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Meccanica della Frattura

Elasto-Plastica (EPFM)

Francesco Caputo
Il dominio di resistenza statico per la LEFM

Fixed grips

 2a 
   ys 1  
 W

c   ys

Meccanica della Frattura Francesco Caputo


Il J-Integral come parametro della Meccanica della Frattura Elasto-Plastica

Un parametro capace di indagare sullo stato tensionale all’apice di una cricca quando il materiale assume comportamenti
non lineari, definito da Rice [32] nel 1968, è l'integrale J.

Rice dimostrò che l'integrale J è equivalente alla variazione di energia rilasciata dal componente danneggiato in seguito alla
propagazione della cicca (nell’ambito della Meccanica della Frattura Elasto-Plastica (EPFM), J ha lo stesso significato che
ha il parametro G nella LEFM).

Successivamente Hutchinson, [32] Rice e Rosengren [32] dimostrarono che J permette di determinare il campo tensio-
deformativo all'apice del difetto e può, quindi, essere interpretato come un fattore di intensificazione degli sforzi in campo
non lineare.

Il campo di tensione all’apice della cricca può essere così espresso [1]:
1
 
σ  c  n  1 ξ θ  (40)
J
ij  r  ij

ove nel caso di materiale linearmente elastico n =1 e la (40) si riduce alla (1).

Il J, come il K, può essere utilizzato come paramentro di confronto tra strutture recanti cricche di dimensioni e forma diverse.
La frattura avviene quando J raggiunge un valore critico JIc, ricavato sperimentalmente.

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J-integral

Il J-integral è espresso da un integrale di linea indipendente dal percorso di integrazione.


In due dimensioni, supponendo che le T non dipendano da “a”, che le facce della cricca non siano caricate e che le forze di
massa siano tarscurate, abbiamo ([1], [32]):

d  du 
J    W  dx 2  Ti  i  ds  (41)
d a 0  d x1 
ε
con  a    W  d A   Ti  u i  ds = V(a) , W  W x, y   W ε    σ ij dε ij
A 0 0

dove V= è l’energia potenziale lungo un contorno chiuso 


interno al solido, essendo W l’energia interna, Ti = ijnj il
vettore delle tensioni normale a  con verso uscente dal
contorno e u sono gli spostamenti dei punti del contorno ,
mentre ds è un tratto infinitesimo di  (fig. 22).

Fig. 22– Linee di integrazione [1]

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Facendo riferimento alla fig. 23 si consideri il percorso chiuso ABCDEF intorno all’apice della cricca.

Fig. 23– Percorso di integrazione

Si dimostra che il J-integral lungo tale percorso è nullo.

Poiché T = 0 e dy = 0 lungo CD e AF, il contributo di questi tratti all’integrale è nullo.

Ciò implica che il contributo del tratto ABC deve essere uguale ed opposto al contributo del tratto DEF.

Questo significa che l’integrale lungo 1 è uguale a quello lungo 2, ovvero J1 = J2.

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Se (Rice [32]) il J lungo il contorno dell’apice di una cricca rappresenta la variazione di energia potenziale connessa ad una
estensione virtuale da della cricca:

V
J (42)
a

allora, nell’ipotesi di materiale lineare elastico -V/a = G il che significa che :

JG (43)

e quindi J=K2/E

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Nel caso di comportamento lineare elastico il J-integral può essere calcolato come segue:

 V 1 v
J   P (45)
  a P 2  a

 V 1 P
J     v (46);
  a v 2 a

quando, invece, il comportamento del materiale è non lineare elastico:

 V v
P
J      dP (47)
  a P 0   a 

 V  P 
v
J        dv (48)
  a v 0
a 

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Nella fig. 24 sono rappresentati graficamente i valori del J relativi ai due casi. L’area OAE rappresenta il J (47) in condizioni
di carico imposto, mentre l’area OAB rappresenta il J (48) in condizioni di spostamento imposto. Per i due casi la differenza è
rappresentata dall’area AEB ritenuta trascurabile.

Fig. 24– Rappresentazione del J-integral

Bisogna evidenziare il fatto che il comportamento del materiale deve essere pur sempre elastico, quindi nella fase di scarico
il materiale deve seguire la stessa curva carico spostamento di quella seguita nella fase di carico.

