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Parte IV – Elasticità, Plasticità e Creep

La prova di trazione mostra il legame che c’è tra una tensione ed una deformazione ma, poiché si
hanno 6 tensioni e 6 deformazioni, nessuno può dire che se c’è una linearità nel caso monoassiale ci
debba essere per forza anche in campo pluriassiale. Però il caso più semplice è proprio quello in cui
esiste una linearità tra ogni componente della tensione e ogni componente della deformazione:

Quindi conoscendo le 6 componenti di tensione si possono scrivere 6 equazioni introducendo 6


coefficienti costanti per ciascuna di queste equazioni:

Scrivendo le 6 equazioni in forma matriciale si ha che il vettore delle tensioni è uguale alla matrice
delle costanti elastiche o rigidezze [C] per il vettore deformazione:

È importante osservare come sono disposti i termini nelle precedenti matrici. Dovendo passare da
una forma bidimensionale ad una monodimensionale di immagazzinamento dei dati si poteva
seguire un percorso standard come quello mostrato nella figura seguente, ecco perché la xy è
ultima; scrivere quindi i termini in forma vettoriale:

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Si ottiene un vettore delle tensioni uguale al prodotto della matrice delle rigidezze per il vettore
deformazioni.
Secondo questa rappresentazione ogni componente di sollecitazione è dipendente da tutte le
componenti di deformazione: è ovvio che se si ha una traslazione della sezione, gli assi x, y, z
restano gli stessi e perciò non cambia niente; se invece si cambiano gli assi si avrà un cambiamento
dei coefficienti di rigidezza, ovvero che il materiale ha proprietà diverse nelle varie direzioni cioè il
materiale è anisotropo.
Tutte queste considerazioni non devono essere estese a tutti e 36 coefficienti, ma ad un numero
inferiore perché consideriamo un materiale elastico lineare:

La matrice sarà quindi simmetrica e avrà 21 termini anziché 36: per capire se i coefficienti variano
in funzione della direzione bisogna calcolare le tensioni e le deformazioni in un riferimento,
proiettarle in un altro e scrivere i legami  - ε nelle due direzione e vedere cosa succede:

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Se le costanti sono le stesse in quelle direzioni il materiale ha un comportamento uguale.
Di seguito sono riportate le relazioni che permettono di calcolare la tensione normale e la tensione
tangenziale note le componenti di tensione lungo i tre assi; analogamente per le deformazioni:

Si supponga di prendere come riferimento x, y, -z e si consideri la nuova direzione x’ parallela ad x


per la quale risulta:

È evidente che la componente z avrà un coseno che da +1 è diventato -1, mentre per x e y non è
cambiato niente. Se sostituiamo questi coseni di vettori negli altri, si può dire che nel passare da una
direzione ad un’altra le tensioni con pedice x e y sono le stesse mentre hanno cambiato segno le
tensioni che hanno z in pedice, dicasi lo stesso per le deformazioni:

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In maniera analoga se consideriamo la direzione y’ parallela ad y otteniamo:

Dalle quali si ha:

Ed ancora per z’ parallela e contraria a z:

Da cui:

In definiti vasi è ottenuto:

Poiché il comportamento è sempre elastico lineare, ci sarà sempre un legame lineare che collega
una componente di tensione con tutte le componenti di deformazione.
Per x’ si ha:

Si dovrebbe avere la relazione precedente ma poiché sono cambiate le ε si ha:

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Però, se le proprietà del materiale sono le stesse, i coefficienti devono essere gli stessi quindi anche
la tensione deve essere la stessa e i termini che presentano un cambiamento di segno sono nulli:

Questo significa che il piano xy è isotropo. Continuando lo stesso ragionamento per tutte le altre
componenti si ha che la matrice di rigidezza per il piano xy di simmetria sarà:

Possiamo notare che il numero dei coefficienti si è ridotto ulteriormente fino a 13.
Se invece di avere un piano di simmetria c’è ne sono 2, si ottiene una matrice molto più semplice
che presenta 9 componenti:

Un materiale con una matrice di rigidezza siffatta appartiene a materiali ortotropi.


Dalla matrice ottenuta si può notare che le tensioni normali 1, 2, 3 dipendono esclusivamente da
ε1, ε2, ε3 e le tensioni di taglio 4, 5, 6 dipendono solo dalle deformazioni di scorrimento ε4, ε5, ε6.
Infine si può dire che se il materiale presenta un comportamento uguale in tutte le direzioni, ovvero
ci sono tre piani ortogonali di simmetria, le costanti distinte sono 2, C 11 e C12 con le quali è
possibile esprimere le restanti costanti :

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È possibile introdurre il modulo di elasticità E e la costante di G:

E la matrice di rigidezza risulta essere:

In conclusione, utilizzando E,  (modulo di Poisson) e G, si possono scrivere le relazioni che in


generale legano le componenti di deformazione e le componenti di sollecitazioni. Esse prendono il
nome di equazioni di Navier:

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Nelle equazioni inverse compare una costante , che dipende de G e , e  che è la somma delle
componenti di deformazione ed è la traccia del tensore di deformazione.
Queste relazioni tra tensioni e deformazioni si semplificano se andiamo a considerare il caso di uno
stato piano di tensione in cui, ad esempio si ha:

Poiché c’è una proporzionalità diretta tra le  e le  in quanto se sono nulle le  sono nulle anche le ;
non si può dire la stessa cosa per le  perché se z è nulla non è nulla la εz:

Se siamo in presenza di uno stato piano di deformazione (nel caso di strutture molto lunghe caricate
sui lati) con ad esempio:

In questo caso si ha:

Questo porta a parlare del coefficiente di sicurezza che permette di stabilire un limite che evita il
verificarsi di un evento indesiderato, questo limite è detto  ammissibile:
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con

Il problema consiste nello stabilire di quanto si vuole stare lontani dalla  limite; le cose
fondamentali di cui tenere conto sono:
- non si conosce bene il materiale perché lo studio è fatto con un modello semplificato;
- si analizza il materiale con un modello semplice, De Saint Venant;
- si considera il materiale isotropo e omogeneo:
- non si sa cosa può succedere quando il materiale è in esercizio.
Per tutte queste approssimazioni si calcolare il coefficiente di sicurezza effettivo che tiene conto di
tutti gli errori commessi. Per definire la condizione di pericolo, ovvero qual’ è la  limite, bisogna
riferirsi alla prova di trazione: si può dire che su una certa massa, sagomata alla De Saint Venant
(massa cilindrica), ci sarà un valore della sollecitazione, per giunta convenzionale, sotto la quale si
rompe, un altro valore che provoca la plasticizzazione, etc.
Quindi si ha da una parte i criteri di analisi, con i quali è possibile fissare un unico valore della
sollecitazione, e dall’altra ci sarà la struttura che ha in generale 6 diversi valori, che poi possono
essere ridotti a tre (stato piano) o a due.

