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Il

libro

Per un immortale non c’è


condanna più crudele che
diventare un mortale, eppure
Apollo è riuscito a meritarne una
ancora peggiore: non solo è
precipitato dall’Olimpo a
Manhattan in un cassonetto della
spazzatura, ma si è ritrovato nelle
sembianze di un goffo sedicenne
di nome Lester Papadopoulos!
Questa è la punizione che attende
chi fa infuriare il potente Zeus.
Il dio della poesia, della
musica e del sole, tuttavia, è più
che mai determinato a
riconquistare bellezza, fascino e
addominali a tartaruga. Così, in
compagnia della nuova amica
Meg, si avventura per le strade di
New York alla ricerca di Percy
Jackson, l’unico che può aiutarlo.
Percy non sarà molto felice di
vederlo, ma lo condurrà al Campo
Mezzosangue, dove emergerà un
importante indizio: la punizione
di Apollo potrebbe essere legata
alla scomparsa di alcuni semidei e
al misterioso silenzio dell’Oracolo
di Delfi, che da tempo è
prigioniero del mostro Pitone e
non pronuncia più le sue sacre
profezie…
L’autore

RICK RIORDAN
Autore per ragazzi e
adulti, è stato premiato
con i riconoscimenti
più importanti del
genere mystery.
Vive a Boston con la moglie e i
due figli. Le saghe “Percy
Jackson e gli dei dell’Olimpo”,
“Eroi dell’Olimpo”, “The Kane
Chronicles” e “Magnus Chase e
gli dei di Asgard” hanno venduto
un milione e mezzo di copie in
Italia e più di quaranta milioni nel
mondo.
Rick Riordan
LE SFIDE DI APOLLO
L’oracolo nascosto

Traduzione di Loredana Baldinucci e


Laura Melosi
Alla musa Calliope.
Con ampio ritardo.
Ti prego, non farmi del male.
1

Dei teppisti mi hanno dato un


pugno
Se solo potessi prenderli!
La mortalità fa schifo

Il mio nome è Apollo. Un tempo ero


un dio.
Nei miei quattromila e
seicentododici anni ho fatto molte
cose. Ho scatenato un’epidemia tra i
Greci che assediavano Troia. Ho
concesso a Babe Ruth tre home run
di fila nella quarta partita della
World Series del 1926. Ho abbattuto
la mia ira su Britney Spears agli
MTV Video Music Awards del 2007.
Ma, in tutta la mia vita
immortale, non mi ero mai
schiantato dentro un cassonetto.
Non so nemmeno come sia
successo, di preciso.
Mi svegliai che stavo già
cadendo. Un turbinio di grattacieli
entrava e usciva dalla mia visuale.
Ero avvolto dalle fiamme. Provai a
volare. Provai a trasformarmi in una
nuvola o a teletrasportarmi dall’altra
parte del mondo o a fare un
centinaio di altre cose che di solito
mi riuscivano senza problemi, ma
continuavo a cadere. Precipitai in
uno stretto canyon in mezzo a due
edifici e… BAM!
C’è niente di più triste del tonfo
di un dio che atterra su un mucchio
di sacchi della spazzatura?
Rimasi là disteso, ammaccato e
dolorante, a gemere nel cassonetto
aperto. Il tanfo di mortadella andata
a male mi bruciava le narici. Mi
sentivo le costole rotte, anche se
tecnicamente era impossibile.
Una grande confusione mi
ribolliva nella testa, ma un ricordo
emerse in superficie, la voce di mio
padre, Zeus: “TUA LA COLPA.
TUA LA PUNIZIONE”.
Mi resi conto di quello che era
successo. E mi uscì un singhiozzo di
disperazione.
Perfino per un dio della poesia
come me è difficile descrivere come
mi sentivo. E voi, comuni mortali,
come potreste mai comprendere?
Immaginate che vi strappino le vesti
e vi colpiscano con il getto di una
manichetta antincendio davanti a
una folla schiamazzante.
Immaginate l’acqua gelida che vi
riempie la bocca e i polmoni, la
pressione che vi ricopre di lividi e vi
riduce in poltiglia le ossa.
Immaginate di sentirvi inermi,
coperti di vergogna, vulnerabili,
pubblicamente e brutalmente
spogliati di tutto ciò che vi rende ciò
che siete. Ecco, la mia umiliazione
era ancora peggio.
“TUA LA COLPA…” La voce di
Zeus mi rimbombava nella testa.
«No!» gridai sconsolato. «Non è
stata colpa mia! Ti prego!»
Nessuno rispose. Accanto a me,
su entrambi i lati, delle scale
antincendio arrugginite salivano a
zigzag lungo muri di mattoni. Sopra,
il cielo invernale era grigio e ostile.
Cercai di ricordare i dettagli della
mia condanna. Mio padre mi aveva
detto quanto sarebbe durata la
punizione? Cosa dovevo fare per
rientrare nelle sue grazie?
La mia memoria era troppo
appannata. Riuscivo a malapena a
ricordare l’aspetto di Zeus,
figuriamoci il motivo per cui aveva
deciso di scaraventarmi sulla Terra.
C’era stata una guerra con i
giganti… Gli dei erano stati colti
alla sprovvista, umiliati,
praticamente sconfitti.
Una cosa sola sapevo con
certezza: la mia punizione era
ingiusta. Zeus doveva prendersela
con qualcuno, perciò naturalmente
aveva scelto il dio più bello,
talentuoso, popolare di tutto il
pantheon: me.
Disteso nella spazzatura, fissai
l’etichetta all’interno del coperchio
del cassonetto: PER LA RACCOLTA,
CHIAMARE 1-555-SPUTZY.
“Zeus ci ripenserà” mi dissi. “Sta
solo cercando di spaventarmi. Da un
momento all’altro mi riporterà
sull’Olimpo e mi lascerà andare con
una ramanzina.”
«Sì…» La mia voce suonava
vuota e disperata. «Sì, è così.»
Cercai di muovermi. Volevo che
Zeus mi trovasse sulle mie gambe
quando sarebbe venuto a scusarsi.
Un dolore sordo mi pulsava nelle
costole. Mi si strinse lo stomaco.
Afferrai il bordo del cassonetto e
riuscii a trascinarmi fuori di peso.
Caddi e atterrai su una spalla, che
colpì l’asfalto con un crac.
«Aaaargggh» gemetti, dolorante.
«In piedi!»
Alzarsi non fu facile. Mi girava la
testa, e per poco non svenni per lo
sforzo. Quando ci riuscii, vidi che
mi trovavo in un vicolo cieco. A una
quindicina di metri di distanza,
l’unica uscita si affacciava su una
strada di cui scorgevo soltanto le
vetrine sporche di una lavanderia e
di un banco dei pegni. Ero in un
quartiere della zona occidentale di
Manhattan, intuii, o forse dalle parti
di Crown Heights, a Brooklyn. Zeus
doveva proprio avercela a morte con
me.
Ispezionai il mio nuovo corpo. A
quanto pareva, ero un adolescente
maschio, bianco, vestito con un paio
di jeans, una polo verde e delle
sneaker ai piedi. Che sciatteria. Mi
sentivo nauseato, debole, e molto,
molto umano.
Non capirò mai come voi mortali
riusciate a sopportarlo. Trascorrete
la vostra intera vita intrappolati in
un sacco di carne, incapaci di godere
di piaceri semplici come
trasformarsi in colibrì o dissolversi
in luce pura.
E ora, che il cielo mi aiuti, ero
uno di voi: un sacco di carne come
tanti.
Mi frugai affannosamente nelle
tasche dei pantaloni, sperando di
avere ancora le chiavi del mio carro
del sole. Macché. Trovai un
volgarissimo portafogli di nylon con
dentro cento dollari – i soldi per il
pranzo del mio primo giorno da
mortale, forse – insieme a una
patente dello Stato di New York con
la fototessera di un ragazzino riccio
e imbranato che non avrebbe mai
potuto essere me, e che rispondeva
al nome di Lester Papadopoulos. La
crudeltà di Zeus non conosceva
limiti!
Sbirciai dentro il cassonetto,
sperando che il mio arco, la faretra e
la lira fossero caduti sulla Terra
insieme a me. Mi sarei accontentato
di un’armonica. E invece non c’era
niente.
Trassi un respiro profondo.
“Coraggio” mi dissi. “Di certo avrò
conservato qualcuna delle mie
abilità divine. Poteva andare
peggio.”
In quell’istante, una voce roca
gridò: «Ehi, Cade, guarda un po’
questo sfigato».
In fondo al vicolo, a bloccare
l’uscita, c’erano due ragazzi: uno
tarchiato e biondo platino, l’altro
allampanato e rosso di capelli.
Entrambi indossavano pantaloni
larghi e felpe XXL col cappuccio.
Avevano il collo coperto di serpenti
tatuati. Gli mancava solo la scritta
SONO UN TEPPISTA stampata a grandi
lettere sulla fronte.
Il rosso mise a fuoco il portafogli
che avevo in mano. «Su, Mikey, che
maniere. Mi sembra un tipo a posto.
Molto amichevole, direi.» Sorrise e
si sfilò un coltellaccio dalla cintura.
«Infatti, scommetto che vuole
regalarci tutti i suoi soldi.»
Imputo tutto ciò che successe in
seguito al mio disorientamento.
Sapevo che mi era stata strappata
l’immortalità, ma mi consideravo
ancora il potente Apollo! Non si può
cambiare il proprio modo di pensare
con la facilità con cui, che so, ci si
trasforma in un leopardo delle nevi.
E poi, nelle precedenti occasioni
in cui Zeus mi aveva punito
rendendomi mortale (sì, mi era
successo già due volte), avevo
conservato una forza sorprendente e
almeno un po’ dei miei poteri divini.
Detti per scontato che fosse vero
anche stavolta.
Non avevo nessuna intenzione di
permettere a quelle due giovani
canaglie mortali di prendersi il
portafogli di Lester Papadopoulos.
Drizzai la schiena, augurandomi
che Cade e Mikey fossero intimiditi
dal mio portamento regale e dalla
mia divina bellezza (qualità che
avevo senza dubbio conservato,
quale che fosse la foto della mia
patente). Ignorai il rivolo
appiccicoso e puzzolente che mi
scorreva sul collo.
«Io sono Apollo» annunciai. «Voi
mortali avete tre scelte: offrirmi un
tributo, fuggire o essere annientati.»
Avrei voluto che le mie parole
riecheggiassero per tutto il vicolo,
scuotessero i grattacieli di New York
e facessero piovere rovine fumanti
dal cielo. Ma non accadde nulla di
tutto questo. Alla parola
“annientati”, la mia voce produsse
un pigolio.
Il sorriso di Cade il Rosso si
allargò. Pensai a quanto sarebbe
stato divertente se avessi potuto
animare i serpenti tatuati sul suo
collo e ordinare loro di strangolarlo.
«Che ne dici, Mikey?» chiese al
suo amico. «Gli offriamo un
tributo?»
Mikey aggrottò la fronte. Con
quella stazza, i capelli biondi e ispidi
e gli occhietti piccoli e crudeli, mi
ricordò la scrofa mostruosa che
terrorizzava il villaggio di
Crommione ai bei tempi.
«Non mi sento in vena, Cade.»
Parlava come se avesse appena
mangiato un pacchetto di sigarette
accese. «Quali erano le altre
opzioni?»
«Fuggire?»
«Naah.»
«Essere annientati?»
Mikey fece un verso di scherno.
«E se invece noi annientiamo lui?»
Cade si fece saltare il coltello
nella mano, riprendendolo per il
manico.
Io alzai i pugni. Non mi piaceva
l’idea di ridurre dei mortali in waffle
di carne, ma ero certo di poterlo
fare. Perfino in quelle condizioni,
sarei stato molto più forte di
qualunque umano. «Vi avviso. I miei
poteri vanno molto oltre la vostra
capacità di comprensione.»
Mikey si fece scrocchiare le
nocche. «Ah-ah.» E attaccò.
Non appena fu alla mia portata,
sferrai un colpo. Misi tutta la mia
forza in quel pugno. Avrebbe dovuto
essere sufficiente a disintegrare
Mikey e lasciare solo una vaga
impronta di teppista sull’asfalto.
Invece lui mi schivò, cosa che
trovai alquanto irritante.
Inciampai. Devo dire che quando
Prometeo ha plasmato voi umani
dall’argilla ha fatto un lavoro
vergognoso. Le gambe mortali sono
goffe. Cercai di compensare,
attingendo alle mie inesauribili
riserve di agilità, ma Mikey mi diede
un calcio sul sedere. Caddi bocconi,
sulla mia divina faccia.
Le narici mi si gonfiarono come
airbag. Mi si stapparono le orecchie.
Un saporaccio di rame mi riempì la
bocca. Mi girai sulla schiena,
gemendo, e vidi in maniera sfocata i
due teppisti che mi fissavano
dall’alto.
«Mikey, stai comprendendo il suo
potere?» chiese Cade.
«Naah» rispose Mikey. «Direi di
no.»
«Sciocchi!» gracchiai. «Vi
distruggerò!»
«Sì, come no.» Cade gettò il suo
coltello. «Prima però te le suoniamo
noi.» Sollevò l’anfibio sopra la mia
faccia.
E il mondo si fece buio.
2

Arriva LEI
Vergogna su vergogna
Stupide bucce!

Non me le suonavano così dal 1957,


quando sfidai Chuck Berry alla
chitarra.
Mentre Cade e Mikey mi
prendevano a calci, mi raggomitolai,
cercando di proteggere le costole e
la testa. Il dolore era insopportabile.
Vomitai, scosso dai brividi. Persi più
volte i sensi, e avevo la vista
offuscata da macchie rosse. Quando
i miei assalitori si stancarono di
prendermi a calci, mi colpirono sulla
testa con un sacco della spazzatura,
che scoppiò, ricoprendomi di fondi
di caffè e bucce ammuffite.
Poi, finalmente, arretrarono con il
fiato grosso. Mani rozze mi
tastarono e presero il mio portafogli.
«Cos’abbiamo qui?» fece Cade.
«Un po’ di soldi e un documento
di… Lester Papadopoulos.»
Mikey scoppiò a ridere. «Lester?
È perfino peggio di Apollo.»
Mi toccai il naso, che sembrava
più o meno delle dimensioni e della
consistenza di un materasso ad
acqua. Quando tolsi le dita,
luccicavano di rosso. «Sangue»
borbottai. «Non è possibile.»
«È molto possibile, Lester.» Cade
si accovacciò accanto a me. «E
potrebbe esserci altro sangue nel tuo
futuro più immediato. Vuoi
spiegarmi perché non hai una carta
di credito? O un telefono? Non
dirmi che ti abbiamo pestato solo
per un centinaio di dollari.»
Fissai il sangue sulle mie dita.
Ero un dio. Non avrei dovuto
sanguinare. Le altre volte in cui ero
stato reso mortale, l’icore dorato
aveva continuato a scorrere nelle
mie vene. La trasformazione non era
mai stata così… radicale. Doveva
per forza esserci un errore. Un
trucco. Qualcosa.
Cercai di mettermi a sedere, ma
appoggiai la mano su una buccia di
banana e caddi di nuovo.
I miei assalitori si piegarono dalle
risate.
«Io questo lo adoro!» esclamò
Mikey.
«Sì, ma il capo ha detto che era
ricco sfondato» si lamentò Cade.
«Il capo?» borbottai.
«Esatto, Lester.» Cade mi diede
un colpetto sulla tempia,
schioccando le dita. «“Andate in
quel vicolo” ci ha ordinato il capo.
“Sarà un gioco da ragazzi.” Ha detto
che dovevamo conciarti per le feste
e prenderti tutto quello che avevi.
Ma questi…» Mi sventolò le
banconote sotto il naso. «Questi non
sono un granché per ripagarci la
giornata.»
Nonostante l’impiccio in cui mi
trovavo, provai un moto di speranza.
Se quei teppisti erano stati mandati
lì a cercarmi, il loro “capo” doveva
essere un dio. Nessun mortale
avrebbe potuto sapere che sarei
precipitato proprio in quel punto.
Forse Cade e Mikey non erano
neppure umani. Almeno questo
avrebbe spiegato perché mi avevano
battuto così facilmente.
«Chi… chi è il vostro capo?» Mi
rimisi in piedi a fatica, con i fondi di
caffè che mi piovevano dalle spalle.
Ero così stordito che mi sentivo
come se stessi volando troppo vicino
alle esalazioni del Caos primordiale,
ma non mi lasciai abbattere. «È stato
Zeus a mandarvi? O forse Ares?
Esigo un’udienza.»
Mikey e Cade si guardarono
come per dire: “Ma senti questo!”.
Cade raccolse il suo coltello.
«Non hai colto l’antifona, eh,
Lester?»
Mikey si tolse la cintura – un
pezzo di catena di bicicletta – e se la
avvolse intorno al polso.
Decisi di sottometterli cantando.
Sì, certo, avevano resistito ai miei
pugni, ma nessun mortale poteva
resistere alla mia voce dorata. Stavo
cercando di decidermi fra You Send
Me e un mio pezzo originale, I’m
Your Poetry God, Baby, quando una
voce gridò: «EHI!».
I teppisti si voltarono. Sopra di
noi, sul pianerottolo della scaletta
antincendio al secondo piano, c’era
una ragazzina sui dodici anni.
«Lasciatelo in pace» ordinò.
Il mio primo pensiero fu che
Artemide fosse venuta in mio
soccorso. Mia sorella compare
spesso sotto le sembianze di una
dodicenne, per ragioni che non ho
mai capito del tutto. Ma qualcosa mi
diceva che non era lei.
La ragazzina sulla scaletta non
incuteva molto timore. Era bassa e
paffutella, con i capelli scuri tagliati
in un caschetto corto e spettinato e
un paio di occhiali dalle lenti
allungate, con gli strass che
luccicavano sulle punte. Nonostante
il freddo, non aveva il cappotto. Il
suo abbigliamento sembrava quello
di una bambina dell’asilo: sneaker
rosse, calze gialle e uno scamiciato
verde. Forse stava andando a una
festa in maschera e si era vestita da
semaforo.
Eppure… c’era qualcosa di
feroce nell’espressione del suo viso.
Aveva la stessa smorfia seria e
ostinata che veniva alla mia ex
fidanzata Cirene ogni volta che
lottava con i leoni.
Mikey e Cade però non parevano
molto colpiti.
«Sparisci!» le disse Mikey.
La ragazzina batté un piede a
terra, facendo tremare tutta la
scaletta. «Questo è il mio vicolo, e
qui comando io!» Fra la voce nasale
e il tono prepotente, sembrò quasi
che stesse rimproverando un
compagno di giochi. «Qualunque
cosa possieda quello sfigato, è mia.
Soldi inclusi!»
«Ma perché mi danno tutti dello
sfigato?» protestai debolmente. Mi
sembrava un commento ingiusto,
anche se mi avevano appena pestato
ed ero ricoperto di spazzatura. Però
nessuno mi degnò della minima
attenzione.
Cade guardava con aria malevola
la ragazzina. Il rosso dei capelli
sembrò trasmettersi alla faccia. «Hai
voglia di scherzare? Levati di torno,
microbo!» Raccolse una mela
marcia e gliela lanciò.
L’altra non fece una piega. Il
frutto atterrò ai suoi piedi, rotolò
appena e si fermò senza colpo ferire.
«Vuoi giocare con il cibo?» La
ragazzina si asciugò il naso. «Okay.»
Non la vidi raccogliere la mela,
ma il frutto tornò indietro con una
precisione micidiale e colpì il naso
di Cade, il quale cadde di sedere
sull’asfalto.
Mikey ringhiò. Marciò deciso
verso la scaletta antincendio, ma una
buccia di banana sembrò muoversi e
scivolare proprio sul suo cammino.
Anche lui perse l’equilibrio e cadde
malamente a terra. «AHIAAA!»
Mi allontanai dai due teppisti. Mi
chiesi se non fosse il momento di
darmela a gambe, ma riuscivo a
malapena a zoppicare. E poi non
volevo subire un attacco con la
frutta marcia.
La ragazzina scavalcò la
ringhiera e saltò giù con un’agilità
sorprendente, poi afferrò un sacco
della spazzatura.
«Ferma!» Cade arretrò come un
gambero, per allontanarsi.
«Parliamone!»
Mikey gemette e si rigirò sulla
schiena.
La ragazzina fece una smorfia.
Aveva le labbra screpolate e una
peluria ispida e scura agli angoli
della bocca. «Voi non mi piacete»
disse. «Andatevene.»
«Sì! Certo! Solo che…» provò a
protestare Cade. Allungò le mani
verso le banconote sparpagliate tra i
fondi di caffè.
La ragazzina fece roteare il sacco
della spazzatura. La plastica esplose
a mezz’aria, riversando una quantità
incredibile di banane marce. Cade
finì al tappeto. Mikey si ritrovò
coperto di così tante bucce da
sembrare sotto l’assalto di un branco
di stelle marine carnivore.
«Via dal mio vicolo» ordinò la
ragazzina. «Subito!»
Nel cassonetto, altri sacchi della
spazzatura esplosero come popcorn,
inondando Cade e Mikey di
ravanelli marci, bucce di patate e
altri rifiuti organici.
Miracolosamente, io non ne fui
colpito. Nonostante le ferite, i due
teppisti si rimisero in piedi e se la
diedero a gambe, urlando.
Mi voltai verso la mia
minisalvatrice. Non ero nuovo alle
donne pericolose. Mia sorella faceva
piovere frecce micidiali. La mia
matrigna, Era, faceva regolarmente
impazzire i mortali per impedire loro
di distruggersi a vicenda. Ma quella
dodicenne armata di spazzatura mi
rendeva nervoso.
«Grazie» azzardai.
La ragazzina incrociò le braccia.
Portava un anello d’oro al dito
medio di ciascuna mano, con un
sigillo a mezzaluna. I suoi occhi
luccicavano cupamente, come quelli
di un corvo (posso ben dirlo, dato
che i corvi li ho inventati io). «Non
ringraziarmi» disse. «Sei ancora nel
mio vicolo.» Mi girò intorno,
studiandomi attentamente, come se
fossi una vacca a un concorso di
bellezza (posso ben dire anche
questo, dato che una volta
collezionavo vacche di prima
scelta). «Tu sei il dio Apollo?» Non
sembrava molto colpita. Né pareva
minimamente stupita all’idea che gli
dei camminassero in mezzo ai
mortali.
«Quindi stavi ascoltando?»
Annuì. «Non hai l’aspetto di un
dio.»
«Non sono nella mia forma
migliore» ammisi. «Mio padre,
Zeus, mi ha esiliato dall’Olimpo. E
tu chi sei?»
Emanava un vago profumo di
torta di mele, il che era
sorprendente, considerato quanto
fosse sporca. Una parte di me
avrebbe voluto trovare un
asciugamano pulito, strofinarle la
faccia e darle un po’ di soldi per un
pasto caldo. Un’altra parte di me,
però, avrebbe preferito tenerla a
debita distanza con una sedia,
casomai avesse deciso di mordermi.
Mi ricordava tutte quelle bestiole
randagie che mia sorella adottava in
continuazione: cani, pantere,
fanciulle senzatetto, cuccioli di
drago.
«Mi chiamo Meg.»
«Diminutivo di Megara? O di
Margaret?»
«Margaret. Ma non chiamarmi
Margaret. Mai.»
«E sei una semidea, Meg?»
Si raddrizzò gli occhiali. «Cosa te
lo fa pensare?»
Di nuovo, la domanda non parve
sorprenderla. Capii che aveva già
sentito la parola “semidea” prima di
allora.
«Be’, è evidente che hai dei
poteri. Hai messo in fuga quelle
canaglie con un po’ di frutta marcia.
Forse… la bananacinesi? Oppure sei
in grado di controllare la spazzatura?
Un tempo conoscevo una dea
romana, Cloacina, che controllava il
sistema fognario della città. Magari
siete parenti…?»
Meg si rabbuiò. Ebbi
l’impressione di aver detto qualcosa
di sbagliato, anche se non riuscivo
proprio a immaginare cosa.
«Credo che mi accontenterò di
prenderti i soldi» disse Meg. «Va’
pure. Smamma!»
«No, aspetta!» Un filo di
disperazione mi incrinò la voce. «Ti
prego, io… ecco, mi servirebbe un
aiutino.»
Mi sentivo ridicolo,
naturalmente. Io – il dio della
profezia, delle epidemie, del tiro con
l’arco, della guarigione, della
musica e di diverse altre cose che sul
momento non riuscivo a ricordare –
stavo chiedendo aiuto a una monella
di strada dai vestiti troppo colorati.
Ma non avevo nessun altro. Se
quella ragazzina avesse deciso di
prendersi i miei soldi e di buttarmi al
freddo e al gelo delle strade
d’inverno, con tutta probabilità non
sarei riuscito a fermarla.
«Diciamo che ti credo…» La
voce di Meg prese un tono
cantilenante, come se fosse sul
punto di annunciare le regole di un
gioco: “Io sarò la principessa, e tu la
sguattera”. «Diciamo che decido di
aiutarti. E poi?»
Bella domanda. «Siamo… siamo
a Manhattan?»
Meg annuì, fece una piroetta e
tirò un calcio all’aria. «A Hell’s
Kitchen.»
Hell’s Kitchen. Il quartiere più
degradato di Manhattan. Quel nome
sulla bocca di una ragazzina
sembrava sbagliato. Ma, del resto, il
fatto che una ragazzina vivesse in un
vicolo e lottasse contro i teppisti non
sembrava certo meno sbagliato.
Riflettei. Potevo presentarmi
all’Empire State Building. Era
l’ingresso moderno al Monte
Olimpo, ma dubitavo che le guardie
mi avrebbero lasciato salire al
seicentesimo piano segreto. Zeus
non mi avrebbe certo reso le cose
semplici.
Forse potevo andare a trovare il
mio vecchio amico Chirone, il
centauro. Aveva un campo di
addestramento a Long Island. Poteva
offrirmi un rifugio, oltre che il suo
consiglio. Ma sarebbe stato un
viaggio pericoloso. Un dio indifeso
è un bersaglio allettante. Qualunque
mostro lungo il cammino sarebbe
stato felicissimo di sbudellarmi. E
anche gli spiriti invidiosi e gli dei
minori avrebbero colto l’opportunità
al volo. Poi c’era il misterioso
“capo” di Cade e Mikey. Non avevo
idea di chi fosse, né se avesse altri e
peggiori scagnozzi da inviarmi
contro.
Anche se fossi riuscito ad
arrivare a Long Island, i miei nuovi
occhi mortali forse non sarebbero
stati in grado di trovare il campo di
Chirone, camuffato magicamente
nella sua valle. Mi serviva una guida
che mi ci portasse… qualcuno di
esperto, nelle vicinanze.
«Ho un’idea.» Raddrizzai la
schiena, nei limiti concessi dalle mie
ammaccature. Non era facile darsi
un’aria sicura con il naso
insanguinato e i fondi di caffè che
continuavano a piovere dai miei
vestiti. «Conosco qualcuno che può
aiutarci. Vive nell’Upper East Side.
Portami da lui, e ti ricompenserò.»
Meg fece un verso a metà fra uno
starnuto e una risata. «Mi
ricompenserai? E con cosa?»
Danzando, si mise a raccogliere
banconote da venti dollari nella
spazzatura. «Mi sto già prendendo i
tuoi soldi.»
«Ehi!»
Meg mi lanciò il portafogli ormai
vuoto, a parte la patente di Lester
Papadopoulos. Poi canticchiò: «Ho i
tuoi soldi, ho i tuoi soldi…».
Soffocai un ringhio. «Ascolta,
ragazzina, non resterò mortale per
sempre. Un giorno sarò di nuovo un
nume luminoso del cielo. Allora
ricompenserò coloro che mi hanno
aiutato… e punirò coloro che non
l’hanno fatto.»
Meg si mise le mani sui fianchi.
«Come fai a sapere che succederà?
Sei mai stato mortale prima d’ora?»
«Sì, due volte! Ed entrambe le
volte la mia punizione è durata
qualche anno al massimo!»
«Ah, davvero? E come hai fatto a
tornare un numoloso del cielo o
quello che è?»
«Numoloso è una parola che non
esiste» osservai, anche se le mie
facoltà poetiche stavano già
riflettendo su come poterla usare.
«Di solito Zeus vuole che lavori
come schiavo di qualche importante
semidio. Come quello di cui ti
parlavo, per esempio. Lui sarebbe
perfetto! Faccio tutto ciò che il mio
nuovo padrone mi chiede, per
qualche anno. E, se mi comporto
bene, ho il permesso di tornare
sull’Olimpo. Ora devo soltanto
recuperare le forze e capire…»
«Come fai a sapere con certezza
quale semidio?»
Strizzai gli occhi. «Cosa?»
«Quale semidio devi servire,
rapa.»
«Io… ehm. Be’, di solito è
evidente. Lo incontro per caso, più o
meno. Ecco perché voglio andare
nell’Upper East Side. Il mio nuovo
padrone reclamerà i miei servigi
e…»
«Io sono Meg McCaffrey!» La
ragazzina mi lanciò un lampone. «E
reclamo i tuoi servigi!»
Sopra di noi, un tuono scosse il
cielo grigio. Il suono riecheggiò
come una risata divina nei canyon
della città.
Quel poco di orgoglio che mi era
rimasto si squagliò in un rivolo
d’acqua gelida e mi colò nei calzini.
«Ci sono cascato in pieno, eh?»
«Esatto!» Meg saltellava su e giù
con le sue sneaker rosse. «Ci
divertiremo!»
Con grande difficoltà, mi
trattenni dal piagnucolare. «Sei
sicura di non essere Artemide
travestita?»
«Sono quell’altra cosa» replicò
Meg, contando i miei soldi. «Quello
che hai detto prima. Una semidea.»
«Come lo sai?»
«Lo so e basta.» Mi rivolse un
sorriso soddisfatto. «E ora ho un dio
di nome Lester al mio servizio!»
Sollevai il volto verso il cielo.
«Ti prego, Padre, ho compreso il
mio sbaglio. Ti supplico, non ce la
faccio, non posso!»
Zeus non rispose. Probabilmente
era troppo occupato a registrare la
mia umiliazione per condividerla su
Snapchat.
«Su con la vita» mi disse Meg.
«Chi è il tizio che volevi
incontrare… quello nell’Upper East
Side?»
«Un altro semidio» risposi.
«Conosce la strada per arrivare a un
campo dove potrei trovare rifugio,
assistenza, cibo…»
«Cibo?» Meg drizzò le orecchie
quasi quanto le punte dei suoi
occhiali. «Cibo buono?»
«Be’, di solito io mangio solo
ambrosia, ma sì, suppongo di sì.»
«Allora questo è il mio primo
ordine! Andremo a trovare questo
tizio che ci porterà al campo che dici
tu!»
Sospirai affranto. Sarebbe stata
una schiavitù molto lunga.
«Come desideri.» Annuii.
«Andiamo a trovare Percy Jackson.»
3

È disastroso
Non son più numoloso
L’haiku non rima!

Mentre procedevamo lungo Madison


Avenue, la mia mente vorticava di
domande: perché Zeus non mi aveva
dato un cappotto? Perché Percy
Jackson abitava così lontano?
Perché i passanti continuavano a
guardarmi?
Mi chiesi se il mio splendore
divino non stesse cominciando a
tornare. Forse gli abitanti di New
York erano sgomenti di fronte al mio
evidente potere e alla mia bellezza
sovrumana.
Meg McCaffrey mi schiarì le
idee. «Puzzi. Sembri appena
scampato a un’aggressione.»
«Ma io sono stato aggredito. E
anche schiavizzato da una
ragazzina.»
«Non è schiavitù.» Meg si staccò
una pellicina dal pollice con i denti e
la sputò in strada. «Diciamo che è
una cooperazione reciproca.»
«Reciproca nel senso che tu dai
gli ordini e io sono costretto a
eseguirli?»
«Esatto.» Si fermò davanti alla
vetrina di un negozio. «Visto? Sei
uno schifo.»
Il mio riflesso mi fissava… solo
che non era il mio riflesso.
Impossibile. La faccia era la stessa
che c’era sulla patente di Lester
Papadopoulos.
Avevo più o meno sedici anni. I
capelli di media lunghezza erano
scuri e ricci, una pettinatura che
avevo portato da dio ai tempi
dell’antica Atene e poi di nuovo
negli anni Settanta. Avevo gli occhi
azzurri. La faccia era abbastanza
gradevole, nonostante l’aria
impacciata, ma era imbruttita da un
naso gonfio color melanzana, che mi
aveva lasciato disgustosi baffi di
sangue sul labbro superiore. Come
se questo non bastasse, le guance
erano coperte da una sorta di
eruzione cutanea che somigliava in
modo alquanto sospetto a… Mi saltò
il cuore in gola.
«Orrore!» gridai. «Quella è…
è… acne?»
Gli dei immortali non hanno
l’acne! È uno dei nostri diritti
inalienabili.
Eppure, quando mi accostai alla
vetrina, vidi che la mia pelle era una
landa devastata di brufoli e pustole.
Strinsi i pugni e li agitai contro il
cielo crudele. «Zeus, che cosa ho
fatto per meritarmi questo?»
Meg mi tirò per la manica. «Così
ti farai arrestare.»
«Che importa? Mi hanno
trasformato in un adolescente. E,
come se questo non bastasse, in un
adolescente che non ha una pelle
perfetta! Scommetto che non ho
nemmeno…» In preda a un gelido
terrore, sollevai la maglietta. Tutta la
parte inferiore del busto era coperta
di lividi assortiti, frutto della caduta
nel cassonetto e dei calci successivi.
La cosa peggiore, però, era un’altra:
la ciccia. «Oh, no, no, no…» Mi
aggirai zoppicando per il
marciapiede, sperando che la ciccia
non mi seguisse. «Dov’è la mia
tartaruga? Ho sempre avuto degli
addominali pazzeschi. Non ho mai
avuto le maniglie dell’amore. Mai,
in quattromila anni!»
Meg grugnì un’altra risata. «Ma
va’, quante storie, stai bene.»
«Sono grasso!»
«Sei nella media. E le persone
nella media non hanno la tartaruga.
Andiamo.»
Avrei voluto ribattere che non ero
né nella media, né tantomeno una
persona, ma con crescente
disperazione compresi che ormai la
definizione mi calzava a pennello.
Dall’altra parte della vetrina,
all’interno del negozio, si profilò la
faccia di una guardia di sicurezza,
che mi scrutò con sospetto. Lasciai
che Meg mi trascinasse via.
Camminava saltellando,
fermandosi di tanto in tanto a
raccogliere una moneta o a fare una
piroetta intorno a un lampione.
Sembrava insensibile a un sacco di
cose: al freddo, al viaggio pericoloso
che ci attendeva e al fatto che io
soffrissi di acne.
«Come fai a essere così calma?»
le chiesi. «Sei una semidea, te ne vai
a zonzo con un dio e presto partirai
per un campo dove incontrerai altri
della tua specie. Non c’è niente di
tutto questo che ti sorprenda?»
«Eh, capirai.» Si fabbricò un
aeroplanino di carta con una delle
mie banconote da venti dollari.
«Sapessi quante ne ho viste, di cose
strane.»
Fui tentato di domandarle cosa
poteva esserci di più strano della
mattinata che avevamo appena
trascorso. Ma decisi che forse non
sarei stato in grado di sostenere lo
stress della risposta. «Di dove sei?»
«Te l’ho detto. Di quel vicolo.»
«No, ma… i tuoi genitori? La
famiglia? Gli amici?»
Un’ombra di fastidio passò sul
suo viso. Meg tornò a concentrarsi
sull’aeroplanino di carta. «Non
importa.»
Grazie alle mie avanzatissime
capacità di lettura dei sentimenti
altrui, intuii che stava nascondendo
qualcosa, ma non è insolito con i
semidei. Per essere teneri pargoli
che hanno ricevuto il dono di un
genitore immortale, sono
stranamente suscettibili riguardo alle
proprie origini. «E non hai mai
sentito parlare del Campo
Mezzosangue? O del Campo
Giove?»
«No.» Meg controllò con il
polpastrello la punta
dell’aeroplanino. «Quanto manca
alla casa di Perry?»
«Percy. Non ne sono sicuro.
Ancora qualche isolato… credo.»
La risposta sembrò soddisfarla.
Continuò a saltellare come se
giocasse a campana, lanciando
l’aeroplanino e recuperandolo.
Attraversò un incrocio facendo la
ruota – vestita com’era da semaforo
lampeggiante – e per un attimo ebbi
paura che la mettessero sotto. Per
fortuna, gli automobilisti di New
York sono abituati ai pedoni
distratti.
Stabilii che Meg era una semidea
selvaggia. Succede di rado, ma
succede. Senza nessuna rete di
supporto, senza essere scoperta da
altri semidei né addestrata in modo
adeguato, era riuscita lo stesso a
sopravvivere. Ma la sua fortuna non
sarebbe durata. I mostri di solito
cominciano a cacciare e a uccidere i
giovani eroi quando questi si
avvicinano ai tredici anni, l’età in
cui i loro veri poteri iniziano a
manifestarsi. A Meg non restava
molto tempo. Aveva bisogno di
essere accompagnata al Campo
Mezzosangue tanto quanto me. Era
fortunata ad avermi incontrato.
(Lo so, sembra un’ovvietà.
Incontrare me è una fortuna per
chiunque, ma avete capito cosa
intendo.)
Se fossi stato il solito onnisciente
me stesso, avrei potuto leggere il
destino di Meg. Avrei guardato nella
sua anima e visto tutto ciò che mi
serviva sapere: la sua ascendenza
divina, i suoi poteri, le sue
motivazioni più profonde e i suoi
segreti.
Ma in quel momento ero cieco a
questo genere di cose. Potevo solo
essere certo della sua natura
semidivina, perché era riuscita a
reclamare i miei servigi. Zeus aveva
confermato i suoi diritti con un
tuono. Percepivo il legame che mi
obbligava a servirla, come uno
stretto sudario di bucce di banana.
Chiunque fosse Meg McCaffrey e
comunque avesse fatto a trovarmi, i
nostri destini ormai erano intrecciati.
Era imbarazzante quasi quanto
l’acne.
Svoltammo sull’Ottantaduesima
Strada.
Quando arrivammo sulla Second
Avenue, il quartiere cominciò a
sembrarmi familiare: file di
condomini, ferramenta, alimentari e
ristoranti indiani. Sapevo che Percy
Jackson viveva lì da qualche parte,
ma viaggiare nel cielo sul carro del
sole mi aveva lasciato un senso
dell’orientamento che somigliava
molto a Google Earth. Non ero
abituato a muovermi al livello della
strada.
E poi, in quella forma mortale, la
mia memoria infallibile era
diventata… fallibile. Paure e bisogni
mortali mi annebbiavano i pensieri. I
miei vestiti puzzavano. Avevo
voglia di mangiare. Dovevo andare
in bagno. Mi faceva male
dappertutto. Mi sembrava di avere il
cervello imbottito di cotone bagnato.
No, sul serio, come fate voi umani a
sopportarlo?
Dopo qualche altro isolato,
cominciò a cadere una pioggia mista
a neve. Meg si mise a cercare di
prendere i fiocchi con la lingua.
Pensai che fosse un metodo alquanto
inefficace per dissetarsi, e con
dell’acqua sporca, per di più.
Rabbrividii e mi concentrai su
pensieri felici: le Bahamas, le Nove
Muse in perfetta armonia, le
innumerevoli e orrende punizioni
che avrei inflitto a Cade e Mikey
una volta tornato dio.
Mi chiesi di nuovo chi fosse il
loro capo, e come avesse saputo il
punto esatto della mia caduta sulla
Terra. Nessun mortale avrebbe
potuto esserne informato. In effetti,
più ci pensavo, meno riuscivo a
comprendere come perfino un dio (a
parte il sottoscritto) avesse potuto
prevedere il futuro con tanta
accuratezza. Dopotutto, per interi
millenni, ero stato io il dio della
profezia, signore dell’Oracolo di
Delfi e distributore delle migliori
anteprime sul destino di chiunque.
Naturalmente, i nemici non mi
mancavano. Una delle naturali
conseguenze della mia bellezza era
attirare invidie da ogni dove.
Tuttavia, riuscivo a pensare a un
solo avversario in grado di predire il
futuro. E se lui fosse venuto a
cercarmi e mi avesse trovato in
quelle misere condizioni…
Misi a tacere quel pensiero.
Avevo già abbastanza di cui
preoccuparmi. Non aveva senso
spaventarsi a morte con quel genere
di “se”.
Cominciammo a cercare nelle vie
laterali, controllando i nomi sui
citofoni e sulle cassette della posta.
L’Upper East Side ha una quantità
sorprendente di Jackson. Una cosa
piuttosto irritante.
Dopo diversi tentativi falliti,
svoltammo un angolo e lì,
parcheggiata sotto un mirto, c’era
una vecchia Prius blu. Sul cofano
c’erano le impronte inconfondibili
degli zoccoli di un pegaso. (Come
facevo a esserne certo? Di zoccoli
me ne intendo. E poi, i cavalli
comuni di solito non galoppano
sopra le Toyota. I pegasi invece lo
fanno spesso.)
«Ah-ah!» dissi a Meg. «Ci stiamo
avvicinando.»
A metà dell’isolato, riconobbi il
palazzo: un edificio di mattoni a
cinque piani, con pesanti
condizionatori arrugginiti appesi alle
finestre. «Voilà!» esclamai.
Davanti alle scale d’ingresso,
tuttavia, Meg si fermò, come se
avesse sbattuto contro una barriera
invisibile. Puntò lo sguardo verso la
Second Avenue, gli occhi
all’improvviso inquieti.
«Che c’è?» domandai.
«Mi è sembrato di averli rivisti.»
«Chi, quei due?» Seguii la
direzione del suo sguardo, ma non
vidi nulla di insolito. «I teppisti del
vicolo?»
«No. Un paio di…» Meg agitò le
dita. «Grumi scintillanti. Li ho notati
prima su Park Avenue.»
I battiti del mio cuore passarono
da un ritmo andante a un allegretto.
«Grumi scintillanti? Perché non hai
detto niente?»
Lei si diede dei colpetti alle
stanghette degli occhiali. «Ne ho
viste tante di cose strane, te l’ho
detto. Di solito non mi danno
fastidio, però…»
«Però se ci stanno seguendo è un
brutto segno.» Perlustrai di nuovo la
strada. Ancora, non scorsi nulla di
strano, ma non dubitavo dei grumi
scintillanti di Meg. Molti spiriti
appaiono così. Il mio stesso padre,
Zeus, assunse la forma di un grumo
scintillante per corteggiare una
mortale (cosa ci trovasse la mortale
di attraente… non ne ho idea.)
«Meglio entrare» dissi. «Percy
Jackson ci aiuterà.»
Eppure, Meg esitava. Non aveva
mostrato la minima paura nel
bersagliare di rifiuti quei bulli in un
vicolo cieco, ma ora tentennava di
fronte a un campanello. Pensai che
forse non era la prima volta che
incontrava altri semidei. E forse
quegli incontri non erano andati
bene.
«Meg… mi rendo conto che certi
semidei sono malvagi. Potrei
raccontarti un’infinità di storie su
tutti quelli che ho dovuto uccidere o
trasformare in erbe aromatiche…»
«Erbe aromatiche?»
«Ma Percy Jackson è sempre
stato affidabile. Non hai nulla da
temere. E poi, gli sto simpatico. Gli
ho insegnato tutto quello che sa.»
Meg si accigliò. «Davvero?»
La sua innocenza aveva un che di
affascinante. Quante cose non
sapeva! «Ma certo. Saliamo, su.»
Suonai. Qualche attimo dopo,
camuffata dai fruscii di sottofondo
del citofono, la voce di una donna
rispose: «Sì?».
«Salve, sono Apollo.»
Crepitio.
«Il dio Apollo» chiarii, pensando
che forse era il caso di specificare.
«Percy è in casa?»
Altro crepitio, seguito dal suono
soffocato di due voci. Poi il ronzio
della porta d’ingresso. Spinsi e si
aprì. Un attimo prima di entrare, con
la coda dell’occhio scorsi un guizzo.
Sbirciai in fondo al marciapiede, ma
non vidi nulla.
Forse era stato un riflesso. O un
piccolo vortice di nevischio. O un
grumo scintillante. Avvertii un
formicolio alla radice dei capelli.
Ansia.
«Che c’è?» chiese Meg.
«Probabilmente nulla.» Mi
sforzai di sembrare allegro. Non
volevo che Meg se la desse a gambe
proprio quando stavamo per metterci
in salvo. Ormai eravamo legati.
Avrei dovuto seguirla se me lo
avesse ordinato, e non morivo dalla
voglia di vivere per sempre in un
vicolo insieme a lei. «Saliamo. Non
possiamo far aspettare i nostri
ospiti.»

Dopo tutto quello che avevo fatto


per Percy Jackson, mi aspettavo
un’accoglienza più che gioiosa:
lacrime di commozione, qualche
offerta bruciata su un altare e una
piccola festa in mio onore non
sarebbero state inappropriate.
Invece, il giovanotto spalancò la
porta del suo appartamento e disse:
«Perché?».
Come al solito, fui colpito dalla
somiglianza con il padre, Poseidone.
Aveva gli stessi occhi verde mare,
gli stessi capelli scuri e spettinati, gli
stessi bei lineamenti che potevano
passare dal divertito all’irato in un
battito di ciglia. Percy Jackson
tuttavia non amava l’abbigliamento
prediletto dal padre, ovvero camicie
hawaiane e bermuda. Portava un
paio di jeans strappati e una felpa
blu con il cappuccio, con una scritta
cucita davanti: AHS SWIM TEAM.
Meg arretrò un poco nel
corridoio, nascondendosi alle mie
spalle.
Cercai di sorridere. «Percy
Jackson! Che la mia benedizione sia
con te! Ho bisogno di aiuto.»
Percy guardò prima me poi Meg.
«Chi è la tua amica?»
«Ti presento Meg McCaffrey.
Una semidea che deve essere
accompagnata al Campo
Mezzosangue. Mi ha salvato da
alcuni teppisti di strada.»
«Salvato?» Percy studiò il mio
viso malconcio. «Vuoi dire che il
“ragazzo col naso rotto” non è solo
un travestimento? Ma che ti è
successo?»
«Mi pare di avere accennato a
teppisti di strada.»
«Ma tu sei un dio.»
«Ecco, a tal proposito… io ero un
dio.»
Percy strizzò gli occhi. «Ero?»
«E poi, sono abbastanza sicuro
che siamo seguiti da degli spiriti
malvagi» aggiunsi.
Se non avessi saputo quanto
Percy Jackson mi adorava, avrei
giurato che stesse per darmi un
pugno sul naso rotto.
Sospirò. «Forse è meglio che
entriate.»
4

A casa Jackson
Non c’è nemmeno un trono d’oro
per gli ospiti
Roba da matti

Un’altra cosa che non ho mai capito:


come fate voi mortali a vivere in
posti così minuscoli? Non avete un
po’ d’orgoglio? Un minimo di stile?
In casa Jackson non c’erano sale
del trono, colonne, balconi e
nemmeno sale banchetti o terme.
L’appartamento aveva un soggiorno
microscopico con cucina annessa e
un solo, misero corridoio che
conduceva in quelle che dovevano
essere le camere. Si trovava al
quinto piano e, per quanto non
potessi pretendere un ascensore,
trovai davvero bizzarro che non ci
fosse una pista d’atterraggio per le
bighe volanti. Come facevano a
ricevere gli ospiti dal cielo?
Dietro il bancone della cucina,
una bella mortale intorno ai
quarant’anni stava preparando un
frullato. I lunghi capelli castani
avevano qualche filo grigio, ma lo
sguardo luminoso, il sorriso pronto e
il prendisole dai colori allegri la
facevano sembrare più giovane.
Quando entrammo, spense il
frullatore e uscì da dietro il bancone.
«Sibilla santissima!» esclamai.
«Signora, la sua pancia ha qualcosa
che non va!»
La donna si fermò, confusa, e
abbassò lo sguardo su quel gonfiore
enorme. «Be’, sono incinta di sette
mesi.»
Mi sarei messo a piangere per lei.
Portare tutto quel peso non
sembrava una cosa naturale. Mia
sorella, Artemide, aveva una certa
esperienza come levatrice, ma era un
campo delle arti mediche che io
personalmente avevo sempre
preferito lasciare ad altri. «Come fa
a sopportarlo?» chiesi. «Mia madre,
Leto, patì una lunga gravidanza, ma
solo perché Era l’aveva maledetta. È
stata maledetta anche lei?»
Percy si portò al mio fianco.
«Ehm, Apollo? Non è stata
maledetta, no. E potresti evitare di
nominare Era?»
«Povera donna.» Scossi la testa.
«Una dea non si lascerebbe mai
gravare da un peso del genere.
Partorirebbe non appena ne avesse
voglia.»
«Deve essere fantastico»
concordò la donna.
Percy Jackson tossì. «Allora…
ehm… mamma, ti presento Apollo e
la sua amica Meg. Ragazzi, mia
madre.»
La madre di Jackson sorrise e ci
strinse la mano. «Chiamatemi pure
Sally.» Con gli occhi socchiusi,
scrutò il mio naso gonfio. «Santo
cielo, deve farti molto male. Cos’è
successo?»
Cercai di spiegare, ma mi si
strozzarono le parole in gola. Io, il
dio della poesia dall’eloquio felice,
non riuscivo a descrivere la mia
caduta in disgrazia a quella donna
gentile.
Capii perché Poseidone si fosse
preso una sbandata per lei. Sally
Jackson era una perfetta
combinazione di compassione, forza
e bellezza. Era una di quelle rare
mortali capaci di connettersi
spiritualmente con un dio alla pari,
senza essere terrorizzata né avida dei
suoi doni: una vera compagna.
Se fossi stato ancora immortale,
forse ci avrei provato io stesso. Ma
ormai ero un ragazzino di sedici
anni. La mia forma mortale stava
prendendo piede dentro di me.
Vedevo Sally Jackson come una
mamma, un fatto che mi atterriva e
mi imbarazzava al tempo stesso. Da
quanto tempo non sentivo mia
madre? Mi ripromisi di portarla
fuori a pranzo una volta tornato
sull’Olimpo.
«Facciamo così.» Sally mi diede
delle pacche affettuose su una
spalla. «Percy ti aiuterà a darti una
ripulita e a medicarti come si deve.»
«Davvero?» chiese Percy.
Sally gli lanciò un tipico sguardo
materno, con un sopracciglio alzato.
«C’è un kit per il pronto soccorso
nel tuo bagno, caro. Apollo può farsi
una doccia e rivestirsi con qualcosa
di tuo. Avete più o meno la stessa
taglia.»
«Questo sì che è deprimente»
commentò Percy.
Sally prese il mento di Meg fra le
dita. Grazie al cielo, lei non la
morse. L’espressione della donna
rimase gentile e rassicurante, ma
riconobbi la preoccupazione nel suo
sguardo. Senza dubbio stava
pensando: “Chi ha vestito questa
povera ragazzina come un
semaforo?”.
«Ho dei vestiti che potrebbero
andarti bene, cara» disse. «Di prima
della gravidanza, naturalmente.
Anche tu hai bisogno di una ripulita.
E dopo ti daremo qualcosa da
mangiare.»
«Mi piace mangiare» mormorò
Meg.
Sally rise. «Be’, allora abbiamo
una cosa in comune. Percy, tu
occupati di Apollo. Ci rivediamo qui
fra un po’.»

In men che non si dica, mi ritrovai


lavato, medicato e rivestito con gli
abiti smessi di Jackson. Percy mi
lasciò in bagno a occuparmi di tutte
queste cose da solo, e gliene fui
grato. Mi offrì un po’ di nettare e
ambrosia – la bevanda e il cibo degli
dei – per guarire le mie ferite, ma
non ero certo di poterli consumare in
tutta sicurezza nel mio stato mortale.
Non volevo rischiare
l’autocombustione, così mi
accontentai del pronto soccorso
umano.
Quando ebbi finito, guardai la
mia faccia malconcia allo specchio.
Forse l’angoscia adolescenziale era
rimasta impregnata in quei vestiti,
perché mi sentivo più che mai come
un liceale arrabbiato: la mia
punizione era una vera ingiustizia,
mio padre non capiva niente di
niente e mai nessuno nella storia
aveva avuto problemi come i miei.
Ed era tutto verissimo. Senza
esagerazioni.
Almeno le mie ferite sembravano
guarire più in fretta di quelle di un
comune mortale. Il naso era meno
gonfio. Le costole mi facevano
ancora male, ma non avevo più
l’impressione che qualcuno stesse
lavorando a maglia con ferri roventi
dentro la mia gabbia toracica.
La guarigione accelerata era il
minimo che Zeus potesse fare per
me. Ero un dio delle arti mediche,
dopotutto. Probabilmente Zeus
voleva che guarissi in fretta solo per
farmi patire presto altre torture, ma
gliene fui grato lo stesso.
Mi chiesi se non fosse il caso di
accendere un fuocherello nel
lavandino di Percy Jackson per
bruciare qualche benda in segno di
riconoscenza, ma decisi di non
abusare della sua ospitalità.
Esaminai la maglietta nera che mi
aveva passato. Stampato sul davanti
c’era il logo dei Led Zeppelin: Icaro
alato che piomba giù dal cielo. Non
avevo nessun problema con i Led
Zeppelin – ho ispirato tutte le loro
canzoni migliori – ma avevo il vago
sospetto che Percy avesse scelto
proprio quella maglietta per fare
dell’ironia sulla mia caduta dal
cielo. Eh sì, ah-ah, che ridere. Non
c’era bisogno di essere un dio della
poesia per accorgersi della metafora.
Decisi di non commentare. Non gli
avrei dato soddisfazione.
Trassi un respiro profondo. Poi
feci il mio solito discorsetto
motivazionale davanti allo specchio:
«Sei bellissimo e tutti ti adorano!».
Uscii pronto ad affrontare il mondo.
Percy era seduto sul suo letto.
Stava fissando la scia di goccioline
di sangue che avevo lasciato sulla
moquette.
«Scusa» dissi.
Lui allargò le mani. «A dire il
vero, stavo pensando all’ultima volta
che mi è uscito il sangue dal naso.»
«Oh…» Il ricordo affiorò nella
mia memoria, per quanto annebbiato
e incompleto.
Atene. L’Acropoli. Noi dei
avevamo combattuto al fianco di
Percy Jackson e dei suoi compagni.
Avevamo sconfitto un esercito di
giganti, ma una goccia del sangue di
Percy era caduta sul terreno
risvegliando Gea, la Madre Terra,
che non era di ottimo umore.
Era stato allora che Zeus se l’era
presa con me. Mi aveva accusato di
aver dato inizio a tutta la faccenda,
solo perché Gea aveva raggirato un
giovane della mia progenie, un
ragazzo di nome Ottaviano,
inducendolo a fomentare una guerra
civile fra semidei romani e greci che
aveva quasi distrutto l’umanità. Vi
chiedo: come poteva essere colpa
mia?
Ciononostante, Zeus mi aveva
ritenuto responsabile per le manie di
grandezza di Ottaviano. A quanto
pare, pensava che l’egocentrismo del
giovane fosse un mio tratto
ereditario. Il che è ridicolo. Sono
troppo consapevole del mio valore
per essere egocentrico.
«Che ti è successo, bello?» La
voce di Percy mi riscosse dai miei
ricordi. «La guerra è finita ad
agosto. È gennaio.»
«Davvero?» Suppongo che avrei
dovuto capirlo dal clima invernale,
ma non ci avevo riflettuto.
«L’ultima volta che ti ho visto,
Zeus ti stava dando una strigliata
sull’Acropoli» continuò. «E poi
bam! Ti ha disintegrato. Era da sei
mesi che nessuno aveva tue notizie.»
Cercai di rammentare, ma
anziché farsi più chiari, i miei
ricordi divini erano sempre più
confusi. Cos’era successo negli
ultimi sei mesi? Li avevo passati in
una specie di stasi? Zeus ci aveva
messo così tanto a decidere della
mia sorte? Forse c’era un motivo, se
aveva aspettato fino a quel momento
per mandarmi sulla Terra.
La voce di mio padre mi
risuonava nella mente: “TUA LA
COLPA. TUA LA PUNIZIONE”. La
vergogna bruciava ancora, come se
quella conversazione fosse appena
avvenuta, ma non potevo esserne
sicuro.
Dopo tutti quei millenni di vita,
faticavo ad avere cognizione del
tempo perfino nelle migliori
circostanze. Mi capitava di ascoltare
una canzone su Spotify e pensare:
“Oh, questa è nuova!”, per poi
rendermi conto che era il Concerto
per pianoforte n. 20 in Re minore di
Mozart, di duecento anni prima.
Oppure mi chiedevo perché lo
storico Erodoto non fosse nella mia
lista di contatti. Poi mi ricordavo che
Erodoto non aveva uno smartphone,
perché era morto dall’età del ferro.
È molto irritante la velocità con
cui voi mortali morite.
«Io non… non so dove sono
stato» ammisi. «Ho dei vuoti di
memoria.»
Percy trasalì. «Odio i vuoti di
memoria. L’anno scorso ho perso sei
mesi interi per colpa di Era.»
«Ah, sì.» Non ricordavo per
niente quello a cui Percy Jackson
stava accennando. Durante la guerra
contro Gea, mi ero concentrato
soprattutto sulle mie favolose gesta.
Ma suppongo che lui e i suoi amici
abbiano dovuto affrontare qualche
piccolo contrattempo. «Be’, non
temere. Ci sono sempre nuove
opportunità per conquistare la fama!
Ecco perché sono venuto a chiedere
il tuo aiuto!»
Percy mi rivolse di nuovo
quell’espressione che mi confondeva
tanto: come se volesse prendermi a
calci, quando invece ero certo che
faticava a contenere la gratitudine.
«Senti, bello…»
«Ti prego, potresti evitare di
chiamarmi “bello”?» chiesi. «È
troppo doloroso ricordarmi
com’ero.»
«Okay… Apollo, non ho nessun
problema ad accompagnare te e Meg
al campo, se è quello che vuoi. Non
dico mai di no a un semidio che ha
bisogno di aiuto…»
«Splendido! Non hai qualcosa di
diverso dalla Prius? Una Maserati,
magari? Mi accontenterei di una
Lamborghini.»
«Ma non posso farmi coinvolgere
in un’altra Grande Profezia o quello
che è» continuò Percy. «Ho fatto
delle promesse.»
Lo fissai senza capire.
«Promesse?»
Percy intrecciò le dita. Erano
lunghe e affusolate. Sarebbe stato un
ottimo musicista. «Ho perso quasi
un intero anno di scuola per colpa
della guerra con Gea. Ho passato
l’autunno a recuperare le lezioni. Se
voglio andare al college con
Annabeth, il prossimo anno, devo
tenermi alla larga dai guai e
prendere il diploma.»
«Annabeth…» Cercai di
inquadrare il nome. «La biondina
che fa paura?»
«Proprio lei. Le ho promesso che
non mi sarei fatto ammazzare
mentre lei è via. Testuali parole.»
«È via?»
Percy fece un gesto vago verso
nord. «È a Boston per qualche
settimana. Un’emergenza di
famiglia. Il punto è…»
«Mi stai dicendo che non puoi
offrirmi i tuoi servigi incondizionati
per farmi riconquistare il trono?»
«Ehm… esatto.» Percy indicò la
porta della camera. «E poi, mia
madre è incinta. Avrò una sorellina.
Ci terrei a restare in circolazione per
conoscerla.»
«Be’, questo lo capisco. Ricordo
che quando è nata Artemide…»
«Ma non siete gemelli?»
«L’ho sempre considerata la mia
sorellina.»
Percy trattenne un sorriso.
«Comunque, mia madre avrà una
bambina, e in più il suo primo
romanzo uscirà in primavera, perciò
vorrei essere ancora vivo quando…»
«Splendido!» commentai.
«Ricordale di bruciare un’adeguata
quantità di offerte. Calliope è molto
suscettibile quando i romanzieri
dimenticano di ringraziarla.»
«Okay. Ma quello che sto
cercando di dire è che… non posso
permettermi un’altra impresa in giro
per il mondo. Non posso fare questo
alla mia famiglia.» Percy lanciò
un’occhiata verso la finestra. Sul
davanzale c’era un vaso con una
delicata piantina d’argento,
probabilmente una trina di luna. «Ho
già dato a mia madre abbastanza
colpi al cuore. È riuscita quasi a
perdonarmi per la mia scomparsa
dell’anno scorso, ma ho giurato a lei
e a Paul che non avrei mai più fatto
niente del genere.»
«Paul?»
«Il mio patrigno. È un
insegnante, oggi è al lavoro. È una
brava persona.»
«Capisco.» In verità, non capivo.
Volevo tornare a parlare dei miei
problemi. Mi seccava che Percy
avesse portato la conversazione su di
sé. Purtroppo, ho notato che questo
genere di egocentrismo è molto
comune fra i semidei. «Però
comprendi che devo trovare un
modo per tornare sull’Olimpo» dissi.
«E che questo implicherà
innumerevoli e strazianti fatiche ad
alto rischio di morte. Riesci davvero
a rifiutare una tale gloria?»
«Sì. Mi dispiace.»
Storsi la bocca. Rimango sempre
male quando i mortali mettono se
stessi al primo posto, anziché
inquadrare le cose nella giusta
prospettiva – l’importanza di
mettere me al primo posto – ma
dovetti ricordarmi che quel giovane
mi aveva già aiutato in numerose
occasioni. Si era guadagnato la mia
benevolenza.
«Capisco» ripetei, facendo
mostra di incredibile generosità.
«Almeno però ci scorterai al Campo
Mezzosangue?»
«Questo posso farlo.» Percy si
infilò una mano nella tasca della
felpa e tirò fuori una penna a sfera.
Per un attimo pensai che volesse
il mio autografo. Non so dirvi
quante volte mi è successo. Ma poi
ricordai che la penna era il
travestimento magico della sua
spada, Vortice.
Percy sorrise, e un po’ dell’antica
malizia semidivina scintillò nel suo
sguardo. «Vediamo se Meg è pronta
per la gita.»
5

Salsina super
Biscotti celestiali
Amo questa donna

Sally Jackson era una maga in grado


di competere perfino con Circe.
Aveva trasformato Meg, la monella
di strada, in una fanciulla
incredibilmente graziosa. Il suo
caschetto scuro era scintillante e
spazzolato con cura. Il viso rotondo
era lindo e anche gli occhiali erano
stati lucidati, e gli strass luccicavano
sulle punte. Meg aveva insistito per
tenere le vecchie sneaker rosse, ma
ora indossava un paio di leggings
neri nuovi e un vestitino al
ginocchio in tante sfumature
cangianti di verde.
La signora Jackson era riuscita a
conservare il vecchio stile di Meg
aggiungendoci un pizzico di grazia
in più. Ora la piccola aveva un non
so che di elfico e primaverile che mi
ricordava molto una driade. In
effetti…
Un’emozione improvvisa mi
travolse. Soffocai un singhiozzo.
Meg si imbronciò. «Sto tanto
male?»
«No, no» balbettai. «È solo
che…»
Stavo per dire: “Mi ricordi
qualcuno”. Ma non osai toccare quel
tasto. Solo due mortali mi avevano
spezzato il cuore nella mia lunga
esistenza. Perfino dopo tutti quei
secoli, non riuscivo a pensare a lei
né a pronunciare il suo nome senza
piombare nella disperazione.
Non fraintendetemi. Non provavo
nessuna attrazione per Meg. Io
avevo sedici anni (più altri
quattromila, a seconda dei punti di
vista). Lei ne aveva solo dodici, era
giovanissima. Ma, per come
appariva ora, Meg McCaffrey
avrebbe potuto essere la figlia del
mio antico amore… se il mio antico
amore fosse vissuto abbastanza da
avere figli.
Era troppo doloroso. Distolsi lo
sguardo.
«Bene!» esclamò Sally Jackson
con forzata allegria. «Direi che ora
me ne andrò a preparare qualcosa
per pranzo mentre voi tre…
chiacchierate.» Lanciò a Percy
un’occhiata ansiosa, poi si diresse in
cucina, le mani poggiate sul
pancione con fare protettivo.
Meg si sedette sul bordo del
divano. «Percy, tua mamma è così
normale.»
«Ehm… grazie.» Il semidio
raccolse una pila di manuali
scolastici dal tavolino e li mise via
in malo modo.
«Vedo che ti piace studiare»
commentai. «Bravo.»
Percy sbuffò. «Io odio studiare.
Mi hanno ammesso con una borsa di
studio all’Università di Nuova
Roma, ma vogliono comunque che
prenda il diploma e che passi
l’esame di ammissione con un buon
punteggio. Ma ci pensi? Per non
parlare del TASSE .»
«Le tasse?» si stupì Meg.
«Il TASSE . È un esame che
devono sostenere i semidei romani»
le spiegai. «Il Test Attitudinale per
Semidei dai Superpoteri
Eccezionali.»
Percy aggrottò la fronte. «Allora
è questo che significa?»
«Certo. Posso ben dirlo, visto che
sono stato io a redigere le parti di
analisi poetica e musicale.»
«Non ti perdonerò mai per averlo
fatto» replicò Percy.
Meg si mise a dondolare i piedi.
«E così sei davvero un semidio?
Come me?»
«Temo di sì.» Percy si lasciò
cadere in poltrona, lasciandomi il
posto accanto a Meg sul divano. «La
parte divina viene da mio padre…
Poseidone. E tu? Che mi dici dei
tuoi genitori?»
Le gambe di Meg si fermarono.
Si studiò le cuticole smangiucchiate,
con gli anelli a mezzaluna che
luccicavano sulle sue dita. «Non li
ho mai conosciuti… molto.»
Percy esitò. «Famiglie
affidatarie? Patrigno o matrigna?»
Mi venne da pensare a una certa
pianta, la Mimosa pudica, creata dal
dio Pan. Non appena qualcuno sfiora
le sue foglie, la pianta si chiude per
difendersi. Anche Meg sembrava
ripiegarsi in se stessa di fronte a
quelle domande.
Percy sollevò le mani. «Scusa.
Non volevo essere invadente.» Mi
lanciò un’occhiata interrogativa.
«Allora, come vi siete incontrati?»
Gli raccontai la storia. Forse
esagerai un pelino la mia eroica
difesa contro Cade e Mikey, ma solo
per rendere più emozionante il
racconto, voi mi capite.
Quando ebbi finito, Sally Jackson
tornò da noi. Posò sul tavolino una
ciotola di triangolini di mais e una
zuppiera ricolma di una salsina fatta
a strati multicolore, come una roccia
sedimentaria. «Fra un attimo vi
porto anche i sandwich» disse. «Ma
mi era rimasta un po’ di salsa
multistrato.»
«Slurp!» Percy ci intinse un
triangolino. «Ragazzi, la salsa di mia
madre è un mito.»
Sally gli arruffò i capelli. «Ci
sono sette strati. Guacamole, panna
acida, fagioli ripassati in padella,
salsa di…»
«Sette strati?!» La guardai
stupito. «Sapeva che il sette è il mio
numero sacro? Ha inventato questa
salsa per me?»
Sally si asciugò le mani sul
grembiule. «Be’, a dire il vero, non
posso prendermi il merito di…»
«Lei è troppo modesta!» Diedi un
primo assaggio. Quella salsa era
buona quasi quanto i nachos
all’ambrosia. «Si è appena
guadagnata la fama immortale per
questa salsa, Sally Jackson!»
«Oh, che caro.» Indicò la cucina.
«Torno subito.»
Ci rimpinzammo di cibo:
sandwich al tacchino, altra salsa,
frullati alla banana. Meg mangiava
come uno scoiattolo, ficcandosi in
bocca più roba di quanta ne potesse
masticare.
Io avevo la pancia piena. Non ero
mai stato più felice. Provai lo strano
desiderio di procurarmi una Xbox e
giocare a Call of Duty. «Percy, tua
madre è fantastica» commentai.
«Lo so.» Finì il suo frullato.
«Allora, tornando alla vostra
storia… quindi ora sei costretto a
servire Meg? Vi conoscete a
malapena!»
«“A malapena” è dire tanto»
risposi. «Ma comunque, sì. Ora il
mio destino è legato alla giovane
McCaffrey.»
«Cooperiamo» precisò lei,
assaporando la parola con gusto.
Percy si sfilò di tasca la penna a
sfera e cominciò a tamburellare con
quella il ginocchio, riflettendo. «E
questa faccenda dell’essere
trasformato in mortale, Apollo… ti è
già successa due volte?»
«Non per mia scelta» gli
assicurai. «La prima volta fu per via
di una piccola ribellione su
nell’Olimpo. Cercammo di
detronizzare Zeus.»
Percy trasalì. «E non andò tanto
bene, immagino.»
«Naturalmente la colpa ricadde
tutta su di me o quasi. Oh, e su tuo
padre, Poseidone. Fummo entrambi
scaraventati sulla Terra come
mortali, costretti a servire
Laomedonte, il re di Troia. Era un
padrone severo. Si rifiutò perfino di
pagarci per il nostro lavoro!»
Meg per poco non si strozzò con
il sandwich. «Devo pagarti?»
Ebbi una visione terrificante di
Meg McCaffrey che cercava di
pagarmi in tappi di bottiglia, biglie e
pezzi di spago colorato. «Non
temere. Non ti presenterò il conto»
la rassicurai. «Ma stavo dicendo…
La seconda volta che fui trasformato
in mortale, fu perché avevo ucciso
alcuni dei ciclopi di Zeus, e lui non
la prese bene.»
Percy si scurì in viso. «Ehi, non è
una bella cosa. Mio fratello è un
ciclope.»
«Quelli erano ciclopi malvagi!
Avevano fabbricato il fulmine che
aveva ucciso uno dei miei figli!»
Meg saltò sul bracciolo del
divano. «Il fratello di Percy è un
ciclope? Ma è pazzesco!»
Trassi un respiro profondo,
cercando di mantenere la calma
rifugiandomi nel mio angolino
felice. «A ogni modo, quella volta
mi ritrovai legato a Admeto, re di
Tessaglia. Era un padrone gentile.
Mi stava così simpatico che feci in
modo che tutte le sue vacche
partorissero vitellini gemelli.»
«Posso avere qualche vitellino?»
chiese Meg.
«Be’, Meg, prima ti servirebbero
le vacche. Vedi…»
«Ragazzi!» ci interruppe Percy.
«Allora, per ricapitolare, tu dovrai
servire Meg per…?»
«Una quantità di tempo
indefinita» risposi. «Probabilmente
un anno. Forse di più.»
«E durante questo periodo…»
«Affronterò senza ombra di
dubbio molte fatiche e privazioni.»
«Come, per esempio, procurarmi
delle vacche» disse Meg.
Strinsi i denti. «Non so ancora
quali saranno le mie fatiche. Ma, se
le supererò e dimostrerò il mio
valore, Zeus mi perdonerà e mi
consentirà di essere di nuovo un
dio.»
Percy non pareva convinto,
probabilmente perché io per primo
non sembravo convincente. Dovevo
credere che la mia punizione mortale
fosse temporanea, come era
successo le altre due volte. Certo,
una delle regole severe di Zeus, che
valeva tanto per il baseball quanto
per le condanne in prigione, era:
“Alla terza, sei fuori”. Speravo solo
che non si applicasse anche al mio
caso.
«Ho bisogno di tempo per
orientarmi» dissi. «Quando saremo
al Campo Mezzosangue, mi
consulterò con Chirone. E cercherò
di capire quale dei miei poteri divini
mi è rimasto in questa forma
mortale.»
«Se te n’è rimasto qualcuno…»
osservò Percy.
«Pensiamo positivo.»
Percy appoggiò la schiena alla
poltrona. «A proposito degli spiriti
che vi hanno seguito… avete idea di
che genere siano?»
«Grumi scintillanti» rispose Meg.
«Scintillavano ed erano…
grumolosi.»
Percy annuì serio. «Il genere
peggiore.»
«Non importa» intervenni io.
«Qualunque cosa siano, dobbiamo
scappare. Una volta arrivati al
campo, i confini magici mi
proteggeranno.»
«E proteggeranno anche me?»
chiese Meg.
«Oh, sì. Anche te.»
Percy si accigliò. «Apollo, se sei
davvero mortale, cioè, al cento per
cento… sei sicuro di poter entrare al
Campo Mezzosangue?»
La salsa a sette strati cominciò a
rivoltarsi nel mio stomaco. «Ti
prego, non dirlo. Certo che posso
entrare. Io devo entrare.»
«Ma puoi restare ferito in
battaglia, adesso…» rifletté Percy.
«Oppure i mostri ti ignorano perché
non sei importante?»
«Basta!» Mi tremavano le mani.
Essere un mortale era già abbastanza
traumatico. Il pensiero di essere
escluso dal campo, di non essere
importante… No. Era
semplicemente impossibile.
«Sono certo di avere dei poteri»
dissi. «Sono ancora uno schianto,
per esempio, se solo riuscissi a
liberarmi dell’acne e della ciccia.
Dovrò pur avere altre abilità!»
Percy si rivolse a Meg. «E tu? A
quanto pare sei una tiratrice scelta di
rifiuti. Hai altre capacità che
dovremmo conoscere? Evochi i
fulmini? Fai esplodere i gabinetti?»
Meg sorrise con esitazione.
«Quello non è un potere.»
«Certo che sì» replicò Percy.
«Alcuni dei migliori semidei hanno
cominciato facendo esplodere
gabinetti.»
Meg ridacchiò.
Non mi piaceva il modo in cui
sorrideva a Percy. Non volevo che si
prendesse una cotta. Rischiavamo di
non andarcene più di lì. Per quanto
mi piacesse la cucina di Sally
Jackson – il profumo divino di
biscotti nel forno ci stava investendo
proprio in quell’istante – dovevo
correre al campo.
«Ehm…» Mi strofinai le mani.
«Quando possiamo andare?»
Percy guardò l’orologio appeso al
muro. «Anche ora, direi. Se vi hanno
seguito, preferirei che i mostri
stessero dietro a noi anziché
gironzolare intorno
all’appartamento.»
«Bravo, ragazzo» commentai.
Percy indicò con un gesto di
disgusto i manuali che aveva
spostato prima. «Però devo tornare
stasera. Ho un sacco da studiare. Le
prime due volte che ho provato
l’esame di ammissione… bah. Se
non fosse stato per l’aiuto di
Annabeth…»
«Chi è Annabeth?» chiese Meg.
«La mia ragazza.»
Meg si rabbuiò. Meno male che
non c’erano sacchi della spazzatura
nei paraggi.
«Allora prenditi una pausa!» lo
incalzai. «Ti sentirai rinfrancato
dopo una gitarella a Long Island.»
«Ah!» commentò Percy. «C’è
una certa pigri… cioè, una certa
logica nel tuo ragionamento. E va
bene. Andiamo.»
Si alzò nello stesso istante in cui
Sally Jackson arrivava con un
vassoio di biscotti al cioccolato
appena sfornati. Per chissà quale
motivo, i biscotti erano azzurri, ma
il profumo era celestiale, e io posso
ben dirlo, dato che sono celestiale.
«Mamma, non ti arrabbiare»
cominciò Percy.
Sally sospirò. «Detesto quando
dici così.»
«Vado solo ad accompagnare loro
due al campo. Tutto qui. Torno
subito.»
«Questa l’ho già sentita.»
«Lo prometto.»
Sally guardò prima me, poi Meg.
La sua espressione si addolcì, e forse
l’innata gentilezza prese il
sopravvento sulla preoccupazione.
«E va bene. Ma sii prudente, Percy.
È stato un piacere conoscervi. Per
favore, cercate di non morire.»
Percy le diede un bacio sulla
guancia. Fece per prendere un
biscotto, ma lei scostò il vassoio.
«Ah, no!» disse Sally. «Apollo e
Meg possono prenderne uno, ma
terrò il resto in ostaggio finché non
torni sano e salvo. E sbrigati, tesoro.
Sarebbe un peccato se Paul li
mangiasse tutti quando rientra.»
Percy si scurì in viso. Si voltò a
guardarci. «Sentito, ragazzi? Un
vassoio di biscotti dipende da me. Se
mi fate ammazzare mentre andiamo
al campo, mi beccherò una bella
lavata di capo.»
6

Guida Aquaman
Peggio di così non si può
Anzi, sì

Con mia somma delusione, i


Jackson non avevano un arco o una
faretra da prestarmi.
«Io sono un pessimo arciere»
spiegò Percy.
«Sì, ma io no» replicai. «Ecco
perché bisogna sempre organizzarsi
in base ai miei bisogni.»
Sally tuttavia prestò a me e a
Meg dei giacconi invernali di pile. Il
mio era blu, con la parola “stockfis”
scritta all’interno del colletto. Forse
era una difesa arcana contro gli
spiriti malvagi. Ecate l’avrebbe
saputo, ma la stregoneria non era il
mio forte.
Quando arrivammo alla Prius,
Meg pretese di sedersi davanti:
ennesimo esempio di ingiustizia
nella mia esistenza. Gli dei non
viaggiano sul sedile posteriore. Mi
offrii di nuovo di seguirli con una
Maserati o una Lamborghini, ma
Percy ammise di non avere nessuna
delle due. La Prius era l’unica
macchina della famiglia.
Cioè… wow. Non dico altro.
Wow!
Seduto dietro, mi venne subito il
mal d’auto. Ero abituato a guidare il
carro del sole nel cielo, e lì ogni
corsia è a scorrimento rapido. Non
ero per niente abituato alla
Expressway di Long Island.
Credetemi, perfino a mezzogiorno,
in una giornata qualunque di metà
gennaio, non c’è niente di
“espresso” in quella strada.
Percy frenava e ripartiva, frenava
e ripartiva. Quanto avrei voluto
liquefare con una bella palla di
fuoco le macchine che avevamo
davanti. Il nostro era un viaggio ben
più importante del loro.
«Ma la tua Prius non ha il
lanciafiamme?» domandai. «I raggi
laser? I paraurti armati di Efesto,
almeno? Che razza di veicolo
mediocre è mai questo?»
Percy mi lanciò un’occhiata dallo
specchietto retrovisore. «Avete dei
veicoli del genere sul Monte
Olimpo?»
«Non abbiamo ingorghi, questo
te lo assicuro.»
Meg giocherellava con i suoi
anelli a mezzaluna. Di nuovo, mi
chiesi se non avesse qualche legame
con Artemide. La luna era il simbolo
di mia sorella. Forse aveva mandato
Meg a prendersi cura di me?
Eppure, la cosa non mi tornava.
Artemide detestava dividere le cose
con me, di qualunque genere
fossero: semidei, frecce, nazioni,
feste di compleanno… È una cosa
tipica dei gemelli. E poi, Meg
McCaffrey non somigliava alle
seguaci di mia sorella. Aveva un
altro genere di aura… un’aura che
avrei riconosciuto senza problemi se
fossi stato un dio. E invece no.
Dovevo contare solo sul mio intuito
mortale, che era un po’ come
raccogliere aghi indossando guanti
da forno.
Meg si voltò a scrutare oltre il
lunotto posteriore, probabilmente
per controllare se qualche grumo
scintillante ci stava inseguendo.
«Almeno nessuno ci sta…»
«Non dirlo» la interruppe Percy.
Lei sbuffò. «Non sai nemmeno
cosa stavo per…»
«Stavi per dire: “Almeno nessuno
ci sta inseguendo”» continuò Percy.
«E porta sfortuna. Un attimo dopo
c’è qualcuno che ci insegue e
finiamo in una battaglia assurda che
distrugge la macchina dei miei e
probabilmente demolisce
l’autostrada. E ci tocca raggiungere
il campo a rotta di collo.»
Meg sgranò gli occhi. «Sai
predire il futuro!»
«Non ce n’è bisogno.» Percy
cambiò corsia, scegliendone una che
avanzava un po’ meno lentamente.
«È solo che questo genere di cose mi
è capitato un sacco di volte. E
poi…» Mi lanciò un’occhiata
accusatoria. «Nessuno riesce più a
predire il futuro. L’Oracolo non
funziona.»
«Quale Oracolo?» chiese Meg.
Nessuno di noi due rispose. Per
un attimo, ero troppo sbigottito per
parlare. E credetemi, ce ne vuole per
lasciarmi senza parole.
«Ancora non funziona?» replicai
con un filo di voce.
«Non lo sapevi?» chiese Percy.
«Cioè, sì, certo, sono sei mesi che
sei fuori dalla circolazione, ma è
successo quando eri di guardia tu.»
Questo era ingiusto. All’epoca
ero occupato a nascondermi dalle ire
di Zeus, una scusa più che legittima,
mi sembra. Come facevo a sapere
che Gea avrebbe approfittato del
caos della guerra per sollevare il mio
più antico e grande nemico dagli
abissi del Tartaro affinché tornasse
in possesso del suo vecchio covo
nella grotta di Delfi e bloccasse la
fonte del mio potere profetico?
Oh, sì, sento le vostre critiche là
fuori: “Sei il dio della profezia,
Apollo. Come potevi non saperlo?”.
Be’, lo sentite questo suono? È la
mia gigantesca pernacchia in
perfetto stile McCaffrey.
Deglutii, ricacciando indietro il
sapore della paura e della supersalsa
di Sally. «Io… è solo che…
pensavo… Speravo che la cosa
ormai si fosse risolta.»
«Ovvero, pensavi che i semidei
l’avessero risolta» ribatté Percy.
«Magari con una grande impresa per
reclamare l’Oracolo di Delfi?»
«Esatto!» Sapevo che Percy
avrebbe capito. «Chirone se ne sarà
dimenticato. Glielo ricorderò
quando saremo al campo, così potrà
inviare un po’ di carne da macel…
cioè, un po’ di voi, talentuosi eroi
a…»
«Be’, ecco come stanno le cose»
mi interruppe Percy. «Per lanciarsi
in un’impresa serve una profezia,
giusto? Queste sono le regole. Se
non c’è l’Oracolo, non ci sono
profezie. Così siamo bloccati in
un…»
«… circolo vizioso» conclusi.
Sospirai. Mi sentivo come se
qualcuno avesse appena tolto il
tappo della vasca mentre mi facevo
il bagno. L’acqua mi roteava
intorno, attirandomi verso il fondo.
Presto mi sarei ritrovato al freddo e
al gelo, nudo come un verme,
oppure sarei stato risucchiato nello
scarico, giù nelle fogne della
disperazione. (Non ridete. È una
metafora bellissima. E poi, quando
sei un dio, è facile essere risucchiati
nello scarico, se ti rilassi troppo e ti
distrai, e se ti capita di cambiare
forma nel momento sbagliato. Una
volta mi sono svegliato in un
depuratore della Louisiana, ma
questa è un’altra storia.)
Stavo cominciando a
comprendere cosa mi aspettava
durante il mio soggiorno mortale.
L’Oracolo era prigioniero di forze
ostili. Il mio avversario giaceva
attorcigliato in attesa, diventando di
giorno in giorno più forte grazie alle
esalazioni magiche delle caverne di
Delfi, mentre io ero un debole
mortale incatenato a una semidea
priva di addestramento che lanciava
spazzatura e si mangiava le cuticole.
No. Zeus non poteva
assolutamente aspettarsi che fossi io
a rimediare alle cose. Non ridotto in
quello stato.
Però… qualcuno aveva mandato
quei teppisti a intercettarmi nel
vicolo. Qualcuno sapeva dove sarei
atterrato.
Ripensai alle parole di Percy:
“Nessuno riesce più a predire il
futuro”. Non era del tutto esatto.
«Ehi, voi due.» Meg ci bersagliò
con pezzettini di lanugine. Ma dove
li trovava?
Mi accorsi di averla ignorata fino
ad allora. Era stato bello finché era
durato. «Sì, scusa, Meg» dissi.
«Vedi, l’Oracolo di Delfi è un
antico…»
«Non mi interessa» mi interruppe
lei. «Ci sono tre grumi scintillanti.»
«Dove?» chiese Percy.
Meg indicò dietro di noi.
«Guardate.»
In mezzo al traffico, in
avvicinamento, c’erano tre
apparizioni luccicanti e vagamente
umanoidi, come i pennacchi di fumo
di una bomba toccata da re Mida.
«Quanto sarebbe bello un
trasferimento facile, una volta ogni
tanto» brontolò Percy. «Reggetevi
forte. Faremo il fuoristrada.»

Il concetto di “fuoristrada” di Percy


era diverso dal mio.
Io mi ero immaginato di
attraversare davvero la campagna.
Invece lui imboccò di scatto la
prima uscita disponibile, zigzagò in
mezzo al parcheggio di un centro
commerciale e superò a razzo un
fast food messicano con servizio al
volante, senza nemmeno ordinare
niente. Poi svoltammo in un’area
industriale fatta di capannoni
fatiscenti, con gli spettri di fumo
sempre alle nostre spalle.
Avevo le nocche sbiancate da
quanto mi aggrappavo forte alla
cintura. «Hai intenzione di evitare la
battaglia morendo in un incidente
stradale?» domandai.
Percy sterzò bruscamente a
destra. Sfrecciammo verso nord,
mentre i capannoni cedevano il
passo a un guazzabuglio di
palazzoni e centri commerciali
abbandonati. «Vi sto portando alla
spiaggia. Combatto meglio vicino
all’acqua.»
«Per via di Poseidone?» chiese
Meg, aggrappata alla maniglia della
portiera.
«Sì» confermò Percy. «Per via di
Poseidone. Una frase che descrive
più o meno tutta la mia vita.»
Meg si mise a rimbalzare sul
sedile dall’entusiasmo. Cosa che
trovai piuttosto inutile, dato che ci
pensava già la macchina a farci
sobbalzare.
«Farai come Aquaman?» chiese.
«I pesci combatteranno insieme a
te?»
«Ah-ah… grazie mille» replicò
Percy. «Le battute su Aquaman mi
mancavano.»
«Non stavo scherzando!»
protestò Meg.
Lanciai un’occhiata dal lunotto
posteriore. I tre pennacchi
scintillanti stavano guadagnando
terreno. Uno di loro trapassò di netto
un uomo di mezza età che
attraversava la strada. Il pedone
svenne all’istante.
«Ah, conosco quegli spiriti!»
esclamai. «Sono… ehm…» Niente
da fare. Mi tornò subito la nebbia
nella testa.
«Cosa?» domandò Percy. «Sono
cosa?»
«L’ho dimenticato! Detesto
essere un mortale! Quattromila anni
di conoscenze, i segreti
dell’universo, un mare di
saggezza… tutti perduti, perché non
riesco a contenerli in questa specie
di tazzina da tè che ho per cervello!»
«Reggetevi forte!» Percy
attraversò al volo un passaggio a
livello, e la Prius si staccò per un
attimo da terra. Meg diede un
piccolo strillo quando batté la testa
sul soffitto. Poi si mise a ridacchiare
come una scema.
Il paesaggio finalmente si aprì in
una vera campagna: campi incolti,
vigne addormentate, frutteti spogli.
«Mancano meno di due
chilometri alla spiaggia» disse
Percy. «E siamo quasi al confine
occidentale del campo. Possiamo
farcela. Possiamo farcela.»
E invece no. Una delle nuvolette
di fumo scintillante ci giocò un
brutto tiro, spuntando dall’asfalto
direttamente di fronte a noi.
D’istinto, Percy sterzò.
La Prius andò fuori strada, investì
un recinto di filo spinato e si lanciò
in un frutteto. Percy riuscì a evitare
gli alberi, ma la macchina slittava
sul fango ghiacciato e andò a
incunearsi fra due tronchi.
Miracolosamente, gli airbag non
esplosero.
Percy si slacciò la cintura. «State
bene, ragazzi?»
Meg prendeva a spallate lo
sportello. «Non si apre. Fatemi
uscire!»
Percy cercò di aprire dalla sua
parte, ma lo sportello era saldamente
incastrato contro un pesco.
«Passate da dietro» dissi.
«Scavalcate!» Spalancai la mia
portiera con un calcio e uscii
barcollando, sentendomi le gambe
come ammortizzatori sgonfi.
Le tre sagome di fumo si erano
fermate ai margini del frutteto. Ora
avanzavano lentamente, assumendo
a poco a poco una forma solida.
Prima comparvero gambe e braccia,
poi occhi e bocche spalancate e
fameliche.
L’istinto mi diceva che avevo già
avuto a che fare con quegli spiriti
prima d’allora. Non ricordavo cosa
fossero, ma li avevo spediti molte
volte nell’oblio, scacciandoli come
moscerini.
Purtroppo, non ero più un dio.
Ero un sedicenne nel panico. Mi
sudavano le mani. Battevo i denti. Il
mio unico pensiero coerente fu:
“AAAAAH!”.
Percy e Meg faticavano a uscire
dalla Prius. Gli serviva tempo,
quindi toccava a me fronteggiare il
nemico.
«FERMI!» gridai agli spiriti. «Io
sono il dio Apollo!»
Fui piacevolmente sorpreso
quando i tre si fermarono. Rimasero
a fluttuare a mezz’aria a una decina
di metri di distanza.
Sentii Meg sbuffare e rotolare giù
dal sedile, e Percy che si
arrampicava dietro di lei.
Avanzai verso gli spiriti, con il
fango ghiacciato che crepitava sotto
i miei passi. Il fiato mi usciva in
nuvolette di vapore nell’aria gelida.
Sollevai la mano nell’antico gesto di
scongiuro a tre dita. «Lasciateci in
pace o sarete distrutti!» minacciai.
La sagome di fumo tremolarono.
Ebbi un moto di speranza. Mi
aspettavo che si disintegrassero o
che fuggissero terrorizzate.
Invece si solidificarono in orrendi
cadaveri dagli occhi gialli, con le
vesti stracciate e gli arti coperti di
ferite aperte e piaghe purulente.
«Oh, santo cielo.» Il pomo
d’Adamo mi rotolò dritto nel petto
come una palla da biliardo. «Ora
ricordo.»
Percy e Meg mi affiancarono.
Con un suono metallico, la penna
del semidio si allungò in una lama
lucente di bronzo celeste.
«Ricordi cosa?» mi chiese Percy.
«Come si uccidono questi affari?»
«No» risposi. «Ricordo che cosa
sono: nosoi, spiriti pestilenziali. E
ricordo pure che… non si possono
uccidere.»
7

Acchiapparello!
Preso! Ora sei infetto
Divertiti, LOL

«Nosoi?» Percy piantò i piedi in una


posa da combattimento. «Sapete,
continuo a dirmi: “Ecco, ora hai
ucciso tutte le creature della
mitologia greca”. Ma la lista sembra
non finire mai.»
«Non hai ancora ucciso me»
osservai.
«Non mi tentare.»
I tre nosoi avanzarono piano. Le
bocche cadaveriche erano
spalancate, la lingua penzoloni. Gli
occhi luccicavano, coperti da una
pellicola di muco giallo.
«Queste creature non sono miti»
dissi. «Certo, la maggior parte degli
antichi miti sono cose reali. Tranne
quella storia secondo cui avrei
scorticato vivo il satiro Marsia.
Quella è una menzogna bella e
buona.»
Percy mi lanciò un’occhiata. «Tu
hai fatto cosa?»
«Ragazzi.» Meg raccolse un
ramo secco da terra. «Possiamo
parlarne dopo?»
Lo spirito pestilenziale al centro
parlò. «Apollooooo…» Gorgogliava
come una foca con la bronchite.
«Siamo venuuuuti per…»
«Aspettate.» Incrociai le braccia
con fare arrogante, fingendo
indifferenza (difficile per me, lo so,
ma ci riuscii.) «Siete venuti a
vendicarvi di me, eh?» Guardai i
miei amici semidei. «Sapete, i nosoi
sono gli spiriti della malattia.
Quando sono nato, la diffusione dei
malanni è diventata parte del mio
lavoro. Uso le frecce pestilenziali
per scatenare sui popoli malvagi
piaghe come il vaiolo, il piede
d’atleta… cose così.»
«Che schifo!» commentò Meg.
«Qualcuno deve pur farlo!»
protestai. «Ed è meglio che sia un
dio, regolato dal Consiglio
dell’Olimpo e con gli adeguati
permessi sanitari, piuttosto che
un’orda di spiriti incontrollati come
questi.»
Lo spirito sulla sinistra gorgogliò.
«Stiamo cercaaaando di parlaaaare.
Basta interruzioni! Vogliamo essere
liberi, incontrooooollati…»
«Sì, lo so. Mi distruggerete. E poi
diffonderete in tutto il mondo ogni
genere di malattia conosciuta. È una
cosa che desiderate fin da quando
Pandora vi ha fatto uscire dal vaso.
Ma non potete. Io vi abbatterò!»
Forse vi chiederete come facessi
a comportarmi con tanta calma e
sicurezza. In realtà, ero terrorizzato.
Il mio istinto di sedicenne mortale
stava strillando: “SCAPPA!”. Mi
tremavano le ginocchia, e avevo un
brutto tic all’occhio destro. Ma il
segreto per battere gli spiriti
pestilenziali era continuare a parlare
e fingere di avere tutto sotto
controllo, senza mostrare paura.
Così avrei dato il tempo ai miei
compagni semidivini di escogitare
un astuto piano per salvarmi.
Almeno, mi auguravo che Meg e
Percy stessero escogitando un piano.
Lo spirito sulla destra scoprì i
denti marci. «Cooome pensi di
abbatterci? Dov’è il tuo arcoooo?»
«Sembra che non ci sia» ammisi.
«Ma è davvero così? E se fosse
abilmente nascosto sotto questa
maglietta dei Led Zeppelin, e io
fossi sul punto di tirarlo fuori e
colpirvi?»
I nosoi si agitarono.
«Tuuuu menti» disse quello nel
mezzo.
Percy si schiarì la voce. «Ehm…
ehi, Apollo…»
“Finalmente!” pensai. «So cosa
stai per dire. Tu e Meg avete
escogitato un astuto piano per tenere
a bada questi spiriti mentre io fuggo
al campo. Mi dispiace che vi
sacrifichiate per me, ma…»
«Non stavo per dire questo.»
Percy sollevò la spada. «Stavo per
chiederti cosa succede se con il
bronzo celeste faccio a pezzettini
questi babbei.»
Lo spirito nel mezzo ridacchiò,
con un luccichio malvagio negli
occhi. «Una spada è un’arma
coooosì miseraaa. Non ha la
poooesia di una bella epidemiaaa.»
«Non ti azzardare!» protestai.
«Non potete fregarmi anche la
poesia, oltre alle malattie!»
«Hai ragiooone» disse lo spirito.
«Basta parlaaare!»
I tre cadaveri si fecero avanti
traballando.
Sollevai le braccia, sperando di
ridurli in polvere. Nulla di fatto. «È
intollerabile!» mi lamentai. «Come
fanno i semidei senza poteri di
vittoria automatica?»
Meg infilzò il suo ramo secco nel
petto di uno spirito. Il ramo ci restò
incastrato, e un fumo luccicante
iniziò a risalire lungo il legno.
«Lascia la presa!» la ammonii.
«Non permettere ai nosoi di
toccarti!»
Meg mollò il ramo e scappò via.
Nel frattempo, Percy Jackson
partì all’attacco. Sferrò colpi a
destra e manca, schivando i tentativi
degli spiriti di ghermirlo, ma i suoi
sforzi erano vani. Ogni volta che la
spada toccava i nosoi, i loro corpi
non facevano altro che dissolversi in
una nebbia scintillante, per poi
solidificarsi di nuovo. Uno spirito si
tuffò per afferrarlo.
Meg raccolse da terra una pesca
gelata e annerita e gliela tirò contro.
Il lancio fu così violento che il frutto
si incastrò nella fronte dello spirito,
facendolo cadere.
«Dobbiamo scappare» decise
Meg.
«Sì.» Percy ci raggiunse. «Ottima
idea.»
Sapevo che era inutile. Se fosse
stato possibile scappare da quegli
spiriti, gli europei del Medioevo si
sarebbero infilati le scarpe da
ginnastica e sarebbero sfuggiti alla
Peste Nera. (Giusto perché si sappia,
la Peste Nera non fu colpa mia. Mi
ero preso un secolo di libertà per
starmene un po’ in pace su una
spiaggia della California, e quando
tornai scoprii che i nosoi si erano
scatenati e un terzo del continente
era morto. Numi del cielo, che
seccatura!)
Ero troppo terrorizzato per
obiettare. Meg e Percy si misero a
correre nel frutteto, e io li seguii.
Percy indicò una fila di colline a
poco più di un chilometro di
distanza. «Quello è il confine
occidentale del campo. Se riusciamo
a raggiungerlo…»
Superammo un serbatoio per
l’irrigazione montato su un trattore.
Con un semplice scatto della mano,
Percy ordinò al fianco del serbatoio
di rompersi, e un muro d’acqua
investì i tre nosoi alle nostre spalle.
«Bella mossa!» Meg sorrise,
saltellando nel suo nuovo vestitino
verde. «Ce la faremo!»
“No, non ce la faremo” pensai.
Mi faceva male il petto. Ogni
respiro era un rantolo sibilante. Era
assurdo che quei due semidei
riuscissero a portare avanti una
conversazione correndo a rotta di
collo, mentre io, l’immortale Apollo,
annaspavo come un pesce gatto.
«Non possiamo…» singhiozzai.
«Loro…»
Prima che riuscissi a finire la
frase, tre colonne di fumo
scintillante esplosero da terra
proprio davanti a noi. Due nosoi si
solidificarono in cadaveri: uno con
una pesca a mo’ di terzo occhio,
l’altro con un ramo conficcato nel
petto.
Il terzo spirito… Be’, Percy non
lo vide in tempo e attraversò di netto
la colonna di fumo.
«Non respirare!» lo avvertii.
Percy sgranò gli occhi come a
dire: “Scherzi?” e cadde in
ginocchio, stringendosi la gola.
Come figlio di Poseidone,
probabilmente era in grado di
respirare sott’acqua, ma trattenere il
fiato per una quantità indeterminata
di tempo era tutta un’altra storia.
Meg raccolse una seconda pesca
avvizzita, ma le sarebbe servita a
poco contro le forze delle tenebre.
Cercai di trovare un modo per
aiutare Percy – sono molto altruista
– ma il nosos con il ramo conficcato
nel petto mi attaccò. Mi girai per
scappare, però andai a sbattere di
faccia contro un albero. Vorrei tanto
dirvi che pure questo faceva parte
del piano, ma nemmeno io, con tutta
la mia abilità poetica, riesco a
volgere in positivo una disfatta del
genere.
Mi ritrovai disteso sulla schiena,
con molti puntini luminosi davanti
agli occhi e il volto dello spirito
pestilenziale che incombeva sopra di
me.
«Quale malanno fatale userò per
uccidere il grande Apolloooo?»
gorgogliò lo spirito. «L’antrace?
Forse l’ebolaaaa…»
«Le unghie incarnite» suggerii,
cercando di strisciare via dal mio
aguzzino. «Io vivo nel terrore delle
unghie incarnite.»
«Trovato!» esclamò lo spirito,
ignorandomi con grande
maleducazione. «Proviamo così!» E
si dissolse in fumo, adagiandosi
sopra di me come una coperta
scintillante.
8

La pesca spacca
Basta, io mi ritiro
Zeus, ti prego!

Non dico che mi passò tutta la vita


davanti.
Magari. Ci sarebbero voluti
diversi mesi, e avrei avuto il tempo
di escogitare un piano di fuga.
Invece furono i miei rimpianti a
scorrermi davanti agli occhi. Ebbene
sì, benché io sia un essere
perfettissimo, ho qualche rimpianto.
Ripensai a quel giorno, agli Abbey
Road Studios, quando l’invidia mi
indusse a seminare rancore nei cuori
di John e Paul, sancendo lo
scioglimento dei Beatles. Ripensai
alla caduta di Achille sulle pianure
di Troia, colpito a causa della mia
ira da un arciere indegno.
Vidi Giacinto, le sue spalle di
bronzo e i riccioli scuri che
rilucevano al sole. Ai bordi del
campo del lancio del disco, mi
rivolse un sorriso smagliante.
«Neanche tu sai lanciare così
lontano» mi provocò.
«Sta’ a guardare» replicai.
Lanciai, poi fissai inorridito il disco
che, deviato da un colpo di vento,
sfrecciava inspiegabilmente verso il
suo bel viso.
E naturalmente vidi lei – l’altro
amore della mia vita – la sua
candida pelle che si trasformava in
corteccia, i capelli che inverdivano
in foglie, gli occhi che si indurivano
in rivoletti di linfa.
Quei ricordi erano così dolorosi,
che forse avrei dovuto accogliere
con gratitudine la nebbia
pestilenziale che stava calando su di
me.
Tuttavia la mia nuova natura
mortale si ribellò. Ero troppo
giovane per morire! Non avevo
neanche dato il primo bacio! (Sì, nel
mio catalogo divino di ex c’erano
più bellezze che nella lista degli
invitati a un party a casa Kardashian,
ma niente di tutto questo mi
sembrava reale.)
A essere onesti sino in fondo,
però, devo confessare anche un’altra
cosa: tutti gli dei temono la morte,
anche quando non sono imprigionati
in una forma mortale.
Può sembrare sciocco. Noi siamo
immortali. Ma, come avete visto,
l’immortalità ci può essere strappata.
(Nel mio caso, per tre
maledettissime volte.)
Gli dei sanno bene cosa significa
scomparire lentamente. Sanno cosa
significa essere dimenticati nel corso
dei secoli. L’idea di cessare di
esistere del tutto ci terrorizza. In
effetti – be’, Zeus non gradirebbe
questa mia rivelazione, perciò se lo
direte a qualcuno negherò di averla
mai fatta – in effetti, dicevo, la
verità è che noi dei proviamo un po’
di soggezione nei confronti di voi
mortali. Voi trascorrete la vita intera
sapendo che morirete. Non importa
quanti amici e parenti abbiate, la
vostra piccola e insignificante
esistenza verrà presto dimenticata.
Come riuscite a sopportarlo? Perché
non vi aggirate nel mondo urlando e
strappandovi i capelli in
continuazione? Il vostro coraggio,
devo ammetterlo, è alquanto
ammirevole.
Dunque, dov’ero rimasto?
Giusto. Stavo morendo.
Mi rotolai nel fango, trattenendo
il respiro. Cercai di scacciarmi di
dosso la nuvola infetta, ma non era
facile come scacciare una mosca o
un mortale che non sa stare al
proprio posto.
Intravidi Meg, che giocava a un
acchiapparello letale con il terzo
nosos, cercando di nascondersi
dietro un pesco. Mi urlò qualcosa,
ma la sua voce sembrava metallica e
lontanissima.
Da qualche parte alla mia sinistra,
la terra tremò. Un geyser in
miniatura eruppe dal campo. Percy
lo raggiunse strisciando come un
disperato e tuffò la faccia
nell’acqua, lavando via il fumo.
Mi si appannò la vista.
Percy si rimise in piedi,
barcollando. Strappò da terra la
fonte del geyser – un tubo
dell’impianto di irrigazione – e mi
rivolse l’acqua contro.
Di solito non mi piace quando mi
inzuppano in quel modo. Ogni volta
che vado in campeggio con
Artemide, lei si diverte a svegliarmi
con una secchiata d’acqua gelida.
Ma in quel momento non me la
presi.
L’acqua fermò il fumo,
permettendomi di rotolare via e
riprendere fiato. Poco lontano, i
nostri due nemici gassosi si
riplasmarono in cadaveri
gocciolanti, con gli occhiacci gialli
che luccicavano infastiditi.
Meg strillò di nuovo, e questa
volta capii che cosa diceva: «GIÙ!».
Mi sembrava un gesto poco
sensato, dal momento che mi ero
appena rimesso in piedi. Poi,
tutt’intorno a noi nel frutteto, i resti
anneriti e congelati del raccolto
cominciarono a levitare.
Credetemi, in quattromila anni ne
ho viste di cose strane. Ho visto il
volto sognante di Urano impresso
nelle stelle del cielo, e la furia
sfrenata di Tifone scatenarsi sulla
Terra. Ho visto uomini trasformarsi
in serpenti, formiche in uomini, e
persone dotate di raziocinio ballare
la macarena.
Ma mai prima di allora avevo
visto una sommossa di frutta
congelata.
Io e Percy ci gettammo a terra,
mentre una raffica di pesche volanti
schizzava per tutto il frutteto,
rimbalzando sugli alberi come palle
da biliardo, crivellando i corpi
cadaverici dei nosoi. Se fossi stato in
piedi, ci avrei rimesso la pelle;
eppure Meg se ne stava lì, tranquilla
e beata, con la frutta marcia che le
sfrecciava intorno.
Tutti e tre i nosoi si ridussero a
un colabrodo e crollarono a terra,
seguiti subito dopo da ogni singolo
frutto volante.
Percy alzò lo sguardo. Aveva gli
occhi rossi e gonfi. «Che è sdado?»
Era congestionato, perciò non era
sfuggito del tutto agli effetti della
nuvola pestilenziale, ma almeno non
era morto. Il che di solito è un buon
segno.
«Non lo so» ammisi. «Meg,
siamo al sicuro?»
Lei stava fissando sbigottita la
carneficina di frutta, cadaveri e rami
spezzati. «Non… non ne sono
certa.»
«Come hai faddo?» chiese Percy,
tirando su col naso.
Meg sembrava inorridita. «Non
sono stata io! Sapevo solo che
sarebbe successo.»
Uno dei cadaveri si riscosse e si
alzò, reggendosi a malapena sulle
gambe crivellate di colpi. «Sì che sei
stata tuuuu» ringhiò. «Tuuuu sei
forte, ragazzina.»
Anche gli altri due cadaveri si
rimisero in piedi.
«Non abbastanza forte» disse il
secondo nosos. «Ora ti
finiremooooo.»
Il terzo spirito scoprì i denti
marci. «Il tuo tutore ci rimarrà così
maaaale.»
Tutore? Forse si riferiva a me.
Nel dubbio, di solito do per scontato
che la conversazione sia su di me.
Fu come se Meg avesse ricevuto
un pugno nello stomaco. Impallidì.
Le tremavano le braccia. Batté un
piede a terra e strillò: «NO!».
Altre pesche si levarono nell’aria,
ma stavolta si misero a roteare in un
unico turbine di fruttosio, finché
dinanzi a Meg non si erse una
creatura umanoide simile a un
bimbetto paffuto, vestita solo con un
pannolino di tela. Due rami fronzuti
formavano un paio di ali sulla sua
schiena. Il volto infantile avrebbe
potuto essere grazioso, se non fosse
stato per gli occhietti verdi e
luccicanti e le zanne appuntite. La
creatura ringhiò, mordendo l’aria a
scatti.
«Oh, no.» Percy scosse la testa.
«Odio questi cosi.»
Neanche i tre nosoi sembravano
contenti. Di fronte al bimbetto
rabbioso arretrarono di qualche
passo.
«Che… che cos’è?» domandò
Meg.
La guardai incredulo. Doveva per
forza essere lei la causa di quella
diavoleria a base di frutta, ma
sembrava scioccata quanto noi.
Purtroppo, se non sapeva come
aveva fatto a evocarla, Meg non
poteva nemmeno sapere come
mandarla via; e, come Percy
Jackson, nemmeno io andavo matto
per i karpoi.
«È uno spirito del grano» dissi,
cercando di non far trapelare il
panico nella voce. «Non ne avevo
mai visto uno fatto di pesche prima
d’ora, ma se è micidiale come gli
altri…» Stavo per dire: “Siamo
finiti”, ma mi sembrò troppo ovvio e
deprimente.
Baby-pesca si voltò verso i nosoi.
Per un attimo, ebbi paura che
stringessero una specie di alleanza
infernale: un’asse del male fra le
epidemie e la frutta.
Il cadavere nel mezzo, quello con
la pesca sulla fronte, fece un passo
indietro. «Non ti intromettereee»
avvisò il karpos. «Non
permetteremo cheeee…»
Baby-pesca si lanciò contro il
nosos e con un morso gli staccò la
testa.
Non è un linguaggio figurato. Le
fauci aguzze del karpos si
scardinarono dal cranio, si
allargarono a una circonferenza
incredibile e si richiusero intorno
alla testa del cadavere,
strappandogliela con un unico
morso.
Oh, santi numi… non stavate
mangiando, vero?
Nel giro di pochi secondi, il
nosos fu fatto a pezzi e divorato.
Comprensibilmente, gli altri due
fecero per ritirarsi, ma il karpos si
accovacciò e li raggiunse con un
salto. Atterrò sul secondo cadavere e
lo ridusse in una poltiglia al gusto di
malanni misti.
L’ultimo spirito si trasformò in
fumo scintillante e provò a volare
via, ma Baby Pesca allargò le ali
fronzute e si lanciò al suo
inseguimento. Spalancò la bocca e
inalò il morbo, masticando e
deglutendo ogni cosa fino all’ultimo
soffio di fumo.
Poi andò a posarsi di fronte a
Meg e ruttò, con gli occhietti verdi
luccicanti. Sembrava sano come un
pesce, ma del resto le malattie
umane non infettano gli alberi da
frutto. Anzi, dopo essersi mangiato
tre nosoi interi, il piccoletto
sembrava affamato. Emise una
specie di ululato e si batté il petto.
«Pesca!»
Lentamente, Percy sollevò la
spada. Aveva il naso rosso e
gocciolante, e la faccia gonfia.
«Meg, non ti muovere. Ora io…»
«No!» gridò lei. «Non fargli del
male.» Con un po’ di esitazione,
posò la mano sulla testa riccioluta
del karpos. «Ci hai salvato. Grazie.»
Cominciai a compilare
mentalmente una lista di rimedi
naturali per rigenerare gli arti
mozzati, ma con mia grande
sorpresa Baby Pesca non staccò la
mano di Meg con un morso. La
abbracciò.
Stretto alla sua gamba, ci scoccò
un’occhiataccia di sfida. «Pesca»
ringhiò.
«Gli piaci» notò Percy. «Ehm…
perché?»
«Non lo so.» Meg scosse il capo.
«Sul serio, non l’ho evocato io!»
Io invece ero sicuro di sì, anche
se forse non l’aveva fatto in modo
intenzionale. Avevo anche qualche
idea su chi potesse essere il suo
genitore divino, e qualche domanda
su quel “tutore” di cui gli spiriti
avevano parlato, ma decisi che era
meglio interrogarla quando non
aveva un bimbetto carnivoro e
inferocito avvinghiato a una gamba.
«Be’, comunque sia, dobbiamo la
vita a questo karpos» affermai.
«Come recita il mio famoso detto:
una pesca al giorno leva gli spiriti
pestilenziali di torno!»
Percy starnutì. «Non era: una
mela al giorno leva il medico di
torno?»
Il karpos soffiò come un gatto.
«Una pesca» si corresse subito
Percy. «Anche le pesche funzionano
a meraviglia.»
«Pesca» concordò il karpos.
Percy si asciugò il naso. «Non è
per criticare, ma perché parla come
Groot?»
Meg aggrottò la fronte. «Groot?»
«Sì! Hai presente quel
personaggio del film Guardiani
della Galassia? Quello che ripete
sempre la stessa cosa…»
«Spiacente, non l’ho visto» dissi.
«Anche se in effetti questo karpos
sembra avere un linguaggio molto…
limitato.»
«Forse Pesca è il suo nome.»
Meg accarezzò i riccioli castani del
karpos, suscitando fusa demoniache
dalla gola della creatura. «Lo
chiamerò così.»
«Ehi, non vorrai adottare
quel…?» Percy starnutì talmente
forte che un altro tubo dell’impianto
di irrigazione esplose alle sue spalle,
provocando una fila di piccoli
geyser. «Bah. Sto male.»
«Ti è andata bene» dissi. «Quel
trucco con l’acqua ha diluito il
potere dello spirito. Invece di
prenderti un malanno mortale, ti sei
beccato un raffreddore.»
«Odio i raffreddori.» I suoi occhi
verdi sembravano affondare in un
mare venato di sangue. «Voi due non
vi siete ammalati?»
Meg scosse la testa.
«Sono di ottima costituzione»
risposi. «Senza dubbio è stato questo
a salvarmi.»
«Insieme al getto d’acqua con cui
ti ho tolto quel fumo di dosso»
osservò Percy.
«Oh, be’… certo, anche quello.»
Percy mi fissava, in attesa.
Dopo un attimo di imbarazzato
silenzio pensai che, se lui fosse stato
un dio e io un fedele mortale, forse
avrei dovuto manifestargli un po’ di
gratitudine. «Ehm… grazie.»
Percy annuì. «Non c’è di che.»
Mi rilassai un poco. Se avesse
voluto un sacrificio, tipo un toro
bianco o un vitello grasso, non avrei
saputo cosa fare.
«Ora possiamo andare?» chiese
Meg.
«Ottima idea» commentai. «Ma
temo che Percy non sia nelle
condizioni di…»
«Posso ancora accompagnarvi
per il resto del tragitto» dichiarò lui.
«Sempre che riusciamo a tirare fuori
la macchina da quegli alberi…»
Lanciò un’occhiata in direzione
dell’auto, e la sua faccia si fece
ancora più sconsolata. «Oh, per
Ade… no.»
Una volante della polizia stava
accostando sul lato della strada.
Immaginai gli occhi degli agenti
seguire i solchi delle ruote nel fango,
che conducevano a un recinto
abbattuto e continuavano fino a una
Toyota Prius azzurra incastrata fra
due peschi. I lampeggianti della
volante si accesero.
«Fantastico» borbottò Percy. «Se
si portano via la Prius, sono morto.
Mamma e Paul hanno bisogno di
quella macchina.»
«Va’ a parlare con gli agenti»
suggerii. «Tanto non ci saresti di
grande aiuto in questo stato.»
«Sì, ce la caveremo» disse Meg.
«Hai detto che il campo è oltre
quelle colline?»
«Sì, ma…» Percy si accigliò.
Probabilmente faceva fatica a
ragionare lucidamente con quel
raffreddore. «La maggior parte dei
semidei entra al campo da est, dove
si trova la Collina Mezzosangue. Il
confine occidentale è più selvatico:
la foresta ricopre le colline, ed è
piena di incantesimi. Se non fate
attenzione, rischiate di perdervi…»
Starnutì di nuovo. «E non sono
ancora sicuro che Apollo possa
entrare, se è totalmente mortale.»
«Entrerò.» Cercai di sprizzare
sicurezza da tutti i pori. Non avevo
alternative. Se non fossi riuscito a
entrare al Campo Mezzosangue…
No. Ero stato già attaccato due volte
nel mio primo giorno da mortale.
Nessun piano B al mondo avrebbe
potuto salvarmi la pelle.
Gli sportelli della volante si
aprirono.
«Vai» dissi a Percy. «Troveremo
il modo di orientarci nella foresta.
Tu spiega alla polizia che sei malato
e hai perso il controllo dell’auto.
Vedrai che ci andranno piano.»
Percy rise. «Come no. I poliziotti
mi adorano, proprio come gli
insegnanti.» Lanciò un’occhiata a
Meg. «Sicura che non ti dia fastidio
quel piccolo demonio di frutta?»
Pesca ringhiò.
«Nessun problema» assicurò
Meg. «Va’ a casa, Percy. Riposati.
Bevi tanti liquidi.»
Al semidio scappò quasi da
ridere. «Stai dicendo a un figlio di
Poseidone di bere tanti liquidi? E va
bene. Cerca di sopravvivere fino al
prossimo weekend, okay? Sta’
attenta e… ETCIÙ!» Brontolando
scontento, avvicinò il cappuccio alla
spada, che tornò una semplice penna
a sfera. Saggia precauzione prima di
avvicinarsi alle forze dell’ordine.
Poi cominciò a discendere la collina
a passi pesanti, starnutendo e tirando
su col naso. «Agente?» chiamò. «Mi
dispiace, sono quassù. Sa dirmi
dov’è Manhattan?»
Meg si voltò a guardarmi.
«Pronto?»
Ero bagnato fradicio e avevo i
brividi. Stavo vivendo la giornata
peggiore di tutti i tempi. Dovevo
restare incollato a una ragazzina che
faceva paura e a quella specie di
pesca che faceva ancora più paura.
Non ero pronto proprio per nulla.
Però avevo disperatamente bisogno
di arrivare al campo. Forse lì avrei
trovato qualche faccia amica, magari
perfino adepti adoranti che mi
avrebbero accolto con grappoli di
uva sbucciata, biscotti al cioccolato
e altre offerte sacre.
«Certo» dissi. «Andiamo.»
Pesca grugnì. Ci fece cenno di
seguirlo, poi cominciò a risalire la
collina. Forse conosceva la strada.
Oppure voleva soltanto condurci a
una morte orrenda.
Meg lo seguì saltellando,
dondolandosi sui rami o facendo la
ruota nel fango a seconda
dell’umore del momento. Sembrava
reduce da un bel picnic invece che
da una battaglia con un trio di
cadaveri infetti.
Mi rivolsi al cielo. «Sei sicuro,
Zeus? Non è troppo tardi per dirmi
che è stato tutto uno scherzo molto
elaborato e richiamarmi
sull’Olimpo. Ho imparato la lezione.
Lo giuro.»
Le grigie nuvole invernali non
risposero.
Con un sospiro, corsi dietro a
Meg e al suo scagnozzo omicida.
9

Sento le voci
Vado fuori di testa
Mai più spaghetti

Sospirai di sollievo. «Dovrebbe


essere facile.»
Certo, avevo detto la stessa cosa
prima di un corpo a corpo con
Poseidone, e non si era rivelato per
niente facile. Tuttavia, il tragitto
verso il Campo Mezzosangue
sembrava abbastanza agevole. Tanto
per cominciare, ero contento di
riuscire a vedere il campo, dato che
normalmente è schermato alla vista
dei mortali. E questo era di buon
auspicio per il mio ingresso.
Dal punto in cui eravamo, in
cima a una collina, l’intera valle si
apriva ai nostri piedi: più o meno
cinquecento ettari di boschi, prati e
campi di fragole delimitati dalla baia
di Long Island a nord e da una bassa
catena di colline sugli altri lati.
Direttamente sotto di noi, una fitta
foresta di sempreverdi copriva l’area
occidentale della valle.
Oltre la foresta, gli edifici del
Campo Mezzosangue scintillavano
al sole invernale: l’anfiteatro, l’arena
di combattimento, il padiglione della
mensa con le sue colonne di marmo
bianco… Una triremi fluttuava nel
laghetto delle canoe. Venti capanne
costeggiavano l’area comune, con il
fuoco che ardeva allegramente al
centro.
Ai margini dei campi di fragole si
ergeva la Casa Grande, una villa a
quattro piani in stile vittoriano,
dipinta di celeste e bordata di
bianco. Il mio amico Chirone
probabilmente era lì dentro, a
sorseggiare il tè davanti al
caminetto. Finalmente avrei trovato
asilo.
Vagai con lo sguardo sino in
fondo alla valle. Laggiù, sulla
collina più alta, l’Athena Parthenos
brillava in tutta la sua gloria d’oro e
d’alabastro. Un tempo l’enorme
statua si ergeva sul Partenone, in
Grecia. Ora presidiava il Campo
Mezzosangue, proteggendo la valle
dagli intrusi. Perfino da lontano
avvertivo il suo potere, come il
ronzio subsonico di un motore
possente. La vecchia Occhi Grigi era
di guardia contro ogni minaccia, in
tutta la sua consueta e noiosissima
intransigenza.
Personalmente avrei scelto una
statua più interessante… una mia
statua, per esempio. Il panorama del
Campo Mezzosangue era comunque
mozzafiato. Il mio umore migliorava
sempre quando vedevo quel posto:
un piccolo promemoria dei bei
vecchi tempi, quando i mortali
sapevano ancora costruire i templi e
bruciare le offerte come si conviene.
Ah, tutto era migliore nell’Antica
Grecia! Be’, a parte qualche piccolo
progresso apportato dagli umani
moderni, tipo Internet, i cornetti al
cioccolato o una più alta aspettativa
di vita.
Meg era rimasta a bocca aperta.
«Perché non ho mai sentito parlare
di questo posto? Ci vogliono i
biglietti per entrare?»
Ridacchiai. Mi diverto sempre
quando ho l’occasione di illuminare
un ingenuo mortale. «Vedi, Meg, i
confini magici mimetizzano la valle.
Da fuori, la maggior parte degli
umani non vede altro che un tratto di
noiosa campagna. Se si avvicinano,
vengono distolti dai loro passi e si
ritrovano a vagabondare altrove.
Credimi, una volta ho provato a
farmi consegnare una pizza al
campo. È stato molto seccante.»
«Hai ordinato una pizza?»
«Lascia perdere» tagliai corto.
«Quanto ai biglietti… è vero che il
campo non fa entrare chiunque, ma
tu sei fortunata. Conosco il
direttore.»
Pesca ringhiò. Fiutò intorno,
masticò un boccone di terra e lo
risputò.
«Non gli piace il sapore di questo
posto» commentò Meg.
«Sì, be’…» Guardai il karpos,
con la fronte aggrottata. «Forse
possiamo procurargli un po’ di
terriccio buono o di fertilizzante.
Convincerò i semidei a farlo entrare,
ma sarebbe meglio che non
staccasse la testa a nessuno… non
subito, almeno.»
Pesca brontolò qualcosa su una
pesca.
«C’è qualcosa che non va.» Meg
si mordeva le unghie. «Questa
foresta… Percy ha detto che era
selvatica e piena di incantesimi.»
Anch’io avvertivo qualcosa di
strano, ma lo imputai alla mia
antipatia per le foreste in generale.
Per ragioni che preferirei non
approfondire, boschi e foreste mi
mettono a disagio. Ciononostante,
con la meta così vicina, il mio
abituale ottimismo stava tornando.
«Non temere» rassicurai Meg. «Il
tuo compagno di viaggio è un dio!»
«Un ex dio.»
«Vorrei che la smettessi di
infierire. Comunque, i ragazzi del
campo sono molto amichevoli. Ci
accoglieranno con lacrime di gioia.
E aspetta di vedere il video di
orientamento!»
«Cosa?»
«L’ho diretto io stesso! Ora
andiamo, su. Quanto mai potrà
essere malvagia questa foresta?»

Tanto malvagia.
Non appena entrammo nella loro
ombra, fu come se gli alberi ci si
facessero intorno. I tronchi si
strinsero, bloccando i sentieri
tracciati e aprendone di nuovi. Le
radici si torsero sotto i nostri piedi,
creando un percorso a ostacoli fatto
di protuberanze, nodi e spirali. Era
come cercare di attraversare un
gigantesco piatto di spaghetti.
Il pensiero degli spaghetti mi fece
venire l’acquolina in bocca. Erano
passate solo poche ore dalla
supersalsa e dai sandwich di Sally
Jackson, ma il mio stomaco mortale
brontolava già dalla fame. Erano
rumori piuttosto seccanti, in quella
foresta buia e spaventosa. Perfino
Pesca cominciava ad avere un
profumino allettante, che mi
suscitava visioni di torte e gelati alla
frutta.
Come già detto, non sono un
grande fan dei boschi. Cercai di
convincermi che gli alberi non mi
stavano guardando malevoli,
scambiandosi commenti a bassa
voce. Erano solo alberi. Anche se
ospitavano delle driadi, quegli spiriti
non potevano ritenermi responsabile
per quanto era accaduto migliaia di
anni prima su un altro continente.
“Perché no?” mi chiesi. “Tu
stesso te ne ritieni responsabile.”
Mi dissi di cucirmi la bocca.
Scarpinammo per ore… molto
più a lungo di quanto avrebbe
dovuto essere necessario per arrivare
alla Casa Grande. Di norma, sarei
stato in grado di orientarmi con il
sole – dopo tutti i millenni trascorsi
a scarrozzarlo in cielo! – ma sotto la
fitta copertura degli alberi la luce era
soffusa e le ombre mi
confondevano.
Quando passammo per la terza
volta davanti allo stesso masso, mi
fermai e ammisi l’evidenza. «Non
ho idea di dove siamo.»
Meg si accasciò su un tronco
caduto. Nella luce verdognola
somigliava più che mai a una driade,
anche se gli spiriti degli alberi non
indossano spesso sneaker rosse e
giacconi di pile smessi.
«Non conosci nessuna tecnica di
sopravvivenza?» mi chiese. «Tipo,
non so… leggere il muschio sulla
corteccia degli alberi? Seguire le
tracce?»
«No. Quello è competenza di mia
sorella» risposi.
«Forse Pesca può aiutarci.» Meg
si voltò verso il karpos. «Ehi, puoi
trovare la strada per uscire dalla
foresta?»
Durante gli ultimi chilometri, il
karpos non aveva fatto altro che
borbottare innervosito, lanciando
occhiate di sghembo. Ora fiutava
l’aria, facendo vibrare le narici.
Inclinò la testa. Arrossì – o, meglio,
inverdì – poi emise un guaito
sofferto e si dissolse in un turbinio
di foglie.
Meg balzò in piedi. «Dov’è
andato?»
Scrutai la foresta intorno,
sospettando che Pesca avesse fatto la
cosa più intelligente: aveva
percepito l’arrivo di un pericolo e ci
aveva abbandonato. Non volevo
suggerirlo a Meg, però. Le piaceva
tanto quel karpos. (Ridicolo,
sviluppare attaccamento per una
creaturina pericolosa! Ma, del resto,
noi dei ci affezioniamo agli umani,
perciò chi ero io per criticarla?)
«Forse è andato in
perlustrazione» suggerii. «Forse
dovremmo…»
“APOLLO…”
La voce riecheggiò nella mia
testa, come se qualcuno mi avesse
installato degli amplificatori nelle
orecchie. Non era la voce della mia
coscienza. La mia coscienza non è
femmina, e non parla nemmeno così
forte. Eppure qualcosa in quel tono
femminile mi era familiare in modo
inquietante.
«Che succede?» chiese Meg.
L’aria divenne all’improvviso
dolciastra, quasi nauseabonda. Gli
alberi incombevano su di me come
gli aculei di una pianta carnivora.
Una goccia di sudore mi colò su un
lato del viso.
«Non possiamo stare qui» dissi.
«Scortami, mortale.»
«Come, scusa?» replicò Meg.
«Ehm… volevo dire, andiamo!»
Corremmo, inciampando sulle
radici, fuggendo alla cieca in un
labirinto di rami e massi.
Raggiungemmo un ruscello limpido
che scorreva in un letto di ghiaia.
Quasi non rallentai. Mi addentrai
nell’acqua gelida, affondando fino ai
polpacci.
La voce parlò di nuovo:
“TROVAMI!”.
Stavolta era così forte che mi
trapassò la fronte come un chiodo.
Inciampai e caddi in ginocchio.
«Ehi!» Meg mi prese per un
braccio. «Alzati!»
«Non hai sentito?»
«Sentito cosa?»
“LA CADUTA DEL SOLE”
tuonò la voce. “IL VERSO
FINALE.”
Crollai faccia avanti nel ruscello.
«Apollo!» Meg mi rigirò, la voce
tesa e allarmata. «Muoviti! Non
posso portarti io!» Ma ci provò lo
stesso. Cominciò a tirarmi,
sbraitando e imprecando, finché con
il suo aiuto non riuscii a strisciare
fino a riva.
Rimasi disteso sulla schiena, a
fissare con occhi stralunati la volta
della foresta. I vestiti zuppi erano
così gelidi che me li sentivo quasi
scottare addosso. Tremavo come la
corda del Mi di un basso elettrico.
Meg mi levò il giaccone. Il suo
era troppo piccolo per me, ma lo usò
lo stesso per avvolgermi le spalle
con qualcosa di asciutto.
«Ripigliati» ordinò. «Non mi
diventare matto, okay?»
Risposi con una risata tesa. «Ma
io… ho sentito…»
“I FUOCHI MI
CONSUMERANNO…
AFFRETTATI!”
La voce si frantumò in un coro di
sussurri arrabbiati. Le ombre si
allungarono, facendosi più scure.
Dai miei vestiti si levò un vapore
che aveva lo stesso odore delle
esalazioni vulcaniche di Delfi.
Una parte di me avrebbe voluto
raggomitolarsi e morire. Un’altra
invece avrebbe voluto alzarsi e
correre dietro quelle voci fino a
trovarne la fonte. Ma intuii che, se ci
avessi provato, avrei perso il senno
per sempre.
Meg stava dicendo qualcosa. Mi
scosse per le spalle e mi si piazzò
davanti alla faccia, a pochi
centimetri dal naso, tanto che vidi il
mio riflesso stravolto nelle lenti dei
suoi occhiali a punta. Poi mi mollò
uno schiaffo, forte, e finalmente
riuscii a decifrare quello che diceva:
«ALZATI!».
In qualche modo, ce la feci. Poi
mi piegai in due e vomitai.
Non mi succedeva da secoli.
Avevo dimenticato quanto fosse
sgradevole.
Un attimo dopo, avevamo ripreso
a camminare, con Meg che mi
trascinava quasi di peso. Le voci
bisbigliavano e litigavano,
strappando pezzetti della mia mente
e portandoseli via nella foresta. Ben
presto non mi sarebbe rimasto
granché.
Era inutile. Tanto valeva correre
nella boscaglia e impazzire una volta
per tutte. L’idea mi sembrò
divertente. Cominciai a ridacchiare.
Meg mi costrinse a non
fermarmi. Non riuscivo a capire le
sue parole, ma il tono era insistente
e caparbio, con quel tanto di rabbia
che bastava a farle passare la paura.
Nel mio stato confusionale,
pensai che gli alberi si facessero da
parte per lasciarci passare, aprendoci
controvoglia un sentiero per uscire
dalla foresta. Vidi un falò in
lontananza, e i prati aperti del
Campo Mezzosangue.
Mi saltò in mente che Meg stesse
parlando con gli alberi, che fosse lei
a ordinare loro di togliersi di mezzo.
Era un’idea ridicola, e sul momento
mi sembrò spassosa. A giudicare dal
vapore che mi saliva dai vestiti,
probabilmente avevo un febbrone da
cavallo.
Ridevo istericamente quando
sbucammo dalla foresta e ci
dirigemmo con passo incerto verso il
falò, dove una dozzina di ragazzi
stava arrostendo marshmallow sulle
fiamme. Quando ci videro, si
alzarono. Con i jeans, i giacconi
invernali e le armi assortite al
fianco, erano il gruppo di
campeggiatori più tetro che avessi
mai visto.
Sorrisi. «Ehi, ciao! Io sono
Apollo!» Poi rovesciai gli occhi e
svenni.
10

Un bus in fiamme
Will è più grande di me
Oh, Zeus! Ti prego!

Sognai di guidare il carro del sole


nel cielo. Avevo il tettuccio
abbassato, in modalità Maserati.
Procedevo spedito, suonando il
clacson per avvisare i jet di togliersi
di mezzo, godendomi il profumo e il
fresco della stratosfera e tenendo il
ritmo di una delle mie canzoni
preferite: Rise to the Sun, degli
Alabama Shakes.
Mi stavo chiedendo se non fosse
il caso di trasformare il veicolo in
una Google Car con il pilota
automatico. Volevo tirare fuori il
liuto e lanciarmi in un assolo di cui
Brittany Howard sarebbe stata fiera.
Poi una donna comparve sul
sedile accanto a me. «Devi sbrigarti,
bello.»
Per poco non saltai giù dal sole.
La mia ospite era vestita come
una regina libica del passato (e io
posso ben dirlo, dato che ne ho
frequentata qualcuna.) La sua veste
era un turbinio di motivi floreali
rossi, neri e dorati. I lunghi capelli
corvini erano coronati da un
diadema che somigliava a una scala
in miniatura, con due assicelle d’oro
ricurve unite da pioli d’argento. Il
viso era maturo ma nobile, come si
addice a una sovrana benevola.
Quindi non poteva trattarsi di
Era. E poi, Era non mi avrebbe mai
rivolto un sorriso così amabile.
Inoltre… quella donna indossava un
grande simbolo della pace intorno al
collo, un accessorio che non
sembrava molto nello stile della
regina degli dei.
Eppure avevo la sensazione di
conoscerla. Malgrado quell’aria da
figlia dei fiori, era così attraente che
dovevamo per forza essere parenti.
«Chi sei?» chiesi.
Un pericoloso luccichio dorato
scintillò nei suoi occhi, come in
quelli di un felino predatore. «Segui
le voci.»
Mi si formò un groppo in gola.
Mi sforzai di ragionare, ma era come
se il mio cervello fosse appena
uscito da un frullatore. «Ti ho
sentito nella foresta… stavi… stavi
pronunciando una profezia?»
«Trova le porte.» Mi afferrò un
polso. «Devi trovarle per primo,
capisci?»
«Ma…»
La donna esplose in fiamme.
Ritrassi il polso bruciacchiato e
afferrai il volante, mentre il carro del
sole si tuffava in picchiata. La
Maserati si tramutò in uno
scuolabus, una modalità che uso
soltanto quando devo trasportare un
gran numero di persone. L’abitacolo
si riempì di fumo.
Da qualche parte alle mie spalle,
una voce nasale disse: «Devi trovare
le porte, a ogni costo».
Lanciai un’occhiata allo
specchietto retrovisore. Attraverso il
fumo, vidi un uomo robusto vestito
con un completo porpora. Era
disteso in fondo, dove normalmente
si siedono i piantagrane. Era il posto
preferito di Ermes, ma quell’uomo
non era Ermes.
Aveva il mento sfuggente, un
naso troppo grosso e una barba che
gli avvolgeva la pappagorgia come
la cinghia di un elmo. I capelli erano
ricci e scuri come i miei, solo non
altrettanto folti, né magnificamente
arruffati. Storse le labbra come se
avesse appena sentito un odore
sgradevole. Forse erano i sedili in
fiamme.
«Chi sei?» urlai, cercando
disperatamente di frenare la caduta
del carro. «Perché sei sul mio
autobus?»
L’uomo sorrise, diventando se
possibile ancora più brutto. «Il mio
stesso avo non mi riconosce? Così
mi ferisci!»
Cercai di collocare quel viso. Il
mio maledettissimo cervello mortale
era troppo piccolo, troppo rigido.
Aveva espulso quattromila anni di
ricordi come se fossero una zavorra.
«N-no» risposi. «Mi dispiace.»
L’uomo rise mentre le fiamme
lambivano le maniche del suo
completo. «No che non ti dispiace,
non ancora. Ma ti dispiacerà.
Trovami le porte. Conducimi
dall’Oracolo. Mi divertirò a
incenerirlo!»
Il fuoco mi consumava mentre il
carro del sole precipitava verso
terra. Mi aggrappai al volante e
fissai inorridito un’immensa faccia
di bronzo che incombeva sul
parabrezza. Era il volto di
quell’uomo, plasmato su una distesa
di metallo più grande del mio stesso
autobus. Mentre gli correvamo
incontro a rotta di collo, i lineamenti
cambiarono e divennero i miei.
Poi mi svegliai in un bagno di
sudore, scosso dai brividi.
«Buono.» Qualcuno mi posò una
mano su una spalla. «Non cercare di
tirarti su.»
Naturalmente, cercai di tirarmi
su.
L’addetto al mio capezzale era un
giovane più o meno della mia età –
della mia età mortale – con i capelli
biondi e spettinati e gli occhi
azzurri. Portava un camice da
medico sotto una giacca a vento, con
le parole OKEMO MOUNTAIN cucite
sulla tasca, e aveva il viso
abbronzato degli sciatori. Ebbi la
sensazione di conoscerlo (una
sensazione che provavo molto
spesso dopo la caduta dall’Olimpo).
Ero disteso su una brandina, al
centro di una capanna. Alle pareti
intorno erano addossati diversi letti a
castello. Travi a vista in legno di
cedro attraversavano il soffitto. Le
pareti intonacate di bianco erano
spoglie, tranne che per pochi ganci
per appendere i cappotti e le armi.
Sarebbe stata una dimora
modesta in qualunque epoca e
luogo: l’antica Atene, la Francia
medievale, le campagne dell’Iowa…
Profumava di lenzuola pulite e
salvia essiccata. Gli unici ornamenti
erano alcuni vasi di fiori sul
davanzale della finestra, dove allegri
fiori gialli prosperavano a dispetto
del clima freddo.
«Quei fiori…» Avevo la voce
roca, come se avessi respirato il
fumo del mio sogno. «Vengono da
Delo, la mia isola sacra.»
«Eh, già» confermò il giovane.
«Crescono solo dentro e intorno alla
casa Sette, la tua casa. Sai chi sono
io?»
Studiai il suo viso. La calma del
suo sguardo, il sorriso rilassato sulle
sue labbra, il modo in cui i capelli si
arricciavano vicino alle orecchie…
ebbi il vago ricordo di una donna,
una cantante country di nome Naomi
Solace, che avevo conosciuto a
Austin. Arrossii ripensando a lei. In
quella mia versione adolescenziale,
la storia che avevo avuto con Naomi
sembrava un film visto tanti anni
prima, un film che i miei genitori
non mi avrebbero mai permesso di
guardare.
Ma quel ragazzo era decisamente
il figlio di Naomi.
E ciò significava che era anche
figlio mio.
E ciò era molto, molto strano.
«Sei Will Solace» dissi. «Mio,
ah… ehm…»
«Proprio così» confermò lui. «È
imbarazzante.»
Il mio lobo frontale fece una
capriola dentro il cranio. Mi inclinai
di lato.
«Ehi, ehi, su.» Will mi raddrizzò.
«Ho cercato di curarti, ma sono
davvero disorientato. Hai il sangue
al posto dell’icore. Ti riprendi in
fretta, ma i tuoi segni vitali sono
completamente umani.»
«Non me lo ricordare.»
«Sì, be’…» Will mi posò una
mano sulla fronte, concentrato. Gli
tremavano un poco le dita. «Non
avevo la minima idea di tutto questo,
finché non ho provato a darti del
nettare. Ti è uscito del fumo dalla
bocca. Per poco non ti ho ucciso.»
«Ah…» Mi passai la lingua sul
labbro inferiore, e lo sentii gonfio e
intorpidito. Forse questo spiegava il
fumo e le fiamme del mio sogno.
Sperai che fosse così. «Immagino
che Meg si sia dimenticata di
spiegarti il mio stato.»
«Sì.» Will mi prese il polso e
controllò il battito. «Sembri avere la
mia età, più o meno. Quindici anni,
forse? Le tue pulsazioni sono tornate
normali. Le costole stanno
guarendo. Il naso è gonfio, ma non è
rotto.»
«E ho l’acne» mi lamentai. «E la
ciccia.»
Will piegò la testa di lato. «Sei
mortale, e ti preoccupi di questo?»
«Hai ragione. Sono senza poteri.
Più debole perfino di voi insulsi
semidei!»
«Ehi, grazie…»
Ebbi la sensazione che stesse
quasi per dire “papà”, ma che fosse
riuscito a fermarsi in tempo.
Era difficile considerare quel
giovane come mio figlio. Era così
equilibrato, così modesto, così privo
di acne. E non sembrava nemmeno
intimorito al mio cospetto. Anzi, un
angolino della sua bocca aveva
iniziato a tremolare.
«Ti… ti stai divertendo?»
domandai.
Will si strinse nelle spalle. «Be’,
o ci rido su, o do di matto. Mio
padre, il dio Apollo, è un
quindicenne…»
«Sedicenne» lo corressi.
«Diciamo sedicenne.»
«Un sedicenne mortale, disteso
su una brandina nella mia capanna, e
con tutte le arti mediche di cui sono
in possesso – e che ho preso da te –
non ho ancora capito come curarlo.»
«Non c’è cura» chiarii
sconsolato. «Sono stato espulso
dall’Olimpo. La mia sorte è legata a
una ragazzina di nome Meg. Non
potrebbe andare peggio!»
Will rise, e io pensai che ci
volesse proprio una gran faccia tosta
per farlo. «Meg sembra a posto. Ha
già ficcato un dito in un occhio a
Connor Stoll e dato un calcio nelle
palle a Sherman Yang.»
«Che ha fatto?»
«Si troverà bene qui. Ti sta
aspettando fuori… insieme alla
maggior parte dei ragazzi.» Il sorriso
di Will si spense. «Preparati, perché
hanno un sacco di domande. Tutti si
chiedono se il tuo arrivo e la tua
condizione mortale abbiano
qualcosa a che vedere con quello
che sta succedendo al campo.»
Mi accigliai. «Che cosa sta
succedendo al campo?»
La porta della capanna si aprì.
Altri due semidei entrarono. Uno era
un ragazzo sui tredici anni, alto,
dalla pelle brunita e con i capelli
pettinati in treccine a forma di eliche
del DNA . Vestito com’era, con un
giaccone da marinaio di lana nero e
un paio di jeans dello stesso colore,
sembrava appena sbarcato da una
baleniera del Diciottesimo secolo.
Accanto a lui c’era una ragazzina
più piccola in tuta mimetica verde
oliva. Aveva una faretra piena di
frecce sulle spalle e una zazzera di
capelli rossi tinti di verde brillante,
una scelta che vanificava il senso di
indossare una mimetica.
«Austin» dissi. «E Kayla,
giusto?»
Anziché cadere in ginocchio e
balbettare frasi di gratitudine, i due
si scambiarono un’occhiata nervosa.
«E così sei davvero tu» disse
Kayla.
Austin aggrottò la fronte. «Meg
ci ha raccontato che sei stato
aggredito da un paio di teppisti. Ha
detto che non hai più i tuoi poteri e
che sei quasi impazzito nella
foresta.»
Sentii un saporaccio di sedile
bruciato di scuolabus in bocca.
«Meg parla troppo.»
«Ma sei mortale?» chiese Kayla.
«Completamente mortale? Significa
che perderò il mio talento con
l’arco? Non posso nemmeno
qualificarmi per le Olimpiadi prima
dei sedici anni!»
«E se io perdessi la mia
musica…» Austin scosse la testa.
«No, bello, non esiste. Il mio ultimo
video ha avuto cinquemila
visualizzazioni in una settimana.
Che devo fare?»
Mi scaldò il cuore vedere che i
miei figli avevano il senso delle
priorità: il talento, l’immagine e le
visualizzazioni su YouTube. Dite
pure che noi divinità siamo dei
genitori assenti, ma i nostri figli
ereditano molti dei nostri tratti
migliori.
«I miei problemi non dovrebbero
avere ripercussioni su di voi»
promisi. «Se Zeus se ne andasse in
giro a privare del mio potere divino
tutti i miei discendenti, metà delle
facoltà di medicina del Paese si
svuoterebbe. La Rock and Roll Hall
of Fame scomparirebbe nel nulla.
L’industria della lettura dei tarocchi
crollerebbe dalla sera alla mattina!»
Austin rilassò le spalle. «Che
sollievo.»
«Quindi se tu morissi mentre sei
mortale, noi non scompariremmo?»
chiese Kayla.
«Ragazzi, perché non correte alla
Casa Grande ad avvertire Chirone
che nostro… che il nostro paziente
ha ripreso conoscenza? Fra un
minuto lo porterò da lui» li
interruppe Will. «E poi, ehm…
cercate di disperdere la folla qui
fuori, va bene? Non voglio che lo
prendano d’assalto.»
Kayla e Austin annuirono
gravemente. Essendo figli miei,
senza dubbio comprendevano
l’importanza di tenere a bada i
paparazzi.
Non appena furono usciti, Will
mi rivolse un sorriso di scuse. «Sono
scioccati. Lo siamo tutti. Ci vorrà un
po’ per abituarsi a… quello che è.»
«Tu non sembri scioccato»
osservai.
Will rise sotto i baffi. «Sono
terrorizzato. Ma quando sei un
capogruppo, impari una cosa: devi
mantenere i nervi saldi per gli altri.
Ora, vediamo di rimetterti in piedi.»
Non fu facile. Caddi due volte.
Mi girava la testa, e mi sentivo come
se mi avessero passato gli occhi al
microonde. I sogni recenti
continuavano a rotearmi nella testa
simili ai sedimenti di un fiume,
infangando i miei pensieri – la
donna con la corona e il simbolo
della pace, l’uomo vestito di
porpora.
“Conducimi all’Oracolo. Mi
divertirò a incenerirlo!”
Cominciai a soffocare, lì dentro.
Avevo un gran bisogno di aria
fresca.
C’è una cosa sulla quale io e mia
sorella Artemide concordiamo: ogni
forma di svago degno di questo
nome si vive meglio all’aria aperta.
La musica è migliore sotto la volta
del cielo. La poesia andrebbe
ascoltata nell’agorà. Il tiro con
l’arco è nettamente più facile
all’aperto, come io stesso posso
testimoniare dopo quella volta che
provai a esercitarmi nella sala del
trono di mio padre. E guidare il
carro del sole… be’, no, neanche
questo è uno sport da praticare al
chiuso.
Uscii appoggiandomi a Will.
Kayla e Austin erano riusciti a
scacciare la folla. L’unica che mi
aspettava – oh, gioia e tripudio – era
la mia giovane padrona, Meg, che a
quanto pareva si era già guadagnata
la fama al campo come Tiracalci
McCaffrey.
Indossava ancora il vestito verde
che le aveva dato Sally Jackson,
anche se ormai era un po’ sporco. I
leggings erano strappati. Aveva
anche una fila di cerotti sul braccio,
a coprire una brutta ferita che
probabilmente si era procurata nella
foresta.
Meg mi squadrò con una sola
occhiata, contrasse la faccia in una
smorfia e tirò fuori la lingua. «Fai
proprio schifo!»
«E tu, Meg, sei affascinante come
sempre» replicai.
Lei si aggiustò gli occhiali sul
naso, finché non furono storti
abbastanza da darmi sui nervi.
«Pensavo che saresti morto.»
«Lieto di averti delusa.»
«Figurati.» Meg si strinse nelle
spalle. «Mi devi ancora un anno di
servizio. Siamo legati, che ti piaccia
o no!»
Sospirai. Era meraviglioso essere
di nuovo in sua compagnia.
«Suppongo di doverti ringraziare…»
Avevo un ricordo confuso del mio
delirio fra i boschi, di Meg che mi
trascinava e degli alberi che si
facevano da parte per lasciarci
passare. «Come hai fatto a tirarci
fuori dalla foresta?»
Meg assunse un’espressione
guardinga. «Boh… fortuna.» Con il
pollice indicò Will Solace. «A
quanto dice lui, è stato un bene che
siamo usciti prima di notte.»
«Perché?»
Will fece per rispondere, ma ci
ripensò. «Ve lo spiegherà Chirone.
Andiamo.»
Vado raramente al Campo
Mezzosangue d’inverno. L’ultima
visita risaliva a tre anni prima,
quando una ragazza di nome Talia
Grace aveva fatto schiantare il mio
autobus nel laghetto delle canoe, per
un atterraggio di fortuna.
Mi aspettavo di non trovare molta
gente al campo. Sapevo che la
maggior parte dei semidei ci andava
soltanto d’estate, e solo un piccolo
gruppo di ragazzi restava tutto
l’anno: quelli che per varie ragioni
consideravano il campo l’unico
luogo sicuro in cui vivere.
Tuttavia fui colpito dalla scarsità
di semidei che si vedevano in giro.
A giudicare dalla casa Sette, le
capanne potevano ospitare una
ventina di persone. Questo
significava un massimo di
quattrocento semidei in tutto,
abbastanza per comporre diverse
falangi di un esercito o per
organizzare un fantastico party su
uno yacht.
Eppure, attraversando il campo,
non vidi più di una dozzina di
persone. Nella luce soffusa del
tramonto, c’era un’unica ragazza a
scalare il muro dell’arrampicata tra
due fiumi di lava. Al laghetto, erano
solo in tre a controllare il sartiame
della triremi.
Alcuni semidei si erano inventati
qualcosa da fare lì fuori soltanto per
uscire a guardarmi. Seduto accanto
al fuoco, un giovane lucidava lo
scudo e mi osservava riflesso sulla
sua superficie. Un altro mi lanciò
un’occhiataccia mentre passava il
filo spinato davanti alla casa di Ares.
Dalla camminata strana, capii che
era Sherman Yang, quello che aveva
da poco ricevuto un calcio.
Sulla soglia della casa di Ermes,
due ragazze ridacchiarono e
bisbigliarono al mio passaggio. Di
solito quel genere di attenzioni non
mi avrebbe turbato. Il mio
magnetismo era comprensibilmente
irresistibile. Però in quel momento
mi sentivo tutto rosso. Io – il
modello virile per eccellenza
dell’amore romantico – ridotto a un
ragazzino goffo e inesperto! Mi sarei
messo a inveire contro il cielo per
l’ingiustizia, ma sarebbe stato
superimbarazzante.
Attraversammo i campi di
fragole, lasciati incolti per l’inverno.
In cima alla Collina Mezzosangue, il
Vello d’Oro luccicava sul ramo più
basso di un alto pino. Sbuffi di
vapore salivano dalla testa di Peleo,
il drago che faceva la guardia
attorcigliato ai piedi del tronco.
Accanto all’albero, l’Athena
Parthenos sembrava rossa di rabbia
alla luce del tramonto. O forse era
solo scontenta di vedermi (Atena
non ha mai superato del tutto la
nostra piccola baruffa durante la
guerra di Troia).
Sul fianco della collina, a metà
discesa, individuai la grotta
dell’Oracolo, con l’ingresso protetto
da pesanti tende viola. Le torce
erano spente, segno che la mia
profetessa, Rachel Dare, non era in
casa. Non sapevo se esserne deluso
o sollevato.
Anche quando non faceva da
tramite per le profezie, Rachel era
una giovane saggia. Avevo sperato
di chiedere il suo consiglio. D’altro
canto, però, dal momento che il suo
potere profetico aveva smesso di
funzionare (cosa che suppongo fosse
in piccola parte colpa mia), non
sapevo se avrebbe avuto voglia di
vedermi. Si sarebbe aspettata delle
spiegazioni da me, l’uomo più
importante della sua vita, mentre io,
che ho inventato il concetto stesso di
condiscendenza verso il gentil sesso,
non avevo risposte da darle.
Non riuscivo a togliermi dalla
testa il sogno dell’autobus in
fiamme: la bella hippie con la
corona che mi raccomandava di
trovare le porte, l’orribile uomo
vestito di porpora che minacciava di
incenerire l’Oracolo.
Be’… la grotta era laggiù. Non so
perché la donna con la corona non
riuscisse a trovarla, né perché
quell’uomo orribile ci tenesse tanto
a bruciare le sue “porte”, cioè le
tende viola.
A meno che il sogno non si
riferisse a qualcosa di diverso
dall’Oracolo di Delfi…
Mi strofinai le tempie pulsanti.
Continuavo a cercare ricordi che non
c’erano, a tuffarmi nel mio vasto
lago di conoscenze soltanto per
scoprire che era stato ridotto a una
piscinetta per bambini. Non si può
fare molto con un cervello del
genere.
Sulla veranda della Casa Grande,
un giovane con i capelli scuri ci
stava aspettando. Indossava
pantaloni neri scoloriti, una
maglietta dei Ramones (bonus di
mille punti per l’ottimo gusto
musicale) e un giubbotto da aviatore
di pelle nera. Aveva una spada di
ferro dello Stige appesa al fianco.
«Mi ricordo di te» dissi. «Sei
Nicholas, figlio di Ade, giusto?»
«Nico Di Angelo.» Mi studiò con
gli occhi penetranti e incolori, simili
a vetro rotto. «E così è vero. Sei
totalmente mortale. Sei circondato
da un’aura di morte, una forte
possibilità di morte.»
Meg sbuffò. «Sembrano le
previsioni del tempo.»
Io non ci trovavo niente da ridere.
Essendo faccia a faccia con il figlio
di Ade, ripensai a tutti i mortali che
avevo spedito negli Inferi con le mie
frecce pestilenziali. Lo avevo
sempre considerato un compito
pulito e divertente, distribuire
punizioni ampiamente meritate a
causa di atti malvagi. In quel
momento cominciai a comprendere
il terrore negli occhi delle mie
vittime. Non volevo avere quell’aura
di morte intorno. E certamente non
volevo trovarmi a giudizio di fronte
al padre di Nico Di Angelo.
Will gli mise una mano sulla
spalla. «Nico, dobbiamo fare di
nuovo due chiacchiere sul tuo modo
di relazionarti con le persone.»
«Ehi, stavo solo constatando una
cosa evidente. Se lui è davvero
Apollo, e se muore, siamo tutti nei
guai.»
Will si rivolse a me. «Ti prego di
scusare il mio ragazzo.»
Nico alzò gli occhi al cielo.
«Potresti evitare di…?»
«Come ti devo chiamare? Il mio
“amico speciale”?» replicò Will. «O
la mia “persona significativa”?»
«Il mio rompiscatole
significativo, nel tuo caso» brontolò
Nico.
«Oh, questa me la paghi.»
Meg si asciugò il naso
gocciolante. «Certo che voi due
litigate un sacco. Non dovevamo
vedere un centauro?»
«Eccomi qua.» La porta
scorrevole si aprì. Chirone trottò
fuori, chinando il capo per evitare di
batterlo sul telaio della porta.
Dalla vita in su, era in tutto e per
tutto il professore che spesso fingeva
di essere nel mondo mortale. La
giacca marrone di lana aveva le
toppe sui gomiti. La camicia a
quadri faceva a pugni con la cravatta
verde. La barba era curata, ma lo
stesso non si poteva dire dei capelli,
che erano piuttosto arruffati.
Dalla vita in giù, era uno stallone
bianco.
Il mio vecchio amico sorrise,
anche se i suoi occhi erano inquieti e
sfuggenti. «Apollo, è un bene che tu
sia qui. Dobbiamo parlare delle
sparizioni.»
11

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Ci sono profezie?
No? Vabbè. Ciao

Meg rimase con un palmo di naso.


