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MACROECONOMIA

È quella parte dell’economia che studia le scelte economiche operate dallo Stato e che riguardano l’intero
sistema economico. La macroeconomia si occupa quindi non della domanda individuale, ma di tutti i beni
e di tutti i servizi che vengono domandati in un determinato sistema economico, cioè la domanda
globale; non si occupa dell’offerta individuale, ma di tutto ciò che viene prodotto e offerto in un dato
sistema economico, cioè l’offerta globale. Si tratta di due grandezze aggregate in quanto risultano
dall’aggregazione di tutte le domande individuali e di tutte le offerte individuali.

OFFERTA GLOBALE

Questa grandezza aggregata è rappresentata da tutto ciò che viene prodotto e offerto in un dato sistema
economico. Bisogna distinguere tre concetti:
- Prodotto Interno Lordo (P.I.L.): È il valore dei beni e servizi finali prodotti all’interno del sistema
economico sia con fattori produttivi interni sia con fattori produttivi esteri (es. fabbriche Mercedes in
Italia). Per calcolare il P.I.L. è necessario evitare duplicazioni, cioè evitare di contare più volte gli stessi
beni prodotti; per tale motivo bisognerebbe tenere conto solo dei beni e servizi finali, cioè di quelli che
non subiscono altre trasformazioni. Anche questo calcolo presenta notevoli difficoltà (es. non è facile
distinguere quanto grano rimane tale (non viene trasformato) e quanto grano viene trasformato in farina).
Per ovviare anche a questa difficoltà si ricorre al sistema del valore aggiunto cioè per ogni impresa è
necessario tener conto del valore aggiunto che essa crea con la sua attività di trasformazione, tale valore
aggiunto si ottiene sottraendo il fatturato dei costi dal fatturato delle vendite.
- Prodotto Nazionale Lordo (P.N.L.): È il valore dei beni e servizi finali prodotti sia all’interno, sia
all’esterno (estero) del sistema, con fattori produttivi nazionali (es. fabbriche Fiat all’estero).
Per passare dal P.I.L. al P.N.L. bisogna togliere dal P.I.L. ciò che è stato prodotto da fattori produttivi
esteri e bisogna aggiungere ciò che è stato prodotto all’ estero da fattori produttivi nazionali; Questa
somma algebrica si chiama “Reddito netto dall’estero” (P.I.L. ± Reddito netto dall’estero = P.N.L.)
- Reddito Nazionale (R.N.): È l’insieme dei redditi, cioè dei compensi percepiti da fattori produttivi
nazionali.
Il Reddito Nazionale ed il P.I.L. sono due concetti diversi ma hanno sempre lo stesso valore in quanto il
valore di ciò che è stato prodotto nel P.N.L. viene sempre distribuito, sia pure in modo diseguale, fra tutti
i fattori produttivi che hanno contribuito a realizzarlo (reddito nazionale). Esempio:

Opera pubblica (autostrada) Valore dell’opera 1.000 (P.N.L.)


Reddito dei fattori produttivi
(soldi percepiti da tutti coloro che hanno 1.000 (R.N.)
contribuito alla realizzazione dell’opera)

DOMANDA GLOBALE

È costituita da tutto ciò che viene domandato all’interno del sistema economico; essa comprende, oltre
alle importazioni, tre grandezze:
- consumo: sono beni e servizi acquistati dalle famiglie per soddisfare i propri bisogni. Il consumo
dipende dal reddito nazionale e si può rappresentare graficamente come una retta che non parte
dall’origine degli assi, in quanto una parte di consumo ci deve comunque essere, anche con reddito pari a
zero. La retta del consumo è crescente in quanto il consumo cresce al crescere del reddito, anche se in
modo meno che proporzionale ( la propensione marginale al consumo è decrescente).
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- investimento: è costituito dai beni e servizi acquistati dalle imprese per la loro attività produttiva; non
dipende dal reddito nazionale ma dalle decisioni dell’imprenditore, il quale mette a confronto il costo di
un dato investimento cioè il tasso di interesse con i ricavi che spera di ottenere da quello stesso
investimento(efficienza marginale del capitale).
Farà l’investimento se l’efficienza marginale del capitale (ricavi attesi) risulta maggiore rispetto al tasso
di interesse (costi). La retta dell’investimento, non dipendendo dal reddito nazionale, è parallela all’asse
delle ascisse (orizzontale).
- spesa pubblica: sono i beni, i servizi e gli investimenti dello Stato e dipendono dalle scelte politiche sui
principali obiettivi da realizzare. Anche la retta relativa alla spesa pubblica è parallela all’asse delle
ascisse in quanto non dipende direttamente dal reddito nazionale ma da scelte dello Stato; essa si indica
con la lettera G.

C = Consumo I = Investimenti G = Spesa pubblica

EQUILIBRIO MACROECONOMICO

Si ottiene quando la domanda globale e l’offerta globale sono uguali. Al riguardo sono state formulate
diverse teorie.

TEORIA CLASSICA DELL’EQULIBRIO SPONTANEO

La teoria economica classica è stata formulata da Adam Smith e da Jean Baptiste Say i quali
sostenevano che il sistema economico doveva essere lasciato libero in modo che potesse raggiungere da
solo l’equilibrio senza alcun intervento correttivo da parte dello Stato (cosiddetto liberismo economico).
Tale teoria si basa sull’affermazione che il sistema economico è in grado di raggiungere
automaticamente l’equilibrio di piena occupazione.
1) automaticamente: lo Stato non deve assolutamente intervenire nel sistema economico ma deve
occuparsi solo dei suoi compiti istituzionali ( ordine, giustizia, difesa); il sistema economico è in
grado di autoregolarsi grazie alle oscillazioni dei prezzi i quali, salendo ( quando la domanda

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supera l’offerta) e scendendo (quando l’offerta supera la domanda) rendono uguali la domanda e
l’offerta ( prezzo di equilibrio), secondo quanto afferma il teorema della ragnatela.
2) piena occupazione: si verifica in quanto, grazie alle oscillazioni dei prezzi, tutti i fattori produttivi
vengono utilizzati e quindi si produce il massimo ottenibile.. Basta prendere come esempio il
fattore produttivo “lavoro”. La domanda di lavoro (fatta dalle imprese) e l’offerta di lavoro (fatta
dai lavoratori), attraverso le oscillazioni del prezzo del lavoro (salario), troveranno il loro punto di
equilibrio in modo che tutti i lavoratori disponibili verranno utilizzati.

3) equilibrio tra offerta globale e domanda globale ( equilibrio reale = equilibrio potenziale). Per
dimostrare tale affermazione gli economisti della scuola liberista sostengono che tutto ciò che viene
prodotto ( offerta globale) viene tutto domandato (domanda globale): l’offerta crea la domanda, l’offerta
trova sbocco nella domanda ( cosiddetta “ legge degli sbocchi “ di J. B. Say ). Il reddito prodotto (PNL)
è uguale al reddito percepito dai fattori produttivi (Reddito Nazionale); tale reddito viene in parte
consumato ( e quindi utilizzato nella domanda ) e in parte risparmiato ( tale parte non sarebbe utilizzata
nella domanda); tuttavia anche la parte risparmiata diventa parte integrante della domanda globale, in
quanto tutto il risparmio accumulato dalle famiglie ( S )viene utilizzato dalle imprese e si trasforma in
investimento ( I ). Ecco perché l’offerta crea la domanda, cioè tutto ciò che viene prodotto (il massimo
ottenibile) trova sbocco nella domanda (viene domandato), secondo quanto afferma la legge degli sbocchi
di J. B. Say.
Offerta globale = P.N.L. = R.N. = C + S ≠ Domanda globale S = risparmio (saving)
I = investimenti
I = Domanda globale C = consumo
La trasformazione del risparmio in investimento avviene anche essa in modo automatico, attraverso
l’oscillazione del tasso di interesse che rende uguale la domanda di risparmio ( I )effettuata dalle
imprese per gli investimenti e l’offerta di risparmio ( S ) effettuata dalle famiglie.

