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PSICOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

Definire la comunicazione è piuttosto complesso perché la comunicazione va di pari passo con la


definizione di cultura. Dobbiamo definirle entrambe. È un argomento complesso perché si devono tenere
presenti tutti quelli che sono gli elementi che fanno parte della comunicazione stessa. Parliamo di
comunicazione come ATTIVITA’ che ci lega necessariamente all’altro nella misura in cui la comunicazione ha
a che vedere con la SOCIALITA’. Noi comunichiamo qualcosa con qualcun altro. Comunicare ha a che
vedere con il nostro essere un animale sociale. La comunicazione è un’attività eminentemente sociale.

La comunicazione è caratterizzata da molteplici dimensioni:

 in quanto quello che si comunica è una condivisione di significati. È possibile comunicare qualcosa
con qualcun altro solo perché condividiamo una base con qualcun altro. Questa base è un insieme
di significati, che sono negoziati, partecipati. Se vogliamo definire la comunicazione dobbiamo
tenere presente che questa è imprescindibile dal condividere significati che sono stati negoziati in
precedenza, non necessariamente da noi stessi ma dalla società in cui viviamo. Ecco, quindi, che si
parla di PARTECIPAZIONE E CONDIVISIONE DI SIGNIFICATI.
 Parliamo anche di comunicazione come ATTIVITA’ COGNITIVA, cioè che concerne il pensiero. In
quanto ci sono diversi approcci alla comunicazione e che è possibile parlare di comunicazione
proprio perché condividiamo qualcosa che ha a che vedere con la nostra attività mentale. I
significati diventano tali perché siamo in grado di produrre un pensiero astratto, la significazione
non avrebbe luogo altrimenti. Ci sono alcuni approcci all’interno della semantica che fanno
strettamente riferimento all’aspetto cognitivo/mentale della creazione del significato. Esiste poi un
intero ramo della linguistica, cioè la linguistica cognitiva che mette ancora più in evidenza come
l’aspetto mentale sia importante. Noi siamo in grado di comunicare perché siamo in grado di
produrre un pensiero. La comunicazione è un’attività mentale. Noi produciamo dei pensieri, li
veicoliamo in qualche modo all’altro e quindi li scambiamo con l’altro.
 Tuttavia, comunicare indica anche lo svolgere qualcosa, la comunicazione è alla base un
comportamento, non tutti i comportamenti sono comunicazione ma la comunicazione ha alla base
un comportamento. Nel comunicare noi comunque svolgiamo un’ATTIVITA’. La COGNIZIONE quindi
si lega strettamente all’AZIONE.

All’interno di questi aspetti quello che avviene è la condivisione di significati. Quando parliamo di
comunicazione dobbiamo tenere presente che condividiamo significati, che ci è possibile perché abbiamo
una mente che ci permette di generare dei pensieri ma allo stesso tempo svolgiamo delle azioni
(introduzione alla comunicazione).

In che modo la comunicazione è determinata all’interno della società? Essendo la comunicazione un’attività
cognitiva che richiede per forza la condivisione di significati e lo svolgimento di alcune azioni, dobbiamo
vedere anche che cosa sono questi significati e come sono organizzati/concepiti questi significati? Quindi si
aprono molte strade sul come può essere definita la comunicazione. La definiamo sulla base di diversi
approcci che si sono dedicati allo studio della comunicazione.

Storicamente il PRIMO APPROCCIO è di tipo matematico.

APPROCCIO MATEMATICO: la comunicazione come trasmissione di informazioni. La comunicazione


equivale secondo questo primo approccio alla TRASMISSIONE DI INFORMAZIONI in senso matematico, cioè
nel senso in cui L’INFORMAZIONE È L’INSIEME DEI DATI + LA STRUTTURA IN CUI LI INSERISCO, È QUALCOSA
DI FLESSIBILE che dipende da come organizzo questi dati. Modello matematico di Shannon e Weaver=
Questo modello matematico si perfeziona nel secondo dopo guerra, Shannon e Weaver verso il 1947 hanno
appreso la lezione della comunicazione così come è stata concepita nella 2GM. In quel periodo il problema
era quello di comunicare informazioni che non fossero comprensibile dal fronte opposto. Quindi ci si
organizza per riuscire a criptare e poi decriptare i messaggi. Ecco da qui l’importanza di un modello
matematico che possa permetterci di comunicare senza però che le informazioni siano trasparenti per il
nemico. Da questo modello matematico l’informazione viene intesa come UNA DIFFERENZA CHE GENERA
DIFFERENZA perché visto che INFORMAZIONE = DATI + STRUTTURA. Se io modifico la struttura in cui questi
dati sono organizzati ho come risultato un’informazione diversa. Questo porta ogni volta che io modifico
qualcosa all’interno della struttura o dei dati stessi, ad avere come risultato un’informazione diversa. L’agire
all’interno degli elementi componenti dell’informazione mi porta ad avere costantemente delle
informazioni diverse/risultati diversi a fronte di una variabilità minima all’interno di quelli che sono gli
elementi componenti. Il modello di fondo, come avviene la trasmissione delle informazioni è come avveniva
secondo il modello comunicativo di Roman Jàkobson. Lui nel suo esodo americano, nel generare la sua
teoria della trasmissione delle informazioni, su come il segnale linguistico si trasmette, ha preso spunto dal
modello matematico di Shannon e Weaver. Secondo questo modello c’è un segnale di qualche natura,
quello di J è linguistico ma potrebbe un segnale di qualsiasi tipo (ad esempio binario), che parte da una
fonte, c’è un trasmettitore che permette questo passaggio, il passaggio avviene lungo un canale. La
comunicazione è un affare sociale quindi ci deve essere qualcuno che riceve. Ci deve essere un
destinatario, in grado di recepire le informazioni perché c’è un recettore.

Ci sono dei concetti matematici che sono presenti in ogni forma di comunicazione secondo la teoria
dell’informazione:

 RUMORE: elementi ambientali che possono corrompere il nostro segnale, compromettere la


trasmissione del segnale, interferiscono con la sua trasmissione.
 RIDONDANZA: Invece questa è il contrario, è un’operazione di ripetizione che favorisce la codifica
del messaggio. Questo è evidente soprattutto quando parliamo di lingue storico naturali. Ci sono
alcune lingue nel mondo che sono particolarmente ricche di suoni (ma non di fonemi) e si dice che
queste hanno una sorta di ridondanza fonetica. Ci sono diversi suoni, la ridondanza un fenomeno
naturale che possiamo ritrovare anche nelle nostre lingue. Più in generale possiamo dire che questa
è una parte dell’operazione di trasmissione dell’informazione che permette la buona riuscita della
comunicazione stessa. È come se io ripetessi, rimandassi il segnale. Facendo riferimento al periodo
storico grazie al quale è nata questa teoria di Shannon e Weaver, nei vecchi film di guerra quando
viene comunicata una direttiva da parte della casa madre a un qualche soldato, la direttiva viene
ripetuta più volte solitamente = operazione di ridondanza, cioè ripetizione del messaggio perché
anche in presenza di rumore quest’operazione può comunque andare a buon fine.
 FILTRO: il filtro/filtraggio è un processo che permette di selezionare alcuni aspetti e proprietà del
segnale in questione rispetto ad altri nell’operazione di decodifica. Questo fa sì che alcuni aspetti
rispetto ad altri passino nella comunicazione. Per la codifica del mio messaggio, se io applico un
filtro, decodificherò alcuni elementi rispetto ad altri. Per esempio, quando parliamo di segnale
acustico posso applicare un filtro legato alle frequenze del parlato. Sulla base del filtro che io
applico potrò fare in modo che alcune frequenze vengano udite e altre no da parte del ricevente.

Ci sono altri elementi sempre all’interno dell’approccio matematico:

 FEEDBACK (cioè il ritorno, in alcuni casi chiamato anche rientro): quando parliamo di approccio
matematico relativo alla comunicazione il feedback è una parte di informazione, cioè quanta
informazione dal ricevente torna all’emittente. Io ho inviato un messaggio al ricevente, come sono
sicura che lo abbia ricevuto correttamente? È previsto, ci può essere un feedback. Può essere
positivo o negativo. È positivo quando l’informazione in ingresso viene ampliata ( per esempio
quando si fa ricorso alla ridondanza), o negativo quando si ha la riduzione dell’informazione in
ingresso, cioè non torna all’emittente tutta l’informazione che è stata trasmessa. Il feedback non ha
niente a che vedere con il concetto di RINFORZO. Questo in psicologia è un COMPORTAMENTO che
favorisce la risposta da parte del destinatario. Ad esempio, se io dico ad un bambino di svolgere un
compito assegnatogli a scuola, il rinforzo è un atteggiamento che posso avere nei confronti del
bambino come promettergli una ricompensa o fargli degli apprezzamenti nel caso in cui lo esegua
correttamente. Il feedback non è questo.

Il modello matematico ha però un problema, si basa SOLO sul modo in cui l’informazione passa
dall’emittente al ricevente e poi può tornare indietro al ricevente attraverso il feedback ma non si occupa
del contenuto dell’informazione. Si occupa solo del CODICE. Si parla di teoria forte del codice all’interno
dell’approccio matematico in quanto il codice è ciò che conta all’interno dell’approccio matematico. Il
codice (matematico, linguistico, binario ecc) è una serie di elementi che sono collegati da una serie di
regole, ad esempio il codice linguistico è determinato da elementi linguistici che sono tra loro combinati
attraverso una serie di regole precise. Questo approccio matematico si basa sostanzialmente su come il
codice funziona, ma ciò che veicola non è al centro di questo approccio. Non è particolarmente rilevante
che cosa venga detto all’interno di questo scambio comunicativo. Quale sia il contenuto dell’informazione
non è particolarmente rilevante per questo tipo di approccio.