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Il modo per risolvere questo inconveniente è quello di utilizzare i criteri di resistenza che
rappresentano il passaggio tra lo stato tensionale di una struttura e lo stato tensionale monoassiale
ricavato da una prova di resistenza. Dalla prova di trazione si ricavano i valori lmite:

Poiché si vuole stare lontani dalle condizioni limite si dividono questi valori per il coefficiente di
sicurezza n.
Oltre al coefficiente di sicurezza si può ragionare con il margine di sicurezza che non è altro che la
differenza:
lim - amm
utilizzato spesso in affidabilità.
Ritornando al coefficiente di sicurezza, si posso utilizzare svariati criteri per rappresentare il
comportamento della struttura in esame in funzione dell’obiettivo che si vuole raggiungere; per
esempio si possono considerare le tensioni principali con 1 < 2 < 3 e scambiare le tensioni limite
con quelle ammissibili.
Uno dei criteri più importanti è quello di Galilei-Rankine o della massima tensione normale nel
quale si pone la tensione nel materiale minore della tensione massima ammissibile sia di trazione
che di compressione tenendo conto dei segni:

Questo metodo andava bene per materiali duttili ma era poco adatto per materiali fragili.
In seguito De Saint Venant si accorse che la differenza di comportamento dei due materiali era
dovuto alla diversa deformazione che corrispondeva ad una data tensione: infatti un materiale
fragile assorbe una quantità di energia modesta ma ha una capacità di deformarsi maggiore. Ideò,
quindi, il criterio della massima deformazione, considerando le deformazioni invece delle tensioni:

cioè la deformazione massima deve essere sempre più piccola di quella ammissibile. Considerando
la prova monoassiale, ragionando in termini elastico-lineari, è chiaro che la εamm è uguale a:

La εmax può essere calcolata applicando Navier e risulterà pari a:

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Dalla quale si ottiene una tensione di confronto σeq o equivalente che è utilizzata nel criterio di De
Saint Venant per confrontarla con la σamm.
Questo criterio per materiali metallici e per i compositi non assicura un buon coefficiente di
sicurezza perché sono dei materiali duttili, perciò viene utilizzato un altro criteri che prende il nome
di Guest, di Tresca o della massima tensione tangenziale che calcola la tensione tensione
equivalente come:
 eq   2  4 2

Questo criterio appartiene ai criteri di resistenza di tipo energetico. Poiché l’energia è assorbita per
deformazione bisogna precisare che il lavoro di deformazione è diverso da punto a punto e di
conseguenza si parla di lavoro di deformazione specifico φ. Al di la di un certo valore di energia di
deformazione assorbita il materiale si rompe, si vuole perciò evitare che tale energia arrivi a dei
valori critici:

Ogni stato tensionale può essere decomposto in due stati tensionali distinti:
- sollecitazione idrostatica, nella quale le tre tensioni principali sono tutte uguali, per esempio
alla media, che producono delle deformazioni principali uguali. L’invariante lineare
rappresenta la variazione volumetrica dell’elementino:

- sollecitazione a valor medio nullo o deviatorica che si ottiene per differenza tra lo stato di
sollecitazione effettivo e quello idrostatico. Poiché il valor medio risulta essere nullo
l’invariante lineare risulta essere nullo cioè non produce variazioni di volume ma solo
variazioni di forma:

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Quindi ricorrendo a questa scomposizione si può studiare separatamente un sistema responsabile
delle variazioni di volume ed uno responsabile delle variazioni di forme.
Anche quando si parla di energia di deformazione, si può porre il nostro φ pari a:

La prima produce una variazione di volume mentre l’altra una variazione di forma:

La prima idea che si è avuta nell’utilizzare l’energia di deformazione per i criteri di resistenza è
stata quella di dire che l’energia di deformazione non può superare un certo valore limite altrimenti
il materiale cede:

Questo è detto criterio della massima energia di deformazione (Beltrami); l’energia di


deformazione per unità di volume del materiale sottoposto a trazione è σ²/2E che deve essere
minore di σ²u, ovvero:

la tensione di confronto deve essere minore di quella ammissibile.


Da prove sperimentale questo criterio andò in crisi perché non fa nessuna distinzione sulle modalità
di immagazzinamento dell’energia, sui diversi tipi di sollecitazione, ma considera uno stato piano di
tensione idrostatica fornendo un valore di tensione da non superare. Però si osservò che nella realtà
un materiale sottoposto a compressione idrostatica tende a resistere indefinitamente poiché e
compresso uniformemente in tutte le direzioni.
Per ovviare a questo problema Henky-Von Mises intuirono che nella compressione idrostatica non
era presente la variazione di forma ma solo variazione di volume; inventarono il criterio del
massimo lavoro di sfiguramento nel quale non viene considerata tutta l’energia di deformazione ma
solo la parte che compete alla variazione di forma (cioè considerando la φf):

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ottenendo così la tensione equivalente corrispondente alla variazione di forma. Nel caso di trazione
idrostatica questo criterio dice che il materiale non si romperà mentre in realtà non è così; in questo
caso particolare si utilizzare il criterio della massima tensione tangenziale ottaedrale o di Ros-
Eichinger: è un’estensione del criterio della massima tensione tangenziale riportata in termini
triassiali che dividonono lo spazio in otto ottanti, quattro corrispondono a valori positivi di un asse e
quattro a quelli negativi. Se si considera un piano ottaedrale, cioè il piano in cui ciascun ottante ha
la tensione tangenziale massima: si consideri ora un solido formato da tutti questi piani ottaedrali, si
ottiene un solido chiuso (come due piramidi a base quadra che si toccano) sul quale si ha la tensione
tangenziale:

A meno del coefficiente si ottiene nuovamente il criterio di Henky-Von Mises, cioè o si parla di
tensioni tangenziali ottaedrali o in termini di Henky-Von Mises è la stessa cosa, ovvero il valore che
la tensione tangenziale ottaedrale assume dipende solo dalla quantità di energia utilizzata per la
variazione di forma.
Fino ad ora si è parlato delle deformazioni elastiche, ora si studia il comportamento plastico.
La prima cosa da fare è costruire un modello matematico del comportamento elasto-plastico del
materiale: il modello più semplice che si può utilizzare è quello in cui il materiale ha un
comportamento elastico lineare fino alle tensione di snervamento, in corrispondenza della quale vi è
una deformazione di snervamento, e successivamente il comportamento è plastico dove la tensione
non aumenta anche se la deformazione continua ad incrementare:

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Nel primo tratto la deformazione è tutta di tipo elastico e la tensione vale σ = Eε, raggiunta la
tensione di snervamento il carico non aumenta e in qualunque punto della curva caratteristica si ha
sempre σs = εs*E mentre la deformazione può aumentare indefinitamente e sarà somma di una
deformazione elastica e di una plastica. Durante la fase di scarico, che risulta essere parallela alla
fase di carico, si recupera solo la deformazione elastica che è sempre la stessa ovunque avvenga lo
scarico.
Un modello più realistico e quello che tiene conto del fenomeno dell’incrudimento (cioè
all’aumentare della deformazione aumenta la sollecitazione in campo plastico), cioè il tratto plastico
non è più orizzontale ma obliquo:

La pendenza del secondo tratto è circa 1/10 del modulo elastico ed è chiamato modulo tangente. Per
il primo tratto vale il discorso fatto prima mentre per quanto riguarda il tratto plastico la tensione è
maggiore della σs. La fase di scarico è anche qui parallela al quella di carico ma la deformazione
elastica recuperata dipende dal punto in cui si cominci a scaricare, cioè all’aumentare del carico
aumenta sia la deformazione plastica che quella elastica.
Si cerca ora di separare la deformazione elastica da quella plastica:

E2 è una quantità che si calcola eguagliando queste due relazioni:

Dalla quale si ha:

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Quindi conoscendo δEsi calcola E2. Da un punto di vista grafico, partendo dalla σ si scende con una
retta parallela al tratto elastico ed si individua la εe e la restante parte è quella plastica. Se dall’asse
delle ascisse ci si sposta di σ - σs si ottiene un triangolo che permette di calcolare la E2 come tg-1 (σ -
σs)/ εp che risulterà diversa da punto a punto in funzione di σ:

I modelli descritti fino ad ora sono dei modelli lineari, oggi però in campo meccanico si utilizzano
dei modelli non lineari.
Un primo modello che si può utilizzare è il seguente:

Con questo modello si ha un legame tra la σ e tutta la ε.


Il modello più utilizzato nella pratica è quello di Ramberg-Osgood che prevede un legame analogo
al modello precedente ma considerando solo la deformazione plastica:

dove H ed n sono dei parametri che dipendono dal materiale e dalle condizioni di utilizzazione.

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Esempio.
Materiale alluminio con E=71Gpa
I risultati di 5 prove sono:

Essendo

una legge lineare, applicando il metodo dei


minimi quadrati e si ottiene:

Da notare che n è molto più piccolo di 1. Sostituendo :

Quest’ultima è la legge rappresentativa del materiale.

Ramberg-Osgood, al pari di altri modelli, non presenta la tensione di snervamento tremolante come
quello presente negli acciai dolce a basso contenuto di carbonio ed è alquanto incerto dire che fino
al 2% di deformazione non ci sono o sono trascurabili le deformazioni plastiche. L’unico
inconveniente di questo metodo è che richiede il calcolo di H ed n.
A questo punto è opportuno parlare del problema dell’inversione di carico:
se si carica un componente percorrendo la curva fino ad arrivare in campo plastico (punto M),
scaricando si percorre una retta parallela al primo tratto della curva arrivando al punto 0’:

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se a partire da questo punto si carica nuovamente, si ripercorre la retta recuperando la deformazione
elastica fina al punto M e in seguito continua a percorrere la curva caratteristica.
Questo comportamento, detto effetto Bouschinger, segala una differenza sostanziale tra il
comportamento in campo elastico e quello in campo plastico: nel primo caso si può stare soltanto
sulla curva di carico e lo stato tensionale di deformazione dipende dal punto di partenza e dal punto
di arrivo; in campo plastico si può stare anche in qualsiasi punto al di sotto della curva e lo stato
tensionale dipende dal percorso di carico e scarico.
Se si considera la curva bilineare che arriva fino a σ’ una prima considerazione che si può fare e
quella di dire che se da σ ’bisogna arrivare a - σ’ bisogna togliere prima la parte elastica scendendo

di 2σ’ per poi percorrere una curva parallela a σ o- σ’. Questo comportamento si chiama
plasticizzazione o incrudimento isotropo che non interessa: caratteristica fondamentale è che il
circuito chiuso passa sempre per l’origine.

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Quello che è importante per applicazioni pratiche è il comportamento plastico cinematico: in questo
caso il ciclo chiuso non si chiude nell’origine in quanto prevede che il tratto lineare termina dopo 2
σo e non dopo 2 σ’. Nel caso di Ramberg-Osgood, che non stabilisce il valore di σ o, è difficile
stabilire quando inizia la plasticizzazione in fase di compressione.
Il problema è rappresentare questo comportamento: la cosa più semplice è quella di utilizzare una
legge bilineare per la plasticizzazione cinematica e per poi estendere lo studio a Ramberg-Osgood.
Come già detto, nel modello bilineare con incrudimento, la deformazione risulta essere:

oppure
Notando che tra δE ed E2 esiste questa relazione:

che può essere interpretata come l’elasticità si due elementi in serie.


