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Parte V – Effetti d’intaglio

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Nel discorso che stiamo facendo ormai da tempo dobbiamo eliminare altre delle ipotesi
semplificative introdotte dalla teoria di De Saint Venant e vedere cosa succede. Già abbiamo
eliminato nelle lezioni scorse l’ipotesi di linearità o di elasticità e abbiamo visto quali sono i modelli
che possiamo utilizzare quando le condizioni sono diverse o quando il materiale è diverso. Adesso
dobbiamo interessarci di un problema fondamentale, fondamentale come quello che abbiamo
appena finito di trattare, vale a dire il problema legato alla forma della sezione resistente, la teoria di
DSV è basata sull’ipotesi che la tensione dell’elemento trave sia costante, quindi la sezione
resistente sia costante; non abbiamo mai a che fare con elementi la cui sezione resistente sia
costante, tra l’altro perché come vedremo poi successivamente se non la facciamo noi variabile ci
pensa il Dio perché dopo un po’ comincia a rompersi e quindi abbiamo delle sezioni da una parte
più grandi e da una parte più piccole. Allora l’insieme delle tecniche ideate per analizzare la
variazione della sezione resistente di un elemento meccanico va noto sotto il nome di Effetto
d’Intaglio, ma questo esclusivamente per motivi storici, infatti parleremo assai poco di intagli,
parleremo di fori, parleremo di aggeggi dalle forme strane, denti di ruote dentate, quindi certamente
non parleremo molto di intagli, però siccome ad un certo punto un tale signor Neuber, che come
ormai avente capito ha fatto il bello e il cattivo tempo nella costruzione di macchine, ebbe la brava
idea di scrivere un libro che chiamò, nella traduzione italiana, praticamente effetto d’intaglio, dove
aveva raccolto tutti questi risultati, il suo nome è rimasto. Allora quando noi parliamo dell’effetto
d’intaglio vogliamo affrontare il problema connesso alle variazioni della sezione resistente. Perché
ci interessa questo fatto? Questo fatto ci interessa perché l’esperienza ci insegna che li dove ci siano
delle variazioni di sezione si possono avere ed in genere si hanno dei forti innalzamenti delle
tensioni rispetto a quello che potremmo calcolare con dei metodi semplici, aumento del livello di
tensioni o come suol dirsi, anche questo per motivi storici, un aumento della concentrazione delle
tensioni, quindi li dove il livello delle tensioni aumenta noi diciamo che le tensioni si stanno
concentrando, questo unicamente perché rifacendoci alla teoria dei flussi prodotta nello studio della
torsione, allora praticamente dove i flussi sono più densi , sono più concentrati le tensioni sono
aumentate, questo è un motivo, e quindi è passata questa locuzione anche in altri settori. Abbiamo
riconosciuto sostanzialmente che li do ve ci siano delle variazioni di forma ci sono anche delle
variazioni di tensioni, e che queste variazioni di tensioni dipendono da molti fattori ma in
particolare da due, e cioè la geometria e il materiale costitutivo, dopo di che giù a menar diagrammi

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e tabelle per affrontare i diversi casi. Logicamente uno deve sapere cosa c’è dietro altrimenti uno
non è in grado nemmeno di consultare diagrammi e tabelle, questo è il problema.

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Allora partiamo da un caso storico, la piastra forata o piastra di Kirsch, dal nome di quello che trovò
la soluzione per questo problema, come vedete non c’è nessuno intaglio è una piastra con un foro al
centro. Però analizzando questo problema possiamo capire quali sono i caratteri generali dell’analisi
che ci predisponiamo a fare.

Allora supponiamo di avere una piastra di larghezza 2w, di spessore t, e di lunghezza indefinita,
però supponiamo che sia molto grande perlomeno pari a 2w, la quale è assoggettata all’estremità ad
un carico di trazione p (in riferimento alla piastra senza foro). Qual è la sollecitazione che si ha in
questa piastra?   P / 2 wt  q la chiamiamo q per comodità, ma comunque è la tensione da sforzo
normale che abbiamo su questa piastra. σ delle volte viene chiamata σ all’infinito, σ remota, perché
praticamente ci riferiamo ad una σ corrispondente al carico applicato a grande distanza dalla zona
che ci interessa studiare. Supponiamo di fare un foro di diametro 2a su questa piastra. Che cosa è
cambiato? Diciamo che apparentemente non è cambiato niente, apparentemente fin qui (zona
superiore ed inferiore al foro) non è cambiato assolutamente niente, poi da qui a qui (zona del foro)
abbiamo una variazione di sezione, quindi praticamente abbiamo una sezione che è somma di due

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parti, una a sinistra ed una a destra, e questa sezione avrà un minimo evidentemente qui (bordo
orizzontale del foro), qui la larghezza non è più 2w ma è (2w -2a) e quindi mi dovrei attendere che
qui si abbia un aumento di tensione; la tensione anziché essere   P / 2wt  q , che sia continua,
penso io e sbaglio perché non ho studiato costruzioni di macchine, che si mantiene fino a qua,
ebbene poi in realtà da questa zona a questa zona cambia e in questa sezione, somma di due parti
ripeto, raggiunge un valore più elevato che sarà   P / 2( w  a )t , comunque avrò una tensione che
è più grande di quella che ho nella zona non interessata dal foro. Lasciate perdere questa tensione
nominale si può riferire a questa σ, o alla q che è lo stesso, come rapporto w/(w-a) per cui più è
grande a, più è piccola la sezione resistente, e quindi più grande è σ. Questo è quello che fa un
ingegnere rapidamente e sbaglia. Perché di fatto la presenza di questo foro fa si che lo stato
pensionale nell’intorno del foro non sia più monoassiale; compaiono altre componenti di tensione, e
questo crea una ridistribuzione di tutte le tensioni; sappiate che in questo punto qui dovrei avere
qw /( w  a ) invece sappiate che ho 3q; quindi sappiate che la presenza di un foro è tale da

triplicarmi le sollecitazioni, penso di avere 10 ho 30, quindi evidentemente è una ridistribuzione


pesantissima, perché è una ridistribuzione che è parecchio più grande di parecchi coefficienti di
sicurezza. Quindi è evidente che la presenza di queste variazioni di sezione possono avere delle
conseguenze catastrofiche per quello che riguarda la resistenza dei componenti, e infatti piano piano
parlando poi di fatica, parlando di frattura vedremo che le cricche le crepe, le fratture, le cricche da
fatica s’innescano sistematicamente in corrispondenza di punti del genere; che potrà essere l’angolo
del finestrino, potrà essere la prima spira di una vite, potrà essere un foro dove debbo andare a
mettere un rivetto, ma praticamente sempre in corrispondenza di variazioni di sezioni. Allora
dobbiamo dire che continueremo ad utilizzare l’ipotesi di DSV finché non si hanno delle variazioni
della sezione resistente, e debbo dire anche che presumibilmente l’effetto della variazione di questa
sezione resistente si farà sentire fino ad una certa distanza, oltre una certa distanza probabilmente
non ne risentirò più; (in riferimento alla piastra) voglio dire che sicuramente qua risentirò della
presenza del foro ma con ogni probabilità qua non ne risentirò, sempre che il foro sia piuttosto
piccolo rispetto alle dimensioni generali della piastra. Sto sempre richiamando DSV, il problema è
semplice, esiste la teoria della elasticità ad un certo momento l’uomo grazie a DSV ha trovato un
modello molto semplice per affrontare tutta una serie di problemi, questo modello molto semplice si
è tentato di utilizzarlo finché si è potuto, poi ci si è resi conto che ha delle ipotesi di base troppo
restrittive e quindi noi praticamente stiamo vedendo cosa accade quando eliminiamo queste ipotesi.