Questa è una forte limitazione dell’applicazione del J-integral.

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Anche per il J, così come per G, il valore critico (difficile da determinare !) non è costante con la dimensione della cricca,
quindi è possibile costruire della curve di resistenza denominate curve JR (fig. 25).

Fig. 25– Curva J – R [1]

La cricca propagherà in modo instabile fino alla rottura se:

J J R
J  J R (49) e  (50)
a a

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J-integral come fattore di intensificazione degli sforzi

Hutchinson, Rice e Rosengren (HRR) dimostrarono che J può caratterizzare lo stato di sforzo all’apice della cricca in un
materiale a comportamento elaso-plastico [20].

Utilizzando la relazione sforzi-deformazioni di Ramberg-Osgood (fig. 26):

n
   
     (51)
0 0 0 

dove σ0 ed 0 sono valori di riferimento (in genere σ0= σys e ε0= εys, εys=σys/E) e n è l’esponente di incrudimento, si trova:

1 /( n 1)
J
 ij  k1   (52)
r
n /( n 1)
J
 ij  k 2   (53)
r

Da queste relazioni si nota che c’è ancora una singolarità (r-1/(n+1)): infatti se r→0 σij→∞; l’ordine della singolarità è però
diverso da quello che si ha quando il materiale ha un comportamento lineare (r-1/2).

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Si possono avere tre situazioni differenti [32]:
a) Caso di plasticizzazioni poco estese (fig. 27a). In tal caso i distinguono tre zone: una immediatamente vicino all’apice
nella quale vi sono grandi deformazioni e gli sforzi non sono rappresentabili con le equazioni (52 e 53); una in cui gli
sforzi sono rappresentabili con le equazioni (52 e 53); infine, una in cui l’andamento degli sforzi è ben descritto dal
fattore di intensificazione degli sforzi K e dalla singolarità -1/2.
In questo caso si dice che K definisce unicamente lo stato di sforzo vicino all’apice; infatti la zona plastica è compresa
nell’area in cui K è dominante.

b) Caso elasto-plastico (fig. 27b). In tal caso, si distinguono ancora tre zone: una immediatamente vicino all’apice del
difetto (più estesa rispetto al caso precedente) in cui si hanno grandi deformazioni e arrotondamento dell’apice; una
in cui gli sforzi sono descritti tramite il J-integral, mentre nell’ultima zona gli sforzi non sono più descritti tramite K, in
quanto la plasticizzazione risulta troppo estesa.
In questo caso il J-integral è un parametro valido per descrivere il comportamento alla frattura.

c) Caso di plasticizzazioni su larga scala (fig. 27c). In tale ultimo caso, esiste una zona molto estesa di grandi
deformazioni e una zona in cui gli sforzi non sono descrivibili neanche attraverso il j-integral. Non esiste un
parametro in grado di descrivere i meccanismi di frattura; se si determina Jc questo dipende dalle dimensioni e dalla
forma del provino.

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Fig. 27 [13]

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CTOD (Crack Tip Opening Displacement)

Questo parametro è stato definito per l’esigenza di trovare una grandezza, oltre il J-integral, valida sia in campo lineare sia
non lineare, e per la difficoltà di determinare sperimentalmente la tenacità per i materiali duttili, per i quali le limitazioni sullo
spessore risultano eccessive (piastre sottilissime) [7,39].

Wells definì l’apertura dell’apice del difetto, δ, come l’apertura del difetto in corrispondenza dell’apice iniziale, prima
dell’arrotondamento (fig. 28).

Fig. 28—Definizione di δ, apertura dell’apice del difetto

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Dapprima è stata considerata una situazione di plasticizzazioni limitate. Se si considera che il difetto sia lungo a+ry, in
corrispondenza di r=ry, si trova:

 1 ry
uy  KI (54)
2 2

dove μ è il modulo di elasticità tangenziale e κ=(3-ν)/(1+ν) in stato piano di tensione.

