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3LUCCHESINI 1A PARTE 2/11

Ci sono delle caratteristiche che la menzogna deve avere,0quindi la discomunicazione menzognera ha le


seguenti caratteristiche:
1)Falsità: il contenuto è falso, a differenza dell’ironia in cui il contenuto era finto e c’era una
dissociazione tra gli elementi, quella che era l’intenzione del parlante e l’ironista, e quello che era il
significato delle parole enunciate, qui invece il contenuto è falso.
2) Consapevolezza: Chi utilizza questo contenuto falso è consapevole di utilizzare un falso contenuto e
intende ingannare il destinatario.
3)Intenzione di ingannare il destinatario: La differenza tra l’ironista e la persona mendace è che la
persona mendace non vuole essere scoperta, perché è Intenzionato ad ingannare invece l’ironista
come nel fencing game, il gioco ha un buon esito se si va a Touché, quindi se sono scoperto,
altrimenti no, quindi la differenza tra ironista e mendace è che l’ironista vuole essere scoperto e la
persona mendace no. Quindi la menzogna può essere definita come un atto comunicativo
intenzionale o deliberato di ingannare un soggetto che non è consapevole di essere ingannato e che
non desidera essere ingannato.

SEQUENZA DELLA COMUNICAZIONE INGANNEVOLE:


La menzogna può essere formalizzata utilizzando degli elementi collegati alla logica Booleana, utilizzando
una serie di elementi codificati si può definire che la menzogna avviene nel seguente modo:
1) Il soggetto A inganna il soggetto B dicendo l’enunciato P se e solo se: A sa che l’enunciato P è falso e
siccome l’enunciato P è falso vuol dire che il suo opposto, non P è vero, A fa in modo che B venga a
conoscenza di P e lo induce a credere a P quindi A condivide P con B e induce B a credere a P,
quindi soggetto A condivide il contenuto dell‘ enunciato falso P e invita il soggetto B a credere che il
contenuto falso, contenuto di P sia vero.
2)L’altro presupposto è che A intente ingannare B.

Ci sono diversi tipi di modalità per ingannare un altro soggetto, quattro sottogruppi di inganni: ci possono
essere degli inganni in cui effettivamente il contenuto è falso ma l’inganno si ha anche omettendo qualcosa
di un contenuto vero e l’omissione di questo contenuto vero da qualcosa, lo rende automaticamente falso.
Infatti, l’inganno può essere attuato attraverso queste modalità, è possibile individuare quattro modalità di
inganno:
Omissione, vale a dire il parlante A omette di fornire delle informazioni importanti al soggetto B,
queste informazioni sono importanti per B. Queste informazioni sono fondamentali perché B
raggiunga il suo scopo.
Poi l’occultamento in cui A nasconde qualcosa a B, nasconde delle informazioni ma sono delle
informazioni secondarie e questo induce B a credere al falso, ad assumere delle false credenze, ma
si tratta di omissioni di informazioni non primarie, queste sono definiti tipi di mendacità per
sottrazione.

Invece vediamo cosa accade per sostituzione di informazione:


Quando sostituisco un’informazione vera con una falsa opero dentro il processo di FALSIFICAZIONE
vale a dire: il soggetto A dà al soggetto B delle informazioni false, io soggetto A do volontariamente
al soggetto B delle informazioni che io sono consapevole che siano false.
Oppure c’è il mascheramento: il parlante A fa una specie di mix tra omissione e falsificazione, oppure
occultamento e falsificazione: io do delle informazioni false al soggetto B ma allo stesso tempo
nascondo delle informazioni importanti, faccio delle omissioni, ma allo stesso tempo posso anche
omettere delle informazioni pertinenti ma non principali, quindi il mascheramento è un insieme di
falsificazione e processo sottrattivo di informazione.

Questo vuol dire che le menzogne possono essere commesse per commissione o omissione. Omissione:
due situazioni in cui io tolgo delle informazioni, che siano principali o secondarie non importa. L ’inganno
per commissione è quello in cui io aggiungo delle informazioni, o meglio, sostituisco delle informazioni vere
con delle informazioni false. Il punto è che queste quattro modalità d’inganno solitamente vengono tutte e
quattro attuate nel processo menzognero: nel momento in cui io dico una menzogna a qualcuno, quindi
inganno qualcuno deliberatamente, all’interno del mio inganno, l’effettivo attuare l’inganno probabilmente
vengono attuati tutti questi quattro inganni. È come se una menzogna fosse costituita da un continuum di
momenti in cui si procede ad ingannare il soggetto con tutte queste 4 modalità di inganno.

Con che tipo di criteri vengono utilizzati questi quattro inganni? Con il criterio di somiglianza di famiglia: un
criterio di determinazione degli insiemi studiato anche da Wittgenstein (se ne occupava dal punto di vista
della filosofia del linguaggio) per il quale appunto studiava somiglianze di famiglia in termini di semantica e
somiglianza tra gruppi: quando dei gruppi possono essere messi tra loro in relazione per motivi collegati alla
somiglianza di famiglia perché io ho un gruppo A che ha degli elementi in comune col gruppo B, ho gruppo
B che ha elementi in comune con gruppo C, ed il gruppo C non ha elementi in comune con gruppo A ma è
comunque correlato ad A perché ci sono degli elementi che lo accomunano con A e C.

LA FAMIGLIA DELLE MENZOGNE

Posso distinguere sulla base, da una parte della organizzazione della menzogna, dall’altra sulla base della
finalità della menzogna posso distinguere le menzogne anche in famiglie. Dal punto di vista
dell’ORGANIZZAZIONE posso distinguere tra:
1. menzogne preparate: le menzogne preparate sono pianificate in anticipo e vengono anche
esaminate a tavolino dalla persona mendace;
2. menzogne impreparate: quelle impreparate invece sono fornite in modo spontaneo perché
sopraggiunge una domanda inattesa dal partner comunicativo.

Dal punto di vista della finalità:


1. menzogne cooperative, la cui finalità è quella di fare del bene a qualcun altro, Le menzogne
cooperative invece sono dette per proteggere qualcun altro perché magari dire la verità a questo
qualcun altro potrebbe fargli del male, quindi diminuirne le difese psicologiche. Se prendiamo un
soggetto B che è stato responsabile di un incidente, sa che è avvenuto l’incidente e siccome sa di
averlo provocato potrebbe stare molto male e quindi le sue risorse cognitive potrebbero risentirne,
invece se io ometto, se io dico al soggetto B solo che c’è stato un incidente ma ometto il dettaglio
che B ne ha avuto la responsabilità, allora non avvertita senso di colpa e quindi le sue risorse
cognitive non saranno intaccate, e però non ho omesso il fatto cogente, non ho omesso il fatto che
è accaduto l’incidente.
 menzogne non cooperative: la cui finalità è quella di avvantaggiare se stesso. Le menzogne non
cooperative sono invece quelle fatte invece per fini egoistici: il mentitore utilizza la menzogna non
cooperativa per proteggere i propri interessi, non quelli di qualcun altro o del gruppo.

Perché si ricorre alla menzogna?


Alcune teorie ritengono che noi come esseri umani possiamo ricorrere a delle risorse razionali limitate e il
punto è che per raggiungere uno scopo noi dobbiamo utilizzare un certo tragitto. Lo scopo che magari ci
proponiamo di raggiungere richiede un sacco di risorse cognitive se utilizziamo la via diretta, invece se
utilizziamo una strategia legata alla menzogna utilizziamo un numero più limitato di risorse razionali o
puntiamo a raggiungere l’OTTIMO LOCALE: non la soluzione ideale, ma una soluzione che ci soddisfa in
maniera contingente, e non abbiamo bisogno di attingere troppo alle nostre risorse razionali.
Quindi, l’ottimo locale è una condizione per la quale noi raggiungiamo il nostro scopo ma lo facciamo
esponendoci grazie alla menzogna a meno rischi possibili. Questo perché noi potremmo anche divulgare
l’informazione veritiera, che ci permetterebbe magari di raggiungere la soluzione ideale, ma questo ci
espone magari a dei rischi, possiamo magari ottenere un vantaggio più grande in termini assoluti ma allo
stesso tempo, ci esponiamo anche a maggiori rischi. L’ottimo locale è quella situazione che ci permette di
raggiungere con il minor rischio possibile la soluzione che più si adatta alla circostanza, una soluzione che è
valida contestualmente ma che a lungo termine potrebbe non esserlo.
LA MENZOGNA COME GIOCO A DUE
Abbiamo visto fin ora nella discomunicazione che esattamente come nella comunicazione per default che
la discomunicazione ha bisogno sempre di un partner comunicativo. Ricordiamoci che non c’è
comunicazione, per definizione, se io non comunico con delle norme di interazione con qualcun altro.
Questo è vero anche per la discomunicazione: se io non ho un partner di comunicazione io non ho la
possibilità di attuare una discomunicazione, così come una comunicazione, quindi questo è vero anche per
la discomunicazione di tipo menzognero: io ho bisogno di qualcun altro che sia la persona che subisce la
menzogna, l’inganno.