«È… è davvero un centauro.»
«Acuta osservazione» replicai.
«L’hai intuito dalle zampe?»
Mi rispose con un pizzicotto sul
braccio.
«Chirone, ti presento Meg
McCaffrey, la mia nuova padrona
nonché fonte inesauribile di
seccature» dissi. «Di quali sparizioni
stavi parlando?»
Chirone diede uno scatto di coda.
Pestò gli zoccoli sulle assi della
veranda.
Era immortale, eppure l’età che
dimostrava sembrava variare di
secolo in secolo. Non ricordavo che
i suoi baffi fossero così grigi, né che
avesse rughe così profonde intorno
agli occhi. Qualunque cosa stesse
succedendo al campo, non
contribuiva a diminuire i suoi livelli
di stress.
«Benvenuta, Meg.» Chirone si
sforzò di assumere un tono
amichevole, cosa che trovai eroica
da parte sua, considerato… be’,
considerata Meg. «Mi dicono che
hai dimostrato grande coraggio nella
foresta. Hai portato qui Apollo,
superando molti pericoli. Sono felice
di averti al Campo Mezzosangue.»
«Grazie» rispose lei. «Sei molto
alto. Non batti mai la testa contro il
lampadario?»
Chirone ridacchiò. «A volte. Se
voglio assumere dimensioni umane,
ho una sedia a rotelle magica che mi
permette di compattare la metà
inferiore del mio corpo in… a dire il
vero, questo non ha importanza
adesso.»
«Sparizioni» lo incalzai. «Cosa è
scomparso?»
«Non cosa, ma chi» precisò
Chirone. «Parliamone dentro. Will,
Nico, potete dire agli altri che ci
troveremo a cena fra un’ora? Vi
aggiornerò tutti a tavola. Nel
frattempo, nessuno vada in giro per
il campo da solo. Spostatevi a
coppie.»
«Capito.» Will guardò Nico. «Ti
va di fare coppia?»
«Sei proprio scemo» replicò
l’altro.
I due si allontanarono
battibeccando.
A questo punto, forse vi starete
chiedendo che effetto mi fece vedere
mio figlio con Nico Di Angelo.
Ammetto che non comprendevo
l’attrazione di Will per un figlio di
Ade, ma se il bel tenebroso lo
rendeva felice…
Oh. Ma forse alcuni di voi si
stavano chiedendo che effetto mi
facesse vedere Will con un fidanzato
anziché una fidanzata. In tal caso…
per favore. Noi dei non siamo
ossessionati da questo genere di
cose. Io stesso ho avuto… vediamo,
trentatré fidanzate mortali e undici
fidanzati mortali? Ho perso il conto.
I miei due grandi amori
naturalmente sono stati Dafne e
Giacinto, ma quando sei un dio
popolare come me…
Aspettate. Vi ho appena rivelato i
loro nomi? L’ho fatto, vero? Numi
del cielo, dimenticate le mie parole!
Che imbarazzo. Vi prego, non dite
niente. In questa vita mortale non mi
sono mai innamorato di nessuno!
Sono così confuso.
In soggiorno, divani di pelle
dall’aria comoda erano disposti a V
davanti al caminetto. Sopra la
mensola, la testa di un leopardo
impagliato russava con
soddisfazione.
«È vivo?» chiese Meg.
«Eh, già.» Chirone trotterellò
verso la sedia a rotelle. «Si chiama
Seymour. Se parliamo piano,
dovremmo riuscire a non
svegliarlo.»
Meg cominciò subito a esplorare
il soggiorno. Intuii che stava
cercando qualcosa di piccolo da
lanciare al leopardo, per svegliarlo.
Chirone si sistemò sulla sedia a
rotelle. Infilò le zampe posteriori nel
finto sedile e poi arretrò,
compattando magicamente le zampe
e la groppa equina fino a sembrare
un semplice uomo seduto. A
completare l’illusione, i pannelli
frontali della sedia si chiusero,
fornendogli un paio di finte gambe
umane. Di solito quelle gambe
indossavano pantaloni e mocassini
per ultimare il travestimento da
“professore”, ma sembrava che per
una volta Chirone avesse optato per
un look diverso.
«Ehi, che novità!» commentai.
Chirone abbassò lo sguardo sulle
proprie gambe, che erano quelle di
un manichino femminile, con le
calze a rete e un paio di scarpe rosse
coi tacchi, tempestate di strass.
Sospirò sconsolato. «Vedo che la
casa di Ermes ha guardato di nuovo
il Rocky Horror Picture Show.
Dovrò farci due chiacchiere.»
Il Rocky Horror Picture Show mi
riportò bei ricordi alla memoria. Una
volta mi vestivo da Rocky agli
spettacoli di mezzanotte, perché,
naturalmente, il fisico perfetto del
personaggio era ispirato al mio.
«Fammi indovinare» dissi.
«Opera di Connor e Travis Stoll?»
Chirone prelevò da un cesto una
coperta di lana e si coprì le gambe,
anche se le scarpe color rubino
spuntavano ancora dall’orlo. «A dire
il vero, Travis è partito per il college
lo scorso autunno, e da allora
Connor si è dato una calmata.»
Meg ci lanciò uno sguardo da
dietro il vecchio Pac-Man che si
trovava in soggiorno. «Connor?
Prima gli ho ficcato un dito in un
occhio.»
Chirone trasalì. «Fantastico,
cara… A ogni modo, ora abbiamo
Julia Feingold e Alice Miyazawa. Si
sono assunte loro il compito degli
scherzi. Le conoscerete presto.»
Ripensai alle ragazze che mi
guardavano ridacchiando sulla
soglia della casa di Ermes. Mi
accorsi di arrossire di nuovo.
Chirone indicò con un gesto i
divani. «Accomodatevi.»
Meg si staccò dal Pac-Man (dopo
avergli dedicato ben venti secondi
del proprio tempo) e cominciò ad
arrampicarsi sul muro, letteralmente.
Tralci di vite decoravano il tinello a
mo’ di festoni, opera senza dubbio
del mio vecchio amico Dioniso.
Meg salì su uno dei rami più robusti,
per cercare di raggiungere il
lampadario di capelli di gorgone.
«Ehi, Meg, forse vuoi guardare il
video di orientamento mentre io e
Chirone parliamo?» le chiesi.
«So già un sacco di cose. Ho
parlato con i ragazzi mentre tu eri
svenuto. “Un luogo sicuro per i
semidei moderni.” Bla bla bla…»
«Oh, ma il film è molto bello»
insistetti. «L’ho girato con un budget
piuttosto limitato negli anni
Cinquanta, però la fotografia era
rivoluzionaria. Dovresti proprio…»
Il tralcio di vite si staccò dalla
parete, e Meg crollò sul pavimento.
Saltò su senza neanche un graffio,
poi notò un vassoio di biscotti su
una credenza. «Quelli sono gratis?»
«Sì, figliola» disse Chirone.
«Porteresti anche il tè, per favore?»
E così ci dovemmo sorbire Meg,
che si mise a cavalcioni su un
bracciolo, ruminando biscotti e
lanciando briciole alla testa
addormentata di Seymour ogni volta
che Chirone si voltava dall’altra
parte.
Chirone mi versò una tazza di
Darjeeling. «Mi dispiace che il
signor D non sia qui ad accogliervi.»
«Il signor D?» chiese Meg.
«Dioniso» spiegai. «Il dio del
vino, nonché direttore del campo.»
Chirone mi passò la tazza. «Dopo
la battaglia con Gea, mi aspettavo
che il signor D tornasse al campo,
ma non si è più visto. Spero che stia
bene.»
Il vecchio centauro mi guardò
speranzoso, ma io non avevo
rivelazioni da fare. Gli ultimi sei
mesi erano un vuoto totale; non
avevo idea di cosa stessero
combinando gli altri dei
dell’Olimpo.
«Non so nulla» ammisi. Non
avevo pronunciato quelle parole
molto spesso negli ultimi
quattromila anni. Mi lasciarono un
cattivo sapore in bocca. Sorseggiai il
tè, che non era meno amaro. «Sono
rimasto un po’ indietro. Speravo che
tu potessi aggiornarmi.»
Chirone non fu molto bravo a
nascondere la delusione.
«Capisco…»
Mi resi conto che aveva sperato
nel mio aiuto e nel mio consiglio…
le stesse identiche cose che io avevo
sperato di ricevere da lui. Come dio,
ero abituato al fatto che le creature
inferiori contassero su di me, che
pregassero e supplicassero per una
cosa o per l’altra. Ma, da mortale, il
fatto che gli altri contassero su di me
era terrorizzante.
«Allora, qual è il problema?»
domandai. «Hai la stessa espressione
che aveva Cassandra a Troia, o Jim
Bowie ad Alamo… come se fossi
sotto assedio.»
Chirone non contestò il paragone.
Strinse la tazza fra le mani. «Sai già
che durante la guerra con Gea,
l’Oracolo di Delfi ha smesso di
ricevere profezie. Anzi, tutti i
metodi conosciuti per la divinazione
del futuro all’improvviso hanno
cessato di funzionare.»
«Questo perché la grotta di Delfi
originaria era stata conquistata dal
nemico» dissi con un sospiro,
cercando di non sentirmi sotto
processo.
Meg lanciò una scheggia di
cioccolato sul naso del leopardo
Seymour. «L’Oracolo di Delfi. Percy
l’ha nominato.»
«Percy Jackson?» Chirone drizzò
la schiena. «Percy era con voi?»
«È rimasto con noi per un po’.»
Gli raccontai della nostra battaglia
nel frutteto e del ritorno di Percy a
New York. «Ha detto che avrebbe
fatto un salto a trovarci questo
weekend, se poteva.»
Chirone sembrò scoraggiato,
come se la mia sola compagnia non
fosse abbastanza. «A ogni modo,
speravamo che l’Oracolo
ricominciasse a funzionare, una
volta finita la guerra» continuò.
«Quando non è successo… Rachel si
è preoccupata.»
«Chi è Rachel?» chiese Meg.
«Rachel Dare» risposi.
«L’Oracolo.»
«Pensavo che l’Oracolo fosse un
posto.»
«Lo è.»
«Quindi Rachel è un posto, e ha
smesso di funzionare?»
Se fossi stato ancora un dio,
l’avrei trasformata in una lucertola
azzurra e l’avrei liberata in mezzo
alla natura, per non rivederla mai
più. Quel pensiero mi calmò.
«L’Oracolo di Delfi originario era
un luogo della Grecia» spiegai.
«Una grotta piena di esalazioni
vulcaniche, dove la gente andava per
ricevere i consigli della mia
sacerdotessa, la Pizia.»
«Pizia.» Meg ridacchiò. «Che
nome buffo.»
«Sì, certo. Perciò l’Oracolo è sia
un luogo, sia una persona. Quando
gli dei greci si trasferirono negli
Stati Uniti… quando è stato,
Chirone? Nel 1860?»
Il centauro fece ondeggiare una
mano. «Più o meno.»
«Portai l’Oracolo qui affinché
continuasse a pronunciare le
profezie in mia vece. Il potere si è
trasmesso di sacerdotessa in
sacerdotessa nel corso degli anni.
Rachel Dare è l’Oracolo attuale.»
Meg prelevò l’unico Oreo dal
vassoio di biscotti, quello che avevo
puntato anch’io. «Mmm… okay. È
troppo tardi per guardare quel film?»
«Sì» sbottai. «Ora, il modo in cui
entrai in possesso dell’Oracolo di
Delfi, in origine, fu tramite
l’uccisione di un mostro di nome
Pitone che abitava nelle profondità
della grotta.»
«Pitone… come il serpente?»
osservò Meg.
«Sì e no. Quella specie di rettile
deve il suo nome al mostro, che è
piuttosto serpentesco, ma è molto
più grande e spaventoso e divora le
ragazzine che parlano troppo. A ogni
modo, lo scorso agosto, mentre io
ero, ehm… indisposto, il mio antico
nemico Pitone è stato liberato dal
Tartaro ed è tornato in possesso
della grotta di Delfi. Ecco perché
l’Oracolo ha smesso di funzionare.»
«Ma se l’Oracolo adesso è negli
Stati Uniti, che importa se quel
brutto mostro si è ripreso la sua
vecchia grotta?»
Era la frase più lunga che le
avevo sentito pronunciare.
Probabilmente l’aveva fatto solo per
indispettirmi.
«Ci sono troppe cose da
spiegare» tagliai corto. «Devi
solo…»
«Meg.» Chirone le rivolse
eroicamente uno dei suoi sorrisi
tolleranti. «La sede originaria
dell’Oracolo è come la radice e più
profonda di un albero. I rami e le
foglie della profezia possono
estendersi in tutto il mondo, e
Rachel Dare può esserne il ramo più
elevato, ma se la radice principale
viene soffocata, l’intero albero è in
pericolo. Da quando Pitone è tornato
nell’antico covo, lo spirito
dell’Oracolo è completamente
bloccato.»
«Oh.» Meg mi guardò con una
smorfia. «Perché non me l’hai
spiegato così?»
Prima che potessi soffocarla
come una radice infestante, Chirone
mi riempì di nuovo la tazza. «Il
problema maggiore è che non
abbiamo altre fonti di profezie»
continuò.
«Che importa?» chiese Meg.
«Non potete più conoscere il futuro,
e allora? Nessuno lo conosce.»
«Che importa?!» gridai. «Meg
McCaffrey, le profezie sono i
catalizzatori di ogni evento
importante… di ogni impresa o
battaglia, disastro o miracolo,
nascita o morte. Le profezie non si
limitano a prevedere il futuro. Lo
plasmano! Fanno sì che il futuro
avvenga.»
«Non capisco.»
Chirone si schiarì la voce.
«Immagina che le profezie siano i
semi di un fiore. Con i semi giusti,
puoi coltivare qualunque giardino
desideri. Senza semi, non si può
coltivare nulla.»
«Oh…» Meg annuì. «Sarebbe
tremendo.»
Trovai strano che Meg,
vagabonda e guerriera dei cassonetti,
si trovasse così a proprio agio con le
metafore da giardino, ma Chirone
era un ottimo insegnante. Aveva
colto qualcosa nella ragazzina…
un’impressione che si annidava da
tempo anche in un angolo del mio
cervello. Sperai di sbagliarmi sulle
sue implicazioni ma, con la fortuna
che mi ritrovavo, probabilmente
avevo ragione. Come al solito, del
resto.
«Dov’è Rachel Dare?» chiesi.
«Forse se le parlassi io…?»
Chirone mise giù la tazza di tè.
«Rachel aveva programmato di
venire a trovarci durante le vacanze
invernali, ma non si è vista. Forse
non vuol dire nulla, oppure…»
Mi sporsi in avanti. Non era
insolito che Rachel Dare fosse in
ritardo. Aveva un temperamento
artistico, imprevedibile, impulsivo e
avverso alle regole: tutte qualità che
ammiravo moltissimo. Ma non era
da lei non farsi viva per niente.
«Oppure?» chiesi.
«Oppure potrebbe far parte del
problema più grande» disse Chirone.
«Le profezie non sono l’unica cosa
che è venuta a mancare. I viaggi e le
comunicazioni sono diventati
difficili negli ultimi mesi. Non
abbiamo notizie dei nostri amici al
Campo Giove da settimane. Non
sono arrivati semidei nuovi. I satiri
sul campo non stanno inviando i
loro rapporti. I messaggi-Iride non
funzionano più.»
«I messaggi cosa?» domandò
Meg.
«Sono visioni a due sensi»
spiegai. «Una forma di
comunicazione sorvegliata dalla dea
dell’arcobaleno. Iride è sempre stata
capricciosa…»
«Solo che pure le normali forme
di comunicazione mortali sono fuori
uso» disse Chirone. «Naturalmente,
i telefoni sono sempre stati
pericolosi per i semidei…»
«Eh sì, attirano i mostri»
confermò Meg. «Non uso un
telefono da secoli.»
«Scelta saggia» commentò
Chirone. «Ma ultimamente i nostri
telefoni hanno smesso di funzionare
in blocco. Cellulari, fissi, Internet…
a quanto pare, non fa differenza.
Perfino quella forma arcaica di
comunicazione nota come e-mail si
è dimostrata stranamente
inaffidabile. I messaggi non
arrivano.»
«Avete guardato nella cartella
spam?» suggerii.
«Temo che il problema sia più
complicato» disse Chirone. «Non
abbiamo comunicazioni con il
mondo esterno. Siamo soli e in
numero insufficiente. Voi siete le
prime reclute da quasi due mesi.»
Mi accigliai. «Percy Jackson non
mi ha raccontato nulla di tutto
questo.»
«Dubito che Percy ne sia a
conoscenza. È impegnato con la
scuola» spiegò Chirone. «L’inverno
di solito è il nostro periodo più
tranquillo. Per un po’, sono perfino
riuscito a convincermi che i
problemi di comunicazione fossero
soltanto un caso. Poi sono
cominciate le sparizioni.»
Nel caminetto, un ceppo scivolò
giù dall’alare. Forse, e dico forse,
sobbalzai.
«Le sparizioni, sì. Raccontami.»
Mi asciugai le gocce di tè dai
pantaloni, cercando di ignorare i
versi di scherno di Meg.
«Sono state tre nell’ultimo mese»
disse Chirone. «Il primo a sparire è
stato Cecil Markowitz, della casa di
Ermes. Una mattina il suo letto era
vuoto. Non aveva confidato a
nessuno l’intenzione di andarsene.
Nessuno l’ha visto partire. E nelle
ultime settimane non si è più visto
né sentito.»
«I figli di Ermes tendono a
filarsela spesso» osservai.
«È quello che abbiamo pensato
anche noi, all’inizio» concordò
Chirone. «Ma, una settimana dopo,
Ellis Wakefield è scomparso dalla
casa di Ares. Stessa storia: letto
vuoto, nessuna traccia di una
partenza volontaria o… ehm,
involontaria. Ellis era un giovane
impetuoso. Era possibile che se ne
fosse andato per qualche avventura
sconsiderata, ma non mi sentivo
tranquillo. Poi stamattina ci siamo
resi conto che era sparito qualcun
altro: Miranda Gardiner, a capo della
casa di Demetra. Questa è stata la
notizia peggiore di tutte.»
Meg fece dondolare i piedi
penzoloni dal bracciolo. «Perché è la
notizia peggiore?»
«Miranda è una dei capigruppo
più anziani» rispose Chirone. «Non
se ne andrebbe mai da sola senza
avvertire. È troppo sveglia per farsi
attirare fuori dal campo con
l’inganno, e troppo potente per
essere costretta a farlo. Eppure le è
successo qualcosa… qualcosa che
non so spiegare.» Il vecchio
centauro mi guardò in faccia. «Sta
succedendo qualcosa di molto grave,
Apollo. Questi problemi forse non
saranno allarmanti come il ritorno di
Crono o il risveglio di Gea, ma in un
certo senso li trovo perfino più
inquietanti, perché non ho mai visto
niente del genere prima d’ora.»
Ripensai al mio sogno dello
scuolabus in fiamme. Pensai alle
voci che avevo udito nella foresta,
che mi incalzavano ad allontanarmi
e a trovare la loro fonte. «Questi
semidei… prima della scomparsa, si
sono comportati in modo strano?
Hanno per caso detto di… avere
udito qualcosa?»
Chirone inarcò un sopracciglio.
«Non che io sappia. Perché?»
Esitai. Non volevo seminare il
panico senza sapere cosa avevamo
di fronte. Quando i mortali vanno
nel panico, può scaturirne uno
spettacolo alquanto sgradevole,
soprattutto se si aspettano che sia io
a risolvere il problema.
E poi, ammetto che ero un po’
impaziente. Non avevamo ancora
toccato l’argomento più importante:
il mio.
«Secondo me, la nostra priorità
adesso è investire tutte le risorse del
campo per aiutarmi a riconquistare
lo stato divino» affermai.
«Dopodiché sarò in grado di
assistervi con questi altri problemi.»
Chirone si accarezzò la barba. «E
se le due cose fossero collegate,
amico mio? Se il tuo unico modo per
tornare sull’Olimpo fosse
riconquistare l’Oracolo di Delfi,
liberando così il potere della
profezia? Se Delfi fosse la chiave di
tutto?»
Avevo dimenticato la tendenza di
Chirone a trarre logiche e ovvie
conclusioni alle quali io cercavo di
non pensare. Un’abitudine che mi ha
sempre mandato in bestia.
«Nel mio stato attuale, è
impossibile.» Indicai Meg. «In
questo momento, il mio dovere è
servire questa semidea,
probabilmente per un anno. Quando
avrò eseguito i compiti che lei mi
assegnerà, Zeus giudicherà scontata
la mia pena e potrò tornare a essere
un dio.»
Meg spezzò un biscotto ripieno di
marmellata. «Potrei ordinarti di
andare in questo posto, Delfi o come
si chiama.»
«No!» Mi si incrinò la voce in
una specie di urletto. «Dovresti
assegnarmi dei compiti facili… tipo,
non so, fondare una rock band, o
cazzeggiare con gli amici. Sì,
cazzeggiare è una bella cosa.»
Meg non sembrava convinta.
«Cazzeggiare non è un compito.»
«Sì che lo è, se lo fai nel modo
giusto. Il Campo Mezzosangue
potrebbe proteggermi mentre io
cazzeggio. E, quando il mio anno di
schiavitù sarà finito, diventerò un
dio. Allora discuteremo di come
ripristinare l’Oracolo di Delfi.»
“Preferibilmente ordinando a
qualche semidio di compiere
l’impresa al posto mio” mi dissi.
«Apollo, se i semidei continuano
a sparire, forse non abbiamo tutto
questo tempo» obiettò Chirone.
«Forse non abbiamo neanche le
forze per proteggerti. E, perdonami,
ma… Delfi è una tua
responsabilità.»
Alzai le mani. «Non sono stato io
ad aprire le Porte della Morte e a
liberare Pitone! La colpa è di Gea!
La colpa è di Zeus e del suo pessimo
giudizio! Quando i giganti hanno
iniziato a risvegliarsi, avevo stilato
molto chiaramente un Piano
d’azione in venti punti per
proteggere Apollo e anche voialtri
dei, ma lui non l’ha nemmeno
letto!»
«Secondo me, è lo stesso colpa
tua.» Meg lanciò metà del biscotto
ripieno di marmellata sulla testa di
Seymour. «Ehi, guardate! Si è
svegliato!»
Lo disse come se il leopardo
avesse deciso di svegliarsi da solo
anziché per essere stato colpito in un
occhio con un pezzo di biscotto.
«ROARR!» gemette Seymour.
Chirone si allontanò dal tavolino.
«Mia cara, vedi quel barattolo sulla
mensola del caminetto? Ci sono
delle salsicce. Ti va di dare la cena a
Seymour? Io e Apollo ti aspettiamo
in veranda.»
Lasciammo Meg felice e contenta
a lanciare salsicce con tiri da tre
punti nella bocca di Seymour.
Arrivati in veranda, Chirone mi si
piazzò davanti. «È una semidea
interessante.»
«Interessante è un termine molto
diplomatico.»
«Ha davvero evocato un
karpos?»
«Be’… lo spirito è comparso
quando lei era nei guai. Non so se
l’abbia evocato consapevolmente.
L’ha chiamato Pesca.»
Chirone si grattò la barba. «Era
da moltissimo tempo che non
vedevo un semidio con la capacità di
evocare spiriti del grano. Sai che
cosa significa?»
Mi sentii tremare la terra sotto i
piedi. «Ho i miei sospetti. Sto
cercando di restare positivo.»
«Ti ha guidato fuori dalla
foresta» notò Chirone. «Senza di
lei…»
«Sì» lo interruppi. «Non me lo
ricordare.»
Notai che avevo già visto quello
sguardo penetrante negli occhi di
Chirone, quando aveva valutato le
tecniche di scherma di Achille e
l’abilità di Aiace con la lancia. Era
lo sguardo di un allenatore esperto
che scopre un nuovo talento. Non
avrei mai immaginato che il
centauro potesse guardare me in quel
modo, come se avessi qualcosa da
dimostrargli, come se non avessi
dato prova del mio valore. Mi
sentivo trattato come… come… un
oggetto.
«Apollo, che cos’hai udito nella
foresta?»
Maledissi in silenzio la mia
boccaccia. Non avrei dovuto
chiedere se i semidei scomparsi
avevano sentito qualcosa di strano.
Decisi che era inutile mantenere
il segreto, ormai. Chirone era più
arguto degli uomini-cavallo comuni.
Gli raccontai la mia esperienza nella
foresta, e poi anche il mio sogno.
Lui strinse i pugni che teneva
poggiati in grembo, e così facendo
sollevò la coperta al di sopra delle
scarpe rosse. Sembrava
preoccupatissimo, nei limiti di come
può sembrarlo un uomo che indossa
calze a rete. «Dovremo avvisare i
ragazzi di tenersi alla larga dalla
foresta» decise. «Non capisco cosa
stia succedendo, ma sono ancora
convinto che sia tutto collegato a
Delfi e alla tua attuale… ehm,
situazione. L’Oracolo deve essere
liberato dal mostro Pitone.
Dobbiamo trovare un modo.»
Tradussi facilmente: io dovevo
trovare un modo.
Chirone si accorse della mia
espressione desolata. «Su, su, amico
mio. L’hai già fatto. Forse ora non
sei un dio, ma la prima volta che
uccidesti Pitone fu una passeggiata!
Centinaia di libri hanno cantato
come sconfiggesti senza difficoltà il
tuo nemico.»
«Sì» borbottai. «Centinaia di
libri.»
Ricordavo alcune versioni della
storia: avevo ucciso Pitone senza
versare una goccia di sudore. Ero
volato all’imboccatura della grotta,
gli avevo ordinato di uscire, avevo
scoccato una freccia e BUM! Il
serpente mostruoso era morto, io ero
il Signore di Delfi e tutti vissero
felici e contenti.
Come gli era saltato in testa a
quei cantastorie che io avessi
sconfitto Pitone così facilmente?
E va bene… forse glielo avevo
suggerito io. Però la verità era molto
diversa. Ho avuto gli incubi per
secoli dopo quella battaglia.
Mi sentivo quasi grato per la mia
memoria imperfetta. Non riuscivo a
ricordare tutti gli orrendi dettagli del
mio scontro con Pitone, ma sapevo
che non era stata una bazzecola.
C’erano voluti tutta la mia forza
olimpica, tutti i miei poteri divini e
l’arco più micidiale del mondo.
Quali possibilità avevo, ora, nelle
vesti di un sedicenne mortale con
l’acne, i vestiti presi a prestito e il
nome di battaglia di Lester
Papadopoulos? Non avevo nessuna
intenzione di partire in quarta per la
Grecia per farmi ammazzare, grazie
tante, soprattutto senza il mio carro
del sole o la mia capacità di
teletrasporto. Mi dispiace… gli dei
non volano in seconda classe.
Cercai di trovare il modo di
spiegarlo a Chirone con calma e
diplomazia, senza pestare i piedi o
mettermi a strillare. Ma il suono di
una conchiglia in lontananza mi
salvò dallo sforzo.
«La cena è pronta.» Il centauro
cercò di sorridere. «Ne riparleremo
più tardi, eh? Ora, festeggiamo il
vostro arrivo.»
12

Cena con hot dog


Buono l’integratore
Non so più nulla

Non ero dell’umore di festeggiare.


Men che meno seduto a un
tavolino da picnic a mangiare cibo
mortale. Con i mortali.
Il padiglione della mensa era
abbastanza gradevole. Anche
d’inverno, i confini magici del
campo ci proteggevano dalle
intemperie. Seduto fuori al calore
delle torce e dei bracieri, sentivo
solo un po’ di fresco. La baia di
Long Island scintillava al chiaro di
luna. (Ciao, Artemide. Non mi
salutare, per carità.) Sulla Collina
Mezzosangue, l’Athena Parthenos
riluceva come il lume notturno più
grande del mondo. Perfino la foresta
non sembrava così inquietante con i
pini ammantati da una soffice nebbia
argentata.
La mia cena tuttavia non era
molto poetica. Consisteva in hot
dog, patatine e un liquido rosso che
gli altri definirono “integratore”.
Non sapevo perché gli umani
consumassero quella roba, né
esattamente che cosa integrasse
l’integratore, ma era la parte più
gustosa della cena, e questo era
sconcertante.
Mi sedetti al tavolo della casa di
Apollo con i miei figli Austin, Kayla
e Will, più Nico Di Angelo. Non
riuscivo a cogliere la differenza fra
il mio tavolo e quelli degli altri dei.
Il mio avrebbe dovuto essere più
sontuoso ed elegante. Avrebbe
dovuto suonare della musica o
recitare poesie a comando. Invece
era solo una lastra di pietra con
qualche panca ai lati. Trovai quella
sistemazione piuttosto scomoda,
anche se la mia progenie non
sembrava lamentarsi.
Austin e Kayla mi bersagliarono
di domande sull’Olimpo, sulla
guerra con Gea e su come ci si
sentisse a essere prima un dio e poi
un umano. Sapevo che non
intendevano essere maleducati. In
quanto figli miei, erano
naturalmente inclini alla massima
cortesia. Tuttavia le loro domande
non fecero che rammentarmi
penosamente la mia caduta in
disgrazia.
E poi, con il passare delle ore,
ricordavo sempre meno della mia
vita divina. Era allarmante la
velocità con cui i miei neuroni
cosmicamente perfetti si fossero
deteriorati. Una volta, ogni singolo
ricordo era come un file audio ad
alta definizione; ormai quelle
registrazioni sembravano fatte su
cilindri di cera. E, credetemi, io me
li ricordo, i cilindri di cera. Non
duravano a lungo nel carro del sole.
Will e Nico sedevano spalla a
spalla, e si punzecchiavano
allegramente. Erano così carini
insieme che mi sentii ancora più
affranto. Mi riportarono alla mente i
ricordi di quei brevi mesi dorati che
avevo trascorso con Giacinto prima
della gelosia, prima di
quell’incidente terribile…
Dopo un po’ domandai: «Nico,
non dovresti essere seduto al tavolo
di Ade?».
Lui scrollò le spalle.
«Tecnicamente sì. Ma se mi siedo da
solo al mio tavolo, succedono cose
strane. Si aprono crepe nel
pavimento e strisciano fuori degli
zombie, che se ne vanno in giro per
il campo. È un disturbo dell’umore.
Non riesco a controllarlo. L’ho detto
a Chirone.»
«Ma è vero?» chiesi.
Nico sorrise appena. «Ho un
certificato medico.»
Will alzò la mano. «Il medico
sono io.»
«Chirone ha preferito non
discutere» continuò Nico. «Finché
mi siedo al tavolo con altre persone,
come… oh, come loro, per
esempio… gli zombie stanno alla
larga. E tutti sono più contenti.»
Will annuì serenamente. «È
davvero strano. Non che Nico
userebbe mai i propri poteri per
ottenere ciò che vuole…»
«Certo che no» concordò Nico.
Lanciai un’occhiata in fondo alla
mensa. Come da tradizione, Meg era
stata sistemata con i figli di Ermes,
dato che la sua ascendenza divina
non era stata ancora determinata. Lei
non sembrava dispiaciuta. Era
impegnatissima in una gara contro
se stessa a chi mangia più hot dog.
Le altre due ragazze, Julia e Alice, la
guardavano con un misto di
fascinazione e orrore.
Di fronte a lei sedeva un ragazzo
più grande, magrolino, con i capelli
castani e ricci: Connor Stoll,
dedussi, anche se non ero mai stato
capace di distinguerlo dal fratello
Travis. Nonostante il buio, Connor
indossava gli occhiali da sole, senza
dubbio per proteggersi dalle dita
nefaste di una certa ragazzina. Notai
pure che teneva saggiamente le mani
a debita distanza dalla bocca di Meg.
In tutto il padiglione, contai
diciannove ragazzi. Per la maggior
parte sedevano da soli ai rispettivi
tavoli: Sherman Yang per la casa di
Ares; una ragazza che non
conoscevo per quella di Afrodite;
un’altra ragazza per quella di
Demetra. Al tavolo di Nike, due
ragazze dai capelli scuri,
evidentemente gemelle,
conversavano sopra una mappa di
guerra.
Chirone, di nuovo nella sua piena
forma di centauro, si ergeva a
capotavola, sorseggiando
l’integratore e chiacchierando con
due satiri, ma si vedeva che erano
giù di morale. Gli uomini-capra
continuavano a lanciarmi occhiate,
per poi sbocconcellare pezzi di
argenteria, come fanno i satiri
quando sono nervosi.
Una mezza dozzina di bellissime
driadi si muoveva fra i tavoli,
offrendo cibo e bevande, ma ero così
preoccupato da non riuscire a godere
appieno della loro bellezza. Peggio:
ero troppo imbarazzato per flirtare
con loro. Che mi era preso?
Scrutai con attenzione gli altri
ragazzi del campo, nella speranza di
individuare possibili servito… cioè,
possibili nuovi amici. Gli dei amano
avere a portata di mano qualche
semidio forte ed esperto da lanciare
in battaglia o destinare a missioni
pericolose, o anche solo per farsi
togliere i pelucchi dal chitone.
Purtroppo, nessuno dei commensali
mi colpì come un possibile eletto.
Mi spiacque di non avere a
disposizione un mare di talenti più
grande in cui pescare.
«Dove sono… gli altri?» chiesi a
Will.
Avrei voluto dire “i migliori”, ma
pensai che potessi essere frainteso.
Will staccò un morso di pizza.
«Stavi cercando qualcuno in
particolare?»
«Be’, per esempio i semidei che
hanno compiuto quella grande
impresa con la nave volante…»
Will e Nico si scambiarono
un’occhiata della serie: “Ci
risiamo”. Suppongo che gli
chiedessero spesso del leggendario
gruppo di sette semidei che aveva
combattuto al fianco degli dei contro
i giganti di Gea. Mi addolorava non
essere più riuscito a vederli. Dopo le
maggiori battaglie, ci tenevo sempre
a fare una foto di gruppo, e a
strappare l’esclusiva per comporre
ballate epiche sulle gesta degli eroi.
«Be’, Percy lo hai visto. Lui e
Annabeth frequentano l’ultimo anno
delle superiori, a New York»
cominciò Nico. «Hazel e Frank sono
al Campo Giove per quella storia
della Dodicesima Legione.»
«Ah, sì.» Cercai di richiamare
alla mente un’immagine chiara del
Campo Giove, l’enclave romana
vicino a Berkeley, in California, ma
i dettagli erano confusi. Riuscivo
solo a ricordare le mie conversazioni
con Ottaviano, il modo in cui mi
aveva montato la testa con tutte le
sue adulazioni e le sue promesse.
Quello stupido ragazzino… era
colpa sua se mi trovavo dov’ero.
Una voce bisbigliò in un angolo
del mio cervello, e stavolta forse era
davvero la mia coscienza: “Chi è
stato stupido? Non Ottaviano”.
«Chiudi il becco» mormorai.
«Cosa?» chiese Nico.
«Niente. Continua.»
«Jason e Piper stanno
trascorrendo l’anno a Los Angeles,
con il padre di Piper. Hanno portato
con loro anche il coach Hedge,
Mellie e il piccolo Chuck.»
«Mmm.» Non conoscevo gli
ultimi tre nomi, perciò decisi che
probabilmente non era importante.
«E il settimo eroe? Leo Valdez?»
Nico alzò le sopracciglia. «Ti
ricordi il suo nome?»
«Ma certo! Ha inventato il
Valdezinator. Oh, che strumento
straordinario! Ho avuto appena il
tempo di imparare gli accordi
principali prima che Zeus mi
disintegrasse, lì al Partenone. Se c’è
qualcuno che può aiutarmi, è Leo
Valdez.»
Nico si irrigidì, con
un’espressione seccata in viso. «Be’,
Leo non è qui. È morto. E poi è
tornato in vita. E se lo rivedo, lo
uccido.»
Will gli mollò una gomitata. «No
che non lo farai.» Poi si rivolse a
me. «Durante la battaglia con Gea,
Leo e il suo drago di bronzo, Festus,
sono scomparsi in un’esplosione di
fuoco a mezz’aria.»
Rabbrividii. Dopo tutti quei
secoli alla guida del carro del sole,
le parole “esplosione di fuoco a
mezz’aria” mi mettevano a disagio.
Cercai di richiamare alla
memoria l’ultima volta che avevo
visto Leo Valdez a Delo, quando mi
aveva dato il Valdezinator in cambio
di alcune informazioni. «Stava
cercando il modo per riportare
indietro qualcuno dalla Terra dei
Morti» ricordai. «Perciò aveva
sempre saputo che si sarebbe
sacrificato, alla fine?»
«Eh, già» confermò Will. «Si è
sbarazzato di Gea nell’esplosione,
ma tutti abbiamo dato per scontato
che fosse morto anche lui.»
«Perché lo era» precisò Nico.
«Poi, qualche giorno dopo è
arrivata una pergamena al campo,
portata dal vento…»
«Ce l’ho ancora.» Nico frugò
nelle tasche del giubbotto da
aviatore. «La guardo ogni volta che
mi voglio arrabbiare.» Tirò fuori uno
spesso rotolo di pergamena.
Non appena lo aprì sul tavolo, un
ologramma scintillante comparve
sopra la superficie: era Leo Valdez,
con la consueta aria da folletto, i
capelli scuri, il sorriso malizioso e la
statura microscopica. (Sì, certo,
l’ologramma era alto solo otto
centimetri, ma anche nella realtà
Leo non era molto più imponente.)
«Ehi, ragazzi!» Leo allargò le
braccia, come per stringerci in un
abbraccio. «Spiacente di avervi
lasciato in quel modo. La cattiva
notizia: sono morto. La bella notizia:
mi sono ripreso! Dovevo andare a
salvare Calipso. Ora stiamo tutti e
due bene. Stiamo portando Festus
a…» L’immagine si distorse come
una fiamma mossa da una forte
brezza, interrompendo la voce di
Leo. «… di ritorno non appena…»
Crepitio. «… cucinare dei tacos
quando…» Altro crepitio. «¡Vaya
con queso! Vi voglio bene!»
L’immagine si spense.
«Non abbiamo altro» si lamentò
Nico. «E risale ad agosto. Non
abbiamo idea di cos’avesse in mente
o di dove sia ora, né se stia ancora
bene. Jason e Piper l’hanno cercato
fino a metà settembre, poi Chirone li
ha convinti a iniziare l’anno
scolastico.»
«Be’, sembra che Leo avesse in
mente di cucinare dei tacos. E forse
ci ha messo più del previsto»
commentai. «E vaya con queso…
credo che si sia raccomandato di
usare tanto formaggio, che è sempre
un ottimo consiglio.»
Questo non sembrò rassicurare
Nico. «Non mi piace essere
all’oscuro delle cose» brontolò.
Una strana lamentela per un
figlio di Ade, ma capivo cosa
intendeva. Anch’io ero curioso di
conoscere il destino di Leo Valdez.
Una volta, avrei potuto vedere dove
si trovava con la facilità con cui si
scorre la propria bacheca su
Facebook, ma ora potevo solo
guardare il cielo e chiedermi quando
sarebbe comparso un nanerottolo
semidivino con un drago di bronzo e
un vassoio di tacos.
E se c’era di mezzo Calipso…
questo complicava le cose. Io e la
maga avevamo dei trascorsi
burrascosi, ma perfino io dovevo
ammettere che era ammaliante. Se
aveva catturato il cuore di Leo, era
possibilissimo che il ragazzo si fosse
fatto sviare. Ulisse aveva trascorso
sette anni con lei prima di tornare a
casa.
Comunque fosse, sembrava
improbabile che Valdez si facesse
vivo in tempo per aiutarmi. La mia
personale impresa di diventare
maestro di arpeggio con il
Valdezinator avrebbe dovuto
attendere.
Kayla e Austin erano rimasti in
silenzio per tutto il tempo, a seguire
la nostra conversazione meravigliati
e sgomenti. (Le mie parole hanno
questo effetto sulle persone.)
D’un tratto Kayla si avvicinò,
scorrendo sulla panca. «Di che cosa
avete parlato nella Casa Grande?
Chirone ti ha detto delle sparizioni?»
«Sì.» Mi sforzai di non guardare
verso la foresta. «Abbiamo discusso
della situazione.»
«E?» Austin allargò le dita sul
tavolo. «Che sta succedendo?»
Non avevo voglia di parlarne.
Non volevo che vedessero la mia
paura.
Perché la mia testa non la
piantava di martellare? Sull’Olimpo,
è molto più facile curare le
emicranie. Efesto ti apre il cranio ed
estrae il dio o la dea neonati che si
sono messi a bussare lì dentro. Nel
mondo mortale, avevo delle scelte
più limitate.
«Ho bisogno di tempo per
pensarci» dissi. «Forse domattina un
po’ dei miei poteri divini saranno
tornati.»
Austin si sporse in avanti. Alla
luce delle torce, le sue treccine
sembrarono contorcersi a formare
nuove eliche del DNA . «È così che
funziona? La forza ti ritorna con il
tempo?»
«Io credo… credo di sì.» Cercai
di ripensare agli anni di schiavitù
con Admeto e Laomedonte, ma
riuscivo a malapena a ricordare i
volti e i nomi dei miei antichi
padroni. Quella memoria sempre più
scarsa mi atterriva. Faceva sì che
ogni singolo momento del presente
crescesse di dimensioni e
importanza, rammentandomi che per
i mortali il tempo è limitato.
«Devo diventare più forte»
dichiarai. «A tutti i costi.»
Kayla mi strinse una mano. Le
sue dita da arciere erano ruvide e
callose. «Va tutto bene, Apollo…
papà. Ti aiuteremo noi.»
Austin annuì. «Kayla ha ragione.
Lo affronteremo insieme. Se
qualcuno ti crea problemi, Kayla lo
sistemerà con le frecce. E io lo
maledirò al punto che parlerà in
rima baciata per settimane…»
Mi salirono le lacrime agli occhi.
Non molto tempo prima – quella
mattina stessa, per esempio – l’idea
che quei giovani semidei fossero in
grado di aiutarmi mi sarebbe parsa
ridicola. In quel momento invece la
loro gentilezza mi commosse più di
cento tori sacrificali. Non riuscivo a
ricordare l’ultima volta che
qualcuno aveva tenuto così tanto a
me da maledire con la rima baciata i
miei nemici.
«Grazie» balbettai.
Non ce la feci ad aggiungere
“figli miei”. Non mi sembrava
giusto. Quei semidei erano i miei
protettori e la mia famiglia, ma al
momento non riuscivo a
considerarmi il loro padre. Un padre
avrebbe dovuto fare di più, avrebbe
dovuto dare più che ricevere dai
propri figli. Devo ammettere che
quella era un’idea nuova per me. E
allora mi sentii perfino peggio di
prima.
«Ehi…» Will mi diede una pacca
sulla spalla. «Non va così male.
Almeno, visto lo stato di allerta
generale, probabilmente non ci
toccherà fare la corsa a ostacoli di
Harley domani.»
Kayla borbottò un’imprecazione
in greco antico. Se fossi stato un
padre divino come si deve, le avrei
lavato la bocca con l’olio d’oliva.
«Me n’ero dimenticata» disse.
«L’avranno cancellata per forza,
no?»
Mi accigliai. «Di che corsa si
tratta? Chirone non me ne ha
parlato.»
Avrei voluto obiettare che tutta
quella giornata per me era stata una
corsa a ostacoli. Non potevano mica
pretendere che partecipassi anche
alle attività del campo. Ma, prima
che potessi dire qualcosa, uno dei
satiri al tavolo di Chirone suonò la
conchiglia.
Il centauro sollevò le braccia per
chiedere l’attenzione di tutti.
«Semidei!» La sua voce riempì il
padiglione. Sapeva essere alquanto
solenne quando voleva. «Ho degli
annunci da fare, alcuni dei quali
riguardano la letale corsa a tre
gambe di domani!»
13

Corsa mortale
Già, non è un bel verso
Oh, dei! No, Meg, no!

Era tutta colpa di Harley.


Dopo aver parlato della
sparizione di Miranda Gardiner –
“Come misura precauzionale, vi
prego di stare alla larga dalla foresta
finché non ne sappiamo di più” –
Chirone invitò il giovane figlio di
Efesto a farsi avanti e spiegare il
funzionamento della corsa mortale a
tre gambe. Fu presto chiaro che
Harley era la mente dell’intero
progetto. E, sul serio, l’idea era così
terrorizzante che solo un bambino di
otto anni come lui avrebbe potuto
concepirla.
Confesso di aver perso il filo del
discorso dopo la spiegazione dei
frisbee a motosega esplosivi.
«E poi fanno ZOOM!» Harley
saltellava su e giù dall’entusiasmo.
«E poi BUZZ… e BAM!» Mimò
ogni genere di caos con le mani.
«Devi essere velocissimo se non
vuoi restarci secco, è una figata!»
Gli altri ragazzi mormoravano
scontenti, agitandosi sulle panche.
Chirone alzò una mano per
chiedere silenzio. «Ora, so che ci
sono stati problemi l’ultima volta»
disse. «Ma per fortuna i nostri
guaritori della casa di Apollo sono
riusciti a riattaccare le braccia a
Paolo.»
Da un tavolo in fondo alla mensa,
un ragazzone muscoloso si alzò e si
mise a farneticare in quello che mi
sembrò portoghese. Indossava una
canotta bianca sul petto scuro, e
intravidi sottili cicatrici chiare
intorno ai bicipiti, in alto.
Imprecando alla velocità della luce,
indicò Harley, la casa di Apollo e
praticamente tutti i presenti.
«Ah, grazie, Paolo» continuò
Chirone, palesemente confuso.
«Sono lieto che tu stia meglio.»
Austin si accostò al mio orecchio
e bisbigliò: «Paolo capisce l’inglese,
ma parla solo portoghese. Almeno,
così dice. Nessuno di noi capisce un
accidenti».
Neanch’io comprendevo il
portoghese. Atena ci ripeteva da
anni che il Monte Olimpo prima o
poi sarebbe potuto emigrare in
Brasile, e che perciò dovevamo
prepararci a quell’eventualità. Per i
Saturnali, ci aveva perfino regalato
dei corsi in DVD .
«Paolo sembra agitato» notai.
Will si strinse nelle spalle. «Per
fortuna guarisce in fretta, dato che è
un figlio di Ebe, la dea della
giovinezza.»
«Lo stai fissando» notò Nico.
«Non è vero» protestò Will. «Sto
solo ammirando come funzionano
bene le sue braccia dopo
l’operazione.»
«Bah.»
Finalmente Paolo tornò a sedere.
Chirone proseguì con una lunga lista
di altre ferite che si erano registrate
durante l’ultima corsa mortale a tre
gambe e che sperava di evitare in
questa occasione: ustioni di secondo
grado, rotture dei timpani, uno
strappo inguinale e due sindromi
della danza irlandese compulsiva.
L’unico semidio al tavolo di
Atena alzò la mano. «Chirone, la
butto lì… Abbiamo avuto tre ragazzi
scomparsi. Siamo sicuri che è saggio
tenere una corsa a ostacoli così
pericolosa?»
Chirone gli rivolse un sorriso
tirato. «Ottima domanda, Malcolm,
ma questa corsa non vi porterà nella
foresta, che riteniamo sia la zona più
pericolosa. Insieme ai satiri e alle
driadi continuerò a investigare sulle
sparizioni. Non avremo pace finché
non ritroveremo i nostri compagni.
Nel frattempo, tuttavia, la corsa
servirà a rafforzare il nostro spirito
di squadra. E ci aiuterà a
comprendere meglio il Labirinto.»
Fu come ricevere in piena faccia
una zaffata di sudore di Ares. Mi
voltai verso Austin. «Non sarà…
quel Labirinto? Il Labirinto di
Dedalo?»
Austin annuì, tormentando le
perle di terracotta che portava al
collo.
All’improvviso mi tornò in mente
sua madre Latricia: anche lei
giocherellava con la propria collana
di conchiglie quando faceva lezione
a Oberlin. Perfino io imparai
qualcosa dalle lezioni di teoria
musicale di Latricia Lake, sebbene
fossi distratto dalla sua bellezza.
«Durante la guerra con Gea, il
Labirinto si è riaperto» confermò
Austin. «Stiamo cercando di
mapparlo da allora.»
«Ma è impossibile» commentai.
«Una follia. Il Labirinto è una
creatura senziente e malevola! Non
si può mappare, e non è affidabile.»
Come al solito, potevo contare
soltanto su brandelli di ricordi, ma
ero piuttosto certo di avere ragione.
Ricordavo Dedalo. Ai vecchi tempi,
il re di Creta gli aveva ordinato di
costruire un labirinto per contenere
il Minotauro. Ma… oh, no! Un
semplice edificio sotterraneo non era
sufficiente per un inventore geniale
come lui. Doveva per forza creare
una struttura architettonica cosciente
e in grado di espandersi da sola. Nel
corso dei secoli, il Labirinto si era
diffuso sotto la superficie del pianeta
come un’intricatissima rete di radici
infestanti.
Stupidi inventori geniali!
«Ora è diverso» mi disse Austin.
«Da quando Dedalo è morto… È
difficile da dire, ma non lo
percepiamo malvagio e mortale
come una volta.»
«Oh, questo è molto rassicurante.
Perciò naturalmente avete deciso di
usarlo per la corsa a tre gambe.»
Will tossicchiò. «E poi, papà,
ecco… nessuno vuole deludere
Harley.»
Lanciai un’occhiata al tavolo di
Chirone. Il vecchio centauro stava
ancora pontificando sulle virtù del
lavoro di squadra mentre Harley
continuava a saltellare. Capii perché
gli altri ragazzi avrebbero potuto
adottare quella peste come mascotte
del campo. Era una creaturina
graziosa, anche se era robusto in
modo inquietante per un bambino di
otto anni. Aveva un sorriso
contagioso. Il suo entusiasmo
sembrava sollevare l’umore di tutti.
Eppure, riconobbi la follia che
scintillava nei suoi occhi. Era lo
stesso sguardo che aveva suo padre,
Efesto, quando inventava uno di
quegli automi che poi impazzivano e
si mettevano a demolire città.
«E vi prego di ricordare che
nessuna delle sfortunate sparizioni è
collegata al Labirinto» stava dicendo
Chirone. «Rimanete insieme al
vostro compagno e sarete al
sicuro… nei limiti di una corsa
mortale a tre gambe.»
«È vero. Non è ancora morto
nessuno» disse Harley. Sembrava
deluso, come se volesse che ci
impegnassimo di più.
«Di fronte a una crisi è
importante attenerci alle nostre
regolari attività» continuò Chirone.
«Dobbiamo stare in allerta e
mantenerci al massimo della forma.
I nostri compagni scomparsi non si
aspetterebbero niente di meno da
noi. Ora, per quanto riguarda le
squadre, avete il permesso di
scegliere il vostro compagno…»
Ci fu una sorta di attacco piranha
tra i ragazzi, che si tuffavano l’uno
sull’altro per afferrare il compagno
preferito. Prima che potessi valutare
le mie opzioni, dall’altra parte del
padiglione Meg McCaffrey mi puntò
il dito contro, con la stessa
espressione in viso dello Zio Sam in
quei vecchi poster di reclutamento
dell’esercito.
“Ovvio” pensai. “Perché avrei
dovuto avere più fortuna proprio
adesso?”
Chirone batté con lo zoccolo sul
pavimento. «Va bene, ragazzi,
calma! La corsa si terrà domani
pomeriggio. Grazie, Harley, per tutto
il lavoro che hai dedicato alla
creazione delle… ehm, varie
sorprese letali che ci aspettano.»
«BLAM!» Harley corse a sedersi
al tavolo di Efesto, accanto alla
sorella maggiore, Nyssa.
«E questo ci porta alle altre
novità del giorno» continuò Chirone.
«Come forse avrete saputo, oggi si
sono unite a noi due nuove reclute
speciali. Innanzitutto, diamo il
benvenuto al dio Apollo!»
Di solito a questo punto mi sarei
alzato, avrei allargato le braccia e
avrei sorriso, circondato da un alone
di luce. La folla adorante avrebbe
applaudito e gettato fiori e
cioccolatini ai miei piedi.
E invece non ricevetti nessun
applauso, solo occhiate nervose.
Provai lo strano, irresistibile impulso
di scivolare più in basso sulla panca
e coprirmi la testa con il giaccone.
Mi trattenni solo grazie a uno sforzo
eroico.
Chirone faticava a mantenere
intatto il sorriso. «Dunque, so che è
una situazione inconsueta, ma gli dei
diventano mortali di tanto in tanto.
Non c’è da allarmarsi troppo. La
presenza di Apollo in mezzo a noi
potrebbe essere di buon auspicio,
offrirci l’occasione di…» Il centauro
sembrò perdere il filo del
ragionamento. «Ehm… di fare
qualcosa di buono. Sono certo che la
condotta migliore da tenere si
chiarirà presto. Per ora, vi prego,
fatelo sentire a casa. Trattatelo come
fareste con qualsiasi nuovo
arrivato.»
Al tavolo di Ermes, Connor Stoll
alzò la mano. «Quindi la casa di
Ares dovrebbe ficcare la testa di
Apollo nel gabinetto?»
Al tavolo di Ares, Sherman Yang
fece un verso di scherno. «Non lo
facciamo mica a tutti, Connor. Solo
ai novellini che se lo meritano.»
Sherman lanciò un’occhiata a
Meg, che ignara di tutto stava
finendo il suo ultimo hot dog. I
baffetti neri che aveva agli angoli
della bocca erano coperti di senape.
Connor Stoll sogghignò verso
l’amico, con un’aria cospiratoria da
manuale. Fu allora che notai lo zaino
aperto ai suoi piedi. Una rete
sporgeva appena fuori dal bordo.
E ci arrivai: i due ragazzi che
Meg aveva umiliato si preparavano
alla rivincita. Non c’era bisogno di
essere Nemesi per comprendere il
fascino della vendetta. Tuttavia…
provai il bizzarro desiderio di
mettere in guardia Meg.
Cercai di attirare la sua
attenzione, ma lei era troppo
concentrata sulla cena.
«Grazie, Sherman. Sono lieto di
sapere che non riserverai il
trattamento dello sciacquone al dio
del tiro con l’arco» continuò
Chirone. «Quanto al resto di voi, vi
terremo aggiornati sulla situazione
del nostro ospite. Manderò due dei
nostri migliori satiri, Millard e
Herbert» e indicò i satiri alla propria
sinistra «a consegnare
personalmente un messaggio a
Rachel Dare, a New York. Con un
po’ di fortuna, ci raggiungerà presto
e ci aiuterà a capire come assistere
Apollo nel modo migliore.»
La notizia fu accolta da qualche
mormorio di scontento. Captai le
parole “Oracolo” e “profezie”. A un
tavolo vicino, una ragazza borbottò
in italiano: «Un cieco che guida un
altro cieco».
Mi voltai per scoccarle
un’occhiataccia, ma la giovane era
molto graziosa. Di due anni più
grande di me (in termini mortali),
con i capelli scuri e corti e un paio di
micidiali occhi a mandorla. Forse
arrossii.
Tornai a rivolgermi ai miei
commensali. «Ehm… sì, satiri.
Perché non mandare quell’altro
satiro, l’amico di Percy?»
«Grover?» fece Nico. «È in
California. Insieme all’intero
Consiglio dei Satiri Anziani, per un
convegno sulla siccità.»
«Oh…» Fui preso dallo
sconforto. Ricordavo che Grover era
un satiro pieno di risorse, ma se si
stava occupando dei disastri naturali
della California, probabilmente non
sarebbe tornato prima di un
decennio.
«E ora diamo il benvenuto al
campo a una nuova semidea…»
annunciò Chirone. «Meg
McCaffrey!»
Meg si pulì la bocca e si alzò.
Accanto a lei, Alice Miyazawa
disse: «Alzati, Meg».
Julia Feingold scoppiò a ridere.
Al tavolo di Ares, Sherman Yang
si mise in piedi. «Ora, questa sì che
merita un benvenuto speciale. Che
ne dici, Connor?»
Connor infilò una mano nello
zaino. «Dico che il laghetto delle
canoe potrebbe andare.»
Cominciai a dire: «Meg…».
Poi si scatenò l’Ade.
Sherman Yang si mosse verso
Meg con passo deciso. Connor Stoll
tirò fuori una rete dorata e gliela
lanciò sopra la testa. Lei strillò per
la sorpresa e cominciò a
divincolarsi, mentre alcuni degli altri
ragazzi ripetevano in coro: «Tuf-fo!
Tuf-fo!».
Chirone fece del proprio meglio
per farli smettere. «Suvvia, semidei,
aspettate un momento!»
All’improvviso un urlo gutturale
interruppe l’operazione.
Un ammasso confuso di carne
paffuta, ali fronzute e pannolino di
stoffa piombò giù dal colonnato per
atterrare dritto sulla schiena di
Sherman Yang, facendolo crollare
faccia avanti sul pavimento. Pesca, il
karpos, si erse in tutta la sua
minuscola statura e ululò, battendosi
il petto. I suoi occhi mandavano
bagliori verdi di rabbia. Si lanciò su
Connor Stoll, serrò le gambe
grassocce intorno al collo del
semidio e cominciò a strappargli i
capelli.
«Toglietemelo di dosso!» strepitò
Connor, dimenandosi.
«Toglietemelo di dosso!»
Lentamente, gli altri semidei si
ripresero dallo shock. E in molti
sguainarono la spada.
«C’è un karpos!» strillò la
ragazza italiana.
«Uccidetelo!» disse Alice
Miyazawa.
«No!» gridai io.
Di norma, un ordine del genere
uscito dalle mie labbra avrebbe
bloccato ogni cosa, e tutti i mortali
sarebbero crollati a terra in attesa di
nuove disposizioni. Ma ora, ahimè,
ero un comune mortale con una
vocina stridula da adolescente.
Rimasi a guardare inorridito mia
figlia Kayla che incoccava una
freccia al proprio arco.
«Pesca, scendi giù di lì!» strillò
Meg. Si liberò dalla rete, la gettò a
terra e corse da Connor.
Il karpos saltò giù dal collo del
figlio di Ermes. Atterrò ai piedi di
Meg, scoprendo le zanne e soffiando
come un gatto contro gli altri
semidei, che li avevano circondati
con le armi alla mano.
«Meg, togliti di mezzo» disse
Nico Di Angelo. «Quella creatura è
pericolosa.»
«No!» La voce di Meg era
stridula. «Non uccidetelo!»
Ancora a terra, Sherman Yang
rotolò sulla schiena, gemendo. La
sua faccia sembrava in condizioni
peggiori di quanto probabilmente
non fosse – da un taglio sulla fronte
può uscire una quantità incredibile
di sangue – ma quella vista bastò a
rinsaldare i propositi dei suoi
compagni. Kayla tese l’arco. Julia
Feingold sfoderò un pugnale.
«Aspettate!» supplicai.
Quanto accadde poi, è qualcosa
che una mente meno dotata della
mia non avrebbe mai potuto cogliere
sino in fondo.
Julia partì all’attacco. Kayla
scoccò la freccia.
Meg spalancò le mani… e una
debole luce dorata lampeggiò fra le
sue dita. All’improvviso la giovane
McCaffrey impugnava due spade
dotate di lama ricurva secondo
l’antico stile della Tracia: erano
siccae d’oro imperiale. Non vedevo
armi del genere dalla caduta di
Roma. Sembravano comparse dal
nulla, ma grazie alla mia lunga
esperienza con gli oggetti magici
intuivo che erano state evocate dagli
anelli a mezzaluna di Meg.
Le due lame rotearono.
Simultaneamente, Meg spezzò la
freccia di Kayla a mezz’aria e
disarmò Julia, facendo rimbalzare il
suo pugnale sul pavimento.
«Per tutti gli Inferi, che
diamine!» esclamò Connor. Gli
mancavano diversi ciuffi di capelli,
come una bambola strapazzata. «Chi
è questa ragazzina?»
Pesca si accovacciò al fianco di
Meg, ringhiando, mentre la sua
padrona allontanava con le due
siccae gli altri semidei infuriati e
confusi.
La mia vista doveva essere
migliore della media mortale, perché
fui io a scorgere per primo il segno,
una luce che brillava sopra la testa di
Meg.
Quando riconobbi il simbolo,
ebbi un tuffo al cuore. Non mi
piaceva affatto quello che vedevo,
ma pensai di doverlo annunciare a
tutti. «Guardate!»
Gli altri sembravano piuttosto
confusi. Poi il bagliore si fece più
luminoso: l’ologramma di una falce
dorata con qualche fascio di grano
roteava proprio sopra Meg
McCaffrey.
Un semidio del gruppo,
sbigottito, esclamò: «È una
comunista!».
Una ragazza che prima avevo
visto seduta al tavolo della casa
Quattro ribatté: «No, Damien, quello
è il simbolo di mia madre.» Poi
impallidì quando comprese la verità.
«Ehm, quindi questo significa che…
è il simbolo di sua madre.»
Mi girava la testa. Avrei preferito
non saperlo. Avrei preferito non
dover servire una semidea con
quell’ascendenza divina. Ma
finalmente comprendevo gli anelli di
Meg. Non erano mezzelune, erano
falci. In qualità di unico dio
dell’Olimpo presente al campo, mi
sentii in dovere di rendere ufficiale
il suo titolo. «La mia amica è stata
riconosciuta!» annunciai.
Gli altri semidei si
inginocchiarono in segno di rispetto,
alcuni con più riluttanza di altri.
«Signore e signori» dissi, con
voce amara come il tè di Chirone.
«Fate un bell’applauso a Meg
McCaffrey, figlia di Demetra.»
14

Hai voglia di scherz…


Ma cosa mi ha preso?
Non ho più le sil…

Nessuno sapeva che cosa fare con


Meg.
Non potevo dargli torto.
Quella ragazzina era ancora più
incomprensibile per me, ora che
sapevo chi era sua madre.
Avevo avuto i miei sospetti,
certo, ma avevo sperato di essere
smentito. Avere quasi sempre
ragione è un fardello terribile.
Perché temevo una figlia di
Demetra?
Bella domanda.
Era tutto il giorno che mi
sforzavo di ricostruire il puzzle di
ricordi che avevo sulla dea. Un
tempo, Demetra era la mia zia
preferita. La prima generazione
divina poteva essere piuttosto
boriosa (dico a voi, Era, Ade, papà),
ma Demetra era sempre stata una
presenza gentile e amorevole, tranne
quando distruggeva l’umanità con
pestilenze e carestie, ma a tutti
capitano le giornate storte.
Poi avevo commesso l’errore di
avere una storiella con una delle sue
figlie. Mi pare che si chiamasse
Crisotemide, ma mi scuserete se
sbaglio. Perfino quando ero un dio,
faticavo a ricordare i nomi di tutte le
mie ex. La giovane cantò una
canzone per il raccolto a uno dei
miei festival di Delfi. Aveva una
voce così bella che mi innamorai. Sì,
è vero, mi innamoravo dei vincitori
e dei finalisti di ogni anno, ma che
posso farci? Ho un debole per le
voci melodiose.
Demetra non approvava. Da
quando la figlia Persefone era stata
rapita da Ade, lei era diventata un
po’ suscettibile in fatto di relazioni
fra le proprie figlie e gli dei
dell’Olimpo.
A ogni modo, avemmo un
diverbio. Riducemmo in macerie
due o tre montagne. Devastammo
qualche città-Stato. Sapete come
sono le liti in famiglia. Alla fine
giungemmo a un’instabile tregua,
ma io giurai a me stesso di tenermi
alla larga dalla progenie di Demetra.
E ora eccomi qua, al servizio di
Meg McCaffrey, la più indisciplinata
figlia di Demetra che abbia mai
impugnato una falce.
Mi chiesi chi fosse stato il padre
di Meg e come avesse attirato
l’attenzione della dea. Demetra si
innamorava raramente dei mortali.
Per di più, Meg era insolitamente
potente. La maggior parte dei figli di
Demetra si limita a far crescere i
raccolti e a tenere a bada i funghi
batterici. Evocare karpoi e sfoderare
due spade d’oro… be’, era roba di
prima scelta.
Tutto questo mi passava per la
mente mentre Chirone disperdeva la
folla, invitando i semidei a riporre le
armi. Dal momento che la
capogruppo Miranda Gardiner era
scomparsa, chiese a Billie Ng,
l’unica altra figlia di Demetra
presente, di scortare Meg alla casa
Quattro. Le due ragazze si ritirarono
in fretta, e Pesca le seguì saltellando
eccitato. Meg mi lanciò un’occhiata
preoccupata.
Non sapendo che altro fare, alzai
entrambi i pollici. «Ci vediamo
domani!»
Non sembrò molto incoraggiata,
mentre si allontanava nel buio.
Will Solace si stava occupando
delle ferite al viso di Sherman Yang.
Kayla e Austin esaminavano
Connor, discutendo dell’opportunità
di un trapianto di capelli. Così non
mi restò che tornare da solo alla casa
di… alla mia casa.
Mi distesi sulla brandina al centro
della stanza e fissai le travi del
soffitto. Notai di nuovo quanto fosse
spoglio e deprimente quel posto. Era
così mortale. Come facevano i miei
figli a sopportarlo? Perché non
erigevano un magnifico altare e non
decoravano le pareti di bassorilievi
d’oro per celebrare la mia gloria?
Quando udii Will e gli altri
tornare, chiusi gli occhi e finsi di
essere già addormentato. Non
potevo affrontare le loro domande o
la loro gentilezza, né i loro tentativi
di farmi sentire a casa, quando era
così evidente che non appartenevo a
quel posto.
Entrarono e si fecero subito
silenziosi.
«Sta bene?» bisbigliò Kayla.
«Tu come staresti al posto suo?»
replicò Austin.
Un momento di silenzio.
«Cercate di dormire, ragazzi»
disse Will.
«È pazzesco» continuò Kayla.
«Sembra così… umano.»
«Lo proteggeremo noi» dichiarò
Austin. «Siamo tutto ciò che gli
rimane, adesso.»
Trattenni un singhiozzo. Non
riuscivo a sopportare la loro
preoccupazione. Non essere in grado
di rassicurarli, né di contraddirli, mi
faceva sentire molto piccolo.
Qualcuno mi avvolse in una
coperta.
«Dormi bene, Apollo» augurò
Will.
Forse fu la sua voce persuasiva, o
il fatto che ero più esausto di quanto
mi fossi sentito da secoli. Scivolai
subito nel sonno.

Grazie agli undici dei dell’Olimpo


rimasti, non sognai.
Mi svegliai al mattino
sentendomi stranamente riposato.
Non mi faceva più male il petto.
Non mi sentivo più il naso come un
gavettone attaccato alla faccia. Con
l’aiuto dei miei figli (compagni, li
chiamerò compagni), riuscii a
impadronirmi degli arcani misteri
della doccia, del gabinetto e del
lavandino. Lo spazzolino fu uno
shock. L’ultima volta che ero stato
mortale non esisteva niente del
genere. E il deodorante? Che idea
spaventosa pensare che io avessi
bisogno di un rimedio magico per
impedire alle mie ascelle di puzzare!
Completate le abluzioni del
mattino e indossati abiti puliti presi
nel magazzino del campo – sneaker,
jeans, una maglietta arancione del
Campo Mezzosangue e un giaccone
invernale di flanella – ebbi quasi un
moto di ottimismo. Forse sarei
riuscito a sopravvivere a
quell’esperienza umana.
Mi tirai ancora più su di morale
quando scoprii il bacon.
Oh, numi del cielo, il bacon! Mi
ripromisi che, una volta tornato
immortale, avrei riunito le nove
muse e insieme avremmo composto
un’ode, un inno al potere del bacon,
che avrebbe commosso i cieli fino
alle lacrime e sconvolto l’intero
universo.
Il bacon è buono. Sì, ottimo titolo
per quella canzone: Bacon Is Good.
La colazione era meno formale
della cena: si riempivano i vassoi a
un buffet e ci si poteva sedere
ovunque volessimo. Una notizia
magnifica. (Oh, quale triste indizio
della mia nuova condizione mortale
il fatto che io, che un tempo dettavo
il destino delle nazioni, mi
entusiasmassi tanto per il solo fatto
di potermi sedere dove volevo.)
Presi il mio vassoio e trovai Meg,
che era seduta da sola sul muro di
sostegno del padiglione, con i piedi
penzoloni nel vuoto, a osservare le
onde sulla spiaggia.
«Come stai?» chiesi.
Lei sbocconcellava un waffle.
«Alla grande.»
«Sei una semidea potente, figlia
di Demetra.»
«Mmm.»
Se potevo fidarmi della mia
comprensione delle reazioni umane,
Meg non sembrava entusiasta.
«La tua compagna, Billie… è
simpatica?»
«Certo. Tutto bene.»
«E Pesca?»
Meg mi guardò di traverso.
«Scomparso durante la notte. Mi sa
che si fa vivo soltanto quando sono
in pericolo.»
«Be’, mi sembra un momento
appropriato per farsi vivo.»
«Ap-pro-pri-a-to.» Meg toccò un
quadratino di waffle per ciascuna
sillaba. «Sherman Yang si è dovuto
mettere sette punti.»
Lanciai un’occhiata a Sherman,
che ci guardava torvo da lontano,
seduto a distanza di sicurezza
dall’altra parte del padiglione. Una
brutta cicatrice rossa gli correva a
zigzag lungo una guancia.
«Non mi preoccuperei» dissi a
Meg. «Ai figli di Ares piacciono le
cicatrici. E poi, direi che a Sherman
dona molto il look alla
Frankenstein.»
Ero quasi riuscito a strapparle un
sorriso, ma il suo sguardo rimase
distante. «Nella nostra capanna il
pavimento è fatto di erba… cioè, è
proprio un prato verde. E c’è una
quercia enorme al centro, a
sostenere il soffitto.»
«È una cosa brutta?»
«Sono allergica.»
«Ah…» Cercai di immaginare
l’albero della sua capanna. Una
volta, Demetra aveva un bosco di
querce sacro. Ricordai che si
arrabbiò molto quando un principe
mortale cercò di abbatterlo.
Un bosco sacro…
D’un tratto, il bacon che avevo
dentro lo stomaco si dilatò,
avvolgendosi intorno agli altri
organi.
Meg mi afferrò per un braccio.
La sua voce era un ronzio lontano.
Udii solo l’ultima parola, la più
importante: «… Apollo».
Mi riscossi. «Che c’è?»
«Ti sei come assentato.»Aggrottò
la fronte. «Ti ho chiamato sei volte.»
«Davvero?»
«Sì. Ma dov’eri?»
Non sapevo spiegarlo. Mi sentivo
come se mi fossi trovato sul ponte di
una nave e una sagoma scura,
enorme e pericolosa fosse passata
sotto lo scafo. Una sagoma quasi
riconoscibile, ma poi subito svanita.
«Io non… non lo so. Qualcosa a
proposito degli alberi…»
«Gli alberi» ripeté Meg.
«Probabilmente non è nulla.»
No che non era nulla. Non
riuscivo a scacciare l’immagine dei
miei sogni: la donna con la corona,
che mi raccomandava di trovare le
porte. Quella donna non era
Demetra, credo. Ma l’idea degli
alberi sacri aveva suscitato un
ricordo dentro di me… qualcosa di
molto antico, perfino per i miei
standard.
Non volevo parlare di questo con
Meg, non prima di avere avuto il
tempo di rifletterci su. Aveva già
abbastanza di cui preoccuparsi. E
poi, dopo la sera prima, la mia
giovane padrona mi intimoriva più
che mai.
Lanciai un’occhiata ai suoi anelli.
«E così ieri… quelle spade… Non
fare quella cosa.»
Meg aggrottò le sopracciglia.
«Quale cosa?»
«Quella cosa per cui ti chiudi e ti
rifiuti di parlare. Ti viene la faccia di
cemento.»
Mi rivolse un broncio infuriato.
«Non è vero. Ho delle spade. Le uso
per combattere. E allora?»
«Allora sarebbe stato carino
saperlo prima, per esempio quando
abbiamo incontrato quegli spiriti
pestilenziali.»
«L’hai detto tu che non si
potevano uccidere.»
«Stai tergiversando.» Lo sapevo
perché è una tattica in cui io sono
maestro da secoli. «Lo stile con cui
combatti, con due lame curve, è
quello di un dimachaerus, un
gladiatore dell’impero romano.
Perfino allora era raro, forse lo stile
più difficile in assoluto, e uno dei
più letali.»
Meg fece spallucce. Un gesto
piuttosto eloquente di per sé, ma che
non forniva molte spiegazioni.
«Le tue spade sono d’oro
imperiale» continuai. «Questo
denoterebbe un addestramento
romano, e ti indicherebbe come una
buona recluta per il Campo Giove.
Eppure tua madre è Demetra, la dea
nella sua forma greca, non Cerere.»
«Come lo sai?»
«A parte per il fatto che ero un
dio? Demetra ti ha riconosciuto qui,
al Campo Mezzosangue. Non è stato
un caso. E poi, la sua antica forma
greca è molto più potente. Tu, Meg,
sei potente.»
La sua espressione si fece così
guardinga che mi aspettai quasi che
Pesca piombasse giù dal cielo e si
mettesse a strapparmi i capelli a
ciocche.
«Non ho mai conosciuto mia
madre» rivelò. «Non so chi sia.»
«Allora dove hai preso quelle
spade? Te le ha date tuo padre?»
Meg fece a pezzettini il waffle.
«No… Mi ha cresciuto il mio
patrigno. È stato lui a darmi gli
anelli.»
«Il tuo patrigno. Ed è stato lui a
darti anelli che si trasformano in
spade d’oro imperiale. Che genere di
uomo…?»
«Un uomo buono» tagliò corto
lei.
Notai la durezza nella sua voce e
lasciai cadere l’argomento. Intuii
che c’era una grande tragedia nel
suo passato. E poi temevo che, se
avessi insistito troppo, mi sarei
ritrovato quelle lame dorate al collo.
«Scusa» dissi.
Meg annuì e lanciò un pezzetto di
waffle in aria. Una delle arpie che si
occupavano della pulizia del campo
sbucò fuori all’improvviso, piombò
giù in picchiata come un gigantesco
pollo kamikaze, ghermì il cibo con
gli artigli e volò via.
Meg continuò come se non fosse
successo nulla. «Cerchiamo solo di
superare la giornata. Abbiamo la
corsa, dopo pranzo.»
Un brivido mi attraversò il collo.
L’ultima cosa che desideravo era
trovarmi legato insieme a Meg
McCaffrey nel Labirinto, ma riuscii
a non gridare. «Non preoccuparti
della corsa. Ho un piano per
vincere.»
Meg inarcò un sopracciglio. «Ah,
sì?»
«O meglio, avrò un piano questo
pomeriggio. Mi serve solo un po’ di
tempo…»
Alle nostre spalle, suonò il
richiamo di una conchiglia.
«Buongiorno, reclute!» tuonò
Sherman Yang. «Andiamo, cocchi di
mamma! Vi voglio tutti in lacrime
entro l’ora di pranzo!»
15

Migliorerai
Ah, ah, non credo proprio
Non sto piangendo!

Peccato non aver avuto un


certificato medico. Avrei tanto
voluto essere esonerato da
educazione fisica.
Sul serio, non comprenderò mai
voi mortali. Cercate di mantenervi in
forma con flessioni, addominali,
maratone, corse a ostacoli e altre
sfacchinate che comportano sudore.
E per tutto il tempo sapete che è una
battaglia persa. Alla fine, i vostri
deboli corpi si deterioreranno e
cederanno, regalandovi rughe,
afflosciamenti e alito cattivo.
È orripilante! Se io voglio
cambiare forma, età, genere o
specie, mi basta desiderare che
succeda e… bam! Sono una giovane
e grossa femmina di bradipo
tridattilo. Un risultato che nessuna
delle vostre flessioni riuscirebbe mai
a garantirmi. Non vedo proprio la
logica di tutti i vostri sforzi.
L’esercizio fisico non è altro che un
modo deprimente per ricordarsi che
non si è divini.
Alla fine dell’addestramento di
Sherman Yang, ero spompatissimo e
zuppo di sudore. I miei muscoli
sembravano colonne tremolanti di
gelatina.
Non mi sentivo per niente un
“cocco di mamma” (anche se mia
madre, Leto, mi diceva sempre che
lo ero) ed ero molto tentato di
ingiungere a Sherman di non
trattarmi come tale.
Me ne lamentai con Will. Gli
chiesi che fine avesse fatto la
vecchia capogruppo di Ares.
Almeno, con Clarisse La Rue potevo
tentare l’arma del sorriso
affascinante. Ahimè, Will mi riferì
che stava frequentando l’università
in Arizona. Oh, ma perché il college
deve abbattersi sulle persone che
vanno già benissimo così come
sono?
Dopo la tortura, tornai
barcollando alla capanna e mi feci
un’altra doccia.
Le docce sono una cosa buona.
Forse non sono buone come il
bacon, ma non sono niente male.
La mia seconda sessione della
mattinata fu dolorosa per un’altra
ragione: fui assegnato alla lezione di
musica nell’anfiteatro con un satiro
di nome Woodrow.
Woodrow sembrava nervoso di
avermi nella sua classe. Forse aveva
sentito la leggenda secondo cui avrei
scorticato vivo il satiro Marsia dopo
che aveva osato sfidarmi in una gara
di musica. (Come ho già detto, la
parte dello scuoiamento è una
menzogna bella e buona, ma è
incredibile quanto le voci siano dure
a morire, soprattutto se sono stato io
a metterle in giro.)
Woodrow ripassò le scale minori
con il proprio flauto di Pan. Austin
non ebbe nessun problema, anche se
si stava mettendo alla prova con il
violino, che non era il suo
strumento. Valentina Diaz, figlia di
Afrodite, fece del proprio meglio per
strozzare un clarinetto, producendo
suoni simili a un bassotto che si
lamenta durante una tempesta.
Damien White, figlio di Nemesi,
rese onore alla propria ascendenza
divina vendicandosi su una chitarra
acustica. Suonò con un impeto tale
che ruppe la corda del Re.
«L’hai rotta!» esclamò Chiara
Benvenuti. Era la bella ragazza
italiana che avevo notato la sera
prima: una figlia di Tyche, la dea
della fortuna. «Volevo usarla io!»
«E dai, Lucky» brontolò Damien.
«Nel mondo reale, gli incidenti
capitano. E a volte le corde si
rompono.»
Chiara replicò con una raffica di
parolacce italiane che è meglio non
tradurre.
«Posso?» Tesi la mano verso la
chitarra.
Damien me la porse con
riluttanza.
Mi chinai sulla custodia ai piedi
di Woodrow. Il satiro fece un salto di
vari centimetri nell’aria.
Austin rise. «Rilassati, Woodrow.
Sta solo prendendo un’altra corda.»
Ammetto che la reazione del
satiro fu gratificante. Se ero ancora
in grado di spaventare i satiri, forse
c’era qualche speranza di riavere un
po’ della mia antica gloria. Da lì
potevo risalire la china e spaventare
gli animali da fattoria, poi i semidei,
i mostri e infine le divinità minori.
Sostituii la corda in pochi
secondi. Fu una bella sensazione
fare una cosa così semplice e
familiare. La accordai, ma mi fermai
subito quando mi resi conto che
Valentina stava singhiozzando.
«Meravigliosa!» Si asciugò una
lacrima dalla guancia. «Che canzone
era?»
Strizzai gli occhi. «Si chiama
“accordare”.»
«Eh già, Valentina, controllati» la
rimproverò Damien, anche se pure
lui aveva gli occhi rossi. «Non era
poi così meravigliosa.»
«No, no.» Chiara tirò su col naso.
Solo Austin non sembrava
commosso. I suoi occhi però
brillavano di orgoglio, anche se non
capivo perché.
Suonai una scala di Do minore.
La corda del Si era calante. È
sempre il Si. Erano passati tremila
anni da quando avevo inventato la
chitarra (durante un party scatenato
con gli Ittiti, una lunga storia), e
ancora non ero riuscito a
comprendere come far reggere
l’accordatura alla corda del Si.
Ripassai velocemente le altre
scale, felice di ricordarle ancora
tutte.
«Ora, questa è una progressione
lidia» dissi. «Comincia sul quarto
grado della scala maggiore. Dicono
che il nome si riferisca all’antico
regno della Lidia, ma, a dire il vero,
viene da una mia ex. Era la quarta
donna che frequentavo quell’anno,
così…» Sollevai lo sguardo a metà
arpeggio.
Damien e Chiara stavano
piangendo abbracciati, scambiandosi
allo stesso tempo insulti e deboli
schiaffi: «Ti odio. Ti odio».
Valentina era seduta su una
gradinata dell’anfiteatro e
piagnucolava in silenzio.
Woodrow stava distruggendo il
flauto. «Non valgo nulla!»
singhiozzava. «Non valgo nulla!»
Perfino Austin aveva gli occhi
lucidi. Mi fece il segno dell’okay
con il pollice.
Ero felicissimo che almeno un
po’ del mio antico dono fosse
rimasto intatto, ma immaginai che
Chirone non avrebbe gradito che
deprimessi in quel modo l’intera
classe di musica.
Feci diventare un po’ crescente la
corda del Re, un trucco che un
tempo usavo per evitare che i miei
fan adoranti esplodessero in estasi a
tutti i concerti. (Sì, sì, intendo
proprio “esplodessero”. Ricordo
certe serate negli anni Sessanta…
Be’, vi risparmio i dettagli più
raccapriccianti.)
Strimpellai un accordo
volutamente scordato. A me sembrò
orrendo, ma i ragazzi si riscossero.
Drizzarono la schiena, si
asciugarono le lacrime e rimasero a
guardare affascinati mentre suonavo
una semplice progressione primo-
quarto-quinto.
«Evvai, bello!» Austin si portò il
violino al mento e cominciò a
improvvisare. Il suo archetto
danzava sulle corde. Incrociammo
gli sguardi, e per un attimo il nostro
legame fu più che familiare.
Diventammo parte della musica,
comunicando a un livello che solo
gli dei e i musicisti potranno mai
comprendere.
Woodrow ruppe l’incantesimo.
«È stupefacente» singhiozzò.
«Dovreste essere voi due a
insegnare! Che mi è saltato in
mente? Ti prego, non mi scuoiare!»
«Mio caro satiro, non mi sognerei
mai di…» All’improvviso provai un
dolore acuto alle dita. Sorpreso,
lasciai cadere la chitarra, che cadde
giù per le gradinate, con un gran
clangore di legno e corde.
Austin abbassò l’archetto. «Stai
bene?»
«Io… sì, certo.»
Però non stavo affatto bene. Per
qualche momento, avevo rivissuto
l’estasi di quello che un tempo era il
mio talento naturale. Ma le mie
nuove dita mortali non erano
all’altezza del compito. Mi facevano
male i muscoli della mano. Avevo
brutti segni rossi sui polpastrelli. E
mi ero sovraccaricato anche in altri
modi. Mi sentivo i polmoni
appassiti, svuotati di ossigeno, anche
se non avevo nemmeno cantato.
«Sono… stanco» constatai,
sgomento.
«Be’, certo.» Valentina annuì.
«Hai suonato in modo così
incredibile!»
«È normale, Apollo» mi rassicurò
Austin. «Ti rafforzerai. Quando i
semidei usano i loro poteri,
soprattutto all’inizio, si stancano in
fretta.»
«Ma io non sono…»
Non riuscii a finire la frase. Non
ero un semidio. Non ero un dio. Non
ero nemmeno me stesso. Come avrei
mai potuto suonare ancora, sapendo
che ero uno strumento fallato? Ogni
nota non mi avrebbe portato altro
che dolore e sfinimento. Il mio Si
non sarebbe mai stato accordato.
Probabilmente, la desolazione mi
si leggeva in faccia.
Damien White strinse i pugni.
«Non preoccuparti, Apollo. Non è
colpa tua. Quella stupida chitarra la
pagherà cara!»
Non cercai di fermarlo quando
cominciò a scendere le gradinate.
Una parte di me provò una sorta di
perversa soddisfazione nel vederlo
prendere a calci la chitarra fino a
ridurla a un rottame di legno e corde
ingarbugliate.
Chiara sbuffò. «Idiota! Ora non
toccherà mai a me!»
Woodrow trasalì. «Bene, ehm…
grazie, ragazzi! Bella lezione!»

