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ARMANDO NUZZO

(Università Cattolica Péter Pázmány-


Facoltá di Lettere)

Storia d’Italia

Schede generali-IV

Brevi cenni sul metodo storico-critico I.

«Il fatto è che, a loro modo, le società, come gli individui, sono dotate di memoria,
senza la quale non vi sarebbe storia possibile. Sia chiaro che questa memoria collettiva −
per ricorrere a un termine senza dubbio comodo, più che rigorosamente esatto−, è fatta, in
realtà, da una moltitudine di contatti fra le memorie individuali, portate a comunicare fra
loro, da una generazione all’altra, sia tramite la parola, che con lo scritto; che essa si risolve
dunque, prima di tutto, in un fenomeno costituito da passaggi [da individuo a individuo]. Il
ricordo così inteso costituisce un elemento vitale di ogni mentalità di gruppo» (p. 151)1

Ogni accadimento, indipendentemente dalla dignità che ad esso soggettivamente


attribuiamo, può essere ricordato (menzionato) e raccontato. Su un certificato di nascita
troverò semplicemente scritto: un nome e un cognome, un luogo, una data, un’ora. Ci sarà un
numero di serie che ordina quel documento in mezzo a tanti altri documenti uguali, di tante
altre persone. È un documento con alcuni dati. Ma gli stessi dati posso conoscerli attraverso il
racconto di una madre che mi dice come è andato il parto, prima e dopo, dove è accaduto. E
poi posso ascoltare anche il racconto del medico, dell’ostetrica che erano presenti al parto.
Essi possono raccontarmi tante cose, ordinarie o straordinarie. Banali o molto speciali. In che
modo?

Se mi accade qualcosa personalmente, io stesso sono nell’avvenimento. Se attraverso i miei


sensi partecipo a un avvenimento, ne sono testimone. Posso cioè essere anche soltanto
testimone ‛esterno’, ma diretto di un avvenimento. Sono presente a quell’avvenimento. Se due
auto sono coinvolte in un incidente davanti ai miei occhi e i due autisti non sanno decidere di
chi è la colpa, è possibile che mi chiameranno a testimoniare in un processo (anche se non lo
voglio...). In quel caso io dovrò raccontare quello che ho visto. Sono stato testimone oculare e
uditivo di un accadimento. Dovrò sforzarmi di ricordarmi tutto ciò che ho visto e sentito, di
raccontarlo senza cambiare nulla, senza inserirvi dentro le mie sensazioni estranee al fatto (la
mia paura, il mio spavento, la sorpresa: un giudizio insomma), le percezioni che non c’entrano
nulla con l’avvenimento in se stesso. Ma è possibile un racconto cosiddetto ‛oggettivo’? Lo
vedremo nei paragrafi seguenti. Intanto però il mio racconto avrà validità per i giudici e anche
per i due poveri autisti. Io posso dire di aver visto con i miei occhi e quindi, giurando di dire
la verità, porterò una testimonianza. Chi garantisce che io dica il vero? Nessuno. Mi si crederà
perché ho giurato. Quindi, in fin dei conti, sulla fiducia. Ma ci sono mezzi per indagare se io
dico la verità? Una specie di controprova? Sì, ci sono. Il primo fra tutti è dato, per esempio,
dall’esistenza di un secondo testimone (o di un terzo, di un quarto ecc.). Quindi il cammino
verso la ‛verità’ storica è dato principalmente dal confronto di più testimonianze, dalla
verifica della loro autenticità, lavoro che implica quasi sempre però il giudizio dello storico
(vedi sotto).