Quindi dobbiamo vedere i tipi di soggetti coinvolti; da una parte devo analizzare la personalità del
mentitore, dall’altra la personalità del soggetto destinatario della menzogna (ingannato). Il mentitore abile
è quello che è in grado di far figurare una menzogna come vera, se non altro come verosimile è come ci
riesce? Perché le differenze comunicative, tanto linguistiche quanto non verbali, non risultano
particolarmente intaccate: non c’è differenza nel momento in cui mento e nel momento in cui dico la
verità: non notò differenze nell’eloquio quanto nella comunicazione non verbale, gesti ecc.
Mentre il mentitore ingenuo può lasciar trapelare in maniera più consistente invece alcuni indizi che lo
portano ad essere scoperto. Possono essere diversi: da un diverso modo di parlare, un diverso modo di
gesticolare, reazioni non controllabili come l’arrossamento, sudorazione ecc...
Il destinatario invece può essere sospettoso oppure acquiescente: non vuol dire che sia credulone, c’è una
grossa differenza tra essere portati alla credibilità ed essere creduloni.
Sospettoso: colui che solitamente è diffidente e pone delle domande più precise per cercare di portare il
mentitore verso la contraddizione, cerca di verificare la corrispondenza dei fatti.
Acquiescente: è colui che crede che gli venga detta la verità, questo NON vuol dire essere creduloni, vuol
dire essere inclini verso la verità perché sostanzialmente noi esseri umani siamo portati ad avere la
“distorsione verso la verità”: inclinazione verso la verità, in quanto essere sospettosi, essere inclini verso la
menzogna invece che la verità è un comportamento che non è confacente con il modo in cui gli essere
umani vivono, gli esseri umani vivono in gruppi, il che richiede una dote di collaborazione, mentre l’essere
inclini per la menzogna anziché per la verità, fa sì che gli esseri umani invece risultino invadenti, maleducati,
e inclini al conflitto quindi l’essere guidati da un alto livello di credulità è comunque una situazione che per
default è quella che noi ci troviamo in dotazione, derivante dal fatto che noi siamo dei soggetti che derivano
da delle specie animali che sono caratterizzate da un alto livello di socialità.

Inoltre, questo ci deriva anche da un retaggio culturale per il quale come cittadini non dovremmo mentire,
questa è la repubblica di Platone, solamente i politici possono per motivi collegati a fini altruistici, non
personalistici, ed eventualmente possono ricorrere alla menzogna con le menzogne collaborative.
Altrimenti la menzogna non è accettabile.

Come diciamo le menzogne – strategie linguistiche della menzogna

Ci sono tutta una serie di strategie linguistiche attraverso le quali di solito le menzogne vengono scoperte: o
meglio ci sono delle strategie per le quali da una parte le menzogne vengono scoperte, dall’altra invece si
vuol mentire sperando di non essere scoperti - un po’ come si è visto con l’ironia, in cui si attuano delle
strategie in cui ci si sottrae dall’assumersi la responsabilità di quel che si dice, allo stesso tempo ci sono
delle strategie linguistiche per utilizzare le menzogne in cui si cerca di far credere il falso, ricorrere a una
falsa credenza, ma senza assumerne le responsabilità di questa.
Qui parliamo di media statistica, quindi non è detto che sia sempre così, non è così facile distinguere un
mentitore abile da una persona che dice il vero spesso.
 AMBIGUITA’ E PROLISSITA’: Solitamente però chi utilizza le menzogne nei confronti di un
destinatario acquiescente utilizza gocce di falsit à all’interno di sequenze di verit à, quindi se io
utilizzo enunciati veri ed enunciati falsi, allungo l’enunciato risultante, quindi diventa più prolisso.
Ma allo stesso tempo la giustapposizione tra elementi falsi ed elementi veri risulta più ambigua
quindi dico per non dire.
 ASSERTIVITA’ ED EVITAMENTO ELLITTICO: Se invece ho davanti a me un destinatario sospettoso,
cercherò di essere più elusivo possibile, reticente, quindi mi esimerò dal dire. Quindi il minor
numero di informazioni, dirò quante informazioni quante sono necessarie, niente di più, e cercherò
di sembrare sicuro, assertivo, nel dire quanto dico, ma eviterò, cercherò di fare un’ellissi, una
eliminazione di alcuni elementi dai miei enunciati nel momento in cui mi trovo davanti al
destinatario sospettoso, che mi fa delle domande, cerca di far sì che il mentitore entri in
contraddizione, per far sì che si scopra. Quindi il destinatario sospettoso farà delle domande ed il
modo per proteggersi da esso è quello di evitare di dire troppo = ESIMERSI DAL DIRE.
 IMPERSONALIZZAZIONE: Un altro modo per evitare di farsi scoprire, è quello di utilizzare la citazione,
vale a dire non mi assumo la responsabilità di ciò che dico perché, anche se in realtà sto io
inventando una menzogna di sana pianta, però la rendo impersonale, dirò: si dice che... quindi
utilizzerò la forma impersonale e cercherò di dissociarmi da quel che sto dicendo ma nello stesso
tempo lo sto dicendo perché voglio comunque che il destinatario creda in quella falsa credenza,
quindi non posso non dire la menzogna, semplicemente farò in modo che il destinatario non
capisca che quella è una menzogna che sto producendo io, ma l’attribuirò alla voce del popolo, o a
un altro soggetto.

Strategie non verbali della menzogna


Per quel che riguarda l’aspetto collegato alla comunicazione non verbale della menzogna questa è meno
codificabile perché solitamente sappiamo che la comunicazione non verbale risulta collegata anche ai gesti
idiosincratici, cioè quei gesti che sono specifici del singolo parlante e pertanto è difficile capire se il parlante
in questione utilizza i gesti, e se li utilizza in modo più o meno rilevante quando mente.

Quindi mentre alcuni soggetti quando mentono incrementano la loro attività motoria, altri invece la
diminuiscono perché magari cercano di controllare cioè che dicono e allo stesso tempo questo
autocontrollo arriva a controllare anche l’attività motoria fino ad inibirla, ma è molto difficile stabilire a
priori che effetto, il pronunciare una menzogna, ha su un soggetto mendace perché non tutti si comportano
nello stesso modo dal punto di vista motorio nel momento in cui mentono. E soprattutto poi dipende dal
contesto in cui mentono, dal tipo di menzogna che stanno utilizzando, dallo scopo per quale stanno la
utilizzando, se la menzogna è preparata oppure no quindi è molto difficile percepire, interpretare gli indizi
di un mascheramento per quel che riguarda le strategie non verbali del mentire. Non esiste un repertorio
fisso e ricorrente di indizi non verbali.

Quindi, tutto ciò che viene detto da qui in avanti sulle strategie collegate al non verbale sono valide per la
media della popolazione, però non garantiscono assolutamente che possano essere valide per la maggior
parte delle persone. In generale si vede che:
 Il movimento delle mani viene a diminuire, però anche qui dipende dal soggetto perché dipende se
il soggetto ha preparato così bene la menzogna che magari si è accorto di questa sua modifica di
comportamento gesticolatoria delle mani e quindi cerca di porvi rimedio, quindi dipende da come il
mentitore è in grado di gestirsi nel momento in cui mente.
 Voce: da questa alcuni indizi possono far trapelare la menzogna anche in questa situazione, perché
si vede che la variazione di tono è più invariabile, il profilo vocale subisce maggiori variazioni
quando il soggetto mente, perché mentire provoca dello stress (in media. perché il mentitore abile
magari è quello da cui non trapela niente, neanche dal punto di vista della voce) e questo stress
però potrebbe trapelare, quindi la condizione psicologica di stress che il soggetto vive, potrebbe
trapelare attraverso il profilo vocale del mentitore.

