Sei sulla pagina 1di 7

“The Man Who Sold The World”- ma cosa significa?

Avete già  sentito questa canzone,


sicuramente. Musicalmente è il consueto capolavoro, sostenuto da una linea di basso meravigliosa
e da una tastiera malinconica, quasi evanescente. Conoscete il modo in cui le note si muovono su
e giù, proprio allo stesso modo del personaggio del testo, che cerca di essere un’abile
arrampicatore sociale. In qualche modo, ascoltando il pezzo, si ha familiarità con quei  testi criptici,
paradossali eppure cosi veritieri. In un album che si occupa in modo così esplicito del distacco di
un individuo dalla sua anima, questo pezzo inizia ad avere una sorta di senso edificante. Forse
(ipotizzo), questa canzone si svolge su una scala più ampia: si tratta dell'individuo incontra la
propria umanità. Viviamo e moriamo, questo è un fatto, ma abbiamo sempre la scelta di
abbracciare quella “humanity”. Bowie sembra dire: se non avete ancora conosciuto l’umanità
dentro di voi è perché siete troppo impegnati con i tabù religiosi o coi  regolamenti sociali o coi
conflitti di vario genere, che dimenticate la vostra essenza. Ecco svelato l’arcano del titolo quindi:
non possiamo svendere il mondo (restare legati alla materialità delle cose) pensando di
guadagnare la libertà della nostra anima. Credo sia per questo che negli anni ’90 del
grunge Kurt decise di fare una cover di questo pezzo: in qualche modo ne condivideva il
messaggio introspettivo e generazionale. In chiusura troviamo il pezzo “The Supermen” , un
ritorno alle tematiche nietzschiane trattate nella prima 

Nasce così un album veramente seminale, che ha il suo scopo d’esistenza - in quanto non ancora
compiuto in sé - proprio in questa sua funzione di input generazionale. Un giovane artista ci offre
finalmente un nuovo punto di vista da cui guardare il mondo, lontano anni luce da quello dei figli
dei fiori (che contribuirà a far appassire) e da quello dei figli d’Elvis. Una lente d’ingrandimento
che ci introduce lucidamente in una nuova visione più introspettiva, dove regna (finalmente) ciò che
è strano, ambiguo, bizzarro, alienante. 
Un universo post-moderno che ci segnerà tutti e che inizia ad essere percorso in questi primi
inesperti viaggi, seduti per terra sotto effetto di stupefacenti o sbandati tra le corse in macchina nella
campagna inglese, la stessa che era stata da poco solcata dal Magical Mystery Bus dei Fab Four.
Bowie si appropria della collettiva voglia di libertà ed emancipazione della “Summer Of Love” per
rigettarla sul singolo individuo, sulle sue antiche repressioni. Viene abbandonato così il senso del
pudore, liberi ora di confessare, anzi gridare le nostre paranoie, i nostri feticismi, le nostre gioie più
torbide. È qui che David Bowie delinea un solco, che lo divide da un passato a cui è comunque
riconoscente, ma che non può sentire proprio. E nessuno resterà indifferente davanti a una copertina
raffigurante il cantante vestito da donna (proto-N.Y.Dolls?) che accasciato su un letto si gioca a
carte il destino del mondo. Lo stupore per un art-work senza precedenti non si spenge ovviamente al
cospetto del disco in sé, avvolto da un suo suono potente, ben arricchito dai sintetizzatori di Ralph
Mace e ottimamente prodotto da Tony Visconti con un'atmosfera da rock-opera quasi
goticheggiante-fiabesca. I pezzi subiscono uno dopo l’altro gli affascinanti tormenti del leader, e la
sua voce distorta, stridula, dolorosa e squillante risulta curiosa ed eccitata come mai più in futuro.
La band dal canto suo sa forgiare ricami di melodie con rara maestria: ha la capacità di portarci in
pochi minuti da toni grotteschi e sarcastici, così taglienti e veri da far intimorire i teneri hippie
dell’epoca a quelli più intimi che quasi ci commuovono. 
Ma qui non c’è solo abilità o professionalità, c’è un gruppo emozionato che sta scoprendo, sta
portando alla luce la propria identità, di uomini e musicisti (saranno loro i futuri Spiders From
Mars), e ogni componente sembra dare il suo contributo alla devastante riuscita emotiva dei brani.
Se permettete tralascio la descrizione dei singoli pezzi; perché questa è una di quelle opere che
devono essere scartate da soli, scoprendo pian piano la bellezza della sorpresa, sorridendo nel
trovare in alcun magnifici abbozzi l’embrione di uno dei vostri classici preferiti delle future fasi
glam, plastic-soul o berlinese o altro ancora. Ma potreste anche innamorarvi a prima vista di una di
queste gemme rinnegando un must che pensavate insuperabile di Bowie. Una cosa sola è certa: sia
che ne rimaniate entusiasti o delusi, non esistono repliche di “The Man Who Sold The World”: è un
disco che è stato imitato e aggiornato all’infinito ma mai ripetuto, mai ricreato nella sua perenne,
insana freschezza. Qui un 23enne ha preso coscienza dei mezzi necessari per creare la sua
vagheggiata, nuova musica: ora dovrà solo prenderne possesso.
Questa DeRecensione di The Man Who Sold The World è distribuita da DeBaser con
Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0
Internazionale.
Può essere parzialmente o totalmente riprodotta, ma solo aggiungendo in modo ben visibile il link
alla recensione stessa su DeBaser: www.debaser.it/david-bowie/the-man-who-sold-the-world/recensione

