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STORIA + ITALIANO

M. L. KING “Io ho un sogno”

Martin Luther King Junior nacque il 15 gennaio del 1929 in Georgia, uno degli stati americani in
cui le tensioni razziali tra bianchi e neri erano particolarmente accese. Secondogenito di Martin
Luther King Senior (reverendo africano e irlandese della chiesa Battista) e di Alberta Williams
(organista nel coro della chiesa), visse la sua infanzia nella città di Atlanta nella Auburn Avenue, la
zona borghese della città soprannominata il “Paradiso Nero” dove risiedevano i borghesi del ghetto,
gli "eletti della razza inferiore", per dirla con un'espressione paradossale in voga al tempo. Il suo
nome legale alla nascita era Michael King, come quello di suo padre. Quest’ultimo però, nel 1934
decise di cambiarlo in Martin Luther King, a seguito di un viaggio fatto in Terra Santa e in Europa
durante il quale, nella Berlino della Germania nazista, rimase affascinato dalla figura del grande
riformatore tedesco Martin Lutero.

Già all’età di sei anni, Martin cominciò a scontrarsi con la dura


realtà del razzismo. In una bella giornata autunnale, perfetta per
giocare all’aperto con i suoi coetanei, si recò nella villa di due suoi
amici bianchi. Bussò e si affacciò alla porta la madre dei due fratelli.
Non un sorriso, né un saluto vennero rivolti al piccolo Martin che
infranse il silenzio chiedendo alla donna se i suoi figli potevano
andare a giocare con lui. Un secco no fu la risposta che ricevette. Il
bambino cominciò a tempestarla di domande per accertarsi che i
suoi amici non fossero malati. La donna lo rassicurò sulla salute dei
suoi figli e Martin le chiese di poter giocare con loro il giorno dopo.
A quel punto, messa alle strette dall’insistenza del bambino, la signora gli spiegò che non avrebbero
più potuto giocare assieme perché con l’inizio della scuola i tre ragazzini avrebbero intrapreso
strade diverse.

Martin era ‘colored’, nero, mentre i suoi figli erano ‘white’, bianchi. Con queste parole si congedò
dal bambino, disorientato da quella misteriosa risposta. Non riuscì, infatti, a comprendere cosa
volesse dire avere un colore di pelle diversa e per quale ragione, a causa della sua carnagione
marroncina, dovesse essere costretto a separarsi dai suoi amici.

Tornò a casa e chiese spiegazioni dell’accaduto alla madre che, in modo molto semplice, gli
raccontò la storia degli afroamericani, della presunta libertà dopo l’abolizione della schiavitù, dei
pregiudizi di molti bianchi nei confronti dei neri e della segregazione ancora presente nel loro
paese. Concluse, però, con un suggerimento che Martin custodì dentro di sé: «qualunque cosa ti
diranno, non dovrai mai dubitare di essere un bambino come gli altri».

L’infanzia di Martin trascorse come quella di tutti i bambini afroamericani dell’epoca, che
incontravano barriere ovunque andavano anche con la visione di cartelli con scritto ‘colored’ e
‘white’.

A quattordici anni, di ritorno da un viaggio in autobus a Dublin dove aveva sostenuto una gara
oratoria, poi vinta, fu costretto assieme ad altri a cedere il suo posto a dei passeggeri bianchi saliti a
bordo lungo il percorso, rimanendo in piedi per oltre 141 chilometri. Come lui stesso avrebbe
affermato, fu una serata indelebile nella sua memoria.

Fin da piccolo Mike era appassionato di teologia e a quindici anni riuscì a superare l'esame di
ammissione all'Atlanta Baptist College, collegio per neri successivamente rinominato Morehouse
College di Atlanta, frequentato in precedenza da suo padre e da suo nonno dove si laureò in
sociologia nel giugno del 1948.

Nell'autunno del 1948 iniziò il suo percorso di studi religiosi al Crozer Theological Seminary di
Chester, in Pennsylvania, una scuola principalmente composta da bianchi e nel 1951 ottenne il
baccalaureato in teologia (titolo accademico ecclesiastico rilasciato dalle università pontificie).
Nello stesso anno iniziò a frequentare l’università di Boston dove, due
anni dopo, conobbe e sposò Coretta Scott che studiava canto al New
England Conservatory con la speranza di diventare soprano.

