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MICHELANGELO

MADONNA DELLA SCALA (1491)


La Madonna della Scala è un lavoro di cui abbiamo poche informazioni:
secondo alcuni studi, questa dovrebbe essere stata realizzata nel
1491-1492 ed è rimasta nelle mani della famiglia Buonarroti, fino a che il
nipote dello stesso Michelangelo, ovvero Lionardo Buonarroti, donò questa
Madonna Michelangelo a Cosimo de’ Medici circa settanta anni dopo la
creazione di questo bassorilievo.
Nel 1616, la Madonna Michelangelo venne donata nuovamente alla
famiglia Buonarroti, arrivando ad essere conservata in quella che oggi è
Casa Buonarroti.

Stilisticamente, questo bassorilievo ricorda moltissimo la tecnico dello


stiacciato utilizzata da Donatello all’interno dei propri lavori: questa
particolare tecnica, permette di realizzare degli eccezionali bassorilievi con
delle variazioni pressoché minime rispetto al fondo, donando profondità alla
scena.

Nella Madonna della Scala, la protagonista è la Vergine seduta su un


supporto quadrato, rappresentata di profilo, con lo sguardo rivolto in
lontananza; Maria occupa gran parte della superficie, ed è scolpita con un
atteggiamento quasi profetico.

La Vergine sta alzando la propria veste per proteggere o per allattare Gesù
Bambino, il quale sembra stia dormendo; anche lo stesso bambino,
rappresentato con la posizione delle braccia contrapposte, sembra quasi
suggerire un movimento spiraliforme.

La mano destra del piccolo Gesù Bambino è rappresentata girata verso lo


spettatore, proprio come accade anche nella ​Pietà Bandini​,
simboleggiando l’abbandono del fisico durante il sonno (o in questo caso
potrebbe profetizzare la futura morte di Gesù)

Merita attenzione anche il panneggio della veste della Vergine, che cade
dolcemente sul supporto dove è seduta, in modo molto realistico.
Spostando lo sguardo a sinistra, è possibile notare due piccoli bambini che
stanno danzando o lottando presso un corrimano, e dove uno dei due
regge un drappo; il significato del gesto dei putti non è ben chiaro, e
potrebbe trattarsi infatti di un semplice omaggio ai putti di Donatello.
CENTAUROMACHIA (1492)
Michelangelo Buonarroti è una delle figure dominanti di tutto il
Rinascimento. Da ragazzo lavorò per pochi mesi come apprendista per un
celebre artista, il Ghirlandaio, la cui bottega era una delle più importanti
della Firenze del tempo e realizzava prevalentemente affreschi e ritratti.
Successivamente iniziò a frequentare i «Giardini di S. Marco», dove
Lorenzo de’ Medici conservava la sua collezione di statue antiche, che
saranno i riferimenti per le sue prime sculture. Lorenzo si accorse
dell’abilità straordinaria del giovane artista e lo ospitò nel suo palazzo,
dandogli così la possibilità di frequentare la cerchia di studiosi e filosofi di
corte. Tra essi vi era Angelo Poliziano (• Volume 1, pp. 670-677), poeta e
umanista, che gli suggerì il soggetto della Centauromachia.

La scena rappresentata è tratta dalla mitologia greca. È la lotta tra il


popolo dei Lapiti, leggendari abitanti della Tessaglia, e i Centauri, creature
metà uomini e metà bestie (“centauromachia” significa appunto “battaglia
dei centauri”); di fatto però Michelangelo non ha ripreso il mito ma ha
rappresentato una lotta tra combattenti nudi, al centro della quale, fulcro
della scena, sta il dio Apollo. Il soggetto è un’allegoria dell’eterna lotta tra la
ragione e la bestialità, tra la parte razionale che contraddistingue l’uomo,
con il suo senso etico e religioso, e la violenza irragionevole. Tutta la
composizione si basa sul movimento, ogni personaggio ha una gestualità
diversa dagli altri che diventa movimento corale; i corpi sono avvinghiati,
quasi concatenati l’uno all’altro, nella lotta furibonda, creando effetti
dinamici. La complessità della composizione è in realtà strutturata da un
impianto simmetrico, che passa per la figura di Apollo, il giovane al centro,
in piedi. Molti elementi evidenziano la simmetria; i più visibili sono i
personaggi posti ai quattro angoli e i due giovani in piedi. Molto evidente è
la diversa lavorazione del marmo per distinguere i corpi, che emergono con
energia, dallo sfondo; nei primi il marmo è liscio, lucido, mentre per lo
sfondo la pietra è scabra e ancora si vedono i segni dello scalpello. In
questo lavoro giovanile, eseguito dall’artista neppure ventenne, possiamo
già ritrovare tutte le caratteristiche che contraddistingueranno le future
opere di Michelangelo: la plasticità, il movimento, l’utilizzo del “non finito”
(qui nello sfondo lasciato scabro) e un unico soggetto: la figura maschile
nuda in movimento. Apollo, al centro della composizione, dà movimento a
tutta l’opera; Michelangelo riproporrà il suo gesto imperioso quasi
cinquanta anni dopo nel Giudizio Universale nella Cappella Sistina a
Roma, dove Cristo è nella medesima posizione.
BATTAGLIA DI CASCINA (1505)
Nel Cinquecento, il gonfaloniere Pier Soderini consigliò di far decorare il
salone di Palazzo Vecchio, realizzato da Savonarola dopo la grandiosa
rivoluzione che portò i cittadini a governare Firenze, distaccandosi dagli
antichi regimi di potere.Per la decorazione dell’ambiente presente in
Palazzo Vecchio, vennero convocati Leonardo da Vinci e Michelangelo
Buonarroti; il tema portante dei lavori dei due grandi maestri doveva essere
l’esaltazione dell’esercito fiorentino, che combatteva per la difesa della
nuova Repubblica con l’aiuto di Dio.
Leonardo da Vinci si dedicò alla realizzazione della battaglia di Anghiari, un
lavoro di eccezionale qualità, che però venne irrimediabilmente rovinato e
successivamente abbandonato dallo stesso artista dopo aver tentato
l’antica tecnica dell’encausto. La battaglia di Anghiari Leonardo si rivelò un
vero e proprio fallimento, mentre Michelangelo si dedicò alla realizzazione
di un altro evento bellico.