Generi: Alternative, Punkrock, Experimental, Hard Rock, Progressive, Canzone d'autore, Nuovi


Suoni,Roots, Emergenti, Psichedelia, Glam
DeRango™: 5.00, Commenti: 16, Visite: 6067
Voti: 9, Media: 4.78
Campioni audio:  Aggiungi
Opere collegate: The Man Who Sold the World

Artisti collegati: David Bowie «la schedantante, polistrumentista, compositore, attore. David


Bowie, uno degli artisti più poliedrici della storia del rock, è stato tutto questo, ma anche molto di
più: capace di attraversare quattro decenni di storia della musica spaziando dal folk all’elettronica,
dal glam rock al rock psichedelico di matrice tedesca, è via via assurto a figura leggendaria non
solo in ambito musicale, ma anche culturale, divenendo di fatto un’icona al pari di figure immortali
come iBeatles. Come sintetizza efficacemente la citazione sopra riportata -utilizzata
dalla RCA come slogan promozionale per il capolavoro dell’artista londinese, Heroes, risalente al
1977-, David Bowie non è inquadrabile in un preciso genere musicale, perché è lui stesso a
determinare il proprio genere e ad affascinare milioni di fan, molto più interessati a godersi la sua
musica che ad etichettarlo come artista di questa o quella corrente musicale. Heroes, non a caso,
rimane ancora oggi uno degli album più apprezzati della storia della musica ed il capolavoro di un
artista tuttora in attività e che riscuote ancor oggi un ampio successo derivante da pubblico e
critica.

Ma, ancora prima del 1977 e di quello storico album, David Bowie si era imposto all’attenzione del
pubblico con altri due lavori, ancora acerbi ma non per questo meno affascinanti: il primo di questi
era Space Oddity, del 1969, secondo album del cantante, che stupì tutti per la sua varietà: si
passava infatti tranquillamente dalla psichedelia al glam, conditi da una vena folk acustica che
dava all’insieme quella melodia vagamente malinconica che sarebbe divenuta tipica delle sue
opere migliori. All’anno successivo, invece, risale un altro album di grande successo del musicista
londinese, un lavoro che, nonostante un cambio di genere abbastanza importante -si passa da un
rock psichedelico ad un rock piuttosto vigoroso-, cattura ancor di più l’attenzione di critica e
pubblico. Sto parlando di The Man Who Sold the World, da più parti considerato il primo vero
capolavoro di Bowie, un album che innanzitutto sorprende per la sua maturità lirica: i testi
spaziano difatti dalla follia dell’uomo alla falsità di coloro che promettono rosei aldilà, dalla critica ai
totalitarismi alla doppiezza sia sessuale che psichica. Intenzione del musicista -come disse lui
stesso- era quella di ampliare la propria prospettiva esplorando un microcosmo ricolmo di
sfaccettature, senza essere legato ad alcun tipo di stilema classico. Gettiamoci dunque più a fondo
in questo universo, per certi versi fantascientifico e per altri molto vivo e reale, costruito dal
cantante britannico e dal suo gruppo.a di bowie zeppa di 1 e di 2? ma andatevi a nascondere, 

