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PSICOLOGIA 4 LEZIONE

Eravamo arrivati la volta scorsa a parlare sempre del modo in cui le emozioni vengono in qualche modo rappresentate
dalle nostre espressioni facciali. Ci siamo particolarmente concentrati a parlare di due particolari elementi della
comunicazione non verbale: la voce soprattutto nelle caratteristiche paralinguistica della voce quale elemento
appunto fondamentale per promuovere appunto fa sì che il destinatario ridere tutta una serie di gli elementi a che
comprende appunto qual è il valore del messaggio comunicativo e abbiamo visto che
se da una parte per quel che riguarda la voce abbiamo oltre ogni intenzione comunicativa abbiamo emozione
corrispondente e quindi anche un profilo alternativo corrispondente, d’altra parte, la possibilità di recepire questo
questa intenzione del parlante viene solamente in parte recepita

Sono le nostre emozioni negative ad essere maggiormente riconoscibili


invece abbiamo visto poi la passata appunto a parlare della cinesica e ci siamo soffermati affitto sul ruolo dei della vita
facciale devo visto che per interpretarla mi limita facciale ci sono diverse e diverse ipotesi diverse teorie legate a quale
ruolo possa fare l'amica facciale vale a dire il modo in cui noi componiamo le nostre espressioni testi sono facciali

Quello quindi le persone facciali hanno una isomorfismo rispetto alle emozioni sottostanti abbiamo anche tutta una
serie di studiosi che ridimensionano questo aspetto fino ad arrivare appunto a completamente opposti rispetto a
quelli dietro le quali appunto non abbiamo necessariamente da corrispondenza espressioni facciali ed emozioni
sottostanti anzi le emozioni sembrano invitarci assolutamente niente in quanto appunto più che parlare di emozioni
che vogliono essere espresso espressioni facciali più si manifestano in un certo modo per garantire l'efficacia
comunicativa

Avevamo già visto che l'elemento sul quale si concentra il dibattito collegato all’espressione dell'emozione è il sorriso,
perché già Darwin si era molto dedicato a studiare il modo in cui le emozioni vengono espressi dai volti umani e
animali e si è appunto soffermato sul parametro del sorriso quale elemento che sottintende gioia e per tutte le culture
e per le varie specie che sono appunto in grado di manifestare un'espressione simile. Alcune espressioni fatte dai
primati non umani sono simili al nostro sorriso e il sorriso appunto tanto in questi animali quanto negli esseri umani
sarebbe appunto espressione di gioia.
In realtà sulla base di quelle che sono appunto le teorie che noi abbiamo affrontato durante la scorsa lezione, vediamo
che anche il sorriso può rientrare tra gli elementi della mimica facciale che possono avere invece un valore
interpretabile secondo uno schema che non riguarda semplicemente il modo in cui vengono espresse le emozioni
sottostanti attraverso la mimica facciale ma anche per altri motivi. Vale a dire, noi siamo degli animali che vivono in
una rete sociale, in una comunità all’interno di questa stringiamo delle relazioni quindi il sorriso sarebbe appunto un
elemento che serve a promuovere affinità relazionale e rapporti sociali.
Quindi il sorriso ci fa capire che siamo accoglienti nei confronti degli altri quindi stabiliamo e manteniamo relazioni con
gli altri di tipo amichevole e quindi tipo collaborativo e vediamo che il modo in cui si sorride e soprattutto la frequenza
con cui si sorride è collegata spesso alla gerarchia che si occupa all'interno di un gruppo e anche al genere

LO SGUARDO
Un altro elemento però che è molto importante per quel che riguarda la comunicazione non
verbale e che riguarda sempre l'aspetto collegato al volto è lo sguardo.
Vediamo che ci sono diversi tipi di modi in cui lo sguardo può essere usato e soprattutto declinato.
Ci sono diversi modi in cui lo sguardo entra in gioco nella comunicazione non verbale, quando lo
sguardo non è ricambiato oppure quando questo è ricambiato.
Perché è così importante lo sguardo? Perché si è visto che quando lo sguardo è ricambiato quindi
c’è uno sguardo reciproco detto contatto oculare molte specie manifestano un aumento
dell'attività neurale (quindi il nostro cervello si attiva maggiormente nel momento in cui è in corso
un contatto oculare, uno sguardo reciproco).
Quindi il contatto oculare nella comunicazione non verbale spesso è di primaria importanza per
iniziare un rapporto interpersonale, è un PASSO FONDAMENTALE.
Alcuni elementi che in particolare ci fanno capire quali sono le intenzioni del nostro partner
comunicativo e che in genere appunto vengono inconsciamente valutate all'interno della
comunicazione non verbale sono per esempio:
LA DURATA DELLO SGUARDO
 il tempo che caratterizza questo sguardo. Infatti, la durata dello sguardo è uno dei
parametri che viene utilizzato per fare delle valutazioni sul rapporto con il partner
comunicativo. Di solito lo sguardo in generale (non necessariamente ricambiato) dura 3
secondi, mentre la durata dei contatti visivi (reciproco) solitamente è di 1,5 secondi.

Vediamo che come per il sorriso ci sono delle caratteristiche marcate per cultura e per gruppo di
appartenenza (vedremo che riguarda anche il genere)
 Se parliamo di culture occidentali vediamo che solitamente si fa ricorso allo sguardo
diretto. Lo sguardo diretto è considerato un elemento fondamentale all'interno della
comunicazione, soprattutto quella non verbale perché scambiarsi uno sguardo diretto vuol
dire appunto riporre fiducia nel partner conversazionale.
 Invece nelle culture orientali solitamente lo sguardo diretto è invece presente solamente
in gruppi più ristretti in cui c'è una maggiore affinità come per esempio nelle le famiglie.

 Da questo modo in cui lo sguardo viene declinato all'interno dei vari gruppi c'è anche
pertanto una sorta di impiego diverso di esso nell’interpretare il modo in cui i nostri
partner comunicativi si relazionano a noi. Questo perché più importanza do allo sguardo,
più questo sarà rilevante nel fare delle inferenze all'interno della rete comunicativa. Però
vediamo che lo sguardo talvolta è così rilevante che è l'unico elemento che viene preso in
considerazione. Per esempio, benché nelle culture orientali lo sguardo diretto sia poco
usato, lo sguardo ha comunque una importanza fondamentale. Si fa molta attenzione a
come questo viene impiegato. Talvolta le inferenze riferite al volto altrui che si fanno
rispetto alle persone con cui comunichiamo sono meno accurate da parte di coloro che
appartengono alle culture orientali. Perché ad esempio, i giapponesi solitamente sono
maggiormente interessati allo sguardo. Fanno poca attenzione a come, per esempio, lo
sguardo e la bocca si declinano assieme. Questo comporta quindi che vengano trascurati
alcuni aspetti della comunicazione, come elementi collegati al sorriso. Tuttavia, per
compensare questa scarsa attenzione che viene dedicata al volto nel suo complesso, le
culture orientali danno molta più importanza a quello che è il contesto comunicativo.
Quindi benché il volto venga privilegiato solo in una sua piccola parte (cioè lo sguardo),
tuttavia per comprendere il modo in cui la comunicazione si sta svolgendo (quindi tutti
segnali comunicativi), si fa molta più attenzione al contesto in cui si svolge la
comunicazione.

LA FISSAZIONE OCULARE

Oltre al contatto oculare c'è un altro elemento che è caratterizzato dallo sguardo reciproco: la
fissazione oculare. È un contatto che va al di là dello sguardo reciproco perché è un prolungarsi di
questo sguardo reciproco. Questo è interpretato secondo diversi modi perché può essere
interpretato come:
 Un segno di minaccia o pericolo e questo è sempre un elemento che proviene dal nostro
retaggio animale, si fissa appunto per minacciare o intimorire l’avversario.
 Oppure al contrario lo sguardo reciproco prolungato è segno di interesse. È una strategia
comunicativa che viene utilizzata in situazioni in cui si può mettere in atto la seduzione.
Oltre al prolungarsi dello sguardo reciproco, ci sono altri elementi, alcuni controllabili altri
non controllabili che entrano in gioco. Ad esempio, guardare lateralmente è qualcosa che si
può controllare mentre invece un elemento che non si può controllare è la dilatazione delle
pupille. L’interessamento verso il partner comunicativo, l’interesse seduttivo e romantico è
segnalato attraverso la dilatazione pupillare e questo è un elemento che non è
controllabile dalla volontà.

- Come per il sorriso, anche qui la fissazione oculare è un elemento che entra in gioco nel
momento in cui svolgiamo un’attività comunicativa entro un contesto gerarchicamente
mercato. Ovvero quando solitamente c'è un partner di comunicazione, un partecipante alla
comunicazione, che occupa una posizione più alta gerarchicamente, solitamente è la
persona più alta nella gerarchia che ha maggior potere e che mantiene più a lungo lo
sguardo. Anche qui lo sguardo ha tutta una serie di differenze culturali che vanno appunto
a definire tutto un protocollo, un'etichetta (come direbbe Goffman) collegata all‘utilizzo di
questo elemento all'interno della comunicazione non verbale.
- Ci sono DIFFERENZE CULTURALI nel prolungamento dello sguardo.

SGUARDO E GENERE

Infatti, se guardiamo per esempio come questo viene correlato ad altri elementi come il genere,
per esempio, vediamo che in generale le donne per quanto riguarda lo sguardo sono più pronte a
volgere lo sguardo reciproco e in genere (anche quando lo guardo non è reciproco) tendono a
mantenere l'attenzione rivolta verso l'interlocutore più a lungo rispetto agli uomini. Da questo
sembrerebbe appunto derivare la capacità che le donne hanno di comprendere al meglio i gesti
altrui (le intenzionalità comunicative dell'altro) e dal momento che sono più abituate a guardare
l'altro, sono anche più abituate a cogliere le variazioni di intenzionalità da parte dell'altro che
vengono evidenziate da dei micromovimenti oculari, quindi colgono meglio micro-indizi oculari.
Questo perché sono più attente a cogliere la discontinuità nello sguardo quindi quegli elementi
che variano.

In generale lo sguardo ha anche altre funzioni, comunque, perché il modo in cui lo sguardo viene
utilizzato ha a che vedere anche con il modo in cui si vuole fare risultare la propria immagine
personale, direbbe Goffman.
Sappiamo che lo sguardo diretto in certe culture è un elemento che dà fiducia, pertanto per
attuare la nostra comunicazione dentro il prospetto drammaturgico (per riprendere sempre le
tematiche di Goffman) vediamo che per un soggetto che si dimostra particolarmente competente
e che quindi si dimostra maggiormente competente, tiene alto lo sguardo e guarda il partner
comunicativo.
- Chi guarda il partner dimostra maggiore competenza generale.
- In più lo sguardo reciproco regola i rapporti di vicinanza e distanza con le altre persone
nella gestione dell’intimità: dalla base di alcuni indizi oculari è possibile comprendere se il
partner comunicativo può essere invitato ad avvicinarsi o allontanarsi.
- Inoltre, abbiamo visto che lo sguardo è l'elemento principale per iniziare un contatto
interpersonale e quindi è un invito o meno alla cooperazione, alla condivisione di qualcosa
all’interno della comunicazione.
- Oltretutto lo sguardo è un elemento che serve per cercare. Si cerca il consenso dagli altri,
quindi per esempio cercherò uno sguardo altrui per capire se mentre parlo per esempio
vengo compresa oppure no e se ciò che dico viene condiviso o meno da chi mi sta
ascoltando. È un elemento che svolge un importante valore di indizio di quella che è la
condivisione del proprio punto di vista quindi ci sarà questo sguardo reciproco o almeno la
ricerca di questo se io appunto voglio vedere se il mio punto di vista è condiviso o ha
ottenuto il consenso.
-

SGUARDO E CONVERSAZIONE
Non solo lo sguardo può essere il primo elemento per mettere in comunicazione due individui
prima di iniziare la comunicazione in generale, ma anche all'interno della comunicazione verbale
(quindi all'interno di una conversazione, per esempio in presenza del dialogo) lo sguardo spesso
gioca un ruolo importante perché:
- serve per inviare e raccogliere informazioni dai partner comunicativi
- è importante per regolare i turni conversazionali
- spesso è un segnale che indica se si è più o meno intenzionati ad iniziare un’interazione,
che quindi non fa altro che essere l’elemento preliminare rispetto alla comunicazione vera
e propria = segnale di appello. La comunicazione è un'interazione ma non tutte le
interazioni sono comunicazione. Quindi, prima ancora di iniziare una comunicazione lo
sguardo è un segnale che ci indica che è possibile iniziare una interazione e poi
eventualmente anche una comunicazione vera e propria.
- In linea con la regolazione dei turni, lo sguardo ci permette anche di sincronizzarci
(funzione di sincronizzazione) perché permette di capire anche quando è il momento di
inserirci nella conversazione senza sovrapposizione. Per esempio, la voce è caratterizzata
anche da dei silenzi, quindi magari all'interno di un turno conversazionale io non ho finito,
sto facendo una pausa significativa, sto attuando la regia del silenzio in maniera tale che
quel silenzio abbia un peso all'interno della mia conversazione, chiaramente il partner
conversazionale fa un errore se si inserisce entro quel silenzio. Come fa a capirlo? Ci sono
una serie di inferenze che il partner conversazionale deve comprendere ma allo stesso
tempo il partner conversazionale attraverso lo sguardo può capire come sincronizzarsi.
- Serve anche per capire se sto ancora interagendo in maniera costruttiva con il partner
oppure magari lo sto annoiando e quindi il partner non ha più intenzione di comunicare
con me = funzione di monitoraggio. Quindi serve per controllare se c’è ancora una
interazione efficace
- soprattutto posso segnalare le mie intenzioni = funzione di segnalazione

Questo chiaramente è qualcosa che ha particolare rilevanza quando parliamo della cultura
occidentale. Nelle culture occidentali di solito la conversazione avviene di fronte, in quella
orientale di solito invece, non in tutte, sguardo viene tenuto obliquo, oppure ci sono anche
popolazioni di aborigeni australiani che si parlano tenendosi le spalle= a quel punto lo sguardo non
gioca nessun tipo di il ruolo.

I GESTI
Sono altri elementi che sono molto importanti all'interno della comunicazione non verbale. Di
solito quando si parla comunicazione non verbale in modo ingenuo, in modo non preciso, si
intende fare riferimento ai gesti. La comunicazione non verbale è ben altro rispetto ai gesti, però
effettivamente questi occupano un posto privilegiato all’interno della comunicazione non verbale.
I gesti sono delle azioni motorie, non sono gesti casuali ma sono azioni motorie perfettamente
coordinate e limitate, e vengono svolte perché sono collegate ad un preciso significato. Si attuano
perché l’interlocutore ha chiaro quale è l’intento comunicativo e quindi i gesti sono correlati ad
uno scopo.
Ci sono diversi tipi di gesti: alcuni di questi gesti sono più spontanei altri invece sono più codificati.
Vale a dire, una delle grandi tematiche che abbiamo affrontato proprio all'inizio quando abbiamo
introdotto la comunicazione non verbale è: la comunicazione non verbale è spontanea oppure no?
La comunicazione non verbale non è proprio spontanea: siccome questa si svolge all'interno di
una comunicazione, in una comunicazione vengono messi in atto tutta una serie di elementi che
sono frutto di una negoziazione che però può avere luogo, si può realizzare, solo perché in quello
scambio, in quella interazione entrano in gioco degli elementi simbolici che sono condivisi in
relazione alla cultura di riferimento di entrambi soggetti che comunicano, quindi chiaramente non
è poi così spontanea perché i gesti che vengono attuati hanno comunque una
convenzionalizzazione. Questa convenzionalità può essere più o meno ampia.

Questi gesti sono di diversi tipi.


 Possiamo avere per esempio i gesti iconici o lessicali che sono la cosiddetta gesticolazione.
Servono per illustrare quella che è l’intenzione di chi sta parlando solitamente, o
comunque di chi sta comunicando. Solitamente sono quei gesti che si accompagnano però
alla comunicazione anche parlata e sottolineano proprio il parlato quindi in pratica il
messaggio viene rafforzato (il messaggio trasmesso attraverso un enunciato, attraverso il
parlato) attraverso la gesticolazione, attraverso appunto questi gesti illustratori. Questi di
solito sono spontanei perché sono una creazione, anche un’improvvisazione, svolta da
parte di chi sta parlando quindi non è possibile convenzionalizzarli del tutto perché
chiaramente c'è una grande variabilità da soggetto a soggetto.
 Vi è poi un altro tipo di gesto. Questo è più normato da un punto di vista semiotico= la
pantomima. La pantomima è una riproduzione di qualcosa che è realmente avvenuto a
livello motorio. Per esempio, se io vi racconto che stamani mattina sono inciampata perché
non mi sono accorta che sul marciapiede c’era un sasso. Per raccontare meglio questo
episodio magari io vi mimo, vi simulo il mio gesto di inciampare. Quindi sto rappresentando
a livello fisico e motorio un’azione che realmente è avvenuta = sto imitando un’azione che è
stata davvero compiuta.
 Quando parliamo invece di gesti semiotici veri e propri parliamo di gesti simbolici o
emblemi che sono appunto molto codificati. Sono talmente codificati che neanche talvolta
ci rendiamo conto qual è l'elemento al quale questi fanno riferimento. Sono quegli
elementi solitamente che vivono all'interno della comunicazione non verbale anche da soli,
senza accompagnarsi alla comunicazione verbale. Per esempio, il gesto dell'ok solitamente
è un elemento motorio che possiamo tranquillamente compiere anche senza farci
accompgnare da quella che è la voce all'interno della comunicazione.
 Ci sono poi gesti deittici: anche questi sono in realtà collegati a delle azioni che svolgiamo
fin dall' infanzia. Sono movimenti che di solito si fanno con l'indice però possono essere
attuati attraverso anche altre strategie per indicare per esempio un oggetto. Infatti, il gesto
deittico che il bambino fa è proprio il primo gesto che serve a cogliere l'attenzione
dell’adulto per rivolgere l'attenzione condivisa verso lo stesso elemento. Il gesto deittico è
un movimento per indicare un oggetto, indicare una direzione oppure indicare una
distanza. Anche questo è convenzionalizzato perché sappiamo che se vogliamo far
rivolgere l'attenzione a qualcuno verso qualcosa sappiamo che dobbiamo utilizzare quella
strategia per indicare.
 Un altro tipo di gesti che invece può essere o utilizzato per sottolineare il parlato (quindi
accompagnare il discorso) o anche da soli possono essere invece le percussioni o gesti
motori. Per esempio, il tamburellare con le dita, un gesto motorio che sulla base del
contesto in cui lo faccio può indicare disappunto oppure, se devo scandire una frase posso
farlo scandendo le sillabe accompagnandomi con questi gesti motori, queste percussioni.

 Un altro elemento invece che fa parte della comunicazione non verbale è la lingua dei
segni. Anolli parla di linguaggio dei segni, perchè chiaramente parla di comunicazione non
verbale, ma si parla di LINGUA dei segni perché il LINGUAGGIO è la componente astratta, è
la facoltà di linguaggio di Chomsky, quindi la lingua dei segni che è impiegata dalle persone
sorde (le persone sorde non sono sorde e mute, talvolta non parlano se non hanno fatto
l’educazione ortofonica e chiaramente non percependo i suoni del linguaggio non riescono
a replicarli verbalmente). Quindi occorrono altre strategie per insegnare loro a parlare. La
lingua dei segni ha tutta una serie di codifiche la fanno appunto rientrare nella
classificazione di un linguaggio vero e proprio, tuttavia ricordatevi che la lingua dei segni è
possibile perché chiaramente c'è alla base la capacità, la facoltà di linguaggio umana,
indipendentemente dal fatto che sia esattamente la facoltà di linguaggio così come la
indica Chomsky o un altro tipo di abilità linguistica. Comunque sia l'essere umano può
utilizzare la lingua dei segni perché sviluppa capacità linguistiche e lingua dei segni appunto
fa riferimento a queste abilità.
Che caratteristiche ha la lingua dei segni? La lingua dei segni ha caratteristiche collegate a
quello che sono le proprietà del linguaggio articolato, quindi per esempio l’arbitrarietà tra
l'elemento che viene segnato e il referente: quindi l'oggetto concreto e non chiaramente
l'etichetta fonica perché non c'è nessuna etichetta fonica ma parliamo appunto di
elemento segnato.

GESTI E PAROLE

Vediamo invece il rapporto che c'è tra gesto e parola, perché abbiamo visto che ci sono alcuni
gesti che possono avere una realizzazione anche indipendentemente rispetto a l’attuazione
all'interno di un discorso, di una conversazione ma spesso appunto vediamo che c'è questa
interazione tra gesti e parole. Quindi c'è spesso una interazione, una integrazione tra questi
elementi: tra il gesto e la parola articolata. Solitamente il gesto serve a dare vita all'interno dello
spazio comunicativo a quello che è il significato della nostra espressione, del nostro enunciato. C’è
un’integrazione tra l'espressione che viene prodotta attraverso una proposizione e quello che è
l’utilizzo del gesto motorio.
Questo vale soprattutto quando utilizziamo i gesti iconici, quei gesti che sono così spesso definiti
regolatori e vengono utilizzati dal parlante che appunto spesso li utilizza per accompagnare il
proprio discorso e talvolta possono anche aggiungere qualcosa. Per esempio, possiamo proferire
un enunciato ma utilizzare la comunicazione non verbale e all'interno di questa conversazione
potremmo pensare ad una conversazione come segmentata e in porzioni. In una di queste
porzioni, un segmento di questa conversazione potremmo inserire un gesto non verbale che
magari appunto ha lo scopo di contraddire ciò che stiamo dicendo con la voce. Quindi il gesto ha
una grande importanza all'interno della comunicazione non verbale ed è per questo che da un
punto di vista pragmatico (cioè di come il linguaggio viene utilizzato per fare qualcosa) hanno una
grande importanza. Per esempio, se dico “vai lì non là”, “lì” o “là” dette, pronunciate e basta senza
però l’accompagnamento di un gesto deittico chiaramente lascia la comunicazione in un ambito di
completa ambiguità.
Gesti= parte integrante del discorso
Interdipendenza tra gesto e parola
 Modo spaziale di rappresentazione simbolica
 Integrano il percorso preposizionale del significato attivato dal linguaggio
 I gesti iconici (o lessicali) contribuiscono a rendere più preciso e completo il significato di un
enunciato
 Possono aggiungere importanti porzioni di significato alle parole
 Svolgono un’azione pragmatica nei confronti dell’enunciato

GESTI E CULTURE

I gesti presentano rilevanti variazioni culturali, soprattutto in riferimento agli ambienti e al


linguaggio dei segni.

Ci sono poi delle considerazioni da fare riguardo al rapporto tra culture e gestualità. Abbiamo
visto che i gesti non sono un elemento ingenuo che viene utilizzato all'interno della
comunicazione. Quindi la comunicazione non verbale si avvale certo di questi gesti però questi
gesti sono dei simboli e come tali sono declinati diversamente all'interno delle CULTURE. Uno
stesso gesto, per esempio, può avere significati diversi all'interno della cultura di riferimento. Per
esempio, possiamo assistere a dei gesti che in alcune culture, per esempio, ci sono mentre in altre
non ci sono, come per esempio il gesto della mano a borsa: quello in cui chiudiamo le dita di una
mano verso il pollice (quello utilizzato per dire “che cosa vuoi”, “che ti interessa”). È un gesto che
in Inghilterra per esempio non c'è. In Italia vuol dire appunto “cosa vuoi”, “cosa ti interessa”
oppure “ma cosa significa questo?”.

In generale in Italia, però è un gesto che prende la sua origine dall'Italia meridionale, quindi, pare
sia stato codificato là, è un gesto che invece sempre nel Mediterraneo vuol dire “buono” se ci
riferiamo alla Grecia, “lentamente” invece in Tunisia. Nella Francia meridionale vuol dire appunto
“paura” e non mi riferisco al gesto di aprire e chiudere la mano (al gesto stesso non aprire e
chiudere la mano) e poi è un segno che indica soddisfazione e apprezzamento, vuol dire appunto
“molto bello” in alcune comunità arabe.
Ci sono invece altri tipi di gesti lessicali che appunto sono quelli meno codificati che possono
assumere alcuni significati particolari. Anolli fa sempre riferimento all'Italia meridionale ma in
realtà sono gesti che possono presentarsi anche da altre parti d'Italia ma anche in altri paesi. Per
esempio, i gesti fisiografici sono quei gesti che richiamano la fisicità. Se dico “Mio marito è
grandissimo, è un armadio” vi mimo appunto un rettangolo molto ampio e dico appunto che
questo è un gesto fisiografico perché vuole rappresentare all'interno della conversazione quelle
che sono le dimensioni di mio marito. Ci sono anche altri gesti detti ideografici che fanno
riferimento a quello che è il mondo del pensiero che accompagnano alcune espressioni all’interno
della lingua yiddish ma non solo, talvolta gesti iconici che sulla base del tipo di espressività che il
singolo individuo sua, vengono utilizzati anche in altri contesti. Per esempio, se io dicessi “che
sbadata” è un gesto ideografico, è un gesto che mi porta a portarmi la mano alla testa e poi
allontanarla (quindi prima avvicino la mano da lontano mentre dico “come sono sbadata mi sono
dimenticata la bambina a scuola”).

IL SISTEMA PROSSEMICO E APTICO


Però la comunicazione non verbale non riguarda solamente la gestualità ma riguarda anche il
contatto che c'è tra persone. Il contatto non è da intendersi semplicemente come il contatto fisico
ma anche il modo in cui lo spazio in cui fisicamente ci troviamo (noi e le persone con cui
comunichiamo si trovano) viene gestito. Quindi in pratica la comunicazione non verbale si occupa
anche dei sistemi di contatto quindi come lo spazio viene gestito all'interno della comunicazione.
Parliamo quindi di prossemica e di aptica.

Il sistema prossemico organizza appunto lo spazio tra gli individui che sono coinvolti in una
comunicazione quindi la prossemica ha a che vedere con la percezione dello spazio interpersonale
e di come questo spazio viene organizzato all'interno di una comunicazione. Mentre invece l’attica,
il sistema attico, si occupa proprio di individuare quelle che sono le azioni di contatto con altri
individui nel contesto comunicativo. La prossemica, quindi la gestione dello spazio interpersonale
ha a che vedere con la gestione delle territorialità.

PROSSEMICA E TERRITORIALITA’: Il territorio che cos'è? È quell’area geografica che ha una


particolare importanza nel corso di una comunicazione. Quindi quando avviene uno scambio
comunicativo dal punto di vista psicologico, il territorio è un’area geografica percepita come molto
importante quindi l'uso che si fa di questo spazio, di questo territorio, è variegato perché l’uso che
se ne fa dipende da quelli che sono i rapporti tra le persone che comunicano. Da una parte quindi
ci sono processi di avvicinamento tra le persone, quindi ci sono i processi di avvicinamento che
vengono attuati, dall’altra parte però ci sono dei processi di distanziamento, di riservatezza che
trovano anche essi luogo all’interno di uno scambio comunicativo. L’uso dello spazio e della
distanza implica un equilibrio instabile fra processi AFFILIATIVI (di avvicinamento) ed esigenze di
riservatezza (di distanziamento) = gestione della proprietà territorialità.
Territorio: area geografica che assume risvolti e significati psicologici nel corso degli scambi di
comunicazione.

Vediamo quindi che ci sono diverse zone all'interno del territorio che devono essere prese in
considerazione: quindi la territorialità viene gestita dalla prossemica attraverso la messa in atto di
una certa distanza. Sulla base di quella che è la distanza capiamo quanto c'è un processo di
affiliazione o distanziamento in corso. Regolazione della DISTANZA SPAZIALE = buon indicatore
della distanza comunicativa tra le persone. Ci sono quindi diversi tipi di distanza:
 quella intima che arriva fino a mezzo metro è quella che caratterizza le relazioni intime;
 quella che va da mezzo metro a un metro invece riguarda la zona personale dentro qui
vengono ammesse persone molto vicine.
 La zona sociale invece è quella che (anche qui dipende molto dal contesto, dalla persona e
dalla CULTURA di riferimento) va da 1 a 3,5/4 metri (quindi interazioni meno personali).
 Abbiamo poi una zona pubblica. Per esempio, un politico che parla ad un convegno, un
cantante sul palco, un attore sul palcoscenico = zona pubblica la distanza tenuta in
situazioni pubbliche ufficiali.

Quindi queste quattro zone sono quelle che caratterizzano la territorialità all'interno della
prossemica.

DIFFERENZE CULTURALI NELLA PROSSEMICA


Ci sono però delle differenze al di là di queste 4 zone, comunque il modo in cui queste 4 zone
vengono percepite dipende anche dalla cultura di appartenenza di un individuo;
 perché per esempio quando parliamo di cultura della distanza di solito ci si orienta verso
un mantenimento più ampio di queste distanze. Queste zone vengono considerate nella
loro misura più ampia possibile. Di solito se questa zona viene violata ci si sente invasi, c'è
la percezione di un fastidio. La distanza interpersonale è grande, angolazione obliqua e
ogni riduzione spaziale è percepita come invasione. Le culture della distanza sono quelle
culture che più facilmente se qualcuno viola lo spazio interpersonale e gli altri tipi di spazi
che sono stati precedentemente vietati si percepiscono come invase.
 Nelle culture della vicinanza invece la distanza interpersonale è ridotta e la distanza
eccessiva è interpretata come ostilità. Angolazione diretta, la distanza è valutata come
freddezza e ostilità.

APTICA e contatto corporeo

Quando parliamo di APTICA invece parliamo di contatto. C’è proprio un contatto tra i corpi, è una
situazione di contatto corporeo nei confronti degli altri, ci sono 2 tipi di contatto:
-Sequenze di contatto reciproco: entrambi i soggetti che comunicano si toccano nel corso della
medesima interazione;
-il contatto individuale: è unidirezionale perché un soggetto si avvicina all'altro.

Quali sono i valori attribuiti a questi tipi di elementi dell’aptica?


 Per esempio, all'interno del rapporto affettivo o di un rapporto d'amore il contatto
corporeo è appunto un elemento per contraddistinguere il legame che c’è tra 2 persone =
segno di legame.
 Tuttavia, il contatto corporeo può indicare la dominanza e il potere. Per esempio, si pensi
a quelle culture in cui la persona di potere non può essere toccata dagli altri mentre la
persona di potere (per esempio il faraone) può toccare in determinate circostanze i suoi
sottoposti.
 Il contatto corporeo inoltre è regolato anche attraverso una serie di atti, di rituali che
danno (da intendersi come una serie di rituali alla Goffman, una serie di riti/etichette) che
danno specifico significato al tipo di contatto che dipende a sua volta dal contesto.
 Il contatto corporeo può dare luogo anche a tutta una serie di effetti che possono essere
contrapposti tra di loro perché sulla base di quello che è il contesto in cui questi vengono
attuati possono dare o meno tutta una serie di esiti. Pensiamo per esempio a una persona
che volendosi avvicinare, tentando un approccio di avvicinamento, magari anche
semplicemente a scopo lavorativo, magari ci tocca con la spalla, noi siamo persone che
invece hanno particolarmente a cuore la propria zona intima e quindi un ‘interazione di
questo tipo ci può dar fastidio.
 Per quanto riguarda la differenza tra culture di contatto e culture della distanza appunto la
cultura araba e latina (non necessariamente italiani) i popoli mediterranei e latini intesi
anche come di origine Latina (come l’America centrale e meridionale) appunto sono
considerati culture del contatto mentre la cultura nordica, giapponese, quella indiana e per
certi versi anche quella italiana sono o quella anglosassone sono considerate culture della
distanza/del non contatto

IL SISTEMA CRONEMICO
Però ci sono anche altri elementi che devono essere presi in considerazione all'interno della
comunicazione non verbale, come per esempio: il tempo, la gestione del tempo.
Perché il tempo è così importante?
Perché chiaramente una comunicazione si svolge all'interno di una scansione temporale, il tempo
quindi è fondamentale per decidere anche come porzionare questa comunicazione. Il tempo però
può essere solamente in parte gestito dalla volontà comunicativa perché esiste comunque per
quel che riguarda il tempo un ritmo o meglio una serie di ritmi che caratterizzano l’andamento
biologico degli individui.
Infatti, dobbiamo tenere in considerazione quando parliamo di comunicazione non verbale anche
quella che è la cromenica: la gestione del tempo per quel che riguarda gli esseri umani, la
scansione temporale.

La cromenica è quel sistema che dà degli indizi agli individui su come percepiscono il tempo e su
come il tempo deve essere per loro utilizzato all'interno dello scambio comunicativo. La cronemica
però ha anche delle componenti biologiche dette cronobiolologiche che sono organizzate in ritmi
che non sono sempre gestiti dall’individuo sulla base della propria volontà. Per esempio, noi siamo
caratterizzati dai RIMI CIRCADIANI che sono fisiologici e psicologici che hanno come elemento di
misurazione le 24 ore. Il sistema cronemico = modo con cui gli individui percepiscono e usano il
tempo per organizzare le loro attività e per scandire la propria esperienza.
La cronemica, che fa parte della cronobiologia, è influenzata dai ritmi circadiani.

Quindi noi prendiamo in considerazione un ritmo circadiano, un ritmo fisiologico e psicologico


perché anche la nostra attività mentale è in corso durante lo svolgimento di questi cicli e possiamo
dividere questi ritmi circadiani in due tipologie:
- I cicli infradiani il cui ripresentarsi è superiore ad un giorno= per esempio il ciclo mestruale.
- I cicli ultradiani che si ripetono più volte nel corso della stessa giornata. Ad esempio, il ciclo
della digestione, della fame, della digestione.

Tuttavia, noi siamo caratterizzati non solamente da delle particolarità di tipo biologico ma il modo
in cui noi ci siamo trovati a interagire con l'ambiente ha fatto sì che appunto noi ci potessimo
sintonizzare con l'ambiente e poter utilizzare questo tipo di sincronizzazione con il tempo anche
per gestire quelle che sono le nostre esigenze comunicative determinate dalla cultura. Ci sono
culture che sono maggiormente orientate alla velocità e maggiormente orientate invece alla
lentezza perché da questo dipende il modo in cui la biologia si va a incrociare con quelli che sono
appunto i fenomeni ambientali. In pratica il modo in cui questi ritmi biologici poi interagiscono
nell’individuo dipende anche dal modo in cui si è attuato la sintonizzazione ambientale. La
configurazione temporale dei ritmi circadiani è determinata da AGENTI SINCRONIZZATORI
AMBIENTALI.
Presentano rilevanti variazioni connesse con fattori socioculturali (sincronizzatori).

Quindi la nostra organizzazione di questi cicli circadiani detta orologio circadiano dipende dal
modo in cui interagiamo con l'ambiente. Questi fattori socioculturali svolgono il ruolo di
sincronizzazione verso il modo in cui il nostro orologio circadiano agisce.

Sulla base di questo ci sono differenze collegate alle culture veloci e alle culture lente.
1. Le culture veloci sono collegate ad un orientamento psicologico più voltato al futuro. Vale
a dire sono solitamente portate ad elaborare degli obiettivi a lungo termine, lontani=
obiettivo DISTALE. Di solito le porta ad organizzare anche l'attività in sequenza e gestite
una alla volta, realizzate una alla volta = MONOCRONIA. Prospettiva temporale orientata al
futuro, qualificata dalla pianificazione di un traguardo a medio e a lungo termine (obiettivo
distale);
2. Invece le culture lente sono quelle particolarmente collegate alla tradizione che vivono nel
presente si prefissano obiettivi più vicini, prossimali e hanno anche una modesta
specializzazione dei lavori e sono votate allo svolgimento di più attività allo stesso tempo.
Prospettiva temporale orientata al passato (tradizione) e al presente senza l’esigenza di
una programmazione anticipata che comprenda un esteso arco temporale (obiettivi
prossimali); la modesta suddivisione dei lavori e la limitata specializzazione del tempo
consentono la compresenza di diverse attività svolte nel medesimo tempo.

Quindi la sincronizzazione tra elemento biologici e ambientali portano a una differenziazione culturale e che
caratterizza da una parte le culture veloci dall'altra quelle lente. Veloci quindi voltate al futuro, organizzazione del
lavoro specializzato con attività svolta una alla volta e che si prefissano obiettivi a lungo termine. Al contrario le più
lente sono più attaccate alla tradizione, vivono maggiormente col pensiero rivolto al passato e al presente, si
prefiggono obiettivi prossimali e hanno una minore specializzazione delle attività che possono essere organizzate
anche contemporaneamente.

La comunicazione non verbale termina, non prendiamo in considerazione altri elementi come
l’oggettemica. Vediamo invece quali sono le funzioni della comunicazione non verbale.

La comunicazione non verbale ha la funzione metacomunicativa: usiamo la comunicazione per


parlare di comunicazione. Anch'essa collabora all'interno della conversazione però chiaramente
non ha una funzione proposizionale ma ha una funzione rappresentativa attraverso appunto la
gestione dello spazio e l’attuazione di gesti (di un’attività motoria).
Ha una funzione di rappresentazione/funzione espressiva ma non essendo caratterizzata da
proprietà proposizionali non è adatta a trasmettere conoscenze, per quello appunto occorre
integrarla con il linguaggio articolato.
Grado limitato di convenzionalizzazione: CNV viene lasciata a forme di apprendimento latente e
implicito.
Oltre a questo, la comunicazione non verbale è caratterizzata da alcuni elementi che sono
convenzionalizzati, altri che lo sono meno, come per appunto i gesti iconici. Anch'essa è
culturalmente marcata: ci sono differenze determinate dalla cultura di appartenenza però
solitamente gli elementi che appartengono alla comunicazione non verbale di una certa cultura
non vengono insegnati in modo esplicito, ma si apprendono esattamente come i segnali come
all'interno della comunità dei primati non umani che si apprendono per esposizione, non per
insegnamento esplicito. Mentre il che cosa si comunica è lasciato al linguaggio verbale la
comunicazione non verbale si occupa sul come si comunica qualcosa, quindi alla componente
relazionale.

La comunicazione non verbale oltre a questo ha una funzione metacomunicativa in quanto serve a
generare e a mantenere una interazione con gli altri. Quindi la comunicazione non verbale in
pratica ci permette di iniziare l'interazione e poi portarla avanti. Come abbiamo visto quando
abbiamo parlato della nascita dalla capacità comunicativa all'interno delle comunità dei primati
non umani, la comunicazione serve a questi primati non umani per tessere delle relazioni e
mantenerle nel corso del tempo = stessa cosa per la comunicazione non verbale che serve
appunto per rinnovare le relazioni attraverso anche ciò che avviene all'interno la comunicazione
non verbale esattamente come quella verbale ovvero la rinegoziazione dei significati veicolati dai
simboli che utilizzati all’interno di essa.
La comunicazione non verbale è particolarmente efficace perché grazie agli indizi che si possono
leggere attraverso di essa pensate per esempio alla lettura dello sguardo è possibile cambiare il
modo in cui si sta svolgendo uno scambio comunicativo perché questi elementi che rientrano nella
comunicazione non verbale sono anche interpretati come indizio dell'atteggiamento psicologico,
della predisposizione, della disposizione d'animo che uno degli interlocutori ha e quindi possono
anche essere d'aiuto nel cambiare il modo in cui si comunica, quindi il modo in cui si ricorre, sulla
base del cambiamento psicologico si nota magari all'interno dell’interazione, possono essere utili
per cambiare il tipo di segni che si vengono ad utilizzare all'interno di essa.

Allo stesso tempo però la comunicazione non verbale può essere anche utile o meglio può essere
utilizzata anche per gestire il modo in cui per esempio una relazione non solo si crea e si consolida
ma anche finisce. Quindi si attua una separazione che è poi indizio della estinzione, della fine della
relazione. La comunicazione non verbale serve anche per, come abbiamo visto ad esempio con la
cromenica, una funzione di regolazione, una forte funzione/e fusione organizzativa. Bisogna tener
conto, per esempio, di quelli che sono gli orientamenti cronemici di quei partner comunicativi,
pensate ad esempio ad un incontro di lavoro e se i partner comunicativi appartengono a culture
che da un punto di vista cronemico sono classificabili in modo opposto. Quindi la comunicazione
non verbale può venire utilizzata anche in questi contesti di fusione organizzativa (merging).
Naturalmente la comunicazione non verbale viene attuata avendo una funzione relazionale, entra
perciò in gioco nel momento in cui l'interazione deve svolgersi per permette lo svolgere di una
relazione oppure la separazione della stessa quindi l'efficacia relazionale =il fine per il quale quella
relazione si è instaurata dipende dal modo in cui viene attuata la comunicazione non verbale.

Sono particolarmente efficaci nel cambiare una relazione in corso; il CAMBIAMENTO PSICOLOGICO delle relazioni
passa in modo prevalente attraverso il cambiamento dei segnali non verbali. Sono utili per gestire e regolare
l’estinzione di una relazione intervenendo nel processo di mediazione per la separazione. I segnali non verbali
incidono profondamente sulle relazioni anche in situazioni particolari come quelli di acquisizione e fusione
organizzativa. L’efficacia relazionale della CNV dipende dalla stretta connessione che esiste tra interazione e relazione.

LA DISCOMUNICAZIONE
La discomunicazione è un elemento importante del continuum comunicativo, su qualche altro
manuale la possiamo trovare indicata anche come mis-comunicazione cioè cattiva comunicazione.
Che cosa si intende per discomunicazione? Dobbiamo pensare che all'interno dell’atto
comunicativo c'è una continuità tra la comunicazione intesa in senso stretto, ovvero quella che va
a buon fine, quindi la comunicazione cooperativa che viene attuata con tutta la sua intenzione
espressiva informativa e al suo opposto (chiameremo questa comunicazione attuata con una
profonda intenzione informativa come comunicazione per default), all’altro estremo di questo
continuum troviamo la discomunicazione.

È una comunicazione in cui anziché utilizzare degli elementi diretti e espliciti affinché appunto la
comunicazione sia informativa il più possibile, la discomunicazione al contrario ha come scopo
quello di lasciare qualcosa di implicito, quindi di lasciare qualcosa di nascosto rispetto alla funzione
espressiva della comunicazione; sono preminenti gli aspetti impliciti e indiretti. È un dire per non
dire= scarto rilevante fra il detto e il non detto.
È caratterizzata da opacità intenzionale cioè una sorta di obliquità comunicativa. La capacità
intenzionale è il grado di devianza rispetto all’intenzione espressiva della comunicazione. Ossia,
l’intenzione comunicativa e l’intenzione espressiva sono diverse. Questo vuol dire che l’intenzione
della discomunicazione è quella di coprire qualcosa all'interno dell'atto comunicativo e questo
aumenta i gradi di libertà dei partecipanti (VANTAGGI DELLA DISCOMUNICAZIONE)

Il grado di libertà è una misurazione statistica che ci dice semplicemente quanto rispetto al
contesto io possa essere in grado di attuare delle variazioni, quindi quali sono le variazioni che io
posso attuare in questo contesto comunicativo. Siccome un’azione comunicativa può avere come
scopo non solo quello di dare delle informazioni ma anche di celare qualche informazione, si
aumenta il ventaglio di possibilità che ci sono all'interno di questa comunicazione, di questa
interazione. Quindi vuol dire che anche i significati che si attueranno all'interno di questa
comunicazione saranno diversi. E quindi questo comporta anche che il tipo di relazione che si
viene a installare con il partecipante possa essere molto più complesso. Infatti, non bisogna
considerare l’opacità intenzionale che si applica all'interno della discomunicazione come
necessariamente qualcosa che abbia un valore negativo; dobbiamo pensare che è semplicemente
un ventaglio di opportunità che la comunicazione di per sé presenta. Quindi da una parte abbiamo
la comunicazione per default e dall’altra la discomunicazione. A un estremo l’essere palesi ed
espliciti e informativi dall'altro la possibilità di velare delle informazioni, di nasconderle, di farle
solo intuire.

Tipi di discomunicazione:

 Comunicazione ironica: (quella più caratteristica) l'ironia può essere vista secondo diversi
tipi di occhiali intellettuali, ossia, su che cosa sia l’ironia ci sono diverse ipotesi. Secondo
queste ipotesi, in generale l’ironia come è vista? solitamente è quella figura retorica, quindi
quella espressione del parlato che si basa sull'antifrasi, vale a dire su un enunciato che
intende l'opposto del suo significato letterale (prospettiva tradizionale). C'è un’opposizione
tra ciò che io intendo con quell’enunciato e ciò che effettivamente preferisco, quindi ci
sarebbe un'inversione semantica tra ciò che è manifesto e cioè il significato letterale, e ciò
che invece non è manifesto ma al contempo è celato e latente che è il significato implicito.
In questa definizione che ha una sua validità, perché comunque sia l’antifrasi è qualcosa
che entra in gioco quando parliamo di comunicazione ironica, però il punto è che non si
esaurisce tutto qui, perché è comunque importante tenere presente quelli che poi sono
anche gli elementi psicologici che entrano in atto quando si attua l’ironia all'interno di una
comunicazione, quindi è un gioco delle parti l'ironia e quindi occorre tener presente anche
chi sono questi partecipanti e quindi chi attua l'ironia, cioè l’ironista e chi è il destinatario di
ironia. Ci sono una serie di dinamiche che questo tipo di comunicazione che si basa solo su
quella che è la strategia linguistica autorizzata,non coglie. Limiti: non viene colta la
rilevanza comunicativa dell’ironia messa in atto grazie al gioco psicologico degli aspetti
impliciti in essa attivi.
Ci sono più tipi di ironia:
 Quella sarcastica (blame by prise) che comprende l’elogiare qualcuno ma in realtà
l’elogio è atto a disprezzare la persona, quindi è dire “come sei stato bravo a fare
questo” quando invece è evidente per il partner comunicativo ha fatto un disastro
 oppure il contrario; si scredita la persona ma in realtà la si vuole elogiare questa è
l’ironia bonaria (praise by blame) esempio “sei proprio un disastro” ma in realtà lo
sto elogiando.
 ironia socratica: che è molto simile all'ironia inglese. Qui entra in gioco il modo in
cui viene usata l’ironia, cioè lo scopo per cui viene usata l’ironia, cioè trasmettere
dei significati senza sbilanciarsi troppo (per riservatezza), infatti l’ironia socratica
viene utilizzata per mettere in discussione alcuni punti di vista senza però
compromettersi e qui tutto sta nel giocare sull'intonazione. Per esempio “oh è
molto interessante quello che dici, non avevo mai preso in considerazione questo
punto di vista” detto con un tono particolare che fa capire in realtà si sta
intendendo l'opposto di quel che si dice.
 Ironia scherzosa (giocosa): cioè la battuta di spirito, che serve a sdrammatizzare
una situazione tesa
 Ironia ecoica: in cui l’ironista fa un commento a eco a quanto detto in precedenza
dall’interlocutore. Per esempio, se io ho a che vedere con una persona che ha la
passione o l'abitudine di dare sempre l'acqua al proprio giardino, anche quando
piove, e per esempio sta piovendo io dirò “allora ti sei ricordato di dare l'acqua alle
piante?” Perché ripeto ed eco ciò che è stato detto in un precedente momento dall'
interlocutore con lo scopo di punzecchiarlo.

LA PROSPETTIVA RAZIONALISTA
L'antifrasi come strategia non è sufficiente e la prospettiva legata all’antifrasi è proposta da
Grice /grais/. Grice è un esponente della prospettiva razionalista: qui l’antifrasi mette in gioco una
trasgressione della massima della qualità; vale a dire le massime all'interno della comunicazione
secondo Grice appunto sono diverse e tra queste c'è la massima della qualità che è “sii sincero”.
Invece con la figura retorica dell'antifrasi si utilizza una proposizione P, quindi si pronuncia P, ma si
intende non-P, quindi l’opposto della proposizione che viene enunciata. Quindi l'ironia è
un’opposizione tra l’atteggiamento soggettivo dell’ironista (intenzione) e l'atteggiamento invece
che viene generato grazie all'espressione che si è prodotta; quindi, l’atteggiamento generato dalle
attese dell’espressione letterale della frase.
C’è questo contrasto tra intenzione che io ho nel dire quella frase e l’intenzione che io invece
genero nel proferire quella frase.

Quindi questa è la prospettiva che abbiamo preso in considerazione prima quando abbiamo detto
che non si tiene in conto sufficientemente del fatto che l’ironia ha una prospettiva a due però, la
prospettiva razionalista tiene in considerazione solo il punto di vista dell’ironista, e non del
destinatario.

LA PROSPETTIVA MACHIAVELLICA
Forma comunicativa volta a creare una serie di effetti sul partner senza tenere in debito conto il
rispetto delle regole formali del linguaggio, né la veridicità del messaggio.
La prospettiva machiavellica intesa come l’architettare di qualcosa di ambiguo (Machiavelli viene
utilizzato come esempio negativo quasi sempre). Qui invece l’ironia, in questa prospettiva punta
più su quelli che sono gli esiti da parte del destinatario; qui lo scopo, il focus, non è tanto su le
regole formali che vengono violate o rispettate ma su l'effetto che si vuole creare sul destinatario.
Che cos'è che quindi viene violato secondo questa prospettiva? Quella che è l'attesa del partner
della comunicazione, quindi del destinatario, riguardo al contesto. Implica la violazione delle
attese contestuali del partner.
Chiaramente una comunicazione avviene in un contesto, un contesto genera delle aspettative,
l’utilizzo dell’ironia violerebbe queste aspettative, quindi si fa ricorso ad una allusione perché
attuando questo tipo di discomunicazione, l'ironia sta nel fatto che c'è un'attesa per qualcosa, che
però viene mancata, quindi ciò che io mi attendo viene disatteso. L’ironia sta proprio in questo,
nell’allusione alla disattesa. Ipotesi della simulazione allusiva: gli effetti ironici sono generati
dall’allusione a un’attesa mancata, prevista sul piano convenzionale.

Quindi c'è un’incongruenza di fatto. C'è in sostanza una sorta di copione comunicativo al quale c'è
l’aspettativa di aderire (quando si comunica abbiamo una sorta di copione, lo dice anche Goffman
e attuiamo una drammaturgia comunicativa). Il punto è che questo copione genere delle attese in
chi è il partner di comunicazione. L’ironista invece attua una strategia per la quale scatta questa
ironia, e l’ironia dove sta? L’ironia sta nell’incongruenza suscitata dall’incoerenza e dalla
mancanza di adesione a quello che è il copione che si pensava di recitare. Ad esempio, io sono il
destinatario, mi aspettavo di recitare all'interno di un copione in realtà l’ironista stravolge queste
regole, di conseguenza si ha un’incongruenza e qui da questa incoerenza si genera l'ironia; però io
che sono il destinatario non me l’aspetto. Quindi qui già si comincia a vedere qual è il ruolo di
entrambi gli attori della comunicazione perché da una parte c'è l’ironista che attua una variazione
nel copione e dall'altra parte c'è il destinatario che non si aspetta questa variazione e quindi da
questa incongruenza nasce l’ironia.

LA TEORIA ECOICA (o della menzione) [Sperber e Wilson]

C'è poi la teoria della menzione o teoria ecoica perché questo richiama molto il tipo di ironia che
abbiamo visto come ironia ecoica, perché l’ironista, il parlante produce o semplicemente
menziona ciò che è stato detto prima dal partner di comunicazione che questa volta sarà il
destinatario dell’ironia e quindi l'ironia è vista come una citazione indiretta di ciò che è stato detto
prima dal partner comunicativo e l’ironista cosa fa di questa citazione? Distorce il significato di ciò
che è stato detto in precedenza dal partner comunicativo. Il parlante produce un enunciato che fa
da eco (menzione implicita) a quanto detto o fatto in precedenza dal partner.

È un fenomeno detto di lingua nella guancia (tongue-in-cheek) vale a dire di commento laterale
quando viene detto qualcosa, quindi è un commentare in modo un po' nascosto, ciò che è stato
detto prima dal partner della comunicazione. Quindi l’ironista attua questo commento di
sottofondo attuando quello che è il cosiddetto modello di ironia citazionale, cioè l'ironia cita in
modo distorto quanto è stato detto precedentemente. Quindi l’ironista non fa che ripetere ma
cambiando prospettiva, cioè distorcendo ciò che è stato detto prima da quello che stavolta diviene
il destinatario dell’ironia.

LA PROSPETTIVA TEATRALE
Finzione trasparente: il parlante afferma qualcosa facendo finta di credervi e, nel medesimo
tempo, segnala, attraverso indicatori paralinguistici che si tratta di una finzione.
Dopo di che, si ha una prospettiva detta teatrale; qui il parlante cioè l’ironista, produce un
enunciato fingendo di credere a ciò che viene detto però allo stesso tempo attuando un tipo di
intonazione particolare, cioè ricorrendo a degli indizi paralinguistici fa capire che non crede a ciò
che dice. Quindi l'ironia è interpretata come una simulazione di qualcosa al quale si crede ma in
realtà si fa capire che non ci crede. Quindi questo vuol dire che la comunicazione ironica in questo
caso, più che un’antifrasi è una parodia che si fonda sull’antinomia, cioè la contrapposizione
antitetica di due termini e da questa contrapposizione scaturirebbe appunto l'effetto ironico.

Quindi lo scarto che c'è tra questi due termini, che vengono attuati all'interno di una parodia fa
scattare la percezione ironica. Questo vuol dire che è in questa prospettiva c'è un copione che si
recita a due, con complicità tra l’ironista e chi è il destinatario dell’ironia; c’è quindi una
suddivisione dei ruoli in primario e secondario. COMPLICITA’ FRA AUTORE E DESTINATARIO:
richiedono la condivisione dei livelli di comunicazione “primario-secondario”. L’ironista è il
primario, mentre chi riceve l’ironia invece è il secondario. Ci può essere anche una triangolazione
comunicativa in quanto ci può essere qualcuno che è escluso da questo livello di comprensione
perché per esempio il destinatario può essere il bersaglio della mia ironia, ma l'ironia comunque
non viene compresa dal destinatario; ma magari rimanendo appunto la prospettiva teatrale: chi è
che devi capire? A teatro, per esempio, chi deve cogliere l’ironia spesso non è il destinatario
dell’ironia, ma è appunto il pubblico, quindi c’è questa triangolazione dell’ironia, questa
triangolazione comunicativa per la quale magari colui che viene preso di mira dall’ironista è
escluso dalla comprensione di essere il bersaglio dell’ironista.

FUNZIONI PSICOLOGICHE DELLA COMUNICAZIONE IRONICA:


La comunicazione ironica viene utilizzata per nascondere quindi qualcosa, senza però sottrarsi alla
comunicazione; quindi, è un dire per non dire o per dire qualcos'altro, quindi all'interno di questa
comunicazione obliqua, in cui appunto l'elemento informativo in qualche modo viene distorto, si
applicano tutta una serie di condizioni.
FUNZIONI PSICOLOGICHE:
a) Comunicazione ironica come rispetto delle convenzioni (come aggirare la censura in
modo culturalmente corretto) Da una parte perché si usa l'ironia? Perché pensiamo per
esempio all’ironia socratica, simile allo humor inglese, è un modo per trasgredire le regole
senza però essere espliciti e quindi se io, per esempio, voglio colpire una persona per
quello che pensa, magari anziché farlo in modo diretto, utilizzo l’ironia e quindi aggiro
ostacoli culturali che magari possono farmi apparire scorretto.
b) Comunicazione ironica come confine di riservatezza (come proteggere lo spazio
personale): Oppure la stessa strategia, sempre dell’ironia, può essere utile perché magari
posso in questo modo evitare di espormi troppo a mia volta, perché magari è un modo
(pensando all’ironia socratica) in cui vengono messi in discussione una serie di dogmi e di
certezze, oppure un modo per ridimensionare alcune problematiche che vengono poste
senza però esporsi troppo, in quanto l’esporsi troppo potrebbe essere non producente
perché magari il soggetto non ha intenzione di manifestare pubblicamente quelle che sono
le sue le sue intenzioni, quindi questa strategia può servire a far sì che l’ironista dica senza
però essere troppo esplicito;
c) Comunicazione ironica come ambiguità relazionale (come rinegoziare i significati): ma è
anche un modo per rinegoziare i significati all’interno di una comunicazione, perché può
essere appunto un modo per attuare all'interno della comunicazione una ridefinizione dei
significati perché chiaramente nel momento in cui in qualche modo viene coinvolto anche il
destinatario secondo i vari approcci visti, che cosa accade con l'ironia? Dal fraintendimento
che si può generare, perché magari l’ironia non viene colta e resta sul piano letterale,
accade che si vengono a ridefinire una serie di dinamiche all'interno della comunicazione
che possono portare alla ridefinizione dei significati all'interno di una conversazione, per
esempio all’interno della comunicazione. Allo stesso tempo magari la nostra
comunicazione può portare a volgersi all'interno di oltre che a un aspetto che sia
semanticamente rilevante anche un aspetto che abbia una rilevanza da un punto di vista
pragmatico.
PARADOSSO: per essere meglio intesi, occorre essere “fraintesi”. Efficacia della parola +
innocenza del silenzio = POLISEMIA PRAGMATICA (offre diversi percorsi all’interno
dell’interpretazione)
Quando parliamo di pragmatica ci riferiamo al fare qualcosa attraverso il attraverso il
linguaggio. L’ironia è interpretabile almeno su due piani: quello letterale e quello non
letterale. Quindi questo fa sì che all'interno della dinamica comunicativa io possa, sulla
base di quella che è poi la comprensione o meno dell’ironia da parte del destinatario
oppure da parte di altri attori che fanno parte della comunicazione, ci possa essere
all'interno di questo quadro comunicativo una diversa gestione della comunicazione.
Possono quindi presentarsi alcune situazioni come, per esempio, se viene attuata l’ironia e
da parte del destinatario non è capita, si può proseguire rimanendo sul piano letterale
come se non fosse accaduto niente, oppure il destinatario può cogliere l'ironia ma può non
gradire l’ironia che gli è stata rivolta e poi potrebbe anche reagire in maniera poco
ortodossa. A quel punto accade che l’ironista può sempre e correggere il tiro all'interno
della comunicazione, perché l’ironista può sempre negare di aver attuato un percorso
ironico e giocare appunto sul fraintendimento da parte del destinatario.
Quindi ci sono una serie di modi in cui da un punto di vista pratico può essere declinata la
comunicazione all'interno dell'impiego dell'ironia. In più all'interno sempre della
comunicazione si possono attuare tutta una serie di strategie in modo tale da
salvaguardare, come direbbe Goffman, la faccia o comunque non assumersi pienamente la
responsabilità di ciò che si dice. Per esempio, utilizzare una strategia in cui io voglio
criticare il comportamento di qualcuno ma lo faccio in modo ironico, magari ottengo un
effetto di mitigazione perché la mia critica appare più leggera. Oppure posso accentuare la
reazione e quindi anche il ruolo della parte implicita del mio messaggio perché appunto
utilizzo il sarcasmo che è più efficace rispetto alla battuta di spirito o all’ironia socratica e
questo utilizzo talvolta è più efficace rispetto a una critica aperta, c’è quell’effetto di
spiazzamento che magari può cogliere maggiormente nel segno. Regolazione del peso
dell’implicito: mitigazione o accentuazione.

LA VOCE DELL’IRONIA
La comunicazione ironica è un FENOMENO EMINENTEMENTE VOCALE. All'interno della
discomunicazione, questa è giocata tutta sul parlato perché è il ricorso a questi elementi
soprasegmentali che hanno un valore da un punto di vista comunicativo paralinguistico, un valore
collegato alle emozioni che possono avere particolare rilevanza all'interno di questo quadro.

Solitamente quando si pronuncia una frase quindi, magari la proposizione è la stessa ma anziché
essere pronunciata con intento dichiarativo è pronunciata con intento ironico, vediamo che alcuni
elementi soprasegmentali si vengono a presentare, come per esempio il tono diviene acuto e
modulato, quindi variato, il ritmo dell’eloquio rallenta e la voce assume un’intensità maggiore.
In alcune situazioni poi c'è anche una tendenza alla nasalizzazione perché c'è comunque
quell’effetto parodia che di solito è associato a una nasalizzazione. Infatti, parliamo appunto di
parodia, quando soprattutto quando si utilizza quella ecoica, si fa ricorso a un effetto caricaturale,
a un’enfasi di alcuni tratti sovrasegmentali prosodici = giocare con la voce.
Da non confondersi con la menzogna, perché le parole non sono false, non si dice una bugia, ma
sono finte, cioè si nega ciò che appare, in quanto c'è un utilizzo dell'implicito, non del falso.

LO SCRIPT DELL’IRONIA
Sulla base di quello che abbiamo detto in considerazione dei diversi punti di vista e delle diverse
prospettive dell’ironia, essa può essere suddivisa in alcune parti.
L’ironia abbiamo detto che è un atto comunicativo, un gioco comunicativo che comprende due
partner, almeno due partner, in cui almeno uno dei due punzecchia l'altro. Quindi c’è una sorta di
copione, una specie di script che ricorda molto il gioco di scherma (MODELLO DEL FENCING
GAME), il gioco del fioretto. Ossia, si colpisce l'altro in modo velato, pungente ma anche elegante.
Come ogni script che si rispetti ci sono delle fasi. Lo script ironico = successione di azioni e di
mosse finalizzate a conseguire un certo esito, quindi, ha una serie di successioni, di mosse che
servono all’ironista per colpire il destinatario. CI SONO QUATTRO FASI DISTINTE:

1. Prima di tutto c'è la premessa vale a dire: (c'è comunque sorta di citazione di ciò che è
stato detto in precedenza da quello che poi diverrà il destinatario dell’ironia) quindi il
destinatario dell’ironia probabilmente ha detto qualcosa in precenza, in ogni caso la
premessa si basa sul fatto che c'è una conoscenza interpersonale tra i due interlocutori, tra
l’ironista e il partner, quindi c'è una conoscenza pregressa, qualcosa che è avvenuto
precedentemente e che prelude allo scambio ironico che avverrà successivamente.
2. Poi c'è l'evento focale cioè l'evento che si realizza prima della attuazione dell'ironia =
elemento induttore e antecedente della comunicazione ironica;
3. Dopo di che c’è il commento ironico = quindi l’ironista, subito dopo l’evento focale, realizza
il proprio commento ironico e quindi il commento ironico è la manifestazione di una certa
intenzione comunicativa da parte dell’ironista.
4. Dopodiché c'è l'effetto ironico prodotto dal modo in cui il commento ironico è interpretato
da parte del destinatario (e qui entra in giorno il personaggio secondario e qui si capisce
anche come mai la prospettiva di Grice era povera, perché se prendiamo in considerazione
solo l’antifrasi, l’effetto ironico chiaramente non può essere così articolato), invece l'effetto
ironico può essere di tre tipi/ tre tipi di contromosse.
1) Fraintendimento: l’ironia non viene compresa, l’intenzione dell’ironista non viene
compresa, cioè il significato letterale è il significato reale dell’enunciato quindi il
commento ironico non viene colto, l’ironista quindi non viene considerato tale perché il
destinatario non coglie l’ironia.
2) Disconoscimento: perché partner comprende che ha subito un’ironia da parte
dell’ironista, ma non se ne cura, decide di fermarsi al significato letterale, quindi c'è un
disconoscimento dell’effetto ironico.
3) Effetto touché: la comunicazione ironica va segno e il destinatario è stato colpito.

COMUNICAZIONE SEDUTTIVA
= Sequenza strategica e intenzionale di mosse il cui traguardo è quello di attrarre (anche sul
piano sessuale) un’altra persona.
Quindi l’ironia è la prima dei nostri aspetti discomunicativi, tuttavia, non è la sola, infatti
all'interno della discomunicazione c'è anche la comunicazione seduttiva, che ha come intento
quello di attrarre a sé qualcun altro. Il termine ‘sedurre’ qui ha questo significato che è diverso
rispetto a quello originario, perché sedurre etimologicamente vorrebbe dire condurre fuori dalla
strada, condurre fuori da un percorso invece qui significa condurre a sé un'altra persona. Quindi
l'aspetto che deve essere tenuto in considerazione qui è l’intento di avvicinamento, quindi la
riduzione di una distanza fisica e psicologica tra chi ha attua la comunicazione seduttiva e chi la
riceve. La vicinanza e la distanza fisica e psicologica fra gli individui è oggetto di un complesso
sistema di regolazione che non risulta mai né definitivo né stabile, ma che è suscettibile di
continua variazioni e oscillazioni.
Il punto è che questa dinamica è molto variabile e la comunicazione seduttiva appunto non
essendo esplicita, attua in pratica il cosiddetto dilemma del porcospino di Schopenhauer, ossia il
porcospino per la propria conformazione fisica ha questi aculei che lo portano a tenerti distante,
però allo stesso tempo ha la necessità magari di avere la vicinanza dei suoi simili quindi quello è il
dilemma del porcospino, cioè come si fa (in questo caso nella comunicazione seduttiva) a
rimanere nell'implicito raggiungendo il proprio scopo. Cioè lo scopo è avvicinare qualcun altro a
sé ma rimanendo nell’implicito. Quindi chi utilizza la comunicazione seduttiva deve mantenere
questo equilibrio.

Quindi che cosa accade nella seduzione se ha un esito felice? si ha una riduzione dello spazio
interpersonale e psicologico tra due individui. Questo si basa su una sorta di rituale, abbiamo visto
con l'ironia che la metafora utilizzata è quella della drammaturgia, quella del copione, dello script,
mentre qui usiamo la metafora della danza, la danza collegata al corteggiamento. E’ un gioco di
seduzione che prevede una serie di tappe:
1) all’inizio viene individuato e selezionato un bersaglio che ci risulta interessante,
2) successivamente dobbiamo stabilire un contatto con questo bersaglio, attraverso alcune
strategie per apparire a nostra volta interessanti agli occhi di quel bersaglio, di catturare
l'attenzione per farsi scegliere a nostra volta.
3) Successivamente occorre stabilire un avvicinamento reciproco, perché se lo scopo è quello
di instaurare una relazione di intimità poi è necessario avvicinarsi il più possibile
4) Successivamente poi uscire dall’implicito per rimanere all'interno di un quadro il cui il
legame può mantenersi stabile e quindi uscire da questa condizione implicita
caratterizzante la comunicazione seduttiva.

La paradossalità della comunicazione seduttiva


La comunicazione seduttiva si basa però su di un paradosso perché se da una parte la
comunicazione seduttiva si basa sull’implicito quindi non essere evidente, ma attua delle strategie
che ci servono invece per risultare più evidenti agli occhi del nostro bersaglio, vale a dire attuiamo
la fase di esibizione all'interno della comunicazione seduttiva, perché lo scopo è quello di cambiare
status: dall’essere un individuo qualunque non riconosciuto, all’essere qualcuno, cioè essere
riconoscibile da parte del nostro bersaglio. Quindi aumentano in qualche modo gli aspetti che
vogliamo diventino riconoscibili all'interno della comunicazione e questi aspetti sono appunto di
tipo estetico mentre gli aspetti della comunicazione referenziale vengono a ridursi, questo perché
gli aspetti estetici risultano maggiormente visibili e immediati.
Il paradosso sta anche nel fatto che da una parte si vuole risultare più visibili ma dall'altra parte,
nel renderci maggiormente visibili ci nascondiamo maggiormente perché la comunicazione
seduttiva oltre a renderci qualcuno dall’essere qualunque, viene attuata anche in modo tale che i
limiti e i difetti divengano inizialmente meno evidenti e quindi c'è un ulteriore utilizzo del
mascheramento per diventare OGGETTO DEL DESIDERIO nei confronti dell’altro.

C'è di nuovo anche qui dopo l’utilizzo della metafora della danza, l’utilizzo della metafora teatrale,
perché torna di nuovo l'idea della maschera, del trucco per aumentare un effetto positivo nella
percezione dell'altro, di colui o colei che vogliamo sedurre, quindi c'è un ricorrere all’apparenza
per squadre per attrarre e di nuovo è messa in campo una sorta di differenziazione rispetto alla
realtà, vale a dire si mette in campo una strategia che in parte cela realtà e quindi si può parlare di
vera e propria finzione.
Quindi questa esibizione è paradossale perché c'è un ricorso a elementi espliciti come appunto
l’esibirsi, ma senza dichiararsi, e questa seduzione appunto può essere efficace solo se che c'è un
avvicinamento reciproco (self-disclosure = apertura all’altro), all’altro, attraverso uno scambio
reciproco di conoscenze. Questo scambio reciproco di conoscenze ha come scopo quello di ridurre
l’incertezza determinata dalla vulnerabilità che si mette in atto nel momento in cui ci si avvicina a
qualcun altro perché appunto l'avvicinamento, il rendere visibile il reale, rispetto a ciò che è finto,
fa sì che la persona si esponga e quindi risulti in qualche misura vulnerabile.

L’OBLIQUITA’ DELLA COMUNICAZIONE SEDUTTIVA


La comunicazione seduttiva esattamente come l’ironia è di tipo obliquo ed è di tipo allusivo perché
il seduttore rivela, ma non rivela troppo perché lo scopo è quello di poter effettuare delle
modifiche, degli aggiustamenti all'interno dello scambio comunicativo, esattamente come avviene
all'interno della polisemia pragmatica da parte dell’ironista.
Vale a dire se io lascio nell’ambiguo ciò che viene detto poi posso anche tirarmi indietro, non
prendermi delle responsabilità di ciò che ho detto e qui allo stesso tempo nella comunicazione
seduttiva, posso rivelarmi senza eccessi in modo da non manifestare del tutto i miei intenti e
ritirarmi eventualmente. Anche qui viene fatto ricorso all’allusione per lasciare intendere più di
quanto l'espressione letterale voglia fare voglia effettivamente comunicare (comunicazione
intrigante). Principio del “dire abbastanza ma non troppo”.

SEDUZIONE = Qui la comunicazione seduttiva consiste in una conquista reciproca. La


comunicazione seduttiva va a buon fine, quindi raggiunge il proprio bersaglio, nel momento in cui
c'è la seduzione che è un processo reciproco di conquista, quindi è un gioco anche questo a due
proprio come l’ironia. I partner hanno entrambi il proprio ruolo e a un certo punto diventa difficile
capire quale dei due è il seduttore e qual è il sedotto. Il seduttore, d’altra parte, nell’esporsi e
nell’attuare questo processo di seduzione, si espone, perché si mette in una condizione di
difficoltà, di richiesta d'aiuto, di sottomissione (vulnerabilità). Questa sottomissione vince le
resistenze della persona che si vuole avvicinare perché chiaramente l'avvicinamento può
presentare un potenziale pericolo, invece in questo caso, mettendosi in una posizione di
sottomissione la resistenza del possibile sedotto viene meno e aumenta invece il livello di intimità.

MODALITA’ NON VERBALI DELLA COMUNICAZIONE SEDUTTIVA


La comunicazione seduttiva, a differenza dell’ironia che invece è strutturata su un piano verbale e
non verbale per quel che riguarda gli espetti paralinguistici, però comunque utilizza sempre il
canale vocale.
Invece la comunicazione seduttiva fa molto ricordo ad aspetti che non utilizzano questo canale ma
che utilizzano per esempio la mimica facciale, come per esempio:
 Lo sguardo, perché ci sono tutta una serie di elementi che possono essere controllati, ma
allo stesso tempo ce ne sono altri che vengono attuati involontariamente come per
esempio la dilatazione pupillare, che è appunto fondamentale nel momento in cui si entra
in contatto con un potenziale partner;
 Un ruolo importante lo gioca il sorriso (espressioni mimiche del volto): perché viene
utilizzato il sorriso discreto, il sorriso ritroso (coy smile) che è un sorriso timido e
accennato, presente soprattutto nelle donne. E quando è in atto un avvicinamento, si vede
che i gesti dei partner si rispecchiano quindi c’è una sincronizzazione dei gesti, si può
arrivare addirittura ad un rispecchiamento, che è attuato in modo spontaneo ed è indice di
una reciproca intesa.
 Il modo in cui si compiono i gesti e movimenti del corpo, sono tutti atti ad indicare
avvicinamento e condiscendenza.
 Per quel che riguarda invece la voce, di solito è un parametro che non sempre è
considerato da questo punto di vista oggettivo; ci sono statisticamente alcune voci che
hanno dei profili intonativi ma molto dipende anche dalla frequenza fondamentale, quindi
dalle particolarità del singolo individuo e anche sulla base delle caratteristiche naturali che
alcuni individui hanno o non hanno vengono individuati come seduttori efficaci o seduttori
non efficaci. Ciò che comunque fa sì che la seduzione vada a buon fine, spesso è la capacità
del partner di sintonizzarsi su gesti e quindi il ruolo del feedback che è importante, e il
modo in cui il messaggio successivo viene è gestito e viene adeguato.

COMUNICAZIONE MENZOGNERA
La comunicazione seduttiva, quindi, è un'altra strategia di discomunicazione che fa ricorso a versi,
e elementi sia verbali sia non verbali. Ci sono anche altri tipi di discomunicazioni, tra cui anche la
comunicazione menzognera. Le menzogne sono delle tipologie di comunicazione che sono state
molto studiate. La capacità di mentire, la tendenza all’inganno, l’abbiamo vista attuata anche dai
primati non umani in un numero notevole di strategie comunicative. Per quel che riguarda invece
lo studio della menzogna all'interno della comunicazione umana di solito sono due i grandi filoni di
ricerca:
 Gli studi che si svolgono sul campo, detti naturalistici, cioè osservando effettivamente le
persone come si comportano nella vita quotidiana e rilevando dei comportamenti
ingannevoli attuati nel corso della vita quotidiana e;
 Gli studi sperimentali effettuati in laboratorio, vale a dire riproducendo effettivamente
situazioni in cui un soggetto è portato a mentire e quindi vengono valutati quelli che sono i
processi cognitivi, emotivi e comunicativi che vengono messi in atto quando si attua la
menzogna. Un esempio può essere ad esempio: per valutare per esempio l’attitudine
maggiore all’altruismo o all’egoismo, di alcune persone, si può dare loro un certo numero
di monete e lasciare loro scegliere come dividere queste monete dandole ad altri
destinatari e si può vedere solamente all’interno di questi sperimenti, e si può poi testare o
meno il soggetto sperimentale, che può mentire o meno dicendo su quale cifra ha messo a
disposizione degli altri. Questo è uno degli esperimenti che può essere fatto per valutare la
capacità di mentire o meno del soggetto e su quali tematiche il soggetto mente.