1
MARC BLOCH, Apologia della Storia o Mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1998 (ed. originale Apologie pour
l’histoire ou Métier d’historien, Paris, Armand Colin Éditeur, 1993). Si tratta dell’edizione critica dell’opera di
Bloch, in cui sono confluite la prima redazione, la seconda redazione e tutti i fogli manoscritti dei suoi appunti.
Le testimonianze, che gli storici chiamano anche fonti, possono essere incorruttibili, ma
anche mutabili. Una pietra scolpita difficilmente si altera e difficilmente si può contraffare. La
testimonianza di una persona può modificarsi col passare degli anni, a causa della memoria e
della rielaborazione di alcune percezioni. Cambiano nel tempo e più andiamo indietro nel
passato più sono vaghe, incerte, irreperibili. Si va indietro fino a che possiamo, fino al punto
in cui gli uomini (non la natura) hanno lasciato un ricordo di sé: pietre, graffiti, costruzioni.

Ma, nel caso delle testimonianze personali, è piuttosto la fiducia che mi viene data dagli
altri a garantire la veridicità della mia parola. Se mia madre dice che un cibo mi farà bene,
probabilmente io le crederò; se un mio amico mi offre da bere, non sospetto che egli mi voglia
avvelenare; se in un paese lontano, dove non parlo la lingua e non conosco nessuno un
signore, magari vestito in un modo stranissimo, mi offre una bevanda di un colore scuro e da
un profumo strano, dicendomi che è ottima e mi farà bene, probabilmente io dubiterò un po’
prima di berla: poi, magari più tardi, posso scoprire che è un signore buonissimo e
nobilissimo, vestito nei suoi panni tradizionali, ad offrirmi una bevanda preziosa e squisita:
scopro che mi dà il miglior benevenuto! Se di me come testimone, infatti, si venisse a sapere
che in passato ho rubato, ho detto falsa testimonianza, ho commesso altri delitti, la mia
testimonianza ne sarebbe indebolita, fino anche a poter essere dichiarata invalida o comunque
inattendibile. Come testimone mi verrebbe data scarsa fiducia o addirittura nessuna fiducia.
Anche se io dicessi la verità.2 La storiografia moderna dell’Occidente inizia con una
testimonianza personale, quella di Erodoto. E anche le Guerre del Peloponneso di Tucidide si
basano sul racconto di un testimone oculare, che è lo storiografo medesimo. Quando egli ci
riporta un discorso di Pericle, aprendo le virgolette, in prima persona, come se Pericle stesso
paralsse di fronte a noi, dobbiamo credere che Pericle abbia detto esattamente quelle parole?
Tucidide desidera che noi gli crediamo, per questo apre le virgolette e ‛fa parlare’ Pericle, usa
il discorso diretto.

Se non abbiamo una testimonianza personale vivente, ne abbiamo una “morta”, ma parlante:
una epistola, un frammento di papiro, un documento ufficiale di uno Stato, un sigillo, una
lapide di marmo, una lastra di rame, un muro, un disegno ecc.3 Così come gli uomini possono
dare falsa testimonianza, ogni fonte documentaria, indipendentemente dal supporto su cui è
tramandata (pergamena, carta, marmo, bronzo ecc.), può essere falsificata dall’uomo.

Dunque, credere in un accadimento implica sempre l’accettazione iniziale di una


testimonianza (fonte), a cui può seguire la verifica di essa attraverso altre prove che ne
aumentino la credibilità, fino a portarla a un livello di verità oggettiva. Tuttavia anche la
fiducia − o la fede, se vogliamo esprimerci in altri termini−, gioca il suo ruolo decisivo: ciò
che mi dice mia madre è per me vero, sulla fiducia, per fede in lei. Essa è più che attendibilità.
Attendibilità è dire “mi fido per probabilità”, fede vuol dire “mi fido perché sei tu a dirlo”.