Da questa osservazione si può dire che il materiale può essere visto come un sistema di 2 molle in
serie E, E2 soggetta allo stesso carico e con deformazioni rispettivamente elastica e plastica. Nel
modello bisogna fare in modo che fino a σs non intervenga la parte plastica e che una volta superato
lo snervamento, su E2 vada σ - σs. Questo modello bilineare è caratterizzato da una particolare
disposizione funzionale che vede in parallelo una molla, che rappresenta il comportamento elastico
del materiale (E), ed un pattino di attrito bloccato fino a σs come mostra la figura seguente:

Questo modello permette di linearizzare un diagramma curvilineo mediante tanti segmenti,


applicando il concetto precedentemente descritto a tutti i segmenti:

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Se si considera il primo ed il secondo tratto, la deformazione è pari a:

come già detto in precedenza, nell’intervallo 3-4 osservando lo schema reologico si ottiene una
deformazione totale uguale a:

In generale per il j-esimo tratto si ottiene:

La deformazione può essere scritta o come somma delle deformazioni dei singoli tratti, mentre la
tensione totale, corrispondente alla deformazione calcolata, sarà la tensione del tratto considerato
più la Ej (ε-ε0j).
Se a questo punto si inverte il carico ogni cella è tirata dall’altra parte; finchè la tensione non
raggiunge un valore pari a 2σsj il tratto j-esimo inizia a reagire, ad esimpio il tratto 2 sarà inattivo per
valori di tensione compresi tra - 2σs2 e 2σs2 :

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Quindi la deformazione totale risulta essere pari a:

Da questo nasce la legge del 2 ovvero, la risposta nel corso dell’inversione si può ricavare dalla
risposta al carico semplicemente dividendo per 2; consideriamo il secondo tratto:

Se si divide la seconda relazione per due si ottiene:

Quindi durante la fase di inversione la curva segue la stessa legge ma con tensioni e deformazioni
dimezzate.
Se si applica quanto detto al modello di Ramberg-Osgood in condizioni di carico ciclico o
isteretico, si ha:

Se in condizioni di carico monotono (senza inversione) la legge del materiale è:

cioè f è una funzione analiticamente definita, il comportamento ciclico o isteretico è definito da


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che rappresenta la regola del 2 in generale.
La figura seguente mostra il comportamento del materiale dall’istante in cui si ha l’inversione del
carico, se si inverte di Δσ il carico, si percorre una curva chiusa che in seguito verrà utilizzata per
analizzare i fenomeni di fatica:

L’area del ciclo, che dipende solo dal materiale e dalle condizioni di lavoro, rappresenta l’energia
che viene immagazzinata dal materiale sotto forma di deformazione plastica: spesso tale energia è
detta dissipata perché è apparentemente persa.
Questo ciclo prende il nome di ciclo di isteresi e quanto più è schiacciato tanto minore sarà
l’energia assorbita e quanto più è largo maggiore sarà l’energia dissipata.
Esempio. Trovare la risposta del materiale con il seguente diagramma di deformazione:

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La deformazione parte da 0 ed arriva ad un valore massimo per poi oscillare tra 0.028 e il 0.01.
Inizialmente il materiale ha un andamento alla Ramberg-Osgood per carico monotono, cioè:

Da cui si ottiene per ε = 0.028:

Successivamente si deve andare da εìmax a εìmin, ovvero si ha una variazione di:

A questo punto bisogna dire che la legge di Ramberg-Osgood non può essere utilizzata per valori
negativi e poiché la curva della regola del 2 ha un comportamento simmetrico sia in salita che in
discesa, si utilizzano i valori assoluti di tensione e deformazione. Si ottiene:

Da questa si ottiene:

in realtà questo valore è negativo, perché il Δε è negativo: sommando alla tensione di partenza il Δσ
calcolato, si ha la tensione finale:

Se si fornisce una ε di + 0.018 si avrà un Δσ pari a + 614.5 tornando al punto di partenza.

Esempi di cicli di isteresi.


E’ riportato un classico ciclo che si chiude su se stessso:

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Partendo da 0 si arriva ad una ε pari a 0,004 in corrispondenza di una σ pari a circa 70 (fino al punto
1), si inverte i carico fino ad arrivare a ε = - 0,004 e σ = - 70 (dal punto 1 al 2), invertendo
nuovamente il carico fino a ε = 0,004 e σ = 70 la curva si chiude(dal punto 2 al 3): continuando ad
invertire si percorre sempre la stessa curva ottenendo cosi un ciclo stabile.
La figura seguente mostra la storia di deformazione del materiale, cioè l’andamento della
deformazione nel tempo, ed il relativo diagramma σ - ε. Da quest’ultimo si può osservare che dal
punto zero al punto uno con una legge monotona, poi si passa dal punto 1 al 2 usando la regola del
2; passando dal punto 2 al 3 si osserva che fino al punto C si utilizza la regola del 2 ed il ciclo si
chiude, ma da C a 3 bisogna utilizzare un legge monotona perché si va in una zona nuova.

Tutto questo non fa altro che replicare l’effetto Bauschinger.


Di seguito è riportato un altro esempio di storia di deformazione con relativo diagramma di isteresi.
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Fino ad ora si è parlato del comportamento dei materiali che presentano un ciclo di isteresi stabile;
ma in realtà tutti i materiali hanno un comportamento diverso che dipende dalle condizioni di
utilizzo.
Se la deformazione ciclica non aumenta ci si aspetta che la resistenza apposta sia sempre la stessa,
invece a seconda delle condizioni di lavoro si può avere un comportamento con incrudimento:
avendo una deformazione ciclica costante si ha un aumento dei picchi di tensione, dando luogo
all’incrudimento per carico ciclico (hardening) come mostra la seguente figura:

Lo Stress Return Mapping


Il comportamento ciclico, ma in generale il comportamento non lineare, dei materiali può causare
molti problemi richiedendo l’utilizzo di una particolare metodologia detta stress return mapping

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cioè mappatura del ritorno (sulla curva σ-ε) delle sollecitazioni: si esegue un primo calcolo
semplice ma sicuramente errato e poi si vede quali sono le modifiche che devono essere attuate.

