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Associazione Tartufai Associazione Tartufai

Appenninica Sestinese Valli Aretine

Il presente testo riporta i risultati del Progetto pluriennale


“Le tartufaie naturali della provincia di Arezzo. Caratteri ecologici
e buone pratiche di gestione del territorio per la loro tutela”,
progetto cofinanziato dalla Regione Toscana nell’ambito
dei fondi della Legge regionale della Toscana n. 50/1995.

Cura redazionale, grafica e impaginazione:


LCD srl, Firenze

Stampa: Industria Grafica Valdarnese

© ............................2012
Il volume è distribuito gratuitamente.
Tartufaie naturali
della provincia di Arezzo
Caratteri ecologici e buone pratiche
di gestione del territorio per la loro tutela

a cura di
Lorenzo Gardin
L
a Regione Toscana è da anni impegnata nella tutela e sal-
vaguardia delle aree di effettiva produzione dei tartufi
così come nella valorizzazione dei tartufi toscani quali
prodotti di qualità, strettamente legati a territori gestiti in manie-
ra sostenibile.
Il censimento e la mappatura delle aree tartufigene rappresen-
tano i presupposti indispensabili per qualsiasi intervento di tutela
e per questo non si può che esprimere grande apprezzamento per
il lavoro promosso dall’Amministrazione provinciale di Arezzo e
realizzato attraverso i finanziamenti previsti dalla legge regionale
in materia di raccolta dei tartufi.
Su documenti come questo anche le altre Amministrazioni
provinciali saranno chiamate a impostare i propri programmi di
salvaguardia delle aree di effettiva produzione dei tartufi, secondo
indicazioni che l’Amministrazione regionale è determinata a inse-
rire nella normativa regionale in corso di revisione.
Obiettivo dell’Amministrazione regionale è continuare a ga-
rantire, attraverso la normativa sulla ricerca e raccolta e gli atti di
programmazione del settore agricolo-forestale, gli strumenti più
idonei alla tutela e valorizzazione dei tartufi toscani, continuando
quella collaborazione e quel confronto costruttivo con Enti locali
e Associazioni dei tartufai avviato da anni e che, come in questo
caso, porta a risultati di assoluto valore.

Gianni Salvadori
Assessore all’Agricoltura - Regione Toscana

5
L
a provincia di Arezzo è un territorio assai vocato alla
produzione di tartufo e riveste un ruolo di primario
interesse nel panorama regionale e nazionale.
Le necessità di tutela degli ecosistemi tartufigeni nascono dai pro-
fondi cambiamenti che si sono avuti nella gestione del territorio
rurale negli ultimi trenta anni e che ancora oggi sono in corso.
Per evitare la scomparsa dei fragili habitat necessari allo svilup-
po di una risorsa così importante la Provincia di Arezzo, grazie an-
che al cofinanziamento della Regione Toscana, nel 2009 ha dato vita
al progetto “Le tartufaie naturali della provincia di Arezzo. Caratteri
ecologici e buone pratiche di gestione del territorio per la loro tu-
tela” con il fine di tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio
delle tartufaie naturali esistenti. Uno degli obiettivi prioritari è stato
quello di sensibilizzare sia gli uffici della pubblica amministrazio-
ne chiamati a gestire il territorio, sia i soggetti i privati interessati al
comparto sul valore e la delicatezza di questa risorsa, perché ope-
rando sul versante della consapevolezza diffusa dell’importanza
degli ambienti tartufigeni la comunità locale potesse da un lato tu-
telare e dall’altro cogliere le opportunità di questo settore. Una delle
difficoltà incontrate è stata proprio quella di coniugare la famige-
rata riservatezza delle preziose informazioni che ciascun tartufaio
conserva con tanta discrezione con il fatto che, senza la conoscenza
delle aree vocate, è impossibile dare corso a buone pratiche di ge-
stione del territorio rispettose degli ambienti di produzione.
Qui il ringraziamento va ai tartufai aretini e alle loro Associazioni
perché hanno saputo dare un essenziale contributo al lavoro.
Lo studio si è infatti concentrato sulla descrizione degli ecosi-
stemi tartufigeni delle tre principali specie di tartufo presenti nel
territorio provinciale: il tartufo bianco pregiato (Tuber magnatum
Pico), il tartufo scorzone (Tuber aestivum Vitt.) e il tartufo marzuolo
(Tuber borchii Vitt.).
La conoscenza dei territori, delle loro dinamiche e delle loro ca-
ratteristiche ha consentito di individuare quelle pratiche di gestione
del territorio che meglio si adattano alla tutela e alla salvaguardia de-
gli ecosistemi tartufigeni, calandole nel contesto normativo attuale.
La mappatura delle aree tartufigene costituisce uno strumento di
primaria importanza per poter far emergere questa peculiare risorsa
e porla all’attenzione dei diversi soggetti pubblici che operano nella
pianificazione e nella gestione del territorio come anche dei privati
interessati a valorizzarne le utilità.

Andrea Cutini
Assessore all’Agricoltura - Provincia di Arezzo

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I
cambiamenti climatici degli ultimi venti anni, maggior-
mente evidenti e disastrosi nei recenti cinque, unitamente
a un continuo e progressivo aumento dei cercatori di tar-
tufo, affiancati da una sovra popolazione di animali selvatici, in
particolare di cinghiali, hanno portato a una sistematica, continua
e progressiva rarefazione di tutte le specie di tartufo.
La reiterata siccità ha colpito soprattutto il tartufo bianco che
sappiamo essere molto esigente in fatto di umidità, mentre specie
un po’ meno esigenti come il marzuolo e lo scorzone, sono state,
specialmente negli ultimi anni, letteralmente devastate dai selvatici.
Tutte le specie infine hanno subito una forte pressione antro-
pica, in modo diretto con la dissennata ricerca e indiretto con le
mutate tecniche di gestione del territorio, in particolar modo le-
gate all’agricoltura e alla selvicoltura. Sono principalmente questi
fattori e queste motivazioni che circa quattro anni fa hanno spinto
le nostre Associazioni a intraprendere un percorso di protezione
degli ambienti tartufigeni, insieme alla Provincia di Arezzo, alla
Regione Toscana, supportati dai nostri valenti tecnici.
Questo lavoro non è stato affatto semplice, anzi in alcuni mo-
menti anche molto difficile vista la non sempre ben accetta piena
disponibilità dei cercatori più anziani a svelare alcuni segreti gelo-
samente custoditi nel loro scrigno chiamato cuore; ma poi, piano
piano, facendo opera di convinzione, spiegando bene l’utilizzo a
fornire una corretta informazione, possiamo asserire di avere avu-
to piena collaborazione da parte di tutti i tartufai, nostri soci.
Oggi finalmente presentiamo questo lavoro convinti più che
mai della sua bontà e utilità; lo consegniamo nelle mani delle isti-
tuzioni, dei tecnici e di coloro che dovranno occuparsi del territo-
rio e della sua buona gestione con la speranza che questa preziosa
risorsa dal nome tartufo che la natura ci ha regalato, possa essere
salvaguardata e tutelata e anche, speriamo, incrementata, nell’in-
teresse di chi lo va a cercare, ma anche della comunità tutta.

Moreno Moroni
Presidente dell’Associazione Tartufai Valli Aretine

Pino Crestini
Presidente dell’Associazione Tartufai di Sestino

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Autore e coordinatore del lavoro: Lorenzo Gardin, forestale
con la collaborazione di
Leonardo Nocentini, forestale, che ha curato gli aspetti forestali,
Paolo Gandi, agronomo, che ha curato gli aspetti legati al paesaggio.

Foto: tutte le foto sono di Lorenzo Gardin, tranne le foto alle pp. 15-21
che sono di proprietà della Regione Toscana, realizzate da Luigi Rinaldelli.

Ringraziamenti
Si ringrazia Stefano Boncompagni, dirigente Servizio Agricoltura Provincia di Arezzo,
e Moreno Moroni, presidente Associazione Tartufai Valli Aretine
Inoltre, si ringraziano per la collaborazione, i Servizi della Provincia di Arezzo
(Agricoltura, Programmazione Territoriale Urbanistica, Difesa del Suolo),
le Unioni dei Comuni del Casentino, del Pratomagno
e della Valtiberina toscana, il Consorzio di Bonifica Valdichiana Aretina,
e le Organizzazioni professionali agricole aretine.
Sommario

1_
Gli obiettivi del lavoro e le motivazioni 11

2_
I tartufi della provincia di Arezzo 13

3_
Materiali e metodi 23

4_
I caratteri ecologici degli ambienti di crescita
e le loro problematiche 27

5_
Buone pratiche di gestione del territorio
nell’attuale contesto normativo 65

6_
Iniziative intraprese e azioni dimostrative 77

7_
Lo sviluppo di filiera per il settore agricolo 83

8_
Conclusioni 91

Bibliografia 93

9
1_
Gli obiettivi del lavoro
e le motivazioni

La progressiva scomparsa e distruzione dei siti naturali di cresci-


ta dei tartufi, le cui cause sono dovute a diversi fattori di pressio-
ne e modificazione dell’ambiente, induce i soggetti preposti alla
pianificazione del territorio a prendere delle iniziative volte alla
tutela e alla conservazione di tali delicati ecosistemi.
Il Servizio Agricoltura della Provincia di Arezzo, accolte al-
cune segnalazioni sulla necessità di salvaguardare gli ambienti
tartufigeni, con la collaborazione dell’Associazione Tartufai del-
le Valli Aretine ha dato avvio e costante impulso al progetto “Gli
ambienti tartufigeni della provincia di Arezzo” avente come pri-
mario obiettivo quello di fornire per tutto il suo territorio, una
mappatura delle aree di crescita delle principali specie di tartufo.
Nelle aree tartufigene mappate sono presenti puntualmente i siti
di crescita definiti come “aree di effettiva produzione di tartufi”
dalla Legge regionale 50/95, per le quali tale legge istituisce la
possibilità di un loro inserimento nei piani urbanistici comunali
per la tutela e la conservazione.
La mappatura degli ambienti di produzione è ritenuta una
delle più efficaci azioni per la tutela della risorsa tartuficola e da
alcuni anni, si assiste a una crescente applicazione di tale stru-
mento a scala regionale. Tuttavia per il suo utilizzo appare in-
dispensabile primariamente approfondire le conoscenze sugli
ambienti di produzione, capirne le dinamiche naturali e sociali,
per impostare delle regole di gestione possibili ed efficaci per af-
frontare le problematiche specifiche.
11
I Tartufi

Oltre allo scopo di consolidare le conoscenze dei caratteri eco-


logici degli ambienti naturali di crescita dei principali tartufi della
provincia di Arezzo, questo progetto si è proposto anche di realizza-
re uno strato informativo georeferenziato delle aree tartufigene con
associata una banca dati contenente informazioni sullo stato di
conservazione dell’ambiente, sulle problematiche che minacciano
la sopravvivenza degli ambienti tartufigeni, sulla produttività.
Ha individuato ed esplicitato delle buone pratiche di gestione
del territorio per la salvaguardia e la tutela delle superfici tartu-
figene in relazione al contesto normativo vigente al fine anche di
promuoverne uno sviluppo sostenibile presso tutti i portatori di
interesse.
L’obiettivo finale del progetto è stato quello di coinvolgere fin
dall’inizio i principali enti pubblici che gestiscono il territorio al
fine di individuare un possibile percorso virtuoso per la tutela de-
gli ambienti tartufigeni e per lo sviluppo della tartuficoltura.

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2_
I tartufi della provincia di Arezzo

Schede descrittive dei principali tartufi


presenti in provincia di Arezzo
I Tartufi

Il tartufo bianco pregiato


Tuber magnatum Pico

Peridio: liscio, di colore giallo chiaro, talvolta con


tonalità verdastre o giallo-ocra.
Gleba: giallastra con tonalità nocciola o marrone,
attraversata da una fitta trama di venature bianche
molto sottili.
Forma: può essere tondeggiante o anche molto lobato,
o decisamente schiacciato, secondo il tipo di
terreno in cui il tartufo è cresciuto.
Dimensioni: questa specie ha dimensioni molto
variabili con esemplari che possono raggiungere
pezzature anche di diversi etti e persino superare
un chilo di peso.
Periodo di maturazione: da settembre a dicembre.
Come si riconosce: per il peridio liscio, i colori chiari,
il profumo inconfondibile, il periodo di sviluppo
autunnale.
Prezzo indicativo: si tratta della specie
commercialmente più pregiata e il prezzo, che
varia con la pezzatura e la forma del singolo
tartufo, è legato soprattutto all’andamento
annuale della produzione: generalmente è sempre
superiore ai 1000 Euro/kg, ma negli ultimi anni,
a causa delle raccolte particolarmente scarse, si
sono registrate punte anche di 4.500 Euro/kg per
esemplari di grosse dimensioni.
Presenza in provincia di Arezzo: molto diffuso, in
particolare nei territori della Valtiberina.
Il tartufo bianco in cucina: è una specie dotata di
profumo intenso e penetrante, che si presta a
essere consumato crudo su pietanze calde che ne
esaltino l’aroma senza mascherarlo.

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2_I tartufi della provincia di Arezzo

Tartufo bianco
pregiato(Tuber
magnatum Pico)

Ambienti
di crescita
del tartufo bianco
pregiato (Tuber
magnatum Pico)
nella provincia
di Arezzo

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I Tartufi

Il tartufo scorzone
Tuber aestivum Vitt.

Peridio: verrucoso, formato da verruche sporgenti,


grossolane e appuntite all’estremità, di colore
nero.
Gleba: nocciola con sfumature giallastre, attraversata
da venature bianche molto ramificate, più o meno
fini.
Forma: generalmente tondeggiante.
Dimensioni: lo scorzone ha una pezzatura media
piuttosto elevata, che talvolta può raggiungere il
mezzo chilo di peso.
Periodo di maturazione: da giugno a novembre.
Come si riconosce: per il peridio grossolanamente
verrucoso (da cui il nome di “scorzone”), per la
gleba più chiara rispetto alle altre specie di “tartufi
neri”, per le dimensioni generalmente elevate e,
soprattutto per il periodo di maturazione estivo.
Prezzo indicativo: questo tartufo spunta sul mercato
prezzi contenuti compresi fra 150 e 400 Euro/kg;
nonostante la buona pezzatura, spesso viene
commercializzato immaturo, quando ancora non
emana il suo tipico, delicato aroma fungino.
Presenza in provincia di Arezzo: molto diffuso in
tutte le vallate.
Il tartufo scorzone in cucina: poiché ha profumo
tenue, viene utilizzato come base per preparazioni
con altri ingredienti.

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2_I tartufi della provincia di Arezzo

Tartufo scorzone
(Tuber aestivum
Vitt.)

Ambienti
di crescita del
tartufo scorzone
(Tuber aestivum
Vitt.) nella
provincia
di Arezzo

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I Tartufi

Il tartufo marzuolo
Tuber borchii Vitt.

Peridio: liscio, di colore biancastro, ma variabile da


bianco-ocra a rossiccio.
Gleba: chiara tendente al fulvo, con venature bianche
larghe e poco numerose.
Forma: variabile, tendenzialmente tondeggiante se
il tartufo è cresciuto in terreni sabbiosi, talvolta
irregolare, con superficie gibbosa.
Dimensioni: la pezzatura media di questo tartufo è
piuttosto ridotta, come una nocciola o poco più,
ma può arrivare fino alla grandezza di un uovo di
gallina.
Periodo di maturazione: da gennaio ad aprile.
Come si riconosce: per il peridio liscio, i colori chiari
o rossicci, le piccole dimensioni, il profumo
agliaceo, l’epoca di sviluppo primaverile.
Prezzo indicativo: generalmente oscillante da un
minimo di 300 a un massimo di 600 Euro/kg circa.
Presenza in provincia di Arezzo: molto diffuso in
tutte le vallate.
Il tartufo marzuolo in cucina: il profumo deciso, con
toni agliacei, e il sapore spiccato e durevole lo
rendono un condimento adatto per varie pietanze,
purché, come il tartufo bianco pregiato, non lo si
sottoponga a prolungata cottura.

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2_I tartufi della provincia di Arezzo

Tartufo marzuolo
(Tuber borchii
Vitt.)

Ambienti di
crescita del
tartufo marzuolo
(Tuber borchii
Vitt.) nella
provincia
di Arezzo

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I Tartufi

Il tartufo nero pregiato


Tuber melanosporum Vitt.

Peridio: verrucoso, formato da verruche piccole e


poco pronunciate, di colore nero.
Gleba: nero-violacea negli esemplari maturi, con
venature bianche e fini, che tendono a diventare
rossicce all’aria e a scomparire con la cottura.
Forma: di solito tondeggiante, ma anche irregolare o
lobata.
Dimensioni: variabili, da quelle di una nocciola a
quelle di un’arancia, raramente più elevate.
Periodo di maturazione: da novembre a marzo.
Come si riconosce: per le verruche piccole e poco
pronunciate del peridio, per il colore scuro della
gleba e per il profumo dolce.
Prezzo indicativo: mediamente intorno a 800-1.200
Euro/kg.
Presenza in provincia di Arezzo: occasionale, raro.
Il tartufo nero in cucina: ha un profumo dolce e un
sapore gustoso, che ben si prestano alla cottura e
all’accompagnamento di secondi piatti di carne.

Tartufo nero
pregiato (Tuber
melanosporum
Vitt.)

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2_I tartufi della provincia di Arezzo

Il tartufo brumale
Tuber brumale Vitt.

Peridio: formato da verruche nere, piccole e poco


rilevate.
Gleba: grigio-brunastra, con venature bianche larghe
e rade.
Forma: di solito tondeggiante, ma anche irregolare o
lobata.
Dimensioni: generalmente piccole, come quelle di
una noce.
Periodo di maturazione: da gennaio a tutto marzo.
Come si riconosce: per le verruche piccole e poco
pronunciate del peridio, per il colore grigiastro
della gleba e per il profumo forte, simile a quello
della rapa.
Prezzo indicativo: è poco commercializzato,
mediamente intorno a 100-150 Euro/kg.
Presenza in provincia di Arezzo: occasionale, poco
cercato.
Il tartufo brumale in cucina: per il gusto deciso viene
apprezzato da chi ama i sapori forti.

Tartufo brumale
(Tuber brumale
Vitt.)