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SLIDE 3
Questo è proprio il caso perché nel momento in cui devo studiare un problema del genere devo
rendermi conto che DSV non è più valido, e quindi che cosa debbo usare? La teoria generale
dell’equilibrio elastico; e quindi è chiaro che il problema comincia a diventare molto complicato.
Il problema dell’equilibrio elastico lo posso risolvere con il metodo di Kirchoff in funzione degli
spostamenti; l’equazioni dell’equilibrio elastico non sono altro che l’equazioni definite
dall’equilibrio nelle quali sono andato a sostituire le relazioni tensioni-spostamenti in modo da
trasformarli in equazioni di spostamenti.
In queste equazioni (sistema di equazioni a sinistra della slide)

compaiono la seconda costante di Lamè, il modulo di Poisson, le tre componenti di spostamento, le


forze di massa e il Δ che è il cosiddetto invariante lineare di deformazione,

che è indipendente dal sistema di riferimento utilizzato. Se supponiamo che le forze di massa siano
nulle ed è un’ipotesi che possiamo fare sistematicamente perché poi la soluzione in presenza di
forze di massa la otteniamo con un’integrale particolare, quindi ce la ritroviamo di volta in volta,
esistono delle soluzioni note, se X, Y e Z sono nulle posso divertirmi a derivare la prima equazione
rispetto ad x, la seconda rispetto ad y e la terza rispetto a z, e sommare. Mi rendo conto che tutto
questo implica che  2   0 , cioè che la funzione invariante lineare di deformazione deve essere
espresso da una funzione armonica.
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Lo stesso problema posso risolverlo ricorrendo alle equazioni di Beltrami (sistema di equazioni a
sinistra della slide),

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quindi le stesse equazioni di equilibrio elastico espresse però in termini di sollecitazioni e non in
termini di componenti di spostamento. nelle equazioni di Beltrami compare l’invariante lineare di
tensione T,

anche questo come al solito sono dei tensori quindi c’è un’invariante lineare, quadratico e cubico,
perché sono tensori del secondo ordine, quindi l’invariante lineare di tensione è T   x   y   z , e
anche qui possiamo dimostrare che se le forze di massa sono nulle, l’invariante lineare di tensione
deve essere espresso da una funzione armonica:  2T  0 . Quindi in assenza di forze di massa le
condizioni dell’equazione dell’equilibrio elastico possono essere ricondotte ad un’unica equazione
la cui soluzione è certamente una funzione armonica. Un’unica equazione in funzione
dell’invariante lineare di deformazione o dell’invariante lineare di tensione, ma questa soluzione è
sempre soluzione di una funzione armonica.

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La stessa cosa accade quando abbiamo a che fare non con il problema della elasticità in generale,
ma con problemi più semplici che sono quelli che ci capitano più di frequente e corrispondono a
stati piani, siano essi di tensione o di deformazione.

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Allora vi ricordo che praticamente in questo caso l’equazioni di equilibrio diventano due sole,
perché la terza è identicamente soddisfatta altrimenti un sistema non è piano,

e poi a seconda che ci troviamo in uno stato di tensione o in uno stato piano di deformazione
dobbiamo associare ovviamente a quell’equazione di equilibrio l’equazione di congruenza che non
sono identicamente soddisfatte e sono queste (sistema di equazioni di congruenza per stati piani di
tensione)

nel caso di stato piano di tensione, una sola nel caso di stato piano di deformazione,

che è anche evidente perché l’equazioni di congruenza sono equazioni che lavorano sulle ε, quindi
qua già sto dicendo le ε hanno determinate caratteristiche, quindi già me ne sto mangiando
parecchie, in entrambi questi casi, il sistema per stati piani di elasticità o si somma con il sistema

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per stati piani di tensione o con il sistema per stati piani di deformazione, si può far vedere che la

soluzione è tale che  x   y   0 cioè deve essere una funzione armonica,   x   y   0 . Non c’è
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σz ed è anche evidente che o è nulla perché stiamo in stato piano di tensione o è  z    x   y  se


stiamo in stato piano di deformazione quindi praticamente è assolutamente la stessa cosa. Quindi
tutto quello che abbiamo ci ritroviamo che la soluzione del problema dell’equilibrio elastico è
sicuramente una funzione armonica. Però, questa è una cosa importante ,ma una volta che mi sono
ricavato l’invarinte lineare di deformazione poi ho un sacco di altro cammino da fare. Nel caso di
problemi piani di elasticità il problema può essere semplificato, in quelli generali no, in quelli
generali ebbene non ho altra possibilità anche se ho parecchi strumenti che affrontare il problema
nella sua complessità.

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Quando ho un problema piano le cose sono effettivamente più semplici, sono effettivamente più
semplici perché posso far ricorso alla funzione di Airy. In problemi bidimensionali in cui il numero
di funzioni apparentemente è maggiore di due, Airy si inventò una funzione. Airy suppose che
esistesse una funzione madre di tutte le funzioni, legata a tutte le funzioni in modo tale che da tre
equazioni di equilibrio elastico mi posso ricondurre ad un’equazione soltanto (è un potenziale).

D’altronde il fatto che lui già sapeva che  2   0 o  2T  0 o   x   y   0 , praticamente


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già sapeva che poteva essere scritta un’unica funzione. Il problema era, è proprio possibile accettare
questa funzione potenziale. Qua c’è una scrittura una forma generale che prevede anche la presenza

 2  2  2
di forze di massa, ma in generale le possiamo trascurare.  x  ,   ,  xy   se
y 2 y
x 2 xy

supponiamo che esista questa funzione, questa funzione deve soddisfare un’equazione biarmonica,

 4  4  4
cioè deve  4    2   0 . Allora tutto il problema dell’equazioni di equilibrio
x 4 x 2 y 2 y 4

elastico etc, etc, si riduce a rintracciare una funzione biarmonica; quale funzione biarmonica? Una
funzione biarmonica qualsiasi, evidentemente nell’integrazione compariranno delle costanti che
dipenderanno dalle condizioni al contorno, dagli elementi del problema, etc e quindi
personalizzeranno per così dire particolarizzeranno la soluzione. Altrimenti l’unica necessità che ha
è di essere una funzione biarmonica. Normalmente si adopera la funzione potenziale delle tensioni,
si può utilizzare la funzione  come potenziale degli spostamenti, allora il problema si risolve in
maniera leggermente diverso, quindi in termini di funzioni di spostamento, con il metodo di
Kirchoff; anche qui questa funzione potenziale di spostamento deve essere una funzione

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biarmonica. Poiché l’unico problema, l’unico vantaggio che necessariamente dobbiamo richiedere
alla soluzione è quello di essere una funzione biarmonica è chiaro che si è scatenata una ricerca
delle funzioni biarmoniche, e vediamo quali sono tutte le funzioni biarmoniche e quindi tutte le
funzioni che possono essere soluzione del nostro problema; poi noi ci sceglieremo a seconda del
problema che dovremo risolvere quella che ci fa più comodo, perché si presta meglio a
rappresentare la geometria, perché è più facile rappresentare con essa le condizioni al contorno o
cose del genere.

