Sei sulla pagina 1di 1074

Il

libro

Il mostruoso Pitone si è rimpossessato


dell’Oracolo di Delfi, e questa è solo la
prima delle minacce che Apollo ha dovuto
affrontare per ottenere il perdono di Zeus
e tornare tra gli immortali. Tre malvagi
imperatori vogliono ora conquistare tutti
gli Oracoli dell’antichità, per interrompere
ogni comunicazione tra i semidei e le fonti
di profezie necessarie a compiere eroiche
imprese. Se gli Oracoli cadranno sotto il
dominio del Triumvirato, il dio più bello e
vanitoso dell’Olimpo resterà per sempre
imprigionato nel corpo di un
insignificante sedicenne, Lester
Papadopoulos! Con un piccolo effetto
collaterale: l’umanità potrebbe essere
distrutta.
Il destino del mondo è nelle mani del
dio del sole, della musica e della poesia,
che potrà contare solo sull’aiuto della
ninfa Calipso e del semidio Leo Valdez,
nonché sul potere esasperante dei suoi
strazianti haiku…
L’autore

Rick Riordan

Autore per
ragazzi e adulti, è stato premiato con i
riconoscimenti più importanti del genere
mystery. Vive a Boston con la moglie e i
due figli. Le saghe “Percy Jackson e gli
dei dell’Olimpo”, “Eroi dell’Olimpo”,
“The Kane Chronicles”, “Magnus Chase e
gli dei di Asgard” e “Le sfide di Apollo”
hanno venduto 1 milione e 700mila copie
in Italia e più di 40 milioni nel mondo.
Rick Riordan

LE SFIDE DI APOLLO
La profezia oscura

Traduzione di Loredana Baldinucci e Laura


Melosi
A Ursula K. Le Guin,
per avermi insegnato che le regole
cambiano negli Orizzonti.
1

Apollo o Lester?
Sono ancora umano
Oh, dei! Che strazio!

Quando il nostro drago dichiarò


guerra all’Indiana, capii subito che
ci aspettava una pessima giornata.
Viaggiavamo verso ovest da sei
settimane, e Festus non aveva mai
mostrato tanta ostilità nei confronti
di uno Stato. Aveva ignorato il New
Jersey. La Pennsylvania a conti fatti
era stata di suo gradimento,
nonostante la battaglia con i ciclopi
di Pittsburgh. Aveva tollerato
l’Ohio, perfino dopo il nostro
incontro con Potina, la dea romana
che protegge le bevute dei bambini,
la quale ci aveva inseguito sotto
forma di gigantesca brocca rossa con
una faccina sorridente a mo’ di
stemma.
Eppure, per qualche ragione,
Festus aveva deciso che non gli
piaceva l’Indiana. Atterrò sulla
cupola del Campidoglio di
Indianapolis, sbatté le ali metalliche
e soffiò un cono di fuoco che
incenerì la bandiera dello Stato
direttamente sul palo.
«Ehi, calma, bello!» Leo Valdez
tirò le redini del drago. «Ne abbiamo
parlato. I monumenti pubblici non si
incendiano!»
Dietro di lui, sul dorso del drago,
Calipso si aggrappò alle scaglie di
Festus per non perdere l’equilibrio.
«Potremmo per favore scendere a
terra? Delicatamente, stavolta?»
Per essere un’ex maga immortale
che un tempo controllava gli spiriti
dell’aria, Calipso non era un’amante
del volo. Sferzati dal vento gelido, i
suoi bei capelli castani mi venivano
tutti in faccia, facendomi strizzare
gli occhi e sputacchiare.
Proprio così, caro lettore.
Io, il passeggero più importante, il
giovane che un tempo era stato il
glorioso dio Apollo, ero costretto a
sedere in fondo al drago. Oh, gli
oltraggi che avevo dovuto subire da
quando Zeus mi aveva spogliato dei
miei poteri divini! Non bastava che
fossi ridotto a un sedicenne mortale
sotto il raccapricciante pseudonimo
di Lester Papadopoulos. Non
bastava che dovessi patire sulla terra
compiendo (argh!) eroiche imprese
finché non avessi trovato il modo di
rientrare nelle grazie di mio padre,
né che io soffrissi di una forma
d’acne che non rispondeva ai
comuni trattamenti dermatologici da
banco. Nonostante la mia
regolarissima patente da principiante
rilasciata dallo Stato di New York,
Leo Valdez si rifiutava di affidarmi
la guida del destriero di bronzo!
Gli artigli di Festus raspavano alla
ricerca di un appiglio sul rame
patinato della cupola, che era troppo
piccola per un drago di quelle
dimensioni. Ebbi l’improvviso
ricordo di quella volta che avevo
installato sul mio carro del sole una
statua a grandezza naturale della
musa Calliope. Il peso di
quell’ornamento sul cofano mi
aveva fatto piombare in picchiata
sulla Cina, e fu così che avevo
creato il deserto del Gobi.
Leo lanciò un’occhiata alle
proprie spalle, col volto striato di
fuliggine. «Apollo, percepisci
qualcosa?»
«Perché è compito mio percepire
le cose? Soltanto perché un tempo
ero un dio della profezia…»
«Sei tu quello che sta avendo le
visioni» mi rammentò Calipso. «Hai
detto che la tua amica Meg sarebbe
stata qui.»
Solo al sentire il nome di Meg
ebbi una stretta al cuore. «Questo
non significa che io sia in grado di
indicare la sua posizione con la
mente! Zeus ha revocato il mio
accesso al DPS!»
«Vuoi dire il GPS?» chiese
Calipso.
«No. Il DPS: il Sistema di
Posizionamento Divino.»
«Non esiste niente del genere!»
«Ragazzi, fate i bravi.» Leo diede
delle pacche sul collo del drago.
«Apollo, dai, provaci. Per favore. Ti
sembra la città che hai visto in sogno
oppure no?»
Scrutai l’orizzonte.
L’Indiana è una terra piatta:
autostrade che si intersecano su
pianure brune e coperte di arbusti,
ombre di nuvole invernali che
fluttuano sopra aree di sviluppo
urbano incontrollato. Intorno a noi
sorgeva un modesto gruppetto di
piccoli grattacieli, costruzioni di
pietra e vetro simili a strati di
liquirizia bianca e nera (e nemmeno
di quella buona; piuttosto il genere
di liquirizia che rimane per secoli
nella ciotola delle caramelle della
tua matrigna sul tavolino del
soggiorno. E… No, Era, perché
dovrei riferirmi a te?).
Dopo la mia caduta su New York,
Indianapolis mi sembrò una città
desolata e scialba, come se un
quartiere della stessa New York –
Midtown, forse – avesse inglobato
l’intera area di Manhattan, per poi
sbarazzarsi di due terzi della
popolazione e darsi una vigorosa
ripulita.
Non riuscivo a concepire un solo
motivo per cui un malvagio
Triumvirato di antichi imperatori
romani potesse trovare interessante
un posto del genere. Né riuscivo a
immaginare il motivo per cui Meg
McCaffrey fosse stata mandata lì per
catturarmi. Eppure le mie visioni
erano state chiare. Avevo visto quel
paesaggio urbano. Avevo udito il
mio vecchio nemico Nerone
impartire ordini a Meg: “Va’ a
occidente. Cattura Apollo prima che
riesca a trovare il prossimo Oracolo.
Se non riesci a portarmelo vivo,
uccidilo”.
Il lato davvero triste di tutta la
faccenda? Meg era una delle mie
migliori amiche. Oltre che la mia
padrona semidivina, grazie al
perverso senso dell’umorismo di
Zeus. Finché rimanevo mortale,
Meg poteva ordinarmi di fare
qualunque cosa, perfino di
uccidermi… No, meglio non pensare
a una possibilità del genere.
Mi sistemai meglio sul sedile di
metallo. Dopo tutte quelle settimane
di viaggio, ero stanco e avevo il
sedere indolenzito. Volevo trovare
un posto sicuro per riposare. E
quella non era la città giusta. C’era
qualcosa nel paesaggio sottostante
che mi rendeva inquieto come
Festus.
Tuttavia, ahimè, era lì che
dovevamo andare. Ne ero certo.
Nonostante il pericolo, se avevo una
possibilità di rivedere Meg, di
strapparla dalle grinfie del suo
patrigno malvagio, dovevo tentare.
«Il posto è questo» dichiarai.
«Prima che questa cupola crolli sotto
il nostro peso, suggerisco di
scendere a terra.»
Calipso borbottò in minoico
antico: «E io che avevo detto…?».
«Oh be’, chiedo scusa, maga!»
replicai nella stessa lingua. «Forse,
se tu avessi delle visioni utili, ti
ascolterei più spesso.»
Calipso mi rispose con una serie
di appellativi che mi rammentarono
quanto fosse colorita la lingua
minoica prima che si estinguesse.
«Ehi, voi due, niente dialetti
antichi!» intervenne Leo. «Spagnolo
o inglese, per favore. O
macchinese.»
Festus concordò con un cigolio.
«Va tutto bene, bello» gli disse
Leo. «Sono sicuro che non volevano
escluderci. Ora voliamo giù in
strada, eh?»
Gli occhi rubino di Festus
luccicarono. I suoi denti di metallo
rotearono come punte di trapano.
Immaginai che stesse pensando:
“Perché invece non ce ne andiamo
in Illinois?”.
Ma si staccò dalla cupola con un
balzo, sbattendo le ali. Ci
precipitammo giù, atterrando di
fronte al Campidoglio con una forza
tale da incrinare il marciapiede. Le
pupille mi tremarono come
palloncini pieni d’acqua.
Festus agitò la testa da un lato
all’altro, mentre il vapore gli usciva
dalle narici.
Io non vedevo minacce
immediate. Le auto scorrevano
placidamente lungo West
Washington Street. La gente
camminava tranquilla: una donna di
mezza età con un vestito a fiori, un
robusto poliziotto con un
bicchierone di caffè del CAFÉ
PATACHOU, un uomo dall’aria
perbene con un completo a righine
blu…
Passando, l’uomo vestito di blu ci
salutò con garbo. «Buongiorno.»
«Ehilà, bello!» rispose Leo.
Calipso inclinò la testa. «Perché è
stato così amichevole? Non vede che
siamo seduti in cima a un drago di
metallo da cinquanta tonnellate?»
Leo sorrise. «È la Foschia, baby.
Confonde gli occhi mortali.
Trasforma i mostri in cani randagi e
le spade in ombrelli. E rende il
sottoscritto perfino più affascinante
del solito!»
Calipso gli conficcò le dita in un
fianco.
«Ahi!» si lamentò lui.
«So che cos’è la Foschia,
Leonidas…»
«Ehi, ti ho detto di non chiamarmi
mai così!»
«… ma la Foschia dev’essere
davvero forte qui se può nascondere
un mostro delle dimensioni di Festus
a distanza così ravvicinata. Apollo,
non lo trovi un po’ strano?»
Studiai i passanti.
Certo, avevo visto luoghi in cui la
Foschia era particolarmente fitta. A
Troia, il cielo sopra il campo di
battaglia pullulava di così tanti dei
che non potevi sterzare il carro
senza andare a sbattere contro
un’altra divinità, eppure Greci e
Troiani percepivano solo cenni della
nostra presenza. Sull’isola di Three
Mile, nel 1979, i mortali non si
resero conto che l’incidente nucleare
era stato provocato da un epico
duello con la motosega tra Ares ed
Efesto (a quanto ricordo, Efesto
aveva preso in giro Ares per i suoi
jeans a zampa di elefante).
Eppure non pensavo che lì, a
Indianapolis, fossimo alle prese con
una Foschia molto fitta. C’era
qualcosa in quella gente che mi
turbava. I volti erano troppo placidi.
I sorrisi inebetiti mi ricordavano gli
antichi Ateniesi poco prima delle
Feste di Dioniso, quando erano tutti
di buon umore e distratti al pensiero
delle sbronze e delle bisbocce a
venire.
«Dovremmo dare meno
nell’occhio» suggerii. «Forse…»
Festus incespicò, scrollandosi
come un cane bagnato. Da dentro il
suo petto giunse un rumore simile
alla catena allentata di una bicicletta.
«Maledizione, di nuovo! No!»
esclamò Leo. «Tutti giù!»
Io e Calipso scendemmo alla
svelta.
Leo corse di fronte a Festus e
allargò le braccia nella classica
posizione da lotta col drago. «Ehi,
amico, va tutto bene! Ora ti spengo
per un po’, d’accordo? Un pochino
di inattività per…»
Festus vomitò una colonna di
fiamme che inghiottì Leo.
Per fortuna, Valdez era ignifugo.
Ma i suoi vestiti no. Da quanto mi
aveva spiegato, in genere riusciva a
evitare che si incenerissero: gli
bastava concentrarsi. Se colto di
sorpresa, però, non sempre
funzionava.
Quando le fiamme si spensero,
Leo ci stava di fronte con i soli
boxer di amianto indosso, più la
cintura magica degli attrezzi e un
paio di scarpe da ginnastica
parzialmente fuse. «Maledizione!»
protestò. «Festus, fa freddo qui
fuori!»
Il drago vacillò. Leo si lanciò in
avanti e fece scattare la leva dietro la
zampa anteriore sinistra. Festus
cominciò a crollare. Le ali, gli arti, il
collo e la coda si contrassero
all’interno del corpo, sovrapponendo
e ripiegando le piastre di bronzo.
Nel giro di una manciata di secondi,
il nostro robotico amico si era
trasformato in una grossa valigia di
bronzo.
Una cosa che avrebbe dovuto
essere impossibile, naturalmente, ma
come ogni dio, semidio o ingegnere
che si rispetti, Leo Valdez rifiutava
di farsi fermare dalle leggi della
fisica.
Scrutò accigliato il suo nuovo
bagaglio. «Cavoli… pensavo di
avere aggiustato il condensatore
giroscopico. Mi sa che saremo
bloccati qui finché non trovo
un’officina.»
Calipso fece una smorfia. Il suo
piumino rosa luccicava di vapore
dopo il volo tra le nuvole. «E, se la
troviamo, quanto tempo ci vorrà per
riparare Festus?»
Leo si strinse nelle spalle.
«Dodici ore? Quindici?» Pigiò un
pulsante laterale della valigia, e ne
saltò fuori un manico. «E poi, se
vediamo un negozio di
abbigliamento maschile… non
guasterebbe neppure quello.»
Immaginai di entrare in un grande
magazzino con Leo in boxer e
scarpe da ginnastica semidisciolte
che si tirava dietro una valigia di
bronzo. L’idea non mi entusiasmava.
Poi, dal marciapiede, una voce
gridò: «Salve!».
La donna con il vestito a fiori era
tornata. O almeno, sembrava la
stessa donna. Perché o era lei, o un
sacco di signore di Indianapolis
indossavano vestiti gialli e viola
cosparsi di caprifogli e si
cotonavano i capelli in pettinature
stile anni Cinquanta.
Sorrise con aria assente. «Che
splendida mattina!»
In realtà era alquanto deprimente
– fredda e nuvolosa, con un sentore
di neve in arrivo – ma sarebbe stato
poco educato ignorarla
completamente.
Così le rivolsi un piccolo cenno
da parata, il tipo di gesto che
concedevo ai miei fedeli quando
giungevano supplici al mio altare.
Per me, il messaggio era abbastanza
chiaro: “Ti vedo, insulso mortale.
Ora pussa via, su! Gli dei stanno
parlando”.
La donna non colse il segnale.
Avanzò imperterrita e si piantò
proprio di fronte a noi. Non era
particolarmente corpulenta, ma c’era
qualcosa di strano nelle sue
proporzioni. Le spalle erano troppo
larghe rispetto alla testa. Il petto e la
pancia erano prominenti e informi,
come se avesse nascosto una borsa
piena di manghi sotto il vestito. Le
braccia e le gambe lunghe e sottili
mi ricordavano una specie di
gigantesco scarafaggio. Se mai fosse
caduta, dubitavo che sarebbe stata in
grado di rialzarsi senza difficoltà.
«Oh, santo cielo!» Strinse la
borsetta con tutte e due le mani.
«Che bambini graziosi!»
Il rossetto e l’ombretto con cui si
era truccata erano entrambi di una
smaccata sfumatura di arancione. Mi
chiesi se le arrivasse abbastanza
ossigeno al cervello.
«Signora, non siamo bambini»
replicai. Avrei potuto aggiungere
che io avevo più di quattromila anni
e che Calipso era perfino più
vecchia di me, ma decisi di non
addentrarmi in quel discorso. «Ora,
se vuole scusarci, abbiamo una
valigia da riparare. E il mio amico
ha urgente bisogno di un paio di
pantaloni.» Cercai di oltrepassarla.
Mi bloccò la strada. «Non ancora,
cari! Non vi abbiamo dato il
benvenuto nello Stato dell’Indiana.»
Tirò fuori dalla borsetta uno
smartphone, con lo schermo che
brillava come se ci fosse una
chiamata in corso. «È lui,
confermato» disse al telefono.
«Venite tutti. Apollo è qui!»
Mi sentii prosciugare i polmoni
dentro il petto.
Ai vecchi tempi, mi aspettavo di
essere riconosciuto non appena
giunto in una città. Ovviamente la
gente del luogo si precipitava ad
accogliermi. Cantava, ballava e
lanciava fiori. E subito cominciava a
costruire un nuovo tempio.
Ma, come Lester Papadopoulos,
non ero motivo sufficiente per un
trattamento del genere. Non
somigliavo affatto al glorioso me
stesso di una volta. L’idea che i
locali potessero riconoscermi
nonostante i capelli spettinati, l’acne
e la pancetta era al tempo stesso
offensiva e terrificante. E se
avessero eretto una statua
rappresentandomi nella mia forma
attuale… come un gigantesco Lester
dorato, al centro della città? Gli altri
dei non avrebbero più smesso di
prendermi in giro!
Scossi la testa. «Signora, temo
che mi abbia preso per…»
«Non fare il modesto!» La donna
gettò via il telefono e la borsetta. Mi
afferrò per un braccio con la forza di
una sollevatrice di pesi. «Il nostro
padrone sarà lieto di prenderti in
custodia. E, ti prego, chiamami
Nanette.»
Calipso partì all’attacco. Forse per
difendere me (improbabile), o forse
perché non apprezzava il nome
Nanette. Mollò un pugno in faccia
alla donna.
Questo di per sé non mi stupì.
Avendo perso i propri poteri
immortali, Calipso stava cercando di
impadronirsi di altre abilità. Finora
aveva fallito con la spada, la lancia,
gli shuriken, la frusta e
l’improvvisazione teatrale.
(Comprendevo la sua frustrazione.)
Quel giorno aveva deciso di provare
con le scazzottate.
Quello che mi sorprese fu il forte
CRAC che il suo pugno fece contro
il volto di Nanette: il rumore di dita
che si rompono.
«Ahi!» Calipso si allontanò
barcollando e stringendosi la mano.
La testa della donna scivolò
all’indietro. Nel tentativo di
riprendersi la faccia, Nanette lasciò
libero me. Ma era troppo tardi: la
testa le cadde dalle spalle, picchiò a
terra con un fragore metallico e
rotolò di lato, mentre le palpebre
sbattevano e le labbra violacee si
contraevano in un tic. La base della
testa era liscia, di acciaio
inossidabile, con dei pezzetti di
nastro adesivo strappati e cosparsi di
capelli e forcine.
«Santo Efesto!» Leo corse al
fianco di Calipso. «Signora, ha rotto
con la faccia la mano della mia
fidanzata! Ma che cos’è, un
automa?»
«No, caro» rispose la decapitata
Nanette. Tuttavia la voce soffocata
non proveniva dalla testa d’acciaio
inossidabile sul marciapiede, ma da
qualche parte dentro il vestito.
Appena sopra il colletto, dove prima
c’era il collo, era spuntato un
groviglio di sottili capelli biondi e
forcine. «E devo dire che quel pugno
non è stato molto educato.»
Con un certo ritardo, mi resi conto
che la testa di metallo era un
travestimento. Proprio come i satiri
si coprono gli zoccoli indossando
scarpe umane, quella creatura
passava per mortale fingendo di
avere un volto umano. La voce
proveniva dall’altezza dello
stomaco, e questo significava…
Mi tremarono le ginocchia.
«Un blemma» mormorai.
Nanette ridacchiò. Il busto
informe si ritorse sotto i caprifogli
della stoffa. Poi la creatura si
strappò la blusa del vestito – un
gesto che una brava donna del
Midwest non si sarebbe mai sognata
di fare – e rivelò il proprio vero
volto.
Al posto del reggipetto c’erano
due enormi occhi sporgenti che mi
guardavano. Un grosso naso
luccicante si protendeva dallo
sterno, mentre di traverso
sull’addome un’orrenda bocca si
contraeva in una smorfia: lucide
labbra arancioni, denti come una
distesa di candide carte da gioco.
«Sì, caro» confermò la faccia. «E
ti dichiaro in arresto, in nome del
Triumvirato!»
Su e giù per Washington Street,
gli affabili passanti si voltarono e
presero a marciare verso di noi.
2

Orrido Midwest
Son tutti senza testa
Toh! Un fantasma

E dai, Apollo!, penserete voi, perché


non hai tirato fuori l’arco e non le
hai scagliato una freccia? Oppure:
perché non l’hai incantata suonando
una canzone con il tuo ukulele da
guerra?
Certo, avevo entrambi gli oggetti
a tracolla sulla schiena insieme alla
mia faretra. Purtroppo, però, anche
le migliori armi semidivine
necessitano di una cosa chiamata
manutenzione. I miei figli Kayla e
Austin me lo avevano spiegato
prima che partissi dal Campo
Mezzosangue. Non potevo far
spuntare l’arco e le frecce dal nulla
com’ero abituato quando ero un dio.
Non potevo ordinare al mio ukulele
di comparirmi in mano e aspettarmi
che fosse perfettamente accordato.
Le mie armi e il mio strumento
musicale erano delicatamente
avvolti in un paio di coperte.
Altrimenti volare negli umidi cieli
invernali avrebbe deformato l’arco,
rovinato le frecce e scatenato l’Ade
sulle corde del mio ukulele. Tirarli
fuori avrebbe richiesto diversi
minuti che io non avevo.
E poi, dubitavo che servissero
molto contro i blemmi.
Non avevo a che fare con
esemplari di questa razza dall’epoca
di Giulio Cesare, e sarei stato ben
lieto di non incontrarne uno per altri
duemila anni.
Come poteva un dio della poesia e
della musica essere efficace contro
una specie che aveva le orecchie
incuneate sotto le ascelle? Né si
poteva dire che i blemmi avessero
timore o rispetto per il tiro con
l’arco. Erano robusti guerrieri dalla
pelle dura, adatti a combattere nella
mischia. Erano perfino resistenti alla
maggior parte delle malattie, e
questo significava che non si
rivolgevano mai a me per ricevere
cure mediche né temevano le mie
frecce pestilenziali. Peggio ancora,
erano del tutto privi di senso
dell’umorismo e immaginazione.
Non avevano nessun interesse per il
futuro, perciò ritenevano inutili gli
Oracoli e le profezie.
In breve, non si sarebbe potuta
creare una razza meno congeniale
per un dio attraente e dotato di
molteplici talenti come me. (E,
credetemi, Ares ci aveva provato.
Quei mercenari dell’Assia che
inventò nel Diciottesimo secolo?
Argh. Diedero del bel filo da torcere
a me e a George Washington.)
«Leo, attiva il drago» suggerii.
«L’ho appena messo in modalità
sonno.»
«Sbrigati!»
Leo armeggiò con i pulsanti della
valigia. Non successe nulla. «Te l’ho
detto, amico. Anche se Festus non
avesse problemi di funzionamento, è
molto difficile svegliarlo dopo che si
è addormentato.»
Splendido! Calipso se ne stava
curva con la mano rotta a borbottare
parolacce in minoico. Leo
rabbrividiva in mutande. E io… be’,
io ero Lester Papadopoulos. Come
se non bastasse, anziché affrontare i
nostri nemici con un grosso automa
sputafuoco, adesso dovevamo
affrontarli con un bagaglio metallico
che trasportavamo a fatica.
Mi voltai verso il blemma.
«VADE RETRO, nefanda Nanette!»
Cercai di tirare fuori la mia vecchia
voce da ira funesta. «Posa di nuovo
le mani sulla mia divina persona e
sarai DISTRUTTA!»
All’epoca in cui ero un dio, una
minaccia del genere sarebbe bastata
perché interi eserciti se la facessero
nei pantaloni.
Nanette si limitò a strizzare un
paio di volte gli occhi bovini. «Su,
non ti agitare» replicò. Le sue labbra
erano grottescamente ipnotiche. Era
come guardare un’incisione
chirurgica usata come una
marionetta. «E poi, tesoruccio, tu
non sei più un dio.»
Perché la gente continuava a
ricordarmelo?
Altri cittadini si avvicinarono alla
nostra posizione. Due agenti di
polizia scesero a passetti rapidi le
scale del Campidoglio. All’angolo di
Senate Avenue, un trio di netturbini
abbandonò il furgone della
spazzatura e avanzò pesantemente
verso di noi, brandendo grossi
bidoni di metallo. Dalla direzione
opposta, una mezza dozzina di
uomini d’affari attraversò il prato
con passo lento e deciso.
Leo imprecò. «Ma sono tutti
metallari in questa città? E non di
quelli buoni…»
«Rilassati, dolcezza» disse
Nanette. «Arrendetevi e non
dovremo farvi molto male. Ci
penserà l’imperatore!»
Nonostante la mano rotta, Calipso
evidentemente non era in vena di
arrendersi. Con un grido di sfida
attaccò di nuovo Nanette, stavolta
sferrando un calcio da karate verso il
nasone del blemma.
«No!» strillai troppo tardi.
Come ho già detto, i blemmi sono
creature molto robuste. Sono difficili
da ferire e ancora più difficili da
uccidere. Il piede di Calipso entrò in
collisione con il bersaglio, e la
caviglia si piegò con un brutto pop.
La ragazza crollò, gorgogliando dal
dolore.
«Cal!» Leo corse al suo fianco.
«Indietro, mascherone!»
«Moderiamo il linguaggio,
giovanotto» lo rimbrottò Nanette.
«Ora temo proprio che dovrò
calpestarti.» E sollevò una delle sue
décolleté di pelle lucida.
Ma Leo fu più veloce. Evocò un
globo di fuoco e lo lanciò come una
palla da baseball, colpendo Nanette
in pieno petto, tra i due occhioni
giganti. Le fiamme la inondarono,
spargendosi sulle sopracciglia e sul
vestito a fiori.
Mentre Nanette strillava e
barcollava, Leo gridò: «Apollo,
aiutami!».
Mi resi conto che ero rimasto
fermo per tutto il tempo, paralizzato
dallo shock. Cosa che sarebbe
andata benissimo se mi fossi trovato
sull’Olimpo a osservare in sicurezza
la scena dal mio trono. Ma, ahimè,
mi trovavo laggiù in trincea insieme
a esseri inferiori. Aiutai Calipso a
rimettersi in piedi (o almeno,
sull’unico piede buono). Poi ci
gettammo le sue braccia sulle spalle
(con parecchie grida da parte di
Calipso quando le afferrai per
sbaglio la mano rotta) e
cominciammo ad allontanarci
zoppicando.
Una decina di metri più avanti, sul
prato, Leo si fermò all’improvviso.
«Ho dimenticato Festus!»
«Lascialo dov’è» lo fulminai.
«Cosa?»
«Non possiamo trasportare lui e
Calipso! Torneremo dopo. Forse i
blemmi lo ignoreranno.»
«Ma se capiscono come si apre…
Se gli fanno del male…»
«AAARRRGGGGGH!» Alle
nostre spalle, Nanette si strappò
quello che restava del vestito in
fiamme. Dalla vita in giù, un’ispida
pelliccia bionda le rivestiva il corpo,
in modo non molto diverso da un
satiro. Le sopracciglia fumavano
ma, per il resto, il suo faccione
sembrava illeso. Sputò un grumo di
cenere dalla bocca e guardò con
un’espressione maligna nella nostra
direzione. «Non sei stato per niente
educato! PRENDETELI!»
Gli uomini d’affari ci erano quasi
addosso, togliendoci ogni speranza
di riuscire a recuperare Festus senza
essere catturati.
Scegliemmo l’unica opzione
eroica disponibile: scappare.
Non mi sentivo così impacciato
dalla corsa mortale a tre gambe con
Meg McCaffrey giù al Campo
Mezzosangue.
Calipso provava ad aiutarci,
saltando tra me e Leo come un
canguro su una gamba sola, ma ogni
volta che urtava il piede o la mano
rotta gemeva e si accasciava contro
di noi. «Mi dispiace, ragazzi»
mormorò, col viso imperlato di
sudore. «Mi sa che non sono fatta
per il corpo a corpo.»
«Nemmeno io» ammisi. «Forse
Leo può trattenerli un po’ mentre…»
«Ehi, non guardare me» brontolò
lui. «Sono soltanto un meccanico
che ogni tanto lancia una palla di
fuoco. Il nostro guerriero è rimasto
bloccato lì in modalità valigia.»
«Zoppichiamo più in fretta»
suggerii.
Raggiungemmo la strada vivi solo
perché i blemmi si muovevano
lentissimi. Immagino che anch’io
sarei stato lento, se avessi dovuto
tenermi una finta testa di metallo in
equilibrio sulla, ehm, testa; tuttavia,
anche senza il travestimento,
l’agilità dei blemmi non era pari alla
loro forza. Avevano una pessima
percezione dello spazio, che li
costringeva a camminare con
estrema cautela, come se il terreno
fosse un ologramma a più strati. Se
solo fossimo riusciti a seminarli…
«Buongiorno!» Un poliziotto
comparve alla nostra destra, con la
pistola in mano. «Fermi o sparo!
Grazie!»
Leo estrasse dalla cintura degli
attrezzi una bottiglietta tappata con
lo stucco e gliela lanciò ai piedi. Un
cerchio di fuoco verde esplose
intorno all’agente, che lasciò cadere
l’arma e cominciò a strapparsi
l’uniforme in fiamme, rivelando un
mascherone dalle sopracciglia
pettorali ispide e sulla pancia una
barba che aveva urgente bisogno di
una sforbiciatina.
«Meno male che era un blemma!»
esclamò Leo. «Quella era la mia
unica fiala di fuoco greco, ragazzi. E
non posso continuare a evocare palle
di fuoco o rischio di svenire,
perciò…»
«Dobbiamo trovare un riparo»
concluse Calipso.
Suggerimento sensato, ma il
concetto di “riparo” non sembrava
noto nello Stato dell’Indiana. Le
strade erano ampie e dritte, il
paesaggio piatto, le folle rade, le
visuali infinite.
Svoltammo in South Capitol. Mi
lanciai un’occhiata alle spalle e vidi
il sempre più nutrito gruppo di finti
cittadini sorridenti guadagnare
terreno. Un operaio edile si fermò a
strappare il parafango da un furgone,
poi si ricongiunse alla parata, con
quella nuova mazza cromata sulla
spalla.
Nel frattempo, i comuni mortali –
almeno, quelli che per il momento
non sembravano interessati a
ucciderci – continuavano a farsi i
fatti loro, telefonando, aspettando il
verde ai semafori, sorseggiando il
caffè nei locali della zona,
ignorandoci completamente. In un
angolo, seduto su una cassetta del
latte, un senzatetto imbacuccato di
coperte mi chiese degli spiccioli.
Dovetti resistere all’impulso di
rispondergli che presto si sarebbe
potuto prendere tutto quello che
avevo, ammesso che fosse rimasto
qualcosa dopo che quella banda di
faccioni armati ci avesse raggiunto.
Avevo il cuore a mille. Mi
tremavano le gambe. Odiavo avere
un corpo mortale. Sperimentavo così
tante sensazioni sgradevoli, come la
paura, il freddo, la nausea e
l’impulso di piagnucolare: “Vi
prego, non uccidetemi!”.
Se Calipso non si fosse rotta la
caviglia, avremmo potuto muoverci
più in fretta; ma non potevamo di
certo lasciarla indietro. Non che
avessi una particolare simpatia per
Calipso, badate bene, ma avevo già
convinto Leo ad abbandonare il
drago. Non volevo tirare troppo la
corda.
«Laggiù!» esclamò la maga,
indicando quella che somigliava a
una stradina di servizio dietro un
albergo.
Rabbrividii, ripensando al mio
primo giorno a New York come
Lester Papadopoulos. «E se fosse un
vicolo cieco? L’ultima volta che mi
sono trovato in un vicolo cieco, le
cose non sono andate bene.»
«Proviamo» disse Leo.
«Potremmo nasconderci lì o… boh.»
“Boh” non mi sembrava un
granché come piano B, ma non
avevo suggerimenti migliori.
La buona notizia: la stradina non
era un vicolo cieco. Riuscivo a
scorgere chiaramente un’uscita
all’estremità opposta. La cattiva
notizia: i magazzini di carico e
scarico merci dell’albergo erano
chiusi a chiave e non potevamo
nasconderci lì, mentre la parete
opposta del vicolo era occupata da
una fila di cassonetti. Oh, i
cassonetti! Quanto li odiavo!
Leo sospirò. «Forse potremmo
saltare dentro e…»
«No!» sbottai. «Mai più!»
Attraversammo faticosamente il
vicolo il più in fretta possibile.
Cercai di placarmi i nervi
componendo in silenzio un sonetto
sui vari modi in cui un dio furibondo
poteva distruggere i cassonetti. La
faccenda mi assorbì così tanto da
impedirmi di notare quello che
avevamo di fronte finché Calipso
non trasalì, restando senza fiato.
Leo si fermò. «Ma che…? Hijo!»
L’apparizione mandava un debole
bagliore color arancione. Indossava
un chitone tradizionale, i sandali e
una spada inguainata, come un
guerriero greco nel fiore degli
anni… a parte il fatto che era stato
decapitato. A differenza dei blemmi,
tuttavia, questa persona un tempo
era stata chiaramente umana. Del
sangue etereo gocciolava dal collo
mozzato, macchiando la luminosa
tunica arancione.
«Che colore… Dev’essere un
fantasma al formaggio piccante»
commentò Leo.
Lo spettro sollevò una mano,
invitandoci con un cenno ad
avanzare.
Non essendo nato mortale, non
avevo una particolare paura dei
morti. Vista un’anima tormentata,
viste tutte. Ma c’era qualcosa in quel
fantasma che mi turbava. Suscitava
un ricordo lontano, un senso di colpa
antico di migliaia di anni…
Dietro di noi, le voci dei blemmi
si fecero più forti. Li udivo gridare
«Buongiorno!» e «Chiedo scusa!» e
«Che magnifica giornata!» ai loro
concittadini.
«Che facciamo?» domandò
Calipso.
«Seguiamo il fantasma» risposi.
«Cosa?!» strepitò Leo.
«Seguiamo il fantasma al
formaggio piccante. Come dici
sempre tu: Vaya con queso.»
«Era una battuta, ese.»
Lo spettro arancione ci fece di
nuovo un cenno, poi fluttuò verso la
fine del vicolo.
Alle nostre spalle, una voce
maschile gridò: «Eccovi qua! Tempo
fantastico, nevvero?».
Mi voltai in tempo per vedere il
parafango di un furgone roteare
verso di noi.
«Giù!» Placcai Calipso e Leo,
buttandoli a terra e suscitando altri
strilli di dolore da parte della maga.
Il parafango volteggiò sopra le
nostre teste e andò a sbattere contro
un cassonetto, provocando
un’esplosione di coriandoli di
spazzatura.
Ci rimettemmo in piedi, tutti un
po’ provati. Calipso rabbrividiva, ma
non si lamentava più del dolore. Ero
piuttosto sicuro che fosse
traumatizzata.
Leo tirò fuori una sparapunti dalla
cintura degli attrezzi. «Voi andate
avanti. Io li trattengo il più
possibile.»
«Che hai intenzione di fare?»
domandai. «Non credo che siano
molto appassionati di bricolage…»
«Gli lancerò contro tutto quello
che ho!» mi fulminò Leo. «Tu hai
un’idea migliore, per caso?»
«B-basta, voi due» balbettò
Calipso. «N-non lasceremo indietro
nessuno. Muoviamoci, adesso.
Sinistra, destra, sinistra, destra.»
Sbucammo dal vicolo in un’ampia
piazza aperta e circolare. Oh, ma
perché la gente di Indianapolis non
poteva costruire una città come si
deve, piena di stradine strette e
tortuose, angoli bui e magari
qualche bunker a prova di bomba
collocato nei punti giusti?
Al centro di un viale a forma di
anello c’era una fontana circondata
da aiuole senza fiori. A nord
sorgevano le torri gemelle di un
altro albergo. A sud si stagliava un
edificio di granito e mattoni rossi
più antico e imponente, forse una
stazione dei treni di epoca vittoriana.
A un lato dell’edificio, la torre
dell’orologio si innalzava per una
sessantina di metri verso il cielo.
Sopra l’ingresso principale, sotto un
arco di marmo, un immenso rosone
scintillava in un telaio di rame
patinato, come una versione in vetro
istoriato del bersaglio che usavamo
sull’Olimpo per la nostra partitina a
freccette settimanale.
Quel pensiero mi procurò una fitta
di nostalgia. Avrei dato qualunque
cosa per essere a casa e partecipare
alla serata dei giochi, anche se
significava ascoltare Atena che si
vantava dei propri punteggi a
Scarabeo.
Con lo sguardo perlustrai la
piazza. La nostra guida spettrale
sembrava scomparsa.
Perché ci aveva portati lì?
Dovevamo provare con l’albergo? O
con la stazione ferroviaria?
Queste domande divennero
irrilevanti nell’istante in cui i
blemmi ci circondarono. La folla
emerse all’improvviso dal vicolo
alle nostre spalle. Un’auto della
polizia sterzò nella rotatoria accanto
alla stazione dei treni. Un bulldozer
si fermò nel vialetto dell’albergo, e
l’operaio che lo guidava ci salutò
con la mano gridando allegramente:
«Salve! Ora vi metto sotto!».
Tutte le uscite della piazza furono
rapidamente bloccate.
Un rivolo di sudore mi si gelò sul
collo, asciugandosi subito. Un
fastidioso piagnucolio mi riempì le
orecchie, e un attimo dopo mi resi
conto che ero io a mugolare: «Vi
prego non uccidetemi, vi prego non
uccidetemi».
“Non morirò qui” giurai a me
stesso. “Sono troppo importante per
tirare le cuoia in Indiana.”
Ma le gambe e i denti non
sembravano d’accordo. Tremavano e
battevano all’impazzata.
«Chi ha un’idea?» chiesi ai miei
compagni. «Vi prego, una qualsiasi
idea geniale.»
Al momento, sembrava che l’idea
più geniale di Calipso fosse di non
vomitare. Leo sollevò la sparapunti,
che non parve spaventare i blemmi.
In mezzo alla folla, apparve la
nostra vecchia amica Nanette, col
mascherone sogghignante. Le sue
décolleté di vernice cozzavano
terribilmente con la pelliccia bionda
delle gambe. «Acciderbolina,
tesorucci, mi avete un po’
scocciato!» Afferrò un cartello
stradale e lo sradicò da terra con una
mano sola. «Ora, per favore, restate
buoni lì, va bene? Vi sfracellerò la
testa con questo.»
3

Vado in scena!
Ma arriva una vecchietta
E fa una strage

Stavo per attivare il Piano Difensivo


Omega – gettarmi in ginocchio e
implorare pietà – quando Leo mi
salvò dall’imbarazzo.
«Bulldozer» bisbigliò.
«È una parola in codice?» chiesi.
«No. Mi avvicinerò al bulldozer
di nascosto. Voi due distraete i
metallari.» E mi lasciò tutto il peso
di Calipso.
«Sei impazzito?» sibilò lei.
Leo le rivolse un’occhiata
eloquente, della serie: “Fidati di me!
Distraili!”. Poi fece qualche passo
prudente di lato.
«Oh!» esclamò Nanette,
raggiante. «Ti offri volontario a
morire per primo, piccoletto? In
effetti sei stato tu a lanciarmi quella
fiammata, perciò ha senso.»
Qualunque cosa Leo avesse in
mente, immaginai che il suo piano
sarebbe fallito se avesse cominciato
a litigare con Nanette per via della
sua altezza. (Leo era un tantino
suscettibile quando qualcuno lo
chiamava piccoletto). Per fortuna, io
ho un talento naturale per mettermi
al centro dell’attenzione.
«Mi offro volontario per morire!»
gridai.
L’intera massa di faccioni
assassini si voltò a guardarmi.
Maledissi le parole che avevo
scelto. Avrei dovuto offrirmi
volontario per qualcosa di più
semplice, tipo cucinare una torta o
fare le pulizie dopo l’esecuzione.
Parlo spesso senza riflettere. Di
solito funziona. A volte conduce a
capolavori dell’improvvisazione,
come il Rinascimento o la Beat
Generation. Dovevo sperare che
fosse una di quelle volte.
«Ma prima, udite la mia supplica,
oh blemmi misericordiosi!» dissi.
Il poliziotto che Leo aveva
incendiato abbassò la pistola.
Qualche tizzone verdognolo di
fuoco greco ardeva ancora sulla sua
pancia barbuta. «In che senso?»
«Be’, è d’uso ascoltare le ultime
parole di un uomo condannato a
morte… o di un dio o semidio o…
tu come ti considereresti, Calipso?
Una titana? Una semititana?»
Calipso si schiarì la voce
emettendo un suono
sospettosamente simile alla parola
“idiota”. «Quello che Apollo sta
cercando di dire, oh blemmi
misericordiosi, è che le regole
dell’etichetta esigono che ci lasciate
pronunciare le nostre ultime parole
prima di ucciderci. Sono certa che
non sia vostro costume essere
scortesi.»
I blemmi sembravano sbigottiti.
Avevano perso i sorrisi cordiali e
scuotevano le teste meccaniche.
Nanette si fece avanti
strascicando i piedi, con le mani
alzate a placare gli animi. «No,
certamente! Noi siamo molto
cortesi.»
«Estremamente cortesi» confermò
il poliziotto.
«Grazie» disse Nanette.
«Prego» rispose il poliziotto.
«Ascoltate, dunque!» esclamai.
«Amici, nemici-amici, blemmi…
aprite le ascelle e udite il mio triste
racconto!»
Leo arretrò di un altro passo, con
le mani nelle tasche della cintura
degli attrezzi. Altri cinquantasette,
cinquantotto passi e sarebbe arrivato
al bulldozer. Fantastico!
«Io sono Apollo!» cominciai, con
voce stentorea. «Un tempo ero un
dio! Caddi dall’Olimpo, scacciato da
Zeus, ingiustamente accusato di aver
dato inizio a una guerra con i
giganti!»
«Mi sento male» disse Calipso.
«Meglio che mi sieda.»
«Così mi spezzi il ritmo.»
«E tu mi rompi i timpani. Fammi
sedere!»
Aiutai Calipso ad appoggiarsi sul
muretto della fontana.
Nanette sollevò il cartello
stradale. «Finito? Posso uccidervi,
adesso?»
«No, no!» risposi. «Sto soltanto,
ehm, facendo sedere Calipso
perché… possa farmi da coro. La
performance di un dio greco
necessita sempre di un coro.»
La mano di Calipso somigliava a
una melanzana spappolata. Le si era
gonfiata la caviglia, intorno al bordo
della scarpa. Non capivo come
potesse essere ancora in sé, e men
che meno come potesse fungere da
coro.
Ma lei trasse un respiro tremante
e annuì. «Sono pronta!»
«Ecco!» ripresi. «Arrivai al
Campo Mezzosangue come Lester
Papadopoulos!»
«Un patetico mortale!» mi fece
eco Calipso. «Il più insulso degli
adolescenti!»
Le lanciai un’occhiataccia, ma
non osai interrompere di nuovo il
mio spettacolo. «Affrontai e vinsi
molte sfide con la mia compagna
Meg McCaffrey!»
«La sua padrona!» specificò
Calipso. «Una ragazzina di dodici
anni! Mirate il suo patetico schiavo,
Lester, il più insulso degli
adolescenti!»
Il poliziotto sbuffò con
impazienza. «Sappiamo già tutto. Ce
l’ha raccontato l’imperatore.»
«Ssst!» intervenne Nanette. «Sii
cortese.»
Mi posai una mano sul cuore.
«Ritrovammo il Bosco di Dodona,
un antico Oracolo, e sventammo i
piani di Nerone! Ma, ahimè, Meg
McCaffrey fuggì. Il patrigno
malvagio le aveva avvelenato la
mente!»
«Veleno!» esclamò Calipso.
«Come l’alito di Lester
Papadopoulos, il più insulso degli
adolescenti!»
Dovetti resistere all’impulso di
spingere Calipso nell’aiuola.
Nel frattempo, Leo avanzava
verso il bulldozer fingendo un
numero di danza interpretativa,
volteggiando e annaspando e
mimando le mie parole. Somigliava
a una ballerina coi boxer in preda
alle allucinazioni, ma i blemmi lo
fecero educatamente passare.
«Ecco!» gridai. «Dall’Oracolo di
Dodona ricevemmo una profezia…
il più terribile dei limerick!»
«Terribile!» mi fece eco Calipso.
«Come le capacità di Lester, il più
insulso degli adolescenti.»
«Cerca di variare gli aggettivi»
brontolai. Poi ripresi a voce alta, per
il mio pubblico. «Ci mettemmo in
viaggio verso ovest alla ricerca di un
altro Oracolo, sconfiggendo
innumerevoli nemici lungo la via!
Abbattemmo i ciclopi!»
Leo saltò sul predellino del
bulldozer. Sollevò drammaticamente
la sparapunti e colpì due volte
l’operaio che era alla guida, sui
pettorali, nei punti in cui avrebbero
dovuto trovarsi gli occhi. Doveva
fare parecchio male, anche per una
specie robusta come i blemmi.
L’operaio strillò e si portò le mani al
petto. Leo lo gettò giù dal sedile, a
calci.
Il poliziotto gridò: «Ehi!».
«Aspettate!» implorai. «Il nostro
amico vi sta solo offrendo
un’interpretazione drammatica di
come abbiamo battuto i ciclopi. È
una cosa che si fa quando si racconta
una storia!»
La folla si agitò poco convinta.
«Certo che le tue ultime parole
sono molto lunghe» si lamentò
Nanette. «Quando potrò sfracellarti
la testa?»
«Presto» le promisi. «Ora, come
stavo dicendo… Viaggiammo verso
occidente!»
Rimisi in piedi Calipso di peso,
con molti gemiti da parte sua (e un
po’ anche da parte mia).
«Che stai facendo?» borbottò fra i
denti.
«Stammi dietro» sussurrai. «Ecco,
nemici-amici! Mirate come fu il
nostro viaggio!»
Barcollammo insieme verso il
bulldozer.
Le mani di Leo volavano sui
comandi. Il motore si accese.
«Questa non è una storia!»
protestò il poliziotto. «Stanno
scappando!»
«Niente affatto!» Spinsi Calipso a
bordo e salii sul bulldozer dopo di
lei. «Viaggiammo per settimane
così…»
Leo partì in retromarcia. Bip. Bip.
Bip. La pala del bulldozer iniziò a
sollevarsi.
«Immaginate! Voi siete il Campo
Mezzosangue» gridai alla folla. «E
noi stiamo partendo.»
Mi resi subito conto dell’errore.
Avevo chiesto ai blemmi di
immaginare. Non ne erano proprio
capaci.
«Fermateli!» Il poliziotto sollevò
di nuovo la pistola. Il suo primo
colpo rimbalzò sulla pala del
bulldozer.
«Ascoltate, amici!» implorai.
«Aprite le ascelle!»
Ma avevamo esaurito la loro
pazienza. Un bidone della
spazzatura volò sopra le nostre teste.
Un uomo d’affari raccolse un’urna
di pietra ornamentale da un angolo
della fontana e la lanciò nella nostra
direzione, distruggendo la vetrata
dell’albergo.
«Più veloce!» dissi a Leo.
«Ci sto provando, amico» replicò
lui. «Questo affare non è stato
costruito per l’alta velocità.»
I blemmi ci circondarono.
«Attento!» gridò Calipso.
Leo sterzò appena in tempo per
deviare con la pala una panchina di
ferro battuto.
Purtroppo la mossa ci lasciò il
fianco scoperto a un altro attacco.
Nanette lanciò come un arpione il
cartello stradale, che si conficcò nel
telaio del bulldozer con uno scoppio
di olio e di vapore. Il nostro mezzo
di fuga si fermò con uno scossone.
«Fantastico» commentò Calipso.
«E adesso?»
Sarebbe stato il momento ideale
perché la mia forza divina
ritornasse. Mi sarei lanciato in
battaglia, scaraventando i nemici in
aria come se fossero bambole di
pezza. Invece mi sentivo le ossa
liquefare nelle scarpe. Mi tremavano
così tanto le mani che dubitavo di
riuscire a estrarre l’arco, anche a
volerci provare. Oh, che la mia vita
gloriosa dovesse finire in quel
modo: schiacciata dalle cordiali
genti senza testa del Midwest!
Nanette balzò sul cofano del
bulldozer, regalandomi una
disgustosa visuale delle sue narici.
Leo cercò di colpirla con le fiamme,
ma stavolta Nanette se lo aspettava.
Aprì la bocca e inghiottì la palla di
fuoco, senza mostrare il minimo
segno di disagio, a parte un ruttino.
«Non prendetevela troppo a male,
cari» ci disse. «Non avreste mai
avuto accesso alla grotta azzurra.
L’imperatore la fa sorvegliare troppo
bene! Peccato che dobbiate morire,
però. La cerimonia del nome sarà fra
tre giorni, e tu e la ragazzina
dovevate essere le attrazioni
principali nella sua processione di
schiavi!»
Ero troppo terrorizzato per
afferrare bene tutte le sue parole.
“La ragazzina” si riferiva a Meg?
Per il resto avevo sentito solo
“male… morire… schiavi”… tutte
cose che sembravano un riassunto
accurato della mia esistenza.
Sapevo che era un gesto
disperato, ma mi sfilai l’arco dalla
spalla e cominciai a svolgerlo dalle
coperte. All’improvviso una freccia
spuntò tra gli occhi di Nanette. La
creatura incrociò le pupille per
metterla a fuoco, poi cadde
all’indietro e si ridusse in polvere.
Fissai la mia arma ancora chiusa
nel suo involucro. Ero un arciere
veloce, questo sì. Ma ero piuttosto
sicuro di non aver scoccato quella
freccia.
Un fischio acuto attirò la mia
attenzione. Al centro della piazza, in
cima alla fontana, c’era una donna
accovacciata, con i jeans scoloriti e
un giubbotto invernale argentato. Un
arco di betulla le scintillava in mano.
Sulla schiena portava una faretra
piena di frecce.
Mi balzò il cuore in petto al
pensiero che mia sorella Artemide
fosse finalmente venuta ad aiutarmi!
Ma no… quella donna aveva almeno
sessant’anni, con i capelli grigi
legati in una crocchia. Artemide non
sarebbe mai comparsa in quella
forma.
Per ragioni che non mi aveva mai
voluto rivelare, Artemide era
contraria a dimostrare più di…
diciamo, vent’anni. Le avevo detto
milioni di volte che la sua bellezza
era senza età. Tutte le riviste di
moda dell’Olimpo vi diranno che i
quattromila anni sono i nuovi mille,
ma lei non mi ascoltava.
La donna dai capelli grigi gridò:
«A terra!».
Per tutta la piazza, cerchi grandi
come tombini comparvero
nell’asfalto e si aprirono come il
diaframma di una macchina
fotografica, lasciando uscire delle
torrette: erano balestre meccaniche,
che ruotavano su se stesse puntando
laser rossi in ogni direzione.
I blemmi non cercarono di
ripararsi. Forse non capivano. Forse
aspettavano che la donna dai capelli
grigi dicesse “per favore”.
Io invece non avevo bisogno di
essere un dio del tiro con l’arco per
sapere cosa stava per succedere.
Placcai i miei amici per la seconda
volta in quella giornata (con una
certa soddisfazione, devo
ammetterlo). Cademmo giù dal
bulldozer mentre le balestre
facevano fuoco in un turbine di sibili
acuti.
Quando osai sollevare la testa, dei
blemmi non era rimasto altro che
mucchi di polvere e vestiti.
La donna dai capelli grigi saltò
giù dalla fontana. Considerata l’età,
temevo che potesse rompersi le
caviglie, ma atterrò con grazia e
avanzò verso di noi, con l’arco
tenuto sul fianco.
Il suo viso era solcato di rughe.
La pelle sotto il mento aveva
iniziato a cedere. Macchie scure
cospargevano il dorso delle sue
mani. Ciononostante, incedeva con
il portamento regale di una donna
che non deve più dimostrare niente a
nessuno. I suoi occhi lampeggiavano
come il chiaro di luna sull’acqua.
Qualcosa in quegli occhi mi
risultava molto familiare.
Mi studiò per cinque secondi
netti, poi scosse la testa, stupita. «E
così è vero. Sei Apollo.»
Il suo tono non esprimeva la
generica reazione da “Oh, wow,
Apollo!” a cui ero abituato. Aveva
pronunciato il mio nome come se mi
conoscesse di persona.
«C-ci conosciamo?»
«Non ti ricordi di me» constatò
lei. «No, come potresti. Puoi
chiamarmi Emmie. E il fantasma
che avete visto prima era Agamede.
È stato lui a condurvi alla nostra
soglia.»
Il nome Agamede mi suonava
decisamente familiare, ma come al
solito non riuscivo a collocarlo. Il
mio cervello umano continuava a
inviarmi quell’antipatico messaggio
di “memoria piena”, chiedendomi di
cancellare qualche secolo di
esperienze prima di continuare.
Emmie lanciò un’occhiata a Leo.
«Perché sei in mutande?»
Il figlio di Efesto sospirò. «È stata
una mattinata lunga, abuela, ma
grazie per il soccorso. Quelle
balestre a torretta sono una figata
pazzesca.»
«Grazie… credo.»
«Eh, già! Magari puoi aiutarci
anche con la nostra Cal, qui?»
continuò Leo. «Non sta molto
bene.»
Emmie si accovacciò accanto a
Calipso, il cui incarnato ormai era
color cemento: gli occhi della maga
erano chiusi, il respiro strozzato.
«Sta soffrendo molto.» Emmie
aggrottò la fronte mentre studiava il
suo viso. «Si chiama Cal, hai
detto?»
«Calipso» precisò Leo.
«Ah.» Le rughe di
preoccupazione di Emmie si fecero
più profonde. «Questo spiega tutto.
Somiglia così tanto a Zoe.»
Un coltello mi si torse nello
stomaco. «Zoe Nightshade?»
Nel suo stato febbricitante,
Calipso borbottò qualcosa. Non
capii bene… forse il nome
Nightshade.
Per secoli, Zoe era stata la
luogotenente di Artemide,
comandante delle Cacciatrici. Era
morta in battaglia solo pochi anni
prima. Non sapevo se Calipso e Zoe
si fossero mai conosciute, ma erano
sorellastre, entrambe figlie del titano
Atlante. Non avevo mai notato
quanto si assomigliassero.
«Se hai conosciuto Zoe, allora
devi essere una delle Cacciatrici di
mia sorella» dissi, osservando
Emmie. «Ma è impossibile. Sei…»
Mi fermai prima di dire “vecchia
decrepita”.
Le Cacciatrici non invecchiavano
né morivano, a meno che non
fossero uccise in battaglia. Quella
donna era evidentemente mortale.
Percepivo la sua energia vitale
affievolirsi… proprio come la mia.
Che cosa deprimente. Niente di
paragonabile all’energia di una
creatura immortale. È difficile
spiegare come facessi a dirlo, ma mi
era perfettamente chiaro, come la
differenza tra un accordo di quinta
giusta e uno di quinta diminuita.
In lontananza, si udirono le sirene
delle ambulanze. Mi resi conto che
stavamo avendo quella
conversazione nel bel mezzo di un
piccolo disastro. I mortali, o altri
blemmi, sarebbero arrivati presto.
Emmie schioccò le dita. Per tutta
la piazza, le balestre a torretta si
ritrassero; i portelli si chiusero come
se non fossero mai esistiti.
«Dobbiamo toglierci dalla strada»
disse. «Venite, vi porto nella
Waystation.»
4

Gli edifici
Non lanciano mattoni
Contro Apollo

Non dovemmo arrivare lontano.


Trasportando Calipso, io e Leo
seguimmo Emmie verso il grande
edificio riccamente ornato
all’estremità meridionale della
piazza. Come sospettavo, era stato
uno scalo ferroviario a un certo
punto della sua storia. Sotto il
rosone, scolpite nel granito, c’erano
le parole: UNION STATION.
Emmie ignorò l’ingresso
principale. Girò a destra e si fermò
di fronte a un muro. Fece scorrere il
dito fra i mattoni, tracciando il
profilo di una porta. La malta si
incrinò e svanì, e una porta nuova di
zecca si aprì verso l’interno,
rivelando un vano molto stretto,
simile a un camino, con pioli di
metallo che salivano verso l’alto.
«Bel trucco» commentò Leo. «Ma
Calipso non è nelle condizioni di
arrampicarsi sui muri.»
Emmie aggrottò la fronte. «Hai
ragione.» Si voltò verso la soglia.
«Waystation, possiamo avere una
rampa, per favore?»
I pioli di metallo scomparvero.
Con un debole acciottolio, la parete
interna del vano si inclinò
all’indietro, e i mattoni si
ridisposero formando un lieve
pendio verso l’alto.
«Wow!» esclamò Leo. «Hai
appena parlato con l’edificio?»
Un angolo della bocca di Emmie
si piegò in un accenno di sorriso.
«La Waystation è più di un
edificio.»
All’improvviso non mi piacque
più l’aspetto di quella rampa. «Vuoi
dire che questa è una struttura
vivente? Come il Labirinto? E ti
aspetti che noi ci entriamo?»
L’occhiata che mi lanciò Emmie
era decisamente l’occhiata tipica di
una Cacciatrice. Solo le seguaci di
mia sorella osavano guardarmi in
modo così malevolo. «La
Waystation non è opera di Dedalo,
divino Apollo. È un luogo
perfettamente sicuro… finché sarete
nostri ospiti.»
Il tono con cui aveva parlato
suggeriva che ero il benvenuto, sì,
ma comunque in prova. Alle nostre
spalle, le sirene delle ambulanze si
fecero più forti. Calipso respirava
male. Decisi che non avevamo molta
scelta e seguimmo Emmie dentro
l’edificio.
Lungo le pareti comparvero delle
luci: candele gialle e calde che
tremolavano in candelabri di bronzo.
In cima alla rampa, cinque o sei
metri più avanti, una porta si aprì
alla nostra sinistra. Dentro, intravidi
un’infermeria da fare invidia a mio
figlio Asclepio: un armadio ben
fornito di farmaci, strumenti
chirurgici e ingredienti per pozioni;
un letto da ospedale con monitor
incorporati, scaffali di erbe
medicinali a ridosso della parete con
l’apparecchiatura per la risonanza
magnetica portatile e, per finire,
nell’angolo in fondo, un terrario di
vetro pieno di serpenti velenosi.
«La vostra infermeria è davvero
all’avanguardia!» esclamai.
«Sì» concordò Emmie. «E la
Waystation mi sta suggerendo di
medicare subito la vostra amica.»
Leo fece capolino in infermeria.
«Vuoi dire che questa stanza è
appena comparsa qui?»
«No» rispose Emmie. «È sempre
stata qui, ma… è più facile da
trovare quando ci serve.»
Leo annuì serio. «Pensi che la
Waystation potrebbe riordinare il
mio cassetto dei calzini?»
Un mattone cadde dal soffitto e
atterrò ai suoi piedi.
«Direi che questo è un no»
interpretò Emmie. «Ora, se mi
consegnate la vostra amica, per
favore…»
«Ehm…» Leo indicò il terrario.
«Avete dei serpenti, qui. Tanto per
dire…»
«Avrò cura di Calipso» promise
Emmie.
Le affidammo la maga, e lei la
prese tra le braccia senza mostrare la
minima fatica. «Voi due andate
avanti. Troverete Jo in cima alla
rampa.»
«Jo?» chiesi.
«Non potete sbagliare.» Emmie
annuì. «Vi spiegherà la Waystation
meglio di me.» Poi ci lasciò per
portare Calipso in infermeria, e la
porta si richiuse alle sue spalle.
Leo mi guardò accigliato.
«Serpenti?»
«Oh, sì» lo rassicurai. «C’è un
motivo per cui un serpente e un’asta
sono il simbolo della medicina. Il
veleno è stato una delle prime cure.»
«Ah.» Leo si guardò i piedi.
«Pensi che io possa tenere questo
mattone, almeno?»
Il corridoio emise un brontolio
sordo.
«Meglio lasciarlo qui» suggerii.
«Sì, sono d’accordo.»
Dopo qualche metro, un’altra
porta si aprì alla nostra destra.
Dentro, la luce del sole filtrava
attraverso tendine di pizzo rosa sul
pavimento di legno di una cameretta
per bambini. Un letto dall’aria
comoda era ricoperto di morbidi
piumini, cuscini e peluche. Le pareti
beige erano state usate come una
tela per i pastelli, ed erano piene di
alberi, casette, animali che
saltellavano contenti e che
avrebbero potuto essere cani, cavalli
o lama. Sulla parete di sinistra, di
fronte al letto, un sole sorrideva a un
prato di allegri fiori. Al centro, una
bimbetta stilizzata stava in mezzo a
due figure più grandi – i genitori – e
tutti e tre si tenevano per mano.
Quei murales mi ricordavano la
grotta della profezia di Rachel
Elizabeth Dare, giù al Campo
Mezzosangue. La ragazza si era
divertita a dipingere le pareti della
grotta con le cose che vedeva nelle
sue visioni… prima che il suo potere
oracolare cessasse di funzionare,
intendo. (Non guardate me. È tutta
colpa di quel serpente a sonagli
troppo cresciuto: Pitone.)
Per la maggior parte, i disegni di
quella stanza sembravano tipici di
una bambina di sei o sette anni. Ma
nell’angolo più lontano, in fondo
alla camera, la giovane artista aveva
deciso di infliggere una terribile
punizione divina al suo mondo a
pastelli. Una tempesta di
scarabocchi neri stava montando.
Pupazzetti dalla faccia arrabbiata
minacciavano i lama con dei coltelli.
Ghirigori neri oscuravano un
arcobaleno di colori primari.
Schizzata sul prato verde c’era
un’enorme sfera di inchiostro simile
a uno stagno nero… o all’ingresso di
una grotta.
Leo fece un passo indietro. «Non
lo so, amico. Non credo che
dovremmo entrare.»
Mi chiesi perché la Waystation
avesse deciso di mostrarci quella
stanza. Chi ci abitava? O più
precisamente… chi ci aveva abitato?
Nonostante le allegre tendine rosa e
la quantità di animaletti di peluche
sul letto rifatto con cura, la stanza
sembrava abbandonata, e conservata
come un oggetto in mostra in un
museo.
«Andiamo avanti» concordai.
Alla fine, in cima alla rampa,
sbucammo in una grande sala simile
a una cattedrale. Sopra le nostre
teste si incurvava un soffitto a botte
di legno scolpito, con vetri istoriati
al centro che brillavano creando
motivi geometrici verdi e oro.
All’estremità della stanza, il rosone
che avevo visto fuori gettava ombre
simili al reticolo di un bersaglio sul
pavimento di cemento dipinto. Alla
nostra destra e alla nostra sinistra
c’erano dei ballatoi rialzati con
parapetti in ferro battuto, mentre
eleganti lampioni vittoriani
costeggiavano le pareti. Dietro i
parapetti, una serie di porte
conduceva in altre stanze. Una
mezza dozzina di scale si allungava
verso l’elaborata modanatura alla
base del soffitto, dove i cornicioni
erano imbottiti di pagliericci che
sembravano destinati a polli
giganteschi. Un vago puzzo di
animali aleggiava ovunque… anche
se era un odore che mi ricordava più
un canile che un pollaio.
Sotto il rosone, sembrava che
qualcuno avesse rovesciato a caso il
contenuto di una serie di officine
diverse: seghe da tavolo, trapani,
torni, forge, incudini, stampanti 3D,
macchine da cucire, calderoni e
diversi altri macchinari industriali di
cui non sapevo neanche il nome.
(Non giudicatemi. Non sono Efesto.)
China su una saldatrice, in mezzo
a scintille che sprizzavano da una
lastra di metallo, c’era una donna
muscolosa con una visiera di
metallo, un grembiule di cuoio e
guanti di protezione. Non so come
fece ad accorgersi di noi; forse la
Waystation le aveva lanciato un
mattone sulla schiena per richiamare
la sua attenzione. Comunque fosse,
ci guardò, spense la saldatrice e
sollevò la visiera. «Che mi prenda il
malocchio!» Scoppiò in una risata.
«Apollo?»
Si strappò di dosso guanti,
grembiule e visiera e si avvicinò a
passo pesante. Come Emmie, aveva
una sessantina d’anni, ma mentre
Emmie aveva il fisico di un’ex
ginnasta, lei era un armadio di donna
che sembrava fatto apposta per le
risse. Le ampie spalle e le braccia
scure e muscolose sembravano voler
scoppiare nella polo rosa scolorita.
Chiavi inglesi e cacciaviti
gonfiavano le tasche della sua tuta di
jeans. I capelli cortissimi e grigi
luccicavano come brina sullo sfondo
scuro della pelle marrone.
Tese la mano. «Probabilmente
non ti ricordi di me, divino Apollo.
Sono Jo. O Josie. O Josephine. È
uguale.»
A ogni versione del suo nome, mi
stritolava la mano più forte. Non
l’avrei mai sfidata a braccio di ferro
(anche se con quelle dita grosse
dubito che sarebbe stata capace di
suonare la chitarra bene come me,
perciò… tiè). Con quella mascella
squadrata, il suo viso sarebbe
risultato alquanto minaccioso, se
non fosse stato per gli occhi allegri e
scintillanti. Sembrava sempre sul
punto di scoppiare in una grossa
risata, che tratteneva a fatica.
«Sì» pigolai, sottraendo la mano
alla sua stretta. «Cioè, no. Temo di
non ricordarmi di te. Posso
presentarti Leo?»
«Leo!» La donna stritolò la sua
mano con entusiasmo. «Io sono Jo.»
Tutte queste persone i cui nomi
finivano con la “o”: Jo, Leo,
Calipso, Apollo… Pensavo che non
fosse tanto comune nella lingua
inglese, e invece tutt’a un tratto ne
incontravo dappertutto. Non mi
sentivo più tanto speciale.
«Credo che ti chiamerò
Josephine» decisi. «È un nome
molto bello.»
Josephine fece spallucce. «Come
vuoi. Dov’è la vostra amica
Calipso?»
«Aspetta» disse Leo. «Come sai
di Calipso?»
Josephine si picchiettò la tempia
sinistra. «La Waystation mi dice
delle cose.»
«Oooh.» Leo sgranò gli occhi.
«Forte!»
Io non ne ero così sicuro.
Normalmente, quando qualcuno mi
diceva che un edificio gli parlava, lo
salutavo il prima possibile.
Purtroppo credevo a Josephine. E
avevo anche la sensazione che
avremmo avuto bisogno della sua
ospitalità.
«Calipso è in infermeria» risposi.
«Si è rotta una mano. E un piede.»
«Ah.» Il luccichio si affievolì
negli occhi di Josephine. «Eh già,
avete conosciuto i vicini.»
«Vuoi dire i blemmi.» Immaginai
i “vicini” fare una visita per
prendere in prestito una chiave
inglese, vendere i biscotti degli
scout o uccidere qualcuno. «Vi
creano spesso problemi?»
«Un tempo, no.» Josephine
sospirò. «I blemmi sono abbastanza
innocui, finché usi le buone maniere.
Non hanno abbastanza
immaginazione per organizzare un
attacco. Ma dall’anno scorso…»
«Fammi indovinare» intervenni.
«Indianapolis ha un nuovo
imperatore.»
Un guizzo di rabbia attraversò il
volto di Josephine, offrendomi un
rapido assaggio di quello che
avrebbe potuto significare non
andarle a genio. (Indizio: qualcosa
di doloroso.)
«Meglio che non parliamo
dell’imperatore finché Emmie e la
vostra amica non ci raggiungono»
disse. «Senza Emmie a tenermi
calma… mi scaldo troppo.»
Annuii. Non farla scaldare troppo
sembrava un ottimo piano. «Ma
siamo al sicuro qui?»
Leo sollevò il palmo come per
controllare se piovessero mattoni.
«Volevo chiederlo anch’io. Cioè…
in pratica vi abbiamo portato una
folla inferocita davanti alla soglia.»
Josephine liquidò la nostra
preoccupazione con un cenno della
mano. «Non vi preoccupate. Le
forze dell’imperatore ci cercano da
mesi. La Waystation non è facile da
trovare, a meno che noi non vi
invitiamo dentro.»
«Ah.» Leo diede qualche colpetto
col piede al pavimento. «Hai
progettato tu questo posto? È
davvero fantastico!»
Josephine ridacchiò. «Magari. Ma
è stato un architetto semidivino
decisamente più bravo di me a farlo.
Costruì la Waystation negli anni
Ottanta dell’Ottocento, agli inizi
della ferrovia transcontinentale.
Doveva essere un rifugio per
semidei, satiri, Cacciatrici –
chiunque ne avesse bisogno – qui al
centro del Paese. Io e Emmie
abbiamo solo la fortuna di esserne le
attuali custodi.»
«Non avevo mai sentito parlare di
questo posto» mugugnai.
«Noi… ehm, teniamo un basso
profilo. Ordini della divina
Artemide. L’esistenza della
Waystation è un’informazione
strettamente riservata.»
Ero un dio, e come tale ero
l’incarnazione stessa di
un’informazione strettamente
riservata, ma era tipico di Artemide
tenere un segreto come quello per
sé. Era talmente fissata con gli
scenari post-apocalittici e le
strategie di sopravvivenza da
nascondere sempre le cose agli altri
dei, tipo magazzini di provviste
segreti, bunker d’emergenza e
piccoli Stati-nazione. «Suppongo
che questo posto non sia più una
stazione ferroviaria. I mortali cosa
pensano che sia?»
Josephine sorrise. «Waystation,
pavimento trasparente, per favore.»
Sotto i nostri piedi, il cemento
scomparve. Saltai come su una
padella bollente, ma il pavimento
non era sparito davvero. Potevamo
solo vederci attraverso. Intorno a
noi, le pedane, i mobili e gli attrezzi
da officina sembravano fluttuare a
due piani di altezza da terra,
dov’erano stati collocati venti o
trenta tavoli da banchetto in
preparazione di un evento di qualche
tipo.
«Abitiamo il piano superiore della
sala principale» spiegò Josephine.
«L’area sotto di noi un tempo era
l’atrio principale della stazione. Ora
i mortali la affittano per feste,
matrimoni e via dicendo. Se alzano
lo sguardo…»
«Mimetismo» concluse Leo.
«Vedono un’immagine del soffitto,
ma non vedono voi. Forte!»
Josephine confermò con un cenno
soddisfatto. «La maggior parte del
tempo, qui si sta tranquille. C’è un
po’ di confusione nel weekend. Se
mi fanno ascoltare un’altra volta la
cover di Thinking Out Loud suonata
da una band specializzata in
matrimoni, giuro che butto giù
un’incudine.» Indicò il pavimento,
che tornò subito di cemento opaco.
«Ora, se a voi ragazzi non dispiace,
devo finire un progetto a cui sto
lavorando. Non voglio che le piastre
si raffreddino prima che si siano
saldate a dovere. E dopo…»
«Sei una figlia di Efesto, vero?»
chiese Leo.
«Di Ecate, a dire il vero.»
Leo strizzò gli occhi.
«Impossibile! Hai un’officina
spettacolare e…»
«Le costruzioni magiche sono la
mia specialità» disse Josephine.
«Mio padre, che era mortale, era un
meccanico.»
«Bello!» commentò Leo. «Anche
mia madre era una meccanica! Ehi,
se potessi usare i tuoi attrezzi, ho
lasciato un drago al Campidoglio
e…»
«Ehm» li interruppi. Per quanto ci
tenessi a recuperare Festus, non
pensavo che una valigia quasi
indistruttibile fosse in pericolo.
Avevo anche paura che se Leo e
Josephine avessero iniziato a
chiacchierare, avrebbero ben presto
cominciato a declamare le
meraviglie dei bulloni da rotaia
seghettati e io sarei morto di noia.
«Josephine, ci stavi parlando dei
tuoi programmi. E dopo…?»
«Giusto» concordò Josephine.
«Datemi cinque minuti. Poi vi
accompagnerò nelle stanze per gli
ospiti e, ehm, forse procurerò dei
vestiti a Leo. Sfortunatamente,
abbiamo un sacco di stanze libere di
questi tempi.»
Mi chiesi perché la considerasse
una sfortuna. Poi ripensai alla stanza
vuota della bambina in cui ci
eravamo imbattuti. Qualcosa mi
diceva che era meglio non fare
domande su quel fronte.
«Grazie dell’aiuto» dissi a
Josephine. «Ma ancora non capisco.
Dici che Artemide sa dell’esistenza
di questo posto. Tu ed Emmie
siete… o eravate… Cacciatrici?»
I muscoli del collo di Josephine si
tesero contro il colletto della polo
rosa. «Lo eravamo.»
Aggrottai la fronte. Avevo sempre
considerato le seguaci di mia sorella
come una sorta di mafia per
fanciulle: una volta dentro, non ne
uscivi più (tranne che in una
graziosa bara d’argento). «Ma…»
«È una lunga storia» mi
interruppe Josephine. «E dovrei
lasciare che sia Emitea a
raccontarla.»
«Emitea?» Quel nome mi colpì
come un mattone della Waystation.
Fu come se la faccia mi scivolasse
lentamente giù al centro del petto, in
stile blemma. A un tratto compresi
perché Emmie mi era sembrata
familiare. Non c’era da meravigliarsi
che mi fossi sentito così a disagio.
«Emmie… Diminutivo di Emitea.
Quella Emitea?»
Josephine si guardò a destra e
sinistra. «Davvero non lo sapevi?»
Indicò con un dito alle proprie
spalle. «Allora… me ne torno alla
saldatrice. In cucina trovate da
mangiare e da bere. Fate come se
foste a casa vostra.» E batté in
rapida ritirata verso la sua officina.
«Cavoli» commentò Leo. «È
fantastica.»
Sbuffai, infastidito.
Leo inarcò le sopracciglia. «Che
c’è, tu ed Emitea avevate un flirt in
corso ai vecchi tempi? Quando hai
sentito il suo nome, hai fatto una
faccia! Come se ti avessero appena
dato un calcio nelle…»
«Leo Valdez, in quattromila anni,
nessuno ha mai osato darmi un
calcio nelle… Se intendi dire che
sono apparso lievemente scioccato, è
perché conoscevo Emitea quando
era una giovane principessa
dell’Antica Grecia. Non abbiamo
mai avuto nessun flirt in corso.
Tuttavia, sono stato io a renderla
immortale.»
Gli occhi di Leo si spostarono
verso l’officina, dove Josephine
aveva ripreso a saldare. «Pensavo
che tutte le Cacciatrici diventassero
immortali dopo aver prestato
giuramento ad Artemide.»
«Non hai capito» replicai. «Io
avevo reso Emitea immortale prima
che diventasse una Cacciatrice.
L’avevo resa una dea.»
5

Che faccio, svengo?


