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ERNIE PIKE, QUANDO I FUCILI FANNO SCRACK

7 Ottobre 2019 · by Marco D'Angelo · in Maestri

In una storia a fumetti dove finisce il contributo dello sceneggiatore e dove inizia quello
del disegnatore? Me lo chiedo mentre rileggo lo splendido Ernie Pike di Hector G.
Oesterheld e Hugo Pratt.

Rizzoli Lizard ha appena ristampato le storie del personaggio in una sontuosa veste
editoriale, gioia per lo sguardo e per lo spirito. Ma in qualunque edizione la leggiate, la
serie prodotta e pubblicata per la prima volta nel 1957 in Argentina sulla rivista “Hora
Cero”, resta uno dei più bei fumetti di ambientazione bellica di sempre, commosso e
vibrante, lontano da ogni  “Supereroica”, lontano da ogni super-retorica.

Da fumettofilo, permettetemi qualche riga di superflua riflessione critica. Poco più di un


gioco, tipo quando da bimbo nerd, insieme a migliaia di altri ormonali marvel fan, ci
domandavamo

Chi è più forte Hulk o La Cosa?

Nel caso di Ernie Pike, non chi sia “più forte” tra Oesterheld e Pratt, ma quanto ci sia
dell’uno e dell’altro nell’opera è piacevole chiederselo. Poco più di un gioco, s’intende
che, oltretutto, a voler giocare seriamente avrebbe bisogno di uno studio comparato
delle sceneggiature e delle tavole…

L’Ernie Pike di Oesterheld


A livello narrativo, Oesterheld, pur aderendo ai modi linguistici del genere, sceglie come
protagonista non un combattente, ma un reporter di guerra. Espediente di scrittura che
gli permette di porre una distanza tra il dramma e il suo racconto, tra l’azione e la
riflessione. Ed è lì che lo sceneggiatore argentino esprime la sua inimitabile forza
espressiva, chiudendo e chiosando una sequenza, ora con un commento affidato
al balloon del personaggio, ora a una voce off inserita in didascalia.

L’Ernie Pike di Pratt


Pratt asseconda la forza misurata della sceneggiatura, in sequenze di layout discreti e
progressioni di vignette sempre lineari. Un Hugo Pratt “giovane” che forse non è ancora
tutto e per tutto Hugo Pratt, però in fondo è già Pratt in potenza. Con il suo tratto, ora
sottile ora spesso, capace di travolgere l’intento mimetico della realtà nelle espressività
dei volti e delle figure… I suoi soldati sono madidi e dolenti: la trincea li sporca, la paura
ne segna i volti, il dolore ne spezza i gesti.
Dove si incontrano i due Ernie Pike?
Un buon esempio per me sta in queste due strisce: una sequenza di appena 4 vignette
che descrivono l’esecuzione di un soldato, HelmuthGruber.
In Vig. 1 il balloon con la voce dell’ufficiale “rimbalza” sulla didascalia della voce off del
narratore (Pike) per poi inchiodarsi sul volto disperato del soldato. Lo sguardo del
personaggio interpella quello di noi lettori, ci confina nella prospettiva che da lì a poco
sarà occupata degli altri soldati, chiamati a fucilarlo.

In Vig.2, si sale dal volto dell’ufficiale che intima l’ordine all’ordine stesso, insito
nel balloon, nell’angolo alto a destra. Il carnefice non ha esitazioni e, da lettori,
assistiamo attraverso una inquadratura sempre vicina, ma laterale, all’approssimarsi
dell’appuntamento con la morte di Helmuth. L’impassibilità dell’ufficiale dissolve in chi
guarda qualsiasi dubbio sul destino del soldato.

Vig. 3 si irradia con forza grafica centripeta attorno all’onomatopea “scrack” che


sormonta e segue il profilo del corpo di Helmuth, trivellato dai colpi. A riguardo, vale la
pena ricordare un’interessante annotazione del cartoonist argentino Roberto
Fontanarrosa:

I colpi di Pratt non suonavano bang-bang come in tutti gli altri fumetti
che avevo letto. Nelle sue strisce i fucili suonavano con un secco, corto e
innovativo Crak-Crak-Crak-Crak. Qualche tempo dopo, nella mia vita
non così avventurosa, ho sentito spari veri e suonavano così, con
l’onomatopea coniata da Pratt, Crak-Crak, come martellate sui una
lastra di metallo…
Ma la maestria grafica di Pratt in questa vignetta non si ferma alla potente invenzione di
un suggestivo suono onomatopeico. Guardate come tutta l’inquadratura risulti in
termini cinematografici, una sorta di controcampo anomalo di Vig.1. Lì eravamo di
fronte ad Helmuth, rassegnato ormai alla morte, qui siamo alle sue spalle, ancora una
volta partecipi della sua fine.

Far (ri)suonare le immagini


Una vignetta perfettamente compiuta già così, cui non ci sarebbe molto da aggiungere.
Eppure,  Oesterheld riesce ad arricchirla di un ulteriore cesello emozionale con la sua
scrittura. La didascalia, fateci caso, non aggiunge qualcosa alla descrizione
dell’azione, serve invece  a sublimare, il racconto a livello sonoro. Il suono, come
dicevamo qualche post fa, è il convitato di pietra del linguaggio dei comics: quel senso
negato recuperato attraverso le invenzioni dell’occhio e del verbale.

Lo sparò riecheggiò tra le mura del castello.

La didascalia crea quello che il semiologo Roland Bathes chiamava “l’effetto staffetta”
tra immagine e parola, laddove questa subentra per arrivare a un significato
informativo/narrativo che l’immagine poteva solo lasciarci intuire…

In Vig.4, le parti si rovesciano. La didascalia sembra dirci già tutto a livello informativo:

Così cadde il soldato Helmuth…

Ma stavolta è la rappresentazione grafica a darci “il di più” emozionale della narrazione,


con quel corpo inerme riverso su prato.
Ne vediamo solo le suole delle scarpe, consumate in primo piano, mentre sullo sfondo il
plotone dei fucilieri si allontana. Solo ombre, senza volto, così come da ombre erano
comparse in Vig. 1, sul muro alle spalle di Helmuth. Così come i volti dei carnefici sono
ignoti, così anche il volto di Helmuth finisce fuoricampo, una vittima qualunque tra
tante.

In una manciata di vignette, gli autori riescono a cancellare la fanfara del fumetto bellico
(e del genere  tout court). Tolta l’epica pubblicistica, della guerra rimane l’umanità
con il suo carico di pallottole e dolori. Rimangono le persone con le loro cicatrici sui
volti e sull’anima.

E allora, per tornare al gioco/quesito che mi ero posto all’inizio…

Più Oesterheld o più Pratt?


In Ernie Pike parola e immagine sono indissolubilmente legate in un ritmo che non è
solo parola e che non è solo immagine. È…Fumetto.
La risposta più equa sta quindi nel ribadire pari dignità a due grandi autori che hanno
saputo, nell’occasione, mettersi l’uno al servizio dell’altro.  Come ebbe a riconoscere,
all’epoca, lo stesso  Oesterheld:

Ernie Pike mostra fino a che punto la stretta collaborazione dello


sceneggiatore e del disegnatore possa arrivare: il personaggio e le
avventure le creo io, ma è anche vero che nel processo di creazione ho
in mente in ogni momento quello che Hugo farà dopo…

Ernie Pike è frutto dell’incontro tra due grandi maestri dei comics che, per un
meraviglioso accidente del destino, a un certo punto della vita, si sono ritrovati a
percorrere insieme le strade d’asfalto di Buenos Aires e quelle artistiche dell’emozione
disegnata.