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PUBBLICO E TELEVISIONE COME INTERAGISCONO?

SOCIAL TV E FORME PRECEDENTI


Raho Federico

Solitamente quando si pensa al tipo di comunicazione tra TV e pubblico si pensa a qualcosa di


unidirezionale, è il mezzo che parla agli spettatori, apparentemente non coinvolgendoli in un dialogo ma
bensì in un monologo. Dopo una breve riflessione però ci si accorgerà che la realtà è ben più complessa di
così, il pubblico ha più e più occasioni di dire la sua, sì indirettamente, semplicemente scegliendo di guardare
o meno un programma, ma alle volte anche attivamente, facendo a tutti gli effetti sentire la propria voce e la
propria opinione. Ciò può chiaramente avvenire in molti modi, e nel corso della storia della televisione
diversi se ne sono susseguiti. La lettera mandata alla redazione della trasmissione, la chiamata durante il
programma in diretta, il televoto o più di recente l’interazione sui social sono strumenti che hanno modellato
e dato forma alla televisione così come la conosciamo e che sono ormai divenuti imprescindibili.

Il modello più arcaico di cui il pubblico dispone(va) è senz’altro la lettera. Ovviamente la televisione con ciò
non si è inventata niente, non era inusuale infatti mandare lettere anche alle sedi dei giornali e ai programmi
radiofonici, missive che potevano eventualmente anche essere lette dallo speaker che le avrebbe commentate,
che ne avrebbe tratto spunti per il tema della trasmissione e così via.
Verrebbe da pensare che l’abitudine di mandare una lettera per poi vederla letta in diretta sia ormai desueta, e
se effettivamente da un lato è così bisogna anche tenere conto del fatto che è in realtà solamente qualcosa che
si è evoluto, adattandosi ai tempi e che ora ritroviamo in forme a noi più familiari quali il commento lasciato
sotto la pagina social o la conversazione attorno agli hashtag del programma.
Vien da sé che determinati programmi si prestino più di altri all’interazione con il pubblico, alcuni facendone
addirittura il loro punto forte o caratteristica principale. Le prime trasmissioni italiane a “servirsi” del
pubblico sotto questo aspetto furono senz’altro i varietà che popolarono la TV italiana sin dai suoi primi
passi per poi esplodere definitivamente negli anni ’70, decennio col panorama in fatto di varietà davvero
ricco, programmi come “Senza Rete”,”Studio Uno”, “Canzonissima”, “Milleluci”(ma la lista potrebbe
andare avanti all’infinito) forti dei grandi numeri in fatto di pubblico offrivano spettacolo adatto a tutti,
facendolo spesso sentire attivamente coinvolto anche grazie a stratagemmi di comunicazione quali il tono
amichevole, lo sguardo in macchina da parte dei conduttori e cantanti e l’appellarsi al pubblico, sia quello
presente in studio sia quello, ben più numeroso, da casa
Certamente parliamo di una relazione TV/pubblico ancora piuttosto primordiale, dove rimaneva comunque la
trasmissione ad essere l’elemento forte della relazione. La televisione imparava a conoscere il pubblico e
come rapportarsi con esso, ma quest’ultimo ancora non aveva una vera e propria voce in capitolo.

Altri tentativi degni di nota che hanno contribuito a creare un rapporto più forte tra TV e pubblico sono state
le varie rubriche che avevano come scopo proprio quello di porre domande al pubblico o ancora le numerose
“poste del cuore” durante le quali gli spettatori potevano chiedere consigli e pareri ai conduttori o comunque
alla persona addetta alla rubrica, come a confidarsi con un caro amico.
Sebbene a primo impatto l’esistenza di rubriche di questo genere possa sembrare banale, in realtà ci fa capire
che la televisione stava assumendo un ruolo molto forte e importante all’interno della vita degli italiani; era
qualcosa(o qualcuno) a cui rivolgersi, con il quale confidarsi, che poteva offrire conforto e ristoro. Offriva
non solo svago, informazione e relax ma si poneva talvolta anche come sostituto all’attività sociale,
offrendosi come qualcuno di cui fidarsi.
Non è da sottovalutare la funzione catartica che un mezzo come la televisione poteva(e continua ad) avere,
facendosi carico dei bisogni affettivi degli spettatori sia parlando con loro (più o meno direttamente) sia
offrendo programmi di cui si sapeva che il pubblico in un certo senso avesse bisogno.

