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Tengo questa lettera in mano 

Una supplica, una richiesta, una sorta di preghiera


Spero che ottenga quello che ho progettato
Perderla di nuovo è più di quanto possa sopportare
Bacio la fredda, bianca busta
Premo le labbra sul suo nome
Duecento parole. Viviamo nella speranza
Il cielo è carico di pioggia

E’ la prima strofa di “Love letter”, scritta da Nick Cave, a cui mi viene spontaneo accostare una fulminante lirica di Sunay Akin, uno dei più popolari poeti turchi
contemporanei, sullo stesso tema della lettera d’amore.

S'è visto

Non bruciare il bordo alla lettera,


e non parlare d'amore
per pagine e pagine.
Soltanto, mentre chiudi la busta,
calca molto
quelle tue labbra schive.

Struggenti entrambe, con l’unica differenza che nel primo caso l’amore è irrimediabilmente finito, nel secondo invece, par di capire, i lavori sono ancora in corso.
Comunque sia, il disco di King Ink che metto nei 101 è questo.

No More Shall We Part – Nick Cave (Mute Records, 2001)

1. As I sat sadly by her side (6:15)


2. And no more shall we part (4:00)
3. Hallelujah (7:48)
4. Love letter (4:08)
5. Fifteen feet of pure white snow (5:36)
6. God is in the house (5:44)
7. Oh my Lord (7:30)
8. Sweetheart come (4:58)
9. The sorrowful wife (5:18)
10. We came along this road (6:08)
11. Gates to the garden (4:09)
12. Darker with the day (6:07)

Tengo questa lettera in mano


Una supplica, una richiesta, una sorta di preghiera
Spero che ottenga quello che ho progettato
Perderla di nuovo è più di quanto possa sopportare
Bacio la fredda, bianca busta
Premo le labbra sul suo nome
Duecento parole. Viviamo nella speranza
Il cielo è carico di pioggia

E’ la prima strofa di “Love letter”, scritta da Nick Cave, a cui mi viene spontaneo accostare una
fulminante lirica di Sunay Akin, uno dei più popolari poeti turchi contemporanei, sullo stesso tema
della lettera d’amore.

S'è visto

Non bruciare il bordo alla lettera,


e non parlare d'amore
per pagine e pagine.
Soltanto, mentre chiudi la busta,
calca molto
quelle tue labbra schive.

Strazianti entrambe, con l’unica differenza che nel primo caso l’amore è irrimediabilmente
finito, nel secondo invece, par di capire, i lavori sono ancora in corso.

No More Shall We Part – Nick Cave (Mute Records, 2001)


1. As I sat sadly by her side (6:15)

2. And no more shall we part (4:00)


3. Hallelujah (7:48)
4. Love letter (4:08)
5. Fifteen feet of pure white snow (5:36)
6. God is in the house (5:44)
7. Oh my Lord (7:30)
8. Sweetheart come (4:58)
9. The sorrowful wife (5:18)
10. We came along this road (6:08)
11. Gates to the garden (4:09)
12. Darker with the day (6:07)

Aprile 2001, esce “No more shall we part”, splendido fin dalla copertina, considerato un’appendice dell’album
precedente, vive invece di luce propria, e di luce abbagliante. Si tratta ancora una volta di pezzi scarni e
struggenti che parlano di amore, solitudine e disperazione, senso religioso e preghiera in “Oh my Lord”,
“Hallelujah” oppure l’amore in “Love letter” mentre la title track solenne e l’iniziale “As i sat sadly by her side”
rimangono tra le migliori composizioni del nostro. Forse l’ultimo grande disco di Cave, almeno fin’ora.