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TEORIA KEYNESIANA (di John Maynard Keynes)

La teoria classica viene smentita clamorosamente dalla grande crisi del 1929 la quale, partendo dal crollo
della borsa di Wall Street, si era propagata all’economia mondiale; non si trattava infatti di uno squilibrio
momentaneo ma di una crisi che durava per molto tempo. Alla luce di tale situazione J.M. Keynes
formulò la sua teoria che rappresentò una vera e propria “rivoluzione copernicana” in economia:
1) secondo Keynes non è l’offerta che crea la domanda (teoria classica) ma è la domanda che determina
l’offerta;
2) il sistema economico non è sempre in grado di raggiungere l’equilibrio di piena occupazione:
lsecondo Keynes, il sistema economico può bloccarsi in una situazione di sotto occupazione, cioè in un
equilibrio reale che, tuttavia, è inferiore rispetto a quello di piena occupazione (potenziale)
Ciò avviene perché la domanda globale è troppo debole rispetto all’offerta massima ottenibile; in pratica
vi sono molti fattori produttivi inutilizzati e si produce di meno di quello che si sarebbe potuto produrre se
tutti fossero stati utilizzati. La situazione economica (congiuntura) che si crea è chiamata recessione o
disoccupazione.
3) Secondo Keynes tale situazione economica non può sbloccarsi da sola perché, comunque, il sistema
economico è in equilibrio, sia pure di sotto occupazione. Di conseguenza, è necessario l’intervento dello
Stato attraverso la politica fiscale consistente nel manovrare le entrate e la spesa pubblica del bilancio
statale in funzione della situazione economica (cosiddetta finanza funzionale). Nella situazione di
recessione si deve attuare una politica fiscale espansiva, diretta a risollevare la domanda globale
mediante una riduzione delle entrate fiscali (- E) per far aumentare i consumi e gli investimenti privati e
mediante un aumento della spesa pubblica (+ G), cioè consumi ed investimenti pubblici .

Tale intervento dello Stato determina un disavanzo o deficit nel bilancio statale, tanto che Keynes
definisce la sua teoria come teoria del “deficit spending”. Anzi, secondo Keynes, anche una spesa
pubblica del tutto improduttiva può essere utile a risollevare la domanda: ad esempio, se lo Stato paga
degli operai per aprire delle buche e altri operai per richiuderle, effettua una spesa improduttiva, ma
comunque utile, in quanto crea posti di lavoro e determina un aumento dei consumi da parte di persone in
precedenza disoccupate e, di conseguenza, stimola la produzione e l’occupazione.
Secondo Keynes il disavanzo o deficit nel bilancio statale si giustifica nelle fasi di disoccupazione e
recessione; tuttavia quando, grazie all’intervento dello Stato, il sistema economico si sarà avviato verso la
fase di espansione, la politica fiscale da attuare dovrà essere restrittiva: sarà necessario aumentare le
entrate pubbliche (cioè i tributi) e diminuire (cioè “tagliare”) la spesa pubblica, allo scopo di
recuperare risorse e realizzare un avanzo nel bilancio statale con cui ricoprire il precedente disavanzo, in
modo che alla fine del ciclo economico, in cui si alternano fasi di recessione e fasi di espansione, si possa
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realizzare il pareggio di bilancio ( teoria del bilancio ciclico: pareggio di bilancio non annuale ma alla
fine del ciclo economico). Tale politica, peraltro, è assai difficile da attuare, perché impopolare, e
difficilmente i Governi e i Parlamenti saranno disposti ad attuarla, con la conseguenza che i disavanzi
finiranno per accumularsi, creando un enorme debito pubblico come è, infatti, puntualmente accaduto.

Oltre alla situazione di recessione, il sistema economico può trovarsi anche in un’altra congiuntura, anche
essa tale da richiedere l’intervento dello Stato in funzione anticongiunturale: domanda globale
esuberante. In tale situazione la domanda globale supera l’offerta massima ottenibile e si crea un gap
(divario, scalino), tra domanda e offerta con il conseguente aumento dei prezzi (inflazione da domanda).
Non essendo possibile far aumentare l’offerta per assecondare la domanda, dal momento che tutti i fattori
produttivi sono già tutti utilizzati (cosiddetta strozzatura del sistema economico), lo Stato deve
intervenire per “raffreddare” la domanda globale manovrando le entrate (tributi) e le spese del bilancio
(spesa pubblica): in particolare lo Stato deve attuare una manovra restrittiva aumentando le entrate (+ E)
per far diminuire i consumi (– C) e gli investimenti privati (– I) e diminuendo la spesa pubblica (– G).
L’inconveniente di tale manovra consiste nel fatto che, essendo impopolare (come già detto) , non è facile
la sua integrale applicazione e molto spesso accade che il Governo debba cedere alle pressioni del
Parlamento.

MOLTIPLICATORE DEGLI INVESTIMENTI

Il moltiplicatore degli investimenti (M) è un meccanismo moltiplicativo per l’effetto del quale ogni
aumento degli investimenti pubblici o privati determina un aumento del reddito nazionale (offerta
globale) in misura più che proporzionale. L’effetto moltiplicativo (M) del reddito nazionale dipende dal
consumo e varia in relazione alla propensione marginale al consumo (rapporto tra la variazione del
consumo e la variazione del reddito) (+ c  + M); (– c  – M), mentre varia in relazione inversa alla
propensione marginale al risparmio (+ s  – M); (– s  + M). La formula del moltiplicatore pertanto è
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la seguente: M = 1 ovvero M = 1
s 1–c
Il moltiplicatore è dunque reciproco (inverso) della propensione marginale al risparmio.

