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Università degli Studi di Trieste

Corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

LA LIBERTA’ D’ INFORMAZIONE IN ITALIA


DALLA P2 AI FURBETTI DEL QUARTIERE

Redatta da: Nicola Zaffalon


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Indice:

Introduzione

CAPITOLO I: LA LIBERTA’ D’ INFORMAZIONE

- 1.1 Il Quarto Potere


- 1.2 Breve storia della Libertà d’ Informazione
- 1.3 Situazione mondiale sulla Libertà d’ Informazione

CAPITOLO II: LA LIBERTA’ D’ INFORMAZIONE IN ITALIA

- 2.1 L’ evoluzione della Libertà d’ Informazione in Italia


- 2.2 Dal fascismo alla Repubblica
- 2.3 L’ Articolo 21 della Costituzione
- 2.4 Il cammino giuridico della Libertà d’ Informazione.
- 2.5 Le leggi sull’ editoria
- 2.6 Le leggi sulla radiotelevisione

CAPITOLO III: DALLA P2 AI “FURBETTI DEL


QUARTIERE”

- 3.1 La cospirazione della loggia “Propaganda 2”


- 3.2 Storia e implicazioni della loggia P2
- 3.3 Le azioni rivolte ai media da parte della loggia P2
- 3.4 I “furbetti del quartiere” dei giorni d’ oggi
- 3.5 Cosa pensano di noi all’ estero

Conclusione

Bibliografia

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4
Introduzione

Nel 1822, James Madison, quarto presidente degli Stati Uniti e fonte
primaria dei principi democratici che formano il sistema di governo
americano, scrisse una lettera contenente un’ affermazione fondamentale in
materia di democrazia: “Un governo del popolo, senza informazione per il
popolo, o senza i mezzi per ottenerla, non è altro che il prologo di una farsa
o di una tragedia, o forse di entrambi. La conoscenza prevarrà per sempre
sull’ignoranza; e un popolo che vuole essere governatore di se stesso deve
munirsi del potere che la conoscenza conferisce.” 1
Tramite queste parole e le successive che vennero formulate nel continente
americano, si aprirono le porte alla libertà d' informazione regolamentata;
infatti in poco tempo dalla frase di Madison, verrà stilata la Carta dei Diritti,
primo documento ufficiale che sancisce le libertà di parola ed espressione.
La libertà d' informazione, è un concetto che sfugge continuamente di epoca
in epoca; con la creazione dei primi stati sociali, la libertà d' informazione
verrà finalmente tutelata dai paesi democratici, come per gli Stati Uniti, la
Francia e l' Italia del dopoguerra, dove tutte le funzioni di libertà di pensiero
e di stampa verranno garantite da leggi apposite.
Nonostante tutto però, il potere dei media attirerà continuamente gli
interessi di imprenditori poco obiettivi e di capi di stato in cerca di ottenere
un potere più esteso; va da sé notare come attualmente, personalità in forza
ai governi, posseggano diverse testate o canali televisivi: Berlusconi su tutti,
è colui che possiede un maggior conflitto d' interessi, essendo proprietario
sia di Mondadori che di tre reti TV, ma vanno pure ricordati Sarkozy che
possiede il Le Monde, Tony Blair che tentò una scalata alla BBC, fino all' ex
presidente degli U.S.A. George W. Bush e la sua influenza sui network della
FOX, la quale per tutta la durata della presidenza ha garantito un influente
appoggio mediatico.
Chi si sbilancia e dà troppe informazioni non gradite viene immediatamente
fermato dalla scure della censura, della diffamazione, delle denunce... Tutto
ciò è abominevole e soprattutto inaccettabile, priva del diritto sacrosanto che
ogni individuo ha della libertà di parola e pensiero, stabilendo una
regressione nelle novità che portarono i “welfare states”. Come si può
intuire, il potere dell' informazione è basilare all' interno di un paese; i vari
governi, dal medioevo fino ad oggi, hanno sempre escogitato azioni per
mantenere l' informazione sotto controllo, così da influire direttamente sulle
reazioni della società alla vita politica.
In Italia la situazione è quanto meno allarmante, ultimamente la stampa e l'

1
James Madison, Lettere, pp. 12, 1882.

5
editoria sono prigioniere di interessi politici ed economici, i quali
riconducono la libertà d' informazione alla vecchia propaganda e censura
del ventennio fascista. Il Primo Ministro Berlusconi, attraverso la sua carica
politica ed i suoi interessi imprenditoriali, influenza già in modo diretto e
indiretto una percentuale stimata del 95 per cento della TV italiana. Da
questo punto di vista l'Italia sta costituendo un precedente molto pericoloso,
che potrebbe seriamente influenzare la struttura dei mezzi di comunicazione
in altri stati oltre che al nostro; oltretutto questo abbassa in maniera
vorticosa la preparazione culturale del popolo che è obbligato a seguire
programmi e notiziari di basso stampo informativo e intellettivo.
Il ruolo della loggia “Propaganda 2” in questa precipitosa crisi dei media,
dalla creazione della Repubblica fino ad oggi, risulterà importantissimo; alla
luce di come ha operato la loggia per controllare l' informazione nel paese,
viene riconosciuto quel metodo di cui vanno fieri gli imprenditori dell'
informazione oggi: comprare una testata ed imporre il proprio stampo
ideologico. A distanza di anni, quindi, l metodo di controllo dell'
informazione inteso nel Piano della P2, si rivelerà una “Bibbia” per
chiunque voglia esercitare pressioni sulla società, o tenere nascosti fatti
scomodi.
“Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità, è un atto
rivoluzionario”2. Così George Orwell, pseudonimo di Arthur Blair, scriveva
nel 1948 nel suo attualissimo capolavoro di fantapolitica “1984”; oggi a
distanza di oltre mezzo secolo dalla formulazione di quella frase, mantiene
ancora il suo senso, arricchendolo ulteriormente. Nel terzo millennio appena
iniziato si è completamente realizzato il suo significato: nonostante il
marasma mediatico che contraddistingue la nostra epoca, nonostante la TV,
Internet e la serie indefinita di giornali e testate che possiedono gli stati
moderni, raccontare la verità rimane difficoltoso. Troppe personalità di
primo piano, danno troppa importanza ai mezzi di comunicazione,
reputandoli degli equilibratori sociali anziché dei mezzi per allargare la
verità delle cose; lo stesso popolo sembra ormai prigioniero delle falsità e
delle censure che li vengono presentate. Il punto è che esiste un surplus di
“comunicazione” nei paesi e nessun tipo di “informazione”, un
bombardamento continuo di notizie ed asserzioni inutili, che fanno pensare
a tutti di sapere molto, anzi troppo, su ciò che li circonda, quando in realtà
non è assolutamente così; in realtà è stata proposta un tipo di “verità”
preimpostata, che scientificamente porta la maggioranza ad andare verso gli
interessi di chi gioca a fare il demiurgo.
Verità che mai come in questi ultimi anni servirebbe propagare al mondo,
per far si che la libertà d' informazione svolga il suo ruolo principale: aiutare
l' uomo a porsi in maniera corretta sul mondo e a difendersi dalle sue
difficoltà.

2
G. Horwell, “1984”, pp. 196, 1948.

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CAPITOLO1: LA LIBERTA’ D’ INFORMAZIONE

1.1 Il “Quarto Potere”


Prima d’ introdurre il concetto legato al cosiddetto “Quarto potere”, è
preferibile partire dal concetto di “divisione dei poteri”, per meglio
inquadrare e rendersi conto su cosa si basa il “potere” e come esercita il suo
funzionamento. Il teorico più illustre a riguardo è il filosofo e pensatore
politico Charles-Louis Montesquieu, egli scrisse verso la metà del XVIII°
secolo la famosa teoria sulla “separazione dei poteri” nel suo testo più
famoso intitolato “Lo Spirito delle Leggi”. Rielaborando ciò che affermava
il suo predecessore brittanico John Locke, individua tre istituzioni,
organismi che detengono il potere in uno Stato, tramite il loro
funzionamento fanno valere l’ autorità sul popolo e sul territorio: il potere
legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Secondo Montesquieu,
“In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi
per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In
base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie,
stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i
delitti o giudica le liti dei privati”3. In parole povere, essi sono le strutture
principali dello Stato e della sua sovranità. Sempre secondo il filosofo
francese “…il corretto funzionamento dello Stato si fonda sulla divisione
fisiologica dei tre poteri, che diversamente, accentrati nelle mani di un solo
uomo, darebbero origine ad un regime tirannico caratterizzato dalla
corruzione”4. Ecco che per chi può intende male il pensiero qui trascritto,
prende forma una specie di “Tavola del Comando”, secondo la quale chi
possiede i tipi di potere, viene automaticamente a trovarsi in piena autorità
su un popolo. Fin qui nulla di nuovo, basta ripercorrere la lunga storia delle
monarchie e dei governi per rendersi conto di come effettivamente queste
strutture di potere erano relegate nelle mani di un singolo despota; dai regni

3
C.L. Montequieu, “Lo spirito delle leggi”, pp. 210, 1847.
4
C.L. Montequieu, “Lo spirito delle leggi”, pp. 210, 1847.

7
medioevali alle tirannie e agli stati totalitari, in ognuna di questi tipi di
governo è sempre stato tipico il controllo monopolistico dei tre poteri
idealizzati nel saggio del filosofo francese, tipicamente venivano utilizzati
per limitare le libertà del popolo ed allargare gli interessi personali.
Montesquieu rivela al mondo i tre organismi alla base del controllo ma
dimentica o forse sottovaluta, lo strumento che lui stesso ha utilizzato per
perpetuare la sua filosofia: la stampa e la comunicazione.
Gli apparati legislativi, esecutivi e amministrativi, per quanto basilari, da
soli non bastavano a stabilire il controllo supremo su un territorio e sul suo
popolo. Il mal contento, le voci di strada, i manifesti, la stampa e la cultura
che si espande… tutto questo rende il cittadino sempre più obiettivo ed
informato su ciò che lo circonda, di rimando diviene più difficile da
comandare comportando ripercussioni sull’ utilizzo improprio e assoggettato
dei tre poteri dello Stato. L’ informazione rende il mondo più piccolo, le idee
e le notizie incominciano ad arrivare da ogni luogo, sempre più persone
incominciano a conoscere realtà diverse, a farsi un’ idea del mondo, a
crearsi un’ opinione. La gente riscopre il legittimo diritto di “sapere”, la
stampa e le nuove scoperte nelle comunicazioni in continua evoluzione, si
farà baluardo di ciò appagando tutto il desiderio di conoscenza che spetta
alle persone. Il potere vero viene quindi riscoperto nel popolo, nella sua
voce, nelle sue necessità, nella consapevolezza di poter cambiare le cose
nella vita privata e pubblica di ognuno, semplicemente dando fuoco ad una
miccia importante, senza la quale il popolo rimarrebbe disunito,
inconsapevole di quel che gli sta intorno, solo ed inerme: l’ informazione
libera, rivolta a tutti e libera in modo tale da assicurare il dialogo e il
confronto su fatti reali. Appena ci si rese conto dell’ enorme forza in
possesso dai mezzi di comunicazione di massa ecco che viene riconosciuto
un nuovo potere, tale da poter spodestare gli altri tre formulati da
Montesquieu, entra in scena il “Quarto potere”. Si cita spesso Edmund
Burke, eminente figura politica britannica, che avrebbe detto: “Tre Stati nel
Parlamento; ma laggiù nella galleria dei giornalisti, risiede un “Quarto
Stato” molto più importante rispetto a tutti gli altri”.
Esso, riguarda la capacità dei media di influenzare l’ opinione pubblica
tramite la messa in circolo di informazioni e notizie che possano andare a
suscitare nella massa certi comportamenti anziché altri. Il merito della
diffusione del termine “Quarto Potere” è senza ombra di dubbio legata al
celebre ed omonimo film di Orson Welles datato 1941, in cui l’ eccentrico
regista americano diffonde l’idea di un potere legato all’informazione
mediatica della società di massa nelle moderne democrazie. “Chi ne detiene
il monopolio,” suggerisce il regista,”è in grado d’influenzare l’opinione
pubblica e di agire nei confronti della società come un moderno tiranno”.
Questa tendenza al controllo dell’ informazione è una storia antica quanto il
mondo, quanto il fatto che l’uomo è portato a poter credere a tutto, nasce in
maniera strisciante tramite la censura, la propaganda, fino a consolidarsi ai

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giorni nostri in maniera sottile ed elegante, tanto da non farci neanche caso.
Ai giorni d’oggi è difficile notare il Quarto Potere, innanzitutto per una
questione di mezzi che il più delle volte sono in cooperazione per non fare
uscire o per fare uscire una data notizia, così da non poter accorgersi che in
realtà le cose stanno in un altro modo o che è successo un’ avvenimento; in
secondo luogo per la differenza critica e impercettibile tra Informazione e
Comunicazione: la prima è una necessità primaria, si basa su fatti reali,
esternati nel modo più imparziale e simile alla realtà possibile, la
Comunicazione invece se si vuole, è la sua sorella malvagia, non è basilare
per la nostra vita però ci viene data ugualmente una serie di informazioni, il
più delle volte insite proprio allo scopo di condizionare il pensiero di chi
recepisce, per dirlo con le parole di Grice, filosofo inglese, essa è: “Un
processo costituito da un soggetto che ha intenzione di far sì che il ricevente
pensi o faccia qualcosa”.
Proprio Welles, mise alla prova questo sistema quando nel 1938 ideò una
burla durante una trasmissione radiofonica, l’eccentrico sceneggiatore
interpretò un parte del film “La guerra dei Mondi”, inscenò un critico
attacco extraterrestre sul nostro pianeta con il risultato che mezza
Washington D.C. impazzi letteralmente in attacchi di panico e isteria,
credendo realmente a ciò che sentiva alla radio.
Ecco che l’ Informazione, dettata da un mezzo autorevole quali stampa,
giornali e televisione, si trasforma in un vero e proprio detentore della
verità, una piccola e del tutto relativa finestra sul mondo. Bisogna stare bene
attenti a ciò che esce da quella finestra, chi detiene il potere lo sa meglio di
tutti, l’ uomo è un animale condizionabile, quello che più può far saltare i
suoi comportamenti tradizionali proviene proprio da fuori, dalle
informazioni, dagli input che riceve. Essi sono tali da condizionarlo,
deviarlo verso certi atteggiamenti o gusti. Ognuno di noi si arricchisce
grazie alle informazioni, le filtra e poi le decodifica in una reazione esterna
istintiva, emotiva, intellettuale. Esse ci servono per sopravvivere, ci fanno
razionalizzare su ciò che è bene e male e prendere decisioni, sta qual la vera
importanza dell’ informazione. Ovviamente per garantire scelte e decisioni
corrette, abbiamo bisogno di risorse informative imparziali, chiare e
complete, invece proprio per il grande potere che possiedono, sono spesso
vigilate e sotto il controllo di interessi personali, per mantenere uno status
quo, avvantaggiare o screditare a proprio piacere, tramite filtraggi,
rimaneggiamenti o semplicemente nascondendo i fatti. La libera
informazione viene segregata ad un pacchetto di notizie approvate da chi ne
detiene il potere, trasformando biecamente l’ informazione in
disinformazione. George Horwell un giorno disse queste parole: “La vera
libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi
dire”, questa frase emblematica individua precisamente quello che un
“Quarto potere” utilizzato illecitamente commette alla gente comune,
ovvero assoggettarla ad una realtà prestabilita tramite campagne informative

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rassicuranti e fittizie, tanto da farle preferire alle notizie reali, il più delle
volte contrastanti e mai così rassicuranti quanto le prime.

1.2 Breve storia della Libertà d’ Informazione


L’ importanza e il potere che l’ informazione e i mezzi di comunicazione
esercitano su un popolo, è comprovata dall’ evoluzione che questi hanno
intrapreso durante la storia. Nelle varie epoche ci sono sempre state grandi
desposte per accaparrarsi il possesso della verità, limitare o confutare le
informazioni così da poter tenere sotto controllo il pensiero comune di una
nazione. L’ obiettivo più grande in nome della democrazia invece, riguarda
l’ esatto opposto: garantire una libera ed indiscriminata libertà di parola e di
informazione verso tutti e tutto. I cambiamenti storici avvenuti proprio
tramite le rivoluzioni borghesi, prime tra tutte quella francese e americana,
hanno stabilito che le libertà di parola, di informazione e di pensiero sono
una delle garanzie principali che uno Stato sviluppato deve garantire ai suoi
cittadini, permettendo che giornali e altri mezzi di comunicazione assicurino
tutto ciò in un clima libero e protetto di “Libera Informazione”. Tutto ciò è
tutelato da una serie di diritti e norme presenti nelle Costituzioni o negli
Statuti di ogni paese avanzato, esse sono estese alle agenzie che posseggono
i mezzi di comunicazione, alle loro pubblicazioni, alla raccolta dell’
informazione e alla sua distribuzione pubblica. La libertà di stampa é una
necessità per ogni società democratica e lo sviluppo dei “media occidentali”
segue parallelamente lo sviluppo delle democrazie in Europa e negli Stati
Uniti.
A livello ideologico, i primi fautori della libertà di stampa furono i pensatori
liberali del XVII e XIX secolo, essi svilupparono le loro idee in
contrapposizione alla tradizione monarchica ed al diritto divino dei re in
particolare. Questi teorici sostennero che la libertà di espressione era un
diritto richiesto dagli individui e che si basava sulle leggi naturali dell essere
umano, la libertà di stampa era parte integrale dei diritti individuali
promossi dalla loro ideologia.
Altre correnti di pensiero successivamente presentarono argomentazioni a
favore della libertà di stampa senza dover basarsi sulla controversa
questione della “legge naturale”, ad esempio, la libertà di espressione
cominciò ad essere ritenuta come una componente essenziale del “contratto
sociale”, ovvero l’ accordo basico tra le strutture di uno stato ed il suo
popolo, riguardo i diritti ed i doveri che il governo ed ogni parte della
società doveva concedere ed accettare rispetto alle altre.
Parallelamente a queste prime teorie sulle libertà di espressione, nasce il

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mezzo che ne determinerà l’evoluzione nell’ epoca moderna, il “giornale
periodico”, come tutti noi lo conosciamo oggi, deve le sue origini alle
grandi distanze territoriali che separavano l’ Inghilterra dalle sue colonie. Il
regno inglese disponeva di moltissime terre sparse per il mondo, essendo
così lontane dal paese regio era indispensabile ideare un modo per tenerle
periodicamente aggiornate su ciò che succedeva in madre patria e
comunicare coi governatori tramite delle gazzette ufficiali.
I primi passi ufficiali verso le libertà democratiche in questo paese partirono
dalla gloriosa rivoluzione inglese del 1688, essa diede come conseguenza la
supremazia del Parlamento sulla Corona e soprattutto, il diritto a “fare una
rivoluzione in nome delle libertà”. Fino al 1694 l’ Inghilterra teneva
comunque un sistema elaborato e scomodo per la concessione delle licenze
di stampa: nessuna pubblicazione veniva autorizzata senza la bolla di
licenza rilasciata dal governo stesso. Cinquanta anni prima, ai tempi della
guerra civile, John Milton scrisse il suo manifesto “Areopagitica”, in questo
foglio Milton argomentava energicamente contro questa forma di censura
governativa e si faceva beffe dell’ idea, scrivendo: “mentre sia debitori che
delinquenti possono camminare liberamente senza essere vigilati, dei libri
inoffensivi non possono essere stampati senza un bollo-secondino ben visibile
sotto il loro titolo”5.
Anche se all’ epoca ebbe poco effetto per fermare la pratica della licenza
governativa, sarebbe stato visto nei secoli posteriori come una pietra miliare
nel cammino verso la libertà di stampa. L’ argomento centrale proposto da
Milton era che l’ individuo é capace di utilizzare la ragione per saper
distinguere il bene dal male, il corretto dall’ incorretto. Per poter sviluppare
la capacità di esercitare questa abilità razionale nel modo giusto, l’ individuo
deve avere un accesso illimitato alle idee degli altri suoi concittadini in un
“libero ed aperto incontro”. Negli scritti di Milton si sviluppa il concetto
della “piazza del mercato aperto delle idee”, così spiegato dal filosofo:
“quando le persone espongono argomenti discordanti oppure opposti, i
buoni argomenti prevalgono”6.
Una forma di discorso che era ampiamente limitata in Inghilterra era quella
che si basava sulla legge del “libello sedizioso”, questa rendeva il criticare il
governo un crimine. Il Re era da considerarsi al di sopra di qualsiasi critica
pubblica ed ogni affermazione che andasse contro il governo era proibita.
Secondo la Star Chamber, la corte di giustizia inglese, l’ aver affermato la
verità non costituiva un fatto discolpante dall’ accusa di libello sedizioso,
dal momento che l’ obiettivo era semplicemente il prevenire e punire
qualsiasi forma di condanna verso l’ opera del governo. John Stuart Mill,
filosofo ed economista scozzese, si avvicinò al problema dell'autorità contro
la libertà da un punto di vista utilitarista, tipico del XIX secolo, ne esce
questa massima: “l'individuo ha il diritto di esprimersi fintanto che non
5
J. Milton, “Aeropagitica”, pp. 178, 1644.
6
J. Milton, “Aeropagitica”, pp. 178-179, 1644.