No More Shall We Part


Pubblicazione settembre2001
Etichetta Mute Records
No More Shall We Part  (inglese per Mai più ci separeremo) è l'undicesimo album
discografico di Nick Cave and the Bad Seeds, pubblicato nel settembre del 2001. L'undicesima
delle fatiche discografiche di King Ink è caratterizzata da dodici tracce, e un notevole taglio
rispetto al passato, sebbene intuibile dal lavoro precedente  The Boatman's Call. Le atmosfere
punk dei lavori precedenti tendono quasi a scomparire, lasciando il posto a una
strumentazione basata soprattutto sul piano di Cave e il violino di Warren Ellis, e batterie
spesso addirittura assenti. Anche lo stile lirico si evolve, con Cave che, nelle parole dei
pezzi del disco, tende a esporre frequenti citazioni di carattere religioso, anche questa una
novità in qualche modo anticipata dal predecessore di  No More Shall We Part. I pezzi
principali di questo album, da molti fan di Nick Cave interpretato come una rottura
clamorosa col passato, da altri invece come una dovuta evoluzione, sono i singoli  As I Sat
Sadly By Her Side e Fifteen Feet of Pure White Snow , oltre a God is in the house, il pezzo
ad essere eseguito più spesso dal vivo da questo lavoro discografico del
cantautore australiano.
 Nick Cave (voce, pianoforte)

 Warren Ellis (violino) Kate McGarrigle (cori) Anna McGarrigle (cori)

Nick Cave sembra aver definitivamente abbandonato gli eccessi e la foga punk
degli esordi per abbracciare un cantautorato assai più morbido, meditato e
austero. Ed è la sensazione che trapela anche dal suo disco del 2001, No More
Shall We Part. Un disco severo e dolce al tempo stesso, dodici tracce che
cercano di tessere il filo delle ultime produzioni di Cave, cercando un punto
d'incontro tra le solenni ballate di "The Boatman's Call" (1997), il profumo
d'amore e morte di Murder Ballads (1996) e la rabbia viscerale dell'amore
tradito di Let Love in (1994).
Musicalmente, la formula di No More Shall We Part scaturisce da una miscela
formidabile: le struggenti decorazioni di violino di Warren Ellis dei Dirty Three
("Oh My Lord", "Sweetheart Come"), la profondità delle armonie vocali di Kate
e Anna McGarringle ("Hallelujah", "Love Letter", "Gates To The Garden"), il
contegno sobrio e rigoroso delle chitarre di Blixa Bargeld e Mick Harvey, ovvero
i Bad Seeds, la storica band di Cave, i crescendo tumultuosi di pianoforte
("Fifteen Feet Of Pure White Snow"), oltre alla consueta, incredibile intensità
vocale dello stesso cantautore australiano. La rabbia, i toni crudi e violenti
delle produzioni musicali precedenti, sembrano essersi placati in un contegno
austero, ma non per questo meno drammatico. Anche perché resta l'asprezza
delle liriche, che mescolano religiosità inquieta e disperazione terrena.
Il viaggio di No More Shall We Part inizia con il singolo "As I Sat Sadly By
Her Side", una tenera ballata cantata da Cave in un insolito registro tenue e
malinconico, si prosegue con la struggente title track per piano e voce, per
proseguire su un sentiero più spiccatamente religioso con brani come
"Hallelujah", "God Is In The House" e " Oh My Lord". Ma sotto la cenere di una
quiete apparente brucia il fervore punk degli esordi. Un fervore che incendia
"Fifteen Feet Of Pure White Snow". I sentimenti più delicati prendono il
sopravvento, invece, in pezzi come "Sweetheart come" (con
accompagnamento di pianoforte e violino), "The Sorrowful Wife" e in quella
"Love Letter" che più di una lettera d'amore sembra quasi una preghiera. Ma la
malinconia torna a far male nella conclusiva "Darker With The Day", in cui
l'animo dell'amante solitario si incupisce man mano la giornata si dispiega
davanti ai suoi occhi.
No More Shall We Part è la nuova testimonianza dell'ansia religiosa di Cave,
ma anche della sua solitudine, della sua ricerca d'amore e dei suoi momenti di
disperazione.
Nick Cave è ormai un "classico" come, in fondo, sono sempre stati i suoi
modelli: Cohen, Dylan, Waits,Cale, Beefheart. E' un rocker esperto, che ha
fatto tesoro degli insegnamenti del fosco mondo biblico e mitico in cui ha
vissuto per anni: "Un mondo mitologico in cui potevo a tutti gli effetti vivere e
in cui bene e male non si incontravano mai". Non può stupire, quindi, vedere
l'ex-istrione delle cantine punk australiane passeggiare a Portobello Road,
Londra, tenendo per mano il piccolo Luke, il figlio nato dalla relazione con
Viviane Carneiro. Passati i baccanali della giovinezza, è il tempo dell'auto-
ironia: "Il vantaggio di invecchiare è che non si devono più frequentare i
giovani", ha beffardamente affermato.