Quale migliore mentitore che il mentitore sincero?


Ci sono però delle situazioni in cui il nostro soggetto che mente però è identificabile secondo alcuni profili
precisi: il mentire è caratterizzato dal raggiungimento dell’ottimo locale, quindi potremmo trovarci davanti
a dei mentitori che utilizzano strategie differenziate sulla base dello scopo per il quale mentono, e per
quanto riguarda però in generale le casistiche di tipologie di mentitori che ci troviamo davanti, vediamo che
i profili identificativi sono DUE, però anche qui parliamo di ipotesi di lavoro quindi può darsi benissimo che,
sulla base della motivazione per la quale si mente, quindi anche sulla base della portata psicologica che la
specifica menzogna ha, il valore che quel tipo di bugia, di inganno può avere per il mentitore, allora ci
possiamo trovare davanti a dei profili diversi che coesistono nella stessa persona.
 Personalità machiavellica e comunicazione menzognera: Per esempio il soggetto machiavellico, la
persona machiavellica fa parte non di una realtà, fa parte di un’ipotesi psicologica, di un costrutto
psicologico, che descrivono persone che per raggiungere le loro priorità non si fanno scrupoli a
mentire, e a sfruttare gli altri, cercando di giustificare la loro condotta col il fatto che la società è
questa, homo homini lupus, siccome prima abbiamo citato Platone, ci ricordiamo che Macchiavelli
quando scrive il principe giustifica, trova una giustificazione razionale, nel profilo del principe, per
cui il principe ideale, è proprio Platone. Qui Macchiavelli viene usato come termine per far
riferimento al profilo ideale del principe, però non ci si riferisce a Macchiavelli in sé per sé. La
personalità machiavellica è quella del soggetto machiavellico quindi una persona che non si fa
scrupoli nel manipolare gli altri per i propri scopi.

Autoinganno: Riguarda soprattutto situazioni relazionali complesse, può essere considerato come un
mezzo efficace per mentire agli altri in modo credibile. Quel soggetto che invece per poter mentire in modo
efficace deve ingannare anche se stesso, vale a dire, deve fare in modo di celare anche a se stesso di essere
il mentitore perché ciò sarebbe inconcepibile per la propria etica, e percentuali altrimenti non riuscirebbe a
mentire, l’autoinganno è un paradosso perché per mentire devo essere consapevole di mentire, questa è
proprio la definizione delle menzogna, ma chi si auto inganna invece teoricamente non deve essere
consapevole di tale azione, quindi diciamo che tornando alla definizione formale della menzogna, allora
l’autoinganno si può formalizzare attraverso la modalità del duplice paradosso, parliamo di paradosso
statico e dinamico.
a) Paradosso statico: il soggetto inganna sé stesso quindi procede con l’autoinganno, solo se accetta
che P, quindi l’enunciato falso sia non-p quindi l’enunciato vero, quindi io credo indistintamente sia
a p che a non-p.
b) Paradosso dinamico: il soggetto che si auto inganna inventa, ha intenzione di creare una falsa
credenza per se stesso che conosce il vero, quindi inventa una realtà alternativa finta, falsa per sé
stesso, sebbene questo conosca anche il vero.

Come si risolve questo tipo di contraddizione? questi due paradossi?


Alcuni modelli esplicativi per superare questi paradossi:
a) Teoria della scelta razionale: c’è il paradosso della scelta razionale, vale a dire, noi esseri umani
abbiamo, proprio come abbiamo visto prima per il raggiungimento del proprio scopo attraverso
l’ottimo locale, a disposizione delle risorse razionali limitate, sapendo che possiamo utilizzare una
strategia, in questo caso la menzogna per arrivare all’ottimo locale, allora, siccome la menzogna c’è
più utile, rispetto alla verità, allora utilizziamo la menzogna, ma siccome utilizzare una menzogna
non è conciliabile con la nostra etica, o semplicemente sappiamo che non risulteremmo credibili
come mentitori, allora utilizziamo al massimo la risorsa della menzogna arrivando perfino a
crederci.

b) Modello della divisione mentale: da una parte abbiamo la consapevolezza di cosa sia p e di cosa
sia non-p però l’autoinganno avviene a livello non consapevole, inconscio, automatico, non siamo
consapevoli del fatto che utilizziamo p-falso, quindi non siamo consapevoli del fatto che noi
gestiamo sia p che non-p, perché lo facciamo? per scopi privati, per raggiungere i nostri scopi
individualistici, quindi il nostro scopo può essere raggiunto attraverso p-falso, ma conoscendo sia p
che non-p a questo punto subentra l’inconscio, a livello conscio io non posso gestire il fatto di
essere una persona che mente quindi a livello inconscio io annullerò la differenza tra p e non-p,
quindi se tra p e non-p non c’è distinzione allora io potrò usare anche p-falso.

c) Il modello deflazionistico: esiste per diversi campi di applicazione, per esempio esiste il livello
deflazionistico della metafora per il quale la metafora non sarebbe più un processo linguistico che
richiede altre risorse cognitive, altre risorse astratte, in questo caso il modello deflazionistico della
menzogna è un modello che cerca di ridimensionare la menzogna, quindi di scardinare il concetto di
menzogna per spiegare l’autoinganno facendo ricorso a elementi maggiormente percettivi,
maggiormente concreti, rispetto all’ipotizzare un livello inconscio. Infatti, il punto qual è, perché
ricorro all’inganno? io ricorro all’inganno perché la credenza vera (non-p) è una minaccia affinché io
possa raggiungere il mio ottimo locale, la mia soluzione. Quindi per annullare questa minaccia devo
reinterpretare non-p, quindi io attuo distorsioni cognitive che mi permettono di eliminare quelle
inibizioni che non mi consentono di pensare che io possa utilizzare non-p, quindi arrivo a cercare
per esempio all’interno di un enunciato o di una sequenza di eventi solo quegli eventi che
confermano la mia ipotesi. Ad esempio: io all’interno di tutta una serie di teorie che ipotizzano
come si possano essere svolte degli eventi, io andrò a scegliere quella teoria che più si confà ai miei
scopi, anche se questa è quella meno credibile, questa è la distorsione cognitiva, vale a dire in
questo caso attuo una distorsione di conferma, vale a dire tra diverse ipotesi scelgo tra le diverse
ipotesi quella che penso sia più utile per me.

L’autoinganno si genera dal modo in cui io rielaboro le informazioni per i miei scopi, naturalmente non
sempre l’autoinganno riesce, l’autoinganno di può verificare se io rientro in certi valori, in una certa soglia,
detta soglia di confidenza, per poter accettare la rielaborazione dei queste credenze minacciose, per poter
accettare o rifiutare un’ipotesi nel ragionamento comune. Quindi io avrò l’accettazione della soglia: quindi
potrò per tanto accettare questa rielaborazione, oppure il rifiuto della soglia, cioè oltre un certo valore
minimo che mi porta a rielaborare in un certo modo delle informazioni, delle credenze, io non procederò
con l’autoinganno, perché appunto il modo in cui ho rielaborato queste informazioni non è sufficiente a far
sì che io ci possa credere. Quindi questo è un po’ il modo in cui si viene a risolvere questo paradosso
dell’autoinganno.

La comunicazione patologica
Quando parliamo di discomunicazione però ci sono anche tipi di comunicazione che si verificano all’interno
della comunicazione patologica, ci sono alcune situazioni di patologia in cui si procede con la
comunicazione implicita. Queste situazioni sono molto rilevanti perché l’attività collegata alla
comunicazione ha molto a che vedere con il modo in cui la costruzione dell’identità personale si viene a
costruire, in quanto l’identità è una negoziazione tra il modo in cui mi vedo e il modo in cui mi vedono gli
altri. La costruzione dell’identità personale e della propria collocazione nella società, nella comunità, è
qualcosa estremamente collegato al benessere dell’individuo, e del suo stare bene nella società e con sé
stesso. Una rottura di questi elementi quindi sia un inclinamento collegato all’identità personale o
collegato al modo in cui io mi vedo ma il modo in cui mi vedo è discrepante con il modo in cui sono
percepito dalla mia comunità allora può portare a una forme di disagio e questo in situazioni in cui queste
forme di disagio sono particolarmente forti, fa sì che ci siano forti correlazioni tra elementi di tipo
patologico ed elementi in cui la comunicazione con gli altri ha luogo. Comunicazione = attività relazionale che
tocca le radici dell’identità personale e della posizione sociale di ogni individuo = condizione essenziale del benessere e
del disagio psicologico. C’è una stretta interdipendenza fra i disturbi comunicativi e i disturbi psicopatologici.

Comunicazione schizofrenica: una delle situazioni in cui si manifesta questa problematica a comunicare in
modo appropriato, in modo atteso, è il quadro schizofrenico, perché vi è un dissesto della personalità che
porta a far sì che ci siano queste distorsioni all’interno del modo in cui il soggetto si percepisce ma anche di
come percepisce gli altri e quindi questo ha delle ricadute a livello non solo dell’identità personale, ma nel
modo in cui con il resto della famiglia si comunica e il modo in cui vengono gestiti le dinamiche familiari.
Perché ad esempio è impossibile definire le relazioni che ci sono tra i partecipanti, a uno scambio
comunicativo perché chiaramente qui parliamo di un quadro che è instabile, il problema principale della
comunicazione è che c’è una sorta di instabilità in quello che è l’intento comunicativo. Per esempio, nella
comunicazione seduttiva lo scopo è quello di ridurre l’instabilità della comunicazione, quindi di arrivare a
questo avvicinamento progressivo sia fisico che psicologico tra il seduttore e il sedotto.

Quando qui invece parliamo di comunicazione schizofrenica il punto è proprio questo, che non c’è mai una
strategia razionale, non si può mai identificare un percorso da attuare per poter comunicare in modo
efficace, e poiché si viene sempre a ridefinire all’interno di questo percorso di discomunicazione l’identità
personale del soggetto schizofrenico e il modo in cui questo soggetto attribuisce dei ruoli all’interno della
comunicazione a coloro che partecipano alla comunicazione stessa, questo fa sì che sia impossibile stabilire
una relazione che è appunto l’elemento fondamentale per poter comunicare in modo stabile. Se non
indentifico i ruoli io non so neppure con quale modalità posso interagire con coloro che comunicano con
me. Si viene ad attuare una richiesta che è quella di cambiare continuamente una definizione delle
relazione che non è mai stata definita. Questo porta continuamente ad attuare strategie sbagliate in
qualunque modo si cerchi di aggiustare il tiro all’interno di questo tipo di comunicazione.
Quindi non si può di fatto stabilire un tipo di decisione da attuare a livello comunicativo che sia univoca
perché data la complessità del quadro comunicativo dovuta a questa patologia, è sempre complicato
andare a trovare, se non impossibile, un percorso per il quale la comunicazione si vada ad attuare in modo
equilibrato, quindi rimarranno sempre delle condizioni di instabilità e l’equilibrio non si raggiungerà
praticamente.
Quello che ne consegue è il fatto che ci sia una sorta di situazione comunicativa in cui da una parte c’è
l’impenetrabilità perché il soggetto non riesce mai a definire sé stesso e di imprendibilità perché non c’è
mai un frame comunicativo che possa essere utilizzato né proposto per comunicare in modo adeguato con
quel soggetto.

in più per quel che riguarda il modo in cui i soggetti si relazionano tra loro, parliamo di giochi psicotici
quando all’interno della comunicazione schizofrenica e in questo caso con la comunicazione schizofrenica
non ci si riferisce ad una comunicazione che ha veramente luogo in una situazione in cui c’è un soggetto
schizofrenico ma ci si riferisce proprio ad un modus operandi, a una forma mentis di comunicazione, ad una
modalità di comunicazione non definita, non definibile, imprendibile e impenetrabile. Un esempio sono
appunti questi giochi psicotici all’interno della famiglia, in cui non necessariamente ci sono dei soggetti con
delle psicosi, che manifestino dei tratti psicoidei conclamati, ma può essere semplicemente la dinamica
familiare a manifestare queste caratteristiche di disfunzionalità.
per esempio, nell’imbroglio, in cui c’è una relazione ambigua tra genitore e figlio: il figlio si sente
coinvolto e usato all’interno della triangolazione relazionale, si sente strumentalizzato per i “giochi
di coppia” dei genitori. Ad esempio: un genitore è contro l’altro e a un certo punto il figlio viene
sostenuto da uno dei genitori, poi improvvisamente il genitore che sostiene il figlio cambia idea e
spalleggia l’altro genitore contro il figlio, quindi il figlio si sente abbandonato da entrambi perché
inizialmente pensava di avere l’appoggio di un genitore poi viene attaccato da entrambi genitori
che si coalizzano contro di lui. Oppure la situazione in cui un figlio viene istigato da un genitore a
mettersi contro l’altro genitore.

COMUNICAZIONE PARADOSSALE
Un’altra forma di comunicazione sempre patologica, quindi con dei tratti che sono riconducibili ad una
patologia ma non necessariamente la patologia è presente, è costituita dalla comunicazione paradossale in
cui ci sono dei paradossi presenti.
La comunicazione paradossale è costituita da delle contraddizioni, quindi, nonostante vi siano delle
deduzioni corrette derivanti da premesse coerenti, alla fine si cade in una contraddizione. I paradossi sono
di tre tipi:
1) Antinomia logica = contraddizione sul piano formale (risolta da Bertrand Russel? con la teoria dei tipi
logici, ed è per esempio l’insieme di tutti gli insiemi che non contiene sé stesso.
2) Antinomia semantica = una contraddizione linguistica e questa viene risolta con la teoria dei livelli di
linguaggio relativa a Kant, ad esempio: una situazione in cui io, per esempio, dico: io sono pratese, tutti i
pratesi mentono, quel che dico però non è una menzogna.
3)Paradosso pragmatico = è una situazione in cui vengono inviati dei messaggi paradossali con una forma
però che contraddice il messaggio letterale. Ad esempio: se io urlo a qualcuno ‘sii spontaneo’ ‘stai calmo’,
cose di questo tipo, c’è una contraddizione tra ciò che chiedo al soggetto e il modo in cui glielo chiedo.

I primi due sono delle situazioni che sono presenti in letteratura risolta da diversi studiosi sul piano
linguistico-formale.

Teoria del doppio legame: è una teoria elaborata da Bateson che spiega come si svolge una comunicazione
paradossale che ha caratteristiche schizofreniche quindi imprevedibilità e impenetrabilità.
a) Due o più persone che sono coinvolte in una relazione che ha un rilevante valore per la
sopravvivenza di una o più di esse. Per esempio: una relazione tra familiari che è importante.
Esempio: relazione tra madre e figlio che è molto importante, per esempio, per la sopravvivenza
soprattutto del figlio in un certo periodo della vita.
b) Uno di questi soggetti implicati in questa relazione fondamentale però comunica con l’altro un
messaggio chelato A) asserisce qualcosa, B) asserisce qualcosa sulla sezione precedente usando un
livello comunicativo differente e C) queste due comunicazioni però si escludono a vicenda.
Esempio: un figlio vede la madre molto agitata, visibilmente nervosa, turbata, e chiede alla mamma
‘mamma sei nervosa?’ e la mamma con una comunicazione verbale dirà al figlio ‘no non sono
nervosa’ e successivamente il figlio insisterà ‘mamma ti vedo nervosa’ perché magari sul piano della
comunicazione non verbale la mamma risulta nervosa nonostante che dal punto di vista verbale lei
affermi, quindi la mamma prosegue ‘no non sono nervosa sei tu che ti sbagli’. Quindi da una parte
c’è il comunicare sul piano non verbale, sul piano non verbale comunico il mio nervosismo, sul
piano verbale io nego questo mio nervosismo e addirittura arrivo a dare una disconferma a mio
figlio che mi chiede se sono nervosa sul fatto che effettivamente non lo sono, addirittura dirò che è
lui che si sbaglia.
c) Quindi il soggetto della comunicazione che ha posto la domanda, quindi che si è posto il problema
del nervosismo della madre di fatto è incatenato in una situazione dalla quale non può uscire
perché chiaramente da una parte gli viene negato di aver compreso lo stato d’animo della madre e
dall’altra gli viene detto che non capisce ciò che la madre sta provando in questo momento. Quindi
non ha assolutamente modo di sottrarsi a questa comunicazione paradossale. Non può uscire dalla
relazione né metacomunicando, né fuggendo via.

EFFETTI DELLA COMUNICAZIONE PARADOSSALE


Quelle che sono le caratteristiche della comunicazione efficace che sono appunto:
- Desintonizzazione: la capacità di sincronizzarsi su quelli che sono gli intenti comunicativi dell’altro
da un punto di vista anche di comunicazione non verbale (ad esempio che nella comunicazione
seduttiva la sincronizzazione dei gesti è fondamentale per capire se la comunicazione sta avendo un
buon esito),
- Desincronizzazione: è il modo in cui non si viene più a percepire il modo in cui il sistema di
segnalazione funziona, vale a dire, il rapporto tra segnali e il significato di questi segnali.
Frammentazione e dispersione del significato = smarrimento e confusione mentale del destinatario (non sa
quale parte di significato assumere come predominante valida.)
Questo non riuscire più a capire il senso che questi segnali hanno, fa un effetto di disorientamento e non
viene più interpretato correttamente il significato della comunicazione, quindi il destinatario a questo
punto arriva ad avere dei dubbi sulle proprie capacità di comprendere il significato della comunicazione.

Le squalifiche conversazionali
Parliamo di un ulteriore strategia di discomunicazione che avviene dentro un quadro comunicativo
particolare, quello della conversazione, all’interno della conversazione possono avvenire processi di
delegittimazione di messaggi, il che chiaramente ha delle ricadute sul modo in cui l’interlocutore viene
considerato dal parlante. Parlando delle squalifiche conversazionali facciamo riferimento ad una squalifica
del messaggio A da parte del messaggio B, se sono per esempio assenti segnali di marcatezza sul passaggio
di argomento e se i contenuti espressi nel messaggio B sono incongruenti con il messaggio A = di solito una
conversazione è un termine comunicativo, un luogo in cui la cooperazione è fondamentale, abbiamo visto
quando abbiamo parlato di comunicazione NON verbale come appunto fosse importante questa modalità
comunicativa per evitare sovrapposizioni, per l’avvicendamento dei turni ecc. Lo sguardo e la
sincronizzazione dei turni sono elementi importanti per far sì che la conversazione avvenga in modo
efficace, nel rispetto dei soggetti che la attuano.
Durante una conversazione si utilizza un messaggio, un messaggio usato da un interlocutore e un
messaggio usato dall’altro interlocutore, cosa può accadere? Io cambio argomento senza segnalarlo in
nessun modo, quindi non ci sono segnali che marcano che si cambia argomento e quello che è l’oggetto del
messaggio successivo non ha nulla a che vedere con il messaggio che fino a quel momento prima era stato
scambiato dai due partecipanti alla comunicazione. In questo caso si parla di squalifica conversazionale. In
modo implicito e completo si ignorano quindi il messaggio dell’interlocutore e l’interlocutore stesso quindi
si ha un’incongruenza e questo è una disconferma della relazione che c’è in corso tra i due soggetti che
potrebbero cooperare per comunicare. Questa disconferma relazionale è una condizione comunicativa in
cui l’interlocutore non prende atto del fatto di non essere da solo, quindi c’è una delegittimazione dell’altro.
Quindi la squalifica conversazionale riguarda il modo in cui il messaggio A e il messaggio B si relazionano fra
loro ma ha anche a che vedere con il modo in cui viene delegittimato della propria esistenza, della propria
funzione comunicativa uno dei due soggetti in questione. Ci sono diversi tipi di modi in cui può attuarsi
questa squalifica conversazionale:
 EVASIONE E CAMBIAMENTO DI ARGOMENTO: uno, ad esempio, è il modo in cui si cambia
argomento (io sto parlando di un argomento e il soggetto che sta comunicando con me
semplicemente cambia argomento.) È il più classico modo per segnalare una squalifica
conversazionale, una disconferma dell’esistenza dell’interlocutore.
 Oppure c’è L’INTERPRETAZIONE LETTERALE a livello figurato della conversazione (per esempio il
figlio dice sempre alla madre: mi tratti sempre con un bambino- lei risponde: tu sei ancora un
bambino, vuol dire che io ti delegittimo del tuo ruolo di adulto che partecipa in maniera paritaria
rispetto alla mia alla conversazione, perché di fatto sei un bambino in termini psicologici);
 LA SPECIFICAZIONE: oppure l’essere ultra-specifici, la specificazione risposta particolare e specifica
ad un tema generale, ad esempio: il padre parla con il figlio e mentre litigano il padre dice: io non
grido mai- e il figlio: stai gridando adesso. Quindi ad una condizione generale a cui di solito il padre
rivendica di parlare normalmente, il figlio dice che sta gridando adesso e quindi tutto quello che il
padre dice non è veritiero perché sta gridando in quel momento, senza specificare che lo sta
facendo perché stanno litigando e non è il suo modus operandi classico.
 SQUALIFICA DI STATUS: oppure c’è una delegittimazione dello status di uno dei due soggetti, quindi
si passa da un messaggio a un altro che riguarda il ruolo che esiste fra i due soggetti che stanno
conversando ( per esempio una madre dice ad una figlia qualcosa sull’altra figlia- tua sorella e il
fidanzato non vanno d’accordo- e la figlia: perché dici questo? Io so che vanno d’accordo- e la
madre risponde: una madre lo sa) non si dà ragione del perché la madre abbia questa sensazione,
semplicemente rivendica il suo ruolo di madre e questo le dà dei poteri speciali per i quali può
assumere il ruolo di colei che sentenzia e quindi può permettersi di fare alcune considerazioni ed
arrivare ad alcune deduzioni. Le squalifiche conversazionali fanno parte da un lato dell’agire
quotidiano della comunicazione, tuttavia se persistono hanno un valore sfavorevole e creano
ambiguità all’interno della comunicazione e frammentazione.

