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Nicola Spinosi

Mi piace Saramago?
Indice:
Sbagliai uscio
Schizzi
In ordine sparso
Mi piace Saramago?
La recita
L'avversario
Marì sgomenta
Topo non mastica
Il gaucho
Tre croci
“You could tell me”
La settimana
“So tutto”
Via Isola dello sparviero
Arrivederci, Roma
Viola
Tv sorrisi e canzoni
Otto e mezzo
Belle e cantanti
Stoltezza giovanile
Tuta blu
Psicofilia
La scritta invincibile
Collage
Gramsic
“C'è da leggere”
Naresh
La scritta cancellata
“Ascoltare Lucio Battisti”
Ingratitudine
Grazie al
No vagina
I“Sembrava di plastica”
La bancherella di Bratislava
Sbagliai uscio

Presso Santa Croce l'istituto di ricerca mentale dell'università


occupava un grande appartamento; lungo un corridoio alle pareti
erano inchiodati diversi ritratti di famosi “scienziati” che però io non
ricordo a chi corrispondessero; c'erano stanzette, forse una sala o
due appena più grandi. Un certo docente s'era rifugiato in una
specie di ammezzato dove aveva un bugigattolo. Era un analista
junghiano, avrei poi saputo; aveva una lunga chioma bionda, la
barba e un “incarico” di materia psi nella facoltà di lettere,
istituzione che lui stupiva con la sua disinvoltura.
Era un grande appartamento, quello dove si faceva ricerca mentale,
ma il successo della materia tra gli studenti universitari interessati
anche per buoni motivi, non solo per mettere in programma un
esame non troppo difficile, gli andò subito stretto. L'università allora
prese alcune altre stanze nello stesso palazzo. Avemmo dunque
una nuova fila di sale, in fondo a destra ce n'era una più piccola, più
intima. No, non era il gabinetto.
Avevo chiesto di “continuare il lavoro iniziato con la tesi di laurea”,
due docenti che mi stimavano mi avevano proposto come “addetto
alle esercitazioni” al consiglio di facoltà di pedagogia, cui era legato
l'istututo di ricerca mentale: ecco come iniziò la mia “carriera”.
Volevo un lavoro che mi evitasse di finire imprigionato nella scuola
come insegnante. Per fortuna la graduatoria dell'anno scolastico
“72/”73 mi vide per solo dieci posizioni escluso da incarichi di
supplenza lunghi, che non avrei potuto decentemente rifiutare. Ebbi
solo una supplenza breve in un paesotto parecchio distante da
dove abitavo allora. Dopo una sola giornata molto impegnativa
“rinunciai” alla supplenza e forse ciò mi escluse dalla graduatoria. Il
preside di quella scuoletta aveva i capelli corvinamente tinti;
durante il colloquio di presentazione reciproca mi guardava,
indagante. Marameo.
Volevo un lavoro, ma fare l'addetto alle esercitazioni significava
lavorare gratis. Non che ne avessi bisogno, ma continuai a dare
ripetizioni private a ragazzini delle medie - di latino, anche di greco
una volta. Iniziai comunque a partecipare alle riunioni dei docenti
dell'istituto, stavo in silenzio e ascoltavo. I docenti che si riunivano
erano per lo più aficionados della psicologia junghiana. Invece di
insegnare materia psi la mettevano pedagogicamente in atto con gli
studenti tramite una “sperimentazione aperta” che avrebbe potuto
ricordare a chi li avesse conosciuti i training group di Carl Rogers.
Non capivo molto, né molto mi aggradava ciò che udivo, ma avevo
bisogno di trovare un lavoro che mi evitasse di finire come e dove
ho scritto sopra, per cui tolleravo. Tacevo, ero un estraneo.

Appena laureato avevo fatto domanda per una borsa di studio a


filosofia, la mia facoltà, ma ero senza sponsor, così non ebbi
successo, per cui puntai sull'istituto di ricerca mentale e mi trovai,
declassato, nella facoltà di pedagogia, che in effetti forniva la
stragrande maggioranza degli studenti, o meglio delle studentesse,
all'istituto.
Già nel ”73 cercai di guidare un gruppo didattico cui avevo
intenzione di propinare i contenuti della mia tesi di laurea
“antipsichiatrica”, ma il mio aspetto da sbarbatello, la mia
inesperienza, mi costrinsero presto a capire che non avrei propinato
nulla; altro che “arte linguaggio follia”, questo il titolo della mia prima
proposta didattica. Anzi, ricordo che uno studente disse che il
gruppo non aveva bisogno di “un piccolo Hitler”.
Alquanto bislacchi erano del resto i fautori della “sperimentazione
aperta”, che secondo i loro oppositori dentro l'istituto mettevano in
crisi i loro studenti “per poi prenderli in analisi”. I miei allievi
comunque non volevano essere allievi, per cui dovetti adattarmi a
non insegnare, ma a partecipare al gruppo, tra autocoscienza e
auto-aiuto, non senza isterismi vari.
I ricordi sono confusi. Forse non ero cinico come ora mi
rappresento. Forse i docenti fautori degli “sperimentazione aperta”
erano stati traumatizzati dai loro professori e sfogavano le relative
frustrazioni. In effetti diversi facevano volontariato accademico,
erano professionisti privati, per cui magari all'insegnamento vero e
proprio non s'interessavano molto.
Un mio quasi parigrado, solo un poco più anziano, con cui feci
amicizia, aveva organizzato un gruppo didattico intitolato “spazio
politico del rapporto psicologico”. Aria fritta. Fiorivano mille, faccio
per dire, gruppi autogestiti con i titoli più vari, tipo “capitano di lungo
corso” - fin qui perché no? Sarebbe stato un servizio di auto-aiuto
riservato agli studenti universitari, all'incirca. Arrivati agli esami era
assurdo però che un docente che (non) aveva partecipato al gruppo
“capitano di lungo corso”, poniamo, emettesse una valutazione e
desse il voto, più o meno sempre uguale per tutti e alto.
“Questo gruppo non ha le gonadi”, esclamò in un caso “il mio capo”,
quello che addirittura mi aveva confidato che io avrei “potuto dare
molto alla psicologia”, cose così. Dal nozionismo presessantottesco
si era passati all'isterismo. Pasionarie anche non giovanissime
primeggiavano. Alcuni s'improvvisarono analisti. O meglio,
divennero pazienti di qualche docente dell'istituto e velocemente si
proposero come analisti.
Nell'ambito dell'università eravamo chiacchierati, per fortuna non
troppo, in quanto l'istituto era una parte piccola di una facoltà che
non contava nulla.
Tuttavia nel giro di due o tre anni questo nulla mi avrebbe garantito
un'entrata mensile, modesta - a un ragazzo con famiglia alle spalle
(non sulle spalle) sufficiente per affittare un piccolo appartamento.

Il direttore dell'istituto, unico professore ordinario, anziano


declinante, aveva attorno alcuni assistenti di ruolo dotati di incarico
d'insegnamento, alcuni pochi giovani borsisti, e una piccola schiera
di volontari. Tra i volontari alcuni erano docenti di liceo, alcuni
psicologi presso enti pubblici; diversi, ripeto, erano analisti, in testa
il Sigfrido cui ho accennato prima, che presto si ritirò, difatti non ci
ho mai avuto a che fare. Neppure con il direttore, somigliante
all'attore del cinema muto Ben Turpin, ho scambiato più di qualche
parola. “Che lavori fai?” - mi chiese una volta. Voleva informarsi
sulle mie “ricerche”, povera anima.
Riuscì a sopravvivere al trasloco da Santa Croce in Santa Maria
Nuova, a occupare la stanza migliore, poi se ne andò in pensione.
Era una tipica vittima della “rivoluzione” sessantottesca, di fatto, ma
aveva potere accademico, l'unico che conta. Fino a quando la
“carica” sessantottesca durò i “baroni” in genere potevano anche
essere messi in minoranza; i più se ne stavano a casa e amen, ma
quando la carica si indebolì valse di nuovo il loro potere. Ciò
indusse la fine del movimento in genere, nel dettaglio del piccolo
movimento in atto nell'istituto; ma non precorriamo i tempi.

Mi adattai a seguire, più che a guidare, numerosi gruppi come quelli


che sto tentando di definire secondo parametri comprensibili: gruppi
di autocoscienza - di auto-aiuto - rogersiani, oggettivamente
“terapeutici”, dei cui contenuti mi ricordo poco o nulla, difatti erano
scambi verbali - non solo scemenze - che avevano valore umano
soltanto, comunque io ai tempi non ero certo in grado di “fare
teoria” da quelle pratiche, ciò che avrebbe potuto dare un senso
intellettuale a pratiche dopotutto interne a una facoltà interessata
alla “formazione”.

Ero un opportunista? In parte sì; se la graduatoria del


provveditorato agli studi mi avesse permesso di avere un incarico
lungo, ripeto, avrei iniziato la carriera di insegnante nella scuola
pubblica; se avessi trovato un impiego in una casa editrice avrei
chiuso con l'istituto; ma non posso negare che quel confuso
movimento mi coinvolgesse, e che stessi avvicinandomi alla
materia psi. Partecipavo alle riunioni del gruppo dei docenti
“sperimentalmente aperti” che avevano luogo anche fuori dalla
sede in Santa Croce, in case private; spesso non capivo nulla, me
ne sfuggiva il registro. E nel “74 iniziai un'analisi con uno dei
docenti dell'Istituto.

Il gruppo “sperimentalmente aperto” era guidato, per dir così, da


due assistenti di ruolo con incarico, uno dei quali era il mio sponsor,
voglio dire che a lui devo il mio primo stipendio come borsista. Era
un brav'uomo, non faceva l'analista; di origine modesta, si era con
coraggio infilato nella contestazione rovinandosi la carriera. A parte
quella quindicina di anni di differenza, e che lui era un pesce
accademico, io no, diventammo amici. L'altro era un medico, un
analista, già allievo del Sigfrido di cui sopra. Aveva un eloquio
all'incirca incomprensibile. Assomigliava a quel capo democristiano
una volta celebre, Amintore Fanfani. Il mio amico e sponsor
comunque morì a poco più di quarant'anni, per cui restai figlio di
nessuno. I due andavano abbastanza d'accordo tra loro, non so
perché, forse perché di fatto avevano ruoli complementari. Ai miei
occhi, intellettualmente entrambi valevano poco, solo che erano
portatori di novità. Furono però le ragioni della pagnotta a
convincermi a restare in quella “gabbia di matti”, così considerata
dal resto dell'ateneo.

In Santa Maria Nuova la nuova sede dell'istituto di ricerca mentale


occupava il pianterreno e il primo piano di una vecchia palazzina.
Giù c'erano le aule, sopra le stanze dei docenti e la biblioteca, più
un'altra aula grande.
Oramai ero preso nel meccanismo della “sperimentazione”, che in
effetti aveva già sperimentato lo sperimentabile ed era divenuta un
tran tran. Con l'allontanamento del Sigfrido di “sperimentazione
aperta” si parlava sempre meno, la confusione però era grande
come il numero dei foglietti attaccati a pianterreno su un pannello,
invitanti quando iniziava l'anno accademico alle iniziative di gruppo
più varie, autogestite dagli studenti. Ero vagamente integrato anche
nel gruppo dei docenti prima descritto, insomma non potevo più
essere visto solo come un opportunista, né ero più un outsider
completo. Facevo da “oggettivatore”, questa la formula “tecnica”, in
alcuni gruppi di studenti, in altri termini cercavo di spiegare loro le
idee che masticavano, tentando di fargliele capire. Negli anni la
distanza tra me e gli studenti cresceva, cresceva la mia
disinvoltura, se non il mio mestiere, capitava sempre meno spesso
che mi si scambiasse per uno studente. In definitiva però mi trovavo
sempre fuori dai miei interessi, ero costretto all'incirca a “servire il
popolo”, non avevo ancora trovato il modo di “guidarlo”.

Il periodo in Santa Maria Nuova, durato dal “74 fin verso la fine del
decennio successivo, lo ricordo come abbastanza buono, per
quanto il movimento stesse finendo e la “reazione” stesse
rimontando. Il mio sponsor era morto nell'estate del “76, ma già
avevo iniziato a non andarci troppo d'accordo. Nell'autunno del “75
aveva infatti chiesto a me e ad altri suoi sodali di preparare alla
svelta dei grafici – non ricordo in merito a quali caratteristiche
dell'utenza studentesca – da presentare a un congresso della
società italiana di “psicologia scientifica”. Dovevamo secondo lui
mostrarci in quel prestigioso consesso per quel che non eravamo.
Evidentemente il buon uomo se la stava facendo sotto.
Comunque era di fatto lui, il direttore dell'Istituto: Ben Turpin stava,
direi atterrito come spesso sembrano i vecchi, chiuso nel suo
salotto di rappresentanza. Dopo tuttavia che il direttore di fatto e
mio amico fu passato tra i più si aprì un vuoto che l'altro capo della
“sperimentazione aperta”, il sosia di Amintore Fanfani, ebbe paura
che fosse riempito da un suo rivale a quanto pare acerrimo fin lì a
me ignoto perché operante in un'altra università, e
accademicamente più forte. O meno debole. Per cui il sosia di
Amintore Fanfani brigò per il trasferimento da noi, a ricerca
mentale, di un grosso calibro nazionale della psicologia “scientifica”.
Come mettersi in giardino una tigre per timore degli sconfinamenti
del cane dei vicini. Non m'intendo di traffici accademici, la mia
ricostruzione è schematica, ma il risultato resta: ci sottomettemmo a
questa Papessa che in pochi anni, complice la fine del
sessantottismo, a parte il sussulto del “77, divenne la boss del
dipartimento, nuova denominazione dell'istituto in conformità con i
nuovi assetti. Probabilmente meno spiacevole di quanto apparisse
con quella sua faccia da mal di denti, non inelegante, la Papessa
nei fatti deprimeva qualsiasi iniziativa che non fosse
“scientificamente” e accademicamente “corretta”. Deprimeva.
Venutomi a mancare il bersaglio del mio amico e sponsor, nella
sessione estiva di esami del “77 entrai in netto contrasto con il
sosia di Amintore Fanfani in merito al “lavoro” che un gruppone di
ragazze aveva fatto, di tipo “femminista”. Ai tempi ero alquanto
radicale e quindi non ostile al movimento studentesco che aveva
tenuto “occupata” la facoltà per non so quante settimane, anzi: ero
movimentista. Le ragazze pretendevano un voto alto uguale per
tutte, il sosia di Amintore Fanfani si opponeva, io ero favorevole. Più
per partito preso che per convinzione. Insomma, le ragazze ci
“sequestrarono” fino a tarda sera, finché il sosia di Amintore Fanfani
non cedette. “Ti odio”, mi disse davanti a quel gineceo. Bisogna
considerare che tale dichiarazione, suggestiva e in definitiva per me
onorevole, rientrava nella tendenza alla “autenticità” che
caratterizza certi psicologi. Costoro per altro non ti mandano
direttamente a quel paese, ti dicono invece: “va' a quel paese, mi
vien da dire”. Il sosia di Amintore Fanfani non ci mise il filtro, alla
sua dichiarazione di odio, questo gli va riconosciuto.
Insomma: non solo ero orfano del mio sponsor, ma avevo fatto
saltare i nervi al capo della mia fazione, per dir così.
La mia carriera stava iniziando, e finendo; fu per un pelo che anni
dopo divenni “ricercatore” di ruolo. Bella sicurezza, però, basta
“precariato”. Solo soletto nel giro di pochi semestri escogitai il modo
di smettere di “servire il popolo”, per “guidarlo”, insegnando e quindi
studiando. Intanto mi ero appoggiato alla docente che (non) mi
aveva seguito ai tempi della stesura della tesi di laurea: almeno non
aveva pretese, le bastava che la aiutassi durante gli esami. Va detto
che la mia condizione di “figlio di nessuno” mi liberò dalla malattia
più diffusa tra gli accademici: la concorsite. Certo di essere
bocciato, dati i miei “titoli scientifici” eterodossi, dai signori e dalle
signore che avrei trovato in commissione concorrendo a un posto di
“associato”, decisi che non avrei fatto più un concorso. E sono
rimasto dov'ero, se non altro tranquillo.

In quegli anni avevo iniziato a leggere racconti e romanzi di


fantascienza facendomi guidare nella scelta, dato che non ne
sapevo nulla, dai due volumi antologici curati da Fruttero e
Lucentini per Einaudi: se trovavo poi un autore lì antologizzato ne
compravo il romanzetto. La mia passione per la fantascienza sorse
improvvisa e dopo una decina di anni sarebbe finita di colpo. Mi
parve comunque che avrei potuto lavorarci “insieme agli studenti”,
per cui preparai, quasi fossi un normale docente universitario, un
“corso” di letture di racconti fantascientifici aventi come protagonisti
dei bambini. La cosa ebbe successo, a parte che durante una
lezione, di fronte a parecchie decine di persone, persi la voce da un
momento all'altro. Il gioco continuò per diversi anni: mi ricordo che
tenni un “corso” (in realtà si trattava di “seminari”) sul tema delle
case stregate (haunted) con visione finale di “Ballata macabra”
(Burnt Offerings) di I. Curtis, da me organizzata in una sala presa in
affitto presso una “casa del popolo”; uno su H.P.Lovecraft, e uno su
Manoscritto trovato a Saragozza di I. Potocki. Come si vede la
fantascienza mi aveva fatto da start. Avevo preso il via. L'appetito
vien mangiando, per cui tenni un “seminario” sulla figura del
capitano in J. Conrad e l'anno dopo, massima sfacciataggine, sulla
Recherche, sulla memoria involontaria, sulle “intermittenze del
cuore”.
La frequentazione delle riunioni con i colleghi era intanto terminata,
anzi lo erano le riunioni stesse, il tempo “comunitario” era finito:
riflusso! Il dipartimento stava trasformandosi in una sede transitoria,
in attesa di mete più prestigiose o comode, per docenti attratti dalla
presenza della Papessa. Il movimento era finito, la regola
accademica ristabilita.

Prima che mi ricordi che cosa mai ho insegnato in Santa Maria


Nuova negli anni che vanno dal 1984 al 1989, quando ci
trasferimmo in San Niccolò, dopo aver preso lo slancio dai racconti
di fantascienza arrivando “fino a Proust”, bisogna che prenda in
considerazione la mia esperienza con la psicoterapia. Dopo la mia
prima “analisi”, effettuata tra il “74 e il “76 con un collega, ne iniziai
nel “77 una nuova ancora con una collega, duplicando a mio danno
l'errore però vigorosamente praticato in quell'ambiente - magari in
buona fede. Quei colleghi parevano più interessati alla “dimensione
psichica” che a quella “relazionale” dell'analisi, per cui trascuravano
abbastanza il “setting”.
Anch'io m'improvvisai “analista”, certo per passione, per psicofilia, e
forse in base a quel “meccanismo di difesa” che consiste nella
“identificazione con l'aggressore” (il paziente subisce l'analista,
“aggressore”, e però lo imita iniziando a fare anche lui l'analista).
Non ebbi successo, non era la mia strada, comunque non smisi di
fare tentativi fino ai primi anni del nuovo secolo. E' pur sempre un
venticinquennio!
Ecco, le mie esperienze di paziente e di analista mi dettero da
pensare e da studiare, per cui so che fino al 1994, ma non ricordo a
iniziare da quando, ho insegnato materia freudiana.

La sede del dipartimento di ricerca mentale, dal 1989, era un


palazzo in San Niccolò. Occupato da “squatter” durante il celebre
“77. Ricordo, ma forse mi sbaglio con un altro edificio, che sulla
facciata gli estrosi occupanti avevano realizzato una grande pittura
murale rosa, tipo “casa” disegnata e colorata da un bambino. A
pianterreno c'era qualche aula grande, altre al primo piano con gli
“uffici” di impiegati e docenti. Sopra c'erano appartamenti privati di
un certo pregio. Io ebbi una stanza che condividevo con la docente
cui ho accennato, colei che (non) mi aveva seguito ai tempi della
tesi e che non aveva pretese, mi lasciava tranquillo con la mia
fantascienza, con le case stregate, con le intermittenze del cuore,
con i risultati della psicoterapia, con l'effetto placebo, con Heinz
Kohut, con Alice Miller. Fino a quando, iniziata l'avventura del corso
autonomo di laurea in ricerca mentale, evento epocale, costei
rudemente mi disse, forse ispirata dalla Papessa, che la mia
“impostazione” non era adatta alla deriva vincente, “cognitivistica”.
Presi le mie poche carte e mi trasferii nella stanza del sosia di
Amintore Fanfani, ebbene sì, e di altri due colleghi. Noia ce ne
davamo poca, infatti io ricevevo gli studenti solo nel pomeriggio,
quando in dipartimento più o meno non c'era nessuno. Il mio lavoro,
scrivere e leggere, lo facevo nel mio studio privato.
Non poche studentesse abitanti fuori sede mi garantirono, dopo un
colloquio pomeridiano in San Niccolò, magari d'inverno, che non
sarebbero più tornate, perché la strada buia e il palazzo, sinistro, le
avevano impaurite.
Sul retro c'era un giardino e subito la collina saliva: non era tanto
male quel palazzo.

Di tale sede, che dopo tutto ho frequentato per poco meno di dieci
anni, ricordo la solitudine pomeridiana rotta solo dai passaggi di
uno studioso aggregatosi al dipartimento in quegli anni, che in
qualche occasione incontravo e che, dopo l'incidente che mi
avrebbe costretto a cambiare dipartimento fu l'unico a esprimermi la
sua comprensione. L'unico. Ricordo una cosiddetta assistente
d'aula che all'esterno della stanza della Papessa ne attendeva in
piedi l'uscita prima dell'inizio della lezione. Ora penso che quella
poveretta mi ricordasse “inconsciamente” i miei primi mesi in Santa
Croce, quando anch'io aspettavo i comodi dei docenti anziani
totalmente privo di “ubi consistam”. Ricordo infine che qualche volta
il rivale acerrimo del sosia di Amintore Fanfani, oramai giunto
all'agognata sua meta fiorentina (consenziente la Papessa) si
riuniva con i suoi a porte chiuse, per cui arrivavi in dipartimento e
intravvedevi dalla vetrata d'ingresso i colleghi: era aperto, dunque,
ma chiuso; era chiuso, ma aperto. Perversione. Qualcuno di loro
aveva la chiave in proprio.
Veniamo all'incidente che mi portò a lasciare il dipartimento, nel “97.
Orbene, il nuovo direttore, uno studioso di caratura internazionale,
durante un “consiglio di dipartimento” mi redarguì con veemenza a
causa del fatto che avevo presentato il mio “progetto di ricerca” per
l'anno successivo in modo alquanto sintetico e schematico, troppo.
Al che io risposi che quello era l'uso, precisandogli poi che si stava
comportando come un “capufficio”; quindi me ne andai, ben deciso
a lasciare quel posto che, in ogni occasione istituzionale, mi faceva
l'effetto di aver “sbagliato uscio”, e che mi portava via dai miei studi
così malignamente che poi mi servivano giorni per rientrare in me.
In realtà la mia “storia accademica” è quella di uno che “ha
sbagliato uscio” dall'inizio alla fine. All'incirca per colpa sua propria.

Nessuno prese non dico le mie difese, non ne avevo bisogno, ma


nemmeno segnalò l'inurbanità del direttore che aveva spropositato
quanto segue: lui si vergognava per me. Il sosia di Amintore
Fanfani, occupato con delle carte, non alzò neppure la testa.
Nessuno dei miei amici (ebbene sì, qualcuno ne avevo) disse
verbo. In genere l'incidente, per me intollerabile, credo che venisse
sul momento considerato un'inezia. Gli accademici sanno inghiottire
rospi su rospi.
Va da sé che passare, come mi costrinsi a fare, dal dipartimento di
ricerca mentale al dipartimento di sociologia, significava coprire con
un nuovo strato di terra il cadavere della mia “carriera” accademica.
“Non vincerai mai un concorso”, mi disse la mia vecchia “amica”,
quella che mi aveva espulso perché non ero “cognitivista”. Nel
frattempo gli schieramenti mutavano, ex seguaci del sosia di
Amintore Fanfani, vogliosi di carriera, si avvicinavano al di lui
acerrimo rivale, o alla Papessa.