O racconto una storia?
Va bene, svengo

A quel punto, Leo avrebbe dovuto


capire che era il momento di sedersi
ai miei piedi e ascoltare rapito
mentre io gli raccontavo la storia.
Invece indicò con un gesto vago
l’officina. «Ah, sì? Okay. Vado a
dare un’occhiata alle fucine.» E mi
piantò in asso.
I semidei d’oggi… Tutta colpa dei
social media se hanno una capacità
di concentrazione così scarsa.
Quando non riesci neanche a trovare
il tempo per ascoltare il racconto
solenne di un dio, be’, è davvero
triste.
Purtroppo la storia insisteva per
essere ricordata. Voci, volti ed
emozioni di tremila anni prima mi
inondarono la mente,
impossessandosi dei miei sensi con
una forza tale che ne restai quasi
schiacciato.
Nelle ultime settimane, durante le
tappe del nostro viaggio verso ovest,
quelle visioni a occhi aperti si erano
verificate con una frequenza
allarmante. Forse erano dovute ai
miei neuroni umani imperfetti che
cercavano di metabolizzare i ricordi
divini. Forze Zeus mi stava punendo
mostrandomi i flashback dei miei
fallimenti più spettacolari. O forse la
mia vita mortale mi stava
semplicemente mandando fuori di
testa.
Comunque fosse, raggiunsi a
malapena il divano più vicino prima
di crollare.
Ero vagamente consapevole di
Leo e Josephine alla saldatrice, lei
vestita da officina e lui in boxer, che
chiacchieravano del progetto a cui
Josephine stava lavorando. Non si
accorgevano che ero in difficoltà.
Poi i ricordi mi inghiottirono.
Mi ritrovai sospeso sopra l’antico
Mediterraneo. Le acque azzurre e
scintillanti si stendevano fino
all’orizzonte. Un vento caldo, intriso
di salsedine, mi teneva a galla. Sotto
di me, le bianche scogliere di Nasso
si ergevano dai frangenti come
fanoni nella bocca di una balena.
Fuggendo da un villaggio a circa
trecento metri nell’interno, due
ragazze correvano a gambe levate
avanzando verso il margine della
scogliera con una folla armata e
inferocita alle spalle. Le vesti
bianche delle giovani si gonfiavano
al vento, che frustava i loro lunghi
capelli scuri. Nonostante i piedi
nudi, il terreno roccioso non le
rallentava. Abbronzate e snelle,
erano chiaramente abituate a correre
all’aperto… peccato che stessero
correndo verso una morte certa.
A capo della folla, un uomo
corpulento in tunica rossa strepitava
agitando il manico di una brocca di
ceramica rotta. Una corona d’oro gli
luccicava sulla fronte. La barba
grigia era striata di vino rappreso.
Mi ricordai il suo nome: Stafilo,
re di Nasso. Semidio figlio di
Dioniso, Stafilo aveva ereditato tutti
i difetti del padre e neanche un po’
della sua simpatia festaiola. In quel
momento, nella sua furia da ubriaco,
urlava qualcosa a proposito delle
figlie che avevano rotto la sua
anfora di vino più preziosa, e che
perciò, naturalmente, dovevano
morire.
«Vi ammazzo tutte e due!»
gridava. «Vi faccio a pezzi!»
Cioè… se le ragazze avessero
rotto un violino Stradivari o
un’armonica placcata d’oro, forse
avrei capito la sua furia. Ma una
brocca di vino?!
Le ragazze correvano, invocando
l’aiuto degli dei.
Di norma, quel genere di cose non
sarebbe stato un mio problema. La
gente invocava l’aiuto degli dei in
continuazione. E quasi mai offriva
qualcosa di interessante in cambio.
Probabilmente me ne sarei rimasto lì
a fluttuare sopra la scena, pensando:
“Oh, misericordia, che vergogna.
Ahi. Mi sa che si sono fatte male!”,
e poi me ne sarei andato via a
occuparmi degli affari miei.
Quel particolare giorno, tuttavia,
non stavo sorvolando Nasso per
puro caso. Stavo andando a fare
visita a quello schianto di Reo – la
figlia maggiore del re – della quale
ero innamorato.
Nessuna delle due ragazze nei
guai era Reo, ma le riconobbi: erano
le sue sorelle minori, Parteno ed
Emitea. Ciononostante, dubitai che
Reo avrebbe apprezzato il mio
comportamento se non avessi aiutato
le sue sorelle mentre mi recavo al
nostro appuntamento. “Ehi, baby.
Ho appena visto le tue sorelle che
morivano precipitando giù da una
scogliera, inseguite da una folla
inferocita. Che dici, ci guardiamo un
film?”
Ma se avessi aiutato le due
ragazze, contro i desideri del loro
padre omicida e di fronte a una folla
di testimoni… certo, si sarebbe
trattato di “intervento divino”,
ovvero di una quantità di moduli da
compilare, con le tre Parche che
esigevano ogni documento in
triplice copia.
Mentre riflettevo sul da farsi,
Parteno ed Emitea erano sempre più
vicine al precipizio. Probabilmente
si erano rese conto di non avere
scampo, ma non avevano neppure
rallentato.
«Aiutaci, Apollo!» gridò Emitea.
«Il nostro destino dipende da te!»
Poi, tenendosi per mano, le due
ragazze saltarono nel vuoto.
Che dimostrazione di fede
spettacolare! Mi tolse il fiato.
Non potevo lasciare che si
spiaccicassero dopo che mi avevano
affidato le loro vite.
Ora, se al posto mio ci fosse stato
Ermes, lui sì che le avrebbe lasciate
morire, e si sarebbe sbellicato dalle
risate. È fatto così: un ragazzaccio
dispettoso e dalla mente un po’
malata. Ma io ero Apollo! E dovevo
onorare tanto coraggio e slancio.
Parteno ed Emitea non sfiorarono
mai la superficie dell’acqua.
Allungai le mani e ZAP! le tirai
energicamente via, impartendo loro
un po’ della mia divina forza vitale.
Oh, come dovreste invidiare quelle
giovani! Scomparvero in un lampo
dorato e, cariche di calore elettrico e
di rinnovato vigore, fluttuarono
verso l’alto in una nuvola
scintillante come polvere fatata.
Non è cosa da poco trasformare
qualcuno in un dio. La regola
generale è che il potere si trasmette
in quantità moderata, perciò in teoria
qualsiasi divinità può crearne
un’altra di entità minore. Ma questo
significa sacrificare un po’ della
propria natura divina, una piccola
percentuale di ciò che ci rende ciò
che siamo: pertanto è un dono che
gli dei non elargiscono spesso.
Quando lo facciamo, di solito
creiamo solo le divinità minori in
assoluto, come feci io con Parteno
ed Emitea, dando loro il pacchetto
base: ovvero l’immortalità con
l’aggiunta di qualche optional (più
un’estensione della garanzia, perché
sono un bravo ragazzo).
Raggianti di gratitudine, Parteno
ed Emitea mi volarono incontro.
«Grazie, divino Apollo!» esclamò
Parteno. «Ti ha mandato Artemide?»
Il mio sorriso vacillò.
«Artemide?»
«Dev’essere stata lei!» confermò
Emitea. «Mentre cadevamo, ho
pregato: “Aiutaci, Artemide!”.»
«No» replicai. «Hai gridato:
“Aiutaci, Apollo!”.»
Le ragazze si scambiarono uno
sguardo.
«Ehm… no, mio signore» disse
Emitea.
Ero certo che avesse pronunciato
il mio nome. Ripensandoci, tuttavia,
mi domandai se non l’avessi dato
per scontato più che udito davvero.
Restammo fermi lì a guardarci.
Avete presente, no? Il momento in
cui rendi due ragazze immortali e
poi scopri che non l’avevano chiesto
a te… Che imbarazzo!
«Be’, non ha importanza!»
esclamò Emitea, allegra. «Ti siamo
infinitamente grate, e ora siamo
libere di seguire ciò che i nostri
cuori desiderano!»
Sperai che dicessero: “Servire
Apollo per l’eternità e portargli una
salvietta profumata al limone prima
di ogni pasto!”.
Invece Parteno disse: «Sì, ci
uniremo alle Cacciatrici di
Artemide! Grazie, Apollo!».
Usarono i loro poteri per svanire
in una nuvola di vapore, lasciandomi
lì da solo con una folla inferocita di
cittadini di Nasso che urlava e
agitava i pugni verso il mare.
La cosa peggiore? La sorella delle
due ragazze, Reo, ruppe con me una
settimana dopo.
Nel corso dei secoli, di tanto in
tanto ho visto Emitea e Parteno
insieme alla scorta di Artemide. E
nella maggior parte dei casi ci siamo
evitati. Renderle divinità minori è
stato uno di quei benevoli errori su
cui non ho mai voluto scrivere
nessuna canzone.
La mia visione cambiò, mutando
in modo lieve e graduale come la
luce attraverso il rosone della
Waystation.
Mi ritrovai in un vasto
appartamento di marmo bianco e
oro. Oltre le pareti di vetro e il
terrazzo che girava intorno
all’edificio, le ombre del pomeriggio
inondavano i canyon tra i grattacieli
di Manhattan.
Ero già stato lì. Ovunque mi
portassero le mie visioni, finivo
sempre nella stessa scena da incubo.
Disteso su una chaise-longue
dorata, l’imperatore Nerone
rifulgeva in tutta la sua orribile
forma nel completo color porpora,
con una camicia celeste sotto la
giacca e le scarpe in pelle di
alligatore. In equilibrio sul
ragguardevole pancione teneva un
vassoio di fragole, che si ficcava in
bocca a una a una, sfoggiando un
anello con diamante da cento carati
al mignolo sollevato.
«Meg…» Scosse la testa
tristemente. «Cara Meg, dovresti
mostrare più entusiasmo! È la tua
occasione per redimerti, mia cara.
Non mi deluderai, vero?» La sua
voce era morbida e gentile, come
una nevicata pesante: il genere di
neve che si ammucchia rapidamente
e abbatte le linee elettriche, sfascia i
tetti e uccide famiglie intere.
Al cospetto dell’imperatore, Meg
McCaffrey sembrava una pianta
appassita. I capelli scuri le
pendevano intorno al viso in un
caschetto floscio. Con il suo
scamiciato verde e i leggings gialli,
se ne stava lì con le ginocchia
piegate e la schiena curva,
picchiettando svogliatamente una
sneaker rossa sul pavimento di
marmo. Teneva la testa china, ma
vidi lo stesso che i suoi occhiali
dalle lenti allungate erano ancora
rotti dopo il nostro ultimo incontro.
Gli strass sulle punte erano coperti
dallo scotch.
Sotto il peso dello sguardo di
Nerone, sembrava così piccola e
vulnerabile. Quanto avrei voluto
precipitarmi al suo fianco! Quanto
avrei voluto scaraventare quel
vassoio di fragole contro quella
sottospecie di faccia senza mento e
dal collo barbuto di Nerone! Ma,
ahimè, potevo solo guardare,
sapendo che quella scena era già
accaduta. L’avevo vista svolgersi
diverse volte nelle mie visioni, nel
corso delle ultime settimane.
Meg non parlò, ma Nerone annuì
come se avesse risposto alla
domanda.
«Va’ a occidente» le disse.
«Cattura Apollo prima che riesca a
trovare il prossimo Oracolo. Se non
riesci a portarmelo vivo, uccidilo.»
Incurvò il mignolo appesantito dal
diamante.
Dalla fila di guardie imperiali alle
sue spalle, una si fece avanti. Come
tutti i Germani, era un uomo
enorme. Le braccia muscolose si
gonfiavano contro la corazza di
cuoio. I capelli castani erano lunghi
e spettinati. Il volto rude sarebbe
stato spaventoso anche senza il
serpente tatuato che gli si avvolgeva
intorno al collo e risaliva fino alla
guancia destra.
«Lui è Vortigern. Ti terrà… al
sicuro.» L’imperatore assaporò la
parola “sicuro” come se avesse molti
possibili significati, nessuno dei
quali buono. «Viaggerai anche
insieme a un altro membro della
casa imperiale, nel caso che, ehm,
insorgano difficoltà.» Nerone piegò
di nuovo il mignolo.
Dal buio nei pressi delle scale
comparve un adolescente che aveva
tutta l’aria di essere il genere di
ragazzo che si diverte a spuntare
all’improvviso dalle tenebre. Aveva
i capelli scuri davanti agli occhi.
Indossava un paio di jeans larghi e
neri, una maglietta nera senza
maniche per mostrare i muscoli (che
non aveva) e abbastanza collane e
ciondoli d’oro intorno al collo da
farne un vero e proprio idolo di
qualche festa. Sulla sua cintura
spiccavano tre coltelli nel fodero,
due sulla destra e uno sulla sinistra;
dal luccichio predatorio dei suoi
occhi, sospettai che quelle lame non
fossero soltanto una messa in scena.
Nel complesso, quel ragazzo mi
ricordava un poco Nico Di Angelo,
il figlio di Ade, se Nico fosse stato
un po’ più grande, più malvagio, e
fosse stato allevato dagli sciacalli.
«Ah, bene, Marcus» disse Nerone.
«Mostra a Meg la vostra
destinazione, che ne dici?»
Marcus sorrise appena. Sollevò il
palmo, e un’immagine scintillante
comparve sulla punta delle sue dita:
la panoramica di una città che ora
riconoscevo come Indianapolis.
Nerone si lanciò un’altra fragola
in bocca. La masticò con calma,
lasciando che il succo gli colasse sul
mento. Decisi che, se mai avessi
fatto ritorno al Campo
Mezzosangue, avrei convinto
Chirone a coltivare mirtilli al posto
delle fragole.
«Meg, mia cara, io voglio che tu
riesca nell’impresa» proseguì
Nerone. «Ti prego, non fallire. Se la
Bestia si arrabbiasse di nuovo con
te…» Si strinse nelle spalle in un
gesto di impotenza, e continuò con
una voce struggente di sincerità e
preoccupazione. «Non saprei
proprio come proteggerti. Trova
Apollo. Assoggettalo al tuo volere.
So che puoi farcela. E, mia cara, fai
attenzione ti prego alla corte del
nostro amico… il Nuovo Ercole.
Non è un gentiluomo come me. Non
farti coinvolgere nella sua
ossessione di distruggere la Casa
delle Reti. È soltanto un baraccone.
Concludi la tua missione alla svelta
e torna da me.» Nerone allargò le
braccia. «Allora potremo tornare a
essere una famiglia felice.»
Marcus aprì la bocca, forse per
fare un commento sprezzante, ma
quando parlò sentii la voce di Leo
Valdez. «Apollo!»
La visione si interruppe.
Trasalii, cercando di riprendere
fiato. Ero di nuovo nella Waystation,
disteso scompostamente sul divano.
In piedi, chine su di me, c’erano
Josephine ed Emmie, oltre a Leo e
Calipso.
«Io ho… ho fatto un sogno.»
Indicai debolmente Emmie. «E c’eri
anche tu. E… voi no, ma…»
«Un sogno?» Leo scosse la testa.
Ora indossava una tuta da
meccanico sporca di grasso.
«Amico, avevi gli occhi spalancati.
E ti agitavi tutto sul divano. Ti ho
già visto avere delle visioni, ma non
così.»
Mi resi conto che mi tremavano le
braccia. Mi afferrai la mano destra
con la sinistra, ma peggiorai soltanto
le cose. «Ho… ho sentito altri
particolari, o delle cose che prima
non ricordavo. Su Meg. E sugli
imperatori. E…»
Josephine mi accarezzò la testa
come se fossi un cocker spaniel.
«Sicuro di stare bene, Stellina? Non
mi sembri in forma.»
C’era un tempo in cui avrei
folgorato all’istante chiunque mi
avesse chiamato in quel modo. Dopo
che avevo preso le redini del carro
del sole dal vecchio dio titano Elios,
Ares mi aveva chiamato Stellina per
secoli. Era una delle poche battute
che riusciva a capire (o almeno, una
delle poche pulite).
«Sto bene» risposi innervosito.
«C-che succede? Calipso, sei già
guarita?»
«Sei rimasto fuori uso per ore, a
dire il vero.» Sollevò la mano che
prima era rotta, e adesso sembrava
come nuova, e mosse le dita. «Ma sì.
Emmie è una guaritrice al pari di
Apollo.»
«Dovevi proprio dirlo, eh»
brontolai. «Vuoi dire che sono
rimasto qui per ore e nessuno se n’è
accorto?»
Leo fece spallucce. «Eravamo un
po’ impegnati a parlare dell’officina.
Probabilmente non ce ne saremmo
ancora accorti se, ehm, qualcuno
non fosse venuto a chiedere di
parlare con te.»
«Eh, già» concordò Calipso con
un’espressione preoccupata. «È stato
molto insistente.» E indicò il rosone.
All’inizio pensai di vedere dei
puntini arancioni. Ma poi mi resi
conto che un’apparizione stava
fluttuando verso di me. Il nostro
amico Agamede, il fantasma senza
testa, era tornato.
6

Magica Palla
Schifo di profezie…
Leo, al fuoco!

I l fantasma si avvicinava. Dal


momento che non aveva una faccia,
era difficile intuirne l’umore,
tuttavia sembrava agitato. Mi indicò,
poi fece una serie di gesti con le
mani. Non capivo: scuoteva i pugni,
intrecciava le dita, metteva una
mano a coppa come per sorreggere
una sfera. Si fermò di fronte a me,
sul lato opposto del tavolino.
«Come butta, Cacio?» domandò
Leo.
Josephine sbuffò, trattenendo una
risata. «Cacio?»
«Sì! È arancione come il
formaggio piccante» disse Leo.
«Perché? E poi, perché è senza
testa?»
«Leo, non essere maleducato» lo
rimproverò Calipso.
«Ehi, è una domanda lecita.»
Emmie studiò i gesti del
fantasma. «Non l’ho mai visto così
agitato. Manda un bagliore
arancione perché… Be’, a dire il
vero, non ne ho idea. Quanto al
motivo per cui è senza testa…»
«Suo fratello gliel’ha tagliata»
chiarii io. Il ricordo emerse dalla
brodaglia scura del mio cervello
mortale, anche se non rammentavo
tutti i particolari. «Agamede era il
fratellastro di Trofonio, lo spirito
dell’Oracolo Oscuro. Lui…» C’era
qualcos’altro, qualcosa che mi
faceva sentire molto in colpa, ma
non ricordavo cosa.
Gli altri mi fissavano.
«Suo fratello… cosa?» chiese
Calipso.
«Come facevi a saperlo?»
domandò Emmie.
Non ne avevo idea. Io per primo
non sapevo da dove mi fosse venuta
quell’informazione. Ma il fantasma
mi indicò come a dire: “Lui lo sa!” o
forse, in modo più inquietante, “È
colpa tua”. Poi fece di nuovo quel
gesto di reggere una sfera in mano.
«Vuole la Magica Palla 8»
interpretò Josephine. «Torno
subito.» Si allontanò con una
corsetta verso l’officina.
«La Magica Palla 8?» Leo sorrise
a Emmie. Sulla targhetta della sua
tuta presa in prestito c’era scritto
GEORGIE. «Sta scherzando, giusto?»
«È seria da morire» rispose
Emmie. «Ehm… in senso figurato,
ovvio. Meglio che ci sediamo.»
Calipso ed Emmie si
accomodarono in poltrona. Leo
venne a sedersi accanto a me sul
divano, saltellando con tanto
entusiasmo da procurarmi una
sgradevole fitta di nostalgia per Meg
McCaffrey.
Mentre aspettavamo Josephine,
cercai di dragare la mia memoria
alla ricerca di ulteriori dettagli sul
fantasma Agamede. Perché suo
fratello Trofonio lo aveva
decapitato, e perché mi sentivo così
in colpa per questo? Ma niente da
fare: riuscivo a cogliere solo un
vago senso di disagio, e la
sensazione che nonostante la
mancanza di occhi Agamede mi
guardasse malevolo.
Finalmente Josie fece ritorno,
reggendo in mano una sfera di
plastica nera grande quanto un
piccolo melone, con il numero 8
scritto al centro di un cerchio
bianco.
«Adoro questi affari!» esclamò
Leo. «Non ne vedevo una da anni.»
Scrutai la sfera preoccupato,
chiedendomi se non fosse una specie
di bomba (il che avrebbe spiegato
l’entusiasmo di Leo). «Che cosa
fa?»
«Stai scherzando? È una Magica
Palla 8, bello. Puoi farle domande
sul futuro.»
«Impossibile» replicai. «Io sono il
dio della profezia. Conosco ogni
forma di divinazione, e non ho mai
sentito parlare di una Magica Palla
8.»
Calipso si sporse in avanti.
«Nemmeno a me è familiare questa
forma di stregoneria. Come
funziona?»
Josephine sorrise raggiante. «Be’,
dovrebbe essere soltanto un
giocattolo. La scuoti, la capovolgi e
nella finestrella in fondo viene a
galla una risposta. Io ho fatto delle
modifiche. A volte la Magica Palla 8
capta i pensieri di Agamede e li
trasmette in forma scritta.»
«A volte?» chiese Leo.
Josephine si strinse nelle spalle.
«Diciamo… il trenta per cento delle
volte. È il massimo che sono riuscita
a fare.»
Non avevo ancora idea di cosa
stesse parlando. Quella Magica Palla
8 mi sembrava una forma di
divinazione molto ambigua, più
simile a un gioco d’azzardo di
Ermes che a un Oracolo degno di
me.
«Non si farebbe prima se
Agamede scrivesse da solo quello
che vuole dire?»
Emmie mi lanciò un’occhiata di
avvertimento. «Agamede è
analfabeta. Ed è un po’ sensibile
all’argomento.»
Il fantasma si voltò verso di me.
La sua aura si scurì come un’arancia
rossa.
«Ah…» Annuii. «E quei gesti che
faceva con le mani?»
«Non è una lingua dei segni, a
quanto ci risulta» disse Jo. «Ci
proviamo da anni, da quando si è
unito a noi. La Magica Palla 8 è la
forma di comunicazione migliore
che abbiamo. Agamede, prendi.» E
gli lanciò la sfera magica.
Dato che il fantasma era etereo,
mi aspettavo che la palla lo
attraversasse di netto e cadesse a
terra. Invece Agamede la afferrò
senza problemi.
«Bene!» esclamò Josephine.
«Allora, che cosa ci vuoi dire?»
Il fantasma diede una vigorosa
scossa alla Magica Palla 8 e poi me
la lanciò. Non ero preparato al fatto
che la sfera fosse piena di liquido,
cosa che, come potrà dirvi chiunque
si sia mai cimentato con il lancio
della bottiglia, rende un oggetto
molto più difficile da controllare. La
palla mi colpì sul petto e mi atterrò
in grembo. Feci appena in tempo a
recuperarla prima che finisse sotto il
divano.
«Un maestro di destrezza»
commentò Calipso. «Ora rovesciala.
Non stavi ascoltando?»
«Oh, zitta.» Peccato che Calipso
non comunicasse solo il trenta per
cento delle volte. Capovolsi la palla.
Come aveva spiegato Josephine,
alla base della sfera c’era uno strato
di plastica trasparente, che fungeva
da finestra sul liquido interno. Un
grosso dado bianco a molte facce vi
fluttuava davanti. (Quell’aggeggio
puzzava dei maledetti giochi
d’azzardo di Ermes, lo sapevo!) Una
faccia del dado premette sulla
finestrella, svelando una frase scritta
a lettere maiuscole.
«“Apollo deve riportarla a casa”»
lessi ad alta voce.
Alzai lo sguardo. I volti di Emmie
e Josephine erano scioccati. Calipso
e Leo si scambiarono un’occhiata
incerta.
Leo cominciò a dire: «Ehm,
chi…?».
In contemporanea, Emmie e
Josephine proruppero in un torrente
di domande. «È viva? È sana e
salva? Dov’è? Dimmelo!»
Emmie saltò in piedi. Cominciò a
fare avanti e indietro, emettendo
grandi sospiri, mentre Josephine
veniva verso di me, con i pugni
stretti e lo sguardo penetrante come
la punta infuocata della sua
saldatrice.
«Non lo so!» Lanciai la palla a
Josephine come se fosse una
baklava bollente. «Non uccidermi!»
Lei afferrò al volo la Magica Palla
8, poi sembrò riprendere il controllo.
Trasse un gran respiro. «Scusa,
Apollo. Mi dispiace. Io…» Si voltò
verso Agamede e gli lanciò la palla.
«Tieni. Rispondi. Racconta.»
Agamede sembrò osservare a
lungo la sfera magica, con i suoi
occhi inesistenti. Scrollò le spalle
come se quel compito non gli
piacesse. Scosse di nuovo la palla e
me la lanciò.
«Perché io?» protestai.
«Leggi!» mi fulminò Emmie.
La rovesciai: un nuovo messaggio
comparve nel liquido. «“Non è
chiaro”» lessi ad alta voce.
«“Riprova più tardi.”»
Emmie lanciò un gemito di
disperazione. Si lasciò cadere in
poltrona e si prese la faccia tra le
mani. Josephine corse al suo fianco.
Leo rivolse al fantasma uno
sguardo accigliato. «Ehi, Cacio,
scuotila ancora, no?»
«È inutile» disse Josephine.
«Quando la Magica Palla 8 dice
“Riprova più tardi” fa sul serio.
Dovremo aspettare.» Si sedette sul
bracciolo della poltrona di Emmie e
si avvicinò la sua testa al petto,
cullandola con tenerezza. «Va tutto
bene» mormorò. «La troveremo. La
riavremo con noi.»
Con esitazione, Calipso allungò
una mano, come se non sapesse
come aiutarle. «Mi dispiace molto.
Chi… chi è la persona scomparsa?»
Con il labbro tremante, Josephine
indicò Leo.
Il figlio di Efesto strizzò gli occhi.
«Ehm, io sono ancora qui…»
«Non tu» precisò Josephine. «La
targhetta. Le tute che hai provato…
erano le sue.»
Leo diede dei colpetti sul nome
che aveva appuntato sul petto.
«Georgie?»
Emmie annuì, con gli occhi gonfi
e rossi. «Georgina. La nostra figlia
adottiva.»
Per fortuna ero seduto.
All’improvviso talmente tante cose
acquistarono un senso che mi
sommersero come un’altra visione:
le due anziane Cacciatrici che non
erano più Cacciatrici, la cameretta
vuota, i disegni a pastello di una
bambina. Josephine aveva accennato
al fatto che Agamede era arrivato
nelle loro vite più o meno sette anni
prima.
«Voi due avete abbandonato le
Cacciatrici» dissi. «L’una per
l’altra.»
Josephine guardò in lontananza,
quasi le pareti dell’edificio fossero
trasparenti come la base della
Magica Palla 8. «Non è stata una
cosa programmata, non esattamente.
Ce ne siamo andate… quando? Nel
1986?»
«Ottantasette» la corresse Emmie.
«E invecchiamo insieme da allora.
Molto felicemente.» Si asciugò una
lacrima. Non sembrava
particolarmente felice al momento.
Calipso piegò la mano che fino a
poco prima era rotta. «Non so molto
sulla divina Artemide, o sulle regole
delle sue seguaci, ma…»
«Meglio così» la interruppe Leo.
Calipso gli lanciò
un’occhiataccia. «… ma non giurano
di rinunciare alla compagnia degli
uomini? Se voi due vi siete
innamorate…»
«No» risposi io, amareggiato.
«Tutte le storie d’amore sono
proibite. Mia sorella è irremovibile
su questo punto. La missione delle
Cacciatrici è di vivere senza
distrazioni romantiche di alcun
tipo.»
Ripensare a mia sorella e alle sue
idee anti-romantiche mi irritava.
Come potevano un fratello e una
sorella essere così diversi? Ma ero
anche irritato con Emitea, che non
aveva solo rinunciato a essere una
Cacciatrice; così facendo, aveva
rinunciato anche alla divinità che io
le avevo elargito.
Tipico degli umani! Vi diamo
l’immortalità e un potere divino, e
voi che fate? Ci rinunciate in cambio
dell’amore e di un loft nel centro di
Indianapolis. Che faccia tosta!
Emmie cercava di evitare il mio
sguardo. Sospirò con aria nostalgica.
«Ci piaceva molto essere
Cacciatrici. Erano la nostra famiglia.
Ma…» Si strinse nelle spalle.
«Il nostro amore è stato più forte»
concluse Josephine.
Ebbi la sensazione che quel finire
l’una le frasi dell’altra capitasse
molto spesso, vista l’armonia dei
loro pensieri. Ma il mio livello di
irritazione non diminuì per questo.
«Immagino che siate rimaste in
buoni rapporti con Artemide»
osservai. «Siete ancora vive.»
Josephine confermò con un
cenno. «Le Cacciatrici della divina
Artemide si fermano spesso qui alla
Waystation… anche se ormai sono
decenni che non vediamo la dea in
persona. Poi, sette anni fa,
ricevemmo il dono di Georgina.
Fu… fu Agamede a portarla sulla
nostra soglia.»
Il fantasma arancione si inchinò.
«La portò qui… da dove?» chiesi.
Emmie allargò le mani. «Non
siamo mai riuscite a farcelo dire. È
l’unica domanda a cui la Magica
Palla 8 non risponde mai.»
Leo doveva essere molto assorto
nei propri pensieri, perché un
pennacchio di fiamme si levò in
cima al suo orecchio sinistro.
«Aspetta un attimo. Agamede non è
il padre di vostra figlia, vero? E
poi… mi state dicendo che indosso
la tuta di una ragazzina di sette anni
e… mi sta?»
Questo strappò una risata a
Josephine. «A quanto pare, sì. E no,
Leo, Agamede non è il padre di
Georgina. Il nostro spettrale amico è
morto nei tempi antichi. Come ha
detto Apollo, era il fratellastro di
Trofonio, lo spirito dell’Oracolo.
Agamede comparve qui con la
piccola Georgie in fasce. Poi ci
condusse all’Oracolo. Fu allora che
scoprimmo la sua esistenza.»
«Perciò sapete dove si trova»
dissi.
«Certamente» mormorò Emmie.
«Per quel che serve.»
Troppe domande affollavano la
mia mente. Avrei voluto dividermi
in una dozzina di manifestazioni
diverse per andare a caccia di ogni
singola risposta in contemporanea…
ma, ahimè, i mortali non si
dissociano facilmente. «La
ragazzina e l’Oracolo devono essere
legati in qualche modo.»
Emmie chiuse gli occhi. Capii che
si stava sforzando di trattenere un
singhiozzo. «Non ci eravamo rese
conto di quanto il legame fosse
stretto. Finché non ci hanno portato
via Georgie.»
«L’imperatore» intuii.
Josephine annuì.
Non avevo ancora incontrato
questo secondo membro del
Triumvirato, ma già lo odiavo.
Avevo perso Meg McCaffrey per
colpa di Nerone. Non mi piaceva
l’idea di un’altra ragazzina rapita da
un altro imperatore malvagio.
«Nella mia visione ho sentito
Nerone chiamare questo imperatore
“il Nuovo Ercole”» ricordai. «Chi è?
Che cosa ne ha fatto di Georgina?»
Emmie si alzò in piedi, un po’
incerta sulle gambe. «Io… io devo
fare qualcosa di produttivo con le
mani. È l’unico modo in cui sono
riuscita a restare sana di mente nelle
ultime due settimane. Perché non ci
aiutate a preparare il pranzo? Poi
parleremo del mostro che controlla
la nostra città.»
7

Che c’è sul menu?


Cipolle di Apollo…
Mangia e zitto

Essere produttivi.
Bleah!
È un concetto molto umano.
Implica il fatto che si abbia poco
tempo (LOL) e che si debba lavorare
duramente per ottenere un risultato
(doppio LOL). Cioè, forse se si
trattasse di spezzarsi la schiena per
anni con l’obiettivo di scrivere
un’opera dedicata alle glorie di
Apollo, potrei capire il fascino del
concetto. Ma come fate a trovare
soddisfazione e serenità nel
preparare da mangiare? È una cosa
che proprio non capisco.
Nemmeno al Campo
Mezzosangue pretendevano che mi
cucinassi i pasti da solo. Certo, gli
hot dog erano discutibili, e non ho
mai capito di cosa fosse fatta quella
bevanda rossa di cui tutti andavano
matti, ma almeno il cibo era servito
in tavola da un contingente di
splendide ninfe.
Alla Waystation invece mi
costringevano a lavare insalata,
tagliare pomodori e affettare cipolle.
«Da dove viene questa roba?»
chiesi, sbattendo le palpebre per
scacciare le lacrime.
Non sono Demetra, ma perfino io
capivo che quegli ortaggi erano stati
appena colti, forse per la quantità di
terra che dovevo lavare via.
Il pensiero di Demetra mi fece
tornare in mente Meg, e mi venne da
piangere anche senza la seccatura
dell’effluvio di cipolle.
Calipso mi mise di fronte un cesto
di carote inzaccherate di fango.
«Dall’orto che Emmie coltiva sul
tetto. Ha delle serre che danno un
raccolto tutto l’anno. Vedessi le erbe
aromatiche! Basilico, timo,
rosmarino. È incredibile!»
Emmie sorrise. «Grazie, cara.
Vedo che te ne intendi.»
Sospirai. Ecco che pure quelle
due stavano facendo amicizia. Ben
presto mi sarei ritrovato in mezzo a
due fuochi: Emmie e Calipso che
discutevano delle tecniche di
coltivazione del cavolo riccio, e Leo
e Josephine che andavano in brodo
di giuggiole per i carburatori. Non
ce la potevo fare.
Parli del diavolo… Leo spuntò
dalla porta accanto alla dispensa,
sollevando in alto una forma di
formaggio come una corona di
alloro. «AMMIRATE IL
CHEDDAR!» annunciò. «AVE
CONQUISTATORI DI
FORMAGGIO!»
Josephine, ridacchiando benevola,
entrò dopo di lui, con un secchio di
metallo in mano. «Pare che le
mucche abbiano preso Leo in
simpatia.»
«Ehi, abuelita, tutte le mucche
amano Leo» replicò l’interpellato.
Poi mi sorrise. «E queste mucche
sono rosse, amico. Cioè… rosse
rosse.»
Ora sì che mi veniva da piangere.
Le vacche rosse erano le mie
preferite. Avevo allevato una
mandria di vacche scarlatte per
secoli finché collezionare bestiame
non era passato di moda.
Josephine probabilmente si
accorse dell’espressione affranta sul
mio viso. «Le usiamo solo per il
latte» si affrettò a precisare. «Non le
macelliamo.»
«Spero proprio di no!» esclamai.
«Uccidere le vacche rosse sarebbe
un sacrilegio!»
Josephine non sembrò
adeguatamente atterrita all’idea.
«Certo… ma soprattutto, Emmie mi
ha costretto a rinunciare alla carne
una ventina di anni fa.»
«È per il tuo bene» la rimproverò
Emmie. «Non sei più immortale, e
devi prenderti cura di te.»
«Ma i cheeseburger…» protestò
debolmente Jo.
Leo lasciò cadere di peso il
formaggio di fronte a me. «Tagliami
una bella fetta, amico mio. Zac-
zac!»
Lo fulminai con lo sguardo. «Non
tirare troppo la corda, Valdez. O,
quando sarò di nuovo un dio, ti
ridurrò in costellazione. Ho già il
nome: il Piccolo Sudamericano
Esplosivo.»
«Mi piace!» Leo mi diede una
pacca sulla spalla, facendomi ballare
il coltello in mano.
Possibile che nessuno avesse più
timore dell’ira degli dei?
Mentre Emmie infornava il pane –
che mandava un profumo
incredibile, lo ammetto – io misi
insieme un’insalata mista di carote,
cetrioli, funghi, pomodori e ogni
genere di ortaggio del tetto. Calipso
preparò una limonata fresca con lo
zucchero di canna, canticchiando
brani di Lemonade, l’album di
Beyoncé. (Durante il nostro viaggio
verso ovest, mi ero assunto il
compito di aggiornare Calipso sugli
ultimi tre millenni di musica
popolare.)
Leo tagliò il formaggio. La forma
di cheddar si rivelò rossa anche
all’interno, e molto gustosa.
Josephine preparò il dolce, ci disse
che era la sua specialità. Quel giorno
c’erano frutti di bosco e pan di
Spagna fatto in casa, con panna
rossa e meringhe leggermente
tostate con la saldatrice.
Quanto al fantasma Agamede, se
ne rimase a fluttuare mesto in un
angolo della cucina, reggendo la
Magica Palla 8 in mano come se
fosse il terzo premio di una gara con
tre concorrenti.
Finalmente ci sedemmo a
pranzare. Non mi ero reso conto di
quanto avessi fame. Era passato un
bel pezzo dalla colazione, e il
servizio offerto durante il volo di
Festus lasciava molto a desiderare.
Mi ingozzai di cibo mentre Leo e
Calipso raccontavano alle nostre
ospiti le peripezie del nostro
viaggio. Tra un morso e l’altro di
pane fresco spalmato di burro rosso,
aggiunsi qua e là i miei commenti
quando necessario, dato che
naturalmente ero io il narratore
sopraffino del gruppo.
Spiegammo come il mio antico
nemico Pitone si fosse
rimpossessato del sito originario di
Delfi, chiudendo totalmente
l’accesso all’Oracolo più potente.
Spiegammo come il Triumvirato
avesse sabotato tutte le forme di
comunicazione usate dai semidei:
messaggi-Iride, pergamene magiche,
pupazzi da ventriloquo, perfino la
magia arcana della posta elettronica.
Con l’aiuto di Pitone, i tre
imperatori malvagi ora intendevano
controllare o distruggere tutti gli
Oracoli dell’antichità,
compromettendo il futuro stesso del
mondo.
«Abbiamo liberato il Bosco di
Dodona» riepilogai. «Solo che
quell’Oracolo non ha fatto altro che
mandarci qui per mettere al sicuro la
prossima fonte di profezia: la Grotta
di Trofonio.»
Calipso indicò la mia faretra,
abbandonata sul divano più vicino.
«Apollo, mostra loro la tua freccia
parlante.»
Gli occhi di Emmie si accesero
del tipico bagliore di un’arciera
appassionata. «Una freccia
parlante?»
Rabbrividii. La freccia che avevo
recuperato dagli alberi bisbiglianti di
Dodona non mi era servita a molto,
fino ad allora. Soltanto io potevo
udire la sua voce, e ogni volta che
chiedevo il suo consiglio
sproloquiava in inglese
elisabettiano, contagiando anche me:
dopo, continuavo per ore a parlare
come un pessimo attore
shakespeariano. La cosa divertiva
Calipso a non finire.
«Non mostrerò la freccia
parlante» ribattei. «Tuttavia rivelerò
il limerick.»
«No!» protestarono Calipso e Leo
all’unisono. Lasciarono cadere le
forchette e si tapparono le orecchie.
Recitai:

C’era Apollo che il sole


guidava
Che piombò in una grotta blu e
cava
Su un tre posti quel gonzo
Mangiafuoco di bronzo
Follia e morte a forza ingoiava.
Intorno al tavolo, cadde un
silenzio imbarazzato.
Josephine mi guardò torva.
«Nessuno aveva mai osato
pronunciare un limerick in questa
casa, Apollo.»
«E speriamo che nessuno osi più
farlo» concordai. «Ma così recitava
la profezia di Dodona che ci ha
condotti fino a qui.»
L’espressione di Emmie si fece
più tesa, dissipando ogni possibile
dubbio sul fatto che lei fosse la
stessa Emitea che avevo reso
immortale molti secoli prima.
Riconobbi l’intensità dello sguardo,
la stessa determinazione che l’aveva
spinta a tuffarsi dalla scogliera,
affidando il proprio destino agli dei.
«Una grotta blu e cava…» ripeté.
«È l’Oracolo di Trofonio, certo. Si
trova nelle caverne di Bluespring, a
più di un centinaio di chilometri a
sud della città.»
Leo sorrise senza smettere di
masticare: in bocca aveva una
valanga di particelle di cibo dei
colori della terra. «È l’impresa più
facile di tutti i tempi, allora.
Recuperiamo Festus, cerchiamo
questo posto su Google Maps e
andiamo.»
«Ne dubito» replicò Josephine.
«L’imperatore ha riempito di guardie
la campagna circostante. Non
riuscireste a volare con un drago in
quella zona senza finire disintegrati
in cielo. E, anche se ci riusciste, le
entrate della grotta sono
decisamente troppo piccole perché
un drago ci si tuffi in picchiata.»
Leo si imbronciò. «Ma il
limerick…»
«Potrebbe essere ingannevole»
osservai. «Dopotutto, è un
limerick.»
Calipso si sporse in avanti. Aveva
avvolto un tovagliolo intorno all’ex
mano rotta, forse perché le faceva
ancora male, forse perché era
nervosa. Mi ricordava la parte
infiammabile di una torcia:
un’associazione mentale un po’
infelice dopo il mio ultimo incontro
con Nerone.
«E l’ultimo verso?» chiese.
«Apollo costretto a “ingoiare morte
e follia”…»
Josephine fissò il proprio piatto
vuoto.
Emmie le diede una rapida stretta
sulla mano. «L’Oracolo di Trofonio
è pericoloso» disse. «Anche quando
avevamo libero accesso alla grotta,
prima che l’imperatore si trasferisse,
consultavamo lo spirito soltanto in
casi di estrema emergenza.» Si voltò
a guardarmi. «Lo ricorderai. Eri il
dio della profezia.»
Nonostante l’ottima limonata, mi
sentivo la gola secca. Non mi
piaceva quando mi ricordavano
quello che ero. E non mi piacevano
nemmeno i buchi giganteschi nella
mia memoria, pieni com’erano solo
di un vago terrore. «Io… ricordo che
la grotta era pericolosa, sì. Ma non
rammento perché.»
«Non rammenti.» La voce di
Emmie assunse un tono minaccioso.
«Di norma mi concentravo sul
lato divino delle cose» spiegai. «La
qualità dei sacrifici. Il genere di
incenso che i postulanti bruciavano.
La piacevolezza degli inni di lode.
Non chiedevo mai quali fossero le
prove che i postulanti avevano
dovuto superare.»
«Non chiedevi mai.»
Non mi piaceva il modo in cui
Emmie ripeteva come un’eco le mie
parole. Avevo la sensazione che
sarebbe stata un coro greco perfino
peggiore di Calipso.
«Ho letto qualcosa al Campo
Mezzosangue» dissi, sulla difensiva.
«Non c’era molto su Trofonio.
Neanche Chirone mi è stato di aiuto:
aveva completamente dimenticato
l’Oracolo. Ma pare che le profezie di
Trofonio fossero oscure e
spaventose. A volte conducevano la
gente alla pazzia. Forse la sua grotta
era una specie di casa infestata dai
fantasmi? Con, ehm… scheletri
appesi al soffitto e sacerdotesse che
saltavano fuori all’improvviso
facendo BUUU?»
Dall’espressione di Emmie, capii
che non era la strada giusta.
«Ho letto pure che i postulanti
bevevano da due fonti speciali»
continuai. «Così ho pensato che
“inghiottire follia e morte” potesse
essere un riferimento simbolico…
Sì, una licenza poetica.»
«No» borbottò Josephine. «Non è
una licenza poetica. Quella grotta ha
fatto letteralmente impazzire nostra
figlia.»
Un soffio d’aria gelida mi arrivò
sul collo, come se la Waystation
stessa avesse tratto un sospiro
sconsolato. Ripensai all’apocalisse
che avevo visto disegnata con i
pastelli sulla parete di quella
cameretta abbandonata.
«Cos’è successo?» domandai,
anche se non ero certo di volerlo
sapere, soprattutto se poteva essere
un presagio di quello che presto
avrei dovuto affrontare.
Emmie strappò un pezzo di crosta
di pane e lasciò cadere le briciole.
«Dopo che l’imperatore è arrivato a
Indianapolis… questo Nuovo
Ercole…» Calipso fece per
domandarle una cosa, ma Emmie
sollevò una mano. «Ti prego, cara,
non chiedermi di nominarlo. Non
qui. Non adesso. Come sono sicura
che saprai, molti dei e mostri ti
sentono quando pronunci il loro
nome. E lui è peggio della maggior
parte di loro.»
Le labbra di Calipso tremarono in
un moto di compassione. «Continua,
per favore.»
«All’inizio non capimmo cosa
stava capitando» riprese Emmie. «I
nostri amici e compagni
cominciarono a scomparire.» Indicò
con un gesto vago la vasta area del
soggiorno. «Una volta ne
ospitavamo almeno una decina, in
ogni periodo dell’anno. Adesso…
siamo rimaste solo noi.»
Josephine si appoggiò allo
schienale della sedia. Alla luce del
rosone, i suoi capelli brillavano
dello stesso grigio acciaio delle
chiavi inglesi nelle tasche della sua
tuta. «L’imperatore ci stava
cercando. Sapeva della Waystation.
Voleva distruggerci. Ma, come ho
detto, questo posto non è facile da
trovare, a meno che non vi invitiamo
noi. Perciò, in mancanza di meglio,
le sue forze aspettavano che i nostri
ospiti uscissero. Si sono presi i
nostri amici un po’ alla volta.»
«Presi?» domandai. «Nel senso di
“vivi”?»
«Oh, sì.» Lo disse in tono cupo,
come se la morte fosse stata un
destino migliore. «L’imperatore
adora i prigionieri. Ha catturato i
nostri ospiti, i nostri grifoni.»
Leo si lasciò sfuggire una fragola
dalle dita. «Grifoni? Ehm… Hazel e
Frank me ne hanno parlato. Ne
hanno combattuto qualcuno in
Alaska. Me li hanno descritti come
iene idrofobe con le ali.»
Josephine fece una smorfia.
«Quando sono piccoli e selvatici, sì.
Ma noi qui alleviamo i migliori. O
almeno… lo facevamo. La nostra
ultima coppia è scomparsa circa un
mese fa. Eloisa e Abelardo. Li
abbiamo fatti uscire per andare a
caccia – devono cacciare per restare
in salute – e non sono mai ritornati.
Per Georgina è stata l’offesa finale.»
Una brutta sensazione cominciò a
tormentarmi. Qualcosa che andava
oltre il solito “stiamo parlando di
cose terrificanti che potrebbero
farmi ammazzare”. I nidi dei grifoni
nelle nicchie sopra le nostre teste.
Un ricordo lontano delle seguaci di
mia sorella. Un commento che
Nerone aveva fatto nella mia
visione: il Nuovo Ercole
ossessionato dall’idea di distruggere
la Casa delle Reti, come se quello
fosse un altro nome della
Waystation… Era come se l’ombra
di qualcuno stesse cadendo a poco a
poco sul tavolo, qualcuno che avrei
dovuto conoscere, e dal quale forse
sarei dovuto scappare.
Calipso si liberò la mano dal
tovagliolo. «Vostra figlia… Che
cosa le è successo?»
Né Josephine né Emmie
risposero. Agamede si inchinò
appena, con la tunica insanguinata
che mandava bagliori in varie
sfumature di salsa per nachos.
«È chiaro» dissi, rompendo il
silenzio. «La ragazzina è andata
nella Grotta di Trofonio.»
Emmie mi ignorò e puntò lo
sguardo su Agamede, con occhi
penetranti come frecce appuntite.
«Georgina si era messa in testa che
l’unico modo per salvare la
Waystation e trovare i prigionieri era
consultare l’Oracolo. Aveva sempre
provato un’attrazione per quel posto.
Non lo temeva come la maggior
parte della gente. Una notte è uscita
di nascosto. Agamede l’ha aiutata.
Non sappiamo esattamente come
siano arrivati fin laggiù…»
Il fantasma scrollò la Magica
Palla 8 e la lanciò a Emmie, che si
accigliò leggendo la risposta sul
fondo.
«“Era predestinato”» lesse. «Non
so cosa vuoi dire, vecchio pazzo, ma
lei era solo una bambina. Senza il
trono, sapevi cosa le sarebbe
successo!»
«Il trono?» chiese Calipso.
Un altro ricordo riemerse e
galleggiò sulla superficie del mio
Magico Cervello 8. «Oh, dei!»
esclamai. «Il trono.»
Prima che potessi dire altro,
l’intera stanza tremò. Piatti e
bicchieri vibrarono sul tavolo.
Agamede svanì in un lampo
arancione. In cima al soffitto a botte,
i pannelli verdi e oro di vetro
istoriato si rabbuiarono come se una
nuvola avesse oscurato il sole.
Josephine si alzò. «Waystation,
cosa sta succedendo sul tetto?»
Da quanto mi parve di capire,
l’edificio non rispose. Nessun
mattone caduto. Nessuna porta
aperta e chiusa in codice Morse.
Emmie posò la Magica Palla 8 sul
tavolo. «Voi restate qui. Io e Jo
andiamo a controllare.»
Calipso si accigliò. «Ma…»
«È un ordine» disse Emmie. «Non
ho intenzione di perdere altri ospiti.»
«Non può essere Comm…»
Josephine si interruppe. «Non può
essere lui. Forse Eloisa e Abelardo
sono tornati?»
«Forse.» Emmie non sembrava
convinta. «Ma nel caso…»
Le due donne si avvicinarono
rapidamente a un armadietto di
metallo. Emmie afferrò l’arco e la
faretra. Josephine tirò fuori un mitra
dall’aria piuttosto antiquata, con un
caricatore circolare tra due
impugnature.
Leo per poco non si strozzò con il
dolce. «Quello è un tommy gun?»
Josephine diede delle pacche
affettuose all’arma. «Io lo chiamo
Little Bertha. Un ricordino del mio
sordido passato. Sono sicura che non
c’è nulla di cui preoccuparsi. Voi
non muovetevi di qui.»
E, con quel consiglio rassicurante,
le nostre ospiti pesantemente armate
andarono a controllare il tetto.
9

Una trappola
Con lei, che ti aspettavi?
Fa sempre così

Britomarti saltò giù dal cornicione e


atterrò in ginocchio. La gonna della
veste le si allargò intorno come una
pozza di reti. (Adora le entrate a
effetto. Peggio di un anime
giapponese!) Poi si alzò e tirò fuori
il coltello da caccia. «Apollo, se
tieni alle tue parti intime, ti conviene
stare fermo.»
Non ebbi il tempo di ribattere che
non potevo stare fermo dal momento
che ero sospeso in una rete che
ondeggiava. Mi sferrò un colpo di
coltello all’altezza dell’inguine: la
rete si ruppe, e io crollai sul
pavimento, con le parti intime
intatte, grazie al cielo.
Non atterrai con grazia. Per
fortuna, Leo e Calipso vennero
subito in mio soccorso. Mi
afferrarono per le braccia e mi
aiutarono a rimettermi in piedi. Fu
rassicurante vedere che, nonostante
l’ultimo battibecco, riuscivano
ancora a essere uniti su questioni
importanti come il mio benessere
personale.
Leo infilò la mano nella cintura
degli attrezzi, forse per cercare
un’arma. Invece tirò fuori una
scatola di mentine per l’alito –
dubitai che sarebbero servite a molto
– e mi chiese: «Chi è questa
donna?».
«Britomarti» risposi. «La dea
delle reti.»
Leo sembrò perplesso. «Internet e
calcio inclusi?»
«Solo reti da pesca e da caccia»
spiegai. «È una delle tirapiedi di mia
sorella.»
«Tirapiedi?» Britomarti arricciò il
naso. «Non sono una tirapiedi.»
Alle nostre spalle, Josephine
tossicchiò. «Ehm, scusa, Apollo. La
dea ha insistito per attirare in questo
modo la tua attenzione.»
Il volto della dea si illuminò.
«Be’, dovevo vedere se sarebbe
caduto nella mia trappola. E l’ha
fatto. Come al solito. Emitea,
Josephine… lasciateci la stanza, per
favore.»
Le nostre ospiti si scambiarono
uno sguardo, probabilmente
chiedendosi chi di loro due avrebbe
dovuto occuparsi dei cadaveri una
volta che Britomarti avesse finito
con noi. Poi si ritirarono uscendo da
una porta in fondo alla sala.
Calipso squadrò dalla testa ai
piedi la dea delle reti. «Britomarti,
eh? Mai sentita. Devi essere una
divinità minore.»
Britomarti sorrise appena. «Oh,
ma io ho sentito parlare di te,
Calipso. Esiliata a Ogigia dopo la
Guerra dei Titani. In attesa di
qualunque uomo naufragasse sulla
tua spiaggia per farti spezzare il
cuore e tornare di nuovo sola. Chissà
che noia, alla fine.» Si rivolse a Leo.
«E questo è il tuo salvatore, eh? Un
po’ basso e trasandato per essere un
cavaliere dalla scintillante
armatura.»
«Ehi, bella!» Leo scosse la scatola
di mentine. «Ho già fatto saltare in
aria dee molto più potenti di te.»
«E non è il mio salvatore»
aggiunse Calipso.
«Esatto!» Leo si accigliò.
«Aspetta… sì che lo sono.»
«Non è nemmeno un cavaliere»
rifletté Calipso. «Anche se, in
effetti, è basso e trasandato.»
Una nuvoletta di fumo si levò dal
colletto di Leo. «Comunque…» Si
rivolse a Britomarti. «Come ti salta
in mente di comandare Jo ed Emmie
a bacchetta, come se questa fosse
casa tua?»
Gli strappai le mentine di mano
prima che Britomarti potesse
trasformarle in nitroglicerina. «Leo,
temo che questa sia casa sua.»
La dea mi rivolse quel sorriso
civettuolo che odiavo tanto, quello
che mi faceva sentire come se un
nettare incandescente mi ribollisse
nello stomaco. «Caspita, Apollo, hai
appena tratto una deduzione esatta!
Come ci sei riuscito?»
In passato, ogni volta che mi
trovavo ad affrontare Britomarti,
facevo in modo di essere sempre un
po’ più alto di lei. Ahimè, ora non
potevo più modificare la mia statura
a mio piacimento. Il massimo che
potevo fare era sollevarmi un po’
sulla punta dei piedi.
«Nerone ha chiamato questo
posto “la Casa delle Reti”» dissi.
«Avrei dovuto immaginare che la
Waystation era una tua idea. Ogni
volta che mia sorella voleva
progettare un marchingegno
complicato – qualcosa di perverso e
pericoloso – si rivolgeva sempre a
te.»
«Tu mi lusinghi.» La dea fece una
piccola riverenza, facendo roteare le
reti della gonna. «Ora venite, amici!
Sediamoci a chiacchierare!» E
indicò con un gesto una serie di
divani.
Leo si avvicinò con cautela ai
mobili. Avrà anche avuto un sacco
di difetti, ma non era stupido.
Calipso stava per accomodarsi su
una poltrona, quando lui la prese per
un polso e disse: «Aspetta». Tirò
fuori dalla cintura un metro
pieghevole, lo allungò e lo usò per
dare dei colpetti sul cuscino.
Una tagliola scattò
all’improvviso, squarciando
l’imbottitura e la stoffa come uno
squalo di passamaneria.
Calipso fulminò Britomarti con lo
sguardo. «Stai scherzando?»
«Ops!» commentò la dea,
divertita.
Leo indicò uno dei divani, anche
se io non vedevo nulla fuori posto.
«C’è un cavetto nascosto anche
dietro quei cuscini. Innesca… una
mina saltante, giusto?»
Britomarti rise. «Sei bravo! Sì, è
vero. È una mina saltante,
modificata per attivarsi a pressione.»
«Senti, bella… se quella scattava,
sarebbe saltata in aria lanciando
frammenti di acciaio ovunque! Ci
avrebbe ammazzato tutti!»
«Esatto!» Britomarti era deliziata.
«Leo Valdez, te la caverai
egregiamente.»
Il figlio di Efesto la guardò torvo.
Si sfilò un paio di tenaglie dalla
cintura, si avvicinò al divano e
disattivò la mina.
Respirai per la prima volta dopo
diversi secondi. «Penso che mi
siederò… laggiù.» Indicai il divano
di fronte. «È sicuro?»
«Sembra a posto» mugugnò Leo.
Quando ci fummo sistemati tutti,
senza vittime né mutilati, Britomarti
si accomodò sulla poltrona liberata
dalla tagliola e sorrise. «Be’, non si
sta bene?»
«No» rispondemmo in coro tutti e
tre.
La dea prese a giocherellare con
la propria treccia, forse alla ricerca
di cavi nascosti di cui si era
dimenticata. «Mi avete chiesto
perché ho mandato via Jo ed Emmie.
Voglio loro molto bene, ma non
credo che apprezzerebbero l’impresa
che sto per affidarvi.»
«L’impresa?» Calipso inarcò le
sopracciglia. «Sono sicura di essere
una divinità più anziana di te, mina
saltante… Che diritto hai di affidare
a me un’impresa?»
Britomarti fece quel suo sorriso
civettuolo. «Ma che carina! Tesoro,
io ero già in circolazione quando gli
antichi Greci vivevano nelle
caverne. Ho cominciato come dea
cretese. Quando il resto del mio
pantheon è morto, Artemide è
diventata mia amica. Mi sono unita
alle sue Cacciatrici ed eccomi qui,
migliaia di anni più tardi, a
intrecciare ancora le mie reti e a
tendere le mie trappole.»
«Eh, già» brontolai. «Eccoti qua.»
La dea allargò le braccia. Pesi di
piombo e ami da pesca pendevano
dalle maniche ricamate. «Caro
Apollo, sei davvero un adorabile
Lester Papadopoulos. Vieni qui.»
«Non prendermi in giro» la
supplicai.
«Ma no! Ora che sei un innocuo
mortale, ho deciso di darti
finalmente quel bacio.»
Sapevo che mentiva. Sapevo che
il suo vestito mi avrebbe irretito e
fatto del male. Riconobbi lo
scintillio malizioso nei suoi occhi
color ruggine: mi aveva messo fuori
strada così tante volte nel corso dei
millenni.
Flirtavo spudoratamente con tutte
le seguaci di mia sorella. Ma
Britomarti era l’unica a ricambiare,
anche se aveva fatto gli stessi voti
delle altre Cacciatrici. Si divertiva a
tormentarmi. E quante volte mi
aveva giocato un brutto tiro
offrendosi di fissarmi appuntamenti
con altre persone? Bah! Artemide
non è mai stata famosa per il suo
senso dell’umorismo, ma il suo
braccio destro Britomarti
compensava fin troppo. Era
insopportabile. Bellissima, ma
insopportabile.
Ammetto che fui tentato. Debole
carne mortale! Più debole perfino di
quella divina!
Scossi la testa. «Mi stai
ingannando. Non lo farò.»
Lei si finse offesa. «Quando mai
ti ho ingannato?!»
«A Tebe!» esclamai. «Avevi
promesso di incontrarmi nella
foresta per un picnic romantico.
Invece fui calpestato da un cinghiale
gigante!»
«Quello fu un malinteso.»
«E quello spiacevole incidente
con Ingrid Bergman?»
«Oh, ma lei voleva davvero
conoscerti. Come facevo a sapere
che qualcuno aveva scavato una
trappola per tigri birmane davanti
alla sua roulotte?»
«E l’appuntamento con Rock
Hudson?»
Britomarti fece spallucce. «Be’,
non ho mai detto che ti stava
aspettando in quel campo minato.
L’ho soltanto lasciato intendere.
Devi ammettere, però, che sareste
stati una coppia adorabile.»
Mugolai qualcosa di
incomprensibile, scostando una
ciocca dei miei capelli mortali.
Britomarti mi conosceva troppo
bene: impazzivo all’idea di far parte
di una coppia adorabile.
Leo guardava ora me ora lei come
se fosse capitato a una partita di
lancio del fuoco greco. (A Bisanzio
ne andavano matti. Ma è meglio che
non mi chiediate i dettagli.) «Rock
Hudson…» disse. «In un campo
minato.»
Britomarti era raggiante. «Apollo
era così carino mentre saltellava tra
le margheritine… finché non è
saltato in aria.»
«Nel caso tu lo abbia dimenticato,
non sono più immortale» borbottai.
«Perciò ti prego: niente trappole per
tigri birmane.»
«Non me lo sognerei mai!»
protestò la dea. «No, l’impresa non è
pensata per ucciderti. Potrebbe
ucciderti, ma non è questo il suo
scopo. Voglio solo indietro i miei
grifoni.»
Calipso aggrottò la fronte. «I tuoi
grifoni?»
«Sì» confermò la dea. «Sono
aquile-leoni alati con…»
«Lo so che cos’è un grifone» la
interruppe Calipso. «So che Jo ed
Emmie li allevano qui. Ma perché
sono tuoi?»
Tossicchiai. «Calipso, i grifoni
sono gli animali sacri alla dea. Lei è
la loro madre.»
Britomarti alzò gli occhi al cielo.
«Solo in senso figurato. Non mi
metto a covare le loro uova.»
«Una volta però hai convinto me
a farlo» rammentai. «Per un bacio
che non ho mai ricevuto.»
Lei rise. «Sì, me l’ero
dimenticato! A ogni modo,
l’imperatore di queste parti ha
catturato i miei piccoli Eloisa e
Abelardo. In realtà, sta catturando
animali mitici in tutto il Midwest per
usarli nei suoi diabolici giochi.
Devono essere liberati.»
Leo studiò i pezzi di mina
disinnescata e smontata che aveva in
grembo. «Quella bambina,
Georgina… Ecco perché non hai
voluto che Jo ed Emmie si
fermassero. Stai dando la
precedenza ai tuoi grifoni anziché al
salvataggio della loro figlia.»
Britomarti si strinse nelle spalle.
«Le priorità di Jo ed Emmie sono
state compromesse. Non sarebbero
state in grado di accettarlo, ma i
grifoni devono venire prima. Ho le
mie ragioni. Sono una dea, e i miei
bisogni hanno la precedenza.»
Calipso tirò su col naso,
disgustata. «Sei avida e territoriale
come i tuoi piccoli.»
«Fingerò di non aver sentito»
disse la dea. «Ho promesso ad
Artemide che avrei cercato di
aiutarvi, ma non abusate della mia
pazienza. Sareste dei magnifici
tritoni crestati.»
Un misto di speranza e tristezza
mi si gonfiò nel petto. Artemide, la
mia adorata sorella, non mi aveva
abbandonato, dopotutto. Zeus aveva
proibito agli altri dei dell’Olimpo di
aiutarmi, ma almeno Artemide
aveva mandato la propria
luogotenente. Naturalmente, il
concetto di “aiuto” di Britomarti
includeva il metterci alla prova con
mine esplosive e tagliole, ma non
potevo permettermi di fare il
difficile.
«E se troviamo questi grifoni?»
chiesi.
«Allora vi dirò come infiltrarvi
nel covo dell’imperatore» promise
Britomarti. «Sono la dea delle
trappole e me ne intendo di ingressi
segreti.»
La guardai fisso. «E ti sembra uno
scambio equo?»
«Certamente! Perché, mio caro,
adorabile Lester, dovrete per forza
infiltrarvi a palazzo per salvare
Georgina e gli altri prigionieri.
Senza di loro, la Waystation è
spacciata, così come le vostre
possibilità di fermare il Triumvirato.
E poi, è a palazzo che si trova il
Trono della Memoria. Se non
recuperate quello, la gita alla Grotta
di Trofonio vi ucciderà. Non
salverete mai gli altri Oracoli. E tu
non tornerai mai più sull’Olimpo.»
Mi rivolsi a Leo. «Questa
faccenda delle imprese eroiche è
nuova per me. Non dovrebbe esserci
una ricompensa, alla fine? Anziché
altre imprese mortali?»
«Eh, no» rispose Leo. «Direi che
questo è lo standard.»
Oh, che ingiustizia! Una divinità
minore che costringeva me, uno dei
dodici dei dell’Olimpo, a recuperare
animali per conto suo! Mi ripromisi
in silenzio che, se mai avessi
riottenuto la mia natura divina, non
avrei mai più spedito un povero
mortale a compiere un’impresa. A
meno che non fosse stato davvero
importante. E a meno che non fossi
stato sicuro che il mortale in
questione sarebbe stato in grado di
farcela. E a meno che avessi avuto
poco tempo a disposizione… o
pochissima voglia di occuparmene
di persona. Sarei stato molto più
gentile e generoso di quella dea
delle reti.
«Cosa vuoi che facciamo?» chiesi
a Britomarti. «I grifoni non sono
tenuti prigionieri nel palazzo
dell’imperatore? Non possiamo
unire le cose?»
«Oh, no» rispose lei.
«L’imperatore tiene gli animali
molto importanti, quelli rari e
preziosi, in una struttura speciale
attrezzata con le risorse adeguate per
prendersi cura di loro: lo zoo di
Indianapolis.»
Rabbrividii. Trovavo gli zoo dei
luoghi deprimenti, pieni di tristi
animali in gabbia, bambini urlanti e
pessimo cibo. «Ci saranno delle
guardie» intuii.
«Assolutamente!» Britomarti
sembrava un po’ troppo entusiasta a
quella prospettiva. «Quindi, per
favore, cercate di liberare i grifoni
prima di farvi ferire o ammazzare. E
poi, dovete sbrigarvi…»
«Ecco che arriva il limite di
tempo.» Leo mi guardò con l’aria di
chi la sa lunga. «C’è sempre un
limite di tempo.»
«L’imperatore progetta di
coinvolgere tutti gli animali e i
prigionieri in un’unica, gigantesca
festa» continuò la dea. «Fra tre
giorni.»
«La cerimonia del nome»
ricordai. «Nanette, il blemma che ci
ha quasi ucciso, ha parlato di una
cosa del genere.»
«Esatto.» Britomarti fece una
smorfia. «Questo imperatore…
adora dare il proprio nome alle cose.
Alla cerimonia, progetta di
ribattezzare Indianapolis.»
La cosa di per sé non mi
sembrava una tragedia. È difficile
amare un nome come Indianapolis.
Tuttavia, se questo imperatore era
chi pensavo che fosse, la sua idea di
festa prevedeva il massacro di
migliaia di persone e di animali.
Non esattamente il genere di persona
a cui si affiderebbe la festa di
compleanno del proprio bambino.
«I blemmi hanno accennato anche
a qualcos’altro» aggiunsi.
«L’imperatore voleva sacrificare due
prigionieri speciali. Me e “la
ragazzina”.»
Calipso chiuse le mani di scatto,
come una tagliola. «Georgina.»
«Esatto!» Di nuovo, Britomarti
sembrò troppo allegra. «La
ragazzina è al sicuro, per ora.
Imprigionata e pazza, ma viva. Voi
concentratevi sulla liberazione dei
miei grifoni. Andate allo zoo alle
prime luci del giorno, quando le
guardie dell’imperatore stanno
finendo il turno di notte. Saranno
stanche e distratte.»
Scrutai i resti della mina tra le
mani di Leo: la morte per esplosione
cominciava a sembrarmi un destino
più benevolo dell’impresa di
Britomarti. «Almeno non sarò solo»
borbottai.
«A dire il vero, Leo Valdez dovrà
restare qui» precisò la dea.
Leo trasalì. «Cosa?!»
«Ti sei dimostrato molto abile con
le trappole!» spiegò Britomarti.
«Emmie e Josephine hanno bisogno
del tuo aiuto. La Waystation è
riuscita a sfuggire alle ricerche
dell’imperatore, finora, ma questa
situazione durerà ancora per poco.
Quell’uomo non può tollerare
avversari. Troverà questo rifugio. E
ha intenzione di distruggerlo. Tu,
Leo Valdez, puoi contribuire a
rafforzarne le difese.»
«Ma…»
«Su col morale!» La dea si rivolse
a Calipso. «Potrai andare tu con
Apollo, mia cara. Due ex immortali
che compiono un’impresa per me!
Sì, mi piace molto l’idea.»
Calipso impallidì. «Ma… No. Io
non…»
«Lei non può» aggiunsi io.
La maga annuì energicamente.
«Non andiamo d’accordo, perciò…»
«È deciso, dunque!» Britomarti si
alzò dalla poltrona. «Ci rivediamo
qui quando avrete i miei grifoni.
Non deludetemi, mortali!» Batté le
mani entusiasta. «Oh, ho sempre
desiderato dirlo!» Fece una piroetta
e scomparve in un lampo, come un
miraggio, senza lasciarsi nulla alle
spalle, a parte qualche amo a tre
punte impigliato nel tappeto.
10

I gabinetti?
Pulisco pure quelli!
La ricompensa: avanzi di tofu

Dopo le tagliole e gli esplosivi


attivati a pressione, non pensavo che
il pomeriggio potesse andare peggio
di così. Naturalmente, peggiorò.
Quando raccontammo a Emmie e
Josephine quello che era successo
con Britomarti, le nostre ospiti
piombarono nella disperazione. Non
sembrarono rassicurate dal fatto che
l’impresa dei grifoni forse avrebbe
condotto al salvataggio di Georgina,
né dall’idea che la loro bambina
sarebbe rimasta in vita fino al
festival del massacro che
l’imperatore aveva programmato di
lì a tre giorni.
Emmie e Georgina se la presero a
tal punto – non solo con Britomarti,
ma anche con noi – che ci
assegnarono altre faccende. Oh,
certo, dissero che tutti gli ospiti
dovevano dare una mano… La
Waystation era uno spazio abitativo
comune, non un albergo… bla, bla,
bla.
Figuriamoci. Pulire i gabinetti dei
ventisei bagni noti della Waystation
non poteva essere altro che una
punizione.
Almeno non dovetti cambiare il
fieno nei nidi dei grifoni. Quando
Leo ebbe finito di farlo, sembrava la
vittima dell’aggressione di uno
spaventapasseri. Quanto a Calipso,
dovette piantare germogli di soia
tutto il pomeriggio con Emmie. Lo
chiedo a voi: vi sembra giusto?
All’ora di cena, stavo morendo di
fame. Speravo in un altro pasto
fresco, meglio ancora se preparato
per me, ma Josephine indicò con
scarso entusiasmo la cucina.
«Dovrebbero esserci degli avanzi di
enchiladas al tofu in frigo. Agamede
vi accompagnerà nelle vostre
stanze.»
Poi lei ed Emmie ci lasciarono al
nostro destino.
Il fantasma arancione scortò
Calipso per prima nella sua stanza.
Agamede ci fece sapere, tramite la
Magica Palla 8 e gesticolando
animatamente, che maschi e
femmine dormivano in ali
totalmente diverse dell’edificio.
Io lo trovavo ridicolo, ma come
molte altre cose di mia sorella e
delle sue Cacciatrici era al di là di
ogni logica.
Calipso non si lamentò. Prima di
andare, si voltò con un certa
esitazione verso di noi e disse: «Ci
vediamo domattina», come se fosse
un’enorme concessione. Come se
rivolgendo la parola a me e a Leo,
stesse andando ben oltre la cortesia
che meritavamo. Onestamente, non
capivo come si potesse atteggiare
tanto dopo un pomeriggio passato a
piantare legumi.
Pochi minuti dopo, armati di
avanzi presi in frigo, io e Leo
seguimmo Agamede nella nostra
stanza.
Esatto. Dovevamo condividere la
camera. Lo presi come un altro
segno del disappunto delle nostre
ospiti.
Prima di lasciarci, Agamede mi
lanciò la Magica Palla 8.
Aggrottai la fronte. «Non ti ho
fatto una domanda.»
Indicò energicamente la sfera.
La rovesciai. C’era scritto:
APOLLO DEVE PORTARLA A CASA.
Quanto avrei voluto che quel
fantasma avesse una faccia, almeno
avrei potuto interpretarla. «Me
l’avevi già detto.» Gli restituii la
palla al volo, sperando in ulteriori
spiegazioni.
Agamede rimase lì a fluttuare
pieno di speranza, come se si
aspettasse che io mi rendessi conto
di qualcosa. Poi scrollò le spalle, si
voltò e fluttuò via.
Non ero dell’umore giusto per le
enchiladas al tofu riscaldate. Diedi
la mia a Leo, che si sedette con le
gambe incrociate sul letto e spazzolò
la cena. Indossava ancora la tuta di
Georgina, ora ricoperta da uno strato
sottile di polvere di fieno. A quanto
pareva, aveva deciso che riuscire a
entrare nei vestiti da lavoro di una
bambina di sette anni era motivo
d’onore.
Mi distesi sul letto. Fissai gli archi
di mattoni del soffitto, chiedendomi
se e quando mi sarebbero crollati in
testa. «Mi manca la brandina del
Campo Mezzosangue.»
«Questo posto non è poi così
male» replicò Leo. «Quando giravo
da una famiglia affidataria all’altra,
una volta ho dormito sotto il ponte
di Main Street a Houston per un
mese intero.»
Gli lanciai un’occhiata. In effetti
sembrava molto comodo nel suo
nido di paglia e coperte. «Ti
cambierai prima di andare a letto,
vero?» gli domandai.
Lui fece spallucce. «Mi farò la
doccia domattina. Se qualcosa mi
prude, stanotte, vorrà dire che andrò
in fiamme.»
«Non sono in vena di scherzi.
Non dopo Britomarti.»
«E chi scherza? Non ti
preoccupare. Sono sicuro che Jo ha
installato un impianto antincendio.»
L’idea di svegliarmi circondato
dalle fiamme e ricoperto di schiuma
di estintore non mi allettava, ma
sarebbe stata ordinaria
amministrazione.
Leo picchiettò la forchetta sul
piatto. «Queste enchiladas al tofu
sono sabrosas. Devo farmi dare la
ricetta da Josephine. A Piper
piacerebbero un sacco.»
«Come fai a restare così calmo?»
domandai. «Io sto per partire per
un’impresa pericolosa domattina
insieme alla tua ragazza!»
Di norma, dire a un mortale che
stavo andando da qualche parte con
la sua ragazza sarebbe stato
sufficiente a spezzargli il cuore.
Leo si concentrò sul tofu. «Ve la
caverete.»
«Ma Calipso non ha nessun
potere! Come mi aiuterà?»
«Non è questione di poteri, ese.
Vedrai. Calipso ti salverà comunque
le chiappe, domani.»
L’idea non mi piaceva. Non
volevo che le mie chiappe
dipendessero da una ex maga che
aveva già fallito nelle risse di strada
e nell’improvvisazione teatrale,
soprattutto visto il pessimo umore
che aveva mostrato per tutta la
giornata.
«E se domattina è ancora
arrabbiata?» chiesi. «Che sta
succedendo tra voi due?»
La forchetta di Leo rimase
sospesa sopra l’ultima enchilada. «È
solo che… avevamo già viaggiato
per sei mesi, per arrivare a New
York. In pericolo costante. Senza
fermarci più di una notte nello stesso
posto. E poi ci abbiamo messo un
altro mese e mezzo per arrivare a
Indianapolis.»
Ci riflettei. Cercai di immaginare
tutte le sofferenze che avevo patito
fino ad allora moltiplicate per
quattro. «Immagino che la cosa
metta a dura prova una relazione
giovane come la vostra.»
Leo annuì cupamente. «Calipso è
vissuta sulla sua isola per migliaia di
anni, amico. Ama il giardinaggio, gli
arazzi, abbellire i luoghi in cui si
trova. Tutte cose che non puoi fare
se non hai una casa. E poi c’è il fatto
che… l’ho portata via.»
«L’hai salvata» precisai. «Gli dei
non avevano alcuna fretta di
liberarla dalla sua prigione. Sarebbe
potuta restare su quell’isola per altri
mille anni.»
Leo masticò l’ultimo boccone. Lo
inghiottì come se il tofu fosse
diventato d’argilla (il che, se volete
la mia opinione, non sarebbe stato
un cambiamento così drastico). «A
volte ne è contenta» disse. «Altre
volte, senza i suoi poteri, senza la
sua immortalità… è come…»
Scosse la testa. «Stavo per
paragonare la nostra relazione a una
macchina. Mi avrebbe odiato per
questo.»
«A me non dispiacciono le
macchine.»
Leo posò il piatto sul comodino.
«Un motore riesce a sopportare
soltanto una certa quantità di stress,
lo sapevi? Se lo fai girare troppo
veloce o troppo a lungo, comincia a
surriscaldarsi.»
Questo lo capivo. Anche il mio
carro del sole faceva i capricci
quando lo guidavo tutto il giorno in
modalità Maserati. «Vi serve un po’
di tempo per la manutenzione. Non
avete avuto l’occasione di scoprire
chi siete come coppia senza tutti i
pericoli e i viaggi.»
Leo sorrise, anche se i suoi occhi
erano privi del solito scintillio da
folletto. «Sì. Peccato che i pericoli e
i viaggi… sono praticamente la mia
vita. E non so come… non so che
cosa farci. Non so come rimediare.
E non so neanche se la situazione è
rimediabile.» Raccolse qualche filo
di fieno dalla tuta. «Basta così.
Meglio che adesso dormi, Stellina.
Io pure sto per crollare.»
«Non chiamarmi Stellina»
protestai.
Troppo tardi. Quando Leo si
spegne, lo fa con l’efficienza di un
generatore diesel. Si accasciò su un
fianco, e un attimo dopo russava già.
Io non fui così fortunato. Rimasi
sveglio a lungo, a contare
mentalmente le pecore carnivore,
finché non caddi in un sonno
inquieto.
11

Gasp! Che incubo


Quattro decapitati
Perché io? Sigh!

Naturalmente, ho fatto dei sogni


terribili.
Mi trovavo ai piedi di una
possente fortezza in una notte senza
luna. Di fronte a me, immense mura
scolpite nella roccia si innalzavano
per centinaia di metri; i cristalli di
feldspato luccicavano come stelle.
All’inizio udii solo il canto delle
civette nei boschi alle mie spalle, un
suono che mi ricordava sempre le
notti dell’Antica Grecia. Poi, alla
base della roccaforte, uno stridere di
pietre contro pietre. Una piccola
botola comparve dove prima non
c’era.
Un giovane strisciò fuori,
trascinandosi dietro un sacco
pesante. «Muoviti!» sibilò a
qualcuno ancora nel tunnel. Si alzò,
e un cozzare di oggetti metallici si
levò dal sacco. O stava portando
fuori il secchio dell’alluminio da
riciclare (improbabile), o aveva
appena rubato un bel mucchio di
oggetti preziosi.
Si voltò nella mia direzione, e
trasalii quando lo riconobbi. Dovetti
trattenermi per non strillare come
una civetta.
Era Trofonio. Mio figlio.
Avete presente la sensazione di
quando sospetti di avere generato
qualcuno migliaia di anni fa, ma non
ne sei del tutto sicuro? Poi vedi quel
figlio da adulto e, guardandolo negli
occhi, capisci senza ombra di dubbio
che è tuo? Sì, sono sicuro che molti
di voi mi possono capire.
Non rammentavo chi fosse la
madre… la moglie di re Ergino,
forse? Era una vera bellezza. I lucidi
capelli scuri di Trofonio mi
ricordavano i suoi. Ma il fisico
muscoloso e il volto attraente – quel
mento volitivo, il naso perfetto, le
labbra rosate – … sì, Trofonio aveva
decisamente preso il suo strepitoso
fascino da me.
I suoi occhi scintillavano di
sicurezza, come a dire: “Esatto.
Sono appena strisciato fuori da un
tunnel e sono comunque uno
schianto”.
La testa di un altro giovane
emerse dalla botola. Probabilmente
aveva le spalle più ampie, perché
faticava a passare.
Trofonio rise sottovoce. «Te
l’avevo detto di non ingozzarti,
fratello.»
Nonostante gli sforzi, l’altro
sollevò lo sguardo e sorrise. Non
somigliava affatto a Trofonio. Aveva
i capelli biondi e ricci e la faccia
ingenua, goffa e brutta.
Mi resi conto che quello era
Agamede, il fratellastro di Trofonio.
Non era figlio mio. Il poveretto
aveva avuto la disgrazia di essere la
progenie di re Ergino e sua moglie.
«Non posso credere che abbia
funzionato» disse Agamede,
liberando con un certo sforzo il
braccio destro.
«Ovvio che ha funzionato» replicò
Trofonio. «Siamo architetti famosi.
Abbiamo costruito il tempio di
Delfi. Perché re Irieo non avrebbe
dovuto affidarci la costruzione della
sua tesoreria?»
«Completa di un passaggio
segreto per i ladri!»
«Be’, questo non lo saprà mai»
disse Trofonio. «Quel vecchio pazzo
paranoico penserà che siano stati i
servi a rubare tutto il suo tesoro. Ora
sbrigati, panzone!»
Agamede stava ridendo troppo
per riuscire a liberarsi. Allungò il
braccio. «Aiutami.»

Trofonio alzò gli occhi al cielo.


