà prodotto veramente solo danni.
In questo contesto non è possibile peraltro attendersi miracoli da so-
luzioni parziali: la profondità e l’assoluta originalità della crisi in atto
stanno mettendo a nudo infatti molte delle carenze delle istituzioni fi-
nanziarie internazionali. Due elementi in particolare stanno modifican-
do la loro natura consolidatasi nel tempo e pongono serie questioni in
merito alla possibilità di intervenire concretamente da parte di organi-
smi come il Fondo monetario e la Banca mondiale. Si tratta della mo-
neta e del debito pubblico: nel corso del 2008 sono cresciuti in maniera
significativa in termini quantitativi per molti paesi del mondo assumen-
do caratteri nuovi. La decisione della Federal reserve, della Banca
d’Inghilterra, della Banca giapponese e di alcune altre banche centrali
di portare i tassi vicini allo zero le ha costrette, di fronte alla continua e
pervicace riluttanza del mercato del credito a rianimarsi, ad avviare for-
me di quantitative easing, di produzione di carta moneta destinata ad
acquistare titoli “tossici”e non solo, modificando però in maniera so-
stanziale la quantità di biglietti in circolazione. Nel caso della Federal
reserve una tale attività ha superato nel giro di pochissimi mesi i mille
106 UNA CRISI TANTE CRISI

miliardi di dollari, fino a risultare difficile da sostenere anche per il dol-


laro che pure dispone di una condizione di signoraggio, potendo essere
emesso per consentire gli scambi non di una sola economia ma dell’in-
tero sistema del commercio mondiale. Nonostante una evidente frenata
del commercio internazionale stimata per il 2009 intorno al 13%, negli
ultimi mesi la quantità di carta moneta in circolazione e nella riserva
delle banche è cresciuta a dismisura, in particolare per finanziare la già
accennata lievitazione del debito pubblico di alcuni paesi, a cominciare
dagli Stati Uniti. Molte delle ricette individuate per uscire dalla crisi
passano attraverso la creazione di carta moneta per finanziare il debito,
emesso a sua volta per rianimare il mercato del credito vicino al bara-
tro. In breve, il Tesoro degli Stati Uniti, principale artefice di simili
condotte, emette bond per dotarsi di liquidità con il fine di evitare il
blocco del credito e, per garantirsi bassi tassi d’interesse a lungo termi-
ne emette carta moneta e compra titoli in modo da toglierne una parte
dal mercato. È chiaro che questo sistema regge nella fase attuale perché
le spinte recessive evitano l’esplosione della bolla della svalutazione e
di conseguenza dell’inflazione, ma si tratta di una situazione molto par-
ticolare e delicata. Una riflessione sul nuovo ruolo delle istituzioni fi-
nanziarie internazionali deve tener conto di questi cambiamenti. Se il
prezzo delle monete dipenderà dalla loro quantità più che dalla qualità,
servirebbe un organo che, prima ancora degli standard finanziari e di
capitalizzazione delle banche, fosse in grado di svolgere una costante
vigilanza sulla moneta; in tale prospettiva il Fondo monetario potrebbe
riassumere molte delle funzioni che aveva negli anni immediatamente
successivi a Bretton Woods, per quanto non esista più il riferimento alla
convertibilità aurea del dollaro. Una considerazione che deve essere te-
nuta ben presente nel momento in cui si invita il Fondo monetario a
vendere oro per finanziare la propria azione di stimolo dell’economia,
privando di fatto il sistema di ulteriori elementi, sia pur molto parziali,
di stabilizzazione monetaria e puntando alla creazione di stimoli nuova-
mente molto artificiali. Dopo il G20 londinese tenutosi il 2 aprile, oltre
a poter vendere oro, lo stesso Fondo monetario è stato dotato di circa
750 miliardi di dollari da gestire in prestiti di varia natura, persino con
funzioni di prevenzione delle crisi; superato lo storico veto statunitense,
è stato trasformato nel principale erogatore dei “nuovi” dollari emessi e
garantiti dalla partecipazione allargata ai diritti di prelievo che decorre-
rà dal 2011. Si profila così una sorta di fulminea riforma del Fondo mo-
netario, dettata dal forte incremento delle sue disponibilità liquide e po-
sta in essere nella prassi, che lo mette nelle condizioni di essere pivot
del sistema finanziario, deciso nella fase più acuta della crisi ad affidar-
si ancora al dollaro con l’impegno di ridimensionarne il peso una volta
Epilogo 107