A dare uno scossone alla situazione fu la creazione del televoto, sistema attraverso il quale gli spettatori
hanno modo di dare una preferenza, un voto o un parere nel merito della trasmissione televisiva.
Nato alla fine degli anni ‘90 come meccanica dell’Eurovision Song Festival è ormai la normalità per alcune
realtà televisive; Reality Show e Festival si affidano spesso al televoto per determinarne vincitori, sebbene
alle volte sia anche presente una giuria interna, sopratutto per evitare possibili frodi e raggiri al sistema.
Pur con i suoi difetti e le sue limitazioni il televoto ha portato un cambiamento non da poco nella televisione,
democratizzandola ancora di più, dando la possibilità di scegliere a tutti gli effetti gli esiti del programma,
come nei reality show “Il Grande fratello”, e “L’isola dei famosi” o l’annuale “Festival di Sanremo”.
Ovviamente anche il sistema del Televoto si è adattato ai tempi e ora non è raro trovare la possibilità di
votare tramite internet o addirittura dal proprio televisore, rendendola un’operazione semplice e adatta a
chiunque, rafforzando ancora di più il concetto di democratizzazione del medium. Tramite sistemi del genere
chiunque può avere voce in capitolo, di fatto personalizzando il programma e decidendo (insieme a migliaia
di altri votanti) l’esito dei programmi, decretando vincitori e vinti grazie a pochi semplici clic.
Esperienze del genere si sono col tempo contaminate con altri medium, rifacendosi e adattandosi ad altri
media in pieno spirito di convergenza che è per lo spettatore ormai la normalità.

E’ innegabile negare la natura cinematografica di alcuni videogiochi odierni, o le innumerevoli citazioni e


