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Istituto di Teologia della Vita Consacrata

CLARETIANUM

Beati i poveri in Spirito


Alcuni aspetti delle Beatitudini

Jolanta Kafka rmi

ROMA 2003
Introduzione

Ci accostiamo al “Discorso della Montagna” ma non come ad un’esposizione di


certi contenuti, ma come ad una sintesi della vita e opera di Gesù presentata da Lui
stesso all’inizio della cosiddetta attività apostolica. Esso è riconosciuto come carta
programmatica nella quale si rispecchia Gesù stesso, nelle sue scelte e cammino di vita,
e parimenti in essa dovrebbe rispecchiarsi ogni suo discepolo. Vogliamo cogliere e
presentare alcuni aspetti del suo messaggio che sono stati alla base del progetto del
“Nuovo Ordine” fondato da Sant’Antonio Maria Claret e Maria Antonia Paris.

Le beatitudini riportate da Matteo nel capitolo 5 della sua redazione, vengono


lette nella sua giusta rilevanza quella della novità non soltanto di un insegnamento,
superiore a quello dell’Antico Testamento, ma anche, e forse principalmente, in
previsione della novità della religione promulgata da Gesù: nuova alleanza, nuova
confessione di fede, nuovo culto, nuova “praxis” quotidiana della nuova morale.1

Contesto e la struttura

La struttura parla da sé, secondo una delle regole d’esegesi. Proprio per il
Vangelo secondo Matteo, questa acquisisce un’importanza fondamentale e soltanto
dentro di essa possiamo interpretare il significato delle Beatitudini.2 Ormai è accettata
da molti studiosi del Vangelo secondo Matteo la sua struttura curata dei cinque libri
(dav. 21) che porta a fare un parallelo con il Pentateuco e la Legge di Mosè. 3 Il testo
delle Beatitudini è inserto all’interno del primo libro, chiamato Discorso della
Montagna (5,1- 7, 29). Ne segue – sempre all’interno dello stesso discorso – il brano del
sale e della luce del mondo (5,13-16) e una serie di tesi – antitesi, conclusi con
l’immagine delle due case (7, 21-27). Per gli ebrei, il Pentateuco - Legge Mosaica -
costituiva il libro di vita del popolo, così noi con tutta probabilità, ci troviamo con
un’intenzione dell’Autore di presentare l’insegnamento di Gesù come fondante della

1
Cf. Dupont, J., Le Beatitudini, Roma 1976, p. 203, Davies, W.D., El sermón de la montaña, Madrid
1975, pp. 167-168).
2
Cf. Davies. W.D. op. cit., p. 21.
3
Cf. Introduzione e commento al vangelo secondo Matteo da Alonso Schokel, in: Biblia del Peregrino
T.III, 3° ed. Estella 1998.

2
nuova comunità dei credenti. Nel Discorso della Montagna ci troviamo proprio con la
promulgazione di questa legge.4

Anche se il contesto immediato che segue le Beatitudini potrebbe portare ad una


sua comprensione e applicazione esterna in pratica in ordine ad acquisire un
comportamento esemplare da imitare (Mt 5, 13-16: voi siete il sale della terra…perché
vedano le vostre opere buone…), insistiamo che bisogna leggerle in questa prospettiva
della vera religione.5 Tale lettura ci sottrae dall’interpretazione puramente morale e
sposta la preoccupazione verso le scelte della logica del Regno, spiegate a
continuazione del discorso della montagna e in tutto l’evento della vita di Gesù riportato
dall’evangelista. Questa logica del Regno, contenuta nelle Beatitudini, sarà rafforzata
posteriormente nei seguenti libri di Matteo: discorso sulla missione e martirio, narrativa
dei miracoli, predicazione delle parabole, insegnamento per la comunità dei credenti,
discorso escatologico, e definitivamente confermata nel Mistero Pasquale.6

La novità evangelica

E’ questa novità evangelica che attira la nostra attenzione, questa “nuova legge”
della Nuova Alleanza, non scritta più però sulla pietra ma lanciata dalla montagna al
vento come Parola che deve essere accolta nel cuore (Is 2, 1-5; Ger 31, 33; Ez 11, 20). I
discepoli e “le folle” (Mt 5,1) radunati nell’ascolto della Parola sono i destinatari di
essa. Vogliamo soffermarci sul messaggio di questa Legge nuova e sul suo contenuto in
generale.