APPROCCIO SOCIOLOGICO: la comunicazione come produzione sociale. La comunicazione può avvenire solo
se siamo inseriti in un contesto in cui ci si scambiano informazioni con altri individui. Questo vuol dire che la
comunicazione ha una faccia eminentemente sociale. Si parla quindi di sociologia della comunicazione.
Quando si parla di approccio sociologico, quella particolare disciplina che si occupa di questo aspetto è la
sociologia della comunicazione. Quando si parla di questa ci si occupa di come un soggetto interagisce in
alcuni ambiti. La sociologia della comunicazione costituisce un punto di vista interessante all’analisi
dell’azione sociale, del soggetto e dell’interazione. Un soggetto può interagire a livello
MICROSOCIOLOGICO e MACROSOCIOLOGICO. Per ogni individuo ci sono degli ambiti di interazione
particolari, da un lato abbiamo la vita di quotidiana (di competenza della microsociologia = si occupa di
quei processi che riguardano la vita di tutti i giorni e lo studio degli avvenimenti nella loro sequenza
all’interno del quotidiano, organizzare gli elementi all’interno della vita quotidiana può sembrarci qualcosa
di complicato ma in realtà ci sono elementi che ritornano. Si occupa di vedere se c’è uno schema all’interno
di quelli che sono gli accadimenti per ogni individuo all’interno del quotidiano). La microsociologia studia i
processi della vita quotidiana, il flusso degli accadimenti nella loro sequenza non sempre ordinata. La
macrosociologia invece si occupa di processi più generali che riguardano non tanto come gli individui si
rapportano rispetto agli altri nella vita quotidiana ma ciò che riguarda le istituzioni, le organizzazioni
complesse, perché ognuno di noi vive un quotidiano, ma facciamo parte anche di alcuni gruppi. Alcuni di
questi gruppi costituiscono le nostre istituzioni, le organizzazioni che ci governano. Ci sono particolari
rapporti che governano queste organizzazioni (es. i rapporti istituzionali, il protocollo che regola l’ufficialità
dei rapporti tra istituzioni, nessuno di noi sfugge a questo = noi facciamo parte dell’istituzione informale
famiglia, dell’istituzione scuola Carlo bo, non possiamo fare quello che vogliamo, dobbiamo seguire le
regole di interazione di questi gruppi, alcune formali, altre non scritte.) La macrosociologia studia i processi
generali inerenti le istituzioni e le organizzazioni complesse in quanto costitutivi e strutturali della società.

Ci concentriamo sugli aspetti legati alla microsociologia. Studio della microsociologia fatto da Goffman
(studio delle diverse situazioni di formalità che si possono avere in un contesto e come questa formalità si
rispecchia nelle varie lingue attraverso il linguaggio.)

LA MICROSOCIOLOGIA DI GOFFMAN: Goffman si occupa della così detta “sociologia delle occasioni”, cerca
di trovare quella regolarità in cui possono essere inserite le esperienze quotidiane di ogni individuo, quindi
cerca di spiegare come le situazioni in cui un individuo si può trovare sono più o meno simili, ricorrenti. LA
“sociologia delle occasioni” è lo studio delle circostanze in cui hanno luogo le esperienze quotidiane e
ricorrenti. Quali sono le situazioni ricorrenti nella vita di un individuo? Goffman introduce un concetto
particolare, che ritorna spesso nelle varie teorie della comunicazione: il concetto di RIQUADRO, CORNICE,
CONTESTO, FRAME = cornice entro cui si realizza lo scambio comunicativo. Ogni tipo di scambio
comunicativo avviene all’interno di un contesto. Ogni scambio comunicativo è dipendente dal contesto.
All’interno di questo contesto si verifica un rituale. Che cosa sono i riti/i rituali? Sono dei comportamenti
più o meno sempre uguali, delle sequenze di atti, più o meno sempre definiti, che vengono messi in atto da
un soggetto per comunicare, perché agendo/mettendo in atto questi rituali si esplicitano le implicazioni
simboliche del suo comportamento quando si è davanti a qualcun altro. Per esempio, quando sono davanti
a qualcuno che mi è particolarmente gradito userò un tipo di saluto rispetto ad un altro. Questo è un tipo di
rituale che viene messo in atto in modo tale che io abbia il controllo totale della situazione e renda visibile
agli occhi dell’altro quelle che sono le MIE INTENZIONI. Si deve rendere manifesto il proprio sentire all’altro,
che non legge nel pensiero. Al contrario se voglio tenere nascosti i miei veri sentimenti a qualcuno attuerò
tutta una serie di rituali convenzionali (perché sono definiti dal contesto), in modo tale che questo qualcuno
pensi l’opposto di ciò che in realtà sento. Perché agendo all’interno di un contesto, svolgendo un certo
rituale, l’altro sarà portato a pensare che io abbia un certo atteggiamento nei suoi confronti. Tutto questo è
molto importante per quello che riguarda l’aspetto della comunicazione interculturale.

Quando parliamo di comunicazione interculturale, la ritualità e tutti quelli che sono i comportamenti da
mettere in atto in certi contesti, sono molto importanti. I fraintendimenti interculturali si basano proprio su
questo. Cosa viene frainteso in un certo comportamento? Un’azione che a noi sembra neutra nella nostra
realtà culturale per un altro può essere invece una fonte di disagio. Perché? Perché a fronte di un
comportamento banale, quello che è pericoloso è invece quello che posso ritenere pensiero sottostante.
Ad esempio, l’accavallare le gambe in un modo rispetto ad un altro di per sé non dovrebbe suscitare nessun
tipo di reazione nelle varie culture, in realtà sulla base di come le gambe vengono sovrapposte, alcune
culture interpretano un certo tipo di accavallamento di gambe come disinteresse o senso di superiorità
rispetto all’interlocutore. Quindi questo comportamento apparentemente innocuo può rimandare
nell’interlocutore, quindi nell’altro con cui comunichiamo, un nostro particolare atteggiamento, stato
mentale. Quello che dà fastidio all’interlocutore non è il comportamento in sé ma ciò a cui rimanda,
l’atteggiamento, il nostro stato mentale. Perché? Perché i rituali (i comportamenti, le sequenze di atti)
sono codificati all’interno dei vari contesti. Sono codificati diversamente sulla base del contesto sul quale
agiamo. Un’azione non è interpretata come un’azione e basta, ma è un pensiero che genera l’azione. Ogni
azione e ogni pensiero che genera quella stessa azione è come influenzato dal contesto e quindi anche dalla
cultura in cui tutto questo si svolge.

Goffman introduce il concetto di costrizioni comunicative. Quando comunichiamo con qualcun altro non
possiamo, a fronte di ciò che abbiamo detto sui vari rituali, agire senza tener presenti alcuni
LIMITI/condizioni. Sono detti costrizioni comunicative. Sono dei VINCOLI che ci vengono dati dal contesto in
cui agiamo. Sono limiti ecologici (collegati all’ambiente, ambientale nel senso di contestuale), cognitivi (il
nostro stato mentale e quello altrui) ed emotivi (perché ogni comportamento può generare una reazione
emotiva in chi ci guarda quando commettiamo una certa azione ed in noi come feedback se l’interlocutore
ci dà una certa risposta). In virtù di questi vincoli, costrizioni comunicative, non possiamo agire liberamente
come vogliamo, ma dobbiamo agire scegliendo tra le possibilità che ci vengono offerte da quel contesto.
Ogni frame sarà caratterizzato da alcune condizioni che ci permettono o non ci permettono di agire e quindi
possiamo attuare delle scelte comunicative sulla base del contesto in sostanza.

Goffman inserisce un altro elemento molto importante. Il fine della microsociologia è trovare una regolarità
all’interno di questi rituali. C’è al di là del contesto in cui questi rituali si svolgono qualcosa che ritorna
regolare nella vita di ognuno di noi? Goffman dice sì, al di là dei vari contesti ogni comunicazione sociale
entro il quotidiano adotta un andamento che è simile a quello un copione, ecco che Goffman parla di
PROSPETTIVA DRAMMATURGICA perché è come se ognuno di noi agisse rispettando un copione, cioè tutta
una serie di vincoli e prendendo in considerazione anche altri elementi:
 L’etichetta = è un codice formale/ufficializzato, questa ufficializzazione può essere scritta ma può
anche trattarsi di una convenzione all’interno di una società, se si viola quella convezione si è
esclusi da quella società. L’etichetta è un codice formale che non fa altro che regolamentare le varie
azioni in cui le persone che si scambiano una comunicazione hanno modo di interagire seguendo
aspetti legati ad altre due pratiche formali: l’ETICA e l’ESTETICA. È il codice formale che governa gli
incontri e pratica in cui gli attori hanno modo di coniugare in modo contingente aspetti etici ed
estetici. Che cos’è l’ETICA? Non ha a che vedere con la morale = che è un sentimento legato ad un
periodo storico/cultura, l’etica è tutto ciò che è buono ed è concesso all’interno di un determinato
contesto. Ad esempio, l’etica all’interno di un ambiente medico, codice formale che ci dice cosa
può o non può essere fatto per nuocere o non nuocere. Anche l’ESTETICA è un codice che per una
certa cultura determina ciò che è bello e ciò che non lo è. Tutto passa sempre attraverso un codice
strutturato. L’etichetta è il modo in cui è possibile effettuare scambi comunicativi all’interno di un
frame, tra attori, tenendo presente l’etica e l’estetica sulla base di quello che è quel contesto
particolare, quella contingenza/situazione particolare. Il codice formale che regola il modo in cui si
può avere uno scambio tra due soggetti, ad esempio tra due attori dentro un certo frame è regolato
dall’etica e dall’estetica permesse in quel frame, dalle costrizioni comunicative che in quel frame
possono o non possono avere luogo. Dobbiamo tenere in considerazione anche il contesto
culturale in cui quella particolare comunicazione ha luogo. Un altro elemento che all’interno della
prospettiva drammaturgica viene preso in considerazione da Goffman è il concetto di:
 Salvare la faccia: Ognuno di noi ha la necessità di salvare l’immagine perché ognuno di noi fa
riferimento a sé stesso come avente un’identità che può essere o meno riconosciuta dall’altro
attraverso un’immagine. L’immagine può corrispondere o meno alla vera identità che una persona
ha. L’identità è una cosa che viene negoziata, come io mi vedo e come mi vedono gli altri. Invece
l’immagine è il modo in cui io voglio che gli altri mi vedano. Io quindi all’interno della prospettiva
drammaturgica, io ho la necessità di mostrarmi agli altri il più possibile con l’immagine che io
desidero far percepire agli altri. Quindi per salvaguardare quest’immagine, ho bisogno che questa
non venga infranta, quindi devo attuare una serie di comportamenti che non facciano crollare
quest’immagine. Non devono commettere errori, devo salvare la mia faccia, la situazione. Ci sono
tutta una serie di strategie all’interno della prospettiva drammaturgica che possono essere messe
in atto se si rischia di perdere la faccia in un certo contesto. Così come dentro un certo frame
rischio di perdere la faccia se attuo alcuni comportamenti sbagliati = comportamenti contrari
all’etichetta prevista per quel frame, cioè che non sono in linea né con l’etica né con l’estetica in
quell’etichetta. A fronte di questi comportamenti sbagliati che violano l’etichetta posso ritrovare
dei comportamenti che mi permettono invece di recuperare questi errori e quindi di salvare la
faccia (= insieme di modalità per proteggere la propria immagine, per recuperare gli errori e le gaffe
commesse, nonché per “salvare” la situazione.) Questa è la prospettiva drammaturgica di Goffman.