21
3_
Materiali e metodi

Per realizzare la mappatura degli ambienti tartufigeni, realizzare


uno strato informativo e analizzare le caratteristiche e le proble-
matiche relative alle tartufaie della provincia di Arezzo, le princi-
pali informazioni sono state fornite dai cercatori di tartufo appar-
tenenti all’Associazione Tartufai Valli Aretine e all’Associazione dei
Tartufai di Sestino. Sono state utilizzate inoltre fonti bibliografiche
e studi specifici condotti in Toscana dall’Arsia - Agenzia regionale
per lo Sviluppo e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale dal
1990 al 2010, dall’Istituto Sperimentale per lo Studio e la Difesa
del Suolo di Firenze dal 1990 al 1997 e dall’Istituto per la Selvicol-
tura di Arezzo dal 1990 al 1993; infine, per la mappatura sono state
utilizzate informazioni presenti negli uffici tecnici della Provincia,
delle ex Comunità Montane e dei Comuni.
Al fine di dare una maggior efficacia alle operazioni di mappa-
tura e di analisi del territorio, il Progetto ha suddiviso il territorio
provinciale in tre parti, prevedendo per ciascuno un anno di tem-
po per la sua realizzazione; dapprima sono state censite le tartufa-
ie del Valdarno e del Casentino (2009), poi della Valtiberina (2010)
e infine della Valdichiana (2012).
Per ciascuna zona la mappatura è stata realizzata seguendo
delle precise fasi di lavoro: dapprima sono state raccolte infor-
mazioni dai tartufai delle associazioni mediante interviste sulla
localizzazione delle zone di crescita, sulle caratteristiche dell’am-
biente e sulle problematiche in esse presenti. Mediante dei sopral-
23
I Tartufi

luoghi mirati sono stati individuati e localizzati numerosi e diversi


habitat e analizzati i fattori che maggiormente condizionano in
positivo o in negativo la crescita e la fruttificazione del tartufo.
Successivamente su alcuni siti di crescita, appartenenti alle diver-
se specie di tartufo e ubicati in differenti contesti ambientali, sono
stati effettuati dei sopralluoghi specifici volti ad analizzare le compo-
nenti ecologiche di maggior importanza per la crescita del tartufo tra
cui il suolo, la vegetazione, la geomorfologia e l’uso del suolo.
Le informazioni raccolte sono state inserite in un sistema infor-
mativo geografico con il quale sono state analizzate le relazioni dei
siti tartufigeni con gli strati tematici più importanti a disposizione.

Attraverso tale analisi e con le informazioni ricavate nei so-


pralluoghi si è così provveduto a delimitare dei territori omogenei
all’interno dei quali ricadono i siti produttivi e per questo aventi
caratteri di potenzialità alla produzione di tartufo, basati sulla pre-
senza effettiva di siti produttivi.
Nelle descrizioni degli ambienti di crescita dei vari tartufi, ri-
portate nel capitolo successivo, si fa riferimento a vari tematismi
ambientali che caratterizzano l’ecosistema. Le sigle e le descri-
zioni delle informazioni geologiche sono state riprese dalla Carta
Geologica in scala 1:100.000 del Servizio Geologico Nazionale e
dalla Carta Geologica in scala 1:10.000 del Servizio Geologico della
Regione Toscana, mentre le informazioni pedologiche sono state
rilevate in loco mediante pozzetti della profondità di circa 50 cm e
confrontate con le informazioni contenute nel Catalogo dei Suoli
della Carta dei suoli della Regione Toscana in scala 1:250.000. Le
informazioni sulla vegetazione sono state rilevate in loco duran-
te i sopralluoghi e confrontate con i Tipi Forestali della Toscana
(Regione Toscana, I tipi forestali – serie Boschi e macchie della To-
scana, 1998). La classificazione riportata dei tipi climatici secondo
la metodologia di Thornthwaithe è ricavata da L. Bigi e L. Rustici
(1984), Regime idrico dei suoli e tipi climatici in Toscana. Dipar-
timento Agricoltura e Foreste. Regione Toscana. Inoltre, affinché
il nostro studio avesse coerenza con il Piano Territoriale di Coor-
dinamento Provinciale, sono state analizzate alcune informazio-
ni provenienti dai seguenti strati del PTCP: la Carta Forestale, la
Carta dei tipi e varianti del paesaggio agrario, la Carta dei quadri
ambientali, la Carta dell’uso del suolo e della tessitura agraria e la
Carta delle aree naturali di pregio.

La perimetrazione delle aree tartufigene ha avuto lo scopo di


individuare su carta le aree della provincia di Arezzo all’interno
delle quali fossero presenti, con una certa frequenza, gli ambien-
ti di crescita dei principali tartufi, in particolare del tartufo bian-
co (Tuber magnatum Pico), del tartufo scorzone (Tuber aestivum
24
3_Materiali e metodi

Un tipico paesaggio sub-montano


dell’alta Valtiberina

Vitt.) e del tartufo marzuolo (Tuber borchii Vitt.) per poter valuta-
re, quantificare e localizzare la risorsa tartufo.
Le aree tartufigene sono state delineate e archiviate come stra-
to vettoriale poligonale in un database geografico e rappresenta-
no quindi dei contenitori piuttosto ampi all’interno dei quali sono
presenti i singoli ambienti tartufigeni che costituiscono, di fatto,
le “aree di effettiva produzione” a cui fa riferimento la Legge re-
gionale n. 50/95 e il regolamento forestale (L.R. 39/2000); tali am-
bienti sono stati descritti e singolarmente delineati anche se, per
motivi inerenti alla scala di acquisizione del dato e per rendere
omogeneo il lavoro per tutto il territorio provinciale, è parso op-
portuno non scendere a livelli di dettaglio troppo spinti e invece
rappresentare e intervenire su aree di scala più generale.

Lo strato informativo, oltre a consentire la localizzazione delle


aree tartufigene nel territorio, è un importante strumento di ana-
lisi delle problematiche e di programmazione delle attività di va-
lorizzazione e tutela degli ecosistemi; in tal senso, nel corso del
Progetto stesso, è già stato utilizzato per contestualizzare il coin-
volgimento di differenti enti pubblici (es. Servizio Conservazione
della Natura nelle Aree Protette, Servizio Difesa del Suolo per la
gestione della vegetazione ripariale).

25
I Tartufi

Gli obiettivi del Progetto, infatti, sono stati condivisi fin dal suo
inizio con i principali enti locali che, a diverso titolo e per differenti
settori, hanno un ruolo importante nella gestione del territorio; è
stato ritenuto strategico dapprima informare e sensibilizzare della
necessità di tutela degli ecosistemi tartufigeni e, successivamente,
individuare possibili percorsi, di carattere regolamentare, norma-
tivo o soltanto organizzativo, funzionali alla salvaguardia delle tar-
tufaie e all’attivazione di azioni per lo sviluppo della filiera tartufo.
In particolare alcuni aspetti specifici del lavoro sono stati con-
divisi con alcuni uffici provinciali, fra i quali: l’Ufficio del Piano
Territoriale di Coordinamento Provinciale affinché la localizzazio-
ne nel territorio delle aree tartufigene potesse trovare posto nella
pianificazione territoriale in una prossima revisione del Piano;
l’Ufficio delle Aree Protette, affinché si potesse inserire le aree tar-
tufigene e le buone pratiche di gestione del territorio nei Piani di
gestione delle Aree protette con l’obiettivo di prevedere, in modo
integrato, la possibilità di realizzare interventi di miglioramento
produttivo delle tartufaie naturali; con l’Ufficio per la Difesa del
Suolo sono state create delle sinergie che mirano a inserire nelle
autorizzazioni degli interventi di gestione della vegetazione ripa-
riale lungo fiumi e fossi in aree tartufigene, particolari prescrizioni
di tutela e di salvaguardia.
Infine il lavoro è stato proposto alle Organizzazioni Professio-
nali Agricole rappresentanti delle aziende agricole che sono i prin-
cipali proprietari privati dei fondi su cui crescono i tartufi, al fine
di condividere e trasferire con più efficacia le informazioni riguar-
danti le opportunità per gli imprenditori agricoli nel settore della
tartuficoltura, intesa sia come miglioramento di aree tartufigene
naturali che come realizzazione di nuovi impianti.

26
4_
I caratteri ecologici
degli ambienti di crescita

Gli ambienti naturali di crescita


del tartufo bianco pregiato (Tuber magnatum Pico)

Aree tartufigene dei depositi alluvionali


Ubicazione degli ambienti tartufigeni
Gli ambienti di crescita del tartufo bianco pregiato sono molto dif-
fusi nei paesaggi costituiti da depositi alluvionali, presenti in varia
misura in tutte e quattro le vallate.
In Valdarno sono localizzati nel fondovalle dell’Arno e in un
particolare complesso di fossi e torrenti (Caprenne, Tasso) che
scendono dal Pratomagno fino quasi alla connessione con l’Ar-
no. I comuni interessati sono Terranuova, San Giovanni e Mon-
tevarchi. In Casentino gli ambienti di crescita sono localizzati nel
fondovalle dell’Arno e di alcuni suoi affluenti. I comuni interessa-
ti sono Pratovecchio, Poppi, Castel San Niccolò, Bibbiena, Castel
Focognano, Subbiano e Capolona. In Valtiberina sono localizza-
ti nella pianura alluvionale formata dal Tevere e dai suoi princi-
pali affluenti (Sovara, Cerfone) e in vallecole secondarie laterali;
sono maggiormente diffusi nei comuni di Sansepolcro, Anghiari
e Monterchi. Infine, in Valdichiana gli ambienti di crescita del tar-
tufo bianco pregiato si ritrovano nella pianura alluvionale, lungo i
canali di bonifica e nei fondovalle laterali dei più importanti corsi
d’acqua (Vingone, Niccone, Esse di Cortona); sono maggiormente
diffusi nei comuni di Arezzo, Castiglionfiorentino e Cortona.
27
I Tartufi

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


Sono ambienti ripariali generalmente pianeggianti, ubicati in-
torno alle aste dei principali corsi d’acqua e lungo il reticolo se-
condario formato da scoline, fossi e canali presenti nella piana
alluvionale e bonificata. Tali superfici, costituite da depositi allu-
vionali prevalentemente calcarei, sono soggetti ad alluvionamen-
to e sommersione in caso di piene eccezionali.
In queste aree tartufigene sono stati sintetizzati tre ambienti
rappresentativi che qui di seguito vengono descritti.

Le tartufaie delle incisioni


L’ambiente di riferimento è costituito da incisioni dei depositi
fluvio-lacustri limosi e sabbiosi del Valdarno superiore; dalla carta
geologica 1:10.000 della Regione Toscana emerge che le formazio-
ni geologiche interessate dalle tartufaie appartengono alle allu-
vioni attuali (b) originatesi da depositi limosi di Latereto (LAT), da
limi e da sabbie del torrente Oreno (LSO) e da argille del torrente
Ascione (ASC).
Le tartufaie sono costituite da impluvi dove si accumulano ma-
teriali di origine alluvio-colluviale, costituiti in prevalenza da sab-
bie e ghiaie, delimitati da versanti scoscesi o molto scoscesi, con
frequenti fenomeni di erosione sia incanalata che di massa. Questo
ambiente è occupato da boschi misti composti da uno strato arbo-
reo dominante con esemplari secolari di Quercus robur di altezza
compresa tra 15 e 20 metri e diametro di 40-60 centimetri, con un
piano inferiore di età compresa tra 20 e 30 anni, costituito da Ostrya
carpinifolia, Carpinus betulus, Acer campestre, Corylus avellana,
Quercus pubescens, governato a ceduo. I valori di copertura del
soprassuolo sono prossimi al 100%. Nello strato arbustivo le spe-
cie più significative sono rappresentate da Prunus spinosa, Cornus
mas, Crategus monogyna, Ruscus aculeatus. Tra le specie rampican-
ti ha grande diffusione l’Hedera helix. La copertura erbacea è pres-
soché assente, data l’alta copertura degli strati arboreo e arbustivo.
Secondo i tipi forestali della Toscana gli ambienti tartufigeni rien-
trano nel Querco-carpineto extrazonale di farnia (presente oltre che
in pianura planiziale anche nelle vallecole laterali) (foto 1-2).
I suoli di questi ambienti sono generalmente profondi, poco
evoluti, a profilo A-AC-C, di colore bruno grigiastro molto scuro
nell’orizzonte A e bruno oliva negli orizzonti sottostanti, scarsa-
mente scheletrici nel complesso ma con possibili livelli ghiaiosi di
materiale prevalentemente arenaceo, arrotondato.
La tessitura stimata varia da franca (contenuti intorno al 50% di
sabbia e al 15% di argilla) nei primi 20 cm a franco sabbiosa (conte-
nuti intorno al 65% di sabbia e al 10% di argilla) in profondità. Sono
di terreni sciolti o scarsamente strutturati, con una densità appa-
rente dell’orizzonte superficiale media, intorno a 1,29 g/cmc.
28
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

1-2. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo bianco
ubicati nelle incisioni

La matrice del suolo non è calcarea: l’effervescenza all’acido


cloridrico è assente e il tenore di carbonato di calcio è inferiore
allo 0,5%, mentre il pH varia da 6,8-7 in superficie a 7-7,5 negli
orizzonti sottostanti. La presenza di una porosità non trascurabile
consente una buona areazione. Si tratta di suoli talvolta eccessi-
vamente drenati, caratterizzati da un’alta conducibilità idraulica.
Questi suoli possono essere considerati appartenenti alla serie
Mulinaccio (MUL1), (Typic Ustifluvents coarse-loamy, mixed,
nonacid, mesic) del Catalogo Regionale dei Suoli realizzato per la
Carta della Toscana in scala 1:250000.

Le tartufaie dei fondivalle alluvionali dei principali corsi d’acqua


Appartengono a questo ambiente gli ecosistemi ubicati lungo le
aste dei principali fiumi e torrenti, costituiti da vegetazione riparia
talvolta non continua e in parte degradata lungo gli argini. Oltre
agli alvei dei grandi fiumi quali l’Arno e il Tevere, sono rappresen-
tativi i loro affluenti quali il Cerfone, la Sovara, il Niccone, il Vin-
gone (foto 3-4).
Gli ambienti di riferimento presentano suoli poco evoluti,
a profilo A-AC-C, di colore bruno grigio molto scuro (10YR 3/2)
nell’orizzonte superficiale ricco in sostanza organica e bruno oliva
(2.5Y 4/4) nell’orizzonte profondo. Sono generalmente non ghia-
iosi anche se localmente possono ritrovarsi livelli ghiaiosi, più
29
I Tartufi

3-4. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo bianco ubicati
sui depositi fluviali
dei principali corsi d’acqua

spesso in profondità; la tessitura è franca e franco sabbiosa con te-


nori di argilla compresi fra 5% e 25% e contenuti di sabbia fra 50%
e 70%, con un grado di aggregazione assai debole; sono calcarei
in tutti gli orizzonti e la reazione è moderatamente alcalina, con
valori di pH compresi fra 7,4 e 8,0; la conducibilità idraulica è mo-
deratamente alta e i suoli sono talvolta eccessivamente drenati;
sono assimilabili alla serie Campoteso (CPT1) (Typic Udifluvents
fine-loamy, mixed, calcareous, mesic).
La vegetazione degli argini dei fossi è costituita da boschi e
boscaglie lineari di aspetto ceduo, aventi alta copertura delle
chiome, composti prevalentemente da Populus alba e Populus
nigra, Salix alba e Quercus pubescens con Alnus glutinosa e Ro-
binia pseudacacia; lo strato arbustivo è costituito da Cornus san-
guinea, Rubus spp., Crataegus monogyna, Euonymus europaeus,
Potentilla reptans, Galega officinalis, mentre quella erbacea è
rappresentata da alte erbe igrofile e nitrofile, con specie proprie
di greti, spesso terofite. Questo ambiente è riferibile al saliceto
e pioppeto ripario a salice bianco con pioppi, dei Tipi Forestali
della Toscana (foto 5-6).
Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la
metodologia di Thornthwaite, questi ambienti appartengono al
tipo subumido con piovosità media annua compresa tra 800 e 900
mm (C2).
30
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

5-6. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo bianco ubicati
sui depositi fluviali
dei fondivalle laterali

Le tartufaie delle pianure alluvionali


Sono ambienti ripariali pianeggianti, ubicati lungo il reticolo se-
condario formato da fossi, scoline e canali presenti nelle piane
alluvionali formate dai principali corsi d’acqua (piana dell’Arno
in Casentino e Valdarno, piana del Tevere e Valdichiana). Tali su-
perfici sono soggette a occasionali fenomeni di alluvionamento e
sommersione in caso di piene eccezionali.
I suoli sono profondi a profilo A-Bw-Cg, di colore bruno mol-
to scuro (2.5Y 3/2) in superficie e bruno oliva chiaro (2.5Y 5/3) in
profondità; non ghiaiosi, la tessitura è variabile da franco limo-
sa ad argilloso limosa con contenuti di argilla compresi fra 20%
e 30% (raramente 40%) e di sabbia compresi fra 10% e 25%; sono
debolmente strutturati. Il contenuto in carbonato di calcio è as-
sai variabile; nella piana del Tevere i suoli sono calcarei con pH
compreso fra 7,6 e 8,0, mentre nella Valdichiana si ritrovano fre-
quentemente suoli non calcarei da neutri a debolmente alcalini
con pH compresi fra 6,6 e 7,8; sono moderatamente ben drenati e
la conducibilità è moderata; è frequente infatti rilevare la presenza
di strati di saturazione idrica intorno a 70 cm, evidenziata da figu-
re di ossidoriduzione.
Queste tipologie pedologiche sono riferibili per la Valdichiana
ai suoli Viaggiolo (VGG1), (Aquic Haplustepts, fine loamy, mixed,
mesic) seppur con alcune differenzazioni, mentre per la Valtiberi-
31
I Tartufi

7-8. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo bianco ubicati nella
pianura alluvionale in Valdichiana

na alla serie S.Simone (SSM1), (Typic Hapludepts fine-silty, mixed,


mesic) del Catalogo Regionale dei suoli della Toscana.
La vegetazione, ridotta talvolta a poche piante isolate, a brevi
filari, raramente a boschetti relitti, è composta da piante arboree
di Populus nigra, Populus alba, Quercus cerris, Quercus pubescens
con Acer campestre; lo strato arbustivo, poco rappresentato, è com-
posto da Rubus, Cornus mas, Hedera helix, Crataegus monogyna e
Cornus sanguinea. Tale ambiente è riferibile al saliceto e pioppeto
ripario descritto nei Tipi Forestali della Toscana (foto 7-10).