Comunicazione nei gruppi


Fino a questo momento ci siamo occupati sostanzialmente di comunicazione tra due soggetti o qualche
soggetto, non abbiamo preso in considerazione delle collettività più ampie ma vedremo che quando
parliamo di comunicazione tra gruppi e nei gruppi ci sono alcune dinamiche particolari che devono essere
prese in considerazione
Definizione di gruppo: è un’aggregazione spontanea di esseri umani, noi in quanto esseri umani ci
aggreghiamo spontaneamente in gruppi e sono tenuti insieme dal fatto che in questi gruppi si comunica. Un
gruppo nasce ed è tenuto insieme da una comunicazione efficace, quando parliamo di gruppi sociali
parliamo di un insieme di più soggetti che interagiscono fra loro in modo indipendente, che si percepiscono
come membri del gruppo, della stessa comunità e sono percepiti come tali da individui di altri gruppi.
Questa aggregazione è duplice (io mi ritengo parte del gruppo e a loro volta altri individui mi ritengono
parte di questo gruppo di cui faccio effettivamente parte).
Questa consapevolezza di appartenenza porta a distinguere tra in-group (sentimento di appartenenza ad
un certo gruppo) e out-group (sentimento di non appartenenza a quel determinato gruppo) tra il far parte
del gruppo ed essere esclusi da quel gruppo. I gruppi nascono spontaneamente perché c’è quest’innata
voglia di socializzare dell’essere umano, predisposizione alla socialità e questo ci deriva dal fatto che già col
nostro DNA (i nostri discendenti) si aggruppavano per avere vantaggi reciprochi. Ci sono pertanto degli
elementi che fanno sì che questi gruppi si aggreghino/instaurino e vadano avanti, esistano delle modalità di
integrazione sociale, che è determinata da sistemi di interazione di scambi tra componenti del gruppo, e
nascono tutto attorno ad un progetto comune condiviso e tutto ciò che viene realizzato dentro questo
gruppo nasce e si realizza allo scopo di realizzare un progetto comune. Un gruppo è caratterizzato da degli
scambi tra soggetti che ne fanno parte (ha luogo un’integrazione sociale) e nasce e si muove intorno ad un
progetto comune, tutto ciò che il gruppo fa è in funzione della realizzazione di questo progetto.
C’è da tenere in considerazione il fatto che gli individui siano soggetti complessi (individualità complessa) e
il modo in cui l’identità del singolo si debba integrare e debba interagire con l’identità del gruppo. Infatti è
di fondamentale importanza prendere in considerazione la relazione che si potrà instaurare fra l’individuo e
il gruppo perché nel momento in cui un soggetto è caratterizzato da in-group cioè sentimento di
appartenenza ad un determinato gruppo allora il soggetto deve sentirsi vicino agli altri individui
appartenenti al gruppo: si attua un processo di integrazione tra quella che è l’identità dell’individuo e quella
che è percepita come identità del gruppo. C’è un processo di identificazione degli individui al gruppo.
Quindi l’identità personale deve avvicinarsi all’identificazione degli individui nel gruppo.
Il gruppo ha anche un valore strumentale perché il gruppo porta ad elaborare il sentimento del noi, di
appartenenza, il gruppo si gestisce/organizza intorno allo scopo e per realizzarlo si creano rapporti affettivi
all’interno del gruppo che sono quelle componenti che vengono chiamate sentimento del NOI, di
appartenenza, dell’in-group. I gruppi possono non essere omogenei perché all’interno di questi ci sono una
serie di differenziazioni tra coloro che appartengono allo stesso gruppo in termini di posizione, condizione,
capacità competenze. Questo perché in un gruppo ci sono una serie di strutture di diverso tipo che lo fanno
andare avanti (struttura organizzativa, gerarchica, normativa). Un gruppo è un’organizzazione complessa
che ha delle strutture di diverso tipo.
1)La struttura organizzativa – si occupa della gestione del gruppo.
2)La struttura gerarchica – si occupa della leadership e in che rapporti stanno gli individui appartenenti
al gruppo rispetto alla leadership, il gruppo deve condividere anche degli standard, delle norme di
riferimento per realizzare questo obiettivo e per decidere se un soggetto è parte o meno del
gruppo.
3)La struttura normativa – si occupa delle norme del gruppo, soggetto parte o meno del gruppo.
Ogni gruppo sviluppa una microcultura, una sottocultura che identifica e determina quelle che sono la
relazione del gruppo, c’è cultura condivisa che caratterizza ogni gruppo.
COMUNICAZIONE E INFLUENZA SOCIALE
I soggetti che appartengono al gruppo possono differenziarsi sulla base dell’appartenenza a più gruppi. Un
individuo non appartiene ad un solo gruppo, ma necessariamente a più tipi di gruppi e non appartiene ad
altri tipi di gruppi, nel corso della sua esistenza. Ovvero gruppo io appartengono al gruppo della mia
famiglia e al tempo stesso a quello degli studenti della Carlo Bo, che praticano nuovo ecc. Ognuno di questi
gruppi ha delle proprie norme, finalità e lo stesso individuo aderisce a tutte queste realtà.
Sulla base di come questi gruppi si vengono a costituire e quali sono i modelli societari a cui appartengono
si può appartenere a più o meno gruppi. Solitamente si è visto che coloro che appartengono a culture
individualistiche appartengono a molti gruppi ma sviluppano un senso di appartenenza minore e quindi ne
sono meno legati, coinvolti alle attività dei singoli gruppi. Mentre i soggetti che appartengono a culture
collettivistiche invece tengono ad appartener a meno gruppi ma sono più coinvolti nelle attività di questi
gruppi. Nella cultura giapponese, ad esempio, l’individuo apparterrà a meno gruppi come la famiglia e
l’azienda per la quale lavora, sviluppando un grosso attaccamento nei confronti dell’azienda per cui lavora o
fa parte.
INFLUENZA SOCIALE E POTERE: Poiché però gruppi hanno anche un’organizzazione gerarchica questo
comporta che all’interno del gruppo il potere non sia suddiviso in modo uguale fra tutti i membri dello
stesso gruppo perché ci sono differenze tra i vari individui appartenenti allo stesso gruppo e questo
comporta una serie di differenze fra gli individui. Un gruppo organizzato gerarchicamente avrà una serie di
gerarchie da rispettare, e questo dipende anche dal modo in cui la leadership è realizzata e condivisa. Da
tenere presente nel modo in cui viene distribuito all’interno di questa gerarchia il potere, è anche il
concetto di INFLUENZA SOCIALE = poiché un gruppo è rivolto sempre ad uno scopo, un gruppo svilupperà
delle credenze positive e negative, positive per cui si arriva alla realizzazione dello scopo e negative quelle
che si oppongono alla realizzazione dello scopo. Questo tipo di credenze guiderà anche il modo in cui le
decisioni verranno prese per il gruppo, per guidare il resto del gruppo stesso. Nei gruppi esiste il così detto
effetto di mera esposizione: in un gruppo non siamo soli, siamo esposti ad altri individui e la sola presenza
di altri individui può o facilitare il comportamento di alcuni soggetti o inibirlo verso il raggiungimento di un
certo scopo.
Abbiamo all’interno di un gruppo abbiamo la così detta influenza sociale che può essere di due tipi:
1)Influenza sociale informativa: che riguarda l’inclinazione ad accettare un’informazione che viene da
un altro come vera e corretta e questo serve (questa predisposizione – siamo portati a credere che
quello che ci viene detto sia vero e corretto e questo a maggior ragione se questa informazione ci
viene da qualcuno del nostro in-group) ridurre l’ambiguità nella valutazione di una data situazione
o per affrontare una condizione di crisi o d’emergenza. All’interno di un gruppo c’è un’informazione
autorevole, la prenderò in considerazione per sapere come svolgere un certo compito
(l’informazione per superare l’esame alla vostra università: è inutile viaggiare per sentito dire dai
colleghi, ci si deve affidare alla fonte autorevole, docente).
2)Influenza sociale normativa: la situazione determinata da questa fa sì che l’individuo si adegui agli
standard, alle norme presenti nel gruppo. Perché chi non è incline a farlo è additato come
l’elemento che non si confà, deviante, rispetto al gruppo e quindi viene emarginato.
L’influenza sociale è collegata al concetto di potere quindi il potere è, all’interno di un gruppo, detenere il
maggior numero di risorse all’interno del gruppo e di capacità di controllo sia di queste risorse che degli
altri (potere decisionale).
Quando parliamo di due soggetti parliamo di un dislivello nella relazione fra due soggetti (soggetto A e B).
Vediamo un dislivello che si realizza come:
 la base del potere vale a dire le risorse possedute da A che B non possiede.
 Asimmetria (risorse di A maggiori di quelle di B)
 La sfera del potere di A (ambiti cui A ha potere, perché A potrebbe non avere un potere su tutti gli
ambiti di competenza del gruppo ma solo su alcuni – come gli assessori all’interno di una città in cui
c’è il sindaco)
 La creazione di aspettative, perché il potere genera aspettative in chi potere non ce l’ha (A ha potere