All’interno di questa prospettiva poi lui pensa anche ad ulteriori approfondimenti. Il mondo in cui agiamo è
caratterizzato da alcune spinte particolari. Il frame dentro il quale si trova ad agire l’individuo è
caratterizzato da alcuni elementi. Siamo in un’epoca considerata postmoderna, in cui è presente anche la
globalizzazione. In generale quando si parla di postmoderno (le date variano sulla base dell’ambito che
prendiamo in considerazione) si intende ciò che avviene quando crollano le idee moderne, per esempio le
idee legate alle varie utopie, per esempio alle varie ideologie che hanno governato il mondo fino all’ ’89 in
cui si pensava che il mondo potesse procedere in un certo modo se si attuavano certi comportamenti in
certe condizioni (per esempio è ciò che viviamo dopo il crollo dell’ideologia comunista.) Gli individui vivono
in un’epoca in cui molte di quelle che erano le spinte progressiste e le varie idee che hanno spinto verso la
modernità, sono crollate. In quest’epoca postmoderna visto che sono crollate tutta una serie di ideologie e
ideali, non ci sono più, come oggetto di scambio comunicativo, tanti ideali da comunicare. Tuttavia, la
comunicazione è un’attività che non si può fermare. La comunicazione anche se svuotata degli ideali
precedenti comunque continua ad agire. Il bisogno di comunicare è talmente insito nell’essere umano che
dà luogo anche a forme di comunicazione che si scambia abbastanza inutili come il pettegolezzo.
L’importante è comunicare per l’individuo, non importa che cosa si comunica (è un istinto naturale) ma allo
stesso tempo l’individuo si deve districare nella globalizzazione che ha una serie di contraddizioni, o di
spinte e controspinte = sono tutta una serie di processi/tendenze che hanno luogo nel mondo in cui si
confrontano diverse idee su come il mondo è. Sono tutte idee che poi generano anche l’idea di che mondo
vogliamo creare. Perché è così difficile l’integrazione e la mediazione interculturale? Perché alla base di
tutto ci sono dei modelli di mondo, modelli interculturali, che vogliamo realizzare. Sulla base dell’idea
sottostante hanno poi luogo tutta una serie di attività concrete, come per esempio la legiferazione,
l’emanare delle leggi in un senso oppure in un altro. Quali sono queste tendenze? da una parte la
globalizzazione tende all’universalismo, dall’altra ci sono tendenze particolariste. Se da una parte nel
mondo possono essere enfatizzati tutti quelli che sono gli elementi che caratterizzano tutti gli individui,
dall’altra però emergono sempre degli elementi di particolarismo. La stessa cosa riguarda il modo in cui
possono emergere queste differenze. Se noi diciamo, l’universalismo ha un valore: è possibile creare una
mega cultura che sovracchiuda tutte le altre culture, questo fa sì che le culture divengano tutte uguali?
Questo farà sì che ci siano delle spinte contrarie perché alcuni gruppi vorranno tornare a differenziarsi, a
manifestare la propria differenza. La stessa cosa vale per l’integrazione, è molto difficile definire
l’integrazione e come questa va attuata all’interno delle varie aree del mondo. Per esempio, nel
postmoderno assistiamo a tutta una serie di rotture degli equilibri determinati dai diversi imperi (politici o
economici che fossero). All’interno di questi grandi gruppi si dice che era possibile avere un’integrazione tra
culture ma adesso se pensiamo al crollo dell’ex-Jugoslavia veniamo adesso ad una frammentazione
culturale. Questo porta a chiedersi quale sia la forma più indicata di gestione del potere: è meglio che il
potere politico venga espresso a livello centralizzato o decentralizzato? Sempre riguardo al problema
culturale, ci chiediamo se è possibile che alcune culture vivano l’una accanto all’altra senza modificarsi in
alcun modo oppure la vicinanza necessariamente porta le une a rinunciare a qualcosa per avvicinarsi alle
altre, quindi una sincretizzazione? La giustapposizione è riflessa per esempio da alcuni modelli
multiculturali molto utilizzati in Gran Bretagna.

Ci sono tutta una serie di condizioni legate al mondo attuale all’interno del quale la prospettiva
drammaturgica viene utilizzata dall’individuo, perché ognuno di noi si trova a dover vivere in un mondo
postmoderno caratterizzato da globalizzazione e nel quotidiano ci troviamo a sperimentare situazioni
diversificate da spinte e controspinte.
Il modello sociologico della comunicazione per Goffman: nella microsociologia delle situazioni quotidiane lui ritrova
delle regolarità, ognuno di noi agisce adottando una prospettiva drammaturgica, questo copione è attuato in un
frame, entro il quale tutti noi agiamo entro dei limiti determinati dal contesto stesso in cui agiamo seguendo etichetta,
etica ed estetica, con l’intento di salvarsi il più possibile la faccia.

Concetto di postmoderno inteso come riconoscimento dell’importanza della comunicazione e dell’informazione come
merce di scambio. Globalizzazione: processo attraversato da diverse “spinte” e “controspinte”. (universalismo vs
particolarismo/ omogeneizzazione vs differenziazione / integrazione vs frammentazione/ centralizzazione vs
decentralizzazione / giustapposizione vs sincretizzazione).

Questo ci porta a chiederci se effettivamente attualmente esista un modello interculturale che possa
conciliare tutte queste spinte e controspinte. La risposta è no (lo vedremo poi). Per non perdersi in questo
mondo postmoderno il punto è sempre attuare la riflessione, in modo tale da mettersi sempre in una
prospettiva empatica nei confronti dell’altro e cercare di scambiare il proprio punto di vista con quello
altrui. La società migliore è quella detta EMPATICA, perché al di là del modello di integrazione che può
essere proposto non c’è integrazione se on c’è comunque una capacità di riflessione alla base.

APPROCCIO PSICOLOGICO VERO E PROPRIO: la comunicazione come fondamento della relazione. In


questo approccio la comunicazione è alla base della relazione, quando parliamo di approccio psicologico
parliamo di come un individuo si rapporta con un altro individuo o altri individui. È comunque una
comunicazione che si svolge da un individuo verso un altro individuo o qualche altro individuo. Non
parliamo dei gruppi e di come questi interagiscono tra loro, perché la psicologia dei gruppi è qualcosa di più
complesso che vedremo più avanti. Perché la comunicazione ha importanza dal punto di vista psicologico?
La comunicazione è un’attività cognitiva che ha a che fare con il pensiero, in particolare ha a che vedere con
la formazione e l’espressione dell’identità personale. Io sono in grado di costruirmi un’identità perché non
c’è solamente ad entrare in gioco il modo in cui io percepisco me stesso, ma anche come sono percepito
dagli altri (ecco il ruolo della comunicazione nella formazione dell’identità personale). Non si costruiscono
solo significati in senso astratto, o linguistico, ma essere in comunicazione significa anche costruire delle
relazioni. Per Goffman alla base della comunicazione c’è la rete sociale (il modo in cui si agisce in un
contesto), qui invece (approccio psicologico) è importante il modo in cui è possibile costruire/modificare lo
svolgersi di una rete di relazioni attraverso la comunicazione, perché noi siamo costantemente immersi
nella comunicazione anche se non ce ne accorgiamo.
La comunicazione è la dimensione intrinseca che fonda e che esprime l’identità personale e la posizione sociale di ogni
soggetto. “Essere in comunicazione” = mediante la comunicazione le persone costruiscono, alimentano, mantengono
e modificano la rete di relazione in cui sono costantemente immerse.

Quindi noi possiamo dare luogo alla comunicazione grazie al fatto che siamo sempre in relazione con gli
altri, talmente importante che definisce anche la nostra identità personale. Il concetto di base per
l’approccio psicologico è la rete di relazioni in cui un individuo è immerso. Noi abbiamo bisogno di qualcosa
per mantenere attiva questa rete di relazione e per mantenerla attiva abbiamo bisogno di comunicare, ciò
che comunichiamo sono informazioni. Ma cosa sono?

