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RIFLESSIONE SUL CONCETTO DI “CONOSCENZA “ATTRAVERSO I DIVERSI AUTORI -


MARIA CORBO- V BL -

La filosofia interpreta e definisce i modi del pensare, basandosi sul concetto di conoscenza .
Cosa s’intende per conoscenza? così come richiama l’origine etimologica della
parola che deriva dal greco filoV , "amico", e sofia , "sapere".
È la naturale predisposizione, l’innata attitudine alla ricerca del sapere da parte di
tutti gli uomini.
La tradizione vuole che sia stato Pitagora a coniare il termine. La prima
tematizzazione del suo significato risale però a Platone, che ne dà una prima
spiegazione nel “Simposio”, una delle sue opere più famose.
In quest’opera Platone – parlando del mito della nascita di Eros (dal verbo eroèin,
“unire”, “tendere all’unità”) – lo definisce “philosophos” per il suo naturale e
costante desiderio di giungere alla conoscenza, per placare la sua sete alla fonte del
sapere.
Come affermava Aristotele nel celebre incipit della sua "Metafisica" tutti gli uomini
per natura aspirano alla conoscenza.
Secondo Aristotele la filosofia nasce dalla meraviglia dell’uomo di fronte al mondo,
dal suo interrogarsi intorno alle cose, ma anche dal tentativo di spiegare ciò che è
ignoto, oscuro, ma proprio per questo affascinante…Da questo punto di vista (che
non posso che condividere) la filosofia nasce come ricerca del fondamento, ricerca
dei principi che governano le cause dei fenomeni (non a caso è madre della scienza,
nel significato in cui la intendiamo oggi), che procedendo attraverso domande e
dubbi, connaturati all’uomo, si pone alla ricerca della verità, di un principio che
governa il mondo.

I filosofi dunque, sono coloro che hanno problematizzato la questione della


conoscenza, interrogandosi su svariati aspetti del sapere e fornendo risposte spesso
divergenti e contrastanti e quindi il filosofo si contraddistingue per il fatto che, oltre
a possedere conoscenze, le problematizza.
Fatta questa premessa, andrò ad analizzare le diverse modalità con cui si è
sviluppata la conoscenza nel pensiero filosofico dei diversi autori che abbiamo
trattato quest’anno; evidenziando i punti cardine di somiglianze e differenze di
pensiero che offrono spunto di riflessione.
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Partendo dall’illuminista tedesco Kant, si puo’ affermare che la conoscenza ha, in


primo luogo, lo scopo di portare fuori gli uomini dallo stato di minorità (cioè dalla
condizione nella quale essi non riescono ad utilizzare il proprio intelletto e le proprie
capacità e dipendono, nelle loro azioni, da un’autorità esterna). Per questo motivo,
la ragione è la facoltà che rende l’uomo libero.
La riflessione sviluppata da Kant nella Critica della ragion pura rappresenta
una mediazione e soprattutto un superamento della contrapposizione tra
empirismo (di cui sono esponenti per es. Locke e Hume) e razionalismo (di
cui sono esponenti per es. Cartesio, Spinoza, e Leibniz), nel tentativo di
fondare la ragione umana ed in particolare il valore certo ed universale della
conoscenza scientifica.
La Critica della ragion pura si occupa quindi di capire in che modo
funzioni la ragione umana e di rispondere alle seguenti domande:
-Com’è possibile la geometria come scienza? Grazie alla forma pura
dello spazio.
-Com’è possibile l’aritmetica come scienza? Grazie alla forma pura del
tempo.
-Com’è possibile la fisica come scienza? Grazie alle categorie dell’intelletto.
-È possibile la metafisica come scienza? No, perché la metafisica consiste
in un’applicazione a vuoto delle categorie dell’intelletto, ovvero in
un’applicazione a prescindere dall’esperienza. In altre parole, per Kant
quando si fa metafisica ci si pensa attraverso le categorie dell’intelletto
ma senza riferirle al materiale sensibile; in questo senso, per l’appunto,
a vuoto.
Nella Critica alla ragion pura Kant cerca di capire quali siano le condizioni della
conoscenza: la ragione si interroga su sé stessa e, con quella che viene definita la
Rivoluzione copernicana di Kant, comprende che non è la mente ad adattarsi alla
realtà, ma avviene il contrario: esistono delle forme a priori che filtrano il mondo
con cui veniamo in contatto, come fossero delle lenti colorate, e noi possiamo
accedere ad esso soltanto per mezzo di queste lenti.
Paragoniamo le categorie dell’intelletto a delle lenti colorate. Se nasco con delle lenti
colorate applicate sugli occhi, non posso che vedere il mondo attraverso queste lenti.
Il mondo mi apparirà dunque sempre colorato. Non posso sapere quali colori abbia il
mondo in sé, perché non posso togliermi le lenti con cui lo guardo. Tuttavia, benché
non possa conoscerlo, posso pensare il mondo come in sé, ossia nel suo essere
indipendente dai colori che le mie lenti gli attribuiscono.
La conoscenza umana, dunque, è per Kant limitata al mondo dei fenomeni, non può
mai procedere fino alla realtà in sé (noumeno). Il fenomeno è la realtà in quanto
conosciuta (in quanto mediata dall’intelletto); il noumeno è invece la realtà in quanto
cosa in sé, pensata cioè come svincolata dalla mediazione dell’intelletto.
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Hegel: La conoscenza, per Hegel, è il sapere assoluto, ossia il riconoscimento, da parte della
coscienza individuale, di essere un momento dello Spirito, della razionalità che pervade tutta la
realtà. La prospettiva limitativa e formale di Kant viene qui criticata e messa da parte. Nella
Fenomenologia dello spirito, che viene definita come “scienza dell’esperienza della coscienza”,
Hegel descrive il cammino che porta al superamento della determinazione individuale nella realtà
assoluta dell’Idea. Questa esperienza non è un semplice divenire, ma un movimento dialettico, ossia
procede secondo una logica precisa di mediazioni e di contraddizioni, che portano al continuo
superamento delle singole posizioni unilaterali che la coscienza assume (tesi-antitesi-sintesi). In
questo senso, la conoscenza, per Hegel, è primariamente dialettica.

Schopenhauer: Per Schopenhauer la conoscenza è essenzialmente rappresentazione, che non è


altro che il rapporto fra il soggetto e l’oggetto per il quale senza l’uno non esiste l’altro. Tuttavia,
questi due poli esistono per lui soltanto all’interno della rappresentazione stessa: noi non possiamo
accedere se non al fenomeno che, però, non è come per Kant la realtà stessa, ma conosciuta
attraverso le forme a priori della sensibilità e dell’intelletto, ma un’illusione e un inganno.
L’immagine del velo di Maya, ripresa dalle filosofie indiane e buddiste, serve ad indicare
l’abbandono di una prospettiva puramente epistemologica; Schopenhauer riconosce che siamo
anche corpo e attraverso l’esperienza di esso possiamo pervenire alla conoscenza del noumeno,
ossia della realtà come volontà.

Marx: Per Marx la conoscenza si configura come una critica del presente che individua le
contraddizioni e le tendenze che permettono di trasformarlo: essa, quindi, non è mai separata dalla
prassi, dall’azione pratica di trasformazione del mondo. Il metodo marxiano, il cosiddetto
materialismo storico, si concretizza nel riconoscimento che la realtà e la storia si costituiscono a
partire dai concreti rapporti degli uomini con la natura e fra di loro (critica al misticismo logico di
Hegel) e che il divenire storico si costruisce sulla successione di modi di produzione differenti.
Comprendere la genesi della società presente significa capire che essa non è eterna, che può essere
cambiata e rivoluzionata.

La Scuola di Francoforte: Anche se è sbagliato considerare gli autori che possono essere
ricondotti a questa scuola come se avessero un’unica prospettiva, si può dire, in termini molto
generali, che per Adorno, Horkheimer e Marcuse la conoscenza sia innanzitutto analisi, in chiave
critica, della società, delle sue forme di razionalità e della sua struttura ideologica.

Nietzsche: La conoscenza, per Nietzsche, non ha un significato univoco, perché nel corso delle sue
opere la prospettiva filosofica che assume si trasforma. Si può dire, però, che Nietzsche pensa
sempre che la realtà non sia statica, ma che si trasformi, e che nel corso della storia Occidentale si è
privilegiata una forma di razionalità che è andata a scapito della vita: in questo senso, egli intende la
conoscenza come un metodo storico-genealogico, di ricostruzione dei processi che generano le
forme del reale, e come demistificazione di tutti i valori tradizionali, che hanno portato l’uomo ad
allontanarsi da se stesso.
Freud: Per Freud la conoscenza ha, com’è naturale in una prospettiva psicanalitica, lo scopo della
guarigione. Essa deve individuare l’origine delle patologie che si manifestano nella vita cosciente
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degli individui, attraverso l’esplorazione delle dimensioni nascoste della coscienza, dei traumi
rimossi che, se riportati alla luce, possono portare a risolvere le nevrosi e le psicosi degli individui.