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Marco Fabbri

NOTE SULLA FORMA URBIS DI POMPEI

Premessa

La forma urbis di Pompei, così come oggi la percepiamo guardando una mappa o una foto
dall’alto della città antica, si è costituita attraverso un lungo processo di sovrapposizione di inter‑
venti costruttivi che in taluni casi hanno cancellato e in altri conservato, adattandoli alle nuove
esigenze, assetti urbani di età precedente. Quanti e quali siano stati i momenti determinanti la
configurazione del tessuto urbano antico più famoso al mondo è la domanda che si sono posti i più
importanti studiosi di Pompei negli ultimi 150 anni. Tutti, pur proponendo ricostruzioni in alcuni
casi diametralmente opposte, hanno sottolineato il carattere di provvisorietà delle proprie ipotesi e
auspicato la programmazione di indagini mirate alla comprensione della storia urbana di Pompei.
La maggioranza degli scavi svolti in passato, infatti, è stata orientata prevalentemente a mettere in
luce parti sempre più estese della città distrutta nel 79 d.C. e a recuperare arredi e decorazioni di
pregio1. Solo negli ultimi decenni sono stati promossi scavi stratigrafici finalizzati a rintracciare, al
di sotto dei piani di calpestio distrutti nel 79 d.C., lembi di tessuti urbani più antichi. L’intento di
questo contributo è quello di illustrare quali sono state le ricostruzioni del processo di urbanizza‑
zione di Pompei che ad oggi hanno avuto maggior fortuna.

1. Il pianoro di Pompei

Partiamo analizzando la configurazione originaria dell’altopiano occupato dalla città: si trat‑


ta di un rialzo vulcanico posto in prossimità del mare (la linea di costa era più arretrata rispetto
all’attuale) in una posizione strategica per il controllo delle antiche rotte commerciali. Il monte
Vesuvio a nord e i monti Lattari a sud condizionavano i collegamenti tra i vari comprensori cam‑
pani, ma la vicinanza del rialzo pompeiano alla costa ne permetteva la comunicazione con la parte
settentrionale del golfo di Napoli e la fertile pianura di Capua. La prossimità con la foce del fiume
Sarno ne facilitava, tramite la valle omonima, i contatti con l’entroterra. Dal pianoro si potevano
inoltre controllare le vie di comunicazione con la penisola sorrentina e l’agro picentino (Fig. 1).
L’area interessata dalla foce del Sarno era contraddistinta dalla presenza di ristagni di acqua dol‑
ce (Columella menziona l’esistenza di una palude e di una salina: Colum. 10. 135-137) e di dune
sabbiose: una configurazione che, come in altri comprensori antichi, si prestava ad essere sfruttata
come approdo. Il geografo Strabone in età augustea, riportando una notizia di almeno un secolo
prima, così si esprimeva parlando della città vesuviana: “Pompei posta nelle vicinanze del fiume

1
  Vanno tuttavia ricordate le indagini archeologiche promosse, al di sotto dei piani di calpestio del 79 d.C., da
Amedeo Maiuri durante gli anni del suo incarico di Soprintendente degli scavi di Pompei, dal 1924 al 1961.
12 M. Fabbri Sc. Ant.

Fig. 1 – Il golfo di Napoli. Distribuzione dei principali siti antichi (rielab. da Cristofani 1991).

Sarno, il cui corso è utilizzato per importare ed esportare merci, è il porto di Nola, Nocera e Acer‑
ra” (Strabo. 5. 4. 8).
La sommità del rialzo vulcanico sul quale sorge Pompei si presentava in origine molto più
accidentata di come la conosciamo noi oggi. Tuttavia, anche se molte asperità furono in seguito
obliterate da una serie di interventi di interro finalizzati ad estendere l’area edificabile, si posso‑
no ancora percepire il progressivo dislivello tra il settore nord e quello sud della città, così come
quello, più repentino, tra il settore sud-est e quello sud-ovest. L’andamento discendente della via
Vesuvio/via Stabiana, realizzata sfruttando un canalone naturale, o il salto di quota tra la terrazza
del Foro Triangolare e la sottostante conca dei teatri ben rappresentano la morfologia movimentata
del rilievo pompeiano.

2. Il primo insediamento

Tra l’età del Bronzo Finale e l’età del Ferro il comprensorio della valle del fiume Sarno, parti‑
colarmente prospero, è costellato da una serie di nuclei abitativi che sfruttano le risorse del territo‑
rio, adattandosi alle diverse caratteristiche naturali. Anche il rialzo su cui sorgerà Pompei sembra
essere già frequentato in questo periodo. Allo stato attuale delle nostre conoscenze sono infatti
attestate tracce di frequentazione, probabilmente riferibili ad uno o più villaggi2.
Tra la fine del VII sec. a.C. e gli inizi del secolo successivo il paesaggio insediativo della valle
del Sarno muta radicalmente. Molti dei nuclei di età precedente perdono importanza, fino al de‑
finitivo abbandono a favore di pochi centri localizzati in posizioni di controllo. Che il pianoro di

2
  Guzzo 2007, pp. 23-35 con bibl. prec.; Coarelli - Pesando 2011, pp. 39-40.
22.3, 2016 Note sulla forma urbis di Pompei 13

Pompei sia una di queste nuove sedi abitative è attestato dalla fenomenologia archeologica almeno
dalla prima metà del VI sec. a.C. (cfr. infra, 4. 2). Ma se ciò è oramai appurato, molte sono le que‑
stioni ancora aperte sulla storia urbana di Pompei dall’età arcaica alla sua distruzione.