Il tema del lavoro di Michelangelo era la battaglia di Cascina, avvenuta nel


1364 e tramandata all’interno di varie fonti storiche, secondo cui i Pisani
vennero sconfitti dai Fiorentini; quest’ultimi sconfissero i nemici anche non
essendo adeguatamente equipaggiati, poiché in precedenza, a causa del
grande caldo (la battaglia si combatté a fine luglio), le truppe cercarono di
rinfrescarsi gettandosi nell’Arno.

Michelangelo completò il lavoro nei primi anni del Cinquecento, ma non lo


finì in via definitiva perché dovette partire per Roma a causa
dell’incresciosa situazione legata alla realizzazione della ​tomba di Giulio II​.

Il cartone realizzato da Michelangelo venne lasciato all’interno


dell’Ospedale di Sant’Onofrio, ma la popolarità di questo capolavoro
crebbe in fretta, portando diversi artisti a maturare il desiderio di volerla
tenere per se per studiare: tra questi Baccio Bandinelli, arrivò ad introdursi
all’interno di Palazzo Medici per studiarli continuamente, al fine di poter
realizzare un’opera di simile bellezza.

Appropriandosi dapprima di una parte del cartone e tentando


successivamente di raggiungere la perfezione michelangiolesca (e non
riuscendoci), Baccio Bandinelli distrusse una gran parte dell’opera; questo
danno, sommato alla distruzione effettuata da parte di altri proprietari di
altrettanti pezzi dell’opera, portarono all’eliminazione definitiva di questo
lavoro.

Fortunatamente, prima di essere distrutto, fu oggetto di grandi studi l’opera


di Michelangelo, e vennero create innumerevoli copie, di cui quella che si
avvicina di più all’originale è quella di Aristotile di Sangallo.Tra i probabili
affreschi Michelangelo, questo costituisce senza dubbio uno dei più
conosciuti e misteriosi, poiché l’originale è andato perduto, ma secondo le
fonti ne è stato possibile enunciare una descrizione abbastanza generica:
al centro si sarebbe dovuto trovare un soldato indossante le braghe,
mentre a sinistra di quest’ultimo sarebbe dovuto esserci un gruppo di
cavalieri, mentre ai lati sarebbero stati presenti degli altri soldati in corsa,
rappresentati nell’atto di salire a cavallo.Secondo degli ulteriori studi
riguardanti l’aspetto del Salone di Palazzo Vecchio, i lavori della battaglia
Anghiari di Leonardo e la battaglia di Cascina Michelangelo,
originariamente non sarebbero dovuti essere disposti su due muri opposti,
ma piuttosto sulla stessa parete, uno affianco all’altro.

PIETÀ’ VATICANA- PIETA’ BANDINI- PIETA’ RONDANINI

La Pietà è un tema artistico biblico che raffigura la Vergine con il corpo del
Figlio senza vita tenuto sulle ginocchia dopo la Passione e la Deposizione.
Questa iconografia trae le sue origini dalla Vesperbild, cioè un tipo di
scultura devozionale nata nel XIV secolo in Germania.

La Pietà Bandini – il nome lo si deve al suo primo acquirente, il banchiere


fiorentino Francesco Bandini – viene realizzata da Michelangelo in età
matura (1550-55) per la propria tomba ed è oggi custodita presso il Museo
dell’Opera del Duomo a Firenze.

I personaggi rappresentati sono Cristo, la Madonna, la Maddalena e


Giuseppe d’Arimatea che, secondo Vasari rappresenta un autoritratto di
Michelangelo stesso. La struttura dell’opera è piramidale e presenta l’uso di
panneggi, così come nella Pietà realizzata in età giovanile (1498-99) a
Roma ,commissionatagli dal cardinale francese Jean de Bilhères e
custodita presso la basilica di San Pietro nella Città del Vaticano,ciò manca
nella Pietà Rondanini, realizzata tra il 1560 e il 1564 custodita al Castello
Sforzesco di Milano.