su B – ma b in virtù dell’influenza sociale normativa se B si adegua ad A, riconosce ad A un potere, B
si aspetta, adeguandosi ad A, dei vantaggi, altrimenti se non lo fa è possibile che vada incontro a
sanzioni)
Il potere ha a che fare con un’asimmetria, riguarda la relazione tra due soggetti (termini comunicativi) e
quindi il potere lo possiamo riassumere sulla base di quanto detto precedentemente, ha a che vedere con
una relazione asimmetrica riferita ad ambiti di specifici, nella quale A in virtù delle risorse che si presume
disponga, appare in grado di indirizzare e influenzare in modo intenzionale la condotta di B verso la
realizzazione dei propri obiettivi.
Tuttavia, vi è una bidirezionalità: se è vero che A influenza B, è altrettanto vero che B influenza. Esempio: gli
assessori hanno il potere in un certo ambito di competenza, se io non faccio un buon lavoro come assessore
magari nelle elezioni successive non sarò votato, quindi neppure rieleggibile. Esattamente come io soggetto
A ho un’influenza B, poiché B si aspetta che se si adegua a me avrà dei vantaggi, se questi vantaggi B non li
ottiene, allora B si ribellerà e la volta dopo nel caso specifico non mi voterà.
Il tipo di disciplina che studia queste dinamiche legate al potere e all’influenza sociale, è in sociologia la
sociometria che studia come queste dinamiche di potere possono presentarsi anche graficamente entro un
grafico detto sociogramma, attraverso l’uso del sociogramma è possibile vedere come un soggetto influente
a cascata influenzare gli altri membri del gruppo e come questi a loro volta si influenzino e possano
garantire ad A il potere oppure toglierlo, c’è sì un un’iniziale differenza di risorse che garantisce ad A il
potere, tuttavia c’è il discorso dell’adeguamento di B ad A che fa sì che B si aspetti una ricompensa. Con il
sociogramma e lo studio dei gruppi passiamo da rete relazionale a rete di comunicazione. Perché quando
parliamo di gruppi parliamo di un reticolo di relazioni più esteso che si chiama RETE DI COMUNICAZIONE.
Gli effetti dell’influenza sociale
L’influenza sociale ha delle conseguenze/effetti sul gruppo: perché appunto implica che sul gruppo ci sia un
1) influenza\pressione sociale: esercitata sui membri del gruppo affinché questi membri del gruppo si
adeguino agli standard\ norme del gruppo. Il gruppo, inteso come entità collettiva, fa provare ai propri
membri l’esigenza di adeguarsi alle norme che regolano il gruppo stesso. La pressione sociale da parte del
gruppo nei confronti del soggetto ha una funzione di normalizzazione (inteso come condizione di
adeguamento alla norma/allora standard del gruppo) per far sì che vi sia una prevedibilità, condotta
regolare (le relazioni, interazioni che avvengono all’interno del gruppo e delle organizzazioni che il gruppo
presenta, avvengono in modo regolare), all’interno del gruppo, per mantenere condizioni di prevedibilità e
di ragionevolezza nel flusso delle interazioni sociali e istituzionali. Tuttavia, possono verificarsi dei conflitti
all’interno di questi gruppi che sono determinati dal modo in cui le credenze che vengono applicate
all’interno del gruppo vengono sentite e sperimentate.
Una di queste condizioni è la dissonanza cognitiva (Fesinger), che è un costrutto mentale che fa riferimento
alla condizione in cui due credenze che vengono perpetrate nello stesso gruppo magari, provocano in
qualcuno dei membri di questo stesso gruppo una sensazione di disagio, perché vengono percepite come
opposte tra loro. Di solito quando parliamo di dissonanza cognitiva, c’è una differenza su come questa trova
applicazione sulla base della cultura di appartenenza dei membri di questo gruppo. È una condizione di
contrasto funzionale tra due credenze, scelte o azioni che determina una situazione di disagio. Nelle culture
occidentali, individualistiche, allora la dissonanza cognitiva ha carattere più personale, prevalgono forme di
dissonanza personale perché un certo comportamento che si manifesta e che crea dissonanza cognitiva è
una minaccia all’immagine di sé mentre in quelle collettivistiche, orientali invece il tipo di dissonanza è
interpersonale, perché un’azione è maggiormente collegata all’idea di immagine pubblica del gruppo.
Questo tipo di dissonanze sono la conseguenza di una consapevolezza che c’è un altro che ci sta guardando,
c’è l’occhio di qualcun altro che ci osserva e questa consapevolezza a fronte di due credenze in contrasto
fra loro che ci creano disagio, ha questi effetti diversi sulle culture individualistiche e collettivistiche perché
mentre nelle culture individualistiche questo occhio dell’altro viene percepito come giudizio che riguarda il
nostro privato, nelle culture collettivistiche invece parliamo di giudizio degli altri che riservano per noi.
Quindi l’effetto è che per esempio un soggetto occidentale può interpretare questo occhio dell’altro come
una forma di controllo sulla propria individualità, mentre il soggetto che appartiene a culture occidentali ha
come risultato lo sviluppo di una dissonanza interpersonale.
Questa diversità di percezione della dissonanza a livello interpersonale per le culture orientali e a livello
individualistico per le culture orientali può portare ad un’altra forma di disagio: quando parliamo di
sensazione di controllo che viene esercitata a livello privato nelle culture individualistiche, questa
sensazione di controllo può portare a delle reazioni dell’individuo che si sente oppresso da parte del
gruppo. Questa forma di reazione si chiama Reattanza Psicologica: l’influenza sociale viene considerata
una pressione che è l’individuo a subire e che si sente limitato nelle proprie libertà dal gruppo. L’influenza
sociale viene percepita e valutata da parte del soggetto come costrizione e restrizione della propria libertà
personale. Questo comporta che l’individuo possa sviluppare una reazione che si può declinare
differentemente da soggetto a soggetto sulla base di quanto lui si senta soffocare dalle norme del gruppo al
quale ritiene di dover appartenere.
DIFFERENZIAZIONE SOCIALE: Ogni individuo all’interno del gruppo, anche se ha delle situazioni in cui deve
adattarsi alla norma, ha la necessita di riservarsi un suo spazio personale nel quale anche se si sente parte
del gruppo, radicato nel gruppo, ha la necessità di rivendicare la propria PECULIARITA’, AUTONOMIA. Esiste
quindi all’interno dei gruppi un bisogno di distinguersi, di differenziarsi dagli altri individui, chiamato
Esigenza della Differenziazione: definizione di uno spazio personale distintivo che eviti l’omogeneizzazione
e uniformità del gruppo.
Esiste anche un tipo particolare di differenziazione, che per quanto possa sembrare paradossale è sia un
fenomeno di conformità, quanto un fenomeno di distinzione di sé, chiamato Effetto PIP: primus inter
pares (formula che richiama un po’ il princeps inter pares di Ottaviano Augusto) è un fenomeno noto con il
termine di conformità superiore del sé : ovvero io mi adeguo così bene alle norme di quel gruppo, sono
l’esempio massimo di conformità, ma sono così ideale che allo stesso tempo mi distinguo, sono il più
conforme ma allo stesso tempo sono talmente eccezionale nella mia conformità da risultare colui che
spicca all’interno di questo gruppo. Aderisco così perfettamente alle norme di questo gruppo, così tanto da
essere il punto di riferimento del gruppo stessi per quanto riguardo l’aderenza a queste norme, tanto da
risultare l’elemento esemplare, il prototipo al quale tutti si devono rifare.
Influenza Maggioritaria
Abbiamo però all’interno di ogni gruppo dei fenomeni in cui alcuni membri possono differenziarsi per
credenze, all’interno di un gruppo l’influenza sociale può subire delle direzionalità = abbiamo delle forme,
fondamentali di influenza, l’influenza maggioritaria e minoritaria. Un gruppo per quanto condivida delle
norme comportamentali e delle credenze, queste credenze possono essere molteplici e all’interno di
questo gruppo si possono presentare delle credenze sulla base delle quali si può arrivare a generare delle
norme, che possono essere appoggiate da diversi membri del gruppo. Abbiamo sulla base di questo
appoggio ricevuto da queste credenze due tipi di influenza: la maggioranza che porta avanti delle credenze
e influenza il gruppo ma anche la minoranza, che ha delle caratteristiche per le quali può a sua volta
influenzare le decisioni del gruppo. Si potrebbe pensare, se da una parte c’è la maggioranza, questa vince e
quindi la minoranza si deve adattare: questo è un percorso psicologico ingenuo, perché in una forma di
governo effettivamente democratica, che tenga conto in modo equo di tutti i cittadini, la maggioranza non
esegue ciò che la maggioranza vuole e basta, la maggioranza deve perseguire le proprie finalità, applicare le
proprie credenze, tuttavia senza estromettere la minoranza dal processo di formazione delle norme, perché