Il tiro con l’arco fu una pantomima


ancora peggiore.
Se mai tornerò un dio (no, non se,
quando!) la mia prima azione sarà
cancellare la memoria a tutti coloro
che videro come mi coprii di
imbarazzo durante quella lezione.
Feci un solo centro. Uno solo. E il
risultato di tutti gli altri tiri fu
pessimo. Due frecce uscirono
addirittura dal nero, e a soli cento
metri di distanza. Gettai a terra
l’arco e piansi dalla vergogna.
L’istruttrice era Kayla, ma la sua
pazienza e gentilezza ebbero l’unico
risultato di farmi sentire peggio.
Raccolse il mio arco e me lo restituì.
«Apollo, erano dei tiri fantastici. Un
po’ di esercizio e…»
«Sono il dio del tiro con l’arco!»
gemetti. «Io non faccio esercizio!»
Accanto a me, le figlie di Nike
trattennero a stento una risatina. Si
chiamavano con nomi
insopportabilmente appropriati:
Holly e Laurel Victor. Mi
ricordavano quelle bellissime e
ferocissime ninfe africane che Atena
frequentava sul lago Tritonide.
«Ehi, ex dio, l’esercizio è l’unico
modo per migliorare» disse Holly,
incoccando una freccia. Fece un tiro
da sette, centrando l’anello rosso,
ma non sembrava affatto
scoraggiata.
«Per te, forse» replicai. «Tu sei
mortale!»
Sua sorella Laurel fece un verso
di scherno. «Anche tu sei mortale,
adesso. Stringi i denti. I vincenti non
si lamentano.» Tirò la sua freccia,
che atterrò accanto a quella della
sorella, ma appena dentro l’anello
rosso. «Ecco perché io sono
migliore di Holly. Lei si lamenta
sempre.»
«Sì, come no» ringhiò la sorella.
«L’unica cosa di cui mi lamento è di
quanto sei scarsa tu.»
«Ah, davvero?» ribatté Laurel.
«Dai, sfidiamoci a chi fa i due tiri
migliori su tre. Chi perde pulisce i
bagni per un mese.»
«Ci sto!»
E in un attimo si dimenticarono
di me. Sì, sarebbero state delle
ottime ninfe del lago Tritonide.
Kayla mi prese a braccetto, e ci
allontanammo dall’area di tiro.
«Quelle due sono tremende. Le
abbiamo fatte co-capigruppo della
casa di Nike perché potessero
competere fra loro. Se non
l’avessimo fatto, a quest’ora
avrebbero già preso possesso del
campo e proclamato la dittatura.»
Stava cercando di tirarmi su di
morale, suppongo, ma non mi sentii
consolato.
Mi guardai le dita, che dopo la
lezione di tiro con l’arco avevano
anche le vesciche, oltre a essere
indolenzite per via della chitarra.
Impossibile. Era un’agonia.
«Non posso farcela, Kayla»
mormorai. «Sono troppo vecchio per
avere di nuovo sedici anni.»
Lei posò la sua mano sulla mia.
Sotto la zazzera verde aveva la
tipica carnagione dei rossi, come
una vernice color crema passata
sopra il rame, con il caldo bagliore
del metallo che fa capolino nelle
lentiggini del viso e delle braccia.
Mi ricordava molto suo padre, il
coach canadese di tiro con l’arco
Darren Knowles.
Voglio dire, il suo altro padre. E
sì, certo che è possibile che da una
relazione di questo tipo nasca un
semidio. Perché no? Zeus fece
nascere Dioniso dalla propria coscia.
E Atena una volta ebbe un figlio
creato da un fazzoletto. Perché
dovreste sorprendervi? Noi dei
siamo capaci di infinite meraviglie.
Kayla trasse un respiro profondo,
come per prepararsi a un tiro molto
importante. «Puoi farcela, papà. Sei
già bravo. Molto bravo. Devi solo
ricalibrare le aspettative. Sii
paziente, abbi coraggio.
Migliorerai.»
Fui tentato di ridere. Come
potevo abituarmi a essere soltanto
bravo? Perché avrei dovuto
sforzarmi di diventare migliore
quando prima ero stato divino?»
«No» replicai amaramente. «No,
è troppo doloroso. Lo giuro sullo
Stige: finché non sarò di nuovo un
dio, non userò più un arco né uno
strumento musicale!»
Su, avanti, rimproveratemi. Lo so
che fu un giuramento sciocco,
pronunciato in un momento di
sventura e autocommiserazione. Un
giuramento sullo Stige può avere
terribili conseguenze, se viene
spezzato.
Ma non mi importava. Zeus mi
aveva maledetto con la mortalità.
Non avrei fatto finta che fosse tutto
normale. Non sarei stato Apollo
finché non fossi tornato davvero
Apollo. Per ora, ero solo uno stupido
ragazzino di nome Lester
Papadopoulos. Forse avrei perso
tempo con attività di cui non mi
importava – come la scherma o il
badminton – ma non avrei offuscato
il ricordo dei miei talenti un tempo
perfetti.
Kayla mi fissò inorridita. «Papà,
non dirai sul serio?!»
«Sì invece!»
«Ritira tutto! Non puoi…»
Lanciò un’occhiata alle proprie
spalle. «Che sta facendo?»
Seguii la direzione del suo
sguardo: Sherman Yang stava
camminando lentamente, come in
trance, verso la foresta.
Sarebbe stato avventato
rincorrerlo e addentrarci nella zona
più pericolosa del campo. Perciò fu
precisamente quello che io e Kayla
facemmo.
Rischiammo di non arrivare in
tempo. Non appena fummo al
confine con gli alberi, la foresta si
incupì. La temperatura calò
bruscamente. L’orizzonte si allungò,
come dilatato da una lente
d’ingrandimento.
Una donna bisbigliò al mio
orecchio. Stavolta riconobbi quella
voce. Non aveva mai smesso di
perseguitarmi. “Tu mi hai fatto
questo. Vieni. Inseguimi di nuovo.”
La paura fece le capriole nel mio
stomaco.
Immaginai i rami che si
trasformavano in braccia; le foglie
che ondulavano come mani verdi.
“Dafne” pensai.
Perfino dopo tutti quei secoli, il
senso di colpa era travolgente. Non
riuscivo a guardare un albero senza
pensare a lei. Le foreste mi
rendevano nervoso. La forza vitale
di ogni albero sembrava incombere
su di me con il rancore dei giusti,
accusandomi di così tanti crimini…
Avrei voluto cadere in ginocchio e
implorare perdono. Ma non era il
momento.
Non potevo lasciare che la foresta
mi confondesse di nuovo. Non avrei
permesso a nessun altro di cadere
nella sua trappola.
Kayla però non sembrava irretita
in nessun modo. Afferrai la sua
mano per assicurarmi che restassimo
insieme. Dovevamo fare solo pochi
passi, ma raggiungere Sherman
Yang fu come ripetere
l’addestramento della mattinata.
«Sherman.» Lo afferrai per un
braccio.
Lui cercò di scrollarsi dalla mia
presa. Per fortuna, era stordito e
rallentato, o avrei finito per
procurarmi delle cicatrici anch’io.
Kayla mi aiutò a girarlo con la forza.
Le sue pupille si muovevano a
scatti, come se fosse in una sorta di
fase REM semicosciente. «No.
Ellis… devo trovarlo. Miranda… la
mia ragazza.»
Lanciai un’occhiata interrogativa
a Kayla.
«Ellis è un ragazzo della casa di
Ares» mi spiegò. «È uno degli
scomparsi.»
«Sì, ma… Miranda è la ragazza
di Sherman?»
«Si sono messi insieme più o
meno una settimana fa.»
Sherman cercò di liberarsi. «…
devo trovarla.»
«Miranda è qui a due passi,
amico mio» mentii. «Ti ci portiamo
noi.»
Smise di opporre resistenza.
Rovesciò le pupille, lasciando
scoperto solo il bianco degli occhi.
«Qui… a due passi?»
«Sì.»
«Ellis?»
«Sì, sono io» risposi. «Sono
Ellis.»
«Ti voglio bene, amico»
singhiozzò Sherman.
Ciononostante, ci volle tutta la
nostra forza per trascinarlo fuori
dalla foresta. Mi tornò in mente
quella volta che io ed Efesto
dovemmo recuperare il dio Hypnos
nelle stanze private di Artemide,
sull’Olimpo, dopo che vi si era
intrufolato senza rendersene conto in
un attacco di sonnambulismo. Fu un
miracolo se riuscimmo a scamparla
con il posteriore sgombro di frecce
d’argento.
Portammo Sherman nell’arena
del tiro con l’arco.
Mentre avanzava, strizzò gli
occhi e tornò in sé. Notò le nostre
mani sulle sue braccia e se le tolse di
dosso in malo modo. «Cos’è
successo?» domandò.
«Stavi entrando nella foresta»
risposi.
Ci squadrò con un cipiglio da
sergente istruttore. «Non è vero.»
Kayla fece per toccarlo, ma si
trattenne. Difficile tirare con l’arco
se hai le dita spezzate. «Sherman, eri
in una specie di trance. Borbottavi i
nomi di Ellis e Miranda.»
La cicatrice a zigzag sulla sua
guancia si fece più scura. «Non me
lo ricordo.»
«Però non hai nominato l’altro
ragazzo scomparso» aggiunsi, per
rendermi utile. «Cecil.»
«Perché avrei dovuto?» ringhiò
Sherman. «Non lo sopportavo. E
perché dovrei credervi?»
«La foresta ti aveva preso» dissi.
«Gli alberi ti stavano attirando
dentro.»
Sherman scrutò la foresta, ma gli
alberi sembravano di nuovo normali.
Le ombre che si allungavano e le
mani verdi e ondeggianti erano
svanite. «Ho una ferita alla testa,
grazie alla tua fastidiosa amichetta
Meg» ribatté. «Se mi stavo
comportando in modo strano, è solo
questo il motivo.»
Kayla si accigliò. «Ma…»
«Basta!» sbottò Sherman. «Se
uno di voi due parlerà di questa
storia, giuro che vi farò ingoiare la
faretra. Non ho bisogno di gente che
metta in dubbio il mio autocontrollo.
E poi, devo pensare alla corsa.» E ci
mollò lì, di punto in bianco.
«Sherman!» chiamai.
Lui si voltò, a pugni stretti.
«L’ultima cosa che ricordi prima
di esserti ritrovato con noi… A che
stavi pensando?»
Per un microsecondo, il suo
sguardo si annebbiò di nuovo. «A
Miranda e a Ellis… come avete
detto voi. Stavo pensando… che
volevo sapere dove sono.»
«Quindi stavi facendo una
domanda.» Mi sentii avvolgere da
una coltre di terrore. «Volevi delle
informazioni.»
«Io…»
Al padiglione della mensa,
risuonò la conchiglia.
L’espressione di Sherman si
indurì. «Non importa. Lascia
perdere. Ora c’è il pranzo. Poi vi
distruggerò tutti nella corsa mortale
a tre gambe.»
Avevo sentito minacce peggiori,
ma Sherman la pronunciò in tono
abbastanza intimidatorio. Si
allontanò impettito verso il
padiglione.
Kayla si voltò a guardarmi. «Ma
cos’è successo?»
«Finalmente credo di aver
capito» dichiarai. «So perché quei
ragazzi sono scomparsi.»
16

Al laccio con Meg


Finiremo a Lima?
Harley è il male

Apollo, prendi nota: cercare di


rivelare informazioni importanti
prima di una corsa mortale a tre
gambe non è una buona idea.
Nessuno volle ascoltarmi.
Nonostante i mormorii e le
lamentele della sera prima, i semidei
fremevano d’eccitazione. Passarono
l’ora del pranzo a pulire
freneticamente armi e allacciare
armature, oltre che a cospirare per
stringere alleanze segrete. Molti
cercarono di convincere Harley,
l’architetto della gara, a dare
qualche suggerimento su quali
fossero le strategie migliori.
Harley adorava tutta
quell’attenzione. Alla fine del
pranzo, il suo tavolo traboccava di
offerte (ovvero, tentativi di
corruzione): barrette di cioccolato,
merendine al burro di arachidi,
orsetti di gomma e macchinine.
Harley sarebbe stato un ottimo dio.
Prese i doni, borbottò qualche frase
di circostanza, ma non disse nulla di
utile ai propri fedeli.
Cercai di parlare con Chirone dei
pericoli della foresta, ma era così
agitato per i preparativi dell’ultimo
minuto che rischiai di finire sotto i
suoi zoccoli solo a stargli vicino.
Trottava nervoso per il padiglione
con una squadra di satiri e driadi al
seguito – i giudici di gara –
confrontando mappe e dando ordini.
«Le squadre saranno quasi
impossibili da rintracciare»
mormorò, con il viso sepolto in uno
schema del Labirinto. «E non
abbiamo nessuna copertura nella
griglia D.»
Provai a richiamare la sua
attenzione. «Chirone, se soltanto io
potessi…»
«Il gruppo di collaudo di
stamattina è finito in Perù» disse ai
satiri. «Non possiamo permettere
che la cosa si ripeta.»
«A proposito della foresta…»
riprovai.
«Sì, ti chiedo scusa, Apollo.
Capisco che sei preoccupato…»
«La foresta parla davvero»
insistetti. «Ti ricordi il vecchio…?»
Una driade corse da Chirone, con
la veste fumante. «I razzi stanno
esplodendo!»
«Santi numi!» esclamò il
centauro. «Quelli erano per le
emergenze!» E corse via al galoppo,
passandomi sopra i piedi, seguito
dalla folla di assistenti.
Fine della storia. Quando sei un
dio, il mondo pende dalle tue labbra.
Quando sei un sedicenne… non
proprio.
Cercai di parlare con Harley per
convincerlo a posticipare la corsa,
ma lui mi scaricò con un semplice:
«Naah».
Come spesso accade con i figli di
Efesto, Harley stava trafficando con
un aggeggio meccanico, spostando
molle e ingranaggi. Non mi
importava molto di sapere cosa
fosse, ma glielo chiesi lo stesso,
sperando di ingraziarmelo.
«È un radiofaro» rispose,
regolando una manopola. «Un
segnalatore per chi si è perso.»
«Quindi è per le squadre che
partecipano alla corsa?»
«No. Voi dovete cavarvela da
soli, ragazzi. Questo è per Leo.»
«Leo Valdez?»
Harley scrutò il marchingegno,
con gli occhi socchiusi. «A volte, se
non riesci a trovare la strada di casa,
un radiofaro aiuta. Devi solo
sintonizzarti sulla frequenza giusta.»
«E… da quanto tempo ci lavori?»
«Da quando Leo è scomparso.
Ora mi devo concentrare. Non posso
fermare la corsa.» Harley mi voltò le
spalle e si allontanò.
Lo seguii con lo sguardo,
sbigottito. Da sei mesi quel
ragazzino lavorava a un
marchingegno per aiutare il fratello
perduto. Mi chiesi se qualcuno si
sarebbe mai dato tanto da fare per
riportarmi a casa sull’Olimpo. Ne
dubitavo.
Me ne restai solo e abbandonato
in un angolo del padiglione, a
mangiare un sandwich. Osservai il
sole che calava nel cielo invernale e
pensai al mio carro, ai miei poveri
cavalli chiusi nelle stalle senza
nessuno che li portasse a fare a un
giro.
Naturalmente, anche senza il mio
aiuto, altre forze avrebbero
continuato a far funzionare il cosmo.
Molti sistemi di credenze
alimentavano la rivoluzione dei
pianeti e delle stelle. Sköll il lupo
avrebbe ancora braccato Sol nel
cielo. Ra avrebbe proseguito il
proprio viaggio giornaliero sulla
barca del sole. Tonatiuh avrebbe
continuato a correre grazie al sangue
dei sacrifici umani all’epoca degli
Aztechi. E quell’altra cosa – la
scienza – avrebbe sempre generato
la gravità e la fisica quantistica e
tutta quella roba lì.
Tuttavia, a starmene con le mani
in mano ad aspettare una corsa a tre
gambe, mi sentivo come se non
stessi facendo la mia parte.
Perfino Kayla e Austin erano
troppo distratti per parlare con me.
Kayla aveva raccontato a Austin del
nostro salvataggio di Sherman Yang
nella foresta, ma lui era più
interessato alla pulizia del
sassofono.
«Possiamo dirlo a Chirone a
cena» biascicò con un’ancia in
bocca. «Nessuno ci darà retta finché
la corsa non sarà finita, e tanto
dobbiamo tenerci comunque alla
larga dalla foresta. E poi, se riesco a
suonare la giusta melodia nel
Labirinto…» Aveva un luccichio
negli occhi. «Vieni con me, Kayla.
Ho un’idea!»
Se la portò via, lasciandomi di
nuovo solo.
Comprendevo l’entusiasmo di
Austin, naturalmente. Era un
sassofonista eccezionale, e non
dubitavo che sarebbe diventato il
jazzista più influente della sua
generazione. E se pensate che sia
facile ottenere mezzo milione di
visualizzazioni su YouTube
suonando il sassofono, be’, vi
sbagliate. Però la sua carriera
musicale non si sarebbe mai
realizzata, se la forza nella foresta ci
avesse distrutto tutti.
Come ultima (ultimissima)
risorsa, andai a cercare Meg
McCaffrey.
La individuai davanti a uno dei
bracieri. Stava parlando con Julia
Feingold e Alice Miyazawa. O
meglio, le figlie di Ermes stavano
parlando mentre Meg divorava un
cheeseburger. Mi meravigliai che
Demetra, la dea del grano, della
frutta e degli ortaggi, potesse avere
per figlia una carnivora così
convinta.
Ma, del resto, anche Persefone
era fatta così. A quanto si dice, la
dea della primavera era tutta
dolcezza e fiori e semi di melograno
appena sbocconcellati, ma date retta
a me, quella ragazza faceva paura
quando attaccava un vassoio di
costolette di maiale.
Raggiunsi Meg e mi misi al suo
fianco. Le figlie di Ermes fecero un
passo indietro, come se fossi un
addestratore di serpenti. Una
reazione che non mi dispiacque
affatto.
«Ciao!» dissi. «Di che si parla?»
Meg si asciugò la bocca con il
dorso della mano. «Queste due
vogliono sapere i nostri piani per la
corsa.»
«Non ne dubito.» Tolsi una
cimice magnetica dalla manica del
giaccone di Meg e la restituii ad
Alice.
Lei sorrise imbarazzata. «Ehm…
Ci abbiamo provato… non c’è
niente di male.»
«No, certo che no» replicai.
«Nello stesso spirito, spero che non
vi dispiacerà quello che ho fatto alle
vostre scarpe. Buona corsa!»
Le ragazze se ne andarono
strascicando i piedi e controllandosi
le suole delle scarpe.
Meg mi guardò con qualcosa di
simile al rispetto. «Che gli hai
fatto?»
«Niente» risposi. «Se vuoi essere
un dio, metà del trucco è saper
bluffare.»
Meg soffocò una risatina.
«Allora, qual è il nostro superpiano
segreto? Aspetta. Fammi indovinare.
Non hai nessun piano.»
«Vedo che stai imparando.
Onestamente, avevo intenzione di
escogitarne uno, ma sono stato
distratto. Abbiamo un problema.»
«È vero.» Dalla tasca del
giaccone, Meg tirò fuori due anelli
di bronzo, simili a braccialetti di
gomma colorati, ma fatti di metallo
intrecciato. «Li hai visti questi? Si
avvolgono intorno alle gambe. E,
una volta che li hai indosso, non si
possono più togliere sino alla fine
della corsa. Impossibile liberarsene.
Odio le costrizioni.»
«Concordo.» Fui tentato di
aggiungere: “Soprattutto quando
sono legato a una certa ragazzina di
nome Meg”. Ma la mia naturale
diplomazia ebbe il sopravvento.
«Tuttavia mi riferivo a un altro
problema.» Le raccontai
dell’incidente dopo il tiro con l’arco,
quando Sherman era stato quasi
attirato dentro la foresta.
Meg si sfilò gli occhiali con gli
strass. Senza le lenti, le sue iridi
scure sembravano più dolci e calde,
come minuscoli vasetti di terriccio
fertile. «Pensi che qualcosa nella
foresta stia chiamando le persone?»
«Penso che qualcosa nella foresta
stia rispondendo alle persone.
Nell’antichità, c’era un Oracolo…»
«Sì, me l’hai detto. Delfi.»
«No. Un altro Oracolo, perfino
più antico di Delfi. E c’entravano gli
alberi. Un intero bosco di alberi
parlanti.»
«Alberi parlanti…» Meg
trattenne un sorriso. «Come si
chiamava quell’Oracolo?»
«Io non… non riesco a
ricordarlo.» Digrignai i denti.
«Dovrei saperlo. Dovrei essere in
grado di dirtelo all’istante! Ma
l’informazione… è come se mi
stesse sfuggendo di proposito.»
«A volte succede» replicò Meg.
«Ti tornerà in mente.»
«Ma a me non succede mai!
Stupido cervello umano! A ogni
modo, credo che questo bosco sia da
qualche parte nella foresta. Non so
come né perché. Ma quelle voci che
bisbigliavano… provengono da
questo Oracolo nascosto. Gli alberi
sacri stanno cercando di pronunciare
profezie, mettendosi in contatto con
quelli che hanno le domande più
pressanti e attirandoli nella foresta.»
Meg si rimise gli occhiali. «Lo
sai che sembra una follia, vero?»
Presi un bel respiro profondo.
Dovevo ricordarmi che non ero più
un dio. Dovevo sopportare gli insulti
dei mortali senza poterli ridurre in
cenere. «Stai comunque in guardia»
dissi.
«Ma la corsa non attraverserà la
foresta.»
«Ciononostante… non siamo al
sicuro. Se puoi evocare il tuo amico
Pesca, mi farebbe molto piacere la
sua compagnia.»
«Te l’ho detto, spunta fuori
all’improvviso quando gli pare e
piace. Non posso…»
Chirone suonò un corno da
caccia, così forte che ci vidi doppio.
Feci un altro giuramento con me
stesso: una volta tornato un dio,
sarei calato su quel campo e avrei
portato via tutti quei corni.
«Semidei!» disse il centauro.
«Legatevi le gambe e seguitemi alle
posizioni di partenza!»

Ci radunammo in un prato a un
centinaio di metri dalla Casa
Grande. Arrivare fin lì senza
rischiare la vita nemmeno una volta
fu un piccolo miracolo. Con la
gamba sinistra legata alla destra di
Meg, mi sentivo come quando ero
nel grembo di Leto, prima che io e
Artemide nascessimo. E sì, me lo
ricordo benissimo. Artemide mi
spingeva sempre, mi ficcava il
gomito nelle costole e in generale
faceva sempre i propri comodi.
Formulai una preghiera in
silenzio: se fossi uscito vivo da
quella corsa, avrei sacrificato un
toro a me stesso e forse mi sarei
perfino eretto un tempio. Vado
pazzo per i tori e i templi.
I satiri ci diedero indicazioni per
sparpagliarci nel prato.
«Dov’è la linea di partenza?»
domandò Holly Victor, spingendosi
con la spalla davanti alla sorella.
«Voglio essere la più vicina.»
«Io voglio essere la più vicina» la
corresse Laurel. «Tu puoi essere la
seconda.»
«Niente paura!» Il satiro
Woodrow però sembrava molto
impaurito. «Vi spiegheremo tutto fra
un momento. Non appena mi…
ehm… dicono cosa spiegare.»
Will Solace sospirò. Lui,
naturalmente, era legato a Nico.
Appoggiò il gomito sulla spalla di
Nico come se il figlio di Ade fosse
un comodo scaffale. «Mi manca
Grover. Organizzava così bene
questo genere di cose.»
«Io mi accontenterei del coach
Hedge.» Nico scansò il braccio di
Will. «E poi, non parlare di Grover
così ad alta voce. Laggiù c’è
Juniper.» Indicò una delle driadi,
una graziosa fanciulla vestita di
verde chiaro.
«La fidanzata di Grover» mi
spiegò Will. «Sente molto la sua
mancanza.»
«Va bene, gente!» gridò
Woodrow. «Sparpagliatevi ancora un
poco, per favore! Vogliamo che
abbiate molto spazio, così se…
ehm… se morirete, non vi porterete
dietro anche le altre squadre!»
Will sospirò. «Muoio di
entusiasmo.»
Lui e Nico saltellarono via. Julia
e Alice della casa di Ermes si
controllarono le scarpe ancora una
volta, e mi lanciarono
un’occhiataccia. Connor Stoll era
accoppiato con Paolo Montes, il
brasiliano figlio di Ebe, e nessuno
dei due sembrava molto contento
della scelta.
Forse Connor era così cupo
perché gli avevano spalmato tanta
pomata in testa che sembrava
appena stato risputato da un gatto. O
forse sentiva solo la mancanza del
fratello, Travis.
Appena nati, io e Artemide non
vedevamo l’ora di prendere le
distanze. Così ci eravamo
impadroniti dei rispettivi territori e
tanti saluti. Ma in quel momento
avrei dato qualsiasi cosa per vederla.
Ero certo che Zeus l’aveva
minacciata di severe punizioni se
avesse cercato di aiutarmi durante la
mia avventura mortale, ma almeno
avrebbe potuto mandarmi un pacco
dono dall’Olimpo: un chitone
decente, una pomata magica per
l’acne e magari una dozzina di
scones ai mirtilli e ambrosia del
Caffè Scilla. Facevano degli ottimi
scones.
Studiai le altre squadre: anche
Kayla e Austin formavano una
coppia, e sembravano due artisti di
strada dall’aria pericolosa, armati
com’erano di arco e sassofono.
Chiara, la bella figlia di Tyche, era
legata alla propria nemesi, Damien
White, figlio di… be’, di Nemesi.
Billie Ng della casa di Demetra era
insieme a Valentina Diaz, che si
stava controllando frettolosamente il
trucco sulla superficie del giaccone
argentato dell’amica. Non sembrò
accorgersi dei due bastoncini che le
spuntavano fra i capelli come
minuscole corna di cervo.
Decisi che la minaccia maggiore
era Malcolm Pace. Non si è mai
troppo prudenti con i figli di Atena.
La cosa sorprendente, però, era che
si era messo in coppia con Sherman
Yang. Non sembrava una scelta
molto ovvia, a meno che Malcolm
non avesse un piano. E i figli di
Atena hanno sempre un piano, che
raramente include l’ipotesi di lasciar
vincere me.
Gli unici semidei a non
partecipare erano Harley e Nyssa,
che avevano organizzato la corsa.
Dopo che i satiri ebbero stabilito
che ci eravamo sparpagliati a
sufficienza e che eravamo tutti legati
come si deve, Harley richiamò la
nostra attenzione battendo le mani.
«Okay!» Saltellava su e giù
eccitatissimo, come i bambini
romani che esultavano per le
esecuzioni al Colosseo. «Ecco la
posta in gioco. Ogni squadra deve
trovare tre pomi d’oro e tornare viva
qui, in questo prato.»
Un brontolio si diffuse fra i
semidei.
«Pomi d’oro» borbottai. «Odio i
pomi d’oro. Non portano altro che
guai.»
Meg fece spallucce. «A me
piacciono.»
Ripensai alla mela marcia che
aveva usato per rompere il naso a
Cade in quel vicolo. Mi chiesi se
potesse usare i pomi d’oro con la
stessa micidiale precisione. Forse,
dopotutto, avevamo qualche
possibilità di vittoria.
Laurel Victor alzò la mano.
«Vuol dire che la prima squadra che
torna ha vinto?»
«Tutte le squadre che tornano
vive hanno vinto!» dichiarò Harley.
«Ma è ridicolo!» protestò Holly.
«Può esserci solo un vincitore. La
prima squadra che torna vince!»
Harley alzò le spalle. «Come
volete. Le mie uniche regole sono
queste: restate vivi e non
ammazzatevi a vicenda.»
«O quê?» Paolo cominciò a
lamentarsi così forte in portoghese
che Connor dovette coprirsi
l’orecchio sinistro.
«Su, su!» esclamò Chirone. Le
borse che teneva sulla groppa
traboccavano di kit del pronto
soccorso e razzi d’emergenza. «Non
abbiamo bisogno di aiuto per
rendere pericolosa questa sfida.
Fatemi vedere una bella corsa
mortale a tre gambe, onesta e pulita.
E un’altra cosa, semidei, considerati
i problemi che il nostro gruppo di
collaudo ha avuto stamattina…
ripetete dopo di me: Non dobbiamo
finire in Perù.»
«Non dobbiamo finire in Perù»
dissero tutti in coro.
Sherman Yang fece scrocchiare le
dita. «Allora, dov’è la linea di
partenza?»
«Non c’è nessuna linea di
partenza» disse Harley, gongolando.
«Comincerete tutti dal punto in cui
siete.»
I ragazzi si guardarono intorno
confusi. All’improvviso il prato
tremò. Linee scure si impressero
nell’erba, formando una gigantesca
scacchiera verde.
«Divertitevi!» strillò Harley con
la sua vocina acuta.
La terra si aprì sotto i nostri
piedi, e cademmo nel Labirinto.
17

Bowling mortale
Rotolo dal nemico
Chi fa a cambio?

Almeno non atterrammo in Perù.


I miei piedi colpirono la pietra,
facendomi tremare le caviglie.
Cademmo contro un muro, ma Meg
mi fornì un comodo cuscino.
Ci ritrovammo in un tunnel buio
sostenuto da travi di quercia. Il buco
da cui eravamo precipitati non c’era
più, sostituito da un soffitto di terra.
Non vidi tracce delle altre squadre,
ma da qualche parte sopra di noi
udivo vagamente la voce di Harley
che ripeteva: «Via! Via! Via!».
«Quando riavrò i miei poteri,
trasformerò Harley in una
costellazione chiamata il Tormento.
Almeno le costellazioni stanno
zitte.»
Meg indicò il fondo del
corridoio. «Guarda.»
Quando i miei occhi si abituarono
alla penombra, mi resi conto che la
luce fioca del tunnel proveniva dal
bagliore di un frutto a una trentina di
metri di distanza.
«Un pomo d’oro» dissi.
Meg saltellò in avanti,
trascinandomi con sé.
«Aspetta!» protestai. «Potrebbero
esserci delle trappole!»
Come volevasi dimostrare,
Connor e Paolo emersero dalle
tenebre all’altro capo della galleria.
Paolo raccolse il pomo d’oro e
gridò: «BRASIL!».
Connor ci rivolse un largo
sorriso. «Siete troppo lenti,
schiappe!»
Il soffitto sopra di loro si aprì,
inondandoli di sfere di ferro grandi
quanto meloni.
Connor strillò: «Scappa!».
I ragazzi fecero un’inversione a
U e saltellarono via, inseguiti
rabbiosamente da un’orda di palle di
cannone ricoperte di valvole
scintillanti.
Il chiasso che facevano scemò
rapidamente. Senza il pomo d’oro,
restammo nel buio totale.
«Fantastico.» La voce di Meg
riecheggiava. «E adesso?»
«Suggerisco di andare nella
direzione opposta.»
Più facile a dirsi che a farsi. Meg
sembrava più turbata di me dalla
cecità. Grazie al mio corpo mortale,
mi sentivo già menomato e privato
dei miei sensi. E poi, mi capitava
spesso di non affidarmi solo alla
vista. La musica richiede un udito
finissimo. Il tiro con l’arco necessita
di un tatto sensibile e della capacità
di percepire la direzione del vento.
(Okay, anche la vista aiuta, ma avete
capito il concetto.)
Avanzammo trascinando i piedi,
con le braccia tese di fronte a noi.
Mi misi in ascolto di ogni possibile
ticchettio, schiocco o cigolio
sospetto che potesse indicare
l’arrivo di uno stormo esplosivo, pur
sospettando che se avessi davvero
udito dei suoni d’allarme sarebbe
stato troppo tardi.
Alla fine, con le gambe legate, io
e Meg imparammo a camminare
sincronizzati. Non era facile. Io
avevo un senso del ritmo
impeccabile. Meg era sempre di una
frazione di secondo più lenta o più
veloce, così continuavamo a
sbandare a destra o a sinistra e a
sbattere contro i muri.
Procedemmo faticosamente per
quelli che furono solo pochi minuti,
o forse giorni interi. Nel Labirinto, il
tempo era ingannevole.
Austin mi aveva detto che il
Labirinto sembrava diverso, dalla
morte del suo creatore. Cominciavo
a comprendere che cosa intendeva.
L’aria sembrava più fresca, come se
il posto non triturasse più tanti
cadaveri come prima. Le pareti non
irradiavano lo stesso calore
malvagio. E, da quanto potevo
giudicare, non colava più sangue né
poltiglie viscide: un netto
miglioramento. Ai vecchi tempi, non
potevi fare un passo nel Labirinto di
Dedalo senza avvertire il suo
desiderio smodato: Ti distruggerò la
mente e il corpo. Ora l’atmosfera era
più sonnacchiosa, il messaggio
meno virulento: Ehi, se vuoi morire
qui, non c’è problema.
«Non mi è mai piaciuto Dedalo»
borbottai. «Quella vecchia canaglia
non sapeva mai quando fermarsi.
Doveva sempre avere l’ultimissima
tecnologia, gli aggiornamenti più
recenti. Io lo misi in guardia dal
rendere cosciente la sua creatura.
“L’Intelligenza Artificiale ci
distruggerà, amico mio” gli dissi.
Ma lui nooo… doveva per forza
dare al Labirinto una coscienza
maligna.»
«Forse non dovresti parlare male
di questo posto mentre ci stiamo
dentro» suggerì Meg.
Una volta, mi fermai quando udii
il suono del sassofono di Austin. Era
debole, e riecheggiava per così tante
gallerie che non riuscivo a stabilire
con certezza da dove provenisse. Poi
svanì. Sperai che lui e Kayla
avessero trovato i loro tre pomi
d’oro e fossero già fuori, sani e
salvi.
Infine, io e Meg arrivammo a una
biforcazione. Lo capii dal flusso
d’aria e dalla diversa temperatura sul
mio viso.
«Perché ci siamo fermati?»
chiese lei.
«Sssh.» Mi misi in ascolto.
Dalla galleria di destra proveniva
un rumore fioco, lamentoso e
costante, come una sega da banco.
Quella di sinistra invece era
silenziosa, ma essudava un debole
odore che era sgradevolmente
familiare… non esattamente zolfo,
ma una miscela vaporosa di minerali
tratti dalle profondità della Terra.
«Io non sento nulla» si lamentò
Meg.
«Un rumore di sega a destra» le
dissi. «A sinistra, un cattivo odore.»
«Scelgo il cattivo odore.»
«E ti pareva!»
Meg mi fece una delle sue
inconfondibili pernacchie, poi
zoppicò verso sinistra, obbligandomi
a seguirla.
Gli anelli di bronzo sulla gamba
cominciavano a farmi male.
Percepivo il battito del cuore di Meg
attraverso la sua arteria femorale, e
mi scombussolava il ritmo. Quando
sono nervoso (non succede spesso),
mi piace canticchiare una canzone
per calmarmi, di solito il Boléro di
Ravel, o un vecchio brano greco,
L’epitaffio di Sicilo. Ma con le
pulsazioni di Meg a mandarmi in
tilt, l’unico motivetto che mi saltava
in testa era Il ballo del qua qua. Non
era affatto calmante.
Avanzammo lentamente. L’odore
delle esalazioni vulcaniche si
intensificò. Il mio cuore perse il suo
ritmo perfetto. Lo sentivo battere
contro il petto a ogni qua qua.
Temevo di sapere dove eravamo
finiti. Mi dissi che era impossibile.
Non potevamo aver attraversato
mezzo mondo. Ma quello era il
Labirinto. Laggiù, le distanze non
significavano nulla. Quel posto
sapeva come sfruttare le debolezze
delle sue vittime. Peggio: aveva un
perfido senso dell’umorismo.
«Vedo la luce!» disse Meg.
Aveva ragione. Il buio assoluto
aveva ceduto il passo a un grigio
torbido. Più avanti, il tunnel finiva,
sfociando in una caverna stretta e
lunga come un camino vulcanico.
Sembrava che un artiglio colossale
avesse graffiato la galleria, lasciando
una ferita nella terra. Avevo visto
creature con artigli di quelle
dimensioni nel Tartaro, e non
morivo dalla voglia di rincontrarle.
«Dobbiamo tornare indietro»
dissi.
«È stupido» replicò Meg. «Non
vedi il bagliore dorato? C’è un pomo
quaggiù.»
Io vedevo solo pennacchi di gas e
cenere. «Il bagliore potrebbe essere
lava» osservai. «O una radiazione. O
un paio di occhi. E gli occhi che
mandano un bagliore non sono mai
buoni.»
«È un pomo» insistette Meg.
«Sento il profumo.»
«Oh, e da quando ti è venuto un
olfatto acuto?»
Meg continuò ad avanzare decisa,
non lasciandomi altra scelta che
seguirla. Certo che per essere una
ragazzina era piuttosto brava a fare
la prepotente. Alla fine del tunnel ci
trovammo su una stretta sporgenza.
La scogliera opposta era a soli tre
metri di distanza, ma il crepaccio
che ci separava sembrava
sprofondare all’infinito. Una trentina
di metri sopra di noi, il camino
vulcanico si apriva in un antro più
grande.
Fu come se un grosso cubetto di
ghiaccio mi scendesse
dolorosamente in gola. Non avevo
mai visto quel posto da sotto, ma
sapevo con assoluta certezza dove ci
trovavamo. Eravamo nell’omphalos,
l’ombelico del mondo antico.
«Stai tremando» disse Meg.
Cercai di tapparle la bocca con la
mano, ma lei ovviamente la morse.
«Non toccarmi» ringhiò.
«Stai zitta, ti prego.»
«Perché?»
«Perché proprio sopra di noi…»
Mi si incrinò la voce. «C’è Delfi. La
sala dell’Oracolo.»
Il naso di Meg fremette come
quello di un coniglio. «Impossibile.»
«È così, ti dico» bisbigliai. «E se
siamo a Delfi, questo significa…»
Dall’alto giunse un sibilo così
forte che fu come se l’oceano fosse
finito in una padella bollente e fosse
evaporato in una nuvola enorme. La
sporgenza tremò. Piovvero sassi di
tutte le dimensioni. Sopra di noi, un
corpo mostruoso strisciò attraverso
il crepaccio, coprendone totalmente
l’apertura. L’odore di muta della
pelle di serpente mi bruciò le narici.
«Pitone.» La mia voce adesso era
di un’ottava più alta di quella di
Meg. «È qui.»
18

La Bestia chiama
Dite che non ci sono
Ci nascondiamo?

Ero mai stato così terrorizzato?


Forse quando Tifone aveva
infuriato sulla Terra, sbaragliando
gli dei al proprio passaggio. Forse
quando Gea aveva sguinzagliato i
giganti per abbattere l’Olimpo. O
forse quando al ginnasio, per
sbaglio, avevo visto Ares nudo.
Roba da farmi venire i capelli
bianchi per un secolo.
Ma in tutte quelle occasioni ero
un dio. Lì, a pochi metri da Pitone,
ero un debole e insulso mortale
rannicchiato nel buio. Potevo
soltanto pregare che il mio antico
nemico non avvertisse la mia
presenza. Per la prima volta nella
mia lunga e gloriosa vita avrei tanto
voluto essere invisibile.
“Perché il Labirinto mi ha portato
proprio qui?”
Non appena lo pensai, mi
rimproverai da solo: era ovvio che
mi avrebbe portato nel luogo in cui
meno desideravo essere in assoluto.
Austin si era sbagliato sul conto del
Labirinto. Era ancora malvagio,
concepito per uccidere. Solo che
adesso era un tantino più sottile nei
suoi omicidi.
Meg sembrava ignara del
pericolo. Perfino con un mostro
immortale a una trentina di metri
sopra le nostre teste, aveva il
coraggio di restare concentrata sulla
corsa. Mi diede di gomito e indicò
una piccola sporgenza sulla parete di
fronte, dove un pomo d’oro brillava
allegramente.
Possibile che Harley l’avesse
messo lì? Non riuscivo a crederci.
Più probabilmente, aveva fatto
rotolare i pomi d’oro lungo varie
gallerie, certo del fatto che
avrebbero trovato i luoghi più
pericolosi in cui annidarsi.
Cominciavo seriamente a detestare
quel ragazzino.
«Un salto facile» bisbigliò Meg.
Le risposi con uno sguardo che in
altre circostanze l’avrebbe
incenerita. «Troppo pericoloso.»
«Il pomo!» sibilò.
«Il mostro!» sibilai a mia volta.
«Uno.»
«No!»
«Due.»
«No!»
«Tre!» E saltò.
Questo significa che saltai
anch’io. Raggiungemmo la
sporgenza, anche se con i tacchi
facemmo cadere una pioggia di
ciottoli nell’abisso. Solo la mia
grazia e coordinazione naturali ci
salvarono da una caduta mortale.
Meg afferrò il pomo.
Sopra di noi, il mostro tuonò:
«Chi si è avvicinato?».
La sua voce… Numi del cielo,
ricordavo quella voce… profonda e
roca, come se respirasse xenon al
posto dell’ossigeno. Per quanto ne
sapevo, forse era così. Pitone era
senz’altro in grado di produrre una
buona dose di gas insalubri.
Il mostro cambiò posizione. Altri
sassi caddero nel crepaccio.
Rimasi immobile, schiacciato
contro la superficie fredda della
roccia. Sentivo vibrare i timpani con
ogni singolo battito del mio cuore.
Avrei voluto che Meg smettesse di
respirare. E avrei tanto voluto che
gli strass sulle punte dei suoi
occhialetti smettessero di brillare.
Pitone ci aveva sentito. Pregai
tutti gli dei che il mostro decidesse
che il rumore non fosse nulla. Non
avrebbe dovuto fare altro che
respirare nel crepaccio e ci avrebbe
ucciso. Era impossibile sfuggire al
suo alito velenoso, non da quella
distanza, non per un mortale.
Poi, dall’antro sopra di noi,
giunse un’altra voce, più esile e
molto più simile a una voce umana.
«Salve, mio serpentesco amico.»
Per poco non scoppiai a piangere
di sollievo. Non avevo idea di chi
fosse il nuovo venuto, o del perché
fosse così folle da annunciare la sua
presenza a Pitone, ma ho sempre
apprezzato quando gli umani si
sacrificano per salvarmi. Le care
vecchie buone maniere non erano
morte, dopotutto!
La risata roca di Pitone mi fece
tremare i denti. «Be’, mi chiedevo se
avresti mai affrontato il viaggio,
Monsieur Bestia.»
«Non chiamarmi così» replicò
l’uomo, piccato. «E comunque la
trasferta è stata piuttosto facile ora
che il Labirinto è tornato in
funzione.»
«Ne sono lieto.» Il tono di Pitone
era secco come il basalto.
Non riuscivo a capire molto dalla
voce dell’uomo, camuffata com’era
da diverse tonnellate di carne di
rettile, ma sembrava più calmo e
controllato di quanto sarei stato io in
un colloquio con Pitone. Avevo già
sentito il termine “Bestia” usato per
descrivere qualcuno, ma come al
solito il mio cervello mortale non mi
era di nessun aiuto.
Se solo fossi stato in grado di
conservare soltanto le informazioni
importanti! Invece avrei potuto dirvi
cos’avevo mangiato per dolce la
prima volta che avevo cenato con re
Minosse (torta alle spezie). Avrei
potuto dirvi il colore dei chitoni
indossati dai figli di Niobe quando li
avevo uccisi (una bruttissima
tonalità di arancione). Ma non
riuscivo a ricordare una cosa
fondamentale come questa, ovvero
se quella cosiddetta Bestia era un
lottatore di wrestling, una stella del
cinema o un politico. Forse tutte e
tre le cose?
Accanto a me, nel bagliore del
pomo, Meg sembrava diventata di
bronzo. Aveva gli occhi sgranati
dalla paura. Ci era arrivata un po’
tardi, ma almeno così stava zitta. Se
il buon senso non mi avesse detto il
contrario, avrei pensato che la voce
dell’uomo la terrorizzasse più di
quella del mostro.
«Allora, Pitone» continuò quello
«non hai parole profetiche da
rivelarmi?»
«A tempo debito, mio signore.»
Le ultime parole furono
pronunciate in tono divertito, ma
dubito che altri avrebbero potuto
coglierlo. A parte il sottoscritto,
pochi erano stati oggetto del
sarcasmo di Pitone ed erano
sopravvissuti per poterlo raccontare.
«Le tue rassicurazioni non mi
bastano» replicò l’uomo. «Prima che
procediamo, dobbiamo avere tutti gli
Oracoli sotto il nostro controllo.»
Tutti gli Oracoli!
Per poco non caddi giù dalla
scogliera sentendo quelle parole, ma
riuscii a mantenere l’equilibrio.
«A tempo debito» ripeté Pitone.
«Come concordato. Siamo giunti a
questo punto aspettando il momento
opportuno, giusto? Tu non hai
scoperto il tuo gioco quando i Titani
imperversavano a New York. Io non
sono entrato in guerra con i giganti
di Gea. Abbiamo compreso entrambi
che il momento della vittoria non era
maturo. Devi pazientare ancora un
poco.»
«Non farmi la predica, serpente.
Mentre tu sonnecchiavi, io ho
costruito un impero. Ho impiegato
secoli…»
«Sì, sì.» Il mostro sbuffò, facendo
vibrare la parete della scogliera. «E
se desideri che il tuo impero esca
dall’ombra, devi rispettare la tua
parte del patto. Quando distruggerai
Apollo?»
Soffocai un grido. Non avrebbe
dovuto sorprendermi che parlassero
di me. Da millenni davo per scontato
che tutti parlassero di me in
continuazione. Ero così interessante
che non riuscivano a trattenersi. Ma
quell’idea di distruggermi… non mi
piaceva.
Meg sembrava più terrorizzata di
quanto l’avessi mai vista. Volevo
pensare che fosse preoccupata per
me, ma ebbi la sensazione che fosse
in pensiero per se stessa. Le solite
priorità confuse che avevo già
riscontrato nei semidei.
L’uomo si avvicinò al baratro. La
sua voce si fece più chiara e forte.
«Non preoccuparti di Apollo. È
esattamente dove ho bisogno che
sia. Servirà al nostro scopo, e
quando non sarà più utile…»
Non si prese la briga di finire la
frase, ma temevo che non avrebbe
concluso con “gli daremo un bel
regalo e lo manderemo per la sua
strada”.
Con un brivido, riconobbi la voce
del mio sogno. Era il sogghigno
nasale dell’uomo vestito di porpora.
Ebbi anche la sensazione di averlo
udito cantare in passato, anni e anni
prima, ma non aveva alcun senso…
Perché mi sarei dovuto sottoporre
alla tortura di un concerto eseguito
da un brutto ceffo vestito di porpora
che si faceva chiamare la Bestia?
Non ero nemmeno un fan della
polka death metal!
Pitone spostò la propria enorme
massa, inondandoci di altre macerie.
«Ma, esattamente, come lo
convincerai a servire al nostro
scopo?»
La Bestia ridacchiò. «Ho un aiuto
ben piazzato all’interno del campo,
che guiderà Apollo da noi. E poi, ho
alzato la posta. Apollo non avrà
scelta. Lui e la ragazzina apriranno
le porte.»
Una zaffata del vapore di Pitone
fluttuò verso il mio naso: abbastanza
da darmi le vertigini, ma non tanto
da uccidermi.
«Mi auguro che tu abbia ragione»
disse il mostro. «La tua capacità di
giudizio in passato è stata…
discutibile. Mi chiedo se tu abbia
scelto gli strumenti adeguati al
compito. Hai imparato dagli errori
passati?»
L’uomo reagì con un ringhio così
profondo da convincermi quasi che
si stesse trasformando in una bestia.
Lo avevo visto succedere molte
volte. Accanto a me, Meg emise un
gemito.
«Senti un po’, rettile troppo
cresciuto, il mio unico sbaglio è
stato quello di non bruciare i miei
nemici abbastanza in fretta e
abbastanza spesso» dichiarò l’uomo.
«Ti assicuro che sono più forte che
mai. La mia organizzazione è
ovunque. I miei colleghi sono pronti.
Quando controlleremo tutti e quattro
gli Oracoli, controlleremo il fato
stesso!»
«E sarà un giorno glorioso.» La
voce di Pitone era carica di
disprezzo. «Ma prima devi
distruggere il quinto Oracolo,
giusto? È l’unico che io non posso
controllare. Devi incendiare il Bosco
di…»
«Dodona» dissi.
Quella parola mi saltò fuori dalla
bocca e riecheggiò per l’intero
baratro. Fra tutte le stupidissime
volte in cui avrei potuto recuperare
un’informazione, fra tutte le
stupidissime volte in cui potevo
scegliere di dirne una ad alta voce…
Oh, dei, il corpo di Lester
Papadopoulos era davvero un luogo
terribile da abitare!
Sopra di noi, la conversazione si
interruppe.
Meg sibilò: «Idiota!».
«Cos’è stato?» domandò la
Bestia.
Anziché rispondere: “Oh,
eravamo solo noi”, facemmo
qualcosa di ancora più stupido. Uno
di noi due, non so se io o lei –
personalmente, do la colpa a lei –
deve essere scivolato su un sasso.
Ruzzolammo giù dalla sporgenza e
precipitammo fra le nuvole sulfuree
del crepaccio.

SQUISH!
Il Labirinto aveva decisamente il
senso dell’umorismo. Invece di farci
morire spiaccicati su un pavimento
di roccia, ci depositò su un cumulo
umidiccio di sacchi pieni di
spazzatura.
Se state tenendo il conto, sì, era
la seconda volta che mi schiantavo
tra i rifiuti da quando ero mortale, il
che ammontava a due volte di più di
quelle che un dio dovrebbe mai
sopportare.
Rotolammo giù dal mucchio in
un turbinio di braccia e gambe
intrecciate. Atterrammo in fondo,
sommersi da schifezze, ma
miracolosamente ancora vivi.
Meg drizzò la schiena e si mise a
sedere, ricoperta di fondi di caffè.
Io mi sfilai una buccia di banana
dalla testa e la gettai via. «C’è
qualche motivo per cui continui a
farci atterrare sui mucchi di
spazzatura?»
«Io? Sei stato tu a perdere
l’equilibrio!» Meg cercò di pulirsi la
faccia con una mano, con scarsi
risultati. Nell’altra mano stringeva il
pomo d’oro, con le dita tremanti.
«Stai bene?» chiesi.
«Benissimo.»
Era chiaramente una menzogna.
Sembrava che avesse appena fatto
un giro nella casa infestata di Ade
(vi do una dritta: NON FATELO).
Era pallida. Si era morsa il labbro
così forte che aveva i denti sporchi
di sangue. Percepivo anche un
debole odore di urina, segno che uno
di noi si era spaventato così tanto da
perdere il controllo della vescica, ed
ero sicuro al settantacinque per
cento di non essere io.
«Quell’uomo al piano di
sopra…» dissi. «Hai riconosciuto la
sua voce?»
«Zitto! È un ordine!»
Cercai di rispondere ma, con
sgomento, scoprii che non ci
riuscivo. La mia voce aveva
eseguito l’ordine di Meg di sua
iniziativa, il che non prometteva
affatto bene. Decisi di archiviare le
domande sulla Bestia per un
momento migliore.
Scrutai intorno. Scivoli per i
rifiuti tappezzavano le quattro pareti
del lugubre e piccolo seminterrato in
cui eravamo finiti. In quello stesso
istante, un altro sacco comparve
lungo uno scivolo sulla destra e si
aggiunse al mucchio. Il tanfo era
così forte che avrebbe potuto
scorticare la vernice dalle pareti, se i
blocchi di calcestruzzo grigi fossero
stati dipinti. Eppure, era sempre un
odore migliore delle esalazioni di
Pitone. L’unica uscita visibile era
una porta di metallo con un segnale
di rischio biologico.
«Dove siamo?» chiese Meg.
La folgorai con lo sguardo, in
attesa.
«Ora puoi parlare» aggiunse.
«La cosa ti scioccherà, ma a
quanto pare siamo in un deposito dei
rifiuti.»
«Sì, ma dove?»
«Potrebbe essere ovunque. Il
Labirinto si interseca con i
sotterranei di tutto il mondo.»
«Delfi incluso.» Meg mi guardò
torva, come se la nostra piccola
escursione in Grecia fosse stata
colpa mia e non… be’, solo
indirettamente colpa mia.
«Quello non me lo aspettavo»
ammisi. «Dobbiamo parlare con
Chirone.»
«Cos’è Dodona?»
«Io… te lo spiegherò più tardi.»
Non volevo che Meg mi chiudesse
di nuovo la bocca. E non volevo
nemmeno parlare di Dodona mentre
eravamo intrappolati nel Labirinto.
Mi si accapponò la pelle, e dubitavo
che fosse soltanto perché ero coperto
di un liquido appiccicoso,
probabilmente residuo di chissà
quale bibita gassata. «Prima
dobbiamo uscire di qui.»
Meg lanciò un’occhiata alle mie
spalle. «Be’, non è stata una totale
perdita di tempo.» Ficcò una mano
in mezzo ai rifiuti e tirò fuori un
secondo frutto luccicante. «Ci
manca solo un pomo.»
«Perfetto!» Finire l’assurda corsa
di Harley era l’ultimo dei miei
pensieri, ma almeno avrebbe
convinto Meg a darsi una mossa.
«Perché non vediamo quali
meravigliosi rischi biologici ci
attendono dietro quella porta?»
19

Sono spariti?
No, no, no, no, no, no, no
No, eccetera

Gli unici rischi biologici in cui ci


imbattemmo furono i cupcake
vegani.
Dopo aver attraversato vari
corridoi illuminati da torce,
sbucammo in una panetteria
moderna e piena di gente che, stando
al cartellone del menu, aveva il
discutibile nome IL VEGANO AL TOP.
La nostra puzza di gas vulcanico
mista a spazzatura fece disperdere
velocemente i clienti, che si
catapultarono verso l’uscita
calpestando prodotti da forno privi
di glutine e latticini. Noi invece ci
infilammo dietro il bancone,
varcammo la porta della cucina e ci
ritrovammo in un anfiteatro
sotterraneo che sembrava risalire a
diversi secoli prima.
Gradinate di pietra circondavano
un’arena più o meno delle
dimensioni adatte per ospitare un
combattimento di gladiatori. Grosse
catene di ferro pendevano dal
soffitto. Mi domandai quali
spaventosi spettacoli vi fossero stati
allestiti, ma non ci trattenemmo a
lungo.
Zoppicando, uscimmo dal lato
opposto e fummo di nuovo nei
tortuosi corridoi del Labirinto.
Ormai avevamo perfezionato
l’arte della corsa a tre gambe. Ogni
volta che la stanchezza mi assaliva,
immaginavo Pitone dietro di noi
sputare gas velenoso.
Alla fine, svoltato un angolo,
Meg gridò: «Laggiù!».
Al centro del corridoio c’era un
terzo pomo d’oro.
Stavolta ero troppo stanco per
preoccuparmi delle trappole. Ci
avvicinammo saltellando finché
Meg non raccolse il frutto.
Davanti a noi, il soffitto si
abbassava, formando una rampa.
L’aria fresca mi riempì i polmoni.
Salimmo fino in cima, ma non
provai nessun sollievo, anzi: le mie
viscere divennero gelide come lo
strato untuoso di spazzatura che mi
ricopriva la pelle. Eravamo di nuovo
nella foresta.
«Qui no» mormorai. «Santi numi,
no!»
Meg si guardò intorno,
zoppicando in cerchio. «Forse è
un’altra foresta.»
No che non lo era. Percepii gli
sguardi ostili degli alberi, l’orizzonte
che si stendeva in tutte le direzioni.
Le voci cominciarono a sussurrare,
destandosi alla nostra presenza.
«Sbrighiamoci!» dissi.
Neanche a farlo apposta, gli
anelli che ci cingevano le gambe
saltarono via. Ci mettemmo a
correre.
Anche con le braccia cariche di
pomi, Meg era più veloce. Scartava
fra gli alberi, zigzagando a destra e a
manca come se seguisse un percorso
che vedeva solo lei. Le gambe mi
facevano male e mi bruciava il petto,
ma non osavo rimanere indietro.
Più avanti c’erano molti punti di
luce tremolante, che a poco a poco si
definirono in torce. Alla fine
piombammo fuori dal bosco, dritti in
mezzo a una folla di semidei e satiri.
Chirone si avvicinò al galoppo.
«Grazie agli dei!»
«Prego» replicai a fatica, più che
altro per abitudine. «Chirone…
dobbiamo parlare.»
Alla luce delle torce, la faccia del
centauro sembrava scolpita
nell’ombra. «Sì, amico mio. Ma
temo che manchi ancora una
squadra… i tuoi figli, Kayla e
Austin.»

Chirone ci costrinse a fare la doccia


e a cambiarci. Altrimenti mi sarei
tuffato di nuovo nel bosco.
Quando ebbi finito, Kayla e
Austin non erano ancora tornati.
Chirone aveva mandato squadre
di driadi nella foresta per cercarli,
supponendo che sarebbero state al
sicuro nel loro territorio, ma si
rifiutò in modo netto di consentire ai
semidei di unirsi a loro. «Non
possiamo mettere in pericolo nessun
altro» disse. «Kayla, Austin e… e
gli altri… sarebbero contrari.»
Erano già scomparsi cinque
ragazzi dal campo. Non nutrivo
nessuna illusione che Kayla e Austin
tornassero per conto proprio. Le
parole della Bestia riecheggiavano
ancora nella mia mente: “Ho alzato
la posta. Apollo non avrà scelta”.
Per un motivo o per l’altro, la
Bestia aveva preso di mira i miei
figli. Mi stava invitando a cercarli e
a trovare le porte dell’Oracolo
nascosto. C’erano ancora tante cose
che non capivo: come l’antico Bosco
di Dodona si fosse trasferito lì, che
tipo di “porte” avesse, perché la
Bestia fosse convinta che io potessi
aprirle e come avesse preso in
trappola Austin e Kayla. Una cosa
però la capivo: la Bestia aveva
ragione. Non avevo scelta. Dovevo
trovare i miei figli… i miei amici.
Avrei ignorato Chirone e mi sarei
precipitato nella foresta se Will non
avesse gridato, nel panico: «Apollo,
ho bisogno di te!».
In fondo al prato, Will aveva
allestito un piccolo ospedale da
campo, e una mezza dozzina di
ragazzi feriti era distesa su delle
barelle. Lui stava medicando
freneticamente Paolo Montes, che
urlava mentre Nico lo teneva giù.
Corsi da Will e trasalii davanti
alla scena che mi trovai davanti.
Paolo era riuscito a farsi segare
via una gamba.
«Gliel’ho riattaccata» mi disse
Will, con la voce che tremava per la
stanchezza. Aveva il camice
macchiato di sangue. «Mi serve
qualcuno che lo tenga fermo.»
Indicai il bosco. «Ma…»
«Lo so!» tagliò corto lui. «Non
credi che pure io abbia voglia di
andare a cercarli? Siamo a corto di
guaritori. C’è un po’ di pomata e
nettare in quello zaino. Vai!»
Rimasi allibito dal tono della sua
voce. Capii che era preoccupato per
Kayla e Austin quanto me. Con una
differenza: Will sapeva qual era il
suo dovere. Prima doveva curare i
feriti. E aveva bisogno del mio
aiuto.
«S-sì» dissi. «Sì, certo.» Afferrai
lo zaino con le provviste e presi in
consegna Paolo, che era
opportunamente svenuto per il
dolore.
Will si cambiò i guanti da
chirurgo e scrutò il bosco. «Li
troveremo. Dobbiamo trovarli.»
Nico Di Angelo gli passò una
borraccia. «Bevi. Adesso il tuo posto
è qui.»
Intuii che pure il figlio di Ade era
arrabbiato. Intorno ai suoi piedi,
l’erba appassì esalando nuvole di
vapore.
«Hai ragione. Ma questo non mi
fa stare meglio.» Will sospirò.
«Devo sistemare il braccio rotto di
Valentina, adesso. Vuoi assistermi?»
«Sembra raccapricciante…»
replicò Nico. «Cominciamo!»
Mi occupai di Paolo Montes
finché non fui sicuro che fosse fuori
pericolo, poi chiesi a due satiri di
portarlo in barella alla casa di Ebe.
Feci il possibile per assistere gli
altri. Chiara aveva subito un lieve
trauma cranico. Billie Ng si era
beccata una sindrome della danza
irlandese coi fiocchi. Holly e Laurel
dovevano farsi estrarre frammenti di
proiettili dalla schiena, grazie a un
incontro ravvicinato con un frisbee a
motosega esplosivo.
Le gemelle Victor erano arrivate
prime, prevedibilmente, ma
pretendevano anche di sapere quale
delle due si fosse beccata più
frammenti di proiettile, per avere poi
il diritto di vantarsene. Le misi a
tacere con la minaccia di non
concedergli più di indossare corone
di alloro (erano una mia esclusiva,
quindi avevo il diritto di farlo).
Scoprii che le mie abilità di
guarigione erano passabili, da
mortale. Will Solace mi batteva alla
grande, ma la cosa non mi turbò
quanto i fallimenti con il tiro con
l’arco e la musica. Ero abituato ad
arrivare secondo in quel campo. Mio
figlio Asclepio era diventato il dio
della medicina prima di compiere
quindici anni, e io non avrei potuto
esserne più felice. Così avevo più
tempo libero per i miei altri
interessi. E poi, è il sogno di ogni
dio avere un figlio che fa il dottore.
Mentre mi lavavo dopo
l’estrazione dei frammenti di
proiettile, Harley si avvicinò, con il
suo radiofaro in mano. Aveva gli
occhi gonfi di pianto. «È colpa mia»
mormorò. «Li ho fatti perdere io.
Mi… mi dispiace.» Tremava.
Capii che era terrorizzato dalla
mia possibile reazione.
Erano due giorni che agognavo di
suscitare di nuovo paura nei mortali,
con lo stomaco che ribolliva di
risentimento e amarezza. Volevo
dare la colpa a qualcuno per il guaio
in cui mi trovavo, per le sparizioni,
per la mia incapacità di sistemare le
cose.
Guardando Harley, la rabbia si
volatilizzò. Mi sentii vuoto, sciocco,
e provai vergogna di me stesso. Sì,
io, Apollo… provavo vergogna.
Sinceramente, era un evento così
inaudito che il cosmo avrebbe
dovuto spaccarsi in due.
«È tutto a posto» gli dissi.
Harley tirò su col naso. «La corsa
è finita nel bosco. Non avrebbe
dovuto. Loro si sono persi e… e…»
Appoggiai le mani sulle sue.
«Harley, posso vedere il tuo
radiofaro?»
Lui sbatté le ciglia per asciugarsi
le lacrime. Forse temeva che
distruggessi il marchingegno, ma mi
permise di prenderlo.
«Non sono un inventore»
proseguii, girando gli ingranaggi il
più delicatamente possibile. «Non
ho le capacità di tuo padre. Ma
conosco la musica. Credo che gli
automi preferiscano una frequenza
in Mi a 329,6 hertz. Risuona meglio
con il bronzo celeste. Se regoli il
segnale…»
«Festus potrebbe sentirlo?»
Harley sgranò gli occhi. «Davvero?»
«Non lo so» ammisi. «Proprio
come tu non potevi sapere quello
che il Labirinto avrebbe fatto oggi.
Ma questo non significa che
dobbiamo smettere di provare. Non
smettere mai di inventare, figlio di
Efesto.» E gli restituii il radiofaro.
Per tre secondi buoni, Harley mi
fissò incredulo. Poi mi abbracciò
talmente forte che per poco non mi
spezzò le costole, e schizzò via.
Mi occupai dell’ultimo ferito,
mentre le arpie pulivano
raccogliendo bende, vestiti strappati
e armi danneggiate. Radunarono i
pomi d’oro in un cesto e promisero
di usarli per cucinare fantastici
fagottini a colazione.
Esortati da Chirone, gli altri
ragazzi del campo tornarono alla
rinfusa alle loro capanne. Il centauro
assicurò che avremmo deciso il da
farsi la mattina dopo, ma io non
avevo intenzione di aspettare.
Non appena restammo soli, mi
rivolsi a lui e a Meg. «Vado a
cercare Kayla e Austin. Potete unirvi
a me oppure no.»
L’espressione di Chirone si fece
tesa. «Amico mio, sei sfinito e
impreparato. Torna alla tua capanna.
Non servirà a niente…»
«No.» Lo interruppi liquidandolo
con un cenno, come avrei potuto
fare quando ero un dio.
Probabilmente appariva un gesto
scontroso da parte di un sedicenne
che non era nessuno, ma non mi
importava. «Devo farlo.»
Il centauro abbassò la testa.
«Avrei dovuto darti retta prima della
gara. Hai tentato di avvisarmi.
Che… che cos’hai scoperto?»
La domanda frenò il mio slancio
come una cintura di sicurezza.
Dopo il salvataggio di Sherman
Yang, dopo le parole di Pitone nel
Labirinto, ero certo di conoscere le
risposte. Mi ero ricordato il nome
Dodona, le storie sugli alberi
parlanti…
Ma ormai la mia mente era di
nuovo una ciotola di fumoso brodo
mortale. Non riuscivo a ricordare
cosa mi avesse entusiasmato tanto,
né cosa avessi deciso di fare.
Forse la stanchezza e lo stress si
stavano facendo sentire. Oppure era
Zeus che mi manipolava il cervello:
mi stuzzicava con barlumi di verità e
subito dopo me li strappava via,
trasformando i miei momenti di
Eureka! in momenti di Eh?
«Non me lo ricordo!» gridai per
la frustrazione.
Meg e Chirone si scambiarono
un’occhiata nervosa.
«Tu non ci vai» mi disse Meg,
decisa.
«Che cosa? Non puoi…»
«È un ordine» mi interruppe.
«Non andrai nella foresta finché non
te lo dirò io.»
Un brivido mi attraversò il corpo
dalla base del cranio fino ai talloni.
Affondai le unghie nei palmi delle
mani. «Meg McCaffrey, se i miei
figli muoiono perché tu non mi hai
permesso…»
«Come ha detto Chirone, ti
faresti solo ammazzare.
Aspetteremo l’alba.»
Ah, che soddisfazione sarebbe
stata buttare giù Meg dal carro del
sole in pieno pomeriggio! Una
piccola parte razionale di me però
capiva che forse aveva ragione lei.
Non ero nelle condizioni per
lanciarmi in un’operazione di
salvataggio in solitaria. E questo mi
fece infuriare ancora di più.
Chirone agitò la coda. «Bene,
allora… ci vediamo domani mattina.
Troveremo una soluzione. Ve lo
prometto.» Mi diede un’ultima
occhiata, come se temesse che
potessi dare di matto e mettermi ad
abbaiare alla luna. Poi si avviò
trotterellando verso la Casa Grande.
Guardai Meg, torvo. «Rimango
qui fuori stanotte, nel caso Kayla e
Austin facciano ritorno. A meno che
tu non voglia proibirmi anche
questo.»
Lei si limitò a scrollare le spalle.
Anche le sue alzate di spalle mi
irritavano. Corsi alla mia casa e
afferrai un po’ di provviste: una
torcia, due coperte, una borraccia
d’acqua. E poi, ripensandoci, presi
anche qualche libro dallo scaffale di
Will Solace. Come c’era da
aspettarsi, teneva del materiale di
consultazione su di me da
condividere con i nuovi arrivati.
Forse i libri mi avrebbero aiutato a
rinfrescare la memoria. In caso
contrario, sarebbero stati una buona
esca per il fuoco.
Quando tornai ai margini della
foresta, Meg era ancora lì.
Non mi aspettavo che passasse la
notte sveglia insieme a me.
Probabilmente, tanto per non
smentirsi, aveva solo deciso che era
il modo migliore per irritarmi.
Mi si sedette accanto sulla
coperta e cominciò a mangiare un
pomo d’oro, che aveva nascosto nel
giaccone. La foschia invernale
aleggiava fra gli alberi e la brezza
notturna increspava l’erba, creando
disegni simili a onde sulla superficie
del mare.
In circostanze diverse, avrei
potuto scriverci sopra una poesia.
Tuttavia, nello stato mentale in cui
mi trovavo, avrei potuto comporre al
massimo un lamento funebre, e non
avevo voglia di pensare alla morte.
Tentai di restare arrabbiato con
Meg, ma non mi riuscì. Supposi che
avesse davvero a cuore i miei
interessi… o perlomeno che non
fosse pronta a vedere il suo nuovo
servo divino che si faceva
ammazzare.
Non tentò di consolarmi, né mi
fece domande. Si divertiva
raccogliendo sassi e lanciandoli
nella foresta. Cosa che non mi
irritava. Le avrei dato volentieri una
catapulta, se ne avessi avuta una.
Mentre la notte avanzava lenta,
lessi notizie su di me nei libri di
Will.
Di norma, sarebbe stato un
compito piacevole. Dopotutto, sono
un argomento affascinante. Quella
notte, però, non trassi nessuna
soddisfazione dalle mie gloriose
gesta. Sembravano tutte
esagerazioni, menzogne e… be’,
miti. Purtroppo trovai un capitolo
sugli Oracoli. Quelle poche pagine
mi rinfrescarono la memoria,
confermando i miei peggiori
sospetti.
Ero troppo arrabbiato per provare
terrore. Guardai la foresta e sfidai le
voci sussurranti a disturbarmi.
Pensai: “Forza, allora! Prendete
anche me”.
Gli alberi rimasero muti. Kayla e
Austin non tornarono.
Verso l’alba, cominciò a nevicare.
Solo a quel punto Meg parlò.
«Dobbiamo rientrare.»
«E abbandonarli?»
«Non essere stupido.» La neve
sembrava sale sul cappuccio del suo
giaccone. Il viso di Meg era
nascosto, tranne la punta del naso e
il luccichio degli strass sugli
occhiali. «Congelerai qua fuori.»
Notai che non si lamentava del
freddo. Mi domandai se lo
percepisse minimamente come un
problema, o se il potere di Demetra
la tenesse al riparo durante l’inverno
come un albero spoglio o un seme
assopito nella terra.
«Erano i miei figli.» Era doloroso
parlarne al passato, ma Kayla e
Austin sembravano
irrimediabilmente persi. «Avrei
dovuto fare di più per proteggerli.
Avrei dovuto prevedere che i miei
nemici li avrebbero presi di mira per
farmi del male.»
Meg gettò un altro sasso contro
gli alberi. «Hai avuto tanti figli. Ti
assumi la colpa ogni volta che uno
di loro si caccia nei guai?»
La risposta era no. Nel corso dei
millenni, mi ero ricordato a
malapena i loro nomi. Se mandavo a
uno dei miei figli un raro biglietto di
auguri per il compleanno o un flauto
magico, mi sentivo davvero bravo. A
volte mi accorgevo che uno di loro
era morto soltanto decenni dopo.
Durante la Rivoluzione Francese, mi
preoccupai per mio figlio Luigi XIV,
il Re Sole, così andai a trovarlo e
scoprii che era morto settantacinque
anni prima.
Ormai, però, avevo una coscienza
mortale. Il senso di colpa sembrava
essersi ampliato almeno quanto la
mia aspettativa di vita si era
contratta. Era una cosa che non
potevo spiegare a Meg. Non lo
avrebbe mai capito. Probabilmente
mi avrebbe tirato un sasso.
«È colpa mia se Pitone si è
ripreso Delfi» dissi. «Se lo avessi
ucciso non appena è ricomparso,
quando ero ancora un dio, non
sarebbe mai diventato così potente.
Non avrebbe mai stretto alleanza
con quella… quella Bestia.»
Meg chinò il capo.
«Tu lo conosci» intuii. «Nel
Labirinto, quando hai sentito la voce
della Bestia, eri terrorizzata.»
Avevo paura che mi ordinasse di
nuovo di stare zitto, invece
accarezzò le mezzelune dei suoi
anelli d’oro, rimanendo in silenzio.
«Meg, vuole distruggermi»
continuai. «In un modo o nell’altro,
dietro queste sparizioni c’è lui. Più
ne sappiamo di quest’uomo…»
«Vive a New York.»
Rimasi in attesa. Era difficile
racimolare molte informazioni dal
cappuccio di Meg. «Okay» dissi
dopo un po’. «Così il campo si
restringe a otto milioni e mezzo di
persone. Che altro?»
Lei si mordicchiò le unghie. «Se
sei un semidio di strada, ne senti
parlare. La Bestia prende le persone
come me.»
Un fiocco di neve mi si sciolse
sulla nuca. «Prende le persone come
te… perché?»
«Per addestrarle» rispose Meg.
«Per usarle come… servi, soldati.
Non lo so.»
«E tu l’hai conosciuto.»
«Per favore, non chiedermelo…»
«Meg.»
«Ha ucciso mio padre.»
Lo aveva detto piano, ma le sue
parole mi colpirono più di una
sassata in faccia. «Meg, mi… mi
dispiace. Come…?»
«Mi sono rifiutata di lavorare per
lui. Mio padre ha tentato di…»
Strinse i pugni. «Ero molto piccola.
Me lo ricordo a malapena. Sono
fuggita. Altrimenti la Bestia avrebbe
ucciso anche me. Mi ha accolto il
mio patrigno. Lui era buono con me.
Hai chiesto perché mi ha addestrato
a combattere, giusto? Perché mi ha
dato gli anelli? Voleva che fossi al
sicuro, che fossi capace di
proteggermi.»
«Dalla Bestia.»
Il suo cappuccio si abbassò.
«Essere una brava semidea,
addestrarsi tanto… è l’unico modo
per tenere alla larga la Bestia. Ora lo
sai.»
In realtà, avevo più domande che
mai, ma intuii che Meg non era nello
stato d’animo per aprirsi ancora. Mi
tornò in mente la sua espressione
mentre eravamo sulla sporgenza
sotto la sala di Delfi, quello sguardo
di assoluto terrore non appena aveva
riconosciuto la voce della Bestia.
Non tutti i mostri sono rettili di tre
tonnellate con l’alito velenoso. Molti
hanno un volto umano.
Scrutai nel bosco. Da qualche
parte, là dentro, cinque semidei
venivano usati come esche, inclusi
due miei figli. La Bestia voleva che
andassi a cercarli, e io lo avrei fatto.
Ma non gli avrei permesso di
usarmi.
“Ho un aiuto ben piazzato
all’interno del campo” aveva detto la
Bestia.
Questo mi preoccupava.
Sapevo per esperienza che
qualsiasi semidio poteva essere
aizzato contro l’Olimpo. Ero seduto
al tavolo del banchetto quando
Tantalo aveva cercato di avvelenarci
tutti dandoci da mangiare il proprio
figlio fatto a pezzi dentro uno
stufato. Ero presente quando re
Mitridate si era alleato con i Persiani
e aveva massacrato ogni cittadino
romano presente in Anatolia. Ero
stato testimone della furia omicida
della regina Clitemnestra, che aveva
ucciso il marito Agamennone solo
perché lui aveva fatto un piccolo
sacrificio umano in mio onore. I
semidei sono una genia
imprevedibile.
Diedi un’occhiata a Meg. Mi
domandai se mi stesse mentendo, se
fosse una specie di spia.
Improbabile. Era troppo scontrosa,
aggressiva e antipatica per essere
una talpa efficace. E poi,
tecnicamente era la mia padrona.
Poteva ordinarmi di fare quasi
qualsiasi cosa, e io dovevo obbedire.
Se aveva intenzione di distruggermi,
ero già morto.
Forse Damien White… Un figlio
di Nemesi è una scelta ovvia per
pugnalare qualcuno alle spalle.
Oppure Connor Stoll, Alice, Julia…
Un figlio di Ermes aveva
recentemente tradito gli dei
lavorando per Crono. Avrebbero
potuto farlo di nuovo. Magari quella
ragazza così graziosa, Chiara, figlia
di Tyche, era in combutta con la
Bestia. I figli della fortuna sono
scommettitori nati. La verità era che
non ne avevo idea.
Il cielo da nero si fece grigio.
Percepii un lontano thump, thump,
thump… un rapido e implacabile
battito che diventava sempre più
forte.
All’inizio temetti che fosse il
sangue nella mia testa. Un cervello
umano può esplodere per troppi
pensieri ansiosi? Poi mi resi conto
che era un suono meccanico che
proveniva da ovest, il suono
distintamente moderno di pale che
fendono l’aria.
Meg sollevò la testa. «È un
elicottero?»
Balzai in piedi.
Apparve un velivolo: un Bell 412
rosso scuro che tagliava a nord
lungo la costa (scorrazzando spesso
per i cieli, so tutto di macchine
volanti). Il fianco dell’elicottero era
ornato da un logo verde brillante con
le lettere D.E.
Nonostante la tristezza, un
barlume di speranza si accese dentro
di me. I satiri Millard e Herbert
dovevano avercela fatta a
consegnare il loro messaggio.
«Quella è Rachel Elizabeth Dare»
spiegai a Meg. «Andiamo a sentire
cosa l’Oracolo di Delfi ha da dirci.»
20

Non cancellarmi
Se ridipingi casa…
Mi sembra ovvio!