3. Lo status quaestionis

Le domande che da sempre hanno caratterizzato il dibattito sulla genesi urbana di Pompei
implicano questioni sia di carattere storico che topografico. Nel primo caso i quesiti riguardano il
ruolo giocato dalla componente indigena nel processo di formazione del nuovo insediamento, gli
eventuali apporti dei gruppi di cultura etrusca e/o greca (la presenza dei quali nella regione cam‑
pana è da tempo accertata) e la natura politico sociale del nuovo insediamento (se esso aveva già
acquisito lo status di città o fosse ancora un centro assimilabile ai villaggi di età precedente)3. Gli
interrogativi sulla topografia, invece, hanno posto l’attenzione più specificatamente sulla forma
dell’insediamento. In pratica ci si è chiesti se l’abitato sorto agli inizi del VI sec. a.C. abbia occu‑
pato un settore circoscritto o si sia esteso a tutto il pianoro e se tracce di esso si siano conservate
nell’ordito urbano del 79 d.C. Un’ultima domanda, connessa alla precedente, riguarda l’individua‑
zione delle principali modifiche apportate all’impianto originario prima di prendere la forma della
Pompei che oggi è percepibile a tutti.
Si è scelto in questa sede di dedicare la maggior parte dello spazio a nostra disposizione alla
presentazione delle proposte avanzate sui principali momenti di trasformazione della forma urba‑
na di Pompei, tralasciando quindi gli aspetti storico-istituzionali che meriterebbero un trattazione
specifica. Prima è però opportuno fornire una rassegna sintetica dei dati sui quali si sono basate le
principali ricostruzioni della storia urbana di Pompei.

4. Le basi documentarie utili alla ricostruzione della forma urbis di Pompei

4.1. Le testimonianze letterarie ed epigrafiche.


Le fonti letterarie su Pompei sono scarse, tuttavia alcune di esse consentono di comprendere
come la sua storia sia stata segnata da radicali mutamenti negli assetti socio-politici che, almeno in
alcuni casi, devono aver comportato altrettanto sostanziali conseguenze sulla forma e l’estensione
della città. Il celebre, quanto controverso, passo di Strabone sulle diverse popolazioni che avreb‑
bero dominato Pompei è illuminante in tal senso: “Gli Oschi occupavano sia Neapolis sia la vicina
Pompei presso cui scorre il fiume Sarno, poi la occuparono i Tirreni e i Pelasgi e, dopo questi, i
Sanniti. Pure questi ultimi, però, furono poi cacciati [scil. dai Romani]” (Strabo. 4. 4. 8). Per quanto
riguarda gli Oschi sembra oramai accertata l’appartenenza ad una popolazione indigena, mentre è
molto controversa l’identificazione, nel passo di Strabone, dei Pelasgi, per alcuni identificabili con
i Greci, per altri con una compagine risultante dall’aggregazione tra Etruschi (i Tirreni) e indigeni4.
Meno problematica (anche se permangono alcuni dubbi sulle modalità e sulla cronologia di tale
occupazione) è la menzione dei Sanniti a Pompei5. Strabone si riferisce ai Campani (il cui etnhos
secondo Diodoro Siculo si costituì nel 438 a.C., distinguendosi dai Sanniti: Diod. 12. 31. 12), i qua‑

3
  De Caro 1992, p. 72.
4
  De Caro 1992, pp. 74-74.
5
  Sul processo di sannitizzazione di Pompei cfr. in questo stesso volume i contributi di Luca Cerchiai e Fabrizio
Pesando.
14 M. Fabbri Sc. Ant.

Fig. 2 – Pompei. Le cinque zone del tessuto urbano (rielab. da Geertmann 2001): A) zona sud-occidentale della città.
Include il Foro e il santuario di Apollo. È delimitata a ovest, nord e est da strade dall’andamento curvilineo e marcata da
alcuni assi viari ortogonali; B) zona a ovest di via Stabiana. È contraddistinta da isolati di forma quadrangolare; C) zona
nel settore orientale della città. È contrassegnata da isolati pressoché rettangolari con orientamento leggermente diver‑
gente in senso nord-est rispetto a quelli della zona D; D) zona nel settore nord-occidentale della città (coincidente con la
Regio VI). È contraddistinta da lotti abitativi pressoché rettangolari, con orientamento leggermente divergente in senso
nord-ovest rispetto a quelli della zona C; E) zona compresa tra la zona A e le vie della Fortuna e delle Terme e di via
Stabiana. Include il santuario di Venere, il Foro Triangolare, il Tempio Dorico, il quartiere dei Teatri. È contraddistinta
da isolati di forma irregolare. La lettera α indica isolati contraddistinti da forme peculiari, non assimilabili a nessuna delle
zone precedentemente descritte (il settore dell’Anfiteatro e della Palestra Grande; i due isolati a nord dell’Anfiteatro; gli
isolati posti a cerniera tra le zone B e C; gli isolati ai margini est e ovest della zona E; l’Insula Occidentalis).

li nel 423 a.C. conquistarono Capua, città di tradizione etrusca, e, due anni dopo, l’antica colonia
greca di Cuma.
Per il secolo successivo sappiamo, grazie in questo caso ad un passo di Livio relativo alla se‑
conda guerra sannitica, che i Pompeiani furono coinvolti, seppur marginalmente, nelle operazioni
belliche che portarono alla conquista romana della Nuceria sannitica nel 308 a.C. (Liv. 9. 38. 2). A
partire da questa data, pur mantenendo una sua autonomia politica e amministrativa, i Pompeiani si
avvantaggiarono dei benefici dovuti al processo di romanizzazione che investì la Campania. Questi
benefici saranno ancora più tangibili nel II sec. a.C. quando, con la conquista romana del Mediterra‑
neo, i flussi commerciali aumenteranno vertiginosamente, avvantaggiando soprattutto le città italiche
come Pompei, poste in posizione strategica e munite di infrastrutture portuali (cfr. supra).
La definitiva annessione della città vesuviana a Roma è documentata da vari autori, i quali
raccontano gli avvenimenti della guerra sociale e la partecipazione di Pompei alla ribellione delle
città italiche contro Roma all’inizio del I sec. a.C. (App. Civ. 2. 59; Oros. 2. 16. 2; 5. 18. 22; Vell.
2. 16. 2), il cui esito fu quello della concessione del diritto di cittadinanza romana a tutti gli italici
a sud del Po. Anche Pompei, come molte altre città italiche, sembrerebbe aver acquisito lo status
22.3, 2016 Note sulla forma urbis di Pompei 15

di municipio6. Dopo pochi anni, nell’ambito della guerra civile tra Mario e Silla, la città vesuviana
subì la repressione dei seguaci di Silla, probabilmente per essersi schierata con la fazione mariana.
Venne privata del suo statuto di municipio e trasformata in colonia nell’80 a.C., subendo il trasfe‑
rimento, in città e nel territorio pompeiano, di un cospicuo numero di veterani con le rispettive
famiglie7.

