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LEZIONE 2

La società tardo romana: Il Brigante


Non sempre i ceti inferiori furono la principale area di reclutamento del brigantaggio,
anche se lo sono spesso nelle sue rappresentazioni letterarie. La figura del bandito nel
corso della secolare storia di Roma è insita nella sua storia perché è sempre stata
presente anche nei periodi più felici. In un primo momento la figura del brigante
interessava le zone costiere del mar Mediterraneo e non furono poche le spedizioni contro
quegli uomini che, in epoche diverse hanno sempre tentato di imporre la propria legge su
quei mari. Si ricordino quei pirati che tanto male fecero solcando il mare nostrum al
punto che intere regioni dell’Impero, che si affacciavano sul Mediterraneo, venivano
considerate loro proprietà.
Da Plutarco sappiamo che la Cilicia fu la prima roccaforte dei pirati che, dopo aver aiutato
Mitridate nella sua guerra contro Roma (88-85 a.C.), presero coscienza delle loro
possibilità e di conseguenza iniziarono ad osare sempre di più sino a recare danni molto
ingenti ai traffici romani. Sempre Plutarco narra come durante le guerre civili, quando i
Romani sembravano concentrati più sulla terre ferma che sui mari, i pirati divennero
padroni indisturbati delle acque del Mediterraneo, ormai rimasto senza nessuno che
vegliasse su quelle rotte. Essi pertanto, non solo attaccavano qualsiasi naviglio avesse
avuto la sventura di incrociare la loro rotta, ma si diedero a devastare isole e città
costiere.
I successi dei pirati e la facilità con cui riuscivano ad accumulare ingenti ricchezze,
attirarono tra le loro fila anche rampolli di illustri e nobili famiglie che si imbarcarono in
navi pirate nell’illusione di procurarsi in tempi brevi fama e onore. Se si considera che il
periodo delle guerre civili impegnò Roma per alcuni decenni, non stupisce come i pirati
abbiano potuto impadronirsi con relativa facilità di scali e fari fortificati in punti strategici.
I continui successi delle loro imprese criminali, oltre ad attrarre persone di alto lignaggio
o avventurieri di ogni sorta procurava un grave danno a Roma, incrinando il suo prestigio.
Roma d’altronde sembrava, in quel momento, non avere la forza necessaria ad opporsi a
uomini temerari disposti a tutto che avevano reso impraticabili le vie del Mediterraneo
danneggiando in modo drammatico i commerci.
Un primo colpo alla loro potenza fu inferto all’epoca di Silla; ci fu poi la disfatta del
pretore Marco Antonio che nei pressi di Creta fu vinto e fatto prigioniero. Infine, a seguito
della fortunata campagna del console Metello il quale riuscì ad assoggettare Creta, ed
inoltre successivamente all’impresa di Pompeo che, tra la primavera del 67 e l’inverno del
66, fiaccò la resistenza dei pirati, sino a limitare fortemente la loro capacità di offendere
anche se, è noto, la pirateria non sarà mai completamente debellata. Il bandito era una
figura odiata nel mondo romano perché in grado di destabilizzare uno stato che si era
imposto su gran parte della terra proprio grazie al suo ordine, uno stato che, a un
esercito eccezionalmente bene organizzato e a una burocrazia efficace grazie soprattutto
alle tasse che riusciva a raccogliere nei territori assoggettati; ma la raccolta di quelle
tasse sarebbe stata gravemente compromessa se i territori romani fossero stati troppo
frequentemente bersaglio di azioni brigantesche che ne impoverissero gli abitanti.
Pertanto non stupisce che termini quali latro , latrones , e latrocinius fossero considerati
gli insulti più gravi tanto da essere usati ad indicare anche gli avversari nella foga degli
scontri politici. Nei primi anni della Roma imperiale lo stesso Ottaviano non poche volte
ebbe a tacciare Antonio e Sesto Pompeo dell’appellativo di briganti in quanto da lui
considerati nemici mortali dello stato. Nel secolo III le città divennero l’unico possibile
rifugio contro i briganti che infestavano le campagne. In effetti già Svetonio ricorda come
Ottaviano, subito dopo l’eliminazione di Antonio, si preoccupò di porre un freno al grave
degrado dei costumi che si era largamente diffuso nelle campagne a seguito del lungo
periodo di guerre civili.
Periodo durante il quale i briganti poterono agire pressocché indisturbati soprattutto nelle
campagne, minacciando così i commerci con le continue imboscate a danno dei
viandanti, che potevano sentirsi al sicuro solo dopo aver varcato le mura di un centro
cittadino. Anche se spesso ciò non era abbastanza; infatti anche qui le case dovevano
essere sprangate per difendersi dai malintenzionati che nottetempo si aggiravano per le
deserte vie cittadine. Di notte anche la stessa capitale dell’impero diventava
estremamente pericolosa tanto che veniva sconsigliato qualsiasi tragitto cittadino
notturno se non per questioni di improrogabile urgenza. Tutti ricordiamo i vivacissimi
ritratti della Roma notturna lasciataci da Giovenale. Il banditismo, considerata la sua
diffusione in tutte le regioni dell’impero, era considerato dai cittadini alla stregua di una
calamità naturale che, improvvisamente, è in grado di colpire chiunque. La pericolosità
della situazione potrebbe giustificare in qualche modo l’indifferenza dei passanti di fronte
ad un fatto di violenza che si verificasse davanti ai loro occhi. Si veda per esempio la
parabola del buon samaritano il solo a fermarsi in aiuto di una vittima di un’aggressione
di banditi sulla strada da Gerusalemme a Gerico.
La frequenza degli assalti di latrones , viene certificata dal numero invero alto di epitaffi
ed epigrafi tombali che ricordano che il defunto è stato interfectus a latronibus . Fra i
tanti ricordiamo la pietra tombale eretta presso Prizren, nella Mesia superiore, da tale Sita
Dasipi in onore del padre Scerviaedus Sitaes ( CIL 3, 8242), e la descrizione molto più
elaborata voluta da Antonius Valentinus sempre per il padre, suo omonimo, che era
ufficiale della tredicesima legione Gemina, “ucciso dai banditi” su una strada della alpi
Giulie loco quod appellatur scelerata , in un luogo maledetto ( ILS 2646, Aidusinna presso
Tergeste). Regioni dove anche le legioni romane avrebbero con molta riluttanza accettato
di appropinquarsi si trovavano anche nella pars Occidentis dell’impero, laddove persino
un militare non si sentiva tutelato perché i locali erano in qualche misura succubi della
delinquenza di zona. Quei delinquenti erano personaggi provenienti, in taluni e non rari
casi, dalle file dell’esercito stesso.
Si può finalmente affermare che lo scontro tra stato e i briganti non giunse mai ad una
conclusione. Prova ne sono tutti quei signori che continuarono ad esercitare il proprio
potere sin quando, verso la seconda metà del secolo III, in Gallia e nella penisola iberica,
trovarono le condizioni favorevoli per una nuova e molto pericolosa ribellione allo stato
centrale. Anche stavolta le motivazioni saranno sia economiche, sia di sete di potere ma
le conseguenze per l’impero romano saranno devastanti.
Approfondimenti della lezione 2
A proposito del banditismo riassumiamo un racconto di Ammiano Marcellino che
sintetizza le imprese dei banditi isaurici dell’età tardo-imperiale e le reazioni dell’esercito
romano contro di essi. Ammiano racconta che quelle popolazioni, colpite dal trattamento
riservato ad alcuni connazionali i quali, fatti prigionieri, furono esposti alle fiere durante
uno spettacolo in un anfiteatro di Iconio, città della Pisidia, sconvolti da quell’indegno
spettacolo, si rivoltarono e, poiché il mare che potevano osservare dall’alto offriva loro
sufficienti prede, si diedero alla pirateria. Ben presto però quelle rotte vennero evitate dai
mercanti che volevano salvaguardare le loro merci e quindi gli isauri rivolsero la loro
attenzione alla zona della Licaonia confinante con l’Isauria dove bloccarono le strade con
numerosi posti di guardia e fecero scempio delle ricchezze dei viandanti.
La guarnigione romana del luogo tentò di opporsi a questo continuo latrocinio ma
vanamente perché quei briganti – così li chiama Ammiano – agivano seguendo le regole
della guerriglia e cioè le loro azioni erano rapidissime, efficaci e, dopo aver depredato,
scappavano precipitosamente rifugiandosi nei loro nascondigli situati in montibus
impeditis et arduis , zone inaccessibili per un esercito regolare. Ciò spiega come mai
bande di irregolari potessero stabilirsi in quei luoghi che, non solo offrivano un sicuro
riparo dalla milizia romana, ma consentivano loro di esercitare un certo potere sulla
scarsa ma presente popolazione. Quelle regioni dell’Anatolia sud orientale, della Cilicia e
delle zone montuose dell’Isauria per la morfologia del terreno risultavano di difficile
accesso e di fatto poco avvertivano il peso dell’autorità statale.
Guida allo studio della lezione 2
Per approfondire il tema del brigantaggio in epoca romana si studino le pagine dedicate a
tale fenomeno nel libro di L. Montecchio, I bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico a
alto medioevo , Roma 2012.
Lezione 3

Povertà nel basso impero


Parlando di povertà non ci si può esimere dal fare una breve e necessaria premessa sulla
differenza fra il concetto contemporaneo ed il concetto antico e tardoantico di povertà,
senza tralasciare il punto di vista cristiano che sconvolgeva la concezione del mondo
pagano. Se per noi moderni la povertà è una situazione economica e sociale
quantificabile, la cultura romana, senza porre dei confini quantificati, distingueva fra una
condizione di sobria autosufficienza, vale a dire la paupertas , ed una situazione di
bisogno, la egestas , che poteva spingere alla dipendenza dalla pietà altrui, e cioè la
mendicitas . In età tardoantica il diffondersi della cultura cristiana impose vieppiù
importanti mutamenti di prospettiva in quest’ambito, sia nel lessico, sia nella concezione
della povertà e dei poveri. Pauperes e paupertas designarono con molta maggiore
frequenza rispetto ai termini concorrenti come egentes egestas , mendici mendicitas ,
l’area dei ceti e degli individui che verranno assistiti dalla chiesa e dai fedeli, che non
necessariamente si trovava in una situazione di acuto bisogno materiale.
A tal proposito va fatta un’ulteriore precisazione. Nella tradizionale politica romana
prevarrà sempre una visione che vede opposti, più semplicemente, la nobilitas alla plebs
o al populus , termini nei quali vanno compresi sia i pauperes , sia la paupertas , che l’
egestas , e la mendicitas ; pertanto si tratta della gran parte della popolazione
dell’impero che pure aveva la possibilità di lavorare e di trovare sostentamento. Il
Carcopino ha calcolato che, in epoca traianea, circa un terzo della popolazione di Roma
viveva nell’indigenza, il resto, invece, pur vivendo dignitosamente, non poteva certo
competere quanto a ricchezza con quella che si potrebbe definire l’alta borghesia. In
effetti il termine pauperes includeva un enorme numero di persone, dal nullatenente
(inclusi i mendicanti), sino agli artigiani e i negozianti.
Insomma con il termine pauperes si indicavano coloro che non facevano parte della
classe dirigente. Un simile iato tra ricchi e poveri si manifestava con maggiore evidenza
nelle province e ancor più nelle campagne, dove pochi erano i proprietari terrieri a fronte
di un’enorme quantità di contadini che dipendevano in tutto e per tutto dalla benevolenza
del dominus , soprattutto nei periodi di carestie o catastrofi naturali. Un secolo e mezzo
dopo, la situazione sarà più o meno simile se non peggiorata e nelle province occidentali
la proporzione tenderà ad allargarsi a favore della povera gente che faticava a
sopravvivere. Si veda in proposito anche l’esaustiva relazione del Whittaker che
stigmatizza quella che era l’idea di povero degli antichi e dei romani in modo particolare,
per i quali la povertà era fatale conseguenza di mancanza di buona volontà e di virtù. In
effetti tale idea era comune nel mondo pagano dove, d’altronde, veniva vista quasi come
punizione divina anche una grave malattia.
La povertà veniva considerata – ne facemmo cenno prima - quasi come una malattia
sociale capace di minare l’equilibrio di una società; ecco spiegato l’impegno con cui lo
stato cercò di arginare in qualche modo la grande miseria, soprattutto nel periodo che va
da Traiano ai primi Antonini, periodo nel quale un notevole liberalismo economico aveva
consentito a molte persone capaci di raggiungere un grado di agiatezza notevole anche
partendo da situazioni miserabili. Ci piace, anche in questo caso, rifarci al pensiero del
Carcopino il quale esaltava l’istituzione di un diritto di usufrutto ereditario in grado di far
fare un salto di qualità a livello economico a tutti coloro «che avevano avuto il coraggio di
dissodare i loro campi».
Lo storico francese elogia quel periodo perché afferma come «le riforme che principi
degni finalmente della loro sovranità avevano imposto a tutti i rami della loro
amministrazione, la restaurazione di una semplice e vigorosa disciplina nell’esercito, la
cura con la quale erano scelti i capi civili e militari, coincidendo con l’ottimo trattamento e
con gli stipendi elevati con i quali venivano retribuiti i loro servigi e impedito il loro
disinteresse, costituivano altrettanti fattori o misure favorevoli al sorgere e svilupparsi di
una media borghesia in nuovi strati sociali», (J. CARCOPINO, La vita quotidiana a Roma ,
Bari 1967, 88). In buona sostanza, quello fu il periodo in cui uomini di buona volontà
riuscirono ad acquisire ricchezze anche notevoli. Il che aveva rafforzata la convinzione
come il povero era in qualche modo responsabile della propria indigenza.
Il che aveva rafforzata la convinzione come il povero era in qualche modo responsabile
della propria indigenza. Qualche decennio dopo, accanto al venir meno della solidità
dell’istituzione familiare, svaniscono le certezze che avevano fatto di Roma la capitale del
mondo occidentale e l’impero dovette affrontare una cristallizzazione delle classi sociali,
soprattutto nell’ Urbs , con la conseguente diffusa sfiducia nella possibilità dell’individuo
di essere faber fortunae suae . Venuta meno la funzione aggregatrice della famiglia,
svaniti in gran parte gli antichi valori su cui la società romana si era retta fin dalle sue
origini, fu fatale un notevole aumento della criminalità spesso unico sbocco della lotta
dell’uomo per la sopravvivenza. Lo stretto legame tra miseria estrema e criminalità non
sfuggiva certo alla classe dirigente che, in modi diversi, cercherà nell’eterogenee regioni
dell’impero di intervenire sui due fronti, opponendosi alla criminalità cercando però, al
contempo, di offrire un qualche sollievo alle situazioni di più grave sofferenza.
Noi ora esamineremo gli atteggiamenti presenti nella società, nello stato e nella chiesa,
che con i primi sono naturalmente in relazione dialettica. La povertà è considerata una
delle tante cause dei reati contro la proprietà, quali il furto e la rapina, ma in generale
non una causa necessaria, che esima dalla responsabilità individuale. Quintiliano nella
Institutio Oratoria aveva affermato che, quando nei processi per furto la difesa
argomenta spiegando che l’azione criminosa è stata motivata e perpetrata spinti dalla
paupertas (non dunque dall’estrema indigenza), l’accusa poteva prontamente
controbattere con l’argomento al quale si presupponeva che i giudici fossero
particolarmente sensibili, che personaggi della tradizione romana, come Fabrizio, pur
essendo pauperes, non per questo si erano dimostrati inclini al furto.
Tuttavia si iniziò a sentire pressante l’esigenza di capire le cause che riducevano un uomo
a commettere atti così odiosi e destabilizzanti per la comunità tutta. E allo stesso tempo
non si poteva certo condannare il legislatore che tentava con la sua opera di porre un
freno a reati che fatichiamo noi stessi a definire minori, proprio perché sono compiuti
contro il frutto del lavoro umano. Nonostante, anche in ambito pagano, ci fossero
persone disposte a vedere con occhio meno intransigente il ladro, nondimeno la
repressione penale del furto inevitabilmente si inasprì almeno a partire dalla
giurisprudenza di età Severiana. Vennero infatti identificate una serie di fattispecie di
furto contro le quali si sarebbe proceduto esclusivamente per via penale e alle quali
veniva irrogata, nei casi più gravi, la pena di morte o comunque la condanna ai lavori
forzati, temporanea o vitalizia.
La guarnigione romana del luogo tentò di opporsi a questo continuo latrocinio ma
vanamente perché quei briganti – così li chiama Ammiano – agivano seguendo le regole
della guerriglia e cioè le loro azioni erano rapidissime, efficaci e, dopo aver depredato,
scappavano precipitosamente rifugiandosi nei loro nascondigli situati in montibus
impeditis et arduis , zone inaccessibili per un esercito regolare. Ciò spiega come mai
bande di irregolari potessero stabilirsi in quei luoghi che, non solo offrivano un sicuro
riparo dalla milizia romana, ma consentivano loro di esercitare un certo potere sulla
scarsa ma presente popolazione. Quelle regioni dell’Anatolia sud orientale, della Cilicia e
delle zone montuose dell’Isauria per la morfologia del terreno risultavano di difficile
accesso e di fatto poco avvertivano il peso dell’autorità statale.
Guida allo studio della lezione 3
Per approfondire lo studio sulla società romana della tarda antichità si legga di
J. Carcopino, La vita quotidiana a Roma , Bari 1967. In particolare si vedano le
pagine inerenti la povertà.
Lezione 4

Le classi agiate
Verso il secolo III mutò in minima parte la composizione etnica dell’ordo senatorius. Il
numero dei senatori di origine provinciale continuava ad aumentare mentre diminuiva
quello degli Italici. Tra i provinciali, poi, crescevano esponenzialmente i rappresentanti
dell’aristocrazia africana e delle province orientali. Ad ogni modo ancora nel secolo III
almeno un terzo dei senatori era di origine italica. La ricchezza e l’alto prestigio sociale
della classe senatoria rimasero intatti, nonostante le difficoltà che attraversò l’impero tra i
secolo III e V. Come nei secoli passati - e come sarebbe stato nei secoli a venire- la
principale fonte di ricchezza delle famiglie senatorie era la grande proprietà terriera. La
Historia Augusta narra come i Gordiani, per esempio, avessero nelle province un numero
di proprietà non paragonabili a quelle di nessun altro. Dal momento in cui l’economia
agraria venne colpita anch’essa dalla crisi economica che gravò sull’Impero tutto, le basi
della ricchezza dei senatori non solo non vennero minimamente scosse, ma anzi vennero
vieppiù accresciute.
Come sempre avviene in questi casi, i piccoli e medi proprietari, duramente colpiti dalle
conseguenze delle guerre, da investimenti non fruttuosi e da catastrofi naturali furono
costretti a cedere le loro terre ai grandi latifondisti. Dal punto di vista meramente politico
l’importanza del senato venne sempre meno a partire dalla morte di Commodo. Rari
furono i casi in cui il senato poté assumere iniziative politiche, come nel caso della
nomina a imperatore di Pertinace, o come quando esso dichiarò guerra a Massimino il
Trace proponendo quali candidati al trono Pupieno e Balbino, e ancora nel 275 quando,
dopo l’improvvisa morte di Aureliano, fu scelto un «imperatore del senato» nella persona
di Tacito. Ma a parte queste poche eccezioni i senatori vennero via via rimossi dalle loro
cariche più importanti.
Ancora nel secolo III molti erano i cavalieri che dovevano l’appartenenza all’ ordo
equester proprio al tanto vituperato patrimonio minimo richiesto, garantito dalla proprietà
di terre. In buona sostanza in uno dei secoli più critici della storia romana si ebbe una
sorta di bipartizione dell’ordine equestre che vide acuire la differenza tra quei cavalieri
impegnati politicamente o militarmente da quelli che diremmo noi ordinari. Mentre un
numero numericamente ristretto di cavalieri si sviluppò nel più potente strato sociale
superiore dello stato romano, i cavalieri ordinari condivisero la sorte degli ordini dei
decurioni e, con questi, precipitarono al livello di uno stato sociale che, seppur era
privilegiato e ancora relativamente benestante, spesso veniva oppresso dallo stato fino
all’estremo.
Queste avvisaglie di ciò che sarebbe avvenuto due secoli dopo fu inquietante per chi
abitava le zone interessate ma anche per Roma stessa. Esse certificavano che l’impero
non fosse più sicuro. D’altronde lo stesso esercito romano si stava rivelando, per i criteri
di reclutamento adottati, uno dei principali veicoli di affluenza di barbari nel mondo
romano. Inoltre, come dicemmo, esso stesso era la causa principale di tale instabilità. Era
necessario che la pars Occidentis trovasse una persona capace di ridestare nuovi
entusiasmi e, in ultima analisi, capace di ribaltare una situazione che si stava facendo
critica. Se le classi rurali meno agiate iniziarono a sentire i morsi della fame e a temere di
non poter più sfamare i propri figli, i domini stavano vedendo diminuire le rendite delle
proprie villae , alcune delle quali erano addirittura in rovina. Erano quei signori di
campagna che non potevano accettare tassazioni così pesanti per non avere indietro
nemmeno la difesa dei propri possessi.
Approfondimenti sulla lezione 4

Le classi agiate
Tra i decurioni vi erano persone particolarmente benestanti, ma erano una minima parte
di essi. Dal momento che molti decurioni traevano profitto non solo dalla proprietà
terriera ma anche dall’artigianato e dal commercio, il declino di quei settori produttivi fu
per loro un colpo particolarmente duro. Il genere di decurione più diffuso era il
proprietario terriero, inserito nel territorio cittadino. Molti di essi avevano preferito ritirarsi
dalle città a cavallo del secolo III, al punto che sorsero molte villae soprattutto nelle
province settentrionali dell’impero. Successivamente alle frequenti invasioni barbariche
che hanno caratterizzato quel periodo, la mancanza di forza lavoro e le devastazioni
produssero effetti gravi sulla produzione agricola delle proprietà municipali. Nel Norico,
ad esempio, le ville che vennero distrutte intorno alla metà del secolo III non furono
ricostruite. In Gallia, inoltre, nella seconda metà del medesimo secolo, ampie porzioni di
terra rimasero incolte.
Il peso crescente dello stato fu peggiore per i decurioni che per i grandi proprietari
terrieri dell’ordine senatorio e dei gruppi equestri dirigenti: costoro, per motivi di
opportunità polita, godevano di ampi privilegi economici ed erano trattati con molto
riguardo dagli imperatori. La classe dei decurioni, a partire dall’impero di Settimio Severo,
si vide costretta ad assumere oneri notevoli, un’assunzione non più dettata da libera
scelta, bensì da decisioni dello stato nella persona dei governatori delle province, secondo
regole stabilite. Era pertanto la fine dell’iniziativa privata, che nella prima età imperiale
aveva giocato un ruolo non secondario nello sviluppo economico delle città. Adesso i
doveri non potevano essere rifiutati e chi avesse avuto la ricchezza minima necessaria per
assumersi tali oneri sarebbe entrato a far parte della classe dei decurioni. Addirittura il
rango di decurione fu elevato a rango ereditario in misura crescente rispetto al passato: il
figlio di un decurione doveva essere inquadrato per forza in tale ordo.
Guida allo studio
Per approfondire lo studio sulla società romana della tarda antichità rimando sempre al
testo fondamentale (e ancora attuale) di J. Carcopino, La vita quotidiana a Roma , Bari
1967. In particolare si vedano le pagine inerenti la povertà.
Lezione 5

Nascita dell’imperium Galliarum


Le Gallie, nella seconda metà del secolo III, da tempo erano in subbuglio e anelavano ad
un cambiamento radicale di una situazione ormai tormentata. Non si trattava però
soltanto di quelle province definitivamente conquistate da Cesare, ma anche della
Britannia e della Hispania che erano state conquistate in periodi e modalità differenti, ma
che avevano punti di contatto tra loro. La Hispania e la Britannia durante il secolo III
erano divenute terre meno centrali rispetto alla Germania, all’Italia e all’Oriente. In realtà
la Britannia mai era stata centrale per quanto concerne la politica imperiale, ma, almeno
sino a Settimio Severo, aveva svolto un ruolo di un qualche peso.
Le minacce per l’impero avevano fatto accrescere l’attenzione verso un Limes
che appariva fragile, non tanto per la pressione barbara, bensì per le enormi
incertezze politiche di quel secolo. D’altronde, almeno per quanto concerne la
Britannia, essa era continuamente minacciata da «montanari scozzesi, Picti e
Scoti , oltre che dai Sassoni, che si erano installati nel Nord della foce del Reno
e che avevano appreso molto bene l’arte della navigazione per poter condurre
azioni di pirateria contro la grande isola». I prodromi del cambiamento, cui
testé facemmo cenno, vanno indagati nel secolo e mezzo che precede e
dunque a partire dall’epopea dell’imperium Galliarum
Come facemmo cenno, dopo un periodo di grave instabilità politica in tutta la
Pars occidentis dell’impero, Postumo venne riconosciuto, imperatore in Gallia,
Hispania e Britannia. Tale riconoscimento fu fatto in tempi rapidi; di qui si
evince l’urgenza che venissero approvati determinati provvedimenti nel
tentativo di risolvere una situazione estremamente critica per quelle province. Il
generale di Gallieno riuscì con ogni evidenza a far leva anche sui «mai cessati
sentimenti nazionali indigeni», riuscendo a costituire un governo secessionista
che aveva come fulcro le città di Treviri e Colonia. Non si può del tutto
escludere che l’ imperium Galliarum , almeno in un primo momento, possa aver
avuto l’avallo di Roma. Le fonti tacciono in proposito.
Approfondimenti sulla lezione 5
In proposito non si può soprassedere sul fatto che il neo imperatore avesse
sotto di sé almeno 10 legioni. Il che avrebbe reso per lo meno ardua una
‘riconquista’ delle province che si erano allontanate dall’Urbe. Ad ogni modo il
nuovo imperium non era particolarmente sicuro se è vero che Postumo regnava
e dominava solo dove soggiornava (il che diverrà nel corso del medioevo
prerogativa dei sovrani germanici) ma poi il vero potere restava ai maggiorenti
locali o, comunque, ad altri comandanti militari.
Va poi osservato come la nuova compagine imperiale non si discostasse
dal modello politico e culturale romano. E’ plausibile che i maggiorenti
di quelle province, plaudissero la salita al potere di un generale che
aveva dimostrato di saper fronteggiare con successo il nemico, sia esso
forestiero, sia esso interno allo stato romano. Avranno pensato che il
neo imperatore avrebbe potuto portare fuori da un guado assai
pericoloso parte dell’impero, garantendo stabilità politica con
conseguente miglioramento della situazione economica.
C’è da ricordare come Roma apparisse loro del tutto avulsa da un contesto,
ormai difficile da gestire, e, forse, inadatta a gestirlo. Essi non vedevano,
inoltre, di buon occhio che il frutto delle imposte pagate, fosse utilizzato quasi
interamente per l’Urbe e si lamentavano altresì dell’esosità dell’erario romano.
Essi volevano ufficiali in grado di risolvere il problema, assai grave, dei Picti e
degli Scoti che portavano una costante pressione lungo il fronte settentrionale
della Britannia; volevano un comandante in grado di proteggere le ricche
campagne galliche dalle incursioni e devastazioni germaniche.
Guida allo studio della lezione 5
Sull’imperium Galliarum e tutte le sue vicende riporto allo studio di L.
Montecchio, I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico e alto
medioevo, Roma 2012.
Si consideri anche L. Montecchio (a cura di), Tensioni sociali nella tarda
antichità nelle province occidentali dell’impero romano, Perugia 2015.
Lezione 6

Ancora sull’imperium galliarum


Ricordiamo che le province dell’impero romano non avevano tutte il medesimo status e
questo, in un momento di crisi, come senz’altro si visse nel corso dell’ultimo scorcio del
secolo III, fu uno dei motivi che indussero alcune di esse ad abbandonare l’Urbe.
Le Gallie, province ricche, avevano da subito goduto di uno status non comune. Adesso
non era più così. L’usurpatore Postumo aveva, con la sua azione, garantito un ritorno ad
un passato senz’altro più ricco e più sicuro, rispetto a un presente incerto. Già presso la
corte di Gallieno, il generale Postumo, esempio tipico di valente comandante militare che
non proveniva dai ranghi senatori, veniva tenuto in grande considerazione
Egli, agli occhi dei gallo romani, aveva dimostrato, negli anni immediatamente precedenti
alla sua elevazione al trono, di saper reggere il limes germanico, adesso troppo spesso
minacciato da tribù germaniche. La Historia Augusta , a questo riguardo, può confondere
le acque perché cita Postumo quale dux ripae o dux limitis . Simili titoli sono, come
ricorda acutamente Drinkwater, propri del secolo IV e non già di quello precedente.
Nondimeno, pur con la dovuta prudenza, si evince che egli avesse ricoperto con
successo, essendo Gallieno imperatore, un incarico di alta responsabilità e desse certezze
laddove, per lungo tempo, erano svanite. Sempre Drinkwater osserva come quel
comandante accettò i desiderata delle truppe e quindi di prendere la porpora imperiale,
avendo giudicato che «la frontiera orientale sarebbe stata meno danneggiata da una
piccola guerra civile» che avrebbe permesso di liquidare il ‘pericolo’ di Salonino, figlio di
Gallieno, e del prefetto del pretorio, Silvano.
Solonino e Silvano infatti avrebbero tramato perché il bottino conquistato dai militari di
Postumo, capaci di debellare alcuni Alemanni, che si erano spinti al di là della riva sinistra
del Reno, andasse nelle loro mani. Evidentemente l’inesperto figlio di Gallieno, mal
consigliato dal prefetto del pretorio, aveva sottovalutato la reazione dei fedelissimi di
Postumo. Di qui la rivolta. Essa fu pertanto un atto dovuto verso i propri legionari che si
erano visti defraudati di qualcosa conquistato sul campo. La scintilla che diede inizio
all’avventura dell’ imperium Galliarum scaturì, pertanto, proprio dall’esempio concreto di
ingiustizia che quei militari credevano provenire direttamente da Roma. Insomma nella
Historia Augusta si cita esplicitamente l’imperatore in carica e i suoi ‘vizi’ come causa
della separazione dall’Urbe.
Una volta preso il potere, Postumo governò con saggezza tanto che mai tentò di
minacciare l’Italia. Era pienamente consapevole del suo compito di risollevare la Gallia da
decenni di disastri. Inoltre, appena presa la porpora, dovette affrontare i pirati che
minacciavano le coste settentrionali della Gallia. Se le parole della Historia Augusta
possono suscitare alcune perplessità, quegli stessi concetti, approfonditi da Orosio sono
senz’altro da prendere nella dovuta considerazione. Ma di ciò ce ne occuperemo nella
lezione seguente dove, in modo precipuo, osserveremo cosa i contemporanei pensassero
di Postumo, l’usurpatore.
Approfondimenti sulla lezione 6
La fondazione dell’imperium Galliarum, o meglio, la separazione da Roma di
alcune province, Gallie, Britannia e Hispania, segnarono una frattura con il
recente passato. Essa fu un rifiuto del disordine di quel periodo e un tentativo
di tornare al tempo che fu, quando l’Urbe dominava e, ci si illudeva, era più
giusta con i suoi cives. Di seguito una carta dei territori dell’imperium
Galliarum, alcune monete coniate da Postumo e uno dei passi che univano le
Gallie all’Italia.
Guida allo studio della lezione 6
Sull’imperium Galliarum e tutte le sue vicende riporto allo studio di L.
Montecchio, I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico e alto
medioevo, Roma 2012.
Si consideri anche L. Montecchio (a cura di), Tensioni sociali nella tarda
antichità nelle province occidentali dell’impero romano, Perugia 2015.
Lezione 7

Postumo
Una volta preso il potere, Postumo governò con saggezza tanto che mai tentò di
minacciare l’Italia. Era pienamente consapevole del suo compito di risollevare la Gallia da
decenni di disastri. Inoltre, appena presa la porpora, dovette affrontare i pirati che
minacciavano le coste settentrionali della Gallia. Se le parole della Historia Augusta
possono suscitare alcune perplessità, quegli stessi concetti, approfonditi da Orosio sono
senz’altro da prendere nella dovuta considerazione. La pristina facies cui fa riferimento
Orosio è certamente un passato idealizzato: l’idea della possibilità di una vita migliore,
almeno per una parte della popolazione, cioè per i ceti medio alti, esisteva.
Per il cronista che scrive due secoli dopo i fatti di cui parla, sembrava invero
lontano quel passato in cui Roma aveva dimostrato di poter amministrare con
maggiore equità le province. Nel secolo V il solo tentativo di riproporre lo status
del passato, poteva senz’altro apparire velleitario. Era il desiderio di una
persona che, immersa in una realtà radicalmente diversa, ricordava tempi
lontani ( e per questo motivo ‘migliori’) che mai aveva vissuto. Negli anni in cui
Orosio scrive, però, il nome e la leggenda di Roma, impressionavano ancora.
Quella città, non più sede del potere imperiale, era pur sempre caput mundi ,
cioè il riferimento per chi ambiva a quella particolare civiltà.
Orosio si sentiva profondamente civis romanus. Non aveva dubbio alcuno in
proposito. Non si sentiva un provinciale. Egli, dunque, aveva e viveva nel mito
di Roma. Nella sua mente, pertanto, Postumo era una sorta di Giuliano ante
litteram . Forse per lui una fantasticheria,ma una realtà per i gallo romani coevi
al generale. L’usurpazione venne vista dal ceto medio alto delle città e dal ceto
alto delle campagne come una fortuna, mentre non fu affatto considerata,
come è naturale, da chi non aveva voce in capitolo nella vita della res publica .
Eutropio, dunque, ha buon gioco nell’osservare come quel generale di
umilissime origini riuscì a donare nuovo vigore alle Gallie.
Ad ogni buon conto un sostanziale miglioramento delle condizioni sotto
Postumo, al contrario di ciò che era avvenuto sotto Roma, fu interpretato in
modo significativo dai gallo romani se, dopo due secoli, quando ormai le
vicende dell’ imperium galliarum erano diventate storia, Orosio le ricorda con
giudizi netti e sostanzialmente positivi. Già stando al racconto di Cesare si può
capire come quella popolazione non fosse troppo avvezza ai sacrifici e adesso
Roma non garantiva più né benessere né la sua stessa sopravvivenza. Postumo
regnò pochi anni ma la sua azione rimase nelle menti dei suoi sudditi. Con lui
essi avevano trovato qualcuno in grado di risollevare le sorti di province
depresse economicamente e moralmente al punto che quel periodo non venne
dimenticato. Egli, inoltre, anche per la sua debolezza intrinseca di usurpatore di
solo una parte dell’impero, aveva potuto garantire quella sostanziale libertà cui
i nobiles aspiravano.
Senza incorrere in idealizzazioni fallaci e cioè senza immaginare i gallo romani,
gli ispano romani o i britanno romani protesi verso gli ideali romani, si deve, in
modo prosaico, considerare certamente una loro maggiore serenità dovuta alla
sicurezza di cui potevano godere; inoltre essi videro il loro sforzo fiscale meglio
indirizzato e godettero del potere maggiore delle classi agiate. Come
suggerisce il Lewuillon «la societé gauloise doit être comparée plutôt avec une
société médiévale, qu’avec une société antique classique». I potentati locali
infatti erano determinanti per il destino delle regioni sotto la loro giurisdizione.
Questo contava e questo perseguivano.
Approfondimenti sulla lezione 7
La figura di Postumo può risultare affascinante per come si pose e per come
tentò di ricostituire, lontano da Roma, una parvenza di imperium. Fu anche un
imperium personale, esattamente come quello dei trenta tiranni, ma di quel
periodo godettero i benefici i cives romani, non solo lui. Riuscì nell’impresa di
costituire un’entità imperiale scissa dal vero impero per l’afflato che aveva
dimostrato e dimostrava nei confronti dei sudditi. Ed essi gliene furono grati.
Guida allo studio della lezione 7
Su Postumo e tutte le sue vicende riporto allo studio di L.
Montecchio, I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico e
alto medioevo, Roma 2012.
Si consideri anche L. Montecchio (a cura di), Tensioni
sociali nella tarda antichità nelle province occidentali
dell’impero romano, Perugia 2015.
Lezione 8

Proculo e Bonoso
All’epoca di Probo (276-282) sembrò si potessero seppellire gli eventi infausti degli anni
precedenti. Quand’ecco, forse non totalmente inaspettata, la rivolta di Proculo e Bonoso.
Stando alla Historia Augusta ma anche ad Aurelio Vittore e ad Eutropio, Proculo e Bonoso
furono spinti alla ribellione contro Probo dai cittadini di Lione, esasperati dalle scorrerie
germaniche e dalla conseguente rovina economica. Il tutto mentre l’imperatore sembrava
disinteressarsi della loro sorte. In realtà – è noto – Probo doveva destreggiarsi su più
fronti. Approfittando delle assenze imperiali i due ribelli, che avevano una non
disprezzabile esperienza militare, addestrarono i loro contadini e chiunque fosse disposto
a lottare per la loro causa (presumibilmente anche briganti e disperati di ogni genere),
tanto da poter affrontare un esercito imperiale se e quando si fosse presentata
l’occasione.
Ci sembra opportuno osservare come l’ Historia Augusta parli di Proculo. Per tale fonte,
mai completamente attendibile, Proculo era nativo di Albingauni (l’attuale Albenga), nelle
Alpi Marittime. Era un nobile nella sua patria, ma i suoi antenati erano stati briganti. Parte
della sua ricchezza, bestiame e schiavi, era pertanto frutto dei furti perpetrati dai suoi avi.
Quando fu proclamato imperatore poteva contare su un esercito personale di duemila
schiavi. Sarebbe stata sua moglie a spingerlo all’ atto di follia di ribellarsi al legittimo
imperatore. A quell’uomo, sebbene avvezzo al brigantaggio, venivano comunque
riconosciute doti militari che lo indussero a compiere anche gesta coraggiose.
Di Bonoso la Historia Augusta afferma fosse britanno di origine, sebbene avesse sede in
Hispania e di madre Gallica. Di discreta cultura (suo padre si narra fosse stato un retore e
anche la madre aveva una non disprezzabile cultura), pare abbia avuto esperienze militari
tali da bene integrarsi con Proculo. Una volta scoppiata la rivolta di Proculo e Bonoso,
Probo, seppur con qualche difficoltà, dovette intervenire per sedarla ma questa rivolta
può definirsi come un prodromo di ciò che accadde pochi anni dopo. Su Proculo e Bonoso
Orosio è particolarmente laconico e non offre alcuno spunto: Combatté poi due guerre
civili ... una in Oriente ... un’altra nella quale vinse in grandi battaglie Procolo e Bonoso
ad Agrippina e li uccise .
Pur non considerando totalmente affidabili la Historia Augusta, Eutropio e Aurelio Vittore,
si può dedurre che i due rivoltosi impegnarono non poco Probo se questi fu costretto a
magnis proeliis per aver ragione dei ribelli. D’altronde non ne siamo stupiti. Se le
premesse di tale vicenda sono che i due avevano una buona esperienza militare e un così
grande numero di schiavi, è inevitabile concludere che le legioni romane dovessero aver
faticato non poco per venire a capo dei sediziosi. La loro rivolta, a nostro giudizio, può
equipararsi alle sedizioni dei bacaudae , di cui subito tratteremo, perché ha tutte le loro
caratteristiche. Signori di campagna con milizie proprie, guarda caso dediti al
brigantaggio (senza che si specifichi una motivazione), desiderosi di avere una qualche
indipendenza dallo stato centrale. Essi, anche comandanti militari, furono capaci di
resistere a soldati di professione perché impiegarono le proprie milizie in zone a loro
consone come quelle delle campagne ben conosciute.
Approfondimenti sulla lezione 8
Nello studiare le due figure di Proculo e Bonoso si deve osservare quanto furono lapidarie
le parole di Orosio sulla Historiarum adversos paganos libri VII . Egli, lo leggemmo,
scrisse: Combatté (Probo) poi due guerre civili ... una in Oriente ... un’altra nella quale
vinse in grandi battaglie Procolo e Bonoso ad Agrippina e li uccise . Eppure qualcosa in
più si può evincere. Contro i due rivoltosi Probo fu costretto ad ingaggiare ‘grandi
battaglie’. Non si trattò, quindi, di semplici scaramucce. L’imperatore in persona dovette
intervenire e sedare la rivolta. Incidentalmente Orosio che, lo vedemmo, è un fiero
cittadino romano, è costretto a riconoscere la grandezza di quella rivolta e la sua
pericolosità.
Guida allo studio della lezione 8
Su Proculo e Bonoso e tutte le loro vicende riporto allo studio di L. Montecchio, I
bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico e alto medioevo, Roma 2012.
Si consideri anche L. Montecchio (a cura di), Tensioni sociali nella tarda antichità nelle
province occidentali dell’impero romano, Perugia 2015.
Lezione 9

Aureliano
Nel 273, dopo aver pacificato le province orientali, l'imperatore romano Aureliano iniziò la
sua campagna contro l’impero delle Gallie, allo scopo di riportare le province
secessioniste all'interno dell'impero. Rimaneva in effetti quello che sarebbe stato l’ultimo
imperatore dell’imperium Galliarum, ancora in auge. Tetrico si scontrò contro Aureliano
nella Battaglia di Chalons (febbraio o marzo 274), nei pressi di Châlons-sur-Marne, nella
quale fu sconfitto e catturato assieme al figlio. Dopo essere stato pubblicamente esposto,
assieme a Zenobia (la combattiva regina di Palmira che era riuscita, seppur in modo
effimero, a conquistare persino la ricchissima provincia egiziana prima che i suoi generali
venissero travolti dalle armate di Aureliano), nel trionfo celebrato da Aureliano a Roma,
sia Tetrico che il figlio furono risparmiati; il primo, anzi, mantenne il proprio rango,
ricevendo il titolo di corrector Lucaniae et Bruttiorum ; morirà alcuni anni dopo.
Secondo alcune fonti, Tetrico avrebbe contattato Aureliano prima della battaglia decisiva,
citando Virgilio e promettendogli di arrendersi in cambio della vita; l'esercito di Tetrico,
abbandonato dal proprio comandante, pur lottando eroicamente, fu sconfitto, ma gli
storici moderni ritengono che questa sia la versione della propaganda di Aureliano, in
realtà Tetrico non avrebbe tradito i propri uomini e la sua nomina a corrector sarebbe
piuttosto dovuta alla necessità di Aureliano di disporre di amministratori capaci, oltre che
alla volontà di ingraziarsi l'aristocrazia senatoriale mostrandosi clemente con un suo
rappresentante.
Aureliano, originario delle regioni danubiane a lungo terra di reclutamento militare delle
legioni dell’impero, fu probabilmente arruolato intorno ai venti anni. Nel 242 aveva preso
parte al comando di una coorte ai combattimenti contro i Sarmati che avevano invaso
l’Illiria e qualche anno dopo, tribuno della cosiddetta Legio VI Gallicana , combatté i
Franchi a Magonza. Il nome di quella legione è solo indicato dalla Historia Augusta : si
trattava verosimilmente di una legione proveniente dalla Britannia. Di Aureliano si parla
ancora nel 256, quando viene raggiunto da Gallieno in Gallia. Un anno o due dopo,
avrebbe assunto, in assenza del comandante Ulpio Crinito, la responsabilità della difesa
del Basso Danubio, e sconfisse i Goti invasori.
Approfondimenti sulla lezione 9
L’imperatore Aureliano, colui che riconquistò la parte chiamata imperium Galliarum, fu
anche la persone che ritenne opportuno la costruzione di una cinta muraria intorno alle
città italiche fra cui Roma. Infatti, anche a seguito dei disordini del secolo III, iniziavano a
penetrare persino nella penisola italiana orde di barbari pronte a devastare le ricche città
italiche. Roma non si sarebbe certo potuta permettere di venire sottoposta ad un assedio
perché da tempo immemore non aveva mura.
Guida allo studio della lezione 9
Per uno sguardo di insieme su Aureliano riportiamo sempre a L. MONTECCHIO,
I bacaudae .Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo , Roma 2012. Si
studino le pp. 79-83.
Lezione 10

I bacaudae
Tra il 282 e il 285 si racconta ci siano state le prime rivolte bacaudiche. Certamente
scoppiarono in zone rurali. Alcuni dubbi sono sollevati dall’origine del nome di tali
rivoltosi. Il nome bacauda, infatti, potrebbe essere di origine celitca ma, a tal proposito,
numerosi studiosi hanno indicato un’origine celtica di quel nome, altri, invece,
propendono per un’origine marcatamente gallica e uno solo è convinto che abbia
un’origine gotica. Quel che appare certo è che, stando alle fonti, i bacaudae fecero
scoppiare alcune ribellioni che videro protagonisti rusticani , nobiles , latrones e servi .
Come si evince dai troppi sostantivi indicanti tali ribelli parrebbe che coloro che sono stati
loro contemporanei, o che comunque abbiano vissuto in tempi più vicini ai movimenti
bacaudici, non siano stati in grado di definire con una qualche precisione né l’origine, né
le finalità dei bacaudae e nemmeno quale ceto sociale svolse un ruolo preminente in
quelle occasioni.
Troppe classi sociali insieme. Troppa confusione nel cercare di descrivere personaggi che
risultano a dir poco misteriosi. Troppi, d’altronde, i motivi che spinsero costoro ad
un’azione militare contro Roma. I briganti infatti a che pro avrebbero lottato e si
sarebbero dovuti porre contro uno stato che allora mostrava difficoltà, soprattutto nel
mantenere serene le zone rurali? Rivolte servili invece già vi erano state ed erano tutte
state stroncate nel sangue. Nessuna delle precedenti rivolte, fossero di gladiatori, o
comunque di schiavi, si era mai posto come obiettivo quello di abbattere la res publica
romana. Semmai, soprattutto per quanto concerne le prime due ribellioni servili (135-132
a.C.; 102-98 a.C.) si trattò di un rifiuto a condizioni disumane o, per quanto concerne la
rivolta di Spartaco, essa fu un tentativo di fuga per andare a rifugiarsi oltre le Alpi.
Questo il piano di Spartaco che poi, come è noto, fu costretto ad affrontare legioni
repubblicane ben organizzate per trovarvi la morte. Di quei fatti si ricorda una certa
disorganizzazione, nessun pensiero di buttar giù la res publica e certamente nessuna idea
di ‘creare’ una nuova entità politica.
Per Eutropio e Orosio sono semplici rusticani , contadini quindi; per Aurelio Vittore
briganti; la Chronica gallica parla, appunto, di schiavi; infine nei Panegyrici Latini si parla
di come‘allorché contadini ignari della tecnica bellica vollero vestire abiti militari, quando
colui che lavora l’aratro imitò il fante, il pastore il cavaliere, quando il campagnolo,
devastatore dei campi coltivati dove lavorava, imitò il nemico barbaro’. Certo è che questi
misteriosi bacaudae avessero colpito la fantasia di cristiani, pagani, uomini di chiesa o
uomini di governo. Appare chiaro che gli ignari agricolae fossero guidati da qualcuno
avvezzo alle cose militari e non da sempliciotti che protestavano per l’iniquità della
tassazione.
Ecco che prima che si potesse sedare la rivolta passò diverso tempo. Tali ingaggi
repentini e fulminee ritirate sono da Eutropio considerate levia . Il che permise ai rivoltosi
di resistere per mesi mettendo a dura prova la pazienza imperiale e anzi esasperando chi
avrebbe dovuto sconfiggerli rapidamente. Se invece fossero stati così incauti da
affrontare le legioni di Roma in una battaglia campale, sarebbero stati sconfitti e spazzati
via in una sola battaglia. Massimiano, da parte sua, costretto per alcuni mesi dai
bacaudae che agivano con pazienza, accortezza ed estrema attenzione, cercò a sua volta
di snervare l’avversario per poi affondare il colpo. Il nuovo cesare si dimostrò
comandante davvero capace. Egli infatti agì seguendo la massima prudenza per evitare
trappole simili a quella in cui incappò Varo nella foresta di Teutoburgo. La situazione era
certamente diversa ma affrontare la guerriglia impone azioni ben ponderate, frutto di
attento studio della regione. Va inoltre osservato che se le fonti sorvolano sulla vittoria
che Massimiano infine ottenne contro la bacauda, ciò fu dovuto al momento difficile in cui
versava l’impero.
Approfondimenti sulla lezione 10
Gli autori coevi alle guerre bacaudiche lasciano intuire uno scenario molto particolare.
Aurelio Vittore, ad esempio, si limita a dire che la vittoria fu rapida (considerando che nel
giugno del 286 il nuovo cesare si trovava a Mogontiacum ), si deve supporre che
contemporaneamente abbia condotto operazioni militari sia sul fronte bacaudico sia su
quello germanico. Ad ogni buon conto sono trascorsi lunghi mesi durante i quali quei
rusticani hanno tenuto in scacco le armate imperiali. Appare davvero paradossale, per
non dire ingenuo, immaginare contadini vaganti per le colline dell’Armorica o di altre zone
delle Gallie, quasi come moderni partigiani, colpire e poi rintanarsi in attesa di tempi
migliori.
Da Orosio (vissuto molto dopo le vicende bacaudiche del secolo III) abbiamo la cronaca,
partigiana, della campagna militare di Massimiano, inviato contro i rivoltosi. Per il
presbitero i Romani avrebbero ottenuto un agevole successo contro quelle schiere di
bacaudae ritenute malamente organizzate e peggio ancora armate. In realtà i rivoltosi
che, nella loro disperazione, erano pronti anche ad assediare città come Autun,
resistettero strenuamente all’esercito romano per mesi, il che significava che Amando e
Eliano, i due capi bacaudici di cui si ha notizia, erano in qualche modo riusciti a
disciplinare un’accozzaglia di uomini affamati e disperati in un vero e proprio esercito.
Guida allo studio della lezione 10
Per approfondire il tema dei bacaudae si tenga presenta il testo di L.
MONTECCHIO, I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico a alto
medioevo , Roma 2012. In particolare si studino le pagine 131-142.
Lezione 11

Ancora sui bacaudae


Nella lezione precedente facemmo cenno a quanto colpisca lo storico che le legioni
romane faticarono non poco a frenare le rivolte della bacauda. Se i bacaudae possono
fermare o evitare abilmente le legioni imperiali devono essere stati addestrati. Tale
addestramento ci induce a pensare che Amando ed Eliano, avessero una sicura
preparazione militare e sapessero anche ben trasmettere ciò che avevano appreso.
Insomma erano dei veri e propri comandanti che sapevano come gestire le proprie forze.
Erano personaggi che probabilmente avevano combattuto nelle legioni romane e
conoscevano i limiti e i pregi dell’esercito che sarebbero andati ad affrontare. Ecco
dunque che si torna, con il pensiero, alle vicende di Proculo e Bonoso. Alcuni Romani cioè
si scagliarono con violenza contro la capitale dell’impero.
A nostro giudizio erano certamente appoggiati dai nobiles rurali perché, in caso contrario,
non si sarebbero potuti muovere agilmente e senza apparenti danni, in territorio a loro
ostile o loro indifferente. Non si tratta dunque di una mera ipotesi quella di ‘bande’
bacaudiche guidate dalla nobiltà di campagna delle Gallie. Se gli autori che sono le nostre
fonti tacciono la cosa fa gioco al nostro pensiero. In tempi perigliosi affermare che buona
parte dei domini preferiva mantenere e accrescere, quando possibile, il proprio potere e
sfruttarlo contro un impero in gravi difficoltà non sarebbe stato ben accetto. Quegli autori
non poterono tacere sull’ imperium Galliarum ma adesso possono evitare di approfondire
la quaestio bacaudica per non dover indagare sulle cause della stessa; cause che vanno
ricercate, probabilmente nella struttura stessa di un impero enorme.
Roma non era più in grado di mettere sui campi di battaglia di Oriente e Occidente unità
militari simili a quelle che avevano dominato il Mediterraneo. Ormai «i migliori tra i
giovani cercavano di sfuggire a un mestiere sempre più pericoloso e sempre meno
pagato». Se il reclutamento è forzato e se, quindi, «i figli dei militari, giovani reclutati
vicino ai luoghi dove sorgevano gli accampamenti ..., fossero più o meno obbligati a
seguire il mestiere paterno» è evidente che non si perseguiva la ricerca del giovane
migliore bensì di quello ‘disponibile’ a fare simile lavoro pur di mangiare. Comunque si
trattava di uomini che sapevano combattere meglio di altre compagini armate della Tarda
antichità.
Approfondimenti sulla lezione 11
Abbiamo citato alcuni autori antichi che trattano l’argomento delle rivolte bacaudiche.
Alcuni di essi, tra cui il presbitero di Marsiglia, Salviano, ci svela qualcosa di importante.
Se, infatti, nel caso dei bacaudae si può senz’altro parlare di partecipazione di servi, non
si può ammettere che furono loro a ribellarsi, né loro a guidare la sedizione. La bacauda,
quindi, non può essere equiparata alle ribellioni di epoca tardo repubblicana. Illuminante
ci sembra il discorso inerente i nobiles di cui parla Salviano. Egli parla esplicitamente di
nobiles esasperati da una tassazione iniqua, aggiungendo ad essi i loro sottoposti,
disperati per il medesimo motivo. Ora si sa che i domini delle zone rurali possedevano,
come già dicemmo, milizie proprie, cioè una servitù addestrata anche al combattimento.
Basti pensare ai succitati Proculo e Bonoso.
Quando poi Orosio parla di ribellioni contro le ingiustizie che sovente i magistrati
esercitavano nei confronti degli ispano-romani, non vede, comunque, in ciò un tentativo
di raggiungere l’indipendenza dall’impero. Per lui si sarebbe dovuto soltanto limitare sino
ad alleviare in toto tali iniquità ma senza affidarsi ad avventure dagli esiti incerti. Senza,
pertanto, cercare di separarsi da Roma e creare un entità statale indipendente. D’altronde
nella patria di Vercingetorige gli abitanti di ceto più elevato delle campagne avevano
ormai raggiunto un notevole grado di integrazione con Roma. Erano Romani di nome e di
fatto e con ogni probabilità si sarebbero sentiti poco in sintonia con Burgundi, Alani, Goti
e varie tribù stanziate sulla riva destra del Reno da dove partivano le violenti scorrerie
che avevano iniziato a danneggiare i territori della Gallia nel corso del III secolo,
contribuendo non poco alla rovina della sua economia.
Quindi si può evincere che coloro che capeggiano quelle insurrezioni
fossero senza meno nobiles che non avevano alcun interesse ad
avvicinarsi al mondo dei barbari. Già si fosse trattato solo e soltanto del
contado allora le cose sarebbero state diverse perché, lo dicemmo, i
contadini non erano stati romanizzati. Essi, dunque, non avrebbero
avvertito differenze di sorta nel passare dalla civiltà latina al mondo
germanico.
Guida allo studio della lezione 11
Per uno sguardo di insieme sui bacaudae riportiamo
sempre a L. MONTECCHIO, I bacaudae. Tensioni sociali tra
tardo antico a alto medioevo , Roma 2012. Si studino le pp.
140-141.
Approfondimenti sulla lezione 11
Abbiamo citato alcuni autori antichi che trattano l’argomento delle rivolte bacaudiche.
Alcuni di essi, tra cui il presbitero di Marsiglia, Salviano, ci svela qualcosa di importante.
Se, infatti, nel caso dei bacaudae si può senz’altro parlare di partecipazione di servi, non
si può ammettere che furono loro a ribellarsi, né loro a guidare la sedizione. La bacauda,
quindi, non può essere equiparata alle ribellioni di epoca tardo repubblicana. Illuminante
ci sembra il discorso inerente i nobiles di cui parla Salviano. Egli parla esplicitamente di
nobiles esasperati da una tassazione iniqua, aggiungendo ad essi i loro sottoposti,
disperati per il medesimo motivo. Ora si sa che i domini delle zone rurali possedevano,
come già dicemmo, milizie proprie, cioè una servitù addestrata anche al combattimento.
Basti pensare ai succitati Proculo e Bonoso.
Quando poi Orosio parla di ribellioni contro le ingiustizie che sovente i magistrati
esercitavano nei confronti degli ispano-romani, non vede, comunque, in ciò un tentativo
di raggiungere l’indipendenza dall’impero. Per lui si sarebbe dovuto soltanto limitare sino
ad alleviare in toto tali iniquità ma senza affidarsi ad avventure dagli esiti incerti. Senza,
pertanto, cercare di separarsi da Roma e creare un entità statale indipendente. D’altronde
nella patria di Vercingetorige gli abitanti di ceto più elevato delle campagne avevano
ormai raggiunto un notevole grado di integrazione con Roma. Erano Romani di nome e di
fatto e con ogni probabilità si sarebbero sentiti poco in sintonia con Burgundi, Alani, Goti
e varie tribù stanziate sulla riva destra del Reno da dove partivano le violenti scorrerie
che avevano iniziato a danneggiare i territori della Gallia nel corso del III secolo,
contribuendo non poco alla rovina della sua economia.
Quindi si può evincere che coloro che capeggiano quelle insurrezioni
fossero senza meno nobiles che non avevano alcun interesse ad
avvicinarsi al mondo dei barbari. Già si fosse trattato solo e soltanto del
contado allora le cose sarebbero state diverse perché, lo dicemmo, i
contadini non erano stati romanizzati. Essi, dunque, non avrebbero
avvertito differenze di sorta nel passare dalla civiltà latina al mondo
germanico.
Lezione 12

Carausio in Britannia
Si impone ora un approfondimento sulla questione inerente Carausio perché anche lui fu
protagonista di una ribellione che, per alcuni aspetti, si potrebbe equiparare a quelle
bacaudiche che egli stesso si trovò a fronteggiare. Quel generale, nominato da
Massimiano, fu preposto parandae classi ac propulsandis Germanis maria infestantibus e
si trovò a combattere anche i bacaudae lungo un’area molto ampia. Carausio attraversò
buona parte della Gallia, sia all’inseguimento dei rivoltosi, sia nel tentativo di frenare
Burgundi, Alamanni, Franchi, Caiboni ed Eruli che stavano calando nel territorio romano
senza che fosse possibile frenarli.
A proposito di Carausio, Aurelio Vittore e Eutropio fanno una grave affermazione. Essi
dicono che, pur avendo ottenuto un certo numero di vittorie sui pirati che pure combatté,
si sparse la voce che fosse in collusione con quegli stessi pirati per trattenere parte del
bottino recuperato. In effetti qualcosa dové accadere se è vero che nel 286, condannato
a morte dal suo mentore Massimiano, con un’azione fulminea si impadronì della Britannia
proclamandosi imperatore. In buona sostanza per Eutropio, ma anche per Orosio, quel
comandante non avrebbe avuto alcuna scelta se non quella di farsi imperatore.
Sicuramente Carausio aveva fatto i suoi calcoli e la sua azione, in apparenza
disperata, in realtà fu frutto di ragionamento. Egli, infatti, era consapevole che
Massimiano avrebbe avuto i suoi problemi nel proseguire l’azione anti
bacaudica e, sedata quella rivolta, non avrebbe potuto affrontare con
superficialità uno sbarco in Britannia. L’usurpatore, stando a quanto riportato
dalla Kerneis, non godeva di una grande reputazione tra gli amici e nemmeno
tra gli avversari che sembravano rispettarlo poco; si dice venisse chiamato
addirittura ‘arcipirata’ dai suoi nemici.
Approfondimenti sulla lezione 12
Il punto focale della ribellione del generale Carausio non è l’atto in sé. Ci sembra infatti
bel altro ad essere rilevante sul finire del secolo III, dopo decenni di situazioni devastanti
per la pars Occidentis dell’impero romano. Per quel generale sembrò quasi seducente
tentare di separare una regione dell’impero da esso pur mantenendo le istituzioni statali.
In proposito ci paiono illuminanti le parole dello Snyder che sottolinea come «questo
episodio, avvenuto solo sedici anni dopo la fine dell’ Imperium Galliarum , prova come
l’indipendenza da Roma fosse di nuovo diventata un ‘ricordo attraente’ per le truppe
britanniche che sostenevano il regime di Carausio.
Alcune zone dell’impero de facto erano quasi in secondo piano rispetto ad altre. Ciò è
inevitabile ma esse ambivano a non venir più considerate ‘periferiche’ bensì fondamentali.
Snyder, così come altri storici, pensa che quel generale così capace, per ambizione
personale, fosse riuscito a ottenere il pieno sostegno dei Britanno romani facendo leva sul
loro desiderio di tornare all’epoca di quell’ imperium Galliarum che li aveva visti al centro
di un progetto statale e non in periferia. Egli, quindi, sulle sue monete porpose se stesso
come il Restitutor Britanniae che «riceve il benvenuto dal Genius Britanniae , lo spirito
tutelare dell’isola».
Guida allo studio sulla lezione 12
Per uno sguardo di insieme sull’avventura di Carausio riportiamo
sempre a L. MONTECCHIO, I bacaudae . Tensioni sociali tra tardo
antico a alto medioevo , Roma 2012. Si studino le pp. 142-146.
Inoltre si studino, del volume di L. Montecchio, Tensioni sociali nella
tarda antichità nelle province occidentali dell’impero romano, le pp. 75-
78.
Lezione 13

La fine di Carausio
L’usurpatore Carausio governò per sette anni la Britannia può essere accomunato ai
bacaudae ? La risposta a nostro giudizio è positiva proprio per le premesse che abbiamo
posto. D’altronde i rapporti tra le Gallie e la Britannia avevano antichissime origini e già
questo basterebbe ad inculcare il sospetto che anche nella grande isola ci potessero
essere focolai bacaudici. I britannoromani, diversamente dai galloromani, non avevano
ancora vissuto le prime invasioni barbariche, né la lunghissima teoria di usurpazioni che
insanguinò la pars Occidentis dell’impero.
Non potevano nemmeno ricordare l’ammutinamento del lontano 185 contro il
prefetto del Pretorio Perennio. Essi però – lo dicemmo – volevano che la
Britannia fosse maggiormente centrale nell’impero. Cosa che fu solo durante il
periodo dell’ imperium Galliarum . Dunque non stupisce che un Carausio abbia
trovato terreno fertile per coltivare le sue ambizioni. Per difendersi dai romani e
quindi per resistere loro, approfittò di quei Sassoni che aveva arruolato proprio
per contrastare, in precedenza, la pirateria franca e sassone. Egli, in tal modo,
si trovò tra le sue fila esperti marinai e combattenti coraggiosi.
La reazione imperiale, seppur fulminea, dové trovare non poche difficoltà per la
bacauda nelle Gallie che, lo vedemmo, non era semplice sedare, e per il fatto
che i porti della Britannia non avrebbero permesso a Massimiano di attraccare
se non a caro prezzo. Nei primi mesi del 287 tutta la Britannia e vari porti della
Gallia sulla Manica si staccarono dall’Occidente. Era un atto di separatismo
all’uso che ormai – l’abbiamo visto - invaleva da un secolo: le forze di Carausio,
d’altra parte, erano tutt’altro che disprezzabili, potendo egli contare sulla
situazione della Britannia che era florida, sulla flotta mercantile e militare, sulle
basi che possedeva nel continente, e su vari alleati germanici, come i Franchi,
che premevano sul confine del basso Reno. Inoltre quel comandante poteva
sperare che i ribelli bacaudae gli offrissero involontariamente un aiuto,
impegnando Massimiano.
La presenza di Massimiano Augustus sul fronte renano arginò le defezioni e
salvò, infine, la situazione. Nel 288 egli condusse una campagna contro la
frazione dei Franchi che sosteneva Carausio, privando quindi il ribelle
dell’appoggio sul fronte renano, mentre preparava una flotta lungo i grandi fiumi
delle province galliche per assalire direttamente l’avversario. Ma la secessione
di Carausio doveva protrarsi ancora a lungo. La flotta di Massimiano infatti non
ebbe fortuna: l’Oceano non fu clemente e una tempesta terribile sorprese e
disperse le navi nel 288. Carausio opportunamente rimase nei due anni
successivi e mantenne un’invidiabile sangue freddo e, addirittura, si proclamò
«fratello» dei due Augusti legittimi.
Questi s’incontrarono a Milano nel gennaio 291 ma soltanto due anni dopo
giudicarono si potesse procedere ad armare una nuova flotta. Fu Costanzo
Cloro che nella primavera del 293 assalì improvvisamente e conquistò
Gerosiacum (Boulogne-sur-Mer), tenuta dalle navi di Carausio. In estate assalì
Camavi e Frisoni, stanziati fra la Schelda e il Reno, alleati di Carausio. In pochi
mesi riuscì dunque a eliminare tutte le forze secessioniste che operavano sul
continente, provocando ripercussioni talmente gravi in Britannia che Allectus ,
tesoriere dei secessionisti, venne indotto a assassinare Carausio (autunno
293) per proclamarsi imperator . Probabilmente il tentativo di Alletto fu quello di
indurre a più miti consigli il battagliero Cesare .
Approfondimenti sulla lezione 13
Una volta ripreso tutto il continente, al contrario, Costanzo Cloro preparò una
spedizione (nel corso del 294 e del 295) e solo nel 296, in primavera, riuscì
nell’intento di invadere la Britannia, grazie a due corpi di spedizione, l’uno da
Gerosiacum che puntò su Londinium comandato dal cesare stesso, l’altro
salpato da Le Havre al comando di Asclepiodoto. Contro quest’ultimo andò lo
stesso Allectus, che però fu vinto ed ucciso. Così i due corpi di spedizione
poterono riunirsi vittoriosi a Londinium, ove Costanzo Cloro attendeva
vincitoresui resti dei ribelli.
La secessione era durata ben 10 anni, nei primi 7 voluta e diretta da Carausio,
negli ultimi 3 da Allectus . La durata di essa, i lunghi preparativi per eliminarla
e le grandi difficoltà incontrate dallo stato centrale, mostrano come la Britannia
aveva cercato, appoggiando de facto Carausio, di separarsi da Roma. Anche la
Britannia, pertanto, aveva vissuto la sua ribellione bacaudica; cioè di
maggiorenti che, sullo sfondo, guidano soldati, in questo caso, contro una
madre patria dimentica di loro.
Guida allo studio della lezione 13
Per uno sguardo di insieme sulla fine dell’avventura di
Carausio riportiamo sempre a L. MONTECCHIO, I bacaudae
. Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo , Roma
2012. Si studino le pp.144-147.
Inoltre si studino, del volume di L. Montecchio, Tensioni
sociali nella tarda antichità nelle province occidentali
dell’impero romano, le pp. 75-78.
Lezione 14

Diocleziano
Rimasto unico sovrano, Diocleziano si convinse dell’impossibilità per un’unica
persona di governare un territorio tanto vasto e minacciato su così tanti fronti.
Istituì, quindi, la tetrarchia, un sistema di governo a quattro teste che divideva
l'impero in due metà, una occidentale e l'altra orientale. Tale sistema, nelle
intenzioni, avrebbe permesso una difesa più energica della compagine
imperiale e, soprattutto, una successione certa ai due augusti. Infatti ci
sarebbero stati due imperatori, col titolo, appunto, di Augusto sarebbero stati a
capo dei due territori, coadiuvati da due successori (i Cesari) di loro scelta.
Essi, alla morte degli augusto, avrebbero dovuto prendere il loro posto.
Diocleziano sperava così di aver creato i presupposti per una successione al
trono ope legis . Nel nuovo sistema di governo, Diocleziano fu l’ Augusto
dell'Oriente, con capitale Nicomedia, e nominò Massimiano Augusto
dell'Occidente, con capitale Mediolanum .
Da tempo Roma, pur continuando ad ospitare il senato, non era più la sede
imperiale ordinaria, Diocleziano non fece che istituzionalizzare questo dato di
fatto. Roma restò comunque il riferimento ideale dell'Impero, anche se le sue
istituzioni erano ormai un anacronismo, in quanto il potere veniva gestito
altrove, dove cioè si trovava l’imperatore. Nel 292, come vedremo in seguito,
Diocleziano nominerà Cesare Galerio e Massimiano fece lo stesso con Costanzo
Cloro. Tutto il territorio dell'impero venne ripartito in dodici diocesi ognuna delle
quali era costituita da più province. Le varie diocesi furono a loro volta
raggruppate in quattro regioni più ampie, ciascuna governata da un
personaggio di dignità imperiale.
La crisi dell'Impero nel precedente mezzo secolo, aveva comportato pesanti
conseguenze economiche e sociali. Diocleziano impostò una radicale opera di
riforma amministrativa e fiscale, eliminando antichi privilegi ed esenzioni. La
grande novità fu l’introduzione della capitatio – iugatio . Com’è noto mentre la
iugatio colpiva le rendite fondiarie, la capitatio colpiva le persone fisiche. Come
ricorda Ostrogorsky nel computo del dovuto allo stato «gli iuga e i capita
vengono conteggiati separatamente» Secondo tale metodologia il complesso
delle terre coltivabili veniva suddiviso, nelle varie regioni, in base al tipo di
coltura e al loro rendimento, in unità fiscali dette iuga , mentre la popolazione
veniva invece suddivisa in unità fiscali dette capita . Il valore assegnato a iuga
e capita non era fisso, ma variava in base alle singole province e alle necessità
del bilancio statale.
Proprio per razionalizzare in un insieme organico la massa delle imposte,
Diocleziano impose la fusione di tutte le imposte dirette, fondiarie e personali,
in un'unica imposta, appunto la iugatio - capitatio , prelevata sull'insieme dei
fattori produttivi: uomini, bestie, terre, dopo avere stabilito l'imponibile sulla
base di un gigantesco catasto della ricchezza dell'intero Impero. La iugatio -
capitatio finì inevitabilmente con il legare il contadino alla terra, contribuendo
alla formazione dei servi della gleba: infatti, così come una terra senza
contadino non può essere sottoposta a imposta, vale lo stesso per un
contadino senza terra. Così il governo romano vincolò una grande massa di
contadini alla terra. Simile provvedimento era stato preso in Egitto quando fu
introdotto un sistema con il quale, già dai tempi dei Tolomei, alcuni proprietari
terrieri privati venivano costretti a coltivare appezzamenti di terra statale
incolta, nonché a pagare le tasse corrispondenti.
Approfondimenti sulla lezione 14
Con l’avvento di Diocleziano al potere ci furono cambiamenti in seno all’esercito
imperiale. Ci dovrebbe essere stato anche un aumento del numero delle legioni
e dei reparti scelti (ali e coorti), stando almeno alla Notitia dignitatum dove
appaiono appellativi come Iovius e Erculeus che fanno senz’altro riferimento a
Diocleziano e Massimiano. All’uopo va poi ricordato che, rispetto ai primi secoli
dell’impero, queste unità contavano molti effettivi in meno (fra gli studiosi c’è
addirittura chi parla di legioni composte da appena mille uomini, affermazione
da noi ritenuta verosimile se però si considerano i soli “combattenti”), come
d’altronde sarebbe dimostrato dalle dimensioni ridotte delle nuove fortezze.
Le fonti non ci dicono quanti fossero gli effettivi dell’esercito romano a cavallo
del IV secolo; gli unici documenti a disposizione dello storico sono i
ritrovamenti archeologici da cui si deduce, appunto, la ridotta dimensione delle
nuove difese. Per fronteggiare gli attacchi improvvisi e disordinati dei germani
bastavano reparti anche modesti nel numero, ma fittamente disposti lungo
tutto il confine in modo da evitare di lasciare spazi scoperti. Ma soprattutto
erano necessari reparti che potessero muoversi repentinamente lungo il limes .
In buona sostanza si privilegiò, gioco forza, la qualità rispetto alla quantità di
truppe.
Guida allo studio della lezione 14
Sul periodo dioclezianeo si consideri sempre L.
MONTECCHIO, I bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico
a alto medioevo , Roma 2012, pp. 90-97.
Lezione 15

Il cristianesimo
Nello scorcio finale del secolo III non può essere trascurata l’azione della
Chiesa che via via acquisiva sempre maggiore prestigio nella società romana e
che penetrava sempre più in profondità negli strati della popolazione. Subito
dopo la prima metà del secolo III il cristianesimo venne fatto oggetto di nuove
persecuzioni ma si trattava del colpo di coda di un paganesimo morente.
Nondimeno con Valeriano i cristiani che dapprima erano stati per lo meno
sopportati, ora vengono temuti perché si paventava la «cristianizzazione»
dell’impero nelle classi dirigenti. Sconfitto e fatto prigioniero dai Parti Valeriano,
Gallieno, rimasto l’unico imperatore, giudicò opportuna l’emanazione di un
editto particolarmente favorevole ai seguaci del Cristo; con esso infatti, ipso
facto, vennero abrogate le vecchie leggi anti cristiane. Ma, cosa ancor più
significativa, con la restituzione delle proprietà ecclesiastiche confiscate,
Galllieno concesse un riconoscimento ufficiale alla religione cristiana.
Nei quarant’anni che intercorsero tra l’editto di Gallieno e l’inizio delle
persecuzioni di Diocleziano la Chiesa poté godere di un periodo tranquillo,
durante il quale consolidò la sua presenza nella vita pubblica e continuò l’opera
missionaria già intrapresa sin dalla sua fondazione. Coloro che erano potenti e
ricchi dominavano senz’altro la società romana ed erano figure di primo piano
sia nelle città, sia nelle campagne. Ma la parte restante delle varie comunità
era – come dicemmo – composta da persone che si ritenevano bisognose e
quindi chiedevano venisse loro concessa l’attenzione che la Chiesa soleva dare
ai meno abbienti. Pertanto questi bisognosi che de facto appartenevano
soprattutto ad un ceto medio ormai impoveritosi si stringevano attorno al
vescovo, a colui cioè che avrebbe potuto dare conforto a chi non aveva.
D’altronde, dall’editto di Gallieno, non erano pochi gli alti prelati che erano
originari di famiglie ricche e dunque potevano anche far leva sul potere
derivato dall’appartenenza a strati superiori della società locale.
Al contrario i loro sacerdoti sovente provenivano dai ceti inferiori e
condividevano proprio con coloro che avrebbero dovuto aiutare la costante e
spesso amara lotta per la sopravvivenza o, se possibile, per elevarsi di quel
tanto per distinguersi da quei poveri che versavano nella miseria più nera.
Malgrado le devastazioni che caratterizzarono parte del secolo III, nelle città gli
abitanti continuavano a trovarsi in una condizione migliore rispetto a coloro che
abitavano le campagne, se non altro perché i centri cittadini erano più sicuri e
gli abitanti, anche i più poveri, godevano di una «rete di protezione costruita
con cura nel tempo» mentre le campagne venivano attraversate da barbari in
armi, pronti a tutto pur di trarre profitto dalle loro scorrerie, senza che esercito
alcuno potesse frenare il loro impeto. Là dilagò la grande povertà.
Un esempio di tale inusitata miseria ci viene fornito da Martino di Tours che
illustrò ai suoi discepoli la figura archetipa della permanente miseria umana che
aveva incontrato attraverso le campagne della Gallia settentrionale: «Egli vide
un guardiano di porci che tremava per il freddo e quasi nudo nei suoi vestiti di
pelli. “Guardate Adamo – disse – nel suo abito di pelli, scacciato giù dal
Paradiso, che fa la guardia ai porci”». Proprio Martino di Tours nel secolo IV,
come già era avvenuto negli ultimi decenni del secolo precedente, cercò di far
sedimentare gli insegnamenti di Cristo anche nelle campagne, laddove cioè
maggiore era la resistenza del paganesimo. Spesso il modus operandi degli
ecclesiastici nelle zone rurali era assai deciso ed intollerante. Va’ rilevato infatti
come al posto di un luogo di culto pagano, dopo averlo distrutto, con
l’abbattimento o l’incendio delle statue o degli oggetti costituenti la sacralità,
veniva innalzata una chiesa.
Approfondimenti sulla lezione 15
Il Mazzarino parla di due economie, la statale e l’ecclesiastica che vennero tra
loro in concorrenza. Se le entrate del fisco servivano al mantenimento della
burocrazia e dell’esercito, quelle della Chiesa venivano impiegate nell’aiutare i
più bisognosi e anche – aggiungiamo noi – a sostenere in modo concreto la
Chiesa intesa come una vera e propria «città nella città». «In linea di massima,
si può dire che la nuova economia ecclesiastica ha incoraggiato la migrazione
verso le grandi città, le quali avevano, naturalmente, delle comunità cristiane
più ricche» rispetto alle campagne e facilitò in tal modo anche l’attività del
piccolo artigianato in gravi difficoltà per l’alto tasso di inflazione.
Secondo Brown la Chiesa, malgrado privilegi ufficiali e l’abilità innata nel
reclutare come vescovi persone appartenenti alle classi superiori, «si collocava
esattamente nel mezzo della società romana…occupava l’estesa zona mediana
fra quanti erano molto ricchi e quanti erano molto poveri». Tra di essi
spiccavano i liberti imperiali, la cui presenza nelle file cristiane rappresentava
una protezione politica non indifferente; non trascurabile poi il numero di quegli
uomini di affari che continuavano nelle loro imprese commerciali, assicurando
alla chiesa romana un’agiatezza economica inusuale.
Guida allo studio della lezione 15
Per uno sguardo di insieme sul cristianesimo nella tarda antichità
riportiamo sempre a L. MONTECCHIO, I bacaudae . Tensioni sociali tra
tardo antico a alto medioevo , Roma 2012. Si studino le pp. 113-121.
Lezione 16

