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Omero Dellistorti

Il cugino di Mazzini
Ed altre storie

Indice

Incipit
L’ossessione

Parte I. Fictiones
1. Il cugino di Mazzini
2. Il professor Dracula
3. Io e il Corsaro Nero
4. Il nipote di Zorro
5. La sfinge incontra Edipo
6. Prometeo
7. Nel labirinto
8. Il signor Calavera (una storiella che mi raccontò il cavalier Antonio
Blocchi buonanima)
9. Il manager
10. Esploratori

Parte II. Saturae


1. La grande pioggia
2. Missione di soccorso
3. La verità sul delitto di Cipro
4. Finalmente in Paradiso
5. Zombie
6. Letterati
7. Anime sante del Purgatorio
8. Roddy
9. Il numero uno
10. Il curriculum

Parte III. Fabulae


1. Il racconto del cervo
2. Un incontro con la volpe
3. Il solito cavallo parlante
4. Animali domestici
5. Favola del principe e della principessa
6. Favola di Giovannino e Margherita (e della casa della strega)
7. L’ombrellaio
8. Storia di Mistero
9. L’esito fatale
10. Begalino

Parte IV. Sermones


1. Billibonze se ne frega
2. L’assaggiatore
3. Un tassista
4. Elogio della cultura
5. Una lettera a Topolino
6. L’invenzione dei dieci comandamenti
7. Gli storici
8. Ercole
9. Tutti i libri del mondo
10. Il fine morale

Parte V. Et coetera
1. Un sognatore
2. In trincea
3. Abitudini
4. I fantasmi nel muro
5. Il collezionista di scatole vuote
6. La verità sull’aldilà
7. E mo’ basta
8. La fionda, una storia dell’umanità in compendio
9. Le superiori disposizioni
10. Mutanti

Explicit
La regola aurea

***

Incipit
L’ossessione

Non so che farci se ho quest’ossessione. E le ho provate tutte per


levarmela. Ma niente, non riesco a farne a meno. E per fortuna che quasi
nessuno riesce a farci caso ma io sì. E dire che mi scoccia è dire niente. Mi
fa sentire peggio che ridicolo, mi fa sentire come fossi nudo, e mentre
parlo cerco di scoprire se chi mi ascolta se ne accorge o no. Mi pare
sempre stiano per scoppiare nella risata più grassa del mondo che io vorrei
soltanto sprofondare. Ma come posso fare? di lavoro faccio il commesso
qui al banco del pesce, non è che posso fare scena muta, alla clientela
piace chi è garbato e dice due parole spiritose o almeno sia gentile e sappia
dire buongiorno e buonasera e arrivederla. Ma io mi sento come se ogni
volta che apro bocca vomitassi un topo. Volesse il cielo che mi capitasse
un lavoraccio dove si sta zitti, si sta da soli, che ne so, il guardiano
notturno oppure di guidare i camion o fare a casa qualche cosa a cottimo, o
stare su una gru, battere a macchina, giuro che cambierei lavoro subito.
Basta che la mesata sia decente. Che faticare non mi fa problema. Non
sono uno che fa tante storie. Voglio soltanto poter stare zitto, ci avrò diritto
o no a un po’ di silenzio?
*
Ma fosse vero che bastasse questo. Il fatto è che non solo quando parlo ma
pure quando penso ho ’st’ossessione. Non ci riesco proprio a non pensarci.
Lo so che non è come avere un cancro, e che non è un delitto né una colpa.
Lo so, però ci sto male lo stesso. E più ci penso e più mi ci torturo, e certe
volte certe idee mi vengono, idee malsane, di farla finita. Davvero non so
più che cosa fare.

***

Parte I. Fictiones

1. Il cugino di Mazzini

Ma no, nessuna offesa. Guardi, me lo chiedono tutti. Appena mi presento e


dico “Piacere, Gilberto Mazzini” tutti mi chiedono se sono parente di
Peppe. “E’ mio cugino”, dico io, e sorrido. “Oh”, dicono quasi tutti. Lei
non immagina quante sfumature ci possono essere in un monosillabo. Io
cerco di non mettere in imbarazzo nessuno, soprattutto se mi trovo in casa
di amici o di amici di amici, ma non posso negare che dopo non è più la
stessa atmosfera. Tutti cercano di evitarmi per paura che intorno a me
ronzino estremisti, agenti provocatori, sbirri o cospiratori di mezza Europa
tutti calamitati da quel cognome. Ma, dico io, il congresso di Vienna e
l’Internazionale dovrebbero proprio darsi convegno qui nel salotto
letterario di madame *** solo perché ci sono anch’io a recitare due sonetti,
io che sono solo il cugino di mio cugino? O accroccare una rissa proprio
qui al ballo del visconte *** solo perché ci sono venuto anch’io per
corteggiare madamigella ***? O seguirmi in processione ed indi
disfidarsi a questo accademico convivio nel quale non mi perito di
confessare di essermi intrufolato trascinato dall’amico Turnascione solo
perché la fame non conosce leggi e si può anche resistere a sei, dico sei,
prolusioni accademiche pur di poter poi trangugiare il consommé e
azzannare un mezzo cosciotto? Altre volte invece mi invitano apposta, io
ormai glielo leggo sulle labbra mentre si sussurrano “Quello, quello, è il
cugino di Mazzini”, “Oddio, così alto?”, e le donzelle provano un frisson.
In altri casi mi sono trovato in situazioni penose, in cui l’unico modo per
cavarsela con dignità è prender cappello e uscire senza proferir motto. Voi
non ve lo immaginate neppure: c’è quello che vuole costringerti a cantare
l’inno reale, quell’altro che comincia a dirne di tutti i colori contro mio
cugino nell’intento di costringerti al duello, lo sbirro che ti sussurra insulti
e ti molla gomitate, il gentiluomo che se per sbaglio la figliuola t’ha messo
nel carnet per un ballo si sente in diritto, anzi in dovere, di schiaffeggiarti:
e io che ho fatto? Io che sono stato in un angolo solo solo a sorridere per
tutta la serata e quella ragazzina mi aveva chiesto di ballare unicamente
per buon cuore? Io non vorrei accettare alcun invito, la vita mondana la
detesto. Ma detesto ancor più la fame, voi neppure ve lo immaginate che è
la fame.
*
Bravo lei. Sembra facile trovarsi un lavoro quando ti presenti e dici che ti
chiami Gilberto Mazzini. Se sono in un modo, ti cacciano perché hanno
paura che gl’incendi l’azienda, le terre, le case; se sono in un altro, ti
cacciano perché hanno paura delle rappresaglie delle autorità. Non ti
prendono neppure a spazzare le strade, neppure a raccogliere le olive,
neppure a lavare i piatti in cucina. Poi è naturale che una persona si
deprime. Ma tutti ti guardano, “quello è il cugino del mostro” dicono
alcuni, “quello è il cugino dell’apostolo” dicono altri, nessuno ti si
avvicina, ma tutti ti spiano e tu non è che con quel cognome ti puoi mettere
a rubare le brioches al bar della stazione, devi portare la tua pena con
dignità. Ma la fame, la fame. Così l’unica è andare a tutte le inaugurazioni
e cercare di imbucarmi a tutte le feste. Qualche amico che mi aiuta c’è, per
fortuna. Vecchi compagni del liceo, ubriaconi, maneggioni che ci godono
a farsi vedere insieme a me per poi ricamarci sopra e far colpo sulle donne
(“Un giorno, signora, le narrerò alcune mie avventure, alcuni miei
tormenti, eravamo io e il Mazzini... sì, il Mazzini, siamo pappa e ciccia”) o
intimidire gli uscieri e gli scocciatori (“Sono amico di Mazzini, non so se
mi spiego…”).
*
Io a Peppe gli ho sempre voluto bene, e anche se mi ha rovinato la vita gli
voglio bene lo stesso. Certo che le spara grosse. E se fosse vero un
millesimo delle imprese che si attribuisce da sé sarebbe Nembo Kid, e se
poi fosse vero un milionesimo di quelle che gli attribuiscono gli altri
sarebbe Arsenio Lupin e Charlot e Dracula e tutti i lanzichenecchi messi
insieme. Che poi da ragazzo era tutto timidino, pulitino, piangeva per un
nonnulla e a scuola lo prendevano in giro ed era il cocco della maestra.
Uno si sarebbe aspettato che da grande andava ad aiutare madre Teresa a
Calcutta, e invece è diventato lo spettro che s’aggira per l’Europa. Dico la
verità: certe volte mi commuovo a pensare alla vita che fa, sempre in
esilio, sempre a correre di qua e di là, sempre a studiare e scrivere, e
fondare società segrete, organizzare la guerriglia, promuovere collette, fare
appelli a questo e quello, aiutare le vecchiette ad attraversare la strada,
raccogliere le cartacce dal selciato e metterle nei cestini, aiutare i greci e i
polacchi, predicare agli operai, tirare su il reticolato per far passare i
clandestini, scrivere sui muri, e sul più bello arrivano gli sbirri e via prima
che gli mettano il sale sulla coda; e allora mi sembra che io con tutto che
non ho un soldo bucato, e la fame mi si mangia lei a me, io faccio una vita
da privilegiato, e un po’ mi vergogno, e gli voglio più bene ancora, con
tutto che di essere suo cugino mi ha rovinato la vita. Non era meglio se ero
il cugino di Cavour?
*
Col passare del tempo mi sono dovuto adeguare al personaggio. Da
giovane no, non ne volevo sapere. Ma poi, poi, insomma la vita è dura.
Così mi sono fatto crescere questa barbetta da cretino, che ogni minuto
pizzica ma tu stoico non puoi neppure darti una grattatina; mi vesto più o
meno come lui (che poi si veste più o meno come tutti, quando non si ha il
becco di un quattrino ci si veste tutti uguale, i vestiti li compriamo tutti dal
cinese o li prendiamo usati alla Caritas); ho anche cominciato ad
assomigliargli, non so come, una volta ero pingue e florido, adesso sembro
anch’io un beccamorto. E non solo, ho cominciato anche a leggere le robe
che scrive. E quanto a scrivere non si ferma un minuto Peppe, che io mi
chiedo come faccia a trovare il tempo per organizzare gli attentati,
gl’incendi e tutto il resto se sta sempre a scrivere messaggi, proclami,
statuti, articoli, giornali, numeri unici, opuscoli, volumi, opere scelte,
opere complete... E mi è successa una cosa strana. A forza di leggere
quelle strampalaggini, ho cominciato a parlare come lui. Mi viene naturale
fare quelle tirate, pensiero e azione, Dio e popolo, giovinitalia,
giovineuropa, i doveri dell’uomo, e tutte quelle castronerie lì. Ma conciono
solo all’osteria, e per prudenza cambio i nomi (e magari anche questo
trucchetto da cospiratore l’avrò imparato leggendo qualcuna delle sue
spisciolate): e allora invece di dire “pensiero e azione” dico “dormire e
oziare”, invece di “giovinitalia” dico “vecchia baldracca”, e una volta mi
hanno pure portato in guardina che pensavano che esercitassi il lenocinio.
Intanto mi sono fatto una fama: “E’ il cugino di Mazzini, è il cugino di
Mazzini” ripete la voce del popolo, e l’appigionante e gli altri creditori
chiudono un occhio. Insomma, si tira avanti. Voi neppure ve lo
immaginate quanto è dura la vita.

***

2. Il professor Dracula

Il professor Dracula, che adesso si fa chiamare Humbert Humbert, insegna


francese al liceo della città.
E’ stimato da tutti per le sue capacità didattiche ed anche per quel certo
non so che, per quello charme (voici le mot juste) del suo tratto
aristocratico e della sua pronuncia mitteleuropea. Nonostante lo svantaggio
di quel nome, diciamolo francamente, un po’ ridicolo con la sua
reduplicazione buffa e inquietante (quale è il nome, quale il cognome?), da
doppio, da sosia, da specchio. Ma anche il professor Asor Rosa ha un
cognome palindromo, no? Il che non gli ha impedito di fare una brillante
carriera accademica. Anzi, vi è chi sostiene che quel nome incrementi il
suo fascino proprio perché così piccolo borghese: poi quando incontri il
professore ti fa ancora più impressione.
Assomiglia a Bela Lugosi, quell’attore dei film horror quando a
Hollywood sapevano ancora fare il cinema. Non so se lo imiti
consapevolmente, o se è soltanto per la comune origine in quel pezzo
d’Europa che è Europa due volte ed insieme è l’Europa del mondo di ieri,
quando tutti eravamo viennesi, e polacchi e magiari. La classe non è
acqua.
A scuola ha fatto subito colpo sulle colleghe e sulle allieve, con la sua
dolcezza, la sua mitezza, e quel retrogusto di nostalgia, di segreto dolore,
di letture kafkiane. Ma strano a dirsi non suscita invidia tra noi colleghi
maschi (che invece per solito ci odiamo con anima e corpo e non perdiamo
occasione per esercitare l’un contro l’altro l’arte sottile e divoratrice della
maldicenza, specialmente nei confronti di chi sembra avere un
qualche successo mondano con l’altra metà del cielo). Pallido ed emaciato,
non posa a Byron o a Keats, a Baudelaire o a Rimbaud, come fa la
maggior parte dei docenti di letteratura; e non si mette orecchini e non si fa
tatuaggi, come invece quasi tutto il corpo insegnante di sesso
maschile, che cercano di ringiovanirsi con grevi espedienti masochistici e
poi finiscono sempre per tradire la loro tarda età parlando di Lou Reed o di
Iggy Pop. No, il professore veste con taglio classico e classico è il suo
portamento, il suo aspetto, guanti e monocolo compresi, da compito
gentiluomo.
E le sue lezioni, bisogna ammetterlo, sono capolavori di buon gusto.
Riesce a parlare a bassa voce in un silenzio che definirei sepolcrale,
mentre tutti noi dobbiamo usare la frusta per riuscire a far tacere quelle
belve ululanti e affamate solo di sesso e violenza, che mentre ci sforziamo
di dispensar loro il pane degli angeli sotto il banco sbirciano i porno su
youtube o giocano a Dungeon and Dragons.
Per quel che se ne sappia non fa vita sociale. Arriva a scuola praticamente
prima dell’alba che nessuno la mattina è mai riuscito a metter piede in sala
professori senza già trovarcelo, ed esce dopo il tramonto, perché il
pomeriggio fa i corsi di recupero fino a sera e tanto di cappello perché io
con quegli zucconi i miei pomeriggi non ce li spreco di sicuro, e invece lui
sì. Ed è l’eroe dei bidelli, degli inservienti di mensa, degli applicati di
segreteria: quando esce dall’aula puoi star tranquillo che non c’è una
cartaccia o una lattina per terra o sotto i banchi, e non è che dica niente, è
che gli studenti sanno che ci tiene alla pulizia e al decoro e si adeguano
spontaneamente (con me, invece, meglio che non vi dica niente, sono dei
barbari, dei barbari); a mensa non mangia nulla ma siede tra gli studenti e
nei tavoli intorno a lui cessano le battaglie di molliche di pane, non s’ode
schiamazzo alcuno, e quando i commensali si alzano sembra il refettorio di
un monastero benedettino, mentre di solito è il risveglio dal baccanale; e
quando un amministrativo ha un problema di interpretazione di una
circolare ministeriale, o ha una rogna con qualche genitore - e i genitori dei
nostri allievi, non so com’è, ma sono tutti lottatori di sumo e pendagli da
forca -, ebbene, gli chiede un consiglio, o di interporre i suoi buoni uffici, e
di colpo ogni nodo si scioglie, ogni ringhio si fa festoso uggiolio, il giorno
s’illumina.
Tutti noi che facciamo questo mestiere quando abbiamo cominciato
eravamo animati da sacro furore, Barbiana o morte; è bastato un trimestre
per convincerci alla misantropia più nera e a dedicare ogni nostro sforzo in
orario scolastico alla lettura del Corriere dello sport. Invece lui sembra la
vocazione del pedagogo fatta persona, l’imperativo categorico in marsina,
il magister vitae asceso in cattedra. E proprio qui nel nostro istituto, che i
teppisti del Seme della violenza in confronto sembrano il circolo Pickwick,
o Tre uomini in barca (per non parlar del cane).
*
Siamo restati tutti stupefatti quando abbiamo saputo.

***

3. Io e il Corsaro Nero

Quando l’ho conosciuto era già vecchio. Aveva smesso di correre per i
sette mari e si era ritirato a vita privata.
Tutte le ricchezze accumulate in tanti anni di avventure le aveva dissipate
neppure lui sapeva come: un po’ al gioco (giocava al lotto, al gratta e
vinci, a tombola, a rubamazzo, a chi sputava più lontano, scommetteva su
tutto, come quello lì, Dostoevskij), un po’ gli avvocati, un po’ le tasse (“In
confronto alle esattorie la filibusta era un educandato, corpo di mille
fulmini”), un po’ qualche atto di generosità e un po’ svanivano da sé.
Al tempo che l’ho conosciuto faceva il portiere in un palazzone barocco di
gente ricca, studi di dottori, di notai, c’era pure un’attrice del cinema.
Ci vedevamo tutti i giorni e giocavamo a dama.
Io a quel tempo non avevo molto da fare, ero appena uscito di galera e mi
sorvegliavano e quindi non potevo tornare al lavoro finché non riprendevo
i contatti, ma dovevo aspettare perché nessuno dei miei colleghi di lavoro
voleva essere visto insieme a me dalla madama che mi stava dietro.
Così passavamo parecchio tempo assieme mentre giocavamo a dama e
sentivamo la radio e mangiavamo pane e salame o pane e pomodoro
schiacciato sopra con sale e olio, e ci scolavamo quelle bottigliette di
liquore - si chiamavano mignon, non lo so se ci sono ancora, sono state la
gioia della mia gioventù. E lui mi raccontava le sue avventure.
Mi diceva che a Salgari gliene aveva raccontate parecchie altre di storie
oltre a quelle che aveva pubblicato, ma quello era lento a scrivere, voleva
sempre documentarsi, cercare le fonti, consultare gli atlanti, e lui le storie
gliele raccontava come se le ricordava, che mentre fai un arrembaggio non
è che stai lì con il registratore o col taccuino a segnarti tutto. Ma Salgari
poi era un pignolo della malora e andava nelle biblioteche a fare le
verifiche sui giornali dell’epoca e ogni volta tornava con un elenco di
domande e gli chiedeva cose che lui non se le ricordava più, per non dire
che i giornali e pure i libri di storia erano pieni di fesserie e si vedeva
lontano un chilometro che tutti quei gran bacalari che scrivevano i rapporti
ufficiali o si facevano intervistare dai giornalisti o dicevano agli storici che
cavolo dovevano raccontare ci facevano sempre un figurone mentre invece
dovevi vedere come se la facevano sotto quando arrivavamo noi.
Con Salgari erano diventati amici e compagni di bevute; gli era dispiaciuto
come era morto. Glielo aveva detto diecimila volte che doveva tenere duro
che prima o poi dai libri suoi ci tiravano fuori qualche film e allora sì che
si facevano i soldi. Dopo il decesso per un po’ aiutò la famiglia,
mandandogli anonimamente qualche gioiello da rivendere, qualche
doblone che gli era avanzato.
A parte Salgari di gente famosa non ne aveva conosciuta molta, perché
quando fai quel lavoro non è che ti puoi fermare a fare le presentazioni. Sì,
un po’ di gente la conosceva, perché quando nell’ambiente sei qualcuno è
naturale che ci si conosce un po’ tutti. Una volta lo era andato a
intervistare un giornalista del “New York Times”, quello che aveva
intervistato Fidel Castro sulla Sierra, e gli aveva detto che i barbudos
erano tutti tifosi suoi, e pure di Luisito Suarez e di Jair, e quelli che
avevano studiato pure di Marx, ma erano di più i tifosi suoi che quelli di
Marx, sono soddisfazioni pure queste. Lui veramente era più per Bakunin,
ma pure Marx non gli dispiaceva, e pure Mazzini, è naturale; con Mazzini
si erano anche scritti qualche lettera (Mazzini era uno forte, tu gli mandavi
una cartolina con scritto “Saluti dai Caraibi” e lui ti mandava una lettera di
sessantotto pagine fitte fitte con allegati trenta o quaranta opuscoli che
dicevano sempre le stesse cose e che gli doveva costare un occhio della
testa farli stampare); pure con Garibaldi si erano scritti, anzi, a un certo
punto Garibaldi era indeciso se andare a fare il corsaro insieme a lui, poi
preferì fare l’eroe dei due mondi. Pure a Garibaldi gli voleva bene, mi
diceva sempre: “Quello sì che era un bravo giovane, e un bravo
compagno”. (Ma le lettere non ce le aveva più, quando navighi a lungo e
magari passi tre anni senza poter fare scalo dove c’è qualche emporio
prima o poi la carta ti serve per le operazioni igieniche connesse alle
necessità fisiologiche. Lo so che è brutto dirlo). E poi il fatto è che non è
che poteva dedicare tanto tempo alla corrispondenza, e poi era sempre in
giro con la nave così gli dovevano scrivere fermo posta a Ventimiglia che
ci passava sì e no una volta ogni cinque anni; a quel tempo non c’era
internet.
Corsaro c’era diventato per caso, poi aveva continuato, ma quando aveva
conosciuto Salgari e era diventato famoso aveva già smesso. E’ come lo
sport, non è un mestiere che puoi fare per sempre. Anzi, rispetto allo sport
è peggio perché non è che dopo essere stato corsaro potevi diventare
direttore sportivo, o cronista televisivo, o dirigente della federazione, no?
Come era diventato corsaro? Da giovane gli piacevano le biciclette e le
macchine da corsa, appena aveva diciott’anni voleva prendere la patente,
no? Gli dicono che non so quale regina dava “la patente da corsa” e lui si
credeva che era la patente per guidare le macchine da corsa, così fece
domanda e diventò corsaro. La regina doveva essere Elisabetta, non si
ricordava più se Elisabetta I o Elisabetta II, secondo me le confondeva. A
lui però gli piaceva di più Maria la sanguinaria, che era pure cattolica,
invece Vittoria non la sopportava, che poi aveva sposato quel calciatore e
non era una cosa seria che una regina sposava un giocatore.
Insomma cominciò a fare quel lavoro praticamente per sbaglio, poi con
l’abitudine ci prese gusto. All’inizio che ne sapeva lui come si comandava
una nave? Allora copiava dall’Isola del tesoro e da Moby Dick, e ripeteva
le frasi che c’erano su quei libri, le imparava a memoria e le provava
davanti allo specchio nella cabina senza farsene accorgere, poi andava sul
cassero e giù con “Quindici uomini sulla cassa del morto”, “Dov’è Cane
Nero?”, “Pezzi da otto”, “Armate la lancia”, “Avete veduto la balena
bianca?”, eccetera. Funzionava. Poi una volta in un arrembaggio conobbe
Conrad. Quello era uno forte. Gli regalò tre o quattro libri e lui ordinò alla
ciurma di non toccarlo, ma gli consigliò di smetterla di fare il capitano e di
dedicarsi del tutto alla scrittura, come Salgari. Conrad era il suo autore
preferito, insieme a Salgari, è naturale. Con Salgari erano veramente amici.
Però a lui quello che veramente gli piaceva erano le corse in bicicletta.
Binda, Guerra, quelli erano i suoi eroi. E pensava di avere la stoffa per
correre pure lui, voleva fare il corridore o in bicicletta o sulle macchine da
corsa - come Nuvolari, Fangio, Ascari - ed era finito a fare il corsaro, era
andata come era andata. Però alla radio voleva sentire sempre il Giro e il
Tour.
Magari non ve lo aspettate ma a nuotare non era granché, e gli arrembaggi
pure non erano proprio il suo forte (“mica ero Tarzan”), e a dirsela tutta
anche con la spada non era che se la cavava proprio bene, ma aveva il suo
trucco, e quello funzionava sempre: era il vestito. Che tutti capivano subito
che era il Corsaro Nero, e allora si arrendevano senza combattere. Poi dice
che l’abito non fa il monaco.
*
Una mattina lo trovai che gli era preso un colpo ed era morto. Io ero
andato a trovarlo per giocare a dama e m’ero portato dietro una saccocciata
di bottigliette di liquore che fregavo al bar del roscio che mi lasciava fare
perché lo sapeva che io lo sapevo che l’infame che m’aveva venduto alla
pula era stato lui, ma a me non me ne fregava niente, tanto lo sapevo che
prima o poi in galera dovevo finirci. Comunque approfittavo per far
rifornimento di quelle bottigliette che ce le bevevamo poi con il Corsaro
Nero mentre giocavamo a dama nel gabbiotto della portineria. Ma quella
mattina nel gabbiotto non c’era. Ho aspettato un po’ e intanto mi ciucciavo
due o tre di quelle bottigliette, poi siccome non si vedeva e m’ero stufato
di bussare sul bancone e di chiamarlo, siccome sapevo come s’apriva lo
sportello (e che ci voleva...) insomma ero entrato, e poi avevo aperto la
porta che dal gabbiotto dava nella stanza dove ci campava che c’era una
puzza che non vi dico, non aveva neppure il gabinetto, aveva un bugliolo,
e cucinava su un fornello elettrico, neppure il frigorifero ci aveva, una
puzza che non vi dico. Lui era steso sulla branda (aveva pure un’amaca ma
non c’era lo spazio per appenderla e allora la teneva in uno zaino che era il
suo armadio), era fermo, freddo, bianco che pareva una statua, lo chiamai e
lo scossi diverse volte ma non si muoveva, allora gli ho sentito il polso e
non batteva, allora ho capito che era morto.
*
Adesso il portiere lo faccio io. Da quel giorno, e ormai saranno passati
quanti? Quaranta? Cinquant’anni? Però col tempo, piano piano, ho pure
ripreso il lavoro di prima, ma più prudente e infatti non mi hanno più
beccato, poi ho smesso per sopraggiunti limiti di età, arrampicarmi sui
muri, aprire le finestre, muovermi agile e svelto al buio, trovare a naso la
roba buona, decidere al volo che mettere nel sacco e che lasciare, sono
cose che si fanno da giovani, a una certa età non sei più un atleta, e ho
smesso anche con le risse e le coltellate, che magari mi piacerebbe ancora
ma è che non ci sono più le osterie, e ormai ogni balordo del quartiere gira
con una rivoltella e prima spara e poi ti chiede perché gli hai detto
buonasera. La droga ha rovinato tutto, la droga e i telefonini, la gente è
ammattita. Qui in portineria mi ci trovo bene e gli inquilini sono contenti
di me - le malelingue dicano pure quel che gli pare, sennò che malelingue
sarebbero? Basta che se ne stiano alla larga -; ho tramezzato la stanza
dietro il gabbiotto e fatto un gabinetto vero, e un cucinino col gas, e ho
comprato pure uno scaffaletto per metterci i libri: li ho conservati tutti i
libri che ci aveva, quelli di Salgari e quelli di Conrad, e L’isola del tesoro
e Moby Dick, e Pinocchio e i Manoscritti economico-filosofici del ’44.
Ogni tanto li leggo (a parte i Manoscritti economico-filosofici del ’44, che
sono in tedesco che non lo capisco), ma a me leggere mi piace poco, mi
piace di più il cinema, o sentire la radio quando fanno le partite.
Una volta mi sono venuti a intervistare perché la televisione faceva un
programma sul Corsaro Nero e si credevano che ero io. Io mica glielo ho
detto che non ero io, e gli ho raccontato un po’ delle storie che m’aveva
raccontato quando giocavamo a dama. Però poi se quel programma
l’hanno trasmesso non lo so, perché non ce l’ho la televisione.
Adesso non so se dirlo o no, ma lo dico lo stesso: dopo che mi avevano
intervistato mi è venuto in mente che forse neppure lui era il Corsaro Nero,
e magari era solo quello che aveva giocato a dama col Corsaro Nero
quando il Corsaro Nero era già vecchio e lui era ancora giovane, parecchi
anni prima che io giocassi a dama con lui, e che mi raccontava le storie che
aveva sentito, come ho fatto io con quel cretino di giornalista della
televisione. Non lo so, secondo me era proprio lui, ma anche se non era lui
le storie quelle erano vere di sicuro, e comunque secondo me era proprio
lui, si vedeva dalla naturalezza. Però è vero che pure io ero naturale
quando m’ha intervistato quello della televisione. Che ne so. Però sarebbe
triste se non era lui, doveva essere lui, se dovessi dire come la vedo io, per
me era lui, di sicuro.
Comunque poi il portierato l’ho preso io e sto ancora qui. Non è una gran
vita, no. Però è tranquilla. Come diceva quello? “Lieta no, ma sicura
dall’antico dolor”. Deve essere Giuseppe Verdi, o Pascoli, o Mazzini, o
Carducci - ci avete fatto caso che si chiamano tutti Giuseppe o giù di lì?
Mi chiamo Giuseppe pure io, certe volte mi chiedo se significa qualcosa. E
tutti i soldi della refurtiva, direte voi? Li ho spesi in un sacco di
stupidaggini e di sbruffonate e non m’è restato niente neppure a me. E
sapete come campo adesso? No, ma quale pensione, quella basta sì e no
per le sigarette. Colle mance degli inquilini campo, sì, colle mance. E’ una
calunnia che faccio le estorsioni. Sollecito solo le mance, ecco. Con una
certa veemenza, è vero, ma gli inquilini se le possono permettere, e poi chi
le fa le riparazioni? chi la ritira la posta? chi tiene lontano i
malintenzionati? Fare il portiere è un lavorone, altro che storie.

***

4. Il nipote di Zorro

Sarà, ma a me essere il nipote di don Diego è sempre sembrato un guaio e


nient’altro. Dice: sai quante ragazze rimorchi, e invece non si rimorchia un
bel niente. E poi tutti si aspettano da te che fai gli atti di valore, come se
fosse facile fare gli atti di valore - che ne so - a quattordici anni, che uno di
due anni più grande te le suona ad andare e venire. E i professori poi:
Nicasio, lei che è il nipote di don Diego dovrebbe dare l’esempio... E
m’interrogano tutti i giorni. E per quanto io mi sguerci a studiare non basta
mai. Nicasio, si impegni per essere degno del nome che porta; Nicasio, il
compito in classe è andato male, che direbbe suo nonno buonanima;
Nicasio, almeno lei la poesia la deve imparare a memoria tutta; Nicasio di
qua, Nicasio di là. E questa sarebbe vita?
A casa, poi, non vi dico. La mamma: Nicasio, hai detto le preghiere?
Nicasio, finisci la minestra; Nicasio, vai a governare le galline; Nicasio, è
l’ora di pianoforte; Nicasio, non vorresti donare qualcuno dei tuoi
giocattoli ai bambini poveri della parrocchia?
*
La scuola fu un tormento. La famiglia pure. Gli altri ragazzini con cui
giocavamo a pallone anche peggio. Se mi mandavano a comprare il pane o
la frutta, o il giornale o qualunque altra cosa, non vi dico. Anzi, ve lo dico.
Mia madre mi manda dal barbiere a farmi tagliare i capelli. E il barbiere
approfitta che sono lì sul seggiolone e lui mi gira intorno con le forbici e il
pettine e dà un colpo qua e uno là e comincia a raccontare agli altri clienti
le storie del nonno e ogni volta mi dice: la sapevi questa, Nicasio? e io non
sapevo che dire, perché le sapevo tutte che le avevo sentite un milione di
volte ma se dicevo che le sapevo il barbiere si offendeva, e allora dovevo
fare la figura del fesso e dire: No, sor Armando, Davvero, sor Armando?
Ma pensate un po’, sor Armando, Grazie di avermelo detto, sor Armando,
e così per mezz’ora.
Vado a comprare il pane, non è che la sora Cesira mi dà la pagnotta, io
pago ed esco; no, mi fa passare avanti da tutti e mi serve per ultimo,
perché così può raccontare a tutti che sono il figlio di don Carlo che è il
figlio di don Diego, e comincia a raccontare a tutti la storia della mia
famiglia e io devo restare lì prova vivente della veridicità dei suoi racconti
e ogni tanto mi fa: “E’ vero, Nicasio, anima mia?”, e io: “Sissignora, sora
Cesira, adesso mi potrebbe dare il pane che la mamma mi ha detto di
tornare a casa subito?”, e lei: “Adesso, adesso, aspetta un attimo che ci
sono questi signori che erano già qui” e invece sono entrati un quarto
d’ora, mezz’ora dopo di me. Oltretutto suo figlio è mio compagno di
classe, così si mette anche a raccontare di quello che succede a scuola che
cento volte glielo ho detto ad Alfonso di non fare lo scemo e di non
raccontargli sempre tutto tutto alla madre, ma lui figuriamoci. E così via.
Oppure si andava a giocare a pallone, e io le prime volte giocavo
all’attacco, e appena quelli dell’altra squadra sapevano che ero il nipote di
don Diego, ebbene, che avessi o non avessi la palla giù calci, spintoni,
sputi e manciate di polvere negli occhi. Dovemmo decidere che giocavo in
difesa, ma io ero bravo all’attacco e in difesa non mi ci trovavo, allora
facevo il terzino fluidificante, ma appena passavo il centrocampo era un
assalto, mi venivano addosso in quattro e mi seppellivano, non era più
giocare a pallone, era un misto di rugby e lotta libera. Il peggio è che non
potevo smettere di giocare perché siccome ero il nipote di mio nonno le
altre squadre giocavano con noi solo se io ero in campo. Voi non vi potete
immaginare, neanche lontanamente vi potete immaginare.
Gli anni della scuola sono la cosa peggiore che esista al mondo. Quando
finii le superiori giurai a me stesso che se avessi mai avuto dei figli mi
sarei fatto uccidere piuttosto che sottoporli alla stessa tortura che avevo
subito io.
*
Adesso ero adulto, ed ero sempre il nipote di don Diego. Tutti pensano che
chissà quali vantaggi, quali opportunità. Quello era un nome che
nell'opinione comune apriva tutte le porte, tutte le carriere erano in discesa,
dovevo solo afferrare l’occasione che preferivo tra le innumerevoli che mi
si sarebbero presentate. La pensate anche voi così? Sbagliatissimo. Intanto
tutti parlavano bene del nonno, ma poi si dividevano in due categorie.
Quelli che sotto sotto pensavano che il nonno era un ipocrita, uno che si
travestiva - e avete visto che vestiti si metteva? -, e uno che quando era
Zorro si vergognava di essere don Diego e quando era don Diego si
vergognava sicuramente di essere Zorro, e poi a dirla tutta faceva tutto
Bernardo, che gli avevano tagliato la lingua apposta, perché non potesse
raccontare come andavano veramente le cose. E questi erano quelli
benevoli, perché l’altro gruppo era di quelli che pensavano che il nonno
aveva combinato solo guai, che era un sovversivo e un comunista - bella
forza, con tutti i soldi di suo padre, e poi voleva liberare i servi degli altri,
ma i suoi marameo, e faceva certe cose con le serve di casa, che ve lo
raccomando l’eroe del popolo! -. Il risultato era che in privato tutti lo
ingiuriavano mentre in pubblico tutti si gloriavano dell’eroe del paese,
anche perché portava un po’ di turismo e senza turismo qui da noi ci sono
solo le olive, le vigne e gli ortaggi, e un po' - ma poco poco - di
allevamento di ovini e di suini (e gli animali da cortile, è logico), neppure
le fabbriche, neppure gli uffici. E avevano promesso che ci portavano
l’università ma poi se la papparono quelli di ***, che già ci avevano pure
il pomodorificio e il mare, mentre noi niente. Il babbo aveva fatto “il
museo di Zorro” e ci campavamo, ma insomma se avessimo fatto un
albergo e un ristorante sarebbe stata un’altra cosa, invece l’albergo col
ristorante e con la piscina “da Zorro” lo fecero nel paese vicino (dove il
nonno ci sarà andato sì e no due volte in vita sua), che sono solo venti
chilometri, ma sono parecchi venti chilometri, e infatti la discoteca
“Tornado” poi l’hanno fatta lì e non qui da noi. Qui da noi ci sono solo i
negozi di souvenir, qualche pensione, due trattorie e qualche agriturismo
nei dintorni. Per dire: non ci sono neppure i pusher, chi si droga deve
andare a Santa Maria Santissima per comprare la roba. E il cinema apre
solo d’estate, perché non ce lo abbiamo un cinema coperto, ma solo
un’arena che se ci si portano le sedie diventa cinema, senza le sedie è la
balera delle feste patronali. E il mercato settimanale, e le fiere per le feste
comandate, che ve lo dico a fare? due bancarelle di roba ammuffita e via,
che c’è da vergognarsi come cani. Neppure i fuochi d’artificio facciamo,
per la festa del santo patrono chi ha una carabina spara per aria dal terrazzo
di casa e quella è la sera del dì di festa, e va di lusso quando non si ferisce
nessuno.
La mamma voleva che facessi l’università, e nella capitale: il nipote di don
Diego doveva diventare o avvocato o dottore o ingegnere, mica ceci. Ma il
babbo pensava che era meglio se restavo a occuparmi del museo, che lui si
sentiva già vecchio. Povero papà, se è stata dura essere il nipote di Zorro
provate a pensare cosa deve essere stato essere il figlio di Zorro. Sembrava
che ne portasse il marchio nel corpo delle umiliazioni e delle sofferenze
patite. Nessuno lo stimava, a cominciare dalla mamma tutti lo
consideravano un fallito e un buono a nulla. Tra l’altro il nonno quando
aveva ereditato alla morte del bisnonno Alessandro aveva fatto degli
investimenti sbagliati - secondo alcuni, secondo altri si era mangiato
questo e quest’altro per fare il gradasso e ben gli stava se poi era finito
come era finito, a dover tirare avanti con la pensione sociale -. Ma la verità
era che il nonno si era convinto che si potevano fare i soldi con il cinema e
invece finì che i film su Zorro li fece quell’americano e al nonno non gli
diede mai una lira di diritti, e quando il nonno fece causa mise un avvocato
che era un amico di famiglia che prima promise mari e monti (“Vinciamo
alla grande, gli facciamo cacciare fino all’ultimo baiocco al sor Topolino
dei miei stivali”) e poi perse la causa e noi restammo con le pive nel sacco
e dovemmo pagare un sacco di spese, ma un sacco, un sacco di spese che
mai ce lo saremmo potuto immaginare. Il nostro avvocato qualche mese
dopo la fine della causa fu assunto a Hollywood come sceneggiatore, e
indovinate da chi? Avete indovinato.
Povero nonno. E povero papà. Almeno il nonno da giovane era stato
Zorro, il babbo era stato solo e sempre nient’altro che il figlio di Zorro,
anzi, come dicevano tutti in paese quando pensavano che nessuno di noi
della famiglia sentisse, “quel fesso del figlio di Zorro, se poi veramente
don Diego è il padre, perché lo sapete che si dice di don Diego, no?”. Lo
sapete come andò a finire? Che il nonno finì a dover andare a fare la
comparsa alle feste di matrimonio, o di battesimo, o delle cresime, o delle
prime comunioni dei mafiosi, proprio quelli contro cui si era battuto da
giovane, che adesso gli allungavano cinquantamila lire per esserci pure lui
alla tavolata e quello col microfono a un certo punto fermava l’orchestrina
e diceva: “E lo sapete chi c’è tra gli amici di famiglia della bellissima
sposa e del fortunatissimo sposo? Anche don Diego de la Vega, e lo sapete
chi era da giovane? Era Zorro!” e giù gli applausi, e il nonno si doveva
alzare in piedi ed inchinarsi a destra e a sinistra. Poi fu colpito
dall’alzheimer e non uscì più di casa. E poi è morto. Bernardo, non so se lo
sapete, era già morto in quell’incidente che l’autista dello scuolabus si era
ubriacato ed entrò con tutto il pullman dentro la sala da biliardo e
Bernardo era lì che guardava una partita, neppure giocava, e il pullman lo
mise sotto e poi ci fu quella causa infinita per il risarcimento dei due
biliardi rovinati, e del povero Bernardo non gliene fregava niente a
nessuno e i funerali glieli abbiamo pagati noi perché tutto quello che aveva
messo da parte (e il bisnonno Alessandro nel testamento gli aveva anche
lasciato un bel regalo) glielo aveva portato via quella ragazzetta che diceva
di essere un’attrice e gli aveva proposto di andare insieme a vivere a
Milano, si fece dare tutti i soldi e sparì nel nulla, neppure una lettera o una
telefonata. Da allora Bernardo beveva e passava le giornate alla sala da
biliardo (che poi era la stanza di dietro del bar dello sport).
Povero nonno, povero babbo, e povero Bernardo.
Quando il babbo me lo chiese, di restare a casa per aiutarlo a gestire il
museo di Zorro, come potevo dirgli di no? Il lavoro era tanto perché il
museo - che erano tre stanze di casa nostra e il patio dove dovevamo tenere
un cavallo perché i turisti si aspettavano che ci fosse il cavallo di Zorro e
non ci pensavano che se Zorro era morto pure il cavallo di Zorro tanto
giovane e pimpante non poteva essere. Invece volevano vedere il cavallo e
doveva essere bello lustro e pure pronto ad assumere la posa rampante e a
nitrire come vedevano nella sigla dei telefilm di quell’americano (e non mi
fate dire cosa penso di quell’egregio signore, non mi posso proprio
permettere di farmi querelare: mio padre quando perdemmo la causa era
furioso, ma quell’egregio signore gli fece scrivere da un avvocato che ci
tenevano d’occhio e che se avessimo osato dire una parola contro di loro ci
avrebbero portato via la casa e se gli andava ci cavavano pure la pelle e ci
mandavano a stracci, e stessimo pure sicuri che erano capaci di farlo).
Così avevamo un accordo con il sor Francesco che ha il maneggio che
quando arrivava qualche turista a visitare il museo ci portava il cavallo di
Zorro, che poi era un cavallo qualunque non troppo vecchio che lui sapeva
farlo impennare e nitrire (nascondeva un chiodo nella mano), e noi gli
davamo cinquecento lire a volta, che non era poco visto che il biglietto del
museo era di mille lire per gli adulti e gratis per i bambini a condizione che
i bambini non fossero più di due per volta e fossero accompagnati da
almeno un adulto (dicevamo che dovevano essere accompagnati perché
c’erano le armi che erano pericolose e perché Tornado - che sarebbe il
nome del cavallo di Zorro - poteva imbizzarrirsi e calpestarli; anche se la
verità era che Tornado era tenuto a cavezza dal sor Francesco per tutto il
tempo, e le armi di Zorro erano tutte chiuse nelle vetrinette e i ragazzini sì
e no le vedevano).
Bisognava tenere pulite le tre stanze e il patio, ogni tanto rinfrescare
l’insegna con una passata di vernice, spolverare le vetrinette, le fotografie,
i libri e i manoscritti e gli spartiti sottovetro sullo scrittoio del nonno, e poi
staccare i biglietti e accompagnare i turisti nella visita guidata, e
l’accompagnamento della guida era tutto perché da vedere c’era ben poco
e allora tutto dipendeva dall’abilità del cicerone che raccontava,
raccontava, raccontava e faceva durare un quarto d’ora il passaggio in tre
stanze dove non c’era quasi niente da vedere. Poi c’erano le macchinette
col caffè, le bibite e le merendine e un po’ di merchandising artigianale, le
magliette di Zorro che ricamava mia madre, le sciarpe di Zorro che erano
pezze di raso nero tagliate dritto per dritto e mia madre ci ricamava sopra
la zeta con un filo rosa o turchino (rosa per le donne e turchino per gli
uomini),e altra roba così che mi vergogno pure a dirla. Ci dovevamo
vivere tutta la famiglia. Mio padre aveva cercato a lungo di trovare un altro
lavoro, ma aveva avuto un incidente da giovane, era finito in galera e
quando uscì e tornò a casa era malato cronico di depressione e non
aggiungo altro. Povero babbo. E povera mamma, che aveva sposato il
figlio di Zorro e si era ritrovata quel relitto.
Così restai lì a casa a gestire il museo di Zorro tra i venti e i trent’anni,
quando il babbo è morto per soffocamento e pochi giorni dopo è morta
anche la mamma di crepacuore. Poi c’è chi dice che invece sono morti
perché hanno mandato giù troppe medicine tutte insieme, e su questa tesi
io preferisco non pronunciarmi, anche perché collegata ad essa sono state
formulate varie illazioni e tutte sgradevolissime, anche da parte del
maresciallo dei carabinieri e per chiudere la questione gli ho dovuto
regalare la collana della mamma, che era l’unica cosa di valore che
avevamo ancora, gli altri gioielli di famiglia li avevamo dovuti già vendere
tutti; le terre del bisnonno le aveva già dovute vendere tutte il nonno, la
mazzata finale era stato il processo col gringo cinematografaro.
*
E questa è stata la mia vita, non so come sono riuscito a sopravvivere per
trent’anni senza suicidarmi, grandi cose fa il tempo e noi neppure ce ne
accorgiamo, e adesso che ho trent’anni e sono restato solo ho deciso di
svendere casa e tutto, lasciare il paese e la patria, e di venire a vivere qui a
Parigi (“A noi due, adesso!”), e sono diventato Fantomas.
***