4.2. La documentazione archeologica.


a. Le strade e gli isolati (Fig. 2).
La maggior parte delle proposte fatte sulle dinamiche insediative di Pompei è stata dedotta
dall’osservazione dell’impianto urbano sepolto dall’eruzione del 79 d.C. Come risulta evidente
dalla planimetria della città (Fig. 2), il tessuto urbano di Pompei appare come un patchwork com‑
posto da 5 zone differenti, ciascuna delle quali è contraddistinta da un proprio orientamento della
rete stradale e, conseguentemente, da una particolare forma degli isolati (per la descrizione delle 5
zone vd. la didascalia della Fig. 2).

b. Le fortificazioni (Fig. 3).


Un seconda serie di dati che è stata utilizzata a sostegno delle ipotesi avanzate sulla genesi
e sullo sviluppo urbano di Pompei riguarda i resti pluristratificati delle fortificazioni. Pur essen‑
done state identificate le principali fasi costruttive (il circuito murario nella sua configurazione
definitiva si sviluppava per un perimetro di 3,2 km, contraddistinto da 7 porte) non sono stati re‑
cuperati dati sufficienti (ad eccezione, come vedremo, della prima fase costruttiva) per una loro
definizione cronologica certa8. Delle cinque principali fasi costruttive individuate, particolar‑
mente significativa risulta quella attestata dai resti di muratura in blocchi di pappamonte e lava,

Fig. 3 – Pompei. I resti del circuito difensivo (da Fabbri 2015).

6
  Questa eventualità è suggerita da alcuni documenti epigrafici attestanti la carica magistratuale dei quattuorviri,
generalmente preposta all’amministrazioni dei municipi (Vetter 30; CIL, X 48; 50; 53; 54).
7
  Anche nella successiva guerra civile tra Pompeo e Cesare, Pompei si schierò con la fazione perdente subendo le
proscrizioni dei seguaci del partito cesariano (Cic. Ad att. 10. 16. 4).
8
  Maiuri 1930, coll. 113-290; Id. 1939, pp. 232-238; De Caro 1985, pp. 75-114. Per le diverse datazioni fino ad oggi
proposte per ciascuna fase delle mura cfr. Gasparini - Uroz Sáez 2012, note 2, 4-6.
16 M. Fabbri Sc. Ant.

individuati prevalentemente sui bordi settentrionali e meridionali del pianoro e datati nel corso
del VI sec. a.C. Un radicale rifacimento del circuito murario (fase II, detta cortina “ad ortostati”
o “greca”), è documentato dai tratti di mura contraddistinti da una doppia cortina in blocchi di
calcare e da un riempimento costituito da scaglie lapidee e terra. Ad una terza fase costruttiva
delle mura (detta fase paleo-sannitica) sono stati invece ascritti i tratti della cortina in opera qua‑
drata in calcare individuati in diversi settori del pianoro di Pompei e i resti del terrapieno oggi
percepibile prevalentemente nel settore settentrionale del circuito murario. Poco dopo, secondo
la ricostruzione tradizionale delle fasi, le fortificazioni sarebbero state oggetto di un intervento
di ristrutturazione, finalizzato all’ampliamento dell’aggere e al raddoppiamento della cortina
muraria (detta fase meso-sannitica)9. Ad una quinta fase costruttiva (detta fase tardo-sannitica)
sono stati invece attribuiti i rifacimenti in opera incerta presenti su molti dei tratti della cortina
esterna delle mura e la realizzazione delle torri, poste a protezione dei settori più esposti del
circuito murario10.

c. Le abitazioni.
Per quanto riguarda i contesti domestici, soprattutto negli ultimi decenni sono stati indivi‑
duati in vari punti del pianoro e al di sotto dei piani di calpestio del 79 d.C. resti di strutture di età
arcaica realizzate in blocchi di pappamonte (Fig. 4)11. Si tratta generalmente di scarsi resti che non
consentono una ricostruzione planimetrica ma, se messi in relazione alla sopramenzionata cinta
muraria costruita con lo stesso materiale, rappresentano un’importante testimonianza dell’esten‑
sione della città arcaica. A questa prima occupazione sembra seguire una stasi delle attività costrut‑
tive che testimonierebbe, secondo alcuni studiosi, il totale abbandono della città a favore di un’oc‑
cupazione più capillare del territorio. Un fenomeno insediativo che è stato messo in relazione con
l’arrivo di genti sannitiche nell’area pompeiana12.
Una ripresa delle attività edilizie, tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., è stata ipotizzata
grazie all’individuazione di altri resti di abitazioni, sempre al di sotto dei livelli del 79 d.C. È dal II
sec. a.C., però, che si registra un vero e proprio boom edilizio e il definitivo innalzamento dei piani
di calpestio fino alle quote del 79 d.C.13. Queste frenetiche attività costruttive interessarono non
solo l’edilizia privata14, ma anche quella pubblica. L’area del Foro, ad esempio, occupata prevalen‑
temente da botteghe, fu oggetto di un vero progetto di trasformazione che comportò l’edificazione
di nuovi edifici, come la Basilica e il macellum.
Da questo momento in poi il disegno del tessuto urbano di Pompei non subirà più sostanziali
modifiche. Gli interventi edilizi di età successiva riguarderanno soltanto settori circoscritti della
città, come nel caso degli interventi edilizi realizzati dopo la deduzione della colonia dell’80 a.C.
Ne sono un esempio le abitazioni costruite sfruttando in parte il terrapieno delle fortificazioni ora‑
mai in disuso e, tra gli edifici pubblici, l’anfiteatro realizzato obliterando le abitazioni precedenti
nell’angolo sud-orientale della città. La medesima situazione si registra in età imperiale, quando
le trasformazioni riguarderanno soprattutto le aree pubbliche come nel caso del lato orientale del