Produzione
La produzione delle tartufaie dei depositi fluviali e alluvionali del-
le Vallate aretine è stimata su livelli medi, in quanto le tartufaie
sono assai localizzate, sporadiche e in alcuni casi, in continua e
forte contrazione; inoltre le caratteristiche ambientali, in partico-
lare il suolo, non sempre presentano caratteri ottimali: l’assenza
di carbonato di calcio dal substrato determina dei valori di pH lo-
calmente non particolarmente idonei; si registra inoltre talvolta
un’eccessiva pressione dei raccoglitori sui siti maggiormente co-
nosciuti e frequentati. Lungo i corsi d’acqua secondari, es. Nic-
cone e Vingone, Sovana, Cerfone si ritrovano invece porzioni di
habitat meglio conservati, con una maggiore ricchezza di piante e
diversità specifica che danno produzioni buone e costanti.
32
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

9-10. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo bianco ubicati nella
pianura alluvionale in Valtiberina

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Gli ambienti tartufigeni degli impluvi, trovandosi in un ambien-
te prettamente forestale si presentano per lo più in buono stato
di conservazione; sono presenti numerose piante simbionti di
grosse dimensioni e in buono stato fitosanitario; il sottobosco ha
un’equilibrata copertura e garantisce un accesso discreto ai siti;
non sono state rilevate particolari minacce alla conservazione
dell’ambiente, a esclusione di localizzati movimenti terra realiz-
zati nel passato lungo l’asta di un torrente.
Gli ambienti invece appartenenti ai fondivalle dei principa-
li corsi d’acqua e soprattutto alla pianura alluvionale risultano
talvolta gravemente degradati; infatti i fiumi o torrenti che si svi-
luppano lungo le strade o che bordano dei campi coltivati hanno
visto ridurre nel tempo la copertura delle specie arboree e molte
piante simbionti sono state eliminate, in parte sostituite da indivi-
dui di specie infestanti (foto 11).
Questi fossi sono invasi da specie arbustive ed erbacee infestan-
ti (rovi, vitalbe etc.) con coperture eccessive, dannose per l’habitat
tartufigeno e anche per l’accessibilità. Le poche piante rimaste sono
spesso relegate all’interno del fosso e hanno difficoltà a espandere
i loro apparati radicali perché impediti dalla presenza invasiva di
altri usi del suolo, quali le attività agricole, le infrastrutture etc.
33
I Tartufi

11. Tartufaie invase


da vegetazione arbustiva

12. Un esempio 13. I movimenti


di eliminazione di piante terra lungo una
lungo le scoline strada danneggiano
e i fossetti di separazione l’ecosistema tartufigeno
dei campi

34
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

14-15. Confronto diacronico (1978-2007)


di una porzione di pianura in Valtiberina

In Valtiberina per esempio alcuni ambienti tartufigeni sono


molto danneggiati dall’attività dell’uomo che ha determinato e
determina una progressiva eliminazione delle piante simbionti e
degli ambienti a esse idonei con la conseguente scomparsa della
produzione dei tartufi (foto 12-13).
Le cause sono da ricercare nell’accorpamento fondiario, nell’e-
liminazione dei fossetti delle sistemazioni idrauliche agrarie,
nell’eliminazione delle scoline di separazione dei campi; le piante
simbionti che intorno a questi siti crescevano sono state eliminate
o vengono sostituite da specie infestanti non tartufigene; di for-
te impatto sono lo sviluppo delle infrastrutture urbane e viarie, la
sistematica tendenza a eliminare qualunque pianta arborea dagli
appezzamenti agricoli o dai loro confini e in generale l’incuria per
il territorio aperto e per gli ecosistemi seminaturali.
Nelle foto 14-15 si sono messe a confronto le immagini aeree di
una porzione della piana di Sansepolcro ripresa nel 1978 (a sini-
stra) e nel 2007 (a destra). Si nota come nel 1978 vi fosse una mino-
re dimensione dei campi e una maggior diffusione di alberature e
siepi poste sul margine dei campi. La scomparsa progressiva di tali
ambienti oltre a determinare, come detto, una forte contrazione
degli ecosistemi tartufigeni, genera anche una forte semplificazio-
ne del paesaggio rurale.
Gli ecosistemi tartufigeni della Valdichiana, in particolare quel-
35
I Tartufi

16-17. Eliminazione di piante lungo le scoline e i fossetti


di separazione dei campi o al margine della strada

li ubicati nella pianura bonificata e nella pianura alluvionale, mo-


strano le stesse problematiche sopra descritte come evidenziato
dalle foto qui di seguito riportate (foto 16-17).
Anche per la Valdichiana è possibile notare facilmente dal
confronto diacronico di foto aeree, l’accorpamento fondiario e la
scomparsa di individui arborei isolati o in filari (foto 18-19).

Ambienti tartufigeni del flysch marnoso arenaceo

Ubicazione degli ambienti tartufigeni


Gli ambienti tartufigeni qui di seguito descritti sono ubicati preva-
lentemente nei comuni di Sestino e di Badia Tedalda e rappresen-
tano senza ombra di dubbio le più vaste aree produttive di tartufo
bianco della Provincia di Arezzo.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


La formazione Marnoso Arenacea Romagnola, presente con tale
nome sia nella carta geologica 1:100.000 dell’IGN che nella car-
ta geologica in scala 1:10.000 della Regione Toscana, si manife-
sta, nella porzione settentrionale della provincia di Arezzo, nella
sua facies più marnosa e dà origine a un paesaggio in parte molto
aspro, costituito da versanti di estrema pendenza, molto erosi e
36
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

18-19. Confronto diacronico (1954-2007)


di una porzione di pianura in Valdichiana

con frequenti affioramenti rocciosi, in parte più dolce, costitui-


to da versanti ondulati, a pendenza moderata e forte, soggetti a
erosione idrica incanalata e a frequenti fenomeni gravitativi di
massa. Queste ultime superfici sono localmente intensamente
coltivate per la produzione di foraggio vista l’attività zootecnica
montana. Le zone invece più distanti dai centri abitati, quelle a
quote più alte e quelle in genere meno adatte alla coltivazione,
si trovano in stato di abbandono e solo saltuariamente vengono
pascolate (foto 20).
L’area corrisponde a uno dei grandi tipi del paesaggio agrario
europeo, quello dei “campi chiusi”, in genere di origine medioe-
vale quando gli Statuti delle comunità rurali resero obbligatorie le
“chiusure” per limitare le liti tra vicini, dovute allo sconfinamento
del bestiame. Il paesaggio è caratterizzato dal disegno strutturan-
te delle folte siepi alberate coincidenti, in genere, con la rete mi-
nuta degli impluvi, che circondano i vasti appezzamenti a prato-
pascolo, alternato, secondo cicli pluriennali, ai seminativi.
Nei campi erano presenti numerose piante di alto fusto utiliz-
zate per il meriggio del bestiame, di cui oggi rimangono ben pochi
esemplari (foto 21).

37
I Tartufi

20. Esempio di paesaggio a campi chiusi


con siepi alberate a dividere i campi

21. Raro esempio rimasto


di una notevole densità
di piante presenti nei campi
coltivati

38
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

22-23. Ambiente e suolo dei siti ubicati sotto piante isolate


nei versanti coltivati della Marnoso-Arenacea

Le tartufaie delle siepi e delle piante isolate


Proprio le siepi alberate che, come detto, costituivano i confini
delle proprietà e le piante isolate presenti all’interno o sul bor-
do dei campi rappresentano dei siti elettivi di crescita del tartufo
bianco. La vegetazione è costituita da filari di grosse piante e da
boschetti di limitata estensione; le specie arboree maggiormente
rappresentate sono Quercus cerris e Quercus pubescens, mentre lo
strato arbustivo è rappresentato da Rubus spp., Cornus sanguinea,
Prunus spinosa, Crataegus monogyna (foto 22-23).

Le tartufaie dei versanti


Un altro ambiente estremamente produttivo per il tartufo bian-
co è rappresentato da superfici costituite da versanti fortemente
pendenti, un tempo adibite al pascolo o in generale alle coltiva-
zioni erbacee e oggi in fase di avanzata colonizzazione da parte
della vegetazione arborea e arbustiva(foto 24-25).
La vegetazione è molto rada, costituita da qualche grossa
pianta adulta di Quercus cerris e di Quercus pubescens con Ostrya
carpinifolia e numerosi arbusti quali Juniperus communis e Rosa
sempervirens fra i più frequenti; lo strato erbaceo è rappresentato
principalmente dal Brachipodium pinnatum.
Per quanto riguarda i suoli in entrambi questi ambienti essi
risultano profondi, a profilo Ap-Bw-C, di colore bruno grigiastro
39
I Tartufi

24-25. Ambiente e suolo dei siti tartufigeni


ubicati su versanti con arbusti un tempo adibiti
al pascolo o alle coltivazioni erbacee

molto scuro nell’orizzonte A o Ap e tra bruno grigiastro scuro e


bruno oliva nel sottostante orizzonte Bw, scarsamente ghiaiosi
con materiale ghiaioso di piccole dimensioni, di natura marno-
sa, in quantità inferiori al 10%. La tessitura è franco limosa, con
valori di sabbia intorno al 5-10% e una componente argillosa va-
lutata intorno al 25-30%; sono suoli con una struttura grumosa
grossolana in superficie moderatamente sviluppata, con densità
apparente dell’orizzonte superficiale media, pari a 1,1 g/cmc. La
matrice del suolo è molto calcarea: l’effervescenza all’acido clori-
drico è violenta e il tenore stimato di carbonato di calcio è supe-
riore al 10%, mentre il pH è moderatamente alcalino con un valore
intorno a 8. La presenza di una porosità non trascurabile consente
una buona areazione dell’orizzonte superficiale. Si tratta di suoli
moderatamente ben drenati, caratterizzati da una conducibilità
idraulica moderatamente bassa negli orizzonti sottosuperficiali.
Sono riferibili alla serie Castelvecchio (CTV1) (Tipic Eutrudepts,
fine-loamy, mixed, mesic) del Catalogo Regionale dei Suoli, seppur
con alcune significative differenze.

Le tartufaie degli impluvi e delle parti basse di versante


La terza tipologia degli ambienti di crescita del tartufo bianco pre-
giato nel flysch marnoso arenaceo è rappresentata dalle parti basse
di versante, costituiti da depositi di frana e colluvi o posizionati in
40
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

26. Ambiente dei siti tartufigeni


ubicati nelle vallecole e negli
impluvi della Marnoso Arenacea

27. Suolo dei siti


tartufigeni ubicati nelle
vallecole e negli impluvi
della Marnoso Arenacea

41
I Tartufi

zone concave, in impluvi e piccole vallecole di deposizione idrica;


sono ambienti umidi, di accumulo dei flussi idrici superficiali, uti-
lizzati a bosco ceduo con prevalenza di Quercus cerris e seconda-
riamente Ostrya carpinifolia, Salix caprea e Salix alba; si possono
ritrovare sporadicamente Populus alba, Populus nigra e Alnus glu-
tinosa. La vegetazione arbustiva è costituita da Cornus sanguinea,
Crataegus monogyna, Ligustrum vulgaris, Rubus spp. (foto 26-27).
I suoli si originano su depositi alluvio-colluviali a granulome-
tria franca, di natura calcarea; sono profondi a profilo A-AC-C, di
colore bruno scuro nei primi centimetri e bruno grigiastri scuri
negli orizzonti sottosuperficiali; non sono ghiaiosi e presentano
una tessitura franca e franco limosa con contenuti di sabbia infe-
riori al 20% e contenuti in argilla compresi fra 20 e 30%; sono suoli
ben strutturati nel primo orizzonte, nel quale gioca un’importante
ruolo la lettiera e l’alto contenuto di sostanza organica, mentre il
grado di aggregazione delle particelle tende a attenuarsi in pro-
fondità a causa degli alti contenuti della frazione limosa. La matri-
ce del suolo è effervescente in modo violento all’acido cloridrico
e il contenuto in carbonato di calcio è stimato intorno al 20%; la
reazione del suolo è moderatamente alcalina con valori di pH in-
torno a 8,0; il drenaggio è moderato a causa della moderatamente
bassa conducibilità degli orizzonti sottosuperficiali.
Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la meto-
dologia di Thornthwaite, questi ambienti appartengono al tipo peru-
mido con piovosità media annua compresa fra 1.400 e 1.600 mm (A1).

Produzione
La produzione di tutti questi ambienti è alta e costante e anche la
pezzatura è buona.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Nonostante questi ambienti siano ampiamente diffusi nel terri-
torio dei comuni di Sestino e Badia Tedalda, i rilievi hanno evi-
denziato una forte contrazione delle loro superfici e per alcuni di
essi la conservazione risulta fortemente minacciata. Tra le cause
più frequenti di distruzione degli ambienti di crescita del tartufo
bianco è da segnalare il forte impatto dell’agricoltura che nel cor-
so degli anni ha determinato un significativo rimodellamento del
territorio per la necessità di accorpare gli appezzamenti agricoli
montani con la conseguente eliminazione di moltissime siepi al-
berate e di piante isolate all’interno dei campi; laddove le piante
all’interno dei campi sono rimaste in piedi si assiste comunque
alla scomparsa dell’ambiente tartufigeno a causa dalle lavorazioni
agricole profonde effettuate intorno a esse che ne distruggono le
radici più superficiali e le micorrize tartufigene.
42
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

28-29. Confronto diacronico (1978-2007)


che evidenzia la perdita di individui arborei
singoli o in filari nel territorio di Sestino

Di forte impatto anche negli ambienti forestali è la presenza


dei cinghiali che nelle limitrofe riserve naturali trovano rifugio e
riparo dalla caccia durante le ore diurne.
Nelle foto 28-29 sono riportate due immagini di anni diversi
(1978 e 2007) di uno stesso territorio del comune di Sestino; sono
evidenziate alcune situazioni nelle quali si può notare l’elimina-
zione delle siepi alberate presenti sul confine dei campi e delle
piante isolate al loro interno.

Ambienti tartufigeni su substrati argilloscistosi e marnosi

Ubicazione degli ambienti tartufigeni


Questi ambienti sono diffusi nel territorio della Valtiberina; si ri-
trovano in particolare nel comune di Caprese Michelangelo, Badia
Tedalda e di Pieve Santo Stefano.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


Le tartufaie su argilloscisti del caotico montano
Il substrato litologico di questi ambienti di crescita è costituito da
argilliti e marne appartenenti alle argille scagliose (Asc), al caoti-
co (c), al flysch argilloso calcareo (ac) della Carta geologica in scala
1:100.00 del Servizio Geologico Nazionale e appartenenti alla for-
43
I Tartufi

30-31. Ambiente e suolo


di ambienti tartufigeni
su Caotico montano

mazione di Sillano (SIL), delle marne di Verghereto (mVe), delle


marne di Vicchio (mV) della carta geologica in scala 1:10.000 della
Regione Toscana. I siti tartufigeni di tartufo bianco sono ubicati nel-
le parti basse di versanti di pendenza moderata, soggetti a fenome-
ni di erosione idrica incanalata e di massa, negli accumuli di frana e
negli impluvi. Da un punto di visto litologico questi ambienti hanno
come substrato pedogenetico le marne calcaree grigiastre, estrema-
mente fissili che danno origine a forme erosive molto pronunciate,
talvolta fino a veri e propri calanchi; l’uso del suolo è generalmente
costituito da boschi e boschetti cedui di Quercus pubescens e secon-
dariamente di Quercus cerris, con Fraxinus ornus, Ostrya carpini-
folia e Acer campestre; lo strato arbustivo è costituito da Juniperus
communis, Rosa sempervirens, Rubus spp., Cornus sanguinea, Pru-
nus spinosa. Questo ambiente è assimilabile al Querceto mesofi-
lo di roverella e cerro dei Tipi Forestali della Toscana (foto 30-31).
L’habitat è generalmente rappresentato dal margine del bosco, da bo-
schetti utilizzati a ceduo, da pascoli e da coltivi abbandonati invasi da
vegetazione arbustiva e arborea composta da Quercus cerris, Quercus
pubescens, Acer campestre; lo strato arbustivo è costituto da Juniperus
communis, Cornus mas, Prunus spinosa. Tale ambiente è riferibile alla
tipologia forestale del Querceto mesofilo di roverella e cerro con pre-
senza di specie arbustive appartenenti al Prunetum.
Il suolo rappresentativo di questa tipologia è stato rilevato in
44
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

un impluvio che riceve depositi alluvio-colluviali di natura sia ar-


gilloscistosa, ma anche serpentinosa che conferiscono agli oriz-
zonti una colorazione grigio oliva scuro (5Y 3/2). La tessitura è
franco sabbiosa con contenuti di argilla compresi fra 30 e 35% e
contenuti in sabbia compresi fra 30 e 40%, debolmente struttura-
ti. Il contenuto di carbonato di calcio è compreso fra 1 e 5%, e la
reazione risulta debolmente alcalina con valori di pH compresi fra
7,4 e 7,8. Il drenaggio è moderato con una conducibilità modera-
tamente bassa.
Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la
metodologia di Thornthwaite, questi ambienti appartengono al
tipo umido, con piovosità media annua compresa tra 1.000 e 1.200
mm (B2).

Produzione
Questi ambienti sono molto produttivi, con buona pezzatura, an-
che se i siti di crescita del tartufo bianco pregiato sono localizzati,
presenti cioè solo in particolari condizioni ecologiche, caratte-
rizzate da stazioni umide e fresche, suoli calcarei non particolar-
mente compatti.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
I siti tartufigeni sono generalmente ubicati sul margine del bosco
e in chiarie naturali; per tale motivo non subiscono evidenti e im-
portanti azioni di distruzione dell’habitat se non da errati o non
oculati interventi di gestione forestale.
Sono ambienti dagli usi marginali che solo occasionalmente
subiscono pressioni che ne determinano la scomparsa. Tuttavia la
mancanza di ripuliture della vegetazione arbustive e la progressi-
va invasione di specie arbustive ne danneggia la produzione.

Ambienti tartufigeni su depositi franosi


del flysch pelitico arenaceo

Ubicazione degli ambienti tartufigeni


Questi ambienti sono limitatamente diffusi nella provincia di
Arezzo, in particolare nei comuni di Sansepolcro, Pieve Santo Ste-
fano, Anghiari.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


Il flysch pelitico arenaceo appartenente alla Formazione del Maci-
gno del Mugello (mgM) della Carta Geologica in scala 1:100.000 del
SGN, appartenenti alla Unità tettonica Falterona (FAL) della Carta
Geologica in scala 1:10.000 della Regione Toscana, può dare origine
45
I Tartufi

32-33. Ambiente e suolo


dei depositi di frana
del Macigno del Mugello

a suoli dai caratteri chimici e fisici molto differenti fra loro. Dai ri-
lievi effettuati solo le facies più siltose e marnose a matrice calcarea
determinano suoli idonei alla crescita del tartufo bianco pregiato.