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danneggi gli altri individui”. Applicando questi principi generali di libertà
alla stampa, Mill afferma che se noi riduciamo al silenzio un'opinione,
potremmo ridurre al silenzio la verità, la libertà individuale di espressione è
dunque essenziale per la salute della società. L'applicazione di Mill dei
principi generali di libertà è espressa nel suo libro “Sulla Libertà” con
queste parole: “Se tutti gli uomini tranne uno, fossero di un parere, e quello,
solo una persona fosse del parere opposto, tutti gli altri uomini non
sarebbero giustificati a ridurre al silenzio quell’ unico uomo, quanto lui, se
ne avesse il potere, non sarebbe giustificato a ridurre al silenzio tutti gli
altri”7.
L’evoluzione della Libera Informazione continua marcatamente la sua strada
al di là dell’ Atlantico, nei nascenti Stati Uniti d’ America; la famosa
rivoluzione di indipendenza di questo paese porterà con sé enormi aperture
nel discorso sulle libertà. Per quello che riguada la stampa il primo editore
di giornali nelle colonie britanniche del Nord America fu il magnate e primo
firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza John Hancock. All’ epoca la
legge vigente stabiliva che i giornali venissero pubblicati “per autorità”, cioè
sotto la licenza dei governatori coloniali e perlopiù si limitavano a
pubblicare informazioni su ciò che avveniva nella “Madre Inghilterra”. Il
primo giornale che ebbe regolari pubblicazioni di cronaca fu il “Boston
News-Letter” di John Campbell, che uscì settimanalmente sin dal 1704. In
questa fase di evoluzione i primi stampatori coloniali erano soggetti ad un
doppio regime: quello di tenutari dei servizi postali e di funzionari delle
presse governative, dunque era molto improbabile che criticassero le
politiche dei governatori delle colonie. Probabilmente il primo giornale
indipendente delle colonie inglesi in America fu il “New-England Courant”,
pubblicato a Boston da James Franklin a partire dal 1721. Pochi anni dopo,
suo fratello minore, Benjamin Franklin, acquistò il “Pennsylvania Gazette”
di Filadelfia, esso fu il giornale più letto dell'era coloniale. Durante questa
era i giornali non avevano bisogno di licenza, ed erano liberi di sostenere
punti di vista contrari a quello del governatore, ma potevano essere
denunciati dalla pubblica autorità per la pubblicazione non autorizzata di
libelli anti-governativi o addirittura per sedizione, se le loro opinioni
minacciassero la posizione ufficiale del governo.
La nascita della nozione di “libertà di stampa”, successivamente fissata dalla
Carta dei Diritti, viene generalmente fatta risalire alla sentenza emanata il 5
agosto 1735 per il caso “Zenger contro governatore coloniale di New York”.
John Peter Zenger, editore del “New York Weekly”, era stato denunciato dal
governatore Cosby, che voleva conoscere a tutti i costi il nome del
collaboratore che scriveva pezzi satirici contro di lui. Zenger venne messo
in carcere, ma tenne duro e non fece nomi e dopo otto mesi di carcere si
celebrò il processo. Il suo avvocato difensore, Andrew Hamilton, convinse

7
J. S. Mill, “Sulle Libertà”, pp. 320, 1859

12
la giuria argomentando che pubblicare la “verità” non costituisce un atto di
sedizione (cosa contrastante con la legislazione inglese di quei tempi). I
dodici giurati non si fecero intimorire dal governatore ed assolsero Zenger,
sancendo così il diritto di critica da parte della stampa. Nonostante fosse
venuto a crearsi un precedente, negli anni successivi i governatori coloniali
e le assemblee elettive continuarono ad esercitare il potere di denunciare ed
imprigionare gli stampatori per aver pubblicato opinioni dissenzienti.
Durante la Rivoluzione americana, la stampa libera venne identificata dai
leader rivoluzionari come uno degli elementi della libertà che essi
desideravano preservare. “La Dichiarazione dei Diritti della Virginia”,
datata 1776, proclamò che “la libertà di stampa è uno dei più grandi
bastioni della libertà e non potrà mai essere ristretta se non da governi
despotici.”8 Prendendo spunto da questo esempio, il primo emendamento
della Costituzione degli Stati Uniti pose misure restrittive al Congresso, così
da non far porre dei limiti alla libertà di stampa e al diritto di libertà di
parola. L’ obiezione più diffusa all’ epoca era che un forte governo centrale
avrebbe tirannizzato i cittadini se lasciato senza vincoli, il Congresso quindi
nel 1789 approvò dieci emendamenti che diedero vita alla Carta dei Diritti,
primo fra tutti l’ articolo sulle libertà di parola e di stampa. Le idee liberali di
John Locke ispirarono la rivoluzione francese come quella americana,
Thomas Jefferson volle unire le due grosse correnti del liberalismo, le
scuole di pensiero sia inglese che francese, il suo obiettivo era quello di
creare un governo che provvedesse sicurezze e opportunità individuali per
tutti. Una stampa attiva ed allerta era essenziale come mezzo per educare la
popolazione, per poter lavorare liberamente, essa deve essere libera dal
controllo o dalla supervisione statale. Jefferson era stato un personaggio che
aveva subito sulla propria pelle grosse calunnie da parte della stampa ma
nonostante questo, nel suo secondo discorso inaugurale, proclamò che un
governo che non fosse in grado di reggersi in piedi sotto il peso della critica
meritasse di cadere: “Nessun esperimento può essere più interessante rispetto
a quello che noi ora stiamo provando, e che noi confidiamo possa concludersi
stabilendo una volta per tutte, il fatto che l'uomo può essere governato dalla
ragione e dalla verità. Il nostro primo obiettivo dovrebbe essere dunque, di
lasciare aperte all'essere umano tutte le vie che portano alla verità”. Gli Stati
Uniti hanno sempre portato avanti il discorso sulle libertà, aiutando ad
espanderlo nel mondo, i dieci emendamenti della Carta dei Diritti con il suo
primo articolo sulla Libertà d’ Informazione, sono tuttora vigenti nella forma in
cui vennero adottati più di due secoli fa. Purtroppo, queste libertà conquistate
dopo una lunga e vittoriosa storia, ora vengono minacciate da una discussa
legge federale approvata in solo quattro giorni da tutti gli organi di governo
USA chiamata “Patriot Act”. Questa legge è stata concepita per il preciso scopo
di ridurre gli attacchi terroristici negli Stati Uniti dopo gli attentati dell'11
settembre 2001, rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio

8
“Dichiarazione dei Diritti della Virginia”, 1776.

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statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, riducendo drasticamente la privacy dei
cittadini. Tra le disposizioni, oltretutto, vi sono la possibilità di effettuare
intercettazioni telefoniche, di avere accesso a informazioni personali e il
prelevamento delle impronte digitali nelle biblioteche. Le organizzazioni della
difesa diritti dell'uomo parlano di liberticidio, secondo tali organizzazioni
questa legge causa la diminuzione dei diritti dei cittadini, la totale violazione
della privacy e una drammatica diminuzione della libertà d'espressione. La
scomoda legge ha mosso vere e proprie battaglie nei palazzi di giustizia alla
ricerca di una soluzione a tutto ciò, un esempio è quello della sentenza della
Corte Distrettuale di New York che ha dichiarato incostituzionali certi articoli
previsti dal Patriot Act tra cui quello che permetteva a FBI, CIA, e altre autorità
di pubblica sicurezza di chiedere le intercettazioni e il traffico Internet ai
provider, senza un mandato della magistratura e una notifica ai diretti
interessati del materiale acquisito. Recentemente, nell'ottobre 2007, la Corte
Suprema ha dichiarato incostituzionale la legge ma ancora non sono state
effetuate modifiche degne di nota.
Comunque, da quando hanno preso il via le rivoluzioni democratiche e la
formazione dei così detti Stati Sociali, il delicato discorso sulla
comunicazione e le sue libertà venne trattato seriamente, proprio sulla scia
della Carta dei Diritti americana in quasi tutte le nascenti democrazie. Il
tema però, vista l’ importanza che detiene in un paese, è sempre stato
ritrattato e ratificato, mantenendolo spesso al centro di interessi demiurgici,
in modo da assicurare alle elite di governo il comando dei mezzi d’
informazione. L’ esempio più lampante è sicuramente la propaganda nazista
del 3° Reich, la dittatura di Adolf Hitler soppresse completamente il diritto
alla libertà di stampa. Ai giornalisti non era permesso dire nulla contro il
Fuhrer, il nazismo e chi ne faceva parte, pena il rischio di reclusione in un
campo di concentramento, spesso la condanna era estesa anche ai famigliari
di chi commeteva il reato, sempre che non venisse ordinata l'esecuzione
immediata come traditori. La propaganda nazista era sempre usata nei
giornali di partito e negli altri mezzi di comunicazione, era accanitamente
dedita alla falsificazione sistematica di tutta la storia tedesca, soprattutto
glorificando gli aspetti marziali e guerreschi, sin dall’ epoca ancestrale delle
prime tribù germaniche. Costantemente incentivava l’ odio verso Francia,
Stati Uniti ed Inghilterra e mirava a creare il mito della “razza suprema”
tedesca e della inferiorità razziale e culturale degli ebrei ed altre razze
considerate “inferiori”. L’ effetto più nefasto della assenza di libertà di
stampa e della mancanza totale di libera circolazione delle idee nella
Germania nazista, portò all’ occultamento dell’ Olocausto nei campi di
concentramento. Lo sterminio di ebrei, zingari ed handicappati rimase
sconosciuto al mondo fino alla fine della guerra, facendo pensare
comunemente che i prigionieri venissero deportati in campi di lavoro
forzato, quando in realtà le loro torture e sacrifici erano biecamente oscurate
dalla propaganda.
La falsa informazione di regime mirava inoltre a sradicare l’ ampia

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tradizione del cristianesimo tedesco ed a sostituirlo con una serie di miti
neopagani, vitalistici e nietzchiani, mescolati con idee esoteriche di tipo
reincarnazioniste proprie dell' Induismo, simili a quelle della famosa società
esoterica americana Golden Dawn. Continuava sottolineando come ogni
problema mondiale generale e tedesco in particolare, dipendesse da un
complotto giudeo-plutocratico-massonico globale, la propaganda
giustificava e tendeva a spiegare moltissimi eventi e situazioni in base a
questa teoria, prendendo come esempio i presunti “Protocolli dei Savi di
Sion”, un testo presumibilmente falso, dove veniva affermato il piano
ebraico di conquista del mondo.
Infine l’ imposizione veniva estesa al campo dell'arte, per l'influenza dei
gusti pittorici del paesaggista Adolf Hitler, il regime si dedicava alla
denigrazione sistematica delle varie avanguardie artistiche come
l'astrattismo, il cubismo, il dadaismo, l'espressionismo e l'impressionismo
che definivano “arte degenerata”. La disinformazione sistematica del paese
fu letale per le sue sorti verso il finire della guerra, la propaganda
continuava a descrivere uno Stato forte con molte possibilità di vittoria,
quando in realtà era già sconfitto, questo decretò la distruzione quasi totale
della Germania e la divisione che ne seguì alla morte del regime totalitario.
La fine della seconda guerra mondiale fu l’ occasione per instaurare
stabilmente nuove e più democratiche forme di governo, in quasi tutti i paesi
del vecchio continente. In questa nuova parte di storia, si provvide ad
eliminare dagli stati tutto ciò che riportava a forme totalitarie di governo,
comprese le imposizioni sulla stampa e sul diritto di libera espressione,
segnando un nuovo inizio per l’ evoluzione della Libertà d’ Informazione.

1.3 Situazione mondiale sulla Libertà d’ Informazione


Ai giorni d’oggi il mestiere più consono alla libera informazione è senza
ombra di dubbio il giornalismo, ci sono polemiche e controversie se il
giornalismo sia o meno una professione, alcuni sostengono che si tratti
semplicemente di un mestiere. Questo dibattito c’è sempre stato ed ora, con
l'intrusione di molte persone estranee al giornalismo e senza qualifiche
specifiche, si è ravvivato. Quello che più importa è che da quando la figura
del giornalista e della notizia, hanno incominciato a prendere importanza e
spessore nella vita di tutti i giorni è stata introdotta la necessità di porre
delle norme a tutela dell’ informazione e dei giornalisti. Si potrebbe dire che
esse siano un’ insieme di norme specifiche della professione che
disciplinano la coscienza professionale di chi fa questo mestiere. Tali norme,
nei loro aspetti basilari, sono in vigore in tutto l'Occidente, regolamentando

15
le questioni relative alla privacy, onore, rapporti con le fonti e
l'incompatibilitá di alcune attività con la funzione informativa. Tuttavia,
rimangono notevoli lacune su chi sia responsabile di far rispettare tali codici
così come la punizione per coloro che li violano. Oltretutto hanno pure
funzione di regolamentazione per il diritto e la morale, basandosi su due
principi fondamentali: la responsabilità sociale e la veridicitá
dell’informazione richiedendo al professionista un continuo aggiornamento
e autoperfezionanento professionale. Questo insieme di regole attingono al
delicato discorso sull’ etica personale e professionale così come la definisce
Jose Maria Guanter Santes, nel suo libro “L'auto-controllo delle
informazioni”: “É un insieme sistematico di norme minime che un
determinato gruppo di professionisti stabilisce e che riflette una concezione
etica comune della maggioranza dei suoi membri. É come una
oggettivazione dei diversi concetti etici- professionali soggettivi, che
saranno più o meno coerenti al loro ambiente sociale. Per essere efficace
non può opporsi alle concezioni etiche individuali ".
Vi è sempre stato nella storia un acceso dibattito sul discorso dell’ etica, nel
concetto kantiano per esempio, il rispetto per la legge deve prevalere sopra
qualsiasi altra considerazione, come la felicità o il benessere della comunità.
Questo proprio per la difficile questione sul concetto di “bene”, talmente
soggettivo da variare da persona a persona rendendo impossibile una
soluzione chiara ed univoca di “benessere”. Emmanuel Derieux affermò
quindi quanto fosse necessaria l’ adozione di un "codice deontologico" che
risulti universale e che grazie ad esso, l’ etica professionale avrebbe
aquistato un riconoscimento pubblico. Nell’ anno 1902 Joseph Pulitzer,
consapevole della cattiva direzione seguita dal giornalismo di quell’ epoca,
creò la Scuola di Giornalismo presso la Columbia University di New York,
lo scopo era quello di elevare la qualità del giornalismo, stabilire parametri
di performance, la dignità della professione e il miglioramento delle
relazioni con la società. Questo aiuterà molto l’ entrata della deontologia
professionale nell`ambito giornalistico che inizierà a farsi spazio proprio all’
inizio del XX secolo consolidandosi definitivamente dopo la Seconda
Guerra Mondiale, tirando fuori l’ Informazione dalla brutta piega
demiurgica di propaganda in cui era scivolata. Di rimando, queste nuove
norme etiche rafforzarono il campo delle libertà di espressione negli stati in
cui vi erano già norme a riguardo, come in Francia e USA e fece nascere
regolamenti e statuti in quelli dove ancora non fossero presenti. In Italia la
libertà di stampa verrà sancita dall’ Art. 21 della Costituzione della nascente
Repubblica ma per esempio in paesi come l’ Australia non esiste nulla di
tutto ciò, neanche una semplice “carta dei diritti” che regoli le informazioni
(nonostante questo però, il paese detiene una buona posizione nella libertà
di stampa). Così come il nuovo continente sono ancora molti ai giorni nostri
gli Stati a non essere protetti da un codice che tuteli i media e le notizie,
mancanza è molto rischiosa per la democrazia di un paese, in questa

16
situazione, l’ informazione verrebbe influenzata dalla volontà dei governi o
assoggettata da chi detiene il possesso dei mass media. Un esempio sottile
riguarda la Costituzione dell'India, in essa la parola “stampa” non viene
neanche menzionata, essa deriva la sua libertà come conseguenza dell’
interpretazione dell'Articolo 19 della stessa Costituzione che afferma: “Tutti
i cittadini hanno il diritto alla libertà di parola ed espressione”9.
Comunque, il precedente articolo continua con una sottoclausola che
impone restrizioni sotto le quali la libertà garantita può essere revocata,
questo diritto può essere limitato soltanto per legge dello Stato per ragioni
di: “sovranità ed integrità dell'India, la sicurezza dello Stato, relazioni
amichevoli con stati stranieri, ordine pubblico, preservazione della decenza
pubblica, preservazione della moralità, in relazione alle manifestazioni di
disprezzo alla corte, di diffamazione, oppure per l'incitamento a compiere
un reato”10. Appunto per non smentirsi, molte leggi sono state usate per
frenare la libertà di stampa in India, alcune delle più severe leggi sono l'
Official Secrets Act e il Prevention of Terrorism Act (PoTA). Secondo il
PoTa chiunque potrebbe essere arrestato dalla polizia o dall'esercito, se
questi pensassero che la persona sia stata in contatto con un terrorista o un
gruppo terroristico e che potrebbe essere un pericolo per la sicurezza dello
stato. Questo articolo è stato recentemente annullato dalla nuova coalizione
di governo guidata da Sonia Gandhi ma per diversi anni ha fermato i
giornalisti dall'usare completamente le loro fonti, riducendo
drammaticamente l'efficacia della stampa. Riuscire ad informare
correttamente è sempre stato duro e molto pericoloso, l’ esempio dell’
Algeria è quantomeno inquietante: le condizioni di lavoro dei giornalisti in
questo stato sono cambiate a partire dall’ indipendenza nel 1962, dopo il
1990 il Codice della Stampa è stato abrogato, permettendo così una
maggiore libertà di stampa. Nonostante questo, a partire dallo scoppio della
guerra civile negli anni ‘90 sono scomparsi e stati assassinati più di 70
giornalisti. Più recentemente, il Presidente Abdelaziz Bouteflika ha ordinato
la chiusura di molti giornali, ha fatto imprigionare giornalisti come
Mohammad Benchicou, direttore di Le Matin e autore di una biografia
critica proprio sul capo di stato, facendolo condannare nel 2004 a due anni
di prigione e costringendo altri giornalisti all’ esilio in Francia. Tra gli
organi di informazione colpiti dalla censura in Algeria negli ultimi anni sono
da ricordare il quotidiano La Tribune, chiuso nel 1996, il giornale El Watanr
e il blog Sam, censurato nel marzo 2006. Sempre continuando sulla strada
delle proibizioni, il 7 febbraio 2007 le autorità algerine hanno bloccato un
convegno sul tema controverso delle “sparizioni” che si verificarono negli
anni ‘90 nel corso della guerra civile, intitolato “Pour la Vérité, la Paix et la
Conciliation” e organizzato da varie associazioni di diritti civili e

9
“Costituzione dell’ India”, Articolo 19, comma 1.
10
“Costituzione dell’ India”, Articolo 19, comma 2.

17
rappresentanti delle famiglie degli scomparsi.
La libertà di informazione indica che tutte le persone dovrebbero avere
diritto a potersi esprimere tramite qualsiasi mezzo di comunicazione a lui
disponibile, così da poter manifestare le proprie opinioni o la propria
creatività, tutto ciò è ampiamente supportato dalla “Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’ Uomo”, approvata a Parigi nel 1948 da tutti gli
Stati facenti parte delle nascenti Nazioni Unite: “Chiunque ha il diritto alla
libertà di opinione ed espressione; questo diritto include libertà a sostenere
personali opinioni senza interferenze ed a cercare, ricevere, ed insegnare
informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo informativo indipendentemente
dal fatto che esso attraversi le frontiere”11.Oggi questa filosofia viene
abitualmente accompagnata negli Stati democratici da una legislazione che
assicuri una certa libertà di ricerca scientifica, pubblicazione, stampa ed
editoria, la libertà di parola viene spesso garantita dalle stesse leggi che
proteggono la libertà di stampa, dando in questo modo gli stesi diritti ai
media informativi ed ai singoli individui.
Oltre all'ambito legale che tutela questi diritti, esistono alcune
organizzazioni non governative che applicano ulteriori criteri per giudicare
il livello della libertà di stampa nel mondo. Ad esempio “Reporter Senza
Frontiere” considera il numero di giornalisti uccisi, espulsi o molestati,
l'esistenza di monopoli di stato nella TV e nelle radio e le possibili esistenze
di casi di censura ed auto-censura nei media. Su questi dati giunge infine ad
una valutazione complessiva dell'indipendenza dei media nei vari paesi e
delle difficoltà che i giornalisti possono affrontare. Ogni anno
l'organizzazione stabilisce un elenco delle nazioni in termini della loro
libertà di stampa, la classifica si basa sulle risposte a sondaggi inviati ai
giornalisti che sono membri di organizzazioni affiliate alla associazione,
oltre che a specialisti quali ricercatori, giuristi e attivisti per i diritti umani. Il
sondaggio pone domande circa attacchi diretti ai giornalisti e ai media,
come anche su altre fonti indirette di pressioni contro la libertà di stampa,
come quelle fatte sui giornalisti da gruppi non governativi. Guardando gli
ultimi cinque anni, le nazioni in cui i media hanno più libertà risultano
essere: Finlandia, Islanda, Paesi Bassi e Norvegia, Danimarca, Irlanda,
Slovacchia e Svizzera seguite da Nuova Zelanda e Lettonia. Le nazioni con
il grado più basso invece vedono la Corea del nord, Birmania,
Turkmenistan, Eritrea, Cina, Israele , Vietnam, Nepal, Arabia Saudita al
vertice negativo della classifica.”. Sempre da questi dati emerge che più di
un terzo della popolazione mondiale vive in nazioni dove non esiste libertà
di stampa, che inevitabilmente in stati dove non esiste un sistema
democratico o dove esistono gravi carenze nel processo delle libertà. La
libertà di stampa è un concetto estremamente problematico per molti sistemi
non democratici di governo in quanto, nell’ era moderna lo stretto controllo

11
“Dichiarazione Universale dei Diritti dell’ Uomo”, 1948.

18
dell’ accesso all’ informazione è critico per l’ esistenza della maggior parte
dei governi non democratici, dei sistemi di controllo e degli apparati di
sicurezza a loro associati. Per questo fine, molte società non democratiche
impiegano agenzie di stampa a conduzione statale per promuovere la
propaganda che è essenziale per mantenere la base di potere politico
esistente e per sopprimere, spesso molto brutalmente tramite l’ uso di
polizia, esercito o servizi segreti, qualsiasi tentativo significativo, da parte
dei media o dei singoli giornalisti, di sfidare la “linea governativa”
approvata su questioni contese. In tali paesi, i giornalisti operano ai limiti di
ciò che viene ritenuto accettabile e si trovano spesso soggetti a considerevoli
intimidazioni da parte di rappresentanti dello stato. Queste possono andare
dalle semplici minacce alla loro carriera professionale come licenziamenti o
liste di proscrizione, fino alle minacce di morte, rapimento o tortura. Sempre
l’ organizzazione Reporter Senza Frontiere tiene un barometro aggiornato
sulla situazione della libertà dei giornalisti, al 1° Ottobre 2008 misura già
questi dati: 30 giornalisti uccisi svolgendo la loro professione,132
imprigionati per via della loro attività insieme a 78 tra cyber-dissidenti e
assistenti. Sicuramente un miglioramento rispetto ai dati dello scorso anno
che avevano riportato 87 omicidi, e 132 imprigionati, quasi sicuramente,
purtroppo, gli stessi che vengono riportati dai dati odierni.
Oltre all’ organizzazione francese esisto altri istituti di controllo, un esempio
molto importante è “L’ International Press Institute” nato intorno agli anni
cinquanta, oggi è un network globale di editori, media e giornalisti che ha
membri in 120 paesi nel mondo. Gioca un ruolo consultivo verso l’ ONU,
l'UNESCO e il Consiglio Europeo ed è impegnato nella difesa della libertà
d'informazione su vari fronti. “L' European Federation of Journalists” è
un'altra di queste organizzazioni, è la più grande organizzazione
giornalistica in Europa e rappresenta circa 280.000 giornalisti in 30 paesi
diversi. Allo stesso modo la “Freedom House” fondata più di 60 anni fa da
Eleanor Roosevelt ed altri americani impegnati nella difesa della libertà di
stampa, studia l'ambiente politico ed economico generale di ogni nazione
per aiutare a determinare se esistono rapporti di dipendenza tra i giornalisti
ed i potentati economici che limitino in pratica il livello di libertà di stampa
che dovrebbe esistere, in teoria, basandosi sulle leggi e sulla costituzione.

Di seguito, ecco la classifica mondiale sulle Libertà d’ Informazione


riguardo all’ultimo anno, il 2007, pubblicata dalla agenzia “Reporter Senza
Frontiere”:

Posizione Paese Punteggio 2006


1 Iceland 0,75
2 Norway 0,75
3 Estonia 1,00

19
4 Slovakia 1,00
5 Belgium 1,50
6 Finland 1,50
7 Sweden 1,50
8 Denmark 2,00
9 Ireland 2,00
10 Portugal 2,00
11 Switzerland 3,00
12 Latvia 3,50
13 Netherlands 3,50
14 Czech Republic 4,00
15 New Zealand 4,17
16 Austria 4,25
17 Hungary 4,50
18 Canada 4,88
19 Trinidad and Tobago 5,00
20 Germany 5,75
21 Costa Rica 6,50
22 Slovenia 6,50
23 Lithuania 7,00
24 United Kingdom 8,25
25 Mauritius 8,50
26 Namibia 8,50
27 Jamaica 8,63
28 Australia 8,79
29 Ghana 9,00
30 Greece 9,25
31 France 9,75
32 Taiwan 10,00
33 Spain 10,25
34 Bosnia and Herzegovina 11,17
35 Italy 11,25
36 Macedonia 11,50
37 Japan 11,75

20
38 Uruguay 11,75
39 Chile 12,13
40 South Korea 12,13
41 Croatia 12,50
42 Romania 12,75
43 South Africa 13,00
44 Israel (Israeli territory) 13,25
45 Cape Verde 14,00
46 Cyprus 14,00
47 Nicaragua 14,25
48 United States of America 14,50
49 Togo 15,17
50 Mauritania 15,50
51 Bulgaria 16,25
52 Mali 16,50
53 Benin 17,00
54 Panama 17,88
55 Tanzania 18,00
56 Ecuador 18,50
57 Poland 18,50
58 Cyprus (North) 19,00
59 Montenegro 19,00 n. c.
60 Kosovo 19,75
61 Hong-Kong 20,00
62 Madagascar 20,00
63 Kuwait 20,17
64 El Salvador 20,20
65 United Arab Emirates 20,25
66 Georgia 20,83
67 Serbia 21,00
68 Bolivia 21,50
69 Burkina Faso 21,50
70 Zambia 21,50
71 Central African Republic 22,50

21
72 Dominican Republic 22,75
73 Mozambique 23,00
74 Mongolia 23,40
75 Botswana 23,50
76 Haiti 23,50
77 Armenia 23,63
78 Kenya 23,75
79 Qatar 24,00
80 Congo 24,50
81 Moldova 24,75
82 Argentina 24,83
83 Senegal 25,00
84 Brazil 25,25
85 Cambodia 25,33
86 Liberia 25,33
87 Albania 25,50
88 Honduras 25,50
89 Niger 25,50
90 Paraguay 26,10
91 Angola 26,50
92 Malawi 26,75
93 Ukraine 26,75
94 Côte d’Ivoire 27,00
95 Timor-Leste 27,00
96 Comoros 28,00
97 Uganda 28,00
98 Lebanon 28,75
99 Lesotho 29,50
100 Indonesia 30,50
101 Turkey 31,25
102 Gabon 31,50
103 Israel (extra-territorial) 32,00
104 Guatemala 33,00
105 Seychelles 33,00

22
106 Morocco 33,25
107 Fiji 33,50
108 Guinea 33,50
109 Guinea-Bissau 33,50
110 Kyrgyzstan 33,60
111 Cameroon 36,00
112 United States of America (extra-territorial) 36,00
113 Chad 36,50
114 Venezuela 36,88
115 Tajikistan 37,00
116 Bhutan 37,17
117 Peru 37,38
118 Bahrein 38,00
119 Tonga 38,25
120 India 39,33
121 Sierra Leone 39,50
122 Jordan 40,21
123 Algeria 40,50
124 Malaysia 41,00
125 Kazakhstan 41,63
126 Colombia 42,33
127 Burundi 43,40
128 Philippines 44,75
129 Maldives 45,17
130 Gambia 48,25
131 Nigeria 49,83
132 Djibouti 50,25
133 Democratic Republic of Congo 50,50
134 Bangladesh 53,17
135 Thailand 53,50
136 Mexico 53,63
137 Nepal 53,75
138 Swaziland 54,50
139 Azerbaijan 55,40

23
140 Sudan 55,75
141 Singapore 56,00
142 Afghanistan 56,50
143 Yemen 56,67
144 Russia 56,90
145 Tunisia 57,00
146 Egypt 58,00
147 Rwanda 58,88
148 Saudi Arabia 59,75
149 Zimbabwe 62,00
150 Ethiopia 63,00
151 Belarus 63,63
152 Pakistan 64,83
153 Equatorial Guinea 65,25
154 Syria 66,00
155 Libya 66,50
156 Sri Lanka 67,50
157 Iraq 67,83
158 Palestinian Territories 69,83
159 Somalia 71,50
160 Uzbekistan 74,88
161 Laos 75,00
162 Vietnam 79,25
163 China 89,00
164 Burma 93,75
165 Cuba 96,17
166 Iran 96,50
167 Turkmenistan 103,75
168 North Korea 108,75
169 Eritrea 114,75

Un accurato studio della classifica esposta, può fare intuire la situazione


democratica di alcuni paesi. Osservando gli stati più importanti nello
scenario mondiale recente, comporta qualche preoccupazione la situazione

24
di paesi come la Russia (144°) e la Cina (163°), la loro bassa posizione in
classifica è quantomeno inquietante per i diritti alle libertà di espressione,
soprattutto per l’ importanza che essi ricoprono al giorno d’ oggi nelle
situazioni politiche ed economiche mondiali. Recentemente dall’ apertura
dei confini economici della Cina, per corrispondere alle norme
internazionali stabilite con l’ingresso nel WTO, dovrà impegnarsi a gestire
in maniera diversa il settore della stampa e dell’editoria, per anni sotto il
completo controllo del Partito: in seguito alla riforma, anche giornali e
riviste governativi o di partito saranno obbligati ad accettare le regole della
competizione commerciale o verranno costretti alla chiusura. Nonostante
questi recenti cambiamenti nel paese, per “Freedom House”, su 195 Paesi
considerati, il Dragone è tra i 64 ritenuti “non liberi”. Per quello che
riguarda la Russia, la situazione è molto preoccupante: recentemente la
Duma ha abolito, tramite legge, la libertà di stampa nella Federazione russa,
i favorevoli sono stati 339, tutti tranne un deputato che ha coraggiosamente
votato contro. A Mosca non basta più controllare tutte le televisioni, già
sotto controllo dello Stato e dal suo braccio economico Gazprom. E non
basta che la principale giornalista “non amica” di Putin, la compianta Anna
Politkovskaja, sia stata uccisa senza che nessuno abbia pagato per questo
vigliacco crimine, il Cremlino sembra così fare un passo deciso verso il
regime, sicuro che la vicina Europa starà in silenzio, dipendente come è dal
gas naturale russo. La legge approvata dalla Duma prevede che saranno
sospesi o chiusi tutti quei mezzi d'informazione che abbiano “diffuso
informazioni false deliberatamente dannose all’onore e alla dignità”, il reato
di diffamazione a mezzo stampa e calunnia viene equiparato ai reati di
terrorismo, estremismo ed odio razziale.
Gli stessi Stati Uniti d’America, i primi a combattere politicamente per i
diritti alle libertà, ricoprono una posizione non rassicurante nella classifica
generale, essi si trovano al 48° posto subito sotto il Nicaragua. Questo è
comprovato dalle restrizioni che prevede la legge federale del Patriot Act
entrata in vigore nel 2001 e da una serie di demagogie politiche degli ultimi
anni sui media informativi, da parte della dirigenza presidenziale. Nei
territori extraterritoriali degli Stati Uniti come ambasciate, basi militari, sedi
diplomatiche… la situazione è ancora più drammatica. Segnando la
posizione numero 112 della classifica comprova l’attuale restrizione della
fuoriuscita di informazione libera, imposta dagli organi di governo. Da
ricordare obbligatoriamente il caso Judith Miller, giornalista di punta del
New York Times e premio Pulitzer 2001, riconosciuta colpevole da un
tribunale federale per non avere voluto rivelare le proprie fonti in relazione
a una fuga di notizie fra CIA e Casa Bianca. Nella stessa indagine era
coinvolto anche un altro giornalista, Matthew Cooper del Time, condannato
a 18 mesi di prigione. Attualmente una decina di giornalisti sono perseguiti
negli Stati Uniti per aver protetto i loro contatti, "Il motivo per cui stiamo
lottando…” disse la Miller durante il processo “…è quello di difendere la

25
libertà di stampa concessa dal Primo emendamento. Effetto di questa
sentenza è infatti che nessuno parlerà più ai giornalisti, perché il governo
potrebbe mettere in atto forme di ritorsione contro gli informatori. La
stampa non sarà così più in grado di monitorare le istituzioni”. Il
ragionamento della giornalista è chiaro: senza il diritto alla riservatezza
delle fonti, non può esistere la libertà di stampa tutelata dal Primo
emendamento.
Tornando alla classifica stilata da “Reporter Senza Frontiere”, per quello che
riguarda le prime posizioni fa tornare il buon umore trovare paesi dell’ ex
Unione Sovietica come l’ Estonia e la Lituania, sorprendentemente al terzo
posto e al dodicesimo. Non sorprendono invece le posizioni degli stati nord-
europei quali Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca, notoriamente tra i
paesi più avanzati nel contesto delle libertà democratiche.
La seguente cartina politica può aiutare ad individuare dall’ alto la
condizione sulla Libertà d’ Informazione nel mondo. Gli stati colorati di
azzurro riportano buone situazioni, i colori rosso ed arancione indicano
invece contesti molto preoccupanti riguardo ai diritti sulla libertà di
espressione:

26
CAPITOLO II: LA LIBERTA’ D’ INFORMAZIONE IN
ITALIA

2.1 L’ evoluzione della Libertà d’ Informazione in Italia


Dal quadro generale internazionale sulla libertà di espressione, del suo
significato e dalla sua critica situazione ( come si può notare dalla classifica
stilata da “Reporters Senza Frontiere”), vediamo ora nel particolare l’
evolvere delle libertà della stampa e dei media informativi in generale nella
penisola italiana.
La libertà di informazione in Italia, ha un’ evoluzione simile e parallela alla
creazione degli stati democratici nel mondo, le sue origini avvengono
durante la formazione del Regno d’ Italia, per poi progressivamente
affermare la sua importanza durante il fascismo e tutta la durata della
guerra, con ciò che ne conseguì tramite la censura e la propaganda;
successivamente venne ripristinata dopo la caduta del regime di Benito
Mussolini, anche se per tutta la durata della seconda guerra mondiale e
nell'immediato dopoguerra venne sottoposta a vari limiti e condizioni.
Alle origini, la libertà di stampa era sancita dall’ articolo 28 dello Statuto
albertino del Regno d’ Italia:

“La Stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi. Tuttavia le bibbie, i
catechismi, i libri liturgici e di preghiere non potranno essere stampati senza il
preventivo permesso del Vescovo.”12

Le prime modifiche ed interventi sul particolare discorso delle libertà di


quest' ultima, avvenne proprio con Carlo Alberto, sovrano del Regno di
Sardegna: in seguito ai moti promossi dalle classi borghesi, cui talora
partecipò anche l'aristocrazia, nelle principali città del Regno, il Re prese
una serie di provvedimenti di stampo liberale. Nel 1837 emanò il Codice
Civile cui seguì il codice penale nel 1839, nel 1847 riformò la disciplina
della censura imposta da Vittorio Emanuele I permettendo la pubblicazione

12
“Statuto Albertino”, Art. 28, 1848.

27
di giornali politici; creò poi una Corte di Revisione, ossia di Cassazione, per
assicurare una certa uniformità della giurisdizione nello Stato, riducendo le
competenze dei vecchi Senati, pubblicò infine il codice di procedura penale
basato sulla pubblicità del dibattimento. Lo Statuto albertino corrisponde a
ciò che si definisce una costituzione breve: si limita ad enunciare i diritti,
per lo più libertà dallo Stato, e ad individuare le forme di governo del paese,
per l’ epoca era comunque uno degli statuti più all’ avanguardia dal punto di
vista delle libertà come dimostra il principio di eguaglianza, dato dall’
articolo 24:

“Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi
alla Legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessi
alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi”13

Oltretutto riconosce formalmente la libertà individuale con l’articolo 26,


l'inviolabilità del domicilio nell’ articolo 27, la libertà di riunione nell’ 32; in
definitiva, il vero cardine del sistema dei diritti statutari era costituito dal
diritto di proprietà sancito nell’ articolo 29.

2.2 Dal fascismo alla Repubblica


Più avanti, negli anni più significativi della storia recente della penisola,
tramite l’ avvento del totalitarismo di Mussolini, l’ andazzo riformista dello
Statuto cambiò direzione. La censura fascista, consisteva nella forte
limitazione della libertà di stampa, della radiodiffusione e della semplice
libertà di espressione in pubblico, insieme alla propaganda durarono per
tutto il ventennio dal 1922 al 1944, questo sistema comunque non venne
ideato propriamente dal regime fascista, il quale prese apertamente spunto
dalla propaganda inglese contro la Germania durante la Prima Guerra
Mondiale. Purtroppo questo tipo di costrizioni non terminarono con la fine
del fascismo ed ebbero grande influenza nella vita degli italiani durante il
regime.
L'intervento dello Stato fascista nella vita pubblica italiana, agli inizi
modesto, divenne rilevante solo dopo il 1922 con il contemporaneo
consolidarsi del regime, è solo dagli anni Trenta che il governo fascista
prende atto dell'importanza dell'influenza culturale rappresentata dall’
informazione e dall’ editoria, così nel 1931 il regime credette opportuno
creare un organo di controllo nazionale, istituendo un ufficio nell'ambito del

13
“Statuto Albertino”, Art. 24, 1848.

28
Ministero dell'interno retto dal funzionario Leopoldo Zurlo, rimasto in
carica sino al 1943, che prese complessivamente in esame ben 18000 testi di
autori italiani; nel 1935 questo ufficio di controllo fu spostato sotto le
direttive del Ministero della Stampa e Propaganda divenuto poi nel 1937
Ministero della Cultura Popolare.
I principali scopi di questa attività erano il controllo dell'immagine pubblica
del regime, ottenuto anche con la cancellazione immediata di qualsiasi
contenuto che potesse suscitare opposizione, sospetto o dubbi sul governo,
oltre a questo si prefiggeva il controllo costante dell'opinione pubblica come
strumento di misurazione del consenso e la creazione di archivi nazionali e
locali nei quali ogni cittadino veniva catalogato e classificato a seconda
delle sue idee, abitudini, relazioni d'amicizia e le sue eventuali situazioni e
atti percepiti come vergognosi e anti-fascisti; in questo senso, la censura
veniva usata come strumento per la creazione di uno stato di polizia
scorretto e fortemente costrittivo.
Nell'industria libraria gli editori avevano i loro propri controllori, che
solitamente prestavano opera nella stessa struttura editrice, spesso però
poteva capitare che alcuni testi censurabili raggiungessero le librerie, in
questo caso un'organizzazione capillare riusciva a sequestrare tutte le copie
dell'opera bandita in un tempo molto breve. La censura comunque non
imponeva grossi limiti sulla letteratura straniera e molti autori internazionali
potevano essere letti liberamente, questi potevano visitare l'Italia e scrivere
di essa, senza che si registrassero particolari situazioni problematiche.
Nel 1930 venne proibita la distribuzione di libri che contenevano ideologia
marxista o simili, ma questi libri potevano essere raccolti nelle biblioteche
pubbliche in sezioni speciali non aperte al vasto pubblico, come per i libri
che venivano sottoposti a sequestro. Tutti questi testi potevano essere letti
dietro autorizzazione governativa, ricevuta in seguito alla manifestazione di
validi e chiari propositi scientifici o culturali, ottenere questi permessi era
comunque alquanto difficile.
Grandi falò di libri si verificarono a partire dal 1938: le opere contenenti
temi sulla cultura ebraica, la massoneria, l'ideologia comunista, vennero
rimosse dagli scaffali delle sezioni riservate delle librerie e bruciati in
immensi roghi, anche se si dice che in effetti l'ordine non sia mai stato
eseguito con grande zelo, dal momento che questa politica rese molto
impopolare il regime. Per poter evitare le ispezioni e i sequestri fatti dalla
polizia fascista, molti bibliotecari preferirono nascondere le opere
incriminate, che in effetti in molti casi vennero ritrovate alla fine della
guerra.
Per ciò che riguarda le testate giornalistiche, viene sostenuto che la stampa
italiana si sia auto-censurata da sola prima che la commissione censoria
potesse farlo. In effetti le azioni contro la stampa formalmente furono molto
poche, questo a causa dell'organizzazione altamente gerarchizzata dei
giornali, quasi tutti in mano a persone spesso amiche del regime o

29
indifferenti ma timorose di esso. Il governo quindi poteva sentirsi
abbastanza sicuro, controllando la nomina dei direttori e dei responsabili per
la censura nelle singole testate, così da supervisionare le notizie prima di
fare andare in stampa un rotocalco. La maggior parte degli intellettuali che
prima e durante le prime fasi dell'instaurarsi del fascismo, avevano
chiaramente e liberamente espresso il loro antifascismo come ad esempio
Indro Montanelli, conservarono comunque il ruolo di giornalisti con poche
eccezioni come Antonio Gramsci, essi trovarono il modo di lavorare in un
sistema dove le notizie arrivavano direttamente dal governo in bollettini di
notizie noti come “veline” per il tipo di carta-velina che si impiegava per
fare molteplici copie nella macchina da scrivere meccanica, era necessario
soltanto adattarle alle forme, stile e cultura media del proprio pubblico
prevalente di lettori o ascoltatori. Le critiche a questo sistema furono
molteplici, i nuovi revisionisti parlano di “servilismo dei giornalisti”,
sorprendentemente seguiti da molti autori, tra cui anche alcuni di sinistra;
questo sospetto è sempre stato attribuito alla stampa italiana, prima, durante
e dopo il “Ventennio”, pure in tempi recenti la categoria non ha ancora
dimostrato completamente la sua indipendenza dai “poteri forti”. Tutto ciò
diede vita alla comune battuta secondo cui qualsiasi testo che poteva
raggiungere un lettore era stato “Scritto dal Duce e approvato dal
caporeparto”.
Nonostante tutto, come in qualsiasi sistema forte, la censura fascista
suggeriva di comporre i giornali con ampia attenzione alla cronaca nei
momenti politicamente più delicati, in modo da distrarre l'opinione pubblica
dai passaggi pericolosi per il governo. La stampa creava allora dei “mostri”
o si concentrava su figure terrorizzanti come assassini, serial killer,
terroristi, pedofili, ecc… Quando necessario, veniva evidenziata l'immagine
di uno stato sicuro e ordinato, dove la polizia era in grado di catturare tutti i
criminali o come vuole il luogo comune, i treni erano sempre in orario.
Riguardo alla satira e alla stampa ad essa associata, il fascismo non fu
troppo severo, infatti una famosa rivista dell' epoca, il Marc’ Aurelio, ebbe
modo di essere stampata e distribuita con pochi problemi, nonostante
durante gli anni 1924-1925, nel periodo più violento del fascismo, le
squadre di camice nere usarono la brutalità contro gli oppositori, il Marc’
Aurelio pubblicò riferendosi alla morte di Giacomo Matteotti una serie di
pesanti barzellette e vignette, descrivendo un Mussolini che distribuiva la
pace, eterna in questo caso. Il Marc’ Aurelio comunque assunse un tono più
integrato negli anni successivi e nel 1938, l'anno delle leggi razziali,
pubblicava spesso articoli e disegni di volgare contenuto antisemita.
Abbastanza ovviamente, qualsiasi telefonata era a rischio di essere
intercettata e, talvolta, interrotta dai censori, la stessa corrispondenza veniva
ispezionata da essi, sulla quale riportavano il regolare bollo che registrava
l'avvenuto controllo. Questo lavoro era organizzato quotidianamente e
incentrato particolarmente sulle lettere che provenivano dai fronti di guerra,

30
riassunto e composto in una nota che veniva ricevuta giornalmente da
Mussolini, dal suo apparato o da altre principali autorità. Queste note
riportavano ad esempio, cosa pensavano i soldati di alcuni eventi importanti,
qual'era l'opinione in Italia e argomenti simili ritenuti utili per il governo;
gran parte della censura, molto probabilmente, non veniva neppure
dichiarata, in modo da poter segretamente consentire ulteriori investigazioni
di polizia. Chiacchierare sulla pubblica via era ugualmente molto rischioso,
parlare di fatti scomodi o contro il governo poteva portare a seri problemi in
quanto una speciale sezione di investigatori si occupava di quello che la
gente diceva per strada; un’ eventuale accusa da parte di un poliziotto in
incognito era molto difficile da confutare e molte persone riportarono di
essere state falsamente accusate di sentimenti anti-nazionali, solo per
l'interesse personale della spia. La censura fascista, aggiunse ai temi che
venivano già tenuti sotto sorveglianza in epoca liberale come la morale, la
magistratura, la casa reale e le forze armate, una quantità di argomenti che
variavano a seconda dell'evolversi dell'ideologia e dei suoi atti politici; in
questo modo fu dapprima tagliata dalle forbici del censore ogni
considerazione ritenuta lesiva al regime a proposito del Duce, della guerra,
della patria e del sentimento nazionale, in seguito ogni accenno ritenuto
negativo nei confronti della maternità, della battaglia demografica,
dell'autarchia ecc.
Il fatto che gli italiani fossero consci che qualsiasi comunicazione potesse
essere intercettata, registrata, analizzata e eventualmente usata contro di
loro, fece si che con il tempo la censura divenisse una cosa da tenere
normalmente in considerazione, e ben presto la gente iniziò a usare termini
gergali o altri sistemi convenzionali per aggirare la regola. L'opposizione
veniva espressa in maniera satirica o con ingegnosi trucchetti legali, uno dei
quali era quello di cantare in pubblico l'inno della Sardegna, che avrebbe
dovuto essere vietato in quanto non in lingua italiana, ma che non poteva
esserlo essendo uno dei simboli di Casa Savoia.

2.3 L’ Articolo 21 della Costituzione


La libertà di informazione in Italia è stata progressivamente ripristinata
dopo la caduta del regime fascista di Benito Mussolini, il 25 luglio 1943.
Venti anni di propaganda e censura spietata, rendono all’ Italia del
dopoguerra, un sistema informativo corrotto e mutilato, totalmente
subordinato alle mani del governo e di poche elites che possiedono i mezzi
di diffusione. Con la Liberazione di Roma nel 1944 da parte delle truppe
angloamericane, esplodono una serie di fermenti politici che covavano sotto

31
la cenere imposta dalla censura fascista. Ogni idea politica presente tra i
patrioti della Resistenza si esprime sotto forma di giornali stampati in fogli
ciclostilati che vengono distribuiti o passati di mano in mano per le città e le
campagne; la tanto agognata libertà d’ espressione sembra finalmente sciolta
da ogni vincolo autoritario, le notizie ed i punti di vista inizieranno a
circolare liberi, animati dall’ aria di democrazia e di Repubblica che il paese
italiano tornava a respirare.
Caduta la monarchia sabauda e nominata la Repubblica italiana, tramite il
referendum di Marzo del 1946, i nuovi “padri fondatori” incominciarono a
stilare la Carta Costituzionale del paese. Il particolare momento in cui ha
operato l’ Assemblea Costituente, all'uscita da un periodo in cui la libertà era
stata posposta, aveva spinto una larga maggioranza di coloro che ne
facevano parte, con ampia intesa tra forze progressiste e moderate, ad
individuare nella libertà di stampa uno dei cardini del nuovo stato
democratico, le uniche riserve erano state quelle di un controllo delle
manifestazioni contrarie al buon costume.
La Costituzione della nuova repubblica nasce quindi nel 1947 ed entra in
vigore dal 1° Gennaio 1948, in un periodo di aperta dialettica e scontro tra
gli schieramenti di destra e di sinistra, con la Chiesa cattolica che esercita
pressioni per salvaguardare la morale ed il buon costume e residui delle
forze di estrema destra che volevano garantire l'accesso ai mezzi
d'informazione anche alle più piccole minoranze. Questa nuova carta
costituente dei diritti ha tre caratteristiche principali: è contenuta in un testo
legislativo, quindi si dice che essa è “scritta”; è “rigida”, in quanto è
necessario un procedimento parlamentare aggravato per la riforma dei suoi
contenuti, inoltre permette che le disposizioni aventi forza di legge in
contrasto con la Costituzione, vengono rimosse tramite un procedimento
giudiziario innanzi alla Corte costituzionale; infine, essa è “lunga”, ossia
contiene disposizioni in molti settori del vivere civile, non limitandosi a
indicare le norme sulle fonti del diritto, da questo punto di vista è da dire
che le disposte costituzionali presentano per larga parte carattere
programmatico, venendo in rilevanza solo in sede di indirizzo per il
legislatore o in sede di giudizio di legittimità degli atti aventi forza di legge.
Queste ultime due caratteristiche, verranno apertamente sfruttate dai vari
governi, che le applicheranno per modificare atti e norme incostituzionali e
dare un senso personale e interpretativo ai vari commi del testo.
L’ esempio più lampante di questo uso delle leggi costituzionali, è dato dal
marcato utilizzo in campo giudiziario di uno degli articoli più importanti e
più interpretativi: il famoso e sempre citato, Articolo 21 sulla libertà di
stampa. La Parte I della Costituzione è composta da 42 articoli, e si occupa
dei diritti e dei doveri dei cittadini, al Titolo I "Rapporti Civili" dopo il titolo
in grassetto “Libertà collettive”, seguono gli articoli dal 17 al 21, i quali
affermano che i cittadini italiani hanno il diritto di riunirsi e di associarsi
liberamente, che ogni persona ha il diritto di professare liberamente il

32
proprio credo e che ogni individuo è libero di esprimere il proprio pensiero,
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di comunicazione. Di questi
articoli il più importante e citato è senza ombra di dubbio l’ Articolo 21, che
così cita interamente:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la


parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità
giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa
espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge
stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo
intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può
essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono
immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità
giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il
sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i
mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre
manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti
adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”14

Tramite questo articolo, l’ Assemblea Costituente volle porre l' accento sulla
libertà d’ espressione del paese, il primo comma infatti riguarda la libertà di
parola e di pensiero; i restanti cinque invece trattano esclusivamente del
mezzo di comunicazione “stampa”, indicando preventivamente i casi in cui
si può utilizzare la censura e quelli in cui una testata può essere sequestrata.
La direttrice della legge non si ferma a ciò che riporta scritto ma come
avverrà poi in futuro, il suo senso verrà ampliato e la sua caratteristica di
“rigidità”, utilizzata per eludere scomode norme in vigore tramite la Corte
Costituzionale.
Col passare del tempo l'espressione “Articolo 21” prende più significati e si
carica del ruolo di vero e proprio baluardo della libertà di informazione,
questo di fatto perché la Costituzione dedica ad esso la libertà di stampa,
anche se ha assunto nella lingua italiana, soprattutto nel linguaggio
giornalistico, il significato per antonomasia di libertà di espressione e di
informazione, analogo a quello che nel mondo anglosassone ha il “Primo
Emendamento alla Costituzione americana”. Il fenomeno si è accentuato
ancor di più da quando un gruppo di giornalisti e uomini politici hanno
costituito l'associazione “Articolo 21, liberi di...”, nata il 27 febbraio 2002,

14
“Costituzione Repubblica italiana”, Art. 21, 1948.

33
riunisce giornalisti, scrittori, registi, giuristi che si propongono di
promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero.

2.4 Il cammino giuridico della Libertà d’ Informazione


La prima udienza e la prima sentenza della Corte Costituzionale italiana,
vinta grazie all’ articolo 21, fu dedicata alla questione dell'articolo 113 del
Testo Unico di Pubblica Sicurezza, esso subordinava all'autorizzazione
dell'autorità di polizia l'affissione dei manifesti. Le opposizioni avevano
trovato nei manifesti murali uno spazio di espressione del pensiero, su cui
l'autorità amministrativa voleva esercitare un controllo preventivo. La Corte
Costituzionale, presieduta da Enrico De Nicola, dichiarò l'incostituzionalità
dell'articolo 113 per contrasto con il dettato dell'art. 21 della Costituzione.
Iniziò così un'opera di svecchiamento della normativa statale, in quel
momento storico infatti, l'articolo 113 delle leggi di Pubblica sicurezza
costituiva un tassello importante del controllo dell'autorità statale sulle
manifestazioni della libertà di pensiero.
A conti fatti non esisteva ancora una vera e propria Libertà d’ Informazione:
la stampa periodica aveva il controllo della nomina dei direttori
“responsabili”, l'editoria controllava le barriere costituite dai costi e dai
meccanismi di distribuzione, la radio e poi la televisione il monopolio
statale attraverso la RAI ( attraverso un' interpretazione dell' articolo n° 43
della Costituzione). Col passare del tempo la Corte Costituzionale si è vista
sempre più impegnata a smontare i vari cavilli ed intrecci incostituzionali
che ancora non assicuravano una buona gestione dell’ informazione,
appellandosi ogni volta ad una nuova interpretazione dell’ articolo 21;
successivamente dichiarò incostituzionale la norma che prescriveva l’
iscrizione alla sezione “giornalisti” del relativo Albo per poter dirigere un
periodico, ritenendo invece sufficiente l’ iscrizione all’ Albo dei pubblicisti.
In poche parole, l’articolo 21 grazie alla sua forza costituzionale, diverrà il
baluardo delle libertà di espressione, questo aprirà una serie di scontri
“politico-giuridiche” legate allo svecchiamento di norme obsolete e a vere
e proprie battaglie, verso i sempre presenti interessi demiurgici verso i
media e l’ informazione del paese. Questo continuo utilizzo nelle aule di
giustizia dell’ articolo 21, portò grande aria di cambiamento nel settore dell’
informazione, ancora legato a normativa di epoca fascista; oltretutto portò a
far lievitare il grado di interesse generale per la comunicazione e per i suoi
mezzi di divulgazione, tanto che sempre la Corte Costituzionale arrivò a

34
stabilirlo ufficialmente in una sua sentenza del 1972:
“Esiste un interesse generale alla informazione, indirettamente protetto
dall'articolo 21 della Costituzione, questo interesse implica, in un regime di
libera democrazia, pluralità di fonti di informazione, libero accesso alle
medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla
circolazione delle notizie e delle idee”15.
Inizialmente la tendenza prevalente dei “padri fondatori” era quella di
considerare l’ articolo solo in senso stretto, come libertà di produrre senza
censura preventiva, solo testi a stampa, come si vedrà susseguentemente, le
battaglie per l' informazione resteranno come sempre all' interno di interessi
personali. Sulla base di questa visione restrittiva del diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero, una larga e trasversale parte delle forze
politiche ha sempre trovato motivi per restringere la libertà di espressione,
tramite la presenza del monopolio RAI in campo radiotelevisivo.
Le prime leggi nel campo della radiofonia, risalgono al 1935, all’ epoca le
competenze su quest’ ultima vengono concentrate nelle mani del Ministero
della stampa e della propaganda, sottoposto al controllo del Comitato
superiore di vigilanza del Ministero delle comunicazioni che estese poi
anche ai servizi telegrafici, telefonici, radioelettrici via cavo e ottici. La
transizione alla Repubblica non produsse un cambiamento immediato della
normativa in vigore, anche se almeno a livello teorico il legislatore dimostra
di avere la cognizione dell'importanza dei media nella democrazia, come si
può trarre dal Comma I:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la


parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”16

Proprio la formula “e ogni altro mezzo di diffusione” tutelava non solo la


stampa, ma qualsiasi altra forma di manifestazione del pensiero come teatro,
musica, cinema, arte diventando di fatto una clausola aperta che ha
consentito di far rientrare all'interno dei mezzi di comunicazione tutelabili
dall'articolo 21 anche media che nel '48 non esistevano come la televisione e
successivamente Internet.
Va tuttavia ricordato che la Costituzione, pur dedicando grande importanza
alla tematica della libertà di stampa, prevedeva nell’ articolo 43 che:

“A fini di utilità generale, la legge può riservare allo Stato determinate


imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali ed abbiano carattere
di preminente interesse generale”17

Quanto bastava allo Stato e alla Corte Costituzionale, per autorizzare la


15
Sentenza della Corte Costituzionale, n° 105, 15 giugno 1972.
16
“Costituzione Repubblica italiana”, Art. 21, comma 1, 1948.
17
“Costituzione Repubblica italiana”, Art. 43, comma 1, 1948

35
presenza del' azienda RAI in maniera monopolistica sulle frequenze ridotte
dell' etere. La prima sentenza in materia di radiotelevisione da parte della
Corte Costituzionale datata 1960, sottolinea infatti come il monopolio delle
trasmissioni radiotelevisive rientri tra le fattispecie protette dall'art. 43 della
costituzione italiana.
Intanto verso la metà degli anni sessanta, cominciano nei sottoscala e nelle
soffitte di alcuni appassionati i primissimi tentativi di dare vita a televisioni
private. Tuttavia gli ostacoli sono grossissimi: di fatto le telecamere e i
trasmettitori non sono oggetti liberamente in commercio, quindi non si
registrano esperienze significative in questa fase, solo timidi tentativi di
appassionati. L'azienda RAI nel frattempo, continua ad essere obiettivo di
critiche legate al suo monopolio e all' elevata lottizzazione politica che è
avvenuta nell'impresa: celebre è la ripartizione avvenuta durante la Prima
Repubblica, quando Rai Uno era influenzata dalla Democrazia Cristiana,
Rai Due dal Partito Socialista e Rai Tre dal Partito Comunista Italiano. Le
sue difese sono sempre prese dall’ articolo 43 e dalla giustificazione che via
etere le frequenze disponibili non fossero molte.
Intanto, il regista della RAI Giuseppe Sacchi, mentre si trova a Bellinzona
per collaborare con la televisione svizzera di lingua italiana, viene a
conoscenza della TV via cavo: qualche anno dopo, lo stesso Sacchi, sarà il
fondatore di Telebiella, di fatto prima emittente libera italiana.
Questa nuova emittente televisiva farà esplodere il fenomeno delle TV
libere via cavo, da questa iniziativa e dalla battaglia legale che ne nacque,
venne messo in moto quel meccanismo che portò conseguentemente, allo
scioglimento del monopolio radiotelevisivo RAI.
Riguardo alla nuova emittente piemontese, il governo inizialmente reagì con
un decreto a inizio 1973 che unificava tutti i mezzi di comunicazione a
distanza in una sola categoria, rendendo così illegali i canali privati e
disponendone la disattivazione; i titolari non eseguirono l'ordine e il 1º
giugno 1973 il governo Andreotti fece oscurare dalla polizia postale
l'emittente. Tramite una spaccatura orizzontale dello schieramento politico i
democristiani e i comunisti difesero ad oltranza il monopolio, il Partito
Repubblicano ritirò l'appoggio al Governo Andreotti; la chiave per ribaltare
il rapporto politicamente squilibrato fu la possibilità di trasmissione
televisiva via cavo, settore in cui la scarsità delle frequenze non era
invocabile. Lo scontro portò comunque allo scioglimento del II° Governo
Andreotti, costretto alle dimissioni, da cui poi l'espressione goliardica:
“Giulio Andreotti è inciampato sul cavo di Telebiella”.
Successivamente la Corte Costituzionale, tramite due sentenze storiche nel
1974 e nel 1976, pose proprio il tanto blasonato Articolo 21 della
Costituzione e il suo primo comma, come il fondamento di un più ampio
diritto non solo per le espressioni del pensiero sulla carta stampata, ma
anche per ogni altro mezzo di diffusione. La sentenza definitiva del 1976
farà partire l’ epoca del “Far West televisivo”, il fenomeno tutto italiano

36
delle televisioni locali e delle radio libere, che alla fine degli anni settanta
toccherà la cifra record di oltre 1500 emittenti televisive a programmazione
regionale e via cavo, dato che l' etere rimaneva ancora esclusività della RAI.
A distanza di trent'anni dallo scontro tra le due opposte visioni affiora ora in
modo chiaro che gli aspetti giuridici della questione furono, da una parte e
dall'altra usati solo come pretesto per sostenere le tesi e gli interessi
personali dei partiti. Nel dibattito tenuto in occasione dei 35 anni di
Telebiella, il ministro Paolo Gentiloni non ha avuto remore nell’ ammettere
che i sostenitori dell'applicazione “liberal” dell’ articolo 21 avevano forzato
la mano nel trovare un pretesto per sollevare la questione dell’
incostituzionalità ma altrettanto, le motivazioni politiche dei partiti
“maggiori” apparivano inconsistenti. Da allora “Articolo 21” è diventata una
locuzione che raggruppa associazioni che sostengono un concetto molto più
ampio dello stesso testo della Costituzione e che trovano il campo per una
richiesta di un utilizzo delle nuove tecnologie più “liberal”.

2.5 Le leggi sull’ editoria


Il discorso giuridico-normativo per quanto riguarda la stampa e l' editoria è
parallelo e ha portato delle innovazioni ma rimane profondamente
differente da quello delle televisioni: il nuovo media, in continuo sviluppo,
attira di più l' attenzione e gli interessi degli imprenditori italiani; le vecchie
testate comunque, pur risentendo di questo non perderanno mai la loro
importanza nella creazione dell' opinione comune, destando quindi un
continuo interesse generale.
Il terzo comma dell'articolo 21, cita una legge sulla stampa che avrebbe
dovuto seguire la stesura della Costituzione italiana del 1948:

“Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità


giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa
espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la
legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili”18

Tale normativa, seppure in maniera incompleta, è rappresentata dalla legge


n° 47 del 1948, sulla stampa. La legge in esame si preoccupava di
rimuovere i limiti alla manifestazione del pensiero, che in particolare
avevano permesso le censure del periodo fascista come: la figura del
direttore responsabile e l'autorizzazione per l'esercizio dell'attività editoriale

18
“Costituzione Repubblica italiana”, Art. 21, comma 3, 1948

37
che viene sostituita con la registrazione presso la cancelleria del Tribunale
nella cui circoscrizione si intende svolgere l'attività; in più viene alleggerita
tutta la parte sulle norme concernenti il diritto di rettifica e l' aggravamento
delle pene per la diffamazione.
Un'evoluzione più recente nell'organizzazione della stampa si è avuta con la
legge del 1981 “Disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l'
editoria”: essa si configura come una risposta alla crisi settoriale di inizio
anni '80 causata dall'innovazione tecnologica, i punti fondamentali
riguardano i provvedimenti di anti-concentrazione, uno tra i primi limiti
antitrust introdotti in Italia; l' abolizione del prezzo amministrato e la
liberalizzazione del prezzo dei giornali; inoltre il sostegno economico del
governo alle imprese editrici di particolare valore.
La già citata legge n° 47 del 1948 definiva stampe o stampati tutte le
riproduzioni tipografiche o altre ottenute con mezzi meccanici o fisico-
chimici in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione. La legge n° 62 del
2001, “Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali”, si è preoccupata
di ridefinire, estendendola, la nozione di “prodotto editoriale”: con questo
ora si intende tutto ciò che è realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il
libro o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o comunque,
alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche
elettronico, attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva. In pratica, la
nuova nozione prescinde dal supporto, focalizzandosi invece sul contenuto
informativo.
Per quanto riguarda le tipologie di editoria online, esse sono
fondamentalmente due: trasposizione online di riviste cartacee, riviste nate
online; le testate telematiche hanno l'obbligo di registrazione presso il
Tribunale e devono avere un direttore responsabile se hanno periodicità
regolare, hanno diritto oltretutto a sostegno finanziario statale se hanno in
organico redattori giornalisti professionisti, pubblicisti o praticanti.
Per quanto concerne i requisiti soggettivi per l'esercizio dell'impresa
editrice di giornali quotidiani, la legge del 1981 sull'editoria definisce che
può essere esercitata da: persone fisiche, Snc, Sas, Srl, Sapa, Spa o
cooperative; in particolare, “le società in accomandita semplice debbono in
ogni caso essere costituite soltanto da persone fisiche, mentre per le Spa,
Srl e Sapa le azioni aventi diritto di voto o le quote devono essere intestate
a persone fisiche, società in nome collettivo, in accomandita semplice o a
società a prevalente partecipazione pubblica.” La riconducibilità della
titolarità dell'impresa a persone fisiche è volta a garantire una maggiore
trasparenza, la stessa legge istituiva pure “Il Registro Nazionale della
Stampa”, cui dovevano iscriversi obbligatoriamente quotidiani e periodici;
altro obbligo è quello di pubblicare il bilancio annuale delle imprese
editrici, strettamente collegato al finanziamento dell'editoria.
Il settore giornalistico, date queste prerogative, prende questa particolare
forma di impresa in cui l'imprenditore e proprietario dà la linea politica alla

38
testata; il direttore del giornale, in sede di assunzione del giornalista, può
effettuare un'indagine conoscitiva sulle opinioni personali, in particolare
sulla tendenza politica, in deroga all'art. 8 dello Statuto dei lavoratori.
Sempre il direttore, per la peculiarità dell'impresa giornalistica, ha la facoltà
di licenziare un redattore che non condivida la linea politica della testata.
Similmente, il giornalista che non condivida più la linea adottata dal
giornale può rassegnare legittime dimissioni, e ricevere il trattamento di
fine rapporto maturato.
Oltre alla figura del direttore, nel giornale ha un ruolo rilevante il
“Comitato di redazione” che oltre a proporre gli orari di lavoro e la
distribuzione delle mansioni, si occupa della tutela sindacale dei diritti dei
giornalisti.
La disposizione attualmente in vigore per l'individuazione di una
responsabilità penale connessa alla figura del direttore risiede negli articoli
57 e 57 bis del Codice Penale introdotti nel 1958: l' articolo 57, riguardante
la stampa periodica, stabilisce che il direttore che omette di esercitare sul
contenuto del periodico da lui diretto, il controllo necessario ad impedire
che col mezzo dalla pubblicazione siano commessi reati, è punito con una
pena diminuita fino a un terzo di quella applicata all'autore. La parte bis
dell' articolo, sulla stampa non periodica, aggiunge che alle disposizioni
originarie si applicano all'editore, se l'autore della pubblicazione è ignoto o
non imputabile, ovvero allo stampatore, se l'editore non è indicato o non è
imputabile.
Per quello che riguarda i finanziamenti alle testate, l'articolo 21 della
Costituzione, al quinto comma recita: La legge può stabilire, con norme di
carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa
periodica. Gli aiuti economici in favore dell'attività editoriale si possono
distinguere in diretti e indiretti; gli aiuti diretti hanno una storia che inizia
già negli anni trenta, con l'istituzione dell'Ente Nazionale Cellulosa e Carta
, un consorzio tra aziende operanti nel ciclo produttivo della cellulosa e
carta che fino al 1994 sovvenzionava le imprese editoriali. Con la citata
legge n° 416 del 1981, sono invece stati limitati questo tipo di aiuti,
riservandoli a categorie più specifiche di imprese come editori di
particolare valore morale, politico o linguistico, oppure verso la stampa
italiana all'estero o a pubblicazioni di elevato valore culturale. Gli aiuti
indiretti si riassumono invece in tre tipologie principali: riduzioni tariffarie
telefoniche e postali, agevolazioni fiscali e finanziamenti agevolati, con
l'istituzione di un fondo per le agevolazioni di credito alle imprese
editoriali, per progetti d tecnici-produttivi di durata massima di 10 anni.

39
2.6 Le leggi sulla radiotelevisione
L' evoluzione delle discipline giuridiche del settore radiotelevisivo, in
confronto a ciò che è avvenuto con l' editoria, diviene una specie di caotico
Carosello che vedrà mischiarsi alle direttive della Corte Costituzionale, una
serie di vistosi interessi politici ed economici, che ancora ai giorni nostri
non siamo riusciti ad eliminare.
Nella sostanza le leggi rimasero immutate dagli anni cinquanta fino al
1974, anno in cui iniziò il radicale triennio giuridico mosso dal caso
Telebiella; esso portò di fatto alla libertà di trasmissione per le reti private,
pur mantenendo il principio del monopolio statale RAI per le frequenze via
etere, giustificato dal carattere di “servizio pubblico essenziale” previsto
dalla legge 43 della Costituzione. Vera novità della nuova riforma è che il
controllo della TV passa dal governo al parlamento, istituendo un'apposita
commissione parlamentare di vigilanza sui servizi radiotelevisivi.
Successivamente vennero stabilite modalità specifiche per le comunicazioni
degli enti amministrativi, tramite l'istituzione di apposite tribune politiche;
questi nuovi pronunciamenti della Corte oltretutto, stabilirono che
nell'esercizio del servizio radiotelevisivo doveva essere assicurata
l'indipendenza, la completezza e l'obiettività dell'informazione.
Durante gli anni tutte le norme emanate dai vari governi, si scontrarono
spesso con le direttive e le opinioni della Corte Costituzionale, del
Parlamento Europeo e dei singoli cittadini che criticheranno apertamente
tutti i disegni di legge, creati apparentemente per risolvere il dispotismo tra
il duopolio RAI - Mediaset, avvantaggiando invece prevalentemente le reti
private verso benefici di tipo liberali ed economici, più che andare a
difendere i diritti del popolo riguardo a una informazione libera e pulita.
Per vedere la nascita di un vero e proprio polo privato su scala nazionale,
alternativo a quello pubblico, bisogna attendere gli anni 80: nel 1978 viene
formalmente fondata l' azienda Fininvest di proprietà di Silvio Berlusconi,
allora presidente ed oggi azionista di maggioranza, egli diverrà una figura
centrale delle vicende mediatiche del paese, inizialmente con l'acquisto del
canale Telemilano, poi rinominato Canale 5. Verso la fine degli anni
settanta Berlusconi è deciso a porsi come nuovo "cavaliere dell'
informazione”: acquisisce importanti quote dell' azienda “Società Europea
di Edizioni” che tralaltro controlla il quotidiano “Il Giornale”, l'anno
successivo nasce il canale televisivo via cavo Telemilano e acquista il
Teatro Manzoni; più tardi, nel 1991 entra nel mondo della grande editoria
con il discusso acquisto della Mondadori, in un vero e proprio braccio di
ferro con Carlo De Benedetti proprietario del Gruppo Editoriale L'Espresso
che a sua volta possedeva quote di Mondadori. Il gruppo televisivo
Fininvest, prese l' attuale denominazione Mediaset s.r.l nel 1993 , poi
ridefinita Società per Azioni nel corso dell'anno successivo. Nel 1995 il
gruppo televisivo venne quindi scorporato da Fininvest nella neonata

40
subholding Mediaset S.p.A. e aperto a soci esterni come investitori stranieri
ed istituti di credito italiani, per poi approdare in borsa nel 1996 con un
collocamento di 7.000 Lire ad azione (3,62 €). Sin dalla sua nascita
rappresenta il primo gruppo di network televisivi privati in Italia mediante
un polo costituito da tre reti nazionali, Canale 5, Italia 1 e Rete 4, finanziate
esclusivamente dalla raccolta pubblicitaria, gestita dalla concessionaria
Publitalia '80 anche essa di proprietà di Berlusconi.
Il 1984 darà nuova linfa all' azienda: i pretori di Torino, Pescara e Roma
tentarono di oscurare le trasmissioni "private" su scala nazionale non
consentite dalla Corte Costituzionale, essi infatti, avevano rilevato
un'infrazione al divieto di interconnessione da parte di Finivest, questa non
poteva trasmettere via etere su scala nazionale, che era monopolio RAI, ma
solo a livello locale. Il sistema dei network utilizzato dall' azienda
milanese, permetteva di aggirare il limite territoriale trasmettendo
contemporaneamente gli stessi programmi , opportunamente registrati su
videocassetta, sulle frequenze locali di alcune regioni italiane. Il blocco
delle trasmissioni fu evitato dal tempestivo "Decreto Berlusconi", che
legittimava in via transitoria la situazione che si era creata, permettendo di
riaccendere le tv oscurate dai questori; questo decreto sarà poi convertito
in legge il 4 febbraio 1985, grazie all'avallo politico dell'allora presidente
del consiglio Bettino Craxi, che legalizzò il sistema dei network di
Berlusconi, in attesa della creazione di una legge di riforma del sistema che
poi si concretizzò nella legge Mammì.
Il rapido evolversi, non solo in Italia ma in tutta Europa, del sistema
televisivo, ha fatto scattare a partire dagli anni '90, una serie di decreti e
norme che ne regolassero il funzionamento. In sede di Parlamento Europeo
si era fortemente diffusa la convinzione che una autentica integrazione di
tutti i cittadini dell'Unione non può avvenire senza una regola comune sul
principale media: la televisione. Su iniziativa dell'Europarlamentare italiano
Ettore Andenna, che per molti anni aveva presentato la trasmissione Giochi
senza frontiere, venne emanata nel 1989 la direttiva "Televisione senza
Frontiere" (TSF), rivolta ai principi sulla libertà d' informazione. All'epoca
l'apporto fattivo degli europarlamentari italiani fu determinante per la
fissazione dei principi fondamentali, mentre in epoche successive, per il
prevalere di tematiche interne, non fu notato altrettanto impegno. Due sono
i principi fondamentali di questa direttiva europea: la libera circolazione dei
programmi televisivi europei nell'ambito del mercato interno e l'obbligo, di
riservare più della metà del tempo di trasmissione ad opere europee; la
direttiva TSF ha anche l'obiettivo di tutelare la diversità culturale, la
protezione dei minori e il diritto di rettifica. Essa è considerata una direttiva
di carattere programmatico, che non trova immediata applicazione nel
diritto interno dei paesi, senza un atto del potere legislativo dello stato
membro; in Italia il recipimento è avvenuto attraverso la legge Mammì,
anche se secondo alcuni commentatori autorevoli i principi della direttiva

41
sono stati accolti solo in modo parziale.
La legge Mammì del 1990, seguiva un periodo nel quale si era costruito un
quasi-monopolio della televisione privata da parte della Fininvest, al di
fuori della legge, ciò aveva portato ad interventi dell'esecutivo, come il
cosiddetto “Decreto Berlusconi”, finalizzati a bloccare interventi della
magistratura contro la diffusione su scala nazionale di programmi privati;
essa è stata definita "Legge fotografia" o "Legge Polaroid" in quanto si è
limitata a legittimare la situazione televisiva già esistente, venne ritenuta da
alcuni oppositori devastante per l'ordinamento legale e civile dello stato.
I cultori del diritto comunitario hanno rilevato una certa distanza tra il testo
della legge ed i principi da recepire dalla direttiva “Televisione Senza
Frontiere”, questa discordanza è attribuibile all'eccessiva attenzione posta
dal legislatore nel non intaccare la posizione dominante della Finivenst
piuttosto che alle effettive esigenze del mondo della comunicazione
televisiva. La legge del 1990, è divisa in 5 titoli e 41 articoli, fondamentale
è il Titolo I, dove vengono fissati due principi di carattere generale ma che
richiamano dei valori costituzionali: stabilisce che la diffusione di
programmi radiofonici o televisivi, realizzata con qualsiasi mezzo tecnico,
ha carattere di preminente interesse generale; il secondo principio fa
esplicito riferimento al pluralismo dell'informazione, considerato il
principio più importante nei mezzi di comunicazione di massa. A partire da
questa legge, si apre lo scenario della delicata questione sulla proprietà dei
mezzi di comunicazione; ogni norma "di sistema" si è poi sempre
preoccupata di fissare dei limiti, "tetti", alla detenzione dei mezzi
d'informazione da parte di un unico soggetto. Questo fatto portò all'
istituzione di un'autorità Antitrust a tutela della concorrenza sul mercato
economico che potesse sovraintendere e regolare il tutto; la Corte
Costituzionale successivamente dichiarò incostituzionale il comma 4 della
legge, ove si stabiliva che “Le concessioni a un singolo soggetto non
potevano superare il 25 per cento del numero di reti nazionali previste dal
piano di assegnazione e comunque il numero di tre”19. L'incostituzionalità
rilevata dalla Consulta risiede nel fatto che un singolo soggetto, possedendo
contemporaneamente tre reti televisive, commette una grave violazione del
principio pluralistico citato nell'articolo 21 della Costituzione, come
espresso dalla legge del 1981 sulla Stampa, che tuttora proibisce a chiunque
di possedere più del 20% delle testate esistenti.
La Corte Costituzionale italiana negli anni '60 ribadiva che sarebbe stato
eccessivamente pericoloso dividere tra i privati l'uso delle frequenze via
etere, perché avrebbero potuto esercitare pressioni indebite sull'opinione
pubblica, mentre, a differenza ad esempio della carta stampata, l'accesso
non sarebbe potuto essere garantito a tutti. Nel 1990 la stessa Corte infine si
smentisce e con la sentenza n° 102, stabilisce che l'esercizio di impianti

19
“Legge Mammì”, comma 4, 1990.

42
radiotelevisivi comporta l'utilizzazione di un bene comune: l'etere appunto,
che naturalmente limitato, rende così necessario un provvedimento di
assegnazione della banda di frequenza.
La legge di riferimento per la gestione delle frequenze via etere è arrivata
molto in ritardo nel sistema: ancora oggi non è presente un piano di
assegnazione delle frequenze radiofoniche in tecnica analogica. I soggetti
che intervengono nell'assegnazione delle frequenze sono il Ministero delle
Comunicazioni, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e la
Commissione parlamentare per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi
radiotelevisivi. La pianificazione poi si divide in due momenti: il piano di
ripartizione delle frequenze che indica le bande utilizzabili dai servizi di
telecomunicazione e il piano di assegnazione di quest' ultime che indica la
localizzazione degli impianti, le loro aree di servizio, i parametri
radioelettrici e le frequenze assegnate agli impianti.
A tutto questo segue il discorso sulle “concessioni”, con cui la Pubblica
amministrazione attribuisce a soggetti privati la possibilità di esercitare
l'attività radiotelevisiva e indica la frequenza e le aree di servizio degli
impianti dell'emittente. Una concessione ha una durata stabilita in 6 anni ed
è rinnovabile, può cessare per rinuncia, fallimento o perdita dei requisiti
soggettivi, oltretutto in allegato ad essa vi è una convenzione che riporta
obblighi e diritti del concessionario. I criteri di selezione, nelle graduatorie,
dipendono prevalentemente dal patrimonio dell'emittente, dal numero di
dipendenti, nonché dalla qualità del progetto editoriale. La domanda deve
essere presentata a una Commissione di esperti nominata dal Ministro delle
Comunicazioni, la quale deve valutare le domande con un punteggio finale
attribuito a seconda del progetto dell' emittente, la qualità dell' offerta e l'
investimento tecnologico; la concessione è infine rilasciata, nel caso degli
emittenti locali, dal solo Ministro delle Comunicazioni, mentre per quelli
nazionali è necessario che il Ministro senta in via preliminare il Consiglio
dei Ministri.
Le fonti normative principali a riguardo delle concessioni sono presenti
nella Legge Maccanico del Governo Prodi e nel regolamento dell'Autorità
delle comunicazioni. La legge del 1997 si proponeva di fornire una più
completa formulazione di una normativa in materia di comunicazione
televisiva e nello stesso tempo, anche affrontare le tematiche dell'antitrust,
in conformità ai principi di pluralismo già richiamati dalla Legge Mammì;
di qui la decisione di istituire una nuova Autority indipendente, denominata
“Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni” per elaborare i piani di
assegnazione delle frequenze e tutelare il tutto. La legge prevedeva poi il
divieto, per il soggetto destinatario di concessioni televisive, di "irradiare
più del 20% delle reti tv analogiche e dei programmi televisivi in ambito
nazionale", oltre che di non raccogliere proventi in misura superiore al 30%
delle risorse del settore televisivo. In sostanza una rete Rai doveva
trasmettere senza pubblicità e di conseguenza, Fininvest doveva trasferire

43
una delle loro reti via etere per satellite, nel caso si trattava di Rete 4, che
occupava inopportunamente le frequenze del canale Europa 7.
Nel 1994 la Corte Costituzionale sancì che per garantire il pluralismo, le
frequenze occupate da una rete Mediaset ( Rete 4) dovevano essere
assegnate ad altri operatori; la sentenza venne poi ribadita da un ulteriore
pronunciamento della Corte nel novembre 2002 ma le norme successive dai
vari governi, hanno sempre rinviato la riassegnazione delle frequenze.
Per le prime due reti Mediaset, la posizione è conforme alla legge, poiché
nel 1999 esse hanno ricevuto una regolare e definitiva concessione,
comunque nove anni dopo la Legge Mammì; la posizione di Rete 4 è
differente per via di una sentenza della Corte Costituzionale del 1994 che
giudicò anticostituzionale la concessione di tre reti analogiche nazionali ad
un unico soggetto privato, in quanto vi sarebbe una presunta violazione
dell'articolo 21 della Costituzione Italiana che tuttora ai giorni nostri
persiste. Nel 1995 un referendum abrogativo consentì il mantenimento
della situazione, ma sette anni dopo una nuova sentenza della Consulta
ribadì l' incostituzionalità di tutto ciò; dopo un iter politico e giudiziario
durato anni e ancora in corso, denominato “Lodo Retequattro”, la definitiva
approvazione della criticata legge Gasparri nel 2004, permise di far
proseguire la diffusione di Rete 4 via etere, in attesa del passaggio
complessivo al digitale allora fissato per il 2007 (poi prorogato al 2012), in
contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale. Tale legge venne
bocciata a luglio 2007 dall'Unione Europea, che chiese all'Italia di
cambiarla in molti punti; difatti secondo la Corte di giustizia dell'Unione
Europea, il regime italiano di assegnazione delle frequenze per le attività di
trasmissione radiotelevisiva è contrario al diritto comunitario. Infine il
Consiglio di Stato, a maggio 2008, ha per il momento confermato l'attività
di diffusione televisiva di Rete 4, la diffusione in digitale non è in
discussione ma, allo stesso tempo, ha richiamato esplicitamente il ministero
a muoversi motivatamente sull'istanza di Europa 7 intesa alla attribuzione
delle frequenze.
La legge Gasparri, è una delle leggi più discusse nel campo della
televisione; si tratta in sostanza, di una riforma generale del sistema
radiotelevisivo dal titolo: “Norme di principio in materia di assetto del
sistema radiotelevisivo e della RAI, nonché delega al Governo per
l'emanazione del testo unico della radiotelevisione”20. Aspramente criticata
perché di fatto calpestava una sentenza della Consulta che ordinava la
messa sul satellite di una rete Mediaset e la conseguente perdita di
pubblicità su Raitre, le obiezioni più importanti riguardano il tetto antitrust
che definito ora al 20%, è stato sì abbassato in misura percentuale rispetto
al 30% della legge del 1987, ma il valore assoluto di tali percentuali è
passato da 12 miliardi di euro ai 26 miliardi di oggi. Oltretutto l'aumento

20
“Legge Gasparri”, Titolo, 1994.

44
del limite antitrust viola sempre il principio del pluralismo sancito
dall'Articolo 21. Questa legge incentiva ancora di più la pubblicità
televisiva, pecca di lacune nei riferimenti al diritto all'informazione degli
utenti, lascia irrisolti i problemi del piano nazionale delle frequenze e tende
a fortificare la figura di Silvio Berlusconi sulle TV italiane. L'Unione
Europea è intervenuta con una procedura d'infrazione nei confronti
dell'Italia dove si chiedevano spiegazione sulle storture del sistema radio-
televisivo causate dalla Gasparri; la stessa unione, a luglio 2007 dava 2
mesi di tempo all'Italia per correggere le presunte storture della legge sulla
parte relativa al digitale terrestre. La richiesta di proroga che aveva
inoltrato il governo italiano è stata respinta, ciò vuol dire che con le regole
in vigore lo Stato Italiano dovrà pagare, a partire da gennaio 2009 e
retroattivamente al 2006, una multa di 300-400 mila Euro al giorno.
Avvenuta con le elezioni del 2006 il cambiamento della maggioranza, il
nuovo ministro Paolo Gentiloni ha presentato un disegno di legge che da un
lato fa slittare al 2012 il termine per passare dalla televisione analogica a
quella digitale, dall'altra cerca di modificare ampie porzioni della legge
Gasparri. Nel disegno di legge del ministro delle comunicazioni Paolo
Gentiloni il problema delle radiofrequenze è affrontato alla radice con il
passaggio al digitale di una rete Rai e Mediaset, nel rispetto di tempistiche
coerenti con le esigenze; nello stesso tempo vengono affrontati gli altri temi
come il tetto alla pubblicità e la profonda riforma sui dati Auditel che non
dovranno essere più strumento di parte ma organismo aperto al controllo di
tutte le parti interessate.
Francesco Di Stefano, proprietario della rete televisiva Europa 7, in una
intervista pubblicata sul blog del comico Beppe Grillo, ha ulteriormente
denunciato la posizione abusiva di Rete 4, richiamando il ministro ad una
maggiore dignità politica e ad una maggiore determinazione nei confronti
di una battaglia, quella contro l' illegalità della rete del gruppo Mediaset,
che pare non voglia essere combattuta da nessuno. Dopo che la giustizia ha
dato la sua risposta sotto forma di una sentenza della Corte Costituzionale
non rispettata e di una "messa in mora" nei confronti dell'Italia da parte
della Commissione Europea, per il non rispetto delle direttive europee da
parte della "legge Gasparri", le accuse del blog verso Gentiloni lo accusano
di immobilismo verso la situazione di Rete 4 e quindi di essere
corresponsabile del potere mediatico che ancora può esercitare il network.
Alla luce di tutto questo viene a galla un sistema governativo che al posto
di tutelare il diritto costituzionale della Libertà d' Informazione, macchina
per rendere il sistema dei media un ente di controllo e una gallina dalle
uova d' oro nelle mani di pochi eletti imprenditori; è facile dedurre a questo
punto, quanto possa essere basilare il possesso di un network televisivo a
frequenza nazionale, per chi voglia esercitare i propri interessi nel paese.