rimandi alla cultura televisiva presenti nella musica, insomma lo spettatore moderno sa che molto spesso
addentrandosi nella fruizione di un media si incontreranno anche elementi, almeno sulla carta, estranei al
media stesso.
Caso emblematico è senz’altro “Bandersnatch”, episodio della fortunata serie TV antologica di origine
britannica“Black Mirror”. L’episodio, promosso a tutti gli effetti come un evento, si contraddistingue dal
resto delle serie scripted in quanto è lo spettatore a delinearne la struttura narrativa, attraverso una serie di
scelte che andranno a comporre la storia in un modo piuttosto che in un altro a seconda delle decisioni prese
dallo spettatore/giocatore. Il rifacimento alla struttura dei videogiochi e soprattutto dei libri-game è evidente,
con richiami espliciti anche all’interno della diegesi stessa della storia, ambientata nel 1984, anno non
casuale e certamente ricco di simboli che ben si sposano con il concetto stesso di Bandersnatch.
Questo è sicuramente un caso limite, di difficile replicabilità (dimostrato anche dal fatto che a distanza di due
anni le opere simili si contano sulle dita di una mano) ma che senz’altro offre spunti interessanti e mette sotto
una luce nuova il rapporto e l’interazione che c’è tra televisione e pubblico.
Con Bandersnatch viene esasperato il concetto di controllo che il televoto ci offre. Nei programmi in cui ciò
viene utilizzato vanno infatti tenuti in conto anche il resto dei votanti, e anche in caso di vittoria l’influenza
sarà sì palpabile, facendo vincere un concorrente piuttosto che un altro, ma la struttura del programma
rimarrà pressochè invariata. Il celebre episodio di Black Mirror invece crea un’esperienza personalizzata per
ognuno degli spettatori, andando a creare esperienze di visione molto diverse tra loro per durata e contenuti,
arrivando a toccare in alcuni scenari anche la meta-narrazione.
Oltretutto il televoto può essere usato solamente in trasmissioni non scripted e molto spesso trasmesse in
diretta, formule di questo tipo nella serialità scripted sono ancora praticamente inesistenti per molti motivi.
Un’opera come Bandersnatch viene ovviamente in primo luogo concepita sotto forma di sceneggiatura,
questa però a differenza delle sceneggiature classiche dovrà essere scritta a tutti gli effetti come un libro-
game, in pratica descrivendo ogni possibile risultato di ogni scelta disponibile, rispettando la continuità e
prendendosi cura di ogni possibilità allo stesso modo, per evitare percorsi “più brutti” di altri.
Ciò ci fa capire che questa sarà una formula molto difficilmente applicabile nel caso di scrittura di
sceneggiature con valore artistico preciso; un autore di solito racconta una storia perché la vuole raccontare
così come la concepisce e immagina, doverla adeguare al concetto di “far scegliere allo spettatore” senz’altro
la snaturerebbe. Ciò non vuol dire assolutamente che non è possibile creare prodotti di valore artistico con
questa formula, sono numerosi i videogiochi che pur adottandola riescono a raccontare storie commoventi e
interessanti in ogni possibile strada, ma si tratta sempre di lavori che vengono concepiti apposta per
funzionare in tal senso. In definitiva la creazione di un prodotto del genere può funzionare, ma ad oggi non
c’è motivo di credere che sarà il futuro della televisione, quanto più qualcosa da sperimentare e che
continuerà ad essere venduto come evento e non come normalità, proprio per via dell’approccio diverso che
andrebbe dato in fase di produzione. Nel caso più specifico di Bandersnatch è stata proprio la fase di stesura
della sceneggiatura a richiedere più tempo e sforzi, per la scrittura infatti ci si è serviti anche di alcuni
software atti proprio a semplificare la ramificazione della storia, altrimenti davvero complessa.
Altro aspetto particolare è senz’altro quella della critica, come fare a dare un giudizio di valore a un’opera
che può cambiare anche drasticamente da una visione all’altra? Una scena visibile in uno dei possibili
percorsi potrebbe essere assai migliore di una visibile in un altro, la sceneggiatura 1 potrebbe risultare più
forte della sceneggiatura 4, ma quale valutare? Come capire un prodotto del genere? C’è un percorso
migliore di un altro? Andrebbe dato un giudizio in base alla propria esperienza o basandosi su tutte le
possibilità ottenibili?
Il giornalismo videoludico ci insegna che di solito si tende a dare un giudizio all’esperienza che si vive, non
al totale delle possibilità(anche perché in alcuni casi sarebbe al limite dell’impossibile, vista la mole di
sfaccettature della storia ottenibili in molti videogiochi) ma, perlomeno nel caso di Bandersnatch, è possibile
esaurire l’esperienza anche nel giro di pochi minuti facendo le scelte giuste(o sbagliate, dipende dai punti di
vista) rendendo difficile trovare una risposta al quesito.
Non va inoltre ignorato il fatto che un esperimento come quello messo in atto da Black Mirror può
funzionare solo in certi contesti, per via del maggiore sforzo che al pubblico stesso viene richiesto sembra
difficile immaginare un futuro dove la normalità televisiva possa funzionare in questo modo, richiedendo
allo spettatore un’attività ben più accentuata rispetto ad una semplice visione di un film.
E’ però innegabile come Bandersnatch abbia sperimentato spingendo il concetto di spettatore attivo al
massimo potenziale, rendendolo sceneggiatore e regista della sua personalissima esperienza di visione.