in una democrazia la maggioranza è quella che si avvia alla creazione delle norme, ma anche la minoranza
deve essere rappresentata da queste norme altrimenti il gruppo rischia di dissolversi.
Quando parliamo di influenza maggioritaria, il ruolo che la maggioranza ha nell’influenzare la direzione di
un gruppo da un punto di vista funzionale, di quello che è il funzionalismo ( Il funzionalismo è un approccio
di studi che caratterizza tanto la psicologia che la sociologia e che studia appunto i processi che portano
all’acquisizione di certe conoscenze – in questo caso è caso collegato alla teoria dell’impatto sociale- social
impact theory) nel modo in cui influenza sociale determinata dalla maggioranza arriva a perpetrare alcuni
scopi all’interno del gruppo e la maggioranza come opera?
La maggioranza ha un’influenza nel gruppo che genera un livellamento all’interno gruppo e una condizione
di omogeneizzazione e affinché la maggioranza possa attuare la propria influenza ci sono dei fattori che la
maggioranza deve soddisfare.
 La maggioranza deve essere NUMEROSA: il maggior numero dei membri all’interno del gruppo deve
condividere una certa credenza (deve essere più numerosa),
 Deve essere CONSISTENTE, deve essere coesa e questa coesione deve essere univoca, è determinata
dal modo in cui la maggioranza veicola le proprie idee, la consistenza della maggioranza è generata
soprattutto dalle pratiche discorsive e dallo stile comunicativo.
 Deve avere un’IMMEDIATEZZA nei confronti della minoranza, deve esercitare la propria pressione
sociale in modo immediato sulla minoranza.
I membri del gruppo della maggioranza devono avere essere di questo tipo. La maggioranza richiede
conformità, che è perseguita in modi diversi:
 Acquiescenza per opportunismo: c’è un’accettazione anonima, acritica e passiva del sistema di
credenze, di valori o di norme adottate dal gruppo.
 Oppure c’è un’ignoranza pluralistica (condivisa): c’è una credenza che si ritiene essere condivisa dal
gruppo, magari non lo è ma tuttavia si ritiene che la maggioranza creda in questa convinzione, che
viene portata avanti per inerzia. Questo accade perché o si verifica la spirale del silenzio, vale a dire
che il silenzio è interpretato come adesione al pensiero del gruppo, che però può portare a forme
di falso consenso: si crede erroneamente che ci sia una condivisione del pensiero comune nel
gruppo. Nel falso consenso il gruppo è convinto che un certo pensiero sia condiviso anche se
magari non è più così da tempo. Questo conduce ad una condizione di disparità, per la quale la
maggioranza esercita la propria influenza nonostante il gruppo abbia maturato delle idee diverse.
In realtà per via dell’ignoranza condivisa, il vero pensiero del gruppo non verrà mai fuori.
INFLUENZA MINORITARIA
L’Influenza però all’interno di un gruppo può essere portata avanti dalla minoranza e in particolare il modo
in cui la minoranza porta avanti delle istanze all’interno di un gruppo è studiato da una prospettiva opposta
rispetto a quella funzionalista in Europa: la prospettiva interazionista (Moscovici è il suo esponente,
sociologo /moscovisi/). Questa prospettiva si chiama interazionista perché è a doppia via, nel senso che
tanto la maggioranza quanto la minoranza hanno voce in capitolo nei processi di formazione delle credenze
all’interno del gruppo.
In che modo può la maggioranza essere influenzata dalla minoranza? Perché la maggioranza che è
consistente, numerosa, tiene in conto le istanze di un numero minore di membri del gruppo?
Il modo in cu la minoranza porta avanti le sue convinzioni ha delle caratteristiche:
1) Consistenza Sincronica/uniformità sincronica: il punto di vista della minoranza è coerente su tutte le
questioni portate avanti, c’è coerenza su ogni punto delle argomentazioni presentate.
2) Consistenza Diacronica: il punto di vista è mantenuto stabile nel tempo e le argomentazioni questioni
portate avanti dalla minoranza sono forti e di qualità.
(“La maggioranza ha una credenza, e tutti i punti di questa credenza vengono messi in dubbio dalla
minoranza” e l’intera minoranza ha lo stesso punto di vista su queste questioni, questo punto di vista non
viene abbandonato nel tempo e tutte le questioni sulle quali si mette in discussione il punto di vista della
maggioranza, vengono argomentate con degli elementi molto convincenti)
Minoranza Attiva: Infatti la minoranza non può esserci così, se c’è una maggioranza acquiescente, la
minoranza non può permettersi questo lusso, è necessariamente ATTIVA. La minoranza è necessariamente
attiva, mai passiva, ed è critica. E’ assolutamente partecipe al processo critico nei confronti delle credenze,
è motivata, qualificata da forti convinzioni ed è in grado di mettere in discussione con argomentazioni
importanti tutto ciò che viene argomentato dalla maggioranza.
Il modo in cui lo fa è portato avanti dal presentare delle idee che sono in conflitto e a queste idee in
conflitto seguono dei progetti per realizzare queste idee in conflitto, nonché delle interpretazioni diverse di
queste idee che poi generano questi progetti diversificati, parliamo quindi di conflitto socio-cognitivo, un
tipo di conflitto che si basa sul modo in cui vengono interpretate le questioni sociali e per riconciliare
questo processo conflittuale la minoranza è in grado di attuare delle pratiche di negoziazione che sono
possibili grazie al fatto che la minoranza è in grado di utilizzare delle proprie strategie comunicative in modo
flessibile e in modo competente.
La minoranza attiva non è caratterizzata da forme di devianza passiva e acritica (minoranza anomica) ed è
qualificata da un punto di vista alternativo e da forti convinzioni in grado fi mettere in discussione quelle
dominanti del gruppo (minoranza nomica)
EFFETTI PRODOTTI DALLA MINORANZA
Il fatto che la minoranza possa agire in questo modo fa sì che la minoranza porti nella maggioranza
acquiescente un punto di vista nuovo, vale a dire, mettendo quindi in crisi i valori della maggioranza, la
minoranza si presenta come un elemento innovatore.
Affinché le proposte della minoranza vengano acquisite dalla maggioranza occorre un processo di
conversione di queste credenze.
Il processo è più o meno questo: la minoranza quindi porta idee innovatrici, i soggetti dormienti della
maggioranza sono quindi stimolati a prendere in considerazione queste nuove idee della minoranza, e
avverrà quindi un primo passo in cui i soggetti della maggioranza nel loro privato cominceranno ad
interrogarsi su queste questioni (l’avevamo visto con la maggioranza che spesso non condivide un progetto
comune, ma semplicemente visto che tutti sono convinti di condividere quel progetto allora questo va
avanti). Piano piano il singolo membro della maggioranza comincerà ad interrogarsi su questi valori,
credenze fino a che dalla forma privata si arriverà ad una ridefinizione della forma pubblica di questi valori,
si arriverà a istituzionalizzare queste nuove credenze e quindi a sovvertire la gerarchia dei valori portata
avanti dalla maggioranza. Piano piano le idee della minoranza sostituiranno quelle della maggioranza con
un percorso che dal privato diventa pubblico.
Affinché questo avvenga occorre si verifichi l’effetto sonno (sleeper effect): alcuni messaggi che sono stati
prodotti da dei membri della minoranza vengono poi fatti propri da alcuni membri della maggioranza,
perché magari un messaggio acquisisce un valore che all’inizio non aveva.
Esempio: “voi avete sicuramente in modo più o meno sentito, vissuto tutte quei processi legati al fenomeno
Greta, legato al riscaldamento terreste” e vi siete magari interessati grazie a lei al riscaldamento globale,
ma ben prima che questo fenomeno venisse reso pubblico grazie ai canali social, molti anni prima nel 2000-
2001, colui che era il viceministro sotto Bill Clinton Al Gor, uscito sconfitto dalle lezioni contro Bush si era
dedicato molto al fenomeno del riscaldamento globale. Aveva addirittura realizzato un documentario molto
importante, pertanto per realizzarlo si era avvalso di studi seri, aveva interpellato studiosi di chiara fama =
fonti attendibili. Il punto è che a portare avanti questo messaggio di sensibilizzazione c’era una figura
pubblica che era però un personaggio perdente (elezioni), per come era il pensiero dominante negli Stati
Uniti all’epoca, perché aveva perso alle elezioni, era il vice di Bill Clinton, che hanno fatto sì pertanto che il
suo messaggio di grande valore non venisse considerato più di tanto. Oggi grazie all’utilizzo di canali social,
grazie al fatto che c’è una strategia comunicativa diversa e perché l’emergenza è più sentita, queste idee
che caratterizzavano non solo la minoranza, ma anche colta, intellettuale, si diffuse anche ad un pubblico
più giovani, che non hanno un potere decisionale, ma possono dal basso influenzare le sfere decisionali,
quindi queste istanze così importanti si sono sganciate da Al Gor, però tutti noi sappiamo chi è Greta =
questo è l’effetto sonno della minoranza (sleeper effect).