Nella Pietà Bandini, la presenza della Maddalena e di Giuseppe d’Arimetea


può portarci a pensare che quest’opera non sia una Pietà “pura” ma
qualcosa tra la Pietà e il Compianto sul Cristo Morto, date le due differenti
iconografie.

L’uso dei panneggi, tipici dell’arte classica, dona plasticità ai corpi, il busto
del Cristo è torso così come le gambe sono ruotate e piegate, la resa
anatomica è forte: i muscoli dell’addome sono ben scolpiti come quelli di
braccia e gambe, il capo è piegato sulla destra e poggia sul volto di Maria
la quale lo sorregge con le mani. Lo sguardo della Maddalena sembra
rivolto al vuoto probabilmente perchè sconcertata da ciò che è accaduto o
forse allo spettatore, quello della Vergine insieme all’espressione dei viso ci
ricorda una madre addolorata e sofferente per il figlio mentre quello di
Giuseppe d’Arimatea è rivolto alla Vergine ed è uno sguardo ricco di
compassione per il dolore che sta affrontando. I panneggi e il modo in cui è
rappresentato il corpo di Cristo danno dinamismo all’opera più di quanto
possiamo osservare nella Pietà Rondanini, la quale appare decisamente
più statica.

L’opera è tuttavia incompiuta, “non finito”, cioè la profonda suggestione tra


forma, soggetto e proiezione psicologica dell’artista e fu in parte distrutta
dal maestro nel 1555 quando, fuori di sé, decise di distruggere la statua
prendendola a martellate.

Vasari illustra i tre motivi che spinsero Michelangelo a compiere questo


gesto disperato: la durezza e le impurità del blocco di marmo,
l’insoddisfazione tipica dell’artista e l’assillante insistenza di un servitore
che lo incitava a finire l’opera. La vittima più importante dell’aggressione
michelangiolesca fu la gamba sinistra del Cristo, scarpellata via dopo esser
stata scolpita, ma anche le braccia delle figure vennero spezzate.
Per quanto il danno fosse grave, un suo allievo, Tiberio Calcagni ricostruì
le parti dell’ opera distrutte.

La Pietà Rondanini è quella su cui Michelangelo tornerà per più di dieci


anni, un po’ come Leonardo con la Gioconda, è l’ultima realizzata da
Michelangelo ed anch’essa è caratterizzata dal “non finito”; questa Pietà, a
differenze delle altre due, Michelangelo l’aveva concepita per sè, non gli
era stata commissionata, non aveva committenti, era qualcosa che voleva
tenere per sè, qualcosa di talmente intimo che voleva destinare al proprio
sepolcro.

La struttura della Pietà Rondanini non è piramidale come negli altri due
casi, la Vergine è alle spalle del Cristo e cerca con tutte le sue forze di non
abbandonarlo alla morte, le gambe del Cristo possiamo notare che stiano
cedendo e che il braccio sia abbandonato ma ad ogni modo non si “lascia
andare”, non cade, osserviamo quindi la vittoria della vita sulla morte.
Quest’opera, anche se non presenta panneggi, anche se la resa anatomica
non è pari o superiore a quella della Pietà Bandini e alla prima Pietà e sia
più semplice nella resa, e il Cristo non sia come “cullato” tra le braccia della
Vergine, è un’opera estramemente profonda, che innalza lo spirito cristiano
e “avvolge” lo spettatore che rimane in silenzio davanti a cotanta bellezza.

Riguardo la prima Pietà realizzata da Michelangelo, Vasari scrive: “ non


pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di
grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo
tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto
il valore et il potere dell’arte”

In queste poche righe, Vasari ci mostra la grandezza di quest’opera.

La struttura è piramidale e presenta, a differenza di quanto avviene nella


Pietà Rondanini, il corpo morto di Cristo come “cullato” tra le braccia della
Vergine, le gambe e il braccio di Cristo sono inerti e gli abiti della Vergini
sono ricchi di panneggi e hanno morbide forme che possiamo osservare
nelle numerosissime piaghe delle vesti. Lei lo osserva incredula e dolente,
lo contempla, è una madre che ha visto il figlio nascere e lo ha cullato tra le
braccia e lo vede a lei tornare morto ma sempre a cullarlo tra le sue
braccia.

Tutte e tre le opere sono state realizzate in marmo, la prima Pietà presenta
una perfetta levigatura nella Pietà Bandini il marmo è meno levigato e
sembra quasi grezzo nella Pietà Rondanini.

L’uso del “non finito” di Michelangelo vuole rappresentare il rapporto tra


l’assoluto, tra qualcosa di finito e che quando fatto a regola d’arte ci appare
come qualcosa di perfetto oltre il quale non si potrebbe forse andare con
qualcosa che se pur “non finito” può comunque essere qualcosa che superi
il finito. Nel “non finito” infatti sta allo scultore e a chi “legge” cogliere la
raffinatezza, la grandiosità espressiva, il messaggio, e il/i signicato/i
dell’opera. Credo che proprio ciò che non sia finito sia ciò che ci permetta
di rimanere catturati dall’opera.