David Bowie e Syd Barrett


«L'ho incontrato solo in un paio di occasioni», dichiarò
David nel 1973 a proposito di Syd Barrett, che nel 1967
aveva recensito negativamente Love You Till
Tuesday su New Musical Express, «e in seguito i nostri
rapporti non sono mai stati tanto cordiali. Ma io sono un
suo grande ammiratore».  Qualche anno dopo andò
[18]

ancora oltre, definendo Barrett «probabilmente una delle


voci più languide e intense della musica pop inglese. Ho
sempre pensato che fosse un poeta assolutamente
magnifico e uno stupefacente performer. Questo è un
aspetto del personaggio che non è mai stato realmente
sottolineato, ma sul palco produceva un effetto ipnotico,
carismatico. Era anche il primo componente di una rock
band che vedevo salire sul palco truccato e questo mi
fece una grande impressione. Sia io che Marc Bolan lo
notammo subito». [18]

Il garage rock di Friday on My Mind degli Easybeats, a 


The Man Who Sold the World è un albumdell'artista inglese David Bowie, pubblicato
dalla Mercury Records nel 1970 negli Stati Uniti e nel 1971 nel Regno Unito.
Nella discografia di Bowie è l'unico album da cui non è stato estratto alcun singolo. Le uniche
tracce a uscire su 45 giri, entrambe come lato B, sono state Black Country Rock nel gennaio 1971 e
la title track nel giugno 1973.
Con gli anni The Man Who Sold the World ha smentito la debole accoglienza iniziale, diventando
uno degli album di Bowie più considerati. «Solamente dopo alcuni anni il disco ebbe il meritato
riconoscimento per il suono e la concezione compositiva d'avanguardia», ha detto il bassista e
produttore Tony Visconti che lo ha definito «quasi un manuale su come fare un disco alternativo»,
citandolo spesso come la sua collaborazione con Bowie preferita insieme aScary Monsters (and
Super Creeps). [8]
Artisti di orientamento musicale diverso comeBoy George e Kurt Cobain lo hanno spesso citato
come fonte d'ispirazione e Gaz Coombes ha dichiarato nel 2003: «Potrei dire che è il mio album
preferito di tutti i tempi... Bowie dimostra come sia possibile suonare con una band di hard rock ed
avere comunque idee sofisticate». [8][9]

The Man Who Sold the World si trova al 57º posto nella classifica dei 100 migliori album di tutti i
tempi di New Musical Express, al 4º posto in quella della rivista norvegese Panorama,
relativamente al periodo 1970-1998, e al 10º nella classifica dei 50 dischi a orientamento
omosessuale del magazine inglese Attitude. [10]

Il disco
« Decidemmo di creare qualcosa che fosse allo stesso tempo nuovo e classico, lo
chiamavamo il nostroSgt. Pepper. »
(Tony Visconti, 2014 )
[11]

In The Man Who Sold the World le atmosfere dolci e malinconiche si alternano a vigorosi
arrangiamenti hard rock e frenetici assoli di chitarra che ne fanno uno dei prodotti più duri di David
Bowie fino a Tin Machine del 1989. Stilisticamente rappresenta una deviazione dalle atmosfere
prevalentemente folk e acustiche del precedente Space Oddity e del successivo Hunky Dory. La
chitarra elettrica di Mick Ronson, al primo album con Bowie, è da questo punto di vista uno dei
capisaldi dell'album. «Gli idoli di Mick erano i Cream», ha affermato Tony Visconti, «faceva
suonare Woody come Ginger Baker e me comeJack Bruce.  Oltre a Ronson, il disco vide anche la
[12]

partecipazione del batterista Mick Woodmansey, un altro membro dei futuri Spiders from Mars.
Riguardo ai temi di The Man Who Sold the World, Bowie dichiarò che voleva lavorare «in una
specie di microcosmo da cui l'elemento umano era stato escluso, dove si aveva a che fare con una
società tecnologica. Quel mondo era un territorio sperimentale in cui poter fare cose pericolose
senza che nessuno corresse troppi rischi, a parte i rischi delle idee».  In un'altra occasione, facendo
[12]

