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Terza lezione 19/10

La comunicazione non verbale fra natura e cultura: quando parliamo di comunicazione non
verbale non ci riferiamo solamente a quegli aspetti che sono collegati all'utilizzo del nostro corpo
nello spazio ma, per quanto possa sembrare bizzarro, ci occupiamo anche di alcune caratteristiche
legate alla voce perché vedremo che la voce ha delle particolarità, delle proprietà, che sono
studiate nell'ambito della comunicazione non verbale. La comunicazione è un’attività complessa
che fa riferimento a una molteplicità diversificata e contemporanea di differenti sistemi di
significazione e di segnalazione.
Quindi affianco al canale linguistico vero e proprio la voce viene studiata anche in quest'altro
ambito, in più per quel che riguarda invece il modo in cui il nostro corpo è oggetto di indagine per
la comunicazione non verbale vediamo che grande spazio è dato all'espressività facciale e in
particolare allo sguardo, a come il nostro corpo si muove e quindi la gestualità, e al modo in cui il
nostro corpo gestisce lo spazio: quindi vedremo la prossemica e l’aptica per esempio. Entro
l’ambito della CNV è compreso un insieme di fenomeni e di processi comunicativi quali: le qualità
prosodiche e paralinguistiche della voce, la mimica facciale, i gesti, lo sguardo, la cronemica, per
giungere fino alla postura, ecc.
Ma anche il modo in cui il tempo viene gestito dall'individui è indice appunto di un'intenzionalità
comunicativa di un certo tipo e questo è un elemento che è culturalmente connotato. 
Ci sono poi altri aspetti che noi non prenderemo in considerazione ma sappiate che ci sono
nell'ambito della comunicazione non verbale anche degli studi che si occupano di vestemica e
oggettemica.
Quindi di analizzare come ci si trucca, l’abbigliamento ecc.

Quando parliamo della comunicazione non verbale esattamente come abbiamo fatto per il
linguaggio articolato dobbiamo pensare un po' alla sua origine, abbiamo visto quali sono le sue
ipotesi legate all'origine del linguaggio articolato, per quanto riguarda la comunicazione non
verbale invece si pensa (secondo la psicologia ingenua) che questa sia
1) Più spontanea, che questa sia un elemento che spontaneamente emerge nel corso del
comportamento di un individuo, e si pensa anche che in quanto più spontanea e naturale
questa abbia anche a che vedere con una sorta di:
2) Linguaggio universale espressivo che caratterizza tutti gli umani e questo tipo di
espressività deriverebbe direttamente da quelli che sono in meccanismi nervosi che
regolano i nostri movimenti. Si crede che sia meno soggetta a forme di controllo volontario.
C'è anche chi ha ipotizzato una corrispondenza tra movimenti e stati emotivi, secondo la
psicologia ingenua rappresenta una sorta di “Linguaggio del corpo” e in quanto tale
universale, esito dell’evoluzione filogenetica e regolato da precisi processi e meccanismi
nervosi.

Tuttavia vedremo che non è così semplice, vale a dire che la comunicazione non verbale non è poi
così naturale, non è così universale ma ha tutta una serie di caratteristiche che invece devono
essere analizzate e precisate, e quindi non è vero che la comunicazione non verbale sia qualcosa di
così spontaneo, un'emanazione della nostra filogenesi, è qualcosa di ben più complesso che è
anche culturalmente molto connotato quindi influenzato dall'ambiente, molto più di quanto
penseremmo a prima vista.
Coevoluzione fra gene (natura) e ambiente (cultura)
Infatti sarebbe un errore pensare che solamente per via della nostra origine comune con le
scimmie noi abbiamo sviluppato una certa gestualità: quindi pensare che la nostra gestualità sia il
risultato solamente di un certo tipo di evoluzione, in realtà dobbiamo pensare che noi siamo
appunto una specie simbolica quindi questo aspetto ricollegato al fatto che appunto noi esseri
umani siamo una specie simbolica dobbiamo ricordarcelo e dobbiamo pensare quindi sempre a
questo: che i geni e l'ambiente influenzano il nostro modo di essere in qualunque ambito, quindi,
anche la comunicazione non verbale sarà la risultante di una coevoluzione tra natura e cultura. In
fin dei conti questo non è altro che il risultato di uno di quegli aspetti che ha reso possibile lo
sviluppo della cultura da parte degli esseri umani, vi ricordate quando abbiamo parlato delle
condizioni che hanno permesso lo sviluppo della cultura da parte degli esseri umani?

Abbiamo parlato di condizioni biologiche e comportamentali e quindi da una parte, da un punto di


vista comportamentale abbiamo visto che c'era l'organizzazione in gruppi in cui veniva praticato
l'altruismo, ma abbiamo visto anche che ci sono tutta una serie di caratteristiche biologiche che
noi come specie abbiamo per esempio l’epigenesi, che cos'è? È la prematuranza celebrale: vale a
dire noi nasciamo un cervello non ancora del tutto sviluppato, cosa vuol dire? Vuol dire che il
nostro cervello ha una sovrabbondanza di neuroni che vengono selezionati in risposta
all'ambiente, quindi questo vuol dire che la cultura, come risposta ambientale da parte del nostro
sistema biologico, ha una fortissima influenza su come noi ci sviluppiamo sia filogeneticamente
che ontogeneticamente.

Questo vuol dire che appunto neurofisiologia della nostra specie è fortemente determinata anche
dall' ambiente in cui ci muoviamo. Ecco quindi, anche perché sulla base della cultura di riferimento
di un popolo, ci sono delle differenze così forti a partire da una dotazione biologica comune.
Quindi se da una parte abbiamo dei processi biologici che ci portano senza dubbio ad agire in un
certo modo in risposta determinati stimoli, dall'altra parte abbiamo anche questa capacità di
adattamento all'ambiente che ci deriva appunto da questa prematuranza neonatale che ci
permette di essere così recettivi all’ambiente circostante.
Quindi da una parte abbiamo la possibilità di essere perfettamente consapevoli di quelle che sono
le risposte che noi diamo all'ambiente, perché quando siamo immersi in un ambiente che cosa
accade? da una parte quel che appendiamo lo apprendiamo implicitamente, per esposizione
(abbiamo visto per esempio che i richiami degli scimpanzé vengono appresi per l'esposizione
nell'ambiente in cui si trovano, un esempio per quanto riguarda gli esseri umani sono i bambini
che apprendono il linguaggio: quando un bambino apprende una lingua specifica lo fa prima
ancora di imparare a scrivere quindi il bambino apprende come prima lingua la lingua alla quale è
esposto, da una parte, quindi se il bambino non ha problematiche, è una risposta automatica
determinata dalla biologia che ci caratterizza da un lato, ma anche la cultura dall’altro.

Ma siamo anche in grado successivamente di dedicarci a degli apprendimenti indipendentemente


da quella che è la nostra dotazione genetica quindi questo vuol dire che cultura e genetica devono
essere viste come un continuum in cui noi ci muoviamo da una parte agendo in modo
inconsapevole perché chiaramente siamo biologicamente predisposti a rispondere al nostro
ambiente, dall'altra però siamo dotati di intenzionalità anche nell’apprendere nuove abilità, quindi
noi dobbiamo pensare a noi stessi, quindi alla nostra specie come una specie capace sia di
rispondere in maniera meccanica, automatica a degli stimoli sia capace di atti volontari derivanti
dalla capacità di apprendimento, apprendimento indipendente rispetto alla nostra dotazione
genetica. A questo non sfugge neppure la comunicazione non verbale, che è uno dei sistemi di
comunicazione ai quali noi siamo esposti e questo sistema di comunicazione è comunque variabile
sulla base di cultura nella quale siamo immersi ma ci sono delle caratteristiche della
comunicazione non verbale che sono peculiari dell'individuo che la esercita.

La comunicazione non verbale:


 È caratterizzata da una flessibilità e una plasticità che pongono le condizioni per le
possibilità di apprendimento (di diverse modalità comunicative non verbali) perché da un
lato noi siamo dotati di un certo sistema cognitivo che a sua volta è dotato di programmi
neurologici quindi la nostra mente emerge grazie alla nostra biologia, si dice che la mente
è una facoltà emergente del cervello.
 Dall’altra parte però vediamo che la comunicazione non verbale dipende anche da noi
singoli individui e vedremo che ci sono dei gesti in particolare quindi movimenti corporei
in particolare che sono determinati da caratteristiche che vengono date dal singolo
individuo.