Fig. 29—Definizione della zona plastica e dell’apertura dell’apice del difetto

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Se si sostituisce nell’equazione 54 :
2
 KI 
ry 
1   (55)
2   ys 
 
2 K I2
si trova: uy  (56)
 ys E

Poiché δ=2uy e G=K2/E, ottniamo:


4 K I2 4G
  (57)
 ys E  ys

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Se si considera un modello con plasticizzazioni all’apice più estese, come si vede in figura 30, si trova invece:
8 ys a   
 ln sec  (58) ,
E  2 
 ys 
con l’espansione in serie di “ln sec ( )” si ottiene:

8 ys a  1    2  
2 4 6
    
     1     ...  K I  1  1     ... (59) ,
E  2  2 ys  12  2
  ys

   ys E  6  2 ys 
 
   
e per σ<<σys :
K I2 G
  (60)
 ys E  ys

A questo risultato si è arrivati basandosi su condizioni di stato piano di tensione e considerando un materiale che non
presenta incrudimento. In realtà il legame tra G e δ (CTOD) dipende anche dallo stato di sforzo e dal materiale.

L’espressione più generale di δ diventa:

K I2
 (61)
m ys E I

dove:
in stato piano di tensione m=1 EI=E
in stato piano di deformazione m=2 EI=E/(1-ν2)

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Relazione tra J e CTOD

Se il comportamento del materiale è lineare:


J G
e dalla (27) e dalla (61) si ha:
J  m ys (62);

se, invece, le plasticizzazioni sono estese, si considera la fig. 30, in cui all’apice della cricca è definita una zona plastica di
estensione ρ, su cui agiscono sforzi di chiusura pari a σys.

Fig. 30—Modello con gli sforzi di chiusura

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Scriviamo l’integrale J sul percorso segnato in figura 31 d (Γ) e che va da una superficie all’altra della cricca seguendo il
profilo della zona plastica. Si può scrivere:

 u y 
J   Wdy   yy ds  (63);

x 

se ρ>>δ si può porre dy=0 e il primo termine dell’integrale J è nullo; nel secondo termine gli unici sforzi sono σyy (ny=1,
nx=nz=0).

Fig. 31—Sforzi di chiusura all’apice del difetto e percorso dell’integrale J [7]

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Si considera un nuovo sistema di coordinate:
X    x;

per un dato valore di δ, σyy e uy dipendono solo da X, e se ρ è piccolo rispetto alle dimensioni:


 yy ( X ) du y ( X ) 
J  2 dX    yy ( )d (64)
0
dX 0

dove : δ=2uy (X=ρ)

Poiché in questo modello : σyy=σys, segue che:


J   ys  (65)

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Cenni sulla Propagazione

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Le teoria del K ed il criterio di Griffith permettono di stabilire, dato un certo carico sulla struttura, quanto deve essere grande
una cricca affinché ci sia rottura; oppure, data una certa cricca, stabilire il carico massimo sopportabile.

Su come la cricca propaghi all’interno della struttura prima di raggiungere le condizioni critiche non danno alcuna
informazione. Questo è l’obiettivo delle analisi di propagazione.

Il K, come descritto precedentemente, è una misura del campo di tensione e deformazione. È ragionevole ritenere che la
velocità di propagazione sia legata a tale parametro e quindi strutture aventi la stesso K presentino la stessa velocità di
propagazione.

Si consideri una piastra sottoposta ad una sollecitazione ciclica, il carico applicato sia positivo ed assuma valore minimo pari
a zero, il K durante ogni ciclo vari in un intervallo di ampiezza K = Kmax- Kmin con Kmin = 0. La velocità di propagazione,
ovvero l’aumento da della lunghezza della cricca per ogni ciclo, dipende dal parametro K [1]:
da
dN

 f ΔK   f 2 S πa
a
 (66) ,

dove Sa e l’ampiezza della sollecitazione ciclica.


Nella fig. 32 seguente sono riportati i risultati di alcuni test.
Si noti che la veloctà di propagazione aumenta con la progressiva crescita della cricca. La velocità da/dN può essere
determinata derivando le due curve.

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Fig. 32– (a) Dimensione della cricca nel tempo; (b) da/dN - K

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Il valore di K si ricava sostituendo il valore istantaneo di a nella relazione

ΔK  2 S πa (67);
a

nella fig. 32 è riportato il diagramma, in scala doppia logaritmica, di da/dN in funzione di K.