INFORMAZIONI: notizie e comandi. La notizia è ciò che viene detto, il contenuto, se parliamo l’enunciato, il
comando invece è un atteggiamento legato alla notizia. È il modo in cui io intendo una notizia. È
l’atteggiamento che il parlante ha nei confronti della notizia ed intende comunicarla all’interlocutore. Io do
indicazioni all’interlocutore su come devono essere interpretate le notizie che io fornisco. Il comando dà
delle indicazioni circa il valore comunicativo delle notizie che io condivido. Questo lo si può attuare in molti
modi che fanno parte anche della comunicazione non verbale.

Infatti, la comunicazione secondo la prospettiva psicologica si articola in più modi: non devo tener conto
solo del livello di notizie (di scambio di contenuti) ma anche di quello metacomunicativo (la comunicazione
che ha come oggetto la comunicazione stessa, la prof fa una lezione universitaria e i contenuti di cui parla
riguardano la comunicazione stessa, quindi sta facendo della metacomunicazione.) Per quanto riguarda la
comunicazione in senso psicologico, entra in gioco la definizione del sé e perché c’entra anche l’altro?
Perché il modo in cui ogni individuo si definisce è per forza dipendente anche dalla comunità in cui
questo individuo vive, è determinato dalla comunicazione che avviene all’interno di quella rete di contatti
che l’individuo ha. Vale a dire, l’identità è una sorta di patto che si ha a seguito di uno scambio tra come io
mi vedo e come gli altri mi vedono. È una dimensione psicologica che permette di definire me stesso e
l’altro. In sostanza io definisco me stesso, sulla base di una negoziazione/scambio che avviene tra come io
vedo me stessa e come gli altri mi vedono.

All’interno di una comunicazione di questo hanno luogo tutta una serie di elementi che sono tipici della
PSICOLOGIA: la psicologia di base vedeva come elementi fondanti LO STIMOLO E LA RISPOSTA, più il
RINFORZO. Ogni sistema psicologico si mette in moto grazie a uno stimolo, a seguito di questo stimolo ogni
sistema psicologico fornisce una risposta, che può essere favorita/rafforzata grazie a un rinforzo. All’interno
di una componente comunicativa a livello psicologico, tutti questi elementi vengono prodotti in continuità,
all’interno di uno scambio comunicativo nella nostra rete di contatti tutti questi elementi si svolgono
continuamente. Continuamente io comunico, io ricevo una risposta che risulta essere lo stimolo per
un’altra attività psicologica e il rinforzo stesso può favorire o meno un certo tipo di risposta o un certo tipo
di stimolazione. Tutti questi elementi vengono continuamente a riprodursi all’interno della comunicazione
psicologica.

Lo stimolo è un qualunque input che io do, ci può essere lo stimolo: io do al cane il cibo e lui mangia il cibo
(cita il primo studio sullo stimolo comportamentale). Se io voglio che il cane impari a mangiare solo quando
voglio io, gli do una scossa quando non voglio che mangi e accendo una lampadina quando voglio che
mangi. Il cane alla fine verrà addestrato e quando gli viene messo il cibo davanti, lui aspetta che accada
qualcosa: se accendo una lampadina il cane sa che può mangiare e quindi la sua risposta è di mangiare a
fronte del RINFORZO della lampadina accesa, se invece non vede la lampadina pensa che gli arrivi la scossa
e quindi non mangia. Alla fine, la scossa non gli arriverà più ma lui se non vede la lampadina accesa non
mangerà. Stessa cosa per il bambino, il bambino deve fare dei compiti. Se io lusingo il bambino e dico che
se farà i compiti entro le cinque riceverà un premio, lui allora produrrà la sua risposta grazie al rinforzo
positivo perché ha un premio promesso se riesce a produrre i compiti entro un certo orario.

Lo stimolo, risposta e rinforzo possono anche non esaurirsi all’interno di quest’azione mirata. Quella che io
fornisco come risposta può essere da stimolo per qualcos’altro. Se io invio uno stimolo (una domanda ad
esempio), se uno dà una risposta (parziale), questa farà da stimolo ad un altro studente che sarà invogliato
a fornire un’altra risposta più completa. Ecco quindi che continuamente stimolo, risposta e rinforzo si
alimentano a vicenda. Quando parliamo di comunicazione si pensa che sia qualcosa di circolare, perché c’è
un continuo alimentarsi di questi elementi, questi elementi si alimentano l’uno con l’altro. La
comunicazione è qualcosa di più complesso rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare. Perché ad
esempio quando io parlo le informazioni che produco seguono il percorso del parlato, cioè il flusso del
parlato è continuo e lineare, perché per forza di cose quando parlo produco un enunciato lineare (metto
una parola dietro l’altra). Quello che avviene invece a livello della nostra mente non è invece lineare perché
nelle mente ogni parola che viene detta può stimolarci un ulteriore collegamento mentale, potenzialmente
può fornire da stimolo ad un pensiero, che ne attiva un altro e così via. Questo può dare vita a una serie di
elementi che si concatenano. Al livello più concreto di comunicazione legato ad esempio al modo in cui
possono interagire delle persone, se prendo per esempio una domanda del marito alla moglie, la moglie
può reputare la domanda abbastanza sciocca perché magari per l’ennesima volta le chiede dove ha messo
le chiavi, la moglie può rispondere seccatamente “ce l’hai in tasca come al solito”, e il marito può seccarsi a
sua volta per il tono di lei. Lei potrebbe dire che lui si dimentica sempre tutto e così via, ciò può portare a
un conflitto interpersonale, a quelli che sono i giochi senza fine (esempio di Anolli sui vicini che si
rispondono male a vicenda), perché alla fine il processo comunicativo e quello mentale sottostante la
comunicazione è molto più articolato rispetto all’esecuzione del parlato, in quanto l’esecuzione del parlato
è lineare ma tutti quelli che sono gli elementi cognitivi che vengono richiamati mentre ha luogo una
conversazione in realtà sono più complessi, perché l’attività comunicativa ha una forte componente
mentale e all’interno della comunicazione questi pensieri vengono tutti quanti riportati.
Comunicazione psicologica= dimensione psicologica che produce e sostiene la definizione di sé e dell’altro. Spirale di
messaggi in cui lo stimolo, la risposta e il rinforzo si fondono insieme. Conflitti interpersonali: gli individui sono portati
a linearizzare e a segmentare in modo arbitrario il processo circolare e continuo della comunicazione, ciò porta alla
formazione dei giochi senza fine.

Sempre all'interno della prospettiva psicologica vediamo chi sono stati gli studiosi che hanno contribuito
particolarmente (prima per la sociologia abbiamo visto Goffman).

Uno studioso che è stato particolarmente importante per la prospettiva psicologica della comunicazione
Gregory Bateson. Lui è stato un grande studioso si è occupato di tantissime cose, non solo di
comunicazione, si è occupato ad esempio anche di evoluzione. Bateson in particolare si occupa di come
deve essere una comunicazione. Se alla base della comunicazione in senso psicologico c'è una relazione tra
le parti, vediamo com’è la relazione tra le persone che partecipano alla comunicazione.

Ci può essere una relazione di tipo simmetrico, oppure una comunicazione di tipo
asimmetrico/COMPLEMENTARE. Per esempio, una relazione simmetrica prevede che ci sia una percezione,
il che non vuol dire che sia reale questa simmetria o questa uguaglianza, c’è la percezione che i partecipanti
siano uguali quindi il rapporto sarà caratterizzato da eguaglianza fra partecipanti).

Nella relazione complementare c’è invece la percezione di una differenza dei rapporti tra i partecipanti, vale
a dire che c'è uno che viene percepito come più potente e uno meno potente.

Se prendiamo in considerazione i conflitti che possono esserci all'interno di uno scambio comunicativo è
chiaro che in una relazione simmetrica, in cui quindi c'è la percezione di uguaglianza nei rapporti tra
partecipanti, chiaramente il conflitto arriverà più tardi una conclusione perché chiaramente le istanze
portate avanti dalle due parti saranno percepite come egualmente importanti. Invece nella relazione
asimmetrica è più facile che ci sia un conflitto che si risolva più facilmente, perché una delle due parti è
percepita come meno forte. Questo non significa poi che il conflitto e il modo in cui si risolve il conflitto sia
equo, sia giusto. Non è detto per esempio che in un dibattito sia giusto il modo in cui questo dibattito si
risolve. Il fatto che uno dei due vinca in un dibattito, non vuol dire che il vincitore è quello che ha ragione.
Significa spesso che questa persona è percepita come più potente, è percepita come più forte. Questo è il
modo con cui Bateson parla del rapporto all'interno della rete di relazioni secondo l’approccio psicologico
alla comunicazione.

COMUNICAZIONE: è un comportamento. Vale a dire alla base della comunicazione c'è un comportamento
perché alla base della comunicazione c'è un'attività, c'è una serie di azioni, quindi quando c'è un'azione di
mezzo vuol dire che si attua un comportamento, viceversa non è detto: quindi non è detto che un
comportamento sia comunicazione. Fra i due vi è un rapporto di inclusione. Ogni comunicazione è un
comportamento, in quanto si esprime attraverso azioni manifeste. Non tutti i comportamenti sono
comunicazione, in quanto esistono numerose forme di comportamento che possono essere informative ma
non comunicative.

Quindi un comportamento che cos'è? è un’azione motoria che un individuo fa e questa azione motoria è
percepibile da chi lo guarda. Non è detto che un comportamento attuato abbia anche una comunicazione
perché bisogna distinguere anche qui tra azioni informative e azione comunicative perché la
comunicazione ha delle caratteristiche ben precise.