9
  Nell’ambito di una recente ricerca promossa dall’Università di Roma “Tor Vergata” sulle mura di Pompei è stata
avanzata l’ipotesi di una costruzione contestuale della doppia cortina e dell’aggere che ridurrebbe il numero delle fasi
edilizie delle mura da 5 a 4 (Fabbri 2015).
10
  In vari settori del circuito murario e in corrispondenza di alcune porte urbiche sono attestati reiterati rifacimenti,
realizzati con tecniche e modalità differenti.
11
  Coarelli - Pesando 2011, pp. 44-46; Bonghi Jovino 2011, pp. 4-13.
12
  Guzzo 2007, pp. 57-83; Cerchiai 2014, pp. 79-83; Coarelli - Pesando 2011, pp. 37-46.
13
  Coarelli - Pesando 2006, pp. 159-172; Iid. 2011.
14
  In questo periodo si registra, oltre alla costruzione di alcune grandi dimore (che in casi eccezionali possono anche
occupare un intero isolato), anche l’edificazione di numerosissime domus di fattura più modesta.
22.3, 2016 Note sulla forma urbis di Pompei 17

Fig. 4. – Pompei. I resti di abitazione di età arcaica (aggiornamento del 2007, da Pesando 2010).

Foro, dove vennero costruiti nuovi edifici di diversa funzione, ma tutti strettamente connessi con
il culto dell’imperatore e della sua famiglia15. Un ultimo cambiamento attestato dalla fenomenolo‑
gia archeologica, ma ampiamente documentato anche dalle fonti letterarie (Sen. Nat. Quaest. 6. 1.
1-2 e Tac. Ann. 15. 22) ed epigrafiche è il terribile terremoto del 62 d.C.: un evento che determinò
alcune trasformazioni del paesaggio urbano ma, anche in questo caso, senza aver ripercussioni
significative sugli assetti urbani di età precedente16.

d. Le aree sacre.
La medesima alternanza di momenti di frequentazione intensa a momenti di contrazione
delle attività è attestata anche nelle aree sacre, indagate a più riprese fin dall’inizio dell’Ottocento
(Fig. 5)17. Rimandando la disanima completa dei contesti sacri pompeiani ai contributi specifici
presenti in questo volume, va qui ricordato che le tipologie e le cronologie delle decorazioni
architettoniche e dei materiali votivi recuperati nei due principali santuari della città – quello
di Apollo nelle vicinanze del Foro e quello di Atena nel terrazzo tufaceo del Foro Triangola‑
re – sono state lette come indicatori utili non solo a delineare il contesto socio-culturale delle
diverse fasi di frequentazione di ciascun santuario, ma anche ad avvalorare le diverse proposte
ricostruttive avanzate sull’apporto di genti straniere nel processo di formazione e sviluppo ur‑
bano di Pompei.

15
  In età imperiale, a Pompei, gli impianti abitativi sono spesso oggetto di radicali interventi di ristrutturazione
finalizzati ad adeguare gli spazi domestici alle mutate esigenze sociali.
16
  Dopo il terremoto, molte abitazioni sono vendute e i nuovi proprietari ne modificano, almeno in parte, la desti‑
nazione d’uso trasformandole in impianti produttivi e commerciali.
17
  D’Alessio 2009.
18 M. Fabbri Sc. Ant.

Fig. 5 – Pompei. Le aree sacre (da D’Alessio 2009).

5. Le principali ipotesi ricostruttive sulla storia urbana di Pompei

5.1. Le prime ricostruzioni.


Passando ora a presentare le diverse ricostruzioni proposte in passato non si può prescindere
dall’intuizione di Giuseppe Fiorelli, il quale, alla metà dell’800, volendo recuperare “l’antica divi‑
sione topografica della città e l’ordine con cui venivano designati i suoi diversi edifici”, suddivide
Pompei in quartieri, denominati Regiones, numerandoli progressivamente (Fig. 6)18. Nella mede‑
sima circostanza, anche agli isolati, denominati Insulae, e agli ingressi degli edifici viene attribuita
una numerazione. Questo primo tentativo di lettura dell’impianto urbano inaugura una stagione
di studi incentrata sull’identificazione degli assi ordinatori della città. Sia Giuseppe Fiorelli che
Heinrich Nissen e August Mau erano convinti che essi fossero rintracciabili nella rete viaria ancora
in uso nel 79 d.C., anche se ciascuno di loro aveva una propria idea su quali e quanti fossero stati
gli assi viari generatori dell’impianto urbano. L’idea di base era comunque che nella fondazione
di Pompei fossero state applicate le procedure tecnico-rituali della limitatio etrusca. Molte delle
considerazioni avanzate allora risultano oggi in gran parte superate, tuttavia è importante rilevare
come tutti gli studiosi concordassero nel ritenere che l’insediamento originario si estendesse già
su tutta l’area del pianoro e che fosse identificabile come una città già in quest’epoca19. Antonio
Sogliano nei primi decenni del secolo scorso20 interpreta l’irregolarità del tessuto urbano dell’area
sud-occidentale della città (Fig. 2, zona A) come esito di un preesistente insediamento indigeno
(gli Oschi di Strabone). Successivamente il pianoro sarebbe stato occupato da genti di origine
etrusca (i Tirreni), che vi avrebbero fondato una città seguendo le procedure etrusche, munendola
fin dalle origini di un terrapieno difensivo rinforzato da una palizzata che si sviluppava per l’intera