Matteo inizia la sezione con un tono solenne ottenuto dall’effetto “camera


lenta”, focalizzando l’attenzione del lettore su Gesù: lui vede le moltitudini, sale la
montagna, si mette a sedere, gli si avvicinano i discepoli, prende la parola - apre la sua
bocca - ed inizia ad ammaestrare. E interessante notare come alcuni commentatori
segnalano questo momento non più come profetico, nel senso di continuità di questo
ministero dell’AT, ma come messianico: qui Gesù parla con la propria autorità, (cfr.

4
Cf. Lohfink, G., El sermón de la montaña, ¿para quién?, Barcelona 1989, p. 126-136. Oltre gli elementi
indicati qui l’autore sottolinea l’importanza della nuova obbedienza che suppone la Nuova Alleanza.
5
Cf. Dupont, J., op.cit., p. 191.
6
Cf. Davies, W.D., op. cit., p. 21-22

3
Mt 5,2), quale nuovo Mosè. Annuncia una nuova legge sotto forma di una serie di
benedizioni di promessa della felicità. La felicità, “Shalom”, che Gesù invita ad
accogliere è una continuazione della chiamata alla conversione con la quale iniziava il
suo l’annuncio. (cfr. Mt 4,17)

Già nell’Antico Testamento ci troviamo spesso con la forma letteraria delle


benedizioni, macarismi, che elogiavano un valore ed enunciavano la promessa del ben
di Dio vincolata ad un atteggiamento oppure ad una scelta di vita. Il libro dei Salmi
canta le benedizioni per “chi si compiace della Legge del Signore” (Sal 1,2) per “chi
confida in Lui” (Sal 84, 13), per “chi abita la Sua casa” (Sal 84,5) assicurando una
protezione speciale, una sicurezza e benessere a chi è fedele a Dio e segue le sue vie
che poi sono tutte indicate nelle prescrizioni della Torà.7 Le benedizioni che troviamo
nelle pagine dell’Antico Testamento, vanno in parallelo alle prescrizioni della Legge
che rimane nel centro della vita del Popolo eletto.

Ma qui abbiamo a che fare con un capovolgimento. Non vi è una legge nuova e
una benedizione che l’accompagna (cfr. Dt 7, 11 ss). La proposta della Legge nuova
viene tutta essa rivolta ai discepoli, e poi a chiunque vuole seguire Gesù, come un invito
a partecipare nella benedizione, non più come prescrizione o mandato. Infatti, il testo va
capire che Gesù si rivolge ai discepoli (gli ammaestrava), anche se in fondo vi è la
presenza della moltitudine. E’ una contrapposizione al complesso sistema di normative
elaborate da farisei, saducei e maestri della Legge che rilevavano la pratica della fedeltà
nell’osservanza esteriore dei comandamenti e del culto. Più di una volta sarà denunciata
da Gesù. (cfr. Mt 23, 13-36) In questa prospettiva vediamo che la conversione alla
quale chiama il Maestro, non si orienta verso una restrizione dell’osservanza, ma
veramente verso un cambio totale della mentalità religiosa e della conoscenza di Dio.

La novità che porta Gesù deve nascere dal cuore; non soltanto da un cambio
d’atteggiamenti ma da una svolta nel modo di pensare e rapportarsi con Dio. Così
troviamo in questo brano un'altra dimensione della novità evangelica.

7
Cf. Léon – Dufour, X., Bienaventuranza en: Léon – Dufour, X., Vocabulario de Teología Bíblica,
Barcelona 1965, p. 116.
4
Gesù osa parlare della promessa di Dio, della sua benedizione proprio nel suo
nome, come chi lo conosce da dentro. (cfr. Mt 11,27) Dietro ogni benedizione ci
s’intuisce la presenza attiva di Colui dal quale proviene la benedizione. Questo passivo
teologico (saranno consolati, erediteranno la terra, troveranno misericordia… etc.) è
proprio usato per far capire che il dono della felicità è a modo di Dio e viene da Dio. E’
Lui che lo elargisce sotto diversi aspetti: dono del regno (v. 3.10), consolazione (v.4),
figliolanza divina (v.9), …etc. Gli otto versetti (vv.3-10) (oppure dieci: vv. 3-12) con i
quali Matteo riporta quest’annuncio di Gesù, invitano ad andare ben oltre la promessa,
in altre parole, ad entrare nel mondo delle “preferenze” di Dio, conoscerle, fare di esse
uno scopo di vita, al di là di quello che proponeva la logica dell’Antica Alleanza. Qui
Dio promette il suo compiacimento ai suoi prescelti, che si trovano in una condizione
speciale oppure che scelgono una forma di vita che predispone o addirittura anticipa la
presenza del Regno. Veramente è sconcertante la lista di questi “prediletti”: coloro che
scelgono la povertà (v. 3), che sono afflitti (v. 4), che sono non violenti… (v. 5), che
operano per la pace (v. 9), persino coloro che sono perseguitati a causa della giustizia
(v. 10). In ogni modo, tutti quelli che hanno trovato una concrezione storica e umana del
messaggio evangelico. Quelli sono già e saranno felici, resi felici da Dio stesso con la
Sua benedizione, come indica l’uso dei verbi al presente nella prima e ultima
beatitudine e al futuro nelle restanti. La benedizione inizia nel presente e si estende al
futuro. Seguiamo però l’interpretazione di Dupont che “la ragione del privilegio deve
essere ricercata non nelle disposizioni spirituali di coloro che ne godono, me nelle
disposizioni di Dio al loro riguardo”8. Questa felicità dovrebbe essere intesa nel senso
profondo del “Shalom”, che esprime in sé tutto quello di cui la persona umana ha
bisogno per vivere in pienezza secondo il disegno di Dio: pace, giustizia, verità,
fratellanza, i valori contenuti nel Discorso della Montagna e specialmente nelle
Beatitudini.9

Abbiamo riscontrato la novità della Legge, la novità del modo di parlare da parte
di Dio, la novità delle priorità di Dio. La novità, infine, dell’Alleanza che colloca il
culto, cioè l’adorazione di Dio, nei marchi dell’esistenza umana, non più nel tempio. La
vera lode a Dio, il benedirlo in ogni tempo (cfr. Sal 145, 1-2) sono vissute nell’impegno

8
Dupont sostiene che bisogna mantenere in primo piano il dato fondamentale dell’insegnamento di Gesù:
lui parla prima e soprattutto di Dio. In op. cit., p. 518.
9
Cf. Paz en Lèon – Dufour, X., op.cit., p. 583
5
concreto, così come Lui stesso si è offerto a noi nella storia umana in Gesù Cristo. Il
Regno da Lui inaugurato non è una teoria e nemmeno una serie di prescrizioni di culto,
ma una pratica che si traduce prima di tutto in una scelta di fede nel cuore della persona
e poi, passa attraverso una sfida quotidiana della storia.10

La novità evangelica e il “Nuovo Ordine”

Nella storia della Chiesa, la vita religiosa appare sempre con una grinta profetica
che riporta alla coscienza cristiana il richiamo a quella novità di vita che è stata
inaugurata da Gesù Cristo. (cfr. VC 2; RDC 2) A livello della stessa vita consacrata
però, lo dimostra anche la storia, c’è voluto lo stesso richiamo quando le ispirazioni
carismatiche che originarono la nascita degli Istituti si sono rivestite e rinchiuse nelle
strutture che non riuscivano più ad esprimere lo Spirito con il quale nacquero. Gesù lo
prevedeva nel Discorso della Montagna: Se il sale perdesse il suo sapore, con che cosa
lo si potrà render salto? (Mt 5,13)

Uno dei personaggi che furono chiamati a riportare il sale della novità
evangelica nella vita della Chiesa, e specialmente della vita consacrata, fu Maria
Antonia Paris11 (1813-1885). Lei ricevette in dono l’ispirazione della fondazione di una
congregazione che col suo stile di vita non nuovo nella dottrina bensì nella pratica12,

10
Cf. Dupont, J., op. cit., p. 265, nota 123.
11
Nacque a Vallmoll (Spagna). Mossa dal desiderio di servire Iddio entrò nella Compagnia di Maria nel
1841 dove rimase fino al 1850 senza poter professare a causa della politica antiecclesiale. Lì ebbe alcune
esperienze interiori dove conobbe la sua vocazione di fondatrice, insieme a Sant’ Antonio Maria Claret, di
un ordine nuovo. Abbandonò la casa di Compagnia e insieme con altre 4 giovani iniziò a vivere in
comunità. Claret, nominato recentemente arcivescovo di Santiago de Cuba, chiamò il gruppo a Cuba e dal
1852 ha iniziato insieme con Antonia il processo di fondazione. Quèsti si concluse il 25 agosto del 1855
con decreto d’erezione del nuovo Istituto e il 27, con la professione della Madre Paris. Nel 1859 M.A.
Paris ritornò in Spagna dove realizzò la fondazione di altre comunità clarettiane. Morì a Reus il 17
gennaio del 1855.
12
Fa riferimento all’esperienza fondante che chiamiamo “Visione Iniziale”. In quest’esperienza mistica il
Signore le fa comprendere la situazione che sta attraversando la Chiesa in Spagna e ne ispira il rimedio:
un Ordine che vive i Consigli Evangelici fino ad un apice e un progetto che porta al rinnovamento della
Chiesa nella vita apostolica con un accento speciale sulla povertà: Sí, hija mía, una Orden nueva quiero,
pero no nueva en la doctrina, sino nueva en la práctica. Y aquí me dio Nuestro Señor la traza de toda la
Orden, y me dijo que se había de llamar: Apóstoles de Jesucristo a imitación de la Purísima Virgen
María. Aquí me puso de nuevo delante todas las Ordenes Religiosas, y me hizo ver el deplorable estado
de toda la Iglesia universal; y me dijo que no tenían otro remedio los males de la Santa Iglesia que la
guarda de su Santísima Ley. (Aut. 7-8)
L’ispirazione dell’Ordine si realizza con la fondazione della Congregazione clarettiana. A partire
dalla vera conoscenza della situazione della Chiesa e delle radici del suo male, ispirata dal Signore scrive
il progetto del rinnovamento della Chiesa: “Puntos para la Reforma”, concluso a dicembre dell’anno
1855.
6
doveva contribuire a rinnovare la Chiesa e la vita consacrata. Nei suoi scritti troviamo
un chiaro riferimento a che questa “novità nella pratica” significava proprio la novità
evangelica tradotta in vita. Cosa significava per Maria Antonia Paris?
Prima di tutto significava la novità che portava in sé la Parola stessa, che è
sempre attuale e perciò nuova. Dice nei suoi scritti:
Ascolta figlia mia, che parla la Verità…. Parlai con la gente perché sempre mi
piacque parlare con i semplici e umili di cuore. Spesso rivolgevo la mia parola
agli Apostoli e gli parlavo in pubblico e nel segreto perché loro dovevano
trasmettere le mie parole ed insegnarle a tutto il mondo…. Le parole che avevo
detto al popolo comprendevano a tutti i popoli che sono vissuti, vivono e
vivranno, perché in me non v’è il passato, il futuro, giacché tutto è presente in
me…. (Diario 35)13

E nel Piano di Rinnovamento della Chiesa leggiamo:

Nessuno si scusasse con l’impossibilità e corruzione delle abitudini o dei tempi,


perché Dio Nostro Signore tutti i tempi li tiene presenti e non ci ha dato più che
un solo santo Vangelo. (PR 8)
La Regola da osservare è il libro dei Santi Evangeli, regola divina, non ispirata
ma consegnata dalla Parola Eterna dalla bocca divina del nostro Redentore….
(PR 65)
Per far alzare la Chiesa, non chiede il Nostro Signore nessuna novità in questi
tempi, ma chiede con grande insistenza e, direi, impazientemente, di rinnovare
la sua Santissima Legge…. Questa è la regola divina che manda il Signore….
(PR 69)

Insiste in esso sull’importanza che ha sia la lettura che l’annuncio della Parola,
per il popolo fedele ma di più per le stesse persone consacrate. E’ la regola di vita,
bisogna leggerla e confrontarsi con essa. Ogni settimana, già a quei tempi le sorelle del
nuovo ordine si radunavano per un tempo di revisione di vita alla luce di un brano del
Vangelo. Per vivere secondo il Vangelo bisogna nutrirsi di questo cibo. Maria Antonia
lo chiama “pane della Parola” e pone sulla coscienza dei responsabili – superiori,
visitatori delle comunità, proprio questo dovere di provvedere per un riferimento
costante al pane della Parola.14 Anche se non direttamente, implicitamente troviamo
l’eco dello spirito delle Beatitudini. Bisogna ricordarci che nel tempo di cui parliamo,
l’accesso diretto alla lettura della Sacra Scrittura era poco comune. L’ispirazione che
Maria Antonia ricevette da Dio, sveglia in lei una gran sete della conoscenza della

L’espressione “santisima ley” in tutto il materiale autobiografico della Madre Paris si riferisce
all'insegnamento di Gesù contenuto nel Vangelo. (Cf. Álvarez, J., Maria Antonia París y la Palabra de
Dios, Roma 1996, p. 24.)
13
Tutti i testi di M. A. Paris citati: traduzione propria.
14
Cf. ad esempio: PR 6.19.20.33.39.
7
Scrittura, vivendo nella fede un rapporto stretto tra la Parola e Cristo, partendo
dall’esperienza della situazione della Chiesa e della preghiera.
Non conoscono un altro principio i mali della mia Chiesa se non il non voler
prendere per sé le mie parole che io le rivolgo nel mio Santo Vangelo nella
persona dei miei Apostoli. (Diario 35)

Molti anni dopo, quest’ispirazione troverà eco nel gran rinnovamento lanciato
dal Vaticano II. Non vogliamo qui appropriarci la genuinità dell’ispirazione ma far
vedere come realmente l’unica fonte permanente della vita nuova è il Vangelo.15

Beati i poveri in spirito.

Questa è la traduzione italiana dell’inizio della prima beatitudine che troviamo


nella Bibbia di Gerusalemme. Il significato di questa Beatitudine fu ed è molto
discusso. E’ soggetto a tante interpretazioni, quelle più approfondite degli studiosi e
quelle più caserecce dei cristiani e dei religiosi.

Il macarismo dei “poveri in spirito” -   - apre le beatitudini e


tutto il Discorso della Montagna. Insieme alle tre beatitudini successive formano, quello
che riteniamo la prima parte del testo, detta anche la prima tavola della legge nuova (vv.
3-6). Seguendo le indicazioni degli esegeti, vogliamo vedere chi sono questi poveri in
spirito e perché sono destinatari del Regno, ma cerchiamo principalmente di cogliere
quale messaggio su Dio lancia Gesù in questa frase.

La parola greca -  - usata nel testo, allude ad uno stato di deficienza delle
persone, che li porta alla condizione d’essere dipendenti in tutto dagli altri, sia come
mendicanti sia come oggetto di sfruttamento dagli altri e, perciò, meno degni o,
addirittura privati, di partecipare pienamente nella vita sociale. Ma per capirne il senso
più profondo bisogna rientrare nell’ambito veterotestamentario. Troviamo in esso il
richiamo ad una concezione particolare dell’essere povero simboleggiata dalla figura
degli ‘aniyyim e gli ‘anâwîm, persone che si rendono umili, si abbassano sotto una
pressione che gli umilia, perché si sentono indifese ed abbandonate alla clemenza degli

15
Cf. PC 2
8
altri.16 Troviamo la stessa parola nel testo di Is 61, 1, sia nella versione ebraica che – in
greco – nella traduzione dei LXX e ad essa è vincolata la promessa messianica
dell’annuncio della Buona Novella: il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha
mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a
proclamare la libertà…. Gesù cita questo frammento non solo all’inizio della sua
predicazione (secondo l’evangelista Luca), ma implicitamente, anche come conferma
della sua identità, rispondendo alla domanda dei discepoli di Giovanni: andate e riferite
a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi
camminano, …ai poveri è predicata la buona novella (Mt 11,5).

A questo vocabolo, nella nostra versione di Matteo viene aggiunto il


qualificativo: in spirito. La parola greca usata dall’autore si trova in altri passaggi del
NT. Alcune volte parla dello Spirito di Dio o addirittura dello Spirito Santo, altre,
invece, si riferisce ad una realtà della persona umana che parte dal suo interno17. Lo
spirito è una realtà invisibile dell’uomo, ma a differenza della psiche – è la parte
decisionale, volitiva, “luogo” e livello più profondo dei suoi rapporti. Nell’antropologia
dell’AT corrisponderebbe al cuore: luogo della fedeltà, della conoscenza di Dio a
dell’autenticità davanti a Lui e agli altri. E’ l’eco del “ruah” che Dio stesso ha infuso
nell’essere umano rendendolo capace di cercarlo e di rapportarsi con Lui.