riferimento al rapporto col fratellastro affetto da schizofrenia Terry Burns, il cantante descrisse i
contenuti dell'album come «problemi familiari ed analogie espresse in forma di fantascienza».  In[12]

effetti i testi sono più complessi e meno lineari rispetto al passato e Bowie comincia a sperimentare
tecniche di scrittura meno narrative e temi che continuerà a sviluppare negli anni successivi:
l'ambiguità sessuale e lo sdoppiamento di personalità di The Width of a Circle e della title track,
l'isolamento e la pazzia di All the Madmen, i falsi guru e i totalitarismi di The Supermen e Saviour
Machine.
Influenze
Lo scenario fiabesco di precedenti composizioni di David Bowie viene invaso dalle dolorose introspezioni di Friedrich
Nietzsche, in particolare da Così parlò Zarathustra.

Sebbene i testi siano meno autobiografici dell'album precedente, The Man Who Sold the
World esplora un territorio piuttosto intimo e il materiale sembra risentire dei turbamenti che
affliggevano il mondo di David Bowie nel 1969. La morte di suo padre, la fine del rapporto con la
compagna Hermione, il fallimento del laboratorio artistico fondato a Beckenham e soprattutto il
peggioramento della salute mentale del fratellastro Terry sono rappresentate nell'album attraverso
un immaginario fatto di paranoia, depressione e allucinazioni schizoidi.  Trent'anni dopo il cantante
[12]

ha rivelato: «In quel periodo vedevo spesso il mio fratellastro e ovviamente credo che ciò abbia
avuto un certo effetto su di me... Credo che in un certo senso il suo spirito aleggi in gran parte di
quel materiale... Conoscendo la fragile stabilità mentale della mia famiglia in generale, nel ramo
materno in particolare, penso che fossi terribilmente preoccupato di stabilire esattamente quale
fosse la mia condizione mentale e dove potesse condurmi». [12]

Un aspetto che contribuisce a rendere particolarmente angoscianti canzoni come All the


Madmen, After All o la stessa title track è la mancanza dell'intensa lucentezza fantascientifica che
nel 1972 avrebbe caratterizzato l'album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from
Mars. In queste tracce, così come in Saviour Machine e The Supermen, si viene guidati nelle
profondità di un inconscio oscuramente nietzschiano in cui le teorie riguardanti ilsuperuomo e la
dottrina del potere del filosofo tedesco danno origine a incontri con quelli che il cantante chiamò
poi i suoi "diavoli e angeli". [12]

Ciò introduce un altro tema ricorrente e connesso al titolo dell'album: la maggior parte delle canzoni
includono infatti l'immagine centrale di un narratore in una posizione di vantaggio e passa
attraverso esperienze inattese e spiacevoli. Come ha suggerito il biografo Nicholas Pegg, è
probabile che nel 1970 i "demoni" interiori di Bowie combattessero su un piano quasi apocalittico e,
in effetti, il trait d'union che lega le varie tracce dell'album va forse individuato nel passaggio del
Vangelo in cui Cristo è tentato dal Demonio che lo induce a diventare, in effetti, "l'uomo che ha
venduto il mondo". [13]

Registrazione
Nei primi mesi del 1970 Tony Visconti e Mick Ronson costruirono uno studio di registrazione sotto
la tromba delle scale di Haddon Hall, a Beckenham, dove Bowie si era trasferito l'anno precedente e
dove realizzò buona parte del materiale di questo periodo. Le sessioni vere e proprie iniziarono il 18
aprile aiTrident Studios di Londra e andarono avanti a intermittenza fino al 1º maggio, per
proseguire agli Advision Studios fino al 22 maggio. [12]

A quanto pare Visconti trascorse la maggior parte del tempo cercando di scuotere il novello sposo
Bowie, da poco convolato a nozze con Angela Barnett, dalla sua apparente apatia per il progetto:
«Non aveva proprio nessuna voglia di uscire dal letto e scrivere una canzone... noi buttavamo giù
gli accordi, gli arrangiamenti, gli assolo di chitarra, i sintetizzatori e David se ne stava nel corridoio
degli Advision, mano nella mano con Angela a tubare».  Solo alla fine, soprattutto durante la fase
[12]

di missaggio, il cantante fece la sua comparsa per registrare le parti vocali. [14]