Le tartufaie dei depositi di frana


Questi ambienti tartufigeni sono localizzati in posizioni di basso
morfologico rappresentati da parti basse di versante, da versanti
concavi, da depositi di frana o di versante e da impluvi presenti
nella facies più marnosa della Formazione del Macigno del Mu-
gello. Sono ambienti poco diffusi generalmente boscati, trattati
a ceduo matricinato, con piante di più turni di età, con Quercus
cerris e Quercus pubescens in dominanza, talvolta mescolati a spe-
cie più igrofile quali Populus alba, Salix caprea, Alnus glutinosa;
lo strato arbustivo è rappresentato da Rubus ssp., Crataegus mo-
nogyna, Prunus spinosa, Ligustrum vulgaris, mentre lo strato er-
baceo è dominato dal Brachipodium pinnatum (foto 32-33).
I suoli sono moderatamente profondi, a profilo A-Bw-BC, di
colore bruno grigiastro molto scuro nell’orizzonte A e tra bruno e
bruno scuro nel sottostante orizzonte B, scarsamente ghiaiosi nei
primi 25-30 centimetri, con presenza di ghiaie grossolane valutate
tra il 5 e il 10%. La tessitura è franco limoso argillosa, con argilla
compresa fra 33 e 35% e sabbia tra 15 e 20%. Si tratta di terreni do-
tati di una struttura grumosa fine debolmente sviluppata nell’o-
46
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

rizzonte A e poliedrica subangolare media debolmente sviluppata


nell’orizzonte B. La densità apparente dell’orizzonte superficiale è
bassa, pari a 0,94 g/cmc.
La matrice del suolo è scarsamente calcarea nell’orizzonte A,
fino cioè a 5 cm di profondità, evidenziando una reazione all’a-
cido cloridrico assai leggera, con un pH debolmente alcalino, in-
torno a 7,4; diventa invece calcarea più in profondità, dove l’effer-
vescenza all’acido cloridrico è notevole e il tenore di carbonato
di calcio è intorno al 5%, mentre il pH, debolmente alcalino, ha
valori intorno a 7,7. Si tratta nel complesso di suoli ben drenati,
caratterizzati da una conducibilità idraulica media. Sono riferibili
ai suoli Lippiano (LIP1), (Typic Eutrudepts, fine loamy, mixed, me-
sic) del Catalogo Regionale dei Suoli seppur con alcune differen-
ziazioni legate alla reazione.
Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la
metodologia di Thornthwaite, questi ambienti appartengono al
tipo umido, con piovosità media annua compresa tra 1.000 e 1.400
mm (B2 - B4).

Produzione
La produzione è medio alta, ma estremamente localizzata e avvie-
ne solo ove si verificano le condizioni ecologiche particolari sud-
dette, dovute alla reazione del suolo.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Sono ambienti boscati o ex coltivi oggi invasi dalle specie arbusti-
ve; le problematiche sono legate alla gestione forestale e alla nor-
male evoluzione dei soprassuoli in fase di successione secondaria.

47
I Tartufi

GLI AMBIENTI NATURALI DI CRESCITA


DEL TARTUFO SCORZONE (Tuber aestivum Vitt.)
E DEL TARTUFO MARZUOLO (Tuber borchii Pico)

Ambienti tartufigeni del flysch pelitico arenaceo

Ubicazione degli ambienti tartufigeni


Come accennato per gli ambienti del tartufo bianco, il flysch pe-
litico arenaceo può determinare delle caratteristiche fisico chimi-
che dei suoli molto differenti; la diffusione dei siti di crescita del
tartufo scorzone risulta pertanto moderata su questo substrato e
legata a condizioni particolari, soprattutto legate al pH del suolo,
mentre si creano minori restrizioni per gli ambienti di crescita del
tartufo marzuolo. I siti di crescita rilevati sono ubicati nei comuni
di Anghiari, Sansepolcro e Pieve Santo Stefano per la Valtiberina,
mentre in Casentino la diffusione è in genere maggiore ed estesa a
gran parte della vallata in tutti i comuni a eccezione di Montemi-
gnaio e Castel San Niccolò, nei quali non si sono avute segnalazio-
ni di ritrovamenti significativi.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


Le tartufaie degli alti versanti
Sono ambienti montani aperti, a orientamento meridionale, da
moderatamente a fortemente erosi con pietrosità superficiale per
lo più ghiaiosa e frequente e con rocciosità scarsa, ma localmente
moderata.
La vegetazione è rappresentata da formazioni forestali miste di
giovane età nella fase di ricolonizzazione di ex coltivi ed ex pasco-
li. In particolare troviamo formazioni miste a prevalenza di Quer-
cus pubescens e Pinus nigra (foto 34-35).
La copertura dell’intero soprassuolo arboreo non supera in ge-
nere il 30%. Il piano arbustivo è dominato da Spartium junceum
a cui si associano principalmente Rosa sempervirens, Prunus spi-
nosa e Juniperus communis. Complessivamente la copertura di
questo strato raggiunge il 20%. Lo strato erbaceo ha una copertura
del 70-80% ed è rappresentato principalmente da Brachipodium
sylvaticum, Dactylis ispanica e Helichrysum italicum. Secondo i
Tipi Forestali della Toscana questi ambienti rientrano nel querce-
to mesotermofilo di roverella a Rosa sempervirens e nel ginestreto
collinare a Spartium junceum.
I suoli sono poco profondi, a profilo A-AC-Cr-R, di colore grigio
molto scuro nel modesto orizzonte A e bruno-bruno scuro negli
orizzonti sottostanti, molto ghiaiosi con materiale sia siltoso che
arenaceo di forma angolare, in quantità variabile dal 20% nei pri-
mi 5 cm (orizzonte A) fino al 70% al di sotto dei 20 cm (orizzonte
Cr). La tessitura è franco sabbiosa, con valori di sabbia intorno al
48
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

34-35. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo scorzone ubicati
sugli alti versanti
del Macigno del Mugello

60-65% e una componente argillosa di circa il 5-10%. Si tratta di


terreni dotati di una struttura grumosa media debolmente svilup-
pata limitatamente all’orizzonte A, per il resto si presentano sciol-
ti. La densità apparente dell’orizzonte superficiale è bassa, pari a
1,00 g/cmc. La matrice del suolo è moderatamente calcarea: l’ef-
fervescenza all’acido cloridrico è notevole e il tenore di carbonato
di calcio è intorno al 5%, mentre il pH è compreso fra 7,7 e 8. La
presenza di una porosità non trascurabile consente una buona
areazione. Si tratta di suoli ben drenati, talvolta eccessivamente
drenati, caratterizzati da un’alta conducibilità idraulica. Questi
suoli non sono riferibili ad alcuna serie del Catalogo Regionale.
Sono presenti in ambienti simili, siepi e alberature a divisio-
ne dei coltivi, che rappresentano degli ottimi siti di produzione;
debolmente pendenti, moderatamente erosi, con pietrosità su-
perficiale ghiaiosa scarsa e rocciosità assente, su flysch pelitico
arenaceo. La copertura costituita da pascolo a dominanza di spe-
cie foraggere tra cui Festuca nigrescens, Avellana flexuosa e Nar-
dus stricta, con presenza di Rosa sempervirens che raggiunge una
copertura di circa il 20%. Questi ambienti rientrano nel querceto
mesotermofilo di roverella a Rosa sempervirens, secondo i Tipi Fo-
restali della Toscana (foto 36-37).
I suoli sono moderatamente profondi, a profilo A-Bw-BC, di
colore bruno grigiastro molto scuro nell’orizzonte A e tra bruno e
49
I Tartufi

36-37. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni di tartufo
scorzone ubicati sugli alti
versanti del Macigno del Mugello

bruno scuro nel sottostante orizzonte B, scarsamente ghiaiosi nei


primi 25-30 centimetri, con presenza di ghiaie grossolane valuta-
te tra il 5 e il 10%. La tessitura stimata è franco limoso argillosa,
oscillando l’argilla tra il 33 e il 35% e la frazione sabbiosa tra il 15
e il 20%. Si tratta di terreni dotati di una struttura grumosa fine
debolmente sviluppata nell’orizzonte A e poliedrica subangolare
media debolmente sviluppata nell’orizzonte B. La densità appa-
rente dell’orizzonte superficiale è bassa, pari a 0,94 g/cmc.
La matrice del suolo non è calcarea nell’orizzonte A, fino cioè a
7 cm di profondità, non evidenziando nessuna reazione all’acido
cloridrico, con un pH neutro, pari a 7; diventa invece calcarea al di
sotto, dove l’effervescenza all’acido cloridrico è notevole e il tenore
di carbonato di calcio stimabile intorno al 5%, mentre il pH è de-
bolmente alcalino con un valore di 7,7. La presenza di una modesta
porosità consente un’areazione scarsa. Si tratta nel complesso di
suoli moderatamente ben drenati, caratterizzati da una conducibi-
lità idraulica medio-bassa. Sono riferibili ai suoli Lippiano (LIP1),
(Typic Eutrudepts fine loamy, mixed, mesic) del Catalogo Regionale
dei Suoli seppur con alcune differenziazioni legate alla reazione.
Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la
metodologia di Thornthwaite, questi ambienti appartengono al
tipo umido, con piovosità media annua compresa tra 1.200 e 1.400
mm (B3 e B4).
50
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

Produzione
Sono ambienti mediamente produttivi e i siti sono localizzati e di-
stribuiti in modo non uniforme nell’ambiente.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Per le tartufaie di scorzone i danni più ingenti vengono causati
dall’eccessiva presenza dei cinghiali che oltre ad asportare il tar-
tufo danneggiano anche irreversibilmente la tartufaia. I danni
sono maggiori rispetto al tartufo bianco perché i carpofori cresco-
no più superficialmente; inoltre i cinghiali asportano anche car-
pofori non maturi impedendo la disseminazione delle spore. Le
aree maggiormente colpite da tale avversità sono quelle limitrofe
alle riserve naturali che offrono protezione agli animali durante il
giorno evitando i prelievi operati dalla caccia.

Le tartufaie dei crinali


Sono gli ambienti di crescita del tartufo marzuolo maggior-
mente diffusi nella provincia di Arezzo. Sono ambienti collina-
ri e submontani con superfici sommitali e parti alte di versante,
aperte, asciutte, debolmente pendenti, fortemente erose con fe-
nomeni sia di tipo incanalato che diffuso, pietrosità superficiale
per lo più ghiaiosa frequente e rocciosità da scarsa a moderata, su
membri pelitico arenacei (FAL3) della Formazione del Falterona
(Macigno). Il tipo climatico di riferimento (secondo Thornthwai-
te) è quello umido, con piovosità media annua tra 1.000 e 1200
mm (B2). L’uso del suolo è costituito da ex coltivi, colonizzati da
vegetazione forestale, in cui lo strato arboreo è costituito da Quer-
cus pubescens e Pinus nigra, con copertura del 20-25%. Le pian-
te hanno mediamente un diametro di 10-15 centimetri e altezze
comprese tra 6 e 10 metri. Lo strato arbustivo, che occupa una co-
pertura del 30-40%, è rappresentato da Juniperus communis, Cyti-
sus scoparius, Spartium junceum, Rosa canina ed Erica erbacea. Lo
strato erbaceo ha una copertura valutabile intorno al 80% ed è for-
mato essenzialmente da Nardus striata ed Helichrysum italicum.
Questi ambienti rientrano nel querceto mesotermofilo di roverella
a rosa sempervirens, e in parte nel ginestreto collinare di Cytisus
scoparius secondo le tipologie Forestali della Toscana (foto 38-39).
I suoli sono sottili, a profilo A-Cr-R, di colore tra bruno grigia-
stro scuro e bruno oliva nell’orizzonte A, scarsamente ghiaiosi
con materiale prevalentemente arenaceo nei primi 7 centimetri, e
molto ghiaiosi al di sotto dove si raggiunge il 60% di scheletro. La
tessitura stimata è franco sabbiosa, con valori di sabbia intorno al
60% e una componente argillosa di circa il 10-12%. Si tratta di ter-
reni dotati di una struttura grumosa media debolmente sviluppa-
ta nell’orizzonte A, dove peraltro la densità apparente è bassa, pari
51
I Tartufi

38-39. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo marzuolo
ubicati sugli alti versanti
del Macigno del Mugello

a 1,00 g/cmc. La matrice del suolo non è calcarea: l’effervescenza


all’acido cloridrico è assente, il tenore stimato di carbonato di cal-
cio è inferiore allo 0,5%, mentre il pH è moderatamente acido con
un valore di 6,0 rilevato nell’orizzonte A. La presenza di una po-
rosità non trascurabile consente una buona areazione. Si tratta di
suoli ben drenati, talvolta eccessivamente drenati, caratterizzati
da un’alta conducibilità idraulica. Questi suoli non sono riferibili
ad alcuna serie del Catalogo Regionale.

Produzione
La produzione è alta, diffusa e la pezzatura è media.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Non sono ambienti particolarmente esposti a gravi minacce per
la sopravvivenza degli habitat, fatta salva una non corretta gestio-
ne forestale dei soprassuoli limitrofi e l’eccessiva presenza di cin-
ghiali.

52
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

40-41. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni di tartufo
scorzone e marzuolo
ubicati sui versanti collinari
su argilloscisti

Ambienti tartufigeni degli argilloscisti e delle marne calcaree

Ubicazione degli ambienti tartufigeni


Sono ambienti diffusi sia in Casentino che in Valtiberina, preva-
lentemente nei comuni di Poppi, Talla, Pieve Santo Stefano, Badia
Tedalda e Sestino.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


Le tartufaie sui versanti collinari degli argilloscisti
Sono ambienti collinari di alto versante e crinali, aperti, asciut-
ti, a orientamento sud-orientale, debolmente pendenti, mode-
ratamente erosi, con pietrosità superficiale ghiaiosa, da scarsa
a comune e rocciosità assente, su argilliti e marne calcaree della
Formazione di Sillano (complesso caotico). Il tipo climatico di
riferimento secondo Thornthwaite è umido con piovosità media
annua tra 1.000 e 1.200 mm (B2). L’uso del suolo è rappresentato
da ex-coltivi in via di avanzata colonizzazione con specie preva-
lentemente arbustive. Lo strato arboreo ha una copertura bassa,
inferiore al 20% ed è costituito da Quercus pubescens di altezza
compresa tra 6 e 7 metri e diametro di 12-15 centimetri, con pre-
senza secondaria di Fraxinus ornus. Lo strato arbustivo è costi-
tuito da Spartium junceum, Juniperus communis, Rosa canina,
Ligustrum vulgare, Cornus sanguinea, Clematis vitalba, Rubus fru-
53
I Tartufi

ticosus, con una copertura complessiva del 30%. Il piano erbaceo


ha una copertura prossima al 100% ed è rappresentato da Festuca
pratensis, Bromus erectus, Helichrysum italicum e muschio. Anche
questi ambienti rientrano nel querceto mesotermofilo di roverella
a Rosa sempervirens, e in parte nel ginestreto collinare di Spartium
junceum (foto 40-41).
I suoli sono poco profondi, a profilo A-Bw-Cr, di colore bruno-
bruno scuro, scarsamente ghiaiosi con materiale calcareo di for-
ma angolare, che raggiunge nell’orizzonte Bw il 10%. La tessitura
stimata è franca, con valori di sabbia intorno al 30% e una compo-
nente argillosa valutata intorno al 25%. Si tratta di terreni dotati di
una struttura prevalentemente grumosa fine fortemente svilup-
pata, con densità apparente dell’orizzonte superficiale bassa, pari
a 1,00 g/cmc.
La matrice del suolo è molto calcarea: l’effervescenza all’acido
cloridrico è violenta e il tenore stimato di carbonato di calcio è
superiore al 10%, mentre il pH è moderatamente alcalino con un
valore di 8. La presenza di una porosità non trascurabile consente
una buona areazione. Si tratta di suoli ben drenati, caratterizza-
ti da una conducibilità idraulica media. Sono riferibili ai suoli La
Badia (LBD1) (Typic Udorthents loamy-skeletal, mixed, calcareous,
mesic, shallow) del Catalogo Regionale dei Suoli, seppur con alcu-
ne differenziazioni.

Produzione
Questi sono fra gli ambienti più produttivi per il tartufo scorzone
per i quali la produzione è elevata, costante e i siti di crescita sono
uniformemente diffusi e danno una buona pezzatura. Minore è la
presenza del tartufo marzuolo.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Anche in questi ambienti l’eccessiva presenza di cinghiali riduce
notevolmente la produzione e minaccia fortemente la sopravvi-
venza dell’ecosistema. Un’altra significativa causa della diminu-
zione della produzione è la normale evoluzione del bosco; man
mano che il bosco si chiude sia la quantità che la pezzatura dei
carpofori diminuisce.

Ambienti tartufigeni del flysch calcareo marnoso

Questa litologia, rappresentata in prevalenza dalla formazione


dell’Alberese, detta anche Formazione di Monte Morello e secon-
dariamente dalla Formazione dei Calcari e Brecciole di Monte Se-
nario (SNE) è costituita da flysch calcareo marnosi e si presenta
54
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

42-43. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni di tartufo
scorzone e marzuolo ubicati
sui versanti boscati della
Formazione dell’Alberese

morfologicamente con versanti molto pendenti, prevalentemente


boscati e parzialmente adibiti a prati-pascolo, ove prevalgono le
litologie dure quali i calcari marnosi; si presenta invece con mor-
fologie più dolci, intensamente coltivate e alternate a boschi di
specie quercine ove prevalgono le litologie marnose.

Ubicazione degli ambienti tartufigeni


Gli ambienti di crescita su questa formazione litologica sono
molto frequenti e i siti produttivi sono omogeneamente diffusi;
spiccano per la diffusione nel loro territorio, i comuni di Capre-
se Michelangelo, Pieve Santo Stefano, Poppi, Ortignano, Bucine,
Pergine.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


Le tartufaie dei versanti montani
I siti tartufigeni, in particolare di tartufo scorzone e secondariamen-
te di tartufo marzuolo, si localizzano su parti medie e alte di versan-
te, aperte, a orientamento sud-orientale moderatamente pendenti,
moderatamente erose, con pietrosità superficiale per lo più ghiaiosa
frequente e rocciosità scarsa, su calcari marnosi e marne. Vi trovano
posto formazioni boscate meso-termofile. In particolare si riscontra
la presenza di bosco ceduo matricinato di Quercus pubescens, con
matricine di più turni, che misurano un diametro anche superiore
55
I Tartufi

di 30 cm. La densità del soprassuolo arboreo raggiunge circa il 60%.