Una riprova della veridicità della relazione (66) sta nel fatto che i due test condotti in differenti condizioni di carico conducono
alla stessa curva (da/dN - K).

Un ciclo di fatica è caratterizzato da due parametri: l’ampiezza Sa ed il valore medio Sm. Se Sa = Sm il valore minimo del
carico è pari a zero mentre Kmax = K. Se Sm > Sa il massimo valore assunto dal fattore di concentrazione di tensione è pari
a:

K   S  S  πa (68)
max  m a 
E evidente che il massimo valore assunto dal K nel ciclo influenza la velocità di propagazione, quindi, una forma più
generale della (66) è la seguente [1]:
da
f K
dN 1 max
 
, ΔK  f (R, ΔK) (69)
2
K S S S
con R min  min  m a
K S S S
max max m a

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Problematiche connesse alle piccole crepe

Fig. 34– Velocità di crescita della cricca in funzione di K [5]

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Note

Effetti locali: effetto d’intaglio

1
Caso del foro centrale in una piastra tesa (Kirsch)

2
Richiami di teoria dell’elasticità

Equazioni dell’equilibrio elastico in termini di componenti dello spostamento

  2 1  
 
G   u +  + X = 0 u v w
  1 − 2   x   = x + y + z = + +
  2 1  
x  y z
 
G   v +  + Y = 0 con
1 − 2  y  e
 
  2 1   2 2 2
G   w +  + Z = 0  = 2+ 2+ 2
2

  1 − 2  z  x y z

Se le forze di massa sono nulle, le equazioni precedenti si riducono a

2 = 0
Ovvero l’invariante lineare di deformazione deve essere rappresentato da una
funzione armonica

3
Equazioni dell’equilibrio elastico in termini di componenti della sollecitazione

  2T
(1 +  )  x + 2 = 0
2
con
 x
  2

(1 +  ) 2
 +
T
=0 T = x +  y + z
y
y 2


(1 +  )  + T = 0
2
2

 z
z2 Anche in questo caso, se le forze
 di massa sono nulle, le equazioni
(1 +  )  yz +  2
T
2
=0 precedenti si riducono a
  y z
  2T
(1 +  )  xz +
2
=0  2T = 0
 x z
  2T
(1 +  )  xy + =0
2

 x y

4
Problemi piani di elasticità

   x   xy
 + +X =0
  x  y
   xy   y
  + +Y =0
  x  y
Z = 0


Stati piani di tensione Stati piani di deformazione
(equazioni di congruenza) (equazione di congruenza)
 2 2   X Y 
  2  2 + 2 ( x +  y ) + (1 +  ) +  = 0
2   X Y 
 2 + 2 ( x +  y ) + (1 +  )
 +  = 0   x  y    x  y 
   x  y    x  y 

 2 ( x +  y ) = 0
2
In entrambi i casi occorre che le forze
y
 2 di massa siano costanti e che si abbia
  ( +  ) = 0
x2 x y

 2
 ( +  y ) = 0  2 ( x +  y ) = 0
  x  y x

5
Funzione di Airy in termini di tensioni

Posto

 2  2  2
x = y =  xy = − − Xy − Yx
 y2 x2  x y

la funzione  è soluzione della condizione di congruenza se è


biarmonica, ossia se
George Biddell Airy
 4  4  4
 ( x +  y ) =   =
2 4
+2 2 2 + 4 =0
x 4
x y y

6
Come possiamo costruire una funzione biarmonica in coordinate cartesiane

Anzitutto è chiaro che ogni funzione armonica è anche biarmonica.