Sottoposta a trazione con il seguente diagramma σ-ε:

Poiché il prodotto σs A e uguale alla forza Fs=42000N che provoca l’abbandono del tratto lineare
del diagramma σ-ε, e l’allungamento u = εL, si possono definire le relazioni tra la F e la u in campo
lineare elastico e in campo plastico:

Per prima cosa si suppone che il materiale si comporta linearmente fino a 60000N calcolando un
spostamento lineare:

Utilizzando ora la legge non lineare con l’allungamento appena calcolato si ottiene una forza pari a:

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Quindi su può dire che esiste uno sbilanciamento pari a:

Dalla figura precedente si osserva che bisogna aumentare lo spostamento ed il modo più semplice è
farlo con una legge lineare:

Adesso bisogna applicare un Δu tale da verificare:

Quindi calcolando K1 nel punto u1 si ottiene u2:

A questo punto si fa una verifica e cioè si calcola la F con la legge non lineare:

Si ha ancora uno sbilanciamento perciò si calcola la tangente in u2 ottenendo:

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L’asta avrà un allungamento di 8,6mm.
Si consideri una trave di dimensioni b x h sottoposta ad un momento flettente M:

Se il materiale si trova in campo elastico si ha un diagramma delle tensioni ed uno delle


deformazioni a farfalla:

La deformazione varia con legge lineare in y e la tensione risulta pari a:

La tensione massima risulta essere:

Uguagliando le 2 equazioni della tensione si calcola il k:

che rappresenta la curvatura della trave; si può anche calcolare la coppia massima per la quale il
materiale è ancora in campo elastico:

Per valori di momento maggiori di M1 il materiale presenta delle zone plasticizzate.

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Il caso più semplice è quello di considerare un materiale elastoplastico senza incrudimento in cui la
tensione non può mia superare quella di snervamento; il diagramma delle tensioni non ha più un
andamento lineare ma presenta delle zone plasticizzate:

Mentre la deformazione ha sempre legge lineare:

Considerando una distanza dall’asse neutro pari a s/2, che rappresenta la zona elastica, si può
calcolare k, ε ed εmax :

Si va a sostituire nell’integrale per calcolare il momento e si ottengono 2 integrali:

Il primo rappresenta la quota elastica e il secondo quella plastica.


Dall’integrale si può notare il legame tra M ed s ed in particolare più piccolo è s più grande sarà lo
coppia che si riesce ad equilibrare. Per s = 0 si ottiene:

Ovvero per questo valore del carico esterno tutta la sezione si è elasticizzata come mostra la figura
seguente:

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Sul diagramma seguente, coppia-deformazione, è possibile vedere cosa succede con l’aumento della
coppia:

In pratica le coppie e le deformazioni sono adimensionalizzate ed è indicato con M 0 la coppia di


totale plasticizzazione.
Ancora è riportato il comportamento di una trave caricata:

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Al carico P1 corrisponde un momento M1 in cui non è avvenuta ancora la plasticizzazione,
all’aumentare del carico la trave inizia a plasticizzare interessando le zone evidenziate; arrivati a P 0
il momento vale M0, s è nullo, ovvero la sezione centrale della trave è totalmente elasticizzata, e la
deformazione diventa infinita e la trave crolla.
Questo modello è chiaramente insufficiente perché considera una deformazione infinita ed una
discontinuità nel diagramma delle tensione sull’asse neutro.
(A questo punto parla delle cerniere elastiche, ma sulle slide non ci sono!!)
Se si vuole utilizzare questo modello bisogna adoperare un modulo di Young fittizio nel
comportamento lineare ricavando una risposta numerica che risulta uguale all’effettivo
comportamento in campo non lineare.
Considerando la curvatura della trave:

Si ricava il modulo di Young fittizio:


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Dove M il momento effettivo e M1 è il momento di inizio plasticizzazione: si può notare che al
diminuire della zona elastica diminuisce anche il modulo fittizio.
Un modello che non presenta le incongruenze del precedente è quello del materiale elasto-plastico
con incrudimento lineare. La trattazione è praticamente uguale:

Da queste si ricava l’espressione del momento:

Da questa formula si può notare che per avere s = 0 il momento dovrebbe essere infinito e quindi
non si ha discontinuità nel diagramma delle tensioni come mostra la figura seguente:

di conseguenza anche la deformazione non potrà mai essere infinita.


Un altro modello è quello del materiale alla Ramberg-Osgood: si considera sempre la deformazione
proporzionale ad y (ε=ky) e dalla legge di Ramberg-Osgood:

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e poiché:

 h
y
 max 2

con:

ed ancora differenziando la legge di Ramberg-Osgood:

si può trasformare l’integrale in dA in dε e poi in dσ:

Si consideri ora il modello lineare senza incrudimento per analizzare gli effetti della rimozione del
carico.
Applicando un momento M si ha un diagramma di tensioni in cui la parte esterna vale σ s mentre nel
tratto di ampiezza s ha un andamento lineare. A questo punto si rimuove il carico cioè si applica un
momento pari a –M rappresentato dal secondo diagramma:

Nell’istante in cui il materiale è scarico resta uno stato tensionale che è dato dalla somma dei due
diagrammi: si nota che la parte elastica la tensione va a zero mentre per le zone plasticizzate

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rimangono 2 zone triangolari non scariche che danno luogo ad una coppia. Quindi dalla
deformazione max viene restituita la parte elastica, mentre la parte residua è:

perciò la trave scarica presenterà una curvatura residua:

Quello che è importante è che il comportamento della trave non è più simmetrico rispetto al segno
del carico, nel senso che il diagramma delle tensioni cambia se si applica un +M o un –M perché
bisogna tener conto delle tensioni residue.
Se si applica un momento che genera tensioni di segno opposto a quelle residue, si ha il seguente
diagramma delle tensioni:

in cui le punte di tensione scompaiono e i carichi massimi non si hanno i superficie e risultano
minori della σs.
Se invece il momento applicato genera delle tensioni di segno concorde a quelle residue i due
contributi si sommano e si ha la comparsa di una zona elasticizzata:

Esempio sull’effetto dell’ordine di carico.


Si consideri una trave incastrata lunga 2m sulla quale si devono applicare 2 forze da 900N una a
metà e l’altra all’estremità.

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Applicando prima la forza a metà si ha una tensione massima di 168MPa ed un momento massimo
di 900000Nm2 che sono inferiori a quelli di snervamento e risultano gli stessi anche quando è
applicata l’altra forza ma sono solo di segno opposto:

Applicando prima la forza all’estremità si ha una tensione che è quella di snervamento (non si può
superare perché si sta utilizzando un modello senza incrudimento) e un momento di 1800000Nm 2
che provoca la plasticizzazione della trave e poi è applicata l’altra forza:

Dal momento massimo calcoliamo la zona plasticizzata che risulta:

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La figura seguente mostra l’andamento del diagramma delle tensioni quando è applicata la forza
all’estremità e poi a metà:

Quando sono applicate le due forze il diagramma del momento è sempre lo stesso ma ha seconda
dell’ordine di carico la trave si è plasticizzata oppure no.