Gettò a terra il sacco con la
refurtiva, e fu così che innescò la
trappola.
Sapevo cosa sarebbe successo poi.
Ricordavo il racconto ora che lo
vedevo svolgersi davanti ai miei
occhi, ma era comunque difficile
assistere alla scena. Re Irieo era
paranoico, è vero. Giorni prima,
aveva perlustrato la tesoreria alla
ricerca di possibili punti deboli.
Quando aveva trovato il passaggio
segreto, non aveva detto nulla ai
servi, né ai muratori, né agli
architetti. Non aveva spostato il
tesoro. Aveva semplicemente
piazzato una trappola mortale e si
era messo in attesa di scoprire chi
fosse stato a programmare il furto…
Trofonio aveva lasciato cadere la
refurtiva proprio sul cavo della
trappola, che si innescava solo una
volta che il ladro fosse uscito dal
tunnel. Il re voleva cogliere i
traditori con le mani nel sacco.
Dall’albero più vicino, un arco
meccanico scagliò una freccia di
segnalazione nel cielo, che disegnò
una scia di fiamme rosse nelle
tenebre. All’interno del tunnel una
trave di sostegno si spezzò,
schiacciando il petto di Agamede
sotto una pioggia di pietre.
Agamede rimase senza fiato,
agitando il braccio libero. Sputando
un fiotto di sangue, strabuzzò gli
occhi.
Trofonio gridò inorridito. Corse al
fianco del fratello e cercò di tirarlo
fuori, ma riuscì solo a farlo strillare.
«Lasciami qui» disse Agamede.
«Mai!» Il volto di Trofonio era
rigato di lacrime. «È colpa mia. È
stata una mia idea! Andrò a
chiamare aiuto. Io lo… lo dirò alle
guardie e…»
«Se lo fai, ammazzeranno anche
te» replicò Agamede, con voce
strozzata. «Vai, finché puoi. E…
fratello, il re conosce il mio viso.»
Annaspò, rantolando. «Quando
troverà il mio corpo…»
«Non dire così!»
«Capirà che tu eri con me»
continuò Agamede, gli occhi ormai
calmi per la certezza della morte.
«Ti rintraccerà. Dichiarerà guerra a
nostro padre. Fai in modo che il mio
corpo non sia identificato.» Cercò di
afferrare invano il coltello che
pendeva dalla cintura del fratello.
Trofonio gemette. Capì cosa il
fratello gli stava chiedendo. Udì le
guardie che gridavano in lontananza:
sarebbero arrivate presto. Alzò la
voce al cielo. «Prendi me al suo
posto! Salvalo, Padre, ti prego!»
Io, il padre di Trofonio, scelsi di
ignorare la sua preghiera.
“Ti ho dato la fama” stavo
pensando. “Ti ho fatto progettare il
mio tempio a Delfi. E tu hai usato la
tua reputazione e i tuoi talenti per
diventare un ladro. Chi è causa del
suo mal…”
Nella disperazione, Trofonio
sguainò il pugnale. Baciò la fronte
del fratello per l’ultima volta, poi
accostò la lama al collo di Agamede.
Il mio sogno cambiò.
Mi trovavo in una lunga camera
sotterranea simile a un’immagine
alternativa della sala principale della
Waystation. Sopra di me,
scintillavano le piastrelle bianche
del soffitto curvo di una
metropolitana. Lungo i due lati della
stanza, nel posto in cui avrebbero
dovuto trovarsi i binari se si fosse
trattato di una stazione, scorrevano
dei canali pieni d’acqua. File di
monitor televisivi tappezzavano le
pareti, sparando video di un uomo
barbuto con i capelli ricci e castani,
la dentatura perfetta e gli occhi
azzurri e brillanti.
I video mi ricordavano gli
annunci di Times Square che
reclamizzavano il presentatore di
certi spettacoli di seconda serata.
L’uomo faceva le smorfie alla
telecamera, rideva, baciava lo
schermo, fingeva di perdere
l’equilibrio, indossando ogni volta
qualcosa di diverso – un completo
firmato, una tuta da pilota, una
mimetica – ma sempre ricavato da
una pelle di leone.
Un titolo rimbalzava sugli
schermi in colori sgargianti: IL
NUOVO ERCOLE!
Sì. Era così che amava farsi
chiamare all’epoca romana. Aveva
l’eccezionale forma fisica dell’eroe,
ma non era il vero Ercole. Io potevo
ben dirlo. Avevo avuto a che fare
con Ercole in molte occasioni.
Quell’imperatore era più l’idea che
qualcuno poteva farsi di Ercole, la
caricatura photoshoppata e
ipermuscolosa di un eroe.
Al centro della sala, fiancheggiato
da guardie del corpo e attendenti,
c’era lui in persona, comodamente
adagiato su un trono di granito
bianco. Sono pochi gli imperatori
capaci di conservare un aspetto
regale con indosso un paio di
pantaloncini in pelle di leone, ma
Commodo ci riusciva. Teneva una
gamba mollemente sospesa sul
bracciolo del trono, e i suoi
addominali formavano una tartaruga
così ben scolpita che mi sembrava
quasi che si muovesse. Con
espressione annoiata, usando solo
due dita, faceva roteare un’ascia da
guerra lunga quasi due metri,
giungendo minacciosamente vicino
alle parti intime di uno dei suoi
consiglieri.
Avrei voluto mettermi a piangere.
Non solo perché trovavo Commodo
ancora attraente dopo tutti quei
secoli, non solo perché avevamo,
ehm, un passato complicato insieme,
ma anche perché mi ricordava quello
che io ero stato un tempo. Oh,
potersi guardare allo specchio e
vedere di nuovo la perfezione, non
un ragazzotto imbranato e paffutello
con una pelle orrenda!
Mi obbligai a concentrarmi sugli
altri presenti. Inginocchiati davanti
all’imperatore c’erano due individui
che avevo scorto nella mia visione
dell’attico di Nerone: Marcus, lo
sciacallo pieno di collane e catene, e
Vortigern il barbaro.
Marcus stava cercando di spiegare
qualcosa all’imperatore,
gesticolando come un disperato. «Ci
abbiamo provato! Sire, ascoltateci!»
L’imperatore non sembrava
incline all’ascolto. Il suo sguardo
disinteressato scorreva nella sala del
trono posandosi su vari passatempi:
uno scaffale di attrezzi da tortura,
videogiochi, una serie di pesi e un
bersaglio su cui era incollata la…
oh, santo cielo, la faccia di Lester
Papadopoulos, irta di coltelli andati
a segno.
Nella penombra in fondo alla
stanza, strani animali si muovevano
inquieti in gabbia. Non vidi nessun
grifone, ma c’erano altre bestie
favolose sulle quali non posavo gli
occhi da secoli. Una mezza dozzina
di alati serpenti arabi sfarfallavano
in una gabbia per canarini extra-
large. Dentro un recinto dorato, un
paio di creature simili a tori dalle
enormi corna sbuffavano a una
mangiatoia. Centicore europee,
forse? Misericordia, erano rare
perfino ai tempi antichi.
Marcus continuò a blaterare scuse
finché, alla sinistra dell’imperatore,
un uomo corpulento in giacca e
cravatta color porpora non sbottò
con un: «BASTA!». Il consigliere si
fece avanti, badando ad aggirare
l’ascia roteante dell’imperatore. Il
suo volto era talmente rosso e sudato
che, come dio della medicina, avrei
voluto avvisarlo dell’imminente
pericolo di uno scompenso cardiaco
congestizio. Avanzò contro i due
supplici. «Ci state dicendo che
l’avete persa» ringhiò. «Due forti e
capaci servi del Triumvirato hanno
perso una ragazzina. Com’è potuto
succedere?»
Marcus giunse le mani a coppa.
«Prefetto Cleandro, non lo so! Ci
siamo fermati in un grande
magazzino appena fuori Dayton. È
andata in bagno e… ed è
scomparsa.»
Marcus cercò con un’occhiata il
sostegno del compagno. Vortigern
sbuffò.
Cleandro aggrottò la fronte.
«C’era per caso una pianta, una
qualsiasi, nei pressi di questo
bagno?»
Marcus strizzò le palpebre. «Una
pianta?»
«Sì, sciocco. Quelle cose verdi
che crescono.»
«Io… be’, c’erano alcuni denti di
leone che spuntavano in una crepa
vicino alla porta, ma…»
«Cosa?!» strepitò Cleandro.
«Avete lasciato che una figlia di
Demetra si accostasse a una
pianta?»
Una figlia di Demetra.
Il mio cuore balzò come se fosse
appena rimasto impigliato in una
delle reti di Britomarti. All’inizio mi
ero chiesto se stessero parlando di
Georgina, ma intendevano Meg
McCaffrey. Aveva seminato le
guardie che la sorvegliavano.
Marcus boccheggiò come un
pesce. «Signore, era… era solo
erbaccia!»
«Ovvero tutto ciò che le serviva
per teletrasportarsi altrove!» urlò
Cleandro. «Sta diventando potente,
avreste dovuto rendervene conto.
Solo gli dei sanno dove si trovi,
adesso!»
«A dire il vero, io sono un dio»
disse l’imperatore, gelando
improvvisamente la stanza. «E non
ho la minima idea di dove si trovi.»
Smise di far roteare l’ascia.
Perlustrò con lo sguardo la sala del
trono finché non vide un blemma
che disponeva torte e canapè su un
carrellino.
La serva non era travestita: il suo
faccione era in bella mostra sul
petto, anche se sotto il pancia-mento
indossava la gonna nera e il
grembiule di pizzo bianco di una
cameriera.
L’imperatore prese la mira.
Lanciò l’ascia come se niente fosse,
e l’arma attraversò la stanza fino a
conficcarsi in mezzo agli occhi della
creatura. Il blemma barcollò, riuscì a
dire: «Bel colpo, mio signore» e si
ridusse in polvere.
I consiglieri e le guardie del corpo
applaudirono educatamente.
Commodo li zittì con un gesto
noncurante della mano. «Questi due
mi hanno annoiato.» Indicò Marcus
e Vortigern. «Hanno fallito, sì?»
Cleandro si inchinò. «Sì, mio
signore. Grazie a loro, la figlia di
Demetra è a piede libero. Se arriva a
Indianapolis, potrebbe causare guai
a non finire.»
L’imperatore sorrise. «Ah, ma…
Cleandro, anche tu hai fallito,
giusto?»
L’uomo vestito di porpora deglutì.
«Sire, io… vi assicuro che…»
«È stata tua l’idea di permettere a
Nerone di mandare questi idioti.
Pensavi che sarebbero stati utili per
catturare Apollo. Ora la ragazzina ci
ha tradito. E Apollo si trova da
qualche parte nella mia città, e tu
non lo hai ancora preso.»
«Sire, quelle due intriganti della
Waystation…»
«Giusto!» disse l’imperatore.
«Non hai ancora trovato nemmeno
loro. Per non parlare di tutti i tuoi
fallimenti in merito alla cerimonia
del nome.»
«M-ma, sire! Avremo migliaia di
animali da massacrare per voi!
Centinaia di prigionieri…»
«CHE NOIA! Te l’ho detto,
voglio qualcosa di creativo. Sei il
mio prefetto del pretorio sì o no,
Cleandro?»
«S-sì, sire.»
«E perciò sei responsabile di
qualunque fallimento.»
«Ma…»
«E mi stai annoiando, il che è
punibile con la morte.» Commodo
lanciò un’occhiata ai due lati del
trono. «Chi è il prossimo nella
catena di comando? Che parli.»
Un giovane si fece avanti. Non
una guardia del corpo, ma
decisamente un guerriero. Teneva
una mano posata con molta
naturalezza sul pomo della spada. Il
suo volto era un intrico di cicatrici.
Era vestito in modo semplice – solo
un paio di jeans, una maglietta rossa
e bianca con su scritto NEBRASKA e
una bandana rossa legata sui capelli
ricci e scuri – ma il portamento era
quello sicuro e rilassato di un killer
esperto.
«Sono io, signore.»
Commodo inclinò la testa.
«Allora fallo.»
Cleandro strillò: «No!».
Nebraska si mosse con una
rapidità formidabile. La sua spada fu
un lampo. Tre colpi fluidi, e tre
persone caddero a terra morte, con le
teste mozzate. Il lato positivo:
Cleandro non doveva più
preoccuparsi di eventuali scompensi
cardiaci. E nemmeno Marcus e
Vortigern.
L’imperatore batté le mani,
deliziato. «Oh, che bello! È stato
molto divertente, Litierse!»
«Grazie, sire.» Il guerriero scrollò
il sangue dalla lama.
«Sei bravo con la spada quasi
quanto me!» esclamò Commodo.
«Ti ho mai raccontato di come ho
decapitato un rinoceronte?»
«Sì, mio signore. Un’impresa
davvero notevole.» La voce di
Litierse era insipida come farina
d’avena. «Ho il permesso di portare
via i corpi?»
«Naturalmente» disse
l’imperatore. «Ora… tu sei il figlio
di Mida, non è vero?»
La faccia di Litierse sembrò
sviluppare una nuova serie di
cicatrici quando aggrottò la fronte.
«Sì, sire.»
«Ma non sai trasformare in oro
tutto quello che tocchi?»
«No, sire.»
«Peccato. Però uccidi la gente.
Ottimo. Ecco i tuoi primi ordini:
trova Meg McCaffrey. E Apollo.
Portali da me, vivi possibilmente,
e… mmm…. C’era qualcos’altro…»
«La cerimonia del nome, sire?»
«Sì!» L’imperatore sorrise. «Sì, sì.
Ho delle idee meravigliose per
mettere un po’ di pepe ai giochi, ma
dal momento che Apollo e la
ragazzina sono ancora a piede
libero, dovremmo portare avanti i
nostri piani per i grifoni. Vai subito
allo zoo. Portali qui al sicuro. Fallo,
e non ti ucciderò.»
I muscoli sul collo di Litierse si
fecero tesi. «Certamente, sire.»
Mentre il nuovo prefetto del
pretorio sbraitava ordini alle
guardie, dicendo loro di trascinare
via i corpi decapitati, qualcuno
pronunciò il mio nome.
«Apollo. Svegliati.»
Sbattei le palpebre e aprii gli
occhi. Calipso era china su di me. La
stanza era buia. Lì vicino, Leo stava
ancora russando nel suo letto.
«È quasi l’alba» disse la maga.
«Dobbiamo andare.»
Strizzai le palpebre per spazzare
via i residui dei sogni. La Magica
Palla 8 di Agamede sembrò fluttuare
sulla superficie della mia mente.
“Apollo deve riportarla a casa.”
Mi chiesi se il fantasma si fosse
riferito a Georgina, o a un’altra
ragazzina che volevo ritrovare con
tutto me stesso.
Calipso mi scrollò per le spalle.
«E dai! Certo che sei lento a
svegliarti, per essere un dio del
sole!»
«Co-cosa? Dove…?»
«Allo zoo» disse lei. «A meno che
prima tu non voglia sbrigare le
faccende del mattino.»
12

Quante crocchette!
Perfino al chili e blu!
Perché? Chi lo sa…

Calipso sapeva come motivarmi.


Il pensiero di pulire di nuovo i
gabinetti era più terrificante dei miei
sogni.
Camminavamo per le strade buie
nell’aria fredda del primo mattino,
tenendo gli occhi aperti nel caso
fosse comparsa una cordiale folla di
blemmi assassini, ma nessuno ci
disturbò.
Lungo il tragitto, raccontai a
Calipso i miei incubi. Compitai
lettera per lettera il nome di C-O-M-
M-O-D-O, per evitare di attirare
l’attenzione del dio-imperatore
pronunciandolo ad alta voce.
Naturalmente, Calipso non lo
aveva mai sentito. Ovvio, era
rimasta su quell’isola per tutti gli
ultimi millenni. Dubitavo che
potesse riconoscere i nomi della
maggior parte della gente che non
era naufragata sulla sua spiaggia.
Sapeva a malapena chi fosse Ercole,
e almeno questo fu un sollievo.
Ercole adorava fin troppo stare al
centro dell’attenzione.
«Conosci di persona questo
imperatore?» domandò Calipso.
Mi convinsi di non stare
arrossendo. Era il vento che mi
pungeva la faccia. «Ci incontrammo
quando era più giovane. Avevamo
un’incredibile quantità di cose in
comune. Quando divenne
imperatore…» Sospirai. «Sai come
vanno queste cose. Troppo potere e
troppa fama a una così tenera età gli
hanno dato alla testa. Come è
successo a Justin, Britney, Lindsay,
Amanda, Amadeus…»
«Non so chi siano queste
persone.»
«Dobbiamo dedicare più tempo
alle tue lezioni sulla cultura pop.»
«No, ti prego.» Calipso a fatica
chiuse la cerniera del giaccone.
Quel giorno indossava
un’accozzaglia di vestiti presi in
prestito e scelti nel buio più totale:
un malconcio parka d’argento, che
probabilmente risaliva ai giorni da
Cacciatrice di Emmie; una maglietta
blu con il logo della 500 Miglia di
Indianapolis; una gonna marrone
che le arrivava alle caviglie sopra un
paio di leggings neri, e scarpe da
ginnastica viola e verdi. Meg
McCaffrey avrebbe approvato il suo
stile.
«E quel tizio con la spada…
Nebraska?»
«Litierse, figlio di re Mida. Non
so molto di lui, né so come mai
serva l’imperatore. Possiamo solo
sperare di entrare e uscire dallo zoo
prima che si presenti. Non mi piace
l’idea di scontrarmi con lui.»
Calipso piegò le dita, forse
ripensando a cosa era successo
l’ultima volta che aveva dato un
pugno a qualcuno. «Almeno la tua
amica Meg è sfuggita alle sue
guardie» osservò. «Questa è una
buona notizia.»
«Forse.» Volevo tanto credere che
Meg si stesse ribellando a Nerone.
Che avesse finalmente compreso la
verità sul suo mostruoso patrigno e
che ora corresse al mio fianco,
pronta ad aiutarmi nelle mie imprese
e disposta a non vessarmi più.
Purtroppo sapevo per esperienza
quanto fosse difficile districarsi da
una relazione tossica. Gli uncini di
Nerone avevano messo radici
profonde nella sua mente. L’idea di
Meg in fuga senza una meta,
terrorizzata e inseguita dagli
scagnozzi di due diversi
imperatori… non mi rassicurava per
niente. Sperai che almeno potesse
contare sul suo amico Pesca, lo
spirito del grano, ma di lui non c’era
traccia nelle mie visioni.
«E Trofonio?» chiese Calipso. «Ti
capita spesso di dimenticare quando
qualcuno è tuo figlio?»
«Non puoi capire…»
«Stiamo cercando un pericoloso
Oracolo che fa impazzire le persone.
Lo spirito di questo Oracolo è tuo
figlio, che forse ce l’ha ancora con
te perché non hai risposto alle sue
preghiere, costringendolo a mozzare
la testa a suo fratello. Mi sembra
un’informazione utile da sapere.»
«Ho un sacco di cose per la
mente! Ed è una mente mortale
molto piccola.»
«Almeno concordiamo sulle
dimensioni del tuo cervello.»
«Oh, piantala!» borbottai.
«Speravo che potessi darmi qualche
consiglio su come procedere. Sei
inutile.»
«Va bene. Ti consiglio di piantarla
di fare il gloutos.»
Il termine significava
“fondoschiena”, solo che in greco
antico aveva una connotazione
molto più volgare. Cercai di farmi
venire in mente una replica a tono,
ma non riuscivo proprio a ricordarmi
come si dicesse “Senti chi parla” in
greco antico.
Calipso arruffò l’impennaggio
delle frecce nella mia faretra. «Se
vuoi un consiglio, perché non lo
chiedi alla tua freccia? Forse sa
come salvare i grifoni.»
«Uff.» Non mi piaceva il
consiglio di Calipso di chiedere un
consiglio. Non riuscivo a
immaginare come una freccia che
parlava la lingua di Shakespeare
potesse contribuire alla nostra
missione. Ma del resto non avevo
nulla da perdere, a parte la pazienza.
Se la freccia mi innervosiva troppo,
potevo sempre scagliarla contro il
gloutos di un mostro.
Tirai fuori la Freccia di Dodona.
La sua voce sonora parlò subito
nella mia mente, con l’asta che
vibrava a ogni parola.
«ECCO!» esclamò.
«FINALMENTE IL MORTALE
MOSTRA UN PO’ DI BUON
SENSO.»
«Anch’io ho sentito la tua
mancanza» dissi.
«Sta parlando?» domandò
Calipso.
«Purtroppo sì. Oh, Freccia di
Dodona, ho una domanda per te.»
«ORSÙ, SPARA!»
Spiegai le mie visioni. Sono
sicuro di essere sembrato ridicolo,
mentre parlavo a una freccia lungo
West Maryland Street. Davanti
all’Indiana Convention Center
inciampai e per poco non mi cavai
un occhio, ma Calipso non si prese
neanche la briga di ridere. Durante
le varie tappe del nostro viaggio mi
aveva visto umiliato in modi molto
più spettacolari.
Parlare si rivelò un modo
piuttosto lento di agire – avrei
preferito scagliarla, la freccia – ma
arrivai comunque al punto.
«VERGOGNA!» La freccia
rabbrividì nella mia mano.
«CODESTA NON È UNA
DOMANDA, MA UNA STORIA.»
Mi chiesi se non mi stesse
mettendo alla prova, per capire fin
dove poteva spingersi prima che la
spezzassi con le mie mani. Avrei
potuto farlo molto prima, ma temevo
che poi mi sarei ritrovato con due
frammenti di freccia parlante, che
mi avrebbero dato pessimi consigli
in coro.
«E va bene» dissi. «Come
troviamo i grifoni? Dov’è Meg
McCaffrey? Come facciamo a
sconfiggere l’imperatore, liberare i
suoi prigionieri e riprendere il
controllo dell’Oracolo di Trofonio?»
«SON TROPPE LE DOMANDE
CHE MI PONI» cantilenò la freccia.
«FATTA NON FUI PER
RISPONDER COME GOOGLE!»
Sì, la freccia mi stava
decisamente tentando.
«Cominciamo nel modo più
semplice, allora» dissi. «Come
liberiamo i grifoni?»
«RECATEVI ALLO ZOO.»
«Lo stiamo già facendo.»
«TROVATE IL RECINTO DEI
GRIFONI.»
«Sì, ma dove? E non rispondermi
“allo zoo”. Dove vengono tenuti
esattamente i grifoni nello zoo di
Indianapolis?»
«CERCATE IL CIUF-CIUF!»
«Il ciuf-ciuf.»
«C’È FORSE UN’ECO LÀ
FUORI?»
«E va bene! Cerchiamo un ciuf…
un treno. Una volta trovati i grifoni,
come li liberiamo?»
«ECCO, DOVRETE
GUADAGNAR LA FEDE DELLE
FIERE. USATE LE CROCCHETTE
ALL’UOPO.»
«All’uopo?»
Aspettai un chiarimento, magari
anche soltanto l’ennesimo
commento sagace. La freccia rimase
zitta. Con uno sbuffo disgustato, la
riposi nella faretra.
«Sai, ascoltare solo una parte di
questa conversazione mi ha lasciato
parecchio perplessa» disse Calipso.
«L’effetto non sarebbe stato molto
diverso se ci avessi sentiti entrambi»
le assicurai. «Dunque. C’è di mezzo
un treno. E poi delle crocchette
all’uopo… qualunque cosa siano.»
«Be’, all’uopo vuol dire alla
bisogna. Insomma, delle crocchette
adatte. A Leo…» La voce di Calipso
esitò sul suo nome. «A Leo
piacciono molto.»
La mia vasta esperienza con le
donne mi diceva che Calipso
provava rimorso per il litigio con
Leo del giorno prima… o che forse
si era commossa per la faccenda
delle crocchette all’uopo. Non avevo
molta voglia di scoprire quale fosse
il caso.
«Comunque sia, orsù…» Mi
fermai per scacciare quella parlata
assurda dal mio cervello.
«Insomma… non so cosa significhi
il consiglio della freccia. Forse
quando arriviamo allo zoo avrà un
senso.»
«Eh, già. Spesso succede così
quando arriviamo in un posto
nuovo» commentò Calipso.
«All’improvviso ogni cosa acquista
un senso.»
«Non hai tutti i torti.» Sospirai.
«Ma, proprio come la mia freccia
parlante, non mi sei di grande aiuto.
Continuiamo?»
Prendemmo il Washington Street
Bridge per attraversare il fiume
White, che di bianco aveva solo il
nome. Scorreva ampio, torbido e
marrone tra i muraglioni di cemento,
con l’acqua che fluiva intorno a
isolotti di ispidi arbusti simili a
chiazze di acne (con le quali ormai
avevo fin troppa familiarità). Mi
ricordava stranamente il Tevere a
Roma, un altro fiume deludente e
trascurato.
Eppure, sulle rive del Tevere si
era scritta una storia che aveva
cambiato le sorti del mondo.
Rabbrividii al pensiero di quali piani
Commodo potesse avere per quella
città. E se il fiume White alimentava
i canali che avevo scorto nella sua
sala del trono, il suo covo poteva
essere vicino. Questo significava che
il suo nuovo prefetto, Litierse,
poteva essere già arrivato allo zoo.
Decisi di affrettare il passo.
Lo zoo di Indianapolis era situato
un po’ in disparte, in un parco
appena fuori West Washington
Street. Attraversammo un
parcheggio vuoto e ci dirigemmo
verso il padiglione turchese
dell’ingresso principale. Uno
striscione sul davanti diceva:
NATURALMENTE IRRESISTIBILE! Per un
attimo pensai che forse il personale
dello zoo aveva saputo del mio
arrivo e aveva deciso di darmi il
benvenuto. Ma poi mi resi conto che
era la pubblicità di un cucciolo di
koala appena nato. Come se i koala
avessero bisogno di pubblicità.
Calipso aggrottò la fronte quando
vide che le biglietterie erano chiuse.
«Non c’è nessuno. Questo posto è
deserto.»
«L’idea era questa» le feci notare.
«Meno mortali ci sono intorno,
meglio è.»
«Ma come entriamo?»
«Ah, se qualcuno fosse capace di
controllare gli spiriti del vento così
da farci trasportare oltre la
recinzione!»
«Ah, se un certo dio potesse
teletrasportarci dentro» ribatté lei.
«O schioccare le dita e farci
comparire i grifoni davanti.»
Incrociai le braccia. «Sto
cominciando a ricordare perché ti
abbiamo esiliato su quell’isola per
tremila anni.»
«Tremila e
cinquecentosessantotto, per la
precisione. E, se fosse dipeso da voi,
sarei ancora là.»
Non volevo ricominciare di nuovo
quella discussione, ma Calipso se la
stava cercando. «Eri su un’isola
tropicale con spiagge immacolate,
servitori aerei e una grotta fornita di
ogni comfort.»
«E questo non farebbe di Ogigia
una prigione?»
Fui tentato di fulminarla con il
mio potere divino, solo che… non
avevo nessun potere. «Quindi non ti
manca, la tua isola?»
Calipso strizzò gli occhi come se
le avessi gettato in faccia della
sabbia. «Io… no. Non è questo il
punto. Ero in esilio. Non avevo
nessuno…»
«Oh, per favore. Vuoi sapere
com’è un vero esilio? Questa è la
terza volta che sono mortale. Privo
dei miei poteri. Privo
dell’immortalità. Posso morire,
Calipso.»
«Anch’io» mi folgorò lei.
«Sì, ma tu hai scelto di andare con
Leo. Hai rinunciato alla tua
immortalità per amore! Sei pessima,
proprio come Emitea!»
Non mi resi conto di quanta
rabbia ci fosse dietro quest’ultimo
commento finché non mi fu uscito di
bocca. La mia voce riecheggiò nel
parcheggio vuoto. Da qualche parte
nello zoo, un uccello tropicale
protestò con un verso sguaiato per il
brusco risveglio.
L’espressione di Calipso si indurì.
«Giusto.»
«Volevo solo dire…»
«Lascia stare.» Fece scorrere lo
sguardo lungo il perimetro della
recinzione. «Troviamo un punto per
scavalcare?»
Provai a formulare delle scuse
galanti capaci al tempo stesso di non
farmi perdere la faccia, ma decisi di
lasciar cadere l’argomento. Forse il
mio grido non aveva risvegliato solo
i tucani. Dovevamo sbrigarci.
Trovammo un punto dove la
recinzione si abbassava
leggermente. Anche con la gonna,
Calipso si dimostrò un’agile
arrampicatrice. Arrivò in cima senza
problemi, mentre io rimasi con la
scarpa impigliata nel filo spinato e
mi ritrovai appeso a testa in giù. Fu
solo fortuna se non caddi
nell’habitat delle tigri.
«Zitta» dissi a Calipso quando mi
salvò da quella situazione.
«Non ho detto nulla!»
La tigre ci guardò torva dall’altra
parte della barriera di vetro, come a
dire: “Perché mi disturbate se non
avete portato la colazione?”.
Ho sempre ritenuto le tigri delle
creature assennate.
Ci inoltrammo prudentemente
nello zoo, tenendo gli occhi aperti
nel caso si palesassero mortali o
guardie imperiali. Tranne un custode
che annaffiava il recinto dei lemuri,
non vedemmo nessuno.
Ci fermammo in un’area che
sembrava essere il crocevia
principale del giardino zoologico.
Alla nostra sinistra c’era una giostra.
Alla nostra destra, gli oranghi se ne
stavano comodi in un’ampia zona
recintata e munita di reti. Sparsi in
punti strategici per tutta la piazza
c’erano diversi negozi di souvenir e
bar, tutti chiusi. Dei cartelli
indicavano la via per varie
attrazioni: OCEANO, PIANTE, GIUNGLA,
VOLI DI FANTASIA.
«Voli di fantasia» mormorai.
«Sembra il posto giusto per dei
grifoni.»
Calipso perlustrò i dintorni con lo
sguardo. Aveva occhi inquietanti:
marrone scuro, intensi e concentrati,
non dissimili da quelli di Artemide
quando puntava un bersaglio.
Supposi che a Ogigia avesse
maturato molti anni di pratica nello
scrutare l’orizzonte, in attesa di
veder comparire qualcosa o
qualcuno di interessante.
«La tua freccia ha parlato di un
treno» disse. «C’è un cartello che
indica una “corsa in treno”.»
«Sì, ma la mia freccia ha parlato
anche di crocchette. Penso che si stia
un po’ deformando.»
Calipso indicò. «Laggiù.»
Nel più vicino bar all’aperto,
accanto a una finestrella di servizio
con le persiane, c’era un menu
appeso al muro. Scrutai l’elenco
delle pietanze.
«Quattro tipi diversi di
crocchette?» Mi sentii sopraffare
dalla confusione culinaria. «Perché
così tanti? Chili. Patata dolce. Blu?
Come può essere blu una…?» Mi
bloccai.
Per un nanosecondo, non riuscii a
capire cosa mi avesse spaventato.
Poi mi resi conto che il mio udito
acuto aveva captato un suono in
lontananza… una voce maschile.
«Che c’è?» domandò Calipso.
«Ssst…» Ascoltai con più
attenzione.
Sperai di essermi sbagliato. Forse
avevo solo sentito un uccello esotico
che gracchiava in modo
particolarmente roco, o il custode
dello zoo che imprecava mentre
lavava via la cacca dei lemuri. Ma
no. Anche nelle mie menomate
condizioni mortali, il mio udito era
straordinario.
La voce parlò di nuovo, familiare
e troppo vicina. «Voi tre, da quella
parte. Voi due, con me.»
Toccai la manica del parka di
Calipso. «È Litierse. Nebraska.»
La maga borbottò un’altra
imprecazione minoica, nominando
una parte del corpo di Zeus alla
quale preferivo non pensare.
«Dobbiamo nasconderci.»
Purtroppo Litierse si stava
avvicinando dalla direzione da cui
eravamo venuti. A giudicare dal
suono della sua voce, avevamo
pochi secondi prima che arrivasse.
Gli incroci aprivano innumerevoli
vie di fuga, ma tutte sarebbero state
nella visuale del prefetto.
Solo un posto era abbastanza
vicino da offrirci un riparo.
«Nel dubbio, vai con le
crocchette» disse Calipso. Mi afferrò
una mano e mi tirò nel retro del bar.
13

Vado al fast food


Crocchette e patatine?
Cibo per struzzi?!

Quando ero un dio, mi faceva


piacere se una bella ragazza mi
trascinava dietro un edificio. Ma, in
qualità di Lester, con Calipso era più
probabile che venissi ucciso, non
baciato.
Ci accovacciammo dietro una pila
di cassette di plastica vicino
all’ingresso della cucina. L’aria
odorava di frittura, cacche di
piccioni e cloro dell’acqua-park
nelle vicinanze.
Calipso scrollò la porta chiusa,
poi mi lanciò un’occhiataccia.
«Aiutami!» sibilò.
«Io? Che cosa dovrei fare?»
«Be’, sarebbe il momento giusto
per un’improvvisa manifestazione di
potere divino!»
Non avrei mai dovuto raccontarlo
a quei due. Una volta, quando avevo
affrontato Nerone al Campo
Mezzosangue, i miei poteri
sovrumani avevano fatto un rapido
ritorno, permettendomi di
sconfiggere i guerrieri germani
dell’imperatore. Ne avevo
scaraventato uno in cielo e, per
quanto ne sapevo, quello era ancora
in orbita intorno alla Terra. Ma era
stato un attimo. La mia forza non era
più ricomparsa da allora.
Eppure, Leo e Calipso
sembravano convinti che io fossi
capace di evocare fantastiche
esplosioni di potere divino a mio
piacimento, solo perché un tempo
ero un dio. Era un’ingiustizia.
Feci un tentativo con la porta.
Tirai la maniglia, e per poco non mi
staccai le dita. «Ahia» brontolai. «I
mortali sono diventati bravi a fare le
porte. Durante l’età del bronzo
invece…»
Calipso mi zittì.
Le voci dei nostri nemici si
stavano avvicinando. Non udivo
quella di Litierse, ma altri due
uomini stavano conversando in una
lingua gutturale che sembrava
gallico antico. Dubitai che fossero i
custodi dello zoo.
Agitatissima, Calipso si sfilò una
forcina dai capelli. (A-ha! Perciò
quei riccioli deliziosi non stavano al
loro posto per magia!) Indicò me e
poi indicò dietro l’angolo. Per un
attimo pensai che mi stesse dicendo
di fuggire e mettermi in salvo.
Sarebbe stato un suggerimento
ragionevole. Poi mi resi conto che
mi stava chiedendo di fare la
guardia.
Non sapevo a cosa sarebbe
servito, ma sbirciai oltre il bastione
di cassette di plastica e aspettai che i
guerrieri germani venissero ad
ammazzarci. Riuscivo a sentirli:
erano di fronte al bar e scuotevano
l’imposta chiusa della finestrella di
servizio, scambiandosi sbuffi e
grugniti. Conoscendo le guardie
dell’imperatore, probabilmente
stavano dicendo qualcosa tipo:
“Ammazziamo? Ammazziamo!
Spacchiamo teste? Spacchiamo
teste!”.
Mi chiesi perché Litierse avesse
diviso i guerrieri germani in due
gruppi. Di certo, sapevano già
dov’erano i grifoni. Perché allora
perlustrare il parco? A meno che,
ovviamente, non stessero cercando
degli intrusi e, nello specifico, noi…
Calipso spezzò la forcina in due.
Inserì i pezzetti di metallo nella
serratura della porta e cominciò ad
armeggiare, con gli occhi chiusi
come se fosse concentratissima.
“Ridicolo” pensai. “Funziona solo
al cinema e nei poemi omerici!”
Clic. La porta si aprì verso
l’interno.
Calipso mi fece cenno di entrare,
tolse i pezzi di forcina dalla
serratura e mi seguì oltre la soglia,
chiudendosi delicatamente la porta
alle spalle. Chiuse il catenaccio un
attimo prima che qualcuno da fuori
scuotesse la maniglia.
Una voce roca brontolò in gallico.
Probabilmente qualcosa tipo:
“Niente da fare. Spacchiamo teste
altrove”.
I passi si allontanarono.
Finalmente mi ricordai di
respirare.
Mi voltai verso Calipso. «Come
hai fatto a forzare la serratura?»
Lei fissò la forcina rotta che
aveva ancora in mano. «Io ho… ho
pensato alla tessitura.»
«La tessitura?»
«Ho passato migliaia di anni a
lavorare al telaio. Ho pensato che
forse… chissà… armeggiare con dei
pezzi di forcina in una serratura non
era troppo diverso dall’intrecciare i
fili su un telaio.»
A me sembravano due cose molto
diverse, ma c’era poco da discutere
visti i risultati.
«Quindi non è stata magia?»
Cercai di non far trasparire troppo la
mia delusione. Avere qualche spirito
del vento al nostro comando sarebbe
stato molto utile.
«No» replicò Calipso. «Quando
riavrò la mia magia te ne accorgerai,
perché ti avrò scaraventato dall’altra
parte di Indianapolis.»
«Non vedo l’ora.»
Scrutai l’interno del bar. A ridosso
della parete c’erano i fondamentali:
un lavello, una friggitrice, un set di
fornelli, due forni a microonde.
Sotto il bancone c’erano due
congelatori.
Come dite? Come facevo a
conoscere i fondamentali della
cucina di un fast food? Be’, avevo
scoperto Pink, la cantante, quando
lavorava da McDonald’s, e Queen
Latifah da Burger King. Ho
trascorso un bel po’ di tempo in
posti come quelli. Non si può
escludere nessun luogo quando si è a
caccia di talenti.
Controllai il primo congelatore.
Dentro, avvolte nella fredda nebbia,
c’erano scatole accuratamente
etichettate di pasti pronti, ma niente
su cui fosse scritto: CROCCHETTE.
Il secondo congelatore era chiuso
a chiave.
«Calipso, potresti aprirlo con
quella cosa della tessitura?»
domandai.
«Adesso chi è che non serve a
niente, eh?»
Per il bene della missione, decisi
di non replicare. Mi feci indietro,
mentre Calipso agiva con i propri
talenti non-magici. Fece saltare
quella serratura perfino più in fretta
della prima.
«Brava.» Sollevai il coperchio.
«Ah!»
C’erano centinaia di pacchetti
avvolti in carta da macellaio bianca,
ognuno con una scritta a pennarello
nero.
Calipso socchiuse gli occhi per
leggere le descrizioni. «Macinato
cavallo carnivoro? Cubetti struzzi
da combattimento? E… Crocchette
grifoni.» Si voltò a guardarmi con
un’espressione inorridita. «Non
avranno mica fatto a pezzi tutti
questi animali?»
Ripensai a un banchetto di tanto
tempo prima con il disgustoso re
Tantalo, che aveva servito agli dei
uno stufato fatto con i suoi stessi
figli. Con gli umani, tutto era
possibile. Ma, in quel caso, dubitavo
che il bar avesse messo delle
creature mitiche sul menu.
«Questa roba è tutta sottochiave»
osservai. «Immagino che sia stata
messa da parte come premio per gli
animali più rari dello zoo. Quello è
macinato per un cavallo carnivoro,
non macinato di cavallo carnivoro.»
Calipso sembrò solo un po’ meno
nauseata. «Cosa diamine è uno
struzzo da combattimento?»
Quella domanda suscitò un
vecchio ricordo. Fui travolto da una
visione potente quanto il tanfo
pestilenziale di una gabbia di lemuri
sporca.
Mi ritrovai disteso su un divano
nella tenda da campo del mio amico
Commodo. Lui era nel pieno di una
campagna militare con suo padre,
Marco Aurelio, ma niente in quella
tenda faceva pensare alla dura vita
della legione romana. Sopra di noi,
un baldacchino di seta bianca si
gonfiava nella brezza leggera.
Seduto in un angolo, un musico ci
intratteneva discretamente suonando
la lira. Sotto i nostri piedi erano
distesi i tappeti più preziosi delle
province orientali, ognuno dei quali
costava quanto un’intera villa a
Roma. Fra i nostri due divani, un
tavolo era apparecchiato per lo
spuntino pomeridiano: arrosto di
cinghiale, fagiano, salmone e frutta
che si riversava fuori da una
cornucopia d’oro massiccio.
Mi stavo divertendo a lanciare
acini d’uva nella bocca di
Commodo. Naturalmente, non
sbagliavo mai la mira a meno che
non lo volessi, ma era buffo vedere
l’acino che gli rimbalzava sul naso.
«Sei tremendo» mi punzecchiò
lui.
“E tu sei perfetto” pensai, ma mi
limitai a sorridergli.
Aveva diciotto anni. Nella mia
forma mortale, anch’io ero un
giovane della stessa età, ma anche
con il potenziamento divino potevo
competere a malapena con
l’avvenenza del princeps.
Nonostante la vita agiata, nato
com’era nella porpora della casa
imperiale, Commodo era
l’incarnazione stessa della
perfezione atletica: il corpo agile e
muscoloso, un viso dai lineamenti
olimpici circondato da boccoli
dorati. La sua forza fisica era già
rinomata, e c’era chi lo paragonava
al leggendario eroe Ercole.
Lanciai un altro acino.
Lui lo prese al volo e studiò la
piccola sfera. «Oh, Apollo…»
Conosceva la mia identità, sì.
Eravamo amici, più che amici, da
quasi un mese ormai. «Sono
talmente stanco di queste campagne.
Mio padre è in guerra praticamente
da quando è diventato imperatore!»
«Eh, già! Che vita dura per te.»
Indicai con un gesto l’opulenza che
ci circondava.
«Sì, ma è ridicolo. Sfacchinare
per le foreste del Danubio,
schiacciare tribù barbariche che non
costituiscono nessuna minaccia per
Roma. Che senso ha essere
imperatore se non sei mai nella
capitale a divertirti?»
Sbocconcellai un pezzo di carne
di cinghiale. «Perché non parli con
tuo padre e non gli chiedi una
licenza?»
Commodo fece un verso di
scherno. «Sai bene come
reagirebbe… mi farebbe un’altra
predica sul dovere e la moralità. È
così virtuoso, così perfetto, così
stimato.» Disegnò cerchietti
nell’aria con le dita per sottolineare
ogni parola (le virgolette non erano
ancora state inventate).
Lo capivo perfettamente. Marco
Aurelio era il padre più severo e
potente del mondo, secondo solo al
mio, Zeus. Entrambi adoravano fare
la predica. Entrambi adoravano
rammentare ai rispettivi figli quanto
fossero fortunati e privilegiati, e
quanto avessero deluso le aspettative
paterne. E, naturalmente, entrambi
avevano figli bellissimi e talentuosi
tragicamente sottovalutati.
Commodo schiacciò l’acino d’uva
e rimase a guardare il succo che gli
colava dalle dita. «Mio padre mi ha
nominato imperatore insieme a lui
quando avevo sedici anni, Apollo. È
soffocante. Solo doveri, tutto il
tempo. Poi mi ha costretto a sposare
quella orrenda Bruttia Crispina.
Come si fa a chiamare la propria
figlia Bruttia?»
Non volevo ridere alle spalle della
moglie lontana… ma una parte di
me era contenta quando lui parlava
male di lei. Volevo tutta l’attenzione
di Commodo per me.
«Be’, un giorno sarai l’unico
imperatore» dissi. «E allora sarai tu
a stabilire le regole.»
«Farò pace con i barbari» dichiarò
Commodo. «Poi torneremo a casa e
celebreremo l’evento con i giochi. I
migliori giochi di tutti i tempi.
Radunerò gli animali più esotici del
mondo. Li combatterò
personalmente nel Colosseo: tigri,
elefanti, struzzi…»
Risi. «Struzzi? Ne hai mai visto
uno?»
«Oh, sì.» Un’espressione
sognante comparve nei suoi occhi.
«Creature stupefacenti. Se li si
addestrasse a combattere, magari
con un’armatura fatta apposta per
loro, sarebbero incredibili.»
«Sei un bellissimo idiota.» Gli
lanciai un altro acino, che gli
rimbalzò sulla fronte.
Un breve lampo di rabbia
attraversò il suo viso. Sapevo che il
mio dolce Commodo poteva avere
un caratteraccio. Aveva una passione
un tantino eccessiva per i massacri.
Ma cosa me ne importava? Ero un
dio. Potevo rivolgermi a lui come
nessun altro osava.
Il lembo della tenda si aprì. Un
centurione entrò e fece un saluto
impeccabile, ma aveva il volto teso,
lucido di sudore. «Princeps…» Gli
tremò la voce. «Vostro padre. È…»
Non pronunciò mai la parola
“morto”, ma fu come se fluttuasse
nella tenda tutt’intorno a noi,
risucchiando il calore dall’aria. Il
suonatore di lira si fermò su un
accordo di settima maggiore.
Commodo mi guardò, con il
panico negli occhi.
«Vai» dissi, con il tono più calmo
che mi riuscì, soffocando i miei
timori. «Avrai sempre la mia
benedizione. Te la caverai.»
Ma sospettavo già cosa sarebbe
successo: il giovane che conoscevo e
amavo stava per essere distrutto
dall’imperatore che sarebbe
diventato.
Commodo si alzò e mi baciò per
l’ultima volta. Il suo alito sapeva di
uva. Poi uscì, andando, come
direbbero i Romani, nella tana del
lupo.
«Apollo.» Calipso mi toccò il
braccio.
«Non andare!» supplicai. Poi la
mia vita passata si ridusse in cenere.
La maga mi guardava con la
fronte aggrottata. «In che senso,
“non andare”? Hai avuto un’altra
visione?»
Scrutai la cucina buia del bar.
«Io… sto bene. Che succede?»
Calipso indicò il congelatore.
«Guarda i prezzi.»
Inghiottii il sapore amaro dell’uva
e della carne di cinghiale. Nel
congelatore, sull’angolo di ogni
pacchetto c’era un prezzo scritto a
matita. Il più costoso in assoluto era
il nostro: Crocchette grifoni, 15.000
$ a porzione.
«Non sono molto bravo con la
moneta moderna» ammisi. «Ma non
è un po’ troppo, per un pasto?»
«Stavo per chiederti la stessa
cosa» disse Calipso. «So che quella
specie di S con la linea nel mezzo è
il simbolo dei dollari americani, ma
la cifra…» Si strinse nelle spalle.
Trovavo ingiusto che fossi
all’avventura con una persona
sprovveduta quanto me. Un semidio
moderno avrebbe saputo dircelo
senza problemi, e avrebbe anche
avuto dei talenti utili nel
Ventunesimo secolo. Leo Valdez
riparava le macchine. Percy Jackson
guidava. Mi sarei accontentato
perfino di Meg McCaffrey e della
sua abilità nel lancio della
spazzatura, anche se sapevo che
cosa avrebbe detto della nostra
situazione attuale: “Certo che siete
scemi”.
Tirai fuori un pacco di crocchette
per grifoni e lo aprii in un angolo.
Dentro, cubetti congelati di purè di
patate luccicavano nel loro
rivestimento dorato. «Le crocchette
sono sempre rivestite di metallo
prezioso?» chiesi.
Calipso ne prese una. «Non credo.
Ma ai grifoni piace l’oro. Me l’ha
detto mio padre, secoli fa.»
Rabbrividii. Ricordai suo padre, il
generale Atlante, e il giorno in cui
mi aveva sguinzagliato contro uno
stormo di grifoni durante la prima
Guerra dei Titani e degli dei.
Ritrovarsi con il carro invaso da
leoni con la testa d’aquila non è il
genere di cose che si dimenticano
facilmente.
«Perciò prendiamo queste
crocchette e le diamo da mangiare ai
grifoni» intuii. «E, con un po’ di
fortuna, conquisteremo la loro
fiducia.» Tirai fuori la Freccia di
Dodona dalla faretra. «Era questo
che avevi in mente, oh,
Frustrantissima Freccia?»
La freccia vibrò. «INVERO, SÌ.
SEI PIÙ DURO DI UN CUBETTO
CONGELATO PER STRUZZI.»
«Che ha detto?» domandò
Calipso.
«Ha detto di sì.»
Dal bancone, Calipso afferrò un
menu di carta con una mappa dello
zoo sopra. Indicò un circuito
arancione che circondava l’area
delle PIANURE. «Qui.»
Il circuito era denominato
TRENINO, il nome meno creativo che
riuscissi a immaginare. In fondo,
nella legenda, c’era una spiegazione
più dettagliata: IL TRENINO DELLO
ZOO! SCOPRITE LO ZOO DIETRO LO ZOO!
«Be’, almeno pubblicizzano il
fatto che hanno uno zoo segreto
dietro lo zoo» commentai. «Gentile
da parte loro.»
«Penso che sia giunta l’ora di
prendere il ciuf-ciuf» concordò
Calipso.
Dall’area di fronte al bar giunse
un gran baccano, come se uno dei
guerrieri germani fosse inciampato
su un bidone della spazzatura.
«Piantatela!» sbraitò Litierse.
«Tu, resta qui e fai la guardia. Se si
fanno vedere, catturali: non
ucciderli. Tu, vieni con me. Ci
servono quei grifoni.»
Contai mentalmente fino a cinque,
poi bisbigliai a Calipso: «Se ne sono
andati?».
«Fammi usare la mia supervista
per guardare attraverso il muro e
controllare» replicò lei. «Oh,
aspetta…»
«Sei una persona orribile.»
Calipso indicò la mappa. «Se
Litierse ha lasciato una guardia
all’incrocio, sarà difficile uscire di
qui e arrivare al treno senza che ci
vedano.»
«Be’, potremmo sempre tornare
alla Waystation e dire a Britomarti
che ci abbiamo provato.»
Calipso mi lanciò una crocchetta
congelata. «Quando eri un dio, se
degli eroi tornati a mani vuote da
un’impresa che gli avevi affidato ti
avessero detto: “Oh, scusa, Apollo,
ci abbiamo provato”, tu saresti stato
comprensivo?»
«Certo che no! Li avrei inceneriti!
Li… Oh, capisco cosa intendi.» Mi
torsi le mani. «Allora che facciamo?
Non ho voglia di farmi incenerire.
Fa male.»
«Forse un modo c’è.» Calipso
fece scorrere un dito sulla mappa
fino a una sezione denominata
SURICATI, RETTILI E SERPENTI, che
sembrava il nome del peggior studio
legale di sempre. «Ho un’idea.
Prendi le crocchette e seguimi.»
14

Frecce centrate
Finte maledizioni
Ehi, mica male!

Non avevo alcun desiderio di


seguire Calipso, con o senza
crocchette.
Purtroppo la mia unica alternativa
era restare in quel bar finché gli
uomini dell’imperatore non mi
trovavano o il gestore non tornava e
mi arruolava a forza in cucina.
Calipso faceva strada, sfrecciando
da un nascondiglio all’altro come
una ninja. Vidi il guerriero germano
solitario di sentinella, a una
quindicina di metri in fondo alla
piazza, ma era troppo impegnato a
studiare la giostra. Con una certa
esitazione punzecchiava con la
lancia i cavalli dipinti, come se
temesse che fossero carnivori.
Riuscimmo a superare l’incrocio
senza attirare la sua attenzione, ma
io ero comunque nervoso. Per
quanto ne sapevamo, Litierse poteva
avere più di un gruppo di ronda nel
parco. Su un palo del telefono vicino
al negozio di souvenir, una
videocamera di sicurezza si spostò
verso di noi. Se il Triumvirato era
potente come Nerone sosteneva,
sarebbe stato facile per loro
controllare la sorveglianza
all’interno dello zoo di Indianapolis.
Forse era per questo che Litierse ci
stava cercando. Sapeva già che
eravamo qui.
Per un attimo pensai di scagliare
una freccia contro la videocamera,
ma probabilmente era troppo tardi.
Le telecamere mi amavano. Senza
dubbio la mia faccia era già su tutti i
monitor della sicurezza.
Il piano di Calipso era di girare
intorno agli oranghi e tagliare per il
rettilario, costeggiando il perimetro
del parco fino alla stazioncina del
treno. Invece, quando passammo
davanti all’ingresso dell’habitat
delle scimmie, le voci di una
pattuglia di guerrieri germani in
avvicinamento ci spaventarono. Ci
fiondammo nell’habitat degli
oranghi in cerca di riparo.
E va bene… fui io a spaventarmi
e a cercare riparo. Calipso sibilò:
«No, idiota!» e poi mi seguì dentro.
Insieme, ci accovacciammo dietro
un muretto mentre due guerrieri
passavano, tutti presi dalle loro
chiacchiere sulle tecniche di
spaccamento teste.
Lanciai un’occhiata alla mia
destra e soffocai uno strillo. Dietro
una parete di vetro, un grosso
orango mi fissava, con gli occhi
color ambra incuriositi. Fece
qualche gesto con le mani: era la
lingua dei segni? Agamede
l’avrebbe saputo. A giudicare dalla
sua espressione, non era molto lieto
di vedermi. Ahimè, tra le grandi
scimmie antropomorfe, solo gli
umani sono capaci di mostrare un
adeguato timore reverenziale nei
confronti degli dei. A favore degli
oranghi, però, va detto che hanno
una splendida pelliccia arancione
che nessun umano potrà mai
eguagliare.
Calipso richiamò la mia
attenzione toccandomi una gamba.
«Dobbiamo continuare.»
Ci addentrammo nell’area,
sgambettando rapidi. I nostri
movimenti scimmieschi
probabilmente divertivano l’orango,
che emise un verso profondo.
«Zitto!» bisbigliai in modo che mi
sentisse.
Arrivati all’uscita, ci
rannicchiammo dietro una tenda
mimetica. Mi strinsi le crocchette al
petto e cercai di calmare il respiro.
Accanto a me, Calipso mugolava
dei motivetti musicali, una delle
abitudini che aveva quando era
nervosa. Avrei voluto che smettesse.
Ogni volta che ne mugolava uno che
conoscevo, mi veniva l’istinto di
cantare l’armonia ad alta voce, e ci
avrebbero scoperti.
Alla fine bisbigliai: «Via libera,
credo».
Uscii allo scoperto e andai a
sbattere in pieno contro un altro
guerriero germano. No, sul serio:
quanti barbari aveva Commodo? Li
comprava in stock?
Per un attimo, restammo tutti e tre
così sorpresi che nessuno di noi si
mosse né parlò. Poi il barbaro
produsse una specie di brontolio di
petto, come se fosse sul punto di
chiamare rinforzi.
«Tieni!» Gli ficcai il pacco di cibo
per grifoni tra le braccia.
E lui di riflesso lo prese.
Dopotutto, cedere le proprie
crocchette è considerato un gesto di
resa in molte culture. Mentre il
guerriero guardava accigliato il dono
alimentare, io feci un passo indietro,
mi sfilai l’arco dalla spalla, scoccai
un colpo e gli piantai una freccia sul
piede sinistro.
Il guerriero ululò di dolore,
lasciando cadere le crocchette.
Io le raccolsi e scappai, con
Calipso alle calcagna.
«Bravo» disse lei.
«Tranne per il fatto che così avrà
richiamato l’att… Sterza a sinistra!»
Un altro guerriero germano stava
arrivando di corsa dal rettilario.
Riuscimmo a evitarlo e corremmo
verso un cartello che diceva:
SKYLINE.
In lontananza si stagliava un tram
aereo: cavi tesi di torre in torre sopra
le cime degli alberi, un’unica
gondola verde sospesa a una
quindicina di metri dal suolo. Mi
chiesi se potevamo usare quel mezzo
per raggiungere l’area segreta dello
zoo, o almeno avere il vantaggio
dell’altezza, ma l’ingresso era
recintato e chiuso a chiave.
Prima che potessi chiedere a
Calipso di usare la sua forcina
magica, i guerrieri germani ci
misero con le spalle al muro. Quello
del rettilario si fece avanti,
puntandoci la lancia al petto. Poi
arrivò anche quello della casa degli
oranghi, ringhiando e zoppicando,
con la freccia che spuntava ancora
dallo stivale di cuoio insanguinato.
Incoccai un’altra freccia, ma non
sarei mai riuscito a farli fuori
entrambi prima che ci
ammazzassero. Avevo visto alcuni
guerrieri germani beccarsi sei o sette
frecce al cuore e continuare a
combattere.
Calipso mormorò: «Apollo,
quando ti maledico, fingi di
svenire».
«Cosa?»
Lei si girò verso di me e gridò:
«Mi hai deluso per l’ultima volta,
schiavo!». Fece una serie di gesti
con le mani, che riconobbi dai tempi
antichi: fatture e maledizioni che
nessuno aveva mai osato rivolgere
nella mia direzione.
Fui tentato di schiaffeggiarla.
Invece feci come mi aveva chiesto:
trasalii e svenni.
Con gli occhi socchiusi, osservai
Calipso che si voltava verso i nostri
nemici e diceva: «Ora tocca a voi,
sciocchi!». Cominciò a fare gli stessi
gesti scortesi verso i guerrieri
germani.
Il primo si fermò. Impallidì.
Lanciò un’occhiata a me, steso a
terra, poi fece dietrofront e fuggì,
sfrecciando a rotta di collo davanti
al suo amico.
Il guerriero con il piede ferito
esitò. A giudicare dall’odio nel suo
sguardo, voleva vendicarsi del
missile che aveva deturpato il suo
stivale sinistro.
Calipso, imperterrita, mosse le
braccia e cominciò un incantesimo.
Dal tono di voce sembrava che
stesse evocando i demoni peggiori
del Tartaro, ma le sue parole, in
antico fenicio, in realtà erano una
ricetta per fare i pancake.
Il guerriero ferito strillò e zoppicò
via, lasciandosi alle spalle una scia
di impronte pasticciate di rosso.
Calipso mi porse una mano e mi
tirò su. «Muoviamoci. Ho
guadagnato solo qualche secondo.»
«Come hai fatto? La tua magia è
ritornata?»
«Magari» rispose. «Ho fatto finta.
La magia è per metà fingere che
funzioni. L’altra metà è saper
riconoscere al volo i superstiziosi.
Torneranno. Con i rinforzi.»
Ero molto colpito, lo ammetto. Le
sue “fatture” mi avevano spaventato.
Feci un rapido gesto di scongiuro,
caso mai Calipso fosse stata più
brava di quanto si rendesse conto.
Poi corremmo insieme lungo la
recinzione perimetrale.
All’incrocio successivo, Calipso
disse: «Il treno è da questa parte».
«Sei sicura?»
Annuì. «Sono brava a
memorizzare le mappe. Una volta ne
feci una a Ogigia; riproduceva ogni
singolo metro quadro dell’isola. Era
l’unico modo per mantenermi sana
di mente.»
Sembrava un modo terribile per
conservare la propria salute mentale,
ma lasciai che fosse lei a decidere la
strada. Dietro di noi, altri guerrieri
germani stavano gridando, ma
sembravano diretti all’ingresso dello
Skyline che ci eravamo appena
lasciati alle spalle. Mi concessi di
sperare che la stazione del treno
fosse libera.
AH-AH-AH… Non lo era.
Sui binari c’era un trenino
minuscolo: una locomotiva verde
brillante con una serie di vagoncini
aperti per i passeggeri. Sulla
banchina accanto, sotto una tettoia
coperta d’edera, c’era Litierse con i
piedi ben piantati a terra e la spada
sguainata posata su una spalla come
il fagotto di un vagabondo. Sopra la
maglietta del Nebraska indossava
una corazza di cuoio malconcia. I
riccioli scuri ricadevano in fitte
spirali sopra la bandana rossa, dando
quasi l’impressione che avesse un
grosso ragno accovacciato sulla
testa, pronto a saltare.
«Benvenuti.» Il sorriso del
prefetto sarebbe potuto sembrare
amichevole, se non fosse stato per il
groviglio di cicatrici sul volto. Si
toccò qualcosa sull’orecchio,
probabilmente un auricolare
Bluetooth. «Sono alla stazione»
annunciò. «Convergete qui, ma con
calma. Sto bene. Questi due mi
servono vivi.» Alzò le spalle come
per scusarsi. «I miei uomini tendono
all’eccesso di zelo, quando si tratta
di uccidere. Soprattutto dopo che gli
avete fatto fare la figura degli
sciocchi.»
«È stato un piacere.» Dubito che
mi riuscì di parlare con il tono sicuro
e smargiasso che speravo. Mi si
incrinò la voce. Avevo il viso
imperlato di sudore. Tenevo l’arco
di traverso come una chitarra
elettrica, che non è la posizione di
tiro più corretta, e nell’altra mano, al
posto di una freccia che avrebbe
potuto essermi utile, reggevo un
pacco di crocchette congelate.
Probabilmente sarebbe stato
uguale. Nel mio sogno, avevo visto
la rapidità con cui Litierse
manovrava la spada. Se avessi
provato a colpirlo, le nostre teste
sarebbero rotolate a terra prima
ancora che potessi tendere la corda
del mio arco.
«Sei bravo con quel telefono»
notai. «O walkie-talkie, o quello che
è. Odio quando i cattivi possono
parlarsi e noi no.»
La risata di Litierse era come una
lima sul metallo. «Sì. Al
Triumvirato piace avere certi
vantaggi.»
«Suppongo che non vorrai dirci
come riescono a… bloccare le
comunicazioni dei semidei?»
«Non vivrete abbastanza perché la
cosa abbia importanza. Ora, metti
giù quell’arco. Quanto alla tua
amica…» Litierse squadrò Calipso e
le disse: «Tieni le mani lungo i
fianchi. Niente maledizioni
improvvise. Non vorrei dover
mozzare la tua graziosa testolina».
Calipso sorrise con dolcezza.
«Stavo pensando la stessa cosa di te.
Metti giù la spada e non ti
distruggerò.»
Era una brava attrice. Mi presi
l’appunto mentale di raccomandarla
per il mio campo estivo
superesclusivo sull’Olimpo –
“Recitare con le Muse” – se fossimo
usciti vivi da quella situazione.
Litierse ridacchiò. «Non male. Mi
piaci. Ma tra una sessantina di
secondi, una decina di guerrieri
germani invaderà questa stazione. E
loro non saranno educati quanto
me.» Fece un passo avanti e si portò
la spada su un fianco.
Tentai di escogitare un piano
brillante. Purtroppo l’unica cosa che
mi veniva in mente era di
piagnucolare terrorizzato. Poi, sopra
Litierse, l’edera della tettoia frusciò.
Lo spadaccino sembrò non farci
caso. Erano degli oranghi che
giocavano? Oppure alcune divinità
dell’Olimpo si erano date
appuntamento per fare un picnic e
guardarmi morire? O forse… No,
era sperare troppo. Ma, per
guadagnare tempo, lasciai cadere
l’arco.
«Apollo, che stai facendo?» sibilò
Calipso.
Litierse rispose al posto mio. «La
cosa giusta, direi. Ora, dov’è il terzo
membro della vostra piccola
spedizione?»
Sbattei le palpebre. «Siamo…
siamo solo noi due.»
Le cicatrici sulla faccia di Litierse
guizzarono chiare sulla pelle
abbronzata, come sabbia che si
increspa su una duna. «Oh, via. Siete
arrivati in città in groppa a un drago
volante. C’erano tre passeggeri.
Desidero tanto rivedere Leo Valdez.
Abbiamo dei conti in sospeso.»
«Conosci Leo?» Nonostante il
pericolo in cui eravamo, provai una
leggera sensazione di sollievo.
Finalmente un cattivo che voleva
uccidere Leo più di quanto volesse
uccidere me. Era un progresso!
Calipso non sembrava altrettanto
felice. Avanzò a pugni chiusi verso
lo spadaccino. «Che cosa vuoi da
Leo?»
Litierse socchiuse gli occhi a
fessura. «Non sei la semidea che era
con lui l’altra volta… Piper. Non
sarai per caso la sua ragazza?»
Sul collo e sulle guance di
Calipso comparvero delle chiazze
rosse.
Litierse si illuminò. «Oh, sì che lo
sei! È magnifico! Posso usarti per
fargli del male.»
Calipso ringhiò. «Tu non gli farai
del male.»
Sopra Litierse la tettoia ebbe di
nuovo un fremito, come se migliaia
di ratti stessero zampettando fra le
travi. L’edera parve infittirsi, le
foglie si fecero più folte e scure.
«Calipso, stai indietro» dissi.
«Perché dovrei? Questo… questo
Nebraska ha appena minacciato
di…»
«Calipso!» Le afferrai il polso e la
tirai via da sotto la tettoia appena un
attimo prima che crollasse sulla testa
di Litierse. Lo spadaccino
scomparve sotto chili e chili di
legname, edera e sassi.
Scrutai l’ammasso di tralci ancora
in movimento. Non vidi né oranghi,
né dei, né nessuno che poteva essere
responsabile del crollo. «Deve essere
qui» mormorai.
«Chi?» Calipso mi guardò a occhi
sgranati. «Che cos’è successo?»
Volevo tanto sperare, ma avevo
anche paura di farlo. Comunque
fosse, non potevamo restare lì.
Litierse strillava e si dimenava sotto
le macerie, e questo significava che
non era morto. I suoi guerrieri
germani sarebbero arrivati da un
momento all’altro.
«Andiamocene di qui.» Indicai la
locomotiva verde. «Guido io.»
15

Guido il treno
Ciuuuuf! Non ci prenderete!
Ciuf ciuf… Oh, cacchio!

Una via di fuga al rallentatore non


era quello che avevo in mente.
Saltammo tutti e due sul sedile del
macchinista, che bastava a malapena
per uno, e ci contendemmo lo spazio
schiacciando pedali e tirando leve a
caso.
«Te l’ho detto, guido io!» strillai.
«Se posso guidare il sole, posso
guidare anche questo!»
«Questo non è il sole!» Calipso
mi diede una gomitata fra le costole.
«È un trenino.»
Trovai il pulsante di avvio. Il
treno si mise in moto con uno
scossone. (Calipso dirà che fu lei a
trovare l’interruttore. È una bugia
bella e buona.) Spinsi giù dal sedile
Calipso, che finì a terra. Dato che il
treno andava a meno di un
chilometro all’ora, lei si rialzò, si
spolverò la gonna e mi raggiunse a
piedi, con uno sguardo di fuoco.
«Questa sarebbe la massima
velocità?» domandò. «Tira qualche
altra leva!»
Alle nostre spalle, da qualche
parte sotto le macerie della tettoia,
giunse un potente BLARG! L’edera
tremò, mentre Litierse cercava di
farsi largo a forza tra le foglie.
Sei o sette guerrieri germani
comparvero in fondo alla banchina.
(Commodo stava decisamente
comprando i suoi barbari in pacchi
formato famiglia imperiale.) Le
guardie del corpo osservarono prima
la massa urlante di macerie della
tettoia e poi noi che ci
allontanavamo. Anziché inseguirci,
si misero a spostare travi e tralci per
liberare il loro capo. Data la nostra
scarsa velocità di marcia,
probabilmente pensavano di avere
un sacco di tempo per riprenderci.
Calipso saltò sul predellino.
Indicò i comandi. «Prova il pedale
blu.»
«Il pedale blu non è mai quello
giusto!»
Lei lo schiacciò forte. Il treno
sfrecciò a una velocità tripla rispetto
a quella di prima, e questo
significava che i nostri nemici
adesso dovevano farsi una moderata
corsetta per prenderci.
Il binario curvò mentre noi
continuavamo ad accelerare; le ruote
cigolavano sulla rotaia più esterna.
La stazione scomparve dietro una
linea di alberi. Alla nostra sinistra, il
panorama si aprì, rivelando il
maestoso didietro degli elefanti
africani che stavano mangiando da
un mucchio di fieno.
Un guardiano dello zoo si accigliò
al nostro passaggio. «Ehi!» gridò.
Agitai la mano. «Buongiorno!»
E un attimo dopo non c’eravamo
più.
I vagoni vibravano
pericolosamente man mano che la
velocità aumentava. Mi tremavano i
denti. E avevo la vescica sottosopra.
Di fronte a noi, quasi nascosta dietro
una staccionata di bambù, una
biforcazione del binario era
contrassegnata da un cartello in
latino: BONUM EFFERCIO.
«Laggiù!» urlai. «Vuol dire:
“Roba buona”. Dobbiamo girare a
sinistra!»
Calipso scrutò i comandi. «E
come?»
«Dovrebbe esserci un
interruttore» dissi. «Qualcosa che
azioni lo scambio.»
Poi lo vidi – non fra i nostri
comandi, ma di fronte a noi, di
fianco al binario – una leva manuale
all’antica. Non c’era il tempo di
fermare il treno, e nemmeno di
correre a spostarlo a mano.
«Calipso, tieni!» Le lanciai le
crocchette e mi sfilai l’arco.
Incoccai una freccia.
Un tempo, un tiro del genere
sarebbe stato un gioco da ragazzi per
me. Ormai invece era quasi
impossibile: scoccare una freccia da
un treno in movimento, mirando al
punto esatto in cui l’impatto di una
freccia avrebbe avuto la massima
possibilità di azionare la leva.
Pensai a mia figlia Kayla, giù al
Campo Mezzosangue. Immaginai la
sua voce calma mentre mi educava
alle frustrazioni del tiro con l’arco.
Ricordai gli incoraggiamenti degli
altri ragazzi del campo, quel giorno
sulla spiaggia quando avevo
abbattuto con una freccia il Colosso
di Nerone.
Scoccai. La freccia sbatté contro
la leva e la spinse all’indietro. Il
binario si mosse. Con uno scossone,
imboccammo il raccordo.
«Giù!» strillò Calipso.
Sfondammo il bambù e
imboccammo a tutta birra un tunnel
che a malapena conteneva il treno.
Purtroppo, andavamo troppo veloce.
La locomotiva si inclinò di lato e
strusciò sulla parete, sprizzando
scintille. Quando sbucammo
dall’altra parte, eravamo totalmente
sbilanciati.
Il treno gemette e si inclinò, una
sensazione che conoscevo bene dalle
volte in cui il carro del sole doveva
sterzare all’improvviso per evitare
uno shuttle o un drago cinese.
(Quegli affari sono una vera
seccatura.)
«Fuori!» Afferrai Calipso – sì, di
nuovo – e saltai giù dal lato destro
del treno mentre la fila di vagoni si
riversava a sinistra, rovesciandosi
fuori dai binari con un fracasso
simile a un esercito rivestito di
bronzo che veniva schiacciato da un
pugno gigante. (Mi pare di averne
schiacciato un paio in questo modo
ai bei vecchi tempi.)
Poi mi ritrovai a quattro zampe,
con l’orecchio a terra come per
controllare se c’era una mandria di
bufali in avvicinamento, ma non
avevo idea del perché.
«Apollo…» Calipso mi tirò per la
manica del giaccone. «Alzati!»
Mi sembrava di avere la testa
diverse volte più grande del solito e
la sentivo pulsare, ma non avevo
niente di rotto. I capelli di Calipso si
erano sciolti e adesso le ricadevano
sulle spalle. Il suo parka d’argento
era sporco di sabbia e ghiaia. Ma per
il resto sembrava intatta. Forse la
nostra ex costituzione divina ci
aveva salvato dai danni. Oppure
eravamo stati solo fortunati.
Eravamo caduti al centro di
un’arena circolare. Il treno giaceva
di traverso sulla ghiaia come un
bruco morto, pochi metri prima della
fine dei binari. Tutt’intorno al
perimetro c’erano recinti di animali:
pareti di plexiglas racchiuse in telai
di pietra. Sopra di essi si levavano
gli spalti di uno stadio, e sopra
ancora, in cima all’anfiteatro, si
stendeva una rete mimetica simile a
quella che avevo visto nell’habitat
degli oranghi, anche se sospettavo
che lì il suo scopo era quello di
impedire a qualche mostro alato di
volare via.
Sparse sul terreno dell’arena,
trattenute da picche conficcate al
suolo, c’erano catene che
terminavano con grossi anelli
metallici. Poco lontano c’erano
scaffali pieni di attrezzi dall’aria
sinistra: speroni, cappi, fruste,
arpioni…
Mi salì un groppo in gola. Avevo
la sensazione di avere ingoiato per
sbaglio una crocchetta per grifoni,
solo che il pacco era ancora
miracolosamente intatto fra le
braccia di Calipso. «Siamo in una
specie di palestra per
l’addestramento» dissi. «Ho già
visto posti così in passato. Questi
animali vengono preparati per i
giochi.»
«Preparati?» Calipso guardò
accigliata gli scaffali con le armi.
«Come, di preciso?»
«Vengono fatti infuriare» risposi.
«Vengono aizzati, affamati,
addestrati a uccidere qualunque cosa
si muova.»
«Che barbarie.» Calipso si voltò
verso il recinto più vicino.
«Cos’hanno fatto a questi poveri
struzzi?»
Dall’altro lato del plexiglas
quattro uccelli ci fissavano,
muovendo la testa a scatti. Gli
struzzi hanno un aspetto bizzarro già
di loro, ma quelli erano stati muniti
di collari borchiati, elmi da guerra
appuntiti in stile Kaiser Guglielmo e
filo spinato avvolto intorno alle
zampe come lucine di Natale.
L’uccello più vicino cercò di
azzannarmi, rivelando i denti
d’acciaio frastagliati che gli avevano
applicato all’interno del becco.
«Gli struzzi da combattimento
dell’imperatore.» Fu come se un
tetto mi fosse crollato nel petto. La
sofferenza di quegli animali mi
deprimeva… così come il pensiero
di Commodo. I giochi in cui si era
intrattenuto da giovane imperatore
erano già sgradevoli, ma si erano
trasformati in qualcosa di molto
peggio. «Un tempo si divertiva a
usarli come bersagli da
addestramento. Con una sola freccia,
riusciva a decapitare uno struzzo al
galoppo. Ma dopo la prima volta ha
smesso di essere divertente…» Feci
un gesto verso gli uccelli
equipaggiati per la guerra.
Il volto di Calipso divenne giallo
itterizia. «Tutti questi animali
saranno uccisi?»
Ero troppo affranto per
rispondere. Come dei lampi, mi
tornarono alla mente immagini
dell’Anfiteatro Flavio durante il
regno di Commodo, la sabbia
luccicante di rosso dello stadio
cosparsa di migliaia di carcasse di
animali esotici, tutti massacrati per
divertimento.
Ci spostammo al recinto
successivo. Un grosso toro rosso vi
si aggirava senza sosta, con le corna
e gli zoccoli di bronzo scintillante.
«È un toro etiope» dissi. «Hanno
una pelle resistente a tutte le armi di
metallo, come il Leone di Nemea,
tranne che… ehm, loro sono più
grandi e rossi.»
Calipso passò di fronte a diverse
altre celle: serpenti arabi alati, un
cavallo che a mio parere era
carnivoro, della varietà sputafuoco.
(Una volta avevo preso in
considerazione l’idea di usarli per il
mio carro del sole, ma erano molto
costosi e dalla manutenzione
impegnativa.)
La maga si immobilizzò davanti
alla vetrina successiva. «Apollo,
vieni.»
Dietro il plexiglas c’erano due
grifoni.
Emmie e Josephine avevano
ragione. Erano due esemplari
magnifici.
Nel corso dei secoli, man mano
che si riduceva il loro habitat
naturale, i grifoni selvatici erano
diventati creature scheletriche, più
piccole e malconce rispetto ai tempi
antichi. (In modo molto simile a
quanto era successo ad altre specie
in pericolo di estinzione, come
l’ermellino a tre occhi o il tasso
gigante scoreggione.) Pochi grifoni
erano mai stati abbastanza grandi da
sostenere il peso di un cavaliere
umano.
Il maschio e la femmina di fronte
a noi tuttavia avevano davvero le
dimensioni di un leone. La pelliccia
marrone chiaro luccicava come
maglia di rame. Le ali rossastre si
ripiegavano regalmente per tutta la
lunghezza del dorso. Le teste
aquiline scintillavano di piume
bianche e oro. Ai vecchi tempi, un
sovrano greco avrebbe offerto una
triremi piena di rubini per una
coppia da riproduzione come quella.
Per fortuna, non vidi segni di
maltrattamento sugli animali, anche
se tutti e due avevano le zampe
posteriori incatenate. I grifoni
diventano molto intrattabili quando
vengono imprigionati o rinchiusi in
qualche modo. Non appena il
maschio, Abelardo, ci vide, fece
scattare il becco e gracchiò forte,
sbattendo le ali. Conficcò gli artigli
nella sabbia e tirò le catene,
cercando di raggiungerci.
La femmina arretrò nella
penombra, con un verso cupo, un
gorgoglio, simile al ringhio di un
cane minacciato. Ondeggiò un poco,
a pancia bassa, come se…
«Oh, no.» Per un attimo pensai
che il mio debole cuore mortale
sarebbe esploso. «Non mi
meraviglia che Britomarti ci tenga
tanto a riaverli.»
Calipso sembrava incantata dagli
animali. Con una certa difficoltà, si
concentrò di nuovo su di me. «Che
vuoi dire?»
«La femmina è incinta. Ha un
uovo. Deve fare subito il nido. Se
non la riportiamo alla
Waystation…»
L’espressione di Calipso si indurì,
come l’acciaio affilato dei denti di
uno struzzo. «Eloisa sarà in grado di
volare via di qui?»
«Credo… credo di sì. È mia
sorella l’esperta di animali selvatici,
ma credo di sì.»
«Secondo te, può portare un
cavaliere sulla groppa anche se è
incinta?»
«Non abbiamo molta scelta.
Dobbiamo provare.» Indicai la rete
sopra l’arena. «È la via d’uscita più
veloce, sempre che riusciamo a
liberare i grifoni e rimuovere la rete.
Il problema è che Eloisa e Abelardo
non ci vedranno come amici. Sono
incatenati. In gabbia. E aspettano un
cucciolo. Ci faranno a brandelli se ci
avviciniamo.»
Calipso incrociò le braccia. «Che
ne dici di un po’ di musica? Alla
maggior parte degli animali piace.»
Ripensai al modo in cui avevo
usato una canzone per ipnotizzare i
myrmekes al Campo Mezzosangue.
Ma non mi sentivo in vena di
cantare di nuovo tutti i miei
fallimenti, soprattutto non di fronte a
Calipso.
Mi lanciai un’occhiata alle spalle,
verso la galleria del treno. Non c’era
ancora traccia di Litierse né dei suoi
uomini, ma la cosa non mi
sollevava. Ormai avrebbero dovuto
essere qui…
«Dobbiamo sbrigarci» dissi.
Il primo problema era il più
facile: la parete di plexiglas.
Ragionai. Doveva esserci un
interruttore da qualche parte per
abbassare i divisori e liberare i vari
animali. Mi arrampicai sugli spalti
con l’aiuto di una scaletta di nome
Calipso e trovai un pannello di
controllo accanto all’unico sedile
imbottito, destinato chiaramente
all’imperatore in persona quando
voleva controllare l’addestramento
delle proprie bestie assassine. Ogni
levetta era convenientemente
etichettata con del nastro adesivo e
un pennarello. Su una c’era scritto:
GRIFONI.
Gridai a Calipso: «Sei pronta?».
Si era piazzata proprio di fronte al
recinto, con le mani tese in avanti
come per prepararsi ad acchiappare
al volo un uovo sparato a missile.
«Che cosa vuol dire “pronta” in una
situazione come questa?» domandò.
Tirai la levetta. Con un robusto
ka-chunk, la parete di plexiglas dei
grifoni si abbassò, scomparendo in
un’intercapedine sulla soglia.
Ritornai da Calipso, che stava
canticchiando una specie di
ninnananna. I due grifoni non ne
erano molto impressionati. Eloisa
ringhiava forte, appiattendosi alla
parete di fondo del recinto. Abelardo
tirava la catena con il doppio dello
sforzo, cercando di raggiungerci e
staccarci la testa a morsi.
Calipso mi passò il pacco di
crocchette. Col mento, indicò il
recinto.
Sgranai gli occhi. «Stai
scherzando?! Se mi avvicino per
dargli da mangiare, questi mi
sbranano.»
La maga smise di cantare. «Non
sei il dio delle armi da tiro? Lancia
le crocchette!»
Alzai gli occhi al cielo oscurato
dalle reti, cosa che mi sembrò una
metafora scortese e del tutto
superflua del mio esilio dall’Olimpo.
«Calipso, non sai niente di questi
animali? Per guadagnarti la loro
fiducia, devi dargli da mangiare con
le mani, infilandogli le dita nel
becco. Serve a sottolineare che il
cibo viene da te, come se fossi la
loro mamma.»
«Ah.» Calipso si morse il labbro.
«Capisco il problema. Saresti una
mamma grifone terribile.»
Abelardo fece il gesto di lanciarsi
verso di me, gracchiando forte.
Piovevano critiche da tutte le parti.
Calipso annuì come se fosse
giunta a una decisione. «Serviamo
tutti e due. Canteremo un duetto.
Hai una voce decente.»
«Io ho una…?» Avevo la bocca
paralizzata dallo shock. Dire a me, il
dio della musica, che avevo una
voce decente era come dire a
Shaquille O’Neal che aveva un
decente tiro a canestro, o dire alla
pistolera Annie Oakley che non
sparava male.
Ma del resto, io non ero Apollo.
Ero Lester Papadopoulos. Giù al
campo, disperato per le mie insulse
capacità mortali, avevo giurato sullo
Stige che non avrei più usato l’arco
o la musica finché non fossi tornato
un dio. Avevo prontamente infranto
la promessa cantando per i
myrmekes (per una buona causa,
badate bene). Da allora vivevo nel
terrore, chiedendomi quando e come
lo spirito dello Stige mi avrebbe
punito. Forse, al posto di un castigo
spettacolare, mi avrebbe inferto una
morte lenta per mezzo di migliaia di
insulti. Quante volte un dio della
musica poteva sentirsi dire che
aveva una voce decente prima di
sgretolarsi in un misero mucchietto
di polvere?
«E va bene» sospirai. «Quale
duetto cantiamo? Islands in the
Stream?»
«Non la conosco.»
«I Got You, Babe?»
«No.»
«Numi del cielo, eppure sono
certo di avertene parlato nelle tue
lezioni di cultura pop anni Settanta.»
«Che ne dici della canzone che
cantava Zeus?»
Strizzai le palpebre. «Zeus…
canta?» L’idea mi faceva quasi
inorridire. Mio padre tuonava.
Puniva. Rimproverava. Aveva un
cipiglio da campione. Ma non
cantava.
Gli occhi di Calipso si fecero
sognanti. «A palazzo, sul Monte
Otri, quando era il coppiere di
Crono, Zeus intratteneva la corte
con delle canzoni.»
Spostai il peso da una gamba
all’altra, imbarazzato. «Io non…
non ero ancora nato.»
Certo, sapevo che Calipso era più
vecchia di me, ma non avevo mai
pensato a cosa significasse.
All’epoca in cui i Titani
governavano il cosmo, prima che gli
dei si ribellassero e Zeus salisse al
trono, Calipso era sicuramente stata
una bambina spensierata, una delle
figlie del generale Atlante, che
scorrazzava per il palazzo
tormentando gli spiriti dell’aria che
la servivano. Oh, dei. Calipso era
così vecchia da potermi fare da
baby-sitter!
«Questa canzone la conosci di
sicuro.» Calipso cominciò a cantare.
Un formicolio elettrico mi
solleticò la nuca. Sì, conoscevo
quella canzone. Un ricordo antico
mi affiorò alla mente, di Zeus e Leto
che cantavano questa melodia
quando Zeus veniva a trovare me e
Artemide da bambini a Delo. Mio
padre e mia madre, destinati a essere
divisi in eterno perché Zeus era un
dio sposato, avevano cantato
felicemente questo duetto. Mi
salirono le lacrime agli occhi. Presi
la parte bassa dell’armonia.
Era una canzone più antica di
ogni impero e parlava di due amanti
separati che desiderano stare
insieme.
Calipso si avvicinò ai grifoni,
pianissimo. Io la seguii. Non perché
avessi paura di andare per primo,
badate bene: quando si avanza verso
il pericolo, il soprano parte per
primo, lo sanno tutti. I soprano sono
la fanteria, mentre i contralti e i
tenori sono la cavalleria, e i bassi
l’artiglieria. Ho provato a spiegarlo
ad Ares un milione di volte, ma
proprio non ce la fa a capire
l’arrangiamento musicale.
Abelardo smise di strattonare la
catena. Si aggirava un po’ irrequieto
lisciandosi le piume con il becco,
chiocciando come una gallina nel
pollaio. La voce di Calipso era
mesta e piena di malinconia. Mi resi
conto che comprendeva bene quelle
bestie, incatenate e in gabbia, che si
struggevano per il cielo aperto.
Forse, pensai, l’esilio di Calipso a
Ogigia era stato peggiore della mia
situazione attuale. Almeno io avevo
degli amici con cui condividere la
mia sofferenza.
Mi sentivo in colpa per non aver
votato di liberarla prima dall’isola,
ma perché avrebbe dovuto
perdonarmi se le avessi chiesto
scusa con così tanto ritardo? Ne era
passata di acqua dello Stige sotto i
ponti dell’Erebo. Era impossibile
tornare indietro.
Calipso posò una mano sulla testa
di Abelardo. Il grifone avrebbe
potuto facilmente staccarle un
braccio, invece si accovacciò,
voltandosi per farsi accarezzare
come un gatto. Calipso si
inginocchiò, si sfilò un’altra forcina
e cominciò ad armeggiare sulla
serratura del grosso anello di ferro
che cingeva una zampa della bestia.
Nel frattempo, io cercai di
mantenere l’attenzione di Abelardo
su di me. Cantai nel modo più
decente che potevo, riversando il
mio dolore e la mia compassione nei
versi, sperando che il grifone
comprendesse che ero un’anima in
pena quanto lui.
Calipso fece scattare la serratura.
Con un rumore metallico, il grosso
anello di ferro cadde dalla zampa
posteriore di Abelardo. Calipso si
mosse verso Eloisa: un proposito
molto più insidioso, dato che era una
mamma in attesa. Eloisa ringhiò con
sospetto, ma non la aggredì.
Continuammo a cantare in
perfetto sincrono, le nostre voci fuse
come solo le migliori armonie sanno
fare, creando qualcosa di più grande
della semplice somma di due
individualità.
Calipso liberò Eloisa. Fece
qualche passo indietro e si mise
spalla a spalla con me, mentre
concludevamo l’ultimo verso della
canzone: “Finché gli dei avranno
vita, così io ti amerò”.
I grifoni ci fissavano. Sembravano
più affascinati che furiosi ormai.
«Crocchette» suggerì Calipso.
Rovesciai metà pacchetto nelle
sue mani.
Non mi piaceva molto l’idea di
perdere le braccia. Erano appendici
utili. Ciononostante, offrii una
manciata di crocchette dorate ad
Abelardo. Lui si fece avanti con
prudenza e le annusò. Quando aprì il
becco, ci infilai la mano e schiacciai
le crocchette sulla sua lingua calda.
Da vero gentiluomo, lui attese che
togliessi la mano prima di inghiottire
lo spuntino. Poi arruffò le penne del
collo e si voltò per gracchiare a
Eloisa: “Sì, è buono! Vieni!”.
Calipso diede le sue crocchette a
Eloisa, che le premette la testa
contro il petto in evidente segno di
affetto.
Per un attimo, mi sentii sollevato.
Euforico. Ce l’avevamo fatta. Poi,
alle nostre spalle, qualcuno
applaudì.
In piedi sulla soglia, insanguinato
e malconcio ma molto, molto vivo,
c’era Litierse, tutto solo. «Bravi»
disse. «Avete trovato un posto
perfetto per morire.»
17

Alla Waystation
Meg mi soffia il pane
Oh, come piango!