Rachel Elizabeth Dare era uno dei


miei mortali preferiti. Due estati
prima, appena diventata Oracolo,
aveva ridato nuovo vigore ed
entusiasmo all’incarico.
Certo, l’Oracolo precedente era
un cadavere avvizzito, quindi forse
l’asticella era bassa. Ad ogni modo,
fui felicissimo di veder atterrare
l’elicottero della Dare Enterprises
dietro le colline orientali, fuori dai
confini del campo. Mi domandai
cos’avesse detto Rachel al padre –
un magnate del settore immobiliare,
straordinariamente ricco – per
convincerlo a darle in prestito un
elicottero. Sapevo che Rachel poteva
essere molto convincente.
Corsi lungo la valle con Meg alle
calcagna. Già immaginavo l’aspetto
che avrebbe avuto Rachel mentre
arrivava sulla cima: i capelli ricci e
rossi, il sorriso vivace, la maglietta
macchiata di vernice e i jeans
coperti di scarabocchi. Avevo
proprio bisogno del suo umorismo,
della sua saggezza e delle sue mille
risorse. L’Oracolo ci avrebbe tirato
tutti su di morale. E, cosa ancora più
importante, Rachel avrebbe tirato me
su di morale.
Non ero preparato per la realtà
(l’ennesima sorpresa. Di norma, è la
realtà che si prepara per me).
Rachel ci venne incontro sulla
collina vicino all’entrata della sua
grotta. Solo più tardi mi sarei
accorto che i due satiri messaggeri
di Chirone non erano con lei, e mi
sarei domandato cosa gli fosse
accaduto.
La signorina Dare sembrava più
magra e più matura: più che a una
liceale, faceva pensare alla giovane
moglie di un contadino d’altri tempi,
consumata dal lavoro e deperita per
mancanza di cibo. I capelli rossi
avevano perso vitalità e le
incorniciavano il viso come una
cortina di rame scuro. Le lentiggini
erano una filigrana sbiadita. Gli
occhi verdi non scintillavano. E
indossava un vestito: un abito di
cotone bianco con uno scialle dello
stesso colore e una giacca
verderame. La stessa Rachel che non
portava mai abiti da donna.
«Rachel?» Non me la sentii di
dire altro. Non era la stessa persona.
Poi mi ricordai che non lo ero
neanch’io.
Lei osservò la mia nuova forma
mortale e scrollò le spalle. «Allora è
vero.»
Dal basso giunsero le voci degli
altri ragazzi del campo. Svegliati
senz’altro dal rumore dell’elicottero,
emersero dalle capanne e si
radunarono ai piedi della collina.
Nessuno tentò di salire e
raggiungerci, però. Forse sentivano
che qualcosa non andava.
L’elicottero decollò da dietro la
Collina Mezzosangue. Virò verso la
baia di Long Island, passando
talmente vicino all’Athena
Parthenos che per poco i pattini di
atterraggio non mozzarono l’elmetto
alato della dea.
Mi girai verso Meg. «Puoi dire
agli altri che Rachel ha bisogno di
un po’ di spazio? Vai a prendere
Chirone. Lui deve salire. Il resto
no.»
Non era da Meg prendere ordini
da me. Quasi mi aspettavo che mi
tirasse un calcio. Invece lanciò
un’occhiata nervosa a Rachel, si
voltò e scese impettita la collina.
«Una tua amica?» domandò
Rachel.
«È una lunga storia.»
«Sì. Anch’io ho una storia del
genere.»
«Andiamo a parlare nella tua
grotta?»
Rachel storse le labbra. «Non ti
piacerà. Ma sì, probabilmente è il
posto più sicuro.»

La grotta non era accogliente come


la ricordavo.
I divani erano ribaltati. Il tavolino
aveva una gamba rotta. Il pavimento
era cosparso di cavalletti e tele.
Anche lo sgabello a tre piedi di
Rachel, il trono della profezia, era
rovesciato su un mucchio di teli
inzaccherati di vernice.
La cosa più inquietante era lo
stato in cui si trovavano le pareti. Da
quando si era trasferita lì, Rachel
aveva cominciato a dipingerle come
i suoi antichi avi cavernicoli. Aveva
trascorso ore e ore a realizzare
complessi murales che
rappresentavano eventi del passato,
immagini del futuro visto nelle
profezie, citazioni tratte da libri e da
canzoni, e disegni astratti talmente
belli che avrebbero dato le vertigini
perfino a Escher. Il risultato creava
un’atmosfera che era una via di
mezzo fra lo studio di un artista, un
ritrovo psichedelico e un cavalcavia
dell’autostrada coperto di graffiti.
Mi piaceva da matti.
Ma quelle immagini erano state
quasi tutte cancellate da una mano di
vernice bianca, passata alla bell’e
meglio. C’era ancora il rullo
appiccicato su una bacinella
incrostata. Evidentemente Rachel
aveva deturpato il proprio lavoro
mesi prima, e da allora non era più
tornata.
Indicò con un gesto stanco il
disastro. «Mi è presa la
frustrazione.»
«Le tue opere…» Guardai a
bocca aperta quella distesa di
bianco. «C’era un mio bel ritratto…
proprio lì.»
Mi offendo sempre quando
qualcuno danneggia un’opera d’arte,
soprattutto se rappresenta me.
Rachel sembrava mortificata.
«Io… pensavo che una tela bianca
potesse aiutarmi a riflettere.» Dal
tono di voce era chiaro che
l’operazione non aveva dato i frutti
sperati. Avrei potuto dirglielo io.
Facemmo del nostro meglio per
rimettere in ordine. Riportammo i
divani al loro posto e li sistemammo
per bene. Rachel lasciò lo sgabello a
tre piedi rovesciato dov’era.
Qualche minuto dopo, Meg
ritornò. Chirone la seguiva in forma
di centauro e dovette abbassare la
testa per entrare. Ci trovarono seduti
al tavolino zoppo, come cavernicoli
civilizzati, a condividere un tè
tiepido dell’Arizona e cracker stantii
presi dalla dispensa dell’Oracolo.
«Rachel!» Chirone tirò un
sospiro di sollievo. «Dove sono
Millard e Herbert?»
Lei chinò la testa. «Sono arrivati
a casa mia feriti gravemente. Non…
non ce l’hanno fatta.»
Forse era la luce del mattino alle
sue spalle, ma mi sembrò di notare
nuovi ciuffi grigi nella barba di
Chirone. Si avvicinò piano e si
accomodò per terra, con le zampe
piegate sotto di sé. Meg prese posto
accanto a me sul divano.
Rachel si sporse in avanti e
giunse le mani, come faceva quando
annunciava una profezia. Avevo
quasi sperato che lo spirito di Delfi
potesse possederla, ma non ci fu
nessun fumo, nessun sibilo, nessuna
voce roca a indicare la sua presenza.
Ci rimasi un po’ male.
«Prima voi» ci disse Rachel.
«Raccontatemi cos’è successo qui.»
L’aggiornammo sulle sparizioni e
sulle mie disavventure con Meg. Le
raccontai della corsa a tre gambe e
della nostra piccola deviazione a
Delfi.
Chirone sbiancò. «Questo non lo
sapevo. Siete stati a Delfi?»
Rachel mi fissò incredula. «La
vera Delfi? Avete visto Pitone e…?»
Ebbi la sensazione che volesse
dire “e non l’avete ucciso”. Ma si
trattenne.
Mi sarei messo volentieri con la
faccia al muro. Forse Rachel poteva
cancellarmi con una mano di vernice
bianca. Scomparire sarebbe stato
meno doloroso che affrontare i miei
insuccessi.
«Al momento, non posso
sconfiggere Pitone» ammisi. «Sono
troppo debole. E… be’, c’è sempre
quella faccenda del circolo vizioso.»
Chirone sorseggiò il tè. «Apollo
allude al fatto che non possiamo
indire un’impresa senza una
profezia, e non possiamo avere una
profezia senza un Oracolo.»
Rachel fissò lo sgabello a tre
piedi ribaltato. «E quest’uomo… la
Bestia… Cosa sapete di lui?»
«Non molto.» Spiegai quello che
avevo visto in sogno, e quello che io
e Meg avevamo origliato nel
Labirinto. «A quanto pare, la Bestia
è famosa per rapire i semidei a New
York. Meg dice…» Esitai quando
vidi la sua espressione. Dovevo
tenermi alla larga dalla sua storia
personale. «Ehm… Meg ha vissuto
qualche brutta esperienza con la
Bestia.»
Chirone inarcò le sopracciglia.
«Puoi dirci qualcosa di utile, cara?»
Meg sprofondò tra i cuscini del
divano. «Le nostre strade si sono
incrociate. Lui è… è spaventoso. Ho
un ricordo vago.»
«Vago» ripeté Chirone.
Meg si concentrò sulle briciole di
cracker che le erano cadute sul
vestito.
Rachel mi lanciò un’occhiata
interrogativa. Io scossi la testa,
facendo del mio meglio per
trasmetterle un avvertimento muto:
“Trauma. Non fare domande. Rischi
un attacco di Baby Pesca”.
Rachel sembrò afferrare il
messaggio. «Nessun problema, Meg.
Ho io delle informazioni che
potrebbero essere utili.» Tirò fuori il
telefono dalla tasca della giacca.
«Non lo toccate. L’avrete già capito,
ma i telefoni impazziscono più del
solito se ci sono semidei nei paraggi.
Tecnicamente io non sono una di
voi, eppure nemmeno io posso fare
telefonate. Ho potuto scattare un
paio di foto, però.» Girò lo schermo
verso di noi. «Chirone, riconosci
questo posto?»
La foto raffigurava i piani
superiori di un grattacielo in vetro,
di notte. A giudicare dallo sfondo,
sembrava una zona di Manhattan.
«È l’edificio che hai descritto
l’estate scorsa» disse Chirone.
«Dove hai parlamentato con i
Romani.»
«Eh, già» confermò Rachel.
«C’era qualcosa che non mi tornava
in quel posto. Ho cominciato a
pensare… come hanno fatto i
Romani a prendere un immobile di
questo genere a Manhattan in così
poco tempo? Chi sono i proprietari?
Ho cercato di contattare Reyna, per
vedere se poteva dirmi qualcosa,
ma…»
«Problemi di comunicazione?»
tirò a indovinare Chirone.
«Esatto. Ho perfino inviato
qualche lettera alla casella postale
del Campo Giove a Berkeley.
Nessuna risposta. Allora ho chiesto
agli avvocati della società
immobiliare di mio padre di
indagare.»
Meg sbirciò da sopra gli occhiali.
«Tuo padre ha degli avvocati
personali? E un elicottero?»
«Diversi elicotteri.» Rachel
sospirò. «Quell’uomo è una
seccatura. In ogni caso, il palazzo è
di proprietà di una società ombra
che è di proprietà di un’altra società
ombra, e via dicendo. La casa madre
si chiama “Società dei Triumviri”.»
Sentii un rivolo di vernice bianca
lungo il collo. «Triumviri.»
Meg fece una smorfia. «Che
significa?»
«Un triumviro è il membro di un
consiglio direttivo formato da tre
persone, il triumvirato» le spiegai.
«Almeno, questo era il suo
significato nell’Antica Roma.»
«Il che è interessante, considerato
il prossimo scatto» commentò
Rachel, dando un colpetto sullo
schermo del cellulare.
La foto successiva si focalizzava
sulla terrazza dell’attico, dove tre
sagome indistinte parlavano tra loro.
Erano uomini in giacca e cravatta,
illuminati solo dalla luce
proveniente dall’appartamento. Le
facce non si vedevano.
«Sono i proprietari della Società
dei Triumviri» spiegò Rachel.
«Anche solo ottenere questa unica
foto non è stato semplice.» Si soffiò
via una ciocca di capelli dal viso.
«Ho trascorso gli ultimi due mesi a
investigare sul loro conto, e non so
neanche come si chiamino. Non so
dove vivano, né da dove siano
arrivati. Ma posso dirvi che hanno
così tanti immobili e così tanti soldi
che al confronto l’azienda di mio
padre sembra la bancarella della
limonata di un bambino.»
Scrutai la foto con le tre sagome
indistinte. Quella sulla sinistra mi
sembrò la Bestia. La postura
sgraziata e la testa enorme mi
ricordarono l’uomo vestito di
porpora del mio sogno.
«La Bestia ha detto che la sua
organizzazione è sparsa ovunque»
rammentai. «Ha accennato ad alcuni
colleghi.»
Chirone agitò la coda, facendo
scivolare un pennello sul pavimento
della grotta. «Semidei adulti? Non
riesco a immaginare che possano
essere greci, ma forse romani? Se
hanno aiutato Ottaviano con la
guerra…»
«Oh, l’hanno aiutato eccome»
intervenne Rachel. «Ho trovato
documenti cartacei… non molti, ma
vi ricordate le armi da assedio che
Ottaviano ha costruito per
distruggere il Campo
Mezzosangue?»
«No» disse Meg.
Io l’avrei ignorata, ma Rachel
aveva un animo più generoso del
mio. Sorrise pazientemente. «Scusa,
Meg. Sembri così a tuo agio da
farmi dimenticare che sei nuova. In
pratica, i semidei romani hanno
attaccato questo campo con aggeggi
simili a catapulte giganti che si
chiamano onagri. È stato tutto un
grande malinteso. In ogni caso, le
armi sono state pagate dalla Società
dei Triumviri.»
Chirone aggrottò la fronte. «Non
è un buon segno.»
«Ho scoperto una cosa ancora più
sconvolgente» proseguì Rachel. «Vi
ricordate che prima ancora, durante
la Guerra dei Titani, Luke Castellan
aveva accennato di avere sostenitori
nel mondo mortale? Avevano
abbastanza denaro da comprare una
nave da crociera, elicotteri, armi.
Hanno assoldato perfino combattenti
mercenari.»
«Non ricordo neanche questo»
commentò Meg.
Alzai gli occhi al cielo. «Meg,
non ci possiamo fermare per
spiegarti tutte le guerre più
importanti. Luke Castellan era un
figlio di Ermes. Ha tradito questo
campo e si è alleato con i Titani.
Loro hanno attaccato New York. C’è
stata una grande battaglia. Io ho
salvato la situazione. Eccetera.»
Chirone tossì. «In ogni caso,
ricordo bene che Luke affermava di
avere tanti sostenitori. Non abbiamo
mai scoperto chi fossero di preciso.»
«Adesso lo sappiamo» disse
Rachel. «La nave da crociera
Principessa Andromeda era di
proprietà della Società dei
Triumviri.»
Mi sentii gelare dall’imbarazzo.
Avevo la sensazione che avrei
dovuto saperne qualcosa, ma ancora
una volta il mio cervello mortale mi
tradiva. Ero sempre più sicuro che
Zeus si divertisse alle mie spalle,
limitando la mia visione e la mia
memoria. Mi tornarono però in
mente alcune rassicurazioni che
Ottaviano mi aveva dato: come
sarebbe stato facile vincere la sua
piccola guerra, erigere nuovi templi
in mio onore, il supporto di cui
godeva.
Lo schermo del telefono di
Rachel si oscurò – proprio come il
mio cervello – ma la foto granulosa
mi rimase impressa sulle retine.
«Questi uomini…» Sollevai un
tubetto di vernice vuoto, color ocra
bruciata. «Temo che non siano
semidei moderni.»
Rachel aggrottò la fronte. «Credi
che siano antichi semidei che hanno
attraversato le Porte della Morte?
Tipo Medea o Mida? La Società dei
Triumviri esiste da molto prima che
Gea cominciasse a destarsi. Da
decenni, come minimo.»
«Da secoli» precisai. «La Bestia
ha detto che sta costruendo il
proprio impero da secoli.»
Sulla grotta calò un silenzio tale
che immaginai di udire il sibilo di
Pitone, insieme al suono quasi
impercettibile dei vapori che
esalavano dalle viscere della terra.
Magari ci fosse stata un po’ di
musica di sottofondo… jazz o
classica. Mi sarei accontentato anche
della polka death metal.
Rachel scosse la testa. «Allora
chi…?»
«Non lo so» ammisi. «Ma la
Bestia… nel mio sogno, mi ha
chiamato suo avo. Si aspettava che
la riconoscessi. E se la mia memoria
divina fosse stata intatta, ci sarei
riuscito, credo. L’atteggiamento,
l’accento, la struttura del suo viso…
so di averla già incontrata, ma non
in epoca moderna.»
Meg era diventata molto
taciturna. Ebbi la netta sensazione
che tentasse di scomparire tra i
cuscini del divano. Di norma, la
cosa non mi avrebbe preoccupato,
ma dopo la nostra esperienza nel
Labirinto, mi sentivo in colpa ogni
volta che accennavo alla Bestia. La
mia fastidiosa coscienza mortale si
faceva sentire.
«Il nome “Società dei
Triumviri”…» Mi diedi un colpetto
sulla fronte, tentando di risvegliare
informazioni che non erano più
dentro la mia testa. «L’ultimo
triumvirato con cui ho avuto a che
fare era formato da Lepido, Marco
Antonio e mio figlio Ottaviano,
quello originale. Il triumvirato è un
concetto molto romano… come il
patriottismo, il malaffare e
l’assassinio.»
Chirone si accarezzò la barba.
«Credi che questi uomini siano
antichi Romani? Com’è possibile?
Ade è piuttosto bravo a snidare gli
spiriti evasi dagli Inferi. Non
permetterebbe mai a tre uomini
dell’antichità di scorrazzare per
secoli nel mondo moderno in preda
a una furia omicida.»
«Di nuovo, non lo so.» Dirlo così
spesso urtava i miei sentimenti
divini. Decisi che, una volta tornato
sull’Olimpo, avrei dovuto fare i
gargarismi con il nettare al tabasco
per togliermi quel saporaccio di
bocca. «Ma sembra che questi
uomini tramino contro di noi da
moltissimo tempo. Hanno finanziato
la guerra di Luke Castellan. Hanno
fornito aiuto al Campo Giove
quando i Romani hanno attaccato il
Campo Mezzosangue. E, nonostante
queste due guerre, la Società dei
Triumviri esiste ancora, e congiura
nell’ombra. E se questa società fosse
la radice di… be’, di tutto?»
Chirone mi guardò come se gli
stessi scavando la fossa. «È un
pensiero molto inquietante. Tre
uomini possono essere così
potenti?»
Allargai le mani. «Hai vissuto
abbastanza da saperlo, amico mio.
Dei, mostri, Titani… sono sempre
pericolosi. Ma la più grande
minaccia per i semidei sono sempre
stati altri semidei. Chiunque faccia
parte di questa Società dei Triumviri
va fermato prima che prenda il
controllo degli Oracoli.»
Rachel drizzò la schiena. «Come,
scusa? Oracoli? Al plurale?»
«Ah… Non te ne ho mai parlato
quando ero un dio?»
I suoi occhi verde scuro
riacquistarono un po’ della loro
intensità. Per un attimo ebbi paura
che Rachel stesse riflettendo sui
possibili modi di farmi del male con
le sue attrezzature artistiche.
«No, non me ne hai parlato»
rispose pacatamente.
«Oh… be’, la mia memoria
mortale non è molto buona, sai. Ho
dovuto leggere qualche libro per…»
«Oracoli» ripeté. «Al plurale.»
Trassi un respiro profondo.
Volevo rassicurarla che gli altri
Oracoli per me non significavano
nulla! Rachel era speciale!
Purtroppo, dubitai che fosse disposta
a darmi retta in quelle circostanze.
Decisi che era meglio parlare chiaro.
«Nei tempi antichi c’erano molti
Oracoli» cominciai. «Ovviamente
Delfi era il più famoso, ma ce ne
erano altri quattro dal potere
analogo.»
Chirone scosse la testa. «Ma sono
andati distrutti molto tempo fa.»
«Lo pensavo anch’io» concordai.
«Però ora non ne sono più così
sicuro. Credo che la Società dei
Triumviri voglia controllare tutti gli
antichi Oracoli. E credo che
l’Oracolo più antico di tutti, il Bosco
di Dodona, sia proprio qui al Campo
Mezzosangue.»
21

Sempre tra i piedi


A bruciare Oracoli
Questi Romani!

Ero un dio con un grande senso del


teatro.
Credevo che la mia ultima
affermazione fosse una battuta
fantastica. Mi aspettavo bocche
spalancate, magari una musica
d’organo di sottofondo. Le luci che
si spegnevano un secondo prima che
riuscissi a dire altro. E, qualche
istante dopo, mi avrebbero trovato
morto con un pugnale nella schiena.
Che scena eccitante!
Ehi, un attimo. Sono mortale. Un
omicidio mi ucciderebbe! Lasciamo
perdere.
In ogni caso, non accadde nulla
di tutto questo. I miei tre compagni
si limitarono a fissarmi.
«Altri quattro Oracoli» disse
Rachel. «Significa che hai altre
quattro Pizie?»
«No, mia cara. C’è solo una
Pizia: tu. Delfi è assolutamente
unica.»
Rachel aveva ancora l’aria di
volermi ficcare un pennello di setola
numero dieci nel naso. «Quindi
questi altri quattro oracoli non
unici…»
«Be’, uno era la Sibilla Cumana.»
Mi asciugai il sudore dai palmi delle
mani. (Perché i palmi dei mortali
sudano?) «Quella che ha scritto i
Libri Sibillini, hai presente? Le
profezie che Ella, l’arpia, ha
memorizzato.»
Meg ci guardò a uno a uno.
«Un’arpia… tipo quei polli giganti
che sparecchiano sempre dopo il
pranzo?»
Chirone sorrise. «Ella è un’arpia
molto speciale, Meg. Anni fa, non so
come, si è imbattuta in una copia dei
libri profetici, che noi pensavamo
fossero stati bruciati prima della
caduta di Roma. I nostri amici al
Campo Giove stanno tentando di
ricostruirli in base ai suoi ricordi.»
Rachel incrociò le braccia. «E gli
altri tre Oracoli? Sono sicura che
nessuno di loro fosse una bella e
giovane sacerdotessa che lodavi per
la sua… com’era?… “scintillante
conversazione”.»
«Ah…» Chissà perché, ebbi la
sensazione che i miei brufoli si
stessero trasformando in insetti che
mi brulicavano sul viso. «Be’,
stando alle mie approfondite
ricerche…»
«Qualche libro che ha sfogliato
ieri sera» mise in chiaro Meg.
«Ehm… C’era un Oracolo a
Eritre, e ce n’era un altro nella grotta
di Trofonio.»
«Misericordia!» esclamò
Chirone. «Questi due me li ero
dimenticati.»
Alzai le spalle. Di quelli non
ricordavo quasi niente neanch’io:
erano tra le mie filiali profetiche
meno riuscite. «E il quinto era il
Bosco di Dodona.»
«Un bosco… nel senso di alberi»
disse Meg.
«Sì, Meg, nel senso di alberi. I
boschi di solito sono composti da
alberi e non da, che so, ghiaccioli
alla menta. Dodona era un querceto
sacro piantato dalla Dea Madre
all’alba del mondo. Era già antico
alla nascita degli dei dell’Olimpo.»
«La Dea Madre?» Rachel
rabbrividì. «Ti prego, dimmi che
non stai parlando di Gea.»
«No, per fortuna no. Mi riferisco
a Rea, la regina dei Titani, la madre
della prima generazione di divinità
dell’Olimpo. I suoi alberi sacri
parlavano davvero. A volte
pronunciavano profezie.»
«Le voci nei boschi…» mormorò
Meg.
«Esatto. Credo che il Bosco di
Dodona sia ricresciuto qui, nella
foresta del campo. Nei miei sogni,
ho visto una donna con una corona
che mi implorava di trovare il suo
Oracolo. Credo che fosse Rea, anche
se ancora non ho capito perché
indossasse un simbolo della pace, né
perché somigliasse a una figlia dei
fiori.»
«Un simbolo della pace?»
domandò Chirone.
«Un grosso affare di ottone»
confermai.
Rachel tamburellò le dita sul
bracciolo del divano. «Se Rea fa
parte dei Titani, è malvagia,
giusto?»
«Non tutti i Titani sono cattivi» le
risposi. «Rea era un’anima gentile.
Si è alleata con gli dei dell’Olimpo
nella prima grande guerra. Penso
che voglia vederci trionfare. Non
vuole che il bosco finisca nelle mani
dei nostri nemici.»
Chirone agitò la coda. «Amico
mio, Rea non si fa viva da millenni.
Il suo bosco è stato incenerito
nell’antichità. L’imperatore
Teodosio ordinò che l’ultima quercia
fosse abbattuta nel…»
«Lo so.» Sentii un dolore
lancinante in mezzo agli occhi,
come succedeva tutte le volte che
qualcuno nominava Teodosio.
Ricordai che quel prepotente aveva
chiuso tutti i templi antichi
dell’impero, in lungo e in largo. In
pratica, aveva sfrattato noi dei
dell’Olimpo. Un tempo, per il tiro
con l’arco, usavo un bersaglio con
sopra la sua faccia. «Tuttavia molte
cose dei vecchi tempi sono
sopravvissute o si sono rigenerate. Il
Labirinto si è riformato. Perché un
bosco di alberi sacri non potrebbe
ricrescere qui, in questa valle?»
Meg sprofondò ancora di più nei
cuscini. «È tutto molto strano.»
Brava McCaffrey, nessuno
avrebbe saputo riassumere la nostra
conversazione in modo così efficace.
«Quindi, se le voci degli alberi
sono sacre e via dicendo, perché
fanno smarrire le persone?» chiese.
«Una volta tanto, hai fatto una
buona domanda.» Sperai che il
complimento non le desse alla testa.
«Anticamente i sacerdoti di Dodona
si occupavano degli alberi, li
potavano, li annaffiavano e
incanalavano le loro voci
appendendo campane a vento sui
rami.»
«A che serviva?» volle sapere
Meg.
«Non lo so. Non sono un
sacerdote degli alberi. Ma con le
cure adatte, quegli alberi potevano
predire il futuro.»
Rachel si lisciò la gonna. «E
senza le cure adatte?»
«Le voci erano confuse» risposi.
«Un coro di selvaggia disarmonia.»
Mi soffermai, soddisfatto di questo
mio verso. Speravo che qualcuno ne
prendesse nota per i posteri, ma
nessuno si mosse. «Lasciato a se
stesso, il bosco poteva senz’altro
portare i mortali alla follia.»
Chirone aggrottò la fronte.
«Quindi i ragazzi dispersi vagano tra
gli alberi, e forse sono già impazziti
per via delle voci.»
«Oppure sono morti» aggiunse
Meg.
«No!» Non potevo neanche
pensarci. «No, sono ancora vivi. La
Bestia li sfrutta per adescare me.»
«Come fai a esserne sicuro?»
chiese Rachel. «E poi perché? Se
Pitone controlla già Delfi, perché
sono così importanti gli altri
Oracoli?»
Fissai la parete un tempo
adornata dal mio bel ritratto. Ahimè,
nessuna risposta apparve per magia
nello spazio imbiancato. «Non lo so.
Credo che i nostri nemici vogliano
tenerci alla larga da ogni possibile
fonte di profezia. Senza un sistema
per vedere e dirigere il nostro
destino, avvizziremo e moriremo,
dei e mortali indistintamente,
chiunque si opponga al
Triumvirato.»
Meg si rigirò a pancia in giù sul
divano e scalciando si tolse le scarpe
rosse. «Stanno soffocando le nostre
radici.» E agitò le dita dei piedi per
dimostrarlo.
Mi voltai verso Rachel, sperando
che perdonasse le cattive maniere
della ragazzaccia che era la mia
padrona. «Quanto al motivo per cui
il Bosco di Dodona è così
importante, Pitone ha accennato al
fatto che era l’unico Oracolo che
non riusciva a controllare. Non so di
preciso perché… forse perché
Dodona è l’unico Oracolo che non
ha nessun collegamento con me.
Trae il suo potere da Rea. Quindi se
il bosco funziona, ed è libero
dall’influenza di Pitone, ed è qui al
Campo Mezzosangue…»
«Potrebbe fornirci delle
profezie.» Gli occhi di Chirone
scintillarono. «Potrebbe darci una
possibilità contro i nostri nemici.»
Rivolsi un sorriso di scuse a
Rachel. «Certo, preferiremmo che il
nostro amato Oracolo di Delfi
funzionasse di nuovo. E ce la
faremo, prima o poi. Ma, per il
momento, il Bosco di Dodona
potrebbe essere la nostra unica
possibilità.»
I capelli di Meg strusciavano sul
pavimento. Il viso le era diventato
del colore di una delle mie vacche
sacre. «Le profezie non sono tutte
ingarbugliate, misteriose e torbide?
E le persone non muoiono tentando
di sottrarsi a quello che dicono?»
«Insomma, Meg, non ti puoi
fidare delle recensioni su
votailmiooracolo.com» replicai. «Il
fattore seduzione della Sibilla
Cumana, per esempio, è valutato in
modo sbagliato. Questo almeno me
lo ricordo molto bene.»
Rachel appoggiò il mento sul
pugno chiuso. «Davvero?
Racconta.»
«Ehm… quello che volevo dire è
che il Bosco di Dodona è una forza
benevola. Ha già aiutato altri eroi.
La polena dell’Argo originale, per
esempio, era ricavata da un ramo
degli alberi sacri. Poteva parlare con
gli Argonauti e dare loro
indicazioni.»
«Mmm…» Chirone annuì. «E
questo è il motivo per cui la nostra
misteriosa Bestia vuole bruciare il
bosco.»
«A quanto pare, sì» confermai.
«E questo è il motivo per cui noi
dobbiamo salvarlo.»
Meg rotolò giù dal divano e con i
piedi andò a sbattere contro il
tavolino, rovesciando il nostro tè
dell’Arizona e i cracker. «Oops!»
Digrignai i miei denti mortali,
che non sarebbero durati neanche un
anno se avessi continuato a
bazzicare Meg. Rachel e Chirone
ignorarono saggiamente l’esibizione
della mia giovane amica in tutto il
suo splendore.
«Apollo…» Il centauro osservava
senza battere ciglio la cascata di tè
che gocciolava dal bordo del
tavolino. «Se hai ragione su Dodona,
come procediamo? Siamo già a
corto di semidei. Se mandiamo
squadre di ricerca nella foresta, non
abbiamo nessuna garanzia di vederle
tornare.»
Meg si scostò i capelli dagli
occhi. «Ci andremo noi. Solo io e
Apollo.»
La mia lingua tentò di
nascondersi in fondo alla gola. «N-
noi?!»
«Hai detto che devi superare una
serie di prove o fatiche o quello che
è per dimostrare il tuo valore,
giusto? Questa sarà la prima.»
Una parte di me sapeva che
aveva ragione, ma quel poco che
rimaneva del mio io divino si
ribellava all’idea. Non mi ero mai
esposto in prima persona. Avrei
preferito mettere su un bel gruppetto
di eroi e spedirli incontro alla
morte… o magari sì, certo, incontro
a un glorioso successo.
Eppure Rea era stata chiara nel
mio sogno: trovare l’Oracolo era
compito mio. E grazie alla crudeltà
di Zeus, dove andavo io, andava
Meg. Per quanto ne sapevo, Zeus era
a conoscenza della Bestia e dei suoi
piani, e mi aveva mandato qui
proprio per risolvere la situazione…
un pensiero che non mi incoraggiava
certo a regalargli una bella cravatta
per la festa del papà.
Mi ricordai anche l’altra parte del
sogno: la Bestia nel suo completo
porpora che mi spronava a trovare
l’Oracolo per poterlo poi incenerire.
C’erano ancora troppe cose che non
capivo, ma dovevo agire. Austin e
Kayla dipendevano da me.
Rachel mi posò una mano su un
ginocchio, e io trasalii. Stranamente,
non mi inflisse nessun dolore. Aveva
un’espressione più seria che
arrabbiata. «Apollo, devi tentare. Se
possiamo intravedere un barlume di
futuro… be’, potrebbe essere l’unico
modo per riportare le cose alla
normalità.» Fissò con rimpianto le
pareti vuote della grotta. «Mi
piacerebbe avere di nuovo un
futuro.»
Chirone spostò le zampe
anteriori. «Di cos’hai bisogno,
amico mio? Come possiamo
aiutarti?»
Lanciai un’occhiata a Meg.
Purtroppo, capii che eravamo
d’accordo. Eravamo legati
indissolubilmente. Non potevamo
mettere a rischio la vita di nessun
altro.
«Meg ha ragione» dissi.
«Dobbiamo pensarci noi.
Dovremmo partire subito, ma…»
«… siamo stati svegli tutta la
notte» aggiunse lei. «Dobbiamo
dormire un po’.»
“Fantastico! Adesso Meg
conclude le mie frasi” pensai.
Stavolta però non potevo
ribattere al suo ragionamento.
Sebbene desiderassi con tutto me
stesso di correre nella foresta a
salvare i miei figli, dovevo
procedere con cautela. Non potevo
mandare all’aria quel salvataggio.
Ed ero sempre più sicuro che la
Bestia avrebbe tenuto in vita i
prigionieri, almeno per il momento.
Ne aveva bisogno per attirarmi nella
sua trappola.
«Partirete stasera, allora»
concluse Chirone. «Riposatevi e
preparatevi, miei eroi. Temo che
avrete bisogno di tutte lo vostre
facoltà fisiche e mentali per
affrontare quello che vi aspetta.»
22

Armato bene
Ukulele da guerra
Sciarpa magica

Gli dei del sole non sono bravi a


dormire di giorno, ma in un modo o
nell’altro riuscii a farmi un pisolino
irrequieto.
Quando, nel tardo pomeriggio,
mi svegliai, trovai il campo in uno
stato di agitazione.
La scomparsa di Kayla e Austin
era stata il punto di non ritorno. Gli
altri ragazzi erano così
scombussolati che nessuno riusciva
più a mantenere una normale tabella
di marcia. Immagino che la
scomparsa di un semidio a intervalli
di qualche settimana fosse
considerata un tasso di perdite
normale. Ma due semidei che
sparivano nel bel mezzo di
un’attività del campo… be’,
significava che nessuno era più al
sicuro.
Doveva essersi sparsa la voce
della nostra riunione nella grotta. Le
gemelle Victor si erano infilate
batuffoli di cotone nelle orecchie per
fermare le voci oracolari. Julia e
Alice si erano arrampicate in cima
alla parete di lava e perlustravano la
foresta con il binocolo, senza dubbio
nella speranza di individuare il
Bosco di Dodona, ma dubitavo che
riuscissero a vedere molto più in là
del loro naso.
Ovunque andassi, nessuno era
contento di vedermi. Damien e
Chiara erano seduti vicini sul molo
delle canoe e mi lanciavano occhiate
in cagnesco. Sherman Yang mi
scacciò con la mano quando tentai di
parlargli. Era impegnato a decorare
la casa di Ares con bombe a mano e
spade scozzesi a doppio taglio dai
motivi vivaci. Se fossero stati i
Saturnali, avrebbe sicuramente vinto
il premio per le decorazioni più
violente della festa.
Perfino l’Athena Parthenos mi
guardava con aria accusatoria dalla
cima della collina, come a dire: “È
tutta colpa tua”.
E aveva ragione. Se non avessi
permesso a Pitone di occupare Delfi,
se avessi prestato maggiore
attenzione agli altri Oracoli, se non
avessi perduto la mia divinità…
“Smettila, Apollo!” mi
rimproverai. “Sei bellissimo e tutti ti
adorano.”
Ma era sempre più difficile
crederci. Mio padre, Zeus, non mi
adorava. I semidei del Campo
Mezzosangue non mi adoravano. E
neanche Pitone, la Bestia e i suoi
compari della Società dei Triumviri
mi adoravano. Stavo quasi per
dubitare del mio valore.
No, no. Erano discorsi folli.
Chirone e Rachel non si
vedevano da nessuna parte. Nyssa
Barrera mi comunicò che speravano
nonostante tutto di usare l’unica
connessione Internet del campo,
nell’ufficio di Chirone, per saperne
un po’ di più sulla Società dei
Triumviri. Harley era con loro per il
supporto tecnico. Al momento erano
al telefono, in attesa di parlare con il
servizio clienti della società di
telecomunicazioni. Rischiavano di
non venirne fuori per ore, sempre
che fossero riusciti a sopravvivere.
Trovai Meg nell’armeria, alla
ricerca dell’attrezzatura giusta. Si
era infilata una corazza di cuoio
sopra il vestito verde e un paio di
schinieri sui leggings neri. Sembrava
una bambina dell’asilo che i genitori
avevano vestito da guerriera contro
la sua volontà.
«Uno scudo forse?» le suggerii.
«No.» Mi mostrò i suoi anelli.
«Uso sempre due spade. E poi mi
serve una mano libera per prenderti
a schiaffi quando fai lo stupido.»
Ebbi la brutta sensazione che
dicesse sul serio.
Dallo scaffale delle armi, Meg
tirò fuori un lungo arco e me lo
porse.
Indietreggiai. «No.»
«È la tua arma migliore. Sei
Apollo.»
Ricacciai in gola il gusto di bile
mortale. «Ho fatto un giuramento.
Non sono più il dio del tiro con
l’arco né della musica. Non userò un
arco né uno strumento musicale
finché non potrò usarli per bene.»
«Che giuramento stupido.» Meg
non mi diede uno schiaffo, ma
sembrava averne voglia. «Che farai,
allora? Te ne starai con le mani in
tasca a fare il tifo mentre io
combatto?»
Era proprio quello il mio piano,
però mi sentivo uno sciocco ad
ammetterlo. Scrutai lo scaffale delle
armi e afferrai una spada. Anche
senza sguainarla, capii che sarebbe
stata troppo pesante e scomoda per
me, tuttavia mi allacciai il fodero
intorno alla vita. «Ecco! Contenta?»
Meg non sembrava contenta,
comunque rimise l’arco al suo posto.
«E va bene. Però sarà meglio che tu
mi guardi le spalle.»
Non avevo mai capito
quell’espressione. Mi faceva pensare
ai cartelli con la scritta DAMMI UN
CALCIO che Artemide mi attaccava
al chitone durante le feste. Annuii lo
stesso. «Le tue spalle saranno
guardate.»
Raggiungemmo il confine della
foresta e trovammo un comitato di
addio ad attenderci: Will e Nico,
Paolo Montes, Malcolm Pace e
Billie Ng, tutti con le facce scure.
«Fai attenzione» mi disse Will.
«E tieni questo.»
Prima che riuscissi a replicare, mi
mise un ukulele in mano.
Tentai di restituirglielo. «Non
posso. Ho giurato…»
«Sì, lo so. È stata una
stupidaggine. Ma questo è un
ukulele da guerra. Puoi usarlo per
combattere, se ne avrai bisogno.»
Guardai meglio lo strumento. Era
di bronzo celeste: sottili fogli di
metallo incisi con l’acido per
riprodurre le venature del legno di
rovere chiaro. Non pesava niente,
eppure ebbi la sensazione che fosse
quasi indistruttibile.
«Opera di Efesto?» domandai.
Will scosse la testa. «Opera di
Harley. Voleva che lo avessi tu.
Mettilo a tracolla sulla schiena.
Fallo per me e Harley. Ci farà stare
meglio tutti e due.»
Mi sentii obbligato a onorare la
sua richiesta, anche se il fatto che io
possedessi un ukulele raramente
aveva fatto sentire meglio qualcuno.
Non chiedetemi perché. Quando ero
un dio, suonavo una versione di
Satisfaction con l’ukulele
assolutamente strepitosa.
Nico mi porse un po’ di ambrosia
avvolta in un tovagliolo.
«Non posso mangiarla» gli
ricordai.
«Non è per te.» Lanciò uno
sguardo a Meg, con un brutto
presentimento negli occhi.
Mi tornò in mente che il figlio di
Ade aveva i suoi sistemi per
percepire il futuro… un futuro che
prevedeva l’eventualità della morte.
Rabbrividii e infilai l’ambrosia nella
tasca del giubbotto. Per quanto Meg
fosse irritante, mi turbava
profondamente l’idea che potesse
accaderle qualcosa di male. Decisi
che non lo avrei permesso.
Malcolm le stava mostrando una
mappa di pergamena, indicando
varie zone della foresta che
avremmo dovuto evitare. Paolo – del
tutto guarito dopo l’operazione alla
gamba – era in piedi accanto a lui e
commentava tutto serio in
portoghese senza che nessuno lo
capisse.
Quando ebbero concluso con la
mappa, Billie Ng si avvicinò a Meg.
Era una ragazza molto minuta;
compensava però la bassa statura
con un senso della moda degno di un
idolo della musica pop coreana.
Aveva un giaccone invernale del
colore dei fogli di alluminio, i
capelli a caschetto color
acquamarina e il viso truccato con
sfumature dorate. Approvavo in
pieno. Anzi, pensai di adottare quel
look io stesso, una volta domata
l’acne.
Consegnò a Meg una torcia e un
pacchetto di semi di fiori. «Non si sa
mai.»
Meg sembrava commossa e
stritolò Billie in un abbraccio.
Non capii a cosa servissero i
semi, ma era confortante sapere che,
in caso d’emergenza, io avrei potuto
colpire il nemico con l’ukulele,
mentre Meg piantava gerani.
Malcolm Pace mi diede la mappa
di pergamena. «Nel dubbio, girate a
destra. Di solito funziona, nella
foresta, anche se non so perché.»
Paolo mi regalò quella che mi
sembrò una sciarpa con i colori della
bandiera del Brasile e disse qualcosa
che io, naturalmente, non capii.
Nico ridacchiò. «È la sua
bandana portafortuna. Vuole che la
indossi tu, credo. È convinto che ti
renderà invincibile.»
Nutrivo qualche dubbio, visto che
Paolo aveva la tendenza a procurarsi
ferite gravi, ma da dio avevo
imparato a non rifiutare mai le
offerte. «Grazie.»
Paolo mi prese per le spalle e mi
baciò sulle guance. Forse arrossii.
Era molto attraente quando non
sanguinava a causa di qualche
smembramento.
Posai una mano sulla spalla di
Will. «Non preoccuparti. Torneremo
prima dell’alba.»
Si notava appena, ma gli
tremavano le labbra. «Come fai a
esserne sicuro?»
«Sono il dio del sole» risposi,
tentando di mostrarmi più sicuro di
quanto non fossi. «Ritorno sempre
all’alba.»

Ovviamente pioveva. Perché non


avrebbe dovuto?
Sul Monte Olimpo, Zeus si stava
sicuramente facendo una bella risata
a mie spese. In genere il Campo
Mezzosangue era protetto dalle
intemperie, ma senza dubbio mio
padre aveva detto a Eolo di dare la
stura ai venti. Le mie ex fidanzate
tra le ninfe dell’aria si stavano
probabilmente godendo il loro
momento di rivalsa.
Più che pioggia sembrava
nevischio: abbastanza liquida da
bagnarmi i vestiti, abbastanza
ghiacciata da sferzarmi la faccia
come schegge di vetro.
Procedevamo a fatica,
barcollando da un albero all’altro
per ripararci il più possibile. Chiazze
di neve vecchia scricchiolavano
sotto i miei piedi. L’ukulele
diventava sempre più pesante a
mano a mano che il buco al centro si
riempiva di pioggia. Il raggio della
torcia di Meg fendeva la tempesta
come un cono di scariche elettriche.
Facevo strada io, non perché
avessi in mente una meta, ma perché
ero arrabbiato. Ero stufo di avere
freddo e di essere bagnato fradicio.
Ero stufo di essere preso di mira.
Spesso i mortali si lamentano che
tutto il mondo ce l’ha con loro, ma è
ridicolo. I mortali non sono così
importanti. Nel mio caso, invece,
tutto il mondo ce l’aveva davvero
con me. Mi rifiutavo di cedere a un
simile sopruso. Dovevo fare
qualcosa! Solo che non sapevo bene
cosa.
Di tanto in tanto sentivamo
qualche mostro in lontananza – il
ruggito di un drago, l’armonioso
ululato di un lupo bicefalo – ma non
comparve nessuno. In una notte
come quella, qualsiasi mostro degno
di questo nome sarebbe rimasto
comodo e al calduccio nella propria
tana.
Dopo quelle che sembrarono ore,
Meg soffocò un urlo. Balzai
eroicamente al suo fianco, con la
mano sulla spada. (L’avrei
sguainata, giuro, ma era davvero
pesante e rimase incastrata nel
fodero.) Ai piedi di Meg, conficcato
nel fango, c’era un guscio nero e
scintillante, grande come un masso.
Aveva una crepa nel mezzo e i bordi
imbrattati di una ripugnante sostanza
appiccicosa.
«Stavo per metterci il piede
sopra.» Meg si coprì la bocca come
se stesse per vomitare.
Mi avvicinai appena. Il guscio
era il carapace schiacciato di un
insetto gigante. Lì accanto,
camuffata tra le radici dell’albero,
giaceva una delle zampe smembrate
dell’animale.
«È un myrmeke» dissi. «O
meglio, lo era.»
Dietro gli occhiali schizzati di
pioggia, era impossibile decifrare
l’espressione di Meg. «Un mir-mir-
che?»
«Una formica gigante. Ci
dev’essere una colonia da qualche
parte nella foresta.»
Meg ebbe un conato di vomito.
«Detesto gli insetti.»
C’era da aspettarselo da una
figlia della dea dell’agricoltura,
anche se a me la formica morta non
sembrava più schifosa dei mucchi di
spazzatura in cui sguazzavamo
spesso.
«Be’, non preoccuparti. È morta»
dissi. «Chiunque l’abbia uccisa deve
avere mandibole davvero potenti,
per rompere questo guscio.»
«Non mi sembra una gran
consolazione. Sono… sono
pericolosi questi cosi?»
Sorrisi. «Oh, sì. Hanno varie
dimensioni, possono essere piccoli
come un cane, ma anche più grossi
di un orso grigio. Una volta ho visto
una colonia di myrmekes attaccare
un esercito greco in India. È stato
uno spasso. Sputavano un acido che
scioglieva le armature di bronzo
e…»
«Apollo.»
Il sorriso mi si spense. Ricordai
di non essere più uno spettatore.
Quelle formiche potevano ucciderci.
In tutta tranquillità. E Meg era
spaventata.
«Giusto» dissi. «Be’, la pioggia
costringerà i myrmekes a stare nelle
loro gallerie. Non renderti però una
preda allettante. Amano le cose
luminose e scintillanti.»
«Tipo le torce?»
«Ehm…»
Meg mi passò la torcia. «Vai
avanti tu, Apollo!»
Pensai che fosse un’ingiustizia,
ma avanzammo decisi.
Dopo un’oretta (senz’altro la
foresta non era così grande), la
pioggia a poco a poco diminuì,
lasciando il terreno fumante di
vapore.
L’aria si fece più calda. L’umidità
si avvicinava ai livelli di una sauna.
Densi vapori bianchi si levavano a
spirale dai rami degli alberi.
«Cosa sta succedendo?» Meg si
asciugò il viso. «Sembra di essere in
una foresta tropicale.»
Non sapevo cosa dirle. Poi, più
avanti, udii un enorme scroscio,
come di una massa d’acqua costretta
a passare attraverso dei tubi… o
delle fessure.
Non potei fare a meno di
sorridere. «Un geyser.»
«Un geyser» ripeté Meg. «Come
l’Old Faithful del parco di
Yellowstone?»
«Questa è una splendida notizia.
Forse possiamo avere indicazioni. I
nostri semidei potrebbero perfino
aver trovato rifugio lì!»
«Dai geyser?»
«No, mia buffa amica» ribattei.
«Dalle divinità dei geyser. Se sono
di buon umore, potrebbe essere una
cosa fantastica.»
«E se sono di cattivo umore?»
«Allora gli tireremo su il morale
prima che ci facciano bollire.
Seguimi!»
23

Quanti punti dà
alla sua brutta morte?
Okay, grazie!

Dite che fui un incosciente a


precipitarmi verso delle divinità
della natura tanto volubili?
Oh, per favore! Giudicarmi con il
senno di poi non è nella mia natura.
È una qualità che non mi è mai
servita.
È vero, i miei ricordi sui palikoi
erano un po’ nebulosi. Se non mi
sbagliavo, nell’antica Sicilia le
divinità dei geyser davano rifugio
agli schiavi fuggiaschi, quindi
dovevano essere spiriti gentili. Forse
avrebbero dato rifugio anche ai
semidei dispersi, o almeno
avrebbero notato cinque ragazzi che
vagavano nel loro territorio
borbottando parole senza senso. E
poi, io ero Apollo! I palikoi
sarebbero stati onorati di conoscere
un dio dell’Olimpo importante come
me! Il fatto che i geyser ribollissero
spesso di rabbia, sputando colonne
di acqua bollente a decine di metri
da terra, non mi avrebbe impedito di
farmi qualche nuovo fan… voglio
dire, amico.
La radura si aprì davanti a noi
come lo sportello di un forno. Un
muro di calore si levava tra gli
alberi, inondandomi il viso. Sentivo
i pori che si dilatavano per assorbire
l’umidità. Magari la mia pelle
brufolosa ne avrebbe tratto
beneficio!
La scena davanti ai nostri occhi
era inconcepibile per un inverno a
Long Island. Lucidi rampicanti
avvolgevano i rami degli alberi.
Fiori tropicali sbocciavano sul
terreno della foresta. Un pappagallo
rosso era appollaiato su un banano
carico di frutti verdi.
In mezzo alla radura si ergevano
due geyser: due fori identici nel
terreno, circondati da comignoli di
fango grigio. I crateri gorgogliavano
e sibilavano, ma non zampillavano
al momento. Decisi di prenderlo
come un buon auspicio.
Le sneaker di Meg facevano cic
ciac nel fango. «Siamo al sicuro?»
«Per niente» dissi. «Dovremo
fare un’offerta. Forse il tuo
pacchetto di semi?»
Meg mi diede un pugno su un
braccio. «Quelli sono magici. Ci
servono per le emergenze, in caso di
vita o di morte. Che ne dici del tuo
ukulele? Tanto non lo suonerai.»
«Un uomo d’onore non cede mai
il proprio ukulele.» Alzai la testa.
«Ma… aspetta un attimo. Mi hai
dato un’idea. Offrirò alle divinità dei
geyser una poesia! Questo posso
ancora farlo. Non conta come
musica.»
Meg si accigliò. «Ehm, non so
se…»
«Non essere invidiosa. Comporrò
una poesia per te più tardi. Le
divinità dei geyser saranno
senz’altro contente dei miei versi!»
Mi feci avanti, allargai le braccia e
cominciai a improvvisare:

Oh geyser, mio geyser,


sempre caro mi fu il tuo ermo
vapore!
Nel mezzo del cammin di nostra
vita
Io e Meg ci ritrovammo in una
selva oscura
E or ci domandiamo: che fai tu,
geyser, nel bosco?
Dicci, che fai, silenzioso geyser?
Su le soglie del bosco,
Non odo parole che dici umane,
eppure oso sperare, eterne fonti,
che giunto sia il momento di
parlare!
Non per vantarmi, ma mi sembrò
piuttosto bella, anche se avevo
riciclato qualche pezzo da mie opere
precedenti. A differenza della
musica e del tiro con l’arco, le mie
abilità divine in fatto di poesia
sembravano intatte.
Lanciai un’occhiata a Meg,
sperando di scorgere sul suo viso
un’ammirazione sconfinata. Era ora
che la ragazza cominciasse ad
apprezzarmi. Invece lei era rimasta
sì a bocca aperta, ma dallo shock.
«Che c’è?» domandai. «Prendevi
brutti voti nell’analisi delle poesie a
scuola? Quella era roba di prima
scelta!»
Meg indicò i geyser. E capii che
non guardava affatto me.
«Bene, hai attirato la mia
attenzione» disse una voce roca.
Uno dei palikoi volteggiava sopra
il proprio geyser. La metà inferiore
del corpo era fatta tutta di vapore.
Dalla vita in su invece era una
creatura grande più o meno il doppio
di un essere umano, con le braccia
muscolose color fango caldera, gli
occhi bianchi come gesso e i capelli
simili alla schiuma del cappuccino,
come se li avesse lavati
vigorosamente senza sciacquare via
lo shampoo. L’enorme torace era
stretto in una polo celeste con un
logo di alberi ricamato sul taschino.
«Oh, Grande Palikos!» esordii.
«Ti supplichiamo…»
«Che cos’era quella roba che
stavi dicendo?» mi interruppe lo
spirito.
«Una poesia!» risposi. «Per te!»
Lui si diede dei colpetti sul
mento grigio fango. «No. Quella non
era poesia.»
Non ci potevo credere. Nessuno
apprezza più la bellezza della
lingua? «Mio buono spirito, le
poesie non devono per forza essere
in rima…»
«Non è questione di rima. Il
punto è far arrivare il messaggio.
Facciamo tante ricerche di mercato,
e la tua poesia non funzionerebbe
per la nostra campagna. Ora, la
canzoncina di quegli hot dog, quella
che si sente sempre in TV … quella sì
che è poesia. Ha quasi
cinquant’anni, e la gente la canta
ancora. Credi di poter comporre per
noi poesie del genere?»
Lanciai un’occhiata a Meg per
accertarmi che quella conversazione
non fosse frutto della mia fantasia.
«Senti un po’» dissi al dio del
geyser. «È da più di quattromila anni
che sono il dio della poesia. Dovrei
saper riconoscere se…»
Il palikos mi interruppe agitando
le mani. «Cominciamo da capo. Io
farò tutto il nostro discorsetto, e
magari tu potrai darmi qualche
consiglio. Salve, sono Pete.
Benvenuti nella Foresta del Campo
Mezzosangue! Vi andrebbe di
partecipare a una breve indagine
sulla soddisfazione dei clienti dopo
il nostro incontro? La vostra
opinione è importante per noi.»
«Ehm…»
«Perfetto. Grazie.»
Pete frugò nell’area di vapore
dove avrebbero dovuto esserci le
tasche. Tirò fuori un opuscolo
patinato e cominciò a leggere. «La
Foresta è la tappa obbligata se
volete… Mmm, qui dice
“divertirvi”. Credevo che lo
avessimo cambiato con
“spassarvela”. Vedi, le parole vanno
scelte con cura. Se Paulie fosse
qui…» Pete sospirò. «Be’, lui è più
bravo come comunicatore. In ogni
caso, benvenuti nella Foresta del
Campo Mezzosangue!»
«L’hai già detto» notai.
«Oh, giusto.» Pete estrasse una
penna rossa e cominciò a correggere
il testo.
«Ehi!» Meg mi si parò davanti in
malo modo. Era rimasta muta dallo
stupore per circa dodici secondi,
doveva essere un nuovo record per
lei. «Mister Vapore di Fango, hai per
caso visto alcuni semidei dispersi?»
«Mister Vapore di Fango!» Pete
sventolò l’opuscolo. «Questo sì che
è un marchio efficace! E la faccenda
dei semidei dispersi è un ottimo
punto da sollevare. Non possiamo
permettere che i nostri ospiti
vaghino senza meta. Dovremmo
distribuire una mappa all’ingresso
della foresta. Ci sono così tante
meraviglie da vedere, e nessuno lo
sa. Ne parlerò con Paulie, quando
torna.»
Meg si tolse gli occhiali
appannati. «Chi è Paulie?»
Pete indicò con la mano il
secondo geyser. «Il mio socio. Forse
potremmo aggiungere una mappa
all’opuscolo se…»
«Quindi hai effettivamente visto
dei semidei dispersi?» domandai.
«Cosa?» Pete tentò di scrivere
sull’opuscolo, ma era così inzuppato
di vapore che la penna rossa bucò la
carta. «Oh, no. Non di recente. Ma
dovremmo avere una segnaletica
migliore. Per esempio, sapevate che
c’erano questi geyser, qui?»
«No» ammisi.
«Visto? Un doppio geyser,
l’unico di Long Island, e nessuno sa
di noi. Niente pubblicità. Niente
passaparola. È per questo che
abbiamo convinto il consiglio
d’amministrazione ad assumerci!»
Io e Meg ci scambiammo
un’occhiata. Per una volta eravamo
sulla stessa lunghezza d’onda:
massima confusione.
«Scusami, mi stai dicendo che la
foresta ha un consiglio
d’amministrazione?» chiesi a Pete.
«Be’, certo. Le driadi, gli altri
spiriti della natura, i mostri
senzienti… Insomma, qualcuno
deve pur pensare ai beni immobili,
ai servizi e alle pubbliche relazioni.
Non è stato facile convincere il
consiglio ad assumerci per il
marketing. Se svolgiamo male
questo lavoro… Oh, caspita!»
Le scarpe di Meg fecero cic ciac
nel fango. «Possiamo andare? Non
capisco proprio di che cosa sta
parlando, questo tizio.»
«È questo il problema!» si
lamentò Pete. «Come facciamo a
scrivere un testo pubblicitario che
trasmetta con chiarezza la vera
immagine della foresta? Per
esempio, i palikoi come me e Paulie
un tempo erano famosi! Erano mete
turistiche importanti! Le persone
venivano da noi per pronunciare
giuramenti vincolanti. Gli schiavi
fuggiaschi ci cercavano per avere
rifugio. Ricevevamo sacrifici,
offerte, preghiere… era una
meraviglia. Adesso, niente di
niente.»
Sospirai. «Come ti capisco.»
«Scusate, vi ricordo che stiamo
cercando i semidei scomparsi»
intervenne Meg.
«Giusto» concordai. «Oh, Grande
Pal… Pete, hai idea di dove siano
finiti i nostri amici? Magari conosci
qualche luogo segreto nella
foresta?»
Gli occhi bianchi come il gesso
di Pete si illuminarono. «Sapete che
i figli di Efesto hanno un’officina
segreta a nord che si chiama Bunker
Nove?»
«Sì, lo sapevo» risposi.
«Oh.» Uno sbuffo di vapore
sfuggì dalla narice sinistra di Pete.
«Bene… Sapete che il Labirinto si è
riformato? C’è un’entrata proprio
qui nella foresta…»
«Lo sappiamo» disse Meg.
Pete era mortificato.
«Forse è perché la tua campagna
pubblicitaria sta funzionando»
suggerii.
«Tu credi?» I capelli schiumosi di
Pete vorticarono. «Sì. Sì, forse è
vero! Avete visto per caso anche i
nostri riflettori? Quelli sono una mia
idea.» Due fasci di luce rossa sparati
dai geyser inondarono il cielo.
Illuminato dal basso, Pete sembrava
il narratore di storie di fantasmi più
spaventoso del mondo. «Purtroppo
attirano il tipo di attenzione
sbagliata.» Sospirò. «Paulie non mi
permette di usarli spesso. Secondo
lui sarebbe meglio fare pubblicità su
un dirigibile, o forse su un
gigantesco King Kong gonfiabile…»
«Forte!» commentò Meg. «Ma
sai dirci niente di un bosco segreto
con gli alberi che sussurrano?»
Dovetti ammettere che Meg fu
bravissima a riportarci sul filo del
discorso. Da poeta, non amavo
essere troppo diretto. Ma da arciere
apprezzavo la capacità di andare
dritti al punto.
«Oh…» Pete si abbassò
fluttuando sulla nuvola di vapore,
diventando color ciliegia per via del
riflettore. «Non devo parlare del
bosco.»
Drizzai le mie un tempo divine
orecchie e resistetti al desiderio di
urlare: “A-HA!”. «Perché non puoi
parlare del bosco, Pete?»
Lo spirito giocherellò con
l’opuscolo zuppo di vapore. «Paulie
sostiene che i turisti scapperebbero
impauriti. “Parla dei draghi” mi ha
detto. “Parla dei lupi, dei serpenti e
delle antiche macchine assassine.
Ma non fare parola del bosco.”»
«Antiche macchine assassine?»
chiese Meg.
«Sì» rispose Pete, poco convinto.
«Le stiamo pubblicizzando come
intrattenimento per famiglie. Ma il
bosco… Paulie ritiene che sia il
nostro problema più grave. Non ha
neanche la destinazione d’uso come
Oracolo. Paulie è andato a vedere se
è possibile trasferirlo, ma…»
«Non è tornato» tirai a
indovinare.
Pete annuì sconsolato. «Come
posso gestire la campagna
pubblicitaria tutto da solo? Certo,
posso usare i robot per le indagini
telefoniche, ma per tessere una rete
di contatti efficace serve il faccia a
faccia, e Paulie è sempre stato più
bravo con questa roba.» La voce di
Pete si incrinò in un sibilo triste.
«Mi manca.»
«Forse potremmo trovarlo noi e
riportarlo indietro» suggerì Meg.
Pete scosse la testa. «Paulie mi ha
fatto promettere di non seguirlo e di
non rivelare a nessuno dov’è il
bosco. Lui è piuttosto bravo a
resistere a quelle strane voci, ma
voi, ragazzi, non avreste nessuna
possibilità.»
Ebbi la tentazione di dirgli che
ero d’accordo. Trovare le antiche
macchine assassine mi sembrava
molto più ragionevole. Poi
immaginai Kayla e Austin che
vagavano nell’antico bosco e
impazzivano lentamente. Avevano
bisogno di me, e io dovevo sapere a
tutti i costi dove si trovavano.
«Scusa, Pete.» Gli lanciai la mia
occhiataccia migliore, quella che
usavo per stroncare gli aspiranti
cantanti durante le audizioni a
Broadway. «Questa non me la
bevo.»
Il fango gorgogliò intorno alla
caldera. «Che… che vuoi dire?»
«Non credo che questo bosco
esista» affermai. «E, se anche fosse,
non credo che tu sappia dov’è.»
Il geyser di Pete brontolò
minaccioso. Il vapore vorticò nel
raggio del riflettore. «Io… certo che
so dov’è! Certo che esiste!»
«Ah, davvero? Allora perché non
ci sono cartelloni pubblicitari
ovunque? E un sito web dedicato?
Perché non ho mai visto un hashtag
#boscodidodona sui social?»
Pete si accigliò. «Io l’avevo
proposto! Paulie mi ha bocciato
tutto!»
«Allora fai un po’ di pubblicità!»
dissi in tono perentorio. «Persuadici
della bontà del tuo prodotto!
Mostraci dov’è il bosco!»
«Non posso. L’unico accesso…»
Pete lanciò un’occhiata sopra la mia
spalla e rimase a bocca aperta.
«Ehm…ops!» I riflettori si spensero.
Mi voltai. Meg emise un suono
melmoso ancora più forte del
rumore delle sue scarpe nel fango.
Mi ci volle un attimo per mettere
a fuoco la scena, ma sul margine
della radura c’erano tre formiche
nere grosse come carri armati.
Tentando di rimanere calmo, mi
rivolsi nuovamente a Pete. «Quando
hai detto che i tuoi riflettori
attiravano il tipo di attenzione
sbagliata…»
«Parlavo dei myrmekes.» Annuì.
«Spero che questo non incida
negativamente sulla vostra
recensione on line riguardo alla
Foresta del Campo Mezzosangue.»
24

Voti spezzati
E fiaschi assoluti
È colpa del pop!

I myrmekes dovrebbero essere ai


primi posti nella vostra lista di
mostri da non combattere.
Attaccano a gruppi. Sputano
acido. Le loro chele riescono a
perforare il bronzo celeste.
E poi, sono brutti.
Le tre formiche-soldato
avanzarono, con le antenne lunghe
tre metri che oscillavano e
sobbalzavano ipnotiche, tentando di
distrarmi dal vero pericolo: le
mandibole.
Con quelle teste adunche mi
ricordavano grossi polli, con gli
occhi scuri e i musi neri e corazzati.
Ciascuna delle sei zampe sarebbe
stata un ottimo argano da cantiere. I
giganteschi addomi vibravano e
pulsavano come nasi che fiutano il
cibo.
In silenzio, maledissi Zeus per
aver inventato le formiche. Era
andata così, a quanto ne so: Zeus si
era arrabbiato con un tizio molto
avido che rubava sempre dalle messi
dei vicini e lo aveva trasformato
nella prima formica, una specie che
non fa altro che cercare cibo, rubare
e riprodursi. Ares ci scherzava su,
diceva che se Zeus desiderava una
specie del genere, tanto valeva
lasciare gli esseri umani così
com’erano. Io ridevo. Adesso che
sono uno di voi, non lo trovo più
divertente.
Le formiche avanzarono,
muovendo le antenne a scatti.
Immaginai il corso dei loro pensieri.
Doveva essere qualcosa tipo:
“Scintillanti? Saporiti? Indifesi?”.
«Niente movimenti improvvisi»
dissi a Meg, che non sembrava avere
la minima intenzione di muoversi.
Anzi, era pietrificata.
«Ehi, Pete?» gridai. «Come vi
comportate con i myrmekes che
invadono il vostro territorio?»
«Ci nascondiamo» rispose lui, e
scomparve dentro il geyser.
«Grazie dell’aiuto» borbottai.
«Possiamo tuffarci anche noi?»
domandò Meg.
«Solo se ti va di morire lessata in
una fossa di acqua bollente.»
Le formiche corazzate fecero
schioccare le mandibole,
continuando ad avanzare.
«Ho un’idea.» Mi slacciai
l’ukulele.
«Non avevi giurato di non
suonare più?» mi chiese Meg.
«Sì. Ma se getto lontano questo
coso scintillante, forse le
formiche…»
Stavo per dire: “Forse le
formiche lo seguono e ci lasciano in
pace”.
Ma non avevo preso in
considerazione il fatto che, tra le mie
mani, l’ukulele mi faceva sembrare
più scintillante e saporito. Prima che
riuscissi a gettarlo via, le formiche-
soldato si lanciarono all’attacco.
Caddi all’indietro e mi ricordai del
geyser alle mie spalle solo quando le
scapole cominciarono a ricoprirsi di
vesciche, riempiendo l’aria di
vapore all’aroma di Apollo.
«Ehi, bestiacce!» Le spade di
Meg lampeggiarono nelle sue mani.
Adesso era lei la cosa più
scintillante della radura.
Possiamo prenderci un attimo per
sottolineare che Meg lo fece
apposta? Terrorizzata com’era dagli
insetti, avrebbe potuto fuggire
lasciandomi lì in pasto al nemico.
Invece scelse di rischiare la vita
distraendo tre formiche grosse come
carri armati. Lanciare spazzatura
contro teppisti di strada è un conto.
Ma questo… questo era un livello di
follia del tutto nuovo. Se fossi
sopravvissuto, avrei dovuto
candidare Meg McCaffrey ai
Semidei Awards per la categoria
Miglior Sacrificio.
Due dei myrmekes si scagliarono
contro Meg. Il terzo rimase su di me,
anche se girò la testa il tempo
sufficiente da permettermi di
scattare di lato.
Meg corse in mezzo ai due
avversari e con le sue lame dorate
mozzò una zampa a ciascuno. Le
formiche addentarono l’aria con le
mandibole, barcollarono sulle
cinque zampe rimaste, tentarono di
girarsi e sbatterono la testa l’una
contro l’altra.
Nel frattempo, la terza formica
caricò me. In preda al panico lanciai
il mio ukulele da guerra, che
rimbalzò sulla fronte del mostro con
un disarmonico dong. Allora
sguainai la spada.
Ho sempre detestato le spade.
Sono armi così poco eleganti, e poi
ti costringono a batterti da vicino
con il nemico. Una vera imprudenza,
quando invece potresti colpirlo con
una freccia scagliata dall’altra parte
del mondo!
La formica sputò acido, e io
tentai di respingerlo con la spada.
Forse non fu un’idea molto
brillante. Mi è capitato più d’una
volta di confondere la scherma con
il tennis. Almeno, però, un po’ di
acido finì negli occhi del mostro,
facendomi guadagnare una manciata
di secondi. Mi ritirai valorosamente
sollevando la spada e scoprii di
avere in mano solo un’elsa fumante:
la lama era stata corrosa.
«Ehm… Meg?» gridai disperato.
Lei era in altre faccende
affaccendata. Le sue spade
vorticavano disegnando archi dorati
e devastanti nell’aria, mozzando
zampe e affettando antenne. Non
avevo mai visto un dimachaerus
battersi con tanta abilità, e dire che
ho assistito ai combattimenti di tutti
i migliori gladiatori. Purtroppo le
lame di Meg provocavano solo
scintille sugli spessi carapaci delle
formiche. Smembramenti e colpi di
striscio non le turbavano
minimamente. Per quanto Meg fosse
brava, quelle bestiacce avevano più
zampe, più massa corporea, più
ferocia e un tantino di abilità in più
nello sputare acido.
La mia avversaria tentò di
azzannarmi. Riuscii a evitare le
mandibole, ma non il muso, che mi
urtò un lato della testa. Barcollai e
caddi. Il canale auricolare sembrò
riempirsi di ferro fuso.
Mi si annebbiò la vista. Dalla
parte opposta della radura, le altre
formiche attaccavano Meg ai
fianchi, usando l’acido per
sospingerla verso la foresta. Lei si
tuffò dietro un albero e ne riemerse
con una lama sola. Tentò di colpire
la formica più vicina, ma fu respinta
dal fuoco incrociato dell’acido. I
suoi leggings fumavano, cosparsi di
buchi. Aveva il viso teso per il
dolore.
«Pesca!» borbottai fra me e me.
«Dov’è quello stupido demone col
pannolino quando serve?»
Il karpos non comparve. Forse la
presenza delle divinità dei geyser o
di qualche altra forza della foresta lo
teneva lontano. Forse il consiglio
d’amministrazione di cui parlava
Pete vietava gli animali domestici.
La terza formica mi sovrastava, le
sue mandibole schiumavano saliva
verde. Aveva un alito più fetido
delle magliette da lavoro di Efesto.
Potrei dare la colpa di quanto feci
poi alla botta in testa. Potrei dirvi
che non ragionavo bene, ma non è
vero. Ero disperato. Terrorizzato.
Volevo aiutare Meg. Soprattutto,
volevo salvare me stesso. Non
vedevo alternative, così mi tuffai
verso l’ukulele.
Lo so. Avevo giurato sullo Stige
di non suonare più finché non fossi
stato di nuovo un dio. Ma anche un
voto così spaventoso può apparire
insulso quando una formica gigante
sta per liquefarti la faccia.
Afferrai lo strumento, mi girai
sulla schiena e sparai a tutto volume
Sweet Caroline.
Anche senza aver giurato niente,
avrei fatto una cosa del genere solo
in casi estremi. Quando canto quel
brano, il rischio di distruzione
reciproca assicurata è troppo
elevato. Ma non avevo scelta. Diedi
il massimo per trasmettere tutta la
sdolcinatezza della musica pop anni
Settanta che riuscii a evocare.
La formica gigante scrollò la
testa. Le antenne fremettero. Mentre
il mostro avanzava ubriaco verso di
me, mi rialzai, diedi la schiena al
geyser e intonai il ritornello.
Il da-da-da funzionò. Accecata
dal disgusto e dalla rabbia, la
formica si lanciò alla carica. E io mi
scansai, lasciando che il mostro,
trascinato dalla sua stessa foga,
finisse dritto nel calderone di fango.
Credetemi, l’unica cosa che
puzza più delle magliette da lavoro
di Efesto è un myrmeke che bolle nel
proprio carapace.
Da qualche parte dietro di me,
Meg urlò. Mi girai in tempo per
vedere la sua seconda spada che le
volava via dalla mano. Meg svenne
mentre uno dei myrmekes la
prendeva tra le mandibole.
«NO!» strillai.
La formica non spezzò in due la
mia amica. Si limitò a sorreggerla,
priva di sensi.
«Meg!» urlai di nuovo.
Strimpellai l’ukulele, disperato.
«Sweet Caroline!»
Ma avevo perso la voce.
Sconfiggere una formica aveva
esaurito tutte le mie energie. (Non
credo di avere mai scritto una frase
più triste di questa.) Tentai di correre
in aiuto di Meg, ma inciampai e
caddi. Il mondo diventò giallo
pallido. Mi misi carponi e vomitai.
“Ho un trauma cerebrale” pensai,
tuttavia non avevo idea di cosa fare.
Sembrava passata un’eternità da
quando ero il dio della medicina.
Rimasi disteso nel fango per
interi minuti o forse ore, mentre il
mio cervello roteava lentamente
dentro la scatola cranica. Quando
riuscii ad alzarmi, le due formiche
erano sparite.
E non c’era traccia di Meg
McCaffrey.
25

Chi mi ferma più?


Bollo, brucio, vomito
Leoni? Ma sì…

Avanzai barcollando per la radura,


gridando il nome di Meg. Era
inutile, lo sapevo, ma urlare mi
faceva stare bene. Cercai segni di
rami spezzati e orme sul terreno.
Due formiche grosse come carri
armati dovevano per forza avere
lasciato una pista da seguire. Ma non
sono Artemide; non sono bravo
come mia sorella a seguire le tracce.
Non avevo idea di dove avessero
portato la mia amica.
Recuperai le spade di Meg dal
fango. Si trasformarono all’istante in
anelli d’oro. Erano davvero piccoli,
facili da perdere, proprio come una
vita mortale. Forse, e dico forse,
piansi un po’. Tentai di spezzare il
mio ridicolo ukulele da guerra, ma
lo strumento di bronzo celeste
resistette ai miei sforzi. Alla fine
strappai la corda del La, ci infilai gli
anelli di Meg e me la legai al collo.
«Meg, ti troverò» mormorai.
Era colpa mia se l’avevano rapita.
Ne ero certo. Suonando e
salvandomi la pelle, avevo infranto
il giuramento sullo Stige. E invece
di punire me direttamente, Zeus, le
Parche o gli dei al gran completo
avevano riversato la loro ira su Meg
McCaffrey.
Come avevo potuto essere così
sciocco? Ogni volta che mandavo in
collera gli altri dei, venivano colpiti
i miei cari. Avevo perso Dafne per
un commento sconsiderato su Eros.
Avevo perso il bel Giacinto per un
litigio con Zefiro. E ora il mio voto
infranto sarebbe costato la vita a
Meg.
“No” mi dissi. “Non lo
permetterò.”
Ero così nauseato da riuscire a
malapena a camminare. Era come se
qualcuno mi stesse gonfiando un
palloncino nel cervello. Eppure
riuscii lo stesso ad arrivare al bordo
del geyser di Pete.
«Pete!» gridai. «Vieni fuori,
televenditore codardo che non sei
altro!»
Un getto d’acqua schizzò verso il
cielo emettendo un suono simile a
quello prodotto dalla canna d’organo
più bassa. Nel vapore vorticante,
apparve il palikos, con la faccia
grigio fango indurita dalla rabbia.
«Mi dai del TELEVENDITORE?»
domandò. «La nostra è una grande
azienda di pubbliche relazioni!»
Mi piegai in due e vomitai nel
cratere, cosa che a mio parere era la
risposta appropriata.
«Smettila!» si lamentò Pete.
«Devo trovare Meg.» Mi asciugai
la bocca, con mano tremante. «Cosa
le faranno i myrmekes?»
«Non lo so!»
«Dimmelo, altrimenti non finisco
di compilare il tuo questionario sul
servizio clienti.»
Pete restò a bocca aperta. «Ma è
terribile! La tua opinione è
importante!» Scese fluttuando al
mio fianco. «Santi numi… sei messo
male. Hai un grosso squarcio sulla
testa, e c’è del sangue. Ecco perché
non ragioni come si deve.»
«Non mi importa!» gridai,
riuscendo solo ad aggravare il
martellio dentro la mia testa. «Dov’è
il formicaio dei myrmekes?»
Pete si torse le mani vaporose.
«Be’, è di questo che parlavamo
prima. È lì che è andato Paulie. Il
formicaio dei myrmekes è l’unico
accesso.»
«A cosa?»
«Al Bosco di Dodona.»
Il mio stomaco si solidificò in un
unico blocco di ghiaccio. Una vera
ingiustizia, dato che me ne sarebbe
servito un po’ per la testa. «Il
formicaio… è l’ingresso del
Bosco?»
«Senti, hai bisogno di un dottore.
Io l’avevo detto a Paulie che ci
serviva un pronto soccorso per i
visitatori…» Pete frugò nelle sue
tasche inesistenti. «Fammi solo
segnare il punto in cui si trova la
casa di Apollo…»
«Se tiri fuori una brochure, te la
faccio mangiare» lo avvisai. «Ora,
spiegami come fa il formicaio a
condurre nel Bosco.»
La faccia di Pete diventò gialla, o
forse mi stava solo peggiorando la
vista. «Paulie non mi ha detto tutto.
C’è un tratto di foresta talmente fitto
che nessuno riesce a entrarci.
Neanche dall’alto! I rami sono
tipo…» Pete intrecciò le dita
fangose, poi le fece liquefare e
sciogliere l’una nell’altra, chiarendo
benissimo il concetto. «In ogni caso,
il Bosco è lì dentro.» Separò le
mani. «Forse dormiva lì da secoli.
Nessuno del consiglio
d’amministrazione sapeva neppure
che esistesse. Poi, all’improvviso,
gli alberi hanno cominciato a
sussurrare. Secondo Paulie, quelle
maledette formiche sono entrate nel
bosco scavando un cunicolo da
sotto, e così l’hanno svegliato.»
Tentai di sbrogliare la matassa.
Non era facile con il cervello
tumefatto. «Da che parte è il
formicaio?»
«A nord» rispose Pete. «A poco
meno di un chilometro da qui. Ma,
amico, non sei nelle condizioni…»
«Devo andare! Meg ha bisogno
di me!»
Pete mi afferrò un braccio. Fu
come la stretta di un laccio
emostatico caldo e umido. «Meg ha
tempo. Se è stata portata via intera,
significa che non è ancora morta.»
«Lo sarà presto!»
«No, no. Prima che Paulie…
prima che Paulie scomparisse, è
andato al formicaio diverse volte per
cercare la galleria che porta nel
Bosco. Mi ha detto che ai myrmekes
piace avvolgere le loro vittime in
una sostanza appiccicosa per
lasciarle, ehm… maturare finché
non sono abbastanza morbide per
sfamare i loro piccoli.»
Emisi una specie di guaito, per
niente divino. Se mi fosse rimasto
ancora qualcosa nello stomaco, lo
avrei vomitato in quell’istante.
«Quanto tempo le resta?»
«Ventiquattro ore, più o meno.
Poi comincerà a… ehm…
ammorbidirsi.»
Era difficile immaginare Meg
McCaffrey che si ammorbidiva, ma
me la figurai sola e impaurita,
avvolta in una sostanza appiccicosa
e infilata in qualche dispensa piena
di carcasse dentro il formicaio. Per
una ragazzina che detestava gli
insetti… Oh, Demetra aveva ragione
a odiarmi e a tenere la sua prole
lontano da me. Ero un dio tremendo!
«Vai a cercare aiuto» mi suggerì
Pete. «I ragazzi della casa di Apollo
possono curarti la ferita alla testa.
Non farai nessun favore alla tua
amica se le corri dietro per farti
ammazzare.»
«Perché ti interessa cosa ci
succede?»
Il dio del geyser sembrò offeso.
«La soddisfazione dei visitatori è
sempre la nostra massima priorità! E
poi, se già che ci sei riesci a trovare
Paulie…»
Tentai di rimanere arrabbiato con
il palikos, ma la solitudine e la
preoccupazione sul suo viso
riflettevano i miei stessi sentimenti.
«Paulie ti ha spiegato come arrivare
al formicaio?»
Pete scosse la testa. «Come ho
detto, non voleva che lo seguissi. I
myrmekes sono molto pericolosi. E
se gli altri tizi stanno ancora
vagando…»
«Altri tizi?»
Pete aggrottò la fronte. «Oh, non
te l’avevo detto? Già. Paulie ha visto
tre umani, pesantemente armati.
Anche loro cercavano il Bosco.»
La mia gamba sinistra cominciò a
pulsare, come se le mancasse la sua
compagna di corsa a tre gambe.
«Come faceva Paulie a sapere cosa
cercavano?»
«Li ha sentiti parlare in latino.»
«Latino? Erano ragazzi?»
Pete allargò le mani. «Non… non
credo. Paulie li ha descritti come se
fossero adulti. Ha detto che uno di
loro era il capo. Gli altri due lo
chiamavano imperator.»
Tutto il pianeta sembrò inclinarsi.
«Imperator.»
«Sì, sai, come a Roma…»
«Sì, ho presente.» All’improvviso
tornavano troppe cose. Le tessere
del puzzle si ricomposero al volo,
formando un enorme quadro, che mi
investì in tutta la sua interezza. La
Bestia… la Società dei Triumviri…
un gruppetto di semidei adulti usciti
del tutto dal radar.
Dovetti fare un grosso sforzo per
non lanciarmi dentro il geyser. Meg
aveva bisogno di me più che mai.
Ma dovevo organizzarmi bene.
Dovevo essere cauto, ancora più
cauto di quando facevo il vaccino
annuale ai cavalli infuocati del sole.
«Pete, sovrintendi ancora ai
giuramenti sacri?» domandai.
«Be’, sì, ma…»
«Allora ascolta il mio giuramento
solenne!»
«Ehm… Il punto è che… ecco,
hai quest’aura intorno, come se ne
avessi appena infranto uno, di
giuramento sacro… uno sullo Stige,
forse? E se ne dovessi infrangere un
altro con me…»
«Giuro che salverò Meg
McCaffrey. Userò ogni mezzo a mia
disposizione per portarla via sana e
salva dal formicaio. Questo
giuramento sostituisce qualsiasi altro
io abbia pronunciato in precedenza.
Lo giuro sulle tue acque sacre e
bollenti!»
Pete trasalì. «Oh, be’… okay.
Ormai è fatta. Ma ricordati, se non
mantieni questo giuramento, se Meg
muore, anche se non è colpa tua…
dovrai affrontarne le conseguenze.»
«Sono già stato maledetto per
aver infranto l’altro giuramento!
Che importa?»
«Già, ma sai, i giuramenti sullo
Stige possono metterci anni a
distruggerti. Sono come il cancro. I
miei invece…» Pete scrollò le
spalle. «Se li infrangi, non c’è niente
che io possa fare per impedire la
punizione. Ovunque tu sia, un
geyser apparirà all’improvviso ai
tuoi piedi e ti bollirà vivo.»
«Ah…» Tentai di bloccare il
tremito alle ginocchia. «Sì, certo, lo
sapevo. Non lo ritiro, però.»
«Non hai scelta adesso.»
«Giusto. Allora mi sa che vado…
vado a farmi curare.» E me ne andai
barcollando.
«Il campo è dall’altra parte» disse
Pete.
Cambiai direzione.
«Ricordati di finire il nostro
questionario on line!» mi gridò
dietro Pete. «Solo per curiosità, su
una scala da uno a dieci, come
valuteresti la tua soddisfazione
complessiva per la Foresta del
Campo Mezzosangue?»
Non risposi. Mentre avanzavo a
fatica nell’oscurità, ero troppo
impegnato a valutare, su una scala
da uno a dieci, il dolore che avrei
dovuto sopportare nell’imminente
futuro.

