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“Fraternità s da per la salvezza”

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni
giorno e mi segua…» (Lc 9,23).
16 Marzo 2021 dalle 20:30 alle 21:3

Carissimo/a,

il tempo di Quaresima, è tempo di conversione, riceviamo a cuore aperto l’amore di Dio che ci
trasforma in fratelli e sorelle in Cristo.1
Nella liturgia si parla di “Quadragesima”, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama
alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua
missione pubblica. Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento
rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. Nei Vangeli sono anche
quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo
Spirito Santo.

Per fare una nuova fraternità bisogna spogliarsi di se stessi.

Papa Francesco già in passato ci aveva invitato a riconoscere “lo stile di Dio”, che non fa cadere la
salvezza dall’alto, ma in Gesù sceglie la via del farsi prossimo con “amore di compassione, di tenerezza
e di condivisione”. Per il discepolo la strada rimane la stessa: “Ad imitazione del nostro Maestro – scrive
il Papa – noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a
operare concretamente per alleviarle”.

Accanto alla miseria materiale – che chiede che “le coscienze si convertano alla giustizia,
all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione” – pesa la miseria morale di chi si è reso “schiavo del
vizio e del peccato”, e la miseria spirituale, che si annida nella tentazione di pensare di poter bastare a
se stessi e di non aver bisogno di Dio.

La Quaresima è un tempo adatto per la spoliazione e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo
privarci al ne di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà”.

Il Santo Padre ci ricorda nel Messaggio per la Quaresima del 2014 “Non dimentichiamo che la vera
povertà duole: non sarebbe valida una spoliazione senza questa dimensione penitenziale.

Spogliarci di ciò che siamo per seguire Cristo richiede la nostra consapevolezza e cioè – in termini di
teologia morale – la piena avvertenza e il deliberato consenso. Non possiamo seguire Gesù se non
scegliamo di farlo, liberamente e per amore. Rinunciare ai propri averi, signi ca spogliarsi di se stessi
per aderire ed abbandonarsi a Cristo: avviene nel Battesimo e ogni volta che, amando, moriamo a noi
stessi.

Per giungere all’unione e all’intimità con Dio è necessario coltivare, anzitutto, un silenzio kenotico. Ciò
avviene quando sospendiamo i nostri giudizi, i pensieri e le preoccupazioni; quando ci immergiamo nel
nostro mondo interiore e lasciamo la nostra casa limpida, pronta a ricevere il visitatore illustre che è Dio.
Nel silenzio kenotico la domanda che ci poniamo è: di che cosa voglio svuotarmi? Kenosis vuol dire
infatti spogliarsi di se stessi, staccarsi dal proprio io, dalle proprie sicurezze. Non un distacco dovuto a
disprezzo, ma l’espressione di un desiderio profondo di lasciare che l’azione di Dio penetri nelle
profondità delle nostre azioni. Questo liberarsi da se stessi vuol dire essere come un’argilla che poco
alla volta va modellandosi nelle mani del vasaio. Ci lasciamo cioè plasmare dalle mani del Vasaio
Eterno.

In realtà, la kenosis non ci svuota di niente se non dai nostri legami interiori. E’ una liberazione dalle
prigioni che noi stessi ci creiamo, che sono come delle fortezze che ci nascondono l’amore profondo di
Dio. La kenosis è un impegno per aprirsi all’azione della grazia di Dio, per rimanere immuni dagli
agguati dell’orgoglio.

1 Papa Francesco, Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2021


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Il mistero della kenosis, ci aiuta inoltre a comprendere il processo redentore di Cristo: la sua
incarnazione, vita, missione, la sua morte e risurrezione. Infatti la vita di Cristo è stata una kenosis
perenne.

E’ questo il momento in cui stiamo di fronte a noi stessi, disarmati dalle nostre verità assolute, arcaiche
e ci mettiamo in questione in una maniera che provoca la la catarsi.