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Quindi come si trova una funzione biarmonica, esiste il metodo di Ne’uber che in generale si
utilizza. E’ chiaro che una funzione armonica è anche biarmonica, mentre una funzione biarmonica
non è detto che sia armonica. Se  2  0 quindi praticamente una funzione che è armonica è anche
biarmonica, ma il fatto che  4  0 non ci dice che  2  0 . Allora l’idea che ebbe Neuber fu
quella di costruire delle funzioni biarmoniche attraverso delle funzioni armoniche. Allora lui
considerò che se per esempio ho una funzione φ armonica la funzione xφ è biarmonica, così come è
biarmonica x   x ,e rφ; quindi in questa maniera posso spaziare non solo sugli assi ma anche
intorno, in pianta. Allora poiché una funzione biarmonica è una funzione che risolve un’equazione
differenziale del quarto ordine, Neuber dimostrò che si poteva ottenere l’integrale generale di questa
funzione biarmonica utilizzando la somma di funzioni armoniche oppure la combinazione lineare
(nell’ultima relazione non ci sono i coefficienti, la forma corretta è

C4
f  x, y   C11  C 2 x 2  C3 y 3  r 4 ) di simili funzioni, quindi ha quattro funzioni armoniche,
2
le ha moltiplicate per r o per x per ottenere delle quote di funzioni biarmoniche e ne ha fatto la
combinazione lineare, in questo modo lui ha dato una soluzione che è generale al problema
dell’equilibrio elastico.

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In realtà, soprattutto per il problema di Kirsch si ha un altro problema, lavoriamo in coordinate
cilindriche. E allora bisogna vedere se tutto quello che abbiamo detto è vero. Tutto questo
raccontato serve a capire Kirsch come ha fatto, come si è andato a costruire la soluzione e come si
fa normalmente a cercarsi la soluzione per risolvere un problema…Allora problemi piani in
coordinate cilindriche, dove invece di aver x e y avremo r e  . Quindi è ovvio queste sono le
relazione che esistono tra i due sistemi di coordinate, (relazioni in alto nella slide). Per cui se ho una

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funzione in funzione di x e y la posso esprimere ovviamente come funzione di r e  , e così posso

esprimere f x in funzione di r e  o f r in funzione di x e y,

semplicemente considerando le regole della derivazione in catena, ve ne ho segnate una bella quota
ma non sono tutte ovviamente però voi le sapete fare queste derivate.
2 f 2 f
La cosa importante è che se f è una funzione di x e y e quindi  2   , lo stesso  2
x 2 y 2

 2 f 1 f 1 2 f
espresso in termini di r e  , quindi in coordinate cilindriche diventa  2    ,
r 2 r r r 2  2
vedete che r ci sta sempre per motivi dimensionali nelle derivata seconda rispetto al tempo. Una
funzione biarmonica in coordinate cilindriche sarà  4 f  r ,   0 .

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Allora se parto dall’avere lo stato tensionale  x , y , xy è chiaro che in coordinate cilindriche mi
riporto come sappiamo a  r , t , rt , e ovviamente qua (sistema di equazioni) ci sarà soltanto
l’angolo  che mi creerà un problema per poter operare questa variazione. Quindi naturalmente
come  x   y mi rappresenta l’invariante lineare di tensione, lo rappresenta anche  r   t quindi
dovrà essere  r   t   x   y . Allora praticamente parto da  x , y , xy mi riporto a  r , t ,

 2
esprimerò  r , t in funzione della funzione di Airy, dirò  x  ma  x la ricavo in funzione di
y 2

 r , t , otterrò quella che mi da la  y , otterrò quella che mi da la  xy e me le vado ad invertire, e

quindi alla fine ottengo, prima di tutto che la funzione di Airy   x, y     r ,  , e poi avrò le
relazioni che mi legano  r ,  t , rt alla funzione  espressa in termini di r e  . E’ evidente che
 4   r ,   0 dato che una funzione sia biarmonica non dipende dal riferimento, quindi se una

funzione è biarmonica in coordinate cartesiane lo è anche i coordinate cilindriche.

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Il problema è come facciamo a costruirci in coordinate cilindriche una funzione biarmonica. Come
vi ho fatto vedere che facevamo in coordinate cartesiane, seguendo lo stesso criterio, trovando delle
funzioni che siano armoniche e andandole a manipolare per ottenere da queste delle funzioni
biarmoniche. Ovviamente la prima cosa che potrei pensare è che sin  n  e cos n  sono funzioni

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biarmoniche o armoniche, e invece non lo sono, attenzione qua l’armonicità o la biarmonicità della
funzione non hanno niente a che vedere con l’equazione del moto armonico, questo è un criterio
non di risoluzione del moto armonico ma dell’armonicità come definisce la soluzione di una
particolare equazione differenziale che è  2 f  0 e  4 f  0 .Vi dico questo perché di solito si
dice sin  t  è una funzione armonica nel senso che risolve l’equazione del moto armonico, e
invece risolve l’equazione del moto armonico ma non è una funzione armonica in questo senso.
Infatti potete vedere che sia sin  n  che cos n  non sono ne armoniche ne biarmoniche. Ecco
qua questo è  2 sin( n ) e questo è  4 sin(n ) . Allora voi vedete una cosa, che una funzione
sin  n  o cos n  non è assolutamente mai armonica, però c’è ne una che è biarmonica per n=2,

quindi sin  2  e cos 2  sono delle funzioni biarmoniche, nessuna funzione trigonometrica è
armonica, sin  2  e cos 2  sono biarmoniche, tutte le altre non sono ne l’una ne l’altra. Allora
questa è una bella chiave di volta perché da sin  2  e cos 2  posso provare, moltiplicando per
r2, ad ottenere delle funzioni biarmoniche r 2 sin  2  e r 2 cos 2  sono addirittura armoniche,
quindi a maggior ragione sono biarmoniche e così via. Vedi r 4 cos 2  non è armonica però è
biarmonica etc etc…Allora in definitiva si può costruire una soluzione come ha fatto Noiber anche
in coordinate cilindriche, semplicemente facendo la combinazione di funzioni del tipo r n cos 2  .
Tutto questo l’ho mostrato perché in realtà Kirsch non ha fatto altro che usare questa soluzione.

