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16/3/2021 Hard-boiled e animali antropomorfi – Lo Spazio Bianco

Nel novembre del 2000 esordì in Francia, grazie all’editore Dargaud, il primo
volume della serie Blacksad, creata da Juan Dìaz Canales ai testi e Juanjo
Guarnido ai disegni.
Quella storia, intitolata Quelque part entre les ombres (tradotta in italiano come Da
qualche parte fra le ombre) conteneva già i due elementi maggiormente distintivi
del progetto: un mondo di animali antropomorfi e il genere hard-boiled come
principale riferimento narrativo.
La scommessa era quindi quella di unire due realtà apparentemente distanti tra
loro per creare un effetto di sorpresa, suscitare curiosità e, perché no, sfidare le
convenzioni di genere e un certo stereotipo di marca disneyana, ma in grado di
portare a risultati coerenti e inediti.

Tanto prima quanto dopo la nascita di Blacksad, il fumetto ha conosciuto


storie con protagonisti animali senzienti, che camminano in posizione eretta e
indossano vestiti, capaci di interpretare avventure non necessariamente
comiche o indirizzate esclusivamente ai lettori più giovani.

La raccolta integrale in volume uscita lo scorso anno, che raccoglie tutte le cinque
avventure della serie, offre il pretesto per ragionare – senza pretesa di esaustività
– su parenti e affini narrativi in qualche modo vicini come spirito al lavoro di
Canales e Guarnido.
D’altronde, come scrive Sergio Brancato sul numero di ottobre 2018 di Linus:

Espressione
delle culture
animiste e
totemiche,
fondate sulla
continuità tra
uomo e natura,
il codice
antropomorfo
appare già mito
e riemerge poi
nella fiaba,
giungendo
all’industria
culturale grazie
al genio
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illustrativo di
Grandville, che
lo sviluppò in
un’estetica
modernamente
morale.

L’ISPETTORE
ANATRONI

Già alla fine degli anni Settanta fa il


suo esordio un fumetto a tinte gialle
con un animale protagonista, vestito di
tutto punto e dotato del dono della
parola: stiamo parlando dell’Ispettore
Anatroni (Canardo in originale).
Quest’anatra detective dall’aria
perennemente avvilita che fuma
sigarette, beve ettolitri di vino e
indossa un impermeabile consunto
degno del tenente Colombo, è stata
creata per la rivista belga di fumetti A
suivre dal cartoonist belga Benoit
Sokal.

All’inizio Canardo era protagonista


di brevissime storie in cui il gusto
grottesco prevaleva sulla struttura
gialla e sull’ambientazione noir. Il tono paradossale della serie era ribadito dal
finale caustico in cui il malinconico e disincantato investigatore immancabilmente
moriva per poi ritornare, inspiegabilmente, in azione nella storia successiva. Nel
tempo, Canardo ha guadagnato tavole e spessore narrativo, diventando
protagonista di albi cartonati nel classico formato BD a 48 pagine.

Ma, anche nella versione “lunga”, la serie di Sokal non possiede la


robustezza mysteryche Guarnido e Canales avrebbero poi conferito a Blacksad,
così come pure manca in Canardo la colta interpretazione

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dell’antropomorfismo sfoggiata dai due autori iberici, capace di donare profondità


e spessore psicologico a personaggi primari e secondari della loro serie sul “gatto
nero” nei primi anni 2000.
L’autore belga sfrutta invece l’ambientazione giallo/animalesca di Canardo
soprattutto per esprimere il suo pessimismo esistenziale attraverso un
devastante humour nero. Tutto è cupo e soffocante nelle storie di Canardo,
dalla grafica alla fabula tutto odora di fumo e alcol. E i personaggi, ivi compreso
l’investigatore in forma d’anatra, passano gran parte del loro tempo a bere e
fumare in loschi bar, location sperdute ai margini della città o della campagna
francese.

Mafiosi e ladri, assassini e vittime, sono tutti sullo stesso piano, tutti indispensabili
alla commedia (dis)umana di Sokal, in cui Canardo più che un “eroe attivo” è un
“osservatore privilegiato”, il simulacro dell’occhio del lettore dentro il mondo
raccontato. Per quanto possa suonare paradossale, l’anatra investigatrice è il solo
personaggio umanissimo della serie, dotato di una sensibilità elevata quanto il suo
tasso alcolico. Canardo resta invischiato nelle brutte vicende che gli ruotano
intorno, perché partecipa con la sua pietas alla miseria sociale e umana (pardon,
“animale”) dei tipi che incontra, siano essi sadici, brutali o semplicemente
diseredati.