La comunicazione va distinta dalla interazione. Io posso avere un'interazione senza che vi sia
comunicazione perché l'interazione è un contatto che sia fisico o a distanza, per esempio contatto oculare,
tra due individui o più individui, anche involontario, però questo contatto, questa interazione, modifica lo
stato preesistente delle cose. Ad esempio, io interagisco con un individuo che mi guarda, prima sono
tranquillo ma poi mi guarda in modo che non mi piace e mi agito, questa è un’interazione, vale a dire è un
aspetto, è una categoria mentale, vale a dire è un’attività cognitiva che comunque ha a che vedere con la
comunicazione. INTERAZIONE= qualsiasi contatto (fisico o virtuale) fra due o più individui, anche
involontario, in grado di modificare lo stato preesistente delle cose tra di loro. E’ la categoria mentale che
include quella di comunicazione, in quanto ogni comunicazione implica un’interazione, ma non ogni
interazione implica una comunicazione. Il comportamento è alla base della comunicazione, ma non è
detto che ogni comportamento sia anche comunicazione. Così, se io ho una comunicazione c'è per forza
un’interazione, ma viceversa, se c'è l'interazione non ci deve necessariamente essere comunicazione,
perché la comunicazione è qualcosa di molto più complesso. Se io parlo di comunicazione ci deve essere
un’interazione, quindi uno scambio interattivo osservabile tra due o più partecipanti e ci deve essere
intenzionalità. Mentre l’interazione può essere non intenzionale, la comunicazione invece è dotato di
intenzionalità e deve essere consapevole, cioè io che lancio un’occhiata a qualcun altro sono consapevole di
farlo, e quest’altro deve essere consapevole che sto guardando proprio lui altrimenti non c'è intenzionalità
reciproca e non c'è consapevolezza. Ci deve essere anche partecipazione e condivisione di significati,
questo scambio di significati è possibile sulla base di convenzioni, cioè regole stabilite culturalmente per
quel contesto. Quindi nella comunicazione ci deve essere uno scambio interattivo. Quindi se c'è
un’interazione c'è un comportamento perché c'è un’azione, quindi, c'è uno scambio reciproco. Due o più
partecipanti devono osservare questo scambio, l’intenzionalità è mutua cioè deve essere sia da parte mia
che da parte dell'interlocutore e all'interno di questo scambio c’è la condivisione di significati. Significati che
sono definiti sulla base del contesto culturale di appartenenza dei partecipanti. Ecco, quindi, che un
comportamento non può essere comunicazione perché non è detto che ci sia intenzionalità, non è detto
che appunto ci sia condivisione dei significati. L'interazione può essere casuale, può essere non volontaria.
La comunicazione invece è volontaria da entrambe le parti. La comunicazione ha diverse funzioni, in
quanto la comunicazione ha per esempio una funzione proposizionale: è quella che si ha per esempio
attraverso il linguaggio, attraverso la produzione di proposizioni, cioè di frasi. La funzione proposizionale in
senso più ampio è la capacità di organizzare, elaborare e dare una struttura e trasmettere delle conoscenze
all'interno di coloro che appartengono a una certa comunità, quindi all'interno della mia rete sociale,
all'interno della mia rete di rapporti interpersonali. Questa presuppone una conoscenza dichiarativa, vale a
dire: se io condivido delle conoscenze queste conoscenze sono disponibili nella memoria a lungo termine di
coloro appunto le condividono.

CONOSCENZA DICHIARATIVA: io condivido all'interno della funzione proposizionale delle conoscenze,


queste conoscenze vengono dette dichiarative perché sono accessibili direttamente alla coscienza e sono
disponibili nella memoria lungo termine, cioè fanno parte della cosiddetta memoria esplicita. Quindi sono
conoscenze che io metto in condivisione con gli altri partecipanti e sono conoscenze che io ho nella
memoria a lungo termine, questa è la cosiddetta conoscenza dichiarativa. La conoscenza dichiarativa però è
possibile grazie all'esistenza di due funzioni che questa svolge, vale a dire, da una parte ho la funzione
referenziale, dall’altra la funzione predicativa di queste conoscenze (attribuzione di proprietà e qualità agli
oggetti o eventi in esame). La funzione referenziale che si trova dentro la conoscenza dichiarativa è il modo
in cui la realtà viene rappresentata all'interno della mia mente, vale a dire, io sono in grado di riprodurmi
nella mia testa, nella mia mente, una rappresentazione della realtà. Questa rappresentazione della realtà
però è filtrata da quella che è la mia esperienza, quindi io sono in grado, per esempio quando si dice:
“questa cosa non l'ho colta, ho visto questo comportamento ma non l’ho colto, gli ho dato un certo
significato che magari non gli dà qualcun altro”. Questo perché magari nella mia esperienza personale ho sì
visto quel gesto, ma non sono stata in grado di dargli quel significato perché nella mia esperienza personale
manca il referente, cioè quel significato particolare che per esempio un gesto che vedo fare può avere.

La funzione predicativa fa anch'essa parte della conoscenza dichiarativa, vale a dire, io posso attribuire
delle caratteristiche, delle proprietà, delle qualità agli oggetti o agli eventi che prendo in considerazione.
Quindi quello che metto in campo attraverso la funzione proposizionale è determinato da altre due
funzioni: quella referenziale cioè ciò che io ho mentalizzato della realtà, cioè ciò che nella realtà accade ma
io riporto nella mia testa e organizzo nella mia testa, sulla base dell'esperienza che io ho fatto in modo
pregresso di alcune esperienze.

La funzione predicativa invece è la capacità che io ho di attribuire alcune caratteristiche agli eventi o agli
oggetti che sono presi in esame. Esempi concreti: la funzione referenziale: vedremo all'interno della
comunicazione non verbale i gesti. Alcuni gesti non sono, benché siano uguali come movimento, non sono
portatori dello stesso significato in tutte le culture. Per esempio, la mano borsa, ha una funzione
referenziale diversa sulla base delle diverse culture. Quindi se io vedo questo gesto fatto da qualcuno che
non appartiene alla mia cultura, io non sono in grado di interpretarlo secondo la cultura di quell’individuo.
Gli darò il significato legato a ciò che quel gesto ha per me. Quindi anche la funzione predicativa, di
conseguenza, sarà sviluppata in un modo rispetto all'altro, perché mettiamo che vedo questo gesto, la
mano a borsa, svolto in una certa situazione, interpreto quindi quell’evento come una certa forma di
comunicazione. Ad esempio io vedo questo fatto e capisco che questo tizio sta dicendo all’altro “ma cosa
vuoi da me”, invece magari sulla base del contesto di riferimento che caratterizza l'individuo che fa questo
gesto in realtà questo vuol dire semplicemente “buono” in un'altra cultura e questo gesto e io non lo
capisco, Io penso che queste due persone stiano litigando e invece questo gesto vuol semplicemente dire
che uno sta suggerendo all'altro di andare a mangiare in un certo luogo perché quel posto è buono. Quindi
questo è un esempio di possibile comunicazione che assume caratteristiche diverse sulla base di quella che
però è la mia capacità di inquadrare o meno correttamente alcuni elementi. Quindi sulla base della
rappresentazione che io posso fare di una certa situazione, sulla base della mia esperienza e sulla base delle
priorità (?) che io attribuisco a un certo evento, posso dare ad esso un significato rispetto all'altro.

DIFFERENZA TRA FUNZIONE REFERENZIALE E PREDICATIVA: Io sono in grado di attribuire alcune qualità
sulla base di quello che io so, però la funzione referenziale non è solamente un’attribuzione di significato
ma è anche una rappresentazione mentale di quella che è la realtà. Il termine referenziale fa riferimento al
referente: che è l’oggetto concreto al di fuori del mondo linguistico (penna). L’etichetta penna poi però
verrà attribuita a tutte le penne che non siano questa. Anche se cambio referente, l’etichetta resta la
stessa.

Con la funzione referenziale, ad esempio, io sono in grado di rappresentare un’idea di penna, o anche il
gesto della mano borsa fatto da qualcuno che non conosco. Ogni volta darò a questo gesto un certo
significato perché ho la rappresentazione mentale di cosa questo gesto significa, quindi una volta che io ho
questa rappresentazione mentale sono in grado anche di attribuire delle proprietà al contesto, agli eventi in
cui questi oggetti si muovono quindi sono due funzioni diverse. La funzione referenziale mi permette di
denominare quelle azioni, la funzione predicativa mi permette invece di attribuire delle proprietà, delle
caratteristiche.

Ad esempio, questa si chiama semplicemente penna (funzione referenziale), la funzione predicativa è


quella che mi permette di dire “questa penna è color argento”, “ha la punta nera” e “ha a disposizione tre
colori”. Questa è la funzione predicativa: mi dice quali proprietà, caratteristiche ha questa specifica penna.

Chiaramente l'avvento del linguaggio per la nostra specie ha una grande importanza, infatti, si dice che il
nostro modo di pensare è fortemente mediato dal linguaggio articolato. Vale a dire, il modo in cui il
linguaggio intesa come la capacità di utilizzare il codice linguistico, quindi non il linguaggio in quanto
produzione di suoni, ma il linguaggio inteso come facoltà mentale, alla Chomsky, ha delle caratteristiche
che ci permettono di organizzare in modo particolare il nostro pensiero e il modo in cui il nostro pensiero si
organizza e ciò che ci permette poi di utilizzarlo anche per comunicare.

Per esempio, una delle caratteristiche del linguaggio è la composizionalità: abbiamo dei simboli linguistici
in questo caso che si compongono. Quindi da un numero limitato di elementi io posso creare infinite
combinazioni di simboli. La composizionalità è possibile grazie ad alcune caratteristiche che essa ha e che
sono la sistematicità ad esempio: vale a dire che se prendiamo per esempio il modo in cui poi utilizzo il
linguaggio umano per comunicare il senso attraverso la produzione verbale, io posso produrre degli
enunciati comprensibili per l’altro se seguo delle regole sintattiche. Gli enunciati di un dato linguaggio sono
componibili solo seguendo le regole sintattiche previste. In realtà questo avviene anche se io non produco
dei suoni perché io organizzo il mio pensiero in modo sistematico seguendo comunque le regole sintattiche
del linguaggio, in senso chomskyano, e della lingua alla quale appartengo quindi io utilizzo le regole
sintattiche della mia lingua per comporre un discorso, per comporre un pensiero.