5. La sfinge incontra Edipo

Se poi la sfinge c’era davvero, come gli untori a Milano. O non era la
solita invenzione della propaganda del partito.
*
La gente mi odia, lo so. E poiché mi odia mi attribuisce la colpa per la
pestilenza che ha colpito Tebe. Che c’entro io? Niente. Ma per loro io sono
colpevole di tutto. Dapprima sono restata indifferente, poi ci ho riso, poi è
sopravvenuta l’amarezza, poi la rabbia per la menzogna, per la calunnia,
per l’ingiustizia, per la stupidità. Poi l’odio per i mentitori, i calunniatori,
gli iniqui, gli stolti. Così è sorto questo conflitto tra noi. Dovevo pur
difendermi. Dovevo pur punirli.
Me ne sto appostata qui su questa rupe fuori della città, che domino
dall’alto. E col mio fucile di precisione abbatto chi si azzarda per le strade.
Ma nottetempo devono essere riusciti a inviare qualcuno a chiedere
soccorsi. Ci vorrebbe il napalm.
Con la dinamite ho fatto saltare i costoni dei monti lungo le vie di accesso.
Ci sono tratti in cui non può passare più di una persona per volta, allo
scoperto, arrampicandosi a fatica. E io li abbatto tutti i temerari. Ho
comprato un visore notturno.
Alla fine hanno deciso di venire a trattare. Ma io me ne infischio dei loro
stracci bianchi. Li lascio avanzare, li lascio avanzare, e quando già
sorridono li abbatto. All’inferno, potevano pensarci prima.
Invece i forestieri li tratto diversamente, se passano dalla via opposta alla
mia postazione (che poi in realtà è la stessa unica via che attraversa tutto il
paese per lungo) li lascio entrare in città: tanto non ne usciranno vivi.
Sparo solo a chi esce. Quelli che invece cercano di entrare dalla strada che
passa proprio sotto la mia rupe, quando sono proprio sotto la canna del mio
fucile intimo loro l’altolà, i fessi che si mettono a correre muoiono subito;
con gli altri mi piace fare un po’ di conversazione, parlare del più e del
meno, di jazz, di quello che succede ad Atene, di come va la guerra di
Spagna. Poi quando sono stanca, e di solito mi stanco presto, li pongo di
fronte all’alternativa: o rispondono a un indovinello, o sono morti. Sarà il
nervosismo, sarà che sono ignoranti come crastiche, non ci azzeccano mai.
Adesso arriva questo tizio stravolto, lui non lo sa che è il figlio del re, il re
che per strada ha ammazzato.
*
- Altolà, chi va là?
- Uno straniero.
- Che è come dire un angelo, non ti pare di essere troppo presuntuoso?
- Sono piuttosto l’uomo più infelice del mondo.
- Tutti gli uomini lo sono, ed è ancora niente rispetto alle donne.
- E che c’entrano le donne con l’infelicità? Non sono esseri umani, sono
merci e macchine.
- Quasi quasi ti sparo subito.
- Ma spara, spara, che tanto non me ne frega niente.
- Senti senti, non hai paura di morire?
- Morire? Morire è riposare dopo tante sofferenze: ho i piedi piagati dalla
nascita e devo sempre camminare, il mio buon padre mi ha detto di non
essere mio padre e che quello vero mi fece esporre alle belve; non lo so se
è vero, forse me lo ha detto solo perché un indovino mi disse che avrei
ucciso mio padre; nel dubbio su quale fosse la verità - chi mai può sapere
cos’è la verità? - ho lasciato la città in cui ho sempre vissuto e sono giunto
qui a Tebe dove tutti soffrono, almeno starò tra i miei pari.
- Nobile proposito.
- Strada facendo ho incontrato un vecchio re zoppo e tracotante. Voleva
impormi la sua volontà. Ma io non conosco legge e quando mi ha percosso
col suo scettro sulla schiena mi sono rivoltato e con queste mani, con
queste mani gli ho stretto il collo finché gli è scoppiato il cuore. Poi ho
proseguito il mio cammino.
- Edificante aneddoto.
- Tu m’irridi, ma se sapessi cosa significa essere un reietto.
- Caro ragazzo, ma a chi credi di parlare?
- All’orrido mostro che opprime questa popolosa città.
- Con la pestilenza non è più tanto popolosa.
- Ma resta antica e nobile.
- E cosa c’è a questo mondo che non pretenda di essere antico e nobile?
Solo i telefonini.
- Ti fai gioco di me, ma so le tue regole: avanti, sputa il tuo indovinello e
vediamo che accade.
- E cosa pensi che possa accadere?
- Delle due l’una: o che io sbaglio la risposta e tu mi uccidi, ed avrai posto
fine al mio dolore e al mio esilio; oppure che io indovino e sopravvivo.
- Mi sembra una posta sbilanciata: se tu indovini dovrei morire io, non ti
pare?
- Ma tu sei un mostro.
- E tu sei un principe.
- Non volevo offendere.
- Neppure io.
- Avanti con la domanda, son pronto, avanti.
- Tu forse sei pronto ma io ancora no. Vorrei fare ancora un po’ di
conversazione tra persone civili.
- Ma tu non sei una persona civile.
- E tu?
- Io sì, sono greco.
- Se è per questo sono greca anch’io.
- Ma tu sei un mostro.
- E tu un principe, lo abbiamo già detto.
- Ma cosa vuoi da me?
- Esattamente quello che tu vuoi da me, un’oretta di psicoterapia a modico
costo.
- Non capisco quello che dici.
- Perché non hai letto il dottor Freud di Vienna.
- E’ un nome che non mi dice niente.
- Ma anche se lui non dice niente a te, tu invece a lui dici parecchio.
- Non sono mai stato a Vienna, se tu dici che gli parlerò dovrò andarci, e
per andarci dovrei prima sopravvivere a questa prova, il che significa che
tu stai per morire.
- Piano, piano, quanto corri ragazzo mio. Non c’è bisogno di vedere una
persona per parlargli, non ti hanno mai parlato delle lettere, della tv? E
magari il meglio di te non è quello che deve ancora avvenire, ma quello
che ti è già successo.
- Si dice sempre così, ma se mi guardo alle spalle vedo solo umiliazioni e
angoscia.
- Si dice sempre così.
- L’ho detto prima io.
- E prima di te innumerevoli altri.
- Insomma, si può sapere questo indovinello?
- Visto che hai tanta fretta...
- E tu no?
- Io no, la fretta è una cattiva consigliera.
- E la lentezza non sfugge alla morte.
- Che battute da teatro tragico, o dell’assurdo.
- Parlo come mi pare e non mi piace essere preso in giro.
- Ecco, adesso sei più ruspante.
- Tu mi offendi continuamente, perché?
- Per prepararti a quello che ti attende.
- E che mi attende?
- Il tuo destino.
- Che banalità.
- Pensavi forse che il destino non fosse banale? Tutto è banale e
innanzitutto il male.
- Tu devi essere un’esperta.
- E tu no?
- Tutti lo siamo.
- Adesso hai detto bene.
- Grazie. E posso quindi finalmente sentire ’sto dannato indovinello che
nessuno risolve?
- Ma no, non è sempre lo stesso indovinello, ne faccio uno diverso per ogni
persona.
- Non lo avrei immaginato, pensavo fosse sempre lo stesso.
- In un certo senso sì e in un certo senso no.
- E’ questo l’indovinello?
- No, no, questa era la spiegazione.
- Ma se l’indovinello è sempre diverso allora ne conosci un gran numero.
- Forse che sì e forse che no.
- Potresti scrivere un libro di indovinelli.
- Ah, questo no. Un indovinello funziona una volta sola. Messo su un libro
si dissecca e muore.
- L’indovinello muore?
- L’indovinello, il libro, tutti e tutto.
- Tutto muore?
- Tutto, anche il cosmo.
- Questo non posso crederlo.
- E’ che la tua visione del mondo non è scientificamente aggiornata.
- Riprendi a offendermi perché non ho studiato.
- Proprio no, in fede mia. E che ci sarebbe poi da studiare?
- Le arti del trivio e del quadrivio.
- Ma qui non c’è neppure un bivio, c’è solo questa via che mena a Tebe, e
tu sei sotto il tiro del mio fucile, non complichiamo le cose.
- E’ vero, non complichiamo le cose, avanti con l’indovinello e non se ne
parli più.
- Hai detto la parola magica: non se ne parli più. Tu l’hai voluto.
*
Conosco tre versioni della conclusione di questa leggenda.
Nella prima la sfinge mostra a Edipo uno specchio. Ma per farlo deve
lasciare la carabina: Edipo in due balzi le è sopra, afferra il fucile e
colpendola ripetutamente col calcio dell’arma le fracassa la testa. Poi la
scaraventa giù dalla rupe e pensa a cosa raccontare ai tebani.
Nella seconda la sfinge sparisce nel nirvana, del suo odio è stata medicata
da quelle poche sterili parole, il suo dolore ora lo sosterrà Edipo. Che
aspetta un’ora o due, poi scala la rupe, trova il fucile e col fucile a tracolla
entra in Tebe annunciando che ha soppresso la sfinge e con essa la peste, e
che per festeggiare si faccia una grande pira su cui bruciare i morti e tutti i
loro beni, poi tutti giù nel fiume alle abluzioni e poi speriamo bene. Segue
magnifica una festa, qualcuno muore ancora ma non ci si fa più caso, è
l’effetto placebo.
La terza è la più oscura nelle fonti: la sfinge non dice più nulla, Edipo
ascende la rupe, la trova bellissima, si accoppiano, poi dormono, poi Edipo
si sveglia per primo e le taglia la testa per essere re. Ne mangia le carni a
sazietà, quel che resta lo brucia. La testa la porta con sé come trofeo
infilzata sulla canna del fucile entrando a Tebe. Giunto in piazza spara due
colpi in aria attraverso quello che poche ore prima era un bellissimo volto
di donna ed ora un gran grumo di sangue, il popolo si aduna, lui grida forte
che l’umanità ha sconfitto il mostro, la civiltà ha estinto la barbarie, il bene
prevale sul male, e lui sarà re della città. Non s’attenti a tornare il vecchio
sovrano, la carabina ha ancora molti colpi. Il vecchio sovrano non tornerà.
Col regno il nuovo re si prende anche la regina - merce tra le merci, preda
tra le prede - e il resto lo sapete.

***

6. Prometeo
Volete sapere la verità? Volete proprio sapere la verità? Perché io ve la
dico la verità ve la dico, se proprio la volete sapere.
Però pensateci prima, pensateci bene, perché non è mica detto che sia
sempre un bene sapere la verità.
E allora ve la dico, ve la dico io. Però niente telefonini, niente registratori,
niente fotografie. O è così o non se ne parla.
Allora, cercate di stare attenti perché la racconto una volta sola. E niente
domande. No, signora, lei comincia male, se dico niente domande è niente
domande e basta. O così o niente.
*
Hanno pagato tutti? Bene.
*
Per cominciare, ma lo sapete già, Prometeo era mio fratello. Ed era una
gran brava persona.
E tanto vale che lo dica subito: tutte quelle storie non è vero niente.
L’assalto al cielo dei Titani, per esempio: ma quale assalto al cielo? E quel
montarozzo dell’Olimpo voi lo chiamate il cielo? La corte degli dei, poi,
ve la raccomando: una mezza grotta, una puzza che non vi dico, neanche
un lampadario, un fumo che non si respirava e non ci si vedeva a un passo.
Pareva il bordello degli orchi, pareva. Figurarsi, la gente girava al largo
che già a un chilometro gli veniva da vomitare.
Il furto del fuoco? Ma quale furto? E che ce l’aveva quel porco pedofilo il
brevetto del fuoco? O dell’acqua, o dell’aria? Ma per favore, il fuoco era
res nullius e mio fratello l'unica cosa che ha fatto è stato d’insegnare a quei
poveracci a sbattere due sassi su un po’ di seccume, tutto lì. Roba da
lupetti e coccinelle.
L’avvoltoio, dite? Ma che stiamo al circo? Al teatro? La rupe del Caucaso,
ma che è? Pecos Bill? Lo misero in galera senza processo. Senza processo
lo misero in galera.
*
Quando uscì, perché poi uscì, certo che se ne persero le tracce, usiamo
documenti falsi, ci siamo scafati pure noi, che vi credevate che da noi la
televisione non c’è? Invece ci abbiamo pure internet.
Adesso stiamo nel ramo rapine. A conduzione familiare. Perché, loro sono
meglio?

***
7. Nel labirinto

Tutti si aspettano - anzi: pretendono - che siccome vivo in un labirinto e


non sono, diciamo così, un Adone, io debba essere un intellettuale. “Con
tutto il tempo libero che ci hai, chissà quanti libri avrai letto, eh?”; “Beato
tu che non ci hai un cavolo di niente da fare tutto il giorno; è proprio vero
che quando si è della famiglia reale si hanno tutte le fortune”; “La firma ci
metterei, la firma, qua, subito, per starci io al posto tuo”, e così via.
E invece.
Primo: a me di leggere i libri non mi piace, a me mi piace vedere le partite
in televisione.
Secondo: lo dite voi che non ci ho niente da fare, voi che andate al
supermercato e poi aprite un paio di scatolette e la cena è pronta. Io invece
sto qui dentro e se voglio mangiare devo girare meandro per meandro alla
ricerca di uno di quei giovinottelli o una di quelle ragazzotte che mandano
ogni tanto da Atene, e quando finalmente mi dice bene che ne trovo uno -
che in un labirinto non è come schioccar le dita e arriva il cameriere -
allora devo fare tutto da solo il lavoro del lottatore e del macellaio se
voglio mandar giù un boccone e bere un sorso. E non vi dico che schifo,
che sporcizia. Che poi a me la carne umana neppure mi piace, oltretutto
cruda. E il sangue, poi, lasciamo perdere. E che diamine, non sono mica
uno zombie.
Quanto poi alla famiglia reale, te li raccomando: non dico che mi
dovevano allevare in casa come un baronetto, no, ma almeno mi potevano
mettere in una casa-famiglia, no? Oppure lasciarmi nella giungla come
quello, o sulla riva del Tevere come quell'altro. E’ pretendere troppo?
Invece no, qui. Come quel povero Sigismondo.
E senza televisione, e senza frigorifero, come un selvaggio, come un boy
scout. Almeno Mr Robinson ci aveva un’isola. Io invece vedo solo muri e
corridoi, corridoi e muri.
Certi giorni io proprio non lo so come faccio a tirare avanti.

***

8. Il signor Calavera (una storiella che mi raccontò


il cavalier Antonio Blocchi buonanima)
Ci conoscemmo al cinema. Andavamo all’ultimo spettacolo e c’eravamo
sempre solo noi due.
Dopo un po’ cominciammo a salutarci, un cenno sollevando e
riabbassando la testa.
Una sera il gestore entrò in sala prima che l’ultimo spettacolo iniziasse, e
disse che il cinema chiudeva.
Non dicemmo niente e ci alzammo per uscire, Né ci fu proposto il
rimborso del biglietto, né lo chiedemmo.
La sera dopo il cinema era chiuso (e poi restò chiuso per sempre, dopo
qualche mese il locale è diventato un pezzo di un supermercato).
Quella sera restammo un po’ in attesa davanti all’ingresso chiuso, non
c’era nessun avviso, ma la porta a vetri era chiusa, le luci dell’atrio spente,
e anche un sasso avrebbe capito cosa significasse.
Di fianco al cinema da un lato c’era un bar, dall’altro un supermercato (che
poi inglobò la sala).
C’eravamo solo noi due davanti all’ingresso, accennammo un reciproco
saluto. Poi uno di noi - non ricordo più se io o lui - disse: “Un caffè?”. E
l’altro: “Perché no”.
Nel bar c’erano dei tavolini con delle scacchiere sopra. “Una partita?”,
disse. “Perché no?”, risposi.
Mai avrei immaginato.

***

9. Il manager

Ho quasi novant’anni e chi se lo sarebbe creduto che ci sarei arrivato? Le


persecuzioni continuano ma io sono riuscito a non farmi prendere mai.
Non lo so neppure io come ho fatto. Cioè, ce lo so, ce lo so. Sono un uomo
di mondo, conosco un sacco di gente, e quando serve di allungare un
bigliettone o di far recapitare una ventiquattr’ore lo so che il tempismo è
tutto. Così si arriva a novant’anni.
Ma sentendo che la mia ultima ora sta arrivando vorrei lasciare questa
memoria di come andarono i fatti. Altri li hanno già raccontati, e chi non lo
sa, ma senza offesa per nessuno vorrei dire che si sono scordati di un po’
di cosucce, cosucce che io invece me le ricordo ancora bene, perché io ero
il manager.
*
Cominciò come una goliardata. Col figlio del falegname (se poi era figlio
del falegname, che al paesetto da cui veniva dicevano tutti di no) che
aveva cominciato a fare lo strano. Non ci aveva più voglia di lavorare,
voleva fare il vagabondo, e chiacchierare di questo e di quello come nei
talk-show, e magari mettere anche su degli spettacoli di arte varia, come
usava allora: un po’ di barzellette sporcaccione, quattro canzoncelle che
andavano di moda, un po’ di magia, le ballerine di fila e un sacco di
chiacchiere patriottiche che in un paese occupato guadagnano subito il
favore del popolino, ed è il popolino che riempie i teatri di varietà.
Così fece ’sta specie di compagnia di giro, che era certa gente che aveva
trovato per strada, chi faceva il pescatore, chi la riscossione crediti per gli
usurai, chi - con rispetto parlando - la donna pubblica, insomma, gente
così. E recitare recitavano da cani, tutti quanti. Infatti alla fine decise che
recitava solo lui e gli altri dovevano fare la claque e i pierre. Che la claque
tanto tanto, ma i pierre.
Però lui ci aveva fantasia, ci aveva bella presenza, e ne sparava certe che la
gente si diceva ma ci è o ci fa? Che la furbizia era tutta lì, instillare il
dubbio, e quello lo sapeva fare, eccome.
Insomma nel giro di qualche mese si era fatto un nome e ruzzolava per le
sagre paesane, i matrimoni, e certe volte si esibiva pure nei teatri veri. Io lo
vidi un giorno che faceva il numero del guaritore, che è un trucco vecchio
come il cucco, però funziona sempre se la gente non conosce quello che fa
la parte del morto che risuscita. Era da scompisciarsi dalle risate. Ci sapeva
fare. Era ancora grezzo, non era ancora una vera attrazione né circense né
drammatica, però la stoffa c’era. Così lo convocai in ufficio. Glielo dissi
chiaro e tondo subito: il cinquanta per cento degli utili a me e il cinquanta
per cento a te. Ma lui che era giovane ma che si vedeva che era stato tirato
su a pane e volpe: “E tutta la troupe?”. “Sono quattro sciamannati, li
cacciamo e te la rimedio io una squadra coi controfiocchi”. E lui: “Ma io ci
sono affezionato, e poi con alcuni siamo pure parenti”. “Ma la sanno fare
qualche cosa?”. “S’arrangiano”. “S’arrangiano non basta, il mondo dello
spettacolo è un mondo duro”. “E allora mi dispiace, ma continuo così, mi
scusi, eh”. Il furbastro. Mi toccò dirglielo: “Guarda che un manager ti
serve, quanto puoi durare a girare ’sti quattro paesetti dei dintorni? La
gente le facce se le ricorda, hai voglia a truccare quello lì una volta da
lebbroso, una volta da morto, una volta da zoppo, una volta da cieco, da
sordomuto e da invasato, dopo un po’ lo riconoscono e il giocherello si
rompe”. “E allora?”. “Allora è il momento del salto di qualità, io ti porto in
tournée in tutta la regione, e poi se segui i miei consigli e cominci ad
andare forte che la stoffa ce l’hai ma devi seguire i miei consigli poi ti
porto pure nella capitale”. “La capitale”, disse lui. “La capitale”, dissi io.
Era la parola magica. Così si decise a levarsi di torno quella masnada di
imbecilli e io gli feci su misura una compagnia che era la fine del mondo, e
il mio colpo di genio fu che agli attori miei gli feci fare gli stessi
personaggi degli amici suoi, con gli stessi nomi, gli stessi mestieri, tutto
come se venissero dalla strada, come nel neorealismo, no? La madre, per
esempio: a fare la parte della madre gli ci misi una sciacquetta che ci aveva
sì e no quattordici anni, che lui disse: “Ma è troppo giovane”. E io: “Ma è
così che le vuole il pubblico, vedrai che successone”. E successone fu.
Naturalmente tutta la troupe la usavo pure per altre cose, ci avevo diversi
spettacoli e varie attività - sempre nel ramo ricreativo, si capisce, per
uomini soli, per amanti delle emozioni forti, per fumatori occasionali e
abituali, fino ai paradisi artificiali che mi ero fatto fare lo slogan da quel
poeta francese, “i paradisi artificiali”, “i fiori del male”, forte, no? - ma a
un certo punto gli spettacoli suoi tiravano talmente che li replicavamo
quasi tutti i giorni, pareva di essere i Beatles, i Beach Boys, i Rolling
Stones. Si lavorava in tutto il paese, e avevo già cominciato a pensare a
quando attaccare con le tournée all’estero, e si facevano un sacco di soldi,
e poi c’era pure il merchandising, magari più in là i video, un film, chi lo
sa.
*
Fu allora che successe che si sentì male, che ci ebbe l’esaurimento
nervoso. E chi poteva immaginarselo? O forse lo dovevo immaginare,
facevo il manager, lo dovevo immaginare. Cominciò a crederci. E la cosa
peggiore fu che cominciarono a crederci pure quel branco di pagliacci che
gli avevo messo intorno. Cominciarono a crederci tutti. E’
l’autosuggestione, in America ci hanno fatto degli studi. Uno fa sempre,
che ne so, Enrico Quarto, e a un certo punto si crede di essere Enrico
Quarto, o Caligola, o il grande Blek Macigno. Succede. Ci dovevo pensare
prima, lo dovevo far distrarre, invece il lavoro tirava e a quel tempo se un
numero funzionava l’orientamento del mercato era a sfruttarlo a più non
posso. Adesso lo so che il segreto è la diversificazione, ma a quel tempo,
via, ero giovane pure io, e con tutto quello che mi pippavo mi pareva di
essere il genio della lampada di Paladino. A quei tempi eravamo tutti così,
pensa a Janis Joplis, a Jimi Hendrix, a Bokassa, eravamo tutti un po’ sopra
le righe, peace and love fratello.
Così non me ne accorsi subito, pensavo che erano solo un po’ fuori di testa
come tutti. Se me ne accorgevo subito lo mandavo subito subito in clinica,
facevo girare la voce che stava in India in meditazione, e quando la brocca
gli ricominciava a funzionare si tornava in pista. Invece persi l’attimo
fuggente, e la prima regola del settore è che non devi perdere mai e poi
mai l’attimo fuggente perché questo è un settore in cui non ci si bagna due
volte nello stesso fiume, come dicono gli americani.
Andò in paranoia lui e tutte la troupe. Per esempio quella volta dei pani e
dei pesci. La raccontano tutti. E lo dovevi vedere quando la raccontava,
che gli sbrilluccicavano gli occhi, a lui e a tutto il cast. Che a sentirli
pareva proprio vero, e non era la solita storia del paradosso dell’attore, era
che ci credevano veramente. Ma se non c’era il sottoscritto che zitto zitto
svelto svelto comprava ventimila sfilatini col prosciutto per tutto il
pubblico dello stadio, ma quale miracolo? Non è che mi lamento per le
spese, si guadagnava forte, e quindi le spese erano più che ammortizzate;
era che loro non se ne accorgevano più che era solo varietà. Gli pareva che
fosse tutto vero. Come l’acqua che diventava vino che era il trucco più
vecchio del mondo, e invece lui e tutta l’allegra brigata si credettero che
l’aveva fatto lui, invece che il servizio pronta consegna del tavernello dal
sottoscritto organizzato. E così via. Gli feci fare il numero
dell’attraversamento a piedi delle acque del mare, che poi era un laghetto
che si toccava sempre, e quelli a dire che era un miracolone che non s’era
mai visto. Pure prima lo dicevano, li pagavo per questo, ma lo dicevano
sapendolo che non era vero, e appena il pubblico usciva dal teatro giù a
sghignazzare come domineddio comanda; invece da un certo punto in poi
ci credevano pure loro, ci credevano loro per primi, con tutto che ogni
mattina passavano due ore di trucco e parrucco prima di andare in scena.
Andò a finire che le autorità si indispettirono. Quattro saltimbancate fanno
piacere a tutti, un po’ di divertimento per il popolaccio ci vuole, ma
quando uno comincia a prendersi per profeta, e lui ormai si credeva più
che un profeta, peggio di Jim Morrison, non mi fate dire altro, insomma, il
troppo stroppia.
Io ungevo ruote a tutto spiano, sia con le autorità locali che con quelle
della città eterna, quell’altra città eterna, quella che ci aveva le legioni, i
carrarmati, l’aviazione e i McDonald; ma un bel giorno mi dissero che non
potevano più chiudere un occhio e che avrebbero preso provvedimenti. E
quando quelli prendono provvedimenti sono provvedimenti, non è che
finisce a tarallucci e vino. Tu puoi pure aver vinto la Champions League,
l’Oscar per il miglior attore protagonista, il Nobel per chi ha inventato i
maccheroni, non c’è niente da fare, quelli quando prendono provvedimenti
prendono provvedimenti.
*
Quello che è successo poi lo sanno tutti, che ve lo racconto a fare? Dico
solo che solo perché eravamo pappa e ciccia col procuratore mi avvisò di
sparire un attimo prima della buriana. E così feci.
Saranno passati sessant’anni da allora, e ci credereste? Si sono moltiplicati.
Quando lo giustiziarono, poi dissero che era risorto. E ogni volta che le
autorità fanno fuori qualcuno dei suoi fans ne vengono fuori altri cento.
Ormai quelli che stavano nella troupe saranno morti tutti e non ce n’è stato
uno che abbia confessato che era tutto spettacolo, intrattenimento, effetti
speciali, insomma un lavoretto pulito per fare quattro soldarelli per la
vecchiaia dando al pubblico quello che il pubblico voleva, che è la
funzione sociale dell’arte. Possibile che neppure sotto tortura rinsavivano?
Neanche uno? O magari ci sarà stato qualcuno che al settimo tratto di
corda o alla settima unghia strappata avrà confessato, e allora è il governo
che ritiene preferibile mantenere il segreto: perché così i sovversivi è più
facile individuarli e poi levarseli di torno se invece di fare le sette segrete
come la carboneria si mettono a predicare in piazza. Tutta pietanza per i
leoni al colosseo, che anche quello è uno spettacolo e la società che lo
gestisce ci ho una partecipazione anch’io, perché gli affari sono affari e lo
spettacolo deve continuare, come dicono gli americani.
Io stesso tengo conferenze raccontando le stesse bubbole come se fossero
vere; lo showbiz funziona così. Mi piace tenere le conferenze su quei fatti:
s’incassa bene e il pubblico ti dà soddisfazione; e poi c’è sempre qualche
demente che si mette a piangere di commozione e alla fine mi baciano
pure le mani, e chi mi presenta dice che forse sono l’unico testimone
oculare sopravvissuto e la sala viene giù dagli applausi. Si fanno bei soldi,
ma un po’ di rischio c’è, come quando organizzavo le corse clandestine,
che magari il commissario di quartiere che vuole fare carriera invece di
prendersi la bustarella sua e zitto gli salta l’uzzolo di fare la brillante
operazione e tu come niente finisci nella retata che poi devi telefonare di
corsa all’avvocato che ti tiri fuori dalla guardina prima che ti processano
come sovversivo e detto fatto ti stirano su due pezzi di legno.
Di tutte le attività che gestisco, dopo la polvere bianca e il prestito a
strozzo le conferenze su quei fatti sono la cosa che oggi come oggi ci
guadagno di più. Smercio pure i gadget, che vanno via come il pane.
Tempo fa ero pure in trattative con gli americani per farci una serie
televisiva, poi non si fece niente per una questione di diritti che c’erano già
quattro sceneggiature pronte e tutto finì in mano agli avvocati che magari
se ne riparla tra dieci o vent’anni, quando di tutta ’sta storia non se ne
ricorda più nessuno e allora chi trovi che ci investe i soldi che ci vogliono?
*
Adesso lo voglio proprio dire: certe volte mi è venuto il dubbio pure a me,
con tutto che sono un uomo d’affari e che il mondo dello spettacolo lo
conosco come le mie tasche. E che ero il manager che mise in piedi tutta la
baracconata. Certe volte m’è venuto il dubbio pure a me. Non è buffo?

***

10. Esploratori

Sono un esploratore spaziale, e quindi sono addestrato a fare il mio lavoro.


Non mi spaventa l’immensità e il silenzio del cosmo, e neppure la brevità
della vita.
Non mi spaventa la mia ignoranza, non mi spaventa la mia paura. So come
gestire queste emozioni affinché non intralcino il mio lavoro.
Ma ciò di cui tutti noi esploratori spaziali soffriamo voi lo sapete già, non
c’è neppure bisogno di dirlo. E’ per questo che moriamo presto.
Ci si potrebbe chiedere: ma visto che lo si sa, perché si insiste? Non
sarebbe più logico farla finita con questi viaggi, con questa tortura, con
queste missioni, diciamolo, suicide?
I governi, si capisce perché; ma gli individui che abbracciano questa
carriera, perché lo fanno? Per i soldi? ma ci sono altri lavori assai più
remunerativi. Per l’avventura? Ma se è ormai chiaro a tutti che non c’è
nessuna avventura, solo una routine di installazione di strumentazioni,
rilevamenti, misurazioni, trasmissione di dati inerti, inutili, insignificanti.
Per il viaggiare? Ma è un viaggio colmo di nulla, non è come l’Odissea o
Moby Dick: nello spazio non c’è nulla se non questi pezzi di roccia. Ed è
questa la malattia che uccide gli esploratori: la disperazione; oltre un certo
limite nessuno resiste all’asfissiante certezza di non trovare nulla e
nessuno.
Per questo ci lasciamo morire.

***
Parte II. Saturae

1. La grande pioggia

Pioveva, pioveva, pioveva.