Le sessioni di The Man Who Sold the World segnarono la fine della collaborazione di Bowie con
John Cambridge, che suonava con lui dai tempi di Space Oddity. Il batterista degli Hype, che in
questo periodo accompagnavano David nelle esibizioni dal vivo, fu infatti licenziato dopo aver
avuto difficoltà con la partitura ritmica in The Supermen e rimpiazzato da Mick Woodmansey che
come Mick Ronson proveniva dai Rats.  «Mick era un batterista fondamentale», ricordò Bowie
[15][16]

anni dopo, «piuttosto aperto alle indicazioni, si può dire che realizzò ciò che avevo in mente, più di
quanto abbiano fatto la maggior parte dei batteristi con cui ho suonato. Il suo forte era il rock
britannico e il rhythm & blues britannico». [12]

Gli elementi del gruppo diventarono cinque con l'arrivo del tastierista Ralph Mace, un dirigente
dellaPhilips Records diventato il riferimento di Bowie all'interno della casa discografica al tempo
della registrazione di The Prettiest Star, «un virtuoso, oltre che un caro amico che ci appoggiava»,
come confermò Tony Visconti.  Mace definì le sessioni «una costruzione creativa, una sintesi» e
[12]

dissentì con Visconti riguardo all'approccio di Bowie alle prove: «David tirava fuori le idee alle
persone... avevo l'impressione che sapesse esattamente ciò che voleva o non voleva». [12]

Uscita e accoglienza
« Ciò che accade a un figlio dei fiori quando tutto il mondo intorno a lui diventa
leggermente folle e lotte di potere si impadroniscono di tutto, inclusa la sua musica, è che
sfrutta il suo genio, si adegua alla pazzia, sconfigge il gruppo più forte sulla piazza e fa tutto
ciò un po' meglio di chiunque altro. »
(Chris Van Ness, Los Angeles Free Press, 1971 )
[17]

The Man Who Sold the World uscì il 4 novembre 1970 negli Stati Uniti mentre in Europa, Australia
e Nuova Zelanda vide la luce solo nell'aprile 1971, quasi un anno dopo la fine delle registrazioni. [18]

Il disco ricevette una buona accoglienza da parte della critica statunitense, il che diede origine al
primo tour promozionale di Bowie oltreoceano nel febbraio 1971. Sul Los Angeles Free Press,
Chris Van Ness scrisse «C'è una sottile vena di follia che corre lungo l'album... I concetti espressi
dal brano che gli dà il titolo, da The Supermen o da Saviour Machine non sono normali temi di
canzoni ma David Bowie non è un autore normale».  Rolling Stone considerò l'album
[17]

«uniformemente eccellente» e «un'esperienza stuzzicante quanto emozionante, ma solo per un


ascoltatore sufficientemente integro da fronteggiare la sua schizofrenia... L'uso di eco, riverbero e
altri effetti applicati da Tony Visconti sulla voce di Bowie per ottenere un timbro strano e
sovrannaturale... serve ad accentuare il carattere scabroso delle parole e della musica, suonata con
stile minaccioso da un quartetto, a tratti magnifico, guidato dai maniacali glissati del basso di
Visconti». [19]

Anche in patria l'album ottenne recensioni discrete alla sua uscita. Melody Maker lo definì «un
disco sorprendentemente ottimo, con alcuni formidabili lampi di splendore», mentre New Musical
Expressrilevò «un pizzico d'orrore in All the Madmen, un tranquillo andamento folk in After All e
una notevole spinta in The Width of a Circle», anche se considerò il tono generale «piuttosto
isterico».
[17]

Nonostante le buone recensioni l'album si rivelò un insuccesso commerciale soprattutto nel Regno
Unito. Negli Stati Uniti le vendite erano andate leggermente meglio grazie anche al lancio
pubblicitario della Mercury Records. A tale proposito Bowie spiegò in un'intervista per la
rivista Disc and Music Echo: «Innanzitutto ho goduto di una massiccia programmazione
radiofonica, inoltre immagino che risultasse in un certo senso più gradito di cose che avevo fatto in
passato, grazie al suo accompagnamento piuttosto "pesante"». [17]