18
  Fiorelli 1873, pp. 10-11.
19
  Nissen 1869; Fiorelli 1875; Nissen 1877; Mau 1899.
20
  Sogliano 1925, pp. 221-227; Sogliano 1937, pp. 38-60.
22.3, 2016 Note sulla forma urbis di Pompei 19

Fig. 6 – Pompei. Le nove Regiones delineate da Giuseppe Fiorelli.

estensione del pianoro21. A quest’ultima tesi si contrappone Amedeo Maiuri, il quale ha sostenuto
che l’introduzione del culto di Apollo, la costruzione del Tempio Dorico nel Foro Triangolare e
l’innalzamento del circuito murario a doppia cortina in blocchi di calcare da lui individuato (cfr.
supra) dovessero essere letti come segni di un intervento diretto di Cuma che, tra il VI e gli inizi
del V sec. a.C., avrebbe trasformato un preesistente insediamento osco in un centro dal carattere
urbano. Secondo lo stesso Maiuri ai Greci di Cuma sarebbero poi subentrati gli Etruschi della
federazione campana in lotta con Cuma “[i quali] riuscirono a sottrarre per alcun tempo alla talas‑
socrazia greca il settore meridionale della Campania e con esso Pompei fino a che, con la battaglia
di Cuma (474 a.C.), venne ristabilita l’incontrastata egemonia greca sul litorale campano”22.

5.2. L’idea dell’“Altstadt” (Fig. 7).


Una nuova proposta ricostruttiva, già avanzata nel 1913 da Francis Haverfield, viene messa a
punto da Armin von Gerkan nel 1940 e da Hans Eschebach nel 197023. Questi studiosi ipotizzano
l’esistenza di un insediamento originario di limitata estensione, denominato Altstadt (la “città vec‑
chia”). L’anomalo andamento curvilineo seguito dal vicolo dei Soprastanti, da via degli Augustali,

21
  Non ci sono elementi per retrodatare i resti di terrapieno visibili in vari settori del circuito urbano ad una fortifi‑
cazione originaria di Pompei. Le porzioni indagate stratigraficamente hanno infatti dimostrato che esso venne innalzato
contestualmente alla cortina muraria denominata paleo-sannitica (cfr. supra).
22
  Maiuri 1965, p. 309. Cfr. anche Id. 1930, coll. 222-224; Id. 1943, pp. 121-149.
23
  Haverfield 1913; v. Gerkan 1940; Eschebach 1970; Eschebach - Eschebach 1995; Eschebach ha anche ipotizzato
che l’Altstadt fosse stata preceduta da un nucleo urbano più ristretto denominato Urbs Quadrata. Contra Ward-Perkins
1979, p. 33; De Caro 1992, p. 70. La questione è stata recentemente ripresa anche in Guzzo 2007, p. 59; Coarelli - Pe-
sando 2011, pp. 46-48.
20 M. Fabbri Sc. Ant.

Fig. 7 – Pompei. La “citta vecchia” (Altstadt) secondo Armin von Gerkan (da von Gerkan 1940).

dal vicolo del Lupanare e dalla via dei Teatri nel settore sud-occidentale della città (Fig. 2, zona
A), secondo questa ipotesi, ricalcherebbe il tracciato di un’antica via pomeriale, che correva in‑
ternamente ad una fortificazione con il medesimo andamento. Insieme alla definizione del nucleo
originario sarebbero state realizzate anche l’area forense e le due aree sacre di Apollo e del Tempio
Dorico nel Foro Triangolare. Per questo ultimo, inoltre, fu anche suggerita una localizzazione
immediatamente all’esterno della fortificazione24. Per tale motivo Apollo fu indicato come la di‑
vinità protettrice della città, mentre l’attribuzione ad Atena del Tempio Dorico, letta in parallelo
alla sua possibile localizzazione suburbana (per di più sullo sperone tufaceo a dominio dell’area
portuale), ne hanno suggerito la connotazione emporica del santuario e, conseguentemente, della
città stessa25.
Armin von Gerkan ipotizza inoltre che negli ultimi decenni del V sec a.C., in concomitanza
con l’arrivo dei Sanniti a Pompei, la città sia stata ampliata progressivamente, inglobando il nucleo
originario di 9-10 ettari, fino a raggiungere l’estensione massima di 66 ettari. L’impianto della città
aggiunta (definita “città nuova” – Neustadt) sarebbe stato plasmato sul primitivo sistema di vie
extraurbane che, attraversando il pianoro tufaceo, collegavano Pompei alle città limitrofe (Fig. 7).
Un intervento che avrebbe comportato la realizzazione di gran parte del reticolo stradale come
ancora oggi lo percepiamo26. Al medesimo ampliamento dell’area urbana furono anche ascritti i
tratti della cinta muraria con doppia cortina in calcare (cfr. supra). Successivamente altri studio‑
si, pur accettando la tesi di una primitiva “città vecchia”, hanno formulato proposte alternative
rispetto all’ampliamento successivo (la Neustadt), riproponendo la questione di un modello di
riferimento adottato nella definizione del reticolo stradale di Pompei. Ferdinando Castagnoli, nel

24
  Eschebach 1970, cfr. nota prec.
25
  Guzzo 2007, p. 42.
26
  Von Gerkan, pur non escludendo la possibilità che il reticolo del nucleo centrale fosse stato definito seguendo
la prassi della limitatio, ritiene che lo sviluppo successivo sia stato condizionato prevalentemente dalla rete viaria
extraurbana v. Gerkan 1859.
22.3, 2016 Note sulla forma urbis di Pompei 21

1965, afferma che le mura a doppia cortina e il reticolo stradale sarebbero successive alla vittoria
dei Greci sugli Etruschi nella battaglia di Cuma del 474 a.C. e, di conseguenza, ipotizza che nella
definizione del sistema viario pompeiano sia stato applicato un modello urbanistico mutuato dal
mondo greco27. Di diverso parere è Paolo Sommella, il quale, alla fine degli anni Ottanta del secolo
scorso, considerando il reticolo stradale pompeiano di derivazione italica, propone di datarlo tra la
fine del IV e gli inizi del III a.C.28.