Quando viene esercitata la comunicazione non verbale? Siamo una specie che vive in gruppi,
quindi vuol dire che nel nostro gruppo noi quando comunichiamo condividiamo anche alcuni
aspetti collegati alla comunicazione non verbale quindi la comunicazione non verbale segue tutte
quelle che sono le regole determinate dallo scambio comunicativo, vale a dire si negoziano dei
significati quindi si mettono in campo tutta una serie di sistemi di significazione che sono compresi
perché appunto c’è una convenzione condivisa all’interno di quel gruppo collegata a certi segnali.

Quindi questo vuol dire che da una parte la nostra dotazione genetica/biologica ha fatto sì che noi
potessimo comunicare in certe forme, per esempio, l’essere dotati di mani con pollice opponibile
ci ha permesso di poter svolgere tutta una serie di gesti che magari per altre specie non sono
possibili, l’essere dotati di apparato vocale come il nostro ci permette estrema flessibilità anche
nell’utilizzo degli elementi fonici quindi non solo di utilizzare il canale vocale per il linguaggio
articolato ma anche per tutta una serie di altre funzioni.
Vengono attivati importanti processi di condivisione convenzionale all’interno di ogni comunità di
partecipanti; le predisposizioni genetiche sono declinate, di volta in volta, secondo linee e procedure
distinte e differenziate che conducono a modelli diversi e, talvolta, assai distanti fra loro sul piano dei
sistemi non verbali di interazione.

Quindi questo fa sì che sulla base della nostra comunità di riferimento possiamo trovarci davanti a
sistemi di comunicazione non verbale che possono condividere con altre culture una base comune
ma dall'altra vedremo che ci possono essere delle differenze significative molto estese e questo è
spesso oggetto di studio all'interno della mediazione interculturale perché chiaramente la
mediazione interculturale, affiancata soprattutto a quello che ci interessa cioè l’interazione
durante per esempio una conferenza e quindi l’attenzione che va posta anche alla comunicazione
non verbale ad esempio quando si fa l’interprete: ci sono una serie di segnali che possono essere
rilevanti per certe finalità.

CONTINUITA’ E DISCONTINUITA’ FRA COMUNICAZIONE VERBALE E NON VERBALE


Vediamo un po’ quali sono le differenze che ci possono essere fra sistema verbale e sistema non
verbale di comunicazione. La comunicazione richiede che ci sia un’emittente che invia al
destinatario delle informazioni e deve esserci anche una quantità di informazione che
dal destinatario torna all’emittente. Questo messaggio che passa può essere articolato in molti
modi e questo significa che per quel che riguarda la nostra specie abbiamo a che vedere tanto di
elementi verbali quanto non verbali e che questi contribuiscono entrambi in diversa misura a
comporre il significato dell’intero messaggio quindi il messaggio che noi intendiamo inviare al
ricevente può essere composto da diverse parti, alcune delle quali possono essere caratterizzate in
misura diversa da comunicazione verbale a comunicazione non verbale. L’atto comunicativo è
interpretato dal destinatario sulla base di una molteplicità di sistemi di significazione e segnalazione.
Ciascuno produce una specifica porzione di significato che partecipa alla configurazione finale del
significato medesimo.

Il verbale non esiste senza il non verbale

Da un punto di vista evolutivo benché il linguaggio articolato sia molto importante e quindi abbia
portato la nostra mente ad essere quella che è,  tanto è che ci è difficile pensare a una forma di
pensiero priva del linguaggio, tuttavia da un punto di vista evolutivo il linguaggio articolato quindi
la comunicazione verbale è nata dopo la comunicazione non verbale quindi è veramente stato il
linguaggio articolato una sorta di parassita che andato poi a di innestarsi sopra la comunicazione
non verbale. La comunicazione non verbale è la piattaforma di partenza sopra la quale si è
aggiunta la comunicazione verbale, quindi è chiaro che il linguaggio, benché da un punto di vista
linguistico vero e proprio quando si studia la linguistica ci sono tutta una serie di elementi
indipendenti rispetto a quella che è la comunicazione: quindi io posso studiare linguaggio
articolato e la comunicazione separandoli, separando le due sfere di interesse, tuttavia se io parlo
di comunicazione non posso analizzare il linguaggio articolato quindi la comunicazione verbale
senza tener conto di quella che è la comunicazione non verbale. Perché io possa analizzare
appieno un messaggio devo tener conto di entrambi i sistemi di comunicazione, tanto quello
verbale tanto quello non verbale. Senza le premesse delle pratiche non verbali il linguaggio non
sarebbe mai sorto nella nostra specie. Esiste quindi un’asimmetria strutturale fra linguaggio e
sistemi non verbali in quanto il linguaggio non è indipendente, ma è sempre supportato dal
dispositivo non verbale.

Per capire bene la comunicazione non verbale e perché si differenza da quella verbale vediamo di
capire che cosa e quali sono le caratteristiche che le mettono in competizione:
Differenza fra verbale e non verbale lungo tre assi
A. Digitale vs Analogico
Il linguaggio articolato è caratterizzato da un codice linguistico di tipo digitale, se avete fatto
informatica come sapete cos’è un codice digitale vale a dire è un codice caratterizzato da
elementi separabili, gli elementi separabili più piccoli per quel che riguarda il sistema
linguistico sono i fonemi, i fonemi costituiti da tratti distintivi di tipo binario. Fa eccezione ATR
che sarebbe il tratto di avanzamento della radice della lingua che può essere: avanti, indietro
oppure posizione neutra. I fonemi sono tratti diacritici distintivi e oppositivi.
Invece la comunicazione non verbale è di tipo analogico, vale a dire analogia =somiglianza con
ciò a cui si vuol fare riferimento quindi quel che riguarda la comunicazione non verbale ha a
che vedere con una sorta di somiglianza, di analogia rispetto a ciò che vogliamo esprimere,
esempio: la comunicazione nel mondo animale, quando vi ho parlato della comunicazione
animale all’interno delle comunità di primati non umani e soprattutto quando vi ho parlato per
esempio dei vari tipi di messaggi da inviare al proprio gruppo, alla propria comunità vi avrei
potuto parlare anche delle api, le api compiono dei movimenti diversi per geometria e per
ampiezza collegati al messaggio che vogliono inviare. Esempio: voglio comunicare che c’è un
fiore a una certa distanza, un’ape che è stata mandata in avanscoperta, disegna in cielo una
specie di otto, gli occhielli di questo otto saranno tanto più grandi quanto è distante il fiore da
raggiungere, quindi cosa ci dice questo? 
C’è una proporzionalità tra ciò che fa l’ape e quindi il sistema di comunicazione che utilizza e il
messaggio che vuole mandare, il messaggio è collegato all’oggetto di riferimento, al referente,
quindi l’oggetto, il referente, è il campo di fiori lontano, quindi disegno un otto con gli occhielli
grandi. Campo di fiori vicino: disegno un otto con gli occhielli piccoli. Campo di fiori non c’è:
disegna un cerchio. 
Per quel che riguarda però la comunicazione umana dobbiamo tener presente comunque che
la comunicazione non verbale non è semplicemente spontanea e naturale, per le api può
essere così (per le specie non umane), ma ricordiamoci che la comunicazione non verbale per
quello che riguarda la nostra specie si va comunque ad innestare su quello che è la nostra
capacità simbolica pertanto i simboli che noi utilizziamo ad esempio all’interno della gestualità,
sono comunque dotati di un grado di convenzionalità, sono comunque dotati di un certo
significato all’interno della nostra comunità di riferimento, quindi alcuni codici di
comunicazione non verbale, non è detto che siano efficaci all’interno di altre comunità perché
comunque sia c’è sempre una qualche arbitrarietà intesa come non razionalità tra il gesto che
viene utilizzato e ciò che voglio comunicare con quel gesto. Questo legame è stato deciso
all’interno della comunità per consuetudine, quindi io magari non so perché si utilizza quel
gesto nella mia comunità ma è comunque qualcosa di culturalmente definito, non naturale, e
questo deve essere tenuto in considerazione quando si vanno ad effettuare degli scambi
interculturali.
Ripeto: la differenza tra il codice linguistico e la comunicazione non verbale è che il codice
linguistico utilizza un sistema digitale, i tratti distintivi che hanno posizione binaria, e invece il
sistema di comunicazione non verbale è di tipo analogico, vale a dire utilizza un sistema di
analogia tra quel che si vuole esprimere e l’oggetto al quale si fa riferimento con tale modalità
di espressione.