45
CAPITOLO III: DALLA P2 AI “FURBETTI DEL
QUARTIERE”

3.1 La cospirazione della loggia “Propaganda 2”


Sotto questo punto di vista critico ed acceso nei confronti della situazione
dei media italiani, prende luce verso la fine degli anni '70, una certa
macchinazione volta ad interferire sulla società e sulla comunicazione di
massa a scopo di farne un organismo di controllo e di guadagno. Nel luglio
del 1982, questa ipotetica congiura viene in parte scoperta e denunciata al
paese tramite la scoperta del “Piano di Ricrescita Democratica” della P2,
smascherando un piano illegale che segretamente stava avvenendo alle
spalle di tutti da diversi anni: politici, giornalisti, imprenditori ed ufficiali
delle forze armate verranno implicati in un tentato colpo di stato che sarebbe
dovuto avvenire nell' estate del 1976, macchinato appunto, dalla allora
ancora poco nota, loggia massonica “Propaganda 2”.
Sono questi gli anni del golpismo strisciante e degli attentati dinamitardi che
da piazza Fontana in poi, accompagnano e segnano una stagione politica
contrassegnata dalla ricerca di soluzioni non effimere, dopo la rottura degli
equilibri politici e sociali intervenuta alla fine degli anni Sessanta, quando si
consumava la prima fase dell'esperimento politico di centrosinistra.
Durante questa fase, la P2 gode del più assoluto anonimato presso l'opinione
pubblica e può agire indisturbata, all'ombra dello scudo che gli viene
assicurato dalla doppia cintura protettiva della copertura massonica e dalla
motivata disattenzione dei Servizi Segreti.
Il 17 marzo 1981 però, i giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano
Turone, nell'ambito di una inchiesta sul presunto rapimento dell'avvocato e
uomo d'affari siciliano Michele Sindona, fecero perquisire la villa e la
fabbrica del Gran Maestro della loggia, Licio Gelli; l'operazione, eseguita
dalla sezione del colonnello Bianchi della Guardia di Finanza, scoprì fra gli
archivi dell' impresa una lista di quasi mille iscritti alla loggia P2, fra i quali
il comandante generale dello stesso corpo, Orazio Giannini. Lo stesso
Michele Sindona comparve nella lista degli iscritti, confermando le
intuizioni dei giudici riguardo alle implicazioni della massoneria. La
magistratura spiccò un ordine di cattura il 22 maggio 1981 verso Licio Gelli

46
per violazione dell' articolo 257 del codice penale, ovvero “Spionaggio
politico o militare”, in quanto si riteneva che possedesse dei fascicoli
appartenenti ai Servizi Segreti; il Gran Maestro della loggia però, escogitò
una fuga e si rifugiò temporaneamente in Uruguay. Tutto questo segnerà l'
inizio di una lungo processo legale istituito da una Commissione d' Inchiesta
Speciale, la quale lentamente smaschererà il ruolo della P2 in molte delicate
questioni nazionali.
Un anno dopo la fuga di Gelli, compare il fascicolo nominato “Piano di
Ricrescita Democratica” databile intorno al 1976, esso fu sequestrato
all’aeroporto di Fiumicino nel sottofondo malamente camuffato ( si pensa di
proposito) di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, di ritorno da
Nizza. Fu immediatamente intuito che i documenti sequestrati
testimoniavano l'esistenza di un' organizzazione che mirava a prendere il
possesso delle leve del potere in Italia; questi fascicoli non erano altro che
un elaborato a mezza via fra un manifesto ed uno studio di fattibilità di un
rovesciamento di stato nel paese. Conteneva una sorta di ruolino di marcia
per la penetrazione di esponenti della loggia nei settori chiave dello Stato,
indicazioni per l'avvio di opere di selezionato proselitismo e
opportunamente, anche un preventivo dei costi per l'acquisizione delle
funzioni vitali del potere: “La disponibilità di cifre non superiori a 30 o 40
miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben
selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo”21.
Lo stesso Gelli sminuirà in una delle sue note apparizioni alla stampa, il
significato di quel piano: “Non era altro che un'esposizione sullo stato della
nazione, lecita per qualsiasi cittadino che voglia esprimere il suo punto di
vista sull'andamento generale del paese”22. Sta di fatto che rileggendo
questo piano ai giorni d' oggi, esso risulta ambizioso e per certi versi
profetico, prevede infatti di “usare gli strumenti finanziari per l'immediata
nascita di due movimenti l'uno sulla sinistra e l'altro sulla destra”23; tali
movimenti “dovrebbero essere fondati da altrettanti club promotori”24.
Nell'attesa, il Piano suggerisce che con circa 10 miliardi è possibile
“inserirsi nell'attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare il
partito”. E che con “un costo aggiuntivo dai 5 ai 10 miliardi” si potrebbe
poi “provocare la scissione e la nascita di una libera confederazione
sindacale”.
Per quanto riguarda la libertà d' informazione e la stampa, le voci sono
molteplici e anche qui il discorso per quello che si vedrà, risulta essere in
qualche modo profetico; tra gli obiettivi a breve termine del Piano piduistico
risulterà che: “occorrerà redigere un elenco di almeno due o tre elementi
per ciascun quotidiano e periodico in modo tale che nessuno sappia

21
“Piano di Ricrescita Democratica”, Obiettivi, passo 2, 1976.
22
“Repubblica”, “Gelli e la P2”, 1999.
23
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 1-c, 1976.
24
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 1-d, 1976.

47
dell'altro”25; “ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di
simpatizzare per gli esponenti politici come sopra”26. Specifica poi:
“acquisire alcuni settimanali di battaglia”27, “coordinare tutta la stampa
provinciale e locale attraverso un'agenzia centralizzata”28, “coordinare
molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale”29; punto chiave di
tutto questo è “l'immediata costituzione della TV via cavo da impiantare a
catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del
Paese” . E’ facile constatare quanto le analisi in esso contenute, non
appaiano astratte ed avulse da ciò che concretamente è avvenuto nella realtà
della politica italiana; valga per tutte considerare quanto previsto dal punto:
“dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna”30, affermazione
questa che offre ampi spunti di meditazione quando si ponga mente alla data
della sua formulazione, il 1975, nonché alla singolare preveggenza di
quanto verificatosi successivamente nel campo della radiotelevisione.

3.2 Storia e implicazioni della loggia P2


La data precisa di fondazione della loggia massonica “Propaganda 2” non è
conosciuta con precisione, viene comprovato però che essa discende da una
precedente loggia "Propaganda" nata nel 1877 poi sciolta durante il
fascismo; è particolarmente nota comunque, che fosse un antico sodalizio
che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando nel
secolo scorso, la massoneria aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende
italiane. Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata, con l'
aiuto della massoneria americana, trasferendovi i massoni più in vista o che
dovevano restare “coperti”, cioè anonimi. La nuova loggia “Propaganda”
prenderà il numero 2 in seguito alla numerazione delle loggie, imposta dall'
organo regolatore della massoneria, il Grande Oriente d' Italia; la P2, seguirà
il corso della sua antenata, esercitando un certo controllo versa la vita
“profana” esterna alla loggia.
Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta
l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva
immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella
loggia P2 affidandogli un non meglio precisato incarico speciale; nel 1971

25
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 2, 1976.
26
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 2, 1976.
27
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 2-a, 1976.
28
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 2-b, 1976.
29
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 2-c, 1976.
30
“Piano di Ricrescita Democratica”, Procedimenti, passo 2-d, 1976.

48
Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia,
diventando la figura di maggior rilievo all' interno di “Propaganda 2”.
Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si
sono iscritti, dalle liste sequestrate dalla Commissione d' inchiesta
risulteranno questi dati di affiliazione, tutti presso cariche sociali e politiche
di rilievo: per il Ministero degli Affari Esteri si contano quattro affiliati di
cui un' ambasciatore a capo della segreteria generale e un direttore della
ragioneria centrale; per il Ministero dei Lavori Pubblici e per quello della
pubblica istruzione, rispettivamente quattro e trentaquattro elementi; per il
ministero delle Partecipazioni Statali ventuno iscritti, diciassette dipendenti
IRI e quattro dipendenti ENI; il ministero del Tesoro, ivi comprese le
banche, può contare un organico di sessantasette unità; al ministero della
Sanità si rinvengono tre iscritti, tra cui i primi dirigenti della divisione sugli
affari generali e della divisione sulle professioni sanitarie; per il ministero
dell'Industria e Commercio risultano affiliati tredici elementi, di cui il vice
presidente del CNEN, un direttore generale, l'amministratore delegato dell'
INA e il primo dirigente del ruolo di personale dell'energia nucleare NATO a
Bruxelles; nel ministero delle Finanze si contano cinquantadue affiliati,
mentre per quello di Grazia e Giustizia ve ne sono ventuno, compresi i
magistrati; si calcola comunque che gli iscritti alla loggia fossero 2500/3000
e non 963 come risulta dalle liste sequestrate ad Arezzo. Da ciò che si può
intuire dalla grande partecipazione di ufficiali appartenenti alle forze armate,
la loggia godeva pure della copertura dei Servizi Segreti, tra gli affiliati
infatti risulta esserci il generale Allavena che porterà in dote le copie dei
preziosi fascicoli del SIFAR, una vastissima raccolta di dossier su politici,
militari, ecclesiastici (Papa compreso), uomini di cultura, sindacalisti e
giornalisti del paese. Nel 1969 eminenti capi massonici diranno che grazie a
Gelli, 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine
di predisporre un “governo di colonnelli”, sempre preferibile ad un
“governo comunista”.
La stessa Commissione ha agli atti un verbale di una riunione della loggia
avvenuta nel 1972, da essa ci è dato apprendere che: “vanno annoverati la
situazione politica ed economica dell’Italia, la minaccia del Partito
comunista italiano, in accordo con il clericalismo, volta alla conquista del
potere, la carenza di potere delle forze dell'ordine, il dilagare del
malcostume, della sregolatezza e di tutti i più deteriori aspetti della
moralità e del civismo, la nostra posizione in caso di ascesa al potere dei
clerico-comunisti, i rapporti con lo Stato italiano". Inviando il verbale della
riunione agli iscritti che ad essa non avevano potuto prendere parte, Licio
Gelli scrivette: "Come potrai osservare, la filosofia è stata messa al bando
per occuparsi del mondo profano, ma abbiamo ritenuto, come riteniamo, di
dover affrontare solo argomenti solidi e concreti che interessano la vita
nazionale"; ed aggiungeva: "Molti hanno chiesto e non ci è stato possibile
dar loro nessuna risposta perché non ne avevamo, come dovremmo

49
comportarci se un mattino, al risveglio, trovassimo i clerico-comunisti che
si fossero impadroniti del potere: se chiuderci dentro una passiva
acquiescenza, oppure assumere determinate posizioni ed in base a quali
piani di emergenza". Di qui insorge una divisione netta nell' individuazione
della P2 come loggia massonica, in quanto nella massoneria ufficiale viene
vietato di occuparsi di fatti politici o economici, estranei alla filosofia
esoterica. Nel 1972 questa prende sempre più connotazione di Società
Segreta, quando il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia
in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di
segretezza così da evitare qualsiasi tipo di controllo. Alla Gran Loggia di
Napoli del Dicembre 1974, avvenne qualcosa di simile a un conclave
massonico, dove alcuni preoccupati confratelli tentarono di sciogliere la P2
e di abrogarne i regolamenti particolari, purtroppo senza successo, ormai
Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini quindi, il
maestro del Grande Oriente d'Italia, nonostante non vedesse di buon occhio
tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò
ufficialmente la permanenza della P2.
La loggia P2 valicherà i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi
dove non si limiterà a fare proselitismo ma parteciperà, nei modi che la
caratterizzano alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi; in
Argentina, per esempio favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa
del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto
delle isole Falkland nella primavera del 1982 . La loggia P2 risulterà attiva
in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e
non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime
“socialista” di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli
aderenti alla P2. Evidentemente a Ceausescu non era rimasto niente di
comunista e Gelli lo sapeva bene.
La loggia si configurò come uno degli organi più segreti ed immischiati del
panorama politico ed economico italiano, riportare interamente tutte le
vicende enigmatiche e criminali a cui è stata affiliata la P2 è pressoché
impossibile, sia per il numero elevato di intrighi in cui si è immischiata, sia
per il carattere di estrema segretezza della loggia, caratteristica che mantiene
aperti ancora ai giorni nostri, diversi punti interrogativi. La Loggia si
caratterizza così ai nostri occhi per una forte connotazione di anti-sistema e
di conseguenza per una sua accentuazione indirettamente eversiva, che si
riflette nelle allusioni ad eventuali soluzioni di tipo autoritario che il Gelli
non tralascia di ventilare all'elemento militare, il quale, come è noto dall
presenza capillare, costituisce se non l'elemento portante, comunque una
componente essenziale dell'organizzazione. Tra i fatti più importanti e di
diretta implicazione, sono celebri il caso del crack della Banca Ambrosiano
che portò all' omicidio di Roberto Calvi, il crack alla Finabanck, il crack
Sindona, diverse accuse di rapporti con bande terroristiche, di rapimento, di
omicidio e di cospirazioni politiche; oltretutto va ricordata l' azione rivolta

50
all' editoria e alla libertà d' informazione che vedeva nella tesi di
“controllare la società tramite la stampa”, un punto fermo del Piano
piduistico, come equilibratore sociale per le azioni della P2.

3.3 Le azioni rivolte ai media da parte della loggia P2


A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, un posto di rilievo nell'
attività della P2, viene occupato dall'operazione di infiltrazione e di
controllo del gruppo Rizzoli. Il presidente della Montedison, Eugenio Cefis
( iscritto alle liste), aveva coinvolto un' impresa nell'acquisizione della
società editoriale del Corriere della Sera, nel quadro delle lotte di potere
sviluppatesi in quegli anni tra diversi gruppi politici ed economici; la loggia
P2, in tutto questo intravede la possibilità di mettere in atto una operazione
che la nuova situazione politica rendeva opportuna e che s'inquadra nelle
previsioni del “Piano di Rinascita Democratica” a proposito della stampa.
La scoperta del Piano ha permesso di comprendere le ragioni dei notevoli
cambiamenti all'interno dei mass media italiani alla fine degli anni '70.
La scalata ai media italiani iniziò dall’obiettivo più ambito: il Corriere della
Sera, il quotidiano nazionale più diffuso e allo stesso tempo più autorevole.
Per questa operazione Licio Gelli fu sorretto dal suo braccio destro, l'
imprenditore Umberto Ortolani, dal banchiere Roberto Calvi, il quale
tramite il gruppo Ambrosiano sosteneva l' operazione, dall’imprenditore
Eugenio Cefis e dalle casse dello IOR, l’Istituto per le Opere di Religione.
Infine era necessario un editore interessato all’acquisto della testata
giornalistica italiana; per questo ruolo fu individuata l' impresa familiare dei
Rizzoli. I due fratelli convinti dalle buone maniere e dalle argomentazioni di
Ortolani e Gelli ad entrare nella P2, anche se vi si iscrisse solo Angelo,
nipote capostipite dell' azienda editrice.
I Rizzoli, sostenuti finanziariamente da Eugenio Cefis, nel 1974 si decisero
quindi per l'acquisto, ma si resero conto ben presto che l'operazione si
sarebbe rivelata molto più onerosa di quello che ci si sarebbe aspettato,
facendo piombare in crisi l' azienda sotto le pressione dei debiti presso la
Banca Commerciale Italiana. Angelo Rizzoli quindi si mise alla ricerca di
altri fondi presso le banche italiane, inconsapevole del fatto che molte erano
presiedute o dirette da affiliati della P2, e che quindi la decisione di
concedergli nuovi liquidi era condizionata dal parere di Gelli. Non vedendo
altre vie di uscita, nel luglio del 1977 si appellò al Maestro Venerabile questi
gli concesse nuovi fondi: la struttura estera del Banco Ambrosiano avrebbe
fornito infatti gli ingenti capitali (11,8 milioni di dollari) necessari per
rimborsare una parte dei finanziamenti concessi dalla BCI, mentre lo IOR

51
avrebbe fornito alla Rizzoli Editore i fondi per completare l'operazione
Corriere della Sera. Questo rese i Rizzoli sempre più indebitati nei confronti
della loggia ed economicamente deboli, grazie a ciò non fu difficile far
passare il controllo della casa editrice al sistema “Propaganda 2”.
Gelli così ottenne il primo obiettivo del “Piano di Rinascita Democratica”:
inserì nei posti chiave della Rizzoli i suoi uomini, uno su tutti Franco Di
Bella al posto di Pietro Ottone, come direttore del “Corriere della Sera”. Il
controllo del quotidiano dava alla P2 un potere enorme, si sviluppa da
questo momento un sottile e continuo condizionamento della linea seguita
dal quotidiano come posto in evidenza dal Comitato di redazione e di
fabbrica che attraverso una esamina degli articoli pubblicati in quegli anni,
ha sottolineato come possa essere difficilmente contestabile un'influenza
piduistica. Questa avveniva con l'emarginazione di giornalisti scomodi, con
la possibilità di censurarli, come capitò a Enzo Biagi, che sarebbe dovuto
partire come corrispondente per l' Argentina, governata da una giunta
militare golpista; in più poteva inserire nell' organico del quotidiano
personaggi affiliati alla loggia, come Maurizio Costanzo, Silvio Berlusconi,
Fabrizio Trecca, con l'ovvio intento di pubblicare articoli graditi alle alte
sfere della P2. Oltretutto poteva condizionare ai propri voleri la condotta dei
politici, ai quali l' adesione all’area piduista era ripagata con articoli e
interviste compiacenti che garantivano visibilità presso l’opinione pubblica.
Nasce così l'operazione di concentrazione di testate che opera
programmaticamente nel senso di allineare, un blocco di quotidiani nel
quale si riconoscesse la maggioranza di quei ceti medi rivelatisi capaci di
così imprevisti scarti elettorali. Nel 1977 la P2 spinse i Rizzoli verso
l’acquisizione di molti altri quotidiani destinati a raggiungere il maggior
numero di lettori
ed influenzare così, l'opinione pubblica; tra le nuove testate vanno
annoverate Il Piccolo di Trieste, Il Giornale di Sicilia di Palermo, l'Alto
Adige di Bolzano e la Gazzetta dello Sport. Nel 1978 la P2 si arricchì
dell’Eco di Padova ed entrò nella proprietà de Il Lavoro di Genova, in
incominciò a finanziare l’Adige di Trento; l' anno dopo la Rizzoli aumentò
la propria quota azionaria del periodico TV Sorrisi e Canzoni portandola al
52% ottenendone il controllo. Infine, nonostante l'opposizione dei Rizzoli,
venne fondato L' Occhio, con direttore Maurizio Costanzo, piduista, che fu
direttore anche del telegiornale “Contatto”, il primo notiziario nazionale non
Rai andato in onda nel 1980 sulla rete “PIN - Primarete Indipendente”,
guarda caso anche questa del gruppo editoriale in esame. Cifre alla mano,
analizzata la concentrazione delle testate messa in atto dalla Rizzoli-P2, è
bene rimarcare che l’oligopolio della stampa è un limite alla libertà;
oltretutto nel progetto della loggia le imprese Rizzoli assolvono una duplice
funzione: da un lato, sono utilizzate quali strumenti operativi per fare da
sponda ad operazioni finanziarie condotte nell'interesse di affiliati, dall'altro
rappresentano il polo aggregativo di un sempre maggior numero di testate

52
che facendo perno sul Corriere della Sera, si sviluppa con interventi
partecipativi in imprese editrici di quotidiani a carattere locale. Valga
d'esempio la serie di articoli inquadrati nell'occhiello “Le cose che non
vanno”, pubblicati senza firma: scorrendone i titoli ( “La giustizia umiliata”,
“Due decreti non cancellano le colpe dello Stato”, “La scuola rotta”,
“Bisogno di pulizia”, “Le piaghe della sanità”, “La polizia liquefatta”),
sembra di leggere altrettanti capoversi del piano di rinascita democratica,
dal quale mutuano l'allarmismo pessimista proprio di tanti documenti della
loggia, così lontano dalla critica costruttiva che al sistema rivolge chi in esso
tuttavia si riconosce.
Secondo il piduista Antonio Buono, magistrato presidente del tribunale di
Forlì e collaboratore de Il Giornale, nel corso di un incontro a Cesena Gelli
lo avrebbe informato del progetto di creare un “trust” di testate nell'ambito
della Rizzoli, in funzione antimarxista e anticomunista; si sarebbe dovuta
creare anche, una agenzia di informazione alternativa all'Ansa che avrebbe
trasmesso le veline ai vari direttori di questi giornali associati.
Nell’occasione, il Venerabile incaricò Buono di reclutare il direttore de il
Giornale. Sebbene secondo persone vicine a Indro Montanelli in realtà
Buono non avesse alcun ascendente su di lui, scrissero per il Giornale
almeno due personaggi in contatto con gli ambienti massonici: lo stesso
Buono e Michael Ledeen, corrispondente per il quotidiano, legato a CIA,
SISMI e alla stessa P2.
Il direttore e in parte proprietario de il Giornale, Montanelli, era allo scuro
delle macchinazioni dell loggia P2 ed incontrò Gelli in un Hotel a Roma,
durante un periodo di non poche difficoltà per la sopravvivenza della testata
su cui lavorava. Il gran maestro si rivolse a lui dicendo che i problemi
finanziari no erano nulla, il vero nodo sarebbe stato nella stampa italiana,
troppo divisa e settaria che avrebbe avuto bisogno di un indirizzo univoco,
gestito da un unico padrone. Montanelli rimase sconcertato, rispondendo
che l' unica soluzione per un atto del genere era un golpe fascista, Gelli
rispose che sarebbe bastato semplicemente comprare le proprietà dei
giornali. Dopo quell' incontro, il giornalista di Fucecchio definì il gran
maestro come “Il più grande farabolano con cui abbia mai avuto a che
fare”; purtroppo però viste le critiche condizioni finanziarie il quotidiano
passò comunque nelle mani dei progetti della P2: nel 1978 Silvio Berlusconi
entrò nella proprietà con una quota azionaria del 30%, presumibilmente
seguendo la strategia seguita da Licio Gelli e dalla sua nota affermazione:
“Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media”.
Una volta scoppiato lo scandalo P2, con la scoperta delle liste e del Piano, la
loggia fu sciolta e i colpevoli processati; le ripercussioni sul gruppo Rizzoli
furono enormi: nel 1982 la gloriosa casa editrice è costretta a portare i libri
contabili in tribunale, proprio dopo che la Loggia P2 era stata
“'scoperchiata” dai magistrati milanesi; il Corriere della Sera ne uscì
pesantemente screditato e perse dal 1981 al 1983 100.000 copie, nonché le