Il dipartimento di sociologia dove a partire dal gennaio “98 mi ero


trasferito si trovava in Salvestrina. A pianterreno “avevamo” qualche
stanza e una sala abbastanza grande da contenere la cerimonia
degli esami di laurea; al secondo piano aule e “uffici” dei docenti.
L'uggia patita almeno negli ultimi dieci anni dentro il dipartimento di
ricerca mentale, oramai comandato dagli “scientisti” e dominato
dalla Papessa, in poche settimane mi passò. Ebbi una stanza tutta
per me, i colleghi erano gentili e cordiali. In effetti, fin quando la
concorsite non sciupò i rapporti tra quei sociologi, me la passai
bene come non era fin lì ancora avvenuto.
Comunque in quegli anni il mio lavoro era cambiato. Dal “95 avevo
preso a tenere corsi veri e propri ed era finita l'epoca dei seminari.
Ciò che con grazia la Papessa aveva definito un “aborto” era
avvenuto anche nel mio caso: mi avevano “affidato” un vero e
proprio insegnamento. Cioè restavo “ricercatore”, ma ero
“promosso” alla docenza.
Dapprima ebbi un corso di “psicologia e sociologia della devianza”
presso la scuola di sanità sociale, zona Duomo. Raccomando le
“tortine della nonna” che propone una pasticceria in loco. Se ora
non ha cambiato sede, la scuola dico. Lo tenni per due anni.
Dirigeva la scuola un indaffarato sociologo. Il primo anno mi
impegnai divertendomi con una “classe” motivata, logicamente
dopo essermi ben documentato sulla “sociologia della devianza”. Di
devianza ne sapevo molto, in quanto anch'io ero un deviante. Del
resto insegnare significa studiare. Il secondo anno per motivi
burocratici che non merita spiegare la “classe” non era motivata,
quindi mi divertii meno. Alla studentessa che si limava le unghie
mentre io facevo lezione comunque fu un bene non far caso. Infine,
mutando non so perché l'insegnamento, con conseguente “caduta”
della psicologia dalla sua denominazione, lo persi. Il direttore fece
cancellare il mio nome dalla mia cassetta delle lettere. Gli scrissi
immediatamente una lettera di dimissioni. Più rimesso piede. A
parte il boss, considero l'esperienza con quegli aspiranti samaritani
di Stato una delle meno spiacevoli. Non solo per le “tortine della
nonna”.
Incidentalmente: il “mio” esame era divenuto appetibile per gl'iscritti
al corso di laurea in ricerca mentale, ai tempi ragazzi e ragazze
molto motivati, che lo sceglievano a decine come “complementare”.
Sono certo certissimo che ciò abbia dato fastidio a qualcuno del
dipartimento da cui ero scappato. Di fatto fu depennato dal
programma come lo era stato il mio nome per ordine del boss della
scuola di sanità sociale.

Dal “96 fino quasi al termine della mia attività ho insegnato per
“affidamento” psicologia sociale e, per la verità, un paio di altre
“discipline” il cui nome corrisponde solo agl'ingegni dei sapientoni
ministeriali. Lasciamo perdere.
Ho avuto aule di duecentocinquanta persone, ho fatto migliaia di
esami, però fino ai primi anni del nuovo secolo ho lavorato con
entusiasmo, poi non so, la distanza in decenni tra me e gli studenti
(sempre in maggioranza ragazze) si era fatta troppo grande, forse
per loro far l'università era solo una pratica tra le tante, comunque
l'entusiasmo mio cadde insieme al livello di motivazione degli
studenti, in certi casi vere e proprie tegole.

In Santissima Annunziata si trova “l'ultimo domicilio conosciuto” del


mio errare accademico. I capi dell'università (mai una volta ho
votato per uno o l'altro signor rettore) conformemente ai voleri del
governo nazionale attorno al 2009 ritennero di risparmiare in termini
di sedi e di personale eliminando i dipartimenti piccoli. Quello dove
mi ero rifugiato e dove vivevo abbastanza bene, comunque tra
persone almeno dotate di buone maniere, era piccolo, contava
meno di venti membri tra professori e ricercatori, per cui i burocrati
del rettorato ci sciolsero - non nell'acido come uno spiritaccio
avrebbe potuto dichiarare, ma nel dipartimento di scienze
dell'educazione, e ci trasferirono nella sede nuova di zecca in
Santissima Annunziata. Già tempio della “politologia”, restaurato
con una spesa di oltre dieci milioni di euro, si disse, l'edificio
divenne temporaneamente sede della facoltà di pedagogia.
I pedagogisti li avevo sempre scansati, a parte gl'incontri
istituzionali cui partecipavo il meno possibile per non dover dire
“hodie diem perdidi”; e a parte gli esami di laurea.
I pedagogisti li avevo visti da lontano. Ebbene sì, gli psicologi e i
sociologi non sono il fondo, c'è di peggio. Dopo il passaggio della
facoltà di pedagogia in Santissima e lo scioglimento del
dipartimento di sociologia i pedagogisti ho dovuto per forza vederli
da vicino!
La cosa “con la quale o senza la quale tutto resta tale e quale” è
talmente inerme al cospetto degli imbecilli che per essere un
“pedagogista” intellettualmente degno serve avere una mente di
prima qualità; ma una mente di prima qualità può occuparsi di
pedagogia?
Non saprei, comunque i pedagogisti di mia conoscenza, a parte
uno che non so cosa ci facesse lì, erano in genere dei poveretti che
dal contado si erano issati fino al capoluogo e a forza di sacrifici,
viaggi in treno, micragna, dedizione, si erano segnalati ai loro
patetici professori e ne erano divenuti “assistenti”. Poi, magari in
cambio anche di qualche “bacio”, di qualche servizio tipo andare a
prendere il “capo” alla stazione, accompagnarlo ai congressi,
tenergli il cane durante le lezioni, lavargli l'auto, andare a
comprargli il giornale, la bottiglietta d'acqua, erano riusciti a
diventare a loro volta professori. Professori remunerati come i
docenti di matematica, di fisica, d'ingegneria, voglio dire.

Gli ultimi miei anni, anche per le ragioni “motivazionali” dell'utenza


sopra accennate furono per me di umiliazione intellettuale. Mi
umiliavano intellettualmente le “tegole” a lezione (anche perché
maleducatissime: almeno l'insolente manicure di cui sopra taceva)
e agli esami; mi umiliavano con la loro improntitudine intellettuale i
colleghi; mi umiliava intellettualmente la brutalità e l'impudenza da
pidocchi risaliti dei vari boss della facoltà, tutto mi umiliava
intellettualmente, per cui andare in pensione fu un sollievo.
Non ci ho rimesso piede, in Santissima, non ho accettato l'invito a
una “festicciola” di commiato (certo non organizzata solo per me),
non sono andato a ritirare il “pensierino” che la presidenza aveva
acquistato per me.
Schizzi

La docente con cui mi laureai e alla cui ombra ho lavorato in piena


libertà fino all'espulsione avvenuta perché non corrispondevo ai
parametri del “cognitivismo”, oggi defunta da diversi anni, era
probabilmente stata in gioventù una donna carina. Una volta che mi
trovavo in ospedale a causa delle conseguenze di un grave
incidente stradale mi venne a trovare e mi portò alcuni romanzi.
Non ne lessi neppure uno. In compenso dopo qualche mese glieli
restituii e ciò le fece piacere. “Cosimi”, disse stringendo la o, “sei
una persona seria”.
Ricordo che in un momento di frustrazione inerente la concorsite
definì un suo rivale come segue: è un miserabile. Non avrei saputo
darle né ragione né torto.
Di un altro collega invece disse: si crede un genio. Su quest'ultimo
giudizio mi trovai d'accordo.
Durante un esame di laurea in cui si discuteva una tesi su l'opera
dello psicanalista statunitense Robert Langs, certo un autore di
fama settoriale, la mia “amica” si produsse in alcune considerazioni
in merito all'opera di Ronald Laing – basito il candidato.

Il mio primo analista, ancora oggi in vita, era ai tempi una creatura
esile dotata di capigliatura “afro”. Certo acuto, era dotato di una
notevole capacità di scrittura, ma ne approfittava, dico
quantitativamente. Non so come abbia fatto a diventare “ordinario”,
dato il genere di libri che ha scritto. Intendiamoci: ricchi, ma
“scientificamente scorretti”. E' probabile che abbia trovato i canali
giusti per “arrivare”. In definitiva gli devo comunque l'accesso alla
psicofilìa, e non è poco.

Il mio secondo analista e collega, credo ancora oggi in vita, era una
donna vivacissima, intuitiva, ma pativa, detto in parole povere, di un
gran brutto carattere. Ebbe però la magnanimità di andare presto in
pensione (ai tempi si poteva!) e non si fece intrappolare nella deriva
“scientistica” trionfante. Seguiva la corrente “hillmaniana” dello
junghismo.

Gran capigliatura leonina, struttura forte, bell'uomo, uno dei miei


“pari grado” era seguace del sosia di Amintore Fanfani, che del
resto di seguaci ne aveva parecchi. Che fossimo amici è certo: un
pomeriggio mi telefonò (abitavamo a poche centinaia di metri di
distanza reciproca) pregandomi di accompagnarlo all'ospedale. Era
caduto per le scale in casa e si era rotto un braccio. Certe
traduzioni da Freud pubblicate da Boringhieri sono opera sua.
Difetti? Era un po' troppo vago ed eventuale.

Il primo “pari grado” da me conosciuto divenne mio amico: correva


della simpatia tra noi. Era dotato di umorismo. Una volta
immaginammo di farci finanziare una “ricerca” da effettuare in una
graziosa isola dell'arcipelago toscano dove erano stati confinati due
supposti “terroristi di destra” ; per studiare “l'effetto” che essi
esercitavano sugli isolani - e per goderci nel contempo il clima. Una
sera immaginammo di scrivere una storia clinica: dessert e
controdessert in un caso di pasticceria.
Pativa, il mio caro amico, di una seria malattia che lo condusse
presto alla morte. Forse era quello il motivo di certi suoi cali di
tensione sul lavoro.
Ricordo qui l'infamia abissale con cui ai colleghi riuniti durante il
primo “consiglio” dopo (non per) la morte del mio amico l'allora
direttore menzionò, in riferimento ad essa, solo il “residuo” dei fondi
“assegnati” a colui che era mancato.

La persona che si produsse nella descritta infamia, oggi defunta,


sembrava e forse era un uomo mite, tipo monsignore. Anni dopo,
durante una riunione, non credevo alle mie orecchie: disse che,
data l'appartenenza del rettore all'area scientifica (fisica, mi pare)
avremmo fatto bene a inserire un attributo “scientifico” nella
denominazione del nostro corso di laurea.

Il cosiddetto rivale acerrimo del sosia di Amintore Fanfani amava i


lapis e li teneva ben appuntati. Era dotato di ironia e anche di
sarcasmo, non sempre fuori luogo. Lo ricordo nel “77 sbattersi tra
gli studenti riuniti, a dir la sua. Grinta da caimano. Credo che, come
si dice, sia ancora tra noi. Fu lui che iniziò a provocarmi in
occasione dell'incidente decisivo ai fini della mia uscita dal
dipartimento di ricerca mentale.

Negli anni novanta strinsi una sorta di amicizia con un docente un


poco più anziano di me. Lo aiutavo a fare gli esami, a decine. Una
volta vidi che teneva una quantità di penne allineate dentro la sua
borsa, voglio dire infilate sul bordo del divisorio tra uno scomparto e
l'altro. A chi mai ho visto invece portare un orologio al polso sinistro
e uno al destro? In una pausa degli esami, un giorno, facemmo una
veloce passeggiata digestiva in centro e lui mi mostrò certi angoletti
di suo gradimento, finestrine, comignoli, balconi, tetti, quasi che io
fossi un fuori sede da incantare. Ciò mi sorprese. Gli esami
comunque divennero poi centinaia e il mio amico decise di uscirne
usando il metodo delle domande “a risposta chiusa”, delle
“crocette”. Il che mi trovò in disaccordo, per cui l'amicizia si arenò.

Tra i sociologi ricordo per primo un'eterea creatura e cortese, gran


lettore, scrittore non facile, che nel parlare in pubblico chiudeva, o
socchiudeva, gli occhi. Uso l'imperfetto, ma si tratta di una persona
in vita. Anche artista, ho scoperto di recente.

Un robusto simpatico scampato al dipartimento di filosofia,


sornione, mai mi è dispiaciuto. Una volta c'incontrammo in un bar e
lui mi fece: il mondo è piccolo. E non è il suo difetto minore, risposi.
Sogghignò.

Oratore eccellente, scrittore generoso nel senso che riempiva due


pagine dove io avrei concluso in due capoversi brevi, poeta, attore,
un altro collega aveva il difetto per me grande di non lasciar capire,
spesso, all'interlocutore se stesse parlando sul serio o per scherzo.
E' defunto.

V'era una “papessa” anche tra i sociologi, almeno in pectore, ma la


sua tendenza al “comando” per fortuna era senza conseguenze.
Femminista, una volta mi disse che io ero “da rivoltare come un
calzino”. Marameo.

Tra i pedagogisti ritengo memorabile un'esimia studiosa che aveva


e ha un eloquio da donna del popolo. Del resto perché no?
Pensiamo a Margherita Hack, che parlava come una pescivendola.

E per finire un omino pienissimo di sé cui una volta prestai una tesi
sul tema “operatori di strada” e che mai me la restituì. Ricordo che
nei consigli di facoltà poteva parlare per intere ventine di minuti
senza dire nulla. Come il fu Arnaldo Forlani, che del resto se ne
vantava.

Mondo cane, mi sono dimenticato della Sora Gegia!


Gli donava assai, al tipo, questo nomignolo tratto dalla traduzione di
Mort à crédit fatta da Giorgio Caproni. In tutta segretezza io lo
avevo escogitato e diffuso tra pochi amici. Il tipo era o è, non saprei,
un eccellente autore di libri che usava elargire altero il proprio
sapere e parere con voce alta, sicura, eppure infradiciata da una
certa cantilena alla Paolo Poli. La metà abbondante dei
“pedagogisti” ai tempi gli dovevano il posto. Alla Sora Gegia.
E quasi mi dimenticavo di un brillante studioso che come diversi
altri (tra cui il sottoscritto) aveva trovato rifugio in quell'isola serena
che era il dipartimento di sociologia. Corvino di capigliatura e
verdastro di carnagione, aveva una ottima oratoria, e, io credo,
soffriva d'insonnia, tanto è vero che in un caso lo colsi pisolante al
centro di una commissione d'esami di laurea, salvo riprendersi ed
ebete-benigno annuire alla candidata di turno. La considerazione
che aveva per me risultò evidente la volta che, incontratici nell'atrio,
accolse la mia stretta di mano senza prima liberarsi del mazzo di
chiavi che teneva nella sua destra. Un personaggio.

Altro tipo davvero notevole, nel dipartimento di sociologia: un


anziano professore che solo da ultimo, pensionato, andava
raccogliendo in termini all'incirca di notorietà i frutti della sua ricerca
su un protagonista dell'Ottocento risorgimentale italiano. Non
antipatico, in piccole dosi, percorreva talvolta i corridoi mostrando a
chi trovava in stanza le “prove” del suo successo. In un caso,
mancando altri, si accontentò perfino di me, che, ai suoi poveri
occhi, ero nessuno. Diversi anni prima, nella biblioteca nazionale, lo
avevo seguito con lo sguardo mentre faceva a zig zag la dolce
ampia scalinata che da pianterreno porta ai quartieri alti. Pareva il
protagonista di “él” (lui), un film di Bunuel. Mi raccomando l'accento
circonflesso.
“In ordine sparso”

Fin quando ho “gestito” poche decine di studentesse e qualche


studente il “ricevimento” era in genere comodo, se non anche
piacevole. Non sempre anoressico dal punto di vista intellettuale,
voglio dire. Dopo che iniziai a “gestire” centinaia di studentesse e
qualche sparuto studente il “ricevimento”, specie in autunno,
diventò un servizio informazioni circa il programma d'esame, per
altro pubblicato sulla guida di facoltà. Bruciavo due tre ore alla
settimana a ripetere le stesse cose. Entrati che fummo nell'era
Internet poche persone venivano a chiedermi qualcosa, tornai
quindi a “ricevere” soprattutto laureande.
A parte le studentesse che venivano e tornavano per farsi
conoscere in vista dell'esame, anche in modi patetici, in due casi fui
visitato da personaggi del tutto fuori dallo schema qui delineato.
Eravamo in zona Santa Maria nuova. “Ricevevo” nel pomeriggio e il
dipartimento era all'incirca vuoto - il bidello a pianterreno faceva da
portinaio.
Dunque, si apre la porta e vedo un marcantonio di colore vestito
come una “pantera nera”, anfibi, giacca “militare”, basco nero.
Costui si sedette davanti a me e piatto, senza mediazioni, mi chiese
in inglese se sapevo dargli indicazioni su qualche organizzazione
comunista fiorentina. Scena onirica! Altrettanto piatto gli detti
l'indirizzo di Lotta Continua e del P.c.i. Ciò situa la scena tra il “73,
anno del trasferimento della “ricerca mentale” in Santa Maria, e il
“77, anno in cui Lotta Continua si sciolse tramite un congresso, mi
pare tenutosi a Rimini.
Un'altra volta, direi nel decennio successivo, entrò da me un uomo
forse di cinquant'anni. Era elegante, per quanto i suoi abiti fossero
un po' trasandati. Portava degli stivaloni di gomma verdi. Mi fece
l'impressione di un gentiluomo di campagna. Aveva un bel volto,
occhi febbrili. Seduto davanti a me iniziò a raccontarmi
confusamente le sue pene, ora non mi ricordo di che genere
fossero. In breve pensai che soffrisse di guai d'interesse
psichiatrico, per cui lo indirizzai al reparto appropriato del vicino
ospedale, Santa Maria nuova. Costui, letto il nome dell'istituzione
che avevo l'onere pomeridiano di rappresentare, aveva creduto di
potervisi appoggiare. Dopo che gli ebbi dato l'indicazione di cui
sopra un poco si risentì, come a dire che mi aveva raccontato i suoi
guai per nulla, e disse: “Professore, lei mi manda in ordine sparso!”
E che dovevo fare? Dieci anni prima mi ero privatamente accollato
un caso forse altrettanto spinoso, stavolta fui prudente, saggio.
Non potei nemmeno prendermela con chi non aveva stoppato quel
“gentiluomo di campagna”, il bidello, infatti non era quel che si dice
un fulmine.
Mi piace Saramago?

Ho scritto la mia prima poesia a dodici anni, dichiara Fausto Cosimi.


Non tanto presto. Numerose ne composi, le ho ancora, nei primi
anni sessanta. Non poche in seguito, perdute perché consegnate
alle rispettive ispiratrici senza conservarne copia. Ho riempito di
quaderni un baule e negli ultimi anni sto riprendendo la pratica di
scrivere, di tanto in tanto, su carta. Sogni, considerazioni, a tratti
anche pagine di “diario”, se è il caso.

Quanto al passaggio alla carta stampata, ho iniziato a “pubblicare”


tardi, a ventisei anni: solo recensioni di novità editoriali che mi
passava un editore di libri - e di una rivista - di psicologia; buttavo
giù paginette sintetiche anche capaci di sollevare la protesta degli
autori interessati.
Più avanti con altri cultori della materia psi riuscimmo a farci
concedere da quell'editore un piccolo spazio che ritenevamo
“alternativo”. Tale impresa ebbe la durata di qualche anno, poi
l'editore defunse e con il nuovo responsabile della rivista non fu più
possibile continuare. La cosiddetta alternativa in pratica consisteva
nella valorizzazione dell'aspetto narrativo della materia psi.
Grande fu invece la mia soddisfazione nel vedere qualche mio
articolo pubblicato da una nota rivista - siamo attorno alla metà
degli anni settanta. Il responsabile e animatore era uno psicanalista
di qualche fama. Molti anni più tardi, in occasione della
pubblicazione di un'antologia di quella rivista, seppi per caso che
era stato scelto anche un mio articolo. Fui contento: non solo non
avevo chiesto alcun riconoscimento, ma non sapevo nulla
dell'antologia e il responsabile, mio caro amico, era morto da molto
tempo.
Scritti su Pizzuto, su Céline, su Cassola, ne ho pubblicati invece
con una rivista letteraria di rilievo; anche di ciò posso ritenermi
soddisfatto (“ho corso a Monza”) in particolare perché unico mio
gesto era stato la spedizione in busta postale alla redazione,
nient'altro. Non mi sono mai fatto “pubblicità” in alcun modo,
semplicemente perché non ho abbastanza grinta.
Ho visto premiati “dal torchio” anche un mio studio su Stevenson e
uno su Thomas Bernhard.
Tornando alla materia psi, o meglio alla psicoterapia, arte da me
praticata e studiata per decenni, ho collaborato molto e per lunghi
anni a un'altra rivista, anche in questo caso premiato poi dalla
scelta imprevista e non agognata di un mio articolo per una
antologia.
A parte altre collaborazioni, ho iniziato tardi con i libri, tutti aventi
come oggetto la psicoterapia e la materia psi - pubblicati da case
editrici private, due, oppure dall'università di Firenze.

Dopo che dalla medesima sono stato posto in “quiescenza” non ho


pubblicato più niente su carta.

Diversi editori chiedono o chiedevano agli autori di “contribuire” alle


spese, anzi secondo una mia impressione - risalente però a diversi
anni fa - alcuni editori ci marciano sul desiderio o bisogno di
pubblicare degli scrittori, narratori o saggisti. Alcuni altri editori
“rinunciano” a distribuire i libri da loro pubblicati a spese degli
autori, e tali libri tendono a colmare di file monotone scaffali chiusi
in armadi tristissimi siti nelle stanze private o accademiche degli
autori.

In compenso ho reso pubblici i miei scritti, dai primi anni di questo


secolo, in due modi, o tramite “blog” o su un sito californiano che
ospita testi, a quanto ne so, di ogni genere. Gratis, nel senso che
l'autore non paga la “pubblicazione”. L'editore incassa dai lettori e
versa il dovuto all'autore, se questo dovuto supera una certa soglia.
Tra i testi “postati” nei blog e quelli “postati” nel sito californiano la
differenza sta nel fatto che i primi sono brevi o brevissimi,
d'occasione, mentre i secondi sono piuttosto lunghi, in qualche caso
veri e propri “libri”.
A quest'attività non c'è quasi alcun riscontro, per cui potrei
concludere, anche guardando ai miei testi pubblicati nel passato su
carta, che sono un autore semisconosciuto per non dire
sconosciuto senz'altro. Se non mi sbaglio nessuno, se non in un
caso, ha mai “recensito” un mio testo. Mai però lo ho chiesto!

Un poco ho scritto anche in ambito narrativo, specie dopo che ho


iniziato a usare il computer, strumento che dà l'illusione di pagine
nitide, pulite, ciò che la macchina per scrivere non dava certo, né, a
quei pochi cultori rimasti, la penna. Scrivo “illusione”, infatti quando
fai stampare su carta quel che hai scritto, per prova, vedi che
magari è tutto da rifare. Le correzioni non finiscono mai, solo che
usando il computer gli “errori” hanno una vita linda!
Non ho pubblicato i miei racconti perché non ho trovato un editore
che me li accettasse senza il mio “contributo” alle spese. Qualche
anno fa pensai di far leggere i miei racconti a un cosiddetto agente
letterario. Pagai non ricordo quanto ed ebbi come risposta, dopo un
po' di tempo, qualche apprezzamento per la mia scrittura “colta”, un
paragone con autori d'oggi di cui non avevo prima né ho mai poi
letto una sola riga, e la dichiarazione che, “dato il mercato”, il mio
testo non era pubblicabile. Era un apprezzamento?
Quell'agente letterario non faceva però il suo lavoro, incassava
soldi per leggere testi decidendone a priori la impubblicabilità.
Incidentalmente: essere letti da chi magari di pagine ne ha vissute
un decimo di quelle che hai vissuto tu e che per di più ti paragona a
pinchi pallini alla moda, è un'esperienza strana. Almeno ci ho
provato, però.
Un editore, invece, anni prima mi aveva onestamente scritto che
non riusciva a visionare i troppo numerosi manoscritti che gli
pervenivano e mi indicò un'agenzia di lettura che a pagamento,
salato, mi avrebbe selezionato o non selezionato.
Altri mi hanno risposto con le solite note stereotipate; altri ancora
non mi hanno neppure risposto.
Pare che sia successo anche a Saramago, alle sue prime armi.
Vedi Lucernario.
Mi piace Saramago? Non è questo il punto, vale l'esempio.
Pare che Beckett abbia proposto Murphy a una quarantina di
editori, prima di pubblicarlo.
Scendendo di categoria: Robert Pirsig avrebbe assai penato per
pubblicare Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta,
dicono.
Senza contare Martin Eden.