Erano giorni, settimane che pioveva. Ininterrottamente.
Lo zio decise che bisognava fare qualcosa. Lo sapete anche voi com’è
fatto, quando si mette in testa una cosa non c’è verso di fargli cambiare
idea.
“Bisogna fare una barca”. “Una barca?”. “Sì, una barca per poterci
muovere e portare la roba al mercato, visto che le strade sono tutte un
fiume di fango allora noi usiamo il torrente, che ormai si è bello
ingrossato, mi pare”.
“Secondo me è meglio aspettare che spiove”, disse mio cugino Sammy.
Ma lo sapete com’è lo zio: “E da quando in qua decidono i ragazzini? Ho
detto che si fa la barca e si fa la barca”.
Il problema è che nessuno di noi aveva la benché minima idea di come si
costruiva una barca, ma lo zio era irremovibile: “Una barca è un cassone
bello grosso, che ci vuole?”. Per esperimento prendemmo un tavolino
malandato, inchiodammo delle tavole alle zampe e provammo a vedere se
si reggeva a galla, ma l’acqua entrava dalle commessure, e poi entrava
pure da sopra perché continuava a piovere e finché lavoravamo nel garage
tutto bene, ma quando la portammo al torrente fu un fallimento.
Figurarsi mio zio: “Non siete buoni a fare un cavolo di niente. E potevamo
vincere la guerra?”. Che io e i miei cugini ci chiedevamo che c’entrava la
guerra.
A Jeff gli venne un’idea: “La botte grossa. Secondo me la botte grossa
funziona”. Bella idea, e il vino dove lo mettevamo? Si spremette le
meningi pure Sammy: “Magari la vasca da bagno, io dico che per la
navigazione lo zinco funziona meglio del legno”. Adesso, è vero che
pioveva da settimane, ma quando smetteva la vasca da bagno tornava a
servire, no? Pure Cam - che è l’altro figlio dello zio, sono tre fratelli -
voleva dire la sua, ma lo zio appena vide che stava per aprire bocca gli
disse: “Tu sta’ zitto che già hanno chiacchierato troppo questi due. Quando
sono presenti i vecchi i giovani devono stare zitti, ascoltare e imparare. E’
chiaro? Lo sapete voi quando dovete parlare?”. Rispondemmo in coro:
“Quando pisciano le galline”. Lo diceva sempre.
Intanto non si lavorava e stavamo tutto il giorno a casa a guardare la
televisione. Il telegiornale diceva che pioveva dappertutto e faceva vedere
tutti posti allagati. Era una cosa gagliarda. Così si poteva fare una nuotata
senza dover andare al mare. Intervistavano pure gli esperti, ma noi
cambiavamo subito canale per cercare le partite.
A dire il vero tutta ’st’acqua adesso faceva un bel po’ di danni. Lo zio era
sempre nervoso e maltrattava tutti quanti. Maltrattava sempre tutti quanti,
da quando era morto il nonno si sentiva addosso la responsabilità di tutta la
famiglia, ed eravamo una famiglia bella grossa, i nonni ai tempi loro
sfornavano un figlio all’anno. A quei tempi non c’erano tutte le distrazioni
di oggi, e allora dopo cena che facevano? Non è che uno si addormenta
subito. Lo zio voleva studiare, ma era finita che essendo il fratello più
grande quando il nonno morì dovette fare il capofamiglia e allora giù a
lavorare e a far rigar dritto tutti i fratelli, le sorelle, e poi i cognati, le
cognate, e la moglie, che di tutti i fratelli fu l’ultimo a sposarsi proprio lui
che era il più grande, e poi col tempo anche i figli e i nipoti, e le nuore, e i
figli dei figli e dei nipoti, che eravamo ormai una masnada e all’ora di
pranzo e di cena tutti avevamo una fame da lupi. Povero zio.
E intanto pioveva, pioveva.
“Ci sono arrivato”, disse lo zio una sera, “non dobbiamo fare solo una
barca, dobbiamo fare un’arca”. “Un’arca, e che è?”. “Una barca grossa, ma
grossa parecchio, che c’entriamo tutti quanti”. “Come un rifugio
antiatomico?”, chiese Sammy. “Più grossa ancora, ci mettiamo pure le
bestie”. “Pure le bestie?”. “Non tutte, una coppia per razza”. “Una coppia
per razza?”. “Ma che c’è l’eco in questa casa? Non sapete dire una parola
vostra, solo ripetere le mie?”. Lo zio s’arrabbiava subito, s’arrabbiava
sempre: se dicevi le cose che diceva lui s’arrabbiava perché ripetevi le
cose già dette, se dicevi il contrario s’arrabbiava perché non voleva essere
contraddetto, se non dicevi niente allora eri muto e “testa che non parla si
chiama cucuzza”, se dicevi una cosa che non c’entrava rischiavi che ti
rifilava un ceffone, era fatto così, s’arrabbiava sempre.
“E come la chiamiamo ’sta barca?”, disse Jeff. “Arca, ho detto, non barca,
arca, porca miseria”. “Arca, arca, e come la chiamiamo?”. “Perché,
bisogna per forza dargli un nome?”. “Per forza no, ma visto che è una cosa
che facciamo noi è meglio se gli diamo un nome, per non farci fregare
l’idea, no?”. Certe volte Jeff non era mica stupido. Pure lo zio dovette dire
di sì, che un nome era meglio darglielo.
Ebbi un’illuminazione: “E come volete che la chiamiamo? col nome dello
zio, no? La chiamiamo l’arca di Noè”.
La faccenda andò così.

***

2. Missione di soccorso

Parte prima: l'antefatto


Ci aveva telefonato a tutti e due, a me e a Leo, un comune amico per dirci
che Franz si trovava nei guai, guai grossi; non so che aveva combinato ma
adesso era pieno di debiti, e si trattava di debiti con gente brutta che è
meglio non incontrarla mai.
Era d’estate, Max stava a Gerusalemme e ci aveva chiamato da lì per farci
sapere la situazione che l’aveva saputo da Felicetta che gliel’aveva
detto Milena che gliel’aveva detto Dora; senza Max di amici veri di Franz
qui a Praga c’eravamo solo io e Leopoldo: qualche cosa dovevamo fare.
Leo all’epoca lavorava in banca (lo cacciarono poi, per quella storia che
non è vero che andò come l’hanno raccontata in televisione, ma semmai ve
la racconto un’altra volta), e io mi occupavo di calcolo delle probabilità,
ovvero di scommesse - diciamo che aiutavo i risultati delle corse (e anche
di questo magari ne parliamo un’altra volta, ma è una cosa semplice: tu
non lo sai mai chi vince, ma il cavallo che perde lo sai di sicuro perché ci
pensi tu a dare una mano a far andare le cose per il verso giusto, ci vuole
poco).
Diceva Max che Franz era scappato a Trieste perché Timmy - che poi
sarebbe Timoteo Fingavecchi, che gestisce la finanza diciamo così
“creativa” qui da noi - gli aveva detto che tempo tre giorni e addio al
mignolo della mano sinistra, altri tre giorni e partiva il testicolo destro, e
così via.
Timmy lo conoscevamo bene sia io che Leo, perché con lui, con Franz e
con Max eravamo cresciuti insieme, avevamo fatte le scuole elementari
tutti dalla sora Amalia, avevamo fatto saltare con le fionde tutte le
lampadine dei fanali del quartiere, eravamo pure finiti al riformatorio
insieme per quella storia della baby-gang che era veramente una scemenza,
ma noi avevamo peggiorato le cose in tribunale quando il giudice dei
minori voleva fare il suo sproloquio educativo e noi attaccammo a cantare
“I love you baby” che facemmo schiattare dalle risate tutto il tribunale e ci
buscammo il supplemento di pena, quei cornuti. Al riformatorio fu dura
ma facemmo quadrato, e quando uscimmo eravamo più vispi e più tosti di
prima. Fu al riformatorio che Franz decise di studiare da avvocato, e poi lo
fece davvero, però poi invece di fare l’avvocato s'impiegò neppure mi
ricordo dove, faceva l’assicuratore o si occupava di previdenza sociale,
non si capiva mai bene, lo sapete com’è quando racconta le cose, non sai
mai se scherza o se dice sul serio. Però siamo restati amici anche se
abbiamo fatto carriere diverse.
Insomma andammo a trovare Timmy a Walkin Street dove aveva il
quartier generale per chiedergli che cavolo era successo con Franz. Tim lo
sapete com’è, è un fumino della malora, però così come prende fuoco
subito, dopo cinque minuti la butta a ridere. Quando io e Leo entriamo nel
suo ufficio (che poi sarebbe la sala da biliardo del bar di Ceccobbeppe)
subito fa: “E ti pareva? Sono arrivati gli ambasciatori”. E io: “Che?”. E lui:
“E andiamo, siete qui per quel quaquaraquà di Franz, no?”. E Leo: “E per
chi sennò?”. E allora io e Timmy in coro: “Tutto il cucuzzaro”. Siamo
gente così, alla buona, ci piace divertirci con queste stupidaggini.
Insomma, era successo questo: che Franz aveva fatto un sacco di buffi in
giro, perché i negozianti gli facevano credito pensando che intanto era
avvocato, poi era impiegato imperialregio e quindi aveva lo stipendio
sicuro e ci si poteva rivalere sul quinto, e poi alle perse avrebbe pagato suo
padre, che aveva una bella attività e i soldi non gli mancavano e nel
quartiere se lo ricordavano tutti che cento volte aveva cacciato la liretta per
sistemare i disastri fatti da quel figlio scapestrato. E qui si sbagliavano:
perché era andata a finire che dagli oggi e dagli domani il padre si era
proprio rotto le scatole e un giorno aveva preso Franz e gli aveva detto:
“Ah brutto scarafaggio, e mo’ basta, eh? I prossimi danni che fai te li paghi
da solo”. Ma Franz, figuriamoci, continuava come prima, e anzi andava in
giro a dire a tutti: “E che mi fa il babbo? Mi fa il processo? Mi manda in
America? Voglio proprio vedere, voglio”.
Per farla breve: casini su casini e buffi su buffi. Quando ormai erano una
valanga una delegazione dell’Associazione commercianti di Praga e
provincia guidata dal presidente, che a quel tempo era uno forte che con le
chiacchiere ci mandava avanti i treni, andò a trovare Timoteo Fingavecchi
e gli disse così e così, qui non se ne può più, e non c’è verso, e le abbiamo
provate tutte, eccetera eccetera. Al punto che Timmy, che gli piacciono le
pose da grandone, disse: “Ho capito, ho capito, ve lo stacco io un
assegno”, E così fece, e quelli “Grazie, grazie, Tim. Lo sapevamo che ci
pensavi tu, non come quel morto di fame di suo padre che con tutto che ci
ha l’autosalone e vende pure le Ferrari e le Jaguar ha detto che se ci
ripresentavamo a casa sua ci tirava con la doppietta, col quintone, col
kalashnikov ci tirava. Quel buzzurro che domineddio però l’ha castigato,
eh, con quel figlio zozzone e screanzato che si ritrova”.
Però a Timmy gli piaceva sì fare il grandone, ma siccome i soldi non
crescono sugli alberi, adesso li rivoleva da Franz, e lo sanno tutti che se hai
un debito con Timmy Fingavecchi se non tiri fuori i soldi cominci a
perdere qualche pezzo, prima un dito, poi un testicolo, poi un orecchio,
Timmy è fatto così, è giocherellone, ma quando si tratta di soldi diventa
serio, ma serio serio.
Dopo che ci ebbe illustrato il quadro, io dissi: “Insomma, Timmy, che si
deve fare?”. E lui: “Se ci volete provare a metterci una pezza voi, diciamo
che vi do tre giorni, via, pure quattro. Ma fra quattro o il capitale è tornato
a casa o mando il chirurgo da quel pagliaccio, che è tanto scemo da essersi
andato a nascondere lo sapete dove? al castello, come se non lo sapesse
che lì ci lavora mio cugino, quello che fa l’agrimensore che fossi mai
riuscito a capire che lavoro è; così lo pesco quando mi pare e mi piglio un
pezzetto di ciccia sua al giorno così la fo magna’ al gatto mio, gli fo la
ripresa col telefonino e la metto su Youtube”. Timmy non aveva un gatto,
teneva nel cortile di casa sua una gabbia grossa quanto un campo da
pallacanestro con tre tigri, e quelle diceva che erano i gatti suoi.
Finita la chiacchierata con Tim risultava che io e Leo dovevamo trovare
entro quattro giorni mezzo milione di euro (“Ma visto che siamo tra
noi, accetto pure il pagamento in rubli o in dollari, al cambio del giorno
della consegna”, aveva detto mentre ci accomiatavamo, gli piaceva dire
’ste spiritosaggini).
Adesso non so voi, ma io mezzo milione di euro, anche fosse in banconote
da cinquecento, non so neppure quanto è grosso. Nel portafoglio mio (che
è l’unica banca e l’unico forziere di cui mi servo) più di tremila euro non
ce li ho depositati mai, e oggi, per dire, se ci sono più di trecento euro mi
faccio prete. Leopoldo però lavora in banca e lì il conquibus c’è.
Così andammo all’osteria del Golem e cominciammo a ragionare su quello
che si poteva fare per evitare lo sminuzzamento di quell’incosciente di
Franz.
*
Cominciammo ad elaborare un piano.
Innanzitutto occorreva avvertirlo che Timmy sapeva dove si era nascosto,
ma già questo non era facile, perché il castello era in campagna e
bisognava fare un bel viaggio per arrivarci e con Franz succedeva sempre
che se tu lo andavi a cercare lui proprio lo stesso giorno era uscito di casa
per venire a cercarti a casa tua e insomma non c’era verso di trovarsi anche
perché non è che faceva la strada più breve, ma passava per certi vicoletti
che conosceva solo lui e finiva sempre che tu passavi il pomeriggio ad
aspettarlo a casa sua, lui passava il pomeriggio ad aspettarti a casa tua, e la
sera ognuno tornava a casa propria e non ci si incontrava neppure per
strada. Figurarsi al castello, che pare un labirinto a Buenos Aires o una
giornata a Dublino. E poi che volevi avvisare? Anche se scappava da
un’altra parte, dopo dieci minuti Timmy lo sapeva, perché c’è poco da
fare, questo è un paese di spie, e poi Franz quanti posti conosce? Saranno
cinque a dir tanto. E con tutte le fregature che ha dato in giro chi volete
che lo ospiti? O Milena, o Dora, o Felicetta. E basta.
Bene, non restava che trovare il mezzo milione di euro eventualmente
anche in dollari o in rubli. Ma i dollari e i rubli li scartammo subito. Se
c’era ancora la zarina Caterina II tanto tanto, ma te lo immagini quel
cafone lì, quel georgiano coi baffi da film western muto in bianco e nero?
ma per favore. E i dollari, magari se si riusciva a piazzare a Hollywood
qualche racconto di quelli che quel babbeo di Franz aveva scritto, ma lui
non voleva mai pubblicare niente, non c’era verso di fargli finire una
storia, e quando insistevamo che doveva scrivere le sceneggiature, che lì si
facevano i soldi, lui riattaccava con quelle frescacce sul teatro jiddish. Era
proprio un imbecille, diciamolo. E quindi: euro.
Che io li chiedessi al Pomata (che era il capoccia mio che ci lavoravo a
truccare le corse) era fuori discussione, il Pomata era un tirchio
che ti faceva tagliare la gola per cento lire. Una volta al bar si sbagliarono
a dargli il resto del caffè e lui fece sgozzare la cassiera, che era pure sua
cognata. E’ fatto così il Pomata, è che da giovane nessuno lo prendeva sul
serio perché stava nella cricca del Mandrache ed erano tutti morti di fame,
ma adesso non divaghiamo, casomai ve lo racconto un’altra volta.
Restava il furto con destrezza o la rapina a mano armata nella banca dove
lavorava Leopoldo, ma Leopoldo aveva troppa paura che quando lo diceva
alla moglie lei lo piantava, e lo sapete com’è fatto Leo, è terrorizzato
che la moglie possa lasciarlo, e quello che dice la moglie lui fa. Io cercavo
di convincerlo a non dir niente alla moglie, ma lui ripeteva: “E se Ludmilla
me lo chiede?”. E io: “Se te lo chiede tu stai zitto”. E lui: “Ma lei me lo
chiede di sicuro, ed io come faccio a non dirle niente?”. E io: “Dille
un’altra cosa”. E lui: “Ma lei se ne accorge se dico una bugia, se ne
accorge di sicuro, e se pensa che io le mento mi lascia, me lo ha già detto,
e poi come faccio?”. E io: “Ma no che non ti lascia”. E lui: “Ma se mi
lascia io mi ammazzo, eh, io mi ammazzo, io vivo solo perché c’è lei, lo
sai, io mi ammazzo”. Era fatto così, le avrebbe portato l’acqua con le
orecchie, erano sposati da dieci, da vent’anni, e lui era ancora impeciato
che lei ci faceva quello che le pareva e lo comandava a bacchetta. Ho fatto
bene io a non sposarmi.
Visto che non c’era verso di fare ’sta rapina per colpa di Ludmillaccia sua
bisognava pensare qualcos’altro, e non era facile.
Per dirvi in che casino ci eravamo messi sentite questa: a un certo punto
Leo fa: “E se andiamo da Timmy e gli chiediamo di prestarci mezzo
milione così glielo restituiamo subito a nome di Franz? Eh?”. “Leo,
svegliati. Se Timmy ci presta mezza botta poi li rivuole da noi li rivuole, e
allora tanto vale che ti tagli subito una mano per anticiparti”. “Ah”, disse
lui. “Eh”, dissi io. Succede di perdere lucidità quando sei sotto pressione.
Bisognava telefonare a Max, che almeno non era un morto di sonno e ogni
tanto qualche idea ganza gli veniva. Ma lì all’osteria non c’era campo.
Così uscimmo sul retro che c’era un pergolato col campo di bocce e visto
che c’eravamo ci facemmo una partita a bocce e ci scordammo di
telefonare a Max. Quando ci ricordammo era sera e magari davamo
fastidio a chiamare a quell’ora e decidemmo che lo avremmo chiamato
domani.
Arrivato a casa chi mi telefona? Max. Che voleva sapere che succedeva.
Gli racconto tutto e quando stavo per chiedergli che pensava che
occorresse fare lui riattacca che deve fare un’altra telefonata. Provo a
telefonare a Leo ma è occupato. Dopo un po’ mi telefona Leo che gli ha
appena telefonato Max ed era andata come con me, che quando Leo voleva
chiedergli un consiglio Max doveva fare un’altra telefonata. Poi mi chiama
Timmy per dirmi che Max è un rompicoglioni che se ne sta a fare la bella
vita a Gerusalemme e rompe i cosiddetti a lui che invece sta a lavorare qui
a Praga per mandare avanti l’economia e costruire l’Europa. Poi mi
telefona Leo per dirmi che gli ha telefonato Timmy che gli ha telefonato
Max e io gli dico che già lo so che ha detto Timmy perché mi ha telefonato
pure a me. Non faccio in tempo a riattaccare che telefona Felicetta che l’ha
chiamata Milena che l’ha chiamata Dora che l’ha chiamata Max che le ha
detto di Timmy e di me e di Leo e mi chiede se abbiamo un piano. Le dico
che io e Leo ci stiamo lavorando. Non passano cinque minuti che mi
chiama Leo che Felicetta ha chiamato pure lui. E dopo Leo mi chiama
Milena che Felicetta che Leo che Timmy che tutto il cucuzzaro. Riattacco
senza neanche salutarla. E che pensi che succede? Che squilla il telefono e
stavolta è Dora. E poi sempre Leo, e poi un’altra volta Timmy (“Indovina
un po’? Quel rompicoglioni di Max m’ha fatto chiamare da Dora, da
Milena, da Felicetta e un altro po’ pure da Bricitte Bardò, ma glielo vuoi
dire di piantarla di rompere i cosiddetti a me che ci ho da lavorare?”), e
poi - lupus in fabula - ancora Max, e poi di nuovo Felicetta, e poi ancora
Leo, e poi stacco il telefono e vado a dormire un paio d’ore che domattina
presto devo essere all’ippodromo, che ci ho da lavorare pure io.
Essere amici di Franz - posso dirlo? - è un manicomio.
*
Parte seconda: in azione
Era martedì. All’ippodromo tutto bene. Alle cinque all’osteria del Golem
ci vediamo con Leo. “Idee?”, chiedo io prima che me lo chiede lui (è un
trucchetto che funziona sempre). “Manco una”, dice. E io, magnanimo:
“Vabbe’, mo’ ci pensiamo insieme”. E intanto ci facciamo portare due
mezzi litri e due gazzose. Pensa che ti ripensa ci viene questa pensata:
“Però, quei palandrani dell’Associazione commercianti gliel’hanno fatta
sporca a Franz; che non ce lo sapevano che Tim poi lo faceva a
pezzettini?”. Così decidiamo che almeno almeno devono contribuire alla
colletta. “Tu quanto ci hai?”, dico a Leo. E lui: “Qui?”. E io: “Ma che qui,
in tutto”. E lui: “In tutto?”. Io. “In tutto, sì”. Lui: “In tutto tutto?”. Io: “Se
dico tutto è tutto tutto”. E lui: “Lo devo chiedere a Ludmilla”. E io:
“Mannaggia a la malamorte, ma manco sai quanti soldi ci hai?”. E lui: “Io
li dò a Ludmilla”. Ecco qua, e questo era un uomo che da ragazzi
fulminava le lucertole con una sassata da trenta metri, che dava fuoco ai
cartoni per strada e ci buttava dentro i gatti, che pestavamo i forestieri
grossi tre volte più di noi, e adesso guardate come s’è ridotto in dieci,
vent’anni di matrimonio. Meglio che non ci penso. Poi lui fa: “E tu quanto
ci hai?”. Io: “Io?”. Lui: “Tu, sì, e chi sennò? ci sei solo tu qui”. Io: “Ci sei
pure tu”. Lui: “Sì, ma io sono quello che ha fatto la domanda”. Io: “E che
vuol dire? Pure io posso fare una domanda”. Lui: “Vabbe’, mi rispondi o
no?”. Io: “No”. Lui: “Andiamo bene”. Io: “Almeno io non li do a
Ludmilla”. Lui: “E ci mancherebbe”. Io: “E allora?”. Lui: “E allora che?”.
Io: “Che di che?”. Lui: “Ma di che che di che?”. Poi la smettemmo perché
ci guardavano tutti e il sor Gustavo faceva segno di non preoccuparsi che
eravamo strani ma tranquilli. “E allora?”. “Allora intanto andiamo da quei
bojaccia dei commercianti e vediamo quanto sganciano”. “Andiamo”.
*
Non so se ci siete mai stati all’Associazione commercianti. No? E’ un
palazzotto vecchio che puzza di pesce. Al pianterreno c’è una bisca
clandestina e si entra solo su invito. Al primo piano c’è uno di quegli
ostelli innominabili che non ve lo nomino perché altrimenti non sarebbe
più un ostello innominabile. Al secondo piano c’è l’Associazione
commercianti. Come che ci vede la segretaria dice subito “Ah rega’,
facciamo i bravi sennò chiamo la pula, ci siamo capiti, sì?”. Neanche ci
avessimo tatuato sulla fronte che siamo due delinquenti. Allora Leo:
“Guardi signora che lei s’inganna...”. “Tu’ nonna”, taglia corto la megera.
Allora io: “E’ che vorremmo vedere il presidente”. E quella: “Non c’è”. E
io: “E quando c’è?”. E quella: “Non c’è”. E io allora: “Ma se non c’è vuol
dire che viene dopo, no?”. E madama Repetita Iuvant: “Non c’è”. Allora
Leo mi fa: “Ci penso io”, e le dice: “Signo’, è cosa di soldi, ma di soldi
tanti, tanti, tanti”. E quella: “Mo’ c’è”. E Leo a me: “Hai visto come si
fa?”.
Insomma ci fanno entrare nell’ufficio del presidente. C’era una scrivania
lunga quanto un biliardo, e sopra un cartello con scritto: “Dott. Pres. Ass.
Comm. Praga e Provincia. Dottor Arcangelo M. Rivellino”. Che uno si
aspetta che dietro ci trovi Maciste e invece ci trovi quel secchetto lì coi
baffetti da guappo.
Quello attacca: “Problemi con la finanza? Col pizzo? La tariffa giusta è il
5%, eh”. “No, no”, fa Leo, “E’ per via di un amico nostro”. “E perché non
viene qui direttamente lui?”. “Perché in questo momento si nasconde”.
“Ah. Corruzione? Sofisticazione alimentare? Contrabbando? Tranquilli,
tutto si risolve coi nostri avvocati”. “No, no, anzi, è avvocato pure lui”.
“Brutta razza gli avvocati, brutta razza. L’avete letto I promessi sposi?”.
“No, che è?”. “Un libro, no? voi che leggete, le carte delle caramelle?”. Io
m’ero già stufato, ma Leo mi fa segno di starmene buono. “No, no. Si
tratta del figlio di un vostro associato”. “I nostri associati sono prolifici,
etica protestante e spirito del capitalismo, l’avete letto Weber?”. “No,
guardi, noi siamo gente che lavora, di libri ne leggiamo pochi”. “Male,
male. Il buon commerciante deve conoscere il cuore umano per soddisfare
i suoi clienti, e come si impara a conoscere il cuore umano?”. “Leggendo i
libri?”. “Bravi, l’avevo capito subito che eravate ragazzi in gamba,
sedetevi, sedetevi”.
Rotto il ghiaccio il resto fu una passeggiata, finché arrivammo al punto
dolente. “Ah no, questo poi no. E ci mancherebbe. E che gli dico agli
associati, che ci facciamo fregare due volte? Sentite, voi siete due bravi
giovini ed io voglio aiutarvi con tutto il cuore, ma se convoco il direttivo
dell’associazione e gli faccio una proposta del genere, sapete che fine
faccio? Che mi cacciano e mi tocca andare a fare lo slavista a Roma mi
tocca. Lo fareste voi?”. Lo slavista a Roma era un argomento conclusivo.
Ce ne andammo con le pive nel sacco e gli chiedemmo pure scusa. E si era
anche fatta sera.
Ancora non ero arrivato a casa che già cominciavano le telefonate. Ma io
non rispondevo, stavo lì che sentivo squillare il telefonino e camminavo
facendo finta di niente, mentre la gente per strada mi guardava. Arrivato a
casa avvolsi il telefono dentro una coperta e misi la coperta dentro un
cassetto. Così attutita la suoneria non era sgradevole. Ci avevo la suoneria
con “Tutti al mare, tutti al mare...”, dicono che è da borgatari ma a me mi
piace.
*
Mercoledì. La giornata comincia subito male. La mattina al galoppatoio
Giacchettino mi dice che il Pomata mi cerca. Vado alla sala corse e lui
comincia a vomitarmi addosso un sacco di brutte parole piene di emme e
di esse e di zeta e a bestemmiare tutto il calendario; dopo che si è sfogato
mi fa: “Perché non rispondevi al telefono ieri sera?”. E io: “Mi si è rotto il
telefonino”. E lui: “Ma io ti rompo la capocciaccia tua, ti rompo. Ti dice
bene che adesso non c’è tempo che c’è un mucchio di lavoro da fare” e mi
passa le consegne. Ed è stata un’ammazzata che non vi dico. E quindi non
ve la dico.
Il pomeriggio aspetto, aspetto, aspetto all’osteria ma Leo non si vede.
Insomma, bisogna che lo cerco. Per arrivare a casa sua a piedi ci vuole
almeno un’ora, se prendi i mezzi pubblici ci metti almeno due ore, se
prendi una carrozzella o un tassì ti pelano vivo. Che dovevo fare? Sono
restato all’osteria e ho aspettato, e per passare il tempo me ne sono fatti
quattro di mezzi litri e una gazzosa (per un totale di due litri di rosso
e quattro gazzose, e visto che c’ero pure due cognacchini). Verso le sette si
presenta tutto trafelato e mi fa: “Ah Marracchio’, ma che succede?”
(Marracchione sono io, ma all’anagrafe risulto Marco Aurelio Marracchi,
per gli amici Marracchione; però mi faccio chiamare pure Stefano Dedalo
e Peppe Ca’, come Ca’ Foscari ma senza Foscari: con le poliedriche e fin
caleidoscopiche attività che svolgo avere qualche nome di riserva è il
minimo). “Come che succede, tu arrivi dopo li fochi e me lo chiedi a me
che succede?”. “Ma non sai niente?”. “No”. “Hanno ammazzato l’arciduca
a Sarajevo”. “Sarajevo, e dove sta?”. “Che ne so dove sta, ma hanno
ammazzato l’arciduca”. “Magari se lo meritava pure”. “Ma allora non vuoi
capire, qui finisce che si fa la guerra”. “Seee, la guerra, ma per
favore”. Che roba, eh? Ti passa davanti la Storia - quella con la esse
maiuscola - e tu non ti accorgi di niente.
“Ma perché sei venuto così tardi?”. “Perché alla banca era un casino, una
valanga, una marea di clienti, e tutti che strillavano: Il giovedì nero, il
giovedì nero di Wall Street!, che invece oggi è mercoledì, e oltretutto
stiamo a Praga mentre Wall Street è in America, no? Insomma abbiamo
dovuto tenere aperto fino a adesso, e per calmare la gente è dovuta
intervenire la polizia con gli idranti caricati col bromuro”.
A me le banche non mi sono mai piaciute, e neppure quei babbei che gli
danno i soldacci loro. Io i soldi miei me li tengo nel portafogliaccio mio
me li tengo. Però mi scocciava che Leo aveva fatto tardi, che ormai che
potevamo fare? La giornata era bella che finita. Ed erano già due giorni.
Lo dissi a Leo: “Ormai la giornata è bella che finita. E sono passati già due
giorni”. “Due? Tre”, risponde lui. E io: “Come tre? Ieri e oggi fa due, uno
più uno due”. “Secondo te che sei restato alla matematica classica, non ti
aggiorni sul dibattito scientifico? Qualche volta prendi il treno e fa’ un
salto a Vienna”. “E mo’ che c’entra?”. “C’entra, perché ieri sera m’ha
telefonato Timmy per sapere a che punto eravamo, e m’ha detto di
ricordarmi che i giorni finiscono subito, allora io gli ho detto che era
passato un giorno solo e allora lui m’ha detto che invece erano passati due,
perché ci dovevo contare pure il giorno che ci eravamo visti con lui”. “E
che lo decide lui?”. “E lo decide lui sì”. “Mi sa che si mette brutta per
Franz”. “Mi sa pure a me”. “Andiamo a casa, va’, ch’è tardi”. “Andiamo a
casa, sì, ma stasera vedi di rispondere al telefonino”. “Vabbe’”. “Vabbe’”.
Ma io la sera il telefonino l’ho usato solo per chiamare il Pomata, poi l’ho
di nuovo avvolto nella coperta, la coperta l’ho messa nel cassetto, io mi
sono piazzato davanti alla televisione e buonanotte.
Ma non fu proprio una buona notte. Certi incubi, certi incubi, kafkiani,
ecco. Per fortuna che poi la mattina uno se li scorda.
*
Giovedì. la mattina solito tran tran, qua un’iniezioncina, là una parolina al
fantino, io agli animali gli voglio bene e non li sgarretto quasi mai. Con le
persone è diverso, perché la regola è rimuovere gli ostacoli e se uno fa
l’ostacolo vuol dire che proprio se la cerca. All’ora di pranzo faccio un
salto al baretto dietro la banca e chiedo a Leo se ci sono novità. E lui mi
dice che tra Max, Felicetta, Milena, Dora, pure Ottilia ci si è messa adesso,
sono due notti che non lo fanno campare. Figlio mio, l’hai voluto il
telefonino... Restiamo d’accordo di vederci alle cinque e mezza all’osteria
del Golem.
Cinque e mezza, all’osteria del Golem. “Qui serve un piano”. “E pure
urgente”. “Sì”. “Sì”. Silenzio. “Insomma che si fa?”. “E che ne so?”. “E
perché, lo so io?”. “Non lo so se tu lo sai”. “No, io non lo so, e tu lo sai?”.
“Manco io lo so”. “E allora?”. “E allora che?”. E il sor Gustavo che faceva
cenno agli avventori di stare tranquilli che non è niente, facciamo sempre
così ma non facciamo male a nessuno.
Alla fine decidiamo che bisogna andare a parlare con Timmy. Non si può
dire che non ce l’abbiamo messa tutta, ma quel bamboccio di Franz se
l’era proprio cercata, e alla fine può scrivere pure senza un dito o una
palla, no?
*
Parte terza: epilogo
Saranno state le sei e mezza quando arriviamo al bar di Ceccobbeppe e già
mentre entriamo c’è qualcosa di strano. La gente fa finta di non vederci,
ma intanto si danno di gomito e fanno certe smorfie d’intesa e ridono sotto
i baffi.
Apriamo la porta che dà sulla sala da biliardo e che ti troviamo? Timmy,
Franz, Max, Dora, Milena, Felicetta, Ottilia, Arcangelo M. Rivellino, il
Pomata e pure il padre di Franz, e proprio il padre di Franz fa: “Eccoli qua
i due fregnoni campioni del mondo dei fregnoni di tutto il mondo che c’è e
di infiniti altri”. E tutti a ridere.
Era un cavolo di scherzo. Che poi ce lo sapevamo pure che a Franz gli
piace organizzare gli scherzi.
Timmy aveva fatto portare pasticcini e spumante, e mentre ci
strafogavamo mi capitò di dare un’occhiata al giornale che era sul tavolino
delle paste: c’era scritto che in una birreria a Monaco un tizio coi baffetti
di Charlot non so che aveva combinato.

***

3. La verità sul delitto di Cipro


No, le cose non stanno affatto come le ha raccontate quell’inglese lì.
Che intanto quello che raccontava lo sapeva per sentito dire. E chi glielo
aveva detto? Giambattista Giraldi, ciarlatano notorio che se fate un salto a
Ferrara ve lo dicono tutti chi è, e se non fosse cugino dell’ispettore Nico
Giraldi da un pezzo che stava in galera.
E gli ha detto bene a quel barbaro privo d’ingegno che nessuno lo ha
querelato per diffamazione. Poi tanto, già si sa, in tribunale si difendeva
dicendo che lui faceva il poeta, non il cronista. Bravo, così sono buoni
tutti: si insulta la gente perbene, si spacciano fandonie, si rovinano
famiglie, e poi quando sei chiamato a rispondere dei bei disastri che hai
combinato allora è solo poesia. Ma per favore.
Allora, vediamo di mettere i puntini sulle i.
Primo: Otello lo chiamavano il moro perché era moro di capelli. E qui da
noi uno moro di capelli lo chiamano “Ah moro”, così come una bionda di
capelli la chiamano “Ah biondona” anche se è uno scricciolo.
Secondo: lo sapevate che Jago e Desdemona erano fratello e sorella? No,
eh? Il fatto è che Brabanzio, che era - con rispetto parlando e senza offesa
per nessuno - un puttaniere che ce lo sapevano tutti a Venezia, era il padre
di tutti e due. Non lo avete letto però su “Repubblica”, e neppure sul
“Corriere”, eh? Che dite: significherà qualche cosa? Lasciamo perdere, va.
Jago a Desdemona le voleva bene, era perché le voleva bene che cercava
di convincere quel bestione a divorziare.
Terzo: lo sapevate che Otello la pestava a sangue? No? Neppure questo
sapete, proprio non sapete niente e intanto volete mettere becco. La gelosia
non c’entrava niente, è che Otello era un pervertito, a Venezia lo sapevano
tutti e lo avevano mandato a Cipro proprio perché non se ne poteva più
delle porcherie che faceva. E le sue perversioni preferite erano, per dire le
prime che mi vengono in mente e in ordine sparso:
a) feticismo delle caccole: collezionava fazzolettini da donna sporchi e se
per strada incontrava una donna che si soffiava il naso subito la
importunava per farsi dare il fazzoletto offrendo cinquanta, cento euro, e
insomma era diventato uno schifo che non se ne poteva più;
b) abbigliamento sado-maso pure quando andava a un ricevimento, o a una
conferenza-stampa, o al senato, o al mare: si metteva sempre quelle
corazze tutte borchie e cuoio che sembrava uno dei Village People;
c) lettura ad alta voce delle opere di Gabriele D’Annunzio durante
l’amplesso: e provateci voi a fare l’amore mentre qualcuno declama quelle
trombonate.
E mi fermo qui, ma si potrebbe continuare.
Un povero fratello che doveva fare? Ditemelo voi, che doveva fare?
Quarto: tutta la faccenda di Cassio è una stupidaggine col botto che se la
sono inventata i giornalisti per dare un po' di colore alla storia. La verità è
che Michele Cassio era un ubriacone di prima categoria e amante dell’hard
core. Che c’entra? Adesso ve lo spiego.
Quella notte doveva fare il turno di guardia sugli spalti, e lui, che già aveva
trincato e sniffato a più non posso, che ti s’inventa? Mette lo stereo a palla
coi Metallica. Sissignore. Uno che abitava lì vicino, e che la mattina
doveva alzarsi presto perché lavorava ai mercati generali, prima sopporta,
sopporta, sopporta, poi si alza dal letto, si veste alla meno peggio, sale
sugli spalti e gentilmente gli chiede se può abbassare il volume. E il sor
Michele Cassio che fa? Prima gli dice di sì e lo abbassa un po’, poi appena
quello si allontana per tornarsene a casa sua lo alza di nuovo a palla più di
prima e si mette pure a cantare e a pogare con una statua che stava lì e che
rappresentava la Virtù. In servizio, oltretutto. Il brav’uomo gentile si
offende, vorrei vedere voi. Va a casa, prende il taser, torna sugli spalti e fa:
“Dottor Cassio?”. E l’imbecille: “Sì?”. “C’è posta per lei, serve una
firmetta”. Alle due di notte! Ma dico io, come si fa ad abboccare? E invece
l’imbecille abbocca. Come è a portata di taser (avete capito che roba è, sì?
Nei film lo chiamano pure scioccastronzi) il brav’uomo che voleva
dormire il sonno dei giusti gli molla una scossetta. Poi un’altra alzando un
po’ il voltaggio. Poi, per la gioia del dottor Milgram, un’altra ancora pure
più forte. Poi mentre quel babbeo di Cassio rantola steso per terra prende
lo stereo e lo butta di sotto sulla scogliera e fine del concerto dei Metallica.
Poi torna a dormire. Voglio proprio vedere se c’è qualcuno che gli darebbe
torto.
Quinto: il Moro ammazzò la mogliettina mentre faceva un giochetto che
aveva letto su una di quelle riviste che si faceva mandare da San Francisco
incellofanate nella busta nera che quando arrivavano a Venezia senza
neanche guardare l’indirizzo all’ufficio postale dicevano: “E’ arrivata la
solita rivista sporcacciona del Moro”, che ci spendeva mezzo stipendio tra
riviste incellofanate nelle buste nere, dvd con scritto stampigliato in rosso
XXX e quelle scemenze che comprava al negozietto dietro il tribunale - sì
che avete capito quale negozietto, ci sarete stati mille volte pure voi - che
nessuno riusciva a capire come si usavano. Quando la mattina il
maggiordomo se ne accorse, siccome non si poteva dare la colpa ai turchi
come si faceva sempre a quei tempi, si dovettero inventare tutta quella
storia che era colpa di mio cugino, e poi la gelosia, e il razzismo, eccetera.
Tutte panzane.