INVESTIMENTO (+) P.N.L. (+) R.N. (+) C ( propensione


ORIGINARIO marginale al consumo 80%)
+ 100 + 100 + 100 + 80 (20 risparmio S)
INVESTIMENTO INDOTTI + +
+ 80 + 80 + 80 + 64 (16 risparmio S)
+ + (80% di 80)
+ 64 + 64 + 64 + 51 (13 risparmio S)
+ + (80% di 64)
+ 51 + 51 + 51 + 41 (10 risparmio S)
(80% di 51)

c s 1
s = 20 % c = ΔC 80 (0,80 ) + 20 (0,20 ) = 100 c+s=1
c = 80 % ΔR 100 100 100
1 s = 1-c
M= 1 M= 1
s 1-c

M= 1 = 10 = 5 M=5 (Investimenti iniziale moltiplicato x 5)


0,20 2

MOLTIPLICATORE =
– PROPENSIONE M. AL RISPARMIO  + PROPENSIONE M. AL CONSUMO  + M (effetto moltiplicativo)
+ PROPENSIONE M. AL RISPARMIO  – PROPENSIONE M. AL CONSUMO  – M (effetto moltiplicativo)

–s  +c  +M
+s  –c  –M

EVOLUZIONE DELLA MONETA


Inizialmente gli scambi erano molto limitati ed avvenivano sotto forma di baratto cioè merce contro
merce. Il baratto aveva però degli inconvenienti:
1) molteplicità di ragioni di scambio: il bene non aveva un unico valore ma assumeva tanti valori quanti
erano i beni con cui veniva scambiato. Il valore del bene era costituito dalla cosiddetta ragione di
scambio cioè dal rapporto tra i beni che vengono scambiati. Per esempio, se si scambiano una pecora con
cinque galline, il rapporto 1/5 indica il valore del bene posto al denominatore ( galline) in termini ( in
confronto) del bene posto al numeratore ( pecora): quindi 1 gallina vale 1/5 di una pecora. Viceversa il
rapporto 5/1 indica il valore del bene posto al denominatore (pecora) in termini del bene posto al
numeratore (gallina): quindi 1 pecora vale 5 galline. Ogni qualvolta si confrontavano due beni, si aveva
una ragione di scambio, per cui a causa delle notevoli possibilità di scambio, si ponevano molte ragioni di
scambio. (es. se si scambiava una pecora con una gallina si aveva una ragione di scambio, se la pecora si
scambiava con un mucca se ne aveva un’altra).
2) necessità di corrispondenza tra le merci desiderate dai contraenti: per poter effettuare il baratto era
necessario che i due contraenti fossero interessati reciprocamente agli stessi beni; altrimenti lo scambio
non si poteva effettuare. Per esempio, se un sarto affamato intendeva offrire la sua opera in cambio di un
pasto, sarebbe morto di fame se non avesse trovato qualcuno interessato alla sua attività.

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3) indivisibilità di alcuni beni: lo scambio di merce contro merce veniva reso difficile dal fatto che,
volendo scambiare beni di diverso valore, il più delle volte lo scambio era reso impossibile per il fatto che
il bene di valore superiore era indivisibile oppure lo era ma con una notevole perdita di valore del bene
stesso. Per riprendere l’esempio precedente dello scambio di una pecora con una gallina, lo scambio era
possibile soltanto uccidendo la pecora per offrirne 1/5 al proprietario della gallina.

Il primo inconveniente ad essere risolto fu quello della mancanza di un valore univoco per ogni bene;
infatti il valore veniva dato, come si è detto precedentemente, dalla ragione di scambio, cioè il rapporto in
cui i due beni venivano scambiati. Si pensò allora di ricorrere ad un unico bene che avesse la funzione di
misuratore del valore di tutti gli altri beni (funzione di bene numerario o misuratore di valori); in tal
modo ogni bene veniva confrontato soltanto con il bene-numerario ed aveva un unico valore ed una sola
ragione di scambio. Le varie popolazioni dell’antichità scelsero come bene-numerario, cioè misuratore di
valori, beni diversi fra loro, ma comunque apprezzati ed accettati negli scambi, ad esempio il sale, le
conchiglie, il bestiame o “pecus”, da cui deriva il termine pecunia che indica la moneta.
Per risolvere il secondo inconveniente del baratto, cioè la difficoltà nel trovare corrispondenza tra le
cose desiderate dai contraenti, si pensò di utilizzare il bene individuato come numerario per interporlo
nello scambio, attribuendogli così anche la funzione di intermediario: si passava così dal baratto (merce
 merce) alla compravendita
( merce moneta merce (cioè bene-intermediario)  merce).
Rimaneva da risolvere il terzo inconveniente del baratto, quello della indivisibilità di alcuni beni.
Infatti, anche se il bestiame era stato scelto come bene-numerario e come bene intermediario, mostrò ben
presto alcuni difetti: era indivisibile e non era quindi adatto nei piccoli pagamenti perché avrebbe
comportato l’uccisione dell’animale, con una notevole perdita di valore. Il bestiame era anche difficile da
trasportare, deperibile e non omogeneo in quanto non manteneva sempre le stesse caratteristiche (es.
malattie, invecchiamento). Per aggirare anche tale inconveniente, si passò ad un altro tipo di moneta-
merce, cioè i metalli preziosi (soprattutto oro e argento), i quali erano facili da trasportare, divisibili, non
deperibili ed omogenei (con le stesse caratteristiche).
Inizialmente l’oro e l’argento erano utilizzati in pezzi e richiedevano che venisse accertato il loro peso;
ciò poteva comportare il rischio di frodi, per cui si cominciò a coniare i metalli preziosi in dischetti sui
quali veniva impresso, oltre al simbolo dell’autorità emittente,anche il valore ed il titolo (il rapporto tra il
metallo prezioso ed il peso complessivo della moneta). Anche in questo caso poteva accadere che i
dischetti perdessero una parte del loro valore venendo progressivamente limati: per questo motivo si
dovette ricorrere alla zigrinatur,a che tuttora rimane come caratteristica delle nostre monete. Quando le
monete venivano coniate, il valore che veniva loro attribuito coincideva con il valore del metallo prezioso
in esse contenuto: la moneta si diceva “perfetta” , in quanto il valore nominale o legale (riportato sulla
moneta stessa) coincideva il valore intrinseco, cioè il valore del metallo in essa contenuto ( es. oro). Nel
caso in cui il valore dell’oro sul mercato aumentava, il valore nominale della moneta risultava inferiore
rispetto al valore intrinseco e la moneta era detta “forte”; in tal caso poteva accadere che molte monete
venissero fuse in quanto il valore dell’oro in esse contenuto era superiore. Nel caso in cui il valore
dell’oro diminuiva (rispetto al valore nominale) invece era conveniente farlo coniare in monete, poiché il
valore nominale era superiore rispetto al valore intrinseco e la moneta era detta “debole”. Attraverso
l’attività di fusione e coniazione delle monete in oro, e viceversa, si regolava anche la quantità offerta del
metallo prezioso sul mercato e, di conseguenza, il suo valore: valore nominale e valore intrinseco
tendevano a riequilibrarsi.