L'iniziativa più grossolanamente “premiata” è un blog che contiene


mie traduzioni da Schnitzler, “contattato” oltre sessantamila volte.
Dipende solo dalla fama di Schnitzler.
Una decina di anni fa iniziai a tradurre dal tedesco, e salvo qualche
pausa ho continuato fino all'estate 2019, quando ho iniziato a
lavorare al testo presente. Anche tradurre (senza committenza, nel
mio caso - ero e sono il committente di me stesso) è scrivere.
Poi, così ha scritto una volta Proust, arriva (o ritorna) il momento di
“tradurre da sé stessi”, dalla propria lingua mentale.
La recita

All'inizio del 2000, disgustato dalla sciatteria dell'istituto statale che


frequentava mio figlio, decisi di incidere e, con il suo consenso, lo
iscrissi a un diverso corso di studi, privato. Non so se fu uno
scossone giusto né positivo per lui. A me sarebbe costato caro. A lui
l'isolamento da un'esperienza “normale” com'era quella dell'istituto
statale.
Pagando, mi dissi, sarò almeno trattato come un cliente e non più a
pesci in faccia.
Non intendo però trattare di questi argomenti.
Nel febbraio del 2000 dunque fissai un appuntamento con la
direttrice di un certo istituto privato. Vi prevaleva il vecchiume,
perfino il fascicoletto su cui era stampato il programma di studi
aveva le pagine ingiallite. Era il secondo pomeriggio. La direttrice,
una donna molto grassa, mi ricevette nel suo studio quasi in
penombra: mi trovavo come nel secolo appena finito, anzi a diversi
decenni di distanza da quello strombazzato presente (“nuovo
millennio” eccetera). Parlammo di quel che c'era da decidere e da
fare (disiscrivere mio figlio dall'istituto statale, cosa che dopo pochi
giorni effettuai con gioia maligna precisando che il motivo stava
nella mia insoddisfazione e non in generici “motivi di famiglia”;
acquistare nuovi libri di testo; pagare l'iscrizione). Ci guardavamo
rispettivamente come due alieni, in verità io ero il pollo da
spennare, lei solo un calmante con cui dar tregua ai miei tormenti
paterni. Qualcuno bussò alla porta dello studio. La direttrice
pronunciò il suo “avanti” ed entrarono una ragazza insieme a un
ragazzo. Avevano tra le mani libri e quaderni. Saranno state le sei
del pomeriggio, la scuola sembrava deserta, era silenziosa,
pallidamente illuminata e tranquilla come una grande casa abitata
solo da persone anziane, ma invisibili. I due erano molto “carini”: a
voce bassa chiesero “lumi” in merito ai compiti che stavano
facendo. Si trattava di matematica, la “specialità”, avrei saputo,
della direttrice (ma non di mio figlio). Lei rispose in breve, gentile e
però incorrendo in una brutale anticaglia lessicale che mi colpì.
Fece notare al ragazzo che lui aveva ben capito quel che c'era da
capire nel compito - bravo dunque; ma allora perché l'anno prima
“aveva schiacciato”? - disse la direttrice. O “era schiacciato”? Non
lo so più, capii che il ragazzo l'anno prima era stato respinto.
L'istituto era fatto apposta per il “recupero”. Il termine “schiacciare”
era consono all'età del fascicolo ingiallito, al vecchiume dell'edificio,
dello studio, dell'illuminazione sparagnina, di tutto quanto. Avevo
fatto, insisto, un salto indietro di decenni. “Schiacciare”: tra il brutale
e il sadico.
I due angioletti si ritirarono e dopo poco il mio colloquio con la
direttrice terminò.
Scappato dal casino fatiscente dell'istituto statale - docenti cialtroni,
studenti “trasgressivi”, preside chiusa nel suo studio attanagliata
dalla paura di contestazioni giovanili e di “okkupazioni” - confesso
che il tono antiquato di quella scuola privata, le maniere della
direttrice, mi diedero sollievo. Sollievo perfezionato dall'entrata in
scena dei due angioletti, intenti ancora alle sei del pomeriggio a
fare i compiti di matematica, ben vestiti, rispettosi, tranquilli.
Trascorrendo i mesi, però, gli anni, passando, in forza della
testimonianza offertami di fatto da mio figlio, alla “prosa” della
scuola, ben diversa dalla “poesia” offertami quel tardo pomeriggio di
febbraio, iniziai a dubitare della genuinità della scena dei due
angioletti. Non so quando, forse a cose fatte, dopo più di tre anni e
parecchi soldi (non ricordo bene, com'è ovvio prima furono lire, poi
euro) scuciti in “comode rate”, cominciai a dirmi che la scena era
stata uno “spot” pubblicitario organizzato in modo perfetto dalla
direttrice. E che io, bisognoso di un appiglio cui fissare la mia
incertezza, la mia scontentezza, l'avevo preso per buono.
Avevo ragione? Non lo so. La scenetta era stata recitata davvero
realisticamente. Un capolavoro.
L'avversario

In prima liceo per evitare interrogazioni pericolose, non solo a


causa di spleen, atroce specie nei lunedì, cominciai a marinare la
scuola; a far forca, come si diceva e forse ancora si dice a Firenze.
Se non mi pareva il caso di simulare malesseri e febbre
appoggiando il termometro per un secondo sulla lampadina accesa
del lume che avevo accanto al letto, uscivo regolare attorno alle
otto, prendevo il motorino e iniziavo a far scorrere l'enorme tempo
di cinque e passa ore, o meglio ad aspettare le dieci e mezzo,
quando apriva un cinema in zona stazione centrale, in sé una
probabile offerta a quei viaggiatori che avessero da riempire buchi
tra un treno e l'altro, ma non amassero godere delle bellezze diffuse
là attorno. Certo rifugio, invece, per noi forcaioli. Se la stagione era
perfida non risultava facile trascorrere quelle due ore e mezzo. Uno
stentato bar, una fredda visita in Santa Croce. Tristezza, senso di
squallore. Al cinema si passava un paio di ore vedendo quel che
c'era, magari un film della serie “Angelica”. Non appena diventava
cosa decente mi avviavo verso casa.
Non ricordo la prima delle decine di forche che avrei fatto negli anni
successivi al “64. Forse l'ultimo anno, “66/”67, furono meno, ma
chissà. La trasgressione comportava com'è ovvio bugie e timori che
le medesime fossero scoperte, senza contare la grave
contraffazione della firma sul foglietto della giustificazione. Ero
bravino a imitare la firma di mia madre. Mai scoperto, comunque.
Una mattina incontrai un altro forcaiolo, facemmo amicizia, anche
lui aveva un motorino, poi si andò al cinema, che mi pare si
chiamasse “Italia” e che decenni più tardi acquistò la fama di esser
divenuto un ritrovo per cercatori di sesso. Mai più visto, quel
collega. Visitammo il cimitero delle Porte sante, mi pare.
Il fastidio maggiore consisteva non solo nella visibilità forte che
dovevo avere in quanto adolescente a spasso di mattina, ma anche
nel restare, le volte che pioveva, bagnato per ore.
Fingevo di uscire per andare a scuola, e dopo quattro o cinque ore
fingevo di tornare a casa da scuola. Perciò molti decenni dopo mi
avrebbe interessato tanto il protagonista del romanzo di Emmanuel
Carrère, L'avversario (film incluso), che finge di essere laureato in
medicina e di lavorare in una sede prestigiosa della organizzazione
mondiale della sanità, mentre invece trascorre l'orario di lavoro
chiuso in auto, in un bar, se non riesce a intrufolarsi in qualche
occasione congressuale OMS, magari per finire addormentato.
Lì per lì riuscivo sempre a ingannare i genitori, ma al momento della
“pagella” saltava fuori che il mio rendimento era stato scarso. Per
fortuna il liceo ebbe termine e potei godere della libertà di cui la
scuola mi aveva privato.
Una mattina di primavera salii in motorino a Fiesole e a piedi andai
verso San Francesco. Il tempo era buono, ma, seduto su una
panchina, venni preso da un attacco insopportabile di allergia,
starnuti e lacrimazione, per cui fui costretto a riparare in casa.
Inventando non so più che cosa per giustificare il ritorno anticipato.
L'allergia era vera.
Era umiliante far forca. Al Miche in terza la nostra classe era ridotta
a diciotto personcine, tanto grande era stata la strage compiuta nei
due anni precedenti. Di lunedì, in inverno, magari tre o quattro di
quelle personcine erano assenti; io avevo per altro esaurito le
“giustificazioni” a disposizione per non farmi interrogare, bonus
presessantottesco elargito da alcuni professori. La professoressa di
matematica, l'orrenda Wolfganghera, iniziava a tirar fuori i numeretti
tipo tombola dal suo fottuto sacchetto di stoffa. Le probabilità di
venir chiamato alla cattedra da quell'escremento in forma umana e
di venir torturato erano alte. Nel silenzio terrorizzato della classe la
Wolfganghera dava i numeri.
Forca!
Marì sgomenta

Aldo sbucava all'improvviso dalla salita con su una spalla quattro o


cinque forme di pane. Le reggeva tenendo una mano su quella
posta più in alto. Era sua incombenza rifornirsi giù in piazza dal
fornaio e risalire fino alla bottega di famiglia, dove serviva. Però
prima di arrivarci si fermava con quelli che sedevano sul muretto
della scuola, tra cui io. Era molto alto, Aldo, aveva la voce saporita.

La parlata maremmana è saporita di suo, però.

Ugo, forse di un anno più grande di me, quando eravamo bambini


un'estate mi aveva preso di mira, non è un modo di dire: mi
bersagliò di sassi da una distanza di una decina di metri, un
pomeriggio, riparandomi io dietro una gobba del terreno proprio
sotto le finestre di casa. Non so perché mi aveva preso e di fatto mi
prendesse di mira, forse gli stavo antipatico. Mi ricordo una volta
che fece arrabbiare suo padre. L'uomo rincorse il bambino che a
gran velocità gli sfuggì. Più tardi, trasferitosi con la famiglia a
Poggibonsi, Ugo divenne calciatore nella squadra locale, forse
mettendo così a frutto la corsa, se non la mira. Infatti durante quel
tentativo di lapidazione non riuscì a colpirmi.
Diventati adulti, lui tornando forse al paese in ferie, provammo lieve
simpatia reciproca. Misteri? No.

Beppe era studioso e bravino, per cui proseguì “le scuole” dopo le
elementari. “Questo ragazzo ha disposizione per gli studi”, avrebbe
detto qualche insegnante di lui. Aggiunse Beppe, invidioso, che io
invece studiavo perché avevo la famiglia che me lo permetteva.

Paolo era distinto da altri Paoli tramite il nome della madre, così:
Paolo di Marì. Del resto a Centi un adulto incuriosito ti chiedeva non
come ti chiamavi, ma: “di chi sei?”. Paolo di Marì aveva un fratello
maggiore che già andava al lavoro, comunque non mi era nemico
come Ugo, anzi eravamo amici, almeno per tutte le settimane che
ogni anno passavo a Centi. In un paio di occasioni mi si rivelò,
logicamente quando eravamo adolescenti, nella sua sensualità,
almeno verbale, con un madrigale in onore di una conoscente che
avevamo in comune, davvero graziosa, ma molto più grande di noi.
E con un altro diretto a una matura zitella del posto, “bellina
vergine”, così Paolo di Marì leccandosi le labbra. E' morto a poco
più di quarant'anni di infarto, Paolo, e molte volte la sera, tornando
in macchina dal mare, ho riconosciuto la Marì appoggiata a un
muretto, sgomenta.

Enzo era amicone di Paolo; serio, direi presto lavoratore, robusto, a


me non ostile, semmai curioso. In un caso mi chiese se con la mia
Lotte mi stancassi la bocca, anzi: affermò senz'altro che me la
stancavo. In un caso, osservando la non nettezza di non so che
cosa, si produsse in un calembour non infame: “è sudiciotto
diciannove”.
Erano più avanti nel “sapere”, i compagni di Centi. Mi riferisco alla
supposizione circa la stanchezza della mia bocca.

Gianni aveva già da piccolino una buona capacità di guida. Suo


padre gli affidava la Seicento perché la portasse in garage, e il
bambino, di cui si scorgeva da fuori appena la cima del capo, la
guidava dentro con manovra liscia, immediata. Presto acquisì una
motoretta che, come i pochi altri che ne avevano una, lui usava solo
su e giù per il paese, stolidamente. La piazzava a volte sul
cavalletto davanti alla scuola, dove spesso sedevamo in più d'uno,
sia la mattina sia il pomeriggio. Molto geloso dell'oggetto, se
qualcuno lo sfiorava Gianni non si peritava di interferire: “ti tocchi un
po' il culo?”
Correva spesso alla bottega di Aldo e si comprava un pacchetto di
biscotti “Bucaneve”.

Resta, a proposito di merende, stabile nella mia memoria


l'immagine felice di Mario, figlio del fabbro ferraio: una volta si
allontanò di qualche decina di metri dal nostro muretto, saltò
nell'orto di famiglia e fece ritorno portando due o tre cetrioli. Che
sbucciò con un coltellino e mangiò a tocchi, com'è dovuto, e senza
sale.

Gianni da adulto divenne, com'era di moda ancora nei primi anni


novanta, radio amatore automobilistico. “City band”.
Sfortunatamente una sera, verso le ore 24 si fermò nella minuscola
piazzetta sottostante alla mia camera da letto, e iniziò a usare il suo
trabiccolo, a parlare cioè a voce alta con un amico più o meno
lontano. Dopo un po' lo chiamai e gli dissi che non era l'ora giusta
eccetera. La prese male, Gianni, e da allora non ci siamo più
parlati, a parte che al paese ci sono tornato poche volte. Mi seccò
enormemente aver avuto quell'alterco.

Alfredo, cugino del Mario che mangiava cetrioli a merenda, mi


aveva in antipatia, logicamente avrebbe potuto suonarmele perché
non solo era dedito alle botte, ricevute fin dall'infanzia, ma era
anche più grande di me. Però vedi: Mario mi era amico; invece suo
cugino e in pratica fratello, cresciuto nella stessa casa sopra la
stessa fucina, Alfredo, mi era ostile. Per entrambi ero un signorino
di città che abitava “al castello” e aveva il padre avvocato, eppure
solo uno mi aveva in uggia.
Decenni dopo, una sera che tornavo a casa guidando la mia Mini
giardinetta, trascorrendogli davanti, ad Alfredo e altri, lui, in vacanza
al paese, si produsse in una vistosa risata diretta a quella mia
macchinina. A me. Non importa, se lo incontrassi oggi mi farebbe
piacere ricordare insieme a lui di quando giocavamo a pallone
davanti alla scuola e il pallone prendeva la via della discesa, verso
il “fondo piazza”. Sarebbe proprio la stessa cosa che mi è capitata a
Firenze un paio di volte negli ultimi anni: incontrare un compagno di
liceo che pure mi stava antipatico e certo, ricambiato, non mi
apprezzava; fermarlo, farmi riconoscere, rifermarlo mesi dopo, fare
due chiacchiere, dirgli: “non eravamo amici, Flavio, ma siamo stati
compagni di scuola”, stringendo il pugno levato a significare che
quello è un legame in sé fortissimo. Lui annuendo. Non sono
misteri, questi.
Topo non mastica

Non posso affermare di essere stato solo, da bambino, con i perché


e i come. Con le parole. Neppure posso affermare di ricordarmi le
mie domande, né le risposte dei miei adulti. So invece di essermici
baloccato, con le parole, le frasi e le cose che non capivo. Che
disdetta ricordarne così poche!
Borsa nera: era la forma, che io udivo, per “mercato nero”, risvolto
del razionamento bellico e post bellico. Visualizzavo una borsa vera
e propria, di quelle per la spesa, nera di colore, non senza
confrontarla con la borsa della spesa che aveva una donna che ai
tempi veniva in casa nostra a servizio saltuario, una certa Piera. La
borsa della Piera era di cuoio intrecciato e aveva la forma normale
di una grossa busta con i manici.
Disoccupati: se la disoccupazione è un fatto di oggi figuriamoci se
non lo era dopo la guerra. Una mattina ero fuori con la nonna vicino
al Mugnone in fondo a viale XX Settembre, non distavamo molto da
casa. La nonna m'indicò un uomo: stava fermo in piedi nell'erba del
prato che iniziava subito accanto al marciapiede e finiva, dopo una
piccola discesa, in riva al fiumiciattolo. “E' un disoccupato”, disse la
nonna, pensando a torto o a ragione che io capissi la parola.
Sfollati: mia madre, che ancora non lo era, e la nonna, non so se
l'altra figlia, per evitare i bombardamenti degli alleati e comunque
ogni tipo di tirassegno bellico, erano sfollate in una bella villa di via
delle Càmpora, che, stretta, va parallela a via Senese verso il
Galluzzo, a sud della città. Campagna e abitato insieme. Quando
stavo in Porta Romana quante volte l'ho fatta a piedi. Coabitazione
varia e piacevole, in villa, incluso un prete, don Bettega, un vero
personaggio, a quanto ho letto di recente per caso nel Corriere
fiorentino: scrittore, teologo, dissidente. Finita la guerra migliaia di
famiglie fiorentine si trovarono senza casa (distrutta dai tedeschi o
dagli alleati), per cui nacque un “commissariato agli alloggi”. Solo
che la parola “sfollati” mi era in sé incomprensibile.
Via col vento: come sanno tutti è il titolo di un film statunitense.
Non capendo che cosa significasse l'espressione, senza volerlo
coniai un calembour: via Convento. Era la mia lectio facilior.
Avvocati: siamo avanti nel tempo, grandicelli io e mio fratello.
Immaginai a suo e a mio profitto inventivo che il lavoro di papà,
avvocato, consistesse in una sorta di vigilanza sul complicato
scambio di missive tra le persone: che iniziano a scriversi a vicenda
con semplicità via via sempre minore fino alla confusione, all'intrigo.
Su cui plana l'avvocato.
Via Scelba assassino: in via Firenzuola, davanti al cinema “Ideal”,
sulla parete di un edificio qualcuno aveva scritto con il pennello: Via
Scelba assassino. Anche stavolta optai segretamente perplesso per
la soluzione toponomastica. Do you remember Scelba?

Topo non mastica, potrei dire ora. O meglio: mastica a modo suo.
Il gaucho

Usciti dal cinema “Fulgor” ci trovammo, la nonna e io, sulla


scalinata esterna allo spazio circostante la stazione centrale. Fatta
la via dell'Albero, si traversa via della Scala, e dopo non molte
decine di metri ecco piazza Stazione. La nonna si occupò dei miei
capelli, io uno o due scalini sopra, lei sotto a lisciarmi da un lato la
frangia, se non addirittura a fermarla con una forcina.
Non è facile sapere o capire perché ci si ricordino cose tanto banali,
perché proprio queste: e non altre altrettanto banali.
Siamo nel “54 o nel “55, lo deduco da una scorreria in Internet circa
il film che quel pomeriggio avevamo visto, “Il gaucho”, regia di
Lucas Demare, fatto in Argentina nel 1954. Non sono riuscito a
stabilire se fosse a colori o in bianco e nero. A me pare di ricordarne
una scena a colori, in cui un uomo dai capelli neri è inginocchiato
davanti a un religioso che lo benedice o fa qualcosa del genere.
In un certo senso io ero il gaucho e la nonna il prete, solo che lei mi
aggiustava la forcina che serviva a tenermi su la frangetta, non
corvina come quella lucida del gaucho: marrone scura scura.
Ebbene sì, mia madre e mia nonna volevano che la mia frangetta
non mi pendesse sulla fronte, per cui me la fermavano da una
parte, direi la destra, con una forcina, nera, che in casa nostra si
chiamava “molletta”.
Papà a un certo momento si ribellò alla “molletta” e mi portò dal suo
barbiere, dietro via del Corso, dove la frangetta venne tagliata
insieme al resto dei capelli, scorciati non poco, ma non “a
spazzola”.
In effetti la nonna, parzialmente, era sensibile alla disapprovazione
di papà in merito alla frangetta fermata con la forcina, tanto è vero
che “mi regalò” un tubetto o vasetto, non ricordo, di crema che si
chiamava “Fissina” e doveva servire a impomatarmi i capelli e a
tenere di lato la frangetta. O il ciuffo.
Dice: ma perché non lasciavano che la frangetta stesse come
voleva?
Suvvia, vogliamo fare la parte degli eleuteròmani?

Con la nonna per altro in più di un'occasione ci rifugiammo in una


latteria che offriva la delizia della panna montata con i cialdoni
infilati dentro. Ritti. Si trovava in una traversa di via del Corso, verso
piazza del Duomo. La nonna era golosa, e anch'io lo sono, per
quanto oramai debba privarmi della panna montata a causa di una
“intolleranza”.
Tre croci

Gli adulti che hanno contato sono stati mia madre, mio padre e mia
nonna - non una volta per tutte in quest'ordine pigro. La mia
famiglia originaria, composta da loro tre, da me e da mio fratello,
minore di circa tre anni, è ciò che oggi considero un vero e proprio
capitale. Al cui centro sta come emblema quel bambinetto della
menzionata foto follonichese, che in spiaggia esulta accanto a sua
madre. Per ultima è morta lei, nel Giugno del 2003, all'età di ottanta
anni. Aveva patito nell'autunno dell'anno prima un infarto, come
dire? - soft, trascorso diversi giorni in ospedale, poi a casa riposo e
certe cure le avevano giovato tanto che nella primavera del 2003
aveva ripreso a fare “ospitalità”, sua occupazione fin da quando, nel
“79, era morto il padre mio.
Mi trovavo a fare esami in Salvestrina quando il cellulare vibrando
attirò la mia attenzione. Era mio fratello che semplicemente disse:
la mamma è morta.

Faceva già molto caldo. Mia madre era uscita dopo cena tardi per
parcheggiare l'auto oltre la zona delle pulizie stradali settimanali,
quindi abbastanza lontano. Negandosi la seccatura di chiedere a
me di farlo al posto suo. Tornata a casa si mise seduta su un
balcone per rinfrescarsi un po'. Così ci raccontò un vicino. Quindi
andò a letto e sentì il bisogno di usare il Ventolin, evidentemente
per via dell'asma o comunque per facilitarsi il respiro. Mia cognata
la mattina dopo passò da lei e la trovò distesa sul suo letto morta,
nuda, la bomboletta di Ventolin sul pavimento vicino al letto. La
coprì con un lenzuolo e dette l'allarme a mio fratello, che poi mi
chiamò.
Corsi alle Cure con la bici ed entrai nel momento in cui se la
stavano filando le due statunitensi “ospiti” di mia madre.
Imbarazzate, smarrite.
Il resto furono le solite cose, gravate dal caldo smisurato di
quell'estate. Eravamo attorno a San Giovanni.

Con la morte di mia madre si chiuse la casa che avevamo abitato


fin dal 1954, prima tutti e cinque, poi dal “73, con l'uscita di mio
fratello, in quattro. Quando andai ad abitare in Porta Romana nel
“75 restarono da soli i tre adulti. Dopo la morte di papà rimasero
mia madre e mia nonna, madre di lei. In compagnia di “ospiti”
statunitensi o europei. Dall' “87 circa la nonna fu messa in un asilo
a causa della sua demenza senile difficile da gestire, per cui mia
madre restò sola - padrona e serva della situazione, per dir così.
L'appartamento non era certo piccolo. Affittava due stanze e aveva
una donna di servizio. La pensione “di reversibilità”, dato che papà,
“libero” professionista, era morto a sessantuno anni appena, non le
sarebbe certo bastata.

Nel 2004 perfezionammo la vendita della casa e ci spartimmo, io e


mio fratello, il ricavato. Vendemmo anche quei mobili e oggetti che
avevamo deciso di non tenere, per quanto avessero valore. Lo
svuotamento di quelle nove stanze, senza contare i due corridoi,
arredati, e la soffitta trasformata nei decenni in un deposito,
l'eliminazione dell'accumulo generatosi in un cinquantennio di
abitazione e di vita, io lo eseguii in piccole scomode rate, l'unico
modo che potevo permettermi in considerazione della fatica non
solo fisica che costava. Non so come abbia fatto mio fratello, non
mi pare che abbiamo mai lavorato a quello strazio insieme. Almeno
tre volte alla settimana nel secondo pomeriggio facevo un salto
nella casa deserta e vuotavo, spostavo, ammonticchiavo,
insaccavo, guardavo, ritrovavo, consideravo, bestemmiavo,
valutavo, mi sorprendevo. Mia madre, certo facilitata da tutto quello
spazio, aveva smesso di buttar via gli oggetti “inutili”, per esempio
trovavo scatole di cartone di ogni dimensione, pentole zuppiere e
bricchi vecchissimi, bottiglie vuote, una enorme caffettiera
“napoletana” - guarda chi si vede! - posate, oliere, acetiere, saliere,
zuccheriere, un macinino da caffè. Abiti appartenuti a papà, a mia
nonna, scarpe, cravatte, camicie, sciarpe. Di tutto. Scappavo dopo
un'ora perché quel “tutto” tendeva ad avere il sopravvento su di me;
anzi lo ebbe, fin quando non decisi di consolidare qualche risultato
visibile cercando di vuotare intanto una prima stanza. Aprivo la
porta relativa e davo un'occhiata in quell'orribile ma rassicurante
vuoto. Poi due stanze, eccetera.
In sala da pranzo il tavolo s'era riempito di ninnoli, argenti,
porcellane, piatti di valore, tanto che oggi, se passo davanti alla
vetrina di un antiquario - o di un rigattiere - e vedo addensamenti
simili al nostro in sala da pranzo, volto la testa. O almeno, l'ho fatto
per anni, oggi il disgusto è congelato.
Impiegammo mesi per vuotare la casa, certo favoriti dalla lentezza
del perfezionamento della sua vendita, che avvenne nella tarda
primavera del 2004.
La soffitta, da me sottovalutata, era invece una “miniera”, conteneva
perfino un ciclomotore. Non solo, scoprimmo che un serbatoio
dell'acqua montato chissà quando da un idraulico scemo impediva
l'apertura completa della porta della soffitta, per cui mio fratello,
responsabile primo di quella “miniera”, dovette farsi prestare una
sega a motore per tagliare in due pezzi un lungo mobile che a sua
volta era colmo di carte anche interessanti, e di scarti.
Un pomeriggio arrivai e vidi in salotto il ciclomotore. Ovvio che
fosse lì in casa in attesa di essere sbolognato, ma garantisco che
un motorino al quarto piano, nel salotto di mia madre, che esigeva
la spolveratura anche della faccia di sotto del piano di cristallo di un
certo tavolino da tè, non so se mi spiego, era perturbante. Per
fortuna al momento del trasloco di alcuni mobili nella casa di Centi
uno dei facchini fu contento di portarselo via, il ciclomotore.

Fu uno sventramento, un sacrilegio, non solo ciò che ovviamente


pareva, cioè uno svuotamento necessario. Un esproprio.