***

4. Finalmente in Paradiso

- I canti? E che è una comunità terapeutica? A me non mi piace di cantare,


a me mi va di ballare, c’è una discoteca?
*
- Come sarebbe che non ci avete l’abbonamento per vedere la Champions
Ligue? Ma a me non me ne frega niente di sapere i risultati, io voglio
vedere le partite voglio.
*
- E saranno pure cose terrene, ma allora dove stanno le cose celestiali, eh?
Andiamo, che ci sarà pure da divertirsi qui in Paradiso, no? E che
facciamo, tenete i segreti? E non ci avete da essere buoni? Eh, ci sarà un
bar, una pizzeria, un posto con le maschiette, no?
*
- Mo’ vabbe’ che il Paradiso deve essere il Paradiso, ma qualche zozzona
ci sarà pure qui, l’uomo è uomo, si sa.
*
- E mo’ che avrei detto di male? No, io vi capisco, gli angeli sono angeli,
per carità, non ci hanno il sesso, e certe esigenze non le sanno, è chiaro,
ma noi, noi insomma con tutto che mo’ dovremmo essere diventati santi,
siamo uomini lo stesso, no? E ci abbiamo le fregole nostre ci abbiamo, non
è giusto? E chi è che ci ha fatto così? Ci ha fatto così domineddio, il
padrone della ditta ci ha fatto così, e allora... No, no, non è che voglio
insegnare al capoccia il mestiere suo, ci mancherebbe. Dico solo che
l’uomo è uomo, eh ssanguedeggiuda - si può dire sanguedeggiuda? qui uno
nuovo non sa mai come si deve regolare...

***

5. Zombie
D’accordo, che siamo brutti, sporchi e cattivi lo vede chiunque. Vorrei
vedere voi, se foste morti, semiputrefatti, e con questa disgustosa e
insopprimibile voglia di mangiare carne umana cruda.
Siamo ebeti, d’accordo. E voi la sera stravaccati davanti alla tv vi pare di
essere tanto meglio?
Non sto cercando di ritorcere un bel niente, dico solo che è facile il
giochetto di disumanizzarci, e con la scusa che siamo già morti
ammazzarci di nuovo.
Lo conosco l’argomento “o noi, o loro”. Lo conosciamo tutti. Sarebbe ora
di fare un passo avanti dal “mors tua, vita mea”, no? E che diamine.
*
Per esempio i vampiri: coi vampiri vi ci siete messi d’accordo, no? E
adesso sono gli eroi delle serie televisive. La vedo pur’io la televisione,
mica vivo nelle caverne. Lì è stato facile, si comprano in farmacia le
sacche di plasma, e tutti contenti. Però coi vampiri è facile: intanto sono
tutti ricchi che i soldi gli escono dalle orecchie, poi vengono tutti da
famiglie aristocratiche con un albero genealogico lungo una quaresima e
con più titoli del Real Madrid, per non dire che papino e mammina li
hanno fatti educare nei migliori collegi svizzeri, e hanno certi abiti da sera
che se li comprano alle passerelle di Parigi come minimo. E fanno sport, si
vede che fanno sport, si tengono in forma. E poi possono permettersi di
dormire tutto il giorno, quando si hanno certe rendite, per questo la notte in
discoteca sono così vispi. Invece noi siamo sempre stanchi morti, non
chiudiamo mai occhio, lavoro non te lo dà nessuno, non ci fanno neppure
salire sugli autobus, tiriamo avanti con gli stracci che troviamo nelle
discariche e qualche volta se ci aiuta la Caritas che pure lì mica sempre. E’
chiaro che facciamo una pessima figura, sembriamo proprio degli zombi,
che poi è quello che siamo.
*
Non si capisce niente quando parliamo? E’ vero. Ma vorrei vedere voi con
la metà dei denti e che se ti viene un colpo di tosse sputi fuori le tonsille. E
poi dove studiamo, eh? Per corrispondenza? Su Youtube? Se proviamo ad
avvicinarci a qualche supermercato cominciate subito a spararci addosso e
a farci scoppiare le teste come cocomeri, figurarsi se ci avvicinassimo a
una scuola. Non dico che non abbiamo le nostre responsabilità, certo che le
abbiamo, però pure voi: insomma, dovremmo riconoscere da una parte e
dall’altra che qualche torto ce l’abbiamo tutti.
Io dico che tanto prima o poi conviene a tutti metterci d’accordo, tanto
vale cominciare subito, no? Come coi vampiri. E magari poi pure coi lupi
mannari, che mi fanno tanta pena, poveracci.

***

6. Letterati

Tra noi ci piace chiamarci letterati. Se dicessimo che siamo cannibali come
credete che la prenderebbe il pubblico? E allora letterati.
*
Non è che letterati susciti entusiasmi, intendiamoci. Però funziona. Ed è
meglio che impiegati alle poste. Ci avete mai provato a dire che lavorate
alle poste? Subito cominciano a chiedervi un sacco di cose che neppure
Salomone saprebbe rispondere.
Allora è meglio letterati, che tutti fanno finta di capire, annuiscono e
passano a parlare d’altro.
*
Letterati, non scrittori. Se siete così improvvidi da dire scrittori avete finito
di campare. Subito vi subissano: “E che state scrivendo di bello?”, “Ho
letto qualcosa di vostro?”, o peggio vi chiedono che ne pensate di
Manzoni, di Kafka, di Proust, del cretino che hanno visto ieri sera in
televisione che quel bravo presentatore diceva che aveva scritto un libro e
come è possibile che lei che è uno scrittore non lo abbia ancora letto. E vi
vogliono far leggere le loro poesie. Non immaginate neppure quanta gente
ti vuole far leggere le sue stramaledette poesie. Del resto, chi non lo sa che
siamo un popolo di poeti, di santi, di navigatori e soprattutto di
rompiscatole.
*
La cosa complicata per noi letterati non è procurarci il materiale, è
assicurarci che sia di buona qualità. Sulla carne bovina e suina, sul pollame
e sui conigli, sulle pecore e le capre, i cani, i gatti e magari pure sui sorci e
sulle serpi si fanno un sacco di controlli, ma sulla carne umana nisba.
Devi fare tutto a tue spese. E non è facile convincere qualcuno a sottoporsi
a una batteria di analisi: devi fargli credere che ci ha un malaccio, e questa
è veramente una inutile crudeltà.
La cosa migliore è fargliele da morto. Ma dove lo porti un morto ad
analizzare? Che gli dici alla reception? Che l’hai trovato per caso in
giardino mentre eri a caccia di farfalle?
Così ci siamo dovuti organizzare in proprio. Ci siamo riuniti ed abbiamo
deliberato un fondo ad hoc dal bilancio che amministriamo (andiamo, non
mi chiedete quale bilancio, e neppure la denominazione della voce relativa,
certo non penserete che di fianco all’importo ci sia scritto “controllo di
commestibilità carne umana”, no?), abbiamo assunto personale qualificato
- tutti laureati, non i soliti macellai -, e realizzato un laboratorio analisi,
posso ben dirlo: all’avanguardia. Ed in questa città è il solo laboratorio che
serve tutti i soci del nostro cenacolo. Anche questo è progresso scientifico.
*
Capita sempre il cretino che sentendo che siamo un cenacolo di letterati
vuol entrare a farne parte, pensando che sia un consesso in cui si leggono
sonetti e si brinda al Parnaso. E finisce a fare il secondo con insalata e
patatine.
*
Beninteso: siamo cannibali, mica selvaggi. La carne ci piace cotta e
condita come si deve. Lavorano per noi i migliori chef, non vi dico i nomi
ma li vedete in televisione tutte le sere. Un piccolo extra e ti garantiscono
la massima discrezione, da veri artisti del palato non si lasciano traviare
dai pregiudizi moralistici da piccolo-borghesi.
*
Io lo dico sempre, la letteratura è la più bella cosa.

***

7. Anime sante del Purgatorio

Le anime sante del Purgatorio, si sa, non dormono mai. E che fanno per
passare il tempo, direte voi? Che volete che facciano? Un po’ guardano la
televisione, un po’ scalano le balze per arrivare in cima e di lì decollare
verso il cielo, un po’ pregano per noi disgraziati, un po’ si dedicano agli
affari loro. E quali sono gli affari loro delle anime sante del Purgatorio?
Adesso ve lo dico io.
*
Primo: devono rispondere a tutte le richieste di aiuto che gli arrivano da
qui. E gliene arrivano a bizzeffe, più che a un sottosegretario. Perché con
la scusa che tanto non dormono mai e non ci hanno niente da fare, visto
che ormai sono anime salve e devono solo aspettare di essere promosse -
per così dire - al Paradiso (che è una cosa praticamente automatica, per
scatti di carriera legati all’anzianità), la gente di quaggiù li inonda di
richieste, alcune ragionevoli, ma perlopiù farneticanti.
Sentite qua.
Tra quelle ragionevoli: una dritta per vincere alle corse dei cani; di far
prendere un canchero al capufficio; il compito in classe di matematica il
giorno prima (il giorno prima così da poterlo anche vendere ai compagni di
classe di famiglia facoltosa pagamento anticipato); una stratocaster
d’epoca; dieci centimetri di lunghezza in più in quella ridicola appendice
corporea; trovare nel cassonetto quando si va a buttare l’immondizia tre
chili di coca (in confezione sigillata, beninteso); che la Sammartinese
vinca la Champions League; i numeri di tutte le top model nella rubrica del
telefonino; la pace nel mondo; un cavallo con annesse pertinenze (stalla,
maneggio, parco, inservienti vari, foraggio e finimenti, e tutto il restante
occorrente, che so un cavolo io come si tiene un cavallo, io vivo in una
casa popolare e qui è tutto cemento); di andare in Paradiso, ma quello
musulmano con le urì; la Ferrari, anzi: tre Ferrari (e relativi posti macchina
per tenerle, con adeguato sistema d’allarme che la gente qui è cattiva); un
abbonamento per poter vedere a casa tutti i film in prima visione (se ci
fossero problemi, almeno quelli a luci rosse, anche vecchi).
Le richieste farneticanti è meglio che non le elenco; basterà dire che la più
gettonata è spianare con le bombe atomiche un certo posto (l’ufficio
dell’amministratore del condominio, l’appartamento della gattara, il
municipio, il quartiere residenziale di quei cornuti con i soldi, l’intera
capitale, cinque stati, un continente e mezzo); ditemi voi se sono cose da
chiedersi alle anime sante del Purgatorio.
*
Secondo: se poi gli resta un po’ di tempo - e di risorse, perché non è che
qui in Purgatorio è come al Club Méditerranée che ci trovi tutti ricconi, no,
qui i più hanno la pensione minima; è vero che non ci sono né affitti né
bollette e si può vivere di niente, ma per i servizi aggiuntivi comunque si
paga, anche se i prezzi sono bassi. Anche le anime sante hanno i loro, non
dirò vizietti - non vorrei sembrare irriguardoso -, ma passatempi preferiti:
giocare a tombola, fare una bella scazzottata (tanto qui nessuno si fa male),
prendere uno di sorpresa e buttarlo giù dalla settima balza facendolo
precipitare fino alla terza, o alla prima, che lo chiamano il gioco dell’oca,
perché poi deve ricominciare l’ascesa col tempo che ci vuole, e possono
volerci anche cinquemila anni. Insomma, scherzi innocenti, divertimenti
da anime sante. Ma ci sono anche i divertimenti che per permetterteli devi
avere qualche soldarello da parte: anche nel Purgatorio ci sono i bar e i
ristoranti, che vi credete. I prezzi sono popolari, ma il circolante è pochino,
e insomma farsi una bella spanciata, una bella trincata, non è proprio alla
portata di tutte le tasche, diciamolo. E non trovi uno che offre un giro
neanche se lo paghi. Non è che sia tutto rose e fiori il Purgatorio, chiedete
a Forese e sentite che vi dice: è così rinseccolito che quasi non si
riconosce. Intendiamoci: sono anime salve, nessuno si lamenta, gli è
andata più che bene, specialmente se si considera quello che hanno
combinato finché erano in vita; però, ecco, pure il Purgatorio non è proprio
come lo fanno vedere negli spot.
*
E adesso non vorrei dire niente, però se proprio vogliamo dircela tutta,
pure il Paradiso non è proprio quel gran Paradiso che fanno vedere nella
pubblicità. La pubblicità è bella, il paesaggio è da sogno, ma dove lo
hanno girato lo spot? Su una spiaggia tropicale, ecco dove lo hanno girato,
e in paradiso di spiagge tropicali nisba. E quelle che vi fanno vedere, voi vi
credete che sono autentiche celicole, invece sono comparse ingaggiate
dalla produzione; sorridentissime, truccatissime, tutte in tiro, come no: ma
comparse, che poi il giorno dopo le trovate alle sfilate di Milano. Non dico
che sia sbagliato fare la pubblicità al Paradiso, però insomma non è una
bella cosa fare la pubblicità ingannevole. Che volendo allora pure l’Inferno
potrebbe farsi i suoi spot: avventura, sport estremi, gente ganza, thriller,
horror, perversioni; se la mettiamo sul piano della pubblicità l’Inferno il
Paradiso se lo pappa in un boccone, oltretutto è pieno di discoteche, di
hashish-bar, di locali con la lap dance. Lasciamo perdere.
*
Non è che adesso mi voglio mettere a cercare il pelo nell’uovo, eh, volevo
solo dire che bisognerebbe avere un po’ di rispetto per l’aldilà, e piantarla
di rompere le scatole alle anime sante del Purgatorio, che pure loro hanno i
loro problemi, la vita è dura dappertutto, mica solo in Siria o in Cecenia.

***

8. Roddy
Ma dimmi tu se deve venire a offendermi pure dentro casa mia quel
fratacchione che se la fa con la donzelletta che vien dalla campagna. Vedi
tu se non lo faccio trasferire in Barbagia. Che poi ce lo sanno tutti che
doveva finire in galera per quel fattaccio e se la scapolò grazie alla
preteria. Aveva ragione quello, altroché se aveva ragione, qui in Italia non
c’è rispetto di niente con tutti questi preti e frati e vescovi e cardinali, tutti
mangiapane a ufo, grassi come bestie da ingrasso, sempre lì a biascicare
improperi in latino e a predicare divieti che sembrano semafori sempre
rossi. E quel frataccio che ha l’impudenza di venirmi a minacciare a casa
mia, che gli si legge negli occhi e nella voce che gli va di andarci a letto lui
con quella lì, se già non c’è stato. Se non fossi il signore che sono, una
ripassata di bastonate non gliela levava nessuno a quel pappafico, ma
noblesse oblige, si sa.
Come se poi avessi bisogno di fare il cascamorto, io. Mi basta schioccare
le dita e le ho tutte qui le contadinotte della zona, fino a Lecco, fino a
Como, fino a Milano e Venezia. Quando uno ci ha i soldi, quando una ci
ha un titolo, e le terre. E un nome che sia un nome, e parenti in alto loco.
Ci ho anche una polizia privata, che non sei nessuno se non ci hai una
polizia privata.
Le contadinotte: la mattina tutte a messa col velo che sembrano tutte
mussulmane, e poi la notte tutte in discoteca che se uno sequestrasse la
stoffa di tutti i vestiti non ci si fa un mezzo metro quadro. Secondo me
certe neppure ce li hanno i vestiti, sono solo pitturate, le squinzie.
Ci ho la carrozza, con un tiro a otto. Certo, ci ho pure la Porsche. Ve la
ricordate Janis Joplin? E nel parco ci ho il campo da tennis con tanto di
tribune coperte, altro che i Finzi Contini. E le feste? Meglio che il Grande
Gatsby, meglio.
E poi ho fascino, fascino vero, altro che il principe di Salina. E in sala tivù
ci ho il plasma grosso quanto un campo di pallone, un’intera parete. Dalle
sbarbe mi faccio chiamare Roddy.
Vi pare che avrei bisogno di farla tanto lunga per una Mondella qualsiasi?

***

9. Il numero uno

Sono campione del mondo di tango.


Ho scritto più lettere io che Erasmo e Voltaire messi insieme.
Ho salvato la patria, l’impero e la civiltà non mi ricordo più neppure
quante volte.
Corro i cento metri in otto secondi netti.
Ho vinto sei oscar sotto pseudonimo, altro che quel comunista di Dalton
Trumbo.
Con tutte le ragazze sono tremendo.
Se mi andava come niente ero papa.
Se non fosse per l’invidia di quel pesce lesso di Cesare da un pezzo che me
l’avevano già dato il premio Nobel.
Mezza Treccani l’ho scritta io da solo.
Al capitano Cousteau gli ho insegnato tutto io.
Quando uno è bravo è bravo sempre.
Com’è vero che mi chiamo Marco Tullio.

***

10. Il curriculum

Come sono andate le cose? Sono andate come sono andate.


Ero figlio di Filippo il Bello e di Giovanna la Pazza.
Ve lo immaginate cosa dev’essere stata la mia infanzia? Neppure la
Montessori avrebbe saputo metterci una pezza.
A scuola, l’inferno. “Ecco Carletto, ecco Carletto, mo’ sì che si ride”. E
giù spintoni, sgambetti, cori sguaiati, miagolii, gestacci sconci.
Che io neppure capivo perché, e quando chiedevo a casa la risposta era
sempre la stessa: “Tutta invidia. E’ che se lo sognano quei mostriciattoli
che da grandi invece del motorino un impero su cui non tramonta mai il
sole. Tutta invidia che gli mangia il cuore, poveri figli; tu porta pazienza e
sii magnanimo”. E però il babbo che mi diceva di portare pazienza e di
essere magnanimo intanto si faceva dare i nomi di scolari e professori, e il
giorno dopo avevano tagliato la testa a tutti quanti, compresi i loro genitori
che non avevano saputo insegnargli l’educazione. Così io cambiavo tutti i
compagni di classe e tutti i professori una settimana no e una sì. Poi alla
fine smisi di dirlo al babbo. Non volevo restare imperatore di un deserto da
grande.
Però al babbo gli ho sempre voluto bene. Da ragazzo era bello davvero e
per un certo periodo aveva sperato di diventare un calciatore, un attore, un
tronista o un influencer. Però si dovette accontentare di essere un regnante,
che era una cosa che portava via un sacco di tempo, tra i balli a corte, le
partite di caccia, le messe ogni cinque minuti, e poi tutte quelle guerre da
condurre, tutte le congiure da stroncare, e un sacco di gente che ti rompe le
scatole ogni momento per chiederti un favore, per raccomandarti il nipote,
per avere una commenda o aggiungere un titolo all’elenco che già si
portavano dietro che gli ci voleva un servo nomenclatore solo per
ricordarglieli tutti. E i debiti con gli strozzini. I debiti. Chi non ha mai
regnato non lo sa che significa avere tutti quei debiti, altro che Wagner.
Poi lo addolorava invecchiare, e allora il lifting, la liposuzione, il
ritocchino, perché se sei Filippo il Bello non è che puoi diventare il
Belloccio, il Passatello, il Cicciobombo, la Mummia. Era disperato, e
passava le serate al telefono con Scionconneri Scoto a chiedere consigli. E
ogni mese una volta andava da Elena Rubbestai e una volta da Elisabbetta
Arde, ma nel massimo segreto perché se una delle due veniva a sapere che
era andato anche da quell’altra gli faceva fare la fine di Oloferne, sono le
leggi della concorrenza in regime di ologopolio.
La mamma, benedetta, non si accorgeva di niente. Era sempre presa da
un’idea nuova: un giorno voleva fare la spadaccina, un giorno la
profetessa, un giorno la pornostar, un giorno la vincitrice del premio
Nobel. E sempre a leggere romanzi e la sera se li raccontavano con l’amica
del cuore, quell’Emma Bovari che poi si è visto che fine ha fatto.
Che non era pazza per niente la mamma, la chiamavano la Pazza, ma il
nome era scaturito da un equivoco che poi non era neppure un equivoco
ma un sotterfugio. Che una volta il babbo, quando lei si era messa in testa
di fare la pornodiva, al colmo dell’esasperazione le aveva detto: “Ma allora
sei proprio una zozza”; e lei, gelida: “Come avresti detto, Filippe’? Mi sa
che non ho capito bene”, e intanto brandiva il cannemozze che si portava
sempre dietro affondato nelle gonne che a quel tempo andava di moda
così; e il babbo, che se qualcuno lo chiamava Filippetto lo faceva
appendere per i pollici, ma con la mamma non sapeva mai come regolarsi:
“E che ho detto?”. “Te lo sei già scordato? Eh, Filippe’?”. “Non ho detto
niente”. “Niente niente, Filippe’?”, e intanto prendeva la mira. “Non lo so,
tu che hai capito?”. “No, Filippe’, sei tu che devi ripetere”. “Ah, adesso mi
ricordo, ho detto che è un’idea pazza”. “Io ho capito un’altra cosa,
Filippe’”, “Ma che dici? No, no, ho detto che era un’idea pazza, ma mica
per offendere eh, per dire un’idea divertente, che mi è proprio piaciuta”.
“Ah, questo volevi dire, Filippe’?”. “Questo, questo, come quella canzone
di Pattibbravo”. Era presente Polonio, il suo fido consigliere - che a quel
tempo era pure il devoto mio aio, oltre a un sacco di altre cose (teneva pure
la rubrica dei cuori solitari su una rivista femminile sotto lo pseudonimo di
Francesca da Rimini) -, ora il fatto è che Polonio davanti al babbo era
sempre serio serio ma appena uscito dalla stanza subito in chat, lo sapete
com’era Polonio, no? Poveraccio, che brutta fine che ha fatto. Così mise in
giro sui social il seguente sillogismo (che diventò virale in due minuti):
“Ah rega’, ha detto il capoccia che la moglie è una zozza, ma poi ha detto
che aveva detto che era un’idea pazza, ergo: la sora signora ha detto il
marito ch’era pazza. Bella, raga, se sentimo”. Lo so che come sillogismo è
sgangherato, ma Alessandro per professore ci aveva avuto Aristotele, io
invece per aio ci avevo questo qui. Per fortuna che poi ho studiato al
collegio militare, con Musil e il giovane Torless - ne combinavamo di
certe che non vi dico.
Raggiunta la maggiore età bisognava che anch’io mi decidessi per qualche
utile professione, ma visto che ero già imperatore di questo mondo e
quell’altro (intendo le Indie occidentali, non fraintendetemi, che già il papa
dice che sono un eretico per via di quella vacanza romana dei
lanzichenecchi, che doveva essere una gitarella e poi finì come finì) non
mi pareva il caso di rubare il posto di lavoro a qualcuno che magari era più
bravo di me a fare il dottore, l’avvocato o l’ingegnere (che erano le
carriere che a quel tempo tutti i babbi s’auguravano per i figliuoli se
proprio non erano teste di legno. Non c’era la televisione a quei tempi).
Poi le cose sono andate come sono andate. E ne sono successe, eccome, di
strane, d’imprevedibili, e anche di rivoluzionarie - se mi passate il termine
-, no? Io ho fatto quel che potevo, che dovevo fare? Con questo curriculum
che potevo fare? Ditemelo voi se lo sapete.
*
Poscritto: un curriculum sarebbe una specie di biglietto da visita, dove uno
si scrive da sé di essere il miglior fico del bigoncio. E’ una parola latina
curriculum, anche sa pare una parolaccia. Avete visto che le parole difficili
le so pure io? Mica solo Francesco Giuseppe che ogni cinque minuti ti dice
che lui è poliglotta, che poi chissà che vorrà dire poliglotta, sarà una di
quelle sporcaccionate che fanno a Vienna e poi di corsa a confessarsi dal
dottor Freud e a chiedere le medicine al dottor Schnitzler.
Adesso che sono così vecchio e mi sembra che il mondo sia più vecchio di
me e non con uno schianto ma con un piagnisteo precipiti verso la
catastrofe, tutti i giorni mi chiedo se non avessi dovuto fare tutt’altro, mi
chiedo se non ho sbagliato tutto, e dire che ero animato dalle migliori
intenzioni.

***

Parte III. Fabulae

1. Il racconto del cervo

Il signor Michele Cervante, come dice già il cognome, era un gran


cacciatore di cervi.
Li inseguiva correndo per i prati e siccome era molto veloce li raggiungeva
e allora con una mano li afferrava per le corna e con l’altra tirava fuori il
coltello che teneva alla cintura e con un colpo solo gli tagliava la testa - ma
i cervi l’avevano capito e fuggivano subito nel bosco, dove Michele
Cervante non li poteva inseguire perché essendo molto povero non aveva
le scarpe e nei prati si correva sull’erba che era morbida, ma nel bosco era
pieno di sassi e di spine.
Una volta un cervo si era addormentato nel prato, e Michele Cervante lo
raggiunse di sorpresa, lo prese per le corna con una mano e con l’altra
stava già prendendo il coltello per tagliargli la testa quando il cervo gli
parlò.
I cervi infatti sanno parlare, ed anche parecchio bene, ma non parlano mai
agli uomini perché pensano che gli uomini siano stupidi, perché solo gli
stupidi uccidono gli animali quando ci sono già le erbe e i frutti del bosco
che sono squisiti da mangiare e non c’è bisogno di fare del male a nessuno.
Ma quella volta era questione di vita o di morte, e così il cervo parlò a
Michele Cervante.
E gli disse: “Non mi uccidere, ed io ti racconterò una storia bellissima, che
ogni volta che tu la racconterai chi la ascolta vorrà offrirti un bicchiere di
vino o addirittura la cena. E tu potrai fare la bella vita senza dover
faticare”.
Michele Cervante - a cui ascoltare le storie piaceva tantissimo - accettò la
proposta e lo lasciò libero, e il cervo cominciò a raccontare: “In un posto
della Mancia di cui non mi ricordo il nome...”.

***
2. Un incontro con la volpe

Tutti sanno che il più grande pericolo quando sei solo è di incontrare una
volpe.
Perché prima ti sembra che non ci sia nessuno, e di colpo la volpe è lì, a
due passi, che ti chiede l’ora, o se hai un fiammifero, o se sai i risultati
delle partite. E tu te lo immagini che è una volpe, ma come fai a non dirgli
l’ora, a non accendergli la sigaretta o a far finta che non hai sentito alla
radio le partite. E’ domenica, è verso sera, di sicuro sei stato al bar, e
adesso sei solo sul viottolo verso il casale. La volpe queste cose le sa, e ti
aspetta al varco.
Noi la chiamiamo la volpe, perché lo sappiamo che è la volpe, ma lei non
si presenta mai con l’aspetto della volpe: di solito è una bella ragazza,
vestita elegante; ma certe volte è una vecchia col bastone, ingobbita,
vestita di nero, con un fazzolettone nero sulla testa e uno scialle nero e
ricamato lungo fino a terra che sembra una ragnatela; oppure è un albero il
cui fogliame agitato dal vento sembra un mare d’oro; o anche un
ragazzino, un cavallo baio, un telefono nero col filo che pare una coda di
topo e che squilla, che squilla, che squilla e se tu prendi il ricevitore per
rispondere sei perduto.
Ma di solito è una bella ragazza, vestita elegante, che ti racconta una storia
commovente, e mentre la racconta piange. E tu sai che non la devi
ascoltare perché quella storia è incantata, ma se ti fermi poi non ce la fai
più ad allontanarti, la storia è bella e commovente, la ragazza è aggraziata
e infelice, nella borsetta intravedi un fazzolettino sporco di sangue ma ti
sembra che quella macchia vermiglia possa anche essere un disegno, un
arabesco.
Le volpi lo sanno il segreto, conoscono tutte le nostre debolezze e tutti i
nostri desideri, tutte le nostre paure e il nostro desiderio di quelle paure. Se
tu ti fermi si guardano intorno e se sono sicure che non c’è nessuno che
possa vederle con un balzo ti sono alla gola, poi una zampata che ti
squarcia il petto, e ti divorano il cuore.
Ci sono persone che sono sopravvissute all’incontro con la volpe, ma dopo
la loro vita è un’altra: non avendo più il cuore ed essendo dissanguate sono
sempre stanche e non trovano pace, certe volte diventano anche cattive.
C’è chi dice che finisce che diventano volpi anche loro, ma io non lo
credo.
*
Una volta Giufà incontrò una volpe, e la volpe gli chiese: “Vorresti,
carino, che ti raccontassi la storia delle mille e una notte?”. E Giufà: “E
dove lo trovo il tempo? Io domani devo lavorare e la notte devo dormire, e
poi mille e una notte per me sono troppe, sto diventando già vecchio e
devo sbrigarmi a trovare una moglie”.
Allora la volpe, che aveva aspetto di fanciulla: “E se ti dicessi che potresti
già averla trovata, una moglie amorosa?”. E Giufà: “Ma a me non mi serve
una moglie amorosa, mi serve una donna che mi aiuta nel lavoro dei
campi, e che tiene bene la casa che io non sono capace, e che mi fa i figli
che mi servono per aiutarmi con la terra e con le vacche”.
“Una moglie amorosa è quanto di meglio per fare dei figli”, continuò la
volpe. E Giufà: “Ma io ho sentito dire che la morosa e la moglie sono due
cose diverse, e chi ha la morosa non ha la moglie, e chi prende moglie non
ha più la morosa”.
“Sei proprio uno sciocchino”, disse allora la volpe, e sorrise. E quando la
volpe sorride non c’è uomo che possa resisterle. Ma Giufà: “Me lo dicono
tutti che sono uno sciocco, anche se nessuno me lo ha mai detto con tanta
grazia, ed ecco, ho sentito un tuffo al cuore, e ho pensato che sarebbe bello
che noi vivessimo insieme: la casa è piccola ma la terra intorno è tanta, e
appena avessi due scudi ti comprerei un bel regalo alla fiera perché mi
sembra che sei così bella che ogni giorno vorrei farti un regalo”.
La volpe sentì che lo aveva ormai catturato, si guardò intorno per esser
sicura che non ci fosse nessuno nelle vicinanze, e stava già per balzargli
alla gola quando Giufà disse: “Però, però...”. “Però cosa?”, chiese la volpe.
E Giufà: “Niente, un pensiero. Ma no. Però, però bisogna che te lo chiedo
sennò scoppio”. “Cosa vuoi chiedermi, carino?”. “Vorrei chiederti, ma
senza offesa, eh? Vorrei chiederti se sei mica una volpe...”.
Ora, tutti sanno che se c’è una cosa che una volpe non riesce a sopportare è
che qualcuno le chieda se è mica una volpe. La rabbia è tanta che
spariscono di colpo, e questo è l’unico metodo per salvarsi dalle volpi.
Non so se Giufà lo sapesse o ha solo avuto fortuna. Glielo chiederò quando
mi capiterà d’incontrarlo. Di sicuro domani all’osteria.

***

3. Il solito cavallo parlante

Nessuno sopporta i cavalli parlanti.


Dicono sempre la verità, non si arrabbiano mai, e vogliono sempre aiutarti.
Il fatto è che tu quando sei nei guai innanzitutto vorresti che la gente non
lo sapesse. E invece proprio mentre per strada fai il galante con la
signorina Margherita passa il solito cavallo parlante e ad alta voce, che lo
sentono a tre chilometri di distanza, dice: “Sor Pumpurio, ho saputo di quel
suo debito e che l’ufficiale giudiziario è già venuto a casa sua a fare
l’inventario, mi permetta di sovvenirla del mio modesto aiuto”. E tu
vorresti avere un fucile da caccia grossa di quelli della collezione di
Hemingway.
Poi parlano quella lingua da discepoli del marchese Puoti che non si
capisce mai che dicono, e pare che lo fanno per metterti alla berlina perché
a scuola eri distratto perché pensavi sempre ad altro, prima alle figurine,
poi alle ragazze, poi alla rivoluzione, e adesso con internet e col telefonino
chi ha più il tempo per studiare la lingua italiana o leggere i classici?
Insomma, mi stanno antipatici, sì. Perché non se ne stanno zitti? Sono stati
zitti per secoli, è così difficile adesso trattenere la linguaccia loro?
E’ vero, c’è anche un fatto personale.
L’altro giorno ero andato a mangiare alla trattoria dei quattro cavalieri, era
l’una, era caldo ma c’era un bel venticello, così mi sono accomodato a un
tavolo all’aperto. Com’è come non è, nel menu del giorno c’erano anche
fettine di carne di cavallo. E quello ho ordinato, così, soprappensiero. E
non era affatto male. Quando chi ti si avvicina? Esattamente. Si pulisce gli
zoccoli strofinandoli ben bene per terra e mi fa: “Sor Pumpurio, che
mangia di bello?”. Avrei voluto sprofondare. Anzi, no: avrei voluto che
sprofondasse lui nell’inferno dei cavalli. Insomma, uno non può essere
lasciato in pace neppure quando mangia un boccone in trattoria?
Lo so anch’io che è brutto mangiare i cavalli, che sono animali come noi,
come noi dotati del ben dell’intelletto e della favella. E lo so che l’anno
scorso hanno ricevuto più premi Nobel i cavalli che gli umani, e non
discuto che quei riconoscimenti fossero meritati; studiare, studiano
parecchio, anche perché - diciamola tutta - fanno una vita più semplice
della nostra e quindi hanno più tempo per pensare, per studiare, per dettare
i libri ai loro assistenti.
Che poi bisognerebbe dire pure questo: io non sono razzista, e lo capisco
che quando noi li usavamo per tirare i carretti o ci salivamo sopra e per
farli correre gli davamo di frusta e di speroni non era una cosa da cristiani,
sono d’accordo. Ma che adesso loro fanno i professoroni e degli esseri
umani - dico: degli esseri umani - debbano stare al loro servizio per
scrivere sotto dettatura, ebbene, non mi pare una bella cosa. Non dico che
non paghino bene, pagano bene. Ma mi sembra una cosa contronatura,
ecco, adesso l’ho detto. E’ chiaro che con gli zoccoli è più difficile
scrivere che con le mani. Ma allora usassero quei programmi vocali che
adesso girano pure sul computer più scrauso, invece di avere tre
dattilografi umani per ogni cavallo.
Anche il fatto che sono tutti laureati, diciamo la verità, non va mica bene.
Così si accaparrano tutti i posti di lavoro migliori. In qualunque ufficio vai
gli uscieri sono tutti uomini, i dirigenti quasi tutti cavalli. Non va bene,
lede la dignità umana. E’ vero che studiare studiano. E ci credo, non hanno
niente da fare. L’unico sport che praticano e che seguono sono le corse,
che dopo che ne hai vista una le hai viste tutte; invece noi abbiamo mille
giochi e mille sport, dal biliardo al pallone, dal poker all’atletica leggera, è
naturale che siamo distratti da mille impegni ed abbiamo meno tempo per
studiare. E loro fanno carriera.
E’ per questo che con certi amici miei abbiamo costituito una società
segreta che abbiamo chiamato “Lega per la liberazione dell’umanità:
padroni a casa nostra”. Siamo già parecchi, più di quanto quei ciarlatani a
quattro zampe possano immaginare, e stiamo accumulando armi, e quando
verrà il momento lo vedremo qual è la razza dominante sul pianeta.

***

4. Animali domestici

L’unico animale domestico che la mia casa possa vantare è un geco. Oltre
me, s’intende.
Passiamo le ore a guardarci: lui appiccicato al soffitto e io sotto a
chiedermi come fa a non cadere. Magari lui si chiede come faccio a stare
seduto. Credo che ci siamo simpatici a causa della nostra comune bruttezza
e del nostro comune piacere per l’immobilità. Non l’ho mai visto
muoversi. Ma ogni volta lo trovo in un posto diverso. Quando lo trovo,
perché per giorni non si vede.
Chissà dove va.
E chissà perché io resto sempre qui.