Non avevo la forza di tornare al


campo. Più camminavo, più mi era
evidente. Le mie articolazioni erano
ridotte a una specie di budino. Mi
sentivo come una marionetta, e per
quanto in passato mi fossi divertito a
controllare i mortali dall’alto, non
mi piaceva stare dall’altra parte dei
fili.
Le mie difese erano pari a zero. Il
più piccolo drago o segugio
infernale avrebbe potuto mangiare il
grande Apollo in un boccone. Se un
tasso stizzito se la fosse presa con
me, sarei stato spacciato.
Mi appoggiai a un tronco per
riprendere fiato. L’albero sembrò
allontanarmi, sussurrando in una
voce che ricordavo bene: «Vai
avanti, Apollo. Non puoi riposarti
qui».
«Ti amavo» mormorai.
Una parte di me sapeva di
delirare – immaginavo cose
inesistenti solo a causa della
commozione cerebrale – ma avrei
giurato di vedere il volto della mia
amata Dafne spuntare su ogni tronco
che superavo, coi lineamenti che
fluttuavano sotto la corteccia come
un miraggio di legno: il naso
lievemente adunco, gli occhi verdi,
quelle labbra che non avevo mai
baciato né mai smesso di sognare.
“Amavi tutte le ragazze carine”
mi rimproverò. “E tutti i ragazzi
carini, se è per questo.”
«Non come te» gridai. «Tu sei
stata il mio primo vero amore. Oh,
Dafne!»
“Indossa la mia corona” disse. “E
pentiti.”
Ripensai a quando la inseguivo,
al suo profumo di lillà nella brezza,
alla sua agile figura che guizzava
nella luce screziata della foresta.
L’avevo rincorsa per quelli che mi
erano sembrati anni, e forse lo erano
stati.
Poi, per secoli, ho dato la colpa a
Eros.
In un momento di
sconsideratezza, mi ero preso gioco
delle sue abilità di arciere. Per
ripicca, Eros mi aveva colpito con
una freccia dorata, indirizzando tutto
il mio amore verso la bella Dafne.
Ma non fu questa la parte peggiore.
Eros aveva colpito anche il cuore di
Dafne con una freccia di piombo,
privandola di ogni possibile affetto
che avrebbe potuto nutrire per me.
La gente non lo capisce: le frecce
di Eros non possono suscitare
emozioni dal nulla. Possono solo
coltivare il potenziale che già c’è. Io
e Dafne avremmo potuto essere una
coppia perfetta. Lei era il mio vero
amore. Avrebbe potuto
contraccambiarmi. Eppure, grazie a
Eros, il mio amorometro schizzò alle
stelle, mentre i sentimenti di Dafne
si trasformarono in odio puro (il
quale, ovviamente, è l’altra faccia
dell’amore). Non c’è niente di più
tragico che amare qualcuno dal
profondo del cuore e sapere che non
potrà mai e poi mai ricambiarti.
Le leggende narrano che la
inseguivo per capriccio, che lei era
solo un altro bel bocconcino. Ma le
leggende sbagliano. Quando Dafne
supplicò Gea di trasformarla in una
pianta di alloro per sfuggirmi, anche
una parte del mio cuore si indurì
tramutandosi in corteccia. Inventai
la corona di alloro per rievocare il
mio fallimento e punire me stesso
per il destino toccato al mio più
grande amore. Ogni volta che un
eroe conquista l’alloro, mi ricorda la
ragazza che io non potrò mai
conquistare.
Dopo Dafne, giurai che non mi
sarei mai sposato. A volte sostenevo
che era perché non riuscivo a
decidermi tra le nove muse. Una
storia di comodo. Le nove muse
erano le mie fedeli compagne, e
ciascuna era bella a suo modo. Ma
non hanno mai posseduto il mio
cuore come Dafne. Solo un’altra
persona mi ha colpito altrettanto
profondamente – il perfetto Giacinto
– e anche lui mi è stato portato via.
Tutti questi pensieri affollavano il
mio cervello ferito. Barcollavo da un
albero all’altro, appoggiandomi al
tronco e aggrappandomi ai rami più
bassi come a un corrimano.
“Non puoi morire qui” sussurrò
Dafne. “Hai un lavoro da compiere.
Hai fatto un giuramento.”
Certo, il mio giuramento. Meg
aveva bisogno di me. Dovevo…
Caddi faccia avanti sul terriccio
gelato.
Per quanto tempo rimasi lì
disteso? Non lo so di preciso.
Un muso caldo mi alitò in un
orecchio. Una lingua ruvida mi
leccò il viso. Pensai di essere morto
e che Cerbero mi avesse trovato alle
porte degli Inferi.
Poi la bestia mi rigirò sulla
schiena. Rami scuri striavano il
cielo. Ero ancora nella foresta. Il
muso dorato di un leone apparve
sopra di me, gli occhi d’ambra
bellissimi e micidiali. Mi leccò la
faccia, forse per capire se fossi una
buona cena.
«Pfff!» Sputai i peli della criniera.
«Svegliati» disse la voce di una
donna, da qualche parte alla mia
destra. Non era Dafne, ma era
vagamente familiare.
Riuscii ad alzare la testa. Lì
vicino, un secondo leone era seduto
ai piedi di una donna con gli occhiali
dalle lenti colorate e un diadema
d’oro e d’argento sui capelli
intrecciati. Sul suo abito a fantasia
batik turbinavano immagini di
fronde di felce. Le braccia e le mani
erano coperte di tatuaggi all’henné.
Era diversa da come era apparsa nel
mio sogno, ma la riconobbi.
«Rea» gracidai.
La donna inclinò la testa. «Pace,
Apollo. Non è per mandarti in
paranoia, ma dobbiamo parlare.»
26

Gl’imperatori?!
Non si rilassano mai?
Voglio morire

Forse la mia ferita alla testa sapeva


di bistecca di manzo.
Il leone continuava a leccarmi la
faccia, e i miei capelli erano sempre
più bagnati e appiccicosi.
Stranamente, però, quel trattamento
sembrò schiarirmi le idee. Forse la
saliva di leone ha proprietà curative.
Immagino che avrei dovuto saperlo,
essendo il dio della medicina, ma mi
scuserete se non ho fatto
sperimentazioni con la bava di ogni
singolo animale esistente.
Con difficoltà, mi tirai su a
sedere e affrontai la regina dei
Titani.
Rea era appoggiata alla fiancata
di un furgone Volkswagen dipinto
con fronde vorticanti di felce nera
come quelle del suo abito. La felce
nera è uno dei simboli di Rea –
almeno così mi sembrava di
ricordare – ma non riuscivo a
rammentare il perché. Tra gli dei,
Rea era sempre stata un po’ un
mistero. Perfino Zeus, che la
conosceva meglio, non ne parlava
spesso.
La corona a forma di torre le
cingeva la fronte come uno
scintillante binario ferroviario.
Quando Rea abbassò lo sguardo su
di me e sorrise, le lenti dei suoi
occhiali passarono dall’arancione al
porpora. Una cintura di macramè le
cingeva la vita; appeso al collo c’era
il simbolo della pace. «Meno male,
sei sveglio. Ero preoccupata, bello.»
Quanto avrei voluto che la gente
la piantasse di chiamarmi “bello”.
«Cosa ci…? Dove sei stata tutti
questi secoli?»
«Su al Nord.» Rea diede una
grattatina alle orecchie del leone.
«Dopo Woodstock, sono rimasta da
quelle parti e ho messo su un
laboratorio di ceramica.»
«Che… che cosa?»
Inclinò la testa. «Era la scorsa
settimana o lo scorso millennio? Ho
perso la cognizione del tempo.»
«Io… io credo che tu stia
parlando degli anni Sessanta. Il
secolo scorso.»
«Oh, che seccatura!» sospirò
Rea. «Mi confondo dopo tutti questi
anni.»
«Ti capisco.»
«Dopo che ho lasciato Crono…
be’, quell’uomo era talmente
quadrato che ti ci potevi tagliare con
gli spigoli, hai presente? Era il tipico
modello paterno degli anni
Cinquanta… voleva che fossimo la
coppia perfetta, come Bonnie e
Clyde, Topolino e Minnie o che so
io…»
«Ha… ha ingoiato vivi i suoi
figli.»
«Proprio così. Davvero un brutto
karma.» Rea si scostò i capelli dal
viso. «In ogni caso, l’ho lasciato.
All’epoca il divorzio era
impensabile. Non si faceva e basta.
Ma io… ah! Io ho bruciato i miei
apodesmos e mi sono emancipata.
Ho tirato su Zeus in una comune con
una banda di naiadi e kouretes, a
germe di grano e nettare. Il ragazzo
è cresciuto nel pieno spirito dell’era
dell’Acquario, carico di vibrazioni
positive.»
Ero abbastanza sicuro che Rea
confondesse i secoli, ma pensai che
sarebbe stato scortese farglielo
notare di nuovo.
«Mi ricordi Iride» dissi. «È
diventata vegana decenni fa.»
Rea fece una smorfia, solo un
lieve disappunto prima di ritrovare il
proprio equilibrio karmico. «Iride è
un’anima bella. Mi sta simpatica.
Però sai, queste dee più giovani…
loro non c’erano a combattere la
rivoluzione. Non sanno com’era
quando tuo marito ti divorava i figli
e non riuscivi a trovare un vero
lavoro e quegli sciovinisti dei Titani
volevano solo che tu restassi a casa a
cucinare, pulire e mettere al mondo
altri pargoli olimpici. E a proposito
di Iride…» Rea si toccò la fronte.
«Aspetta… stavamo parlando di
Iride, o ho appena avuto un
flashback?»
«Sinceramente non lo so.»
«Oh, ora ricordo. Iride è una
messaggera degli dei, giusto?
Insieme a Ermes e a quell’altra
splendida donna emancipata…
Giovanna d’Arco?»
«Ehm… Non sono sicuro
dell’ultima.»
«Be’, in ogni caso, le linee di
comunicazione sono saltate, bello.
Non funziona niente. I messaggi-
Iride, le pergamene olografiche,
l’Ermes Express… Si sta guastando
tutto.»
«Lo sappiamo. Ma non sappiamo
perché.»
«Sono loro. Dipende da loro.»
«Loro chi?»
Rea lanciò un’occhiata prima a
destra e poi a sinistra. «Il Sistema,
bello. Il Grande Fratello. Le
multinazionali. I manager. Gli
imperatori.»
Avevo sperato che dicesse
qualcos’altro: i giganti, i Titani, le
antiche macchine assassine, gli
alieni. Avrei preferito battermi con
Tartaro, Urano o lo stesso Caos
Primordiale. Avevo sperato che Pete
il geyser avesse frainteso quello che
suo fratello gli aveva detto
sull’imperatore nel formicaio.
Adesso che ne avevo avuto
conferma, avrei voluto rubare il
furgone di Rea e andarmene in una
comune nel lontano, lontanissimo
Nord.
«La Società dei Triumviri» dissi.
Rea annuì. «Così si chiama il loro
nuovo complesso militare
industriale. Mi manda in paranoia.»
Il leone smise di leccarmi la
faccia, probabilmente perché il
sangue mi era diventato amaro.
«Com’è possibile? Come hanno
fatto a tornare?»
«Non se ne sono mai andati»
rispose Rea. «Hanno fatto tutto da
soli. Vollero farsi dei, ricordi? Brutta
storia quando è così, non finisce mai
bene. È da allora, dall’antichità, che
se ne stanno dietro le quinte a
influenzare la Storia, bloccati in una
sorta di crepuscolo perenne. Non
possono morire, ma non possono
neanche vivere davvero.»
«Ma com’è possibile che noi non
ce ne siamo mai accorti?»
domandai. «Siamo dei!»
La risata di Rea mi ricordò un
maialino asmatico. «Apollo, nipote
mio, bambino mio bello… Essere un
dio ha mai impedito a qualcuno di
essere stupido?»
Non aveva tutti i torti. Non su di
me personalmente, è chiaro, ma
quante cose potrei raccontarvi sugli
altri dei dell’Olimpo…
«Gli imperatori di Roma…»
Tentai di metabolizzare l’idea. «Non
possono essere tutti immortali.»
«No» disse Rea. «Solo i peggiori,
i più famigerati. Vivono nel ricordo
degli uomini. È questo che li
mantiene vivi. Come succede a noi,
in effetti. Sono legati al corso della
civiltà occidentale, anche se l’intero
concetto è pura propaganda
imperialista eurocentrica. Come ti
direbbe il mio guru…»
Portai le mani sulle tempie
pulsanti. «Possiamo affrontare un
problema alla volta?»
«Sì, sì, va bene. Non volevo farti
scoppiare la testa.»
«Ma come possono influenzare le
linee di comunicazione? Come
possono essere così potenti?»
«Hanno avuto a disposizione
secoli, Apollo. Secoli. E per tutto
questo tempo non hanno fatto altro
che tramare e scatenare guerre,
costruendo il loro impero capitalista,
in attesa di questo momento… il
momento in cui tu sei mortale e gli
oracoli sono vulnerabili a
un’acquisizione nemica. È pura
cattiveria. Questa gente non scialla
mai.»
«Pensavo fosse un’espressione
moderna.»
«Pura cattiveria?»
«No. Scialla. Vabbè, lascia stare.
La Bestia… è lui il capo?»
«Temo di sì. È perverso come gli
altri, ma è il più intelligente e il più
stabile… per essere un omicida
sociopatico, certo. Tu sai chi è… chi
era, giusto?»
Purtroppo, lo sapevo. Finalmente
ricordavo dove avevo visto quel
brutto ceffo. Sentivo riecheggiare
nell’arena la sua voce nasale che
ordinava l’esecuzione di centinaia di
persone in mezzo al clamore della
folla. Avrei voluto chiedere a Rea
chi fossero i due compatrioti che
formavano il Triumvirato insieme a
lui, ma decisi di non farlo. Non sarei
stato in grado di reggere la risposta.
Non c’erano opzioni positive, e
conoscere i loro nomi avrebbe
potuto gettarmi in una disperazione
che non avrei saputo gestire.
«Allora è vero. Gli altri Oracoli
esistono ancora» dissi. «Gli
imperatori li controllano tutti?»
«Ci stanno lavorando. Pitone ha
Delfi, questo è il problema più
grande. Ma non avrete la forza di
conquistarlo con un attacco diretto.
Prima dovrete togliere le loro grinfie
dagli Oracoli minori, fiaccare il loro
potere. E per farlo vi serve una
nuova fonte di profezia per questo
campo, un Oracolo che sia più
antico e indipendente.»
«Dodona, il tuo Bosco. Il Bosco
che sussurra.»
«Esatto» rispose Rea. «Pensavo
che fosse sparito per sempre. Ma
poi, non so come, le querce sono
ricresciute da sole nel cuore di
questa foresta. Dovete trovare il
Bosco e proteggerlo.»
«Ci sto lavorando.» Mi toccai la
ferita appiccicosa sulla testa. «Ma la
mia amica Meg…»
«Lo so. Hai avuto qualche
contrattempo. E i contrattempi non
mancano mai, Apollo. Quando io e
Lizzy Stanton abbiamo ospitato la
prima convenzione per i diritti delle
donne a Woodstock…»
«Vuoi dire alle Seneca Falls?»
Rea corrugò la fronte. «Non
erano gli anni Sessanta?»
«Gli anni Quaranta» precisai.
«Dell’Ottocento, però, se la
memoria non mi inganna.»
«Quindi… Jimi Hendrix non
c’era?»
«Ne dubito.»
Rea giocherellò con il simbolo
della pace. «Allora chi è stato a dare
fuoco alla chitarra? Ah, lascia
perdere. Il punto è che devi
perseverare. A volte ci vogliono
secoli per cambiare le cose.»
«Peccato che adesso io sia
mortale» commentai. «Non ho secoli
a disposizione.»
«Ma hai la forza di volontà»
ribatté Rea. «Hai la grinta e lo
slancio dei mortali. Queste sono
qualità che spesso gli dei non
hanno.»
Al suo fianco, il leone ruggì.
«Devo filarmela» disse Rea. «Se
gli imperatori mi rintracciano…
brutta storia, bello. Sono fuori dal
sistema da troppo tempo. Non
intendo farmi risucchiare di nuovo
nell’oppressione patriarcale
istituzionale. Tu pensa solo a trovare
Dodona. È la tua prima sfida.»
«E se la Bestia trova il Bosco per
prima?»
«Oh, ha già trovato le porte, ma
non le varcherà mai senza di te e
quella ragazzina.»
«Non… non capisco.»
«Va tutto bene. Respira. Trova il
tuo centro. L’illuminazione deve
arrivare da dentro.»
Sembrava proprio il genere di
battuta che avrei potuto rifilare ai
miei fedeli. Ebbi la tentazione di
strangolare Rea con la cintura di
macramè, ma dubitavo di averne la
forza. E poi, aveva con sé due leoni.
«Ma cosa faccio?» le chiesi.
«Come salvo Meg?»
«Per prima cosa, guarisci.
Riprenditi. Poi, be’… come salvare
Meg sta a te deciderlo. Il viaggio è
più importante della meta, sai?» Rea
allungò la mano. Dalle sue dita
penzolavano delle campane a vento,
una serie di cilindri cavi e
medaglioni di ottone con sopra incisi
antichi simboli greci e minoici.
«Appendile alla quercia antica più
grande. Ti aiuteranno a mettere a
fuoco le voci dell’Oracolo. Se
riceverai una profezia, fantastico.
Sarà solo l’inizio, ma senza Dodona
non sarà possibile nient’altro. Gli
imperatori soffocheranno il nostro
futuro e si spartiranno il mondo.
Solo quando avrai sconfitto Pitone,
potrai rivendicare il posto che ti
spetta sull’Olimpo. Mio figlio,
Zeus… si ostina con questa paranoia
dell’“amore severo”, capisci?
Riprendere Delfi è l’unico modo per
rientrare nelle sue grazie.»
«Temevo… temevo che lo avresti
detto.»
«C’è un’altra cosa» mi avvertì
Rea. «La Bestia sta progettando un
attacco al campo. Non so come, ma
sarà una cosa grossa. Cioè, perfino
peggio del napalm. Devi avvisare i
tuoi amici.»
Il leone più vicino mi diede una
spintarella col muso. Gli avvolsi le
braccia intorno al collo e mi feci
tirare su da lui. Riuscii a rimanere in
piedi, ma solo perché avevo le
gambe immobilizzate dal terrore.
Per la prima volta capivo le sfide
che mi attendevano. Conoscevo i
nemici che dovevo affrontare. E
avrei avuto bisogno di ben altro che
di campane a vento e illuminazioni
interiori. Avrei avuto bisogno di un
miracolo. E, da dio, posso
assicurarvi che non vengono mai
elargiti con leggerezza.
«Buona fortuna, Apollo.» La
regina dei Titani mi mise le campane
a vento in mano. «Devo controllare
il forno della ceramica, prima che i
vasi si spacchino. Non mollare, e
salva quegli alberi!»
La foresta si dissolse.
Mi ritrovai in piedi nel prato
centrale del Campo Mezzosangue,
faccia a faccia con Chiara
Benvenuti, che sobbalzò impaurita.
«Apollo?»
Sorrisi. «Ehi, ciao.» E, per la
seconda volta quella settimana,
svenni con molta grazia davanti a
lei.
27

Chiedo perdono
Per quasi tutto quanto
Non sono bravo?

“Sveglia” disse una voce.


Aprii gli occhi e vidi uno spirito,
un viso che mi era caro quanto
quello di Dafne. Riconobbi la pelle
ambrata, il sorriso gentile, i riccioli
scuri dei suoi capelli e gli occhi
viola.
«Giacinto» singhiozzai. «Quanto
mi dispiace…»
Lui si girò verso la luce del sole,
rivelando l’orribile ammaccatura
sopra l’orecchio sinistro nel punto in
cui lo aveva colpito il disco. Il mio
volto ferito pulsò per empatia.
“Cerca le grotte, vicino alle fonti
del blu” disse. “Oh, Apollo… ti
priveranno del senno, ma non…”
La sua immagine si affievolì e
cominciò a ritirarsi. Mi alzai dal
letto. Corsi da lui e lo afferrai per le
spalle. «Ma non… cosa? Ti prego,
non lasciarmi di nuovo!»
Tornai lucido all’improvviso. Mi
ritrovai vicino alla finestra della casa
Sette con in mano un vaso di
ceramica pieno di giacinti. Accanto
a me, con un’aria molto
preoccupata, c’erano Will e Nico,
pronti a prendermi in caso di
bisogno.
«Parla con i fiori» notò Nico. «È
normale?»
«Apollo, hai avuto una
commozione cerebrale» disse Will.
«Ti ho curato, ma…»
«Questi giacinti… sono sempre
stati qui?» domandai.
Will aggrottò la fronte.
«Sinceramente, non so da dove
siano arrivati, ma…» Mi prese il
vaso di mano e lo rimise sul
davanzale. «Preoccupiamoci di te,
okay?»
Di solito lo avrei preso come un
ottimo consiglio, ma in quel
momento riuscivo solo a fissare i
giacinti e a domandarmi se non
fossero un messaggio. Che vista
crudele: erano i fiori che avevo
creato in onore del mio amore
caduto, con i loro pennacchi
screziati di rosso come il suo sangue
o sfumati di viola come i suoi occhi.
Erano sbocciati allegramente sulla
finestra, a ricordarmi la mia perdita.
Nico posò una mano sulla spalla
di Will. «Apollo, eravamo
preoccupati. Soprattutto Will.»
Vederli insieme, che si
sostenevano a vicenda, mi appesantì
ancora di più il cuore. Durante il
delirio, entrambi i miei grandi amori
mi avevano fatto visita. Adesso,
ancora una volta, ero tremendamente
solo.
Ma avevo un compito da portare
a termine. Un’amica aveva bisogno
del mio aiuto.
«Meg è nei guai» annunciai.
«Quanto tempo sono rimasto
svenuto?»
I ragazzi si scambiarono
un’occhiata.
«È quasi mezzogiorno adesso.
Sei apparso sul prato intorno alle sei
di stamattina» rispose Will. «Visto
che Meg non è tornata insieme a te,
volevamo andare nella foresta a
cercarla, ma Chirone ce l’ha
impedito.»
«Ha fatto bene» dissi. «Non
permetterò che nessun altro si metta
in pericolo. Però devo sbrigarmi.
Meg ha tempo fino a stanotte al
massimo.»
«E poi?» chiese Nico.
Non riuscivo a dirlo. Non
riuscivo neanche a pensarci senza
perdermi d’animo. Abbassai lo
sguardo. A parte la bandana di Paolo
coi colori del Brasile e la collana
fatta con la corda di ukulele,
indossavo solo i boxer. La mia
disgustosa ciccia era sotto gli occhi
di tutti, ma non me ne importava più
niente. (Be’, diciamo non più tanto,
ecco.) «Devo vestirmi.»
Tornai barcollando alla branda.
Frugai tra le mie poche cose e trovai
la maglietta di Percy Jackson, quella
dei Led Zeppelin. Me la misi alla
svelta. Adesso sembrava più
azzeccata che mai.
Will mi ronzava intorno. «Senti,
Apollo, non penso che tu ti sia
ripreso al cento per cento.»
«Me la caverò.» Mi infilai i
jeans. «Devo salvare Meg.»
«Fatti aiutare da noi. Dicci
dov’è» intervenne Nico. «Io posso
viaggiare nell’ombra e…»
«No!» lo interruppi. «No, tu devi
rimanere qui e proteggere il campo.»
L’espressione di Will mi ricordò
moltissimo sua madre, Naomi, la
quale aveva lo stesso sguardo
trepidante un attimo prima di salire
sul palco. «Proteggere il campo da
cosa?»
«Non… non lo so di preciso.
Dovete dire a Chirone che gli
imperatori sono tornati. O meglio,
non se ne sono mai andati. Sono
secoli che tramano e accumulano
risorse.»
Nico mi guardò con uno scintillio
negli occhi. «Quando dici
imperatori…»
«Intendo quelli romani.»
Will fece un passo indietro. «Stai
dicendo che gli imperatori
dell’Antica Roma sono vivi? Com’è
possibile? Le Porte della Morte?»
«No.» Faticavo a parlare con il
sapore della bile in bocca. «Gli
imperatori vollero farsi dei,
ricordate? Avevano i loro templi e
altari. Incoraggiavano il popolo a
adorarli.»
«Ma era soltanto propaganda»
obiettò Nico. «Non erano realmente
divini.»
Risi senza allegria. «Gli dei sono
sostenuti dall’adorazione, figlio di
Ade. Continuano a esistere grazie
alla memoria collettiva di una
cultura. È vero per gli dei
dell’Olimpo, ed è vero anche per gli
imperatori. In qualche modo, i più
potenti tra loro sono sopravvissuti.
Per tutti questi secoli, sono rimasti
attaccati a una mezza vita, nascosti,
in attesa di rivendicare il potere.»
Will scosse la testa. «È
impossibile. Come…?»
«Non lo so!» Cercai di calmarmi.
«Di’ a Rachel che gli uomini dietro
la Società dei Triumviri sono ex
imperatori di Roma. Hanno tramato
contro di noi per tutto questo tempo,
e noi dei dell’Olimpo siamo stati
ciechi. Ciechi.» Mi infilai il
giaccone. Nella tasca sinistra c’era
ancora l’ambrosia che Nico mi
aveva dato il giorno prima. In quella
destra sferragliavano le campane a
vento di Rea, anche se non avevo
idea di come ci fossero finite. «La
Bestia sta progettando un attacco
contro il campo» continuai. «Non so
di che tipo, e non so quando, ma dite
a Chirone che dovete tenervi pronti.
Io devo andare.»
«Aspetta!» gridò Will, mentre mi
avvicinavo alla porta. «Chi è la
Bestia? Di quale imperatore stiamo
parlando?»
«Il peggiore dei miei
discendenti.» Conficcai le dita nel
telaio della porta. «I cristiani lo
chiamavano “la Bestia” perché li
bruciava vivi. Il nostro nemico è
l’imperatore Nerone.»

Dovevano essere troppo esterrefatti


per seguirmi.
Corsi all’armeria. Diversi ragazzi
mi lanciarono strane occhiate.
Alcuni mi gridarono dietro,
offrendomi aiuto, ma io li ignorai.
Riuscivo soltanto a pensare a Meg,
tutta sola nella tana dei myrmekes, e
alle visioni che avevo avuto di
Dafne, Rea e Giacinto… tutti mi
avevano spronato ad andare avanti,
dicendomi di fare l’impossibile in
quella mia inadeguata forma
mortale.
Raggiunta l’armeria, scrutai lo
scaffale degli archi. Con mano
tremante, scelsi quello che Meg
aveva tentato di darmi il giorno
prima. Era fatto di legno d’alloro di
montagna. Mi piacque l’ironia
amara della cosa.
Avevo giurato di non usare più un
arco finché non fossi stato di nuovo
un dio. Ma avevo giurato anche di
non suonare più, e avevo già
infranto quella parte del giuramento
nel modo più egregio possibile, alla
Neil Diamond.
La maledizione dello Stige
poteva pure uccidermi nel suo modo
lento e canceroso, o poteva
abbattermi Zeus. Ma avevo giurato
di salvare Meg McCaffrey, e quel
giuramento veniva prima di tutto il
resto.
Rivolsi la faccia al cielo. «Se
vuoi punirmi, Padre, accomodati
pure, ma abbi il coraggio di fare del
male a me, non alla mia amica
mortale. COMPORTATI DA
UOMO!»
Con mia sorpresa, i cieli rimasero
muti. Non fui disintegrato da una
folgore. Forse Zeus era troppo
sconcertato per reagire, tuttavia
sapevo che non avrebbe mai
dimenticato un’offesa del genere.
Che se ne andasse al Tartaro! Io
avevo una missione da compiere.
Afferrai una faretra e la riempii di
tutte le frecce di scorta che riuscii a
trovare. Poi mi precipitai verso la
foresta, con i due anelli di Meg che
tintinnavano sulla mia collana
improvvisata. Troppo tardi mi resi
conto di aver dimenticato l’ukulele
da guerra, ma non avevo tempo per
tornare indietro. Il mio canto
sarebbe dovuto bastare.
Non so di preciso come trovai il
formicaio.
Forse la foresta mi permise di
raggiungerlo, sapendo che andavo
incontro alla morte. Ho scoperto
che, quando si cercano guai, è
piuttosto facile trovarli.
Poco dopo ero accovacciato
dietro un albero caduto, a osservare
il covo dei myrmekes nella radura.
Chiamarlo formicaio sarebbe come
chiamare il palazzo di Versailles una
villetta unifamiliare. Bastioni di
terra si ergevano quasi fino alle cime
degli alberi intorno, per una trentina
di metri almeno. Era così ampio che
avrebbe potuto ospitare un
ippodromo romano. Un flusso
costante di soldati e droni sciamava
dentro e fuori dalla montagnola.
Alcuni trasportavano alberi caduti.
Uno, inspiegabilmente, trascinava
una Chevy Impala del 1967.
Quante formiche avrei dovuto
affrontare? Non ne avevo idea.
Dopo che hai raggiunto il numero
impossibile, non ha senso contare
ancora.
Incoccai una freccia ed entrai
nella radura.
Non appena il myrmeke più
vicino mi vide, lasciò cadere la
Chevy. Rimase a guardarmi mentre
mi avvicinavo, con le antenne
ballonzolanti. Lo superai
ignorandolo e mi diressi all’ingresso
della prima galleria disponibile.
Questo lo confuse ancora di più.
Diverse altre formiche si
riunirono a guardare.
Ho imparato che se ti comporti
come se la tua presenza in un certo
posto sia più che dovuta, le persone
(o le formiche) ti lasciano stare. Di
norma, comportarmi con
disinvoltura non è un problema per
me. Agli dei è permesso andare
ovunque. Era un po’ più difficile per
Lester Papadopoulos, il prototipo
dell’imbranato adolescenziale, ma
riuscii ad arrivare fino al covo senza
che nessuno mi chiedesse niente.
Mi tuffai dentro e cominciai a
cantare.
Stavolta non mi serviva l’ukulele.
Non mi serviva l’ispirazione delle
muse. Ripensai al volto di Dafne tra
gli alberi. Ripensai a Giacinto che si
allontanava, con la ferita mortale
che luccicava sul cuoio capelluto.
L’angoscia mi riempì la voce.
Cantavo un dolore straziante. Invece
di crollare per la disperazione, la
proiettavo all’esterno.
Le gallerie amplificavano la mia
voce, trasportandola per tutto il
formicaio e trasformando l’intera
collina in uno strumento musicale.
Ogni volta che superavo una
formica, l’insetto rannicchiava le
zampe e portava la fronte sul
pavimento, con le antenne scosse
dalle vibrazioni della mia voce.
Se fossi stato un dio, il canto
sarebbe stato più potente, ma fu
comunque sufficiente. Rimasi
colpito da quanto dolore possa
trasmettere una voce umana.
Mi addentrai nella collina. Non
avevo idea di dove stessi andando
finché non notai un geranio che
sbocciava sul terreno della galleria.
Il mio canto vacillò.
Meg. Doveva avere ripreso
conoscenza. Aveva fatto cadere uno
dei semi d’emergenza per lasciarmi
una traccia. I fiori purpurei del
geranio davano tutti su una galleria
più piccola che conduceva a sinistra.
«Brava» dissi, imboccando il
tunnel.
Un clangore mi avvisò che un
myrmeke si stava avvicinando.
Mi voltai e sollevai l’arco. Non
più incantato dalla mia voce,
l’insetto caricò, con la bocca
schiumante di acido. Tirai l’arco e
scoccai la freccia, che si conficcò
nella fronte della formica.
L’animale cadde, mentre le
zampe posteriori si contraevano
negli spasmi della morte. Tentai di
recuperare la freccia, ma l’asta si
spezzò, lasciandomi in mano
l’estremità ricoperta di una sostanza
appiccicosa fumante e corrosiva. E
tanti saluti al riciclo delle munizioni.
Gridai: «MEG!».
L’unica risposta fu il clangore di
altre formiche giganti in
avvicinamento. Ricominciai a
cantare. Ormai, però, nutrivo
maggiori speranze di trovare Meg, e
fu più difficile evocare la giusta
dose di malinconia. Le formiche che
incontravo non erano più
catatoniche. Si muovevano a passi
lenti e incerti, ma attaccavano
ancora. Fui costretto a scagliare una
freccia dietro l’altra.
Superai una grotta piena di tesori
scintillanti, però al momento non mi
interessavano gli oggetti luminosi.
Proseguii.
All’incrocio successivo, spuntò
un altro geranio da terra. Tutti i suoi
fiori erano rivolti a destra. Presi
quella direzione, gridai di nuovo il
nome di Meg e ricominciai a
cantare.
Man mano che mi tiravo su di
morale, il mio canto diventava meno
efficace e le formiche più
aggressive. Dopo una decina di
nemici abbattuti, la mia faretra si
stava alleggerendo pericolosamente.
Dovevo entrare più in contatto
con la mia disperazione, attingere in
profondità. Dovevo sentire la
tristezza, fino in fondo.
Per la prima volta in quattromila
anni, cantai i miei errori.
Riversai fuori tutto il senso di
colpa per la morte di Dafne. La mia
vanagloria, la mia invidia, il mio
desiderio avevano provocato la sua
distruzione. Quando era fuggita da
me, avrei dovuto lasciarla andare.
Invece l’avevo inseguita,
implacabile. La volevo, e intendevo
averla. Per questo, non le avevo
lasciato scelta. Per sottrarsi a me,
Dafne aveva sacrificato la propria
vita e si era trasformata in un albero,
lasciandomi una cicatrice eterna sul
cuore… Ma era stata colpa mia. Mi
scusai cantando. Implorai il perdono
di Dafne.
Cantai di Giacinto, il più bello
degli uomini. Anche il vento
dell’Ovest, Zefiro, lo aveva amato,
ma io mi ero rifiutato di
condividerlo con lui anche soltanto
per un momento. Nella mia gelosia,
avevo minacciato Zefiro. Lo avevo
sfidato, lo avevo sfidato a mettersi
tra noi.
Cantai del giorno in cui io e
Giacinto giocavamo con il disco nei
campi, e di come il vento dell’Ovest
avesse deviato la traiettoria del mio
disco, che andò a colpire la tempia
del mio amato.
Per mantenerlo alla luce del sole
che gli era propria, creai i fiori di
giacinto dal suo sangue. Ne ritenni
responsabile Zefiro, ma era stato il
mio cuore meschino a provocare la
morte di Giacinto. Sfogai la mia
tristezza. Mi addossai tutta la colpa.
Cantai le mie sconfitte, la mia
eterna sofferenza e solitudine. Ero il
peggiore degli dei, il più tormentato
dai sensi di colpa, il meno
concentrato. Non riuscivo a
dedicarmi a un unico amante. Non
riuscivo neppure a scegliere di cosa
essere il dio. Continuavo a passare
da una specialità all’altra, distratto e
insoddisfatto.
La mia vita dorata era un
inganno, la mia imperturbabilità una
finzione, il mio cuore un pezzo di
legno pietrificato.
Tutt’intorno a me, i myrmekes
crollarono. L’intero formicaio era
scosso dal dolore.
Trovai un terzo geranio e poi un
quarto.
Finalmente, soffermandomi tra
un verso e l’altro, udii un’esile voce
in lontananza: una ragazzina che
piangeva.
«Meg!» Smisi di cantare e
cominciai a correre.
Meg giaceva al centro di una
dispensa cavernosa, proprio come
mi ero immaginato. Intorno a lei
erano ammucchiate carcasse di
animali – mucche, cervi, cavalli –
tutte rivestite di una sostanza
appiccicosa indurita e in lenta
putrefazione. Il tanfo mi investì le
narici come una valanga.
Anche Meg era avvolta nella
stessa sostanza, ma contrattaccava
con la forza dei gerani. Chiazze di
foglie spuntavano nei punti in cui il
suo bozzolo si assottigliava. Un
collare increspato di fiori le teneva
la sostanza appiccicosa lontano dal
viso. Era riuscita perfino a liberare
un braccio, grazie a un’esplosione di
gerani rosa sull’ascella sinistra.
Aveva gli occhi gonfi di pianto.
Immaginai che fosse impaurita,
forse dolorante, ma quando mi
inginocchiai accanto a lei, le sue
prime parole furono: «Mi dispiace
tanto».
Le asciugai una lacrima dalla
punta del naso. «Perché, cara Meg?
Tu non hai fatto niente di male.
Sono stato io a deludere te.»
Un singhiozzo le rimase bloccato
in gola. «Tu non capisci. La canzone
che cantavi. Oh, dei… Apollo, se
avessi saputo…»
«Zitta, adesso.» Avevo la gola
talmente infiammata che parlavo a
fatica. Il canto mi aveva quasi
distrutto la voce. «Stai solo
reagendo al dolore che hai percepito
nella musica. Dai, dobbiamo
liberarti.»
Stavo pensando a come fare,
quando lei sgranò gli occhi ed emise
un gemito.
Mi si drizzarono i capelli sulla
nuca. «Ci sono formiche alle mie
spalle, vero?» domandai.
Meg annuì.
Mi voltai nell’istante in cui
quattro myrmekes entravano nella
caverna. Allungai una mano verso la
faretra: mi era rimasta una sola
freccia.
28

Mie care mamme


Abbasso le formiche
Meglio le larve

Meg si dimenava nel suo involucro


appiccicoso. «Fammi uscire di qui!»
«Non ho la spada!» Portai
lentamente le dita sulla corda di
ukulele che avevo intorno al collo.
«A dire il vero ho le tue spade,
voglio dire, i tuoi anelli…»
«Non c’è bisogno di tagliare per
tirarmi fuori. Quando la formica mi
ha scaricato qui, mi è caduto il
pacchetto di semi. Dovrebbe essere
vicino.»
Aveva ragione. Scorsi il sacchetto
accartocciato accanto ai suoi piedi.
Mi ci avvicinai piano, tenendo un
occhio sulle formiche. Erano
radunate all’ingresso, come se
esitassero a farsi avanti. Forse la scia
di insetti morti che conduceva in
questa stanza le aveva indotte a
riflettere.
«Brave formichine» dissi. «Brave
e buone!» Mi accovacciai e raccolsi
il pacchetto. Dando una rapida
occhiata dentro, vidi che erano
rimasti una mezza dozzina di semi.
«E adesso, Meg?»
«Gettali sulla sostanza
appiccicosa.»
Indicai i gerani che le spuntavano
dal collo e dall’ascella. «Quanti ne
hai usati lì?»
«Uno.»
«Allora con questi potresti morire
soffocata. Ho trasformato troppe
persone a cui volevo bene in fiori,
Meg. Io non…»
«FALLO!»
Alle formiche non piacque il suo
tono di voce. Avanzarono, facendo
schioccare le mandibole. Sparsi i
semi di geranio sul bozzolo di Meg,
poi incoccai la freccia. Uccidere una
formica non sarebbe servito a niente
se le altre tre ci avessero fatto a
pezzi, quindi scelsi un bersaglio
diverso. Tirai al soffitto della
caverna, proprio sopra le teste degli
insetti.
Era un’idea disperata, ma avevo
già fatto crollare diversi edifici con
quel sistema, in passato. Nel 464
avanti Cristo, colpendo una faglia
alla giusta angolatura, avevo
provocato un terremoto che aveva
quasi raso al suolo Sparta (gli
Spartani non mi sono mai andati
molto a genio).
Stavolta fui meno fortunato. La
freccia si conficcò nella terra
compatta con un sordo tump! Le
formiche fecero un altro passo
avanti, con l’acido che gli colava
dalla bocca. Dietro di me, Meg
tentava con tutte le forze di liberarsi
dal bozzolo, ricoperto adesso di un
tappeto di fiori purpurei.
Le serviva più tempo.
Esaurite le idee, mi strappai dal
collo la bandana con la bandiera
brasiliana e la agitai come un pazzo,
tentando di attingere al mio Paolo
interiore.
«STATE INDIETRO,
FORMICHE SCHIFOSE!» gridai.
«BRASIL!»
Le formiche vacillarono, forse
per via dei colori brillanti, o della
mia voce, o della mia improvvisa e
folle sicurezza. Mentre loro
esitavano, sul soffitto si aprirono
delle crepe, a partire dal punto
d’impatto della mia freccia. Un
attimo dopo, migliaia di tonnellate
di terra crollarono sopra i myrmekes.
Quando la polvere si diradò, metà
della stanza era sparita, insieme alle
formiche.
Guardai il mio fazzoletto. «Per il
fango dello Stige! Questa bandana
ha davvero poteri magici. Non potrò
mai dirlo a Paolo, altrimenti chi lo
regge più.»
«Di qua!» gridò Meg.
Mi girai. Un altro myrmeke
avanzava sopra un mucchio di
carcasse. A quanto pareva, c’era una
seconda uscita che non avevo notato
dietro quelle disgustose scorte di
cibo.
Prima che capissi cosa fare, Meg
ruggì e si liberò della serica gabbia,
spargendo gerani in tutte le
direzioni. Gridò: «I miei anelli!».
Me li strappai dal collo e glieli
gettai. Non appena lei li afferrò, le
due spade d’oro imperiale
sfolgorarono nelle sue mani.
Il myrmeke ebbe a malapena il
tempo di pensare: “Oh, oh”, che
Meg era già andata alla carica e gli
aveva mozzato la testa corazzata. Il
corpo dell’insetto crollò in un
mucchio fumante.
Meg si voltò verso di me. La sua
faccia era una tempesta di senso di
colpa, tristezza e rancore. Ebbi paura
che usasse le spade contro di me.
«Apollo, io…» Le si incrinò la
voce.
Immaginai che subisse ancora gli
effetti del mio canto. Era scossa fino
al midollo. Decisi di non cantare mai
più con tanta sincerità in presenza di
una persona mortale.
«Va tutto bene, Meg» dissi.
«Dovrei essere io a scusarmi con te.
Ti ho messo io in questo pasticcio.»
Lei scosse la testa. «Tu non
capisci. Io…»
Un urlo pieno di rabbia
riecheggiò nella stanza, scuotendo il
soffitto pericolante e facendo
piovere zolle di terra sulle nostre
teste. Il tono mi ricordò quello delle
sfuriate di Era, quando mi strillava
dietro per tutto l’Olimpo perché
avevo lasciato alzata la divina
tavoletta del water.
«Quella è la regina delle
formiche» ne dedussi. «Dobbiamo
andarcene.»
Meg puntò una spada verso
l’unica via d’uscita rimasta. «Ma il
suono proveniva da lì. Così le
andremo incontro.»
«Esatto. Per cui forse le nostre
reciproche scuse dovranno aspettare,
che dici? Rischiamo ancora di farci
ammazzare.»

Trovammo la regina delle formiche.


Urrà!
Tutti i corridoi conducevano alla
regina. Irradiavano dalla sala come i
raggi di una stella del mattino. Sua
Maestà era grande tre volte i suoi
soldati più imponenti: una massa
torreggiante di chitina nera e
appendici spinate, con le ali ovali e
diafane ripiegate sulla schiena. I
suoi occhi erano vitree piscine di
onice. L’addome era una sacca
traslucida e pulsante piena di uova
scintillanti. A quella vista mi pentii
di aver inventato le capsule in gel
per i farmaci.
Forse l’addome turgido l’avrebbe
rallentata in un combattimento, ma
era così grossa che ci avrebbe
intercettato prima che riuscissimo a
raggiungere l’uscita più vicina. E
con quelle mandibole ci avrebbe
spezzato in due come ramoscelli
secchi.
«Meg, che ne diresti di usare le
tue spade contro questa signora?»
proposi.
Meg rimase inorridita. «È una
madre che sta per partorire.»
«Sì… ed è un insetto, e tu li
detesti. E i suoi figli ti stavano
facendo ammorbidire per cena.»
Meg aggrottò la fronte. «Però…
non mi sembra giusto.»
La regina sibilò. Fu un suono
secco, simile a uno spruzzo. Ci
avrebbe già annaffiato di acido se
non si fosse preoccupata degli effetti
a lungo termine degli agenti
corrosivi sulle sue larve. Una regina
delle formiche non è mai troppo
prudente, oggigiorno.
«Hai un’altra idea?» domandai a
Meg. «Preferibilmente una che non
contempli la nostra morte?»
Meg indicò una galleria proprio
dietro la covata di uova della regina.
«Dobbiamo andare in quella
direzione. Porta al bosco.»
«Come fai a esserne sicura?»
Meg inclinò la testa. «Gli alberi.
È come se… se li sentissi crescere.»
Mi ricordò una cosa che mi
avevano raccontato una volta le
muse: di come sentissero
l’inchiostro che si asciugava sulle
nuove pagine di poesia. Non mi
stupii che una figlia di Demetra
sentisse crescere le piante. Né che la
galleria che ci serviva fosse quella
più difficile da raggiungere.
«Canta» mi disse Meg. «Canta
come hai fatto prima.»
«Non… non posso. Non ho quasi
più voce.»
E poi pensai: “Non voglio
rischiare di perderti un’altra volta”.
Avevo liberato Meg, per cui
probabilmente avevo adempiuto al
giuramento fatto a Pete, il dio del
geyser. Però, cantando e tirando con
l’arco, avevo infranto il giuramento
sullo Stige non una, ma due volte.
Cantando di nuovo mi sarei
dimostrato ancora di più uno che se
ne infischia delle regole.
Qualunque fossero le punizioni
cosmiche che mi aspettavano, non
volevo che ricadessero su Meg.
Sua Maestà cercò di morderci: un
avvertimento per dirci di arretrare.
Se fossi stato un pelo più vicino, la
mia testa sarebbe rotolata per terra.
Così cantai. Cioè, feci del mio
meglio, con la voce roca che mi era
rimasta. Iniziai a rappare. Cominciai
con il ritmo bum cica cica bum.
Azzardai qualche passo di danza su
cui io e le nove muse stavamo
lavorando poco prima che
scoppiasse la guerra con Gea.
La regina inarcò la schiena. Non
credo che si aspettasse una serenata
rap quel giorno.
Lanciai un’occhiata significativa
a Meg: “Aiutami!”.
Lei scosse la testa. Datele due
spade, e quella ragazzina diventa
un’invasata. Ma chiedetele di buttare
giù un semplice beat e le viene
subito il panico da palcoscenico.
“E va bene. Faccio da solo” mi
dissi.
Mi lanciai in Dance di Nas. Devo
dire che era una delle odi più
commoventi dedicate alle madri che
avessi mai ispirato a un artista (non
c’è di che, Nas). Mi presi qualche
libertà con i versi. Probabilmente
avrò cambiato “angelo del focolare”
con “angelo della nidiata” e “donna”
con “formica”. Ma il sentimento era
immutato. Attinsi a tutto l’amore
che provavo per mia madre, Leto.
Quando arrivai alla parte in cui
dichiaravo la mia speranza di
sposare un giorno una donna (o una
formica) così bella, il mio cuore era
davvero straziato. Non avrei mai
avuto una compagna del genere.
Non era il mio destino.
Le antenne della regina
tremolavano. La testa sobbalzava
avanti e indietro. Continuava a
espellere uova dall’addome,
ostacolando un poco la mia
concentrazione, ma perseverai.
Quando ebbi finito, mi
inginocchiai e sollevai le braccia in
segno di tributo, in attesa del
verdetto della regina. Avrebbe
potuto uccidermi oppure no. Ero
esausto. Avevo riversato tutto in
quel brano e non avrei più potuto
cantare un solo verso di musica rap.
Accanto a me, Meg era
immobile, le spade strette in mano.
Sua Maestà fu scossa da un
brivido. Gettò la testa all’indietro ed
emise un gemito, un suono più
accorato che rabbioso. Si chinò e mi
diede un colpetto delicato sul torace,
sospingendomi verso la galleria che
ci serviva.
«Grazie» gracidai. «Mi dispiace
per le formiche che ho ucciso.»
La regina ronzò sommessamente
e fece clic, espellendo qualche altro
uovo, come a dire: “Non
preoccuparti. Posso sempre
partorirne altre”.
Le accarezzai la fronte. «Posso
chiamarti mamma?»
La sua bocca schiumò in modo
quasi compiaciuto.
«Apollo, andiamo via prima che
cambi idea» disse Meg.
Secondo me, non lo avrebbe
fatto. Avevo la sensazione che
Mamma-formica avesse accettato il
mio omaggio e ci avesse adottato
nella nidiata. Però Meg aveva
ragione: dovevamo sbrigarci. La
regina ci seguì con lo sguardo
mentre passavamo lentamente
intorno alle sue uova.
Poi ci fiondammo nella galleria e
scorgemmo il bagliore del sole sopra
di noi.
29

Ossa e pali
Un uomo in porpora
E non è tutto…

Non ero mai stato così felice di


vedere un campo dove si era
consumato un eccidio.
Emergemmo in una radura
cosparsa di ossi: per la maggior
parte erano di animali della foresta,
alcuni sembravano umani.
Dovevamo aver trovato la discarica
dei myrmekes, che evidentemente
non avevano un regolare servizio di
raccolta rifiuti.
Il terreno era circondato da alberi
così fitti e aggrovigliati che sarebbe
stato impossibile passarci in mezzo.
Sopra le nostre teste, i rami si
intrecciavano in una cupola frondosa
che lasciava appena trapelare la luce
del sole e poco altro. Chiunque
volasse sopra la foresta non si
sarebbe mai accorto dell’esistenza di
questo spazio aperto sotto la volta
degli alberi.
All’estremità della radura c’era
una fila di oggetti che sembravano
sagome d’allenamento per il football
americano: sei bozzoli bianchi legati
a lunghi pali di legno che
fiancheggiavano un paio di enormi
querce. Gli alberi erano alti almeno
due metri e mezzo. Erano cresciuti
così vicini l’uno all’altro che i loro
giganteschi tronchi sembravano
essersi fusi tra loro. Ebbi la netta
sensazione di trovarmi davanti a un
portale vivente.
«È un’entrata» dissi. «Per il
Bosco di Dodona.»
Le spade di Meg si ritrassero,
trasformandosi di nuovo in anelli
d’oro sul dito medio di entrambe le
sue mani. «Non siamo già nel
bosco?»
«No…» Fissai dall’altra parte
della radura i lunghi bozzoli bianchi
simili a ghiaccioli. Erano troppo
lontani e non li vedevo bene, ma
avevano qualcosa di familiare, in un
modo malvagio, sgradevole. Volevo
avvicinarmi, ma volevo anche
mantenere una certa distanza.
«Credo che questa sia una sorta
di anticamera» dissi. «Il bosco è
dietro quegli alberi.»
Meg scrutò intorno con aria
guardinga. «Non sento nessuna
voce.»
Era vero. La foresta era immersa
nel silenzio più assoluto. Gli alberi
sembravano trattenere il respiro.
«Il bosco sa che siamo qui»
ipotizzai. «Aspetta di vedere cosa
facciamo.»
«Allora sarà meglio che ci diamo
una mossa.» Meg non sembrava più
entusiasta di me, tuttavia avanzò
decisa, con gli ossi che
scricchiolavano sotto i suoi piedi.
Avrei voluto avere qualcosa di
più di un arco, una faretra vuota e
una voce roca con cui difendermi,
ma la seguii, tentando di non
inciampare sulle casse toraciche e le
corna di cervo. A metà circa della
radura, Meg emise un sospiro acuto:
stava fissando i pali ai lati degli
alberi che formavano l’entrata.
In un primo momento, feci fatica
a comprendere cos’avevo davanti.
Ogni palo era alto quasi quanto un
crocifisso, di quelli che i Romani
piantavano sul ciglio della strada per
propagandare la sorte che sarebbe
toccata ai criminali (personalmente,
trovo molto più di buon gusto i
moderni cartelloni). La metà
superiore di ogni palo era avvolta da
spesse strisce bitorzolute di tessuto
bianco, e dalla sommità di ogni
bozzolo spuntava qualcosa che
somigliava a una testa umana.
Mi si rivoltò lo stomaco. Erano
teste umane. Schierati davanti a noi
c’erano i semidei dispersi, legati
stretti. Rimasi a guardare,
pietrificato, finché non notai le
lievissime contrazioni ed espansioni
degli involucri intorno al torace.
Respiravano ancora. Erano svenuti,
non morti. Grazie agli dei.
Sulla sinistra c’erano tre ragazzi
che non conoscevo, ma supposi che
fossero Cecil, Ellis e Miranda. Sulla
destra c’era un tizio emaciato con la
pelle grigia e i capelli bianchi:
senz’altro era Paulie, il dio dei
geyser. Accanto a lui erano appesi i
miei figli, Austin e Kayla.
Tremavo così tanto che gli ossi
intorno ai miei piedi sbatterono
l’uno contro l’altro. Riconobbi
l’odore che proveniva dagli
involucri dei prigionieri: zolfo,
benzina, lime in polvere e fuoco
greco liquido, la sostanza più
pericolosa mai creata. Nella mia
gola, rabbia e disgusto lottavano per
stabilire chi avesse il diritto di farmi
vomitare.
«Oh, ma è mostruoso!» esclamai.
«Dobbiamo liberarli subito.»
«Che cos’hanno?» balbettò Meg.
Non osai tradurlo in parole.
Avevo già visto mettere in atto
questa forma di esecuzione, per
mano della Bestia, e avrei voluto
non vederla mai più.
Mi precipitai al palo di Austin.
Con tutta la mia forza tentai di farlo
cadere, ma non si spostò. La base
era conficcata troppo a fondo nel
terreno. Strappai le fasce di stoffa,
però l’unico risultato fu che mi
ricoprii le mani di una resina
solforosa. L’ovatta era più
appiccicosa e dura della sostanza
viscida dei myrmekes.
«Meg, le tue spade!» Non ero
sicuro che avrebbero funzionato, ma
non riuscivo a pensare a nient’altro
da provare.
Poi, da sopra le nostre teste,
giunse un ringhio familiare.
I rami frusciarono. Pesca, il
karpos, cadde giù dagli alberi
atterrando con un salto mortale ai
piedi di Meg. Sembrava reduce da
chissà quali traversie. Aveva le
braccia tagliate che distillavano
nettare di pesca, le gambe ricoperte
di lividi, il pannolino che ciondolava
pericolosamente.
«Grazie agli dei!» dissi. Non era
la mia normale reazione quando
vedevo spiriti del grano, ma i suoi
denti e i suoi artigli potevano essere
proprio quello che ci serviva per
liberare i semidei. «Meg, sbrigati!
Ordina al tuo amico di…»
«Apollo.» Il tono di voce era
grave. Meg indicò la galleria da cui
eravamo arrivati.
Dal nido delle formiche stavano
affiorando due degli esseri umani
più grossi che avessi mai visto.
Erano alti più di due metri, e con
ogni probabilità nascondevano
centoquaranta chili di muscoli sotto
un’armatura di pelle di cavallo. I
capelli biondi scintillavano come fili
d’argento. Anelli ornati di pietre
preziose luccicavano sulla loro
barba. Erano armati entrambi con
uno scudo ovale e una lancia, anche
se dubitavo che avessero bisogno di
armi per uccidere. Sembravano
capaci di sventrare una palla di
cannone a mani nude.
Li riconobbi dai tatuaggi e dai
disegni circolari sugli scudi.
Guerrieri del genere non si
dimenticano tanto facilmente.
«Germani.» D’istinto, mi spostai
davanti a Meg. Le guardie del corpo
della cerchia imperiale avevano
mietuto molte vittime a sangue
freddo nell’Antica Roma. Dubitavo
che si fossero addolciti nel corso dei
secoli.
I due uomini mi guardarono con
occhi torvi. Intorno al collo, vidi che
avevano tatuaggi di serpenti
attorcigliati, proprio come i teppisti
che mi avevano aggredito a New
York. I guerrieri germani si
scostarono, e il loro capo emerse
dalla galleria.
Nerone non era cambiato molto
in millenovecento anni e passa. Non
dimostrava più di trent’anni, ma
trent’anni portati male, con la faccia
smunta e la pancia ingrossata per i
troppi bagordi. Le labbra erano
strette in una sorta di ghigno
perenne. I capelli ricci si
prolungavano in una barba che
seguiva il profilo della mandibola. Il
mento era così sfuggente che quasi
quasi avrei indetto una raccolta
fondi per comprargliene uno
migliore.
Tentava di compensare la
bruttezza con un costoso completo
italiano di lana color porpora e la
camicia grigia lasciata aperta per
sfoggiare le catene d’oro. Le scarpe
erano di pelle lavorata a mano, non
proprio il genere da indossare per
andarsene in giro in un formicaio.
Ma, del resto, Nerone aveva sempre
avuto gusti raffinati e poco pratici.
Forse era l’unica cosa che ammiravo
di lui.
«Imperatore Nerone» dissi. «La
Bestia.»
Lui storse le labbra. «Nerone può
bastare. È bello vederti, mio onorato
avo. Mi dispiace di essere stato così
negligente con le offerte negli ultimi
millenni, ma…» scrollò le spalle
«non mi servivi. Me la sono cavata
piuttosto bene da solo.»
Strinsi i pugni. Avrei voluto
colpire quel panzone di un
imperatore con un fulmine di
potenza incandescente… peccato
che non ne avessi neppure uno, così
come non avevo frecce, né voce per
cantare. Contro Nerone e le sue
guardie del corpo di due metri avevo
a disposizione una bandana
brasiliana, un pacchetto di ambrosia
e qualche campana a vento.
«È me che vuoi» dissi. «Fai
scendere i semidei dai pali. Lasciali
andare insieme a Meg. Loro non ti
hanno fatto niente.»
Nerone ridacchiò. «Sarò felice di
lasciarli andare, una volta trovato un
accordo. Quanto a Meg…» Le
sorrise. «Come stai, mia cara?»
Lei non rispose. Aveva una faccia
dura e grigia come quella del dio del
geyser. Ai suoi piedi, Pesca ringhiò
e arruffò le ali frondose.
Una delle guardie di Nerone gli
disse qualcosa all’orecchio.
L’imperatore annuì. «Tra poco.»
Poi rivolse di nuovo l’attenzione a
me. «Ma dove sono finite le mie
buone maniere? Permettimi di
presentarti il mio braccio destro,
Vincius, e il mio braccio sinistro,
Garius.»
Le guardie del corpo si
indicarono a vicenda.
«Ah, scusate» si corresse Nerone.
«Il mio braccio destro, Garius, e il
mio braccio sinistro, Vincius. È la
versione latinizzata dei loro nomi
batavi, io non riesco a pronunciarli.
Di solito, li chiamo semplicemente
Vince e Gary. Salutate, ragazzi.»
Vince e Gary mi guardarono in
cagnesco.
«Hanno i serpenti tatuati, come i
teppisti che hai mandato ad
aggredirmi» notai.
Nerone scrollò le spalle. «Ho
molti servi. Cade e Mikey occupano
un posto piuttosto basso nella mia
gabbia salariale. Il loro unico
compito era sbatacchiarti un po’ e
darti il benvenuto nella mia città.»
«La tua città?» Tipico di Nerone,
rivendicare importanti zone
metropolitane che evidentemente
appartenevano a me. «E questi due
gentiluomini… sono davvero
guerrieri germani dell’epoca antica?
Com’è possibile?»
Nerone emise un rumore
sprezzante con il naso, una specie di
latrato. Avevo dimenticato quanto
odiassi la sua risata.
«Divino Apollo, per favore!
Anche prima che Gea requisisse le
Porte della Morte, le anime
fuggivano di continuo dall’Erebo.
Era piuttosto facile per un
imperatore-dio come me richiamare
i suoi seguaci.»
«Un imperatore-dio?» grugnii.
«Forse volevi dire un “ex imperatore
pazzo”!»
Nerone inarcò le sopracciglia.
«Cosa rendeva tale te, Apollo…
all’epoca in cui eri un dio? Non era
forse la potenza del tuo nome,
l’influenza che avevi su coloro che
credevano in te? Io non sono
diverso.» Lanciò un’occhiata alla
propria sinistra. «Vince, gettati sulla
lancia, per favore.»
Senza esitazione, quello piantò
l’impugnatura della lancia per terra e
appoggiò la gabbia toracica sopra la
punta.
«Fermo» disse Nerone. «Ho
cambiato idea.»
Vince non lasciò trapelare nessun
sollievo. Anzi, strinse gli occhi un
po’ deluso e si rimise la lancia al
fianco.
Nerone mi fece un gran sorriso.
«Visto? Ho il potere di vita e di
morte sui miei fedeli, come ogni dio
che si rispetti.»
Ebbi la sensazione di aver
ingerito qualche capsula di larva in
gel. «I Germani sono sempre stati
pazzi, proprio come te.»
Nerone si portò la mano al petto.
«Così mi offendi! I miei amici
barbari sono fedeli sudditi della
dinastia Giulio-Claudia. E,
ovviamente, siamo tutti discendenti
tuoi, divino Apollo!»
Non c’era bisogno che me lo
ricordasse. Ero stato così fiero di
mio figlio, l’Ottaviano originario, in
seguito noto come Cesare Augusto.
Dopo la sua morte, tuttavia, i suoi
discendenti divennero sempre più
arroganti e instabili (io davo la colpa
al DNA mortale; non avevano certo
ereditato quei tratti da me). Nerone
era stato l’ultimo della stirpe Giulio-
Claudia. Non avevo pianto alla sua
morte. E ora eccolo qui, grottesco e
dal mento sfuggente come non mai.
Meg era al mio fianco. «Che…
che cosa vuoi, Nerone?»
Considerato che si trovava
davanti l’uomo che aveva ucciso suo
padre, dimostrava una notevole
calma. Ero grato per la sua forza. Mi
infondeva speranza avere al mio
fianco un abile dimachaerus e un
feroce Baby Pesca. Eppure non la
vedevo molto bene contro i due
guerrieri germani.
Gli occhi di Nerone scintillarono.
«Dritta al punto. Ho sempre
ammirato questa tua qualità, Meg. In
realtà, è semplice. Tu e Apollo
aprirete le porte di Dodona per me.
Poi loro saranno rilasciati.» Indicò
con la mano i prigionieri sui pali.
Scossi la testa. «Distruggerai il
bosco. E poi ci ucciderai.»
L’imperatore fece di nuovo
quell’orrendo latrato. «Non finché
non mi costringerai a farlo. Sono un
imperatore-dio ragionevole, Apollo!
Preferirei avere il Bosco di Dodona
sotto il mio controllo se è possibile,
ma certamente non posso permettere
a te di usarlo. Hai già avuto la tua
occasione di essere il custode degli
Oracoli. E hai fallito miseramente.
Adesso è una mia responsabilità.
Mia… e dei miei compagni.»
«Gli altri due imperatori» dissi.
«Chi sono?»
Nerone scrollò le spalle. «Bravi
Romani. Uomini che, come me,
hanno la forza di volontà di fare
quello che è necessario.»
«I triumvirati non hanno mai
funzionato. Hanno sempre portato
alla guerra civile.»
Nerone sorrise, come se l’idea
non lo preoccupasse. «Noi tre siamo
giunti a un accordo. Abbiamo
suddiviso il nuovo impero… e con
questo intendo dire il Nord America.
Una volta entrati in possesso degli
Oracoli, ci espanderemo e faremo
quello che i Romani hanno sempre
fatto meglio: conquisteremo il
mondo.»
Mi limitai a fissarlo. «Non hai
davvero imparato niente dal tuo
regno precedente.»
«Oh, sì invece! Ho avuto secoli
per riflettere, pianificare e preparare
le cose. Hai idea di come sia
seccante essere un imperatore-dio
che non può morire, ma non può
nemmeno vivere appieno? C’è stato
un periodo di circa trecento anni
durante il Medioevo in cui il mio
nome era quasi stato dimenticato.
Ero poco più di un miraggio! Meno
male che il Rinascimento ha
recuperato la nostra grandezza
classica. E poi è arrivata Internet.
Oh, dei, adoro Internet! È
impossibile che io scompaia
nell’oblio adesso. Sono immortale
su Wikipedia!»
Trasalii. Ormai non avevo più
dubbi sulla follia di Nerone.
Wikipedia continuava a mettere
informazioni inesatte su di me.
«Sì, sì. Tu pensi che io sia
pazzo.» Nerone fece spallucce. «Ti
potrei spiegare i miei piani per
dimostrarti il contrario, ma ho
troppa carne al fuoco oggi. Ho
bisogno che tu e Meg apriate quelle
porte. Hanno resistito ai miei sforzi,
ma voi due insieme potete farcela.
Apollo, tu hai un’affinità con gli
Oracoli. Meg ci sa fare con gli
alberi. Mettetevi all’opera. Per
favore e grazie.»
«Preferiremmo morire» ribattei.
«Vero, Meg?»
Nessuna reazione.
Le lanciai un’occhiata. Un rivolo
d’argento luccicava sulla guancia
della ragazzina.
All’inizio pensai che si fosse
sciolto uno degli strass. Poi capii che
stava piangendo. «Meg?»
Nerone giunse le mani come per
pregare. «Santo cielo. A quanto
pare, c’è stato un piccolo
fraintendimento. Vedi, Apollo, Meg
ti ha portato qui, proprio come le
avevo chiesto io. Ben fatto, mia
cara.»
Lei si asciugò la faccia. «Io… io
non volevo…»
Il cuore mi si restrinse come un
ciottolo. «Meg, no. Non riesco a
credere…» Allungai un braccio per
toccarla.
Pesca ringhiò e si mise in mezzo
a noi. Mi resi conto che il karpos
non era lì per proteggere noi da
Nerone, ma per difendere Meg da
me.
«Meg?» dissi. «Quest’uomo ha
ucciso tuo padre! È un assassino!»
Lei teneva lo sguardo basso.
Quando parlò, la sua voce era ancora
più straziata della mia mentre
cantavo nel formicaio. «La Bestia ha
ucciso mio padre. Lui è Nerone. Ma
è… è… il mio patrigno.»
Non ero ancora riuscito ad
afferrare appieno il concetto quando
Nerone allargò le braccia. «Esatto,
mia cara. E hai fatto un ottimo
lavoro. Vieni da papà.»
30

Io glielo spiego
È pazzo da legare
Meg non ci sente!

Ero già stato tradito altre volte.


I ricordi riaffiorarono,
inondandomi di una marea di dolore.
Una volta, la mia ex Cirene si era
messa con Ares soltanto per
vendicarsi di me. Un’altra, Artemide
mi aveva sparato all’inguine perché
flirtavo con le sue Cacciatrici. Nel
1928, Alexander Fleming non mi
aveva riconosciuto il merito di
avergli ispirato la scoperta della
penicillina. Insomma, ahi! Che
dolore!
Ma non ricordavo di essermi mai
sbagliato così tanto su qualcuno
come su Meg. Be’… almeno non
dall’epoca di Irving Berlin.
«Alexander’s Ragtime Band?»
ricordo di avergli detto. «Non avrai
mai successo con una canzone
sdolcinata come quella!» E invece fu
una hit.
«Meg, noi siamo amici.» La mia
voce suonava patetica alle mie stesse
orecchie. «Come hai potuto farmi
questo?»
Lei guardò le sue sneaker rosse,
le scarpe del colore primario del
traditore. «Ho tentato di dirtelo, di
avvertirti.»
«È una giovane di buon cuore.»
Nerone sorrise. «Ma, Apollo, tu e
Meg siete amici solo da qualche
giorno, e solo perché io le ho chiesto
di avvicinarti. È da anni che sono il
suo patrigno, tutore e custode. Lei è
un membro della Casa Imperiale.»
Fissai la mia cara monella di
strada. Sì, per qualche motivo
nell’ultima settimana mi era
diventata cara. Non riuscivo a
immaginarla come parte di niente di
imperiale, senz’altro non come parte
dell’entourage di Nerone.
«Ho rischiato la vita per te» dissi,
allibito. «E non è cosa da poco, visto
che posso morire.»
Nerone batté educatamente le
mani. «Ne siamo tutti colpiti,
Apollo. Ora, se tu potessi aprire le
porte. Mi hanno resistito troppo a
lungo.»
Tentai di lanciare un’occhiata
torva a Meg, ma senza entusiasmo.
Ero troppo offeso e vulnerabile. A
noi dei non piace sentirci
vulnerabili. E poi, lei non mi
guardava neppure.
Frastornato, mi girai verso le
porte di quercia. Mi accorsi che i
tronchi fusi erano deturpati dai
tentativi fatti da Nerone: c’erano
cicatrici di motosega, segni di
bruciature, stoccate di ascia, e
perfino alcuni fori di proiettile. Tutto
questo aveva appena intaccato la
corteccia esterna. Nel punto più
danneggiato c’era un’impronta
profonda un paio di centimetri a
forma di mano, dove il legno aveva
formato delle bolle e si era staccato.
Diedi un’occhiata alla faccia di
Paulie, il dio del geyser, che era
appeso, svenuto e legato insieme ai
semidei.
«Nerone, che hai fatto?»
«Oh, tante cose! Abbiamo trovato
il modo di arrivare qui qualche
settimana fa. Il Labirinto ha un
comodo accesso al nido dei
myrmekes. Ma varcare queste
porte…»
«Hai costretto il palikos ad
aiutarti?» Dovetti trattenermi per
non lanciargli contro le mie
campane a vento. «Hai usato uno
spirito della natura per distruggere la
natura? Meg, come puoi tollerare
una cosa simile?»
Pesca ringhiò. Una volta tanto
ebbi la sensazione che lo spirito del
grano fosse d’accordo con me.
L’espressione di Meg era
impenetrabile quanto le porte;
fissava intensamente gli ossi
cosparsi sul campo.
«Dai, Meg sa che ci sono spiriti
della natura buoni, ma anche cattivi»
disse Nerone. «Il dio del geyser era
una seccatura. Continuava a
chiederci di compilare questionari. E
poi, non avrebbe dovuto allontanarsi
così tanto dalla propria fonte di
potere. È stato molto facile
catturarlo. Il suo vapore, come puoi
vedere, non ci è servito a molto, in
ogni caso.»
«E i cinque semidei?» domandai.
«Hai “usato” anche loro?»
«Certo. Non avevo pianificato di
attirarli qui ma, ogni volta che
attaccavamo le porte, il bosco
cominciava a gemere. Immagino che
chiedesse aiuto, e i semidei non
hanno resistito. Il primo a fare una
capatina qui è stato lui.» Indicò
Cecil Markowitz. «Gli ultimi due
sono stati i tuoi figli, Austin e Kayla,
giusto? Sono comparsi dopo che
avevamo costretto Paulie a cuocere a
vapore gli alberi. Suppongo che il
bosco si sia innervosito molto per
quel tentativo. Abbiamo avuto due
semidei al prezzo di uno!»
Persi il controllo. Lasciai andare
un ululato gutturale e mi lanciai
contro l’imperatore con l’intenzione
di torcergli quella sottospecie di
collo peloso che si ritrovava. I
guerrieri germani mi avrebbero
ucciso prima, ma mi fu risparmiata
l’umiliazione. Inciampai su delle
pelvi umane e scivolai a pancia in
giù sopra le ossa.
«Apollo!» Meg corse da me.
Mi rigirai e scalciai per
allontanarla come un bambino che fa
i capricci. «Non mi serve il tuo
aiuto! Non capisci chi è il tuo
tutore? È un mostro! È l’imperatore
che…»
«Non dirlo» mi intimò Nerone.
«Se dici “che suonava la lira mentre
Roma bruciava” ordino a Vince e
Gary di scuoiarti per fare
un’armatura di pelle umana. Sai
bene quanto me, Apollo, che le cose
non stanno così. E non sono stato io
ad appiccare il Grande Incendio di
Roma.»
Mi rimisi in piedi, barcollando un
po’. «Ma ne hai tratto vantaggio.»
Mi tornarono in mente tutti i
particolari sordidi del suo regno: i
suoi sperperi e la sua crudeltà lo
avevano reso fonte di grande
imbarazzo per me, suo progenitore.
Nerone era il genere di parente che
non avresti mai voluto invitare alla
cena dei Lupercali.
«Meg, il tuo patrigno è rimasto a
guardare mentre il settanta per cento
di Roma andava distrutta» dissi.
«Morirono diecimila persone.»
«Ero ad Anzio, a quarantacinque
chilometri di distanza!» ringhiò
Nerone. «Tornai di corsa in città e
mi misi personalmente alla guida dei
vigili del fuoco!»
«Solo quando l’incendio
minacciò il tuo palazzo.»
Nerone alzò gli occhi al cielo.
«Non posso farci niente se sono
arrivato appena in tempo per salvare
l’edificio più importante!»
Meg si tappò le orecchie con le
mani. «Smettetela di litigare, vi
prego!»
Io non smisi. Parlare mi
sembrava una soluzione migliore
delle altre alternative, tipo aiutare
Nerone o morire. «Dopo il Grande
Incendio, invece di ricostruire le
case sul colle Palatino, Nerone
spianò il quartiere e fece erigere un
nuovo palazzo, la Domus Aurea» le
dissi.
Nerone aveva un’espressione
sognante stampata in faccia. «Ah, sì,
la casa d’oro. Era bellissima, Meg!
Avevo il mio lago privato, trecento
stanze, affreschi d’oro, mosaici di
perle e diamanti… Finalmente
potevo vivere come un essere
umano!»
«Hai avuto il coraggio di mettere
una statua di bronzo di trenta metri
nel prato davanti!» dissi. «Una
statua che ti raffigurava come il dio
Sole. In altre parole, pretendevi di
essere me.»
«Esatto» confermò Nerone.
«Anche dopo la mia morte, quella
statua mi è sopravvissuta. A quanto
so, è diventata famosa come il
Colosso di Nerone. L’hanno spostata
nell’anfiteatro dei gladiatori e tutti
hanno iniziato a chiamarlo il
Colosseo in onore della statua.»
Nerone gonfiò il petto d’orgoglio.
«Sì… la statua è stata un’ottima
scelta.» Il suo tono di voce era
ancora più sinistro del solito.
Controllò l’orologio, un Rolex
porpora e oro. «Il fatto è che avevo
stile! Il popolo mi adorava!»
Scossi la testa. «Si sono ribellati
contro di te. Il popolo di Roma era
sicuro che fossi stato tu ad appiccare
il Grande Incendio, e tu invece hai
dato la colpa ai cristiani.»
Sapevo bene che questa
discussione era inutile. Se Meg
aveva nascosto la sua vera identità
per tutto questo tempo, dubitavo di
riuscire a farle cambiare idea in quel
momento. Ma forse potevo
temporeggiare abbastanza in attesa
dell’arrivo della cavalleria. Se solo
ne avessi avuta una.
Nerone liquidò la faccenda con
un gesto vago della mano. «Oh, su,
quei cristiani erano pericolosi
terroristi, lo sai. Forse non avranno
appiccato il fuoco, ma provocavano
guai di tutti i tipi. Io l’ho capito
prima di tutti gli altri!»
«Li dava in pasto ai leoni»
spiegai a Meg. «Li bruciava come
torce umane, come brucerà loro sei.»
Meg diventò verde in faccia.
Guardò i sei prigionieri svenuti sui
pali. «Nerone, non vorrai mica…?»
«Saranno liberati, purché Apollo
collabori» promise Nerone.
«Meg, non puoi fidarti di lui»
incalzai. «L’ultima volta ha appeso i
cristiani nel giardino sul retro del
suo palazzo e li ha bruciati per
illuminare la festa che dava nel
parco. Io c’ero. Mi ricordo le urla.»
Meg si prese la pancia tra le
mani.
«Mia cara, non credere alle sue
storie!» disse Nerone. «È solo
propaganda inventata dai miei
nemici.»
Meg osservò la faccia di Paulie, il
dio del geyser. «Nerone, non avevi
detto che li avresti trasformati in
torce.»
«Non li brucerò» assicurò lui,
sforzandosi di addolcire la voce.
«Non si arriverà a tanto. La Bestia
non dovrà agire.»
«Visto, Meg?» Agitai un dito
contro l’imperatore. «Non è mai un
buon segno quando qualcuno
comincia a parlare di sé in terza
persona. Zeus mi rimproverava
sempre per questo!»
Vince e Gary fecero un passo
avanti, le nocche delle mani
sbiancate sulle lance.
«Farei attenzione se fossi in te»
mi avvisò Nerone. «I miei guerrieri
germani sono sensibili alle offese
rivolte alla persona imperiale. Ora,
per quanto io adori parlare di me
stesso, abbiamo una tabella di
marcia.» Controllò di nuovo
l’orologio. «Tu aprirai le porte. Poi
Meg vedrà se riuscirà a usare gli
alberi per interpretare il futuro. Se
sì, fantastico! Altrimenti… be’, non
è il caso di bruciare le tappe. Ci
penseremo quando sarà il
momento.»
«Meg, è un pazzo» dissi.
Ai suoi piedi, Pesca sibilò con
fare protettivo.
A Meg tremò il mento. «Nerone
si è occupato di me, Apollo. Mi ha
dato una casa. Mi ha insegnato a
combattere.»
«Hai detto che ha ucciso tuo
padre!»
«No!» Meg scosse la testa in
modo deciso, il panico negli occhi.
«No, non ho detto questo. La Bestia
l’ha ucciso.»
«Ma…»
Nerone sbuffò. «Oh, Apollo…
capisci così poco. Il padre di Meg
era debole, e lei non se lo ricorda
nemmeno. Non poteva proteggerla.
Io l’ho tirata su. Io l’ho tenuta in
vita.»
Il cuore mi sprofondò ancora più
in basso. Non capivo tutto quello
che Meg aveva passato, né come si
sentisse in quel momento, ma
conoscevo Nerone. Vedevo con
quanta facilità aveva distorto la
visione del mondo di una bambina
impaurita, una ragazzina rimasta
sola e con un disperato bisogno di
sentirsi accolta e sicura dopo
l’omicidio del padre, anche se
quell’accoglienza proveniva
dall’assassino. «Meg… mi dispiace
tantissimo.»
Un’altra lacrima le rigò una
guancia.
«Meg non ha bisogno di
comprensione.» La voce di Nerone
era diventata dura come bronzo.
«Ora, mia cara, sii così gentile da
aprire le porte. Se Apollo si oppone,
ricordagli che è tenuto a eseguire i
tuoi ordini.»
Meg deglutì. «Apollo, non
rendere le cose più difficili. Per
favore… aiutami ad aprire le porte.»
Scossi la testa. «Non per mia
scelta.»
«Allora… allora te lo ordino.
Aiutami. Subito!»
31

Sssh… Gli alberi


Sanno cosa succede
Sanno tutto, sì!