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Ritorniamo al problema di cui ci stavamo interessando, vi ricordo che abbiamo una piastra di
larghezza 2w, molto grande, in realtà molto grande rispetto alle dimensioni del foro, quindi
praticamente è molto grande rispetto al diametro del foro 2a. Il nostro modello comprende una
piastra ed un foro, e questo foro è molto piccolo, in realtà non deve essere molto piccolo di per se,
deve essere molto piccolo rispetto alla piastra. Perché questo? Perché Kirsch disse supponiamo che
in tutta la piastra vi sia una zona nella quale si risente la presenza del foro ed una zona in cui non si
risente. A questo punto della zona in cui non si risente non tengo conto. Supponiamo allora di
circoscrivere, limitare una zona, che sia quella nella quale al più si possa risentire della presenza del
foro. Poi vedremo ci sono alcuni che dicono che è tre volte il diametro del foro altri che è cinque
volte il diametro del foro, dipende dal margine di errore che si è disposti ad utilizzare. Che forma
ha questa zona entro la quale si risentirà della presenza del foro?
Poiché il foro è circolare, probabilmente il suo effetto si sente nella stessa maniera da tutte le parti, e
quindi supponiamo ancora che sia circolare la frontiera di questa zona che devo prendere in
considerazione. Allora è chiaro che invece di considerarmi la piastra potrò limitarmi a considerare

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questa zona di diametro 2h molto più grande di 2a, che teoricamente va all’infinito ma come anche
w deve tendere all’infinito, in realtà non deve tendere all’infinito h ma deve tendere all’infinito il
rapporto h/a e il rapporto w/a. Naturalmente posso eliminare la parte residua e limitarmi a
considerare questa zona se applico alla frontiera di questa zona gli sforzi che la parte eliminata
esercita. E quindi è rappresentato nella slide lo schema degli sforzi sul disco.

La tensione normale è una tensione tangenziale evidentemente, quindi in uno stato piano in
generale  x , y , xy danno luogo ad una  n e una  n , quindi se questo è l’elementino (riferito
all’elemento triangolare sulla frontiera) che sta sulla frontiera, dalla  x e dalla  y daranno luogo
una  n e una  n .

Nel nostro caso  x  q e  y   xy  0 ,

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perché la piastra in quanto tale è sottoposta a sforzo normale, non ci sono altre tensioni. In questo
evidentemente le tensioni che agiscono sul bordo del disco di pianori diametro 2h, saranno
 n  q cos 2  e  n   q sin  cos  ,

su vari testi si trovano riferimenti utilizzati per risolvere questo problema in maniera piuttosto
diversificata quindi state attenti, io adopero questo: prendo l’asse delle x lo allineo al carico e lo
assumo come asse polare quindi poi tutte le anomalie le misuro da li. Praticamente dallo studio
della piastra con il foro lui si ricondusse a studiare questo disco caricato sul bordo esterno, questo
disco forato caricato nel piano sul bordo esterno da questo sistema di tensioni. Per semplificarsi la
vita utilizzò le formule di duplicazione in modo da portarsi a cos 2  e sin  2  ,

a questo punto si accorse che in realtà c’erano dei termini trigonometrici e dei termini noti, allora
pensò di studiare il problema per sovrapposizione degli effetti, considerando una prima condizione
al contorno che è ' , cioè praticamente  n  q / 2 e  n  0 ,

q q
e una condizione al contorno ' ' come  n  cos(2 ) e  n   sin( 2 ) .
2 2

Ovviamente risolviamo i due problemi, la soluzione complessiva sarà data dalla sovrapposizione
quindi dalla somma.

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SLIDE 12
Ho il sospetto che lui abbia fatto questo perché sapeva già questa soluzione ' , questa è una
soluzione classica, se avremo il tempo la vedremo molto più in dettaglio parlando dei cilindri in
parete spessa, quando al secondo anno abbiamo fatto il calettamento noi l’abbiamo già usata questa
funzione, praticamente il problema dei cilindri in parete spessa è un problema ben noto, un

 r  B
problema classico della teoria dell’elasticità e praticamente la soluzione è    A  2 ,

 t r

B B
cioè  r  A  2 e  t  A  2 , e A e B le possiamo ricavare dalle condizioni al contorno.
r r
Condizioni al contorno nel nostro caso evidentemente, queste tensioni stanno sul bordo esterno, il

q
bordo interno è scarico, quindi evidentemente abbiamo una  r  0 al bordo interno e una  r  ,
2

per cui la  n ovviamente ha direzione radiale, sul bordo esterno. Se facciamo così, per
sostituzione abbiamo due equazioni che ci consentono di ricavare A e B.

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quindi immediatamente la prima parte del problema ha una soluzione assai banale.

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La seconda è più complicata,

perché non c’è niente da fare la seconda è un caso di sollecitazione sinusoidale, ve l’ho
rappresentata qui ( figura nella slide)

ogni 45° che cosa vogliono dire questi vettori, vogliono dire che praticamente a 0° e a 90° non c’è
taglio, mentre invece a 45° ci sta e non ci sono tensioni normali, e quindi per questa parte Kirsch
non ha potuto che utilizzare la soluzione generale di Neuber,

 C 
  r ,    C1r 4  C2 r 2  C3  24  cos 2  f  r  cos 2 , se quella è  dalla relazione tra la funzione
 r 
di Airy e le tensioni ci possiamo ricavare le espressioni di  r ,  t e  rt .

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SLIDE 14
In particolare poi dobbiamo però calcolarci le costanti di integrazione, queste costanti
d’integrazione ce le andiamo a calcolare così come abbiamo fatto per il caso precedente.
L’abbiamo fatto per il caso precedente, il foro all’interno è scarico, quindi evidentemente  r =  rt
=0, ricordate che della  t non so niente, perché la  t non ha superfici sulla frontiera esterna, se
prendo un elementino (riferito all’immagine nelle slide n°11)

la  r agisce radialmente, la  t agisce tangenzialmente quindi separa, rompe lungo una


generatrice, quindi su questa superficie qua non c’è la  t , c’è la  r che è radiale, la  rt , ma la
 t sta qui, sta dentro, quindi apre il foro nel senso che lo lacera, taglia lungo un piano così,

tangenzialmente al foro (finito riferimento alla slide n°11). Ed ecco perché la  t non fa mai parte

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delle condizioni al contorno, in questo caso abbiamo quindi la  r e  rt al bordo interno, e quindi
otteniamo quattro equazioni (sistema nella slide)

ricordando che queste devono essere valide per qualsiasi valore di  , sta cos 2  da tutte e due
le parti, praticamente possiamo per esempio da questa

(IV equazione del sistema)


q C C C
scriverci C1   2
 22  34  64 , se diciamo che h è molto grande, h   , evidentemente
12h 3h 3h h

q 1 1
C1  0 . Quindi h   , C1  0 allora si ha C 2   , C3  qa 2 , C 4   qa 4 ,
4 2 4

abbiamo costruito le quattro costanti.

SLIDE 15
A questo punto la soluzione complessiva è data dalla somma, dalla sovrapposizione delle due
soluzioni. In effetti abbiamo questa (sistema in alto)

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che è la soluzione per i cilindri a parete spesa e la soluzione di Neuber (sistemi in basso),

non sono semplicissime. La cosa che dovete tener presente, ricordate la difficoltà delle coordinate
polari, la  t nel punto B ha direzione y, mentre qui ha direzione x, per come abbiamo orientato
l’asse x. Quindi è molto meglio parlare in termini di  r e  t che non di  x e  y , perché
effettivamente le  r e  t cambiano valore.