Lo strato arbustivo è dominato da Spartium junceum a cui si
associano principalmente Rosa sempervirens, Rubus fruticosus e
Juniperus communis. Complessivamente la copertura di questo
strato raggiunge il 30%. Lo strato erbaceo ha una copertura di
circa il 20% ed è rappresentato principalmente da Brachipodium
sylvaticum, Helichrysum italicum e Dactylis glomerata. Questi
ambienti rientrano nel querceto mesotermofilo di roverella a Rosa
sempervirens, e in parte nel ginestreto collinare di Spartium jun-
ceum e nel ginepreto a Juniperus communis secondo le Tipi Fore-
stali della Toscana (foto 42-43).
I suoli sono moderatamente profondi, a profilo A-Bw-R, di co-
lore bruno-bruno scuro nell’orizzonte A e bruno giallastro scuro
nell’orizzonte B sottostante, da scarsamente ghiaiosi a ghiaiosi
con materiale marnoso di forma angolare, in quantità variabile
dal 10 al 25%. La tessitura è franco argillosa, con valori di argilla
compresi tra 35 e 40% e una componente sabbiosa valutata in-
torno al 30%. Si tratta di terreni dotati di una struttura grumosa
media moderatamente sviluppata nell’orizzonte A, poliedrica su-
bangolare media moderatamente sviluppata nell’orizzonte B, con
una densità apparente dell’orizzonte superficiale bassa, pari a
1,18 g/cmc. La matrice del suolo è molto calcarea: l’effervescenza
all’acido cloridrico è violenta e il tenore stimato di carbonato di
calcio è superiore al 10%, mentre il pH è moderatamente alcalino
con un valore di 8-8,2. La presenza di una porosità non trascura-
bile consente una buona areazione. Si tratta di suoli ben drenati,
caratterizzati da una conducibilità idraulica medio-bassa. Questi
suoli sono riferibili ai suoli Valibona (VLB1), (Humic Eutrudepts
clay-skeletal, mixed, mesic), del Catalogo Regionale dei Suoli, sep-
pur con alcune differenziazioni.

Le tartufaie delle creste e dei crinali


Questi ambienti di produzione dello scorzone e del marzuolo
sono localizzati su creste, crinali e parti alte di versante, un tem-
po destinate al pascolo del bestiame ovino e bovino e oggi in fase
di colonizzazione da parte della vegetazione arbustiva e arborea
che può essere identificata da un cespuglieti dominato dallo Spar-
tium junceum e dal Juniperus communis, con vegetazione erba-
cea di graminacee con Brachipodium rupestre e Bromus erectus e
di leguminose xerofile a Lotus corniculatus con arbusti aromatici
quali Helicrisium. Quercus pubescens, Ostrya carpinifolia e Quer-
cus cerris, sia come individui isolati che allo stato cespuglioso e di
novellame, sono le specie arboree più diffuse.
Sono superfici convesse, di moderata e forte pendenza, al-
quanto erose. I suoli sono poco profondi, limitati in profondità dal
substrato roccioso costituito da marne e calcari marnosi, a profilo
56
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

44-45. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni di tartufo
scorzone e marzuolo ubicati
sulle creste della Formazione
dell’Alberese

A-AC-Cr-R, con orizzonti A molto sottili con un limitato contenu-


to in sostanza organica, di colore bruno molto scuro (2.5Y 3/2) e
con orizzonti sotto superficiali AC poco evoluti di colore da bruno
grigiasto scuro a bruno oliva (2.5Y 4/3). La presenza di ghiaia è
frequente lungo tutto il profilo; la tessitura è franca con contenuti
in argilla intorno al 20% e in sabbia intorno al 40%, con un gra-
do di strutturazione degli aggregati molto basso; sono suoli molto
calcarei fin dalla superficie e il pH ha valori compresi fra 7,8 e 8,2.
Sono ben drenati e non presentano fenomeni di ossidoriduzione.
Questi suoli sono riferibili ai suoli Calvana (CLV1) (Lithic Ustor-
thents loamy-skeletal, mixed, calcareous, mesic), (foto 44-45).

Le tartufaie delle pinete artificiali


Altri siti tartufigeni di tartufo scorzone sono stati rilevati in am-
bienti montani di alta quota (700-1100 m slm) su parti alte e me-
die di versante, in presenza spesso di antichi terrazzamenti o gra-
donamenti. Il soprassuolo è costituito da fustaie di Pinus nigra
di circa 50 anni, dense, chiuse, con copertura di circa il 70-80%.
Le piante hanno mediamente un diametro di 25-35 centimetri e
altezze comprese tra 18 e 20 metri. Lo strato erbaceo è formato
essenzialmente da Brachipodium rupestre e Bromus erectus. Que-
sti ambienti rientrano nella pineta neutro-acidoclina di pino nero
secondo le tipologie Forestali della Toscana (foto 46-47).
57
I Tartufi

46-47. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni di tartufo
scorzone ubicati nelle pinete
artificiali della Formazione
dell’Alberese

I suoli di un sito di riferimento sono moderatamente profondi,


a profilo O-A-Bw-BC, di colore nerastro nell’orizzonte O, bruno-
bruno scuro nell’orizzonte A e bruno giallastro scuro oliva nel
sottostante orizzonte Bw, ghiaiosi negli orizzonti Bw e BC, con
materiale prevalentemente marnoso, angolare, valutabile intor-
no al 20-30%. La tessitura stimata varia da franco argillosa ad ar-
gillosa in profondità, con valori di argilla che oscillano tra il 30 e
il 40% e una componente sabbiosa valutata intorno al 20-25%. Si
tratta di terreni dotati di una struttura grumosa media, modera-
tamente sviluppata nell’orizzonte A e poliedrica subangolare fine
moderatamente sviluppata nell’orizzonte Bw. La densità appa-
rente dell’orizzonte superficiale è bassa, pari a 0,80 g/cmc. Negli
orizzonti organici dovuti all’accumulo di lettiera, il pH varia da
moderatamente a debolmente acido passando da 5,2 a 6,3 nei
primi centimetri. Negli orizzonti minerali, a partire dall’orizzon-
te A, posto in genere a 4 cm di profondità e fino a oltre 60 cm, la
matrice del suolo è molto calcarea, l’effervescenza all’acido clo-
ridrico è infatti violenta e il tenore stimato di carbonato di calcio
è superiore al 10%, mentre il pH varia da debolmente a modera-
tamente alcalino con valori che oscillano tra 7,7 e 8. La presenza
di una modesta porosità consente un’areazione scarsa. Si tratta
nel complesso di suoli moderatamente ben drenati, caratterizzati
da una conducibilità idraulica bassa. Questi suoli sono riferibili
58
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

ai suoli Valibona (VLB1), (Humic Eutrudepts clay-skeletal, mixed,


mesic), del Catalogo Regionale dei Suoli, seppur con alcune diffe-
renziazioni.
Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la
metodologia di Thornthwaite, tutti questi ambienti appartengono
ai tipi umidi B3 e B4 aventi piovosità media annua compresa fra
1.200 e 1.400 mm.

Produzione
Questi ambienti sono mediamente produttivi per il tartufo scor-
zone, e si localizzano sul margine delle pinete e nelle zone non
completamente chiuse, mentre ove la copertura delle chiome è
massima si assiste a un progressivo decremento produttivo.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Anche in questi ambienti l’eccessiva presenza di cinghiali riduce
notevolmente la produzione e minaccia fortemente la sopravvi-
venza dell’ecosistema. Un’altra significativa causa della diminu-
zione della produzione è la normale evoluzione del bosco; man
mano che le chiome si chiudono sia la produzione che la pezzatu-
ra dei carpofori diminuisce.

Tartufaie dei versanti collinari di bassa quota


Siti di crescita di scorzone e secondariamente di marzuolo sono
presenti in ambienti collinari ubicati a quote più basse, (intorno a
200-400 metri) di alto morfologico, aperti, asciutti, a orientamen-
to prevalentemente meridionale, caratterizzati da versanti talvol-
ta terrazzati antropicamente, localmente degradati costituiti da
coltivi da tempo abbandonati; sono da moderatamente a forte-
mente pendenti, soggetti a erosione moderata di tipo diffuso. Vi
si riscontra generalmente una pietrosità frequente e una roccio-
sità moderata, localmente elevata. Il substrato è rappresentato da
calcari marnosi e da marne siltose, appartenenti alla Formazione
dei Calcari e Brecciole di Monte Senario (SNE) che comprende
anche argilliti, calcari marnosi e calcareniti. Il tipo climatico di
riferimento secondo Thornthwaite è quello umido, con piovosità
media annua tra 900 e 1.000 mm (B1). Vi trovano posto formazioni
forestali tipicamente termofile nella fase di ricolonizzazione degli
ex-coltivi. In particolare boschi radi composti da uno strato arbo-
reo dominato da Quercus pubescens e Quercus ilex generalmen-
te di altezza compresa tra 8 e 12 metri e diametro di 10-12 centi-
metri, con presenza secondaria di Fraxinus ornus. La copertura
delle chiome di questi soprassuoli non supera il 30%. Nello strato
arbustivo si segnala la presenza dominante di Spartium junceum
che occupa il 10-20% della copertura totale; altre specie presenti
59
I Tartufi

48-49. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni
di tartufo scorzone
ubicati sui versanti di bassa
quota su calcari marnosi

sono: Rosa canina, Prunus spinosa, Calamintha nepeta, Clematis


flammula, Thymus vulgaris. Lo strato erbaceo ha una copertura
del 70-80% ed è rappresentato principalmente da Asparagus acu-
tifolius, Dactylis ispanica e Brachipodium sylvaticum. Secondo i
Tipi Forestali della Toscana gli ambienti qui descritti rientrano nel
querceto termofilo di roverella con leccio e cerro (foto 48-49).
I suoli di questi ambienti sono poco profondi, a profilo A-Bw-
R, di colore grigio molto scuro nel modesto orizzonte A e bruno
giallastro scuro nel sottostante B, scarsamente ghiaiosi con mate-
riale prevalentemente calcareo di forma angolare in quantità non
superiore al 10%.
La tessitura stimata è argillosa, con valori di argilla superiori
al 40% e una componente sabbiosa di circa il 25%. Sono terreni
dotati di una struttura prevalentemente grumosa grossolana mo-
deratamente sviluppata e subordinatamente poliedrica subango-
lare, con una densità apparente dell’orizzonte superficiale bassa,
pari a 1,05 g/cmc.
La matrice del suolo non è calcarea: l’effervescenza all’acido
cloridrico è assente o debole e il tenore di carbonato di calcio è
inferiore allo 0,5%, mentre il pH è neutro con un valore intorno
a 7. La presenza di scarsa porosità comporta una certa difficoltà
nell’areazione. Si tratta di suoli moderatamente ben drenati, ca-
ratterizzati da una bassa conducibilità idraulica.
60
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

Questi suoli possono essere considerati appartenenti alla serie


suoli Verrazzano (VRZ1) (Typic Haplustepts fine, mixed, mesic)
del Catalogo Regionale dei Suoli realizzato per la Carta della To-
scana in scala 1:250000, seppur con alcune differenziazioni.

Produzione
Questi ambienti sono molto produttivi per il tartufo scorzone nei
quali la produzione è costante e i siti sono molto diffusi. La pez-
zatura è buona. Anche per il marzuolo sono ambienti di discreta
produzione.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Anche in questi ambienti l’eccessiva presenza di cinghiali riduce
notevolmente la produzione e minaccia fortemente la sopravvi-
venza dell’ecosistema.

Ambienti tartufigeni del flysch marnoso arenaceo

Ubicazione degli ambienti tartufigeni:


Questi ambienti sono presenti in particolare nei comuni di Sesti-
no e Badia Tedalda.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio


Le tartufaie delle creste e dei crinali
Questi ambienti di crescita del tartufo marzuolo sono localizza-
ti su creste, crinali e parti alte di versante, un tempo destinate al
pascolo del bestiame ovino e bovino e oggi in fase di colonizzazio-
ne da parte della vegetazione arbustiva e arborea che può essere
identificata da un cespuglieto dominato dallo Spartium junceum
e dal Juniperus communis, con vegetazione erbacea di gramina-
cee a Brachipodium rupestre, e Bromus erectus e di leguminose xe-
rofile a Lotus corniculatus con arbusti aromatici quali Helicrisium.
Quercus pubescens, Ostrya carpinifolia e Quercus cerris, sia come
isolati individui che allo stato cespuglioso e di novellame, sono le
specie arboree più diffuse.
I suoli si evolvono prevalentemente sulla facies più siltosa
della Formazione Marnoso-arenacea e hanno classi tessiturali
franco-limosa e franca, con contenuti in sabbia intorno al 20% e
contenuti in argilla intorno al 25%; lo scheletro, mediamente pre-
sente nell’ordine del 10-15%, è di dimensioni piccole. Il contenuto
in calcare totale è molto alto, intorno al 30-35% con conseguenti
valori di pH intorno a 7,8 e complesso di scambio interamente sa-
turato dalle basi. Presentano una moderata conducibilità idrauli-
ca (foto 50-51).
61
I Tartufi

50-51. Ambiente e suolo dei siti


tartufigeni di tartufo marzuolo
ubicati sulle creste e sulle parti
alte di versante della Formazione
Marnoso-arenacea

Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la


metodologia di Thornthwaite, questi ambienti appartengono al
tipo perumido con piovosità media annua compresa fra 1.400 e
1.600 mm (A1).

Produzione
La produzione è alta, diffusa e la pezzatura è medio-grande. Negli
ambienti della Formazione Marnoso-arenacea i siti di produzio-
ne del marzuolo vengono spesso in contatto con quelli del tartufo
bianco pregiato (Tuber magnatum Pico), che però occupa le parti
basse dei versanti e le zone più concave, relegando il marzuolo
alle sommità e alle parti alte di versante.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Non sono ambienti particolarmente esposti a gravi minacce per la
sopravvivenza degli habitat, fatta salva una non corretta gestione
forestale dei soprassuoli e l’eccessiva presenza di cinghiali.

62
4_I caratteri ecologici degli ambienti di crescita

52-53. Ambiente e suolo


dei siti tartufigeni di tartufo
scorzone dei rilievi collinari
boscati su serpentiniti

Ambienti tartufigeni delle rocce verdi

Ubicazione degli ambienti tartufigeni


Sono ambienti poco diffusi, ma significativi, localizzati in partico-
lare nel Comune di Anghiari.

Descrizione dell’ambiente e del paesaggio

Le tartufaie delle rocce verdi


Questi ambienti sono rappresentati dai rilievi collinari su rocce
ofiolitiche: diabasi, gabbri, serpentini, peridotiti, che formano
dei versanti molto pendenti, complessi, con canali di erosione di
notevoli dimensioni ed elevata pietrosità superficiale. Il marzuolo
è l’unico tartufo che vive in questi ambienti; i siti si localizzano
nelle pinete di pino nero, che rappresenta il principale simbionte,
a copertura arborea variabile, ma in genere medio bassa, data la
ridotta fertilità di questi ambienti e l’alta incidenza di fenomeni
di degrado (incendi, erosione). Anche la copertura arbustiva ed
erbacea risulta essere piuttosto bassa e discontinua.
Le principali specie arboree quali Pinus nigra, con Fraxinus or-
nus, Pinus pinea, e Sorbus aria coprono il suolo per circa il 30%,
mentre la copertura arbustiva, con un grado di copertura circa del
15%, è rappresentata da Juniperus communis seguito da due legu-
63
I Tartufi

minose arbustive Genista januensis e Spartium junceum, da Erica


scoparia, Helichrysum italicum e Rosa sempervirens. Fra le specie
erbacee Festuca ovina, molto diffusa nei suoli secchi, ha mostrato
la più alta percentuale di presenza. Questa generale condizione
di xericità è evidenziata anche dalla presenza di Bromus erectus,
(foto 52-53).
I suoli sono poco evoluti, a profilo A-R, molto sottili, limitati in
profondità da roccia compatta, raramente fratturata. La rocciosità
e la pietrosità superficiale sono molto elevate; i suoli hanno una
tessitura franco sabbiosa con contenuti in argilla intorno al 10%
e sabbia intorno all’80%; la percentuale di scheletro è molto alta,
intorno al 30%. I suoli, anche a causa dell’assenza di aggregazione,
sono quasi sciolti, molto drenanti e aerati, e riportano dei valori di
densità apparente intorno a 1,00. Per quanto riguarda il chimismo
il calcare è totalmente assente e neppure può essere ipotizzato un
contributo di questo da parte dei frammenti rocciosi; tuttavia la
reazione non è inferiore alla neutralità (pH intorno a 6,9) poiché
il forte contenuto in basi, soprattutto di magnesio, satura com-
pletamente il complesso di scambio e tampona la concentrazione
idrogenionica.
Secondo i Tipi climatici della Toscana, realizzati secondo la
metodologia di Thornthwaite, questi ambienti appartengono al
tipo umido, con piovosità media annua compresa tra 1.000 e 1.200
mm (B2).

Produzione
La produzione di questi ambienti è media sia come quantità gene-
rali, sia come pezzatura.

Stato di conservazione e principali minacce


per la conservazione degli habitat
Non sono ambienti particolarmente esposti a minacce gravi per la
sopravvivenza degli habitat, fatta salva una non corretta gestione
forestale dei soprassuoli, alcune forme di degrado ambientale e
l’eccessiva presenza di cinghiali.

64
5_
Buone pratiche di gestione
del territorio nell’attuale contesto
normativo

Il contesto normativo

Una rapida disamina della normativa inerente al tartufo riguar-


dante in particolare la tutela e la salvaguardia degli ambienti di
crescita, non può che partire dalla legge Quadro nazionale, legge
n. 752 del 1985, che definisce le regole per la raccolta libera nei bo-
schi e nei terreni non coltivati, la coltivazione e il commercio dei
tartufi freschi o conservati destinati al consumo. Tale normativa
non affronta, tuttavia, la problematica della tutela degli ecosiste-
mi tartufigeni, ma conferisce alle Regioni ampia operatività per la
disciplina di tale materia.
La Legge Regionale n. 50 dell’11 aprile 1995 della Toscana, oggi
in fase di revisione da parte dell’amministrazione regionale, qua-
lifica la produzione regionale del tartufo individuando sei aree ge-
ografiche di raccolta, nelle quali prevede la possibilità di adottare
specifiche azioni di tutela e di valorizzazione degli ecosistemi tar-
tufigeni, demandando ai Comuni le modalità operative; nelle sei
aree geografiche possono essere individuate e delimitate le “zone
di effettiva produzione” prevedendo per esse delle specifiche nor-
mative, attraverso le modalità previste dalla L.R. 50/95 e dalla L.R.
64/95 oggi sostituita dalla L.R. 1/2005 “Norme per il governo del
territorio”. La Legge Regionale 50/95 prevede, inoltre, l’introdu-
zione di nuovi soggetti come gestori delle tartufaie controllate, le
associazioni fra raccoglitori, oltre ai consorzi volontari già previsti
65
I Tartufi

dalla legge nazionale. La legge consente infine ai proprietari e ai


conduttori dei fondi, il miglioramento produttivo di tartufaie na-
turali nelle quali è consentita a essi la raccolta riservata dei tartufi.
I Comuni, nei loro Piani Strutturali, hanno la possibilità di in-
dividuare le aree di produzione del tartufo come “invarianti strut-
turali” ovvero risorse essenziali e tipiche del territorio che rappre-
sentano un patrimonio da conservare per le generazioni future;
per esse infatti sono previste specifiche norme di tutela delle aree
di produzione del tartufo. Alcuni casi virtuosi in Toscana sono
rappresentati dai Comuni del Mugello e del Senese.
È la Legge forestale della Regione Toscana e il Regolamento fo-
restale che con un preciso articolato, prevedono azioni volte alla
tutela delle piante simbionti dei tartufi e alla regolamentazione
della gestione delle aree di produzione.
La tutela degli ambienti di produzione del tartufo è però le-
gata alla loro individuazione quali “aree di effettiva produzione”
nei Piani Strutturali, cosa che permette l’operatività della Legge
Forestale toscana, con la possibilità, per le comunità locali, di pre-
vedere anche apposite normative di gestione.
Vediamo in sintesi gli articoli del Regolamento forestale che
sono maggiormente inerenti alla tutela delle aree tartufigene.

Regolamento forestale
art. 57 – Aree di effettiva produzione dei tartufi
In sintesi, tale articolo obbliga al rilascio di una fascia di terre-
no sodo di almeno 4 metri dal bordo esterno dell’argine di fiumi
o torrenti, ambienti prediletti dalle piante produttrici di tartufo e
aree a debole equilibrio.
Vieta l’abbattimento, fatti salvi motivi particolari, di tutte le
piante isolate di faggio, acero, tiglio, olmo, frassino maggiore, pino
domestico, castagno con diametro maggiore a 40 cm, di tutti gli
esemplari di tasso con diametro di 10 cm in quanto piante pro-
duttrici o potenziali produttrici di tartufo e di tutte le piante di
querce e pioppo bianco con diametro maggiore di 25 cm poste
nelle tartufaie ad effettiva produzione;
vieta le lavorazioni a profondità maggiori di 30 cm nell’area di
proiezione della chioma delle piante simbionti;
regolamenta le trasformazioni del soprassuolo consenten-
do esclusivamente la piantagione di specie arboree tartufigene:
querce, carpino nero e bianco, nocciolo, salice bianco, salicone,
tiglio, tiglio selvatico, pioppo bianco e nero, pino domestico, nero
e laricio.
Applicabilità: l’applicabilità di tale articolo è riferita, per quan-
to riguarda la Provincia di Arezzo, soltanto agli ambienti di cre-
scita del tartufo bianco del Casentino e della Valtiberina, uniche
zone geografiche previste dalla L.R. 50/95, nelle quali le aree di
66
5_Buone pratiche di gestione del territorio...

effettiva produzione del tartufo possono essere definite e succes-


sivamente inserite come tali negli strumenti urbanistici comunali;
solo in tal caso scatta l’applicabilità dell’art. 57.
Tale procedura, oltre ad essere estremamente lunga per l’inte-
grazione con i tempi dell’urbanistica, è considerata efficace nella
tutela degli ambienti, anche se con alcuni limiti.
Efficacia: è inefficace in assenza della definizione negli stru-
menti urbanistici comunali delle aree di effettiva produzione dei
tartufi; è efficace solo per le aree soggette al vincolo idrogeologico;
non prevede una specifica normativa per le utilizzazioni produt-
tive dei boschi né per l’esecuzione di interventi straordinari quali
movimenti terra, bonifiche, scavi etc., che possono compromette-
re la produttività delle aree di effettiva produzione dei tartufi;
è applicabile esclusivamente nelle zone agricole, così come de-
finite dagli strumenti urbanistici comunali, sono esclusi quindi i
parchi, i giardini, le aree urbanizzate o comunque con destinazio-
ne non agricola;
non prende in considerazione le aree di effettiva produzione
dove le specie arboree sono costituite da impianti artificiali di ar-
boricoltura da legno;
non tutela le aree di produzione e le specie simbionti del tartu-
fo nero pregiato, dello scorzone e del marzuolo.

Per il Valdarno, il Casentino e la Valdichiana l’estensione delle


aree di effettiva produzione di tartufo bianco è piuttosto limitata e
tale strumento pare poco perseguibile e scarsamente efficace. Per
la Valtiberina, invece, i rilievi effettuati hanno mostrato che tale
strumento può avere molta efficacia data la grande distribuzione
e la peculiarità degli ambienti tartufigeni (piante isolate nei colti-
vi, siepi alberate etc.).
Onerosità: l’onerosità per l’attuazione di questo strumento è
elevata in quanto il lavoro di individuazione delle aree di effettiva
produzione e il loro inserimento nel piano strutturale deve essere
svolto con elevato dettaglio e precisione da parte delle ammini-
strazioni comunali.

Regolamento forestale
art. 56 – Norme di tutela delle piante forestali non ricomprese nei boschi
Tale articolo prevede il divieto di taglio di piante adulte con
diametro >40 cm, piante singole, siepi e filari e prevede l’autoriz-
zazione per tagli dovuti a motivi fitosanitari, miglioramento fon-
diario etc.
Applicabilità: l’applicabilità di questo articolo di legge riguarda
terreni non boscati di aree agricole nelle quali siano presenti pian-
te adulte con diametro >40 cm, piante singole, siepi e filari ricono-
sciute e individuate dalla Comunità Montana o dalla Provincia ai
67
I Tartufi

sensi dell’art. 55. Quindi occorre un lavoro di individuazione di tali


situazioni affinché possa essere applicato l’art. 56.
Si potrebbe quindi richiamarlo in presenza di tartufaie ubicate
sotto piante isolate o in formazioni lineari non definite bosco.
Efficacia: l’efficacia di questa norma non è molto elevata, in
quanto si può evitare solo il taglio dei simbionti, e non è poco, ma
non si tutela l’ecosistema tartufigeno. L’onerosità di questo stru-
mento è elevata poiché occorre individuare e delimitare le singole
piante tartufigene, le siepi etc., da parte delle Comunità Montane
o delle Provincie.

Regolamento forestale
art. 51 – Boschi in situazioni speciali
Applicabilità: si applica solo ai boschi; oppure occorre pre-
ventivamente portare a bosco certi ambienti non attualmente a
bosco (art, 55); occorre che le Comunità Montane o le Provincie
svolgano la procedura di definizione degli elenchi dei boschi in
situazioni speciali.
Efficacia: alta, poiché è possibile modulare ogni tipo di inter-
vento con particolare attenzione alla tutela promossa dai commi
c, d, e, f; occorre tuttavia valutare attentamente l’opportunità che
certe aree tartufigene, attualmente non in bosco, diventino bosco
(margini, aree in abbandono etc.). Interventi che mantengano gli
ambienti in un certo stadio iniziale di sviluppo non sembra con-
sentito dal Regolamento Forestale. Per le piante isolate tale arti-
colo non è efficace.

Regolamento forestale
art. 7 – Autorizzazione e dichiarazione, comma 5
Ricordiamo che tale articolo consente all’ente competente di
commisurare specifiche disposizioni e prescrizioni per le utiliz-
zazioni forestali.
Pertanto in caso di boschi interessati da aree tartufigene, è
consentito specificare, ad esempio, il rilascio di singole piante
tartufigene, la localizzazione idonea degli imposti e delle piste di
smacchio etc. Tali considerazioni posso valere anche per l’auto-
rizzazione necessaria alla trasformazione dei terreni saldi che ri-
sultino interni ad aree tartufigene.
Applicabilità: si applica solo a boschi o terreni vincolati; oc-
corre che gli enti preposti all’autorizzazione o dichiarazione al
taglio siano a conoscenza tramite il sistema informativo, dei dati
inerenti alle aree tartufigene, per le quali poter emanare specifi-
che norme di tutela.
Efficacia: è efficace su superfici limitate e ben circoscritte. Oc-
corre una mappatura dettagliata e la collaborazione da parte delle
associazioni dei tartufai.
68
5_Buone pratiche di gestione del territorio...

Buone pratiche di indirizzo


per la tutela delle aree di produzione del tartufo

Gli ambienti di produzione dei tartufi sono ecosistemi estrema-


mente sensibili e pertanto è necessario osservare alcune buone
pratiche di gestione del territorio e mettere in atto alcuni inter-
venti specifici per la loro tutela e conservazione, al fine di mante-
nere una produzione sostenibile nel tempo.
Per raggiungere l’obiettivo si dovrà operare diversamente se ci
troviamo nei boschi ripariali e negli impluvi, tipiche zone di pro-
duzione del tartufo bianco pregiato, o nelle aree di nuova coloniz-
zazione da parte del bosco, nelle zone di passaggio fra bosco e aree
agricole, negli impianti di arboricoltura da legno e nelle fustaie di
conifere, cioè in aree tipiche di produzione del tartufo scorzone e
del tartufo marzuolo.
La produzione di tartufi avviene quando la pianta simbionte
trova il suo equilibrio fisiologico, ma come già accennato, è chia-
mata in causa la compartecipazione di tanti fattori dell’ecosiste-
ma e bastano pochi squilibri per far cessare definitivamente o
temporaneamente la produzione. Chiaramente non è possibile
intervenire sui fattori naturali, temperatura, umidità, substrato,
è invece possibile intervenire sulle azioni di origine antropica,
come la lavorazione del terreno, la cura al soprassuolo, l’impiego
di mezzi meccanici etc.

Prima di trattare specifiche tipologie di interventi che posso-


no essere effettuati negli ambienti tartufigeni, è bene tracciare in
modo più generale alcune linee guida. Per quanto riguarda gli am-
bienti di crescita del tartufo bianco, è opportuno poter impedire
che vengano realizzati tagli boschivi che riducano eccessivamente
la copertura delle chiome e che possano danneggiare il delicato
ecosistema tartufigeno che, in particolare in ambiente collinare, ri-
sulta sempre protetto dalla abbondante vegetazione. Nelle tartufa-
ie a contatto con usi agricoli, occorre definire una fascia di rispetto,
di almeno 4-5 metri entro la quale adottare pratiche agronomiche
rispettose dell’ecosistema tartufigeno evitando lavorazioni a pro-
fondità superiori a 30 cm e l’uso di erbicidi e di fitofarmaci.
Negli ambienti tartufigeni di tartufo bianco pregiato occorre
impedire il taglio delle specie simbionti: pioppi, in particolare il
pioppo bianco (Populus alba), le querce, in particolare la roverella
e il cerro (Quercus pubescens e Quercus cerris), la farnia e la rovere
(Quercus robur e Quercus petraea), i salici (Salix alba, Salix vimi-
nalis, Salix caprea), il carpino nero (Ostrya carpinifolia), il noc-
ciolo (Corylus avellana), il tiglio (Tilia platyphyllos); occorre pro-
teggere le piante di grandi dimensioni, isolate ed evitare invece il
rilascio e lo sviluppo di specie non simbionti e infestanti (aceri,
69
I Tartufi

ontano, olmo, robinia etc.); occorre favorire la rinnovazione del-


le specie simbionti anche mediante piantagioni di talee o piante
non preventivamente micorizzate.
È necessario prevedere un taglio moderato della vegetazione
arbustiva con eliminazione e asportazione o eventuale tritura-
zione del materiale di risulta, avendo cura di rilasciare, a seconda
della tipologia di ambiente, diversi esemplari, singoli o a gruppi
con una copertura delle chiome almeno del 30%; le specie arbu-
stive hanno infatti un ruolo estremamente importante, anche se
non del tutto conosciuto, nell’ecosistema della tartufaia di Tuber
magnatum e la loro presenza è maggiormente importante nei
tipi climatici più caldi e più siccitosi. Le specie arbustive presenti
nelle tartufaie di bianco sono le seguenti: biancospino (Crataegus
monogyna), prugnolo (Prunus spinosa), corniolo (Cornus mas),
sanguinello (Cornus sanguinea), rovo (Rubus spp.), rosa canina
(Rosa sempervirens), ginepro (Juniperus communis).
Può esser necessario talvolta regolamentare l’accesso alle tar-
tufaie da parte dei raccoglitori, poiché un eccessivo sfruttamento
della risorsa può condurre a una contrazione produttiva e a una
mancata salvaguardia degli habitat. A livello provinciale potreb-
bero esser messe a riposo alcune tartufaie per uno, due anni affin-
ché si possa avere una rigenerazione del tartufo.
Qualora gli ecosistemi ripariali risultino fortemente degradati,
sono necessarie opere di ripristino dell’ecosistema naturale, me-
diante l’eliminazione delle piante non simbionti, la piantagione
di piante simbionti autoctone e mediante interventi volti a favo-
rire la rinnovazione di specie simbionti e un adeguato equilibrio
di specie arbustive, eliminando con ripuliture quelle in eccesso.

Per quanto riguarda gli ambienti di crescita dei tartufi scor-


zone e marzuolo, occorre anche in questo caso tutelare le piante
simbionti arboree: le querce, in particolare la roverella (Quercus
pubescens) e il cerro (Quercus cerris), il leccio (Quercus ilex), il car-
pino nero (Ostrya carpinifolia), il pino nero (Pinus nigra), il pino
domestico (Pinus pinea), il nocciolo (Corylus avellana).
Fra le specie arbustive, che in generale nelle tartufaie dei tartufi
scorzone e marzuolo presentano una bassa copertura delle chio-
me, sono da proteggere la ginestra odorosa (Spartium junceum),
il biancospino (Crataegus monogyna), il prugnolo (Prunus spino-
sa), il sanguinello (Cornus sanguinea), il rovo (Rubus spp.), la rosa
canina (Rosa sempervirens), il ginepro (Juniperus communis), il
cisto (Cistus incanus). È importante inoltre poter garantire la con-
servazione di quelle superfici con scarsa copertura arborea, quali
boschi radi, margini del bosco, chiarìe e soprattutto quelle aree
un tempo adibite al pascolo o alla coltivazione e che oggi son in
fase di ricolonizzazione da parte della vegetazione; tali ambienti
70
5_Buone pratiche di gestione del territorio...

rappresentano l’habitat ideale per i tartufi scorzone e marzuolo. Il


loro mantenimento può realizzarsi mediante leggeri diradamenti
e localizzate ripuliture; è inoltre importante tenere sotto controllo
lo sviluppo delle specie erbacee, evitare il traffico di mezzi mecca-
nici e i movimenti terra. In questi terreni di ricolonizzazione non è
opportuno consentire la lavorazione del terreno saldo.
Negli ambienti caratterizzati da formazioni arboree ad alto fusto,
quali pinete artificiali e rimboschimenti di latifoglie, è necessario
prevedere dei diradamenti anche energici per consentire una buo-
na illuminazione al suolo che favorisce la produzione dei tartufi.
Analizziamo nello specifico le tipologie di intervento che pos-
sono essere realizzati nelle tartufaie e quelle che devono essere
evitate.

Movimenti di terra e lavorazioni del terreno


In tutte le tipologie di tartufaia naturale devono essere evitati i mo-
vimenti terra di qualsiasi genere (lavorazioni agricole, livellamenti,
scavi, riporti di terra o di altro materiale) al fine di non danneggiare
gli apparati radicali delle piante simbionti. Le lavorazioni del terre-
no, dovrebbero essere, per quanto possibile, evitate, in particolare
se più profonde di 15-20 cm; sono ammesse erpicature superficiali
per eliminare il muschio e per arieggiare il cotico erboso.
Nei terreni agrari soggetti a lavorazione annuale o periodica e
ubicati a contatto con una tartufaia è suggerito il rilascio di una
fascia di terreno saldo di rispetto, alla distanza di almeno 4 metri
dalle piante isolate, dalle siepi alberate, dai filari arborei, dai bo-
schi e dai boschetti. Gli stessi principi valgono anche per le piste
di esbosco che quindi non dovrebbero essere previste in aree di
produzione del tartufo, in quanto rappresentano una forte causa
di squilibrio per il movimento del terreno, per la costipazione del
suolo e talvolta per l’inquinamento. Durante le utilizzazioni fo-
restali e negli interventi di miglioramento fondiario, nonché nel-
le operazioni di gestione della vegetazione ripariale deve essere
evitato il transito dei mezzi meccanici pesanti fuori dalla viabilità
presistente.

Trattamenti selvicolturali
La cura del soprassuolo richiede un’analisi più approfondita.
Come già detto l’applicazione fedele dei contenuti della legge e
del regolamento forestale non sempre concorda con la tutela
dell’area di produzione del tartufo, che ha un’ecologia particolare,
diversa da quella del bosco: negli ambienti di crescita del tartufo
si deve favorire, come principio generale, il rilascio delle piante di
dimensioni maggiori e il controllo del sottobosco.
Nel caso della vegetazione degli impluvi, si consiglia di opera-
re sulle specie arboree un taglio riconducibile, fisionomicamen-
71
I Tartufi

te, al taglio di avviamento all’alto fusto per intensificazione della


matricinatura, che fra l’altro ben si adatta alle fasce boscate delle
sponde che non devono ostacolare il libero scorrimento delle ac-
que. Nella scelta delle specie da favorire si dovranno privilegiare
le specie simbionti del tartufo. Si dovrà prestare attenzione alla
vegetazione arbustiva che svolge una funzione assai importante
nella produzione. È preferibile un diradamento selettivo se non il
diradamento delle branche delle singole piante, in modo da man-
tenere l’adatto microclima, ma al tempo stesso consentire l’acces-
so alla tartufaia ed evitare l’infoltimento. Tali specifiche possono
essere utilizzate anche nel caso dei boschetti, filari alberati, siepi
con presenza saltuaria di piante ad alto fusto.
Nel caso dei boschi cedui, l’intervento potrebbe essere ricondu-
cibile alla realizzazione di un ceduo composto, dove sulla super-
ficie vengano rilasciate piante di 1, 2, 3 e 4 turni; il turno minimo
delle querce è di 18 anni, per cui in bosco troveremmo ipotetica-
mente piante di 18, 36, 54 e 72 anni, in numero sempre decrescen-
te fino ad avere una densità minima finale di matricine, secondo
la legge di 150, ma che ai fini produttivi di tartufo sembrano quasi
eccessive, più indicato il rilascio di un centinaio di piante a ettaro,
criterio difforme dalle prescrizioni della legge, ma praticato più
diffusamente in alcune zone della Toscana.

