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Quando si parla di lotta alla mafia, le figure che vengono subito in mente sono quelle di Giovanni Falcone e Paolo

Borsellino.
Erano due giudici palermitani che lottavano per la loro città e per la patria. Il loro avversario era la mafia, la criminalità organizzata, che
ancora oggi vuole imporre il suo potere parallelo a quello dello stato, usando violenza, terrore e corruzione.
Falcone e Borsellino erano uniti nel lavoro, ma erano anche amici oltre che colleghi, legati da un tragico destino che ha visto la loro
morte susseguirsi a soli 57 giorni di distanza l’uno dall’altro. Entrambi sono morti per mano di Cosa Nostra e in particolar modo del clan
mafioso di Corleone capeggiato dal boss Totò Riina, che, uccidendoli, ha pensato di dare un segnale forte a tutti coloro che decidevano
di “mettersi contro” i boss mafiosi, ma in realtà questo gesto ha reso le figure di Falcone e Borsellino ancora più eroiche, ispirando
tantissimi giovani delle generazioni future a non smettere mai di lottare contro la mafia.
Palermo, come tante altre città, era stata segnata dalla "guerra di mafia".
Da una parte c'era la criminalità organizzata, quella fitta rete di criminali che espandeva il suo potere corrompendo funzionari del
governo, trafficando merci illegali, ricattando, estorcendo ed eliminando chiunque si mettesse sulla loro strada. Dall'altra parte c'era lo
Stato, che provava a combattere ma era costantemente ostacolato dalla corruzione dilagante.
Qui entrano in gioco persone come Falcone e Borsellino, che lottavano apertamente. Facevano parte del cosiddetto "Pool Antimafia",
voluto da Antonino Caponnetto. La sua idea era quella di unire tutti i migliori giudici di Palermo e farli lavorare solo e unicamente su casi
riguardanti crimini di stampo mafioso.
Il Pool Antimafia raggiunse grandi risultati a partire dall’anno 1984 quando Tommaso Buscetta, un mafioso pentito, iniziò a fare i nomi
di numerose persone della Mafia e così tra il 1984-1985 furono spiccati 366 mandati d’arresto.
L’importanza di questo primo atto giudiziario così forte contro la mafia è incredibile: portando alla sbarra tutti questi nomi si riuscì
finalmente a capire quanto la mafia in Sicilia (ma non solo in quella regione) avesse negli anni intessuto una rete fatta di trame e
sotterfugi sottilissimi, arrivando anche a corrompere la politica e i maggiori nomi dei funzionari statali. La mafia e i boss, per la prima
volta forse, ebbero realmente paura e reagirono nell’unico modo che conoscevano: la violenza.
Con la fine del maxiprocesso, iniziò anche la fine del Pool Antimafia.
Tuttavia, Giovanni Falcone, proprio come Paolo Borsellino, non si fece mai abbattere ed entrambi continuarono imperterriti la loro lotta
contro la mafia nonostante avessero quasi tutti contro. La caparbietà di Giovanni Falcone, un semplice giudice alla fine, mise in allerta
Cosa Nostra che, ancora una volta, tentò di sbarazzarsi del problema con la violenza. Tre anni dopo un primo attentato fallito a Falcone,
i mafiosi riuscirono nel loro obiettivo con la strage di Capaci.
Falcone fu chiamato per assumere un incarico al ministero della giustizia, a Roma, accettò la proposta e si trasferì nella capitale.
Un giorno però volle recarsi in visita a Palermo, la sua città natale. Arrivato all'aereoporto proseguì in macchina. Ma in autostrada,
vicino all'uscita per Capaci, era atteso da qualcuno.
Il 23 maggio 1992 lungo il tunnel dell’autostrada 29, 500 kg di tritolo fecero saltare in aria il tratto autostradale in cui viaggiavano in
automobile Giovanni Falcone e sua moglie Valeria Morvillo.
Una quantità di esplosivo gigantesca, forse tanta quanto la paura che avevano i boss di questo semplice uomo che portava avanti la
verità e la legalità.
L’esito della strage fu drammatico e la mafia raggiunse il suo intento, quello di uccidere i due coniugi e tre uomini della loro scorta.
L’uomo che azionò il telecomando che causò la loro morte fu Giovanni Brusca, colui che uccise sciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di
Matteo, figlioletto di un pentito di mafia.
Questo attentato, se da una parte fu considerata una vittoria per la mafia, dall’altra parte destò scalpore e scandalo: la gente iniziò ad
idolatrare Falcone e Paolo Borsellino la cui vita, ora, era palesemente in pericolo.
La morte del suo amico Giovanni Falcone non lo aveva solo spaventato, gli aveva dato una nuova grinta e una nuova forza per
continuare a lottare contro la mafia. E così fece, indagando sulla famosa “agenda rossa”, i legami tra la mafia e gli industriali del nord
Italia. Purtroppo, anche la vita di Paolo Borsellino fu spenta prima che potesse arrivare al termine delle sue indagini: il 19 luglio 1992, a
soli 57 giorni dalla morte del suo carissimo amico, mentre si trovava davanti alla porta di casa di sua madre in Via D’Amelio a Palermo,
un’auto riempita di tritolo fu fatta esplodere, causando la sua morte e quella di tutta la scorta.
La notizia della morte di Borsellino, come quella di Falcone, si propaga per un'Italia incredula e scoraggiata. Quei due giudici erano
servitori dello stato che lo stesso stato non aveva saputo difendere. La mafia aveva fatto passare il messaggio che chiunque avesse
provato a ostacolarla non sarebbe stato risparmiato.
Ma a questo punto il popolo italiano non restò fermo: nascono moltissime organizzazioni che portano il nome dei due giudici. La morte
di Falcone e Borsellino ha risvegliato l'Italia, ha suscitato maggior interesse e consapevolezza nelle questioni riguardanti la mafia.
Vediamo la nascita di un telegiornale antimafia e di manifestazioni in onore di chi portò avanti questa lotta. Sempre più persone
influenti si schierarono contro la criminalità organizzata. La paura di essere vittime di attentati di stampo mafioso non è mai svanita, ma
oggi sono sempre di più i ragazzi che grazie al sostegno di associazioni, ogni giorno si scagliano contro questa piaga. Falcone e Borsellino
vengono ricordati ogni anno, nonostante siano morti e nonostante la loro battaglia non abbia che scalfito la superficie di uno Stato
dentro lo Stato che, ancora oggi, è difficile da sgominare del tutto.