Domande di apertura:

1. Come possiamo rinunciare al nostro ego che fa ri ettere la nostra persona invece che
la luce di Dio in noi?

2. Se come gli di Dio dobbiamo prendere le nostre personali croci, perché dobbiamo
prendere anche quelle degli altri? Il nostro cuore non sempre lo consideriamo così
grande da far abitare più croci in lui.

Vi lasciamo una testimonianza della carmelitana Edith Stein, ebrea, losofa, martire ad
Auschwitz e patrona d’Europa: “Essere glio di Dio signi ca camminare dando la mano a
Dio, fare la volontà di Dio, non la propria, riporre nelle sue mani ogni preoccupazione e
speranza, non a annarsi più per sé e per il proprio futuro. Questa è la base della gioia e
della libertà del glio di Dio. Quanti pochi, anche di coloro che sono veramente devoti,
anche di coloro che hanno fatto eroicamente l’o erta di se stessi, la possiedono! Essi
camminano sempre chini sotto il grave peso delle loro preoccupazioni e dei loro doveri.
Tutti conoscono la parabola degli uccelli del cielo e dei gigli del campo. Ma quando
incontrano una persona che non possiede alcun bene, non ha alcuna pensione e alcuna
assicurazione e tuttavia va incontro serena al proprio futuro, scuotono il capo come se si
trovassero di fronte a un tipo strano. Certo, chi si aspetta che il Padre celeste provvederà
sempre al benessere e alle entrate che egli ritiene desiderabili, potrebbe sbagliare
gravemente. La ducia in Dio rimane incrollabile solo se essa include la disponibilità ad
accogliere qualunque cosa dalla sua mano. Dio solo infatti sa quel che è bene per noi. Il
“sia fatta la tua volontà”, in tutta la sua estensione, deve essere il criterio della vita
cristiana. E deve quindi essere l’unica preoccupazione del cristiano. Tutte le altre il Signore
le prende su di sé. Nell’età infantile della vita spirituale, quando abbiamo appena
incominciato ad a darci alla guida di Dio, sentiamo la sua mano forte e robusta che ci
conduce; vediamo con estrema chiarezza quanto dobbiamo fare e tralasciare. Ma la
situazione non rimane sempre così. Chi appartiene a Cristo deve maturare no all’età
adulta di Cristo, imboccare un giorno la via della croce, dirigersi al Getsemani e al
Golgota. E tutte le so erenze che provengono dall’esterno sono un nulla a paragone della
notte oscura dell’anima, allorché la luce divina non brilla più e la voce del Signore tace.
Dio è presente, ma è nascosto e tace. Perché fa così? Siamo qui di fronte ai suoi misteri,
misteri che non possiamo penetrare no in fondo. Un po’ però li possiamo già perscrutare.
Dio è divenuto uomo per farci di nuovo partecipare alla sua vita. Partecipazione che era al
principio e che è l’ultimo ne. La passione e la morte di Cristo continuano nel suo corpo
mistico e in ognuna delle sue membra. Ogni uomo deve so rire e morire. Ma se egli è un
membro vivo del corpo di Cristo, la sua so erenza e la sua morte diventano, grazie alla
divinità del capo, redentrici. Diciamo pertanto: “Sia fatta la tua volontà!” anche e proprio
per questo, nella notte più oscura” (S. Teresa Benedetta della Croce, Il mistero del Natale,
1931).

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Letture di domenica 21 Marzo 2021

Concluderò un’alleanza nuova e non ricorderò più il peccato (Ger 31,31-34)




Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda
concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li
presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro
Signore. Oracolo del Signore. 

Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –:
porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il
mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi
conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità
e non ricorderò più il loro peccato.


Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna (Eb 5,7-9)

Cristo, nei giorni della sua vita terrena, o rì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che
poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 

Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di
salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.


Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto (Gv 12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si
avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere
Gesù». 

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È
venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glori cato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano,
caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria
vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno
mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo
onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per
questo sono giunto a quest’ora! Padre, glori ca il tuo nome». 

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glori cato e lo glori cherò ancora!».

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha
parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo;
ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a
me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.


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