Inoltre, se U e V sono due qualsiasi funzioni continue, limitandoci al problema piano, è

  U V  U V 
( ) (
 2 (UV ) =  2 U V + U  2 V + 2 + ) 
 x x y y 

Allora è facile verificare che, se (x,y) è una funzione armonica, si ha

    2  1     
 (x) = 2
2
  x
2
 = 2 2  2  r   = 2 + 2 x + y 
x   x  x 2   x y 

Conseguentemente, se 1, 2, 3 e 4 sono funzioni armoniche, risulta

1
f (x , y ) = C 1 1 + C 2 x2 + C 3 y3 + C 4 r 4 →  4 f (x , y ) = 0
2

Questa forma è dovuta a Neuber; molti altri esempi possono essere costruiti per deriva-
zione o combinazione di funzioni armoniche

7
Problemi piani in coordinate cilindriche

r = x 2 + y2 tan  = y x

r x r y  2 r y2 2 r x2 2 r xy
 = = = 3 = 3 =− 3
x r y r x 2
r y 2
r  x y r
 y  x 2  2x y
 =− 2 = =
x r y r2 x2 r4
2  2x y 2  y2 − x 2
=− =
y 2
r4  x y r4
f f  r f  f f  r f 
f (x, y )  f (r, ) = + = +
 x  r  x   x  y  r  y   y
2 2
 f
2
  f  r f    2 f   r   2 f     2 f  r  f  2 r f  2
=  +  = 2   + 2   + 2 + +
x 2
 x   r  x   x   r   x     x   r   x  x  r  x 2   x 2

2 f   f  r f    2 f  r  r  2 f    2 f   r   r  
=  + = + +  + +
 x  y  y   r  x    x   r 2  x  y  2  x  y  r     x  y  y  x 
f  2 r f  2
+ +
 r  x y   x y 8
f (x, y )  f (r, )

 2 f   r    r    2 f     2     2 
2 2
 2f  2f
 f=
2
+ 2 = 2   +    + 2 
  +    +
x 2
y  r   x    y       x    y  
   
 2f   r    r    f   2 r  2 r  f   2   2  
+2  + +  2 + 2+  2 + 2
 r    x  x  y  y   r   x  y      x  y 

Sostituendo quindi le derivate delle nuove coordinate in funzione di quelle precedenti abbiamo:

 2f  x 2 y 2   2f  y2 x 2 
 f = 2  2 + 2 + 2
2
 4 + 4 +
 r  r r     r r 
 2 f  xy xy   f  y 2 x 2  f  2 xy 2xy 
+2  − 3 + 3 +  3 + 3 +  − 4 =
r   r r  r  r r     r 4
r 
 2f  r 2   2f r2   2f  r 2  f
= 2  2+ 2  4+2 0 +  f  3+ 0
 r  r     r  r  r  
r  

In definitiva abbiamo quindi:  2f 1  2f 1 f


 f=
2
+ +
r 2 r 2  2 r r
9
 2f 1 f 1  2f   2 1  1  2   2f 1 f 1  2f 
  f (r, ) = 2 +
2
+  f (r, ) =  2 +
4
+ 2  2 +
2 
+ 2 
2 
r r  r r 2  2   r r  r r     r r  r r   

Trasformazione dalle coordinate cartesiane a quelle cilindriche


(*) Vedi pagina seguente per esempio
 r =  x cos2  +  y sin 2  +  xy sin 2

 t =  x sin  +  y cos  −  xy sin 2 da cui, ovviamente,  r +  t =  x +  y
2 2

 = ( −  )sin  cos  +  cos2


 rt y x xy

E quindi, operata la trasformazione (x, y ) → (r, )

1   1 2  2   1  
 r = + t = rt = −  
r  r r 2  2 r 2  r  r   

Da cui, ancora,  4(r, ) = 0

10
Esempio. Ricaviamo r in coordinate cilindriche attraverso la funzione di Airy
Ricordiamo anzitutto le relazioni che legano  alle componenti di tensione in coordinate
cartesiane in assenza di forze di massa:
 2  2  2
x = y =  xy =−
y 2
x 2
x y

Conseguentemente la r è data da:

 2  2
 2
 r =  x cos  +  y sin  +  xy sin 2 =
2 2
cos  + sin  −
2
sin 2
2
 y2  x2 xy
Assumendo le già note relazioni di trasformazione delle coordinate nella derivazione abbiamo:
 2  2  2
r = cos  + 2
sin  − sin 2 =
2
y 2
x 2
xy
  2 y 2  2 x 2  2  xy  x 2  2xy 
= 2 2 + +2 + − 4 
cos2  +
  r r  r
2 4
r r 3
r r 3
  r 
  2 x2  2  xy  y 2  2xy  2
 2 y 2
+ 2 + −2 + + 4 
sin  +
  r r 2
 r
2 4
r r 3
r r 3
  r 
  2
− 2
xy
− +
 2   x 2 y 2   xy  y 2 − x 2
 2  xy
− 3 − +
( ) sin 2
  r r 2
 r
2 4
r r 3 
r  r r 3
 r4  11
In breve otteniamo:

r =
1  2
r r
2 2
y 2
cos  + x sin  − xy sin 2 +
2 2 2
 1  2
r 
4 2
x 2

cos2  + y 2 sin 2  + xy sin 2 +

1  2
+ 3
r r
 ( ) (
2 xy cos2  − sin 2  − x 2 − y 2 sin 2 + ) 
+
1  2
r r
3
x 
cos 2
 + y 2
sin 2
 + xy sin 2 +
1 
r 
4
− 2 xy 
cos 2
 + 2 xy 
sin 2
 − y 2
− x 2
sin 2 ( ) 
Esprimiamo ora le funzioni trigonometriche in funzione delle coordinate cartesiane:
y 1 x y 2 xy
tan  =  cos  = = ; sin  = ; sin 2 = 2 sin  cos  = 2
x 1 + tan 2  r r r
Così abbiamo:
1  2  2 x 2 2 y
2
2 xy  1  2   2 x 2 2 y
2
2 xy 
r = 2 2 
y + x − xy 2 
+ 2 
x + y + xy 2 
+
r  r  r 2
r 2
r  r    r
4 2
r 2
r 

1  2  
+ 3
  
 x 2 y2 
 
2 xy 2 − 2  − x − y
2
2
(
2 2 xy
+ )
r r  r r  r 

1   2 x 2 2 xy  1   2 2 xy 
( )
2
2 y x2 y2
+ 3 x + y 2 + xy 2  + 4 − 2 xy 2 + 2 xy 2 − y − x
2

r  r  r 2 r r  r    r r r 2  12
Ovvero:
1  2   y 2 x 2 x 2 y 2 2x 2 y 2  1  2   x 4 y 4 2x 2 y 2 
r = 2  + 2 − +  + + +
r  r 2  r 2 r r 2  r 4   2  r 2 r 2 r 2 

1  2  
+ 3 
r  r   
2 xy
 x 2 y2 

 2
− 
2 
− x 2
−(y 2 2 xy
2
r 
)
+
r r 

1   x 4 y 4 2 x 2 y 2  1  
+ 3  +
r  r  r 2 r 2
+  + 
r 2  r 4   
− 2 y
x3
r2
+ 2 x
y3
r2
− y 2
− x (
2 2 xy 

r 2 
)
Con semplici passaggi abbiamo quindi:

r =
1  2
r r
4 2
0 + 1  2
r 
6 2
 
4 1  2
r + 5
r r r r
 
0 + 15  r 4 + 16  0
r 

Cioè in definitiva:
1  2 1 
r = + c.d.d.
r 
2 2
r r

13
Esempi di costruzione delle funzioni biarmoniche in coordinate cilindriche

Anzitutto, le funzioni trigonometriche sin(nφ) e cos(nφ) non sono armoniche nè


biarmoniche; infatti ad esempio si ha:
 2 sin (n) 1  sin (n) 1  2 sin (n) n2
 sin (n) =
2
+ + 2 = − 2  sin (n) Quindi sono biarmoniche
r 2 r r r  2 r
4 1 2 
  sin (n) = − n   2  sin (n) = −
n2 4 − n2
2
sin (n)
( ) solo per n = 2

 
4
r r
Sono anche armoniche r2sin2 ed r-2cos2, risultando:
  r 2  (cos 2) 1  r (cos 2) 
( 2
) ( 2 2
)
 r cos 2 =  r cos 2 + r  cos 2 + 2
2 2


( 2


)
+ 2
   
 =
 r r r 
 4 
= 4 cos 2 + r 2  − 2 cos 2  = 0
 r 
Invece, r4cos2 non è armonica, ma direttamente biarmonica; infatti è