L’HARD-BOILED DI TITO FARACITRA MM E JUNGLE TOWN

Un riferimento imprescindibile per quanto riguarda fumetti con animali


antropomorfi come protagonisti è sicuramente il mondo disneyano.
Normalmente si pensa solamente ad un uso semplicistico e fin troppo children-
oriented per questi personaggi, con un’opinione viziata da una visione superficiale
o da una frequentazione della produzione disneyana limitata al settimanale
portabandiera in periodi nei quali la linea editoriale privilegiava approcci

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conformistici. In realtà non è importante la natura dei protagonisti o il loro


principale pubblico di riferimento per determinare a priori il tono di un
fumetto, ma l’abilità degli autori nel riuscire a trattare avventure e tematiche
di un certo tipo anche attraverso questo che di per sé è un filtro estetico.
È infatti utile ricordare che Topolino si è
trovato spesso nei panni di detective
(dilettante e non) e di avventuriero, vivendo
numerose avventure dal taglio adulto e
maturo. Sfruttando l’iniziale collocazione
nelle strisce quotidiane sui giornali
americani,

Floyd Gottfredsone i vari sceneggiatori che


l’hanno affiancato hanno impostato
atmosfere noir, inquietanti e cariche di
pathos, che nel passaggio ai comic books si
sarebbero viste con maggior difficoltà.
Così, dopo un’iniziale serie di storie dal taglio più semplice e in linea con i coevi
disegni animati, il Mickey degli anni Trenta e Quaranta assunse ben presto i
contorni dell’eroe, della persona coraggiosa pronta a fare la sua parte in
favore della giustizia, trovandosi non di rado in situazioni rischiose e dalle tinte
fosche, debitrici di certe pellicole di genere e di una narrativa americana alle quali
anche Blacksad, decenni dopo, si sarebbe abbeverato.

È ispirandosi a quelle atmosfere che Tito Faraciimpostò alcune delle sue prime
storie per Topolino, calando il personaggio in trame dal sapore noir e in cui spesso
appariva il commissariato di Topolinia, che proprio lui seppe valorizzare come mai
prima di allora descrivendo attivamente la “fauna” che vi si muoveva all’interno.
L’exploit di questo approccio al fumetto Disney da parte dell’autore si è però avuto
fuori dalle pagine del settimanale disneyano, su una testata completamente
dedicata a questo tipo di atmosfere che esordì in edicola nel 1999: MM – Mickey
Mouse Mystery Magazine.

In questa serie di albi spillati, Faraci trasferisce il protagonista in un’altra città,


la tentacolare e moderna Anderville, e gli fa vivere una serie di storie (scritte
anche da Francesco Artibani, Augusto Macchetto e Riccardo Secchi) nelle

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quali diventa un detective privato a


tutti gli effetti che, senza tutti i
contatti e le amicizie di cui godeva
nella sua solita realtà, si trova costretto
ad affrontare sfide molto più dure del
solito, con toni fortemente debitori dei
romanzi di Ed McBain. Poliziotti duri o
corrotti, malavita tollerata, abitanti con
segreti da nascondere, informatori o
semplici furbastri senza arte né parte:
questa è la fauna che Topolino si trova
di fronte, mentre si muove tra il 28°
Distretto, il proprio ufficio e un bar
dalla cucina di dubbio gusto.

Con un primo numero illustrato


da Giorgio Cavazzano e i successivi
disegnati da alcuni dei migliori talenti
di quel periodo (Alessandro
Perina, Claudio Sciarrone, Giuseppe
Zironiecc.), MM offriva anche tavole che esulavano dalla classica gabbia fissa,
con soluzioni grafiche ardite e interessanti.
Il progetto ebbe vita breve, ma rimane tutt’oggi un riferimento sia nel
fumetto disneyanoche tout-court, paragone imprescindibile quando si parla
di Blacksad.

Faraci e Cavazzano avrebbero poi collaborato insieme ad un progetto molto


simile: nel 2006 uscì infatti Jungle Town, volume proposto all’interno della
collana“Buena Vista Lab”, varata dalla Disney per ospitare una serie di graphic
novel sperimentali con storie d’autore autoconclusive e senza personaggi del cast
classico.
Il setting è la città che dà il titolo all’avventura, popolata da animali antropomorfi, e
la trama vede due poliziotti dalle fattezze canine indagare sull’omicidio di un topo,
trovato morto in un esclusivo campo da golf per gatti dove la sua specie non era
ammessa.
Politica, movimenti sovversivi e pregiudizi sono il terreno sul quale i due

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protagonisti indagano per giungere alla


verità, seguendo gli stilemi del noir presi
dalla letteratura di genere e, ancor di più,
dalle diverse serie televisive poliziesche che
da decenni affollano i palinsesti, nelle quali
non a caso troviamo spesso una coppia di
detective all’opera.

I disegni di Cavazzano sono


volutamente disneyani fino al midollo, anche
per via della colorazione accesa di Luca
Bertelé, e offrono un’estetica fintamente
rassicurante mentre si parla di morte e si
leggono velate allusioni sessuali.
Come accaduto anche in Blacksad, in
particolare dalla seconda avventura del
ciclo, punto focale di Jungle Town si rivelò essere la tematica del razzismo,
vista tramite una realtà composta da animali di diverse specie, con
minoranze e differenze.

LACKADAISY: ARIA DI PROIBIZIONISMO

Nel 2007 esordì un webcomic americano scritto e disegnato da una giovane


fumettista emergente, Tracy J. Butler, successivamente raccolto in formato
cartaceo grazie all’interessamento della “nostra” Renoir, prima casa editrice al
mondo a pubblicarlo. Intitolato Lackadaisy, era ambientato negli Stati Uniti degli
anni Venti, in un mondo popolato da gatti antropomorfi.
Pur non avendo un impianto thriller, l’autrice scelse il periodo di
svolgimento con l’intento preciso di calare i personaggi nel pieno dell’epoca
del proibizionismo, con tutti i sotterfugi e le attività illegali connesse a chi
decideva di vendere alcolici in barba alle leggi vigenti. Va da sé che l’atmosfera
torbida che si respirava nelle vignette di Lackadaisy flirtava con tipica da
noir, per quanto il protagonista Rocky assumesse i contorni più del caratterista
che del duro tutto d’un pezzo.

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L’intuizione di Butler sta nel mettere al centro un felino esuberante e dal


comportamento sopra le righe anche quando si occupa di contrabbando, rischia di
venire giustiziato e compie ritorsioni contro gli avversari. Gli altri personaggi, come
la proprietaria del locale che dà il nome al fumetto, i gentiluomini che vi
gravitavano intorno e il robusto e losco barman erano infatti più che sufficienti per
rendere i toni più foschi.
Il marroncino slavato come gradiente di colore per le tavole, che richiamava
l’immagine di vecchie fotografie sbiadite, trasmetteva un’atmosfera retrò, da primi
decenni del secolo scorso, mentre lo stile con cui i gatti venivano rappresentati era
improntato al cartoon: Rocky aveva spesso un sorrisone che ricorda lo Stregatto
dalla versione animata di Alice nel Paese delle Meraviglie, ma anche i volti dei vari
comprimari seguivano uno stile vagamente disneyano, furry e poco realistico,
piacevole e adatto alla storia.

Una storia che, come negli esempi precedenti, vede esseri zoomorfi in un eterno
conflitto tra guardie e ladri, tra tutori della legge e criminali, in atmosfere soffuse e
losche.
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ELEFANTI, TASSI, TALPE E MAIALI

Altri esempi di questa commistione tra


storie di ispirazione “dura e cattiva” con
un immaginario cartoon sono apparsi tra
il 2009 e il 2012 in America, in Francia e
in Italia. In particolare, sono da ricordare
opere come Città 14 e Elephantmen,
entrambe con protagonisti dei
pachidermi.

Nella prima opera, dei francesi Pierre


Gabus e Romuald Reutimann e portata
in Italia a suo tempo da Planeta
DeAgostini, ci viene presentata una realtà
in cui convivono esseri umani, alieni e
bestie parlanti, dove un elefante si allea
con un castoro che, in virtù del suo lavoro
di reporter d’assalto, lo coinvolge in
diverse situazioni rischiose e che flirtano
con la cronaca nera.

Nel secondo caso, la serie (proposta nel nostro Paese da Panini Comics) è
ambientata in un ipotetico futuro di stampo fantascientifico, dove gli esseri del
titolo sono stati creati in laboratorio mischiando DNA umano con quello degli
elefanti per creare una nuova razza che potesse essere utile negli
eserciti. Richard Starkings ai testi e Moritat e José Ladronn ai disegni
imbastiscono una storia dai toni scuri e non mancando – fin dallo spunto iniziale –
di affrontare tematiche sociali come l’arroganza umana, le conseguenze della
politica guerrafondaia e il non saper rispettare l’ordine naturale fondante del nostro
pianeta.