Come abbiamo visto finora i modi in cui Televisione e pubblico possono comunicare sono molteplici, di
varia natura e spesso in evoluzione e adattamento.
Un altro aspetto molto interessante e recente di questa relazione è senz’altro il fenomeno della cosiddetta
“Social Tv”.
Con questo termine ci si riferisce alla convergenza tra televisione e social media, che a tutti gli effetti si
fanno mezzo di trasmissione del parere, dell’opinione e dei gusti degli spettatori; semplicemente si tratta di
creare una rete di interazioni basata su un argomento comune, quali un’importante partita, la trasmissione di
una serie evento, un fatto accaduto durante una diretta etc.
Sebbene sia un fenomeno relativamente nuovo, di cui si parla da poco più di dieci anni, ha avuto un impatto
non da poco nel panorama televisivo, l’analisi dei comportamenti nel web in rapporto alla trasmissione è
infatti uno strumento molto importante nel valutare il successo di un programma o una serie, in alcuni casi
mettendo in luce aspetti impossibili da ignorare.
Parlando di Social Tv non si può non pensare al cosiddetto “consumo multischermo”, ossia la fruizione di
media attraverso più dispositivi, quali un televisore e uno smartphone, uno utilizzato per guardare qualcosa e
l’altro utilizzato per commentarlo. Questa modalità, sempre più comune, cambia il modo di vivere la
televisione, è un consumo che richiede una spartizione dell’attenzione e che è sempre più puntata al sociale,
più che al prodotto televisivo in sé, quasi come l’interazione sociale che ne consegue sia importante tanto
quanto, se non più, del programma stesso.
Chiaramente niente di tutto ciò è casuale, la Social TV si inserisce in un panorama mediale che da anni tende
alla transmedialità, crossover, tie-in, spinoff di film sotto forma di romanzi e così via. Queste forme esistono
da ben prima dell’avvento dei social, anche se mai come in questo periodo la convergenza ha raggiunto
questi livelli.
Non va inoltre dimenticato che i creatori e produttori di media stessi molto spesso puntano a “rendere più
social” programmi e piattaforme, anche banalmente offrendo un spazio per commentare o condividere ciò
che si sta guardando. Chi crea, e ciò vale per programmi TV, pubblicità, musica, film e praticamente ogni
sorta di media, non può non fare i conti con la realtà dei social. Ignorarli o farne un uso improprio potrebbe
influire negativamente sul successo, mentre un utilizzo oculato potrebbe farne la fortuna.
Un altro aspetto importante con il quale si deve aver a che fare producendo un programma è quello
dell’analisi del pubblico, se negli anni ’60 una profilazione degli spettatori poteva non essere necessaria ora è
quanto mai fondamentale avere un target di riferimento chiaro, anche per le trasmissioni sulle reti
generaliste. Sappiamo infatti che il pubblico assume, di volta in volta, un ruolo politico, ideologico,
comunicativo e sociale e che esso è ben più frammentato e attivo di quello che si potrebbe pensare. Oltretutto
dispone di una voce più forte rispetto al passato, riesce a dare feedback più precisi e riesce a darli più spesso.
E’ quindi possibile, e da un lato anche necessario, creare una sorta di lista di categorie di pubblico basate sui
rapporti di passività/attività e tipo di fruizione che si fa dei media, utili quindi a “capirlo”. Cosa cerca? A
cosa è interessato e cosa ignora? Di cosa ha bisogno?
Lo spettatore può essere “Consumatore” quindi con un’azione limitata rispetto al consumo, ma anche “Fan”
mostrando un riscontro chiaro del programma, o ancora “Commentatore”, “Attivista”, “Benefattore”,
“Giocatore” “Cittadino”, “Collaboratore”. Queste categorie, teorizzate da José Alberto García-Avilés,
riassumono le possibili tipologie di audience, anche se potenzialmente si potrebbero creare anche ulteriori
categorie, ancora più accurate, atte a descrivere l’esatta tipologia di consumo di ognuno.
Ma tenendo per buone queste categorie, e sapendo che ogni pubblico è composto in diverse percentuali da
questi archetipi di audience, il programma stesso potrà scegliere di adeguarsi di conseguenza. Molto
banalmente ad esempio una trasmissione in grado di generare una forte conversazione sui social potrebbe
decidere di dedicare una rubrica apposta dove vengono letti i commenti, aumentando ancora di più
l’attenzione sotto quel punto di vista.
Chiaramente ogni programma ha punti di forza e debolezze, se quindi un’emissione mirata ad un pubblico di
giovani prosumer, ossia utenti che oltre a fruire producono media, potrà scegliere di incoraggiare la
creazione di fanart, conversazioni attorno agli hashtag e ricondivisioni di clip sul web, lo stesso non potrà
fare una trasmissione invece prevalentemente guardata da un pubblico più anziano e passivo.
Nonostante appunto alcuni programmi si prestino più di altri non si può non notare come anche programmi
generalisti con target misti come “Pomeriggio cinque” e “C’è posta per te” abbiano gradualmente integrato
sempre di più la componente social, con la creazione di account e pagine dedicate, e persino la possibilità di
iscriversi per partecipare al programma tramite il web. Ciò ci fa capire come questa ibridazione
“Televisione/Internet” stia diventando sempre più la normalità nella fruizione del medium televisivo.