Per quanto riguarda le sollecitazioni il fatto che il materiale si trova in campo elastico o in campo
plastico non ha nessuna differenza, le condizioni di equilibrio sono sempre le stesse, la ripartizione
delle tensioni sulle varie superfici è sempre la stessa per cui possiamo utilizzare un qualsiasi criterio
di resistenza per ricavarci una tensione equivalente che in campo plastico è detta effettiva ed è
legata alle tensioni principali dalla seguente formula:

Analogamente si può definire una deformazione plastica effettiva:

Come in campo elastici si è determinata una deformazione totale anche in campo plastico è
possibile definire una deformazione totale equivalente:

Queste tensioni e deformazioni in campo elastico sono utilizzate per poter riportare lo stato tenso-
deformativo effettivo agente sulla struttura allo stato di carico eseguito sul provino per evitare che
la tensione equivalente risulti maggiore della tensione limite.
Per la parte elastica valgono sempre le equazioni di Navier :

34
In campo plastico valgono delle relazioni analoghe; se si considera νp=0.5, perchè le deformazioni
plastiche avvengono senza variazione di volume ovvero ε p1 + εp2 + εp3 =0, Ep , ricavata da curve
sperimentale, e Gp:

le equazioni di Navier diventano:

Per semplicità si consideri il caso monoassiale con una certa σ 1, ne segue che e
sperimentalmente si è ricavata la tensione ε1 in funzione della σ1:

E la deformazione plastica nella stessa direzione risulta essere:

mentre le deformazioni nelle altre direzioni sono:


35
cioè uguali a – εp1/2. Utilizzando questi dati si calcola la tensione equivalente che è pari a:

Pertanto la deformazione totale è:

Quindi la legge che lega la deformazione alla tensione in regime monoassiale è la stessa ricavata per
via sperimentale cioè:

Nel campo biassiale invece se si considera le seguenti tensioni:

Le deformazioni lungo la direzione 1 sono:

Bisogna prima ricavare la considerando la curva sperimentale:

Si ha che la è uguale a:

La deformazione totale quindi sarà pari a:

36
Quindi il legame che esiste tra la deformazione e la tensione nella direzione 1sarà più o meno
discosta dalla curva sperimentale in funzione della biasialità del carico. Dal diagramma seguente si
nota che per λ = 0 la curva sperimentale coincide con quella effettiva:

mentre per λ ≠0 le 2 curve non coincidono e tanto maggiore sarà la differenza quanto maggiore sarà
il carico nell’altra direzione.

37
PARTE IV - SLIDE 43

I materiali, una volta portati ad elevata temperatura, evidenziano un particolare comportamento che è una
generalizzazione di quello che succede quando sono a temperature basse. Prima di affrontare questo
argomento dobbiamo capire che cos’è la viscosità. L’esperienza ci dimostra che i comportamenti di cui
vogliamo parlare sono più evidenti quando ci troviamo vicini alla temperatura di fusione, poiché materiali
diversi hanno temperature di fusione diverse, dobbiamo stare attenti quando parliamo di temperature elevate
perché bisogna sempre confrontare la temperatura con quella di fusione del particolare materiale. In altri
termini una data temperatura può essere elevata per un certo materiale ma non per un altro materiale. Per
definire se una temperatura sia elevata oppure no, per un particolare materiale, si adopera un rapporto, noto
come rapporto reologico, che non è altro che il rapporto tra la temperatura che si considera e quella di
fusione, espresse in gradi Kelvin. Quando tale rapporto supera il valore 0.4 compaiono nel materiale
particolari fenomeni legati al fatto che a carico costante la deformazione aumenta nel tempo. Consideriamo
un diagramma dove sull’asse delle ascisse riportiamo il tempo t mentre sulle ordinate la deformazione ε,
supponiamo di applicare un certo carico costante e di far variare la temperatura, ovviamente al variare della
temperatura leggerò deformazioni diverse (perché sarà diverso il modulo di Young), che si manterranno tali
al variare del tempo, ma se la temperatura è superiore al 20% della temperatura di fusione (il rapporto
reologico è superiore a 0.2) leggerò sempre una deformazione, che sarà diversa al variare della temperatura,
se, invece, mantengo costante la temperatura vedrò che la deformazione continuerà ad aumentare col tempo
fino ad un certo valore asintotico (curve F e G).

38
In particolar modo la velocità di deformazione è elevata inizialmente per poi diminuire e quindi annullarsi al
valore asintotico. Se aumento ancora la temperatura (curva E, D, C) la deformazione al variare del tempo
aumenterà sempre (all’ infinito) tendendo ad un asintoto obliquo, in realtà la deformazione non tenderà mai
all’ infinito perché il materiale si romperà prima (rottura duttile). Queste curve avranno un tratto ( I ) in cui la
curvatura è verso il basso, un tratto ( II) in cui la curvatura è costante, un tratto ( III ) in cui la curvatura è
verso l’alto. Se aumento ancora la temperatura (curva A e B) la curva di deformazione non presenta più tratto
a curvatura costante ( II ), ma solo il tratto I dove la velocità di deformazione sta diminuendo col tempo
mentre il tratto II dove la velocità di deformazione sta aumentando col tempo. Quindi nella progettazione di
un qualsiasi elemento dobbiamo tener conto anche della temperatura d’esercizio del materiale, cioè la
temperatura rappresenta una variabile in più che dobbiamo considerare. Questa deformazione che aumenta
nel tempo è chiamato scorrimento viscoso o creep. Se mi trovo nel tratto I lo scorrimento è chiamato
instazionario (   0 e   0 ), nel tratto II è chiamato stazionario (   0 e   0 ), nel tratto III lo
scorrimento è chiamato terziario (   0 e   0 ). Per le applicazioni pratiche nel campo dello scorrimento
terziario non andiamo mai. Queste curve sono state tracciate considerando una sigma ingegneristica (cioè la
sezione resistente è sempre quella iniziale), naturalmente se consideriamo la sigma naturale le curve avranno
un andamento diverso.

