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INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DIRITTO CIVILE

Nel corso degli ultimi anni, i giuristi si sono dovuti relazionare con il nuovo fenomeno
dell’intelligenza artificiale. Essi hanno incontrato, nell’affrontare questa nuova realtà tecnologica,
una serie di difficoltà: la prima è consistita nel definire il fenomeno e, solo successivamente, ci si è
chiesti come l’intelligenza artificiale si potesse relazionare con il diritto e quali conseguenze
comportasse su quest’ultimo.

Tale fenomeno è nato propriamente negli anni ’50 del secolo scorso ed Alan Turing è stato uno dei
primi ad interessarsi all’intelligenza artificiale e alla sue possibili implicazioni con il diritto. In uno
scritto del 1950, intitolato “Can machine think?” ( tradotto, “Le macchine possono pensare?”),
Turing evidenzia la capacità delle macchine di pensare secondo schemi differenti da quelli umani. Il
pensare a cui si riferisce Turing viene spiegato attraverso la sottile ironia dell’ ”imitation game”,
gioco in base al quale un interlocutore deve individuare il sesso delle due persone che dialogano con
lui in remoto con lo scopo, per i due partecipanti, di ingannare l’interlocutore e, per l’interlocutore,
di non farsi ingannare. Per Turing, l’intelligenza artificiale era quella in grado di elaborare strategie
di domande e di risposte utili per vincere la partita e molto più precise delle strategie elaborate da
un uomo: egli credeva, in sostanza, che le macchine fossero in grado di ragionare non solo come
l’uomo, ma addirittura meglio dell’uomo perché esse possono processare un maggior numero di dati
in tempi molto più rapidi. Da qui il problema di relazione fra il fenomeno in continuo sviluppo
dell’intelligenza artificiale con il fenomeno più statico del diritto, basato su delle leggi e su dei
codici che tendono ad essere sempre estremamente statici, pur interessandosi e regolamentando
gran parte degli aspetti dinamici della società. Il corpo sociale che il diritto regola, infatti, è in
continua evoluzione ed è stato influenzato, soprattutto negli ultimi anni, dalla crescita tecnologica
non più arrestabile. A causa dello sviluppo esponenziale dell’intelligenza artificiale e dell’ingresso
nelle vite di tutti noi di questa nuova realtà tecnologica, i giuristi si sono posti alcuni problemi. Il
primo problema riguarda la distribuzione in termini sia di opportunità sia di rischi. Prima di tutto,
l’intelligenza artificiale crea opportunità per tutti: essa dà opportunità nuove alle imprese che
investono ed attendono profitti; dà opportunità nuove alla politica, che dispone di nuovi strumenti di
comunicazione e di controllo; dà opportunità nuove ai consumatori che non rinunceranno ad
utilizzarla. Pertanto, si presume che tale fenomeno comporterà un miglioramento ineludibile della
vita, sotto tutti i punti di vista, anche se bisogna chiedersi quali assetti tali vantaggi realizzeranno.
Per definire i criteri di distribuzione delle utilità e delle disutilità che derivano dalle macchine,
bisogna innanzitutto classificarle, ossia chiedersi se le macchine possono essere identificate più
come delle res o più come delle persone vere e proprie. Se si considerano le macchine come un
arteficium che non esiste nella natura ma è prodotto dall’uomo, allora sicuramente esse possono
essere classificate come una res, ossia come un oggetto artificiale e non come un soggetto
artificiale. Prima di assumere questa classificazione come unica e veritiera, bisogna però chiedersi
se questa sia del tutto neutrale. Infatti il considerare le macchine come un oggetto opposto al
soggetto, ossia all’uomo, risponde ad una posizione ideologica tradizionale che colloca l’uomo al
centro del mondo e cataloga tutto ciò che è diverso dall’uomo come res. L’assunzione di tale
posizione, quindi, obbliga ad applicare nei confronti dell’intelligenza artificiale tutte le regole,
presenti nel codice civile e relative al diritto di proprietà, che disciplinano il regime di appartenenza
di una res, utile per allocare i diritti, e tutte le regole che disciplinano il regime di imputazione da
applicare nei confronti di una res, utile ad allocare la responsabilità e le esternalità positive: è
ipotizzabile solo un cambiamento di tali regole, ma non vi è alcun dubbio che esse siano la base da
cui partire per regolamentare l’intelligenza artificiale.