( ) ( ) ( ) 4 
 2 r 4 cos 2 =  2 r 4 cos 2 + r 4  2 cos 2 = 16r 2 cos 2 + r 4  − 2 cos 2  = 12r 2 cos 2
 r 
In definitiva è ad esempio biarmonica qualsiasi funzione del tipo
 C 
f (r, ) =  C1r 4 + C 2 r 2 + C3 + 24  cos 2
 r 
14
Siamo ora in condizioni di risolvere il problema di Kirsch

h  a 
 n =  x cos  +  y sin  +  xy sin 2
2 2


n = ( y −  x )sin  cos  +  xy cos 2

x = q  y =  xy = 0 

 n = q cos2 
 
 n = − q sin  cos 

 n 2 (1 + cos 2)
q
 =
  =
q
 n = − sin 2
 2

 =  + 
 q

 n =
q  n 2 cos 2
 =
 =  2  = 
q
 n = 0  n = − sin 2
 2
15
 q
 n = Soluzione dei cilindri in parete  
 =  2 spessa assoggettati a pressione
B
  r = A 2
 n = 0
esterna  t  r

 B
r = a   r (a ) = 0 (non c' è carico superficiale) r = a → A−
a 2
=0
 
r = h   r (h ) = q 2 (il carico superficiale è proprio q 2) r = h
B q
→ A− 2 =
 h 2

B = A a 2
 Considerando che h>>a si può assumere la soluzione per h→
   a2  q
 
A 1 − h 2  = 2 e quindi in definitiva si ha
  

 r  q  a 2 
   = 1  2 
 t  2  r 

16
Assumiamo la soluzione attraverso la funzione
 q biarmonica
 =
 n 2 cos 2
 = 
q  C 
 n = − sin 2  (r, ) =  C1r 4 + C 2 r 2 + C3 + 24  cos 2 = f (r ) cos 2
 2
 r 

per la quale risulta


/2

 1  1 2   C C 
r = + 2 2
= − 2  C 2 + 2 23 + 3 44  cos 2
 r r r   r r 
 2
   C4 
2
t = 2
= 2  6 C 1 r + C 2 + 3 4 
cos 2
  r  r 
   1   C C
rt = −   = 2  3C 1r 2 + C 2 − 23 − 3 44  sin 2
  r  r     r r 

le quali, come si può verificare, soddisfano


le equazioni indefinite dell’equilibrio

/2

17
Condizioni al contorno

r=a   r (a ) =  rt (a ) = 0

 r (h ) =  rt (h ) = − sin 2
q q
r=h  cos 2
2 2

 C3 C4
C
 2 + 2 + 3 =0 Ovvero, assumendo come in precedenza la
a2 a4
 C C
soluzione per h→, abbiamo
3C1a 2 + C 2 − 23 − 3 44 = 0
 a a
 C C q q
C 2 + 2 23 + 3 44 = − C1 = 0 C2 = −
 h h 4 4
 C3 C4 q 1 2 1
3C1 h 2
+ C 2 − 2
− 3 4
= − C3 = qa C 4 = − qa 4
h h 4 2 4

  q a2 3 q a4  q a2 3 a4 
 r = − 2 − + q 2 − 4 
 cos 2 = 1 − 2 2 +  cos 2
4 
  4 r 4 r  2  r 2 r 
  q 3 q a  4
q a 
4
  t = 2 − − 
4 
cos 2 = − 
 1 + 3  cos 2
4 
  4 4 r  2  r 
  q a 2
3 q a 4
q a2 a4 
 rt = 2 − − q +  sin 2 = − 1 + 2 − 3 4  sin 2
4 
  4 2  r 2
4 r  2 r r 
18
In definitiva la soluzione complessiva (=’+”)è data da
 q a2  q a2 a4 
 r = 1 − 2  + 1 − 4 2 + 3 4  cos 2
 2 r  2 r r 
 q a2  q a4 