SLIDE 44

In realtà il comportamento del materiale ad elevata temperatura è molto complicato, quindi il creep
rappresenta solo una prospettiva dalla quale osservo cosa accade. Vediamo adesso cosa succede se la
deformazione è costante, in questo caso sarà la tensione a variare ed in particolar modo la tensione
diminuisce nel tempo cioè abbiamo il classico fenomeno del rilassamento.

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La velocità con cui avviene il rilassamento dipende dalla tensione iniziale. Più forte è la tensione iniziale, o
se vogliamo la deformazione iniziale applicata, e più lentamente la tensione diminuisce.

Un altro aspetto importante è la rimozione del carico, cioè se rimuoviamo il carico una parte della
deformazione viene recuperata istantaneamente mentre un’altra parte viene recuperata lentamente nel tempo.

Non è detto che tutta la deformazione applicata venga recuperata totalmente, questo dipende dalle condizioni
iniziali di lavora, dalla temperatura, ecc. Per descrivere questi comportamenti (creep, rilassamento e
rimozione del carico) vi sono dei modelli di comportamento viscoso del materiale. Esiste tutta una famiglia
di modelli reologici lineari che possiamo adattare al particolare materiale che vogliamo utilizzare. Questi
modelli vanno bene per i materiali polimerici ma non vanno bene per quelli metallici, per quelli metallici
siamo costretti ad usare dei modelli non lineari.

SLIDE 45

40
Vediamo come si costruiscono i modelli lineari. Questi modelli lineari sono costituiti da una molla, che mi
rappresenta il comportamento elastico e uno smorzatore che mi rappresenta il comportamento viscoso.

Se volessi descrivere il comportamento di un fluido attraverso un elemento elastico di costante q (che poi
sarebbe E) allora scriverei   q   , se σ=cost anche ε=cost, cioè non c’è creep, allo stesso modo se ε=cost
anche σ=cost , cioè non c’è rilassamento, inoltre se rimuovo il carico il recupero della deformazione è
istantaneo e totale.

41
SLIDE 46

Altro elemento che si adopera è l’elemento viscoso la cui legge caratteristica è   p   , cioè la sigma è
proporzionale alla velocità di deformazione, questo vuol dire che se applico un carico costante la
deformazione aumenta linearmente, invece se all’istante t1 ε=cost allora   0 e quindi σ=0 cioè il
rilassamento è istantaneo, se tolgo la σ allora   0 cioè ε=cost, cioè se tolgo il carico non recupero niente
perché la deformazione rimane costante.

Questi modelli sono troppo banali ed astratti per poterci rappresentare il comportamento complesso di un
materiale ad elevata temperatura. Però se prendiamo questi due comportamenti,estremi, li possiamo
combinare opportunamente per avere un comportamento più complesso.

SLIDE 47

Il modello immediatamente successivo è quello di Maxwell, che prevede una molla ed uno smorzatore
disposti in serie. Se applico un carico σ, questo carico agisce sia sullo smorzatore che sulla molla, mentre la

deformazione totale sarà    p   q , cioè una parte di deformazione dovuta allo smorzatore ed un’altra

parte dovuta alla molla. Inoltre  q  q   q e  p  p   p , per l’equilibrio  p   q   , mentre per la

congruenza    p   q .

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Adesso deriviamo l’equazione di congruenza e sostituiamo alle deformazioni le tensioni, abbiamo che

p  q  
   p   q     . Ottengo quindi un’equazione differenziale e integrandola avrò la seguente
p q p q

1 1  1
soluzione  (t )     t  . Quindi io applico una sigma costante  1 , immediatamente avrò una
 q p  q

1
(contributo della molla), poi avrò una t , che varia linearmente nel tempo (contributo dello
p

smorzatore).Quindi il creep è presente, ora vediamo cosa succede se all’istante t1 mantengo costante la
deformazione. Se ε = cost allora   0 , quindi l’equazione differenziale diventa un’equazione differenziale

  q
omogenea             0 e la soluzione diventa  (t )   1  exp( (t  t1 )) . Il
p q p

rilassamento è presente per t  t1 e la sigma va a 0 all’aumentare del tempo con rapidità tanto maggiore

quanto maggiore è la  1 (tensione di inizio rilassamento). Vediamo adesso cosa succede se in un certo

istante t  t 2 togliamo il carico. La σ sarà uguale a zero mentre per la deformazione, recupererò sola

 (t 2 )
l’aliquota elastica mentre l’aliquota viscosa non la recupero, per cui diciamo che il recupero non è
q
totale.

SLIDE 48

Il modello di Voight è caratterizzato dall’avere una molla ed uno smorzatore in parallelo. In questo caso

abbiamo che per l’equilibrio    p   q , mentre per la congruenza    p   q . Se applico un carico

43
 
 1  cos t avrò che   p  q e quindi     ; la soluzione sarà  (t )  1  exp(t )  , cioè vi
p q

è la presenza di creep. Se nell’istante t  t1 mantengo la ε=0 allora   0 , quindi l’equazione differenziale

diventa   q (t ) , cioè la sigma è costante e non c’è rilassamento.

Se nell’istante t  t2 tolgo il carico (   0 ), l’equazione differenziale diventa omogenea

p  q      0 e la soluzione diventa  (t )   (t 2 )  exp( (t  t 2 )) , per cui il recupero è totale.

SLIDE 49

Ora come dal modello semplice di sola molla o solo smorzatore abbiamo ottenuto ,dalla loro combinazione,
il modello di Maxwell e quello di Voight, così combinando il modello di Maxell e di Voight possiamo
ottenere modelli , e quindi comportamenti di un materiale, più complessi ad esempio il modello di Burgers,
che è caratterizzato dall’avere in serie il modello di Maxwell e quello di Voight.

44
Nel modello di Burgers possiamo vedere un creep curvilineo che tende ad un asintoto obliquo (la curva del
creep inizia ad assomigliare molto a quella reale), abbiamo un rilassamento graduale ed infine un recupero
prima istantaneo e poi graduale. Combinando tra loro i modelli di Burgers posso avere dei modelli sempre
più complessi che mi approssimano sempre meglio il comportamento reale dei materiali. Questi modelli
lineari sono gradevoli perché possiamo applicare ad essi il principio di sovrapposizione degli effetti, e ciò
aumenta le possibilità d’impiego.