La legione tebea
Gli ultimi decenni del secolo III, come abbiamo avuto modo di vedere, furono
particolarmente tragici per la gente di campagna, in Gallia. Ma stroncato nel
sangue il movimento bacaudico la situazione non parve migliorata per un
impero secolare ormai avviato al declino. Per garantire sia i confini dalle
continue scorrerie delle molte popolazioni barbare, sia l’ordine all’interno stesso
dell’Impero, si era soliti –lo vedemmo- ricorrere a legioni composte anch’esse
per lo più da barbari. Nel secolo IV vi erano, pertanto, alcune legioni di tebani
d’Egitto arruolate nei ranghi dell’esercito romano. Quei soldati erano quasi tutti
di religione cristiana e, nonostante si fosse in un periodo particolarmente
pericoloso per i seguaci del Cristo, la presenza di quei militari era considerata
necessaria per la difesa del limes . Inoltre, dai tempi del principato adottivo,
non vi era più la volontà politica di perseguitare i cristiani soprattutto se essi
mostravano, nei fatti, di essere buoni cittadini.
Ciò non significa però che in talune occasioni non venissero ancora mandati a
morirei soldati che si rifiutavano di adorare gli idoli pagani. Non intendiamo qui
affrontare il tema delle feroci persecuzioni cristiane che ci furono dalla fine del
secolo III sino all’avvento di Costantino; ora ci preme piuttosto di raccontare la
tragica fine che fece una legione di tebani che si erano rifiutati di partecipare a
sacrifici in onore delle divinità pagane perché si inserisce nel contesto delle
lotte bacaudiche. Principale fonte di tali avvenimenti è la lettera che il vescovo
Eucherio di Lione indirizzò al vescovo del Vallese (attuale Svizzera) Salvio.
Eucherio redasse tale missiva intorno alla metà del secolo V e riferisce la
tradizione orale trasmessa dal vescovo di Ginevra, Isacco, il quale l’avrebbe
raccolta dalla bocca di san Teodoro di Ottoduro.
Come si può vedere in poco più di un secolo le tragiche vicende vennero
riprese e raccontate da più persone e bisogna aggiungere che il resoconto
scritto di Eucherio di Lione non rimase opera isolata. L’imperatore Diocleziano,
informato dell’insurrezione, mandò da Nicomedia il cesare Massimiano il quale,
giunto nel luogo di operazioni, in pochi mesi, grazie alla disciplina e
all’organizzazione delle sue truppe, sbaragliò i ribelli. Tra le truppe di
Massimiano troviamo anche la legione tebea radunata a Octodurum (oggi
Martigny, nel Vallese della Svizzera). Quella legione si trovava accampata a
Agaunum (oggi Saint-Maurice, sempre nel Vallese).
Oltre quella Passio abbiamo altre indicazioni di possibili azioni anticristiane
compiute dai Romani. Un’altra versione degli stessi fatti l’abbiamo grazie a una
“Passione” anonima scritta nel secolo VII. Dove si legge che tra il 285 e il 286
nella Gallia scoppiò una violenta insurrezione antiromana a causa della
desolazione estrema in cui quella regione versava. Cioè lo scritto testé citato
riporta alle fonti da noi utilizzate nello studio della rivolta bacaudica. In buona
sostanza si tratta di una fonte tarda, rispetto alla narrazione che si rifà ad una
fonte incerta.
Approfondimenti sulla lezione 16
Di seguito indicheremo alcuni passi significativi della Passio di Eucherio:
‘…Sotto Massimiano, che resse con il collega Diocleziano il comando dello Stato
romano, grandi quantità (moltitudini) di martiri furono straziati o massacrati
generalmente in diverse provincie… Se allora alcuni osavano professare
pubblicamente il culto del vero Dio, essendo sparsi ovunque squadroni di
soldati, (essi) erano trascinati con violenza alla tortura e alla morte; e avendo
concesso una tregua ai popoli barbari, aveva mosso le armi direttamente
contro la religione. In quello stesso tempo vi era nell’esercito una legione di
soldati che venivano chiamati Tebei…’.
‘…Non immemori del precetto Evangelico persino in guerra, davano a Dio le
cose che erano di Dio, rendevano a Cesare ciò che era di Cesare. Pertanto
essendo questi, come altri soldati, stati destinati ad annientare la moltitudine
dei Cristiani, solamente essi osarono rifiutare (questo) esercizio di crudeltà e in
tal modo dissero che non avrebbero obbedito agli ordini. Massimiano non era
lontano; infatti, stanco per il viaggio, si tratteneva presso Octoduro. Non
appena gli fu riferito dai messaggeri che questa legione si era opposta ribelle
nei confronti degli ordini regi, nello stretto luogo di Agauno, (Massimiano) si
infiammò per il furore a causa dell’eccitamento provocato dallo sdegno’.
‘…Allora, come abbiamo detto sopra, Massimiano, avendo conosciuta la
risposta dei Tebei, ribollente di ira funesta a causa degli ordini non rispettati,
comandò che chiunque fosse decimo in quella stessa legione fosse ucciso con
la spada; affinché gli altri, atterriti dalla paura, si sottomettessero più
facilmente agli ordini regi e, rinnovati i comandi, stabilì che i (soldati) rimanenti
fossero obbligati a perseguitare i Cristiani… Rammentando continuamente gli
esempi dei Martiri commilitoni, persuadeva tutti a morire, se così fosse stato
necessario, per il sacramento di Cristo, per le Leggi divine; ammoniva a seguire
quei compagni e i loro compagni di tenda che già erano andati al Cielo…’.
Guida allo studio della lezione 16
Per un approfondimento del sacrificio della legione tebea riportiamo
ancora a L. MONTECCHIO, I bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico
a alto medioevo , Roma 2012. Si studino le pp. 148-159.
Lezione 17

Costantino
Alla morte del padre a Eburacum (l’attuale York), Costantino, nel 306, fu
proclamato augusto dall'esercito. Solo Lattanzio sosteneva fosse stato
designato augusto dal padre sul letto di morte, ma la notizia è tutt’altro che
certa. Per una decina d'anni la sede della sua corte fu Treviri. La sua elezione
era avvenuta secondo un principio dinastico, invece del sistema di successione
per cooptazione che aveva cercato di instaurare Diocleziano; pertanto già ab
origine c’erano le premesse per quella che sarebbe stata una vera e propria
guerra civile tra coloro che si contendevano il potere imperiale. Tralasciamo gli
altri pretendenti mentre osserviamo il vero e inevitabile redde rationem tra
Costantino e l’usurpatore Massenzio. Ciascun imperatore superstite a questa
vera e propria guerra civile che però, nonostante la gravità della situazione,
lungi dall’essere paragonabile ai torbidi del secolo precedente, cercava di
rafforzare le rispettive posizioni all’interno dei territori da essi controllati.
Il dado era tratto e Costantino, riunito un grande esercito formato anche da
barbari catturati in guerra, oltre a Germani, popolazioni celtiche e provenienti
dalla Britannia, mosse alla volta dell'Italia e attraversò le Alpi forte di un
poderoso esercito. Lungo la strada lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le
porte, mentre Massenzio assediò e distrusse quante si opposero alla sua
avanzata. Il che, naturalmente, gli inimicò la popolazione che vedeva in lui una
sorta di aguzzino. Il figlio di Costanzo Cloro, dopo aver battuto due volte
Massenzio prima presso Torino e poi presso Verona, riuscì a sconfiggerlo
definitivamente nella battaglia di Ponte Milvio, presso i Saxa Rubra sulla via
Flaminia, alle porte di Roma, nel 312. La battaglia di ponte Milvio venne
presentata dalle fonti cristiane come l’episodio principe di una sorta di guerra di
religione tra Costantino, ispirato dal vero ed unico Dio, e Massenzio,
considerato come sostenitore del paganesimo.
Per Massenzio l’ideologia pagana, cui certamente si ispirava, era funzionale a
scelte politiche contingenti piuttosto che a motivazioni di mero carattere
religioso. Come è noto la nascita del Costantino cristiano è strettamente legata
proprio alla presunta conversione alla vigilia di quella battaglia. Le fonti, però,
non sono del tutto concordi. In realtà Costantino, esattamente come
Massenzio, aveva fatto i suoi calcoli politici e non si era certo convertito al
cristianesimo. Azione questa ancora del tutto inopportuna, nonostante la
grande diffusione della religione del Cristo.
Sconfitto e ucciso Massenzio, rimanevano solo Costantino e Licinio. I due
tentarono di costruire una qualche rapporto che soddisfacesse le ambizioni di
entrambi. Nonostante il legame che si era instaurato, entrarono una prima
volta in conflitto nel 314, (in seguito alla riappacificazione l’Illirico passò a
Costantino) e di nuovo nel 323. In seguito alla sconfitta di Licinio, che si arrese
dopo la battaglia di Crisopoli nel 324 e venne successivamente ucciso,
Costantino rimase l'unico augusto al potere.
Approfondimenti sulla lezione 17
A proposito di ciò che avvenne prima della battaglia di Ponte Milvio tra
Costantino e Massenzio si hanno le testimonianze di due uomini di chiesa.
Lattanzio, ad esempio, che scrive poco tempo dopo, si esprime in questi
termini: Nel sonno Costantino fu esortato a far contrassegnare gli scudi dei suoi
soldati con i segni celesti di Dio e a iniziare quindi la battaglia . Egli fece così e,
girando e piegando su se stessa la punta superiore della lettera [greca] X,
scrisse in forma abbreviata «Cristo» sugli scudi . Lattanzio esprime chiaramente
il suo pensiero e si capisce che voglia far apparire Costantino già schierato per
la religione del Cristo; in realtà è plausibile che egli volesse semplicemente che
le sue truppe si distinguessero da quelle di Massenzio.
Secondo Eusebio di Cesarea Costantino avrebbe invece visto in cielo un segno
prodigioso e cioè una croce di luce che recava la scritta «in questo segno
vincerai». La notte successiva Gesù sarebbe apparso in sogno al futuro
imperatore e gli avrebbe ordinato di aggiungere quel segno alle sue insegne.
Costantino obbedì prontamente dando così origine al labarum , termine di
origine gallica con il quale veniva designato lo stendardo imperiale decorato
con il monogramma di Cristo e cioè il X sormontato da una R. Lo storico dovrà
in proposito manifestare non pochi dubbi sulla versione di Eusebio perché
Lattanzio che, a differenza di Eusebio, scrive pochi anni dopo i fatti, nulla dice
del labarum e della sua origine. La prima attestazione certa del labarum si ha
in una moneta bronzea emessa a Costantinopoli 15 anni dopo gli avvenimenti
succitati. Verosimilmente il labarum fu introdotto successivamente, forse in
occasione dello scontro finale con Licinio. Pertanto le parole di Eusebio
sembrano essere solo dovute a intenzioni propagandistiche che nulla hanno a
che vedere con la veridicità dei fatti.
Guida allo studio della lezione 17
Per uno sguardo di insieme su Costantino e il suo rapporto
con il cristianesimo si consideri L. MONTECCHIO, I
bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo
, Roma 2012. Si studino le pp.161-175.
Lezione 18

Costantinopoli
Nel novembre del 324 Costantino aveva deciso di trasformare la vecchia
Bisanzio, ormai ridotta ad un villaggio, nella “nuova Roma”, nella città di
Costantino. Improvvisamente quel centro sorto quasi un millennio prima venne
stravolto dalla costruzione di chiese, templi pagani, palazzi magnifici. Quella
città era destinata ad avere, in quanto “nuova Roma”, le medesime attribuzioni
dell’antica e cioè, fra l’altro, un senato di viri clari , che sarebbero in seguito
divenuti clarissimi ; le gratifiche di pane, l’ annona civilis , la plebe di
Costantinopoli sarebbe stata equiparata ai cives Romani domo Roma .
Sembravano ben lontani i tempi in cui i cristiani avevano goduto della rovina di
Bisanzio nella guerra civile tra Settimio Severo e Nigro; l’imperatore cristiano,
infatti, risiedeva ora nella grande città e nel Foro di essa era raffigurato come
Helios. Il sole però che, non più inteso come un dio, era per lui soltanto
l’immagine fisica della potenza imperiale.
I grandiosi lavori di costruzione cominciarono pertanto nel novembre del 324,
subito dopo la vittoria su Licinio, e già nel maggio del 330 la nuova capitale
venne solennemente inaugurata. Ben poche fondazioni di città ebbero una tale
portata storica. Geniale la scelta del luogo. Al confine tra due continenti,
bagnata ad est dal Bosforo, a nord dal Corno d’oro, a sud dal Mar di Marmara e
accessibile da un solo lato per via di terra, la nuova capitale si trovava in una
posizione strategica eccezionale. Controllava il commercio tra l’Europa e l’Asia e
il transito marittimo dal Mar Egeo al Mar Nero, e divenne ben presto il più
importante centro commerciale marittimo di tutto il mondo allora conosciuto.
Per un millennio Costantinopoli fu la capitale politica, economica e militare
dell’impero bizantino, il suo centro spirituale e religioso; ed esercitò
un’influenza determinante sullo scacchiere politico internazionale e sullo
sviluppo culturale dell’umanità tutta.
A partire dal 330 Costantinopoli divenne, come abbiamo testé detto,
ufficialmente capitale dell’Impero romano d’oriente e in tempi invero rapidi la
nuova Roma sembrò oscurare l’antica Roma. Costantino, in seguito, decise di
ampliare ulteriormente la vecchia città, ponendo dove c'era un’antica porta un
foro circolare e spostando le sue mura più ad occidente di 15 stadi e tagliando
così l’stmo da una parte all'altra dal mare. E proprio qui, una volta battezzato in
punto di morte, il suo corpo fu trasferito e seppellito nella chiesa dei Santi
Apostoli. Riprendendo la divisione della riforma tetrarchica dioclezianea,
l'Impero venne suddiviso in quattro prefetture (d’Oriente, d’Illiria, d’Italia e di
Gallia), all'interno delle quali mantenne rigidamente separati il potere civile e
politico da quello militare: la giurisdizione civile e giudiziaria era affidata ad un
prefetto del pretorio, cui erano subordinati i vicari delle diocesi ed i governatori
delle province.
Approfondimenti sulla lezione 18
Per quanto concerne la magnificenza dell’antica Bisanzio, con Costantino,
Costantinopoli, si vedano alcune immagini significative. Intanto le mura che
difesero quella città per mille anni e che solo i cannoni turchi poterono
squarciare. Poi la cisterna romana. La civiltà romana penetrò in Costantinopoli
al punto che, una volta caduta Roma, essa davvero era divenuta una seconda
Roma. Lo fu in tutto, dal punto di vista architettonico, culturale, religioso.
Guida allo studio della lezione 18
Su Costantinopoli ci si basi sempre sul testo di L. MONTECCHIO,
I bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo , Roma
2012. Si studino le pp. 169-170.
Lezione 19

Giuliano Cesare
L’imperatore Costanzo, impegnato com’era sul limes orientale decise di
associarsi al trono Giuliano. Nel dicembre del 355, Giuliano, con una scorta di
360 soldati, partiva alla volta della Gallia per quella che sarebbe stata la sua
prima campagna militare. Come Giulio Cesare esordiva come comandante delle
Gallie che ora subivano offese al contempo dalle tribù germaniche in subbuglio
e dai bacaudae ancora presenti in quella provincia. Non aveva avuto una
specifica preparazione militare: cercò di acquisire almeno un'esperienza teorica
attraverso la lettura dei Commentarii di Cesare e delle Vite parallele di Plutarco.
I suoi poteri erano stranamente limitati: il magister militum era Marcello,
mentre alla prefettura andava Florenzio e la questura era esercitata da Salustio,
i quali avrebbero dovuto rispondere del loro operato unicamente a Costanzo.
Nonostante ciò la personalità del giovane Cesare era spiccata e presto emerse.
Superato un rigido inverno, nel giugno del 356 si mise in marcia verso Autun,
poi giunse ad Auxerre e a Troyes, dove ebbe il suo battesimo del fuoco quale
Cesare. Egli disperse un gruppo di barbari e si ricongiunse a Reims con
l'esercito del magister militum Marcello. L’impresa di maggior valenza militare,
nonché politica, fu la riconquista di Colonia dove, nell’autunno dello stesso
anno, ricevette le richieste di pace di alcuni capi germanici. Essendo
sopraggiunto l'inverno, si ritirò nel campo invernale di Sens, dove dovette
sopportare un pesante assedio da parte di milizie barbare senza che Marcello
gli portasse aiuto. Denunciato il comportamento di quel magister militum
all'imperatore, Marcello venne rimosso dall'incarico e sostituito con Severo, un
buon soldato leale.
Gli Alamanni, comandati da Chonodomario, cercarono di sfruttare il momento
favorevole attaccando Giuliano vicino a Strasburgo. Il giovane cesare, pur
disponendo di un esiguo corpo d’armata di circa 15000 uomini, nondimeno,
temerariamente, accettò lo scontro campale. Durante la pugna, così come ci
viene riportato da Ammiano, Giuliano in persona riorganizzò e riportò in
battaglia la cavalleria pesante romana in rotta. Gli Alamanni, superiori in
numero, cercarono di sfondare il centro dello schieramento romano che riuscì a
resistere, seppur con difficoltà. Infine, la disciplinata fanteria romana si riprese
e vinse la battaglia, mettendo in fuga gli Alamanni oltre il Reno. Il comandante
Chonodomario stesso, fatto prigioniero, fu inviato alla corte imperiale come
trofeo di guerra: morirà pochi anni dopo, prigioniero a Roma, in una casa
imperiale sul colle Celio.
Finalmente il comando di tutto l'esercito di Gallia passò nelle mani di Giuliano.
Durante quel periodo in cui Giuliano rischiò di venire travolto dai nemici, egli si
distinse per essere un comandante che non voleva vessare con pesanti tributi
popolazioni galliche che già erano costrette a subire le devastazioni di un
nemico sempre più agguerrito e sempre più deciso a cogliere ogni occasione
per penetrare all’interno del limes . Giuliano sfruttò pienamente la vittoria di
Strasburgo: superò il Reno e devastò il territorio nemico, fino a rioccupare gli
antichi presidi romani che erano caduti, ormai da anni, in mano al nemico. Poi
concluse una tregua che, se da un lato gli permise di ottennere la restituzione
dei prigionieri, dall’altro si ritorse contro quelle tribù dei Franchi che nel
frattempo razziavano i territori del nord della Gallia. Esse furono costrette alla
resa dopo un lungo assedio nei pressi della Mosa. Finalmente, i romani
potevano ritirarsi, a inverno inoltrato, negli accampamenti stabiliti a Lutetia
Parisiorum , l'attuale Parigi.
Approfondimenti sulla lezione 19
Così la città attraversata dalla Senna veniva descritta dallo stesso Giuliano: «
[...] la mia cara Lutezia.I Celti chiamano così la cittadina dei Parisii . È un'isola
non grande, posta sul fiume, e un muro la cinge tutta intorno, ponti di legno
permettono il passaggio da entrambi i lati, e raramente il fiume cala o
s'ingrossa, in generale rimane uguale d'estate e d'inverno, offrendo un'acqua
dolcissima e purissima a chi vuole vederla o berla. Proprio perché è un'isola, di
lì soprattutto gli abitanti devono attingere l'acqua [...] presso di loro cresce una
buona vite, vi sono inoltre alcuni fichi che hanno disposto proteggendoli
d'inverno [...]». Mentre sulla riva destra si estendeva una foresta, oltre
all'isolotto sulla Senna, anche la riva sinistra del fiume era abitata e vi
sorgevano case, un anfiteatro e l'accampamento delle truppe.
Nel 359 il Cesare, per continuare l'opera di difesa di un
limes
ormai davvero precario, decise di superare per la terza volta il Reno e ottenne
la sottomissione delle ultime tribù alemanne riottose a sottostare al giogo
romano: Ammiano Marcellino, per quanto ammirava Giuliano, scrive che «dopo
che ebbe lasciato le provincie occidentali e per tutto il tempo che rimase in
vita, tutti i popoli si mantennero quieti, quasi fossero stati pacificati dal caduceo
di Mercurio».
Guida allo studio della lezione 19
Su Giuliano Cesare si consideri I. Tantillo, L’imperatore
Giuliano, Roma-Bari 2001. In particolare si studino le pp.
45-62.
Lezione 20

Giuliano l’Apostata
Una volta acclamato imperatore dalle sue truppe, Giuliano chiese a Costanzo
che gli venisse riconosciuta, per lo meno, piena autonomia nel governo della
Gallia. Poco tempo dopo però il giovane cesare avrebbe scritto una seconda
missiva all’ imperatore nella quale il tono era del tutto diverso dalla prima. In
essa infatti accusava, per la prima volta, apertamente l’imperatore di essere il
responsabile di gravi misfatti e forse anche della strage dei suoi parenti.
Costanzo, a questo punto, si vide costretto a respingere ogni accordo,
ordinandogli di non andare oltre le sue prerogative e, nello stesso tempo, incitò
Vadomario, re degli Alemanni, a invadere la Gallia. Il giovane cesare, molto
turbato per tale iniziativa, considerata degna del peggior tradimento, affermerà
che Costanzo «ci solleva contro i barbari; mi proclama presso di loro suo aperto
nemico; sborsa denari perché la nazione gallica sia distrutta; scrivendo ai suoi
in Italia ordina di guardarsi contro chi viene dalla Gallia; alle frontiere, in varie
città, fa raccogliere tre milioni di medimmi di frumento [...] mi manda un certo
Epitteto, un vescovo gallo, a darmi assicurazioni sulla mia personale
incolumità».
Giuliano però non si perse d’animo, nonostante fosse ormai consapevole che la
sua situazione era de facto senza via di scampo. Sebbene dovesse superare un
momento molto critico il giovane cesare aveva la consapevolezza che non si
trattava del più critico della sua ancor breve esistenza. Dopo aver condotto un
attacco a sorpresa contro i Franchi Attuari allo scopo di rendere più sicura le
frontiera renana, risalì il fiume fino a Basilea e si stabilì a Vienne. Emesso, nel
frattempo, un editto di tolleranza per tutti i culti, Giuliano continuò a mantenere
ancora un’apparente devozione per la confessione cristiana. Egli d’altronde
sapeva che non era il momento per lui di crearsi nuovi nemici, ma anzi avrebbe
dovuto far buon viso a cattivo gioco.
Costanzo, come riporta il biografo di Giuliano, morì e il nuovo imperatore si
fece acclamare anche a Costantinopoli. Gli enormi problemi in cui versava
l’impero andavano affrontati in modo celere. Giuliano continuò a perseguire gli
obiettivi che erano stati il suo leit motiv nelle Gallie. Tentò, quindi, di
combattere la corruzione e di abbreviare l' iter giudiziario dei processi, la cui
lunghezza era spesso condizione di compromessi illeciti mentre, abrogando la
possibilità di ottenere continui rinvii e decentrando lo stesso apparato
giudiziario, tentò di favorire una giustizia più certa e pertanto soddisfacente.
Parallelamente agli interventi strutturali nei confronti dello stato, il giovane
imperatore iniziò a esplicitare la sua fobia nei confronti dei seguaci di Cristo al
punto da licenziare un editto nel 362 con cui veniva stabilita la fondamentale
incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l’insegnamento nelle scuole
pubbliche. Giuliano era infatti convinto che gli insegnanti pubblici dovessero
distinguersi innanzi tutto per moralità e poi per capacità professionale. Il
cristianesimo era per lui amorale perché non rispettava i principi su cui si
fondava la grandezza di Roma. Il meccanismo che avrebbe dovuto garantire la
suddetta moralità passava attraverso i consigli municipali che avrebbero dovuto
produrre un attestato dei requisiti dei candidati. Tale attestato avrebbe dovuto,
eventualmente, poi essere ratificato dall’imperatore.
Approfondimenti sulla lezione 20
Di seguito la lettera di Giuliano imperatore con cui veniva proibito agli
insegnanti di credo cristiano di esercitare la loro professione. «È necessario che
tutti gli insegnanti abbiano una buona condotta e non professino in pubblico
opinioni diverse da quelle intimamente osservate. In particolare, tali dovranno
essere coloro che istruiscono i giovani e hanno il compito di interpretare le
opere degli antichi, siano essi retori, grammatici e ancor più sofisti, poiché
questi ultimi, più degli altri, intendono essere maestri non di sola eloquenza ma
anche di morale, e sostengono che a loro spetta l'insegnamento della filosofia
civile. [...] Io li lodo perché aspirano a elevati insegnamenti, ma li loderei di più
se non si contraddicessero e non si condannassero da soli, pensando una cosa
e insegnandone un'altra. Ma come? Per Omero, Esiodo, Demostene, Erodono,
Tucidide, Isocrate e Lisia, gli dèi sono guida e norma dell'educazione: forse che
costoro non si reputavano devoti, chi a Hermes, chi alle Muse? Trovo assurdo
che coloro che spiegano i loro scritti disprezzino gli dèi che quelli onoravano.
Ma, anche se a me pare assurdo, non dico con questo che essi debbano
dissimulare le loro opinioni di fronte ai giovani.
«Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono ma, se invece
vogliono insegnare, insegnino prima con l'esempio [...] Finora, si avevano
molte ragioni per non frequentare i templi e la paura, ovunque avvertita,
giustificava la dissimulazione delle vere opinioni sugli dèi. Ora, poiché questi dei
ci hanno reso la libertà, mi sembra assurdo che si insegni ciò che non si crede
giusto. Se i maestri cristiani considerano saggi coloro di cui sono interpreti e di
cui si dicono, per così dire, profeti, cerchino prima di rivolgere la loro pietà
verso gli dèi. Se invece credono che questi autori si siano sbagliati circa le
entità da venerare, vadano allora nelle chiese dei Galilei a spiegare Matteo e
Luca. Voi affermate che bisogna rifiutare le offerte dei sacrifici? Bene, anch'io
voglio che le vostre orecchie e la vostra parola, come dite voi, si purifichino
astenendosi da tutto ciò a cui io ho sempre desiderato partecipare insieme con
coloro che pensano e fanno quello che io amo».
Guida allo studio della lezione 20
Per approfondire la figura di Giuliano l’Apostata si veda L.
MONTECCHIO, I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico a alto
medioevo , Roma 2012. Si studino le pp. 188-196.
Lezione 21

Teodosio
Alla morte di Valentiniano, nel 392, Teodosio rimase signore di tutto l'impero, fu
l’ultima volta che un prinipe ebbe nelle sue mani tutta la compagine imperiale.
Permaneva, però, il problema delle Gallie. Arbogaste, infatti, generale franco
tutore di Valentiniano, era de facto diventato padrone delle Gallie al punto che
da alcuni venne ritenuto coinvolto nella morte dello stesso Valentiniano. Egli
d’altra parte non fece nulla per mettere a tacere certe illazioni, anzi fece
nominare augustus dalle legioni di Gallia Flavio Eugenio il quale godé del placet
del senato imperiale che vide in lui la possibilità di opporsi al crescente potere
della chiesa cattolica. Flavio Eugenio venne però sconfitto da Teodosio nella
battaglia del Frigido del 394, e l'impero ebbe nuovamente un unico padrone.
All'inizio del suo regno, nel 380, Teodosio aveva promulgato l'editto di
Tessalonica, con il quale la fede di credo niceno diveniva religione di stato. Tale
decisione non giunse inaspettata ma fu gravida di conseguenze forse, queste
sì, inaspettate, anche in campo strettamente economico. La nuova legge
riconosceva esplicitamente il primato delle sedi episcopali di Roma e di
Alessandria in materia di teologia; grande influenza avevano inoltre i teologi di
Costantinopoli, i quali, essendo sotto la diretta giurisdizione dell'imperatore,
erano a volte destituiti e reintegrati in base al loro maggiore o minore grado di
acquiescenza ai voleri imperiali.
Altri provvedimenti nel 381 ribadirono la proibizione di tutti i riti pagani e
stabilirono che coloro che da cristiani fossero ritornati alla religione pagana
perdessero il diritto di fare testamento legale. Nel 382 si sanciva, tuttavia, la
conservazione degli oggetti pagani che avessero valore artistico. Il divieto dei
sacrifici cruenti e delle pratiche divinatorie ad essi collegate venne poi ribadito
nel 385. Teodosio morì nel gennaio del 395, lasciando il generale Stilicone
come protettore dei figli Arcadio e Onorio. Di fatto l’impero di Occidente e
quello di Oriente rimasero per sempre divisi.
Approfondimenti sulla lezione 21
Dopo l'episodio della ribellione di Tessalonica e della strage fatta perpetrare contro i
cittadini ribelli da Teodosio, il vescovo di Milano, Ambrogio, comminò una dura penitenza
all’imperatore. Da quel momento la politica religiosa imperiale subì un irrigidimento
notevolmente che colpì coloro che non erano cristiani. Tra il 391 e il 392 furono emanati
una serie di decreti che permettevano la piena attuazione dell’editto di Tessalonica. Venne
interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto,
compresa l'adorazione delle statue; furono inoltre inasprite le pene amministrative per i
cristiani che si riconvertissero nuovamente al paganesimo e nel decreto emanato nel 392
da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere
erano equiparati al delitto di lesa maestà, punibile con la condanna a morte.
In un clima del genere non stupisca che i templi pagani divenissero oggetto di
sistematica distruzione violenta da parte di fanatici cristiani e monaci appoggiati dai
vescovi locali (in molti casi con il placet dell'esercito e delle locali autorità imperiali) che si
ritennero autorizzati dalle nuove leggi: si veda, per esempio, la distruzione del tempio di
Giove ad Apamea, a cui collaborò il prefetto del pretorio per l'oriente, Materno Cinegio.
Guida allo studio della lezione 21
Per uno sguardo di insieme sulla figura di Teodosio riportiamo sempre a L.
MONTECCHIO, I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo ,
Roma 2012. Si studino le pp. 201-208.
Lezione 22

Seconda fase della bacauda


Nelle Gallie anche la presenza della Chiesa, che ora cominciava a diffondersi nel paese,
non fu in grado, tranne in pochi casi eccezionali sopraricordati, di offrire ai miserabili un
grande aiuto. Non a caso i Bacaudae riappaiono sotto l’usurpazione di Costantino III e
proseguono in un tempo di precario controllo del territorio gallico da parte delle autorità
romane nella prima metà del V secolo. I Bacaudae del V secolo possono aver ripreso il
nome e gli ideali politici e militari di un movimento che evidentemente non era stato
dimenticato. I breviari del IV secolo di Eutropio e di Aurelio Vittore, insistono sul carattere
rurale del movimento della fine del III secolo. Il contemporaneo retore gallico Mamertino
definisce i bacaudae monstra biformia , contadini e pastori ed insieme fanti e cavalieri,
che imitano i barbari nel devastare i loro stessi campi ( cum hostem barbarum suorum
cultorum rusticus vastator imitatus est ), un’espressione che, presa alla lettera ( suorum
cultorum vastator ) potrebbe essere interpretata come una coloritura in registro
paradossale, in una descrizione totalmente negativa da parte del panegirista dei nemici di
Massimiano, di una tecnica di terra bruciata, all’interno dell’impiego di tecniche di
guerriglia contro gli invasori germanici.
Come vedemmo però non si trattò di semplici rivolte contadine, di jacqueries: basterebbe
ricordare che contro i bacaudi si dovette mobilitare alla fine del III secolo lo stesso
Massimiano Erculio, cioè il Cesare della pars Occidentis . Nel 407 essi arrivarono a
bloccare sulle Alpi Marittime l’esercito romano comandato da Saro (che era di ritorno
dalla Gallia dove aveva combattuto vanamente contro l’usurpatore Costantino III). In
quell’occasione, narra Zosimo, il generale romano fu costretto a consegnare l’intero
bottino di guerra, e solo a tal prezzo i suoi soldati riuscirono ad attraversare senza danni i
valichi alpini. Anche quest’episodio prova che i bacaudi costituivano forze ben organizzate
che probabilmente fruivano dell’appoggio della popolazione e che erano guidati da
comandanti degni di questo nome. Anche nel secolo V, quindi, le milizie contadine o,
comunque, di disperati, venivano sottoposte a qualcuno in alto che sembrava avere la
consapevolezza di come fronteggiare le ormai deboli, ma sempre ben organizzate, legioni
di Roma.
Successivamente ancora in Gallia - siamo negli ultimi anni in cui viene
riconosciuta l’autorità imperiale - si registrarono movimenti di rivoltosi che, con
ogni evidenza, testimoniano come gli interventi armati dell’impero ben poco
potevano contro la disperazione delle campagne affamate istigata
sapientemente da chi conosceva perfettamente tale situazione. E così nei primi
anni del secolo V zone rurali e le città di una Gallia ormai in preda alle scorrerie
sempre più frequenti delle popolazioni germaniche, non sentendosi più protette
da Roma ma solo vessate dal governi centrale, cacciarono le autorità romane e
preferirono sottomettersi all’autorità dei barbari invasori. Le rivolte della Gallia
nei primi anni del V secolo, dovute anche – come denuncia Salviano di
Marsiglia – alla disaffezione dei gallo romani dei ceti più abbienti nei confronti
dell’impero, potrebbe non essere stata del tutto condannata dal clero locale, di
cui lo stesso Salviano era un autorevole esponente.
Approfondimenti sulla lezione 22
Di seguito riportiamo le parole di Salviano che stigmatizza aspramente il comportamento
dei Romani insensibili,a suo dire, verso chi aveva bisogno di aiuto: “Per ciò che riguarda i
nostri rapporti coi Goti e coi Vandali, in che cosa ci possiamo ritenere superiori o anche
paragonarci a loro? In primo luogo, riferendoci all’amore e alla carità […], quasi tutti i
barbari, almeno quelli che appartengono ad una stessa gente e hanno lo stesso re, si
amano vicendevolmente, mentre quasi tutti i romani si perseguitano tra loro […]. Ora in
molti si esprime una nuova e impensabile deviazione del senso morale: per qualcuno è
poco essere felice; è necessario che siano infelici gli altri. Da quest’empia mentalità
discende ancora una crudeltà ignota ai barbari e invece familiare ai romani: l’esazione
delle imposte permette loro di rovinarsi reciprocamente. Per meglio dire, non
reciprocamente: la cosa sarebbe più tollerabile se ciascuno dovesse sopportare quanto
avesse fatto soffrire agli altri. Ciò che è più grave, è che molti sono colpiti da pochi, per i
quali la riscossione delle imposte è divenuta una rapina e che trasformano i titoli del
debito fiscale in una fonte di profitto privato.
E non sono soltanto i funzionari più elevati, ma anche gli impiegati dei gradi più bassi;
non solo i giudici, ma anche i loro sottoposti. In quali città, anzi in quali municipi e in
quali villaggi i curiali non sono altrettanti tiranni? D’altra parte si fanno vanto di questa
qualifica, perché essa sembra sinonimo di potenza e di onore. È infatti proprio di tutti i
briganti di strada rallegrarsi e inorgoglirsi se vengono considerati più crudeli di quanto
non siano in realtà. Quale è dunque il luogo, come dissi, dove i capi delle città non
divorino i beni delle vedove e degli orfani e quelli di tutti gli uomini di chiesa? Infatti
questi ultimi vengono considerati come orfani e vedove, perché non vogliono difendersi
per rispettare i loro voti, o non possono farlo per la loro umiltà e per la loro innocenza.
Nessuno di costoro è dunque sicuro e nessuno, eccetto i più potenti, è immune dalla
devastazione del latrocinio, se non quelli che sono della stessa stoffa dei briganti.
Guida allo studio della lezione 22
Sulla seconda fase delle rivolte bacaudiche si veda L.
MONTECCHIO, I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico
a alto medioevo , Roma 2012. Si studino le pp. 209-225.
Lezione 23

Seconda fase della bacauda in Hispania


Anche in Hispania, quasi 40 anni dopo questi avvenimenti, combatterono contro i
bacaudae generali di primo piano, come il dux utriusque militiae Asturius, nel 442, ed il
suo successore Merobaudo, l’anno seguente. Mobilitazioni così massicce ed organizzate
non potevano certo verificarsi in Gallia senza la compiacenza dei grandi proprietari e delle
loro clientele. Un movimento di tipo “bacaudico” potrebbe essere stato anche quello
ricordato dall’Historia Augusta e avvenuto sotto il regno di Probo, nel III secolo, quando
l’usurpatore Proculo riuscì ad armare 2.000 tra servi e clienti per condurre contro gli
Alemanni un’attività di guerriglia. I bacaudae però, ancora nel secolo V, non sembrano
avere un’organizzazione centralizzata, ma appaiono sempre divisi in piccoli gruppi guidati
da leaders locali, principes, che, di volta in volta, a seconda delle circostanze, potevano
unirsi in formazioni più ampie guidate da un leader di particolare prestigio, secondo le
tradizioni celtiche.
Questo avvenne, per esempio, nell’Armorica (sita nel nord ovest delle Gallie) nel 435 in
cui il leader dei bacaudae Tibatto aveva sotto di sé altri principes che, pur dotati di una
relativa autonomia, riconoscevano la sua autorità. In quei principes, ancora una volta,
non possiamo non vedere alcuni domini, proprietari terrieri, riuniti contro gli ormai deboli
tentativi di Roma di mantenere il controllo su quelle regioni.
Risparmiate quasi completamente dalle ripercussioni delle lotte per il potere e, dopo il
258, dalle invasioni nemiche, le province spagnole fino al 380 avevano goduto, assai più
di altre, dei benefici della pax romana . Città come Braga, Cartagena, Cordova, Merida,
Tarragona, Toledo o Saragozza testimoniavano una romanizzazione assai avanzata e, al
contempo, una fiorente cultura. Alla fine del IV secolo, però, anche la penisola iberica
cominciò a sentire i contraccolpi della crisi economica che aveva investito l’impero con il
graduale impoverimento delle classi benestanti e la caduta in miseria degli altri. In
Hispania , come d’altronde in tutto l’impero, tale decadimento fu più sensibile nelle
campagne dove, accanto ai grandi proprietari terrieri, coi loro immensi latifondi che
raggiungevano spesso l’estensione pari a quella dei successivi feudi medievali e con una
massa di schiavi e di servi tale da consentire loro di allestire veri e propri eserciti privati,
c’erano i piccoli proprietari che, come nella confinante Gallia, non in grado di
sopravvivere, sotto il peso delle tasse introdotte dalla riforma di Diocleziano.
Intorno alla prima metà del secolo V, quando la bacauda si ridestò dal torpore nelle
province galliche, anche la valle dell’Ebro fu teatro di medesime violenze. Le azioni di uno
dei figli del succitato Costantino III, Costante, inducono a pensare che non si tratti di idee
peregrine ma che hanno un qualche fondamento. Costante, con il generale brètone
Geronzio, valicò i Pirenei per affrontare la rivolta di due ricchi fratelli, Didymo e Veriniano.
Questi, facoltosi proprietari terrieri nella Palencia e forse in Lusitania, erano imparentati
con la casata regnante degli iberici Teodosii e, pertanto, risultavano essere un grave
pericolo per Costantino III avendo organizzato un esercito con i loro servi e i contadini
locali, esattamente sulla falsariga dei bacaudae del secolo III.
Contemporaneamente, dunque, le forze romane si trovarono costrette ad affrontare la
bacauda anche nella penisola iberica dove nella Tarraconese anche Basilio, leader
indiscusso dei bacaudae locali, si era rifugiato nella città di Tyriasso, mentre altri bacaudi
impegnarono il generale romano Merobaudo ad Aracelli. Il movimento o forse, a questo
punto, si potrebbe parlare di movimenti bacaudici però attirarono da tutta la Gallia schiavi
e pauperes liberi, nonché piccoli proprietari oppressi dal fisco che tentavano di
conservare il proprio dai proprietari maggiori. La Chronica Gallica ricorda che quasi tutti
gli schiavi gallici (paene omnia Galliarum servitia) si unirono ai bacaudae e, in certe
regioni, come l’Armorica, si poteva dire anzi che quasi tutto il popolo partecipasse alla
ribellione bagaudica. In buona sostanza si ha, ora, una frammentazione della ribellione e
la cosa rese ben più difficile la repressione perché, oltre al fatto di impiegare forze militari
nel difficile campo di una guerriglia, si dové guerreggiare affrontando più attacchi che
andavano dalla penisola iberica settentrionale alle Gallie e sempre dello stesso tenore.
Approfondimenti sulla lezione 23
Ecco quindi che anche in Spagna si hanno i primi movimenti della bacauda, proprio a
seguito della crisi economica ormai esplosa e, dalle invasioni successive al 409, quando
cioè le truppe romane dislocate a protezione dei valichi pirenaici allentarono la
sorveglianza permettendo ai Vandali asdingi e silingi, agli svevi e ai non germanici Alani di
cogliere il momento propizio per attraversare la catena montuosa. Per almeno due anni i
quattro popoli si aggirarono nelle fiorenti campagne iberiche, devastando soprattutto le
province occidentali e meridionali senza nemmeno tentare di dar vita ad un insediamento
stabile, almeno stando al racconto di Isidoro di Siviglia. In base ad un accordo raggiunto
nel 411, l’imperatore di Occidente assegnò loro le terre nelle quali si insediarono come
foederati, cioè sudditi dell’impero tenuti a difendere la Spagna da eventuali attacchi
esterni ma, nella sostanza, quell’accordo serviva a frenare gli impeti di quei barbari.
Comunque gli asdingi e gli Svevi ebbero la Galizia, i silingi la Baetica e gli Alani la
Lusitania.
Idazio, oltre ad Orosio, come testé detto, è l’altra importante fonte a disposizione dello storico che
voglia approfondire lo studio sulle rivolte popolari della Spagna del secolo V anche perché, come
sottolinea acutamente il Sánchez León, proprio Idazio è l’unico che parla esplicitamente di azioni
violente dei rivoltosi contro vescovi spagnoli così come fecero gli Alani. Egli ci informa infatti come nel
secolo V i bacaudae avessero superato i Pirenei e fossero penetrati nel nord della penisola iberica,
mentre nei secoli precedenti ed in particolare nel secolo III si parla di presenza bacauda solo intorno
alle Alpi. Da Idazio si potrebbe supporre che il fenomeno bacaudico non fosse proprio dell’ Hispania o
comunque che non sia sorto colà, ma che, a causa di circostanze simili a quelle che fecero dilagare la
violenze nelle province galliche, gli ispano-romani accolsero e rielaborarono le idee provenienti al di là
dei Pirenei. Tra il 441 e il 443 ci furono almeno due episodi di rivolta di matrice bacauda in terra
iberica in concomitanza alla conquista spagnola da parte dei Vandali e degli Svevi. Nel 449 la
recrudescenza della rivolta bacauda nella valle dell’Ebro fu favorita dalla presenza di un capo
carismatico chiamato Basilio; nel mentre Svevi e Vandali impegnavano le ormai deboli forze romane
con pericolose scorrerie nel nord della Spagna, egli riunì gruppi di ispano-romani, abitanti delle
campagne, e organizzò a sua volta una lotta contro Roma.
Guida allo studio della lezione 23
Lo studio della seconda fase dei moti bacaudici in terra iberica lo si approfondisca su L.
MONTECCHIO, I bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo , Roma
2012. Si studino le pp. 230-245.
Lezione 24

Conseguenze del movimento bacaudico


I cambiamenti socio-economici, che avevano portato le Gallie e la penisola iberica ai
movimenti della bacauda negli ultimi anni del secolo III, vennero a caratterizzare la
società del Tardo impero e, subito dopo, quella dei regno romano barbarici fondati colà Il
sostanziale abbandono di Roma delle campagne, una pressione fiscale ritenuta iniqua, le
prime scorrerie dei popoli germanici che travolsero le Gallie e arrivarono sino alla penisola
iberica, spinsero i signori di campagna a ribellarsi a Roma. Essi non volevano cadere in
mano ai barbari ma desideravano una maggiore libertà di azione e il controllo di quelli
che noi si chiamerebbe gli investimenti fatti con le entrate fiscali raccolte nelle suddette
regioni. Entrate fiscali invece che, è noto, venivano utilizzate, soprattutto in quel periodo,
per rinforzare l’esercito e mantenere l’Urbe in uno stato di benessere.
Per quanto concerne il potere nelle campagne dei proprietari terrieri va detto che era non
indifferente, proprio per la sostanziale assenza del potere imperiale in quelle zone. Ma,
considerata la grave emergenza in cui versava lo stato nel secolo III, era inevitabile che a
pagare fossero le zone rurali e, conseguentemente, il contado che già da qualche
decennio era ridotto in una situazione di deplorevole miseria mentre, al contempo, le città
potevano in qualche modo sopportare meglio gli effetti della crisi economica e degli
attacchi delle popolazioni barbariche che, per motivi facilmente comprensibili, si
concentravano proprio nelle campagne dove potevano scorazzare indisturbati.
Si diceva dei contadini per i quali, vessati sia dai signori, sia dallo stato centrale, era
diventata impossibile la stessa sopravvivenza. Per salvare se stessi e le loro famiglie si
dimostrarono pronti a tutto e per questo motivo divennero, ben presto, un aiuto per i
briganti colà rifugiatisi e per coloro che avessero voluto intraprendere azioni di rivolta
contro l’impero. Quando trovarono persone capaci di far loro da guida furono indotti a
reagire alla situazione contingente. Diciamo che furono indotti a reagire perché la storia
insegna che troppo spesso i popoli o parti di essi si rivoltano, anche alle situazioni più
pesanti, solo se guidate o comunque se manovrate da altri che, più in alto nella scala
sociale rispetto al popolino, hanno meno interesse a porsi in prima fila durante una
rivoluzione ma sono pronti a cercare di guidare coloro che, in buona sostanza, possono
essere sacrificati.
Con ogni probabilità questo fu ciò che avvenne durante la rivolta dei bacaudae del secolo
III e durante la seconda fase di tale rivolta, un secolo e mezzo dopo. Lo storico nota che
sia la prima fase della bacauda, sia la seconda fase, ebbero una durata non minima,
considerando che contro i rivoltosi fu inviato un esercito romano che, soprattutto nel
secolo III, era ancora temibile. Ebbene, nonostante un tale organizzatissimo avversario, i
bacaudae riuscirono a resistere a lungo. Ciò induce a pensare che fossero protetti dai
proprietari terrieri locali che, lo dicemmo, avevano un loro disegno in mente.
Approfondimenti sulla lezione 24
Come ricorda Orosio, anche nella penisola iberica, come nelle Gallie, c’erano ribellioni
contro le ingiustizie che sovente i magistrati esercitavano nei confronti degli
ispanoromani, ma lui non vede in tali ribellioni un tentativo di raggiungere l’indipendenza
dall’impero. Conseguenze che, invece, determinarono, a detta di alcuni storici, uno
spostamento massiccio di Burgundi che si sistemarono nella Gallia centrale, chiamati dalla
nobiltà gallo-romana che preferì loro, dei barbari, rispetto a Roma. Quelle popolazioni
così vessate arrivavano a preferire un’emigrazione in terre lontane e dominate dai barbari
piuttosto che vivere da schiavi sotto una libertà solo apparente.
In proposito, come esempio, si consideri la vicissitudine di Paolino di Pella che, rovinato
economicamente dall’invasione della Gallia meridionale da parte dei Visigoti, fu costretto
ad abbandonare Bordeaux, la sua città nativa, per riparare altrove. Ebbene, in età ormai
avanzata, sentendo l’esigenza di un conforto dei parenti, avendo lui già perso in tempi
invero rapidi suocera, madre, moglie, dovette subire anche l’abbandono dei figli che,
proprio perché assetati di libertà, preferirono tornare a Bordeaux, occupata dai Goti, e
quindi optarono per dividere le loro terre con i Goti invasori pur di non dover sottostare
alle angherie dello stato romano, ormai destinato a crollare di lì a poco.
Guida allo studio della lezione 24
Per uno sguardo di insieme sulla situazione sociale immediatamente
dopo la fine dei moti bacaudici riportiamo sempre a L. MONTECCHIO, I
bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo , Roma
2012. In particolare si leggano le pp. 247-254.
Lezione 25

Franchi, Burgundi e regno di Siagrio


La partita con i Burgundi venne persa, in tempi invero rapidi, per i Romani e gli
ecclesiastici del lionese. Essi, giocoforza dovettero esercitare per lunghi anni l’arte
diplomatica atta ad una convivenza il più possibile serena con il regime burgundo. Un
chierico della zona, Paziente, era diventato un commensale ben introdotto nella corte
burgunda e la regina ne apprezzava le virtù ascetiche. Sidonio Apollinare, dal canto suo,
pur costretto ad accettare i nuovi venuti, non rinuncerà al «piacere» di esprimere il suo
pensiero sui barbari, barbaros vitas , quia mali putentur : ego, etiamsi boni . Quelle
parole non riflettono uno spirito pienamente cristiano ma certamente sono di una
persona che non sopporta i nuovi arrivati.
Quando Clodoveo salì al trono, succedendo al padre Childerico intorno al 481, i Franchi
salii erano ormai arrivati sino alla Somme. La zona venne occupata da quelle che, in
fondo, non erano forze preponderanti, ma erano forse armate. I Romani sembrava
avessero perso totalmente la capacità di contrastare militarmente i nuovi arrivati. Fra la
Somme e la Loira permaneva una sorta di sovranità imperiale per la protezione che le
città gallo-romane della regione godevano grazie a un ufficiale romano, Siagrio, chiamato
da Gregorio di Tours rex romanorum . Questi, da funzionario romano che era, assunse le
caratteristiche di re barbaro, libero pertanto da ogni vincolo di fedeltà ad un’autorità che
non esisteva più.
Il cosiddetto regno di Siagrio ebbe vita breve. Dopo la battaglia di Soissons, nel 486,
anche l’ultimo comandante romano fu sconfitto e cercò rifugio a Tolosa presso da Alarico
II, re dei Visigoti. Questi, temendo l’ira di Clodoveo, giudicò opportuno fare prigioniero il
rifugiato per consegnarlo al re dei Franchi da cui fu ucciso. Ottenuta questa brillante
vittoria il giovane re dei Franchi occupò Soissons che divenne una delle capitali del regno.
Intorno ad essa, infatti, sorgevano le principali villae dei sovrani merovingi. Poi, in rapida
successione, estese il suo domino sulle città della Belgica secunda , tra cui Reims che
diventerà una delle più importanti nel corso di tutto l’alto medioevo, quindi si impossessò
di altre città della Gallia settentrionale, tra cui Parigi, estendendo i suoi domini sino alle
rive della Loira.
Nelle nuove terre i Franchi attuarono una politica particolare. Essi lasciarono pressocché
indisturbata la popolazione gallo-romana e, anzi, sembrarono ben lieti di mescolarsi ad
essa. Fu mantenuta l’antica lingua e i gallo-romani conservarono le loro proprietà senza
essere costretti a dividerle con i nuovi arrivati come era avvenuto con i Visigoti e i
Burgundi. Pur essendo pagano, Clodoveo non solo non disturbò i cristiani ma anzi
dimostrò una straordinaria deferenza nei confronti dei vescovi i quali nutrivano la
speranza di poterlo convertire un giorno non troppo lontano.
Approfondimenti sulla lezione 25
Nel clima di incertezza più totale che i gallo-romani stavano vivendo,
contemporaneamente allo stabilirsi dell’elemento burgundo nella Gallia Centrale, di quello
visigoto nella Gallia meridionale e di quello franco nelle regioni settentrionali del
quadrilatero, iniziava una lenta ma inesorabile azione di alcuni elementi ecclesiastici che,
de facto , tentarono di stabilire una sorta di egemonia in zone ormai abbandonate da
Roma. A tal proposito basti ricordare la consolazione spirituale apportata da Costanzo, il
già citato biografo di San Germano, a Clermont «devastata negli animi e nelle mura».
Non bisogna sottovalutare l’invio di derrate alimentari alla popolazione di Clermont da
parte della Chiesa romana di Gallia attuato da Paziente, vescovo di Lione. Quei gallo
romani così prostrati dalle privazioni, fatalmente si avvicinarono vieppiù alla Chiesa.
Nondimeno, in questo caso, ci preme sottolineare come faccia parte dei doveri della
Chiesa quello di aiutare i bisognosi e le popolazioni in gravi difficoltà, quindi
escluderemmo chissà quali disegni particolari del mondo ecclesiastico cosa di cui, invece,
è convinto il Christensen.
Concordo pertanto con le conclusioni del Miele (M. Miele, La vita Germani di Costanzo di
Lione: realtà storica e prospettive storiografiche nella Gallia del quinto secolo, Roma
1996) che parla invece di «responsabilità sociali e politiche assunte in proprio
dall’aristocrazia religiosa a favore delle comunità cittadine, nella transizione del regime
imperiale ai regni romano-barbarici». Come già facemmo notare, gli spazi lasciati aperti
dalle debolezze del potere centrale, le invasioni dei barbari che, come un fiume in piena,
si riversavano sul fu impero d’Occidente, offrirono all’aristocrazia civile il destro per
riproporre, seppur in ambito religioso, sperimentate abilità nell’esercizio del potere, de
saeculari professione ad clericatum . D’altronde il vescovo Sidonio Apollinare si era
proposto, in tale situazione di confusione generale, quale intermediario tra i Visigoti e i
gallo-romani, per cercare di conservare ai «Romani» Clermont.
Guida allo studio della lezione 25
Per uno sguardo di insieme sulla situazione delle Gallie, caduta Roma,
si consideri sempre sempre a L. MONTECCHIO, I bacaudae . Tensioni
sociali tra tardo antico a alto medioevo , Roma 2012. In particolare si
leggano le pp. 254-256.
Lezione 26

La chiesa tardo antica


La chiesa tardoantica, che aveva assunto, riconosciuto dallo stato, il patrocinio
dei poveri, penò non poco nel tentativo di affermare uno spirito di tolleranza,
soprattutto nei confronti dei furti commessi per reali necessità materiali, anche
se non giunse mai a giustificare il misfatto. Se Gregorio Magno definì
tenuissima pravitas questo genere di criminalità, che le sofferenze stesse della
povertà servivano in qualche modo a purgare; i Padri, come Agostino, non
espressero nessuna critica a proposito della durezza della repressione statale
contro le forme più aggressive e professionali di furto, come l’effractura.
Anzi in generale tendevano a considerare il furto come un peccato mortale,
che, se non espiato con una adeguata penitenza, avrebbe potuto anche
trascinare nel fuoco eterno, sulla base questo del solo luogo scritturale in cui
viene considerato il furto (si consideri la prima già citata lettera ai Corinzi di
Paolo). Segue il salmo 49 (50). In questo modo la chiesa si trovava ad
esercitare una forma importante di controllo delle tendenze criminose dei ceti
inferiori dei quali esercitava il patrocinio. Alla netta condanna si accompagnava
però da parte della chiesa un’azione di intercessione presso le autorità e le
vittime dei furti che venivano esortati a rinunciare all’azione penale per
giungere ad una composizione fraterna sotto la garanzia episcopale, che poteva
sollevare l’irritazione dei funzionari statali.
Un esempio interessante di questo atteggiamento è l’epistola 153 di Agostino
con la quale il vescovo di Ippona risponde ad una insinuazione insidiosa del
proconsole d’Africa Macedonio, che nelle sue intercessiones per reati contro la
proprietà si poteva vedere non solo la sua approvazione ma addirittura una
qualche complicità con le azioni criminose. Come d’altronde scrive Macedonio, i
vescovi tutti intercedevano in favore dei rei. Agostino naturalmente non nega
questo, ma spiega che essi intercedevano, nei limiti delle loro possibilità, in
presenza di una sincera volontà di redenzione e di accettazione della pena; a
tale condizione la colpa poteva essere perdonata.
Chiarisce quindi che il perdono cristiano non comporta il rifiuto della giusta
punizione dettata dalle leggi vigenti. Anche perché, dice Agostino, qualsivoglia
furbizia umana non potrà certo nascondere a Dio la verità su di noi e prosegue
dicendo che amare gli empi non significa certo associarsi a loro. Anzi i colpevoli
di qualche reato anche se non fossero puniti dalle leggi terrene sono dalla
Chiesa allontanati dal sacramento della comunione. L’allontanamento del reo
dalla partecipazione al sacramento più alto mostra la decisione con cui Agostino
e insieme a lui gli altri Padri riconoscevano la gravità del reato.
Approfondimenti sulla lezione 26
L’atteggiamento dei Padri della Chiesa nei confronti di chi commetteva un reato non
entrava quindi in conflitto con la severità della legge, anzi, sembrerebbe addirittura più
punitivo rispetto ad una legge umana che, ad ogni buon conto, si limitava a richiedere
l’espiazione della colpa su questa terra. L’impossibilità di entrare in comunione con Dio
era qualcosa che puniva il desiderio di trascendenza di ogni credente e acuiva vieppiù gli
effetti della colpa commessa, incutendo, per altro, una sorta di timore superstizioso che
poteva diventare in determinate circostanze un efficace deterrente contro alcuni crimini.
Un vero cristiano poi, quando si fosse sentito colpevole e, soprattutto, si fosse pentito
della propria colpa, avrebbe certo voluto essere punito per quanto commesso.
Perché con la colpa non si offende solo lo stato o la vittima, bensì Dio stesso. Naturalmente il dovere
di cristiano comportava perdonare anche il recidivo non privandolo della speranza di una vita futura,
certamente sempre dopo aver pagato il fio della colpa sulla terra. La punizione, anche se molto
severa, avrebbe dovuto lasciare la speranza di poter dimostrare di essere degni di appartenere alla
famiglia umana. Viene poi sottolineata la responsabilità enorme che gravava sugli stessi giudici che si
dovevano porre, nei confronti del reo; consapevoli che anch’essi avrebbero, un giorno, dovuto
affrontare il giudizio divino.
Essi dovevano quindi essere mossi solo da sete di giustizia e non dal desiderio di
vendetta. Insomma si deve giudicare secondo la legge nella consapevolezza del fatto che
nessuno è senza peccato e quindi usando la giusta moderazione che è poi sinonimo di
vera giustizia. In buona sostanza il peccato, quindi il delitto, va sempre condannato,
conviene però essere indulgenti con i peccatori. Si rende necessario, per un cristiano,
capire bene gli insegnamenti del Cristo che ha sempre fermamente condannato il peccato
ma si è sempre mostrato pietoso verso il peccatore. In ultima analisi fondamentali
apparivano ad Agostino le istituzioni della giustizia umana perché aiutavano a tenere a
freno i malvagi e permettevano ai buoni di vivere anche in mezzo ai delinquenti. Il Santo
si spingeva fino a sottolineare che non si deve evitare di commettere il delitto solo per il
timore di una giusta punizione, bensì per amore di giustizia.
Guida allo studio della lezione 26
Per uno sguardo di insieme sulla chiesa nella antichità tarda si consideri L.
MONTECCHIO, I bacaudae . Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo ,
Roma 2012. Si studino le pp.5-19.
Lezione 27

Onorio
Torniamo per poco alla situazione imperiale alla morte di Teodosio e concentriamoci sulla
pars Occidentis dove regnava Onorio. Come dicemmo nella realtà dei fatti, almeno sino
alla maggiore età dell’imperatore, fu il generale di origine barbara Stilicone a regnare. La
situazione andava peggiorando di giorno in giorno perché, ormai, le tribù barbariche si
erano rese conto dell’impotenza di Roma nei loro confronti. Intanto era ancora in atto la
rivolta dell'usurpatore Costantino III che in Gallia riuscì, stando a Zosimo, a riportare una
parvenza di normalità. In aiuto di Onorio venne l’ulteriore ribellione, nel 409, di Geronzio,
generale di Costantino, che proclamò un proprio imperatore, Massimo, in Hispania , e
assediò Costantino ad Arles; qui i due ribelli furono raggiunti dal generale romano Flavio
Costanzo ( futuro imperatore con il nome di Costanzo III), il quale sconfisse in rapida
successione Geronzio, Massimo e infine Costantino (411).
La situazione in Gallia sembrava ben lontana dal potersi definire stabilizzata. Proprio da lì
giungevano continui pericoli per il potere di Onorio: subito dopo che le truppe di
Costanzo erano tornate in Italia, Giovino si ribellò nella Gallia settentrionale, col sostegno
di Alani, Burgundi e della nobiltà gallo-romana. Giovino cercò l'alleanza con i Goti di
Ataulfo ma si inimicò il re barbaro proclamando augusto il proprio fratello Sebastiano:
Ataulfo cercò di accordarsi con Onorio, il quale lasciò che il sovrano goto risolvesse il
problema dell'usurpatore, sconfitto e ucciso nel 413. In quello stesso anno Costanzo sedò
un'altra rivolta, quella di Eracliano in Africa. Nel 414 Costanzo attaccò Ataulfo, che rimise
sul trono nuovamente Prisco Attalo e sposò Galla Placidia. Costanzo forzò Ataulfo a
ripiegare in Hispania e Attalo, avendo perso il sostegno dei Visigoti fu catturato e
deposto. Malgrado questo successo, la situazione in Gallia non migliorò: la zona nord-
orientale della regione subì ancor di più l'influenza dei Franchi, mentre un trattato
stipulato nel 418 garantì ai Visigoti il possesso dell’Aquitania. Infine, nel 420-422 un certo
Massimo, forse da identificarsi con il candidato di Geronzio, sorse e tramontò in Hispania.
Onorio, spesso in contrasto con il fratello imperatore d'Oriente, cercò l’alleanza con la Chiesa cattolica
eliminando anche le ultime vestigia del paganesimo come, ad esempio, i giochi gladiatorii. Per
rinforzarsi politicamente, Onorio si avvicinò al generale Costanzo, il quale prima sposò la Galla Placidia
già andata in sposa al visigoto Ataulfo, sorella dell'imperatore, poi fu associato al trono nel 421. Si
rende necessario un excursus su Galla Placidia. Ella, fatta prigioniera dai Visigoti a seguito del sacco di
Roma del 410, sposò – innamorata – Ataulfo e soltanto in un secondo momento rientrò nell’alveo
romano. Lo stratagemma di Onorio fu reso vano dalla morte improvvisa di Costanzo avvenuto durante
il medesimo anno, così che l'imperatore, sentendosi fondamentalmente inadeguato nell'affrontare la
profonda ed irreversibile crisi contingente, ritenne opportuno ritirarsi a Ravenna, dove morì nell'anno
423. Non avendo lasciato eredi, il suo trono fu dapprima usurpato dall'alto funzionario Primicerio, poi
recuperato da Valentiniano III, figlio di Galla Placidia.
In realtà le decisioni in vece di Valentiniano furono prese da Galla Placidia e,
successivamente, da Aezio, ultimo grande generale romano che cercò, con la sua abilità,
di preservare ciò che restava del fu dominio romano dal crollo ormai imminente. Con la
perdita di gran parte delle province Africane e la conseguente diminuzione della base
imponibile, lo stato romano venne costretto ad aumentare la pressione fiscale con il
risultato che la lealtà delle province al governo centrale venne messa a dura prova come
già accadde con le rivolte bacaudiche nel secolo III.
Approfondimenti sulla lezione 27
Del periodo di Onorio e della storia di Galla Placidia con il visigoto Ataulfo si può parlarne anche grazie
alle immagini. Va aggiunto soltanto che Galla Placidia stava vivendo con Ataulfo una vera storia di
amore quando il marito morì. I matrimoni successivi furono fatti per la ragion di stato ma nel suo
cuore rimase sempre il primo marito. Ataulfo l’aveva trattata con sommo rispetto e se n’era invaghito
appena i Visigoti l’avevano presa in ostaggio.
Guida allo studio della lezione 27
Sulla figura di Onorio e sulla vicende inerente Galla Placidia si consideri L. MONTECCHIO,
I bacaudae. Tensioni sociali tra tardo antico a alto medioevo , Roma 2012. Si studino le
pp.205-208.
Lezione 28

Clotilde
Dalla fine del secolo IV ai primi secoli dell’alto medioevo numerose figure femminili hanno
conquistato un posto di rilievo nella storia. Si trattava di principesse che, in taluni casi,
non avevano nobili origini ma che seppero imporre le loro grandi personalità ai rispettivi
consorti e, di conseguenza, ai popoli che governavano. Tra queste principesse emerse
Clotilde, regina dei Franchi, che andò in sposa a Clodoveo.
Figlia del re dei Burgundi, Chilperico II, alla morte di questo, ucciso nel 486 dal fratello
Gundobado, venne, ancora molto giovane, inviata in esilio presso uno zio a Ginevra. Fu in
questo periodo che Clotilde e la sorella si convertirono al credo niceno. Sempre in questo
periodo il re dei Franchi, Clodoveo I, dopo che una delegazione di Franchi aveva visto la
giovane Clotilde ed aveva riferito la buona impressione al proprio re, chiese di avere in
moglie Clotilde. Gundobado, non pensò nemmeno di opporre un rifiuto (con ogni
evidenza voleva evitare controversie contro il potente vicino) e anzi consegnò tosto,
all'inviato del re dei Franchi, la figlia Clotilde.
Clotilde, una volta sposatasi con il sovrano dei Franchi, si dedicò fin da subito alla
conversione del marito pagano. Clodoveo si dimostrò riottoso ad abbracciare il nuovo
credo anche perché il suo popolo era nella totalità pagano mentre cristiani erano i
galloromani, ormai soggiogati. Insomma abbracciare il credo niceno avrebbe potuto
significare, di fronte al suo popolo, un’accettazione della religione dei vinti. Tale topos
risulta essere molto diffuso nell’Europa romano barbarica che andava costruendosi e i
sovrani erano molto attenti a non incrinare la fiducia dei loro popoli.
Nondimeno Clodoveo, pur non convertendosi, permise alla moglie di battezzare i figli. La
regina si mostrò molto decisa nei confronti del marito pagano e, dopo la nascita del
primogenito, apertis verbis gli disse che sarebbe stato doveroso consacrarlo all’unico Dio,
visto che le divinità pagane non erano nulla al suo confronto. Clodoveo non era
pienamente convinto che il Dio della moglie fosse un Dio così potente, così influente
anche, visto poi che aveva appena perso il suo primogenito che era stato battezzato in
nome del Dio della moglie.
Clodoveo però era uomo pratico che pensava al governo del suo regno piuttosto che a
contenziosi religiosi di cui, in un primo momento, pensava fossero solo una perdita di
tempo. Nondimeno nella mente del sovrano qualcosa si stava insinuando, una qualche
idea inerente il trascendente si stava facendo strada. Comunque, grazie all’azione
incessante della moglie, Clodoveo, dopo la guerra contro gli Alemanni abiurò la fede dei
suoi antenati e, il 24 dicembre 496, onorò una promessa, fatta prima della battaglia
decisiva - secondo Gregorio (Gregorio di Tours, nel suo Historia Francorum , racconta che
Clodoveo si convertì per un voto fatto prima della battaglia di Tolbiacum contro gli
Alemanni, ma si tratta, come si evince facilmente, di un evento che ricalca
pedissequamente quella dell'imperatore Costantino, poco prima di Ponte Milvio) facendosi
battezzare a Reims dal vescovo Remigio, assieme alle sorelle, Landechilde e Alboflede.
Approfondimenti sulla lezione 28
Di seguito il racconto di Gregorio di Tours sul battesimo del figlio primogenito di Clodoveo
e, poi, sulla decisione di battezzare il secondogenito. «Ebbe dalla regina Clotilde il figlio
primogenito. Ella, volendolo consacrare con il battesimo, soleva dire con assiduità a suo
marito ‘Sono inutili gli dei che vengono venerati. Non servono a nessuno, né a te né agli
altri. Essi infatti sono soltanto scolpiti nel marmo, nel legno o nel metallo. Che dire dei
nomi che sono stati loro assegnati dagli uomini?’ ...Frattanto la regina prepara il figlio per
il battesimo, ordina di adornare la chiesa con veli e con drappi, in modo venga spinto a
credere più facilmente a questo mistero chi non poteva essere persuaso con la sola
predicazione. Il fanciulla battezzato, che veniva chiamato Ingomero, morì negli stessi
abiti bianchi in cui era stato rigenerato.
Per quel motivo il re commosso e fortemente irritato, imprecava con veemenza contro la
regina dicendo ‘Se il fanciullo fosse stato indirizzato verso i miei dei sarebbe
sopravvissuto, ora invece poiché è stato battezzato nel nome del tuo dio per certo non ha
potuto vivere’. Di rimando la regina disse ‘A Dio onnipotente creatore di tutte le cose
rendo grazie per non avermi giudicato totalmente indegna di accogliere nel suo regno il
frutto del mio ventre. Il mio animo non è toccato dal dolore di questa tragedia perché so
che, nelle sue vesti bianche, è stato chiamato da questo mondo a Dio per nutrirsi della
Sua visione’ Dopo questa tragedia generò un altro figlio che venne battezzato con il nome
di Clodomero. Avendo il re appreso ciò con sofferenza diceva ‘’Non si può altro se non
che tocchi la medesima sorte del fratello perché, battezzato in nome del vostro Cristo,
morirà subito’. Ma grazie alle preghiere della madre, a Dio piacendo, il fanciullo
sopravvisse».
Guida allo studio della lezione 28
Sulla regina dei Franchi Clotilde riportiamo a L. MONTECCHIO, Ingundi
, Bologna 2015. Si studi il capitolo I.
Lezione 29

Giustiniano
Caduta la pars Occidentis dell’impero, poté resistere solo la pars Orientis, cioé
l’organismo più sano, più forte e più densamente popolata. La riconquista di Roma,
partendo da tali presupposti, era quindi una missione sacra, un dovere che spettava al
sovrano della pars orientalis dell’impero. Con Giustiniano (527-565) tale idea di
riconquista divenne realtà. Figlio di un contadino proveniente da una provincia dei
Balcani, divenne ben presto lo spirito più raffinato e colto del secolo VI; il che sta a
dimostrare quanto fosse forte la forza civilizzatrice di Bisanzio.
La grandissima personalità di quest’uomo sono comprovate dal respiro universale delle
sue mete politiche e dalla straordinaria versatilità dei suoi interessi e della sua opera. Non
fu lui materialmente a condurre le grandi guerre di conquista bensì i generali Belisario e
Narsete; fu Triboniano a dirigere la grande codificazione giuridica; il prefetto del pretorio
Giovanni di Cappadocia prese le più importanti misure amministrative. Ma fu Giustiniano
l’ispiratore di tutte le grandi imprese della sua epoca; fu lui a realizzare la grande
aspirazione dei bizantini di restaurare l’impero romano universale, conquista priva di
alcuna stabilità e destinata a crollare in tempi invero brevi.
Quando nel 533 Belisario sbarcò in Africa alla testa di un piccolo esercito di diciottomila
uomini la potenza vandalica che, sotto Genserico, si era abbattuta come una tempesta su
Roma, si era assai affievolita. Belisario infatti in meno di un anno sconfisse il re Gelimero
e tornò da trionfatore in patria. Ben più ostico si rivelò il suo compito contro gli Ostrogoti.
Napoli e Roma caddero in tempi relativamente brevi ma subito dopo iniziò una lotta
difficilissima per la strenua resistenza dei Goti che giammai volevano piegarsi ai Bizantini.
Sotto l’abile guida di Totila gli Ostrogoti inflissero non poche sconfitte a Belisario al punto
che Giustiniano fu costretto a sostituirlo con Narsete il quale, dopo un conflitto di
vent’anni durante i quali le armate greche tentarono vanamente di sopraffare l’orgogliosa
e mai doma popolazione germanica, la penisola italiana, nel 555 cadde ai piedi di
Giustiniano. Anche parte della Spagna venne riconquistata dopo aver sconfitto i Visigoti.
Insomma l’antico impero sembrava risorto anche se le Gallie, buona parte della penisola
iberica e la Britannia ne restavano fuori.
L’opera più grande, duratura e incisiva dell’epoca di Giustiniano fu senza dubbio alcuno la
codificazione del diritto romano. Sotto la direzione di Triboniano prima venne fatta una raccolta di tutti
gli editti imperiali in vigore, a partire dai tempi di Adriano, sulla base del Codex Theodosianus , delle
raccolte private dai tempi di Diocleziano, del Codex Gregorianus e del Codex Hermogenianus . Questa
raccolta, pubblicata nel 529 col titolo di Codex Justinianus , venne ampliata cinque anni più tardi. Ma
ancora più importante è il Digesto ( Pandette ), pubblicato nel 533. Si trattava di una raccolta degli
scritti dei giuristi classici romani che, accanto agli editti imperiali, rappresentavano il secondo gruppo
delle leggi vigenti. Infine abbiamo le Institutiones , concepite come un manuale per lo studio del
diritto, che contengono estratti dalle due opere principali. Le Novellae , leggi cioè promulgate dopo la
pubblicazione del Codex , completano il Corpus iuris civilis . In esso molto forte è l’accentuazione
dell’assolutismo imperiale e la sua influenza varcherà le mura di Bisanzio per abbracciare l’intera
Europa. Quando dal secolo XII si tornerà al diritto romano, il Corpus iuris civilis assumerà
un’importanza decisiva nell’elaborazione delle concezioni politiche e giuridiche dell’Occidente. Da
allora in poi il diritto romano, nella forma datagli dalla codificazione giustinianea, diventò un fattore
fondamentale nello sviluppo del diritto in tutta Europa, fino ai giorni nostri.
Approfondimenti sulla lezione 29
Va sottolineato come Giustiniano si sentì un imperatore cristiano, benché fosse
consapevole dell’origine divina della sua autorità imperiale. Nondimeno la sua aspirazione
universalistica non era soltanto “romana” bensì anche “cristiana”. Il concetto di imperium
romano era per lui identico a quello di ecumene cristiana e quindi la vittoria definitiva
della religione cristiana rivestiva fatalmente un ruolo decisivo nella sua politica. Da
Teodosio I nessun altro imperatore si era battuto con tanto vigore per la cristianizzazione
dell’impero e per la conseguente sconfitta del paganesimo. Sebbene il numero dei pagani
si fosse notevolmente assottigliato, la loro influenza nella vita culturale e
nell’insegnamento restava forte. Giustiniano pertanto si risolse ad interdire ai pagani
l’insegnamento e nel 529 chiuse l’Accademia di Atene, culla del neoplatonismo pagano.
Gli insegnanti cacciati si rifugiarono presso la più accogliente corte persiana e portarono
in Persia i frutti della cultura greca. La Chiesa cristiana ebbe in Giustiniano non solo un
protettore ma anche un capo perché, da romano, gli era del tutto estranea l’idea di
un’autonomia della sfera religiosa: papi e patriarchi erano considerati suoi servi. Nel
quadro della storia dei rapporti tra Stato e Chiesa l’epoca giustianianea rappresentò il
momento della massima influenza del potere imperiale sulla vita ecclesiastica, e nessuna
altro imperatore, né prima né dopo di lui, ebbe un’autorità altrettanto illimitata sulla
Chiesa. Quell’imperatore aveva rinverdito i fasti dell’antica Roma al punto da illudere molti
ispano romani, italici, ma anche gallo romani, di un ritorno all’antico. I tempi però erano
totalmente cambiati.
Guida allo studio della lezione 29
Per affrontare lo studio della figura di Giustiniano riportiamo all’opera di G. Ostrogorsky,
Storia dell’impero bizantino, Torino 1993. In particolare si studino le pagine 64-71.
Lezione 30

