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COMMENTO CARME I 11 “Carpe Diem”

Quinto Orazio Flacco fu un sommo poeta romano dell’età augustea, nato a Venosa
in Puglia nel 65 a.C. da padre liberto. Anche essendo di umili origini il poeta poté
frequentare gli studi prima a Roma e poi ad Atene. Nel 38 a.C. viene presentato al
circolo di Mecenate dal suo amico Virgilio che lo fece ammettere nel circolo. Dopo
l’ingresso nel circolo di Mecenate egli si dedicò interamente alla letteratura e agli
studi. Tra le odi di Orazio è possibile trovare un motto che al giorno d’oggi è entrato
a far parte del vocabolario comune: carpe diem. Questa esortazione da parte del
poeta invita a godere del presente e di tutti i piaceri sia piccoli che grandi che la vita
ha da offrire. Questa espressione viene utilizzata dal poeta nel contesto di una
conversazione tra il poeta stesso e una ragazza di nome Leuconoe in cui egli la
esorta a cogliere l’attimo e a non fare piani troppo in avanti nel tempo che il passare
degli anni potrebbe rendere vani. Il poeta in questo componimento invita a vivere
ogni momento della propria vita con intensità vivendo nel presente e non proiettati
nell’incerto futuro come Leuconoe. In quest’ode Orazio usa un tono colloquiale che
ci lascia intravedere una confidenza profonda tra il poeta e la ragazza. Per quanto
riguarda lo stile con cui Orazio scrive l’ode egli usa l’asclepiadeo maggiore come
verso metrico e utilizza una sfilza di brevi proposizioni e troviamo un’abbondanza di
imperativi. Questa ode contiene al suo interno la volontà di Orazio in quanto a
mentalità e stile di vita imprimendo così nella storia della letteratura e nel nostro
modo di vivere la sua impronta eterna.

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios

temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!


Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare

Tyrrhenum, sapias: vina liques et spatio brevi

spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida


aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Tu non chiedere, è vietato sapere, quale fine a me, quale a te

gli dei abbiano assegnato, o Leuconoe, e non consultare

la cabala babilonese. Quanto (è) meglio, qualsiasi cosa sarà, accettarla!

Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia assegnato come ultimo

quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si oppongono il mare

Tirreno, sii saggia: filtra il vino e ad una breve scadenza

limita la lunga speranza. Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,

il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo.

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