Rileggendo allora l’espressione matteana potremmo interpretarla: beati coloro


che essendo poveri lo accettano nella loro consapevolezza di fronte Dio, oppure,
decidono nel loro cuore di “curvarsi”, di autolimitarsi; in loro si avvera, si realizza già la
presenza del Regno dei Cieli. Vorremmo evitare la relazione stretta causa – effetto, per
non far ridurre questo messaggio di Gesù ad una comprensione del messaggio nella
logica umana di tornaconti. Questo sarebbe contrario allo spirito delle Beatitudini.18
L’annuncio pone in rilievo questo valore perché Dio stesso si “china19” per essere più
vicino all’uomo e persino immergersi nella sua indigenza per manifestare ancora di più
io suo amore generoso, senza limiti: che è pari al Signore nostro Dio che siede nell’alto

16
Cf. Dupont, J., op.cit. p. 532-533. La radice del verbo ebraico con molta probabilità significa proprio
curvarsi, o abbassarsi.
17
Ad esempio è molto suggestivo il testo di San Paolo: Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che
siamo figli di Dio. (Rm 8, 16)
18
Cf. Dupont J., op.cit., p. 715- 717.
19
Nel libro dell’Esodo con simili parole si descrive l’inizio degli avvenimenti della liberazione del
Popolo dall’Egitto: … conosco le sue sofferenze…, sono sceso per liberarlo... . (cf. Es 3, 7-8)
9
e si china a guardare nei cieli e sulla terra? Solleva l’indigente dalla polvere,
dall’immondizia innalza il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo
popolo. Fa abitare la sterile nella sua casa quale madre gioiosa di figli. (Sal 113, 5-9)
Ancora di più: nella beatitudine si rivela lo stesso Gesù che si è piegato sotto il giogo
del peccato dell’umanità e non ha risposto con violenza né, tanto meno, sottomissione,
facendo strada ad una sequela di vita – il cammino del Regno.

La povertà – fondamento dell’“Ordine nuovo”

La povertà evangelica doveva essere il fondamento della vita dei “nuovi


Apostoli” del “ordine nuovo”. Nel commento che la fondatrice fa a questo punto
fondamentale della regola di vita ispirata dal Signore, cita il Discorso della Montagna.
Lo fa nelle costituzioni e lo ripropone nel piano di rinnovamento della Chiesa.

Prima di tutto considera la povertà “la chiave maestra” per l’annuncio della
Parola e per la sua accoglienza nel cuore. Nel primo caso si riferisce al testimonio
leggibile dell’apostolo e nel secondo, come predisposizione di apertura per vivere
secondo il Vangelo.20 Nelle Costituzioni introduce il capitolo sulla povertà motivando:
Quanto grande deve essere questa virtù se il Signore la mise come prima in
quello splendido discorso che fece sul monte, quando disse: <Beati i poveri in
spirito perché di essi è il Regno dei Cieli>. (Escritos, p.393)

Ma per Antonia Paris la motivazione di abbracciare la povertà non si trova


soltanto nello scopo evangelizzatore cioè nella missione, ma nella persona di Gesù,
nelle sue scelte e stile di vita che vuole essere seguito in tutto. Spesso allora, nei suoi
scritti, fa riferimento agli atteggiamenti o esempi concreti della vita del Signore per
terminarle frequentemente con l’esclamazione piena d’amore ed entusiasmo: Oh,
21
povertà del mio Dio! Chi potesse ereditare le sue ricchezze! Gesù nacque povero,
visse povero e morì povero e questa è la sua ricchezza. Sembra riecheggiare
l’espressione di san Paolo: Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi
diventaste ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

20
La santa pobreza es la base y fundamento de esta nueva Orden y como la llave maestra para introducir
en el interior retrete de todos los mortales el perfecto cumplimiento de la Ley Santa del Señor. (Escritos,
p. 407)
21
Vedi: Escritos, pp. 326.334.393.
10
La fondatrice cercò di dare un significato molto concreto alla pratica del voto:
cominciando dagli atteggiamenti d’umiltà e mitezza, condivisione dei beni spirituali,
personali e materiali tra le sorelle e le comunità, non accettazione delle proprietà, vita
del lavoro delle proprie mani. Non voleva, infatti, ridurre la pratica del voto ad una sfera
puramente spirituale. Parlando ai vescovi nel Piano di Riforma della Chiesa sulla vita
religiosa avverte:

Guardino i Signori Vescovi le regole (durante la visita canonica) e


raccomandino l’osservanza di esse con purezza, togliendo di mezzo il
rilassamento con il quale lo spirito mondano va spadroneggiando dicendo che
la povertà non consiste nel non possesso dei beni o delle ricchezze o di qualsiasi
altra cosa, ma nel tenere il cuore distaccato di esse. A quelli che dicono così,
distruggendo lo spirito di vita consacrata, dice il Signore che se comprendono le
parole: <beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli>, che
comprendano pure le parole con le quali risponde al giovane che chiede cosa
fare per essere perfetto. <Vendi quel che tieni, dallo ai poveri e seguimi>.
Attenti, che non disse: distacca il tuo cuore dalle ricchezze e seguimi, ma vendi
le tue ricchezze o beni, dalle ai poveri e seguimi. (PR 49)

E’ una validissima applicazione della beatitudine dei poveri che rispecchia il


senno e lo spirito dalla madre Paris. Lei stessa l’ha vissuta in maniera eroica e nei suoi
scritti autobiografici manifesta la gioia e felicità che scaturiva dalla sua esperienza. La
promessa della Beatitudine compiuta? Quanto nelle prime fondazioni si trovava con la
scarsità dei mezzi e mancava perfino l’indispensabile, diceva ad alta voce, senza potersi
contenere nell’allegria: viva la santa povertà! sorelle mie, viva la santa povertà! E
ancora, nelle Costituzioni invitava a rallegrarsi quando veniva a mancare il necessario.22
Indubbiamente la Parola quando è accolta, porta al compimento come lei stessa diceva:
oh, Parola piena, che operi quanto dici. (Diario, p. 286)

Per Maria Antonia Paris la povertà evangelica diventa anche il principio del
rinnovamento di tutta la Chiesa. Nella sua analisi della difficile situazione della Chiesa,
ispirata dal Signore, vede che proprio la mancanza della povertà è una delle cause più
gravi del suo “deplorabile” stato, come diceva lei. La Chiesa ha perso la libertà per la
cupidigia e perciò deve rintracciare le strade della semplicità e povertà. 23 E’ chiamata a

22
Cf. Escritos, p. 407.
23
Ci sono tanti i frammenti nei quali troviamo simili espressioni. Ad esempio: el humo de la ambición y
el amor a las riquezas les ha cegado y ciegos no han podido entender las que traen consigo, la
humillación y abatimiento. (Diario 35)
11
riscoprire quali sono le sue vere ricchezze e porre fiducia nelle realtà che non passano:
nella Parola di Dio, nei sacramenti, nella vita evangelica come agli inizi della comunità
dei credenti: Quale fu la causa della fioritura così grande della Chiesa nei suoi inizi,
anche se erano pochi gli operai? Predicarono con il Vangelo nella mano, più che sulla
bocca. (PR 41)24

Conclusioni

Abbiamo cercato di presentare alcuni elementi del testo e dello spirito delle
Beatitudini. Emerge in essi la novità dell’Alleanza svelando il volto di Dio che si dona
all’uomo, che realizza la sua regalità prendendosi cura dei più deboli. Questa “buona
novella” riempie di felicità non solo loro ma chiunque, perché apre un cammino della
riscoperta della dignità umana in base al dono che Dio stesso fa di sé per essa. Io vi
trovo tanto stimolo a seguire la stessa strada.

Abbiamo tentato di far vedere come questi elementi sono stati presenti
nell’ispirazione della nascita di un nuovo carisma nella Chiesa. Mi sono soffermata
sull’esperienza di Maria Antonia Paris tralasciando, per motivi dello spazio, la figura di
sant’Antonio Maria Claret, anch’essa ricchissima nella lettura, interpretazione e
traduzione vitale del Vangelo. Potrebbe essere questo il tema di un successivo studio.
Personalmente mi sento trascinata dalla novità permanente della Parola che in ogni
epoca ha suscitato i nuovi discepoli. La Beatitudine della povertà evangelica rimane una
sfida. Se lo è per la complessità delle interpretazioni, lo è ancora di più per l’incidenza
cha ha nella vita, specialmente nostra che siamo chiamate a seguire le orme di Cristo
nostro unico bene.

24
Vedi anche la nota 4.
12
13

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