Da citare sicuramente anche Grandville, opera dell’autore britannico Bryan


Talbot – noto tra gli altri per La storia del topo cattivo, Le avventure di Luther
Arkwright oltre che per i disegni di varie storie di Hellblazer, Sandman e Batman.
Ambientato in una ucronica Londra di stampo steampunk, segue le indagini
dell’ispettore di LeBrock di Scotland Yard, un tasso risoluto a scoprire cosa si
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nasconde dietro l’apparente suicidio di un diplomatico inglese, in una indagine che


lo porta a scontarsi con complotti politici e intrighi più grandi di lui.

Anche il mondo di Lupo Alberto ha esplorato il genere crime, ovviamente sempre


con il suo stile ironico e dissacrante: esiste un’identità alternativa per il
personaggio di Enrico La Talpa – storico comprimario della serie – di nome Sam
Falco, un detective in impermeabile sempre invischiato in losche indagini. Tra le
storie che lo vedono protagonista un posto d’onore spetta a Duro come il tuo
cuore, di Piero Lusso e Bruno Cannucciari; del carattere del signor La Talpa
rimane in Sam Falco una certa tendenza a non ascoltare chi gli sta intorno e a non
cogliere determinati segnali, elementi che gli rendono difficile il proprio lavoro. Per
il resto, lo sceneggiatore attinge a piene mani a tutti i cliché di questo tipo di
narrazioni – comprese le didascalie con i disillusi monologhi di pensiero del
detective – ottenendo una sorta di parodia del genere, una storia divertente e
simpatica che risulta anche in grado di mantenere intatte le atmosfere delle opere
a cui si ispira, valorizzata non solo dai disegni di Cannucciari ma anche dai colori
dello stesso Lusso.

Infine, non possiamo dimenticare una creatura tutta italiana.


Bacon di Marco Natale, pubblicata da Vittorio Pavesio Editore, è una serie in 3
volumi – Chicago 1936, Roma 1937, Berlino 1938 – che vede al centro il detective
privato Joe Bacon, un maiale in giacca e cravatta che si muove in un mondo di
animali umanizzati.
Loschi intrecci tra mala e vertici politici USA, il fascismo in Italia e un
salvataggio da effettuare nella Germania nazista sono gli sfondi su cui il
personaggi si muove, che risponde alle regole base dell’hard-boiled tra frasi
fatte, sarcasmo, femme-fatale e situazioni rischiose da cui dover uscire
all’ultimo secondo.
Tre avventure piuttosto riuscite, anche per via dello stile di disegno morbido e
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caratterizzato da un’affascinante colorazione


su toni di grigio e da ombreggiature
d’atmosfera.

Bacon, così come tutti i titoli qui commentati,


hanno il pregio di prendersi sul serio: non
usano animali parlanti come attori per
stemperare tensioni e toni, ma offrono storie
che per anima e ambizioni non
sfigurerebbero all’interno di romanzi, film e
serie televisive di stampo poliziesco,
interpretati da attori in carne e ossa. Il plus
sta quindi nel piacevole corto circuito
mentale che provoca l’accostamento di due
elementi apparentemente opposti ma che
dimostrano invece di sapersi coniugare in
maniera credibile.

NUOVE E FUTURE AVVENTURE IN NERO

Una formula evidentemente vincente e piena di fascino in primis proprio per i


fumettisti, e ancora fortemente attuale: basti pensare che sempre Tito Faraci ha
scritto una nuova serie – Starker, disegnata da Albo, disponibile nel corso del
2019 sulla piattaforma digitale di Shockdom, Yep! – che vedrà ancora una volta i
toni noir e hard-boiled coniugati con un’estetica cartoone personaggi dalle fattezze
animali, fortemente debitori nell’aspetto dell’impronta disneyana, e che la Sergio
Bonelli Editore ha optato per una scelta simile nell’adattamento a fumetti –
distribuito in libreria da aprile 2019 – della serie di romanzi I bastardi di
Pizzofalcone, creata dallo scrittore Maurizio De Giovanni, nel quale i personaggi
– normalmente umani nei libri – assumeranno fattezze zoomorfe pur caratterizzate
da un tratto più realistico.

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