DALLA MONETA METALLICA ALLA MONETA CARTACEA

La moneta metallica era essa stessa una merce e quindi aveva un proprio valore intrinseco. Per custodire
le monete nacquero i primi banchi, i quali svolgevano inizialmente soltanto il servizio di custodia: il
cliente pagava il banchiere per farsi custodire le monete e il banchiere rilasciava una ricevuta
dell’avvenuto deposito, detta nota di banco (da cui deriva la parola banconota) e si impegnava a
restituire al cliente le stesse monete ricevute che venivano considerate un bene infungibile (deposito
regolare. Art. 1766 del Codice Civile). Successivamente i banchieri capirono che avrebbero potuto
utilizzare una parte delle monete ricevute in deposito per effettuare dei prestiti. A questo punto la banca
acquisisce la funzione di intermediario e paga al cliente un interesse allo scopo di utilizzare le somme
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ricevute in deposito, impegnandosi a restituire al cliente altrettante cose della stessa specie e qualità
quindi le monete sono considerate un bene fungibile (deposito irregolare Art. 1782 del Codice Civile).
Con l’intensificarsi degli scambi nascono diverse filiali dello stesso banco nelle varie località più
rinomate dal punto di vista commerciale; di conseguenza, il mercante poteva depositare le monete nel
banco di una città e ritirarle, mediante l’esibizione della nota di banco, in un’altra località, trasferendo
così facilmente il valore da un luogo all’altro. I mercanti si resero pian piano conto dell’opportunità
offerta dalla nota di banco, cioè quella di poterla utilizzare direttamente come moneta, cioè come mezzo
di pagamento: invece di ritirare le monete metalliche per poi recarsi a comprare le merci, potevano
acquistare direttamente le merci pagandole con la nota di banco, lasciando poi al venditore l’onere di
recarsi al banco per convertire la nota di banco in moneta metallica. La banconota era dunque diventata
moneta da utilizzare nei pagamenti: era una moneta rappresentativa di merce convertibile in moneta
metallica ed a corso fiduciario, cioè poteva essere accettata o meno come mezzo di pagamento ed era
priva di potere liberatorio (se non veniva accettata, il debito non poteva essere considerato pagato e
rimaneva insoluto). Con la nascita degli Stati nazionali, l’emissione delle banconote viene riservata
all’autorità statale, la quale avvalendosi del proprio potere coattivo introduce il corso legale, nel senso
che le banconote dovevano essere accettate da tutti come mezzo di pagamento e diventavano moneta
legale con potere liberatorio; la moneta di carta rimaneva ancora convertibile in moneta metallica ed era
rappresentativa della merce depositata nel banco. In momenti successivi, e da ultimi gli Stati Uniti nel
1975, tutti gli Stati trovandosi in difficoltà a convertire l’enorme quantità di banconote, emesse in quantità
superiore rispetto alle riserve auree, hanno sancito l’inconvertibilità della moneta cartacea in moneta
metallica: nasceva così il corso forzoso, nel quale la banconota non può più essere convertita e non
rappresenta più il metallo prezioso custodito in banca; la moneta è dunque priva di valore intrinseco,
ma deve comunque essere accettata come mezzo di pagamento ed ha potere liberatorio: è diventata
moneta cartacea.

FUNZIONI DELLA MONETA

La moneta svolge diverse funzioni:


- funzione di numerario: attribuisce valore ad ogni altro bene (prezzo); funge cioè da unità di conto.
- funzione di intermediario: viene utilizzata come mezzo di pagamento e si interpone nello scambio tra
le merci;
- funzione di riserva di valore: consente di conservare il valore e di trasferirlo agevolmente nel
tempo(risparmio) e nello spazio (da un luogo all’altro).

VALORI DELLA MONETA

La moneta ha diversi valori:


- valore nominale o legale: è il valore attribuito alla moneta dall’autorità che l’ha emessa (scritto sulla
moneta stessa);
- valore intrinseco: è il valore che la moneta ha di per sé; era notevole quando la moneta era costituita da
una merce (bestiame, sale, oro, argento...), ma oggi è del tutto insignificante;
- valore estrinseco o potere d’acquisto: è l’insieme dei beni e dei servizi che si possono acquistare con
l’unità monetaria. Il potere d’acquisto varia in relazione inversa rispetto ai prezzi; se i prezzi aumentano,
il potere d’acquisto diminuisce perché si comprano meno beni e servizi, e viceversa. Questa relazione
inversa si ricava anche esaminando la ragione di scambio tra la moneta (M) e la quantità di beni e servizi
che si possono acquistare (Q).

Q = Quantità dei beni e servizi P = Prezzo


M = Moneta A = Potere d’acquisto

Q = A valore della Moneta in termini (rapporto) M = P valore della Quantità dei beni e servizi
M della Quantità dei beni e servizi Q in termini (rapporto) della moneta
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( potere di acquisto) (prezzo)

A=1 Potere d’acquisto e prezzo sono reciproci (inversi)


P
- valore esterno o cambio: è il valore di una moneta rispetto ad un moneta estera; si può esprimere tale
valore considerando come certa la moneta nazionale (1 euro) ed incerta una moneta estera(perché
soggetta a variazioni) (certo per incerto); oppure si può esprimere considerando certa la moneta estera
( 1 dollaro) ed incerta, cioè soggetta a variazioni, la moneta nazionale ( incerto per certo).

LE TEORIE DELLA MONETA

Una delle prime teorie che sono state formulate sulla moneta è la cosiddetta teoria quantitativa della
moneta di cui è autore l’economista Irving Fisher. Secondo tale teoria, la quantità di moneta in
circolazione incide direttamente sul livello generale dei prezzi: il livello dei prezzi dipende dalla
quantità di moneta in circolazione. Già nel 1600 un altro economista, Jean Bodin, aveva evidenziato
che l’aumento dei prezzi dipendeva dall’eccessiva quantità di moneta in circolazione; anche secondo
Fisher esiste una relazione immediata e diretta tra il livello dei prezzi (P) e la quantità di moneta in
circolazione (M). Fisher parte da un equazione che viene chiamata equazione degli scambi, anche se in
realtà più che di una equazione si tratta di un’uguaglianza:
P = Livello generale dei prezzi M = Moneta in circolazione
Q = Quantità di beni e servizi V = Velocità di circolazione della moneta
(numero di passaggi che la moneta compie
in un determinato periodo di tempo)

P.Q=M.V
Volume
degli scambi

Se per esempio il volume degli scambi (P . Q) è pari a 50 € è possibile che ci sia una sola moneta da 1 €
che fa 50 passaggi oppure una banconota da 10 € che ne fa 5 (velocità di circolazione, cioè numero di
passaggi).

Secondo Fisher l’equazione degli scambi si può trasformare nella formula seguente nella quale rimane in
evidenza la M.
M=P.Q
V

Sempre secondo Fisher il valore di Q rimane sempre costante in quanto, secondo le teorie liberiste, il
sistema economico è in piena occupazione e tutti i fattori produttivi sono utilizzati, per cui la produzione
di beni e servizi, almeno in tempi brevi, non è in grado di aumentare. Anche la velocità di circolazione
(V) secondo Fisher è una costante in quanto dipende dalle abitudini di spesa dei consumatori che non
sono soggette a rapidi cambiamenti.
Di conseguenza, rimane semplicemente l’uguaglianza M = P. Con ciò risulta confermata la teoria
quantitativa, nel senso che ogni variazione di M incide direttamente su P cioè sul livello generale dei
prezzi; in altre parole, il livello dei prezzi dipende dalla quantità di moneta in circolazione (da ciò il nome
di teoria quantitativa).
Un’altra teoria economica è quella formata dagli economisti della scuola Cambridge i quali, pur
partendo dalla formula di Fisher M = P . Q \ V, cominciano ad indagare sulla velocità di circolazione
della moneta e trasformano la formula di Fisher nella seguente:
P . Q. 1 in cui viene semplicemente messa in evidenza la V.
V

Si vede subito che la V si è trasformata nel suo reciproco (inverso) (1/V) che gli economisti della scuola
Cambridge chiamano K, il cosiddetto K di Cambridge. Il K è il contrario di V cioè la tendenza non a
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spendere la moneta, ma a trattenerla in forma liquida, vale a dire la preferenza per la liquidità (L),
chiamata anche domanda di moneta.
Tale preferenza per la liquidità dipende, secondo gli economisti della scuola Cambridge, da due motivi:
- motivo precauzionale: le persone trattengono moneta per far fronte ad esigenze future o impreviste,
- motivo delle transazioni: le persone devono trattenere moneta perché esiste uno sfasamento temporale
tra il momento in cui si percepisce il reddito (di regola,una volta al mese) e il momento in cui si fanno gli
acquisti (giornalmente o settimanalmente). Entrambe i motivi sono legati al reddito che i consumatori
hanno a disposizione; siccome tale reddito, in tempi brevi, non è soggetto a grandi variazioni, ne
consegue che K (domanda di moneta) è stabile anche secondo gli economisti di Cambridge. In tal modo
tali economisti non scalfiscono minimamente la teoria di Fisher ( M =P), ma hanno avuto il merito di aver
posto l’attenzione sulla domanda di moneta (1/V).