Teodora
Intorno al 520 Giustiniano rimase folgorato dalla visione di colei che sarebbe divenuta sua
moglie. Si trattava della figlia di uno degli allevatori di orsi dell’ippodromo. Fu educata da
una madre per lo meno indulgente immersa nella società che frequentava i quartieri del
circo. Era bella,intelligente e brillante e amava scandalizzare. Procopio di Cesarea, lo
vedremo, ne parla come donna risoluta, pronta a tutto pur di ottenere qualcosa e
dispostissima a calpestare la morale comune dell’epoca. Giustiniano se ne innamorò
follemente al punto da diventare una sorta di suo umile servitore, pronto a soddisfare
qualsivoglia desiderio della donna.
Procopio di Cesarea non può senz’altro essere tacciato di condiscendenza
rispetto a Teodora. «Teodora non aveva ancora l’età per accoppiarsi
sessualmente con un uomo come una donna fatta; tuttavia aveva commerci di
tipo maschile con uomini indegni, precisamente schiavi che, seguendo i padroni
a teatro, ritagliavano dall’opportunità di cui godevano quest’attività esiziale:
così si intratteneva a lungo nel bordello in tali commerci carnali contro natura.»
e ancora: «Non era persona da aver ritegni né la si vide mai vergognarsi;anzi
non esitava punto a concedersi a spudorati servigi…».
Eppure egli, capace di esprimere parole durissime per quanto concerneva la morale dell’
imperatrice, fu il primo a riconoscere, seppur a denti stretti, che il suo ruolo nel
superamento della gravissima crisi che coinvolse il marito, durante la rivolta di Nika, fu
decisivo.
Nel 523 ella divenne ufficialmente moglie di Giustiniano e da allora iniziarono le fortune
del marito. Questi infatti nel 527 venne associato all’impero e Teodora poté condividere
con lui non solo la promozione ma anche il trionfo del consorte. Da parte sua Giustiniano
si consultò sempre con la moglie prima di prendere una decisione importante. Pertanto la
donna si inserì perfettamente nell’azione di corte e ebbe modo di conoscere i segreti più
reconditi del governo. Nondimeno fu qualche anno dopo l’assunzione della porpora che
tutti coloro che gravitavano a corte ebbero modo di conoscere davvero il carattere di
quella donna.
Si era nel 532, l’11 gennaio di quell’anno, quando una folla inferocita iniziò a fischiare
Giustiniano nel circo.
La causa principale del malcontento fu l’esosità dei dignitari di corte – e quindi del
governo – che venne ritenuta eccessiva. Ben presto i disordini dilagarono oltre
l’ippodromo in tutta la città e i Verdi fecero causa comune con gli Azzurri contro
l’imperatore.
Il marito di Teodora, atterrito, si asserragliò nel palazzo imperiale. Egli stava
organizzando la fuga che inevitabilmente avrebbe segnato la fine del suo potere ma che,
probabilmente, gli avrebbe salvata la vita. Era già iniziato il carico del tesoro imperiale
sulle navi quando, davanti a quell’uomo, terrorizzato di fronte alla rabbia dei rivoltosi che
minacciava di spazzare via il suo imperium si presentò sua moglie, Teodora, che con
dolce fermezza indicò al marito la via da seguire per resistere agli insorti. Ella disse al
marito parole che rimasero nella storia: «Quand’anche l’unica salvezza stesse nella fuga,
pure io non fuggirò. Chi ha portato la corona non deve sopravviverle. Non vorrò mai
vivere abbastanza da vedere il giorno in cui non sarò più salutata imperatrice». Quindi
rivolto a Giustiniano, comprensibilmente stupefatto, continuò: «Fuggi, se lo desideri,
cesare; hai denaro, le navi ti attendono, il mare è libero. Quanto a me, resterò. Terrò
fede all’antico detto per il quale la porpora è un buon sudario».
Simili parole risvegliarono il sopito coraggio nell’imperatore e lo indussero a resistere sino
a che non fosse giunto in suo soccorso Belisario. Si trattava solo di mantenere la calma e
in breve tutto sarebbe finito con la vittoria del generale. Giustiniano che, anni prima si era
innamorato di quella donna, non soltanto per la sua avvenenza, ebbe la certezza di aver
scelto ‘la persona’ con cui avrebbe davvero condiviso la sua vita. Sua moglie sarebbe
stata il suo faro anche dopo la morte di lei.
E’ stata certamente una donna ambiziosa e possedeva quelle grandi qualità che
giustificarono simile ambizione. Senz’altro sarà anche stata una persona che «curava il
corpo oltre il necessario, ma sempre meno di quanto avrebbe voluto», nondimeno
Il suo ingegno audace e duttile era sempre in grado di escogitare qualche sorprendente
vendetta anche quando, a causa di circostanze non favorevoli, era costretta a cedere. La
sua ambizione, coniugata con la sua vivacità intellettuale, riusciva sempre a far sì che
avesse l’ultima parola sulle decisioni del marito.
Approfondimenti sulla lezione 30
Di seguito, a proposito della rivolta di Nika, riportiamo in traduzione un racconto di quei momenti di
massima tensione per le sorti dell’impero stesso. Le parole del cronista danno un ritmo sostenuto alla
vicenda e fanno emergere l’estremo pericolo in cui versava Giustiniano e, con lui, Teodora:
« Molti popolani acclamarono: ‘Augusto Giustiniano, vinci!’ Ma altri gridarono: ‘Giuri il falso, asino! ‘.
L’imperatore smise di. parlare e se ne andò dall’ippodromo. Diede quindi congedo al personale di
Palazzo dicendo ai senatori: ‘Andate, ognuno custodirà la propria casa’. Quando uscirono il popolo
andò incontro al patrizio Ipazio e al patrizio Pompeo’ gridando: ‘Ipazio augusto, vinci!’ I popolani
presero quindi Ipazio e lo portarono a braccia nel foro di Costantino, con indosso un mantello bianco,
fino ai gradini della colonna che regge la statua dell’imperatore Costantino. Prelevarono dal palazzo di
Placillianae le insegne imperiali che vi si trovavano e decorarono il suo capo ponendogli inoltre un
collare d’oro intorno al collo. Quando l’imperatore lo seppe, il palazzo venne chiuso. La moltitudine dei
popolani, tenendo con sé Ipazio, il patrizio Pompeo e Giuliano l’ex prefetto del pretorio, condusse
Ipazio sul Kathisma imperiale con l’intenzione di portar fuori da Palazzo la porpora sovrana e il
diadema e incoronarlo imperatore. Tutto il popolo raccolto all’ippodromo gridava al suo indirizzo:
‘Augusto Ipazio, vinci!’
Ipazio, prevedendo che l’indole della plebe è mutevole e che di nuovo l’imperatore avrebbe prevalso,
inviò di nascosto da Giustiniano il candidatus Efraimios, nel quale aveva fiducia, per riferirgli: ‘Ecco
che tutti i tuoi nemici si sono raccolti nell’ippodromo: fa’ ciò che ordini’. Efraimios si recò a Palazzo per
andare a riferire l’ambasceria all’imperatore. Ma gli si fece incontro un certo a secretis Tommaso,
medico del sovrano e a questo assai caro, che gli disse: ‘Dove vai? dentro non c’è nessuno.
L’imperatore, infatti, è fuggito’. Efraimios tornò indietro e disse a Ipazio: ‘Signore, Dio vuole che sia tu
a regnare piuttosto che lui: Giustiniano infatti è fuggito e a Palazzo non c’è nessuno’. Udito ciò, Ipazio
parve stare con maggiore tranquillità nella tribuna imperiale dell’ippodromo e ascoltare le
acclamazioni del popolo a lui rivolte e le voci ostili verso Giustiniano e l’augusta Teodora. Arrivarono
inoltre dal quartiere di Constantianae giovani armati di corazza appartenenti alla fazione dei Verdi, in
numero di duecentocinquanta. Questi giovani vennero in armi ritenendo di poter forzare l’accesso del
palazzo per introdurvelo. Quando il divinissimo imperatore Giustiniano seppe quanto avevano osato i
popolani assieme a Ipazio e Pompeo, raggiunse immediatamente attraverso la scala a chiocciola il sito
chiamato Pulpita, dietro alla tribuna dell’ippodromo, e di qui arrivò alla sala con le porte di bronzo che
al momento erano chiuse. Con lui si trovavano Mundo, Costanziolo, Basilide, Belisario e alcuni altri
senatori.
Aveva poi anche la guardia armata di Palazzo con i suoi spatari e cubiculari.
Mentre accadevano queste cose, Narsete cubiculario e spatario uscì di nascosto e, ricorrendo al
denaro, si conciliò personalmente o tramite emissari alcuni membri della fazione degli Azzurri. Coloro
che avevano cambiato partito iniziarono a gridare: ‘Augusto Giustiniano, vinci! O Signore, salva
Giustiniano e Teodora!’ Tutto il popolo presente all’ippodromo mandò alte grida e alcuni rivoltosi della
fazione dei Verdi li aggredirono con il lancio di pietre. Alla fine gli assediati a Palazzo si decisero e
radunarono le forze militari che si trovavano all’interno all’insaputa degli excubitores e degli scho1ares
che erano passati dalla parte del popolo. Entrarono nell’ippodromo ognuno con i propri uomini,
Narsete dalle porte, il figlio di Mundo attraverso la sphendone, altri attraverso la porta a un unico
battente del Kathisma imperiale raggiungendo l’arena, altri ancora passando dalla porta di Antioco e
da quella chiamata Nekra. Cominciarono a uccidere i popolani come capitava e nessuno fra i cittadini
o gli stranieri che si trovavano all’ippodromo ebbe scampo.»
Guida allo studio della lezione 30
Sulla principessa Teodora riportiamo, ancora, a L. MONTECCHIO, Ingundi , Bologna 2015.
Si studi il capitolo I
Lezione 31

Prima fase del regno di Tolosa


Prima fase del regno di Tolosa

Dopo il primo sacco di Roma del 410, mentre grande era la confusione nella penisola
italiana ormai allo sbando, i Visigoti, protagonisti di uno degli eventi più traumatici della
storia dell’Urbe, si trovarono ben presto senza guida a causa dell’improvvisa scomparsa di
Alarico. Questi, come è noto, subito dopo i tre giorni di saccheggio di Roma, aveva in
mente di procedere rapidamente alla conquista della ricca provincia d’Africa, per rientrare
poi in Italia e impadronirsi durevolmente di tutta la penisola. Il suo grandioso progetto
non poté realizzarsi per tutta una serie di contrattempi e, infine, per la sua morte. Gli
successe il cognato Ataulfo il quale, forse intimorito dalle forze soverchianti di Eracliano,
generale di Onorio, abbandonò l’idea della conquista dell’Africa e preferì dirigersi a nord
verso la Gallia dove, nel 412, iniziò una vera e propria guerra contro i Romani dopo
essersi accordato con l’anti-imperatore Giovino che aveva usurpato il titolo nel 411;
l’accordo fra i due durò però poco per l’aspirazione di Giovino a governare l’intera Gallia
senza interferenze da parte di chicchessia.
Prima fase del regno di Tolosa

Ataulfo, allora, con un audace voltafaccia, si rivolse all’imperatore Onorio, promettendogli


la testa dell’usurpatore nonché la riconsegna della sorella Galla Placidia, dianzi caduta
prigioniera dei Visigoti in occasione del sacco di Roma, in cambio di rifornimenti di grano
e dell’assegnazione di terra. Onorio, dapprima accettò, ma poi non onorò la promessa
fatta tanto che Ataulfo si vide costretto a riprendere le ostilità contro l’impero. Nel 413 i
Visigoti riuscirono ad occupare in rapida successione Narbona, Tolosa e Bordeaux, e agli
inizi del 414 Ataulfo, sposata in seconde nozze Galla Placidia, mutò radicalmente il suo
atteggiamento che, da bellicoso, divenne pacifico. Da allora in avanti il re goto
abbandonò l’idea di trasformare l’impero romano in un dominio goto, impegnandosi
invece con tutte le sue forze a favorire la totale integrazione della sua gente nello stato
romano. Il suo programma politico, come si vede, era per alcuni versi simile a quello che
sarebbe stato, anni dopo, il progetto del re ostrogoto Teodorico nel fondare il regno
italico.
Prima fase del regno di Tolosa
La guerra divenne presto inevitabile e, dopo alterne vicende, fattasi disperata la
situazione dei goti, Ataulfo fu costretto a cercare scampo in Spagna dove occupò nel 415
la provincia Tarraconense, morendovi di lì a poco. Questi sono gli avvenimenti che
portarono all’incontro e al successivo stabile consolidamento dei Visigoti nella penisola
iberica; essi vi giunsero, se non casualmente, certo non guidati da un disegno di
conquista programmata. E anche il successivo stanziamento in terra spagnola si attuò
fortunosamente e con non poche difficoltà. Tra i Visigoti infatti, oltre al defunto sovrano,
solo un’esigua minoranza aspirava ad una reale integrazione con i romani e, alla sua
morte, prevalsero all’interno di quel popolo le mai sopite tendenze contrarie; non stupisce
pertanto che l’immediato successore di Ataulfo, Sigerico, figlio di un principe goto fatto
uccidere a suo tempo dallo stesso Ataulfo, sfogasse il suo rancore contro Galla Placidia,
infliggendole il più umiliante dei trattamenti.
Prima fase del regno di
Tolosa

Fortunatamente per la sorella di Onorio, dopo una sola settimana Sigerico venne fatto
trucidare da Wallia, il quale riservò a Galla Placidia un trattamento molto più umano.
Wallia aveva l’intenzione di ampliare i domini spagnoli, ma i Romani del generale
Costanzo frustrarono le sue velleità costringendolo a scendere a patti: in cambio di
600000 misure di grano, Wallia si impegnò a restituire Galla Placidia e a liberare la
Spagna dai Vandali, dagli Alani e dagli Svevi. A garanzia del rispetto dei patti furono
consegnati al generale romano degli ostaggi. Wallia mantenne i suoi impegni e tra il 416
e il 418 i Vandali silingi e gli Alani furono sconfitti, ma prima che potesse marciare contro
i Vandali asdingi e contro gli Svevi Costanzo, temendo che i Visigoti diventassero troppo
potenti e quindi difficilmente controllabili, lo fermò assegnandogli come ricompensa per i
servigi prestati notevoli estensioni di terra nella provincia dell’Aquitanica Secunda e in
alcuni distretti limitrofi. In quello stesso anno Wallia morì.
Prima fase del regno di Tolosa

I rapporti fra Romani e Visigoti non furono senza difficoltà anche perché i Visigoti non
sembravano prendere con la dovuta serietà il valore del foedus che li legava all’impero.
Basti pensare a ciò che avvenne nel 422, quando i Romani, che si erano schierati contro i
Vandali contando sull’intervento di truppe gote, ebbero la sgradevole sorpresa di essere
attaccati alle spalle proprio dai loro “alleati” i quali colsero l’occasione per tentare di
liberarsi dal giogo imperiale. A questo punto non si può fare a meno di rilevare che
l’impero era evidentemente troppo debole se dei barbari poterono permettersi un così
basso tradimento senza venire prontamente e duramente puniti! In un primo momento i
Goti parvero giovarsi del loro tradimento tanto che poterono giungere sino ad Arles, ma
poi dovettero precipitosamente battere in ritirata all’avvicinarsi di un esercito comandato
dal valoroso generale Ezio. Ormai però il prestigio imperiale era stato gravemente leso. I
Visigoti, infatti, si videro riconosciuta la piena sovranità sulle provincie che originariamente
erano state loro solo assegnate (l’Aquitanica Secunda e l’angolo nord-ovest della
Narbonense Prima), in cambio, dovettero restituire all’impero i territori conquistati sino al
426.
Prima fase del regno di
Tolosa
Il re visigoto Teodorico, seriamente preoccupato per l’estrema fragilità del suo regno
evidenziata anche dagli ultimi avvenimenti militari, avrebbe quindi avuto modo e tempo
di riparare i danni subiti. Ma tutti i suoi tentativi di rafforzare ulteriormente lo stato furono
frustrati dalla perenne instabilità in seno alla sua corte, instabilità che-come avremo
modo di approfondire in seguito-caratterizzerà tutta la vicenda dei Visigoti sino alla loro
definitiva sconfitta ad opera degli Arabi. Solo due anni dopo infatti, nel 466, Teodorico
cadeva vittima di una congiura di palazzo capeggiata dal fratello Eurico, il quale faceva
parte del partito antiromano e non vedeva di buon occhio i continui rinnovi di un foedus
goto-romano i cui presupposti riteneva forse ormai superati. Egli, fin dai primi tempi del
suo regno, cominciò a mettere in pratica quella che sarà l’idea conduttrice della sua
politica e cioè il rifiuto della sovranità anche solo formale dell’impero romano.
Approfondimenti sulla lezione 31
Approfondimenti sulla
lezione 31
La prima fase del regno dei Visigoti nelle Gallie non può prescindere da due
figure essenziali per quel popolo: Alarico, il conquistatore di Roma, e Ataulfo,
colui che sposò Galla Placidia, sorella degli imperatori Arcadio e Onorio. Quel
matrimonio, in particolar modo, fu essenziale per tentare di mitigare la
posizione dei Goti dell’ Ovest invisi ai Gallo romani.
Approfondimenti sulla lezione 31
Approfondimenti sulla lezione 31
Guida allo studio della lezione 31
Guida allo studio della
lezione 31
Per approfondire il periodo dell’insediamento dei Visigoti in Gallia
riportiamo a L. Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo
VII, Perugia 2006. In particolar modo si legga il capitolo I.
Lezione 32

Caduta del regno di Tolosa


Caduta del regno di Tolosa

In Gallia i Visigoti, pur avendo la meglio sui Britanni schierati dall’imperatore di occidente
a difesa della città di Bourges, non riuscirono in un primo tempo a spingersi a nord al di
là della Loira per la fiera resistenza opposta dal comes Paolo con l’aiuto di ausiliari
franchi, che costrinse Eurico a concentrare il grosso dell’esercito contro l’Aquitanica
Prima, la bassa valle del Rodano e, naturalmente, Arles. Ma, nel 470 o 471 (la data è
incerta), un esercito inviato dall’imperatore di occidente Antemio venne sconfitto, gran
parte della Provenza cadde in mano dei visigoti e, una dopo l’altra, si arresero anche le
città dell’Aquitanica Prima. Va ricordato come soltanto Clermont, la capitale dell’Alvernia,
riuscì a resistere agli insistenti attacchi dei barbari ancora per anni, grazie al valore del
figlio del defunto imperatore Avito, Ecdicio, e del poeta Sidonio Apollinare, vescovo di
quella città dal 470.
Caduta del regno di Tolosa

L’impero d’occidente si dimostrò del tutto impotente di fronte alla furia distruttrice dei barbari e non poté fare nulla
per gli assediati a Clermont. Quando infine nel 475, grazie anche alla mediazione del vescovo di Pavia Epifanio, si
arrivò a una pace tra l’imperatore Nepote e Eurico, a quest’ultimo venne riconosciuta la sovranità sull’intera regione
compresa tra la Loira, il Rodano, i Pirenei e i due mari; e in tal modo anche l’Alvernia, nonostante la sua coraggiosa
resistenza, passò ai Goti. Nel frattempo anche la penisola iberica, l’altra zona ove i Visigoti avevano indirizzato le loro
mire, era stata conquistata grazie alle vittorie delle due armate che Eurico aveva inviato nel 472 al di là dei Pirenei.
In rapida successione Pamplona, Saragozza e Tarragona erano infatti cadute in mano alle truppe guidate dal dux
Hispaniarum Vincenzo, lo stesso che, vale la pena ricordarlo, appena dieci anni prima aveva comandato le stesse
armate in qualità, però, di dux romano. Solo gli Svevi riuscirono a mantenere la regione nord-orientale e un anno
dopo, nel 473, i Visigoti ottennero da Roma il riconoscimento della loro sovranità sulla parte di penisola iberica
appena conquistata che si andò così ad aggiungere ai territori della Gallia.
Caduta del regno di Tolosa

L’impero di occidente era ormai destinato a durare ancora pochi mesi e, quando Odoacre
depose l’imbelle Romolo Augustolo nel 476, Eurico, ritenendo, non senza ragione,
decaduto il trattato con l’impero, colse l’occasione per riprendere le ostilità e fece muovere
le sue truppe verso sud-est. Il re visigoto riuscì così a conquistare la Provenza e il territorio
delle Alpi Marittime, incluse le città di Arles e Marsiglia, ma non poté realizzare il sogno di
conquistare l’Italia per l’ostinata e valorosa resistenza degli ufficiali di Odoacre. L’anno
successivo, comunque, in cambio del suo impegno solenne a non intraprendere più atti
ostili nei confronti della penisola italiana, Eurico ottenne dall’imperatore d’Oriente, Zenone,
il riconoscimento ufficiale delle sue conquiste in Gallia.
Caduta del regno di Tolosa

Successore di Eurico fu il figlio, Alarico II, che, di carattere debole e indolente anche se non privo di
attitudini guerresche, era diversissimo dal padre, tanto è vero che, due anni dopo la sua ascesa al
trono, nel 486, di fronte alle minacce di guerra del re dei Franchi, non esitò a consegnare loro il
fuggiasco Siagrio al quale, dopo la battaglia di Soissons (486), aveva concesso asilo. Ma se un simile
gesto di arrendevolezza servì sul momento a frenare le velleità conquistatrici dei Franchi, non le
eliminò, tanto è vero che nel 494 ebbe inizio una guerra che si protrasse, con alterne vicende, per
molti anni. Durante quel lasso di tempo l’immigrazione gota verso le terre spagnole divenne sempre
più intensa, in concomitanza con l’avanzare inesorabile dei Franchi, i quali, un po’ alla volta, superata
la Loira, penetrarono vieppiù nella Gallia visigota, arrivando ad occupare Bordeaux dove fecero
addirittura prigioniero il dux goto; soltanto nel 502 si giunse alla stipula di un trattato di pace grazie
all’intervento del grande Teoderico, re degli Ostrogoti, che, divenuto frattanto suocero di Alarico II, si
impegnò affinché il regno di Tolosa, ormai pericolosamente vacillante, sopravvivesse. Gli eventi però
stavano volgendo contro i Visigoti soprattutto dopo che il 25 dicembre 496 il re dei Franchi Clodoveo
si convertì al cattolicesimo.
Caduta del regno di Tolosa

Il re visigoto pertanto cercò di mantenere un atteggiamento il più possibile conciliante verso i suoi
sudditi cattolici nonostante le loro continue cospirazioni determinate dalla speranza che se al posto dei
Visigoti fossero subentrati i Franchi, questi si sarebbero rivelati, dopo la recente conversione,
senz’altro più malleabili nei loro confronti. D’altra parte è indubitabile che una presa di posizione
troppo rigida di Tolosa contro i Romani e il clero avrebbe, con ogni probabilità, anticipato la caduta del
regno visigoto Alarico permise addirittura l’insediamento di cattolici nelle sedi vescovili rimaste vacanti
dai tempi del padre, accettò che si tenesse a Agde un concilio presieduto da vescovi della Gallia. Poco
importa poi che tale apertura avvenisse, supremo esempio di ipocrisia, con la recita di una preghiera
per la prosperità del regno visigoto. Estremo atto di conciliazione fu infine la promulgazione il 2
febbraio 506 di un codice destinato alla popolazione romana residente nel regno di Tolosa, la Lex
Romana Visigothorum , detta anche Breviarium Alarici . Questo corpus di norme estratte da fonti
romane e corredate dalle relative interpretazioni, fu opera di una commissione di giuristi di cui fecero
parte anche personalità estranee al mondo del diritto e perfino degli ecclesiastici e venne approvato
da un’assemblea di vescovi e di eminenti laici gallo-romani. Tutti questi gesti non furono interpretati
dai sudditi di Alarico come segno di magnanimità ma giudicati per quello che veramente erano: dei
puri e semplici segni di debolezza.
Caduta del regno di Tolosa

La fine del regno di Tolosa appariva quindi ormai segnata, ciononostante Clodoveo, nel
507, non volendo fare troppo affidamento sulla presunta debolezza dei Visigoti, organizzò
un imponente esercito e, alleatosi con i Burgundi che dovevano attaccare i Goti da oriente,
marciò risolutamente contro i Visigoti (il re franco voleva eliminare una volta per tutte il
problema prima che potesse rappresentare di nuovo una minaccia per il suo popolo).
Alarico II, attestatosi al Campus Vocladensis (nei. Il combattimento fu breve e intenso e i
Goti, costretti a ripiegare, e si diedero ben presto alla fuga; il loro sovrano cadde durante il
successivo inseguimento colpito, forse, dallo stesso Clodoveo. Con la sconfitta patita a
Vouillé termina definitivamente il dominio dei Visigoti in Gallia, dominio che proseguirà a
lungo nella penisola iberica ove essi riuscirono, come vedremo, a esercitare un ruolo di non
poco conto dal punto di vista sia religioso, sia politico e culturale.
Approfondimenti sulla lezione 32
Approfondimenti sulla lezione 32

Per quanto riguarda l’amministrazione dei territori delle Gallie dobbiamo osservare che
per la popolazione, almeno in apparenza, nulla cambiò visto che sia nell’Aquitania I, sia
della penisola iberica rimasero al governo gli antichi comandanti romani, passati ora al
servizio dei Goti. Di Vincenzo si è già detto, ma deve anche essere ricordata la figura del
dux Vittorio la cui azione fu decisiva per giungere, nonostante la strenua resistenza, alla
conquista di Clermont. Il passaggio del romano e cattolico Vittorio da un campo all’altro
fu facilitato dal fatto che egli, come sottolinea il Wolfram, già prima non era mai stato
troppo amato dai suoi compatrioti; lo stesso Sidonio Apollinare, arresasi Clermont,
sembra non abbia avuta nessuna remora a collaborare, almeno sino alla sua caduta, con
il dux et comes Vittorio; probabilmente si rendeva conto di quanto inutile, nonché
dannosa per la popolazione sarebbe stata una sua presa di posizione contro il vincitore
anche perché alla fin fine si sarebbe trattato di difendere programmi politici ormai
superati dagli eventi.
Approfondimenti sulla lezione 32
Guida allo studio della lezione 32
Guida allo studio della lezione 32

Per approfondire il periodo della caduta del regno di Tolosa


riportiamo a L. Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale
del secolo VII, Perugia 2006. In particolar modo si legga il
capitolo I.
Lezione 33

I Visigoti in Hispania
I Visigoti in Hispania

Dopo la morte in battaglia di Alarico II, i nobili visigoti scelsero come loro sovrano, invece
di Amalarico erede legittimo ma ancora minorenne, il figlio illegittimo Gisalico. In tal
modo l’aristocrazia gota voleva imporre la propria autorità e sottolineare la sua forza nei
confronti della monarchia. La comparsa però di un nuovo, temibilissimo avversario, la
costrinse ben presto a rivedere le sue precedenti posizioni e i suoi programmi, almeno
per il momento. Infatti il re degli Ostrogoti Teoderico intervenne, non solo in difesa del
nipote, ma anche per evitare l’affermazione di un pericoloso precedente che avrebbe
indebolito in modo definitivo l’istituzione monarchica.
I Visigoti in Hispania

Egli, manu militari , riuscì a far prevalere il diritto di successione salvando così il regno dei
Visigoti dalla pressocché certa distruzione. Nel frattempo in Aquitania, dove rimanevano
alcune sacche di resistenza gote, l’usurpatore Gisalico, a detta di Isidoro di Siviglia,
malvagio e codardo, veniva sconfitto nei pressi di Narbona dai Burgundi che, come in
precedenza detto, erano alleati dei Franchi. Egli fuggì allora precipitosamente in Spagna
cercando rifugio a Barcellona dove però venne respinto da un esercito teodoriciano.
Vistosi perso, cercò aiuto dapprima presso i Vandali, in Africa, e, infine, presso l’antico
nemico Clodoveo, in Gallia, dove però trovò la morte.
I Visigoti in Hispania

Frattanto l’esercito ostrogoto al comando del generale Ibbas aveva sconfitto ad Arles
truppe burgunde e franche e si era spinto sino a Carcassonne, riconquistando le terre
perdute dai Visigoti dopo il 507. In questo modo, oltre alla Gallia meridionale, anche la
Spagna passò sotto il diretto controllo di Teodorico. Il sovrano degli Ostrogoti tuttavia
esercitò il potere in Spagna soltanto in veste di tutore del nipote Amalarico in attesa del
riconoscimento della sua maggiore età. Ciò non toglie che per quindici anni l’effettivo re
della Gallia, della Spagna, oltreché della penisola italiana, fosse Teodorico; il quale cercò,
saggiamente, di non far pesare sulla popolazione visigota questo stato di cose, tanto è
vero che mantenne il sistema e le consuetudini del tempo di Alarico, confermandone
anche i privilegi: abolì le tasse nelle regioni maggiormente impoverite dalla guerra, rifornì
Arles di denaro e merci e, affinché le sue truppe non costituissero un peso troppo
gravoso per gli abitanti, fece pervenire loro grano e denaro direttamente dall’Italia.
I Visigoti in Hispania

Non appena il nuovo re dei Visigoti si insediò sul trono, si ripresentò minaccioso il
pericolo franco, nelle persone dei figli di Clodoveo che volevano conquistare le terre della
Gallia ancora sotto la dominazione visigota. Dapprima Amalarico tentò di scongiurare lo
scontro sposando la figlia di Clodoveo, Clotilde. Essa era però cattolica e, quando il
marito la spinse a convertirsi all’arianesimo, non solo si rifiutò ma chiese aiuto al fratello
Childeberto il quale colse l’occasione per dichiarare guerra ai Visigoti, perseguendo il
piano già ideato di cacciare definitivamente i Goti dalla Gallia: Amalarico venne sconfitto
presso Narbona nel 531 e i Visigoti, non potendo più contare, come nel recente passato,
sull’aiuto di Teoderico e non essendo più in grado di sostenere la spinta di un agguerrito
popolo guerriero quale era quello franco, persero l’Aquitania.
I Visigoti in Hispania

Subito dopo la sconfitta, Amalarico fu trucidato dagli stessi soldati e, come suo
successore, si insediò l’ostrogoto Teudi che, come già detto, era stato in precedenza
governatore della Spagna. Questi, fortunatamente per i Visigoti, si dimostrò all’altezza
della situazione in un momento di grave pericolo e, nel corso del 531 e cioè subito la
sconfitta subita ad opera dei Franchi, fu in grado di riorganizzare l’esercito e prepararlo
alla controffensiva resasi necessaria dal momento che Childeberto, insieme al fratello
Clotario I, era penetrato in Cantabria, invaso la Navarra, occupando Pamplona e e si
apprestava ad assediare Saragozza. L’eroica resistenza degli abitanti di Saragozza lasciò il
tempo ai Visigoti di inviare in loro soccorso due armate, una comandata dallo stesso
Teudi e l’altra dal generale Teudegesilo. Alla vista di tali forze i Franchi abbandonarono
l’assedio cercando di ripiegare verso i Pirenei; furono però, raggiunti da Teudi e subirono
una grave sconfitta. Solo il tradimento dell’altro comandante, Teudegesilo, corrotto dai
Franchi, permise al nemico di fuggire portandosi dietro tutto il ricchissimo bottino di
guerra senza essere costretto ad affrontare altri scontri armati.
I Visigoti in Hispania

Comunque il pericolo franco era, almeno per il momento, scongiurato e Teudi poté
impegnare l’esercito su un altro fronte. All’epoca era infatti già iniziata quella tragica
guerra greco-gotica che avrebbe segnato la fine degli Ostrogoti in Italia e i Vandali
avevano chiesto aiuto ai Visigoti per contrastare i Bizantini. I numerosi scontri dei Visigoti
contro i Bizantini tra il 544 e il 548 ebbero per lo più l’aspetto di scaramucce che di fatto
non indebolirono il loro potere nella penisola iberica. La sconfitta degli Ostrogoti nella
penisola italiana dipese piuttosto dalla totale mancanza di volontà di aiutarsi
reciprocamente tra Goti d’Italia e Goti di Spagna. Tale sconfitta comportò naturalmente
anche un ridimensionamento della potenza visigota in Spagna. Nel giro di pochi mesi, tra
il 548 e il 549, sia Teudi, sia il corrotto Teudegesilo, suo successore, trovarono la morte a
Siviglia. Il primo ad opera di un pazzo e il secondo vittima di una congiura di palazzo.
I Visigoti in Hispania

Il nuovo sovrano, Agila, cercò, senza successo, di estendere il suo potere a tutta la
Betica, l’impresa si rendeva necessaria perché, se è vero che Siviglia era governata dai
Visigoti, le terre circostanti erano ancora saldamente in mano alla nobiltà ispano-romana,
tanto saldamente che in tale occasione essa inflisse una grave sconfitta al re goto,
uccidendone il figlio e impadronendosi anche del tesoro reale. Le antiche cronache ci
informano che Agila non godeva di buona reputazione presso la popolazione della Betica
non solo per il suo comportamento tirannico ma anche per l’ostilità dimostrata nei
confronti dei cattolici, che costituivano il nucleo fondamentale di quella gente. Di questa
situazione approfittò un altro aspirante alla corona, il nobile Atanagildo, visigoto già
convertitosi segretamente al cattolicesimo. Egli, appoggiandosi alla popolazione andalusa,
con il consistente aiuto offertogli da Giustiniano, intraprese una campagna contro Agila
che si concluse vittoriosamente nel 554 permettendogli di diventare re.
I Visigoti in Hispania
Atanagildo spostò la capitale a Toledo che godeva di un’ottima posizione strategica,
riorganizzò le proprie forze, cercando nel contempo di accattivarsi le simpatie dei
cattolici con una politica più tollerante. Durante questa guerra che si protrasse per
tredici lunghi anni, il regno goto dovette anche difendersi dagli attacchi dei Franchi e
dei Baschi che lo insediavano da nord; ciò nonostante la corte di Toledo acquisì
un’importanza sempre maggiore, al punto che il suo crescente splendore destò
l’interesse di due re Franchi, Sigeberto di Austrasia e Chilperico di Neustria. Costoro,
mutato radicalmente il loro atteggiamento, cercarono di allearsi con i Visigoti e
l’alleanza fu ratificata dalle nozze di Sigeberto e Chilperico con due figlie di Atanagildo,
Brunichilde e Galsvinda. Di queste, particolarmente nota per il temperamento forte e la
risolutezza spinta sino alla crudeltà, era la prima divenuta moglie di Sigeberto. Dopo
soltanto pochi mesi, nel 567, Atanagildo morì a Toledo. Con lui si spense un sovrano
che, pur non esitando a prendere le armi se necessario, aveva dimostrato di saper
usare le arti diplomatiche per sciogliere i nodi più intricati di una situazione politica non
facile.
Approfondimenti sulla lezione 33
Approfondimenti sulla lezione 33

La Spagna trasse enorme giovamento dalla sagace e vigorosa politica di Teodorico che così
buoni frutti aveva già dato in Italia e che, considerata l’immoralità e l’anarchia diffusesi nel
regno visigoto durante la decadenza dell’impero, si dimostrò decisiva per risollevarne le
sorti. Teodorico non solo restituì alla corona il fondamentale ed esclusivo diritto di coniare
moneta, diritto spesso usurpato dai privati con grave danno per lo stato, ma riuscì anche a
porre termine alle estorsioni che venivano puntualmente commesse dagli esattori fiscali e
dagli amministratori del patrimonio reale a detrimento del patrimonio pubblico.
Approfondimenti sulla lezione 33

In un primo tempo nominò suo rappresentante per la penisola iberica Ampelio,


per la Gallia Liberio, successivamente troviamo come unico funzionario, Teudi.
E’ probabile che la loro attività riguardasse tutti i settori dell’amministrazione
statale. Il passaggio dal governo controllato da Teoderico a un’amministrazione
totalmente indipendente dall’Italia non fu traumatico. Morto nel 526 Teoderico,
infatti, Amalarico, ormai maggiorenne, assunse il pieno potere sovrano sui
Visigoti.
Approfondimenti sulla lezione 33
Guida allo studio della lezione 33
Guida allo studio della lezione 33

Per approfondire il periodo dell’insediamento dei Visigoti in Hispania


riportiamo a L. Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo
VII, Perugia 2006. In particolar modo si legga il capitolo II da p. 29 a
p. 32.
Lezione 34

Liuva e Leovigildo
Liuva e Leovigildo

Ignoriamo i motivi per cui dopo la morte di Atanagildo il trono sia rimasto vacante per
diversi mesi fino alla primavera del 578, quando venne incoronato re uno dei suoi fratelli,
Liuva. Questi, volendo probabilmente assicurare la continuità della dinastia, dopo soli due
anni di regno, si preoccupò di indicare come suo successore il fratello Leovigildo con il
quale fin da subito volle dividere il governo del paese, affidandogli la Spagna e riservando
per sé la parte della Gallia ancora visigota.
Liuva e Leovigildo

Il fatto che il cronista Giovanni Biclarodica scriva esplicitamente che Leovigildo, alla morte
del fratello, entrò in possesso della sola Hispania Citerior sembrerebbe confermare che,
fin dai tempi di Atanagildo, la HispaniaUlterior, o per lo meno la maggior parte di quei
distretti, fosse nelle mani dei Bizantini o, in ogni caso, non sotto il dominio dei Visigoti.
Anche i risultati delle guerre di Leovigildo, come vedremo in seguito, sembrerebbero
avvalorare tale ipotesi. Insomma il regno, ora in mano all’erede di Liuva, è ancora debole
e circondato da nemici agguerriti da affrontare.
Liuva e Leovigildo

Nel 569, Leovigildo iniziò pertanto una campagna militare contro gli Svevi e le popolazioni
indipendenti del nord-ovest. Alcuni centri come Palencia, Zamora e León caddero
facilmente, anche se altri, come Astorga, resistettero fieramente. Imbaldanzito da questi
primi successi il sovrano visigoto abbandonò presto ogni prudenza e, rinnegando il
precedente patto di sottomissione all’impero, nel 570 attaccò e sconfisse i Bizantini nel
distretto di Bastania di Malaga e, tra il 571 e il 572, riuscì ad occupare in rapida
successione Medina Sidonia (Asidona) e Cordova, con i territori adiacenti.
Liuva e Leovigildo
Gregorio di Tours ci dice che Leovigildo era andato ben al di là del suo potere quando
aveva di fatto diviso il regno tra i suoi figli e crede che questo fosse il motivo
dell’insurrezione nobiliare; ma potrebbe darsi che causa dei disordini fosse l’abitudine del
re di svilire non solo l’autorità della nobiltà visigota ma anche di quella ispano-romana.
Sta di fatto che, proprio mentre Svevi e Bizantini si preparavano a contrattaccare, prima
la popolazione dei Cantabri, poi quella di Cordova e delle Asturie e, infine, quella di
Toledo ed Evora si ribellarono all’autorità regia. Grazie anche al decisivo aiuto del figlio
Recaredo, Leovigildo fu tuttavia in grado di ribattere colpo su colpo, soffocando nel
sangue le rivolte dei ribelli. Caddero così prima Ammaia, la capitale dei Cantabri, fu
presa, poi Saldania, roccaforte delle Asturie, e infine furono domati gli insorti di Toledo ed
Evora contro i quali l’ira del sovrano si sfogò, nel 574, con terribili punizioni.
Approfondimenti sulla lezione 34
Approfondimenti sulla
lezione 34
Leovigildo iniziò subito una politica tesa ad assicurargli il completo dominio sulla penisola
iberica. Come prima cosa trasformò la vita di corte dove introdusse le usanze fastose e il
lusso che riteneva consoni al prestigio di un sovrano adottando anche il complesso
cerimoniale degli imperatori. La monarchia gota raggiunse così uno splendore mai avuto
prima. Tutto ciò venne fatto senza trascurare i rapporti con i propri sudditi; egli infatti
voleva evitare di trovarsi nella condizione di Atanagildo e cioè di dover combattere nemici
interni al regno, oltre ai numerosi nemici esterni. Infine riprese l’antica consuetudine di
mantenere i rapporti con l’imperatore di Bisanzio. Comunicò infatti a Giustino II la notizia
della propria ascesa al trono, riconoscendone così formalmente l’autorità imperiale. Ciò gli
consentì di stipulare una tregua con Bisanzio a cui seguì un’alleanza in base alla quale
egli ottenne, capolavoro di diplomazia, di poter utilizzare l’esercito bizantino che si
trovava ancora nella penisola iberica nella sua lotta contro gli Svevi.
Approfondimenti sulla lezione 34
Approfondimenti sulla lezione 34
Guida allo studio della lezione 34
Guida allo studio della lezione 34

Per approfondire il periodo sul regno di Liuva e Leovigildo, si veda di L.


Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo VII, Perugia
2006. In particolar modo si legga il capitolo II da p. 32-34.
Lezione 35

Ingundi
Ingundi

Prima di procedere con la storia del regno di Toledo, si impone una parentesi di una
qualche importanza, sulla figura della principessa franca Ingundi che andrà in sposa al
figlio di Leovigildo, Ermenegildo, suo primogenito. Quando Ingundi la raggiunse l’età di
12 anni, Brunechilde ritenne opportuno che la sua primogenita contraesse matrimonio.
All’uopo, avendo analizzato le possibili scelte, considerò che fosse politicamente saggio
farla unire con Ermenegildo, primogenito del re dei Visigoti, Leovigildo. Con l’ascesa della
figura di Leovigildo i Visigoti avevano trovato un puntello carismatico per imporsi nella
Hispania . Il nuovo re era carismatico e si dimostrò capace di guidare quel popolo, in
modo definitivo, oltre la sconfitta di Vouillé, sconfitta che ancora pesava sull’animo goto.
Ingundi

Ormai il rapporto tra i Goti dell’Ovest ed i Franchi di Austrasia si era andato via via
consolidando, pertanto quel giovane principe sembrò senz’altro la scelta adatta. Inoltre
Brunechilde conosceva bene la corte di Toledo essendo ella stessa visigota e preferiva
senza meno organizzare un matrimonio che unisse vieppiù le due casate regnanti di
Austrasia e di Toledo, piuttosto che inseguire soluzioni diverse che potevano apparirle, in
prospettiva, dannose se non altro perché la giovane figliola avrebbe dovuto affrontare
situazioni del tutto sconosciute. Brunechilde era persona che voleva avere il pieno
controllo su ciò che stava vivendo, perché era ben consapevole di essere una donna al
timone di un regno e la qual cosa poteva non essere ben vista dalla nobiltà d’Austrasia.
Ingundi

Trovandosi costretta a contrarre matrimonio con una persona mai vista, come ogni
nobildonna dell’epoca, accettò, fors’anche a malincuore, gli oneri del suo rango e
intraprese il viaggio verso Toledo. Possiamo supporre che la madre l’avesse anche edotta
circa la eventualità che i Visigoti avrebbero voluto che lei abiurasse il credo niceno in
favore di quello ariano. D’altronde come abbiamo avuto modo di dire, anche Brunechilde
aveva compiuto un percorso simile in nome della ragion di stato.
Ingundi

Il matrimonio tra Ingundi e Ermenegildo sarebbe stato importante soprattutto perché,


come abbiamo avuto modo di dire, rappresentava un’occasione per rinsaldare vieppiù i
legami mai troppo stretti tra i Franchi e i Visigoti che d’altronde, essendo popoli
confinanti, sovente erano portati a farsi la guerra piuttosto che al conseguimento della
pace. Entrambi i popoli però non erano riusciti nei decenni precedenti a prevalere l’uno
sull’altro in modo definitivo perché erano entrambi deboli e, in un certo qual senso,
sopravvivevano giorno dopo giorno ad uno stato di precarietà. I regni romano barbarici in
quanto tali e cioè in quanto sostanzialmente germanici, erano destinati continuamente a
sopravvivere a se stessi e infatti nessuno di quei regnami riuscì ad inglobarne un altro. Al
più vincevano, ora gli uni, ora gli altri, piccole guerre, o addirittura battaglie isolate, mai
decisive però.
Approfondimenti sulla lezione 35
Approfondimenti sulla lezione 35

La funzione del matrimonio era ormai diventata come quella dell’adozione nei secoli IV e V:
trovare un accordo economico o politico tra due famiglie o tra due popoli. Insomma un
modo di contrarre alleanze. Al contempo, soprattutto fra i Visigoti, la filiazione per via
femminile, attribuiva un grande potere alle donne appartenenti alle classi più elevate. Si
ricordi che Ingundi era di origine visigota e quindi la madre Brunechilde avrà certamente
inculcato nella figlia quei valori che erano stati assorbiti dalla cultura gota e che
prevedevano che le buone relazioni fra i clan fossero riposte nelle mani delle fanciulle. In
proposito ci preme sottolineare l’influenza enorme che una madre, vedova, ebbe su una
fanciulla come Ingundi.
Approfondimenti sulla lezione 35

S’intende evidentemente l’influenza caratteriale che certamente subì la ragazza tanto che,
quando si trattò di dimostrare di poter reggere le pressioni di una situazione
pesantissima, ella sconcertò il marito stesso per la forza che naturalmente sembrava
fluire dal suo essere e che coinvolse anche Ermenegildo. Dicevamo del matrimonio. La
giovane Ingundi ebbe certamente avuto il privilegio di assistere ad una festa animata da
canti nuziali ed impreziosita da un ricco e gustoso banchetto a base di prelibatezze
gastronomiche, quali la carne d’oca e la cacciagione, il tutto innaffiato da enormi quantità
di birra e di idromele. Sia la birra che l’idromele erano nettari che non potevano mancare
ad una festa di personaggi di alto lignaggio, figurarsi quindi nel caso del matrimonio tra il
principe dei Visigoti e la sua bella.
Guida allo studio della lezione 35
Guida allo studio della lezione 35

Per approfondire la figura di Ingundi si consideri di L. Montecchio,


Ingundi, Bologna 2015. Si legga il capitolo sul matrimonio con
Ermenegildo.
Lezione 36

Resistenze di Ingundi
Resistenze di Ingundi

Bisogna premettere che Ingundi, una volta giunta a Toledo, per sposare un ariano
avrebbe dovuto rispettare la regola non scritta dell’abiura del proprio credo. In realtà
sarebbe anche potuta rimanere del suo credo perché il marito non fece alcuna pressione
su di lei. L’aveva accettata di buon grado a prescindere da altre considerazioni. Il
problema fu che a corte vi era la matrigna di Ermenegildo che, a suo tempo, aveva
professato apostasia e accettato il credo ariano pur di inserirsi senza particolari problemi
a Toledo. Non ci è dato sapere se il primogenito di Leovigildo avesse convinzioni religiose
profonde. Crediamo che, sposatosi, non aveva punto considerato la questione se non
marginalmente o forse non era così convinto della sua fede ariana da imporla a Ingundi.
Resistenze di Ingundi

Da parte sua, la principessa parve affrontare con insolita serenità quella che ben presto diventò una
vera e propria prova di forza con la nonna Gosvinta. La nonna forse credeva di avere a che fare con
una donna priva di grande personalità e dunque blandis coepit sermonibus inlecere tentò subito, con
le buone maniere, di convincerla ad abbandonare il cattolicesimo. In fondo sarebbe diventata, un
domani, regina del più solido e importante regno dell’Europa occidentale. I modi fintamente gentili di
Gosvinta, invece freddissima nel perseguire i suoi scopi, non convinsero Ingundi che, seppur con tutto
il rispetto che doveva avere nei confronti dell’anziana donna, viriliter reluctans e manteneva il punto.
La giovinetta aveva, con ogni probabilità, avuto sentore che la nonna fosse subdola. In fondo la
madre e il padre l’avranno edotta sul carattere di Gosvinta. Da parte sua, Ingundi lei, proprio perché
era giovane, faticava vieppiù a sopportare la doppiezza. Non stupisca pertanto il suo ulteriore irrigidirsi
di fronte all’incessante azione dell’anziana donna, che tutte le provò per far abbracciare l’arianesimo
alla nipote.
Resistenze di Ingundi

Chi, al contrario, cercò fin da subito di portare la giovane principessa ad abbracciare il


credo ariano fu la nonna, Gosvinta. Ella era forse preoccupata delle tensioni che si
manifestavano a Toledo. In fondo era franca anche lei e, se non avesse tentato di
convertire la nipote, poteva essere accusata di tradimento. Gosvinta aveva ottime ragioni
per tentare la conversione della fanciulla appena arrivata in Hispania e per riportare la
pace a corte cercò di convertire all’arianesimo la nipote, prima con dolce fermezza, poi
ricorrendo anche alle minacce, e la situazione precipitò.
Approfondimenti sulla lezione 36
Approfondimenti sulla lezione 36

Dobbiamo sottolineare l’ostilità della corte per la fede religiosa di Ingundi. Non si trattava
di un problema di importanza minima. I Visigoti, benché conquistatori, si sentivano
‘circondati’ da sudditi cattolici, mentre loro volevano conservare e proteggere il credo che
li aveva visti trionfare sulle armate romane. In fondo l’arianesimo, almeno sui campi di
battaglia, aveva avuto la meglio, nella Hispania , sul credo di Nicea. Eppure solo pochi
decenni prima, Vouillé aveva visto il trionfo di armate consacrate al credo niceno.
Insomma i Goti dell’Ovest avvertivano un’insidia nemmeno troppo latente che avrebbe
potuto segnare la fine del loro regno.
Approfondimenti sulla lezione 36

Ermenegildo, da parte sua, sembrava curarsi poco di queste voci curtensi, forse perché
disinteressato, forse perché ritenute prive di fondamento, forse per superficialità.
Riteniamo che egli fosse tutt’altro che poco profondo, ma che si stesse davvero legando
ad una persona che dimostrava, giorno dopo giorno, una forza d’animo incredibile. Entrare
in un nuovo ambiente, del tutto sconosciuto, percepire ostilità, seppur mai dimostrata
apertamente, e procedere con serenità dimostrava un coraggio non comune. Anche per
questo il primogenito di Leovigildo, evitò qualsivoglia pressione sulla moglie per portarla
verso una confessione che, molto probabilmente, non soddisfaceva appieno nemmeno lui.
Guida allo studio della lezione 36
Guida allo studio della lezione 36

Per approfondire la questione delle pressioni di Gosvinta


su Ingundi si consideri di L. Montecchio, Ingundi,
Bologna 2015. Si legga il capitolo III.
Approfondimenti sulla lezione 37
Approfondimenti sulla lezione 37

Va’ osservato che Gosvinta sin da quando era moglie di Atanagildo, aveva un
suo ruolo nelle stanze del potere, almeno stando a Venanzio Fortunato che
ricorda come « Post causas quas regna gerunt , ubi maesta reclinem ». Il che
vuole significare che godeva della fiducia del marito anche per questioni
prettamente politiche. D’altronde Atanagildo, nel corso del suo regno, sovente
fu impegnato in campagne di guerra e doveva lasciare Toledo priva del suo
comandante.
Approfondimenti sulla lezione 37

La regina pertanto doveva esercitare un ruolo attivo non solo per quanto
riguardava l’educazione delle sue due figlie, Brunechilde e Galesvinta. Di
entrambe già facemmo cenno, ma ci sembra opportuno rilevare come fosse
plausibile che la regina dei Visigoti considerasse Brunechilde molto simile a sé.
Dunque ella colse l’occasione della richiesta del maestro di palazzo di Austrasia
di combinare un matrimonio tra Brunechilde e Sigeberto, per spingere
Atanagildo ad accettare pur di allontanare dalla corte iberica la figlia. La Godoy
appare convinta di ciò e noi siamo convinti dalla sua teoria.
Approfondimenti sulla lezione 37

Gosvinta, morta una figlia, tenne il dolore della perdita per sé. Ella dovette
affrontare subito dopo un’impresa assai più ardua. Atanagildo era morto di
morte naturale nel 568 e lei doveva sopravvivere, «morto in Spagna il re
Atanagildo, prese il regno Leuva, con suo fratello Leovigildo. Poi quando Liuva
morì, suo fratello Leovigildo s’impadronì di tutto il regno». Il periodo di
interregno immediatemente successivo alla dipartita di Atanagildo fu durissimo
e in tale circostanza la regina mostrò di che pasta era fatta. Dové infatti agire
con prudenza e decisione di fronte alle fazioni aristocratiche che miravano al
trono. Riuscì a raggiungere un accordo con Leovigildo che sposò, mantenendo
così il trono e la vita.
Approfondimenti sulla lezione 37
Approfondimenti sulla lezione 37

Va’ osservato che Gosvinta sin da quando era moglie di Atanagildo, aveva un
suo ruolo nelle stanze del potere, almeno stando a Venanzio Fortunato che
ricorda come « Post causas quas regna gerunt , ubi maesta reclinem ». Il che
vuole significare che godeva della fiducia del marito anche per questioni
prettamente politiche. D’altronde Atanagildo, nel corso del suo regno, sovente
fu impegnato in campagne di guerra e doveva lasciare Toledo priva del suo
comandante.
Approfondimenti sulla lezione 37

La regina pertanto doveva esercitare un ruolo attivo non solo per quanto
riguardava l’educazione delle sue due figlie, Brunechilde e Galesvinta. Di
entrambe già facemmo cenno, ma ci sembra opportuno rilevare come fosse
plausibile che la regina dei Visigoti considerasse Brunechilde molto simile a sé.
Dunque ella colse l’occasione della richiesta del maestro di palazzo di Austrasia
di combinare un matrimonio tra Brunechilde e Sigeberto, per spingere
Atanagildo ad accettare pur di allontanare dalla corte iberica la figlia. La Godoy
appare convinta di ciò e noi siamo convinti dalla sua teoria.
Approfondimenti sulla lezione 37

Gosvinta, morta una figlia, tenne il dolore della perdita per sé. Ella dovette
affrontare subito dopo un’impresa assai più ardua. Atanagildo era morto di
morte naturale nel 568 e lei doveva sopravvivere, «morto in Spagna il re
Atanagildo, prese il regno Leuva, con suo fratello Leovigildo. Poi quando Liuva
morì, suo fratello Leovigildo s’impadronì di tutto il regno». Il periodo di
interregno immediatemente successivo alla dipartita di Atanagildo fu durissimo
e in tale circostanza la regina mostrò di che pasta era fatta. Dové infatti agire
con prudenza e decisione di fronte alle fazioni aristocratiche che miravano al
trono. Riuscì a raggiungere un accordo con Leovigildo che sposò, mantenendo
così il trono e la vita.
Guida allo studio della lezione 37

Approfondimenti sulla lezione 37


Guida allo studio della lezione 37

Per approfondire la questione delle angherie subite da Ingundi si


consideri di L. Montecchio, Ingundi, Bologna 2015. Si legga il capitolo
III.
Lezione 38

Verso la guerra civile


Verso la guerra civile

Visto la tensione crescente in seno alla corte toletana, il sovrano dei Visigoti decise di
allontanare il figlio e la nuora e li inviò a Siviglia. Non sappiamo come Ingundi prese il
trasferimento da Toledo nella Baetica . Certamente fu visto come un dovere di futura
regina e quindi da assolvere senz’altro. Il problema fu però l’ambiente andaluso. Là, forse
più che altrove, si respirava romanità. Là si respirava un’atmosfera pregna di
cattolicesimo. In realtà la scelta di Leovigildo di inviare colà il figlio e la sposa desta
sorpresa proprio per questo. Un ambiente ove era prevalente il credo niceno non avrebbe
certo aiutato Ingundi a passare all’arianesimo.
Verso la guerra civile

Evidentemente Ermenegildo godeva della piena fiducia paterna e dunque fu mandato nel
meridione del regno dei Visigoti per far sentire la forza, la potenza di un sovrano che
stava tentando di unificare sotto una corona sola tutta la penisola iberica. Il figlio del
sovrano visigoto aveva dimostrato le sue capacità belliche e avrebbe avuto modo di
indurre a più miti consigli quegli ispano romani andalusi che ancora tramavano con
Bisanzio. Conquistare la penisola iberica si era rivelata un’impresa ardua. Durante tutto il
suo imperium , Leovigildo dovette affrontare Baschi, Bizantini, Franchi, Suebi . Pochi
erano stati gli anni di vera pace e adesso che la situazione sembrava poter essere più
tranquilla ecco la vicenda di Ingundi.
Verso la guerra civile

Chi meglio dell’erede alla corona della Hispania avrebbe potuto sostenere le difficoltà
nella Baetica ? Comunque i due coniugi sarebbero stati allontanati dalla corte e le voci su
come Gosvinta si era comportata con Ingundi sarebbero state fatte tacere per evitare
scontri inopportuni con i Franchi. A nord, ad ogni buon conto, vigilava Recaredo forse
vera speranza per Leovigildo. Non a caso proprio al secondogenito il sovrano aveva
intitolato una città. L’erede però rimaneva Ermenegildo il quale non aveva preso le
distanze dalla consorte durante le vessazioni subite da Gosvinta. Si può addirittura
ipotizzare che tale comportamento filiale avesse inorgoglito il padre perché comprovava
un carattere solido e una lealtà rara del figlio nei confronti della consorte. Due qualità che
gli sarebbero state necessarie per governare un regno.
Verso la guerra civile

In quel momento però prioritario era allontanare suoi figlio e la moglie da una Gosvinta
frustrata per i suoi vani tentativi di far abiurare il credo niceno ad Ingundi. Il re dei
Visigoti voleva ad ogni costo evitare lo scoppio di una guerra contro i Franchi per
questioni religiose. Egli, pertanto, decise che i due coniugi andassero nella Baetica per
allontanarli vieppiù sia da Toledo, sia dalla frontiera franca. Ma sottovalutare la presenza
di un vescovo di credo niceno, quale era Leandro di Siviglia, fu una leggerezza che
Leovigildo dovette pagare caro.
Approfondimenti sulla lezione 38
Approfondimenti sulla lezione 38

Gli ispano-romani, infatti, più per calcolo che per convinzione, vollero mantenere le
distanze dal popolo goto e rimasero cristiani secondo il credo niceno. La qual cosa
dimostrò di essere un serio problema perché i dominatori erano soltanto il 2% della
popolazione ed erano ariani. La nobiltà della Baetica , la regione maggiormente
controllata dagli ispano-romani, attendeva soltanto il momento propizio per mettersi
contro la monarchia gota certa di ottenere all’uopo anche l’aiuto di Bisanzio. Già a metà
del secolo VI, essi avevano appoggiato l’usurpatore Atanagildo contro Agila, sovrano
legittimo.
Approfondimenti sulla lezione 38

All’epoca i romani dell’impero orientale, sullo slancio della riconquista dell’Africa vandalica
prima, e della penisola italica poi, intervennero nella Baetica con il proposito di
impadronirsi anche di quella regione. L’azione dell’esercito di Bisanzio, ne abbiamo già
fatto cenno, fu facilitata dal favore con cui era visto un eventuale passaggio sotto
Giustiniano, da tutto l’elemento ispano-romano della Baetica e della provincia di
Cartagena. La qual cosa avrebbe rappresentato la continuazione di quell’impero del quale
gli ispanici avevano fatto parte fino all’arrivo dei Goti ma, soprattutto, avrebbe significato
una sostanziale indipendenza della nobiltà rispetto ad un potere centrale molto lontano.
Approfondimenti sulla lezione 38

Dunque per alcuni anni Bisanzio riuscì a governare quella provincia finché il re Leovigildo
non la liberò de facto , riuscendo ad ottenere addirittura l’appoggio proprio del nemico
greco. Comunicò infatti a Giustino II la notizia della propria ascesa al trono,
riconoscendone così formalmente l’autorità imperiale. Ciò gli consentì di stipulare una
tregua con Bisanzio a cui seguì un’alleanza in base alla quale egli ottenne, capolavoro di
diplomazia, di poter utilizzare l’esercito bizantino che si trovava ancora nella penisola
iberica nella sua lotta contro i Suebi.
Guida allo studio della lezione 38
Guida allo studio della lezione 38

Sui prodromi guerra civile nella penisola iberica ai tempi di Leovigildo si


legga il capitolo ad essa dedicato sul libro di L. Montecchio, Ingundi,
Bologna 2015.
Lezione 39

Leandro di Siviglia
Leandro di Siviglia

La città di Siviglia era dominata dalla figura del vescovo di credo niceno,
Leandro. La giovane principessa conobbe subito tale personaggio e ne rimase
colpita. Soprattutto ella vide in lui qualcuno che poteva addirittura rafforzare il
suo credo e la sua posizione. Leandro, fratello maggiore del futuro vescovo di
Siviglia, Isidoro, era di famiglia ispano romana, di Cartagena. Morto
prematuramente il padre Saveriano, egli, figlio maggiore di cinque, si assunse la
gravosa responsabilità dell’educazione e della crescita dei quattro fratelli. Fu
uomo di fede e di grande cultura.
Leandro di Siviglia

Quando Ingundi entrò in relazione con siffatto uomo ne rimase senz’altro


affascinata, così come succederà al futuro pontefice romano Gregorio I.
Certamente la fede della giovane, se possibile, trovò alimento dagli
insegnamenti di Leandro, vescovo di Siviglia, il quale voleva andare oltre. Suo
compito era quello di tentare di avvicinare al credo niceno i sovrani della
Hispania dei Visigoti. La frequentazione con il vescovo sivigliano divenne fitta e
Ingundi ebbe modo di parlare ed approfondire i temi religiosi che le stavano a
cuore. Probabilmente Leandro giocava una partita doppia.
Leandro di Siviglia

Se da un lato era rimasto impressionato dalla fede della moglie di Ermenegildo,


dall’altro fu subito in allerta per poter cogliere una qualche falla nella fede
ariana del principe. Probabilmente il fratello di Isidoro di Siviglia aveva notato
come Ermenegildo non fosse pienamente convinto dalla fede paterna mentre
quella di Ingundi lo stava seducendo vieppiù. Ella dunque, non solo non abiurò
il suo credo ma, con il suo carattere fermo, riuscì a fare breccia nel marito il
quale, giorno dopo giorno dové rimanere colpito dalla tenacia di Ingundi,
arrivando presumibilmente a sospettare che fosse proprio il cattolicesimo la
causa capace di generare tanta forza nello spirito umano. Non va poi
dimenticato come Ermenegildo e la moglie si trovassero, nella Baetica ,
immersi in un ambiente profondamente cattolico.
Leandro di Siviglia

Gli ispano-romani, in genere e, a maggior ragione quelli che abitavano la regione


meridionale dell’ Hispania , vedevano proprio nel credo niceno la discriminante che
poteva distinguerli dal barbaro e perciò cercavano in ogni modo di resistere ai tentativi
della corte di Toledo di far cambiare loro idea in campo religioso. A Siviglia Ermenegildo si
trovava a respirare, in ultima analisi, un’aria piuttosto pericolosa per chi, come lui, era
poco convinto del proprio credo. Non stupisca quindi che cedette alle lusinghe cattoliche,
vinto dalle insistenze della moglie (considerata da lui un solidissimo appoggio in
un’eventuale conflitto contro il padre) e del vescovo Leandro. Questi, monaco
benedettino originario di un’antica famiglia romana di Cartagena, aveva fatto della sua
vita una missione per la conversione degli ariani nella penisola iberica. Incontrati i coniugi
reali nella sua diocesi, divenne loro amico e confessore di Ingundi.
Approfondimenti sulla lezione 39
Approfondimenti sulla lezione 39

Leandro, come altri, fu favorevolmente impressionato dalla forza d’animo dimostrata dalla
moglie di Ermenegildo e, come sovente accadeva in epoca tardoantica / medievale, poté
far leva sulla fede di Ingundi per contribuire fattivamente alla conversione del marito il
quale, ad ogni buon conto, non doveva essere particolarmente riluttante nel compiere
tale passo. Bastò dunque l’esempio della sposa, senza quindi procedere con inutili
pressioni, e il principe finì con l’abiurare l’arianesimo per il cattolicesimo. La notizia della
conversione di Ermenegildo colse di sorpresa Leovigildo il quale cominciò ad avere
pessimi presagi perché intuì di aver fatto un errore grossolano nell’inviare il suo
primogenito proprio nella provincia abitata da un gran numero di ispano-romani di
confessione cattolica e dove esercitava uno dei vescovi di credo niceno di maggior spicco.
Inoltre aveva sottovalutato l’influsso della nuora sul figlio.
Approfondimenti sulla lezione 39

Il sovrano, con ogni probabilità, non aveva ben valutato il fallimento di Gosvinta che in
ogni modo aveva tentato di farle abbracciare la confessione dei Visigoti. Il problema
diventava giorno dopo giorno di soluzione sempre più difficile perché ad osservare con
crescente interesse la tragedia che si stava profilando in seno alla monarchia visigota, vi
erano anche i loro nemici storici: i Bizantini e gli Suebi . Inoltre i Franchi sia d’Austrasia e
anche di altre zone, erano pronti ad intervenire in Hispania con la scusa della
preoccupazione per la sorte di Ingundi. Insomma un matrimonio che avrebbe dovuto
sancire un qualche periodo di tranquillità fra due famiglie regnanti, stava per scatenare,
per mere questioni religiose, delle tensioni che avrebbero potuto annientare il regno
ispanico e mettere a dura prova l’Austrasia. La nobiltà ispano-romana della Baetica
adesso non poteva più disinteressarsi delle vicende di Ermenegildo. Anzi, subodorando
un’ottima occasione da cogliere, iniziò a rialzare la testa.
Approfondimenti sulla lezione 39

L’orgoglio di discendere dal fu impero romano la indirizzò ad appoggiare senza meno il principe. Da
persone avvezze a muoversi con abilità in contesti politici estremamente delicati, quei personaggi,
spesso di famiglia senatoria, sapevano che la loro volontà di riprendersi la libertà strappatagli dai
Visigoti, da sola, avrebbe potuto ben poco alla realizzazione del loro sogno. Mentre diverso sarebbe
stato il discorso se alle loro spalle ci fosse stato l’impero bizantino. Quegli ispanici, comunque,
consideravano Bisanzio solo un mezzo per tornare a gestire la provincia dell’ Hispania e, sicuramente,
non avrebbero voluto che la penisola iberica rimanesse coinvolta in un evento disastroso quale era
stata la tragica guerra greco-gotica di pochi decenni prima. Quel conflitto aveva sì riportato la penisola
italica in ambito imperiale, ma aveva ridotto in miseria gran parte della popolazione locale, anche
quelli che, in precedenza, erano stati ricchi proprietari terrieri. Gli italici, in buona sostanza, avevano
soltanto avvertito il cambio di padrone e non certo il ritorno ai fasti imperiali. Si temeva che nelle terre
ispaniche potesse accadere qualcosa di simile che avrebbe coinvolto nel caos soprattutto i proprietari
terrieri di antica famiglia latina, coloro cioè che avevano qualcosa di importante da perdere.
Guida allo studio della lezione 39
Guida allo studio della lezione 39

Su Leandro di Siviglia e la sua azione nella Baetica si legga


di L. Montecchio, Ingundi, Bologna 2015. In particolare si
studi il paragrafo a lui dedicato del capitolo III.
Lezione 40

La guerra civile
La guerra civile

Il co-reggente Ermenegildo, da parte sua, non crediamo volesse usurpare il trono


paterno, cosa di cui venne accusato da Giovanni Biclaro e da Isidoro di Siviglia; essi
senza mezzi termini lo accusarono di voler appropriarsi della corona. Egli era il
primogenito e sarebbe spettato a lui succedere a Leovigildo, nonostante le buone prove
di sé che, dal punto di vista militare, stava fornendo il fratello Recaredo. Fino ad allora
nulla ci dice che il re avesse in mente di escluderlo dalla successione, quindi al marito di
Ingundi sarebbe bastato solo attendere il momento.
La guerra civile

Leovigildo, da parte sua, aveva fatto e si comportava come una persona che non
desiderava certo esacerbare gli animi, tanto è vero che di proposito − come dicemmo −
aveva allontanato il suo erede da Toledo. Non siamo quindi persuasi delle parole delle
fonti cui dobbiamo ricorrere per raccontare queste vicende. Esse non spiegano il motivo
che avrebbe indotto il figlio a ribellarsi al padre. Piuttosto ci sarebbe da osservare come,
per motivi diversi, era inevitabile che Giovanni Biclaro e Isidoro avrebbero criticato
Ermenegildo.
La guerra civile

L’abate biclarense, dovendo allontanare da sé l’accusa di essere filobizantino se non


addirittura spia di Bisanzio (per questo fu costretto in prigione a lungo e non − come
invece ricorda lo stesso vescovo di Girona − perché cattolico), è plausibile scrivesse male
di chi, nei fatti, aveva destabilizzato il regno di Toledo. Infine Isidoro. Egli era fratello di
quel Leandro che risultò essere importante per la conversione di Ermenegildo. Anche
Isidoro − ed è umanamente comprensibile − volle condannare la figura di chi avrebbe
potuto minare le sue aspirazioni non propriamente religiose. Isidoro, però, sarà molto
sintetico nel raccontare la triste vicenda che si era consumata nel meridione della
penisola iberica, quasi non volesse entrare vieppiù nel merito per tema di far emergere la
fede incrollabile che nutriva nel credo niceno.
La guerra civile

Diciamo comunque che concorsero una serie di concause a far convergere de facto
Ermenegildo verso la nobiltà ispano-romana e, pertanto, a farlo mettere in
contrapposizione al genitore. Il dado era tratto e al “ribelle” non restava altro che
asserragliarsi con Ingundi entro le mura di Siviglia dove, con l’aiuto della maggior parte
degli ispanici e di pochi nobili visigoti, rimase in attesa della reazione del genitore. La
serenità della consorte gli permise di affrontare la situazione senza cedere ai nervi.
Ingundi, da parte sua, aveva appena terminato di resistere alle pressioni psicologiche e
fisiche di Gosvinta di cui dicemmo, pertanto dover stare vicino al marito sarebbe stato un
compito molto più agevole oltreché doveroso. Si apprestava a diventare una sorta di
Teodora di Occidente.
La guerra civile

Leovigildo, invece di passare subito all’azione militare come il figlio si aspettava,


tergiversò. Si sarebbe infatti trattato di combattere l’amato figlio e, da politico accorto, si
rendeva conto che una guerra civile avrebbe indebolito una monarchia che ora, dopo
tante lotte intestine, poteva rappresentare il trait d’union tra il suo popolo e gli ispano
romani ad essa assoggettati. Dapprima tentò dunque tutte le strade possibili per
convincere il figlio a ritornare sulla sua decisione. Dal modo in cui agì, si deduce
facilmente che quel sovrano stesse vivendo un conflitto interiore squassante alla sola idea
di essere costretto a giungere alle estreme conseguenze contro il proprio figlio; d’altra
parte la ragion di stato imponeva senz’altro al re una qualche azione e allora inviò
ambasciatori ad Ermenegildo per indurlo a sottomettersi, mentre nello stesso tempo
ingiunse ai propri generali di non intervenire se non per difesa e prese energiche misure
onde impedire che il clero cattolico parteggiasse per Ermenegildo.
La guerra civile

Durante una tregua conciliare, Ermenegildo aveva avuto modo di rafforzare la sua
posizione, ottenendo il favore degli importanti centri di Mérida e Cáceres, riuscendo a
sconfiggere per ben due volte il duca Aion inviato dal padre. Considerata l’avventura
senza ritorno che dové affrontare, non ci sentiamo di far nostra l’osservazione del
Magnani per cui il principe si fosse convertito al cattolicesimo «insoddisfatto della
condivisione del potere con il fratello [Recaredo] … contando sull’appoggio della maggior
parte della popolazione». Vero è che, una volta intrapresa la strada della ribellione,
introdusse la concezione di un potere derivante direttamente da Dio, come si evince dalle
sue monete, dove si può leggere: Regi a Deo vita ; tuttavia siamo convinti che la sua
azione fosse soprattutto dettata dall’esempio della giovane moglie che aveva saputo
resistere alla suocera con enorme dignità, sorretta − crediamo pleonastica tale
considerazione − dalla sua grande fede.
La guerra civile

L’assedio di Siviglia si protrasse per due anni. Durante i quali gli assediati tentarono di resistere
strenuamente nella speranza che Bisanzio intervenisse. I ribelli avevano fatto male i loro conti. I
Bizantini infatti, già da qualche tempo e ancora per lunghi anni, furono impegnati in una sfibrante
guerra contro i Persiani ad Est, ma non vollero rinunziare a tutti i loro interessi occidentali.
L’imperatore Maurizio, come osserva Ostrogorsky, nonostante l’impegno militare contro i persiani, non
volle indebolire gli esarcati di Ravenna e Cartagine. Anzi, con una rigorosa e ben strutturata
organizzazione militare, cercò di renderli ancor più in grado di difendersi da soli. Per quanto concerne
i possedimenti nordafricani e quelli di Ravenna «vennero organizzati come luogotenenze militari e
l’amministrazione sia militare che politica fu affidata agli esarchi». La penisola iberica venne sacrificata
de facto in nome della difesa di territori più difendibili. In tale contesto vanno letti i successi militari di
Leovigildo e la disperazione degli ispano romani che vivevano una situazione nuova. Bisanzio adesso
nulla avrebbe potuto fare per loro. Ermenegildo, che non si trovava nella città assediata, dopo vani e
ripetuti tentativi di trovare aiuto presso le ultime roccaforti Bizantine site nella Hispania , si rifugiò a
Cordova, disperato. Quella città che già nel 572 era caduta in mani visigotiche, adesso era in procinto
di cadere definitivamente davanti a Leovigildo.
La guerra civile

Sigisberto, confinato il prigioniero in una segreta, si impegnò a lungo nel tentativo di


fargli abiurare il cattolicesimo secondo il desiderio del padre. A tali esortazioni
Ermenegildo rispose con un ostinato rifiuto e Sigisberto, il 13 aprile 585, lo uccise. Le
cronache al riguardo sono ambigue; non ci dicono infatti se Sigisberto abbia agito di
propria iniziativa o a seguito di un preciso ordine del sovrano. Personalmente
propendiamo per la prima ipotesi perché, in caso contrario, pensiamo che Leovigildo
sarebbe ricorso a un modo più discreto. Dopo la scomparsa del figlio, a Leovigildo si
presentò l’occasione di estendere ulteriormente il suo dominio nella penisola iberica in
occasione della disputa per la successione al trono suebo .
Approfondimenti sulla lezione 40
Approfondimenti sulla lezione 40

Le fonti coeve non spiegano il motivo che avrebbe indotto il figlio a ribellarsi al padre.
Piuttosto ci sarebbe da osservare come, per motivi diversi, era inevitabile che Giovanni
Biclaro e Isidoro avrebbero criticato Ermenegildo. Per il biclarense ‘ la pace del regno di
Leovigildo venne turbata da una guerra civile’. Per il futuro abate biclarense l’erede del
sovrano è senz’altro un rebellis filius e, dunque, è giustificato pienamente il genitore
quando gli si schiera contro al punto da assediare la Baetica ribelle nunc fame, nunc
ferro.
Approfondimenti sulla lezione 40

Gregorio di Tours, vescovo franco, sembra inserirsi tra i primi due e Gregorio Magno (il
quale, come vedremo, terrà in alta considerazione il figlio di Leovigldo), avendo forse
visto, nel principe visigoto, la causa incidentale della prematura morte di Ingundi. Se
infatti fosse stato evitato il conflitto contro Leovigildo, la giovane sposa non sarebbe
morta di stenti forse nel tentativo di raggiungere Bisanzio. Così però non fu e il colpevole
di tutto doveva essere Ermenegildo e il suo orgoglio. Nondimeno il vescovo di Tours
risulterà molto meno duro degli altri critici del principe.
Approfondimenti sulla lezione 40

Gregorio Magno, infine, diversamente della fonti iberiche, vede in Ermenegildo un fiero
paladino del cattolicesimo. Il principe «… constantissime responderet nunquam se veram
fidem posse relinquere … ». Il giovane erede del sovrano dei Visigoti venne, pertanto,
considerato da papa Gregorio, convinto della sua scelta di fede, prescindendo da mere
questioni dinastiche. Il pontefice, all’epoca dei fatti, era un diacono inviato da papa
Pelagio II a Costantinopoli presso l’imperatore Maurizio I. Successivamente, rimembrando
le vicende visigotiche, oltre ad esaltare il coraggio di Ermenegildo, sottolineerà anche
l’azione di Leandro di Siviglia, quale protagonista della conversione di Recaredo. Un
Recaredo convinto, per il pontefice, dal frater martyris che pro veritate mortuus .
Guida allo studio della lezione 40
Guida allo studio della lezione 40

Sulla guerra civile nella penisola iberica ai tempi di Leovigildo si legga il


capitolo ad essa dedicato sul libro di L. Montecchio, Ingundi, Bologna
2015.
Lezione 41

La situazione del culto cristiano prima


del 589 in Hispania
La situazione del culto cristiano prima del
589 in Hispania

La principessa franca Ingundi era di sicura fede cattolica, proprio cioè quella fede tanto
osteggiata dalla nobiltà visigota che vedeva in essa la religione degli Ispano-romani, ossia
di coloro che erano stati sconfitti un secolo prima e che ora, giocoforza, si dovevano
piegare non più a Roma bensì ad un popolo germanico. Quei nobili, pur ostentando una
notevole sicurezza, erano in realtà timorosi che bastasse anche solo la presenza di una
giovanissima principessa di fede cattolica per riaccendere discussioni e conflitti mai del
tutto sopiti tra ariani e fedeli al credo niceno. La penisola iberica della fine del secolo VI
viveva una situazione molto particolare perché, se da una parte i vescovi ariani avevano
l’appoggio delle istituzioni, per le ragioni di cui abbiamo testé detto, dall’altra non
avevano la forza morale e culturale per contrapporsi a un clero cattolico ben più radicato
tra la popolazione e, de facto , più preparato per la missione evangelizzatrice.
La situazione del culto cristiano prima
del 589 in Hispania

Consapevoli di quanto fosse fragile il loro retroterra culturale, gli ariani, sia nobili, sia
appartenenti all’alto clero, temevano molto, pertanto, la venuta di Ingundi. I Visigoti,
fatto da non trascurare, si sentivano comunque in territorio nemico, non fosse altro
perché erano una sparuta minoranza rispetto alla totalità della popolazione iberica ed
anche perché l’intera penisola iberica non era ancora stata da loro conquistata; i Baschi a
Nord-Est, i Bizantini a Sud non erano minacce da sottovalutare e anzi con le loro azioni
mai casuali minavano il morale del popolo dei Goti dell’Ovest che pensava di poter essere
maggiormente accettato nell’ Hispania , considerando che mai si dimostrarono
particolarmente duri con la popolazione indigena.
La situazione del culto cristiano prima
del 589 in Hispania

Pur essendosi dimostrati nella sostanza tolleranti verso chi professava altri culti, volevano
con ogni energia preservare ciò che li identificava come popolo. Inoltre, accanto alla
maggioranza cattolica, presente in modo particolare nelle città, nelle zone rurali non
irrilevante era la presenza di pagani sia fra i Romani che fra i Goti. Infine significativa era
la minoranza di fede ebraica, sebbene gli ebrei non godessero della protezione legale di
cui, al contrario, godevano gli Ispano romani. Leovigildo, che appariva fermamente
convinto della sua confessione ariana, dové piegarsi giocoforza alla real politik per
allargare la base di consenso fondamentale per garantire l’unità di un regno in
formazione.
La situazione del culto cristiano
prima del 589 in Hispania