I miei rapporti con mia madre – si vede bene che la identifico con la
sua casa - non erano stati troppo buoni e solo dopo diversi anni che
era morta la sua immagine ha iniziato ad armonizzarsi con la mia
mente.
Da viva mi capiva poco e male, avevamo gusti diversi, e spesso
abbiamo avuto screzi. L'ultima volta che l'ho vista viva, il 22 di
Giugno, parlammo invece di varie cose del suo passato lontano, di
certi amici che avevano giovato a lei, a sua madre vedova e a sua
sorella negli anni trenta.

L'età piuttosto avanzata, lo smarrimento che le aveva causato il


cosiddetto infartino e la relativa degenza in ospedale avevano
contribuito a farle perdere qualche colpo mentale, ma la sua
attitudine nei miei confronti era la stessa, difensiva e sospettosa, se
non ostile. Faccio un esempio. Dopo aver lasciato l'ospedale fu
trattata con non so più quali farmaci per diverse settimane; un
infermiere veniva la mattina presto a prelevarle sangue - non tutti i
giorni! - che poi era analizzato eccetera. Ebbene, dall'Impruneta,
dove ai tempi abitavo, scendevo alle Cure, parcheggiavo ed
entravo in casa, lei a letto dormiente, pronto a ricevere l'infermiere.
In salotto prendevo dalla libreria I promessi sposi e aprivo il volume
a caso. Alla fine di questa sequela di discese a Firenze per i
prelievi, di gradevoli gite fino a un centro sanitario sito in viale
Matteotti per farmi dare i risultati delle analisi che poi fornivo al
medico, ebbene, una mattina, eravamo già sotto Natale, mia madre
mi ringraziò nei termini seguenti: “Grazie, poi ti darò qualcosa.”
Mi aveva come scambiato per il portinaio, che del resto non era in
dotazione alla casa. Per chissà chi. Leggendario. Del resto la
innegabile freddezza con cui avevo eseguito la mia assistenza in
quelle settimane riceveva da quelle parole ciò che meritava, potrei
specificare.
Non credo di essere mai andato d'accordo con mia madre, per
quanto una certa foto fatta nel 1949 sulla spiaggia di Follonica ci
mostri allegri insieme. Mio fratello nacque, io persi il mio posto
nella stanza dei genitori e fui messo a dormire con la nonna. Storie!
I fatti testimoniano un'estraneità reciproca fortissima che l'affetto
mai ha saputo mettere in discussione.

La nonna è morta in autunno, nel 1989 se non sbaglio,


ultranovantenne. Fino ai primi anni ottanta se l'era cavata,
trascorreva ancora quattro o cinque mesi a Centi, dove
l'accompagnavo in Giugno e andavo a riprenderla in Ottobre, era
un'abitudine. Attorno alla metà degli ottanta iniziò a perdere colpi e
a uscirsene con sciocchezze che del resto potevano esser
considerate come confessioni nude di sue fantasie segrete. Mio
padre, defunto, era stato suo marito; mia madre era una donna di
servizio, un'infermiera. Se ne usciva – è accaduto due o tre volte –
anche in senso stretto, fuggiva di casa e cercava di guadagnare a
piedi, da grande camminatrice quale era sempre stata, la lontana
piazza Mentana, via Cornacchiaia (a due passi dagli Uffizi - oggi ha
cambiato nome), dove aveva vissuto fino al suo matrimonio con
Carlino subito dopo la fine della grande guerra: andava a cercare la
sua mamma, il suo babbo! Del resto neppure il palazzo dove lei
aveva abitato c'era più. Una pattuglia della polizia la vedeva
vagante, la raccoglieva e la riportava a casa.
Sistemata in un asilo sulla collina di Bellosguardo, un'estate di
quelle, andai a trovarla. Mi fece una discreta impressione, il posto,
era una prigione dall'aspetto gradevole; lei mi accolse senza
spararne qualcuna delle sue. Tuttavia poco dopo fuggì,
s'incamminò per la via stretta che porta alla piazza di Bellosguardo
e s'infilò nel primo cancello aperto. Chiedendo poi a chi abitava in
quella villa dov'era la sua mamma.
Che fuggisse non mi stupisce affatto.
Attorno al 1987, per consentire a mia madre di vivere, fu inserita in
un asilo in viale Mazzini. Cercando di scendere dal suo letto, che
aveva ai lati due “protezioni” a cancello, cadde ed ebbe un femore
fratturato.
Brutta fine, povera nonna, rimbecillita e immobilizzata, e il suo
prediletto nipote mai una volta che sia andato a trovarla in
quell'asilo che si trovava a due passi dallo studio dove lui
trascorreva gran parte delle sue giornate. Con la scusa che lei non
lo avrebbe neppure riconosciuto.

Mia nonna, a differenza di mia madre, mi voleva talmente bene da


dare ospitalità alle mie ovvie e non ovvie differenze rispetto a lei -
del resto mi era simpatica. Mia nonna era simpatica, mia madre no.
Mia nonna decenni prima a Centi mi aveva preso come “aiutante”
per il riordino della libreria di suo padre, affidandomi il catalogo.
Eppure sapevo appena leggere e scrivere. Voglio dire che aveva
saputo farmi credere di collaborare davvero. Serbava i miei
disegnini e li mostrava ai malcapitati; erano cavalli, ma anche
automobili.
“Questo bambino ha disposizione per il disegno!”
Da ultimo continuava a leggere un testo di D. Mack Smith, però via
via si dimenticava quel che aveva letto e doveva ricominciare.
Nella sua infanzia era stata molto bellina, e anche da ragazza, ora
non so più dov'è una foto che la mostra adolescente, quasi “gipsy”.
Poi aveva preso una serie notevole di calci dalla vita.
A differenza di papà e di mia madre, non narratori di storie del loro
passato, mia nonna era una narratrice di storie del suo passato,
questa la differenza decisiva, insieme alla simpatia e all'affetto.
Perché papà e mia madre, a parte quell'ultima volta che
chiacchierammo dei suoi amici ricchi, non fossero dei narratori, io
non lo so.
Per dirne una, ma grande come una casa: non so come mio padre
se la sia cavata dopo il famoso 8 Settembre 1943. Era un ufficiale
dei carristi. Perché non sia stato mandato né in Albania né in
Russia né in Africa settentrionale, non lo so. Magari non sarei nato!
Che abbia, come pare, partecipato alle battaglie in zona
Montecassino sotto Kesselring non potrei assicurarlo.
Del resto io non chiedevo ai miei genitori come se l'erano passata
negli anni trenta e quaranta. Né ci pensavo, né credevo di averne il
diritto.
Tabù? Piuttosto usi e costumi di ritegno oggi forse tramontati.

Mio padre, avvocato, due volte laureato, non era un intellettuale;


non era un poeta, non un lettore, se non di libri tecnici, di giornali e
di gialli; non era un narratore, ripeto, e lasciamo stare la materia
peccans – fascismo e guerra; non parlava mai di sua madre,
poveretto, che aveva perduto appena decenne, né di suo padre,
che aveva perduto quando aveva diciotto anni. Sprazzi, a volte,
briciole. In motocicletta per le strade di Verona, durante
l'addestramento militare … I contadini che si alzavano in piedi
quando entrava il signorino … “Eravamo delle belve”, da
giovanotti ...
Mah!
Non era neppure quel che si dice una persona simpatica, ma mi
voleva veramente bene.
Suonava la fisarmonica, ecco, fino ai cinquant'anni qualche volta, la
domenica, prendeva lo strumento e in piedi suonava: ricordo
“Ramona”.
Gli piaceva guidare, per quanto non guidasse troppo bene.

Iniziò a sentire fastidio alla schiena, nel “78, poi un pomeriggio nel
mese di Aprile del “79 fu toccato da un'auto mentre in via degli
Artisti andava in centro con il suo motorino; cadde e fu portato in
Santa Maria Nova. Dopo poco tempo venne trasferito all'istituto
ortopedico sul viale dei colli, dal celebre Calandriello, infine al
centro traumatologico ortopedico, a Careggi. Non guariva, venne
operato da un luminare neurochirurgico, già sapevamo che non era
stata la caduta dal motorino a nuocergli, ma che era malato
gravemente. Non guariva, non sarebbe guarito. Lo rimandarono a
morire in casa sua. Morì il 2 Novembre. Lo portammo nelle Marche,
dove aveva espresso il desiderio di essere sepolto vicino ai suoi.
Era diventato magro magro, scheletrito, da ultimo perse anche l'uso
della parola e mugolava, si lamentava, urlava.
La sua morte fu una liberazione per lui e per noi.

I rapporti fra i tre qui in questione erano stati abbastanza buoni,


certo corretti. Papà dava del “lei” a mia nonna e la chiamava
“mamma”. Lei gli voleva bene, per quanto lui fosse in genere
chiuso. Mia madre e mia nonna se la cavavano benino in presenza
di mio padre, invece quando erano sole mia madre rimproverava
mia nonna, a tratti arrivava a maltrattarla verbalmente. Mia nonna
invecchiando difatti tendeva a trasgredire qualche articolo del
codice domestico, forse non più ancorato all'obbligo di scorrere sui
pavimenti calpestando i “pedalini”, rettangoli di feltro, uno per piede;
ma quasi.

Mia madre e mio padre si erano amati, credo, magari si


concedevano qualche sciocchezzuola affettuosa tipo rubarsi le
ciliege prendendosele a vicenda per il gambo, a tavola.
Logicamente bisogna considerare che i tempi non erano quelli delle
effusioni in pubblico, caratteri a parte. Per altro mia madre era
gelosa e sospettava mio padre di affari extraconiugali.
Credo che tra loro le cose siano andate poco bene fin dai primi anni
sessanta. Mia madre fu operata e subì un'ablazione dell'utero, ciò
che secondo i suoi racconti (questi sì!) avrebbe messo in difficoltà
erotica mio padre che, schifiltoso, avrebbe iniziato a “trascurarla”.
Noi figli si obbediva – tendenzialmente - agli adulti, l'autorità
suprema e finale era papà, che tuttavia, a parte qualche scatto e
l'abitudine più che discutibile di chiamarci, a distanza, con un
duplice fischio, non era personalmente autoritario. Mia madre era
invece autoritaria. La nonna invecchiando contava sempre meno,
voleva bene a me più che a tutti gli altri messi insieme, per ragioni
di simpatia, che sono sempre decisive.
Comunque credo che fossimo una famiglia priva di eccessi, e
questo mi pare eccellente.
Buona mi pare anche la cura che quei tre adulti dedicarono a noi
bambini: ci fecero vivere tranquilli e sereni senza che nulla ci
mancasse, nonostante che, non dimentichiamolo, all'inizio delle
nostre vite si fosse in un periodo di miseria nazionale nera e di
distruzione di tutto quanto. Abbiamo goduto della ricostruzione, io e
mio fratello.
Oggi quando penso che ho un fratello minore di circa settanta anni
mi viene da sorridere. Ci vediamo poco, eppure la città non è
proibitiva, stiamo in contatto smartphonico, credo che ci si voglia
bene e che si sappia di essere tutto quello che ci resta di ciò che
abbiamo avuto e siamo stati per decine di anni: una famiglia in
definitiva solida.
“You could tell me!”

Alla nonna dava il voltastomaco, per fortuna a parole, la nuova


ragazza di mio fratello, quando pasteggiava a latte. Non che la
nonna disdegnasse il latte, che anzi mescolava volentieri a
colazione con il caffè, no: le faceva senso, mi disse una volta
sottovoce, vedere quella straniera bionda, più che bionda, seduta
alla nostra tavola, ignara della nostra lingua come noi lo eravamo
della sua, bere latte a pranzo. Dopo poche settimane la straniera,
sua figlia e mio fratello si trasferirono in una loro casetta.

Durante un viaggio nel Nord insieme a un paio di amici mio fratello


incontrò in un locale la bionda che più bionda non si può, e nel suo
stentato inglese la intrattenne, o la trattenne, non saprei.
Innamorato, iniziò subito dopo il ritorno in patria a scriverle lettere in
inglese che lo impegnavano per delle ore; lei rispondeva, e dopo
qualche mese lui prese il treno e la raggiunse nel suo lontano
Paese. Faceva sul serio, mio fratello, e i miei non lo ostacolarono,
nonostante che i suoi studi ne patissero. Per la verità mia madre,
dopo che il soggiorno del ragazzo presso la bionda cominciava ad
allungarsi, prese anche lei il treno e raggiunse il figlio. Notevole
impresa: una signora da sola che “sale” per un migliaio di chilometri
fino a una terra straniera che più straniera non si può. Direi
senz'altro scarsa, o a digiuno, in fatto di lingue. Bisogna dire del
resto che quando si è dotati di “risorse” sono quelle che parlano, e
tutti ne intendono il linguaggio.
Non ricordo quando il ragazzo tornò in patria, comunque arrivò
l'estate e il primo anniversario dell'incontro tra lui e la bionda. Di più,
lei fu convinta da mio fratello a trasferirsi, certo con la bambina, a
Firenze. E anche questi sono fatti degni di nota, sia il passaggio in
Italia della bionda, sia la forza di convinzione del suo amatore, sia
l'accoglienza della straniera e di quel che ciò comportava da parte
dei miei. Mia madre s'impegnò molto per trovare un appartamento
per la nuova famigliola, e lo trovò, non lontano da casa nostra - del
tutto dignitoso.

Non mi piaceva che mio fratello, come per forza avvenne all'inizio,
fosse finanziato dai miei nella sua impresa amorosa, che in realtà lo
trasformò in padre di famiglia a ventiquattro anni. Forse ero geloso,
comunque ero certo che fosse meglio far da sé e non dover dire
grazie a nessuno. Pensavo che quella sua deriva fosse rischiosa.
Ero allergico alla mia famiglia, a mio padre e a mia madre.
Comunque non avevo incontrato nel Nord una bionda che più
bionda non si può, e quindi non sappiamo che cosa avrei fatto al
posto di mio fratello.

A parte il disgusto del bianco latte presente su una tavola italiana,


dirò meglio, toscana, solo mormorato però dalla nonna nell'orecchio
sinistro del nipote preferito, tutto andò bene. E di questo bisogna
render merito a tutti, alla bionda, intrepida, a mio fratello, fedele alla
sua passione, alla bambina, che naturalmente imparò l'italiano in un
batter d'occhio, a mia madre, e infine al ministro con il portafoglio, a
mio padre.

Dopo la poesia com'è naturale iniziò la prosa. Avendo una volta


dovuto lasciare la mia macchina ferma nel fango, dalle parti di
Firenzuola, asciugatosi il terreno chiesi a mio fratello di
accompagnarmi a riprenderla. Con noi venne la bionda e forse la
bambina, che però non ricordo in scena. Arrivati al passo del Giogo
la bionda chiese di fermare, perché tutte le curve, in effetti decine di
curve, le avevano dato la nausea. Mio fratello mi parve contrariato,
non so perché, comunque restò memorabile quel che disse alla
bionda: “you could tell me!”
La settimana

“Ho sentito che hai dei problemi di liquidità”, mi disse non senza
una smorfia ironica papà, seduto accanto a me sulla spiaggia del
Cinquale - estate 1974. Il governo aveva da poco imposto una
notevole tassa “una tantum” sulle grosse moto appena
immatricolate, e io ne avevo appunto una nuova nuova.
Lo guardai, era il suo modo di venirmi incontro.

In questi giorni e non solo in questi mi domando il motivo per cui


non so dare alcuna cifra riguardo a quanto papà mi passasse di
“settimana”, certissimo del resto che lui mi abbia finanziato sempre,
ininterrottamente, dall'adolescenza fino al momento in cui iniziai a
guadagnare qualcosa ogni mese, ciò che è avvenuto dopo la
laurea.
Quanto mi dava resta seppellito sotto l'immane svalutazione della
lira negli anni settanta?
Fin da quando ero un ragazzino andavo al cinema, fumavo qualche
sigaretta, compravo qualche libro, qualche rivista, dal 1963
spendevo per la “miscela”, poi dal “65 per la benzina. E chi mi dava
i soldi, se non lui? E se non me li dava, me li faceva dare, penso.
Un altro “forno” era la nonna, ma saltuario.
So che da giovane non ho mai avuto problemi di soldi. Ho iniziato
ad averne dal “75, quando iniziai a vivere da solo e a far la spesa, a
pagare le bollette, l'affitto. Nel senso che da allora ricordo che ho
cominciato a fare i conti e a librarmi nel mondo delle quattro
operazioni, fin lì ostico, estraneo, astruso, persecutorio, e delle
percentuali, giochi in materia economica miei personali.
Aprii un libretto di risparmio presso un'agenzia del Monte dei Paschi
che si trovava in piazza delle Lavandaie, da ragazzo, e solo nel
1983 sono passato al conto corrente, al libretto degli assegni. Venni
locupletato in quell'anno da un'assicurazione con una trentina di
milioni a risarcimento delle ferite che un incidente stradale mi aveva
causato senza mia colpa. Iniziai ad “investire” in Bot!

Non era taccagno, papà, ma aveva un vizio, quello di dare a mia


madre i soldi per le spese domestiche un po' alla volta. Per cui si
disputavano fin sulla porta dell'appartamento, non dico ogni
mattina, ma quasi.
Papà, pagato il mutuo, manteneva sé stesso, la moglie, due figli,
una persona di servizio. D'estate passavamo un mese al mare, uno
in campagna.
Non era taccagno, anzi, dopo che se ne andò scoprimmo che non
aveva da parte una lira. Aveva crediti con dei clienti, che
naturalmente fecero i furbi. Restammo di stucco. Io e mio fratello
lavoravamo, abitavamo per conto nostro, e mia nonna aveva la sua
brava pensione di ex maestra.
Non era taccagno, i figli avevano il motorino, lui guidava Alfa
Romeo. Una volta, negli anni sessanta, fattosi garante di un prestito
chiesto a una banca da un suo cliente, piccolo industriale, dovette
poi pagarlo lui, dato che quel tipo da sé non ce la faceva. Qualche
volta i garanti finiscono così. Aria di crisi in casa? Neanche tanto.
Anche di questo devo essere grato a mio padre, che quando aveva
“problemi di liquidità” - ne aveva eccome, era un “libero”
professionista, non uno stipendiato, e i clienti a volte non pagano -
non ce lo faceva pesare. Si teneva tutto dentro, anche i “problemi di
liquidità”.

Bene, ora so soltanto questo, che da noi la “paghetta” era chiamata


“la settimana”.
“So tutto”

Non rammento quando ho intuito come e perché nascono i bambini,


non presto, e ci sono arrivato solo con i miei mezzi; con l'aiuto dei
coetanei, anche, ma “aiuto” non è il termine giusto. Combutta?
Comunque so di aver scritto in quarta ginnasio una frase il cui
contesto ora mi è ignoto – era un “tema” in classe; all'incirca scrissi:
“... ora che conosco tutta la realtà ...” e mi riferivo a quello. Com'è
naturale la professoressa commentò a margine (si riempiva con il
testo solo la metà sinistra di ogni pagina del “foglio a protocollo”)
che avevo esagerato.
Vedete l'autocensura che genere di scherzi può fare?
Del resto e in effetti io, che certo non avrei saputo direttamente
scrivere di quello, davvero nel “tema” mi ero proposto come facente
parte di coloro che sanno. Sanno, perché hanno capito come e
perché sono nati. Hanno cioè scoperto che i loro genitori –
imbarazzante, incredibile, inconcepibile – si accoppiano
sessualmente, fanno le cose di cui nessuno parla - o meglio, ai
tempi nessuno parlava, se non in modo brutale.
Era così che funzionava. Per questo ho accennato alla combutta
dei coetanei.

A quattordici anni non mostravo molto acume, riducendo il sapere a


quello. La professoressa, non freudianamente avvertita, aveva
ragione, perché in realtà io sapevo davvero poco. Da qualche parte
e forse non una volta sola Freud ha infatti proposto, esagerando,
che la curiosità intellettuale, scientifica, sia connessa alla curiosità,
a dir poco, provata dai bambini circa il sapere di quello. Per cui
avevo avuto, in quel tema, un modo freudianamente fondato di
sbagliare.

Tra i momenti che non ricordo dunque c'è quella scoperta. Quando
è avvenuta? Durante il periodo delle medie inferiori, credo.
“Non è possibile che i miei genitori facciano certe cose”, mi disse un
amico che cercavo di “illuminare”. Avrò avuto dodici anni, azzardo
addirittura che fosse il giorno della mia prima comunione, celebrata
in ritardo per la decisione dei miei di far partecipare a quel
“sacramento” me insieme a mio fratello, di tre anni minore di me.
Facemmo festa su al piazzale Michelangelo, dov'è un noto
ristorante. Non solo detti uno spintone a una bambina, dopo il
pranzo, ma tentai di coinvolgere quell'amico nel mio sapere
“inquietante”. Due “peccati” da confessare. Almeno il primo, il
secondo essendo inconfessabile.
In quarta ginnasio un compagno di scuola – già ne ho scritto - se ne
uscì, mentre stavamo passando davanti alla casa di un suo amico,
con l'ipotesi che quello stesse “chiavando la serva”, né mi colse
impreparato. Certo mi sembrò in sé una sbruffonata. Per me
comunque chiavare era “fantascienza”!
Alla mia piccola amica romana, invece, sapere come e perché era
nata servì una volta per esprimermi la sua “passione”: mi confidò
che avrebbe voluto avere un bambino con me, non che avrebbe
voluto fare l'amore con me.
A proposito di quest'ultima espressione devo ricordare che quando
ero ancora un ragazzo fare all'amore significava all'incirca il
fidanzamento, che di solito, se non casto, era improntato alla
verginità. Fare l'amore è un'espressione che è venuta più tardi ad
affiancare modi di dire invece brutali - o aulici. L'altra credo che non
si trovi più se non in vecchie pagine, in vecchi film. “Fare sesso” è
molto meno legata, come espressione, a fidanzamenti e amori.

In definitiva esser arrivato da solo, in segreto, a sapere come e


perché era nato, a un ragazzino di sessanta anni fa poteva davvero
sembrare una gran cosa, ve lo garantisco
Via Isola dello sparviero

Avevo preso una stanza in affitto da gente del posto. La casa si


trovava in una stradetta dal nome incredibile: via Isola dello
sparviero. Sul mare, non lontano, passava l'agosto la ragazza che
mi aveva tenuto per anni a sé e che per molto tempo ancora mi
avrebbe causato inquietudine. Una sera rimasi a casa sua per
qualche ora dopo cena. C'era il suo fidanzato, sua sorella e altre
persone. Facemmo non so che gioco a carte. Ero interessato a
vedere da vicino il fidanzato, fin lì incontrato di sfuggita. Osservavo.
Non mi sono mai piaciuti molto i giochi da tavolo né tra questi le
carte. Arrivati a un'ora piuttosto tarda la fedifraga, diciamo così,
decise di andare a dormire. Salutò la compagnia e in particolare il
fidanzato, gratificandolo di un bacio sulla bocca. Subito dopo il
bacio, però, lei mi guardò sorridendo in un modo che non ho
dimenticato. Conoscevo quel sorriso. Tuttavia in quel caso risultò
come eccezionale, in connessione con il bacio.
Sapeva che mi trovavo lì, quella sera, per lei, che ero rimasto a
“giocare” per vederla, per guardarla, non solo: sapeva che passavo
quei giorni a F. per lei e che mi sarebbe piaciuto toglierla a quel suo
fidanzato per riportarla di nuovo a me. Baciando il fidanzato lei non
fece niente di speciale, ma quel sorriso, venuto un attimo dopo il
bacio e rivolto a me, quegli occhi illuminati, mi colpirono, mi
ferirono.
Avrebbe potuto risparmiarsi il bacio? Certo avrebbe potuto
risparmiarmi il sorriso. Ma troppo forte doveva esserne stata la
necessità.
In estate, specie allora che aveva poco più di venti anni, lei era
molto più graziosa che non durante le altre stagioni, quando
impallidiva e si faceva misera negli abiti banali che in città usava
indossare. Voglio dire che il suo sorriso estivo, quasi l'unico che io
abbia conosciuto, era splendido.

Molti anni dopo, diciamo venti, noi due tentammo di ricucire lo


strappo inferto da lei al nostro legame, e per diversi mesi ci
trovammo complici di una storia segreta. Ebbene, una sera che lei
era venuta in visita nella casa estiva dove stavo con mia moglie e
mio figlio - eravamo seduti in diversi su un balcone - lei mi scoccò
lo stesso sorriso di quell'altra lontana serata.
Era complice, ammiccante, adulterino, in entrambi i casi.
Arrivederci, Roma

Vidi la maggiore delle due sorelline romane per la prima volta alla
fine di una splendente mattina di Agosto, nel “58; stava davanti al
bancone del bar-posto telefonico pubblico di Centi, paffutella.
Assomigliava un poco a un mio coetaneo del posto, mi parve.
Saputo da un paesano che avevo preso un granchio scambiando
quelle due personcine per parenti, tornai verso casa.
Data la piccolezza del paese e la penuria di villeggianti, perfino in
Agosto, fu inevitabile che la incontrassi di nuovo. Presto
diventammo amici e cominciammo a passare molto tempo insieme,
io lei, sua sorella e mio fratello. Avvicinando tra loro le nostre
famiglie.

