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The Black Cat

di Nino Cammarata
tratto da un racconto di Edgar Allan Poe
© 2019, Edizioni NPE
Tutti i diritti riservati.
Collana Horror, 5

Direttore Editoriale: Nicola Pesce


Ordini o informazioni: info@edizioninpe.it
Caporedattore e Ufficio stampa: Stefano Romanini
ufficiostampa@edizioninpe.it
Coordinamento Editoriale: Valeria Morelli
Copertina e quarta di copertina: Nino Cammarata

Stampato presso
MIG srl - Bologna
nel mese di maggio 2019

Edizioni NPE – Nicola Pesce Editore


è un marchio in esclusiva di Solone srl
Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

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pre faz i one

Il gatto è in tavola,
signor lettore!
di Paolo Di Orazio

Per alcuni autori e lettori di fumetti e narrativa horror, la conoscenza, la passione


per un titano iniziatico della letteratura gotica, del terrore e dell’inverosimile
(e si sostiene anche della psicoanalisi) quale Edgar Allan Poe (Boston, 1809 –
Baltimora, 1849) tutt’oggi rappresenta e incarna, forse iniziano proprio con le
riduzioni sceneggiate e disegnate delle antologie mondadoriane Le spiacevoli
notti di Zio Tibia, Mezzanotte con Zio Tibia e Zio Tibia colpisce ancora, pubblicate
tra il luglio 1969 e il maggio 1972, mentre Kriminal e Satanik già infestavano
le edicole indignando i padri fondatori della morale del nostro amato Paese.
Un paese dalle contraddizioni così mostruose nei suoi atti storico-politici da
non aver mai potuto accettare la metafora irradiata dall’immaginario horror.
Fra gli episodi proposti, tornando a Poe in formato fumetto, Una storia dettata
dal cuore, Una botte di vino pregiato (ovvero Il barile di Amontillado) entrambi
sceneggiati da Archie Goodwin e disegnati da Reed Crandall quasi in stile
acquaforte; il magnifico, psichedelico e angosciante La rovina della casa degli
Usher e il super-gore La maschera della morte rossa, entrambi testo e disegni del
leggendario e materico Tom Sutton; il perverso Berenice (testi Archie Goodwin,
disegni plumbei di Jerry Grandenetti), poesia pura in tanato-sofia pseudo-
forense. Provenienti dal leggendario mensile americano «Creepy» (Warren
Publishing), fondato negli anni Sessanta dall’illuminato editore James Warren,
che dette al fumetto horror il formato rivista (21x28cm) per aggirare i tentacoli
censòri della Comics Code Authority contro i comic-book pulp e del terrore,
i suddetti titoli godono di multipla natura. La principale è quella di essere il
racconto a fumetti perfetto, a prescindere da Poe, a prescindere dall’horror; la
(non del tutto) secondaria è quella di riassumere una meta-scuola di come si

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può ridurre un classico della letteratura
moderna senza perdere le sfumature, le
molecole dell’impianto originale in prosa
mettendolo su tavola con didascalie,
inquadrature, movimento e dialoghi (e,
per i più arditi, come vedrete subito dopo
questa chiacchierata, fare della tavola
stessa una semi-animazione narrante al
di là della funzione del testo).
Chiaramente, l’aspetto introspettivo
psicologico che nelle opere di Edgar
Allan Poe è il vento maestro della
scansione narrativa, per ragioni ovvie,
lo si ritrova compresso in piccoli spazi
dalla necessità primaria della tecnica
sequenziale di sviluppare fatti e azioni
in pochissime tavole, fra le otto e le
dodici (sempre nel caso delle riduzioni
pubblicate su «Creepy»). Ed è questo il
timore e il motivo per cui molti autori
(e lettori) evitano l’approccio con tali
esperimenti di trasposizione. La paura
di tradire l’origine letteraria e non saper
ritrovarne il sapore. Addirittura, atterriti
dalla fatale possibilità di perdere la magia
primitiva del racconto. Quando è palese,
inevitabile che due macchine mediatiche
diverse di una stessa storia non potranno
mai riflettere integralmente l’una le
caratteristiche dell’altra. È come cercare
corrispondenze esatte di forma e sostanza
tra il bruco e la farfalla, tra il ghiaccio e
l’acqua in cui si scioglierà, tra la versione
infantile e quella adulta di una stessa
persona.
Eppure… eppure non è impossibile.
Come nel caso di questo libro.