53
firme di Enzo Biagi, Alberto Ronchey e Gaetano Scardocchia. Franco Di
Bella lasciò la direzione e venne sostituito da Alberto Cavallari; l’Occhio
venne chiuso, Il Piccolo, l’Alto Adige e Il Lavoro ceduti.
Nessuna ripercussione si ebbe invece per Canale 5 ed il suo proprietario
Silvio Berlusconi, che nello stesso anno dello scandalo acquisì Italia 1 e solo
l'anno successivo Rete 4, d'altronde quando Gelli parla di Berlusconi è
lapidario, come quello che dichiara all' Indipendente nel febbraio 1996 :
“Ha preso il nostro Piano di Rinascita Democratica e lo ha copiato quasi
tutto”.31

3.4 I “Furbetti del quartiere” dei giorni d’ oggi


Alla luce dello scandalo, dei processi e delle sentenze dei giudici, sul caso
“Propaganda 2” va detto che gran parte di ciò che esprimeva il “Piano di
Ricrescita Democratica” è stato comunque attuato e che molte personalità
iscritte alla loggia sono rimaste impunite e tuttora ricoprono importanti
posizioni nel paese. Confrontando i fascicoli del Piano con l' attuale
programma di governo, si potranno notare moltissime stranezze e
coincidenze, almeno per chi crede ancora alle coincidenze.
A questo proposito è interessante vedere un elenco pubblicato dal giornalista
Marco Travaglio su “Avvenimenti”, dal titolo “Le pagine gialle della P2.
Ovvero, cosa fanno adesso?”; La lista è in ordine alfabetico, non inserisce
tutti coloro che sono implicati con la P2 ma comunque una buona parte dei
più importanti ancora in attività; ovviamente inizia citando Berlusconi
Silvio, tessera P2 n° 1816, al quale non c'è bisogno di aggiungere nulla sul
ruolo che ricopre ai giorni d' oggi, poi continua con diverse personalità
quali:

− Cicchitto Fabrizio, tessera n° 2232: deputato e vicecoordinatore


nazionale di Forza Italia, nonché editorialista de Il Giornale.
− Ciuni Roberto, tessera n° 2101: collaboratore de Il Giornale e
Panorama.
− Costanzo Maurizio, tessera n° 1819: conduttore di Buona Domenica,
il Maurizio Costanzo Show e de Il diario su Canale 5 nonché
consulente per La 7.
− Croce Giuseppe, tessera n° 2071: Giudice per le Indagini Preliminari
a Roma.
− De Carolis Massimo, tessera n°1815: avvocato, amico di Siniscalco,

31
“L’ Indipendente”, “La nuova P2”, 1996.

54
attuale esponente di Forza Italia.
− Donelli Massimo, tessera n° 2207: attuale direttore di TV Sorrisi e
Canzoni del gruppo Mediaset.
− Fiori Publio, tessera n° 1878: deputato di AN e fu vicepresidente
della Camera.
− Gervaso Roberto tessera n° 1813: ha una rubrica fissa su Rete 4,
Peste e corna e sul Messaggero.
− Manca Enrico, tessera n° 2148: dirige l'associazione “Pol-Is” per il
“rinnovamento della politica e della democrazia”. Attualmente nelle
file del PD di Veltroni.
− Martino Antonio, aveva presentato domanda scritta di affiliazione,
non fecero in tempo ad approvare il suo ingresso nella P2: fu il
Ministro della Difesa nel 2006.
− Memmo Roberto tessera n° 1651: avvocato e finanziere dirige la
"Fondazione Memmo per l'arte e la cultura".
− Mosca Paolo tessera n° 2100: oggi direttore del rotocalco Vip e
titolare di rubrica fissa quotidiana su Unomattina, in Rai.
− Nebiolo Gino, tessera n. 2097: attuale giornalista del Foglio di
Ferrara e del Giornale di Sicilia.
− Picchioni Rolando, tessera n° 2095: attuale segretario della
Fondazione del Libro di Torino (ente organizzatore del Salone del
Libro) e direttore esecutivo del World Political Forum. Viene dato
come candidato alla poltrona di assessore alla cultura nella nuova
giunta regionale piemontese.
− Rizzoli Angelo, tessera n° 1977: attuale produttore di cinema TV
per Rai e Mediaset.
− Savoia Vittorio Emanuele, tessera n° 1621: mediatore d'affari.
− Selva Gustavo, tessera n°1814: deputato di An, fu presidente della
Commissione Esteri.
− Sensini Alberto piduista "interruptus", come Antonio Martino:
giornalista del Gazzettino.
− Trifone Trecca Fabrizio, tessera n° 1748: titolare di rubrica fissa di
medicina "Vivere bene" su Rete 4.
− Valori Giancarlo Elia, fascicolo n° 0283, espulso dallo stesso Gelli:
Presidente della Società Italiana Autostrade e del consorzio di
telefonia "Blu" e attuale Presidente dell'Unione Industriale di
Roma.32

Questo elenco può spiegare come sia stato possibile, che trent' anni dopo la
scoperta delle liste e del Piano, esso sia stato in gran parte attuato. Il
programma della P2, può spiegare l’attuale riforma della scuola e della

32
“Avvenimenti”, “Le Pagine Gialle della P2”, 2007.

55
magistratura, i maggiori poteri del Premier, il presidenzialismo, spiega
l’importanza della nascita di partiti di impronta rotariana come quello di
Forza Italia e riguardo alla situazione mediatica odierna è veramente molto
preciso. Tra tutti questi punti, la parte indicante i mezzi d' informazione è
quella che ha avuto maggior portata e importanza, in particolar modo le
indicazioni riguardanti lo smembramento della RAI che infatti è allo sfascio
completo, non per incuria ma perché era stabilito che la TV di Stato doveva
finire male per favorire “qualche altra rete”. La scalata al Corriere della Sera
negli anni '70 e la creazione di giornali satellite intorno, fu una delle azioni
di accentramento della stampa previsti dal Piano di Gelli, il quale così
facendo riportava la situazione dei media a gli anni del fascismo, quando
vigeva un solo ed incontrastato “signore dell' informazione”; dopo il
processo, rimasero comunque sulla scena numerosi furbetti del quartiere,
imprenditori ed ex piduisti che continuavano a volersi imporre come
padroni dell' informazione, su tutti, la persona che si è avvicinata di più a
questo, rimane Silvio Berlusconi.
Questo rincorrersi di nomi legati alla P2, nonostante siano stati travolti dallo
scandalo, tutt'oggi rivestono un importante ruolo nella società in quegli
stessi ambiti che avevano all'epoca; questo loro continuare a mantenere
posizioni di rilievo nel mondo dell'informazione, della cultura e della
politica non può che destare grandi preoccupazioni.
Berlusconi con le sue reti televisive, macchinando le scelte politiche per
poter trasmettere, non solo ha indirizzato la massa sulle scelte, consumi,
abitudini... ma gli ha consentito dopo una campagna elettorale mediatica
senza pari, di diventare Presidente del Consiglio dal nulla, con un partito
nato dal niente che ha rapidamente ottenuto consensi tali da consentirgli di
guidare il paese svariate volte. Le sue reti poi, cosa forse ancora più grave,
hanno consentito di imbarbarire la cultura oltre che l'informazione, con i
suoi programmi spazzatura che hanno di forza costretto tutti ad uniformarsi
ad un clichet povero e di basso livello, costringendo la televisione a
trasformarsi in un vuoto contenitore, privo di contenuti e ricco di inezie,
contribuendo all' intorpidimento delle menti di chi la guarda. Per non parlare
dell' uniformazione dell' informazione del paese, ridotta ad una serie di
notizie da tavolino, corrotte ed annacquate create per nascondere fatti più
importanti di cui non si parla.
Nel 1978 Berlusconi, pensò di entrare nella proprietà de il Giornale, al quale
offrì il proprio sostegno come editore. Il quotidiano si trovava in un periodo
di difficoltà economica e Montanelli accettò l'offerta di Berlusconi, che
rilevò il 30% della "Società Europea di Edizioni", salvandola dal crack. Nel
1990 con l'entrata in vigore di una nuova legge su televisioni e giornali,
veniva introdotta la proibizione, per chi detenesse la proprietà di un canale
televisivo, di avere contemporaneamente il controllo di un quotidiano,
Berlusconi così cedette la società editrice a suo fratello Paolo, rimanendo
azionista solo con una quota di minoranza, il 29%. Quando nel 1994

56
Berlusconi fondò Forza Italia, non aveva ancora neppure mai messo piede
in redazione, si recò quindi personalmente nella sede del quotidiano durante
un'assemblea, chiedendo esplicitamente ai redattori l' appoggio del Giornale
durante la campagna elettorale, per la sua parte politica. Montanelli, in tanti
anni di direzione non aveva mai subito pressioni simili, fu un duro colpo
alla propria indipendenza e trasse la conclusione che il quotidiano da lui
fondato si apprestava a diventare un giornale di partito; Montanelli si dimise
affermando che vi era una "rottura insanabile con la proprietà". Montanelli
se ne andò portando con sé quaranta giornalisti della redazione, fra questi i
vicedirettori Federico Orlando e Michele Sarcina, gli intellettuali Geno
Pampaloni e Nicola Matteucci.
A metà degli anni '80 poi, Silvio Berlusconi acquisisce quote sempre più
consistenti della Mondadori, rimanendo tuttavia un socio di minoranza; nel
1988 acquista altre azioni e dichiara che da quel momento in poi prenderà
un ruolo di primo piano nella gestione della società editoriale. Con questo
acquisto azionario, la Arnoldo Mondadori Editore diviene in mano a 3
soggetti, la Fininvest, la CIR di Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton,
gli eredi di Arnoldo Mondadori. Carlo De Benedetti non approva l'idea di
Berlusconi di amministrare personalmente la società e corre ai ripari
stipulando un'alleanza con la famiglia Formenton; in pratica De Benedetti
riesce a convincere la famiglia a sostenerlo e a vendergli le azioni
dell'azienda entro gennaio 1991.Nel novembre del 1989 però, la famiglia
Formenton cambia radicalmente idea e si schiera dalla parte di Berlusconi,
consentendo al magnate della Fininvest di insediarsi come nuovo presidente
della compagnia; De Benedetti protesta, forte dell'accordo scritto stabilito
pochi mesi prima con i Formenton, ma i vari schieramenti non trovano un
accordo soddisfacente per tutti e decidono quindi unanimemente di ricorrere
ad un Lodo Arbitrale. Viene quindi organizzato l'arbitrato; chiamato a
decidere c'è un collegio di tre arbitri, scelti di comune accordo da De
Benedetti, i Formenton e la Corte di Cassazione. Il 20 giugno 1990 si ha il
primo inequivocabile verdetto: l'accordo tra De Benedetti e i Formenton è
ancora valido a tutti gli effetti, le azioni Mondadori devono tornare alla CIR;
come conseguenza immediata di tutto ciò, Silvio Berlusconi lascia la
presidenza di Mondadori e i suoi dirigenti Fininvest lo imitano, venendo
rimpiazzati da quelli dell'ingegner De Benedetti.
Berlusconi e i Formenton tuttavia, non gettano la spugna e impugnano il
Lodo Arbitrale davanti alla Corte di Appello di Roma, la quale stabilisce che
ad occuparsi del caso sarà la "I Sezione Civile", presieduta da Arnaldo
Valente e il giudice relatore Vittorio Metta. A gennaio del 1991 si chiude la
camera di consiglio e la sentenza viene depositata e resa pubblica 10 giorni
dopo: la sentenza annulla il precedente verdetto del Lodo Arbitrale e
consegna nuovamente le azioni della Mondadori in mano alla Fininvest di
Berlusconi.
Nonostante il successo giudiziario, le cose si complicano per Berlusconi

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quando i direttori e i dipendenti di alcuni giornali si ribellano al nuovo
proprietario; nella vicenda interviene Giulio Andreotti che convoca le parti e
le invita a trovare un accordo di transazione, è così che la Repubblica,
L'Espresso e altri giornali periodici locali tornano alla CIR, mentre
Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restano alla Fininvest, che
riceve anche 365 miliardi di lire di conguaglio.
Nel 1995 esce fuori l' illegalità di questa operazione, in seguito ad alcune
dichiarazioni di Stefania Ariosto, compagna del deputato di Forza Italia
Vittorio Dotti, la magistratura cominciò ad indagare sulla genuinità della
sentenza. Stefania Ariosto dichiarò che sia il giudice Valente che il giudice
Metta erano amici intimi di Cesare Previti e frequentavano la sua casa,
inoltre la donna testimoniò di aver sentito Previti parlare di tangenti a
giudici romani. Il pool di giudici milanesi si mise in moto e riuscì a
rintracciare dei sospetti movimenti di denaro che andavano dalla Fininvest
ai conti esteri degli avvocati dell' impresa, per poi passare al giudice Metta.
Nel febbraio 1991, una società Off-shore di Berlusconi dal nome All Iberian
emette un bonifico di 2.732.868 dollari americani, circa 3 miliardi di lire
italiane, al conto bancario di Cesare Previti, il quale dopo vari giri, preleva
400 milioni in contanti e li fa recapitare a un misterioso destinatario:
secondo l’accusa, Vittorio Metta. Il giudice Metta infatti, nei mesi successivi
dimostra una liquidità incredibile, acquista e ristruttura un appartamento e
una nuova auto, soprattutto con denaro contante di provenienza imprecisata;
in ultimo, si dimette dalla magistratura, diventa avvocato e va a lavorare
nello studio Previti. Dopo le sentenze delle varie Corti, nel 2007 la II
sezione penale della Cassazione ha reso definitiva la condanna ad un anno e
sei mesi per Cesare Previti e il giudice Metta; questa sentenza stabilisce in
modo definitivo che la sentenza del 1991, con cui la Corte di appello di
Roma dava la maggioranza della Mondadori a Silvio Berlusconi era frutto di
corruzione. La sentenza di appello del processo Mondadori a carico di
Previti, confermata dalla Cassazione, dice esplicitamente che il Cavaliere
aveva “la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di
mercimonio”. Del resto, “la retribuzione del giudice corrotto è fatta
nell’interesse e su incarico del corruttore”, cioè di Silvio Berlusconi. Il
denaro adoperato per la corruzione proviene dal conto All Iberian che
secondo i suoi stessi avvocati, era un conto personale di Berlusconi. Il
premier comunque fu prescritto anche se il reato fu comunque constatato e
gli avvocati Previti e Metta, rimasero riconosciuti, tuttora, nell' Albo
Nazionale degli Avvocati; a seguito di questa sentenza l'imprenditore Carlo
De Benedetti, a cui la sentenza di Metta portò via la Mondadori, ha
annunciato che chiederà un risarcimento di un miliardo di euro.
Alle azioni di Berlusconi nel campo dei media, ha contribuito un altro
importante personaggio legato alla P2: Maurizio Costanzo, tramite le sue
rubriche e il “controllo” di La 7 di cui è consulente; azioni cui contribuisce
la stessa Rizzoli, che produce fiction per Rai e Mediaset, reti che ormai si

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confondono tra loro, tanto piatta è la programmazione e la qualità degli
spettacoli proposti. Una piattezza di informazione preoccupante, che apre le
porte al qualunquismo, alla demagogia, al populismo: consentendo di
lanciare messaggi apparentemente innocui ma fondamentalmente politici,
espressi mediante un linguaggio semplice, che fa presa, che crea consensi e
opinioni.
Non vuole essere una caccia alle streghe ma qualche perplessità, spegnendo
la televisione ed accendendo il cervello è inevitabile che nasca, notando
come personaggi piduistici ancora ricoprano ruoli vantaggiosi nel paese.
Impossibile dimenticare a questo punto, le “staffette” tra Santoro (in RAI) e
Costanzo (in Mediaset) quale importante capitolo della storia televisiva
nostrana, non solo perchè creava una sorta di “gemellaggio” tra due reti
concorrenti ma anche e soprattutto per l’oggetto di quelle trasmissioni: la
Mafia. Costanzo all’epoca era amico di Falcone, che invitava spesso al suo
Show, il suo impegno come giornalista e uomo nella lotta alla mafia lo portò
ovviamente a diventare un bersaglio, al punto che finisce vittima di un
attentato nel 1993, una autobomba esplode al passaggio della sua auto.
Nessuna vittima, solo i due agenti privati di scorta, feriti lievemente.
Il periodo è quello dell’escalation della mafia, quell’esplosione di violenza
che culminò nelle stragi di Capaci e di Via Amelio in cui persero la vita
prima Falcone e poi Borsellino; a distanza di anni ritorna la stagione delle
bombe, ma soprattutto una stagione di misteri: dopo la bomba a Costanzo ai
Parioli, tocca a Firenze, questa volta portando 5 morti; poi ancora Milano,
altri 5 morti; infine Roma, piazza San Giovanni, nessuna vittima, poi il
silenzio.
Sono anni difficili, anni di cambiamento: sono gli anni di Mani Pulite, che
fa piazza pulita di una classe politica corrotta, sono gli anni del referendum
per il maggioritario, quelli che avrebbero dovuto portare ad una sorta di
“moralizzazione” del paese, al punto che si parla di “Seconda Repubblica”,
ciò che portò alla nascita di Forza Italia e alla “discesa in campo” di Silvio
Berlusconi nella politica. Singolare notare che la scena politica cambia con
un uomo della P2 e Costanzo, altro piduista lavora per lui: politica e
informazione ecco che riappare il “Piano di Rinascita Democratica” della
P2.
La figura di Maurizio Costanzo è importante e primaria fin dai tempi della
P2 organizzata da Gelli; egli inizia la sua carriera di giornalista come
cronista al Paese Sera ma diventa famoso negli anni settanta con la TV,
grazie al talk show Bontà Loro e Acquario in RAI, oltre che con il Maurizio
Costanzo Show in Mediaset. Nel 1978 diventa direttore de La Domenica del
Corriere e nel 79 de L’Occhio, edito da Rizzoli ovviamente in certi legami
con la P2; a giudicare da come ricorra nella storia professionale di Costanzo
il suo passato piduista, viene difficile pensare ad una semplice casualità. E
se ripensiamo al Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, che
prevedeva notoriamente il controllo dell’informazione, l’ipotesi del caso

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diventa ancora più remota.
Lo stesso Rizzoli dichiarò alla Commissione d' Inchiesta sulla P2 che:
“Posso dire che il giornalista Maurizio Costanzo entrò nel gruppo Rizzoli
su precisa raccomandazione di Licio Gelli, il quale era in stretti rapporti
col predetto e alla cui carriera mostrava di tenere particolarmente”. E poi
ancora rimarcava: “Il Costanzo era un vero e proprio superprotetto del
Gelli...”. Fu così che il giornalista divenne dapprima direttore della
“Domenica del Corriere”, poi dei servizi giornalistici della TV privata della
Rizzoli, poi ancora del quotidiano “L'Occhio”.
All’indomani dello scandalo “Propaganda 2”, Costanzo viene allontanato
dalla RAI ma troverà comunque accoglienza nelle televisioni di Silvio
Berlusconi, totalmente snobbato dalle sentenze; in fondo i due sono stati
compagni di loggia, ed è piuttosto ovvio che si aiutino a vicenda.
E’ anche vero che Costanzo ha cambiato il modo di fare televisione: il talk
show si è trasferito in teatro, ed ha dato spazio a personalità della politica,
dello spettacolo, ma anche a varia umanità, rendendo famosi personaggi
altrimenti anonimi: l’uomo della strada che porta il trionfo del populismo,
inteso però come “avvicinare il popolo dalla parte della TV”.
Dalla nascita del Costanzo Show ad oggi le cariche di cui il giornalista è
titolare non si contano: tra le tante diventa nel 1999 presidente di
Mediatrade, società del gruppo Mediaset che si occupa di fiction; più di
recente nasce la società “Maurizio Costanzo Comunicazione”, controllata al
50% da Costanzo e al 50 % da “21 Investimenti”, la banca di affari di
Alessandro Benetton: la “Maurizio Costanzo Comunicazione” è una società
che si rivolge appunto al mondo della comunicazione orientandosi in
qualsiasi settore, dal mondo dello spettacolo, a quello dello sport, da quello
della politica a quello dell’economia.
Oltretutto Costanzo è ufficialmente consulente per la rete televisiva La7,
meno ufficialmente decide che tipo di informazione farvi girare, questo nei
piani di Berlusconi sarebbe dovuto essere il “terzo polo”, l’alternativa
all’appiattimento televisivo. Aldo Grasso, editorialista e critico televisivo
del Corriere della Sera sostiene che “Costanzo è ormai il Cuccia del mondo
televisivo, le sue prestazioni andrebbero recensite non più nelle pagine degli
spettacoli ma in quelle politiche, il suo talk-show è... un vero centro di
potere. E come tutti i poteri non conosce altro meccanismo che la
moltiplicazione di sé, l'occupazione di nuovi spazi su altri canali”.
Nel frattempo nascono trasmissioni contenitore come Buona Domenica, in
concorrenza a Domenica In della Rai… ed entrambe scivolano lentamente
verso la bassa qualità, trasformando la domenica pomeriggio degli italiani
dal semplice disimpegno, alla ricerca del “gossip” e del “pettegolezzo”,
sempre più urlato e sempre meno pacato. Tutta la televisione italiana
lentamente scende di livello, entra nelle case degli italiani e li fa assistere a
litigate “da condominio”, a una politica da operetta, abbassando
criticamente la cultura del paese come non si era mai visto prima. Meno la

60
società sa e meno si preoccupa dei fatti realmente importanti, più è facile
mantenere il controllo su di essa, dispensando informazioni incorrette e di
parte; questo lo sa bene Berlusconi quanto lo sapeva Licio Gelli negli anni
'70. Il controllo dei media e dell' informazione rimane sempre un fatto
attualissimo che l' Italia si porta avanti dall' epoca fascista; il metodo non è
cambiato durante il tempo, dato che le misure preventive riguardano sempre
gli stessi metodi: censura, propaganda e disinformazione, attuate tramite la
proprietà di un mezzo o tramite la modifica di leggi “ad personam”.