Da quell'estate ci siamo incontrati a Centi, dai primi di Agosto fino a


Settembre inoltrato, se non fino all'inizio dell'autunno o addirittura
dell'anno scolastico, ogni anno, dal 1958 al 1966. Fanno otto anni di
amicizia, di tenerezza, di incomprensioni, di lettere, di scambi di
visite, loro a Firenze, noi a Roma. Una volta entrambe le famiglie si
mossero in viaggio: a Napoli, con visite a Capri, a Ischia, in costa
amalfitana, a Paestum.
Avevamo sconfitto l'inevitabile trasformandolo in consuetudine,
quanto al nostro rapporto, alla nostra amicizia.
Insisto sull'inevitabilità dell'incontro solo perché è una mia scoperta
recente, e sembra impossibile che ci sia arrivato soltanto da
qualche anno. Voglio dire che a Centi non poteva non succedere
che noi divenissimo amici, quasi non c'era altra scelta, né per loro
né per noi. Del resto un'ipotetica antipatia avrebbe potuto impedirlo,
questo è vero.

Non più bambini paffutelli, ma adolescenti innervositi dalle famiglie,


dalle voglie, ci avvicinammo in un modo diverso, nuovo rispetto ai
primi anni, forse nel “61, quattordicenni.
L'amicizia si trasformò: senza dubbio sono stato innamorato di lei,
io. Tuttavia il nostro tempo era limitato all'estate, finiva settembre e
le cose ci separavano. Le lettere allora si moltiplicavano per
qualche mese, poi si dividevano per due, per tre, fino al silenzio.
L'estate successiva ci annusavamo per qualche giorno, poi la
nostra amicizia riprendeva forza. Solo che nel corso di un inverno,
non ricordo quale, lei mi scrisse che aveva iniziato a frequentare un
ragazzo più grande. Da allora iniziò per me la terza fase, dopo
quella allegra e quella appassionata: quella dolorosa, che seguitò
fino al “66.
Dopo riuscii a distanziarmi da lei e da Centi, ma non interamente, il
dente a tratti faceva ancora male, per esempio nel “69, quando in
primavera tentai di riconquistarla senza “fortuna”.
Una caterva di anni si è dopo accumulata tra noi, né ci vedemmo
più, quasi non sapendo più nulla lei di me, io di lei.

Più che quarantenni un'estate ci ritroviamo a Centi e cerchiamo di


riprendere il contatto perduto. E' la quarta fase.
Prima però qualche parola sul padre delle sorelline, e sulla madre.
Quest'ultima doveva esser stata bella, prima d'ingrassare
felicemente. Simpatica, ridanciana, aveva origini legate a Centi, e le
figlie le rinfacciavano di compiacersi di certe parole, dopo qualche
settimana di reimmersione nella lingua locale. “Insopportabbile”,
dicevano le ragazze.
Il padre era un giornalista figlio di un giornalista, anche lui toscano
di origine, per la precisione lucchese, ma fin dagli anni trenta
passato a Roma. Politicamente non andava d'accordo con il mio, di
padre, il quale una volta in sede “ortino”, il ritrovo all'aperto degli
adulti di nostra pertinenza, gli diede del “demagogo da strapazzo”
davanti alle signore e probabilmente all'anziano geometra oggetto
di persecuzioni da parte del contadino “armato di bacchiolo”. Erano
due persone equilibrate, però, i due signori, quindi non si
azzuffarono. Non so del resto che cosa il lucchese avesse detto,
prima dell'uscita, davvero notevole, di mio padre.
Comunque sia, il padre della mia carissima era “comunista”,
qualunque cosa ciò all'epoca significasse, e lavorava “a Paese
sera”, un giornale romano satellite del P.c.i. In un secondo tempo
collaborò con un programma “culturale” tv della Rai che s'intitolava
“L'approdo” e che mio padre si compiacque di rinominare l'abbrodo.
Da ciò si capisce che era “competitivo” e forse geloso del successo
dell'altro gallo tra le signore. Capita. Mia nonna diceva che il signor
Alberto era “una persona istruita”.
Un intellettuale, non solo un giornalista, e qualche volta per me fu
piacevole esser preso sul serio da lui, negli anni. Altre volte invece
voleva stare tra noi ragazzi e francamente disturbava, magari
insegnandoci a braccio levato, indice proteso, questa o quest'altra
direzione panoramica.
Abbastanza alto, aveva un bel viso e una magnifica chioma: si era
familiarizzato con il paese, esattamente ciò che mio padre non ha
mai fatto; talvolta però era scontento di sua moglie, l'accusava di
“perbenismo”, ma anche del luogo, un “covo di vipere”.
Questi momenti di rabbia giovanile è ovvio che me lo facevano
sentire vicino.

Ebbe una fine brutta come il padre mio, immediata però, senza
torture: fu investito da un'auto, e morì in poche ore.

Era brava e studiosa, la mia cara amica, quindi non veniva mai
rimandata a settembre, né “bocciata” come invece succedeva a me,
eppure seguiva lo stesso tipo di studi - difficili. Molti anni dopo mi
avrebbe rivelato tuttavia che quando ai tempi non capiva qualcosa,
non so più in quale settore, lo imparava a memoria, ciò che mi
lasciò basito. In effetti nelle sue lettere, nei mesi autunnali e in quelli
invernali, prima dell'immancabile silenzio primaverile reciproco, lei
mi illustrava le sue giornate di studentessa impegnata e con quelle
banalità mi deludeva. Tuttavia bisogna ammettere che la nostra
corrispondenza non era libera, nel senso che le mie lettere a volte
passavano sotto occhi diversi da quelli giusti. Si praticava
allegramente la scorrettezza e la sopraffazione, ai tempi, per quanto
noi la sapessimo già chiamare con tali nomi, oltre che “dittatura”,
così lei una volta.
Credo però che, a parte i timori di occhi indiscreti e censorii, la mia
amata non fosse incline all'amore epistolare. E invece a me andava
benone avere questa corrispondenza piuttosto fitta e sfogare i miei
wertherismi precoci – di prendere iniziative di viaggio a Roma non
mi veniva neppure in mente. E il telefono ai tempi era una noia, da
città e città. “Teleselezione”.

L'amica non ricordo che mi inducesse a provare le reazioni


appropriate al caso, chiamiamolo caso, quando stavamo vicini o ci
abbracciavamo, ciò che indicherebbe una mia totale immaturità.
Invece lei era più pratica, ecco che quindi “si mise” con un ragazzo
in carne e ossa romane, più grande di noi, magari già studente
universitario.
Io ero un attendista romantico, un epistolografo, lei no. Badava al
sodo. Cosa poi nei fatti fosse tale “sodo” non lo so. Comunque, con
quel tipo, era una faccenda seria - i due si sposarono, se non
sbaglio nei primi anni settanta. Lui non so perché la sposò; lei per
andarsene da casa, dove la madre pare la soffocasse. Così mi
avrebbe raccontato decenni più tardi. “Sono stata una stupida”.

Una volta la “stupida” lasciò che il promettente fidanzato mi


rivolgesse, in una lettera da lei diretta a me, la perentoria richiesta
di “lasciarla stare”. Vedi caso, quella lettera fu intercettata da mia
madre, che l'aprì e, dopo averla buttata, me ne riferì il contenuto.
Ero messo male.
Comunque all'inizio degli anni novanta, entrambi sposati e genitori,
ci incontrammo di nuovo e di fatto tentammo di riprendere il filo
perso. Ci scambiammo diverse visite, lei a Firenze, io a Roma, ma
la cosa non decollò. Non nel senso erotico, almeno.
Era una professoressa, non so se mi spiego, una professoressa
universitaria in trasferta, quando veniva a Firenze, e si presentava
come una professoressa universitaria anche a Roma. Ora, io sono
convinto che la vita accademica preservi l'avvenenza femminile
soltanto in casi rari, e non dico altro; inoltre, come sempre, anche in
questa quarta e ultima fase io ero esperto di lei, della mia amica,
nella sua versione estiva, mentre in versione invernale
d'abbigliamento lei appariva un po' troppo pissera per i miei gusti,
senza contare la “permanente”.
Finì come? Che io disdissi un appuntamento: lei non la prese bene
e troncò la sua chiamata, eseguita con pochi gettoni, senza poi
riprenderla, ciò che mi dette fastidio. Silenzio reciproco, dopo.

Una persona cui raccontai questa storia di minestra riscaldata, e in


particolare la fase finale, senza indugio mi disse che io mi ero
vendicato delle pene patite trent'anni prima a causa della mia amica
facendogliele pagare tramite seduzione prima, abbandono poi.
Di fatto è probabile che sia andata così. E lei, la mia amica,
avrebbe detto, come spesso faceva: il miglior perdono è la
vendetta.
Che mi resta di tanti anni di entusiasmo, di pena, di delusione, di
cinismo?
Non lo so.
Viola

Mio padre aveva un ottimo posto in tribuna coperta centrale, poche


file sotto la cabina del radiocronista - Niccolò Carosio o uno degli
altri venuti dopo, Ameri, Ciotti, Martellini eccetera. Di lunedì
comprava “Il Guerin sportivo” dove io mi sforzavo di leggere
“l'arcimatto”, rubrica di Gianni Brera; e in qualche caso i quotidiani
sportivi, che ai tempi erano quattro. Qualche volta mi portava,
bambino, con sé allo stadio. Mantenne quel posto fino al
campionato “78-”79.

Iniziai a seguire la Fiorentina in un periodo buono, attorno alla


prima metà degli anni cinquanta. La squadra vinse lo scudetto
“55-”56, nel “57 arrivò alla finale della coppa dei campioni, persa
con il Real Madrid (a Madrid) e negli anni seguenti ottenne il
secondo posto in classifica diverse volte.
Andammo all'ultima del campionato che la nostra squadra aveva
già vinto, nel Giugno del “56 – Genoa-Fiorentina - tornando da un
viaggetto in Costa Azzurra. Mio padre, mia madre e io. Vinse il
Genoa per 3 a 1. Piansi. Al termine della partita ci sobbarcammo il
viaggio di ritorno, allora lungo assai, tutta Aurelia fino a Migliarino.
Lungo la celebre SS n.1 gruppi di tifosi genoani ci mostrarono la
loro gioiosa ostilità sbandierando tricolori sgualciti e strappati, per
dileggio. Piansi.
Quando la mia squadra vinse il suo secondo e fin qui ultimo
scudetto, nel “69, ero preso da altre cose sia personali sia collettive,
per cui osservai con un certo distacco le manifestazioni di
entusiasmo viola, in città. Insomma, il secondo scudetto me lo sono
goduto poco.

Che razza di tifoso sono stato e sono?


Il mio sangue calcistico è certo viola, ma so governarne il flusso.
Oramai devo dire che prevale un certo distacco, se non tendo
all'atarassia, comunque quando la Fiorentina vince mi fa piacere,
quando invece perde e va male, ciò che accade spesso, so
farmene una ragione. Dopotutto, mi dico, non sono fatti miei.
Almeno non lo sono in concreto.
La Fiorentina è una causa perdente, se non persa, e non è stata
l'unica della mia vita, per cui il calcio mi serve da modello per
gestire la sconfitta, la sfortuna. In fondo godere delle cose buone
che “otteniamo” e tenere sotto controllo l'effetto delle cose cattive
non è una pratica sbagliata.

Per molti anni nel secondo pomeriggio della domenica ho fatto in


auto una certa strada che dalla campagna a est di Firenze porta in
città. Poco più di trenta chilometri. Presto notai che lungo la strada
principale di uno dei paesi che s'incontrano qualcuno esponeva una
grande bandiera viola al suo balcone, il “làbaro viola”, come recita
retorico l'inno della squadra. Per cui controllavo se il drappo
pendeva, sventolava, era spiegato o mancava senz'altro.
Interpretando questi segni come indicazione dell'esito della partita,
che ai tempi si svolgeva ancora solo nel primo pomeriggio. Mi sono
divertito di fatto a capire, più che il risultato della partita, la logica di
quello sconosciuto tifoso, che presto iniziai a ritenere un
“romantico”, infatti la sua bandiera poteva essere esposta anche in
caso di sconfitta, qualora, credo, lui ritenesse dignitosa la
prestazione.
Mancando il “làbaro viola”, potevo esser certo che la partita era
andata male, per quanto l'epistemologo dilettante che sono mi
avvertisse della possibilità che l'assenza fosse attribuibile anche ad
altre cause.
L'attribuzione causale è una materia di studio interessante in ogni
campo, meglio se si tratta di fenomeni che alla fin fine restano
ininfluenti sulle nostre vite. Come l'esito di una partita della squadra
del cuore.
Chi legge potrebbe certo chiedersi perché non accendessi la radio
e ascoltassi “Tutto il calcio minuto per minuto” o meglio la sua
appendice fatta di commenti. Preferivo attingere incertamente la
notizia presso quello sconosciuto tifoso “romantico” e non passare
sotto le forche caudine dei commenti degli specialisti, che stanno
indefettibilmente dalla parte delle potenze calcistiche nazionali, in
primis per l'innominabile a strisce. Quindi non dalla parte della
Fiorentina. Preferivo non farmi rovinare la domenica da quei tifosi
travestiti da professionisti del commento calcistico.
Come si vede ero coinvolto, dopotutto.

Già, il coinvolgimento c'era e c'è, ma non so né voglio


abbandonarmi ad esso; forse è una mia tendenza generale, quella
di tirarmi un poco indietro, sempre, di restare sulle mie. Il
coinvolgimento lo tengo chiuso dentro di me. E' utile del resto
cogliere intellettualmente il punto dove sembra che la posta in gioco
sia modesta. Com'è del calcio in me.

Il tizio o beninteso la tizia che esponeva o non esponeva la


bandiera viola non mancava di coraggio, in realtà, infatti già alle
porte di Firenze brulicano i gobbi a strisce, coloro che optano per le
squadre più forti, più vincenti, per l'innominabile prima di tutte. Bella
forza! Per cui magari quella bandiera lui (lei) la pagava in termini di
sfottò eccetera.
Incredibile quanti gobbi a strisce ci siano in Toscana; per dire, a
Centi in Maremma secondo quanto mi ricordo c'era ai tempi solo un
tifoso della Fiorentina, gli altri erano tutti della confraternita dei
gobbi a strisce. Beninteso, ci sono gobbi e gobbi, secondo me: i
meno raffinati vanno giù piatti e tifano per l'innominabile; poi ci sono
gli altri, che optano per l'Inter o per il Milan. Infine non mancano gli
originali, che magari stanno per la Roma, o addirittura per la Lazio,
per il Torino.
Anche in città si annidano gobbi in incognito, perfino tra i miei
parenti ce ne sono due. Seguono la loro squadra in trasferta, ma si
radunano all'esterno della città, all'alba. Arriva il pullman e via.

Niente da fare. Sono nato a Firenze, ci sono cresciuto, ci ho vissuto


e ci sono diventato vecchio, non posso che stare per la Fiorentina,
che di Firenze certo non è l'emanazione più felice, ma almeno è
un'emanazione condivisa da tutti.

Uno dei miei amici di un tempo tifava per la Roma, eppure è


fiorentino. Gli chiesi perché mai tifasse o insomma tenesse per
quella squadra. Sai, mi rispose, la scelsi da ragazzo “perché era la
squadra della capitale”.
Un'amica mi raccontò invece che suo figlio tifava per il Torino
perché una volta loro due erano in vacanza proprio dove i giocatori
torinisti facevano la preparazione estiva. Il bambino un giorno si
trovava nei paraggi del campo di allenamento e vide da presso quei
campioni. Ecco come diventò “torinista”.
Uno dei miei clienti, quando facevo l'analista, mi raccontò, povera
anima, che era tifoso dell'innominabile - fu lui a rivelarmi che i suoi
compari si trovavano fuori città all'alba e partivano in pullman. In
realtà non era fiorentino, ma di un paese della provincia, per cui era
perfetto come potenziale gobbo a strisce.

Le maglie viola in notturna tv sul verde del “terreno di gioco” fanno


un contrasto di colori tra i più belli che io conosca. Splendido
quando gli altri hanno la maglia a strisce bianche e nere.
Tv sorrisi e canzoni

Fausto Cigliano, cantante e chitarrista, negli anni sessanta era


piuttosto conosciuto. Mi sono ricordato che alla nonna piaceva
vederlo in tv perché le ricordava il marito, Carlino, morto trent'anni
prima. Volendo, Fausto Cigliano, esecutore di canzoni napoletane e
chitarrista, negli anni sessanta assomigliava al nonno Carlino,
almeno stando alle foto. Ho controllato in Internet. Nato nel “37, è
ancora vivo. Dopotutto ha solo dieci anni più di me.

Una volta insieme alla nonna, eravamo da soli in casa, facemmo


tardi non a sentire Fausto Cigliano in tv, ma ci capitò di vedere quel
famoso film muto, “Il gabinetto del dottor Caligari”. Io ero un
bambino, avrò avuto al massimo nove anni, rimasi impaurito, tant'è
vero che iniziai subito quella notte a rivedere nel buio le scene del
film, in particolare quel personaggio con i capelli bianchi arruffati.
Non dico che l'insieme mi abbia perseguitato per anni, però non fu
male, come effetto. Il regista Wiene ne sarebbe stato contento,
penso. Come Murnau, di cui nei primi anni sessanta una sera a
Centi vidi in tv “Nosferatu” per la prima volta. Io la nonna e la
maggiore delle sorelline romane, a casa nostra, su al “castello”.
Finito il film accompagnai la mia amata - che aveva già iniziato a
tormentarmi - a casa sua, in effetti distante un centinaio di metri
dalla nostra. Mi trattenni un poco. Era settembre, tardi, nessuno in
giro, tirava quel po' di vento che tra le pareti dei vicoli fischiava e
faceva ballonzolare le lampadinucce dell'illuminazione pubblica.
Una fifa! Ero però diventato un cultore di “Nosferatu” di Murnau e
dopo lo sarei stato del rifacimento fatto da Herzog.
La nonna quel settembre mi rimproverò perché mi trattenevo a
lungo nella casa della mia amata, di sera, e davo luogo a
chiacchiere in paese. Anche i miei coetanei proletari mi
motteggiavano in proposito, e io non dicevo né no né sì. La realtà
era no. “Glielo hai piantato il bastone?”, mi chiese uno.
Otto e mezzo

“Otto e mezzo” uscì nel Febbraio del 1963. Avevo sedici anni e
frequentavo la quinta ginnasio. Del film capii poco a causa della mia
scarsa esperienza di vita, a causa della povertà della mia
strumentazione intellettuale, e a causa del linguaggio
cinematografico di Fellini, approdato in quegli anni alla
valorizzazione del mondo onirico nel suo cinema. Non ero
preparato a parlare del film in classe, insieme alla professoressa di
lettere, come vidi, una volta, che stavano facendo alcuni miei
compagni bravi durante un momento di “vacanza” dalle normali
lezioni. Forse eravamo verso il termine dell'anno scolastico, quando
un certo rilassamento aveva luogo tra certi allievi e certi professori?
Non importa, non ero tra i bravi. Certo mi sentivo estraneo e
impossibilitato a prender parte a quella conversazione, di cui non
ricordo nulla se non la mia sofferta, ma fiera, estraneità. Spiazzato,
ripeto, dal linguaggio del film, ne ero però affascinato. Non sapevo,
come solo dopo cinque decenni avrei intuito, che in me agisce la
fascinazione, prima, se non al posto, della comprensione, e che
spesso non so davvero che cosa dire.

Anni fa trovai un breve libro di Marguerite Duras, L'amante inglese,


che mi piacque molto in fatto di rappresentazione dell'estraneità
della protagonista. Ebbene, un pomeriggio mi trovavo in una
compagnia che ancora non conoscevo bene e che non mi
conosceva bene. Volendo esprimere la mia adesione al libro, per dir
così, mi trovai privo di argomenti. Vidi che mi guardavano perplessi,
allora da me scaturirono le seguenti parole: “non sono preparato a
parlare di questo libro, ne sono affascinato”. Non so quanto l'amica
capisse, ma a me la formula piacque.
Dirò di più: le parole possono certo distruggere la fascinazione, se
non ne sono all'altezza (e quasi sempre è così). Per cui il mio
assistere, circa sessanta anni fa, alle chiacchiere del resto spigliate
di una professoressa con alcune compagne e alcuni compagni su
“Otto e mezzo”, senza parteciparvi, mi appare oggi rispettoso della
mia fascinazione, non solo, e banalmente, come un segno di
estraneità patita. Goduta, piuttosto, senza esserne consapevole.
Belle e cantanti

Da ragazzino coltivai per un certo tempo un'idea che mostra il tipo


di testa che avevo. Guardando in tv spettacoli di canzonette
ritenevo che le brave cantanti non potessero essere anche belle -
che le belle cantanti non potessero essere anche brave.
Naturalmente oggi tale idea, che era certo una idiosincrasia, è
improponibile, difatti non esistono cantanti che non siano anche
“belle”. Il look oggi è tutto, e i trucchi di ogni genere non mancano.
Tuttavia io mi riferisco alla fine degli anni cinquanta, primi sessanta,
quando in effetti il look non era tutto né credo che i cantanti e le
cantanti si producessero aprendo la bocca su una base registrata.
Penso a “brutti” come Luciano Tajoli, Claudio Villa, come la
monumentale Nilla Pizzi, come Lucia Mannucci del “Quartetto
Cetra”, di cui due membri maschili su tre erano bruttini, penso ad
Aurelio Fierro, a Renato Carosone.

Mi stanno tornando in mente soprattutto uomini!

Pensavo che, se erano belle, non fosse giusto che fossero anche
brave? Che se erano brave non avessero bisogno di essere anche
belle?
In realtà Nilla Pizzi, valuto, non era affatto brutta. Al massimo extra
large. Non so. C'era in me un moralista, un “giustiziere”, uno che
credeva nell'equità della distribuzione dei talenti alle donne? Questo
sembra sicuro.
Del resto la richiesta di “bella presenza” valeva anche allora. Anche
fuori dal mondo dello spettacolo.
Ero crudele nei confronti delle donne, sospettoso di loro inganni?
Masticavo già una certa “consapevolezza” della funzione delle
“raccomandazioni”?
Una bella doveva essere “raccomandata” e poteva “sfondare”
anche senza saper cantare? Pensavo più o meno questo.
Ce l'avevo con le donne, è sicuro. Agiva in me un qualcosa di
moraleggiante e misogino.
Stoltezza giovanile

Un incidente di moto aveva causato la morte di uno studente del


liceo che si trova in piazza del Risorgimento. Non lo conoscevo, il
defunto, mentre invece sapevo chi era il guidatore della moto in
questione. Scendendo da Fiesole alla prima curva verso sinistra il
Vecchiali aveva forse commesso un errore e lui insieme al
passeggero erano finiti contro un muro.
Andai a vedere il luogo. Oggi il cancello della villa vicina alla curva
sta chiuso, invece ai tempi, 1964 mi pare, era aperto e subito dietro
un battente del cancello c'era la moto, una Gilera 98, appoggiata da
una parte. Aveva il cerchione della ruota posteriore rotto. Non so
perché mossi con una mano la leva del cambio ed ebbi
l'impressione che fosse inserita la seconda marcia. Ero solo.
L'anno successivo, credo, il Vecchiali subì un processo, era
accusato di omicidio colposo. Logicamente i genitori del ragazzo
morto - ricordo in tribunale soltanto il padre - erano disperati e
inferociti con il Vecchiali, che aveva la fama di motociclista
spericolato. Io mi ero proposto come testimone del fatto che la moto
aveva la seconda innestata. Che il Vecchiali guidasse in seconda
era un segno ragionevole che la sua guida non era stata, su quella
curva, azzardata, per cui ero un testimone a discarico.
Interrogato dal giudice risposi “correttamente” quanto alla posizione
della moto dietro il cancello e alla marcia ingranata. Dissi anche che
il cerchione della ruota posteriore era rotto, ma sfortunatamente,
provocato dall'atteggiamento ostile dell'avvocato dei genitori del
ragazzo morto, spropositai che il pneumatico era “squarciato”. Non
era vero. Subito il giudice mi beccò in fallo, mi rimproverò e mi
liquidò “per il mio bene”, infatti avrebbe potuto, disse, accusarmi di
falsa testimonianza. Mentre con la coda tra le gambe, eppure
incazzato nero, me ne andavo, disse a voce alta l'avvocato dei
genitori del ragazzo morto: “Questa è la fine dei testimoni falsi!”
Non lo ero, peccato che fossi stato catturato dalle provocazioni di
quell'avvocato e dai dubbi del giudice, e avessi reagito in buona
fede con quel particolare dello pneumatico “squarciato”.

L'episodio mi turbò moltissimo e insieme mi ferì il fatto di aver detto


quella sciocchezza che aveva distrutto la mia testimonianza, già
discutibile in sé, difatti che il cambio fosse in seconda non voleva
poi dire molto – poteva averlo mosso qualcuno dopo l'incidente
mentre spostava la moto dalla strada. Non ricordo a chi ne parlai,
non certo a mio padre!

Qualche anno fa rievocando l'intera cosa mi lasciai andare alla


congettura narrativa che l'episodio mi avesse segnato, che da
allora, da quella primavera del “65 o del “66, io mi fossi sentito un
reietto comportandomi negli anni successivi come tale.