TEORIA KEYNESIANA DELLA MONETA

Alla scuola di Cambridge ed alla teoria da essa esaminata si aggiunge il contributo di John Maynard
Keynes il quale, ai due motivi individuati dalla scuola di Cambridge da cui dipende la domanda di
moneta (K), cioè il motivo precauzionale e delle transazioni, ne aggiunge un terzo, cioè il motivo
speculativo: le persone trattengono moneta in forma liquida (da cui “liquidity”) quando il tasso di
interesse che si può ottenere investendola è basso; invece, quando il denaro il tasso di interesse è alto e
quindi la moneta è ben retribuita sul mercato, esse preferiscono prestare i propri risparmi e trattengono
poca moneta in forma liquida. Esiste dunque una relazione inversa tra tasso di interesse e domanda di
moneta (K o L).

Quando il tasso di interesse è particolarmente basso, la domanda di moneta diventa insensibile alle sue
variazioni e quindi diventa parallelo all’asse delle ascisse (X), questo tratto si chiama trappola della
liquidità.
Alla domanda di moneta si affianca l’offerta di moneta cioè la quantità di moneta emessa dalle autorità
monetarie. Tale quantità dipende da scelte di carattere politico e non dipende dal tasso di interesse, per cui
graficamente si rappresenta come una retta parallela all’asse delle ordinate (Y). Quando le autorità
decidono di aumentare la quantità di moneta (+ M ), tale retta si sposta verso destra e cambia il punto di
equilibrio (da E a E1) , il tasso di interesse si abbassa e la domanda di moneta aumenta. Ne risulta che,
secondo Keynes, le teorie precedenti vengono smentite:
- non è vero che K (cioè la domanda di moneta) è stabile perché invece dipende dalle oscillazioni del
tasso di interesse;
- non è vero che ogni aumento di M determina un aumento dei prezzi perché l’aumento della moneta
in circolazione, provocando la diminuzione del tasso di interesse, si “scarica” anche sulla domanda di
moneta che aumenta ( + K ) e, se il sistema economico si trova in sotto occupazione, produce anche un
aumento nella quantità di beni e servizi prodotti( + Q ). Infatti quando il tasso di interesse si abbassa
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diventa più conveniente per gli imprenditori fare investimenti e ciò comporta un aumento
dell’occupazione, della produzione e del reddito nazionale.
In conclusione la moneta, secondo Keynes, non ha solo effetti monetari cioè non incide solamente sul
livello dei prezzi, come sosteneva la teoria quantitativa di Fisher, ma produce anche effetti reali, cioè
sul sistema economico, sul reddito e sulla produzione.

TIPI DI MONETA

Possono distinguersi varie tipologie di moneta:


- moneta legale: è costituita dalle banconote emesse dalla Banca d’Italia in base alle direttive della
Banca Centrale Europea (B.C.E.) e le monete divisionarie che hanno potere liberatorio limitato che
vengono coniate dalla Zecca di Stato;
- moneta bancaria: costituita per lo più dagli assegni e che rappresenta un multiplo della moneta legale
(ciò grazie ad un meccanismo chiamato “moltiplicatore dei depositi”).
- moneta commerciale: è costituita dalla cambiali.
CANALI DI CREAZIONE DELLA MONETA

La moneta legale, in particolare le banconote, vengono emesse dalla Banca d’Italia per fare fronte a tre
tipi di esigenze:
a) rapporti con lo Stato: mentre in passato la Banca d’Italia(ora BCE) emetteva moneta per finanziare i
deficit nel bilancio statale, attualmente (in seguito al cosiddetto “divorzio” tra la Banca d’Italia ed il
Ministero del Tesoro) la Banca d’Italia emette moneta solo per coprire momentanee difficoltà di cassa
dello Stato, nel caso in cui ci sia un momentaneo sfasamento temporale tra la riscossione delle entrate ed
il pagamento delle spese. Tutto ciò tende a garantire, quanto più possibile, il pareggio nel bilancio statale
anche in vista degli impegni che l’Italia ha assunto con il Trattato di Maastricht (il deficit statale
annuale non deve superare il 3% del P.I.L. e il debito pubblico complessivo deve tendenzialmente arrivare
al 60% del P.I.L.).
b) rapporti con le banche: la Banca d’Italia è la “banca delle banche” e ad essa si rivolgono le banche
quando hanno bisogno di liquidità; in tal caso la Banca d’Italia applica loro un tasso di interesse (T.U.R.
tasso unico di riferimento) che rappresenta il costo del denaro per le banche che viene deciso dalla Banca
Centrale Europea (B.C.E.).
c) rapporti con l’estero: quando le esportazioni di merci superano le importazioni, sul mercato dei cambi
si crea una domanda di moneta nazionale superiore a quella che viene offerta, di conseguenza è
necessario emettere nuove banconote.
ESPORTAZIONI OFFERTA DI MONETA ESTERA DOMANDA DI MONETA NAZIONALE
IMPORTAZIONI OFFERTA DI MONETA NAZIONALE DOMANDA DI MONETA ESTERA

Se le esportazioni e le importazioni sono uguali, la domanda di moneta nazionale e l’offerta di moneta


nazionale si eguagliano. Se le esportazioni superano le importazioni, ci sarà una domanda di moneta
nazionale superiore rispetto alla quantità di moneta che viene offerta sul mercato dei cambi, con la
conseguenza che si renderà necessario creare ulteriore moneta.

CREAZIONE DI MONETA BANCARIA: MOLTIPLICATORE DEI DEPOSITI

La moneta bancaria è costituita prevalentemente da assegni e non corrisponde come quantità alla
moneta legale emessa dalla Banca d’Italia, ma è un multiplo di essa. Ciò è dovuto ad un meccanismo
moltiplicativo, chiamato moltiplicatore dei depositi.
MONETA LEGALE 100

DEPOSITO 100 COEFFICIENTE RISERVA (es. 20%) PRESTITI EFFETTUTATI (80)


ORIGINARIO OBBLIGATORIA

100 20 80

1
DEPOSITO INDOTTO
+
80 16 64
+
64 13 51
+
51

+ RISERVA (r) - PRESTITI - DEPOSITI INDOTTI - ASSEGNI (MONETA


BANCARIA)
- RISERVA (r) + PRESTITI + DEPOSITI INDOTTI + ASSEGNI (MONETA
BANCARIA)

Come si vede dallo schema precedente, la moneta legale viene depositata nel sistema bancario (deposito
originario); le banche ne trattengono una percentuale, chiamata coefficiente di riserva obbligatoria,
allo scopo di garantirsi la necessaria liquidità, ed utilizzano la parte restante per effettuare prestiti. Tali
prestiti rientreranno poi nel sistema bancario sotto forma di nuovi depositi (depositi indotti). Di
conseguenza, i depositi indotti tendono ad aumentare, col conseguente aumento degli assegni, cioè della
moneta bancaria. Ciò dipende dal coefficiente di riserva:
- se il coefficiente di riserva obbligatoria diminuisce, vi saranno più prestiti, di conseguenza vi saranno
più depositi indotti e quindi più moneta in circolazione (manovra espansiva).
- se il coefficiente di riserva obbligatoria aumenta, vi saranno meno prestiti, meno depositi indotti e meno
moneta in circolazione (manovra restrittiva).