All'approssimarsi dell'uscita del disco in Gran Bretagna ci furono alcuni riferimenti a vendite
massicce oltreoceano che si rivelarono presto una montatura pubblicitaria.  Sul numero di Melody
[17]

Maker del 22 gennaio 1972, Michael Watts dichiarò ironicamente che The Man Who Sold the
World aveva venduto 50.000 copie negli Stati Uniti e non più di 5 in Gran Bretagna, aggiungendo
che era stato lo stesso Bowie a comprarle.[20]

Riproposto nel 1972 sulla scia della svolta avvenuta con The Rise and Fall of Ziggy Stardust and
the Spiders from Mars, l'album ebbe maggiore successo dal punto di vista commerciale e raggiunse
il 24º posto nella UK Albums Chart rimanendo in classifica per 30 settimane,  mentre negli Stati
[21]

Uniti non andò oltre la posizione numero 105 nella Billboard 200. [22]

Con la pubblicazione dell'edizione rimasterizzata del 1990 The Man Who Sold the World ha fatto
un'altra fugace apparizione nella classifica inglese al 66º posto e all'inizio del 2016, dopo la morte
di David Bowie l'album ha guadagnato nuova popolarità raggiungendo la 21ª posizione, oltre ad
arrivare al 48º posto nei Paesi Bassi, al 49º posto in Italia e al 149º posto in Francia.  Il 12
[21][23][24][25]

febbraio 2016 è stato certificato disco d'oro nel Regno Unito dalla BPI. [1]

Copertina
Negli ultimi giorni del suo rapporto professionale con David Bowie, il manager Kenneth Pitt aveva
pianificato di contattare un grande artista per disegnare la copertina dell'album. La lista
includeva Andy Warhol, David Hockney e Patrick Procktor ma il progetto svanì e David si rivolse
allo scrittore e disegnatore Michael Weller, frequentatore abituale del laboratorio artistico fondato
dal cantante aBeckenham il cui lavoro riecheggiava lo stile pop art di Warhol e Roy Lichtenstein.
 L'intenzione era quella di una copertina che rispecchiasse l'atmosfera sinistra dell'album e il
[13]

risultato fu un fumetto intitolato "Metrobolist", ispirato dal film Metropolis di Fritz Lang, con una
tetra veduta dell'ingresso principale del Cane Hill Hospital, dove oltre al fratellastro Terry era
ricoverato un amico di Weller, e una figura di cowboy copiata da una fotografia di John Wayne con
in mano un fucile in primo piano.

Il fotografo Keith McMillan, autore della copertina della versione inglese dell'album.

Anche se Bowie si mostrò molto soddisfatto del disegno ultimato, poco dopo cambiò idea e per
l'edizione che sarebbe uscita nel Regno Unito chiese al dipartimento artistico della Philips di
commissionare al fotografo Keith McMillan un servizio nel soggiorno della sua residenza di
Haddon Hall.  Si sistemò su una sedia a sdraio con un vestito di satin crema e blu comprato alla
[13]

boutique londinese "Mr. Fish" (un vestito da uomo, come precisò in seguito) con una mano che
lasciava cadere l'ultima carta di un mazzo sparso per terra e l'altra che giocava con i suoi nuovi
fluenti riccioli "post-hippy".  In seguito spiegò che la foto, rappresentazione dell'ambiguità sessuale
[13]

che Bowie già perseguiva, intendeva riprodurre lo stile del pittore preraffaellita Dante Gabriel
Rossetti. [13]

Quando la RCA Records ripubblicò The Man Who Sold the World nel 1972, in copertina apparve
una foto in bianco e nero scattata da Brian Ward raffigurante David con la sua prima acconciatura
alla Ziggy Stardust nell'atto di dare un calcio.  Nella riedizione del 1990 venne riproposta la foto di
[13]

McMcmillan e nella confezione furono incluse le varie copertine alternative, compreso il disegno
della pubblicazione originale tedesca che era totalmente diversa: una curiosa vignetta di un Bowie
alato sul frontespizio ed un androgino ritratto con berretto sul retro.

Tracce

Potrebbero piacerti anche