L’intreccio tra “fede” nella testimonianza e fatto storico si vede bene nel caso della Bibbia.
La pretesa cristiana, ad esempio, parte da una verità storica reale:

Va detto innanzitutto che il metodo storico − proprio per l’intrinseca natura della teologia e
della fede − è e rimane una dimensione irrinunciabile del lavoro esegetico. Per la fede

2
La stessa cosa succede con le fonti scritte. Se confrontando il manoscritto A con il maoscritto B, mi rendessi
conto attraverso prove oggettive che A commette uno o più errori (grammaticali, per esempio), che banalizza,
che confonde una cosa per un’altra ecc., la sua autorità ai miei occhi diminuirebbe. Ciò non significa che
eliminerei A come testimone, ma che farei molta attenzione a ciò che mi racconta, tenendo presente che mi ha
dimostrato la sua inattendibilità.
3
Le forme del documento storico sono molteplici e su questo vedi la scheda generale 6.
biblica, infatti, è fondamentale il riferimento a eventi storici reali. Essa non racconta la
storia come un insieme di simboli di verità storiche, ma si fonda sulla storia che è accaduta
sulla superficie di questa terra. Il factum historicum per essa non è una chiave simbolica che
si può sostituire, bensì un fondamento costitutivo: Et incarnatus est – con queste parole noi
professiamo l’effettivo ingresso di Dio nella storia reale. 4

Il racconto è sempre soggettivo, umano. E questo è uno svantaggio apparente: in realtà ci


dimostra che la Verità oggettiva, completa e traparente è un valore ideale per gli uomini. Non
esiste una fonte puramente oggettiva, che non sia l’accadimento stesso di fronte al soggetto
che evita di descriverlo, raccontarlo.5 Ma, nel caso il soggetto non raccontasse l’accadimento,
esso resterebbe sconosciuto, fuori della storia umana. Appena comincio a raccontarlo, esso
subirà già qualche piccola modifica. E infatti certamente sono accaduti migliaia di fatti, forse
anche molto importanti, di cui non abbiamo alcuna testimonianza. E di alcuni di essi ci è
giunta qualche notizia, così vaga da essere invalida per la ragione: la leggenda. Ma esistono
anche fatti di cui non sappiamo assolutamente nulla: questo non significa che non siano
accaduti.

In molti casi possiamo raccogliere prove indirette. Mi servo di un’analogia per spiegare
questo passaggio: come l’esistenza di corpi celesti è provata spesso soltanto grazie
all’attrazione gravitazionale che assorbe la luce di un corpo fino a trattenerla e quindi a farlo
risultare invisibile, oppure viene provata grazie ai soli segnali radio percepiti; allo stesso
modo io posso supporre un accadimento attraverso la deduzione compiuta per mezzo di altri
fatti o anche solo di segni che mi fanno risalire ad esso, anche se io non ho alcuna prova
oggettiva che sia accaduto. Se un bambino di campagna torna a casa con le braccia e le mani
piene di graffi e dice che non gli è successo niente di strano, la mamma non farà fatica a
capire da che parti sia andato a giocare suo figlio o se abbia incontrato un gatto. Le forme
deduttive (o meglio induttive) fanno parte del metodo storico-critico. Vengono chiamate
“congetture”. Cioè quando ipotizziamo un fatto in base a segni e a fatti che ci permettono di
costruire le ipotesi stesse. Similmente al principio della fisica, conosciamo le cose nel
momento in cui le ipotizziamo attraverso elementi reali e ipotizzabili: le ipotesi ci conducono
al Vero. Molto spesso congetture ardite sono risultate vere in un secondo momento. Inoltre i
documenti, a cui spesso affidiamo tutte le nostre certezze, qualche volta non parlano ‛di per
sé’, ma bisogna farli ‛parlare’, bisogna saperli leggere. Essi stessi possono essere segni di
qualcos’altro. Per questo, dal punto di vista della fede cristiana, è importante l’affermazione
letta sopra di Benedetto XVI, quando dice che la storia della Bibbia “non racconta la storia
come un insieme di simboli di verità storiche”, ma si fonda su un accadimento terreno, cioè
innanzitutto materiale. Dunque lo storico è impegnato soggettivamente nel suo lavoro.6