SLIDE 50

Nel caso particolare del creep il principio di sovrapposizione degli effetti prende direttamente il nome da
Boltzmann che ha dato una formulazione chiara al principio di sovrapposizione. Supponiamo di avere un

certo stato di sollecitazione iniziale per cui per un certo intervallo 0  t  t1 è applicato un certo carico  0

0
per cui posso dire che  (t )  , con questo voglio dire che la deformazione varia nel tempo secondo
E (t )

una certa funzione E(t) che non è il modulo di Young. Se nell’istante t  t1 , la sigma diventa  1 , allora il
principio di sovrapposizione degli effetti mi dice che la soluzione finale può essere ottenuta per
sovrapposizione delle varie componenti. Per applicare tale principio dovrò considerare cosa è stato aggiunto

al caso iniziale cioè la differenza delle tensioni (  1 0 ) per cui la deformazione sarà

 0  1   0  n
 i
 (t )   ; se ho n effetti dovrò scrivere  (t )   dove ciascun effetto ha valore
E (t ) E (t  t1 ) i  0 E (t  t i )

nell’istante in cui è applicato. Vedere esempio su slide. SLIDE 51-52

SLIDE 53

I modelli lineari hanno il vantaggio di poter applicare loro il principio di sovrapposizione degli effetti e
quindi di poter rappresentare il comportamento del materiale sollecitato da un carico comunque variabile nel
tempo. Purtroppo questi modelli non vanno bene per i materiali metallici, per cui la loro applicazione è
limitata ai materiali polimerici. Per i materiali metallici dobbiamo prendere le curve sperimentali e cercare di
interpolare i risultati in qualche modo.

45
Il primo problema riguarda il creep instazionario, immaginiamo di avere una curva sperimentale che
asintoticamente si va a sovrapporre ad una certa retta, che mi rappresenta il comportamento stazionario del
materiale. In sostanza io devo descrivere una deformazione iniziale istantanea a cui si va a sovrapporre una
deformazione che varia nel tempo.

Se io partissi direttamente con la deformazione stazionaria, cioè non è presente il tratto instazionario, nel

punto ( 0 , t  0) dovrebbe partire la retta che mi descrive il comportamento stazionario, quindi il contributo
del tratto instazionario non è altro che la distanza tra i punti della curva sperimentale ed i punti della retta,

46
per cui nella fase in stazionaria posso dire che la deformazione totale è data dalla somma di tre termini:  0 ,

che rappresenta la deformazione iniziale,  s , che rappresenta la deformazione stazionaria,  t , che


rappresenta la deformazione transitoria.

Per quanto riguarda la deformazione iniziale, questa sarà somma di una deformazione iniziale elastica e di

una deformazione iniziale plastica, cioè  0   0   0 , però, poiché i livelli di tensione a cui sono sottoposti i
e p

componenti ad elevata temperatura sono sempre più bassi di quelli a temperatura ordinaria (per avere
velocità di deformazione sufficientemente basse), possiamo trascurare la parte di deformazione iniziale


plastica e quindi  0   0   0   0 
e p e
dove T è la temperatura del materiale (il modulo elastico è
E (T )
funzione della temperatura). Adesso dovremmo andare a determinare gli altri due termini della
deformazione. La soluzione più semplice è quella trovata da due studiosi Baley e Norton, che fecero questo
ragionamento: la deformazione transitoria (in stazionaria) non riguarda l’intera vita del componente ma solo
un primo periodo, perché, in seguito, quella che si instaurea è una deformazione stazionaria, quindi la
deformazione instazionaria la trascuro o, per meglio dire, la tratto come se fosse già stazionaria. Se considero
la deformazione transitoria come se fosse già stazionaria, dovrei considerare la retta stazionaria che parte dal

punto ( 0   s , t  0) , per cui le deformazioni che otterrei sono più grandi di quelle reali (vedi grafico) e
quindi sono sempre in condizione di sicurezza. Per costruirmi questa retta ho bisogno di conoscere

l’intercetta dall’origine ed la pendenza. L’intercetta sarà uguale ad  0   i , di solito la  i la consideriamo


p

plastica perché abbiamo già attribuito tutto il contributo elastico alla  0 . La  i la ricavo dalle curve
p

sperimentali attraverso l’interpolazione e generalmente la si pone sotto questa forma  i  k 0   0 , per cui
p n


l’intercetta  i   k 0   n0 . Vi sono altre relazioni analitiche per la determinazione delle curve di
tot

E (T )

C
creep ,ad esempio quella di Eckaard (    0   min t  exp(  t ) ), che però introducono un numero

maggiore di costanti che devono essere determinate (in questo caso sono 4 costanti). La relazione di Eckaard
era volta a risparmiare tempo, poiché queste sono prove che richiedono tempo, lui cercò una metodologia
per ricavare quelle quattro costanti con solo 48h di prove, analizzando solo quello che succedeva nella prima
fase. Per lo scorrimento stazionario, Bailey e Norton scrissero l’equazione della retta con l’intercetta

dall’origine, cioè la  i vista prima. La legge di Bailey-Norton è condizionata dal fatto che si utilizza solo la

parte elastica(  0 ), cioè    i  k 3    t   0  k 3    t . In seguito Odqvist


n n

47
modificò la legge considerando l’ordinata dall’origine pari a  i
tot
, per cui la legge completa è


   itot  k 3   n  t   k 0   n0  k 3   n  t . Per il calcolo della pendenza della retta si utilizza il fatto che
E (T )
in corrispondenza della zona stazionaria la velocità di deformazione è minima, e tale velocità si è posta

10 7
uguale a 10 7 s 1 e quindi k 3  , dove  s 7 è quella sigma tale da produrmi una velocità di
 sn7

deformazione pari a 10 7 s 1 . Anche in questo caso le costanti vanno ricavate sperimentalmente. Se


dovessimo studiare il rilassamento, ponendo la   cos t abbiame che   0


e quindi derivando la deformazione rispetto al tempo otteniamo una relazione di questo tipo  k3   n  0 .
E
Per i due esempi vedere slide(56-58).

SLIDE 62

L’ultima slide si riferisce alla terza parte ovvero allo scorrimento terziario, che non è molto utilizzato nelle
applicazioni. Questi grafici si ottengono utilizzando dati sperimentali, legando la tensione, il tempo e la
temperatura, e ci dicono sostanzialmente dopo quanto tempo si verifica la rottura, fissando la tensione e la
temperatura.

48