Tra le regole che disciplinano il regime di appartenenza e le regole che disciplinano il regime di
imputazione, però, non vi una simmetria: infatti, se le regole del diritto di proprietà servono per
individuare l’effettivo proprietario delle utilità derivanti dall’intelligenza artificiale, esse sono
insufficienti per determinare il responsabile delle esternalità negative derivanti da quest’ultima. Il
rischio che si corre nel considerare la macchina come una res è appunto questo: la mancanza di un
regime di imputazione idoneo ad identificare il reale responsabile degli svantaggi generati
dall’entità immateriale. Infatti, se, come detto, il proprietario della macchina è titolare dei vantaggi
derivanti dalla stessa, non è detto che sia allo stesso tempo responsabile delle due esternalità
negative. Questa posizione, nonostante questa grave insufficienza, era fortemente usata in passato.
Nelle grandi rivoluzioni industriali dei secoli scorsi, il vantaggio collettivo derivante dalle nuove
tecnologie era tale che si pensasse che, proprio grazie alla mancata simmetria tra il regime di
appartenenza e il regime di responsabilità, si potesse realizzare il migliore assetto possibile. Infatti,
prima, le esternalità negative, derivanti dallo svolgimento di una nuova attività, non erano
assoggettate ad alcun regime capace di far dipendere da queste ultime delle pretese risarcibili: si
riteneva che le disutilità e gli svantaggi fossero dei rischi giustificati dal progresso. Al contrario, le
esternalità positive erano del tutto assorbite dalla proprietà. Così si creò una frattura tra la capacità
di assorbimento delle esternalità positive e la mancanza di responsabilità per quelle negative.

A questo punto, dato lo sviluppo della società odierna, non più portata a ragionare in tal modo, ci si
potrebbe chiedere dunque quale sarà la nuova soluzione offerta dai giuristi per ovviare a tale
mancanza del passato: si applicherà il regime di responsabilità da prodotto difettoso? O vi sarà un
inasprimento delle regole generali in tema di responsabilità? La risposta a tali domande non è facile
in un periodo in cui l’evoluzione giuridica procede sempre più lentamente rispetto all’evoluzione
tecnologica. Pertanto, bisogna considerare cosa potrebbe succedere medio tempore, ossia dal
momento in cui tali tecnologie vengono utilizzate al momento in cui tali tecnologie vengono
disciplinate. Alla luce delle problematiche appena esposte, si dovrebbe considerare l’eventualità di
adottare un’alternativa che classifica le macchine come persone vere e proprie. L’adozione di
questo differente approccio permetterebbe di individuare un centro di imputazione degli effetti
giuridici che si identifichi direttamente con l’intelligenza artificiale senza mediazione, ossia senza
alcun tipo di rapporto tra il proprietario e l’AI. In questo caso, la disciplina della proprietà passa in
secondo piano: non vi è più un proprietario dell’intelligenza artificiale. Quest’ultima, considerata
come un centro di imputazione degli effetti giuridici, potrà essere classificata come un ente titolare
diretto degli utili derivanti dal ricorso della tecnologia e, quindi, dotato di un patrimonio che
dovrebbe rappresentare una garanzia per qualsiasi tipologia di crediti, anche di natura risarcitoria.
Così facendo non vi sarebbe più un problema di imputazione né tantomeno un problema di nesso
causale. Tale meccanismo, così come delineato, si configura certamente più efficiente rispetto
all’altro che considera la macchina come una res, non solo perché elimina qualsiasi problema di
imputazione, ma anche perché garantisce un controllo sui profitti più efficiente.