B. Denotativo vs Connotativo
Inoltre, c’è una differenza tra ciò che è denotativo e connotativo ovvero: il canale verbale si
dice che è denotativo cioè la funzione che è deputata al canale verbale è quella di indicare,
denotare i contenuti, io indico attraverso il canale verbale i contenuti del mio messaggio
cioè il che cosa viene detto, quindi il linguaggio verbale ha una funzione semantica: il
linguaggio designa e veicola i contenuti (il “che cosa” viene detto”. Invece la
comunicazione non verbale ha una funzione espressiva vale a dire è molto più rilevante
nella comunicazione non verbale il modo in cui io porto delle informazioni/modalità con cui
le informazioni e i contenuti sono veicolati (il “come” viene detto), vale a dire la
comunicazione non verbale ha una funzione espressiva ed ha una forte connotazione
affettiva. La connotazione a cosa fa riferimento? fa riferimento a quello che è
l’atteggiamento del parlante nei confronti di ciò che viene detto quindi io posso utilizzare
per esempio il canale verbale per dire qualcosa, l’atteggiamento nei confronti di quel
qualcosa può essere sottolineato attraverso la comunicazione non verbale. Attenzione
però: il linguaggio articolato quindi il canale verbale ha comunque degli elementi che sono
capaci di darmi degli indizi connotativi perché ad esempio ci sono delle sfumature nel
linguaggio articolato come ad esempio l’utilizzo dei vezzeggiativi, queste variazioni
all’interno del canale verbale sono delle spie di quello che è l’atteggiamento del parlante
nei confronti del referente, ma questa caratteristica connotativa, legata alla connotazione è
comunque molto ben espressa attraverso il canale della comunicazione non verbale. 
Infatti, bisogna sempre tenere presente che questa dicotomia tra verbale e non verbale
può essere valida solamente per alcune situazioni, perché comunque l’idea odierna legata
alla comunicazione qual è? è che per comporre il significato complessivo di una
comunicazione io devo ricorrere ad entrambi i canali, naturalmente qui parliamo di una
situazione in cui posso comunque ricorrere a tutti i canali espressivi. Naturalmente se,
come in questo caso io sto parlando con voi attraverso il monitor quindi ci possono essere
tutta una serie di elementi che a me mancano come ad esempio se fossimo a lezione potrei
vedere le vostre facce e capirei quanto voi siete più o meno attenti e capite quello che sto
dicendo, adesso io devo tenere la telecamera spenta perché la connessione rischia di
saltare e quindi questo fa sì che voi vediate meno la mia espressività, e questo può essere,
per chi è abituato a seguirmi dal vivo e quindi sa che uso la gesticolazione per segnalare dei
concetti. Aldilà del fatto che non sia possibile fare una distinzione netta tra ciò che è
connotativo e ciò che è denotativo, in generale la connotazione è una caratteristica che la
comunicazione non verbale ha a sua disposizione. 

C. Arbitrario vs motivato: Un’altra distinzione che di solito si sente fare sulla comunicazione
non verbale, che va presa con beneficio di inventario perché ci sono anche qui delle
situazioni in cui in realtà gli ambiti si sovrappongono è la differenza tra arbitrarietà e
motivazione: vale a dire il segno linguistico si dice che sia arbitrario, l’arbitrarietà è una
delle caratteristiche delle linguaggio umano (combinazione di un significante e di un
significato, rapporto di semplice contiguità) e in realtà la comunicazione non verbale
sarebbe invece motivata (gli elementi della CNV trattengono degli aspetti della realtà che
intendono evocare; rapporto di similitudine fra l’unità non verbale e quanto viene
espresso), questo dipende più che altro da quelli che sono le varie specie, l’abbiamo visto
prima con il segnale delle api ma abbiamo detto nello stesso contesto che per quel che
riguarda noi esseri umani comunque essendo noi una specie simbolica questo tipo di
comunicazione invece è sempre immediata attraverso la convenzione culturale, comunque
sia c’è sempre l’arbitrarietà di mezzo.
Guardiamo questo dal punto di vista opposto, cioè guardiamo se è vero che il linguaggio è
sempre arbitrario: (ipotesi messa in dubbio dallo studio sull’iconismo fonosimbolico) il
fonosimbolismo o iconismo fonosimbolico vale a dire quei suoni che richiamano alcune
sensazioni all’interno di alcune lingue sembrano avere anche delle caratteristiche di
motivazione, non solo di arbitrarietà perché?  Perché hanno forte funzione evocativa, qui
bisogna un po’ distinguere tra quelle che sono le onomatopee e quelli che sono alcuni
elementi sinestetici perché: le onomatopee sono quei suoni linguistici che richiamano dei
suoni naturali pensate per esempio ai versi degli animali, quelli sono declinati
diversamente da lingua a lingua. Quando parliamo di onomatopee comunque passiamo
sempre da un canale di rideterminazione linguistico perché per esempio se io chiedessi a
un parlante di lingua italiana di imitarmi il cane lui userebbe un certo tipo di suoni diverso
rispetto a quello che utilizzerebbe un parlante nativo della lingua inglese ma ci sono invece
una serie di suoni che indipendentemente da quella che è l’origine dei parlanti danno una
serie di sensazioni sinestetiche: vale a dire che un suono, un elemento che appartiene a un
certo canale percettivo, in questo caso il canale sonoro, evoca tutta una serie di altre
sensazioni, per esempio se io dico i, il suono della i  fa pensare a qualcosa di acuto, stretto,
pungente mentre invece il suono o, fa pensare a qualcosa di più accogliente, largo, sinuoso.
Sono stati fatti degli delle esperimenti a proposito, è stato chiesto a soggetti appartenenti a
più lingue di disegnare un oggetto corrispondente alle parole Buba e Kiki, solitamente per
la parola Kiki le persone hanno insegnato una nuvola con degli aculei e invece per la parola
Buba le persone hanno segnato una nuvola classica. Questo ci rimanda quindi al fatto che
alcuni suoni per le loro caratteristiche strettamente acustiche rimandano comunque ad
alcune sensazioni, evocano alcune sensazioni nei parlanti delle diverse lingue. 
Autonomia e interdipendenza semantica dei sistemi non verbali.
Tuttavia, occorre precisare che quando parliamo di comunicazione quello che viene comunicato da
un atto comunicativo è sempre un processo complesso. Concezione integrata fra gli aspetti verbali
e quelli non verbali nella definizione del significato di un atto comunicativo.
 PROCESSO DI INTERDIPENDENZA SEMANTICA: La comunicazione è un processo complesso
che mette in gioco tutta una serie di elementi che interagiscono tra loro, che sono tra loro
interdipendenti. Vale a dire da un lato c’è l’aspetto semantico, cioè collegato al significato,
al che cosa si vuole comunicare, questo che cosa si vuole comunicare qualunque sia il
canale che si utilizza, verbale e non verbale, ipotizziamo che stiamo utilizzando entrambi
questi canali sia il verbale che non verbale, non posso prescindere dal contesto in cui io
utilizzo questo messaggio, vale a dire: il canale pragmatico. La pragmatica e quell’aspetto
collegato alla pratica ed esiste anche la pragmatica linguistica, vale a dire utilizzare il
linguaggio per attuare delle cose = il linguaggio messo in atto. In questo caso parliamo di
utilizzo di un certo messaggio in un contesto adatto per svolgere un certo compito. Questo
vuol dire che un certo tipo di messaggio, un qualunque messaggio, può essere recepito e
interpretato correttamente solo se quel messaggio viene utilizzato nel contesto adatto.
 Ciò non toglie che benché comunicazione verbale e non verbale collaborino per poter
rendere efficiente la comunicazione, comunque possa studiare entrambi i canali
distintamente, entrambi quindi collaborano per arrivare all’interpretazione corretta del
messaggio quindi all’interpretazione corretta del significato finale, tuttavia entrambi sono
sistemi che possono essere studiati distintamente = ogni sistema è dotato di una relativa
autonomia, in quanto concorre in modo specifico e distinto a generare il profilo finale del
significato.
Sintonia semantica + pragmatica = garantisce l’unitarietà e la coerenza del significato.

 D’altra parte, quello che è importante ricordare è che io devo tener conto della situazione
della contingenza, ricordiamo quel che abbiamo detto della cultura, abbiamo detto che la
comunicazione non verbale è comunque anche essa culturalmente connotata, la cultura ha
come definizione anche: caos contingente, quindi la contingenza cioè il momento giusto, il
qui ed ora giusti, che sono degli elementi fondamentali per vincolare un certo messaggio.
Quindi occorre tener presente la situazione in cui il messaggio viene emesso e quindi il
messaggio corretto deve essere proposto al momento giusto e questo lo si può attuare
grazie alla capacità che un individuo di un certo gruppo ha nell’attuare un percorso
comunicativo che appunto sfrutti il canale giusto al momento giusto per veicolare il
messaggio giusto, cioè l’efficacia comunicativa. È quella capacità di sfruttare tutti gli
elementi per svolgere la comunicazione quindi appunto per esempio il ?? del canale, quindi
tutti quegli elementi che entrano a far parte dell’interazione per poter essere sicuri che il
messaggio passi = CALIBRAZIONE SITUAZIONALE: messaggio che idealmente copre le
opportunità a sua disposizione, giungendo alla produzione del “messaggio giusto al
momento giusto”.

 Bisogna tener presente anche un’altra cosa che poiché ciò che noi comunichiamo è
soggetto a vincoli culturali e contestuali il messaggio che vogliamo fare passare può essere
appunto soggetto sempre a rideterminazione, rinegoziazione. Un messaggio può avere un
significato mutevole in quanto il significato è determinato dal contesto culturale e quindi il
significato del nostro messaggio può per definizione non essere stabile, vale a dire, la
stabilità e l’instabilità del significato del messaggio sono determinati dal contesto in cui io
lo manifesto, quindi devo tener presente per poter tenere sotto controllo i livelli di
instabilità ??? del mio significato devo tener presente i due parametri precedenti: la
calibrazione situazionale e l’efficacia comunicativa.

Oscillazione del significato fra stabilità e instabilità; non vi è mai un significato


completamente stabile o uno completamente instabile, ma un significato stabile che
presenta aree di instabilità.

Questo per quel che riguarda in generale la comunicazione non verbale, passiamo adesso a vedere
quelle che sono le caratteristiche invece delle varie componenti della comunicazione non verbale.

Il sistema vocale (la voce)


Perché la voce chiaramente è il canale preferenziale del linguaggio articolato però la voce in realtà
è un elemento molto potente che va al di là del suo impiego per linguaggio articolato. Infatti,
all’interno di un messaggio prodotto attraverso il canale vocale possiamo veicolare tutta una serie
di significati che vanno aldilà del semplice significato, della semplice funzione semantica. Abbiamo
tutta una serie di elementi che fanno riferimento anche alla funzione espressiva.

I fonetisti dicono una cosa che l’intonazione neutra non esiste, vuol dire che il nostro modo di
pronunciare un messaggio è caratterizzato da una serie di elementi detti prosodici cioè legati alla
dinamica dell’enunciato, quali ad esempio il ritmo, l’intonazione e all’interno di questa prosodia ci
sono tutta una serie di elementi paralinguistici, vale a dire che possono essere studiati sia per quel
che riguarda la linguistica (per esempio la fonetica acustica il cui scopo è quello di studiare
appunto la fisica del segnale linguistico), ma questi stessi elementi possono essere analizzati
attraverso un altro filtro: cioè quello dell’intenzionalità comunicativa ovvero della comunicazione
non verbale e quindi posso dare a questi stessi elementi un’interpretazione paralinguistica che mi
dà tutta una serie di indicazioni su quello che è lo stato emotivo del parlante per esempio.

Questo che cosa ci dice? Ci dice che quando noi pronunciamo una frase, quindi una proposizione,
un enunciato, questo è caratterizzato da elementi verbali quanto non verbali. Infatti, un enunciato
che ha queste caratteristiche viene chiamato da Anolli e Ciceri atto fonopoietico (sintesi degli
asptti vocali verbali e non verbali), che cosa si intende? Vale a dire che l’emissione dell’enunciato
è caratterizzata tanto da aspetti verbali quanto non verbali, quindi cos’è un atto fonopoietico? Da
poiesis: generazione di suono, quindi, l’atto di generazione di un suono inteso come un enunciato
è analizzabile attraverso queste due lenti, attraverso queste due prospettive quella verbale e
quella non verbale. Quindi gli aspetti vocale del mio enunciato possono essere interpretati sia
secondo il canale verbale sia secondo quello non verbale.
Quindi io posso andare per esempio da analizzare sotto l’ottica non verbale anche elementi molto
fisici, a partire per esempio dall’energia fisica che viene emessa, perché quando per esempio io
emetto un enunciato, chiaramente devo fare un certo sforzo e questa energia che viene emessa
viene spesso misurata e posso misurarla da una parte attraverso gli strumenti messi a disposizione
per la fonetica dall’altra però l’ascoltatore ha una percezione diversa sulla base di quanta energia
è stata emessa e quindi anche la risposta che ne deriverà sarà diversa.

Tutti questi elementi, di là di quelle che sono le loro caratteristiche strettamente acustiche e
uditive, tutti questi elementi che caratterizzano la nostra fonazione da un punto di vista
comunicativo si svolgono, si attuano per far sì che venga recepita l’intenzione comunicativa da
parte di ricevente e che ci sia un feedback adeguato nei confronti dell’emittente. 
Riferimento al canale vocale-uditivo: richiede una quantità minima di energia fisica, consente la trasmissione e la
ricezione dei segnali a distanza, assicura un feedback completo e ha una rapida evanescenza.

Quindi quando parliamo delle nostre emissioni vocaliche dobbiamo andare a considerare un po’
quelle che sono le caratteristiche della nostra fonazione.
La nostra fonazione (voce) quindi, la nostra sostanza sonora, la nostra sostanza fonica, è composta
da una serie di elementi/fenomeni collegati ai processi vocali.
1) Da una parte abbiamo tutta una serie di elementi che sono involontari (RIFLESSI) come ad
esempio starnutire, tossire, elementi caratterizzatori della fonazione (CARATTERIZZATORI
VOCALI) che possono essere più o meno volontari come per esempio il riso, il pianto, da
una certa età possono essere volontari, prima di una certa età sono risposte
semplicemente ambientali, e le vocalizzazioni: sono tutta una serie di emissione di suoni
che riempiono lo spazio acustico (“le pause piene”)
2) Dopodiché abbiamo delle caratteristiche extralinguistiche che sono le caratteristiche
fisiche, i parametri fisici degli individui che pronunciano i suoni, per esempio: un bambino
avrà delle caratteristiche extralinguistiche necessariamente diverse rispetto a quelle degli
adulti perché l’anatomia del proprio canale vocale sarà diversa rispetto a quella di un
adulto. Sono caratteristiche anatomiche permanenti ed esclusive dell’individuo: organiche
e fonetiche.
3) Dopodiché esistono le caratteristiche paralinguistiche che sono delle proprietà che invece
caratterizzano il messaggio che viene emesso in un certo contesto e che variano sulla base
del contesto (insieme delle proprietà acustiche transitorie che accompagnano la pronuncia
di un enunciato e che possono variare da situazione a situazione).

Le caratteristiche paralinguistiche (della CNV) determinate da diversi parametri:

 In particolare, il tono è collegato alla frequenza fondamentale della voce (Fzero): tutti noi
quando parliamo emettiamo un suono che è caratterizzato dalle frequenze, le frequenze
caratterizzano i suoni sonori quindi tutte le vocali ed altri suoni consonantici però che
hanno caratteristiche molto simili alle vocali, quindi, suoni sonori però che hanno
caratteristiche dette spettrali quindi legate allo spettro acustico simili alle vocali. Tra queste
frequenze ce n’è una detta frequenza fondamentale che è caratteristica ogni singolo
individuo, ogni singolo individuo ha la propria frequenza fondamentale. Questa frequenza
fondamentale caratterizza il profilo di intonazione della nostra voce.
 Un’altra caratteristica è l’intensità della voce, vale a dire il volume della voce, è connessa
con l’accento enfatico che io posso determinare in un certo messaggio.
 Dopodiché un altro elemento importante è la successione di pause e di elementi pieni che
si susseguono, quindi parole, che si susseguono nell’eloquio = tempo (che comprende)
Il tempo è caratterizzato dalla durata, vale a dire quanto tempo impiego per emettere il
mio enunciato complessivamente, la velocità di eloquio che è studiata per esempio anche
nei disturbi?, ad esempio quante sillabe al secondo vengono emesse da un soggetto
comprese le pause, oppure se si esclude le pause, la velocità di articolazione dei suoni, ma
anche le pause stesse sono molto importanti perché ci possono essere degli elementi di
pausa che sono appunto caratterizzanti alcune culture, vale a dire il silenzio spesso ha delle
caratteristiche diverse da cultura a cultura e infatti distinguiamo tra le pause: le pause
piene, quelle in cui posso emettere dei suoni ad esempio di compiacenza, di dissenso,
oppure le pause vuote, che corrispondono al silenzio vero e proprio.
Quindi il nostro atto fonopoietico ha degli elementi verbali che lo caratterizzano e degli elementi
non verbali.
 da un punto di vista verbale (componente vocale verbale o linguistica) abbiamo quindi le
componenti legate a come una parola/una frase vengono pronunciate e quindi gli aspetti
fonetici e fonologici e il lessico e la semantica ovvero il vocabolario.
 Abbiamo anche però delle componenti non verbali, vale a dire quelli elementi che hanno a
che vedere con la qualità della voce di un individuo, vale a dire tutte quelle caratteristiche
extralinguistiche e para linguistiche che caratterizzano un individuo. Ad esempio, un
bambino ci farà tenerezza oppure no sulla base di alcune caratteristiche extralinguistiche e
paralinguistiche. Tutte queste caratteristiche appunto sono da tenere in considerazione in
questi aspetti comunicativi.

LA VOCE DELLE EMOZIONI

La voce delle emozioni.


Perché ci interessa tanto la voce per la comunicazione non verbale? Perché questa ha una forte
connotazione emotiva, in particolare quella connotazione è fondamentale in due fasi e la
possiamo analizzare in due fasi: la fase di codifica e quella di decodifica. Questo oltre ad avere un
impiego in quello che è lo studio della comunicazione generale, è un aspetto molto studiato per
esempio quando si effettua la produzione?? di quei dispositivi in cui la voce in pratica viene
automatizzata. Ad esempio, sia nel riconoscimento vocale che nel momento in cui avviene
l’utilizzo degli strumenti legati all’analisi automatica della voce, che per esempio possono avere
come risultato la voce della Telecom o la voce del navigatore in macchina o l’annuncio vocale che
compare sull’autobus quando viene prenotata una fermata. Tutti questi elementi sono importanti
perché il problema è riuscire anche ad identificare e riprodurre in modo concreto lo stato emotivo
di chi parla e riprodurlo in maniera efficace a chi ascolta. Quindi quando parliamo modi collegati a
esprimere le emozioni attraverso il canale vocale, per quanto riguarda la:

1) Fase di codifica (encoding): quello che avviene è l’analisi o misurazione di quelle che sono
gli elementi acustici delle espressioni vocai che caratterizzano determinate emozioni
perché le varie emozioni caratterizzano il profilo intonativo e vocale di un enunciato. Ogni
emozione è associabile ad un profilo vocale differenziato. Questo è il principio che guida
questo tipo di percezione.
2) Nella fase di decodifica (decoding) invece il destinatario riesce a capire e comprendere e
intuire lo stato emotivo e l’atteggiamento che il parlante ha nei suoi confronti, lo stato
affettivo attraverso le caratteristiche vocali. Si è visto che nel fare delle prove di questo tipo
vale a dire si è chiesto a degli ascoltatori di cercare di intuire o associare quale fosse lo
stato emotivo del parlante rispetto a determinati profili vocali e si è visto che l’ascoltatore
ha dimostrato un accuratezza/correttezza delle risposte pari a circa il 60% e perché c’è
questa percentuale che ci può sembrare buona ma in fin dei conti non è altissima? Perché
chiaramente c’è sempre una variabile socioculturale che ci può influenzare.
Però al di là degli elementi che probabilmente connotati, si è visto anche che in generale le
emozioni negative sono maggiormente riconoscibili rispetto a quelle positive. Per quale
motivo il nostro sistema di comunicazione e il nostro apparato fono acustico sembra essere
più recettivo a questo? Perché chiaramente le emozioni negative che spesso sono associate
a rabbia, minaccia, sono più connesse alla nostra sopravvivenza quindi il nostro sistema di
percezione delle emozioni quindi, si è specializzato nel riconoscere quelle emozioni che
sono chiaramente più importanti per noi in termini di sopravvivenza, come a dire che
riconoscere l’emozione positiva può farci stare meglio ma il riconoscere la minaccia da
parte di un nemico nella sua voce può salvarci la vita e quindi più importante essere
sensibili al riconoscimento delle emozioni negative rispetto che a quelle positive.
Parliamo poi di un elemento molto importante all’interno sempre della comunicazione non
verbale: Il silenzio: Il silenzio è un elemento molto importante per la comunicazione perché ha a
che vedere con una serie di elementi che si svolgono all’interno del contesto comunicativo,
caratterizzanti la rete sociale e relazionale nella quale gli individui sono inseriti. Il silenzio è così
importante e diversificato da cultura a cultura perché è caratterizzato da grande ambiguità. Ad
esempio, quando parliamo di legami affettivi in alcuni contesti potremmo pensare al silenzio come
ad un elemento che indica gelo o separazione ma avvolte in alcune culture si sta in silenzio come
segno di unione/condivisione: non c’è bisogno di parlare perché il contenuto già espresso è
condiviso. Oppure è segno di approvazione o disapprovazione. In alcune culture si sta in silenzio
quando si è tutti quanti in accordo oppure in altre culture c’è silenzio quando c’è disapprovazione
di qualcosa. Oppure è un elemento che indica un processo di rilevazione, si sta in silenzio oppure
no nel momento in cui si effettua la rivelazione di qualche dato e sulla base della cultura di
riferimento posso stare in silenzio o meno per forviare o meno l’interlocutore. Tuttavia, il silenzio
può anche avere la funzione (sulla base non solo dei contesti culturali di riferimento, ma anche dei
contesti di funzionamento del singolo individuo) o valore di elemento che favorisce la
concentrazione o il silenzio che si attua nel momento in cui non si sa che dire perché non si
conosce la risposta (dispersione mentale).

Il silenzio è un elemento molto importante si parla infatti proprio di regia del silenzio: vale a dire è
quell’insieme di standard sociali che ci indicano come usare il silenzio e per quello che riguarda il
silenzio valgono gli stessi schemi che regolano la relazione sociale di Bateson: quindi relazioni
simmetriche o asimmetriche. Quando si sta in silenzio? Quando si è in imbarazzo, situazione
ambigua o non si sa cosa dire, o fra sconosciuti (la relazione fra i partecipanti è incerta, poco
conosciuta, vaga o ambigua) oppure in una situazione di disparità sociale perché magari appunto
siamo in una condizione in cui solo poche persone possono parlare per prime, altri partecipanti
devono stare in silenzio in attesa di chi parla. Fino a che chi può iniziare la conversazione non lo fa,
c’è silenzio.

In generale, ma sono condizioni molto generali, il silenzio è così distribuito nelle culture occidentali
e orientali. Di solito le culture occidentali vedono il silenzio come una minaccia, si basano molto
sulla conversazione quindi l’assenza di una conversazione è vista come mancanza di intenzionalità
a collaborare, quindi è una sorta di minaccia. Le culture occidentali sono di stampo maggiormente
individualistico, all’interno della conversazione l’individuo può mettere in gioco il proprio punto di
vista e individualità e negoziarlo con quelli altrui. Per quanto riguarda le culture orientali invece si
sta in silenzio per accordo, elemento che indica che si ha fiducia nei confronti dell’interlocutore e
quindi non c’è bisogno di mettere in campo il proprio punto di vista perché si parte da un’idea di
condivisione. Le culture orientali sono più legate al collettivismo per le quali il silenzio è il
maggiore elemento di intesa, in queste culture (in cui il silenzio ha maggior valore) spesso non ci si
parla nemmeno faccia a faccia ma affianco o in alcune comunità aborigene schiena contro schiena.
Fine della voce.

Il sistema cinesico
Lo studio del sistema cinesico inteso come il sistema che prende in considerazione il valore che per
la comunicazione ha il movimento del corpo, del volto e degli occhi.
Il modo in cui noi ci muoviamo implica una risposta da parte degli altri, noi trasmettiamo qualcosa
agli altri e gli altri sulla base di quello che percepiscono nel contesto culturale in cui ci muoviamo ci
daranno la loro interpretazione, naturalmente è importante prendere in considerazione i
movimenti. La comunicazione ha alla base un comportamento (azione motoria di qualunque tipo,
azione che deve essere recepita da qualcun altro, intenzionale e interpretata all’interno di un
sistema di significazione condiviso). Sulla base di quale parte del corpo fa cosa vediamo che cosa
possiamo dire?

Il primo elemento è la mimica facciale e i movimenti del volto. Dal punto di vista del significato,
dal punto di vista semiotico, i movimenti del volto sono particolarmente interessanti. Avevamo già
visto con Piovinelli, quando abbiamo parlato di comunicazione per i primati non umani, che il volto
è un elemento privilegiato nella comunicazione tanto che i primati non umani sono interessati a
quelli sperimentatori che mostrano loro il volto. I movimenti del volto sono particolarmente
interessanti perché volontariamente o involontariamente veicolano quelli che sono gli stati
mentali della persona. Talvolta questo può essere frainteso o una caratteristica che può essere
manipolata. In generale però nel corso degli anni dello studio della comunicazione non verbale
dove è stata studiata la mimica facciale ci sono state molte ipotesi collegate a quale fosse il valore
dei movimenti del volto: ovvero come vengono interpretati i movimenti del volto? Perché noi
siamo in grado di interpretarli e che tipo di interpretazione gli diamo? Ci sono diverse ipotesi
riguardo a questo:

 la prima riguarda l’ipotesi globale delle espressioni facciali ed è collegata alla psicologia
della GESTALT, che è intesa come quel ramo della psicologia per la quale bisogna pensare
alla rappresentazione= ovvero la GESTALT, è stato un movimento psicologico collegato alla
percezione non solo del volto ma anche spaziale. È una parola di origine tedesca ed è un
ramo della psicologia (psicologia GESTALT) che ha visto la luce intorno agli anni 10 del 900
in Germania e si basa su alcuni assunti: da una parte abbiamo la psicologia e dall’altra la
fisiologia. Quello che è interesse della psicologia è quello che si chiama molarismo
(globalismo) epistemologico (collegato a quelle condizioni per cui è possibile la conoscenza
scientifica e quali sono i metodi per raggiungere una certa conoscenza. Cosa avviene quindi
in noi essere umani per poter realizzare la rappresentazione mentale? (già vista con la
teoria della mente). Da una parte abbiamo questo molarismo/globalità percettiva di cui si
occupa la psicologia, la percezione (dal punto di vista psicologico noi elaboriamo qualcosa e
questa elaborazione è di tipo globale) che avviene è possibile perché siamo dotati di un
apparato fisiologico e la fisiologia invece si basa invece sull’ interpretazione degli elementi
più piccoli che per esempio caratterizzano ciò che noi vediamo, ovvero gli elementi
molecolari. La gestalt assume proprio che il tutto sia diverso dalle somme delle parti. Se
prendiamo gli occhi, insieme vedono più di quanto gli occhi singolarmente sommati
all’altro possano vedere. La visione di insieme che noi abbiamo è maggiore rispetto a quella
che deriva dalla visione della somma di ogni singolo occhio. Questo “in più” ci deriva da
una rappresentazione mentale che è possibile grazie al fatto che la nostra mente è
gestaltica (ghestaltica) = capace di molarità, di rappresentazioni molari, a partire dagli
elementi sensoriali molecolari. Es. il cubo di Necker (cubo che non ha nessuno spigolo
tratteggiato e il triangolo di Kanizsa (c’è un triangolo che in realtà non è tracciato, sulla
base di come io lo interpreto posso vedere qual è lo spigolo anteriore o posteriore, sulla
base del lato su cui concentro la mia attenzione), di fatto non c’è ma noi lo percepiamo,
perché la nostra percezione fa sì che noi interpretiamo la presenza di un triangolo anche se
non c’è.)

 Sulla base dell’ipotesi globale dell’interpretazione delle espressioni facciali la nostra


mente funziona seguendo un principio di questo tipo: un principio di funzionamento
gestaltico. Noi siamo capaci di dare un interpretazione alle espressioni facciali facendole
corrispondere a degli stati emotivi perché sebbene l’espressione facciale sia composta da
elementi distinti, discreti (il modo in cui metto la bocca, gli occhi, tengo le narici),
nonostante questo per come la mia visione è strutturata, per via della mia percezione
gestaltica, io do un interpretazione UNITARIA programma neurale/neuromotorio
predefinito e innato a quel volto e lo posso fare perché c’è comunque un che mi permette
di farlo. Infatti, c’è questa molarità che caratterizza la psicologia gestaltica ma questa
molarità si basa su una molecolarità di tipo biologico.

Teoria neuroculturale
Ekman è uno studioso che si è particolarmente dedicato ad analizzare il rapporto tra espressioni
facciali ed emozioni ad esse correlate. Parla di teoria neuroculturale per spiegare il rapporto tra
interpretazione delle emozioni e modo in cui queste vengono rappresentate dalle espressioni del
volto.
Parla di due livelli di analisi che vengono attuati dall’individuo:
1. Da una parte il livello molecolare: livello di pura fisiologia che ci permette di articolare quei
movimenti minimi gestiti dai vari muscoli, nervi che sono presenti nel nostro volto e sono
dipendenti (questi movimenti) da un programma motorio che appunto regola i movimenti
dei nostri nervi. Il nostro sistema nervoso determina questi movimenti minimi. Movimenti
minimi e distinti dei numerosi muscoli che consentono l’elevata mobilità ed espressività del volto;
regola l’azione del programma nervoso motorio.

2. Il livello molare: qui i movimenti minimi vengono interpretati come un tutt’uno =


l’interpretazione gestalt unitaria, che ci fa interpretare un’espressione facciale globale e
questa viene associata ad un particolare stato emotivo. Quindi sulla base dell’associazione
tra stato emotivo ed espressione facciale posso modificare l’una e l’altra. Configurazione
finale risultante; si manifesta nell’assumere una determinata espressione facciale come
corrispondente a una data esperienza emotiva; regole di esibizione e modificazione
dell’espressione emotiva.

FACIAL ACTION CODING SYSTEM


Per avvalorare questa sua teoria neuro culturale Ekman ha studiato tutta una serie di popolazioni,
che dovevano in sostanza sottoporsi a degli esperimenti, e sulla base di questi è riuscito a
individuare tutta una serie di corrispondenze tra emozioni ed espressioni facciali. L’ipotesi di
partenza è che ci sia una sorta di MECCANISMO INNATO che fa sì che certi programmi neuro
motori si attuino, quindi questo vuol dire che ci sono da una parte delle espressioni facciali che
corrispondono per tutte le culture a determinate emozioni. Ekman, partendo da questa idea che ci
fossero delle EMOZIONI UNIVERSALI e dei PROGRAMMI MOTORI INNATI, ha cercato di classificare
quei movimenti che non solo a livello molare ma anche molecolare, potessero essere coinvolti.

Attraverso le sue osservazioni ha cercato di classificare questi movimenti, in particolare ha


catalogato in questo FACS con lo studioso Friesen circa 7000 movimenti e vedendo come questi si
combinavano è arrivato a cogliere 44 possibili unità di azione (tutte queste combinazioni di
micromovimenti molecolari). A fronte di 7000 movimenti molecolari, ha individuato 44 unità di
azione che si potrebbero definire unità molari. Secondo le sue teorie ci sarebbe una
corrispondenza BIUNIVOCA, isomorfa tra emozioni corrispondenti a espressioni facciali precise e
programmi neuromotori che generano queste espressioni facciali, tuttavia ci sono dei problemi in
questa teoria.

1. I programmi neuromotori precisi non si possono precisare identificare in maniera esatta


perché per indicare un programma neuro motorio nella sua esattezza non posso basarmi
solo su ciò che vedo quando analizzo una faccia muoversi ma ho bisogno di andare ad
esplorare direttamente il cervello e vedere quali sono i movimenti che si vengono a
compiere (questo non si può fare in una persona viva).
2. In più per quello che riguarda il modello interpretativo utilizzato ovvero quello della
gestalt, il livello molare e molecolare non sono confrontabili tra loro. Perché il livello
molecolare è un livello estremamente fisico, fisiologico, il livello molare è un qualcosa che
per sua stessa definizione non esiste sul piano fisico, va al di là della semplice biologia. Lo
posso testare, misurare ma con degli strumenti tipici della psicologia quindi con valutazioni
indirette, e con strumenti di CORRELAZIONE e non di misurazione DIRETTA. Sono
comunque due livelli distinti che non posso valutare come Ekman avrebbe voluto fare.
3. Inoltre, la teoria neuroculturale di Ekman è troppo semplicistica perché la cultura non
funziona così. Ekman avrebbe individuato all’interno dei suoi studi tutta una serie di
espressioni facciali che possono manifestarsi con una certa variabilità all’interno delle varie
culture, ma anche individuando degli elementi che sono COSTANTI tra queste culture. Il
problema è che il modo in cui cultura e natura si associano tra loro in un certo contesto
non è così facilmente individuabile come vorrebbe fare Ekman, che avrebbe voluto ridurre
ad una semplice somma questi elementi, mentre invece la cultura per sua stessa natura è
caotica e quindi qual è la traiettoria di sviluppo di alcuni fattori non lo posso individuare
così facilmente. Quindi giustapporre semplicemente dei fattori ambientali e dei fattori
genetici come Ekman si proponeva di fare è impossibile e conduce a errori interpretativi
piuttosto consistenti.

Un’altra teoria legata all’interpretazione delle espressioni facciali riguarda:


2) L’ipotesi dinamica di come queste possono venire interpretate: il modo in cui io
interpreto un’espressione facciale non deriva semplicemente dal fatto che un’espressione
facciale è gestalt unitaria, ma è un processo cumulativo. Io prendo in considerazione che
un’espressione facciale è dinamica, quindi io nel vedere una persona, per esempio, che
esprime una certa emozione attraverso il proprio volto, per interpretarla mi baso su la mia
esperienza cumulativa, sul modo in cui le informazioni che io ricavo via via, mentre questa
persona genera questa espressione facciale, si vanno ad integrare con quelle che già io
conosco. Non c’è nessuna interpretazione così GLOBALE, ma c’è un’attenta analisi di quella
che è interazione dei vari movimenti facciali, che solo alla fine mi porteranno a decidere
sulla base delle info che vado ad accumulare, mi portano a decidere quale sia l’espressione
facciale che questa persona sta producendo e quale sia eventualmente l’emozione che
questa sta esprimendo.

Processo sequenziale e cumulativo presente in ogni espressione facciale; risultato della progressiva
accumulazione e integrazione dinamica degli esiti delle singole fasi della valutazione della
situazione interattiva ed emotiva.
Quindi le espressioni facciali non sarebbero configurazioni innate, gestalt unitarie, ma in
realtà sarebbero configurazioni motorie estemporanee molto flessibili e variabili che
possono adattarsi sulla base del contesto, quindi più che parlare di valore e di livelli molari
e molecolari, si parla di ELEMENTI MODALI, di valore modali, di come un certo tipo di
espressione ricorre sulla base di un certo contesto. Il valore che io assegnerò a una certa
espressione facciale sarà determinato dalla esperienza cumulativa che deriverà dai
movimenti effettuati da chi genera quest’espressione ma anche dal modo in cui queste
espressioni facciali verranno poi riproposte sulla base del contesto comunicativo e sulla
base di quale che sarà l’intenzione comunicativa che genererà queste interazioni facciali.
Presentano un VALORE MODALE, essendo ricorsive e presentando una certa uniformità in
riferimento alle interazioni comunicative.
Da una parte abbiamo una concezione abbastanza deterministica di come le espressioni
facciali possono essere generate e interpretate, dall’altra una concezione dinamica di come
le espressioni facciali vengono generate e interpretate. Questo porterà ad avere due punti
di vista opposti e oltre a questo, a confrontarsi saranno anche i motivi per i quali noi
ricorriamo alle espressioni facciali. Quelle che vengono prodotte durante un evento
comunicativo, in un contesto comunicativo, hanno necessariamente un valore isomorfico emotivo o
hanno invece un’altra funzione? Esiste un isomorfismo cioè una corrispondenza biunivoca tra
emozione ed espressione facciale? Io necessariamente utilizzo un’espressione facciale perché quella
esprime la mia emotività in quel contesto comunicativo oppure modulo le mie espressioni facciali
sulla base del mio contesto comunicativo senza che queste necessariamente mettano in campo la
mia emotività?

IL VALORE EMOTIVO VS. COMUNICATIVO DELLE ESPRESSIONI FACCIALI

A. Ekman, lo stesso che abbiamo visto prima nella teoria neuromotoria, è fautore della
prospettiva emotiva: ovvero le espressioni facciali e le emozioni corrispondono
(isomorfismo tra le due). A questa teoria si aggiungono le ipotesi di questa linguista
Wierzbicka /vebisca/ (semantica delle espressioni facciali) che ritiene che le espressioni
facciali invece siano effettivamente universali (indipendentemente dalla struttura di
riferimento queste sono comunque riconoscibili) e iconiche = indipendenti dal
contesto. Questa studiosa ritiene che ci sia bisogno di un numero minore di programmi
neuromotori rispetto a quelli individuati da Ekman per definire queste emozioni di base
e quindi ritiene che ci siano solo otto unità motorie minime che possono essere
combinate per generare questi schemi facciali corrispondenti allo stato emotivo che
vuole essere espresso.

PROSPETTIVA EMOTIVA + IPOTESI DELL’UNIVERSALITA’


Tuttavia, ci sono dei problemi legati alla metodologia utilizzata.

Per quale motivo Ekman e Friesen in un primo momento hanno pensato potesse questa
prospettiva emotiva collegata alle espressioni facciali potesse essere valida e avesse
carattere universale? Ricerca a sostegno della prospettiva emotiva (Friesen): Perché sono
stati osservati e ripresi di nascosto soggetti di origine diverse (americani e giapponesi) e
sottoposti agli stessi stimoli hanno prodotto le stesse risposte facciali.
Ricerca a sostegno dell’ipotesi dell’universalità (Ekman e Friesen):
In un altro contesto a soggetti appartenenti a culture diverse sono state presentate delle
immagini di volti corrispondenti ad alcune espressioni facciali ed era stato detto ai
partecipanti dell’esperimento di associare a delle etichette delle espressioni facciali e
indipendentemente dall’origine dei partecipanti tutti loro hanno associato in maniera
corrette le etichette alle espressioni facciali al di là del fatto che le persone ritratte in
queste immagini mimassero o esprimessero in maniera volontaria il proprio stato emotivo.
Tuttavia, queste ricerche sono state criticate per il metodo (LIMITI DI QUESTE RICERCHE)
poiché:
Le immagini utilizzate per identificare le varie emozioni di base ( Ekman e Friesen )
erano in tutto sei ed erano abbastanza stereotipate come movimenti, c’era un vizio
di fondo nel modo in cui venivano ritratte queste emozioni, in psicologia di solito si
fa riferimento a due tipi di progetti sperimentali quando si parla di rilevamento di
dati : esperimenti within-subject cioè all’interno del gruppo e de with subject, in
cui io in pratica faccio l’esperimento su un gruppo e l’altro gruppo è il gruppo di
controllo. Ad esempio, se voglio somministrare un test per calcolare ad esempio i
disturbi cognitivi in un certo gruppo, prendo dei soggetti sani a cui somministro il
test e prendo un gruppo di soggetti con disabilità cognitive a cui somministro un
altro test e quindi confronto i risultati.
Il punto è che qui il modello sperimentale utilizzato è quello within-subject, un
modello che chiaramente fa ricorso ad un numero di stimoli minore e quindi,
poiché già gli stimoli erano ridotti e chiedevo di associare delle immagini ben
identificate a un numero chiuso di etichette lessicali, qui risulta viziato il modo in cui
il risultato poteva venire condotto = lo scegliere tra un numero finito di etichette
poteva forzare la mano a coloro a quali veniva chiesto di fare l’identificazione.
Inoltre, bisogna pensare che alcuni dei soggetti sperimantali non tutti erano in
grado di svolgere autonomamente il compito e avevano bisogno di mediatori
linguistici e alcuni di questi potevano venire influenzati dai propri mediatori.I
soggetti che spesso vengono presi in questi esperimenti e soprattutto in quello in
cui vengono presi americani e giapponesi non si parlava di giapponesi che sono stati
studiati in Giappone, non sono stati Ekman e Friesen ad andare in Giappone a
presentare questi stimoli a questi giapponesi, ma si trattava di giapponesi che erano
trapiantati da un pezzo in America da un pezzo e quindi potevano aver subito delle
influenze culturali non indifferenti, per cui c’è anche questo vizio di fondo
nell’esperimento che era stato condotto.

Si introduce quindi un altro tipo di ipotesi:


Ipotesi dell’universalità minima.
Russel e Fernandez-Dols ipotizzano che ci sia un’universalità ma che questa universalità
nell’interpretazione delle emozioni ovvero associare emozioni alle espressioni facciali non sia così
determinante e che ci sia, ma che sia solo uno dei fattori. Ovvero ci sono culture che si
assomigliano e anche le espressioni facciali, come molte lingue sono geneticamente imparentate
così lo sono anche le culture, pertanto non è completamente avulso il ragionamento per il quale
sia possibile grazie alla somiglianza delle culture ipotizzare che ci sia anche una vicinanza nel
riconoscere le espressioni facciali. Senza ipotizzare però che questo per forza dipenda da un
sistema innato, che il riconoscimento delle emozioni sia qualcosa di innato e quindi che ci siano di
conseguenza dei programmi neuromotori o molecolari che possano portare gli esseri umani a
riconoscere alcuni stati emotivi.
Ci sarebbero delle emozioni che tutti gli esseri umani riconoscono negli altri individui: per spiegare
questo non c’è bisogno di ricorrere all’idea che ci siano delle espressioni di emotività innate,
quindi dei sistemi di segnalazione degli stati psicologici innati.
Ma piuttosto è più corretto ipotizzare, che per via della VICINANZA CULTURALE che
contraddistingue alcuni gruppi, è possibile pensare che il modo in cui le espressioni facciali
vengono riconosciute e quindi correlate a gli stati emotivi che le hanno provocate, sia lo stesso. Di
fatto le inferenze che portano a riconoscere in una certa espressione facciale una certa emotività
sottostante, sono le stesse = DUE CULTURE SI ASSOMIGLIANO, il modo per cui per una cultura si
esprime una certa emozione è simile e per via di questa somiglianza è possibile ipotizzare questi
risultati, senza andare a scomodare l’innatismo.

LA PROSPETTIVA COMUNICATIVA
La prospettiva comunicativa ci dice che in realtà non c’è nessuna corrispondenza fra emozioni ed
espressioni facciali, ovvero non è detto che le espressioni facciali siano da correlarsi a dalle
emozioni che vengono provate, vale a dire le espressioni facciali non sono necessariamente
manifestazioni di una emozione sottostante, ma piuttosto dipendono dall’intenzione comunicativa
che il soggetto mostra nel contesto (effetto audience dei primati non umani: si usano dei sistemi di
segnalazione per comunicare alla comunità = è un po’ quello che accade con le espressioni
facciali). Le espressioni facciali hanno un valore sociale intrinseco, in quanto consentono anche agli
esseri umani di rendere esplicito, evidente (la comunicazione è efficace soltanto se rendo
evidente attraverso la comunicazione i miei intenti) quindi ho bisogno di comunicare in modo
efficacie e flessibile agli altri appartenenti al mio gruppo, i miei scopi, obiettivi.

Ecologia comportamentale= le espressioni facciali hanno un valore eminentemente comunicativo,


perché manifestano agli altri le intenzioni del soggetto in base al contesto contingente.

C’è in questo anche un’altra componente: la socialità implicita: è talmente radicato questo
comportamento, è talmente ormai radicato nella nostra modalità di espressione che questo tipo di
espressioni facciali (espressioni sociali) vengono prodotte anche quando siamo da soli, come se
quindi l’uditorio non fosse davanti a noi, ma INTERIORIZZATO. Ed esempio quando leggiamo su un
libro qualcosa che ci sconvolge particolarmente, generiamo una certa espressione facciale perché
effettivamente c’è qualcosa che leggiamo che ci sconvolge, ma in pratica noi attuiamo da soli
quella che è una risposta motoria che è normale generare quando si ha un pubblico = non c’è ma
si genera perché il pubblico c’è ma interiorizzato.
Questo vuol dire che se non genero più delle espressioni facciali che corrispondono
necessariamente ad una emozione sottostante, vuol dire che quello che è il mio status emotivo
interno non necessariamente viene espresso dal modo in cui muovo il mio volto. La mia
soggettività non necessariamente trova una CORRISPONDENTE ISOMORFICA nella mia espressione
facciale.
DISSOCIABILITA’ FRA INTERNO (esperienza soggettiva) ed ESTERNO (manifestazione).
Quindi non necessariamente se io faccio quell’espressione facciale, questa deve essere collegata
alla mia espressione emotiva, ma d’altra parte se io non faccio più questo, posso dissociare la mia
espressione facciale rispetto alla mia interiorità (poker face). Cosa succede se io effettivamente sul
mio volto h un’espressione facciale che può essere riconducibile nell’immaginario collettivo a
un’emozione. Non ha più senso parlare di ESPRESSIONE FALSA O VERA. Quando un’espressione è
falsa o vera? Se io sorrido si pensa: il sorriso è vero o falso, lo è se sono veramente felice. Questo
in una prospettiva in cui il sorriso è associato alla condizione emotiva di piacere. Se io questo lo
elimino e se io penso che il sorriso sia un elemento sociale, che serva per comunicare e non c’è
nessun tipo di emozione corrispondente/programma neuromotorio corrispondente che determina
il fatto che io sorrida, lo faccio solo perché nel contesto sociale in cui io mi trovo so che è meglio
sorridere perché significa ad esempio accogliere meglio le persone – In relazione al VALORE
CONTESTUALE dell’espressione facciale viene a cadere il significato espressione facciale autentica
o falsa = importanza del contesto.
IL SORRISO
Il sorriso è stato spesso studiato anche da altri studiosi precedenti a Ekman e Friesen, Darwin
stesso nello scrivere “L’espressione delle emozioni” si era messo a studiare quali espressioni
facciali venissero prodotte dagli esseri umani e dagli animali cercando una corrispondenza fra
espressioni facciali e emozioni. Già per Darwin il SORRISO = espressione universale di
un’esperienza più o meno intensa di gioia.
Si è visto ultimamente, sempre sulla scia di quella che è la teoria delle espressioni facciali e degli
strumenti di comunicazione (Fernandez-Dols), che il sorriso non è necessariamente qualcosa di
collegato ad un’emozione, non ha un legame né necessario né sufficiente con le emozioni, bensì è
strettamente connesso con l’INTERAZIONE SOCIALE, vale a dire è un elemento che serve a
promuovere affinità relazionali (impiegato al fine di stabilire e mantenere una relazione
amichevole con gli altri) e a regolare dei rapporti sociali (la sua frequenza e intensità sono
governate dal potere sociale e dal genere). Infatti, di solito è anche collegato al genere: sulla base
della cultura di riferimento ci si aspetta ad esempio, che le donne sorridano di più rispetto agli
uomini.
Il sorriso AUTENTICO è collegato anche allo sguardo, il sorriso autentico è quello che
effettivamente ad un’emozione di gioia (per Darwin/Eknam) = quello che fa mostrare i denti ma
non troppo, e fa venire le “zampe di gallina”. Tutte queste distinzioni vengono a cadere quando
non c’è più la distinzione tra ESPRESSIONI FACCIALI AUTENTICHE ed ESPRESSIONI FACCIALI che
invece sono simulate (che tendono a regolare i rapporti sociali)