superato il picco, nel 2011, per evitare effetti inflattivi determinati pro-
prio dall’eccesso della carta moneta sfornata (PERIODO A ME POCO
CHIARO...). Una condizione resa incerta dal futuro comportamento
della Cina, principale depositaria di dollari, che ha dichiarato di voler
finanziare il Fondo monetario non con un prestito di riserve ma con
l’acquisto di emissioni di bond, utilizzando una prerogativa statutaria
dell’istituzione, di fatto mai applicata. Richiamando alcune delle consi-
derazioni espresse da Keynes proprio a Bretton Woods, sarebbe più op-
portuno invece che il Fondo monetario, una volta chiarita rapidamente
la questione della governance, allargata e resa molto più trasparente e
democratica sulla base delle proposte già a lungo discusse, legasse la
sua azione di vigilanza alla costituzione di una valuta internazionale di
riserva, costruita a partire dai diritti di prelievo, ma svincolata da una
esclusiva dipendenza dal dollaro e agganciata ad un paniere di valute.
Sarebbe forse più facile così stabilizzare il sistema monetario interna-
zionale riducendo le quantità in circolazione di dollari e il bisogno stes-
so di carta moneta realmente circolante, sostituita in parte dalla moneta
di riserva. Il Fondo monetario, reso concretamente più mondiale nella
sua composizione, sarebbe il supervisore e il garante della sostenibilità
monetaria: un obiettivo quindi non troppo ostico sul piano tecnico ma
come è ovvio di grandissimo rilievo politico – e dunque molto com-
plesso – per le ricadute in termini di gerarchie economiche globali.
Superate le inevitabili e forti resistenze, questo nuovo ruolo del Fondo
potrebbe tuttavia essere svolto proficuamente solo ad alcune condizio-
ni. La prima è che nell’interpretare le proprie funzioni di vigilanza, in
un regime di non convertibilità destinato probabilmente a indirizzarsi
verso i cambi fissi, il Fondo utilizzi indicatori delle ricadute della pro-
pria azione di natura realmente nuova, decisamente più attenti agli
aspetti sociali. Anche la quantificazione del rapporto fra diritti di prelie-
vo e moneta di riserva dovrebbe essere pensata in termini sociali, te-
nendo conto finalmente degli effetti più complessivi scatenati dallo
strumento monetario nel definire disuguaglianze socio-economiche nel
pianeta. Il Fondo monetario non può limitarsi a legittimare l’utilizzo
della moneta sulla base di una mera raffigurazione dei rapporti di forza
esistenti, registrando unicamente l’indebolimento del dollaro e la mag-
gior forza dello yuan e dell’euro né a concepire panieri monetari che
penalizzino di fatto le aree prive di valute vere o con valute molto fragi-
li. Non sarebbe sufficiente neppure – per quanto molto semplice –
prendere atto della capacità della Cina di imporre lo yuan come stru-
mento per gli scambi relativi alla propria robusta bilancia commerciale
o negoziare con i grandi fondi sovrani delle economie esportatrici le
valute di riferimento e i relativi prezzi. Simili ricette possono essere in-
108 UNA CRISI TANTE CRISI