Meg forse era titubante, ma Pesca


no.
Quando esitai a eseguire i suoi
ordini, lo spirito del grano scoprì le
zanne e sibilò «Pesca» come se
fosse una nuova tecnica di tortura.
«E va bene» dissi a Meg,
amareggiato. La verità è che non
avevo scelta. Percepivo l’ordine di
Meg che mi penetrava nelle ossa,
costringendomi a obbedire.
Mi voltai verso le due querce
fuse insieme e appoggiai le mani sui
tronchi. Non percepii nessun potere
oracolare al loro interno. Non udii
nessuna voce, solo un ostinato
silenzio. L’unico messaggio che gli
alberi sembravano mandare era:
“VAI VIA!”.
«Se lo facciamo, Nerone
distruggerà il Bosco» dissi a Meg.
«Non è vero.»
«Deve farlo. Non può controllare
Dodona. Il potere del Bosco è troppo
antico. Nerone non può permettere a
nessun altro di usarlo.»
Meg posò le mani sugli alberi,
poco sotto le mie. «Concentrati.
Apri le porte. Per favore. Non vorrai
far arrabbiare la Bestia.»
Lo disse a voce bassa, parlando
di nuovo come se la Bestia fosse
qualcuno che io non avevo ancora
conosciuto, uno spauracchio
nascosto sotto il letto, non un uomo
con un abito color porpora a pochi
metri da me.
Non potevo rifiutare gli ordini di
Meg, ma forse avrei dovuto
protestare con più vigore. Lei
avrebbe potuto lasciar perdere se
l’avessi costretta ad affrontare la
realtà. Ma poi Nerone, Pesca o i
guerrieri germani mi avrebbero
ucciso. Ve lo confesso: avevo paura
di morire, una paura coraggiosa,
nobile, avvenente, è vero, ma pur
sempre paura.
Chiusi gli occhi. Percepii
l’implacabile resistenza degli alberi,
la loro sfiducia nei confronti degli
estranei. Sapevo che se avessi
forzato le porte, il Bosco sarebbe
stato distrutto. Eppure mi concentrai
con tutta la mia forza di volontà e
cercai la voce della profezia,
attirandola a me.
Pensai a Rea, la regina dei Titani,
che per prima aveva piantato il
Bosco. Sebbene fosse figlia di Gea e
Urano, sebbene fosse sposata con il
cannibale re Crono, Rea era riuscita
a coltivare la saggezza e la
gentilezza. Aveva dato alla luce una
nuova e migliore stirpe di immortali
(anche se me lo dico da solo). Rea
rappresentava il meglio
dell’antichità.
È vero, si era ritirata dal mondo e
aveva messo su un laboratorio di
ceramica a Woodstock, ma aveva
ancora a cuore Dodona. Mi aveva
mandato qui per aprire il Bosco, per
condividerne il potere. Non era il
tipo di dea che crede nelle porte
chiuse o nei cartelli di divieto
d’accesso. Cominciai a canticchiare
sommessamente This Land Is Your
Land.
La corteccia divenne calda sotto i
miei polpastrelli. Le radici degli
alberi tremarono.
Lanciai un’occhiata a Meg. Era
profondamente assorta, appoggiata
sui tronchi come se tentasse di
buttarli giù. Tutto in lei mi era
familiare: il caschetto arruffato, gli
occhialetti scintillanti, il naso che
colava sempre un po’, le cuticole
mangiucchiate e il lieve profumo di
torta di mele.
Ma in realtà non la conoscevo
affatto: era la figliastra
dell’immortale e folle Nerone. Un
membro della Casa Imperiale. Che
cosa significava? Mi immaginai la
Famiglia Brady in toghe purpuree,
allineati sulla scalinata di casa con
Nerone in fondo che indossava la
divisa da cameriera di Alice.
Possedere una vivida
immaginazione è una maledizione
tremenda.
Purtroppo per il Bosco, Meg era
anche figlia di Demetra. Gli alberi
reagivano al suo potere. Le querce
gemelle rimbombarono. I tronchi
cominciarono a spostarsi.
Avrei voluto fermarmi, ma ormai
ero lanciato. Il Bosco sembrava
attratto dal mio potere. Le mie mani
aderivano agli alberi. Le porte
continuavano ad aprirsi,
allargandomi a forza le braccia. In
un attimo di terrore, pensai che gli
alberi si sarebbero spostati ancora,
squarciandomi. Poi si fermarono. Le
radici si assestarono. La corteccia si
raffreddò e mi lasciò andare.
Barcollai all’indietro, sfinito.
Meg rimase ferma, pietrificata, nel
varco appena aperto.
Dall’altro lato c’erano… be’, altri
alberi. Nonostante il freddo
dell’inverno, le giovani querce si
ergevano alte e verdi a cerchi
concentrici intorno a un esemplare
un po’ più grande. Il terreno era
cosparso di ghiande che
scintillavano di un fioco bagliore
ambrato. Intorno al Bosco si
innalzava un muro protettivo di
alberi ancora più formidabili di
quelli dell’anticamera. In alto,
un’altra cupola di fitti rami
intrecciati difendeva lo spazio da
intrusi che potevano arrivare per via
aerea.
Prima che riuscissi ad avvertirla,
Meg varcò la soglia. Le voci
esplosero. Immaginatevi quaranta
pistole sparachiodi che vi colpiscono
il cervello da tutte le direzioni in
contemporanea. Le parole erano
balbettii, ma insidiavano la mia
sanità mentale, esigendo la mia
attenzione. Mi coprii le orecchie. Il
rumore diventò più forte e
persistente.
Pesca cominciò a scavare come
un pazzo per terra, tentando di
nascondere la testa. Vince e Gary si
contorcevano sul terreno. Perfino i
semidei svenuti presero a lamentarsi
e ad agitarsi sui loro pali.
Nerone vacillò, con la mano
alzata come per bloccare una luce
intensa. «Meg, controlla le voci!»
Meg non sembrava disturbata dal
rumore, ma era sbigottita. «Stanno
dicendo qualcosa…» Mosse le mani
in aria, tirando fili invisibili per
sbrogliare quel pandemonio. «Sono
turbate. Non riesco… Aspetta…»
All’improvviso le voci tacquero,
come se avessero chiarito il loro
punto di vista.
Meg si voltò verso Nerone, con
gli occhi sgranati. «È vero. Gli
alberi mi hanno detto che vuoi
bruciarli.»
I guerrieri germani mugolarono,
semisvenuti per terra.
Nerone si riprese più
rapidamente. Sollevò un dito con
fare ammonitorio, esortante.
«Ascoltami, Meg. Speravo che il
Bosco fosse utile, ma ovviamente è
diviso e confuso. Non puoi credere a
quello che dice. È il portavoce di
una regina dei Titani rimbambita. Il
Bosco va raso al suolo. È l’unico
modo, Meg. Lo capisci, vero?» Con
un calcio, Nerone rigirò Gary sulla
schiena e frugò nelle borse della
guardia del corpo. Poi si alzò,
tenendo in mano una scatola di
fiammiferi con aria trionfante.
«Dopo l’incendio, lo ricostruiremo»
annunciò. «Sarà meraviglioso!»
Meg lo fissò come se notasse la
sua orrenda barba per la prima volta.
«Ma che dici?»
«Nerone brucerà e raderà al suolo
Long Island» intervenni. «Poi la
trasformerà nel suo regno privato,
proprio come ha fatto a Roma.»
Nerone rise. «Long Island è un
disastro! Nessuno ne sentirà la
mancanza. Il mio nuovo complesso
imperiale si estenderà da Manhattan
a Montauk: il più grande palazzo
mai costruito! Avremo fiumi e laghi
privati, centocinquanta chilometri di
lungomare, giardini così grandi da
avere un proprio codice postale.
Costruirò a ogni membro della mia
famiglia un grattacielo privato. Oh,
Meg, immagina le feste che
organizzeremo nella nostra nuova
Domus Aurea!»
La verità era un macigno. Le
ginocchia di Meg cedettero sotto il
suo peso. «Non puoi.» Le tremò la
voce. «La foresta… io sono figlia di
Demetra.»
«Tu sei figlia mia» la corresse
Nerone. «E ci tengo molto a te. Per
questo devi spostarti. Alla svelta.»
Appoggiò un fiammifero sulla
scatola, pronto a sfregarlo per
accenderlo. «Non appena avrò
incendiato questi pali, le nostre torce
umane manderanno un’ondata di
fuoco dritto attraverso l’entrata.
Niente potrà fermarla. Tutta la
foresta brucerà.»
«Ti prego!» gridò Meg.
«Vieni, carissima.» Il viso
arcigno dell’imperatore si indurì.
«Apollo non ci serve più ormai. Non
vorrai svegliare la Bestia, vero?»
Nerone accese il fiammifero e si
incamminò verso il palo più vicino,
dove era legato mio figlio Austin.
32

La disco-music
Ti salva il cervello
Y.M.C.A. Yeah!

Oh, questa parte è difficile da


raccontare.
Sono un cantastorie nato. Ho un
istinto infallibile per il teatro. Voglio
narrarvi cosa pensavo dovesse
accadere: balzai in avanti gridando
«Nooooo!» e mi voltai come un
acrobata, scaraventando via il
fiammifero acceso, poi mi girai in
una serie di mosse shaolin con la
rapidità di un fulmine, spaccai la
testa di Nerone e neutralizzai le sue
guardie del corpo prima che si
riprendessero.
Ah, sì. Così sarebbe stato
perfetto.
Ma ahimè, la verità mi tarpa le
ali.
Maledetta verità!
In realtà, farfugliai qualcosa tipo:
«Noooo, piantala!». Probabilmente
sventolai la bandana brasiliana
sperando che la sua magia
distruggesse i miei nemici.
Il vero eroe fu Pesca. Il karpos
doveva aver percepito i reali
sentimenti di Meg, o forse non gli
piaceva l’idea di bruciare una
foresta. Si scagliò per aria urlando il
proprio grido di battaglia (proprio
quello, sì): «Pesca!». Atterrò sul
braccio di Nerone, masticò il
fiammifero acceso dalla mano
dell’imperatore e saltò via,
strofinandosi la lingua e gridando:
«Scatta! Scatta!». (Immagino
volesse dire “scotta” nel dialetto dei
frutti decidui.)
La scena avrebbe potuto essere
divertente, peccato che i guerrieri
germani fossero di nuovo in piedi,
cinque semidei e un dio del geyser
fossero sempre legati a pali
altamente infiammabili e Nerone
avesse ancora la scatola di
fiammiferi.
L’imperatore fissò la propria
mano vuota. «Meg…?» Era freddo
come un ghiacciolo. «Cosa significa
tutto questo?»
«Pe…Pesca, vieni qui!» Meg
aveva la voce incrinata dalla paura.
Il karpos balzò accanto a lei.
Soffiò contro di me, Nerone e i
guerrieri germani.
Meg trasse un sospiro tremante.
Stava cercando di trovare il
coraggio. «Nerone… Pesca ha
ragione. Non… non puoi bruciare
vive queste persone.»
L’imperatore sospirò. Cercò il
sostegno morale delle guardie del
corpo, ma i guerrieri germani erano
ancora storditi: si battevano la
tempia come per togliersi l’acqua
dalle orecchie. «Meg, sto tentando
con tutto me stesso di tenere a bada
la Bestia. Perché non mi vuoi
aiutare? So che sei una brava
bambina. Non ti avrei permesso di
girovagare da sola per Manhattan e
fare la vagabonda, se non avessi
saputo che sei in grado di badare a te
stessa. Ma la mitezza verso i tuoi
nemici non è una virtù. Sei la mia
figliastra. Uno qualsiasi di questi
semidei ti ucciderebbe senza
esitazione, se ne avesse la
possibilità.»
«Meg, non è vero!» protestai.
«Hai visto com’è il Campo
Mezzosangue.»
Lei mi osservò con imbarazzo.
«Anche… anche se fosse vero…» Si
girò verso Nerone. «Tu mi hai
insegnato a non abbassarmi mai al
livello dei miei nemici.»
«Sì, esatto.» Nerone parlava in un
tono logoro come una corda
sfilacciata. «Noi siamo migliori. Noi
siamo più forti. Costruiremo un
meraviglioso mondo nuovo. Ma
questi alberi che vomitano
sciocchezze ci sono d’ostacolo.
Come ogni erbaccia infestante,
vanno bruciati. E l’unico modo per
farlo è con un incendio vero e
proprio… con fiamme alimentate
dal sangue. Facciamolo insieme,
Meg, senza coinvolgere la Bestia, va
bene?»
Finalmente, nella mia testa,
qualcosa fece clic. Mi tornò in
mente come mio padre mi puniva
tanti secoli prima, quando ero un
giovane dio che imparava
l’educazione nell’Olimpo. Zeus mi
diceva sempre: “Non prendere i miei
fulmini per il verso sbagliato,
ragazzo!”.
Come se un fulmine avesse un
proprio cervello, come se Zeus non
avesse niente a che fare con le
punizioni che mi infliggeva.
“Non dare la colpa a me”
sottintendeva. “È stato il fulmine ad
aver bruciato ogni singola molecola
del tuo corpo.”
Molti anni dopo, quando uccisi i
ciclopi che avevano creato la folgore
di Zeus, non fu una decisione
avventata. Avevo sempre odiato quei
fulmini. Era più facile che odiare
mio padre.
Nerone assumeva lo stesso tono
quando si riferiva a se stesso come
“la Bestia”. Parlava della sua rabbia
e crudeltà come se fossero forze
estranee al proprio controllo. Se
fosse andato su tutte le furie… be’,
ne avrebbe dato la responsabilità a
Meg.
Questa consapevolezza mi
provocò un senso di nausea. Meg era
stata addestrata a considerare il
gentile patrigno e la Bestia
terrificante come due persone
distinte. Ora capivo perché preferiva
trascorrere il suo tempo nei vicoli di
New York. Capivo perché i suoi
sbalzi di umore erano così repentini,
perché passasse dal fare la ruota per
strada a chiudersi come un riccio in
una manciata di secondi. Non
sapeva mai cosa potesse scatenare la
Bestia.
Meg mi puntò gli occhi addosso.
Le tremavano le labbra. Intuii che
voleva trovare una soluzione, un
ragionamento convincente che
rabbonisse il patrigno e le
permettesse di seguire la propria
coscienza. Ma io non ero più il dio
dell’eloquenza. Non potevo battere
un oratore come Nerone. E non
volevo fare il gioco della Bestia.
E così imitai Meg, che era
sempre concisa e andava dritta al
punto. «Nerone è un uomo
malvagio» dichiarai. «Tu sei buona.
Devi scegliere da sola.»
Non era quello che Meg voleva
sentirsi dire. Irrigidì le labbra e tirò
indietro le scapole come se si
preparasse a un vaccino: una cosa
dolorosa ma necessaria. Posò una
mano sulla testa riccioluta del
karpos. «Pesca, prendi la scatola di
fiammiferi» disse con un tono basso
ma deciso.
Il karpos scattò in azione. Nerone
ebbe a malapena il tempo di sbattere
le palpebre prima che Pesca gli
strappasse la scatola di fiammiferi di
mano e saltasse di nuovo al fianco di
Meg.
I guerrieri germani approntarono
le lance.
Nerone sollevò una mano per
fermarli. Guardò Meg come se gli
avesse appena straziato il cuore, se
ne avesse avuto uno. «Mi rendo
conto che non sei pronta per questo
incarico, mia cara. È colpa mia»
disse. «Vince, Gary, tenete Meg in
stato di fermo, ma non fatele del
male. Quando torniamo a casa…»
Scrollò le spalle, con espressione
carica di rimpianto. «Quanto ad
Apollo e al diavoletto della frutta,
saranno arsi vivi.»
«No» gracidò Meg. Poi, al
massimo volume, gridò: «NO!».
E il Bosco di Dodona urlò con
lei.
Lo spostamento d’aria fu così
potente che scaraventò a terra
Nerone e le sue guardie. Pesca gridò
e sbatté la testa per terra.
Stavolta, però, ero più preparato.
Mentre il coro trapana-orecchie
degli alberi raggiungeva il climax,
mi concentrai sul motivetto più
orecchiabile che riuscii a
immaginare. A bocca chiusa,
cominciai a canticchiare Y.M.C.A.,
che un tempo eseguivo insieme ai
Village People con il mio costume
da muratore, finché io e il capo
indiano non ci azzuffammo per…
lasciamo stare. Non importa.
«Meg!» Tirai fuori di tasca le
campane a vento e gliele tirai.
«Mettile nell’albero al centro!
Y.M.C.A. Focalizza l’energia del
bosco! Y.M.C.A.!»
Non ero sicuro che Meg mi
sentisse. Sollevò le campane e
rimase a osservarle dondolare e
tintinnare, trasformando il rumore
degli alberi in frammenti di frasi
sensate: La felicità festante si
avvicina. La caduta del sole, il verso
finale. Volete sapere quali sono le
nostre specialità di oggi?
Meg rimase a bocca spalancata
per lo stupore. Si girò verso il Bosco
e attraversò di corsa il portale. Pesca
si trascinò dietro di lei, scrollando la
testa.
Avrei voluto seguirli, ma non
potevo lasciare Nerone e le guardie
da soli con sei ostaggi. Continuando
a canticchiare Y.M.C.A. avanzai
verso di loro.
Gli alberi urlavano più forte che
mai, ma Nerone si alzò da terra e si
mise in ginocchio. Estrasse qualcosa
dalla tasca del giaccone – una fiala
di liquido – e la sparse sul terreno
davanti a sé. Dubitavo fosse una
cosa positiva, ma avevo altre
preoccupazioni più imminenti.
Vince e Gary si stavano rimettendo
in piedi. Vince affondò la lancia
verso di me.
Ero talmente furioso da essere
sconsiderato. Presi la punta
dell’arma e strattonai la lancia verso
l’alto, colpendo Vince sotto il
mento. Lui cadde, stordito, e lo
afferrai per l’armatura di pelle.
Sarà stato il doppio di me. Non
mi importava. Lo sollevai da terra.
Le braccia mi sfrigolavano di
energia. Mi sentivo forte e
invincibile, come dovrebbe sentirsi
un dio. Non avevo idea del perché
mi fosse ritornata la forza, ma non
era il momento di mettere in
discussione la mia buona stella. Feci
roteare Vince come un disco,
scagliandolo verso il cielo con una
potenza tale che provocò un foro a
forma di guerriero germano nella
cupola di alberi e sparì dalla visuale
come un razzo.
Nonostante la mia dimostrazione
di forza, Gary mi caricò: onore alla
Guardia Imperiale per l’ottusa
quantità di coraggio in dotazione.
Con una mano, gli spezzai la lancia.
Con l’altra, gli tirai un pugno dritto
nello scudo e lo colpii al torace con
un’energia sufficiente ad abbattere
un rinoceronte.
Gary crollò a terra come un
sacco.
Guardai Nerone. Mi resi conto
che la forza stava scemando. I miei
muscoli ritornarono alla loro
patetica flaccidità mortale. Speravo
solo di avere il tempo di staccare la
testa di Nerone e ficcargliela dentro
il completo color porpora.
L’imperatore ringhiò: «Sei uno
sciocco, Apollo. Ti concentri sempre
sulla cosa sbagliata». Diede
un’occhiata al Rolex. «La mia
squadra di demolizione sarà qui da
un momento all’altro. Quando il
Campo Mezzosangue sarà distrutto,
lo trasformerò nel prato di casa mia!
Nel frattempo, tu starai qui… a
spegnere i fuochi». Dalla tasca del
gilè, estrasse un accendino
d’argento. Nessuna meraviglia che
tenesse a portata di mano diversi
strumenti per appiccare fuoco.
Guardai le strisce luccicanti di
carburante che aveva sparso per
terra… Fuoco greco, ovviamente.
«Fermati!» ingiunsi.
Nerone sorrise. «Addio, Apollo.
Mancano solo altri undici dei
dell’Olimpo.» E lasciò cadere
l’accendino.

Non ebbi il piacere di staccare la


testa di Nerone.
Avrei potuto impedirgli di
fuggire? Forse. Ma le fiamme
ruggivano e ci dividevano,
bruciando l’erba e gli ossi, le radici
degli alberi e la terra stessa.
L’incendio era troppo potente per
essere spento, ammesso che si possa
spegnere il fuoco greco, e avanzava
famelico verso i sei ostaggi legati ai
pali.
Lasciai perdere Nerone. In
qualche modo, lui riuscì a rimettere
in piedi Gary e trascinò il guerriero
germano stordito verso il nido delle
formiche. Nel frattempo, io mi
precipitai ai pali.
Il più vicino era quello di Austin.
Cinsi le braccia intorno alla base e
tirai, tralasciando completamente le
tecniche del sollevamento pesi.
Sentii i muscoli che si tendevano
oltre il limite. Mi lacrimavano gli
occhi per lo sforzo. Riuscii a
sollevare il palo abbastanza da
rovesciarlo. Austin si agitò e
gemette.
Lo trascinai, con il bozzolo e
tutto, dall’altra parte della radura, il
più lontano possibile dal fuoco. Lo
avrei portato anche nel Bosco di
Dodona, ma intuivo che non gli
avrei fatto nessun favore a metterlo
in una radura senza via d’uscita
piena di voci folli, proprio sul
percorso delle fiamme.
Tornai di corsa ai pali. Ripetei il
tutto: sradicai prima Kayla, poi
Paulie, il dio del geyser, e infine gli
altri. Quando ebbi tratto in salvo
Miranda Gardiner, il fuoco ormai era
diventato una violenta onda rossa di
maremoto, a pochi centimetri dalle
porte del bosco.
La mia divina forza era sparita.
Meg e Pesca non si vedevano da
nessuna parte. Avevo guadagnato
qualche minuto per gli ostaggi, ma il
fuoco alla fine ci avrebbe divorati
tutti.
Crollai in ginocchio e mi misi a
singhiozzare. «Aiuto…»
Scrutai gli alberi scuri, intricati e
minacciosi. Non mi aspettavo
nessun aiuto. Non ero neanche
abituato a chiederlo. Ero Apollo. I
mortali si rivolgevano a me! (Sì, di
tanto in tanto magari ho chiesto ai
semidei di sbrigare qualche
commissione di nessun conto per
me, tipo scatenare una guerra o
recuperare oggetti magici dalle tane
dei mostri, ma queste richieste non
contano.)
«Non ce la faccio da solo.»
Immaginai la faccia di Dafne che
fluttuava sotto il tronco di un albero,
poi di un altro. Ben presto, il bosco
sarebbe stato bruciato. Non potevo
salvarlo più di quanto avrei potuto
salvare Meg, i semidei scomparsi o
me stesso. «Mi dispiace tanto. Per
favore… perdonatemi.»
Probabilmente mi girava la testa
per le inalazioni di fumo. Cominciai
ad avere le allucinazioni. Le sagome
scintillanti delle driadi emersero
dagli alberi: una legione di tante
Dafne in verdi tuniche trasparenti.
Avevano un’espressione
malinconica, come se sapessero di
andare incontro alla morte, eppure
accerchiarono lo stesso il fuoco.
Sollevarono le braccia, e la terra
eruttò ai loro piedi. Un torrente di
fango ribollì sopra le fiamme. Le
driadi attirarono il calore del fuoco
nei loro corpi. La loro pelle diventò
nera come il carbone. I volti si
indurirono e si screpolarono.
Non appena furono domate le
ultime fiamme, le driadi si ridussero
in cenere. Avrei voluto incenerirmi
con loro. Volevo piangere, ma il
fuoco mi aveva seccato i dotti
lacrimali. Non avevo chiesto così
tanti sacrifici. Non me lo aspettavo!
Mi sentivo vuoto e colpevole. Mi
vergognavo.
Poi pensai a quante volte avevo
davvero chiesto sacrifici, a quanti
eroi avevo mandato incontro alla
morte. Erano stati meno nobili e
coraggiosi delle driadi? Eppure non
avevo provato nessun rimorso
quando li avevo spediti a compiere
imprese fatali. Li avevo usati e
gettati via, avevo distrutto le loro
vite per costruire la mia gloria. Non
ero meno mostruoso di Nerone.
Il vento soffiò sulla radura, una
raffica tiepida e fuori stagione che
fece vorticare le ceneri e le trasportò
in cielo attraverso la cupola di
alberi. Solo una volta placata la
brezza, capii che doveva essere il
vento dell’Ovest, il mio antico
rivale, che mi offriva consolazione.
Aveva spazzato via le spoglie e le
aveva condotte verso la loro
prossima, meravigliosa
reincarnazione. Dopo tutti questi
secoli, Zefiro aveva accettato le mie
scuse.
Scoprii che dopotutto mi erano
rimaste delle lacrime.
Dietro di me, qualcuno gemette.
«Dove sono?»
Austin era sveglio.
Mi spostai lentamente accanto a
lui, piangendo per il sollievo, e gli
baciai il viso. «Il mio bellissimo
figlio!»
Austin sbatté le palpebre,
perplesso. Aveva le treccine
cosparse di cenere, come brina su un
campo. Ci mise un po’ a capire
perché un ragazzino sporco, mezzo
sconvolto e pieno di brufoli lo
adulasse. «Ah, giusto… Apollo.»
Tentò di spostarsi. «Che cavolo…?
Perché sono avvolto in queste fasce
puzzolenti? Potresti liberarmi, no?»
Feci una risata isterica, che
dubito abbia favorito la tranquillità
mentale di Austin. Tentai di
togliergli le bende con le unghie, ma
senza risultati. Poi mi tornò in mente
la lancia spezzata di Gary. Recuperai
la punta e passai diversi minuti a
segare per liberare mio figlio.
Una volta staccatosi dal palo,
Austin si mise a barcollare intorno,
per ripristinare la circolazione negli
arti. Osservò la scena: la foresta che
bruciava lentamente, gli altri
prigionieri. Il Bosco di Dodona
aveva interrotto il coro scatenato di
urla (quando?). Una radiosa luce
ambrata scintillava dall’ingresso.
«Cosa sta succedendo?»
domandò Austin. «E dov’è il mio
sassofono?»
Domande sensate. Magari avessi
avuto risposte sensate. L’unica cosa
che sapevo era che Meg McCaffrey
vagava ancora nel Bosco, e non mi
piaceva che gli alberi si fossero
ammutoliti.
Fissai le mie deboli braccia
mortali. Mi domandai perché avessi
avuto un improvviso impeto di forza
divina mentre combattevo contro i
guerrieri germani. Erano state le mie
emozioni a scatenarla? Era il primo
segnale del mio divino vigore che
ritornava una volta per tutte? O forse
Zeus si era divertito di nuovo alle
mie spalle, dandomi un assaggio del
mio antico potere prima di
strapparmelo ancora via? “Te lo
ricordi, figliolo? Be’,
SCORDATELO!”
Avrei voluto rievocare quella
forza, ma dovevo accontentarmi.
Porsi a Austin la lancia spezzata.
«Libera gli altri. Torno subito.»
Lui mi guardò con aria incredula.
«Vai lì dentro? È sicuro?»
«Ne dubito» risposi.
E mi precipitai verso l’Oracolo.
33

Triste è l’addio
Non c’è niente da fare
Non infierite

Gli alberi si esprimevano con le loro


voci interiori.
Non appena varcato l’ingresso,
mi resi conto che parlavano ancora
in tono colloquiale, farfugliando
frasi senza senso come sonnambuli a
un cocktail.
Scrutai il bosco. Nessuna traccia
di Meg. Gridai il suo nome. Gli
alberi reagirono alzando il tono di
voce, facendomi venire gli occhi
storti per il capogiro.
Ritrovai l’equilibrio sulla quercia
più vicina.
«Ehi, attento!» disse l’albero.
Avanzai vacillando, con gli alberi
che si scambiavano frammenti di
versi come se giocassero con le
rime.

Le grotte azzurre sono.


Azzecca bene il tono.
Verso ovest, bruciano.
Pagine che girano.
Indiana. Indiana.
Matura la banana.
La festa è nei paraggi.
Serpenti e scarafaggi.

Niente di tutto ciò aveva senso,


ma ogni verso portava in sé il peso
della profezia. Ebbi la sensazione
che decine di affermazioni
importanti, ciascuna vitale per la
mia sopravvivenza, fossero state
mescolate insieme, caricate in un
fucile da caccia e sparate contro il
mio viso.
(Oh, che bella immagine. Devo
usarla in un haiku.)
«Meg!» gridai ancora.
Di nuovo nessuna risposta. Il
bosco non sembrava molto grande.
Come poteva Meg non sentirmi?
Come potevo non vederla?
Mi trascinai, intonando un
perfetto La a 440 hertz per
mantenermi concentrato. Raggiunto
il secondo anello di alberi, le querce
diventarono più loquaci.
«Ehi, amico, hai un quarto di
dollaro?» mi chiese una.
Un’altra tentò di raccontarmi una
barzelletta su un pinguino e una
suora che entrano in una paninoteca.
Una terza quercia stava cercando
di convincere l’albero vicino a
comprare un robot da cucina. «E non
hai idea di cosa fa con la pasta!»
«Wow!» commentò l’altra.
«Prepara anche la pasta?»
«Linguine fresche in pochi
minuti!» rispose entusiasta la
quercia imbonitrice.
Non capivo perché una quercia
potesse desiderare un piatto di
linguine, ma proseguii. Se fossi
rimasto ad ascoltarle ancora,
probabilmente avrei ordinato il robot
da cucina per tre comode rate da
39,99 dollari e avrei perso la testa
per sempre.
Finalmente raggiunsi il centro del
bosco. Sul lato più lontano della
quercia più grande, Meg se ne stava
appoggiata con la schiena al tronco,
a occhi chiusi. Aveva ancora le
campane a vento in mano, ma le
teneva abbandonate su un fianco. I
cilindri di ottone tintinnavano,
smorzati dal suo vestito.
Ai suoi piedi, Pesca dondolava
avanti e indietro, ridacchiando.
«Mela? Pesca! Mango? Pesca!»
«Meg.» Le toccai una spalla.
Lei trasalì. Mi fissò come se fossi
un’ingegnosa illusione ottica. I suoi
occhi ribollivano di paura. «È
troppo» mormorò. «Troppo.»
Le voci la tenevano nella loro
morsa. Già per me era molto
difficile sopportarle: erano come
cento stazioni radio che
trasmettevano all’unisono,
forzandomi il cervello a suddividersi
in canali diversi. Ma io ero abituato
alle profezie. Meg invece era figlia
di Demetra. Era simpatica agli
alberi. Tentavano di renderla
partecipe, di attirare la sua
attenzione, tutti insieme
contemporaneamente. Presto le
avrebbero distrutto il cervello per
sempre.
«Le campane a vento» dissi.
«Appendile all’albero!» Indicai il
ramo più basso, ben al di sopra delle
nostre teste. Da soli, nessuno di noi
due lo avrebbe raggiunto, ma se
avessi dato una spinta a Meg…
Lei si ritrasse, scuotendo la testa.
Le voci del bosco erano talmente
caotiche che non ero sicuro mi
avesse sentito. Nel caso, o non
aveva capito o non si fidava di me.
Dovevo calmarmi, anche se mi
sentivo tradito. Sì, Meg era la
figliastra di Nerone. Era stata
mandata per adescarmi fino al Bosco
di Dodona, e tutta la nostra amicizia
era una menzogna. Non aveva
nessun diritto di non fidarsi di me.
Ma non potevo rimanere
arrabbiato. Se me la prendevo con
lei per come Nerone aveva distorto
le sue emozioni, non ero migliore
della Bestia. E poi, solo perché lei
aveva finto di essermi amica non
significava che io non fossi amico
suo. Meg era in pericolo. Non
l’avrei lasciata alla follia delle
barzellette sui pinguini raccontate
dalle querce.
Mi accovacciai e intrecciai le dita
a formare un punto di appoggio. «Ti
prego.»
Alla mia sinistra, Pesca si rigirò
sulla schiena e gemette: «Linguine?
Pesca!».
Meg fece una smorfia. Intuii dai
suoi occhi che stava decidendo di
collaborare, non perché si fidasse di
me, ma perché Pesca soffriva.
E io che pensavo di non potermi
sentire ancora più offeso! Un conto
era essere stato tradito, ma essere
considerato meno importante di uno
spirito della frutta dotato di
pannolino era tutta un’altra storia.
Ciononostante, rimasi fermo
mentre lei appoggiava il piede
sinistro sulle mie mani. Con tutta la
forza rimastami, la sollevai verso
l’alto. Meg salì sulle mie spalle e mi
piantò una scarpa sulla testa. Tra me
e me presi nota di metterci un
cartello di sicurezza con la scritta:
ATTENZIONE, NON SOSTARE
SULL’ULTIMO GRADINO.
Con la schiena appoggiata alla
quercia, sentivo le voci del bosco
salire lungo il tronco e tamburellare
sulla corteccia. L’albero centrale
sembrava un’antenna gigante che
captava discorsi folli.
Stavano per cedermi le ginocchia.
Le suole di Meg mi stavano
triturando la fronte. Il La a 440 hertz
che avevo intonato si sgonfiò
rapidamente in un Sol diesis.
Finalmente, Meg legò le campane
a vento al ramo e saltò giù. Mi
cedettero le gambe, e finimmo tutti e
due per terra.
Le campane di ottone
dondolavano e risuonavano,
cogliendo le note nel vento e
tramutando in accordi la dissonanza
generale.
Il bosco taceva, come se gli alberi
ascoltassero pensando: “Oooh,
bello!”.
Poi la terra tremò. La quercia al
centro fu scossa da un’energia
enorme, che fece cadere le ghiande.
Meg si alzò. Si avvicinò
all’albero e toccò il tronco. «Parla»
gli ordinò.
Una sola voce rimbombò dalle
campane a vento, come una ragazza
pompon che urli in un megafono:

C’era Apollo che il sole guidava


Che piombò in una grotta blu e
cava
Su un tre posti quel gonzo
Mangiafuoco di bronzo
Follia e morte a forza ingoiava

Le campane a vento si
fermarono. Il bosco si quietò, come
se fosse soddisfatto della sentenza di
morte che mi aveva dato.

Oh, che orrore!


Un sonetto lo avrei sopportato.
Una quartina sarebbe stata motivo di
festeggiamenti. Ma solo le profezie
più letali vengono espresse sotto
forma di limerick.
Fissai le campane a vento,
sperando che parlassero ancora, che
si correggessero. Oops, ci siamo
sbagliate! Quella profezia era per
qualcun altro!
Ma non fui così fortunato. Mi era
stato consegnato un editto peggiore
di mille slogan pubblicitari per le
macchine della pasta.
Pesca si alzò. Scosse la testa e
soffiò contro la quercia, esprimendo
alla perfezione anche i miei
sentimenti. Abbracciò il polpaccio di
Meg come se fosse l’unica cosa che
gli impediva di cadere giù dal
mondo. Era una scena quasi dolce,
non fosse stato per le zanne e gli
occhi scintillanti del karpos.
Meg mi fissò guardinga. Le lenti
dei suoi occhiali erano coperte di
crepe sottili. «La profezia… Tu l’hai
capita?»
Inghiottii una boccata di
fuliggine. «Forse. Una parte.
Dobbiamo parlare con Rachel…»
«Non c’è più nessun noi.» Il tono
di voce di Meg era acido come il gas
vulcanico di Delfi. «Fai quello che
devi fare. È il mio ultimo ordine.»
Quelle parole mi colpirono come
l’asta di una lancia sul mento,
sebbene Meg mi avesse già mentito
e tradito.
«Meg, non puoi.» Non riuscii a
nascondere il tremore nella voce.
«Hai richiesto i miei servigi. Finché
non avrò superato tutte le mie
sfide…»
«Ti lascio libero.»
«No!» Non sopportavo l’idea di
essere abbandonato. Non un’altra
volta. Non dalla mia regina
stracciona del cassonetto a cui avevo
imparato a volere così bene. «Non è
possibile che tu creda a Nerone,
adesso. Hai sentito quali sono i suoi
piani. Vuole radere al suolo tutta
l’isola! Hai visto cos’ha tentato di
fare ai suoi ostaggi.»
«Non… non li avrebbe lasciati
bruciare. L’ha promesso. Si è
trattenuto. L’hai visto. Quello non
era la Bestia.»
Ebbi la sensazione che la mia
gabbia toracica fosse un’arpa troppo
tesa. «Meg… Nerone è la Bestia. Ha
ucciso tuo padre.»
«No! Nerone è il mio patrigno. È
stato il mio papà… il mio papà a
scatenare la Bestia. L’ha fatto
arrabbiare.»
«Meg…»
«Smettila!» Si coprì le orecchie.
«Tu non lo conosci. Nerone è buono
con me. Posso parlare con lui. Posso
risolvere questa faccenda.»
Meg negava tutto in modo così
netto, così irrazionale che era
impossibile discutere con lei. Mi
ricordò tremendamente me stesso
quando ero caduto sulla Terra, come
mi ero rifiutato di accettare la mia
nuova realtà. Senza l’aiuto di Meg,
mi sarei fatto uccidere. Adesso i
ruoli erano invertiti.
Cercai di avvicinarmi lentamente,
ma il ringhio di Pesca mi bloccò.
Meg fece un passo indietro. «Noi
abbiamo chiuso.»
«Non possiamo» replicai. «Siamo
legati, che ti piaccia o meno.» Mi
tornò in mente che lei mi aveva
detto la stessa identica cosa solo
qualche giorno prima.
Meg mi lanciò un’ultima occhiata
attraverso le lenti incrinate degli
occhiali. Avrei dato qualsiasi cosa
perché facesse una pernacchia.
Volevo camminare per le strade di
Manhattan con lei che faceva la
ruota agli incroci. Mi mancava
zoppicare con lei nel Labirinto, le
nostre gambe legate insieme. Mi
sarei accontentato di una bella
battaglia con la spazzatura in un
vicolo. Invece lei si girò e se ne
andò via, con Pesca alle calcagna.
Ebbi la sensazione che si
dissolvessero negli alberi, proprio
come aveva fatto Dafne tanto tempo
prima.
Sopra la mia testa, una brezza
fece tintinnare le campane a vento.
Stavolta, nessuna voce giunse dagli
alberi. Non sapevo per quanto tempo
Dodona sarebbe rimasta in silenzio,
ma non volevo trovarmi ancora lì se
le querce avessero deciso di
raccontare altre barzellette.
Mi girai e vidi qualcosa di strano
ai miei piedi: una freccia con l’asta
di rovere e l’impennaggio verde.
Non avrebbe dovuto esserci una
freccia. Non ne avevo portata
nessuna nel bosco. Ma, stordito
com’ero, non mi posi domande. Feci
quello che avrebbe fatto qualsiasi
arciere: la raccolsi e la misi nella
faretra.
34

Si va a piedi? No
Chiamiamo un taxi? No!
Ci porta Mamma

Austin aveva liberato gli altri


prigionieri.
Sembravano appena usciti da una
tinozza di colla e cotone idrofilo, ma
per il resto erano straordinariamente
illesi. Ellis Wakefield camminava
barcollando a pugni stretti, alla
ricerca di qualcosa da colpire. Cecil
Markowitz, figlio di Ermes, era
seduto per terra e tentava di pulirsi
le sneaker con un femore di cervo.
Austin – che ragazzo pieno di
risorse! – aveva tirato fuori da chissà
dove una borraccia piena d’acqua e
lavava via il fuoco greco dalla faccia
di Kayla. Miranda Gardiner, la
capogruppo di Demetra, era
inginocchiata vicino al punto in cui
le driadi si erano sacrificate.
Piangeva in silenzio.
Paulie, il palikos, fluttuò verso di
me. Come il suo compagno, Pete,
aveva la parte inferiore del corpo
tutta di vapore. Dalla vita in su,
sembrava una versione più snella e
malconcia di Pete. Aveva la pelle di
fango screpolata come il letto di un
fiume arido, e il viso avvizzito,
quasi gli fosse stata spremuta via
ogni goccia di umidità. Osservando i
danni che Nerone gli aveva
procurato, aggiunsi qualche altra
voce a un elenco mentale che stavo
preparando: Sistemi per torturare un
imperatore nei Campi della Pena.
«Mi hai salvato!» esclamò Paulie
attonito. «Vieni qua!» E mi gettò le
braccia al collo.
Il suo potere era talmente
affievolito che il calore del suo
corpo non mi uccise; anzi, mi liberò
il naso. «Devi andare a casa» dissi.
«Pete è preoccupato, e tu devi
recuperare le forze.»
«Sì, amico mio…» Paulie si
asciugò una lacrima di vapore dalla
faccia. «Sì, vado. Ma se avessi mai
bisogno di qualsiasi cosa… pulizie
al vapore gratis, un po’ di pubbliche
relazioni, uno scrub al fango, basta
che tu lo dica.»
Mentre si dissolveva nella
nebbia, gli gridai dietro: «Ehi,
Paulie? Darei alla Foresta del
Campo Mezzosangue un dieci per la
soddisfazione del cliente».
Paulie sorrise raggiante, colmo di
gratitudine. Tentò di abbracciarmi
ancora, ma era già vapore al novanta
per cento. Mi toccò solo una zaffata
umida di aria profumata di fango.
Poi il dio del geyser sparì.
I cinque semidei si riunirono
intorno a me.
Miranda fissava il Bosco di
Dodona alle mie spalle. I suoi occhi
erano ancora gonfi di pianto, ma
aveva splendide iridi del colore delle
foglie nuove. «Allora, le voci che ho
sentito provenire da quel bosco… È
davvero un Oracolo? Quegli alberi
possono fornirci le profezie?»
Rabbrividii, ripensando al
limerick delle querce. «Forse.»
«Posso vedere…?»
«No» risposi. «Almeno finché
non comprendiamo meglio questo
posto.»
Avevo già perso una figlia di
Demetra oggi. Non avevo intenzione
di perderne un’altra.
«Non capisco» borbottò Ellis.
«Tu sei Apollo? Cioè, l’Apollo
originale?»
«Temo di sì. È una storia lunga.»
«Oh, santi numi!» Kayla scrutò la
radura. «Mi è sembrato di sentire la
voce di Meg, prima. L’ho sognato?
Era con te? Sta bene?»
Gli altri mi guardarono in attesa
di una spiegazione. Avevano
un’espressione così fragile e
titubante che capii di non poter
crollare davanti a loro.
«È… viva» riuscii a dire. «È
dovuta andare via.»
«Che cosa?» replicò Kayla.
«Perché?»
«È… è andata a cercare Nerone.»
«Aspetta un attimo…» Austin
sollevò una mano. «Quando dici
Nerone…»
Feci del mio meglio per spiegare
come l’imperatore pazzo li avesse
catturati. Dovevano sapere.
Mentre raccontavo quello che era
accaduto, continuavano a tornarmi
in mente le parole di Nerone: “La
mia squadra di demolizione sarà qui
da un momento all’altro. Quando il
Campo Mezzosangue sarà distrutto,
lo trasformerò nel prato di casa
mia!”.
Volevo credere che la sua fosse
solo sbruffoneria. Nerone aveva
sempre amato le minacce e le
proclamazioni grandiose. Al
contrario di me, era un poeta
tremendo. Usava un linguaggio
fiorito come… be’, come se ogni
frase fosse un bouquet pungente di
metafore. (Oh, eccone un’altra
buona. Me la segno.)
Perché Nerone controllava di
continuo l’orologio? E di quale
squadra di demolizione parlava?
Ebbi un flashback del sogno in cui
l’autobus del sole sbandava contro
una gigantesca faccia di bronzo.
Fu come essere di nuovo in
caduta libera. Il piano di Nerone
diventò terribilmente chiaro. Dopo
aver diviso i pochi semidei che
difendevano il campo, voleva
bruciare il Bosco. Ma questa era
solo una parte del suo attacco…
«Oh, numi del cielo!» esclamai.
«Il Colosso.»
I cinque semidei si agitarono
preoccupati.
«Quale Colosso?» domandò
Kayla. «Il Colosso di Rodi?»
«No. Il Colossus Neronis.»
Cecil si grattò la testa. «Il
Colosso Nevrotico?»
Ellis Wakefield sbuffò. «Tu sei un
Colosso Nevrotico, Markowitz.
Apollo sta parlando della grande
replica di Nerone che stava fuori
dall’anfiteatro a Roma, giusto?»
«Temo di sì» risposi. «Mentre noi
siamo qui, Nerone ha intenzione di
provare a distruggere il Campo
Mezzosangue. E il Colosso sarà la
sua squadra di demolizione.»
Miranda trasalì. «Intendi dire che
una gigantesca statua sta per entrare
e distruggere il campo? Pensavo che
il Colosso fosse stato eliminato
secoli fa.»
Ellis aggrottò la fronte. «In
teoria… come l’Athena Parthenos.
Adesso però la statua di Atena si
trova sulla Collina Mezzosangue.»
Le espressioni degli altri si fecero
truci. Quando un figlio di Ares ha
ragione, significa che la situazione è
grave.
«A proposito di Atena…» Austin
si tolse un po’ di lanugine
incendiaria dalla spalla. «La statua
non ci proteggerà? Voglio dire, è lì
per questo, giusto?»
«Ci proverà» risposi. «Ma
l’Athena Parthenos attinge il proprio
potere dai seguaci. Più semidei sono
sotto la sua protezione, più
formidabile è la sua magia. E in
questo preciso momento…»
«Il campo è quasi vuoto»
concluse Miranda.
«Non solo, ma l’Athena
Parthenos è alta all’incirca dodici
metri» aggiunsi. «Se la memoria non
mi inganna, il Colosso di Nerone è
due volte tanto.»
Ellis grugnì. «Allora non
rientrano nella stessa categoria di
peso. È un match impari.»
Cecil Markowitz si raddrizzò un
po’. «Ragazzi… l’avete sentito?»
Pensai che fosse uno dei suoi
scherzi alla Ermes. Poi la terra tremò
di nuovo, in modo impercettibile. Da
qualche parte in lontananza giunse
un rombo simile a una nave da
guerra che striscia contro una secca.
«Vi prego, ditemi che era un
tuono» fece Kayla.
Ellis inclinò la testa, in ascolto.
«È una macchina da guerra. Un
grande automa che approda a circa
mezzo chilometro da qui. Dobbiamo
tornare subito al campo.»
Nessuno contestò la sua
affermazione. Supposi che il ragazzo
distinguesse i rumori delle macchine
da guerra nello stesso modo in cui io
individuavo un violino stonato in
una sinfonia di Rachmaninoff.
Va detto, i semidei si
dimostrarono all’altezza. Sebbene
fino a poco prima fossero stati
legati, immersi in sostanze
infiammabili e appesi a un palo
come torce di bambù umane,
serrarono i ranghi e mi guardarono
con un’espressione determinata.
«Come facciamo a uscire di
qui?» domandò Austin. «Attraverso
il nido dei myrmekes?»
All’improvviso mi sentii
soffocare, in parte perché cinque
persone mi fissavano come se
sapessi cosa fare. Non lo sapevo.
Anzi, se volete, vi rivelo un segreto:
noi divinità di solito non sappiamo
cosa fare. Quando veniamo
interpellati, di norma ce ne usciamo
con una frase in stile Rea: “Dovrai
scoprirlo da solo!” oppure “La vera
saggezza va meritata!”. Ma pensai
che non avrebbe funzionato in quella
situazione.
E poi, non avevo nessuna voglia
di ripiombare nel nido delle
formiche. Anche se fossimo riusciti
ad attraversarlo indenni, ci avremmo
messo troppo. Dopodiché,
probabilmente saremmo stati
costretti a correre per metà foresta.
Fissai il buco a forma di Vince
nella cupola degli alberi. «Immagino
che nessuno di voi sappia volare,
giusto?»
Scossero tutti la testa.
«Io so cucinare» disse Cecil.
Ellis gli diede una botta sulla
spalla.
Mi girai verso la galleria dei
myrmekes. La soluzione arrivò
tramite una vocina che mi sussurrò
all’orecchio: “Qualcuno che sa
volare lo conosci, stupido”.
Era un’idea rischiosa. Ma, del
resto, anche precipitarsi a
combattere contro un automa
gigante non era il piano d’azione più
sicuro del mondo.
«Credo che un modo ci sia» dissi.
«Ma avrò bisogno del vostro aiuto.»
Austin strinse i pugni. «Qualsiasi
cosa. Siamo pronti a combattere.»
«A dire il vero… non dovete
combattere. Dovete buttare giù un
beat.»

Una scoperta fondamentale: i figli di


Ermes non ci sanno fare con il rap.
Per niente.
Cecil Markowitz, benedetto
ragazzo, tentò di fare del proprio
meglio, ma continuò a sbilanciare la
sezione ritmica con un orrendo
battimani e terribili versacci con la
bocca. Dopo qualche giro di prova,
lo declassai a ballerino. Doveva
soltanto muoversi avanti e indietro,
agitando le mani, cosa che fece con
l’entusiasmo di un predicatore
evangelico.
Gli altri riuscivano a stare al
passo. Sembravano ancora polli
spennacchiati altamente
combustibili, ma ci mettevano la
giusta dose di anima.
Mi lanciai in Mama, con la voce
tonificata dall’acqua e dalle
caramelle per la gola che Kayla
aveva tirato fuori dal marsupio. (Che
ragazza ingegnosa! Chi si porta
dietro le caramelle per la gola in una
corsa mortale a tre gambe?)
Cantai dritto nella bocca della
galleria dei myrmekes, confidando
che la sua acustica avrebbe
trasportato il mio messaggio. Non
dovemmo aspettare a lungo. La terra
cominciò a rimbombare sotto i nostri
piedi. Continuai a cantare. Avevo
avvisato i miei compagni di non
smettere di buttare giù il beat giusto
fino alla fine del brano.
Eppure rischiai di perdere del
tutto il filo quando il terreno esplose.
Avevo tenuto d’occhio la galleria,
ma Mamma non usava le gallerie.
Usciva da dove voleva, e in questo
caso venne fuori dritta dalla terra a
venti metri di distanza, spruzzando
terriccio, erba e piccoli massi in tutte
le direzioni. Avanzò veloce,
schioccando le mandibole e facendo
ronzare le ali, puntandomi addosso i
suoi occhi di teflon scuro. Non
aveva più l’addome gonfio, perciò
supposi che avesse finito di deporre
l’ultima covata di larve di formiche
assassine. Buon segno: mi augurai
che fosse di buon umore, non
famelica.
Dietro di lei, due soldati alati si
inerpicarono fuori dal terreno. Non
mi ero aspettato delle formiche
omaggio (no, sul serio, “formiche
omaggio” non si può sentire…).
Fiancheggiavano la regina, facendo
vibrare le antenne.
Conclusi la mia ode e caddi in
ginocchio, allargando le braccia
come avevo fatto prima. «Mamma,
ci serve un passaggio.»
Ecco il mio ragionamento: le
madri scarrozzano sempre i figli in
giro. Con migliaia e migliaia di
pargoli, supposi che la regina delle
formiche fosse la mamma tassista
per antonomasia. E, in effetti,
Mamma mi afferrò con le mandibole
e mi lanciò sopra la sua testa.
Nonostante quello che potrebbero
raccontarvi i semidei, non mi agitai,
non urlai, né atterrai in modo da
danneggiare le mie parti sensibili.
Atterrai eroicamente, a cavalcioni
sul collo della regina, che non era
più largo della groppa di un cavallo
da battaglia medio. Gridai ai miei
compagni: «Seguitemi! È un mezzo
sicuro!».
Chissà perché, i ragazzi
esitarono. Le formiche invece no. La
regina gettò Kayla dietro di me. Le
formiche-soldato seguirono
l’esempio di Mamma, afferrarono
due semidei ciascuna e li lanciarono
a bordo.
I tre myrmekes mandarono su di
giri le ali, che ronzavano come pale
di un ventilatore.
Kayla mi cinse le braccia intorno
alla vita. «È davvero sicuro?» gridò.
«Sicurissimo!» Sperai di non
sbagliarmi. «Forse perfino di più del
carro del sole!»
«Ma una volta non ci è mancato
poco che il carro del sole
distruggesse il mondo?»
«Be’, due volte» precisai. «Anzi,
tre, se si conta il giorno in cui lo
lasciai guidare a Talia Grace, ma…»
«Fai finta che non ti abbia chiesto
niente!»
Mamma si lanciò verso il cielo.
La cupola di rami intrecciati ci
sbarrava la strada, ma la regina delle
formiche non ci badò più di quanto
avesse badato alla tonnellata di terra
in cui si era aperta un varco poco
prima.
Gridai: «Giù!».
Ci abbassammo sulla testa
corazzata di Mamma, mentre lei si
scaraventava tra gli alberi
lasciandoci un migliaio di schegge
di legno conficcate nella schiena.
Era così bello volare di nuovo che
non ci feci caso. Ci librammo sopra
la foresta e virammo verso est.
Per due o tre secondi, mi sentii
elettrizzato.
Poi udii le grida dal Campo
Mezzosangue.
35

La statua è nuda
Nuda come un verme
E le mutande?

Perfino i miei poteri sovrannaturali


hanno un limite, di fronte a certe
descrizioni.
Immaginate di vedere una statua
di bronzo alta trenta metri che
riproduce voi stessi, una replica
della vostra magnificenza che
scintilla al sole del tardo
pomeriggio.
Ora immaginate che questa
bellissima statua attraversi la baia di
Long Island per approdare a North
Shore. In mano regge il timone di
una nave – una pala grande come un
aeroplano stealth fissata a un’asta di
quindici metri – e Mister Splendor
solleva il suddetto timone pronto a
spazzare via il Campo
Mezzosangue.
Fu questa la visione che ci
accolse arrivando in volo dalla
foresta.
«Come fa a essere vivo quel
coso?» domandò Kayla. «Che ha
fatto Nerone… L’ha ordinato on
line?»
«Il Triumvirato ha enormi
risorse» le risposi. «Hanno avuto
secoli per prepararsi. Una volta
ricostruita la statua, è bastato
infonderle della magia per animarla:
di norma si usano le forze vitali
imbrigliate degli spiriti del vento o
dell’acqua. Non lo so di preciso. In
effetti, è più una specialità di
Efesto.»
«E allora, come facciamo a
ucciderlo?»
«Ci… ci sto pensando.»
Per tutta la valle, i ragazzi del
campo urlavano e correvano ad
armarsi. Nico e Will si dibattevano
nel lago, probabilmente ribaltati
durante un giro in canoa. Chirone
galoppava sulle dune, bersagliando
di frecce il Colosso. Perfino per i
miei standard, era un arciere
abilissimo. Mirava alle giunture e
alle saldature della statua, eppure i
suoi colpi sembravano non
disturbare affatto l’automa. Decine
di missili spuntavano dalle ascelle e
dal collo del Colosso come ciuffi di
peli ribelli.
«Altre frecce!» gridò Chirone.
«Presto!»
Incespicando, Rachel Dare uscì
dall’armeria trasportandone una
mezza dozzina e corse a rifornirlo.
Il Colosso abbassò il timone per
schiacciare il padiglione della
mensa, ma la pala rimbalzò contro la
barriera magica del campo,
producendo scintille come se avesse
cozzato contro un metallo duro.
Mister Splendor fece un altro passo
nell’entroterra, tuttavia la barriera
oppose resistenza, ricacciandolo
indietro con la forza di una galleria
del vento.
Sulla Collina Mezzosangue, un
alone argenteo circondava l’Athena
Parthenos. Non ero sicuro che i
semidei lo vedessero, ma di tanto in
tanto il copricapo di Atena sparava
un raggio di luce ultravioletta simile
a un faro, colpendo il torace del
Colosso e respingendo l’invasore.
Accanto a lei, sull’alto pino, il Vello
d’Oro risplendeva di luce infuocata.
Il drago Peleo sibilava e si aggirava
intorno al tronco, pronto a difendere
il proprio territorio.
Erano forze potenti, ma non mi
occorreva la visione divina per
capire che sarebbero presto venute
meno. Le barriere difensive del
campo erano concepite per
allontanare i mostri randagi che si
presentavano di tanto in tanto, per
confondere i mortali e impedirgli di
individuare la valle e per fornire una
prima linea di difesa contro
eventuali invasori. Un bellissimo
gigante di bronzo celeste alto trenta
metri era tutta un’altra storia. Ben
presto il Colosso si sarebbe aperto
un varco e avrebbe distrutto tutto
quello che incontrava sul proprio
cammino.
«Apollo!» Kayla mi diede un
colpetto nelle costole. «Cosa
facciamo adesso?»
Mi agitai. Avevo di nuovo la
sgradevole sensazione che si
aspettassero delle risposte da me. Il
mio primo istinto fu di ordinare a un
semidio esperto di prendere il
comando. Non era già il fine
settimana? Dov’era Percy Jackson?
O i pretori romani Frank Zhang e
Reyna Avila Ramírez-Arellano? Sì,
loro se la sarebbero cavata
egregiamente.
Il mio secondo istinto fu di
rivolgermi a Meg McCaffrey. Con
quanta velocità mi ero abituato alla
sua irritante ma singolarmente cara
presenza! Ahimè, lei però non c’era
più. La sua assenza era come un
Colosso che mi calpestava il cuore.
(Metafora semplice da evocare, visto
che il Colosso stava calpestando
tantissime cose in quel momento.)
Ai nostri fianchi, le formiche-
soldato volavano in formazione, in
attesa degli ordini della regina. I
semidei mi guardavano preoccupati,
con i residui dei bozzoli sui loro
corpi che turbinavano mentre
sfrecciavamo nell’aria.
Mi sporsi in avanti e con un tono
di voce suadente dissi a Mamma:
«So che non posso chiederti di
rischiare la vita per noi».
Mamma ronzò come per dire: “Ci
puoi giurare”.
«Puoi farci fare un giro intorno
alla testa della statua?» domandai.
«Quanto basta per distrarla. E poi ci
lasceresti sulla spiaggia?»
Lei fece scattare le mandibole in
tono dubbioso.
«Sei la mamma migliore del
mondo» aggiunsi. «E oggi sei molto
carina.»
Quella frase funzionava sempre
con Leto. E andò a segno anche con
Mamma Formica.
La regina mosse le antenne di
scatto, forse per mandare un segnale
ad alta frequenza ai soldati, e tutte e
tre le formiche virarono a destra,
inclinandosi.
Sotto di noi, sempre più ragazzi
si univano alla battaglia. Sherman
Yang aveva imbrigliato due pegasi a
un carro e girava intorno alle gambe
della statua, mentre Julia e Alice
scagliavano giavellotti elettrici
contro le ginocchia del Colosso. I
missili si conficcavano nelle
giunture, scaricando volute di
folgore azzurra, ma la statua non
sembrava quasi farci caso. Nel
frattempo, Connor Stoll e Harley
facevano la pedicure al Colosso con
i lanciafiamme, mentre le gemelle di
Nike azionavano una catapulta
lanciando massi contro il bronzeo
inguine della statua.
Malcolm Pace, da vero figlio di
Atena, coordinava gli attacchi da
una postazione di comando
organizzata in fretta e furia sul prato.
Lui e Nyssa avevano aperto le
mappe di guerra su un tavolino e
gridavano le coordinate dei bersagli,
mentre Chiara, Damien, Paolo e
Billie preparavano le baliste intorno
al fuoco centrale.
Malcolm era il perfetto
comandante in campo, a parte il
fatto che si era dimenticato i
pantaloni. Le sue mutande rosse
erano un abbinamento piuttosto
azzardato con la spada e la corazza
di pelle.
Mamma si fiondò verso il
Colosso, lasciandosi indietro il mio
stomaco.
Ebbi un attimo per apprezzare i
lineamenti regali della statua, la
fronte di metallo cinta da una corona
a punte a rappresentare i raggi del
sole. Il Colosso doveva essere
Nerone nelle vesti del dio del sole,
ma l’imperatore aveva saggiamente
fatto scolpire il viso più somigliante
al mio che al suo. Solo il profilo del
naso e l’orrenda barba suggerivano
la sua tipica bruttezza.
E poi… ho già detto che Mister
Splendor era completamente nudo?
Be’, non c’è da stupirsi. Gli dei sono
quasi sempre ritratti senza vestiti,
perché siamo esseri privi di difetti.
Perché coprire la perfezione?
Eppure era un tantino sconcertante
vedersi andare in giro nudo come un
verme, agitando il timone di una
nave contro il Campo Mezzosangue.
Mentre ci avvicinavamo alla
statua, urlai a squarciagola:
«IMPOSTORE! SONO IO IL
VERO APOLLO! TU SEI
BRUTTO!».
Oh, cari lettori, non fu facile
gridare quelle parole contro il mio
splendido volto, ma ci riuscii. Tanto
era il mio coraggio!
Il Colosso non gradì le offese.
Mentre Mamma e le due formiche-
soldato si allontanavano in virata, la
statua brandì il timone verso l’alto.
Vi siete mai scontrati con un
bombardiere? All’improvviso ebbi
un flashback di Dresda nel 1945,
quando il cielo era così pieno di
aerei che non avevo letteralmente
trovato una corsia sicura. Dopo,
l’asse del carro del sole era rimasto
fuori allineamento per settimane.
Mi resi conto che le formiche non
volavano abbastanza veloci da
evitare il timone. Vidi la catastrofe
arrivare al rallentatore. All’ultimo
istante utile, gridai: «Giù!».
Cademmo in picchiata. Il timone
colpì solo le ali delle formiche, ma
bastò a scaraventarci a spirale verso
la spiaggia.

Fui grato che la sabbia fosse soffice.


Ne mangiai un bel po’ quando ci
schiantammo a terra.
Per pura fortuna, nessuno di noi
morì, anche se Kayla e Austin
dovettero tirarmi su di peso.
«Tutto a posto?» chiese Austin.
«Sì» risposi. «Dobbiamo
sbrigarci.»
Il Colosso ci guardava, forse per
capire se stavamo morendo o se ci
serviva una dose supplementare di
dolore. Volevo attirare la sua
attenzione e c’ero riuscito. Urrà!
Lanciai un’occhiata alle
formiche, che si stavano scrollando
la sabbia dal carapace. «Grazie.
Adesso pensate a salvarvi. Volate
via!»
Non se lo fecero ripetere due
volte. Immagino che le formiche
nutrano una paura istintiva verso i
grossi umanoidi che le sovrastano
con l’intenzione di schiacciarle sotto
i piedi. Mamma e le due formiche-
soldato se ne andarono ronzando
verso il cielo.
Miranda le seguì con lo sguardo.
«Non avrei mai pensato di dire una
cosa simile su degli insetti, ma mi
mancheranno.»
«Ehi!» gridò Nico Di Angelo.
Lui e Will si stavano inerpicando
sulle dune, ancora gocciolanti dopo
la nuotata nel laghetto delle canoe.
«Qual è il piano?» Will sembrava
calmo, ma ormai lo conoscevo
abbastanza da capire che dentro era
carico come un filo elettrico
scoperto.
BOOM!
La statua si avvicinava. Un altro
passo, e sarebbe arrivata sopra le
nostre teste.
«Non ha una valvola di controllo
sulla caviglia?» chiese Ellis. «Se
riuscissimo ad aprirla…»
«No» risposi. «Stai pensando a
Talo. E questo non è Talo.»
Nico si scostò dalla fronte i
capelli bagnati. «E quindi?»
Avevo una bella vista del naso
del Colosso. Le narici erano piene di
bronzo… Immaginai che Nerone
avesse voluto impedire ai propri
detrattori di scagliare frecce nella
zucca imperiale della statua.
Non potei trattenere un urlo
improvviso.
Kayla mi afferrò un braccio.
«Apollo, che c’è?»
Frecce nella testa del Colosso.
Oh, dei, mi era venuta un’idea che
non avrebbe mai e poi mai
funzionato. Tuttavia era pur sempre
meglio della seconda opzione:
lasciarsi schiacciare sotto due
tonnellate di piede di bronzo.
«Will, Kayla, Austin, venite con
me!»
«E Nico» aggiunse il diretto
interessato. «Ho un certificato
medico.»
«E va bene!» Annuii. «Ellis,
Cecil, Miranda, fate qualunque cosa
possa servire ad attirare l’attenzione
del Colosso.»
L’ombra di un enorme piede
oscurò la sabbia.
«Ora!» urlai. «Sparpagliatevi!»
36

Amo la peste
Quando è su una freccia
Ta-dah! Sei morto?

Sparpagliarsi fu la parte semplice. I


ragazzi furono bravissimi.
Miranda, Cecil ed Ellis corsero in
direzioni diverse, urlando insulti al
Colosso e agitando le braccia. Ci
fecero guadagnare così alcuni
secondi per scattare verso le dune,
anche se sospettavo che il Colosso
mi avrebbe inseguito presto.
Dopotutto, ero io il bersaglio più
importante e attraente.
Puntai un dito verso il carro di
Sherman Yang, che continuava a
girare intorno alle gambe della
statua nel vano tentativo di
fulminargli le rotule. «Dobbiamo
requisire quel carro!»
«E come?» domandò Kayla.
Stavo per ammettere che non ne
avevo idea, quando Nico Di Angelo
afferrò la mano di Will ed entrò
nella mia ombra. I due ragazzi si
volatilizzarono. Mi ero dimenticato
di quel potere, di come i figli degli
Inferi potessero entrare in un’ombra
per poi ricomparire in un’altra, a
volte a centinaia di chilometri di
distanza. Ade si divertiva ad arrivare
di soppiatto alle mie spalle in questo
modo, gridando: “CIAO!” proprio
nell’istante in cui stavo scagliando
una freccia letale. Si sbellicava se
mancavo il bersaglio e cancellavo
accidentalmente la città sbagliata.
Austin rabbrividì. «Detesto
quando Nico scompare così. Qual è
il piano?»
«Voi due siete i miei rinforzi»
dissi. «Se sbaglio mira, se muoio…
toccherà a voi.»
«Aspetta, aspetta» disse Kayla.
«Che significa “se sbaglio mira”?»
Estrassi la mia ultima freccia,
quella che avevo trovato nel bosco.
«Colpirò quello splendido gigante
nell’orecchio.»
Austin e Kayla si scambiarono
un’occhiata. Probabilmente si
stavano chiedendo se alla fine fossi
crollato sotto il peso della mortalità.
«Una freccia pestilenziale»
spiegai. «Farò un incantesimo sulla
freccia e la sparerò nell’orecchio
della statua. Ha la testa vuota. Le
orecchie sono le uniche aperture. La
freccia dovrebbe rilasciare
abbastanza malanni da uccidere il
potere che anima la statua… o
almeno abbastanza da disattivarlo.»
«Come fai a sapere che
funzionerà?» chiese Kayla.
«Non lo so, ma…»
La nostra conversazione fu
interrotta dal piede del Colosso che
incombeva su di noi, sempre più
vicino. Schizzammo nell’entroterra,
evitando per un pelo di finire
spiaccicati.
Dietro di noi, Miranda urlò: «Ehi,
brutto muso!».
Sapevo che non parlava a me, ma
mi voltai lo stesso. Lei sollevò le
braccia, facendo spuntare dalla
sabbia delle corde di alghe marine,
che si avvolsero intorno alle caviglie
della statua. Il Colosso se ne liberò
senza problemi, ma ne fu comunque
abbastanza infastidito da distrarsi.
Osservare Miranda che affrontava la
statua, ancora una volta mi riempii
di tristezza per Meg.

Nel frattempo, ai lati del Colosso,


Ellis e Cecil lo bersagliavano di
sassate sugli stinchi. Dal campo, una
raffica di proiettili di balista
infuocati esplose sulle chiappe nude
di Mister Splendor. Per un attimo,
ebbi un sussulto di pietà.
«Stavi dicendo?» chiese Austin.
«Giusto.» Feci roteare la freccia
tra le dita. «So cosa stai pensando.
Non ho poteri divini. Non sappiamo
se riuscirò a imbastire la peste nera o
l’influenza spagnola. Però, se riesco
a tirare a distanza ravvicinata, dritto
nella testa del Colosso, potrei
procurargli comunque qualche
danno.»
«E… se sbagli?» domandò
Kayla.
Notai che pure la sua faretra era
vuota. «Non avrò la forza di provare
una seconda volta. Dovrai fare tu un
altro tentativo. Trovare una freccia,
evocare un malanno e tirare il colpo
mentre Austin tiene fermo il carro.»
Mi resi conto che era una
richiesta impossibile, ma i ragazzi
l’accolsero in un silenzio cupo. Non
sapevo se sentirmi grato o in colpa.
All’epoca in cui ero un dio, avrei
dato per scontato che i mortali
avessero fiducia in me. Lì invece,
davanti al Colosso, chiedevo ai miei
figli di rischiare di nuovo la vita, e
non ero affatto sicuro che il mio
piano avrebbe funzionato.
Colsi un lampo di movimento nel
cielo. Stavolta, invece del piede del
Colosso, era il carro di Sherman
Yang, senza Sherman Yang. Will
fece atterrare i pegasi e trascinò
fuori Nico Di Angelo, semisvenuto.
«Dove sono gli altri?» domandò
Kayla. «Sherman e le ragazze di
Ermes?»
Will alzò gli occhi al cielo. «Nico
li ha convinti a scendere.»
Neanche a farlo apposta, proprio
in quel momento udii Sherman che
urlava in lontananza: «Questa me la
paghi, Di Angelo!».
«Andate voi, ragazzi» mi disse
Will. «Il carro è concepito solo per
tre persone, e dopo il viaggio
nell’ombra Nico sverrà da un
momento all’altro.»
«No, no» si lamentò Nico, e
svenne.
Will se lo mise sulle spalle e lo
portò via. «Buona fortuna! Vado a
procurarmi del Gatorade per il
Signore delle Tenebre!»
Austin saltò su per primo e
afferrò le redini. Non appena io e
Kayla fummo a bordo, schizzammo
verso il cielo, coi pegasi che
sterzavano e viravano abilmente
intorno al Colosso. Cominciai a
nutrire un barlume di speranza.
Forse potevamo battere quel
gigantesco fustacchione di bronzo.
Presi la freccia. «Ora, se solo
riuscissi a infondere un bel malanno
in questa…»
La freccia tremò
dall’impennaggio alla punta. «NON
AVRAI L’ARDIRE» mi disse.
Cerco di evitare le armi che parlano.
Le trovo maleducate, e poi mi fanno
perdere la concentrazione. Una
volta, Artemide aveva un arco che
imprecava come un marinaio
fenicio. Un’altra, in una taverna di
Stoccolma, avevo incontrato un dio
tremendamente sexy… peccato che
la sua spada parlante non chiudesse
mai il becco.
Ma sto tergiversando.
Feci la domanda più ovvia: «Stai
parlando con me?».
La freccia fremette (Oddio, che
allitterazione. Le mie scuse). «IN
VERITÀ, SÌ. DI GRAZIA, FATTA
NON SONO PER ESSERE
SCAGLIATA.»
Aveva una voce decisamente
maschile, reboante e grave, come un
pessimo attore shakespeariano.
«Ma sei una freccia!» replicai. «Il
punto è proprio questo, scagliarti in
qualche punto.» (Oh, devo stare
attento a questi giochetti di parole.)
«Ragazzi, tenetevi forte!» gridò
Austin.
Il carro scese in picchiata per
evitare il timone brandito dal
Colosso. Senza l’avvertimento di
Austin, sarei rimasto a mezz’aria a
discutere con il mio dardo.
«Sei stata ricavata da una quercia
di Dodona» intuii. «È per questo che
parli?»
«IN FEDE MIA, SÌ» rispose la
freccia.
«Apollo!» esclamò Kayla. «Non
so perché parli con la freccia, ma…»
Dalla nostra destra arrivò il
riverbero di uno WHANG, simile a
una linea dell’alta tensione che si
spezza e colpisce un tetto di metallo.
In un lampo di luce argentea, le
barriere magiche del campo
crollarono. Il Colosso avanzò
barcollando e calò un piede sul
padiglione della mensa, riducendola
in macerie, come se fosse fatta con i
mattoncini di un bambino.
«… Ma è successo questo»
concluse Kayla, con un sospiro.
Il Colosso issò il timone con aria
trionfante e proseguì imperterrito
nell’entroterra, ignorando i semidei
che correvano intorno ai suoi piedi.
Valentina Diaz gli lanciò un missile
di balista contro l’inguine (di nuovo,
ebbi un sussulto di pietà). Harley e
Connor Stoll continuavano a
puntargli i lanciafiamme sui piedi,
senza risultati. Nyssa, Malcolm e
Chirone stavano tirando un cavo di
acciaio per interrompere il percorso
della statua, ma non avrebbero mai
avuto il tempo di fissarlo per bene.
Mi girai verso Kayla. «Tu non
senti parlare la freccia?»
A giudicare dai suoi occhi
sgranati, la risposta doveva essere:
“No. Le allucinazioni sono un tratto
di famiglia?”.
«Non importa.» Guardai la
freccia. «Cosa suggeriresti, oh
saggio dardo di Dodona? La mia
faretra è vuota.»
La punta della freccia si inclinò
verso il braccio sinistro della statua.
«GUARDA BENE, ORSÙ!
NELL’ASCELLA TROVERAI LE
FRECCE CHE SERVONO ALLA
BISOGNA!»
Kayla gridò: «Il Colosso sta
puntando verso le capanne!».
«Ascella!» dissi a Austin. «Orsù!
Cioè… ehm, fai rotta verso
l’ascella!»
Non era un ordine molto comune
in battaglia, ma Austin lanciò i
pegasi in un’impennata.
Sorvolammo la foresta di frecce che
spuntava dalla giuntura sul braccio
del Colosso, ma purtroppo
sopravvalutai la mia coordinazione
occhio-mano mortale. Mi allungai
verso gli strali senza prenderne
neanche uno.
Kayla fu più agile. Ne acciuffò
una manciata, ma urlò tirandoli via.
La trassi in salvo. La sua mano,
tagliata per la presa ad alta velocità,
sanguinava molto.
«Sto bene!» gridò lei. Teneva le
dita serrate, spruzzando gocce di
sangue sul pavimento del carro.
«Prendi le frecce.»
Le presi. Mi tolsi dal collo la
bandana con la bandiera brasiliana e
gliela diedi. «Fasciati la mano» le
ordinai. «C’è un po’ di ambrosia
nella tasca del mio giaccone.»
«Non preoccuparti per me.»
Kayla aveva la faccia verde come i
suoi capelli. «Tira! Sbrigati!»
Studiai le frecce. Ed ebbi un tuffo
al cuore. Solo uno dei missili era
intero, ma aveva l’asta storta.
Sarebbe stato quasi impossibile
tirare.
Guardai di nuovo la freccia
parlante.
«NON CI PENSARE» cantilenò.
«ORSÙ, INCANTA LA FRECCIA
SBILENCA!»
Ci provai. Aprii la bocca, ma le
parole dell’incantesimo erano
scomparse dalla mia mente. Come
temevo, Lester Papadopoulos non
possedeva quel potere. «Non ci
riesco!»
«TI ASSISTO IO» assicurò la
Freccia di Dodona. «COMINCIA
TU: “PESTE PESTIFERA E
PESTILENZIALE”.»
«L’incantesimo non comincia
così!»
«Con chi stai parlando?»
domandò Austin.
«Con la mia freccia! Ho… ho
bisogno di altro tempo.»
«Non ce l’abbiamo!» Con la
mano fasciata, Kayla indicò
qualcosa.
Il Colosso era a pochi metri dal
prato centrale. Non ero certo che i
semidei si rendessero davvero conto
dell’enorme pericolo che stavano
correndo. Il Colosso poteva fare ben
di peggio che schiacciare gli edifici.
Se avesse distrutto il fuoco, il sacro
santuario di Estia, avrebbe estinto
l’anima stessa del campo. La valle
sarebbe stata maledetta e inospitale
per generazioni. Il Campo
Mezzosangue avrebbe cessato di
esistere.
Capii di avere sbagliato. Per il
mio piano occorreva molto più
tempo, anche se mi fossi ricordato
come preparare una freccia
pestilenziale. Questa era la mia
punizione per aver infranto un
giuramento sullo Stige.
Poi, dall’alto, una voce gridò:
«Ehi, Chiappe di Bronzo!».
Sopra la testa del Colosso si
formò una coltre di oscurità, come
una nuvola dei fumetti. E da quelle
tenebre piombò giù un mostruoso
cane dal manto nero – un segugio
infernale – sulla cui groppa c’era un
giovane con una spada di bronzo
scintillante.
Era giunto il fine settimana. E
Percy Jackson era tornato.
37

Guarda! È Percy!
Se non ci aiuta lui…
Mi deve tutto!