In realtà usare il termine Internet in senso così ampio può risultare impreciso, il panorama del web, e più nel
dettaglio dei Social, offre molte soluzioni anche assai diverse tra loro, cioè ogni social ha un suo linguaggio,
una sua base di utenti e una serie punti di forza o caratteristiche che lo rendono più o meno adatto rispetto a
un altro per una determinata attività.
Un social Network come Twitter, ad esempio, si presta moltissimo alla conversazione in diretta degli eventi.
Con la limitazione dei caratteri permette conversazioni rapide, istantanee e seguibili da chiunque e grazie
agli hashtag riesce a creare thread che non fanno riferimento a nessun post iniziale ma alla semplice parola
chiave. Grazie a queste sue caratteristiche è quasi sempre IL social media di riferimento nel caso di eventi,
televisivi e non, trasmessi in diretta. Il Super Bowl, gli Oscar, ma anche importanti elezioni politiche o
movimenti attivisti creano sempre nuovi record di interazione tra utenti, connettendo e facendosi parte
integrante dell’esperienza di fruizione dell’evento in questione.
Facebook è un caso interessante, è stato uno dei primissimi social network di tale successo planetario e
sebbene sia ancora uno dei più utilizzati è possibile notare come lentamente le nuove generazioni si stiano
spostando su altre piattaforme, più adatte al loro tipo di comunicazione. Va inoltre considerato come
Facebook abbia col tempo cambiato molto la sua natura, da semplice strumento per riconnettersi con gli
amici a Social ricchissimo di funzioni. A differenza di Twitter però si presta molto meno alla conversazione
live e molto più alla condivisione di articoli, post e notizie, la base è comunque perlopiù testuale, a differenza
di Instagram, altro social network molto utilizzato basato però sulla condivisione di immagini.
Come per Twitter e Facebook anche su Instagram non è raro trovare le pagine ufficiali dedicate ai
programmi e in alcuni casi alle reti televisive stesse, condividere clip, palinsesti e informazioni sui social
network è infatti quasi sempre un’arma efficace per promuovere i propri programmi. Ma può capitare, a
volte, che la pubblicità migliore la facciano gli utenti stessi.

E’ risaputo che il cosiddetto passaparola è spesso più fruttuoso della semplice pubblicità. Se un amico o una
persona che stimiamo ci consiglia un prodotto si tenderà a valutare come più genuina, rispetto ad
un’inserzione studiata ad hoc, la sua opinione. Non è raro quindi che certi programmi non abbiano nemmeno
bisogno di farsi pubblicità, ad essa provvedono gli spettatori, che per uno o per l’altro motivo, vorranno
condividere clip, meme, spezzoni o semplicemente parlarne, sia dal vivo, ma anche soprattutto sul web.
Sono molti i momenti della TV che sono diventati a tutti gli effetti parte dell’immaginario collettivo e della
cultura televisiva italiana grazie alle ricondivisioni, ai meme e alle conversazioni. A volte anche a distanza di
anni come la celebre reazione di Amadeus al “Per me è la cipolla” o il “tuffo” di Jerry Scotti durante una
puntata di Striscia la Notizia. Ma anche programmi più recenti, come lo sketch di “Una Pezza di Lundini”
avente come protagonista un improbabile “memista” e i suoi meme dank, sketch che, rimbalzando per la rete
ha pubblicizzato la trasmissione, densa di un umorismo che ha come target proprio l’utilizzatore medio dei
social network, giovane, ironico e avvezzo alla cultura trash (anche se studiata apposta).