Pertanto, la scelta tra i due differenti approcci, l’uno che lega la macchina al concetto di res e l’altro
che lega la macchina al concetto di persona, dipende dal tipo di logica che un giurista vuole seguire
e comporta differenti implicazioni di politica del diritto. Il fatto che i giuristi non abbiano preso
ancora la loro scelta in ordine a tale fenomeno mostra, da una parte, un rifiuto degli stessi ad
operare una classificazione che si limiti semplicemente alla contemplazione della natura e che crede
a categorie fisse ed immutabili di significato meramente descrittivo di ciò che esiste, dall’altra, un
tentativo di introdurre nuove categorie all’interno dei codici attuali, regolandole consapevolmente
attraverso una adeguata disciplina giuridica. Tutto quindi sta a decidere quale comportamento si
vuole adottare: si può continuare ad essere dei semplici descrittori della realtà o si può scegliere di
giocare un ruolo attivo nel disciplinare tale nuovo fenomeno con delle regole più precise e puntuali
da applicare nell’immediato. Nel rimanere dei soggetti che descrivono, si rimarrebbe però troppo
ancorati al passato: alcuni istituti del codice civile, infatti, resterebbero del tutto inalterati e vi
sarebbero solo pochi ritocchi relativi sia alla disciplina del contratto che dell’illecito. Tale soluzione
non tiene conto, però, del fatto che l’evoluzione giuridica non è mai allo stesso passo
dell’evoluzione tecnologica. Infatti, oggi, seppur manchi una disciplina ad hoc che delimiti i confini
dell’AI, l’esecuzione di alcuni contratti è già oggi affidata all’intelligenza artificiale. Ne è un
esempio lo smart contract di cui si sta tanto sentendo parlare perché è oggi uno dei contratti più
utilizzati per regolare i rapporti tra le grandi imprese: tale contratto lascia all’intelligenza artificiale
il compito di verificare i presupposti necessari per la stipula dell’accordo e di eseguire la
prestazione dovuta. Per comprendere meglio quanto svolto dall’AI, si può prendere come esempio
anche ad un contratto assicurativo di volo: in questo caso, se si assicura il viaggio, l’annullamento
dello stesso comporterà l’intervento della polizza assicurativa con la quale si garantirà presto il
risarcimento a favore dell’assicurato della somma pagata per il volo aereo.

Tale sistema è talmente veloce e neutrale che ha riscosso grande interesse anche da parte della
pubblica amministrazione: se la pubblica amministrazione si servisse dell’intelligenza artificiale e
quindi di un sistema che verificasse con molta rapidità l’esistenza di determinati presupposti e che
erogasse con altrettanta rapidità le prestazioni dovute, si otterrebbe una concretizzazione dell’art. 97
della nostra Costituzione molto più elevata.

Evidenziata quindi l’insufficienza della soluzione che prevede un semplice ridimensionamento di


alcune categorie del nostro codice, si rende necessaria l’adozione di un’alternativa più efficace che
insiste nell’irrigidimento di alcune ipotesi di responsabilità oggettiva per dare così spazio a nuove
regole volte a facilitare la circolazione dei profitti e la socializzazione dei rischi.

In entrambe le soluzioni rimarrebbe un problema di fondo: com’è possibile determinare l’esistenza


del consenso, quindi della conclusione dei contratti, se a gestire la stipula degli stessi non vi sono
più due persone fisiche, ma delle entità immateriali? E’ necessario, per rispondere a tale domanda,
pensare ad una riscrittura dei requisiti del contratto, dei vizi della volontà, del consenso,
dell’accordo ed anche alla buone fede. L’opera del giurista deve quindi consistere nel rielaborare e
adattare all’intelligenza artificiale delle regole già esistenti mediante l’introduzione di nuove
nozioni di volontà, di conoscenza, di diligenza, di illecito, di responsabilità, di concorso: ciò
comporterebbe però delle conseguenze sociali molto marcate e forti, seppure ormai inevitabili. Oltre
a questa attività di ampliamento dei concetti, è ugualmente necessaria l’introduzione di una
disciplina più adeguata a tali soggetti giuridici e l’elaborazione di nuove regole imperative di
organizzazione, considerando sempre l’impatto economico e giuridico che tale scelta comporterà.

Si può concludere affermando che l’attività richiesta ai giuristi non è assolutamente di facile
realizzazione, ma è essenziale per fronteggiare l’evoluzione tecnologica in continuo divenire.

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