4
JOSEPH RATZINGER (BENEDETTO XVI), Gesù di Nazaret, ed. it. a cura di I. Stampa e E. Guerriero, Milano,
Rizzoli, 2007 (tit. orig.: Jesus von Nazareth - Von der Taufe im Jordan bis zur Verklärung), p. 11. Benedetto
XVI prosegue poi un ragionamento importantissimo sui limiti impliciti nel metodo storico-critico (in particolare
quando si tratti di storia antica e della Bibbia). Ma a noi qui interessa ora questa prima sua dichiarazione.
5
Naturalmente, una legge scolpita sulla pietra ha un suo valore oggettivo, in quanto documento materiale, ma il
contenuto, la legge stessa non ha un valore oggettivo assoluto.
6
Tutto quanto andiamo dicendo sul mestiere dello storico vale anche per il filologo, cioè l’editore di testi, antichi
e moderni. Su questo non possaimo soffermarci, ma sarà bene dire che filologo e storico utilizzano lo stesso
metodo applicato a scopi diversi. Molto spesso i due ruoli coincidono in una sola persona: se io pubblico la
Cedola di donazione della biblioteca alla Repubblica di Venezia di Francesco Petrarca, tratto un testo di un
grande autore e intellettuale della letteratura italiana e anche un documento storico utile alla storia di Venezia. La
dimostrazione di autenticità del documento notarile, l’attribuzione a Petrarca, il metodo di pubblicazione, la
presentazione, la spiegazione ecc. riguardano parimenti lo storico e il filologo.
Sul tema dei documenti, sulla presunta oggettività dello storico, sulla differenza tra
accuratezza e fede, si possono leggere le pagine molto belle di Finley, in cui egli riassume
magistralmente i problemi fondamentali dello storico dell’antichità.7

Infine, la differenza tra storia e storiografia. O meglio tra storico e storiografo. Si intuisce
dall’etimologia delle parole stesse, laddove “grafos” è colui che scrive.

storiografia. La composizione di opere storiche, in quanto implichi una consapevolezza


critica e metodologica: i problemi della s.; la produzione di opere storiche che caratterizza un
corso di tempo più o meno determinato: la s. romana.

storiografo. 1. Autore di opere storiche (più comunemente storico). 2. Titolo che si dava a
persone ufficialmente incaricate di raccogliere o redigere memorie storiche di stati, città e
dinastie: lo s. di corte.

Secondo il Dizionario della lingua italiana di G. DEVOTO e G.C. OLI, si tratta insomma
sempre di uno “scrittore di storia”. Potremmo tentare di precisare meglio le definizioni,
secondo anche l’uso moderno. Se decido di raccontare un avvenimento, un fatto, anche una
storia più lunga, che dura un anno o che coinvolge un’intera generazione e di cui mi faccio
narratore, allora sono piuttosto uno storiografo. Scrivo una storia. Se invece decido di mettere
insieme tante testimonianze del passato o anche del presente, conosciute da me attraverso
documenti, testimonianze di ogni genere (cioè fonti), anche storiografiche (ad es. se mi
interesso della storia di Sparta, dovrò utilizzare i racconti dello storiografo Tucidide), allora
sono piuttosto uno storico. Uno storico, anche molto bravo, non tanto o non soltanto racconta
una storia, ma la ricostruisce e la interpreta. Egli ha il compito del filologo, dell’archeologo:
ricostruire e, attraverso ciò che ha ricostruito, narrare, mettere insieme uno o più avvenimenti
o anche un fenomeno, che può andare al di là del puro fatto accaduto.