Nel meridione, nella cosiddetta Vandalusia, i cattolici godevano di una libertà notevole da
parte di Leovigildo che permetteva loro addirittura di edificare nuove chiese oltre che di
restaurare quelle più antiche. Atteggiamento che contrastava con la proibizione per gli
ebrei di fare altrettanto con le sinagoghe che potevano essere restaurate ma non
costruite ex novo . L’ariano Leovigildo da abilissimo politico quale era, per ingraziarsi i
cattolici profughi dall’Africa da poco riconquistata dai Bizantini, senza indugio alcuno
assegnò loro terre e aiutò l’abate Donato a fondare il monastero di Servitanum , di cui
però si ignora l’esatta ubicazione: Donato si stabilì colà con settanta monaci e una
biblioteca, per l’epoca, di notevole valore.
Approfondimenti sulla lezione 41
Già dal 527, presso la corte iberica, c’era stato un risveglio di interessi culturali, non tanto
per un improvviso amore delle lettere latine da parte dei sovrani Visigoti, bensì per la
necessità di creare una burocrazia capace tanto di trattare con quella imperiale bizantina,
quanto di amministrare uno stato di recentissima fondazione. Furono proprio i rapporti
meno tesi tra ariani e cattolici che permisero la fondazione e la diffusione di importanti
scuole vescovili capaci di garantire un’istruzione di buon livello ai giovani destinati a
ricoprire cariche pubbliche, e a quelli destinati, invece, alla vita ecclesiastica. Tali scuole
erano tenute dal clero niceno che notoriamente era più preparato di quello ariano e forse
anche per questo inviso agli stessi ariani. Esse, resesi necessarie, come testé detto, per
provvedere in modo organico all’istruzione e alla formazione dei futuri religiosi, erano
aperte anche ai laici. Prima della nascita di tali scuole, la strada di chi aspirava alla vita
religiosa era solo approssimativamente delineata.
Guida allo studio della lezione 41
Guida allo studio della lezione 41

Per lo studio della situazione del culto nella Hispania dei visigoti
riportiamo al già citato libro di L. Montecchio, I Visigoti e la rinascita
culturale del secolo VII, Perugia 2006, pp. 29-38.
Lezione 42

Recaredo
Alla notizia della morte del padre Recaredo, al momento impegnato contro i Franchi che,
con il pretesto di vendicare l’uccisione del cattolico Ermenegildo marito della principessa
franca Ingundi, avevano invaso la Gallia Narbonense, rientrò immediatamente in Spagna
per essere incoronato re. Egli ottenne il riconoscimento unanime dell’aristocrazia che
aveva avuto modo di apprezzarne in varie occasioni le spiccate virtù militari. Il nuovo
sovrano apparve subito molto diverso dal padre. Mentre, per tutta la durata del suo
regno Leovigildo, pronto a cogliere ogni occasione propizia, fu impegnato in campagne
militari di conquista, il successore combatté sì valorosamente contro i Franchi e i Baschi,
ma soltanto per la necessità di difendersi, mentre nei confronti di Bisanzio il suo
atteggiamento fu conciliante, tanto che, per concludere rapidamente la pace non esitò a
riconoscerne la sovranità su alcuni territori.
A spingere Recaredo ad abbandonare la politica di conquista di Leovigildo oltre alla sua
indole avrà contribuito anche l’esperienza degli avvenimenti degli ultimi anni che avevano
mostrato con tutta evidenza come il pericolo maggiore per i Visigoti fossero le divisioni
interne tra l’elemento goto e quello ispano-romano. Il nuovo sovrano individuò dunque
nell’unificazione religiosa il mezzo più efficace per giungere alla fusione delle diverse etnie
in un unico popolo e garantire così la pace del suo regno. Da qui la conversione al
cattolicesimo sua e di tutti i Visigoti, conversione intorno alla quale sono state formulate
le più svariate ipotesi. Gregorio di Tours, ad esempio, afferma addirittura che essa era
stata preceduta dalla conversione del padre sul letto di morte.
Gregorio Magno, invece, nei Dialogi, sostiene che Leovigildo aveva incaricato il vescovo di
Siviglia Leandro di convertire il figlio. Un’altra supposizione, non suffragata da alcun
documento coevo, parla di un Recaredo convertitosi di nascosto prima della morte del
padre. L’ipotesi avanzata da Gregorio di Tours poco si adatta al carattere dimostrato dal
sovrano durante tutta la sua vita; la seconda ipotesi ci sembra una forzatura, considerato
soprattutto l’impegno di Leovigildo contro il cattolico Ermenegildo; circa la terza ipotesi, il
fatto stesso che non ci siano documenti a comprovarla, la svaluta non poco. A nostro
parere la conversione del re dei Visigoti fu, in primo luogo, frutto di un calcolo politico,
nato dal suo atteggiamento pragmatico di fronte alla realtà di un regno costituito da una
maggioranza di ispano-romani cattolici che, oltre ad essere più numerosi dei Visigoti,
costituivano la parte più ricca della popolazione.
Non si deve poi dimenticare che costoro godevano dell’appoggio dei Bizantini. Ciò non
esclude che nel re potesse essere maturato, dopo la sua ascesa al trono, un
cambiamento di quelle convinzioni religiose in cui era stato cresciuto ed educato dietro
sollecitazione, magari, delle prediche di Leandro e per effetto dell’esempio del fratello
Ermenegildo che, anche a costo della vita, non aveva abiurato il cattolicesimo. Stando
alla cronaca di Giovanni Biclaro Recaredo provvide a far giustiziare Sigisberto, esecutore
dell’assassinio del fratello. Subito dopo, nel 587, avvenuta la solenne conversione al
cattolicesimo sua e della sua famiglia, pose fine con un decreto alla persecuzione dei
cattolici. La fine della persecuzione contro i cattolici permise a Recaredo di sollecitare i
vescovi spagnoli delle due confessioni a riunirsi in concilio, a Toledo, per discutere e
approfondire le rispettive posizioni dogmatiche. Ciò nella speranza che l’abilità dialettica
dei cattolici, nelle cui file si trovavano notevoli personalità, riuscisse ad avere la meglio
sugli ariani. Solo quando il concilio si stava avviando alla sua conclusione, nel maggio del
589, il sovrano prese la parola e comunicò all’assemblea la propria decisione di farsi
cattolico.
Approfondimenti sulla lezione 42
La fede di un popolo e i vari interessi maturati all’ombra di un’antica e radicata religione
nazionale, non potessero essere spazzati via ipso facto da un ordine reale. Era fatale che,
a quel concilio, seguissero complotti e ribellioni di quella parte di vescovi, nobili, e popolo,
più legati al credo tradizionale. Giovanni Biclaro ricorda, fra questi, la stessa regina madre
Gosvinda, il vescovo di Mérida, Sunna, il vescovo di Narbona, Ateloco, il vescovo Uldila, i
conti Segga e Vitterico, il duca Argilondo e altri personaggi di un certo prestigio che
complottarono contro Recaredo, pronti a prendere le armi e a chiedere l’aiuto del re
franco Gontrano. Ma questi, intervenuto in Settimania, venne inesorabilmente sconfitto
da un Recaredo “baciato dalla Grazia divina”.
Tra i ribelli, alcuni vennero condannati a morte, altri a pene severissime, perché il sovrano
non poteva correre il rischio che, anche in futuro, si verificassero simili episodi di
destabilizzazione del regno. Nondimeno la questione religiosa continuerà ad aleggiare
come una nube minacciosa sulle teste di tutti i re visigoti che seguiranno, sino
all’invasione araba. Nello stesso periodo i Visigoti dovettero resistere a un nuovo attacco
dei mai domi Baschi che, confinati da Leovigildo all’estremità dei Pirenei, tentavano ora,
senza successo, di riconquistare i loro antichi territori.
Guida allo studio della lezione 42
Per quanto concerne la conversione di Recaredo si consideri di L.
Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo VII, Perugia
2006. In particolare si studino le pp. 38-39.
Lezione 43

Da Liuva II a Sisebuto
L’immediato successore di Recaredo, il figlio Liuva II, deciso a continuare la politica
paterna favorevole ai cattolici poté regnare soltanto due anni: nel 608, infatti, cadde
vittima di un’insurrezione capeggiata dal conte Vitterico, profondamente impregnato della
tradizione gota che , fattosi re, avrebbe voluto restaurare l’antica religione; ma gliene
mancò il tempo perché nel 610, a seguito di violenti scontri con la parte cattolica,
l’usurpatore perse, a sua volta, la corona e la vita. Dal 610 al 612, poi, il potere passò al
nobile Gundemaro, il quale, durante il suo brevissimo regno, fu costretto a ingaggiare
ben due guerre, contro i Baschi e contro i Bizantini, senza poterne portare a termine
nessuna. Entrambi i conflitti vennero portati a termine dal suo successore, Sisebuto che,
domata prima l’insurrezione basca, poté concentrare tutte le sue forze contro i Bizantini e
sconfiggere il generale Asario in due battaglie consecutive.
Quelle vittorie permisero a Sisebuto di impadronirsi delle province orientali rimaste sino
ad allora in mano di Costantinopoli che comprendevano il territorio tra Gibilterra e il Sucro
(Jucar). L’imperatore Eraclio giudicò a questo punto opportuno concludere un trattato di
pace per il quale Bisanzio rinunciava a gran parte dei suoi possessi iberici, mantenendo
solo la zona occidentale, sino alla regione dell’Algarve. L’evento che maggiormente
caratterizzò il regno di Sisebuto fu la persecuzione degli Ebrei che, sin dall’epoca
imperiale, in gran numero vivevano in Spagna protetti da apposite leggi. Nel secolo V,
con la lex Romana Visigothorum , Alarico II aveva recepito la legislazione romana nei loro
riguardi introducendo solo alcune restrizioni quali il mantenimento della separazione tra le
razze conseguita equiparando il matrimonio tra cattolici ed ebrei all’adulterio, e il divieto
per gli ebrei di possedere schiavi cristiani e di occupare pubblici uffici.
Comunque veniva confermata la libertà di culto, la validità della legge ebraica e la
giurisdizione dei loro giudici. Nondimeno la consuetudine si era mostrata più forte della
legge e, così come si continuarono a celebrare matrimoni misti, così avvenne che spesso
cariche pubbliche fossero affidate a personalità ebraiche così come non pochi furono gli
ebrei che avendo schiavi cristiani li facessero circoncidere. Con il terzo sinodo di Toledo,
Recaredo aveva già modificato la legge di Alarico II, rendendo obbligatorio il battesimo
per i figli di matrimoni misti; Sisebuto andò oltre e ordinò che tutti gli ebrei venissero
battezzati, pena l’esilio e la confisca dei beni.
Non conosciamo le motivazioni che indussero il sovrano a quella che può
essere definita una vera e propria persecuzione degli ebrei. E’ possibile tuttavia
avanzare alcune ipotesi. In primo luogo non va trascurata l’influenza che forse
ebbe in tal senso il clero cattolico su quel devoto sovrano. Non si deve
dimenticare infatti che, anni dopo, i padri del quarto concilio di Toledo, ispirato
e presieduto da Isidoro di Siviglia, volendo difendere il cattolicesimo,
dedicarono ben dieci canoni alla questione ebraica. E’ vero, d’altra parte, che
Sisebuto prese quei provvedimenti di condanna verso gli ebrei senza consultare
alcun concilio, quindi tali misure vanno attribuite solo alla sua volontà di
sovrano profondamente cattolico.
Va poi anche considerata la possibilità che la persecuzione antigiudaica
nascesse dal semplice desiderio di arricchirsi mediante la confisca dei beni e la
vendita delle dispense. Inverosimile ci appare invece l’ipotesi avanzata dal
Biclaro che vede nella persecuzione di Sisebuto, la vendetta per l’aiuto a suo
tempo dato dai Giudei ai Persiani e agli Arabi nella loro guerra contro i cristiani
d’Oriente, e ciò in quanto tra Bizantini e Visigoti da sempre non scorreva buon
sangue e non si capisce pertanto perché un sovrano goto avrebbe dovuto
vendicare un’azione ostile a Costantinopoli.
Approfondimenti sulla lezione 43
La maggior parte degli ebrei, non avendo la forza di resistere, preferì
battezzarsi e furono solo poche migliaia quelli che cercarono rifugio nella vicina
Gallia, dove i Franchi si mostrarono più tolleranti anche nella speranza di
sfruttare a loro vantaggio, in futuro, il prevedibile desiderio di rivalsa dei
transfughi contro i Visigoti. Sisebuto fu un sovrano di notevole levatura che non
si distinse solo nelle vittoriose campagne militari e nella difesa del
cattolicesimo. Egli fu anche uomo di lettere e, come vedremo in seguito, ebbe
un ruolo non marginale nella rinascita della cultura in terra spagnola.
Guida allo studio della lezione 43
Per quanto concerne la successione a Recaredo si consideri di L.
Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo VII, Perugia
2006. In particolare si studino le pp. 39-41.
Lezione 44

Da Recaredo II a Vamba
A Sisebuto, morto nel 621, succedette il figlio Recaredo II, il quale a causa della morte
prematura poté regnare solo per pochissimi giorni. Dopo di lui ascese al trono il duca
Swinthila che già si era distinto come valoroso generale sotto Sisebuto. Questi proseguì e
portò a termine le imprese militari dei predecessori, riuscendo a conquistare nel 629
anche l’Algarve, ultimo avamposto bizantino in terra spagnola. I Visigoti ormai avevano
così unificato tutta la penisola iberica salvo le zone montuose della Biscaglia, e
dell’Aragona, che continuarono a mantenere la loro indipendenza. Swinthila sconfisse
anche i Baschi che, mai rassegnati al dominio straniero, continuavano a intervalli più o
meno regolari, ad attaccare i Goti subendo per lo più gravi sconfitte. Anche in
quell’occasione la fiera popolazione basca, che cercava di impadronirsi della provincia di
Tarragona, venne respinta e dovette ritirarsi.
Swinthila, aspramente contestato, nel 631 dovette difendersi dal nobile Sisenado che, con
l’aiuto militare dei Franchi, si era mosso contro Saragozza. Il re fu sconfitto e, pur
rimanendo in vita e libero, almeno stando a un canone del concilio toletano testé citato,
dovette rinunziare alla corona. Nulla sappiamo circa il momento della sua fine che resta
coperta da un velo di mistero. Del successore di Swinthila, Sisenado, si ignorano fatti
significativi se non l’atto conclusivo del IV concilio di Toledo, presieduto da Isidoro di
Siviglia, nel corso del quale vennero prese quelle decisioni significative sugli ebrei di cui
dicemmo, e ci si pronunciò sull’ormai annoso problema della successione al trono che
comunque era destinato a restare insoluto essendo falliti, nel corso dei secoli, tutti i
tentativi dei vari sovrani di renderla ereditaria.
Quando nel 640 Chintila morì, il figlio Tulga, nel rispetto delle decisioni conciliari
(intendiamo quelle assunte dai concili toletani V e VI), accettò formalmente di apparire
eletto dalla nobiltà, la quale però non tardò a manifestare il suo malcontento, sentendosi
turlupinata da un’elezione che mal celava il ripristino, di fatto, della successione. Così si
spiegano i numerosi complotti e le insurrezioni volte a rovesciare il sovrano, che
caratterizzarono il breve regno di Tulga, finché, nel maggio del 642, il nobile
Chindasvindo, usurpato il trono, relegò Tulga in convento. Il nuovo sovrano, la cui
energia ricordava quella di Leovigildo, si mostrò ben presto determinato a evitare la sorte
del predecessore; a tal fine la sua persecuzione nei confronti della nobiltà più ambiziosa
fu implacabile: ben settecento persone furono uccise o ridotte in schiavitù. Dopo di che
Chindasvindo poté godere, durante il suo regno (642653), di un lungo periodo di
tranquillità e ciò a riprova che spesso basta la minaccia per tenere a bada eventuali
nemici.
Quanto alla politica interna, il sovrano si appoggiò al clero cattolico, sempre
pronto a preferire la successione ereditaria a quella elettiva, allorquando, nel
649, volle dividere la responsabilità del governo con il figlio Recesvindo; il quale
da quel momento, di fatto, diventò re tanto che, nel 653, alla morte del padre,
gli successe, senza ricorrere alla elezione anche solo formale da parte dei
nobili. In tal modo vennero tacitamente superate le disposizioni del canone 75
del IV concilio di Toledo proprio per volontà di un rappresentante di quella
nobiltà che tanto aveva fatto per limitare il potere regio.
Per quasi un ventennio, le cronache di cui disponiamo tacciono sui Visigoti; ci dicono solo
che nel 672, dopo un regno durato ventitré anni, Recesvindo morì e sul trono dei Visigoti
ascese Vamba. Il regno di Vamba fu funestato da una lunga serie di guerre. Egli infatti
dovette affrontare dapprima i Baschi; poi la ribellione del generale Paolo che con a
Randsindo duca di Tarracona, Childerico conte di Nîmes, e Argebaldo vescovo di Narbona,
aveva sobillato tutta la Settimania e buona parte della Tarracona; e infine i musulmani. La
guerra contro i musulmani si risolse positivamente con la sconfitta dell’esercito arabo e la
distruzione dell’intera flotta. Gli Arabi che dalle coste nord africane erano passati in
Spagna, occupando la città di Algesiras preoccupavano moltissimo la corte visigotica che
vedeva in loro una minaccia ben superiore a quella rappresentata dalla lontana Bisanzio.
Tanto che, nonostante la momentanea vittoria, Vamba comprese perfettamente che era
necessario rafforzare urgentemente l’organizzazione militare dello stato, nonché ridestare
nel popolo l’antico spirito guerriero, ormai sopito. Egli pertanto pretese che venisse
severamente applicata la legge che rendeva obbligatorio il servizio militare per la nobiltà
e una parte del clero. Nel 673, introdusse poi una legge che stabiliva la perdita dei diritti
civili per chiunque si fosse rifiutato di prestare servizio nell’esercito.
Approfondimenti sulla lezione 44
Nonostante la feroce repressione di Sisebuto, la questione ebraica non era però
risolta anche perché esisteva il fenomeno dell’abiura del cattolicesimo e del
ritorno alla religione originaria degli ebrei che si erano convertiti solo per paura.
Nel IV concilio toletano emerse la volontà dei padri di attenuare i
provvedimenti troppo drastici presi da Sisebuto. Ma secondo le direttive di
Isidoro, se da un lato si censurò l’eccessiva violenza delle punizioni per
costringere gli ebrei a cambiare religione (canone 57), dall’altro si accettarono
e sanzionarono le conversioni coatte già verificatesi, contrariamente a quanto
previsto dalla costituzione di Onorio e Teodosio del 416, che permetteva agli
ebrei fattisi cristiani per forza e non per convinzione di tornare alla vecchia
religione.
Circa la successione al trono, il canone 75 stabilì il principio della libera elezione
da parte di un’assemblea di nobili e di vescovi; legando così sempre più il
destino del sovrano alla Chiesa spagnola. D’altra parte, sin dai tempi di
Recaredo la monarchia, grazie alla quale il cattolicesimo si era potuto imporre
come confessione ufficiale, rappresentava il punto di riferimento per i cattolici
e, pertanto, non stupisce che essi, non solo tentassero di influenzare i vari
sovrani che si succedettero dalla fine del secolo VI, ma si impegnassero a
puntellare, a volte con successo, un’istituzione spesso traballante quale era la
monarchia visogota. In base al principio espresso da quel canone, nel 636,
morto Sisenado, venne eletto re Chintila, che regnò quattro anni durante i quali
gli unici avvenimenti di rilievo furono la convocazione del quinto e del sesto
concilio di Toledo.
Guida allo studio della lezione 44
Per quanto concerne la successione il regno dei Visigoti sino all’ultimo
trentennio si consideri di L. Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale
del secolo VII, Perugia 2006. In particolare si studino le pp. 41-45.
Lezione 45

La caduta del regno di Toledo


Divenuto re, Egica si affrettò a ripudiare la moglie, togliendo ai familiari di Ervige i
privilegi di cui godevano. I nobili che avevano partecipato alla cospirazione contro Vamba
furono puniti e tornarono in auge i seguaci di Vamba, già perseguitati da Ervige.
Insomma con Egica si assiste a un totale ribaltamento della situazione impensabile fino a
pochi mesi prima, cosa che scontentò buona parte della nobiltà. Un nuovo complotto
organizzato con l’appoggio del vescovo di Toledo Siseberto fu scoperto nel 692 e il
metropolita, privato della sua diocesi, fu scomunicato, condannato all’esilio perpetuo e i
suoi beni vennero confiscati. Se dobbiamo prestar fede a una denuncia fatta dallo stesso
Egica durante il diciassettesimo concilio di Toledo, gli ebrei visigoti avrebbero tramato con
le popolazioni arabe della costa africana, nel tentativo di cacciare dalla penisola iberica i
Visigoti cristiani. Intorno ai motivi che avrebbero spinto gli ebrei a una tale alleanza
possiamo azzardare solo delle ipotesi.
Nemmeno nel momento di più grave pericolo ci fu qualcuna tra la nobiltà visigota
disposto a rinunciare ai propri particolari interessi a vantaggio del bene comune. Achila,
alla morte di Vitiza, poté regnare solo per pochi mesi; fu detronizzato, alla fine della
primavera del 710, dalla solita congiura di palazzo che pose al suo posto Roderigo, duca
della Baetica . Nello scontro che seguì tra questi e Achila quest’ultimo ebbe la peggio e,
sconfitto, riparò, con tutta la famiglia, in Africa. Il regno di Roderigo è avvolto nel mistero
per la quasi totale mancanza di fonti; quello che si sa con certezza è che nel 711 un
numeroso esercito musulmano al comando di Ta’riq, luogotenente di Musa, governatore
della Mauritania, riuscì ad occupare, in rapida successione, la rocca di Gibilterra e le
vicine città di Carteya e Algesiras, dirigendosi poi su Cordova, dove la sua marcia fu
momentaneamente arrestata dall’ostinata resistenza di un cugino di Roderigo, Bencio, il
quale, seppur sconfitto, riuscì a rallentare l’avanzata nemica.
Il 19 luglio del 711, presso il lago Janda, gli Arabi riportarono un’importante
vittoria sull’esercito visigoto guidato dal re in persona. Anche in questa
occasione la sconfitta gota fu favorita dal prevalere di faide interne; i partigiani
di Achila non esitarono, infatti, ad abbandonare la loro parte per unirsi agli
Arabi. Ormai nulla sembrava poter frenare i musulmani che avanzavano verso
Siviglia; essi assediarono Cordova e, infine, entrarono in Toledo.
Nel primo anno l’insediamento arabo nella penisola iberica incontrò grandi
difficoltà a causa delle sacche di resistenza visigota da essi incontrate. Roderigo
ebbe quindi la possibilità di riorganizzare le sue forze per un ultimo e disperato
tentativo di difesa. Presso Segovia, però, nel 713 l’ultimo re dei Visigoti subì la
sconfitta decisiva, trovando, probabilmente, anche la morte in battaglia. Con la
sfortunata battaglia di Segovia si consuma l’ultimo atto del dominio dei Visigoti
sulla penisola iberica che da quel momento resterà ininterrottamente nelle
mani degli Arabi per ben sette secoli.
Approfondimenti sulla lezione 45
Le leggi di Egica circa gli ebrei erano vantaggiose per i giudei convertiti,
risultavano invece gravose nei confronti di quelli che rifiutavano il battesimo e
volevano osservare scrupolosamente la legge giudaica. Infatti, i primi, non solo
erano esentati dalla particolare imposizione fiscale prevista nel regno goto per
gli ebrei, ma era loro consentito di possedere schiavi cristiani e di praticare i
commerci. Mentre i secondi, oltre a pagare la tassa di loro pertinenza, erano
gravati anche della parte da cui erano esonerati i convertiti. I giudei, quindi,
potevano essere mossi dalla speranza che gli Arabi sarebbero stati meno esosi.
Il concilio si convinse della veridicità della denunzia di Egica e condannò alla
confisca dei beni e alla schiavitù gli ebrei della penisola. Era previsto anche che
i padroni di questi schiavi provvedessero all’educazione cristiana dei loro figli i
quali, divenuti adulti, avrebbero così potuto sposare dei Cattolici.
Questa legge restò limitata alla penisola iberica mentre non trovò applicazione
nella Gallia visigota. Negli ultimi tempi del suo regno Egica consentì al figlio
Vitiza di partecipare al governo e gli affidò la zona nordoccidentale del paese la
cui capitale era Tuy. In tal modo Vitiza, nel 701, poté succedere al padre senza
incontrare opposizione alcuna. Le scarse e incerte notizie che abbiamo di
questo sovrano riguardano un’amnistia per i nobili condannati da Egica,
nonché, sulle orme del padre, l’associazione al trono da parte sua del figlio
Agila o Achila, cui assegnò le province di Narbona e Tarracona. Inoltre si
accenna anche a scontri contro i Bizantini che, fin dagli ultimi anni di Egica,
stavano tentando di rioccupare parte delle città della Spagna meridionale; e
contro gli Arabi che, tra il 707 e il 709, cercarono di invadere la costa spagnola.
Anche questa volta il sovrano visigoto riuscì a respingerli, ma solo con grande
difficoltà; d’altra parte ormai la spinta dei musulmani si stava facendo vieppiù
incontenibile.
Guida allo studio della lezione 45
Sugli ultimi anni del regno di Toledo, poi travolto dagli Arabi si veda di
L. Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo VII, Perugia
2006. In particolare si studino le pp. 45-50.
Lezione 46

Le scuole episcopali
Quella che può essere definita la rinascita culturale della Spagna del secolo VI fu resa
possibile, in primo luogo, dalla fondazione delle scuole episcopali. Esse, resesi necessarie
per provvedere in modo organico all’istruzione e alla formazione dei futuri religiosi, erano
però aperte anche ai laici. Prima della nascita di tali scuole, la strada di chi aspirava alla
vita religiosa era solo approssimativamente delineata. Il giovane aspirante si appoggiava
al clero del luogo natale per poi, eventualmente, passare altrove. In questo suo percorso
riceveva un’educazione religiosa, ma non una formazione culturale, a questa provvedeva
sempre la scuola antica, quando esisteva, o la famiglia a cui era affidata anche la
formazione morale.
Quindi, per quanto precoce, l’ingresso nel mondo religioso non garantiva un’istruzione
adeguata e, pertanto, soltanto chi aveva la buona sorte di esser nato in una famiglia ove
già fosse un ecclesiastico poteva avere una formazione sufficiente. E’ il caso, ad esempio,
di Epifanio, parente del vescovo Crispino, che poté avere il privilegio di vivere accanto a
un uomo di grande cultura religiosa nonché lettore dei classici; si trattava però, come è
facile intendere, di eccezioni, la norma era ben diversa. Va poi detto che, inerzia
intellettuale a parte, anche dal punto di vista spirituale le cose non andavano molto
meglio, essendo la formazione morale-come detto-lasciata soprattutto all’iniziativa delle
famiglie, per non parlare delle numerose e pericolose tentazioni della vita secolare, alle
quali il giovane si trovava esposto.
Il primo gradino dell’aspirante prete era quello di lettore, poi via via diventava esorcista,
suddiacono, diacono e, infine, prete. Se, durante questo percorso, si pentiva della scelta
fatta e intendeva sposarsi, poteva farlo, almeno sino al livello di suddiacono, dato che
sino al suddiaconato, all’infuori dai servizi che doveva rendere, viveva da laico e tale era a
tutti gli effetti. Alla luce di tale situazione la Chiesa iberica sentì l’urgenza di intervenire
per garantire ai futuri religiosi una preparazione adeguata e omogenea. Dell’argomento si
discusse nei concili di Tarragona (516), Gerona (517), Lérida, Valencia (ambedue del
524), e Toledo (527).
In quest’ultimo concilio si approvò l’istituzione di una scuola episcopale in grado
di accogliere tutti i giovani che aspiravano alla vita religiosa. I giovani che
entravano nella domus ecclesiae erano istruiti da un maestro ( a preposito sibi
debeant erudiri ), sotto la supervisione del vescovo. Fino al compimento del
diciottesimo anno, la scelta dei ragazzi, spesso imposta dalle famiglie, non era
considerata definitiva. A quell’età potevano ancora decidere se vivere da laici e
sposarsi o decidere di proseguire il loro percorso sino ai voti definitivi. Solo in
tal caso essi rimanevano legati alla chiesa che si occupava della loro successiva
educazione.
Approfondimenti sulla lezione 46
Subito dopo il concilio di Toledo del 527 che decise l’istituzione delle scuole
episcopali, ebbe inizio la riflessione sui programmi scolastici. Come prima cosa
si stabilì che i chierici dovessero abbandonare qualunque attività secolare per
dedicarsi interamente allo studio. Abbiamo già detto che spesso erano le
famiglie ad indirizzare i ragazzi alla vita religiosa fin dalla più tenera età;
favorendo con ciò il compito formativo della scuola che si trovava a disporre di
coscienze più duttili e quindi più facilmente plasmabili. Si cominciava subito
infatti ad inculcare nel puer un modello di vita diverso da quello mondano,
fermo restando la possibilità di eventuali futuri ripensamenti da parte del
ragazzo, una volta giunto in età più matura. Il primo insegnamento impartito
riguardava le preghiere con cui gli alunni venivano accolti nella comunità
ecclesiale. Tali preghiere ci sono state tramandate dal Liber Ordinum e rivelano
da parte della Chiesa grande attenzione e avrebbero dovuto sentirsi sempre
libere di intraprendere una strada diversa da quella scelta per loro dai genitori.
Per quei fanciulli che diventavano chierici giovanissimi, prima di saper leggere e
scrivere, era designato un prepositus che, con occhio vigile, li seguisse durante
la loro partecipazione ai servizi liturgici. La particepazione attiva ai riti liturgici
non riguardava naturalmente tutti; mentre tutti dovevano acquisire in tempi
ristretti un primo elementare livello di istruzione che consentisse di poter
iniziare il vero e proprio percorso formativo. Gli allievi, divisi in piccoli gruppi,
erano affidati a prepositi che li seguivano nelle varie attività di studio. Durante
l’adolescenza, età particolarmente critica, i controlli sui ragazzi si accentuavano.
Essi, affidati alla responsabilità degli studenti più anziani, onde evitare la
nascita di legami particolari, vivevano tutti insieme in uno stesso luogo, così
come disposto dal IV Concilio di Toledo del 633.
Abbiamo visto che per i piccoli allievi l’istruzione cominciava con
l’apprendimento di alcune preghiere. Subito dopo ogni cura era dedicata
all’insegnamento della grammatica. Infatti, se la conoscenza delle preghiere è
necessaria per ogni buon cristiano, non è sufficiente per l’uomo di chiesa, che
deve essere in grado di leggere e meditare la parola di Dio, per poi poterla
predicare. Naturalmente ci si esercitava a leggere sui testi sacri. A riguardo
Isidoro di Siviglia raccomandava che la lettura intesa come riconoscimento delle
parole non andasse disgiunta dall’esatta comprensione del testo, dato che solo
in tal caso essa risulta efficace. Non dobbiamo infatti dimenticare che i ragazzi
leggevano a voce alta, rivolti ai compagni. Pertanto il lettore-dice Isidoro-deve
avere una voce chiara, bene impostata, accompagnata da gesti sobri, per
meglio far risaltare i contenuti degli argomenti trattati, in modo da colpire con
maggiore efficacia il cuore e le orecchie dell’interlocutore.
Guida allo studio della lezione 46
Per approfondire ulteriormente la struttura delle scuole
episcopali, il loro scopo e i loro risultati, si veda di L.
Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo VII,
Perugia 2006. In particolare le pp. 75-79.
Lezione 47

Le scuole monastiche
Quando si parla del monachesimo iberico non bisogna mai dimenticare
l’influsso su di esso esercitato da quello orientale, tanto è vero che i monaci
spagnoli erano per lo più soliti vivere come gli asceti del deserto. Anche se,
soprattutto nei monasteri situati in prossimità dei grandi centri urbani, al rigore
ascetico si accompagnava spesso un forte impegno nello studio, considerato un
mezzo altrettanto valido di elevazione spirituale. Ciò spiega l’interesse con cui
viene seguita la preparazione culturale dei giovani monaci. Nella Regola che il
vescovo di Siviglia Leandro, grande studioso della Bibbia, scrisse per il
monastero della sorella Fiorentina, si consiglia alle giovani monache di dividere
il loro tempo tra la preghiera e la lettura dei testi sacri.
Al contrario del fratello Leandro, Isidoro di Siviglia ci dà notizie più puntuali
sull’educazione intellettuale dei monaci; da lui apprendiamo che la vita in monastero
trascorreva tra la preghiera, la lettura e le discussioni. Nella Regola per la scuola del
monastero di Siviglia, scuola fondata dal fratello Leandro, erano previste tre ore di lettura
al giorno, oltre ad alcuni momenti da dedicare alla meditazione o alla discussione di temi
inerenti i Testi sacri, i cui passaggi più complicati potevano essere spiegati, su richiesta
dei monaci, dall’abate. I monaci potevano prendere in prestito i codici tutti i giorni, dalle
prime luci dell’alba, e dovevano restituirli subito dopo i vespri; chi avesse fatto cattivo uso
di quei codici, sarebbe incorso in severe punizioni; nulla ci dice però Isidoro intorno ai
metodi di insegnamento e alle materie studiate, limitandosi a sottolineare che nella sua
scuola non era apprezzato lo scherzo, e che ci si impegnava a render difficile la vita ai
pigri, considerati un peso morto e quindi meritevoli di punizioni. Il materiale di lettura non
era costituito solo da testi sacri, ma anche da pere profane, sia contemporanee che
antiche.
Isidoro, sconsiglia per lo più la lettura di opere moderne di argomento profano,
così come quelle scritte da eretici, incoraggia invece lo studio dei classici, la cui
conoscenza era ritenuta, anche da lui, fondamentale complemento nella
preparazione di un monaco colto. Comunque, anche per quanto riguarda le
opere sconsigliate, si deve supporre che il caveat di Isidoro non riguardasse
tutti, ma solo quei monaci che agli occhi dell’abate apparissero spiritualmente
fragili perché più sensibili a certe lusinghe. L’ipotesi appare confermata dalle
parole che si potevano leggere sulla porta della biblioteca di Isidoro. L’iscrizione
esortava coloro che si sentivano scandalizzati dai versi dei poeti pagani a girarsi
da un’altra parte, o meglio a limitarsi a leggere poeti cristiani quali Avito e
Sedulio. Quanto a lui, non riteneva in nessun modo di dover rinunciare alla
lettura dei suoi grandi classici, Virgilio in primo luogo.
A nostro parere, confortati in ciò dal Riché (P. RICHÉ, Le scuole e
l’insegnamento nell’Occidente cristiano dalla fine del V secolo alla metà dell’XI
secolo, Città di Castello, Jouvence, 1984), la Regula isidoriana contro le opere
profane riguardava sì, sia i monaci giovanissimi, sia gli adulti, ma di questi
ultimi non tutti, bensì solo i simpliciores. Perché quelli intellettualmente più
maturi, non solo potevano affrontare senza remore i testi classici, ma anzi tali
letture erano considerate un mezzo per meglio intendere le verità religiose.
Isidoro si occupò anche dei grammatici. Infatti essi, seppure pagani, con i loro
studi offrivano gli strumenti per migliorare la comprensione anche degli autori
cristiani; non discostandosi in ciò dalle idee di papa Gregorio Magno, il quale
considerava lo studio della letteratura classica pagana non fine a se stesso ma
necessario per un approfondimento delle Scritture e quindi per l’innalzamento
spirituale del cristiano.
Introduzione al corso
OBIETTIVI DEL CORSO
1 fornire gli elementi utili per comprendere la criminologia;
2 fornire le nozioni per comprendere la criminalistica,
sempre più indispensabile per affrontare il mestiere del
criminologo;
3 permettere allo studente di conoscere i vari aspetti
criminologici e di potersi districare tra tutte le molteplici
sfaccettature di tale disciplina;
4 fornire allo studente la base per iniziare un approccio
peritale;
5 far comprendere l’approccio metodologico di come si
affronta un caso anche con numerose ricostruzioni di casi
scuola.
Testi di riferimento

Il testo base: Compendio di Criminologia di G.Ponti e I. Marzagora


Betsos Raffaello Cortina Editore

Testi facoltativi: Un mostro chiamato Girolimoni, di F. Sanvitale e A.


Palmegiani e Omicidio a piazza Bologna di F. Sanvitale e A.
Palmegiani entrambi della Sovera Editore

La lezione principale è composta da slides del docente seguono poi


delle sessioni di studio, articoli e scritti (alcuni anche in lingua
inglese), che non hanno la struttura delle slides, l’esame finale non
verterà su queste parti.
Guida allo studio della lezione 47
Per approfondire ulteriormente il discorso sulle scuole monastiche, il
loro scopo e i loro risultati, si veda di L. Montecchio, I Visigoti e la
rinascita culturale del secolo VII, Perugia 2006. In particolare le pp. 79-
84.
Lezione 48

La legislazione visigotica
Come per gli altri popoli germanici, anche per i Visigoti avrebbe dovuto valere il principio
della personalità del diritto , in base al quale ogni uomo libero era tenuto ad osservare,
nei rapporti interpersonali, le norme fissate dall’ordinamento della propria natio . Usiamo
il condizionale perché, in mancanza di sicure e incontrovertibili testimonianze, i pareri
degli storici sono, al riguardo, oltremodo contrastanti. Alcuni credono di potere affermare
che il principio della personalità del diritto, pervenuto in Occidente al seguito delle
invasioni barbariche, sia rimasto anche nella legislazione che regolava i rapporti tra
Visigoti e Gallo-Romani o Ispano-Romani, altri, invece, affermano che tale legislazione si
basava solo sul principio di territorialità.
Dove tutti concordano è comunque nel riconoscere che il diritto visigoto subì
notevolmente l’influsso di quello romano, tanto che si mutarono tradizioni
anche molto antiche. D’altra parte abbiamo visto che, già alla stesura del
cosiddetto Codex Euricianus che il re Eurico avrebbe sottoposto all’assemblea
popolare nel 475 parteciparono giuristi Gallo-Romani; senza contare che la
necessità stessa di tradurre in latino termini giuridici germanici avrà
indubbiamente contribuito ad accentuare le analogie con le istituzioni romane.
L’altra testimonianza a nostra disposizione è una raccolta di norme valida per la
sola componente romana della popolazione nel regno visigoto, la cui capitale
era allora ancora Tolosa. Si tratta della Lex Romana Visigothorum , che fu
approvata appunto a Tolosa il 2 febbraio 506, durante il regno di Alarico II, e
per questo è detta anche Breviarum Alarici o Alaricianum (nonché Breviarum
Aniani , dal nome del funzionario che preparò e autenticò le copie da inviare
nelle varie regioni del regno), basata sul Codice teodosiano del 438. Va subito
precisato che non tutti sono d’accordo sulla datazione del Codex Euricianus , la
cui redazione alcuni fanno risalire ad epoca più tarda.
Fra questi si ricordano particolarmente il Wolfram e il D’Ors.Il primo sostiene l’ipotesi che
il Breviarum Alarici e il Codex Euricianus siano coevi, che cioé anche quest’ultimo,
nonostante il nome, sia stato in realtà redatto all’epoca di Alarico II. Egli si chiede infatti
perché mai Alarico, data l’esistenza del codice di Eurico che secondo Sidonio Apollinare,
unico testimone coevo, ebbe un’applicazione territoriale, avrebbe dovuto dedicare tempo
ed energie alla redazione di una legge esclusiva per la popolazione romana. Inoltre,
accettando la data del 475, altre domande resterebbero senza risposta: come mai i
Visigoti avrebbero lasciato trascorrere alcuni decenni prima di esercitare la loro potestas
sui Romani? e perché questi avrebbero supinamente accettato di sottostare ad una
legislazione ormai superata nella realtà quotidiana? Per non parlare poi del fatto che, nel
breve lasso di tempo di circa trent’anni, si sarebbe verificato un mutamento sostanziale
col ritorno dal diritto territoriale a quello personale, insomma un vero e proprio passo
indietro.
Approfondimenti sulla lezione 48
Il D’Ors riconosce che, almeno all’inizio, i Goti vincitori godettero dal punto di
vista legale di una posizione di privilegio rispetto ai Romani. Nel già menzionato
Codex Euricianus , ad esempio, si legge che se in un contenzioso contro un
Goto si trovano in concorrenza un Romano e un Goto, quest’ultimo va
senz’altro favorito e che, l’eventuale indennizzo che un Visigoto deve pagare, è
sempre inferiore a quello che per lo stesso motivo deve pagare un Romano.
D’altronde, dal punto di vista sociale, si può senz’altro affermare come ci fosse
una certa distinzione tra i vinti Romani e i Visigoti vincitori che detenevano il
potere; non può essere inoltre dimenticata la differenza di confessione
religiosa, cattolici i primi e ariani i secondi.
Si deve desumere che il divieto dei matrimoni misti anche quand’era in vigore
poteva però essere aggirato abbastanza agevolmente, come testimonia
d’altronde la presenza nella Spagna visigota di lapidi sepolcrali su cui appaiono
i nomi di Goti sposati a Romane e viceversa. Sempre a proposito di matrimoni
misti, si deve considerare che i Visigoti conquistatori erano in numero inferiore
rispetto ai Romani, non si capisce quindi perché avrebbero dovuto frapporre
ostacoli all’unione con i vinti. Circa le ipotesi di alcuni autori germanici secondo
cui negli invasori ci sarebbe stata una qualche volontà di mantenere la purezza
del sangue, esse ci sembrano decisamente balsane e vanno viste solo come un
frutto non commestibile dell’epoca in cui furono predette. Tutt’al più si potrebbe
pensare che, la loro esitazione a fondersi con i Romani, nascesse solo dal
timore di smarrire la propria identità.
Guida allo studio della lezione 48
Per approfondire ulteriormente il tema del diritto visigotico si veda di L.
Montecchio, I Visigoti e la rinascita culturale del secolo VII, Perugia
2006. In particolare le pp. 99-107. Là si troveranno altresì puntuali
riferimenti bibliografici sugli autori sovracitati.
Lezione 49

Teodolinda
Teodolinda, è noto, fu regina dei Longobardi e, conseguentemente, regina d’Italia per un
lungo periodo, dal 589 al 616. Era figlia di Garibaldo, primo duca dei Bavari - di stirpe
franca - e di Valdrada, figlia di Vacone, re dei Longobardi tra il 510 e il 540. La stirpe cui
apparteneva la madre di Teodolinda era quella dei Letingi, la fara longobarda regale più
nobile, avvolta da una grande aura di rispetto e venerazione presso il popolo dei
Longobardi. Aveva una sorella maggiore, il cui nome è ignoto, che nel 576 sposò Ewin,
duca di Trento, e un fratello, Gundoaldo. Di Teodolinda non si conoscono con certezza
due dati importanti: la data e il luogo di nascita. Con qualche approssimazione si pensa
che la principessa sia nata intorno al 570 o qualche anno dopo, ipotizzando che avesse
circa vent'anni o poco meno al momento delle sue prime nozze, avvenute nel 589.
Quanto al luogo forse fu Ratisbona, il principale insediamento del Ducato di Baviera e
luogo dove sorgeva il palatium dei sovrani bavari.
Nel 588, dopo che era sfumato un precedente fidanzamento con una sorella del re dei
Franchi, Childeberto II, il re dei Longobardi, Autari concluse il fidanzamento con
Teodolinda. La scelta, come è comprensibile, aveva una precisa finalità politica: fallito
ogni tentativo di arrivare ad una pacificazione con i Franchi (argomento che avremmo
modo di trattare nel proseguio dell’opera), Autari aveva optato per lo scontro aperto.
Pertanto fece in modo che si potesse giungere all’organizzazione di un’unione
matrimoniale con i Bavari, anch’essi, come i Longobardi, minacciati dai Franchi. Il
matrimonio fu celebrato a Verona il 15 maggio 589, presso il campo di Sardi; il fratello di
Teodolinda, Gundoaldo, fu nominato duca di Asti.
Autari morì improvvisamente (forse avvelenato) dopo poco più di un anno dal
matrimonio, il 5 settembre 590. Secondo il racconto di Paolo Diacono, commovente
anche se di dubbia veridicità, in quei mesi la regina letingia avrebbe a tal punto
conquistato i Longobardi da far sì che il popolo, spontaneamente, le offrisse la possibilità
di scegliersi un nuovo marito e re. La scelta sarebbe allora caduta sul duca di Torino,
Agilulfo. Più verosimilmente quel matrimonio, celebrato nello stesso autunno del 590, era
stato orchestrato dallo stesso Agilulfo, che nel maggio del 591, a Milano, avrebbe poi
ricevuto l'investitura ufficiale a re in un'assemblea del popolo. La prassi della trasmissione
del potere per via femminile, attraverso il secondo matrimonio della regina vedova, era
comunque accolta serenamente dalla società longobarda.
Teodolinda ebbe un notevole influsso sulle scelte politiche del marito. Cattolica (a
differenza del marito e di gran parte del popolo longobardo, che era ariano e pagano),
dopo un iniziale sostegno allo scisma (con ogni probabilità fino al 612 anno della morte
del suo consigliere, Secondo di Non) dialogò con la Chiesa di papa Gregorio Magno
(590604), con il quale intratteneva uno scambio epistolare. Tale scambio riguardò
soprattutto la funzione di mediatrice che la regina esercitò per assicurare periodi di
tregua nella guerra in corso fra longobardi e romani. Per il possibile influsso di
Teodolinda, furono inoltre restituiti beni alla Chiesa, reinsediati vescovi e avviati sforzi per
comporre lo Scisma tricapitolino che divideva il papa di Roma al patriarca di Aquileia. In
quegli anni il monaco Secondo di Non, tricapitolino, fu primo consigliere alla corte
longobarda. Il figlio di Agilulfo e Teodolinda ed erede al trono, Adaloaldo, fu battezzato
con rito cattolico nel 603, mentre l'aperto incoraggiamento dato dalla coppia regale alla
riforma monastica di san Colombano approdò, nel 614, alla fondazione del monastero di
Bobbio. Quel «monastero, protetto da privilegi papali, era presto divenuto un centro di
evangelizzazione cattolica ortodossa per l’Italia nordoccidentale», pertanto quella vasta
area comprendeva il regno longobardo che, in un certo senso, si fece conquistare dal
credo niceno.
Torniamo al battesimo del figlio di Teodolinda. L’assunzione di quel sacramento
significava di certo un notevole avvicinamento della coppia reale alla religione
cattolica. Il che non indusse Agilulfo alla conversione se non altro per una mera
questione di opportunità. Anche Agilulfo, come prima aveva fatto Clodoveo nel
regno franco, temeva che un simile passo facesse sorgere una qualche
resistenza tra i maggiorenti del suo popolo. «Nondimeno, come osserva Jarnut,
egli diede il proprio appoggio a Colombano. Il missionario che si era già
impegnato nella riforma di alcuni monasteri ed era noto in tutta l’Europa di
allora: nel 612 costui poteva fondare nell’Appennino nordoccidentale il
monastero cattolico di Bobbio, cui erano affidati compiti di evangelizzazione».
Di Bobbio già facemmo cenno ma la cosa, a nostro giudizio, fondamentale, fu il
consolidamento del potere del sovrano al punto che Adaloaldo venne elevato al
trono, come vennero avvicinati alla corte personaggi di sicura fede quali
Secondo di Non e il suo ministro, Paolo. Agilulfo morì nel maggio del 616
lasciando il titolo al figlio Adaloaldo ancora minorenne. Teodolinda divenne la
reggente. Una possibile insidia per la successione sarebbe potuta essere
rappresentata dal fratello di Teodolinda, il popolare Gundoaldo duca di Asti, se
non fosse che, poco prima, questi era stato assassinato. Probabile la longa
manus della stessa coppia reale che voleva salvare l’erede. Teodolinda rimase
al vertice del potere accanto al figlio, esercitando una reggenza e ricevendo il
grande sostegno del duca Sundrarit, già comandante militare e uomo di fiducia
di Agilulfo.
Come reggente, Teodolinda aveva intensificato il suo appoggio alla Chiesa cattolica,
anche per l'influsso esercitato dal consigliere latino Pietro, subentrato a Secondo.
Dapprima papa Gregorio Magno, conscio di una eventualità più unica che rara, colse ogni
pretesto per inviare alla regina i suoi scritti: «In quei giorni il sapientissimo e beatissimo
Gregorio, papa della città di Roma e autore di molti altri scritti ad utilità della santa
Chiesa, finì anche i quattro libri di vite di santi che intitolò Libro del Dialogo, cioè
colloquio a due, dato che lo aveva composto in forma di conversazione con il suo diacono
Pietro. Poi il volume venne inviato alla regina Teodolinda che papa Gregorio conosceva
devota nella fede di Cristo e attiva nelle opere buone». Come ricorda Paolo Diacono, «Per
questa regina la Chiesa di Dio conseguì molti vantaggi. Infatti i Longobardi, mentre
vivevano ancora nell’errore della religione pagana, avevano confiscato quasi tutti i beni
della Chiesa. Ma dopo che il re, mosso dalle salutari insistenze di Teodolinda, si fu
convertito alla fede cattolica, donò molti possedimenti alla Chiesa di Cristo e restituì
all’onore della loro carica i vescovi in cattività e in avvilizione».
Non ci furono attacchi ai Bizantini, che pure in quegli anni erano in gravi difficoltà a causa
della contemporanea pressione di Avari e Persiani, e anzi la diplomazia longobarda si
impegnò nella ricerca di un accordo definitivo con l'imperatore. Lo scontento della
maggior parte dei duchi si condensò intorno alla figura emergente di Arioaldo, duca di
Torino e cognato di Adaloaldo (era marito di sua sorella Gundeperga). Nel 624, quando
ormai Adaloaldo era maggiorenne ma non per questo Teodolinda aveva perso il suo
influsso sulla politica, esplose il conflitto interno tra i ribelli e il re, sostenuto dal papa e
dall'esarca di Ravenna. Infine Adaloaldo venne detronizzato, nel 626. Teodolinda morì un
anno dopo e fu sepolta, accanto al marito, all'interno del Duomo di Monza, da lei voluto.
Approfondimenti sulla lezione 49
Di seguito riportiamo le parole di Paolo Diacono inerenti il battesimo del
rampollo della casa regnante: «…Allora fu anche battezzato Adoaldo, figlio di
Agilulfo, nella chiesa di San Giovanni in Monza, ricevendolo al fonte battesimale
quel Secondo, servo di Dio di cui abbiamo spesso parlato. La Pasqua, in
quell’anno, cadde il sette aprile». Le parole di Paolo Diacono, di fatto,
sottolineano l’enorme influenza che ebbe la regina dei Longobardi a corte.
Senza la sua azione, infatti, il popolo longobardo avrebbe avuto difficoltà
ancora maggiori nel suo insediamento in terra italica. Come è noto il papato,
sentitosi da subito minacciato dalla presenza longobarda nel nord Italia, nel
centro (il ducato di Spoleto) e a sud (il ducato di Benevento), tentò in ogni
modo di affrancare la Penisola da questi barbari.
Si deve anche sottolineare che, senza quell’input della regina, un Cuniperto
(688-700) non si sarebbe potuto permettere di far diventare la stessa capitale
del regno centro attivissimo per l’attività cattolica. Tale opera di conversione,
rivolta a quei longobardi ancora riottosi ad abbracciare il credo niceno, fu
possibile per la presenza di numerosi sacerdoti bizantini i quali, a detta dello
Jarnut (J. Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino 2002), «fuggiti dal loro paese a
causa dei profondi dissidi di ordine dogmatico in seno alla chiesa orientale,
avevano posto le loro energie al servizio del papato una volta giunti in
occidente».
Guida allo studio della lezione 49
Per approfondire la storia della regina Teodolinda si consiglia di leggere
alcune pagine da Paulus Diaconus, Historia Langobardorum , ed. E.
Bartolini, Milano 1988. Si studi il libro IV di tale opera.
Lezione 50

Carlo Magno
Il regno di Carlo Magno si dipana in un lasso di tempo invero lungo. Esso va dal
771 all’814 e la sua politica segnò senz’altro, non solo il suo tempo, ma anche
quelli futuri. La sua figura fu un punto di riferimento per la cristianità tutta che
si sentiva minacciata dai musulmani e dai Sassoni, pagani. Nel 770, prima
ancora di raccogliere l’eredità regia dal padre Pipino, aveva iniziato la
cristianizzazione della Frisia (la zona costiera dell’attuale Olanda), valendosi
dell’opera missionaria dei continuatori di Bonifacio e, nel 790, quella regione
poté considerarsi facente parte integrante del regno franco.
Le campagne che maggiormente impegnarono il sovrano dei Franchi furono
quelle condotte contro i Sassoni che, fierissimi della loro libertà, vivevano
stanziati tra l’Ems e l’Elba e minacciavano, con le loro continue scorrerie, il
territorio franco. Durissime furono le spedizioni contro siffatto avversario.
Almeno venti furono le spedizioni di Carlo contro quel nemico e il re franco
dovette usare metodi molto spietati per costringere il loro re ad accettare la
religione cristiana. Numerose furono le rivolte di un popolo riottoso al giogo
franco e solo nel 797 le leggi riguardanti i Sassoni furono mitigate.
Annessa nel 778 la Baviera, Carlo attaccò gli Avari stanziati sul medio corso del Danubio.
Si trattava di tribù dedite a scorrerie pericolose che nel corso di un decennio i Franchi
annientarono. Per garantire i confini dei suoi possessi il sovrano franco creò la Marca
Orientale che corrisponde all’attuale Austria. Durante il periodo che portò le insegne di
Carlo Magno sino all’Elba, cadde sotto di lui anche l’Italia longobarda (773-774) e venne
ripresa la politica anti musulmana inaugurata dal prode avo Carlo Martello. Dopo lo
scacco di Roncisvalle, con la retroguardia dell’esercito franco sopresa dai Baschi, la
politica di Carlo si fece più cauta ma sempre decisa: sino all’800 i Franchi riuscirono a
strappare ai musulmani il territorio compreso tra i Pirenei e il fiume Ebro, creando così la
Marca di Spagna.
Dopo queste conquiste che permisero a Carlo di regnare su un vastissimo
territorio che andava dall’Ebro all’Elba, dopo che il califfo di Bagdad lo
omaggiò, dopo che i re di Scozia e Inghilterra desideravano la sua amicizia,
iniziò a farsi strada l’idea di una riunificazione dell’Europa sotto un’unica corona
come ai tempi dell’impero romano. Papa Leone III, nel Natale dell’800,
incoronò il sovrano franco quale imperatore del Sacro Romano Impero. Carlo
Magno era un nuovo imperatore dell’impero romano, stavolta insignito del
potere da Dio. Ma un impero già esisteva e affacciava sul Mediterraneo:
l’impero bizantino. In quegli anni però una donna, Irene, lo reggeva. Dunque
agli occhi del pontefice il trono imperiale d’Oriente sembrava vacante mentre
alla cristianità era necessario un solido punto di riferimento. In realtà il
pontefice preferiva un sovrano ‘barbaro’ gestibile, rispetto ad un imperatore di
Oriente che, addirittura, voleva presiedere i concili.
Il nuovo impero era però una compagine con caratteristiche diverse da quelle di Roma.
Intanto l’asse geopolitico veniva spostato verso il centro-nord europeo (Aquisgrana fu la
residenza preferita da Carlo ma non divenne mai una capitale come invece era stata
Roma), consegnando le coste mediterranee alle flotte arabe; dal punto di vista
economico si vide il crollo delle città che ancora avevano una qualche attività
commerciale a discapito di un’economia sostanzialmente rurale. La funzione dei centri
urbani venne meno per difendersi dagli Arabi. Il che compromise anche la circolazione
della moneta dato che, come dicemmo, l’economia era essenzialmente rurale, fondata
sulle grandi proprietà terriere. La popolazione rurale, sottomessa e guidata dai grandi
proprietari terrieri, produce il fabbisogno delle realtà locali senza preoccuparsi di creare
quelli che ormai sono gli inesistenti mercati cittadini.
Dal punto di vista amministrativo si poneva il problema di controllare i grandi signori, che
sono poi i grandi latifondisti, che il sovrano vuole controllare. Il monarca, pertanto, in
cambio di un giuramento di fedeltà, elargisce concessioni per ingraziarsi i signori.
L’impero quindi venne diviso in contee e marche, amministrate da conti e marchesi
strettamente legati al sovrano da vincoli di parentela o di amicizia. Oltre ai conti e ai
marchesi nel 789 fanno la loro comparsa i missi dominici cioè ispettori itineranti del
sovrano. Per risollevare le sorti di un’economia disastrata Carlo Magno emanò il
Capitulare de villis atto a dare disposizioni per regolare l’attività e la produzione delle
villae , cioè dei grandi fondi. Come è comprensibile sarebbe stato impossibile tornare alla
produzione di epoca romana ma, certamente, tali disposizioni permisero un
miglioramento della situazione.
Inoltre Carlo continuò la riforma monetaria iniziata da Pipino, stabilendo il
monometallismo a base argentea. Riorganizzò la giustizia adottando la procedura per
inchiesta, mutuandola dalle consuetudini giudiziarie dei tribunali ecclesiastici.
Approfondimenti sulla lezione 50
Per approfondire la conoscenza del mondo di Carlo Magno suggeriamo
immagini significative che lascino il lettore trasportato dalla fantasia. Non si
tratta certo di un mondo fantastico ma del vero e proprio inizio dell’epoca
medievale. Dunque riteniamo che si inizi ad apprezzare visivamente quei
cambiamenti, anche di gusto, che ci sono stati nel mondo europeo dominato da
un impero germanico, il primo della storia
Guida allo studio della lezione 50
Per una visione di insieme su Carlo Magno e le sue imprese si consideri
di H. Fichtenau, L’impero carolingio, RomaBari 1986. In particolare
suggeriamo di studiare le pp. 115-143 inerenti la cultura in epoca
carolingia.
Lezione 51

La Schola palatina
Carlo Magno non fu soltanto un prode condottiero e un abile politico. Egli,
infatti, dimostrò di avere una visione davvero ampia, capace di andare al di là
del proprio tempo. L’istinto del grande uomo quale era gli suggerì di prestare
grande attenzione alla cultura.
Non a caso si circondò, lui persona analfabeta che, si dice, abbia imparato a
firmare poco prima di morire, di persone colte. L’atto che, forse, fu decisivo per
salvaguardare la cultura latina in Europa, fu quello della fondazione della
Schola palatina , dove vennero educati i figli della nobiltà più elevata che
risiedevano a corte. Vaghi accenni di ripresa culturale si erano avuti in Irlanda e
Inghilterra grazie alla tradizione culturale cristiana che ebbe come campione il
Venerabile Beda (673-735).
Adesso, grazie all’impegno di Carlo, anche vescovadi e monasteri franchi
dovettero studiare le lettere. Insomma l’imperatore volle seguire ciò che nella
Spagna dei Visigoti era stato fatto. La Schola palatina venne affidata ad Alcuino
di York (735-804) che, come aveva fatto Isidoro di Siviglia nella Hispania, con
la sua instancabile opera di compilatore di manuali per l’insegnamento riuscì a
mantenere e a trasmettere un vasto patrimonio culturale. Nei monasteri furono
istituiti gli scriptoria in cui laboriosi amanuensi trascrivevano, preservandoli
dalla distruzione, testi di opere classiche.
La funzione della Schola palatina fu determinante per una ulteriore rinascita
culturale europea. Se la prima fase di tale rinascita avvenne, come vedemmo,
nella Hispania visigotica e fu là confinata, adesso, con Alcuino, si provvide a
chiamare monaci irlandesi, ma anche ispanici che fuggivano gli Arabi, e si tentò
una programmazione che avrebbe portato frutti a media scadenza. In effetti è
probabile che non si pensasse ad enormi benefici per la cultura europea sic et
stantibus ma, soprattutto, ad una riorganizzazione di quella franca. Eppure
dalla schola palatina si ebbero, in tempi brevissimi, cambiamenti positivi per
tutta la cultura del Vecchio continente. Anche nel caso franco, furono i cenobi il
fulcro di tale rinascenza. D’altronde quei luoghi erano gli unici dove ci si
potesse dedicare indisturbati allo studio e all’insegnamento.
Approfondimenti sulla lezione 51
Anche per quanto concerne il discorso che abbiamo tentato di proporre
sull’importanza della Schola palatina pensiamo sia maggiormente incisivo e,
quindi, più utile, mostrare alcune immagini di codici miniati i quali sono il frutto
più succosa dell’opera dei monaci. Di quelle persone cioè che in un modo o
nell’altro poterono avvicinarsi alle lettere e all’arte grazie agli insegnamenti
ricevuti nelle scuole monastiche europee. Cioè di quelle scuole che, dopo i
monasteri ispanici, portarono la cultura in ogni dove nelle terre che avevano
ospitato il più grande impero del mondo: quello romano.
Guida allo studio della lezione 51
Per una visione di insieme sull’impegno profuso da Carlo Magno
all’uopo di far convergere quanti più studiosi importanti della sua epoca
nella Schola palatina riporto a H. Fichtenau, L’impero carolingio,
RomaBari 1986, pp. 115-143.
Lezione 52

La cultura dell’ambiente in ambito


monastico
Quando Roma e il suo impero lasciarono il posto ai cosiddetti regni romano barbarici era
iniziato un evo nuovo. Erano ormai almeno un paio di secoli che il cristianesimo aveva
preso piede all’interno dell’impero, ma tra i secoli quarto e quinto il cambiamento divenne
irreversibile. Nel mondo rurale si era affermato anche in Occidente il monachesimo che
però, è noto, aveva caratteristiche differenti rispetto a quello orientale. Pure si può
considerare simile l’atteggiamento monastico rispetto alla natura. Il cristianesimo pensa
alla natura come all’insieme dell’habitat biologico e cosmico che costituisce l’ambiente
dell’uomo, nel quale egli è immerso e con cui entra in simbiosi con il suo corpo in una
relazione viva e in costante dialogo.
L’ambiente però viene visto come totalmente distinto da Dio e, pertanto, dissacrato. In
realtà la natura è creatura, ma proprio la Genesi indica nell’uomo il dominatore
dell’Universo e quindi anche della natura. Discorsi sulla Natura, quindi, sulla sua
importanza, sull’ambiente, vennero inevitabilmente visti come privi di senso per il fine
ultimo dell’Umanità tutta, che è quello di tendere a Dio. Vivere immersi nella natura, fare
parte di essa non viene considerato dai Padri e nemmeno dai cristiani di generazioni
successive. Essi dovevano perseguire la Salvezza, si sentivano facenti parte del Corpo
Mistico, più che della natura. Il cristiano sembra voler sorvolare sulla punizione che Dio ci
ha inflitto e cioè di dover trarre il cibo con dolore e fatica proprio dalla terra. Vedremo
come il monachesimo accetterà il lavoro manuale e, pertanto, il lavoro agricolo, perché
necessario, ma non vedrà in esso una sorta di rapporto con la terra genitrice anche
nostra (‘polvere sei e in polvere tornerai’).
La maggior parte dei pagani considerava la natura in modo istintivo, parte del mondo
divino. Essi dunque avevano nei suoi confronti ‘un atteggiamento caratterizzato da una
sorta di sottomissione a un ordine, a un destino inesorabilmente subìto e accettato con
fatalismo’. Contemporaneamente ci sono degli studiosi latini, Boezio per esempio, che
portano avanti il pensiero aristotelico, mentre Agostino ragionerà sul pensiero platonico
rivisitato (‘l’anima ragionevole non deve adorare come suo dio le cose che per natura le
sono inferiori né deve considerare superiori a sé come dèi le cose perché il vero Dio l’ha
creata ad esse superiore’). Tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo, sembrava che gli
studiosi, gli ecclesiastici, non si ponessero specifiche domande sulle questioni inerenti la
natura, pur elencando tutto ciò che veniva loro tramandato dall’antichità classica.
In epoca carolingia, al contrario, abbiamo esempi in libri anglosassoni di come si
conoscesse in modo approfondito la flora.
I Padri della Chiesa erano impregnati di cultura romana, dunque portavano con sé molti
aspetti di quel modo di vedere il kosmos. Riuscivano, però, ad andare oltre e, in qualche
modo, questo ‘oltre’ significò un allontanarsi dai problemi che proprio il rapporto tra
l’uomo e il kosmos comportava. Come abbiamo appena detto, la natura viene distinta da
Dio perché anch’essa ‘creatura’ mentre l’uomo deve proiettarsi verso il Creatore. I monaci
non si discosteranno certo da queste premesse.
Approfondimenti sulla lezione 52
Paolino di Nola, di famiglia senatoria, in alcuni versi dei suoi Carmina, pur non
esprimendo concetti pregnanti sull’ambiente, dimostrava, nei fatti,
un’attenzione particolare per il Creato:
O sorgente della parola,
Verbo Dio,
ascolta e fammi ora canoro con dolce voce
come il famoso uccello della primavera
che, nascosto sotto il verde fogliame,
suole con molteplici ritmi
addolcire
i campi deserti ed effondere
con una sola lingua molte voci cambiando melodia,
uccello di un solo colore nelle penne,
ma variopinto nei canti..
Ora mostreremo immagini di monasteri che, a volte erano sperduti in zona
rurali, altre volte erano costruiti vicino le zone abitate e altre volte ancora si
trovavano addirittura nelle città.
Quei luoghi di culto avevano una caratteristica: erano sempre immersi nel
verde cioè erano immersi nella natura. I monaci da sempre rispettavano la
natura, le sue stagioni, anche i suoi capricci.
Guida allo studio della lezione 52
Per approfondire il tema della cultura dell’ambiente in ambito
monastico riporto al contributo di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in “Pollution
and Environment in the Ancient World and the Classical Thought”
Freie Universität, Berlin 16-18 October 2014, Cordovana-Chiai eds.,
Berlino 2016.
Lezione 53

Sempre sull’ambiente in epoca


monastica
Il monaco, anche quello occidentale, pur mostrando un’attenzione diremmo necessaria
nei confronti della natura, si discostò non poco dal punto di vista del mondo latino. Si
vuole dimostrare come in ambito monastico, durante la Tarda Antichità, ci fosse una
qualche attenzione rispetto all’ambiente. Tale attenzione era senz’altro diversa da quella
dimostrata dai Greci prima e dai Romani poi; tuttavia qualcosa vi era. Abati, monaci
esperti, novizi, tutti mostravano un naturale slancio verso la natura. Ciò non era scontato
in ambito ecclesiastico se è vero che, subito dopo, nel cosiddetto Alto Medioevo, gli
aspetti inerenti la natura verranno sostanzialmente ignorati. La Chiesa dovrà attendere
l’avvento di san Francesco perché qualcuno torni a parlare degli aspetti del Creato come
qualcosa che andava al di là dell’uomo, pur essendo legati all’uomo stesso.
Con Benedetto da Norcia il monachesimo occidentale si trovò ad affrontare la questione
del rapporto con la natura. Non fu frutto di un qualche ragionamento, ma semplicemente
il giusto approccio — diremmo ‘naturale’ — alla realtà. La regola benedettina recita ora et
labora e tale impegno, ovvero il laborare, che andava al di là della preghiera in senso
stretto, era legato alla natura e alle suppliche a Dio. L’essere umano, infatti, si è sempre
dovuto confrontare con gli aspetti naturali dell’ambiente ove viveva per cercare di vivere
oltre che di sopravvivere. Dagli uomini di Chiesa la natura viene sempre vista in modo
quasi superstizioso, almeno, come dicemmo, sino a san Francesco. La natura, parte del
creato, viene utilizzata per vivere, ma con circospezione. Quando l’idea monastica viene
portata in Occidente si era verso la fine dell’epoca romana. I monaci, pertanto, erano
comunque romani e la loro cultura era latina.
Coevo di Paolino di Nola (di cui torneremo a parlare negli approfondimenti) è Giovanni
Cassiano il quale, nelle sue Istituzioni cenobitiche, trattato dove si descrivono le usanze
dei monaci orientali, ammonisce circa l’importanza del lavoro, inteso come lavoro dei
campi: ‘una volta compiuti questi doveri spirituali in tempo ragionevole, non si trascurino
i necessari obblighi del lavoro’. A tal proposito interessante leggere le sue parole che
esaltano il lavoro manuale, almeno rispetto ad altre Regulae del monachesimo
occidentale che, come vedremo, accettano tale lavoro perché indispensabile per la
sopravvivenza, ma accessorio ai fini spirituali.
... durante queste veglie si dedicano al lavoro, per evitare che, restando in ozio, il sonno
li possa sorprendere. Come infatti non concedono quasi alcun tempo all’ozio, così pure
non pongono alcun limite alla meditazione spirituale, ed esercitando simultaneamente le
virtù del corpo e dell’anima, fanno sì che al profitto dell’uomo interiore corrisponda quello
dell’uomo esteriore: nei movimenti impuri del corpo e nell’instabile ondeggiamento del
cuore gettano il peso del loro lavoro come un’ancora salda e immobile, e con tale vincolo
riescono a trattenere all’interno dei muri della cella l’instabilità e le divagazioni del cuore,
come in un porto sicurissimo. E così, rivolgendo la propria attenzione unicamente alla
meditazione spirituale e alla custodia dei pensieri, non solo non impediscono che la
mente, che rimane sempre vigilante, si lasci trascinare a dare il proprio consenso a una
qualche suggestione malvagia, ma la preservano anche da ogni pensiero inutile e ozioso.
Perciò, non è facile discernere quale delle due cose dipenda dall’altra: se cioè essi
pratichino un lavoro manuale incessante grazie alla meditazione spirituale, oppure se sia
proprio grazie alla continuità del lavoro che essi riescono a raggiungere un grado di
progresso spirituale così avanzato e una così grande luce di conoscenza. Cassian., Le
istituzioni cenobitiche 2.14.
Approfondimenti sulla lezione 53
Torniamo a Paolino di Nola e alla sua delicatezza nel descrivere il cinguettio di un
usignolo. Ciò indica quel genere di attenzione non dovuta soltanto ad un rapporto più
intimo con la natura rispetto ai tempi moderni, bensì una sensibilità rara di un uomo
verso il Creato. Paolino era però di cultura latina, aveva abbracciato il cristianesimo da
adulto. Diversa, insomma, la sua predisposizione verso l’ambiente rispetto ai monaci di
secoli successivi. Ma vediamo altri esempi del suo modo di osservare l’ambiente naturale.
Nell’epistola 23 splendido il paragone delle opere dei fedeli con la rugiada:
...ora, invece, nella luce della Chiesa,
come nel massimo splendore della luna piena,
e negli uomini santi, come stelle purissime nel cielo sereno,
stillano le opere dei fedeli
simili alle rugiade nella notte di questo mondo.
Il topos lettarario di Cristo quale ‘sorgente’ è, diremmo, abusato nei testi sacri.
Nondimeno la poesia di Paolino lo esalta vieppiù rendendo ancor più viva tale metafora:
Tu, o Cristo sorgente, ti prego,
vieni a nascere nel mio cuore,
perché viva zampilli per me la vena della tua acqua...
Coloro che berranno di te, o Cristo,
ristorati dal dolce torrente,
non avranno più sete...
Guida allo studio della lezione 53
Per approfondire il tema della cultura dell’ambiente in ambito
monastico riporto al contributo di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in
“Pollution and Environment in the Ancient World and the Classical
Thought” Freie Universität, Convegno internazionale, Berlin 16-18
October 2014,
Cordovana-Chiai eds., Berlino 2016.
Lezione 54

Ancora sull’ambiente
In ambito monastico le parole di Cassiano lasciano il segno perché, in fondo, Benedetto
da Norcia non si era espresso in termini così perentori sul lavoro in generale né, tanto
meno, su quello agricolo come avremo modo di vedere. Però l’ambiente e la cultura
dell’ambiente appare, per usare un eufemismo, sfumata in Giovanni Cassiano il quale,
come solitamente facevano i cristiani, usa belle metafore in cui protagonisti sono gli
elementi naturali, ma che servono solo ad elevare l’uomo verso Dio. Non c’è mai, quindi,
alcuna reale consapevolezza dell’importanza dell’ecosistema che ospita l’uomo.
Sant’Agostino, guida spirituale per il monachesimo occidentale, nel De doctrina christiana,
affronta argomenti inerenti la natura nel suo complesso. Egli non focalizza mai, in modo
esplicito, l’attenzione sugli stessi temi su cui, in precedenza, era stato posto l’accento dal
mondo romano. Adesso, infatti, si tende ad osservare la caducità del mondo naturale,
degli aspetti terreni dell’umanità, i suoi limiti. Il santo di Ippona tende a considerare la
nostra carnalità come una sorta di prigione (in proposito si pensi al Vangelo di Matteo in
cui la carnalità umana viene evidenziata e, a volte, stigmatizzata) che lega l’anima alla
Terra. Il nostro spirito però è destinato, non appena morirà il corpo, a volare via. Ad ogni
modo con Agostino si capisce ciò che secoli prima aveva detto san Paolo e cioè che la
parte terrena della vita umana è fondamentale, ma che la nostra aspirazione sta
nell’immortalità.
Tali ragionamenti, in modo, diremmo inevitabile, allontanano lo sguardo del cristiano
dalle questioni pratiche, terrene, quasi fossero aliene dall’uomo. Tra San Paolo e Agostino
aumenta vieppiù lo iato tra il mondo naturale, di cui pure l’uomo fa parte, e l’essere
umano il quale deve perseguire il divino. D’altronde, determinati ragionamenti ricalcano
ciò che viene espresso esplicitamente nella Genesi. Ed è sempre la Genesi che guida le
idee cristiane su come si deve porre l’uomo nei confronti del Creato.
Agostino è un romano, prima ancora di essere un cristiano, e conosce molto bene il
mondo in cui vive. Di qui, nel De doctrina christiana, fa un riferimento significativo alle
sue conoscenze botaniche che indicano un sano apprezzamento dell’ambiente.
È facile invece capire come mai la pace permanente sia significata dal ramoscello di olivo
che la colomba riportò all’arca al suo ritorno. Questo, perché sappiamo che l’olio, anche
se liscio, se tocca un altro liquido non si altera e, quanto alla pianta stessa, è tutto l’anno
coperta di foglie verdi. Viceversa, molti non conoscono cosa sia l’issopo e quale vigore
abbia. Esso giova a liberare il polmone [dal catarro] e così pure, a quel che si racconta,
riesce con le sue radici a penetrare la roccia, essendo un’erbetta bassa e piccola. Per
questo non riescono a trovare il motivo per cui è detto: Mi aspergerai con l’issopo e io
sarò mondato.
Il santo di Ippona poi lancia uno sguardo sui giovani e sulle loro menti. Anche in questo
caso tende a coniugare il desiderio di conoscenza con l’amore verso Dio. Il che non
allontana necessariamente l’uomo da mere questioni pratiche come può considerarsi la
cura dell’ambiente. Agostino esplicitamente non dirà nulla a riguardo, ma alcune sue
parole possono venire interpretate come una apertura al mondo. Ora, soprattutto per
quanto concerne l’ambiente crediamo opportuno sottolineare queste parole del Santo:
‘Una parola sulle altre scienze che si trovano presso i pagani. Positiva è la descrizione
delle cose, passate e presenti, che riguardano i sensi del corpo. Ad esse devono
aggiungersi gli esperimenti e le supposizioni delle arti utili nell’ambito della fisica. Positivo
pure l’uso del metodo del raziocinio e del numero’. August., de doct. chris. 2.25.
Approfondimenti sulla lezione 54
A proposito della carne vediamo cosa il santo di Ippona dice:
‘Non c’è dunque alcuno che odi se stesso: sicché al riguardo mai c'è stata
controversia con una qualche setta. E anche riguardo al corpo, nessuno lo odia,
ed è vero quello che dice l’Apostolo: Nessuno ha mai odiato la sua propria
carne. Che se alcuni dicono di preferire ad ogni costo di essere senza corpo,
essi dicono una falsità: odiano infatti non il loro corpo ma la sua corruttibilità e
pesantezza. Per cui non è che non vogliano avere nessun corpo ma lo
vorrebbero incorruttibile e sommamente agile, deducendone però che, se il
corpo fosse così, non sarebbe più corpo ma anima.
Riguardo poi a coloro che sembrano quasi infierire contro il loro corpo per la
continenza che praticano o le fatiche che affrontano, coloro che ciò fanno
rettamente non si comportano così per non avere il corpo ma per averlo
soggetto a se stessi e pronto alle opere necessarie. Combattendo
faticosamente contro il proprio corpo si allenano ad estinguere le passioni che
vorrebbero servirsi malamente del corpo, vale a dire tutte quelle abitudini o
inclinazioni che portano l'anima a godere delle cose inferiori. Tant’è vero che
costoro non si uccidono ma hanno cura della loro salute’.
Guida allo studio della lezione 54
Per approfondire il tema della cultura dell’ambiente in ambito
monastico riporto sempre al contributo di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in
“Pollution and Environment in the Ancient World and the Classical Thought”
Freie Universität, Convegno internazionale, Berlin 16-18 October 2014,
Cordovana-Chiai eds., Berlino 2016.
Lezione 55

Sempre sull’ambiente
Non troppo differente è la visione dell’ambiente dei monaci orientali. Anzi essi,
poiché privilegiavano l’ascetismo e l’eremitismo, vivevano la natura che li
circondava in modo ancor più intenso. Nondimeno, anch’essi non dimostrarono
particolari attenzioni verso l’ambiente che li circondava.
Sin dall’epoca dell’egiziano sant’Antonio (quarto secolo) il rapporto con la
natura, per un cristiano, era evidentemente molto forte. Atanasio di
Alessandria, nella sua Vita di Antonio scrive che, quando il santo andò ad
abitare sulla cima di un monte (probabilmente presso l’odierna Wadi el-Arab, a
una trentina di chilometri dal mar Rosso, ove si trova il monastero di
sant’Antonio), per evitare disagi ad alcuni dei suoi discepoli che volevano
portargli il pane, chiese loro:
‘una zappa, una scure e un po’ di frumento. Quando gli portarono queste cose,
esplorò i dintorni della montagna e, trovato un piccolo campo adatto alla
coltivazione, cominciò a lavorarlo e, dato che il fiume gli forniva acqua in
abbondanza per irrigarlo, cominciò a seminare (con il sudore della sua fronte,
come dice la Genesi). Così fece ogni anno e in questo modo si procurò il
pane... In seguito, vedendo che altri ancora venivano da lui, si mise a coltivare
anche alcuni ortaggi perché chi veniva a trovarlo ricevesse qualche conforto
dopo la fatica di quel difficile cammino’. Atan. Aless., Vita di Antonio.
Dallo scritto di Atanasio si evince come Antonio ‘usasse’ la natura per
sopravvivere senza tentare minimamente di ‘modificarla’ né, tanto meno, di
inquinarla in qualsivoglia modalità. Egli riuscì quindi a integrarsi perfettamente
nell’ambiente, almeno secondo i dettami biblici. Non che questo fosse lo scopo
della sua vita ma, de facto, insegnò ai suoi seguaci e quindi ai monaci di
comportarsi in tal modo con l’ambiente circostante. Va d’altra parte considerato
come nelle zone rurali o, come nello specifico, in montagna, l’ambiente offra
situazioni favorevoli alla sopravvivenza dell’uomo, senza che questi debba
costruire in modo sconsiderato o apporre significative modifiche all’ambiente
stesso. Diversa è invece la vita nelle città. Là, infatti, si deve necessariamente
pensare alle tubature per le fognature, a costruire in modo anche selvaggio pur
di accogliere i cives. Insomma la realtà cittadina ha da sempre imposto regole
che a volte andavano contro gli equilibri naturali. Torniamo nell’Occidente
cristiano.
Per quanto concerne la già citata Regola benedettina si osservi come non ci sia
alcun riferimento esplicito all’ambiente circostante il monastero. Eppure
Benedetto qualcosa la dice esplicitamente. Egli indica le ore in cui i confratelli
devono ‘essere occupati nel lavoro manuale’, sottointendendo il lavoro dei
campi. Regula sancti Benedicti 48.
Tale lavoro produrrà il cibo capace di saziare i monaci e questo cibo verrà
distribuito secondo regole ben precise, in modo da evitare eccessi dannosi. Da
sottolineare che base della dieta monastica fossero verdure cotte, mentre il
consumo della carne era vietato (quindi non era previsto abbattere animali per
cibarsene), se non in caso di malattia.
Pertanto per la refezione quotidiana ‘...siano sufficienti per tutte le mense due
pietanze cotte, (...) sicché chi non potesse mangiarne una, si rifocilli con l’altra
(...) se ci fosse modo di avere frutta o legumi freschi, si aggiunga una terza
pietanza’. Giudichiamo di notevole interesse l’accettazione del lavoro dei campi
che si farà (con misura, mensurate) si necessitas loci aut paupertas exegerit.
Da qui si evince che il rapporto con l’ambiente diventa necessario ma non è
auspicato. È la congiuntura economica sfavorevole che induce Benedetto a
parlare e legiferare anche sul lavoro dei campi. Appare quindi evidente come
egli avrebbe preferito che i suoi monachi si dedicassero solo alla preghiera e
alla lettura di testi sacri. D’altronde anche Macario nella sua Regola invita i
confratelli a dedicarsi madefacti ad una laboriosam operam e a non odiarla. Al
contempo, però, lo stesso Macario dice che ‘all’ora della preghiera, quando è
stato dato il segnale, chi non smette immediatamente il lavoro che sta facendo
– poiché niente è da anteporre alla preghiera – e non sarà pronto, sia lasciato
fuori affinché ne arrossisca’.
Approfondimenti sulla lezione 55
Le diverse Regulae dei monasteri della Tarda Antichità dell’Occidente europeo
dimostrano un totale disinteresse all’ambiente. E non è un disinteresse legato
alla vita monastica. Anzi, come facemmo dianzi cenno, proprio i monaci
avrebbero potuto mostrare una sensibilità maggiormente spiccata verso la
natura. Non possiamo, d’altronde, dirci stupiti considerata anche la situazione
precaria dei regni romano barbarici e della vita di quei monaci.
Pochi secoli dopo le cose non sono radicalmente cambiate. Si consideri la
vicenda del vescovo inglese Ceadda, di cui parla Beda il Venerabile.
A lui venne affidata la regione dei Merciani (l’Essex) e, alla sua morte a seguito di
un’epidemia, nel 644, avvenne qualcosa di straordinario. Leggiamo le parole di Beda in
proposito:
Il luogo della sepoltura è coperto da una struttura di legno, a forma di piccola casa; nella
parete c’è un’apertura attraverso la quale i pellegrini infilano la mano e asportano una
manciata di terriccio; se questo terriccio viene stemperato nell’acqua, e quest’acqua viene
data da bere ad animali o uomini malati, subito la malattia cessa e torna la gioia per la
salute recuperata.
Beda ci racconta anche di come durante il dominio di Edwin, la Britannia avesse goduto
di un periodo sereno, rispetto a quelli precedenti. Il re, racconta il venerabile Beda, ‘dove
aveva visto sulla pubblica strada limpide fontane, fece innalzare delle pertiche con appesi
boccali, perché i viandanti potessero bere’.
Da quel racconto si evince che, quando i tempi lo permettevano e cioè quando regnava la
pace, anche in Britannia vi era una qualche attenzione per l’ambiente certificata anche
dai religiosi. Si trattava però di un concentrarsi rivolto ad aspetti fondamentali ma,
diremmo, basici. L’acqua è l’alimento per eccellenza senza il quale nessun essere umano
può sopravvivere. All’epoca di Edwin mancava la raffinatezza dei Romani; non c’era
nemmeno quel minimo di scienza dei gallo romani o degli ispano romani. Gli elementi
naturali, l’acqua in particolare, vengono visti come ‘mezzi’ dell’uomo e, pertanto, possono
essere pienamente utilizzati dall’umanità per il proprio benessere. D’altronde, l’essere
umano sin dalla Genesi è consapevole di ciò. Il che, ovviamente, non ha mai significato
uno sfruttamento della natura stessa ma un semplice suo utilizzo. I monaci, seppur
maggiormente immersi nella natura rispetto al clero secolare, sembravano avere molte
meno attenzioni dei pagani Romani verso la natura. Anche per il mondo cenobitico infatti,
un conto era l’essere umano, un conto era il creato, quasi si trattasse di questioni
differenti. Un conto era, come vedemmo, l’impegno verso la preghiera, un conto era
l’impegno quotidiano nei campi. Attività nemmeno comparabili seppur fondamentali, l’una
e l’altra. La prima necessaria per la vita dello spirito, la seconda per la vita materiale.
Guida allo studio della lezione 55
Per approfondire il tema della cultura dell’ambiente in ambito
monastico riporto ancora al contributo di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in
“Pollution and Environment in the Ancient World and the Classical Thought”
Freie Universität, Convegno internazionale, Berlin 16-18 October 2014,
Cordovana-Chiai eds., Berlino 2016.
Lezione 56

Il monachesimo ispanico e l’ambiente


Alcuni monaci rifletteranno maggiormente sul fatto che l’uomo sia parte di un tutto,
quindi indagheranno sulla fisicità della Terra senza però arrivare alla sensibilità dei
Romani circa l’ambiente. Curiosa semmai è l’ubicazione di tutti questi religiosi che
nacquero e operarono nella Hispania dei Visigoti. Si veda, ad esempio, le Etymologiae di
Isidoro di Siviglia il quale, in un certo qual modo, parlando del mondo ‘del suo moto
perpetuo: del moto del sole, della luna, dell’aria, del mare’ approfondisce, insomma, temi
legati alla natura. Varrone, il vescovo di Siviglia, elencherà gli elementi a seconda della
loro natura di ‘esseri animati’ o a seconda che traggano il moto da loro stessi o subiscano
l’impulso iniziale da altro.
L’aspetto essenziale del creato è l’uomo, che fa parte della natura, ma che sembra quasi
non identificarsi come parte di essa. Come scrive il FONTAINE ‘l’homme demeure ainsi – en
un sens noveau et relatif – l’être en qui le sophiste grec Protagoras avait vu la mesure de
toutes choses’ (J. FONTAINE, Isidore de Séville, Turnhout 2000).
Il che significa, inevitabilmente, che altri aspetti del mondo naturale, seppur ammirato
per la sua bellezza dall’uomo, passano in secondo piano. Comunque anche Isidoro, come
d’altronde altri padri della Chiesa, osserva come sia la natura a ‘far nascere gli esseri’. Egli
osserva anche come l’uomo, pur traendo origine ab humo (Genesi 2.7), alza lo sguardo al
cielo per rivolgerlo al suo Creatore.
D’altronde Isidoro, nella sua ultima opera, le Sententiae, sottolinea il cammino parallelo
che fanno il mondo e l’uomo. Egli ricorda come ‘la disposizione razionale del mondo la si
deve considerare a partire dall’uomo. Perché se pure l’uomo tende alla sua fine
percorrendo le diverse età, così il mondo tende alla medesima fine per il fatto che si
distende nel tempo, la crescita apparente dell’uomo e del mondo è all’origine stessa del
loro declino’.
E ancora ‘tutte le cose sotto il cielo sono state fatte per l’uomo...’; ma l’essenza principe
del pensiero di Isidoro è contenuta da tale considerazione, che ‘tutte le cose sono insite
nell’uomo, e in lui risiede tutta la natura delle cose. L’uomo è parte considerevole della
Creazione e se il suo grado di eccellenza è superiore a quello di tutte le creature è perché
lui è stato fatto ad immagine divina’. Il creato è per l’uomo, ma nulla si dice circa
l’atteggiamento dell’uomo verso il creato perché esso è stato fatto perché venisse
sottomesso all’uomo. (Isid. Hisp., Sent., 1.11.1).
Non ha torto il FONTAINE quando pensa che Isidoro in nessun altro testo abbia espresso la
forza dell’immanenza del microcosmo dell’esser umano sul macrocosmo universale
proprio per la sua trascendenza spirituale rispetto alla mera materialità del cosmo (J.
FONTAINE, Isidore de Séville, Turnhout 2000, 308).
Isidoro di Siviglia scrisse anche il De natura rerum su richiesta del sovrano Sisebuto il
quale sarà egli stesso autore di un poemetto di 61 esametri, di argomento astronomico.
Di seguito l’incipit dell’opera di Isidoro in cui, oltre alla dedica al re Sisebuto, vengono
spiegati i motivi che hanno spinto il vescovo di Siviglia a cimentarsi in un impegno di tal
fatta. (Isid. Hisp., de nat. rer., 30).
Approfondimenti sulla lezione 56
Si rende necessaria una piccola digressione solo per dire come in quel libello il
re Sisebuto, seppure in forma ampollosa e, spesso, oscura, rivela discrete
conoscenze astronomiche, che testimoniano interessi scientifici insoliti per
un’epoca in cui per lo più si concentrava l’attenzione su altro (Sisebuto, Carmen
de eclipsibus solis et lunae).
Come dicemmo in precedenza Sisebuto fu un sovrano molto impegnato su più
campi. Eppure si distinse anche per le sue capacità di uomo di buona cultura.
L’autore, poi, appare non privo di senso dell’ironia, quando per esempio
sottolinea di poter dedicare ai suoi passatempi preferiti solo i ritagli di tempo,
perché, da capo di stato, è chiamato ad assolvere i ben più gravi compiti di
natura politica e militare, piuttosto che occuparsi di dissertazioni letterarie e
scientifiche. Torniamo ad Isidoro di Siviglia per aggiungere che, incoraggiato
dallo stesso Sisebuto, si cimentò nella stesura del De natura rerum, di cui le
Origines, sono un’epitome, cioè una sintesi (P. RICHÉ, Éducation et culture dans
l’Occident barbare. VI-VIII siècles. Paris 1962, 304-5).
Guida allo studio della lezione 56
Per quanto concerne la cultura dell’ambiente in ambito monastico
ispanico si consideri sempre di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in ‘Pollution
and Environment in the Ancient World and the Classical Thought’,
Atti del convegno internazionale tenutosi presso la Freie
Universität, Berlin 16-18 October 2014, Berlin 2016.
Lezione 57

Ancora sull’ambiente ispanico


Ancora sull’ambiente ispanico

Sempre nella penisola iberica, terra dove, a seguito della conversione di Recaredo, si avrà
un notevole e repentino sviluppo di scuole monastiche, avremo altri monaci che
inseriranno nelle loro usanze anche la frequentazione delle terme. Si trattava di terme
romane che ancora erano funzionanti. Esse attiravano la popolazione ispano romana che
fino allora non aveva perduto la gioia di immergersi in acque calde, tiepide o fredde, per
ritemprare le proprie membra. Gli ispano romani infatti non erano spinti alle terme
unicamente per il piacere dei bagni, ma anche dal desiderio di ottenere e mantenere un
fisico atletico.
Ancora sull’ambiente ispanico

Come ricorda il RICHÉ, Leandro di Siviglia non solo non disdegnava andare alle terme
pubbliche, ma anzi spiegava ai suoi monaci come la vista di un corpo nudo ben fatto non
era qualcosa di disdicevole perché esso era opus (P. RICHÉ, Éducation et culture dans
l’Occident barbare. VI-VIII siècles. Paris 1962, 342).
Dunque, e qui si può osservare come la Chiesa ispanica non si era ancora allontanata
dagli ideali classici, l’ammirazione per una creazione ben fatta diventava una sorta di
riconoscimento della grandezza di Dio. Semmai si doveva evitare di limitare l’uomo alla
sua materialità perché propter Deum qui eos fecit non propter pulchritudinem corporis.
Ancora sull’ambiente
ispanico
Altro monaco che si dedicò agli aspetti più scientifici della natura fu Eugenio di Toledo.
Anch’egli sottolineò maggiormente questioni che, seppur naturali, appartenevano al
mondo degli astri. Nondimeno, non ebbe timore di cimentarsi in uno studio non
disprezzato nella penisola iberica ma, forse, meno apprezzato in altre zone della pars
Occidentis. Isidoro, Leandro, Eugenio scrissero opere atte alla diffusione tra i religiosi di
una conoscenza dell’ambiente che andasse oltre il modo di vedere dei testi sacri.
Ildefons. [Tolet., De Vir. Ill. (PL, 96, 203-4)].
Ancora sull’ambiente ispanico

La loro opera, pertanto, voleva offrire una visione, la più completa possibile della realtà,
perché presupponevano che, essendo il creato e le sue leggi opera di Dio, lo studio dei
fenomeni naturali fosse uno dei modi di onorare il Signore. Naturalmente, per la
compilazione del De natura rerum, Isidoro dovette attingere a trattati di autori pagani e
cristiani senza distinzione alcuna.
Ma, come abbiamo visto, il vescovo della Baetica non ebbe mai problema alcuno ad
affrontare lo studio di autori pagani, purché di rilevante spessore culturale.
Approfondimenti sulla lezione 57
Approfondimenti sulla lezione 57

Nello stesso periodo Gregorio Magno che, ad ogni buon conto, monaco non era, sembra
trascurare l’ambiente perché convinto di dover indirizzare l’attenzione del chierico verso la
spiritualità e cita, come sovente accade nella letteratura cristiana, aspetti della natura
solo come metafore. Da tale breve dissertazione appare chiaro come il mondo cristiano, e
in particolare quello monastico, non fuggì dal mondo, ma analizzò il creato con estrema
circospezione. Il retaggio culturale che i monaci avevano sull’ambiente era pur sempre, lo
ricordiamo, quello latino.
Approfondimenti sulla lezione 57

Ma essi, proprio perché dovevano occuparsi della cura animarum, non potevano
approfondire quei temi che invece appassionarono alcuni studiosi latini. Per tacere dei
versetti della Genesi che mettono l’uomo al centro di un Creato a lui sottoposto. Orosio,
seppur con un piccolo cenno, parlò dei ‘barbari che si convertirono all’aratro’, con ciò
lasciando intendere come anche i nuovi padroni, gioco forza, iniziarono ad avere un
rapporto con l’ambiente che fosse anche costruttivo.
D’altronde quei barbari da nomadi o semi nomadi si erano trasformati in stanziali e la
conoscenza delle tecniche agricole era diventata essenziale.
Approfondimenti sulla lezione 57

Ma la discriminante tra mondo antico e mondo alto medievale rispetto


all’ambiente, come facemmo cenno, è l’atteggiamento della Chiesa che, più
volte lo ricordammo, ha altri pensieri e usa ciò che circonda l’uomo mostrando,
via via, una sempre minore preoccupazione verso appunto l’ambiente naturale.
Il mondo medievale chiedeva altro. Inevitabilmente si deve ritornare a ciò che
dicemmo all’inizio e cioè che nei primi secoli medievali non esistessero strutture
statali capaci di porre la giusta attenzione sull’ambiente.
Guida allo studio della lezione 57
Guida allo studio della
lezione 57
Per quanto concerne la cultura dell’ambiente in ambito monastico
ispanico si consideri sempre di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in ‘Pollution
and Environment in the Ancient World and the Classical Thought’,
Atti del convegno internazionale tenutosi presso la Freie
Universität, Berlin 16-18 October 2014, Berlin 2016.
Lezione 58

La cultura dell’ambiente, sempre in


ambito monastico, dopo il secolo VIII
La cultura dell’ambiente, sempre in ambito
monastico, dopo il secolo VIII

Il mondo monastico, sebbene fosse quello più immerso nella natura, sebbene fosse
quello forse più attento alla cultura in senso lato, non farà propria se non in minima parte
(almeno sino a Gerberto di Aurillac, cioè sino al secolo decimo), la sensibilità e il rispetto
dell’ambiente dell’antichità latina. Anche Giovanni Scoto, che pure scrisse sulla Natura,
non affrontò con piglio deciso il tema dell’ambiente.
Egli, scholasticus e direttore della schola palatina alla corte di Carlo il Calvo, è senz’altro
un faro della cultura occidentale del secolo nono; è, perciò, ancora più indicativo il fatto
che non abbia mai posto l’accento su temi che andassero al di là del legame
imprescindibile tra la natura e Dio. Quasi che l’ambiente fosse ‘altro’ rispetto alla natura e
quindi a Dio.
La cultura dell’ambiente, sempre in ambito
monastico, dopo il secolo VIII

Il suo Periphyseon è un’opera prettamente filosofica dove l’autore affronta anche temi
inerenti la natura. Essa però è vista come mezzo per arrivare a Dio, non in se stessa
dunque. Inoltre la Natura di Giovanni Scoto rimane per molti versi immaginaria,
provvisoria, ipotetica. Non approfondisce in modo particolare temi inerenti la Natura
stessa. Fa un’eccezione quando affronta argomenti di ordine astronomico e qui, primo
sino al Rinascimento, esprime una teoria semi-eliocentrica quando afferma ‘essi [Giove,
Marte, Venere e Mercurio] percorrono le loro orbite sempre intorno al sole, come insegna
Platone nel Timeo’. Il suo però è uno studio essenzialmente filosofico che non ha nulla di
pratico.
La cultura dell’ambiente, sempre in ambito
monastico, dopo il secolo VIII

Dal secolo decimo, nonostante la riforma cluniacense, inizierà una nuova fase e il
pensiero di Giovanni Scoto, ormai assimilato, avrà senz’altro il suo peso. Tale riforma
implicò, tra le altre cose, che i monaci di Cluny – lo scrive CANTARELLA – ‘non hanno
necessità di compromettersi con il lavoro dei campi, ma nemmeno debbono farlo;
Benedetto d’Aniane, zelante riformatore del monachesimo, cent’anni prima che fosse
fondata Cluny si era domandato se il lavoro agricolo dei monaci non maculasse la loro
funzione presbiterale ed orante: una macchia d’ordine fisico, non morale. Se le storie
raccontavano che a qualcuno capitava di praticarlo, sottolineavano l’eccezionalità
dell’evento e dell’uomo’.
La cultura dell’ambiente, sempre in ambito
monastico, dopo il secolo VIII

In effetti le terre dove sorge quel monastero sono di proprietà di Guglielmo, conte di Mâcon e duca di
Aquitania. Di conseguenza ‘il monastero non nasce affatto sfornito di beni ... è dotato di tutte le
pertinenze della villa: ville, cappelle, servi dei due sessi, vigne, campi, prati, boschi, acque e corsi
d’acqua, mulini, vie d’accesso e d’uscita ...’(G.M. CANTARELLA, I monaci di Cluny, Torino 1997, 21-22).
Insomma, seppur immersi nella natura, i monaci di Cluny, diversamente dai primi benedettini,
giudicarono opportuno anche potersi affrancare dal confronto quotidiano con essa. In ciò, pertanto,
essi si allontanarono anche dall’insegnamento biblico. Ciò inevitabilmente comportò un
allontanamento dall’attenzione all’ambiente che qualche benedettino poteva coltivare. Nondimeno da
Cluny scaturì una pletora di personaggi che occuparono un posto di rilievo nella cultura del tempo e
che ebbero la necessità, almeno alcuni di loro, di confrontarsi con il mondo della natura. In fondo non
lavorare i campi non allontanò totalmente la curiosità ‘teorica’ di ciò che è la natura e quindi
l’ambiente. Certamente non furono tanti gli studiosi che si avvicinarono al Creato.
Approfondimenti sulla lezione 58
Approfondimenti sulla lezione 58

Uno tra I cluniacensi dei più importanti dal punto di vista culturale e spiritual fu
il monaco Gerberto di Aurillac. Egli si dedicherà, anche dopo la sua nomina a
pontefice romano, all’osservazione degli astri. Ma non solo. Il suo impegno
come matematico lo porterà ad osservare l’ambiente con vero spirito
scientifico. E la sua stessa idea teologica andrà oltre quella tipica del suo
tempo. Egli, quasi fosse un antico greco, era sempre alla ricerca dell’armonia.
Perciò rimaneva stupefatto di fronte agli spettacoli naturali e tentava con i suoi
calcoli di capire la natura, nel pieno rispetto per essa. Gerberto di Aurillac,
pertanto, non sfruttò mai la natura.
Approfondimenti sulla lezione 58

La ‘usò’ così come si conviene per le sue invenzioni. Si pensi agli organi idraulici
o all’orologio solare. La natura è vista come razionale perché segue regole
matematiche. Tali regole sono fondamento della natura poiché essa è scaturita
dalla razionale mente di Dio; ecco perciò spiegato l’interesse gerbertiano per la
matematica vista, pertanto, come mezzo per poter studiare la fisica e
l’astronomia.
Approfondimenti sulla lezione 58

Matematica, fisica e astronomia sono discipline che permettono una


comprensione approfondita dei fenomeni naturali che – è bene ribadire tale
concetto – sono, per un credente, frutto della creazione dell’Eterno. Quegli
studi, in ultima analisi, sono un mezzo necessario per apprezzare l’armonia
dell’Universo e tentare di meglio penetrare nella mente del Creatore.
L’astronomia, dunque, pur non rientrando direttamente in un discorso legato
all’ambiente, fa d’altra parte riflettere su come le attenzioni dell’uomo di chiesa
iniziassero a concentrarsi anche sulla natura. È solo un’attenzione maggiore
verso i fenomeni naturali che porterà, molto lentamente, la Chiesa tutta e i
monaci, in particolare, a interessarsi maggiormente della realtà naturale.
Guida allo studio della lezione 58
Approfondimenti sulla lezione 58

Per quanto concerne la cultura dell’ambiente in ambito monastico


dopo il secolo VIII si consideri sempre di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in ‘Pollution
and Environment in the Ancient World and the Classical Thought’,
Atti del convegno internazionale tenutosi presso la Freie
Universität, Berlin 16-18 October 2014, Berlin 2016.
Lezione 59

L’opera astronomica di Gerberto di


Aurillac
L’opera astronomica di Gerberto di
Aurillac

Nel secolo X si sviluppa l’azione e l’opera di quello che diverrà il primo pontefice franco
della storia, Gerberto di Aurillac.
Un unicum appare, in ambito alto medievale, l’interesse gerbertiano per l’astronomia che,
nell’Occidente europeo, era inevitabilmente venuto meno dopo l’antichità tarda.
Il monaco auriliacense, oltre a dimostrare di possedere conoscenze di base diffuse
all’epoca (si consideri, ad esempio l’opera di Boezio De Astronomia), nel suo epistolario
discorre più volte, e con notevole dovizia di particolari, di tecnologia.
L’opera astronomica di Gerberto di
Aurillac

Cioè di strumenti da lui utilizzati per individuare corpi celesti, per calcolare
distanze astrali e così via Potrebbe darsi che Gerberto avesse letto da
Cassiodoro nella Varia 1.45.4, che Boezio aveva tradotto un’opera astronomica
di Tolomeo, ma non si può dire con certezza che abbia letto tale opera, quindi
le sue conoscenze astronomiche, almeno in parte, potrebbe averle acquisite
durante il soggiorno nella marca di Barcellona, in proposito però le fonti non ci
aiutano.
Ora, la costruzione di quei marchingegni necessari per indagare la volta celeste
è un qualcosa di non comune nel secolo decimo. Ma facciamoci guidare dallo
stesso Gerberto in questo percorso che riflette i suoi interessi astronomici.
L’opera astronomica di Gerberto di
Aurillac

Egli, in alcune epistole indirizzate a Remigio, monaco di Mettlach, e allo


scolastico Costantino di Fleury, fa riferimento a una sfera che, tempo prima, gli
aveva consentito l’osservazione e lo studio degli astri.
E un riferimento specifico a questi studi è anche negli scritti del suo allievo
Richerius, il quale pensò di scrivere una storia della Francia, includendo tra i
personaggi celebri proprio il suo vecchio maestro.
La sfera, costruita, ma non inventata dal monaco di Aurillac, era uno strumento
senz’altro ignorato in quell’epoca e in quei luoghi poteva essere utilizzata in tre
modi (Richerius monacus, Hist. libri quattuor, III, 50-53.
L’opera astronomica di Gerberto di
Aurillac
Il modus operandi della sfera dipendeva e variava a seconda che si volesse
studiare la conformazione terrestre, individuare l’eclittica unitamente allo
zodiaco, o ci si prefiggesse di osservare la volta celeste. In un secondo
momento quell’esemplare di sfera fu superato dallo stesso Gerberto che, per
osservare con più precisione le stelle, concepì un marchingegno ancora più
potente e sofisticato, paragonabile a una specie di telescopio, che gli fu utile
per la scoperta delle macchie solari.
Approfondimenti sulla lezione 59
L’opera astronomica di Gerberto di
Aurillac

Volendo inoltre calcolare la posizione esatta degli astri che si stagliano nella volta celeste,
il monaco di Aurillac ricorse a un ulteriore dispositivo, all’astrolabio. Questo strumento,
come si sa, era già stato utilizzato secoli prima da Ipparco e Tolomeo, notizia di cui
Gerberto era ben consapevole, ma ora, nel decimo secolo, era caduto in disuso. Con esso
si poteva calcolare la longitudine e la latitudine delle stelle che appaiono nella volta
celeste e dunque, in sostanza, era possibile eseguire calcoli di geometria sferica con una
certa facilità e precisione, operazioni, queste, altrimenti molto più ardue.
L’opera astronomica di Gerberto di
Aurillac

Come si può arguire, il monaco auriliacense, anche per quanto riguarda la scienza
astronomica, così come per altre questioni, filosofiche, politiche, ebbe un ruolo non
secondario perché concorse a far riscoprire prima, approfondire poi e, infine, a diffondere
nozioni ormai perdute. Tale attenzione verso gli astri, come acutamente osserva lo
SCHRAMM, sembrava scomparsa addirittura dai tempi degli antichi egizi, mentre adesso,
con questo monaco ‘curioso’, si riaffaccia in un mondo ormai imbarbarito, anticipando
anche in questo caso quelli che saranno gli interessi degli uomini che verranno dopo,
quegli uomini cioè che spenderanno tante loro energie per coronare il sogno di
conquistare le stelle (P.E. SCHRAMM, Kaiser Könige und Päpste, vol. 4. Stuttgart 1971).
L’opera astronomica di Gerberto di
Aurillac

Va considerato inoltre che l’astronomia, disciplina che andava di pari passo con
l’astrologia, era una scienza estranea alla cultura cristiana di quell’epoca, tanto è vero
che, sempre secondo lo Schramm, sarebbe stato proprio l’interesse di Gerberto per
l’astronomia a far nascere tra i suoi contemporanei, subito dopo la sua morte, sospetti di
magia. Siffatta considerazione è da noi condivisa e temiamo si tratti di qualcosa di più di
un semplice sospetto: non sarebbe possibile spiegare altrimenti come un personaggio
della levatura di Gerberto d’Aurillac sia stato ‘dimenticato’ per secoli (P. E. SCHRAMM Kaiser
Könige und Päpste, vol. 4. Stuttgart 1971, 324).
Guida allo studio della lezione 59
Guida allo studio della lezione 59

Per quanto concerne la cultura astronomica del monaco Gerberto


di Aurillac si consideri sempre di L. Montecchio, La cultura
dell’ambiente in ambito monastico tra V e VIII secolo, in ‘Pollution
and Environment in the Ancient World and the Classical Thought’,
Atti del convegno internazionale tenutosi presso la Freie
Universität, Berlin 16-18 October 2014, Berlin 2016.
Lezione 60

Adalberone di Reims
Con questa lezione si intende illustrare il percorso che portò il regno franco a essere
legato, quindi subalterno, all’impero ottoniano. Tale processo venne incentivato
dall’azione di alcuni alti prelati di nobile famiglia, guidati dal desiderio di realizzare un
equilibrio tra le due compagini. Nutrendo scarsa fiducia negli ultimi carolingi, essi finirono
per concedere la corona del regno franco a Ugo Capeto, imparentato con gli Ottoni e in
misura maggiore favorevole a una politica di pace con l’impero.
Sull’arcivescovo di Reims, Adalberone, tace del tutto il Keller nella sua efficace
monografia sugli Ottoni, eppure fu proprio l’azione congiunta di quel nobile prelato,
unitamente a Gerberto di Aurillac, suo segretario, a favorire quei cambiamenti che
segnarono per secoli il destino di Francia e Germania (H. KELLER, Gli Ottoni. Una dinastia
imperiale fra Europa e Italia (secc. X e XI), Urbino 2012).
Diverso è invece l’avviso di Althoff che, al contrario, pone sotto una luce diversa
l’arcivescovo di Reims. Se non altro lo studioso tedesco sottolinea il ruolo politico che ha
avuto, evidenziando la sua importanza nel periodo dei torbidi che si sviluppò con la
minorità di Ottone III.
Fu quella una fase in cui si assisté a un totale cambiamento di rotta per quanto concerne
la trasmissione della dignità regia. Se, infatti, in epoca carolingia e post carolingia la
successione al trono era prevista avvenisse «all’interno della famiglia allargata, cioè
dell’intero gruppo parentale, e quindi era possibile che in determinate circostanze salisse
al trono un fratello, un cugino o anche uno zio del re defunto», nel secolo X le cose
cambiarono, sia nel regno franco sia in Germania (H. KELLER, Gli Ottoni. Una dinastia
imperiale fra Europa e Italia (secc. X e XI), Urbino 2012, 15; G. ALTHOFF, Family, Friends
and Fellowers: Political and Social Bonds in Medieval Europe, Cambridge 2004).
Con la dinastia degli Ottoni nell’impero germanico, ma anche con gli ultimi carolingi nel
regno dei Franchi, ci fu l’affermazione di un principio dinastico ristretto.
In tale contesto, come è noto, il ruolo svolto dagli amministratori della diocesi di Reims
era fondamentale, in quanto sita in un punto strategico di quel regno di Lotaringia che,
come ricorda Keller, «a partire dal 925... fu unito a quello che una volta era chiamato
‘regno dei franchi orientali’ e progressivamente si fuse con esso in un’entità duratura che,
a partire dall’XI secolo, cominciò a essere denominata ‘regno tedesco’».H. KELLER, Gli
Ottoni. Una dinastia imperiale fra Europa e Italia (secc. X e XI), cit., p. 29.
Adalberone di Reims appare, pertanto, un personaggio essenziale per comprendere
quello scorcio di secolo X che produsse molteplici e significativi cambiamenti
nell’Occidente europeo. Con la realizzazione della sua linea politica, infatti, si venne a
delineare una situazione destinata a perdurare, in buona sostanza, sino alla rivoluzione
francese.
Occorre, a tal proprosito, osservare che gli studi più recenti su Gerberto di Aurillac,
braccio destro dell’arcivescovo remense, non mettono nel dovuto rilievo - forse in modo
inopportuno - l’importanza dell’arcivescovo di Reims (L. MONTECCHIO, Gerberto di Aurillac.
Silvestro II, Perugia 2011).
Con ogni probabilità, l’esigua quantità di scritti lasciata da Adalberone sulla sua azione
politica ha contribuito a limitare l’interesse della critica nei suoi confronti. Di contro, è
stato proprio il suo segretario e successore sulla cattedra remense ad aver raccontato
molto di lui.
Quasi nulla si sa della formazione culturale del futuro arcivescovo remense.
Nondimeno sappiamo che venne educato dai canonici di Metz e precisamente sotto
Adalberone I di Metz. La scuola presieduta dal vescovo di Metz aveva ormai perso un
poco del prestigio acquisito alcuni decenni addietro. Comunque, fatti giungere degli
studiosi irlandesi, il centro studi lorenese ebbe nuovamente maestri capaci di formare i
migliori giovani della regione.
Approfondimenti sulla lezione 60
Per quanto concerne i primi anni del lungo impegno di Adalberone a Reims si hanno
scarse notizie. Tuttavia, si sa per certo che, dopo la nomina ad abate laico a Gorze nel
969, ascese alla carica arcivescovile della più importante diocesi europea, seconda
all’epoca solo a Roma.
E a quello [Odelrico] felicemente successe l’energico Adalbéron, uomo di nobiltà regale,
anch’egli del capitolo di Metz. Quanto quest’ultimo sia stato di vantaggio ai suoi e quante
cose più del giusto abbia subito dagli invidiosi sarà messo in evidenza nel seguito
dell’opera (RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri delle Storie (888-998), a cura di P. Rossi,
Pisa 2008, III, 22, p. 122).
A Reims, come è universalmente noto, venivano incoronati i sovrani franchi. Era dunque il
centro politico più importante dell’Europa Nord occidentale e le decisioni prese lì avevano
un’importante eco nel regno franco.
Con l’avvento di Adalberone, rappresentante di una importantissima famiglia della
Lotaringia, l’influsso di quella diocesi dischiuse nuovi scenari per il destino dell’impero
ottoniano.
Dicevamo della sua famiglia. Adalberone di Reims aveva un fratello che era conte di
Verdun e del distretto di Lussemburgo. Come è largamente noto, l' arcivescovo di Reims
era di diritto a capo della cancelleria del re dei Franchi, inoltre a lui spettava il privilegio di
consacrare i re di Francia (e tale privilegio durerà fino a Carlo X, mentre farà eccezione il
solo Napoleone).
L’alto prelato si era distinto, durante la permanenza nella diocesi remense, per talento
politico, per cultura ma, soprattutto, per essere legato alla dinastia ottoniana sia per
simpatia personale che per interessi familiari.
Egli, come avremo modo di vedere in seguito, non solo fu pienamente consapevole del
ruolo che doveva svolgere ma, all’uopo, seppe scegliere le persone migliori del tempo per
assolvere a tale gravosissimo impegno.
Guida allo studio della lezione 60
PER AFFRONTARE LO STUDIO DI ADALBERONE DI REIMS SUGGERISCO LA LETTURA
APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri delle Storie (888-
998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio, Gerberto di Aurillac.
Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 61

Prima fase del governo di Adalberone


Il figlio di Gozelin, conte palatino della casa d’Ardenne, dedicò le sue energie per
risollevare le sorti di Reims, sia dal punto di vista architettonico (promosse infatti
profonde ristrutturazioni della propria chiesa), sia dal punto di vista politico/religioso
quando si trattò di chiedere a papa Giovanni XIII un privilegio per i beni di san Remigio.
Il vescovo di Roma acconsentì. Il cosiddetto Decretum Adalberonis fu uno dei primi
successi politici del nuovo arcivescovo di Reims che, pur muovendosi in un terreno
minato, considerato che si trovava in terra franca ma adiacente ai territori imperiali, iniziò
a farsi conoscere come alto prelato molto influente.
Adalberone di Reims, già nei primi tempi del suo incarico, perpetuò il modus operandi di
un Maiolo di Cluny il quale, quasi quindici anni prima dell’arcivescovo remense, aveva
iniziato a intessere legami fortissimi con l’impero germanico. Cantarella, in proposito,
parlò non a torto di «grande invenzione politica di Maiolo» quella di creare le premesse
per accordi duraturi con gli Ottoni (G. M. CANTARELLA, I monaci di Cluny, Torino 1997, 89).
Proprio Maiolo, aspetto questo da sottolineare, aveva stretto rapporti di amicizia con il
futuro re dei Franchi Ugo Capeto.
Torniamo all’arcivescovo Adalberone. Pur trattandosi di un politico di prim’ordine, non si
può certo negare fosse anzitutto uomo di Chiesa. Sin dal 969 si era prodigato per
riformare il clero locale secondo i dettami di Cluny.
Con ogni evidenza la rituum correctio apportata alla regola cluniacense non era stata
accettato da Adalberone per il quale, invece, motu gravissimo ci si era allontanati dai
precetti di inizio secolo. Il neo arcivescovo della diocesi di Reims non trovava opportuno
un allontanamento dai principi di un tempo perché la struttura monastica sarebbe stata
travolta dalla turpitudinis consentanea.
Il figlio di Gozelin non voleva dare la sensazione di essere interessato al potere
materiale e disinteressato al perseguire una vita ecclesiale degna dei voti fatti.
D’altronde anche dal punto di vista della gestione del potere temporale, godere
fama di essere una persona seriamente impegnata gli avrebbe dato credito
presso gli amici ma anche presso i nemici.
L’arcivescovo remense, giudicando fondamentale circondarsi di persone
affidabili, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista spirituale.
Pertanto quando conobbe l’ancor giovane monaco benedettino Gerberto di
Aurillac, ne rimase fortemente impressionato al punto da volerlo al suo seguito
non appena se ne fosse presentata l’occasione. Quel monaco ebbe dapprima
modo di lavorare come scolastiscus a Reims contribuendo con la sua opera a
far divenire la diocesi remense un faro di cultura.
In effetti Gerberto rimase a Reims tra il 973 e il 983 succedendo, quale
scolastico, al celeberrimo Gerranus, colui che aveva portato a Reims il giovane
monaco ma anche colui che aveva, tra gli altri, sottoscritto il Decretum
Adalberonis.
Adalberone, infatti, morto Gerranus, aveva visto proprio nel monaco
auriliacense un autorevolissimo candidato a gestire un ruolo invero delicato.
Egli avrebbe dovuto educare, come in effetti accadde, la classe dirigente di un
futuro prossimo.
Non è qui il caso di parlare dell’insegnamento di Gerberto a Reims. Ci sembra,
nondimeno, opportuno ricordare che tra i suoi allievi annoveriamo Roberto,
figlio di Ugo Capeto; Fulberto di Chartres, Costantino di Fleury; Adelboldo di
Lorena; Nitardo e Remigio che furono, prima l’uno, poi l’altro, abati del cenobio
di Mitlac.
Adalberone non era stato superficiale nella scelta del monaco auriliacense
perché questo, oltre a essersi dimostrato un intellettuale a tutto tondo, aveva
avuto modo di conoscere persone che avrebbero potuto guidare le maggiori
monarchie europee o i più importanti cenobi. Quel benedettino, oltre ad aver
fatto esperienze non comuni per quegli anni, essendo andato nella Spagna
araba, nel 972 aveva fatto un incontro che risulterà fondamentale per lui ma
anche per lo stesso Adalberone. Gerberto in quell’anno aveva conosciuto la
famiglia imperiale degli Ottoni e si era fatto molto apprezzare da Ottone I.
L’imperatore lo accolse a corte quale precettore del figlio ed erede.
Approfondimenti sulla lezione 61
Richerio riporta la richiesta di Adalberone al pontefice Giovanni XIII:
‘Ho nelle Gallie un convento di monaci, sito non lontano dalla città di Reims.
Dove anche riposa degnissimamente il corpo degnissimo del beato Remigio,
patrono dei Franchi, al quale viene anche reso l’onore dovuto. Desiderando che
i beni di questo vengano assicurati fermamente per il futuro, presentamente
domando che siano confermate con un privilegio dalla vostra autorità le terre
sia coltivate che incolte, le selve e i pascoli, le vigne e i frutteti, i torrenti e gli
stagni e l’autorizzazione a fortificare il castello di quelli, e la giurisdizione esente
sui villaggi all’interno e all’esterno, e infine la dignità del vostro apostolato
consolidi e confermi tutti i beni mobili e immobili’.
Sempre Richerio ci rende edotti circa la sua azione religiosa e, soprattutto, dello
spessore della sua visione di vita ecclesiastica:
‘E tra queste e altre utili cose che furono ivi stabilite, fu espressa
dall’arcivescovo con vivissimo turbamento una lagnanza sulla disciplina dei
monaci, in quanto sembrava che le regole stabilite dagli antichi fossero state
corrotte e cambiate da parte di taluni’.
Richerio su Gerranus:
‘Gerranus, arcidiacono di Reims, era considerato a quel tempo eccellente come
logico. Lotario, re dei Franchi, l’aveva proprio in quel tempo inviato come
ambasciatore presso Ottone, re d’Italia’.
Guida allo studio della lezione 61
PER AFFRONTARE LO STUDIO DI ADALBERONE DI REIMS SUGGERISCO LA LETTURA
APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri delle Storie (888-
998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio, Gerberto di Aurillac.
Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 62

Ancora sulla prima fase del suo governo


In buona sostanza l’arcivescovo di Reims dimostrò di possedere le stimmate dello statista
avvicinando a sé quel monaco così apprezzato dall’imperatore germanico. La famiglia
degli Adalberoni aveva troppo da guadagnare nello stringere legami con i maggiorenti di
quegli anni. Come dicemmo l’arcivescovo di Reims era certamente interessato ad apparire
quale benedettino teso alla realizzazione della riforma cluniacense anche nella sua
diocesi. Ma, al contempo, aveva il dovere di rappresentare al meglio una delle più
importanti famiglie dell’antica Lotaringia.
Questo per dire che Reims, sotto Adalberone, coniugò il ruolo di guida spirituale, culturale
ma, soprattutto, politica nell’ultimo scorcio del secolo X. E per perseguire tali
ambiziosissimi propositi seppe circondarsi del meglio.
Fece lavorare Gerranus come scolastico, poi prese Gerberto a cui tentò, forse non
riuscendoci al meglio, di insegnarli la difficillima arte politica. Infine, una volta tornato
presso la diocesi remense lo stesso Gerberto, dopo che aveva trascorso quasi un anno
come abate di nomina imperiale a Bobbio, lo riaccolse e ne fece il suo portavoce ufficiale.
Insomma nei vent’anni in cui fu arcivescovo di Reims riuscì a riorganizzare quella
circoscrizione vescovile da ogni punto di vista, anche per quanto concerneva la sua
scuola.
Si deve riconoscere che la scuola remense già godeva di una notevole fama e prestigiosa
era la sua ricca biblioteca che, è noto, era stata fondata e arricchita dall’arcivescovo
Incmaro nella seconda metà del secolo IX.
Quasi un secolo dopo, grazie a persone del calibro di Gerranus e di Gerberto di Aurillac,
quella stessa scuola era divenuta una delle migliori sia del regno franco sia di quello
germanico.
Era la fine del 983 quando Adalberone scelse di servirsi ancora dell’abilità e della cultura
di Gerberto reduce dalla succitata deludente esperienza come abate di Bobbio, per la
seconda volta presente in modo attivo a Reims. Per l’arcivescovo erano ormai 14 anni che
amministrava quella influentissima diocesi e proprio adesso il ritmo degli avvenimenti
destinati a segnare un’epoca si fece incalzante (J. DEVISSE, Hincmar, Archevêque de Reims
845-888, Genève-Paris 1975-1976, 1084).
Dicevamo che, subito dopo aver conosciuto e apprezzato la cultura e la rettitudine del
benedettino Gerberto di Aurillac, si trovò a collaborare proficuamente insieme a quel
monaco.
All’arcivescovo era necessario potersi affidare a una persona dello spessore del coltissimo
monaco auriliacense perché Adalberone si potrebbe affermare che fosse coinvolto quasi
per diritto di nascita nelle questioni politiche europee, nelle quali svolse, pur con esiti
alterni, un ruolo significativo.
A partire dal 983, anno del suo ritorno a Reims, fino alla scomparsa dell’arcivescovo, cioè
sino al 989, Gerberto fu suo portavoce, colui che materialmente stese le lettere
indirizzate a tutti i potenti del momento. Il monaco auriliacense, in sintesi, era il custode
attento del pensiero dell’arcivescovo remense. Ne era il braccio destro e, a un tempo, il
consigliere.
Approfondimenti sulla lezione 62
Parlare di Adalberone di Reims significa entrare con impeto nel cuore delle vicende
europee del secolo X. Significa cioè affrontare le questioni che rischiarono di portare la
pars Occidentis europea a uno scontro frontale tra l’impero ottoniano e il regno franco.
Le conseguenze sarebbero potute essere tremende se non altro perché ad Ovest, nella
Spagna, vi era un forte califfato musulmano, mentre ad Est gli Slavi orientali
preoccupavano meno e lo stesso impero bizantino aveva altre cose cui pensare.
Nondimeno l’Islam preoccupava. Tanto è vero che un secolo dopo si dovette arrivare
addirittura a una crociata.
Riportiamo ora alcune immagini significative di Reims.
Guida allo studio della lezione 62
PER AFFRONTARE LO STUDIO DI ADALBERONE DI REIMS SUGGERISCO LA LETTURA
APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri delle Storie (888-
998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio, Gerberto di Aurillac.
Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 63

Problemi alla morte di Ottone II


In seguito all’improvvisa e inaspettata morte di Ottone II la situazione politica della pars
Occidentis d’Europa si presentava altamente incerta. Il figlio di Ottone I, cioè del primo
imperatore germanico che aveva creato il Sacro romano impero germanico, era appena
ventottenne e lasciava come erede l’infante Ottone III, di appena tre anni.
Adalberone, la cui famiglia era strettamente legata alla casata degli Ottoni, seppur
inserito nel contesto politico franco, non poteva certamente trascurare le sue origini.
Ricorda in proposito Theis che «Adalbéron appartenait en effet à la famille d’Ardenne, qui
fournissait depuis deux generations des évêques et des comtes à la Lorraine». Il suo era,
insomma, un nucleo familiare potentissimo. Basti pensare che suo padre fu «comte de
Metz, ses trois oncles évêques de Metz, duc de Haute-Lorraine et beaufrère d’Hugues
Capet» (L. THEIS, L’avènement d’Hugues Capet, Paris 1984, 135).
A ciò va aggiunto che nell’Europa occidentale era ancora viva l’eco degli scontri tra il re
dei Franchi, Lotario e Ottone II. Tali conflitti era stati scanditi dal tentativo del primo di
impossessarsi della Lorena e di Aquisgrana, quindi dall’aspra reazione del secondo, giunto
a marciare su Parigi. Morto l’imperatore germanico, i territori lorenesi rimasero
nuovamente, e inevitabilmente, contesi. Trattandosi di terre di confine, è plausibile
immaginare aspirassero a una sostanziale autonomia sia dall’impero sia dal regno franco.
E il re dei Franchi aveva il vantaggio non indifferente di vedere nel campo avverso un
bimbo e non un avversario nel pieno delle forze.
All’epoca Reims era un osservatorio privilegiato, così come di grande interesse fu questo
scorcio del primo millennio dell’era cristiana segnato dalla fine della dinastia carolingia e
dall’ascesa al trono franco della capetingia, in una condizione di netta debolezza
dell’autorità imperiale per effetto della minore età di Ottone III. In Germania, da una
parte, vi era un risveglio delle ambizioni di Enrico il Litigioso, che scorgeva la concreta
speranza di sostituire il nipote sul trono, dall’altra un grande agitarsi della nobiltà, che
vedeva notevolmente aumentata la propria influenza politica. Appena giunto a Reims, il
monaco di Aurillac si trovò pertanto proiettato in un contesto confuso e altamente
pericoloso, anche in relazione al fatto che, ignorando la natura dei contendenti, non
sapeva di chi fidarsi. Per i primi tempi, quindi, fece pieno affidamento sul suo mentore
Adalberone. Peraltro, a pochi giorni dal suo arrivo, fu chiamato ad affrontare la prima
questione importante ex persona Adalberonis, ovvero la contesa che alla morte di Ottone
II si era accesa tra Teofano ed Enrico di Baviera per la reggenza.
Se la situazione nella parte tedesca mostrava in modo nitido il segno dei ‘torbidi’ che si
stavano vivendo, le cose non erano migliori sul campo dei Franchi. Accanto al re Lotario
svolgeva la funzione di consigliere il Dux Francorum, Ugo Capeto.
Figlio di Ugo il Grande e primo dei Capetingi a ricevere il titolo di Dux Francorum, Ugo
Capeto era imparentato con gli Ottoni, ragion per cui, oltre che per comprensibile
ambizione personale, si avvicinò sempre più alla casata ottoniana.
Lotario non era, con ogni evidenza, una persona del tutto affidabile, in quanto ritenuta
oltremodo avida di potere. E i fatti di cui parleremo dimostreranno ciò.
Nondimeno - per tentare di appoggiare Teofano, senza far sorgere dubbi sulla sua fedeltà
- Adalberone cercò in ogni modo di conquistare alla causa imperiale Lotario e Ugo,
insieme a tutti quei Grandi sui quali poteva esercitare una certa influenza.
Dapprima l’arcivescovo pensò di rivolgersi a un parente, così Gerberto, sempre ex
persona Adalberonis, con severe parole si rivolse, nella primavera del 984, al cugino di
Adalberone, Egberto, arcivescovo di Treviri , che dava l’impressione di voler parteggiare
per Enrico. Egberto fu arcivescovo di Treviri dal 977 al 993. Ricordiamo che in precedenza
era stato cancelliere dal 976 al 977. Il portavoce arcivescovile lo esortò a soppesare bene
le sue scelte “e perpetuo dedecori generi vestro esse velitis”, e gli prospettò la possibilità,
nel caso le errate scelte di Egberto derivassero dalla sua debolezza, di unire le forze di
Treviri e Reims. Così facendo, concludeva: “[…] ditioresque erimus quam Eucharius
quondam et Sixtus”.
Per Adalberone, il momento era decisivo per le sorti di un impero instabile e per un regno
dei Franchi che non appariva governato con giudizio. Oltre al desiderio di perseguire una
pace duratura tra impero e regno franco, sullo sfondo vi era probabilmente il desiderio di
mantenere uno status quo tra due entità ‘deboli’ al fine di favorire alcune potenti famiglie
della Lotaringia.
Sulla medesima questione l’arcivescovo scrisse anche all’arcivescovo di Magonza (il quale
nel 970 aveva assunto la carica di cancelliere di Ottone I e nel dicembre del 983 aveva
incoronato Ottone III), sottolineando anzitutto gli effetti devastanti per la Chiesa prodotti
dai disordini politici, quindi ribadendo il dovere dei religiosi di adoperarsi per la pace.
Infine, non mancò di ricordare l’ostilità che Enrico aveva sempre manifestato nei riguardi
degli Ottoni: perché mai, dunque, questa volta avrebbe dovuto agire a loro vantaggio?
“Mementote illius Tulliani: Stultum est ab eis fidem exigere, a quibus multociens deceptus
sis”.
Approfondimenti sulla lezione 63
La storia la si legge attraverso i documenti.
Vediamo di seguito alcuni scritti che testimoniano l’irritazione di Adalberone nei confronti
di Egberto.
Adalberone, che non aveva accettato il comportamento del cugino, così lo riprende:
‘Noi siamo oltremodo inorriditi di come il vostro stato sia crollato per la codardia di alcuni
ma, soprattutto, ci vergognamo per l’affetto privilegiato verso voi e dalla parentela che ci
viene da una patria comune’.
Di seguito cosa intendeva l’arcivescovo d Reims per buon governo in sede
abaziale.
Si tratta di doveri inderogabili che sono propri di qualsivoglia essere umano, a
maggior ragione propri di un religioso. Infinitamente superiori sono poi i doveri
di un abate o, comunque, di un esponente del clero che ha grandi
responsabilità. Adalberone, pertanto, modula poche parole degne di essere
lette:
‘con molta costanza bisogna operare, padre mio, per perseguire pace e
tranquillità’.
Guida allo studio della lezione 63
PER AFFRONTARE E APPROFONDIRE VIEPPIÙ LA FIGURA DI ADALBERONE DI REIMS
SUGGERISCO LA LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro
libri delle Storie (888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio,
Gerberto di Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 64

La situazione diventa difficile


Da parte sua, Adalberone era già intervenuto presso il re dei Franchi (Lotario e il figlio
Ludovico V, che ormai era stato associato al trono), ), esortandolo a impedire che venisse
danneggiato in qualche modo il piccolo imperatore, come sarebbe avvenuto qualora essi
avessero appoggiato la reggenza di Enrico. All’uopo crediamo necessario un breve inciso
per spiegare una situazione invero intricata. Lotario nel 979 aveva insistito per associarsi
al trono il figlio. E Ugo Capeto, pur con qualche esitazione, nella sua qualità di Dux
Francorum aveva provveduto a convocare a Campiègne i nobili franchi per l'
acclamazione e la consacrazione del tredicenne Luigi V.
Il re dei Franchi, Lotario, figlio della sorella di Ottone I, Gerberga, dal 977 in poi non era
stato in buoni rapporti con il cugino Ottone II.
Questi, infatti, era venuto a patti con Carlo, fratello di Lotario, cedendogli la Bassa
Lorena. Lotario, indispettito giacché avrebbe voluto per sé quei territori, cercò di
vendicarsi e, nell’agosto del 978, marciò su Aquisgrana (dove si trovava Ottone con la
moglie Teofano). Ottone fu evidentemente colto di sopresa. Ad Aquisgrana l’imperatore
non godeva della protezione nemmeno di parte del suo esercito. D’altra parte non
avrebbe mai supposto un simile atto di temerarietà da parte di Lotario. Preso dunque alla
sprovvista, in tutta fretta, si riparò a Colonia, dallo zio Brunone.
Non essendo riuscito ad umiliare Ottone in battaglia, Lotario si prese la sua rivincita in
modo curioso: fece volgere l’aquila di bronzo del palazzo imperiale di nuovo verso est (la
Sassonia) come al tempo di Carlo Magno, volendo con ciò dare a intendere che la tutela
dell’impero sulla monarchia franca era finita! Purtroppo per Lotario la sua soddisfazione
per la vendetta ottenuta fu davvero effimera: innanzitutto, nel settembre 978, come
prima risposta a Lotario, Ottone II incoronerà Carlo re dei Franchi.
Tale incoronazione, naturalmente, non diverrà mai effettiva visto che, per consacrare un
re era necessaria la presenza di un congruo numero di vescovi, e i vescovi franchi, fedeli
a Lotario, non si sarebbero mai e poi mai prestati a questa operazione. Fu però un chiaro
segnale per il sovrano franco. Subito dopo, riunito il suo esercito che contava ben
trentamila uomini, Ottone entrerà in terra franca, e solo grazie al fondamentale e
provvidenziale aiuto di Ugo Capeto Lotario ebbe modo di mettere in fuga l’esercito
imperiale, costringendolo a rientrare in terra tedesca (fondamentale, per Ottone II e il
suo esercito, sarà l’aiuto di Adalberone di Reims, il quale fornirà ad Ottone le guide che
aiuteranno l’armata imperiale ad attraversare i fiumi in piena: senza questo aiuto l'
impresa si sarebbe conclusa in modo disastroso per l' Imperatore). Nel luglio 980 Ottone
II e Lotario si riappacificheranno, avendo Lotario rinunciato alla Lotaringia.
Comprensibile, quindi, l’indecisione di Lotario ad appoggiare, ora, Ottone III nei confronti
di Enrico il Litigioso. Adalberone e Gerberto, dunque, furono costretti a puntare tutto sul
forte interesse di Enrico per la Lotaringia; Lotario a malincuore si convinse ad appoggiare
il giovanissimo erede.
Allo stato attuale, non disponiamo di testimonianze scritte che contengano riferimenti
diretti a questo intervento. E ciò probabilmente perché, trattandosi di questioni
estremamente delicate, l’arcivescovo di Reims avrà preferito inviare un proprio incaricato
a discutere con i sovrani. Si potrebbe anche supporre che sia stato proprio Gerberto di
Aurillac a recarsi presso Lotario per patrocinare con successo la causa di Teofano. Del
resto, tale ipotesi potrebbe essere confermata da quanto si legge nella lettera di
Adalberone al vescovo di Liegi, Notger, in cui è presente un riferimento a un “Is quem
nostis, nobis intimus, vobisque fidissimus interpres, apud regiam majestatem ut decuit
fuit. Quod expetistis firmiter optentum....”. Per concludere, data l’importanza della
questione, l’arcivescovo remense ritenne opportuno correre ai ripari perché
‘non è il caso di porre fiducia estrema in un messaggio scritto’.
Le trattative proseguirono con ritmo febbrile, ma alla fine la questione della reggenza si
risolse con la restituzione, da parte di un riluttante Enrico, di Ottone alla madre. La
decisione, invero faticosa e accolta a fatica, venne ufficializzata in un incontro a Rara, in
Assia, il 29 giugno 984, senza tuttavia la presenza di Adalberone o di un suo emissario.
Il quadro dello status e dei contendenti si era ormai delineato, ma l’arcivescovo di Reims
si sentì inevitabilmente messo da parte. Per tale ragione, invitò il vescovo di Liegi a
presenziare all’incontro, al fine di essere informato delle discussioni svolte, nonché delle
decisioni prese.
A distanza di non molto tempo quelle decisioni vennero confermate dalla pace di Worms,
che sancì il diritto di Teofano alla tutela di Ottone III. In tale occasione Adalberone
ottenne per i suoi nipoti i vescovati di Metz e Verdun: dunque la sua famiglia disponeva,
ancora una volta, del controllo della Lotaringia, come all’epoca di suo padre. Si trattava di
un vero trionfo da un punto di vista politico che, tuttavia, non ridimensionava la
grandezza della figura del vescovo remense quale fautore di pace tra impero e regno
carolingio. Al contrario, ne deriva l’immagine di un uomo profondamente immerso nel suo
tempo e sostenuto dal desiderio di coniugare interessi spirituali e politico-familiari.
Approfondimenti sulla lezione 64
Ecco come Adalberone pensò opportuno far venire anche il vescovo di Liegi a presenziare
all’incontro a Rara in Assia, al fine di essere informato delle discussioni svolte, nonché
delle decisioni prese:
‘Non crediate, vi prego, o padre mio, che mio fratello Goffredo abbia mal meritato della
vostra amicizia, che abbia raggiunto il re contrariamente all’accordo (preso) e non sia
tenuto come aveva concordato dove voi volevate. Certamente lo spinse il buon
proposito, ma la sorte lo fermò con una ferita a un piede. Sia, dunque, compito della
vostra prudenza sostenere la causa dell’amico, stare dalla sua parte , offrire garanzie per
lui come voi sapete fare e come è giusto.
Noi, invero, abbiamo sistemato la situazione del vostro regale fanciullo (cioè di Ottone
III), come voi avete stabilito, e se voi con lʹaiuto di Dio muterete in meglio [la
situazione di mio fratello], meglio [vi] ricompenseremo’.
Ma sull’argomento è possibile aggiungere altro. Sebbene l’arcivescovo di Reims non fosse
presente a Rara, aveva potuto apprendere tutto quanto lì era stato stabilito dalla viva
voce di una persona fidatissima, “nostrum G.”
E si trovava perfettamente d'accordo con le decisioni prese dal suo legato Egberto di
Treviri nei confronti di Enrico. Gerberto scrisse infatti:
‘Realizzate ciò che ci avete promesso a proposito di lui. Per quanto ci riguarda
manterremo il massimo riserbo nonché la massima lealtà de lle nostre azioni sulle cose
che ci chiedete pe r lui e per voi’.
Guida allo studio della lezione 64
PER APPROFONDIRE VIEPPIÙ I TEMI TRATTATI IN QUESTA LEZIONE SUGGERISCO LA
LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri delle Storie
(888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio, Gerberto di
Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 65

Ancora difficoltà
Bisogna sforzarsi di comprendere a fondo la situazione. Le apparenti oscillazioni di
Adalberone, infatti, non avevano origine da simpatie o antipatie personali. Per
l’arcivescovo di Reims ogni azione doveva essere funzionale alla realizzazione del sogno
ottoniano che, in parte, coincideva con il suo. Egli era pur sempre di origine lorenese e
avrebbe desiderato la riunificazione dell’impero germanico con il regno franco per far sì
che la sua famiglia potesse mantenere l’importanza e il peso politico di cui da tempo
disponeva. Apparve quindi inevitabile un avvicinamento a Enrico il Litigioso.
A Reims si era probabilmente persuasi che una compagine imperiale forte, nonché
l’attuazione di rapporti costruttivi tra essa e il confinante regno dei Franchi, sarebbero
risultati garanzia sufficiente per una pace duratura nell’Europa centro occidentale, con
conseguente rafforzamento dei grandi feudatari.
Obiettivo questo di non trascurabile importanza, soprattutto se si considera lo scenario
geo politico più ampio che vedeva, nel Mediterraneo orientale, Bisanzio intenta a
difendersi dagli attacchi indotti dai musulmani e il solo impero ottoniano in grado di
frenare con probabilità di successo l’impeto degli slavi orientali non ancora cristianizzati.
Pertanto, è plausibile che l’arcivescovado di Reims non mirasse soltanto a mantenere e,
se possibile, accrescere il proprio potere nella regione circostante, ma che avesse mire
ben più ambiziose che andavano al di là delle vicende ‘particulari’.
La relativa tranquillità di Adalberone durò poco. Infatti, già al termine dell’anno giudicò
opportuno, in una lettera scritta sempre dal suo segretario Gerberto, richiamare
vivacemente il cugino Egberto che, a suo parere, non si stava impegnando a sufficienza
per impedire l’incontro - che sarebbe dovuto avvenire il 1° Febbraio 985sulla riva destra
del Reno - tra Lotario ed Enrico di Baviera.
Non riusciva a vedere forse, Egberto, il pericolo rappresentato da una loro eventuale
coalizione adversus Dominum et adversus Christum tuum? (Salmi 2, 2). L’arcivescovo,
coaidiuvato da Gerberto, si trovò di nuovo nell’urgenza di intervenire rapidamente. E
Adalberone cominciò a osservare sotto una luce particolare anche Ugo Capeto, data
l’influenza da lui esercitata sul re Lotario.
Il Dux francorum e la famiglia del Lorenese erano, d’altronde, legate da vincoli di
parentela da qualche anno, visto che uno zio di Adalberone, Federico I, duca di Lorena, si
era unito in matrimonio con Beatrice, sorella del Capetingio. Non sarebbe stato, pertanto,
un servizio enorme quello di tentare di far ragionare il re ed entrare così, sempre più,
nell’orbita imperiale, anche perché Ugo era pienamente consapevole dei vantaggi che ne
sarebbero seguiti. Tuttavia, per convincerlo definitivamente, Adalberone prospettò la
possibilità che il nome del figlio, Roberto, potesse essere inserito accanto a quello
paterno nel trattato stipulato ai tempi del suo primo incontro con Ottone II, trattato che
ora Ottone III avrebbe potuto rinnovare a dimostrazione della particolare benevolenza
con cui, da parte imperiale, si guardava a lui e alla sua famiglia.
Approfondimenti sulla lezione 65
Tale notizia, giuntaci dalla lettera scritta ex persona Adalberonis da Gerberto di Aurillac,
tra febbraio e marzo 985, ad Adalberone, vescovo di Verdun, nipote di Adalberone di
Reims, dimostra come il doppio gioco fosse all’ordine del giorno, nonostante vi si
ricorresse per superiori interessi:
‘...La pericolosità dei tempi hanno tolto la libertà di dire in maniera chiara quelle cose
che si vorrebbe dire. Abbiamo contattato colui che la Fortuna ha messo a capo dei
Franchi, grazie ad emissari fedelissimi di Godfrido che avrebbero agito per conto della
vostra parte. Noi abbiamo garantito che voi volete rinnovare quel patto di alleanza che
una volta era stato stipulato fra lui e il nostro cesare Ottone, includendo nel patto
l’unico figlio che ha. Abbiamo persuaso [Ugo] che lo stesso cesare morente aveva
chiesto ciò per mezzo del figlio di Sigfrido che gli era assai caro. Per tali motivi questa
operazione ci apparve positiva per noi e per il figlio di cesare: scrivete al più presto se
volete portare avanti o abbandonare questa operazione ormai intrapresa. Noi siamo
immersi pienamente in questo affare, per altro molto pericoloso, in piena sicurezza? Non
è facile dire quali ardite iniziative siano state bloccate a causa di siffatto atteggiamento’.
Come è possibile notare, durante tutto quel periodo l’attività politica
dell’arcivescovo remense seguiva varie e distinte linee di tendenza, ed era volta
a far sì che, al momento del raggiungimento della maggiore età, Ottone III
fosse messo in condizione di reinserire definitivamente la monarchia dei Franchi
nell’orbita imperiale. Non si deve tuttavia correre il rischio di enfatizzare l’azione
politica di Adalberone proprio perché, essendo signore indiscusso della Lorena,
non era intenzionato a perdere i privilegi che la sua famiglia deteneva da lunga
data.
Guida allo studio della lezione 65
PER APPROFONDIRE VIEPPIÙ I TEMI TRATTATI IN QUESTA LEZIONE SUGGERISCO LA
LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri delle Storie
(888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio, Gerberto di
Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 66

Il problema della Lotaringia


Vi era un’antica questione ancora in sospeso, sempre sullo sfondo delle vicende trattate.
Si tratta della Lotaringia, la cui posizione strategica, tra le zone franche e quelle
germaniche, passava però quasi in secondo piano rispetto a quello che potremmo forse
definire un aspetto ‘sentimentale’. Questa terra era la culla dell’impero carolingio: lì si
trovava Aquisgrana, mitica capitale che Carlo predilesse sempre e che pose al di sopra di
Roma, anche dopo essersi cinto della corona imperiale in San Pietro.
Per il re dei Franchi, il sogno di riconquistarla era vivo. Da parte sua, l’arcivescovo di
Reims spese i suoi ultimi anni di vita proprio per impedire che ciò potesse accadere,
probabimente mosso sia dall’interesse nei confronti della sua numerosa e potente
famiglia sia dal timore di un eventuale scontro tra impero e regno franco. Aveva quindi
ragione il re franco a diffidare di Adalberone, anche quando questi si atteggiava a
vassallo fedele. D’altra parte, le attestazioni di fedeltà dell’arcivescovo si concludevano
ogni volta con le parole: «Sempre che questa non contrasti con i suoi doveri di servo di
Dio».
Il significato di suddette parole era sibillino e altresì inquietante per il sovrano.
Il rapporto tra i due grandi protagonisti di quel periodo dovette inevitabilmente incrinarsi
quando il re, nel tentativo di estendere il suo potere verso est, manifestò mire su Verdun.
In quella importante sede vescovile era stato insediato da Teofano proprio un nipote di
Adalberone. Il gesto del re era, dunque, un atto di chiara ostilità nei confronti
dell’imperatrice e, in seconda battuta, nei confronti dell’arcivescovo di Reims il quale,
però, sorprendentemente non reagì, anzi. Nella lettera tratta dall’epistolario gerbertiano
indirizzata al vescovo di Liegi, Notgero, datata ai primi di aprile del 985, si chiarisce che
l'apparente favore con cui Adalberone sembrava consentire all’impresa di Lotario non
rispondeva, come era naturale pensare, ai suoi intimi sentimenti - che erano di grande
lealtà nei confronti di Teofano e del figlio - “sed...tyrannus extorserit”.
E sempre lealtà «divine Teophane imperatrici semper augustae ac filio eius semper
augusto» veniva ribadita nella lettera del medesimo periodo indirizzata alla moglie di
Goffredo, conte di Verdun e fratello di Adalberone.
Nel corso di questi avvenimenti l'arcivescovo di Reims si andava sempre più convincendo
che il re dei Franchi rappresentasse un serio ostacolo sia per la pace nel mondo cristiano
sia per la futura riunificazione dell’impero cui il lorenese ambiva. Probabilmente fu proprio
allora che, nella mente di Adalberone, cominciò a insinuarsi la concreta eventualità di un
passaggio di consegne in seno alla monarchia franca.
Ciò spiegherebbe l’interesse sempre maggiore con cui l’arcivescovo remense guardava a
Ugo Capeto. Adalberone faceva infatti scrivere a Gerberto:
‘Lotario, considerato re di Francia di nome, Ugo non di nome ma per le azioni e
l’impegno’.
Fu proprio Gerberto che, mentre Adalberone era lontano da Reims, scrisse al suo
mentore sollecitandolo e insistendo perché questi si impegnasse in vario modo per non
perdere l’amicizia e la fiducia di Ugo. In effetti, l’arcivescovo remense si trovava a Verdun
dove stava intessendo un’alleanza con il capetingio. L’insistenza con cui il monaco
auriliacense si rivolse ad Adalberone non fu spesa invano, tanto è vero che dopo la visita
di Gerberto a Verdun - località ormai in mano al re - del 31 marzo 985, durante la quale
ebbe modo di incontrare i prigionieri, lui e Adalberone divennero i coordinatori della lotta
dei lorenesi contro Lotario. Reims era divenuta de facto il fulcro della resistenza e dello
spionaggio a favore dell'impero.
Ugo Capeto dimostrava di saper tessere la sua tela in modo da creare le premesse per un
eventuale miglioramento della sua situazione e, magari, poter aspirare a qualcosa di più.
Pertanto restò fedele al suo re sino a quando questi non ebbe l’impudenza di incarcerargli
un nipote: solo da quel momento l’atteggiamento di Ugo mutò radicalmente. Egli si
avvicinò definitivamente ad Adalberone di Reims, che ormai appariva a Lotario senz’altro
un fellone da giudicare e condannare al più presto. Il re dei Franchi non aveva tutti i torti
dal suo punto di vista. D’altronde, ben altri erano i piani del lorenese.
Approfondimenti sulla lezione 66
In una missiva dell’epistolario gerbertiano si fa cenno a un conventus Francorum indetto
da Lotario a Compiègne per giudicare il comportamento di Adalberone, inaccettabile
nell’immagine del sovrano franco. Si trattò di un vero e proprio processo in cui
Adalberone si difese con l’energia che lo caratterizzava, almeno stando all’epistolario
gerbertiano:
«Sono accusato di tradimento e di infedeltà verso sua maestà perché ho accordato a mio
nipote di venire a Palazzo (di Ottone) e, come dono di un altro sovrano, di ricevere un
episcopato di quest’altro regno che il mio signore, il re Lotario, ha ridotto sotto la propria
giurisdizione, e perché, in seguito, io gli ho conferito i gradi ecclesiastici senza
l’autorizzazione e il permesso del mio signore (Lotario)». Va fatto osservare che Richerio
tace del tutto su tali questioni mentre, quasi due anni dopo, parlò ad abundantiam di un
altro processo intentato da Ludovico V contro l’arcivescovo di Reims.
Il processo fu comunque interrotto dal provvidenziale arrivo di un’armata guidata
dall’ambizioso Ugo. A Lotario, però, premeva non tanto giudicare e, nell’eventualità,
condannare Adalberone, ma far in modo che quest’ultimo rifiutasse di intronizzare il
nipote nel vescovato, lasciandogli finalmente libera la diocesi di Verdun per un suo fedele,
franco e non lorenese. Ciò avrebbe, infatti, segnato il definitivo passaggio di Verdun
dall’impero al regno dei Franchi. Disgraziatamente per lui e per i Carolingi la morte, che
lo colse il 2 marzo 986, arrestò tali ambiziosi tentativi.
Guida allo studio della lezione 66
PER APPROFONDIRE VIEPPIÙ I TEMI TRATTATI IN QUESTA LEZIONE SUGGERISCO LA
LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri delle Storie
(888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio, Gerberto di
Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 67

Ugo Capeto re
A Lotario successe il figlio diciannovenne Ludovico V, da tempo associato al trono. È
necessario però sottolineare ancora come, almeno inizialmente, il nuovo re sembrasse
lasciarsi guidare dalla madre Emma, da Adalberone di Reims e da Adalberone di Laon
verso una politica favorevole all'Impero. In tal modo, lasciava fuori dai giochi uno
sconcertato Ugo Capeto, che avrebbe desiderato esser tenuto in maggiore
considerazione, visti i rischi che aveva corso. Va sottolineato, però, che era inevitabile che
il binomio Adalberone-Gerberto non si sarebbe lanciato in avventure dall’esito dubbio
quando avrebbe potuto fare almeno un ultimo tentativo per mantenere la dinastia
carolingia sul trono dei Franchi.
Purtroppo per i Carolingi Ludovico V rappresentò una vera rovina: infatti nell’autunno del
986 attaccò Adalberone di Laon reo, a suo dire, di aver intrapreso una relazione con la
madre Emma. Con questo attacco si pose in modo inopinato nel solco della politica
paterna riguardo alla Lotaringia. Ma per intraprendere siffatta impresa avrebbe dovuto
affrontare il pericoloso arcivescovo di Reims. Per contrastarlo Ludovico era consapevole
che avrebbe dovuto portargli un attacco in forze; attacco che non sarebbe passato certo
inosservato a gente ormai di esperienza come Gerberto. Questi si affrettò, pertanto, a
scrivere ad Adalberone, che in quel momento si trovava in Lorena, esortandolo a
rientrare subito a Reims per rinforzare le sue piazzeforti in grave pericolo. Il destino,
però, chiarì da che parte si era schierato: il 21/22 maggio 987 a Senlis anche Ludovico V
opportunamente morì.
A questo punto non vi erano più impedimenti all’ascesa di Ugo Capeto al trono dei
Franchi. Ugo colse dunque tale occasione per rientrare in gioco, offrendo con modo, che
senza esitazione potrebbe esser definito ipocrita, rifugio a Emma e ad Adalberone di
Laon. Egli aiutandoli, de facto, si poneva come protettore di chi avrebbe voluto mettere
da parte. Ci pensò il destino a sciogliere determinati nodi visto che Emma trovò la morte
nel 988. . La nobiltà che aveva seguito Ludovico, infatti, era stata disorientata da quel
lutto improvviso e non si sentiva in grado di sostenere ulteriormente un attacco militare
contro i due Adalberone e la regina madre. Emergeva così un vuoto di potere altamente
pericoloso.
Occorre comunque sottolineare che il re, poco prima di morire, sembrava aver mutato i
suoi progetti, tanto che Gerberto, scrivendo all’arcivescovo di Colonia, faceva riferimento
a un colloquio indetto per il 18 maggio, che avrebbe dovuto portare pace tra Ludovico V
e Adalberone di Reims. Inoltre, già il 29 marzo a Compiègne Ludovico V si era incontrato
con Beatrice di Lorena per trattare un’intesa:
‘Il 29 marzo la Signora, la duchessa Beatrice,giunta al palazzo di Compiègne, aveva fatto
in modo che il 25 maggio, a Montfaucon, il re Ludovico, la regina Emma, il duca Ugo si
incontrassero con la signora Adelaide, l’imperatrice e il duca Corrado, al fine di lavorare
per la pace’.
Ma ciò non poteva bastare a Gerberto, e quindi ad Adalberone. Il monaco di Aurillac era
tanto lontano dall’approvare l’esclusione di Teofano da adoperarsi presso la stessa
Beatrice per frantumare tale progetto: solo Teofano, infatti, secondo Gerberto (cioé
secondo l’arcivescovo remense), era deputata a dettare le condizioni di pace.
Con ogni probabilità un simile mutamento di posizione da parte di Ludovico fu
determinato dall'influenza di Ugo che da febbraio-marzo aveva ricominciato a farsi sentire
sul re, almeno nel tentativo di evitare la perdita dei vantaggi acquisiti.
La morte di Ludovico si rivelò particolarmente grave per la dinastia carolingia, in quanto
era sopraggiunta in mancanza di eredi diretti del sovrano. Lo zio di questo, Carlo di
Lorena, non aveva ancora perso le speranze di far valere i propri diritti dinastici che, del
resto, avevano un qualche fondamento. Carlo, però, commise un notevole errore di
valutazione provando a rivolgersi proprio ad Adalberone perché appoggiasse la sua
canditatura al trono. La risposta fu negativa. Nel frattempo l’assemblea dei nobili si era
riunita a Compiègne, giurando fedeltà a Ugo. Nondimeno si decise di attendere una
nuova riunione prima che siffatto pronunciamento fosse definitivo sul futuro sovrano dei
Franchi (secondo il suggerimento di Adalberone). L’assemblea dei maggiorenti del regno
si radunò dunque a Senlis a giugno, sotto la presidenza di Ugo.
Guida allo studio della lezione 67
PER APPROFONDIRE VIEPPIÙ I TEMI TRATTATI IN QUESTA LEZIONE SUGGERISCO
SEMPRE LA LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri
delle Storie (888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio,
Gerberto di Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Guida allo studio della lezione 67
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SEMPRE LA LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri
delle Storie (888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio,
Gerberto di Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 68

Primi passi di Ugo Capeto


Il nuovo re dei Franchi fu, dunque, Ugo Capeto che, secondo Sassier, «n’avait été qu’un
allié occasionnel d’Adalbéron de Reims; jamais il ne s’était comporté en ‘créature’ des
Ottoniens, comme Charles de Lorraine au temps où Otton II, envahissant le royaume
franc, l’en avait fait l’éphémère souverain».
E la nobiltà franca non perdonò quello che aveva vissuto come tradimento di Carlo nei
confronti del regno dei Franchi.
L’incoronazione di Ugo avvenne, come di consueto, a Reims proprio per mano di
Adalberone e Gerberto, sempre accanto a lui, venne immediatamente impiegato anche
dal nuovo re come suo portavoce. Si può ben affermare che il Capetingio, in questo
modo, avesse finalmente coronato il suo sogno e che il suo impegno e la sua ambizione
fossero stati ampiamente soddisfatti.
Forse il tutto fu influenzato anche dal fatto che Carlo, accettando l’investitura della Bassa
Lorena fattagli, a suo tempo, da Ottone II, ne era diventato di fatto un vassallo e, in
quanto tale, per i Franchi risultava uno ‘straniero’.
A proposito dell’elezione del capetingio sul trono dei Franchi si leggano anche le
considerazioni di Rodolfo il Glabro che afferma:
‘Dopo la scomparsa dei re Lotario e Ludovico le redini dell’intero regno passarono a Ugo,
duca di Parigi, figlio del già menzionato Ugo il Grande e fratello del celeberrimo Enrico,
duca di Borgogna. Quest’ultimo e con lui i maggiorenti di tutto il regno si adunarono e
unsero re il suddetto Ugo. Come abbiamo già osservato, la sua famiglia era congiunta da
rapporti di parentela coi re sassoni, a partire da Ottone I, che era figlio di una sorella di
Ugo il Grande’.
Con la qual cosa si vuole significare come Rodolfo avesse ben chiaro cosa Adalberone di
Reims volesse costruire con l’elevazione al trono del Capeto.
Intanto, il monaco si mise all’opera, esortando l’arcivescovo di Sens, , in un primo tempo
ostile ad Ugo, a rendere omaggio, entro un termine stabilito, al nuovo re. L’arcivescovo,
dopo aver valutato l’evoluzione della situazione, si lasciò persuadere e indietreggiò a tal
punto che, nel Natale 987, fu proprio lui a elevare al trono anche Roberto, figlio di Ugo Si
tratta di Seguino, che fu arcivescovo di Sens dal 977 al 999.
In tal modo il futuro immediato della nuova dinastia sarebbe risultato più solido. Si rende
necessario, ora, un breve passo indietro.
La nomina di Gerberto quale portavoce della casa reale non fu casuale o frutto di uno
scambio di favori di vario genere. Ugo stimava sul serio quel monaco tanto che, in tempi
non sospetti, nel 980, lo aveva scelto come maestro per il figlio Roberto.
Divenuto re, fece ricorso a lui ogni qualvolta si trovò a dover affrontare questioni di
rilevanza particolare, per le quali era necessario affidarsi a persone esperte, sagge e
prestigiose al tempo stesso, come, per esempio, in occasione del tentativo compiuto
presso la corte di Bisanzio di ottenere la mano della principessa Anna in favore di
Roberto. In Occidente, infatti, non era facile trovare una sposa di rango elevato per il
giovane re, considerati sia i difficili rapporti della sua casata con altre nobili famiglie
germaniche, franco-italiane o anglosassoni che fossero, sia gli stretti legami di parentela
che lo univano alle famiglie regnanti. Il matrimonio in questione, tuttavia, non si celebrò
a causa del rifiuto di Bisanzio che, forse, ritenne il giovane non all’altezza. Roberto
dovette quindi ripiegare sulla più accessibile Rozala, vedova di Arnolfo II di Fiandra.
Ma Gerberto, accanto al suo impegno di consulente matrimoniale del sovrano franco,
continuò a collaborare con Adalberone per ‘puntellare’, con il suo significativo intervento,
il trono di Ugo che, agli inizi, appariva piuttosto instabile.
Gli attacchi più gravi giungevano, come è ovvio, da Carlo di Lorena, che costituiva un
pericolo davvero concreto, dato che il suo diritto al trono appariva per molti indiscutibile.
In diverse lettere è testimoniato l’impegno con cui l’arcivescovo di Reims difese
strenuamente la causa del primo re capetingio che, appena consacrato, si era affrettato a
restituire Verdun al fratello dell’arcivescovo di Reims, Goffredo.
Approfondimenti sulla lezione 68
Queste importanti concessioni testimoniano l’indubbia volontà del re di rinunciare a
qualunque pretesa di estendere il potere franco verso est ma, soprattutto, esprimono la
forte determinazione del sovrano di saldare in modo sempre più solido il legame con la
famiglia degli Adalberoni. Ugo Capeto era ben consapevole che la volontà
dell’arcivescovo remense dovesse essere assecondata o, comunque, ascoltata, se si
voleva mantenere la corona sulla testa.
Dall’altra parte, Carlo di Lorena non aveva intenzione alcuna di darsi per vinto. Giungendo
a conquistare con la forza il territorio del vescovado di Laon, costrinse Adalberone, che
vedeva in pericolo la stessa Reims, a difendersi militarmente. L’impegno dell’arcivescovo
fu duplice: in primis procurarsi alleati sicuri e disposti a fornirgli le truppe necessarie,
quindi esortare alla prudenza i vari parenti e congiunti sparsi nel territorio, in modo da
non offrire, ai suoi non pochi nemici, l’occasione per danneggiarlo.
Questo stato di cose non poteva tuttavia durare a lungo: la pace, a ben vedere, serviva
anche al nuovo re ed ecco, provvidenziale, un’epistola, di cui non si conosce il
destinatario, mediante la quale si propone un incontro tra tutti i sovrani da tenersi nei
primi mesi del 989 in un luogo prossimo ai confini della Borgogna, della Lorena e della
Francia “ut pax et concordia Regnorum, et ecclesiarum Dei, nostro vitio non destituatur”.
Guida allo studio della lezione 68
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SEMPRE LA LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri
delle Storie (888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio,
Gerberto di Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 69

La situazione a Reims cambia


Il 23 gennaio 989 moriva Adalberone, l’uomo che fino ad allora aveva rappresentato il
punto fermo intorno al quale era stato costruito quello che in fondo si può ben definire
un colpo di stato a danno dei Carolingi.
Poco prima di morire l’arcivescovo, sentendosi in fin di vita, aveva mandato a chiamare il
nuovo sovrano franco ma, al momento dell’arrivo del re lo stesso 23 gennaio 989, si era
già spento. Nondimeno il suo ambizioso disegno sembrava stesse realizzandosi senza
evidenti e gravi ostacoli. In realtà la situazione doveva essere ben più complessa, se lo
stesso braccio destro di Adalberone definiva, ancora nel 989 o, forse, nel 990, interreges i
due Capetingi Ugo e il figlio Roberto.
Ugo Capeto ottenne senza grandi problemi il giuramento di fedeltà da parte degli
abitanti, del clero e dell’aristocrazia di Reims. Dunque abbandonò la città, ma solo dopo
aver assicurato loro, con un gesto di grande liberalità, che gli era consentito scegliersi il
signore. Egli, d’altronde, potrebbe aver dedotto che la scelta sarebbe caduta su Gerberto,
già scolasticus e insegnante del figlio Roberto.
In effetti, stando alle parole di Gerberto di Aurillac, fu Adalberone di Reims a indicare il
suo protetto come erede.
‘…il padre A[dalberone] mi aveva designato come suo successore, con il favore di tutto il
clero, e di tutti i vescovi, e di alcuni cavalieri’.
Una simile scelta sarebbe stata approvata senza difficoltà alcuna da Ugo sia perché il
monaco auriliacense aveva dimostrato di essere un abile politico, almeno come il suo
predecessore, sia perché forse possedeva quelle doti di duttilità che al primo erano
mancate. Da non trascurare è poi il fatto che Gerberto non avesse interessi particolari da
difendere, quindi si sarebbe potuto dimostrare maggiormente libero da vincoli rispetto al
predecessore. Gerberto, da parte sua, sembrava tergiversare prima di un suo placet.
Probabilmente voleva guardarsi intorno per vedere quali prospettive gli si offrissero.
Che fosse intimorito dalla grandezza di Reims, una delle sedi più ambite - sotto il profilo
sia politico sia amministrativo - alla quale, quindi, potevano aspirare persone di origini
molto più nobili delle sue? A tale interrogativo non è possibile fornire alcuna risposta
certa, in quanto l’unico documento a nostra disposizione è un’epistolaindirizzata ad
Adalberone di Verdun, nella quale, rispondendo a una proposta giunta da parte del
vescovo, chiedeva a chiare lettere se si trattasse di una vera e propria offerta di passare
al suo servizio oppure di una semplice consolazione.
Quello che sappiamo è che, in breve tempo, la situazione mutò.
Intanto il sovrano dei Franchi aveva urgenza di «ricostruire a proprio vantaggio una
legittimità». In proposito si devono riportare le parole di Abbone di Fleury:
‘Conosciamo tre tipi di elezione generale, quella del re o dell’imperatore, quella del
pontefice, quella dell’abate’.
A ragione Bloch sottolinea come proprio quest’affermazione debba essere presa in
considerazione perché riflette come il clero fosse avezzo a significare solo l’elezione
decisiva quale fonte canonica del potere episcopale o abbaziale. Esso dunque «era ...
indotto a vedervi anche l’origine più degna del potere politico supremo».
Ugo, nel frattempo, sembrava aver trovato un altro arcivescovo, più adatto di Gerberto,
nella persona di Arnolfo, figlio naturale del defunto re Lotario. Si trattava con ogni
evidenza di un modo per risarcire i Carolingi dello smacco subito e il primo re dei
Capetingi, da politico accorto, non si lasciò sfuggire simile occasione. Egli,
comprensibilmente, tentava di spegnere ogni focolaio di ribellione che avrebbe potuto
condurre verso una devastante guerra civile. D’altronde in Arnolfo aveva individuato un
individuo disposto a tutto pur di ottenere l’importantisissima perché influentissima diocesi
remense.
Pur di ottenere Reims, infatti, Arnolfo aveva promesso di abbandonare la causa dello zio
Carlo di Lorena e di passare dalla parte del neo sovrano: l’offerta era sicuramente
allettante (e tale apparve anche a Brunone di Langres, che l’appoggiò). Inoltre esisteva
l’eventualità, per Ugo, di essere riconosciuto re dei Franchi anche dall’ultimo carolingio,
l’unico che avesse titolo per contendergli il regno. Quando fece ritorno a Reims, Ugo si
presentò quindi in compagnia di Arnolfo. La sua rinnovata offerta al popolo e al clero non
lasciò dubbi sui suoi desiderata: Arnolfo venne quindi eletto arcivescovo.
Il nuovo re dei Franchi si era però illuso di poter liquidare senza troppi sforzi la questione
carolingia. In realtà gli avvenimenti successivi dimostrarono, con sufficiente chiarezza,
che Arnolfo, avvicinandosi a Ugo, aveva agito in pieno accordo con lo zio Carlo, che in
quel momento si era già impadronito di Laon e che, dopo l’elezione del nipote, si sarebbe
impadronito anche di Reims. Le porte della città vennero aperte nottetempo alle truppe di
Carlo dal monaco Augiero. Inizialmente Arnolfo si finse vittima di una congiura e non
esitò a maledire in modo solenne chi lo aveva tradito, poi però fu pronto a giurare fedeltà
a Carlo, di cui inizialmente si era finto prigioniero.
Anche Rodolfo il Glabro sottolinea, pur senza approfondire la questione, i gravi problemi
che dové fronteggiare il Capeto:
‘Non molto tempo dopo aver preso il timone del regno di Francia, Ugo si trovò dunque a
fronteggiare l’ostilità di molti fra i suoi, che pure in precedenza gli si erano sottomessi in
tutto e per tutto’.
Per mesi Arnolfo, con grande affanno, continuò a barcamenarsi nei suoi rapporti con Ugo
che, invano, lo sollecitava a presentarsi dinanzi a lui. L'ammissione ufficiale del suo
tradimento si ebbe solo qualche tempo dopo, nella primavera del 990.
In tale disordine si trovò coinvolto, suo malgrado, anche Gerberto che, in seguito
all’elezione di Arnolfo, cercava di dissimulare la sua amarezza:
‘Non devo esprimere molte parole a chi è partecipe e consapevole di tutte le mie opinioni.
Sapete, infatti, per quali motivi rimasi, dopo la dipartita a Dio del mio padre beato
Ad[alberone] io sia rimasto per tanto tempo a Reims, e verso dove [prima e dopo il
tradimento io abbia tentato di partire]’.
Approfondimenti sulla lezione 69
Il portavoce del defunto arcivescovo remense anche in questa circostanza dimostrò che
un buon monaco sapeva accettare la volontà di Dio o, piuttosto, come gli aveva
insegnato Terenzio, riusciva ad adattarsi, ripetendo “si non potest fieri quod vis, id velis
quod possit”. Gerberto che, dopo l’ingresso di Carlo a Reims, era rimasto accanto ad
Arnolfo, credendo - o almeno fingendo di credere - alla sua versione dei fatti, prese infine
la sua decisione e, su suggerimento tra gli altri del vescovo Brunone, si recò a Senlis
presso Ugo. Tale decisione risultò sofferta: Gerberto non poteva dimenticare che Carlo
era pur sempre un erede legittimo del regno dei Franchi, da lui sacrificato senza troppi
complimenti.
A proposito dello stato d’animo di quel momento, scrivendo a Egberto, arcivescovo di
Treviri, nel maggio 990, Gerberto disse che il mese precedente era stato
‘non complice dei vizi, ma responsabile dei massimi delitti, proprio io che avevo militato
nella scuola di tutte le virtù sotto il comando del padre mio Ad[alberone] di beata
memoria’.
Particolarmente interessante appare inoltre la lettera scritta da Gerberto ad Adalberone di
Laon pochi mesi dopo, nell’inverno 990, nella quale presentava la consacrazione di Ugo
Capeto in termini tali da lasciarci incerti circa le vere intenzioni di Adalberone di Reims a
riguardo. Doveva essere Ugo Capeto un re ad interim? E in caso affermativo, in attesa di
chi? Gerberto scriveva:
‘Ricordati, mio dolce amico, te ne prego, di ciò che è accaduto sotto il governo del padre
mio Adalberone. Il fratello germano del Divo Augusto Lotario, erede del regno, è stato
espulso dal proprio regno. I suoi rivali non hanno ricevuto che ad interim, almeno tale è
l’opinione di molti, il potere reale’. Gerberto seguitava consigliando al vescovo di Laon di
passare dalla parte di Carlo di Lorena, se non avesse voluto perdere il suo vescovato. Ma
era sincero Gerberto quando consigliava in tal senso Adalberone di Laon oppure si
trattava di un inganno ordito ai danni di Carlo di Lorena?
Non abbiamo prove per decidere in un senso o nell’altro; sta di fatto che, stando alle
affermazioni di Richerius, nella domenica delle Palme 991 l’arcivescovo di Laon giurò
effettivamente fedeltà a Carlo.
Si trattava di una trappola per l’ultimo dei Carolingi: durante la notte l’arcivescovo di Laon
fece entrare i suoi fedeli nella città e al mattino seguente Carlo e Arnolfo furono catturati.
Da quel momento Carlo, rinchiuso in Orleans, non infastidì più la monarchia capetingia.
Guida allo studio della lezione 69
PER APPROFONDIRE VIEPPIÙ I TEMI TRATTATI IN QUESTA LEZIONE SUGGERISCO
SEMPRE LA LETTURA APPROFONDITA DI RICHER DI SAINT REMI, I quattro libri
delle Storie (888-998), a cura di P. Rossi, Pisa 2008; L. Montecchio,
Gerberto di Aurillac. Silvestro II, Perugia 2011.
Lezione 70

Vita di Gerberto di Aurillac


Parallelamente alla vicenda degli Ottoni si svolge quella del più importante scholasticus
del secolo X. Gerberto di Aurillac ebbe un notevole influsso sulla politica ottoniana, da
Ottone II in poi. Ci sembra pertanto opportuno approfondire le vicende di questo monaco
cluniacense. Verso la metà del X sec. un uomo dotato di molteplici talenti apparve in un'
Europa sconvolta dalle guerre tra i vari signori e signorotti che se ne contendevano i
territori. Da un' umile famiglia dell' Aquitania, nel 950 circa, nacque Gerberto. La data
esatta della nascita non si conosce ed è altresì oscura la sua origine sociale, come ci
informa il tardo Breve chronicon Aureliacensi abbatiae , che lo ricorda quale “ obscuro
loco natum ”. Il giovane, rimasto presto orfano di entrambi i genitori, venne accolto nell'
abbazia di StGéraud d' Aurillac, ove venne istruito dai monaci appartenenti all'ordine
cluniacense. Ma quando sia avvenuto ciò e che età avesse Gerberto non è dato sapere
con esattezza. Probabilmente il periodo può essere collocato intorno al 960.
Gerberto mostrò presto di possedere un notevole ingegno che, unito ad un' incredibile
brama di sapere, gli permise di trarre il massimo dagli insegnamenti ricevuti a St-Géraud.
Le sue notevoli capacità non tardarono ad essere riconosciute dal suo maestro Raimondo,
il quale non esitò a informarne l' abate Geroldo. Essi avrebbero voluto che il giovane
potesse coltivare il più possibile il proprio intelletto, ma -sfortunatamente- a San Géraud
più di tanto non si era in grado di offrire. Raimondo e Geroldo, però, seppero affidarsi alla
Provvidenza e così, quando il margravio Borell, signore di Barcellona , giunse in visita di
devozione ad Aurillac (era venuto in Francia per sposare la figlia del conte di Rourgue),
l’Abate gli chiese se in Spagna ci fosse qualcuno presso il quale ci si potesse perfezionare
nelle artes . La risposta di Borell fu affermativa- d’altronde ingraziarsi un abate poteva
sempre risultare utile!-e allora Geroldo lo pregò di condurre seco uno dei suoi monaci.
Fu così che nel 967 Gerberto ebbe la possibilità di recarsi in Ispagna, dove poté arricchire
la sua cultura, anche grazie agli stretti contatti allora intercorrenti tra la Catalogna e il
mondo arabo, dato che nella Marca di Spagna convivevano tre culture: quella visigota,
quella carolingia, e, appunto, quella araba. Considerata la sua curiositas , non stupisce
che abbia approfittato delle maggiori conoscenze degli scienziati musulmani, sopratutto
nel campo della matematica e dell' astronomia, materie, queste, poco approfondite allora
in Francia e nel resto d’Europa. In realtà alcuni studiosi di epoche diverse parlano di un
soggiorno di Gerberto in Cordova, Toledo, Siviglia, luoghi ricchi sì di erudizione, ma anche
piuttosto inospitali, considerando il fatto che si trovavano nel cuore della Spagna
musulmana.
Nondimeno, secondo questi eruditi, la cultura di Gerberto nelle scienze arabe deriverebbe
da tre anni di studi trascorsi proprio nella Spagna meridionale. Ma si tratta solo di
supposizioni, dato che il biografo di Gerberto, Richerius, che è anche la nostra fonte più
attendibile - non fosse altro perchè suo contemporaneo - non ci dice nulla sulla sua
permanenza nella parte musulmana della penisola iberica. D' altra parte bisogna anche
tener conto del fatto che la Spagna musulmana allora era governata da un califfo
intollerante, Hisham II, il quale, proprio durante il soggiorno di Gerberto, attaccò
Barcellona (Leon e Santiago di Compostela, quest' ultima capitale della cristianità
spagnola).
Un periodo di permanenza in terre musulmane sarebbe stato dunque un po’ troppo
rischioso, se si pensa che Gerberto, oltretutto, era un monaco! Quindi è più logico
pensare che egli si accontentasse di prendere il meglio di quanto gli offriva la Marca di
Spagna dove, per la relativa tranquillità della zona, rispetto ad altre, v'erano maggori
possibilità di apprendere le scienze arabe; inoltre, non conoscendo Gerberto la lingua,
non avrebbe avuto nessun giovamento da contatti diretti con gli Arabi. Comunque, con
una certa sicurezza, è possibile affermare che il monaco aquitano abbia avuto la
possibilità di frequentare i cinque importanti centri culturali che erano in Catalogna: Vich,
Ripoll, Cuixa, Gerona e Barcellona. Al suo arrivo Gerberto fu quindi da Borell affidato al
vescovo Hatto di Vich , con il quale studiò intensamente e con profitto la matematica ( in
mathesi plurimum et efficaciter studuit dice Richerius).
Approfondimenti sulla lezione 70
In seguito è altamente probabile che Gerberto abbia frequentato Santa Maria di Ripoll ,
oltre che l’altro luogo importante di cultura, il monastero di San Miguel di Cuxia, situato
nel nord della Catalogna , di cui l’allora abate Guarino fu uomo di immensa cultura,
grande viaggiatore e grande conoscitore delle questioni riguardanti la Terra Santa; rimase
abate sino all' anno 962. Sappiamo con certezza che Gerberto conobbe Guarino da una
lettera inviata a Raimondo d' Aurillac nel 984 o 985, dove si fa appunto riferimento all'
amicizia che lo legava a Guarino. Ma anche in un' altra lettera Gerberto accenna a
Guarino: si tratta di una missiva della primavera del 984 a Geraldo d' Aurillac, in cui
Gerberto lo prega di fargli avere un libro sulla Moltiplicazione e la divisione dei numeri
pubblicato da Giuseppe lo Spagnolo, che l' abate Guarino aveva lasciato ad Aurillac. L'
opera di Giuseppe era stata chiesta precedentemente da Gerberto per conto dell’
arcivescovo di Reims, Adalberone, ad un altro suo conoscente in terra Catalana: Mirone
Bonfiglio, vescovo di Gerona.
Questi, un aristocratico cugino del conte Borrel, al quale Gerberto chiede, appunto, il
De moltiplicatione et divisione numerorum , oltre ad essere in ottimi rapporti con
l’Arcivescovo di Reims, aveva una solida formazione scientifica e letteraria (conosceva il
greco, cosa rara per quei tempi). Esiste infine una lettera nella quale Ugo di Toscana
(970-1001), marchese di questa terra, figlio di Uberto, bastardo del re Ugo, parla delle
terre che ha donato a Guarino, terre i cui proventi sarebbero dovuti servire ad aiutare le
comunità monastiche di Gerusalemme. Quanto alla permanenza del giovane monaco
francese a Barcellona - dove pare che la sua Cattedrale accogliesse alcuni studiosi di
astronomia, grazie ai quali possediamo la traduzione in latino di opere scientifiche arabe
oggi perdute - è certo che egli abbia conosciuto il celebre Lupitus Barchinonensis,
traduttore in latino di un testo arabo di astronomia, il De Astrologia , il quale ebbe il
grande merito, in questo modo - e si tratta della prima volta - di permettere agli studiosi
europei di venire direttamente in contatto con le conoscenze astronomiche degli Arabi.
Gerberto ebbe la fortuna di avere proprio questo Lupito come maestro di astronomia e di
essere uno dei primi intellettuali a poter usufruire della sapienza di quell’astronomo.
Dopo il produttivo viaggio in Spagna, il nostro monaco seguì il conte Borrel in Italia (al
seguito del conte si recò anche Hatto, vescovo di Vich, che, come detto, fu il primo
maestro di Gerberto in Catalogna). Se il soggiorno in Spagna era stato fondamentale per
la sua formazione culturale, quello in Italia fu importantissimo per la sua successiva
carriera ecclesiastica. A Roma, infatti, conobbe papa Giovanni XIII (965-972). Uomo di
chiesa di brillante cultura, il Pontefice non ebbe difficoltà alcuna a intuire subito le grandi
capacità di Gerberto, tanto da raccomandarlo caldamente all' imperatore Ottone I: come
risultato, quando il conte Borell - amico di vecchia data della famiglia imperiale - partirà
da Roma, Gerberto vi rimarrà come precettore del figlio diciassettenne di Ottone. Nel
frattempo, e da quel momento in poi, il Benedettino dimostrerà di avere anche la fortuna
tipica di chi si trova sempre nel posto giusto al momento opportuno: sempre nel 972,
infatti, era giunto nell' Urbe Gerranus, scolastico di Reims, ivi inviato dal re dei Franchi
Lotario, in occasione del matrimonio di Ottone II con la principessa bizantina Teofano.
A Gerberto, che desiderava approfondire le sue conoscenze di logica, non parve vero di
poter approfittare della presenza del dotto Gerranus il quale, a sua volta, era desideroso
di conoscere quanto il monaco di Aurillac aveva appreso in Catalogna. Concluso il patto
con reciproca soddisfazione ed ottenuto il permesso di Ottone, lo scolastico di Reims
portò seco Gerberto in terra francese. Inutile dire che a Reims l' arcivescovo Adalberone
rimase molto colpito dall' intelligenza di Gerberto, tanto da decidere di non lasciarsi
sfuggire simile talento e giungendo, addirittura, a offrirgli la prestigisa carica di scolastico
dopo la morte di Gerranus . Morto nel frattempo Ottone I, Gerberto, ormai libero da
impegni, accettò di buon grado: cominciò, dunque, il periodo dell' insegnamento di
Gerberto a Reims, periodo che va dal 973 al 983.
Guida allo studio della lezione 70
Si suggerisce la lettura del paragrafo sull’insegnamento ai grandi del
secolo X del libro di L. Montecchio, Gerberto di Aurillac. Silvestro II,
Perugia 2011. Si tratta delle pagine 32-34.
Lezione 71

L’insegnamento di Gerberto
Dei dieci anni che il monaco di Aurillac trascorse a Reims non sapremmo nulla se non ci
avesse informati il già citato monaco Richerius: le lettere di Gerberto, infatti, hanno inizio
solo dal 982 e non possono quindi esserci di grande aiuto, in questo caso; come si vedrà,
esse sono invece ricche di notizie riguardanti il secondo periodo trascorso da Gerberto a
Reims.
Bisogna intanto partire dall’assunto che il nostro monaco trovò terreno fertile nella diocesi
remense perché colà vi era una biblioteca assai ben fornita: vi erano opere di Ambrogio,
Agostino, Gregorio Magno, Beda, Isidoro di Siviglia, Alcuino ed altri autori. Ancora questo,
però, non poteva essere sufficiente per uno studioso vero che, spinto da una insaziabile
sete di sapere, non si sarebbe certo accontentato delle opere che aveva a disposizione.
Gerberto, dunque, dopo avere letto tutto ciò che trovavasi nella sua nuova diocesi, quasi
con voracità, si adoperò con grande impegno ad arricchire una biblioteca già di notevole
spessore.
Ma il nostro monaco non si fermò. Egli volle crearsi una biblioteca personale che potesse
essergli d’aiuto negli studi e nell’insegnamento. Il monaco auriliacense era uno di quei
veri studiosi che non finalizzano lo studio alla mera ricerca ma che ‘usano’ la stessa per
proporla agli allievi.
Il suo desiderio di “ben vivere e ben parlare” lo portò dunque a cercare freneticamente
manoscritti e bravi copisti in tutta Europa:
«E così come a Roma finora e in altre parti d’Italia, anche in Germania e nella Belgica
pagai con una quantità di denaro scrittori e copie di autori, aiutato dalla benevolenza e
dall’impegno degli amici di questa provincia» Tale biblioteca venne fondata da Incmaro,
arcivescovo di Reims. Incmaro, più volte in contrasto con la Santa Sede a causa della
propria iniziativa politica, riuscì a far riconoscere una posizione di autonomia della Chiesa
francese rispetto a Roma.
La notevole preparazione culturale di Gerberto spinse il monaco ad apportare alcune
innovazioni nel modo di insegnare a Reims, sopratutto per quanto concerneva le arti del
trivio: grammatica, dialettica, retorica. Sembra, infatti, che egli anteponesse lo studio
della dialettica a quello della retorica; forse, però, questa conclusione risente della
confusione fatta dal Richerius sul nome “retorica” scambiato a volte con “logica”: di
conseguenza l’interpretazione potrebbe non essere del tutto attendibile.
Gerberto aveva a che fare con allievi poco più che undicenni, appena usciti dagli studi
elementari, ai quali insegnava la grammatica, spiegava cioé le opere dei classici
commentando riga per riga, parola per parola gli autori, secondo la tecnica antica.
Seguendo questi dettami il nostro monaco guiderà con pazienza i suoi scolari non solo
alla lettura di Virgilio e Terenzio, ma anche, come ricorda Richerius, altro.
Gerberto, inoltre, per il suo insegnamento, aveva a disposizione anche l’opera completa
di Cesare, qualche estratto dell’opera di Tito Livio e Sallustio, di cui cita ad esempio un
brano: “Omnes homines qui de rebus dubiis consulunt, oportet esse remotos ab ira, odio,
misericordia”.
Come salta facilmente agli occhi, si tratta di autori pagani, cosa che non procurava
nessuna crisi di coscienza al nostro Gerberto, anzi! Ciò però faceva nascere qualche
malignità sul suo conto, soprattutto da parte di uomini di chiesa poco inclini ad accogliere
lo studio di autori pagani o, comunque, non credenti nel Dio cristiano. Ma tale questione
dovettero affrontarla anche un Isidoro di Siviglia, prima di lui. Nondimeno uomini di
personalità e sicura spiritualità non si sarebbero mai fatti fuorviare da determinate
critiche ritenute ottuse.
D’altra parte, per il monaco aquitano, non si poteva prescindere da uomini che avevano
avuto il merito di nobilitare l’essere umano, possedendo, essi, altissimi valori morali, di
fondamentale esempio per i giovani.
Gerberto, all’uopo, non manca di sottolineare la sua ammirazione per Cicerone,
prescindendo totalmente dal suo essere pagano. Egli va oltre quando dice:
«…io, che nell’ozio e nell’attività fui diligente esecutore dei precetto di M. Tullio».
La parola executor tradisce solo la stima immensa che ha nei confronti del retore di
Arpino. La qual cosa prescinde dalla fede, dal paganesimo. Sono questioni altre quelle
religiose. Rimane il valore della persona. E quest’atteggiamento, molto simile a quello di
un Isidoro di Siviglia, fu sempre sullo sfondo delle sue lezioni.
Facilmente immaginabile, quindi, l’irritazione di Gerberto nei confronti di quei chierici
ottusi che gli rimproveravano un’attenzione eccessiva verso i classici: ribatteva, infatti,
con disprezzo, che i chierici di Roma “non studiavano né Platone, né Virgilio, né Terenzio,
né tutti gli autori della filosofia pagana”, come si legge nella lettera del legato Leone ad
Ugo Capeto nel 991, , facendo intendere, tra le righe, come tale ignoranza riflettesse
certi comportamenti troppo disinvolti per degli uomini di Chiesa.
Quasi due secoli prima, nella Hispania visigotica, anche Isidoro di Siviglia dovette
affrontare critiche simili da parte della genia di uomini di chiesa così arroccati su loro
convinzioni errate. Anche il vescovo ispanico, che pure amava moltissimo i classici,
considerandoli fondamentali per la preparazione dei giovani per la profondità del loro
pensiero, dovette scontrarsi con parte del clero iberico che, al contrario, pensando, in
buona fede, che Cicerone fosse pericoloso in quanto pagano, voleva preservare gli
studenti, evitando loro pericolose confusioni.
Approfondimenti sulla lezione 71
Vediamo ora come Gerberto affrontava l’insegnamento della retorica. I giovani allievi
dovevano, in primo luogo, studiare l’exordium, la narratio, l’argomentatio, la confutatio,
la peroratio.
comportava una conoscenza approfondita delle numerose figure retoriche, dei topoi. Il
che implicava una grande difficoltà di memorizzazione.
Ed ecco che Gerberto ci dà, in questo caso, il primo saggio del suo non comune talento di
insegnante. Per facilitare l’apprendimento dei suoi studenti, infatti, egli si ingegna a
costruire delle tavole di rapida consultazione, facilmente utilizzabili da qualunque altro
studioso:
«Per amore di costoro [cioè degli allievi] lo scorso autunno ho anche composto uno
schema dell’arte retorica, disposto su ventisei pergamene connesse l’una all’altra e
concatenate in un formato oblungo che è fatto da due volte tredici. È un’opera
certamente mirabile per gli esperti, utile agli studiosi per comprendere e collocare nella
mente i concetti fugaci e assai oscuri dei retori ».
Il che comportava una conoscenza approfondita delle numerose figure retoriche, dei
topoi. Il che implicava una grande difficoltà di memorizzazione.
Ed ecco che Gerberto ci dà, in questo caso, il primo saggio del suo non comune talento di
insegnante. Per facilitare l’apprendimento dei suoi studenti, infatti, egli si ingegna a
costruire delle tavole di rapida consultazione, facilmente utilizzabili da qualunque altro
studioso:
«Per amore di costoro [cioè degli allievi] lo scorso autunno ho anche composto uno
schema dell’arte retorica, disposto su ventisei pergamene connesse l’una all’altra e
concatenate in un formato oblungo che è fatto da due volte tredici. È un’opera
certamente mirabile per gli esperti, utile agli studiosi per comprendere e collocare nella
mente i concetti fugaci e assai oscuri dei retori ».
Tali arti nel X secolo non erano ancora oggetto di insegnamento. Lo scolastico di Reims,
quindi, fu - in questo campo - un pioniere e un innovatore: egli non si limitò ad insegnare
la teoria, ma addirittura, sempre nel tentativo di facilitare i suoi giovani allievi, memore di
ciò che aveva visto e appreso in terra iberica, inventò e costruì strumenti utili per rendere
più concrete e di più facile apprendimento determinate nozioni. Ecco allora l’abaco per
facilitare i calcoli, il monocordo per la musica, sfere celesti per l’osservazione degli astri,
orologi solari ed altre “diavolerie” che stupirono gli uomini di quell’epoca e fecero
diffondere la fama di Gerberto in tutto l’Occidente europeo.
Di fatto egli è colui che fece rinascere lo studio dell’arte del quadrivium in Europa: era
nato una sorta di novello Boezio.
Guida allo studio della lezione 71
Si suggerisce la lettura del paragrafo sull’insegnamento ai grandi del
secolo X del libro di L. Montecchio, Gerberto di Aurillac. Silvestro II,
Perugia 2011. Si tratta delle pagine 32-34.
Lezione 72

Gli allievi di Gerberto


Non sapremmo nulla degli allievi di Gerberto se non fosse egli stesso a parlarcene. Il
monaco, infatti, mantenne rapporti epistolari con molti dei suoi antichi studenti.
Anche Richerio in realtà non è fonte trascurabile circa i giovani che godettero della
sapienza del monaco auriliacense ma, senz’altro, le epistole che si scambiano maestro e
allievi sono i documenti più diretti che danno un tenore diverso delle relazioni intercorse
tra Gerberto e i tanti studenti divenuti ben presto importanti. Il cronista delle Historiarum
tende, infatti, a rimanere un poco in superficie quando affronta la questione dei rapporti
tra lo scolastico, da cui tanto ha appreso, e i suoi studenti, molti dei quali divenuti
famosissimi.
Tra i primi allievi è uno dei più celebri e cioè Ottone II.
Come abbiamo già anticipato, quando intorno al 971 Gerberto con il duca Borrel arrivò a
Roma ebbe modo di conoscere, in rapida successione, dapprima il pontefice romano,
Giovanni XIII, poi Ottone I e infine suo figlio, l’erede al trono imperiale.
Giovanni XIII, come ricorda Richerio, rimase stupefatto delle capacità del giovane
monaco:
«L’intelligenza del giovane come pure la sua volontà di apprendere non sfuggirono al
papa e, poiché la musica e l’astronomia erano allora completamente ignorate in Italia,
fece conoscere senza indugio mediante un inviato a Ottone, re di Germania e d’Italia,
l’arrivo di questo giovane così mirabilmente versato nelle matematiche e così capace di
insegnarle con zelo. Il re non tardò a proporre al papa di trattenere il giovane e di non
fornirgli in alcun modo la possibilità di ritornare. Al duca e al vescovo che erano venuti
dalla Spagna con lui, il papa si limitò semplicemente a dichiarare che il re voleva che lo
trattenesse momentanemente e che l’avrebbero rinviato dopo poco con onore,
aggiungendo che il re gliene sarebbe grato».
Lo strenue docere gerbertiano, oltre alla conoscenza di discipline poco conosciute in
Italia, dissipò i dubbi di Ottone (se mai ce ne furono) che affidò senz’altro il figlio alle
cure del monaco. In realtà il giovane principe sassone fu per poco tempo allievo di
Gerberto il quale, al contempo, continuava ad approfondire i suoi studi senza fermarsi
mai.
Nel frattempo, il 7 maggio 973, moriva Ottone I e il giovane principe, gioco forza, dovette
lasciare da parte gli studi per salire sul trono tedesco. Nondimeno non poteva essersi
dimenticato del suo precettore che, parallelamente, era divenuto scolastico della diocesi
di Reims.
La maggioranza degli allievi della scuola di Reims apparteneva a famiglie illustri e non
faceva eccezione Roberto, figlio di Ugo Capeto e di Adelaide.
Ugo il Grande, così come il figlio Ugo Capeto, fu molto attento alla riforma monastica che
da Cluny stava dilagando in tutto il regno franco.
Alla base di tale riforma era la necessità di approfondire gli studi. La cultura, così come
d’altronde era stato per la Hispania visigotica, era considerata un valore fondamentale. Ci
sembra opportuno sottolineare il concetto di come un chierico più possedeva lo scibile
umano e maggiormente avrebbe potuto trovare le chiavi giuste per evangelizzare
chicchessia.
Non stupisca quindi che il nipote di Ugo il grande sia stato mandato proprio dal celebre
scolastico remense mossa questa, forse, suggerita dalla nuora Adelaide. Dunque nel 984,
all’età di circa 12 anni, l’erede di Ugo Capeto entrò nella prestigiosa sede remense ove
sarebbe stato seguito da Gerberto di Aurillac.
Il lavoro fatto da Gerberto sul futuro re dei Franchi fu ottimo anche perché questi si
dimostrò in grado di assorbire tutto ciò che lo scolastico poteva trasmettergli. Il giovane,
rampollo della futura casa reale franca, approfittò dunque di buon grado degli
insegnamenti del maestro, anche se non si mostrerà particolarmente grato quando la
devozione verso il maestro si scontrerà, come vedremo poi, con l’interesse di stato.
Nondimeno Gerberto stesso ricorderà con affetto il giovane:
«Mi sovviene il chiaro volto del mio signore re Rot[berto], il suo lieto aspetto, i consueti
colloqui…».
Proprio gli usitata colloquia, inseriti in un’epistola inviata da Gerberto all’imperatrice
Adelaide, inducono a pensare quanto fossero stretti i rapporti fra i due e quanto grande
fosse la stima reciproca. Non si spiegherebbe sennò il tono delle parole gerbertiane
scritte a più di vent’anni dal periodo trascorso da Roberto come suo allievo a Reims.
Roberto il Pio, pur avendo una responsabilità diversa da quella di un intellettuale,
nondimeno acquisì le stimmate del vero uomo di cultura.
In proposito illuminanti sono le parole di Rodolfo il Glabro:
«Aveva un figlio (Ugo Capeto) di grande saggezza, Roberto, assai ben istruito nelle arti
della parola».
Egli fu il primo sovrano letterato della dinastia capetingia. Scrisse il Riché in proposito:
«Ama leggere nel suo palazzo o in viaggio, lascia in ereditarietà alle abbazie alcuni dei
suoi manoscritti, Vita di sant’Eligio, Epitome di Eucherio».
Dicevamo che qualche cosa accadde in seguito tra allievo e maestro. In realtà Gerberto e
Roberto non si scontrarono ma, come è noto, ci fu tensione fra i due a causa di un
matrimonio poco opportuno di Roberto con Berta. La cultura che pure possedeva in
misura considerevole non gli fu di aiuto quando fu portato, nel 992, a ripudiare la moglie
per motivi di opportunità ereditaria. La moglie infatti era vecchia e sterile e,
comprensibilmente, Roberto, ancora correggente, voleva un erede per stabilizzare in
futuro il trono dei Franchi. Nello stesso periodo Roberto si innamorò perdutamente di una
cugina di terzo grado, Berta di Borgogna. Il destino sembrò dare una mano al giovane
sovrano perché la sua amata cugina, nel 996, rimase vedova del marito. In questo modo
i due sarebbero potuti convolare a nozze. Il grado ravvicinato di parentela, la contrarietà
di Ugo Capeto e del pontefice, de facto, impedirono ai due di contrarre matrimonio. In
realtà, come riporta Richerio, anche il suo maestro non era d’accordo sulle eventuali
nozze:
«Berta, volendo sposare Roberto, consulta Gerbert e viene da lui scoraggiata».
Approfondimenti sulla lezione 72
Pochi mesi dopo la morte del marito di Berta venne meno anche Ugo Capeto. Ormai la
strada del matrimonio fra i due amanti sembrava spianata. Gregorio V, invece, nel 997
inflisse a Roberto sette anni di penitenze, minacciando addirittura una scomunica.
Il successore di papa Gregorio fu proprio Gerberto di Aurillac il quale, nonostante
l’amicizia che lo legava al franco non poteva ignorare le disposizioni del predecessore.
Silvestro II, pertanto, mantenne i sette anni di penitenze, sorvolando però sulla
scomunica.
Morto l’antico maestro, l’impegno di Roberto fu incentrato soprattutto nel tentativo,
riuscito solo in parte, di sottrarre la corona all’influenza della nobiltà franca ma anche di
affrancarsi dalla corona imperiale. In effetti dopo gli Ottoni e dopo la scomparsa di Ugo
Capeto Roberto dovette faticare non poco a tenere unito il regno capetingio. Nondimeno
sostanzialmente riuscì nell’intento. Crediamo che il solo vero aiuto che poteva venire
dall’insegnamento gerbertiano, almeno per quanto concerne le difficoltà da affrontare,
possa emergere nella volontà, con ogni evidenza ben allenata, del sovrano franco. Non si
trattava solo di geni ma anche di esercizio che iniziò proprio sotto la cura del monaco di
Aurillac.
Di ben altro spessore intellettuale e morale fu Fulberto. . È quasi certo, infatti, che anche
il futuro vescovo di Chartres sia stato allievo di Gerberto, almeno stando alle cronache di
Fontanelle e di Saint-Maixent, redatte verso la metà del XII secolo. Fulberto, dal canto
suo, dimostrò di conoscere bene le opere di Gerberto: il manoscritto 100 di Chartres,
infatti, è un Corpus scolastico che comprende i testi della Logica vetus di Aristotele e il
trattato di Gerberto De ratione uti. Il vescovo di Chartres, proprio come quello che
sarebbe stato il suo maestro, si interessò di aritmetica, geometria, logica ed anche di
medicina e la sua fama superò tanto i confini francesi che il monaco Hartwith di San-
Emmerano di Ratisbona, dopo un soggiorno a Chartres, parlerà, a suo riguardo, del
“Socrate” dei Franchi in Baviera Fulberto di Chartres (960 circa-1028) conobbe Gerberto a
Roma, successivamente lo seguì a Reims, quindi fu a Chartres, dove diresse la scuola che
sotto di lui acquistò grande rinomanza. Vescovo di Chartres nel 1006, ne ricostruì la
cattedrale, che era stata distrutta da un incendio. Fu un uomo di grande dottrina, di cui ci
restano alcuni scritti agiografici, componimenti poetici, trattati e 128 lettere, importanti
come modelli di stile ma specialmente per la storia della liturgia.
Visti i suoi interessi, appare evidente quale fu l’influsso dello scolastico remense su
cotanto allievo.
Costantino, poi scolastico di Fleury, fu un altro dei più brillanti allievi di Gerberto.
Richerius fa appena un cenno al loro rapporto quando tratterà dell’abaco gerbertiano:
«Chi desidera conoscere a fondo questa scienza, può leggere il suo libro (libro di
Gerberto sull’abaco), che egli indirizza al grammatico C[ostantino]».
I due rimasero in contatto per lungo tempo, come testimonia una epistola speditagli da
Gerberto in cui questi si congratula con lui per la felice conclusione della vicenda
dell’abate usurpatore di Fleury, invitandolo quindi a Reims e consigliandogli anche le
opere da portare con sé:
«Accompagnino il tuo viaggio le operette di Tullio, o la Repubblica o le Verrine, o le molte
cose che il padre dell’eloquenza romana scrisse in difesa di molti».
Guida allo studio della lezione 72
Si suggerisce la lettura del paragrafo sull’insegnamento ai grandi del
secolo X del libro di L. Montecchio, Gerberto di Aurillac. Silvestro II,
Perugia 2011. Si tratta delle pagine 32-34.
Lezione 73

Ottone III allievo


Ottone III allievo

L’allievo però che è passato alla storia per essere stato a lungo seguito da Gerberto,
anche quando questi divenne pontefice romano, fu Ottone III.
Il figlio di Ottone II nacque nel 980 e perse il padre a soli tre anni. Gli anni che seguirono
tale dramma familiare videro il futuro maestro impegnato con Adalberone di Reims a
frenare le ambizioni degli ultimi carolingi e, al contempo, a evitare che il piccolo Ottone
potesse addirittura perdere il trono. La minorità di un sovrano, già cosa grave di per sé,
nel mondo germanico diveniva vieppiù pericolosa. Colà infatti un monarca veniva eletto
dai grandi elettori. Chi avrebbe mai potuto sostenere un bimbo di tre anni senza solide
garanzie?
Ottone III allievo

Nonostante mille problemi il giovane Ottone riuscì a mantenere il trono e divenne, così
come era stato il padre, allievo di Gerberto. L’ultimo degli Ottoni fu anche l’ultimo
studente del fu abate di Bobbio e della stima che il sovrano aveva del suo maestro
abbiamo testimonianza proprio da un’epistola che Ottone III gli inviò agli inizi del 997:
«L’imperatore Ottone a Ger[berto] suo maestro.
A Gerberto il più esperto tra i maestri e laureato nelle tre parti della filosofia, Ottone che
lo ama moltissimo augura ciò che augura a se stesso.
Noi vogliamo che sia attaccata a noi l’eccellenza della vostra predilezione, che da tutti
deve essere venerata, e scegliamo per noi l’eterna stabilità di tanto patrono, poiché la
disciplinata altezza della vostra dottrina fu sempre un’autorità non fastidiosa per la nostra
semplicità.
Ottone III allievo

Pertanto affinché, rimosso ogni indugio, ci serviamo con voi del linguaggio della nuda
verità, giudicammo e disponemmo fermamente cosicché questa lettera della nostra
volontà manifesti a voi ciò che in questa faccenda rappresenta la somma delle nostre
decisioni e la singolarità della domanda, cioè che la vostra solerte supervisione dedichi
impegno, non oltre il solito, alla correzione di noi ignoranti e mal disciplinati negli scritti e
nei detti, e il consiglio di una grandissima fedeltà negli affari pubblici. Dunque noi
vogliamo che, non rifiutando l’espressione di questa nostra volontà, voi aborriate la
rusticità Sassone, ma incitiate maggiormente a questo studio la nostra sottigliezza
Grecizzante, poiché se c’è qualcuno che la susciti si troverà presso di noi qualche scintilla
dell’ingegnosità dei Greci.
Ottone III allievo

A questo fine chiediamo con umile preghiera che, accostata abbondantemente la fiamma
della vostra scienza a questo nostro focherello, suscitiate il vivace ingegno dei Greci, con
l’aiuto di Dio, e ci insegniate il libro dell’aritmetica, cosicché comprendiamo qualcosa della
sottigliezza degli antichi, pienamente istruiti dai documenti di essa…».
Insomma dalle parole del giovane principe si intuisce quanto fosse considerato l’ormai
anziano prelato. Gerberto era una sorta di faro per la cultura occidentale ma non solo.
Egli era anche un personaggio cui, lo vedemmo, fecero affidamento gli Ottoni e anche
Ugo Capeto. Per tacere di Adalberone di Reims.
Si trattava pertanto di una certezza sotto ogni punto di vista.
Approfondimenti sulla lezione 73
Approfondimenti sulla lezione 73

Il già arcivescovo di Reims rispose così all’invito ottoniano di fargli da precettore:


«Ger[berto] a Ottone Cesare.
Al signore e glorioso O[ttone] C[esare] sempre Augusto, Gir[berto] per grazia di Dio vescovo di Reims,
augura qualunque cosa degna di un tanto grande imperatore.
Alla straordinaria vostra benevolenza, per la quale siamo giudicati in eterno degni del vostro servizio,
siamo forse capaci di rispondere con gli auspici, ma non con i meriti. Se infatti siamo accesi da un
qualche tenue fuocherello di scienza, tutto ciò lo generò la vostra gloria, lo nutrì la virtù del padre, lo
preparò la magnificenza del nonno. Che cosa dunque? Non apportiamo ai vostri tesori i nostri propri,
ma restituiamo quelli ricevuti, e del fatto che in parte li avete ricevuti, in parte li riceverete assai
presto è indizio la richiesta onesta e utile e degna della vostra maestà. Infatti se non teneste per
fermo e fisso che la forza dei numeri o contiene in sé i principi di tutte le cose o da sé li fa scaturire,
non vi affrettereste con tanto impegno alla loro piena e perfetta conoscenza.
Approfondimenti sulla lezione 73

E se voi non abbracciaste la serietà della filosofia morale non sarebbe così impressa nelle
vostre parole l’umiltà custode di tutte le virtù. Non è tuttavia silenziosa la sottigliezza di
un animo ben conscio di sé quando mostraste con arte oratoria le sue facoltà oratorie,
per così dire, che sgorgano da sé e dalla fonte dei Greci. Dove si esprime non so che di
divino, quando un uomo di nascita Greco, ma Romano per l’impero, quasi per diritto
ereditario riprende per sé i tesori della sapienza Greca e Romana. Obbediamo dunque,
Cesare, agli editti imperiali sia in ciò, sia in tutto ciò che la vostra divina maestà avrà
decretato. Non possiamo infatti mancare al servizio, noi che non vediamo tra le cose
umane nulla di più dolce del vostro comando».
La stima insomma viene ricambiata anche perché Gerberto è ben consapevole che deve
moltissimo alla famiglia degli Ottoni e vuole ricambiare.
Guida allo studio della lezione 73
Guida allo studio della lezione 73

Si suggerisce la lettura del paragrafo sull’insegnamento ai grandi del


secolo X del libro di L. Montecchio, Gerberto di Aurillac. Silvestro II,
Perugia 2011. Si tratta delle pagine 32-34. Si studino inoltre le pp. 83-
86.
Lezione 74

L’ideale della Renovatio imperii


L’ideale della Renovatio imperii

Ottone III si dimostrò un allievo molto particolare, che svelava giorno dopo giorno non
solo le sue grandi qualità intellettuali, ma soprattutto una grandiosa e preoccupante
visione dell’impero. Probabilmente non erano estranee a ciò le origini bizantine dell'
imperatore, perché egli si sentiva, in un certo modo, il degno erede dell' impero romano,
ma non di quello di Augusto, bensì di quello "cristiano" della Roma di Costantino e di
papa Silvestro I, impero che, secondo la sua concezione, andava rifondato, o almeno
rinnovato, nella forma e nei contenuti. Date queste premesse, dunque, non stupisce
come Ottone III pensasse a una vera “ Renovatio imperii romanorum ”, essendo egli
fermamente convinto che fosse possibile attuarla nonostante un contesto completamente
diverso dalla Roma del IV secolo; il suo entusiasmo era talmente grande, che egli
perseverò nell’illusione di poter conseguire agevolmente il proprio ideale senza
considerare affatto le enormi difficoltà che avrebbe incontrato.
L’ideale della Renovatio imperii

In realtà tale concezione imperiale non era estranea alla dinastia Ottoniana; Ottone III,
infatti, l’aveva ereditata dal primo Ottone, primo imperatore sassone, incoronato a Roma
nel 962. E perfino allora non si trattava di una novità assoluta: Ottone I, a sua volta,
aveva ripreso l' idea imperiale che già era stata di Carlo Magno. Il giovane imperatore,
dunque, non fece altro che proseguire l' opera dei suoi predecessori, collocando, nei
vescovati ritenuti a suo giudizio strategicamente rilevanti, uomini retti e soprattutto di sua
fiducia, riuscendo addirittura ad imporre sul trono di Pietro - come accennato - il cugino.
Ma, a differenza ed in aggiunta rispetto ai suoi predecessori, desiderando tenere unita la
cristianità, favorì la creazione di nuove formazioni religiose, anche sotto forma di regni.
L’ideale della Renovatio imperii

In realtà, dopo l' incoronazione del Natale dell'800, Carlo Magno era diventato l'
imperatore dei Franchi, mentre Ottone I aveva maturato un' idea più universale del
"Sacro romano impero". Inoltre, morto Carlo, l' impero, ne facemmo cenno, si sgretolò
mancando di una solida struttura; gli Ottoni, invece, con l' istituzione dei vescovi conti
crearono una forma di controllo capillare del territorio, che garantì la sopravvivenza dell'
impero nonostante quei periodi in cui il potere centrale era debole.
Ci sembra interessante accennare ai rapporti tra l’Impero e Venezia. Ottone III, infatti,
nel 996 aveva tenuto a battesimo, a Verona, il figlio del Doge Pietro Orseolo, con
l’evidente intenzione di stabilire, in qualche modo, un legame di parentela con una
famiglia tanto inferiore rispetto alle sue origini imperiali.
L’ideale della Renovatio imperii

Come mai? Da questo momento Venezia poté estendersi verso la Dalmazia e Pietro
Orseolo II ebbe il titolo di " Dux Dalmatiae ", ma nella prospettiva di Ottone la città
lagunare diventava un importante baluardo della cristianità occidentale di fronte all'
ortodossia bizantina .Gerberto, in linea di massima, si trovava d'accordo con la politica di
Ottone III, perché, tra l’altro, dal suo punto di vista (non dimentichiamoci che Gerberto,
nonostante i suoi vastissimi interessi culturali e la sua attività politica, sarà sempre in
primo luogo un monaco, per il quale le questioni religiose, come è naturale, devono
occupare il primo posto) l' evangelizzazione delle ancora rozze popolazioni dell' Europa
nord-orientale era quanto di più auspicabile potesse verificarsi, anche perché così si
preveniva qualunque futura opera di diffusione, in quelle stesse terre, della religione
ortodossa. Quanto al resto, egli supponeva di essere in grado di contenere l’aspirazione
ottoniana, nemmeno troppo celata, a porre la propria egemonia sulla Chiesa romana.
L’ideale della Renovatio imperii

Forse però neanche lui era in grado di immaginare dove sarebbe potuto arrivare il giovane imperatore.
Teofano, infatti, prima di morire, aveva chiesto e ottenuto per il figlio la mano di una principessa
bizantina, il che avrebbe consentito ad Ottone III, come già accennammo, di poter legittimamente
aspirare, secondo una costante degli imperatori d' Occidente, da Carlo Magno in poi, all' impero d'
Oriente. Anche se Ottone morirà prima di poter impalmare la principessa bizantina (proprio mentre
ella sbarcava a Brindisi per incontrarlo, l' imperatore moriva), evidentemente si era andati abbastanza
vicini alla possibilità di realizzare un impero universale. Torniamo ora al 997. Per realizzare il suo
disegno di Renovatio Ottone III doveva prima scendere e poi insediarsi in Italia, abbandonando,
quindi, la Germania. La Penisola, infatti, rappresentava, nella sua mente, il centro dell’Impero
cristiano. In realtà egli si lasciò alle spalle Acquisgrana senza molti rimpianti, sperando di trovare nella
Città Eterna la Terra Promessa. Come vedremo, tuttavia, le cose non andranno così. Anche Gerberto,
da parte sua, si verrà a trovare di nuovo in quell' Italia il cui popolo proprio non riusciva a sopportare,
ma stavolta sarebbe tornato sotto la diretta protezione del suo signore, e questo certamente avrebbe
reso meno penosa e più gratificante la sua situazione.
Approfondimenti sulla lezione 74
Approfondimenti sulla lezione 74

La città di Ravenna, il cui ruolo era stato di notevole importanza sin dall' età di Odoacre e
di Teodorico, a partire dall’epoca di Ottone I aveva rivestito - per il Sacro romano impero
- un rilievo anche maggiore in virtù della sua posizione: in quanto più vicina al mondo
germanico, essa era più facilmente controllabile di Roma da parte dei sovrani. Nella città,
dunque, vennero eretti o ricostruiti palatia, quasi a voler rinverdire i fasti di antica
capitale dell' impero di Roma, strade e piazze ebbero una nuova collocazione, quasi si
fosse tornati ai tempi dell' esarcato. Ravenna, dunque, era tornata ad essere una grande
capitale, viva, sul piano intellettuale, già al tempo della disputa tra Gerberto e Otrico
voluta, come si ricorderà, da Ottone II (981). Si spiega così la scelta di Ottone III e di
papa Gregorio V, essendo rimasto vacante il seggio arcivescovile, di mettere in una sede
così importante un uomo come Gerberto, avvezzo ad ogni tipo di esperienze e soprattutto
fedelissimo alla causa imperiale, per la quale tanto aveva sofferto. Con una lettera del 28
Aprile 998 il Papa conferisce, dunque, le insegne della dignità metropolitica al primo
arcivescovo ravennate di origine franca.
Approfondimenti sulla lezione 74

Ravenna offre così a Ottone l'occasione di consolare Gerberto delle tante delusioni patite in
precedenza ma, nello stesso tempo, questo atto rientra nel più vasto piano imperiale volto
a disporre, nelle sedi vescovili italiane, persone di origine transalpina, in modo da rompere
il tradizionale condizionamento che la nobiltà locale aveva sempre esercitato sui sovrani
germanici. Evidentemente, però, non bastava l'investitura di Gerberto ad arcivecovo della
città: Ottone, infatti, per prevenire qualunque disordine, fu indotto a lasciare a Ravenna il
cancelliere Eriberto. Gerberto, dal canto suo, incurante delle difficoltà esterne, si mise
subito all'opera per attuare quell' esigenza di rinnovamento e di riforma radicati tanto
profondamente nella sua coscienza di monaco cluniacense; per dare immediata attuazione
alla sua volontà, era necessario un gesto ufficiale: il 1° Maggio 998 vengono stilati gli atti
del sinodo provinciale di Ravenna.Tali atti consistono, essenzialmente, in provvedimenti
contro le pratiche simoniache, allora largamente diffuse.
Approfondimenti sulla lezione 74

L’azione di Gerberto, come arcivescovo di Ravenna, influì addirittura sulle vicende dell'
abbazia di Farfa, abbazia che, due anni dopo, verrà visitata dallo stesso monaco
aquitano, divenuto ormai papa, in un’occasione particolarmente importante, quando cioé
i monaci di Farfa abbracciarono incondizionatamente la riforma cluniacense. Possiamo
dunque concludere che l' azione gerbertiana di riforma religiosa e morale nel ravennate
era perfettamente inserita nell' ambito del progetto ottoniano, un progetto volto a fare
della chiesa di Ravenna una sorta di "feudo imperiale", in perfetta consonanza con l’idea,
forse davvero presente nella mente di Ottone III, di trasformare tutta la Chiesa romana
in vassalla dell' impero. Gerberto, dopo la tappa ravennate, era pronto, secondo Ottone,
per assumere la carica più importante del mondo cristiano. Il 18 Febbraio 999 morirà
papa Gregorio V e il 9 Aprile dello stesso anno Gerberto d' Aurillac verrà consacrato
pontefice con il nome di Silvestro II.
Guida allo studio della lezione 74
Guida allo studio della lezione 74

Per approfondire la questione della Renovatio imperii si leggano le


pagine 79-85 del libro di H. Keller, Gli Ottoni, Urbino 2012.
Lezione 75

Silvestro II papa del I giubileo?


Alcuni studiosi pensano che Silvestro II avesse voluto promuovere una crociata per
limitare le azioni saracene nel Tirreno. Avrebbe, dunque, voluto organizzare un crociata;
come escludere pertanto che possa aver pensato ad una sorta di primo giubileo, indetto
proprio in occasione dell’anno Mille? In realtà il giubileo del 2000 è stato considerato da
molti osservatori e studiosi come il primo e unico, sino adesso, celebrato alla scadenza di
un millennio, dato che il primo Anno Santo si fa comunemente risalire a quello
promulgato da papa Bonifacio VIII nel 1300. Nondimeno più di uno fra gli studiosi, anche
insigni, dei secoli passati (si pensi al Suarez, al Baronio e allo Bzovio, per citare i più
insigni), fa riferimento a giubilei precedenti al bonifaciano e, in particolare, parla di quello
che avrebbe avuto luogo nell'anno mille, cioè proprio durante il pontificato di Silvestro II.
Prima di addentrarci in tali argomenti dobbiamo necessariamente fare una premessa.
Che cos'è un giubileo? Rispondiamo con un breve accenno: la parola deriva dall'ebraico
yobel che originariamente significa "capro". Gli Ebrei, fin dal loro ritorno dall'Egitto
festeggiano, ogni cinquant'anni, l'anno del yobel , ossia del "capro", così chiamato perché
la festività viene per l'appunto annunziata dal suono di un corno di capro. Durante quel
periodo la legge mosaica prevede il riposo della terra, dono di Dio, che viene restituita
agli antichi proprietari mentre sono liberati gli schiavi ebrei caduti in servitù di regola, per
debiti insoddisfatti.
Dopo la riconquista romana di Gerusalemme da parte di Tito, nel 70 d.C., anche a Roma i
primi cristiani cominciarono a parlare di iubilaeum , attribuendo a tale parola diversi
significati, alla base dei quali c'era, comunque, l'idea fondamentale della redenzione. Per i
cristiani, infatti, iubilaeum significava remissione dei peccati, indulgenza, liberazione,
giubilo del cuore per la remissione dei peccati, persino fine del mondo, nonché un
periodo cronologico di cinquant'anni.
A questo si deve aggiungere che i cristiani, fin dall'età apostolica, erano abituati a
spostamenti continui da una località all'altra per manifestare e diffondere la propria fede.
Inoltre, persino durante l'età delle persecuzioni, essi continuarono, pur sotto mentite
spoglie, a portare il messaggio di Cristo. E' noto che solo dopo l'editto di Costantino, e
soprattutto dopo quello di Teodosio, i seguaci del messaggio evangelico saranno più
sollecitamente orientati a recarsi a Roma in pellegrinaggio, come testimoniano S.Giovanni
Crisostomo, S.Girolamo e, soprattutto, Ennodio che, nel secolo VI, descrive quanto il
sepolcro di Pietro attirasse visitatori "da tutti gli angoli del mondo".
Non solo; spesso erano i vari vescovi a spingere, sin dai secoli altomedievali, i peccatori
di colpe particolarmente gravi a recarsi, in una sorta di viaggio riparatore, nell'Urbe, la
città da considerarsi eterna in quanto la sua fine sarebbe coincisa con la fine del mondo:
l'assoluzione dei peccati più gravi, infatti, era demandata allo stesso vicario di Cristo o ai
suoi penitenzieri. Infine, nell' 895, il Concilio di Tibur ufficializzerà un diverso modo di
espiare i peccati: quello delle indulgenze.
Approfondimenti sulla lezione 75
Come si può vedere, dunque, il tradizionale Iubilaeum ebraico ha ben presto trovato una
sua dimensione originale in ambito cristiano accrescndo sempre più la propria
importanza, tanto che alcuni secoli più tardi la celebrazione del giubileo acquisterà, con il
papa Bonifacio VIII, una solennità degna delle prime celebrazioni in terra ebraica. Nel
1300, infatti, (lo vedremo nelle lezioni successive) papa Bonifacio VIII, preso atto
dell'enorme folla di pellegrini giunti nell'Urbe, pellegrini che chiedevano perdono per i loro
peccati, concesse loro una grande indulgenza con la promulgazione di un giubileo; e nella
bolla che ufficializzava la celebrazione del primo Anno Santo scrisse:
" Antiquorum habet fida relatio , quod adcedentibus ad honorabilem Basilicam Principis
Apostolorum de Urbe concessae sint magnae Remissiones et Indulgentiae peccatorum ".
Bonifacio VIII dunque sembrerebbe consapevole che l'usanza di concedere una grande
indulgenza ai pellegrini che, giunti a Roma, ne avessero fatta richiesta, non era nuova; a
quel Papa però non poteva bastare ciò: da uomo di diritto voleva delle prove che
avallassero la sua decisione, prove che gli sarebbero servite più per prevenire le possibili
critiche dei suoi avversari, che per convincersi della validità della sua impresa; dunque
avrebbe dovuto trovare una qualche giustificazione storica ad un atto particolarmente
significativo.
Guida allo studio della lezione 75
Per quanto concerne il supposto giubileo indetto da Silvestro II si legga
di L. Montecchio, I precedenti del Giubileo nell’anno Mille , in “Dante e
il Giubileo”, Atti del Convegno (Roma, 29 30 novembre 1999), pp. 43-
54, Roma 2000.
Lezione 76

Ancora sul giubileo di Silvestro II


A Bonifacio VIII, in cerca di un qualcosa che giustificasse il suo giubileo, venne in
soccorso suo cugino, cardinale Iacopo Caetani, il quale, dopo aver in un primo momento
affermato come non si trovasse traccia di giubilei passati, con un'approfondita ricerca,
riuscì invece a recuperare alcune testimonianze che avrebbero provato, senza dubbio
alcuno, come l'usanza di concedere una grande indulgenza ogni cent'anni ai pellegrini
giunti a Roma fosse in vigore già dal pontificato di Innocenzo III e, forse, addirittura in
secoli precedenti. Tali assicurazioni evidentemente furono sufficienti per Bonifacio VIII:
infatti, il 22 febbraio del 1300 cominciarono le celebrazioni del giubileo. Secoli dopo, però,
alcuni studiosi, tra i quali il Febei e lo Bzovio, andando oltre le affermazioni del cardinale
Caetani, giunsero alla conclusione che non solo il primo giubileo non si doveva a
Bonifacio VIII - come tutti sembravano credere - ma nemmeno a Innocenzo III, bensì al
papa dell'anno Mille, ovvero a Silvestro II.
Il nuovo Pontefice che, come già più volte ricordato, si era messo subito all'opera per
continuare, con grande energia, quell'azione di riforma del clero già intrapresa a Bobbio e
continuata poi a Ravenna, nel 1000, preso atto delle migliaia di pellegrini giunti a Roma
desiderosi di essere perdonati dei loro peccati, avrebbe concesso loro una grande
indulgenza. Si può parlare dunque, a questo proposito, dell'organizzazione di un Giubileo
da parte del Vicario di Cristo? Prima di deciderlo si rende necessario un ulteriore
approfondimento. Soffermiamoci innanzitutto sul periodo in cui sarebbe stato celebrato il
presunto primo Giubileo. Si era nel Mille, anno considerato fortemente significativo per
l'uomo medioevale, stando almeno alla leggenda, consolidatasi e tramandatasi, circa
un'umanità in trepidante attesa di un cataclisma planetario all'approssimarsi del secondo
millennio.
In realtà gli studiosi, oggi, sanno bene che si trattava di un sentimento abbastanza
generalizzato, ma che non toccava certo la stragrande maggioranza degli uomini di
quell'epoca, meno colpita dall' attesa escatologica; tuttavia non si esclude che ci siano
stati ceti e gruppi sconvolti dall'idea, non ritenuta allora peregrina, della prossima fine del
mondo (sempre al momento del passaggio di un secolo all'altro e, ancor più, da un
millennio all'altro, vi sono persone e cerchie convinte che una qualche catastrofe stia per
sconvolgere la Terra: "Mille e non più Mille" - e il millenarismo che ne consegue - è
un'espressione che ha quasi sempre mosso uomini e donne d'ogni tempo, basti vedere
quello che è recentemente avvenuto negli Stati Uniti in prossimità del passaggio dal
secondo al terzo millennio dell’era cristiana). Papa Silvestro II non era tra questi, ma
nell'anno Mille, come già accennato, si trovò ad avere a che fare con un numero
eccessivamente elevato di pellegrini giunti nell'Urbe per ottenere il perdono dei loro
peccati; numero che superava di gran lunga la consueta folla di pellegrini che visitava
annualmente la Città eterna.
Si ha notizia infatti che, insieme ai pellegrini comuni, giungessero a Roma, in
quell'occasione, illustres Peregrini quali Roberto II, re dei franchi, il re di Navarra Garcia
Abarca, Canuto, re di Danimarca e di Inghilterra e, naturalmente, Ottone III - tutti spinti
da una forte speranza. Questi potrebbero essere i presupposti spirituali, storici e politici
che avrebbero indotto Silvestro II a concedere un'indulgenza, che rientrerebbe, tuttavia,
nel contesto di uno dei tanti "giubilei" concessi dalla Chiesa romana nel corso dei secoli
precedenti e che sarebbe stata rinnovata al momento del passaggio dal primo al secondo
millennio. Inoltre un atto così importante non fa altro che confermare le doti di politico
consumato di Silvestro II, che agisce in simbiosi con l'imperatore Ottone III nell'intento di
rafforzare il mondo cristiano minacciato sia dall'Islam sia dall'ortodossia bizantina,
ambedue in costante espansione. E' probabile pertanto che Silvestro II, avendo
constatato la presenza massiccia di forestieri, abbia colto l'occasione per sottolineare
presso di loro, con un provvedimento di questa natura, l' autorità della Santa Sede; ciò
facendo non solo potenziava la consapevolezza della Grazia divina connessa con il
concetto di Chiesa, ma rasserenava con tale Grazia il popolo di Dio. Sarà questa, inoltre,
l'occasione di commemorare degnamente il primo millenario della Redenzione e far valere
i fedeli degli infiniti tesori spirituali provenienti, appunto, dall'avvenuta e quindi storica
immolazione del Figlio di Dio per la salvezza dell' umanità.
Approfondimenti sulla lezione 76
Resta improbabile da stabilire che papa Silvestro II abbia inteso istituire un giubileo come
festa secolare della Chiesa prima della venuta dei pellegrini, al contrario l'idea deve
essergli venuta alla vista dell'eccezionale numero di pellegrini presenti in Roma - proprio
come capiterà tre secoli dopo al suo successore Bonifacio VIII -. Tale atto insomma
conferma la volontà di venire incontro ai tanti peregrini provenienti da vari regni
occidentali e che a Roma intendevano, oltre che visitare i luoghi Santi, solennizzare il
passaggio dal primo al secondo millennio. “ Ad hac sacra loca visenda piorum maxime
incitavit studium ”, e senza dubbio lo studium era maggiore del solito, data anche
l'esaltazione della leggenda della fine del mondo dell’anno Mille; uno studium tuttavia
differente rispetto a quello seguito alla proclamazione del Giubileo del 1300, nato e reso
importante anche dalla suggestione di carattere generale suscitata in tutto l'Occidente
dalla paura della fine dei tempi.
A questo punto bisogna ricordare come ci manchino cronache contemporanee che
possano testimoniare tanto la celebrazione, quanto l'istituzione di un Giubileo; d'altronde
non si deve dimenticare che i cronisti tacciono, o ricordano molto sommariamente,
persino il Giubileo indetto da Bonifacio VIII nel 1300: figuriamoci dunque se, in un
periodo complesso quale fu quello intorno all' anno Mille, si poteva prestare attenzione a
tali avvenimenti. Quanto, poi, alle incertezze e alla mancanza di notizie documentabili,
non dobbiamo dimenticare che, tanto per fare un esempio, alcune delle indulgenze
attribuite dalla tradizione popolare a S. Silvestro (il papa che avrebbe promulgato il
Costituto di Costantino), sono invece dovute a Silvestro II, il Papa dell'anno Mille.
Quanto detto sopra rende convincenti, a mio parere, le conclusioni che hanno portato
alcuni prestigiosi studiosi di questioni ecclesiastiche - quali il Suarez, il Baronio, lo Bzovio,
il Febei, il Manni, lo Zaccaria, ed altri - a pensare a Silvestro II come a colui che, in un
periodo cupo e travagliato per la Chiesa, abbia riproposto di fatto lo iubilaeum di antica
memoria, dando l'opportunità a Bonifacio VIII, tre secoli dopo, di rendere ufficiale
l'istituzione della celebrazione dell'Anno Santo, celebrazione che oggi la Chiesa si accinge
a rinnovare mille anni dopo Silvestro II. D'altra parte gli storici citati poc’anzi non si
limitano al giubileo del Papa franco, bensì aggiungono notizie di giubilei sotto Pasquale II,
nel 1100, e Innocenzo III, nel 1200, notizie avallate, per quest'ultimo caso, dalla
testimonianza di un ultracentenario vissuto a cavallo del 1300, il quale ricordava come il
padre fosse andato, con lui molto piccolo, in pellegrinaggio a Roma nel 1200 per una
grande indulgenza; anch'egli, un secolo dopo, era stato spinto a visitare l'Urbe proprio
per ottenere la medesima indulgenza. Se gli studi citati non risultassero sufficienti,
nell'Ottocento, in una miscellanea su Gli Anni Santi di autori vari rimasti anonimi, si
afferma come non sussistano dubbi di nessun genere sul fatto che Silvestro II avesse
celebrato un giubileo nel 1000, e che lo stesso fecero Pasquale II nel 1100 e Innocenzo
III nel 1200.
Resta tuttavia una differenza sostanziale fra la promulgazione bonifaciana e quella di
Silvestro, il quale si limita a concedere una delle consuete indulgenze, con il che egli
mostra indubbiamente d'essere dotato di una non comune intelligenza e sensibilità.
Gerberto, con questo suo atto, si presenta molto in anticipo sui suoi tempi, vuoi per la
concezione che egli esprime dell'impero e della Chiesa, nonché dei rapporti che devono
intercorrere fra queste due istituzioni universali (istituzioni da lui considerate in maniera
in certo senso dinamica), vuoi per il modo in cui intende l'universalità della Chiesa stessa,
in un periodo in cui non pochi suoi predecessori e successori considerano il pontificato
poco più di una cappellania di famiglia e non riescono a distaccarsi da una logica politica
cittadina, dominata da uno spirito di fazione ispirato a un concetto deteriore e ristretto
della politica; tanto che la seconda metà del secolo XI, nell'infuriare del conflitto fra
Impero e Chiesa e fra pontefici filoromani e anti-papi filoenriciani, vedrà sorgere
ambizioni sfrenate, mentre una crescente corruzione si impadronirà delle gerarchie
ecclesiastiche.
Guida allo studio della lezione 76
Per quanto concerne il supposto giubileo indetto da Silvestro II si legga
sempre di L. Montecchio, I precedenti del Giubileo nell’anno Mille , in
“Dante e il Giubileo”, Atti del Convegno (Roma, 29 30 novembre 1999),
pp. 43-54, Roma 2000.
Lezione 77

Il feudalesimo
E’ necessario ora fare un piccolo passo indietro e introdurre la questione del feudalesimo.
Ciò è per capire meglio tutte le questioni che interessarono l’Europa occidentale sino alla
fine del Medioevo.
Carlo Magno, nel secolo VIII, decretò un nuovo assetto della società medievale che già
era in nuce sin dal secolo III dell’era cristiana. Lo vedemmo quando abbiamo studiato
l’epopea dell’ imperium Galliarum quale fosse l’importanza dei domini nelle campagne.
In Francia con il nome di fevum o foedum venivano designati i beni terrieri concessi in
beneficio dal re o dai maestri di palazzo ai loro fedeli che formavano la scorta o il seguito
del signore, per compensarli dai particolari compiti svolti o di determinati uffici esercitati.
Tali concessioni, come ricorda acutamente il Morghen, erano originate, oltre che dagli
speciali rapporti che intercorrevano tra il re e i suoi fedeli, secondo l’antico istituto del
comitatus germanico, anche dalla necessità di compensare con il possesso di terre,
piuttosto che con denaro, i maggiori uffici dello stato.
Il sovrano che era proprietario di tutto il territorio dello stato concedeva in beneficio, in
uso quindi, non in proprietà, alcune porzioni di esso ai suoi fidi e ai suoi collaboratori.
Dicemmo che la pratica già era in nuce almeno nella parte conclusiva della storia romana.
Il signore della villa romana, infatti, concedeva in uso ai coloni parte delle sue terre,
perché servissero al loro sostentamento. Il concessionario, detto vassallo (dal celtico
vassus =servo, fedele), era legato al concedente da un rapporto personale di fedeltà che,
in seguito, verrà chiamato vassallaggio . Il vassallo diventava così fidelis homo del
signore e giurava di essergli fedele, difenderne la vita, l’onore e i beni; di prestare ogni
anno servizio militare affianco al suo signore. Tale giuramento era l’ omagium .
Un altro privilegio di cui godeva il vassallo era l’ immunità . Tale aspetto era già emerso in
epoca imperiale allorquando i grandi signori venivano dichiarati immuni da certo obblighi
verso lo stato, dall’ingerenza dei rappresentanti dell’autorità imperiale nelle loro terre. Lo
stato cioé rinunziava a riscuotere tasse in quei territori e a inviare giudici colà; i grandi
proprietari terrieri erano esenti dall’inviare loro dipendenti come reclute nell’esercito
imperiale. De facto , pertanto, quei territori non appartenevano se non formalmente
all’impero ma erano amministrati per quanto concerneva le imposte e la giustizia dai
domini . La medesima cosa avvenne alla costituzione di un feudo. Quei vassalli perciò
diventavano immuni ai missi dominici (ai rappresentanti imperiali) che avevano pertanto il
pieno controllo delle loro terre.
Approfondimenti sulla lezione 77
Va’ osservato come tale ordinamento ricalchi in parte quello proprio dell’antichità tarda e
in parte quello germanico. Tra le popolazioni barbariche non esisteva la concezione di
stato unitario e quindi la creazione di tanti nuclei indipendenti, seppur formalmente sotto
un sovrano, non era vista in modo malevolo. Essa poi, considerato l’affermarsi
dell’economia curtense, era l’unico modo per permettere ad un’economia che non si
basava più sul denaro, ma sul possesso della terra, di mantenersi ancora viva. Per quanto
concerne l’esercito feudale, esso era costituito di tutti quei contingenti che i suoi vassalli, i
grandi feudatari, erano tenuti a fornirgli in proporzione all’estensione dei loro feudi. A loro
volta i grandi feudatari potevano fare affidamento sulle forze fornite loro dai piccoli
feudatari. Si evince, quindi, l’enorme importanza che avevano i feudatari. Sia i piccoli, sia
i grandi signori, infatti, potevano essere decisivi per le sorti di un sovrano. Un re era alla
mercé di grandi e piccoli feudatari.
Guida allo studio della lezione 77
Sul feudalesimo si legga un capitolo a scelta del libro di M. Bloch, La
società feudale, Torino 1984.
Lezione 78

Il capitolare di Quierzy
Nei periodi durante i quali l’autorità regia era in decadenza, i grandi feudatari si
preoccuparono di ottenere l’ereditarietà delle loro terre senza la necessità di una
conferma regia. Ogni feudo, infatti, era un appannaggio revocabile che cadeva alla morte
del vassallo. La questione era fondamentale perché poiché il feudo, morto il feudatario,
tornava al sovrano, era il re a stabilire a quale famiglia fare siffatta donazione. Con tutte
le conseguenze economiche e sociali del caso.
Ma, soprattutto, la nobiltà era sotto scacco da parte delle famiglie reali e non avevano
modo di contestare alcunché. In un sistema che prevedeva la conferma del monarca da
parte di un’assemblea non era un problema di poco conto.
Nell’877 Carlo il Calvo con il capitolare di Quierzy riconobbe il diritto dell’ereditarietà dei
grandi feudi. A seguito di tale decisione i grandi signori feudali videro accresciuto in modo
esponenziale il proprio potere, sia nei confronti dei piccoli feudatari, sia (e soprattutto
potremmo dire) nei confronti del sovrano. Essi, qualora avessero avuto almeno un figlio
maschio, avrebbero trasmesso il loro feudo a questo.
Adesso erano i feudatari a tenere sotto scacco un sovrano. Esso avrebbe dovuto
scendere a patti e, pertanto, a non tirare troppo la corda sulle richieste dei suoi
sottoposti: essi, infatti, si sarebbero potuti ribellare a un re e non concedergli, per
esempio, uomini per una guerra.
Rimaneva insoluta la questione dei piccoli feudatari che ancora non avevano tale
privilegio. Con la Constitutio de feudis del 1037, il medesimo privilegio venne loro
concesso da Corrado il Salico.
Una qualche importanza aveva la cerimonia di investitura attraverso la quale avveniva la
trasmissione del feudo. Con essa il signore trasmetteva al vassallo i simboli del possesso
della terra (una zolla di terra, una manciata di paglia, ecc.) e dell’autorità politica (la
spada, il gonfalone, ecc.); il vassallo, in ginocchio, prestava nelle mani del signore il
giuramento di vassallaggio con il quale diveniva suo fedele. Per quanto riguarda la
trasmissione dei feudi vi erano differenze tra il feudo franco e quello longobardo. Il primo
si trasmetteva solo nella linea del primogenito; il secondo, invece, si divideva come un
vero e proprio bene patrimoniale, tra tutti i figli maschi. Nell’Italia longobarda, quindi, il
frazionamento continuo dei possessi feudali fece diminuire l’importanza dell’istituto
feudale favorendo il formarsi delle nuove istituzioni comunali.
Nei territori franchi, poi, specialmente i figli cadetti delle famiglie feudali, i milites senza
feudo, crescendo vieppiù di numero, finirono per costituire una massa di insoddisfatti,
frustrati, animati da spirito di avventura e dediti a imprese di vero e proprio brigantaggio.
Essi seminarono insicurezza nei territori feudali su cui non potevano avere alcun
comando. A ciò pose rimedio l’istituzione ecclesiastica con la creazione della cavalleria. Il
problema, dal punto di vista sociale, infatti, non era di poco conto. Non si potevano
disperdere energie giovanili che avrebbero preso strade pessime. Un giovane senza
futuro, infatti, si sarebbe dato al brigantaggio con detrimento per la comunità. La Chiesa,
pertanto, si fece carico di indirizzare giovani di buona famiglia, ma senza un futuro, verso
nobili cause; utili alla società tutta.
Approfondimenti sulla lezione 78
Su cosa si basa la cavalleria? Sul culto dell’onore. Il culto dell’onore sostituì quello della
violenza per la violenza. Per evitare che il proprio nome venisse macchiato un cavaliere
doveva rifuggire da ogni forma di viltà e di codardia; doveva impugnare le armi solo per
difendere la fede, i deboli, le vedove, gli orfani e chiunque avesse patito un sopruso o
un’ingiustizia. Soltanto un cavaliere già noto per il proprio valore poteva crearne un altro.
Il candidato avrebbe dovuto passare una notte in preghiera presso le armi che l’indomani
avrebbe cinto (si tratta della cosiddetta veglia d’armi).
Nella cerimonia dell’ordinazione il cavaliere ordinante batteva la lama nuda della spada
sulla spalla del nuovo adepto. Nelle feste d’armi (giostre o tornei), infine, i cavalieri
davano prova del loro valore guerriero. Il tipo del cavaliere prode e umano, sterminatore
di infedeli e vincitore di tornei, ad onore della propria dama, alla quale tributava una
devozione quasi religiosa, divenne il tipo ideale della società medievale tra i secoli X e
XII, mentre il culto dell’onore e della donna diede origine, in seguito, alla grande fioritura
della poesia epico-cavalleresca, che fu tra le manifestazioni più originali e significative
dello spirito e della società medievali.
Guida allo studio della lezione 78
Sul capitolare di Quierzy si legga il capitolo del libro di M. Bloch, La
società feudale, Torino 1984.
Lezione 79

L’Arabia preislamica
Prima di affrontare e comprendere gli effetti della predicazione maomettana nel secolo VI
è doveroso fare un passo indietro per raccontare come si viveva nelle terre arabe, quali i
culti e con chi gli Arabi intessevano rapporti commerciali. Gran parte della popolazione
era costituita da Beduini nomadi che praticavano commerci e trasporto merci tra l’Africa,
l’Estremo Oriente e i porti bizantini. Essi erano del tutto privi di qualsivoglia di
organizzazione politica che non fosse quella della tribù. Nondimeno tra la fine del secolo
III e gli inizi del secolo successivo, nel Nord della penisola sorse un vero e proprio stato,
il regno di Hira. Esso però, in tempi relativamente rapidi non riuscì a mantenere la propria
indipendenza, cadendo sotto l’influenza e il protettorato della Persia, giungendo a
perdere totalmente l’autonomia e ad essere governato da funzionari inviati dai re
persiani.
Il ruolo di tale regno vassallo della Persia fu quello di fornire uomini nell’eterno confronto
che il regno orientale aveva con Bisanzio. Quindi fu una sorta di regno vassallo da ‘usare’
per le proprie guerre. Insomma invece di sacrificare uomini persiani si preferiva di
sacrificarne altri. Un altro organismo statale, il regno dei Ghassanidi, fu invece creato dai
Bizantini allo scopo di contrapporlo al regno di Persia. Tra il 613 e il 614 il re persiano
Cosroe II occupò la Palestina, sconfiggendo i Ghassanidi. Le continue lotte fra i
Ghassanidi e il regno di Hira svilupparono le attitudini guerriere di quelle popolazioni. Al
contampo quei regno diventarono il tramite attraverso cui il cristianesimo, nella forma
nestoriana e monofisita, fu conosciuto nella penisola. Questo fu un motivo che indusse gli
Arabi a vedere il cristianesimo come un’ideologia straniera, legata al predominio di
potenze straniere sulla penisola araba.
L’Arabia meridionale, contesa tra i re etiopici, Bisanzio e la Persia, fu infine occupata da
questi ultimi negli ultimi decenni del secolo VI e rimase occupata sino allo sviluppo della
religione islamica. Le vicende di cui sopra riguardavano le regioni periferiche della
penisola e apparivano come momenti e manifestazioni del grande conflitto tra Bizantini e
Persiani. Esse, nondimeno, ebbero ripercussioni anche all’interno della stessa penisola
ove dominavano i Beduini. I conflitti che interessavano le zone costiere dell’Arabia
ostacolavano le attività commerciali facendo accrescere l’importanza della via carovaniera
interna, utilizzata proprio dai Beduini per i loro traffici. In buona sostanza, al momento, i
Beduini non si sentono minimamente facenti parte di un tutto. Il popolo arabo quindi è
totalmente disunito.
Nelle oasi lungo questa via sorsero città mercantili, primi nuclei dell’unificazione spirituale
e politica del periodo successivo. Mentre i regni periferici erano troppo permeati da
influenze esterne, quelle città mercantili erano terreno di più ampie esperienze spirituali e
culturali per le tribù dell’interno. Nonostante i profondi contrasti che contrapponevano i
ricchi mercanti cittadini ai poveri figli del deserto e le continue guerriglie fra le diverse
tribù, nella penisola si faceva strada una profonda esigenza di unità. I motivi di tale
esigenza era, a volte, opposti o soltanto diversi. C’era l’interesse dei mercanti di
salvaguardare le ricchezze accumulate, la solidarietà tra i Beduini e gli agricoltori poveri
contro i cittadini privilegiati, le tradizioni religiose che erano in grado di far convergere
ogni anno le tribù in pellegrinaggio alla Mecca, sede del tempio (Kaaba), la coscienza dei
suoi propri caratteri etnici che il popolo arabo lentamente, ma inesorabilmente, maturava,
i suoi valori spirituali.
Dal punto di vista religioso il mondo arabo preislamico presentava una complessità invero
notevole. Accanto ai gruppi che avevano accolto, sia pure in modo superficiale e pur
sempre come una religione straniera, il cristianesimo, vi erano comunità di religione
ebraica ma, in grande maggioranza, si trattava di una popolazione pagana. Il loro
paganesimo non aveva creato divinità particolari; si adoravano soprattutto gli elementi
naturali, alberi e pietre. Di qui il culto della pietra nera, custodita nella Kaab alla Mecca
che era il punto di riferimento comune, la base di unità religiosa delle tribù pagane che,
durante il periodo del pellegrinaggio, sospendevano ogni rivalità e guerriglia in corso. Per
il resto ogni tribù del deserto aveva un proprio culto autonomo. E nessuna tribù tendeva
a prevalere sull’altra. In buona sostanza esisteva una qualche tolleranza verso chi
professava religioni diverse.
Le cose mutarono radicalmente quando si presentò Maometto il quale, come è
universalmente noto, non nacque tra i Beduini bensì in una città commerciale, La Mecca.
Essa era collocata al centro della fascia occidentale della penisola arabica, in una piccola
valle della catena montuosa parallela alla costa del Mar Rosso: il commercio che faceva
capo alla Mecca era carovaniero. La tribù di Quraish, che esercitava nella Mecca una
supremazia economica, sociale, politica, a cui Maometto apparteneva, aveva la stessa
struttura a più clan delle tribù del deserto; e i clan quraishiti vivevano in relazione
profonda con i clan nomadi. Pertanto esisteva un fortissimo legame tra Maometto e i
Beduini del deserto, legame che giocherà un ruolo importante quando arriverà il
momento opportuno.
La religione di Maometto si andò enucleando alla fine del secolo VI da una tendenza già
presente fra le tribù arabe, cioè dal riconoscere uno degli dei che vengono adorati quale
divinità preminente sulle altre. In questo non è estranea nemmeno la consuetudine
esistente tra gli Arabi di osservare Ebrei e cristiani, le cui religioni erano note in Arabia e
avevano numerosi proseliti. D’altronde la penisola arabica confinava con la Palestina,
regione dove era nato l’ebraismo, prima e il cristianesimo, poi. Maometto si persuase di
essere stato investito da Allah per una missione che lo collocava nella serie dei profeti
suscitati proprio da quel Dio. Iniziò pertanto un’assidua predicazione per indicare la via
della salvezza, nel giorno del Giudizio Universale, attraverso l’incondizionata
«sottomissione» (Islam) all’onnipotenza di Allah.
Alla Mecca trovò consensi ma anche molta diffidenza di fronte alla sua svalutazione del
politeismo e di fronte a quel suo presentarsi come ultimo messaggero di Allah. Nel 622
Maometto fu costretto a lasciare la città (Egira) con i propri fedeli e scelse come luogo
ospitale l’oasi di Medina. Fu allora che Maometto divenne il profeta armato e rivelò doti
politiche e di strategia militare non inferiori a quelle religiose. Fu allora che, nel connubio
medinese e musulmano con tribù nomadi avverse ai Meccani, la tradizionale razzia degli
Arabi si associò alla lotta religiosa e strinse, via via, intorno al profeta molte tribù sino ad
allora ostili fra loro. La Mecca si lasciò conquistare da questa travolgente sintesi teocratica
di violenza e religione, realizzatesi intorno a un suo figlio. Dalle rivelazioni di Allah nacque
il Corano e i celebri santuari della città vennero dedicati ad Allah.
Approfondimenti sulla lezione 79
L’Islam è una religione che non ama le immagini sacre anzi, per essere precisi, sono
vietate le immagini sacre. Allah cioè non può venire rappresentato in alcun modo. Ben
diversa è la posizione cristiana, ma simile a quella islamica è la posizione degli Ebrei.
Proponiamo, dunque, immagini relative alla Mecca, ad una Moschea e, soprattutto, una
cartina geografica delle conquiste islamiche nei primi tre secoli della storia musulmana.
Guida allo studio della lezione 79
Per quanto concerne l’Arabia preislamica e la predicazione maomettana
suggeriamo la lettura del capito III di G. Tabacco, Storia medievale,
Bologna 1989, pp. 94-113.
Lezione 80

L’invasione araba
In tempi invero rapidi i Quraishiti più autorevoli entrarono nell’agguerrita cerchia politico
religiosa che faceva capo a Maometto. Essi non fecero altro che accentuare il caratter
arabo che già si era affermato nei dissensi sorti a Medina per il rifiuto ebraico di aderire
all’Islam. Si deve considerare che gli Ebrei si sentono popolo eletto quindi per loro non
avrebbe avuto alcun senso abiurare il loro credo per abbracciare qualcosa di, ancora,
indefinito. Via via nell’Arabia centrale e settentrionale le tribù più aggressive si andavano
orientando verso intese sia politiche, che religiose, a seconda della contingenza.
Parallelamente la figura di Maometto spiccava in Arabia perché si era fatto conoscere
quale comandante militare di prim’ordine oltre che per essere il profeta. Adesso tutta
quell’incoerente molteplicità di razzie e contrasti, per lo più interne al mondo arabo,
venivano convogliate in una guerra-razzia, di dimensioni notevoli. Una guerra che
avrebbe ben presto sconvolto tutto il Mediterraneo e non solo.
Adesso il nemico degli Arabi era diventato il mondo che non credeva o che non voleva
credere in Allah. In primis c’erano alcuni conti da regolare con l’impero di Bisanzio e
quello iranico, cioè proprio quelle entità politiche che sino ad allora avevano tenuto sotto
controllo gli Arabi. Ormai anche l’Arabia meridionale aveva aderito alla predicazione
maomettana, anche cioè quella parte di Arabia estranea alle tradizioni dei nomadi e
caratterizzata dallo sviluppo delle città. Maometto scomparve nel 632 e proprio in quel
periodo i Bizantini erano appena usciti vittoriosi da una pesante campagna militare contro
la Persia. Nel 628 infatti il regno sasanide capitolò ma Bisanzio, guidata dall’imperatore
Eraclio, era uscita malconcia da quella guerra. Il momento era propizio per gli Arabi se
avessero mantenuto unità di intenti e se non si fossero fatti travolgere dai numerosi
tentativi dei pretendenti al comando di quel mondo. Fortunatamente per loro i califfi,
scelti nella stretta cerchia dei suoi primi ed immediati collaboratori, seppero guidare il
mondo arabo contro una Bisanzio basita e sorpresa di fronte ad un nemico non previsto.
In rapida successione vennero occupate la Siria, la Mesopotamia, l’Egitto e tutta l’Africa
romana. Insomma buona parte dei territori dell’antica Costantinopoli vennero travolti da
tale ondata anomala che non poteva essere prevista. L’impero sasanide scomparve del
tutto e quello bizantino subì un notevole ridimensionamento. Esso si estendeva adesso
dall’Asia Minore alla penisola balcanica, alle terre italiche conservate dopo la discesa dei
Longobardi e alle regioni che gravitavano intorno Costantinopoli. L’occupazione araba,
seppur di carattere prettamente militare, seppe però rispettare le autonomie
amministrative e religiose locali. Essa fu agevolata dai dissensi religiosi che avevano
tormentato gli imperi sconfitti, in particolar modo dall’avversione dei monofisiti
all’ortodossia di Roma e di Costantinopoli.
Nonostante l’opposizione degli sciiti e di altre sette, gli Omayyadi mantennero l’unità
politica dei musulmani sotto l’egemonia araba, organizzando la capitale del loro impero a
Damasco, antica città della Siria, fortemente caratterizzata in senso ellenistico, ai margini
nord-occidentali del deserto siro-arabico, e proseguirono le conquiste. Nel 711, raggiunta
la penisola iberica, in soli due anni, abbatterono il dominio dei Visigoti, sostituendosi a
loro. Nel Mediterraneo, nel frattempo, la creazione delle flotte arabe, suggerita sin dai
tempi dei califfi elettivi dall’efficienza degli arsenali, un tempo bizantini, di Siria ed Egitto,
sorprese per la sua rapidità e la capacità aggressiva, non meno di quanto stupissero le
espansioni per terra. La resistenza bizantina così come seppe essere tenace di fronte alle
incursioni delle schiere dei nomadi, seppe in modo altrettanto deciso reagire alle
incursioni delle flotte musulmane nell’Egeo. Bisanzio cercò di sfruttare il dominio dell’isola
di Creta e della Sicilia, per contrastare l’inarrestabile avanzata nemica in Africa.
Le basi bizantine in Sardegna e nella Baleari indussero gli Arabi a creare a Tunisi una
base navale più sicura della troppo esposta Cartagine. Il mare Nostrum vide un aumento
esponenziale di incursioni, e bizantine, e arabe sulle coste nemiche. La stessa
Costantinopoli venne assediata nel 717 quando, secondo un piano strategico di notevole
ingegno, gli Arabi fecero convergere sul Bosforo l’esercito attraverso l’Asia Minore.
L’Ellesponto e la Tracia, e la flotta, attraverso il mar Egeo, l’Ellesponto, e il mar di
Marmara. L’imperatore Leone III contrastò per un anno intero la duplice aggressione, fino
ad annientare quasi totalmente la flotta araba, efficacemente contrastata dal «fuoco
greco», materia esplosiva la cui preparazione era conosciuta solo dai Bizantini. Intanto le
superstiti schiere di cavalieri arabi, dopo l’inutile e lungo assedio contro le poderose mura
della città, fuggirono in Asia. Per l’Europa si trattò di una vittoria decisiva che va a
sommarsi a quella ottenuta in Occidente da Carlo Martello. Conquistata l’ Hispania
visigotica, i musulmani penetrarono profondamente in Gallia dove, in tempi invero rapidi,
dilagarono fin verso il basso corso della Loira. Colà, nei pressi di Tours e Poitiers, il
maestro di palazzo dell’agonizzante dinastia merovingica, Carlo Martello, appunto, nel
732 o 733 riuscì a respingerli appena prima che quell’invasione assumesse il carattere di
una conquista.
Il duplice arresto da parte dei Bizantini e dei Franchi delle feroci truppe omayyadi segnò a
lungo i confini dell’impero arabo nel Mediterraneo e in Europa. Le incursioni di infedeli
non si arrestarono tanto è vero che Gallia e Italia vennero ancora minacciate. Addirittura
vennero conquistate alcune isole ma, aspetto fondamentale, l’Europa non sarebbe più
caduta nelle mani musulmane. Successivamente la dinastia Aglabite, approfittando di
certe discordie interne alla Sicilia bizantina, trasformarono in una guerra di pirateria lungo
le coste sicule in una vera e propria invasione dell’isola. A partire dall’827 la Trinacria si
trovò in guerra contro gli Arabi e la resistenza dei bizantini fu tenacissima tanto che solo
nel 902 l’isola poté dirsi da loro conquistata. Durante tale conquista gruppi musulmani di
Sicilia furono coinvolti nelle contese dell’Italia meridionale e affiancarono il ducato
bizantino di Napoli contro i Longobardi di Benevento.
Partecipando, successivamente, alle rivalità fra i Longobardi medesimi, si diedero alla
pirateria, insieme ad altri gruppi musulmani provenienti da Creta (occupata poco tempo
prima da avventurieri islamici di provenienza iberica), saccheggiando le coste adriatiche e
tirreniche, arrivando addirittura alle porte di Roma. A Bari si costituì un emirato autonomo
che volle direttamente collegarsi con Bagdad e durò un ventennio, fino cioè a quando dal
Nord intervennero milizie franche d’Italia che, insieme a quelle longobarde del Sud, lo
eliminarono. La base musulmana di Taranto, invece, venne eliminata nell’880 dalle forze
marine e terrestri di Bisanzio. Ad ogni modo l’influenza araba in quelle regioni fu
particolarmente incisiva. I meccanismi della dominazione araba assorbirono, poco a poco,
gli anteriori congegni amministrativi con cui erano state governati l’Egitto, il Maghreb, la
penisola iberica.
Le conversioni all’Islam si moltiplicarono nei paesi conquistati per la suggestione di un
monoteismo semplice e coerente, per la condizione privilegiata dei fedeli nel regime
fiscale e nell’organismo politico. Va’ osservato come nel dualismo fedeli-infedeli si
introdusse un terzo elemento. I convertiti. Essi vivevano in una condizione intermedia
rispetto alle altre due categorie, anche per quanto concernevano i privilegi fiscali. La
tolleranza religiosa osservata dagli Omayyadi consentì il fiorire di culture diverse da quella
arabo-islamica tanto che il più famoso teologo che allora ebbe il cristianesimo, fu di
lingua greca e nacque a Damasco: Giovanni Damasceno (vissuto sino al 749). In effetti
gli Arabi, seppur motivati alla conquista dalla loro religione, seppero convivere, come
avevano fatto sino all’avvento di Maometto, con Ebrei, cristiani e con tutti coloro che
professavano credo diversi. Semmai gli ‘infedeli’ avrebbero pagato una tassa
supplementare. Null’altro.
Approfondimenti sulla lezione 80
Ci sembra opportuno riportare esempi della cultura araba che ebbe una notevole
influenza nel mondo europeo. Come vedemmo gli Arabi conquistarono tutto il
Mediterraneo meridionale e ebbero modo di presentarsi, non solo come guerrieri, ma
come architetti, matematici, filosofi. Dunque, di seguito, a parte una carta geografica
indicante le conquiste europee degli Arabi, alcuni esempi mirabili di architettura araba.
Tale architettura, per certi versi, può anche ricordare quella romana.
Guida allo studio della lezione 80
Per approfondire il periodo delle invasioni arabe che travolsero, oltre
all’Asia, anche il Mediterraneo si veda F. Arborio Mella, Gli arabi e
l'Islam , Milano1992. Si legga, se possibile, solo il capitolo inerente la
conquista del Mediterraneo.
Lezione 81

I comuni
Il Comune sorge quando i cittadini di una città o di un borgo, con un atto solenne, in
genere con un patto giurato ( coniuratio ) fra i maggiorenti delle forze cittadine
predominanti, deliberano ci costituirsi in un unico organismo politico e amministrativo
che, direttamente o indirettamente (cioè per mezzo di rappresentanti), eserciti funzioni di
autorità e d’imperio proprie dello stato, quali imporre tasse, battere moneta,
amministrare la giustizia, raccogliere eserciti. Tra la seconda metà del secolo XI e i primi
del secolo XII, in Italia centrale e in quella settentrionale, sorsero numerosi Comuni. La
loro potenze crebbe rapidamente in modo esponenziale da consentir loro di lottare con
fortuna contro le forze politiche più rilevanti del tempo: l’impero e il papato. Il loro potere
si affermò in tempi rapidi sia perché ormai la crisi economica alto medievale, dovuta alle
strade poco sicure, a regni instabili, era via via terminata; sia perché l’impero e il papato
si stavano scontrando frontalmente e non potevano, quindi occuparsi di questioni minori.
Anche fuori d’Italia e nel Mezzogiorno della penisola si ebbero Comuni ma, in Francia e in
Germania, nelle Fiandre e nel Belgio, i comuni sorsero e si svilupparono in relazione al
fiorire dell’attività commerciale e industriale dei borghesi ( burgenses = abitanti dei
borghi) ed ebbe scarsa importanza politica per il prevalere della potenza delle monarchie
feudali, che pure favorirono lo sviluppo delle autonomie cittadine contro la feudalità. Se i
comuni d’oltralpe non si resero mai totalmente indipendenti, politicamente,
dall’imperatore, dal re, o dai signori, nel Meridione d’Italia la nascita di una potente
monarchia unitaria, ad opera dei Normanni, doveva, dapprima limitare, poi totalmente
soffocare qualsivoglia velleità di libera espressione politica delle città. In realtà, almeno
sino a Federico II di Svevia, pertanto fino alla prima metà del secolo XIII, ci fu anche
nelle zone meridionali d’Italia una qualche attività comunale. Poi, però, tutto svanì e con
essa svanì quella si oggi chiameremmo una classe borghese, in grado di governare.
In buona sostanza il comune nasce e si afferma con i risorgere dei centri urbani a nuova
vita, dopo le ultime invasioni degli Ungari, quando il disfacimento del mondo feudale era
in pieno sviluppo, quando iniziarono a riprendersi i commerci e le industrie, durante le
lotte tra impero e papato. Sia la Chiesa, sia l’imperatore furone generosissimi nel
concedere concessioni e riconoscimenti alla potenza nascente delle classi cittadine per
mettere in difficoltà l’avversario. Sull’origine del comune molteplici sono le ipotesi
avanzate, precipuamente da studiosi italiani e tedeschi che hanno pensato che esso derivi
dal municipium romano. In effetti però la realtà comunale è ben più complessa del
municipium, considerate poi le diverse esigenze che emersero verso il secolo XI.
Terminata l’esperienza del sistema curtense molti servi iniziarono a fuggire e a rifugiarsi
nelle città per cercare libertà e lavoro.
Nelle città, pertanto, con il risorgere dei commerci, si sviluppò la classe dei mercanti (
negotiatores ) che, unitamente alle ricchezze accumulate, acquisirono esperienza politica.
A questi si unirono i milites e i nobili, piccoli feudatari, cioè l’ultimo gradino della scala
feudale. Milites e negotiatores costituirono i boni homines , cioè le persone più eminenti,
che, sin dagli inizi del secolo XII, coadiuvavano il vescovo o il conte nell’amministrazione
cittadina. La constitutio de feudis di Corrado II del 1037, svincolò i piccoli feudatari
dall’oppressione dei grandi, affrettando così l’emancipazione delle nuove classi cittadine.
La lotta delle investiture fu, infine, il trionfo di quelle classi che si sollevarono contro il
vescovo o il conte, cacciando quindi il clero, ritenuto simoniaco, e coloro che le
opprimevano. Non si trattò di una vera e propria lotta di classe, bensì di un
affrancamento da una situazione di sostanziale subalternità.
La tradizione di Roma cementò le nuove forze cittadine nel mito di una comune civiltà. La
più alta magistratura del comune, non a caso, fu il consolato. A Milano vi furono dei
consoli sin dal 1081, a Pisa e a Siena apparvero tra il 1080 e il 1085, a Genova e Arezzo
nel 1098, A Bologna nel 1123, a Padova nel 1139, a Parma nel 1149. I comuni hanno
origine diversa a seconda delle condizioni dell’ambiente storico nelle quali sorsero. Pisa e
Genova, ad esempio, si svilupparono in campagna; Venezia mantenne la forma di una
repubblica oligarchica aristocratica. Il comune rurale sorse dall’obbligo , contratto
solidalmente da tutti i vassalli, di corrispondere al signore una certa quantità di denaro, di
beni o di opere a riscatto della libertà di amministrarsi autonomamente. La somma dei
poteri risiedeva nel parlamento o arengo, assemblea generale di tutti i cittadini liberi. Era
il parlamento a nominare i consoli che erano assistiti, nell’esercizio delle loro funzioni, da
un consiglio ristretto detto ‘degli Anziani’.
Almeno inizialmente un comune veniva dominato dai nobili e dai borghesi arricchiti
mentre dalla vita pubblica erano esclusi gli artigiani, i salariati, i coloni che risiedevano nel
suburbio, alle porte della città, e i capitanei che avevano castelli e feudi nei dintorni della
città. In realtà le cose non cambiarono anche in un secondo momento. Si consideri,
intanto, che l’immigrazione in città di nuova popolazione dal contado, aveva ingrossato le
file delle consorterie nobiliari e degli organismi di «popolo», favorendo il dilatarsi delle
dimensioni dei conflitti e delle distruzioni. Nondimeno le città erano tornate vive e, come
scrisse Brunetto Latini nel suo Tresor, «Cités est uns assamblemens de gens a abiter en
un lieu et vivre a une loi». Queste città, almeno intorno ai secoli X e XI, sono quelle
antiche o tardo antiche, quelle cioè che avevano mantenuto una qualche vitalità anche
durante i periodi meno fortunati successivi alla caduta dell’impero romano.
Dal secolo XIII le città si impongono ovunque. Si trattava generalmente di agglomerati
umani di dimensioni modeste sia dal punto di vista topografico, sia da quello
demografico. Tuttavia erano centro dove veniva esercitato il commercio, centri
indipendenti dal punto di vista alimentare perché potevano vivere grazie alle campagne
circostanti, nuovamente lavorate. Dal punto di vista demografico si considerino i seguenti
dati. Milano e Venezia avevano, dopo il secolo XI, una popolazione oscillante tra le
100000 e le 200000 unità; Firenze, Genova, Napoli e Palermo lo stesso. Oltralpe la sola
Parigi poteva vantare un siffatto numero di cittadini mentre città del nord Europa,
importanti dal punto di vista economico, quali, ad esempio Bergen o Amsterdam,
faticavano a superare le 3000 unità.
La conquista della libertà della persona e dei beni, della libertà da servizi e vincoli del
banno signorile, non di rado anche dalla dipendenza servile – nei diritti municipali
francesi, fiamminghi, inglesi, tedeschi spesso si legge che chi per un anno e un giorno
risiede in città senza contestazioni, possa rimanervi in seguito libero e indisturbato,
norma che esprime il noto principio secondo cui «l’aria della città fa liberi», applicato con
notevoli varianti e non senza eccezioni - , è un momento fondamentale per giungere
all’eliminazione di quegli elementi giuridico-formali e di quegli oneri che contrastavano
con i bisogni personali e collettivi sollecitati dalle attività economiche. Esse imponevano di
poter disporre della propria persona, dei propri beni e del proprio tempo. Il dinamismo
della vita urbana contrastava con le rigidità e i lacci connessi con gli sviluppi delle forme
di dominio attuate sulle popolazioni rustiche. Dunque si trattava di dinamismo legato solo
alle città.
Approfondimenti sulla lezione 81
Un tema quale quello della nascita e dello sviluppo dei comuni è enormemente vasto.
Ogni comune d’Italia, almeno fra i maggiori, ma non solo, ha una sua storia, ricca e
affascinante. Ogni comune ha leggende che lo riguardano, vite di santi che sono stati
colà ospitati. A noi, al momento, preme avere una visuale fotografica di alcuni tra i più
significativi comuni della penisola. Ognuno di essi, infatti, ha le sue peculiarità che lo
rendono unico.
Guida allo studio della lezione 81
Per approfondire la storia della nascita del comune si riporta al libro di
M. Ascheri, Le città-Stato, Bologna 2006. Da leggere solo l’introduzione.
Lezione 82

I comuni europei
Abbiamo visto, seppur a grandi linee, come nascono i comuni in Italia. In modo non del
tutto dissimile nasceranno, più o meno negli stessi tempi, anche altrove.
Vediamo adesso la situazione francese.
Una grande agitazione nacque nelle città vescovili dove il vescovo non voleva venissero
meno i suoi diritti vescovili e, quindi, i diritti della Chiesa. Pertanto gli alti prelati non
ascoltarono, almeno in un primo momenti, le richieste che venivano dal basso, dal
popolo, dai borghesi, che non volevano più rispettare le antiche leggi feudali ritenute,
non senza qualche ragione, superate da una nuova economia basata su scambi ad ogni
livello.
La resistenza ecclesiastica portò Le Mans, Cambray, Noyon, Beauvais, St. Quintin,
Soissons, Amiens, Lion e altre città a insorgere contro i rispettivi vescovi.
Tali moti insurrezionali portarono a uccisioni, ferimenti dei vescovi stessi, dei funzionari,
dei clienti.
Il che non poteva venire facilmente accettato per ovvi motivi. Si trattava infatti di
ribellioni ritenute di ‘servi’, quasi fossero novelli spartaco. Insomma la servitù avrebbe
dovuto accettare pedissequamente lo status quo.
Ma ormai il dado era tratto.
Il movimento comunale a sfondo rivoluzionario era opera di alcuni gruppi appartenenti
alla borghesia che si erano uniti in associazioni giurate, a scopo di scambievole aiuto, in
vista di interessi comuni da tutelare. Esse avevano una propria carta o patto su cui
giurano (sacramentum comunie o jurati comunie).
Tali movimenti però, più che nel Nord Ovest e cioè in Francia e Inghilterra, di cui tosto
parleremo, si svilupperanno nei paesi fiamminghi laddove si tendeva a realizzare delle
vere e proprie città indipendenti dal signore.
In Inghilterra, nel nuovo regno anglo normanno, le funzioni di giustizia e polizia vennero
quasi del tutto sopraffatte, ma siamo già nel secolo XII, dalla cittadinanza, o meglio dagli
elementi mezzani e superiori di essa, ormai cresciuti in numero e di importanza. Si
trattava di associazioni di grandi proprietari terrieri, di padroni di case o botteghe, di
mercanti, degli artigiani più ricchi. Tutti questi vollero tener testa al re e ai baroni (cioè la
grande nobiltà inglese).
Certamente sull’Inghilterra fu notevole l’influenza della Francia che a sua volta venne
influenzata dalla penisola italica.
Nella maggioranza dei casi i cittadini-si badi che si fa riferimento agli uomini liberi che
possedevano qualcosa-riuscirono a conquistare talune garanzie o libertà in modo da
poter svilupparsi sia demograficamente, sia economicamente.
Di ciò si avvantaggiarono anche i signori che rimanevano sullo sfondo. Infatti mentre
prima la rendita della tassazione era vieppiù incerta, adesso, lasciando che la cittadinanza
abbia maggiori possibilità di sviluppo economico, si ebbero più certezze.
A fronte di quelle città ce ne sono altre-le maggiori-che in Francia non vennero sfiorate
dalle idee comunali. Il che spiega come Francia e Italia, ad esempio, ebbero uno sviluppo
politico affatto diverso.
Approfondimenti sulla lezione 82
Vediamo alcune peculiarità dei comuni francesi, tedeschi e fiamminghi.
In Germania, Francia e nelle Fiandre esisteva ed era sempre presente una qualche forza
regolatrice e disciplinatrice che era il sovrano, i grandi signori, spesso ben disposti a
tenere sotto di sé un certo numero di città.
In Germania nasceranno città nuove senza alcun passato cui fare riferimento e ciò implicò
che queste guardassero ai centri con tradizioni antiche.
Città soggette a un unico signore o situate in un determinato territorio si modellano sulla
città più importante e, quindi, su quella che vanta tradizioni secolari rispetto alle altre.
Le città fiamminghe poi, pur rifacendosi allo stesso principio, erano sempre più
indipendenti dai signori stessi. Esse acquisirono una libertà di movimento sconosciuta alle
città francesi. Si può azzardare che le città delle Fiandre risultarono più simili alle
consorelle italiane che, in effetti, acquisirono una tale indipendenza da creare,
successivamente grandi signorie capaci di svolgere un ruolo nell’Europa tutta.
Guida allo studio della lezione 82
Per approfondire la storia della nascita del comune si riporta al libro di
M. Ascheri, Le città-Stato, Bologna 2006.
Lezione 83

La lotta per le investiture


Dopo un necessario excursus sulla questione comunale, veniamo al confronto inevitabile
che contrappose il papato all’impero germanico.
Morto Enrico II (1024) e finita con lui la casa di Sassonia, sul trono di Germania successe
un membro della casa di Franconia, Corrado II il Salico (discendente dei Franchi Salii).
Questi eletto re di Germania e imperatore del Sacro romano impero nel 1027, fu, poco
dopo, riconosciuto erede anche del regno di Borgogna che, al pari di Germania e Italia,
divenne parte integrante dei possedimenti dell’impero. Il nuove imperatore, oltre a dover
fronteggiare la feudalità maggiore, dové impegnarsi anche nei confronti dei feudatari
minori che mal sopportavano la prepotenza della grande nobiltà.
Nel 1037, pertanto, si trovò costretto ad emanare la Constitutio de feudis con cui si
concedeva l’ereditarietà anche ai feudi minori. Con ciò si ridusse notevolmente il potere
dei grandi vassalli sui valvassori.
Nel frattempo il papato era caduto totalmente nelle mani di poche grandi famiglie romane
al punto che, contemporaneamente, salirono sul soglio di Pietro rappresentanti dei
Frangipane, dei conti di Tuscolo, dei Crescenzi. La cristianità tutta era, quindi, nelle mani
di pochi personaggi. Enrico III, succeduto a Corrado II, con il concilio di Sutri (1046) fece
deporre quei tre pontefici per eleggere un vescovo tedesco che prese il nome di
Clemente II.
In buona sostanza il potere di eleggere un pontefice, strappato alle famiglie romane, era
adesso in quelle dell’imperatore che nominò altri tre vescovi di Roma che si impegnarono
nel promuovere la riforma della Chiesa. Il nodo di una riforma della Chiesa constava però
del liberarla dal giogo imperiale, riconducendo, pertanto, la nomina dei vescovi
all’esclusiva competenza della Chiesa stessa. I principi dell’abolizione dell’investitura laica
dei vescovi (i vescovi conti di ottoniana memoria) e la libertà dell’elezione del pontefice
furono i cardini del programma di riforma di Ildebrando di Soana.
Egli divenne consigliere di non pochi pontefici e a lui si dovette il famoso decreto del
1059 con cui papa Niccolò II decretò che l’elezione sarebbe stata esclusiva del collegio
cardinalizio, riservando al clero e al popolo di Roma il semplice diritto di approvare per
acclamazione le decisioni dei cardinali. Si ricordi che tale modo di eleggere un pontefice è
rimasto, con pochissime differenze sino ai giorni nostri.
In quello stesso concilio dove si approvò la riforma di elezione del pontefice, vennero
aspramente condannati la simonia, il concubinato dei preti e l’investitura laica degli uffici
sacerdotali.
Ildebrando di Soana divenne papa nel 1073 con il nome di Gregorio VII. Intanto in
Germania era divenuto maggiorenne il figlio di Enrico III, Enrico IV che assunse le redini
del potere e subito mostrò di non rassegnarsi alla diminuzione di prestigio e di potenza
che derivava dalla sottrazione dell’elezione del pontefice ratificata a Roma ma,
soprattutto, dall’essere impossibilitato di eleggere vescovi conti. Poiché Enrico IV
perseverò nel conferire i vescovadi simoniacamente, Gregorio VII si trovò costretto a
scomunicare l’imperatore (1076).
Approfondimenti sulla lezione 83
Agli inizi del secolo XI Roma si era trasmutata in un centro di raccordo fra disparati
movimenti di riforma religiosa, di agitazione sociale, di ricomposizione politica, dalle
correnti spirituali lorenesi a quelle monastico-eremitiche di varia ispirazione, dagli sviluppi
politici di grandi dinastie di Germania e del regno italico alle spinte eversive milanesi e
all’avventurosa espansione normanna nell’Italia meridionale. L’Urbe, insomma, viveva
anni perigliosi dove il dibattito teologico fra concezioni riformatrici veniva disciplinato
introno alla figura del pontefice romano, solennizzata da un ricorso vieppiù accentuato
alla dottrina del primato di Pietro. La lotta tra papato e impero si scatenò quando, di
fronte ad un romano pontefice intransigente, si contrappose al vertice imperiale un
personaggio altrettanto intransigente. Di seguito alcune significative immagini che
illustrano i luoghi e le persone protagoniste di siffatti avvenimenti.
Guida allo studio della lezione 83
Come ulteriore approfondimento per lo studio del periodo in cui si sviluppò la lotta delle
investiture si legga la voce della treccani on line:
http://www.treccani.it/enciclopedia/lotta-per-le-investiture/.
Lezione 84

Conclusione della lotta papato-impero


Trovandosi l’imperatore in lotta contro i grandi feudatari sassoni, la condanna pontificia
privò Enrico di qualsivoglia autorità. Si sa infatti che una scomunica equivale, per un re o
imperatore al fatto gravissimo che i propri sudditi non debbano più obbedienza. Non
stupisca, pertanto, la rapidità con cui Enrico si rivolse implorante al pontefice.
L’imperatore fu dunque costretto a mendicare a Canossa il perdono papale che giunse
l’anno successivo. Nonostante ciò per l’imperatore la situazione si andava facendo sempre
più impegnativa.
Una scomunica infatti può sempre venire utilizzata a sfavore dello scomunicato da quei
sudditi che si dimostrano riottosi a tornare sotto di lui. D’altronde anche i feudatari
avevano tutto l’interesse di ‘vendere’ il proprio consenso a chi avesse promesso loro
maggiori benefici. E con Enrico le cose andarono esattamente così. Diciamo che il 1076
segnò, di fatto, la fine sua e del pontefice suo avversario.
I Sassoni continuarono a non riconoscere Enrico quale legittimo sovrano, opponendogli
Rodolfo di Svevia (1077). Rodolfo opportunamente morì e l’imperatore, rinfrancato da
quell’aiuto del destino, mosse contro Roma (1084) dove dichiarò decaduto Gregorio e
elesse un nuovo pontefice, Clemente III. Gregorio VII si trovò costretto entro Castel
Sant’Angelo, finché non giunse Roberto il Guiscardo, re normanno della Sicilia, a liberarlo.
Il vecchio pontefice dovette anche assistere ad un orribile sacco di Roma perpetrato dai
Normanni per poi unirsi all’esercito di Roberto e seguirlo sino a Salerno dove, ormai in
esilio, morirà l’anno seguente.
Una fine davvero ingloriosa e tristissima per un grande pontefice che diede un’impronta
alla Chiesa romana che durerà sino al secondo millennio dell’era cristiana. La coerenza e
l’audacia con cui Gregorio VII combatté l’intervento imperiale nel funzionamento
dell’episcopato, scomunicando gli avversari senza risparmio e promuovendo o utilizzando
rivolte in Italia e in Germania, trasformò anche il movimento per la riforma del clero.
Il progetto di ristrutturazione gerarchica di tutti i poteri spirituali e temporali della
cristianità si avviluppò intorno alla figura del pontefice. Le disavventure di Gregorio
sembrarono voler concludere tale progetto in un fallimento. In effetti nemmeno in
seguito tale opera grandiosa di revisione strutturale del clero fu mai rigorosamente
realizzata. Tuttavia ormai il dado era tratto e il cattolicesimo tutto, in quanto ordinamento
strettamente ecclesiastico, si sarebbe orientato verso una soluzione monarchico-papale.
Di contro le aristocrazie politiche, di tradizione militare o cittadina, furono costrette a
interpretare la loro funzione civile in modo più autonomo rispetto all’organismo
ecclesiastico, continuando nei secoli a convivere con esso ma in modo maggiormente
articolato. Già nel corso della grande lotta ideologica che accompagnò la guerra tra
enriciani e gregoriani – fu la prima lotta ideologica del medioevo non fondata
esclusivamente su questioni teologiche – vi fu tra i libelli di parte regia la Defensio
Heinrici IV regis, redatta da Pietro Crasso.
Si ricordi che coloro che appoggiavano l’imperatore erano ancorati alla tradizione
carolingia e ottoniana dell’impero come custode delle strutture ecclesiastiche.
Approfondimenti sulla lezione 84
Il giurista ravennate Pietro Crasso pose in parallelo le due
leges , religiosa e civile, destinate a governare gli uomini: il rinato studio del diritto
romano suggeriva, di fronte all’aggressione ideologica del papato, di ritrovare in una
legislazione legislativa autonoma, nata in antico al di fuori dell’insegnamento ecclesiastico
e proseguita nei secoli parallelamente ad esso, una giustificazione del potere regio che lo
sottraesse a quella subordinazione intellettuale e morale al sacerdozio. Il che secondo
papa Gregorio VII equivaleva ad una subordinazione giuridica. Con Urbano II si affievolì
la posizione del papato. Prevalse infatti una posizione intermedia fra le tesi estreme,
suggerita dalla considerazione che duplice , spirituale e temporale, è la potenza dei
vescovi. Dunque alcuni canonisti di orientamento moderato rilevarono l’opportunità che
all’ordinazione ecclesiastica del vescovo si accompagnasse un atto di assenso del re,
supremo regolatore delle cose temporali, all’ingresso del vescovo nel possesso dei beni
pertinenti la chiesa.
Nei primi anni del secolo XII ebbe fine la lotta delle investiture. Dapprima vi fu nel 1111
un accordo tra papa Pasquale II con Enrico V: il re avrebbe rinunziato a qualsiasi
intervento nella concessione dei vescovati, promettendo di rispettare i beni pervenuti alle
chiese da donazioni private e il pontefice si sarebbe impegnato nella restituzione di tutte
le ‘regalie’, cioè di tutti i redditi di origine fiscale, nonché di tutte le giurisdizioni e i poteri
concessi in passato alle chiese dai sovrani. Naturalmente tale accordo non vide nessuno
favorevole. La fine giunse con un compromesso fra papa Callisto II e l’imperatore Enrico
V. Con il concordato di Worms (1122) venne stabilito che l’investitura del potere spirituale
di un vescovo, col pastorale e con l’anello, spettava esclusivamente al papa.
All’imperatore spettava l’investitura feudale. In Germania, poi, l’investitura feudale doveva
precedere la consacrazione episcopale mentre in Italia il vescovo, eletto secondo le forme
canoniche, doveva prima essere consacrato dal pontefice e poi riceveva l’investitura
feudale. D’ora in avanti i due mondi, quello spirituale e quello temporale si andarono
sempre più distinguendo, rivendicando ognuno dei due i più alti poteri nel proprio campo
di azione.
Guida allo studio della lezione 84
Come ulteriore approfondimento per lo studio del periodo in cui si
sviluppò la lotta delle investiture si legga la voce della treccani on line:
http://www.treccani.it/enciclopedia/lotta-per-le-investiture/.
Lezione 85
Abbiamo già parlato della perentoria avanzata islamica che venne frenata in Francia ad
Ovest e a Bisanzio ad Est.
Dopo gli Arabi, siamo nel secolo X, si affacciò una nuova forza che si era islamizzata e
che proveniva dall’estremo oriente. Si trattava dei Turchi Selgiuchidi, rozza popolazione
che aveva abbracciato la religione maomettana ma che non era riuscita (ancora) ad
acquisire quel grado di raffinatezza propria del mondo arabo.
Con loro i luoghi santi vengono non solo conquistati ma ai cristiani verrano imposti dazi
tali o, comunque, dovranno correre tali pericoli da scoraggiarli a fare pellegrinaggi nelle
terre del Cristo.
Tali le premesse necessarie.
E’ il 27 novembre 1095 quando il pontefice Urbano II, predicando dinanzi a un concilio
provinciale riunito a Clermont, decide di dare una sterzata alla cristianità tutta: ai chierici
e ai laici in egual misura.
Il papa è un gregoriano convinto di doversi impegnare in una solida riforma ecclesiastica
e, dunque, non stupisce la platea di vescovi e abati, nonché di pochi laici, quando, con
parole severe, si rivolge ai chierici simoniaci che, senza scrupolo alcuno, fanno commercio
di beni ecclesiastici. Inizia a creare qualche giustificata preoccupazione tra i laici
nell’affermare come siano da considerare banditi quei cavalieri che, nel più totale
disprezzo delle sanzioni ecclesiastiche, si rivoltano nella lussuria (ogni riferimento al re di
Francia Filippo I era voluto, con ogni evidenza) e che, in una parola, violano la pace di
Dio, vanificando in tal modo gli sforzi secolari della Chiesa. Per Urbano II esiste una via di
uscita, un mezzo per riscattare vite dissolute e per avvicinare alla salvezza il maggior
numero di cavalieri.
Suscitando scalpore il pontefice, come riporta Fulcherio di Chartres, pronunzia le parole
fatali che sconvolgeranno una certa visione cristiana della vita fatta piuttosto di un
continuo porgere l’altra guancia che di lotta per affermare con energia e, soprattutto
salvaguardare, quei valori che Cristo aveva proposto all’umanità tutta mille anni prima.
Urbano II aveva così gettato i semi che germoglieranno di lì a poco con la prima crociata.
D’altra parte la situazione in Terra Santa si era fatta tale da non concedere grandi spazi di
manovra a chi avesse voluto salvaguardare i luoghi della predicazione di Cristo e il Santo
Sepolcro.
Come abbiamo premesso la conquista da parte degli Arabi di Gerusalemme non aveva -è
noto- creato gravi difficoltà a quei pellegrini cristiani che avessero voluto visitare i Luoghi
Santi; dopo la caduta della dinastia abbaside e l’avvento, intorno alla metà del secolo X,
dei Turchi Selgiuchidi, le cose cambiano radicalmente e, per un cristiano, diventò
improponibile andare a visitare i luoghi della Passione di Cristo.
Peter Brown ricorda il pellegrinaggio del vescovo franco Arculfo, il quale, nel 680, poté
attraversare del tutto indisturbato la Terra Santa. Egli non vide per le strade carri, perché
i bagagli venivano trasportati dai cammelli. I Luoghi Santi, però, erano quali sempre
erano stati e la grande chiesa dell’Ascensione sul monte degli Ulivi risplendeva ancora
come un faro sopra Gerusalemme. (Cfr. P. Brown, La nascita dell’europa cristiana , Roma-
Bari 1995, 237).
Approfondimenti sulla lezione 85
Si legga il discorso del pontefice che, pare, volesse scatenare una crociata perché la
cristianità si riprendesse i Luoghi Santi. Di seguito le parole di Urbano II pronunziate a
Clermont:
‘Vadano dunque a combattere contro gli infedeli - una battaglia che val la pena
combattere e che merita di concludersi con un trionfo - coloro che finora si sono dedicati
a guerre private ed abusive, con grave danno dei fedeli! Diventino cavalieri di Cristo,
coloro che non erano che masnadieri! Lottino ora, a buon diritto, contro i barbari, coloro
che si battevano contro i loro fratelli e parenti!’
Guadagneranno ricompense eterne, coloro che divenivano mercenari per pochi miserabili
soldi . Lavoreranno per la gloria dell’anima e del corpo, coloro che fino ad ora si
affaticavano a danno dell’una e dell’altro. Qui erano tristi e poveri ; là saranno gioiosi e
ricchi . Qui erano nemici del Signore ; là saranno suoi amici.’ (FULCHERIO DI CHARTRES,
Historia Hierosolymitana , in J. RICHARD, L’Esprit de la croisade , Paris 1969, p. 63).
In realtà, lo ricorda il Demurger, nel resoconto di Fulcherio, pur riportato fedelmente, del
discorso tenuto da Urbano II a Clermont, il papa non fa menzione alcuna di
Gerusalemme. In tal caso concordo pienamente con il Demurger quando questi afferma
come l’unico obiettivo della cristianità alla fine del secolo XI era la riconquista del Santo
Sepolcro.
Guida allo studio della lezione 85
Per affrontare lo studio della prima crociata si consiglia la lettura del
libro di A. Demurger, Crociate e Crociati nel Medioevo, Varese 2010. In
particolare si possono leggere le pagine 15-25.
Lezione 86

Ancora sulla I crociata


E’ qui appena il caso di accennare che grande preoccupazione per la sorte dei Luoghi
Santi l’aveva manifestata quasi un secolo prima Silvestro II, primo papa francese. Quel
pontefice, antico precettore dell’imperatore Ottone III, aveva probabilmente in animo di
fare passi concreti verso una soluzione accettabile per i cristiani per quanto concerneva la
possibilità di visitare la Terra Santa. Egli infatti non poteva accettare le condizioni dei
cristiani in quei luoghi, ormai troppo perigliosi per loro.
Si imponeva quindi per il mondo cristiano una reazione. Urbano II si fece, in buona
sostanza, promotore della crociata anti-musulmana. L’appello di Clermont, incredibile a
dirsi, superò le più rosee aspettative. Furono infatti migliaia gli uomini di tutte le
condizioni sociali che, pieni di fervore mistico, si misero in marcia verso una meta
sconosciuta; essi ignoravano dove fosse Gerusalemme, pure, bramavano di liberarla dagli
infedeli mettendo, nel frattempo, a ferro e a fuoco le terre che attraversavano. I crociati
guidati da Goffredo di Buglione ottennero ciò che si erano prefissati.
I fatti sono a tutti noti e noi li riassumeremo vieppiù. Fondamentale ci pare la sostanza
delle cose.
I Turchi vennero dapprima sconfitti a Dorileo nel 1097, poi, in rapida successione, i
crociati invasero la Siria settentrionale e, il 15 luglio 1099, entrarono da trionfatori nella
città di Gerusalemme, la meta agognata. Per molti dei crociati l’avventura poteva dirsi
terminata e, dopo aver pregato sulla tomba di nostro Signore, iniziarono a defluire da
Gerusalemme per far ritorno a casa. Non tutti però fecero quella scelta, vuoi perché
erano impossibilitati, vuoi per altri motivi.
Ad ogni buon conto forse troppo pochi sono i crociati che rimasero nei territori appena
conquistati, pronti quindi a difenderli dall’eventuale rivalsa dei Turchi e ciò, almeno in un
primo momento, non desta grandi preoccupazioni per la grande eco avuto dalla crociata.
In effetti nel mondo occidentale enormi furono le ripercussioni di un evento, a ragione,
ritenuto straordinario. Negli anni che seguirono la liberazione dall’infedele di
Gerusalemme furono numerosi i pellegrini in armi che accorsero pronti a difendere il
Santo Sepolcro. Essi godono anche dell’appoggio navale delle repubbliche marinare
italiane: Pisa e Genova, e, in seguito, Venezia. I principali centri costieri di Siria, Libano,
Palestina, ma anche del Libano, furono così facilmente conquistati anche per la totale
abulia del mondo musulmano che sembrava totalmente incapace di una qualsivoglia
reazione. Esso, d’altronde, era troppo lacerato da lotte intestine per poter opporre una
qualche resistenza a uomini animati da un fuoco sacro. Nondimeno Tiro cadde solo nel
1124 e Ascalona, via d’accesso all’Egitto, nel 1153.
La regione rimaneva comunque instabile tanto che si dovette provvedere alla
salvaguardia e all’assistenza dei pellegrini che sempre più numerosi giungevano in Terra
Santa.e di loro se ne occupava l’Ospedale. Gestito da monaci benedettini, quell’ospizio
aperto, probabilmente con l’aiuto del ricco mercante Mauro di Pantaleone, capo della
comunità dei commercianti di Amalfi a Costantinopoli, oltre a portare assistenza ai
pellegrini, garantiva loro, grazie ai monaci, protezione sulle strade. La crociata provocò un
aumento delle attività di questa istituzione tanto che, nel 1113, una bolla di papa
Pasquale II eresse l’ Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme (si tratta di S. Giovanni
l’Elemosiniere) in ordine autonomo. A quella data l’ordine aveva già aperto alcuni ospizi in
Europa, a Saint-Gilles-du Gard, a Pisa, a Bari, a Taranto, cioè nei principali porti di
imbarco dei crociati. Si trattava in buona sostanza di un ordine internazionale la cui
finalità era assistenziale (In proposito si faccia riferimento alla fondamentale opera di J.
Riley-Smith, The Knights of St . John in Jerusalem and Ciprus , c . 1050 - 1310 , London
1967).
In conclusione si rendono necessarie alcune riflessioni. Appare oggi accertato come le
tradizionali ragioni invocate a spiegazione della crociata siano motivazioni forse un poco
enfatizzate a posteriori. In effetti la conquista turca della Terra Santa rallentò ma non in
modo significativo i pellegrinaggi a Gerusalemme. Chi invece appare molto preoccupato
della situazione è l’imperatore di Oriente che vorrebbe riavvicinarsi a Roma dopo la crisi
che, dal 1054 si agitava tra la chiesa greca e quella latina. L’imperatore infatti vorrebbe
un aiuto da parte dell’Occidente ma per fronteggiare il pericolo dei Normanni penetrati,
dal 1082, anche nella penisola ellenica. Le ragioni della crociata sono da ascriversi
all’interno del mondo cristiano che è dilaniato tra tendenze poco conciliabili fra loro:
l’esuberante e disordinato sviluppo di una società e la volontà di inquadramento espressa
dalle istituzioni ecclesiastiche.
Approfondimenti sulla lezione 86
Vediamo adesso cosa poteva spingere un crociato a restare in una terra così lontana dalla
propria casa.
Intanto si consideri che non esistevano stati nazionali. Poi si pensi che molti di coloro che
avevano accettato di imbarcarsi in una simile impresa non avevano nessuno potesse
aspettarli al ritorno.
Dunque a che pro tornare?
Altri erano avventurieri che, non avendo fatto fortuna nel proprio borgo, la tentavano
altrove.
Insomma una pletora di motivazioni indusse moltissime persone a restare in Terra Santa.
E non erano certo motivazioni di carattere spirituale.
Di seguito l’esempio di un crociato che scelse di restare sui luoghi appena riconquistati
alla cristianità.
Il caso di Aicardo di Montmerle, piccolo signore del Lionese, è emblematico. Egli aveva
dato in pegno tutte le proprie terre all’abbazia di Cluny per procurarsi il denaro necessario
ad affrontare il viaggio, pensando soltanto all’andata senza curarsi minimamente del
rientro in patria: Io, Aicardo cavaliere, del castello chiamato Montemerle , figlio di
Guiscardo anch’egli chiamato di Montmerle , io dunque, Aicardo, in tutto questo
grandioso arruolamento di massa o spedizione del popolo cristiano che desidera recarsi a
Gerusalemme a combattere per Dio contro pagani e Saraceni, anch’io sono stato mosso
da questo desiderio ; e, desideroso di andarvi ben armato, ho stipulato con il signore
Ugo, venerabile abate di Cluny, e coi suoi monaci, l’accordo seguente ( ... ) . Nel caso in
cui io muoia durante questo pellegrinaggio a Gerusalemme, oppure se io decidessi di
stabilirmi per qualunque motivo in quei paesi, il monastero di Cluny diverrà possessore di
questi beni che tiene attualmente in pegno, non più a titolo di pegno, ma essi entreranno
a far parte del suo patrimonio legittimo ed ereditario, per sempre … .
Guida allo studio della lezione 86
Per affrontare lo studio della prima crociata si consiglia la lettura del
libro di A. Demurger, Crociate e Crociati nel Medioevo, Varese 2010. In
particolare si possono leggere le pagine 15-25.
Lezione 87

I Templari
Parte I
Il 3 aprile 1312 il papa Clemente V, seduto tra Filippo il Bello e suo figlio Luigi di Navarra,
pronuncia coram populo la sentenza che segnerà la fine dell’ordine dei templari. Già
pochi giorni prima della dichiarazione pubblica il pontefice si era esposto con la bolla Vox
in excelso con la quale aveva abolito l’ordine del Tempio, “non senza amarezza e tristezza
d’animo, non per sentenza di giudizio ma per provvedimento o decisione apostolica”.
Insomma dopo mesi, anni di indagini i templari venivano cancellati, perseguitati, mandati
al rogo quasi alla stregua degli eretici, pur essendoci “amarezza e tristezza d’animo”.
Ma come mai il papato e il sovrano francese sono giunti a prendere una decisione così
clamorosa nei confronti di un Ordine che si era posto come baluardo della cristianità? Si
trattò di un fatto senza dubbio clamoroso anche se esistevano ragioni pratiche che, con
ogni probabilità, consigliavano di cancellare quell’istituzione in nome di interessi che nulla
avevano a che fare con la sfera spirituale. E’ necessario fare un passo indietro di almeno
due secoli per raccontare una storia che, in tempi recenti, ha alimentato la fantasia dei
lettori.
La storia dei templari presenta sin dalle origini molte incognite che rendono arduo il
compito del ricercatore. Non ci sono pervenute testimonianze coeve che, in modo
esaustivo, ci tramandino i primi atti, le intenzioni, le regole dei templari. Molto posteriori
infatti sono i racconti che trattano della fondazione del primo ordine religioso e militare
della cristianità e -è risaputo- lo studioso deve affidarsi a Guglielmo di Tiro, fonte questa
ritenuta universalmente attendibile. Egli parla dell’anno in cui Ugo di Payns, Goffredo di
Saint-Omer e altri cavalieri, tutti uomini di buona volontà, cedettero opportuno procedere
all’organizzazione di un ordine di cavalieri disposti a seguire le ferree regole dei canonici.
Guglielmo di Nangis narra: in quel tempo (1120) viene fondato “l’ordine della milizia del
Tempio, comandata da Ugo suo maestro”. Egli, però, non aggiunge altro e anche i
compendi, i riassunti pubblicati con la denominazione di “breve cronaca” indicano ciò che
avvenne tra il 1118 e il 1120, ma in modo estremamente laconico e senza fornire ulteriori
particolari.
Ugo di Payns era originario della regione dello Champagne; Payns infatti è un centro sito
sulla riva sinistra della Senna, a una decina di chilometri da Troyes; nondimeno questo
personaggio è stato rivendicato da numerosi paesi. Gli sono stati attribuiti antenati italiani
(a Napoli, a Mondovì), o, più recentemente, nell’Ardèche. Comunque è certo che Ugo
intraprese almeno un viaggio in Terra Santa anche se non si sa se essi furono uno o più
di uno e si ignora per quanto tempo soggiornò in quei luoghi. Un’ipotesi che avrebbe una
certa validità sarebbe quella di far risalire il primo viaggio in Palestina intorno al 1104,
anno in cui egli accompagna il conte Ugo di Champagne. Il conte ripartì dieci anni dopo
alla volta dei Luoghi Santi, quindi, si potrebbe dedurre, che anche il signore di Payns
facesse parte del seguito. Ugo di Payns, pertanto, non era rimasto in Palestina per tutto
quel tempo o, almeno, le fonti tacciono del tutto su questa questione.
Si può invece affermare con sicurezza che dal momento del suo secondo viaggio si fa
strada in lui l’idea di una militia Christi capace di proteggere i pellegrini ed è altrettanto
verosimile che il conte di Champagne abbia avuto qualche parte nella nascita dell’ordine,
considerando anche il fatto che, al tempo del suo terzo viaggio, nel 1126, egli abbandonò
tutto per entrare nelle file dei templari. Ora la data esatta della fondazione dell’ordine dei
templari. Ebbene gli storici generalmente concordano nell’indicare l’anno 1119 come
quello in cui Ugo di Payns prese tale iniziativa, ma -lo dicemmo- non abbiamo nessun
documento che possa certificare con sicurezza quando effettivamente nacquero i cavalieri
del Tempio. Ad ogni buon conto non ci sembra di fondamentale importanza conoscere la
data esatta di fondazione, semmai sarebbe assai interessante sapere chi furono i primi
cavalieri e se l’iniziativa fu del solo Ugo o anche di altre persone.
Approfondimenti sulla lezione 87
Di seguito alcune testimonianze inerenti la fondazione dell’ordine dei Templari. Giacomo
di Vitry, storico e vescovo di Acri, scrive nel secolo XIII:
‘Alcuni cavalieri amati da Dio e ordinati al suo servizio rinunciarono al mondo e si
consacrarono a Cristo. Con voti solenni, pronunciati davanti al patriarca di Gerusalemme,
si impegnarono a difendere i pellegrini contro i briganti e predatori, a proteggere le
strade e a fungere da cavalleria al Re Sovrano. Essi osservano la povertà, la castità e
l’obbedienza, secondo la regola dei canonici regolari. I loro capi erano due uomini
venerabili, Ugo Payns e Goffredo di Saint - Omer . All’inizio solo nove presero una così
santa decisione, e per nove anni servirono in abiti secolari e si vestirono di quel che i
fedeli davano loro in elemosina.
Il re, i suoi cavalieri e il signore patriarca provarono grande compassione per questi
uomini nobili che avevano abbandonato tutto per Cristo, e donarono loro alcune proprietà
e i benefici per provvedere ai loro bisogni, e per le anime dei donatori. E, poiché non
avevano chiese o dimore di loro proprietà, il re li alloggiò nel suo palazzo, vicino al
Tempio del Signore. L’abate e i canonici regolari del tempio diedero loro, per le esigenze
del loro servizio, un terreno non lontano dal palazzo; e, per questa ragione, furono
chiamati più tardi “ templari” (Cfr. GIACOMO DI VITRY, Historia Hierosolymitana , citata in
M. MELVILLE, La vie des templiers , Paris 1951, 18-19).
Guida allo studio della lezione 87
Per chi volesse approfondire la storia dell’Ordine dei cavalieri del
Tempio riposto all’opera di A. Demurger, Vita e morte dell’Ordine dei
Templari, Milano 1999. Si legga un capitolo a scelta.
Lezione 88

I Templari
Parte II
Lo storico tedesco R. Hiestand, in un articolo del 1988, propone una datazione differente
del concilio di Troyes (dove la regola fu approvata e redatta) e, di conseguenza, un’altra
data per la fondazione dell’ordine. Egli si basa su un’analisi invero minuziosa dei
documenti esistenti che rinviano ad altre conclusioni. Le carte della Francia del Nord-Est
sono allora datate nello stile dell’Annunciazione; l’anno non inizia il 1° gennaio come nel
nostro attuale calendario, ma il 25 marzo. L’anno 1129 si apre dunque a partire dal 25
marzo del nostro anno 1129, ma sino al 24 marzo gli uomini del tempo si trovavano
ancora nel 1128. Il concilio di Troyes, riunitosi secondo la datazione dell’epoca il 13
gennaio 1128, si è invece tenuto il 13 gennaio 1129 del nostro calendario. Poiché quello
era il nono anno di vita dell’ordine, ne consegue che esso deve essere stato fondato tra il
14 gennaio 1120 e il 13 gennaio 1121. Infine un ulteriore documento permette di
restringere ulteriormente il lasso di tempo al periodo compreso tra il 14 gennaio 1120 e il
14 settembre 1120. Cfr. R. HIESTAND, Kardinalbischof Matthaeus von Albano, das Konzil
von Troyes und die Enstehung des Templer ordens, in “Zeitschrift fuer
Kirchengerschichte” 99 (1988).
Un’attenta lettura degli avvenimenti esclude che re Baldovino II fosse ignaro di tale
iniziativa e, anzi, si fece indirettamente interprete delle necessità materiali di quei
cavalieri. E non si trattava di un numero esiguo di templari almeno stando all’attendibile
testimonianza del cronista Michele Siro che parla di almeno trenta cavalieri. Dicemmo che
nel 1126 anche il conte Ugo di Champagne entrò nei templari e più o meno quello fu il
periodo in cui iniziarono ad affluire donazioni anche cospicue. L’anno successivo, poi,
Baldovino II finanziò un viaggio di Ugo Payns; egli aveva un triplice compito.
1) far conoscere l’ordine;
2) dare all’ordine stesso una regola approvata dalle autorità ecclesiastiche d’Occidente,
anche per non incorrere nell’accusa di eresia;
3) reclutare adepti per la nuova milizia di Cristo, oltre che, più in generale, combattenti
per la Terra Santa.
Non intraprese il viaggio da solo e comunque poté contare sul fatto che l’ordine, nato
nove anni prima, godeva già di una certa notorietà nell’Occidente cristiano. Il che poteva
permettergli di venire preso in considerazione da molte persone anche influenti.
Il viaggio di Ugo avviene prima del concilio di Troyes e fu un successo insperato alla
vigilia. Infatti uno dei primi ad aderire all’ordine dei cavalieri del Tempio fu Folco d’Angiò.
Fu proprio Folco ad esser stato scelto dal re di Gerusalemme Baldovino II, privo di eredi
maschi, come sposo di sua figlia Melisenda. Il conte d’Angiò, in effetti, rispondeva a tutti i
requisiti richiesti da Baldovino: era un nobile e valoroso cavaliere che certamente avrebbe
difeso i Luoghi Santi senza risparmiarsi. Tra il 1120 e il 1121, quando Folco era stato a
Gerusalemme come crociato, era stato ospitato dai templari e, riconoscente, aveva fatto
loro una generosa donazione. Otto anni dopo sollecitato da Ugo di Payns non ebbe
esitazioni e sposò la causa dei templari prendendo la croce a Le Mans il giorno
dell’Ascensione del 1128.
Non fu il solo. Stando alla Cronaca anglosassone, Ugo, durante le sue peregrinazioni,
incontrò in Normandia il re Enrico I, il quale lo accolse con ogni onore e lo inviò in
Inghilterra dove, come ci narra la Cronaca , “fu ricevuto da tutti gli uomini dabbene, e gli
fecero dei regali; e in Scozia fu ricevuto allo stesso modo. Ed inoltre inviarono a
Gerusalemme grandi ricchezze in oro e argento”.
La missione -ripetiamo- si concluse con un grande successo tanto è vero che, verso la
fine del 1129, Ugo di Payns e Folco d’Angiò scendevano la valle del Rodano con numerosi
nuovi templari. Giunsero ad Avignone il 29 gennaio del 1130 e si diressero verso Marsiglia
da dove si imbarcarono alla volta di Gerusalemme.
Approfondimenti sulla lezione 88
Sempre sulle vicende templari di una qualche importanza, almeno come testimonianza
delle vicende che portarono personaggi oscuri ad abbracciare la causa dei cavalieri del
Tempio, si consideri anche la cronaca di Ernoul ci dice:
‘Noi abbiamo lasciato le nostre terre e i nostri amici e siamo venuti qui per innalzare ed
esaltare la legge di Dio . Ed invece siamo qui inattivi, che beviamo, mangiamo e
spendiamo senza fare nulla . Non ci muoviamo né combattiamo, mentre il paese ha
bisogno d’aiuto . E noi obbediamo ad un prete e non agiamo militarmente .
Consultiamoci, e con la licenza del nostro priore, eleggiamo Maestro uno di noi che ci
conduca in battaglia quando sarà necessario’ (Cfr. ERNOUL, Chronique d’ Ernoul et de
Bernard le Trésorier , a cura di L. de Mas-Latrie, Paris 1871, 8).
Guida allo studio della lezione 88
Per chi volesse approfondire la storia dell’Ordine dei cavalieri del
Tempio riposto all’opera di A. Demurger, Vita e morte dell’Ordine dei
Templari, Milano 1999. Si legga un capitolo a scelta.
Lezione 89

La seconda crociata
Parte I
La mancanza di unione all’interno del mondo musulmana e la momentanea coesione
all’interno di quello cristiano favorì una teoria di successi che portò alla rapida nascita di
quattro stati latini in Terra Santa. Altrettanto rapidamente i musulmani si riorganizzarono
mentre i cristiani iniziarono a discutere fra loro sempre per questioni di potere e, dopo
meno di quarant’anni, nel 1144, la contea di Edessa (ubicata sull’alto Eufrate) cadde
sotto gli attacchi di Imad ad-din Zanki, potentissimo governatore di Mossul e Aleppo che
era riuscito a unificare la Siria e la Mesopotamia, e del figlio Nur ad-din. La reazione
dell’Europa cristiana non si fece attendere tanto che papa Eugenio III pubblicò il 1°
dicembre 1145 le bolle che bandivano la nuova crociata, la seconda. Il pontefice avrebbe
preferito che l’impresa fosse condotta soltanto dai francesi capeggiati dal re Luigi VII,
mentre a lui si unì l’imperatore di Germania, Corrado III.
San Bernardo di Chiaravalle, infatti, propagandò con somma energia le ragioni per cui
sarebbe stata una iattura non unirsi a Luigi VII nel combattere il comune nemico
musulmano. Il coinvolgimento di Corrado III comprensibilmente creò un problema di
comando ed era ciò che Eugenio III avrebbe voluto evitare ma nulla poté contro
l’iniziativa del mistico di Chiaravalle. Inoltre il 27 aprile 1147 centotrenta cavalieri del
Tempio si riunirono in capitolo a Parigi intorno al maestro di Francia, Everardo des Barres,
e ad Eugenio III; in questa riunione si decisero due importanti fatti: la partecipazione alla
spedizione in Oriente dei templari e la concessione che il papa fece loro di portare in
permanenza la croce. Il secondo grande pellegrinaggio armato in Terra Santa si risolse in
un fallimento totale per molti motivi, alcuni dei quali forse precedentemente intuiti dal
vescovo di Roma.
Tra i primi stigmatizziamo le forti rivalità e gelosie tra francesi e tedeschi; non mancarono
gravi errori politico-militari (tra cui il disastroso tentativo di impadronirsi di Damasco, la
principale alleata saracena dei franco-siriaci contro Nur ad-din); incomprensioni con
Bisanzio su cui venne riversata la responsabilità del fallimento e verso cui -è noto- Luigi
VII, con l’appoggio di Ruggero di Sicilia e del papato, rivolge per qualche tempo
malcelate ambizioni di conquista. Nonostante l’insuccesso e la cocente delusione la
cristianità poté ammirare il valore dei templari quando. Sulle montagne dell’Asia Minore,
ove si era addentrato Luigi VII, il contingente dei cavalieri del Tempio si distinse per
abnegazione e disciplina.
E, soldati francesi e tedeschi a parte, soltanto i templari potevano essere considerati dei
“professionisti”, anche se non sempre la loro professionalità li indirizzò verso
comportamenti irreprensibili. Mentre infatti si era cominciato a discutere sulle cause del
fallimento, in un modo o nell’altro, i combattimenti in Oriente procedevano e si giunse al
16 agosto 1153 quando cadde Ascalona dopo un lungo assedio. Quella di Ascalona fu
una pagina triste della storia dei templari poiché stando a Guglielmo di Tiro essi
cercarono di entrare per primi in città per impadronirsi del ricco bottino. Si sarebbe
trattata di stolta cecità in quanto i difensori di Ascalona, preso il sopravvento,
massacrarono quaranta templari e, per sfida, appesero i loro corpi alle mura. Sembra che
i templari non fossero nuovi alla pratica del saccheggio. In proposito BulstThiele nota che
Bernardo di Trémelay, cavaliere originario della Franca Contea, di cui non si hanno notizie
precedenti il suo ingresso nell’ordine, proveniva dalla guarnigione di Gaza, una
piazzaforte sita in un punto strategico, per cui le carovane musulmane in viaggio dalla
Siria all’Egitto erano facili prede.
Dopo la seconda crociata i Latini d’Oriente erano più deboli perché al massimo avrebbero
potuto schierare seicento uomini per difendere il regno di Gerusalemme, poca cosa
rispetto ai musulmani ora guidati dal Saladino, successore di Nur ad-din. In questo
contesto era di vitale importanza la presenza e l’impegno costante dei templari che
potevano schierare altri seicento uomini. Ulteriore problema che si aggiunse alla scarsità
di soldati fu il perenne stato di guerra che aveva, tra l’altro, la conseguenza di continue
perdite tra i combattenti, difficilmente rimpiazzabili. Dal canto loro i cavalieri del Tempio
erano costretti a colmare i vuoti che inevitabilmente si aprivano nelle loro fila richiamando
in Siria e Palestina frati cavalieri e frati sergenti dalle sedi occidentali. I nuovi arrivati
dimostravano di avere una mentalità ben diversa rispetto coloro che da tempo vivevano e
combattevano in Terra Santa; il che provocò contrasti sedati dalla disciplina imposta loro
dai maestri che via via si succedettero.
La grande delusione per l’andamento totalmente insoddisfacente della crociata portò a
critiche anche nei confronti di san Bernardo che tanto aveva predicato perché l’impresa
avesse luogo. In effetti a causa della sua predicazione folle di pellegrini si erano
affiancate a soldati, per così dire, professionisti; il che aveva generato confusione e
d’altra parte i Latini di Terra Santa chiedevano soldati, coloni, non pellegrini pieni di
entusiasmo ma, de facto , inutile, se non dannosi, per il conseguimento dell’obiettivo.
Approfondimenti sulla lezione 89
Oddone di Deuil, un monaco di San Dionigi, cappellano del re francese Luigi VII riporta,
in modo sintetico ma mirabile, come si svolse la seconda crociata:
‘Il maestro del Tempio, il signore Everardo des Barres , uomo rispettabile per il suo
carattere religioso e modello di valore per i cavalieri (teneva testa ai Turchi) con l’aiuto
dei suoi frati, preoccupandosi di difendere con saggezza e coraggio ciò che apparteneva
loro, e proteggendo anche con tutte le sue forze e con decisione i beni altrui.
Il re, da parte sua, si compiaceva a vederli in azione e li imitava, e voleva che tutto
l’esercito cercasse di seguire il loro esempio, sapendo che, se è vero che la fame
esaurisce le forze degli uomini, solo l’unità di intenti e il coraggio di tutti possono
sostenere i deboli . Si decise dunque di comune accordo, in tale situazione pericolosa,
che tutti si sarebbero uniti in mutua fratellanza coi frati templari, e poveri e ricchi si
impegnarono in fede a non abbandonare il campo e ad obbedire in tutto ai capi che
sarebbero stati loro assegnati . Riconobbero dunque per capo un uomo di nome Gilberto’.
Guida allo studio della lezione 89
Per quanto concerne un approfondimento sulla seconda crociata si
leggano le pagine 97-101 del testo di A. Demurger, Vita e morte
dell’Ordine dei Templari, Milano 1999.
Lezione 90

La seconda crociata
Parte II
Lo stato di perenne conflitto nei confronti dei musulmani dovette aumentare la capacità dei soldati
cristiani in genere, e dei templari, in particolare. Essi dovettero infatti essere pronti ad interventi
militari rapidi e dovettero in tale contesto ricercare una preparazione che facilitava la rapidità di
esecuzione di manovre avvolgenti o diversive in caso di pericolo improvviso.
Tra il 1163 e il 1168 re Amalrico I condusse ben tre campagne militari contro l’Egitto e nei primi due
casi i templari furono protagonisti; nel terzo caso, invece, i cavalieri del Tempio si rifiutarono
categoricamente di partecipare ad una guerra di conquista e non per l’istituzione di un protettorato
cristiano, come era nelle intenzioni iniziali. Guglielmo di Tiro che non fu mai tenero con i templari,
ricordando quell’occasione, dimostrò di approvare il comportamento dei frati cavalieri: “ Il maestro del
Tempio e gli altri frati non vollero immischiarsi in questa vicenda, e dissero che non avrebbero seguito
il re in questa guerra ( … ) . E’ possibile che si rendessero conto che il re non poteva fornire alcuna
buona ragione per muovere guerra agli Egiziani, rompendo gli accordi che aveva accettato sotto
giuramento.
Come si evince da ciò che è stato testé detto, il ruolo politico dei templari in Terra Santa
cresceva sempre di più e già dal 1148, in occasione della pianificazione dell’attacco
cristiano a Damasco, i cavalieri del Tempio, rappresentati dal loro maestro, parteciparono
alle riunioni e diedero il loro apporto; lo stesso dicasi per i cavalieri dell’Ospedale. Non
solo. I dignitari dell’ordine furono ricercati anche come arbitri nei conflitti locali. Si veda
ad esempio la lite scoppiata nel 1181 allorché Boemondo III d’Antiochia ripudiò sua
moglie. Il patriarca di Antiochia lo scomunicò immediatamente, provocando sgomento tra
i latini che, a ragione, vedevano in tale contrasto la possibilità che i musulmani
approfittassero della debolezza cristiana. Il re di Gerusalemme, molto preoccupato, inviò
una delegazione con il compito di riconciliare i litiganti formata da quattro presone, tra
cui i maestri del Tempio e dell’Ospedale. Ciò non può stupire se si tiene presente la
grande esperienza fatta in quella regione nel corso dei decenni; tale esperienza veniva
ovviamente ritenuta preziosa dagli stati latini che faticosamente tentavano di mantenere
il controllo su terre ostili.
Originario delle Fiandre, giunto in Terra Santa durante il regno di Amalrico I, Gerardo di Ridefort,
spaccone, rissoso, detto il “cavaliere errante”, fu una vera e propria iattura per i templari e per i
cristiani di Terra Santa. Inizia il suo cursus honorum entrando al servizio di Raimondo di Tripoli come
cavaliere mercenario che aveva come “stipendio” un feudo. Gerardo era ambizioso e, probabilmente,
sperava di soddisfare le sue ambizioni sposando Lucia ricca ereditiera del feudo di Botrum, almeno
così pensava, avendo ricevuto garanzie in tal senso dal conte di Tripoli. Si sa però che la politica è un
affare delicato e Raimondo, trovatosi a corto di denaro, dimenticò la promessa fatta al Ridefort
davanti alle offerte allettanti di un ricco pisano: Lucia prese così un’altra strada e Gerardo, offeso a
morte, dichiarò odio eterno a Raimondo. Lasciata Tripoli, Ridefort andò a Gerusalemme con il titolo di
maresciallo del regno; poco dopo, ammalatosi, si fece curare dai templari e, pronunciati i tre voti,
divenne uno di loro. In rapida successione divenne dapprima siniscalco (nel 1183 firmerà un
documento con questo titolo), poi agli inizi del 1185, in seguito alla morte del maestro del Tempio,
Arnoldo di Torroga, venne designato alla successione dal capitolo dell’ordine.
Primo atto del nuovo maestro fu quello di acuire le tensioni tra la sorella Sibilla di Baldovino IV, ormai
morto, e madre di Baldovino V, anch’egli prematuramente defunto, e Raimondo di Tripoli. Oggetto del
contendere era la successione al trono di Gerusalemme: il marito di Sibilla, Guido di Lusingano, infatti,
aspirava a diventare re di Gerusalemme e Baldovino IV aveva a suo tempo fatto sì che, in caso di sua
dipartita e di morte del piccolo Baldovino V, la scelta del nuovo re fosse affidata ad una commissione
composta dal papa, dal re di Francia, dall’imperatore e dal re d’Inghilterra e Raimondo di Tripoli
avrebbe avuto la concreta possibilità di conquistare il trono. Il Lusingano con abili manovre fece
invalidare le disposizioni di Baldovino, il che significava che Sibilla sarebbe stata incoronata regina con
il placet del patriarca di Gerusalemme: “Nonostante i baroni della città, il patriarca per amore della
madre della regina, il maestro del Tempio per l’odio nei confronti del conte di Tripoli”, come riporta
Ernoul. Il 20 luglio 1186 Sibilla e Guido vennero incoronati al Santo Sepolcro e il Ridefort fu molto
soddisfatto di come si era conclusa la vicenda: “ Questa corona vale bene le nozze di Botrun,
insomma la vendetta sarebbe stata consumata.
Il conte di Tripoli non poteva certo accettare la sconfitta e, ritiratosi a Tiberiade, strinse
un accordo con il Saladino, temendo, a ragion veduta, uno scontro militare dagli esiti
incerti contro il Lusingano, consigliato dal Ridefort. La situazione precipitò del tutto
quando un’azione invero azzardata di Gerardo di Ridefort provocherà una reazione
durissima da parte musulmana. Ridefort, infatti, attaccò in modo avventato una truppa
musulmana nonostante la grande inferiorità numerica dei suoi cavalieri; lo scontro
inevitabilmente si risolse in un massacro. I quattro o cinquemila fanti richiesti dal Ridefort
vennero da lui pagati con la notevole somma di denaro data in custodia agli ospitalieri e
ai templari da Enrico II di Inghilterra. Il re inglese aveva però posto il veto all’utilizzo di
quel tesoro sino al suo arrivo in Terra Santa; il Ridefort la pensava in modo diverso e i
forzieri vennero aperti. Il Saladino nel frattempo aveva assediato Tiberiade e Raimondo
voleva temporeggiare confidando nel fatto che l’armata del musulmano non poteva
rimanere mobilitata a lungo; egli quindi voleva evitare lo scontro in campo aperto ad ogni
costo. Parere diverso aveva il Ridefort che alimentò la diffidenza del re di Gerusalemme
verso il conte di Tripoli, arrivando addirittura a tacciarlo di tradimento, mentre si disse
convinto che una vittoria militare avrebbe rafforzato il trono di Gerusalemme.
Nei mesi successivi tutto il regno di Gerusalemme cadde in mano al Saladino; piazzeforti e città non
faranno nessuna resistenza. Per far cadere anche Gerusalemme senza grandi perdite umane fra le sue
file, il Saladino utilizzò Guido di Lusigano e Gerardo di Ridefort a questo fine e la capitale cedette.
Soltanto Tiro, difesa dalle sue possenti mura e rafforzata dall’arrivo di un contingente crociato
capeggiato da Corrado di Monferrato, oltre che grazie all’affluenza di numerosi profughi provenienti da
Gerusalemme, riuscì a resistere per due mesi all’assedio musulmano. Tripoli e Antiochia furono
risparmiate dal Saladino che, intanto, aveva liberato Guido di Lunigana e Gerardo di Ridefort i quali,
cacciati da Tiro parteciparono nel 1190 all’impresa di riconquista di Acri ove Gerardo, tornato alla testa
dell’ordine templare, trovò la morte. La Terra Santa adesso apparteneva al Saladino: la croce d’oro
che sormontava la Cupola della Roccia fu tolta, l’altare posto sulla roccia distrutto; il Tempio di
Salomone tornò ad essere la moschea di Al-Aqsà; il muro che nascondeva il mirhab , nicchia che
aveva la funzione di indicare la direzione della Mecca, fu demolito. Insomma la città di Gerusalemme
rimase ai musulmani dal 1187 sino al 1229.
Approfondimenti sulla lezione 90
A proposito della frase di Oddone di Deuil, che leggemmo negli approfondimenti della
lezione 89, secondo cui tutti si sarebbero uniti in mutua fratellanza, va osservato che i
crociati tenuti in scacco dai turchi potevano pensare che Dio li avesse puniti per i loro
peccati. Accettare la disciplina del Tempio avrebbe quindi rappresentato una sorta di
penitenza. Penitenza che comunque -lo vedemmo- poco servì se si considera che Luigi
VII dovette lasciare parte dell’esercito ad Adalia (l’attuale Antalyia), dove si era fatto
massacrare, e si imbarcò frettolosamente per Antiochia. Il re, more solito, ebbe salva la
vita ma la condotta dell’impresa fu delittuosa.
Guida allo studio della lezione 90
Per quanto concerne un approfondimento sulla seconda crociata si
leggano le pagine 97-101 del testo di A. Demurger, Vita e morte
dell’Ordine dei Templari, Milano 1999.
Lezione 91

Le eresie del secolo XII


L’Europa pre riforma luterana, nel secolo XII, fu investita con una violenza inaudita da
vasti movimenti antiecclesiastici. Essi ebbero un successo che può capirsi se si
considerano le particolari condizioni di disagio in cui versava la Chiesa anzitutto nei suoi
rapporti con i Comuni. Impegnati a difendere il potere politico di recente acquisizione, i
Comuni cercavano altresì di difendersi dalle ingerenze politiche ecclesiastiche e talvolta
erano anche tolleranti nei confronti di tendenze religiose condannate dalla Chiesa. Da qui
una sequela di censure, scomuniche, interdetti. Papa Onorio III (1216-1227) considerava
Brescia «sede dell’eresia»; Milano era guardata come «una fossa piena di eretici»; contro
Genova fu scagliato l’interdetto dal vescovo di Tolosa perché la città non volle accogliere
nei suoi statuti alcune clausole che la impegnavano a perseguitare gli eretici. Non
mancarono taluni casi in cui le autorità del Comune, per rappresaglia, vietarono ai
cittadini di avere rapporti con il vescovo. La relativa indipendenza del potere politico
comunale dalla Chiesa favoriva, pertanto, maggiore libertà di dibattito e di ricerca anche
in campo teologico.
L’organizzazione della Chiesa aveva, per tradizione, i suoi centri più attivi nei grandi
monasteri, arrivando ad adattarsi alle mentalità e alle esigenze delle popolazioni rurali,
mentre i vescovi, suoi rappresentanti cittadini, si erano sempre più politicizzati. Già Cluny
aveva messo in evidenza il travisamento della loro missione e la diffusa corruzione che
esisteva tra gli alti rappresentanti del clero cittadino. Ma anche nelle campagne la
situazione non poteva dirsi soddisfacente. Il basso clero, infatti, per la sua ignoranza e
per il fatto di essere subordinato ai padroni laici delle chiese parrocchiali, troppo spesso
non era in grado di svolgere il suo compito. Gli Ordini religiosi erano impegnati nella
gestione di grandi patrimoni fondiari, il cui possesso, li faceva apparire non dissimili dai
signori feudali laici. La Chiesa doveva ora parzialmente modificarsi, adattarsi alla
situazione che si era andata creando con lo sviluppo delle città, risolvendo, al contempo, i
nuovi problemi sorti sul terreno della dottrina, della vita morale, dell’atteggiamento
religioso.
In questa situazione di crisi spirituale e di forte trasformazione sociale si diffusero i
movimenti ereticali. Il più importante fu quello dei Catari (dal greco katharós, puro).
Professava principi che erano estranei alla religione cristiana e che si riallacciavano ad
antiche dottrine che già nei secoli IV e V la Chiesa aveva dovuto combattere. La dottrina
catara riprendeva la tradizione manichea, con la sua visione di due princìpi divini
inconciliabili, il bene e il male. I Catari consideravano il mondo terreno, e tutte le
creazioni dell’uomo, come opera del male, contro cui si doveva assumere un
atteggiamento di antitesi totale. Essi giungevano a rifiutare il matrimonio per non avere
figli, e a giustificare l’annullamento del corpo mediante il suicidio. Erano, soprattutto,
ostili alla Chiesa, con la sua ricchezza, organizzazione, potenza politica, ritenendo ispirate
al male le leggi e le norme che regolavano la vita degli Stati e delle comunità civili.
Il catarismo si diffuse nell’Italia settentrionale, in Provenza e in Linguadoca, penetrando
trasversalmente in tutte le classi sociali, ottenendo adesioni in massa tra i contadini e gli
operai, in particolar modo tra gli operai tessili. Sotto un certo aspetto il catarismo aveva
un contenuto di rivolta sociale, ma il rifiuto dell’ordine esistente, che apparteneva al
bagaglio dei suoi princìpi, non si rivolgeva contro una classe sociale o contro
un’istituzione in particolare, ma coinvolgeva la società tutta, il principio stesso
dell’organizzazione sociale. Quel movimento, divenuto pericoloso per la sua estensione e
per la sua radicale condanna del cattolicesimo, fu anche organizzato tanto da costituire
una sua Chiesa, dotata di un ordinamento gerarchico, basato innanzitutto sulla
distinzione tra «perfetti» che seguivano in modo più rigoroso i precetti della loro religione
e semplici «credenti». Una della pratiche più singolari dei Catari era il digiuno volontario
sino alla morte (endura). Tale pratica si basava sulla convinzione che la volontaria
sofferenza corporale fosse il mezzo migliore per procurarsi la salvezza eterna.
I Poveri Lombardi, ad esempio, tennero un convegno a Brescia nel 1218, negando la
validità dei riti cattolici, il culto dei santi e delle immagini, il Purgatorio e le indulgenze. Da
queste e da altre posizioni, come quella che sosteneva il diritto alla lettura ed
interpretazione individuale delle Sacre Scritture, risulta che i Valdesi non miravano
soltanto ad una riforma morale e del costume ma proponevano anche un ripensamento
della dottrina cristiana e dell’interpretazione che ne aveva dato il cattolicesimo,
anticipando in ciò tesi e concetti che Lutero avrebbe sostenuto all’inizio del secolo XVI.
Diversa fu invece la impostazione della corrente suscitata dal monaco calabrese
Gioacchino da Fiore (1141-1202). Di umili origini, appartenente all’Ordine cistercense,
egli tracciò un grandioso quadro della storia umana, profetando l’avvento di una «terza
età» o età dello Spirito Santo, in cui l’umanità si sarebbe rinnovata alla luce della ragione
divina. Anche la dottrina gioachimita, pervasa da una vigorosa ansia di riforma e da
larghe venature di razionalismo, fu ufficialmente condannata dalla Chiesa. Ormai però i
tempi erano maturi per un rinnovamento in senso spiritualistico della Chiesa e l’attesa di
questo evento era largamente diffuso anche in settori della cultura ecclesiastica e laica
che non aderivano alle correnti ereticali.
Approfondimenti sulla lezione 91
Il principale centro organizzativo dei Catari fu una città della Francia meridionale, Albi,
grazie all’appoggio del conte di Tolosa Raimondo V. La Chiesa ripetutamente tentò di
riconvertire quelle popolazioni, ma quei tentativi (compresa la predicazione di San
Bernardo, che andò ad Albi nel 1145) non ebbero alcun successo. Così, dopo che nel
1208 un legato pontificio, Pietro di Castelnau, fu assassinato da un ufficiale del conte di
Tolosa, papa Innocenzo III organizzò una vera e propria crociata contro gli Albigesi. Sotto
la direzione di legati pontifici e di piccoli nobili e avventurieri, tra i quali si ricorda Simone
di Montfort, fu inviato in Linguadoca un esercito che mise a ferro e a fuoco quella ricca e
colta regione, sterminando indiscriminatamente decine di migliaia di abitanti. La guerra
durò a lungo finché il figlio di Simone di Montfort, Amaury, che aveva sostituito nel
comando della spedizione il padre morto in battaglia, chiese l’intervento del re di Francia.
Nel 1229 si concluse quella crociata. Re Luigi IX di Francia ottenne notevoli concessioni
territoriali e pose le premesse perché tutta la regione fosse incorporata nel suo regno.
Ci furono anche altri movimenti che si svilupparono al di fuori della Chiesa e che avevano
come idea di fondo un ritorno al cristianesimo delle origini, il distacco dai beni terreni,
dagli interessi mondani, l’aspirazione ad una religiosità più autentica e meno legata alle
pratiche esteriori del culto, il rifiuto di una struttura gerarchica della Chiesa e la
conseguente rivendicazione dell’uguaglianza tra i fedeli. Questi motivi, in parte presenti
nel pensiero di Arnaldo da Brescia e nell’opera da lui svolta per la creazione del Comune
a Roma, furono svolti con maggior vigore ed approfondimento dal movimento dei Poveri
di Lione, sorto in Francia negli ultimi decenni del secolo XII. Pietro Valdo , un mercante
lionese, fu il promotore. Dapprima distribuì ai poveri i suoi averi, poi nel 1170 si diede,
con i suoi compagni, alla predicazione di un ritorno alla povertà evangelica. I Valdesi,
riottosi a sottostare alle gerarchie ecclesiastiche, nel 1180 furono condannati come
eretici. Le loro idee si diffusero nelle regioni alpine, nel Delfinato, nella Provenza. Ancora,
in Piemonte e in Lombardia comparvero movimenti che si ispiravano alle idee valdesi.
Guida allo studio della lezione 91
Per affrontare lo studio delle grandi eresie medievali nate nel secolo XII
si legga il libro di A. Brenon, I Catari, storia e destino dei veri credenti
(Le vrai visage du Catharisme), Firenze 1990. Se possibile solo
l’introduzione.
Lezione 92

San Francesco di Assisi


Prima di parlare del santo di Assisi crediamo sia opportuno una ulteriore divagazione sui
movimenti eretici o simili che, tempo dopo, fecero sì che il movimento francescano
venisse accolto con il sospetto.
Si pensi ai Poveri Lombardi che tennero un convegno a Brescia nel 1218, negando la
validità dei riti cattolici, il culto dei santi e delle immagini, il Purgatorio e le indulgenze. Da
queste e da altre posizioni, come quella che sosteneva il diritto alla lettura ed
interpretazione individuale delle Sacre Scritture, risulta che i Valdesi non miravano
soltanto ad una riforma morale e del costume ma proponevano anche un ripensamento
della dottrina cristiana e dell’interpretazione che ne aveva dato il cattolicesimo,
anticipando in ciò tesi e concetti che Lutero avrebbe sostenuto all’inizio del secolo XVI.
Diversa fu invece la impostazione della corrente suscitata dal monaco calabrese
Gioacchino da Fiore (1141-1202). Di umili origini, appartenente all’Ordine cistercense,
egli tracciò un grandioso quadro della storia umana, profetando l’avvento di una «terza
età» o età dello Spirito Santo, in cui l’umanità si sarebbe rinnovata alla luce della ragione
divina. Anche la dottrina gioachimita, pervasa da una vigorosa ansia di riforma e da
larghe venature di razionalismo, fu ufficialmente condannata dalla Chiesa. Ormai però i
tempi erano maturi per un rinnovamento in senso spiritualistico della Chiesa e l’attesa di
questo evento era largamente diffuso anche in settori della cultura ecclesiastica e laica
che non aderivano alle correnti ereticali.
Francesco di Assisi dunque.
Francesco visse a cavallo del secolo XIII. Figlio di un ricco mercante di Assisi, Pietro
Bernardone, dopo una vita giovanile dissipata tra i piaceri e l’ozio, trovò improvvisamente
Dio e si convertì. Una volta convertitosi si dedicò alla predicazione del vangelo. In
particolar modo egli si dedicò agli indigenti e agli umili attuando una vita tutta dedita
all’amore per gli altri, alla esaltazione delle virtù cristiane dell’umiltà, della abnegazione,
della rinuncia. La base della regola francescana, è universalmente noto, si può riassumere
nel culto della povertà.
La povertà, infatti, da quella reale a quella in spirito, è la premessa principale per entrare
nel regno dei cieli. Chi rimane attaccato ai beni di questo mondo, sia esso ricco o povero,
chi è avaro, chi superbo o crudele, secondo il detto evangelico, difficilmente potrà entrare
nel regno dei cieli. Essendosi consacrato all’assoluta povertà, san Francesco divideva il
poco cibo elemosinato con i poveri, i lebbrosi, i reietti della società. Il santo che,
dapprima, aveva rinunziato a tutti i suoi averi, si circondò di un piccolo gruppo di seguaci,
i frati minori, che furono il primo nucleo dell’ordine francescano.
L’amore del santo di Assisi non si rivolgeva soltanto alle persone ma a tutte le creature di
Dio perché in loro scorgeva la grandezza del Creatore. Dunque l’intera natura diventò
oggetto dell’attenzione di Francesco mentre, sino ad allora, i cristiani non si erano
avvicinati alle altre creature che non fossero l’uomo stesso. Con il santo di Assisi,
pertanto, un uomo di Chiesa si avvicinò con entusiasmo ed elogiò la natura. Con la sua
predicazione semplice e piana egli cercava di richiamare gli uomini ad un senso più alto e
sereno dell’esistenza, al di sopra degli odi che insanguinavano la terra, lontano dallo
spirito affaristico e faccendiere degli stessi ordini monastici. San Francesco seppe così
trasmettere agli uomini ciò che né teologi, né dotti canonisti potevano dire e perciò egli
rimase, giustamente, il simbolo più ricco e significativo di uno slancio mistico e umano al
contempo.
Approfondimenti sulla lezione 92
Per quanto concerne le autorità ecclesiastiche la situazione si dipanò così: esse rimasero,
in un primo momento, diffidenti e perplesse di fronte a questo disarmato eroe dell’umiltà
quotidiana ma, con una bolla di papa Onorio III (1223), si riconobbe l’ordine francescano
dei frati minori. Morto nel 1226 Francesco, nell’ordine francescano si delineò una
subitanea frattura tra i conventuali e gli spirituali, frattura che di fatto persiste ancora
oggi. I primi intendevano interpretare in modo attenuato la rigida regola francescana,
permettendo che, se non i singoli frati, almeno i conventi possedessero dei beni (terreni,
riserve alimentari, suppellettili, ecc.); al contrario i secondi volevano un’interpretazione
pedissequa di quella regola. Il secondo gruppo di frati finì con l’abbandonare l’ortodossia
della Chiesa romana per avvicinarsi a posizioni eretiche.
Guida allo studio della lezione 92
Su san Francesco si tenga presente il volume di A. Vauchez, Francesco
d'Assisi, Torino 2010. Anche in questo caso basta soffermarsi
sull’l’introduzione.
Lezione 93

Amalfi
Nel secolo X apparvero fiorenti alcune città marinare del mezzogiorno d’Italia. Amalfi,
Napoli, Gaeta, Bari, Brindisi. Anche grazie ad esse il mondo occidentale poté resistere alle
armi saracene che minacciavano la cristianità tutta. Nel mar Tirreno la città che spiccava
maggiormente, sempre sotto l’egida nominale di Bisanzio, era Amalfi; mentre, nel mar
Adriatico, era ormai prepotentemente emersa Venezia. Poche sono le notizie circa la sua
fondazione. Ad ogni modo agli inizi del secolo VI, quando gli Ostrogoti discesero
nell’Italia meridionale, gruppi di fuggiaschi della Campania trovarono scampo in un
anfratto costiero della penisola amalfitana, protetto alle spalle da monti impervi e
dirupati. In questo luogo, già rifugio di pescatori, venne a raccogliersi una comunità di
gente indomita e coraggiosa, che costituì il primo nucleo della città futura. Proprio le rupi
che offrivano un sicuro rifugio, offrivano altresì un povero sostentamento e rendevano
ardui i contatti con la regione circostante. A differenza di Venezia Amalfi fu una città
sostanzialmente incasellata nel ducato bizantino di Napoli.
Tale dipendenza politica le consentì di sviluppare prosperi traffici marittimi con i territori
bizantini, sino a diventare il maggiore centro degli scambi fra l’Italia meridionale e il
Levante. L’intelligenza, l’abilità nautica e lo spiccato senso commerciale degli amalfitani
diedero ottimo frutto: la città si sviluppò rapidamente, crebbe la popolazione, navi e
mercanti acquistarono notorietà e rispetto in tutto il Mediterraneo. Calati nel meridione di
Italia i Longobardi, essi non riuscirono ad impossessarsi di Napoli né, tanto meno, di
Amalfi. Nel 786 il duca longobardo di Benevento cinse di assedio la città marinara che
però seppe resistere coraggiosamente al nemico. Il ducato di Benevento, allora, trasferì la
propria capitale a Salerno, sviluppandone il porto per fare concorrenza ad Amalfi. I
Longobardi tentarono ancora e per anni vanamente di conquistare Amalfi.
Nell’827, gli Arabi saraceni iniziarono la conquista della Sicilia e divennero temibili
concorrenti della città campana su varie rotte commerciali amalfitane. Essi poi, con la
pirateria e le rapine devastarono la costa tirrenica. Amalfi dunque si trovò a combatterli
per limitarne le azioni piratesche. Napoli, però, nuovamente minacciata dai Longobardi,
credette opportuno di chiamare in suo soccorso i Saraceni della Sicilia. Questo accorsero
e, stretta alleanza con i napoletani, furono così avvantaggiati sia nei loro commerci ai
danni di Amalfi, sia nelle loro crudeli incursioni costiere. Indignati per tale accordo, gli
amalfitani si proclamarono indipendenti dal dicato di Napoli, nell’840. Fu quella la data
della nascita della seconda repubblica marinara italiana. Amalfi venne da allora governata
da un ‘prefetturo’ eletto dai cittadini.
Essa, tuttavia, non disconobbe la lontana e ormai lieve dipendenza da Bisanzio che,
comunque, continuava ad esserle utile per motivi politici e commerciali. Amalfi riuscì a
districarsi bene tra le contese che travagliavano i Longobardi e, quando il ducato di
Benevento si smembrò in tre parti (Benevento, Salerno e Capua), mandò le sue navi a
liberare il nuovo duca di Salerno, prigioniero nella fortezza di Taranto. In quel modo la
repubblica ottenne il riconoscimento formale e sostanziale del suo più potente vicino,
guadagnandone la stima e l’amicizia. Passarono pochi anni e i saraceni, conquistata
Messina, si spinsero ad occupare l’isola di Ponza, Punta Licosa e arrivarono a minacciare
la Campania intera. Attaccarono anche Gaeta, il convento di Montecassino, distrussero
Fondi, risalirono il Tevere e mirarono a Roma. Papa Leone IV, per sventare siffatta
minaccia, ottenne l’aiuto di milizie francesi nonché quello di una lega navale che
comprendeva Napoli, Amalfi e Gaeta. Al largo di Ostia ci fu lo scontro decisivo che vide la
schiacciante vittoria dei cristiani.
Subito dopo, però, il duca di Napoli si alleò ancora con i maomettani a Amalfi, anche
sotto sollecitazione di Bisanzio, riprese la lotta e, nell’872, ottenne una importante vittoria
navale contro le forze arabo-partenopee che difendevano l’attuale Castel dell’Ovo.
L’imperatore bizantino, allora, come premio alla città marinare cedette Capri. Amalfi non
rimase indifferente agli eventuali vantaggi commerciali che si potevano trarre da
un’alleanza con i saraceni. Essa addirittura consentì che il suo porto divenisse base delle
loro scorrerie. Il papa e l’imperatore bizantino non potevano, dal canto loro, consentire
tale empia alleanza. Amalfi fu quindi costretta per un breve periodo ad interrompere tale
proficuo legame che, nondimeno, riprese dopo poco e permise ai saraceni di insediarsi in
varie importanti località tirreniche quali Traetto, Civitavecchia e la foce del Garigliano.
Furono proprio i rapporti amichevoli con i saraceni che consentirono alla repubblica
marinara una rigogliosa espansione dei suoi commerci. Ai traffici con i porti del Tirreno,
della Sicilia e del Levante si aggiunsero quelli con l’Africa araba, cioè con l’intera costa
meridionale del Mediterraneo. Particolarmente intensi e redditizi furono gli scambi con
l’Egitto e con la Palestina, dove affluivano prodotti di lontanissime regioni (India, Cina,
Zanzibar). Attraverso le acque bizantine le navi amalfitane intrecciavano prosperi scambi
con gli scali del mar Nero. In proposito si ricordi che esiste traccia di un ‘Porto Amalfitano’
a Sebastopoli. Verso il Mille la repubblica di Amalfi era diventata un grande ed importante
centro commerciale e un felice crocevia fra l’Italia meridionale e il mondo bizantino ed
arabo. Se i traffici commerciali arricchivano la repubblica, i frequenti contatti con terre e
civiltà lontane rendevano i suoi cittadini edotti dei frutti mirabili nella sfera dell’arte, della
cultura in generale, della scienza e del progresso civile.
Si ricordi la realizzazione della bussola magnetica, prezioso strumento nautico che,
facilitando grandemente la navigazione d’alto mare, consentì poi agli europei di
avventurarsi sugli oceani per scoprire l’intero globo terracqueo. La bussola venne
realizzata da marinai amalfitani che, attraverso gli Arabi, avevano conosciuto il ‘carro
magnetico’ dei Cinesi. Bilanciarono sulla punta di un ago una berretta calamitata, la
fissarono entro un ‘bossolo’ d legno su cui incisero la rosa dei venti, e applicarono al
bossolo una sospensione (oggi detta cardanica), capace di mantenerlo sempre
orizzontale a dispetto del rollio della nave. Solo così fu possibile ottenere quello
strumento pratico ed efficiente che aprì la via alle grandi scoperte geografiche. Le Tavole
amalfitane furono un altro contributo alla civiltà. Si trattava di un codice di diritto
marittimo, compilato nel secolo X, quando il mondo occidentale era ancora immerso
nell’Alto medioevo.
I codici successivi analoghi si rifecero alle Tavole amalfitane. Nelle principali città straniere
con cui trafficavano, gli Amalfitani avevano stabilito propri quartieri dotati di magazzini,
ospedali, chiese, alberghi. A Gerusalemme essi fondarono l’Ordine degli Spedalieri che
successivamente divenne l’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni che sussiste ancora oggi
come Sovrano Ordine di Malta. Di tanto rigoglio di ricchezza e di progresso civile
scaturirono però in Amalfi molte contese politiche. Attorniata da signorie feudali la
repubblica non poté evitarne l’influsso, diventando sempre meno democratica. Nel 958 il
prefetturo Sergio Comite si affermò di fatto quale monarca assoluto e riuscì a far
trasmettere ereditariamente il potere di padre in figlio. Il che portò alla scomparsa dello
stato amalfitano.
Approfondimenti sulla lezione 93
Amalfi continuò ad essere una grande e ricchissima città anche perché, al contrario delle
altre repubbliche marinare che giunsero a combattersi a vicenda, essa poté essere
risparmiata da tale strazio per la sua posizione strategica. Nel frattempo bande di
avventurieri scandinavi, i Normanni, audaci marinai e guerrieri, stavano penetrando nel
Mediterraneo. Attratti specialmente dall’Italia meridionale, si erano inseriti nelle lotte tra
le signorie bizantine e longobarde e aiutarono Napoli contro Capua. Ottennero così la
contea di Aversa da dove ei erano irradiati in gran parte del Mezzogiorno. Essendo
abilissimi marinai i Normanni mirarono Amalfi che, ormai, si era impigrita per l’opulenza
in cui era immersa e, pertanto, era maggiormente indifesa. Amalfi, dunque, non resistette
ai nuovi venuti e, anzi, si sottomise a Roberto il Guiscardo che se ne proclamò duca.
Tale sottomissione, inevitabilmente, decretò la rovina della città. Bisanzio, infatti,
costrinse gli amalfitani a cedere a Venezia gran parte dei loro possedimenti nel Levante
con i relativi privilegi commerciali e a pagare un forte contributo annuo alla basilica di
San Marco e alla chiesa veneziana di Durazzo. In seguito Amalfi si affrancò, seppur per
un breve periodo, dalla dominazione normanna ma, nel 1131 tornò sotto di loro (Ruggero
II). Nonostante la perdita della libertà la marineria amalfitana avrebbe potuto esercitare
un ruolo importante e continuare i suoi traffici commerciali. Se non fosse che un
temibilissimo avversario che ambiva ad impadronirsi dei traffici amalfitani comparve
all’orizzonte della città: Pisa.
Il 6 agosto 1135 una flotta pisana comparve all’improvviso davanti ad Amalfi. La città,
indifesa, fu orrendamente saccheggiata, incendiata, quasi totalmente distrutta. I pisani,
non paghi di ciò, tornarono ad Amalfi due anni dopo per rovinarla definitivamente.
Scomparve così, per sempre, la repubblica amalfitana, scomparvero i suoi stendardi che
avevano garrito su tutto il Mediterraneo. Amalfi tentò di risorgere, di rianimare i suoi
commerci, di dedicarsi a nuove attività (ad esempio l’industria della seta), ma, quando ai
suoi dominatori normanni si sostituirono gli Angioini, vennero vietati tutti i traffici
marittimi. In tal modo la città morì definitivamente, i pochi abitanti l’abbandonarono e le
rovine di quella grande città che era stata, vennero visitati da rari stranieri in cerca di
bellezze naturali e di romantiche antichità.
Guida allo studio della lezione 93
Per coloro che volessero approfondire ulteriormente la storia della
repubblica marinara di Amalfi, riporto al sito del comune della cittadina:
http://www.comune.amalfi.sa.it/origini.asp?p=1.
Lezione 94

Pisa
Oggi Pisa è distante dieci chilometri dal mare e quindi si può parlare di lei come di una
città ‘terrestre’. Un tempo però la foce dell’Arno non era tanto insabbiata e Pisa, che
sorgeva sull’imboccatura del fiume, era una città marinara. In età romana il suo porto era
il maggiore dell’Etruria e fra i più importanti del Tirreno dopo Ostia, Puteoli (Pozzuoli) e
Centumcellae (Civitavecchia). I pisani quindi erano avvezzi al mare. Anche Pisa venne
travolta dalla caduta dell’impero romano e, per alcuni secoli, di lei la storia tacque. Solo
quando i Saraceni iniziarono ad affacciarsi sul Mediterraneo e a depredare l’alto Tirreno si
ritrovarono notizie del suo risveglio cittadino e marittimo. Navi pisane infatti intervennero
spesso a difendere il litorale toscano e poi nelle operazioni marittime che ci furono,
intorno al 970, contro i Saraceni della Calabria.
Queste imprese contribuirono ad alimentare lo spirito di indipendenza dei pisani. La città,
governata allora da un vescovo, soggetto al marchesato della Tuscia, intorno all’anno
Mille si libererò dalla dominazione feudale e si costituì in repubblica capeggiata da consoli
eletti dal popolo. Diventò insomma una repubblica democratica. Nel 1081 il pontefice
riconobbe la piena autonomia della repubblica pisana. Le cause stesse che avevano
provocato la rinascita della marineria pisana le diedero un carattere più guerresco che
commerciale, una natura, pertanto, audace e combattiva che mirava a colpire gli
avversari nelle loro basi. Una dimostrazione fu l’impresa navale che i Pisani compirono,
nel 1005, contro i Saraceni. Spintosi fino a Reggio Calabria, vendicarono in modo invero
spietato le scorrerie subite solo due anni prima. Le continue pressioni dei mori e dei
saraceni portò Pisa ad allearsi con Genova.
Inoltre, mentre i traffici amalfitani già declinavano e quelli genovesi restavano ancora in
secondo piano, i commerci pisani segnavano rigogliosi progressi. La cosiddetta repubblica
di San Sisto mirava a mete sempre più vaste e fioriva la sua espansione commerciale con
l’autorità o addirittura con la forza della armi. Nemmeno un secolo dopo che i Saraceni
avevano spadroneggiato nel Tirreno, Pisa si era affermata da dominatrice sulle loro
stesse vie marittime e contribuiva al tramonto della loro potenza. In breve tempo la flotta
pisana saccheggiò le città saracene di Bona, Lipari e Palermo, ricavandone un enorme
bottino e imponendo ai vinti franchigie commerciali assai redditizie per la repubblica. Si
pensi, ad esempio che con una parte del bottino catturato a Lipari, Pisa finanziò la
costruzione del primo ponte in pietra sull’Arno, e con parte di quello preso a Palermo
avviò la costruzione del suo celebre Duomo.
Fu poi la volta di Mahedia, in Tunisia, capitale della regione e sede del sultano Temim.
Anch’ella cadde sotto i colpi dei Pisani che, però, si assicurarono la compartecipazione di
Amalfi e Genova. Venne dunque organizzata un’armata navale grandiosa per quei tempi
(si era nel 1088), cui parteciparono 300 navi e 30000 uomini. Tale armata espugnò la
fortezza di Pantelleria, per poi servirsene come base strategica. Conquistata Mahedia, il
sultano Temim ottenne una pace pagata a carissimo prezzo. Egli infatti dovette dare
favorevolissime concessioni doganali ai vincitori e pagare un tributo davvero oneroso. Le
repubbliche di Genova e Pisa, a seguito di quella conquista, acquisirono un tale prestigio
che il re di Castiglia conferì loro vantaggi commerciali ulteriori pur di avere un valido aiuto
contro i mori e contro il celebre Cid Campeador.
Pisa stava per toccare l’apice delle sue fortune in tempi invero rapidi. Si stavano
avvicinando i tempi della prima crociata che sancì uno iato difficilmente colmabile tra il
mondo musulmano e quello cristiano. Quando nel 1097 160000 uomini di ogni parte
d’Europa spinsero per andare a liberare i luoghi santi di Palestina, le marinerie italiane
intuirono i grandi benefici economici. Dunque, durante la prima crociata, mentre i cristiani
stavano assediando Antiochia, dodici galee di armatori privati giunsero in loco a dar man
forte ai soldati di Goffredo di Buglione e contribuirono alla presa della città. Essi ne
ricavarono il possesso di un quartiere, fruttuosi privilegi commerciali e un ricco bottino.
Pisa si mosse in prima persona perché molto interessata ad allargare il bacino dei suoi
interesse che, fino ad allora, erano concentrati solo sul Mediterraneo.
La forza navale pisana, comandata dall’arcivescovo Daiberto, si indirizzò verso la città di
Laodicea e guadagnarono per Pisa notevoli favori. Daiberto, poi, ottenne la carica di
arcivescovo di Gerusalemme da Goffredo di Buglione. Pisa, caduta Gerusalemme, tornò in
Palestina nel 1110 nel tentativo, riuscito, di allacciare rapporti commerciali con i Bizantini i
quali tentavano di limitare l’invadenza economica veneziana, divenuta financo arrogante.
Successivamente la Terra Santa venne riconquistata dai Turchi selgiuchidi e, nella
seconda crociata, Pisa rilevò frutti relativamente modesti. Inoltre la città toscana arrivò
ad uno scontro con Venezia e Genova. Contemporaneamente ai fatti narrati, i grandi
feudatari della Provenza e della Catalogna avevano organizzato un’impresa analoga nel
Mediterraneo occidentale per cacciare i Mori dalle Baleari. Essi avevano la necessità di
navi da guerra e chiesero aiuto a Genova e a Pisa.
Pisa, poco assorbita dalle vicende del Levante, si dimostrò molto interessata all’impresa
che le avrebbe consentito alcuni indubbi benefici: allargare il predominio sul Mediterraneo
occidentale e ingraziarsi il pontefice romano. La repubblica pisana quindi allestì una flotta
di 300 navi e quasi 40000 uomini. La grandiosa formazione salpò da Bocca d’Arno nel
1113 per congiungersi a Barcellona con le forze catalane e provenzali. L’emiro Mubasir,
capo delle Baleari, non si fece prendere alla sprovvista. Per conquistare Ibiza e Maiorca fu
necessario un anno di lotte furiose nelle quali i combattenti pisani si coprirono di gloria.
La vicenda ebbe grandissima eco ed è particolarmente legata ai fasti marinari di Pisa: la
repubblica infatti, insieme al poderoso apporto guerresco, coordinò e guidò gli sviluppi
dell’impresa, ricavandone immenso prestigio e ingenti frutti materiali. Inoltre la conquista
delle Baleari segnò l’apogeo della potenza pisana. All’epoca la repubblica di San Sisto
dominava il litorale tirrenico da Lerici sino a Civitavecchia, le isole toscane, gran parte
della Corsica e della Sardegna; aveva una forte posizione politica e commerciale nel
Basso Tirreno; i suoi traffici si stendevano più o meno intensamente sull’intero
Mediterraneo.
La città di Pisa, centro finanziario e mercantile di quella rete, traboccava di ogni ricchezza
e si ingioiellava di tesori artistici; il suo porto brulicava di gente di ogni paese, il suo
popolo –fiero, audace e combattivo- aveva raggiunto un invidiabile livello di benessere e
di civiltà. Tuttavia, mentre Pisa toccava l’apice delle sue fortune, anche Genova lavorava
alacremente per accrescere la sua potenza. Fatale quindi che tra le due repubbliche si
giungesse ad uno scontro. Gli interessi pisani e quelli genovesi, infatti, ormai erano
vicinissimi, anzi, spesso si intrecciavano. Genova aveva sempre contestato i diritti di Pisa
sulla Corsica e sulla Sardegna, e aveva cercato, con grande tenacia, di estendervi i suoi
possedimenti. Le due isole, infatti, per la loro posizione geografica, erano della massima
importanza commerciale e militare per entrambe le repubbliche. Se l’una o l’altra fosse
riuscita a possederle interamente, l’altra ne avrebbe ricevuto un colpo mortale.
Con l’impresa delle Baleari Pisa aveva esteso i suoi possedimenti in Corsica e nella
Sardegna, ottenendo dal papa l’agognato riconoscimento della sua sovranità su queste
isole. Genova, pertanto, costernata dal riconoscimento pontificio, aprì le ostilità contro la
rivale, catturando un suo prezioso convoglio. Pisa restituì la botta, sconfiggendo una
squadra navale genovese nei pressi di Portovenere. Genova allora pensò di aumentare
l’intensità e la portata del conflitto organizzando un’operazione ben più audace e vasta.
Volle distruggere Porto Pisano, cioè la nuova e grande base della flotta pisana, costruita
in tempi recenti sulla foce del Calambrone, presso l’antico Catrum Liburnis , l’attuale
Livorno. Terminata l’avventura della marineria pisana quel porto fu interrato dalle sabbie
del fiume e oggi è completamente scomparso, essendo coperto dalla pineta di Tombolo.
Approfondimenti sulla lezione 94
Dopo la distruzione di Livorno Genova inviò in loco un’armata di 140 galee, con 22000
combattenti. Le difese pisane però ressero l’urto e costrinsero i genovesi a ritirarsi. Questi
però non si diedero per vinti e, pur di vedere Pisa umiliata, pagarono un consistente
tributo alla Santa Sede di 1500 marche di argento per ottenere l’abrogazione dei diritti
concessi alla rivale sulle isole disputate. L’arcivescovo di Pisa andò vanamente a
protestare e, indignato per come si era svolta la questione, gettò ai piedi del pontefice la
mitra e l’anello della consacrazione. La guerra era solo agli inizi. Durò per ben quattordici
anni fino a quando il papa assegnò a Genova metà della Corsica. Essa quindi uscì dal
conflitto in perdita, anche se risultò più libera di operare in Sardegna, rispetto a prima.
Molti suoi abitanti emigrarono in quell’isola, attuando una colonizzazione su vasta scala.
Pisa, da parte sua, si rifece in parte su Amalfi che, come si disse, finì per annichilire poco
dopo.
Subito dopo Pisa, ma anche Genova, dovette affrontare una nuova potenza navale,
sviluppatasi grazie al re italo-normanno Ruggero II di Sicilia. Alterne vicende portarono
ad un confronto anche militare tra queste tre potenze del Tirreno. Ad un certo punto Pisa
e Genova, dismessi i panni di rivali, si allearono contro il normanno. Ruggero però riuscì a
resistere. Nel 1162 per una rissa tra marinai genovesi e pisani vennero riaperte le ostilità
tra le due rivali, ostilità che solo momentaneamente si erano placate. La guerra durò
tredici anni e Pisa ne uscì sconfitta perché il Barbarossa le impose di cedere a Genova
metà della Sardegna e le proibì di commerciare con la Provenza, monopolio genovese.
Conclusa nel 1191 la crociata che vide tra le illustri vittime lo stesso imperatore, Federico
Barbarossa, Pisa si trovò ad allacciare rapporti commerciali anche con alcune città
adriatiche che si erano ribellate al governo veneziano. Pola venne occupata dai Pisani ma
poi il conflitto si concluse con un nulla di fatto.
Agli inizi del nuovo secolo Pisa era ancora all’apice della sua storia ma stavano
rapidamente avvicinandosi i tempi bui. La contesa tra guelfi e ghibellini che caratterizzò la
prima metà del secolo XIII sancì, con la disfatta di questi ultimi, l’inizio della parabola
discendente di Pisa. La repubblica di San Sisto, infatti, durante la contesa tra papato e
Federico II di Svevia si trovò a parteggiare per l’ultimo degli Svevi, dopo che il nonno
tanto aveva fatto contro di lei. Morto Federico II, lo Stupor mundi , Pisa venne sconfitta
da Genova nel 1256. La repubblica di San Sisto venne attaccata dalla sua grande rivale
che si era alleata con Firenze, Lucca e altre città toscane che volevano la distruzione di
Pisa, ormai vista come troppo scomoda.
Si ricordi un episodio dell’eterna diatriba tra Genova e Pisa. Nel corso di quel conflitto i
marinai di San Giorgio avevano conquistato il superbo castello pisano che tutt’ora si erge
sul promontorio di Lerici in contrapposizione alla fortezza genovese di Portovenere. A
quel tempo la zona acquitrinosa dove poi sorse La Spezia segnava il confine tra le due
repubbliche, e nel castello di Lerici i Pisani riscuotevano diritti doganali, particolarmente
invisi ai mercanti di Lucca. Pochi decenni dopo, durante la guerra del vespro, che vide nel
1282 tra i protagonisti anche la flotta genovese, la repubblica di Genova giudicò fosse
giunto il momento di chiudere i conti con Pisa. La guerra ebbe un andamento altalenante.
Pisa, infatti, almeno nelle fasi iniziali, ottenne alcuni successi fino ad una sconfitta nei
pressi di Tavolara. Tale avvenimento suggerì ai Pisani un’alleanza con Venezia. I Veneziani
però pensarono non fosse ancora giunto il momento di schierarsi contro Genova. Dunque
Pisa era sola contro l’eterna rivale.
Si avvicinava lo scontro decisivo e i Pisani, guidati dal conte Ugolino della Gherardesca,
allinearono un’armata di 73 galee, mentre i Genovesi ne schierarono 93. Il 6 agosto
1284, presso gli scogli della Meloria, Genova sconfisse Pisa. Come conseguenza la città
ligure conquistò la Corsica e la Sardegna, le isole toscane e tutti i privilegi commerciali
pisani. Pisa sopravvisse alla disfatta e resistette per un secolo circa ma ormai la
repubblica, abbandonata da tutti, era morente. I Pisani, spossati, si assoggettarono al
ducato visconteo di Milano, nel 1392 e, nel 1406, le truppe del Comune di Firenze
presero possesso della gloriosa repubblica marinara toscana.
Guida allo studio della lezione 94
Per quanto concerne una storia esaustiva della repubblica marinara di
Pisa si faccia riferimento allo studio di O. Banti, Breve storia di Pisa,
Pisa 1989. Si suggerisce la lettura dell’introduzione.
Lezione 95

Genova
Ai primi del Mille si stava affermando in Liguria la marineria genovese. In epoca romana
Genova (il cui nome, probabilmente, deriva da janua , cioè porta aperta sul mare) era
stato un fiorente emporio marittimo. Anche quell’emporio, come quasi tutti nella penisola
italiana, venne travolto dai barbari. Nel 641 fu distrutta dai Longobardi e, nel 934, mentre
stava risorgendo dalle rovine, i Saraceni d’Africa ne massacrarono gli abitanti e la
spogliarono di ogni bene. I tenacissimi superstiti, spronati dalla sventura, si potenziarono
sul mare tanto rapidamente che poi i Saraceni si tennero sempre lontani da Genova.
Queste origini determinarono, anche per la marineria di San Giorgio, come quella pisana,
una natura bellica spiccata più che commerciale. La città diede presto vita ad una
singolare associazione tra armatori, chiamata la Compagna, creata innanzi tutto per
combattere i Saraceni e spartirsi il bottino.
Continuando a svilupparsi la sua flotta che crebbe in modo esponenziale, la Compagna
accolse, in un secondo momento, anche uomini di mare, costruttori, mercanti, che poi
vennero ad identificarsi con l’intera cittadinanza. Intorno al 1100 la Compagna ebbe la
forza necessaria per sovrapporsi all’autorità del vescovo – che governava Genova per
conto del papa e dell’imperatore germanico – e i suoi consoli divennero gli effettivi capi
della città. Era nata la repubblica di San Giorgio, fondata su basi associative e
democratiche. Nel medesimo periodo si consolidarono anche le fortune di alcune famiglie
che, per le loro imprese guerresche e mercantili, vennero a formare il primo nucleo del
patriziato cittadino, e che poi si dissero ‘di san Luca’, come segno distintivo rispetto alle
famiglie ‘nuove’, dette, invece, di ‘san Pietro’; cioè di quelle famiglie che acquisirono il
patriziato in epoca successiva.
Sempre in quel periodo ci furono spedizioni genovesi e pisane contro alcune città
musulmane che vennero saccheggiate. In tal modo la nuova repubblica iniziò a finanziare
le proprie successive imprese. Genova, come le altre repubbliche marinare italiane,
partecipò alla prima crociata e fu decisiva nell’assedio di Antiochia e nella successiva
conquista della città. Subito dopo tale impresa le si aprirono le porte del commercio con il
Levante. Navi e truppe della repubblica di San Giorgio parteciparono alla conquista di
numerose città costiere della Palestina, fra cui San Giovanni d’Acri, Cesarea, Berutti
(l’attuale Beirut). Ovunque ottennero quartieri, franchigie, privilegi di ogni sorta, oltre ad
un ingentissimo bottino. Gibeletto restò ai Genovesi in pieno dominio e così Mamistra che
era stata conquistata direttamente da loro. Insomma in pochissimi anni Genova aveva
conseguito in Terra Santa un’affermazione economica, militare e politica che, insieme a
ingentissimi profitti immediati, le aveva aperto grandi strade future.
Subito dopo ci fu la controffensiva turca ma Genova e Pisa, intanto, avevano iniziato a
combattere fra di loro e quindi non potevano combattere anche nel Vicino Oriente. Dopo
la prima crociata Genova iniziò una febbrile attività commerciale con il Levante e,
contemporaneamente, stava sottomettendo tutta la Liguria, da Monaco a Portovenere.
Dal 1119 divampò una feroce guerra contro Pisa perché la repubblica di San Giorgio
voleva evitare il gravissimo pericolo che Pisa occupasse la Corsica e la Sardegna, isole
fondamentali per il dominio sul Tirreno. La guerra scoppiò inevitabilmente e durò
quattordici anni, durante i quali le due repubbliche fiaccarono notevolmente le proprie
forze. Alla fine del conflitto Genova ottenne metà della Corsica. Pertanto essa non aveva
combattuto vanamente.
Dopo quel successo Genova ottenne un altro fondamentale successo per i suoi traffici e
cioè importanti concessioni da parte di Costantinopoli che le permisero di avviare una
stabile penetrazione in territorio bizantino. Si era nel 1161. Un anno dopo, nel 1162
scoppiò un secondo conflitto, sempre tra Pisa e Genova, che durò tredici anni e che vide
la repubblica di San Giorgio vincitrice anche grazie all’intervento di Federico Barbarossa.
L'imperatore, infatti, costrinse Pisa a cedere alla rivale metà della Sardegna. Le due
guerre suddette fecero sì che Genova ottenesse buona parte di ciò che voleva e quindi
non vide i suoi traffici minacciati nel Mediterraneo occidentale. Nel 1187 il Saladino guidò
i Turchi selgiuchidi alla conquista delle terre che erano state strappate loro durante la
prima crociata.
Quattro anni dopo il papa indisse una crociata cui parteciparono anche i Genovesi che
risultarono essere decisivi per la difesa dei territori in Terra Santa. In Palestina, pertanto,
una volta sventata la grave minaccia turca, le signorie cristiane vennero a dipendere dai
rifornimenti che solo le navi italiane (e quindi anche genovesi) potevano garantire. Gli
stabilimenti italiani in Palestina divennero colonie indipendenti dai governi locali.
Costantinopoli, nel frattempo, per tentare di limitare la preponderanza veneziana, restituì
a Pisa e Genova gli antichi privilegi commerciali. Parallelamente si scatenò un terzo
conflitto tra Pisa e Genova causato da Enrico VI, detto il Grande, che, morto il
Barbarossa, gli era succeduto. Poiché i Normanni di Sicilia non l’avevano riconosciuto
imperatore, egli si alleò sia con Genova che con Pisa, promettendo loro gli stessi beni.
La truffa venne scoperta e, conseguentemente, Pisa e Genova tornarono a combattersi
sino al 1217 quando altre vicende le indussero a più miti propositi. Va’ osservato che
durante il terzo conflitto armato tra Genova e Pisa furono fondamentali i corsari sia pisani
che genovesi. La loro attività fu importante perché distrasse e indebolì le forze avverse.
Siccome i corsari erano sia dell’una che dell’altra parte, i danni furono equamente
distribuiti. Un corsaro genovese fu determinante nel corso di quel conflitto. Alamanno da
Costa, infatti, riuscì, grazie al suo coraggio e alla sua audacia, ad espugnare la
fondamentale città di Siracusa e a far alzare lo stendardo di San Giorgio sulle sue mura
diroccate. Genova, riconoscente, oltre ai premi contrattuali, nominò Alamanno conte di
Siracusa. Con Federico II di Svevia Genova entrò in conflitto così come fece Venezia,
mentre Pisa gli restò fedele. L’imperatore intraprese una politica avversa a Genova (ma
anche a Venezia), mentre aveva trovato il modo di intessere rapporti commerciali con il
califfo di Gerusalemme (contro il quale avrebbe dovuto, invece, intraprendere una
crociata).
Siamo agli inizi del secolo XIII e Genova si trovò a dover proteggere la sua colonia di
Ceuta, sita nell’estremità occidentale del Mediterraneo, presso le leggendarie colonne
d’Ercole. Subito dopo, seguendo le indicazioni del pontefice, Genova e Venezia si
allearono contro Federico II di Svevia (essere arrivarono persino ad innalzare,
congiuntamente, i vessilli di San Marco e di San Giorgio). Tale alleanza consentì a Genova
di reimpossessarsi della Liguria occidentale, ribelle e ghibellina, ma non di Savona.
Intanto il papa aveva convocato un concilio per scomunicare nuovamente l’imperatore,
ma questi fece sbarrare la via di Roma ai cardinali stranieri. Allora 27 galee genovesi
andarono a Nizza per imbarcarli e portarli ad Ostia. Quelle galee però vennero sgominate
da una squadra di navi pisane ed imperiali. Catturati i cardinali, Federico si salvò dalla
scomunica.
La sconfitta risultò molto amara per i Genovesi perché la squadra avversaria era
comandata dal compatriota Ansaldo De Mari, un fuoriuscito ribelle e ghibellino, passato al
servizio dell’imperatore. Ma in soli tre mesi, «lavorando assiduamente et con ardore, et
anco de notte a lume de candele», i Genovesi allestirono 52 nuove galee. Perciò quando
De Mari si presentò a beffeggiarli, dovette ritirarsi a voga arrancata fino a Savona. Decisi
a sopraffare la flotta imperiale, i Genovesi costruirono altre cinquanta galee, posero
l’armata agli ordini del nuovo podestà – il bresciano Corrado Concesio – e per molti mesi
diedero una caccia spietata alla squadra del De Mari il quale, però, da esperto marinaio,
non si fece intercettare né, tanto meno, catturare. In quell’epoca salì sul soglio pontificio
Innocenzo IV, un genovese dell’eminente famiglia dei Fieschi, che si propose di piegare
l’imperatore. In gran segreto si imbarcò a Civitavecchia su una squadra inviata da Genova
e, traversato il Tirreno, nel luglio 1245 riunì a Lione il concilio che scomunicò Federico II,
deponendolo dal trono. Il conflitto, asperrimo, proseguì sino alla morte dell’imperatore
cioè sino al 1250 e si concluse con la vittoria dei guelfi.
La vittoria consacrò Genova nell’Occidente europeo: Francia, Spagna, Portogallo e
Inghilterra presero a considerare la repubblica di San Giorgio come maestra delle loro
nascenti marine. Già la repubblica aveva accettato di trasportare Luigi IX di Francia (detto
il Santo) in Egitto. Non paga di ciò aveva anche noleggiato alcune galee ai Provenzali. La
crociata di Luigi IX finì molto male però i Genovesi si erano dimostrati affidabili e seri.
Durante l’esperienza dell’impero latino di Oriente e cioè durante il periodo in cui
Costantinopoli era dominata da Venezia, Genova stipulò nel 1261 il ‘trattato di Ninfeo’ con
Michele Paleologo che ambiva a riconquistare Bisanzio. Con quel trattato la repubblica di
San Girogio si impegnò ad aiutare il Paleologo nella sua impresa. In cambio il nuovo
imperatore avrebbe espulso i Veneziani dall’impero, consegnandone proprietà e diritti ai
Genovesi e ceduto a questi la città di Smirne. Il trattato di Ninfeo venne rispettato ma si
trattò dell’ultimo atto di un impero ormai morente che resistette per quasi due secoli ma
che, ormai, non aveva né la forza propulsiva di un tempo, né la capacità di resistenza agli
Ottomani.
Approfondimenti sulla lezione 95
Dopo il trattato di Ninfeo la repubblica ligure era davvero ‘Superba’. Aveva puntellato
ulteriormente il suo dominio in Marocco, Tunisia, Spagna, Sicilia; poté penetrare in tutto il
Levante, a Cipro e nel Mar Nero. Nel 1263 però una squadra genovese venne sconfitta a
Nauplia da una veneziana. La sconfitta ebbe conseguenze pesanti perché il Paleologo, già
stufatosi di quelle che considerava ambizioni sfrenati della ‘Superba’, licenziò la flotta
genovese e riprese i rapporti con Venezia. Conseguenza immediata di tale atto fu una
devastante guerra tra Genova e Venezia. La guerra si concluse nel 1270 grazie alla
mediazione del papa e di Luigi IX il Santo. Si stava organizzando l’ennesima crocia e le
galee veneziane e genovesi sarebbero servite a ben altro. Anche quella crociata finì in un
nulla di fatto.
Anche Genova, così come Firenze, patì le conseguenze della lotta tra guelfi e ghibellini.
Seppur la città fosse prevalentemente guelfa, i ghibellini riuscirono a dominarla quando la
città dové impegnarsi in Tunisia contro i Francesi e contro gli Angioini in Sicilia. Quando il
re angioino indirizzò la sua politica alla volta di Bisanzio, Genova indusse il re di Aragona
a sbarcare in Sicilia per dare il via alla rivolta del Vespro (1282). Due anni dopo, nel 1284,
ci fu la celeberrima battaglia della Meloria in cui Genova causò una disfatta a Pisa e, di
fatto, ne provocò una subitanea decadenza. Il trionfo sulla repubblica pisana sancì il
punto più alto della vicenda di Genova, ormai divenuta la maggiore potenza marittima del
Mediterraneo. Le sue navi, i suoi mercanti, i suoi banchieri si incontravano in ogni porto e
venivano rispettati e temuti al contempo.
Nel Mar Nero vi erano numerosissime colonie spesso del tutto indipendenti dai potentati
locali. Molti marinai della ‘Superba’ avevano persino affrontato l’Atlantico, sfidando quella
leggendaria ‘onda nera’, oltre la quale si narrava non si potesse andare. Quand’ecco che
all’orizzonte si stagliavano i Turchi ottomani, diversi da selgiuchidi, fanatici musulmani che
odiavano tanto i cristiani. Essi sottomisero i califfati arabi della Palestina e minacciarono
Costantinopoli. Avendo il papa proibito qualsivoglia rapporto con gli infedeli, ecco che
Genova (così come Venezia) si trovò in difficoltà. Anche perché Venezia aveva stretto un
rapporto con il kahan dei Tartari che le aveva permesso di costituire una colonia in
Crimea. Il che avrebbe danneggiato i possedimenti genovesi in loco. Ne seguì una
sanguinosa guerra che terminò con la disfatta veneziana di Curzola, 7 settembre 1297. I
Genovesi però, avendo subito gravose perdite, giudicarono opportuno trattare la pace
con la Serenissima.
Genova, rispetto alla sua rivale Venezia, non aveva un ordinamento statale duraturo. Chi
si impadroniva del potere governava secondo criteri personali. Comunque erano quattro
le famiglie più influenti della repubblica che si contendevano il potere sulla città: Grimaldi
e Fieschi per i guelfi e Doria e Spinola per i ghibellini. Il che, come è naturale, comportò
anche gravissimi conflitti interni che minarono la solidità dell’ordinamento repubblicano.
La lotta civile disgustò al punto gli abitanti delle colonie che essi si proclamarono
indipendenti dalla madrepatria. Di ciò approfittò il re di Aragona che iniziò un’espansione
tale da costringere Genova entro limiti angusti. Egli strappò la Sardegna ai Pisani e ai
Genovesi. Dopo il 1339 i Genovesi aprirono una nuova fase della loro storia facendo sì
fosse la classe borghese a gestire il potere cittadino. D’altronde erano proprio i borghesi,
cioè i mercanti ad essere stati danneggiati dalle continue diatribe interne. Come capo
della città fu eletto un doge che aveva potere sino alla sua morte.
Disgraziatamente per Genova i borghesi saliti al potere iniziarono ad imitare le classi
nobili, così da provocare ribellioni in tutte le città liguri, alcune delle quali fondarono feudi
a se stanti (si pensi ai Grimaldi a Monaco). La repubblica era ormai pressata alle spalle
dal ducato di Milano e sul mare dalla Spagna. Una brevissima intesa con Venezia aveva
fatto riofirire i commerci ma nel 1349 le due repubbliche erano nuovamente in guerra. A
cavallo della metà del secolo XIV San Marco e San Giorgio insanguinarono il Mediterraneo
dando vita ad epiche battaglie navali che videro, ora il prevalere dell’uno, ora dell’altro. Si
arrivò infine alla pace di Torino del 1381 quando nessuna delle due repubbliche riconobbe
il predominio dell’altra. Al contempo chi davvero governava a Genova era il Banco di San
Giorgio, cioè una banca. Ormai le faide interne avevano permesso agli stranieri di
dominare sulla città. I Francesi, i Milanesi, finché nel 1522 passò sotto la Spagna.
Guida allo studio della lezione 95
Per uno studio accurato della repubblica di Genova si consideri il
volume di M. A. Bragadin, Storia delle Repubbliche marinare, Milano
1974.
Lezione 96

Venezia
Nel 401 d. C. nacque Venezia. Mentre l’impero romano si avviava al disfacimento, alcuni
popoli germanici semiselvaggi, ma audaci, spiavano il momento propizio per depredare la
penisola, attratti dalle sue favolose ricchezze e dalla sua antica civiltà. Le scorrerie erano
già iniziate da un secolo e mezzo ma nel 401 i Visigoti di Alarico e gli Ostrogoti iniziarono
un saccheggio sistematico dell’Italia da nord a sud. Gruppi di famiglie che abitavano nella
costiera fra il Po e l’Isonzo trovarono uno squallido, ma sicuro rifugio, sulle isolette della
laguna veneta. Nel 421 sull’isola di Rialto, futuro centro commerciale di Venezia, fu eretta
la chiesa di San Giacomo, tutt’ora esistente. Dopo il passaggio di Attila e degli Ostrogoti
di Teodorico altri fuggiaschi, anche da regioni lontane, financo da Roma, trovarono
scampo sulle isolette della laguna veneta.
Tale comunità di nuova formazione prese a governarsi con istituzioni autonome. Era
capeggiata da tribuni eletti e controllati da assemblee popolari. La popolazione lagunare,
sentendosi ben diversa da quella assoggettata dai barbari, acquisì in breve una coscienza
nazionale di cui fu sempre gelosa. Essa si considerava legittima suddita non già dei
barbari, bensì dell’unico impero rimasto in auge e cioè quello di Costantinopoli. L’estrema
povertà delle isole, la vicinanza con i barbari, portava i lagunari a commerciare con
Bisanzio. D’altronde quella comunità aveva il commercio nel sangue. Aquileia, rasa al
suolo da Attila, era stata, con il suo porto lagunare, il punto focale degli scambi tra
l’Europa centrale e l’Oriente. Era altresì stata fiorentissima di industrie artigiane (in
particolare vetrerie, ceramiche e oreficerie), arsenale di prim’ordine, nonché base di una
squadra della grande flotta imperiale. Tali peculiarità di Aquileia diventeranno particolarità
di Venezia.
Con l’assestamento dei popoli ripresero i rapporti commerciali tra l’Occidente e l’Oriente
bizantino. Tali traffici, per lo più marittimi, comportarono la necessità di combattere per
mare. Dunque navi armate dei veneti si unirono a quelle bizantine per rifornire attraverso
Ostia l’esercito di Belisario assediato in Roma, durante la guerra greco-gotica. Ben presto
i traffici veneti divennero molto intensi al punto da attirare gli appetiti dei pirati dalmati. I
marinai della laguna, pertanto, dovettero combatterli sino a distruggerli. Nel 558 i
Longobardi scesero in Italia e devastarono ulteriormente la penisola. Altre torme di
profughi trovarono scampo nelle lagune venete, contribuendo all’ascesa polita ed
economica della comunità. In questa prima fase della vita della laguna veneta non
mancavano discordie intestine che causavano disordini.
Nel 726 i tribuni si riunirono a parlamento ad Eraclea, centro politico della comunità,
deliberando di darle un dux , la cui denominazione latina si trasformò poi in quella
dialettale ‘doge’. Primo doge fu Orso Ipato, di una famiglia che un secolo dopo tramutò il
suo nome in quello di Bragadin. Eletto con votazione democratica il doge riassumeva in
sé poteri assoluti sull’intero apparato statale. L’organizzazione veneziana subì pochi
cambiamenti, nessuno significativo, e durò per circa undici secoli. Intorno al 730 in Italia
si aprì un lungo conflitto perché il papato, per difendersi da presunti soprusi da parte dei
Longobardi, chiamò i Franchi. Durante la guerra che portò i Franchi di Carlo Magno a
conquistare l’Italia settentrionale, i Veneziani manovrarono con abilità tale da conservare
l’amicizia dell’imperatore di Bisanzio e da accattivarsi la benevolenza di Carlo Magno
(durante l’assedio di Pavia rifornirono il suo esercito per via fluviale) che, com’è noto, nel
natale dell’800 diverrà primo imperatore germanico. In tal modo Venezia ottenne da
ambedue gli imperatori il riconoscimento della sua sovranità e della sua autonomia:
segno concreto dell’importanza politica ed economica che già aveva.
Nell’810 Venezia fu però costretta a difendersi proprio dai Franchi che volevano
conquistare l’Istria e la Dalmazia, all’epoca appartenente a Bisanzio. La prova di fedeltà
nei confronti dell’antica Costantinopoli procurò a Venezia ulteriori vantaggi commerciali in
Levante. Nell’828, per motivi politici, la repubblica proibì ai suoi cittadini di trafficare con
Alessandria d’Egitto. Divenne pertanto lucroso il contrabbando. In una chiesa di
Alessandria era sepolto san Marco evangelista, caro ai veneti perché, secondo una
leggenda, un giorno era sbarcato sul loro litorale e aveva predetto che le sue ossa
sarebbero rimaste per sempre là. Due contrabbandieri veneziani, quindi, per farsi
perdonare i loro affari illeciti con Alessandria, rubarono le reliquie del santo e le
trasportarono a Venezia. Il giubilo dei Veneziani fu tale che il santo venne proclamato
patrono di Venezia e venne fondata la famosa basilica: il Leone di san Marco divenne così
simbolo di libertà e di unità nazionale.
Nell’840 la repubblica strinse un trattato politico e commerciale con il Sacro romano
impero che potenziò i traffici veneziani verso l’Europa centrale eche, allacciandosi al
trattato in atto con l’impero bizantino, fece di Venezia il trait d’union tra il Levante e
l’Europa. Sempre nell’840 ci fu il primo scontro tra gli Arabi e i Veneziani. Gli Arabi
strapparono la Sicilia ai Bizantini e sconfissero la flotta veneto-bizantina presso Crotone e
in Dalmazia. I Saraceni arrivarono anche a saccheggiare Ancona e a predare un grande
convoglio veneziano proveniente dal Levante. La repubblica combatteva ancora con navi
mercantili armate. Dopo quelle sconfitte, invece, Venezia costruì una vera e propria flotta
da guerra. L’841 segnò la nascita della Marina di San Marco che dominerà il Mediterraneo
per secoli. Le frequenti incursioni saracene sull’Adriatico spinsero alcune città dalmate e
istriane a porsi sotto la protezione di Venezia, dato che Costantinopoli, da cui
dipendevano politicamente, non forniva più alcun sostegno.
Subito dopo l’ascesa di Venezia indusse quasi tutte le città e isole dell’opposta sponda
adriatica ad offrirsi alla repubblica. Così facendo si strinsero legami di civiltà, di lingua, di
cultura che durarono per secoli. All’alba dell’anno Mille Venezia si trovò a dominare il
Mediterraneo e a gettare le fondamenta del suo futuro impero. Intanto il capo della
repubblica assunse il nome di doge di Venezia e della Dalmazia e venne riconosciuto tale
da Bisanzio. Quando Urbano II indisse quella che sarà la prima crociata anche Venezia
seppe dare il suo contributo. Essa, in verità, dapprima guardò alla crociata con sospetto
per timore che i suoi commerci con il Levante venissero danneggiati; quando però
conobbe i vantaggi che Genova e Pisa stavano ottenendo, si affrettò ad allestire
un’armata per dare man forte ai crociati.
Nel 1100 Venezia tornò in Palestina su sollecitazione del re di Gerusalemme per aiutarlo a
conquistare Sidone, munitissima piazzaforte marittima. Nel frattempo cresceva vieppiù il
peso politico ed economico di San Marco su Bisanzio e l’impero non poteva vedere di
buon occhio tale situazione. Ormai Venezia era diventata una vera e propria potenza che
poteva permettersi di ‘punire’ Costantinopoli per alcune concessioni commerciali fatte ai
Pisani. Così Corfù venne assediata da una squadra veneziana. Poi, nel 1124, i Veneziani
aiutarono i crociati per prendere Tiro, altra importante e munita piazzaforte musulmana.
Una volta conquistata Tiro i Veneziani ottennero il controllo di un terzo della città e
prestarono all’esauste casse del regno di Gerusalemme un’ingente somma. Sulla via del
ritorno, ancora arrabbiati con Bisanzio, saccheggiarono Rodi e altri possedimenti bizantini
La situazione con Bisanzio, almeno parzialmente, si aggiustò ma, durante il periodo che
vide Federico Barbarossa in Italia, Bisanzio gli contrappose sue milizie e fece sbarcare un
esercito ad Ancona. In quell’occasione Venezia si sentì minacciata proprio da
Costantinopoli. Tutti i Veneziani presenti nei terrotori bizantini furono arrestati e la
Serenissima reagì violentemente a siffatta offesa. Vennero dunque radunati e richiamati
alle armi tutti i Veneziani e, nel 1171, si organizzò una spedizione per assediare
Negroponte (isola di Eubea), spedizione che, a causa di una pestilenza, ebbe una tragica
conclusione per Venezia. La miserevole fine della grande impresa non ebbe effetti del
tutto negativi. La susseguente riorganizzazione del governo dogale portò la repubblica ad
assumere i caratteri di una moderna repubblica presidenziale. Il doge, capo di stato e di
governo, venne assistito da un gabinetto di ministri nominati da lui stesso, il Minor
Consiglio, e strettamente controllati da un ‘parlamento’ formato da due ‘camere’. Un
senato di 60 membri, effettivo detentore del potere, e un Maggior Consiglio di 480
membri, cui fu demandata l’elezione del doge. Nel frattempo ci fu la battaglia di Legnano
e Venezia fu chiamata come mediatrice di pace da Federico Barbarossa e papa
Alessandro III.
Se nel 1177 Venezia aveva assunto un notevole prestigio rispetto all’impero germanico,
dieci anni dopo ratificò una tregua con Costantinopoli. Subito dopo Pisa attaccò Pola e
altri possedimenti veneziani sull’Adriatico. La Serenissima resistette e poté assistere alla
successiva guerra tra Genova e Pisa che ridimensionò le sue rivali. Quando papa
Innocenzo III, nel 1199, bandì la quarta crociata Venezia fu la sola città marinara a
firmare un accordo con i crociati per il trasporto di migliaia di truppe, cavalli. Vennero da
lei fornite anche navi da combattimento per la scorta dei convogli. I crociati, al momento
del pagamento, non avendo tutto il denaro disponibile dovettero acconsentire ad aiutare
San Marco a prendere Zara che si era ribellata. Nel frattempo l’imperatore di
Costantinopoli detronizzato dal fratello chiese aiuto alla spedizione crociata. Quei crociati
non arrivarono mai in Terra Santa ma presero Costantinopoli e Venezia, di fatto,
conquistò buona parte del dominio bizantino, ormai disfatto.
Approfondimenti sulla lezione 96
Dal 1204 e per sessant’anni Venezia divenne la più importante potenza del Mediterraneo
e tale rimase almeno sino al 1261 quando perse il controllo, quasi totale, sui territori
dell’impero bizantino. Sempre questioni inerenti i commerci con il Levante furono alla
base dello scontro navale nei pressi di Curzola che vide Venezia soccombere di fronte ai
Genovesi (1298). La vittoria di Genova paradossalmente rafforzò Venezia che tosto si
riprese, mentre Genova subì un contraccolpo a causa di dissidi interni sempre più forti.
Agli inizi del secolo XIV Venezia sfidò ancora l’impero d’Oriente pressato, a sua volta,
dagli Ottomani. Nel 1335 Venezia iniziò una penetrazione nell’Italia settentrionale spinta
dalla necessità di possedere terre ricche di grano.
Poco dopo, nel 1352 ci fu la vittoria nella battaglia del Bosforo su Genova, ma, come la
battaglia di Curzola portò conseguenze negative per i Genovesi vittoriosi, così la vittoria
sul Bosforo non portò bene a San Marco. Venezia, infatti subì una serie di situazioni
negative che la portarono, in tempi rapidi, a firmare una pace con San Giorgio, davvero
umiliante. La guerra contro Genova ormai era all’ultimo sangue e continui scontri
caratterizzarono il secolo XIV sino ad una fase della guerra che portò San Giorgio a
conquistare la città di Chioggia. Venezia, persa quella città, si industriò per riconquistarla
subito e, nel 1380, dopo sei mesi di assedio, Chioggia tornò veneziana. Quando i Turchi,
approfittando della guerra tra Genovesi e Veneziani, conquistarono la Bulgaria, nel 1400
Venezia si alleò con i Francesi per tentare vanamente di fermare i Turchi.
Nel frattempo l’espansione terrestre di Venezia la portò a combattere con il ducato di
Milano. La lunga guerra ebbe termine nel 1449 e portò la Serenissima a guadagnare
Brescia, Bergamo e Crema, più parte del mantovano e del cremonese. Avendo Venezia
anche gran parte della costa adriatica dell’Istria, l’Albania, le isole Ionie, la Morea, molte
isole dell’Egeo (Creta inclusa), diversi porti arabi, a San Marco iniziarono a convergere
flussi di ricchezze incalcolabili che presto diedero alla città uno splendore quasi fiabesco.
Nel 1453 Maometto II conquistò Costantinopoli che, finalmente, dopo un’agonia
lunghissima, cadeva sotto i colpi degli Ottomani. Quella data segna una frattura tra il
mondo di epoca precedente e uno successivo. Da allora iniziarono guerre turco-veneziane
perché era inevitabile si sfidassero le due potenze del Mediterraneo di quei secoli. Il
Medioevo si chiuderà proprio con la fine dell’impero bizantino e, poco dopo, con la
scoperta dell’America. Questi due eventi segnarono la storia europea e, in particolar
modo, la storia della repubblica veneta.