Eloisa e Abelardo sapevano dove


andare. Volteggiarono sopra il tetto
della Waystation fino a che una
sezione di tegole non si aprì come
un lucernario scorrevole,
consentendo ai grifoni di entrare in
vortici sempre più stretti nella sala
principale dell’edificio. Si posarono
sul cornicione, fianco a fianco nel
nido, mentre Josephine e Leo
sgambettavano sulla scaletta per
raggiungerci.
Josephine gettò prima le braccia
al collo di Eloisa, poi di Abelardo.
«Oh, i miei tesori! Siete vivi!»
I grifoni tubarono e le si
strusciarono addosso per ricambiare
le feste.
Poi Josephine rivolse un sorriso
raggiante a Meg McCaffrey.
«Benvenuta! Io sono Jo.»
Meg la guardò un po’ perplessa,
evidentemente poco abituata a saluti
così entusiasti.
Calipso per metà scese e per metà
inciampò giù dalla groppa di Eloisa.
Sarebbe precipitata dal cornicione se
Leo non l’avesse presa in tempo.
«Ehi, mamacita, stai bene?» le
chiese.
Lei strizzò gli occhi assonnata.
«Sto bene. Non ti agitare. E non
chiamarmi…» Crollò tra le braccia
di Leo, che faticò a tenerla in piedi.
Il figlio di Efesto mi fulminò con
lo sguardo. «Che cosa le hai fatto?»
«Ma niente!» protestai. «Credo
che Calipso sia riuscita a usare un
po’ di magia.» Spiegai quello che
era successo allo zoo: il nostro
incontro con Litierse, la nostra fuga,
e come la rete dell’arena fosse
improvvisamente esplosa nel cielo,
simile a un calamaro sparato da un
cannone acquatico (uno dei prototipi
di armi meno riusciti di Poseidone).
Meg aggiunse del tutto
inutilmente: «È stato pazzesco».
«Litierse… Quanto lo odio»
borbottò Leo. «Cal starà bene?»
Josephine le controllò i battiti, poi
le posò una mano sulla fronte:
accasciata su una spalla di Leo, la
maga russava come un porcellino
selvatico. «È andata in
cortocircuito» annunciò.
«In cortocircuito?» strillò Leo.
«Non mi piacciono i cortocircuiti!»
«È solo un modo dire, amico
mio» disse Josephine. «Ha avuto un
sovraccarico di magia. Si è sforzata
troppo. Dovremmo portarla da
Emmie in infermeria. Dai qua.»
Prese Calipso tra le braccia.
Ignorando la scaletta, saltò giù dal
cornicione e atterrò come se niente
fosse sei metri più sotto.
Leo si accigliò. «Avrei potuto
farlo io.» Poi si voltò verso Meg.
Senza dubbio la riconobbe dalle mie
molte e tristi storie. Dopotutto, le
ragazzine vestite da semaforo e con
gli occhialetti a punta non sono
comuni. «Tu sei Meg McCaffrey.»
«Eh, già.»
«Forte! Io sono Leo. E, ehm…»
Indicò me. «Mi pare di capire che…
puoi comandarlo a bacchetta?»
Io mi schiarii la voce. «Noi
cooperiamo! Nessuno mi comanda.
Giusto, Meg?»
«Datti uno schiaffo» ordinò Meg.
Mi diedi uno schiaffo.
Leo fece un gran sorriso. «Oh, è
troppo forte! Vado a vedere come sta
Calipso, ma più tardi dobbiamo
parlare.» Scivolò giù sul corrimano
della scaletta, lasciandomi lì con un
pessimo presentimento.
I grifoni si accomodarono nel loro
nido, chiocciando soddisfatti. Non
ero una levatrice di grifoni, ma
Eloisa, grazie agli dei, non sembrava
peggiorata per le fatiche del volo.
Guardai Meg. Mi scottava la
guancia nel punto in cui mi ero
schiaffeggiato. Il mio orgoglio era
stato calpestato come Litierse sotto
un’orda di struzzi da combattimento.
Ciononostante, ero incredibilmente
felice di vedere la mia giovane
amica. «Mi hai salvato» dissi. Poi
aggiunsi una parola che un dio non
usa mai facilmente: «Grazie».
Meg incrociò le braccia,
poggiando le mani sui gomiti. Sul
dito medio di ogni mano, i suoi
anelli d’oro luccicavano con il
simbolo di sua madre Demetra, la
falce di luna. Avevo bendato la ferita
sulla sua coscia meglio che potevo
mentre eravamo in volo, ma Meg
sembrava ancora malferma sulle
gambe.
Pensai che forse si sarebbe messa
di nuovo a piangere, ma quando
incontrò il mio sguardo aveva la sua
solita espressione volitiva, come se
stesse per chiamarmi Faccia di
Pupù, o per ordinarmi di giocare alla
principessa contro il drago (non mi
faceva mai fare la principessa).
«Non l’ho fatto per te» dichiarò.
Cercai di metabolizzare quella
frase senza senso. «Allora
perché…?»
«Quel tipo.» Agitò le dita davanti
alla faccia, indicando le cicatrici di
Litierse. «Era cattivo.»
«Be’, non posso darti torto.»
«E quelli che mi hanno portato
qui da New York…» Fece la sua
tipica espressione da “che schifo”.
«Marcus. Vortigern. Dicevano delle
cose… parlavano di quello che
avrebbero fatto a Indianapolis.»
Scosse la testa. «Cose brutte.»
Chissà se Meg sapeva che Marcus
e Vortigern erano stati decapitati per
averla lasciata scappare. Decisi di
non parlarne. Se le fosse venuta la
curiosità, poteva sempre controllare
i loro aggiornamenti di stato su
Facebook.
Accanto a noi, i grifoni si
accoccolarono per un meritato
riposo. Infilarono la testa sotto
un’ala e iniziarono a fare le fusa.
Avrebbero quasi fatto tenerezza, se
non fosse stato per quel rumore da
motosega.
«Meg…» balbettai.
Era come se una parete di
plexiglas ci dividesse, anche se non
avrei saputo dire per proteggere
quale dei due da chi. Avrei voluto
dirle così tante cose, ma non sapevo
come.
Presi coraggio. «Ci proverò.»
Meg mi scrutò con sospetto. «A
fare cosa?»
«A dirti… come mi sento. A
chiarire le cose. Fermami se dico
qualcosa di sbagliato, ma penso che
sia evidente che abbiamo bisogno
l’uno dell’altra.»
Rimase in silenzio.
«Non ti incolpo di nulla»
continuai. «Il fatto che tu mi abbia
lasciato da solo nel Bosco di
Dodona, e che mi abbia mentito sul
conto del tuo patrigno…»
«Stop.»
Aspettai che Pesca, il suo fedele
servitore karpos, spuntasse giù dal
cielo per farmi lo scalpo. Non
successe.
«Quello che voglio dire è che mi
dispiace per tutto quello che hai
passato» riprovai. «Niente di quello
che è successo è colpa tua. Non devi
biasimarti per nulla. Quel demonio
di Nerone ha giocato con le tue
emozioni, ha manipolato i tuoi
pensieri…»
«Stop.»
«Forse potrei esprimere con una
canzone quello che sento.»
«Stop.»
«O potrei raccontarti una storia di
una cosa simile che mi è successa
una volta.»
«Stop.»
«Un rapido riff col mio ukulele?»
«Stop.» Stavolta, però, intravidi
un debole accenno di sorriso a un
angolo della bocca di Meg.
«Possiamo almeno accordarci di
collaborare?» chiesi. «L’imperatore
di questa città ci sta cercando
entrambi. Se non lo fermiamo, farà
molte altre cose brutte.»
Meg avvicinò la spalla sinistra
all’orecchio. «Okay.»
Un lieve crepitio salì dal nido dei
grifoni. Germogli verdi stavano
spuntando dalla paglia secca, forse
un segno del miglioramento
d’umore di Meg.
Ripensai alle parole di Cleandro
nel mio incubo: “Sta diventando
potente, avreste dovuto rendervene
conto”.
In qualche modo, Meg mi aveva
rintracciato allo zoo. Aveva fatto
crescere l’edera fino a far crollare
quella tettoia. Aveva ordinato ai
bambù di inghiottire uno squadrone
di guerrieri germani. Era perfino
sfuggita con il teletrasporto alle
guardie imperiali che la
sorvegliavano, a Dayton, usando un
mazzetto di denti di leone. Pochi
figli di Demetra avevano mai avuto
quelle capacità.
Eppure non mi illudevo che io e
Meg saremmo potuti saltellare via di
lì allegramente, lasciandoci tutti i
nostri problemi alle spalle. Prima o
poi, lei avrebbe dovuto affrontare di
nuovo Nerone. La sua fedeltà
sarebbe stata messa alla prova, le
sue paure sarebbero state usate
contro di lei. Non potevo liberarla
dal suo passato, nemmeno con la
canzone migliore o con il migliore
riff di ukulele del mondo.
Meg si strofinò il naso. «C’è
qualcosa da mangiare?»
Non mi ero reso conto di quanto
fossi teso finché non mi rilassai. Se
Meg stava pensando al cibo,
eravamo tornati sulla strada della
normalità.
«Sì, c’è da mangiare.» Abbassai
la voce. «Bada, non è buono come la
salsina a sette strati di Sally Jackson,
ma direi che il pane fresco di Emmie
e il formaggio fatto in casa sono
passabili.»
Alle mie spalle, una voce
commentò asciutta: «Lieta della tua
approvazione».
Mi voltai.
In cima alla scaletta, Emmie mi
infilzava con uno sguardo affilato
come artigli di grifone. «La divina
Britomarti è al piano di sotto. Vuole
parlare con te.»

La dea non disse “grazie”. Non mi


subissò di lodi, non mi offrì un bacio
né mi regalò una rete magica.
Britomarti indicò semplicemente i
posti di fronte a lei a tavola e disse:
«Sedetevi».
Indossava un sottile vestito nero
sopra un body a rete, un look che mi
ricordò Stevie Nicks agli inizi degli
anni Ottanta. (Facemmo un duetto
favoloso nel suo album, anche se io
non compaio nemmeno nei
ringraziamenti.) Appoggiò gli stivali
di pelle sul tavolo come se quella
fosse casa sua – e immagino che lo
fosse – e prese a giocherellare con la
sua lunga coda biondo rame.
Io controllai la mia sedia, poi
quella di Meg, nel caso ci fossero
strumenti esplosivi a molla, ma
senza l’occhio esperto di Leo non
potevo esserne certo. La mia unica
speranza: Britomarti sembrava
distratta, forse troppo per divertirsi
con i soliti giochi. Mi sedetti. Per
fortuna, il mio gloutos non esplose.
Trovammo un pasto molto
semplice: ancora insalata, pane e
formaggio. Non mi ero reso conto
che fosse ora di pranzo ma, quando
vidi il cibo, mi brontolò subito lo
stomaco. Feci per prendere il pane…
Emmie me lo sfilò da sotto il naso
e lo diede a Meg. Poi sorrise
dolcemente. «Apollo, non vorrei mai
che tu mangiassi qualcosa che è
soltanto passabile. C’è un sacco di
insalata, però.»
Abbassai gli occhi affranto sulla
ciotola di lattuga e cetrioli. Meg
agguantò l’intera pagnotta e strappò
un bel boccone, masticando di gusto.
Be’… “masticare”. Meg se n’era
ficcato in bocca così tanto che era
impossibile stabilire se i suoi denti
entrassero mai davvero in contatto
con il cibo.
Britomarti intrecciò le dita di
fronte a sé. Perfino quel semplice
gesto sembrava una trappola
elaborata. «Emmie, come sta la
maga?» domandò.
«Sta riposando bene, mia signora»
rispose Emmie. «Leo e Josephine
sono andati a trovarla… Ah, eccoli.»
Josephine e Leo si avvicinarono
alla tavola.
Leo spalancò le braccia come la
statua del Cristo di Rio de Janeiro.
«Potete tutti rilassarvi!» annunciò.
«Calipso sta bene!»
La dea delle reti sbuffò come se
fosse delusa.
Un pensiero improvviso mi colpì.
Guardai Britomarti, accigliato. «La
rete sopra l’arena… Le reti sono di
tua competenza. Hai contribuito a
farla saltare in aria, vero? Calipso
non può avere compiuto quella
magia da sola.»
Britomarti fece un verso di
scherno. «Forse ho dato un aiutino ai
suoi poteri. Una spintarella. Mi sarà
più utile se sarà in grado di usare i
suoi antichi talenti.»
A Leo caddero le braccia. «Ma
avresti potuto ucciderla!»
La dea si strinse nelle spalle.
«Probabilmente no, ma è difficile
dirlo. Roba insidiosa, la magia. Non
si sa mai quando o come sarà il
risultato.» Parlò con disprezzo,
come se la magia fosse una funzione
corporea difficile da controllare.
Le orecchie di Leo cominciarono
a fumare. Avanzò verso la dea.
Josephine lo trattenne per un
braccio. «Lascia stare, amico mio. Io
ed Emmie ci prenderemo cura della
tua ragazza.»
Leo agitò un dito davanti a
Britomarti. «Ti va bene che queste
signore sono delle gran donne. La
nostra Jo, qui, mi ha detto che con il
tempo e con un po’ di allenamento
probabilmente potrebbe aiutare
Calipso a recuperare tutta la sua
magia.»
Josephine si agitò un poco, e le
chiavi inglesi nelle tasche della sua
tuta tintinnarono. «Leo…»
«Sapevi che è stata una
gangster?» Leo mi sorrise. «Jo ha
conosciuto Al Capone! Aveva
un’identità segreta e…»
«Leo!»
Lui trasalì. «… e non sta a me
raccontarlo. Oh, guarda… si
mangia!» Si sedette e iniziò a
tagliare il formaggio.
Britomarti premette le mani sul
tavolo. «Basta parlare della maga.
Apollo, devo ammettere che te la sei
cavata discretamente nel recupero
dei miei grifoni.»
«Discretamente?» Mi morsi la
lingua per evitare una rispostaccia.
Chissà se i semidei provavano mai il
bisogno di trattenersi quando erano
di fronte a divinità ingrate come lei.
No, certo. Io ero speciale, diverso. E
meritavo un trattamento migliore.
«Lieto della tua approvazione»
borbottai.
Il sorriso di Britomarti era sottile
e crudele. Immaginai che mi
irretisse i piedi, bloccandomi il
flusso del sangue alle caviglie.
«Come promesso, ora avrai la tua
ricompensa. Ti darò le informazioni
che ti condurranno direttamente al
palazzo dell’imperatore, dove ci
renderai fieri di te… o troverai la
morte in un qualche modo orribile e
creativo.»
18

Caro Commodo,
Ho un saluto per te
Ave, Stolidus!

Perché la gente continuava a


rovinarmi i pasti?
Prima mi davano da mangiare.
Poi mi spiegavano che forse sarei
morto molto presto. Quanto
desideravo tornare sull’Olimpo! Lì
potevo preoccuparmi di cose più
interessanti, tipo le ultime tendenze
della techno-pop o le gare di poesia
sull’autoscontro, o la devastazione
di intere comunità di cattivi con le
mie frecce della vendetta. Una cosa
che avevo imparato da mortale:
contemplare la morte è molto più
divertente quando è quella di
qualcun altro.
Prima di darci la sua
“ricompensa”, Britomarti volle farsi
aggiornare rapidamente da
Josephine ed Emmie che, con l’aiuto
di Leo, avevano trascorso tutta la
giornata a preparare la Waystation
per un assedio.
«Leo ci sa proprio fare.»
Josephine gli diede un pugno
affettuoso su un braccio. «Le cose
che sa sulle sfere di Archimede… è
davvero impressionante.»
«Le sfere?» chiese Meg.
«Esatto» rispose Leo. «Quelle
cose rotonde.»
«E dai!» Meg si rimise a
trangugiare carboidrati.
«Abbiamo risistemato le balestre
a torretta» riprese Jo. «Caricato le
catapulte. Chiuso tutte le uscite e
messo la Waystation in modalità di
sorveglianza ventiquattr’ore su
ventiquattro. Se qualcuno prova a
entrare, ce ne accorgeremo subito.»
«Ci proveranno di sicuro»
assicurò Britomarti. «È solo
questione di tempo.»
Alzai una mano. «E… ehm,
Festus?»
Mi augurai che la vana speranza
che provavo non fosse trapelata
troppo nella mia voce. Non volevo
che gli altri pensassero che ero
dispostissimo a partire sul nostro
drago di bronzo lasciando la
Waystation a risolvere i suoi
problemi da sola (anche se in realtà
le cose stavano proprio così).
Emmie scosse la testa. «Ho
perlustrato i terreni del Campidoglio
ieri sera tardi, e di nuovo stamattina.
Niente. I blemmi devono aver
portato la vostra valigia di bronzo a
palazzo.»
Leo schioccò la lingua.
«Scommetto che ce l’ha Litierse.
Non appena metto le mani su quel
Nebraska mangia-croste…»
«Il che ci porta dritti al punto»
intervenni io. «Come fa Leo…
voglio dire, come facciamo noi a
trovare il palazzo?»
Britomarti tirò giù i piedi dal
tavolo e si sporse in avanti sulla
sedia. «Il cancello del palazzo
dell’imperatore si trova sotto il
monumento ai soldati e marinai.»
Josephine sbuffò. «Avrei dovuto
immaginarlo.»
«Perché?» domandai. «Che
cos’è?»
Josephine alzò gli occhi al cielo.
«Un enorme coso con delle colonne
decorate in mezzo a una piazza, a
qualche isolato da qui, in direzione
nord. Il tipo di struttura pretenziosa
ed eccessiva che ci si aspetta che un
imperatore abbia come ingresso al
proprio palazzo.»
«È il monumento più grande della
città» aggiunse Emmie.
Tentai di contenere l’amarezza.
Non ho nessun problema con i
soldati e i marinai, ma se il
monumento più grande non è
dedicato ad Apollo, mi dispiace,
qualcosa non quadra. «Immagino
che il palazzo sia difeso molto bene,
vero?»
Britomarti rise. «Anche per i miei
standard, quel monumento è una
trappola mortale. Torrette con le
mitragliatrici. Laser. Mostri. Tentare
di entrare dall’ingresso principale
senza invito avrebbe atroci
conseguenze.»
Meg ingoiò un pezzo di pane,
riuscendo in qualche modo a non
soffocare. «L’imperatore ci
lascerebbe entrare.»
«Be’, sì, è vero» concordò
Britomarti. «Gli piacerebbe tanto
che tu e Apollo bussaste alla sua
porta e vi consegnaste a lui. Ma ho
parlato dell’ingresso principale
perché è quello che dovrete evitare a
tutti i costi. Se volete entrare nel
palazzo senza essere catturati e
torturati a morte, c’è un’altra
possibilità.»
Leo diede un morso a forma di
sorriso a una fetta di formaggio, poi
se l’avvicinò alla bocca. «Leo è
felice quando non è torturato a
morte.»
Meg sbuffò. Un minuscolo
pezzetto di pane le schizzò fuori
dalla narice destra, ma lei non ebbe
nemmeno la decenza di mostrarsi
imbarazzata. Capii che Leo e Meg
non sarebbero stati un’influenza
positiva l’uno per l’altra.
«Per entrare dovrete usare
l’acquedotto» proseguì la dea.
«L’impianto idraulico…» Annuii.
«Nella mia visione della sala del
trono dell’imperatore, ho visto dei
fossati di acqua corrente. Sai come
entrarci?»
Britomarti mi fece l’occhiolino.
«Non avrai ancora paura dell’acqua,
spero!»
«Non ho mai avuto paura
dell’acqua!» ribattei, in un tono più
stridulo di quanto avrei voluto.
«Mmm… allora perché i Greci
pregavano sempre te per un approdo
sicuro tutte le volte in cui si
trovavano in acque pericolose?»
chiese Britomarti.
«P-perché mia madre era bloccata
in una barca quando stava cercando
di partorire me e Artemide! Capisco
bene il desiderio di avere un terreno
solido sotto i piedi!»
«E quelle voci che dicono che non
sai nuotare? Ricordo che alla festa in
piscina di Tritone…»
«So nuotare benissimo! Solo non
mi andava di giocare a pallanuoto
con te nell’acqua alta con le mine a
contatto…»
«Ehi, numolosi» intervenne Meg.
«L’acquedotto?»
«Esatto!» Una volta tanto tirai un
sospiro di sollievo per l’impazienza
di Meg. «Britomarti, come facciamo
a entrare nella stanza del trono?»
Britomarti scrutò Meg con gli
occhi a fessura. «Numolosi?» Forse
stava valutando che aspetto avrebbe
avuto la ragazzina avvolta in una
rete piombata e calata nella fossa
delle Marianne. «Bene, signorina
McCaffrey, per entrare nel sistema
idrico dell’imperatore dovrete
penetrare nel Canal Walk di
Indianapolis.»
«Che cos’è?» domandò Meg.
Emmie la accarezzò sulla testa.
«Posso mostrartelo io. È un vecchio
canale che attraversa il centro.
Hanno ristrutturato la zona e ci
hanno costruito una serie di nuovi
appartamenti, ristoranti e
ammennicoli vari.»
Leo si lanciò la fetta di formaggio
a forma di sorriso in bocca. «Mi
piacciono gli ammennicoli vari.»
Britomarti sorrise. «Meno male,
Leo Valdez. Perché serviranno le tue
abilità per trovare l’entrata,
disinnescare le trappole e gli
ammennicoli vari.»
«Un attimo. Trovare l’entrata?
Pensavo che ce lo dicessi tu dov’è.»
«L’ho appena fatto» precisò la
dea. «È da qualche parte lungo il
canale. Cercate una grata. Lo
capirete non appena la vedrete.»
«E sarà disseminata di trappole
esplosive.»
«Ovvio! Ma non quanto
l’ingresso principale della fortezza.
E Apollo dovrà superare la sua
paura dell’acqua.»
«Io non ho paura…»
«Zitto» mi disse Meg, facendomi
solidificare le corde vocali come
cemento freddo. Poi puntò una
carota verso Leo. «Se troviamo la
grata, puoi farci entrare?»
Leo la guardò con un’espressione
che lo fece sembrare quanto più
serio e pericoloso possibile per un
semidio elfico vestito con una tuta
da bambina (una tuta pulita, badate
bene, che aveva cercato e messo
apposta). «Sono un figlio di Efesto,
chica. Risolvo i problemi. Questo
Litierse ha tentato di uccidere me e i
miei amici già una volta. Adesso ha
minacciato Calipso? Okay, riuscirò a
farci entrare nel palazzo. Poi trovo
Lit e…»
«Lit-igate a fuoco?» suggerii io,
sorpreso ma contento di scoprire che
riuscivo a parlare sebbene poco
prima mi fosse stato ordinato di
tacere.
Leo aggrottò la fronte. «Non mi
sembra una grande battuta…»
«Se la dico io, è poesia pura» gli
assicurai.
«Bene.» Britomarti si alzò,
facendo tintinnare gli ami da pesca e
i pesi sul suo vestito. «Quando
Apollo comincia a parlare in versi è
il segnale che devo andarmene.»
«Magari l’avessi saputo prima»
dissi.
Mi lanciò un bacio. «La tua amica
Calipso dovrà rimanere qui.
Josephine, vedi se riesci ad aiutarla a
recuperare il controllo sulla sua
magia. Ne avrà bisogno per la
prossima battaglia.»
Josephine tamburellò le dita sul
tavolo. «È da tanto che non insegno
a qualcuno le vie di Ecate, ma farò
del mio meglio.»
«Emmie, tu tieni d’occhio i miei
grifoni» riprese la dea. «Eloisa
potrebbe deporre l’uovo da un
momento all’altro.»
Lungo la scriminatura grigia, il
cuoio capelluto di Emmie diventò di
un rosso acceso. «E Georgina? Ci
hai detto come entrare nel palazzo
dell’imperatore. E ora ti aspetti che
rimaniamo qui invece di andare a
liberare nostra figlia?»
Britomarti sollevò una mano a
mo’ di avvertimento, come a dire:
“Sei molto vicina alla fossa della
tigre birmana, mia cara”. «Fidatevi
di Meg, Leo e Apollo. Il loro
compito è questo: trovare e liberare i
prigionieri, recuperare il Trono di
Mnemosine…»
«E riprendere Festus» aggiunse
Leo.
«E soprattutto Georgina» precisò
Jo.
«Possiamo fare anche un po’ di
spesa» propose Leo. «Ho notato che
avete quasi finito la salsa piccante.»
Britomarti decise di non
distruggerlo, anche se dalla sua
espressione intuii che ci era andata
vicina. «Domani, alle prime luci
dell’alba, cercate l’entrata.»
«Perché non prima?» chiese Meg.
La dea fece un verso di scherno.
«Sei impavida. Ti rispetto per
questo. Ma devi essere riposata e
pronta per affrontare le forze
dell’imperatore. E devi curarti la
ferita alla gamba. Sospetto pure che
non dormi bene da molto tempo. E
poi, l’incidente allo zoo ha messo il
servizio di sicurezza dell’imperatore
in massima allerta. Meglio lasciar
calmare le acque. Se dovesse
prenderti, Meg McCaffrey…»
«Lo so.» Meg non era impaurita.
Aveva il tono di voce di una
bambina a cui era stato detto per la
quinta volta di rimettere a posto la
camera. L’unico segno di ansia:
nella sua mano, sull’ultimo pezzetto
di pane, erano spuntati dei germogli
di grano.
«Nel frattempo tenterò di
localizzare le Cacciatrici di
Artemide» disse Britomarti. «Erano
nei paraggi per una missione, non
molto tempo fa. Forse sono ancora
abbastanza vicine da venire a dare
una mano per difendere questo
posto.»
Mi scappò una risatina isterica.
L’idea di avere altre venti o trenta
brave arciere al mio fianco, anche se
erano fanciulle intoccabili e prive di
senso dell’umorismo, mi fece sentire
molto più sicuro. «Sarebbe bello!»
«Ma, in caso contrario, dovrai
essere pronto a combattere da solo»
precisò la dea.
Sospirai. «Come sempre.»
«E, ricordate, la cerimonia del
nome è dopodomani.»
«Grazie mille» commentai. «Mi
serviva un promemoria.»
«Dai, Apollo, non fare il
broncio!» Britomarti mi rivolse un
ultimo, esasperante sorriso
civettuolo. «Se ne uscirai vivo,
andremo al cinema. Te lo prometto.»
In un tornado di reti, la sua sottile
veste nera le vorticò intorno.
Dopodiché la dea svanì.
Meg si girò verso di me. «La
cerimonia del nome?»
«Sì.» Fissai il suo pezzo di pane
ricoperto di peluria verde,
domandandomi se fosse ancora
commestibile. «L’imperatore è un
megalomane. Come faceva nei
tempi antichi, intende dare il proprio
nome alla capitale. Probabilmente
cambierà anche il nome dello Stato,
dei cittadini e dei mesi dell’anno.»
Meg soffocò una risatina.
«Commodianapolis?»
Leo fece un sorriso esitante. «Che
ti prende?»
«Lui si chiama…»
«Non dirlo, Meg» l’avvisò
Josephine.
«Commodo» continuò Meg, poi
aggrottò la fronte. «Perché non
dovrei pronunciare il suo nome?»
«Lui sta attento a questo tipo di
cose» spiegai. «Non ha senso fargli
sapere che stiamo parlando di…»
Meg trasse un respiro profondo e
gridò: «COMMODO, COMMODO,
COMMODO!
COMMODIANAPOLIS,
COMMODIANA, GIORNO DEI
COMODONI, MESE DEI
COMODONI! UOMO
COMODONE!».
Il grande atrio tremò, come se la
Waystation stessa si fosse offesa.
Emmie sbiancò. Su in alto, nei loro
giacigli, i grifoni chiocciarono
nervosi.
Josephine borbottò: «Non avresti
dovuto farlo, cara».
Leo si limitò a scrollare le spalle.
«Be’, se prima l’uomo comodone
non stava guardando questo canale,
credo che lo stia facendo adesso.»
«È una cosa stupida» commentò
Meg. «Non trattatelo come se fosse
così potente. Il mio patrigno…» Le
si incrinò la voce. «Lui… lui diceva
che è il più debole dei tre. Possiamo
sconfiggerlo.»
Quelle parole mi colpirono dritto
allo stomaco come una delle frecce
smussate di Artemide (e vi assicuro
che fanno male).
“Possiamo sconfiggerlo.”
Il nome del mio vecchio amico,
ripetuto a gran voce.
Mi alzai in piedi barcollando.
Avevo i conati di vomito, ed era
come se la mia lingua stesse
cercando di staccarsi dalla gola.
«Ehi, Apollo!» Leo si precipitò al
mio fianco. «Tutto a posto?»
«Io…» Un altro conato di vomito.
Vacillando, andai verso il bagno più
vicino e fui travolto da una
visione… che mi riportò al giorno in
cui commisi un omicidio.
19

Sono Narciso,
Oggi sarò il tuo coach
E poi ti uccido

So quello che state pensando. “Ma


Apollo, sei un dio. Non puoi
commettere un omicidio. Qualsiasi
morte sia provocata da te
corrisponde alla volontà divina ed è
assolutamente irreprensibile.
Sarebbe un onore se tu mi
uccidessi!”
Mi piace che la pensiate così,
bravi lettori. È vero che avevo
devastato intere città con le mie
frecce infuocate. Avevo inflitto un
numero infinito di pestilenze
all’umanità. Una volta, io e
Artemide abbiamo massacrato una
famiglia di dodici persone perché la
loro madre aveva offeso la nostra.
Che spudorata!
Non ho mai pensato che questi
fossero omicidi.
Ma mentre barcollavo verso il
bagno, pronto a vomitare in una
tazza che io stesso avevo pulito il
giorno prima, mi sentii consumare
da ricordi orribili. Mi ritrovai
nell’Antica Roma, in una fredda
giornata d’inverno in cui avevo
commesso un gesto davvero
tremendo.
Un vento pungente spazzava le
sale del palazzo. Il fuoco brillava
fioco nei bracieri. Le facce delle
guardie pretoriane non tradivano
nessun segno di disagio; ma, mentre
passavo davanti a ogni porta, sentivo
le loro armature che tintinnavano per
i brividi.
Nessuno mi intimò di fermarmi,
mentre mi dirigevo a grandi passi
verso le stanze private
dell’imperatore. Perché avrebbero
dovuto? Ero Narciso, il fidato
personal trainer del loro Cesare.
Quella sera indossavo maluccio il
mio travestimento da mortale. Mi
ribolliva lo stomaco. Il sudore mi
gocciolava lungo la nuca. Avevo
ancora i sensi sopraffatti dallo shock
dei giochi della giornata. Il fetore
delle carcasse sul pavimento
dell’arena, la folla assetata di sangue
che gridava: «COMMODO!
COMMODO!». L’imperatore con la
sua splendida armatura dorata e la
sua veste porpora che gettava le
teste mozzate degli struzzi sui sedili
dei senatori, indicando gli anziani
con la punta della spada. Il
messaggio era chiaro: “I prossimi
siete voi”.
Leto, il prefetto del pretorio, mi
aveva preso in disparte solo un’ora
prima. «Il piano è fallito, a pranzo.
Questa è la nostra ultima occasione.
Possiamo sconfiggerlo, ma solo con
il tuo aiuto.»
Marcia, la concubina di
Commodo, aveva pianto mentre mi
strattonava un braccio. «Ci ucciderà
tutti. Distruggerà Roma. Sai cosa
bisogna fare!»
Avevano ragione. Avevo visto
l’elenco di nomi: i nemici reali o
immaginari che Commodo voleva
giustiziare il giorno dopo. Marcia e
Leto erano in cima alla lista, seguiti
da senatori, patrizi e diversi
sacerdoti del tempio di Apollo
Sosiano. Non potevo chiudere un
occhio su cose del genere.
Commodo li avrebbe fatti a pezzi
con la stessa disinvoltura che usava
con gli struzzi e i leoni.
Aprii le porte di bronzo delle
stanze dell’imperatore.
Dalla penombra, Commodo gridò:
«VATTENE!».
Una caraffa di bronzo mi sfrecciò
sopra la testa, andando a finire
contro la parete con una forza tale da
incrinare le tessere del mosaico.
«Buongiorno anche a te» dissi.
«Non mi è mai piaciuta
quell’opera.»
L’imperatore sbatté le palpebre
tentando di mettere a fuoco. «Ah…
sei tu, Narciso. Entra, allora.
Sbrigati. Sbarra le porte!»
Ubbidii.
Commodo si inginocchiò sul
pavimento, aggrappandosi a un lato
del divano per sostenersi. Nello
sfarzo della camera da letto, con le
tende di seta, i mobili d’oro e le
pareti affrescate di colori vivaci,
l’imperatore sembrava fuori luogo,
come un mendicante prelevato da un
vicolo della Suburra. Aveva gli
occhi stravolti, schizzi di saliva che
gli scintillavano sulla barba, vomito
e sangue che macchiavano la sobria
tunica bianca. Certo, non era strano,
considerato che la sua concubina e il
prefetto gli avevano messo del
veleno nel vino a pranzo.
Ma, se si andava oltre
l’apparenza, Commodo non era
cambiato molto da quando, a
diciotto anni, oziava nella tenda da
campo nella foresta danubiana.
Adesso di anni ne aveva trentuno,
ma il passare del tempo lo aveva
appena sfiorato. Con grande
scandalo dei Romani alla moda, si
era fatto allungare i capelli e portava
una barba ispida per assomigliare al
proprio idolo: Ercole. A parte
questo, era il ritratto stesso della
perfezione virile romana. Si poteva
quasi pensare che fosse un dio
immortale, come spesso sosteneva
lui.
«Hanno tentato di uccidermi»
ringhiò Commodo. «So che sono
stati loro. Ma io non morirò. Gliela
farò pagare a tutti quanti!»
Mi straziò il cuore vederlo in
quello stato. Soltanto il giorno
prima, nutrivo così tante speranze.
Avevamo fatto pratica di tecniche
di combattimento per tutto il
pomeriggio. Forte e baldanzoso,
Commodo mi aveva steso al tappeto
e mi avrebbe spezzato il collo se
fossi stato un comune mortale. Dopo
avermi fatto rialzare, avevamo
trascorso il resto della giornata a
ridere e a parlare come ai vecchi
tempi. Non che avesse scoperto la
mia vera identità, eppure…
travestito da Narciso, ero sicuro di
potergli restituire il buon umore,
riaccendendo finalmente le braci del
giovane glorioso che conoscevo un
tempo.
Eppure, quella mattina, Commodo
si era svegliato più assetato di
sangue e fuori di testa che mai.
Mi avvicinai a lui con cautela,
come se fosse un animale ferito.
«Non morirai avvelenato. Sei troppo
forte per fare una fine del genere.»
«Esatto!» Si tirò su sul divano,
con le nocche sbiancate per lo
sforzo. «Mi sentirò meglio domani,
non appena avrò decapitato quei
traditori!»
«Forse sarebbe meglio riposare
qualche giorno» gli suggerii.
«Prenditi un po’ di tempo per
recuperare e riflettere.»
«RIFLETTERE?» Fece una
smorfia per il dolore. «Non ho
bisogno di riflettere, Narciso. Li
ucciderò e assumerò nuovi
consiglieri. Te, forse? Ti andrebbe
questo lavoro?»
Non sapevo se mettermi a ridere o
a piangere. Mentre Commodo si
concentrava sui suoi amati giochi,
aveva trasferito i poteri dello Stato
ai prefetti e agli amici… ma
ciascuno di loro tendeva ad avere
un’aspettativa di vita molto breve.
«Io sono soltanto un personal
trainer» dissi.
«Chi se ne importa?! Ti farò
diventare un patrizio! Governerai
Commodiana!»
All’udire quel nome, sussultai.
Fuori dal palazzo, nessuno accettava
che l’imperatore avesse ribattezzato
Roma. I cittadini si rifiutavano di
farsi chiamare “commodiani”. Le
legioni erano furiose di essere
conosciute come “le commodiane”. I
folli proclami di Commodo erano
stati l’ultima goccia per i suoi
esasperati consulenti.
«Ti prego» lo supplicai. «Prenditi
una pausa dalle esecuzioni e dai
giochi. È il momento di curarsi, di
pensare alle conseguenze.»
Commodo snudò i denti, le labbra
screziate di sangue. «Non
cominciare anche tu! Mi sembri mio
padre. Non mi interessano le
conseguenze!»
Mi crollarono le braccia. Sapevo
cosa sarebbe accaduto nei giorni a
venire. Commodo sarebbe
sopravvissuto all’avvelenamento.
Avrebbe ordinato un’epurazione
spietata dei propri nemici. La città
sarebbe stata decorata di teste
mozzate e conficcate sulle picche.
Le crocifissioni avrebbero
costeggiato la via Appia. I miei
sacerdoti sarebbero morti. Metà
Senato sarebbe scomparso. Roma
stessa, il bastione degli dei
dell’Olimpo, sarebbe stata scossa
dalle fondamenta. E Commodo
sarebbe stato assassinato
comunque… solo poche settimane o
pochi mesi dopo, in qualche altro
modo.
Chinai il capo in segno di
sottomissione. «Certo. Posso
prepararti un bagno?»
Commodo grugnì di sì. «Devo
togliermi questi abiti lerci.»
Come spesso accadeva dopo le
nostre sessioni di allenamento,
riempii di acqua bollente al profumo
di rosa la grande vasca in marmo.
Lo aiutai a togliersi la tunica
macchiata e a entrare nella vasca.
Per un attimo, Commodo si rilassò e
chiuse gli occhi.
Ricordai l’aria che aveva quando
mi dormiva accanto da ragazzo.
Ripensai alla sua risata serena
quando correvamo nei boschi e al
modo adorabile in cui aggrottava il
viso quando gli facevo rimbalzare
un acino d’uva sul naso.
Con una spugna, gli tolsi dalla
barba la saliva e il sangue. Gli lavai
delicatamente il viso. Poi gli chiusi
le mani intorno al collo. «Mi
dispiace.» Gli spinsi la testa
sott’acqua e cominciai a stringere.
Commodo era forte. Pur essendo
indebolito, si dimenò e lottò. Dovetti
canalizzare la mia potenza divina
per tenerlo sott’acqua e, nel farlo,
devo avergli rivelato la mia vera
natura.
Commodo rimase immobile e
sgranò gli occhi azzurri, sorpreso di
essere stato tradito. Non riusciva a
parlare, ma muovendo solo le labbra
disse: “Mi. Avevi. Dato. La. Tua.
Benedizione”.
Davanti alla sua accusa mi sfuggì
un singhiozzo. Il giorno della morte
di suo padre, avevo promesso a
Commodo: “Avrai sempre la mia
benedizione”. E in quel momento
invece stavo ponendo fine al suo
regno. Interferivo negli affari
mortali, non solo per salvare delle
vite o la stessa Roma, ma perché
non riuscivo a sopportare l’idea di
veder morire il mio bel Commodo
per mano di qualcun altro.
Il suo ultimo respiro gorgogliò tra
le basette della barba. Mi chinai su
di lui, in lacrime, con le mani
intorno alla sua gola, finché l’acqua
della vasca non si raffreddò.
Britomarti si sbagliava. Non
avevo paura dell’acqua.
Semplicemente non riuscivo a
guardare la superficie di una piscina
senza immaginare la faccia di
Commodo, ferito per il tradimento,
che mi fissava.
La visione svanì. Vomitai. Mi
ritrovai piegato su uno specchio
d’acqua diverso: la tazza di un
gabinetto della Waystation.
Non so per quanto tempo rimasi
lì, inginocchiato, a vomitare con i
brividi in tutto il corpo e la disperata
voglia di liberarmi della mia forma
mortale con la stessa facilità con cui
mi liberavo lo stomaco.
Dopo un po’ vidi un riflesso
arancione nella tazza. Alle mie
spalle c’era Agamede, con la
Magica Palla 8 in mano.
Protestai mugolando: «Devi
proprio arrivarmi di soppiatto alle
spalle mentre sto vomitando?»
Il fantasma senza testa mi porse la
sfera magica.
«Sarebbe più utile un po’ di carta
igienica» continuai.
Agamede allungò un braccio
verso il rotolo, ma le sue dita eteree
trapassarono la carta. Strano che
potesse tenere in mano una Magica
Palla 8, ma non un rotolo di carta
igienica. Forse le nostri ospiti non
avevano comprato quella
supersoffice a doppio velo adatta
agli spettri.
Presi la sfera. Senza molta
convinzione, domandai: «Che cosa
vuoi, Agamede?».
La risposta emerse attraverso il
liquido scuro: NOI NON POSSIAMO
RESTARE.
Sbuffai. «L’ennesimo pronostico
di sventura no, eh! Chi sarebbe noi?
E poi, restare dove?»
Scossi la palla un’altra volta, e
arrivò la risposta: PROSPETTIVE NON
OTTIME.
Rimisi la sfera nelle mani di
Agamede: era come spingere
controvento un veicolo in corsa.
«Non posso giocare agli indovinelli,
adesso.»
Agamede non aveva una faccia,
ma dalla sua postura sembrava
sconsolato. Il sangue gli colava
lentamente dal collo mozzato sulla
tunica. Immaginai la testa di
Trofonio trasferita sul suo corpo, la
voce agonizzante di mio figlio che
gridava al cielo: “Prendi me al suo
posto! Salvalo, Padre, ti supplico!”.
Questa immagine si mescolò con
la faccia di Commodo che mi
fissava, ferito e tradito, mentre la
sua carotide pulsava contro le mie
mani. “Mi. Avevi. Dato. La. Tua.
Benedizione.”
Singhiozzando, abbracciai la
tazza, l’unica cosa in tutto l’universo
che non girava vorticosamente.
C’era qualcuno che non avessi
deluso o tradito? Qualche relazione
che non avessi distrutto?
Dopo un’insopportabile eternità
nel mio gabinetto poetico, una voce
parlò alle mie spalle. «Ehi!»
Sbattei le palpebre per asciugarmi
le lacrime. Agamede era sparito. Al
suo posto, appoggiata al lavandino,
c’era Josephine che mi porgeva un
rotolo di carta igienica.
Tirai su con il naso. «Puoi stare
nel bagno degli uomini?»
Jo rise. «Non sarebbe la prima
volta, ma i nostri bagni sono misti.»
Mi asciugai la faccia e gli abiti.
Non ottenni grandi risultati, oltre a
riempirmi tutto di carta igienica.
Josephine mi aiutò a mettermi a
sedere sulla tazza. Mi assicurò che
era meglio che abbracciarla, anche
se lì per lì non ci vidi una grande
differenza.
«Che cosa ti è successo?»
domandò.
Dimenticando ogni forma di
dignità personale, le risposi.
Josephine tirò fuori un fazzoletto
dalla tasca della tuta. Lo inumidì nel
lavandino e cominciò a pulirmi ai
lati del viso, nei punti in cui non ero
riuscito ad arrivare io. Mi trattava
come se fossi la sua piccola Georgie
di sette anni, o una delle sue balestre
a torretta meccaniche: una cosa
preziosa ma delicata. «Non ti
giudico, Stellina. Anch’io ne ho
combinati di guai, ai miei tempi.»
Osservai il suo viso squadrato, lo
scintillio metallico dei suoi capelli
grigi sulla pelle scura. Jo sembrava
molto gentile e affabile, proprio
come pensavo fosse Festus, il drago,
anche se a volte dovevo fare un
passo indietro e ricordarmi: “Ah,
già, è una gigantesca macchina
mortale sputafuoco”.
«Leo ha accennato ai gangster»
rammentai. «Al Capone?»
Josephine fece un sorrisetto
compiaciuto. «Sì, esatto, Al. E poi
Diamond Joe. E Papa Johnny. Li
conoscevo tutti. Ero… come si dice?
Il trait d’union fra Al e i
contrabbandieri afroamericani di
alcolici.»
Nonostante il mio umore nero,
non potei fare a meno di restarne un
briciolo affascinato. L’età del jazz
era una delle mie preferite per via
del… be’, per via del jazz. «Per una
donna degli anni Venti è
impressionante.»
«Il fatto è che non hanno mai
saputo che ero una donna» precisò
Josephine.
All’improvviso vidi un’immagine
di lei con indosso un paio di scarpe
di pelle nera con le ghette, un abito
gessato, un fermacravatta con un
brillante, un cappello di feltro nero e
il suo mitra, Little Bertha,
appoggiato su una spalla.
«Capisco.»
«Mi chiamavano Big Jo.» Fissò la
parete. Forse era solo il mio stato
mentale, ma la immaginai come
Commodo che lanciava una caraffa
tanto forte da rompere le tessere di
un mosaico. «Quello stile di vita
era… eccitante, pericoloso. Mi ha
condotto in un luogo tenebroso, mi
ha quasi distrutto. Poi Artemide mi
ha trovato e mi ha proposto una via
d’uscita.»
Mi tornarono in mente Emitea e
sua sorella Parteno che si lanciavano
giù da una rupe in un’epoca in cui la
vita delle donne era più sacrificabile
di una giara di vino. «Mia sorella ha
salvato molte giovani donne da
situazioni tremende.»
«Sì, è vero.» Jo sorrise con aria
malinconica. «E poi Emmie mi ha
salvato la vita un’altra volta.»
«Voi due potreste essere ancora
immortali» borbottai. «Potreste
avere giovinezza, potere, vita
eterna…»
«È vero» concordò Josephine.
«Però non avremmo trascorso gli
ultimi decenni a invecchiare
insieme. Abbiamo vissuto una bella
vita, qui. Abbiamo salvato tanti
semidei e altri reietti… li abbiamo
cresciuti alla Waystation, li abbiamo
fatti andare a scuola, gli abbiamo
dato un’infanzia più o meno
normale, poi li abbiamo spediti nel
mondo adulto con le competenze
necessarie per sopravvivere.»
Scossi la testa. «Non capisco. Non
c’è confronto fra tutto questo e
l’immortalità.»
Josephine scrollò le spalle.
«Anche se non capisci, fa lo stesso.
Ma voglio tu sappia che Emmie non
ha ceduto alla leggera il tuo dono
divino. Dopo oltre sessant’anni con
le Cacciatrici, abbiamo scoperto una
cosa. Non è quanto vivi che importa,
ma ciò per cui vivi.»
Aggrottai la fronte. Era un modo
di pensare assai poco divino: come
se si potesse avere l’immortalità o il
senso delle cose, ma non entrambi.
«Perché me lo dici?» domandai.
«Stai cercando di convincermi che
dovrei restare in… un abominio
come questo?» Indicai con una
mano il mio patetico corpo mortale.
«Non ti sto dicendo cosa fare. Ma
quelle persone là fuori… Leo,
Calipso, Meg… hanno bisogno di te.
Contano su di te. Anch’io ed
Emmie, per riavere nostra figlia.
Non devi essere un dio. Solo, fai del
tuo meglio per i tuoi amici.»
«Bleah!»
Jo ridacchiò. «Un tempo, questo
tipo di discorso avrebbe fatto
vomitare anche me. Pensavo che
l’amicizia fosse una trappola.
“Ognuno per sé” era il mio motto.
Ma, quando mi sono unita alle
Cacciatrici, la divina Britomarti mi
ha spiegato una cosa. Sai com’è
diventata dea?»
Ci pensai un attimo. «Era una
fanciulla che fuggiva dal re di Creta.
Per nascondersi, saltò in una rete da
pesca nel porto, giusto? Invece di
affogare, fu trasformata in dea.»
«Esatto.» Jo intrecciò le dita in
una sorta di rete. «Le reti possono
essere delle trappole. Ma possono
anche essere delle reti di sicurezza.
Devi solo capire quando saltare.»
La fissai. Mi aspettavo un
momento di rivelazione dove tutto
avrebbe avuto un senso e mi sarei
sentito sollevato. «Scusa» dissi
infine. «Non ho idea di cosa
significhi.»
«Nessun problema.» Jo mi porse
una mano. «Dai, usciamo da qui.»
«Sì» concordai. «Vorrei fare una
bella dormita prima di domani.»
Jo mi rivolse il suo micidiale
sorriso affabile. «Oh, no… non
ancora. Prima ti aspettano le
faccende del pomeriggio, amico
mio.»
20

Pedala bene!
Belle le cavigliere,
Sono di gran moda!

Almeno non mi toccò pulire i bagni.


Trascorsi il pomeriggio nel nido
dei grifoni a suonare per Eloisa, per
tenerla calma mentre deponeva
l’uovo. Apprezzò molto Adele e
Joni Mitchell, cosa che mise a
durissima prova le mie corde vocali
umane, ma rimase indifferente alla
mia interpretazione di Elvis Presley.
I gusti musicali dei grifoni sono un
mistero.
A un certo punto, notai Calipso e
Leo che camminavano insieme a
Emmie nella sala principale, tutti e
tre assorti in una conversazione.
Diverse volte vidi Agamede
fluttuare nella sala torcendosi le
mani. Cercai di non pensare al
messaggio della sua Magica Palla 8:
NOI NON POSSIAMO RESTARE. Non era
né confortante né utile, soprattutto
mentre cercavo di eseguire una
musica adatta alla deposizione di un
uovo.
Dopo un’oretta che suonavo il
mio secondo set, Jo tornò in officina
a costruire il dispositivo di
localizzazione, così dovetti trovare
dei brani che sovrastassero il rumore
di una saldatrice. Per fortuna, a
Eloisa piaceva Patti Smith.
L’unica persona che non vidi
durante il pomeriggio fu Meg.
Supposi che fosse sul tetto a far
crescere il giardino a cinque volte la
velocità normale. Di tanto in tanto,
lanciavo un’occhiata verso l’alto e
mi domandavo quando il tetto
sarebbe crollato, seppellendomi
sotto le rape.
Per l’ora di cena, avevo le
vesciche sulle dita a furia di suonare
il mio ukulele da guerra. Mi sentivo
la gola secca come la Valle della
Morte. Ma Eloisa chiocciava
soddisfatta sopra l’uovo appena
deposto.
Mi sentivo sorprendentemente
meglio. Musica e guarigione,
dopotutto, non sono così diverse. Mi
chiesi se Jo mi avesse mandato nel
pagliericcio dei grifoni per il mio
bene oltre che per quello di Eloisa.
Le donne della Waystation erano
molto scaltre.
La notte dormii come un morto:
un morto vero, non la sua versione
arancione scintillante, irrequieta e
senza testa. Alle prime luci
dell’alba, muniti delle indicazioni di
Emmie per raggiungere il Canal
Walk, io, Meg e Leo eravamo pronti
ad attraversare le strade di
Indianapolis.
Prima che uscissimo, Josephine
mi prese da parte. «Vorrei venire con
voi, Stellina. Farò del mio meglio
stamattina per addestrare la tua
amica Calipso, per vedere se
recupera il controllo sulla sua magia.
Mentre sarai fuori, mi sentirei
meglio se tu indossassi questo.» Mi
porse un bracciale di ferro.
Osservai il suo viso, ma non
sembrava che scherzasse. «È una
cavigliera… una catena da grifone»
dissi.
«No! Non farei mai mettere una
catena a un grifone.»
«Ma ne stai dando una a me. Non
le portano i prigionieri quando sono
agli arresti domiciliari?»
«Non è a questo che serve. È il
dispositivo di localizzazione a cui ho
lavorato.» Premette una piccola
tacca sul bordo del bracciale.
Con un clic, due alette metalliche
si aprirono su entrambi i lati,
ronzando come un colibrì. Per poco
il bracciale non mi schizzò via di
mano.
«Oh, no» protestai. «Non
chiedermi di mettere un dispositivo
per volare. Una volta Ermes mi ha
convinto con l’inganno a indossare
le sue scarpe. Ho fatto un sonnellino
su un’amaca ad Atene e mi sono
risvegliato in Argentina. Mai più.»
Jo spense le ali. «Non devi volare.
L’idea era costruire due cavigliere,
ma non ne ho avuto il tempo. Volevo
mandarle a…» si fermò, cercando
evidentemente di controllare le
proprie emozioni «a cercare
Georgina per riportarla a casa. Dato
che non posso farlo, se ti cacci nei
guai, se la trovi…» Jo indicò
un’altra tacca sul bracciale. «Questa
attiva il radiofaro. Mi dirà dove sei,
e credimi se ti dico che invieremo
rinforzi.»
Non avevo idea di come avrebbe
fatto. Non avevano una grande
cavalleria. E poi, per principio, io
non volevo indossare un dispositivo
di localizzazione. Andava contro la
natura stessa di Apollo. Dovrei
essere sempre la fonte di luce più
evidente, più luminosa di tutto il
mondo. Se devi cercare me, c’è
qualcosa che non quadra.
D’altro canto, Josephine mi stava
lanciando quell’occhiata che mia
madre, Leto, mi dava quando
temeva che mi fossi dimenticato di
scriverle una canzone per la festa
della mamma (è una specie di
tradizione. Sono un figlio fantastico,
lo so, grazie).
«E va bene.» Mi allacciai il
bracciale alla caviglia. Mi stava un
po’ stretto, ma almeno così potevo
nasconderlo sotto l’orlo dei jeans.
«Grazie.» Jo premette la fronte
sulla mia. «Non morire.» Poi si
voltò e tornò decisa all’officina,
senza dubbio ansiosa di creare altri
dispositivi di restrizione per me.

Mezz’ora dopo, scoprii una cosa


importante: mai indossare una
cavigliera di ferro mentre vai in
pedalò.
Il nostro sistema di trasporto fu
un’idea di Leo. Quando arrivammo
sulle rive del canale, Leo scoprì un
molo per il noleggio delle barche
che era chiuso per la stagione, decise
di rubare un pedalò di plastica
turchese e insistette per farsi
chiamare il Terribile Pirata Valdez.
(Meg si dimostrò entusiasta, io però
mi rifiutai.)
«È il modo migliore di
individuare la grata dell’ingresso
segreto» ci assicurò Leo mentre
pedalavamo. «Al livello dell’acqua
non possiamo farcela sfuggire. E per
di più viaggiamo con stile!»
Avevamo idee molto diverse sul
significato di “viaggiare con stile”.
Io e Leo eravamo seduti davanti e
pedalavamo. Sotto il bracciale di
ferro, avevo la sensazione che un
dobermann mi masticasse
lentamente la caviglia. I polpacci mi
bruciavano. Non capivo perché i
mortali pagassero per un’esperienza
del genere. Se il pedalò fosse stato
guidato dagli ippocampi, forse sì,
ma la fatica fisica? Che orrore!
Nel frattempo, Meg, seduta dietro,
guardava nella direzione opposta.
Sosteneva che stava perlustrando la
zona alla ricerca dell’ingresso
segreto delle fogne, ma sembrava
proprio che si stesse rilassando.
«Allora, che cosa c’è tra te e
l’imperatore?» mi chiese Leo,
pedalando allegramente come se non
sentisse affatto la fatica.
Mi asciugai la fronte. «Non
capisco cosa vuoi dire.»
«E dai, bello. A cena, quando
Meg si è messa a urlare tutti i nomi
derivati da Commodo… sei corso
dritto in bagno e hai vomitato di
brutto.»
«Non ho vomitato di brutto. Mi
sono tranquillamente liberato lo
stomaco.»
«E sei molto silenzioso da allora.»
Non aveva tutti i torti. Tacere è
un’altra caratteristica per niente
apollinea. Di solito ho così tante
cose interessanti da dire e tante
canzoni deliziose da cantare. Mi resi
conto che avrei dovuto raccontare
dell’imperatore ai miei compagni.
Meritavano di sapere verso cosa
stavamo pedalando. Ma era difficile
trovare le parole.
«Commodo dà la colpa a me per
la sua morte» dissi.
«Perché?» domandò Meg.
«Forse perché l’ho ucciso.»
«Ah!» Leo annuì con aria saggia.
«Sarebbe comprensibile.»
Riuscii a raccontare la storia. Non
fu facile. Fissando davanti a noi,
immaginavo il corpo di Commodo
fluttuare sotto la superficie del
canale, pronto a salire dalle gelide
profondità per accusarmi di
tradimento. “Mi. Avevi. Dato. La.
Tua. Benedizione.”
Una volta concluso il racconto,
Leo e Meg rimasero in silenzio.
Nessuno dei due gridò:
“Assassino!”. Ma nessuno dei due
mi guardò negli occhi.
«È dura, amico» disse infine Leo.
«Ma sembra proprio che
l’imperatore Comodone dovesse
morire.»
Meg fece un verso tipo starnuto di
gatto. «Si chiama Commodo. Ed è
bello, tra parentesi.»
Lanciai un’occhiata alle mie
spalle. «L’hai incontrato?»
Meg scrollò le spalle. Dal giorno
prima, non so bene quando, uno
strass le era caduto dalla montatura
degli occhiali, come una stella che,
morendo, svanisce. Mi preoccupava
aver notato un dettaglio tanto
piccolo.
«Una volta» rispose. «A New
York. È venuto a trovare il mio
patrigno.»
«Nerone» la spronai. «Chiamalo
Nerone.»
«Okay.» Delle chiazze rosse le
comparvero sulle guance.
«Commodo era bello.»
Alzai gli occhi al cielo. «Ma è
anche vanaglorioso, tronfio,
egoista…»
«Allora ti fa concorrenza, eh?»
disse Leo.
«Oh, chiudi il becco!»
Per un attimo, l’unico rumore sul
canale fu lo sciaguattare del nostro
pedalò che riecheggiava sugli argini
alti tre metri e lungo i fianchi dei
magazzini in muratura che sarebbero
stati riconvertiti in condomini e
ristoranti. Le finestre buie degli
edifici ci scrutavano dall’alto in
basso, facendomi sentire
claustrofobico ed esposto allo stesso
tempo.
«Non capisco una cosa» riprese
Leo. «Perché proprio Commodo?
Voglio dire, se questo Triumvirato è
composto dai tre imperatori più
importanti e malvagi, se è la
nazionale romana dei supercattivi…
Nerone mi torna. Ma l’uomo
comodone? Perché non qualcun
altro più famoso e perfido, tipo
Massimo l’Omicida o Attila
l’Unno?»
«Attila l’Unno non era un
imperatore romano» precisai.
«Quanto a Massimo l’Omicida…
be’, in effetti è un bel nome, ma non
è un imperatore vero. Quanto al
motivo per cui Commodo fa parte
del Triumvirato…»
«Pensano che sia debole»
intervenne Meg. Teneva lo sguardo
fisso sulla scia del pedalò, come se
vedesse la propria selezione di facce
sotto la superficie.
«Come fai a saperlo?» le
domandai.
«Me l’ha detto il mio pat…
Nerone. Lui e il terzo, l’imperatore
dell’Ovest, volevano Commodo con
loro.»
«Sai chi è il terzo imperatore?» le
chiesi.
Meg aggrottò la fronte. «L’ho
visto una volta sola. Nerone non mi
ha mai detto il suo nome. Lo
chiamava semplicemente “il mio
congiunto”. Penso che pure Nerone
ne abbia paura.»
«Fantastico» bofonchiai. Un
imperatore che spaventava Nerone
non era qualcuno che volevo
conoscere.
«Quindi Nerone e il tizio a ovest
vogliono Commodo come paracolpi
tra loro» commentò Leo. «Come la
scimmia di mezzo.»
Meg si stropicciò il naso. «Sì.
Nerone mi ha raccontato… mi ha
detto che Commodo era il suo Pesca.
Un animale feroce. Ma
controllabile.» Le si incrinò la voce
nominando il suo amico karpos.
Temetti che Meg mi ordinasse di
prendermi a schiaffi o di tuffarmi nel
canale, però le chiesi: «Dov’è
adesso Pesca?».
Meg fece il broncio. «La
Bestia…»
«Nerone» la corressi
garbatamente.
«L’ha preso Nerone. Ha detto…
ha detto che non mi meritavo un mio
animale finché non imparavo a
comportarmi bene.»
La rabbia mi fece pedalare più
veloce, e accettai quasi di buon
grado il dolore irritante alla caviglia.
Non sapevo come Nerone avesse
fatto a imprigionare lo spirito del
grano, ma il motivo lo capivo.
Voleva che Meg dipendesse
completamente da lui. Meg non
doveva avere beni personali né
amici. Tutto nella sua vita doveva
essere contaminato dal veleno di
Nerone.
Se l’imperatore avesse messo le
mani su di me, senza dubbio mi
avrebbe usato allo stesso modo.
Qualunque fossero le terribili torture
che aveva progettato di infliggere a
Lester Papadopoulos, non sarebbero
state tremende quanto quelle che
imponeva a Meg. L’avrebbe fatta
sentire responsabile della mia morte
atroce.
«Ci riprenderemo Pesca» le
promisi.
«Sì, chica» concordò Leo. «Il
Terribile Pirata Valdez non
abbandona mai un membro
dell’equipaggio. Non preoccuparti
di…»
«Ragazzi, quello cos’è?» lo
interruppe Meg, con voce stridula.
Indicò a dritta.
Una serie di motivi a zigzag
formava piccole onde sull’acqua
verde, come se una freccia fosse
stata scagliata in orizzontale sulla
superficie.
«Hai visto che cos’era?»
domandò Leo.
Meg annuì. «Una… una pinna,
forse? Nei canali ci sono i pesci?»
Non conoscevo la risposta, ma
non mi piacevano le dimensioni di
quelle increspature. Mi sentii come
se mi fossero spuntati dei germogli
di grano in gola.
Leo indicò verso prua. «Laggiù!»
Proprio davanti a noi, un paio di
centimetri sotto la superficie
dell’acqua, delle squame verdi
ondeggiarono prima di inabissarsi.
«Quello non è un pesce» dissi,
detestandomi per essere così
perspicace. «Penso che sia un’altra
parte della stessa creatura.»
«Come laggiù?» Meg indicò di
nuovo a dritta. I due elementi di
disturbo erano distanti almeno
dodici metri l’uno dall’altro.
«Significherebbe che è più grande
del pedalò.»
Leo scrutò le acque. «Apollo, hai
idea di cosa sia questo affare?»
«Ho solo un sospetto» risposi.
«Auguriamoci che mi sbagli. Pedala
più veloce. Dobbiamo trovare la
grata.»
21

Voglio rinforzi
E quintali di pietre!
C’è un serpente!

Non mi piacciono i serpenti.


Dalla mia famosa battaglia con
Pitone, ho sempre avuto una fobia
per le creature striscianti con le
squame (inclusa la mia matrigna
Era. BOOM!). Riuscivo a malapena
a tollerare George e Martha, i
serpenti sul caduceo di Ermes.
Erano molto cordiali, ma mi
assillavano di continuo chiedendomi
di scrivere una canzone sulla gioia
che si prova nel cibarsi di ratti, gioia
che io non condividevo.
Mi dissi che la creatura nel Canal
Walk non era un serpente acquatico.
L’acqua era troppo fredda, e il
canale non offriva abbastanza pesci
gustosi da mangiare.
D’altro canto, conoscevo
Commodo. Amava collezionare
mostri esotici. Pensai a un
particolare serpente di fiume che lui
avrebbe adorato, uno che avrebbe
potuto sostentarsi facilmente
mangiando gustosi passeggeri di
pedalò.
“Cattivo Apollo, non si fa!” mi
rimproverai. “Concentrati sulla tua
missione!”
Procedemmo lentamente per
un’altra quindicina di metri,
abbastanza a lungo per potermi
domandare se fosse stata una
minaccia immaginaria. Forse il
mostro non era nient’altro che un
cucciolo di alligatore abbandonato.
Ce li avevano, nel Midwest? Forse
qualche esemplare molto educato?
Leo mi diede un colpetto di
gomito. «Guarda laggiù!»
Sul muro dell’argine opposto, che
spuntava sopra il livello dell’acqua,
c’era l’arco in mattoni di un vecchio
impianto fognario. L’entrata era
bloccata da sbarre dorate.
«Quante fogne hai visto con le
grate d’oro?» domandò Leo.
«Scommetto che quella porta dritta
al palazzo dell’imperatore.»
Aggrottai la fronte. «È stato
troppo semplice.»
«Ehi!» Meg mi diede un colpetto
sulla nuca. «Ricordi cosa ci ha
raccomandato Percy? Mai dire cose
tipo: “Ce l’abbiamo fatta” o “È stato
semplice”. Porta sfortuna!»
«Tutta la mia esistenza è una
sfortuna.»
«Pedala più veloce!»
Dato che era un ordine diretto di
Meg, non avevo scelta. Mi sentivo le
gambe come sacchi di carboni
ardenti, ma accelerai lo stesso
l’andatura. Leo pilotò la nostra nave
pirata di plastica turchese verso
l’entrata della fogna.
Eravamo a tre metri di distanza,
quando facemmo scattare la Prima
Legge di Percy Jackson. La nostra
sfortuna sorse dall’acqua sotto
forma di un arco sfavillante di pelle
serpentesca.
Lo ammetto, è possibile che io
abbia urlato.
Leo ci gridò un consiglio
assolutamente inutile: «Attenti!».
La barca si inclinò. Altri archi di
pelle serpentesca saltarono fuori
dall’acqua intorno a noi: colline
ondulate verdi e marroni munite di
pinne dorsali dentellate. In un lampo
Meg fece comparire le sue lame
gemelle. Tentò di stare in piedi, ma
il pedalò si capovolse, gettandoci in
una fredda esplosione verde di bolle
e arti che si dimenavano.
La mia unica consolazione: il
canale non era profondo. Toccai il
fondale e riuscii a stare in piedi,
boccheggiando e rabbrividendo, con
l’acqua che mi arrivava alle spalle.
Lì vicino, una spira di pelle di
serpente del diametro di un metro
circondò il pedalò e lo strinse. Lo
scafo implose, frantumando la
plastica turchese con un rumore
simile a una scarica di petardi. Una
scheggia mi colpì in faccia,
mancando per un pelo l’occhio
sinistro.
Leo sbucò in superficie, con il
mento a fior d’acqua. Avanzò
faticosamente verso la grata,
arrampicandosi su una collina di
pelle di serpente che si era messa in
mezzo. Meg, che gli dei benedicano
quell’eroica ragazzina, menava
fendenti contro le spire del mostro,
ma le sue lame scivolavano sulla
pelle viscida.
Poi, dal canale, emerse la testa
della creatura, e io persi ogni
speranza di arrivare a casa in tempo
per la nostra serata di enchiladas al
tofu.
La fronte triangolare del mostro
era talmente ampia da poterci
parcheggiare un’utilitaria. I suoi
occhi scintillavano di arancione
come il fantasma di Agamede.
Quando aprì le sue enormi fauci
rosse, mi tornò in mente un altro
motivo per cui odio i serpenti: hanno
l’alito più fetido delle magliette da
lavoro di Efesto.
Il serpente tentò di azzannare Meg
che, sebbene fosse immersa
nell’acqua fino al collo, riuscì in
qualche modo a scansarsi e gli
conficcò la lama della mano sinistra
dritta in un occhio.
Il mostro gettò la testa all’indietro
e sibilò. Il canale ribollì di pelle di
serpente, io andai a gambe all’aria e
mi ritrovai sommerso un’altra volta.
Quando tornai in superficie, Meg
McCaffrey era accanto a me, con il
petto ansimante, gli occhiali piegati
e velati d’acqua del canale. Il
serpente dimenava la testa da una
parte all’altra come se potesse
servire a scacciare la cecità
dall’occhio ferito. Fece schioccare la
mandibola contro il condominio più
vicino, mandando in frantumi le
finestre e riempiendo di crepe il
muro in mattoni. Uno striscione sul
tetto diceva: AFFITTASI A BREVE.
Forse significava che l’edificio era
vuoto. Me lo augurai.
Leo riuscì a raggiungere la grata.
Passò le dita sulle sbarre d’oro,
probabilmente alla ricerca di
pulsanti, interruttori o trappole. Io e
Meg eravamo a una decina di metri
da lui ormai, ma sembrava una
distanza enorme in quelle acque
spumeggianti di spire serpentesche.
«Sbrigati!» gli gridai.
«Ah, già… grazie!» mi rispose
urlando. «Non ci avevo pensato.»
Il mostro sollevò la testa due piani
sopra di noi. L’occhio destro ormai
era spento, ma la scintillante iride
sinistra e le orrende fauci mi
rammentarono quei cosi di zucca
che i mortali costruiscono per
Halloween. Come le chiamano?
Lanterne, se non erro. Una
tradizione sciocca. Io ho sempre
preferito correre in giro vestito di
pelle di capra per i Februalia. Molto
più dignitoso.
Meg colpì la pancia del mostro.
La lama dorata si limitò a scintillare
sulla sua pelle. «Che cos’è questo
coso?»
«Il serpente cartaginese» risposi.
«Una delle bestie più spaventose che
le truppe romane abbiano mai
affrontato. In Africa, sotto Marco
Attilio Regolo, per poco non fece
affogare un’intera legione…»
«Me ne infischio.» Meg e il
serpente si scrutavano guardinghi,
come se un mostro gigantesco e una
ragazzina di dodici anni fossero
avversari alla pari. «Come faccio a
ucciderlo?»
Mi frullavano mille pensieri per la
testa. Non me la cavavo molto bene
nelle situazioni di panico, ovvero la
maggior parte delle situazioni in cui
mi ero trovato negli ultimi tempi.
«Credo… credo che alla fine la
legione lo abbia sconfitto
utilizzando migliaia di pietre.»
«Non ho una legione» commentò
Meg. «Né migliaia di pietre.»
Il serpente sibilò, spruzzando
veleno nel canale. Mi tolsi di
tracolla l’arco, ma dovetti fare i
conti un’altra volta con l’antipatica
questione della manutenzione.
Corda e frecce bagnate erano un
problema, soprattutto considerato
che intendevo colpire un bersaglio
piccolo come l’occhio ancora buono
del serpente. Poi c’erano le leggi
della fisica: è possibile tirare con
l’arco stando immersi nell’acqua
fino alle spalle?
«Leo?» gridai.
«Manca poco!» Sbatté una chiave
inglese contro la grata. «Continuate
a distrarlo!»
Deglutii. «Meg, forse potresti
pugnalargli l’altro occhio o la
bocca.»
«Mentre tu fai cosa, ti nascondi?»
Detestavo il modo in cui quella
ragazzina riusciva a entrarmi nel
cervello. «Certo che no! Io…
ehm…»
Il serpente attaccò. Io e Meg ci
tuffammo in direzioni opposte. La
testa del mostro provocò uno
tsunami tra noi, e mi catapultò con
un salto mortale in aria e poi di
nuovo nell’acqua. Ingoiai diversi
litri del canale, tornai su
sputacchiando e per poco non
soffocai raccapricciato quando vidi
Meg avvolta nella coda del serpente.
Il mostro la portò fuori dall’acqua e
la sollevò all’altezza dell’occhio che
gli era rimasto. Meg menava colpi
come una pazza, ma il serpente la
teneva a distanza di sicurezza e la
guardava come se pensasse: “Che
cos’è questa specie di mini-
semaforo?”.
Poi cominciò a stringere.
Clang. Le sbarre dorate della
grata si aprirono verso l’interno.
Leo gridò: «Ce l’ho fatta!». Si
girò, sorridendo orgoglioso, poi vide
la brutta situazione in cui Meg si
trovava. «Noooo!» Leo sollevò una
mano sopra l’acqua e tentò di
evocare il fuoco. L’unica cosa che
gli venne fuori fu uno sbuffo di
vapore. A quel punto lanciò una
chiave inglese, che rimbalzò senza
colpo ferire su un fianco del
serpente.
Meg strillò. Il serpente le strinse
la coda intorno alla vita, facendole
diventare la faccia rossa come un
peperone. Meg sbatté inutilmente le
spade contro le squame del mostro.
Io ero paralizzato, incapace di
aiutare, incapace di pensare.
Conoscevo la forza che un
serpente simile poteva avere. Mi
ricordai di quello che avevo provato
nelle spire di Pitone: le mie divine
costole che si incrinavano, l’icore
che mi veniva spremuto nella testa e
minacciava di schizzarmi fuori dalle
orecchie.
«Meg!» gridai. «Tieni duro!»
Mi lanciò un’occhiata torva, con
gli occhi strabuzzati, la lingua
gonfia, come se pensasse: “Ho
scelta?”.
Il mostro mi ignorò, senza dubbio
troppo preso a osservare Meg che
implodeva come il pedalò. Dietro la
testa del serpente spuntò il muro
danneggiato di un condominio.
L’entrata alla fogna si trovava
proprio lì alla sua destra.
Mi ricordai della legione romana
che aveva combattuto contro questo
coso bersagliandolo di pietre. Se
solo quel muro avesse fatto parte
della Waystation, e avessi potuto
ordinargli…
L’idea mi afferrò quasi fosse una
spira del mostro.
«Leo!» gridai. «Entra nel tunnel!»
«Ma…»
«Entra!»
Qualcosa cominciò a salirmi nel
petto. Mi augurai che fosse pura
energia e non la colazione.
Mi riempii i polmoni, e con la
voce baritonale che di solito
riservavo all’opera lirica urlai:
«SPARISCI, SERPENTE! IO
SONO APOLLO!».
La frequenza era perfetta.
Le pareti del condominio
tremarono e si incrinarono. Un muro
di mattoni alto tre piani si staccò e
crollò sulla schiena del serpente,
spingendogli la testa sott’acqua. La
coda attorcigliata del mostro allentò
la presa. Meg cadde nel canale.
Ignorando la pioggia di mattoni,
avanzai a fatica nell’acqua (molto
coraggiosamente, pensai) e portai
Meg in superficie.
«Ragazzi, sbrigatevi!» gridò Leo.
«La grata si sta richiudendo!»
Trascinai Meg verso la fogna
(perché è a questo che servono gli
amici), mentre Leo faceva del
proprio meglio per tenere la grata
aperta con una leva da gommista.
Meno male che i nostri corpi
mortali erano solo pelle e ossa! Ci
infilammo dentro nello stesso istante
in cui le sbarre si richiudevano
dietro di noi.
Fuori, il serpente mezzo cieco si
liberò dai mattoni che gli erano
piovuti addosso, sibilò e sbatté la
testa contro la grata. Ma noi non ci
fermammo a chiacchierare e
avanzammo spediti nelle tenebre del
sistema idrico dell’imperatore.
22

Breve poesia
Sulla beltà delle fogne.
È già finita.