Il meccanismo moltiplicativo varia dunque in relazione inversa al coefficiente di riserva obbligatoria: M d


= 1/r.
Esempio: supponendo un coefficiente di riserva pari al 20 % applicando la formula, si ottiene un
moltiplicatore di depositi pari a 5.
Md = 1 Md = 1 . (10) = 10 = 5
r 0,2 (10) 2

EQUILIBRIO CONTEMPORANEO TRA SETTORE REALE (quello in cui si producono beni e


servizi) E SETTORE MONETARIO (quello relativo alla circolazione monetaria)

Dopo la teoria Keynesiana del tasso di interesse gli economisti, in particolare l’economista Hicks, hanno
cercato di riunire in un’unica teoria sia le posizioni precedenti a Keynes sia le teorie Keynesiane; ne è
scaturita una teoria chiamata “sintesi neoclassica” la quale, unendo le posizioni classiche di Adam Smith
e Jean Baptiste Say con la teoria di Keynes, ha cercato di spiegare come è possibile realizzare un
equilibrio contemporaneo tra settore reale e settore monetario.
L’equilibrio nel settore reale: si raggiunge, secondo quanto affermato dai classici, quando l’offerta
globale è uguale alla domanda globale. Ciò è possibile grazie alle oscillazioni del tasso di interesse,
attraverso le quali la parte di reddito risparmiato dalle famiglie (S), e quindi non consumato, viene
assorbito dalle imprese e si trasforma in investimento (I). È quanto afferma la legge degli sbocchi di Jean
Baptiste Say.
Equilibrio nel settore monetario: si ottiene quando offerta di moneta e domanda di moneta sono uguali.
Ciò è possibile grazie al tasso di interesse che, secondo la teoria Keynesiana della moneta, si determina
dall’incontro tra domanda e offerta di moneta.
Si può pertanto osservare che il tasso di interesse è un elemento comune sia al settore reale sia al
settore monetario. Ed è possibile trovare un livello di reddito e di tasso di interesse capaci di assicurare
l’equilibrio contemporaneo tra settore reale e settore monetario.
EQUILIBRIO NEL SETTORE REALE (Legge degli sbocchi offerta globale = domanda globale)

1
EQUILIBRIO NEL SETTORE MONETARIO
(Tasso di interesse offerta di moneta = domanda di moneta)

L’INFLAZIONE
È un fenomeno economico che consiste nell’aumento generalizzato dei prezzi di tutti i beni e servizi; il
termine inflazione deriva appunto dal latino inflare, che significa gonfiare. Ci sono vari livelli di
inflazione: quando è lieve ( intorno al 2, 3, massimo 5 %) si chiama inflazione strisciante; quando
diventa del 10, 20 % (inflazione a due cifre si parla di inflazione galoppante; superata la soglia del 20 %
l’inflazione cresce in maniera vertiginosa e si parla di iperinflazione ( celebre è il fenomeno che si
verificò in Germania durante la Repubblica di Weimar, prima dell’affermarsi di Hitler.
Per tenere sotto controllo l’inflazione è fondamentale misurare il livello generale dei prezzi e confrontare
il livello dei prezzi attuale con quelli precedenti. Tale misurazione viene effettuata dall’ ISTAT (Istituto
Nazionale di Statistica) il quale effettua diverse indagini statistiche e calcola diversi indici dei prezzi tra
cui il più noto è l’indice FOI, cioè l’indice dei prezzi al consumo per una famiglia-tipo di operai e
impiegati, che indica il costo della vita per una famiglia media (medio tenore di vita). L’ ISTAT calcola il
prezzo di tutti i beni consumati dalla famiglia-tipo, il cosiddetto paniere, e moltiplica il prezzo per la
1
quantità del bene o servizio che viene effettivamente acquistata,; ogni bene o servizio “pesa” all’interno
del paniere secondo la quantità in cui viene utilizzato dalla famiglia-tipo. Una volta calcolato il livello
generale dei prezzi, è necessario confrontarlo con periodi di riferimento (cosiddetto anno base), per
riscontrare eventuali variazioni; ciò si attua attraverso una semplice equazione in cui l’anno base è
rapportato a 100, mentre il periodo da prendere in considerazione è rappresentato dalla X. Per esempio, se
rapportiamo i prezzi del 2008 con quelli del 2006:
1000 (prezzi del 2006- anno base) 1000 : 100 = 1050 : X X = 1050 x 100 = 105
1050 (prezzi del 2008 – anno da considerare) 1000
Come si può notare nel 2008 c’è stato un aumento dei prezzi rispetto al 2006 in misura pari al 5%.

EFFETTI DELL’INFLAZIONE

Il principale effetto negativo dell’inflazione consiste nella diminuzione del potere d’acquisto della
moneta: tra prezzi e potere d’acquisto esiste infatti una relazione inversa, per cui se i prezzi aumentano,
il potere d’acquisto diminuisce e viceversa.
 L’inflazione danneggia i titolari di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati) che vedono
diminuire il loro potere d’acquisto; risultano invece avvantaggiati i titolari di redditi variabili
(liberi professionisti e lavoratori autonomi) i quali possono adeguare i loro redditi all’aumento dei
prezzi.
 L’inflazione avvantaggia i debitori, tra cui lo Stato, i quali restituiscono delle somme di denaro,
nominalmente identiche a quelle ricevute, ma con un potere d’acquisto inferiore. Risultano
danneggiati i creditori ai quali vengono restituite delle somme e degli interessi con un potere
d’acquisto notevolmente inferiore. Tutto ciò scoraggia il risparmio e incide negativamente
sugli investimenti: i consumatori, anziché risparmiare, preferiscono acquistare i cosiddetti beni
rifugio, come quadri, gioielli, beni immobili, i quali appunto mantengono il loro valore nel
tempo. Per ovviare alla diminuzione del risparmio vengono stipulati prestiti indicizzati in cui il
capitale da rimborsare, come pure il tasso di interesse, vengono agganciati e rivalutati in base ad
un determinato indice, per esempio l’oro, il dollaro, l’euro.
 L’inflazione danneggia i contribuenti e avvantaggia lo Stato (cosiddetto fenomeno del fiscal drag o
drenaggio fiscale): l’inflazione fa diminuire il potere d’acquisto dei titolari di redditi fissi i quali
cercheranno di ottenere aumenti contrattuali di stipendi e pensioni, in modo tale da recuperare
quanto meno la perdita di potere d’ acquisto; tali aumenti non comportano dunque una maggiore
capacità contributiva, ma incidono sul reddito complessivo di tali soggetti che nominalmente
aumenta e potrebbe comportare l’applicazione di aliquote di imposta più ele-vate, dato che il
reddito ricade in scaglioni di livello superiore. In sostanza lo Stato percepisce delle imposte
aggiuntive che non corrispondono ad una maggiore capacità contributiva: per evitare tale
drenaggio fiscale lo Stato periodicamente deve rivedere gli scaglioni e le aliquote per adeguarli al
tasso di inflazione.
 L’inflazione altera i rapporti con l’estero: se i prezzi in un Paese sono più alti rispetto a quelli dei
Paesi esteri, diminuiscono le esportazioni del Paese con l’inflazione più alta, mentre aumentano le
importazioni; il saldo negativo della bilancia commerciale comporta anche un deficit nella
bilancia dei pagamenti ( più moneta che esce rispetto a quella che entra) con conseguente
indebitamento nei confronti dell’estero. Per quanto riguarda i Paesi dell’Unione Monetaria
Europea è assolutamente necessario evitare tali squilibri per poter attuare senza inconvenienti il
mercato unico; il tasso di inflazione tra i vari paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea deve
essere “armonizzato” e non può discostarsi di oltre due punti rispetto alla media del tasso di
inflazione dei tre Paesi più virtuosi (è questo uno dei parametri fissati nel Trattato di Maastricht e
la sua violazione comporta richiami e successive sanzioni (procedure di infrazione) da parte degli
Organismi europei.

CAUSE DELL’INFLAZIONE

1
Le cause dell’inflazione sono molteplici e sono importanti da accertare perché, a seconda della causa, è
possibile mettere in campo vari rimedi.
Una prima causa di inflazione è quella che deriva da costi. Uno dei casi è quello di un aumento del
costo delle materie prime importate (cosiddetta inflazione importata): è quanto avvenne con la crisi
petrolifera degli anni settanta, ma ancora oggi una delle cause di inflazione più frequenti e può essere
combattuta solo con il risparmio energetico e mediante l’uso di fonti di energia alternative. Un altro caso
di inflazione da costi è quello che deriva dall’aumento del costo del lavoro: si tratta di un feno-meno
pericoloso perché tende ad autoalimentarsi, con il rischio di una spirale inflazionistica e di una rincorsa
salari-prezzi e prezzi-salari. Infatti, se i lavoratori ottengono aumenti retributivi, i datori di lavoro
vedendo diminuire il margine di profitto, tenderanno ad aumentare i prezzi dei beni e dei servizi; di
nuovo, allora, i lavoratori chiederanno nuovi aumenti di stipendi e salari, per compensare il minor potere
d’acquisto e, di nuovo, i datori di lavoro aumenteranno i prezzi. Si tratta di un fenomeno molto
pericoloso, che tende ad autoalimentarsi e genera una escalation inflazionistica: è necessario che venga
bloccato e ciò è possibile attraverso la cosiddetta “politica dei redditi” cioè attraverso un accordo tra le
parti sociali: le organizzazioni sindacali dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro, con la mediazione del
Governo, devono cercare di mettere d’accordo gli interessi dei lavoratori e quelli dei datori di lavoro, per
cui potranno essere concessi aumenti di stipendi e salari solo nei limiti in cui i lavoratori si impegneranno
a garantire un aumento di produttività per l’impresa. Un’altra causa che fa aumentare il costo del lavoro e
può determinare inflazione è il costo degli oneri previdenziali e assistenziali, cosiddetti oneri sociali, a
carico del datore di lavoro: per evitare che tali oneri sociali facciano diminuire il profitto degli
imprenditori, inducendoli così ad aumentare i prezzi, lo Stato può assumere a proprio carico in tutto o in
parte tali oneri, ponendoli a carico della collettività tramite le imposte (cosiddetta fiscalizzazione degli
oneri sociali). Un’altra causa di inflazione da costi è quella che deriva da un peso eccessivo delle
imposte: anche le imposte troppo elevate possono indurre le imprese a scaricarne il peso sui consumatori
attraverso aumenti dei prezzi. Il rimedio in tal caso consiste nella riduzione delle imposte a carico delle
imprese.
L’inflazione può dipendere anche da un’ulteriore causa: la domanda globale esuberante.
Si verifica tale ipotesi quando la domanda globale è elevata, ma l’offerta globale non è in grado di
crescere in modo adeguato, per mancanza di uno o più fattori produttivi (cosiddetta strozzatura del
sistema economico); si determina quindi un divario (scalino o gap) tra domanda e offerta e, essendo la
domanda superiore all’offerta, i prezzi aumentano (gap inflazionistico). Il rimedio consiste nell’attuare
manovre di politica economica restrittive tendenti a “raffreddare” cioè a far diminuire la domanda
globale.

SCHEMA RIEPILOGATIVO DELL’INFLAZIONE: CAUSE E RIMEDI


CAUSE RIMEDI

inflazione da costi
costo delle materie prime ricerca di fonti di energia alternative
costo del lavoro politica dei redditi
costo degli oneri sociali fiscalizzazione degli oneri sociali
costo delle imposte per le imprese riduzione delle imposte
inflazione da domanda globale esuberante manovre di politica economica restrittive
(possono essere di politica fiscale o di politica monetaria)

MANOVRE DI POLITICA ECONOMICA

La politica economica comprende le scelte e le forme di intervento dello Stato nel sistema economico: le
più importanti sono la politica dei redditi, la politica fiscale e la politica monetaria.
- La politica dei redditi: consiste in un accordo tra le parti sociali per contenere l’aumento dei redditi
dei lavoratori nei limiti di un aumento di produttività per le imprese, onde evitare che queste siano
indotte ad aumentare i prezzi.
- La politica fiscale: consiste nel manovrare le entrate (E) e la spesa pubblica (G) del bilancio statale
per stabilizzare il ciclo economico.

1
Nel caso in cui la domanda globale è insufficiente (fase di recessione) la politica fiscale deve essere
espansiva, consiste cioè nel diminuire le entrate (- E) per far aumentare i consumi privati (+ C) e gli
investimenti privati ( + I), e nell’aumentare la spesa pubblica (+ G) per far aumentare i consumi e gli
investimenti pubblici. Si tratta di una manovra che comporta un deficit nel bilancio statale (cosiddetto
deficit spending).
Nel caso in cui la domanda globale è esuberante rispetto all’offerta globale (fase di inflazione da
domanda) la politica fiscale deve essere restrittiva e consiste nell’aumentare le entrate (+ E) per far
diminuire i consumi dei privati (- C) e gli investimenti dei privati (- I), e nel diminuire la spesa pubblica
(- G) per far diminuire i consumi e gli investimenti pubblici.
In sostanza la politica fiscale deve agire in funzione anti-congiunturale (congiuntura = fase economica di
recessione o inflazione): nella fase di recessione si deve attuare una manovra espansiva, nelle fasi di
inflazione serve invece una manovra restrittiva.
- La politica monetaria: consiste nel regolare la quantità di moneta in circolazione.
Nelle fasi di recessione, nelle quali la domanda globale è debole, è necessario aumentare la moneta in
circolazione; in fase di inflazione, poiché la domanda globale è esuberante, è necessario ridurre la
moneta in circolazione. La politica monetaria, che prima dell’Unione Monetaria Europea ( UEM ) era
affidata alla Banca d’Italia, attualmente viene decisa dalla Banca Centrale Europea (BCE), la quale attua
le proprie decisioni attraverso le Banche Centrali dei Paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea. Si
chiama S.E.B.C. il Sistema Europeo delle Banche Centrali, il quale comprende, appunto, tutte le Banche
Centrali (B.C.) dei Paesi aderenti all’U.E.M. e che è guidato dalla Banca Centrale Europea.

Sistema Europeo B.C.E. B.C.


B.C. C.
delle Banche Centrali (S.E.B.C.) C.
LUS
FRA
B.C.
B.C. C.
OLA
C.
SPA B.C. B.C. B.C.
C.
ITA C.
GER C.
BEL

La B.C.E. ha un Presidente ed un Vicepresidente e due organi:


- Comitato Esecutivo: è composto dal presidente, dal vicepresidente e da tre membri che vengono scelti
tra persone con altissima esperienza in materia economica e monetaria;
- Consiglio Direttivo: è composto di membri del Comitato Esecutivo e dai Governatori (presidenti) di
tutte le Banche Centrali dei Paesi appartenenti all’U.E.M. . Ogni membro ha a disposizione un solo voto,
in modo uguale a tutti gli altri, a prescindere dal peso politico ed economico del proprio Paese. La
B.C.E. ha tra i suoi compiti più importanti quel lo di garantire la stabilità dei prezzi e di regolare la
circolazione monetaria tra i Paesi aderenti alla moneta unica.
Le manovre di politica monetaria di cui la B.C.E. può disporre sono le seguenti:
 Manovra del coefficiente di riserva: tale coefficiente è la percentuale, decisa dalla B.C.E., che
le banche devono trattenere obbligatoriamente come riserva legale ( possono anche creare
proprie riserve volontarie) prima di poter effettuare i prestiti. Se il coefficiente di riserva viene
aumentato ci saranno meno prestiti e meno moneta in circolazione (manovra monetaria
restrittiva) da attuarsi in fase di inflazione (do manda globale > offerta globale). Se il
coefficiente di riserva viene diminuito ci saranno più prestiti e più mo neta in circolazione
(manovra monetaria espansiva) da attuarsi in fase di recessione (offerta globale > domanda
globale).
 Manovra del tasso unico di riferimento (T.U.R.): è il costo del denaro per le banche, cioè il
tasso che le banche ordinarie devono pagare alla Banca Centrale quando hanno bisogno di
liquidità; viene anche esso deciso dalla Banca Centrale Europea. Se la B.C.E. decide di
aumentare il tasso unico di riferimento, aumenta il costo del denaro per le banche e aumenta
di conseguenza il tasso libero cioè il costo del denaro che le banche applicano alla clientela; di
conseguenza ci saranno meno prestiti, meno depositi indotti e meno moneta in circolazione
(manovra restrittiva, da attuarsi in fase di inflazione, secondo quanto afferma la teoria
quantitativa della moneta ( M=P). Se invece la B.C.E. decide di diminuire il tasso unico di
1
riferimento, diminuisce il costo del denaro per le banche ,e di conseguenza, anche per la
clientela; ci saranno, quind,i più richieste di prestiti, più depositi indotti e quindi più moneta in
circolazione. Tale manovra, diretta ad aumentare la liquidità nel sistema economico, è una
manovra espansiva, da attuarsi in fase di recessione economica.
 Manovra delle operazioni di mercato aperto: consiste nella compravendita di titoli sul
mercato finanziario; se la Banca Centrale vende titoli, “rastrella” moneta dal mercato (manovra
restrittiva), viceversa se compra titoli, immette moneta in circolazione (manovra espansiva).

CONFRONTO TRA POLITICA FISCALE E POLITICA MONETARIA

Attualmente sia la politica fiscale sia la politica monetaria non possono essere più decise dal singolo
Stato, ma incontrano limiti e condizionamenti nelle decisioni dell’Unione Europea: la politica monetaria è
ormai decisa dalla B.C.E., ma anche la politica fiscale, che pure è decisa dal Governo in occasione della
legge finanziaria (oggi ribattezzata “legge di stabilità), incontra dei limiti nei parametri di Maastricht,
ribaditi nel patto di stabilità (il deficit del bilancio non deve infatti superare il 3% del P.I.L. e il debito
pubblico deve progressivamente scendere al 60% del P.I.L.).
Facendo un confronto tra la politica fiscale e la politica monetaria sembra preferibile quest’ultima per le
seguenti motivazioni:
- la politica monetaria è più tempestiva: viene decisa autonomamente dalla Banca Centrale Europea ed
è immediatamente attuata nei vari Paesi tramite le Banche Centrali; invece quella fiscale è decisa
annualmente dal Parlamento in occasione dell’approvazione della legge di stabilità.
- la politica monetaria non è soggetta a condizionamenti politici: mentre la politica fiscale deve essere
approvata dal Parlamento, poco propenso ad attuare manovre di tipo restrittivo, la politica monetaria è
decisa dalla B.C.E. senza alcun condizionamento politico.
- è più dosabile e si adatta meglio alla situazione economica: la manovra politica fiscale è decisa per
l’esercizio finanziario che deve iniziare e rispetto alla situazione economica futura rischia di essere troppo
debole oppure troppo massiccia, con la necessità di dover apportare variazioni successive (cosiddette
manovrine). Invece la politica monetaria può essere decisa e dosata in base alle necessità del momento.
Tuttavia anche la politica monetaria presenta degli inconvenienti:
la politica monetaria espansiva: tende a favorire la ripresa economica mediante la diminuzione dei
tassi di interesse (costo del denaro); tuttavia se gli imprenditori non hanno buone prospettive di ricavo
(l’efficienza marginale del capitale è bassa, essi non saranno disposti ad effettuare investimenti
nonostante la diminuzione del costo del denaro; si dice in gergo economico “il cavallo non beve”.
la politica monetaria restrittiva: consiste nella riduzione della moneta in circolazione mediante
l’aumento dei tassi di interesse allo scopo di combattere l’inflazione; il rischio però è che l’aumento dei
tassi scoraggi le imprese a fare investimenti, con il conseguente pericolo di innescare una fase di
recessione.
L’inflazione e la recessione sono infatti i due grossi mali dell’economia e il rischio è che per combattere
l’uno si finisca per precipitare nell’altro; la politica economica deve quindi tener conto di tutte le possibili
manovre le quali devono essere applicate in modo calibrato, tenendo conto degli effetti provocati sul
sistema economico. Si parla, a tal proposito, di una politica dello stop and go.

CICLO ECONOMICO (fluttuazioni cicliche) E MANOVRE ANTICONGIUNTURALI ( riepilogo)

politica fiscale espansiva


- E +G

FASE DI RECESSIONE o DISOCCUPAZIONE-domanda globale debole

politica monetaria espansiva


- Coefficiente di riserva
1
- Tasso Unico di Riferimento
Acquisto titoli sul mercato aperto

politica fiscale restrittiva


+E –G
INFLAZIONE DA DOMANDA domanda globale esuberante (strozzatura del sistema economico
con conseguente gap inflazionistico)
politica monetaria restrittiva
+ Coefficiente di Riserva
+ Tasso Unico di Riferimento
Vendita di titoli sul mercato aperto