Il linguaggio poi è caratterizzato anche dalla produttività perché io posso generare un numero infinito di
significati, un numero infinito di simboli linguistici e non solo, perché questi simboli linguistici sono
componibili all'infinito teoricamente, anche perché io posso per esempio, potenzialmente produrre una
frase ricorsiva, cioè che produce una sequenza sintagmatica dentro l'altra, (?) i limiti non sono quelli del
linguaggio, ma sono i limiti della mia mente, quindi non concepisco e non produco frasi lunghe all'infinito,
non perché il linguaggio ha dei limiti, non perché la composizionalità ha dei limiti, non perché la
produttività abbia dei limiti, ma perché le mie capacità cognitive sono limitate, sia quelle cognitive di
produrre frasi troppo lunghe, sia la mia capacità di articolare frasi lunghe all’infinito, ma il linguaggio di per
sé permetterebbe di produrre frasi lunghe all’infinito. Il linguaggio permette di generare e comprendere un
numero infinito di significati.

La possibilità di dislocazione invece del linguaggio è un ulteriore caratteristica, vale a dire, io posso parlare
adesso di qualcosa che ho fatto o farò. La possibilità di dislocazione significa che la referenza spaziale o
temporale cui un dato enunciato si riferisce può essere diversa da quella in uso durante l’enunciato
medesimo. La dislocazione nel tempo, quindi la referenza spaziale o temporale è fondamentale ed è una
caratteristica che vedremo più avanti riguarda solo il linguaggio umano.

Rispetto ad altri sistemi di comunicazione, per esempio i sistemi di comunicazione delle scimmie, io posso
dire che ora sono qui e faccio lezione ma posso anche dire “prima di fare lezione sono stata all'ufficio
postale” quindi dislocazione del tempo nello spazio, ma posso parlarvi anche del mio futuro, tipo “domani
andrò alla Carlo Bo di Bologna a fare lezione gli strumenti informatici” quindi questo vuol dire che rispetto
al qui ed ora, attraverso il linguaggio, anche se non mi sposto fisicamente posso già dirvi cosa farò in un
tempo e in un luogo diverso dal qui ed ora.

Abbiamo poi, sempre per il linguaggio umano il significato. Cos’è il significato? Il significato è la possibilità di
assegnare un particolare senso alla comunicazione. Ossia, il significato non è oggettivo, razionale, ma è una
assegnazione che convenzionalmente si dà a questi elementi astratti, a questi simboli che ci servono per
comunicare. Il significato= chiave di volta per comprendere gli aspetti proposizionali della comunicazione.
Ed è importante l'assegnazione di significati perché sulla base della condivisione della assegnazione di
significato all'interno di una comunità è possibile condividere uno degli elementi all'interno della
comunicazione. Non solo, ma in generale la nostra mente ha una caratteristica, cioè quella di essere
computazionale. Vuol dire che la mente in generale è in grado di fare dei calcoli. E’ la disposizione generale
della mente a procedere nei confronti della realtà con “calcoli”. Al giorno d'oggi si sente sempre parlare di
intelligenza artificiale, ma essa non vuol dire niente se non si fa riferimento a un modello statistico di
riferimento di questa intelligenza artificiale. Il modello statistico, quindi un modello di organizzazione
matematica della realtà, è un modello di tipo stocastico. Ossia è in grado di fare delle predizioni, quindi un
modello che è in grado di fare dei calcoli previsionali e che agisce riproducendo il comportamento , più o
meno, della nostra mente. Quindi la nostra mente è in grado di cogliere alcuni elementi all'interno della
realtà e fare delle previsioni, fare dei calcoli. Quindi noi abbiamo un pensiero computazionale, cioè che
sulla base di alcuni calcoli può fare le previsioni. Banalmente, vedo le nuvole in cielo, delle nuvole nere e
penso domani pioverà. Quindi questo è il mio pensiero poi però lo posso articolare grazie alla possibilità di
produrre degli enunciati, quindi grazie alla proposizionalità del linguaggio, che ha tutte quelle
caratteristiche viste prima cioè la referenzialità, per esempio, e la possibilità di generare significati ecc.
Quindi grazie a queste capacità io posso elaborare delle informazioni e delle conoscenze che poi posso
condividere all'interno della mia rete di relazioni, all’interno della mia comunità sociale eccetera.

Noi siamo l'unica specie che ha a disposizione il linguaggio articolato e quindi la proposizionalità. Questa
proposizionalità, che viene attuata all'interno della comunicazione, grazie al linguaggio articolato, è di
nostra esclusiva pertinenza cioè si dice specie specifica: cioè è specifica solo di una certa specie, e in questo
caso la specie interessata è la nostra, cioè la specie umana. Quindi il linguaggio articolato è specie specifico
e di conseguenza la proposizionalità comunicativa è specie specifica anch'essa.

Quali altre funzioni ha la nostra mente/la nostra capacità comunicativa? Vygotskij è stato uno psicologo
culturale e questo nome tornerà anche quando ci occuperemo di mediazione interculturale. Vygotskij in
particolare ha delle idee su come sia strutturata la psicologia. Parla di approccio storico alla psicologia, vale
a dire che il modo in cui noi ci costruiamo la nostra psiche, la nostra percezione dell'altro, la nostra
percezione del sé non è qualcosa di semplicemente mentale ma è qualcosa che ha a che vedere anche con
il modo con cui ci relazioniamo con l'ambiente circostante, soprattutto con lo svolgersi degli avvenimenti
storici. Quindi la mente in sostanza sarebbe un prodotto della storia.Quindi anche se la storia ci sembra un
insieme imprecisato di avvenimenti che non hanno ricadute specifiche sul singolo individuo, in realtà è la
storia che forma la psiche collettiva e individuale.

Quindi per Vygotskij, dato che è molto importante il modo in cui tutto ciò si svolge all'interno di un contesto
storico, all’interno di un contesto comunitario, la comunicazione è alla base di tutto e quindi è
fondamentale parlare di funzione relazionale della comunicazione. Vale a dire, la comunicazione ci
permette di mantenere le reti relazionali, perché le reti relazionali sono ciò che viene fuori attraverso la
nostra necessità intrinseca di socialità. Quindi noi mettiamo in atto tutte queste reti relazionali perché
abbiamo la necessità di strutturarci in una società. Per vivere in una società pertanto è necessario tessere
delle relazioni con gli altri individui e per poterlo fare quindi mettiamo in atto tutta una serie di funzioni
relazionali e come è possibile quindi restare all'interno di una rete relazionale? All’interno di una rete
relazionale, è possibile consolidare i rapporti e quindi per dare luogo a una certa efficacia relazionale,
perché hanno luogo all'interno della rete relazionale delle interazioni e delle relazioni. La funzione
relazionale: costruzione, alimentazione, modificazione e mantenimento delle reti relazionali. Efficacia
relazionale della comunicazione: dipende dalla connessione tra interazione e relazione.

Che caratteristiche ha l’interazione in funzione della rete relazionale? Quando abbiamo un’interazione
abbiamo un evento comunque circoscritto nel tempo e nello spazio. La relazione invece è il ripetersi di
queste interazioni e poiché questa interazione si ripetono sono anche prevedibili; perché all'interno di una
rete relazionale ci si aspetta che le interazioni si ripetano in modo regolare. Per esempio, pensiamo al il tipo
di interazione e di relazione che ci può essere quando siamo a una lezione all'università, noi ci aspettiamo
che ci siano più o meno messi in atto dai vari attori, che possono essere appunto la presenza della signora
Tatiana, i docenti, i vari riti. Quindi noi ci aspettiamo che questi riti vengano messi in atto.

Quindi questo vuol dire che queste interazioni sono continue. Quindi le relazioni sono delle interazioni
continue, che si ripetono e che sono anche prevedibili, perché bene o male sono sempre le stesse.
Interazione= evento circoscritto in termini temporali e spaziali / relazione= modello interattivo dotato di
prevedibilità nel tempo, prodotto dalla sequenza regolare e continua del medesimo tipo di interazioni.

In fin dei conti si tratta di una mentalizzazione, ossia un’attribuzione di uno stato mentale di quelle che per
Goffman sono le ritualità all'interno del frame. Quindi qui l'efficacia relazionale è determinata da quegli
stessi elementi che per Goffman hanno caratteristiche solamente sociali, cioè esterne rispetto alla mente
dell'individuo.

Secondo l’approccio psicologico invece, da un punto di vista osservabile, gli elementi sono gli stessi, tuttavia
il loro valore aggiunto è determinato dalla mente dei partecipanti, cioè dal valore che viene attribuito ai
partecipanti all’interazione e alla relazione.