Mentre avanzavo a stento, immerso


fino alle spalle nelle acque gelide
della fogna, provai un’improvvisa
nostalgia per lo zoo di Indianapolis.
Oh, i piaceri semplici! Nascondersi
da guerrieri germani omicidi,
distruggere trenini, cantare serenate
a grifoni inferociti…
Pian piano, il rumore del serpente
che cozzava contro la grata svanì
alle nostre spalle. Camminammo
così a lungo che ebbi paura che
saremmo morti di ipotermia prima di
raggiungere la meta. Poi notai una
nicchia rialzata nel fianco della
galleria: una vecchia piattaforma di
servizio, forse. Uscimmo da quella
gelida porcheria verde e ci
arrampicammo lì sopra per
riprendere fiato. Io e Meg ci
abbracciammo, mentre Leo tentò di
darsi fuoco.
Al terzo tentativo, la sua pelle
sfrigolò, sibilò e finalmente andò in
fiamme. «Venite qui, ragazzi!»
Aveva un sorriso diabolico con la
luce arancione del fuoco che gli
inondava il viso. «Non c’è niente di
meglio di un Leo incandescente per
riscaldarsi!»
Tentai di dargli dell’idiota, ma la
mandibola mi tremava così tanto che
mi uscì solo: «Id… id…id… id…
id…».
Ben presto la nostra piccola
alcova fu invasa dall’odore di Meg e
Apollo riscaldati: torta di mele,
muffa, sudore e un pizzico di
magnificenza (indovinate a quale
profumo diedi il mio contributo). Le
mie dita tornarono da blu a rosa.
Riuscivo a sentirmi le gambe a
sufficienza da provare fastidio per lo
sfregamento della cavigliera di ferro.
Potevo perfino parlare senza
tartagliare come il mitra di
Josephine.
Quando Leo ci ritenne abbastanza
asciutti, spense il suo falò personale.
«Ehi, Apollo, sei stato bravo,
prima!»
«Quando, di preciso?» domandai.
«Durante l’affogamento? O mentre
urlavo?»
«No, amico… quando hai fatto
crollare il muro. Dovresti farlo più
spesso.»
Estrassi una scheggia di plastica
turchese dal giubbotto. «Come mi ha
detto una volta un semidio
indisponente: “Caspita, perché non
ci ho pensato prima?”. Te l’ho già
spiegato, non riesco a controllare
queste mie esplosioni di potere. Non
so come, ma in quel momento ho
trovato la mia voce divina. La malta
della muratura risuona a una certa
frequenza. Per manipolarla, la cosa
migliore è un baritono a
centoventicinque decibel e…»
«Mi hai salvato» mi interruppe
Meg. «Stavo per morire. Forse è per
questo che ti è tornata la voce.»
Ero riluttante ad ammetterlo, ma
forse aveva ragione lei. L’ultima
volta che avevo avuto un’esplosione
di potenza divina, nel bosco del
Campo Mezzosangue, i miei figli
Kayla e Austin stavano correndo il
rischio di essere bruciati vivi. In
effetti, la preoccupazione per il
prossimo era un detonatore
ragionevole per i miei poteri. Del
resto, sono sempre stato un tipo
altruista, amorevole e simpatico
sotto ogni punto di vista. Eppure
trovavo irritante che il mio benessere
personale non bastasse a darmi una
forza divina. Anche la mia vita era
importante!
«Be’, sono felice che tu non sia
stata stritolata a morte» dissi.
«Niente di rotto?»
Meg si toccò la cassa toracica.
«No, no. Sto bene.»
La rigidità nei movimenti, il
pallore e la tensione intorno ai suoi
occhi mi suggerivano altro. Stava
soffrendo più di quanto ammetteva.
In ogni caso, finché non fossimo
tornati all’infermeria della
Waystation, non potevo fare molto
per lei. Anche se avessi avuto a
disposizione delle forniture mediche
adatte, bendare le costole di una
ragazzina che era stata quasi
stritolata a morte avrebbe potuto
provocare più danni che altro.
Leo fissò l’acqua verde scuro.
Sembrava più pensieroso del solito,
o forse era solo il fatto che non era
più infuocato.
«A cosa stai pensando?»
domandai.
Lui mi lanciò un’occhiata.
Nessuna replica sferzante, nessun
sorrisetto ironico. «Al… al Garage
di Leo e Calipso: autoriparazioni e
mostri meccanici.»
«E cos’è?»
«Una cosa su cui io e Cal
scherzavamo.»
Non sembrava una battuta molto
divertente. D’altro canto,
l’umorismo mortale non sempre è
all’altezza dei miei standard divini.
Mi tornarono in mente Calipso e
Leo assorti nella conversazione con
Emmie, il giorno prima, mentre
passeggiavano nel salone.
«Ha qualcosa a che vedere con
quello che Emmie vi stava
dicendo?» mi azzardai a chiedere.
Leo scrollò le spalle. «Roba per il
futuro. Niente di cui preoccuparsi.»
Come ex dio della profezia, avevo
sempre trovato il futuro una
meravigliosa fonte di
preoccupazione. Ma decisi di non
insistere. In quel momento, l’unico
obiettivo importante per il futuro era
tornare sull’Olimpo affinché il
mondo potesse di nuovo bearsi della
mia divina gloria. Dovevo pensare al
bene comune.
«Perfetto» dissi. «Adesso che ci
siamo asciugati e riscaldati,
immagino che sia ora di rientrare in
acqua.»
«Divertente» disse Meg, e saltò
giù per prima.
Leo si mise alla testa del gruppo,
tenendo una mano ardente sopra
l’acqua per fare luce. Di tanto in
tanto, piccoli oggetti uscivano dalle
tasche della sua cintura degli attrezzi
e mi passavano davanti: etichette a
velcro, noccioline di polistirolo,
laccetti di plastica variopinti…
Meg ci copriva le spalle; le sue
spade gemelle scintillavano
nell’oscurità. Apprezzavo le sue
abilità di combattimento, ma avrei
voluto davvero che ci fosse qualcun
altro a darci una mano. Un semidio
figlio di Cloacina, la dea delle
fogne, sarebbe stato il benvenuto…
E, vi assicuro, era la prima volta che
avevo un tale pensiero deprimente.
Avanzavo arrancando in mezzo ai
miei due compagni, cercando di
evitare i flashback sull’involontario
viaggio che avevo compiuto tanto
tempo prima nell’impianto di
depurazione delle acque di Biloxi,
nello Stato del Mississippi (quella
giornata sarebbe stata un disastro
totale, se non fosse finita con una
jam session estemporanea insieme a
Lead Belly).
La corrente era sempre più forte.
Più avanti, notai il bagliore di luci
elettriche, il suono di voci. Leo
spense il fuoco sulla mano, si girò
verso di noi e si portò l’indice alle
labbra.
Dopo altri sei metri, giungemmo
davanti a una seconda serie di sbarre
dorate, oltre le quali la fogna si
apriva in uno spazio molto più
ampio, dove l’acqua fluiva seguendo
una corrente trasversale, deviando
un po’ verso la nostra galleria. Per la
forza del flusso era difficile reggersi
in piedi.
Leo indicò la grata d’oro.
«Funziona con un lucchetto a
clessidra. Penso di riuscire ad aprirlo
senza problemi, ma state in guardia
nel caso che ci siano… non so… dei
serpenti giganti.»
«Abbiamo fiducia in te, Valdez.»
Non avevo idea di che cosa fosse un
lucchetto a clessidra ma, avendo
avuto a che fare con Efesto, avevo
imparato che era meglio dimostrare
ottimismo e garbato interesse.
Altrimenti il fabbro si offendeva e
smetteva di costruirmi giocattoli
scintillanti.
Dopo qualche secondo, Leo aveva
aperto la grata. Non partì nessun
allarme, e nessuna mina a contatto ci
esplose in faccia.
Sbucammo nella sala del trono
che avevo visto nella mia visione.
Per fortuna, eravamo sommersi
fino al collo in uno dei canali aperti
che costeggiavano i lati della sala,
per cui dubitavo che qualcuno ci
notasse. Lungo la parete alle nostre
spalle, alcuni video di Commodo
venivano trasmessi a ripetizione su
schermi giganti.
Avanzammo a fatica verso
l’estremità opposta del canale.
Se avete mai provato a camminare
immersi in un torrente rapido, sapete
quanto sia difficile. Ma se ci avete
provato, posso chiedervi perché? Fu
un’impresa estenuante. A ogni
passo, temevo che la corrente mi
facesse finire gambe all’aria e mi
scaricasse nelle viscere di
Indianapolis. In un modo o
nell’altro, invece, riuscimmo a
raggiungere il lato opposto.
Sbirciai sopra il ciglio del canale
e me ne pentii all’istante.
Commodo era proprio lì. Grazie
agli dei, eravamo spuntati
leggermente dietro il suo trono, così
né lui né le sue guardie del corpo mi
videro. Quell’odioso Nebraska che
detestavo, Litierse, era inginocchiato
al cospetto dell’imperatore, nella
mia direzione, ma con la testa china.
Mi abbassai sotto il ciglio del
canale prima che mi scorgesse. Feci
cenno ai miei amici: “Silenzio.
Gasp. Stiamo per morire”. O
qualcosa del genere. Recepirono il
messaggio. Rabbrividendo
terribilmente, mi accostai alla parete
e ascoltai la conversazione che si
svolgeva sopra di noi.
«… parte del piano, sire» stava
dicendo Litierse. «Adesso sappiamo
dove si trova la Waystation.»
Commodo sbuffò. «Sì, sì. La
vecchia Old Union Station. Ma
Cleandro ha già perlustrato quel
posto diverse volte senza trovare
niente.»
«La Waystation è lì» insistette
Litierse. «I dispositivi di
localizzazione che ho piazzato sui
grifoni hanno funzionato benissimo.
Quel posto dev’essere protetto da
una specie di magia, ma non riuscirà
a resistere a una flotta di blemmi con
i bulldozer.»
Il cuore mi balzò sopra il livello
dell’acqua, ovvero andò a finire da
qualche parte in mezzo alle
orecchie. Non osavo guardare i miei
amici. Avevo sbagliato un’altra
volta. Avevo involontariamente
rivelato dove si trovava il nostro
rifugio.
Commodo sospirò. «E va bene.
Sì. Ma voglio che Apollo sia
catturato e mi sia portato qui in
catene! La cerimonia del nome è
domani. La prova in costume è…
ora. Quando puoi distruggere la
Waystation?»
Litierse esitò. «Dobbiamo
esplorare le difese. E radunare le
forze. Tra due giorni?»
«DUE GIORNI? Non ti sto mica
chiedendo di attraversare le Alpi!
Voglio che sia fatto subito!»
«Domani, allora, al più tardi, sire»
lo rassicurò Litierse. «Senz’altro
entro domani.»
«Mmm… Comincio ad avere
qualche dubbio su di te, figlio di
Mida. Se non mi consegni…»
Un allarme elettronico partì a
tutto volume nella sala.
Per un attimo pensai che ci
avessero scoperti. Non ricordo bene
se svuotai la vescica nel canale (non
ditelo a Leo, che si trovava a valle).
Poi, dall’altro lato della sala, una
voce gridò in latino: «Incursione al
cancello anteriore!».
«Me ne occupo io, sire. Niente
paura» ringhiò Litierse. «Guardie,
seguitemi!»
Passi pesanti svanirono in
lontananza.
Lanciai un’occhiata a Meg e Leo,
che mi stavano facendo la stessa
domanda in silenzio: “Ma che
diamine…?”.
Non avevo ordinato un’incursione
al cancello anteriore. Non avevo
neppure attivato la mia cavigliera di
ferro. Non capivo chi fosse così
sciocco da lanciare un assalto
frontale a quel palazzo sotterraneo,
ma Britomarti in effetti aveva
promesso di cercare le Cacciatrici di
Artemide. Mi venne in mente che
quello era il tipo di tattica diversiva
che le Cacciatrici potevano
utilizzare per distrarre le forze del
servizio di sicurezza di Commodo
dalla nostra presenza. Possibile che
fossimo così fortunati?
Forse no. Più probabilmente, un
venditore porta a porta di qualche
rivista aveva suonato il campanello
dell’imperatore e stava per ricevere
un’accoglienza tutt’altro che
cordiale.
Rischiai un’altra sbirciatina sopra
il ciglio del canale. Commodo era
rimasto solo con una guardia.
Forse adesso potevamo
sconfiggerlo: tre contro due?
Certo. Solo che stavamo tutti per
svenire per ipotermia, Meg forse
aveva delle costole rotte e i miei
poteri erano, nella migliore delle
ipotesi, imprevedibili. Nella squadra
avversaria, avevamo un killer
barbaro ben addestrato e un
imperatore semidivino giustamente
famoso per la sua forza sovrumana.
Decisi di restare dov’ero.
Commodo lanciò un’occhiata alla
guardia. «Alarico?»
«Signore?»
«Credo che stia arrivando il tuo
momento. Il mio prefetto mi fa
perdere la pazienza. Da quanto
tempo Litierse ha questo incarico?»
«Da circa un giorno, mio
signore.»
«Sembra un’eternità!» Commodo
batté il pugno su un bracciolo. «Non
appena si sarà occupato
dell’incursione, voglio che tu lo
uccida.»
«Sì, signore.»
«Voglio che tu distrugga la
Waystation domattina al massimo.
Puoi farcela?»
«Certo, signore.»
«Bene! Terremo la cerimonia del
nome subito dopo, al Colosseo.»
«Allo stadio, mio signore.»
«È lo stesso! E la grotta della
profezia? È protetta?»
Presi una scossa talmente forte
alla spina dorsale che mi domandai
se Commodo tenesse delle anguille
elettriche nel canale.
«Ho eseguito i vostri ordini, sire»
disse Alarico. «Le bestie sono al
loro posto. L’entrata è ben difesa.
Nessuno riuscirà a entrare.»
«Ottimo!» Commodo balzò in
piedi. «Adesso andiamo a metterci
le tute da corsa per la prova in
costume, okay? Non vedo l’ora di
ricostruire questa città a mia
immagine!»
Aspettai finché il rumore dei loro
passi non si fu allontanato. Diedi
una sbirciata e non vidi più nessuno
nella sala. «Adesso» dissi.
Ci trascinammo fuori dal canale e
ci ritrovammo tutti gocciolanti a
rabbrividire davanti al trono d’oro.
Sentivo ancora il profumo dell’olio
per il corpo che Commodo amava:
una miscela di cardamomo e
cannella.
Meg si mise a camminare per
riscaldarsi, con le spade che le
scintillavano in mano. «Domani
mattina? Dobbiamo avvertire Jo ed
Emmie.»
«Sì» concordò Leo. «Ma
seguiamo il piano. Prima troviamo i
prigionieri. E il Trono di quel che
è…»
«Della Memoria» precisai.
«Sì, quello. Dopodiché usciamo
di qui e avvertiamo Jo ed Emmie.»
«Forse è inutile» piagnucolai.
«Ho visto come Commodo
ricostruisce le città. Ci saranno
confusione e spettacoli, fuochi e
massacri e tante, tantissime
immagini di Commodo ovunque. E
poi aggiungeteci un esercito di
blemmi con i bulldozer…»
«Apollo.» Leo fece un gesto di
time out infuocato. «Questa volta
useremo il metodo Valdez.»
Meg aggrottò la fronte. «Qual è il
metodo Valdez?»
«Non pensarci troppo. Serve solo
a deprimersi» rispose Leo. «Anzi,
meglio non pensare proprio.»
Meg ci rifletté, poi si rese conto
che stava pensando e si confuse.
«Ehm… va bene.»
Leo sorrise. «Visto? È semplice.
Adesso andiamo a far saltare in aria
un po’ di roba.»
23

Che nome, Sssssarah!


Pure con cinque esse
È bisillabo!

All’inizio il metodo Valdez


funzionò.
Non trovammo nulla da far saltare
in aria, ma non dovemmo neppure
pensarci troppo. Questo perché
adottammo anche il metodo
McCaffrey, che prevedeva i semi di
chia.
Per scegliere quale corridoio
prendere dalla sala del trono, Meg
estrasse un pacchetto bagnato
fradicio di semi da una delle sue
sneakers (non le chiesi perché li
tenesse lì) e si fece germogliare la
chia sul palmo della mano. La
minuscola foresta di steli verdi
indicò il corridoio sulla sinistra.
«Di là» annunciò Meg.
«Un superpotere fantastico»
commentò Leo. «Quando saremo
fuori di qui, ti procurerò una
maschera e un mantello. Ti
chiameremo Chia Girl.»
Sperai che stesse scherzando.
Meg, in ogni caso, sembrava
felicissima.
I germogli di chia ci condussero
prima lungo un corridoio e poi in un
altro. Per essere un covo sotterraneo
nel sistema fognario di Indianapolis,
il palazzo di Commodo era davvero
opulento. I pavimenti erano di
ardesia grezza; le pareti di pietra
grigia erano decorate con arazzi e
schermi televisivi alternati che
mostravano – bravi, avete
indovinato! – video di Commodo.
Quasi tutte le porte di mogano
avevano targhe di bronzo con sopra
delle incisioni: SAUNA DI COMMODO,
STANZA DEGLI OSPITI DI COMMODO 1-6,
MENSA PER I DIPENDENTI DI COMMODO,
BAGNI DI COMMODO.
Non vedemmo nessuna guardia,
nessun dipendente, nessun ospite.
L’unica persona che incontrammo fu
una cameriera che usciva dalle
BARACCHE DELLE GUARDIE IMPERIALI
DI COMMODO con un cesto di
biancheria sporca.
Non appena ci vide, la ragazza
sgranò gli occhi terrorizzata (forse
perché eravamo più lerci e fradici di
qualsiasi cosa avesse preso dal cesto
della biancheria sporca dei guerrieri
germani). Prima che si mettesse a
urlare, mi inginocchiai davanti a lei
e le cantai You Don’t See Me di Josie
and The Pussycats. Gli occhi della
cameriera si annebbiarono e
divennero vacui. Tirò su col naso
con aria nostalgica, tornò dentro le
baracche e si chiuse la porta alle
spalle.
Leo annuì. «Bel colpo, Apollo!»
«Non è stato difficile. Quel brano
è perfetto per indurre un’amnesia a
breve termine.»
Meg tirò su col naso. «Sarebbe
stato più carino darle una botta in
testa.»
«E dai!» protestai. «Ti piacciono
le mie canzoni.»
Arrossì fino alle orecchie.
Ripensai a quanto aveva pianto
quella volta in cui avevo aperto il
cuore e l’anima nel nido delle
formiche giganti al Campo
Mezzosangue. Ero stato piuttosto
orgoglioso della mia esibizione, ma
immagino che Meg non se la
sentisse di riviverla.
«Muoviamoci!» Mi diede un
debole pugno nello stomaco.
«Ohi!»
Seguendo i semi di chia, ci
addentrammo nell’area abitata da
Commodo. Cominciavo a trovare
opprimente il silenzio. Insetti
immaginari brulicavano sulle mie
scapole. Di certo, gli uomini
dell’imperatore avevano già
sistemato la questione
dell’incursione al cancello. Stavano
tornando alle loro normali
postazioni e forse controllavano gli
schermi del sistema di sicurezza alla
ricerca di altri intrusi.
Alla fine, svoltato un angolo,
vedemmo uno dei blemmi fare la
guardia davanti a una porta blindata.
Indossava un paio di eleganti
pantaloni neri e scarpe nere di
vernice, ma non tentava di
nascondere il fatto che aveva la
faccia sul torace. Sulle spalle, che
per lui erano anche il cranio,
sfoggiava un taglio di capelli rasato
di tipo militare. Il cavo di un
auricolare di sicurezza gli scendeva
da sotto l’ascella alla tasca dei
pantaloni. Non sembrava armato, ma
la cosa non mi consolò. I suoi pugni
robusti sembravano perfettamente in
grado di schiacciare un pedalò o un
Lester Papadopoulos qualunque.
«Oh no, ancora questi tizi»
mugugnò Leo. Poi si stampò in
faccia un sorriso forzato e si diresse
a grandi passi verso la guardia.
«Salve! Bella giornata! Come va?»
La guardia si girò sorpresa.
Avrebbe dovuto allertare i superiori
– immaginai che fosse quella la
procedura corretta – ma le era stata
posta una domanda, e sarebbe stato
maleducato ignorarla. Così, rispose:
«Bene». Era indecisa: meglio un
sorriso cordiale o uno sguardo torvo
e intimidatorio? Contrasse le labbra
in una smorfia, e per un attimo
sembrò che stesse facendo un
esercizio per gli addominali. «Non
credo che dovreste essere qui.»
«Davvero?» Leo continuò a
camminare imperterrito verso il
blemma. «Grazie!»
«Prego. Adesso se per cortesia
puoi alzare le mani in alto…»
«Così?» Leo accese le mani e
appiccò il fuoco al mascherone del
blemma.
La guardia incespicò, soffocando
per le fiamme e sbattendo le grandi
ciglia come fronde di palme ardenti.
Cercò a tentoni il pulsante del
microfono collegato all’auricolare.
«Postazione dodici» gracchiò.
«Ho…»
Con le lame gemelle, Meg la
tagliò a metà tronco riducendola a
un mucchio di polvere gialla in cui
si intravedeva un auricolare
parzialmente fuso.
Una voce distorta giunse dal
piccolo apparecchio. «Postazione
dodici, per favore ripeti.»
Afferrai il dispositivo. Non avevo
nessuna voglia di mettermi addosso
qualcosa che era stato sotto l’ascella
di un blemma, ma tenni l’auricolare
accanto all’orecchio e parlai nel
microfono. «Perdindirindona, chiedo
scusa. Falso allarme. Grazie.»
«Prego» disse la voce nel
diffusore. «Password del giorno, per
favore.»
«Sì, certo. È…» Gettai il
microfono per terra e lo schiacciai
sotto il tallone.
Meg mi fissò.
«Perdindirindona?»
«Mi sembrava una cosa che
poteva dire un blemma.»
«Non è nemmeno l’espressione
giusta! Si dice “perdindirindina”.»
«Da che pulpito… Non sei tu
quella che dice “numoloso”?»
«Ragazzi, fate la guardia mentre
mi occupo di questa porta»
intervenne Leo. «Dev’esserci
qualcosa di importante, qui dentro.»
Obbedii, mentre lui cominciava a
darsi da fare con la serratura.
Meg, che non era brava a seguire
le indicazioni, si incamminò nella
direzione da cui eravamo arrivati. Si
accovacciò e iniziò a raccogliere i
germogli di chia che le erano caduti
quando aveva evocato le spade.
«Meg» dissi.
«Sì?»
«Che cosa stai facendo?»
«Raccolgo i germogli di chia.»
«Questo lo vedo, ma…» Stavo
per dire: “Sono solo germogli”. Poi
però mi tornò in mente la volta in
cui avevo detto una cosa simile a
Demetra.
La dea mi aveva lanciato una
maledizione: non appena indossavo
qualcosa, qualunque cosa fosse,
germogliava e fioriva all’istante.
Non c’è niente di più scomodo che
avere le mutande che si trasformano
in capsule di cotone vero, con tanto
di stelo, sperone e semi proprio lì
dove non… Be’, avete capito.
Meg raccolse l’ultimo germoglio.
Con una delle sue spade, aprì una
fessura nel pavimento di ardesia, ci
piantò con delicatezza la chia e
annaffiò le pianticelle strizzandosi la
gonna ancora bagnata.
Osservai affascinato la piccola
macchia di verde che si infoltiva e
fioriva, aprendo nuove crepe
nell’ardesia. Chi l’avrebbe mai detto
che la chia fosse una pianta così
robusta?
«Non sarebbero durate ancora a
lungo nella mia mano.» Meg si alzò,
con un’espressione di sfida in viso.
«Tutto ciò che è vivo merita di avere
l’occasione di crescere.»
La parte mortale di Lester che era
in me trovò ammirevole quel
pensiero. La parte di Apollo invece
non ne fu così sicura. Nel corso dei
secoli, avevo incontrato tanti esseri
viventi che non mi erano sembrati
degni e neppure capaci di crescere.
Alcuni li avevo uccisi
personalmente…
Tuttavia sospettai che Meg stesse
dicendo qualcosa di sé. Aveva avuto
un’infanzia terribile: prima la morte
del padre, poi la prepotenza di
Nerone, che l’aveva manipolata al
punto tale da mostrarsi sia nelle
vesti del patrigno gentile sia in
quelle della terribile Bestia. Eppure,
Meg era sopravvissuta. Doveva
provare una certa empatia per degli
esserini verdi dalle radici
sorprendentemente forti.
«Sì!» esclamò Leo. La serratura
blindata fece clic. La porta si aprì
verso l’interno. Leo si girò e fece un
gran sorriso. «Chi è il numero uno?»
«Io?» domandai, ma mi
scoraggiai rapidamente. «Non
intendevi dire me, vero?»
Leo mi ignorò ed entrò nella
stanza.
Lo seguii. E fui subito travolto da
uno sgradevole e intenso déjà vu.
All’interno, una sala circolare era
circondata da divisori di vetro come
la palestra per l’addestramento allo
zoo; con la differenza che, invece
degli animali, le gabbie contenevano
persone. Rimasi talmente inorridito
che quasi non riuscii a respirare.
Nella cella più vicina alla mia
sinistra, rannicchiati in un angolo,
due ragazzi emaciati in modo
straziante mi guardavano con occhi
torvi. Erano vestiti di stracci.
L’ombra riempiva gli anfratti
cavernosi formati dalle loro
clavicole e costole.
Nella cella successiva, una
ragazza in tuta mimetica camminava
avanti e indietro con l’impazienza di
un giaguaro. I suoi capelli lunghi
fino alle spalle erano completamente
bianchi, anche se non poteva avere
più di quindici anni. Considerato il
suo livello di energia e indignazione,
immaginai che fosse stata appena
rinchiusa. Non aveva nessun arco,
ma la presi per una Cacciatrice di
Artemide. Non appena mi vide, la
ragazza corse al vetro; ci batté i
pugni sopra e urlò arrabbiata, ma la
sua voce mi arrivava troppo
smorzata perché riuscissi a capire le
parole.
Contai altre sei celle, tutte
occupate. Al centro della sala c’era
un palo di metallo con degli uncini e
delle catene di ferro: una di quelle
strutture a cui si possono assicurare
gli schiavi da controllare prima di
venderli.
«Madre de los dioses» mormorò
Leo.
Pensai che la Freccia di Dodona
tremasse nella mia faretra. Poi mi
resi conto che ero io, a tremare di
rabbia.
Ho sempre disprezzato la
schiavitù. In parte, perché già due
volte Zeus mi aveva reso mortale e
costretto a lavorare come schiavo
per sovrani mortali. La descrizione
più poetica che posso dare
dell’esperienza? Uno schifo.
Ma, anche prima di questo, nel
mio tempio a Delfi era stato creato
un sistema speciale per consentire
agli schiavi di ottenere la libertà.
Con l’aiuto dei miei sacerdoti,
migliaia di uomini avevano
acquisito l’emancipazione con un
rito detto “vendita fiduciaria”,
attraverso il quale io, il dio Apollo,
prima diventavo il loro nuovo
padrone e poi li liberavo.
Molto tempo dopo, uno dei miei
più grandi motivi di rancore verso i
Romani fu il fatto che avevano
trasformato la mia isola sacra di
Delo nel più grande mercato di
schiavi della regione. Che faccia
tosta, riuscite a crederci? Mandai un
esercito inferocito guidato da
Mitridate a sistemare la situazione, e
ventimila legionari romani furono
massacrati. Voglio dire, dai… se lo
meritavano.
La prigione di Commodo mi
ricordava tutto quello che detestavo
dei bei vecchi tempi. E non dico
altro.
Meg si diresse a grandi passi
verso la cella in cui erano rinchiusi i
due ragazzi emaciati. Con la punta
della spada incise nel vetro un
cerchio che poi buttò dentro con un
calcio. Il tondo staccato traballò per
terra come una gigantesca moneta
trasparente.
I ragazzi cercarono di mettersi in
piedi, senza riuscirci.
Meg balzò nella cella per aiutarli.
«Sì» approvò Leo. Estrasse un
martello dalla cintura per gli attrezzi
e andò spedito alla cella della
Cacciatrice. Le fece cenno di
spostarsi e tirò una botta sul vetro. Il
martello rimbalzò all’indietro,
mancando per un pelo il naso di
Leo.
La Cacciatrice alzò gli occhi al
cielo.
«E va bene, Mister Lastrone di
Vetro!» Leo gettò via il martello.
«La metti così, eh? Ti faccio vedere
io!»
Le mani gli diventarono
incandescenti. Leo premette le dita
contro il vetro, che cominciò a
deformarsi e a riempirsi di bolle. In
pochi secondi, creò un foro
frastagliato all’altezza del suo viso.
La ragazza dai capelli d’argento
disse: «Bene. Ora fatti da parte».
«Aspetta. Ti faccio un’uscita più
grande» replicò Leo.
«Non è necessario.» La ragazza
arretrò, si lanciò attraverso il foro e,
con una capriola aggraziata, ci
atterrò accanto. Poi si alzò e prese
da terra il martello di Leo. «Altre
armi» disse. «Mi servono altre
armi.»
“Sì, è sicuramente una Cacciatrice
di Artemide” pensai.
Leo tirò fuori una serie di
strumenti da sottoporre
all’attenzione della ragazza.
«Mmm… Ho un cacciavite, un
seghetto e… credo che questo sia un
tagliaformaggio.»
La ragazza storse il naso. «Che
cosa fai, il meccanico?»
«Il signore dei meccanici è al tuo
servizio!»
La ragazza afferrò gli attrezzi. «Li
prendo tutti.» Poi si voltò a
guardarmi torva. «E il tuo arco?»
«Non puoi averlo» risposi. «Io
sono Apollo.»
Cambiò espressione, passando
dallo stupore alla comprensione,
fino alla calma forzata. Immaginai
che l’infame destino di Lester
Papadopoulos fosse noto fra le
Cacciatrici. Poi annuì. «La altre
Cacciatrici dovrebbero essere per
strada. Io ero la più vicina a
Indianapolis. Ho deciso di fare da
apripista. Ovviamente, non è finita
bene.»
«In effetti, c’è stata un’incursione
al cancello principale pochi minuti
fa» replicai. «Sospetto che le tue
compagne siano arrivate.»
La Cacciatrice si rabbuiò.
«Dobbiamo andarcene, allora. Alla
svelta.»
Meg aiutò i ragazzi emaciati a
uscire dalla cella. Da vicino,
sembravano perfino più sofferenti e
fragili, e la cosa mi fece arrabbiare
ancora di più.
«I prigionieri non dovrebbero mai
essere trattati in questo modo»
ringhiai.
«Oh, il cibo glielo davano»
precisò la ragazza dai capelli
d’argento, con un filo di
ammirazione che le trapelava nella
voce. «Ma hanno fatto lo sciopero
della fame. Coraggiosi… per essere
dei maschi. Io sono Cacciatrice
Kowalski, a proposito.»
Aggrottai la fronte. «Una
Cacciatrice che si chiama
“Cacciatrice”?»
«Esatto. E questa battuta l’ho già
sentita un milione di volte.
Liberiamo gli altri.»
Non trovai un interruttore per
abbassare gli schermi di vetro, ma
con l’aiuto di Meg e Leo
cominciammo lentamente a liberare
i prigionieri. Sembravano quasi tutti
esseri umani o semidei (difficile
distinguerli), una però era una
dracena. Dalla vita in su aveva un
aspetto molto umano, ma al posto
delle gambe aveva due code di
serpente che ondeggiavano.
«È buona» ci assicurò Cacciatrice.
«Abbiamo usato lo stesso cellulare
ieri sera finché le guardie non ci
hanno separate. Si chiama Sssssarah,
con cinque esse.»
Mi bastò per fidarmi. La facemmo
uscire.
Nella cella successiva c’era un
giovane che sembrava un wrestler
professionista. Indossava solo un
perizoma rosso e bianco e una
collana di perline degli stessi colori,
ma non sembrava vestito in modo
inappropriato. Proprio come gli dei
sono spesso raffigurati nudi perché
sono esseri perfetti, quel prigioniero
non aveva nessun motivo di
nascondere il proprio corpo. La pelle
scura e lucida, la testa rasata, le
braccia e il torace muscolosi,
sembrava un guerriero scolpito nel
legno di teak e portato in vita grazie
alla maestria di Efesto (presi nota
mentalmente di chiedere
informazioni a Efesto su quel
progetto). I suoi occhi, anch’essi
color teak, erano penetranti e
rabbiosi, belli come sanno esserlo
soltanto le cose pericolose. Tatuato
sulla spalla destra aveva un simbolo
che non riconobbi, una specie di
ascia a doppia lama.
Leo si accese le mani per
sciogliere il vetro…
Ma la dracena Sssssarah sibilò.
«Lui no» ci ammonì. «È troppo
pericolossssso.»
Leo aggrottò la fronte. «Be’,
abbiamo bisogno di amici
pericolosi.»
«Sssssì, ma lui è un mercenario.
Era alle dipendenze dell’imperatore.
Sssssi trova qui sssssolo perché ha
combinato qualcossssa che ha fatto
arrabbiare Commodo.»
Osservai quello sconosciuto alto,
bruno e bello (so che è un luogo
comune, ma lui era davvero tutte e
tre le cose). Non volevo lasciare
indietro nessuno, men che meno uno
che portava così bene un perizoma.
«Ti liberiamo» gli gridai dal vetro,
non sapendo quanto mi sentisse.
«Per favore, non ucciderci. Siamo
nemici di Commodo, l’uomo che ti
ha messo qui.»
La sua espressione non cambiò: in
parte rabbia, in parte sdegno e
indifferenza, proprio come Zeus
tutte le mattine prima di bere il suo
nettare al caffè.
«Leo, procedi» dissi.
Il figlio di Efesto sciolse il vetro.
Lo sconosciuto alto, bruno e bello
uscì lentamente e con grazia dalla
cella, come se avesse a disposizione
tutto il tempo del mondo.
«Salve» esordii. «Io sono il dio
immortale Apollo. E tu chi saresti?»
Con voce tonante mi rispose: «Io
sono Jamie».
«Un nobile nome» replicai.
«Degno di un sovrano.»
«Apollo!» gridò Meg. «Vieni
qui!» Stava fissando l’ultima cella.
Ovviamente, non poteva che
essere l’ultima cella.
Rannicchiata in un angolo, seduta
su una valigia di bronzo dall’aria
molto familiare, c’era una ragazzina
con un maglione di lana color
lavanda e un paio di jeans verdi.
Sulle ginocchia aveva un piatto di
sbobba che usava per dipingere con
le dita la parete. I capelli castani
erano ciuffi scomposti, come se li
avesse tagliati con le forbici da
giardino. Era alta per la sua età – più
o meno come Leo – ma dalla sua
faccia da bambina intuii che non
poteva avere più di sette anni.
«Georgina» dissi.
Leo aggrottò la fronte. «Perché è
seduta su Festus? Perché l’hanno
messo proprio lì con lei?»
Non sapevo cosa rispondere, ma
feci cenno a Meg di tagliare la
parete di vetro. «Fammi andare per
primo» dissi, ed entrai. «Georgie?»
Gli occhi della bambina erano
come prismi spezzati in cui
vorticavano pensieri sconnessi e
incubi in carne e ossa. Conoscevo
troppo bene quello sguardo. Nel
corso dei secoli, avevo visto la
mente di molti mortali crollare sotto
il peso della profezia.
«Apollo.» La bambina scoppiò in
una risatina, come se le mancasse
qualche rotella. «Tu e il buio. Bella
morte, bella morte, bella morte
davvero.»
25

Grandi uccelli
Attaccano avidi
Muoio. Che male!

I concerti negli stadi non erano una


novità per me.
Nell’antichità avevo tenuto una
decina di spettacoli nell’anfiteatro di
Efeso, registrando sempre il tutto
esaurito. Le giovani in delirio mi
lanciavano i loro strophia. I ragazzi
andavano in estasi e svenivano. Nel
1965 avevo cantato con i Beatles
allo Shea Stadium, anche se Paul
non aveva acconsentito che
accendessi il mio microfono. Nelle
registrazioni, in Everybody’s Trying
to Be My Baby la mia voce non si
sente neanche.
Eppure nessuna delle mie
esperienze precedenti mi aveva
preparato all’arena dell’imperatore.
I riflettori mi accecarono non
appena uscimmo dal corridoio. La
folla esultava.
Mentre i miei occhi si adattavano
alla luce, mi accorsi che ci
trovavamo sulla linea delle
cinquanta iarde di uno stadio di
football. Il campo era disposto in
modo strano. Intorno alla
circonferenza c’era una pista a tre
corsie. A punteggiare il tappeto
erboso artificiale, varie bestie erano
legate a una decina di pali tramite
catene di ferro. A un palo, sei struzzi
da combattimento si aggiravano
nervosi come gli animali di una
giostra pericolosa. A un altro, tre
leoni ringhiavano e sbattevano le
palpebre sotto i riflettori. A un altro
ancora, un’elefantessa dondolava
con aria mesta, senza dubbio
scontenta di avere indosso una cotta
di maglia chiodata e un casco da
football extralarge degli Indianapolis
Colts.
A malincuore, sollevai lo sguardo
verso la tribuna. Fra una marea di
sedili azzurri, l’unico settore
occupato era quello in fondo sulla
sinistra, ma la folla era senza dubbio
entusiasta. I guerrieri germani
sbattevano le lance contro gli scudi.
I semidei della casa imperiale di
Commodo esultavano e gridavano
insulti (che non ripeterò) contro la
mia divina persona. I cinocefali, la
tribù di uomini dalla testa di lupo,
latravano e si strappavano le felpe
dei Colts. File di blemmi
applaudivano educatamente,
osservando perplessi il rozzo
comportamento dei loro pari. E,
come c’era da aspettarsi, un intero
settore delle tribune era occupato da
centauri selvaggi. Sinceramente, non
esiste un evento sportivo o un bagno
di sangue in qualsiasi luogo di cui
loro non vengano in qualche modo a
conoscenza. Suonavano le
vuvuzelas, strizzavano le trombe ad
aria compressa e si calpestavano a
vicenda, rovesciando bibite
ovunque.
Al centro della folla scintillava il
palco dell’imperatore, adornato di
stendardi porpora e oro che
stonavano terribilmente con le
decorazioni azzurre e bianche dei
Colts. Al fianco del trono c’era un
truce miscuglio di guerrieri germani
e mercenari mortali muniti di fucili
da cecchini. Non avevo idea di cosa
vedessero i mercenari attraverso la
Foschia, ma dovevano aver fatto un
addestramento speciale per lavorare
in un ambiente magico. Se ne
stavano lì impassibili e in allerta,
con le dita appoggiate sul grilletto.
Ci avrebbero uccisi a una sola parola
di Commodo, non ne dubitavo, e noi
non avremmo potuto fare niente per
fermarli.
L’imperatore in persona si alzò
dal trono. Indossava vesti bianche e
porpora e un’aurea corona di alloro,
come imposto dal suo ruolo, ma
sotto le pieghe della toga intravidi
una tuta da corsa marrone dorato.
Con la barba ispida, Commodo
sembrava più un capoclan gallico
che un imperatore romano, anche se
nessun gallo avrebbe mai potuto
avere denti perfetti, bianchi e
splendenti come i suoi.
«Finalmente!» La sua voce
stentorea riecheggiò nello stadio,
amplificata dalle casse gigantesche
sospese sopra il campo. «Benvenuto,
Apollo!»
Il pubblico esultò e fischiò.
Allineati sulle gradinate superiori, i
megaschermi mandavano fuochi
d’artificio digitali e sparavano la
scritta: BENVENUTO, APOLLO! In alto,
lungo le travi del tetto d’acciaio
ondulato, esplodevano buste di
coriandoli che formavano una
tempesta vorticante di porpora e oro
intorno agli stendardi dei
campionati.
Che ironia! Era esattamente il tipo
di benvenuto che avevo desiderato.
E invece in quel momento volevo
solo fiondarmi di nuovo nel
corridoio e sparire. Ma,
naturalmente, la porta da cui
eravamo entrati era scomparsa ed
era stata sostituita da una parete di
cemento armato.
Mi accovacciai evitando il più
possibile di dare nell’occhio e
premetti la tacca sulla mia cavigliera
di ferro. Dato che non spuntarono
delle ali, dedussi di aver trovato il
pulsante giusto per segnalare le
emergenze. Con un po’ di fortuna,
quel tocco avrebbe allertato Jo ed
Emmie della situazione e del luogo
in cui ci trovavamo, anche se non
capivo bene cosa avrebbero potuto
fare per aiutarci. Ma almeno
avrebbero saputo dove recuperare i
nostri cadaveri.
Meg si era chiusa in se stessa,
come se avesse abbassato le
saracinesche mentali per difendersi
dall’attacco furioso di tutto quel
chiasso e quell’attenzione. Per un
attimo, mi domandai terrorizzato se
mi avesse tradito un’altra volta,
portandomi dritto nelle grinfie del
Triumvirato.
No. Mi rifiutavo di crederci.
Eppure… perché aveva insistito per
andare in quella direzione?
Commodo aspettò che il fragore
della folla si placasse. Gli struzzi da
combattimento strattonavano la
cavezza. I leoni ruggivano.
L’elefantessa scuoteva la testa, come
se avesse voluto togliersi di dosso
quel ridicolo casco dei Colts.
«Meg…» dissi, cercando di
controllare il panico. «Perché hai…?
Perché siamo…?»
Ma lei aveva l’aria sconcertata
come i semidei che al Campo
Mezzosangue erano stati attirati nel
Bosco di Dodona dalle voci
misteriose.
«C’è qualcosa» rispose. «C’è
qualcosa, qui.»
Era un’affermazione
spaventosamente blanda. C’erano
molte cose lì. La maggior parte delle
quali ci voleva uccidere.
Sui megaschermi balenarono altri
fuochi d’artificio insieme a
sciocchezze digitali tipo
DIFENDETEVI! e FATEVI SENTIRE! oltre
a varie pubblicità di bibite
energetiche. Roba da farti
sanguinare gli occhi.
Commodo mi rivolse un gran
sorriso. «Ho dovuto fare le cose in
fretta, vecchio mio! Questa è solo la
prova in costume ma, visto che sei
qui, in quattro e quattr’otto ho
messo insieme qualche sorpresa.
Domani, dopo che avrò raso al suolo
la Waystation con i bulldozer,
rimetteremo in scena l’intero
spettacolo davanti a una platea
gremita. Cerca di rimanere vivo
oggi, ma hai il permesso di soffrire
quanto vuoi. E tu, Meg…» Schioccò
lievemente la lingua in segno di
disapprovazione, e il suono
riecheggiò in tutto lo stadio. «Il tuo
patrigno è molto deluso. E ora stai
per scoprire quanto.»
Meg puntò una delle spade verso
il palco dell’imperatore. Mi
aspettavo che se ne uscisse con una
rispostaccia fulminante, tipo:
“Quanto sei stupido”, ma la spada fu
il suo unico messaggio. Questo mi
riportò alla mente un ricordo
inquietante di Commodo che
lanciava le teste mozzate di struzzo
sui sedili dei senatori e li indicava
come a dire: “I prossimi siete voi”.
Ma Meg non poteva saperlo, giusto?
Il sorriso dell’imperatore si fece
titubante. Commodo sollevò un
foglio con degli appunti. «Ecco la
scaletta dello spettacolo! Per prima
cosa, i cittadini di Indianapolis
entreranno marciando sotto la
minaccia di armi da fuoco e
verranno fatti accomodare. Poi, io
dirò due o tre cosette, li ringrazierò
di essere venuti e gli spiegherò che
questa città d’ora in poi si chiamerà
Commodianapolis.»
La folla gridò e pestò i piedi per
terra. Una sola trombetta ad aria
compressa squillò.
«Sì, sì.» Con un gesto della mano,
Commodo cercò di placare
l’entusiasmo del pubblico. «Poi
manderò in città un esercito di
blemmi con bottiglie di champagne
da rompere contro gli edifici per
completare l’inaugurazione. I miei
stendardi verranno spiegati in tutte
le strade. Qualsiasi corpo
recupereremo dalla Waystation sarà
appeso con le funi a quelle travi»
disse indicando il soffitto, «e a
questo punto comincerà il
divertimento!» L’imperatore lanciò
per aria i suoi appunti. «Non riesco a
dirti quanto sono emozionato,
Apollo! Capisci che tutto questo era
predestinato, vero? Lo spirito di
Trofonio è stato molto preciso.»
Dalla gola mi uscì un suono tipo
vuvuzela. «Hai consultato l’Oracolo
Oscuro?»
Non avevo idea che potesse
sentirmi, ma l’imperatore rise. «Be’,
ma è ovvio, mio caro! Non io
personalmente. Ho parecchi tirapiedi
che fanno queste cose per me. Ma
Trofonio è stato molto chiaro:
soltanto dopo che avrò distrutto la
Waystation e sacrificato la tua vita
nei giochi, potrò cambiare nome a
questa città e governare il Midwest
per l’eternità come imperatore-dio.»
Illuminato da una coppia di faretti,
Commodo si strappò la toga,
rivelando una tuta da corsa fatta di
pelle di leone; il davanti e le
maniche erano decorate con
decalcomanie di vari sponsor. La
folla gridò ammirata, mentre
l’imperatore ruotava su se stesso per
sfoggiare la sua tenuta. «Vi piace?»
domandò. «Ho fatto tante ricerche
sulla mia nuova patria! I miei due
colleghi imperatori sostengono che
sia una città noiosa. Ma io gli
dimostrerò che si sbagliano!
Organizzerò il miglior campionato
gladiatorio di sempre! Supererà il
successo della 500 Miglia!»
Personalmente, non vedevo la
connessione tra i gladiatori e una
gara automobilistica, ma la folla
impazzì.
Tutto sembrò accadere nello
stesso istante, al suono della musica
country sparata dalle casse (forse era
Jason Aldean, ma per la distorsione
e il riverbero, nonostante il mio
raffinatissimo orecchio, non ne ero
sicuro). Dalla parte opposta della
pista, si aprì una parete. Tre auto di
Formula Uno – una rossa, una gialla
e una azzurra, come una serie di
macchinine per bambini –
rombarono sull’asfalto.
Intorno al campo, le catene si
staccarono dal collare degli animali.
In tribuna, i centauri selvaggi
presero a lanciare frutta, suonando le
vuvuzelas. Da qualche parte dietro il
palco dell’imperatore, i cannoni
cominciarono a sparare, lanciando
una decina di gladiatori sopra i pali
della porta in direzione del campo.
Alcuni atterrarono con una capriola
aggraziata e si rialzarono subito,
pronti a combattere. Altri colpirono
il tappeto erboso come palline di
carta pesantemente armate e non si
mossero più.
Le auto mandarono su di giri il
motore e sfrecciarono intorno alla
pista, costringendo Meg e me a
spostarci sul campo per evitare di
essere investiti. Gladiatori e animali
diedero il via a uno scontro senza
regole ed esclusione di colpi al ritmo
della musica di Nashville. E poi,
senza nessuna ragione logica, un
enorme sacco si aprì sotto un
megaschermo, rovesciando centinaia
di palle da basket sulla linea delle
cinquanta iarde.
Perfino per gli standard di
Commodo, lo spettacolo era
grossolano e pacchiano, ma dubitai
che sarei vissuto abbastanza da
scrivere una cattiva recensione.
L’adrenalina mi schizzava in corpo
come una scarica elettrica a 220
volt. Meg gridò e caricò lo struzzo
più vicino. Dato che non avevo
niente di meglio da fare, le corsi
dietro, con il Trono di Mnemosine e
altri quindici chili di roba che mi
rimbalzavano sulla schiena.
Tutti e sei gli struzzi ci
piombarono addosso. Lo so, non
sembra terrificante come il serpente
cartaginese o come un colosso di
bronzo con le mie sembianze, ma gli
struzzi corrono a sessanta chilometri
all’ora. Caricarono schioccando i
denti metallici, facendo dondolare i
caschi acuminati e calpestando
pesantemente l’erba con le zampe
armate di filo spinato simili a
un’orrenda foresta rosa di micidiali
alberi di Natale.
Incoccai una freccia al mio arco,
ma anche se fossi stato all’altezza
delle abilità di Commodo dubitavo
di riuscire a decapitare tutti e sei gli
struzzi prima che ci uccidessero.
Non ero neppure sicuro che Meg
riuscisse a sconfiggerne così tanti
con le sue formidabili lame. In
silenzio, lì su due piedi, composi un
nuovo haiku sulla morte: Grandi
uccelli/attaccano avidi./Muoio. Che
male!
A mia discolpa devo dire che non
ebbi molto tempo per rivedere i
versi.
Una sola cosa ci salvò.
Cosa? I palloni da basket ex
machina.
Un altro sacco dovette aprirsi
sopra di noi, o forse una piccola
parte di quelli di prima era rimasta
incastrata nella rete. Venti o trenta
palloni ci piovvero addosso,
costringendo gli struzzi a scansarsi e
a sterzare. Uno struzzo meno
fortunato scivolò su una palla e si
tuffò di testa piantando in terra il
becco appuntito. Due dei suoi
fratelli inciamparono sopra di lui,
creando un pericoloso mucchio di
piume, zampe e filo spinato.
«Forza!» mi gridò Meg. Invece di
combattere contro gli uccelli, ne
afferrò uno per il collo e gli si lanciò
sulla groppa, riuscendo chissà come
a non ammazzarsi. Poi partì
all’attacco, brandendo le lame
gemelle contro mostri e gladiatori.
Piuttosto impressionante, non c’è
che dire, ma io come potevo starle
dietro? Tanto più che aveva appena
mandato all’aria il mio piano:
nascondermi dietro di lei. Che
mancanza di riguardo, quella
ragazzina!
Scagliai la freccia contro la
minaccia più vicina: un ciclope che
mi caricava agitando una mazza.
Non avevo idea da dove fosse
spuntato, ma lo rimandai nel Tartaro,
dove doveva stare.
Schivai un cavallo sputafuoco,
colpii con una pallonata un
gladiatore nello stomaco e scansai
un leone che si lanciava contro uno
struzzo dall’aria appetitosa (tutto
questo, fra parentesi, con un trono
legato sulla schiena).
Meg puntò il suo micidiale
struzzo verso il palco
dell’imperatore, facendo a pezzi
tutto quello che le capitava davanti.
Capii il suo piano: uccidere
Commodo. Le tenni dietro meglio
che potevo, ma la testa mi pulsava
per via della musica martellante,
della folla che esultava e dei motori
delle auto di Formula Uno che
sfrecciavano sulla pista.
Un gruppo di guerrieri dalla testa
di lupo balzò verso di me: erano
troppi e troppo vicini per poterli
colpire con una freccia. Mi strappai
la tracolla di siringhe e spruzzai
l’ammoniaca sulle loro facce
lupesche. I guerrieri gridarono,
schermandosi gli occhi, e
cominciarono a polverizzarsi. Come
qualunque custode dell’Olimpo vi
potrà confermare, l’ammoniaca è un
ottimo detersivo per eliminare
mostri e macchie varie.
Avanzai verso l’unica oasi di pace
nel campo: l’elefantessa.
Sembrava che non le interessasse
attaccare nessuno. Data la sua mole
e le sue formidabili protezioni in
cotta di maglia, nessuno degli altri
combattenti sembrava ansioso di
avvicinarla. O forse, vedendo il
casco dei Colts, semplicemente non
volevano provocare la squadra di
casa.
C’era nella sua espressione
qualcosa di così malinconico e
sconfortante da attirarmi a lei come
un’anima gemella.
Tirai fuori il mio ukulele da
guerra e strimpellai una canzone da
elefanti, Southbound Pachyderm dei
Primus. L’intro strumentale era
incantevole e triste, perfetta per un
assolo di ukulele.
«Grande elefantessa» cantai
mentre mi avvicinavo. «Posso
cavalcarti?»
Lei sbatté i suoi umidi occhi
castani, mi guardò e sbuffò come per
dire: “Fa’ come credi, Apollo. Mi
hanno fatto mettere questo stupido
casco. Non mi importa più di
niente”.
Un gladiatore con un tridente
interruppe bruscamente il mio canto.
Lo colpii con il mio ukulele. Poi
salii in groppa all’elefantessa, da
una delle zampe anteriori. Non
utilizzavo questa tecnica da quando
Indra, il dio della tempesta, mi
aveva trascinato in giro un’intera
nottata alla ricerca di un piatto di
vindaloo, ma immagino che
cavalcare un elefante sia una di
quelle abilità che non si scordano
mai.
Scorsi Meg sulla linea delle venti
iarde che dirigeva il proprio struzzo
verso l’imperatore, lasciando dietro
di sé una scia di gladiatori gementi e
mucchi di cenere di mostro.
Commodo applaudiva entusiasta.
«Brava, Meg! Vorrei combattere
contro di te. RICORDAMELO!»
La musica cessò bruscamente.
I gladiatori si fermarono a metà
combattimento. Le auto da corsa
rallentarono al minimo. Perfino lo
struzzo di Meg si bloccò e si guardò
intorno come se si domandasse
come mai all’improvviso ci fosse
tutta quella calma.
Dagli altoparlanti giunse un
drammatico rullo di tamburi.
«Meg McCaffrey!» tuonò
Commodo con la sua migliore voce
da presentatore dei giochi.
«Abbiamo una sorpresa speciale per
te! Direttamente da New York,
qualcuno che conosci! Puoi salvarlo
prima che vada a fuoco?»
I raggi dei faretti si incrociarono a
mezz’aria su un punto sopra l’area
di meta, all’altezza della cima dei
pali. L’antica nausea che avevo
provato dopo la caccia al vindaloo si
ripresentò, facendosi strada nelle
mie viscere. A quel punto capii ciò
che Meg aveva percepito prima, il
vago sentore di qualcosa che l’aveva
attirata nello stadio. Sospesa alle
travi con una lunga catena, la
sorpresa speciale dell’imperatore
ringhiava e si dimenava dentro un
involucro di corde: era il fidato
compagno di Meg, Pesca, il karpos.
26

Elefantessa
Wow! Tanto di cappello
Siamo amici, eh?

I ncoccai una freccia e la scagliai


contro la catena.
In molte circostanze, il mio primo
istinto era tirare. Di solito
funzionava (a meno che non contiate
quella volta in cui Ermes entrò nel
mio bagno senza bussare. Sì, esatto,
tengo sempre l’arco a portata di
mano quando sono al gabinetto.
Perché non dovrei?).
Stavolta, però, programmai male
il mio tiro. Il karpos si divincolava e
dondolava talmente tanto che la
freccia superò la catena e mise al
tappeto un blemma a caso in tribuna.
«Fermo!» mi urlò Meg. «Rischi di
colpire Pesca!»
L’imperatore scoppiò a ridere.
«Sì, sarebbe un peccato visto che sta
per essere arso vivo!» Poi saltò dal
palco sulla pista.
Meg sollevò la spada, pronta ad
attaccare, ma i cecchini sulle tribune
spianarono i fucili. Che fossero a
cinquanta metri di distanza dal
sottoscritto non faceva nessuna
differenza: quei mercenari avevano
una mira degna di… be’, degna di
me. Una miriade di puntini rossi
fluttuò verso il mio torace.
«Dai, Meg» protestò l’imperatore
ad alta voce, indicandomi. «Il gioco
è mio, e le regole le decido io. A
meno che tu non voglia perdere due
amici durante la prova in costume.»
Meg sollevò prima una spada, poi
l’altra, soppesandole come se
fossero le scelte che aveva di fronte.
Era troppo lontana perché vedessi
bene la sua espressione, ma
percepivo la sua angoscia. Quante
volte avevo avuto un dilemma
simile: distruggo i Troiani o i Greci?
Flirto con le Cacciatrici di mia
sorella, rischiando i ceffoni, oppure
con Britomarti, rischiando di saltare
in aria? È da questo tipo di scelte
che definiamo la nostra identità.
Mentre Meg esitava, una squadra
di addetti ai box vestiti con la toga
fece entrare un’altra macchina di
Formula Uno sulla pista: un’auto
color porpora acceso, con il numero
uno sul cofano. Dal tetto spuntava
una lancia sottile lunga sei metri,
con della stoffa arrotolata in cima.
Il mio primo pensiero fu: cosa se
ne fa Commodo di un’antenna così
grande? Poi guardai di nuovo il
karpos penzoloni. Sotto la luce dei
faretti, Pesca scintillava come se
fosse spalmato di grasso. I suoi
piedi, di solito scalzi, erano coperti
di carta vetrata simile a quella delle
scatole di fiammiferi.
Mi si rivoltò lo stomaco.
L’antenna della macchina da corsa
non era un’antenna, ma un
fiammifero gigantesco posizionato
all’altezza giusta per prendere fuoco
sfregando sui piedi di Pesca.
«Una volta che sarò in macchina,
i miei mercenari non interferiranno»
annunciò Commodo. «Meg, puoi
provare a fermarmi in qualsiasi
modo tu voglia! Il mio piano è
compiere un giro, dare fuoco al tuo
amico, tornare al punto di partenza e
investire te e Apollo con l’auto.
Credo che lo chiamino “il giro della
vittoria”!»
La folla approvò con un boato.
Commodo saltò in macchina. Gli
addetti ai box si sparpagliarono, e
l’auto da corsa sgommò in una
nuvola di fumo.
All’improvviso mi sembrò di
avere dell’olio d’oliva spremuto a
freddo al posto del sangue, e lo
sentii pompare lentamente nel cuore.
Quanto tempo ci avrebbe messo
quella macchina a fare un giro della
pista? Una manciata di secondi al
massimo. Sospettai che il parabrezza
di Commodo fosse a prova di
freccia. Altrimenti mi avrebbe reso
le cose troppo facili. Non avevo
neanche il tempo per un riff decente
con l’ukulele.
Nel frattempo, Meg si portò con
lo struzzo sotto il karpos. Si mise in
piedi sulla groppa dell’uccello (mica
semplice) e si allungò il più
possibile, ma Pesca era troppo in
alto.
«Trasformati in un frutto!» gli
gridò Meg. «Scompari!»
«Pesca!» gemette Pesca, che forse
significava: “Non credi che lo avrei
già fatto se avessi potuto?”.
Immaginai che le funi stessero
limitando per una qualche magia la
sua capacità di mutare forma,
obbligandolo a rimanere com’era,
proprio come Zeus aveva costretto a
viva forza la mia meravigliosa
natura divina nel miserabile corpo di
Lester Papadopoulos. Per la prima
volta, sentii un’affinità nei confronti
di quello spiritello con il pannolone.
Commodo era già a metà della
pista. Avrebbe potuto andare più
veloce, ma continuava a sterzare e a
salutare in direzione delle
telecamere. Le altre macchine da
corsa accostavano per lasciarlo
passare, e io mi domandai se
avessero capito il concetto di gara.
Meg saltò su dalla groppa dello
struzzo, afferrò la traversa dei pali e
cominciò ad arrampicarsi, ma io mi
resi conto che non avrebbe fatto in
tempo ad aiutare il karpos.
La macchina purpurea imboccò la
curva in fondo all’area di meta. Se
Commodo avesse accelerato nel
rettilineo, sarebbe stata la fine.
Se soltanto avessi potuto
bloccargli la strada con qualcosa di
grosso e pesante… “Oh, un attimo”
pensò il mio geniale cervello. “Sono
in groppa a un’elefantessa!”
Inciso sulla base dell’enorme
casco dei Colts c’era scritto: LIVIA.
Pensai che fosse il suo nome.
Mi chinai in avanti. «Livia, amica
mia, ti andrebbe di calpestare un
imperatore?»
Livia barrì: fu la sua prima
autentica manifestazione di
entusiasmo. Sapevo che gli elefanti
sono intelligenti, ma il suo desiderio
di aiutarmi mi sorprese. Ebbi la
sensazione che Commodo l’avesse
trattata in modo tremendo. E lei
adesso voleva ucciderlo. Questa,
almeno, era una cosa che avevamo
in comune.
Livia si lanciò verso la pista,
cacciando via a spallate gli altri
animali e agitando la proboscide per
togliere di mezzo i gladiatori.
«Brava elefantessa!» gridai. «Sei
straordinaria!»
Il Trono della Memoria
rimbalzava in modo molto precario
sulla mia schiena. Utilizzai tutte le
frecce (tranne quella stupida freccia
parlante) per abbattere struzzi da
combattimento, cavalli sputafuoco,
ciclopi e cinocefali. Poi afferrai il
mio ukulele da guerra e suonai la
CARICA!
Livia si fiondò sparata nella corsia
centrale puntando verso la macchina
da corsa purpurea.
Commodo venne dritto verso di
noi, con la faccia sorridente riflessa
su ogni megaschermo dello stadio.
Sembrava estasiato dalla prospettiva
di uno scontro frontale.
Io non troppo, sinceramente.
Commodo era difficile da uccidere.
Io e l’elefantessa no, e non avevo
idea di quanto la cotta di maglia la
proteggesse. Avevo sperato di
costringere Commodo a uscire fuori
pista, ma l’imperatore non avrebbe
mai rinunciato a una prova di
coraggio: avrei dovuto immaginarlo.
Senza casco com’era, i capelli gli
svolazzavano all’impazzata intorno
al viso, facendo sembrare infuocata
la sua corona d’alloro.
“Senza casco…”
Presi un bisturi dalla tracolla.
Chinato in avanti, segai il sottogola
del casco di Livia. Venne via senza
problemi. Ringraziai gli dei per gli
oggetti di plastica scadente.
Poi gridai: «Livia, lancialo!».
La favolosa elefantessa capì.
Continuando a caricare a tutta birra,
arrotolò la proboscide intorno alla
maschera di protezione e gettò il
casco in avanti, come un gentiluomo
che fa tanto di cappello… sempre
che un cappello possa sfrecciare in
aria come un proiettile micidiale.
Commodo sbandò. Il gigantesco
casco bianco rimbalzò sul
parabrezza, ma il danno maggiore
era stato fatto. La Porpora Uno balzò
sul campo con un angolo
incredibilmente ripido, si inclinò di
lato e si ribaltò tre volte, travolgendo
uno stormo di struzzi e un paio di
sfortunati gladiatori.
«OOOOOH!» La folla si alzò in
piedi.
La musica cessò. I gladiatori
superstiti indietreggiarono verso il
bordo del campo, tenendo d’occhio
il bolide imperiale ribaltato.
Del fumo si levò dal telaio. Le
ruote continuavano a girare, facendo
volare schegge di battistrada.
Volevo credere che il silenzio
della folla fosse una pausa piena di
speranza. Forse il loro più profondo
desiderio, come il mio, era che
Commodo non spuntasse fuori dai
rottami, che si fosse ridotto a una
brutta macchia imperiale sulla linea
delle quarantadue iarde.
Ma, ahimè, una sagoma fumante
uscì carponi dai rottami. Commodo
aveva la barba bruciacchiata, la
faccia e le mani nere di fuliggine. Si
alzò, col sorriso inalterato, e si stirò
come se avesse appena fatto un bel
pisolino. «Bel colpo, Apollo!»
Afferrò il telaio della macchina da
corsa e lo sollevò sopra la testa. «Ma
occorre ben altro per uccidermi!»
Gettò il bolide da una parte,
schiacciando uno sventurato ciclope.
La folla gridò e batté i piedi per
terra.
L’imperatore urlò:
«SGOMBRATE IL CAMPO!».
Subito decine di addestratori di
animali, infermieri e raccattapalle si
precipitarono sul tappeto erboso. I
gladiatori superstiti se ne andarono
via imbronciati, come se si fossero
resi conto che nessun duello
all’ultimo sangue sarebbe mai stato
all’altezza di quello che Commodo
aveva appena fatto.
Mentre l’imperatore mandava di
qua e di là i suoi servitori, lanciai
un’occhiata verso l’area di meta. In
un modo o nell’altro, Meg si era
arrampicata in cima al palo. Balzò
verso Pesca e lo afferrò per le
zampe, suscitando una buona dose
di strilli e parolacce da parte sua. Per
un attimo, rimasero entrambi appesi
alla catena. Poi Meg si arrampicò sul
corpo dell’amico, evocò una spada e
tagliò la catena. Fecero un volo di
sei metri e atterrarono a peso morto
sulla pista, ma per fortuna Pesca le
fece da cuscino. Considerata la
morbidezza e la squisitezza delle
pesche, immaginai che Meg se la
fosse cavata senza problemi.
«Bene!» Commodo si diresse a
grandi passi verso di me. Zoppicava
appena sulla caviglia destra, ma se
sentiva un gran male, non lo dava a
vedere. «È stata proprio una bella
prova. Domani avremo altre morti…
inclusa la tua, ovviamente. Faremo
piccole migliorie alla fase di
combattimento. Forse aggiungeremo
qualche altra auto da corsa e qualche
pallone da basket! E, Livia, vecchia
birbante!» Agitò un dito verso il mio
pachiderma. «È questa l’energia che
volevo vedere! Se tu avessi
dimostrato altrettanto entusiasmo nei
nostri giochi precedenti, non avrei
dovuto uccidere Claudius.»
Livia batté le grosse zampe per
terra e barrì. Le accarezzai un lato
della testa, cercando di calmarla, ma
percepivo la sua profonda angoscia.
«Claudius era il tuo compagno»
dedussi. «Commodo l’ha ucciso.»
L’imperatore si strinse nelle
spalle. «L’avevo avvertita: stai al
mio gioco, altrimenti sono guai. Ma
gli elefanti sono così testardi. Sono
grandi e forti e abituati ad averla
vinta, un po’ come gli dei.» Mi fece
l’occhiolino. «Eppure è straordinario
l’effetto che può sortire una piccola
punizione.»
Livia batté di nuovo le zampe per
terra. Capii che voleva caricare, ma
dopo aver visto Commodo lanciare
un bolide per aria, sospettai che non
avrebbe avuto grandi difficoltà a
farle del male.
«Ce la pagherà» le sussurrai.
«Aspetta.»
«Sì, fino a domani!» concordò
Commodo. «Avrete un’altra
occasione per fare del vostro peggio.
Ma per il momento… ah, ecco che
arrivano le mie guardie, per
accompagnarvi in prigione.»
Uno squadrone di guerrieri
germani guidato da Litierse arrivò
sul campo tra uno spintone e l’altro.
Sul viso, Nebraska aveva un
brutto livido nuovo che
assomigliava in modo sospetto a
un’orma di struzzo. Una vista che mi
rese felice. Inoltre sanguinava da
diversi tagli sulle braccia e aveva i
gambali dei pantaloni a brandelli.
Gli strappi sembravano provocati da
frecce da selvaggina, come se le
Cacciatrici si fossero divertite a
giocare con il loro bersaglio,
cercando di lasciarlo in mutande. E
questo mi rese ancora più felice.
Avrei voluto aggiungere un’altra
ferita da freccia alla collezione di
Litierse – magari proprio in mezzo
allo sterno – ma nella mia faretra era
rimasta soltanto la Freccia di
Dodona. E per quel giorno ne avevo
avute abbastanza, ci mancava solo
un brutto dialogo pseudo-
shakespeariano.
Litierse fece un goffo inchino.
«Mio signore.»
Io e Commodo rispondemmo
all’unisono. «Sì?»
Ero convinto di avere un aspetto
molto più signorile in groppa alla
mia elefantessa con la cotta di
maglia, ma Litierse mi schernì.
«Mio signore, Commodo»
precisò. «Gli invasori sono stati
respinti dal cancello principale.»
«Finalmente» bofonchiò
l’imperatore.
«Erano Cacciatrici di Artemide,
sire.»
«Capisco.» Commodo non
sembrava particolarmente
preoccupato. «Le avete uccise
tutte?»
«Ehm…» Litierse deglutì. «No,
mio signore. Ci hanno bersagliato di
frecce nascondendosi dietro tante
postazioni e si sono ritirate,
facendoci cadere in una serie di
trappole. Abbiamo perso solo dieci
uomini, ma…»
«Hai perso dieci uomini.»
Commodo si guardò le unghie nere
di fuliggine. «E quante Cacciatrici
avete ucciso?»
Lit si scostò piano, con le vene
del collo in evidenza. «Non… non
ne sono sicuro. Non abbiamo trovato
nessun corpo.»
«Quindi non puoi confermare
nessuna vittima.» Commodo mi
lanciò un’occhiata. «Tu che
consiglio mi daresti, Apollo? Dovrei
prendermi del tempo per riflettere?
Dovrei valutare le conseguenze?
Dovrei forse dire al mio prefetto,
Litierse, di non preoccuparsi? Che
se la caverà? Che AVRÀ SEMPRE
LA MIA BENEDIZIONE?»
Quest’ultima frase la urlò, facendo
riecheggiare la voce nello stadio;
perfino i centauri in tribuna
ammutolirono. «No» concluse
Commodo, con un tono di voce di
nuovo pacato. «Alarico, dove sei?»
Uno dei guerrieri germani si fece
avanti. «Sire?»
«Arresta Apollo e Meg
McCaffrey. Assicurati che abbiano
delle buone celle per la notte.
Rimetti il Trono di Mnemosine in
magazzino. Uccidi l’elefantessa e il
karpos. Che altro? Oh, sì!» Da una
delle sue scarpe da pilota, estrasse
un coltello da caccia. «Tieni per le
braccia Litierse, mentre io gli taglio
la gola. È ora di nominare un nuovo
prefetto.»
Prima che Alarico potesse
eseguire gli ordini, il tetto dello
stadio esplose.
27

Tetto distrutto!
Datemi le fanciulle
E usciamo di qui

Be’, ho detto che il tetto esplose. Più


precisamente, crollò verso l’interno,
come i tetti tendono a fare quando
un drago di bronzo ci si schianta
sopra. Le travi si piegarono, i rivetti
saltarono, le lastre di metallo
ondulato cigolarono e cedettero con
un rumore simile a uno scontro fra
portaerei.
Festus precipitò giù dallo
squarcio, con le ali spiegate per
rallentare la discesa. Non sembrava
malconcio per via del tempo
trascorso sotto forma di valigia, ma
a giudicare da come incendiò il
pubblico in tribuna immaginai che
fosse un tantino arrabbiato.
I centauri se la diedero a gambe
levate, calpestando i mercenari
mortali e i guerrieri germani. Forse
convinti che il drago facesse parte
dello spettacolo, i blemmi
applaudirono educatamente fin
quando un’ondata di fiamme non li
ridusse in polvere. Festus compì il
proprio giro incandescente della
vittoria volando intorno alla pista e
appiccò fuoco alle auto da corsa,
mentre una decina di funi d’argento
si srotolava dal tetto per permettere
alle Cacciatrici di Artemide di
calarsi sull’arena come un groviglio
di ragni.
(Ho sempre trovato i ragni
creature affascinanti, nonostante
l’opinione di Atena. Se volete il mio
parere, è invidiosa delle loro belle
facce. BOOM!)
Altre seguaci di Artemide
rimasero sul profilo del tetto, con gli
archi tesi, e utilizzarono il fuoco di
soppressione per coprire le sorelle
che scendevano sul campo. Non
appena toccarono terra, le
Cacciatrici estrassero archi, spade e
pugnali e si lanciarono in battaglia.
Alarico, insieme alla maggior
parte dei guerrieri germani, si lanciò
all’attacco.
Al palo, Meg McCaffrey lavorava
come una pazza per liberare Pesca
dalle corde. Due Cacciatrici le
atterrarono accanto. Ebbero una
rapida conversazione, gesticolando
concitate. Più o meno, il concetto
era: “Ciao, siamo vostre amiche.
State per morire. Venite con noi”.
Evidentemente agitata, Meg
guardò dall’altra parte del campo
nella mia direzione.
Le gridai: «VAI!».
Meg lasciò che le Cacciatrici
afferrassero lei e Pesca. Poi le
seguaci di Artemide si applicarono
dei dispositivi alla cintura e
schizzarono di nuovo verso l’alto
scorrendo sulle corde, come se le
leggi di gravità non fossero leggi ma
raccomandazioni.
Verricelli motorizzati, che
accessorio fantastico! Se uscirò vivo
di qui, consiglierò alle seguaci di
Artemide di produrre delle T-shirt
con la scritta: VIVA I VERRICELLI!
Sono sicuro che adoreranno l’idea.
Il gruppo di Cacciatrici più vicino
caricò nella mia direzione,
scontrandosi con i guerrieri germani.
Una delle giovani mi sembrò
familiare. Aveva i capelli neri e
occhi incredibilmente azzurri, e al
posto della solita mimetica grigia
delle seguaci di Artemide indossava
jeans e un giubbotto di pelle nera
coperto di spille da balia e toppe
ricamate dei Ramones e dei Dead
Kennedys. Una tiara d’argento le
scintillava sulla fronte. Con un
braccio brandiva uno scudo su cui
era inciso il volto orrendo di
Medusa; non l’originale, sospettai,
dato che quello mi avrebbe
trasformato in pietra, ma una replica
fatta abbastanza bene da far arretrare
e impaurire perfino i Germani.
Rammentai il suo nome: Talia
Grace. La luogotenente di Artemide,
la leader delle Cacciatrici, era
venuta di persona in mio soccorso.
«Salviamo Apollo!» gridò.
E il mio morale andò alle stelle.
“Sì, grazie!” avrei voluto urlare.
“Finalmente qualcuno che ha capito
le priorità!” Per un attimo, ebbi la
sensazione che il mondo avesse
recuperato il giusto ordine.
Commodo sospirò esasperato.
«Questo non rientrava nei miei
programmi per i giochi.» Si guardò
intorno, rendendosi evidentemente
conto che gli erano rimaste solo due
guardie e Litierse da comandare.
Tutti gli altri erano già in battaglia.
«Litierse, gettati nella mischia!»
ordinò. «Rallentale, mentre io vado
a cambiarmi. Non posso combattere
con la tuta da corsa. Sarei ridicolo!»
Lo spadaccino lo guardò, con una
vena che gli pulsava in un occhio.
«Sire… stavate per sollevarmi
dall’incarico… uccidendomi. O
no?»
«Ah, già. Ottimo, allora
sacrificati! Dimostra che sei più utile
di quell’idiota di tuo padre!
Onestamente, Mida avrà anche
avuto il tocco d’oro, ma non ne
faceva una giusta. Tu non sei certo
migliore!»
La pelle intorno al livido dello
struzzo sul viso di Litierse diventò
rossa, come se l’uccello fosse ancora
lì. «Sire, con tutto il rispetto…»
Commodo tese una mano di
scatto, come un serpente a sonagli, e
la serrò intorno alla gola di Litierse.
«Rispetto?» sibilò. «Tu mi parli di
rispetto?»
Delle frecce saettarono verso le
due guardie superstiti. Entrambi i
guerrieri germani caddero a terra
con nuovi piercing di piume
d’argento al naso.
Un terzo missile sfrecciò in
direzione di Commodo. Con uno
strattone, l’imperatore spostò
Litierse sulla traiettoria della freccia,
che un attimo dopo spuntò sulla
coscia dello spadaccino.
Litierse gridò.
Commodo lo lasciò cadere
disgustato. «Devo ucciderti io di
persona? Davvero?» Sollevò il
pugnale.
Qualcosa dentro di me, senza
dubbio un difetto del carattere, mi
fece provare pietà per il prefetto
ferito. «Livia» dissi.
L’elefantessa capì. Con la
proboscide colpì Commodo sulla
testa, atterrandolo sul prato.
Litierse cercò a tentoni l’elsa della
spada; poi conficcò la punta della
lama nella zona scoperta del collo
dell’imperatore.
Commodo ululò, stringendosi una
mano sulla ferita. A giudicare dalla
quantità di sangue, dedussi che il
colpo, purtroppo, aveva mancato la
giugulare.
Gli occhi di Commodo
fiammeggiarono. «Oh, Litierse,
traditore che non sei altro. Ti
ucciderò lentamente per questo!»
Ma, a quanto pare, non era
destino.
I guerrieri germani più vicini,
vedendo l’imperatore sanguinare a
terra, si precipitarono in suo
soccorso. Livia sollevò Litierse e
arretrò, mentre i barbari serravano i
ranghi intorno a Commodo,
formando una parete di scudi, con le
alabarde puntate contro di noi. I
guerrieri sembravano pronti a
contrattaccare ma, prima che
potessero farlo, una linea di fiamme
piovve in mezzo ai nostri due
gruppi.
Festus atterrò accanto a Livia. I
guerrieri germani si ritirarono in
fretta e furia, mentre Commodo
gridava: «Mettetemi giù! Devo
uccidere quella gente!».
Da sopra Festus, Leo mi salutò
come un copilota da combattimento.
«Che succede, Lesteropoulos? Jo ha
ricevuto il tuo segnale di emergenza.
Ci ha spedito subito indietro.»
Talia Grace si avvicinò di corsa
insieme a due Cacciatrici.
«Dobbiamo evacuare. Saremo
sopraffatti da un minuto all’altro.»
Indicò l’area della meta, dove i
sopravvissuti del giro della vittoria
di Festus stavano cominciando a
serrare i ranghi: erano un centinaio
tra centauri, cinocefali e semidei
della casa imperiale.
Lanciai un’occhiata alle linee
laterali. C’era una rampa che
conduceva alle gradinate inferiori,
forse abbastanza larga per un
elefante. «Non ho intenzione di
abbandonare Livia. Prendete
Litierse. E prendete il Trono della
Memoria.» Mi slacciai il seggio,
apprezzandone ancora una volta la
leggerezza, e lo lanciai a Leo. «Il
trono deve tornare da Georgie. Me
ne andrò di qui con Livia attraverso
una delle uscite mortali.»
Livia scaraventò sul prato
Litierse, che gemette e strinse le
mani intorno alla freccia conficcata
nella gamba.
Leo aggrottò la fronte. «Ehm,
Apollo…»
«Non abbandonerò questa nobile
elefantessa alle torture!» insistetti.
«No, questo l’ho capito.» Leo
indicò Litierse. «Ma perché
dovremmo portarci dietro questo
scemo? Ha cercato di uccidermi a
Omaha. Ha minacciato Calipso allo
zoo. Non posso farlo semplicemente
calpestare da Festus?»
«No!» Non capivo perché mi
accaloravo tanto. Commodo che
tradiva il suo spadaccino mi faceva
arrabbiare quasi quanto Nerone che
manipolava Meg o… be’, sì, Zeus
che mi abbandonava nel mondo
mortale per la terza volta. «Ha
bisogno di cure. Si comporterà bene,
non è vero, Lit?»
Litierse faceva smorfie per il
dolore, con il sangue che colava dai
jeans a brandelli, ma riuscì ad
abbozzare un cenno del capo.
Leo sospirò. «Come credi, amico.
Festus, portiamo questo idiota
sanguinante con noi, okay? Ma se fa
lo spocchioso durante il viaggio,
sentiti libero di scaraventarlo contro
il muro di un grattacielo.»
Festus cigolò che era d’accordo.
«Io vado con Apollo.» Talia
Grace si arrampicò dietro di me
sull’elefantessa: esaudiva così un
sogno a occhi aperti che avevo fatto
sulla bella Cacciatrice, anche se non
avrei mai immaginato che si
realizzasse in quel modo. Talia
rivolse un cenno della testa a una
delle compagne. «Ifigenia, porta
fuori di qui il resto delle Cacciatrici.
Vai!»
Leo sorrise e si lanciò il Trono
della Memoria sulla schiena. «Ci
vediamo a casa. E non dimenticatevi
di prendere un po’ di salsa!»
Festus batté le ali metalliche,
afferrò Litierse e si lanciò verso il
cielo. Le Cacciatrici attivarono i
verricelli e salirono verso l’alto
mentre la prima ondata di spettatori
furenti arrivava sul campo,
scagliando lance e vuvuzelas, che
caddero a terra con un rumore
metallico.
Non appena le Cacciatrici
sparirono, la folla spostò
l’attenzione su di noi.
«Livia, quanto corri veloce?»
domandai.
Risposta: abbastanza da sfuggire a
una folla armata, soprattutto con
Talia Grace in groppa che scagliava
frecce e brandiva il suo terrorizzante
scudo contro chiunque si
avvicinasse troppo.
Sembrava che Livia conoscesse
bene i corridoi e le rampe dello
stadio. Progettati com’erano per le
grandi folle, erano adatti anche agli
elefanti. Facemmo qualche giro
intorno ai chioschi di souvenir,
attraversammo a tutta birra una
galleria di servizio e alla fine
spuntammo su un molo di carico in
South Missouri Street.
Avevo dimenticato quanto fosse
meravigliosa la luce del sole! L’aria
fresca e secca di una giornata di fine
inverno! Certo, non era esilarante
come guidare il carro del sole, ma
era una visione molto più bella delle
fogne infestate di serpenti nel
palazzo di Commodo.
Livia si incamminò a passi pesanti
lungo Missouri Street. Imboccò il
primo vicolo cieco, batté le zampe
per terra e si scosse. Ero piuttosto
sicuro di aver afferrato il messaggio:
“Toglietemi questa stupida cotta di
maglia”.
Lo tradussi per Talia, che si mise
l’arco in spalla. «Non la biasimo,
povera elefantessa. Le guerriere
devono viaggiare leggere.»
Livia sollevò la proboscide a mo’
di ringraziamento.
Trascorremmo i dieci minuti
successivi a liberarla dalla corazza.
Una volta finito, Livia ci strinse in
un abbraccio di gruppo con la
proboscide.
La mia carica di adrenalina stava
svanendo, e mi sentivo come una
camera d’aria sgonfia. Mi lasciai
cadere a terra, appoggiai la schiena
alla parete di mattoni e cominciai a
tremare nei vestiti bagnati.
Talia tirò fuori una borraccia dalla
cintura. Invece di offrirla a me per
primo, come sarebbe stato
opportuno, si versò un po’ di liquido
in una mano a coppa e fece bere
Livia. L’elefantessa ne trangugiò
cinque manciate, non molte per un
animale della sua mole, ma sbatté le
palpebre e grugnì soddisfatta. Talia
ne bevve un sorso e poi passò a me
la borraccia.
«Grazie» bofonchiai. Non appena
bevvi, mi si schiarì la vista. Mi sentii
come se avessi fatto una dormita di
sei ore e avessi mangiato un bel
pasto caldo. Fissai strabiliato la
borraccia malridotta. «Che cos’è?
Non è nettare…»
«No» confermò Talia. «È acqua di
luna.»
Erano millenni che avevo a che
fare con le Cacciatrici di Artemide,
ma non avevo mai sentito parlare
dell’acqua di luna. Mi ricordai la
storia di Josephine sul contrabbando
di alcolici negli anni Venti. «Vuoi
dire che è prodotta al chiaro di luna,
come gli alcolici negli anni Venti?»
Talia rise. «No, non è una
bevanda alcolica, ma è magica. La
divina Artemide non ti ha mai
parlato di questa roba, eh? È come
un energy drink per le Cacciatrici.
Raramente agli uomini ne si fa
assaggiare un goccio.»
Me ne versai una minuscola
quantità nel palmo della mano.
Sembrava acqua normale, anche se
forse aveva dei riflessi argentei,
come se fosse mescolata con un
briciolo di mercurio liquido.
Presi in considerazione l’idea di
berne un altro sorso, poi conclusi
che avrebbe potuto liquefarmi il
cervello. Le restituii la borraccia.
«Hai… hai parlato con mia sorella?»
Talia diventò seria. «In sogno,
qualche settimana fa. La divina
Artemide mi ha detto che Zeus le ha
proibito di vederti. Non deve
neanche darci ordini per aiutarti.»
Lo avevo sospettato, ma se non
fosse stato per l’acqua di luna, sarei
stato colto dalla disperazione alla
conferma dei miei timori. La carica
di energia della bevanda magica
invece mi consentì di passare
tranquillamente sopra le mie
emozioni più profonde, come ruote
che scivolano sulla sabbia.
«Tu non dovresti aiutarmi» dissi a
Talia. «Eppure sei qui. Perché?»
Lei mi fece un sorriso civettuolo
che avrebbe inorgoglito Britomarti.
«Eravamo in zona. Nessuno ci ha
ordinato di aiutarti. È da mesi ormai
che stiamo cercando un mostro
particolare e…» Esitò. «Be’, questa
è un’altra storia. Il punto è che
passavamo di qui. Abbiamo aiutato
te come avremmo aiutato qualunque
semidio in pericolo.» Non accennò
al fatto che Britomarti aveva cercato
le Cacciatrici.
Decisi di stare al gioco e fingere
che non fosse accaduto niente.
«Posso provare a indovinare un altro
motivo?» le chiesi. «Credo che tu
abbia deciso di aiutarmi perché ti
piaccio.»
Talia trattenne un mezzo sorriso.
«Che cosa te lo fa pensare?»
«Oh, dai. Quando ci siamo
conosciuti, hai detto che ero sexy.
Non credere che non abbia sentito
quel commento.»
Fu gratificante vederla arrossire.
«Ero più giovane allora» disse.
«Ed ero una persona diversa. Avevo
trascorso diversi anni sotto forma di
pino. La mia vista e la mia capacità
di ragionamento erano danneggiate
dalla linfa.»
«Ahi» gemetti. «Questa è
cattiva.»
Talia mi diede un pugno su un
braccio. «Di tanto in tanto una
piccola dose di umiltà non può che
farti bene. Artemide lo dice di
continuo.»
«Mia sorella è un’infida,
ingannevole…»
«Attenzione!» mi avvertì Talia.
«Sono la sua luogotenente.»
Incrociai le braccia con aria
petulante, proprio come Meg.
«Artemide non mi ha mai detto
dell’acqua di luna. Non mi ha mai
detto della Waystation. Mi domando
quanti altri segreti mi stia
nascondendo.»
«Qualcuno, forse.» Il tono di Talia
era studiatamente disinvolto. «Ma
questa settimana ne hai scoperti
parecchi, mi sembra. Più di quanto
succeda di solito, per chi non
appartiene alle Cacciatrici. Dovresti
considerarti fortunato.»
Osservai la stradina in cui
eravamo, ripensando al primo vicolo
di New York in cui ero precipitato
come Lester Papadopoulos. Erano
cambiate così tante cose da allora,
ma non per questo ero più vicino a
recuperare la mia divinità. Anzi, il
ricordo di me stesso nelle vesti di un
dio sembrava più lontano che mai.
«Sì» mormorai. «Molto
fortunato.»
«Coraggio!» Talia mi porse una
mano. «Commodo non aspetterà
molto prima di lanciare una
rappresaglia. Portiamo la nostra
amica elefantessa alla Waystation.»
28

Che bei rutti!