Appena terminati gli studi, nel 1954, prese in considerazione il consiglio


del padre e, avendo diverse proposte lavorative, sia da chiese che da
college, decise di accettare una di quelle arrivatagli da una chiesa di Montgomery (Alabama) dove,
pochi mesi dopo, diventò il pastore della città.
Nel frattempo la lotta per l’emancipazione dei neri compì i primi passi nelle aule di tribunale, dove
la NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) promuoveva azioni
legali contro le leggi segregazioniste. Questo impegno raggiunse un clamoroso successo nel 1954,
quando la Corte Suprema federale emise una sentenza contro la segregazione nelle scuole in una
cittadina del Kansas, che invalidava il principio “separate but equal”.

Il 24 gennaio 1954 Martin tenne il suo sermone di prova, dal titolo “The Three dimension of a
complete life” (le tre dimensioni di una vita completa) nella chiesa Battista di New Covenant.
Questo sermone includeva le basi religiose ed etiche che furono alla base della sua predicazione.
Nel 1959 il primo discorso fu raccolto insieme ad un altro sermone “Cos’è l’uomo?” e furono
pubblicati con il titolo "La misura dell'uomo". Questo fu il primo volume ad essere stampato, in cui
viene illustrato il pensiero di Martin Luter King ovvero la dimostrazione di come la fede e l'azione
politica costituiscono un'unità indivisibile, dove la seconda è conseguenza della prima.

Il messaggio di Martin Luther King emerge in tutta la sua forza e in tutta la sua estensione: riguarda
la vita individuale quanto quella politica, non ha confini geografici ed oggi è attuale quanto lo era
negli anni della lotta per i diritti civili.

BOIGOTTAGGIO DEI BUS A MONTGOMERY

Il 1° dicembre 1955 a Montgomery, in Alabama, ci fu un evento che diede il via ad una vigorosa
spinta alle proteste, diventando un simbolo per i neri d'America.

In quegli anni all'interno degli autobus di Montgomery vi erano 3


settori: un settore solo per i bianchi (i primi 10 posti davanti),
uno dedicato solo agli afroamericani (gli ultimi 10 posti in
fondo) ed un settore di sedici posti intermedi che potevano essere
utilizzati da entrambi, ma se, mentre un afroamericano stava
occupando uno di questi posti comuni, saliva un bianco e non vi
erano posti riservati ai bianchi disponibili, il primo doveva
obbligatoriamente cedere il posto al secondo.

Rosa Parks, una signora nera di mezza età, salì su un autobus di linea, seguì
l’indicazione "Gente di colore" e prese posto nella quinta fila a sinistra,
dietro ai posti riservati ai passeggeri bianchi. L’autobus ben presto si riempì.
Il conducente invitò allora a far posto ai “signori bianchi” e tre neri si
alzarono. Rosa, che lavorava come sarta in un grande magazzino ed era una
militante della NAACP, era stanca, aveva appena terminato una lunga
giornata di lavoro, le facevano male i piedi e decise di rimanere seduta. Il conducente la invitò
esplicitamente ad alzarsi, ma la donna rifiutò, senza alzare la voce, perché sapeva che altrimenti
avrebbe offerto un pretesto per farla scendere. L’autista si allontanò e ritornò dopo poco
accompagnato da due poliziotti, i quali afferrarono la donna e la trascinarono via. L’autobus ripartì
e la donna venne condotta al posto di polizia, dove il funzionario di turno compilò il modulo di
arresto con l’accusa di violazione delle norme municipali regolanti la disposizione razziale dei posti
sugli autoveicoli pubblici.

Rosa telefonò a Edgar Daniel Nixon (attivista statunitense nonché presidente dell’N.A.A.C.P.), il
quale la raggiunse al commissariato, pagò la cauzione e la riportò a casa. 

La notizia del sopruso scatenò una reazione violenta da parte della comunità nera di Montgomery, e
la polizia reagì agli incendi degli autobus e alle vetrine fracassate sparando.