 t =  1 + 
 r2  2−  1 + 3  cos 2
4 
 2    r 
 q a 2
a 
4

 rt = − 1 + 2 2 − 3 4  sin 2
 2 r r 

per  = 0 
 q a2 a4 
 r =  x =  2 − 5 2 + 3 4 
 2 r r 
 q a2 a4 

 t =  y = 
 r2 − 3 
4 
 2  r 
 rt =  xy = 0


 r (a ,0 ) = 0  r (r,0 ) = 0  r = 1.5  a  1.2247  a
 r (r,0 )
= 0  r = 6 / 5  a  1.095  a   rmin (r,0 ) = − 0.04169  q
r
 r (,0 ) = q
 t (a ,0 ) = − q  t (r,0 ) = 0  r = 3  a  1.73  a
 t (r,0 )
= 0  r = 6  a  2.45  a   tmax (r,0 ) = q 24
r
 t (,0 ) = 0 19
per  =  2 
 3q  a 2 a 4 
 r =  y =  2 − 4 
 2r r 
 q a2 a4 
 t =  x =  2 + 2 + 3 4 
 2 r r 
 rt =  xy = 0


 r (a ,  2) = 0
  r (r,  2)
= 0  r = 2  a  1.42  a
r
 r max ( )
2  a ,  2 = 3  q 8 = 0.375  q
 r (,  2 ) = 0
t ( )
2  a ,  2 = 13  q 8 = 1.625  q = 4.33   r max

 t (a ,  2 ) = 3  q
 t (2  a ,  2 ) = 1.219  q
 t (3  a ,  2) = 1.074  q
 t (4  a ,  2 ) = 1.037  q
 t (10  a ,  2 ) = 1.005  q
 t (,  2 ) = q 20
Foro ellittico (Inglis)

=a b
 t () = q
(1 + 2  )sin 2  −  2 cos2 
sin  +  cos 
2 2 2

(A ) = b 2 a  = a 

(
 t max =  t (A ) = q(1 + 2 ) = q 1 + 2 a  )
 t min =  t (B) = − q
h −a
 kt = (1 + 2 )
h

h = semilarghezza della piastra

21
Fattore effettivo di intaglio
e max af n
kf =   kt 1
 nom afp q=
1+  

 −  nom  e max  nom − 1 k f − 1 0.51 alluminio


q = e max = = 0.25 acciaio a basso ten. carbonio
 t max −  nom  t max  nom − 1 k t − 1 
(mm) = 0.064 acciaio temperato
  2070 
1.8

0.025   u  550 MPa


 
 u 

1
q=
1+  

 u − 134
log  = − (u  1520 )
586

22
Comportamento plastico di elementi
intagliati

max = k t n om

In campo elastico lineare

 k
=   max = t nom
E E

max = k t   nom 
max 
= k t  nom 
E E
 max = k t   nom 
 max
k = = kt = k
 nom

23
Modello elastoplastico senza incrudimento

P P
 nom =   max = k t
2(b − a )t 2(b − a )t
2(b − a )t
 Pi = s
kt
Pp = 2(b − a )t s

 n max =
6M
 (n max )max = kt
6M
 Mi =
(b − a) t
2

(b − a )2 t
Mp = 
(b − a )2 t (b − a )2 t 6k t
s
6
s

Modello non lineare


 
k  = max k  = max
 n om  n om

Regola di Neuber k k  = k t
se  n om  E n om
 max   max
k  k  = k 2t  = k 2t
 nom   nom
  max   max = k 2t   nom   nom

  max   max =
(k t   nom )2
24
E
 
= 1.304
2 2

Esempio: Piastra con foro circolare


E = 69 Gpa H = 690 Mpa n = 0.15 1n
 
A) Applicazione del carico con nom = 200 MPa (k t n om )2 = 2max + max E max 
  max   max 
1n
 max   max 
1 0.15
 H 
 max = f ( max ) = +  = + 

E  H  69000  690   max = 346.2 MPa
  = (k t  n om ) = (3  200 ) = 5.217 MPa
2 2
 
 max max E 69000  max = 0.01507
B) Rimozione del carico
        
1 0.15
 = f = +   = 513.1 MPa
 2
  2  2  69000  2  690   
   = (k t nom 2 ) = (3  100) = 1.304 MPa = N
2 2
 = 0.01017
 2 2 E 69000
 r =  max −  = − 166.9 MPa
( )  
2
 
1n
 
N=
4E
+   
2  2H   r =  max −  = 0.0049 25