5.3. La “scoperta” della cinta arcaica in pappamonte.


La teoria dello sviluppo graduale di Pompei da una primitiva Altstadt, fu unanimemente
condivisa fino a quando è stata messa in crisi dalla identificazione di Stefano De Caro, che, agli
inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, ha indagato dei tratti di mura in pappamonte (cfr.
supra), datati stratigraficamente alla prima metà del VI sec. a.C. e ubicati lungo il ciglio setten‑
trionale e meridionale del pianoro tufaceo29. Secondo lo stesso De Caro Pompei, agli inizi del VI
sec. a.C., si configurerebbe come un insediamento articolato in due settori. Il primo più ristretto,
corrispondente al nucleo precedentemente definito “città vecchia”, nel quale sono concentrate
le principali aree pubbliche: il foro-mercato e il Tempio di Apollo. Questo nucleo principale
secondo De Caro “[…] fu organizzato con un sistema di strade disposte obliquamente, quasi
a spina di pesce, rispetto all’asse nord-sud, modello evidentemente concepito per deviare dalla
zona centrale sul perimetro esterno dell’area abitata l’acqua piovana, sfruttando la morfologia a
dorsale displuviata della zona. Una funzione questa, delle strade usate come canali di scolo, che
perdurerà largamente fino alla fine della storia della città. In questo sistema di bonifica idroge‑
ologica del suolo deve aver avuto un ruolo essenziale la strada anulare intorno all’Altstadt con
funzione di collettore ricevente sia le acque affluenti dall’area della Regio VI lungo la via di Mer‑
curio sia quelle dall’Altstadt tramite le strade est-ovest interne”30. La ricostruzione di De Caro
esclude la possibilità che l’andamento curvilineo del vicolo dei Soprastanti, della via degli Augu‑
stali, del vicolo del Lupanare e della via dei Teatri ricalcasse una antica via pomeriale protetta da
una fortificazione. L’area compresa tra la vasta fortificazione in blocchi di pappamonte e il nu‑
cleo principale sarebbe stata solo in parte occupata da gruppi di case sparsi, collegati da tracciati
viari secondari inframmezzati da aree non edificate, destinate all’allevamento e all’agricoltura31.
Le mura sarebbero state realizzate per difendere e controllare anche il tratto dell’importante via
di collegamento che attraversava in senso nord-sud il pianoro tufaceo sfruttando un avvallamen‑
to naturale del terreno. Questo asse viario corrisponderebbe alla via Stabiana che, con i necessari
adattamenti dovuti al rialzamento dei livelli, avrebbe mantenuto il suo ruolo di via principale
fino al 79 d.C. De Caro assegna all’età arcaica anche la definizione del tratto viario di via di Mer‑
curio, come asse di collegamento tra il nucleo più propriamente urbano e l’area settentrionale
del pianoro corrispondente alla Regio VI (Fig. 2, zona D)32. Lo stesso De Caro ha elaborato una
delle proposte più interessanti sulle modalità in cui tale assetto primitivo si sarebbe successi‑

27
  Castagnoli 1956, pp. 26-33.
28
  Sommella 1989.
29
  De Caro 1985; Id. 1992, pp. 67-75.
30
  De Caro 1985, p. 109.
31
  Coarelli 2002, p. 47 ha proposto che il circuito murario nel tratto orientale corresse più all’interno rispetto al
tracciato delle mura seguito nella fase successiva paleo-sannitica.
32
  De Caro ha inoltre proposto che nella fase delle mura in pappamonte, in corrispondenza della successiva torre
di Mercurio (posta all’estremità nord della via omonima), si aprisse una porta di accesso alla città. Già Maiuri ne aveva
ipotizzato l’esistenza riferendosi, però, alla fase successiva delle fortificazioni. Per entrambi gli studiosi la porta sarebbe
stata chiusa in concomitanza con la terza fase costruttiva delle mura, denominata paleo-sannitica (Maiuri 1930, coll.
154-155; De Caro 1992 pp. 73, 79).
22 M. Fabbri Sc. Ant.

Fig. 8 – Gli assi portanti del reticolo stradale di Pompei secondo Stefano de De Caro (da De Caro 1992).

vamente sviluppato. Si tratterebbe di un intervento degli inizi del III sec. a.C., quando conte‑
stualmente alla ristrutturazione radicale del circuito murario (cfr. supra, fase paleo-sannitica), a
Pompei sarebbe stata creata una rete viaria più razionale, mirata prevalentemente a migliorare i
collegamenti tra la viabilità interna e le porte urbiche in previsione di eventuali assedi nemici. La
nuova rete stradale sarebbe stata progettata recuperando il preesistente tracciato nord-sud (via
Stabiana-via Vesuvio), che, dopo essere stato regolarizzato, assunse il ruolo di asse generatore
dell’intero impianto viario (Fig. 8). Traversali alla via Stabiana-Vesuvio a distanze regolari (in
modo da dividerne in tre parti la lunghezza e da creare un collegamento interno con gli accessi
orientali della città, Porta di Sarno e Porta di Nola) sarebbero state create due vie con orienta‑
mento est-ovest, la via di Nola e via dell’Abbondanza. La non perfetta ortogonalità dell’asse di
via Stabiana a questo sistema viario sarebbe dovuta al fatto che quest’ultimo tracciato fin dall’età
protostorica sfruttava un originario alveo torrentizio33.
Negli ultimi decenni alcuni studiosi (Ricardo Mar, Herman Geertmann, Vincenzo Franciosi,
Giovanni Menna)34, rifiutando, seppur con motivazione differenti, l’ipotesi di De Caro di un peri‑