Nixon telefonò allora ai due pastori della città per chiedere il loro appoggio in quanto solo le chiese
disponevano dell’organizzazione necessaria per mobilitare un alto numero di neri. Uno dei due
pastori era Martin Luther King, il quale esitò e chiese di poter riflettere, ma quaranta minuti dopo,
dietro le insistenze di Nixon, accettò di mettere a disposizione la sua chiesa come luogo di incontro
della comunità nera per poter discutere la questione. Durante l’incontro nella chiesa di Martin, dove
parteciparono più di quaranta leader della comunità afroamericana, si decise che il giorno 5
dicembre 1955 nessun nero dovesse utilizzare gli autobus. L’adesione fu massima: quel lunedì
furono contati solo dodici viaggiatori neri, mentre in genere in una giornata lavorativa utilizzavano i
mezzi pubblici circa ventimila neri. Lo stesso 5 dicembre fu processata Rosa Parks, che fu
riconosciuta colpevole e le venne inflitta una multa di dieci dollari. Il suo avvocato presentò ricorso.
Qualche ora dopo la condanna, si tenne un’assemblea nella chiesa di King ed egli, colto di sorpresa,
fu eletto presidente della MIA Montgomery Improvement Association (Associazione per il
miglioramento di Montgomery). L’assemblea preparò il testo delle richieste da proporre all’azienda
dei trasporti, tra le quali si chiedeva “che i viaggiatori possano prendere posto secondo l’ordine di
salita, i neri a cominciare dalle ultime file”. Si trattava di richieste indubbiamente moderate, che non
mettevano in discussione il principio della separazione razziale. L’assemblea approvò inoltre
all’unanimità la proposta di continuare il boicottaggio ad oltranza, fino a quando fossero state
rispettate le richieste della popolazione nera, la quale per continuare l’azione di protesta organizzò
un sistema di trasporti alternativo.

All’inizio la comunità afroamericana si spostava come poteva, a piedi o con l'aiuto di tassisti
afroamericani, che avevano abbassato le loro tariffe sino a quella degli autobus.
Successivamente però, dopo che la commissione municipale impose ai tassisti di rispettare una
legge che stabiliva una tariffa minima per le corse, fu istituito un servizio di autisti che
gratuitamente trasportavano le persone a lavoro. Le auto a disposizione furono circa trecento, e si
organizzarono un gran numero di luoghi di raccolta (carpools)

In questi mesi King acquistò una statura di rilievo pubblico; lui e la sua famiglia furono bombardati
da minacce di morte e ricevettero un’infinità di telefonate piene di insulti e di volgarità. King ebbe
dubbi, provò paura, ma trovò nella sua fede religiosa la forza di continuare. Intanto venne accusato
di frode fiscale; quindi arrestato per eccesso di velocità.

Il 26 gennaio 1956 King, mentre guidava la propria auto, notò di


essere seguito da un poliziotto cercò, quindi, di rispettare il codice
stradale ma venne fermato lo stesso, e con il pretesto di eccesso di
velocità, venne arrestato e incarcerato insieme ai leader del
movimento.

"Sono orgoglioso del mio reato. È il reato di unirsi alla mia


gente in una protesta nonviolenta contro l'ingiustizia", fu il
commento a caldo del leader nero.

L’ira della popolazione dei bianchi, in questo periodo, era


talmente cresciuta che, dopo pochi giorni dalla scarcerazione di
King, il Ku Klux Klan (organizzazione segreta con finalità
politiche e terroristiche a contenuti razzisti e che propagano la
superiorità della razza bianca) mandò ogni giorno delle lettere minatorie e di ricatto alla sua
famiglia.

Il 30 gennaio 1956 intorno alle 21:30 venne scagliata una bomba nel portico della casa di King; la
moglie Corette e Roscoe Williams (moglie di un membro della congregazione) si trovavano a casa
in compagnia della piccola Yolanda Denise durante l’esplosione, fortunatamente nessuno rimase
ferito.

La notizia dell’accaduto cominciò a riscuotere consensi anche fuori dall'Alabama, e il movimento


afroamericano ricevette fondi e sostegno morale anche da paesi lontani come il Giappone e la
Svizzera.

King volò da una parte all’altra degli Stati Uniti per mobilitare l’opinione pubblica e per raccogliere
fondi per la causa. Intanto le autorità municipali di Montgomery intentarono anche un processo per
"trasporto di viaggiatori non autorizzato" contro il Movimento per i diritti civili, chiedendo al
tribunale un provvedimento ingiuntivo temporaneo contro il sistema di automobili private che
offrivano passaggi gratuiti ai neri. King cercò di trattare con l’azienda, che però si dimostrò
irremovibile. Il momento era delicato, perché se la Corte locale avesse dato ragione alle autorità
municipali, il boicottaggio sarebbe giunto alla fine, in quanto non si poteva chiedere alla
popolazione nera di andare e tornare tutti i giorni dal lavoro a piedi.