Ambienti di nuova colonizzazione


Questi ambienti meritano alcune considerazioni particolari sia
per l’importanza che rivestono nella produzione dei tartufi scor-
zone e marzuolo e, in particolari condizioni, anche del tartufo
bianco pregiato, sia per la complessa situazione gestionale.
Occorre precisare che se un terreno presenta una copertura ar-
borea pari o superiore al 20% ovvero arbustiva con specie forestali
pari o superiore al 40%, questi ambienti sono assimilati, dalla leg-
ge n. 39/2000, a bosco. Si tratta di ecosistemi che sono bosco per
le rilevazioni inventariali e le definizioni internazionali, ma non
si identificano con la nozione comune di bosco, eventualmente
boscaglia rada: rari sono gli alberi, le piante arboree hanno spesso
portamento non slanciato, sono quasi cespugliose, poco più alte
degli arbusti, la copertura è frammentata. Tali situazioni rappre-
sentano un ecosistema in continua e rapida evoluzione, che porta
alla riduzione delle chiarie, a chiudere la copertura fra specie ar-
bustive e arboree e quindi a soffocare gradualmente la capacità
produttiva di tartufo che si verifica soltanto in una fase di equili-
brio fra i vari fattori concorrenti.
È quindi necessario mantenere questo stato di equilibrio per
consentire alle piante di produrre e si deve gestire il taglio con in-
terventi calibrati che tuttavia non rientrano fra quelli previsti dal
regolamento. In linea generale è buona cosa innalzare le chiome
72
5_Buone pratiche di gestione del territorio...

per consentire una maggiore illuminazione a terra; favorire l’av-


viamento all’alto fusto delle specie tartufigene, e ridurre la vigoria
delle altre piante intervenendo selettivamente sugli arbusti limi-
tandone il vigore vegetativo.
In tali aree, l’indirizzo è il mantenimento dell’area di transizio-
ne, cioè favorire la crescita delle piante arboree simbionti, mante-
nere le aperture nella copertura sia arborea che arbustiva attraver-
so tagli selettivi.
Le zone di transizione rappresentano una situazione pregevole
sia dal punto di vista paesaggistico che ecologico. Le boscaglie, i
gruppi di alberi, le siepi sono punti di connessione fra seminativi
e boschi e rappresentano un valore aggiunto al paesaggio; le linee
nette di demarcazione tipiche fra forme intensive di coltivazione
come seminativi, oliveti, vigneti e il bosco, conferiscono, al con-
trario, rigidità al paesaggio.
La valorizzazione delle aree di transizione oltre che un elevato
valore paesaggistico comporta anche l’incremento del valore eco-
logico dei luoghi sia dal punto di vista faunistico che vegetale; è
infatti qui che la selvaggina minuta trova rifugio e sostentamento
per l’alternanza di zone aperte e gruppi di alberi e arbusti, è qui
che l’avifauna trova maggiore protezione dei nidi e maggiore di-
sponibilità di cibo, è qui che le specie vegetali arboree e arbustive
sporadiche dei boschi hanno maggiore possibilità di affermazio-
ne, è qui che in condizioni stazionali favorevoli, può avvenire la
produzione di tartufo.
Nelle aree di transizione del bosco con i pascoli abbandonati o
saltuariamente utilizzati dal bestiame, nei boschi radi e nelle bo-
scaglie potrebbero essere ammessi interventi diversi da quelli tipi-
ci da legge forestale allo scopo di mantenere pressoché inalterato
lo stadio evolutivo di queste aree, perseguendo simultaneamente
sia obiettivi paesaggistici che ecologici. Perché ciò sia realizzabile,
si potrebbe far riferimento al regime autorizzatorio previsto dal
decreto legislativo 490/1999 che consente, dietro presentazione
di un progetto, l’attuazione di interventi non ammessi dalla legge
e dal regolamento forestale. In particolare risulta necessario pre-
vedere il taglio a scelta delle specie arboree favorendo le specie
potenzialmente simbionti, o addirittura, se individuate, quelle già
produttrici; lo sfoltimento della vegetazione arbustiva applicando
anche in questo caso, criteri selettivi sulle specie; la possibilità del
taglio e/o estirpazione di parte della vegetazione arbustiva, pre-
vedendo una deroga anche per le specie di cui all’allegato A del
Regolamento Forestale, se indesiderate; la possibilità di “avviare
all’alto fusto” solo le piante arboree scelte e di mantenere il taglio
solo delle altre; limitare l’uso di mezzi meccanici pesanti; vietare
l’apertura di piste e/o strade forestali; vietare la lavorazione del
terreno.
73
I Tartufi

Gli interventi, così come descritti, non rientrano fra quelli già
previsti dalla legge e dal Regolamento Forestale che, come già det-
to, hanno comunque finalità diverse rispetto alla produzione del
tartufo. In questo senso abbiamo valutato le effettive possibilità
di intervenire con strumenti autorizzativi in deroga rispetto ai di-
sposti generali previsti dalla legge forestale.
Il regolamento prevede, in alcuni casi, lo strumento del “pro-
getto di taglio” nel quale evidenziare i motivi per i quali si ritiene
opportuno proporre un intervento diverso da quello selvicoltura-
le tipico per un soprassuolo produttivo di legno.
Tale opportunità sembra comunque poco applicabile poiché
la finalità del progetto resta sempre la migliore utilizzazione dei
soprassuoli.
La possibilità di utilizzare lo strumento del “progetto di taglio”
è previsto dal Regolamento Forestale solo in alcune tipologie di
soprassuoli: nel caso del taglio dei cedui invecchiati, cioè di età
maggiore di 36 anni (art. 26) e nel caso del taglio di diradamento
dei boschi cedui in turno (art. 27).
Le finalità previste dalla legge sono, in via sintetica, il miglio-
re sviluppo del bosco, pertanto l’obiettivo perseguito si discosta
dalla produzione di “prodotti secondari del bosco”. Ancora più
difficoltosa sembra la deroga all’estirpazione delle specie di cui
all’allegato A della legge forestale quando siano indesiderate per
eccessivo rigoglio all’interno dell’ecosistema tartufigeno e addi-
rittura il Regolamento Forestale all’art. 83 comma 4 vieta il taglio
o l’estirpazione di arbusti di cui all’allegato A della legge forestale
finalizzati alla raccolta dei prodotti di cui all’art. 63 della stessa
legge che al punto a) indica funghi epigei e ipogei. Quindi se tali
specie vanno a colmare la chiaria interna al bosco non ci sono
strumenti che consentano il recupero dell’apertura, di fonda-
mentale importanza ai fini della produzione del tartufo.
Nel caso dei pascoli, dei pascoli arborati, dei terreni saldi che
ricadono in aree soggette al vincolo idrogeologico, il Regolamento
Forestale prevede la possibilità del taglio delle specie arbustive,
ma non consente danneggiamenti alle specie forestali, neppure
alla rinnovazione (art. 83, comma 1), quindi le specie forestali
sono destinate a diffondersi, non sono previste deroghe, pertanto
le specie forestali di cui all’allegato A, anche se indesiderate in un
ecosistema tartufigeno, non possono essere eliminate.
In definitiva, per operare con maggiore tranquillità all’interno
degli ecosistemi tartufigeni, sarebbe auspicabile una regolamen-
tazione d’intervento particolareggiata.

Interventi lungo i corsi d’acqua


Una trattazione specifica degli interventi lungo i corsi d’acqua è
necessaria in quanto la Provincia di Arezzo con la delibera n.100
74
5_Buone pratiche di gestione del territorio...

del 16 febbraio 2009, si è dotata di Linee guida per la gestione della


vegetazione ripariale, nelle quali si definiscono i criteri e le moda-
lità di intervento, le prescrizioni e le direttive da attuare, tenendo
conto delle particolarità ambientali e delle caratteristiche delle di-
verse tipologie dei corsi d’acqua del territorio provinciale.
Le tipologie e le tecniche d’intervento per la gestione della ve-
getazione lungo i corsi d’acqua, siano essi naturali o artificiali, ar-
ginati o non arginati, pur avendo come primario obiettivo quello
della sicurezza idraulica, sono molto attente alla conservazione e
alla tutela degli habitat naturali e sono volte a ottenere il più basso
impatto ambientale su di essi, in particolare per quanto riguarda
gli ambienti di nidificazione degli uccelli.

Sembra tuttavia importante poter prestare specifica attenzione


anche agli ecosistemi tartufigeni, data la loro estrema delicatezza
e suscettività a ogni repentina alterazione delle componenti am-
bientali. Attraverso il trasferimento agli enti preposti dello strato
informativo degli ambienti tartufigeni messo a punto in questo
progetto, è possibile quindi individuare i corsi d’acqua lungo i qua-
li sono presenti le tartufaie e prescrivere delle tecniche di interven-
to che possano conseguire il duplice obiettivo di garantire la sicu-
rezza idraulica e tutelare e salvaguardare gli ecosistemi tartufigeni;
certamente vi sono situazioni che ben si adatteranno al duplice
scopo e altre per le quali dovrà esser data la priorità alla sicurezza.
Le pratiche gestionali necessarie alla conservazione degli am-
bienti tartufigeni riguardano soprattutto la conservazione delle
specie simbionti (querce, pioppi, salici, tigli, carpini), il mante-
nimento di un alto grado di copertura delle chiome delle piante
arboree, in particolare la conservazione di individui adulti. Anche
un alto grado di copertura della vegetazione arbustiva in partico-
lare se rappresentata da pruno, biancospino, agazzino, evonimo,
corniolo, sanguinello, rovo, costituisce un elemento basilare per la
salvaguardia dell’habitat del tartufo.
Per quanto riguarda le tecniche di intervento relativamente
allo smacchio è auspicabile l’uso di trattori con verricello su linee
di esbosco limitate evitando il più possibile il traffico dei mezzi
meccanici nella tartufaia; per le operazioni di ripulitura della ve-
getazione arbustiva si dovrebbe operare esclusivamente con de-
cespugliatori manuali evitando mezzi meccanici quali miniesca-
vatori, trattori e trincia stocchi.

Gli interventi di regimazione idraulica all’interno dell’alveo do-


vrebbero essere effettuati limitando al massimo la sagomatura dei
fossi e i movimenti di terreno; le opere di consolidamento spon-
dale, di argine o di consolidamento di versante dovrebbero esse-
re generalmente eseguite con l’impiego di tecniche di ingegneria
75
I Tartufi

naturalistica utilizzando specie arboree e arbustive simbionti dei


tartufi o comunque sinergiche.

Interventi lungo le alberature stradali


Lungo le alberature stradali, laddove siano state individuate aree
di produzione tartuficola, sono da vietare i rinterri o altri riem-
pimenti che modifichino il livello del terreno in corrispondenza
del colletto delle piante. Gli scavi meccanici per la realizzazione
e manutenzione delle infrastrutture o dei sottoservizi dovranno
essere effettuati a una distanza minima di 3 m dalle piante di alto
fusto; per distanze inferiori è da prevedere l’esecuzione manuale
o altre tecniche non invasive.
Nelle aree tartufigene, la nuova realizzazione di alberature
stradali dovrà preferibilmente prevedere l’utilizzazione di specie
simbionti quali il tiglio (Tilia platyphillos), il pioppo bianco (Po-
pulus alba), la farnia (Quercus robur), la rovere (Quercus petrae), il
leccio (Quercus ilex).

Interventi di verde urbano


Anche nella nuova realizzazione di parchi pubblici, di aree a verde
di pertinenza di edifici pubblici, di aree verdi private, è preferibile
prevedere l’impiego di materiale vegetale arboreo e arbustivo ap-
partenente a specie simbionti con il tartufo.
Le specie tartufigene hanno un elevato valore ornamentale,
sono inoltre tipiche dell’ambiente in quanto specie autoctone e
per questo motivo le amministrazioni locali potrebbero inserire
nei loro regolamenti norme prescrittive o di indirizzo per favori-
re l’utilizzazione delle specie simbionti dei tartufi e delle specie
sinergiche anche negli interventi di sistemazione e di arredo dei
giardini e delle aree private e in generale nei progetti di sistema-
zione delle aree verdi.

76
6_
Iniziative intraprese
e interventi dimostrativi

Oltre a consolidare le conoscenze sull’ecologia degli ambienti


tartufigeni, analizzarne i fattori ambientali e socioeconomici di
pressione e individuare per essi alcune delle buone pratiche per la
gestione del territorio per la tutela e la loro conservazione, il Pro-
getto si è posto l’obiettivo di trasferire localmente le conoscenze
acquisite e di avanzare alcune proposte concrete di miglioramen-
to produttivo di alcune tartufaie con il coinvolgimento degli enti
pubblici gestori di quel territorio.
Queste attività hanno avuto un carattere propositivo e dimo-
strativo per promuovere lo sviluppo della tartuficoltura, intesa sia
come miglioramento produttivo di aree naturali sia come tutela
di ambienti tartufigeni; un altro scopo è stato quello di innescare
dei processi di collaborazione tra privati, associazioni di cercato-
ri e ente pubblico volti a individuare ambiti legislativi, procedure
amministrative e strumenti finanziari per poter eseguire le attività
e per stimolare e incoraggiare le comunità locali.
In Valtiberina, in accordo con la Comunità Montana Altote-
vere, in particolare con l’Ufficio del Patrimonio forestale, è stato
realizzato un progetto di miglioramento di una tartufaia naturale
in località Piscina Nera, inserita in un’area demaniale. È parso im-
portante e significativo il coinvolgimento di Enti di gestione del
territorio, per quanto riguarda il trattamento delle aree di transi-
zione un tempo adibite a coltivazioni o a pascolo e oggi in parziale
trasformazione in bosco, date le loro singolari caratteristiche e la
77
I Tartufi

L’ambiente tartufigeno dell’area in località Capanna Pratolini (Badia Tedalda),


oggetto della progettazione di un intervento di miglioramento produttivo

loro scarsa remunerazione delle operazioni selvicolturali.


È stata individuata l’area, sono stati discussi gli interventi di
miglioramento necessari ed è stato approntato un progetto, com-
prensivo di computo metrico estimativo, per l’esecuzione dei la-
vori. Il soggetto attivo alla gestione di un area di miglioramento è
l’Associazione dei Tartufai Sestinesi, che in cambio del diritto di
raccolta riservato per i suoi soci, in base alla L.R. 50/95, garantisce
l’esecuzione dei principali lavori di ripulitura, nuovo impianto e
di mantenimento indicati nel progetto esecutivo.
Il terreno dell’area prescelta è stato abbandonato dalla coltura
seminativa prima e dal pascolo poi almeno dalla fine degli anni
ottanta. La ricolonizzazione della superficie a opera di arbusti e
specie arboree (ginepro, pruno, cerro, nocciolo) si è sviluppata
dai margini del bosco arrivando a instaurare, anche al centro della
chiaria, nuclei più densi costituiti da 3-4 esemplari arborei ormai
adulti e affermati circondati da ginepro che, nel passato, ne aveva
impedito la brucatura; il cotico erboso è molto compatto e stabile.
Gli interventi proposti mirano a ripristinare le migliori condi-
zioni di sviluppo delle micorrizze, mediante interventi a carico
delle specie arbustive, quali l’eliminazione dei nuclei di arbusti
invadenti che coprono interamente la superficie e limitano for-
temente l’illuminazione al suolo, tramite interventi a carico delle
specie arboree, quali il ginepro che va limitato nell’espansione
78
6_Iniziative intraprese e interventi dimostrativi

eliminando quei soggetti isolati che non siano contigui a specie


arboree, e tramite interventi sul terreno, come uno sfalcio superfi-
ciale con graffiatura del cotico.

Un simile percorso è stato compiuto per un’area ubicata in lo-


calità Scandolaie, nell’Area Protetta del Sasso di Simone, nel ter-
ritorio comunale di Sestino, nella quale gli interventi di miglio-
ramento contenuti in un progetto, sono stati resi compatibili e
inseriti nel Piano di gestione dell’Area Protetta in corso di revisio-
ne da parte dell’Ufficio della Provincia.
L’area di intervento è distinta in due ambienti diversi: nel pri-
mo caso si tratta di un terreno seminativo abbandonato alla col-
tura almeno dalla fine degli anni ottanta e attualmente costituito
da un pascolo cespugliato; la ricolonizzazione della superficie a
opera di specie arbustive e arboree (ginepro e cerro principalmen-
te) si è sviluppata uniformemente arrivando a coprire quasi com-
pletamente la superficie.
Il cotico erboso è molto compatto e stabile. Ci sono affiora-
menti rocciosi e si nota la presenza di una falda sospesa a monte
della tartufaia.
La seconda superficie è costituita da un bosco in avviamento
ad alto fusto di cerro che ha al suo interno un piccolo torrente.
La pendenza è moderata e si formano facilmente dei ristagni di
79
I Tartufi

L’ambiente tartufigeno dell’area in località Scandolaie (Sestino),


oggetto della progettazione di un intervento di miglioramento produttivo

acque che hanno favorito lo sviluppo di specie igrofile (salicone,


pioppo) che, a causa della copertura completa delle chiome della
fustaia sono spesso in fase di disseccamento.

Il progetto prevede interventi moderati di ripulitura della ve-


getazione arbustiva, il ripristino di condizioni fitosanitarie idonee
per le piante arboree, una gestione razionale del pascolamento
bovino nella tartufaia e la sistemazione della rete di scolo delle
acque piovane ai fini di contenere l’erosione incanalata del suolo
da parte di acque selvagge. Nel caso del torrente si interviene per
una ripulitura dalle piante secche e nella eliminazione di alcuni
soggetti per favorire il mantenimento di specie ospite delle mi-
corrizze.
La condivisione con l’Ufficio suddetto delle informazioni sulla
localizzazione delle aree tartufigene e delle buone pratiche di ge-
stione proposte in questo progetto, ha consentito di porre le basi
per poter realizzare con maggiore facilità degli interventi volti al
miglioramento produttivo e alla tutela degli ambienti tartufigeni
in tutte le Aree Protette provinciali, in quanto le tartufaie naturali
rappresentano un’importante espressione di biodiversità da con-
servare e di habitat particolari e caratteristici da tutelare.
I progetti realizzati richiedono una parziale copertura finan-
ziaria, oggi disponibile con i finanziamenti previsti da alcune
80
6_Iniziative intraprese e interventi dimostrativi

misure del Piano di Sviluppo Rurale. È soprattutto necessaria la


crescita della consapevolezza da parte dei privati proprietari dei
fondi, delle associazioni locali dei cercatori di tartufi o di singo-
li imprenditori agricoli, che la tutela e lo sviluppo delle aree tar-
tufigene può rappresentare un’opportunità anche economica
maggiormente efficace se si realizza attraverso il coinvolgimento
dell’ente pubblico.

Un terzo intervento è stato studiato per il Valdarno, nel Comune


di Cavriglia, negli impianti di arboricoltura da legno realizzati sui
terreni dell’ex miniera di Santa Barbara dell’Enel da parte del Dott.
Buresti, a suo tempo ricercatore dell’Issar, oggi Cra-Sel, Centro
di ricerca per la Selvicoltura. Si è trattato di un studio di fattibilità
volto anche in questo caso a tracciare un percorso dimostrativo
che coinvolga l’associazione dei cercatori (Atva), che sensibilizzi
il territorio sulle potenzialità della tartuficoltura e sulla possibilità
di recupero di aree che oltre alla valenza ambientale e ricreativa
possono avere anche una valenza produttiva per il tartufo.