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Se ci riferiamo ai punti A, quindi diciamo che stiamo considerando la sezione minima, vediamo che

a
per esempio basta che ci mettiamo per r  a , vediamo che  1 (in riferimento alla  r del
r

primo sistema) quindi la  r  0 , bravi perché non abbiamo fatto errori perché erano la due
condizioni che abbiamo imposto. Questa  r in realtà possiamo continuare a calcolarla, vediamo
che sostanzialmente aumenta un poco e poi va ad annullarsi all’infinito, quando r diventa molto
grande. Praticamente se la piastra è limitata dovrà per forza annullarsi sul bordo della piastra, quindi

a
comunque dovrà finire a zero. Sulla stessa sezione, sempre per  1 (in riferimento  t alla del
r

primo sistema), poiché in A   2 la  t  3q sempre, come vedete è una soluzione indipendente


dalla dimensioni del corpo, comunque sia alla superficie del foro a raggio minimo la tensione
circonferenziale è pari a tre volte il carico all’infinito, ovviamente nel punto A; perché se mi metto
in   0 ,  t  q cioè la tensione circonferenziale è negativa, è di compressione. Se ci pensate lo
sappiamo tutti, prendete un foglio di carta, fateci un buco e tirate, praticamente il foro tende a
diventare un’ellisse, lo stesso per la piastra, quindi nei punti A il foro tende ad aprirsi, ed è chiaro

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che compare 3q, mentre nei punti B tende a stringersi, a comprimersi, sottoposto a compressione –
q.
Tutto questo viene di solito rappresentato con questo diagramma (in alto a sinistra),

che sembra un diagramma strano ma in realtà non è altro che un diagramma polare delle 
circonferenziali, e adopera come fondamentale il bordo del foro, di solito. In questa maniera notate
la parte in compressione e la parte in trazione, e qui abbiamo la massima 3q. Un’altra cosa molto
importante è rappresentata dal cosiddetto gradiente della tensione circonferenziale, allora avendo
capito che la tensione circonferenziale è quella la più severa nel nostro caso, mi interessa capire
come si vada spegnendo, perché ovviamente si deve andar spegnendo, ritornando alla piastra forata
(slide 15) in  / 2 , all’aumentare di r la  t ovviamente tende a zero; e rimane solo q, ed è chiaro
che rimane solo q, perché deve equilibrare il carico all’infinito, allora questo vi sta dicendo che
all’infinito non risento più della presenza del foro e la tensione è quella giusta per equilibrare il
carico esterno. Se invece mi avvicino di più al foro, la presenza del foro si fa risentire con un
aumento del livello di tensioni. E’ anche chiaro che questo è valido per la piastra infinita, perché se
la piastra è finita non dimentichiamo che l’area sottostante il diagramma deve essere uguale al
carico applicato all’infinito, quindi si dovrà modificare in modo tale che sia verificato l’equilibrio
complessivo della piastra. (ritornando alla slide 16) Allora dicevo una cosa molto importante che
vale la pena di considerare è il modo con cui la tensione diminuisce all’allontanarsi dal foro, ci sta

1 d t
questo gradiente di tensione, gradiente massimo della tensione circonferenziale,   ,
 t max dr r a

d t
il gradiente sarebbe ovviamente, per non avere le dimensioni di una tensione rispetto alla
dr r a

lunghezza, ma soprattutto per avere una misura di tipo relativo, questa pendenza la riferisco al

19
71
valore iniziale e   , quindi quanto più piccolo è il foro tanto più rapidamente la tensione
3a
crolla, vuol dire che il foro si risente a brevissima distanza. Più il foro è grande più la sua zona di
influenza aumenta, perché il gradiente è piccolo quindi le tensioni se ne scendono lentamente.
Questa è la soluzione del problema di Kirsch, quindi come vedete anche per un caso che tutto
sommato è praticamente semplice e ormai ben affermato da un paio di secoli nella teoria
dell’elasticità, pure si è dovuto sudare, pensate in generale a cosa si va incontro. Allora si è cercato
un utensile numerico, un indicatore numerico di tipo sufficientemente universale che consentisse di
esprimere l’incremento di tensione rispetto al caso De Saint Venant, in altri termini si è pensato,
l’ingegnere davanti ad un caso del genere la tensione alla DSV se la calcola subito, perché è in
grado di farlo, allora gli dobbiamo dare un numero che moltiplicato per questa tensione alla DSV
gli dia la tensione vera, questo coefficiente di amplificazione. Allora si è individuato questo
rapporto ovviamente come rapporto tra la  max , che ho ottenuto dal calcolo numerico, nel caso
della piastra di Kirsch sul bordo del foro è pari a 3q, nello stesso punto la tensione nominale alla
DSV è  nom  P / 2( w  a )t , allora mi vado a scrivere questo rapporto che nel caso particolare è

t
3 , t è il tratto sano sarebbe (w-a). si diceva che questo coefficiente si avvicina a tre quanto più
w
piccolo è il foro, attenzione la tensione lì è sempre uguale a tre, il fatto che noti qui che ci sia una
variazione in funzione della dimensione del foro, è per come ho il coefficiente moltiplicatore, ma
già so che le dimensioni del non c’entrano niente, sul bordo del foro ho una tensione che è tre volte
la tensione all’infinito, il fatto è che qui non sto parlando di tensione all’infinito ma sto parlando di
tensione alla DSV nello stesso punto, ed ecco che viene fuori questa variazione. Questo coefficiente
che vedete rappresentato come k t , teorico, prima si chiamava  i , prende il nome di fattore
teorico d’intaglio o coefficiente teorico d’intaglio o anche fattore di forma o coefficiente di forma,
per ovvi motivi, perché praticamente tutto il discorso è nato studiando l’influenza della forma della
sezione resistente sul livello di tensioni.

La conseguenza ovvia dell’aver trovato il fattore di forma è stata calcolarlo per tutte le forme
possibili e tabellarlo. Per esempio un problema classico è la piastra forata di uno scambiatore, di
una caldaia, ci sono quelle a fori affrontati (diagramma in basso a sinistra),

20
oppure quelle dette a cancons (diagramma in basso a destra), ma come vedete questi diagrammi non
riportano il fattore di forma ma direttamente la  t / q .

