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Parte VI – Effetti locali

Effetti locali. Parte VI – slide 1 a slide 39


Sbobinato da EmilioToscano
emiliotoscano@hotmail.com

Si parlerà ora degli effetti della distribuzione effettiva degli sforzi in una zona sottoposta a carico
esterno. Siamo nell’ ambito di problemi di elasticità generali per cui serviranno gli elementi di
elasticità studiati nel capitolo precedente ( funzioni biarmoniche…). Le considerazioni seguenti
sono state formulate all’inizio del 1900 da Mitchell che affrontò un problema singolare: l’effetto
dell’applicazione di una linea di carico sullo spigolo di un diedro (un wedge indefinito). Il sistema
di riferimento è, chiaramente, cilindrico come in figura. Mitchell trovò una funzione biarmonica che
risolveva il problema nell’ipotesi di stato di deformazione piana (essendo la ε y sicuramente nulla dal
momento che il carico è applicato lungo un piano di simmetria). Ricordiamo che per problemi piani
la soluzione è una funzione potenziale delle tensioni di tipo biarmonico che sicuramente verifica le
equazioni di congruenza e di equilibrio; tale funzione deve solo essere adattata a rispettare le
condizioni al contorno. Imponiamo che le tensioni tangenziali e normali alle due facce laterali siano
nulle. In un sistema cilindrico si traduce in σt=σr =0 . La funzione è:

Osserviamo che la funzione è biarmonica pur non essendo armonica:


Con le relazioni note dal capitolo precedente possiamo ottenere le componenti di sforzo:

Si osservi come le componenti σt e τrt siano identicamente nulle! Si può verificare come l’unica
componente tensionale σr soddisfi le equazioni di equilibrio:

Nell’espressione di Ф è stata impiegata la costante k che può essere determinata sfruttando la


condizione di equilibrio globale alla traslazione verticale per unità di lunghezza (integrando le
componenti delle forze elementari σrrdφ lungo z, tra –α e α):

La costante k varrà dunque:


1
k
2  sin 2

Infine si determina σr:

Riportando il tutto in coordinate cartesiane:


Passiamo all’analisi di un problema molto simile, ossia il caso di un carico orizzontale applicato alla
la stessa geometria. La risoluzione è identica e i risultati sono:

Siamo a questo punto in grado di fornire la soluzione, per sovrapposizione degli effetti, per un
carico q applicato lungo una direzione qualsiasi:

Tutte le relazioni ricavate sono valide per α qualsiasi e quindi anche per α=90°, condizione per la
quale osserviamo la degenerazione del diedro in un piano. Il volume così ottenuto è ancora
indefinito ma è ora delimitato da un piano: abbiamo individuato il cosiddetto “semispazio elastico”
z>0 .
Nel caso generale abbiamo la linea di carico inclinata di un angolo β rispetto all’asse z, che è traccia
del piano bisettore del diedro, la soluzione è quella trovata da Mitchell particolarizzata per α=90°.
Passiamo ora ad individuare le curve a
2q
σr=costante. La quantità è

costante, quindi l’equazione diventa:

Osserviamo che ogni elemento di


superficie individuato da una
coordinata radiale r ed una anomalia
φ-β che soddisfi l’equazione di sopra,
si trova sulla circonferenza di
r
diametro d . Dunque
cos    
tutte le curve a σr=costante sono delle
circonferenze passanti per il punto di applicazione del carico e aventi il diametro allineato lungo la
direzione del carico. Si osservi che tali circonferenze non sono complete perché a un certo punto
“escono fuori” dal semispazio: queste porzioni ovviamente non hanno significato e non vanno
considerate. Inoltre notiamo che tutte queste circonferenze sono tangenti, nel punto di applicazione
di q, alla retta N perpendicolare alla direzione del carico per cui

per φ-β compresi tra  avremo tutte le circonferenze al di sotto
2

di N, mentre per φ-β > (visto che il cos(φ-β) cambia segno)
2
dovremo considerare le circonferenze al di sopra di N. Nella parte
di semispazio al di sotto di N si avranno, dunque, tensioni di
compressione mentre al di sopra di N si avranno tensioni di
trazione. Un’altra considerazione molto importante da fare è che,
per r→0, la σr diverge; tuttavia va osservato che la validità di
queste soluzioni è circoscritta al campo lineare elastico per cui si
dovrà individuare un limite inferiore per r al di sotto del quale la
σr sarà superiore al valore di snervamento del materiale
(determinando una sua plasticizzazione) e tale trattazione,
dunque, non sarà più adeguata. Nel caso più semplice di carico applicato normalmente alla
superficie le soluzioni saranno:
La naturale estensione di questa analisi è una applicazione al caso di una striscia di carico.