terpretate come la strada più rapida e indolore per uscire dalla crisi at-
tuale ma finirebbero molto probabilmente per generare in breve tempo
nuovi squilibri, spostando le tensioni dal dollaro su altre divise. Una
nuova Bretton Woods dovrebbe al contrario obbligare il Fondo moneta-
rio – qualora si decidesse che questo è l’organo prescelto per i controlli
monetari – a mettere in essere una politica sociale della moneta sia in
relazione al già accennato uso dei diritti di prelievo sia in merito alle
strategie dei tassi di interesse praticati dalle banche centrali, le quali
hanno bisogno di un maggiore coordinamento proprio per evitare la
concorrenza internazionale all’accaparramento dei capitali, fonte pri-
maria delle instabilità degli ultimi vent’anni. I parametri utilizzati in
passato e basati sul rigore dei conti pubblici e sul contenimento del de-
bito sono stati ampiamente stravolti dalle dinamiche della crisi in atto,
nella quale in pochi mesi il rapporto debito-PIL si è avvicinato al 100%
in molte economie “sviluppate” del pianeta, scatenando un’aspra con-
correnza mondiale in termini di interessi e, ancora una volta, di quanti-
tà emesse. Se la moneta e il debito hanno modificato la propria natura
anche la vigilanza nei loro confronti deve mutare in profondità; soprat-
tutto bisogna evitare che si inneschino le condizioni di una prossima
crisi molto più grave qualora il costo della tempesta finanziaria sia fatto
pagare alle realtà più deboli sottraendo loro ogni forma di finanziamen-
to e attribuendogli posizioni monetarie ancora più marginali. Il ritorno
in patria dei capitali dei paesi dai redditi più alti, la fine dei carry trade
verso le aree emergenti, il crollo dei prestiti internazionali, i nuovi pro-
tezionismi sono elementi che le autorità monetarie devono e dovranno
adoperarsi per rimuovere. Così come occorre trovare nuovi standard di
garanzia del sistema finanziario mondiale che non siano il portato di un
compromesso al ribasso motivato dalla necessità di salvare il salvabile,
magari limitandosi ad introdurre soltanto nuove procedure. Tuttavia,
quando l’autorità americana di vigilanza sul sistema bancario decide, in
maniera autonoma, di sospendere il mark to market, lo strumento fina-
lizzato a rendere i bilanci più aderenti al valore reale dei titoli possedu-
ti, creando un chiaro vulnus ad ogni ipotesi di maggiore trasparenza e
inducendo gli altri mercati del credito “nazionale” a fare altrettanto, è
evidente che nessun organo di vigilanza potrà in concreto svolgere la
propria azione. I dubbi circa le reali volontà di cambiamento sono resi
più marcati poi dal fatto che all’operato del Fondo monetario si è af-
fiancato di recente quello di un livello intermedio di controlli e di coor-
dinamento costituito dal Financial stability board, il cui scopo è di frap-
porre uno schermo di mediazione nei confronti di norme internazionali
troppo vincolanti. Così come, senza un ripensamento dei livelli di patri-
monializzazione e di capitalizzazione richiesti alle banche e alle società
Epilogo 109

per mettersi alla ricerca di risorse sui mercati vendendo propri titoli, è
altrettanto arduo concepire uno sforzo, da più parti invocato, di “mora-
lizzazione” del sistema finanziario. In questo senso saranno difficili ve-
ri cambiamenti se dalla crisi non emerge prima di tutto una diversa cul-
tura finanziaria che adotti un sistema di valori imperniato sulla rinuncia
alla creazione di ricchezza puramente artificiale e che accetti quindi un
significativo ridimensionamento dell’attuale, infinito strumentario del-
l’ingegneria finanziaria. Ciò significa innanzi tutto individuare sedi
nuove dove scegliere cosa salvare e soprattutto dove trovare vere moti-
vazioni per procedere ai salvataggi; le istituzioni finanziarie internazio-
nali dovrebbero servire a tale scopo ma hanno appunto bisogno di un
modello culturale che rinunci in larga parte alla finanza in se stessa. In
questo momento la discussione sembra investire quasi esclusivamente
il Fondo monetario ed è comunque necessario, vista la gravità della cri-
si, provare a cambiarne la natura per farne un mezzo operativo decisa-
mente più equo. È molto probabile che sia uno sforzo inutile. La cultu-
ra della democrazia economica dovrà allora misurarsi con sfide di gran-
de respiro e per molti versi ancora incognite, affrontabili però solo do-
po la definitiva scomparsa della natura speculativa di CDS, ABS, derivati
e quant’altro.
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