Non ricordo come finì il processo. Io mi sentii condannato, e in


effetti ero stato colpevole.
Tuta blu

Giorni fa camminando qui vicino ho visto uscire dal portone di una


delle palazzine borghesi che sono caratteristiche del quartiere un
uomo in abiti da lavoro. Un muratore o un imbianchino, ho pensato,
all'opera in qualche appartamento. Ma chissà. E mi è tornato in
mente il Pini. Era un elettricista molto meno giovane di mio padre,
che abitava al nostro stesso piano quando stavamo dalle parti di
piazza delle Lavandaie. Aveva moglie e due figlie, il Pini, una
piccola, antipatica e però non priva di attrattive - l'altra, la maggiore,
faceva la maestra. Usciva di casa vestito con una tuta blu, il Pini,
evidentemente era il suo abito da lavoro: aveva una bottega,
qualche strada oltre, dove vendeva materiale elettrico, ma non era
solo un negoziante; invece, io credo, eseguiva riparazioni o
installazioni a domicilio. Da cui la tuta blu. Era corpulento, grintoso,
un po' alla Jean Gabin, né dava relazione. Lo credo!
Alle medie feci qualche ripasso, se non sbaglio d'inglese, con la sua
figlia più grande, che tra l'altro è l'ultima persona nota che ho
incontrato in quel quartiere, molti anni più tardi, dopo che mio
fratello e io avevamo venduto, morta nostra madre, il nostro
appartamento di rimpetto al quale vivevano i Pini. L'uomo che ho
visto uscire da un portone giorni fa, mi dico, potrebbe essere stato
un imbianchino o un muratore in abiti da lavoro che abita in questo
quartiere di palazzine borghesi perché ne ha i mezzi, non un
operaio attivo in qualche appartamento altrui. Mi dico quindi che in
me agisce alla zitta quel qualcosa che agiva, però scopertamente,
nel padre mio, il quale si dichiarava seccato di vedere il Pini
scendere le scale e risalirle vestito in tuta blu da operaio nella
stessa palazzina dove abitava l'avvocato Umberto Cosimi, cioè il
padre mio, e altri piccolo-borghesi, gente comunque che non
indossava tute blu.
Negli anni ottanta, mi pare, comprai una tuta blu da meccanico in
una merceria vecchia e stracolma di roba che sopravviveva sotto
casa mia, in Porta Romana. Sopravviveva - nel senso che entrarci
era un'esperienza di viaggio all'indietro nel tempo.
Economicamente era florida, sempre piena di clienti di ogni tipo.
Borghesi e proletari, signore e “donnine”. La gestivano due miei
coetanei, moglie e marito, e due vecchi, genitori non so di quale dei
due sposi. Anch'essi appartenevano a un'epoca lontana, quella del
Pini, mancato presto e quindi non più portatore di disturbi piccolo-
borghesi al padre mio. La mia tuta blu, che avevo comprato senza
provarmela - per scappare subito dall'asfissiante merceria d'epoca -
l'ho poi usata ben poco, per aggeggiare alla moto del momento, e
infine buttata. In mente non avevo il Pini, ma i meccanici che avevo
conosciuto e via via frequentato. Mi permetto di ricordare a chi
legge che si tratta di un tipo di indumento monopezzo dotato di una
lunga cerniera lampo che inizia dal “cavallo” e finisce alla gola. Non
è facilissima da indossare, bisogna “infilarcisi” - a meno che non sia
enorme. La mia non era enorme, in compenso era pensata per un
uomo dotato di gambe lunghissime. Tentai di correggerla da solo e
rovinai tutto. Non di rado, quando ero ancora pienamente valido, ho
fantasticato di propormi come “garzone” gratis a uno dei miei amici
meccanici. Di moto, è ovvio.

Tornando al Pini, non mi ricordo quale effetto mi facessero ai tempi


le considerazioni, comunque non insistite, dell'avvocato Umberto
Cosimi, cioè del padre mio. Di fatto le ho incamerate, quindi devono
aver attirato la mia attenzione. E oggi mi ritrovo a pensare che un
tizio in abiti da lavoro macchiati di bianco uscente da un portone
borghese, diciamo, debba essere un lavoratore all'opera in un
appartamento della corrispondente palazzina borghese. Quando
invece potrebbe essere il proprietario dell'appartamento che esce
per andare al lavoro. Come sessanta e più anni fa il Pini.
Psicofilìa

Di clienti, non dirò “pazienti” per non creare equivoci sul genere di
lavoro - “psicanalitico” - che ho fatto dal 1976 ai primi anni del
nuovo secolo, ne ho avuti qualche decina.
Non è facile calcolare quanto ho incassato da loro, tentai una volta
di congetturare una cifra a spanne, ma non mi ricordo il risultato.
All'inizio prendevo poco, cinque, dieci, quindicimila lire a seduta; poi
sono passato a venti, trenta, trentacinque, cinquanta, fino a
centomila, da ultimo. Passati che fummo all'euro ne ho chiesti
cinquanta o sessanta.
Ogni seduta durava un'ora. Mi facevo pagare alla fine del mese, ma
qualche cliente mi pagava all'inizio di ogni seduta; in un caso, per
decisione della cliente, venni pagato in anticipo con una cifra
attorno alle cinquecentomila lire.
Ricevevo in casa, poi divenuta studio; lasciato l'appartamento, nel
“93, ebbi un nuovo studio, per quanto non adeguato in quanto privo
di una stanza di attesa.
Vis à vis, sempre.
Mai avuti più di tre o quattro clienti nello stesso arco di tempo.
Spesso ne ho avuto uno solo.

La mancanza della stanza di attesa in un caso mi causò un


incidente spiacevole e ridicolo insieme. Venne un mio coetaneo,
credo, in anticipo sull'ora fissata. Era il primo incontro. Lo invitai a
tornare all'ora giusta. Non è che avessi un altro cliente o chissà
che, ma volli fargli capire che l'orario si deve rispettare. Tornato
poche decine di minuti dopo all'ora fissata, costui mi chiese subito
di andare in bagno. Indugiò alquanto. Poi avemmo l'incontro,
durante il quale mi disturbò l'interrogativo circa quel che lui poteva
aver fatto durante quella sosta eccessiva.
Si presentò come omosessuale, malato di Aids e
tossicodipendente; raccontò che era scontento del suo terapeuta e
voleva ricominciare con me. Parendomi alquanto antipatico gli
consigliai di insistere con il collega - certo se si fosse trattato di una
donna “simpatica” non avrei fatto questo genere di mossa. Al
termine dell'incontro lo accompagnai alla porta senza farmi pagare -
“lasci stare” - e subito andai in bagno a vedere che cosa era
accaduto in quei dieci e passa minuti di sosta.
Doveva aver avuto un accesso di diarrea, infatti era sporco il
lavandino e un asciugamano. Non che non avesse tentato, quel
disgraziato, di pulire! In preda al massimo disgusto dovetti
rimediare a quello schifo.
Se avessi avuto la stanza di attesa lo avrei fatto entrare in anticipo
per aspettare l'ora giusta, e lui forse non avrebbe patito l'accesso
descritto.
Su quest'incidente ho scritto un testo che è stato inserito in
un'antologia di resoconti “clinici”. La gloria! So inoltre che qualcuno
lo ha letto durante un corso di formazione suscitando parecchia
ilarità. Vedi le storielle sulla merda.

Di porcherie simili non me ne sono capitate altre, al massimo mi è


successo di vedere che il cliente si era portato dietro un cane,
oppure che la cliente si era portata dietro il marito. Una volta.

Beninteso, il tizio di cui sopra non si è più presentato.

Il mio primo cliente, siamo nel 1976, era molto “disturbato”, faceva
fatica a non cadere completamente nei suoi deliri. Era un mio
coetaneo che aveva esaurito la pazienza degli amici, compagni
appartenenti a un movimento politico di estrema sinistra allora in
auge. Costoro si erano stufati di ospitarlo nelle loro case e di
“contenere” lui e tutte le sue stramberie, per cui cercarono un
“analista” tra i “compagni”. Qualcuno mi chiese di indicare un nome
e io commisi l'errore di proporre me stesso.
Non erano due anni che stavo facendo la mia prima “analisi”, non
avevo l'esperienza necessaria per lavorare con un soggetto così
difficile come il “compagno” delirante, disoccupato, ripudiato dalla
moglie eccetera.
Stoltezza giovanile!

All'inizio non mi facevo pagare; a parte che lui non aveva soldi e
viveva all'incirca come un barbone, è probabile che la gratuità fosse
un mio modo di non sentirmi del tutto responsabile di quel che
avevo iniziato a fare.
Dopo un annetto iniziai a farmi pagare una sciocchezza, cinquemila
lire - oggi sarebbero circa venti euro.
Se il cliente ideale è, come qualcuno ha malignamente scritto, “una
ragazza carina, ricca, intelligente, colta e con pochi problemi”,
bene, io avevo iniziato come peggio non si poteva. Comunque certo
sono stato un sostegno per Dino: per anni ha avuto solo me come
punto di riferimento.
Veniva due volte alla settimana. Questa è stata la misura che ho
utilizzato per anni, passando poi a una seduta per settimana a
causa delle scarse disponibilità anche economiche dei miei clienti.

Ero un cosiddetto “analista selvaggio”, per quanto un collega una


volta mi abbia suggerito l'ipotesi che io non lo fossi abbastanza!

La mia formazione in corso, per altro agli inizi, era in quegli ultimi
anni settanta minata dal fatto che i suoi giusti parametri (estraneità
reciproca iniziale, tempo, luogo, soldi, cadenza) erano invece
traballanti. Invece di aver riguardo per il cosiddetto setting io ero
animato da una sorta di psicofilia che certo non deve mancare a un
“analista”. La mia passione mi sosteneva, insieme alla stoltezza
giovanile (avevo sui trent'anni), e forse aiutava oscuramente Dino.

Dal “77 ho avuto altri clienti, oltre a lui, inamovibile: anche giovani
più o meno in crisi a causa della progressiva distruzione dei loro
”contenitori” politici. I miei clienti soffrivano il “riflusso”!

Con le donne, anche “carine, intelligenti” eccetera, c'era il problema


più ovvio. Mi tenevo o cercavo di tenermi al di qua di un
coinvolgimento inadeguato, controllavo i miei desideri! Qualche
volta mi sono “innamorato”. Forse due volte, in effetti. Però non
dovevo sbilanciarmi su quella strada, ero o non ero un
professionista? Certamente non lo ero, ma ci provavo. Risultato:
ero inibito, in seduta; salvo qualche goffaggine che mi scappava.

Pian piano, grazie allo studio e a qualche fuoriuscita dall'area


“formativa” mia iniziale, inquinata dal fatto che io ero partito
preconoscendo i miei analisti e loro preconoscendo me, cominciai a
curare il setting e sistemai la mia psicofilia in una cornice più seria.
Peccato che nel frattempo la tipologia dei clienti fosse cambiata.
Non avevo più persone in crisi a causa del naufragio prima del
“sessantotto”, poi del “settantasette”, persone che avevano “dei
problemi anche seri e non ragionavano male”. Avevo invece
autentici “pazienti” afflitti da guai noiosi - noiosi almeno per me!
Qualche volta mi è successo, ebbene sì, di sorridere, se non
addirittura di ridere, certo senza malignità, se una donna mi riferiva
delle “vasche” in piscina che era costretta a fare per “scaricarsi”, o
se invece mi raccontava drammatici pomeriggi domenicali trascorsi
a svuotare gli armadi di casa per poi riempirli di nuovo! Se un
coetaneo mi confessava con aria tragica di esser “tornato” alla
masturbazione!

Infine ho smesso di avere clienti. Di cercarli non mi andava. I


colleghi fiorentini, che io scansavo all'incirca come lebbrosi,
ovviamente non me ne inviavano. Per cui ho smesso, anzi sono
stato dismesso io.

Nei primi anni novanta una mattina trovai in cassetta la lettera di


una pronipote di Sigmund Freud. Aveva avuto il mio indirizzo da
una sua collega romana cui avevo dato in lettura, qualche anno
prima, un mio scritto su Proust. La pronipote di Freud desiderava
che un suo libro su Proust fosse tradotto e pubblicato anche in Italia
e si era rivolta alla collega romana, piuttosto nota nell'ambiente.
Mi trovai così tra le mani quella lettera venuta dall'estero, dunque, e
mi misi all'opera per tradurre il libro. Ero certo che la nota
psicanalista romana avesse le entrature necessarie per far
pubblicare la mia traduzione. Invece non aveva tali entrature, o non
le interessava usarle per la collega; anzi credo che in pratica mi
avesse passato la patata bollente.
Tentai presso alcuni editori pensando che il nome dell'autrice
aprisse le loro porte, ma non successe nulla. Per cui m'impegnai a
far pubblicare almeno stralci del libro da riviste del settore. Questo
mi riuscì in due casi.
Sarebbe finita in questo modo, ma un lunedì mattina, anni dopo, in
segreteria telefonica trovai un messaggio della tipa che mi avvisava
della sua presenza a Firenze per un congresso di psicanalisti. Non
mi aveva invitato a partecipare in qualche veste al congresso. Mi
avvisava: Firenze, albergo tal de' tali. Chiamai l'albergo, sede del
congresso; mi fu detto che era terminato il giorno prima, domenica.
Io in studio il sabato e la domenica non andavo, né vado, per cui
avevo udito il messaggio in ritardo.
La morale della storia? Non saprei.
La scritta invincibile

Fissai una volta del nastro adesivo trasparente alla ribaltina della
mia scrivania; era una scritta: “W il Psi”. Avrò avuto quattordici o
quindici anni, mi pare che si tratti della mia prima “esternazione”
politica. Nel Luglio 1960, a Fiumetto, avevo invece commentato ciò
che stavano dicendo due signore al bagno sulla mezza rivoluzione
in corso quell'estate: “che schifo!”, avevo detto, schierandomi dalla
parte dell'ordine. “Morti di Reggio Emilia”. In un paio di anni avevo
dunque acquisito nuove idee e le esprimevo in modo solido, per
quanto visibile soltanto a ribaltina chiusa e contro luce. Del resto a
distanza di quasi sessanta anni la traccia è rimasta sul legno. Ecco
il perché della sua “invincibilità”, termine che allude a un testo
poetico di Brecht.
I fattori esterni di tale passaggio dalla condivisione delle paturnie di
due signore al bagno all'evviva a un partito com'era allora quello
socialista stavano, credo, in parte nelle opinioni da me colte in certe
frasi del mio professore di lettere delle medie, in parte nelle opinioni
della mia piccola amica romana, di famiglia “comunista”.
Scrivere “W il Psi” sulla ribaltina della scrivania significava
esprimere in casa la mia divergenza rispetto alle idee di famiglia,
non certo “di sinistra”. Scrivere e sia pure in modo seminvisibile “W
il Psi” significava manifestarsi come “opposizione”.
Da allora fino a pochi anni fa sono stato fedele alle idee “di sinistra”;
agli ideali del socialismo sono ancora legato. Attorno al 1966 mi
iscrissi al Psiup, partito socialista “di unità proletaria”, di cui rinnovai
la tessera e fui militante all'incirca fino al 1968, anno in cui molte
forme della politica vennero messe da parte. Militai anche nella
sinistra extraparlamentare, poi, esattamente in “Potere operaio” fino
al 1973, quando smisi di fare politica perché avevo l'impressione
che la militanza potesse costarmi cara, a fronte di un minoritarismo
certo perdente.
Dopo il 1973 ho seguito la politica e i fatti riconducibili alla politica
tramite la lettura dei quotidiani, l'ascolto dei giornali radio e dei
telegiornali, scrivendo in proposito qualche riga sui miei quaderni.
Durante gli anni ottanta sono rimasto però influenzato dalla mia
lettura quotidiana de “La Repubblica”, che era ed è un organo
imperialista di sinistra. La definizione non è mia. Qualcuno - non so
chi possa essere stato - mi fece trovare però nella cassetta delle
lettere un periodico marxista-leninista, Aginform, per cui ebbi modo
di uscire dalla melma in cui ero scivolato durante gli anni ottanta.
Se non altro potevo leggere opinioni e interpretazioni legate ai miei
ideali giovanili, socialisti. Divenni “comunista” come mai prima ero
stato. Appresi, come quel tizio che ignorava di “parlare in prosa”, di
essere stato un “trotzkista”, ai tempi. Nel 2005 andai a sentire
presso un dopolavoro ferrovieri i marxisti-leninisti de Il Bolscevico
che commemoravano, come avviene ogni anno, l'anniversario della
morte di Mao Tse Tung. Erano tutti in camicia rossa, gasati e
motivati, la sala esponeva ritratti di Mao, ma anche di Marx, Engels,
Lenin e Stalin. Ascoltai per un po', quindi mi allontanai come mi
avviene spesso di fare durante le conferenze. Lessi il periodico Il
Bolscevico senza l'interesse con cui avevo letto e leggevo il
periodico che qualcuno misteriosamente mi aveva mandato e di cui
poi divenni un abbonato.
Comunque in quegli ultimi anni novanta, dopo il rimbecillimento
“progressista” indottomi da “La Repubblica”, mi interessai come
ancora non mi era accaduto fin lì alla storia del comunismo, a
Lenin, a Stalin, al trotzkismo. Mi tirai fuori dalla condizione di
“democratico progressista” mentre stava accadendomi qualcos'altro
di molto notevole. Prendendo casa all'Impruneta, nel “98, ci avevo
trovato una ventina di libri: in quel mucchietto mi colpì la presenza
della Storia della repubblica di Salò, di F.W.Deakin, edito da
Einaudi. Ebbene, dopo averlo selezionato e messo da parte - “non
si sa mai” - alla fine lo lessi, credo nel 2005. Senz'accorgermene
tentavo di rispondere alle domande sul dopo 8 Settembre “43 che
non avevo posto a mio padre e che da parecchio tempo non potevo
più porgli. Lessi anche con grande piacere i libri di Beppe Fenoglio.
Iniziai ad appassionarmi al biennio “43-”45, alla guerra intestina,
alla RSI, cercando di calarmi in quel periodo che è tra i più
interessanti per chi, come me, è nato poco tempo dopo il suo
termine e ne ha fiutato inconsapevolmente gli odori. Infine mi trovai
in disaccordo con il me stesso che aveva vissuto di “idee ricevute”
fino a poco tempo prima, iniziai a empatizzare con i fascisti, a non
scansare schifato il fascismo, e continuai a leggere. Lessi Carlo
Mazzantini, A cercar la bella morte, Ruggero Zangrandi, Il lungo
viaggio attraverso il fascismo, accumulando una piccola città di libri
attorno alla “chiesa”, la già menzionata Storia della repubblica di
Salò di Deakin, che in realtà s'intitola The Brutal Friendship.
Mussolini, Hitler and the fall of Italian Fascism (1962). Cercavo di
capire cos'era stata la “repubblica sociale”, cos'aveva “fatto”
Mussolini, cosa era stato costretto a fare, a non fare. Ho addirittura
letto un libro di Pino Romualdi sul Fascismo repubblicano!
A parte la mia messa in atto del bisogno di sapere che cosa fosse
stato mio padre ai tempi, e che tempi! - mi si allargarono le idee, i
polmoni, capii che ero stato imbrogliato, fin da quando ero un
ragazzo, dalla vulgata resistenza-liberazione-repubblica
democratica. E che mio padre, mia madre, non so mia nonna, non
avevano alzato un dito contro l'imbroglio. Per il quieto vivere? Non
lo so perché.
Noi eravamo stati sconfitti nella guerra “40-”45, altro che liberati!
Noi eravamo occupati dai vincitori e dalle loro basi militari,
eravamo, se non una colonia, un Paese a sovranità limitata. E
questo già lo sapevo, “da sinistra”.
Iniziò a sembrarmi che l'antifascismo, almeno quello di maniera,
fosse conformismo. Ragion per cui ebbi la reazione di empatizzare
con gli “esuli in patria”, cioè con quei fascisti che, come forse i miei
genitori, avevano dovuto inghiottire rospi su rospi “resistenziali e
democratici”.
Quattro anni fa, finalmente mi abbonai a un periodico di cultura
politica “non conformista”, Diorama, da cui ricavo idee che parlano
con le mie e che non so dove mi porteranno.
Intanto la mia deriva trovava vigore nella miseria dei rappresentanti
dei partiti di sinistra, che non erano più di sinistra se non nel senso
del “progressismo democratico”, che avevano rinnegato gli ideali
non dico del comunismo o del socialismo, ma perfino della
socialdemocrazia.
Arrivato alla mia età, è logico, non ho più alcun partito, non voto per
alcun partito – partito? Resta sul legno della mia scrivania la traccia
della scritta - invisibile o invincibile, non saprei.
Collage

Per anni ho ritagliato, e ancora lo faccio, articoli di giornale, foto,


grafici in vista di una “documentazione” che poche volte è avvenuta,
almeno consapevolmente. Con le foto ho composto collage
incollandole quasi sempre su pagine doppie di giornale. Ne ho una
grande valigia colma. Costume, pubblicità, politica, donne.
Finiranno prima o poi in un “cassonetto” dedicato alla carta, ne
sono sicuro, se non verranno esposti da qualche improbabile
“gallerista” compiacente. Prevedo che finiranno al macero: o tutti
insieme, magari al momento frenetico di un trasloco, o un po' alla
volta.

Ieri ho ritagliato dal Corriere della sera una foto in bianco e nero di
Ingeborg Bachmann, poetessa e pensatrice austriaca, colta mentre
porge una sigaretta accesa a un uomo per fargli accendere la sua,
forse durante un ricevimento - entrambi seduti, lei sorride. Per
infilarla tra le pagine di un suo bel libro su Wittgenstein, Proust e
altri, Il dicibile e l'indicibile (Adelphi) - ecco un altro uso che faccio
dei ritagli. Sono andato a ricercare un certo cartoncino arrotolato
per riporvela in attesa di eseguire l'inserzione. Il rotolo, dispiegato,
ha mostrato una certa quantità di ritagli di giornale dimenticati
dentro.

Sono: un disegno a colori che mostra due teste affiancate, una


certamente di donna, l'altra non saprei. Sono teste nordiche,
bionde. La certamente donna guarda verso la mia destra, non
sorride, sembra perplessa, non triste. Capelli lunghi, lisci, folti.
S'indovina un abito verde, scollato. L'altra testa guarda verso la mia
sinistra, potrebbe essere una donna, assomiglia all'altra e, ora che
ci penso, entrambe assomigliano a Ingeborg Bachmann; ha i
capelli biondi, ma scuri, molto più corti dell'altra; sotto, una camicia
bianca dal colletto aperto. Sorride appena, sembra più certa di quel
che le sta capitando. Il disegno potrebbe essere copiato da una
foto. Devo averlo ritagliato in vista di un collage. Realismo
grossolano, ma attraente. Bellezze “ariane”!

Il secondo ritaglio mostra “dove hanno le armi” (un posto lo saprei)


gli Stati Uniti e la Russia. I primi le hanno ovunque, ma poche in
Asia. La seconda le ha sul proprio territorio, enorme, in un Paese
dell'Africa occidentale, sulla costa, che non so quale sia, in Siria e
in Viet Nam. Avrò ritagliato questa cartina degli armamenti delle
cosiddette superpotenze per usarla al momento polemicamente
opportuno in uno dei miei “blog”. Gli Usa sont partout.

Il terzo ritaglio, certo destinato a un collage come il primo, è una


foto che mostra una ballerina “classica” che si appoggia, se non lo
spinge, a un carrello colmo di prodotti - sullo sfondo, un
supermercato. Nella mano destra la ballerina, occhialuta, graziosa,
scarpette dorate, gonnella rosa, corpetto bianco, tiene alto un rullo
di carta igienica bianca, srotolato di alcune decine di centimetri
svolazzanti. Sorride contenta, ma in modo misurato. Trattasi di
pubblicità.

Il quarto ritaglio è una foto di Salvador Allende, elmetto in testa,


un'arma nella destra, davanti a lui un giovane in borghese, ma
armato di mitra, che guarda lontano e verso l'alto, fa una smorfia,
pare schifato più che impaurito. La foto risale al golpe militare in
Cile - settembre del 1973. Dietro ad Allende ci sono diversi uomini:
il gruppo sta attraversando un portone mezzo aperto; uno di loro è
in divisa; subito alla mia destra, dietro Allende, c'è un tipo baffuto,
bianca la camicia, scura la giacca, una sigaretta, pare, nella mano
sinistra. Allende guarda come il giovane di cui sopra, lontano e
verso l'altro. Non sembra che abbia paura, logicamente è teso.
Morì, non di malattia, l'11 settembre di quell'anno. Si tratta di una
foto famosa. In quei giorni due miei amici si sposarono: a casa
ospitarono me e diverse altre persone. Con il bicchiere di
champagne in mano, ricordo, alcuni discutevano del golpe. Provai
disagio, se non disgusto, per la faciloneria con cui quei coglioni
emettevano pareri sull'eventuale sviluppo della battaglia che aveva
luogo a 12.000 chilometri di distanza. Eh, ma il Mir! - eccetera.
Il Mir era il “Movimiento de Izquierda Revolucionaria”, dove
“izquierda” significa “sinistra”.