Iniziamo col valutare la risultante del carico distribuito q variando la lunghezza della striscia tra
x1=-a=r1cosφ1 ed x=rcosφ (rappresenta il carico visto dal punto P):

In questo modo esprimiamo q in funzione delle coordinate del punto P! Osserviamo poi che z=xtgφ
e che quindi x=zcotanφ per cui sostituendo otteniamo:

differenziando la relazione otteniamo infine il contributo elementare del carico dQ:

In corrispondenza di questa variazione elementare del carico applicato possiamo ricavare tramite le
relazioni di Mitchell la variazione elementare della tensione radiale agente sul punto P (si noti che
le anomalie non sono misurate, come prima, rispetto alla normale ma rispetto alla frontiera del
semispazio!!!!):
A questo punto è sufficiente integrare la relazione ottenuta tra φ1 e φ2 per ottenere la tensione
radiale agente sul punto P per effetto di un carico applicato lungo la striscia di spessore 2a. Per le
applicazioni, tuttavia, risulta più utile esprimere le tensioni in coordinate cartesiane, essendo in
genere più interessante conoscere le tensioni verticali, per cui eseguiamo prima la trasformazione:

e integrando otteniamo:

dove si sono adimensionalizzate x e z sispetto ad a:

.
I risultati ottenuti sono rappresentati in figura al variare di s da
0 a 2. Si vede che finché s<1 (siamo all’interno dell’orma)
otteniamo che la σz, per z=0, vale q ossia in superficie, sotto il
carico, è uguale al carico stesso; più in profondità invece
(dunque all’aumentare di ζ) la σz, diminuisce. Nella zona
superficiale esterna alla zona di carico (s>1), la σ r deve
necessariamente valere 0 essendo la frontiera scarica, mentre
scendendo in profondità la tensione dapprima aumenta e poi
diminuisce di nuovo. Una cosa interessante è che per s=1, sullo
spigolo della striscia, la soluzione analitica converge a 0.5!
Questo ci può fare osservare che le tensioni principali in ogni
punto dipendono dall’angolo φ0=φ1-φ2 infatti:

con
Nella figura a destra è rappresentato il luogo dei punti in cui
entrambe le tensioni principali sono costanti che sono degli
archi di circonferenza passanti per gli estremi della striscia
di carico con centro sull’asse z.
Invece le curve isostatiche σr=cost e σt=cost sono delle
iperboli o delle ellissi omofocali con fuochi negli estremi
della striscia di carico.

Passiamo ora ad affrontare il problema della modalità di trasferimento del carico al suolo.
L’obiettivo è valutare che aliquota di carico assorbe una certa porzione di semispazio al di sotto
dell’orma. Ad una certa profondità fissata si consideri che:

Pertanto se si vuole calcolare la porzione di semispazio che assorbe solo l’aliquota k del carico
basta risolvere i termini di x’ l’equazione integrale:

x
Con s  
a
Ovviamente, per k assegnato, deve esserci una relazione tra posizione trasversale e verticale ossia
tra ζ ed s’.
Si vede inoltre che le zone esterne all’orma, almeno in superficie, non risentono quasi del carico
applicato ma appena si scende un po’ se ne avverte l’effetto! Il diagramma in basso rappresenta la
dispersione all’interno di un corpo elastico del carico applicato sulla sua superficie (quando il corpo
sia una massa indefinita).
Passiamo ad analizzare un problema più complicato ossia quello dell’applicazione di carichi,
stavolta, finiti che determinano l’insorgenza di stati tensionali triassiali. Esaminiamo il problema di
un carico concentrato perpendicolare al semispazio elastico (Boussinesq).

La componente tensionale che più ci interessa è la σr (è interessante osservare come la soluzione sia
molto simile a quella di Mitchell):

Con:
R x2  y2  z2  r2  z2
Per la prima volta possiamo avere degli spostamenti della superficie del semispazio elastico lungo z
(abbassamenti):

La σz è:

Con R si indica il raggio in 3D mentre con r si indica il raggio in 2D. Per r=0 come al solito
abbiamo tensioni che vanno all’infinito (avvicinandoci al punto di applicazione). Per gli altri punti
della superficie invece, essendo tutta scarica, la tensione è nulla ma, ovviamente, per continuità,
quanto più si è vicini a P tanto più marcato sarà il picco di tensione appena si scende sotto la
superficie del semispazio.