Altro aspetto importante della pubblicità è quando questa “si serve” del pubblico, portandolo, nel bene o nel
male, a parlarne.
Sebbene sia vero che molto spesso le nuove fiction o i nuovi programmi vengano promossi con innocui spot
di alcuni secondi, ci sono anche istanze in cui la pubblicità sembra essere più “selvaggia” del solito.
Una maggiore varietà nelle promo, anteprime, interviste prime della messa in onda e altre strategie possono
dare alla trasmissione lo stato di “serie evento”, ossia qualcosa di grande, importante, che va assolutamente
discusso.
Il già citato Bandersnatch, ad esempio, venne promosso proprio in quest’ottica. Forte della novità e
particolarità del “Film/Videogioco” furono numerosissimi gli articoli, le conversazioni e le teorie che
circolarono nelle settimane subito successive alla sua uscita, il grande sforzo pubblicitario messo in moto
aveva generato altra pubblicità indiretta proprio grazie al pubblico che continuava a parlarne, riempiendo i
social di conversazioni a riguardo.
Un altro esempio di evento televisivo è stato senz’altro la messa in onda, nel 2016, della serie TV “I
Medici”. Nata da una coproduzione anglo-italiana, si rivelò, soprattutto la prima stagione, una serie di
distinto successo per diversi motivi. Come per Bandersnatch la campagna pubblicitaria non passò
inosservata, promossa come serie di qualità e adatta ad un target giovane, puntava molto sul valore estetico
del periodo storico e sul cast, con nomi importanti sia italiani che esteri, in primis Dustin Hoffman e Richard
Madden.
Soprattutto quest’ultimo, protagonista della prima stagione, fu un importante perno della campagna
pubblicitaria. Madden aveva da poco concluso la sua esperienza sul set del “Trono di Spade” e il suo ruolo
nella serie targata Rai era sospettosamente simile a quello che l’aveva portato alla ribalta nel 2011, non è
quindi un azzardo pensare che molti fan della serie americana si convinsero a guardare “I Medici” proprio in
virtù di questa caratteristica. Ma come se non bastasse un altro richiamo al “Trono di Spade” lo si ha quando
il personaggio di Madden, Cosimo de’ Medici, chiede in sposa a David Bradley, nei panni di Giovanni de'
Bardi, la figlia. Gli stessi attori si erano ritrovata in una situazione pressocchè identica anche nell’altra serie e
la scelta di rimetterla in atto, scelta ovviamente non casuale, suscitò reazioni entusiaste e numerosi tweet e
meme, rendendo la serie una degli oggetti di conversazione più gettonati del periodo.
Sebbene non direttamente collegato alla serie, sempre nel 2016 uscì il primo di una tetralogia di romanzi
storici dedicata alla famiglia fiorentina. Com’è da aspettarsi i libri subirono una sorta di effetto “lead-out”
con molti spettatori che, appassionandosi alle vicende e al periodo storico grazie alla serie TV, acquistarono
e lessero i libri.
Infine, un caso che vale la pena nominare, sempre parlando di serie evento è senz’altro “Adrian”, la
famigerata serie dedicata, diretta e scritta da Adriano Celentano, mandata in onda nel 2019. La serie venne
promossa con una campagna pubblicitaria aggressiva e onnipresente, persino per gli standard delle serie
evento “normali”. Ciò ovviamente destò moltissima curiosità e il primo episodio raggiunse livelli di share
piuttosto buoni, salvo poi calare drasticamente nelle puntate successive. A differenza di “Bandersnatch”, “I
Medici”, o in generale la maggior parte delle serie, evento e non, “Adrian” fu guardata per la maggior parte
da spettatori non veramente interessati alla serie, ma da utenti che la guardavano col solo scopo di
commentarla e ironizzarci sui Social, è il caso dunque di Social TV dove il secondo schermo, quello usato
per discutere del prodotto guardato sullo schermo principale, diventa di maggior importanza. Anche se,
com’è da aspettarsi, nel caso di Adrian ciò non bastò a salvare il programma.

In definitiva, il pubblico e la televisione hanno ormai moltissimi strumenti per comunicare e per conoscersi.
L’offerta della TV si fa sempre più precisa e mirata, sia attraverso i tipici canali televisivi, sempre più
tematizzati, sia attraverso le piattaforme di streaming online Over The Top. Il pubblico pertanto affina i suoi
gusti e ha richieste sempre più precise e specifiche, avendo ampia scelta riesce a guardare esattamente ciò
che vuole e spesso lo fa dando feedback che poi porteranno ad un ulteriore miglioramento dell’offerta. E’
lecito quindi pensare che la comunicazione tra televisione e pubblico sia destinata ad affinarsi sempre più, il
dialogo tra le due parti sarà sempre più marcato e interattivo, magari in modalità di cui ancora non abbiamo
fatto esperienza. Quel che è certo è che oggi la televisione non può non pensare a chi riceverà i programmi,
mentre per quest’ultimi sembra ormai impossibile fruire degli stessi senza dare una risposta a TV e al resto
del mondo.