No More Shall We Part (Mute/Extralabel)


Pierangelo Cantù

28 maggio 2007

Una lunga e profonda riflessione sulla vita e sull’amore, attraverso le descrizione di piccoli
gesti quotidiani raccontati quasi con la minuzia del cronista, oppure nello svolgersi di
grandi avvenimenti interiori, quelli che possono anche cambiare il corso dell’esistenza
terrena, sempre con lo sguardo rivolto all’uomo e il pensiero dedicato a Dio. Un Dio a cui
l’artista australiano si rivolge spesso, ponendo domande, invocandone la presenza o
semplicemente pregandolo con le parole della tradizione. Sono queste, prima ancora che
la veste musicale o il contenuto del songwriting, le cose che colpiscono immediatamente
chi si accosta alle canzoni di No More Shall We Part, ultimo splendido lavoro di Nick Cave,
ennesima tappa di un percorso artistico straordinario che si è messo a camminare di pari
passo con una faticosa e sofferta crescita umana, cammino che sembra aver raggiunto
ora un terreno pianeggiante dentro cui assaporare anche i gesti della vita semplice,
cercando, per una volta, di non sovrapporre ad essi solamente malinconia, tristezza e
urgenze dello spirito. Sono i testi, qui più che altrove, a indirizzare l’andamento
compositivo e le soluzioni sonore, arrangiamenti che trovano una nuova conferma
dell’abbandono delle spigolosità, a vantaggio di più morbide e delicate trame, spesso
lente, scure e più complesse nella struttura e nell’approccio interpretativo. Una strada
intrapresa in maniera decisa già col precedente The Boatman’s Call, ma che stavolta
lascia spazio a episodi più incisivi e tirati, che riportano indietro le lancette fino alla
polverosità di Henry’s Dream o alla varietà di registri di Murder Ballads. Dodici le tracce
del disco, per oltre un’ora di ascolto; canzoni inedite, se si esclude Love Letter, compresa
nell’ultima uscita discografica ufficiale di Nick Cave, The Secret Life Of The Love Song,
album che conteneva due lunghe riflessioni parlate e alcuni brani ad esse esemplificativi.

Apre alla grande As I Sat Sadly By Her Side, ballata acustica prescelta anche come primo
singolo, resoconto di una comunione sofferta nel distacco fra un amore consumato e le
urgenze del modo esterno; segue la title-track, lenta confessione che riporta alle
atmosfere intime e sofferenti di Boatman’s Call, una dinamica che prosegue nel crescendo
della stupenda Hallelujah e nella successiva già citata Love Letter. La prima ricognizione
sul piano musicale annota a questo punto la presenza di cori femminili che alleggeriscono
un poco le atmosfere, sempre dense e cupe, mentre il baricentro dell’accompagnamento
dei Bad Seeds ruota attorno al violino di Warren Ellis, a cui è affidato l’importante ruolo di
conduzione melodica (ruolo in passato ricoperto dalle tastiere glaciali di Mick Harvey o
dalle chitarre taglienti di Blixa Bargeld). Pianoforte e violino in effetti attraversano con
imponenza tutto il disco. Spezza il ritmo Fifteen Feet Of Pure White Snow, brano che
sembra provenire dal passato remoto dell’artista, un blues tirato e fortemente evocativo;
ma si torna presto all’intimità con God Is In The House, una riflessione ad alta voce e ad
alto contenuto interpretativo (un deciso rimando a Tom Waits), cui fa il paio la successiva
Oh My Lord, canzone splendida che permette un tiratissimo finale in crescendo.
Sweetheart Come è un’altra soffice ballata da crooner, con un pianoforte che ondeggia
accompagnando il canto di Cave per poi dare risalto agli assolo di violino.
Decisamente affascinante la cupissima The Sorrowful Wife, perfetto brano alla Nick Cave,
una canzone che esalta le qualità di interprete dell’artista australiano e rende partecipi
attraverso un emozionante resoconto, fino ad arrivare all’esplosione finale; forse il pezzo
migliore di tutto il disco, anche se è difficile estrarre un jolly da questo straordinario mazzo.
Infatti la palma è contesa certamente dalla successiva, più pacata, We Came Along This
Road (con tocchi di pianoforte da brivido), dove ricompare il controcanto delle coriste. Di
altissimo livello anche Gates To The Garden, ballata pacatamente elettrica e intrisa di
religiosità, mentre il finale, davvero stupendo, è per Darker With The Day nuova profonda
riflessione sul senso della vita, che spegne la luce su un disco di una bellezza unica e
straordinaria, anche se Nick Cave ormai ci ha abituato all’eccellenza.