Le informazioni raccolte nel progetto, gli obiettivi per la tute-


la degli ambienti di crescita e le proposte di sviluppo della filiera
produttiva sono state condivise anche con altri enti o uffici pub-
blici, ritenuti strategici per gli obiettivi da perseguire. In partico-
81
I Tartufi

lare citiamo l’Ufficio provinciale di Programmazione Territoriale


Urbanistica, con il quale si sono individuati gli strati del Piano Ter-
ritoriale di Coordinamento Provinciale che meglio di altri poteva-
no rivelarsi funzionali alla protezione degli ambienti tartufigeni; il
Servizio Difesa del suolo, dal quale dipendono gli interventi degli
enti preposti (Consorzi di Bonifica, Unioni dei Comuni Montani),
per il trattamento della vegetazione ripariale; il già citato Ufficio
delle Aree Protette; le Unioni dei Comuni montani della Valtibe-
rina e del Casentino che hanno anche fornito le informazioni, gli
studi e i loro progetti di valorizzazione della risorsa tartufo qua-
li ad esempio “La strada del tartufo dell’Appennino centrale”, un
progetto che propone numerosi percorsi turistici che associano la
degustazione del tartufo con le peculiarità storiche, artistiche ed
economiche delle vallate appenniniche.

82
7_
Lo sviluppo di filiera
per il settore agricolo

La produzione del tartufo nelle tartufaie naturali è strettamente


connessa con l’uso sostenibile delle risorse naturali; infatti l’uso
corretto del territorio è necessario per la sopravvivenza degli eco-
sistemi e per lo sviluppo dell’attività economica del tartufo.
Per poter valorizzare il tartufo è necessario quindi ampliare le
conoscenze sui vari comparti che compongono la filiera, in parti-
colare sulla parte iniziale di questa.
È necessario cercare di ridurre al minimo le carenze informati-
ve su cui si basano le scelte economiche; in particolare si eviden-
zia una sorta di “cortocircuito”, unico rispetto ad altri prodotti del
territorio, secondo il quale chi raccoglie il prodotto è, nella mag-
gior parte dei casi, un soggetto diverso da chi gestisce il fondo su
cui esso cresce.
In questo capitolo l’autore ritiene utile tracciare un breve pro-
filo dei soggetti che agiscono nella prima parte della filiera del tar-
tufo, in particolare analizzare i rapporti fra i proprietari o gestori
degli ambienti tartufigeni e i raccoglitori, con lo scopo di fornire
elementi di riflessione per individuare una strada, un percorso
che possa portare alla tutela di un maggior numero di ambienti
tartufigeni, a un maggiore coinvolgimento di operatori mediante
una condivisione di intenti e una proposta di opportunità.

83
I Tartufi

La raccolta del tartufo


in una tartufaia artificiale

84
7_Lo sviluppo di filiera per il settore agricolo

I raccoglitori di tartufi

Un ruolo importante nella valorizzazione e nella promozione del-


la produzione tartuficola toscana è svolto dalle numerose asso-
ciazioni di raccoglitori diffuse in tutto il territorio della regione.
In provincia di Arezzo ne esistono due: l’Associazione Tartufai
delle Valli Aretine con sede ad Arezzo e l’Associazione Tartufai di
Sestino, con sede nell’omonimo comune. Entrambe si occupa-
no dell’organizzazione di corsi per l’ottenimento della tessera di
autorizzazione per la ricerca e la raccolta, della difesa e gestione
di aree tartufigene, dello sviluppo di nuove aree, dell’organizza-
zione di mostre mercato per la vendita diretta del prodotto, del-
lo sviluppo dei rapporti con le istituzioni locali. Le associazioni
svolgono anche spontaneamente una funzione didattica: i tartu-
fai più esperti conducono i neofiti in aree produttive di pubbli-
co dominio per insegnare loro le tecniche essenziali di raccolta
e, soprattutto, a utilizzare i cani addestrati. Infatti un altro ruolo
essenziale delle associazioni consiste nell’addestrare i cani e for-
nirli a chi ne è sprovvisto. I cani che si sono dimostrati più effi-
caci nella raccolta vengono selezionati e poi incrociati per alleva-
re nuove generazioni con buone attitudini alla raccolta e, infine,
dopo l’addestramento, vengono valutati nelle loro caratteristiche
essenziali per poterli utilizzare al meglio. La difesa e la gestione di
aree tartufigene, così come la realizzazione di nuove aree è un’atti-
vità che le associazioni svolgono a vantaggio non solo degli iscritti,
ma di tutta la popolazione. Infatti esse si occupano di rimboschire
le aree con specie arboree simbionti autoctone, di recuperare vec-
chie tartufaie abbandonate, di ripulire il sottobosco da eccessi di
vegetazione eliminando le piante morte e piantandone di nuove
dove necessario.
Le associazioni di raccoglitori, costituiscono per gli enti pub-
blici un soggetto qualificato per lo svolgimento di attività volte
alla conservazione e al miglioramento degli ambienti tartufigeni,
alla gestione delle tartufaie e alla valorizzazione del prodotto. Le
associazioni garantiscono sul territorio un’azione di controllo del
rispetto della normativa sulla raccolta dei tartufi e, nelle aree di
cui hanno la gestione diretta, organizzano la raccolta dei prodotti
mediante turnificazione dei propri soci.
I principali obiettivi delle associazioni di tartufai sono la tute-
la, la conservazione e miglioramento degli ambienti tartufigeni; il
rispetto delle norme vigenti che tutelano gli ambienti tartufigeni e
la raccolta libera nei fondi non coltivati; l’osservanza dei criteri di
gestione del territorio volti alla conservazione degli ambienti tar-
tufigeni; la gestione di aree a raccolta riservata; svolgono attività
didattiche, di valorizzazione e di promozione del prodotto.

85
I Tartufi

Ambiente di ex coltivi in fase di ricolonizzazione


da parte del bosco

I proprietari privati di terreni tartufigeni

Le aziende agricole e i proprietari dei fondi sono indicati dagli enti


locali, regionali e nazionali quali soggetti primari nella realizza-
zione di investimenti nel settore agroforestale e nella gestione del
territorio rurale.
Le aziende agricole, le aziende forestali, le aziende agrituristi-
che, le aziende faunistico venatorie sono fra i principali proprie-
tari dei terreni tartufigeni anche se non mancano territori di pro-
prietà pubblica.
L’agricoltore ha da sempre dato poca importanza alla raccol-
ta dei tartufi che sono diventati prodotti apprezzati solo in tempi
relativamente recenti, prediligendo a essi l’esercizio della caccia.
Appare infatti scarsa, all’imprenditore agricolo, la conoscenza di
aree tartufigene all’interno della propria azienda. Motivo di ciò
è dovuto anche a una certa “specializzazione” che la raccolta di
tartufi necessita (ci vuole infatti una costante dedizione, un cane
ben addestrato, una certa esperienza, la conoscenza dei luoghi di
crescita spesso gelosamente custoditi).
Dalle interviste e dai colloqui con interlocutori privilegiati
emerge che i principali obiettivi che attualmente i proprietari dei
terreni tartufigeni vogliono perseguire relativamente al settore del
tartufo, sono limitati a ridurre o evitare la presenza non control-
86
7_Lo sviluppo di filiera per il settore agricolo

Ambiente tartufigeno ancora oggi


utilizzato a pascolo

lata di raccoglitori all’interno della loro proprietà, a evitare liti,


lamentele e conflittualità nel rapporto con altri utilizzatori del
territorio (es. cacciatori) e infine a poter continuare a esercitare
l’attività agricola e selvicolturale senza ulteriori vincoli.
Riteniamo tuttavia che la filiera del tartufo, che ha una rilevan-
za economica significativa in provincia di Arezzo, debba acquisire
un carattere di maggiore trasparenza per poter diventare una ri-
sorsa per tutto il territorio. Il trend evolutivo degli ultimi anni evi-
denzia che senza dare avvio a una fase virtuosa basata sulla tutela
degli ambienti e sulla gestione del prodotto, aumenta la perdita
irrimediabile di molti territori produttivi.
Un primo passo per lo sviluppo della filiera è rappresentato a
nostro avviso dalla consapevolezza da parte dei proprietari pri-
vati di terreni tartufigeni che la risorsa tartufo li può riguardare
direttamente e che esistono importanti opportunità previste dalla
legge regionale 50/95 e dagli incentivi contenuti nel Piano di Svi-
luppo Rurale in materia di miglioramento di ambienti tartufigeni
e di impianto di nuove tartufaie.
Per questa finalità ci è parso strategico il coinvolgimento e la
condivisione di alcuni obiettivi con le organizzazioni di catego-
ria agricola (Coldiretti, Confagricoltura e Confederazione Italiana
Agricoltori) affinché esse possano veicolare ai loro associati le in-
formazioni e le opportunità suggerite da questo progetto.
87
I Tartufi

I rapporti attuali fra proprietari privati e cercatori di tartufi

Cercando di approfondire e di analizzare gli attuali rapporti che si


instaurano fra proprietari di terreni e tartufai, occorre considera-
re come la mancata conoscenza della presenza e/o della quantità
di tartufi prodotti nei propri terreni determina nei proprietari un
certo disinteresse al settore tartufo. Questo, unito alla difficoltà di
gestire direttamente la raccolta del tartufo nella propria azienda
è fonte di incomprensione fra proprietari e cercatori. In seguito a
ciò il proprietario va incontro a diversi atteggiamenti, alcuni dei
quali possono essere estremamente dannosi per gli ambienti tar-
tufigeni: egli può lasciare che altri utilizzino liberamente la risorsa
tartufo, senza modificare le sue abitudini (ovvero continuando a
esercitare le pratiche agricole e selvicolturali ignaro della presen-
za di tartufaie nella sua proprietà), rischiando il più delle volte di
comprometterne la sopravvivenza. In altri casi, rari ma significati-
vi, il proprietario decide coscientemente di distruggere la tartufaia
per non avere disturbi vicino a casa, per evitare liti e lamentele
fra cacciatori e tartufai etc., e perché di fatto le cose per lui non
cambiano (il tartufo non gli toccava prima e non gli tocca adesso).
I terreni tartufigeni sono in genere estremamente marginali
nell’economia aziendale poiché si localizzano lungo i fossi, sot-
to alberi isolati o filari, nei boschi, negli incolti; le operazioni di
ripristino o di miglioramento di una tartufaia, consistono in ope-
razioni di ripulitura dalla vegetazione infestante, di apertura di
fossetti per la regimazione delle acque, in diradamenti e potature
di piante arboree, in lavorazioni superficiali del terreno; sono tutte
operazioni onerose che i proprietari non realizzano mai.

Le opportunità di sviluppo

Lo sviluppo della parte iniziale della filiera del tartufo può portare
numerosi vantaggi a tutti i soggetti che hanno un ruolo attivo nel
settore agroforestale, ma anche, come indotto, a gran parte delle
attività di commercializzazione dei prodotti, di ristorazione, di tu-
rismo in genere.
La divulgazione delle informazioni sulle attività di tutela e va-
lorizzazione del prodotto nonché sulle opportunità previste dalle
leggi e dai regolamenti, in particolare la legge regionale 50/95 e il
Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013, dovrebbe accrescere la con-
sapevolezza da parte dei proprietari, delle aziende agricole, dei
consorzi di produttori di tutelare una risorsa che può essere di
tutti. Ciò può portare a una maggiore estensione di terreni tartufi-
geni da porre sotto tutela e oggetto di miglioramento produttivo e
quindi a un aumento della produzione.
88
7_Lo sviluppo di filiera per il settore agricolo

Molte aree tartufigene potranno esser gestite direttamente dai


proprietari e molte altre potranno esser gestite con un rapporto
proficuo con le associazioni di tartufai. I proprietari potrebbero
chiedere di inserire le loro tartufaie nelle aree di effettiva produ-
zione di tartufi dei Piani strutturali comunali al fine di tutelarle
ulteriormente e per avere un’attestazione ufficiale (certificato di
destinazione urbanistica) del valore fondiario dei terreni così pe-
rimetrati.
Una proposta può essere rappresentata dalla concessione da
parte dei conduttori dei fondi della raccolta riservata dei tartufi
a favore delle associazioni di tartufai; essa costituisce uno degli
strumenti più semplici per garantire al contempo l’utilizzazione e
la conservazione di una risorsa naturale quale la tartufaia. L’asso-
ciazione, secondo la propria regolamentazione, permette a tutti i
tartufai abilitati di partecipare alla conduzione della tartufaia con-
sentendo l’accesso al sito migliorato a fronte di un impegno alla
manutenzione, conservazione e miglioramento del sito, mediante
apporto di manodopera gratuita da parte dei soci. il proprietario
ne ricava una sostanziale valorizzazione del fondo nonché la con-
servazione delle potenzialità produttive e, in taluni casi, un com-
penso monetario. Un rapporto proficuo con le associazioni di tar-
tufai può inoltre garantire ai proprietari l’inventario della risorsa
tartufo nella propria azienda, la gestione qualificata della tartufaia
mediante l’applicazione di idonee tecniche volte alla conserva-
zione e al miglioramento produttivo, basate sulla conoscenza dei
luoghi e sull’esperienza dei tartufai locali. Con l’associazione sono
anche indirettamente assicurate attività di guardianìa e vigilanza
del fondo; sono garantite la raccolta e la commercializzazione del
prodotto.
Pare invece meno idonea una gestione della raccolta basata su
concessioni occasionali del diritto di raccolta, poiché si possono
determinare condizioni per una raccolta “di rapina” del prodotto,
meno rispettosa del delicato equilibrio fra tartufo e il suo ambien-
te con il conseguente depauperamento della tartufaia.
Il trasferimento delle conoscenze riguardanti le aree tartufige-
ne può consentire alle aziende agricole e ai proprietari dei terreni
in generale, di entrare da protagonisti nella filiera produttiva del
tartufo. Esistono infatti importanti opportunità previste sia dalla
legge regionale 50/95 che dagli incentivi contenuti nel Piano di
Sviluppo Rurale in materia di tartuficoltura.
La legge regionale n. 50/95, già richiamata in precedenza, con-
sente infatti ai singoli proprietari dei terreni sui quali è presente
una tartufaia naturale di richiedere l’autorizzazione al diritto di
raccolta riservata, a patto che la tartufaia venga migliorata da un
punto di vista ambientale e venga garantito un incremento pro-
duttivo mediante opere specifiche.
89
I Tartufi

Nel Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013, sono presenti delle


Misure che favoriscono la tartuficoltura nell’azienda agricola; in
particolare la Misura 122, denominata “Migliore valorizzazione
economica delle foreste”, prevede la possibilità con contributi fino
al 50% delle spese sostenute, di effettuare interventi di migliora-
mento o di recupero di aree a spiccata vocazione tartufigena. Le
misure 221 e 223, anch’esse con contributi fino al 50% delle spese
sostenute, consentono di effettuare nuovi impianti con piante mi-
corizzate con tartufi, con ciclo superiore o uguale a 15 anni.
Per le aziende agrituristiche potrebbe realizzarsi l’opportunità
di ampliare la loro offerta di ospitalità in periodi di bassa stagione
(metà ottobre – metà dicembre) con proposte di ricerca guidata di
tartufi, cucina e degustazione. In questo settore ci sono già spora-
dici esempi molto positivi.
Lo sviluppo della filiera del tartufo può portare numerosi van-
taggi a tutti i soggetti che hanno un ruolo attivo nel settore, ma
anche, come indotto, a gran parte delle attività di commercializza-
zione dei prodotti, di ristorazione, di turismo in genere.

90
8_
Conclusioni

Le mutate condizioni di gestione del territorio rurale, avvenute


negli ultimi trent’anni e ancora in corso, i cambiamenti climatici
che determinano sempre più prolungati periodi siccitosi e la rac-
colta intensa dei tartufi provocata da un numero sempre crescen-
te di cercatori, sono le principali motivazioni che hanno spinto
sia le amministrazioni pubbliche che le associazioni dei tartufai
a promuovere assieme un progetto che contenesse interventi e
azioni per la tutela degli ambienti tartufigeni.
Poiché le conoscenze sull’ecologia dei tartufi, che nonostante i
molteplici studi svolti nella nostra regione nel corso degli anni passati,
hanno mostrato localmente ancora qualche incertezza, si è ritenuto
necessario effettuare un’approfondita analisi dei fattori ambientali
che caratterizzano gli habitat di crescita, su tutto il territorio provin-
ciale mediante sopralluoghi sui siti produttivi indicati dai cercatori.
Le dettagliate descrizioni degli habitat che ne sono scaturite hanno
consentito di localizzare gli ambienti di crescita e hanno permesso di
realizzare delle cartografie delle aree tartufigene, intese sia come pic-
cole superfici di effettiva produzione, sia come ambienti potenziali di
crescita estendendo le informazioni a ecosistemi simili.
La caratterizzazione dei vari ambienti di crescita ha inoltre evi-
denziato e circostanziato le molteplici minacce alla sopravvivenza
degli habitat, siano esse di origine antropica che ambientale e di
individuare delle possibili buone pratiche di gestione del territo-
rio che possano salvaguardare gli ecosistemi.
91
I Tartufi

L’analisi del contesto normativo vigente mette in luce gli aspet-


ti positivi che alcune leggi o disposizioni normative mostrano nel
raggiungere l’obiettivo di tutelare e salvaguardare gli ambienti di
crescita, ma evidenzia anche alcuni limiti, alcune carenze o delle
difficoltà applicative.
L’impostazione del progetto consente una maggiore efficacia
nel perseguire i suoi obiettivi poiché a un lavoro di analisi e di
proposizione precedentemente descritto, se ne affianca uno pa-
rallelo, di prospettiva, basato fin da oggi sul coinvolgimento e sul-
la condivisione degli obiettivi da parte molti settori e uffici di enti
pubblici competenti in materia di gestione del territorio (uffici
provinciali, ex Comunità montane, amministrazioni comunali);
sono riportati in questo testo alcuni casi di studio ed esempi di-
mostrativi applicati sul territorio. Anche il coinvolgimento degli
agricoltori ad assumere una maggiore consapevolezza che il tar-
tufo può rappresentare per le loro aziende un’importante oppor-
tunità di reddito, contribuisce a conferire a questo progetto una
prospettiva virtuosa nei confronti della tutela e della salvaguardia
degli ambienti naturali di crescita del tartufo e dello sviluppo del-
la filiera produttiva.

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Bibliografia

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Finito di stampare
nel novembre 2012
da Industrie Grafiche Valdarnesi
a San Giovanni Valdarno (AR)