33
  Seguendo questa proposta De Caro ha ipotizzato che anche le partizioni secondarie del nuovo reticolo stradale
(Fig. 8, d e f) fossero strettamente connesse con gli apprestamenti difensivi (in questo caso con torri e con postierle).
Suggestiva è anche l’osservazione sulla coincidenza dell’orientamento dell’asse est-ovest di via di Nola con un’altura dei
Monti di Sarno, il Monte Torrenone, alle cui pendici nasce il fiume Sarno. L’importanza del fiume per Pompei, sorta in
prossimità della sua foce (cfr. supra, 1), è tale da essere considerato alla stregua di una divinità (tra le varie raffigurazioni
del dio fluviale si ricorda quella più nota della casa del Larario del Sarno, 1. 14. 7). Un’ultima considerazione avanzata
dallo studioso riguarda il cfr. tra l’impianto urbano di Pompei e quello di Paestum che nel medesimo periodo, sembra
presentare la stessa tripartizione riscontrata nella città vesuviana.
34
  Mar 1995, pp. 19-36; Geertmann 2001, pp. 131-135; Id. 2007, pp. 82-97; Franciosi 2009, pp. 77-84; Menna 2014,
pp. 43-62.
22.3, 2016 Note sulla forma urbis di Pompei 23

metro urbano marcato dalle mura in blocchi di pappamonte ed esteso a quasi tutto il pianoro35 già
nella prima metà del VI sec. a.C., hanno riproposto l’idea di un nucleo preesistente (l’Altstadt), le
cui tracce si sarebbero conservate nell’anomalo orientamento del sistema viario dell’area sud-occi‑
dentale della città (Fig. 2, zona A). I medesimi autori hanno anche sostenuto, quasi unanimemente,
che la “città vecchia” si sarebbe accresciuta non in un unico momento, ma per stadi successivi. I
diversi tessuti costitutivi l’ultima forma urbis di Pompei (cfr. supra, Fig. 2) testimonierebbero tale
sviluppo graduale anche se, a detta della quasi totalità degli stessi studiosi, data la scarsità di dati
disponibili qualsiasi tentativo ricostruttivo deve essere considerato provvisorio36.

5.4. Una nuova proposta per l’ “Altstadt”.


Recenti indagini condotte in corrispondenza dei margini del più volte menzionato nucleo sud-
occidentale della città hanno messo in luce, in prossimità del limite est, resti di due strutture murarie
datati tra il V e il IV sec. a.C. che sono stati interpretati come muro di fortificazione del nucleo me‑
desimo37. Sulla base di questi acquisizioni, Filippo Coarelli e Fabrizio Pesando38 hanno proposto una
nuova lettura dello sviluppo urbano, capovolgendo di fatto la precedente teoria di una città vecchia
delimitata da vie dall’andamento circolare notevolmente più piccola, sviluppatasi per gradi successivi
fino ad assumere la configurazione della città sepolta nel 79 d.C. Secondo i due studiosi, gli sconvol‑
gimenti dei precedenti equilibri politico-insediativi dovuti all’arrivo dei Sanniti in Campania, avreb‑
bero provocato, come a Poseidonia-Paestum, notevoli contraccolpi. La stasi delle attività costruttive
riscontrata nell’area urbana tra la prima metà del V sec. a.C. e la seconda metà del secolo successivo
(e registrata anche per il regime delle offerte nelle principali aree sacre della città) è stata letta come
l’esito di un fenomeno di parziale spopolamento di Pompei, che avrebbe determinato anche un re‑
stringimento del perimetro urbano. Secondo questa ipotesi la grande Pompei di età arcaica si sarebbe
ridotta alla sola zona sud-occidentale, che soltanto ora sarebbe stata munita di una sua fortificazione.

6. Alcune brevi osservazioni conclusive

A conclusione di questa rassegna sulle diverse ricostruzioni degli assetti urbani di Pompei,
può essere utile fissare quelli che, a nostro parere, rappresentano oggi i punti fermi dai quali partire
per progettare le ricerche future.
Cominciamo innanzitutto dalla questione della Pompei di età arcaica. Dalle prime attesta‑
zioni, emerse nelle principali aree sacre della città nella seconda metà dell’Ottocento39, passando
per la “scoperta” delle mura in pappamonte di Stefano De Caro, fino ai dati acquisiti durante i
recenti progetti di ricerca congiunti tra varie Università italiane40, è indubbio che Pompei, nella

35
  Cfr. nota 30.
36
  Geertmann 2001, pp. 133-135, ha comunque suggerito una possibile cronologia sulle diverse zone costituenti la
forma urbis sepolta nel 79 d.C.
37
  I resti sono stati rinvenuti in prossimità dei limite occidentale dell’Insula VIII, 4 e del settore sud-occidentale
dell’Insula VII, 2; Pedroni 2004, pp. 377-389; Id. 2008, pp. 244-245; Dickmann - Pirson 2005, pp. 156-157. Va registrato
che Dickmann, uno dei promotori delle indagini promosse nell’Insula 8. 4, non condividendo l’ipotesi di Coarelli e
Pesando, sostiene che la fortificazione sia stata realizzata solo come rifugio temporaneo in caso di assedio (Dickmann
2007, pp. 18-19).
38
  Coarelli - Pesando 2011, pp. 46-48.
39
  Oltre alle già menzionate aree sacre del santuario di Apollo e del Foro Triangolare, va senz’altro ricordata l’area
del cd. “santuario della colonna etrusca” ubicata nella Regio VI, che fin dalla fine dell’Ottocento è stata oggetto di
differenti interpretazioni (Bonghi Jovino 1984 con bibl. prec.; Guzzo 2007, pp. 45-46.
40
  Guzzo - Guidobaldi 2008, pp. 159-236.
24 M. Fabbri Sc. Ant.