Quando noi leggiamo Salvatorelli e De Felice, è evidente che per essi il mestiere di storico
significa interpretare (ricostruire, narrare, tessere una trama), sapendo leggere i documenti e le
testimonianze, fino a giungere alla definizione e materializzazione (nel senso di fissare nella
scrittura) di fatti spirituali (quelli che un puro positivismo considererebbe inesistenti): ad
esempio quando definiscono il Risorgimento, il Fascismo o la Resistenza. E comunque, in
tutti questi casi, ciò è possibile soltanto partendo da dati, documenti, cioè fonti che
testimoniano: fatti, cifre, resoconti. Che però, in ogni caso, bisogna saper leggere. Qualche
volta una cifra o un fatto parlano da soli, ma ciò è molto raro. Il fatto che De Felice
ridimensioni, o meglio riformuli la vulgata sul movimento della Resistenza intesa come
fenomeno nazionale italiano e accettata ideologicamente (da quasi tutti i partiti politici nella
fase costituzionale seguita alla Seconda Guerra Mondiale e fino a tutti gli anni Ottanta del XX
secolo); e il fatto che egli dimostri che invece essa ha coinvolto soltanto una piccola parte
della società italiana, non vuol dire negare il fatto storico e la sua importanza fondamentale,
ma significa interpretarlo in maniera più obbiettiva, basandosi sui dati e sui documenti.
L’analisi dei dati permette a De Felice di giungere a conclusioni attendibili circa la vita, il
pensiero, la cultura e il carattere della maggioranza degli italiani, che pure non hanno
partecipato direttamente a quel fenomeno. Anzi, proprio perché ne sono rimasti estranei essi
assumono un ruolo da protagonisti: la grande maggioranza degli italiani non ne voleva sapere
di “resistenza”, mirava alla “sopravvivenza”, alla “pace” più rapida possibile. Da ciò derivano
7
MOSES FINLEY, Problemi e metodi di storia antica, Roma-Bari, Laterza, 1987 (tit.. orig.: Ancient History.
Evidence and Models, London, 1985), pp. 161-167.
considerazioni anche fondamentali sulla storia “morale” di un popolo, sulla sua maturità
politica ecc. Anche sulle posizioni di alcuni strati sociali, quali la piccola borghesia o il
mondo contadino. Lo storico dunque, si prende qui una responsabilità, senza la quale sarebbe
un puro raccoglitore o ripetitore di dati.
[...] deve essere lo storico stesso a porsi gli interrogativi giusti [...] e a procurare il giusto
contesto concettuale. Deve farlo consapevolmente e sistematicamente, abbandonando la
frustrante finzione che sia compito dello storico mettersi da parte, per permettere alle
«cose» di «parlare esse stesse» (per adoperare le parole di Ranke).8

L’interpretazione storico-critica del testo cerca di individuare con precisione il senso


originario delle parole, quali erano intese nel loro luogo e nel loro tempo. Questo è giusto e
importante. Ma − a prescindere dalla certezza solo relativa di tali ricostruzioni − occorre
tener presente che ogni parola umana di un certo peso reca in sé una rilevanza superiore alla
immediata consapevolezza che può averne avuto l’autore al momento [...]9

Un avvertimento

Accanto agli storici seri, esistono purtroppo anche gli ‛imitatori’. Come mai, ci chiediamo a
volte, esistono persone capaci di scrivere con facilità ogni anno volumi molto ponderosi di
storia? Come fanno? Non parlo qui dei compilatori (di coloro che ad esempio scrivono i libri
per le scuole): essi fanno il lavoro onestissimo e utile della divulgazione. Parlo di quelli che
usurpano il titolo di storici o filologi: ripetono meccanicamente delle regole, o peggio ancora
copiano da altri senza dirlo e soprattutto, se ci fate caso, non vi offrono alcun motivo vero di
riflessione, alcuna interpretazione intelligente o addirittura ragionevole, nessuno sviluppo
intellettuale e spirituale. Perché? Perché non sanno leggere, interpretare ciò che è scritto e ciò
che è o può essere accaduto. Essi sono come ‛morti’ nel presente, di fronte alla loro stessa
società, di fronte a noi. Poiché lo storico e il filologo leggono anche per la società in cui
vivono e si muovono, per la propria epoca. Dunque facciamo attenzione e non confondiamo
un lavoro decisivo per la cultura umana con un riciclaggio senza senso.

Budapest, aprile 2009

8
FINLEY, Problemi e metodi, cit., pp. 161-162.
9
RATZINGER, Gesù di Nazaret, op. cit., pp. 15-16.