3.4 Cosa pensano di noi all’ estero

Possiamo dedurre quanto delicato e intricato sia, il discorso sulla libertà d'
informazione nel nostro paese, dalla serie di provvedimenti, azioni e
intrighi in cui si sono ritrovati nella storia i vari governi che si sono posti
sul problema. Deduzioni che arrivano da una facile interpretazione di ciò
che è successo nel quadro della P2, in ambito politico, giudiziario e
commerciale; veramente poco però, si è potuto trarre dai media del paese
che nella maggior parte dei casi ha ritenuto più corretto (possiamo
immaginare il perché), il silenzio assoluto su tutta l' intricata faccenda sull'
informazione della penisola italiana. Il tema sulla “Libertà d’
Informazione”, è un argomento che spesso accende gli animi nel nostro
paese. Va da sé che, per non incorrere in una sorta di “pentitio principii”, ho
usato fonti internazionali per esaminare dall’ esterno il caso mediatico
italiano; se infatti fosse vera l’ ipotesi di una non libertà d’ informazione in
Italia, questo porterebbe a ritenere le fonti italiane “compromesse” o
almeno parzialmente, non affidabili. Da qui la necessità di citare le opinioni
di fonti internazionali, sicuramente più lontane dai teatrini televisivi della
politica italiana e dai chiassosi battibecchi tra gli opposti schieramenti.
Quello che emerge, è un quadro generale che non è mai stato, fin dalle sue
origini, particolarmente roseo, dal Rapporto Speciale dell’ esperto ONU
sulla libertà di stampa, il keniota Ambeyi Ligabo, vengono fuori queste
verità: “In accordo con le informazioni ricevute dal Rapporto Speciale, la
televisione pubblica RAI, risulta fortemente politicizzata sin dalla sua
creazione nel 1954. A quel tempo, fino ai mutamenti politici del 1980, la
televisione pubblica italiana era controllata dal partito politico al potere:
la Democrazia Cristiana”33. Una ricostruzione storicamente fedele dei fatti,

33
“Special Rapport of ONU”, 2002.

61
affermare infatti che il problema italiano della libertà d’ informazione nasca
con Berlusconi, sarebbe fuorviante e riduttivo. Tuttavia, stando ai rapporti e
ai documenti ufficiali delle principali “ONG” e “Istituzioni” mondiali ed
europee prese in esame, si delinea abbastanza chiaramente un generale
peggioramento e deterioramento degli spazi di libera espressione nella
penisola.
La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, nella risoluzione
del 5 Marzo 1993, decise di istituire la figura del “Rapporto Speciale”
annuo sulla situazione mondiale, al fine di promuovere e proteggere il
diritto della libertà d’ espressione nei vari paesi; per ciò che riguarderà l’
Italia, il rapporto dipinge un quadro a tinte fosche, includendo un breve
excursus storico dalla nascita della tanto criticata lottizzazione ai giorni
nostri. Esso distingue tre problemi che caratterizzano nel loro insieme la
fetta più grande dell’ anomalia italiana: la concentrazione dei media in un
duopolio preesistente al Governo Berlusconi ma di cui egli stesso
rappresenta comunque una delle due parti; l’ evidente conflitto d’ interesse
del Primo Ministro, in quanto anche proprietario delle reti Fininvest, di
Mondadori, di Pubblitalia, ecc.; il forte controllo politico da sempre
esercitato sulla televisione pubblica RAI dai vari governi in carica. La
relazione si chiude poi, con una serie di raccomandazioni sul problema,
dalle quali bisognerebbe prendere seriamente spunto per cambiare le cose;
incoraggia le autorità a prendere le misure necessarie a depoliticizzare il
settore dei media, con particolare riguardo per l’ utilizzo della televisione
pubblica e l’allocazione delle testate giornalistiche, oltretutto: “Ci si
raccomanda fortemente che il conflitto d’ interessi, in particolare quello
concernente il Presidente del Consiglio dei Ministri, sia analizzato in
ordine di trovare una sostanziosa soluzione, affinché l’ influenza politica
sui media venga ridotta significatamente”34.
L’ International Press Institute, nel suo rapporto annuale “World Press
Freedom Review” dedica all’ Italia un largo capitolo, denunciando un
quadro preoccupante per una democrazia occidentale: “L’Italia è un paese
diverso dagli altri stati europei: in nessun altro di questi il Primo Ministro
alla testa del governo, è anche colui che può esercitare immenso potere sui
media televisivi e sulla stampa”35.
L’ European Federetion of Journalist (EFJ), la più grande organizzazione
giornalistica in Europa, in base a una risoluzione addotata nel meeting di
Praga nel 2003, si è impegnata ad investigare la situazione dei media in
Italia, il risultato di tale sforzo è il rapporto “Crisis in Italian Media: How
Poor Politics and Flawed Legislation Put Journalism Under Pressure”36, il
titolo non necessita di traduzioni per lasciar presagire cattive notizie. Le
conclusioni sono riassunte in otto duri punti contro le libertà del paese;
34
“Special Rapport of ONU”, 2002.
35
http://www.freemedia.at/wpfr/Europe/italy.html
36
http://www.ifj-europe.org/pdfs/Italy%20Mission%20Final.pdf

62
essenzialmente risulta che è impossibile non concludere che la crisi
mediatica in Italia sia profonda e rischiosa; continua affermando che esiste
un grave difetto nel sistema, dato da una mancanza di consapevolezza
pubblica che crea un pauroso elemento di paralisi politica e un grande
senso di disagio sul futuro dei media nel paese.
Non da meno la pensa “The Freedom House”, nel suo rapporto teso a
fornire il quadro a livello mondiale sull’ indice di libertà d’ informazione:
nel rapporo di quest’ anno l’ Italia si trova al 74° posto, ultimo tra le nazioni
dell’ Europa Occidentale, preceduta da nazioni come Ghana, Papua e
Nuova Guinea e considerata a livello di libertà solo “parzialmente libera”.
Non finisce qui purtroppo, pare che chiunque nel resto del mondo abbia
emesso le sue sentenze sul sistema dei media in Italia, molteplici critiche
mai prese in esame dalle testate o dalle televisioni del paese, tranne che da
pochi baluardi della libertà d’ informazione, comunque sempre malvisti,
criticati o diffamati ingiustificatamente dai media ufficiali.
L OCSE, l’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa,
collabora stabilmente con le Nazioni Unite per prevenire conflitti e gestire
le crisi nei paesi membri; nel 2005 pubblica un importante rapporto dal
titolo “Visita all’ Italia: La Legge Gasparri”, che passa nel silenzio totale
dei media italiani. Esso non solo è un esame della legge ma un’ ottima
ricostruzione storica di quella che viene chiamata all’ estero “The Italian
Anomaly”. Ripercorre gli albori della lottizzazione, passa per la legge
Mammì e mette in guardia contro l’ eccessiva concentrazione dei media
nelle mani del Primo Ministro Berlusconi, sanzionando il visibile conflitto
d’ interessi: “In una Democrazia, è inaccettabile che sia il potere dei media
che quello del pubblico esercizio, risiedano nelle mani di un’ unica
persona”37.
Sempre nel campo del vecchio continente, il Parlamento Europeo aveva
pure approvato, con larghissima maggioranza ( 237 si, 24 no), un testo
basato sul rapporto della liberale danese Johanna Boogerd Quaak, dal titolo
“Relazione sui rischi di violazione, nell’ UE e particolarmente in Italia,
delle libertà di espressione e informazione”. Il rapporto è in linea coi
precedenti documenti e rileva che “Uno dei settori nel quale è più evidente
il conflitto d’ interessiè quello della pubblicità, tanto che il gruppo
Mediaset nel 2001 ha ottenuto i 2/3 delle risorse pubblicitarie televisive,
pari ad un ammontare di 2500 milioni di euro, tanto che le principali
società italiane hanno trasferito gran parte degli investimenti pubblicitari
dalla carta stampata alle reti Mediaset e dalla Rai a quest’ ultima”38; non
si sbilancia quindi in una analisi storica delle ragioni dell’ “anomalia
italiana” come indica l’ OCSE, ma costituisce un ottimo compendio sulla
critica realtà mediatica del paese, redatto da una fonte autorevole e

37
http://www.osce.org/documents/rfm/2005/06/15459_en.pdf
38
http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?

63
rassicurante quale il Parlamento Europeo.
L’ Helsinki Federation for the Human Rights, nasce da una cooperazione di
più paesi quali USA, Canada, Europa, ecc.; ogni anno come tutte le altre
principali Ong, stila un rapporto generale sul rispetto dei diritti umani ed
ecco comparire puntualmente la critica mossa al nostro paese: “ Il più
grande diritto dell’ uomo, concernente la libertà delle informazioni, è
messo sotto torchio dalla concentrazione dei media nelle mani di poche
persone di potere e dal controllo governativo di stampa, radio e televisione,
coperti da leggi inadeguate del sistema”39.
Nel Settembre del 2002 la Commissione Europea crea un network di esperti
per stilare un rapporto, in risposta alle raccomandazioni espresse dal
Parlamento Europeo in materia di diritti umani e comunicazione nel
continente, per ciò che riguarderà l’ Italia, il rapporto degli esperti prenderà
in esame alcuni punti dei documenti già citati e conferma sostanzialmente
la gravità e l’ anomalia del caso italiano: “E’ facile accertare che tutto
questo, dipende dal discorso sul pluralismo e l’ interconnessione tra
politica e media, ancora più gravemente dalla legge del 2004”. Ribadisce
che il conflitto d’ interessi tuttora irrisolto, sta portando congrui ed
ingiustificati benefici a Mediaset e che lo sbilancio tra stampa e televisione,
dipende prevalentemente dal fatto che quest’ ultima assorbe il 60 per cento
della pubblicità dei media, continuando a mostrare anno dopo anno
incrementi di reddito, grazie all’ effetto trascinante del fattore “Berlusconi
Primo Ministro”. Oltre questo mette in risalto la sostanziale omologazione
al potere politico dei media italiani, citando che alla fine del 2004 tutte e tre
le reti Mediaset erano editate da giornalisti con simile orientamento politico
e che le prime due reti RAI assumevano il ruolo di testata per l’ esecutivo,
la terza per l’ opposizione; ovviamente tutto ciò porta solo ad una reale
mancanza di alternative per lo spettatore medio.
Il 3 Giugno del 2004 il Consiglio d’ Europa pubblica un rapporto dal titolo:
“Monopolizzazione dei media elettronici e possibile abuso del loro potere
in Italia”, in esso si sostiene che la concentrazioni dei poteri politici, dei
media e in ampia parte dell’ economia nelle mani di una persona sola, il
Primo Ministro Silvio Berlusconi, è un’ anomalia del sistema politico. Il
Consiglio deplora apertamente il fatto che ripetuti governi, sin dal 1994 non
siano riusciti ad arginare il problema dei media, facendo di fatto gli
interessi di Berlusconi e Fininvest.
Per finire, l’ Open Society Institute, nata nel 1993 da parte di George Soros,
è anche essa una fondazione in difesa del rispetto dei diritti umani; nel 2005
fa uscire un autorevole studio dal titolo “Televisione attraverso l’ Europa:

39
http://www.ihf-r.org/documents/doc_summary.php?sec

64
Regolazioni, Politica e Indipendenza.” L’ analisi complessiva è divisa in tre
volumi, più il rapporto introduttivo di 337 pagine, la parte sull’ italia allarga
drammaticamente il discorso alla democrazia in generale: “L’ eccezionale
concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il
pasticcio creato dalla collusione tra i media e il sistema politico e l’
eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico, non
sono soltanto anomalie italiane”40. Questi problemi per il rapporto,
rappresentano una minaccia potenziale per la democrazia stessa e possono
influenzare negativamente lo sviluppo futuro di molti paesi. Inoltre se,
come spesso è avvenuto, Berlusconi esterna con franchezza le sue opinioni
sui problemi dell’ informazione e non si fa scrupoli ad influenzare le sue
reti, emerge con chiarezza l’ inefficacia delle norme che dovrebbero
garantire un’ informazione corretta, pluralista ed equilibrata. L' analisi
continua affermando che “La legge Gasparri che disciplina molti aspetti
dell’ evoluzione del mercato televisivo, avvia una timida privatizzazione
della RAI, non migliorando però di fatto lo stato delle cose, essendo stata
vista come un prodotto del conflitto d’ interessi che affligge da tempo il
panorama politico dei media.”41 Infine si conclude affermando che in
particolare la RAI, è legata a doppio filo col potere politico del paese, di
fatto il contratto di servizio che essa sottoscrive con il governo, la obbliga
ad una serie di comportamenti che sulla carta dovrebbero garantire
pluralismo interno ma che nella pratica rispondono alle logiche della
lottizzazione, ossia alla spartizione delle reti in veri e propri posti di
comando, capitanati e programmati in modo da soddisfare le logiche del
governo in carica.

40
http://www.eumap.org
41
http://europa.eu.int/comm/justice_home/cfr_cdf/index_en.htm

65
Conclusione

Secondo quanto descritto fin' ora, siamo giunti alla conclusione che i mezzi
d' informazione in Italia, sono controllati pienamente da chi ne detiene le
proprietà e da chi fornisce i proventi pubblicitari. In parole povere, un
giornalista per sopravvivere e percepire il suo stipendio, è obbligato a non
andare contro le linee di interesse generale della testata o canale televisivo
per cui lavora. Secondo una conferenza tenuta da Marco Travaglio sulla
“Comunicazione e l' Informazione”, di qualche mese fa, quello che
inizialmente nasce come un servizio pubblico dei cittadini, è ora tramutato
del tutto in un servizio privato destinato ai partiti. Il problema più grave del
controllo dei mezzi di informazione, deriva dalla disinformazione: la gente
quando sa, quando recepisce un' informazione, ne prende atto e si attiva, in
male o in bene a prescindere dal tipo di input ricevuto; in questa ottica, l'
opinione pubblica viene informata di una realtà che confonde le idee e che
non permette alle persone di rendersi conto se i politici svolgono bene il
loro lavoro. Per chi fa il comunicatore è basilare conoscere alcune forme di
censura e di deviamento dell' informazione, ovviamente sarebbero molto
più utili all' intero paese per cautelarsi dai “baroni dell' informazione” ma ai
giorni nostri sono materia principale di tutti quelli che si appassionano alla
strumentalizzazione delle notizie.
Il primo metodo per corrompere un' informazione e la più semplice
censura, ovvero non si parla assolutamente del fatto; questa maniera però
non funziona più troppo spesso, in quanto le voci girano e un fatto tende ad
uscire se ricopre un qualche interesse generale, con l' avvento di internet
poi diviene ancora più difficile mantenere segrete certe situazioni.
Il secondo metodo illustrato da Travaglio è il modello “Porta a Porta”,
ispirato dalla trasmissione di Bruno Vespa; questo metodo infatti copre le
notizie scomode tramite altri fatti minori ma ben pompati, la cronaca nera
di solito, è quella che si presta meglio a questo tipo di oscuramenti. La
Guzzanti definisce questo metodo col termine “Armi di distrazione di
massa”, in quanto è proprio a quello che punta, spostare l' attenzione della
società su fatti meno rilevanti o scottanti. A titolo d' esempio, il giorno in
cui finì il processo Andreotti, Vespa presentò una serata dedicata ai Reality
Show; quando uscì la sentenza su Dell' Utri immischiato con la mafia,
Porta a Porta aprì con una puntata sul “Ritorno dal Coma”; infine quando a
Previti venne sentenziata la galera dalla Cassazione, Bruno Vespa sorprese
tutti con una puntata dedicata alla “dieta mediterranea”.
Il terzo metodo viene identificato come il “metodo Mentana- Floris”, cioè
parlare di tutto senza realmente parlarne: i giornalisti lanciano il tema e

66
ognuno degli ospiti incomincia a dire la sua, ovviamente pompando dalla
loro parte meriti e pregi con dati reali o falsi, in tutto questo marasma di
affermazioni, dati e asserzioni, non è presente nessuno che intervenga a
regolare il dibattito. L' osservatore durante tutto questo, non sa a chi dare
ascolto e finisce per badare alle informazioni della personalità che gli
induce più credibilità.
L'ultimo metodo per evitare che scomode informazioni influiscano sulla
società, è attaccare direttamente colui che afferma il fatto scomodo. Un
tempo il saggista francese Paul Valery disse, “Se non riesci a distruggere il
ragionamento, distruggi il ragionatore”, ed è un metodo che in Italia
funziona benissimo.
Il problema quindi in Italia è molto forte e strumentalizzato, un' ulteriore
metodo comunicativo molto usato è quello di tramutare direttamente il
senso di alcune parole e termini, oppure quella di utilizzare altre locuzioni
per definire qualcosa; ad esempio basti vedere cosa ha portato cambiare il
concetto di “Guerra in Iraq”, in “Missione di Pace in Iraq” o parlare di
“Guerra della giustizia nei confronti della politica” anziché di “Indagini
della giustizia verso la politica”: una inversione dei termini operata appunto
per condizionare il punto di vista della massa sulle faccende nazionali.
Agli occhi di ciò, si nota come in Italia manchi una vera pluralità delle
notizie, data dal dialogo e dal confronto sui fatti reali; la gente ha il diritto
di sapere ciò che accade nel paese e viene ripagata con passività, silenzio e
indifferenza su certe situazioni basilari per la vita del popolo.
Questa tecnica di corruzione dell' informazione, è andata affinandosi fino ai
giorni nostri, privando la società di quella consapevolezza necessaria per
cambiare le cose nella vita privata e pubblica; la verità e i fatti vengono
nascosti permettendo l' affinamento di questa tecnica illegale nel nostro
paese. Montanelli la descriveva come una “dittatura del relativismo” all'
insegna dell' affermazione “Questo lo dici tu...”; una verità, secondo due
opinioni opposte cambia radicalmente il suo senso, non si danno più
certezze su nulla trasformando i fatti in opinioni. Un esempio clou è il
processo Andreotti, durato più di dieci anni per poi finire in nulla di fatto: le
persone pensano di sapere come sia finito il processo, vedono che il
senatore a vita è ancora libero e fra le forze dello Stato e per questo non
vanno ad approfondire, pensando che sia stato assolto. Differentemente se
una persona si interessa, può scoprire che la realtà è tutt' altra, in verità
Andreotti non è stato assolto, egli è stato “prescritto” che totalmente
differente dal dire che sia innocente; dal registro del processo risulta che
Giulio Andreotti risultava mafioso fino al 1980 ma il suo reato viene
prescritto, in quanto il processo si è dilungato troppo nel tempo.
In questo ordine di idee, chi sa viene tenuto fuori dai giochi; questo per far
si che venga mantenuto il dibattito, mantenendo lo spettatore nell'
incertezza,se per caso la verità venisse fuori ugualmente, verrebbe subito
attaccata e sminuita nel giro di poco, tenendo testa al famoso detto romano

67
“Le chiacchiere stanno a 0...”.
Come si è potuto intuire, il famigerato 4° Potere spodesta gli altri tre, grazie
alla forza della “parola”; essa però, non è mai stata così svuotata e snaturata
dai mezzi di comunicazione, i quali hanno spesso corrotto il senso reale dei
suoi significati. Adesso si tende a subire l' informazione: ci si informa e ci
si arrabbia, questo stabilisce un certo dramma storico dal quale non è facile
staccarsi, se non tramite un contropotere giornalistico che descrivi la realtà
al di fuori del mondo in cui si trova, tramite una nuova sensibilità
imparziale e veritiera.
In Italia il problema fondamentale della libertà d' informazione sono gli
interessi politici ed economici, questi hanno fatto cadere il significato di
“imparzialità” di cui dovrebbe godere la stampa, trascinandola in un viscido
sistema di inquadramento delle idee; va ricordato comunque che nella
storia del mondo, tutti i governi ambiscono a possedere i media di un paese,
in questo ordine di idee essi divengono il potere più grande che si possa
ottenere, per controllare un popolo.

68
Bibliografia:

Fonti cartacee:

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A. Valastro, “Libertà di comunicazione e nuove tecnologie”, Giuffrè.
L. Mirone, “Gli insabbiamenti, storie di giornalisti uccisi dalla mafia e
sepolti nell’ indifferenza”, Castelvecchio, 1999.
M. Travaglio e P. Gomez, “Le mille balle blu”, BUR Rizzoli, 2006.
M. Mellini, “Europa in fondo a destra. Vecchi e nuovi fascisti.”,
DeriveApprodi, 2003.

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http://asfaltobagnato.blog.tiscali.it/p2243156/
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www.soros.org/
www.eumap.org/
www.lsdi.it/

69