Proprio in quel momento però la Corte Suprema, alla quale avevano fatto ricorso gli avvocati della
N.A.A.C.P., dichiarò incostituzionale la separazione razziale sui mezzi pubblici di trasporto di
Montgomery e le norme locali di segregazione delle Stato dell’Alabama.

Il boicottaggio dei mezzi pubblici terminò il 21 dicembre 1956 dopo circa 380 giorni dal suo inizio,
con la sentenza della Corte suprema che dichiarava illegale la segregazione razziale sui
trasporti pubblici della città.

Il boicottaggio di Montgomery rappresentò quindi la vittoria del movimento di protesta non violenta
e il prestigio di Luther King aumentò notevolmente.

King incontrò John F. Kennedy il 23 giugno del 1960, Kennedy lo rassicurò affermando che
riteneva fondamentale la questione del diritto al voto e che era favorevole da sempre ai diritti civili.
Quando il pastore obiettò a Kennedy ricordandogli che nel 1957 si era espresso contro una legge
importante proprio per quei diritti, John rispose che ora la pensava in maniera opposta al passato.
Kennedy fu poi eletto presidente degli Stati Uniti l’8 novembre del 1960. Il 19 ottobre 1960 Martin
partecipò al sit-in tenutosi nel grande magazzino Rich ad Atlanta e fu arrestato insieme a 51
studenti. Dal momento che King per la legge era recidivo, venne condannato a quattro mesi di
lavori forzati, ma grazie alle pressioni di John e Robert Kennedy, fu subito liberato.

MARCIA SU WASHINGTON

Nel 1961 le organizzazioni per i diritti civili


iniziarono ad organizzare delle freedom rides
(corse della libertà) in cui bianchi e neri
viaggiavano insieme sullo stesso autobus per
sfidare le autorità degli stati del Sud che
ignoravano le leggi emanate dal governo
federale oppure non facevano niente per assicurarsi che fossero
applicate. Lo scopo dei viaggi per la libertà era quello di attuare
l’abolizione della segregazione negli autobus interstatali e nelle
stazioni di servizio.
Cominciarono ad essere organizzati praticamente ovunque gesti di sfida nei confronti della
segregazione razziale, che presero la forma di sit-in, marce e comizi.

L’apice di questi sforzi venne raggiuto il 28 agosto del 1963 con la


Marcia su Washington per il lavoro e libertà, chiamata anche “La
Grande Marcia su Washington”. Si trattò di uno dei più grandi raduni
politici per i diritti umani nella storia degli Stati Uniti, durante il
quale 250.000 americani si diressero a Washington per manifestare a
favore dei diritti civili ed economici degli afro-americani.

Fu in questa occasione che Martin Luther King Jr., in piedi di fronte al


Lincoln Memorial, pronunciò il suo storico discorso “I Have a Dream” sostenendo che il suo
“sogno” era appunto quello di una società americana libera, democratica, ugualitaria e libera dai
pregiudizi sulla popolazione di origine africana.

Nello storico discorso di Washington, che insieme a tutta la sua


intensa attività di “resistenza pacifica” gli valse nel 1964 (ad appena
35 anni fu l’uomo più giovane a ricevere questo riconoscimento) il
Premio Nobel per la Pace, Luther King ripete la frase “I have a
dream” ben otto volte, per esaltare l’immagine di un’America
unificata nel nome dell’integrazione; ma a esser ripetute più e più
volte vi sono anche “adesso è il momento” (con cui esorta gli
Americani ad agire), “alcuni di voi sono venuti”, “ritornate”,
“potremo”, “liberi finalmente”, “che la libertà riecheggi”, “non
potremo mai essere soddisfatti”.