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Ma non affrettiamoci.
Il gatto di Nino Cammarata può attendere ancora un minuto, dietro il muro.
Tornando alla trilogia di Zio Tibia, oggi recuperabile sui mercatini online e
nelle fiere, oppure ristampato e riscritto in un formato più ampio, proprio Il
gatto nero manca all’appello nei tre colossi dell’horror editoriale del passato.
Ovvero, esiste, fu realizzato per i disegni di un certo Bernie Wrightson
(sceneggiatore in proprio per questa sublime, mastodontica occasione). Forse
non fu inserito nel sommario dei suindicati tascabili italiani perché si ritenne
il pubblico non maturo abbastanza da tollerare atrocità sul nostro animale
domestico preferito e su una donna.
Edgar Allan Poe fu (è) anche questo, ma naturalmente senza esibizionismo
o edonismo nell’atto in sé. Poe racconta la psiche umana nelle sue mostruose
fragilità e potenza di libero arbitrio.
Avendo acquistato il presente magnifico volume, diamo per scontato che siate
amanti di Poe e quindi che lo conosciate a fondo. Al contrario, se giustamente
avete fatto il vostro acquisto dopo aver sfogliato il libro, catturati dalle immagini
di Nino Cammarata senza sapere ancora chi Poe sia, be’, non fa differenza.
Poe è soprattutto realismo psichico e onirico. La sua narrativa non fa sconti
e ti imbratta l’anima con tutti i mezzi a disposizione. Così come la mente non
ha filtri con noi stessi. Sia per quanto riguarda i sogni, sia per quanto riguarda
la trinità Io, Es e Super-Io.
Poe è nato prima di Freud, e Cammarata lo sa.
Un moderno strumento didattico per i mestieranti della narrazione si intitola
proprio Save the Cat, manuale per la sceneggiatura cinematografica scritto da
Blake Snyder, autore Hollywood, e suggerisce allo sceneggiatore in erba di
far compiere al protagonista della storia che si vuole raccontare almeno un
atto caritatevole (nei riguardi di una persona o di un animale che all’interno
della storia si trovino in una situazione più o meno complessa di difficoltà) per
conquistare l’empatia dello spettatore e ad esso sposarlo psico-affettivamente.
Ebbene, Edgar Allan Poe, sia nel racconto, sia in questa vorticosa riduzione di
Nino, lascia libero il protagonista di agire secondo il proprio istinto.
L’uomo senza nome, che ci invita a seguirlo nel suo flusso di coscienza
scatenato in un crescendo psicotico che oggi attribuiremmo alla schizofrenia
paranoide (limitandoci ad una anamnesi medico-scientifica), agisce vittima
di un dèmone, anch’esso senza nome, una persecuzione che nasce dentro
di sé e muta la realtà esterna senza un motivo apparente. Effettivamente, il
protagonista compie il suo save-the-cat che ci permette di riabilitarlo, ma è solo
una manovra alla cieca, tant’è che il nostro non prova senso di colpa alcuno
riguardo i suoi gesti efferati. Questa storia, infatti, è, tra altre cose, metafora del
senso di colpa, un germe interiore che porta a modificare la mente, e quindi gli
eventi, relegando la vittima originale patologica (cioè quella condannata a fare
il male) in una terra dove il destino e l’istinto sono una sabbia mobile unica,
senza fondo e senza pietà, senza luci di salvezza e redenzione.
Anche Poe stesso ha vissuto la sua vita in un crescendo disperato e di smar-
rimento, da non aver potuto godere, dopo tanta sofferenza, solitudine e indif-
ferenza da parte del mondo esterno, i primi attimi di gloria e riconoscimento.
Ne Il gatto nero, la fenomenica mentale e spirituale del protagonista ci lascia
oscillare sospesi nell’enigma metafisico del racconto: il sovrannaturale è un ente
esterno, kafkiano e diabolico, oppure trattasi di un grande incubo psicotico
che porta la vittima alle estreme conseguenze, ovvero al male degli altri?
L’assassino che fa di tutto per essere catturato e consegnato al patibolo
rispecchia quello che abbiamo imparato dallo studio moderno degli uccisori
seriali: la necessità di essere fermati. La sola speranza è la luce di una cella, non
quella di Dio.

In molti detrattori, attualmente, corroborati dagli innumerevoli e sconcertanti


scandali che il fumetto nero (discendenti tutti dalla letteratura di sir Edgar) ha
provocato in Italia dagli anni Sessanta in qua, continuano a indicare l’horror
come pericoloso veicolo di propaganda violenta subliminale. Quando in realtà,
una storia a fumetti, perfettamente strutturata come questa di Nino Cammarata,
è il ritratto non solo di un grande classico, ma soprattutto della psiche distorta,
dei colori dell’anima, di quante dimensioni sia composta l’ombra umana e di
come sia possibile lo scatenamento di istinti distruttivi. Non c’è verso, per gli
italiani moralisti che accusano l’horror e non se stessi per non essersi mai
sforzati di comprendere cosa sia veramente questa formula narrativa (ma in
Italia, si sa: è più faticoso tenere in mano un libro che non sbraitare sentenze
medievali – già dette da altri, giusto per affrancarsi da ulteriori fatiche), di
capire quanto sia importante un libro come questo che, seppur derivante da un
racconto pensato e scritto mezzo secolo prima della nascita della psicoanalisi
freudiana, parli di solitudine, e anche di femminicidio, parola-supermarket che
confonde, infervora e nulla spiega.

Le splendide tavole di Nino contengono tutto Poe.