Voto: 8
Perché: è un nuovo straordinario capitolo dell’affascinante e intensa vita artistica di un
grande poeta, che ha scelto la musica per esprimere la propria arte.

Track List:
As I Sat Sadly By Her Side
And No More Shall We Part
Hallelujah
Love Letter
Fifteen Feet Of Pure White Snow
God Is In The House
Oh My Lord
Sweetheart Come
The Sorrowful Wife
We Came Along This Road
Gates To The Garden
Darker With The Day
Musicisti:
Nick Cave (voce, pianoforte);
Warren Ellis (violino);
Mick Harvey (chitarre, tastiere);
Blixa Bargeld (chitarra elettrica);
Conway Savage (pianoforte, tastiere);
Martin P. Casey (basso);
Thomas Wydler (batteria);
Jim Sclavonus (percussioni);
Anna & Kate McGarrigle (cori).
Prodotto da Tony Cohen
Altri dischi consigliati:
Henry’s Dream (1992);
Murder Ballads (1996);
The Boatman’s Call (1997).

LOVE LETTER
Ho addosso un filo di trucco e le scarpe col tacco, il rossetto è rimasto sulla tazzina dell'ultimo caffé, un
bacio casto lungo quanto un sorso. Dodici ore di lavoro fissano impazienti la chiave che gira nella
serratura. Un solo gesto ed è di casa il profumo che sento. Ho pensato tanto a quella canzone, l'ho
abbracciata nel sonno, accarezzandola a lungo fino a che si è addormentata insieme a me.
La nostalgia risveglia il senso del tempo. Le mani frugano tra un mucchio disordinato di fotografie, Luca
ed io le incastoneremo tra i solchi della musica e giocheremo almeno un po'. Non ho fame, ho mangiato
troppa felicità ed ora l'anima deve uscire dagli occhi. La canzone s'intitola LOVE LETTER, la voce
è quella di Nick Cave. E dopo che la musica mi avrà spogliato , potrò spalmarmi come burro caldo
su una fetta di pane tostato.

In occasione del recente, meraviglioso concerto torinese, ecco le dieci canzoni migliori di Nick Cave and
the Bad Seeds. L’ordine è casuale.
- The weeping song (1990)
- The mercy seat (1988)
- Watching Alice (1988)
- The ship song (1990)
- Dig, Lazarus, dig!!! (2008)
- Deanna (1988)
- Tupelo (1985)
- Henry Lee (1996) – con PJ Harvey
- Where the wild roses grow (1996) – con Kylie Minogue
- Into my arms (1997)
BONUS: Slowly goes the night (1988)

