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MIMESIS / FILOSOFIA PER IL XXI SECOLO

N. 1

Collana diretta da Donatella Di Cesare

comitato scientifico
Massimo Adinolfi, Jean-François Courtine, Jesus Adrian Escudero,
Roberto Esposito, Enrica Lisciani-Petrini, Jeff Malpas, Giacomo
Marramao, Alberto Martinengo, Peter Sloterdijk, Elettra Stimilli,
Peter Trawny, Gianni Vattimo,Vincenzo Vitiello.
I QUADERNI NERI
DI HEIDEGGER 
a cura di
Donatella Di Cesare

MIMESIS
La traduzione di Bensussan è di Marco Carassai, quella di Zaborowski è di Alberto
Martinengo, quella di Cohen e Zagury-Orly è di Diana Napoli. Le altre sono di Dona-
tella Di Cesare.

MIMESIS EDIZIONI (Milano – Udine)


www.mimesisedizioni.it
mimesis@mimesisedizioni.it

Collana: Filosofia per il XXI secolo, n. 1


Isbn: 9788857535791

© 2016 – MIM EDIZIONI SRL


Via Monfalcone, 17/19 – 20099
Sesto San Giovanni (MI)
Phone: +39 02 24861657 / 24416383
Fax: +39 02 89403935
INDICE

Prefazione 7
di Donatella Di Cesare

Alessandra Iadicicco
La prosa e lo stile dei Quaderni Neri. Un diario sui generis 9

Francesco Valerio Tommasi


Heidegger e la “distruzione” della storia
della filosofia nei Quaderni neri 21

Alberto Martinengo
La metafisica dei Quaderni neri 41

Peter Sloterdijk
Imprigionato nei Quaderni neri 61

Paolo Vinci
Hölderlin nei Quaderni neri 75

Sebastiano Galanti Grollo


I Quaderni neri di Heidegger e il pensiero dell’evento 87

Vincenzo Vitiello
Historie e Geschichte nei Quaderni neri di Heidegger 105

Gian Luigi Paltrinieri


Heidegger, l’interprete a contatto con la verità di potenza 125

Judith Werner
Heidegger e la Lügenpresse 145
Jesús Adrián Escudero
Heidegger sui tedeschi e sul popolo ebraico 155

Riccardo Pozzo
Lo spirito contro l’anima.
L’antisemitismo tra Klages e Heidegger 171

Gianni Vattimo
Heidegger teologo cristiano? 183

Holger Zaborowski
La metafisica, il cristianesimo e la morte
di Dio nei Quaderni neri 193

Joseph Cohen – Raphael Zagury-Orly


Dalla «verità dell’Essere»
all’«autoannientamento dell’ebraismo» 207

Gérard Bensussan
Heidegger, una metapolitica dell’autodistruzione 225

Peter Trawny
Il mito di Heidegger 241

Donatella Di Cesare
Heidegger – tra apocalittica e rivoluzione 253
Francesco Valerio Tommasi
HEIDEGGER E LA “DISTRUZIONE”
DELLA STORIA DELLA FILOSOFIA
NEI QUADERNI NERI

1. La Destruktion come decostruzione.

In questo contributo intendo analizzare il concetto di «distruzione»


all’interno dei Quaderni neri, contestualizzandone le occorrenze in base al
senso che la nozione, più in generale, possiede nel complesso della produ-
zione heideggeriana. In modo particolare, l’analisi si concentrerà sui volu-
mi dei Quaderni in cui la «distruzione» compare con alcune delle occor-
renze più significative e più originali, ossia i primi tre. Si tratta di testi che
risalgono agli anni ̔30 e all’inizio degli anni ̔40.
«Distruzione» può rendere in italiano almeno tre termini usati da Hei-
degger, che sono Destruktion, Zerstörung e Abbau. Ma non si tratta di un
mero problema di traduzione. Heidegger stesso, infatti, chiama sovente in
causa questi tre termini assieme, per riferirsi a una mossa teorica ben pre-
cisa, ossia quella che – nel titolo del sesto paragrafo di Essere e tempo –
viene definita la «Destruktion della storia dell’ontologia».
Heidegger assegna a questo termine un significato tecnico: si tratta del
concetto con cui affrontare la storia dell’ontologia come storia della que-
stione dell’essere; e tale storia è a sua volta decisiva per comprendere il
problema dell’essere in quanto tale. Heidegger lega strettamente l’analisi
storica alla comprensione teorica. La storia ha coperto il senso dell’essere,
per cui si deve procedere alla sua Destruktion. Tuttavia, tale operazione
non può essere una mera «distruzione» in senso univocamente negativo.
Nelle citate pagine di Essere e tempo Heidegger scrive:

Se per la questione stessa dell’essere si deve guadagnare trasparenza sulla


sua storia, è necessario che una tradizione consolidata venga resa nuovamente
fluida e che i coprimenti che ha accumulato siano rimossi. Questo compito, che
deve essere portato avanti lungo il filo conduttore del problema dell’essere, è
da noi inteso come la decostruzione [Destruktion] del contenuto tradizionale
dell’ontologia antica, fino a risalire alle esperienze originarie in cui vennero
raggiunte quelle prime determinazioni dell’essere che fecero successivamente
da guida. Questa dimostrazione dell’origine dei concetti ontologici fondamen-
22 I Quaderni neri di Heidegger

tali, come esibizione dei loro «certificati di nascita», non ha niente in comune
con una brutta relativizzazione dei punti di vista ontologici. Altrettanto poco
questa decostruzione ha il senso negativo dello sbarazzarsi della tradizione on-
tologica. [...] La decostruzione non si propone di seppellire il passato nel nulla,
ma ha un intento positivo; la sua funzione negativa resta inesplicita e indiret-
ta.1

Proprio a rimarcare il carattere non esclusivamente negativo della De-


struktion, e compiendo una scelta evidentemente non di poco conto, ho tra-
dotto Destruktion con «decostruzione». Giustificherò immediatamente
questa decisione, che anzi costituirà in un certo senso il filo conduttore del-
le analisi che intendo svolgere qui. La Destruktion – dice Heidegger – non
intende né relativizzare i dati tramandati, secondo quella che – come affer-
merà altrove – è piuttosto la tendenza dello storicismo; né pretende di can-
cellare una tradizione imponente, quasi si potesse sostituire una storia a
un’altra. Evidentemente è impossibile considerare la storia del pensiero
come una successione di oggetti, né ci si può liberare del proprio passato.
Per queste ragioni la Destruktion deve procedere secondo una modalità
non solo negativa. Al fine di chiarirlo, Heidegger si serve proprio del con-
fronto con gli altri due termini che abbiamo menzionato in apertura, ossia
Abbau e Zerstörung. Si può dire in prima battuta che essi costituiscono ri-
spettivamente il versante più positivo e quello meramente negativo di un
movimento che, in sé, è strutturalmente ancipite. In questi termini, con trat-
ti coerenti rispetto alla descrizione di Essere e tempo, la Destruktion viene
presentata anche nei testi del dopoguerra, allorquando le sue occorrenze si
diradano. Nel testo di Tempo ed essere del 1962, ad esempio, Heidegger
scrive:

La storia dell’essere [Seinsgeschichte] significa destino dell’essere [Ge-


schick von Sein], e, destinando [in welchen Schickungen], sia il destinare che
l’entità destinante si ritraggono [an sich halten] proprio nel momento in cui si
annunciano. Ritrazione, sospensione, si dice in greco epoché. Perciò si parla di

1 GA 2, pp. 22-23. Vista la natura anche linguistica delle considerazioni qui


proposte, cito direttamente dall’edizione tedesca della Gesamtausgabe
(Klostermann, Frankfurt 1975 e sgg.), abbreviata in GA. Le traduzioni dei passi
heideggeriani sono mie. A uso del lettore italiano menzionerò, accanto alla prima
occorrenza di ogni opera, titolo, traduttore ed editore della traduzione italiana,
laddove esistente. In questo caso, per Essere e tempo, com’è noto, alla storica
traduzione di Pietro Chiodi per Longanesi (pubblicata per la prima volta
dall’editore Bocca nel 1953 e recentemente riedita a cura di Franco Volpi), si è
aggiunta dal 2006 quella di Alfredo Marini per Mondadori.
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 23

epoche del destino dell’essere [Epochen des Seinsgeschickes] [...] La succes-


sione delle epoche nel destino dell’essere non è casuale, né però può essere
considerata necessaria. [...] Esse procedono a ricoprirsi, nella loro successione,
così che il destino [Schickung] originario dell’essere come presenza viene na-
scosto in diversi modi. Solo lo smontaggio [Abbau] di queste sovrastrutture –
ecco il significato della «decostruzione» [Destruktion] – offre al pensiero uno
sguardo provvisorio su ciò che si svela allora come destino dell’essere [Seins-
Geschick].2

In queste righe Heidegger lega la questione delle «epoche» dell’essere al


movimento di sospensione, evidentemente di origine fenomenologica, del-
la epoché; e, su questa base, concepisce la storia dell’essere come un «de-
stino», per cui l’essere intraprende un percorso non necessario, ma nemme-
no casuale, che ha una sorta di «destinazione» – e il Geschick, com’è noto,
è legato etimologicamente allo schicken, l’inviare. La storia della filosofia
– qui oramai concepita non più come storia della questione dell’essere, ma
direttamente come storia, quasi personificata, dell’essere – ha quindi una
struttura paradossale in cui all’annuncio corrisponde immediatamente la ri-
trazione. Come dicevo, non si può semplicemente distruggere il passato,
che è la condizione di possibilità del presente. Pensiamo e parliamo anzi-
tutto tramite concetti tramandati. Perciò, alla Destruktion viene affiancato
il concetto di Abbau, che, cercando di restare fedeli al significato letterale,
ho tradotto con «smontaggio». Il movimento decostruttivo di smontaggio
offre uno sguardo solo «provvisorio». Trovandosi sul terreno stesso che
deve scavare, allo storico della filosofia non resta che procedere progressi-
vamente e parzialmente.
Un’opera di «smontaggio» finalizzata a quella che appare essere una
sorta di ricostruzione, d’altronde, non può essere meramente distruttiva.
Nella conferenza tenuta pochi anni prima, nel 1955, a Cerisy-La Salle e in-
titolata Che cos’è la filosofia?, Heidegger ribadisce:

Troviamo risposta alla domanda su cosa sia la filosofia non nelle definizio-
ni che storicamente sono state date della filosofia, ma nel colloquio con ciò che
ci si è tramandato come essere dell’ente. Questa via di risposta alla nostra do-
manda non rappresenta né una rottura con la storia, né una negazione della sto-
ria stessa, ma una appropriazione e una metamorfosi di ciò che è stato traman-
dato. È questa appropriazione che intendiamo con il termine «distruzione»
[Destruktion]. Il senso di questo termine è stato circoscritto in modo chiaro in
Essere e tempo (§ 6). La distruzione non significa demolizione [Zerstörung],

2 GA 14, p. 13 (la traduzione italiana è Tempo ed essere, di E. Mazzarella, Guida,


Napoli 1980).
24 I Quaderni neri di Heidegger

ma smontaggio [Abbauen], sterramento [Abtragen] e messa da parte [Auf-die-


Seite-stellen] delle definizioni storiche [historische Aussagen] sulla storia del-
la filosofia [Geschichte der Philosophie]. Aprire il nostro orecchio, fare spazio
per ciò che nella tradizione ci si rivolge [zuspricht] come l’essere dell’ente.3

In questo testo, la Destruktion è affiancata ancora allo Abbau, come ter-


mine che ne chiarisce l’intento positivo, e contrapposta alla Zerstörung,
come vocabolo di linguaggio ordinario che significa propriamente «distru-
zione». Se nel passaggio precedente la Destruktion aveva un carattere
provvisorio, qui se ne rimarca un tratto di passività, che evidentemente ri-
sulterebbe assurdo per un atto che fosse meramente distruttivo: la De-
struktion allora non è tanto un’azione, quanto un ascolto.
Il senso principale con cui Heidegger introduce e chiarisce la De-
struktion è dunque quello di un movimento la cui pars – per l’appunto – de-
struens consiste non in una vera e propria «distruzione», che è espressa nel
suo senso ordinario e dunque più negativo piuttosto con Zerstörung, ma in
quello che egli propone piuttosto come uno «smontaggio», ossia un Ab-
bau. Tale mossa teorica è caratterizzata per Heidegger da un orientamento
costruttivo e teorico, quello cioè del disvelamento del senso originario
dell’essere. Inoltre, il tentativo di dissodamento del terreno su cui si pog-
giano i piedi ha un carattere di paradossalità che lo rende provvisorio e, al-
meno parzialmente, passivo.
È dunque per voler salvaguardare questi aspetti – negazione costruttiva,
smontaggio disvelante – che mi sembra che il termine «decostruzione»
possa essere più efficace del mero «distruzione». Non a caso, come spesso
avviene quando vuole introdurre un termine tecnico, Heidegger si serve
della parola di stretta derivazione latina, più rara di quella del linguaggio
ordinario: lo stesso avviene ad esempio anche nei casi di Differenz e Unter-
schied/Unterscheidung o Temporalität e Zeitlichkeit; anzi, in questo caso la
differenza tra Destruktion e Zerstörung sembra più radicale, perché si trat-
ta di due significati diversi e quasi opposti, non di una distinzione di sfu-
mature, raffinamenti tecnici o metalivelli.
Oltre a queste considerazioni interpretative, la traduzione di Destruktion
con «decostruzione» è giustificata anche storicamente e filologicamente, a
posteriori, dal passaggio attraverso il francese, ambito linguistico in cui si
afferma proprio l’uso di «decostruzione» come termine tecnico filosofico.