Ero troppo sbigottito per parlare.


Altrimenti avrei avvisato Percy di
quello che stava per succedere.
I segugi infernali non amano
molto l’altezza. Quando sono
spaventati, reagiscono in modo
prevedibile. Non appena il suo
fedele animaletto atterrò in cima al
Colosso, guaì e si mise a fare pipì
sull’enorme testa. La statua si
bloccò e guardò in su, senza dubbio
domandandosi cosa stava
gocciolando sulle sue basette
imperiali.
Percy saltò eroicamente giù dalla
groppa del segugio infernale e slittò
sulla pipì. Per poco non scivolò giù
dalla fronte della statua. «Ma che…
signora O’Leary, e che cavolo!»
Il segugio infernale latrò a mo’ di
scuse.
Austin spostò il carro a portata di
voce. «Percy!»
Il figlio di Poseidone ci guardò
torvo. «Okay, chi ha liberato questo
gigante di bronzo? Apollo, sei stato
tu?»
«Ehi, così mi offendi!» gridai. «È
solo indirettamente colpa mia! E
poi, ho un piano per rimediare.»
«Ah, sì?» Percy lanciò
un’occhiata al padiglione della
mensa distrutto. «E come sta
andando?»
Con la mia abituale assennatezza,
rimasi concentrato sul bene
superiore. «Se tu potessi per cortesia
impedire al Colosso di calpestare il
fuoco del campo, sarebbe utile. Mi
servono pochi minuti per fare un
incantesimo su questa freccia.»
Sollevai per sbaglio la freccia
parlante, poi tirai su quella storta.
Percy sospirò. «Lo vedo.»
La signora O’Leary abbaiò
preoccupata. Il Colosso stava
alzando la mano per schiacciare la
creatura che gli aveva fatto la pipì
addosso.
Percy afferrò una delle punte a
raggiera della corona. La mozzò di
netto dalla base e la conficcò nella
fronte del Colosso. Dubitavo che
l’automa potesse provare dolore, ma
barcollò, sorpreso di vedersi
spuntare all’improvviso un corno da
unicorno.
Il figlio di Poseidone ne tagliò
un’altra. «Ehi, brutto muso! Non ti
servono tutti questi cosi appuntiti,
giusto? Ne porto uno alla spiaggia»
gridò dall’alto. «Signora O’Leary,
prendi!» Percy lanciò la punta come
un giavellotto.
Il segugio infernale abbaiò tutto
entusiasta. Balzò dalla testa del
Colosso, si volatilizzò nell’ombra e
riapparve a terra, saltando dietro il
suo nuovo bastoncino di bronzo.
Percy inarcò le sopracciglia e mi
guardò. «Allora, questo
incantesimo?» Saltò dalla testa della
statua alla sua spalla. Poi si lanciò
sull’asta del timone e scivolò fino a
terra come se fosse un palo dei
pompieri. Avessi avuto il mio
normale livello di abilità atletica
divina, avrei potuto imitarlo a occhi
chiusi, ma dovetti ammettere che
Percy Jackson era moderatamente
formidabile.
«Ehi, Chiappe di Bronzo!» gridò
di nuovo. «Vieni a prendermi!»
Il Colosso ubbidì, girandosi
lentamente e seguendo Percy verso
la spiaggia.
Cominciai a cantilenare,
invocando i miei antichi poteri da
dio delle malattie. Stavolta le parole
mi vennero. Non capii perché. Forse
l’arrivo di Percy aveva infuso in me
una nuova fiducia. Forse,
semplicemente, non ci pensai
troppo. Ho scoperto che spesso il
pensiero ostacola l’azione. È una di
quelle lezioni che gli dei imparano
all’inizio della carriera.
Avvertii una sorta di prurito, la
sensazione della malattia che dalle
mie dita si trasmetteva con un
brivido nel proiettile. Parlai della
mia magnificenza e delle varie
orribili malattie che avevo inferto
sulle popolazioni malvagie in
passato, perché… be’, sono
magnifico! Sentii che la magia
prendeva piede, sebbene la freccia di
Dodona mi sussurrasse come un
noioso suggeritore elisabettiano:
«ORSÙ, DI’: “PESTE PESTIFERA
E PESTILENZIALE”!».
In basso, altri semidei si unirono
al corteo verso la spiaggia.
Correvano davanti al Colosso, lo
sbeffeggiavano, gli tiravano oggetti
e lo chiamavano Chiappe di Bronzo.
Ironizzavano sul suo nuovo corno.
Ridevano per la pipì del segugio che
gli gocciolava sulla faccia. Di
norma, ho tolleranza zero per i bulli,
soprattutto quando la vittima mi
assomiglia, ma dato che il Colosso
era alto dieci piani e stava
distruggendo il campo, la
maleducazione dei ragazzi era
comprensibile.
Finii di cantilenare. Un’odiosa
foschia verde avvolse la freccia.
Sapeva un po’ di frittura di fast food,
ottimo segno di un’orribile malattia
di qualche tipo.
«Sono pronto!» dissi a Austin.
«Portami vicino al suo orecchio!»
«Contaci!» Austin si girò per dire
qualcos’altro, e un filo di foschia
verde gli passò sotto il naso. Gli
occhi gli si riempirono di lacrime. Il
naso gli si gonfiò e cominciò a
colare. Austin contrasse la faccia in
una smorfia e starnutì così forte da
crollare a terra. Un attimo dopo era
disteso sul pavimento del carro a
gemere e contorcersi.
«Figlio mio!» Volevo prenderlo
per le spalle e controllare cosa gli
fosse successo, ma, dato che avevo
una freccia in ogni mano, non era il
caso.
«VERGOGNA! TROPPO
POTENTE È LA TUA PESTE»
borbottò la freccia di Dodona. «LA
TUA CANTILENA… FA PENA!»
«Oh, no, no, no» dissi. «Kayla,
fa’ attenzione. Non respirare…»
«Ecciuuuù!» Kayla si accasciò
accanto al fratello.
«Che ho combinato?» mormorai.
«A MIO MODESTO AVVISO,
HAI CANNATO» disse la freccia di
Dodona, la mia fonte di infinita
saggezza. «E POI SPICCIATI!
AFFERRA LE REDINI!»
«Perché?»
Penserete che un dio abituato a
guidare un carro tutti i giorni non
avrebbe dovuto avere bisogno di
fare una domanda del genere. In mia
difesa, posso dire che ero sconvolto
per i miei figli semisvenuti ai miei
piedi. Il fatto che non ci fosse più
nessuno alla guida mi era sfuggito.
Senza qualcuno alle redini, i pegasi
furono colti dal panico. E, per non
sbattere contro l’enorme Colosso di
bronzo che si trovava sulla loro
traiettoria, si fiondarono verso terra.
Chissà come, reagii in modo
appropriato. (Tre urrà per le reazioni
appropriate!) Infilai le due frecce
nella faretra, afferrai le redini e
riuscii a frenare la nostra discesa
abbastanza da evitare di schiantarci
a terra. Rimbalzammo su una duna e
ci fermammo con una sterzata
davanti a Chirone e a un gruppo di
semidei. Sarebbe stata un’entrata di
grande effetto, se la forza centrifuga
non avesse scaraventato Kayla,
Austin e me fuori dal carro.
Ho già detto che sono grato per la
sabbia soffice?
I pegasi presero il volo,
trascinandosi dietro il carro
malconcio, e ci lasciarono
spiaggiati.
Chirone venne al galoppo al
nostro fianco, con un gruppo di
semidei al seguito. Percy Jackson
accorse dalla spuma dei frangenti,
mentre la signora O’Leary teneva
occupato il Colosso giocando a palla
avvelenata. Dubitavo che il gioco
avrebbe tenuto occupata la statua
ancora a lungo, una volta che il
Colosso si fosse reso conto di avere
alle proprie spalle una serie di
bersagli perfetti da calpestare.
«La freccia pestilenziale è
pronta!» annunciai. «Dobbiamo
spararla nell’orecchio del Colosso!»
Il mio pubblico non sembrò
prenderla come una buona notizia.
Poi mi resi conto che il carro era
sparito. L’arco era rimasto lì dentro.
E Kayla e Austin erano stati infettati
dalla malattia che avevo evocato con
l’incantesimo, qualunque fosse.
«Sono contagiosi?» domandò
Cecil.
«No!» risposi. «Be’…
probabilmente no. Sono i vapori
esalati dalla freccia…»
Tutti fecero un passo indietro.
«Cecil, tu e Harley portate Kayla
e Austin alla casa di Apollo per farli
curare» intervenne Chirone.
«Ma sono loro la casa di Apollo»
si lamentò Harley. «E poi, il mio
lanciafiamme…»
«Potrai giocare con il tuo
lanciafiamme più tardi» promise il
centauro. «Vai, da bravo. E voi fate
il possibile per trattenere il Colosso
sulla battigia. Io e Percy assisteremo
Apollo.» Chirone pronunciò la
parola “assisteremo” come se stesse
dicendo “gli daremo ceffoni a tutto
spiano”. Una volta dispersa la folla,
mi consegnò il suo arco. «Tira.»
Fissai l’enorme arco ricurvo. Il
peso di trazione sarà stato di mezzo
quintale. «È concepito per la forza di
un centauro, non per un ragazzo
mortale!»
«Tu hai creato la freccia» replicò
Chirone. «Solo tu puoi tirarla senza
lasciarti contagiare dalla malattia.
Solo tu puoi colpire un bersaglio del
genere.»
«Da qui? Impossibile. Dov’è quel
ragazzo che vola… Jason Grace?»
Percy si tolse il sudore e la sabbia
dal collo. «Spiacente, i ragazzi
volanti sono esauriti. E i pegasi si
sono tutti dati alla fuga.»
«Forse se troviamo delle arpie e
un po’ di corda…» suggerii.
«Apollo, devi farlo tu» disse
Chirone. «Sei tu il signore del tiro
con l’arco e della malattia.»
«Io non sono il signore di
niente!» gemetti. «Sono uno stupido
e brutto ragazzo mortale. Io non
sono nessuno!»
Piangermi addosso mi era venuto
spontaneo. Di certo la terra si
sarebbe spaccata in due nel sentire
che mi definivo un “nessuno”. Percy
e Chirone si sarebbero precipitati a
rassicurarmi.
Non accadde niente del genere.
Percy e Chirone si limitarono a
guardarmi con aria truce.
Percy mi mise una mano sulla
spalla. «Tu sei Apollo. Abbiamo
bisogno di te. Puoi farcela. E poi, se
non lo fai, ti butterò giù dalla cima
dell’Empire State Building con le
mie stesse mani.»
Era proprio il discorso di
incoraggiamento di cui avevo
bisogno, il genere di cosa che Zeus
mi diceva sempre prima delle partite
di calcio.
Raddrizzai le spalle. «Giusto.»
«Tenteremo di attirarlo in acqua.
Lì io sono in vantaggio. Buona
fortuna.» Percy prese la mano che
Chirone gli porgeva e balzò in
groppa al centauro.
Poi corsero al galoppo sulla
spuma dei frangenti, con Percy che
agitava la spada e gridava insulti
vari contro il Colosso, tutti in tema
“Chiappe di Bronzo”.
Corsi lungo la spiaggia finché
non ebbi una linea visuale
sull’orecchio sinistro della statua.
Guardando il profilo regale, non vidi
Nerone. Vidi me stesso, un
monumento alla mia vanità.
L’orgoglio di Nerone non era altro
che un riflesso del mio. Ero io lo
scemo più grosso. Ero esattamente il
tipo di persona che si sarebbe fatta
erigere una statua nuda di trenta
metri nel giardino di casa.
Estrassi la freccia pestilenziale
dalla faretra e incoccai.
I semidei stavano diventando
bravissimi a sparpagliarsi.
Continuavano a tormentare il
Colosso da ogni lato, mentre Percy e
Chirone galoppavano tra le onde,
con la signora O’Leary che si
scatenava alle loro spalle con il suo
nuovo bastone di bronzo.
«Ehi, brutto muso… di qua!»
gridò Percy.
Il passo successivo del Colosso
spostò varie tonnellate di acqua
salata e provocò un cratere grande
abbastanza da inghiottire un pick-up.
La Freccia di Dodona sbatacchiò
nella mia faretra. «LIBERA IL
FIATO» mi esortò. «ABBASSA LA
SPALLA.»
«Non è la prima volta che tiro
con l’arco» brontolai.
«PORGI ATTENZIONE AL
GOMITO SINISTRO» continuò la
freccia.
«Chiudi il becco!»
«E NON DIRE ALLA TUA
FRECCIA DI CHIUDERE IL
BECCO.»
Tesi l’arco. I muscoli mi
bruciavano come se qualcuno mi
stesse versando acqua bollente sulle
spalle. La freccia pestilenziale non
mi fece svenire, ma i suoi vapori mi
frastornarono. La distorsione del
fusto rendeva impossibili i miei
calcoli. Il vento era contro di me. La
parabola del tiro sarebbe stata troppo
alta.
Eppure presi la mira, espirai e
lasciai andare la corda.
La freccia salì come un razzo
verso l’alto, perdendo forza e
deviando troppo a destra. Ebbi un
tuffo al cuore. La maledizione dello
Stige mi avrebbe negato ogni
possibilità di successo, ne ero certo.
Ma proprio mentre il dardo
raggiungeva l’apice e stava per
ricadere a terra, venne colpito da una
raffica di vento… forse era Zefiro
che osservava benevolo il mio
penoso tentativo? La freccia volò nel
canale auricolare del Colosso e
sferragliò nella sua testa con un
clink, clink, clink, come una
macchinetta del pachinko.
Il Colosso si fermò e fissò
l’orizzonte. Sembrava stordito.
Guardò il cielo, poi inarcò la schiena
e barcollò in avanti, rumoreggiando
come un tornado che strappa via il
tetto di un magazzino. Dato che la
faccia del Colosso era priva di altri
orifizi aperti, la pressione del suo
starnuto produsse geyser di olio
lubrificante che gli uscirono con
violenza dalle orecchie, irrorando le
dune di una poltiglia tutt’altro che
ecologica.
Sherman, Alice e Julia mi
raggiunsero incespicando, ricoperti
dalla testa ai piedi di sabbia e olio.
«Apprezzo che tu abbia liberato
Miranda ed Ellis» ringhiò Sherman.
«Ma più tardi ti ucciderò per avermi
preso il carro. Cos’hai fatto al
Colosso? Che razza di peste provoca
gli starnuti?»
«Mi sa che… mi sa che ho
evocato una malattia piuttosto
benigna. Credo di avergli attaccato
la febbre da fieno.»
Avete presente quell’orribile
momento di pausa in cui aspettate
che qualcuno starnutisca? La statua
inarcò di nuovo la schiena, e sulla
spiaggia tutti si acquattarono in
trepida attesa. Il Colosso inalò
diversi ettari cubi di aria dai canali
auricolari, preparandosi alla raffica
successiva.
Immaginai scenari da incubo: con
uno starnuto dall’orecchio, il
Colosso avrebbe spedito Percy
Jackson in Connecticut, facendolo
sparire per sempre. Oppure si
sarebbe ripreso e ci avrebbe
spiaccicato tutti. La febbre da fieno
rende irritabili. Lo so perché l’ho
inventata io. Eppure non era stata
mia intenzione trasformarla in una
malattia mortale. E di certo non
avevo previsto di trovarmi ad
affrontare l’ira di un automa di
metallo affetto da gravi allergie
stagionali. Maledetta la mia miopia!
Maledetta la mia mortalità!
Quello che non avevo
considerato erano i danni che i nostri
semidei avevano già provocato alle
giunture metalliche del Colosso, in
particolare al collo.
Il Colosso barcollò in avanti con
un potente “ECCIUUÙ”.
Sussultai e per poco non mi persi
il momento della verità, quando la
testa della statua raggiunse il primo
grado di separazione dal corpo,
staccandosi di netto. Sfrecciò sulla
baia di Long Island, con la faccia
vorticante che spariva e riappariva
alla vista. Colpì l’acqua con un
potente WHOOSH e sobbalzò per un
attimo. Poi, dal foro del collo, l’aria
fuoriuscì con un bloop, e lo
splendido volto regale del
sottoscritto sprofondò sotto le onde.
Ancora in piedi, il corpo
decapitato della statua
beccheggiava. Se fosse caduto
all’indietro, avrebbe potuto
schiacciare altre zone del campo.
Invece ruzzolò in avanti. Percy
lanciò un’imprecazione che avrebbe
reso orgoglioso qualsiasi marinaio
fenicio, quindi corse via insieme a
Chirone per evitare di essere
schiacciato, mentre la signora
O’Leary si dissolveva saggiamente
nell’ombra. Il Colosso colpì l’acqua,
provocando onde di maremoto alte
dodici metri a babordo e a tribordo.
Non avevo mai visto un centauro
fare surf con gli zoccoli, ma Chirone
se la cavò.
Finalmente il rombo della statua
che cadeva smise di riecheggiare
sulle colline.
Accanto a me, Alice Miyazawa
fischiò. «Be’, si è ridimensionato
alla svelta.»
Sherman Yang domandò con la
voce piena di meraviglia, come un
bambino: «Per tutti gli Inferi, cos’è
successo?».
«Credo che il Colosso si sia
staccato la testa con uno starnuto»
risposi.
38

Ecciù, ecciù, ecc…


Parole di conforto
Il peggior dio? Io

Il malanno dilagò.
Fu quello il prezzo della vittoria:
una gigantesca epidemia di febbre
da fieno. Prima del crepuscolo, quasi
tutti i ragazzi del campo erano
storditi, barcollanti e congestionati.
Fui contento però che nessuno si
fosse staccato la testa con uno
starnuto, perché eravamo a corto di
bende e nastro adesivo.
Io e Will Solace trascorremmo la
serata a occuparci dei feriti. Will
prese il comando, e io non ebbi
niente da ridire: ero sfinito. Per lo
più ingessai braccia, distribuii
fazzoletti di carta e farmaci per il
raffreddore e tentai di impedire a
Harley di rubare l’intera scorta di
smile adesivi dell’infermeria per
tappezzarci il lanciafiamme. Fui
grato della distrazione, così evitai di
pensare troppo ai dolorosi eventi
della giornata.
Sherman Yang accettò
garbatamente di non uccidere Nico
per averlo gettato fuori dal carro e
me per averglielo danneggiato,
anche se avevo la sensazione che il
figlio di Ares si riservasse quelle
opzioni per un altro momento.
Chirone fornì impiastri speciali
per i casi più gravi di febbre da
fieno, incluso quello di Chiara
Benvenuti, la cui fortuna, una volta
tanto, l’aveva abbandonata.
Stranamente, Damien White si sentì
male subito dopo aver saputo del
malore di Chiara. I due occupavano
due brande vicine in infermeria,
cosa che trovai un tantino sospetta,
anche se i ragazzi continuavano a
punzecchiarsi tutte le volte che si
accorgevano di essere osservati.
Percy Jackson trascorse diverse
ore a reclutare balene e ippocampi
per trascinare via il Colosso. Decise
che sarebbe stato più semplice
trainarlo sott’acqua nel palazzo di
Poseidone, dove poteva essere
riconvertito in statua da giardino.
Non sapevo cosa pensare.
Immaginai che Poseidone avrebbe
sostituito lo splendido viso della
statua con il suo volto barbuto e
indurito dalle intemperie. Eppure
volevo che il Colosso sparisse, e
dubitavo che sarebbe entrato nei
bidoni per il riciclaggio.
Grazie alle cure di Will e a una
cena calda, i semidei che avevo
liberato nella foresta recuperarono le
forze in breve tempo. (Paolo
sosteneva che fosse merito della
bandana brasiliana che aveva
sventolato sopra di loro, e io non
avevo nessuna intenzione di
obiettare.)
Quanto al campo, i danni
avrebbero potuto essere ben più
gravi. Il molo delle canoe poteva
essere ricostruito. I crateri lasciati
dalle orme del Colosso potevano
essere opportunamente riconvertiti
in tane per le volpi o in piccoli
stagni.
Il padiglione della mensa era un
disastro totale, ma Nyssa e Harley
erano certi che Annabeth Chase
sarebbe stata in grado di
riprogettarlo non appena fosse
tornata al campo. Con un po’ di
fortuna, sarebbe stato ricostruito in
tempo per l’estate.
Gli unici altri danni gravi erano
quelli della casa di Demetra. Non
me n’ero accorto durante la
battaglia, ma il Colosso era riuscito
a schiacciarla prima di dirigersi
verso la spiaggia.
A posteriori, il percorso di
distruzione del Colosso sembrava
quasi studiato, come se l’automa
fosse approdato a riva, avesse
calpestato la casa Quattro e si fosse
diretto di nuovo verso il mare di
proposito.
Visto quanto era accaduto con
Meg McCaffrey, non potei fare a
meno di leggerlo come un brutto
segno. A Miranda Gardiner e Billie
Ng furono assegnate brande
provvisorie nella casa di Ermes, ma
le ragazze trascorsero gran parte
della serata sedute imbambolate tra
le macerie, mentre intorno a loro,
dalla fredda terra invernale,
spuntavano margherite.
Nonostante lo sfinimento, dormii
a singhiozzo. Non mi disturbavano i
continui starnuti di Kayla e Austin,
né il delicato russare di Will. Non mi
disturbavano neppure i giacinti
sbocciati sul davanzale della finestra
che riempivano la stanza del loro
profumo malinconico. Ma non
riuscivo a smettere di pensare alle
driadi che sollevavano le braccia
davanti alle fiamme nella foresta, né
a Nerone o a Meg. La Freccia di
Dodona era muta, appesa nella mia
faretra alla parete, ma sospettavo
che presto mi avrebbe elargito altri
scoccianti consigli shakespeariani.
Non mi piaceva cos’avrebbe potuto
annunciarmi sul mio futuro.
All’alba, mi alzai senza fare
rumore, presi l’arco, la faretra e
l’ukulele da guerra e salii sulla
sommità della Collina
Mezzosangue. Il drago guardiano,
Peleo, non mi riconobbe. Quando mi
avvicinai al Vello d’Oro, Peleo
sibilò, per cui dovetti sedermi a una
certa distanza ai piedi dell’Athena
Parthenos.
Non mi dispiacque non essere
riconosciuto. In quel momento, non
volevo essere Apollo. Tutta la
devastazione che vedevo sotto di
me… era colpa mia. Ero stato cieco
e compiacente. Avevo permesso agli
imperatori di Roma, incluso uno dei
miei discendenti, di salire al potere
nell’ombra. Avevo consentito che la
mia rete di Oracoli, quella rete un
tempo così straordinaria, crollasse,
perdendo perfino Delfi. Avevo quasi
provocato la fine del Campo
Mezzosangue.
E Meg McCaffrey… Oh, Meg,
dov’eri finita?
Ripensai alle sue parole: “Fai
quello che devi fare. È il mio ultimo
ordine”.
Era un ordine abbastanza vago da
permettermi di andare a cercarla.
Dopotutto, ormai eravamo legati.
Quello che dovevo fare era trovarla.
Mi domandai se Meg avesse
formulato il suo ordine in quel modo
di proposito, o se ero soltanto io a
volerlo interpretare così.
Fissai il serafico volto di
alabastro dell’Athena Parthenos.
Nella vita vera, Athena non era così
pallida e distaccata… be’, non la
maggior parte delle volte, in ogni
caso. Pensai al motivo per cui lo
scultore, Fidia, avesse scelto di farla
sembrare così inavvicinabile, e se
Atena fosse d’accordo. Noi dei
discutevamo spesso di quanto gli
umani potessero cambiare la nostra
natura semplicemente
rappresentandoci o immaginandoci
in un certo modo. Nel Settecento,
per esempio, non riuscii a evitare le
parrucche incipriate di bianco,
nonostante tutti i miei sforzi. Tra gli
immortali, la nostra dipendenza
dagli esseri umani era un argomento
scomodo.
Probabilmente mi meritavo la
mia forma attuale. Data la mia
sventatezza e balordaggine, forse
l’umanità doveva vedermi solo come
Lester Papadopoulos.
Trassi un sospiro. «Atena, cosa
faresti al posto mio? Una cosa
saggia e concreta, immagino.»
Atena non rispose. Fissava con
calma l’orizzonte, lungimirante
come sempre.
Non avevo bisogno che la dea
della saggezza mi dicesse cosa fare.
Dovevo lasciare subito il Campo
Mezzosangue, prima che i ragazzi si
svegliassero. Mi avevano accolto per
proteggermi, e io per poco non li
facevo uccidere tutti. Non
sopportavo l’idea di metterli ancora
in pericolo.
Ma, oh, quanto desideravo stare
con Will, Kayla e Austin, i miei figli
mortali. Volevo aiutare Harley a
mettere gli smile sul lanciafiamme.
Volevo flirtare con Chiara e portarla
via a Damien… o forse portare via
Damien a Chiara, non l’avevo
ancora capito. Volevo migliorare le
mie doti di musicista e arciere
attraverso quella strana attività nota
come “esercizio”. Volevo avere una
casa.
“Vattene” mi dissi. “Sbrigati.”
Visto che ero un codardo, aspettai
troppo. Sotto di me, le luci delle
capanne si accesero tremolando. I
ragazzi e le ragazze del campo
uscirono all’aperto. Sherman Yang
si mise a fare stretching. Harley
corse intorno al prato, stringendo il
radiofaro di Leo Valdez nella
speranza che avrebbe finalmente
funzionato.
Alla fine, un paio di figure
familiari mi notarono. Si
avvicinarono da direzioni diverse –
la Casa Grande e la casa Tre – e
risalirono la collina per vedermi:
Rachel Dare e Percy Jackson.

«So a cosa stai pensando» disse


Rachel. «Non farlo.»
Finsi di essere sorpreso. «Mi
leggi nel pensiero, signorina Dare?»
«Non ce n’è bisogno. Io ti
conosco, divino Apollo.»
Una settimana prima, l’idea mi
avrebbe fatto ridere. Un mortale non
poteva conoscermi! Avevo vissuto
quattromila anni. Qualsiasi umano si
sarebbe disintegrato soltanto
trovandosi al cospetto della mia vera
forma. In quel momento, però, le
parole di Rachel sembravano
perfettamente ragionevoli. Con
Lester Papadopoulos, quello che
vedevi era quello che avevi. E non
c’era granché da conoscere.
«Non chiamarmi divino.»
Sospirai. «Sono soltanto un ragazzo
mortale. Non appartengo a questo
campo.»
Percy si sedette accanto a me.
Guardò l’alba a occhi socchiusi; la
brezza del mare gli arruffava i
capelli. «Un tempo mi sentivo come
te.»
«Non è la stessa cosa» ribattei.
«Voi umani cambiate, crescete e
maturate. Gli dei no.»
Percy mi guardò. «Ne sei sicuro?
Tu sembri molto diverso.»
Credo che intendesse farmi un
complimento, ma le sue parole non
mi rassicurarono. Se stavo
diventando più umano, non mi
sembrava che ci fosse molto da
festeggiare. È vero, avevo attinto a
qualche potere divino in momenti
importanti – un’esplosione di forza
ultraterrena contro i guerrieri
germani, una freccia con la febbre
da fieno contro il Colosso – ma non
potevo fare affidamento su queste
abilità. Non capivo neanche come le
avevo evocate. Il fatto che avessi dei
limiti, e che non sapessi di preciso
dove fossero quei limiti… be’, mi
faceva sentire molto più Lester
Papadopoulos che Apollo.
«Gli altri Oracoli vanno trovati e
messi al sicuro» dissi. «Non posso
farlo, a meno che non lasci il Campo
Mezzosangue. E non posso rischiare
la vita di nessun altro.»
Rachel si sedette accanto a me
dall’altro lato. «Sembri sicuro. Hai
avuto una profezia dal bosco?»
Rabbrividii. «Temo di sì.»
Rachel appoggiò le mani sulle
ginocchia. «Kayla ha detto che ieri
parlavi con una freccia. Immagino
sia legno di Dodona, giusto?»
«Aspetta» intervenne Percy. «Hai
trovato una freccia parlante che ti ha
dato una profezia?»
«Non essere sciocco» replicai.
«La freccia parla, è vero, ma ho
avuto la profezia dal Bosco di
Dodona. La freccia dà solo consigli
a caso. È piuttosto antipatica.»
La freccia ronzò nella mia faretra.
«In ogni caso, devo lasciare il
campo» proseguii. «Il Triumvirato
vuole impossessarsi di tutti gli
antichi Oracoli. Devo fermarlo. Una
volta che avrò sconfitto gli ex
imperatori… solo allora potrò
affrontare il mio antico nemico
Pitone e liberare l’Oracolo di Delfi.
Dopodiché, se sopravvivrò… forse
Zeus mi reintegrerà nell’Olimpo.»
Rachel prese a giocherellare con
una ciocca di capelli. «Sai che è
troppo pericoloso fare tutto questo
da solo, vero?»
«Ascoltala» mi spronò Percy.
«Chirone mi ha detto di Nerone e di
quella sua strana compagnia.»
«Apprezzo l’offerta di aiuto,
ma…»
«Ehi!» Percy sollevò le mani.
«Tanto per essere chiaro, non mi sto
proponendo come accompagnatore.
Devo ancora finire il mio ultimo
anno di scuola, superare il TASSE e
l’esame di ammissione al college, ed
evitare di essere ucciso dalla mia
ragazza. Ma sono sicuro che
possiamo trovarti altri aiutanti.»
«Vengo io» dichiarò Rachel.
Scossi la testa. «I miei nemici
sarebbero felicissimi di catturare
qualcuno che mi è caro come la
sacerdotessa di Delfi. E poi, ho
bisogno che tu e Miranda Gardiner
rimaniate qui a studiare il Bosco di
Dodona. Per il momento, è la nostra
unica fonte di profezia. E siccome i
nostri problemi di comunicazione
non sono spariti, imparare a usare il
potere del Bosco è ancora più
cruciale.»
Rachel tentò di nascondere la
delusione, ma io la notai dalla piega
della sua bocca. «E Meg?»
domandò. «Cercherai di trovarla,
vero?»
Fu come se mi avesse conficcato
la freccia di Dodona nel petto.
Scrutai il bosco, quell’indistinta
distesa verde che aveva inghiottito la
giovane McCaffrey. Per un attimo
mi sentii come Nerone. Avrei voluto
incenerire tutto il bosco. «Ci
proverò, ma Meg non vuole essere
trovata» risposi. «Subisce
l’influenza del patrigno.»
Percy passò un dito sull’alluce
dell’Athena Parthenos. «Ho già
perso troppe persone per le cattive
influenze: Ethan Nakamura, Luke
Castellan… Per poco non abbiamo
perso anche Nico…» Scosse la testa.
«No. Ora basta. Non puoi rinunciare
a Meg. Voi due siete legati. E poi, lei
fa parte dei buoni.»
«Ne ho conosciuti tanti, di
buoni» commentai. «La maggior
parte è stata trasformata in una
bestia, una statua o… o un albero.»
Mi si spezzò la voce.
Rachel posò una mano sulla mia.
«Le cose possono finire
diversamente, Apollo. È questo il
bello di essere umani. Abbiamo una
vita sola, ma possiamo scegliere che
tipo di storia sarà.»
Mi sembrava un discorso
estremamente ottimista. Avevo
trascorso troppi secoli a osservare
gli stessi modelli di comportamento
ripetuti all’infinito, sempre da parte
di umani che pensavano di essere
terribilmente in gamba e di fare
qualcosa che nessun altro aveva mai
fatto prima. Erano convinti di
scrivere la propria storia, ma in
realtà stavano solo ricalcando le
stesse vecchie narrazioni, una
generazione dopo l’altra.
Eppure… forse la perseveranza
umana era un pregio. Non
abbandonavano mai la speranza.
Ogni tanto mi meravigliavano
davvero. Non avevo previsto
Alessandro Magno, Robin Hood, né
Billie Holiday. Se è per questo, non
avevo previsto nemmeno Percy
Jackson e Rachel Elizabeth Dare.
«Spero che tu abbia ragione»
commentai.
Rachel mi diede una pacca sulla
mano. «Riferiscimi la profezia che
hai sentito nel bosco.»
Trassi un respiro tremante. Non
volevo ripetere quelle parole.
Temevo che potessero risvegliare il
Bosco di Dodona e affogarci in una
cacofonia di profezie, pessime
barzellette e spot pubblicitari. Ma
recitai lo stesso i versi:
C’era Apollo che il sole guidava
Che piombò in una grotta blu e
cava
Su un tre posti quel gonzo
Mangiafuoco di bronzo
Follia e morte a forza ingoiava

Rachel si coprì la bocca. «Un


limerick?»
«Lo so» mugolai. «Sono
spacciato!»
«Aspetta.» Gli occhi di Percy
scintillavano. «Quei versi…
significano quello che penso io?»
«Be’, credo che la grotta blu si
riferisca all’Oracolo di Trofonio»
risposi. «Era un… un antico Oracolo
molto pericoloso.»
«No» ribatté Percy. «Gli altri
versi. “Su un tre posti, il gonzo,
mangiafuoco di bronzo” eccetera.»
«Oh… non ho la più pallida idea
di cosa vogliano dire, quelli.»
«Il radiofaro di Harley.» Percy
sorrise, anche se io non riuscivo a
capire come mai fosse così contento.
«Ha detto che hai regolato la
sintonizzazione. Immagino che
abbia funzionato.»
Rachel lo guardò di traverso.
«Percy, di che cosa stai…?» Rimase
a bocca aperta. «Oh…»
«C’erano anche altri versi?»
insistette Percy. «Cioè, oltre al
limerick?»
«Sì» ammisi. «Frammenti che
non ho capito. “La caduta del sole; il
verso finale”. E poi… ehm…
“Indiana, banana. La festa è nei
paraggi”. E qualcosa su delle
“pagine che bruciano”.»
Percy si diede una pacca su un
ginocchio. «Ecco. “La festa è nei
paraggi.” Be’, conosco qualcuno che
ha la festa nel nome…» Si alzò e
scrutò l’orizzonte. Fissò lo sguardo
su qualcosa in lontananza, finché un
gran sorriso gli illuminò il volto.
«Sì, Apollo, la tua scorta è in
arrivo.»
Seguii la direzione del suo
sguardo. Dalle nuvole scendeva a
spirale una grande creatura alata che
scintillava di bronzo celeste. Sulla
sua groppa c’erano due figure di
dimensioni umane.
Planarono in silenzio, ma nella
mia testa una gioiosa fanfara di
musica eseguita dal Valdezinator
annunciò la buona novella.
Leo era tornato.
39

Picchiare Leo?
Scelta comprensibile
Se lo merita

I semidei dovettero prendere il


numero.
Nico requisì un distributore di
numeri dallo snack bar e lo portò in
giro, gridando: «La fila comincia a
sinistra! Una coda ordinata,
ragazzi!».
«È davvero necessario?»
domandò Leo.
«Sì» rispose Miranda Gardiner,
che aveva preso il primo numero.
Gli mollò un pugno su un braccio.
«Ahi!» si lamentò Leo.
«Sei un idiota, e ti odiamo tutti»
disse Miranda. Poi lo abbracciò e gli
diede un bacio su una guancia. «Se
scompari di nuovo così, faremo la
coda per ucciderti.»
«Okay, okay!»
Miranda dovette sbrigarsi, perché
la fila dietro di lei cominciava a
essere molto lunga. Io e Percy
eravamo seduti al tavolo da picnic
insieme a Leo e alla sua compagna,
niente di meno che l’immortale
maga Calipso. Anche se Leo le
prendeva da tutti, ero
ragionevolmente certo che tra noi
fosse quello che si sentiva meno a
disagio, lì al tavolo.
Quando si erano visti, Percy e
Calipso si erano abbracciati con un
certo imbarazzo. Non mi capitava di
assistere a un saluto carico di
tensione come quello dall’incontro
di Patroclo con Briseide, il trofeo di
guerra di Achille. (Storia lunga.
Gossip di prima scelta.
Chiedetemelo dopo.) A Calipso non
ero mai stato simpatico, per cui mi
ignorava bellamente, ma io
continuavo ad aspettare che gridasse
«BUH!» e mi trasformasse in una
raganella. La suspense mi stava
uccidendo.
Percy abbracciò Leo e non gli
tirò neanche un pugno. Eppure
sembrava di cattivo umore. «Non ci
posso credere» disse. «Sei mesi…»
«Te l’ho detto» ribatté Leo.
«Abbiamo tentato di mandare altre
pergamene olografiche. Abbiamo
tentato con i messaggi-Iride, le
visioni oniriche, le telefonate. Non
ha funzionato niente… Ahi! Ehi,
Alice, come va? In ogni caso, ci
siamo imbattuti in una crisi dietro
l’altra.»
Calipso annuì. «L’Albania era in
difficoltà particolarmente gravi.»
In fondo alla coda, Nico Di
Angelo gridò: «Per favore, non
nominate l’Albania! Okay, chi è il
prossimo, ragazzi? Un’unica fila».
Damien White tirò a Leo un
pugno su un braccio e se ne andò
tutto sorridente. Non ero neppure
sicuro che lo conoscesse. Ma non
poteva perdere l’occasione di dare
un pugno a qualcuno.
Leo si strofinò il bicipite. «Ehi,
così non vale. Quel ragazzo si sta
mettendo di nuovo in coda. Allora,
come stavo dicendo, se Festus non
avesse notato quel radiofaro ieri,
staremmo ancora a volare senza
meta, cercando un modo per uscire
dal Mare dei Mostri.»
«Oh, odio quel posto» disse
Percy. «C’è quel grosso ciclope,
Polifemo…»
«Sì!» concordò Leo. «Come fa ad
avere un alito del genere?»
«Ragazzi, non dovremmo
concentrarci sul presente?»
intervenne Calipso.
Non mi guardò, ma ebbi
l’impressione che intendesse dire:
“Su questo sciocco ex dio e sui suoi
problemi”.
«Giusto» concordò Percy.
«Quanto ai problemi di
comunicazione… Rachel Dare è
convinta che abbiano a che fare con
questa compagnia, il Triumvirato.»
Rachel era andata alla Casa
Grande a prendere Chirone, ma
Percy fu piuttosto bravo a
riassumere quello che lei aveva
scoperto sugli imperatori e sulla loro
malefica società per azioni. Certo,
non ne sapevamo molto. Mentre
altre sei persone mollavano a Leo un
pugno su un braccio, Percy aggiornò
Leo e Calipso su tutto quello che era
successo negli ultimi tempi.
Leo si strofinò i lividi.
«Accidenti, come mai non mi
sorprende che le moderne società
per azioni siano gestite da imperatori
romani zombie?»
«Non sono zombie» replicai. «E
non sono sicuro che gestiscano tutte
le società per azioni…»
Con un gesto della mano, Leo
liquidò la mia obiezione. «Ma
stanno tentando di prendere il
controllo degli Oracoli.»
«Sì» confermai.
«Ed è una cosa brutta.»
«Bruttissima.»
«Quindi ti serve il nostro aiuto…
Ahi! Ciao, Sherman. Come ti sei
fatto quella cicatrice, amico?»
Mentre Sherman raccontava a
Leo la storia di Tiracalci McCaffrey
e di quel demonio di Baby Pesca,
lanciai un’occhiata a Calipso.
Era molto diversa da come la
ricordavo. I suoi capelli erano
ancora lunghi e castano dorati. I suoi
occhi a mandorla erano sempre scuri
e intelligenti. Ma adesso, invece del
chitone, indossava un paio di jeans,
una camicia bianca e una giacca a
vento rosa shocking. Sembrava più
giovane, più o meno della mia stessa
età mortale. Mi domandai se fosse
stata punita con la mortalità per aver
abbandonato l’isola incantata. In tal
caso, non mi sembrava giusto che
avesse conservato la propria
bellezza ultraterrena. Non aveva né
la ciccia né l’acne.
In quell’istante, Calipso allungò
due dita verso l’altra parte del tavolo
da picnic, dove una caraffa di
limonata sgocciolava al sole.
L’avevo già vista fare cose del
genere per ordinare ai propri servi
aerei di farle giungere degli oggetti
nella mano. Stavolta però non
accadde nulla.
Un’espressione delusa le balenò
sul volto. Poi si rese conto che la
guardavo e arrossì. «Da quando ho
lasciato Ogigia, non ho nessun
potere» ammise. «Sono del tutto
mortale. Continuo a sperare, ma…»
«Vuoi da bere?» chiese Percy.
«Ci penso io.» Leo arrivò alla
caraffa prima di lui.
Non mi ero aspettato di provare
simpatia per Calipso. Ci eravamo
scambiati parole dure in passato.
Qualche millennio prima, mi ero
opposto alla sua richiesta di un
prematuro rilascio da Ogigia per via
di qualche… ehm, di qualche
dramma tra noi (storia lunga. Gossip
di prima scelta. Per favore, non
chiedetemelo dopo).
Eppure, da dio caduto, capivo
come fosse sconcertante ritrovarsi
senza i propri poteri.
Da un altro punto di vista però
era un sollievo. Significava che
Calipso non poteva trasformarmi in
una raganella, né ordinare ai servi
aerei di gettarmi giù dall’Athena
Parthenos.
«Ecco qua.» Leo le porse un
bicchiere di limonata. Aveva
un’espressione più cupa e inquieta,
come se… ah, ovvio. Leo aveva
liberato Calipso dall’isola che la
imprigionava, Calipso aveva perso i
poteri, e Leo si sentiva responsabile.
Calipso sorrise, anche se nei suoi
occhi aleggiava ancora un pizzico di
malinconia. «Grazie, baby.»
«Baby?» chiese Percy.
A Leo si illuminò lo sguardo.
«Eh, già. Però lei non vuole
chiamarmi “Figaccione”. Non so
perché. Ahi!»
Era il turno di Harley. Il
ragazzino diede un pugno a Leo, poi
gli gettò le braccia al collo e
cominciò a singhiozzare.
«Ehi, fratello!» Leo gli arruffò i
capelli ed ebbe il buon senso di
assumere un’aria mortificata. «Mi
hai portato a casa con il tuo
radiofaro, Einstein. Sei un eroe! Lo
sai che non ti avrei mai lasciato in
quel modo di proposito, vero?»
Harley mugolò, tirò su con il
naso e annuì. Poi gli mollò un altro
pugno e corse via. Leo sembrava sul
punto di vomitare. Harley era
piuttosto forte.
«Allora… questa faccenda degli
imperatori romani… come possiamo
aiutare?» domandò Calipso.
Inarcai le sopracciglia. «Intendi
davvero aiutarmi? Nonostante… Ah,
be’, ho sempre saputo che eri di
buon cuore e comprensiva, Calipso.
Avrei voluto venire a trovarti più
spesso a Ogigia, ma…»
«Risparmiami le scuse.» Calipso
sorseggiò la limonata. «Io ti aiuterò
se Leo decide di aiutarti, e lui a
quanto pare nutre un certo affetto
per te. Anche se non riesco proprio a
immaginarne il motivo.»
Lasciai andare il respiro che
trattenevo da… oh, un’ora. «Ti sono
grato. Leo Valdez, sei sempre stato
un gentiluomo e un genio. In fin dei
conti, hai creato il Valdezinator.»
Leo sorrise. «Eh, già… è una
figata, no? Allora, dov’è il prossimo
Oracolo che… Ahi!»
Nyssa era arrivata in cima alla
fila. Mollò una pacca a Leo, poi gli
fece una ramanzina in spagnolo.
«Sì, okay, okay.» Leo si sfregò la
faccia. «Che cavolo, hermana,
anch’io ti voglio bene!» Si rivolse di
nuovo a me. «Allora, il prossimo
Oracolo, dove hai detto che si
trova?»
Percy tamburellò le dita sul
tavolo. «Io e Chirone ne abbiamo
parlato. Secondo lui, questi
triumviri… probabilmente hanno
diviso il Paese in tre zone, e ogni
imperatore ne comanda una.
Sappiamo che Nerone è rintanato a
New York, per cui supponiamo che
il prossimo Oracolo sia nel territorio
del secondo tizio, forse nella fascia
centrale degli Stati Uniti.»
«La fascia centrale degli Stati
Uniti!» Leo allargò le braccia. «Un
gioco da ragazzi, allora. Basterà
perlustrarla tutta!»
«Il solito sarcasmo» notò Percy.
«Ehi, bello, ho solcato gli oceani
con il fior fiore dei mascalzoni
sarcastici.»
Si scambiarono un cinque, anche
se io non capivo assolutamente
perché. Ripensai a un frammento
della profezia che avevo udito nel
bosco: qualcosa sull’Indiana. Poteva
essere un punto di partenza…
L’ultimo della fila era Chirone in
persona, che arrivava sulla sedia a
rotelle spinta da Rachel Dare. Il
vecchio centauro si rivolse a Leo
con un sorriso affettuoso, paterno.
«Ragazzo mio, sono contentissimo
di riaverti fra noi. E hai liberato
Calipso, vedo. Bravo, e benvenuti
tutti e due!» Chirone allargò le
braccia per stringerlo.
«Ehm… grazie, Chirone.» Leo si
chinò in avanti.
Da sotto la coperta sulle
ginocchia di Chirone, schizzò fuori
una zampa equina, che piantò uno
zoccolo sul petto di Leo. Poi, con
altrettanta rapidità, scomparve.
«Signor Valdez» riprese Chirone,
con lo stesso tono amabile «se provi
a giocarci un’altra volta un tiro
come questo…»
«Ho capito, ho capito!» Leo si
massaggiò lo stomaco. «Che cavolo,
per essere un prof, ci sa fare con i
calci.»
Rachel sorrise e portò via
Chirone sulla sedia a rotelle. Calipso
e Percy aiutarono Leo a rimettersi in
piedi.
«Ehi, Nico… ti prego, dimmi che
con le violenze abbiamo chiuso»
gridò Leo.
«Per il momento.» Nico sorrise.
«Stiamo ancora cercando di entrare
in contatto con la West Coast. Ci
saranno decine di persone laggiù che
ti vorranno sicuramente picchiare.»
Leo trasalì. «Sì, non vedo l’ora.
Be’, mi sa che è meglio se mi tengo
in forze. Dove mangiate ora che il
Colosso ha schiacciato il padiglione
della mensa?»
Percy se ne andò la sera stessa, poco
prima di cena.
Mi aspettavo un addio
commovente, una sorta di tête-à-tête
fra noi, durante il quale Percy mi
avrebbe chiesto consiglio su come
superare gli esami, essere un eroe e
vivere la vita in generale. Dopo che
mi aveva dato una mano a
sconfiggere il Colosso, era il
minimo che potessi fare per lui.
Invece Percy si dimostrò più
interessato a salutare Leo e Calipso.
Non presi parte alla loro
conversazione, ma intuii che i tre
ragazzi avevano raggiunto una certa
intesa. Percy e Leo si abbracciarono.
Calipso addirittura diede un bacino a
Percy sulla guancia. Dopodiché, il
figlio di Poseidone si addentrò nella
baia di Long Island insieme al
cagnone, e scomparvero entrambi
sott’acqua. La signora O’Leary
sapeva nuotare? Viaggiava
nell’ombra delle balene? Non ne
avevo idea.
Come il pranzo, anche la cena fu
una cosa arrangiata. Non appena
calò il buio, ci radunammo sulle
coperte da picnic intorno al fuoco
che ardeva con il calore di Estia,
tenendo lontano il gelo invernale.
Festus, il drago, si mise ad annusare
intorno al perimetro delle capanne,
di tanto in tanto sputando fuoco nel
cielo senza nessun motivo evidente.
«È stato un po’ strapazzato in
Corsica» spiegò Leo. «A volte fa
così, sputa a casaccio.»
«Non ha ancora arrostito nessuno
di importante» aggiunse Calipso,
inarcando un sopracciglio.
«Vedremo quanto gli piaci.»
Gli occhi di rubino di Festus
scintillarono nell’oscurità. Dopo
aver guidato il carro del sole tanto a
lungo, non mi dispiaceva l’idea di
viaggiare su un drago di metallo, ma
quando pensai alla nostra
destinazione mi spuntarono i gerani
nello stomaco.
«Avevo progettato di andare da
solo» dissi ai semidei. «La profezia
di Dodona parla di un mangiafuoco
di bronzo, ma… non mi sembra
giusto chiedervi di rischiare la vita.
Ne avete già passate tante per
arrivare qui.»
Calipso inclinò la testa. «Forse
sei davvero cambiato. Questa non è
una cosa che avrebbe detto l’Apollo
che ricordo io. E sicuramente non
sei più così bello.»
«Sono ancora molto bello»
protestai. «Devo solo risolvere
questo problemino con l’acne.»
Calipso fece un verso di scherno.
«E così sei rimasto il solito pallone
gonfiato… almeno un po’.»
«Come hai detto, scusa?»
«Ragazzi, se dobbiamo viaggiare
insieme, cerchiamo di mantenere
un’atmosfera amichevole.» Leo si
premette una busta di ghiaccio sul
bicipite pieno di lividi. «E poi,
pensano di andare a ovest in ogni
caso. Devo passare a salutare i miei
amici Jason e Piper, e poi Frank e
Hazel e… be’, praticamente quasi
tutti al Campo Giove, mi sa. Sarà
divertente.»
«Divertente?» replicai.
«L’Oracolo di Trofonio, a quanto
pare, mi inghiottirà facendomi
morire pazzo. Anche se sopravvivrò,
le mie altre prove saranno senza
dubbio lunghe, atroci e molto
probabilmente letali.»
«Proprio così, divertente!»
commentò Leo. «Non capisco però
perché chiamare tutta la storia di
questa missione Le sfide di Apollo.
Credo che dovremmo intitolarla Il
tour della vittoria mondiale di Leo
Valdez.»
Calipso scoppiò a ridere e
intrecciò le dita con quelle di Leo.
Va bene, non era più immortale, ma
aveva ancora una grazia e una
disinvoltura che trovavo
indecifrabili. Forse sentiva la
mancanza dei propri poteri, però
sembrava sinceramente felice di
essere con Valdez, di essere giovane
e mortale, anche se ciò significava
che sarebbe potuto morire da un
momento all’altro.
A differenza di me, Calipso aveva
scelto di essere mortale. Sapeva che
lasciare Ogigia era un rischio, ma lo
aveva fatto volentieri. Non capivo
come avesse trovato il coraggio.
«Ehi, bello, non essere così
triste» mi disse Leo. «La
troveremo.»
«Che cosa?» Ero sovrappensiero.
Non capii a cosa si riferisse.
«La tua amica Meg. La
troveremo. Non preoccuparti.»
Una bolla di oscurità mi scoppiò
dentro. Per una volta, non stavo
pensando a Meg. Stavo pensando a
me stesso, e mi sentii in colpa. Forse
Calipso aveva ragione a dubitare del
mio cambiamento.
Scrutai la foresta muta. Ripensai
a Meg che mi trascinava in salvo
quando ero infreddolito, bagnato
fradicio e delirante. Ripensai al
coraggio con cui aveva combattuto
contro i myrmekes, e come aveva
ordinato a Pesca di spegnere il
fiammifero quando Nerone voleva
dare fuoco agli ostaggi, sebbene
temesse di sguinzagliare la Bestia.
Dovevo farle comprendere quanto
Nerone fosse malvagio. Dovevo
trovarla. Ma in che modo?
«Meg conosce la profezia» dissi.
«Se la rivelerà a Nerone, anche lui
sarà a conoscenza dei nostri piani.»
Calipso diede un morso alla
mela. «Mi sono persa tutto l’impero
romano. Quanto può essere cattivo
un imperatore?»
«Tanto cattivo» confermai. «E si
è alleato con altri due. Non
sappiamo chi sono, ma è bene
supporre che siano tagliagole come
lui. Hanno avuto secoli per
ammassare fortune, acquistare
proprietà immobiliari, costruire
eserciti… Chissà di che cosa sono
capaci.»
«Abbiamo abbattuto Gea in tipo
quaranta secondi» commentò Leo.
«Sarà uno scherzo.»
Mi sembrava di ricordare che la
fase precedente il combattimento
con Gea avesse comportato mesi di
sofferenza e di morti scampate per
un pelo. Anzi, Leo era morto. Avrei
voluto anche ricordargli che il
Triumvirato poteva benissimo aver
orchestrato tutti i guai che avevamo
avuto con i Titani e con i giganti, il
che li avrebbe resi più potenti di
qualsiasi cosa Leo si fosse mai
trovato ad affrontare.
Ma non volevo condizionare il
morale del gruppo, così decisi di
tacere.
«Ce la faremo» disse Calipso.
«Dobbiamo farcela, e quindi ce la
faremo. Sono stata intrappolata su
un’isola per migliaia di anni. Non so
quanto durerà questa vita mortale,
ma voglio vivere appieno e senza
paura.»
«Ecco la mia mamacita» disse
Leo.
«Non ti avevo detto di non
chiamarmi mamacita?»
Leo sorrise imbarazzato.
«Domattina cominceremo a mettere
insieme le provviste. Dopo una
messa a punto e un cambio d’olio a
Festus, saremo pronti per partire.»
Pensai a che cosa mi sarei portato
dietro. Era deprimente avere così
poco: qualche vestito preso in
prestito, un arco, un ukulele e una
freccia melodrammatica.
Ma il difficile sarebbe stato dire
addio a Will, Austin e Kayla. Mi
avevano aiutato tantissimo, e mi
avevano accolto come una famiglia
più di quanto io avessi mai accolto
loro. Le lacrime mi pungevano gli
occhi.
Prima che cominciassi a
singhiozzare, Will Solace si presentò
alla luce del fuoco. «Ehi, ragazzi,
abbiamo acceso un falò
nell’anfiteatro! Andiamo a cantare.
Forza!»
Si levarono lamenti mescolati a
esclamazioni di esultanza, ma quasi
tutti si alzarono e si incamminarono
verso il fuoco che ardeva in
lontananza, dove la sagoma di Nico
Di Angelo si stagliava tra le fiamme
mentre arrostiva file di
marshmallow su quelli che
sembravano spiedini fatti di femori.
«Oh, dei!» Leo trasalì. «Sono
tremendo con i cori. Batto le mani e
faccio ia-ia-oh al ritmo sbagliato.
Possiamo saltarlo?»
«Certo che no.» Mi misi in piedi,
sentendomi all’improvviso meglio.
Forse il giorno dopo avrei pianto e
pensato agli addii. Forse saremmo
andati in volo incontro alla morte.
Ma quella sera volevo godermi il
tempo che avevo con la mia
famiglia. Cosa aveva detto Calipso?
“Vivere appieno e senza paura.” Se
ci riusciva lei, allora poteva farcela
anche il brillante e favoloso Apollo.
«Cantare fa bene allo spirito. Non
dovresti mai perdere l’occasione di
farlo.»
Calipso sorrise. «Non riesco a
credere a quello che sto per dire, ma
una volta tanto sono d’accordo con
Apollo. Dai, Leo. Ti insegnerò ad
andare a tempo.»
Insieme, tutti e tre ci
incamminammo nella direzione da
cui provenivano le risate, la musica,
e il fuoco caldo e crepitante.
GUIDA ALLA LINGUA DI
APOLLO

Achille: il più potente tra i guerrieri


greci che assediarono la città di Troia.
Straordinariamente forte e
coraggioso, aveva un solo punto
debole: il tallone.
Ade: il dio greco della morte e delle
pietre e dei metalli preziosi. Governa
gli Inferi.
Admeto: re di Fere in Tessaglia. Zeus
punì Apollo mandandolo a lavorare
presso di lui come pastore.
Afrodite: la dea greca dell’amore e
della bellezza.
Agamennone: re di Micene,
comandante dei Greci nella guerra di
Troia. Coraggioso, ma anche
arrogante e troppo orgoglioso.
Agorà: in greco, luogo di raduno;
spazio all’aperto destinato alla vita
atletica, artistica, spirituale e politica
delle antiche città-Stato greche.
Aiace: eroe greco di grande forza e
coraggio. Combatté nella guerra di
Troia; usava un grande scudo in
battaglia.
Ambrosia: cibo degli dei, dotato di
poteri di guarigione.
Anfiteatro: spazio all’aperto ovale o
circolare utilizzato per spettacoli ed
eventi sportivi, con gli spettatori
seduti in gradinate a semicerchio
intorno al palco.
Apodesmos: striscia di stoffa che le
donne dell’Antica Grecia
indossavano intorno al petto,
soprattutto per partecipare a eventi
sportivi.
Apollo: il dio greco del sole, della
profezia, della musica e della
medicina. Figlio di Zeus e Leto, e
gemello di Artemide.
Ares: il dio greco della guerra. Figlio
di Zeus ed Era, e fratellastro di Atena.
Argo: la nave usata da un gruppo di
eroi che accompagnarono Giasone
alla ricerca del Vello d’Oro.
Argonauti: equipaggio di eroi che
accompagnarono Giasone sull’Argo
alla ricerca del Vello d’Oro.
Arpia: creatura femminile alata che
ghermisce le cose.
Artemide: la dea greca della caccia e
della luna. Figlia di Zeus e Leto, e
gemella di Apollo.
Asclepio: il dio della medicina. Figlio
di Apollo, il tempio a lui dedicato era
il centro di guarigione dell’Antica
Grecia.
Atena: la dea greca della saggezza.
Athena Parthenos: gigantesca statua
di Atena, posizionata davanti al
Partenone sull’Acropoli di Atene. La
più famosa statua greca di tutti i
tempi.
Balista: arma da assedio romana
capace di lanciare grossi proiettili a
lunga distanza.
Batavi: antica tribù che viveva
nell’attuale Germania, i cui membri
entrarono a far parte delle unità di
fanteria dell’esercito romano.
Bosco di Dodona: sede del più antico
Oracolo greco, secondo per
importanza solo a quello di Delfi. Il
fruscio degli alberi forniva risposte ai
sacerdoti e alle sacerdotesse che vi
soggiornavano.
Briseide: principessa catturata da
Achille durante la guerra di Troia.
Diede origine a una disputa fra
Achille e Agamennone, in seguito
alla quale Achille abbandonò il
campo di battaglia facendovi ritorno
soltanto dopo la morte di Patroclo.
Bronzo celeste: metallo raro, mortale
per i mostri.
Bunker Nove: officina segreta piena di
attrezzi e armi scoperta da Leo Valdez
al Campo Mezzosangue; risale ad
almeno duecento anni fa ed è stata
usata durante la Guerra Civile tra i
semidei.
Cacciatrici di Artemide: gruppo di
fanciulle fedeli ad Artemide, dotate di
abilità di caccia ed eterna giovinezza
fintantoché rifiutano gli uomini.
Calipso: ninfa abitante di Ogigia, isola
mitologica; figlia del titano Atlante.
Trattenne presso di sé l’eroe Odisseo
(Ulisse) per tanti anni.
Calliope: musa della poesia epica.
Madre di diversi figli, tra cui Orfeo.
Campi della Pena: regione degli Inferi
dove le persone che si sono
comportate male in vita vengono
spedite a scontare una pena eterna per
i loro crimini.
Campo Giove: il campo di
addestramento dei semidei romani,
situato fra le colline di Oakland e
quelle di Berkeley, in California.
Campo Mezzosangue: il campo di
addestramento dei semidei greci,
situato a Long Island, nello stato di
New York.
Caos primordiale: la prima cosa mai
esistita, il vuoto da cui scaturirono le
prime divinità.
Casa di Ade: luogo degli Inferi dove
Ade, il dio greco della morte, e sua
moglie, Persefone, regnano sulle
anime dei defunti.
Cassandra: figlia del re Priamo e della
regina Ecuba. Aveva il dono della
profezia, ma fu maledetta da Apollo,
per cui le sue previsioni non erano
mai credute, incluso il suo
avvertimento riguardo al cavallo di
Troia.
Catapulta: macchina militare usata
per scagliare oggetti.
Centauro: creatura per metà umana,
per metà equina.
Cerere: la dea romana dell’agricoltura.
Forma greca: Demetra.
Chirone: centauro, direttore delle
attività del Campo Mezzosangue.
Chitone: indumento greco, composto
da un unico pezzo in tessuto di lino o
lana, fissato sulle spalle da una spilla
e in vita da una cintura.
Ciclope: membro della razza
primordiale di giganti, muniti di un
solo occhio in mezzo alla fronte.
Circe: maga, ospitò Odisseo per un
anno nell’isola di Eea e ne trasformo
l’equipaggio in maiali.
Cirene: feroce cacciatrice di cui
Apollo si innamorò dopo averla vista
lottare con un leone. Il dio in seguito
la trasformò in una ninfa per
prolungarle la vita.
Clitemnestra: figlia del re e della
regina di Sparta; sposò e in seguito
uccise Agamennone.
Cloacina: divinità di origina etrusca,
era la dea protettrice della Cloaca
Maxima, la parte più antica e
importante del sistema fognario di
Roma.
Colosseo: originariamente conosciuto
come Anfiteatro Flavio, situato al
centro di Roma, è il più grande
anfiteatro dell’antichità nel mondo,
capace di ospitare oltre cinquantamila
spettatori. Era usato per le lotte fra i
gladiatori e vari spettacoli pubblici,
naumachie (simulazioni di scontri
navali), venationes (combattimenti
con animali selvaggi), esecuzioni,
messa in scena di famose battaglie e
drammi.
Colossus Neronis (Colosso di Nerone):
gigantesca statua di bronzo
dell’imperatore Nerone, alta circa 30
metri. Fu in seguito trasformata nel
dio del sole con l’aggiunta di una
corona con i raggi del sole.
Corazza: armatura di pelle o metallo
formata da un pettorale e uno
schienale indossata dai soldati greci e
romani; spesso riccamente ornata e
disegnata a imitazione della
muscolatura.
Crisotemide: figlia di Demetra,
conquistò l’amore di Apollo durante
una gara di musica.
Crommione: villaggio dell’Antica
Grecia dove una gigantesca scrofa
seminò il terrore prima di essere
uccisa da Teseo.
Crono: il più giovane dei dodici
Titani; figlio di Urano e Gea, e padre
di Zeus. Uccise il padre su richiesta
della madre. È signore del fato, dei
raccolti, della giustizia e del tempo.
Dafne: una bella naiade che attrasse
l’attenzione di Apollo. Fu trasformata
dagli dei in una pianta di alloro
affinché potesse sfuggire ad Apollo.
Dedalo: architetto e inventore, creò a
Creta il Labirinto in cui era tenuto il
Minotauro (metà uomo, metà toro).
Demetra: la dea greca dell’agricoltura;
figlia dei Titani Rea e Crono.
Dimachaerus: gladiatore romano
addestrato a combattere con due
spade alla volta.
Dinastia Giulio-Claudia: il periodo
che va dalla battaglia di Azio (31
avanti Cristo) alla morte di Nerone
(68 dopo Cristo).
Dioniso: il dio greco del vino e
dell’estasi, figlio di Zeus. Direttore
delle attività del Campo
Mezzosangue.
Domus Aurea: sontuosa villa
dell’imperatore Nerone, costruita nel
cuore di Roma dopo il Grande
Incendio.
Driadi: le ninfe degli alberi.
Ebe: la dea greca della giovinezza.
Figlia di Zeus ed Era.
Ecate: la dea della magia e dei
crocicchi, in grado di viaggiare
liberamente tra il mondo degli
uomini, quello degli dei e il regno dei
morti È raffigurata come triplice
(giovane, adulta e vecchia).
Efesto: il dio greco del fuoco, degli
artigiani e dei fabbri. Figlio di Zeus
ed Era, e sposo di Afrodite.
Eolo: il dio greco dei venti.
Era: la dea greca del matrimonio.
Moglie e sorella di Zeus.
Erebo: luogo di tenebre fra la terra e
l’Ade.
Eritre: isola in cui la Sibilla Cumana,
oggetto dell’amore di Apollo, viveva
prima che lui la convincesse a
trasferirsi promettendole una lunga
vita.
Ermes: il dio greco dei viaggiatori e
delle comunicazioni. Guida degli
spiriti dei morti.
Erodoto: storico greco noto come il
“Padre della storia”.
Eros: il dio greco dell’amore.
Estia: la dea greca del focolare.
Falange: corpo compatto di truppe
pesantemente armate.
Ferro dello Stige: metallo magico
forgiato sullo Stige, capace di
uccidere i mostri, in particolare gli
spettri e le creature degli Inferi.
Fidia: famoso scultore greco, creò
l’Athena Parthenos e molte altre
opere.
Fuoco greco: arma incendiaria usata
nelle battaglie navali, capace di
ardere anche nell’acqua.
Gea: la dea greca della terra. Madre
dei Titani, dei giganti, dei ciclopi e di
altre creature.
Germani: popolo tribale che si stabilì
a ovest del fiume Reno.
Giacinto: principe greco, figlio del re
di Sparta, e amante di Apollo. Morì
mentre tentava di far colpo su Apollo
con la propria abilità nel lancio del
disco.
Gorgoni: tre sorelle mostruose (Steno,
Euriale e Medusa) dotate di una
chioma di serpenti velenosi vivi.
Medusa trasformava con lo sguardo
le proprie vittime in pietra.
Grande Incendio di Roma:
devastante incendio che ebbe luogo
nel 64 dopo Cristo e durò sei giorni.
Le voci sostenevano che fosse stato
Nerone ad appiccarlo per liberare lo
spazio necessario per la costruzione
della sua villa, la Domus Aurea.
Grotta di Trofonio: profondo baratro
in cui si trova l’Oracolo di Trofonio.
A causa dell’entrata estremamente
stretta, i visitatori dovevano
distendersi sulla schiena prima di
essere risucchiati al suo interno. È
detta anche la “Grotta degli incubi”,
per i racconti terrorizzanti dei suoi
visitatori.
Guerra dei Titani: epica battaglia
decennale fra i Titani e gli dei
dell’Olimpo in seguito alla quale gli
dei conquistarono il trono.
Guerra di Troia: stando alla leggenda,
la guerra contro questa città fu
intrapresa dagli Achei (Greci) dopo
che il principe troiano Paride aveva
rapito Elena, moglie del re di Sparta,
Menelao.
Hypnos: il dio greco del sonno.
Icore: fluido dorato che costituisce il
sangue degli dei e degli immortali.
Imperator: termine equivalente a
“comandante” nell’Antica Roma.
Inferi: il regno dei morti, dove le
anime vanno per l’eternità, governato
da Ade.
Ippocampi: creature per metà cavallo,
per metà pesce.
Ippodromo: stadio ovale per i cavalli e
le corse dei carri nell’Antica Grecia.
Iride: la dea greca dell’arcobaleno,
nonché una messaggera degli dei.
Ittiti: popolo che viveva in un’area
compresa nelle attuali Turchia e Siria,
spesso in conflitto con gli Egizi.
Erano famosi per l’uso dei carri come
armi d’assalto.
Karpoi (karpos, sing.): spiriti del
grano.
Kouretes: danzatori dotati di armatura
che proteggevano Zeus bambino dal
padre, Crono.
Labirinto: struttura sotterranea
originariamente costruita sull’isola di
Creta da Dedalo per contenere il
Minotauro.
Laomedonte: re troiano al cui servizio
furono mandati Poseidone e Apollo
dopo che avevano offeso Zeus.
Lepido: patrizio romano e comandante
militare, costituì un triumvirato
insieme a Ottaviano e Marco
Antonio.
Leto: dea greca della maternità. Madre
di Artemide e Apollo.
Libri Sibillini: raccolta di profezie in
rima scritte in greco antico. Tarquinio
il Superbo, re di Roma, li comprò
dalla Sibilla Cumana e li consultava
nei momenti di grave pericolo.
Lidia: provincia della repubblica e poi
dell’impero romano, corrispondente
all’odierna Anatolia occidentale. La
doppia ascia nacque qui, insieme
all’uso delle monete.
Lupercali: festività pastorale celebrata
nell’Antica Roma dal 13 al 15
febbraio per allontanare gli spiriti
malvagi e purificare la città,
rilasciando salute e fertilità.
Marco Antonio: politico e generale
romano, formò il triumvirato con
Lepido e Ottaviano. Insieme, i tre
rintracciarono e sconfissero gli
uccisori di Cesare. Ebbe una lunga
storia d’amore con Cleopatra.
Marsia: satiro sconfitto da Apollo
dopo averlo sfidato a una gara di
musica, in seguito alla quale fu
scorticato vivo.
Medea: seguace di Ecate, una delle
grandi maghe dell’antichità.
Mida: re dotato del potere di
trasformare qualsiasi cosa toccasse in
oro. Scelse Marsia come vincitore
della gara di musica tra il satiro e
Apollo, che lo punì con le orecchie di
asino.
Minoica: nome dato alla cultura
cretese dell’età del bronzo
(approssimativamente dal 1700 al
1450 avanti Cristo).
Minosse: re di Creta; figlio di Zeus e
di Europa. Ogni anno costringeva il
re Egeo a scegliere sette ragazzi e
sette ragazze da mandare nel
Labirinto, dove sarebbero stati
divorati dal Minotauro. Dopo la
morte, divenne un giudice negli
Inferi.
Minotauro: figlio del re di Creta,
Minosse. Metà uomo, metà toro, era
rinchiuso nel Labirinto, dove
uccideva le persone che gli venivano
sacrificate. Alla fine fu sconfitto da
Teseo.
Mitridate: re del Ponto e dell’Armenia
Minore nell’Anatolia settentrionale
(nell’odierna Turchia) dal 120 al 63
avanti Cristo. Fu uno dei più
formidabili e vittoriosi nemici della
repubblica romana e impegnò tre dei
più importanti generali della tarda
repubblica nelle guerre mitridatiche.
Monte Olimpo: casa dei dodici dei
dell’Olimpo.
Myrmekes (myrmeke, sing.): creature
gigantesche simili a formiche,
avvelenano e paralizzano la preda
prima di mangiarla. Sono note per
proteggere vari metalli, in particolare
l’oro.
Nemesi: la dea greca della vendetta.
Nerone: imperatore romano dal 54 al
68 dopo Cristo; l’ultimo della dinastia
Giulio-Claudia.
Nike: la dea greca della forza, della
velocità e della vittoria.
Ninfa: divinità femminile della natura.
Niobe: figlia di Tantalo e Dione. Subì
la perdita di sei figlie e di sei figli,
uccisi da Apollo e Artemide che la
punirono per il suo orgoglio.
Nosoi (nosos, sing.): spiriti delle
pestilenze e delle malattie.
Nove muse: divinità greche della
letteratura, della scienza e delle arti,
ispiratrici nei secoli di artisti e
scrittori.
Nuova Roma: comunità nei pressi del
Campo Giove in cui i semidei vivono
insieme in pace, senza interferenze da
parte dei mortali e dei mostri.
Odisseo (Ulisse): leggendario re di
Itaca ed eroe del poema epico di
Omero, l’Odissea.
Ogigia: l’isola in cui era imprigionata
la ninfa Calipso.
Omphalos: pietra usata per indicare il
centro – o l’ombelico – del mondo.
Oracolo di Delfi: l’Oracolo più
importante dell’Antica Grecia.
Trasmetteva le profezie di Apollo.
Oracolo di Trofonio: eroe greco,
trasformato in Oracolo dopo la morte.
Famoso perché terrorizzava coloro
che gli si rivolgevano.
Oro imperiale: metallo raro, mortale
per i mostri. Consacrato nel
Pantheon, la sua esistenza era un
segreto gelosamente custodito dagli
imperatori.
Ottaviano Augusto: primo
imperatore dell’impero romano.
Figlio adottivo ed erede di Giulio
Cesare.
Palikoi (palikos, sing.): divinità dei
geyser e delle sorgenti termali. Figli
gemelli di Zeus e Talia.
Pan: il dio greco delle selve. Figlio di
Ermes.
Pandora: la prima donna creata dagli
dei, dotata di una qualità particolare
da ciascuno di loro. Quando aprì il
vaso regalatole da Zeus, rilasciò gli
spiriti maligni che simboleggiavano i
mali del mondo (la vecchiaia, la
malattia, il vizio…).
Partenone: tempio dedicato alla dea
Atena sull’Acropoli di Atene, in
Grecia.
Patroclo: figlio di Menezio; strinse
una profonda amicizia con Achille,
dopo essere cresciuto insieme a lui.
Fu ucciso combattendo nella guerra
di Troia.
Pegasus (pegasi, plur.): divino cavallo
alato, generato da Poseidone nel suo
ruolo di dio-cavallo.
Peleo: padre di Achille. Le sue nozze
con Teti, una ninfa del mare, furono
celebrate alla presenza di tanti dei, i
quali però ebbero un diverbio da cui
poi scaturì la guerra di Troia. Il drago
custode del Campo Mezzosangue
deve a lui il suo nome.
Persefone: la regina greca degli Inferi.
Moglie di Ade, figlia di Zeus e
Demetra.
Pitone: serpente mostruoso che per
ordine di Gea sorvegliava l’Oracolo
di Delfi.
Pizia: il nome dato a ogni Oracolo di
Delfi.
Polifemo: gigantesco figlio di
Poseidone e Toosa, munito di un solo
occhio. È uno dei ciclopi.
Porte della Morte: le porte di accesso
alla casa di Ade, situata nel Tartaro.
Le porte hanno due versanti: uno nel
mondo mortale, l’altro negli Inferi.
Poseidone: il dio greco del mare.
Figlio dei Titani Crono e Rea, fratello
di Zeus e Ade.
Praetor: magistrato eletto e
comandante dell’esercito romano.
Prometeo: il titano che creò gli uomini
e li dotò del fuoco rubato al Monte
Olimpo.
Rea: la regina dei Titani, madre di
Zeus.
Satiro: divinità greca della foresta, in
parte capra, in parte uomo.
Saturnali: antica festività romana che
celebra il dio Saturno.
Schinieri: parte dell’armatura per
proteggere gli stinchi.
Sibille: sacerdotesse dotate di virtù
profetiche ispirate da un dio.
Siccae (sicca, sing.): spade corte e
ricurve usate in battaglia nell’Antica
Roma.
Sparta: città-Stato dell’Antica Grecia,
fortemente militarizzata.
Stige: fiume che delimita il confine tra
la terra e gli Inferi.
Talo: gigante meccanico di bronzo
usato a Creta per proteggere le coste
dagli invasori.
Tantalo: primo re della Lidia. Secondo
la leggenda, aveva rapporti di
amicizia talmente buoni con gli dei da
pranzare al loro tavolo fin quando
non rivelò agli uomini i loro segreti.
Fu mandato negli Inferi, dove fu
condannato a restare per l’eternità in
un lago di acqua dolce sotto un albero
da frutto, senza poter né mangiare né
bere.
Tartaro: spirito dell’abisso, marito di
Gea e padre dei giganti. È così
chiamata anche la regione più bassa
degli Inferi.
Teodosio: imperatore romano, l’ultimo
a governare su un impero unificato.
Fece del Cristianesimo la religione
unica e obbligatoria dell’impero e
chiuse tutti i templi delle altre
religioni.
Tyche: la dea greca della fortuna.
Figlia di Ermes e Afrodite.
Tifone: il più spaventoso mostro della
mitologia greca. Figlio di Gea e
Tartaro, e padre di molti altri famosi
mostri, tra cui Cerbero, il malvagio
cane a tre teste che vigila l’entrata
agli Inferi.
Titani: potenti divinità greche,
discendenti di Gea e Urano.
Dominarono durante l’Età dell’Oro e
furono spodestati da una stirpe di
divinità più giovani, gli dei
dell’Olimpo.
Tracia: regione situata ai confini delle
attuali Bulgaria, Grecia e Turchia.
Trireme: nave da guerra greca a tre
ordini di remi.
Triumvirato: alleanza politica formata
da tre persone.
Troia: città situata nell’odierna
Turchia. Fu teatro dell’epica guerra di
Troia.
Urano: personificazione greca del
cielo; padre dei Titani.
Vello d’Oro: manto dorato di un ariete
alato, era un simbolo di autorità e
regalità custodito da un drago e da
tori sputafuoco. A Giasone fu
assegnato il compito di andarlo a
cercare, cosa che diede l’avvio a
un’impresa epica.
Viaggi nell’ombra: forma di trasporto
che consente alle creature degli Inferi
e ai figli di Ade di usare le ombre per
saltare in qualsiasi luogo sulla Terra o
negli Inferi. Rende esausti chi lo
utilizza.
Vortice: il nome della spada di Percy
Jackson. Anaklusmos in greco.
Zefiro: il dio greco del vento
dell’Ovest.
Zeus: il dio greco del cielo, nonché re
degli dei.
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Le sfide di Apollo - 1. L’oracolo


nascosto
di Rick Riordan
Mappa illustrata da Kayley
LeFaivre, riprodotta per accordo
con Disney Hyperion Books
© 2016 Rick Riordan
© 2016 Mondadori Libri S.p.A.,
Milano, per l’edizione italiana
Pubblicato per accordo con Nancy
Gallt Literary Agency
Titolo dell’opera originale: The
Trials of Apollo 1. The Hidden
Oracle
Ebook ISBN 9788852074424

COPERTINA || ART DIRECTOR:


FERNANDO AMBROSI |
GRAPHIC DESIGNER: DANIELE
GASPARI | ILLUSTRAZIONE DI
DANIELE GASPARI
«L’AUTORE» || © MARTY
UMANS
Indice

Il libro
L’autore
Frontespizio
1
2
3
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39
GUIDA ALLA LINGUA DI
APOLLO
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