prima metà del VI sec. a.C., avesse già as‑


sunto lo status di città41. È infatti probabile
che, contestualmente all’allestimento delle
aree sacre e alla costruzione delle mura,
anche lo spazio pubblico per eccellenza, il
Foro, fosse già stato definito, sebbene con
una diversa configurazione rispetto a quel‑
la che percepiamo oggi.
Non dobbiamo dimenticare che il
Foro era compreso in quell’area sud-oc‑
cidentale che, contraddistinta da un siste‑
ma viario con un orientamento anomalo
rispetto alle altre zone della città, è stata
oggetto di interpretazioni sostanzialmen‑
te differenti (cfr. supra 5). Riprendendo
alcune considerazioni già fatte in pas‑
sato, sembra importante registrare che
questa zona è contraddistinta da alcuni
assi ortogonali che la accreditano come
area urbana già nella fase di formazione
di Pompei42. Una circostanza che sembra Fig. 9 – Pompei. Particolare della Regio I. Nella fascia di mar‑
confermata dal fatto che l’asse principale gine tra le due zone B (a isolati quadrangolari) e C (a isolati
rettangolari) il vicolo del Menandro, proveniente da ovest, si
nord-sud (corrispondente a via del Foro - interrompe in corrispondenza del vicolo di Paquio Proculo,
via delle Scuole) è perfettamente allineato mentre il vicolo di Castricio, proveniente da est, si interrompe
con l’asse centrale (via di Mercurio) della incontrando il medesimo vicolo. Anche la forma trapezoidale
zona nord-occidentale della città, corri‑ dell’Insula 7 sembra suggerire la non contemporaneità tra le
zone B e C.
spondente alla Regio VI (Fig. 9)43. Ora,
dato che le ricerche condotte nella area della Regio VI hanno accertato la presenza diffusa, già in
età arcaica, di abitazioni e di una rete stradale incentrata proprio sull’asse corrispondente a via di
Mercurio, è probabile che le due zone siano state urbanizzate contemporaneamente nella prima
metà del VI sec. a.C.44.
Entrando nel merito delle eventuali influenze esterne sul processo di formazione urbana di
Pompei, va premesso che gli scambi commerciali e culturali tra Greci, Etruschi e popolazioni locali
in Campania erano così intensi nel VI sec. a.C. da rendere quanto meno ardua una definizione pre‑
cisa del contributo che ciascuna compagine avrebbe avuto in tale occasione. Tuttavia ogni possibile
chiarimento in proposito potrà venire solo da una revisione sistematica del materiale proveniente
dai contesti sacri, dove, come noto, le tracce delle diverse componenti culturali di una comunità
possono risultare più evidenti45.

41
  Non esistono dati sufficienti per poter verificare se, come proposto in passato, il nucleo nord-occidentale possa
essere la fossilizzazione di un precedente insediamento pre-urbano.
42
  Guzzo 2007, pp. 48 51; cfr supra 5.2.
43
 De Caro 1992, p. 73; Coarelli - Pesando 2011, pp. 42-43.
44
  Coarelli - Pesando 2006 e 2011; Bonghi Jovino 2011, pp. 4-13.
45
  Va rilevato come in passato sia la proposta di una dominazione etrusca, che quella di una dominazione greca si
sono basate prevalentemente sui materiali rinvenuti dalle aree sacre pompeiane (Patroni 1903, pp. 367-384; Carrington
1932, pp. 5-23; Sogliano 1937, pp. 38-60; Maiuri 1943, pp. 191-224; De Caro 1986; Cristofani 1991, pp. 9-22; De Caro
1992, pp. 65-74; d’Agostino 2001, pp. 133-196; De Waele 2001; Guzzo 2007; d’Agostino - Cerchiai 2004, pp. 271-289;
Bonghi Jovino 2011, pp. 11-12).
22.3, 2016 Note sulla forma urbis di Pompei 25

Sarebbero, invece, auspicabili indagini stratigrafiche per definire con maggior precisione la
datazione della fase di fortificazione ad “ortostati” e per far luce sulle quasi del tutto ignote vi‑
cende insediative intercorse tra il declino della grande Pompei di età arcaica e l’arrivo dei Sanniti
nell’area pompeiana. Le diverse datazioni proposte per questa fase costruttiva sono state infatti
oggetto di altrettante speculazioni, non sempre sostenute da basi sufficientemente solide.
Infine, anche la carenza di dati utili a definire la scansione temporale delle 5 differenti zone
che costituiscono il tessuto urbano di Pompei potrebbe essere compensata con scavi stratigrafici
da effettuare in prossimità delle fasce di confine tra di esse, come ad esempio nella Regio I (Fig. 6),
dove, al margine tra la zona B (contraddistinta da isolati di forma quadrangolare) e la zona C (de‑
lineata da isolati pressoché rettangolari: Fig. 9), l’interruzione anomala delle vie del Menandro e di
Catricio o la forma trapezoidale dell’Insula 7 suggeriscono la non contemporaneità dei due tessuti
urbani.

Marco Fabbri
Università di Roma “Tor Vergata”
fabbri@uniroma2.it

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Abstract

During more of 250 years of excavations at Pompeii, the basic features of the urban landscape have been
brought to light. They include the largest part of the walls surrounding Pompeii, its entire road system and
the identification of the areas of the city which were devoted to public or religious purposes at the time of
its destruction. However a closer reading of such constitutive elements suggests that the Pompeii’s forma
Urbis of 79 d.C. is indeed the outcome of a long and troubled urban history.
Since Pompeii was discovered, many different investigations have been carried out aimed at precisely iden-
tifying both the form and the timeline of the changes in the urban pattern that have been accomplished in
Pompeii. We are today still waiting for more decisive evidences that will have to come from new specific
researches on the subject and, in this paper, we will survey the most important accounts that have been pro-
posed so far for the urban history of Pompeii.