SLIDE 17

Un altro caso è la piastra con foro ellittico. Per il foro ellittico la soluzione è dovuta ad Inglis e la
soluzione è molto più complicata di quella di Kirsch, per cui mi limito a dirvi che se k è il rapporto
tra i due semiassi a e b, a è quello perpendicolare al carico e b è l’altro, k a b, quindi può essere
k  1 o k  1 a seconda di come è orientata l’ellisse, la tensione circonferenziale sul bordo del foro

21
1  2k  sin 2   k 2 cos 2 
e data dalla relazione  t     q , e quindi la tensione massima si trova
sin 2   k 2 cos 2 

 a a
comunque a   2 e vale  t     q1  2k   q1  2  . Quindi se  1 la tensione aumenta,
 b b

a
questo è ovvio perché questo è il caso  1 (piastra in alto nel diagramma) e questo è il caso
b

a
 1 (piastra in basso nel diagramma).
b

Allora cominciate a vedere che poiché a 2 b è il raggio di curvatura nel punto A (piastra in alto nel
diagramma), come  ( A)  b 2 a nel punto A (piastra in basso nel diagramma), allora vedete che lì
dove ci sono delle curve praticamente le tensioni sono maggiori dove i raggi di curvatura sono più
bassi, questo è un concetto generale meccanico, ma assolutamente generale. Il raggio di curvatura
rappresenta la variazione di sezione, un raggio di curvatura piccola vuol dire una brusca variazione
di sezione, ed è chiaro che mi devo aspettare delle forti sollecitazioni. La  t max più bassa la
otteniamo per il raggio di curvatura più basso.
SLIDE 18
Naturalmente abbiamo parlato di piastre con fori, ma gli intagli dove sono? Neuber disse se ho una
piastra con foro, posso pensare che lo stato tensionale che si ha qui è lo stesso stato tensionale che

22
ottengo se praticamente spezzo questi due li metto così e ottengo una piastra con due intagli (in
riferimento alle due piastre in alto a sinistra),

purché il tratto tra i due intagli sia di una lunghezza tale che sull’asse non risenta più della presenza
degli intagli, purché gli intagli siano sufficientemente distanti gli uni con gli altri. Da questa idea
che poi lui trasferì all’intaglio circolare, oppure all’intaglio iperbolico, l’intaglio iperbolico
stranamente era più facile da trattare che non dell’intaglio a V, ed era importante perché l’intaglio a
V, a parte il fatto che ricorda tanto le viti, ma è un intaglio fatto ad utensile, a punta; però la curva
che mi descrivere il profilo che genero è degenere, perché ha una cuspide, allora cerchiamo una
curva, allora voi sapete che i rami di un iperbole tendono a degli asintoti, tendono a rettilineizzarsi,
e tendono anche molto rapidamente a questi asintoti. Evidentemente era un modo semplice,
giocando sull’eccentricità dell’iperbole, quindi sul raggio di curvatura nel punto d’inversione della
curva per approssimare una V. Sopratutto che in realtà una V non l’avremmo mai, pensateci bene
potremmo mai fare un intaglio a V? No, perché pure l’utensile ha un raccordo e se pure non
l’avesse l’utensile ce l’avrebbe il materiale, perché la cosa più piccola che il materiale può fare è
togliere un grano, togliendo il grano c’è il raggio di curvatura del grano, dell’ordine di grandezza di
μ, ma praticamente al di sotto di quel valore non andiamo, quindi il fatto di dire raggio di curvatura
nullo è un esagerazione che facciamo per metterci nelle condizioni di massima sollecitazione, ma in
realtà non lo possiamo dire. Dall’altra parte l’altro estremo è quello di raggio di curvatura grande,
pari alle dimensioni dell’intaglio, quindi questo è un intaglio a facce parallele, che praticamente è
tra i più noti che possiamo avere. Allora nei manuali si trovano molte curve del tipo presente in
basso nella slide, i due diagrammi sono riferiti ad una piastra che ha due larghezze, h e t, nel primo
diagramma la piastra è assoggettata a sforzo normale, nel secondo a flessione.

23
In funzione del rapporto t/h mi da il fattore di forma (  i ) in funzione del rapporto t/ρ, quindi
larghezza minima-raggio, vedete che a parità di t se aumenta ρ diminuisce δ, quindi ci portiamo
sulle curve più basse, quindi sta diminuendo il k t , quindi, questa è un’altra regola generale per
ridurre le concentrazioni di tensione, aumentate tutti i raggi di raccordo. Raggio di raccordo piccolo
significa forti valori di k t , raggio di raccordo grande significa bassi valori di k t . Questo nel caso
delle piastre.
E’ chiaro che noi meccanici sappiamo bene la maggior parte dei solidi che utilizziamo è di
rivoluzione, quindi abbiamo in genere quello che si chiama un intaglio di rotazione,che è importante
perché quest’intaglio di rotazione fa si che se lo stato tensionale a grande distanza dall’intaglio sarà
magari quello di sforzo normale in quella zona ci sta una  radiale, una  circonferenziale ed una
 assiale, tra l’altro siccome questo è curvo molte volte si scrive la  parallela per indicare la 
che è tangente alla curva che mi descrive l’intaglio.

Nella slide sono rappresentati parecchi casi, questo per un certo valore di intaglio a facce parallele,
un tipo d’intaglio molto comune, per un’asta soggetta a sforzo normale o a flessione,

24
e qui (diagrammi in basso a destra) abbiamo la variazione di sezione di un albero sottoposto a
flessione, che è il caso più comune.

I diagrammi si leggono con estrema facilità, l’unica cosa che può lasciar perplessi è la distinzione
tra materiale fragile e materiale duttile, mi avete sentito parlare di materiale fino ad ora,
assolutamente no, perciò k t è un fattore di forma, perché il materiale non c’entra niente, però

25
attenzione nel momento in cui calcoliamo il k t , per il solito discorso vogliamo saper di quanto ci
stiamo innalzando rispetto al livello di calcolo banale e ci interessa per il problema di scelta del
coefficiente di sicurezza, allora sorge il problema della tensione con la quale mi devo confrontare.
Allora il discorso che si fa, ma non sempre si fa, è da verificare questo fatto, abitualmente un
materiale fragile cede per il superamento di una tensione massima, allora è giusto calcolarsi un

 max
fattore di forma come abbiamo fatto fino ad ora, k t  ; quando abbiamo un materiale duttile, il
 nom
materiale duttile cede perché l’energia di sfiguramento supera un certo valore per esempio, cioè per
parlare di una condizione di crisi di un materiale duttili abbiamo utilizzato una tensione di
confronto. E allora siccome la tensione di confronto va costruita combinando le diverse
sollecitazioni che partecipano allo stato tensionale, ecco che mi calcolo la  max in rapporto alla 
di confronto e dico che sto utilizzando un fattore di forma combinato. Ed ecco perché può esistere
una differenza tra materiale fragile e materiale duttile, per i materiali fragili il rapporto è fatto
rispetto alla  max nominale, mentre per i materiali duttili è fatto rispetto alla  equivalente
nominale. Però vi dico anche che non è una differenza che fanno tutti, e secondo è anche giusto. In
questa maniera tra tabelle e diagrammi si è in grado di risolvere il 90% delle situazioni.

SLIDE 20
Possono rimanere ancora da considerare problemi in cui ci sono più intagli vicini.