Lo abbracciano in un amorevole conforto di comprensione. Edgar Allan Poe
non odiava gli animali, né le donne, era solo pazzo d’amore e Nino è riuscito
a raggruppare tutti i colori spirituali di Poe attraverso la sua arte pittorica,
destinandoli a precise stigmatizzazioni cromatiche di questo racconto. Proprio
come fece Poe stesso, sparpagliando ne Il gatto nero simboli della propria
sfortunata biografia: l’assenza materna, il distacco paterno, il fato avverso,
l’infernale condanna alcolica. Scoprire dove e come Nino abbia mappato Poe,
ritraendolo dentro la storia, stratificando il racconto, lo lascio a voi. Non a
caso, Nino è un ottimo artista professionista di prestigio internazionale, che ha
legato la propria arte a firme come John Schaech, Clive Barker, Joe Lansdale,
illustrando anche copertine di Cd musicali. La magia è compiuta sotto ogni
aspetto e vi piacerà.
Questo libro, a mio avviso, è davvero ben realizzato. Sia a livello di stampa che
di produzione artistica. Da amante e discepolo di Poe, sento che Nino non ha
minimamente tradito gli intenti di Edgar, né l’aura evocata dal racconto, anzi
è riuscito a visualizzare, a fotografare in technicolor in modo non didascalico
una storia che conosciamo profondamente, fornendoci quel che non era stato
fatto per renderla originale e attuale nel fumetto del Terzo Millennio.
Nonostante l’esito drammatico del racconto, qui troviamo gli ingredienti
di una umanità sconfinata, alla faccia dei detrattori dell’horror: la vicinanza
protettiva dell’amore di una donna e di quella dei nostri fratelli e custodi
spirituali di razza felina (siamo autorizzati a scomodare la mistica egizia),
nonché la tragedia di cui la commedia dell’uomo può essere capace.
Grazie a Nino, naturalmente, che è stato in grado di compiere una riduzione
efficace e allo stesso tempo spettacolare, quasi matematica nel suo virtuosismo
narrativo tra il naif vintage, il fumetto dei grandi maestri di cui abbiamo parlato
all’inizio e un cromosoma di street art in un prodotto moderno, claustrofobico
e mai banale.
Non mi resta che lasciare a voi il piacere di perdervi tra le prodigiose tavole
di Nino e il mondo visionario di Poe, qui in un memorabile incontro che non
vi deluderà.
Attenti ai graffi e ai luoghi chiusi.

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EDGAR ALLAN POE

THE BLACK CAT

ILLUSTRAZIONI

NINO CAMMARATA

TESTI
EDGAR ALLAN POE

ADATTAMENTO E LETTERING
NINO CAMMARATA
er il piU’ folle quanto
semplice racconto che mi
accingo a stendere per iscritto,
non mi aspetto ne’ domando
credito alcuno.

Sarebbe pazzia pretenderlo,


laddove i miei STESSi sensi
respingono quanto hanno
direttamente sperimentato.
Eppure
folle non sono
e di certo non
ho sognato,
ma domani
moriro’ e oggi
vorrei liberarmi
l’anima di questo
peso.
L’intento principale e’ di
esporre al mondo in maniera
chiara e succinta, una serie di
semplici eventi domestici che
nelle loro conseguenze mi
hanno terrorizzato…

torturato…

...distrut
to.
Non tentero’ di spiegarli.

A me non hanno dato


che orrore, ma a
molti sembreranno
non tanto terribili
quanto barocchi.

in avvenire, forse, ...un intelletto


si trovera’ piu’ calmo,
un intelletto piu’ logico,
che Sapra’ ridurre e assai meno
i miei fantasmi suggestionabile
a luogo comune... del mio, il quale,
nelle circostanze
che io racconto
con timore,
non vedra’ nulla
piu’ di una normale
successione di cause ed
effetti molto naturali.
in dall’infanzia mi distinguevo per la
docilita’ e l’umanita’ del mio carattere.
La mia bonta’ di cuore era tale da farmi
persino prendere in ridicolo
dai miei compagni.

i,
i an imal
olto gl an o
Amavo m m e t t e v
e n ito r i mi per ta ’.
e i miei g u n a gra
n varie
e n e r n e l o ro,
di t po con
a v o il mio tem n t e n to
Pass va co
mi ren de arli.
e n u lla i e a ccarezz
n u t r ir l mio
come ita’ de l
s ta pa r ticolar ’e ta ’;
Qu e l
be con
a r a t t e re c reb e r iv av o una
c essa d
uo m o , d a p ia cere.
diven uto d i s o r genti di
ran
ie piu’ g
de lle m
A coloro che hanno
coltivato un affetto
per un cane fedele
e sagace, non occorre
che mi metta a spiegare
la natura e l’intensita’
del piacere che
se ne puo’ derivare.

Nell’amore delle
bestie, disinteressato
sino al sacrificio,
c’e’ qualche cosa
che va direttamente
al cuore di colui
che ha avuto di
frequente l’occasione
di mettere alla prova
la comune amicizia,
e l’insignificante
amicizia del mero
uomo.
Mi sono sposato
presto e ho avuto
la fortuna di
trovare nella moglie
una disposizione
d’animo non diversa
dalla mia.

Osservando la mia
debolezza per
questi animali
domestici ella non
lasciava passare
occasione per
procurarmene
delle specie piu’
gradevoli.
un bel cane...

pesci dorati...

Avevamo uccelli...

GATTO

conigli... O
GATT

O
GATT
una scimmietta...

e un GATTO.

O
GATT

GATTO
uest’ultimo era un animale
notevolmente GRANDE,
bello...

interamente nero
e di una straordinaria intelligenza.

Parlando della sua astuzia, mia moglie,


che in fondo era non poco dedita
alla Superstizione, faceva frequenti
allusioni all’antica credenza
popolare secondo la quale
tutti i gatti neri
sono streghe camuffate.

Non che lo dicesse mai “sul serio“;


del resto io ne parlo solo perche’
mi viene in mente appunto adesso.
PLUTO,
cosi’ si chiamava
il nostro gatto.

Era il mio preferito,


il mio compagno di giochi.

io Solo gli davo da


mangiare e per casa
mi seguiva dappertutto.

Con difficolta’ riuscivo


a impedirgli di seguirmi
per strada.
La nostra amicizia
duro’ cosi’ molti anni,
nel corso dei quali il mio
temperamento e il mio carattere
in generale, sotto effetto di una
diabolica intemperanza
(lo confesso con vergogna),
andarono radicalmente alterandosi
in peggio.

Giorno dopo giorno diventavo


piu’ lunatico, piu’ irritabile, piu’
indifferente agli
altrui sentimenti.
Mi permisi
di rivolgere parole
ingiuriose a mia moglie.
Naturalmente anche i miei animaletti
sentirono il cambiamento
del mio carattere.
Non solo li abbandonavo, ma li
trattavo male. Finii per adoperare
anche la violenza.

Verso PLUTO continuavo ad avere un rispetto


che mi impediva di maltrattarlo,
mentre non ne avevo affatto
verso i conigli, la scimmia e
persino il cane, quando per caso
o per affetto attraversava
la mia strada.
Ma il mio malessere cresceva, che razza di malattia E’ l’alcool?
…e alla fine anche PLUTO, divenuto vecchio
e di conseguenza piU’ irritabile,
ebbe a conoscere gli effetti
del mio cattivo umore.
na Sera,
tornato a casa ubriaco fradicio
da uno dei miei
ritrovi abituali in citta’,
mi parve che il gatto
mi evitasse.
Lo afferrai
e lui spaventato
dalla mia violenza,
mi procuro’ una
piccola ferita
alla mano.

All’istante m’invase
la furia di un
demonio.

Non ero piu’ io.

il mio vero spirito


sembrava essersi
involato dal
mio corpo.
iveria Presi dal taschino
u n a catt
d ia bolica, un temperino;
piu’ ch e
i gin,
satu ra d
ibra
in ogn i f
fremeva e r e.
e S S
de l mio

lo aprii...
ai
afferr
o v e ra
la p
s t ia p er
be
l a
la go

...e deliberatamente

le cavai un occhio
fuori dall’orbita.
Arrossisco, ardo,
rabbrividisco
nel riferire questa
DANNATA atrocita’.
Quando, con la mattina,
ritornai alla ragione
- e il sonno ebbe disperso i fumi
dell’orgia notturna -
provai un sentimento misto
di orrore e di rimorso
per il crimine di cui mi ero reso
colpevole, ma non era che
un sentimento superficiale
ed ambiguo;

lo spirito non ne fu toccato.

Mi tuffai di nuovo negli eccessi


e affogai nel vino
il ricordo del fatto.
intanto lentamente il gatto guariva;

l’orbita dell’occhio perduto presentava,


e’ vero, un aspetto pauroso, ma pareva
che la bestia non soffrisse piu’.

Andava e veniva per casa come al solito,


ma, come c’era da aspettarselo,
al mio avvicinarsi scappava terrorizzato.
Mi rimaneva abbastanza cuore per sentirmi afflitto
da questa evidente antipatia da parte di una creatura
che una volta mi aveva voluto tanto bene.

Ma ben presto questo sentimento cedette il posto all’irritazione

ed infine, come a confermare la mia irrevocabile


rovina, comparve il demone della PERVERSiTA’.
i questo la filosofia
non tien conto.

Eppure non sono meno sicuro


di quanto sono sicuro della
mia esistenza, che la perversita’
e’ uno degli impulsi primitivi
del cuore umano;

una delle facolta’ o sentimenti


indivisibili e primari che
dirigono il carattere
dell’uomo.

A chi non e’ successo


cento volte di trovarsi
a commettere un’azione
sciocca o bassa,
per la sola ragione
che sapeva di “non“
doverla fare?
Non e’ in noi, a dispetto del
nostro giudizio piu’ sano,
un’inclinazione continua a violare
quella che e’ “la legge“
per il semplice fatto
di riconoscerla tale?

questo spirito
di perversita’,
ripeto, mi porto’
alla perdita finale.