Tutto quel fumo nero…
Aspetta. Che? (Aaaaahhhhhh!)

Far entrare un elefante nella


Waystation non fu difficile come
pensavo.
Mi ero già immaginato di
spingere Livia a forza su per una
scaletta mobile, o di noleggiare un
elicottero per calarla nei nidi dei
grifoni attraverso la botola sul tetto.
Ma, non appena arrivammo su un
lato dell’edificio, i mattoni
rimbombarono e si spostarono,
creando un ampio passaggio ad arco
e una rampa che digradava
dolcemente.
Livia entrò senza esitazione. In
fondo al corridoio, trovammo una
perfetta stalla per elefanti, con il
soffitto alto, abbondanti mucchi di
fieno, persiane per far filtrare la
luce, un torrente che scorreva in
mezzo alla stanza e un grande
schermo televisivo acceso su
Elephant Channel, uno dei canali di
Efesto-TV, che trasmetteva I veri
elefanti della prateria africana (non
sapevo nemmeno che esistesse un
canale del genere. Probabilmente era
incluso nell’abbonamento Premium,
che io non avevo sottoscritto). Ma,
soprattutto, non c’era un gladiatore
né un’armatura da elefanti in vista.
Livia sbuffò in segno di
approvazione.
«Sono felice che ti piaccia, amica
mia.» Scesi dalla sua groppa, e Talia
mi seguì. «Adesso divertiti, noi
andiamo a cercare le nostre ospiti.»
Livia entrò nel ruscello, si rotolò
su un fianco e si fece una doccia con
la proboscide. Sembrava così
contenta che fui tentato di unirmi a
lei, ma avevo questioni meno
piacevoli di cui occuparmi.
«Vieni» disse Talia. «So io la
strada.»
Non capivo come. La Waystation
si spostava e cambiava talmente
tanto che nessuno avrebbe dovuto
sapere come muoversi al suo
interno. Ma Talia fu di parola e mi
condusse lungo diverse rampe di
scale, attraverso una palestra che
non avevo mai visto e di nuovo nella
sala principale, dove si era radunata
una piccola folla.
Josephine ed Emmie erano
inginocchiate accanto a Georgina,
che era distesa sul divano. La
bambina tremava, alternando il
pianto e il riso. Emmie cercava di
farle bere un po’ di acqua. Jo le
tamponava la faccia con una
salvietta. Accanto a loro c’era il
Trono di Mnemosine, ma non
riuscivo a capire se avessero già
tentato di usarlo o meno. Di certo,
Georgie non sembrava stare meglio.
Più in là, alla postazione di lavoro
di Josephine, Leo si era infilato
dentro il torace di Festus con una
saldatrice accesa. Il drago si era
rannicchiato il più possibile, ma
occupava ancora un terzo della
stanza. Da un lato della sua cassa
toracica, aperto come il cofano di un
autocarro, spuntavano le gambe di
Leo. Le scintille inondavano il
pavimento. Festus non sembrava
preoccupato per l’invasivo
intervento chirurgico in corso ed
emetteva un ronzio profondo, basso
e sferragliante, di gola.
Calipso si era decisamente ripresa
dalla gita allo zoo del giorno prima.
Schizzava da una parte all’altra della
stanza portando cibo, bevande e
forniture mediche ai prigionieri tratti
in salvo. Alcune delle persone che
avevamo liberato si comportavano
come se fossero a casa loro, si
servivano da sole alla dispensa e
rovistavano negli armadietti con una
tale familiarità che sospettai fossero
state a lungo residente alla
Waystation prima di essere catturate.
I due ragazzi emaciati erano
seduti al tavolo da pranzo e
masticavano pezzi di pane fresco,
sforzandosi di mangiare con calma.
Cacciatrice Kowalski, la ragazza dai
capelli d’argento, aveva formato un
cerchio serrato con le altre
Cacciatrici di Artemide e insieme a
loro mormorava e lanciava occhiate
sospettose a Litierse. Nebraska era
seduto su una poltrona reclinabile, in
un angolo, rivolto verso la parete,
con la gamba ferita fasciata con
cura.
Sssssarah, la dracena, aveva
scoperto la cucina. Se ne stava al
bancone con un cestino di uova
fresche in mano e le ingoiava intere,
l’una dietro l’altra.
Jamie era su, nel pagliericcio dei
grifoni, a stringere amicizia con
Eloisa e Abelardo. I grifoni gli
permisero di farsi grattare sotto il
becco: un segno di grande fiducia,
soprattutto visto che covavano un
uovo nel loro nido (e senza dubbio
erano preoccupati che Sssssarah
potesse scoprirlo). Purtroppo, si era
vestito. Indossava un completo da
uomo color caramello e una camicia
elegante con il colletto aperto.
Chissà dove aveva trovato degli abiti
così belli per uno della sua stazza.
Forse la Waystation forniva
indumenti con la stessa facilità con
cui forniva habitat per gli elefanti.
Il resto degli ex prigionieri
gironzolava per la sala,
mangiucchiando pane e formaggio,
fissando sbigottiti il soffitto con le
vetrate istoriate e di tanto in tanto
trasalendo per un rumore forte, cosa
perfettamente normale per chi è
affetto da disturbo post-traumatico
da stress di Commodo. Agamede
fluttuava tra i nuovi arrivati,
offrendo la sua Magica Palla 8.
Secondo me era il suo modo di
attaccare bottone.
Meg McCaffrey si era messa uno
scamiciato di un verde diverso e un
paio di jeans, abbandonando il suo
solito schema di colori a semaforo.
Si avvicinò e mi diede un pugno su
un braccio, poi si mise accanto a me
come se stessimo aspettando
l’autobus.
«Perché mi hai dato una botta?»
le chiesi.
«Per salutarti.»
«Ah… Meg, ti presento Talia
Grace.»
Mi domandai se Meg avrebbe
salutato anche lei allo stesso modo,
ma si limitò a porgerle la mano e a
dire: «Ciao».
Talia sorrise. «È un piacere, Meg.
Ho sentito dire che sei una
spadaccina molto brava.»
Meg le lanciò uno sguardo furtivo
da dietro gli occhiali sporchi. «Da
chi l’hai sentito dire?»
«La divina Artemide ti ha
osservato a lungo. Tiene d’occhio
tutte le giovani guerriere
promettenti.»
«Oh, no!» esclamai. «Di’ alla mia
amata sorella di piantarla. Meg è la
mia accompagnatrice semidivina.»
«Padrona» lo corresse Meg.
«È uguale.»
Talia rise. «Bene, se voi due mi
scusate, sarà meglio che vada a
controllare le mie Cacciatrici prima
che uccidano Litierse.» E se ne andò
spedita.
«A proposito…» Meg indicò il
figlio ferito di re Mida. «Perché
l’avete portato qui?»
Nebraska non si era mosso.
Fissava la parete dando le spalle alla
folla, come a voler invitare di
proposito una pugnalata alla schiena.
Perfino dall’altra parte della stanza,
sembrava irradiare ondate di
disperazione e sconfitta.
«L’hai detto tu stessa» le risposi.
«Tutto ciò che è vivo merita di avere
l’occasione di crescere.»
«Mmm… I semi di chia non
funzionano con gli imperatori
malvagi. Loro non cercano di
uccidere i tuoi amici.»
Mi accorsi che Pesca era
introvabile. «Il tuo karpos sta
bene?»
«Se la caverà. È andato via per un
po’…» Meg sventolò vagamente
una mano per aria, indicando la terra
magica dove gli spiriti tipo Pesca
vanno quando non divorano i loro
nemici né urlano: “PESCA!”. «Ti
fidi davvero di Litierse?» Il suo tono
di voce era duro, ma le tremava il
labbro inferiore. Sollevò il mento
come se si preparasse a ricevere un
pugno.
Aveva la stessa espressione di
Litierse quando l’imperatore lo
aveva tradito. La stessa espressione
di Demetra quando, tanti secoli fa,
davanti al trono di Zeus, con la voce
carica di sofferenza e incredulità
aveva chiesto: “Permetterai davvero
che Ade la passi liscia per il
rapimento di mia figlia Persefone?”.
Meg stava chiedendo se ci
potevamo fidare di Litierse. Ma la
sua vera domanda era molto più
ampia: lei poteva fidarsi di
qualcuno? C’era qualcuno al mondo
– la sua famiglia, un amico, Lester –
che l’avrebbe accolta di nuovo?
«Cara Meg, non posso essere
sicuro di Litierse. Ma credo che
dobbiamo provare» le risposi. «Si
fallisce solo quando si smette di
provare.»
Meg si osservò un callo su un
dito. «Anche dopo che qualcuno ha
tentato di ucciderci?»
Scrollai le spalle. «Se avessi perso
fiducia in tutti coloro che hanno
tentato di uccidermi, non mi sarebbe
rimasto nessun alleato nel Consiglio
degli dei dell’Olimpo.»
Meg fece il broncio. «Le famiglie
sono piene di idioti.»
Annuii. «Su questo, siamo
perfettamente d’accordo.»
Josephine lanciò un’occhiata nella
nostra direzione e mi vide. «È qui!»
Si precipitò da noi, mi afferrò per
un polso e mi trascinò verso il
divano. «Ti abbiamo aspettato.
Come mai ci hai messo tanto?
Dobbiamo usare il trono!»
Evitai di darle una rispostaccia.
Sarebbe stato bello sentirsi dire:
“Grazie, Apollo, per aver liberato
tutti questi prigionieri! Grazie per
averci restituito nostra figlia!”.
Come minimo, avrebbe potuto
decorare la sala con qualche
striscione con la scritta: APOLLO È IL
MIGLIORE. Oppure offrirsi di
togliermi quello scomodo
braccialetto di ferro dalla caviglia.
«Non c’era bisogno di
aspettarmi» dissi.
«Invece sì» ribatté Josephine.
«Tutte le volte che abbiamo tentato
di mettere Georgie sul trono, si
agitava come una forsennata e
urlava il tuo nome.»
Georgie dondolò la testa verso di
me. «Apollo! Morte, morte, morte!»
Trasalii. «Vorrei tanto che la
smettesse di fare questo
collegamento.»
Emmie e Josephine sollevarono la
bambina con delicatezza e la
posarono sul Trono di Mnemosine.
Stavolta Georgie non oppose
resistenza.
Le Cacciatrici e gli ex prigionieri
si radunarono intorno per curiosità,
ma notai che Meg era rimasta in
fondo alla stanza, ben lontana da
Georgina.
«Il taccuino sul bancone!» Emmie
indicò verso la cucina. «Qualcuno lo
prenda, per favore.»
Ci pensò Calipso. Tornò di corsa
con un piccolo taccuino giallo e una
penna.
Georgina vacillò. All’improvviso
sembrò che tutti i suoi muscoli si
sciogliessero. Sarebbe caduta dal
seggio se Jo ed Emmie non
l’avessero sostenuta.
Georgie si mise a sedere dritta
come un fuso. Poi boccheggiò,
spalancò gli occhi – le pupille grosse
come monete da cinquanta centesimi
– ed eruttò fumo nero dalla bocca.
L’odore rancido, come catrame
bollente misto a uova marce, fece
allontanare tutti tranne la dracena,
Sssssarah, che annusò l’aria con
avidità.
Georgina inclinò la testa. Il fumo
si levò a spirale tra i suoi ciuffi
ribelli, come se la bambina fosse un
automa o un blemma con una zucca
finta che funzionava male. «Padre!»
La sua voce mi trafisse il cuore.
Fu un dolore così lancinante che per
un attimo pensai che la tracolla di
bisturi mi si fosse girata verso
l’interno. Era la stessa voce, lo
stesso grido che avevo udito
migliaia di anni prima, quando
Trofonio mi aveva supplicato nella
disperazione di salvare Agamede dal
tunnel che gli era crollato addosso.
Georgina storse la bocca in un
sorriso crudele. «E così finalmente
hai udito la mia preghiera?» Aveva
ancora la voce di Trofonio.
Tutti i presenti mi guardarono.
Perfino Agamede, che non aveva
occhi, sembrò lanciarmi uno sguardo
fulminante.
Emmie tentò di toccare Georgina
su una spalla, ma balzò all’indietro
come se la pelle della piccola fosse
incandescente. «Apollo, che
succede?» domandò. «Questa non è
una profezia. Non è mai successo
prima…»
«Hai mandato la mia sorellina a
fare commissioni per te?» Georgina
si diede dei colpetti sul petto, con gli
occhi sgranati e cupi ancora puntati
su di me. «Tu non sei meglio
dell’imperatore.»
Mi sembrò di avere un’elefantessa
con la cotta di maglia sul torace. La
mia sorellina? Se dovevo prenderlo
alla lettera, allora…
«Trofonio.» Non riuscivo quasi a
parlare. «Io… io non ho mandato
Georgina. Lei non è mia…»
«Domani mattina» disse Trofonio.
«La grotta sarà accessibile solo alle
prime luci dell’alba. Si realizzerà la
tua profezia… oppure quella
dell’imperatore. In entrambi i casi,
non potrai nasconderti nel tuo
piccolo rifugio. Vieni di persona.
Porta la ragazzina, la tua padrona.
Entrerete entrambi nella mia grotta
sacra.» Dalla bocca di Georgina
scappò un’orribile risata. «Forse
sopravvivrete entrambi. O subirete
lo stesso destino mio e di mio
fratello. Mi domando, padre, a chi
rivolgerai le tue preghiere?»
Con un ultimo, tenebroso rutto,
Georgina crollò di lato. Josephine la
prese prima che cadesse a terra.
Emmie si precipitò a darle una
mano, e insieme stesero Georgie sul
divano, sistemandole le coperte e i
cuscini.
Calipso si rivolse a me. Il
taccuino vuoto le penzolava dalla
mano. «Correggimi se sbaglio, ma
quella non era una profezia» disse.
«Era un messaggio per te.»
Di nuovo, tutti si voltarono a
guardarmi. Mi sentii formicolare la
faccia. Era la stessa sensazione che
provavo quando un intero villaggio
greco alzava gli occhi al cielo e
invocava il mio nome implorando la
pioggia, e io ero troppo imbarazzato
per spiegare che in realtà la pioggia
era competenza di Zeus. Il meglio
che potessi offrirgli era un nuovo
motivetto orecchiabile.
«Hai ragione» dissi, anche se mi
addolorava essere d’accordo con la
maga. «Trofonio non ha dato una
profezia alla bambina. Le ha dato
un… un saluto registrato.»
Emmie venne verso di me, coi
pugni stretti. «La piccola guarirà?
Quando una profezia viene emessa
sul Trono della Memoria, il supplice
di solito ritorna alla normalità nel
giro di qualche giorno. Georgie…»
La voce le si spezzò. «Georgie
tornerà tra noi?»
Avrei voluto dirle di sì. Ai vecchi
tempi, il tasso di recupero di chi
supplicava Trofonio si aggirava
intorno al settantacinque per cento.
E ciò accadeva quando i supplici
erano stati adeguatamente preparati
dai sacerdoti, i rituali compiuti tutti
correttamente e la profezia
interpretata sul trono subito dopo
aver visitato la grotta del terrore.
Georgina aveva trovato la grotta da
sola, con poca o nessuna
preparazione. Da settimane era
intrappolata in quella follia.
«Io… io non lo so» ammisi.
«Possiamo sperare…»
«Sperare?» ripeté Emmie, in tono
deciso.
Josephine le prese una mano.
«Georgie starà meglio. Abbi fede. È
meglio che sperare.» Ma i suoi occhi
indugiarono un po’ troppo a lungo
su di me con aria accusatoria,
indagatrice.
Pregai che non impugnasse il
mitra.
«Ehm…» intervenne Leo. Aveva
la faccia nascosta nell’ombra della
maschera da saldatore, appena
sollevata sul volto, il sorriso che
appariva e spariva come quello dello
Stregatto. «Questa cosa a proposito
della sorellina… Se Georgie è la
sorella di Trofonio, significa
che…?» Indicò me.
Mai prima di allora avevo
desiderato di essere un blemma. In
quel momento, avrei voluto
nascondere la faccia dentro la
camicia, staccarmi la testa e
lanciarla dall’altra parte della sala.
«Non lo so!»
«Spiegherebbe tante cose» disse
Calipso. «Perché Georgina si sentiva
tanto in sintonia con l’Oracolo,
perché è riuscita a sopravvivere
all’esperienza. Se tu… voglio dire…
non Lester, ma Apollo è uno dei suoi
genitori…»
«Ce li ha i genitori.» Josephine
mise un braccio intorno alla vita di
Emmie. «Siamo proprio qui.»
Calipso sollevò le mani a mo’ di
scusa. «Certo. Volevo solo dire…»
«Sono sette anni» la interruppe
Emmie, accarezzando la fronte della
figlia. «Sette anni che la cresciamo
noi. Non ha mai avuto importanza
da dove fosse arrivata, né chi fossero
i suoi genitori biologici. Quando
Agamede ce l’ha portata… abbiamo
controllato i telegiornali. Abbiamo
controllato i rapporti della polizia.
Abbiamo spedito dei messaggi-Iride
a tutti i nostri contatti. Nessuno
aveva denunciato la scomparsa di
una bambina come lei. I suoi
genitori naturali o non la volevano, o
non potevano crescerla…» Emmie
mi guardò di traverso. «O forse non
sapevano neppure che esistesse.»
Cercai di ricordare. Ma se il dio
Apollo aveva avuto una fugace
storia d’amore con una donna del
Midwest otto anni prima, io non ne
avevo memoria. Mi tornò in mente
Wolfgang Amadeus Mozart: anche
in quel caso ero venuto a sapere
della sua esistenza quando aveva
sette anni. Tutti dicevano: “È
sicuramente figlio di Apollo!”. Le
altre divinità mi chiedevano una
conferma, e io avrei tanto voluto
dire: “Sì, il ragazzo ha preso tutto il
suo genio da me!”. Peccato però che
non mi ricordassi di aver mai
conosciuto la madre di Mozart. Né il
padre, se è per questo.
«Georgina ha dei genitori
fantastici» affermai. «Se sia figlia
di… di Apollo… mi dispiace, non
posso dirlo con certezza.»
«Non puoi dirlo» ripeté
Josephine, con voce piatta.
«Ma… ma penso che guarirà. Ha
un animo forte. Ha rischiato la vita e
la salute mentale per portarci quel
messaggio. Il meglio che possiamo
fare adesso è seguire le istruzioni
dell’Oracolo.»
Josephine ed Emmie si
scambiarono un’occhiata eloquente.
Voleva dire: “È un mascalzone, ma
c’è troppa roba in ballo adesso. Lo
uccideremo dopo”.
Meg McCaffrey incrociò le
braccia. Perfino lei aveva intuito che
era saggio cambiare discorso.
«Allora partiamo alle prime luci
dell’alba?»
Josephine si concentrò su Meg
con difficoltà, come se si
domandasse da dove fosse spuntata
all’improvviso quella ragazzina (me
lo chiedevo spesso anch’io). «Sì,
cara. È l’unico momento in cui si
può entrare nella Grotta della
Profezia.»
Sospirai. Prima c’era stato lo zoo
alle prime luci dell’alba, poi il Canal
Walk e adesso le grotte. Avrei
davvero voluto che le imprese
pericolose cominciassero a un’ora
più ragionevole, tipo alle tre del
pomeriggio, magari.
Un silenzio imbarazzato calò sulla
stanza. Georgina respirava male nel
sonno. Su nel pagliericcio, i grifoni
arruffavano le penne. Jamie si
scrocchiava le nocche con aria
pensierosa.
Alla fine si fece avanti Talia
Grace. «E il resto del messaggio? Si
avvererà la tua profezia… o quella
dell’imperatore. Non potrai
nasconderti nel tuo piccolo rifugio…
Che vuol dire?»
«Non lo so» ammisi.
Leo sollevò le braccia. «Onore al
dio della profezia!»
«Oh, piantala!» brontolai. «Non
ho ancora abbastanza informazioni.
Se sopravvivremo alle grotte…»
«Posso interpretare io quei versi»
intervenne Litierse, dalla sedia
nell’angolo. Il figlio di Mida girò la
faccia verso la folla: un mosaico di
cicatrici e lividi sulle guance, gli
occhi vuoti e desolati. «Grazie ai
dispositivi di localizzazione che ho
messo sui grifoni, Commodo sa
dove vi trovate. Sarà qui per prima
cosa domattina. E cancellerà questo
luogo dalla mappa.»
29

Pelo carote
Buono il tofu fritto
Viva l’ìgboyà!

Litierse aveva talento per farsi nuovi


amici.
Metà della folla insorse per
ucciderlo. L’altra metà urlò che
voleva ucciderlo e che gli altri
dovevano togliersi di mezzo.
«Carogna!» Con uno strattone,
Cacciatrice Kowalski tirò via
Litierse dalla poltrona, lo spinse
contro la parete e gli premette un
cacciavite contro la gola.
«Ssssspostati!» gridò Sssssarah.
«Lo ingoierò in un sssssolo
boccone!»
«Avrei dovuto lanciarlo contro
una parete del palazzo» ringhiò Leo.
«BASTA!» Josephine si fece
largo tra la folla. Come c’era da
aspettarsi, tutti si spostarono. Jo
allontanò Cacciatrice Kowalski dalla
sua preda, poi guardò Litierse di
traverso, come se fosse un carro con
l’asse rotto. «Hai messo dispositivi
di localizzazione sui nostri grifoni?»
Litierse si massaggiò il collo. «Sì.
E il piano ha funzionato.»
«Sei sicuro che Commodo sappia
dove ci troviamo?»
Di norma, evitavo di attirare
l’attenzione di una folla inferocita,
ma mi sentii obbligato a parlare.
«Sta dicendo la verità. Abbiamo
sentito Litierse che parlava con
Commodo nella sala del trono.
Doveva dirtelo Leo.»
«Io?» protestò Leo. «Ehi, c’è stato
un tale caos. Pensavo che tu…» Il
visore gli si chiuse all’improvviso,
rendendo incomprensibile il resto
della frase.
Litierse allargò le braccia,
talmente piene di cicatrici che
sembravano i ceppi per testare le
lame di una sega. «Uccidetemi pure.
Non farà nessuna differenza.
Commodo raderà al suolo questo
posto e tutti quelli che ci sono
dentro.»
Talia Grace estrasse il pugnale da
caccia, ma invece di sbudellare
Nebraska, conficcò la lama nel
tavolo più vicino. «Le Cacciatrici di
Artemide non lo permetteranno.
Abbiamo combattuto troppe
battaglie impossibili. Abbiamo perso
troppe delle nostre sorelle, ma non
abbiamo mai fatto marcia indietro.
L’estate scorsa, nella battaglia di Old
San Juan…» esitò.
Era difficile immaginare Talia con
le lacrime agli occhi, ma sembrava
che dovesse sforzarsi per mantenere
la maschera da dura. Mi tornò in
mente una cosa che mi aveva detto
Artemide quando eravamo in esilio a
Delo: le sue Cacciatrici e le
amazzoni avevano combattuto
contro il gigante Orione a Puerto
Rico. Una base amazzone era stata
distrutta. Molte erano morte…
Cacciatrici che, se non fossero
cadute in battaglia, avrebbero potuto
continuare a vivere per millenni.
Nelle vesti di Lester Papadopoulos,
trovavo quell’idea orripilante.
«Non perderemo anche la
Waystation» proseguì Talia.
«Staremo accanto a Josephine ed
Emmie. Abbiamo preso a calci il
podex di Commodo oggi. Lo faremo
di nuovo domani.»
Le Cacciatrici esultarono. Forse
esultai anch’io. Apprezzo quando
degli eroi impavidi si offrono
volontari per combattere battaglie
che io non voglio combattere.
Litierse scosse la testa. «Quello
che avete visto oggi era solo una
minima parte delle forze effettive di
Commodo. Ha… risorse enormi.»
Josephine sbuffò. «Le nostre
amiche gli hanno dato una discreta
lezione, oggi. Forse non attaccherà
domani. Gli servirà del tempo per
riorganizzarsi.»
Litierse si lasciò sfuggire una
risatina amara. «Non conoscete
Commodo come lo conosco io. Lo
avete fatto imbufalire. Non
aspetterà. Lui non aspetta mai. Per
prima cosa domattina colpirà duro.
Ci ucciderà tutti.»
Avrei voluto non essere
d’accordo. Avrei voluto pensare che
l’imperatore l’avrebbe tirata per le
lunghe e che avrebbe deciso di
lasciarci in pace perché lo avevamo
divertito alla prova in costume e che
poi magari ci avrebbe mandato una
scatola di cioccolatini per scusarsi.
Ma io Commodo lo conoscevo.
Ricordavo il pavimento
dell’Anfiteatro Flavio cosparso di
cadaveri. Ricordavo le liste delle
esecuzioni. Ricordavo quando mi si
rivolgeva ringhiando, con le labbra
screziate di sangue, per dirmi: “Mi
sembri mio padre. Non mi
interessano le conseguenze”.
«Litierse ha ragione» dissi.
«Commodo ha ricevuto una profezia
dall’Oracolo Oscuro. Deve
distruggere questo posto e uccidere
me prima di poter dare il via alla
cerimonia del nome, domani
pomeriggio. Ciò significa che
colpirà di mattina. Non è uno che
ama aspettare per ottenere quello
che vuole.»
«Potremmo ssssstrisciare via»
suggerì Sssssarah. «Muoverci.
Nasconderci. Scamparla in qualche
modo.»
Dal fondo della folla, lo spettro di
Agamede indicò la dracena con fare
empatico, sostenendo palesemente la
sua idea. Quando anche i tuoi amici
morti si preoccupano di morire, è il
momento di porsi qualche domanda
sulle possibilità di vincere una
battaglia.
Josephine scosse la testa. «Io non
striscio da nessuna parte. Questa è
casa nostra.»
Calipso annuì. «E se Emmie e Jo
restano, restiamo anche noi. Ci
hanno salvato la vita. Combatteremo
fino alla morte per loro. Giusto,
Leo?»
Leo alzò il visore.
«Assolutamente, anche se io sono
già passato da tutta questa storia
della morte, per cui preferirei lottare
fino alla morte di qualcun altro. Per
esempio, quella di quel Comodone
del cav…»
«Leo!» lo ammonì Calipso.
«Sì, okay. Contate su di noi. Non
ci sconfiggeranno.»
Jamie si fece avanti, superando
con molta eleganza una fila di
Cacciatrici. Nonostante la mole, si
muoveva con la stessa grazia di
Agamede, quasi come se fluttuasse.
«Sono in debito con voi.» Chinò la
testa prima verso le Cacciatrici, poi
verso Meg e me e infine verso
Josephine ed Emmie. «Mi avete
salvato dalla prigione di quel pazzo.
Ma vi sento parlare di continuo di
noi e loro. Diffido sempre quando la
gente affronta le cose in questo
modo, come se le persone potessero
essere tranquillamente divise in
amici e nemici. La maggior parte di
noi qui non si conosce neppure.»
Indicò la folla con un ampio gesto
della mano: Cacciatrici, ex
Cacciatrici, un ex dio, un’ex titana,
semidei, una donna-serpente, una
coppia di grifoni, uno spettro
decapitato. E, al piano inferiore,
un’elefantessa di nome Livia. Di
rado avevo visto un insieme più
eterogeneo di difensori.
«E poi, lui.» Jamie indicò
Litierse. La sua voce era ancora un
brontolio sonoro, ma immaginai di
sentire rombi di tuono sotto la
superficie, pronti a esplodere. «È un
amico, adesso? Devo combattere
fianco a fianco con chi mi ha reso
schiavo?»
Cacciatrice Kowalski brandì il
cacciavite. «Improbabile.»
«Aspettate!» intervenni io.
«Litierse può rivelarsi utile.»
Per l’ennesima volta, non sapevo
perché mi fossi fatto avanti per
difenderlo. Sembrava
controproducente rispetto al mio
obiettivo principale, ovvero salvarmi
la pelle e preservare la mia
popolarità. «Litierse sa quali sono i
piani di Commodo. Sa quali forze ci
attaccheranno. E la sua vita è in
pericolo, proprio come la nostra.»
Raccontai come Commodo avesse
ordinato la sua uccisione, e come
Litierse avesse pugnalato il suo ex
padrone sul collo.
«Per quesssssto non mi fido di
lui» sibilò Sssssarah.
La folla fece un borbottò di
assenso. Alcune Cacciatrici misero
mano alle armi.
«Aspettate!» Emmie salì sul
tavolo da pranzo.
La lunga treccia le si era in parte
sciolta: ciuffi d’argento le sfioravano
i lati del viso. Emmie aveva le mani
imbrattate di pasta per il pane. Sopra
la tuta mimetica da combattimento,
indossava un grembiule con lo
slogan: NON BACIATE LA CUOCA.
Eppure quel bagliore duro nei
suoi occhi mi ricordava la giovane
principessa di Nasso che si era
lanciata da una rupe con la sorella,
confidando negli dei… la
principessa che aveva preferito
morire piuttosto che vivere
terrorizzata dalla furia del padre
ubriaco. Non avevo mai pensato che
diventare più vecchi, grigi e lenti
potesse rendere qualcuno più bello.
Ma questo sembrava proprio il caso
di Emmie. In piedi sul tavolo, con la
sua pacatezza e sobrietà, era il
centro di gravità della sala.
«Per quelli tra voi che non mi
conoscono, mi chiamo Emitea»
esordì. «Io e Jo gestiamo la
Waystation. Non mandiamo mai via
le persone che sono nei guai,
neppure gli ex nemici.» Fece un
cenno della testa verso Litierse.
«Attiriamo i reietti, qui: orfani e
fuggitivi, persone che sono state
maltrattate o tratte in inganno,
persone che non si sentono a casa da
nessun’altra parte.» Indicò il soffitto
a botte, dove i vetri istoriati
frantumavano la luce in geometrie
verdi e oro. «Britomarti, la dea delle
reti, ha contribuito alla costruzione
di questo luogo.»
«Una rete di sicurezza per i tuoi
amici» mi scappò detto,
ricordandomi quello che mi aveva
raccontato Josephine. «Ma una
trappola per i tuoi nemici.»
Adesso ero io il centro
dell’attenzione. E, di nuovo, non mi
piaceva (cominciavo davvero a
preoccuparmi per me stesso). Mi
sentivo scottare la faccia per
l’improvviso afflusso di sangue alle
guance.
«Scusa» dissi a Emmie.
Lei mi studiò come se si fosse
domandata dove puntare la sua
prossima freccia. Evidentemente
non mi aveva del tutto perdonato la
presunta paternità di Georgina,
anche se aveva ricevuto la notizia da
almeno cinque minuti. Supposi di
poterla perdonare. A volte può
servire anche un’ora o più per fare i
conti con una rivelazione del genere.
Alla fine Emmie annuì brusca.
«Apollo ha ragione. Forse domani
saremo attaccati, ma i nostri nemici
scopriranno che la Waystation
protegge chi vi ha trovato rifugio.
Commodo non uscirà vivo da questa
rete. Io e Josephine combatteremo
per difendere questo luogo e tutti
quelli che sono sotto il nostro tetto.
Se volete far parte della nostra
famiglia, per un giorno o per
sempre, siete i benvenuti. Voi tutti.»
Guardò dritto Litierse.
Nebraska impallidì e le cicatrici
sul suo viso quasi scomparvero.
Aprì la bocca per dire qualcosa, ma
emise solo un rumore strozzato.
Scivolò lungo la parete scosso dai
brividi, singhiozzando in silenzio.
Josephine si accovacciò accanto a
lui. Fissò la folla come se chiedesse:
“Qualcuno ha ancora qualche
problema con questo tipo?”.
Accanto a me, Jamie borbottò.
«Mi piacciono queste donne» disse.
«Hanno ìgboyà.»
Non sapevo cosa significasse.
Non riuscivo neppure a indovinare
che lingua fosse. Ma mi piaceva il
modo in cui Jamie lo aveva detto.
Decisi che avrei acquistato un po’ di
ìgboyà appena possibile.
«Bene, allora.» Emmie si pulì le
mani sul grembiule. «Se qualcuno
vuole andarsene, questo è il
momento di dirlo. Gli preparerò il
pranzo al sacco.»
Nessuno replicò.
«Perfetto» concluse Emmie. «In
tal caso, ognuno sbrigherà delle
faccende nel pomeriggio.»

A me fece pelare le carote.


No, sul serio, stavamo per
affrontare un’invasione imminente,
e io – l’ex dio della musica – ero
bloccato in cucina a preparare
l’insalata. Anziché girare con il mio
ukulele per sollevare il morale di
tutti con le mie canzoni e il mio
carisma abbagliante, ero lì a pelare
radici commestibili!
Il lato positivo: alle Cacciatrici di
Artemide toccò la pulizia delle
stalle, quindi forse esisteva un po’ di
giustizia nel cosmo.
Quando la cena fu pronta, la folla
si disperse nella sala principale, per
mangiare. Josephine si sedette
accanto a Litierse nel suo angolino e
cominciò a parlargli lentamente, in
toni pacati, nel modo in cui ci si
potrebbe rivolgere a un pitbull che è
stato liberato da un cattivo padrone.
La gran parte delle Cacciatrici era
seduta sui pagliericci dei grifoni, le
gambe a penzoloni dal cornicione, e
sorvegliava la sala. Dalle voci basse
e le espressioni serie, immaginai che
parlassero del modo migliore per
uccidere un folto numero di nemici
l’indomani.
Cacciatrice Kowalski si offrì
volontaria per passare la notte nella
stanza di Georgie. La bambina
dormiva ancora della grossa dopo
l’esperienza sul Trono della
Memoria, ma Kowalski voleva
trovarsi a sua disposizione nel caso
si fosse svegliato. Emmie accettò
con gratitudine, ma non prima di
avermi lanciato un’occhiata
accusatoria della serie: “Non mi pare
che tu ti offra volontario per passare
la notte con la tua bambina!”. E dai!
Come se fossi stato il primo dio a
essersi dimenticato di aver generato
una figlia che poi era stata portata
via da uno spettro decapitato per
essere cresciuta da due donne a
Indianapolis!
I due semidei fratelli che avevano
fatto lo sciopero della fame, Deacon
e Stan, che – così mi dissero –
abitavano alla Waystation da più di
un anno, ora riposavano
nell’infermeria attaccati a delle flebo
di nettare. Sssssarah aveva preso un
cestino di uova ed era strisciata nella
sauna, per la notte. Jamie mangiava
insieme ad altri fuggiaschi, sui
divani.
Tanto per cambiare, quindi, mi
ritrovai a tavola con Meg, Leo,
Calipso, Emmie e Talia Grace.
Emmie continuava a lanciare
occhiate in fondo alla sala, verso
Josephine e Litierse. «Il nostro
nuovo amico, Litierse…» Sembrava
incredibilmente sincera nel
pronunciare la parola “amico”. «Ho
parlato con lui mentre sbrigavamo le
faccende. Mi ha aiutato a fare il
gelato. Mi ha raccontato un bel po’
di cose sulle armate che
affronteremo domani.»
«C’è il gelato?» domandai. Avevo
una grande capacità di concentrarmi
sui dettagli più importanti quando
qualcuno parlava.
«Dopo» promise Emmie, anche se
dal suo tono intuii che forse non mi
sarebbe toccato. «È alla vaniglia.
Dovevamo aggiungere delle pesche
surgelate, ma…» Guardò Meg.
«Abbiamo pensato che potesse
essere di cattivo gusto.»
Meg era troppo indaffarata a
cacciarsi in bocca del tofu fritto per
rispondere.
«Comunque, Litierse prevede
qualche decina di mercenari mortali,
più o meno lo stesso numero di
semidei della casa imperiale,
qualche centinaio di cinocefali e altri
mostri assortiti» continuò Emmie.
«Più le solite orde di blemmi
travestiti da poliziotti, pompieri e
operatori di bulldozer.»
«Oh, bene» disse Talia Grace. «Le
solite orde.»
Emmie scrollò le spalle.
«Commodo vuole radere al suolo la
Union Station. Ai mortali la farà
apparire come un’evacuazione di
emergenza.»
«Una fuga di gas» intervenne
Leo. «È quasi sempre una fuga di
gas.»
Calipso scostò le carote dalla
propria insalata, e io la presi come
un’offesa personale. «Così
saremo… dieci contro uno? Venti
contro uno?»
«Bazzecole!» disse Leo. «Mi
occuperò da solo dei primi duecento
o giù di lì, poi se mi stanco…»
«Leo, smettila.» Calipso guardò
Emmie con un’espressione
accigliata, come per chiederle scusa.
«Fa più battute quando è nervoso. E
sono anche più brutte.»
«Non so di cosa tu stia parlando.»
Leo si infilò dei pezzi di carota a
mo’ di zanne e ringhiò.
A Meg per poco non andò di
traverso il tofu fritto.
Talia fece un lungo sospiro. «Oh,
certo, sarà una battaglia divertente.
Emmie, come sei messa a frecce di
scorta? Me ne servirà una faretra
piena solo per colpire Leo.»
Emmie sorrise. «Abbiamo un
sacco di armi. E, grazie a Leo e
Josephine, le difese della Waystation
non sono mai state più forti!»
«Figurati!» Leo sputò le zanne di
carota. «E poi vorrei menzionare il
gigantesco drago di bronzo
nell’angolo… sempre che stasera io
riesca a finire la sua messa a punto.
Non è ancora al cento per cento.»
Di solito, avrei ritenuto quel
gigantesco drago di bronzo molto
rassicurante, anche al settantacinque
per cento, ma non mi piaceva la
stima di venti contro uno. Le urla
assetate di sangue del pubblico
dell’arena mi risuonavano ancora
nelle orecchie.
«E la tua magia?» chiesi a
Calipso. «Ti è ritornata?»
Conoscevo quell’espressione
frustrata. Mi era molto familiare. Era
la stessa che avevo io quando
pensavo a tutte le meravigliose cose
divine che non potevo più fare.
«Solo qualche sprazzo» rispose.
«Stamattina, ho spostato una tazza
di caffè sul bancone.»
«Sei stata strepitosa» commentò
Leo.
Calipso gli mollò un pugno sul
braccio. «Josephine sostiene che ci
vorrà del tempo. Una volta che
noi…» Esitò. «Una volta che saremo
sopravvissuti alla giornata di
domani.»
Ebbi la sensazione che non fosse
quello che voleva dire. Leo ed
Emmie si scambiarono un’occhiata
cospiratoria. Non li incalzai per
saperne di più. Al momento, l’unica
cospirazione che avrebbe suscitato il
mio interesse era un piano
ingegnoso per teletrasportarmi
sull’Olimpo e reintegrarmi nella mia
divinità prima di colazione.
«Ci arrangeremo» conclusi.
Meg trangugiò il suo ultimo pezzo
di tofu fritto. Poi diede una
dimostrazione delle sue solite
maniere squisite ruttando e
asciugandosi la bocca
sull’avambraccio. «Io e te no,
Lester. Noi non saremo qui.»
Il mio stomaco cominciò a
rimescolare un’insalatina per conto
proprio. «Ma…»
«La profezia, scemo. Alle prime
luci dell’alba, ricordi?»
«Sì, ma se la Waystation viene
attaccata… non dovremmo rimanere
qui a dare una mano?»
Era una strana domanda da parte
mia. Quando ero un dio, sarei stato
felicissimo di stare a guardare gli
eroi mortali che se la cavavano da
soli. Mi sarei preparato i popcorn e
avrei osservato il bagno di sangue da
lontano, sull’Olimpo, o mi sarei
accontentato della registrazione con
i momenti salienti qualche tempo
dopo. Ma nelle vesti di Lester mi
sentivo obbligato a difendere quelle
persone: la mia cara vecchia Emmie,
la burbera Josephine e la non così
piccola Georgina, che forse era mia
figlia e forse no. E poi Talia e le
Cacciatrici, Jamie dal Bel Perizoma,
gli orgogliosi genitori grifoni al
piano di sopra, l’ottima elefantessa
al piano inferiore e perfino lo
sgradevole Litierse… Volevo essere
lì per loro.
Potrà sembrarvi strano che non
avessi preso in considerazione il
fatto di avere già un impegno
concomitante – cercare la Grotta di
Trofonio alle prime luci dell’alba – e
che questo avrebbe potuto
impedirmi di essere alla Waystation.
In mia difesa, voglio ricordare che
gli dei possono dividere la propria
essenza in tante manifestazioni
diverse in contemporanea. Non
siamo bravi a pianificare perché non
abbiamo molta esperienza sul
campo.
«Meg ha ragione» disse Emmie.
«Trofonio ti ha convocato. Ottenere
la tua profezia potrebbe essere
l’unico modo di impedire che si
avveri la profezia dell’imperatore.»
Ero il dio delle profezie, e perfino
io cominciavo a detestarle. Lanciai
un’occhiata allo spettro di Agamede,
che volteggiava vicino alla scala che
portava in soffitta. Pensai all’ultimo
messaggio che mi aveva dato: “Noi
non possiamo rimanere”. Intendeva
dire, i difensori della Waystation? Io
e Meg? O una cosa completamente
diversa? Ero talmente frustrato che
avrei voluto afferrare la Magica
Palla 8 e fargliela rimbalzare sulla
testa inesistente.
«Tirati su» mi disse Talia. «Se
Commodo ci attacca con tutte le sue
forze, l’Oracolo potrebbe essere
difeso solo da una squadra molto
esigua. Sarà l’occasione perfetta per
entrare.»
«Sì. E poi, magari riesci a tornare
in tempo per combattere insieme a
noi!» esclamò Leo. «Oppure, be’…
moriremo tutti, e allora non
importa.»
«Ora sì che mi sento meglio»
brontolai. «Quali problemi
potremmo mai incontrare, io e Meg
da soli?»
«Già» concordò Meg. Non mi
sembrava affatto preoccupata.
Lo attribuii a una carenza di
fantasia da parte sua. Io mi
immaginavo destini orribili di ogni
tipo pronti ad abbattersi su due
persone che entravano nella
pericolosa grotta di uno spirito ostile
e spaventoso. Avrei preferito
combattere contro una schiera di
blemmi sui bulldozer. Avrei preso
perfino in considerazione l’idea di
pelare altre carote.
Mentre ripulivo i piatti della cena,
Emmie mi prese un braccio.
«Dimmi solo una cosa» esordì. «È
stata una vendetta?»
La fissai perplesso. «È stata…
quale vendetta?»
«Georgina» sussurrò. «Per me…
sai, per aver ceduto il dono
dell’immortalità che mi avevi dato.
Era…» Strinse le labbra per imporsi
di non dire altro.
Non avrei mai immaginato di
potermi sentire peggio di com’ero,
ma così fu. È una cosa che odio del
cuore mortale. Sembra avere
un’infinita capacità di rattristarsi.
«Cara Emmie, non lo farei mai»
dissi. «Neppure nei miei giorni
peggiori, quando distruggo le
nazioni con le frecce pestilenziali o
scelgo le scalette delle compilation
per bambini, non mi vendicherei mai
in questo modo. Te lo giuro, non
avevo idea che tu fossi qui, né che tu
avessi lasciato le Cacciatrici, né che
Georgina esistesse, né… In effetti,
non avevo idea di nulla. E mi
dispiace tanto.»
Con mio grande sollievo, le
spuntò un’ombra di sorriso sulle
labbra. «Ecco almeno una cosa a cui
riesco a credere.»
«Che mi dispiace?»
«No. Che non avevi idea di
nulla.»
«Ah… allora tutto a posto fra
noi?»
Emmie ci pensò un attimo. «Per il
momento. Ma quando Georgie si
riprenderà… dovremo riparlarne.»
Annuii, anche se pensavo di avere
già una lista piuttosto lunga di cose
sgradevoli da fare. «Bene, allora.»
Sospirai. «Mi sa che devo riposare
un po’, e forse cominciare a
comporre un nuovo haiku sulla
morte.»
30

Oh, che figura!


Ma perché devo sempre
Sembrare scemo?

Non ebbi fortuna con l’haiku.


Continuavo a rimanere bloccato al
primo verso – Non voglio morire – e
non riuscivo a pensare a nient’altro
da aggiungere. Detesto infiorettare
un concetto quando l’idea principale
è perfettamente chiara.
Le Cacciatrici di Artemide
passarono la notte nei pagliericci dei
grifoni, dopo aver sistemato dei fili
per far scattare le trappole e degli
allarmi con i sensori di movimento.
Lo facevano tutte le volte che
campeggiavo con loro, e lo trovavo
stupido. Certo, quando ero un dio le
corteggiavo spudoratamente, ma non
mi spingevo mai oltre. E nelle vesti
di Lester? Non avevo nessuna voglia
di morire con mille frecce d’argento
conficcate nel petto. Se non altro, le
Cacciatrici avrebbero dovuto contare
sul mio amor proprio.
Talia, Emmie e Josephine
rimasero sedute al tavolo della
cucina a parlare in toni sommessi
per un bel po’. Mi augurai che
stessero discutendo di altri segreti
delle Cacciatrici, di qualche
micidiale arma che potevano usare
contro gli eserciti di Commodo.
Missili lunari balistici, forse. Oppure
missili lunari al napalm.
Meg non si era presa la briga di
trovare una camera per gli ospiti. Si
era sistemata sul divano più vicino e
russava tranquillamente.
Io rimasi nei paraggi, perché non
ero pronto a tornare nella stanza che
dividevo con Leo Valdez. Stavo
guardando la luna che sorgeva
attraverso l’immenso rosone sopra la
postazione di lavoro di Josephine,
quando una voce alle mie spalle
chiese: «Non sei stanco?».
Meno male che non ero più il dio
del sole. Se qualcuno mi avesse
spaventato in quel modo sul mio
carro, sarei schizzato così
velocemente verso l’alto che il
mezzogiorno si sarebbe spostato alle
sei del mattino.
Era Jamie, un’elegante
apparizione in marrone. I raggi di
luna creavano riflessi di bronzo sul
suo cranio. La collana di perline
bianche e rosse spuntava da sotto il
colletto della camicia.
«Oh!» esclamai. «Stanco? Ehm…
no, no.» Mi appoggiai alla parete,
sperando di assumere un’aria
disinvolta, attraente, soave.
Purtroppo, mancai la parete.
Jamie fu così gentile da fingere di
non averlo notato. «Dovresti provare
a dormire» mormorò con la sua voce
profonda. «La sfida che dovrai
affrontare domani…» Rughe di
preoccupazione gli incresparono la
fronte. «Non riesco neanche a
immaginare quanto sarà dura.»
Il sonno mi sembrava un concetto
alieno, soprattutto in quel momento,
con il cuore che mi faceva chunk
chunk come un pedalò che funzioni
male. «Oh, io non dormo molto. Ero
un dio, sai.» Mi chiesi se flettere i
muscoli avrebbe contribuito a
sottolineare il punto. Conclusi di no.
«E tu? Sei un semidio?»
Jamie sbuffò. «Parola
interessante. Direi che sono un
Elomìíràn, uno degli altri. Sono
anche studente di economia
all’università dell’Indiana.»
Ah, ecco. E adesso? Non riuscivo
a pensare a un solo argomento di
conversazione che mi avrebbe fatto
sembrare interessante a uno studente
di economia. Non mi ero neanche
accorto di quanto Jamie fosse più
grande di me. Intendo dire, del me
mortale, non del me divino. Ero
confuso.
«Ma Sssssarah ha detto che
lavoravi per Commodo, giusto?» mi
ricordai. «Sei un gladiatore?»
Gli angoli della bocca gli si
piegarono all’ingiù. «Non sono un
gladiatore. Combatto solo nel fine
settimana, per denaro. Arti marziali
miste. Gidigbo e dambe.»
«Non so che cosa siano.»
Jamie ridacchiò. «Non lo sa quasi
nessuno. Sono arti marziali
nigeriane. La prima, il gidigbo, è
una forma di combattimento del mio
popolo, gli Yoruba. L’altra è
praticata dagli Hausa; è più violenta,
ma mi piace.»
«Capisco» commentai, anche se
in realtà non capivo.
Perfino nei tempi antichi, ero
deplorevolmente all’oscuro di
qualsiasi cosa accadesse sotto il
deserto del Sahara. Noi dei
dell’Olimpo tendevamo a stare nella
nostra zona intorno al Mediterraneo,
atteggiamento che, concordo, era
tremendamente elitario. «Combatti
per denaro?»
«Per pagarmi gli studi» mi spiegò
Jamie. «Non sapevo in che cosa mi
stavo cacciando con questo
imperatore.»
«Eppure sei ancora vivo» notai.
«E puoi vedere che il mondo è…
ehm, molto più strano di quanto si
renda conto la maggior parte dei
mortali. Tu, Jamie, devi avere un
sacco di ìgboyà.»
Fece una risata profonda e
intensa. «Però… bravo! Il mio nome
in realtà è Olujime. Per la maggior
parte degli americani, Jamie è più
facile.»
Non faticavo a comprenderlo. Ero
un mortale solo da pochi mesi e
cominciavo a stufarmi di dover
spiegare a tutti come si scrive
Papadopoulos.
«Be’, Olujime, mi fa piacere
averti conosciuto» dissi. «Siamo
fortunati ad averti dalla nostra
parte.»
Olujime annuì con aria grave. «Se
sopravvivremo a domani, forse alla
Waystation potrebbe servire un
contabile. Un immobile così
complesso… chissà quanto è
complicata la dichiarazione dei
redditi.»
«Ah…»
«Sto scherzando» chiarì Jamie.
«La mia ragazza dice che scherzo
troppo.»
«Ah.» Stavolta sembrò che avessi
appena ricevuto un calcio nello
stomaco. «La tua ragazza. Sì. Mi
scusi un attimo?»
Schizzai via.
Stupido Apollo. Era ovvio che
Olujime avesse una ragazza. Non
sapevo né chi né cosa fosse Olujime,
né perché il fato lo avesse condotto
nel nostro strano, piccolo mondo,
ma ovviamente un ragazzo così
interessante non poteva essere
single. E poi, era decisamente troppo
vecchio per me o troppo giovane, a
seconda di come guardavi la cosa.
Decisi di non guardarla proprio.
Sfinito ma inquieto, vagai per i
mutevoli corridoi della Waystation
finché non incappai in una piccola
biblioteca. Quando dico biblioteca,
intendo una di quelle all’antica:
senza libri, solo con rotoli di
pergamena e papiro impilati negli
scompartimenti. Ah, quell’odore mi
riportò indietro nel tempo!
Mi sedetti al tavolo al centro della
stanza e mi tornarono in mente le
chiacchierate che facevo ad
Alessandria con Ipazia, la filosofa.
Lei sì che era una melomakarona in
gamba. Avrei voluto che fosse lì in
quel momento. Mi avrebbero fatto
comodo i suoi consigli su come
sopravvivere alla Grotta di Trofonio.
Purtroppo, al momento, la mia
unica consigliera era nella faretra
che portavo sulla schiena. A
malincuore, estrassi la Freccia di
Dodona e la misi sul tavolo.
L’asta vibrò sul legno. «A
LUNGO MI TENESTI QUI
RINCHIUSA. IN VERITÀ, I TUOI
LIVELLI DI STOLTEZZA MI
SGOMENTANO.»
«Ti sei mai domandata perché non
hai amici?» replicai.
«FANDONIE!» esclamò la
freccia «OGNI TRONCO, OGNI
RAMO E OGNI RADICE DEL
SACRO BOSCO DI DODONA MI
TIENE IN GRAN CONTO.»
Ne dubitavo. Più probabilmente,
quando era arrivato il momento di
scegliere un ramo da trasformare in
freccia e mandare in missione con
me, l’intero bosco aveva scelto
all’unanimità quel pezzo di frassino
particolarmente antipatico. Perfino i
sacri oracoli erano stufi di sentir dire
“ahimè” e “in verità” così spesso.
«Allora, dimmi, freccia sapiente,
tenuta in gran conto da ogni genere
di albero, come facciamo ad arrivare
alla Grotta di Trofonio? E come
facciamo io e Meg a sopravvivere?»
L’impennaggio della freccia si
increspò. «UNA MACCHINA È
QUEL CHE VI OCCORRE.»
«Tutto qui?»
«AVVIATEVI PRIMA
DELL’ALBA. SEBBEN LA
DIREZIONE VOSTRA SIA
CONTRARIA AL NUMEROSO
AFFLUSSO DELLE GENTI
PENDOLARI, TENETE CONTO,
AHIMÈ, DELL’INFAUSTA
PRESENZA DI CANTIERI
SULL’AUTOSTRADA
TRENTASETTE. DURATA
PREVISTA DEL VIAGGIO:
UN’ORA E QUARANTADUE
MINUTI.»
Scrutai la freccia con sospetto.
«Non è che per caso…stai
controllando il tragitto su Google
Maps?»
Ci fu una lunga pausa.
«OVVIAMENTE NO. COME OSI?
VERGOGNA! QUANTO A COME
FARETE A SOPRAVVIVERE,
PORGIMI QUESTA DOMANDA A
BREVE, QUANDO SARETE
GIUNTI ALLA META.»
«Nel senso che ti serve il tempo
per cercare la Grotta di Trofonio su
Wikipedia?»
«IO NON… NON TI PARLO
PIÙ, VILLANO DI UN RIBALDO!
NON SEI DEGNO DEI MIEI
SAGGI CONSIGLI!»
«Non sono degno?» Sollevai la
freccia dal tavolo e la scossi. «Non
sei di nessun aiuto, inutile pezzo
di…»
«Apollo?» Calipso era comparsa
sulla soglia.
Al suo fianco, Leo sorrideva.
«Non ci eravamo accorti che stavi
discutendo con la tua freccia.
Dobbiamo tornare più tardi?»
Sospirai. «No, entrate.»
Si misero a sedere davanti a me.
Calipso intrecciò le dita sul tavolo
come un’insegnante a colloquio con
i genitori.
Leo fece del proprio meglio per
sembrare una persona capace di
essere seria. «Allora, ehm, ascolta,
Apollo…»
«Lo so» dissi affranto.
Leo sbatté le palpebre come se gli
avessi gettato negli occhi scintille
con una saldatrice. «Davvero?»
«Ammesso che sopravvivremo
alla giornata di domani, voi due
intendete rimanere alla Waystation»
continuai.
Fissarono entrambi il tavolo.
Avrei apprezzato qualche
lacrimuccia e qualche capello
strappato in più, e qualche
singhiozzo accorato della serie “Ti
prego, perdonaci!”. Ma immaginai
che Lester Papadopoulos non si
meritasse troppe scuse.
«Come facevi a saperlo?»
domandò Calipso.
«Le vostre conversazioni serie
con le nostre ospiti?» risposi. «I
vostri sguardi furtivi?»
«Ehi, amico» protestò Leo. «Io
non sono furtivo. Il mio grado di
furtività è pari a zero.»
Mi rivolsi a Calipso. «Josephine
ha una meravigliosa officina per
Leo. E può insegnarti a recuperare la
tua magia. Emmie ha dei giardini
degni della tua antica patria,
Ogigia.»
«La mia antica prigione» mi
corresse Calipso, ma senza tracce di
rabbia nella voce.
Leo giocherellava con qualcosa
tra le mani. «È solo che… Josephine
mi ricorda così tanto mia madre. E
qui le serve una mano. La
Waystation sarà anche un edificio
vivo, ma richiede quasi altrettanta
manutenzione di Festus.»
Calipso annuì. «Abbiamo
viaggiato così a lungo, Apollo, e a
rischio costante per mesi. Non sono
solo la magia e i giardini che mi
attraggono. Emmie dice che
potremmo vivere come giovani
normali, in questa città. Che
potremmo perfino andare a scuola.»
Se non fosse stato per
l’espressione seria del suo sguardo,
avrei riso. «Tu, una ex immortale
perfino più antica di me… tu
vorresti andare a scuola?»
«Ehi, nessuno di noi due ha mai
avuto l’occasione di condurre una
vita normale!» esclamò Leo.
«Ci piacerebbe provare che
effetto fa» riprese Calipso. «Capire
come saremmo… insieme, ma anche
separati, nel mondo mortale.
Prendere le cose con più calma.
Vedersi per un appuntamento.
Come… due ragazzi che si mettono
insieme. Magari… uscire con gli
amici.»
Pronunciò queste parole come se
fossero cosparse di una spezia
esotica, un sapore che Calipso
desiderava tanto gustare.
«Il fatto è che abbiamo promesso
di aiutarti» continuò Leo. «Non ci
piace l’idea di lasciarti da solo,
Lester.»
Avevano uno sguardo così pieno
di preoccupazione – preoccupazione
nei miei confronti – che dovetti
ricacciare indietro un groppo in
gola. Avevamo viaggiato insieme
per un mese e mezzo. La maggior
parte del tempo, avevo ardentemente
desiderato di essere da qualsiasi altra
parte, con chiunque altro. Ma, con
l’unica eccezione di mia sorella,
avevo mai condiviso così tante
esperienze con qualcuno? Mi resi
conto – che gli dei mi aiutino – che
quei due mi sarebbero mancati.
«Capisco» mi obbligai a dire.
«Josephine ed Emmie sono brave
persone. Possono darvi una casa. E
io non sarò da solo. Ho Meg, adesso.
E non ho intenzione di perderla di
nuovo.»
Leo annuì. «Meg è un vulcano. E
se lo dico io…»
«E poi, noi non… come si dice?
Non salteremo fuori dal radar»
aggiunse Calipso.
«Si dice uscire dal radar» precisai.
«Anche se saltare sembra più
divertente.»
«Abbiamo ancora un sacco di
cose semidivine da fare» disse Leo.
«Prima o poi, dovrò riprendere i
contatti con gli altri: Jason, Piper,
Hazel, Frank… Un sacco di gente là
fuori vuole ancora darmi una
lezione.»
«E dobbiamo sopravvivere alla
giornata di domani» aggiunse
Calipso.
«Giusto, baby. Proprio così.» Leo
tamburellò le dita sul tavolo. «Il
punto è, ese, che non ti
abbandoneremo. Se hai bisogno di
noi, fai un fischio. Arriveremo in un
attimo.»
Ricacciai indietro le lacrime. Non
ero triste. Non ero commosso dalla
loro amicizia. No, era stata solo una
giornata molto lunga e avevo i nervi
a pezzi. «Grazie» dissi. «Siete due
buoni amici.»
Calipso si asciugò gli occhi.
Senza dubbio era stanca anche lei.
«Non facciamoci trasportare dalle
emozioni. Sei sempre una gran
rottura.»
«E tu sei sempre una
rompiglobos, Calipso.»
«Okay, allora.» Calipso trattenne
un sorriso ironico. «Adesso
dovremmo davvero riposare un po’.
Ci aspetta una mattinata
impegnativa.»
«Argh!» Mi misi le mani tra i
capelli. «Immagino che tu non possa
evocare uno spirito del vento per
me, vero? Devo andare alla Grotta di
Trofonio domani, e non ho né un
carro né una macchina.»
«Una macchina?» Leo fece un
sorrisetto malvagio. «Oh, quella
posso procurartela io!»
31

Parti con un do,


Non tutte le note, Meg
O do di matto

La mattina dopo, alle cinque, sulla


rotatoria fuori dalla Waystation, io e
Meg trovammo Leo davanti a una
Mercedes rossa scintillante, una Xls.
Io non gli chiesi come se la fosse
procurata, né lui mi diede
spiegazioni. Disse però che
dovevamo restituirla entro
ventiquattr’ore (ammesso di essere
ancora vivi) e che dovevamo cercare
di non farci fermare dalla polizia.
La cattiva notizia: non appena
usciti dai confini della città, la
polizia mi fermò.
Oh, che sfortuna! L’agente ci fece
accostare senza nessuna ragione
apparente. All’inizio temetti che
potesse essere un blemma, ma il
poliziotto era tutt’altro che educato.
Guardò la mia patente,
aggrottando la fronte. «Questa è una
patente da principianti rilasciata
dallo Stato di New York, figliolo.
Che cosa ci fai alla guida di un’auto
come questa? Dove sono i tuoi
genitori? E dove stai portando
questa ragazzina?»
Ebbi la tentazione di spiegargli
che da quattromila anni ero un dio
estremamente esperto nella guida
del sole, che i miei genitori si
trovavano nel regno celeste e che la
ragazzina era la mia padrona
semidivina.
«Lei è la mia…»
«Sorellina» intervenne Meg. «Mi
sta portando a lezione di
pianoforte.»
«Ah, sì» concordai.
«E siamo in ritardo!» Meg agitò
le dita in un modo che non
assomigliava per niente a come le
muove un pianista. «Perché mio
fratello è stupido!»
L’agente si accigliò. «Aspettate
qui.»
Andò all’autopattuglia, forse per
controllare la mia patente al
computer o per chiamare le unità
speciali in rinforzo.
«Tuo fratello?» domandai a Meg.
«Lezioni di piano?»
«Che sei stupido, però, è vero.»
L’agente tornò con un’espressione
perplessa dipinta in faccia.
«Scusate.» Mi porse la patente.
«Errore mio. Andate piano.»
E finì lì.
Mi domandai che cosa gli avesse
fatto cambiare idea. Forse, quando
Zeus aveva creato la mia patente, ci
aveva messo un incantesimo per
permettermi di superare i controlli
della polizia lungo l’autostrada.
Senza dubbio sapeva che guidare da
mortale può essere pericoloso.
Riprendemmo il nostro viaggio,
anche se l’episodio mi aveva scosso.
Sulla Highway 37, lanciavo
un’occhiata a tutte le auto che
marciavano nella direzione opposta,
domandandomi quali fossero guidate
da blemmi, semidei o mercenari che
facevano i pendolari per andare al
lavoro al palazzo di Commodo,
ansiosi di distruggere i miei amici in
tempo per la cerimonia del nome.
A oriente il cielo si schiarì,
passando dall’onice al color
carbone. Lungo la strada, i lampioni
a vapore di sodio tingevano il
paesaggio di un color arancione
Agamede, recinzioni e pascoli,
boschetti e canali secchi. Di tanto in
tanto, scorgevamo un distributore di
benzina o un autogrill. Ogni pochi
chilometri, passavamo davanti a
cartelloni con la scritta: ORO AL
MIGLIOR PREZZO! con un uomo
sorridente che assomigliava in modo
sospetto a re Mida con indosso un
completo da quattro soldi.
Chissà come se la stava cavando
Litierse alla Waystation. Quando ce
n’eravamo andati, l’intero edificio
era in fermento – tutti erano
indaffarati a sistemare l’armatura,
affilare le armi e approntare le
trappole. Litierse era al fianco di
Josephine e dava consigli su
Commodo e le sue truppe, ma
sembrava presente solo a metà,
come un malato terminale che
spieghi ad altri pazienti il modo
migliore per rimandare l’inevitabile.
Stranamente, mi fidavo di lui. Ero
convinto che non avrebbe tradito
Josephine ed Emmie, la piccola
Georgina e il resto di quella
variegata famiglia estemporanea a
cui volevo bene. La dedizione di
Litierse mi sembrava autentica.
Ormai odiava Commodo più di tutti
noi.
D’altro canto, un mese e mezzo
prima, non avrei mai sospettato che
Meg McCaffrey lavorasse per
Nerone…
Lanciai un’occhiata alla mia
piccola padrona. Era abbandonata
sul sedile, con le sneakers rosse
poggiate sopra il cassetto del
cruscotto. Una posizione che la
costringeva a rannicchiarsi troppo e
che non mi sembrava molto comoda.
Pensai che fosse una di quelle
abitudini che si prendono da
bambini, e che poi si è restii ad
abbandonare quando si diventa
grandi.
Meg agitava le dita sopra le
ginocchia, fingendo ancora di
suonare il piano.
«Potresti inserire qualche pausa
nella tua composizione» le suggerii.
«Tanto per variare un po’.»
«Voglio prendere delle lezioni.»
Non ero sicuro di aver sentito
bene. «Lezioni di piano? Adesso?»
«Adesso no, scemo. Ma prima o
poi. Puoi darmele tu?»
Che idea orripilante! Volevo
sperare che la mia carriera di dio
della musica fosse ormai abbastanza
lanciata da non dovermi abbassare a
dare lezioni di piano ai principianti.
D’altro canto, però, avevo notato
che Meg me lo aveva chiesto, non
ordinato. Avevo rilevato un non so
che di titubante e speranzoso nella
sua voce, come un germoglio di chia
appena spuntato. Mi tornarono in
mente Leo e Calipso la sera prima,
in biblioteca, mentre parlavano con
un misto di desiderio e malinconia
della vita normale che avrebbero
potuto condurre nell’Indiana. Strano,
quanto spesso gli esseri umani
sognino il futuro. Noi immortali non
ce ne preoccupiamo. Per noi,
sognare il futuro è come fissare la
lancetta delle ore dell’orologio.
«Certo» risposi. «Sempre che
usciremo vivi dalle avventure di
stamattina.»
«Affare fatto!» Meg strimpellò un
ultimo accordo che Beethoven
avrebbe adorato. Poi, dallo zaino
delle provviste, tirò fuori un
sacchetto di carote (che avevo pelato
io, grazie mille) e si mise a
masticarle rumorosamente mentre
batteva insieme la punta delle sue
sneakers.
Tipico di Meg.
«Dobbiamo parlare di strategia»
suggerii. «Una volta arrivati alle
grotte, dovremo trovare l’ingresso
segreto. Dubito che sarà evidente
come le comuni entrate mortali.»
«Mmm… okay.»
«Quando avrai liquidato tutte le
guardie che troveremo…»
«Quando le avremo liquidate» mi
corresse Meg.
«Fa lo stesso. Dovremo cercare
due ruscelli vicini. Dovremo bere da
entrambi i corsi d’acqua prima di…»
«Non dirmelo.» Meg sollevò una
carota come fosse un bastone.
«Niente spoiler!»
«Spoiler? Questa informazione
potrebbe salvarci la vita!»
«Non mi piacciono gli spoiler»
insistette Meg. «Voglio essere
sorpresa.»
«Ma…»
«No!»
Mi aggrappai al volante. Dovetti
fare un grosso sforzo per non
schiacciare l’acceleratore a tavoletta
e lanciare l’auto a rotta di collo
verso l’orizzonte. Volevo parlare
della Grotta di Trofonio… non solo
per dare lumi a Meg, ma per vedere
se io stesso avevo capito bene i
dettagli.
Avevo trascorso quasi tutta la
notte sveglio nella biblioteca della
Waystation. Avevo letto pergamene
e papiri, setacciato i miei ricordi
imperfetti e perfino tentato di
estorcere altre risposte dalla Freccia
di Dodona e dalla Magica Palla 8 di
Agamede. Ci ero riuscito solo in
parte, ma le cose che avevo rimesso
insieme mi avevano reso ancora più
nervoso.
Mi piace parlare quando sono
nervoso.
Meg, però, sembrava non
preoccuparsi del compito che ci
attendeva. Aveva lo stesso
atteggiamento antipatico e
spensierato del primo giorno in cui
l’avevo incontrata in quel vicolo di
Manhattan.
Stava facendo finta? Secondo me,
no. Rimanevo sempre allibito dalla
resilienza che i mortali
dimostravano di fronte alle
catastrofi. Perfino quelli più
traumatizzati, maltrattati e sconvolti
riuscivano ad andare avanti come se
niente fosse. I pasti venivano
preparati, il lavoro svolto, le lezioni
di piano cominciate e le carote
sgranocchiate normalmente.
Viaggiammo in silenzio per molti
chilometri. Non potevo neppure
ascoltare un brano decente, perché la
Mercedes non aveva una radio
satellitare. Accidenti a Leo Valdez e
ai suoi veicoli di lusso gratis!
L’unica stazione FM che riuscii a
trovare trasmetteva un programma
che si chiamava Lo zoo del mattino.
Dopo l’esperienza con Calipso e i
grifoni, non ero nello stato d’animo
adatto per gli zoo.
Superammo cittadine con motel
fatiscenti, negozi dell’usato,
magazzini di foraggio e vari veicoli
in vendita al lato della strada. La
campagna era piatta e monotona: un
paesaggio che non sarebbe stato
fuori luogo nell’antico Peloponneso,
tranne che per i pali del telefono e i
cartelloni pubblicitari. Be’, e la
strada in sé. I Greci non sono mai
stati molto bravi a costruire strade.
Forse perché il dio dei viaggi era
Ermes, e lui ha sempre preferito i
percorsi pericolosi e affascinanti alle
autostrade semplici e veloci.
Finalmente, due ore dopo aver
lasciato Indianapolis, iniziarono a
spuntare le prime luci dell’alba, e io
cominciai a entrare nel panico.
«Mi sono perso» ammisi.
«Lo sapevo» disse Meg.
«Non è colpa mia! Ho seguito le
indicazioni per il Posto di Dio!»
Meg mi guardò senza capire. «Il
negozio di articoli religiosi cristiani
che abbiamo visto passando? Ma
perché?»
«Be’, ecco… insomma! La gente
dovrebbe essere più precisa sugli dei
che vuole pubblicizzare!»
Meg ruttò nella mano chiusa a
pugno. «Accosta e chiedilo alla
freccia. Mi sta venendo il mal
d’auto.»
Non volevo chiederlo alla freccia.
Ma non volevo neppure che Meg
vomitasse le carote sulla tappezzeria
in pelle. Mi fermai sul ciglio della
strada ed estrassi la mia arma
profetica dalla faretra. «Oh, saggia
freccia» dissi. «Ci siamo perduti.»
«SIAMO PERDUTI? L’HO
CAPITO NON APPENA TI HO
CONOSCIUTO.»
Aveva un’asta così sottile!
Sarebbe stato facilissimo spezzarla,
ma mi trattenni. Se avessi distrutto il
dono che il Bosco di Dodona mi
aveva fatto, temevo che la sua
protettrice, la mia nonna hippie,
Rea, mi avrebbe maledetto
facendomi odorare di patchouli per
l’eternità.
«Quello che voglio dire è che
dobbiamo trovare l’ingresso alla
Grotta di Trofonio» precisai. «E alla
svelta. Ci puoi condurre lì?»
La freccia vibrò, forse cercando le
connessioni wi-fi della zona. Visto
che ci trovavamo in un posto
sperduto, temetti che potesse
cominciare a trasmettere Lo zoo del
mattino.
«L’ENTRATA MORTALE SI
TROVA A UNA LEGA DA QUI,
VERSO ORIENTE» cantilenò la
freccia. «NEI PRESSI DI UN
CAPANNO PORTATILE DAL
TETTO AZZURRINO.»
Per un attimo rimasi troppo
allibito per parlare. «È… una cosa
effettivamente utile.»
«MA AHIMÈ, GUARDATI
DALL’USARLA» aggiunse.
«TROPPE SONO LE SUE DIFESE,
ANDRESTI INCONTRO A
MORTE CERTA.»
«Ah! Questo è meno utile.»
«Che cosa sta dicendo?»
domandò Meg.
Le feci cenno di avere pazienza.
(Non so perché. Sapevo che era un
pio desiderio.) «Oh, Grande Freccia,
immagino che tu non sappia come
dobbiamo entrare nella grotta.»
«PROSEGUI VERSO
OCCIDENTE, LUNGO CODESTA
STRADA. T’IMBATTERAI IN UN
CHIOSCO DI UOVA FRESCHE.»
«Sì?»
«IGNORA IL CHIOSCO E
PROSEGUI.»
«Apollo?» Meg mi diede un
colpetto sulle costole. «Che cosa sta
dicendo?»
«Qualcosa sulle uova fresche.»
Questa risposta parve soddisfarla.
Almeno smise di tormentarmi.
«PROSEGUI ANCORA»
consigliò la freccia. «PRENDI LA
TERZA A SINISTRA. QUANDO
VEDRAI IL CARTELLO
DELL’IMPERATORE, SAPRAI
CHE È GIUNTA L’ORA DI
FERMARTI.»
«Di quale cartello dell’imperatore
parli?»
«QUANDO I TUOI OCCHI LO
VEDRANNO, COMPRENDERAI.
FERMATI LÌ E SALTA LA
RECINZIONE. PROCEDER
DOVRAI NELL’ENTROTERRA,
VERSO IL LUOGO DEI DUE
TORRENTI.»
Gelide dita suonarono un
arpeggio lungo le mie vertebre. Il
luogo dei due torrenti… almeno
questo mi tornava. Avrei preferito di
no.
«E poi?» domandai.
«E POI POTRAI BERE E
SALTARE NELL’ABISSO
DELL’ORRORE. MA, PER
FARLO, DOVRAI PRIA
AFFRONTAR I GUARDIANI CHE
NON POSSONO ESSERE
UCCISI.»
«Fantastico» dissi. «Suppongo
che la tua voce su Wikipedia non
abbia altre informazioni su questi
guardiani impossibili da uccidere,
giusto?»
«TI BURLI DI ME COME IL
PIÙ STOLTO DEGLI STOLTI. MA
NO. I MIEI POTERI PROFETICI
NON LO VEDONO. E UN’ALTRA
COSA.»
«Sì?»
«LASCIAMI NELLA
MERCEDES. NON HO ALCUN
DESIO DI PIOMBARE NELLA
MORTE E NELL’OSCURITÀ.»
Feci scivolare la freccia sotto il
mio sedile. Poi riferii a Meg l’intera
conversazione.
Lei aggrottò la fronte. «Guardiani
impossibili da uccidere? Che
significa?»
«A questo punto, Meg, ogni
ipotesi è valida. Andiamo a cercare
l’abisso dell’orrore, che ne dici?»
33

Ah! Sto da urlo


Affogo e congelo
La vita è bella!