I HAVE A DREAM

“Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per
la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci
leviamo oggi, firmò la Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un
grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida
ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora
tristemente paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento
anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità
materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova
esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo
senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della
repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza,
stavano firmando una cambiale del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo
"pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei
principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
È ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini
di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un
assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci
rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da
questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a
presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata
dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che
si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della
democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al
sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie
mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere
vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno
l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà
fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare
un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese
riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro
diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra
nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al
palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci
di azioni ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del
risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della
disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica.
Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza
dell’anima.
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a
una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come
prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino,
e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa
offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà
essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare
indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete
soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui
viene sottoposto dalla polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non
potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere
soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a
un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da
cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del
Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui
votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come
l’acqua e il diritto come un fiume possente.
Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di
voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone
in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti
dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate
ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in
Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord,
sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci
sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho
sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un
giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi
riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che
un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere
insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo
dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di
libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione
nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro
carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna
saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del
Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza.
Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di
speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra
nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di
andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.
Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di
te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del
pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande
nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da
ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio,
neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole
del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi
finalmente".

28 AGOSTO 2017

Il discorso si apre con un chiaro riferimento all’evento che cent’anni prima aveva segnato la storia
degli Stati Uniti d’America: la proclamazione dell’emancipazione del 1863, firmata da Lincoln, che
aveva sancito l’abolizione della schiavitù. Il sogno di King è un’America nuova, una civiltà unita,
priva di razzismo e dall’odio che fino a quegli anni regnava sovrano in quasi tutti gli Stati
d’America.

Il discorso, tenuto da King, fu trasmesso in diretta da emittenti televisive e, successivamente,


considerato il momento più suggestivo della Marcia su Washington del 1963. Ha invocato la
Dichiarazione di Indipendenza, la Proclamazione di emancipazione, e la Costituzione degli Stati
Uniti. Fu pronunciato per 17 minuti davanti a 250.000 persone che avevano preso parte alla marcia
per i diritti civili e cambiò la storia: da allora la questione dei neri diventò una priorità per il
governo che, seppur con una lenta prassi, emanò nel 1964 il Civil Rights Act con il quale si rese
illegale la pratica di discriminazione di razza e la segregazione razziale. Da questo punto in poi,
tutti i cittadini americani, indipendente dal colore della pelle, iniziarono a convivere nelle stesse
strutture, potevano muoversi sugli stessi mezzi e potevano consumare un pasto nello stesso posto. Il
sogno di King inizia a diventare realtà.

“Non tutti lo sanno, ma soltanto i primi sette paragrafi del discorso erano preparati - racconta
Clarence Benjamin Jones, consigliere e amico intimo del reverendo - Avevamo selezionato insieme
i temi e lui aveva steso il testo. Poi a un certo punto Mahalia Jackson, la grande cantante gospel
che aveva aperto la manifestazione, ha iniziato ad urlare:“parla del sogno, Martin! Parla del
sogno”. King allora ha accantonato i fogli e ha preso a parlare a ruota libera. La parte che è
entrata nella storia era in realtà improvvisata, ed è anche questa la sua forza. Con un discorso
spontaneo ha espresso un concetto che si può riassumere in tre parole: all, here, now (vogliamo
tutto, qui, ora). Non possiamo tralasciare il valore che la spontaneità e l’improvvisazione hanno
avuto quel giorno”.
LA MORTE DI MARTIN LUTHER KING

Il 4 aprile del 1968 il mondo venne sconvolto dalla notizia dell’assassinio del leader a Memphis, in
Tennessee. Tra le 18 e le 19, mentre era affacciato al balcone del Motel Lorreine con alcuni
collaboratori, un proiettile calibro 30-60 sparato da un fucile di precisione lo colpì alla testa,
uccidendolo sul colpo. Secondo il biografo Taylor Branch, le sue ultime parole furono per il
musicista Ben Branch, del quale era previsto un evento per quella sera. King disse: “Ben, make sure
you play Take My Hand, Precious Lord in the meeting tonight. Play it really pretty”. Lo shock
scatenò rivolte in più di cento città in tutto il paese. Prima di essere ucciso, King aveva già subito 5
attentati, il più grave a Harlem nel 1958 quando una donna lo aveva pugnalato alle spalle con un
tagliacarte, sfiorandogli l’aorta.

L’8 giugno del 1968 venne arrestato il presunto assassino di Martin a Londra, mentre cercava di
lasciare l’Europa. Quest’ultimo sostenne di non essere stato lui a sparare, ma di sapere il nome del
vero assassino. Morì il giorno dopo l’arresto, accoltellato nella cella dove era stato rinchiuso.
Ancora oggi rimangono diverse ombre sull’omicidio di Martin Luther King.