Nick Cave And The Bad Seeds: No More Shall We Part


Di deldavid

il 28 agosto 2007 nel tardo pomeriggio


e valutata: ●●●●●

Devo essere sincero, è molto più facile scrivere la recensione di un disco brutto: per
questo motivo mi trovo in difficoltà a parlare di questo lavoro. Un disco che non piace si
può tranquillamente liquidare con poche parole d'effetto quali: "non dà alcuna emozione",
"gli arrangiamenti sono ripetitivi", "niente di nuovo sotto il sole", ecc... ma quando un'opera
tocca le corde dell'anima e del cuore, allora, esprimere le sensazioni che soggettivamente
proviamo diventa una impresa ardua a meno che noi non siamo degli eccellenti oratori o
scrittori.
Io non mi ritengo facente parte di queste ultime categorie e quindi cercherò di tralasciare
le sensazioni personali che questo disco di Nick Cave mi ha dato per cercare di parlarne in
maniera oggettiva: uscito nel 2001, l'opera si discosta parecchio nelle sonorità e nella
tematiche trattate (religione sopra tutte, intesa nel senso più intimo del termine) rispetto
ai lavori precedenti.
Oggettivamente parlando, quindi, cercherò di eludere il trattamento dei testi delle canzoni,
in quanto mi sembra che le tematiche siano molto "intimistiche" e di difficile
interpretazione specialmente per chi non conosce bene l'autore. Da ciò avrete capito che
se i test si possono omettere, quello che colpisce in questo disco è soprattutto la musica
con la sua stupenda orchestrazione e con le sensazioni che essa dà, indipendentemente
da quello che l'autore vuole, o non vuole, comunicare con le parole.
Si inizia con "As I Sat Sadly by her Side" dove la base della chitarra e la successiva
entrata del pianoforte ci accompagnano in un viaggio molto emozionante, che prosegue
con la Title Track , swing dolcissima e sofferta, per continuare con "Hallelujah" la canzone
più Gospel del disco, e giungere a "Love Letter", una canzone d'amore che lascia senza
parole per la sua stupenda melodia. La quinta traccia ci mostra il lato più "bad Seeds" del
disco: "Fifteen feet of Pure White Snow" è un concentrato di energia e poesia allo stesso
tempo. "God is in the House" riprende le tematiche di "Hallelujah" mentre "Oh my Lord"
vede lo stesso tema trattato in versione molto più dura e tirata. "Sweetheart Come" è
molto soul è ha un ritornello molto "sofferto" .
L'apice del disco si ottiene con "The Sorrowful wife" dove la nota ripetuta del pianoforte ci
accompagna verso un finale molto rock e tirato che lascia senza fiato fino al termine della
traccia, per continuare con "We came Along This Road", dove le note ticchettate sul piano
fanno da struttura ad una canzone con una orchestrazione stupenda e dove la voce di
Nick e del coro si amalgamano in modo perfetto. Stesso discorso (tranne il ticchettìo) per
"Gates of The Garden", mentre "Darker with The Day" ci dimostra ancora una volta che
Nick, oltre che essere un grande cantautore, è anche un pianista dalla sensibilità
eccezionale.
Il disco è finito, io non so se vi ho convinto ad ascoltarlo, sicuramente nessuno convincerà
me a non farmi più trasportare oltre le "porte del giardino" che Nick ha aperto con questo
suo eccellente lavoro.