Io e Meg precipitammo nel buio,


con la corda che si dipanava mentre
rimbalzavamo da una roccia
all’altra, i miei vestiti e la pelle
graffiati in modo brutale.
Feci la cosa più spontanea. Urlai:
«UIIIIIIIIII!».
La corda si tese all’improvviso,
praticandomi una manovra di
Heimlich così violenta che per poco
non sputai fuori l’appendice. Meg
grugnì sbigottita e perse la presa:
piombò ancora più giù nelle tenebre.
Dopo un attimo, uno splash
riecheggiò dal basso.
Sospeso nel vuoto, mi misi a
ridere. «Che spasso! Ancora,
ancora!»
Il nodo intorno alla mia vita si
sciolse e piombai nell’acqua gelida.
Forse fu il delirio a salvarmi
dall’affogamento istantaneo. Non
sentivo nessun bisogno di
combattere, dimenarmi o annaspare.
Fluttuavo verso il basso, vagamente
divertito dalla situazione. I sorsi che
avevo bevuto dalle fonti di
Mnemosine e di Lete lottavano nella
mia mente. Non ricordavo più il mio
nome, cosa che trovavo
estremamente spassosa, ma
ricordavo perfettamente le
macchioline gialle degli occhi
serpenteschi di Pitone mentre
affondava le zanne nei miei bicipiti
immortali tanti millenni prima.
Immerso com’ero nell’acqua
scura, non avrei dovuto vedere
niente. Tuttavia delle immagini
fluttuanti comparivano e
scomparivano alla mia vista. Forse
era un effetto del congelamento dei
bulbi oculari.
Vidi mio padre, Zeus, seduto su
una sdraio accanto a una piscina che
arrivava fino al bordo di una
terrazza, oltre la quale il mare
azzurro si stendeva all’orizzonte. La
scena sarebbe stata più adatta a
Poseidone, ma riconobbi il posto:
era il condominio di mia madre in
Florida (sì, ho una di quelle mamme
immortali che si è ritirata in Florida,
che ci posso fare?).
Leto si inginocchiò al fianco di
Zeus, con le mani giunte in
preghiera. Le braccia color bronzo
scintillavano sul prendisole bianco. I
lunghi boccoli dorati le scendevano
sulla schiena in un’acconciatura
elaborata. «Ti prego, mio signore!»
lo implorò. «È tuo figlio. Ha
imparato la lezione!»
«Non ancora!» tuonò Zeus. «Oh,
no. La sua vera prova deve ancora
arrivare.»
Risi e li salutai con la mano.
«Ciao, mamma! Ciao, papà!»
Dato che ero sott’acqua e molto
probabilmente in stato di
allucinazione, le mie parole non
avrebbero dovuto essere udibili.
Tuttavia, Zeus lanciò un’occhiata
verso di me e aggrottò la fronte.
La scena svanì. Mi ritrovai
davanti a un altro immortale.
Di fronte a me fluttuava una dea
scura, coi capelli color ebano che
aleggiavano nella corrente fredda, la
veste che si gonfiava intorno a lei
come fumo vulcanico. Aveva un
volto delicato e sublime; il rossetto,
l’ombretto e il mascara erano stesi
alla perfezione nelle tonalità della
mezzanotte. Nei suoi occhi
scintillava un bagliore di odio puro.
Trovavo deliziosa la sua presenza.
«Ciao, Stige!»
Lei strinse i suoi occhi di
ossidiana. «Tu. Non hai mantenuto
fede al giuramento. Non credere che
me ne sia dimenticata!»
«Ma io sì!» replicai. «Dimmi
un’altra volta chi sono… per
piacere.»
In quel momento ero serissimo.
Sapevo che lei era Stige, la dea del
fiume più importante degli Inferi.
Sapevo che era la più potente delle
ninfe d’acqua, la figlia maggiore del
titano del mare, Oceano. Sapevo che
mi odiava, e la cosa non mi
sorprendeva, dato che era pure la
dea dell’odio.
Ma non avevo idea di chi ero io,
né di quello che avevo fatto per
meritarmi la sua acredine.
«Sto affogando, lo sapevi?» Mi
divertivo così tanto che cominciai a
ridacchiare formando una serie di
bolle.
«Avrò quello che mi spetta»
ringhiò Stige. «PAGHERAI per aver
infranto le tue promesse.»
«Okay!» risposi. «Quanto?»
La dea sibilò infastidita. «Non
posso occuparmene adesso. Torna
alla tua sciocca impresa.» E
scomparve.
Qualcuno mi afferrò per la
collottola, mi tirò fuori dall’acqua a
forza e mi scaricò su una superficie
di pietra dura.
La mia salvatrice era una
ragazzina di circa dodici anni.
Dell’acqua gocciolava dal suo abito
verde a brandelli. Aveva le braccia
coperte di graffi sanguinanti. I jeans
e le sneakers rosse erano sporchi di
fango.
Cosa ancora più preoccupante, gli
strass agli angoli dei suoi occhiali a
punta non si limitavano a scintillare,
ma emettevano una luce pallida. Mi
resi conto che quelle piccole
costellazioni sospese vicino ai suoi
occhi erano l’unico motivo per cui
riuscivo a vedere la ragazzina.
«Ho la sensazione di conoscerti»
gracidai. «Mi verrebbe da dire Peg.
O forse Megan?»
Lei aggrottò la fronte, assumendo
un’espressione pericolosa quasi
come quella della dea Stige. «Non
mi stai prendendo in giro, vero?»
«No, no!» Le feci un sorriso
allegro, sebbene fossi bagnato
fradicio e avessi i brividi. Forse
stavo rischiando uno shock
ipotermico, pensai. Mi ricordai tutti i
sintomi: brividi, vertigini,
confusione, battito cardiaco
accelerato, nausea, stanchezza…
Wow, che bravo!
Se solo mi fossi ricordato come
mi chiamavo. Mi venne in mente
che avevo due nomi. Uno era, forse,
Lester? Povero me! Era orribile.
L’altro cominciava per A.
Alfred? Mmm… no. Altrimenti la
ragazza sarebbe stata Batman, e non
mi tornava.
«Mi chiamo Meg» disse di sua
spontanea volontà.
«Sì, sì, certo. Grazie. E io
sono…»
«Un idiota.»
«Mmm… no, non credo. Oh, è
una battuta!»
«Non proprio. Ma il tuo nome è
Apollo.»
«Giusto! E siamo qui per
l’Oracolo di Trofonio.»
La ragazzina inclinò la testa,
spostando la costellazione sulla
sinistra della montatura in una casa
astrologica diversa. «Non ti ricordi i
nostri nomi, ma questo te lo
ricordi?»
«Strano, no?» A fatica mi misi a
sedere dritto. Avevo le dita
cianotiche, probabilmente non era
un buon segno. «Ricordo i passi
necessari per rivolgere la supplica
all’Oracolo. Primo, bere dalle
sorgenti di Lete e di Mnemosine.
L’ho già fatto, vero? È per questo
che mi sento tanto strano.»
«Sì.» Meg strizzò via l’acqua
dalla gonna. «Dobbiamo continuare
a muoverci, altrimenti moriremo
congelati.»
«Okay!» Accettai il suo aiuto per
alzarmi. «Dopo aver bevuto alle
fonti, scendiamo in una grotta. Oh.
Eccoci! Poi ci addentriamo ancora
più in profondità. Mmm… di là!»
In realtà, non c’erano altre strade.
Quindici metri sopra di noi, una
lama di luce filtrava dal crepaccio
attraverso cui eravamo precipitati.
La corda penzolava
abbondantemente fuori dalla nostra
portata. Non saremmo usciti dalla
stessa strada da cui eravamo entrati.
Alla nostra sinistra si ergeva una
parete di roccia a picco. A metà
della parete, una cascata zampillava
da una crepa, andando a riversarsi
nella pozza ai nostri piedi. Alla
nostra destra, l’acqua formava un
fiume scuro che defluiva attraverso
una stretta galleria. La cornice su cui
eravamo si snodava lungo il fiume
ed era ampia abbastanza da
permetterci di camminare, sempre
supponendo che non ci
scivolassimo, cadessimo e
affogassimo dentro.
«Bene, allora!» Facevo strada io
lungo il torrente.
Man mano che la galleria girava,
la cornice di roccia si restringeva. Il
soffitto si abbassò a tal punto che mi
ritrovai quasi a camminare carponi.
Alle mie spalle, Meg respirava
emettendo sbuffi tremolanti, sospiri
così forti che echeggiavano sopra il
mormorio del fiume.
Trovavo difficile camminare e
formulare allo stesso tempo pensieri
razionali. Era come suonare un
ritmo sincopato alla batteria. Le
bacchette dovevano muoversi
seguendo un motivo completamente
diverso rispetto ai piedi sui pedali
della cassa e del charleston. Un
piccolo errore, e il mio jazz originale
si sarebbe trasformato in una triste
polka.
Mi fermai e mi voltai verso Meg.
«Dolcetto al miele?»
Al bagliore prodotto dagli strass
dei suoi occhiali, l’espressione di
Meg era difficile da interpretare.
«Non mi starai chiamando in questo
modo, spero.»
«No, no. Ci servono dei pasticcini
al miele. Li hai portai tu o io?» Mi
tastai le tasche bagnate fradice. Non
trovai niente, a parte le chiavi della
macchina e un portafoglio. Avevo
una faretra, un arco e un ukulele
sulla schiena – oh, un ukulele!
Fantastico! – ma non mi sembrava
di aver messo dei dolcetti in uno
strumento a corde.
Meg aggrottò la fronte. «Non
avevi detto niente riguardo a dei
pasticcini al miele.»
«Me ne sono appena ricordato! Ci
servono per i serpenti!»
«I serpenti…» A Meg venne un
tic che non credo avesse niente a che
fare con l’ipotermia. «Perché
dovrebbero esserci i serpenti?»
«Bella domanda! So solo che
dovremmo avere dei dolcetti al
miele per rabbonirli. Ce li siamo
dimenticati?»
«Non me ne hai mai parlato!»
«Be’, peccato. C’è niente con cui
li possiamo sostituire? Gli Oreo,
forse?»
Meg scosse la testa. «Niente
Oreo.»
«Okay. Mi sa che dovremo
improvvisare.»
Meg lanciò un’occhiata carica di
apprensione lungo la galleria.
«Fammi vedere come si improvvisa
con i serpenti. Io ti seguo.»
Mi sembrò una splendida idea.
Continuai a camminare
allegramente, tranne dove il soffitto
era troppo basso. In quei punti
procedevo allegramente
accovacciato.
Sebbene fossi scivolato un paio di
volte nel fiume, avessi sbattuto la
testa su qualche stalattite e mi fossi
sentito soffocare per via dell’odore
acre di guano di pipistrello, non ero
per niente stressato. Mi sembrava
che le gambe galleggiassero, e il
cervello mi oscillava dentro il
cranio, riequilibrandosi di continuo
come un giroscopio.
Le cose che ricordavo: avevo
avuto una visione di Leto. Aveva
tentato di convincere Zeus a
perdonarmi. Che bella cosa! Avevo
avuto anche una visione della dea
Stige. Lei era arrabbiata: uno
spasso! E, per qualche ragione,
ricordavo ogni singola nota che
Stevie Ray Vaughan suonava in
Texas Flood. Che brano fantastico!
Le cose che non ricordavo: forse
avevo una sorella gemella? Come si
chiamava… Lesterina, Alfreda?
Nessuno dei due nomi mi sembrava
quello giusto. E poi, perché Zeus era
infuriato con me? Perché pure Stige
era infuriata con me? Chi era la
ragazzina alle mie spalle con gli
strass scintillanti sugli occhiali, e
perché non aveva dei pasticcini al
miele?
I miei pensieri saranno anche stati
scombinati, ma i miei sensi erano
acuti come non mai. Dalla galleria
davanti a noi, zaffate di aria più
tiepida mi lambirono il viso. I
rumori del fiume svanirono, gli echi
si fecero più profondi e delicati,
come se l’acqua si stesse spargendo
in una grotta più ampia. Un nuovo
odore ci assalì le narici, un profumo
più secco e acido del guano di
pipistrello. Ah, sì, certo… pelle ed
escrementi di serpente.
Mi fermai. «Lo so perché!» Feci
un gran sorriso a Peggy… Megan…
no, Meg.
Lei si accigliò. «Lo sai perché
cosa?»
«Perché i serpenti!» le risposi.
«Mi hai chiesto perché avremmo
trovato i serpenti, no? O è stato
qualcun altro? I serpenti sono un
simbolo! Rappresentano la saggezza
profetica delle profondità della terra,
proprio come gli uccelli
simboleggiano la saggezza profetica
del cielo.»
«Se lo dici tu.»
«Così i serpenti sono attratti dagli
oracoli. Soprattutto da quelli nelle
grotte!»
«Come quel grande serpente
mostruoso che abbiamo sentito nel
Labirinto? Pitone?»
Trovai questo riferimento
vagamente inquietante. Ero piuttosto
sicuro di sapere chi fosse Pitone
pochi minuti prima. In quel
momento, però, avevo un vuoto di
memoria. Mi balenò in mente un
nome: Monty Python. Era lui? Non
mi sembrava che io e il mostro ci
fossimo mai dati del tu.
«Be’, sì, suppongo che sia così. In
ogni caso, i serpenti dovrebbero
essere poco più avanti. È per questo
che ci servono i dolcetti al miele.
Hai detto che ne avevi qualcuno,
giusto?»
«No, io…»
«Perfetto!» Continuai a
camminare spedito.
Proprio come avevo sospettato, la
galleria si ampliava formando una
grande camera sotterranea. Un lago
copriva l’intera area – sarà stata una
ventina di metri di diametro – tranne
un isolotto di roccia al centro. Sopra
di noi, il soffitto a cupola era irto di
stalattiti simili a candelabri neri. A
coprire l’isolotto e la superficie
dell’acqua c’era una distesa
brulicante di serpenti, simile a un
grande vassoio di spaghetti scotti.
Erano mocassini d’acqua, della
famiglia delle vipere. Creature
adorabili. Erano migliaia.
«Ta-da!» esclamai. Ma ebbi la
sensazione che Meg non
condividesse il mio entusiasmo.
Tornò piano piano nella galleria.
«Apollo… ci vorrebbe un
fantastiliardo di pasticcini al miele
per così tanti serpenti.»
«Oh, ma dobbiamo raggiungere
l’isolotto al centro. È lì che
riceveremo la nostra profezia.»
«Ma se entriamo nell’acqua, i
serpenti non ci uccideranno?»
«Probabilmente!» Feci un gran
sorriso. «Dai, scopriamolo!» E saltai
nel lago.
34

L’assolo di Meg
Li fa scappare tutti
Brava, McCaffrey!

Apollo, canta!» gridò Meg.


Non avrebbe potuto dire niente di
più efficace per fermarmi. Adoravo
quando mi chiedevano di cantare!
Ero arrivato a metà del lago,
immerso fino alla vita in una zuppa
di spaghetti scotti, ma mi girai e
guardai la ragazzina all’imbocco
della galleria. Forse avevo turbato i
serpenti che mi ero lasciato alle
spalle. Si spostavano frusciando
avanti e indietro, con le belle
testoline che scorrevano sulla
superficie dell’acqua, le fauci
bianche spalancate. (Ah, già! Ecco
perché li chiamavano anche “bocche
di cotone”!)
Molti serpenti sciamarono verso
Meg, curiosando con il muso intorno
alle sue scarpe quasi per stabilire se
raggiungerla sulla cornice di roccia.
Meg, sulle punte, saltellava da un
piede all’altro, come se l’idea non la
facesse impazzire.
«Hai detto “canta”?» le domandai.
«Sì!» rispose lei con voce
stridula. «Incanta i serpenti! Falli
andare via!»
Non capii che cosa intendesse
dire. Quando cantavo, il pubblico mi
si avvicinava sempre. E poi, chi era
questa Meg? Evidentemente mi
aveva confuso con San Patrizio. (Un
bel tipo, tra parentesi. Ma con una
voce tremenda. Le leggende di solito
non accennano al fatto che scacciò i
serpenti dall’Irlanda con la sua
orribile versione del Te Deum.)
«Canta il brano che hai cantato
nel nido delle formiche!» mi
supplicò la ragazzina.
Il Nido delle Formiche?
Ricordavo di aver cantato negli
Scorpions e nei Gorilla Biscuits, ma
nel Nido delle Formiche? Non mi
sembrava di aver mai fatto parte di
quel gruppo.
In ogni caso, mi venne in mente il
motivo per cui Megan/Peg/Meg
poteva essere nervosa. I mocassini
d’acqua sono velenosi. Come gli
yale, diventano aggressivi quando
qualcuno invade il loro territorio.
Ma Meg si trovava all’imbocco della
galleria, non nel territorio dei
serpenti. Perché era nervosa?
Guardai giù. Centinaia di vipere
mi vorticavano intorno,
mostrandomi le graziose boccucce
dalle piccole zanne acuminate. Si
spostavano pigramente nell’acqua
gelida, o forse erano solo sbigottite
per il fatto di trovarsi al mio
cospetto – l’allegro, carismatico,
affascinante vecchio vattelappesca
che ero – anche se, in effetti,
sibilavano parecchio.
«Oh!» Risi per l’improvvisa
rivelazione. «Sei preoccupata per
me! Sto per morire!»
Mi venne il vago impulso di fare
qualcosa. Fuggire? Ballare? Cosa mi
aveva suggerito?
Prima che riuscissi a decidere,
Meg si mise a cantare.
La sua voce era debole e stonata,
ma riconobbi la melodia. Ero
piuttosto sicuro di averla composta
io.
Tutte le volte che qualcuno
comincia a cantare all’improvviso in
pubblico, c’è un momento di
esitazione. I passanti si fermano ad
ascoltare, cercando di capire cosa
stanno sentendo e perché una
persona qualunque abbia deciso di
esibirsi in una serenata. Mentre la
voce irregolare di Meg echeggiava
nella grotta, i serpenti percepirono le
vibrazioni. Grandi come un pollice,
altre teste di vipera spuntarono in
superficie. Altre fauci bianche si
spalancarono, come per gustare la
canzone. Intorno alla mia vita, la
marea vorticante di mocassini
acquatici si fece meno compatta man
mano che i serpenti spostavano la
loro attenzione su Meg.
La ragazzina cantava di perdite e
di rimpianti. Sì… ricordai
vagamente di aver interpretato quel
brano. Camminando lungo le
gallerie del nido dei myrmekes alla
ricerca di Meg, avevo sfogato la mia
tristezza e messo il cuore a nudo nel
canto, assumendomi la
responsabilità della morte dei miei
più grandi amori, Dafne e Giacinto.
I loro nomi mi tornarono in mente,
trafiggendomi come schegge di
vetro.
Meg ripeté la mia esibizione, ma
con altre parole. Inventava versi tutti
suoi. Man mano che le vipere si
radunavano ai suoi piedi, la sua voce
diventava più forte, più sicura. Era
sempre stonata, ma cantava con una
convinzione straziante: il suo canto
era triste e sincero come il mio.
«È colpa mia…» cantava. «Il tuo
sangue sulle mie mani. La rosa
schiacciata che non ho potuto
salvare.»
Ero strabiliato dal suo afflato
poetico. Evidentemente, lo erano
anche i serpenti. Ballonzolavano
intorno ai suoi piedi in una massa
fitta, come la folla al concerto
galleggiante dei Pink Floyd a
Venezia nel 1989 che, per qualche
motivo, ricordavo perfettamente.
Con un tantino di ritardo, mi resi
conto che era un miracolo che non
fossi ancora morto per un morso dei
mocassini acquatici. Che cosa ci
facevo in mezzo a quel lago? Solo la
musica di Meg mi teneva in vita: la
sua voce dissonante, eppure bella e
incantevole, catturava l’attenzione di
migliaia di vipere estasiate.
Come loro, anch’io volevo restare
dov’ero e ascoltare Meg. Ma dentro
di me stava nascendo una sensazione
di disagio. Quella grotta… l’Oracolo
di Trofonio. Qualcosa mi diceva che
non era il posto adatto in cui mettere
a nudo la propria anima.
«Meg» le sussurrai. «Basta.»
Evidentemente lei non mi sentì.
Ormai l’intera grotta sembrava
aver fissato l’attenzione su di lei. Le
pareti di roccia scintillavano. Le
ombre ondeggiavano come in una
danza. Le stalattiti si protendevano
sfavillanti verso Meg come l’ago di
una bussola.
Cantava di tradirmi, di tornare
alla casa di Nerone, di soccombere
alla propria paura della Bestia…
«No» le dissi, un po’ troppo forte.
«No, Meg!»
Troppo tardi. La magia della
grotta aveva afferrato il suo canto,
centuplicando la sua voce. La
camera sotterranea si riempì del
suono del dolore allo stato puro. Il
lago ribollì, mentre i serpenti, presi
dal panico, si immersero sott’acqua
e fuggirono, sfiorandomi le gambe
in onde tumultuose.
Forse scapparono via per un corso
d’acqua nascosto, forse si dissolsero.
Una cosa sola era certa: l’isolotto di
roccia al centro della grotta
all’improvviso si svuotò, e io rimasi
l’unico essere vivente nel lago.
Tuttavia Meg continuava a
cantare. Era come se ci fosse
qualcosa che le strappava la voce a
forza, come se un gigantesco pugno
invisibile la strizzasse per sentirla
cantare, come si fa con certi
giocattolini di gomma. Luci e ombre
tremolavano sulle pareti della grotta,
formando immagini spettrali che
illustravano le parole del suo canto.
In una scena, un uomo di mezza
età si accovacciava e sorrideva come
se stesse guardando un bambino.
Aveva riccioli scuri come i miei
(cioè, come quelli di Lester), un
grosso naso lentigginoso e occhi
teneri e gentili. Le porgeva una rosa
rossa. «Da parte di tua madre»
sussurrò, facendo eco al canto di
Meg. «Questa rosa non appassirà
mai, tesoro. Non dovrai mai
preoccuparti delle spine.»
Nella visione comparve la mano
paffutella di una bambina che si
protendeva verso il fiore. Sospettai
che fosse uno dei più antichi ricordi
di Meg, una cosa ai margini della
coscienza. Lei prese la rosa, i petali
si aprirono in un bel fiore brillante e
lo stelo si arrotolò teneramente
intorno al suo polso. Meg lanciò un
urletto estasiato.
Un’altra visione: l’imperatore
Nerone nel completo color porpora
che si inginocchiava per guardare
Meg negli occhi. Sorrideva in un
modo che avrebbe potuto sembrare
gentile se non lo conoscevi. Il
doppio mento sporgeva da sotto la
barba, che gli cingeva il viso come
la cinghia di un casco. Anelli ornati
di pietre preziose scintillavano sulle
sue dita grassocce.
«Farai la brava bambina, vero?»
Nerone le strinse una spalla con
troppa forza. «Il tuo papà è dovuto
andare via. Forse, se fai la brava, lo
vedrai di nuovo. Non sarebbe
bello?»
La versione di Meg bambina
annuì. Percepii, in qualche modo,
che aveva circa cinque anni.
Immaginai i pensieri e le emozioni
che si rannicchiavano dentro di lei,
formando uno spesso guscio
protettivo.
Un’altra scena mi balenò davanti
agli occhi. Fuori dalla Public
Library di New York, a Midtown,
c’era il cadavere di un uomo
abbandonato sui gradini di marmo.
Aveva una mano spalancata sulla
pancia, che era un raccapricciante
campo di battaglia di trincee rosse,
forse risultato dei tagli inferti da un
pugnale o dagli artigli di un grosso
predatore.
I poliziotti gremivano la scena.
Prendevano appunti, scattavano foto
e tenevano la folla dietro una striscia
di nastro giallo. Si scostarono,
tuttavia, per far passare due persone:
Nerone, con un completo color
porpora diverso ma con la stessa
brutta barba e gli stessi gioielli, e
Meg, forse di sei anni adesso, che
era sconvolta, pallida, riluttante.
La bambina vide il cadavere e si
mise a piangere. Tentò di andare via.
Ma Nerone le piantò una grossa
mano su una spalla, per fermarla.
«Voglio che tu lo veda.» Dal suo
tono di voce trapelava una nota di
falsa compassione. «Mi dispiace
tantissimo, mia cara. La Bestia…»
Sospirò come se quella tragica scena
fosse inevitabile. «Voglio che tu sia
più diligente nello studio, hai
capito? Qualunque cosa ti dicano di
fare i maestri di scherma, devi farla.
Mi spezzerebbe il cuore se
accadesse qualche altra cosa, una
cosa perfino più grave di questa.
Guarda. E ricorda.»
Gli occhi di Meg si riempirono di
lacrime. Lei si spostò lentamente in
avanti. Stretto nell’altra mano del
padre morto c’era lo stelo di una
rosa. I petali schiacciati erano sparsi
sul suo stomaco, quasi invisibili in
mezzo al sangue. Meg gemette:
«Papà! Aiutatemi!».
La polizia non le prestò
attenzione. La folla si comportava
come se la bambina non esistesse.
C’era solo Nerone lì per lei.
Alla fine Meg si girò verso di lui,
seppellì il viso nel suo panciotto e si
mise a singhiozzare in modo
irrefrenabile.
Le ombre baluginarono più
rapidamente sulle pareti della grotta.
Il canto di Meg cominciò a
riverberare, rompendosi in onde di
suoni casuali. Il lago mi ribolliva
intorno. Sull’isolotto di roccia,
l’oscurità si addensò turbinando
verso l’alto come un tubo di scarico
e formando la sagoma di un uomo.
«Meg, smettila di cantare» gridai.
Con un ultimo singhiozzo, Meg si
accasciò in ginocchio, la faccia
rigata di lacrime. Si lasciò cadere su
un fianco, gemendo, la voce come
carta vetrata sgualcita. Gli strass
sugli occhiali scintillavano ancora,
ma di una lieve sfumatura azzurra,
come se tutto il calore gli fosse stato
prosciugato.
Più di ogni altra cosa avrei voluto
precipitarmi al fianco di Meg. I sorsi
di Memoria e Oblio erano stati quasi
completamente espulsi dal mio
corpo. Sapevo chi era Meg
McCaffrey. Volevo consolarla. Ma
sapevo pure che il pericolo per lei
non era passato.
Mi girai verso l’isola. Composto
da ombre e frattali di luce, lo spettro
era solo vagamente umanoide. Le
immagini residue dei versi di Meg
comparivano e scomparivano sul
suo corpo. Irradiava paura con una
potenza maggiore perfino dell’egida
di Talia: ondate di terrore che
minacciavano di rompere gli
ormeggi del mio autocontrollo.
«Trofonio!» gridai. «Lasciala in
pace!»
La sua sagoma si fece più nitida:
vidi i suoi lucidi capelli scuri, il viso
orgoglioso. Intorno a lui volteggiava
uno sciame di api fantasma, le sue
creature sacre, piccoli sgorbi di
oscurità.
«Apollo.» La sua voce risuonò
profonda e dura, proprio come
quando era stata emessa da Georgina
sul Trono della Memoria. «Ho
aspettato a lungo, Padre.»
«Per favore, figlio mio.»
Intrecciai le dita. «Non è Meg a
supplicarti. Sono io!»
Trofonio osservò la giovane
McCaffrey, rannicchiata tutta
tremante sulla cornice di roccia. «Se
non è lei la mia supplice, perché mi
ha evocato con il suo canto
straziante? Molte delle sue domande
sono senza risposta. Potrei
rispondere io, a prezzo della sua
salute mentale.»
«No! Meg… Meg stava cercando
di proteggermi.» Le parole mi si
strozzarono in gola. «È mia amica.
Non ha bevuto dalle fonti. Io sì.
Sono io il supplice del tuo sacro
Oracolo. Prendi me!»
La risata di Trofonio aveva un
suono orribile, degno di uno spirito
che abitava nelle tenebre con
migliaia di serpenti velenosi.
«“Prendi me al suo posto”» ripeté
lui. «La stessa identica preghiera che
ho fatto io quando mio fratello
Agamede è rimasto intrappolato
nella galleria, col torace schiacciato,
la vita che si spegneva. Mi hai
ascoltato allora, Padre?»
La bocca mi diventò arida. «Non
punire lei per quello che ho fatto
io.»
Lo sciame di api spettrali di
Trofonio formò una nuvola più
grande e ronzò minaccioso davanti
alla mia faccia.
«Sai per quanto tempo ho vagato
nel mondo mortale dopo aver ucciso
mio fratello, Apollo?» domandò lo
spirito. «Dopo avergli mozzato la
testa, con le mani ancora coperte di
sangue, ho attraversato vacillando il
deserto per settimane, per mesi. Ho
implorato la terra di inghiottirmi e
porre fine alla mia tristezza. Il mio
desiderio è stato esaudito solo a
metà.» Con la mano fece un ampio
gesto intorno a sé. «Abito nelle
tenebre adesso perché sono tuo
figlio. Vedo il futuro perché sono tuo
figlio. Tutto il mio dolore e la mia
follia… Perché non dovrei
condividerli con chi cerca il mio
aiuto? Tu aiuti mai qualcuno senza
esigere un prezzo?»
Mi cedettero le gambe. Piombai
in ginocchio, nell’acqua gelida che
mi arrivava fino al mento. «Per
favore, Trofonio. Sono mortale
adesso. Fai pagare il tuo prezzo a
me, non a lei!»
«La ragazzina si è già offerta
volontaria! Mi ha rivelato le sue
paure e i suoi rimpianti più
profondi.»
«No! No, non ha bevuto alle due
fonti. La sua mente non è pronta.
Morirà!»
Sulla sagoma oscura di Trofonio
baluginarono immagini simili a
lampi: Meg racchiusa in una
sostanza appiccicosa nel nido delle
formiche; Meg in piedi tra me e
Litierse, la spada di lui bloccata fra
le lame incrociate di lei; Meg che mi
abbraccia forte mentre voliamo via
dallo zoo di Indianapolis sui grifoni.
«Meg ti è preziosa» disse
l’Oracolo. «Daresti la tua vita in
cambio della sua?»
Ebbi difficoltà a elaborare la
domanda. Rinunciare alla mia vita?
In un qualsiasi momento dei miei
quattromila anni di esistenza, la mia
risposta sarebbe stata un netto: “No!
Sei pazzo?”. Non si dovrebbe mai
rinunciare alla propria vita. La vita è
importante! Il senso delle mie
imprese nel mondo mortale, trovare
e mettere al sicuro tutti quegli
oracoli antichi, era ottenere di nuovo
l’immortalità per non dover riflettere
su domande tremende come quella!
Eppure… pensai a Emmie e a
Josephine che avevano rinunciato
all’immortalità l’una per l’altra.
Pensai a Calipso, che aveva
rinunciato alla patria, ai suoi poteri e
alla vita eterna per poter viaggiare
per il mondo, conoscere l’amore e
forse godere delle meravigliose
scuole dell’Indiana.
«Sì» mi ritrovai a dire. «Sì,
morirei per salvare Meg
McCaffrey.»
Trofonio scoppiò a ridere, e fu
una risata grassa, rabbiosa come
l’acqua che ribolliva di vipere.
«Benissimo! Allora promettimi che
esaudirai un mio desiderio. Qualsiasi
cosa ti chiederò, la farai.»
«Un… un desiderio?» Non ero
più un dio. Trofonio lo sapeva.
Anche se avessi potuto esaudire i
desideri, mi parve di ricordare una
conversazione molto recente con la
dea Stige sui pericoli che correvo
facendo promesse che non avrei
potuto mantenere.
Ma avevo scelta?
«Sì» dissi. «Lo giuro. Qualsiasi
cosa tu chieda. Allora facciamo un
patto? Prenderai me al posto della
ragazza?»
«Oh, io non ho promesso niente
in cambio!» Lo spettro diventò nero
come fumo. «Volevo solo estorcerti
questa promessa. Il destino della
ragazza è già deciso.»
Trofonio stese le braccia,
espellendo milioni di spettrali api
scure.
Meg urlò terrorizzata mentre lo
sciame la sommergeva.
35

Mio figlio
È proprio un idiota
Non ha preso da me

Non sapevo di potermi muovere così


velocemente. Non nelle vesti di
Lester Papadopoulos, in ogni caso.
Attraversai il lago a grandi salti
finché non arrivai al fianco di Meg.
Tentai disperatamente di allontanare
le api, ma i nugoli di tenebra la
assalirono, volandole in bocca, nel
naso e nelle orecchie, e perfino nei
dotti lacrimali. Come dio della
medicina lo avrei trovato
affascinante, se non avessi provato
tanto ribrezzo.
«Trofonio, smettila» lo supplicai.
«Io non c’entro» replicò lo
spettro. «La tua amica ha aperto il
proprio spirito all’Oracolo
dell’Oscurità. Ha posto delle
domande. Adesso sta ricevendo le
risposte.»
«Non ha posto nessuna
domanda!»
«Oh, sì invece. Soprattutto su di
te, Padre. Che cosa ti accadrà? Dove
devi andare? Come può aiutarti?
Questi pensieri occupano il primo
posto nella sua mente. Una fiducia
così malriposta…»
Meg cominciò ad agitarsi. La
girai su un fianco, come si dovrebbe
fare quando qualcuno ha le
convulsioni. Mi spremetti le
meningi. Che altro? Eliminare gli
oggetti acuminati dall’ambiente
intorno… Tutti i serpenti erano
spariti, bene. Non potevo fare
granché per le api. La pelle di Meg
era fredda, ma non avevo niente di
caldo e asciutto per coprirla. Il suo
solito profumo – quel lieve,
inspiegabile odore di mele – era
diventato freddo e umido come
muffa. Gli strass sui suoi occhiali
erano completamente scuri, le lenti
bianche per la condensa.
«Meg, resta con me» dissi.
«Concentrati sulla mia voce.»
Borbottò cose senza senso. Con
una fitta di panico, mi resi conto che
se mi avesse dato un ordine diretto
nel suo stato delirante, anche una
cosa semplice come “Lasciami in
pace” o “Vattene!”, sarei stato
costretto a obbedire.
Dovevo trovare un modo per
ancorare la sua mente, per
proteggerla dalle visioni oscure più
spaventose. Era un’impresa difficile,
visto che la mia mente era ancora un
po’ confusa e non del tutto
affidabile.
Biascicai dei canti di guarigione,
vecchi motivetti terapeutici che non
intonavo da secoli. Prima degli
antibiotici, prima dell’aspirina e
anche delle garze sterili, avevamo il
canto. Non era certo un caso che
fossi il dio della musica e delle arti
mediche. Non si dovrebbe mai
sottovalutare il potere curativo della
musica.
Il respiro di Meg si placò, ma lo
sciame tenebroso continuava a
circondarla, attratto dalle sue paure,
dai suoi dubbi come… be’, come le
api dal polline.
«Ehm…» Trofonio attirò di nuovo
la mia attenzione. «Allora, a
proposito del favore che hai
promesso…»
«Sta’ zitto!» tagliai corto.
Nel suo stato febbrile, Meg
borbottò: «Sta’ zitto».
Decisi di prenderlo come un’eco,
non un ordine, diretto a Trofonio più
che a me. Per fortuna, le mie corde
vocali furono d’accordo.
Cantai a Meg di sua madre,
Demetra, la dea capace di guarire la
terra intera dopo un periodo di
siccità, un incendio o
un’inondazione.
Cantai della compassione e della
gentilezza di Demetra, di come la
dea avesse trasformato il principe
Trittolemo in un dio per via delle
sue buone azioni, di come avesse
allattato il piccolo Demofoonte per
tre notti, tentando di renderlo
immortale; di come avesse
benedetto i produttori di cereali dei
tempi moderni che avevano invaso il
mondo con un’abbondanza di
prodotti gustosi per la colazione. Era
davvero una dea di infinita
benevolenza.
«Lo sai che ti vuole bene» la
rassicurai, cullandole la testa sul mio
grembo. «Vuole bene a tutti i suoi
figli. Guarda come ha avuto cura di
Persefone, sebbene quella ragazza…
Be’, in confronto a lei, tu a tavola
hai modi estremamente raffinati.
Ehm, senza offesa.»
Mi resi conto che non cantavo
nemmeno più. Stavo divagando nel
tentativo di allontanare i timori di
Meg con una voce amichevole.
«Una volta, Demetra sposò un dio
minore della mietitura» continuai.
«Carmanor… Ti dice niente?
Probabilmente non ne hai mai
sentito parlare. Non lo conosce
nessuno. Era una divinità locale di
Creta. Maleducato, retrogrado,
vestito male. Ma, oh, se si amavano!
Ebbero un figlio… il ragazzo più
brutto che si sia mai visto. Non
aveva nessuna qualità. Sembrava un
maiale. Lo dicevano tutti. Aveva
anche un nome orribile, Eubuleo.
Suona tipo Ebola, lo so. Ma
Demetra mise a tacere ogni critica.
Fece diventare Eubuleo il dio dei
mandriani. Te lo dico solo perché…
be’, non si sa mai, Meg. Demetra ha
dei piani per il tuo futuro, ne sono
certo. Non puoi morirmi adesso,
vedi. Ci sono troppe cose in serbo
per te. Demetra potrebbe farti
diventare la dea minore dei
porcellini!»
Non sapevo se Meg mi sentisse.
Le pupille si muovevano sotto le sue
palpebre come se fosse entrata nella
fase REM del sonno. Non si
contorceva né si agitava più come
prima. O forse era la mia
immaginazione? Io stesso tremavo
di freddo e di paura a tal punto che
era difficile esserne certo.
Trofonio emise un suono simile a
una valvola che sfiata vapore. «È
caduta in uno stato di trance più
profondo. Non è necessariamente un
buon segno. Potrebbe sempre
morire.»
Gli davo la schiena. «Meg, non
dargli retta. Trofonio non vede altro
che paura e sofferenza. Sta solo
cercando di farci perdere la
speranza.»
«Speranza, parola interessante»
disse lo spirito. «Un tempo nutrivo
la speranza… che mio padre si
comportasse da padre. L’ho
abbandonata dopo qualche secolo
che sono morto.»
«Non incolpare me dei tuoi furti!
Sei tu che hai rubato il tesoro del
re!» ringhiai. «Ti trovi qui perché tu
hai rovinato tutto.»
«Ho pregato te!»
«Be’, forse non hai pregato per la
cosa giusta al momento giusto!»
gridai. «Prega di ottenere la
saggezza prima di fare una
stupidaggine. Non pregare me di
tirarti fuori dai guai dopo che hai
seguito i tuoi peggiori istinti!»
Le api mi giravano intorno
ronzando arrabbiate, ma non mi
fecero del male. Mi rifiutai di
mostrare la minima paura, in modo
che non potessero trarne alimento.
L’unica cosa importante adesso era
restare positivo e centrato per il bene
di Meg.
«Sono qui.» Le spostai i capelli
bagnati dalla fronte. «Non sei sola.»
Nel suo stato di trance Meg
piagnucolò: «La rosa è morta».
Avevo la sensazione che un
mocassino d’acqua mi si fosse
infilato dentro il petto e mi stesse
mordendo il cuore, un’arteria alla
volta. «Meg, un fiore è solo una
parte della pianta. I fiori ricrescono.
Tu hai radici profonde. Tu hai… Hai
la faccia verde.» Mi girai verso
Trofonio, allarmato. «Come mai ha
la faccia verde?»
«Interessante.» Trofonio
sembrava tutt’altro che interessato.
«Forse sta morendo.» Inclinò la testa
come se stesse ascoltando qualcosa
in lontananza. «Ah. Eccoli qui, vi
stanno aspettando.»
«Cosa? Chi?»
«I servi dell’imperatore. I
blemmi.» Trofonio indicò la sponda
opposta del lago. «C’è una galleria
subacquea laggiù… conduce alla
parte restante del sistema di grotte,
quella che i mortali conoscono. I
blemmi hanno capito che è meglio
non entrare in questa caverna, ma vi
aspettano dall’altra parte. Questa è
l’unica via dalla quale potete
fuggire.»
«Allora faremo così.»
«Ne dubito» replicò Trofonio.
«Anche se la tua giovane amica
sopravvive, i blemmi stanno
preparando gli esplosivi.»
«CHE COSA?!»
«Oh, Commodo probabilmente ha
detto loro di usare gli esplosivi solo
come ultima risorsa. Gli piace avere
me come indovino personale. Di
tanto in tanto, manda qui i suoi
uomini, li tira fuori mezzi morti e
matti e ha qualche vaga idea del
futuro, a costo zero. Che gliene
importa? Ma preferirebbe
distruggere questo Oracolo piuttosto
che lasciarti fuggire vivo.»
Ero troppo esterrefatto per
reagire.
Trofonio si lasciò andare a un
altro scroscio di aspre risate. «Non ti
abbattere, Apollo. Il lato positivo è
che non importa se Meg muore qui,
perché morirà comunque! Guarda,
ha la schiuma alla bocca. Questa è
sempre la parte più interessante.»
Meg stava davvero schiumando
bava bianca. Secondo il mio esperto
parere di medico, raramente è un
buon segno.
Le presi la faccia tra le mani.
«Meg, stammi a sentire.» L’oscurità
le turbinava intorno, facendomi
formicolare la pelle. «Sono qui.
Sono Apollo, il dio della medicina.
Non mi morire adesso.»
Meg non accettava ordini
volentieri. Lo sapevo. Si torse
spasmodicamente e schiumò,
sputando parole a casaccio…
“cavallo”, “cruciverba”, “zoccoli”,
“radici”. Neppure questo era un gran
bel segno, dal punto di vista medico.
Il mio canto non aveva
funzionato. Il tono deciso non aveva
funzionato. C’era solo un altro
rimedio che mi veniva in mente,
un’antica tecnica per estrarre veleno
e spiriti malvagi. La pratica non era
più approvata dalla maggior parte
delle associazioni mediche, ma mi
ricordai il limerick del Bosco di
Dodona, il verso su cui avevo perso
più sonno: Follia e morte a forza
ingoiava.
Eccoci.
In ginocchio, mi chinai sulla
faccia di Meg, come facevo quando
insegnavo la rianimazione bocca a
bocca alle lezioni di pronto soccorso
al Campo Giove (quegli scemi dei
semidei romani affogavano di
continuo).
«Mi dispiace.» Strinsi il naso di
Meg con le dita e premetti la mia
bocca sulla sua. Provai una
sensazione disgustosa, sgradevole,
simile a quella che probabilmente
aveva provato Poseidone quando si
era reso conto di baciare Medusa, la
gorgone.
Non mi dovevo scoraggiare.
Invece di espirare, inspiravo,
succhiando l’oscurità dai polmoni di
Meg.
Forse è capitato anche a voi nella
vita di avere l’acqua nel naso,
giusto? Immaginatevi quella
sensazione, ma con il veleno delle
api e l’acido al posto dell’acqua. Per
poco non svenni dal dolore. Una
nuvola tossica di orrore mi inondò le
narici, mi scese nella gola e infine
nel petto. Sentii le api spettrali che
rimbalzavano nel mio apparato
respiratorio e mi pungevano per
cercare l’uscita.
Trattenni il respiro, deciso a
tenere l’oscurità lontano da Meg il
più a lungo possibile. Volevo
condividere questo peso con lei,
anche se mi uccideva.
La mia mente si infilò nei ricordi
di Meg.
Ero una bambina spaventata che
tremava sui gradini della biblioteca e
fissava il corpo del padre
assassinato.
La rosa che lui mi aveva dato era
schiacciata, morta. I petali erano
sparsi sulle ferite che la Bestia gli
aveva inferto sulla pancia.
Questo era opera della Bestia.
Non avevo dubbi. Nerone mi aveva
avvisato più e più volte.
Papà mi aveva promesso che la
rosa non sarebbe mai morta. Non
avrei mai dovuto preoccuparmi delle
spine. Aveva detto che il fiore era un
regalo di mia madre, una signora che
non avevo mai conosciuto.
Ma la rosa era morta. Papà era
morto. La mia vita non era
nient’altro che spine.
Nerone mi mise una mano su una
spalla. «Mi dispiace tanto, Meg.»
L’imperatore aveva gli occhi
tristi, ma dal suo tono di voce
trapelava una nota di delusione.
Questo dimostrava semplicemente
quello che già sospettavo. La morte
di papà era colpa mia. Avrei dovuto
essere una figlia migliore. Avrei
dovuto allenarmi di più, stare più
attenta alle buone maniere, non
replicare quando Nerone mi diceva
di combattere contro i bambini più
grandi… o contro degli animali che
io non volevo uccidere.
Avevo fatto arrabbiare la Bestia.
Singhiozzai, piena di odio per me
stessa. Nerone mi abbracciò.
Seppellii la faccia nei suoi vestiti
color porpora, nella sua acqua di
colonia dolciastra che non aveva un
profumo di fiori, ma di un vecchio
pot-pourri inaridito in una casa di
riposo. Non sapevo neppure come
facevo a conoscere quell’odore, però
mi riportava alla memoria una vaga
sensazione di impotenza e terrore.
Nerone era tutto quello che avevo.
Non avevo fiori veri, un vero padre,
una vera madre. Non ne ero degna.
Dovevo attaccarmi a quello che
avevo.
Poi, le nostre menti si
mescolarono. Io e Meg
precipitammo nel Caos primordiale:
il miasma con cui le Parche
tessevano il futuro, creando il
destino dal caso.
Nessuna mente dovrebbe essere
esposta a un potere simile. Perfino
quando ero un dio temevo di
avvicinarmi troppo ai confini del
Caos.
Era lo stesso genere di pericolo
che correvano i mortali quando
chiedevano di vedere la vera forma
di un dio. Un rogo ardente e
terrificante di pura possibilità. Una
vista che può far volatilizzare gli
umani, trasformarli in sale o polvere.
Protessi Meg dal miasma il più
possibile, cingendo la mia mente
intorno alla sua in una sorta di
abbraccio, ma entrambi sentimmo le
voci.
Cavallo bianco, sussurravano.
Cruciverba. Lande della morte.
E altro ancora… Versi pronunciati
troppo in fretta e che si
sovrapponevano in troppi punti per
riuscire a capirne il senso.
Mi bruciavano gli occhi. Le api
mi consumavano i polmoni. Eppure
trattenevo il respiro. Vidi un fiume
nebbioso in lontananza: lo Stige. La
dea dell’oscurità mi faceva cenno
dalla riva, invitandomi ad
attraversarlo. Sarei stato di nuovo
immortale, almeno nel modo in cui
le anime umane diventano immortali
dopo la morte. Potevo entrare nei
Campi della Pena. Non meritavo
forse di essere punito per i miei tanti
crimini?
Purtroppo Meg provava le stesse
sensazioni. Il senso di colpa la
opprimeva. Non credeva di meritarsi
di vivere.
Quello che ci salvò fu un pensiero
simultaneo.
“Non posso mollare. Apollo/Meg
ha bisogno di me!”
Resistetti un altro secondo, due.
Alla fine non ce la feci più.
Espirai ed espulsi il veleno della
profezia. Boccheggiando alla ricerca
di aria fresca, crollai accanto a Meg
sulla pietra fredda e umida.
Lentamente, il mondo tornò allo
stato solido. Le voci erano sparite.
La nuvola di api spettrali si era
dileguata.
Mi appoggiai sui gomiti. Premetti
le dita sul collo di Meg. Il battito
ticchettava flebile, debole, ma Meg
non era morta.
«Grazie alle tre Parche» sussurrai.
Una volta tanto, lo pensavo
davvero. Se Cloto, Lachesi e Atropo
fossero state davanti a me in quel
momento, avrei baciato i loro nasi
bitorzoluti.
Sulla sua isola, Trofonio sospirò.
«Oh, bene. La ragazzina potrebbe
sempre rimanere demente per il
resto della vita. Il che mi consola un
po’.»
Lanciai un’occhiata torva al mio
defunto figlio. «Ti consola un po’?»
«Sì.» Trofonio inclinò la testa
eterea, mettendosi di nuovo in
ascolto. «Sarà meglio che ti sbrighi.
Dovrai portare la ragazzina
attraverso la galleria subacquea, per
cui suppongo che potreste affogare
entrambi. Oppure i blemmi
potrebbero uccidervi dall’altro lato.
Ma, in caso contrario, esigo quel
favore.»
Risi. Dopo che ero precipitato nel
Caos, non era un bel suono. «Ti
aspetti un favore? Per aver attaccato
una ragazzina inerme?»
«Per averti dato la tua profezia»
lo corresse Trofonio. «È tua,
ammesso che tu riesca a cavarla
fuori dalla ragazzina sul Trono della
Memoria. Adesso il favore che mi
devi, come promesso: distruggi
questa grotta.»
Dovevo ammetterlo… ero appena
tornato dal miasma della profezia
pura, eppure non mi aspettavo una
richiesta simile. «Come hai detto,
scusa?»
«Questo luogo è troppo esposto»
affermò Trofonio. «I tuoi alleati
della Waystation non saranno mai
capaci di difenderlo dal Triumvirato.
Gli imperatori continueranno ad
attaccare. Non voglio più essere
sfruttato da Commodo. È meglio che
l’Oracolo sia distrutto.»
Mi domandai se Zeus sarebbe
stato d’accordo. Avevo agito
supponendo che mio padre volesse
farmi ripristinare tutti gli antichi
Oracoli prima di riconquistare la mia
divinità. Non sapevo se distruggere
la Grotta di Trofonio fosse un piano
B accettabile. D’altro canto, se Zeus
voleva le cose fatte in un certo
modo, avrebbe dovuto lasciarmi
istruzioni scritte.
«Ma, Trofonio… che cosa ne sarà
di te?»
Trofonio si strinse nelle spalle.
«Forse il mio Oracolo comparirà da
qualche altra parte fra qualche
secolo, in circostanze migliori, in un
luogo più sicuro. Forse così avrai
tempo per diventare un padre più
gentile.»
Mi stava decisamente rendendo le
cose più facili. «Come faccio a
distruggere questo posto?»
«Credo di aver accennato ai
blemmi con gli esplosivi nella grotta
accanto, no? Se non li usano loro,
usali tu.»
«E Agamede? Scomparirà anche
lui?»
Tenui bagliori si sprigionarono
all’interno della sagoma dello
spettro: tristezza, forse?
«Alla fine, sì» rispose Trofonio.
«Di’ ad Agamede… Digli che gli
voglio bene, e che mi dispiace che il
nostro destino sia stato questo. È più
di quanto io abbia mai avuto da te.»
La sua vorticante colonna di
tenebre cominciò a disperdersi.
«Aspetta!» gridai. «E Georgina?
Dove l’ha trovata, Agamede? È mia
figlia?»
La risata di Trofonio echeggiò
debolmente nella grotta. «Ah, sì.
Considera questo mistero come il
mio ultimo regalo per te, Padre.
Spero che ti faccia impazzire!»
E, detto questo, sparì.
Per un attimo, mi sedetti sulla
cornice di roccia. Ero allibito.
Devastato. Non ero ferito, non in
senso fisico, ma capii che in quella
fossa di serpenti non c’era bisogno
che le vipere ti sfiorassero per patire
il dolore di migliaia di morsi.
C’erano altri tipi di veleno.
La grotta rimbombò, facendo
increspare la superficie del lago.
Non sapevo cosa significasse, ma
non potevamo restare lì. Presi Meg
in braccio ed entrai in acqua.
36

Siate educati
Per usare le bombe
Altrimenti: SPLAT!

Credo di averlo già detto: non sono


il dio del mare.
Ho molte affascinanti abilità.
Nella mia condizione divina, riesco
bene in quasi tutto ciò in cui mi
cimento. Ma come Lester
Papadopoulos non ero decisamente
un maestro di nuoto subacqueo con
un braccio solo e un carico a traino,
né riuscivo a stare senza ossigeno
più a lungo di un comune mortale.
Avanzai a fatica nell’acqua,
tenendo stretta Meg, coi polmoni
infuriati e offesi. “Prima ci riempi di
oscure api profetiche, e adesso ci
costringi a stare sott’acqua!” mi
urlavano contro. “Sei una persona
orribile!”
Speravo solo che Meg
sopravvivesse all’esperienza. Dato
che era ancora svenuta, non potevo
certo consigliarle di trattenere il
respiro. Il massimo che potevo fare
era rendere la nostra traversata il più
breve possibile.
Almeno avevo la corrente a
favore. L’acqua mi spingeva nella
direzione in cui volevo andare, ma
dopo sei o sette secondi capii con
ragionevole certezza che stavamo
per morire.
Mi sentivo pulsare le orecchie.
Brancolavo alla cieca alla ricerca di
punti di appoggio sulle viscide pareti
di roccia. Probabilmente mi stavo
distruggendo i polpastrelli, ma il
freddo aveva messo fuori uso il mio
sistema nervoso. Provavo dolore
solo dentro il petto e la testa.
In carenza di ossigeno, il cervello
cominciò a giocarmi dei brutti
scherzi. “Puoi respirare sott’acqua!”
mi diceva. “Forza. Andrà tutto
bene.”
Stavo per inalare acqua di fiume,
quando notai un lieve bagliore verde
sopra di me. Aria? Radiazioni?
Spremuta di lime? Una qualsiasi di
queste ipotesi sembrava migliore
che affogare nell’oscurità. Scalciai
per salire verso l’alto.
Mi aspettavo di essere circondato
da nemici, una volta in superficie,
perciò tentai di emergere
boccheggiando e annaspando il
meno possibile. Mi assicurai che la
testa di Meg si trovasse fuori
dall’acqua, poi le diedi una piccola
botta sull’addome per farle espellere
ogni liquido dai polmoni. (È a
questo che servono gli amici.)
Fare tutto questo in silenzio non
fu semplice, ma non appena vidi i
dintorni, fui felice di essere così
bravo a boccheggiare e annaspare
senza tanto rumore.
La grotta in cui ci trovavamo non
era molto più grande di quella che
avevamo lasciato. Dal soffitto
pendevano lampade elettriche che
gettavano strisce di luce verde
sull’acqua. Di fronte a noi, sul lato
opposto, c’era un molo costellato di
chiatte di alluminio, probabilmente
usate per esplorare le zone del fiume
sotterraneo accessibili ai mortali. Sul
molo, tre blemmi erano accovacciati
sopra un grosso oggetto:
sembravano due bombole da sub
tenute insieme con il nastro adesivo,
con le fessure riempite di mastice e
tanti cavetti.
Se fosse stato Leo Valdez a
costruire quel congegno, avrebbe
potuto essere qualsiasi cosa, da un
maggiordomo robot a uno zaino-
razzo. Data la mancanza di creatività
dei blemmi, arrivai alla deprimente
conclusione che stavano innescando
una bomba.
Le uniche ragioni per cui non ci
avevano ancora notato e ucciso: 1)
erano tutti presi in una discussione, e
2) non guardavano dalla nostra
parte. La visione periferica dei
blemmi è limitata alle ascelle, perciò
tendono a guardare sempre avanti.
Un blemma era vestito con
pantaloni verde scuro e una camicia
aperta dello stesso colore: una divisa
da guardia forestale, forse? Il
secondo indossava l’uniforme blu
dei poliziotti dell’Indiana. Il terzo,
anzi la terza… oh, santo cielo! La
terza portava un vestito a fiori molto
familiare.
«No, signore.» Il poliziotto gridò
il più educatamente possibile. «Non
è lì che va il cavo rosso, grazie
mille.»
«Prego» disse la guardia forestale.
«Ma ho studiato lo schema. Va lì,
vedi, perché il cavo blu deve andare
qui. E, scusami se te lo dico, ma sei
un idiota.»
«Su, ragazzi» disse il blemma
femmina. La voce era senz’altro
quella di Nanette, colei che ci aveva
accolto il nostro primo giorno a
Indianapolis. Sembrava impossibile
che si fosse rigenerata dal Tartaro
così in fretta dopo che Josephine
l’aveva uccisa con l’arco, ma lo
attribuii alla mia solita iella. «Non
litighiamo. Possiamo chiamare il
numero dell’assistenza clienti e…»
Meg colse l’occasione per
prendere fiato, facendo molto più
rumore di quanto avessi fatto io.
L’unico posto in cui potevamo
nasconderci era sott’acqua, e io non
ero nelle condizioni di immergermi
di nuovo.
Nanette ci vide. Contorse il
faccione in un sorriso, e il suo
rossetto al mandarino scintillò come
fango sotto la luce verde. «Be’,
guardate un po’! Abbiamo ospiti!»
La guardia forestale sguainò un
pugnale da caccia. Il poliziotto
estrasse la pistola. Nonostante la
pessima percezione dello spazio
tipica della sua specie, era molto
improbabile che ci mancasse a
distanza così ravvicinata.
Indifeso, immerso nell’acqua e
con Meg semisvenuta e
boccheggiante aggrappata a me, feci
l’unica cosa che mi venne in mente.
Gridai: «Non uccideteci!».
Nanette ridacchiò. «Su, tesoro,
perché non dovremmo uccidervi?»
Lanciai un’occhiata all’ordigno
costruito con le bombole da sub. Leo
Valdez avrebbe saputo esattamente
cosa fare in una situazione del
genere, ma l’unico consiglio che mi
venne in mente era una frase che mi
aveva detto Calipso allo zoo: “La
magia è per metà fingere che
funzioni. L’altra metà è saper
riconoscere al volo i superstiziosi”.
«Non dovreste uccidermi, perché
io so dove va il cavo rosso!»
affermai.
I blemmi borbottarono tra loro.
Forse erano insensibili al fascino e
alla musica, ma condividevano la
riluttanza dei mortali a leggere le
istruzioni e a rivolgersi al servizio di
assistenza clienti. Grazie alla loro
esitazione, ebbi un attimo di tempo
per schiaffeggiare Meg
(garbatamente sulla guancia, solo
per aiutarla a svegliarsi).
Meg sbuffò e si contorse, che era
già un miglioramento rispetto
all’essere svenuta. Con lo sguardo
perlustrai la grotta alla ricerca di
possibili vie di fuga. Alla nostra
destra, il fiume si insinuava
serpeggiando in una galleria dal
soffitto basso. Non morivo dalla
voglia di nuotare di nuovo dentro
quelle grotte. Alla nostra sinistra, sul
margine del molo, una rampa munita
di ringhiera conduceva verso l’alto.
Doveva essere l’uscita in superficie,
dedussi.
Purtroppo, sul nostro cammino
c’erano tre umanoidi superforti con
un ordigno esplosivo.
I blemmi conclusero la loro
riunione.
Nanette si girò di nuovo verso di
me. «E va bene! Per favore, dicci
dove va il cavo rosso. Dopodiché vi
uccideremo facendovi soffrire il
meno possibile, e torneremo tutti a
casa felici e contenti.»
«Una proposta generosa»
commentai. «Solo che devo
mostrarvi come si fa. È troppo
difficile spiegarlo da quaggiù. Mi
date il permesso di venire a riva?»
Il poliziotto abbassò la pistola.
Dei baffi cespugliosi gli coprivano
per intero l’ultima costola. «Be’, ha
chiesto il permesso. È stato
educato.»
«Mmm…» Nanette si accarezzò il
mento, grattandosi
contemporaneamente la pancia.
«Permesso accordato.»
Raggiungere tre nemici sul molo
era solo un marginale miglioramento
rispetto a congelare nel fiume, ma
ero contento di tirare Meg fuori
dall’acqua.
«Grazie» dissi ai blemmi dopo
che ci ebbero tirato su.
«Non c’è di che» risposero tutti e
tre all’unisono.
«Fatemi mettere giù la mia
amica.» Barcollando, mi diressi
verso la rampa, domandandomi se
potessi tentare la fuga da lì.
«Non oltre, per favore» mi avvertì
Nanette. «Grazie.»
Non esisteva un’espressione in
greco antico per “Ti odio, brutto
mascherone”, ma bofonchiai
sottovoce qualcosa del genere.
Appoggiai Meg alla parete. «Mi
senti?» sussurrai.
Batteva i denti; le sue labbra
erano color mirtillo. Aveva le
pupille rovesciate, e si vedeva solo il
bianco iniettato di sangue.
«Meg, ti prego. Io distrarrò i
blemmi, ma tu devi uscire di qui»
dissi. «Riesci a camminare? Ad
andare carponi? Qualsiasi cosa?»
«Hum-um-um.» Meg rabbrividì e
boccheggiò. «Shumma shumma.»
Non era una lingua che
conoscevo, ma dedussi che Meg non
sarebbe andata da nessuna parte da
sola. A quanto pareva, distrarre i
blemmi non sarebbe bastato.
«Bene, allora!» esclamò Nanette.
«Per favore, mostraci quello che sai,
così poi ti faremo crollare la grotta
in testa!»
Feci un sorriso forzato. «Certo.
Ora, vediamo…»
Mi inginocchiai accanto al
dispositivo. Purtroppo, era tutt’altro
che complicato. C’erano, in realtà,
solo due cavi e due attacchi
contrassegnati in blu o in rosso.
Guardai in alto. «Ah. Una
domanda veloce. So che i blemmi
sono affetti da sordità tonale, ma…»
«Non è vero!» La guardia
forestale sembrava offesa. «Non so
nemmeno cosa significhi!»
Gli altri due si inchinarono con
enfasi, l’equivalente di un cenno del
capo per i blemmi.
«Io apprezzo tutte le tonalità»
concordò Nanette.
«Le esplosioni. Gli spari. I motori
delle auto…» aggiunse il poliziotto.
«Tutti i toni sono belli.»
«Perdonatemi» dissi. «Ma, quello
che volevo chiedere, in realtà… È
possibile che la vostra specie sia
anche daltonica?»
Rimasero esterrefatti. Osservai
ancora una volta il trucco, l’abito e
le scarpe di Nanette, e mi fu chiaro il
motivo per cui tanti blemmi
preferivano usare divise mortali
come travestimento. Certo che erano
daltonici.
Per la cronaca, non sto insinuando
che il daltonismo e la sordità tonale
implichino una mancanza di
creatività o intelligenza. Tutt’altro!
Alcuni dei miei artisti preferiti, da
Mark Twain a William Butler Yeats,
avevano questi disturbi.
Nei blemmi, tuttavia, le limitate
capacità di percezione sensoriale e
l’ottusità di pensiero facevano parte
dello stesso deprimente pacchetto.
«Non importa» dissi.
«Cominciamo. Nanette, potresti per
favore prendere il cavo rosso?»
«Be’, visto che me lo chiedi in
modo così gentile.» Nanette si chinò
e tirò su il cavo blu.
«Il cavo rosso è l’altro» precisai.
«Certo. Lo sapevo!» Prese il cavo
rosso.
«Adesso inseriscilo nell’attacco
rosso… in questo attacco.» E glielo
indicai.
Nanette fece come le era stato
detto.
«Ecco fatto!» esclamai.
Ancora perplessi, i blemmi
fissarono il dispositivo.
Il poliziotto disse: «Ma c’è un
altro cavo».
«Sì» risposi pazientemente. «Va
nel secondo attacco. Tuttavia…»
Afferrai la mano di Nanette prima
che ci facesse saltare tutti per aria.
«Una volta collegato quello, molto
probabilmente attiverete la bomba.
Vedete questo piccolo schermo?
Non sono Efesto, ma suppongo che
sia il timer. Avete per caso idea di
quale sia il countdown impostato?»
Il poliziotto e la guardia forestale
si misero a parlottare nella lingua
gutturale e monotona dei blemmi:
sembravano due levigatrici elettriche
scassate che si esprimevano in
alfabeto Morse. Lanciai un’occhiata
a Meg. Era esattamente dove
l’avevo lasciata, e rabbrividiva
farfugliando ancora: «Shumma
shumma».
La guardia forestale sorrise
soddisfatta. «Bene, signore. Dato
che sono l’unico che sa leggere lo
schema, ho deciso che posso
tranquillamente darle la risposta. Il
tempo impostato è di cinque
secondi.»
«Ah.» Un groppo di api fantasma
mi salì in gola. «Perciò una volta
collegato il cavo, non ci sarà
praticamente tempo per uscire dalla
grotta prima che la bomba esploda.»
«Esatto!» rispose Nanette
raggiante. «L’imperatore è stato
molto chiaro. Se Apollo e la
ragazzina riescono a uscire dalla
camera sotterranea dell’Oracolo,
uccideteli e fate crollare la grotta in
una potente esplosione!»
Il poliziotto aggrottò la fronte.
«No, ha detto di ucciderli con una
potente esplosione.»
«No, signore» ribatté la guardia
forestale. «Ha detto di ricorrere
all’esplosione solo se era necessario.
Potevamo uccidere questi due se si
facevano vivi, ma in caso
contrario…» Si grattò i peli sulla
spalla. «Ora sono confuso. A cosa
serviva la bomba?»
In silenzio, recitai una preghiera
di ringraziamento perché Commodo
aveva affidato quell’incarico ai
blemmi invece che ai guerrieri
germani. Certo, questo forse
significava che in quel preciso
istante i guerrieri stavano
combattendo contro i miei amici alla
Waystation, ma io riuscivo a gestire
solo una crisi di proporzioni
colossali alla volta.
«Amici» dissi. «Nemici-amici,
blemmi. Il punto è questo: se
innescate la bomba, morirete anche
voi tre. Siete disposti a farlo?»
«Oh!» Il sorriso di Nanette svanì.
«Ehm…»
«Ci sono!» Con entusiasmo, la
guardia forestale agitò un dito contro
di me. «Perché tu non colleghi il
cavo dopo che noi tre ce ne siamo
andati?»
«Non essere scemo» lo rimbrottò
il poliziotto. «Non ucciderà se stesso
e la ragazzina soltanto perché glielo
chiediamo noi.» Mi lanciò
un’occhiata cautamente speranzosa.
«Giusto?»
«Non ha importanza» protestò
Nanette. «L’imperatore ha chiesto a
noi di uccidere Apollo e la
ragazzina. Non di farglielo fare da
soli.»
Gli altri due bofonchiarono che
erano d’accordo. Eseguire gli ordini
alla lettera era fondamentale, a
quanto pareva.
«Ho un’idea!» esclamai, anche se
in realtà non ce l’avevo.
Avevo sperato di escogitare un
piano astuto per sopraffare i blemmi
e portare Meg fuori di lì. Ma fino a
quel momento nessun piano astuto si
era concretizzato. C’era inoltre la
questione della mia promessa a
Trofonio. Avevo giurato di
distruggere il suo Oracolo. Preferivo
farlo senza distruggere me stesso.
I blemmi aspettarono
educatamente che proseguissi.
Cercai di fare mia un po’ della
spavalderia di Calipso (oh, santi
numi, vi prego, non ditele mai che
ho tratto ispirazione da lei!).
«È vero, dovete ucciderci voi»
esordii. «E lo capisco! Ma ho una
soluzione che soddisfa tutti i
requisiti: una potente esplosione,
distruggere l’Oracolo, uccidere noi e
uscirne vivi e vegeti.»
Nanette annuì. «L’ultima cosa che
hai detto sarebbe un’opzione gradita,
in effetti.»
«C’è una galleria subacquea qui
sotto…» Spiegai come io e Meg
fossimo arrivati a nuoto dalla Grotta
di Trofonio. «Per distruggere in
modo efficace la sala dell’Oracolo,
non potete lanciare qui la bomba.
Qualcuno dovrà addentrarsi nella
galleria con l’ordigno, attivare il
timer e tornare indietro. Ora, io non
sono abbastanza forte, ma un
blemma può riuscirci senza
problemi.»
Il poliziotto aggrottò le ciglia.
«Però cinque secondi… sono
sufficienti?»
«Ah! Ma sott’acqua i timer ci
mettono il doppio, lo sanno tutti!
Perciò in realtà avrete dieci secondi»
replicai.
Nanette sbatté le palpebre. «Ne
sei sicuro?»
La guardia forestale le diede una
gomitata. «Ha appena detto che “lo
sanno tutti”. Non essere
maleducata!»
Il poliziotto si grattò i baffi con il
calcio della pistola, gesto che
probabilmente violava i protocolli
del dipartimento di sicurezza. «Non
ho ancora capito bene perché
dobbiamo distruggere l’Oracolo.
Perché non possiamo semplicemente
uccidere voi due, che ne so… con la
pistola… e lasciar stare l’Oracolo?»
Sospirai. «Magari! Ma, amico
mio, non è sicuro. Io e questa
ragazzina siamo entrati e usciti con
la nostra profezia, giusto? Significa
che pure altri possono introdursi qui
abusivamente. Senza dubbio è
questo ciò che intendeva
l’imperatore quando ha parlato di
una potente esplosione. Non vorrete
tornare qui con la vostra bomba tutte
le volte che qualcuno fa irruzione,
giusto?»
Il poliziotto era esterrefatto.
«Santo cielo, no!»
«E lasciare l’Oracolo intatto, in
questo posto in cui i mortali
organizzano addirittura visite
guidate… be’, è un rischio per la
sicurezza. Non isolare la Grotta
dell’Oracolo sarebbe molto scortese
da parte nostra.»
«Mmm.» Tutti e tre i blemmi
annuirono convinti, ovvero si
chinarono in avanti.
«Ma se cerchi di ingannarci in
qualche modo» disse Nanette. «E mi
scuso per aver sollevato questa
ipotesi…»
«No, no» la rassicurai. «Capisco
perfettamente. Sentite qua: voi
andate a innescare la bomba. Se
tornate sani e salvi e la grotta salta
in aria nei tempi stabiliti, allora
potrete farci la cortesia di ucciderci
velocemente e in modo indolore.
Che ne dite? Se invece qualcosa va
storto…»
«Allora vi strappiamo le braccia e
le gambe!» suggerì il poliziotto.
«E calpestiamo i vostri corpi fino
a ridurvi in gelatina» aggiunse la
guardia forestale. «È un’idea
fantastica. Grazie!»
Tentai di tenere la nausea sotto
controllo. «Ma figurati!»
Nanette studiò la bomba, forse
percependo che c’era ancora
qualcosa che non tornava nel mio
piano. Grazie agli dei, non ci arrivò,
oppure era troppo educata per fare
presente le sue riserve. «Bene» disse
infine. «In tal caso, torno subito!»
Tirò su le bombole e balzò in acqua,
dandomi qualche preziosissimo
secondo per escogitare un piano per
non essere trasformato in gelatina.
Finalmente la situazione stava
migliorando!
37

Vuoi della frutta?


Mele? Pere? Banane?
No, solo pesche

Povera Nanette.
Mi chiedo cosa le passò per la
testa quando capì che un timer
programmato a cinque secondi
durava cinque secondi esatti anche
sott’acqua. Mentre l’ordigno
esplodeva, avrà sicuramente
borbottato un’ultima orrenda
imprecazione, del tipo: “Oh,
perdindirindina!”.
Mi avrebbe perfino fatto un po’
pena se non avesse avuto intenzione
di uccidermi.
La grotta tremò. Pezzi di stalattiti
caddero in acqua e piombarono sugli
scafi delle chiatte. Un enorme getto
d’aria si sprigionò in mezzo al lago,
sollevando il molo e riempiendo la
grotta del profumo di rossetto al
mandarino.
Il poliziotto e la guardia forestale
mi guardarono con disapprovazione:
«Hai fatto saltare in aria Nanette.
Che maleducazione!».
«Aspettate!» gridai.
«Probabilmente sta tornando a
nuoto. È una galleria lunga.»
Così guadagnai altri tre o quattro
secondi, durante i quali continuò a
non venirmi in mente un astuto
piano di fuga. Sperai che come
minimo Nanette non fosse morta
invano, che l’esplosione avesse
distrutto la Grotta dell’Oracolo
come desiderava Trofonio, ma non
ne ero certo.
Meg, ancora semisvenuta,
borbottava scossa dai brividi.
Dovevo tornare alla Waystation e
metterla sul Trono della Memoria il
prima possibile, ma avevo ancora
due blemmi tra i piedi. Avevo le
mani troppo intorpidite per usare
l’arco o l’ukulele. Quanto avrei
voluto avere altre armi… Mi sarei
perfino accontentato di una bandana
brasiliana magica da sventolare in
faccia ai miei nemici! Oh, se
un’esplosione di forza divina mi
avesse inondato il corpo!
Alla fine la guardia forestale
sospirò. «E va bene, Apollo.
Preferisci che ti calpestiamo o vuoi
che prima ti smembriamo? È giusto
che sia tu a scegliere.»
«Molto educato da parte vostra»
concordai. Poi restai a bocca aperta.
«Oh, santi numi! Guardate laggiù!»
Dovete perdonarmi. Lo so che è il
trucco più vecchio del mondo. In
effetti, è talmente vecchio che risale
a prima dei rotoli di papiro e fu
registrato per la prima volta sulle
tavolette d’argilla in Mesopotamia.
Ma i blemmi ci cascarono.
Ci misero un po’ a “guardare
laggiù”. Non potevano gettare uno
sguardo, né voltare la testa senza
girare tutto il corpo, perciò,
oscillando come delle papere,
eseguirono una rotazione di
centottanta gradi.
Non avevo altri assi nella manica.
Sapevo solo che dovevo salvare
Meg e uscire di lì. Poi una scossa di
assestamento fece tremare la grotta,
i blemmi persero l’equilibrio, e io
sfruttai la situazione. Con un calcio,
gettai la guardia forestale nel lago.
Nello stesso istante, una porzione
del soffitto si staccò e la investì
come una grandinata di
elettrodomestici. Il blemma
scomparve sotto una schiuma
vorticosa.
Io rimasi a guardare la scena
allibito. Ero piuttosto sicuro di non
essere stato io a provocare le crepe
nel soffitto e a farlo crollare. Un
colpo di fortuna? O forse lo spirito
di Trofonio, a malincuore, mi aveva
concesso un ultimo favore per
distruggere la sua grotta? In effetti,
schiacciare qualcuno sotto una
gragnola di pietre sembrava
esattamente il suo genere di favore.
Il poliziotto si era perso tutta la
scena. Si girò verso di me, con
un’espressione perplessa dipinta sul
mascherone. «Non vedo niente di…
Un attimo. Dov’è finito il mio
amico?»
«Quale amico?» domandai.
I suoi enormi baffi ebbero un
fremito. «Eduardo. La guardia
forestale.»
Finsi di non capire. «Una guardia
forestale? Qui?»
«Sì, era qui un attimo fa.»
«Non ne so niente.»
Ci fu un’altra scossa. Purtroppo
nessun pezzo di soffitto si staccò per
schiacciare cortesemente l’ultimo
nemico rimasto.
«Oh, be’, forse è dovuto andare
via» esclamò il poliziotto. «Mi
scuserai se adesso dovrò uccidervi
da solo. Sono gli ordini.»
«Oh, sì, ma prima…»
Non era più possibile dissuadere il
poliziotto. Mi afferrò un braccio
schiacciandomi insieme l’ulna e il
radio.
Urlai. Mi cedettero le ginocchia.
«Lascia andare la ragazzina»
piagnucolai in preda al dolore.
«Uccidi me e lascia andare lei.»
Mi stupii di me stesso. Non erano
le ultime parole che avevo pensato
di dire. In caso di morte, avevo
sperato di comporre una ballata sulle
mie gloriose gesta, una ballata molto
lunga. E invece eccomi lì, alla fine
della mia vita, a implorare pietà non
per me stesso, ma per Meg
McCaffrey.
Mi piacerebbe molto prendermi il
merito di quello che accadde poi. Mi
piacerebbe pensare che il mio nobile
gesto di abnegazione abbia
dimostrato il mio valore ed evocato i
nostri salvatori dall’etere. Più
probabilmente, però, erano già nei
paraggi alla ricerca di Meg e
avevano udito il mio grido
straziante.
Lanciando un urlo di guerra da far
accapponare la pelle, tre karpoi
spuntarono all’improvviso dal nulla
e si scagliarono contro il poliziotto,
atterrandogli in faccia.
Il poliziotto crollò barcollando sul
molo, con i tre spiriti del grano che
urlavano, graffiavano e mordevano
come un banco di piranha alati al
gusto frutta… cosa che, a ben
pensarci, immagino non li faccia
sembrare molto simili a dei piranha.
«Per favore, basta!» gemette il
poliziotto. «Ve ne prego, grazie!»
I karpoi non erano sensibili alle
buone maniere. Dopo altri venti
secondi di pesche scatenate, il
poliziotto era ridotto a un mucchio
di cenere di mostro, brandelli di
stoffa e mustacchi.
Il karpos al centro sputò qualcosa
che prima probabilmente era la
pistola del poliziotto. Sbatté le ali
fronzute. Dedussi che era il nostro
solito amico, noto con il nome di
Pesca, per il bagliore un po’ più
maligno negli occhi e il pannolone
che ciondolava in modo un po’ più
pericoloso rispetto agli altri.
Mi strinsi con delicatezza il
braccio rotto. «Grazie, Pesca! Non
so come potrò mai…»
Il karpos mi ignorò e volò al
fianco di Meg. Gemendo, le
accarezzò i capelli.
Gli altri due karpoi mi
osservavano con una luce famelica
nello sguardo.
«Pesca?» piagnucolai. «Potresti
spiegargli che sono un amico? Ti
prego!»
Pesca urlava inconsolabile.
Raschiava la terra e le macerie
intorno alle gambe di Meg, come si
fa per piantare un alberello.
«Pesca!» gridai di nuovo. «Io
posso aiutarla, ma devo riportarla
alla Waystation. Il Trono della
Memoria…» Il mondo si capovolse.
Vedevo tutto verde. Ero in preda alla
nausea.
Quando riuscii a mettere di nuovo
a fuoco, trovai Pesca e gli altri due
karpoi in fila davanti a me che mi
fissavano.
«Pesca?» domandò Pesca.
«Sì» risposi con voce lamentosa.
«Dobbiamo riportarla subito a
Indianapolis. Se tu e i tuoi amici…
Ehm, non credo che ci siamo
presentati come si deve. Io sono
Apollo.»
Pesca indicò l’amico alla sua
destra. «Pesca.» Poi il baby demone
alla sua sinistra. «Pesca.»
«Capisco.» Cercai di
concentrarmi. Un dolore straziante
mi perforava il braccio e arrivava
dritto fino alla mandibola. «Ora,
stammi a sentire, ho… ho una
macchina. Una Mercedes rossa, qui
vicino. Se riesco ad arrivarci, posso
portare Meg a… a…»
Mi guardai l’avambraccio rotto.
Stava assumendo delle splendide
tonalità di viola e arancione, come
un tramonto sull’Egeo. Mi resi conto
che non sarei stato capace di
mettermi alla guida per andare da
nessuna parte.
La mia mente cominciò a
sprofondare in un mare di dolore
sotto quel bel tramonto.
«Torno da voi tra un minuto»
sussurrai.
E svenni.
38

Povera Waystation!
Commodo la pagherà!
E non in contanti

Ricordo pochissimo del viaggio di


ritorno.
In qualche modo, Pesca e i suoi
due amici trasportarono me e Meg
fuori dalla grotta fino alla Mercedes.
Cosa ancora più inquietante, i tre
karpoi ci portarono a Indianapolis,
con Meg seduta davanti che
borbottava e rabbrividiva mentre io
me ne stavo dietro a mugugnare.
Non chiedetemi come abbiano
fatto le forze congiunte di tre karpoi
a guidare un’auto. Non so dirvi chi
di loro gestisse lo sterzo, chi i freni o
il pedale dell’acceleratore. Non è il
genere di comportamento che ci si
aspetta dai frutti commestibili.
L’unica cosa che so è che, quando
recuperai più o meno coscienza,
avevamo raggiunto la periferia della
città.
Il mio avambraccio rotto era
ricoperto di foglie incollate con della
linfa. Non avevo ricordi di come
fosse accaduto, ma il braccio stava
meglio: mi faceva ancora male, ma
non in modo atroce. Mi ritenni
fortunato che gli spiriti di pesca non
avessero tentato di piantarmi e
annaffiarmi.
Riuscii a tirarmi su con la schiena
proprio mentre i karpoi sterzavano
per imboccare Capital Street.
Davanti a noi, alcune auto della
polizia bloccavano la strada. Grossi
cartelli rossi su cavalletti
annunciavano: FUGA DI GAS IN CORSO.
GRAZIE PER LA VOSTRA PAZIENZA!
Una fuga di gas. Leo Valdez
aveva avuto ragione un’altra volta.
Sempre che fosse ancora vivo,
sarebbe stato insopportabile per
settimane.
Qualche isolato dietro le barriere
della polizia, una colonna di fumo
nero si levava dalle parti della
Waystation. Il cuore mi si spezzò più
dolorosamente del braccio. Guardai
l’orologio sul cruscotto della
Mercedes. Erano passate meno di
quattro ore dalla nostra partenza.
Sembrava una vita… e una vita in
termini divini, non umani.
Scrutai il cielo. Non vidi
volteggiare nessun rassicurante
drago di bronzo, nessun
provvidenziale grifone alle prese
con la difesa del proprio nido. Se la
Waystation era crollata… No,
dovevo pensare positivo. Non avrei
lasciato che le mie paure attirassero
altri sciami di api profetiche.
«Pesca» dissi. «Ho bisogno che
tu…» Guardai in avanti, e per poco
non saltai fuori dal tetto della
macchina.
Pesca e i suoi due amici mi
fissavano, con i tre menti in fila
sopra il retro del sedile del guidatore
come le tre scimmiette “Non parlo,
Non vedo, Non sento”. Solo che
nella loro versione fruttata
probabilmente dicevano: “Non
sbuccio, Non vedo, Non mangio”.
«Ah… sì. Ciao» dissi. «Per
favore, voglio che rimaniate con
Meg. Proteggetela a ogni costo.»
Pesca Uno snudò le zanne
acuminate e ringhiò: «Pesca!».
Lo presi come un sì.
«Devo controllare i nostri amici
alla Waystation» continuai. «Se non
torno…» Le parole mi morirono in
gola. «Allora dovrete cercare il
Trono della Memoria. Mettere Meg
su quel seggio è l’unico modo per
guarirle la mente.»
Fissai le tre paia di occhi verdi
luccicanti che mi guardavano. Non
sapevo se i karpoi capivano quello
che dicevo, né se sarebbero stati in
grado di seguire le mie indicazioni.
Se la battaglia era conclusa e il
Trono della Memoria era già stato
preso o distrutto… No! Erano
pensieri troppo negativi, cibo per le
api di Trofonio.
«Prendetevi cura di lei… e basta»
li supplicai. Scesi dalla macchina e
vomitai coraggiosamente sul
marciapiede. Emoji rosa mi
ballavano davanti agli occhi. Mi
incamminai zoppicando lungo la
strada, col braccio coperto di linfa e
foglie, i vestiti bagnati che
puzzavano di guano di pipistrello ed
escrementi di serpente. Non era
decisamente il mio ingresso in
battaglia più glorioso.
Nessuno mi fermò alle barriere
della polizia. Gli agenti in servizio
(comuni mortali, supposi)
sembravano più interessati allo
schermo degli smartphone che al
fumo che si levava alle loro spalle.
Forse la Foschia nascondeva la
realtà. Forse pensavano che non
fosse compito loro fermare un
barbone che voleva andare verso una
fuga di gas. O forse erano troppo
presi da un’epica battaglia a
Pokémon Go.
All’interno dell’area cordonata,
dopo un isolato, vidi il primo
bulldozer che bruciava. Sospettai
che fosse finito su una delle mine di
terra speciali di Leo Valdez, perché
oltre a essere mezzo distrutto e in
fiamme era anche cosparso di
faccine sorridenti adesive e schizzi
di panna montata.
Continuando a zoppicare, affrettai
il passo. Vidi altri bulldozer fuori
uso, macerie sparse qua e là, auto
distrutte e cumuli di polvere di
mostro, ma nessun cadavere. La
cosa mi tirò un po’ su il morale.
Svoltato l’angolo dietro la rotonda
della Union Station, sentii un
lontano clangore di spade; poi un
colpo di arma da fuoco e qualcosa
che assomigliava a un tuono.
Non ero mai stato tanto felice di
sentire una battaglia in corso.
Significava che non tutti erano
morti.
Corsi. Sfinite, le mie gambe
protestavano a gran voce. Ogni volta
che le scarpe colpivano terra, un
dolore lancinante mi saliva fino
all’avambraccio.
Girai l’angolo e mi ritrovai in
battaglia. Un guerriero semidivino si
precipitò subito verso di me con
un’espressione omicida negli occhi.
Era un ragazzo che non avevo mai
visto, con un’armatura romana sopra
i vestiti. Per fortuna, gliele avevano
già suonate. Aveva gli occhi quasi
chiusi da quanto erano gonfi. Il
pettorale di bronzo era ammaccato
come un tetto di metallo dopo una
grandinata. Teneva a malapena la
spada in mano. Io non ero in forma
molto migliore, ma correvo per
rabbia e disperazione. Riuscii a
slacciarmi l’ukulele e glielo
scaraventai in faccia: il semidio si
accasciò ai miei piedi.
Fui piuttosto orgoglioso del mio
eroico gesto finché non sollevai lo
sguardo. Al centro della rotonda,
sopra la fontana e circondato dai
ciclopi, c’era Olujime, il mio
studente di economia preferito.
Come un antico dio della guerra,
brandiva un’arma di bronzo simile a
un bastone da hockey ma larga il
doppio. A ogni singolo movimento
spediva vortici crepitanti di
elettricità sui propri nemici. Con
ogni colpo disintegrava un ciclope.
Jamie mi stava ancora più
simpatico adesso. Non avevo mai
nutrito grande affetto per i ciclopi.
Eppure… c’era qualcosa di strano
nel modo in cui lui usava la folgore.
Riconoscevo sempre il potere di
Zeus in azione. Ero stato colpito
piuttosto spesso dai suoi fulmini.
L’elettricità di Jamie era diversa:
c’era un odore di ozono più umido,
una tonalità di rosso più scura nei
lampi. Avrei voluto chiedergli
spiegazioni, ma mi sembrò un
tantino impegnato.
Altri scontri minori infuriavano
qua e là sulla rotonda. I difensori
della Waystation sembravano avere
il sopravvento. Cacciatrice Kowalski
saltava da un nemico all’altro,
abbattendo senza fatica blemmi,
guerrieri dalla testa di lupo e
centauri selvaggi. Era abilissima a
tirare in movimento, a evitare
contraccolpi e a mirare alle rotule
dei nemici. Da arciere, ero molto
colpito. Se avessi avuto ancora i
miei poteri divini, le avrei elargito
dei premi favolosi, tipo una faretra
magica e forse anche una copia
firmata della mia raccolta di successi
su vinile.
Nel vialetto dell’albergo, la
dracena Sssssarah era seduta con la
schiena appoggiata a una cassetta
della posta, con le zampe
serpentesche arrotolate, il collo
gonfio come una palla da basket.
Corsi da lei, temendo che fosse
ferita. Poi mi resi conto che la
protuberanza sulla gola aveva la
forma di un elmo da guerra gallico.
Anche il petto e la pancia di
Sssssarah erano molto dilatati.
Mi sorrise svogliatamente.
«Ehilà!»
«Sssssarah… Hai ingoiato un
guerriero germano tutto intero?» le
chiesi.
«No.» La dracena ruttò.
Dall’odore sembrava un barbaro,
con un pizzico di chiodi di garofano.
«Be’, forssssse.»
«Dove sono gli altri?» Chinai la
testa, mentre una freccia d’argento
mi superava e mandava in frantumi
il parabrezza di una Subaru. «Dov’è
Commodo?»
Sssssarah indicò verso la
Waystation. «Lì dentro, credo. Ha
aperto un varco nell’edificio.» Non
sembrava troppo preoccupata, forse
perché era sazia e sonnolenta.
La colonna di fumo scuro che
avevo notato prima sgorgava da uno
squarcio nel tetto della Waystation.
Ma la vista più sconvolgente era
un’altra: distesa sulle tegole verdi,
come un insetto rimasto attaccato
alla carta moschicida, c’era l’ala
bronzea di un drago.
Ribollivo di rabbia. Che sia il
carro del sole, Festus o uno
scuolabus, nessuno deve permettersi
di maltrattare i miei mezzi di
trasporto.
La porta principale della Union
Station era stata fatta saltare. Mi
lanciai dentro, passando davanti a
mucchi di polvere di mostro e
mattoni, pezzi di mobili in fiamme e
un centauro appeso a testa in giù,
che scalciava e nitriva nella rete che
lo aveva intrappolato.
In una tromba delle scale, una
Cacciatrice di Artemide gemeva per
il dolore mentre una compagna le
fasciava la ferita sulla gamba
sanguinante. Qualche metro più
avanti, un semidio che non
riconobbi giaceva immobile a terra.
Mi inginocchiai accanto a lui – avrà
avuto sedici anni, la mia età mortale
– e provai a sentirgli il polso. Nulla.
Non sapevo con quale gruppo avesse
combattuto, ma non importava. In
entrambi i casi, la sua morte era un
terribile spreco. Avevo cominciato a
pensare che forse la vita dei semidei
non era un bene usa e getta come ci
piaceva credere sull’Olimpo.
Attraversai di corsa altri corridoi,
confidando nel fatto che la
Waystation mi spedisse nella
direzione giusta. Mi ritrovai
all’improvviso nella biblioteca dove
avevo trascorso la notte precedente.
La scena che mi ritrovai davanti mi
colpì come l’esplosione di una mina
di Britomarti.
Disteso sul tavolo c’era il corpo di
un grifone. Con un singulto di
raccapriccio, mi precipitai al suo
fianco. L’ala sinistra di Eloisa era
piegata e le copriva il corpo come un
sudario. La testa giaceva china a
un’angolatura innaturale. Il
pavimento intorno era cosparso di
armi spezzate, armature infrante e
polvere di mostro. Era morta
respingendo una schiera di nemici.
Mi bruciavano gli occhi. Le presi
la testa tra le mani, inalando il buon
profumo di fieno e di piume in muta.
«Oh, Eloisa. Tu mi hai salvato.
Perché io non sono riuscito a salvare
te?»
Dov’era Abelardo, il suo
compagno? L’uovo era al sicuro?
Non sapevo cosa fosse peggio:
l’intera famiglia di grifoni morta,
oppure il padre e il piccolo costretti
a vivere con la devastante perdita di
Eloisa?
La baciai sul becco. Ma il lutto
avrebbe dovuto attendere. Altri
amici potevano ancora avere
bisogno di aiuto.
Con ritrovata energia, balzai su
per le scale facendo due gradini alla
volta. Sfrecciai come una furia
attraverso una serie di porte e mi
ritrovai nella sala principale.
Vi regnava una calma irreale. Il
fumo si riversava fuori dal grosso
squarcio sul tetto, fluttuando in
grandi volute dalla soffitta, dove si
trovava il telaio di un bulldozer
incendiato che era,
inspiegabilmente, a faccia in giù. Il
nido di Eloisa e Abelardo sembrava
intatto, ma non c’erano tracce del
maschio di grifone né dell’uovo. Giù
nell’officina di Josephine,
sparpagliati sul pavimento,
giacevano la testa e il collo mozzati
di Festus, con gli occhi color rubino
cupi e inerti. Il resto del corpo era
introvabile.
I divani erano stati spaccati e
rovesciati. Gli elettrodomestici della
cucina erano crivellati da fori di
proiettile. L’entità dei danni
straziava il cuore.
Ma il problema più grave era lo
stallo che si era creato intorno al
tavolo.
Sul lato più vicino a me c’erano
Josephine, Calipso, Litierse e Talia
Grace. Talia aveva teso l’arco.
Litierse brandiva la spada. Calipso
teneva sollevate le mani nude, in una
postura da arti marziali, mentre
Josephine impugnava Little Bertha,
il mitra.
Sul lato opposto del tavolo c’era
Commodo in persona che sorrideva
allegramente, nonostante il taglio
diagonale che gli sanguinava sul
viso. L’armatura d’oro imperiale
scintillava sopra la tunica purpurea.
Teneva la spatha d’oro abbassata
con disinvoltura lungo un fianco.
Accanto a lui c’erano due
guerrieri germani. Il barbaro sulla
destra stringeva un braccio intorno
al collo di Emmie, mentre con l’altra
mano le puntava una balestra alla
testa. Georgina era accanto a
Emmie, che se la stringeva al seno.
Ahimè, la piccola sembrava aver
recuperato appieno le proprie facoltà
mentali solo per ritrovarsi ad
affrontare un nuovo orrore.
Alla sinistra di Commodo, un
secondo guerriero germano teneva
in ostaggio Leo Valdez, in posizione
analoga al primo.
Strinsi i pugni. «Che infamia!
Commodo, lasciali andare!»
«Ciao, Lester!» Commodo era
raggiante. «Sei arrivato appena in
tempo. Ci divertiremo!»
39

Su, su, vi prego


Niente flash, per favore
Ops. Colpa mia!