Allora guardate che la distribuzione degli intagli ha un’importanza fondamentale, perché prendendo
quest’intagli (facendo riferimento al caso D)

26
rispetto alla direzione del carico le tensioni massime stanno qua (uno dei fori) quindi in questo
punto qui si risente sia della vicinanza di questo foro sia della vicinanza di questo, per cui l’effetto
combinato sarà ancora più grave.
In questo caso qui (facendo riferimento al caso A)

invece poiché la zona al di sotto dell’intaglio è quella fondamentalmente scarica, ma comunque se


soggetta a tensione per altro è una tensione di compressione, allora qui ci troviamo ad avere dei fori
che si trovano, come suol dirsi, in ombra, perché vanno a trovarsi nella zona di compressione di un
altro intaglio, praticamente il foro centrale è più grande degli altri due, perché in questa maniera
genera una zona d’ombra che avvolge interamente il foro che sta sotto (domanda d’esame). Allora
vedete che è molto importante la distribuzione degli intagli rispetto la direzione di carico. Così per
esempio questo caso (caso ) è molto più grave di questo (caso ) qui e questo (caso F) è molto più
grave di quest’altro (caso C). Un altro caso in cui si possono eccitare gli uni con gli altri sono i
cosiddetti intagli di compenetrazione, che sono molto comuni, pensate ai canali di lubrificazione,
dove ho un intaglio dentro ad un intaglio.

Questo caso in generale va studiato numericamente, in pratica quando uno dei due intagli è molto
più piccolo dell’altro, allora uno strumento importantissimo potrebbe essere il criterio del solito
Neuber, il fattore di forma complessivo è dato dal prodotto dei due fattori di forma. Questa da una
parte è una relazione molto semplice, però è va bene solo nel caso in cui uno due intagli è molto più
piccolo dell’altro. Il caso 2 vi fa capire come un intaglio di compenetrazione sia una cosa

27
pericolosissima, perché supponendo che il caso 1 dia 3q e il caso 2 dia 1.5q si ha una tensione che è
4.5 volte quella nominale. Praticamente attenzione agli effetti d’intaglio, poiché ad ogni variazione
di sezione si accompagna un innalzamento delle sollecitazioni rispetto a quello che ci può far
pensare DSV, o in questo caso Lewis perché si tratta di ruote dentate.

Qual è l’importanza del raccordo al piede per evitare le rotture dei denti, praticamente si è trovata

s
una relazione di questo genere k t  1 0.15  , k t aumenta o al diminuire di s, ma non possiamo

diminuire s perché praticamente abbiamo una certa sezione resistente, Lewis insegna, oppure
all’aumentare di  .

SLIDE 21
Per esempio qua vedete abbiamo un bullone,

dove ci sono delle variazioni di sezioni e dove quindi ci dobbiamo aspettare delle sovratensioni,
allora l’abbiamo per esempio sotto la testa del perno, un altro l’abbiamo all’inizio della filettatura,
un altro ancora di fatto lo abbiamo nel punto di applicazione del dado, perché praticamente la

28
discontinuità, non c’è carico o c’è carico, agisce come una discontinuità geometrica, che ha lo
stesso peso, per cui anche in quel punto mi devo aspettare un aumento dello stato tensionale.

Il disegno in basso a sinistra sta a significare che all’aumentare del numero di passi in presa il carico
sopportato diminuisce sempre, per cui di fatto oltre tre spire in presa non converrebbe quasi farne, i
dadi alti vengono scelti non per assicurare un carico maggiore ma per dare una maggiore rigidezza e
stabilità a tutto quanto il gruppo, quindi una maggiore planarità del gruppo. Però sostanzialmente
sono le prime tre spire, allora qui l’aumento di carico effettivamente è notevole, quindi in generale
vi dovete andare a verificare queste sezioni.

29
RICAPITOLAZIONE
Quando ci sono delle variazioni di forma o delle singolarità ( fori, intagli, ecc.), nella zona
circostante la variazione di forma si determina un’alterazione dello stato tensionale rispetto a quello
che noi possiamo calcolare con delle metodologie semplici,in particolare ci saranno zone in cui le
tensioni saranno più alte e zone in cui le tensioni saranno più basse. Il fenomeno in base al quale si
ha un aumento delle tensioni è definito concentrazione delle tensioni. In effetti questa definizione
non è proprio precisa nel senso che le tensioni, per definizione, sono definite su tutte le aree
elementari, quindi è sbagliato pensare alla concentrazione delle tensioni come un addensamento
spaziale. Per noi concentrazione di tensioni vuol significare che le tensioni aumentano, e il termine
concentrazione si adopera per mettere in risalto delle analogie di tipo idraulico, cioè le linee
isostatiche possono essere assimilate ai filetti di un fluido, che come sappiamo tendono ad
addensarsi quando passano da una sezione di dimensione più grande ad una più piccola. Non esiste
un solo elemento meccanico in cui non ci sia almeno una variazione di forma. Si è soliti
rappresentare questo innalzamento delle tensioni con un coefficiente (coefficiente di forma o fattore
teorico d’intaglio ), che è il rapporto tra la tensione massima nell’intorno della singolarità, che
posso calcolare con un metodo teorico o numerico, e la tensione nominale, che viene calcolata nello
stesso punto adoperando, però, un metodo semplice (alla De Saint Venaint). Questa definizione ci
può trarre in inganno, perché per esempio nella piastra di Kirsh abbiamo visto che la sigma
massima teorica è sempre pari a tre volta quella all’infinito (sigma remota), qualunque sia la
dimensione del foro, invece sappiamo che questo fattore tende al valore tre solo quando il foro
diventa molto piccolo. Questo accade non perché la dimensione del foro altera la tensione massima,
ma perché la dimensione del foro altera la tensione nominale. Quindi, attraverso questo coefficiente
di forma l’ingegnere si sente più sicuro quando va a dimensionare un componente che presenta
delle singolarità. Però, quando si va a dimensionare bisogna sentirsi sicuri fino ad un certo punto,
perché, è stato osservato con delle prove sperimentali, che nell’intorno delle singolarità si verifica
un innalzamento delle tensioni, ma, in generale, questo aumento è inferiore a quello calcolato con
metodi analitici o numerici.

SLIDE 22
Attraverso l’uso di metodi analitici o numerici possiamo definire un fattore teorico d’intaglio,
mentre attraverso le prove sperimentali possiamo definire un fattore effettivo d’intaglio ( definito
sempre come il rapporto tra la tensione effettiva, che vado a misurare sperimentalmente in un certo
punto dell’intorno della singolarità, e la tensione nominale nello stesso punto). La differenza tra il
fattore teorico ed effettivo d’intaglio dipende dal fatto che quello teorico non tiene conto del tipo di
materiale. Quando parliamo di tipo di materiale, non ci riferiamo solo al modulo di Young o alle

30
costanti elastiche, ma ci riferiamo soprattutto all’aggregazione cristallina del materiale e alla
presenza di impurità. Il fatto che un materiale sia policristallino ci deve portare a pensare che la
deformazione in un punto del materiale deve essere legata a quella dei punti circostanti, al di là di
quello che ci suggerisce la teoria dell’elasticità cioè i vari grani non sono entità separate tra loro, ma
un grano si può estendere solo nello spazio lasciato libero da un altro grano. Questo fatto determina
che in un materiale policristallino l’andamento delle tensioni o deformazioni presenti una certa
ridistribuzione che va a smorzare i picchi di tensione o deformazione distribuendoli nella zona
circostante. Questo effetto viene denominato effetto di collaborazione esplicato dal materiale. Tutti
gli studi teorici e numerici non tengono conto dell’effetto di collaborazione perché si basano sulla
meccanica del continuo, considerando la struttura e quindi il materiale omogeneo ed isotropo. Ecco
perché il fattore teorico d’intaglio viene anche denominato fattore di forma, perché con esso si tiene
conto solo della variazione di geometria e quindi di forma, ma non si tiene conto del tipo di
materiale.