Fu questo insondabile desiderio dell’anima di


“torturarsi”, di far violenza alla propria natura,
di fare il male per l’amore del male, che mi
spingeva a continuare e finalmente a portare
a compimento il supplizio che avevo inflitto
a quella povera bestia inoffensiva.
Un
a
ma
tt
in
a,
a
sa
ng
ue
fre
ddo...
n cappio al
s tri n si u col
l i lo
g ...

.
ero
alb
o di u n
ram
i al
i cca
p
im
l’
...e
Lo impiccai
perche’ sapevo
che mi aveva amato tanto;

perche’ sentivo che non


mi aveva mai dato ragione
di offesa; lo impiccai con
gli occhi pieni di lagrime
e il rimorso piu’
amaro nel cuore;
L’impiccai
perche’ sapevo
che cosi’ facendo
commettevo un peccato, un
peccato mortale che avrebbe
compromesso la mia anima
immortale tanto da ridurla se
una tal cosa fosse possibile,
fuori dalla misericordia infinita
del misericordioso e
piu’ terribile iddio.
ella notte che segui’
il giorno di
questa crudele azione,
fui svegliato dal grido:

al fuoco!
!
al fuoco
al fuo
co!

!
al fuoco !
al fuoco

al fuoco!

Le tende intorno al mio


letto erano in fiamme.

Tutta la casa bruciava.


Fu con grande difficolta’ che io e mia
moglie riuscimmo a metterci in salvo.

La distruzione era completa.


Tutto
il mio avere
ne fu inghiottito;

da allora
mi rassegnai
alla disperazione.
Sono superiore alla debolezza
di stabilire un rapporto di causa ed
effetto tra il delitto e il disastro.

Ma io vado descrivendo una


catena di fatti, e non voglio
trascurarne alcun anello.
l giorno dopo
l’incendio,
feci il giro delle rovine.

Tutte le mura
erano crollate
ad eccezione di una.

Si TRATTAVA Di UN tramezzo,
non molto spesso, contro
il quale stava il capo
del mio letto.
Li’ l’intonaco aveva
resistito in gran parte
all’azione del fuoco, cosa
che attribuii al fatto che
era stato rifatto da poco.
Di fronte a questo muro
si era radunata una gran
folla, e pareva che molti
ne esaminassero con
un’attenzione avida e
meticolosa un certo
punto.
strano! strano!
SINGOLARE! sINGOLARE!

INSPIEGABILE...
bizzarro
strano!

INSPIEGABILE...

strano!
!
MISTERIOSO
SINGOLARE...
Le parolE
“strano!”
“singolare!”
e altre espressioni simili,
destarono la mia curiosita’.

?
?

?
?

?
Mi avvicinai e vidi, come scavata
dentro alla bianca superficie,
l’immagine di un gigantesco “gatto”.

l’immagine era di un’esattezza


straordinaria.

Al collo dell’animale c’era una corda.

Nel primo momento che mi si presentO’ quell’apparizione


– poichE’ io non potevo considerarla altrimenti –
il mio stupore e il mio terrore furono estremi.

Ma poi la riflessione mi venne in aiuto.


i l gatto,
ricordai, era stato
da me impiccato in un giardino
adiacente alla casa.
Alle grida d’allarme questo era
stato immediatamente invaso dalla
folla e l’animale doveva essere
stato staccato da qualcuno e
lanciato attraverso una finestra
aperta, nella mia camera.
CiO’ doveva essere stato
fatto senza dubbio
allo scopo
di destarmi.
La caduta delle altre mura
aveva schiacciato la vittima
della mia crudeltA’ sull’intonaco
del muro rimasto intatto;
la cui calce fresca, combinata
con le fiamme e l’ammoniaca
del cadavere, aveva prodotto
quell’immagine come ora si vedeva.

Nonostante avessi cosi’ soddisfatto subito


la mia ragione se non la mia coscienza circa
il fatto sorprendente che ho riferito,
questo non manc0’ di lasciare un’impressione
profonda sulla mia immaginazione.
Per mesi e mesi non riuscii a liberarmi dal
fantasma del gatto: e durante questo tempo
un lieve sentimento si fece strada nel mio
animo che poteva sembrare, ma non era,
rimorso.
Giunsi persino
a deplorare la perdita
dell’animale e a cercare
intorno a me, negli
abominevoli ritrovi che ora
frequentavo abitualmente,
un altro gatto della stessa
specie che gli somigliasse
abbastanza da poterlo
sostituire.
na notte, mentre
stavo seduto
mezzo intontito in uno
di questi infami locali, la mia
attenzione fu attratta da un
oggetto nero che stava sopra
a una delle gran botti di gin o
di rum che costituivano il mobilio
principale della sala.

Da qualche minuto fissavo


quel punto ed ero sorpreso
di non aver visto prima
l’oggetto che vi stava posato.
Mi avvicinai
e lo toccai
con la mano.

Era un grosso gatto nero,


– molto grosso –
grosso almeno quanto Pluto,
che gli somigliava in ogni punto
meno che in uno.
Pluto
non aveva pelo bianco sul corpo;
questo invece ne aveva una grossa
macchia, per quanto indefinita, che
gli copriva quasi tutto il petto.

L’avevo appena toccato che si alzO’,


si mise sonoramente a far le fusa, si
stropicciO’ contro la mia mano e parve
molto contento delle mie attenzioni.

Avevo dunque trovato la creatura di


cui andavo in cerca. Proposi subito al
padrone di farne l’acquisto: ma questi
non lo riconobbe per suo, non ne
sapeva nulla, non lo aveva mai veduto.
Continuai a carezzarlo, e quando mi preparai
per tornare a casa, l’animale dimostrO’
di essere disposto ad accompagnarmi.

Lo lasciai fare, chinandomi ogni tanto a fargli una carezza, lungo la strada.
Quando
fu in casa
si addomesticO’
immediatamente e diventO’
subito il favorito di mia moglie.

Da parte mia, cominciai presto a


trovarlo vivamente antipatico
Era questo un risultato che non mi aspettavo;
ma, non so come nE’ perchE’, la sua evidente tenerezza
a mio riguardo quasi mi disgustava e mi ripugnava.

A poco a poco quei sentimenti di ripugnanza e di


disgusto crebbero sino all’amarezza dell’odio.
Lo evitavo;

ma una certa sensazione di


vergogna e il ricordo del
mio passato atto di crudeltA’ mi
prevenivano dal maltrattarlo.
Mi trattenni varie settimane dal picchiarlo,
nE’ lo maltrattai in altro modo;
ma a poco a poco, molto gradatamente,
giunsi ad averlo in indicibile orrore
e a fuggire tacitamente la sua odiosa
presenza come un alito pestilenziale.

CiO’ che senza dubbio aumentO’ il mio odio


per l’animale fu lo scoprire, la mattina
dopo di averlo portato in casa, che
come Pluto mancava di un occhio.
Quella circostanza invece non fece che
renderlo piU’ caro a mia moglie la quale,
come ho giA’ detto, possedeva a un alto grado
quell’umanitA’ di sentimento che prima era stata
anche una delle mie caratteristiche e la sorgente
dei miei godimenti piU’ semplici e piU’ puri.
Comunque l’affezione del gatto
per me pareva crescere in ragione
della mia avversione per lui.

Seguiva i miei passi con un’ostinazione che


sarebbe difficile far capire al lettore.
Ogni volta che
mi mettevo a sedere,
si sdraiava sotto
la mia seggiola
o mi saltava sulle
ginocchia, coprendomi
delle sue odiate
carezze.

Se mi alzavo per
camminare mi si metteva
fra le gambe a rischio
di farmi cascare, o,
adunghiandomi i panni
coi suoi lunghi
e aguzzi artigli,
mi si arrampicava
sin sul petto.
Desideravo
in quei momenti
di assestargli qualche
colpo mortale, ma mi
trattenevo, in parte per
il ricordo del mio primo
delitto, e principalmente
- lasciatemelo
confessare subito –
per un vero terrore
che la bestia
mi ispirava.
Questo terrore non era
propriamente di un male
fisico, pure non saprei
come definirlo altrimenti.
Mi vergogno di confessarlo, si’, anche in
questa cella da malfattore mi vergogno
di confessare che il terrore e l’orrore
ispiratimi da quell’animale erano
aumentati da una delle chimere piU’
chimeriche che sia possibile concepire.
PiU’ di una volta
mia moglie aveva
richiamato la mia
attenzione sul
carattere di quella
macchia bianca che il lettore
costituiva l’unica ricorderA’ che
differenza visibile quella macchia,
fra la strana bestia quantunque
e quella che grande, sul
avevo ucciso. principio era stata
molto indefinita;

ma, a gradi molto


lenti, a gradi quasi
impercettibili tanto
che la mia ragione
per un bel pezzo
si sforzO’
di considerare la macchia aveva
la cosa come preso una nettezza
immaginaria… rigorosa
di contorni.

Ora rappresentava
un oggetto che
rabbrividisco
a nominare;
Era soprattutto
per questo che
odiavo e temevo
quel mostro, il patibolo!
del quale mi sarei
liberato se avessi
AVUTO iL CORAGGiO.
ORA, QUELLA MACCHiA
rappresentava una
cosa orribile
E sinistra...

Oh!
lugubre
e terribile
arnese

arnese
d’orrore
e di delitto,
di agonia,
e di
morte!
E ora,
ero veramente infelice
al di lA’ di ogni possibile
miseria umana.

Una bestia bruta, di cui avevo ucciso con


disprezzo il simile, doveva essere cagione
a me, uomo fatto a immagine dell’altissimo
iddio, di tanta disperazione?

AhimE’!

notte e giorno non conoscevo piU’


la benedizione del riposo!
Di giorno la bestia non
mi lasciava un momento;

la notte, mi scuotevo di ora in ora da sogni


pieni d’indicibile angoscia, per sentirmi sul viso il
fiato caldo di quella cosa, e il suo gran corpo
– incarnazione d’un incubo che ero impotente a
scuotere – gravare in eterno sul mio cuore.
Sotto il peso
di tali tormenti,
quel poco di buono
ch’era rimasto in me
soccombette.

malvagi
i pensieri
erano i miei soli compagni,
i piU’ cupi e piU’ malvagi,
che si possa immaginare.

La tristezza del mio


umore abituale
si esacerbO’
sino all’odio
di tutte
le cose
e di tutta
l’umanitA’;
mia moglie, la quale, ahimE’, non si lamentava mai,
era la pazientissima vittima degli improvvisi,
frequenti e indomabili scoppi dell’ira
a cui mi abbandonavo ora ciecamente.
n giorno, per una faccenda casalinga, essa
mi accompagnO’ nella cantina della vecchia
casa dove la nostra povertA’ ci aveva ridotto ad abitare.
il gatto, seguendomi per gli
alti gradini della scala, mi fece
quasi cadere, ciO’, mi esasperO’
fino alla follia.
menai, in direzione dell’animale,
un colpo che sarebbe stato mortale,
se lo avesse, come era mio disegno,
raggiunto.

Alzata un’accetta, dimenticando


nell’ira la puerile paura
che sino allora aveva
trattenuto la mia mano…

Acceso da questo intervento di


una rabbia piU’ che demoniaca…

Ma il colpo fu fermato
dalla mano di mia moglie.
sottrassi il braccio
alla stretta...

e le spaccai la testa con l’accetta.


Essa cadde morta sul posto
senza emettere un gemito.
Compiuto l’orribile Sapevo che, di giorno o Vari progetti
delitto mi misi subito, di notte, non avrei potuto mi passarono
e deliberatamente, al portarlo fuori di casa senza per la mente.
compito di nascondere correre il pericolo d’esser
il cadavere. visto dai vicini.

Pensai anche di gettarlo


A un certo momento nel pozzo del cortile;
ebbi l’idea di tagliare d’imballarlo in una cassa
il cadavere a pezzetti come se fosse merce, e
che poi avrei distrut- Poi risolvetti di scavare una cosi’ farlo portar via
to col fuoco. fossa nel suolo della cantina. da un facchino.
Finalmente mi venne in mente un espe- La cantina si adattava
diente che ritenni molto migliore degli benissimo a mettere in
altri. Decisi di murarlo nella cantina, esecuzione un simile piano.
come vien detto che i monaci del Medio
Evo murassero le loro vittime.

E in questo calcolo non m’ingannavo.

Le mura erano mal costruite e di re-


cente erano state intonacate da capo
a fondo: un intonaco grezzo al
quale l’umidita’ dell’atmosfera non
aveva ancora permesso di indurire.

inoltre in una delle pareti vi era una


sporgenza, forse una falsa canna di
camino, che era stata riempita e mura-
ta come il rimanente.

Non dubitai che mi sarebbe stato faci-


le di spostare in quel punto i matto-
ni, introdurvi il cadavere e rimurare
tutto come prima in modo che
nessuno sguardo avrebbe potuto
scoprirvi nulla di sospetto.
Con l’aiuto di una sbarra di ferro
scalzai facilmente i mattoni
avendo accuratamente
sistemato il corpo
contro il muro, ve lo
assicurai; quindi, senza
troppa fatica, rifeci il
muro come stava prima.

Procuratomi sabbia
e calcina, con tutte
le precauzioni
possibili, composi
un intonaco che
non poteva essere
distinto dal vecchio
e ricopersi con cura
il nuovo lavoro.
Quando ebbi finito, fui certo che andava bene.

il muro non presentava traccia di alterazioni.

Raccolsi con cura meticolosa i rimasugli sul pavimento.


Poi mi guardai trionfalmente intorno e dissi a me stesso:
“Qui, almeno, la mia fatica non e’ andata perduta”.
Subito dopo, mi misi a cercare la bestia
che era stata la cagione di tanta sciagura:
ero fermamente deciso a sopprimerla.

Se l’avessi potuta incontrare in quel momento non vi sarebbe stato


dubbio sul suo destino: ma evidentemente l’ingegnoso animale
si era spaventato dello scatto violento della mia collera ed
evitava di comparirmi dinanzi mentre ero di quell’umore.
Non s
i puo
la pr ’ desc
ofon river
ch e l da, be e n e’
’asse ata s immag
n za d en saz in are
e lla ion e
risve detes di so
glio’ tabile lliev
ne l m o
c reat
io pe u ra
tto.

Essa non si fece rivedere per tutta la notte;


cosi’ fu che potei godermi una buona nottata,
la prima dal momento della sua entrata in casa;
dormii a lungo e tranquillamente; si’, dormii
nonostante l’assassinio che mi pesava sul cuore!

Passo’ il secondo, il terzo giorno,


e il mio carnefice non riappariva.