Talia stringeva tra le dita la corda


dell’arco. Una perla di sudore,
argentea come acqua di luna, le
scendeva lungo una tempia. «Dai
l’ordine, e faccio un buco in mezzo
agli occhi di questo idiota di un
imperatore» mi disse.
Una proposta allettante, ma
sapevo che era solo spavalderia.
Talia era terrorizzata quanto me
all’idea di perdere Leo ed Emmie…
ma soprattutto la povera Georgina,
con tutto quello che aveva passato.
Dubitavo che una qualsiasi delle
nostre armi potesse uccidere un
immortale come Commodo,
figuriamoci lui e due guerrieri. Per
quanto fossimo veloci ad attaccare,
non saremmo riusciti a salvare i
nostri amici.
Josephine spostò la presa sul
mitra. Aveva la tuta macchiata di
grasso, polvere e sangue. I corti
capelli d’argento erano imperlati di
sudore.
«Andrà tutto bene, piccola»
sussurrò. «Stai calma.» Non sapevo
se stesse parlando a Emmie, a
Georgie o a se stessa.
Accanto a lei, Calipso aveva
bloccato le mani a mezz’aria, come
se si trovasse davanti al proprio
telaio e dovesse decidere cosa
tessere. Teneva gli occhi puntati su
Leo. Scosse la testa in modo quasi
impercettibile, forse per dirgli: “Non
fare l’idiota” (glielo diceva spesso).
Litierse era al mio fianco. La
ferita sulla gamba aveva ripreso a
sanguinare, bagnando le bende.
Aveva i capelli e i vestiti
bruciacchiati, come se fosse passato
sotto dei lanciafiamme. La maglietta
con la scritta NEBRASKA sembrava la
superficie di un marshmallow
abbrustolito: si vedevano solo le
prime lettere. A giudicare dal filo
insanguinato della sua spada,
immaginai che fosse lui il
responsabile dell’ultimo orrendo
taglio sulla faccia di Commodo.
«Non c’è soluzione» mi sussurrò
Litierse. «Qualcuno dovrà morire.»
«No» dissi. «Talia, abbassa
l’arco.»
«Scusa?»
«Josephine, tu il mitra. Per
favore.»
Commodo ridacchiò. «Sì,
dovreste dare tutti retta a Lester! E
Calipso, cara, se provi ancora a
evocare uno di quegli spiriti del
vento, ucciderò questo piccoletto.»
Lanciai un’occhiata alla maga.
«Hai evocato uno spirito?»
Lei annuì distrattamente. Era
scossa. «Niente di che.»
«Vorrei precisare che io non sono
un piccoletto» gridò a quel punto
Leo. Sollevò i palmi delle mani,
sebbene il guerriero germano
stringesse la presa sul suo collo
semidivino. «E poi, ragazzi, va tutto
bene. Ho tutto sotto controllo.»
«Leo, un barbaro alto più di due
metri ti tiene una balestra puntata
sulla tempia» gli dissi, in tono
pacato.
«Sì, lo so. Fa tutto parte del
piano!» Pronunciando la parola
“piano”, Leo mi strizzò l’occhio in
modo molto plateale.
O aveva davvero un piano (cosa
improbabile, dato che da quando lo
conoscevo aveva fatto per lo più
affidamento sui bluff, sulle battute e
sull’improvvisazione), oppure si
aspettava che ce l’avessi io. Ipotesi
più probabile, ma deprimente. Come
credo di avere già accennato, la
gente commetteva spesso questo
errore. Solo perché sono un dio non
significa che dovete contare su di
me per avere delle risposte!
Commodo sollevò due dita.
«Albatrix, se il semidio parla di
nuovo, ti do il permesso di farlo
fuori.»
Il barbaro grugnì in segno di
assenso.
Leo si prese la bocca tra le mani
per tenerla chiusa. Dai suoi occhi
intuii che pure davanti a una
minaccia di morte aveva difficoltà a
trattenere una rispostaccia.
«Ora, come stavamo dicendo
prima che Lester arrivasse, esigo il
Trono della Memoria» continuò
Commodo. «Dov’è?»
Grazie agli dei… Il trono era
ancora nascosto, e questo significava
che Meg poteva usarlo per guarire.
Questa notizia rafforzò la mia
determinazione.
«Mi stai dicendo che il tuo grande
esercito ha circondato e invaso
questo posto, e non è riuscito a
trovare una… sedia?» domandai. «E
quello che ti è rimasto è tutto qui?
Un paio di guerrieri germani senza
cervello e qualche ostaggio? Che
razza di imperatore sei? Tuo padre,
Marco Aurelio, lui sì che era un
imperatore!»
L’espressione di Commodo si
inasprì. Gli occhi si incupirono. Mi
tornò in mente quella volta in cui
nella sua tenda da campo un servo
sbadato aveva rovesciato del vino
sulle sue vesti imperiali. Mentre con
un calice di piombo pestava quasi a
morte il ragazzo, Commodo aveva la
stessa espressione cupa negli occhi.
All’epoca, come dio, avevo trovato
l’incidente solo un tantino di cattivo
gusto. Adesso ne sapevo un po’ di
più su quello che significava essere
oggetto della crudeltà di Commodo.
«Non ho finito, Lester» ringhiò
l’imperatore. «Ammetto che questo
dannato edificio ha creato più
problemi di quanto mi aspettassi. Ne
ritengo responsabile il mio ex
prefetto Alarico. Era
deplorevolmente impreparato. Ho
dovuto ucciderlo.»
«Che sorpresa…» mormorò
Litierse fra i denti.
«Ma gran parte delle mie forze
sono solo disperse» riprese
Commodo. «Torneranno.»
«Disperse?» Guardai Josephine.
«Dove sono andate?»
Pur continuando a puntare gli
occhi su Emmie e Georgie, Jo fu ben
felice di rispondere. «Da quanto mi
sta comunicando la Waystation,
quasi la metà delle sue mostruose
truppe sono cadute dentro un
gigantesco scivolo contrassegnato
dalla scritta BIANCHERIA SPORCA. Il
resto è finito nella fornace. Nessuno
ne è mai tornato vivo.»
«Non importa!» tagliò corto
Commodo.
«E i suoi mercenari sono
all’Indiana Convention Center»
continuò Josephine. «In questo
momento, stanno cercando di
districarsi tra la folla della Fiera
della Casa e del Giardino.»
«I soldati sono sacrificabili!»
strillò Commodo. Il sangue della
nuova ferita sul viso gocciolava,
macchiandogli l’armatura e le vesti.
«Ma i tuoi amici, qui, non si
possono sostituire tanto facilmente.
Come il Trono della Memoria, del
resto. Quindi facciamo un patto! Io
prenderò il trono. Ucciderò Lester e
la ragazzina, e poi raderò al suolo
l’edificio. È quello che mi
preannunciava la profezia, e io non
discuto mai con gli Oracoli! In
cambio, il resto di voi sarà libero.
Non ho bisogno di voi.»
«Jo.» Emmie pronunciò quel
nome come un ordine.
Forse voleva dire: “Non puoi
dargliela vinta”. Oppure: “Non puoi
lasciar morire Georgina”. In ogni
caso, sul suo volto colsi la stessa
indifferenza verso la vita mortale di
quando, giovane principessa, si era
lanciata dalla rupe. Non le
dispiaceva morire, a patto che fosse
alle sue condizioni. La luce decisa
nei suoi occhi non si era offuscata in
tremila anni.
La luce…
Un brivido mi percorse la schiena.
Rammentai una cosa che Marco
Aurelio diceva sempre al figlio, una
citazione che in seguito era diventata
famosa nel suo libro Colloqui con sé
stesso: “Immagina di essere morto.
Hai vissuto la tua vita. Ora, prendi
ciò che ne rimane e vivilo
adeguatamente. Ciò che non emette
luce crea la propria oscurità”.
Commodo detestava quel
consiglio. Lo trovava soffocante,
moralistico, assurdo. Che cosa
voleva dire “adeguatamente”? Lui
voleva vivere per sempre. Avrebbe
allontanato l’oscurità con il boato
delle folle e lo scintillio degli
spettacoli.
Ma lui non generava nessuna
luce.
Al contrario della Waystation.
Marco Aurelio avrebbe apprezzato
quel luogo. Emmie e Josephine
vivevano adeguatamente il tempo
che era loro rimasto. Erano una
fonte di luce per tutti coloro che
bussavano a quella porta. Non c’era
da meravigliarsi che Commodo le
odiasse, né che fosse così
determinato a distruggere quella
minaccia al suo potere.
E Apollo, soprattutto, era il dio
della luce.
«Commodo.» Mi ersi in tutta la
mia non molto impressionante
altezza. «L’unico patto possibile è
questo. Lascerai andare gli ostaggi.
Te ne andrai di qui a mani vuote e
non tornerai mai più.»
L’imperatore scoppiò a ridere.
«Mi sembrerebbe un discorso più
intimidatorio se provenisse da un
dio, non da un ragazzino pieno di
brufoli.»
I guerrieri germani erano ben
addestrati a rimanere impassibili, ma
tradirono dei sorrisetti sprezzanti.
Non mi temevano. In quel momento,
andava bene così.
«Sono ancora Apollo.» Allargai le
braccia. «È la tua ultima occasione
per andartene di tua spontanea
volontà.»
Notai un barlume di incertezza
negli occhi dell’imperatore. «Che
cosa vuoi fare? Vuoi uccidermi? A
differenza di te, Lester, io sono
immortale. Non posso morire.»
«Non occorre che ti uccida.» Mi
avvicinai al bordo del tavolo da
pranzo. «Guardami bene. Non
riconosci la mia natura divina,
amico mio?»
Commodo sibilò. «Riconosco il
traditore che mi ha affogato nella
vasca da bagno. Riconosco il
cosiddetto dio che mi aveva
promesso benedizioni e poi mi ha
abbandonato!» Aveva la voce rotta
dal dolore, ma cercava di
nasconderlo dietro un arrogante tono
di scherno. «Tutto quello che vedo è
un ragazzino flaccido con una brutta
pelle. E non ti farebbe male una
spuntatina ai capelli.»
«Amici, voglio che distogliate lo
sguardo» dissi agli altri. «Sto per
rivelare la mia vera natura divina.»
Siccome non erano scemi, Leo ed
Emmie chiusero bene gli occhi.
Emmie coprì la faccia di Georgina
con una mano. Sperai che pure gli
amici dal mio lato del tavolo mi
dessero retta. Dovevo credere che si
fidassero di me, nonostante i miei
fallimenti, nonostante il mio aspetto.
Commodo sbuffò. «Sei bagnato
fradicio e sporco di cacca di
pipistrello. Sei un patetico ragazzino
che è stato trascinato nelle tenebre.
E quelle tenebre sono ancora nella
tua mente. Vedo la paura nei tuoi
occhi. È questa la tua vera natura,
Apollo. Sei un impostore!»
Apollo. Mi aveva chiamato con il
mio nome.
Vidi il terrore che stava cercando
di nascondere, e anche il timore
reverenziale che aveva nei miei
confronti. Rammentai quello che
Trofonio mi aveva detto: Commodo
mandava i suoi servi nelle grotte a
cercare le risposte, ma non ci
sarebbe mai andato di persona. Per
quanto avesse bisogno dell’Oracolo
Oscuro, temeva quello che avrebbe
potuto rivelargli, quali delle sue
paure più profonde avrebbero potuto
nutrire gli sciami di api.
Io ero sopravvissuto a un viaggio
che lui non avrebbe mai osato
intraprendere.
«Mirate!» esclamai.
Commodo e i suoi uomini
avrebbero potuto distogliere lo
sguardo, ma non lo fecero. Pieni di
orgoglio e disprezzo, accettarono la
sfida.
Il mio corpo si surriscaldò. Ogni
singola particella prese fuoco in una
reazione a catena. Come la
lampadina più potente del mondo,
riempii la stanza di fulgore. Diventai
pura luce.
Durò solo un nanosecondo. Poi
cominciarono le urla. I guerrieri
germani barcollarono all’indietro,
scagliando con la balestra dardi alla
rinfusa. Un dardo sfrecciò accanto
alla testa di Leo e andò a conficcarsi
in un divano. L’altro si schiantò sul
pavimento, e le schegge schizzarono
sulle piastrelle.
Teatrale fino alla fine, Commodo
si premette i palmi delle mani sui
bulbi oculari e urlò: «I MIEI
OCCHI!».
Poi la mia forza svanì.
Mi aggrappai al tavolo, per non
cadere. «Via libera» dissi ai miei
amici.
Leo si liberò dal barbaro che lo
teneva prigioniero. Si lanciò verso
Emmie e Georgina e fuggì insieme a
loro, mentre Commodo e i suoi
uomini, ormai ciechi, incespicavano
e strillavano, col vapore che gli
sgorgava dalle orbite.
Sul pavimento di piastrelle, dove
prima c’erano gli ostaggi e i loro
carcerieri, adesso c’erano delle
sagome incise a fuoco. I particolari
sulle pareti di mattoni sembravano
in alta definizione. Le fodere del
divano più vicino, prima rosso
scuro, erano diventate rosa. Le vesti
purpuree di Commodo erano
sbiadite in un tenue color malva.
Mi voltai verso i miei amici.
Anche i loro abiti erano scoloriti.
Avevano i capelli più chiari, come se
si fossero fatti i colpi di sole, ma
tutti avevano saggiamente tenuto gli
occhi chiusi.
Talia mi osservava stupita. «Cos’è
successo? Perché sei abbrustolito?»
Abbassai lo sguardo. Era vero, la
mia pelle aveva il colore della
corteccia d’acero. Il gesso di foglie e
linfa si era liquefatto, lasciandomi il
braccio perfettamente guarito.
Pensai che l’abbronzatura non mi
stesse affatto male, anche se speravo
di ritornare un dio prima di scoprire
che razza di danno alla pelle mi fossi
appena procurato.
In ritardo, mi resi conto del
grande pericolo che avevo corso.
Ero riuscito a manifestare la mia
vera natura divina. Ero diventato
pura luce. Stupido Apollo!
Straordinario, meraviglioso, stupido
Apollo! Il mio corpo mortale non
era concepito per canalizzare un
potere del genere. Mi era andata
bene che non mi fossi polverizzato
come le lampadine dei flash che si
usavano una volta.
Commodo gemette. Afferrò la
prima cosa che riuscì a trovare, che
guarda caso era uno dei guerrieri
accecati, e lo sollevò sopra la testa.
«Vi distruggerò tutti!» Lanciò il
barbaro nella direzione da cui
proveniva la voce di Talia.
Dato che tutti noi ci vedevamo
benissimo, ci sparpagliammo
facilmente, evitando di trasformarci
in birilli da bowling. Il germano
atterrò sul muro con un’esplosione
di polvere gialla, lasciando un
bell’esempio di espressionismo
astratto impresso sui mattoni.
«Non mi servono gli occhi per
uccidervi!» Commodo menò un
colpo verso l’alto con la spada,
tagliando un pezzo del tavolo da
pranzo.
«Commodo, te ne andrai da
questa città e non vi farai più
ritorno, altrimenti ti toglierò ben più
della vista» lo avvisai.
L’imperatore si lanciò verso di
me. Mi scansai. Talia scagliò una
freccia, ma Commodo si stava
muovendo troppo velocemente. Il
dardo colpì il secondo germano, che
grugnì per la sorpresa, cadde in
ginocchio e si disintegrò in un
mucchio di polvere.
Commodo inciampò su una sedia
e crollò a faccia in giù sul tappeto.
Sia chiaro: non si gioisce mai delle
disgrazie di chi non vede, ma in
quella rara circostanza non riuscii a
trattenermi. Se c’era qualcuno che
meritava di cadere a faccia in giù,
era l’imperatore Commodo.
«Te ne andrai» ribadii. «Non
tornerai mai più. Il tuo regno a
Indianapolis è finito.»
«Commodianapolis, vorrai dire!»
Commodo si rialzò a fatica,
sfoggiando nuove ammaccature
sull’armatura.
Lo sfregio sul suo viso non stava
migliorando neanche un po’. Un
pupazzetto fatto con gli scovolini –
forse opera di Georgina – era
rimasto impigliato sulla sua barba
ispida e sembrava volerla scalare
come un alpinista.
«Non hai vinto niente, Apollo»
grugnì. «Non hai idea di che cosa si
sta preparando per i tuoi amici a
oriente e a occidente. Moriranno!
Moriranno tutti!»
Leo Valdez sospirò. «Bene,
ragazzi. È stato divertente, ma
adesso gli fondo la faccia, okay?»
«Aspetta» intervenne Litierse. Lo
spadaccino si avvicinò al proprio ex
padrone. «Commodo, vattene finché
sei in tempo.»
«Tu sei una mia creazione,
ragazzo» replicò l’imperatore. «Ti
ho salvato dall’oscurità. Sono stato
un secondo padre per te. Ti ho dato
uno scopo!»
«Un secondo padre perfino
peggiore del primo» precisò Litierse.
«E ho trovato un nuovo scopo.»
Commodo partì alla carica,
brandendo la spada come un pazzo.
Litierse lo schivò e si diresse
verso l’officina di Josephine. «Da
questa parte, Nuovo Ercole.»
L’imperatore seguì la sua voce e
sferrò subito un colpo.
Lit chinò la testa e con la lama lo
colpì di piatto sulle chiappe.
«Direzione sbagliata, sire!»
Commodo inciampò sulla
saldatrice di Josephine, poi urtò
contro una sega circolare che, per
sua fortuna, non era accesa.
Litierse si posizionò ai piedi del
grande rosone. Capii il suo piano
nell’istante in cui gridò: «Da questa
parte!».
Con un urlo feroce, l’imperatore
partì alla carica. Lo spadaccino si
fece da parte. Commodo si precipitò
a rotta di collo verso la finestra.
Avrebbe potuto riuscire a fermarsi,
ma all’ultimo momento Calipso fece
un rapido gesto con le mani, e una
raffica di vento lo trascinò in avanti.
Il Nuovo Ercole, il dio-imperatore di
Roma, infranse il vetro dell’orologio
nel punto in cui le lancette
avrebbero segnato le sei e precipitò
nel vuoto.
41

Biscotti, tofu
E brutte profezie…
Voglio il dolce!

Che le Parche consegnino tutte le


radici commestibili alle profondità
del Tartaro!
E non aggiungerò altro sulla
faccenda.
Per l’ora di cena, la sala
principale della Waystation era stata
in gran parte rimessa in sesto.
Anche Festus, sorprendentemente,
era stato più o meno ricostruito.
Parcheggiato sul tetto, si stava
gustando una grossa vasca di olio da
motore e salsa di tabasco. Leo
sembrava soddisfatto dei propri
sforzi, anche se era ancora alla
ricerca di alcuni pezzi mancanti.
Aveva trascorso il pomeriggio ad
aggirarsi per l’edificio urlando:
«Chiunque trovi una milza di bronzo
grossa così, me lo faccia sapere!».
Le Cacciatrici erano sedute in
gruppetti sparsi per la sala, come
d’abitudine, ma avevano integrato i
nuovi arrivati che avevamo liberato
dalle celle di Commodo. Combattere
fianco a fianco aveva creato nuovi
legami di amicizia.
Emmie presiedeva a capotavola.
Georgina le dormiva in grembo, con
una pila di libri da colorare e
pennarelli davanti a sé. Talia Grace
sedeva all’altro capo della tavola e
faceva ruotare il proprio pugnale
sulla punta come una trottola.
Josephine e Calipso, spalla a spalla,
studiavano gli appunti della maga e
discutevano sulle varie
interpretazioni dei versi profetici.
Io ero seduto accanto a Meg. Che
novità, eh? Sembrava essersi ripresa
completamente, grazie alle cure di
Emmie (che, su mio suggerimento,
aveva tolto dall’infermeria la
collezione di serpenti
medicamentosi. Temevo che se Meg
si fosse svegliata e avesse visto i
serpenti, presa dal panico, avrebbe
potuto trasformarli in germogli di
chia). I tre spiriti di pesca suoi
assistenti erano spariti nel piano
extradimensionale della frutta,
almeno per il momento.
L’appetito della mia giovane
amica era ancora più vorace del
solito. Meg mangiò a quattro
palmenti il polpettone di tofu con la
salsa, muovendosi furtiva come se
fosse di nuovo una ragazzina di
strada un po’ inselvatichita.
Alla fine Josephine e Calipso
sollevarono gli occhi dal taccuino
giallo.
«Okay.» La maga trasse un
profondo sospiro. «Abbiamo
interpretato alcuni versi, ma ci serve
il tuo aiuto, Apollo. Forse potresti
cominciare dicendoci cosa è
accaduto alla Grotta di Trofonio.»
Lanciai un’occhiata a Meg.
Temevo che se avessi raccontato le
nostre orribili avventure, lei si
sarebbe infilata sotto il tavolo con il
piatto e ci avrebbe ringhiato qualora
avessimo tentato di tirarla fuori.
Meg invece si limitò a ruttare. «Io
non ricordo granché. Racconta tu.»
Spiegai come avevo fatto crollare
la Grotta dell’Oracolo su richiesta di
Trofonio. Josephine ed Emmie non
ne sembrarono contente, ma non si
misero neanche a urlare o a
strepitare. Il mitra di Josephine
rimase al sicuro nella fuciliera in
cucina. Speravo solo che mio padre,
Zeus, avrebbe reagito con altrettanta
calma quando fosse venuto a sapere
che avevo distrutto l’Oracolo.
Emmie perlustrò con lo sguardo la
sala principale. «Ora che ci penso,
non ho più visto Agamede da prima
della battaglia. Qualcuno ne sa
niente?»
Nessuno riferì di avere visto uno
spettro arancione senza testa.
Emmie accarezzò i capelli della
figlia. «Non mi importa che
l’Oracolo sia distrutto, ma mi
preoccupo di Georgie. Ha sempre
sentito un forte legame con quel
posto. E Agamede… le sta molto
simpatico.»
Guardai la bambina che dormiva.
Cercai, per la milionesima volta, di
vedere qualche somiglianza con il
mio io divino, ma sarebbe stato più
semplice credere che fosse
imparentata con Lester
Papadopoulos.
«L’ultima cosa che voglio è
provocare altro dolore a Georgina»
dissi. «Però credo che la distruzione
della grotta fosse necessaria. Non
solo per noi. Ma per lei. Così forse
sarà libera di andare avanti.»
Mi tornarono in mente i disegni
più scuri sulla parete della sua
cameretta, fatti nei momenti
peggiori della sua follia profetica.
Forse, consegnandomi quel brutto
pupazzetto di scovolini prima di
andare via, Georgie stava tentando
di allontanare da sé l’intera
esperienza. Me lo augurai. Con
qualche barattolo di vernice color
pastello, Josephine ed Emmie
potevano crearle una nuova tela
sulle pareti.
Le due donne si scambiarono
un’occhiata, trovandosi tacitamente
d’accordo.
«Bene, allora» disse Josephine.
«Per quanto riguarda la profezia…»
Calipso lesse il sonetto ad alta
voce. Non sembrò affatto più allegro
di prima.
Talia fece roteare il pugnale. «La
prima strofa parla della luna nuova.»
«Il limite di tempo» concluse Leo.
«C’è sempre un maledetto limite di
tempo.»
«Ma la prossima luna nuova è
solo tra cinque giorni» commentò
Talia.
Quando una Cacciatrice di
Artemide parla di fasi lunari c’è da
fidarsi.
Nessuno fece balzi di gioia, né
gridò: “Urrà! Un’altra catastrofe da
fermare in soli cinque giorni!”.
«Il Tevere di corpi sarà il loco.»
Emmie strinse a sé la figlia.
«Presumo che si riferisca al Piccolo
Tevere, la barriera del Campo
Giove, in California.»
Leo aggrottò la fronte. «Il
mutaforma… dev’essere il mio
amico Frank Zhang. E il Diavolo è il
Monte Diablo, accanto al campo. Lo
odio, quel monte. Ci ho combattuto
contro un’Enchilada una volta.»
Sembrava che Josephine fosse sul
punto di chiedergli cosa intendesse
dire, ma poi saggiamente decise di
non farlo. «Quindi i semidei di
Nuova Roma stanno per essere
attaccati.»
Mi vennero i brividi, in parte per
le parole della profezia, in parte per
la salsa del polpettone che
gocciolava dal mento di Meg.
«Penso che la prima strofa sia un
tutt’uno. Parla di parole memorabili.
Ella, l’arpia, è al Campo Giove e
grazie alla sua straordinaria
memoria fotografica sta ricostruendo
i libri della Sibilla Cumana andati
perduti.»
Meg si asciugò il mento. «Eh?»
«I dettagli non sono importanti
adesso.» Le feci cenno di continuare
a mangiare. «Secondo me, il
Triumvirato vuole eliminare la
minaccia incendiando il campo.
Parole memorabili prendon fuoco.»
Calipso si accigliò. «Cinque
giorni. Come facciamo ad avvisarli
in tempo? Nessuno dei nostri mezzi
di comunicazione funziona.»
Lo trovavo oltremodo irritante.
Come dio, avrei potuto schioccare le
dita e mandare subito un messaggio
dall’altra parte del mondo
utilizzando i venti, i sogni o una
manifestazione del mio glorioso
essere. Invece eravamo paralizzati.
Le uniche divinità che mi avevano
mostrato un briciolo di benevolenza
erano Artemide e Britomarti, ma
non potevo aspettarmi che facessero
altro, non senza incorrere in
punizioni gravi come quella che
Zeus aveva riservato a me. Ed era
una cosa che non auguravo neppure
a Britomarti.
Quanto alla tecnologia mortale,
per noi era inutilizzabile. Nelle
nostre mani, i telefoni funzionavano
male ed esplodevano (voglio dire,
ancora più di quanto succeda ai
mortali). I computer si fondevano.
Avevo preso in considerazione
l’idea di scegliere un mortale a caso
in strada e dirgli: “Ehi, fammi una
telefonata”. Ma chi avrebbe
chiamato? Un’altra persona a caso in
California? E come avrebbe fatto il
messaggio ad arrivare al Campo
Giove quando la maggior parte dei
mortali non riusciva a trovare il
Campo Giove? E poi, così avrei
sottoposto degli innocenti mortali a
gravi rischi: attacchi di mostri,
folgorazioni e costi telefonici
esorbitanti non compresi nel piano
tariffario.
Lanciai un’occhiata a Talia. «Le
Cacciatrici possono coprire un
territorio così grande?»
«In cinque giorni?» Talia aggrottò
la fronte. «Se infrangiamo tutti i
limiti di velocità, forse. Se non
subiamo nessun attacco lungo il
tragitto…»
«Cosa che non succede mai»
intervenne Emmie.
Talia posò il pugnale sul tavolo.
«Il problema più grande è che le
Cacciatrici devono proseguire la
loro impresa. Dobbiamo trovare la
volpe Teumessia.»
La fissai. Stavo quasi per chiedere
a Meg di ordinarmi di prendermi a
schiaffi, solo per essere sicuro di
non vivere un incubo. «La volpe
Teumessia? È quello il mostro a cui
state dando la caccia?»
«Temo di sì.»
«Ma è assurdo! E anche orribile!»
«Le volpi sono carine» intervenne
Meg. «Qual è il problema?»
Fui tentato di spiegare quante città
la volpe Teumessia avesse raso al
suolo nei tempi antichi, come si
ingozzasse del sangue delle proprie
vittime e distruggesse gli eserciti
greci, ma non volevo rovinare la
cena a nessuno.
«Il fatto è che Talia ha ragione»
dissi. «Non possiamo chiedere alle
Cacciatrici di aiutarci più di quanto
abbiano già fatto. Hanno i loro
problemi da risolvere.»
«Giustissimo.» Leo annuì. «Hai
fatto abbastanza per noi, T.»
Talia scrollò le spalle. «Ordinaria
amministrazione, Valdez. Ma tu mi
devi un barattolo di quella salsa
piccante texana di cui mi hai
parlato.»
«Si può fare» le promise Leo.
Josephine incrociò le braccia.
«D’accordo, ma abbiamo sempre lo
stesso dilemma. Come facciamo a
spedire un messaggio in California
in cinque giorni?»
«Lo porto io» suggerì Leo.
Lo fissammo tutti.
«Leo, ci abbiamo messo sei
settimane solo per arrivare qui da
New York» gli ricordò Calipso.
«Sì, ma con tre passeggeri»
precisò il figlio di Efesto. «E, senza
offesa, uno era un ex dio che attirava
su di noi attenzioni negative di ogni
tipo.»
Niente da obiettare al riguardo.
Gran parte dei nemici che ci
avevano attaccato durante il nostro
viaggio si erano presentati urlando:
“Ecco Apollo. Uccidiamolo!”.
«Io viaggio veloce e leggero»
proseguì Leo. «Ho già coperto da
solo una distanza simile. Posso
farcela.»
Calipso non sembrava contenta.
La pelle le divenne di una tonalità
più chiara del suo taccuino giallo
pastello.
«Ehi, mamacita, tornerò» le
promise Leo. «L’unico problema è
che mi iscriverò in ritardo al
semestre primaverile! Dovrai
aiutarmi tu a mettermi in pari con i
compiti.»
«Ti odio» borbottò Calipso.
Leo le strinse forte una mano. «E
poi, sarà bello vedere di nuovo
Hazel e Frank. E pure Reyna, anche
se quella ragazza mi spaventa
ancora.»
Calipso non doveva essere troppo
turbata da quel piano, perché gli
spiriti dell’aria non sollevarono Leo
da terra per lanciarlo contro il
rosone.
Talia Grace indicò il taccuino.
«Così abbiamo decifrato la prima
strofa. Evviva! E il resto?»
«Temo che il resto riguardi Meg e
me» osservai.
«Sì» concordò Meg. «Mi passate i
biscotti?»
Josephine le porse il cestino e
rimase a guardarla allibita, mentre si
infilava in bocca un biscotto dietro
l’altro. Poi si girò verso di me.
«Quindi il verso sul sole che viaggia
a sud… Quello sei tu, Apollo.»
«Ovviamente» concordai. «Il
terzo imperatore dev’essere da
qualche parte nel sud-ovest degli
Stati Uniti, nelle lande della morte.
Ci si arriva attraverso meandri…»
«Il Labirinto» disse Meg.
Rabbrividii. Avevo un ricordo
ancora molto fresco del nostro
ultimo viaggio nel Labirinto: le
grotte di Delfi in cui eravamo finiti,
il mio antico nemico Pitone che
strisciava e sibilava sopra le nostre
teste. Mi augurai che almeno questa
volta non ci avrebbero legati insieme
per una corsa a tre gambe.
«Dobbiamo trovare qualcuno che
si esprime per cruciverba» continuai.
«Credo che si riferisca alla Sibilla
Eritrea, un altro antico Oracolo.
Non… non mi ricordo granché di
lei…»
«Strano» bofonchiò Meg.
«Ma era famosa perché
declamava le sue profezie in
acrostici… e giochi di parole.»
Talia trasalì. «La cosa non mi
piace. Annabeth mi ha raccontato
del suo incontro con la Sfinge nel
Labirinto. Enigmi, meandri,
cruciverba… No grazie. Datemi
qualcosa contro cui si possa
scagliare una freccia.»
Georgina gemette nel sonno.
Emmie baciò la fronte della figlia.
«E il terzo imperatore?» domandò.
«Sapete chi è?»
Riflettevo sulle frasi della
profezia: bianco il cavallo che dovrà
trovare. Non restringeva molto il
campo. Molti imperatori romani
amavano farsi rappresentare come
generali vittoriosi in sella al loro
destriero per le vie di Roma. C’era
qualcosa che mi turbava nella terza
strofa: A ovest nel palazzo… le
scarpe del nemico. Non sapevo da
dove cominciare per trovare una
risposta.
«Radici antiche l’altra troverà…
Meg, che ne dici?» chiesi. «“L’altra”
sei sicuramente tu… che radici puoi
avere nel sud-ovest degli States? Hai
dei parenti da quelle parti? Ricordi
di esserci già andata?»
Meg mi lanciò un’occhiata
guardinga. «No.» Poi si cacciò un
altro biscotto in bocca, in un gesto di
ribellione: “Costringimi a parlare
adesso, babbeo!”.
«Ehi, però…» Leo schioccò le
dita. «Il verso successivo: La guida
con gli zoccoli saprà. Si riferisce a
un satiro, giusto? Loro sono guide,
no? Tipo il coach Hedge. È la loro
specialità.»
«Vero» commentò Josephine.
«Ma non vediamo un satiro da
queste parti da…»
«Decenni» concluse Emmie.
Meg inghiottì un’altra dose
massiccia di carboidrati. «Ci penso
io. Me ne procurerò uno.»
Aggrottai le sopracciglia. «E
come?»
«Lo troverò e basta.»
Meg McCaffrey, fanciulla di
poche parole e tanti rutti.
Calipso passò alla pagina
successiva del taccuino. «Così
rimane soltanto il distico finale: I tre
or noti e il Tevere raggiunto, Apollo
ballerà, l’attimo è giunto.»
Leo schioccò le dita e si mise a
ballare sulla sedia. «Era ora, amico.
Lester ha bisogno di una bella
scossa! Un po’ di jive?»
«Uff!» Il jive? Non avevo nessuna
voglia di pensarci. Avevo fatto un
provino con gli Earth, Wind & Fire
nel 1973 e mi avevano scartato
proprio per quello: non ci sapevo
fare con il jive. Quella sconfitta mi
bruciava ancora. «Secondo me,
questi versi significano che
scopriremo presto l’identità di tutti e
tre gli imperatori. E, quando avremo
concluso la nostra impresa a sud-
ovest, io e Meg potremo andare al
Campo Giove e raggiungere il
Tevere. E quel punto, spero,
ritroverò la strada per recuperare la
mia antica gloria.»
«Ballando…» precisò Leo,
agitandosi sulla sedia.
«Smettila!» mugugnai.
Nessuno propose altre
interpretazioni del sonetto. Nessuno
si offrì volontario per accollarsi i
doveri di quell’impresa pericolosa al
posto mio.
«Bene!» Josephine diede un
colpetto sul tavolo da pranzo. «Chi
vuole la torta di carote con la
meringa arrostita a fiamma
ossidrica?»
Le Cacciatrici di Artemide
partirono quella sera stessa al levar
della luna.
Ero molto stanco, ma sentii
ugualmente il bisogno di salutarle.
Trovai Talia Grace alla rotonda che
supervisionava le Cacciatrici,
mentre sellavano uno stormo di
struzzi da combattimento.
«Ti fidi a montarli?» Pensavo che
solo Meg McCaffrey fosse così
folle.
Talia inarcò le sopracciglia. «Non
è colpa loro se sono stati addestrati a
combattere. Li cavalcheremo per un
po’, li rieducheremo e poi troveremo
un luogo sicuro per liberarli. Siamo
abituate a trattare con gli animali
selvatici.»
Le Cacciatrici avevano già
liberato gli struzzi dagli elmi e dal
filo spinato. Una volta eliminati
anche gli impianti di zanne d’acciaio
dal becco, gli uccelli avevano
un’aria molto più rilassata e (un
pochino) meno omicida.
Jamie si muoveva in mezzo allo
stormo, accarezzando sul collo gli
animali e parlandogli in toni
suadenti. Uscito del tutto incolume
dalla battaglia, era impeccabile nel
suo abito marrone. La strana arma di
bronzo a forma di bastone da hockey
era sparita. E così, il misterioso
Olujime era un lottatore, un
contabile, un guerriero magico e un
ragazzo che sussurrava agli struzzi.
Non so perché, ma la cosa non mi
sorprendeva.
«Lui viene con voi?» domandai.
Talia rise. «No. Ci sta solo
aiutando a prepararci. Sembra un
bravo ragazzo, ma non credo che
abbia la stoffa per essere una
Cacciatrice, che dici? Non è
neanche, ehm… un tipo greco-
romano, no? Insomma, non è uno
dei vostri, di stirpe dell’Olimpo.»
«No» concordai. «Viene da una
tradizione e da una stirpe del tutto
diverse.»
I capelli dritti di Talia si
incresparono al vento, come se
reagissero alla sua inquietudine.
«Intendi dire, da altri dei.»
«Certo. Jamie ha accennato agli
Yoruba, anche se ammetto che non
so quasi niente delle loro usanze.»
«Com’è possibile? Altri pantheon
divini, fianco a fianco?»
Mi strinsi nelle spalle. Rimanevo
spesso sorpreso dalla scarsa
immaginazione dei mortali, come se
il mondo fosse solo in bianco o nero.
A volte gli umani sembravano
incastrati nei loro pensieri come nei
loro stupidi corpi. Non che gli dei
fossero molto meglio.
«Perché dovrebbe essere
impossibile?» ribattei. «Nei tempi
antichi, questo era senso comune.
Ogni Paese, a volte ogni città, aveva
il proprio pantheon di dei. Noi dei
dell’Olimpo siamo da sempre
abituati a vivere accanto a… ehm…
alla concorrenza.»
«Quindi tu sei il dio del sole»
disse Talia. «Ma in un’altra cultura
c’è un altro dio del sole, giusto?»
«Esatto. Diverse manifestazioni
della stessa verità.»
«Non capisco.»
Allargai le mani. «Francamente,
Talia Grace, non so come spiegarlo
meglio. Ma di certo sei stata una
semidea abbastanza a lungo da
capire che più vivi, più il mondo
diventa strano.»
Talia annuì. Nessun semidio
poteva obiettare a un’affermazione
del genere. Poi mi disse: «Quando
sarai a ovest, se vai a Los Angeles,
c’è mio fratello Jason. Va a scuola lì
insieme alla sua ragazza, Piper
McLean».
«Passerò a trovarli» le promisi.
«E gli porterò i tuoi saluti.»
Talia rilassò i muscoli delle
spalle. «Grazie. E se io dovessi
parlare con la divina Artemide…»
«Sì.» Cercai di deglutire il groppo
in gola. Oh, quanto mi mancava mia
sorella. «Salutala da parte mia.»
Mi porse la mano. «Buona
fortuna, Apollo.»
«Anche a te. Divertiti con la
caccia alla volpe!»
Talia fece una risata amara.
«Dubito che mi divertirò, ma grazie
lo stesso.»
L’ultima volta che vidi le
Cacciatrici di Artemide, trottavano
lungo South Illinois Street su uno
stormo di struzzi, dirette a ovest
come per inseguire la falce di luna.
42

Un dolce addio
Vi serve una guida?
I pomodori!

La mattina dopo, Meg mi svegliò


con un calcio. «È ora di muoversi.»
Sbattei diverse volte le palpebre e
aprii gli occhi. Quando sei il dio del
sole, dormire fino a tardi è una gioia
rara. E adesso che ero un semplice
mortale, la gente continuava a
svegliarmi allo spuntare del giorno.
Per millenni ero stato io lo spuntare
del giorno. Non ne potevo più.
Meg era accanto al mio letto, in
pigiama e sneakers rosse (santi
numi, non se le toglieva neanche per
dormire?), con il naso che colava
come al solito e una mela verde
smangiucchiata in mano.
«Non mi hai portato la colazione
a letto, vero?» le domandai.
«Posso lanciarti questa mela.»
«Non fa niente. Mi alzo.»
Meg andò a fare la doccia. Sì, a
volte la faceva davvero. Io mi vestii
e feci i bagagli il meglio possibile,
poi mi diressi in cucina.
Mentre mangiavo i miei pancake
(slurp), Emmie canticchiava
indaffarata ai fornelli. Georgina,
seduta davanti a me, colorava dei
disegni e sbatteva i talloni sulle
gambe della sedia. Josephine era alla
saldatrice e fondeva tutta contenta
alcune lastre di lamiera. Calipso e
Leo – che si rifiutavano di dirmi
addio, convinti che ci saremmo
rivisti tutti presto – erano al bancone
e discutevano di cosa Leo dovesse
mettere in valigia per il viaggio al
Campo Giove, lanciandosi pezzetti
di bacon. C’era un’atmosfera così
accogliente e familiare che mi sarei
offerto volontario per lavare i piatti,
se fosse servito a farmi restare
ancora un giorno.
Litierse era seduto accanto a me,
con una grossa tazza di caffè. Le
ferite che aveva riportato in battaglia
erano state medicate, anche se la sua
faccia sembrava ancora il sistema di
atterraggio dell’aeroporto di
Heathrow.
«Le terrò d’occhio io.» Lit fece un
gesto verso Georgina e le sue due
madri.
Dubitavo che Josephine o Emmie
ne avessero bisogno, ma non glielo
feci notare. Avrebbe imparato da
solo come adattarsi al nuovo
ambiente. Perfino io, il glorioso
Apollo, a volte dovevo scoprire cose
nuove.
«Sono sicuro che te la caverai
bene qui» dissi. «Ho fiducia in te.»
Litierse fece una risata amara.
«Non capisco perché.»
«Abbiamo molto in comune:
siamo entrambi figli di padri
tirannici, e siamo stati ingannati e
condizionati da scelte sbagliate, ma
abbiamo talento… ognuno nel suo
campo, certo.»
«E siamo belli, giusto?» Mi fece
un sorriso sghembo.
«Ovvio.»
Litierse cinse con le mani la tazza
di caffè. «Grazie. Per avermi dato
una seconda possibilità.»
«Io ci credo. E credo anche nella
terza o quarta possibilità. Ma
perdono la stessa persona soltanto
una volta ogni mille anni, quindi non
combinare guai per il prossimo
millennio.»
«Lo terrò a mente.»
Alle sue spalle, nel corridoio più
vicino, intravidi un bagliore spettrale
di luce arancione. Mi scusai e andai
a dire un altro difficile addio.
Agamede aleggiava davanti a una
finestra affacciata sulla rotonda. Un
vento etereo increspava la sua tunica
scintillante. Lo spettro appoggiò una
mano sopra il davanzale come per
tenersi fermo. Nell’altra mano
stringeva la sua Magica Palla 8.
«Mi fa piacere che tu sia ancora
qui» gli dissi.
Non aveva un volto da decifrare,
ma dalla postura sembrava triste e
rassegnato.
«Sai cosa è successo alla Grotta di
Trofonio. Sai che lui è sparito.»
Agamede si inchinò per
confermare.
«Tuo fratello mi ha chiesto di dirti
che ti vuole bene» riferii. «È
dispiaciuto per il tuo destino. E…
voglio scusarmi anch’io. Quando sei
morto, non ho ascoltato Trofonio
che mi supplicava di salvarti. Ero
convinto che voi due vi meritaste le
conseguenze del furto che avevate
commesso. Ma la vostra punizione è
durata a lungo. Forse troppo.»
Lo spettro non rispose. La sua
sagoma tremolò come se il vento
etereo si stesse facendo più forte,
tirandolo via.
«Se lo desideri, quando otterrò di
nuovo la mia divinità, visiterò di
persona gli Inferi» continuai.
«Supplicherò Ade di far passare la
tua anima nell’Elisio.»
Agamede mi porse la Magica
Palla 8.
«Ah.» Presi la sfera e la scossi
un’ultima volta. «Qual è il tuo
desiderio, Agamede?»
La risposta salì dall’acqua, un
fitto blocco di parole sulla piccola
faccia bianca del dado: ANDRÒ DOVE
DEVO ANDARE. TROVERÒ TROFONIO. CI
PRENDEREMO CURA L’UNO DELL’ALTRO,
COME IO E MIO FRATELLO NON
ABBIAMO POTUTO FARE.
Lo spettro lasciò la presa sul
davanzale. Il vento lo prese, e
Agamede si dissolse negli atomi di
pulviscolo della luce.

Quando raggiunsi Meg McCaffrey


sul tetto della Way-station, il sole
era già sorto.
Meg indossava lo scamiciato
verde che Sally Jackson le aveva
dato, oltre ai leggings gialli
rammendati e puliti. Tutto il fango e
il guano erano stati grattati via dalle
sneakers. Sui lati del viso, aveva
degli scovolini color arcobaleno
intrecciati ai capelli: sicuramente un
dono d’addio di Georgina.
«Come ti senti?» le domandai.
Meg incrociò le braccia e fissò il
terreno coltivato a pomodori di
Emitea. «Bene. Sì.»
Intendendo probabilmente dire:
“Sono impazzita, ho vomitato
profezie e per poco non sono morta.
Come fai a chiedermelo senza
aspettarti che ti prenda a pugni?”.
«Allora… qual è il tuo piano?» le
chiesi. «Perché siamo sul tetto? Se
cerchiamo il Labirinto, non
dovremmo essere al pianoterra?»
«Ci serve un satiro.»
«Sì, ma…» Mi guardai intorno.
Non vidi nessun uomo-capra nelle
aiuole di Emmie. «Come
intendi…?»
«Ssst.»
Meg si accovacciò accanto alle
piante di pomodoro e premette la
mano sulla terra. Il suolo rimbombò
e cominciò a gonfiarsi. Per un
attimo, temetti che potesse spuntare
un nuovo karpos con gli occhi rossi
scintillanti e un lessico costituito da
una parola sola: “Pomodoro!”.
Invece le piante si scostarono e la
terra rotolò via, rivelando la sagoma
di un giovane che dormiva su un
fianco. Sembrava avere circa
diciassette anni, forse meno.
Indossava una giacca nera senza
collo sopra una maglietta verde e
jeans troppo larghi per quelle
gambe. Un floscio berretto di lana
rossa gli copriva i capelli. Un
pizzetto trasandato gli spuntava sul
mento. Sopra le sneakers, le caviglie
erano ricoperte di una fitta peluria
castana. O gli piacevano i calzini di
moquette, o era un satiro travestito
da umano.
Mi sembrò vagamente familiare.
Poi notai cosa stringeva fra le
braccia: una busta per il cibo da
asporto di Enchiladas del Rey. Ah,
sì. Il satiro che amava le enchiladas.
Erano passati diversi anni, ma me lo
ricordavo.
Mi girai esterrefatto verso Meg.
«Lui è uno dei satiri più importanti.
È un Signore della Natura, in realtà.
Come hai fatto a trovarlo?»
Meg fece spallucce. «Ho solo
cercato il satiro giusto. Immagino
che sia lui.»
Il satiro si svegliò di soprassalto.
«Non le ho mangiate io!» strillò. «Io
stavo solo…» Sbatté le palpebre e si
tirò su a sedere. Un rivolo di
terriccio gli gocciolava dal berretto.
«Un momento… Questa non è Palm
Springs. Dove sono?»
Sorrisi. «Salve, Grover
Underwood. Io sono Apollo. Lei è
Meg. E tu, mio fortunato amico, sei
stato evocato per guidarci nel
Labirinto.»
GUIDA ALLA LINGUA DI
APOLLO

Ade: il dio greco della morte, delle


pietre e dei metalli preziosi.
Governa gli Inferi.
Agamede: figlio di re Ergino e
fratellastro di Trofonio, che lo
decapitò per evitare di essere
scoperto dopo aver fatto razzia nella
camera del tesoro di re Irieo.
Amazzoni: popolo di donne
guerriere.
Anfiteatro: spazio all’aperto
ovale o circolare utilizzato per
spettacoli ed eventi sportivi, con il
pubblico seduto in gradinate a
semicerchio intorno al palco.
Ares: il dio greco della guerra.
Figlio di Zeus ed Era, fratellastro di
Atena.
Arpia: creatura femminile alata
che ghermisce le cose.
Artemide: la dea greca della
caccia e della luna. Figlia di Zeus e
Leto, gemella di Apollo.
Asclepio: il dio della medicina.
Figlio di Apollo. Il tempio a lui
dedicato era il centro di guarigione
dell’Antica Grecia.
Atena: la dea greca della
saggezza.
Atlante: titano, padre di Calipso e
di Zoe Nightshade. Fu condannato a
sostenere il cielo per l’eternità dopo
la guerra fra i Titani e gli dei
dell’Olimpo. Tentò di convincere
con l’inganno Ercole a prendere il
suo posto, ma Ercole lo ingannò a
sua volta.
Bisanzio: antica colonia greca,
che in seguito è diventata
Costantinopoli (l’attuale Istanbul).
Blemmi: creature prive di testa,
con la faccia sul torace.
Bosco di Dodona: sede del più
antico Oracolo greco, secondo per
importanza solo a quello di Delfi. Il
fruscio degli alberi forniva risposte
ai sacerdoti e alle sacerdotesse che
vi soggiornavano.
Britomarti: la dea greca delle reti
da caccia e da pesca. I suoi animali
sacri sono i grifoni.
Bruttia Crispina: augusta
dell’impero romano dal 178 al 191
dopo Cristo, in quanto consorte
dell’imperatore Commodo. Fu
esiliata a Capri per adulterio e uccisa
in seguito all’assassinio di
Commodo.
Cacciatrici di Artemide: gruppo
di fanciulle fedeli ad Artemide,
dotate di abilità di caccia ed eterna
giovinezza, a patto che rifiutino gli
uomini.
Caduceo: il tradizionale simbolo
di Ermes, con due serpenti
attorcigliati intorno a una staffa
spesso munita di ali.
Calipso: ninfa abitante di Ogigia,
isola mitologica. Figlia del titano
Atlante. Trattenne presso di sé l’eroe
Odisseo (Ulisse) per tanti anni.
Calliope: musa della poesia
epica. Madre di diversi figli, tra cui
Orfeo.
Campi della Pena: regione degli
Inferi dove le persone che si sono
comportate male in vita vengono
spedite a scontare una pena eterna
per i loro crimini.
Campo Giove: il campo di
addestramento dei semidei romani,
situato tra le colline di Oakland e
quelle di Berkeley, in California.
Campo Mezzosangue: il campo
di addestramento dei semidei greci,
situato a Long Island, nello Stato di
New York.
Caos primordiale: la prima cosa
mai esistita, il miasma da cui le
Parche intesserono il futuro, il vuoto
da cui scaturirono le prime divinità.
Carmanor: un dio delle messi,
divinità locale di Creta. Sposò
Demetra, da cui ebbe un figlio,
Eubuleo, che divenne il dio dei
mandriani.
Centauro: creatura per metà
umana, per metà equina.
Centicora (vedi anche yale):
feroce creatura simile a un’antilope,
con grandi corna che girano in ogni
direzione.
Chirone: centauro, direttore delle
attività al Campo Mezzosangue.
Chitone: indumento greco,
composto da un unico pezzo in
tessuto di lino o lana, fissato sulle
spalle da una spilla e in vita da una
cintura.
Ciclopi: razza primordiale di
giganti, muniti di un solo occhio in
mezzo alla fronte.
Cloacina: la dea protettrice della
Cloaca Maxima, la parte più antica e
importante del sistema fognario di
Roma.
Colosseo: originariamente
conosciuto come Anfiteatro Flavio,
situato al centro di Roma, è il più
grande anfiteatro dell’antichità nel
mondo, capace di ospitare oltre
cinquantamila spettatori. Era usato
per le lotte fra i gladiatori e vari
spettacoli pubblici, naumachie
(simulazioni di scontri navali),
venationes (combattimenti con
animali selvaggi), esecuzioni, messe
in scena di famose battaglie e
drammi.
Colossus Neronis (Colosso di
Nerone): gigantesca statua di
bronzo dell’imperatore Nerone, alta
circa 30 metri. Fu in seguito
trasformata nel dio del sole con
l’aggiunta di una corona raffigurante
i raggi del sole.
Commodo: Lucio Aurelio
Commodo, figlio dell’imperatore
romano Marco Aurelio. Nominato
imperatore dal padre all’età di sedici
anni, assunse il comando
dell’impero a diciotto anni, alla
morte di Marco Aurelio. Governò
Roma dal 180 al 192 dopo Cristo.
Era un uomo megalomane e
corrotto; si considerava il Nuovo
Ercole e si divertiva a uccidere
animali e a combattere contro i
gladiatori al Colosseo.
Crono: il più giovane dei dodici
Titani. Figlio di Urano e Gea, padre
di Zeus. Uccise il padre su richiesta
della madre. È signore del fato, delle
messi, della giustizia e del tempo.
Dafne: una bella naiade che attirò
l’attenzione di Apollo. Fu
trasformata dagli dei in una pianta di
alloro affinché potesse sfuggire ad
Apollo.
Daimon: termine greco per
demone, spirito intermediario tra gli
uomini e gli dei.
Dambe: forma di pugilato
praticata dagli Hausa, popolo
dell’Africa occidentale.
Dedalo: architetto e inventore,
creò a Creta il Labirinto in cui era
tenuto il Minotauro (metà uomo,
metà toro).
Delo: isola greca nel Mar Egeo.
Luogo di nascita di Apollo.
Demetra: la dea greca
dell’agricoltura. Figlia dei titani Rea
e Crono.
Demofoonte: figlio di re Celeo e
fratello di Trittolemo. Demetra lo
allattò e tentò di renderlo immortale.
Dioniso: il dio greco del vino e
dell’estasi. Figlio di Zeus.
Ecate: la dea della magia e dei
crocicchi, in grado di viaggiare
liberamente tra il mondo degli
uomini, quello degli dei e il regno
dei morti. È raffigurata come triplice
(giovane, adulta e vecchia).
Efesto: il dio greco del fuoco,
degli artigiani e dei fabbri. Figlio di
Zeus ed Era, sposo di Afrodite.
Egida: scudo utilizzato da Talia
Grace, con un’immagine spaventosa
di Medusa sul davanti. Si trasforma
in un braccialetto d’argento quando
non viene utilizzato.
Elisio: il paradiso dove venivano
inviati gli eroi greci quando gli dei
conferivano loro l’immortalità.
Elomìíràn: termine yoruba per
“altri”.
Emitea: figlia di Stafilo, re di
Nasso; sorella di Parteno. Apollo
rese divine lei e sua sorella per
salvarle dalla morte, mentre da
adolescenti si lanciavano da una
rupe per fuggire all’ira del padre.
Era: la dea greca del matrimonio.
Moglie e sorella di Zeus; matrigna
di Apollo.
Eracle/Ercole: il più forte tra i
mortali. Figlio di Zeus e Alcmena.
Conosciuto come Eracle in Grecia,
Ercole a Roma.
Eritre: isola dove la Sibilla
Cumana, oggetto dell’amore di
Apollo, viveva prima che lui la
convincesse a trasferirsi
promettendole una lunga vita.
Ermes: il dio greco dei
viaggiatori e delle comunicazioni.
Guida degli spiriti dei morti.
Eubuleo: il dio greco dei
mandriani. Figlio di Demetra e
Carmanor.
Feste dionisiache: celebrazioni
che si svolgevano ad Atene per
onorare il dio Dioniso. Gli eventi
centrali della festa erano costituiti
dagli spettacoli teatrali.
Flavi: dinastia che governò
l’impero romano tra il 69 e il 96
dopo Cristo.
Fuoco greco: arma incendiaria
usata nelle battaglie navali, capace
di ardere anche nell’acqua.
Ganimede: principe troiano,
descritto da Omero come il più bello
di tutti i mortali, fu rapito da Zeus
perché divenisse suo coppiere
nell’Olimpo.
Gea: la dea greca della terra.
Moglie di Urano e madre dei Titani,
dei giganti, dei ciclopi e di altre
creature.
Germani: popolo tribale che si
stabilì a ovest del fiume Reno.
Giacinto: principe greco, figlio
del re di Sparta e amante di Apollo.
Morì mentre tentava di far colpo su
Apollo con la propria abilità nel
lancio del disco.
Gidigbo: forma di lotta che
prevede l’uso di testate, praticata
dagli Yoruba in Nigeria.
Giulio Cesare: politico e
condottiero romano. Divenne
dittatore di Roma, ponendo le basi
per la fine della Repubblica e la
nascita dell’impero.
Gloutos: termine greco per
“fondoschiena”.
Gorgoni: tre sorelle mostruose
(Steno, Euriale e Medusa) dotate di
una chioma di serpenti velenosi.
Medusa trasformava con lo sguardo
le proprie vittime in pietra.
Grifone: creatura alata con testa
di aquila e corpo di leone. Animale
sacro a Britomarti.
Grotta di Trofonio: profondo
baratro, sede dell’Oracolo di
Trofonio. Detta anche la “Grotta
degli incubi”, per i racconti
terrorizzanti dei suoi visitatori.
Guerra dei Titani: epica
battaglia decennale fra i Titani e gli
dei dell’Olimpo, in seguito alla
quale gli dei conquistarono il trono.
Guerra di Troia: stando alla
leggenda, la guerra contro questa
città fu intrapresa dagli Achei
(Greci) dopo che il principe troiano
Paride aveva rapito Elena, moglie
del re di Sparta, Menelao.
Hausa: popolazione stanziata nel
Niger e nella zona settentrionale
della Nigeria.
Icore: fluido dorato che
costituisce il sangue degli dei e degli
immortali.
Ìgboyà: termine yoruba per
fiducia, audacia e coraggio.
Inferi: il regno dei morti, dove le
anime risiedono per l’eternità.
Governato da Ade.
Ippocampo: creatura per metà
cavallo, per metà pesce.
Iride: la dea greca
dell’arcobaleno, nonché messaggera
degli dei.
Karpoi (karpos, sing.): spiriti del
grano.
Labirinto: struttura sotterranea
originariamente costruita sull’isola
di Creta da Dedalo per contenere il
Minotauro.
Leone di Nemea: mostro dotato
di pelle inattaccabile da tutte le armi
umane, sbranava uomini e greggi,
vero flagello per la Nemea. Ercole lo
strangolò a mani nude.
Lete: termine greco per oblio. Il
nome di un fiume degli Inferi le cui
acque provocano la perdita della
memoria. Nome di uno spirito
dell’oblio.
Leto: la dea greca della maternità.
Madre di Artemide e di Apollo.
Libri sibillini: raccolta di
profezie in rima scritte in greco
antico.
Litierse: figlio di re Mida,
sfidava le persone a gareggiare con
lui nella mietitura e decapitava
coloro che batteva. Si guadagnò così
il nome di “Mietitore di Uomini”.
Marco Aurelio: imperatore
romano dal 161 al 180 dopo Cristo,
padre di Commodo. Fu considerato
l’ultimo dei “cinque imperatori
buoni”.
Marsia: satiro sconfitto da
Apollo dopo averlo sfidato a una
gara di musica, in seguito alla quale
fu scorticato vivo.
Melomakarona: biscotti greci di
Natale fatti con il miele.
Mercenari dell’Assia: i circa
trentamila soldati tedeschi assoldati
dai britannici durante la Rivoluzione
Americana.
Mida: re dotato del potere di
trasformare in oro qualsiasi cosa
toccasse; padre di Litierse. Scelse
Marsia come vincitore della gara di
musica tra il satiro e Apollo, che lo
punì facendogli crescere orecchie di
asino.
Minotauro: figlio del re di Creta,
Minosse. Metà uomo, metà toro, era
rinchiuso nel Labirinto, dove
uccideva le persone che gli venivano
sacrificate. Fu sconfitto da Teseo.
Mnemosine: la divinità della
memoria. Titana, figlia di Urano e
Gea.
Monte Olimpo: casa dei dodici
dei dell’Olimpo.
Monte Otri: montagna della
Grecia centrale. Base dei Titani
durante la guerra decennale fra i
Titani e gli dei dell’Olimpo.
Myrmekes: creature gigantesche
simili a formiche, avvelenano e
paralizzano le prede prima di
mangiarle. Sono note per proteggere
vari metalli, soprattutto l’oro.
Narciso: cacciatore noto per la
propria bellezza; figlio del re del
fiume Cefisso e della ninfa Liriope.
Era vanitoso, arrogante e sprezzante
nei confronti degli ammiratori; si
innamorò del proprio riflesso.
Narciso era anche il nome del
personal trainer e compagno di lotta
di Commodo che affogò
l’imperatore nella vasca da bagno.
Nerone: fu imperatore romano
dal 54 al 68 dopo Cristo, l’ultimo
della dinastia giulio-claudia. Fece
giustiziare la madre e la prima
moglie. Molti ritengono che sia stato
lui ad aver appiccato l’incendio che
distrusse Roma, ma Nerone diede la
colpa ai cristiani. Edificò un nuovo
palazzo sul terreno incendiato e
perse il sostegno del popolo quando
le spese di costruzione lo costrinsero
ad aumentare le tasse. Morì suicida.
Ninfa: divinità femminile della
natura.
Nove muse: divinità greche della
letteratura, della scienza e delle arti,
ispiratrici nei secoli di artisti e
scrittori.
Oceano: titano, divinità del mare.
Figlio maggiore di Urano e Gea.
Ogigia: l’isola in cui era
imprigionata la ninfa Calipso.
Oracolo di Delfi: l’Oracolo più
importante dell’Antica Grecia.
Trasmetteva le profezie di Apollo.
Oracolo di Trofonio: l’Oracolo
della Beozia, famoso perché
terrorizzava coloro che gli si
rivolgevano. I supplicanti dovevano
bere dalle due sorgenti della
memoria e dell’oblio prima di essere
ammessi nella grotta.
Orione: gigante cacciatore, il più
fedele e prezioso accompagnatore di
Artemide. Fu ucciso da uno
scorpione.
Oro imperiale: metallo raro,
mortale per i mostri. Consacrato nel
Pantheon, a Roma, la sua esistenza
era un segreto gelosamente custodito
dagli imperatori.
Pan: il dio greco delle selve.
Figlio di Ermes.
Parche: ancora prima
dell’esistenza degli dei, c’erano le
Parche: Cloto, che fila il filo della
vita; Lachesi, la misuratrice, che ne
determina la lunghezza; Atropo, che
lo taglia.
Parteno: figlia di Stafilo, re di
Nasso, e sorella di Emitea. Apollo
rese divine lei e sua sorella per
salvarle dalla morte mentre, da
adolescenti, si lanciavano da una
rupe per sfuggire all’ira del padre.
Peloponneso: grande penisola
della Grecia meridionale, separata
dalle regioni al nord del Paese dal
Golfo di Corinto.
Persefone: la regina greca degli
Inferi. Moglie di Ade, figlia di Zeus
e Demetra.
Piccolo Tevere: il fiume che
traccia il confine del Campo Giove.
Pitone: serpente mostruoso che
per ordine di Gea sorvegliava
l’Oracolo di Delfi.
Podex: termine latino per
“fondoschiena”.
Porte della Morte: le porte di
accesso alla casa di Ade, situata nel
Tartaro. Le porte hanno due
versanti: uno nel mondo mortale,
l’altro negli Inferi.
Poseidone: il dio greco del mare.
Figlio dei titani Crono e Rea, fratello
di Zeus e Ade.
Potina: la dea romana dei
bambini, vigilava su quello che
bevevano.
Pretore: magistrato romano.
Princeps: principe di Roma.
Titolo che i primi imperatori si
autoattribuivano.
Satiro: divinità greca della
foresta, in parte capra, in parte
uomo.
Serpente cartaginese: serpente
lungo centoventi piedi che emerse
dal fiume Bàgrada nel Nord Africa
per combattere contro il generale
romano Marco Attilio Regolo e le
sue truppe durante la Prima guerra
punica.
Sibille: sacerdotesse dotate di
virtù profetiche ispirate da un dio.
Sparta: città Stato dell’Antica
Grecia, fortemente militarizzata.
Spatha: lunga spada utilizzata
dalla cavalleria romana.
Stafilo: re di Nasso. Figlio
semidivino di Dioniso; padre di
Emitea e Parteno.
Stige: il fiume che forma il
confine tra la terra e gli Inferi. Deve
il suo nome alla dea dell’odio, una
potente ninfa d’acqua, figlia
maggiore del titano del mare,
Oceano.
Strophia (strophium, sing.):
termine latino per “reggiseno”.
Suburra: zona della città di
Roma altamente popolosa, abitata
dalle classi inferiori.
Tantalo: re della Lidia. Servì per
cena agli dei uno stufato fatto con i
propri figli. Fu mandato negli Inferi,
condannato a restare per l’eternità in
un lago di acqua dolce sotto un
albero da frutto, senza poter né
mangiare né bere.
Tartaro: spirito dell’abisso,
marito di Gea e padre dei giganti. È
così chiamata anche la regione più
bassa degli Inferi.
Tevere: il terzo fiume più lungo
di Italia, sulle cui sponde fu fondata
Roma. Nelle sue acque i Romani
gettavano i criminali giustiziati.
Three Mile Island: impianto
nucleare vicino a Harrisburg, in
Pennsylvania, dove il 28 marzo
1979 si verificò un incidente nel
reattore numero 2.
Titani: potenti divinità greche,
discendenti di Gea e Urano.
Dominarono durante l’Età dell’Oro
e furono spodestati da una stirpe di
divinità più giovani, gli dei
dell’Olimpo.
Toro etiope: gigantesco e
aggressivo toro africano, dotato di
pelle impenetrabile a tutte le armi di
metallo.
Trireme: nave da guerra greca a
tre ordini di remi.
Trittolemo: figlio di re Celeo e
fratello di Demofoonte. Un favorito
di Demetra, fu l’inventore
dell’aratro e dell’agricoltura.
Triumvirato: alleanza politica
formata da tre persone.
Trofonio: semidio figlio di
Apollo, architetto del tempio di
Apollo a Delfi e spirito dell’Oracolo
Oscuro. Decapitò il fratellastro
Agamede per evitare di essere
scoperto dopo aver fatto razzia nella
camera del tesoro di re Irieo.
Troia: città situata nell’odierna
Turchia. Fu teatro dell’epica guerra
di Troia.
Trono della Memoria: seggio
scolpito dalla dea Mnemosine, in cui
un supplicante si sedeva dopo aver
visitato la Grotta di Trofonio e aver
ricevuto stralci di versi dall’Oracolo.
Una volta seduto sul trono, il
supplicante riferiva i versi, e i
sacerdoti li mettevano per iscritto
facendoli diventare una profezia.
Urano: personificazione greca del
cielo. Marito di Gea e padre dei
Titani.
Via Appia: una delle prime e più
importanti strade dell’antica
Repubblica romana. Dopo che
l’esercito romano soffocò la rivolta
guidata da Spartaco nel 73 avanti
Cristo, seimila schiavi furono
crocifissi lungo la strada per più di
duecento chilometri.
Volpe Teumessia: gigantesca
volpe mandata dagli dei a devastare
la città di Tebe come punizione per
un misfatto. La bestia era destinata a
non venire mai catturata.
Yale (vedi anche centicora):
feroce creatura simile all’antilope,
con grandi corna che girano in ogni
direzione.
Yoruba: uno dei tre gruppi etnici
della Nigeria. È anche la lingua e la
religione della popolazione yoruba.
Zeus: il dio greco del cielo,
nonché re degli dei.
Zoe Nightshade: figlia di
Atlante. Fu esiliata, e in seguito si
unì alle Cacciatrici di Artemide,
diventando la fedele luogotenente di
Artemide.
Questo ebook contiene materiale protetto
da copyright e non può essere copiato,
riprodotto, trasferito, distribuito,
noleggiato, licenziato o trasmesso in
pubblico, o utilizzato in alcun altro modo
ad eccezione di quanto è stato
specificamente autorizzato dall’editore, ai
termini e alle condizioni alle quali è stato
acquistato o da quanto esplicitamente
previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi
distribuzione o fruizione non autorizzata
di questo testo così come l’alterazione
delle informazioni elettroniche sul regime
dei diritti costituisce una violazione dei
diritti dell’editore e dell’autore e sarà
sanzionata civilmente e penalmente
secondo quanto previsto dalla Legge
633/1941 e successive modifiche.
Questo ebook non potrà in alcun modo
essere oggetto di scambio, commercio,
prestito, rivendita, acquisto rateale o
altrimenti diffuso senza il preventivo
consenso scritto dell’editore. In caso di
consenso, tale ebook non potrà avere
alcuna forma diversa da quella in cui
l’opera è stata pubblicata e le condizioni
incluse alla presente dovranno essere
imposte anche al fruitore successivo.

www.librimondadori.it

Le sfide di Apollo - 2. La profezia oscura


di Rick Riordan
Mappa illustrata da Kayley LeFaivre,
riprodotta per accordo con Disney
Hyperion Books
© 2017 Rick Riordan
© 2017 Mondadori Libri S.p.A., Milano,
per l’edizione italiana
Pubblicato per accordo con Gallt and
Zacker Literary Agency
Titolo dell’opera originale: The Trials of
Apollo 2. The Dark Prophecy
Ebook ISBN 9788852081217

COPERTINA || ART DIRECTOR:


FERNANDO AMBROSI | GRAPHIC
DESIGNER: DANIELE GASPARI |
ILLUSTRAZIONE DI DANIELE
GASPARI
«L’AUTORE» || FOTO AUTORE: ©
MARTY UMANS
Table of Contents
Copertina
L’immagine
Il libro
L’autore
Frontespizio
1
2
3
4
5
6
7
9
10
11
12
13
14
15
17
18
19
20
21
22
23
25
26
27
28
29
30
31
33
34
35
36
37
38
39
41
42
GUIDA ALLA LINGUA DI
APOLLO
Copyright

Potrebbero piacerti anche