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LA NEVE

FORMAZIONE DEL CRISTALLO DI NEVE:

I cristalli di neve si formano all’interno delle nuvole, in particolari condizioni di temperatura, con forte
umidità e con la presenza di particelle di sospensione, ad esempio polveri o sali. La forma finale dipende
soprattutto da umidità e temperatura.

Per cui possiamo sintetizzare così:

1° Ago: formazione tra -6° C e -10° C

2°Combinazione di Ago e Piastrina: formazione tra -10° C e -12° C con passaggio ad una temperatura più
alta

3°Stella brinata: Formazione ad una temperatura tra -10° C e -12° C e conseguentemente il cristallo ha
attraversato uno strato più freddo

4° Stella: La formazione è avvenuta ad una temperatura intorno ai -12° C e -18° C

5° Colonna: la formazione è avvenuta intorno ai -10° C e -6° C

6° Piastrina: formazione avvenuta probabilmente tra -12° C e -10° C

Il limite delle nevicate dipende:

1. dall’isoterma (linea presso cui la temperatura rimane costante) dello 0° termico

2. dall’intensità e della durata della precipitazione nevosa

3. dalla presenza di uno strato di inversione termica o di isotermia

4. dalla conformazione locale delle valli (valli chiuse o aperte) e dalla posizione geografica (zone
interne della catena o zone vicino alla pianura)

FATTORI CHE INFLUENZANO LA SUPERFICIE DEL MANTO NEVOSO:

La neve è un materiale continuamente soggetto a trasformazione, ed i fattori principali che influiscono su


questa trasformazione sono:

1) Pressione: il passaggio di persone o mezzi meccanici esercita sulla superficie del manto nevoso una
pressione che diminuisce lo spessore della neve e ne aumenta la densità (peso di un metro cubo di
neve). Anche gli strati superiori esercitano una pressione su quelli inferiori, ad esempio durante la
caduta di neve fresca in una giornata si può osservare una diminuzione dello spessore fino anche al
20%

2) Temperatura: La superficie dalla temperatura, dagli agenti atmosferici e dal flusso geotermico
(calore che il manto nevoso riceve dal suolo).

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a. Sole e Nuvole: il riscaldamento della superficie nevosa segue con un certo ritardo il
movimento solare, per cui avremo il massimo riscaldamento del manto attorno alle 14. La
neve assorbe calore durante il giorno e lo rilascia di notte. In presenza di nuvole però il
calore disperso dal suolo viene riflesso verso il basso, scaldando così il manto nevoso.
Possiamo così immaginare che in una bella giornata di sole la neve si presenterà asciutta,
almeno nelle prime ore, ma potrebbe essere umida in seguito ad una notte/giornata
nuvolosa.

b. Pioggia: Le precipitazione piovose aumentano il peso del manto nevoso soprattutto


imbevendo d’acqua gli strati superficiali e favorendo la percolazione d’acqua negli strati
inferiori.

c. Nebbia: generalmente la nebbia apporta calore: infatti si tratta di una massa d’aria umida e
più calda rispetto alla superficie della neve, quindi a contatto con il suolo, la nebbia cede
umidità riscaldando la neve.

d. Flusso Geotermico: la terra dal suo interno produce un flusso di calore che nell’interfaccia
neve/suolo determina una temperatura di circa 0°C. Se il manto nevoso ha uno spessore di
almeno 50cm, il calore fornito con continuità dalla terra rimane rinchiuso dalla coltre
nevosa e il suolo mantiene per tutto l’inverno una temperatura prossima a 0°C. (utile
informazione per bivaccare in emergenza)

3) Vento: il vento trasforma i cristalli di neve frantumandone le ramificazioni, riducendoli in piccole


particelle arrotondate. Svolge un azione di trasporto della neve, modificando lo spessore e creando
nuovi depositi. Determina aumenti o diminuzioni di temperatura della superficie della neve. Una
massa d’aria fredda e secca, assorbe il vapore acqueo raffreddando la superficie; viceversa l’aria
calda e umida fornirà altro vapore acqueo con conseguentemente riscaldamento della superficie.
Infine un vento caldo e secco (come il F öhn) aumenterà la temperatura della superficie e nella
situazione più accentuata possono avvenire processi di fusione.

LE SUPERFICI DEL MANTO NEVOSO

1) Neve Fresca: durante o subito dopo una nevicata, specie se la precipitazione avviene con poco
vento (<5m/s), il manto si presenta in maniera uniforme. La neve può quindi essere: farinosa, neve
fresca e asciutta, formata da cristalli o piccoli fiocchi (agglomerati di cristalli) leggeri. Solitamente
scricchiola sotto i passi e non si lascia appallottolare; oppure fresca e umida costituita da neve più
pesante, che può essere più o meno bagnata. Tendenzialmente si fa appallottolare con facilità e
può formare lo zoccolo.

2) Neve primaverile: il manto nevoso primaverile subisce generalmente processi di fusione e rigelo. La
superficie può quindi presentarsi in maniera differente durante la giornata:

a. Neve dura o crosta da rigelo: il manto nevoso che ha subito apporti di calore, ad esempio
per irraggiamento, al quale ha fatto seguito una diminuzione della temperatura o episodi di
forte vento, presenterà delle croste superficiali, più o meno compatte. Tale neve può o
meno reggere il peso di uno sciatore, rendendo necessari l’utilizzo dei rampant o dei
ramponi.

b. Neve sgelata in superficie o firn: questa neve si presente compatta e portante in


profondità, mentre in superficie grazie all’azione del sole è uniforme e scorrevole. Tale

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situazione non dura però a lungo. Infatti con l’aumentare dell’irraggiamento la neve sarà
sempre più molle.

c. Neve marcia o fradicia: l’aumento di temperatura, la pioggia e il calore dell’irraggiamento


possono produrre acqua, che percolando nel manto porta ad una riduzione della coesione
tra i cristalli.

3) Neve pallottolare: questa tipologia di neve si forma in masse nuvolose turbolente, ed è costituita
da particelle molto brinate. La neve pallottolare, una volta ricoperta da altri strati di neve, può
rappresentare uno strato critico ed essere causa di distacchi di valanghe.

4) Brina di superficie: La superficie della neve presenta un particolare cristallo che si forma al suolo. Il
vapore acqueo dell’aria sublima a contatto con la neve, trasformandosi in cristalli striati, di solito
piani (foglie), a volte aghiformi. In zone ombreggiate e fredde, la brina di superficie può mantenersi
pe giorni. Se viene ricoperta da nuova neve, rappresenta una delle situazione più critiche e
pericolose per la stabilità del manto nevoso. Questi cristalli sono fragili e hanno una resistenza al
taglio molto bassa.

5) Brina opaca o galaverna: simile alla brina di superficie per composizione, si forma quando il tempo
è nebbioso e ventoso, con temperature sotto lo 0. L’umidità dell’aria a contatto con una superficie
fredda forma uno strato bianco sul lato sopravento.

6) Erosioni da superficie: la superficie del manto può presentare irregolarità, come i solchi creati dalla
pioggia, che si infiltra nel manto e poi scorre su uno strato più duro. Oppure come le dune e i
sastrugi, che sono ondulazioni prodotte dal vento.

EVOLUZIONE DEL MANTO NEVOSO

Il manto nevoso è il risultato delle deposizioni nevose, precipitazioni, accumuli da vento e dei processi di
ablazione, come sublimazione, evaporazione, fusione, erosioni da vento etc.. che si susseguono durante la
stagione invernale.

 L’interno di uno strato di neve: ciascuno strato è costituito da uno scheletro di ghiaccio che
delimita degli spazi vuoti, i pori, i quali possono contenere solo aria (neve secca) o una quantità più
o meno elevata di acqua (neve bagnata). Lo scheletro di ghiaccio è costituito da singoli elementi
(grani) che possono essere separati o uniti, più o meno saldamente.

 La temperatura all’interno del manto nevoso: la terra emana calore, il flusso geotermico, e
nell’interfaccia suolo/neve la temperatura vale 0°C. Mentre la temperatura sulla superficie del
manto dipende dalle condizioni atmosferiche. Tendenzialmente la media della temperatura
superficiale rimane più bassa rispetto al suolo.

I processi fisici che avvengono nel manto nevoso e che determinano i vari strati sono chiamati
metamorfismi della neve. Essi sono il risultato degli scambi termici fra il manto e il terreno, fra il manto e
l’aria, e infine dalle sollecitazioni meccaniche come un sovraccarico, dovuto a nuova neve o dal passaggio di
uno sciatore) e dal vento.

Il gradiente di temperatura (GT): uno dei fattori chiave di trasformazione del manto si chiama gradiente di
temperatura verticale, ed è la differenza di temperatura che intercorre tra due punti presi sulla stessa
verticale, in rapporto alla loro distanza. (T0-T1)/h = °C/m. La neve al suolo è quasi sempre vicina alla
temperatura di fusione, per cui è in continua trasformazione. Per i metamorfismi della neve al suolo
possiamo avere i seguenti GT:

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 Gradiente Debole: GT < 5°C/m

 Gradiente Moderato: 5 °C/m < GT < 20 °C/m

 Gradiente Forte: GT > 20 °C/m

 Gradiente Nullo: temperature di 0°C

La macrostruttura del manto nevoso è osservabile scavando un profilo verticale. Ciò che si nota facilmente
è che il manto è costituito da una successione di strati più o meno spessi.

Attraverso un esame visivo si può notare che i diversi strati presentano caratteristiche molto diverse tra
loro. Sia dal punto di vista morfologico, diverse forme dei grani, sia dal punto di vista meccanico, come
diverse durezze e densità.

Le diversità derivano dai processi fisici e meccanici cui sono sottoposti nel tempo le varie deposizioni.
Queste differenze all’interno del manto sono all’origine delle rotture che portano al distacco di valanghe a
lastroni.

Le trasformazioni delle ramificazioni: I cristalli di neve fresca una volta depositati al suolo cominciano a
subire delle trasformazioni e il processo di metamorfismo dipende principalmente dalla variazione di
temperatura.

 Metamorfismo da gradiente debole: trasformazione che si verifica con GT < 5°C/m, induce una
trasformazione dei cristalli e grani originari verso forme di equilibrio chiamate grani arrotondati, di
forma sub-sferica. Questo metamorfismo è anche chiamato distruttivo

 Metamorfismo da gradiente moderato: trasformazione che si verifica con 5 °C/m < GT < 20 °C/m, i
grani aumentano di dimensione, diventano spigolosi e presentano facce piane a volte a forma di
scalini. I cristalli si allargano mentre le dimensioni dei colli restano pressoché costanti. Questo
metamorfismo è anche chiamato costruttivo, questo perché il vapore acqueo proveniente dal
suolo, salendo verso la superficie sublima a contatto con i grani ingrossandoli. Questo provoca una
diminuzione dei punti di contatto tra i grani, causando così uno strato di scarsa coesione. La neve si
presenterà leggera e sarà difficile da appallottolare.

 Metamorfismo da gradiente forte: trasformazione che si verifica con GT > 20 °C/m, continua il
processo descritto nel metamorfismo costruttivo, ma con i grani che aumentano di dimensione e le
forme dei cristalli tendono ad assumere una forma detta a calice. In questa situazione si ha una
situazione particolarmente critica che prende il nome di brina di profondità, essa è infatti poco
coesa e nel caso di sovraccarico può costituire una strato fragile, causando il distacco di una
valanga a lastroni. La brina di profondità si può osservare in prossimità degli strati più vicini al
terreno e in presenza di avvallamenti e/o vegetazione, che lasciano più spazio alla circolazione del
vapore; oppure quando il manto nevoso è limitato e la temperatura è piuttosto fredda, o infine in
luoghi all’ombra durante lunghi periodi di bel tempo ma freddo.

 Metamorfismo da gradiente nullo con formazione di forme fuse: si forma con temperature vicine
allo 0°C e formazione di acqua. Durante la fase di fusione l’acqua percola negli strati più profondi,
determinando la formazione di forme fuse. Quando si abbassano le temperature si verifica un
rigelo che produce forme ad elevata resistenza. L’alternanza di questi eventi produce forme
arrotondate a grappolo. La resistenza di uno strato dipende ovviamente dal momento considerato,
va da sé che durante il rigelo i legami di ghiaccio siano molto solidi mentre durante la fusione i grani
siano praticamente separati, e quindi molto malleabili. In un manto di spessore consistente il
consolidamento si riscontra durante le ore fredde solo superficialmente.

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 Trasformazione meccanica: sia durante la precipitazione, sia durante il trasporto, nel caso di neve
già depositata, il vento frantuma le ramificazioni dei cristalli, producendo grani fini ed arrotondati.
Il vento provoca quindi una ridistribuzione della neve, creando zone di crosta, tendenzialmente
sopravento e zone di accumulo, dove esso rallenta, cioè sottovento. Bisogna stare molto attenti
soprattutto ad avvallamenti e canali, perché possono essere zone di accumulo. Principio simile alla
trasformazione meccanica da vento è quello della trasformazione meccanica da pressione. Si
possono facilmente notare tracce di salita o di discesa di uno sciatore, anche dopo forti venti,
poiché i cristalli distrutti dal peso esercitato, trasformandosi in grani vengono compattati. Questa
neve più coesa sarà più difficile da spostare dal vento.

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