***
5. Favola del principe e della principessa

Devo arrampicarmi lungo questa torre altissima di cui non vedo la cima
che è al di sopra delle nuvole, e per arrampicarmi posso aggrapparmi solo
a questi lunghissimi capelli d’oro uniti in treccia, ma quanto potrà essere
lunga l’ascesa? e quanto reggeranno i capelli? Se penso al fatto che la
treccia è soltanto un insieme di capelli che singolarmente presi non
reggerebbero il peso di un grillo, questa mia impresa mi sembra una follia.
E poi non ho idea di ciò che troverò nella cella in cima alla torre. Ci sarà la
principessa? Sarà quella principessa che sogno ogni notte? O magari sarà
una strega, un demone, un arciere beffardo, un tribunale del re? O forse
non c’è nessuna cella, forse la torre non ha fine, forse anche questa treccia
è solo un’illusione ed io aggrappato all’illusione penso di sollevarmi da
questa terra al cielo.
Tremo a pensare questi pensieri. L’unica cosa che devo fare è salire e non
pensare ad altro che alla principessa dei miei sogni. Potrebbe anche essere
una salita infinita: e questo sarebbe il mio inferno, o il mio paradiso.
*
Quanto ancora i miei capelli potranno sostenere il peso? già sento che
qualche capello si strappa e la mia testa appoggiata al davanzale quasi si
spacca per la tensione e credo che se solo mi alzassi in piedi mi rovescerei
fuori e finirei in questo abisso il cui fondo non vedo, e con me il mio
amato che alla mia treccia si afferra.
E se non resistessi al dolore, alla trazione che sento rompermi il cranio, e
con queste mie forbici recidessi la treccia quando il dolore si facesse
insostenibile, o la paura, ebbene, quale sorte attenderebbe il principe
coraggioso che sogno ogni notte e che sta adesso scalando la mia altissima
prigione? Si schianterebbe al suolo, avrei ucciso chi amo, nessuno più
verrebbe a liberarmi.
E poi, sono sicura che sia un principe che sale, e non un orco? O un
soldato che il re manda a tagliarmi la treccia o la gola? O che appeso ai
miei capelli non vi sia alcun principe ma solo un sacco di terra e di pietre,
una gabbia di ferro, una roccia a strapiombo sul mare, ed io sto sostenendo
un peso inerte e fino a quando, fino a quando potrò resistere, e non vi è
altro oltre questa attesa, questo sforzo, questo dolore infinito: e questo
sarebbe il mio paradiso, o il mio inferno.

***
6. Favola di Giovannino e Margherita (e della casa della strega)

Gianni e Rita sono due vispi fanciulli. Un giorno si avventurano nel bosco.
Cammina, cammina, arrivano a una casetta di marzapane. La porta era di
cioccolata, le finestre di marmellata, il tetto di zuppa inglese.
Che meraviglia! E di chi è questa bella casetta? Della strega Armanda, chi
non lo sa.
Ma la strega Armanda è brutta, sporca e cattiva. Se fosse civile non
vivrebbe nel bosco, non canterebbe le romanze dell’opera lirica, e avrebbe
la televisione come tutte le persone perbene.
E’ tempo di portare la civiltà qui nel bosco, pensano Gianni e Rita.
E poi che diritto ha questa vecchia stupida strega di avere una casetta di
marzapane con la porta di cioccolata, le finestre di marmellata, il tetto di
zuppa inglese? Non sa neppure metterla in valore. Queste sono risorse che
devono essere sviluppate a vantaggio di tutti, con un turismo di qualità,
servizi tv e sulle riviste; sono beni comuni che quell’egoista della strega
Armanda si tiene per sé senza neppure un brevetto, quella selvaggia, quella
cretina!
Domani torniamo con le guardie, dice Rita, e la espropriamo per pubblica
utilità. E l’iniziativa privata? dice Gianni, E la libertà d’impresa? Un
momento, pensiamoci bene. In fin dei conti siamo noi che l’abbiamo
trovata questa bella casetta di marzapane con la porta di cioccolata, le
finestre di marmellata, il tetto di zuppa inglese. Non è così? E’ proprio
così, conviene Rita, La verità è la verità. Appunto, continua Gianni, e
siccome la casetta è nel bosco va considerata res nullius, come diceva il
nostro professore di retorica e calligrafia. Senza alcun dubbio, aggiunge
Rita. Senza alcun dubbio, conferma Gianni, quindi in quanto suoi
scopritori abbiamo il diritto - meglio: ci incombe il dovere - di prenderne
possesso, in nome della civiltà. Questo è parlare, dice Rita. Lo sapevo che
saresti stata d’accordo, e per non disperdere il patrimonio che ne diresti se
quando saremo grandi io ti prendessi in sposa? Lusingatissima, ma non
eravamo fratello e sorella? Fratello e sorella, marito e moglie, sono tutti
vincoli di sangue e istituti giuridici propizi a dare impulso all’economia,
ma nel secondo caso c’è pure il vantaggio del sesso gratis, no? La sai
lunga tu, Giannino. E’ per questo che mi vuoi bene, no, Rituccia? Sei tutto
zucchero. Sei tutta miele. E della stregaccia che se ne fa? Quel che se ne
deve fare, ma zitta che sento dei passi. Eccola che arriva.
*
Tu ti ritiri dal mondo immondo ma il mondo ti perseguita lo stesso. Vengo
a vivere da sola qui nel bosco; mi costruisco con le mie mani una casa
come si deve, tutta di marzapane, con la porta di cioccolata, le finestre di
marmellata, il tetto di zuppa inglese; penso che finalmente potrò leggermi
in santa pace le tre critiche dell'amico di Koenigsberg; e invece? Invece
sono inondata di e-mail, il mio profilo facebook scoppia di richieste di
amicizia, su twitter ho più follower di Jennifer Lopez. E perché? per via di
quei servizi fotografici di quando facevo la spogliarellista al Crazy Horse,
che lo facevo solo per mantenermi nella ville lumière e pagarmi i corsi di
semiotica alla Sorbona e i seminari di Foucault al College de France. Non
che non sia una bella ragazza anche oggi, mi tengo in forma, corro nel
bosco, nuoto nel fiume, mi esercito al giavellotto e al disco, e tutti gli
animali della foresta mi chiamano novella Diana, che sono soddisfazioni,
non dico di no. Ma internet mi rovina la vita. Almeno mi scrivesse
Derrida, con tutto che non si capisce una parola quando parla, o Habermas,
che sarebbe pure un così caro ragazzo se non fosse che tu gli dici
buongiorno e lui per ricambiare il saluto gli ci vuole un trattato in tre tomi,
o quell’Umberto Eco che non sai mai se scherza per finta o scherza sul
serio: no, mi scrivono solo quei produttori pedofili di Hollywood e
quell’immensa mandria di maiali dei miei sedicenti fan, che il meno
pervertito farebbe la gioia del dottor Groddeck. Ah, non serve a nulla la
fuga nelle selve: et in Arcadia ego.
*
- Zitta, zitta, eccola che si avvicina, la vecchia matta. La senti come parla
da sola? Il posto di certa gente è il manicomio, lo zoo, il museo etnologico.
- Ma come facciamo a catturarla?
- E chi ha parlato di catturarla? E’ una strega, no? Quindi un essere
selvaggio e malvagio. Non è umana, ha solo l’apparenza di essere umano.
Ed è un ostacolo sul cammino della civiltà. Due sono le alternative, o farla
schiava o sopprimerla, ma essendo così pericolosa e irriducibilmente
barbara, farla schiava è un rischio troppo grande, e poi noi siamo due
bambini indifesi, se tentiamo di catturarla potrebbe avere la meglio su di
noi e metterci nel pentolone, che sicuramente sarà pure cannibale come
tutte le popolazioni non civilizzate. Vorresti rischiare una simile orrida
fine per due bambini innocenti, oltretutto bianchi ed europei?
- Certo che no, mio eroe.
- E allora facciamo quel che si deve.
- Ma come?
- Con la forza dell’intelligenza e il trionfo della volontà. Ho giusto in tasca
la rivoltella del babbo che mi porto sempre dietro per legittima difesa e per
difendere la società...
- E allora sia.
- Ecco il piano: tu la attiri e io le sparo a bruciapelo.
- Non si potrebbe fare il contrario?
- Rita, chi li porta i pantaloni?
- E che c’entra?
- No, rispondi: chi li porta i pantaloni?
- Tu, però sono corti.
- Però sono pantaloni. E tanto basta perché io qui sia il pater familias. Tu
la attiri e io le sparo. Dammi retta, non costringermi a riempirti di lividi
un’altra volta, non fa bene al tuo incarnato.
- Però non è giusto.
- Decide il pater familias quello che è giusto. Tu accontentati dell’indivia
del pene.
- Dico solo che però non è giusto.
- E’ la civiltà, sorellina. E pensa ai soldi che ci facciamo, e a quando
saremo grandi che ti sposo.
- Ci penso, ci penso, però non è giusto.
*
- Scusi, signora...
- Chi è là?
- Sono una bambina che si è smarrita nel bosco.
- E allora?
- Mi si è slacciata una scarpa e non ho ancora imparato a farmi il nodo,
potrebbe aiutarmi?
- Se è solo per questo...
- Sì, sì, solo questo, poi me ne torno a casa buona buona.
- Ma se ti sei smarrita, piccina mia...
- Sì, però ho il telefonino connesso al navigatore satellitare.
- Ah, ecco. Bene, metti il piede su quel sasso.
*
- Ma guarda che hai combinato, adesso ho tutto il sangue sul vestitino, e
alla mamma che gli diciamo?
- Che è stata un dura lotta per la sopravvivenza, e ha vinto la civiltà.
- Dovremmo seppellirla?
- Ma no, è una creatura silvestre, no? Diventerà humus in men che non si
dica.
- Certo che non sembra una strega, con le Adidas e il completino Armani.
- Oggi come oggi pure gli orsi seguono le sfilate e poi comprano i vestiti
on line.
- Allora non ci resta che prendere possesso della casetta di marzapane.
- Basterà sostituire la scritta sotto il campanello, togliamo questo pletorico
“Armanda Ginevra Gaspara del Vallino”, ci mettiamo i nostri nomi, ed è
fatta. Hai mica una penna o una matita?
- Ho lasciato l’astuccio a casa, dovevamo fare una passeggiata, non un
compito in classe.
- Già. E allora dovremo scrivere i nostri nomi intingendo il dito nel
sangue. Un uomo civile ha sempre mille risorse. Per fortuna che questa qui
aveva dentro tutto questo sangue.
- Non sarà il caso che diamo anche uno sguardo dentro la casa? Magari c’è
qualche tesoro.
- Nella casetta di marzapane di una strega? Non credo proprio, se aveva un
tesoro viveva sulla Costa Azzurra, non in questa landa desolata.
- Ma se dobbiamo vendere, dobbiamo pure aver fatto un inventario e una
stima dei beni.
- Ti amo per questo, sorella mia. Come ho fatto a non pensarci? E’ proprio
vero che la donna è al servizio dell’uomo.
- Ma che c’entra?
- Come che c’entra? C’entra, c’entra. Se l’uomo si scorda una cosa la
donna gliela ricorda. Io non sono mica un troglodita che pensa che le
donne devono solo cucinare, lavare e tutte quelle faccende domestiche
ovvero donnesche e basta: no, la donna deve servire l’uomo in ogni sfera
della vita pubblica e privata. E’ la civiltà.
- Mi sa che non ho mica tanta voglia di esser tua moglie da grande.
- Intanto sei mia sorella da piccola e ubbidisci se non vuoi passar per
busse. E non farmi perdere la pazienza, ricordati che per salvarti
dall’aggressione della strega cattiva oggi ho dovuto uccidere. Ho dovuto
uccidere per te. Per salvarti la vita ho dovuto sopprimere una vita:
inferiore, infima, certamente, ma pur sempre una vita; ho una coscienza
ecologica, io, e una sensibilità romantica, ho letto Rousseau e Hoelderlin.
Ma alla prova del fuoco ho sparato e ho ucciso senza esitare, e l’ho fatto
per te. Sono cose che non si dimenticano.
- Mio eroe.
- Adesso hai detto bene. Vieni, vediamo se da qualche parte troviamo una
chiave, non mi va di deprezzare l’immobile sfondando la porta.
*
- Lo dicevo io che non c’era niente, tutti questi libri da mandare al macero
che ci va bene se qualcuno viene a prenderseli gratis. E poi questo pc
antidiluviano, che possiamo pure metterlo su e-bay ma chi vuoi che se lo
compra. Bottiglie di roba buona niente. Gioielli e soldi niente. Il
laboratorio alchimistico c’è meno attrezzatura che nella scatola del piccolo
chimico. Neppure la scopa che vola, solo un aspirapolvere. Conviene
portare tutto fuori e dargli fuoco.
- Ma se gli diamo fuoco non rischiamo di incendiare la foresta?
- E che ce ne frega? Anzi, meglio: diventa area edificabile, no?
- Ma noi non abbiamo titoli di proprietà.
- Però abbiamo la casa.
- Ma se con il calore la casa si rovina? In fin dei conti è una casa di
marzapane con la porta di cioccolata, le finestre di marmellata, il tetto di
zuppa inglese.
- Non ci avevo pensato, hai ragione. Vedi? quando hai ragione, io dico che
hai ragione. Mi sposerai?
- Certo che ti sposerò.
- Brava, così sarò il tuo signore e padrone.
- Non sono sicura che mi piace come ragioni.
- Ti dovrai adattare, è la civiltà. Adesso andiamo dal notaio e vediamo che
si deve fare. Il rispetto della legge innanzitutto. Lo hai visto che cosa ha
caricato ieri su Youtube Cenerentola? Roba forte, eh? Mi piace il cinema
hard, e a te?
- Non tanto.
- Hai ragione, non è roba che una brava ragazza dovrebbe vedere, potrebbe
farle venire brutte idee. Quando sarai mia moglie ti lascerò vedere solo le
serie sentimentali in tv. Non voglio mica che diventi una strega, hai visto
che fine fanno le streghe.

***

7. L’ombrellaio

“Donne, donne, è arrivato l'arrotino, è arrivato l’ombrellaio”


Lo zio Galliano fabbricava ombrelli incantati. Anche quelli normali, però
anche quelli incantati. La principale differenza tra gli ombrelli normali e
quelli incantati è che i primi servono solo quando piove, quegli altri
servono sempre. E quando dico sempre dico sempre.
Per esempio, per sparire. Tu aprivi l’ombrello e sparivi. Dove finivi
nessuno lo sapeva però da lì dov’eri sparivi. E se ci pensate anche un
attimo solo ve ne accorgete quante volte in una giornata vorreste sparire,
solo che poiché vi sembra impossibile perché non ci avete lo strumento
adatto allora non ci pensate mai. Ma se uno ci aveva l’ombrello fatato
dello zio Galliano, via. Che bastava solo aprirlo. Solo che nessuno sapeva
dove si finiva. E infatti quelli che sparivano non tornavano mai. C’era chi
diceva che morivano, c’era chi diceva che dove andavano si trovavano così
bene che tornare indietro ma neanche per sogno. Così dicevano.
Questo per dirne una, ma facevano pure altre meraviglie che adesso però
non me le ricordo perché è passato un sacco di tempo. Quando uno
racconta le storie dei vecchi tempi non pare, pare che sono successe
proprio adesso, invece non è detto, può darsi di sì però può pure darsi di
no, ma chi sente la storia gli pare che è una storia di adesso e invece
magari è una storia di allora, che magari tu neppure eri nato.
Poi lo zio Galliano morì e per quanto ne so io non disse a nessuno qual era
il segreto della lavorazione per fare gli ombrelli incantati. Quelli normali
non glieli comprava nessuno perché al negozio di Giggetto, che ci trovi
tutto, c’erano pure gli ombrelli fatti in Cina che costavano così poco che
con un soldo te ne davano tre.
Il figlio non abita più qui al paese, sta in città e lavora in non so quale
ufficio, all’Inps o al catasto, ma non era portato per il lavoro del padre,
diceva che era una fatica del diavolo, i clienti poi te li raccomando, non
erano mai contenti, ed erano sempre rogne e finiva sempre a carte da bollo,
a far ricchi gli avvocati, a coltellate. Che veramente lo zio Galliano,
volendo, poteva risolvere tutto con uno schioccar di dita, e levarsi di torno
quegli ingrati, tirchi e importuni; ma poi chi gli avrebbe pagato il lavoro?
E un lavoro ben fatto va pagato, altrimenti che lavoro è? Lo zio Galliano ci
aveva l’etica del lavoro, qualunque cosa voglia dire.
*
C’erano anche state faccende non belle, no, non belle.
Per esempio la sparizione della moglie di Rugarone, che lo chiamavano
così perché rugava sempre, o per il tempo che era sempre troppo caldo o
troppo freddo, perché pioveva o perché non c’era ombra, o per il governo
che chissà che gliene fregava a lui che faceva lo scassinatore e
all’occorrenza il rapinatore omicida e le tasse non le pagava, o perché il
compagno a tressette non capiva i segni e sarebbe stato da spaccargli la
crapa. La moglie però, chissà perché, era Venere in persona. Che tutti si
chiedevano come aveva fatto a sposare quel ciccione senza cervello, e
naturalmente subito dopo tutti si rispondevano che era per i soldi, perché
quando lavorava e non passava il tempo all’osteria a bestemmiare,
Rugarone lavorava e guadagnava, gioielli e contanti, e la moglie la
domenica a messa sfoggiava, eccome se sfoggiava, anche se non ne aveva
bisogno perché non era una donna, era un’apparizione celestiale, che pure
il prete lo diceva: “Donna Virginia, voi siete un’apparizione celestiale”,
che solo a lei le diceva donna, a tutte le altre donne del paese le chiamava
sora, che vallo a capire tu il modo di parlare dei preti; certo che la sora
Virginia, anzi: la donna Virginia, faceva belle elemosine alla parrocchia,
che ci avevano allargato l’oratorio che pure il sindaco era venuto
all’inaugurazione con tutto che non ci avevano la concessione edilizia, e
aveva elogiato la carità di donna Virginia nostra che tanto beneficava il
popolo. Coi soldi che Rugarone aveva rubato la notte prima. Ma lasciamo
perdere. Finché un giorno donna Virginia sparì, e tutto il paese la cercò
che era come se ci fosse stato il terremoto, come se la nazionale avesse
perso i mondiali. Ma cerca cerca non si trovava da nessuna parte.
Rugarone andava sempre in giro con la rivoltella per aria e minacciava di
fare una strage se la moglie non saltava fuori, ma niente. Il prete, i
carabinieri, l’intera scolaresca col direttore didattico, i maestri e i bidelli,
tutto il paese femmine e maschi fu mobilitato nelle ricerche, casa per casa,
cantina per cantina, stalla per stalla, casale per casale, buca per buca, grotta
per grotta, fino a dentro la macchia e pure nei posti dove dicono che ci
stanno le streghe che fanno il bagno e che se le vedi ti accecano, pure lì si
andò a cercare, ma niente. Così finì che tutti dicevano che era stato lo zio
Galliano che l’aveva fatta sparire, l’aveva fatta diventare piccola piccola e
l’aveva nascosta dentro una bottiglia che aveva sotterrato dove sapeva solo
lui, poi quando gli pigliava la voglia, scavava dove aveva lasciato il segno,
tirava fuori la bottiglia, la faceva uscire, la faceva ridiventare delle
dimensioni giuste e se la portava a letto, e dopo le rifaceva il sortilegio e
dentro la bottiglia. La gente diceva così. Lo diceva, lo diceva, finché la
voce arrivò a Rugarone, che senza aspettare neppure cinque minuti, perché
Rugarone era fatto così, non aspettava mai, non ragionava mai, prendeva la
cassetta degli attrezzi e partiva, che la gente ancora si chiede come faceva
a fare il lavoro che faceva senza che lo beccassero mai visto che non
faceva né piani né niente ma sempre così, alla garibaldina, alla carlona, a
testa bassa. Così a testa bassa Rugarone andò a cercare lo zio Galliano, che
stava a lavorare in una vigna che ci aveva subito fuori del paese ma che dal
paese non si vedeva perché c’era un montarozzo in mezzo tra le case e la
vigna e oltretutto prima della vigna c’era il frutteto di Mascaro’ che era
così fitto che anche se uno si metteva sul montarozzo col cannocchiale ci
voleva il lanciafiamme per aprire un varco e vederci in mezzo. Fatto sta
che sparì pure Rugarone, che non dispiacque a nessuno perché era uno che
litigava con tutti e non aveva riguardo neppure per la chiesa che aveva
rubato pure in sacrestia che la gente diceva che quello che la moglie
regalava la mattina alla parrocchia il marito se lo riprendeva la notte con
gli interessi. Così se veramente era stato lo zio Galliano a far sparire
Rugarone erano tutti contenti, ma della moglie no, perché certe cose non si
fanno, soprattutto se è a fine di libidine e contro il sacro vincolo del
matrimonio. Non c’entra niente, ma lo dico lo stesso: dopo tre giorni che
Rugarone era sparito, la casa fu saccheggiata; fu una bella cosa, corale, di
popolo; alla fine dopo averla spogliata di ogni bendidio le demmo pure
fuoco che fu una specie di festa, e c’erano tutti, ma tutti, pure il prete, il
sindaco, il farmacista e i carabinieri, e il sor Orazio Coclite che sarebbe il
padrone dell’osteria che dall’osteria non esce mai perché non si fida di
nessuno e quella volta venne pure lui e lasciò pure l’osteria aperta e
incustodita, per dire.
*
Al tempo dello zio Galliano di artigiani che facevano le cose magiche era
restato solo lui, però mi ricordo che quando ero giovane al bar i vecchi si
ricordavano di prima, dei tempi che i vecchi di quando noi eravamo
giovani loro li chiamavano i vecchi tempi, quando ce ne erano diversi.
*
E per esempio c’era lo zio Malachia, che era quello che faceva gli anelli
che ci parlavi con le bestie, e anche se il nome sembrerebbe da donna
perché finisce con la a, invece era un bestione che quando non stava a
bottega a fabbricare le cose di ferro a martellate era sempre in giro ad
insidiare la virtù di tutto quello che si muoveva e respirava, femmine e
bestiole. Ai tempi miei, dico quando io abitavo ancora al paese, perché non
è che sono sempre campato qui in questa città che puzza di fogna e la
gente è tutta morta e nemmeno se ne accorge, c’era ancora qualcuno che ci
aveva un anello che aveva fatto lo zio Malachia e passava le giornate a
ragionare con le bestie, finché gli veniva ua specie di malattia, che con i
cristiani non ci voleva parlare più perché le bestie gli avevano detto che i
cristiani fanno tutti schifo, fanno solo porcherie, e magari è pure vero
perché le bestie ti vedono anche quando tu non te ne accorgi e ti sembra
che non ti vede nessuno e allora fai le cose che la legge umana e divina
proibisce. E questa è verità, altro che chiacchiere.
*
Oppure lo zio Marcellino che se ti soffiava sugli occhi ti faceva diventare
cieco, e non è che ti dovesse soffiare addosso, che ne so, da mezzo metro,
no, bastava che ti guardava o che ti pensava magari pure da un chilometro,
soffiava ed eri fatto. Che la gente ci aveva così paura che una notte lo
bruciarono con tutta la casa, che quando io ero ragazzino c’erano ancora le
rovine della casa che si vedeva che gli avevano dato fuoco. Mio zio Meco
l’aveva conosciuto, da giovani giocavano a pallone insieme (ma al paese
tutti i maschi avevano giocato a pallone e a carte insieme, generazione
dopo generazione, anche io prima di andarmene). Dello zio Marcellino si
diceva che era diventato cattivo per una delusione d’amore, e che quando
era diventato cattivo gli era venuto il fiato che accecava la gente. Prima era
uno che aiutava tutti. Poi era successo che il re gli aveva fatto rapire la
figlia, che ci aveva i capelli d’oro e che era bella come il sole e la luna
messi insieme, e allora lo zio Marcellino era cambiato. La notte andava
sull’immondezzaio che c’è nella scarpata in fondo al paese e si metteva a
rotolarsi nell’immondizia come i maiali e abbaiava come i cani; che poi di
giorno puzzava che non si poteva sopportare, e va bene il dolore, va bene
la rabbia, ma puzzava come il colera e la gente cominciò a evitarlo e
all’osteria non lo facevano entrare più e allora lui s’incupiva sempre di più
e finì che cominciò a odiare tutti e girava per strada e parlava da solo, e
strillava che avrebbe accecato tutto il paese, e tutto il mondo; e intanto
aveva cominciato a campare di furti nelle cantine, nei campi, che era facile
accorgersi che era stato lui per via della puzza che lasciava. Ma i
carabinieri ci avevano paura ad arrestarlo, sia perché non volevano correre
il rischio di essere contagiati da qualche malattia, sia per non essere
accecati che non si sa mai. Così finì che bisognò dargli fuoco, una notte,
con tutta la casaccia sua. Mio zio c’era, e mi diceva sempre che era
dispiaciuto a tutti di doverlo fare, ma non se ne poteva proprio più.
*
Ne so tante, potrei raccontare la storia di quando recitando tre rosari la sora
Cesira aveva dato fuoco alla trattoria di Maccarone (che tutto il paese disse
che se l’era meritato, e la sora Cesira era una santa donna; ma di
Maccarone semmai vi racconto un’altra volta).
O il famoso caso dell’abigeato (che è una parolona da guardie e da
avvocaticchi per dire il furto di bestiame): ma quello fu un portento, una
cosa che solo per arte magica era possibile, perché in una notte sola
sparirono senza lasciar traccia più di trenta vacche, un par di cento pecore
e non si sa quante galline, billi e conigli.
O la sparizione dell’albero della cuccagna, che era stato appena preparato
per la festa del paese con tutta la roba sopra, e verso sera, che il sole non
era ancora tramontato, di colpo s’era fatto buio per un minuto o due, poi il
cielo era tornato normale, col sole e le nuvole e la luce e tutto, ma l’albero
della cuccagna non c’era più.
*
A quei tempi, certo, c’era il rischio che lo stroligo se gli pareva che l’avevi
guardato male ti sputava sul vestito o su una cosa che avevi toccato e
neppure te ne eri accorto ma lui l’aveva visto e se l’era presa, e ti sputava
sul vestito o su quella cosa - un pezzo di carta, un pezzo di legno, un
cacciavite, un chiodo arrugginito - e diventavi un rospo, a uno gli è
capitato, io quasi mi ci trovavo quella volta. Che è il motivo che poi ho
smesso di fare ai rospi quello che noi ragazzi facevamo ai rospi per
divertimento.
Non lo so se è meglio adesso. Adesso ci sono solo i carabinieri, il barone
che fa l’industriale in Romania o in Polonia o dove morammazzato gli pare
e quando viene in paese ci ha una volta la Porsche e una volta la Ferrari, e
la gente in chiesa non ci va più che stanno tutti a casa a vedersi i telefilm
americani e le partite che le fanno tutti i giorni a tutte le ore.
Se mi capita di tornare al paese mica lo riconosco più. Cioè, il paese è
restato quasi uguale, ma la gente sembra finta, si vestono e parlano uguali
uguali a quelli di città, mezzo americano, e ridicono le stesse castronerie
che sentono nelle pubblicità della televisione, e si tagliano i capelli come i
calciatori, si piantano anelli nel naso e dappertutto e si fanno i tatuaggi che
fanno revulsione, peggio della peste bubbonica, peggio della lebbra. E
negli occhi glielo leggi negli occhi quanto sono feroci, assetati di sangue,
neppure vampiri, zombi. Ogni volta che torno al paese non vedo l’ora di
andarmene via. Ci passo solo per trovare i parenti, quelli che restano visto
che ormai sono quasi tutti morti e quelli più giovani neppure li conosco, e
dal momento che ci sono faccio un salto a trovare gli amici, che poi sono
lo zi’ Agustone e la zi’ Carmelina e basta, che non sono parenti, né con
me, né tra di loro, al paese si dice zio e zia a tutti quando ci hanno una
certa età, e ormai io conosce solo gente di una certa età, che poi è pure la
mia di età.
Lo zi’ Agustone è stato per tanti anni il segretario del partito, che adesso
sono trent’anni che il partito non c’è più, ma lui paga ancora l’affitto della
sezione e la tiene aperta, anche se non ci va più nessuno, però a me fa
piacere sapere che almeno in un posto del mondo c’è ancora una sezione
del partito comunista, con la bandiera rossa, il ritratto di Marx, la vetrinetta
con i classici del marxismo, e tutti i pomeriggi lo zi’ Agustone che la tiene
aperta che tanto ormai è pensionato e a casa è solo, e quando a qualche
poveraccio gli serve di fare qualche pratica per la pensione o roba del
genere che c’è da riempire tutte ’ste cartacce che non ci si capisce niente, o
gli serve di farsi spiegare che c’è scritto su qualche cartaccia che qualche
ufficiaccio gli ha mandato per raccomandata, lui l’aiuta gratis e per amore
del proletariato. Allora se passo dal paese un salto in sezione ce lo faccio e
chiacchieriamo un po’ dei vecchi tempi, dei vecchi tempi di quando noi
eravamo giovani, e dello schifo del mondo attuale e della necessità di
lavorare sia per contrastare il fascismo che torna, sia per tener viva la
memoria delle lotte e delle conquiste che il padrone ancora non è riuscito a
smantellare del tutto; e facciamo l’analisi concreta della situazione
concreta, partendo dal quadro internazionale perché solo partendo dal
contesto internazionale e poi via via arrivando alla situazione locale si fa
un’analisi marxista adeguata della situazione presente e concreta. Poi, al
quinto o sesto bicchierino, perché lo zi’ Agusto il bariletto del cognac ben
rimboccato in sezione non lo fa mancare mai, cominciamo a parlare anche
dei vecchi tempi di prima che eravamo giovani, dei tempi dello zio
Galliano, dello zio Malachia, dello zio Marcellino e di tutti gli altri come
loro.
Prima la gente si difendeva così dai soprusi del potere, andavano dallo
stregone, davano fuoco alle case; non ce l’avevano ancora una visione
scientifica del mondo, il socialismo non aveva ancora fatto il passo
dall’utopia alla scienza, il materialismo storico e dialettico non era ancora
arrivato in un paese arretrato come il nostro, dice lui; ed io: e adesso come
fa a difendersi? Ha voglia lo zi’ Agustone a dire che adesso c’è il partito
della classe operaia, che invece il partito non c’è più da trent’anni, e la sua
è l’unica sezione sopravvissuta sull’intero globo terraqueo. Ma lui insiste:
la vecchia talpa... E finisce che al quindicesimo o sedicesimo bicchierino
ci mettiamo a cantare Bandiera rossa, e poi i Morti di Reggio Emilia, El
pueblo unido, O Gorizia tu sei maledetta, Nel fosco fin del secolo morente,
Addio Lugano bella, e poi l’Internazionale, e quando cantiamo
l'Internazionale ci alziamo in piedi col pugno levato. Quando esco dalla
sezione ormai è notte, dormo sulla panchina fuori della stazione e la
mattina prendo il primo treno per la città e mi dico tutte le volte che è
l’ultima volta che torno al paese.
La zi’ Carmelina, dite? Adesso è morta anche lei, che riposi in pace, non
mi va di raccontare niente, dico solo che era una brava donna e ai suoi
tempi altroché se faceva girare la testa a noi giovinotti leggeri di testa, pure
a me, sì. Ma adesso è morta e non mi va di raccontare niente. Sono pure
stanco, adesso. Da vecchi ci si stanca subito a raccontare.

***

8. Storia di Mistero

Lo chiamavano Mistero e usciva di casa solo quando era buio o quando


pioveva.
Ci aveva un bastone con il pomo d’argento e lo chiamava “il mio
vincastro” e la gente diceva che quel bastone era magico e se ti toccava
con quello era la fine, da fuori non si vedeva niente, ma ti apriva una piaga
dentro che nessun dottore sapeva guarire e ci morivi.
Dicevano che tra i trucchi che sapeva c’era quello di infestare le case di
rospi e di puzza di morto.
Dicevano che parlava con gli animali e le piante e che sapeva una parola
magica che li costringeva ad obbedirgli.
E faceva tutti i conti a mente, le moltiplicazioni, le divisioni, le
percentuali, tutti, e non sbagliava mai un calcolo.
Ne raccontava di storie la gente su Mistero.
Per esempio quella che aveva ammazzato per sbaglio suo fratello un
giorno di sole che lui era in controluce e gli era parso che fosse un altro, ed
era per questo che da allora usciva di casa solo se pioveva o dopo il
tramonto.
Raccontavano pure che era diventato ricco per arte di magia, e che non
pagava le tasse, ma che i carabinieri, i finanzieri, gli ufficiali giudiziari, a
casa sua a portargli le notifiche non ci andavano perché ci avevano paura
del tocco del magico vincastro, così viveva al di fuori e al di sopra della
legge, che poi è come vorremmo vivere tutti se solo avessimo pure noi il
magico vincastro o fossimo i padroni della Fiat o di Iutubbe o i presidenti
dell’America o della Rabbia Esaudita, che è dove c’è tutta quella benzina
che gli esce da sottoterra.
Ci aveva una casa che era più grossa del Comune e del Duomo messi
assieme, appena fuori del paese, che dicevano che c’erano i fantasmi che
lui li usava come servitori.
Io a tutte ’ste storie un po’ ci credevo e un po’ no, perché ce lo so che se la
gente dice qualche cosa allora qualche cosa di vero ci deve essere, però
personalmente agli spiriti e alla magia io non ci credo, perché col lavoro
che fo se credessi agli spiriti o alla magia allora dovrei smettere e mettermi
a fare il lavoro di prima, che guardavo i maiali sotto padrone. E io il lavoro
di prima non mi va più di farlo, perché da quando fo il lavoro che fo e ho
cominciato ad andare per discoteche e tutti quegli altri divertimenti che
prima manco sapevo che esistevano adesso mi piacciono troppo e allora
indietro non si torna.
Però di Mistero ci avevo paura pur’io. Che non lo so se era proprio paura,
diciamo che era rispetto, rispetto sì.
Perché la gente misteriosa, specialmente se vive in un palazzo grosso più
del Comune e del Duomo messi assieme, il rispetto se lo merita. E Mistero
era misterioso parecchio e ci aveva il palazzo come Ilfò. E’ francese Ilfò.
Vorrebbe dire una cosa giusta. Quando una cosa è giusta i francesi dicono
che è come Ilfò. Che doveva essere uno, ’sto Ilfò, che le azzeccava tutte,
beato lui. Mi piace ogni tanto parlare straniero. Qui al paese la gente parla
solo il dialetto, che è una cosa da morti di fame, ma da quando ci ho i soldi
e giro le discoteche lì è pieno di femmine che parlano tutte le lingue oltre a
tutto il resto che già si sa. E parlare un po’ di francese aiuta. So pure
bonzuà che vorrebbe dire bonasera; non pare, eh? Invece vuole proprio
dire bonasera.
E’ che io mi coltivo, come dice la gente istruita. Compro tutte le settimane
la “Settimana enigmistica”, e leggo le notizie di cultura. Le parole crociate
non le fo perché mi annoiano, però leggo le notizie di cultura e le
barzellette. Certe barzellette poi le riracconto come se le avessi inventate
io, che serve per avere successo in società, che è il modo educato di dire
che abbordi le bagascette in modo elegante, non come quello che sventola
la mazzetta e gli mette subito le mani addosso; no, io sono per le tecniche
eleganti, come Ilfò.
E adesso viene il bello, perché non è che mi state a sentire per sentirmi fare
la lezione del maestro di vita, no? Voi volete sapere la storia di Mistero, e
io la so meglio di tutti. Che anzi potrei dire che sono l’unico che la sa
veramente, almeno la parte finale, prima non lo so, ma prima non lo
sapeva nessuno perché la gente ci aveva troppa paura e lui usciva solo
quando era già buio e non parlava con nessuno e tutte le cose pratiche le
faceva fare ai fantasmi servitori o agli animali che gli obbedivano perché li
aveva incantati con le parole magiche. Che in pratica lui non doveva fare
niente, se la godeva e basta. Se poi se la godeva la vita, perché non è che
sono proprio sicuro che se la godesse. Comunque i soldi ce li aveva,
eccome se ce li aveva, e una casa che era un castello, più grossa del
Comune e del Duomo messi assieme.
*
Andò così. Ch’ero stato in discoteca e com’è come non è, poi m’ero
ritrovato nel parcheggio con la testa rotta che sanguinava e senza
portafoglio. La bardascetta. Che magari ci aveva il comparetto già
appostato. E’ che se non avessi bevuto l’oceano Atlantico di gin e di
grappa che m’ero bevuto ci avrei avuto i riflessi pronti. E invece. Invece
eccomi per terra, con la zucca rotta e senza bigliettoni. Adesso non lo so
più che mi è preso. Pioveva che dio la mandava. Il diluvio universale. E
più stavo sdraiato per terra a farmi lavare dall’acqua del cielo e più le idee
mi si schiarivano e mi si confondevano insieme. Sarò restato lì mezz’ora,
saranno usciti centomilioni di John Travolta e ci fosse stato uno che si
fosse fermato a darmi una mano con tutto quel sangue che mi rovinava il
completino da belfico tuttintiro. Avevo i brividi e ogni starnuto mi pareva
che mi facessero un elettroshock. Se non mi decidevo ad alzarmi ci restavo
per sempre sdraiato in quel parcheggio puzzolente.
Così mi sono tirato su, e per fortuna che la macchina era ancora lì,
nemmeno dieci passi che me li ricordo ancora uno per uno che arrivare da
qui a lì pareva la tortura delle torture, come camminare a piedi nudi sui
carboni ardenti ed insieme essere stretti nel ferreo amplesso della Vergine
di Norimberga, che è una tortura che vi spiego un’altra volta. Come che fu,
ci arrivai, e per fortuna le chiavi ce le avevo ancora, che non mi andava di
dovermi far beccare mentre sembrava che rubavo la macchina mia.
Salito in macchina, che ci avevo la fiaschetta di scorta che fu come una
vampata di calore e di benessere, il dolore si trasformò in rabbia, in rabbia
nera, in rabbia che ruggiva come un leone, come un cane arrabbiato, come
un lupo mannaro. M’avevano fregato il portafoglio: e va bene, sono cose
che capitano. M’avevano rotto il cranio: e chi se ne frega, sono cose che
succedono. Ma che quella zoccoletta col papponaccio suo m’aveva
bidonato come il pivello dei pivelli, questa non ci riuscivo a mandarla giù.
Adesso ero poco efficiente per cercarla col pezzo e sturarla da parte a parte
con tutto il caricatore, e poi non riuscivo a ricordare bene la faccia, che chi
le guarda mai le facce delle femmine pittate, che tanto una pittata dopo
sembrano un’altra persona, coi capelli blu, cinque anelli di fil di ferro sul
naso e la borchia imbullonata nella lingua. Per chiudere quel conto dovevo
tornare un’altra sera, e magari lasciar passare una settimanatella o un
mesetto, così abbassavano la guardia, lei e il magnaccia suo.
Ma qualche cosa la dovevo fare adesso, perché era adesso che ero furioso.
Però sono pure uno prudente. Non sono di quelli che scendono dalla
macchina e cominciano a impiombare il primo che passa. Io li capisco, eh,
non voglio giudicare - che a me i giudici pussa via -, io li capisco quelli
che fanno una strage magari perché hanno fatto undici con la schedina.
Non dico che hanno sempre ragione, però qualche ragione bisogna
riconoscere che ce l’hanno. No, dovevo fare qualcosa, ma non quel genere
di cosa. Dovevo fare una cosa che in condizioni normali magari non avrei
fatto, ma in quel momento e in quello stato sì. Così mi rilassavo e me ne
andavo a nanna. Meglio della masturbazione, dico io.
Così me ne tornai al paese. Non a tutta birra perché con quell’acqua non si
vedeva a un palmo dal naso, ed io lo sapevo di avere i riflessi rallentati,
così guidai adagino adagino, da bravo scioffèr, che è francese pure questo
e significa l’autista, però scioffèr ha quel fascino esotico che è tutta
un’altra storia, no? E’ una cosa come Ilfò.
Ero quasi arrivato al paese che vedo sul bordo della strada uno che
cammina lemme lemme. Non lo so che m’è successo, ma mi fece rabbia
che con tutta quell’acqua quell’imbecille andava in giro lemme lemme,
con un impermeabilone col cappuccio e uno zeppone in mano che lì per lì
mi sembrò un ombrello tenuto chiuso, tenuto chiuso con tutta quell’acqua
che pioveva giù che pareva il diluvio universale bis. Il sangue mi salì al
cervello e non ci vidi più: accelerai e lo presi in pieno. Cascò dal lato
sbagliato, cioè verso il centro della strada, così potei fare inversione e
passargli sopra. Tre volte feci la veronica, e ogni volta anche se non
sentivo il rumore che il frastuono della pioggia era troppo forte, però lo
percepivo dalle vibrazioni delle ruote e della macchina ogni volta che gli
passavo sopra che le ossa scrocchiavano e diventavano polvere di biscotti.
La quarta volta, siccome s’era rovesciato con la faccia in su e
l’impermeabilone gliela lasciava scoperta, la quarta volta i fari
l’illuminarono bene in faccia e m’accorsi che era Mistero. E lì vicino c’era
il magico vincastro, che quello zeppone non era un ombrello, ma proprio il
magico vincastro di Mistero. E’ andata così.
*
Lì per lì non sapevo se era più la paura o l’incoscienza. Però mi fermai e
vomitai, mi vomitai pure l’anima. Che mi fece bene perché adesso ero
lucido. E dovevo prendere una decisione. E pensai che la decisione più
urgente era di raccogliere il cadavere e buttarlo fuori strada e vedere se
c’era modo di nasconderlo. Però non è che mi sentissi del tutto sicuro, che
se magari scendevo e m’avvicinavo per afferrarlo, quello magari ancora
non era morto del tutto e ci aveva ancora la forza di toccarmi col magico
vincastro e addio Benfacò, che sarei io (non è il nome vero, è il mio nome
d’arte, il nondeplumme dicono i francesi, che sarebbe il nome falso che
usa chi fa un lavoro che è meglio non farsi riconoscere, come il lavoro che
fo io con destrezza. Io l’ho preso da un telefilm di quando era ragazzino:
Benfacò il fantasma dell’uve, che però l’uva non c’entrava niente perché
era ambientato in un museo che però lo chiamavano dell’uve perché si
vede che lì dove lo avevano costruito prima ci doveva essere una vigna, o
una cantina, che ne so, è un telefilm che ho visto un sacco di anni fa,
adesso non è che mi posso ricordare tutto). Comunque, adesso dovevo
decidere svelto svelto che dovevo fare, e magari se lo spingevo piano
piano con la macchina verso la cunetta era la cosa migliore. Oppure
chissenefrega, lo lascio in mezzo alla strada e filo a casa, prima che mi
piglia una polmonite.
Insomma ero lì che pensavo al da farsi e chi ti spunta fuori? La pattuglia
dei carabinieri. Che stanno sempre attufati dentro la casermaccia loro
come topi e proprio la notte del diluvio universale si decidono a uscire in
perlustrazione. Certa gente è proprio senza capoccia. Arrivano, vedono
quel fagottone in mezzo alla strada, e vedono pure la macchina mia, che
con tutta la pioggia si riconosce sempre per via di quel simbolo virile che
ci ho fatto verniciare sul davanti, che alle squinzie gli piace il maschio
italiano sfacciato. Così affiancano la macchina alla mia, tirano giù il
finestrino, mi fanno segno di farlo pur’io, e il brigadiere fa: “Benfacò, l’hai
fatta grossa stavolta, questa è galera sicura”. E io: “E non ci si potrebbe
mettere d’accordo? Non ha visto niente nessuno e io non lascio nessuno a
mani vuote”. “Troppe ce ne vorrebbero di svanziche”. “Lei fa una cifra, ed
io procuro il valsente”. “No, no, non si può fare”. “Sarebbe meglio,
brigadie’, meglio di farsi un nemico che ci ha tanti amici che tutti ci hanno
un ferro”. “E che, minacci?”. “Avviso, avviso solamente, in segno di
rispetto e di amicizia”. “Siamo in due noi, non lo vedi?”, e con la testa
accennò al carabinieretto al posto di guida. “Se c’è mangime per uno, ci
sarà pure per due”. “Non se ne parla, questa è corruzione, e io il lavoretto
mio me lo tengo stretto”. “E fino a quando?”. “Sarebbe?”. “Sarebbe gli
amici col ferro che dicevo prima”. “Benfacò, adesso basta. Scendi e con le
mani in alto”.
E qui giocai la briscola.
- L’avete visto chi è?
- Chi è chi?
- Il mucchio di stracci in mezzo alla strada.
- E che cambia?
- Perché siete una massa di begalini. Perché eccome se cambia. Non
l’avete visto il magico vincastro?
- Il magico vincastro?
- Eh, sì, il magico vincastro.
- Mannaggia a li sorci verdi! Il magico vincastro!
- Eh già.
- E perché l’avresti fatto?
- E se dicessi un incidente?
- Guarda che eravamo appostati, gli sei passato sopra sette volte. Delitto
passionale, forse?
- No. E poi il perché non si dice.
- E ha fatto in tempo a farti la fattura?
- Sono servizi che non si pagano.
- L’hai capito, Benfacò, non fare lo spiritoso. Quell’altro genere di fattura.
- Non ha fatto in tempo a fare niente. E’ morto subito.
- Sicuro che è morto?
- Sicuro. Se non ci credete toccatelo.
- Fossi scemo, io non lo tocco.
- E neppure io.
- E allora?
- E allora?
- E allora quel contributo alla pensione di due onesti funzionari dello stato?
- Basta che dite la cifra.
- Centomila euro per me e diecimila per Capuozzo Vincenzo fu Gennaro
qui presente, che non è graduato. In contanti, e non segnati. E niente
trucchi. E tutto dimenticato per sempre.
- Ventimila più duemila, l’ingordigia non è una bella cosa.
- Cinquantamila e cinquemila, non trattabili.
- E uno sguardo discreto alle cartuccelle che mi riguardano nell’archivio
dello stato sovrano.
- Affare fatto.
- Affare fatto.
*
Qualche ora dopo pioveva di meno e passò Giannozzo col furgone delle
paste che le faceva sia per il bar suo che per i bar di due o tre paesi vicini.
E lo trovò lui il cadavere di Mistero.
Tanta era la paura pure di quei fifoni dei giornalisti che uscì solo la notizia
che uno sconosciuto era stato trovato esanime eccetera. Né nomi né niente.
Tutti ci avevano paura di Mistero. Nessuno osò mai entrare in casa sua,
che era più grossa del Comune e del Duomo messi assieme. Era lì, ma la
gente non si avvicinava. Neppure i ladruncoletti che s’infilano pure nelle
tombe subito dopo i funerali per vedere se c’è ancora la fede o almeno un
paio di scarpe da rivendere. Poi qualche anno dopo ci fu il terremoto che
sapete, e restarono solo rovine. Ma lì dov’era la casa di Mistero, che era
più grossa del Comune e del Duomo messi assieme, nessuno le ha mai
volute scavare.
Perché vi racconto questa storia, e proprio adesso che sono vecchio e
decrepito e non so più se è meglio che tiro le cuoia subito o aspetto di
rimbambire del tutto? Semplice: perché non vorrei morire senza che
nessuno sappia che anche se non ho fatto altro nella vita che risse col
morto e rapine a mano armata e furti con destrezza, e magari pure qualche
marachella che non avrei dovuto fare, almeno una cosa grossa l’ho fatta:
sono l’uomo che ammazzò Mistero. Non sarà come aver fatto fuori Giulio
Cesare, d’accordo, ma per un paesano come me è sempre una bella storia,
no? Come Ilfò.

***

9. L’esito fatale

Io ero presente. Ho visto tutto.


La rissa cominciò così. Cirincione, che domineddio l’abbia in gloria, quel
giorno era ubriaco come una cucuzza fin dall’alba, come tutti i giorni del
resto. Un bicchierino dopo l’altro, quando era sera se lo strizzavi ci tiravi
fuori una bottiglia di cognac.
Francagnaccio, in paese lo sanno tutti come è fatto, apposta lo chiamano
Francagnaccio, che mica è il suo vero nome che sarebbe - pensate un po’ -
Francesco Maria. Ma Maria non vuole dire niente, è che era il nome del
nonno che glielo avevano dato perché suo padre, cioè il bisnonno di
Francagnaccio, era a servizio dal duca, quando il paese era tutto del duca
morammazzato, e il duca si chiamava come? si chiamava Francesco Maria,
con tutto che era un galletto che girava sempre a cavallo a caccia di
contadinotte, se capite che voglio dire.
Insomma eravamo lì all’osteria e Cirincione e Francagnaccio cominciano a
baccagliare. E di che poi? Del Premio Nobel, che secondo me in tutta
l’osteria non c’erano tre persone che sapevano che fosse, ammesso poi che
Cirincione e Francagnaccio lo sapessero.
Io all’inizio non ci feci caso, ma mano a mano che strillavano più forte è
finita che tutti quanti ci siamo girati a guardarli. “Pure stasera c’è il
cinemetto”, dicevamo sempre quando Cirincione e Francagnaccio
cominciavano.
Cirincione diceva: “A Borges, a Borges lo dovevano dare quei puzzoni”.
E Francagnaccio: “A Philip Roth, a Philip Roth”.
E Cirincione: “Ma che scemenze dici, a Borges, a Borges”.
E Francagnaccio: “Non capisci un saltapicchio, Cirincio’, a Philip Roth, a
Philip Roth”.
E strillavano sempre più forte, come facevano sempre. Anzi: come
facciamo sempre tutti qui all’osteria, se non strilli nessuno ti sente perché
strillano sempre tutti.
Poi succede quello che succede.
Francagnaccio sputò sul muso di Cirincione.
Cirincione allora mollò un cazzotto sul naso a Francagnaccio.
Allora Francagnaccio gli si avventò addosso e finirono per terra, e mentre
erano per terra che mentre si rotolavano se le davano di santa ragione e
continuavano a strillare a Borges e a Philip Roth, Cirincione con un
mozzico strappò mezzo orecchio a Francagnaccio.
Fu allora che Francagnaccio tirò fuori il coltello. E poi è finita.
Ecco, è andata così.

***

10. Begalino
Mica è vero che non ci vedo. Faccio finta.
Perché? Intanto sono vivo.
Mi spiego meglio: tu vedi tizio che frusta caio, e che fai? avvelenato da
tutti quei romanzetti che ti ha prestato il sor Alfonso Chisciano o la signora
Emma Bovari - gran bella donna, chi non lo sa? - vai lì e ti metti in
mezzo: “Signore, non è comportamento da cristiani”, dici; “le ingiungo
issofatto di desistere dall’infliggere codeste scudisciate; desista
immantinente, in nome del cielo, della legge, del partito, dell’umanità, del
colpo che ti si piglia”. E che succede poi? Che il fustigatore si mette di
buzzo buono a farti assaggiare la sferza pure a te. Non era meglio se te ne
stavi zitto? Ma tu, nisba, zitto non ci sai stare, nessuno ci sa stare zitto, e
allora è meglio non vedere, no? Cuore non vede, eccetera eccetera.
Oppure: vedi quella fila di poveri cristi che pungolati dalle baionette
salgono su nei vagoni piombati. E allora che fai? Cominci a strepitare: “Oh
poffarbacco, oh poffarbacco, ma questa è una disumanità bella e buona,
una disumanità bella e buona, e non permetterò mai che dinanzi ai miei
occhi…”. Risultato: finisci pure tu sul carro bestiame e partita finita.
O anche: mentre che fili in barca a vela con gli amici del circolo canottieri
(là in mezzo al mar ove ci son camin che fumano) vedi la zattera della
Medusa. E tu: “Timoniere, nostromo, capitano! Naufraghi a babordo,
s’appronti una lancia, laggiù soffia!”. E tutti gli altri a cominciare dallo
skipper ti sono addosso in un lampo, t’insalamano ben bene e ti scaricano
in mare come Giona.
E’ così che vanno le cose.

***

Parte IV. Sermones

1. Billibonze se ne frega

Quando l’ho conosciuto, eravamo tutti e due ospiti dello stato, ci aveva
sulla schiena da spalla a spalla la scritta “Billibonze se ne frega” e la
faceva vedere a tutti, e tutti lo sapevano che quello che ci aveva quella
scritta faceva quel mestiere ed era meglio stargli alla larga.
Quale mestiere? Andiamo, che ce lo sapete. Non ci siete stati pure voi
qualche volta negli alberghi gratuiti che la patria offre ai suoi figli più
irascibili? Ce lo sanno tutti in tutte le galere che Billibonze fa il giustiziere:
uno lo paga bene e lui fa fuori quello che gli dicono di far fuori, tanto di
ergastoli ne ha già una mezza dozzina. E com’è come non è riesce sempre
o a finire lui nel gabbio dove c’è il pollo da tirargli il collo o è il pollo da
tirargli il collo che finisce nel gabbio dove sta già lui che aspetta come
aspetta il ragno in mezzo alla sua sottile e trasparente architettura.
Così se ti capita di essere trasferito nell’hotel che ospita Billibonze
cominci a chiederti se hai fatto qualche sgarro a qualcuno, e lo stesso se sai
che ieri Billibonze è diventato un nuovo coinquilino del condominio tuo.
Io veramente ero così incosciente che non mi preoccupai per niente
quando Billibonze fu messo nella cella mia. C’era una branda libera. E non
mi preoccupai nemmeno quando mi fece leggere la famosa scritta. Certo
che ce lo sapevo chi era Billibonze, ma io sgarbi non ne avevo fatti a
nessuno, a parte quelli che non potevano certo tornare dall’aldilà a
raccontarlo. Così non mi preoccupai. E diventammo amici, se così si può
dire.
Adesso che è morto, e che è morto male, che tutti l’avevano sempre saputo
che sarebbe morto male, credo di poterlo dire che eravamo diventati amici.
Ci piaceva stare zitti a tutti e due, e questo era tutto.
Ammazzare la gente in carcere non è così facile come sembra. Ormai si
sono fatti furbi tutti quanti. Chi può si fa i guardaspalle, e chi non può si
affilia. Però se pagano, se pagano bene, tutto si può fare. E Billibonze
sapeva fare. Con un cuscino, con una scheggetta di vetro grossa quanto
un’unghia che forse era veramente solo un pezzo d’unghia, e pure di meno,
con una manciata di terra ficcata a forza nella bocca mentre ti tiene il naso
turato. E a calci, soprattutto, a calci dove fanno più male, dove rompono
quello che non si riaggiusta. Sapeva fare, era il mestiere suo. Che ci faceva
coi soldi nessuno lo sapeva. Forse finivano a qualche parente, che lui
campava di niente, non aveva interessi, non so neppure se pensasse
qualche cosa, di solito in cella stava seduto sulla branda, si dondolava
avanti e indietro e non diceva niente.
Finché successe quello che prima o poi succede. Che pagarono qualcuno
per fare fuori pure lui. Apposta lo misero nella cella mia. E una notte
Billibonze non respirava più, che ci aveva un chiodo lungo venti centimetri
nero e lustro grosso come una lancia piantato in testa e uno piantato nel
cuore. Un lavoro ben fatto. Chi era stato non si seppe mai. Eravamo in
cinque in quella cella, nessuno vide niente.
Poi mi cambiarono di carcere, e la prima cosa mi feci fare un tatuaggio
sulla schiena, da spalla a spalla, con la scritta “Billibonze se ne frega”. A
lavoro finito, che ci volle un pomeriggio nella cella che eravamo solo noi
due, il tatuatore finì pure di respirare.
Le leggende non muoiono.

***

2. L’assaggiatore

Secondo me è un mestiere come un altro, come il capitano di ventura,


l’inquisitore, il poeta o il buffone di corte, il gentiluomo e il servo della
gleba, il pittore, il teatrante, il boia, l’artigiano, il presbitero e il
mercatante, insomma, senza farla tanto lunga, è un mestiere come un altro.
Rischioso è rischioso, ma c’è un lavoro che non ci sono rischi? E
perlomeno non è troppo faticoso. E si sta al caldo, e si siede a tavola con
sua santità. Dico: con sua santità. E il resto della giornata libero. Che il
resto della giornata io lo passo un po’ nelle cucine, perché è meglio essere
amici di chi cucina e a dirsela tutta passo belle mancette a destra e a
sinistra perché non si sa mai, una soffiata ti salva la pelle. Per il resto
m’arrabatto, un po’ al bordello, un po’ girando per botteghe. Che tutte e
tutti ci hanno la loro bella supplica per il santo padre ed io sono il canale di
trasmissione ideale: discreto, efficiente, e in cambio mi pagano in natura,
così sono sempre vestito bene, e la notte non m'infreddolisco mai. Poi,
certo, bisogna pure che mi prendo la mia razione di prediche e rosari vari,
che l’assaggiatore di sua santità non può mica vivere da turco o da
epicureo, si sa.
E cinque volte al giorno c’è il lavoro. La colazione subito dopo alzato, il
pranzo che spesso è una specie di udienzona, la merenda mentre si gioca a
bocce, la cena più intima con i cardinali che contano per mettersi
d’accordo sulle guerre e le scomuniche, la spaghettata verso mezzanotte
che a sua santità gli piace, e c’è sempre pure qualche bella ragazzotta,
gagliarda e sorridente. Io sto seduto a fianco al santo padre, e assaggio. E
naturalmente non sento niente, è come se non ci fossi, discrezione assoluta
che non voglio fare la fine di Caciottone, che era il quart’ultimo prima di
me, che aveva detto dal barbiere che aveva sentito cose grosse e dieci
minuti dopo le guardie se lo erano bevuto, che a Roma pure i tabernacoli ci
hanno le orecchie e ci sono tabernacoli dove che ti giri, e l’avevano
torturato per tre giorni e tre notti solo per il gusto di torturarlo che neppure
gli fecero una domanda che era una, e poi gli avevano dato fuoco a Campo
de’ Fiori, perché pure il pubblico ci ha diritto a godersi lo spettacolo. Io so
essere discreto. Però ogni tanto ci penso, perché Romoletto, Gnagnarella e
Cicorione, che sarebbero quelli che hanno tenuto il posto tra Caciottone e
me, se ne sono andati tutti al creatore che nessuno è durato più di sei mesi,
e Gnagnarella tre giorni e due notti. Perché succede? Succede perché
anche qui, nel cuore della cristianità, il veneficio ha i suoi cultori. Adesso
magari ogni volta ci saranno state motivazioni diverse. Magari uno voleva
avvelenare sua santità per una questione di donne, sono cose che
succedono; un altro lo voleva far fuori perché pensava che era un eretico
messo lì dai massoni, e pure questo ci sta; un altro ancora magari si era
solo sbagliato le dosi del condimento del coniglio alla cacciatora e non
c’era nessuna cattiva intenzione. Intanto quei tre sono pippati, e il santo
padre ancora è qui.
Mio cugino, che sotto sotto è luterano, una volta che eravamo soli ed era
sicuro che non ci sentisse nessuno, sussurrandomi nell’orecchio che si
capiva una parola su tre me lo chiese: “Ma sarà morale che il papa fa
morire avvelenato un povero innocente al posto suo tre o quattro volte
all’anno? Sarà cosa da cristiani? Tu che dici?”. Io non gli risposi, io non
dico niente. Se non facessi questo lavoro e dove li troverei cinque pasti al
giorno? E chi me li farebbe tutti quei bei regaletti e quelle carinerie delle
giovinotte se non ci avessi l'opportunità di portare le suppliche al santo
padre, eh? Io il lavoro mio me lo tengo stretto.

***

3. Un tassista

No, io non mi lamento, mi sta bene così. E’ un lavoraccio ma ce ne sono di


peggiori. Per esempio raccogliere i pomodori. Quelli non sono lavori, sono
pene dell’inferno, se così posso dire. Invece io, in fin dei conti. E poi non è
che ci sia tutta ’sta libertà di scelta, eh, si fa il lavoro che ti capita. Per il
resto c’è l’alcool e le polverine. Avete capito quali, sì? Sì che avete capito.
E il viagra, come no.
E poi a me guidare mi piace, metto lo stereo a palla per non sentire le
lagne dei passeggeri e fo il lavoro mio e finito l’orario chi s’è visto s’è
visto. No, la macchina è naturale che va pulita ogni volta, dentro e fuori,
che certe schifezze che non vi dico. Però la porti all’autolavaggio e ci
pensano loro. Se ci pensassi io risparmierei qualche liretta, è vero, ma non
ci ho proprio voglia, preferisco spendere due soldi e non sporcarmi. Lo so,
lo so, magari trovi l’orecchino di brillanti, e così invece se lo pappa quello
dell’autolavaggio. Lo volete sapere che dico io? Chissenefrega.
Chissenefrega dico io.
Se è un lavoro faticoso? Perché, voi conoscete lavori che non sono
faticosi? Se è un lavoro pericoloso? E due: voi me lo sapete dire un lavoro
che non lo è? Se è fastidioso? Arintigna! Pago da bere a chi mi sa dire un
lavoro che non è un fastidio. Nessuno alza la mano, eh? Ce lo sapevo. Non
alza la mano nessuno. E’ fastidioso tutto, mica solo i lavori. Magari i
lavori che si fanno da soli già sarebbero un po’ meglio, senza scocciatori, e
poi e poi, che certe volte uno si stufa pure di quelli, che certe volte uno
s’annoia pure davanti alla televisione, e gira canale e gira e gira e gira e
non trova niente, e pure se trova qualche cosa è niente lo stesso; perché la
verità è che dopo un po’ tutto t’annoia, perché non sono le cose che ti
annoiano, sei tu che t’annoi da te, pure nel bel mezzo del bel gioco - avete
capito quale, sì che l’avete capito - che è proprio per questo che si dice che
dura poco, no?
Io comunque non mi lamento. Servirebbe a qualche cosa? Io dico di no. E
poi poteva andarmi meglio, magari se avevo studiato da giovane, però
poteva pure andarmi peggio, no? E allora non mi lamento. Che mi dovrei
lamentare a fare? Non serve a niente, a niente serve. Certo, ce le ho
anch’io le mie idee, mica ho portato il cervello all’ammasso, però me le
tengo per me. Saggia politica estera dico io, no?
*
Figurarsi. Tutte le volte. Sul lavoro e fuori del lavoro. Al bar, per dirne
una: come dico che faccio il tassista tutti mi fanno il pezzo di De Niro
davanti allo specchio di “Taxi driver”, che io neanche l’avevo visto quel
film quando uscì, e neppure in televisione che la televisione non la guardo
che mi annoia, però dopo la cinquecentomilionesima volta che un cretino
faceva quell’imitazione mi sono comprato la cassetta. E adesso è uno dei
miei film preferiti. Insieme a “Ombre rosse”. E ci mancherebbe. E a chi
non gli piace “Ombre rosse”? Che dite? ah, sì, come no, l’ho visto, ho
visto pure quello. E’ forte, magari non sarà un classico ma è un film fatto
bene. E quello lì, che di solito recita che pare un peracottaro che gli
gonfieresti la faccia a forza di schiaffi, lì una volta tanto fa l’attore invece
che il peracottaro. Non è vero? Altroché se è vero. E la colonna sonora?
Non si riesce quasi mai a vedere un film con la colonna sonora
sopportabile. Giusto “Pulp fiction”, eh? No, per carità, non dico di essere
un esperto, però il cinema mi piace. Se ci avessi più tempo, ma col lavoro
che faccio dove lo trovo il tempo? Non è solo per l’orario, certo, pure per
quello, ma soprattutto è lo stress. Che a dire il vero io dico che certe volte
è il lavoro più stressante del mondo. Che ti verrebbe voglia di guidare e
non pensarci. E invece devi restare concentrato, concentrato sempre sul
lavoro, sulla strada, sul mezzo, è il lavoro tuo e devi farlo bene, anche se lo
fai da una vita. Quando si lavora, soprattutto quando si guida, uno non si
deve distrarre mai. Lo sapete come dicono, ogni distrazione potrebbe
essere fatale. Dice così la gente, no? Però tutti si aspettano che gli dai pure
da chiacchierare ai passeggeri, come se facesse parte del servizio. Che
invece io non ci ho nessunissima voglia di starli a sentire che mi hanno
proprio scassato le recchie con le chiacchiere loro, che ognuno gli pare che
certe cose sono successe solo a lui e invece sono sempre le stesse per tutti,
e uno che guida le ha sentite già settanta volte sette miliardi di volte,
sempre le stesse, che certe volte ti verrebbe voglia di girarti e sfragnergli il
muso. Lasciamo perdere, va.
La cosa peggiore è che è un lavoro che non finisce mai. Ci sono lavori che
finiscono, che ne so, come costruire una casa, che arriva il giorno che è
finita. Oppure fabbricare una lavatrice, una mensola, un lanciafiamme, una
merce qualunque con le sue specifiche, il suo prezzo di mercato, il suo
pezzo di forza-lavoro strappata dalla carne viva dell’operaio e incorporata
nel plusvalore. Lavori che è chiaro quando cominciano e quando finiscono.
Come giocare una partita, l’arbitro fischia e uno ha vinto e uno ha perso,
magari ai rigori. Tutto finisce, ed è un sollievo, dico io. Invece questo è un
lavoro che non finisce mai. Più ne porti e più ne arrivano. Finirà con la
fine del mondo, e forse neanche allora, che magari poi ti riconvertono ad
altre mansioni e devi continuare lo stesso. Io non vedo l’ora che arrivi la
fine del mondo per vedere una buona volta che succede.
*
Se ne vedono di ogni genere, di tutti i colori, e sempre la stessa lagna.
Quello che si lamenta e non la fa più finita. Quello che ancora litiga: ma ci
pensate? ancora litiga! Quello che non si raccapezza ed è inutile che gli
spieghi come stanno le cose tanto continua a fare il monologhetto suo
come se fosse in una cantina negli anni Settanta a fare il teatro
dell’assurdo, il babbeo. Quello che era tutta colpa della moglie. Quello che
mai se lo sarebbe immaginato. Quello che se mi ricapitasse. Quello che
non ha colto l’attimo e quello che invece l’ha colto, e quello che invece
l’attimo l’ha colto quell’altro. Non li reggo, non li reggo proprio. Allora
metto lo stereo a palla e m’inebrio di Patti Smith e di Bruce Springsteen e
chissenefrega di quelli sul sedile dietro. Ci fosse uno che si rassegna, dico
uno che è uno. Certi vecchi bacucchi e tanto pure loro, pure loro, tutti. Non
ci sta nessuno, rugano tutti. Che tanto ce lo sanno che non c’è niente da
fare, che non gliene frega niente a nessuno, ce lo sanno, ce lo sanno, però
continuano a frignare, a frignare, a frignare, e a rugare, a rugare, a rugare,
tutti avvocaticchi, tutti commissari tecnici della nazionale, che gli si
potesse seccare la lingua, che ti viene voglia di spaccargli il grugno a
martellate e non è detto che prima o poi... ma no, no, sono un
professionista, no? Metto lo stereo a palla e fo il lavoro mio. Continuassero
pure a chiacchierare, chi li sente?
E’ raro trovare qualcuno che ci si può parlare da persone civili, come con
voi adesso. Mosche bianche. Che di solito invece arrivano qui e ancora
pretendono, come se non fosse successo niente, e come se io fossi il
maggiordomo, quello che dice buonasera signore ed apre la porta della
magione di campagna o dell’hotel di lusso o del bordello che gli prenda un
canchero o la sifilide, grazie signore, torni a trovarci signore. Ma va’ a
quel paese, ma va’ a magna’ ’l sapone, ma va ’ndo ce lo sai ch’hai d’anna’
e allora vacce. Ecco: è lo stress, lo dicevo prima, è un lavoro che stressa.
Ma con certa gente vorrei vedere voi. Sono tutti uguali, tutti tutti. Altro che
le frescacce di Origene e di von Balthazar; e quegli altri due regni poi: le
favolette, le comiche, lo zuccherino per la purga: quelli primo non
esistono, e secondo se esistessero (e non esistono) quelli sì che sarebbero
vuoti, perché c’è solo questo di regno, branco d’imbecilli, prima e dopo,
che è lo stesso posto e la stessa storia e la stessa vita e la stessa - fatemi
stare zitto che è meglio, che il turpiloquio non fa bene alla salute -, solo
che qui non è come lì, qui dura in eterno il patimento, e la puzza, e lo
schifo. E se lo meritano, eccome se se lo meritano, ve lo meritate tutti.
Tutti, tutti se lo meritano, tutti ve lo meritate di essere traghettati oltre
l’Acheronte, ve lo dico io ve lo dico.

***

4. Elogio della cultura

Siccome non è che ero ricco di famiglia, da giovane mi era toccato


arrangiarmi per vivere al livello che ritenevo mi si confacesse.
Fu bello, ma durò poco. Poi fui ospite dello stato. E lì siccome non è che ci
fosse chissacché da fare mi misi a leggere. Quello che c’era, vent’anni
sono lunghi.
Fu mentre ero lì che leggevo, che capii che avevo commesso un errore
d’ingenuità. Dovevo curare di più l’aspetto. I ricchi curano l’aspetto, ecco
l’errore che avevo fatto. E perché l’avevo fatto? Perché ero un ignorante e
non ce lo sapevo. Però a forza di leggere lo capii. Imparai pure un bel po’
di trucchi che prima non li sapevo. E’ proprio vero che l’ignoranza non ha
mai fatto bene a nessuno. Per esempio: lo sapete quanto tempo uno può
stare senza respirare? Sembra un’informazione inutile, invece è scienza, e
la scienza è sempre utile. Come funziona precisamente una serratura lo
sapete? Questa è tecnologia, ed è utile pure la tecnologia. Parlevvù franzé?
Questo è francese, e pure questo serve. Ho imparato un sacco di cose. Per
dirne una adesso saprei costruirmi una pistola da solo, conosco un
campionario di veleni che levatevi, so con precisione dove e quanto
affondare una lama per ottenere l’effetto che voglio. Tutte cose che
servono, perché la cultura serve. Quelli che dicono che non serve a niente
lo dicono per farvi restare ignoranti così vi sfruttano meglio. Ho letto pure
Marx. E Arsenio Lupè.
Adesso sono più di dieci anni che sono uscito, vivo al mio livello, ho
l’aspetto giusto e nessuno mi dice pio. E non passa notte che non faccio
piangere qualcheduno.
La cultura è la più bella cosa. Pure i soldi, eh.

***

5. Una lettera a Topolino

Caro Signor Topolino,


le scrivo all’indirizzo del Suo giornale non conoscendo quello della Sua
privata residenza, e del resto non vorrei disturbarLa violando la Sua
privacy.
Sono un fedele lettore del Suo Giornale da molti anni e vorrei in primo
luogo congratularmi con Lei per le Sue avventure e per il garbo con cui Le
racconta.
Sono un fedele lettore anche di Diabolik, Jacula, Messalina, Tex ed altri
giornaletti, ma il Suo Giornale mi sembra il migliore perché è più di
cultura e non ci sono gli ammazzamenti e le porcherie.
A me gli ammazzamenti e le porcherie non piacciono, io sono una Brava
Persona.
Le scrivo questa lettera su suggerimento del mio avvocato d’ufficio per
segnalarLe un errore giudiziario di cui sono vittima incolpevole e
innocente.
In quanto vittima incolpevole e innocente so di poter contare sulla Sua
bontà e sul Suo aiuto.
Le vorrei quindi chiedere se potesse, a titolo gratuito e come Opera di
Bene poiché il sottoscritto non dispone di mezzi di fortuna, svolgere
un’inchiesta indipendente sui fatti di sangue a me attribuiti e dei quali mi
dichiaro, professo e protesto incolpevole e innocente.
Le due ragazzine, che riposino in pace, neanche le conoscevo.
E poi si sa, l’uomo è uomo.
RingraziandoLa fin d’ora per la Sua attenzione e per la Sua gentilezza,
confidando in un pronto intervento, La ringrazio di tutto cuore e Le auguro
tanta salute e buon lavoro.
*
Post scriptum: vorrei anche iscrivermi al pregiato Suo Club di Topolino,
ma non ho risorse finanziarie; sarebbe possibile iscriversi gratis? Potrebbe
il Club mettermi a disposizione a titolo gratuito e come Opera di Bene un
avvocato un po’ migliore di questo che mi hanno dato d’ufficio? Che
adesso non voglio dire niente che è meglio che non dico niente, però non
sono per niente soddisfatto, per niente proprio.
Mi risponda, La prego; anche solo un Suo cenno di riscontro per me
avrebbe un grande significato, stante la Sua fama e il Suo prestigio, che lei
è proprio una Gran Brava Persona, che io La seguo sempre attraverso il
Suo Giornale.
Mi aiuti, qui ho paura. Anche se lo avessi fatto (e non dico che l’ho fatto,
che anzi io mi dichiaro, professo e protesto incolpevole e innocente), erano
solo due zozzette che gli piaceva stuzzicare i bei giovanotti come me, non
vedo perché adesso lo Stato deve rovinare la vita a un giovane promettente
come me per una scemenza come quella.
Resto in attesa, grazie, grazie, e Le porgo i più distinti saluti ed auguri di
ogni Bene a Lei e alla sua Gentile Famiglia.

***

6. L’invenzione dei dieci comandamenti


Era di pomeriggio, con Facciallegra e Sarchiapone stavamo a riposarci nel
mezzo della radura. La caccia non era andata male, perché di animali non
avevamo preso niente ma avevamo trovato un albero di frutti gustosissimi,
e ne mangiammo a volontà. Poi piantammo le lance in terra e ci
sdraiammo a dormire. Ma dal momento che il sonno non veniva e di
tornare subito al villaggio non ci andava, cominciammo a chiacchierare tra
noi.
“Io dico - cominciò Facciallegra - che a me certe ingiustizie non mi stanno
bene, no, proprio non mi stanno bene. Se a caccia ci vado io, quello che
trovo me lo pappo io”. “Bravo”, disse Sarchiapone. “E perché lo devo dare
pure ai vecchi e ai bambini del villaggio? Andassero a caccia pure loro se
ne sono capaci”. “Giusto”, disse Sarchiapone. “E le donne? A lotta non
valgono niente. E se uno non è capace di difendere le sue cose, è giusto
che il più forte se le prenda, no?”. “E’ vero”, disse quell’imbecille di
Sarchiapone.
Allora decisi che non potevo più stare zitto: “Ma che dici, Sarchiapo’? Se
non ti aiutavamo io e Facciallegra ti levavano pure il vestito, l’altro
giorno”. “Che c’entra?, rispose, Siamo amici, è normale che mi avete
aiutato, io quante volte vi ho aiutato a voi?”. “E allora che vuol dire che
chi è più forte si prende le cose di chi è più debole? Basta che quello più
debole ha qualche amico e diventa più forte di quello più forte”. “E’ così, e
così deve essere”. “Bravo furbo, ma se quello più forte chiama gli amici
suoi e diventa di nuovo più forte di quello più debole e degli amici suoi...”,
“Vuol dire che andrà come deve andare...”, disse Sarchiapone che era già
stanco di discutere. “E se quello più debole e gli amici suoi chiamano altri
amici loro e ridiventano più forti...”: “Basta, basta, che così non finisce
più”, intervenne Facciallegra. “Appunto, dissi io, non finisce più e si è
visto l’altr’anno con la faccenda tra il villaggio della valletta puzzolente e
quello di dietro la foresta, che cominciarono a litigare Magnallova e
Tiradritto, che prima erano pure amici, e poi rissa dopo rissa è finita che il
villaggio dei puzzoni è stato distrutto e quelli che ci stavano quasi tutti
ammazzati, ma poi quelli presi come schiavi hanno dato fuoco al villaggio
dietro al bosco, e pure al bosco, e adesso dei due villaggi non c’è più
neppure l’ombra e di chi ci abitava sono sopravvissuti sì e no venti o
trenta, che poi li abbiamo trovati noi e prima li abbiamo portati nel recinto
delle bestie del villaggio nostro e poi piano piano ce li siamo pappati tutti”.
“E’ vero. Erano proprio degli imbecilli. E la carne era pure cattiva”,
concluse Sarchiapone.
“Ma che c’entra?”, disse Facciallegra. “Che c’entra che?”, dissi io. “La
storia che hai raccontato”, disse lui. E subito Sarchiapone: “Già, che
c’entra?”. E allora dovetti continuare, perché Facciallegra e Sarchiapone
sono i miei migliori amici e andiamo a caccia insieme da quando eravamo
pischelli, ma fra tutti e due non capiscono un accidente. “C’entra, perché
quello che dici tu è una fesseria, Faccialle’”. “Come sarebbe? Perché è una
fesseria quello che dico io? Sarà una fesseria quello che dici tu, signor
sapientone”, replicò. “Sarebbe che tu apri bocca e gli dai fiato, e invece
prima dovresti pensarci due volte”. “Bravo, e mentre io ci penso due volte
il cinghiale già è scappato. Sei proprio un fesso, Posapia’”. Posapiano era
il mio nome, e me l’avevano messo perché prima di fare le cose ci pensavo
sempre, ma quando poi si trattava di agire ero svelto come la polvere, altro
che posapiano.
“Vi devo sempre spiegare ogni cosa”, dissi paziente. E continuai: “Quando
eravamo regazzini e a caccia non ci andavamo come abbiamo fatto a non
morire di fame?”. E Sarchiapone: “Ci pensavano i grandi a darci da
mangiare”. “Bravo, e adesso che grandi siamo noi chi ci deve pensare a
portare da mangiare per i regazzini di adesso?”. “Noi, è naturale”, disse
Sarchiapone. “Bravo, e a quelli che quando erano grandi loro e ci davano
da mangiare a noi che eravamo regazzini, e che adesso loro sono vecchi e
non ce la fanno più a correre dietro ai cinghiali e a infilzarli con la lancia, e
noi adesso siamo grandi e un giorno diventeremo vecchi pure noi se non
moriamo prima, ebbene, chi ci deve pensare adesso a far mangiare i vecchi
che prima ci facevano mangiare a noi?”. “Noi, noi, è chiaro”, concluse
Sarchiapone. E allora io: “E allora?”. E Sarchiapone: “E allora che?”.
“Come sarebbe allora che?”. Si intromise Facciallegra: “Ho capito, io ho
capito quello che dici, che chi è grande deve andare a caccia per far
mangiare pure i regazzini e i vecchi”. “"Mo’ hai capito”, dissi. “Avevo
capito pure prima”, rispose. “E pure io”, disse Sarchiapone. “E allora
quello che dicevate prima era una fesseria”, provai a concludere, ma
figuriamoci. “Sei tu che dici le fesserie, disse Facciallegra, io dicevo delle
donne”. “Perché, le donne non ci vanno pure loro a caccia? Non le portano
pure loro al villaggio le radici e la frutta e l’acqua? E oltre a fare tutto
quello che fanno gli uomini fanno pure altre due cose che noi non
facciamo”. E Facciallegra: “Sì, prendere in giro a me”. Era vero che al
villaggio tutti prendevano in giro Facciallegra, donne e uomini, perché
aveva una cicatrice sul viso che sembrava che ridesse sempre; se l’era fatta
una volta che aveva fatto a botte con uno che aveva preso una pietra
affilata e gli aveva fatto il lavoretto. Lui diceva che non gliene importava
niente, ma quando lo prendevano in giro le donne rosicava eccome.
“Quanto sei fesso”, dissi io. E Sarchiapone: “Allora, visto che sei tanto
intelligente, dillo tu quello che le donne fanno e che noi non sappiamo
fare”. “Fanno i figli, capoccione. E dopo li allattano pure. Tu li sai fare i
figli? Li sai allattare?”. Scoppiammo a ridere tutti e tre, siamo vecchi
amici, e quando uno dice una cosa buffa o la soluzione di un indovinello ci
scordiamo subito di ogni discordia. Siamo vecchi amici, tutti per uno e uno
per tutti, ci chiamano i tre lancieri.
“Vabbè, mi sa che è ora che torniamo al villaggio, raccogliamo un po’ di
questi frutti pure per loro, via”, disse dopo un po’ Facciallegra. E
aggiunse: “Con tutto che non se li meritano”. Non ce la faceva a non avere
l’ultima parola.
Raccogliemmo tutta la frutta che riuscivamo a portare e ci mettemmo in
cammino. Ci eravamo allontanati parecchio dal villaggio, e c’era da
camminare un bel po’. Avevamo fatto suppergiù cento passi che vediamo
una famiglia di cinghiali. Succede sempre così: finché non hai ingombri e
sei pronto a tirare la lancia non trovi neppure una serpe, appena ti trovi che
hai dovuto tirare su il davanti del vestito e reggerlo con tutte e due le mani
(e con una pure la lancia, che così la tieni pure male) per portare la frutta,
allora ti compare davanti ogni bendidio di bestie commestibili.
Perdere tempo non si poteva. In un lampo tutti e tre lasciammo le cocche
delle vesti, i frutti caddero in terra, ci mettemmo all’inseguimento dei
cinghiali.
Fu un inseguimento lungo, mannaggia a loro, e alla fine ci scapparono
senza che fossimo riusciti neppure a tirargliela la lancia. Quando ci
accorgemmo che era inutile continuare restammo un bel pezzo a riprendere
fiato, poi lemme lemme tornammo dove avevamo lasciato la frutta.
E poiché le fregature non vengono mai da sole, il grosso della frutta non
c’era più, e quella che restava era stata schiacciata per bene cosicché era
diventata una poltiglia tutta impastata di terra, ormai irrecuperabile. E chi
ci aveva fatto il servizietto aveva pure fatto, incidendo la corteccia di un
albero, un disegno, insomma, avete capito che disegno, apposta per
deriderci.
E’ naturale che non la prendemmo bene. E per fortuna che prima avevamo
mangiato a più non posso e quindi la giornata non era stata un disastro
totale. Discutemmo se era il caso di tornare all’albero dove avevamo
trovato la frutta, ma si era fatto tardi e il cammino era ancora lungo e non
volevamo che il buio ci trovasse ancora nel folto del bosco. E poi i frutti
che era facile prendere li avevamo già colti, quei pochi che restavano
sull’albero erano sui rami più alti, e si rischiava di cascare di sotto e farla
pure noi, e coi nostri stessi corpi, la poltiglia. Bisognava tornare al
villaggio e buonanotte.
Riprendemmo a camminare di malumore. “Bisognerebbe stabilire delle
regole, come quando si gioca a morra, che ci sono le regole del gioco
altrimenti finisce sempre in rissa”, disse Sarchiapone. “E bravo
Sarchiapone, dissi io, t’è venuta una bella idea”. “Me ne vengono sempre,
solo che non ve le dico”. “Forse faresti meglio a cominciare a dirle”. “Così
poi mi ci prendete in giro, eh?”. “Se sono belle idee, no”. “Allora senti
questa, Posapia’: si potrebbe fare la regola che non si ruba la frutta che uno
ha posato per terra per correre dietro a un cinghiale”. “E’ una bella
regola”, dissi io. “E allora si potrebbe fare pure la regola che se tu tocchi la
roba mia io t’ammazzo”, disse Facciallegra. Ma io: “E’ una regola
pericolosa, perché ci sono molti casi in cui non è sicuro di chi sia la roba:
per esempio può anche darsi che chi ha trovato la frutta nostra aveva
pensato che l’avevamo buttata”. E Facciallegra: “Allora doveva aspettare
che tornavamo e chiedercelo se l’avevamo buttata”: E io: “E se non
tornavamo?”. “Aspettava fino alla sera e poi se la pigliava lui”, disse
Sarchiapone. “E se noi tornavamo solo il giorno dopo?”, dissi. “Ce la
ridava, e finiva lì”, concluse Facciallegra. “E se se l’era già pappata?”.
“Gli buchiamo la trippa con le lance”. “Non mi pare che funziona, e poi si
finisce come nella storia dei puzzoni e di quelli di dietro il bosco”.
Sarchiapone fece: “Fermi tutti, mi è venuta un’altra idea”. “Che idea?”,
chiedemmo insieme io e Facciallegra. E Sarchiapone: “Facciamo la regola
che non si ammazzano le persone”. E Facciallegra: “Ah sì? E come si fa a
fare la guerra?”. E Sarchiapone: “Smettiamo di fare la guerra”. E io: “Se ci
attaccano ci difendiamo, è chiaro, ma questa è legittima difesa”. E
Facciallegra: “Insomma sei d’accordo con questo scemo?”. “Sì, è una bella
idea”. E lui: “Andiamo bene, ce ne sono altre di belle idee come questa?”.
E Sarchiapone: “Me ne è venuta un’altra: che si deve portare da mangiare
ai vecchi che non possono andare a caccia”. Io: “Questa è buona”. E
stavolta anche Facciallegra annuì, poi disse: “Però bisogna farne poche di
regole, altrimenti uno se le scorda”. Sarchiapone: “Se ne potrebbe fare una
sola che vale per sempre”. Ma io: “Ah Sarchiapo’, qui ne abbiamo dette
già tre, come si fa a farne una sola?”. Sarchiapone: “Allora facciamone
cinque”. “E perché cinque?”. “Perché è facile ricordarsele, le contiamo con
le dita della mano, una regola il primo dito, una regola il secondo...”. “E
allora perché non venti? Ne abbiamo venti di dita, cinque per mano e
cinque per piede”. “Sì, ma i piedi sono distanti e puzzano pure”, fece
Sarchiapone. Allora io: “Facciamone dieci quante le dita delle mani e non
se ne parla più”. Facciallegra disse: “Ha ragione Posapiano, una volta
tanto”. Sarchiapone disse: “E’ andata. Adesso pensiamo alle altre sette
regole”.
Non ce lo immaginavamo mica che stavamo cominciando la storia della
civiltà.

***

7. Gli storici

Adesso non è che pretendo di capire tutto, non sono un presuntuoso, ma il


cervello ce l’ho pure io, no? E siccome non sono l’ultimo dei fessi, eh no,
è da un bel pezzo che me ne sono accorto che i signori che comandano ci
raccontano un sacco di frescacce. Ma proprio un sacco, dico io.
Per esempio quelli che scrivono la storia, no? Loro dicono che è successo
queste e quello, ma che ne sanno? C’erano? No che non c’erano, e allora
zitti e mosca. Dovrebbero almeno ammetterlo che sono cose che sanno per
sentito dire. Per esempio la storia dei tempi antichi, quando non c’era la
televisione. La televisione fa la ripresa e poi la puoi rivedere pure al
rallentatore, no? Era gol o non era gol? C’era il rigore o non c’era? Questa
è scienza. Invece ai tempi della storia antica la televisione non c’era, non
c’era la moviola, non c’era niente, erano i tempi antichi. E allora, dico io,
che ne sai se le storie che raccontano sono vere o no? Dice: il colosseo. Lo
potrebbero pure aver costruito cent’anni fa, che ne sai? C’era la televisione
cent’anni fa? No. E allora che ne sai? Dice: però sta scritto sui libri. E qui
casca l’asino, dico io. Perché allora se io prendo un libro e ci scrivo sopra
“Cencio è cornuto”, allora vuole dire che Cencio è cornuto? Non vuole
dire niente, Cencio può essere cornuto e può non essere cornuto, non
dipende dal fatto che lo scrivo io sul libro, o sul muro del cesso della
stazione. Dice: che c’entrano i libri col muro del cesso della stazione?
C’entra, perché sono posti che ci si scrive sopra, o no? E allora c’entra,
dico io.
E adesso fo un esempio: allora, c’è ’sto libro de ’sto Tacito che a Terni gli
hanno dedicato una strada, o una piazza, no? E a chi le dedichi le strade e
le piazze? Alla gente importante, no? E perché è importante ’sto Tacito?
perché faceva lo storico, no? E qui casca l’asino, dico io. Sentite qua: ’sto
Tacito era un antico romano, no? E scrive un libro sui tedeschi del tempo
degli antichi romani. E i tedeschi di qua, e i tedeschi di là, e i tedeschi
fanno così, e i tedeschi fanno cosà, tutto un libro. E a Terni allora tutti
quanti: ma quanto è bravo ’sto Tacito che ha fatto ’sto libro sui tedeschi, e
chi li conosceva i tedeschi, e mo’ li conosciamo grazie a ’sto Tacito e ci
tocca dedicargli una strada. E vabbe’. Vabbe’, dite voi? Vabbe’ un corno,
dico io. E mi spiego. Ce lo sanno tutti che i tedeschi mangiano le patate,
infatti i tedeschi tutti li chiamano mangiapatate. E perché li chiamano
mangiapatate? perché mangiano le patate, no? E questo è un fatto, mica
chiacchiere. Allora, adesso ve ne dico una che di sicuro non ve l’aspettate:
le patate in Europa nei tempi antichi non c’erano. Ah, adesso restate a
bocca aperta, eh? eh? A bocca aperta. Le patate, se lo volete sapere,
stavano in America. E solo dopo la scoperta dell’America le hanno portate
in Europa. Ma ai tempi degli antichi romani l’America neanche sapevano
che esisteva. Nisba, nix, zero carbonella. E allora come facevano ad
esserci i tedeschi che sono tutti mangiapatate se non c’erano le patate?
Sarebbero morti di fame. Ecco qua spiegato tutto il mistero: a quel tempo
la Germania era vuota, non ci abitava nessuno. E i romani quando l’hanno
conquistata non c’era nessuno. Però ai romani gli piaceva - eccome se gli
piaceva - di far credere che chissà che guerre avevano fatto, e allora
dicevano che c’erano tutti quei tedeschi che invece non c’era nessuno. E
allora ’sto Tacito, diciamo le cose come stanno, eh? ’Sto Tacito era proprio
un gran bugiardo, sissignore, proprio un gran pinocchione, e tutti gli
abbocconi a crederci alle panzane sue. Pure la strada gli hanno dedicato.
Gli storici, te li raccomando.

***

8. Ercole

Eccome se l’ho conosciuto, e chi non lo conosceva?


Oramai era vecchio, stava sempre al bar del Ciampicotto e tutta la
pensione finiva in vermuth.
A vederlo allora non ci si sarebbe creduto che aveva fatto le dodici
imprese d’Egitto, invece era proprio lui, Ercole in persona.
Che uno magari s’immaginava che era diventato ricco e campava come un
pascià in uno di quei villoni degli attori d’Ollivù invece no, stava tutto il
giorno al bar. Leggeva il giornale e giocava a dama o a scacchi, ma non a
soldi, giocava solo per giocare. E se uno gli era simpatico e glielo chiedeva
gli raccontava qualcuna delle sue avventure. Che tutta la gente del bar
allora si azzittava e anche se facevano finta di fare qualche altra cosa erano
tutti con le orecchie appizzate per sentir raccontare le avventure di Ercole,
che ormai ce le sapevano a memoria ma gli piaceva troppo di risentirsele
raccontare, e poi da Ercole in persona.
*
L’ho letto pur’io sul giornale. Ma io a quello che c’è scritto sui giornali
non ci ho mai creduto. A parte “L’Unità”, è naturale.
I giornali le sparano sempre grosse. Ci avevo un cugino, che adesso è
ospite dello stato, che scriveva sul giornale. Cioè, gli telefonava le notizie
dal paese. Però poi uscivano sul giornale e certe volte, quando erano
lunghe, c’era pure la firma sua. Siamo cugini e io gli voglio bene. Aiuto
pure la famiglia adesso che lui non c’è. Però lo so come lavorava. E’ che il
giornale lo fanno tutti i giorni e pure se un giorno non è successo niente
bisogna che sia successo qualche cosa per scriverlo sul giornale. Funziona
così. Allora Francaccio che faceva? Certe volte le inventava, però c’era
l’inconveniente che il paese è piccolo e le cose si risanno, e siccome c’è
sempre qualcuno invidioso che ti vuole fare le scarpe il giorno dopo
telefonava al giornale che quello che aveva scritto Francaccio erano tutte
frescacce, che non era vero che Cecio aveva magnato cinquanta ova in una
volta sola, che non era vero che una famiglia era morta di peste bubbonica
(che chissà dove l’aveva trovato quel nome, peste bubbonica), eccetera
eccetera, e allora dal giornale lo chiamavano a Francaccio e gli facevano il
cazziatone. Apposta gli venne in mente quello che poi fece. Che prima era
uno buono come il pane. Però doveva pure lavorare e siccome gli piaceva
di fare il giornalista invece di spaccarsi la schiena a zappare che la terra da
noi è bassa e pure dura, allora cominciò a fare quello che ha fatto. Via che
ce lo sapete pure voi quello che ha fatto. No? Allora ve lo dico io:
cominciò a farle lui le notizie. Di nascosto dava fuoco alla stalla di
Aristide e poi ci faceva l’articolo, e ci aveva da scrivere per cinque giorni
di fila perché il primo giorno dava la notizia dell’incendio doloso, il
secondo intervistava il povero Aristide che nell’incendio gli era morta la
moglie e un garzone che chissà che ci stavano a fare di notte insieme nella
stalla, il terzo giorno intervistava il maresciallo dei carabinieri che gli
diceva che le indagini erano coperte da strettissimo riserbo, il quarto
giorno raccoglieva voci anonime (che naturalmente se le inventava lui) che
protestavano perché le autorità tenevano il paese all’oscuro sulle indagini e
ancora non avevano assicurato alla giustizia gli autori dell’efferato delitto
(scriveva proprio così: l’efferato delitto), il quinto giorno descriveva la
paura che serpeggiava per il paese (così scriveva: serpeggiava, che ancora
mi chiedo come gli venivano). Poi bisognava trovare un’altra notizia. E
siccome al paese non succedeva mai niente, gli toccò darsi da fare a lui
un’altra volta. E fu la volta della sora Cesira uccisa per strada (in una
stradina che non c’è mai nessuno, che costeggia il muro di dietro del
consorzio agrario, verso la discarica, che la sora Cesira abitava da sola in
un casaletto dopo la discarica) con uno sganassone per una catenina d’oro
e poche lire nel borsellino. E via con l’efferato delitto, le interviste, e pure
le fotografie che le scattava lui e le mandava al giornale tramite Francaccio
di Stuzzicone (è un altro Francaccio, al paese ce ne saranno mezzo milione
di Francacci) che lavorava in città e ci andava col treno e il giornale era
proprio attaccato alla stazione che quello scendeva dal treno, allungava la
mano e la busta colle fotografie era nella buca delle lettere che sarebbe
stato buono pure un figlio, pure una creatura, e invece poi ci litigarono
perché Francaccio di Stuzzicone voleva pure essere pagato, e fecero una
baccagliata al bar e qualche giorno dopo Francaccio di Stuzzicone fu
rapito e ritrovato morto e mezzo bruciato nell’orto che ci aveva a mezza
costa a tre chilometri da casa che ci andava tutti i giorni dopo ch’era
tornato col treno al paese, seviziato ed estinto, un altro efferato delitto.
Durò meno di una settimana pure quella della sora Cesira di notizia. E poi
pure quella di Francaccio di Stuzzicone. E così via. E pensare che era un
pezzo di pane, mio cugino.
Poi smise di fare il giornalista e si mise a fare le rapine e basta. Finché lo
beccarono.
E allora non mi venite a dire a me quello che c’è scritto sul giornale che io
ce lo so che sono tutte balle.
Pure quelle che hanno scritto su Ercole. Che i giornali non ci hanno
rispetto di niente e di nessuno. Io non li compro i giornali, al bar leggo
solo le pagine degli annunci che cominciano con una sfilza di AAA. Sono
vedovo, ci avrò bisogno pure io di qualche sfogo, no?
*
Certo che c’ero al funerale. C’era tutto il paese al funerale. Non è che un
Ercole muore ogni giorno. A parte il fatto che c’è sempre tutto il paese ai
funerali, pure se si sotterra un saltapicchio. Non è che ci siano tanti
divertimenti qui al paese. Una volta c’era il cinema all’aperto, ma poi lo
hanno chiuso. E allora o uno prende il motorino o l’apetto e va al paese
vicino che comunque sono bei chilometri e la strada è una stradaccia e se
non l’incateni bene a un palo il motorino o l’apetto te lo rubano pure e
pure se l’hai incatenato te ce la fanno addosso per sfregio; oppure stai al
bar a sentire la radio e a giocare a carte e ogni tanto magari una scazzottata
o un par di coltellate, che altro c’è da fare? Così quando c’è un funerale c’è
tutto il paese. Prima in chiesa che pare che scoppia e poi a piedi fino al
camposanto che ormai è più grosso del paese.
Fu un bel funerale, io penso che sarebbe stato contento.
Certo che c’era la bandiera della sezione, era iscritto al partito. Era un
lavoratore pure lui, no? E se uno è un lavoratore che deve fare? Deve
unirsi con gli altri lavoratori nella lotta per l’emancipazione dell’umanità.
E chi l’organizza la lotta per l’emancipazione dell'umanità? Chi? Il partito.
Certo che era iscritto al partito, stava pure nel direttivo della sezione, e
quando si faceva la festa dell’“Unità” suonava pure la fisarmonica. Non ve
lo aspettavate, eh? Uno si crede che se uno è importante come Ercole sta
sempre lì col muso lungo a fare il presuntuoso con la puzza sotto il naso,
eh? invece no, era uno alla mano, era un compagno. E alla festa
dell’“Unità” suonava la fisarmonica. Potete chiederlo a tutti, pure al prete.
*
L’ho letto, l’ho letto pure io il famoso “documento inedito” sul giornale.
Che intanto visto che era pubblicato sul giornale non era più inedito, no? E
poi chi lo dice che lo ha scritto proprio lui? Ma ragionate un po’: se uno
scrive un foglio per dire di non essere quello che la gente si crede ma di
essere un altro, embè, lo dice da sé che non è quello ma un altro, no? E’
chiaro come il sole che è una falsità. Non dico che qualcuno non l’abbia
scritto il famoso “testamento segreto”, ma non l’ha scritto lui. Che poi io
non gli ho mai visto scrivere una riga, stava sempre al bar a leggere il
giornale o a giocare a scacchi, o a dama.
L’ho letto, l’ho letto. Magari è pure una bella storia, ma è una storia
inventata. E’ come i libri di Salamone. Salamone, Salamone, quello della
bibbia, ce l’avete presente? Vi pare che se uno è Salamone, famoso in tutto
il mondo, poi si mette a scrivere quelle sporcaccionate del Cantico dei
cantici? o quelle castronerie della Sapienza, o il manuale del perfetto
suicida? E andiamo, facciamo i seri. Così il cosiddetto “testamento
segreto” di Ercole, che se mio cugino non stava in galera io dicevo che
l’aveva scritto lui. Che magari poi lo ha scritto lui lo stesso, chi lo sa? In
galera uno ci ha un sacco di tempo, la pappa è assicurata. Sapete quante
volte ci ho pensato pure io: un delittello da quattro soldi, senza sforzo, e
poi mi faccio mantenere vent’anni dal governo ladro. Io la chiamo l’uscita
di sicurezza. Il giorno che mi stufo di stare qui al paese a fare la muffa...
No che non lavoro, ci ho una pensioncina d’invalidità perché non ci vedo
per niente e sono quasi sordo. Vedo tutta nebbia, che qui al paese c’è
sempre la nebbia ma io la vedo pure quando non c’è, così sto sempre qui al
bar e le sento tutte le storie. Da giovane no, da giovane ero gagliardo pure
io, troppa n’ho fatta piagne di gente da giovane, ma poi s’invecchia, i
malanni, uno non ci ha più gusto alle risse, al contrabbando, all’abigeato.
Non ve l’aspettavate che sapevo pure le parole difficili come abigeato, eh?
Ne so parecchie pure io, è che non le dico perché noi gente di paese siamo
diffidenti, è il carattere nostro, con tutte le fregature che ci avete dato, alla
fine l’abbiamo capito per forza che uno più si sta zitto e meglio è.
*
Dire che eravamo amici, no. C’era la differenza di età, qui da noi gli
anziani li rispettiamo ancora, non come fa la gente di città che li butta nel
cesso e tira la catena. Qui al paese chi arriva a diventare vecchio merita
rispetto. Già perché è riuscito a non farsi pizzicare dalle vipere o dalle
schioppettate vuole dire che uno merita rispetto. E poi non siamo
cannibali. Siamo gente civile. E poi c’è il partito. Pure il prete, non dico di
no, ma soprattutto il partito. E se uno vuole essere comunista deve vivere
da comunista, non da capitalista porco e ladro. E allora ci ha rispetto dei
vecchi, perché un comunista deve sempre dare l’esempio. Se non ci fosse
il comunismo che saremmo? Un branco di scimmie saremmo, come i
padroni, come i borghesi, un branco di zozzoni ladri. Invece c’è il partito e
la missione storica dell’emancipazione dell’umanità. Dovreste ringraziarci,
dovreste. No che venite qui a buttare concime su uno che è morto. Lo
sapete che è il concime, sì? No, non è che mi sono offeso, ci mancherebbe,
è che io mi ci commuovo quando penso al comunismo e al giorno che
l’umanità sarà libera e felice e farà la giustizia, l’uguaglianza e la libertà,
come dice “Bandiera rossa”. La conoscete “Bandiera rossa”? Io dico che è
pure meglio di “Volare” e di “Marina” messi insieme.
Di amici ormai ce ne aveva pochi perché dell’età sua non c’era più
nessuno, che ci avrà avuto a dir poco centovent’anni, centocinquanta. La
gente diceva che aveva conosciuto Garibaldi in America, e poi era venuto
in Italia con lui per fare l’Italia che a quel tempo non c’era, cioè c’era
come carta geografica ma gli italiani non c’erano, furono Garibaldi e
quell’altro che si chiamava Peppe pure lui - Mazzini, bravo - che ce li
portarono dopo che cacciarono gli austriaci, i francesi, gli spagnoli, i
barbari e tutta quell’altra gente che adesso non lo so perché stavano qui
invece che a casa loro. Io ho fatto le scuole basse, al tempo della sora
Amalia. Non lo sapete chi è la sora Amalia? Chiedete a chi vi pare che ve
lo dicono tutti, che qui tutti sono andati a scuola dalla sora Amalia. Mo’ è
morta da parecchi anni. No, i giovani che ne sanno? I giovani non vedono
l’ora di zompare sul motorino, sulla corriera, sul treno e andarsene via.
La gente ne raccontava a bizzeffe di storie su di lui e di sicuro qualche
volta le esagerava pure o magari le inventava di sana pianta. Lui invece
non si vantava mai, raccontava sempre solo le avventure che gli parevano
più importanti, che magari invece non erano quelle più importanti ma gli
sembravano più importanti a lui o forse gli erano restate impresse meglio
nella memoria, che poi a una certa età neppure lui se le ricordava bene e la
gente che lo sentiva tra sé e sé diceva - ma solo nel pensiero, eh, che
nessuno fiatava quando Ercole raccontava le dodici imprese d’Egitto –
“questa se la ricorda male, questa era così e così”, che lo avevano sentito
tante di quelle volte che ormai le sapevano a memoria tutte le avventure di
Ercole, quelle che raccontava, che invece ne aveva fatte una caterva che
non le raccontava perché non gli dava peso e invece magari a un’analisi
materialistico-storica erano pure parecchio più importanti, che per esempio
aveva conosciuto il compagno Gramsci in carcere (che il fascismo aveva
messo in carcere pure a lui, Ercole. Che però c’era stato poco perché una
volta aveva spezzato le sbarre e era scappato, e se Gramsci non stava
troppo male di salute se lo incollava e via svelti come la polvere a
organizzare la rivoluzione dove i padroni e i fascisti meno se lo
aspettavano) e aveva fatto la Resistenza, il Risorgimento e la Resistenza,
lo dicevano tutti. E’ che era modesto, pure quando raccontava dell’idra,
per esempio, non è che diceva che era quello che era, diceva che era una
specie di serpentone con tutte ’ste capocce ma che non capiva un cempele
e che alla fine bastava essere svelti col marraccio a tagliare e buttare nel
focarone che avevi acceso prima, e magari se non c’era riuscito lui ci
sarebbe riuscito qualcun altro a farla secca come uno straccio: la
raccontava così l’impresa d’Egitto dell’uccisione dell’idra, dico:
l’uccisione dell’idra, che è una delle imprese piu' famose della storia del
mondo, più di Cassius Clay, più di Giulio Cesare, e lui la raccontava come
se niente fosse. Che un altro avrebbe preteso il premio Nobel, il premio
Oscar, per aver ammazzato l’idra, lui invece la raccontava così, come una
cosa semplice semplice che siccome si doveva fare e allora l’aveva fatta.
Perché se c’è un popolo oppresso il comunista non si gira dall’altra parte,
ma combatte per la fine dell’ingiustizia. Come dice il partito: il
proletariato, consapevole della sua missione storica di liberare l’umanità
intera, affronta i problemi che oggettivamente si presentano nel momento e
nel luogo in cui si presentano, analisi concreta della situazione concreta,
lotta senza quartiere contro gli affamatori del popolo e poi realizza
l’elettrificazione più i soviet. Una volta volevamo fare un soviet pure qui
al paese, ma era una cosa difficile che nessuno sapeva il russo e allora non
si capiva bene come funzionava e abbiamo rinviato a quando il partito avrà
vinto le elezioni al parlamento e allora si attua la Costituzione della
Repubblica italiana con tutte le virgole e si fa il comunismo mica solo qui
al paese, ma in tutta Italia in una volta sola, ve lo dico io.
*
L’ho letto, l’ho letto come la racconta il giornale. Che non era per niente
Ercole quello vero, che si chiamava Oreste Strapparognoni, che in galera
s’era studiato le favole antiche e una volta uscito faceva il cantastorie e
l’accattone e il rubagalline, e che a forza di girare i paesi qui intorno la
gente si era creduta che le storie che raccontava erano fatti che erano
successi a lui e che invecchiando certe volte finiva per crederci pure lui un
giorno sì e uno pure.
Volete sapere che ne penso io? Che i giornali scrivono solo frescacce. A
parte “L’Unità”, è chiaro.

***

9. Tutti i libri del mondo

Il mio obiettivo originario era leggere tutti i libri del mondo. Ambizioso,
non dico di no.
Ma per farlo mi serviva un bel po’ di tempo libero, e per avere il tempo
libero come si fa? Lo sanno tutti come si fa: bisogna avere un sacco di
soldi. Ma tanti. E io non ce li avevo.
Per questo ho deciso che il primo passo per poter leggere tutti i libri del
mondo era fare i soldi.
Ci sono diversi modi per fare i soldi: ereditare, lavorare sodo, giocare al
gioco del lotto o al gratta e vinci, oppure prenderli dove già stanno. Di tutti
questi ce n’è uno solo che è sicuro. Avete indovinato. Indovinai pure io.
Però quello che non sapevo è che difficilmente con un colpo solo
raggiungi la quota necessaria. Perché hai pure un sacco di spese, e
l’incasso certe volte è miserevole.
*
Ricordo ancora il primo colpo. Non avevo nessuna esperienza se non i film
visti in televisione. Comprai una pistola giocattolo che a me sembrava una
pistola vera. Quando la tirai fuori il cassiere scoppiò a ridere, e rideva e
rideva e io ripetevo “Mani in alto o sparo” ma quella maledetta risata era
così fragorosa, e penetrante, e contagiosa che tutti, tutti, impiegati e clienti,
si misero a ridere e io non capivo neppure perché, finché quello
asciugandosi le lacrime che a forza di ridere gli erano usciti i lucciconi e
pareva che quasi si soffocasse, disse singhiozzando: “Mi scusi, mi scusi,
ma è una pistola giocattolo, l’ho regalata una uguale a mio figlio per il
compleanno, ha sei anni e è un amore”, s’intenerì al pensiero della prole e
sorrise malinconico, poi di nuovo a ridere a crepapelle e io uscivo di corsa
con tutti che si piegavano in due dalle risate. Quello fu il primo colpo e
uno meno tenace, meno motivato di me, avrebbe smesso per sempre: certe
cocenti umiliazioni stroncherebbero un toro. Ma io no, non mollai, perché
ero motivato: volevo leggere tutti i libri, e mi servivano i soldi, e mi
servivano subito perché i libri da leggere sono tanti e si sa che a una certa
età la vista si abbassa.
*
Il secondo colpo lo feci a un distributore di benzina: c’era meno gente, e se
dovevo fare un’altra figuraccia almeno non ci sarebbe stato un grosso
pubblico. Non avevo idea di dove procurarmi una pistola vera, di riprovare
con una finta non me la sentivo, un uomo ha il suo amor proprio; così usai
un coltello, un coltello da cucina bello grosso. Arrivai al distributore e
l’inserviente prima che io facessi una mossa mi disse: “Scusi un attimo,
devo prendere una cosa”, e prima che io potessi rispondere alcunché entrò
nel baracchino e uscì fuori con un fucile a pompa. Me lo puntò addosso e
disse: “Fila via se ci tieni alla pelle”. Io ancora non avevo detto niente, e il
coltello era infilato sotto la cintura e non si vedeva niente perché avevo il
cappotto. Restai interdetto, da che si capiva che ero un rapinatore? Dissi
soltanto: “Ma cosa fa?”. E quello: “Ti sparo, imbecille. Fila via finché sei
in tempo”. E io: “Ma perché?”. E quello: “Perché sei il più cretino dei
rapinatori”. E io: “Ma lei si sbaglia”. E lui: “No, no, fidati, sei il più
cretino”. E io: “Ma perché?”. E lui: “Solo un rapinatore cretino viene a un
distributore di benzina a piedi, no?”. Non mi restò che chiedere scusa e
andarmene. Il fatto è che la macchina non ce l’ho, e non ho neppure la
patente. Pensai per un attimo di comprare una bicicletta, ma subito
realizzai che anche con la bicicletta non funzionava.
Però se non altro adesso non ero più un novellino; avevo fatto i miei primi
due colpi, ed anche se non erano andati a buon fine, erano tuttavia
esperienza. Il prossimo colpo sarebbe stato già il terzo. Ero ormai un
veterano.
*
Il terzo colpo lo ritentai col coltello, ma non in un distributore di benzina,
in una trattoria. Arrivai che gli ultimi avventori stavano finendo di
mangiare, e tutto era desolazione. Mi sedetti a un tavolo e chiesi se c’era
qualcosa di pronto. Un donnone alto tre metri mi rispose che non c’era più
niente e stavano per chiudere. Allora chiesi se c’era un po’ d’affettato, di
formaggio, un po’ di pane, dissi che ero un commesso viaggiatore, non
avevo mangiato niente tutto il giorno, e avevo il treno a mezzanotte. La
signora Golia disse che alla stazione c’era il bar. “Ma io vorrei mangiare
qualcosa”. E Giunone: “Abbiamo finito tutto, qui si mangia solo roba
fresca di giornata. E adesso se non le dispiace stiamo per chiudere”. Oltre
a me c’era solo un altro avventore che si stava alzando per uscire. Ebbi un
colpo di genio: “Mi porti mezzo litro e una gazzosa, tanto per non essere
venuto per niente”. Bofonchiò qualche cosa che non capii, andò al bancone
e mi portò la bevanda. “Grazie”, dissi, e cominciai a centellinare. L’altro
avventore era uscito. Dalla cucina non venivano rumori. M’avvicinai alla
cassa e dissi alla virago: “Il conto, per favore”. Mentre lei batteva sui tasti
tirai fuori la lama, gliela avvicinai al collo e dissi con voce stentorea:
“Dammi tutti i soldi che ci sono in cassa, vecchia strega”. Lei alzò la testa,
mi guardò sprezzante e disse: “Adesso vengo dall’altra parte del bancone e
vedi tu dove te lo ficco il coltellino, brutto lazzarone screanzato”, e
cominciò la manovra. Ebbi il sangue freddo sufficiente a fare un balzo
indietro, in cinque passi da leone guadagnai la porta e via di corsa nella
notte. Avevo imparato un’altra cosa: occorre tenere sempre conto delle
reazioni altrui. Ero ormai un rapinatore che le sapeva tutte.
*
Naturalmente mentre proseguivo il mio apprendistato nel mondo del
crimine continuavo la mattina ad andare al lavoro. Faccio l’usciere al
catasto. Non è come vi credete voi, che uno ci ha un sacco di tempo libero.
Perché c’è sempre qualcuno che ti scoccia, dov’è l’ufficio ics, dov’è
l’ufficio ipsilon, mi scusi non so se mi può aiutare, eccetera eccetera. Ti
scocciano in continuazione al punto che non riesci neppure a finire le
parole crociate in pace. E’ un lavoro incompatibile col piano di leggere
tutti i libri del mondo. Lo so che ci sono colleghi che se non altro ci tirano
su un bel mucchietto di soldarelli promettendo agevolazioni e incamerando
tangentine. Ma è una fatica pure quella, perché devi parlare con un esercito
di imbecilli, fargli credere chissà che, contrattare la tariffa, e poi c’è
sempre il rischio che ti registrano, escono e ti denunciano. Non fa per me.
A me piace stare tranquillo. E’ per questo che di solito timbro il cartellino,
sto lì cinque minuti, dico a Rodolfo - che fa la guardia giurata e sta nel
gabbiotto dieci metri più giù - che devo fare il solito giro per gli uffici, e
me la svigno nella stanzetta vuota che ho scoperto nel piano interrato, e fu
un colpo di fortuna magistrale, perché c’era la chiave nella toppa quel
giorno che esplorai il seminterrato, dentro era vuota, così acquisii la
chiave. Dopo un po’ di giorni feci un cartellino con scritto “Riservato”, ma
piccolo e poco appariscente, e lo attaccai sulla porta con l’attaccatutto. E
qualche giorno dopo quello era il mio piccolo regno. Col tempo ci ho
portato una sedia presa da un ufficio, e una sdraia che mi sono portato da
casa mimetizzata dentro un sacco dell’immondizia. E adesso ci passo tutti i
giorni un paio d’ore prima della pausa caffè delle dieci, poi torno alla mia
postazione di usciere una mezz’ora, e secondo come mi gira torno giù fino
all’una. Dall’una alle due torno a fare l’usciere, mi piace guadagnarmi lo
stipendio. Certe volte faccio pure gli straordinari fino alle cinque. E
quando capita faccio un favore ai colleghi: piccole commissioni, andare a
fare la spesa, cose così, che mi vogliono tutti bene e se non sono al mio
posto pensano che sto facendo un piacere a qualcuno.
Nella stanzetta mia però non leggo, dormo e basta oppure penso, di solito
penso alle cose che ho sognato. O do uno sguardo al giornale. Con tutto
ciò il pomeriggio e la sera sono sempre stanco. E’ che è una vita stressante.
Per questo non mi piace questo lavoro, e ho deciso di dedicarmi alla lettura
integrale della biblioteca mondiale. Però se prima non faccio i soldi il
lavoro al catasto non lo posso lasciare. Sto in affitto, ci sono le bollette
dell’acqua, del gas e della luce, e qualche cosa devo pure mangiare per
tenermi in vita, no?
*
La quarta rapina fu un successo. Era una cartoleria e la gestiva una
vecchietta tutta rinsecchita che con un soffio la stendevi, la sora Amalia.
Ci passavo davanti tutti i giorni. Organizzai il colpo meticolosamente.
All’ora di chiusura era già buio per le strade. Il negozio era vuoto (era
sempre vuoto) e la sora Amalia aveva già messo gli scuri di legno sulle
vetrine, entrò per prendere l’ultima tavola per la parte superiore della porta
(la parte bassa era già di legno) ed io che ero nascosto in attesa proprio
dietro la cantonata entro alle sue spalle svelto come un lampo. Lei neppure
capisce che succede, le metto una busta del pane sulla testa e le dico: “E’
una rapina, non dica una parola o è un uomo morto”. E lei: “Veramente
sono una signorina”. E io: “Non dica una parola o è una signorina morta”.
E la spingo verso la cassa, attento a non inciampare. Apro la cassa e
c’erano seimila lire di carta e un po’ di spiccioli. M’avvicino alla busta del
pane dove doveva essere un orecchio e sottovoce ruggisco: “Dove stanno i
soldi?”. E quella: “Come?”. “Come come? I soldi, dove stanno i soldi?”. E
lei: “Nella cassa”. E io: “Ma nella cassa non ci stanno neanche diecimila
lire”. E lei: “Come?”. Le tolgo il sacchetto di carta che con tutto che prima
di usarlo lo avevo spolverato un po’ di farina e di briciole di pane c’erano
rimaste e adesso erano sui capelli e sulla faccia della sora Amalia, e ripeto:
“Dove sono i soldi?”. E quella: “Nella cassa, gliel’ho detto”. Io ero
veramente esasperato, uno spera in un po’ di collaborazione, di umana
comprensione, una rapina è un lavoro duro. “Nella cassa non ci sono
neanche diecimila lire”. E quella: “Forse sì, se conta le monete da cento,
da cinquanta e da venti lire”. Mi venne un’idea: “Dov’è il borsellino?”.
“Come dov’è, nella borsa spero”. L’avrei morsa e poi sputata: “Dov’è la
borsa, porcaccia della miseria”. E lei, pensa un po’: “Ah no, eh? Le
parolacce nel mio negozio no, eh?”. “Mi scusi”. “Le parolacce no”. “Ho
chiesto scusa, mi pare”. “Io capisco, sa, che una persona spinta dalla fame
può anche fare uno sproposito come venire a derubare una persona onesta,
ma le parolacce no”. Tirai fuori il coltello (ne avevo comprato uno di
quelli che si chiudono e si aprono a scatto, è più professionale), lo feci
scattare e la lama venne fuori: “Dov’è la borsa, non me lo faccia ripetere”.
“Ma è lì, sulla sedia”. “Quale sedia?”. “Ma se ce n’è una sola, dietro il
banco, dove volete che sia?”. Certo, ci sarei dovuto arrivare da solo. E a
tracolla dello schienale della sedia c’era la borsa, logora, nera, rattrappita.
Spinsi la sora Amalia dietro il banco: “Non una mossa, ne va della vita”.
“Eh?”. “O la borsa o la vita, dannazione”. “Ah no, non ricominciamo con
le parolacce”. “Non è una parolaccia”. “Sì che lo è”. “Non è”. “E’, è”. “Ho
detto di no e poi lei deve stare zitta, non lo vede che ho il coltello?”. “E
allora?”. “E allora se lei non tace le taglio la gola e chi s’è visto s’è visto”.
“Lei è proprio un cafone, lo sa?”. Mentre con la mano destra sventolavo il
coltello per aria (e dove sennò?) con la sinistra frugavo nella borsetta
sperando di non trovarci un serpente a sonagli o una tagliola. Trovai il
borsellino. Lo estrassi, era minuscolo, nero, liso, floscio. Lo aprii, c’era
qualche gettone del telefono, un biglietto del lotto e due o tre monete. “E i
soldi?”, dissi. “Quali soldi?”. “Come quali soldi? L’incasso della
giornata”. “Nella cassa, dove vuole che sia?”. “Quelle seimila lire?”. “Con
le monete saranno dieci”. “E in tutta la giornata ha incassato solo diecimila
lire?”. “No, lascio sempre un fondo cassa di tremila lire, l’incasso sarà di
settemila, ma ancora non ho potuto contare le monete perché lei ha fatto
questa irruzione...”. “Non è un’irruzione, è una rapina”. “Per il momento è
solo un’irruzione, non ha mica preso nulla”. “Non avrò ancora preso nulla
però l’ho sequestrata”. “Nel mio negozio? Andiamo, giovanotto”. “E l’ho
anche minacciata di morte, a mano armata”. “Ah sì?”. “Sì”. “Sarà”. “No
sarà, è”. “Sarà”. Era proprio esasperante, e non so come ma ormai mi
aveva invaso una stanchezza, una stanchezza infinita. Dissi: “Insomma lei
ha incassato meno di diecimila lire in tutta la giornata”. “L’ha capita,
finalmente”. “E di profitto netto quanto sarà?”. “Non lo so, sarà
cinquecento, settecento lire”. “Che non ci copre neppure il costo della
corrente”. “Eh, c’è la crisi, speriamo che adesso che si passa all’euro
migliora”. Non dissi più una parola, non presi niente, uscii, non mi misi
neppure a correre, mi allontanai lemme lemme. Sentii, ma ovattata, come
in lontananza, la voce della sora Amalia che diceva: “Gliel’avevo detto che
non era una rapina”. Ero triste e stanco. Però ero pure felice: era la prima
rapina perfettamente riuscita; dal punto di vista tecnico, intendo.
*
Fu quella sera mentre camminavo verso casa, al buio, nel vento, che pensai
che leggere tutti i libri del mondo era un’impresa impossibile. E che anche
fare le rapine era una cosa triste e noiosa, non era quell’avventura che si
vede in televisione. E alla fine il lavoro al catasto non era proprio una
fatica d’Ercole, tutto sommato volendo potevo avere tutti i pomeriggi
liberi, anche se è vero che avere i pomeriggi liberi significa solo che per
mezza giornata non sai che fare, e allora è meglio fare gli straordinari.
Dovevo trovarmi una distrazione. Fu così che decisi di diventare un
omicida seriale.
***

10. Il fine morale

L’arte, lo sanno tutti, deve avere un fine morale.


Per esempio, un racconto: non è necessario che abbia un lieto fine, può
anche avere un finale tragico, l’importante è che il cattivo muoia tra
immani sofferenze e no che se la scampi e se la goda.
Succede già nel mondo che i criminali la passano liscia, nell’arte no,
nell’arte vanno puniti come si meritano.
Io certe volte me lo chiedo se è giusto fare le opere d’arte che si parla della
sofferenza. Sarebbe meglio fare le opere d’arte che la gente sta bene, no?
Che bisogno c’è di raccontare gli ammazzamenti, le malattie e tutta quella
roba lì che già la conosciamo tutti?
Per esempio: ai ragazzini gli racconti della vita dei re e delle regine, no?
Che la vita dei contadini e degli operai già la conoscono. E che c’è di bello
nella vita dei poveracci? Niente. Allora se si deve inventare un’opera
d’arte si deve ambientarla bene, nei palazzi dei re e delle regine. Che ci
vuole a capirlo?
Dico per dire, e senza offesa per nessuno: a me non mi sta mica bene che
si fa il quadro della crocifissione. Dovrebbero fare il quadro della
resurrezione, quello sì che è un bel quadro.
E tutti i santi vergini e martiri? Ma dico io, vi sembra una bella cosa di far
vedere quella lì che gli mozzano i cosi, i capezzoli, con le tenaglie
arroventate? E questa sarebbe religione? Questa è una porcheria, dico io.
Roba da giornaletti sporchi, di quelli che leggevamo da ragazzini, no?
Si possono pure raccontare le storie dei santi vergini e martiri, come no,
che certe volte sono pure belle storie e c’è il lieto fine, ma si dovrebbero
correggere, ecco, dire che magari invece che torturarli ci avevano un po’ di
sete o di tosse, invece che li avevano fatto mangiare dai leoni dire che
avevano perso il borsellino ma poi un angelo li aiuta a ritrovarlo, cose così.
Questa è arte, arte con un fine morale.
Anch’io volevo fare l’artista da giovane. Mi sono sempre piaciute le cose
belle. Adesso ce ne ho parecchie. Certo, non ce le ho perché faccio
l’artista, gli artisti sono tutti morti di fame. Le ho prelevate nel corso delle
spedizioni. Prelevare un’opera d’arte per poterla contemplare in santa pace
è amore per la bellezza. E poi a quelli lì non gli serviva più, dove li
portavamo non c’era posto per i bagagli, figurarsi le opere d’arte.
Il fine morale è tutto. Come diceva quello, che adesso non mi ricordo il
nome, è la bellezza che salverà il mondo. E’ proprio così, confermo.

***

Parte V. Et coetera

1. Un sognatore

C’è chi me lo dice come fosse un’accusa: “Lo sai cosa sei? sei un
sognatore, nient’altro che un sognatore!”.
Io non me ne adonto, né me ne addoloro, anzi: riconosco che è proprio
così, sono un sognatore. E proprio non vedo cosa ci sia di male. Questo
mondo è così orribile, questi tempi sono così oscuri. Un animo sensibile,
una persona educata, cosa può fare se non sognare?
La realtà, la realtà! Tutti che ringhiano che c’è un compito storico, una
missione da compiere, il dovere, il dovere, sempre il dovere. “Tu devi!”.
La conosco questa tiritera, la conosco, e non dico che non abbia la sua
ragione e la sua utilità, se si vuole che gli elettrodomestici funzionino è
necessario un apparato tecnico, un apparato burocratico, eccetera. Non
sono un selvaggio, non sono un contestatore, non sono uno di quegli
imbecilli che vorrebbero tornare allo stato di natura, ve lo raccomando lo
stato di natura: serpenti, lupi e caverne, e come ti distrai un attimo la pietra
appuntita o la clava che ti sfonda il cranio e tanti saluti. No, grazie,
preferisco l’energia elettrica, le automobili e le serrature.
Però lo vedo anch’io che questa vita ha le sue, diciamo, lacune. Non è
quell’avventura che promettevano i romanzi letti da ragazzo, non lo è per
niente. E’ un grigio lavoro tra grigi recinti tra gente grigia: tutto sembra
sabbia, tutto sembra cenere, il cielo è sempre nuvolo, la terra è sempre
fango, mai una parola gentile, mai uno sguardo d’intesa. L’amore, poi.
Nelle pagine di Goethe, sì, e basta.
Se almeno avessi un pianoforte, ma con quello che costa. E poi non lo
saprei suonare, e alla mia età sarei ridicolo se volessi cominciare a studiare
la musica, e il tempo dove lo trovo, che devo lavorare? E comunque ci
sono i dischi, c’è la radio. Certo, non è la stessa cosa.
Arricchirsi bisogna, arricchirsi. Ma chi ho mai visto arricchirsi che non era
già nato ricco? Per arricchirsi servono le amicizie influenti, serve di
trovarsi nella cordata giusta, e serve la mancanza di scrupoli. Tutte cose
che non ho; io ho solo questo lavoro, e me lo tengo stretto, e non mi
lamento.
Però sogno.
Perciò sogno.
Chiudo gli occhi e penso a un mondo diverso. Ma non è che non faccia il
mio lavoro, il lavoro è il lavoro. Nel tempo libero sogno, che poi ne ho
così poco, giusto la sera, dopo cena, e poi a nanna, a nanna presto che
domattina, come tutte le mattine, prima dell’alba devo contare quei
disgraziati sul piazzale dell’appello, e ci fosse una volta che i conti
tornano, le ore ci si passano, le ore, a contare quei fagotti di ossa.

***

2. In trincea

Se me lo chiedo? E’ naturale. Ce lo chiediamo tutti, e di sicuro se lo


chiedono come noi pure quelli dall’altra parte. E dentro di noi ci diciamo
tutti la stessa cosa: che è la più bestiale delle bestialità di spararci addosso
che neppure ci conosciamo. Ma se non lo facciamo si finisce davanti al
plotone d’esecuzione e quello è così vicino che non sbaglia. E allora
continuiamo così. Continuiamo così.
Fino a quando? Finché quelli che comandano riterranno che sia stato
raggiunto il numero di morti sufficiente. Sufficiente a che? E che ne so io?
Lo sapranno loro. Ma raggiunto il numero sufficiente allora
s’incontreranno e si metteranno d’accordo. Fino alla prossima volta.

***

3. Abitudini

Come tutti, vivo in un condominio, in periferia, un condominio bello


grosso.
Non conosco nessuno del vicinato. Mi piace stare da solo. Sono abituato a
stare da solo. La mattina prendo l’autobus e vado in città a lavorare, sto in
un ufficio a fare cose stupide e noiose tutto il giorno tra gente stupida e
noiosa, peggio c’è solo il lavoro di quelli che stanno allo sportello con il
pubblico, che due volte al mese gli piglia l’esaurimento nervoso. Io sto nel
mio ufficio, mi faccio il mio lavoro e mi faccio i fatti miei. Rientro a casa
di sera dopo aver fatto la spesa in un supermercato del centro dove non
conosco nessuno, e se dopo un po’ qualche cassiera mi sorride come se
fossimo vecchie conoscenze allora cambio supermercato, ce ne sono
diversi in città. Torno a casa coll’autobus e me ne sto tranquillo, si fa per
dire, finché si fa l’ora della nanna, e la mattina si ricomincia. E mi sta bene
così.
Non ho la televisione e quando la radio si è rotta non l’ho più fatta
aggiustare. Preferisco leggere. Cose tipo enciclopedie. Ce ne ho una sulla
pesca sportiva, con parecchie figure belle grosse, che l’ho letta diverse
volte anche se a pesca non ci sono andato mai, che mi pare una perdita di
tempo e io chi perde tempo proprio non lo capisco, la vita è già così corta.
Oltretutto qui non c’è il mare, e poi l’attrezzatura costa.
Il palazzo dove abito ha due ingressi, uno davanti e uno dietro. Io passo
sempre da quello davanti perché quello dietro dà sul seminterrato dove ci
sono i garage, e dal momento che io non ho l’automobile non c’è motivo
che passi da lì. Però ho anch’io le chiavi del cancello, quello che è giusto è
giusto. Il garage invece l’ho affittato, fanno sempre comodo quattro
baiocchi.
E adesso che sapete lo sfondo, sentite che storia strana che mi è capitata.
Era domenica mattina e io di solito non esco mai la domenica, ma quella
domenica non so perché sono uscito e se ci ripenso la cosa mi sorprende
perché non avevo proprio niente da fare, non ho mai niente da fare la
domenica. Però ero uscito, non mi ricordo più perché e magari neanche
c’era un perché.
Adesso mi ricordo in modo un bel po’ confuso tutta questa prima parte di
quella giornata, invece mi ricordo bene il seguito, da quando ho preso la
via del ritorno.
Era caldo e si sudava, e se c’è una cosa che non sopporto è sudare. E
siccome stavo rientrando verso casa dal lato di dietro, mi venne in mente
di non fare il giro del palazzo, ma di entrare dal cancello, quello dei
garage. Tanto la chiave ce l’avevo, anzi: era una buona occasione per
vedere se apriva ancora, che sono cose che non si sa mai, ogni tanto
bisognerebbe controllarle le chiavi, dico io, perché non si sa mai, poi
magari quando ti serve sono guai. Invece andava bene, e il cancello si aprì.
Adesso devo spiegare un po’ meglio la topografia. Il condominio dove sto
sarebbero un certo numero di edifici tutti attaccati a schiera, e siccome il
quartiere è in discesa, sul lato dell’ingresso principale, il davanti, il livello
del pianterreno non coincide con il livello di dietro. Senza farla tanto
lunga: il pianterreno del lato di davanti, dell’ingresso principale, sarebbe il
primo piano del lato di dietro, non so se mi spiego. Che c’entra? Non
c’entra niente, era tanto per dirlo, per la precisione, bisogna sempre cercare
di essere precisi, io l’ho imparato nel lavoro all’ufficio, ci fosse una volta
che si capisce che vogliono e il lavoro lo devi rifare sempre tre volte a dir
poco, e tutti quei numeri, e tutti quei treni, e tutti quegli ordinativi di
disinfestante, e mai una volta che le liste dei nomi coincidono.
Così quella domenica per risparmiarmi la fatica dell’aggiramento del
palazzo per entrare dall’ingresso principale, che ero già tutto sudato e non
ne potevo più, decido di entrare dal lato di dietro, dal lato dei garage. E’
tutto qui. Non c’è niente di strano, no? Le chiavi del cancello ce le ho
anch’io. E una volta nel cortile poi ho le chiavi dell’ingresso nell’edificio,
l’androncino da dove poi si prende l’ascensore e si arriva al pianerottolo
dove sta l’appartamento mio. Tutto qui.
Faceva caldo, ed ero anche stanco. Non riesco a ricordarmi dove diamine
ero andato e che diamine avevo fatto, ma ero zuppo di sudore e mi sentivo
una stanchezza e una confusione che, insomma, lasciamo perdere.
Così entro dal cancello, poi c’è una discesetta, e poi sulla sinistra ci sono
gli androni, diciamo così, che danno sui garage dei vari palazzi a schiera.
In pratica tu entri nell’androne e hai di fronte e di lato i garage, fai qualche
metro, giri a destra e c’è la porta che dietro c’è l’androncino che c’è
l’ascensore che tu ci sali sopra e sei a casa.
Adesso lo so che fa sorridere a dirlo, ma non riuscivo a ricordare se
l’ingresso del mio condominio era il quinto, o il sesto, o il settimo o che ne
so. E’ che io da lì non ci passo mai. Invece l’ingresso principale del
condominio mio dall’altro lato del palazzo lo trovo subito, perché è subito
dietro la fermata dell’autobus, e c’è davanti un chiosco di giornali che più
facile di così. Così non mi sono mai messo a contare quanti altri ingressi ci
sono a destra e a sinistra dell’ingresso del palazzo mio; che me ne frega a
me?
Però adesso era un problema. Accipicchia se era un problema.
Pazienza, mi dico, si tratterà di fare un tentativo, se va bene l’azzecco
subito e pace, se va male magari dovrò fare tre o quattro tentativi:
mettiamola così, come un passatempo, per distrarmi un po’ e non pensarci
più al caldo e alla stanchezza e al sudore e a quelle altre macchie scure
sulla camicia e sulla giacca e sui calzoni e sulle scarpe che chissà che
diavolo sarà successo.
Naturalmente avevo la chiave della porta che dal seminterrato dei garage
dà accesso all’interno del palazzo vero e proprio: apri la porta, chiami
l’ascensore, zompi su e via verso casa dove la doccia ti aspetta.
Al primo tentativo la chiave gira e la porta si apre. Che forza, dico. Che
senso dell’orientamento. Ma appena messo piede nell’ascensore e pigiato
il tasto col numero cinque mi accorgo che c’è qualcosa di strano. Solo una
sensazione, eh, ma mi pare di non riconoscere l’ascensore anche se gli
ascensori sono tutti uguali; che c’è qualcosa di diverso nella luce, o
nell’odore o non so che.
A farla breve, sul pianerottolo del quinto piano mi accorgo che di lato alla
porta dell’appartamento che dovrebbe essere il mio sul campanello c’è il
nome di un altro, anzi di altre due persone, un uomo e una donna.
Adesso lo dico chiaro e tondo: a me la gente non mi piace. Non mi piace
per niente. Così non ho nessuna voglia di stare a discutere con nessuno.
Per strada se devo chiedere un’indicazione preferisco starmene zitto e
lasciar perdere. Sono fatto così. E’ che col lavoro che faccio, e ormai lo
faccio da così tanti anni, si impara a conoscere la gente: sono tutte bestie
che meritano la forca, tutte.
Ma torniamo a noi: lì per lì resto interdetto; la chiave dell’ingresso
dabbasso aveva aperto la porta dell’atrio con l’ascensore, e fino a qui tutto
bene; dovevo forse provare adesso ad infilare nella serratura della porta
dell’appartamento la chiave di casa mia e vedere che succedeva? E se non
era casa mia e arrivava qualcuno e mi vedeva, che pensava poi?
Così di suonare il campanello non mi andava, ma non mi andava neanche
di provare ad aprire. Però se non facevo una delle due cose rischiavo di
restare lì a fare il fesso chissà per quanto tempo. Allora mi venne l’idea:
salgo di nuovo sull’ascensore, vado al pianterreno, esco dall’ingresso
principale, controllo dove mi trovo e verifico senza alcun margine di
dubbio se è l’ingresso giusto o no, e se è no allora è un attimo individuare
l’ingresso dietro l’edicola dei giornali ed entrare a casa mia casa mia per
piccina che tu sia.
Ed ho fatto così.
Arrivo al pianterreno, esco dall’ingresso principale, ma né davanti a me, né
a destra né a sinistra, a perdita d’occhio, no, non vedo nessuna edicola, e
nessuna fermata del pullman. Niente di niente.
Ne succedono di cose strane se appena uno si discosta dalle abitudini.

***
4. I fantasmi nel muro

Al mio paese c’erano poche case di signori, e pure quelle di aspetto


modesto.
Ma avevamo anche noi i fantasmi. Solo che non ululavano, non
passeggiavano sulle torri (che non c’erano) e non strascicavano catene.
Vivevano di solito nei muri delle case, raramente ne uscivano fuori, come
fanno gli scarafaggi di notte. Facevano rumori indecifrabili, come fossero
scricchiolii di assestamento dei mattoni, raspare di insetti e di topi, talvolta
brevi gorgoglii, qualcuno diceva di sentirli anche bisbigliare ma a me non
è mai capitato. In certe case davano colpi secchi, sordi, ripetuti, che
sembravano una specie di alfabeto morse.
Mi è capitato raramente di vederli, non ci ho mai parlato. Di solito ti
guardavano e non dicevano niente. Se accendevi la luce sparivano. Anche
al buio dopo un po’ sparivano. Questi erano i fantasmi delle case.
Poi c’erano quelli per strada. Che apparivano anche di giorno.
Ma era raro incontrarli. Capitò a due miei zii (non insieme, in due diverse
occasioni e a distanza di parecchio tempo), a uno gli vennero i capelli
bianchi, di colpo; era giovane allora.
Io penso che in verità non era raro incontrarli, era che non ci accorgevamo
che erano fantasmi e li prendevamo per persone vive.
Coi fantasmi di strada ci potevi chiacchierare, ma dovevi essere solo, se si
avvicinava qualcun altro si trasformavano in volpe, o in cane, o in serpe, e
subito sparivano girando dietro una casa che se li seguivi non trovavi
nessuno, o verso la macchia, dove era inutile inseguirli.
A me una volta è capitato di incontrare mio padre (che era morto da molti
anni), di giorno, sulla strada proprio appena fuori dal paese. Ci mettemmo
seduti su un muretto basso a guardarci e a guardare le macchine che
passavano, e a farci qualche cenno di reciproca comprensione. Ma non
trovammo nulla da dirci. Non ricordo chi di noi si alzò per primo. Neppure
ci abbracciammo, i fantasmi non si possono abbracciare, dicono che se li
abbracci svaniscono e tu ti trovi le maniche della camicia bagnate e
maleodoranti.
Invece una notte, ma era una notte che avevo bevuto, mentre me ne
tornavo a casa tra i campi - ero stato al paese vicino, che sarà mezz’ora di
cammino con una buona andatura ma io quella notte ero parecchio
rallentato dal vino - ne incontrai due che correvano, ma correvano
lentissimi e leggerissimi, quasi non toccavano terra, erano argentei come la
luna, pareva volassero e fossero felici, venivano verso di me, io mi fermai
a guardarli. Si fermarono anche loro, sorrisero. Uno mi pareva di
conoscerlo. Ma non mi venne niente da dire, e neanche a loro. Uno mi fece
un cenno d’intesa, o di scusa, quello che mi pareva di riconoscere. Poi
ripresero a correre, leggeri. Solo dopo, ma parecchio tempo dopo, mi
ricordai che assomigliava a un amico di gioventù che poi era morto di
stenti o di solitudine, credo fosse lui.
Da noi i fantasmi non portavano messaggi dall’aldilà, non facevano del
male a nessuno, non davano i numeri del lotto (almeno che sappia io), ma
c’era gente che se ne sentiva tormentata, non riusciva a dormire. Nel paese
si diceva: è la cattiva coscienza. Tutto questo prima della guerra.
Non sono più tornato al paese. Ma un cugino che è tornato a viverci -
adesso le case sono tutte nuove, ma già si rovinano perché sono state
costruite male - mi ha detto che i fantasmi non ci sono più. Strano, con
tutta le gente che è stata ammazzata. Ma forse pure i fantasmi non ne
possono più di tanti massacri e se ne sono andati anche loro.
Dove abito adesso - sto in un condominio alla periferia della città, in un
quartiere di case popolari che chiamano l’alveare - se si sente qualche
rumore nel muro chiamano l’idraulico. E un giorno sì e uno no la polizia
arresta qualcuno.

***

5. Il collezionista di scatole vuote

Non colleziono solo scatole di cartone, no, colleziono anche barattoli di


vetro, casse di legno, valigie, bottiglie, lattine, borse, buste, insomma ogni
genere di contenitore dopo che il contenuto è sparito.
Il problema più grosso è dove metterle. Per il momento le tengo nel
magazzino dietro la bottega del mio povero zio Armando che è morto e la
bottega è chiusa e non ho ancora trovato da affittarla.
Il secondo problema è il criterio di catalogazione. Io ne ho ideato uno che
è piuttosto minuzioso e mi pare veramente buono, ma siccome il
magazzino come dimensioni non è granché e una parte è ancora ingombra
delle cose dello zio, sono costretto a mettere i contenitori più piccoli
dentro quelli più grandi per risparmiare spazio e così è inutile catalogarli
che tanto poi dovrò rimetterci le mani.
Perché faccio una collezione? Non lo so, ma un uomo deve avere qualche
cosa da fare nella vita, no? Qualche cosa oltre il lavoro, intendo. Almeno
quando il lavoro è un lavoro come il mio, che non c’è nessuna
soddisfazione.
Perché le scatole vuote? Tutti collezionano qualcosa, le figurine, le biglie
di vetro, i soldatini, ma la mia famiglia era così povera che neppure le
cicche che trovavamo per strada. Così cominciai con i tappi, ma dopo un
po’ la collezione era completa perché nessuno ci fa caso ma i tappi sono
pochi: ci sono quelli di sughero, quelli di plastica e quelli di metallo; di
sughero ci sono solo due tipi e la collezione è subito finita; di plastica pure
ci sono di due tipi soli, ma per fortuna di un tipo sono di due colori diversi
- rosso e verde - e così sono un po’ di più; quelli di metallo cambiano
secondo la marca dell’aranciata, della gazzosa e della birra, ma se sei
amico del sor Oreste che ha l’osteria in una settimana ce li hai tutti.
Allora passai ai cocci delle pentole di coccio, quelle smaltate di arancione,
non lo so se le fanno ancora; erano cocci luccicanti, a quel tempo se ne
trovavano parecchi per terra. Oggi non credo, ormai le pentole sono tutte
di metallo e le altre stoviglie o sono smaltate di bianco o sono di plastica, e
poi hanno asfaltato tutto e per terra non si trova più niente, neanche la
terra.
Poi feci anche i gusci delle lumache. Che era una specie di collezione di
conchiglie, solo che dove vivevo io il mare non c’era e quindi neppure le
conchiglie, e la cosa che gli assomigliava di più erano le lumache.
Ma sono tutte collezioni che poi ho abbandonato. Perché poi ho
cominciato con le scatole e qui veramente la collezione è diventata una
cosa seria. Magari un giorno diventa un museo e gli danno il mio nome e
di fianco al portone ci mettono una targa di quelle d’ottone che sembrano
d’oro e ci scrivono sopra come mi chiamo. Mi piacerebbe, sarebbe il mio
contributo alla scienza e al progresso dell’umanità che io ci ho sempre
tenuto.
Il problema è che specialmente le scatole di cartone si deteriorano
piuttosto in fretta. Il magazzino è umido e ci piove dentro. E il cadavere
dello zio Armando puzza da morire.

***

6. La verità sull’aldilà
Io a Spartaco gli volevo bene e adesso mi dispiace.
Però se si può dire che uno se l’è cercata allora bisogna proprio dire che lui
se l’è cercata. E lo sapete come dice la gente dalle parti nostre: chi cerca
trova. Piglia su e porta a casa.
E’ naturale che se uno lo sapesse prima allora sarebbero buoni tutti,
complimenti. Il fatto è che prima non lo sai, è come diceva quello, si
scommette.
La cosa buffa è che se c’era uno che non scommetteva mai era proprio
Spartaco. Non giocava a niente, neppure a rubamazzo. Da giovane sì,
giocava a quartiglio. Ma poi era entrato nel partito e un comunista non
gioca a carte, un comunista deve dare sempre l’esempio, un comunista
deve fare questo e quello, che alla fine tutti gli volevano bene, tutti lo
stimavano, ma non lo sopportava nessuno, era peggio del prete. Che
almeno il prete beveva, lui neppure quello.
Però ad aiutare la gente era bravo, eccome se era bravo, e ne
approfittavano tutti, altro che chiacchiere, se ti serviva aiuto, aiuto serio,
andavi da Spartaco andavi. E lui ti aiutava e non voleva niente, neppure
uno spillo. Le sapeva tutte, e soprattutto non si arrendeva mai. La gente
diceva che uno furbo come lui doveva arricchirsi in quattro e quattr’otto e
invece era restato un poveraccio, e allora la gente diceva che tanto furbo
alla fine non doveva essere.
Infatti non era furbo, e ve lo dico io che so come è andata a finire. Certo, è
facile adesso dire come va a finire, visto che sto di qua e voi state di là
(facciamo a capirci: a voi vi pare che la parte dove state voi è di qua e
quella dove sto io è di là, ma da dove sto io l’aldilà è il di qua e siete voi
che state dalla parte di là, perché tutto dipende da dove uno sta, no?
insomma, mi avete capito lo stesso, no?).
Perché il segreto è tutto qui: quando muori, finisci paro paro dove ti
credevi che saresti finito mentre che campavi. Pensa tu se non è buffa
questa.
Neppure l’inferno, quel fesso. Che poi anche l’inferno - e ve lo dice uno
che ormai stabilmente vi risiede per tutti i secoli dei secoli - non è
quell’inferno che dicono. Certo, non si sta bene come lassù ai piani alti, ma
si campa pure qui, e si campa per sempre, mica chiacchiere. Invece no, lui
faceva l’ateista, il materialista storico e dialettico, e così è finito nel nulla.
Bella fregatura, dico io. E era uno buono come il pane, Spartachetto
nostro, che se c’era uno che si meritava di andare in paradiso con tutte le
scarpe era proprio lui.
***

7. E mo’ basta

Siamo cresciuti insieme. Cristoforo detto Foffo e Vivenzio detto Nenne.


Non siamo parenti, ma le case delle nostre famiglie erano vicine, abbiamo
la stessa età, siamo andati a scuola insieme, giocavamo a pallone insieme,
e insomma siamo cresciuti insieme e abbiamo fatto sempre tutto insieme,
anche per risparmiare un po’, che le nostre famiglie se la passavano male.
E poi il paese è piccolo.
Sempre insieme. A lavorare insieme, prima in campagna, poi in officina,
poi di notte e finalmente non era più la miseria nera.
Sempre insieme. Alla partita, a fare a botte, a caccia, a ballare; pure a
donne: e sempre la stessa micragna.
Sempre insieme, pure nel partito.
Intanto però lavorando di notte avevamo fatto i soldi. Parecchi, e
maledetti.
Alla fine successe quello che doveva succedere: che non ci sopportavamo
più. Non per altro, perché la gente ci confondeva. Se uno si chiama Nenne
e però lo chiamano Foffo, comincia a vomitare fuoco. Se uno si chiama
Foffo e attaccano a chiamarlo Nenne, volano coltellate. Non lo so perché.
Non abbiamo mai litigato, ci dava solo fastidio che ci confondevano. Che
oltretutto non ci assomigliavamo per niente, lui era tracagnotto e
biondiccio, io moro e alto. Però non passava giorno che qualcuno non
sbagliava nome. Non lo so se lo facevano apposta per far succedere quello
che poi è successo.
Poi è successo. L’ho ammazzato, non ne potevo più. La cosa buffa è che
adesso non mi ricordo più se io sono Foffo o Nenne. E’ buffo, no?

***

8. Mutanti

A prima vista sembra una specie di cilindro o di anello o di sfera, di


materia morbida e fumigante. Poi si evolve.
A prima vista sembra un essere pensante, come quei gioielli che sognano.
Poi si evolve.
A prima vista sembra la crisalide di uno scorcorozzosauro del pianeta
Aganorre. Ma chi li ha mai visti gli scorcorozzosauri del pianeta
Aganorre? Neppure esiste il pianeta Aganorre. Comunque poi si evolve.
A prima vista non sembra un orco: suona la chitarra, ti scrive poesie
d’amore, ti parla a voce bassa e ti sorride. Ma presto si evolve.
A prima vista sembri tu. Invece sono io.

***

9. La fionda, una storia dell’umanità in compendio

Avere una fionda è il desiderio più grande di ogni bambino. Con una
fionda si possono rompere a notte fonda le lampadine sui pali della luce e
così riaccendere le stelle, e di giorno far esplodere i nidi irraggiungibili, e
cacciare le lucertole che stupide stanno a prendere il sole sul muro, e - se
proprio dovesse servire - caricarla a brecciolino e mirare agli occhi del
capo della banda rivale, e poi vediamo come va a finire la sfida.
Avere una fionda è il primo passo, poi verrà il coltello, la baiaffa, il mitra,
il carrarmato, le bombe e poi finalmente è finito tutto questo schifo.

***

10. Le superiori disposizioni

Per superiori disposizioni questo locale resterà chiuso. In sogno così lessi
sulla porta dell'inferno.
Per superiori disposizioni i superstiti saranno passati per le armi. Quel che
è giusto è giusto.
Per superiori disposizioni gli inferiori saranno puniti.
Per superiori disposizioni è vietato conoscere quali siano le superiori
disposizioni.
Per superiori disposizioni il signor Io. Ca. è invitato a presentarsi in data e
ora definiti nel luogo stabilito. S’ingegni il reprobo d’indivinare dove e
quando e come e perché, dia così prova del suo ravvedimento.
Per superiori disposizioni si resti a disposizione fino a nuovo ordine.

***
Explicit

La regola aurea

- Adesso ti spiego qual è la regola aurea del lavoro nostro.


- La regola aurea?
- Sì, la regola aurea.
- Vabbe’.
- La regola aurea è questa: niente testimoni. Hai capito?
- Niente testimoni, ho capito. Ma perché si chiama così?
- Non è che si chiama così, ce la chiamo io così, per farti capire che è una
regola importante, hai capito?
- Sì, l’ho capito che è una regola importante, quello che non ho capito è
perché la chiami così.
- Così come?
- La regola aurea.
- Per farti capire che è importante, te l’ho già detto.
- Vabbe’.
- Vabbe’ che?
- Niente, niente, ho capito, è per dire che è una cosa importante.
- Sei sicuro che hai capito?
- Sicuro che ho capito.
- E allora quale è la regola aurea?
- Niente testimoni.
- Bravo.
- Cioè li ammazziamo tutti.
- Per forza: niente testimoni.
- Ho capito.
- E sono morti tutti?
- Mi pare che li abbiamo ammazzati tutti.
- Tutti tutti?
- Mi pare di sì.
- E quindi non ci sono più testimoni.
- No, li abbiamo ammazzati tutti.
- Hai capito perché a me non mi hanno beccato mai con tutto che faccio
’sto lavoro che saranno almeno vent’anni?
- Perché non lasci testimoni, per la regola aurea.
- Bravo. E quindi?
- Cioè?
- Ho detto: bravo, e quindi?
- Ho sentito che hai detto, e io ho detto: cioè?
- Cioè che?
- Che non ho capito la domanda.
- Eppure è semplice: qual è la regola aurea?
- Niente testimoni.
- E quindi?
- Quindi li abbiamo ammazzati tutti.
- E non hai studiato abbastanza, non hai.
- Perché?
- Perché ce n’è ancora uno di testimone, no?
- Cioè?
- Lo vedi che non hai studiato? Quanti siamo noi?
- Noi due?
- Sì, noi due.
- Due.
- E secondo te perché da vent’anni che fo ’sto lavoro non m’hanno beccato
mai?
- Per la regola aurea, perché non lasci testimoni.
- Mo’ hai capito. Ci tenevo che prima di fare quello che devo fare tu avessi
capito. Se non facevo quello che fo, magari facevo il maestro, o il
professore, che mi ci sento la vocazione.

***