Come si realizza l'interazione? All'interno della rete relazionale è importante tener presente il modo in cui si
svolge tutto questo. Poiché abbiamo visto prima che l'identità dell'individuo all’interno di una rete e
l’identità degli individui con cui si relaziona sono legati al modo in cui si interagisce ne consegue che il modo
in cui queste identità che si vanno a formare, è determinato da una sorta di continuo scambio che ha le
caratteristiche di un dialogo. Vale a dire, all’interno della comunità in cui l’individuo si trova, tutti questi
scambi comunicativi si attuano attraverso una forma di dialogo intersoggettivo. Tutti questi dialoghi però
non restano semplicemente come un qualcosa di esterno, come secondo l’approccio sociologico, nel quale
si avevano dei codici formali che venivano attuati e quindi si guardava al loro aspetto esteriore. Qui invece
tutti questi elementi vengono anche interiorizzati, vengono mentalizzati, e mentalizzandosi, fanno parte poi
della persona, quindi poi tutti questi significati si combinano poi con l’idea di identità che gli individui hanno
di sé stessi. E il dialogo è continuo. La comunicazione è continua a livello psicologico, non c’è
un’interruzione o una linearità, c’è circolarità, quindi l’interazione dialogica è continua, se l’interazione è
continua vuol dire che continuamente i significati vengono rinegoziati. Quindi è attraverso la rinegoziazione
di questi significati tra individui, che ha luogo la relazionalità della comunicazione. Vale a dire la
comunicazione ha caratteristiche strettamente relazionali perché è attraverso il modo in cui gli individui
costantemente comunicano fra loro e mettono in atto questa continua ridefinizione dei significati, che ha
luogo la comunicazione. Relazionalità della comunicazione = genera e rinnova le relazioni ed è alla base
dell’intersoggettività dialogica nella negoziazione dei significati e nella condivisione degli scopi.
RIASSUMENDO l’approccio psicologico: alla base dell’approccio psicologico c’è la rete relazionale. Questa rete
relazionale è formata da individui che interagiscono con altri. Ed è importante di parlare non solo di cosa viene
comunicato, in termini di semplici notizie, ma anche il modo in cui un interlocutore comunica all’altro come devono
essere interpretate queste informazioni. Ed è importante, ricordiamoci Bateson, il modo in cui vengono percepiti due
individui che comunicano tra loro, soprattutto in caso di conflitto. La comunicazione in termini psicologici è
fortemente influenzata dal modo in cui il linguaggio è entrato a far parte poi della vita dell’essere umano. Abbiamo
visto la funzione proposizionale, funzione relazionale, e adesso analizziamo la funzione espressiva.

La funzione espressiva è il modo concreto in cui io posso manifestare i miei sentimenti, pensieri e i miei
stati d’animo. Questa funzione espressiva è possibile grazie al fatto che io sono capace di quella che si
chiama “creatività comunicativa”, cioè sono in grado di creare un modo per comunicare e come si
struttura questa creatività comunicativa? Attraverso alcuni elementi che sono: la novità, la sensibilità
soggettiva, la comprensibilità e la partecipazione. La novità fa riferimento alle forme espressive in
relazione agli aspetti comunicativi che io posso utilizzare.

Devo tener conto però anche della sensibilità soggettiva perché io manifesto, attraverso la funzione
espressiva, ciò che è dentro di me e devo tener conto però anche del fatto che coloro ai quali comunico
qualcosa possono avere: o la mia stessa sensibilità, o una sensibilità diversa. Non solo, perché devo pensare
anche che al di là della sensibilità, di uno scarto tra la sensibilità mia e altrui, ci può essere anche un
problema di comprensibilità da parte degli altri. Questa comprensibilità può essere compromessa per vari
aspetti, per esempio, io posso utilizzare il canale scritto per comunicare dei sentimenti, magari però la
persona alla quale li comunico non è in grado di leggere o semplicemente non legge nella mia scrittura,
oppure manifesto alcuni sentimenti in maniera diciamo “metaforica” e la persona non capisce le metafore.
Devo pensare anche a l’empatia che ci può essere interno di una comunità, vale a dire quella dose di
partecipazione che ci può essere o meno da parte degli altri individui. Vale a dire, ci può essere o meno un
riscontro di quello che è il mio sentire, una risonanza cognitiva ed affettiva del modo in cui io utilizzo le mie
espressioni da parte degli altri. Vale a dire, non è detto che gli altri siano in grado di partecipare nel modo in
cui mi aspetto alla mia espressione di stato d'animo, di sentimento eccetera.

La funzione espressiva che cosa aggiunge per esempio alla funzione proposizionale? Aggiunge
caratteristiche di individualità al modo in cui io posso articolare un certo significato, quindi posso indirizzare
in un modo rispetto un altro un significato, e sulla base di quella che è la risposta che mi aspetto dagli altri
posso più o meno articolare la mia proposizione. Consente di declinare in modo soggettivo le molteplici
traiettorie di significato e di senso nell’interazione con gli altri. Per esempio se io sono un bambino che non
ha fatto i compiti a scuola voglio che la maestra non mi punisca perché non ho fatto i compiti, posso sulla
base di quella che mi aspetto sia la reazione della maestra, posso interagire con lei in modo più neutro, tipo
andare lì e spiegarle in maniera dignitosa “maestra non ho potuto fare i compiti perché ieri…” oppure posso
fare suscitare in lei una reazione più emotiva, magari posso andare da lei piagnucolando. In sintesi, il
messaggio che il bambino vuole veicolare è lo stesso = non ho fatto i compiti, non mi punisca. Ma il modo in
cui io l'articolo questo messaggio dipende dalla funzione espressiva, creatività comunicativa che adotto.

Quindi sulla base di quelle che sono anche le caratteristiche che io attribuisco al destinatario, posso
articolare in un modo rispetto all’altro la mia preposizione, e con la funzione espressiva, gli approcci alla
comunicazione sono terminati. (del primo capitolo ci occupiamo solamente di tre approcci vale a dire quello
matematico, quello microsociologico e quello psicologico.)

COMUNICAZIONE SIMBOLICA: quindi la cultura

La comunicazione è tipica per quel che riguarda il canale linguistico, della specie umana, quindi la
proposizionalità comunicativa è tipica della specie umana. La specie umana è l'unica che ha capacità
simbolica, quindi dobbiamo adesso occuparci di parlare della comunicazione simbolica, perché è grazie alla
comunicazione simbolica che poi arriviamo ad elaborare una cultura.

Come si arriva alla comunicazione simbolica? Ci si arriva a partire dalla comunicazione animale.

Quand'è che si è cominciato a occuparsi di comunicazione animale? In generale se guardiamo anche gli
studi antecedenti agli studiosi citati, tipo Shannon e Weber, vediamo che già studiosi che non si sono
occupati solamente gli esseri umani ma anche di altre specie, si sono occupati dell'origine della capacità
comunicativa degli esseri umani. Se prendiamo ad esempio Darwin, Darwin si occupò di studiare
l'espressione delle emozioni negli umani e cercò di capire come queste si erano evolute, studiando le
emozioni, l'espressione delle emozioni nelle varie specie, in particolare nelle scimmie, questo perché il
termine espressione (abbiamo visto un attimo fa la funzione espressiva) è tipica della funzione della
comunicazione. Quindi vuol dire che io comunico qualcosa, quindi vediamo se anche gli animali sono capaci
di comunicazione, intesa interazione reciproca, intenzionale eccetera e in che modo questa pone le basi per
la comunicazione umana.

Quindi, i primi studi sulla comunicazione non umana sono nati attraverso la psicologia evoluzionistica .
Quindi la psicologia evoluzionistica ci permette di studiare grazie all’osservazione di altre specie come si è
evoluta la nostra mente. Quindi noi studiamo il modo in cui anche altre specie sono in grado di comunicare
perché qui si parte da un presupposto fondamentale che è opposto rispetto alle teorie linguistiche di
Chomsky. Vale a dire, l'ipotesi di fondo è che ci siano delle caratteristiche che gli esseri umani hanno, che
sono in continuità rispetto alle altre specie, vale a dire si parla di filogenesi di alcune caratteristiche della
nostra specie umana. Quando si parla di filogenesi si studia il modo in cui una certa caratteristica si è
evoluta ed è arrivata fino a noi attraverso le varie specie. Quindi una caratteristica la si guarda in un'altra
specie perché si cerca di spiegare attraverso l'osservazione della sua presenza in un'altra specie, come
questa sia arrivata fino a noi. L’approccio filogenetico è opposto rispetto a quello che Chomsky ha per il
linguaggio umano, perché per Chomsky il linguaggio umano è nato per salto evolutivo, in noi esseri umani.
Ossia, le altre specie non ce l'hanno perché a un certo punto c'è stata una mutazione, che ha fatto sì che
solamente noi come specie potessimo avere il linguaggio articolato. Psicologia evoluzionistica: consente di
migliorare le conoscenze sulla comunicazione e sulla mente umana attraverso la comprensione dei processi
che nel corso della filogenesi ne hanno modellato l’architettura.

Quindi, osserviamo oggi alcune caratteristiche che le altre specie hanno, perché l'ipotesi di fondo è che
queste caratteristiche siano arrivate a noi attraverso l'evoluzione. Quindi studiando come queste
caratteristiche appartengono alle altre specie possiamo ipotizzare come queste fossero anche per i nostri
progenitori. Però dobbiamo fare attenzione quando facciamo questo tipo di studi perché dobbiamo evitare
di fare due errori: uno è l’errore di omissione, l'altro è l'errore di commissione o falsa attribuzione.

L’errore di omissione vuol dire che io non riconosco che le specie animali hanno alcune abilità, invece
l’errore di falsa attribuzione o commissione è attribuire delle abilità ad alcune specie animali che non
possiedono. Questo perché nel primo caso penso che alcune caratteristiche le abbiamo solo noi esseri
umani e quindi non le riconosco nelle altre specie. Al contrario, nell’errore di commissione, alcune
caratteristiche, noi esseri umani le abbiamo e riteniamo quindi che ce li abbiano anche le altre specie.

Prendiamo l’errore di omissione: si pensa che gli animali non provino dolore per la perdita dei loro
congiunti. È abbastanza recente invece la scoperta che alcune specie sperimentino il lutto come noi lo
sperimentiamo.