Interessante il quarto ritaglio perché è “valido” su entrambe le


facce. A colori: si vedono molte giovanette cinesi con in mano
aperto il “libretto rosso”. Stanno su quattro file, portano casacche
beige più o meno chiare, diseguali, camicie bianche e fazzoletti
rossi al collo. In testa hanno berretti con la tesa, flosci, beige più o
meno chiaro, diseguali. Leggono o pare che leggano il libretto.
Dietro le loro file si vedono sei bandiere rosse ritte, in mezzo una
grande foto di Mao: saluta con gesto ampio guardando verso la mia
sinistra. Indossa una giacca “militare” verde, al braccio sinistro ha
una fascia rossa con scritto qualcosa, logicamente in cinese. Dietro
ancora, un edificio di cui è visibile la tettoia, e molti palloncini rossi-
rosa. Trattasi di una cerimonia. Il retro del ritaglio mostra invece una
foto di Carl Gustav Jung. In bianco e nero il primo rivale di Freud
sta seduto su una sedia imbottita, Polsterstuhl, tiene le manone
sulle ginocchia, nella mano destra una pipa. Indossa un abito scuro,
camicia, cravatta, fazzoletto nel taschino. Porta occhiali tipo fil di
ferro. E' serio, massiccio. Dietro di lui una libreria colma, al cui
centro c'è una sorta di drappo rigido che mostra non saprei cosa.
Un Mandala? Chissà. L'articolo da cui ho ritagliato questo pezzo è
intitolato “L'impero sul lettino”. E' il modo con cui i giornalisti
alludono alla psicanalisi, che secondo me però si applica male ai
fenomeni di massa, nonostante che lo stesso Freud si sia prodotto
in tale stortura. Jung comunque non usava “il lettino”.

C'è poi un articolo intitolato “Quando anticipare l'eredità”, da me


ritagliato in vista della mia morte e del futuro di mio figlio. A
proposito di familiari: Ingeborg Bachmann mi ricorda una mia nipote
“acquisita”, nordica. Entrambe belle donne.

Passiamo a un articolo di Daniel Barenboin del 21 Dicembre 2017:


“Israele e Palestina. Due Stati con pari diritti.” Il musicista ebreo
rivolge un appello “alle grandi nazioni” “affinché riconoscano subito
la Palestina”. Barenboin è favorevole alla “soluzione” dei “due
Stati”, che secondo me è il minimo, tuttavia il mio parere non conta
nulla. Invece il parere di Barenboin … occupa il fondo di una pagina
del “Corriere della sera” e più che altro serve a segnalare che non
mancano ebrei disposti ad ammettere che, se “così non va”, è
anche colpa loro. Pardon: di Israele.

Ancora, per finire: una pagina del “Corriere” (2017) intitolata “I


soldati italiani in 31 punti caldi” del mondo. “Stavamo”, ai tempi,
armati in 1400 nell'Iraq, in 1200 nel Mare Mediterraneo. Un po'
vago. “Missioni navali”? 1100 in Libano. 950 in Afghanistan, 550 in
Kosovo, 300 in Libia, 200 nel golfo di Aden, 130 in Turchia, 115 in
Somalia. “Sfusi” in giro altri 455. Totale 6400 soldati italiani
operativi. Bisogna considerare che il servizio militare è da molti anni
volontario e che i soldati in missione sono ben pagati, almeno in
rapporto alla media delle retribuzioni dei loro concittadini “occupati”.
Insomma, parliamone di questi potenziali “eroi” locupletati in
moneta pregiata, e confrontiamoli con i loro nonni e bisnonni che
per forza (a parte che “per il Re e per la Patria”, magari per il Duce)
furono spediti nel corso della seconda guerra mondiale in Grecia, in
Africa del nord, in Russia. Fare il soldato è diventato davvero un
mestiere. E la “Causa”? Perdindirindina, è la Pace.

Il rotolo non contiene altro, ma, come dire? - mi ritrae.


Gramsic

Mi raccontò un amico, ai tempi che sentivamo gonfi d'avvenire, che


nella sede organizzativa di un movimento politico
“extraparlamentare” che non era né il suo né il mio e che
straordinariamente veniva frequentata da “proletari”, oltre che da
“studenti” (“uniti nella lotta”), appunto un proletario aveva vergato
con il pennarello rosso un “tazebao”, o manifesto che dir si voglia, e
stava concludendolo con la rituale evocazione di alcuni “maestri”,
tra i quali Gramsci. Il compagno, illetterato, scrisse però “Gramsi”.
Un testimone dello svarione glielo fece notare - “manca la c”, disse.
Allora l'altro corresse aggiungendola, solo che la mise dopo la “i”.
Ne risultò, indimenticabilmente per me, e sia pure di seconda, se
non di terza mano, il nome Gramsic.

A Gramsci assomigliava uno studente piuttosto noto nell'ambiente


del “movimento” attivo a Lettere e Filosofia. Era bassino, aveva
corto il collo, neri i capelli e la voce chioccia. Pare che fosse
“sordastro”. Più anziano di noi aveva terminato gli esami, ma
nonostante che fosse un pozzo di scienza e che sapesse tenere la
penna in mano non si era ancora laureato: o a causa di una forma
di perfezionismo di cui “soffriva”, o per ritardare il momento di uscita
dalla condizione di studente, se non perché, non privo di “risorse”,
non ne sentiva la necessità. Non saprei, ma so che ciò è capitato e
capita a molti.
Mi ricordo che in assemblea interveniva con gusto, sia suo che di
chi sapeva ascoltarlo.

Nel periodo “72/”73 mi avvicinai a Gramsci, che non era sardo, ma


pugliese - entrambi facevamo parte di un gruppo “operai-studenti”
che mescolava alcuni militanti di Lotta continua ad alcuni militanti di
Potere operaio e in particolare “interveniva su” Sesto fiorentino con
l'obbiettivo di organizzare le occupazioni di stabili da parte di chi ne
aveva bisogno e non si rassegnava alle pene pigionali. Non dico
che divenimmo amici, ma qualche volta, di ritorno da Sesto sulla
sua Volkswagen grigio metallizzata, un cosiddetto maggiolone, lui si
offriva di accompagnarmi fino a casa mia, terminato il giro che
aveva via via lasciato qua e là i vari compagni. E restavamo a
chiacchierare del più e del meno. Un po' di soggezione la sentivo,
per Gramsci, che pure mi trattava con simpatia e non era noioso,
ma divertente, ironico.
Abitava con la madre, alquanto anziana, nei pressi del viale
Mazzini. Defunto il padre, un medico, la signora aveva pensato di
riunirsi all'unico caro rimastole, ed era “salita” a Firenze, città da cui
il figlio non aveva alcuna intenzione di staccarsi dopo che l'aveva
scelta come sede universitaria.
Mi raccontò una volta che aveva voluto perfezionare il primo lungo
transito dalla sua città a Firenze seguendo i consigli di un
concittadino conoscitore. “Appena uscito dalla stazione”, gli aveva
suggerito quel tale, “scendi nel vicino hotel Cavalieri, ti fai una
doccia, poi vai all'agenzia tale e ti cerchi una sistemazione adatta”.
Ora, a quanto pare l'hotel “Cavalieri” non c'era, o non c'era più, per
cui Gramsci dové cavarsela in altro modo.
Ho segnalato che era “sordastro”, per cui forse aveva udito
“Cavalieri” invece che “Caravel”.
Fa niente, si era sistemato benissimo, alla fine, in un appartamento
più che dignitoso arredato poi con i mobili fatti “salire” dalla Puglia.
La sua signora madre era una donna molto piccola e assai discreta,
forse un po' curva. I due si facevano compagnia. Gramsci non solo
rimandava la laurea, ai cui fini aveva all'incirca pronta una
magnifica tesi, ma era rigorosamente “signorino”, diciamo, pur non
disdegnando affatto le donne, di cui s'innamorava anche, ma senza
“successo”.

Non so “perché”.

Diversi anni più tardi - da molto non ci incontravamo più - conseguì


una sorta di sine cura presso una fondazione fiorentina che aveva
sede nei pressi di Settignano. Beninteso, senza essersi laureato.
Ogni giorno saliva in collina con la Volkswagen, auto che lui non
guidava poi tanto bene, e finito il lavoro faceva ritorno a casa in
zona Mazzini, dove non so se l'anziana madre lo attendeva ancora.
Durante una di queste discese il mio quasi amico, molto caro
comunque, fu brancato da un infarto proprio mentre guidava, e
terminò il suo viaggio, insieme alla vita, al margine della strada.
“C'è da leggere”

Era di mattina presto che si andava davanti ai “cancelli” delle


fabbriche a “volantinare”. Studenti per lo più universitari, iscritti a
organizzazioni tipo “Potere operaio” o “Lotta continua”, membri
magari di “collettivi operai-studenti”. Dove gli operai erano figure
solo desiderate. A parte uno, anziano, detto “il conte Torsolini”,
persona raffinata che sapeva parlare e ragionava di “portare Lenin
in Inghilterra”. Altri non ne ricordo. Comunque fosse ci si svegliava
presto, certo non presto come oggi io mi sveglio senza che
nessuno me lo chieda, e si faceva un bel po' di strada per arrivare
in zona Sesto Fiorentino, la nostra. Ci si piazzava ai due lati dei
cancelli con le nostre risme di volantini, creature del ciclostile, la
macchina che non so se ancora qualcuno usa. Bisognava stare alla
larga dai custodi delle fabbriche, i quali non ci amavano, a dir poco.
E poi arrivavano gli operai, in genere uomini fatti, padri di famiglia.
E noi gli mettevamo in mano i volantini. Una volta che un pullman
entrò nel piazzale, davanti alla fabbrica quella mattina oggetto della
nostra attenzione, un po' perentoriamente condotto dal suo
guidatore, io mi scansai protestando. “Se hai paura sta' a ccasa”, mi
fece il tipo.
Ricordo tra noi qualche ragazza volantinatrice e logicamente
attenzionata dagli operai per motivi non politici né sindacali, tanto
che, fatta la reciproca conoscenza, qualcuno dei proletari pensò,
vidi, di portarsi dietro giornaletti salaci da mostrare alle nostre
compagne, che, mi pare, abbozzavano in nome della lotta, né so
con precisione di quali “figure” constassero quei fogli.
Gli operai entrando (ma anche uscendo, se era l'ora) prendevano di
solito i nostri volantini e ironici chiedevano: “c'è da leggere?”
Ciò che forse non per tutti loro era del tutto scontato - non saprei,
dato che in effetti ai tempi la scuola dell'obbligo insegnava meglio di
quanto fa oggi.
“C'è da leggere”: ottima sintesi. Entravano in gabbia o ne uscivano,
era questione di stare sul pezzo per otto ore, forse di più. Gli
straordinari!
Eravamo concorrenziali rispetto ai sindacati, anzi: a i' ssindahato.
Gli operai forse avevano già “letto” volantini Cgil Cisl Uil,
“documenti”; forse, forse, volantini del Pci. Se non d'altri
“extraparlamentari”. E noi ad aumentare la carta da “studiare”.
Di rado si costituivano capannelli - non boccacceschi come attorno
alla bella Rosanna, faccio per dire – e si discuteva. “Ci vuole unità”,
dicevano i più politicizzati, che ci sentivano come un corpo estraneo
e disgregatore. E non avevano torto. Noi si pensava che il Pci e la
Cgil fossero privi di unghie.
E' andata come è andata.
Resta quel motto pronunciato con ironia, in fretta: “c'è da leggere.”
Naresh

E' necessario riferire altre mie esperienze, oltre a quelle descritte ne


“La scritta invincibile”, per cogliere un diverso fattore del mio
riposizionamento politico e intellettuale, il quale ultimo è indiscutibile
soltanto se confrontato a quello di qualche anno fa. Voglio dire che
invece tale nuovo posizionamento in sé non è affatto chiaro quale
sia, a mio parere. Si può dire quel che non è più, non quel che è o
sarà.

Potrebbe essere considerato assurdo, ma io sono certo di essermi


spostato dal vecchio solco politico e intellettuale anche a causa
delle esperienze che ho dovuto fare in rapporto a un bambino prima
e a un adolescente poi. Si tratta della stessa persona,
naturalmente, che ho dovuto non dico frequentare, ma sopportare
negli ultimi quattordici anni. E' il figlio della persona cui sono stato
legato tanto a lungo.
Lo “conobbi” nell'autunno del 2005 quando aveva circa nove anni. Il
piccolo mi chiese, un attimo dopo avermi visto per la prima volta,
stupendomi, se io fossi “francese”. Risi con garbo. Ero ben
disposto.
All'incirca inesplicabile: anni dopo ho creduto di illuminare di
significato la domanda mettendola in rapporto con un racconto della
madre del bambino: una volta i due al mare avevano effettivamente
ricevuto la visita di amici francesi, due adulti e due bambini, che per
usare un eufemismo non era stata piacevole.
La madre, massima esperta mondiale di suo figlio, non ritenne di
accogliere la mia spiegazione che mirava a leggere in quella
domanda a capocchia un senso: ero un estraneo cui si poteva ben
chiedere se avrebbe rotto le scatole come quegli arroganti francesi
avevano fatto al mare. In effetti la mia amata nel tempo ha mostrato
la tendenza certo interessante a negare senso alle uscite talvolta
bislacche del figlio.
Ora, ai tempi avevo e da sempre avevo avuto della “naturale”
simpatia per i bambini ed ero allenato in quanto babbo militante;
non solo, ma ero un lettore delle opere di Alice Miller, una
psicanalista svizzera di origine polacca molto critica nei confronti di
Freud e fautrice della liberazione dell'infanzia dalle “angherie” più o
meno grossolane degli adulti - sintetizzo brutalmente! La Miller
parteggia per i bambini, che sarebbero oppressi dai loro genitori e
dalla cosiddetta pedagogia nera, un insieme di sistemi educativi
soffocanti, autoritari e comunque sbagliati, ciò significando in
definitiva che l'educazione sbagliata dei bambini mina alle sue basi
la società. Si tratta di una posizione radicale riconoscibile come
schierata “a sinistra”, io credo, dove al posto del proletariato (K.
Marx) o dei popoli oppressi (F. Fanon) ci sono i bambini.

Nel corso di quella mattina, nella campagna dove abitavano il


bambino e sua madre, facemmo una breve passeggiata tra gli
alberi, poi tornammo. Lungo la strada sterrata avevo trovato un
vero e proprio coltellaccio forse smarrito da un cacciatore, che
invece di tener per me affidai alla madre del bambino e che poi fu
fatto sparire dalla nonna. Avrei saputo in seguito che il frugolo
talvolta difendeva le sue “posizioni” armandosi di coltello!

Quel bambino di circa nove anni che mi aveva posto la descritta


domanda a capocchia mi guidò, subito dopo tale “presentazione”,
velocemente in una visita della villa, grande e piena di angoli degni
di nota. Troppo velocemente, non nel senso che avrei gradito
soffermarmi su questo o quel dettaglio, ma nel senso che la visita
mi parve frenetica. “Iperattiva”, si direbbe oggi. Del resto lui faceva
così con tutti i nuovi visitatori, pare. In realtà avevo già visitato
quelle stanze insieme alla madre durante un magnifico pomeriggio
di qualche tempo prima, noi due da soli.

All'esterno della villa infine, su una sorta di terrazza panoramica


c'intrattenemmo limitandoci noi adulti a chiacchiere senza
importanza. Non ricordo la sequenza, ma invece il suono che
restituì una tibia della madre, colpita all'improvviso da un calcione
del figlio, ben calzato da campagna. La madre non aveva detto o
fatto nulla che “giustificasse” quell'atto del figlio. Non lo aveva
picchiato né rimproverato né gli aveva ordinato di fare qualcosa.
Stavamo semplicemente su quella sorta di terrazza, in piedi, senza
alcun impegno.
Direi ora che la pedata fosse alla lettera una botta di gelosia.
Nonostante il mio riferito millerismo e la benevolenza allenata dalla
mia pratica di babbo militante, durante quel paio di ore trascorse
avevo avuto l'impressione che il piccolo fosse strambo, frenetico e
antipatico, sospendendo però il giudizio in nome dell'affetto enorme
che provavo per la madre. La pedata colpì anche me, infatti non
ritenevo ammissibile che un bambino di nove anni sferrasse un
calcione a sua madre. E' inutile dire che “ai miei tempi” un atto del
genere sarebbe stato all'incirca impensabile. Era una mostruosità.
Quel che conta è che l'orrida pedata mi si stampò nella mente. Quel
bambino, già annunciatomi dalla madre come non facile, in poche
ore aveva messo le basi della futura relazione tra me e lui e tra noi
tre.

Orfano di padre, cocco di mamma sola e di nonna, se non anche di


zia, era il tiranno tiranneggiato della famiglia. Doveva aver sentito
che razza di rivale fossi, doveva aver colto non, da mago, che ero
già stato in quella casa in sua assenza, ma che sua madre mi
aveva nel cuore; doveva aver colto quale minaccia io fossi per la
sua tirannia, da qui il calcione. Ingiustificabile!
Per la prima volta, che io ricordassi e che ricordi, mi trovavo al
cospetto di un energumeno simile.
Avevo, ai tempi del mio insegnamento di “psicologia e sociologia
della devianza”, appreso l'idea che la cosiddetta devianza giovanile
non va guardata per suoi contenuti “penali”, ma invece per ciò che
comunicherebbe in fatto di “disagio”; ma lì, nei fatti, il calcione mi
ferì, e mi colpì anche che la madre non reagisse.
Nel corso degli anni avrei capito che tra i due c'era un rapporto
come tra fratelli, che in un certo senso la madre era per il figlio
piuttosto una sorella maggiore, schiava e però anche padrona.
Lascerei da parte la nonna, madre della mia amata, che per farla
breve concepì subito per me, in un'altra occasione, dell'antipatia;
dopotutto costei non ha contribuito alla trasformazione delle mie
idee diciamo politiche, tema di questo scritto. Semmai è
interessante congetturare che la simpatia e l'antipatia tra le persone
in genere siano fattori fondamentali e per così dire naturali nei loro
rapporti. Il resto è schiuma.
Del resto io ero “impresentabile” in quanto non facoltoso e
anzianotto, per di più e peggio: sposato e convivente con moglie e
figlio. Per la vecchia signora, meneghina, i “toscani” inoltre avevano
veste solo di giardiniere, di casiere, di trombaio, scilicet idraulico; di
tecnico della caldaia.
Con ogni probabilità la vecchia agli inizi di questa storia comunicò
al nipotino una parte delle sue “riserve” circa la mia persona.
Tuttavia l'antipatia reciproca era fondamentale e lo sarebbe stata
anche tra me e il bambino. Non ci piacevamo, ecco tutto!

Non solo non ci piacevamo, ma io ero l'intruso che portava via al


figlio la mamma – ogni giorno presente a Firenze nel mio studio fino
al pomeriggio inoltrato. Intruso che inoltre il sabato saliva in collina
per fare passeggiate più o meno campestri con la mamma senza
che lui, il figlio, potesse sempre scortarla. Intruso che ben presto, di
fronte ai capricci del bambino, iniziò a far sentire la sua
disapprovazione.
Non è che gli abbia allungato manrovesci come avrebbe a volte
meritato, ma, ancora animato com'ero da uno spirito pedagogico,
cercavo di farlo ragionare e anche lo rimproveravo.
Ero ancora un “progressista”, ai tempi. Credevo nell'uomo! Presto,
dico in qualche semestre di esperienza, capii che il piccolo era
intrattabile e tirai i remi in barca.
E' importante qui chiarire che fin lì di massima ero stato un fautore
delle spiegazioni “psicosociali”. Esposto alle stramberie del frugolo
in questione iniziai a ritenere che sia invece la natura, nel dettaglio
il cervello, a contare; più che non l'ambiente.

Iniziai comunque nel giro di qualche semestre una “politica” di sola


convivenza. Optai per la “riduzione del danno” che lui costituiva,
povera creatura, viziato, strambo e antipatico, dotato in più di una
vitalità forte, di forti “appetiti” - Freud avrebbe parlato di
“costituzione pulsionale” - che avrebbero fin dai suoi primi anni
necessitato di una madre, defunto presto il padre, non liberale e
libertaria com'era la mia amata, ma invece a sua volta forte. Non di
una sorella maggiore!

Verso la fine dell'estate del 2006 andammo al mare, noi tre. Già ci
eravamo stati nel mese di luglio e il bambino aveva assistito per
qualche notte al fatto che io, l'intruso, dormissi con sua madre.
La prima sera propose che avrei dovuto dormire con lui!
Per qualche giorno senza interruzione ne gustai i capricci, insomma
lo osservai. Al netto della sua gelosia, comprensibile e ovvia,
comunque da me contemplata senza alcuna mancanza di riguardo,
il piccolo mi si rivelò come un vero e proprio tanghero. Voglio dire
che il copione della gelosia lui lo interpretava nel modo più
repellente.
Tornammo al mare in settembre e sul traghetto accadde qualcosa
che dette a tutta la breve vacanza un brutto colore. Munito di
cellulare il piccolo chiamò la nonna e garrulo le disse che la nave
era colata a picco; che lui si trovava insieme a me su una scialuppa
di salvataggio, separato dalla mamma cui era toccata una diversa
scialuppa!
Io e la madre assistemmo alla discutibile (forse significativa) gag
certi che la nonna avrebbe mandato il nipote a scopare appunto il
mare. Invece quella cretina abboccò. Subito telefonando all'altra
figlia, un personaggio interessante di cui ho molto sentito parlare,
ma che ho assaggiato poco o nulla. La figlia dette credito alla
madre e chiamò la capitaneria di porto competente per sapere del
traghetto affondato. La capitaneria di porto chiamò quindi la mia
amata diffidandola dal lasciare un minore incustodito e in grado di
diffondere notizie allarmanti! La mia amata s'infuriò e ritenne di
sequestrare il cellulare al figlio. Tale provvedimento invelenì il
bambino, che nei giorni seguenti ci rese la vita molto difficile.
Impietrito, assistei ai suoi capricci che duravano ore, la sera al
momento di andare a letto; mi trovai davvero confrontato con un
caso intrattabile. Se non mi avesse costretto a restare un ovvio
insieme di circostanze pratiche, se in altre parole non mi fossi
trovato “oltremare”, me la sarei filata!

Un pomeriggio facemmo una passeggiata panoramicamente


perfetta sul mare. La forza dei paesaggi ha la meglio sulle beghe
umane.
A ritorno il frugolo, che aveva raccolto un grosso e lungo pezzo di
scorza d'albero - camminavamo in fila indiana su un sentiero di
bellezza indimenticabile e già autunnale nei suoi colori - appoggiò
per un attimo il reperto al sedere di sua madre. Io mi trovavo dietro
di lui, a qualche metro di distanza. La mia amata si voltò come una
furia, era esasperata da giorni, strappò l'oggetto dalle mani del figlio
e lo scagliò lontano. La peste si precipitò a raccoglierlo giù per un
terreno impervio che terminava in un precipizio; a noi parve che
avrebbe potuto cadere di sotto, sugli scogli, per cui io mi buttai
all'inseguimento e placcai chi aveva oltraggiato sua madre
spingendole quel grosso pezzo di corteccia sul sedere. Non so se
gli salvai la vita o le gambe o che cosa; magari nulla.

Ahi, lo scatto che più non ho!

Tornati in Toscana accompagnai i due a casa e quando mi trovai di


nuovo solo sentii un gran sollievo, nonostante che stessi per
vedermi davanti il muso di mia moglie. Avrei dovuto troncare, infatti
il pacchetto madre-figlio-nonna era ineluttabile e, peggio,
abominevole. Tuttavia la mia amata mi era molto cara, né intendevo
darla vinta agli altri due “mostri”, così lei prima che facessi, un anno
prima, il passo di andare a trovarla a casa sua in campagna.

Trascorse qualche anno, attorno al 2010 non avevamo più a che


fare con un bambino, ma con un adolescente che una sera,
contrariato dall'ovvia interruzione serale dei suoi giochi con
un'amica che non abitava proprio a due passi, fece per calarsi dalla
finestra di camera sua, al primo piano. Io che sfortunatamente mi
trovavo sul posto lo trattenni per un braccio e gli impedii di saltare di
sotto, non certo “salvandogli la vita”, ma forse di ferirsi sul prato
sottostante. Chissà.
Non avevo fatto in tempo a notare quanto il ragazzino fosse robusto
a dispetto della sua magrezza, che quello si mise a urlare fuori dalla
finestra: “aiuto, c'è un maniaco!”
Insieme all'amica desiderata e ad altri coetanei in quel periodo la
peste si divertiva a vaneggiare di “pedofilia”.
Fui costretto quindi a valutare che il figlio della mia amata non era
soltanto strambo, frenetico e antipatico, ma anche calunniatore, e
pericoloso.

Racconto episodi per così dire salienti, ma la continuità delle


piccole scomode rate che lui ci faceva pagare non era da meno,
grazie anche al cellulare con cui in ogni momento, noi due intenti a
una delle nostre peccaminose passeggiate, lui chiamava la mamma
che, mi ricordo, si accosciava e stava basita ad ascoltare le
bischerate del caso. Oramai insieme a noi non veniva più, il frugolo,
come accade. Le passeggiate non piacciono agli adolescenti.
Neppure a mio figlio erano più piaciute, a un tratto.
E i “balletti” (così sua madre) la sera prima di addormentarsi! Altro
che Marcel e il bacio di maman!
E non demordeva mai. Precisamente tale intrattabilità del caso è il
punto decisivo di questo scritto. Naresh, questo il nome a
capocchia che i genitori gli avevano dato, era intrattabile, la sua
opposizione e resistenza alla madre, non dico a me che oramai
avevo tirato i remi in barca, era inscalfibile!
Il mio “progressismo” è così, anche, che è entrato in crisi.