3 GA 11, p. 20 (trad. it. di C. Angelino, Che cos’è la filosofia?, Il Melangolo,


Genova 1981). Cfr. anche il coevo Zur Seinsfrage, in GA 9, p. 417 (trad. it. di F.
Volpi, La questione dell’essere in Segnavia, Adelphi, Milano 1987).
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 25

A partire dalla traduzione di Gérard Granel nel 1968 del testo heideggeria-
no Della questione dell’essere [Zur Seinsfrage], déconstruction è stato usa-
to infatti per rendere in francese il termine heideggeriano di Abbau. Ma ho
detto di come Abbau sia esattamente il termine con cui Heidegger spiega e
chiarisce – pur non univocamente, come dirò – il senso “positivo” della
Destruktion. A queste circostanze e al rapporto proprio tra Destruktion e
déconstruction rimanda espressamente anche Jacques Derrida.4
Traducendo la stessa Destruktion – e dunque non lo Abbau – con «deco-
struzione» compio evidentemente un ulteriore e più deciso passo; e la scel-
ta è tanto più carica di conseguenze teoriche, visto che ci troviamo oggi a
valle della vicenda storica della decostruzione stessa. Il termine infatti ri-
suona carico di ulteriori significati, e non può più essere proposto solo
come un tentativo linguistico di rendere meglio il senso insito nella spiega-
zione della Destruktion come «smontaggio», Abbau. La decostruzione der-
ridiana, poi, è evidentemente anche altro e molto di più della Destruktion e
sono note le critiche derridiane ai residui heideggeriani di metafisica e di
«logocentrismo». Inoltre, voler intaccare una tradizione consolidata di tra-
duzione è operazione evidentemente rischiosa – potrei dire quasi “distrut-
tiva” nel senso negativo.
Tuttavia questa scelta di traduzione è soprattutto funzionale, qui, all’a-
nalisi della Destruktion e della distruzione in generale nei Quaderni neri.
Rispetto infatti a una trattazione che in Heidegger sembra presentarsi con
tratti di continuità, i primi due volumi dei Quaderni, e – almeno contrasti-
vamente e negativamente anche il terzo, come dirò – sembrano presentare
una sfasatura rilevante. Negli appunti di quei testi risalenti alla fine degli
anni ̔30 e all’inizio degli anni ̔40, infatti, si assiste a una altrimenti inedi-
ta messa in questione della Destruktion. Heidegger arriva persino a teoriz-
zarne un superamento. Tutto ciò procede parallalemente a un’accentuazio-
ne enfatica del tema della Zerstörung – che infatti all’inizio degli anni ̔20,
sia pur raramente, è talora utilizzato con un senso analogo alla Destruktion.
Tale accentuazione è accompagnata poi dall’affacciarsi di idee che ne
estremizzano il senso, come l’annichilimento [Vernichtung] o la desertifi-
cazione [Verwüstung]. Nel dopoguerra, come detto, le occorrenze di De-
struktion si diradano, certo, ma ciononostante non sono assenti. Soprattut-
to, il concetto non viene messo più direttamente in questione, come invece
nei Quaderni neri. Anzi, il suo chiarirsi in positivo alla luce dello Abbau e
in negativo anche mediante il contrasto con la Zerstörung, è un guadagno

4 Cfr. J. Derrida, Lettre à un ami japonais, in Id., Psyché, Inventions de l’autre, vol.
I, Galilée, Paris 1987, p. 338.
26 I Quaderni neri di Heidegger

che, pur presente già negli anni ̔20, sembra definitivo – o quantomeno più
consolidato – proprio a partire dai testi degli anni ̔50 e ̔60.
Il superamento della Destruktion sembra quindi essere in qualche modo
una tentazione presente solo nei primi Quaderni neri, o comunque in que-
gli anni, ma Heidegger vi rinuncia quasi subito: già nel quarto volume de-
gli stessi Quaderni, il concetto viene ripreso e descritto in termini coerenti
a quelli di Essere e tempo. Tuttavia, questa tentazione è forse indice di qual-
cosa. L’analisi dei testi mostrerà come lo scetticismo, da parte di Heidegger,
nei confronti dello strumento teorico, che si è potuto fecondamente svilup-
pare nel senso della decostruzione derridiana, vada legato a un tentativo di
radicalizzazione del discorso del «nuovo inizio» e dell’Ereignis.
La scelta di traduzione di Destruktion con decostruzione, e la messa in
luce della novità della tentazione presente soprattutto nei Quaderni neri,
lascia emergere una distinzione – certo non pensabile schematicamente, e
ciononostante, a mio giudizio, tracciabile – tra due direzioni possibili del
pensiero heideggeriano. Si tratta di due direzioni che solo parzialmente
sono sovrapponibili alla distinzione tra il “primo” e il “secondo” Heideg-
ger. Una procede – oserei dire spasmodicamente – alla ricerca di un punto
di partenza nuovo, di una arché pura e incondizionata: per cui Heidegger
insiste sull’essenza [Wesen] – come sostantivo – dell’essere, che può e
deve emergere dalle rovine di un mondo dove onnipresente e innarestabile
è la «distruzione» [Zerstörung]. Tale linea riduce il carattere di paradossa-
lità, provvisorietà, passività che è struttuale alla «decostruzione» [De-
struktion]. Secondo un’altra direzione possibile, invece, Heidegger insiste
sulla inevitabilità di aspetti circolari e non riducibili, sulla natura non con-
clusivamente dialettica del rapporto tra storia e filosofia, sul carattere ine-
luttabilmente deuterologico e deuteronomico del pensiero, sulla contami-
nazione e velatezza dell’essere, sul wesen come verbo, mai espressione di
una identità fissa e definita. La Destruktion come decostruzione è paradig-
matica di questa seconda opzione.

2. La Destruktion come metodo fenomenologico

I caratteri principali della Destruktion come mossa di pensiero solo prov-


visoriamente negativa, così come il suo essere affiancata allo «smontare»
[abbauen], vengono guadagnati da Heidegger negli anni precedenti a Essere
e tempo, e sono legati alla sua riflessione sul metodo fenomenologico. Nelle
lezioni dedicate proprio ai Problemi fondamentali della fenomenologia del
semestre estivo del 1927 – che sembrano corrispondere a quella seconda par-
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 27

te di Essere e tempo, annunciata ma mai scritta, in cui si sarebbe dovuto ef-


fettivamente procedere alla decostruzione della storia dell’ontologia – Hei-
degger mette in chiara evidenza il tratto fenomenologico della Destruktion.
Essa viene accostata alla «riduzione» e alla «costruzione» come uno dei «tre
elementi fondamentali del metodo fenomenologico», i quali costituiscono
quello che Heidegger definisce il «carattere metodico dell’ontologia». Hei-
degger descrive la riduzione fenomenologica come passaggio dall’ente
all’essere, che ne costituisce la condizione trascendentale. Questo passaggio
tuttavia necessita di una «costruzione», perché l’essere non si dà mai in quan-
to tale, ma va guadagnato a partire dagli enti. A sua volta, tale obiettivo deve
essere raggiunto mediante la Destruktion-decostruzione perché – con un’ac-
centuazione che è significativa rispetto a quanto affermerà più avanti – Hei-
degger sostiene l’inaggirabile storicità e dunque particolarità delle prospetti-
ve filosofiche, anche di quelle che cercano un «nuovo inizio»:

Ogni indagine filosofica, anche la più radicale e quella che più cerca un nuo-
vo inizio, è permeata di concetti traditi e dunque di orizzonti e prospettive tra-
mandati dalla tradizione, dei quali non si può dire con certezza che derivino
dall’ambito di essere e dalla costituzione di essere che pretendono di compren-
dere. Perciò all’interpretazione concettuale dell’essere e delle sue strutture, os-
sia alla costruzione riduttiva dell’essere [reduktive Konstruktion des Seins] si
accompagna necessariamente una decostruzione [Destruktion], ossia uno
smontaggio critico [kritischer Abbau] della tradizione e dei concetti che in pri-
ma battuta si devono inevitabilmente usare, riconducendoli alle fonti da cui de-
rivano. Solo mediante la distruzione l’ontologia si può assicurare fenomenolo-
gicamente della veridicità dei propri concetti.5

Heidegger afferma perciò l’impossibilità di un cominciamento assoluto,


così come l’idea che l’interpretazione concettuale dell’essere sia inevita-
bilmente riduttiva e, di conseguenza, non possa che essere costruttiva. Per
questo le si deve accompagnare sempre un incessante movimento auto-cri-
tico, di decostruzione dei concetti di cui comunque, inevitabilmente, si ser-
ve. Poche righe più avanti si ribadisce:

La costruzione della filosofia è necessariamente decostruzione [De-


struktion], vale a dire smontaggio [Abbau] di ciò che è tramandato. Questo non
significa negazione e condanna totale all’annientamento [Nichtigkeit] della tra-
dizione ma, al contrario, proprio appropriazione positiva di essa.6

5 GA 24, p. 31 (trad. it. I problemi fondamentali della fenomenologia, Il Melangolo,


Genova 1989).
6 Ibidem.
28 I Quaderni neri di Heidegger

Il tema della Destruktion come decostruzione – il suo legame con lo Ab-


bau come smontaggio e la sua contrapposizione a un senso solo negativo
di distruzione – sono, in quegli anni, un elemento chiave della lettura hei-
deggeriana del metodo fenomenologico. La Destruktion veniva presentata
in modo analogo anche nella Introduzione alla ricerca fenomenologica, le-
zioni del 1923-24. In queste pagine si afferma che il Dasein è, in quanto
storicamente condizionato, propriamente un «esserci ancora» [Nochda-
sein]; la decostruzione non è un «metodo universale», ma una «via concre-
ta», radicata nella cura dell’esserci, che è propriamente storica. Della De-
struktion poi si riafferma il carattere positivo e il fatto che non può essere
«caratterizzata come negativa nel senso della negazione logica».7
Ma la Destruktion-decostruzione è centrale per il metodo fenomenologi-
co sin dall’inizio degli anni ̔20, quando fa le sue prime apparizioni. Già
nelle lezioni che anche si erano intitolate Problemi fondamentali della fe-
nomenologia e che risalgono al semestre invernale del 1919-20, Heidegger
aveva parlato di Destruktion, e qui l’aveva chiamata in causa come primo
passo metodico della «comprensione filosofica» e del «metodo
fenomenologico».8 Queste lezioni si aprono con una interessante conside-
razione introduttiva dedicata alla Prospettiva storica come posizione esso-
terica rispetto alla disposizione esoterica della coscienza fenomenologica
del problema. L’indagine storica rivela esternamente quello che l’analisi fi-
losofica, e in particolare fenomenologica, giunge a scoprire delle cose in
sé. La fenomenologia come scienza originaria [Urwissenschaft] si muove
nel paradosso dell’autoreferenzialità proprio di ogni sapere fondativo.
Così, l’analisi dei passaggi della storia del pensiero – in questo caso Hei-
degger si rivolge alle tendenze a lui contemporanee – rispecchia in qualche
modo i possibili movimenti dello spirito.

7 GA 17, pp. 113 e sgg. (trad. it. di M. De Carolis, Interpretazioni fenomenologiche


di Aristotele. Introduzione alla ricerca fenomenologica, Guida, Napoli 1990). A
ribadire questo carattere cfr. anche le lezioni, che tra poco si citeranno, di
Phänomenologie der Anschauung und des Ausdrucks: «[Nella decostruzione]
emerge il positivo senza che ci sia bisogno di trovare nuovamente ed esplicitamente,
per contrapposizione, un tema. Non ci sono, qui, né “negativo” né tantomeno
“positivo”». GA 59, p. 184 (a cura di V. Costa, trad. di A. Canzonieri,
Fenomenologia dell’espressione e dell’intuizione, a, Quodlibet, Macerata 2012).
Su questi e altri passi di Heidegger si è soffermato R. Cristin, Reduktion und
Destruktion bei Heidegger in Epoché und Reduktion, Königshausen und
Neumann, Würzbug 2003, a cura di R. Kühn e M. Staudigl, pp. 51-63. Cristin ha
messo in luce proprio la prossimità della distruzione heideggeriana con la
riduzione husserliana.
8 GA 58, p. 139 e p. 164.
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 29

Su queste basi non sembra casuale che nelle lezioni del semestre suc-
cessivo, dedicate alla Fenomenologia dell’intuizione e dell’espressione, il
cui sottotitolo recita Teoria della costruzione concettuale filosofica, ven-
ga dedicato alla «decostruzione fenomenologica» l’intero ultimo paragra-
fo dell’introduzione, e che poi la Destruktion compaia nei titoli di entram-
be le parti in cui si suddivide il testo – Decostruzione del problema
dell’apriori e Decostruzione del problema del vissuto –, nonché nei titoli
delle due sottosezioni della seconda parte, dedicate rispettivamente a Na-
torp e Dilthey. La Destruktion qui viene ripetutamente definita «fenome-
nologico-critica» e viene descritta come il movimento che, legato a quan-
to inevitabilmente precede il pensiero, in particolare all’esperienza e alle
parole nel loro uso comune, si prefigge non di ridurre in macerie [Zer-
trümmern], ma di «smontare» secondo un «orientamento» [gerichteter
Abbau]. La decostruzione, dice ancora Heidegger, ha a che fare con
l’«impallidire della significatività» [Verblassen der Bedeutsamkeit], ossia
con quel processo per cui si perde il riferimento originario alla «esperien-
za fattuale della vita» [faktische Lebenserfahrung]: non si tratta di uno
scomparire, ma di un perdere il riferimento originario all’esistenza [Exi-
stenzbezug], che deve essere ristabilito.9
Si deve altresì notare che nel già citato testo delle lezioni dedicate ai
Grundprobleme der Phänomenologie del 1919-20 compare anche il termi-
ne Zerstörung, con un significato che ancora non sembra molto distante da
quanto Heidegger vuole esprimere con la Destruktion: si parla ad esempio
della «distruzione» della vita del mondo ambiente, ossia della cancellazio-
ne dei rapporti immediati e spontanei con cui si ha a che fare con la quoti-
dianità mondana, per lasciar apparire la legalità delle relazioni stesse nella
sua Sachlichkeit, nella sua obiettività neutra.10 Inoltre, anche negli appunti
preparatori a quelle che sarebbero dovute essere lezioni dedicate ai fonda-
menti filosofici della mistica medievale del 1918-19, si descrive la fenome-

9 GA 59, SS 1920, pp. 29-35. Nel paragrafo 18 delle lezioni del semestre invernale
1920-21, dedicate alla Introduzione alla fenomenologia della religione, Heidegger
utilizza ancora il concetto di «decostruzione fenomenologica», discutendo il
rapporto tra storia della religione e filosofia e fenomenologia della religione: cfr.
GA 60, p. 78 (trad. it. di G. Gurisatti, Fenomenologia della vita religiosa, Adelphi,
Milano 2003). Il concetto qui non viene descritto, ma ripetutamente chiamato in
causa e applicato alla esperienza di vita fattuale cristiana e poi alla teologia: cfr.
pp. 79, 125, 131, 135. Nelle successive lezioni dedicate ad Agostino e al
neoplatonismo, Heidegger consacra due paragrafi alla Destruktion sia del decimo
libro delle Confessioni che di Plotino: cfr. pp. 27 e 269.
10 Cfr. GA 58, p. 209.
30 I Quaderni neri di Heidegger

nologia come metodo non rivolto a campi di indagine specifici, ma «origi-


nariamente teorico» [Urtheoretisch]; in quanto tale, per raggiungere il
livello di principio, la fenomenologia ha bisogno della «distruzione della
situazione» [Situationszerstörung] in cui ci si trova di fatto. Si parla poi an-
che di Zerstörung del vissuto per passare dal piano astrattamente teorico
della teologia a quello dell’esperienza religiosa.11 In queste fasi iniziali,
quindi, pur possedendo sempre un carattere prevalentemente negativo, il
concetto di Zerstörung trova sporadica applicazione con un senso non del
tutto distante da quello di Destruktion.
La circostanza è confermata dall’analisi di quelle che, secondo quanto
evidenziato da Jeffrey Andrew Barash, sono le primissime occorrenze dei
termini in questione, che risalgono al periodo di cui si è appena detto, ossia
alla fine degli anni ̔10; esse si rinvengono in appunti dedicati a Karl Ja-
spers.12 In questo testo si parla della «contraddizione» [Widerspruch] come
dell’equivalente, in ambito razionale, della distruzione [Zerstörung]
nell’ambito della vita, dove dominano antinomie e contrasti.13 Si sostiene
inoltre che ogni apprensione concettuale distrugge [zerstört] il carattere
qualitativo dei processi vitali.14 Heidegger parla quindi della necessaria
Destruktion come «esplicazione delle situazioni originarie e motivanti da
cui si originano le esperienze filosofiche fondamentali»; si tratta di un mo-
vimento «critico» e propriamente «fenomenologico», volto alla
«appropriazione».15 Già qui, dunque, Destruktion e Zerstörung sembrereb-
bero abbastanza chiaramente distinte. La Zerstörung-distruzione sembra
legata soprattutto al passaggio tra le condizioni della esperienza vitale ori-
ginaria e i tentativi di concettualizzarla, in cui inevitabilmente molto va
perduto. La Destruktion-decostruzione appare invece quasi come il tentati-
vo di non lasciarsi irretire dalla contrapposizione, di non rimanere prigio-
nieri dei contrasti, di non decidere per un solo versante della possibile an-
tinomia.
In queste annotazioni a Jaspers, così come in generale nell’accentuazio-
ne del tema della vita, si avverte l’influsso della lettura di Dilthey e di Sim-
mel. Ma probabilmente andrebbe chiamato in causa anche il confronto con
la teologia dialettica. Come sottolineato da Benjamin Crowe, negli scritti

11 Cfr. GA 59, pp. 305 e 310.


12 Cfr. J. Barash, Martin Heidegger and the Problem of Historical Meaning,
Fordham University Press, New York 20032, pp. 98 e ss.
13 Cfr. GA 9, p. 12 (trad. it. di F. Volpi, Note sulla “Psicologia delle visioni del
mondo” di Karl Jaspers, Appendice in Segnavia, Adelphi, Milano 1987).
14 Ivi, p. 18.
15 Ivi, pp. 3 e sgg.
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 31

del giovane Lutero si riscontra l’uso del termine destructio in due sensi non
distanti da quello heideggeriano: da un lato l’umiliazione divina delle pre-
tese umane di autogiustificarsi, che è un opus alienum da parte di Dio, una
mossa negativa volta a preparare il terreno alla grazia; dall’altro lato, l’idea
che anche la teologia debba procedere a una destructio delle sovrastutture
scolastiche, aristoteliche e perciò pagane.16
Il giovane Heidegger era cresciuto formandosi alla neoscolastica prima,
alla fenomenologia poi: due impostazioni di pensiero evidentemente mol-
to distanti tra loro, ma accomunabili almeno per un tratto. Il rifiuto di attri-
buire un ruolo decisivo alla storia. Mirando alla philosophia perennis o al
ritorno alle “cose stesse”, entrambe le correnti credono alla possibilità di
una “filosofia come scienza rigorosa”, astorica, tanto che la fenomenologia
fu accusata di voler costituire una “nuova scolastica”. Proprio contro que-
sta impostazione della fenomenologia polemizza esplicitamente Heidegger
in un paragrafo delle lezioni dedicate al Sofista platonico del 1924-25,
dove afferma che andare «alle cose stesse» non significa «liberarsi dal pas-
sato», quanto piuttosto «liberare il passato» dai vincoli della tradizione: ap-
propriazione del passato è quindi – in queste pagine – decostruzione [De-
struktion] della tradizione.17

3. La Destruktion nei Quaderni neri

Laddove Heidegger, invece, si distacca progressivamente dal metodo fe-


nomenologico, si inizia anche a registrare un certo diradamento delle oc-
correnze della Destruktion. Non si ha però mai un vero e proprio abbando-
no di questo concetto, che, come detto torna a essere nominato e impiegato
anche negli anni ̔50 e ̔60, con riferimento anche al tema del destino-invio
dell’essere. Ma la Destruktion è presente ancora anche nei Contributi alla
filosofia. Anzi, il sorgere del «pensiero dell’altro inizio», rivolto alla «veri-
tà dell’essere» – e contrapposto al primo inizio della storia della metafisi-
ca, che è stato invece quello della «verità dell’ente» – è accompagnato pro-

16 Cfr. D. Crowe, Heidegger’s Religious Origins. Destruction and Authenticity,


Indiana University Press, Bloomington 2006. Il tema sarebbe sicuramente
meritevole di approfondimento. Rispetto alla teologia dialettica di quegli anni, e
alla sua impostazione “distruttiva”, cfr. A. Schwan, Geschichtstheologische
Konstitution und Destruktion der Politik: Friedrich Gogarten und Rudolf
Bultmann, W. de Gruyter, Berlin 1976.
17 GA 19, pp. 413-414 (rad. it. di A. Cariolato, E. Fongaro, N. Curcio, Il “Sofista”
di Platone, Adelphi, Milano 2013).
32 I Quaderni neri di Heidegger

prio dal concetto che traduco con «decostruzione». In particolare, nello


snodo decisivo dei Contributi in cui si teorizza proprio il passaggio dall’u-
no all’altro inizio, tra i paragrafi 90 e 91, Heidegger ribadisce la De-
struktion come possibilità di un negare che non sia solamente negativo e
simmetricamente opposto all’affermazione, ma sia propedeutico allo schiu-
dersi della novità.18 La Destruktion, qui definita ancora «fenomenologica»,
è chiamata in causa anche per affermare che il tentativo di abbordare la
questione originaria dell’essere rappresenta una appropriazione essenziale
della storia della metafisica.19
In un passaggio in cui predica una presa di distanza «storica» dal plato-
nismo e la necessità della fondazione di una «storia filosofica della filoso-
fia» diversa da quella hegeliana, Heidegger afferma poi:

Ciò che in Essere e tempo viene dispiegato come «distruzione» [De-


struktion], non significa «smontaggio» [Abbau] come «distruzione» [Zer-
störung], ma purificazione [Reinigung] nella direzione del portare alla luce
[Freilegung] delle posizioni metafisiche fondamentali.20

A conferma delle oscillazioni terminologiche generali di cui accennavo, e


a conferma di come – secondo quanto ora dirò – negli anni ̔30 il tema sia og-
getto di rimeditazione da parte di Heidegger, in questo passaggio si registra
già la contrapposizione esplicita della Destruktion alla Zerstörung; a quest’ul-
tima però viene affiancato anche lo Abbau, mentre il senso “positivo” della
«decostruzione» viene chiarito mediante i concetti di «purificazione» e di un
«liberare» dalle coperture, secondo una direzione che sembra già prossima a
quanto rinvenibile nei Quaderni neri, come ora si vedrà.21
Nei Contributi si registra anche una presenza piuttosto importante della
Zerstörung-distruzione utilizzata indipendentemente dalla Destruktion,
con un significato negativo, e accompagnata da un tono sovente apocalitti-
co: si parla ad esempio di distruzione della «terra», «distruzione del viven-
te» da parte della biologia e «distruzione dell’ente».22 Secondo un’istanza
manifestata più volte in questo periodo, Heidegger sostiene che considera-

18 Cfr. GA 65, p. 179 (trad. it. Contributi alla filosofia (Dall’evento), di F. Volpi,
Adelphi, Milano 2007.
19 GA 65, p. 68.
20 Ivi, p. 221.
21 In un testo degli stessi anni, invece, Abbau chiarisce già positivamente la
Destruktion, mentre a Zerstörung è attribuito il senso solo negativo: cfr. Besinnung,
GA 66, p. 66.
22 GA 65, pp. 276-277 e 315.
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 33

re l’essere come condizione dell’ente, sulla scorta del pensiero trascenden-


tale, ma secondo un movimento che sarebbe implicito già in Platone e Ari-
stotele, distrugge il carattere originario del pensiero greco.23 Ma sin dalle
righe di spiegazione del rapporto tra il titolo generico del testo, ossia Con-
tributi alla filosofia, e il sottotitolo più pertinente, relativo all’«evento»
[Vom Ereignis], spiegando la necessità di rendere immediatamente accessi-
bile il fatto che si tratti di avanzamenti decisivi per la filosofia, per poi solo
secondariamente poter introdurre il tema vero e proprio nella sua oscurità,
Heidegger afferma che la filosofia può comunicarsi con molta difficoltà,
visto l’abuso dei termini fondamentali e la situazione di «distruzione [Zer-
störung] del riferimento autentico delle parole».24 Inoltre, Heidegger insi-
ste sulla situazione del mondo a lui coevo, che procede trionfalmente alla
Zerstörung di se stesso, mentre l’essenza dell’essere si raccoglie e si appro-
pria di se stessa per dischiudere il proprio avvento.25 Il senso della Zer-
störung-distruzione, con sfumature diverse, è dunque ancora prevalente-
mente, se non persino univocamente negativo; anche laddove essa appare
come un preludio alla possibilità dell’avvento dell’«altro inizio» e dell’«es-
senza dell’essere», tuttavia, il movimento non ha più i caratteri ancipiti e
paradossali della decostruzione-Destruktion: la Zerstörung-distruzione è
un movimento lineare: deve finire un mondo, cadere in rovina, perché si di-
schiuda l’avvento di un altro inizio.
Nei Quaderni neri si trova radicalizzata questa tendenza. Anzitutto va
notato come il primo volume si apra con una serie di domande, in esergo,
la cui ultima si chiede: «perché accade [geschiet] l’essere?».26 La domanda
sulla storia [Geschichte] e sul suo rapporto con l’essere è quindi centrale
anche in questi testi, che anzi sono posti nel loro complesso, da Heidegger,
sotto il titolo tipico della Kehre di «pensiero della storia dell’essere
[seynsgeschitliches Denken]», in contrapposizione al pensiero metafisi-
co.27 Una ripresa delle domande del citato esergo, e una loro nuova decli-
nazione – più orientata forse ad echeggiare esplicitamente le note doman-
de kantiane che riassumono il contenuto della filosofia– si rinviene anche
più avanti nel testo, laddove Heidegger afferma:

23 GA 65, p. 478.
24 GA 65, p. 3.
25 GA 65, p. 228.
26 GA 94, p. 1 (trad. it. Quaderni neri 1931-1938 [Riflessioni II-VI], di A. Iadicicco,
Bompiani, Milano 2015).
27 Cfr. GA 94, p. 529.
34 I Quaderni neri di Heidegger

Ora il mondo è fuori di sé [die Welt aus den Fugen]: la terra è un campo di
distruzione [Zerstörung]. Nessuno sa cosa significhi essere [Seyn]. Ma, di prin-
cipio [überhaupt], possiamo [können] saperlo? E se sì, abbiamo il dovere [sol-
len] di farlo? E se sì ancora, come deve diventare conoscibile?28

Il tono quindi è evidentemente quello registrato nei pressoché coevi


Contributi alla filosofia, e analoghe sono le oscillazioni rispetto al tema
della decostruzione-distruzione. In questo primo volume dei Quaderni, in-
fatti, si ritrova ancora qualche traccia che rimanda alla Destruktion nel sen-
so sviluppato negli anni ̔20, soprattutto con richiami espliciti a Essere e
tempo.29 Heidegger ad esempio vi fa riferimento nella critica – che attraver-
sa tutti i Quaderni – alla storia come sapere erudito, ad esempio in un pas-
saggio che richiama all’urgenza del «pensiero essenziale» della «verità
dell’essere».30 Più sovente del termine Destruktion si riscontra l’uso dello
Abbau, proprio in riferimento al «nuovo inizio», a cui – si dice in un pas-
saggio formulato con l’infinito esortativo e il punto esclamativo – è neces-
sario «credere» (glauben).31 Soprattutto, secondo una tendenza presente
anche nei Beiträge, il pensiero dell’inizio viene qui articolato secondo la
dialettica tra perdita e assunzione di potenza (Entmächtigung – Ermächti-
gung), caratteristiche che definiscono rispettivamente le due fasi, la vec-
chia e la nuova.32
Ma la tensione con cui Heidegger tenta di pensare, in un modo che defi-
nirei sempre più “spinto”, questo «altro», «nuovo inizio», emerge in un
passaggio in cui persino alla domanda sull’essere viene negato il rango
protologico. Nemmeno la questione dell’essere è la prima, ma essa è già
parte della storia del «depotenziamento». Immediatamente, anche la De-
struktion riceve una decisa svalutazione:

La decostruzione (cfr. Essere e tempo) è solo un compito subordinato, ed è


al servizio dell’esposizione rammemorante della storia del depotenziamento
[Entmächtigung] – poiché la domanda stessa sull’essere non è la domanda fon-
damentale – ma solo la prima tappa del depotenziamento e la preparazione del

28 Ivi, p. 218.
29 Cfr. ivi, p. 75.
30 Cfr. ivi, p. 322
31 Ivi, p. 55.
32 In un passaggio significativo si fa riferimento al saggio sul Satz vom Widerspruch:
«smontaggio [Abbau] delle leggi del pensiero assimilato. Ritorno all’origine, che
così viene mostrata. Montaggio [Auf-Bau] di ciò che quelle leggi del pensiero
propriamente esprimono, a partire dall’origine e verso l’assunzione di potenza
[Ermächtigung]». Cfr. ivi, p. 47.
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 35

passaggio all’assunzione di potenza [Ermächtigung] dell’essenza. L’ontologia


non conosce nemmeno la domanda sull’essere.33

Se l’ontologia qui è ulteriormente derubricata, perché non arriva nem-


meno alla domanda sull’essere, quello strumento di decostruzione che era
finalizzato ad analizzarne la storia serve solo a rendersi conto della perdita
di potenza, ma non sembra più avere alcuna funzione veramente costrutti-
va. Heidegger ragiona secondo una sorta di gerarchia di livelli, in cui anche
l’essere è subordinato all’essenza. Poche righe prima, infatti, aveva affer-
mato:

L’essere come scintillare dell’essenza e di conseguenza come perdurante


parvenza [Schein] dell’essenza [Wesen]. L’inizio e la storia del depotenziamen-
to dell’essenza nell’essere. L’ontologia come rafforzamento e consacrazione
dell’essenza depotenziata.34

Anche il discorso sullo Schein sembra qui presentato in termini presso-


ché solo negativi, come parvenza esteriore e illusoria. Al contrario in Esse-
re e tempo, nel paragrafo 7 – ossia nel paragrafo consacrato al metodo fe-
nomenologico e immediatamente successivo a quello dedicato alla
decostruzione – lo Schein portava in sé tutti i caratteri di paradossalità pro-
pri dell’apparire e del manifestarsi.
Allo stesso modo, in un altro passaggio in cui sottopone a critica il con-
cetto sino a pochi anni prima decisivo di «differenza ontologica» [ontolo-
gische Differenz], Heidegger parla di una «decostruzione» che viene defi-
nita come meramente «esteriore» [äußerliche Destruktion], da cui si
devono prendere le distanze, per istruire, invece, «molto diversamente da
quanto fatto sinora, l’inizio come lontana disposizione all’approccio della
domanda sull’essere».35
Infine, la Destruktion-decostruzione sembra persino ridotta e chiarita
alla luce della Zerstörung-distruzione: trattando ancora del «secondo ini-
zio, nella sua battaglia con il primo», Heidegger afferma che questo primo
inizio della metafisica ha significato una «metamorfosi» [Verwandlung] di

33 Ivi, p. 90.
34 Ivi, p. 89.
35 Ivi, p. 95. In una nota a margine al testo Dell’essenza del fondamento Heidegger
aveva già parlato di Destruktion riferendosi alla differenza ontologica: cfr. GA 9,
p. 163 (trad. it. di F. Volpi, Dell’essenza del fondamento, in Segnavia, Adelphi,
Milano 1987). Al proposito cfr. P. Ciccarelli, Gli anni ̔30. Distruzione della
differenza ontologica, cap. II, in Sentieri della differenza. Per un’introduzione a
Heidegger, a cura di A. Ardovino NEU, Roma 2008, pp. 47-87.
36 I Quaderni neri di Heidegger

alcune idee fondamentali come physis, logos, e, di conseguenza, la «distru-


zione» [Zerstörung] del termine greco «idea», dell’«ousia», dell’«apriori»
e della «trascendenza». Questa «metamorfosi distruttiva», [zerstörende
Verwandlung] viene quindi definita esplicitamente Destruktion.36 Ciò è
tanto più significativo, quanto in queste pagine la Zerstörung-distruzione
ha la stessa presenza pervasivamente negativa che aveva già nei Beiträge,
e viene gettata la stessa luce molto cupa sullo stato della storia, del mondo,
e del pensiero.37
Conseguentemente a questa linea, nel secondo volume dei Quaderni
neri si riscontra una sola occorrenza di Destruktion. Heidegger sta trattan-
do ancora del «nuovo inizio»: la filosofia viene contrapposta alle scienze
esatte, senza che ciò significhi ridurla a un sapere arbitrario e fondato su
mere opinioni soggettive. Un mondo [Welt] – inteso qui ovviamente in un
senso non fisico, ma piuttosto di una civiltà – può essere fondato solo dal
pensiero e dalla poesia, e dove questi vengono meno, detto mondo viene
«distrutto» [zerstört]. L’avvento moderno delle «visioni del mondo» [Wel-
tanschauungen] è definito «l’inizio della distruzione [Zerstörung] del
mondo nell’ambito storico della metafisica occidentale». Si cerca infatti di
imporre alla filosofia un concetto di scientificità che non è il suo, mentre è
caratteristica del pensiero essenziale la libertà dell’errore [Irrtum] inteso
come facoltà di vagare [Irren].

La storia della filosofia non è la «storia» [Geschichte] degli errori nel senso
della messa in fila di un’inesattezza dietro l’altra; ma certo la storia della filo-
sofia è in sé un’odissea [Irrfahrt] in cui si esperiscono [er-fahren] gli errori e in
cui ogni volta si intravvede una sporgenza della verità dell’essere.38

Le considerazioni di questo passaggio sembrano ricordare la modalità


con cui veniva presentata precedentemente la Destruktion, di cui tuttavia
qui si afferma l’insufficienza. Heidegger propone come nuovo concetto,
destinato a sostituirla, lo Hinwegdenken.

36 GA 94, p. 213.
37 Ivi, p. 115: si parla di «Zerstörung dell’università», ma questo movimento
«negativo» diventa efficace solo se orientato all’educazione di una nuova genia
[Geschlecht]. Si hanno altresì molte occorrenze di Zerstörung in senso ordinario
e dunque tendenzialmente negativo: alle pp. 316, 340 e 401 si parla di «distruzione
della terra» e alla p. 520 di «mondo distrutto»; alla p. 240 la distruzione della
verità è affiancata all’oblio dell’essere.
38 GA 95, p. 227 (trad. it. Quaderni neri 1938-1939 (Riflessioni VII-XI), di A.
Iadicicco, Bompiani, Milano 2016).
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 37

Possiamo osare una convinta non scientificità della filosofia solo se siamo
in condizione di vagare attraverso [durchirren] le vie false [Irrwege] della sua
storia [...] A partire da ciò intravvediamo un minimo dell’essenza dell’inizio
del pensiero e tralasciamo alcune di quelle cose che dobbiamo anzitutto evita-
re di pensare come presupposti [Hinwegdenken], per porci nelle condizioni di
ideare [erdenken] l’essere; ma questo ha così poco a che fare con l’opinare co-
mune e con il suo procedere quasi a tastoni, che in realtà deve trattarsi di un evi-
tare presupposti nel pensiero [Hinwegdenken] che non distrugge [zestört] o
nega, ma costruisce binari in cui può scorrere il percorso di coloro che si pon-
gono questioni. Questo evitare di presupporre nel pensiero [Hinwegdenken]
precedentemente chiamato, per un malinteso, decostruzione [Destruktion] vale
per il superamento [Überwindung] del primato, presente universalmente ma
allo stesso tempo irriconoscibile, dell’ente».39

Ho tradotto Hinwegdenken con la perifrasi «evitare di pensare come pre-


supposto». Il verbo tedesco, in sé, è composto da «pensare» [denken] e hin-
weg, un avverbio che significa «lontano», «via». Il senso immediatamente
letterale è quindi reso da qualcosa come «pensare senza». Nei (pochi) di-
zionari italiani che riportano questo verbo, esso viene solitamente tradotto
con «immaginare», perché gli esempi che si presentano – seguendo quello
che sembra essere l’uso più comune nel tedesco – sono formulati negativa-
mente, ossia come un nicht hinwegdenken: «non poter pensare senza». Si
tratta di casi in cui a una idea viene immediatamente associata un’altra che
le è inscindibilmente legata: ad esempio, «non posso immaginare questa
parete senza questo quadro». Anche in questo superamento della decostru-
zione, quindi, nonostante si ripresentino alcuni dei tratti di feconda para-
dossalità che si ritrovavano all’origine dell’idea, Heidegger sembra ancora
esprimere l’intenzione di volersi sbarazzare di vincoli di pensiero, di pre-
supposti: sembra cioè – come d’altronde ribadisce negli stessi Quaderni e
in testi coevi – voler superare definitivamente una modalità trascendentale
di pensare l’essere. Di nuovo, la decostruzione, che negli anni precedenti
era strutturalmente contaminata e perciò prudente, parziale, passiva, assu-
me qui il tratto di una più decisa Überwindung.
Anche in questo secondo volume, poi, sono molte le occorrenze di Zer-
störung: si parla di distruzione dell’essere, distruzione della storia dell’ar-
te, distruzione della terra, della lingua, del mondo, della vita, si parla anche
di «distruzione totale» come unica alternativa possibile a una decisione che
non proceda verso l’essenza dell’essere come evento.40 La distruzione è so-

39 GA 95, p. 228.
40 Cfr., rispettivamente, ivi, pp. 16, 47, 94, 104, 227, 392.
38 I Quaderni neri di Heidegger

vente anche associata alla questione della storia, e posta soprattutto in con-
nessione alla contrapposizione tra storia [Geschichte] dell’essere (Seyn) e
storia della filosofia [Historie der Philosophie] come disciplina letteraria.41
In un passaggio dove tratta proprio della «distruzione storica», Heidegger
afferma che detta «distruzione storica [geschichtliche Zerstörung] [...] può
ancora – contro la propria volontà – contribuire a dare l’avvio all’inizio di
un divenire essenziale [wesentlich], se non è divenuta ancora
desertificazione». 42 La distruzione viene quindi associata anche
all’annichilimento,43 mentre il «nuovo inizio» viene definito come ciò che
non può essere «distrutto».44
Se invece nel volume 97 della GA, il quarto dei Quaderni, ricompare a
tratti la Destruktion,45 con un senso che inizia a tornare a essere analogo a
quello di Essere e tempo – e che si ritroverà come detto anche in seguito,
nel dopoguerra – nel volume 96, risalente agli anni 1939-41, il termine non
compare mai.46 Questo volume è invece posto sotto il seguente esergo:

La distruzione [Zerstörung] è l’annuncio di un inizio nascosto, la desertifi-


cazione invece è la parte conclusiva della fine già chiara. L’epoca è già di fron-
te alla decisione tra distruzione e desertificazione? Ma noi conosciamo l’altro
inizio. Lo conosciamo ponendo domande.47

41 Cfr. ad esempio GA 95, pp. 99, 103, 160, 182, 202, 253, 295, 336, 371, 380, 386,
427, 436. Sulla polemica di Heidegger con lo storicismo, e sulla sua importanza
per comprendere lo sviluppo più in generale del suo pensiero cfr le considerazioni
che già nel 1963 conduceva G. Vattimo in Essere, storia e linguaggio, Edizioni di
Filosofia, Torino 1963.
42 GA 95, p. 366. Sulla desertificazione cfr. le importanti considerazioni di D. Di
Cesare, Heidegger e gli ebrei. I «Quaderni neri», Bollati Boringhieri, Torino
2014, pp. 126 e ss. dove all’idea negativa di desertificazione come idea anarchica
si contrappone il senso positivo del deserto nella tradizione ebraica, connesso al
rifiuto di ogni arché umana. Proprio questa potenzialità “anarchica” ci sembra
presente nel concetto originario di Destruktion-decostruzione, come continua
rimessa in discussione dei presupposti, mentre al contrario la ricerca del «nuovo
inizio» come momento determinato del tempo risponde piuttosto alla nostalgia di
un principio rassicurante.
43 GA 95, pp. 371 e 425.
44 GA 95, p. 265.
45 Cfr. ad esempio GA 97, pp. 141, 177, 198-99.
46 Lo stesso, significativamente, si verifica nei testi della fine degli anni ’30 raccolti,
sotto il titolo di Geschichte des Seyns, nel volume 69 della GA (trad. it. La storia
dell’essere, di A. Cimino, Marinotti, Milano 2012).
47 GA 96, p. 3.
F.V. Tommasi - Heidegger e la “distruzione” della storia della filosofia 39

La distruzione, che in precedenza era segnata dallo stesso tratto negati-


vo, pur meno radicale, della desertificazione, ora è invece un movimento a
essa opposto e acquista un significato positivo. Heidegger però sembra
pensarla ancora come una mossa lineare e non paradossale: la fine di un
mondo e l’inizio di un altro. Secondo il tono apocalittico ed epocale di que-
sti testi, Heidegger parla di decisione tra due alternative contrapposte: di-
struzione e nuovo inizio, oppure desertificazione totale. Per altro verso,
però, la possibilità dell’«altro inizio» viene presentata non tanto come una
risposta possibile, come un’opzione da poter scegliere veramente, come
un’essenza, ma viene legata al continuo domandare.
La vera alternativa, la vera decisione – a partire dal pensiero di Heideg-
ger – mi sembra quindi nascosta in quest’altra, meno evidente, dicotomia,
da lui sempre di nuovo, anche involontariamente, riproposta. L’alternativa
cioè tra un pensiero che, in quanto domandante, è immediatamente aperto;
e un pensiero che invece, asfissiato, per cercare uno sbocco ritiene di dover
inevitabilmente passare da una distruzione. L’alternativa, cioè, è tra la pre-
tesa di porre una arché e un nuovo inizio una volta per tutte, e l’idea che l’i-
nizio, invece, non possa che essere sempre di nuovo cercato e domandato.