Per esempio: circa due anni fa uscì sullo Scientific American, un articolo molto dettagliato sullo studio delle anatre
(non delle oche) che dimostrava che la struttura familiare delle anatre fosse abbastanza stabile, e che queste nel caso
di perdita un loro familiare sperimentassero delle fasi del lutto simili a quelle di noi essere umani. In realtà noi
pensiamo che gli animali con un cervello più limitato, come possono essere gli uccelli, i volatili, non dovrebbero
sperimentare questi sentimenti, provare questi sentimenti. Inoltre, sembra che le anatre abbiano con tutta una serie
di caratteristiche simili a noi per quel che riguarda il dolore per la perdita di una persona cara.
Invece un errore di falsa attribuzione è per esempio attribuire lo stesso sentimento che noi proviamo per
esempio quando ci abbracciano. Prendiamo il caso di un bambino che abbraccia un cane al collo, quindi mette le
braccia intorno al cane stringe. Noi vediamo che la sclera del cane quindi la parte bianca degli occhi del cane è molto
più visibile del solito, quindi pensiamo che il cane abbia gli occhi lucidi in segno di commozione, perché magari noi se
siamo abbracciati da un bambino piccolo specie se magari è nostro figlio, ci commuoviamo e siamo felici. Per noi il
bianco degli occhi molto visibile per noi è segno di commozione positiva, il cane invece mostra fisicamente lo stesso
tipo di risposta fisica (il bianco degli occhi più evidente) e quindi siamo portati a pensare che anche l'emozione che il
cane prova sia positiva. Quello che facciamo noi è un errore di commissione perché noi attribuiamo al cane i nostri
sentimenti: il cane in quel caso non è per niente felice, il cane in quel momento si sente minacciato . Quando il cane
mostra quel tipo di sguardo è perché ha paura. Ma siccome la risposta fisica nostra è uguale a quella del cane,
pensiamo quindi che il sentimento sottostante sia lo stesso ma questo è un errore di commissione.

Questi due errori sono tipici di due atteggiamenti che possono caratterizzare il modo in cui noi guardiamo
alle altre specie quando le studiamo. Di solito, in questo settore di studi si manifestano di solito due
atteggiamenti: l’antropomorfismo e l’antropocentrismo.

L’antropocentrismo è l’evidenziare le differenze che esistono nei sistemi di comunicazione, cioè nel sistema
di comunicazione degli esseri umani e nel sistema di comunicazione degli animali. Se si enfatizza troppo, se
si pone troppo l'accento su questa differenza si incorre nel rischio di credere che le altre specie non abbiano
sviluppato nessuna forma di comunicazione e che solo noi comunichiamo. Tuttavia, c'è anche la tendenza
opposta, vale a dire c'è la tendenza a dare una eccessiva importanza alle somiglianze presenti nei sistemi di
comunicazione e anzi presenti nei sistemi di comunicazione, cioè somiglianze presenti nei sistemi di
comunicazione degli esseri umani e delle altre specie. Il rischio qui è invece di attribuire a specie non umane
caratteristiche tipiche invece della specie umana (antropomorfismo). Antropocentrismo: differenze e
discontinuità nei sistemi di comunicazione (rischio: la comunicazione degli uomini è un’attività esclusiva) /
antropomorfismo: somiglianze nei differenti sistemi di comunicazione (rischio: attribuzione di competenze
tipicamente umane a specie animali).

Quindi noi abbiamo in realtà un sistema di comunicazione e un sistema di comunicazione è presente anche
in altre specie, tuttavia è importante stabilire che il nostro modo di comunicare è una peculiarità che solo
noi abbiamo in quanto specie umana. Cosa vuol dire in quanto solo noi abbiamo un certo tipo di modalità
comunicativa? Perché la comunicazione umana è qualitativamente differente dalle altre specie. Quello che
ci differenzia, è la capacità simbolica.

Ogni specie ha una specificità comunicativa e questa specificità è determinata dalla genetica, in quanto la
genetica determina il sistema nervoso presente in ogni specie animale.
Il sistema nervoso di ogni specie però interagisce con l'ambiente e quindi questo fa sì che ogni sistema
nervoso si vada specializzare in un certo modo e soprattutto ogni specie è organizzata socialmente in una
certa architettura, in una certa struttura. Quindi la specificità comunicativa delle varie specie dipende dalla
genetica e quindi come da questa ha determinato il sistema nervoso, qual è l'ambiente in cui queste specie
vivono e come quella specie è socialmente organizzata. Quindi in pratica noi dobbiamo tener conto di
questi aspetti e del fatto che sebbene ci siano delle differenze, tra il modo in cui noi comunichiamo e quello
in cui gli animali comunicano, in quanto c'è una differenza qualitativa, quindi ci sono delle discontinuità, ci
sono tuttavia anche delle continuità evolutive tra la comunicazione della specie umana e il modo in cui
avviene la comunicazione animale.
Gli esseri umani possiedono un sistema di comunicazione qualitativamente differente da quello impiegato da altre
specie animali. È in gioco la specificità comunicativa di ogni specie animale in funzione della sua dotazione genetica,
delle sue strutture nervose, dell’ambiente di riferimento e della sua organizzazione sociale. Tuttavia, assieme agli
aspetti di discontinuità, occorre riconoscere e accertare gli aspetti di continuità evolutiva fra la comunicazione animale
e quella umana. In questo senso si tratta di prendere atto delle somiglianze comunicative fra le diverse specie animali
in termini sia di: omologie (somiglianze dovute alla discendenza da un antenato comune, è il caso dell’uomo e dello
scimpanzè) e omoplasie (somiglianze per evoluzione convergente o parallela delle varie funzioni comunicative in
specie fra loro distanti; per esempio, l’uomo e le scimmie del Nuovo e del Vecchio mondo.)
In biologia si parla di diversi tipi di somiglianza quando parliamo in generale di similitudine fra le specie
umane e le specie non umane e queste somiglianze sono presenti anche all'interno della comunicazione.
Per esempio, parliamo di omologia quando le somiglianze sono dovute alla discendenza da un antenato
comune, quindi noi e le scimmie. Si parla invece di analogie o omoplasie quando invece alcune funzioni in
questo caso comunicative sono invece determinate da delle somiglianze, però sono somiglianze casuali, in
quanto non c'è un antenato comune, quindi non c'è una discendenza filogenetica che colleghi queste
specie, però noi siamo comunque collegati in qualche modo. Per esempio: le scimmie del vecchio e del
nuovo mondo e la discendenza umana. Si possono fare altri esempi che non hanno necessariamente a che
fare con la comunicazione per spiegare la differenza tra omologie e omoplasie ma che riguardano
solamente le strutture fisiche. Per esempio, prendiamo gli occhi: il nostro occhio discende (in termini più
generici e quindi in termini di strutture che si sono evolute), il nostro occhio è filogeneticamente
corrispondente a quello per esempio del macaco, ma anche di altre specie, per esempio, a quello presente
nel fringuello. Questo vuol dire che la struttura filogenetica che è originaria, che alla base del nostro occhio,
di quello del fringuello e di quello dello scimpanzé è la stessa.

Differente è invece il caso, per esempio, del polpo: anche il colpo ha una struttura oculare particolare e
anche il punto ha questa struttura, insieme di fasci nervosi, che servono per orientarsi nell'acqua, per
vedere. Tuttavia, l’occhio del polpo e quello dell’essere umano prendono traiettorie evolutive differenti
quindi questo vuol dire che le strutture nervose che hanno dato luogo all’occhio del polpo e al nostro sono
diverse, anche se il dispositivo oculare di cui sia il polpo che noi siamo dotati serve comunque per lo stesso
scopo. Però in termini evolutivi, in termini filogenetici, non c'è continuità. C’è una discontinuità evolutiva.

Se prendiamo alcune caratteristiche che la comunicazione animale ha rispetto alla nostra vediamo che
anche i primati non umani (?) sono capaci di costruirsi una mappa mentale del territorio, vale a dire se io
sono grande costruire una mappa mentale del territorio, cioè di riprodurmi mentalmente il territorio nel
quale vivo vuol dire che sono in grado anche di ricordarmi com'è strutturato quel territorio ed
eventualmente anche di trovare all'interno di esso una alternativa. Quindi io comunque sono in grado di
mentalizzare, di riprodurre mentalmente, di farmi una rappresentazione mentale non di conoscenze
astratte, ma di conoscenze molto fisiche però comunque sono in grado di mentalizzare dell'informazione.
Sono in grado questi primati anche di costruire degli strumenti piuttosto semplici quindi di raggiungere uno
scopo per esempio attraverso uno strumento. Per esempio, se c'è un albero e voglio prendere la mela che
sta più in alto sull'albero, ho a disposizione un bastone, il bastone è troppo corto, sono in grado attraverso
un ramoscello flessibile di legare tra loro due rami e di riuscire a percuotere il ramo dell’albero e a tirare giù
la mela che mi interessa.

Sono in grado anche di discriminare e creare categorie mentali degli oggetti, sono in grado di trovare dei
criteri per i quali gli oggetti possono essere tra di loro organizzati in gruppi; vale a dire sono in grado di
risolvere problematiche legate all’INFERENZA TRANSITIVA: cioè se A è maggiore di B e B è maggiore di c
allora a è maggiore di C oppure la TRANSITIVITA’ ASSOCIATIVA: vale a dire io sono in grado di disporre gli
elementi secondo una certa dimensione quindi sono in grado di organizzare i miei bastoni che mi servono
per tirare giù le mele dal più piccolo al più grande. Quindi sulla base di questa categorizzazione sono in
grado anche di decidere quali bastoni mi servono per tirare giù la mela da un certo albero perché capisco
che non tutti gli alberi sono alti uguali e io invece mi avvicino sempre alla stessa altezza, quindi sulla base di
quanto è alto l'albero sono in grado di decidere quale bastone o quali bastoni devo tra di loro congiungere
per creare uno strumento atto al mio scopo.