D
a l

carico puntuale passiamo alla striscia


finita di lati 2a X 2b e carico uniforme q. L’origine del sistema di riferimento è al centro della
striscia. La σz è:

L’integrale può essere semplificato notevolmente calcolandolo sull’asse z ( x=y=0) ossia al centro
della superficie:

Oppure in termini adimensionali:

Per risparmiare un po’ di matematica si può ricorrere ad un espediente: il punto al centro di una
superficie 2a X 2b può essere visto come il punto in cui si incontrano i vertici di 4 superfici di
dimensioni a X b. Alle tensioni che si riscontrano al centro, ognuna di queste strisce, avrà
contribuito in egual misura e dunque, dividendo la tensione per quattro, si ottiene la soluzione nello
spigolo di un zona a X b. Con questa considerazione si può calcolare σ z in qualsiasi punto interno o
esterno alla striscia per sovrapposizione degli effetti! Basta infatti dividere la zona di carico con due
rette parallele ai lati, calcolare per ognuno dei quattro rettangoli così ottenuti il valore della σ z
indotta allo spigolo, e infine sommare i contributi dei quattro rettangoli.

Per sapere il valore di σz in un punto esterno alla striscia il ragionamento è lo stesso ma, anziché
sommare tutti e quattro i contributi, si sottraggono quelli relativi ai rettangoli esterni:

 zA  q K I  K II  K III  K IV 

E’ di particolare interesse la σz essendo molto importante in problemi di


appoggio e/o ancoraggio.
Finora abbiamo sempre affrontato problemi in cui è noto il carico applicato; passiamo ora ad
esaminare il caso in cui è noto uno spostamento applicato, è il caso del punzone rigido.

In generale si vuole conoscere lo stato tensionale indotto da un certo spostamento oppure, viceversa,
che carico sarà necessario applicare per ottenere un certo abbassamento della superficie del
semispazio elastico. Spesso osservando le soluzioni può capitare di trovare tensioni infinite in
corrispondenza degli spigoli del punzone, a causa di singolarità geometriche (siamo in ambito
elastico!)! Questo tipo di problema ha trovato soluzione grazie ad un teorema enunciato dal
professore russo Galin che dimostra che se il punzone è a sezione ellittica di semiassi a e b, e la sua
superficie può essere rappresentata attraverso un polinomio z=P n(x,y) di grado n,(si osservi che lo
spostamento non è piano!!) allora la distribuzione di pressione avrà l’espressione:

Dove Pn’ è un altro polinomio di grado n ossia dello stesso grado che definisce la geometria.
Nell’ambito della meccanica si è interessati a problemi di fondazioni e ancoraggi tra elementi con
moduli di elasticità confrontabili per cui l’idea di considerare uno degli elementi perfettamente
rigido porterebbe molto lontano dalla realtà. Per di più si è considerato separatamente il caso in cui
sia nota la distribuzione del carico o dello spostamento ma non si è mai considerato come il carico
effettivamente si distribuisca sulla superficie di contatto (che, a priori, non conosciamo perché nella
realtà nessuno dei due corpi sposa la geometria dell’altro!). Grande interesse è rivolto a delle aree di
contatto molto modeste tanto che si parla di “contatti localizzati”. Si pensi che teoricamente, per
esempio, tra due sfere esiste un unico punto di contatto ( così come per due cilindri ad assi paralleli
il contatto avviene lungo un segmento) quindi applicando un carico si otterrebbero tensioni infinite!
In realtà invece gli elementi, essendo elastici, si deformano per effetto del carico cosicché l’area di
contatto diventa finita come pure le tensioni. Ha significato dunque valutarle accuratamente per
essere in grado di dimensionare con opportuni criteri di resistenza i componenti soggetti a
condizioni di carico siffatte. Il problema risiede innanzitutto nella determinazione della superficie di
contatto. Cominciamo con un’ introduzione alla geometria delle superfici a doppia curvatura nello
spazio.
(Il disegno è sbagliato essendo la terna raffigurata destrogira e non levogira).Per quanto riguarda
una curva piana, consideriamo il vettore r (raggio vettore) che congiunge ogni suo punto con
l’origine del sistema di riferimento cartesiano. Se la curva è parametrizzata in s e questo è proprio il
suo parametro naturale, s prende il nome di ascissa curvilinea. La derivata del vettore r in s assume,
rispetto alle derivate in x e y ad esempio, un significato notevole, ossia definisce in ogni punto un
altro vettore di modulo unitario che sarà tangente alla curva (versore tangente t). A sua volta la
derivata del versore t in s fornisce un vettore N di modulo 1/ρ nella cui direzione è possibile
individuare il versore n detto “normale principale” alla curva. L’inverso del modulo di N (ossia ρ) è
detto raggio di curvatura della curva nel punto. Se considerassimo la stessa curva nello spazio
potremmo definire un altro versore b perpendicolare a t e ad n (b=txn) che prende il nome di
versore “binormale”. Abbiamo ottenuto la “terna principale” della curva t,n,b.
Passiamo ora, in maniera analoga, alla definizione delle proprietà di una superficie nello spazio.