Respirai di nuovo come un uomo libero.


il mostro, atterrito, era fuggito per sempre!
Non lo avrei mai piu’ visto! La mia felicita’ era al colmo!
La colpevolezza del mio nero delitto mi dava poco disturbo.
Le poche domande che mi erano state fatte avevano avuto pronta risposta.
Era stata ordinata anche una perquisizione, ma naturalmente non si era potuto
scoprir nulla. Consideravo percio’ come assicurata la mia futura felicita’.
l quarto giorno dopo
l’assassinio un gruppo
di agenti di polizia mi piombo’
inaspettatamente in casa e
procedette di nuovo a un
rigoroso esame dei luoghi.

Sicuro come ero dell’impenetrabilitA’ del


mio nascondiglio non provai alcun timore.

Gli agenti vollero


che li accompagnassi
nelle loro ricerche.
Non lasciarono inesplorato un angolo, un canto.
Finalmente, per la terza o quarta volta, scesero in cantina.
Non un mio muscolo trasali’. il cuore mi
batteva tranquillamente come quello di
un uomo che dorme il sonno dell’innocenza.
Girai la cantina da cima a fondo. incrociate
le braccia sul petto passeggiavo di qua e
di lA’ liberamente.

La polizia era pienamente persuasa


e si preparava ad andarsene.

il giubilo del mio cuore era troppo


intenso per poter essere trattenuto.

Bruciavo dalla voglia di dire non


fosse che una parola di trionfo, anche
per rendere doppiamente sicura la
loro convinzione della mia innocenza.
“Signori,“
dissi alla fine, quando
presero a risalire le scale
“sono veramente felice d’aver
tranquillizzato i vostri sospetti.
Auguro a voi tutti buona salute e un poco
piu’ di cortesia. Sia detto di passata,
signori miei, questa, questa e’ una casa
singolarmente ben costruita.“
(Nel mio sfrenato desiderio di dire qualche
cosa con aria di franchezza, non sapevo
nemmeno io quel che m’usciva dalla bocca.)

“Si puo’ dire anzi che questa e’ una casa


ammirabilmente costruita.
Queste mura... ve ne andate, signori?
Queste mura son
proprio solide...“
Qui con la frenesia di una bravata, picchiai
forte con un bastone che tenevo in
mano proprio sul punto della
parete dietro alla quale stava
il cadavere della sposa
del mio cuore.

Possa iddio proteggermi


e liberarmi dalle
zanne dell’arcidemonio!
La vibrazione dei colpi si
era appena spenta che una
voce mi rispose dal fondo

della tomba!
Un lamento dapprima
velato e interrotto
come il singhiozzo
di un bambino, che ben
presto divento’ un
grido prolungato,
sonoro e continuo,
assolutamente
anormale e inumano;
un urlo, un mugolio,
meta’ di spavento
e meta’ di trionfo
quale poteva venire
soltanto
dall’inferno,
dalla gola dei dannati
nella loro agonia e dai
demoni esultanti
nella dannazione.
Parlare dei miei pensieri e’ follia.
Sentendomi mancare traballai sino al muro opposto.

Per un momento il gruppo sulla scala


rimase immobile, stupefatto dal terrore.

il momento dopo una dozzina di braccia


robuste s’abbatterono contro il muro…
…il quale cadde di un sol pezzo.
il cadavere,
gia’ in decomposizione
avanzata, lordo di
sangue raggrumato,
stava in piedi davanti agli
occhi degli spettatori.
Sopra la testa, con la gola rossa spalancata
e l’unico occhio fiammeggiante, era posata la bestia
schifosa le cui male arti mi avevano spinto all’assassinio
e la cui voce rivelatrice mi consegnava al carnefice.
Avevo murato il mostro nella tomba.
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Lovecraft e altre storie – isbn: 978–88–88893–89–1
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Edward Mani di Forbice – Qualche anno dopo – isbn: 978–88–94818–43–7
Il Tempio – isbn: 978–88–94818–05–5
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del fumetto d’autore

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The Black Cat è un racconto fra i più celebri di Edgar Allan Poe, pubblicato
per la prima volta nell’agosto del 1843 sul «The Saturday Even Post».
La storia assume le vesti della confessione di un omicida condannato a
morte. Si tratta di un uomo che – pur sapendo che non verrà creduto – vuole
rivelare al mondo il tragico resoconto di quanto accadutogli, per sgravarsi
la coscienza e condividere l’orrore vissuto: un espediente letterario che si
ritroverà spesso in molti fra i racconti brevi di Howard Phillips Lovecraft.
Una tragica catena di eventi aveva infatti portato il suo animo gentile a
mutare in quello di un assassino intemperante e perverso, vittima delle sue
stesse paranoie. Egli racconta, infatti, di essere stato un uomo perbene, di
aver avuto una grande passione per gli animali, in particolare per il suo gatto
nero. Poi però, lo spettro dell’alcool ha cominciato ad aleggiare sulla sua vita,
peggiorandone l’indole e rendendolo via via più succube, finché una sera...

ISBN: 978-88-94818-36-9

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