Post scriptum: l'episodio del tentato salto dalla finestra di Naresh,


penso, potrebbe essere riconsiderato senza tener conto della meta
manifesta, l'amica: un pretesto per scappare da quella casa
disturbata dalla presenza della coppia che formavamo io e la madre
di Naresh.
La scritta cancellata

Nel palazzo in San Niccolò dov'era stato trasferito il corso di laurea


in ricerca mentale un angolo ben visibile mostrava ancora le tracce,
vergate in alto a pennellate nere, dell'antica presenza di una
“squadra” fascista. I restauratori dell'edificio alla fine degli anni
ottanta avevano utilmente coperto la scritta, di cui non ricordo i
termini, con un cristallo. Peccato che una collega brigasse tanto
che cancellarono quelle tracce.
Era una piccola vittoria del politicamente corretto.

Da quando ero un ragazzo avevo saputo da mia nonna che suo


marito, defunto parecchi anni prima che io nascessi, era stato uno
squadrista. Carlino, reduce della guerra “15-”18, aveva preso parte
ad azioni squadristiche della prima, ma non della seconda o terza
ora, a causa della sua impressione che nello squadrismo fosse
presente un che di delinquenziale.
Il mio interesse (muto) per la traccia scritta dello squadrismo
fiorentino non era dunque soltanto dettato dal rispetto per un
“documento” storico, o da un certo mio “non conformismo”, ma
anche dalla considerazione per una persona, il nonno, di cui avevo
sentito molto parlare.

Al momento della presa del potere da parte del fascismo la nonna


(1896) aveva ventisei anni; mia madre è nata proprio nel 1922. Mio
padre nel 1918. Ciò significa che al tempo dell'affermazione del
fascismo mia nonna era una persona formata; faceva l'insegnante
elementare, inoltre era sposata e madre di due bambine. Questo
spiega la probabile differenza di ricezione della mentalità fascista
tra i miei genitori e mia nonna, ai tempi, e la certa differenza di
atteggiamento verso il ventennio tra loro, dopo. Apparentemente
apolitici tutti e tre, in misura minore mio padre, qualcosa sfuggiva
loro di tanto in tanto in merito al ventennio.
Beninteso: mia nonna in quanto maestra elementare statale aveva
dovuto aderire al PNF; scrivo “dovuto” perché non viveva di rendita,
aveva due figlie e dal 1934 era divenuta vedova – in realtà potrebbe
anche averlo voluto. Ciò valse anche per i docenti universitari, che
quasi tutti “giurarono”, c'è da credere anche per ragioni analoghe,
mutatis mutandis, a quelle di mia nonna, non solo per convinzione
politica.

Che i miei siano stati, secondo la mia esperienza, né fascisti né


antifascisti è un'ipotesi da non scartare. Ragionevole che si siano
sempre occupati dei fatti loro come la stragrande maggioranza dei
cittadini italiani, dando alla politica poco peso.

Quanto al non raccontare alcunché del loro passato da parte di mio


padre e di mia madre, esso potrebbe essere stato indipendente da
circostanze censurabili.
La nonna invece raccontava non solo delle pene patite durante la
guerra (“fame”, una golosona come lei; e “sfollamento” dalla città),
ma anche di quel che via via le piaceva dirmi dei “suoi tempi”.
Più di una volta mi ha stupito a causa della sua vis polemica contro
Napoleone; un tantino anacronistica. E' probabile che la nonna ce
l'avesse con qualcun altro meno lontano nel tempo, e che si fosse
abituata, negli anni, a spostare su Napoleone il suo odio per la
guerra, dovuto non solo a motivi etici, ma al fatto che “il suo
Carlino” aveva fatto il “15-”18, era stato ferito ed era tornato a casa
“che pareva un ecce homo”. Irriconoscibile. Lo testimonia uno
scritto di quel mio caro reduce: non appena gli fu possibile, si recò a
casa della fidanzata, a Firenze; la incontrò per le scale, ma lei non
riuscì a collegare subito la figura reale di lui con quella che lei
aveva in mente. “Ecce homo” - Gesù flagellato – significa che
Carlino era assai malconcio. Anzi, la nonna credeva che la sua
morte prematura (a 39 anni) fosse collegata all'esperienza
massacrante avuta in guerra.

Non ricordo che la nonna abbia mai parlato direttamente male del
ventennio - né bene. Riferiva, ripeto, solo quel che le aveva detto
Carlino circa il lato secondo lui sbagliato delle spedizioni punitive
degli squadristi. Non solo: pare che dopo essere stato ad ascoltare
il Duce (forse il 19 giugno del 1923 ?) in piazza della Signoria,
Carlino avesse detto alla moglie: questo ci porta alla guerra!
In effetti la nonna mi raccontò questa previsione azzeccatissima del
nonno facendo confusione con la visita di Hitler e Mussolini a
Firenze, avvenuta invece nel 1938, quando Carlino era morto da
quattro anni, e usando la formula al plurale: “questi ci portano alla
guerra”.
Non trovo altro nella mia memoria. La nonna, so, era
moderatamente sensibile alla giustizia sociale, moderatamente
favorevole alla religione come contenitrice delle “pulsioni popolari”,
e “dama” della San Vincenzo de' Paoli.

I miei genitori invece erano cresciuti nel fascismo, lo avevano


respirato, avevano avuto una scuola “fascista” e avevano con ogni
probabilità fatto quel che i loro coetanei erano tenuti a fare ai tempi.
Poi la guerra, la fine del fascismo e la repubblica. Insomma: si può
facilmente ipotizzare che come milioni di altri coetanei e non
coetanei si fossero trovati a (dover) rinnegare nell'arco di pochi
mesi, di pochi anni, tutto quel che avevano “imparato”.
“Il duce ha sempre ragione”. No. Il duce ha sempre avuto torto. E
così via.
Genericamente parlando: di “esuli in patria” in proprio, in privato, ce
ne devono essere stati a milioni. Tra questi mio padre e mia madre.

Mio padre: “ci chiedevano il permesso anche per andare al


gabinetto!” Così una volta a me negli anni sessanta, significando
tale iperbole che negli anni trenta l'Italia secondo lui contava molto
tra le Nazioni, rispetto al tempo che stavamo invece vivendo.
“Un carrarmato tedesco da solo di là dal Mugnone teneva a bada gli
alleati!” Così lui, esagerando, in rapporto alla fase finale (1944)
della “liberazione” di Firenze, gli ovvi indugi della medesima.
Per altro in merito alle battaglie di Montecassino (gennaio-maggio
1944) in un caso si espresse compiaciuto a proposito di Kesselring,
il capo dell'armata tedesca.
Mio padre per concludere fu certo anticomunista; comprava Il
Candido; sono sicuro quanto si può esserlo che avesse votato per
la monarchia nel 1946; con ogni probabilità votò negli anni per la
Democrazia cristiana, o per il Partito liberale, a seconda di quello
che riteneva decisivo. Non credo che abbia mai votato per il
Movimento sociale italiano. Tollerò per altro senza interferenze che
io prendessi una strada politica ben diversa dalla sua. Non senza
esprimere, da avvocato e padre, qualche timore che mi mettessi
“nei guai”.

E mia madre? Certo anticomunista, con ogni probabilità votante per


la monarchia nel 1946, evocò una volta l'immagine di Mussolini sul
cavallo bianco. Ne trovo in Internet traccia in riferimento a uno o più
episodi di equitazione a Villa Torlonia, ma ricordo che il duce
intendeva sfilare su un cavallo bianco in Alessandria d'Egitto
conquistata, progetto grandioso non realizzatosi a causa della
rimonta definitiva degli “inglesi” durante la guerra in Africa
settentrionale (1942). Non si trattava dunque di una fantasia, ora
comunque penso che mia madre potesse esser stata una “fan” del
duce come moltissime donne. In testa a tutte Claretta Petacci, a
quanto leggo in una biografia scritta da Roberto Gervaso.
Meno distante nel tempo l'affermazione intenerita di mia madre, non
so se ricevuta da altri, che un certo profilo apuano visibile dalla
spiaggia del Cinquale (Massa) in prossimità del porticciolo turistico
ricordi il profilo di Mussolini. Segnalò anche a me il caso, e in effetti
convenni che, volendo, una certa somiglianza c'era. Come se la
testa, enorme, fosse appoggiata su un cuscino e guardasse verso
nord.
Ciò significa solo che ancora negli anni ottanta mia madre aveva
forte in sé l'immagine del duce. E che esprimeva la sua simpatia da
ex “fan”.

Per concludere esprimo il dubbio che mio padre e mia madre,


bersagliati da perdite personali gravissime in giovane età, non
avessero “voglia” di parlare per questa ragione del loro passato.
Mia nonna, colpita dalla morte del marito a trentotto anni, forse
aveva l'attrezzatura mentale ed emotiva, invece, per farlo.
Ipotesi, nient'altro.
“Ascoltare Lucio Battisti”

Voglio raccontare del mio settarismo nei primi anni settanta.


Essenzialmente politico, etichettava come “scorretta” ogni
manifestazione artistica, letteraria, musicale, cinematografica, forse
anche di gusto per oggetti come auto, moto, abiti, calzature, foggia
dei capelli eccetera. “Fascista” o “borghese” erano due etichette
molto in voga nella setta di cui facevo parte, e si applicavano non
solo ai rivali politici.

Non leggevi Cassola né Piero Chiara, per esempio, non ascoltavi


Lucio Battisti, non andavi a vedere “Amici miei”, né Renato
Pozzetto, eccetera.

Diciamo che il mio settarismo era politico-intellettuale, di quale


livello non so più.

Se mi sono spiegato, ebbene, voglio raccontare che cosa mi


accadde quando, per lavoro, mi trovai a frequentare coetanei che,
per farla breve, “ascoltavano Lucio Battisti” e andavano a vedere
“Amici miei”.

Un aspetto non so quanto diffuso del mio settarismo consisteva


nella supposizione “egocentrica” che i miei gusti appartenessero
anche a chi “a occhio” fosse valutabile come “compagno”. Per cui,
valutando “a occhio” come “compagni” i coetanei frequentati sul
lavoro, mi trovai spiazzato quando vidi che “ascoltavano Lucio
Battisti” eccetera. Dal momento che il mio settarismo iniziavo a
sentirlo come una camicia di forza, vedendo che quei coetanei,
aspiranti psicologi o psicanalisti e “a occhio” valutati come
“compagni”, facevano quelle “brutte cose” (“ascoltare Lucio Battisti”
eccetera), li ritenni – come dire? - liberati o in cerca di liberazione.

Ascoltare Lucio Battisti rilassando il ventre “rivoluzionario” mi


pareva “liberatorio”. Come leggere “Diabolik”.
Mai letto.
Forse sarebbe stato “liberatorio” per me, ma più avanti nel tempo
scoprii che quei coetanei non ascoltavano Lucio Battisti perché
erano “aperti”. Lo ascoltavano e basta. Non è che leggessero
“Diabolik” oltre a “Valentina” (di Guido Crepax), o che so io.
Leggevano solo “Diabolik”.

In certo qual modo la mia valutazione “a occhio”, erronea, mi era


servita però per mettermi in discussione.

Parecchi anni fa un'amica mi donò una cosiddetta compilation di


brani del bravo Lucio. La misi da parte presto. Recentemente ho
ascoltato, guidando, queste canzoni ai tempi proibite dal mio
settarismo, e le ho trovate portatrici di qualche po' di pensiero,
discutibile ma presente. Merito più che di Lucio, però, di Mogol.
“In un mondo che non ci vuole più … “ Su questo non c'è dubbio.
Ascoltavo nel guidare non so più quali parole di Mogol cantate da
Lucio e distratto da tali perle mi cacciai in un senso vietato. Una
giovane signora mi dette, nella strettoia che ci costringeva a
scorrere a passo d'uomo, lei nel giusto, io nell'errore, dell'imbecille.

“Che sensazione di leggera follia ...”


Ingratitudine

Le Baccanti (Euripide) furono rappresentate nel “teatro” della


Società di Mutuo Soccorso (SMS) “Andrea del Sarto”, una “casa del
popolo” che si trovava e si trova ancora, immiserita, in zona San
Salvi, a Firenze. Dal “Living Theatre”, una celebrata compagnia
statunitense. Non ricordo l'anno, il decennio doveva essere quello
dei settanta. Comunque fu un “evento”, a riprova della capacità e
del prestigio di quella SMS, certamente guidata da persone
connesse al Pci, partito comunista italiano. Ai tempi più curioso e
molto meno pigro di oggi, nonché aperto al teatro, avanguardia o
non avanguardia, andai in quella sala e assistetti allo spettacolo di
quegli scatenati insieme a una folla contenuta a stento dalla sala,
direi quadrata e piuttosto bassa. Certo qualcuno avrà fumato,
oppure no, magari era vietato, mi viene in mente. Comunque fosse,
qui io voglio ricordare un'osservazione uscita non so se prima dello
spettacolo o in una sua pausa dalla bocca di uno dei convenuti,
credo paganti. Qualcosa non gli andava, al ragazzo - divieto di
fumare? Non saprei. L'organizzazione non gli garbava, voglio dire,
e fece un'osservazione ironico-libertaria sulla “casa”, la SMS cioè,
facente capo, ripeto, al Pci, di cui il “movimento” era concorrente
politico e culturale. Eravamo “ospiti” ingrati.
Gli scatenati “baccanti” tentarono, ma non so se ci riuscirono,
paturnie soggettive a parte, di coinvolgere il pubblico. Ognuno
temeva magari di essere “toccato” da una o da un “baccante”,
magari “di colore”. Quanto a me, fare lo spettatore mi andava e mi
va benone anche senza venir provocato. Non ricordo dello
spettacolo altro che i colori, le luci, i corpi, le nudità, né so nulla del
testo euripideo. La “tragedia greca” non mi prende.
Le parole ironiche del tipo di cui sopra mi servono qui per segnalare
una certa scemenza presente nel “movimento”: muovere una
compagnia celebre in tutto il mondo (almeno “occidentale”) e
ospitarla in un buco di periferia fiorentino era un'impresa
straordinaria.
Grazie al

Scendendo verso il paese oltre cui era impossibile perdere di vista il


mare, per quanto il passo dovesse restare cauto tra i balzi del
sentiero, io intrattenevo l'amico, ben più anziano di me, su un
cruccio che come il mare mi era impossibile, in quelle settimane,
ignorare.
Vi piace l'incipit?
Avevo mire su una signorina che avrei invece dovuto trascurare,
molto carina, molto giovane, imperdibile, dicevo, e cercavo di
convincere anche l'amico, che scendeva davanti a me, della bontà
esistenziale del mio progetto. A un tratto lui si fermò e si voltò verso
di me, che gli ero dietro di svariati metri, e, con un mezzo sorriso,
disse soltanto: “grazie al cazzo!”
Non ricordo il finale della nostra discesa - era domenica, nel
pomeriggio l'amico insieme a sua moglie mi accompagnarono a
Chiavari dove avevo da prendere un treno. Ricordo però che quel
commento mi dette parecchio da pensare, su di me e sull'amico. E
ancora capita che me ne dia, anche se sono passati più di vent'anni
da quella domenica, e l'amico è morto.
Conoscendolo, credo che volesse dire che il mio progetto era
troppo facile, che ci voleva troppo poco a immaginare una “nuova
vita” a fianco di una bella ragazza. Lì per lì restai invece senza
parole, quasi che lui mi avesse schiaffeggiato o fatto oggetto di una
secchiata di acqua fredda.
Era come se io avessi spropositato di esser tifoso del Real Madrid,
e lui avesse replicato nel modo di cui sopra.
Come se io avessi sospirato di voler “scopare molte donne e avere
molti soldi”, come proclama il protagonista de “Le mouton enragé”,
un film di Michel Deville del 1973.
Grazie al.
Come se avessi dichiarato di aver messo “nel mirino” Sharon
Stone, bellissima e probabilmente ricca.
No, avevo solo detto che quella ragazzina mi piaceva e mi dava da
fantasticare una vita rinnovata accanto a lei, che era molto più
giovane di me, certo, ma non era una diva, né una campionessa,
né un'ereditiera.
Ecco, mi pare che la replica del mio amico fosse troppo improntata
a un realismo da pantano.

Avevo trascorso la sera prima insieme a lui, a sua moglie, al fratello


di lei con signora annessa, senza dimenticare un anziano che non
ricordo in quale rapporto stesse con gli altri. Tutto discordava con la
mia faccia da Actor's Studio.

No, niente Real Madrid. Ma neppure Sanbeneddetese, caro Sergio.


No vagina

Nel piccolo istituto di ricerca mentale degli spalancati anni settanta


c'era un vero personaggio che fin qui non ho ricordato, un' “addetta
alle esercitazioni” che non contava nulla come gli altri suoi pari, me
compreso, ma era dotata di una grinta fenomenale; sapeva zittire
non solo Ben Turpin, ma chiunque, con la sua verve.
Era tra le prime persone con cui avevo fatto amicizia, come non
averne scritto, prima d'ora?
Partecipava a molte riunioni in Santa Croce e fuori con una
spigliatezza che le invidiavo, ma soprattutto era bella. Assomigliava
a Françoise Fabian, sì, l'attrice, dico sul serio, e aveva poppe che in
molti le rimiravano “con occhi da coccodrillo”, così lei una volta.
Presto divenimmo intimi, fui suo ospite, la scarrozzai sulla mia
Triumph, veniva a cena da me insieme ad altri amici, insomma le
solite cose. No, passeggiate con lei no. Bene, una volta che ero
rintanato a casa per colpa di un mal di denti e stavo domandolo con
la Novalgina che mi aveva prescritto un amico medico, lei telefonò
per chiedermi che cosa avessi e perché da giorni ero scomparso.
Le risposi con un filo di voce, magari avrò fatto un poco di teatro,
comunque mi sentivo davvero una straccio. Dopo mezz'ora era alla
mia porta. Era venuta in mio soccorso, povero ragazzo ammalato e
con la prospettiva del dentista. Ci abbracciammo, senza dir verbo ci
baciammo come si deve, poi le sfilai quel che indossava e
finalmente ebbi sotto mano quelle sue meravigliose poppe profuse
dal reggiseno. Ci adagiammo sul mio lettone basso e finimmo di
spogliarci. Ahi, se ero in tiro! Senza por tempo in mezzo intendevo
infilarla gagliardamente, invece trovai chiuso e in breve mi smontai.
Non ci fu verso di risalire alla decenza!
Spropositai, prima che lei uscisse, un'ora più tardi, che ci eravamo
“amati lo stesso”. Ma per niente!

Mi ero fidato della mia eccitazione, né ai tempi avevo la capacità di


dedicarmi alla trasformazione di una porta chiusa in un buon
transito. Inoltre, penso, la Novalgina non aveva placato soltanto il
mio dolore, dopo giorni di pena, ma aveva diminuito la convinzione
di chi di dovere, solo per un attimo sfuggito alle prese di quella
fottuta chimica.
Novalgina – no vagina!

Lo smacco mi umiliò, non mancai di incolpare l'amica,


interiormente, per quella sua strana chiusura, e la ritenni pericolosa,
ne presi le distanze.
Restammo, come si dice, amici.
“Sembrava plastica”

Mi ricordo di Gelsi per come parlava. Di recente mi ha scritto una


mail che è un piccolo esempio dei suoi modi di esprimere quel che
pensa o crede di pensare. Dichiaratamente consegnata in casa
come milioni di altri per via del contagio “covid19”, ha sfruttato a
suo dire il tempo libero, “limbo” nei suoi termini, per salutarmi e
dichiararmi quale “bellissimo ricordo” ha di me, “delle mie lezioni”.
Mi chiedo se l'accenno alle lezioni non sia una sineddoche. Infine
augurandomi “buona vita”, modo funesto di salutare una vecchia
conoscenza che magari non si rivedrà “più”; certo, ma c'è modo e
modo di dirlo.

“Limbo” non è tanto male, anzi.


“Buona vita” è uno schifo, l'ho udito un'altra volta soltanto, mi pare
ridondante. Basta “auguri”. Appartiene alla genia orrida del “buona
giornata”?

I “ritmi frenetici”, quelli soliti di Gelsi - “logorio della vita moderna” -


normalmente le impedirebbero di scrivermi, di salutarmi, troppo
presa dal lavoro, dai lavori, dalle cose che fa, dalla bambina -
“bellissima”. Per fortuna ecco il “limbo” liberatorio. Non hai nulla da
fare e scrivi al vecchio “docente”.

Geniale, a volte. Mi raccontò che aveva visitato la bottega di un suo


amico (…) venditore di animali, e che aveva toccato un serpente
(…): “sembrava di plastica”, disse Gelsi. Non sono però colpa sua
le metafore freudiano/toscane (“bottega” è da noi la patta) che mi
vengono.

Mollatomi come un cono gelato comprato di contraggenio,


reclamando io “i diritti” del mio dolore, Gelsi mi chiese: “ma è
sopportabile?” Leggendaria. Aveva ragione, era sopportabile.
“Ne troverai un'altra”, mi predisse in quel periodo breve di
“strascico”. E aveva ragione, è ovvio, tuttavia in un modo talmente
nudo e crudo da diventare osceno.

“Hai perso il controllo della situazione?”, mi chiese un pomeriggio


dopo che in effetti l'entusiasmo eiaculatorio mi aveva preso in
contropiede e forse un poco di danno potevo averlo fatto.

“Mi hai usata troppo”, mi dichiarò un'altra volta, marcando visita a


causa di certi dolori che secondo lei le avevo causato con il
succitato e ripetuto entusiasmo.

Così Gelsi erogava le sue sintesi.

Per di più aveva e forse ha ancora una voce piuttosto nasale che mi
rende facile risentirmela dire per esempio: “contento lui ...”, suo
motto “libertario”.
Che disdetta che non mi ricordi di tutte le sue sintesi: ecco l'ultima,
presente nella mail: “sono diventata una persona adulta”.

Pare una seguace di Renato Pozzetto, la cui comicità spesso si


basava su esternazioni ovvie e banali erogate in tono serio, con la
faccia di bronzo. Solo che Gelsi non lo sa.
La bancherella di Bratislava

La casa editrice Vallecchi di Firenze pubblicò nel giugno del 1941


Concerto domenicale, di Nicola Lisi, un libro che raccoglie otto
racconti. Nel 1942 una sua copia venne catalogata con il numero
d'inventario 1152, segnatura XX-119, dalla Biblioteca Universitaria
Slovacca, sezione d'Italianistica, a Bratislava, antica città che si
trova non lontana da Vienna, a est. Per motivi che stanno forse tra
la liquidazione della biblioteca, o della sezione d'Italianistica, chissà,
e, più probabilmente, la non restituzione alla medesima del volume
da parte di un lettore diciamo distratto, una mia amica tedesca da
molti anni residente a Firenze durante un suo viaggio trovò il
volume su una bancherella di libri usati, a Bratislava. Quando? Non
ricordo, direi attorno al 2010, certo in estate. Comunque acquistò il
libro e, tornata a Firenze, me lo dette in dono. Questa copia di
Concerto domenicale, che era passata da Firenze, viale dei Mille,
sede ai tempi e per moltissimi anni dopo della casa editrice
Vallecchi, fino a Bratislava, dopo circa settanta anni fece ritorno a
Firenze trovando la sua nuova, forse la terza, ma chissà,
sistemazione nel mio studio, in linea d'aria distante un chilometro
dal viale dei Mille.

Il primo dei racconti a me pare il migliore. S'intitola “Angiolo”. Narra


di un poetico contadino che una notte sogna di trovarsi innamorato
spiritualmente della sorella di un parroco della zona, Angiola.
Angiolo si sveglia, depreca la vicinanza della moglie e subito inizia
a progettare la realizzazione del suo sogno.
Dopo un primo approccio, per dir così, non riuscito, Angiolo invia
piccioni viaggiatori all'amata. Uno dei biglietti viene “recapitato” però
a un'altra donna, interessata a sposarsi anche a causa dell'età non
più giovane. Costei, intrusa involontaria, scrive, sotto il messaggio
di Angiolo per Angiola, la sorella del parroco, la sua risposta, la
quale dal piccione viene riportata ad Angiolo, che non fatica certo a
prenderla come un incoraggiamento dell'Angiola: “vieni da me,
amore.”
In corso d'opera amorosa Angiolo si mette però in mostra
nell'ambito della sua comunità con alcune più o meno lievi mattane
che alla fine lo conducono al manicomio.

L'amica tedesca, cui prestai il libro che lei mi aveva regalato, ma


non letto, pensò di tradurre nella sua lingua il racconto qui riassunto
- non tenete conto della mia sintesi: è bellissimo. Ne mandò poi
copia a suo padre, cultore della materia, che ne restò soddisfatto
solo in parte. Inutile proporre la traduzione a me, da parte
dell'amica: ai tempi ero ancora meno pratico di tedesco di quanto
non lo sia oggi - del resto sarei ancora oggi incapace di apprezzare
lo stile.

Tornando al giro fatto dal volume, in effetti io propendo per l'ipotesi


del fruitore della biblioteca distratto o infedele, magari per motivi
serissimi come la guerra, ma entro il 1945 o giù di lì; rimangono
decenni interi a disposizione. Un lettore prende in prestito un libro,
per qualche motivo non lo restituisce né la biblioteca può o vuole
recuperarlo; il libro entra a far parte della biblioteca privata di quel
lettore, passa il tempo e lui, o qualcuno “dopo di lui”, si libera di quel
libro, forse non solo di quello, ma di molti in blocco, vendendoli. Già
ci avviciniamo alla bancherella di Bratislava.