Nick Cave
Esistono diverse versioni conosciute e apprezzate dell’artista Nick Cave; il cantante in primo luogo, ma anche lo
scrittore, il poeta e sceneggiatore, l’attore, il songwriter, il rocker bizzoso del periodo Birthday Party, il
cantautore di lusso della maturità raggiunta coi fedeli Bad Seeds, l’anticonformista dei Grinderman. In questo
modesto spazio si parla ovviamente del lato prettamente musicale (e che musica!) del signor Nicholas Edward
Cave.
Nato nel 1957 in un piccolo sobborgo nelle vicinanze di Melbourne, Australia il giovane intuisce di essere portato
per le sette note già nel coro chiesastico, che ben presto abbandona per compagnie più affini e forma una band
che cambia nome ogni cambio di stagione, quella che piace di più, Boy Next Door viene adottata in occasione
della pubblicazione di in LP chiamato “Door door”, nulla di eclatante o di innovativo ma tant’è che Nick capisce
che quella sarà la sua vita e vi si cimenta con rinnovata energia. Nel 1980 in pieno post punk lascia
temporaneamente il nuovo continente per recarsi nella terra promessa delle novità più eccitanti del periodo:
Londra. E’ qui che incontra quel sant’uomo di Ivo Watts-Russel mistico patron dell’etichetta più eterea e trendy
della new wave Inglese, la 4AD. I Birthday Party (così si rinomina la band) viene ingaggiata però i nostri
tornano in Australia per imprimere su disco le loro nuove canzoni. Grandi canzoni, occorre aggiungere. “Prayers
on fire” dell’81 e “Junkyard” dell’anno successivo rivestono un’importanza fondamentale per la gang di artisti,
sono pezzi allucinati, abrasivi e distorti, figli del malessere che pervade Nick, che ha nel frattempo preso
confidenza con le sostanze chimiche e bevande alcooliche che lo porteranno in seguito alla soglia
dell’esaurimento psico fisico. Cave sempre più attratto dai diversivi diventa quell’orso ribelle che avrà non pochi
scontri con la stampa, fa partire la macchina Bad seeds, i fiori del male (un richiamo biblico e poetico insieme)
che comprende nientemeno che Blixa Bargeld degli Einsturzende Neubauten. Nel corso degli anni ottanta sono
molti i meriti di Nick Cave and the bad Seeds, gli album malati di blues e distorsioni, poesia narcotica e testi
che colpiscono allo stomaco o al cuore a seconda dell’estro, che incanta in “Your funeral, my trial”, Kicking
against the pricks” e “Tender prey”.
Gli anni novanta si aprono con il periodo brasiliano, la permanenza nello stato sudamericano regala frutti
insperati quali “The good son” ed “Henry’s dream”, tematiche sociali e una religiosità ritrovata nelle liriche. Un
ritorno al rock più classico in “Let love in” del ’94 e una raccolta di canzoni da omicidi nel ’96, appunto “Murder
ballads” dove con ironia e sentimento interpreta canzoni popolari che hanno protagonisti dei morti che parlano.
Celebri in questo disco i duetti con P.J. Harvey, compagna anche nella vita, e insospettabilmente Kylie Minogue,
complice la comune provenienza australiana. Il singolo estratto dal duetto con kylie “Where the wild roses
grow” sarà uno dei maggiori successi commerciali di Cave.
Arriviamo così alla fine dei novanta e Cave rilascia il suo capolavoro, “The boatman’s call” dove si trasforma in
songwriter elegante ed illuminato dalla riscoperta del Vangelo, le canzoni sono lente, compassate, emozionanti
fino all’immortalità. Ed è molto strano che il disco gemello di “The boatman’s call” abbia impiegato ben quattro
anni per vedere la luce.
Aprile 2001, dieci anni fa esatti esce “No more shall we part”, splendido fin dalla copertina viene appunto
considerato un’appendice del precedente, invece vive di luce propria, e di luce abbagliante si tratta, ancora una
volta pezzi scarni e struggenti che parlano di amore, solitudine e disperazione, senso religioso e preghiera in
“Oh my Lord”, “Hallelujah” oppure l’amore in “Love letter” mentre la title track solenne e l’iniziale “As i sat sadly
by her side” rimangono tra le migliori composizioni del nostro. Forse l’ultimo grande disco di Cave, almeno
fin’ora.

Tengo questa lettera in mano

Una supplica, una richiesta, una sorta di preghiera


Spero che ottenga quello che ho progettato
Perderla di nuovo è più di quanto possa sopportare
Bacio la fredda, bianca busta
Premo le labbra sul suo nome
Duecento parole. Viviamo nella speranza
Il cielo è carico di pioggia

Lettera d’amore Lettera d’amore


Và a prenderla Và a prenderla
Lettera d’amore Lettera d’amore
Và a prenderla Và a prenderla

Un vento cattivo sferza la collina


Una manciata di parole piene di speranza
L’amo e sempre l’amerò
Il cielo è sul punto d’esplodere
Ho detto qualcosa che non volevo dire
Ho detto qualcosa che non volevo dire
Ho detto qualcosa che non volevo dire
E’ andato tutto nel modo sbagliato

Lettera d’amore Lettera d’amore


Và a prenderla Và a prenderla
Lettera d’amore Lettera d’amore
Và a dirglielo Và a dirglielo

Fai piovere i tuoi baci su di me


Fai piovere i tuoi baci in una tempesta
E per chiunque mi verrà davanti
Con le tue sembianze che lentamente svaniscono
Sto andando fuori di testa
Mi lascerà in piedi
Sotto la pioggia con una lettera e una preghiera
Sussurrata al vento

Torna da me
Torna da me
Oh, piccola, per favore, torna da me