Il fattore effettivo d’intaglio è sempre minore uguale del fattore teorico, esso è uguale solo in quei
materiali dove non è presente l’effetto di collaborazione (ad esempio un materiale estremamente
omogeneo). Possiamo avere anche materiali in cui il fattore effettivo d’intaglio è unitario, questo
vuol dire che l’effetto di collaborazione è molto intenso e quindi non noto nessun innalzamento
delle tensioni nell’ intorno della discontinuità. Inoltre più andiamo verso gli acciai dolci è più
l’effetto di collaborazione è pronunciato. Quindi in fase di progettazione avrei bisogno di conoscere
a priori il fattore effettivo, per cui molti studiosi si sono interessati del possibile legame tra il fattore
teorico e quello effettivo. Il criterio che oggi si utilizza è quello di Room-Petersen, i quali hanno
proposto di definire per ciascun caso un coefficiente di sensibilità all’intaglio, che normalmente

k f 1 e n
indichiamo con q . Questo fattore lo posso anche vedere come q  , cioè il
kt  1 t n
rapporto tra l’innalzamento effettivo e quello teorico. Il rapporto q varia da 0, cioè effetto di
collaborazione infinito, a 1 , cioè effetto di collaborazione praticamente assente. In seguito a diverse
prove sperimentali si è arrivati alla conclusione che q dipende sia dal tipo di materiale che dal
raggio del bordo dell’intaglio (e quindi anche dalla geometria). Le caratteristiche del materiale si
evidenziano di solito con la curva a tensione di rottura costante. Per una stessa famiglia di materiali,
ad esempio gli acciai, esistono varie curve a tensione di rottura costante. Ad esempio l’acciaio
dolce, che è quello per il quale l’effetto di collaborazione è più elevato, ha anche una sigma di

31
rottura più bassa, mentre l’acciaio temprato, che ha elevata resistenza, è quello che risente
maggiormente dell’effetto d’intaglio.

Oltre al metodo grafico esiste anche una relazione analitica per determinare il coefficiente di

1
q
sensibilità all’intaglio,  . Dove ρ rappresenta il minimo raggio dell’intaglio (fondo
1

dell’intaglio), mentre α è un coefficiente che dipende dal tipo di materiale, ad esempio è uguale a
0.51 per l’alluminio, questi valori sono stati ottenuti interpolando i dati sperimentali. E’ importante
notare che, se la sigma di rottura è molto elevata (  u  550MPa ), il coefficiente α dipende anche

1.8
 2070 
dalla sigma di rottura, cioè   0.025  . Una forma alternativa per calcolarsi il coefficiente
 u 

1
q
di sensibilità è la seguente  , dove il β è funzione della sigma di rottura e può essere
1

 u  134
calcolato nel seguente modo log    (  u  1520 ). In definitiva, se sto progettando un
586
certo elemento e mi accorgo che vi è una determinata singolarità, posso o effettuare un calcolo agli
elementi finiti per tenere in conto della singolarità, oppure, se non si vuole perdere troppo tempo,
utilizzo i manuali. Una volta trovato il caso che m’interessa vado a vedere quanto vale il kt

.Inoltre, scelto il tipo di materiale dell’elemento che sto progettando e il raggio minimo d’intaglio,

32
posso calcolarmi il fattore q. Noto q e k t , mi ricavo k f (fattore effettivo d’intaglio). In seguito mi
calcolo la sigma effettiva massima dovuta alla presenza dell’intaglio e cioè  e max  k f   nom .
Tutto ciò che abbiamo detto ha una limitazione, infatti quando abbiamo considerato il problema di
Kirsh, abbiamo utilizzato le equazioni d’equilibrio elastico, cioè siamo partiti dal considerare un
comportamento lineare elastico del materiale. Se noi abbiamo un componente intagliato e lo
sottoponiamo a sforzo di trazione crescente, evidentemente non è che aumentando il carico
improvvisamente avviene la rottura del componente, ma aumentando il carico, nelle zone
maggiormente sollecitate, possiamo notare delle zone plasticizzate, che si comporteranno in modo
tale che la risposta alla sollecitazione segua ad esempio la curva di Ramber-Osgood ( dipende dal
tipo di materiale che stiamo considerando).
SLIDE 23
Considerando la solita piastra forata, man mano che aumentiamo il carico le zone maggiormente
sollecitate, quelle ai lati del foro, tenderanno a plasticizzare.

Vediamo adesso come affrontare lo studio dell’intaglio in campo plastico.

33
La soluzione di questo problema, cioè sotto un certo carico che deformazione otteniamo, se ci
troviamo in campo plastico ed in presenza d’intaglio, è stata trovata da Neuber. Neuber ipotizzò che
quando ci troviamo in campo plastico dobbiamo considerare un fattore d’intaglio delle tensioni ed
un fattore d’intaglio delle deformazioni. Inoltre il fattore d’intaglio che devo considerare deve
essere medio armonico tra i due k t  k  k  . Il fattore d’intaglio per le deformazioni, se ci
pensiamo non è una cosa campata in aria, infatti in campo elastico questo coincide con quello delle

 max E   max  max


tensioni ovvero col fattore d’intaglio teorico k      k  k t . La novità
 nom E   nom  nom
introdotta da Neuber consiste nel fatto che il fattore d’intaglio calcolato in campo elastico, come
effetto complessivo, può essere utilizzato anche in campo plastico. Infatti elevando al quadrato la

    k   2

k t  k  k   k  k  k   max max  max 2 max   max   max  t nom


t
2
relazione  nom   nom  nom E , dove abbiamo
E
supposto che la sigma nominale sia minore di quella di snervamento, cioè si trovi ancora in campo
elastico per cui possiamo scrivere che  nom  E   nom . Per esempio consideriamo una curva alla

1
 n
Ramber-Osgood, dalla relazione di Neuber abbiamo che  k t   n  2
 2
max   max  E   max  , inoltre
 H 

dalla curva di Ramber-Osgood e dalla relazione di Neuber , mettendo a sistema le due equazioni,
possiamo ricavare (iterativamente) il valore di  max e di  max (vedi esempio sulla slide 25).

34
Il problema dell’effetto d’intaglio è uno di quei problemi di cui noi no possiamo prescindere, perché
siamo spesso interessati a studiare quei punti di un elemento meccanico dove i livelli tensionali
sono particolarmente elevati, dal momento che è da questi punti che parte la distruzione (crisi) del
materiale. La crisi del materiale quindi è fortemente sensibile agli effetti d’intaglio per cui occorre,
in fase di progettazione, quantificarli e, se è il caso, porre dei rimedi per evitare la distruzione
dell’elemento meccanico.

35