Innanzitutto ricordiamo che un punto di una superficie nello spazio tridimensionale è definita da
due parametri indipendenti u,v (in pratica ogni punto può essere visto come l’intersezione di due
curve parametrizzate una in u ed una in v che, in generale, non sono i parametri naturali) per cui le
sue coordinate cartesiane saranno:

Il corrispondente raggio vettore in coordinate cartesiane sarà dunque:

Possiamo individuare il versore normale alla curva in un punto in maniera simile a prima:

Con:
R R
Ru  Rv 
u v
I vettori Ru ed Rv sono, rispettivamente, tangenti alle curve v=cost. e u=cost., per cui il loro prodotto
vettoriale sarà normale alla superficie nello stesso punto. Osserviamo che il vettore è
normale alla superficie ma non ha modulo unitario e non rappresenta dunque un versore; per avere
il versore normale è sufficiente, dunque, dividere il vettore ottenuto per il suo modulo.
Dobbiamo ora parlare dei raggi di curvatura delle superfici. Possiamo definire come raggio di
curvatura di una superficie in un punto, il raggio di curvatura di una curva appartenente alla
superficie e passante per il punto. Tuttavia si può osservare immediatamente che esistono infinite
curve siffatte, cosicché è possibile definire infiniti raggi di curvatura di una superficie in un punto!!
Una serie di teoremi ci vengono incontro:

I Teorema.
Due curve tracciate su di una superficie tali da incontrarsi in un punto e aver ivi la stessa tangente
e la stessa normale principale hanno nel punto il medesimo raggio di curvatura.
A questo punto è importante restringere il nostro campo di osservazione ad un certo tipo di curve.
Tali particolari curve sono quelle individuate dall’intersezione della superficie con un piano, che
hanno il vantaggio, oltre ovviamente a giacere sulla superficie, di essere piane e quindi meno
complesse da studiare. La difficoltà di individuare in un punto della superficie un unico raggio di
curvatura, tuttavia, non si è semplificato, infatti resta comunque possibile sezionarla in ogni punto
con infiniti piani ottenendo ancora infinite curve! E’ possibile tuttavia far riferimento alle cosiddette
“sezioni normali” ossia quelle sezioni effettuate con un piano su cui giace la normale in un punto.
Possiamo dunque enunciare un altro utile teorema:

II Teorema. (Meusnier)
Dato un punto P appartenente ad una superficie, sia ρ il raggio di curvatura di una curva ottenuta
dall’intersezione in P della superficie stessa con un piano qualsiasi. Sia invece R il raggio di
curvatura in P di una curva ivi passante ottenuta da una sezione normale e φ l’angolo individuato
dalle normali principali alle due curve in P, Sarà valida la seguente relazione:

Una semplice applicazione di tale teorema ci consente ad esempio, se consideriamo la superficie


terrestre, il calcolo del raggio di un parallelo ad una certa latitudine.
E’ importante osservare ancora che la normale ad una superficie in un punto individua una stella di
piani, ossia abbiamo ancora infiniti raggi di curvatura! Per chiarire le idee basta immaginare un
cilindro sezionato con un piano perpendicolare al suo asse. La curva ottenuta da questa sezione è
evidentemente una circonferenza con raggio di curvatura, in un punto P, pari al raggio del cilindro.
Immaginiamo ora di inclinare il piano in modo che contenga sempre la normale in P ma non sia più
perpendicolare all’asse: la curva ottenuta da questa seconda sezione non sarà più una circonferenza
ma un’ ellisse che avrà, dunque, in P raggio di curvatura diverso! Il terzo teorema ci aiuterà a
definire una volta per tutte il concetto di raggio di curvatura di una superficie. Esso è dovuto ad
Eulero che riuscì a dimostrare che, tra gli infiniti raggi di curvatura individuabili in un punto di una
superficie, ne esiste uno più grande di tutti ed uno più piccolo di tutti (in altri termini non vanno
necessariamente da 0 all’infinito!) e questi due raggi si ottengono sempre da due sezioni normali
perpendicolari tra di loro!

III Teorema. (Eulero)


Considerando le infinite sezioni normali ad una superficie operate in un punto, ne esistono due alle
quali competono i raggi di curvatura massimo e minimo e tali sezioni sono tra loro ortogonali.
Detti, rispettivamente, R1 ed R2 tali raggi estremali, la curvatura presentata da una sezione
normale che formi un angolo θ con il piano contenente il raggio massimo è data da:

I raggi R1 ed R2 sono detti raggi di curvatura principali. Siamo dunque in grado, ora, di valutare in
un punto di una superficie il raggio di curvatura relativo ad una qualsiasi sezione normale a partire
dalla conoscenza, nel punto, dei raggi principali e dell’angolo di cui tale sezione è inclinata. Resta
dunque da trovare un procedimento per individuare questi raggi principali. Questo ci è fornito da
Gauss e consiste nel risolvere le due ”forme algebriche principali” :

con:
I raggi di curvatura principali sono ottenibili come radici della prima equazione mentre le direzioni
principali come radici della seconda. Generalmente però nella pratica ingegneristica si ha a che fare
con superfici di rotazione, per le quali le equazioni si possono semplificare nella maniera seguente:

In cui si è espressa una superficie nella forma z=f(r) avendo considerato come asse di rotazione
l’asse z.

Teoria di Hertz.
Supponiamo di avere due corpi elastici tangenti tra di loro in un certo punto che vengano
“schiacciati” l’uno contro l’altro sotto l’effetto di un carico P. L’area di contatto geometrica è,
ovviamente, nulla. Questo problema è stato risolto da Hertz sotto una serie di ipotesi:
1) Contatti “localizzati”, ovvero le dimensioni dell’area di
contatto è piccola rispetto ai raggi di curvatura principali
dei due elementi (ovvero rispetto al più piccolo raggio
di curvatura minimo).
2) Il carico è applicato solo normalmente, non vi sono
dunque carichi tangenziali.
3) Gli elementi sono di materiale elastico lineare.
4) Le superfici possono essere espresse attraverso funzioni
di secondo grado del tipo:

Il sistema di riferimento utilizzato è posizionato nel punto di


contatto O. Osserviamo che, fissate le coordinate x e y di un
punto appartenente ad una delle due superfici, il valore della
coordinata z ne esprime la distanza dal piano π tangente ad
entrambe le superfici nel punto di contatto. Possiamo dunque
definire la direttrice relativa zr(x,y) come somma delle
coordinate z1 e z2 con x1=x2 e y1=y2 (è la curva che rappresenta
la distanza lungo z tra i punti delle due superfici):

Come al solito il termine misto xy risulta fastidioso, per cui possiamo ruotare il sistema di
riferimento Oxyz di un angolo ψ intorno all’asse z per cercare di farlo sparire. Si può dimostrare
che l’angolo ψ è ottenibile come radice utile della seguente equazione trigonometrica:

con:

Essendo ω l’angolo formato dal piano contenente una delle curvature principali di un corpo
(maggiore o minore) con il piano contenente la stessa curvatura principale dell’altro corpo; ossia
l’angolo di cui si dovrebbe ruotare (intorno a z) uno dei due corpi affinché il piano contenente
raggio di curvatura principale maggiore (minore) si sovrapponga al piano contenente il raggio di
curvatura principale maggiore (minore) dell’altro corpo. L’angolo ω, in sostanza, definisce
l’orientamento di un corpo rispetto all’altro. Siamo dunque in grado a questo punto di scrivere
l’espressione della direttrice relativa nella forma più agevole:

Dove i coefficienti A e B sono esprimibili esclusivamente in funzione dei raggi di curvatura


principali dei due corpi e dell’angolo ω, quindi della loro posizione relativa:

E’ fondamentale osservare a questo punto che il luogo dei punti con zr=cost. è una ellissi:
zr=Ax2+By2=cost.→
x2 y2
 1
 zr   zr 
   
 A B
Ovviamente ciò è valido solo nell’ipotesi che le superfici a contatto siano esprimibili tramite un
polinomio di secondo grado, ed è per questo che Hertz si fermò a questo punto; tuttavia numerose
superfici di interesse soddisfano questo requisito.
Consideriamo ora l’effetto dell’applicazione del carico di chiusura P. Definiamo l’accostamento δ,
come la quantità di cui, per effetto del carico, i due corpi si avvicinano lungo z (l’avvicinamento di
due punti molto distanti, come per esempio i centri di due sfere a contatto). L’accostamento dipende
dall’elasticità e dalla geometria dei corpi. Se, per effetto di un accostamento δ, un punto di
coordinate x,y subisce uno spostamento w1 che lo porta alla quota z1 e, analogamente il punto di
uguali coordinate x,y che si trovi sulla superficie dell’altro corpo subisce uno spostamento w 2 che lo
porta alla quota z2 possiamo ricavare la condizione di contatto tra i due punti:

Pertanto per ogni coppia x,y potremmo osservare tre condizioni:


w1+w2<δ-Ax2-By2→ all’interno dell’area di contatto;
w1+w2>δ-Ax2-By2→ all’esterno dell’area di contatto;
w1+w2=δ-Ax2-By2→ al limite dell’area di contatto;

Che ci fa osservare che il contorno dell’area di contatto è anch’esso un’ellissi. Si noti che
l’affermazione precedente è ben diversa dall’affermare che l’area di contatto sia una superficie
piana, in quanto, a seconda dell’elasticità dei materiali a contatto, in generale sarà non piana.
Occorre quindi a questo punto legare le componenti di spostamento al carico agente. Hertz propose
di utilizzare la soluzione di Boussinesq per ricavare lo spostamento di un punto della frontiera del
semispazio elastico sottoposto ad un carico localizzato normale alla superficie (ecco perché le
dimensioni dell’area di contatto devono essere trascurabili rispetto al raggio di curvatura minimo:
perché così si può trattare la superficie di contatto come se fosse piana!):
Dove p(x,y) è la pressione di contatto e dΩ è l’area elementare all’interno della zona di contatto. Per
cui:

Possiamo sfruttare ora il teorema di Galin per avere una espressione per p(x,y):

Vanno infine ricavati i coefficienti A’ B’ e C. Hertz in seguito a studi nell’ambito


dell’elettromagnetismo pervenne alla soluzione:

Da cui risulta:

Che è l’equazione di un semiellissoide (per tutti i punti del contorno sarà p(x,y)=0 per cui non vi
sono discontinuità; la pressione va da un massimo p 0 al centro della zona di contatto fino a 0 sulla
frontiera). Possiamo quindi scrivere gli spostamenti nella forma:

In cui p0 può essere ottenuta imponendo la condizione di equilibrio alla traslazione in direzione z:

p0=1.5pm
P
essendo pm la pressione media p m  (pressione/area dell’ellissi).
ab
Proseguendo nello svolgimento del problema otteniamo le rimanenti quantità incognite(ricordiamo
che ancora non sono state ricavati a e b!!). Hertz fece riferimento ad un angolo fittizio β tale che:

Dove A e B, ricordiamo, sono i coefficienti, noti, della direttrice relativa e


Che sono due integrali ellittici rispettivamente di prima e di seconda specie. Il valore di β può
essere ottenuto dunque come radice dell’equazione biquadratica:

Una volta noto β possiamo ricavare le rimanenti quantità:

Che, notiamo, sono tutte funzione delle curvature, del carico e delle proprietà elastiche dei
materiali; Con:

Il problema è, dunque, chiuso! In sintesi possiamo schematizzare la procedura nella maniera


seguente:

Resta da risolvere il problema in termini delle sollecitazioni. Dai manuali è possibile ricavare i
valori delle soluzioni in ogni punto dell’orma; riportiamo qui solo i risultati ottenuti in dei punti
salienti:
E’ importante notare, da quanto sopra, che le direzioni dei semiassi, almeno agli estremi
dell’impronta, non sono principali, essendo  xy  0 . Notiamo pure che le tensioni al centro
dell’impronta sono tutte negative e quindi di compressione! I loro valori sono in genere molto
elevati per cui la tensione equivalente di Von Mises (in cui si considerano le differenze tra le
tensioni) risulta, invece, molto più contenuta (che spiega perché, nonostante le superfici di contatto
siano spesso molto piccole, gli elementi resistano! ).
Alcuni esempi numerici:
Esempio 1
Analisi delle condizioni di contatto, sotto un carico P=3000N, di due cilindri in acciaio E=210GPa,
ν=0.3 ad assi sghembi, caratterizzati da R1=50mm ed R2=25mm:
Valutiamo i raggi di curvatura:

con (come si vede dalla figura)

Calcoliamo i coefficienti della direttrice relativa risolvendo il


sistema:

A B
Valutiamo poi la quantità  cos  :
A B

sostituiamo nell’equazione

da cui

Sostituiamo β nelle equazioni


dove, ricordiamo,

ed otteniamo infine

Calcoliamo le tensioni al centro dell’impronta:

Osserviamo come la σeq sia molto inferiore ad ognuna delle tensioni in direzione x y e z!
Supponiamo ora di raddoppiare entrambi i raggi di curvatura per vedere come variano i risultati al
variare della geometria, otteniamo:

Le tensioni al centro dell’impronta sono

Cioè si è quasi dimezzata.


Vediamo ora qual è l’influenza del materiale considerando il cilindro 2 in alluminio E 2=70GPa.
Otteniamo:

La pressione di contatto p0 è scesa essendo molto aumentati sia l’accostamento, sia l’ampiezza
dell’area di contatto. Le tensioni saranno:
Consideriamo un caso più complesso:
Esempio 2.
Contatto tra paraboloide di rotazione e un cilindro (materiale acciaio).
P=500N
Paraboloide: z=0.12r2=0.12(x2+y2)
Cilindro: (z-ρ)2+(y-y0)2=ρ2
(il disegno è sbagliato, l’origine del sistema di
riferimento dovrebbe essere con l’asse y tangente alla
base del cilindro l’asse z di rotazione per il
paraboloide)
ρ=50mm
y0=68.3mm
Il punto di tangenza è

Utilizziamo le formule

Nel punto di tangenza abbiamo:


Per il paraboloide

Per il cilindro

Procedendo come prima abbiamo:


Esempio3
Contatto tra sfere di raggio R1 e R2.
Nel contatto tra sfere abbiamo la particolarità che tutti i raggi di curvatura delle sezioni normali
sono uguali e tutte le sezioni normali passano per il centro. La direttrice relativa è in questo caso
una circonferenza (a=b, A=B). Il solido di pressione sarà una semisfera. Le formule impiegate in
precedenza assumono la forma:

Considerando E=210GPa e ν=0.3 abbiamo le note relazioni:

R1 R2
Osserviamo che in tutte le relazioni compare il termine  R , che ha le dimensioni di una
R1  R2
lunghezza, e può essere considerato come un raggio “equivalente”. Quanto detto sopra è valido se le
sfere sono tangenti esterne; se sono tangenti interne si considera una delle due sfere con raggio
R1 R2
negativo nel qual caso si considera il valore del raggio equivalente R  (altrimenti sotto
R1  R2
radice abbiamo un valore negativo).

Esempio4
Contatto tra una sfera e un piano.
Basta far tendere R1 all’infinito nelle relazioni appena ottenute:

Esempio5
Cilindri ad assi paralleli.
La particolarità in questo caso risiede nel fatto che la
superficie di contatto sarà una zona rettangolare di
semilato pari a b (e lunghezza infinita)! Ciò significa che
in ogni sezione, il solido di pressione ha un andamento
ellittico sempre uguale su tutta la lunghezza
(considerando entrambi i cilindri di uguale lunghezza,
altrimenti riscontreremmo degli effetti di bordo). Avremo
per cilindri di stesso materiale:

L’ultima formula fornita non deriva dalla teoria di Hertz (perciò compaiono i logaritmi) il cui
utilizzo avrebbe comportato l’insorgenza di singolarità nella soluzione!
Ponendo ν=0.3 abbiamo:
Se i cilindri sono uguali:

Per il caso di cilindro su un piano: