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Il dibattito metodologico agli inizi della scienza moderna.

Con metodo scientifico si vuole definire un percorso che sia capace di condurre alla
conoscenza piena e certa. Da Platone in poi, la sua elaborazione impegna generazioni
di intellettuali ma esso assume forma moderna a partire da Galileo, da Bacone
(Novum organum – 1620), da Cartesio (Discorso sul metodo – 1637).
Dibattito centrato sui seguenti problemi:
- definizione del ruolo dell’esperienza empirica nella ricerca scientifica;
- disciplinamento della ricerca scientifica attraverso un metodo rigoroso;
- legittimità di un ricorso diverso da quello deduttivo (centrale in Aristotele);
- demarcazione tra sapere scientifico e altre forme di esperienza cognitiva.
Con Bacone ha inizio una riflessione metodologica sul modo di procedere della
scienza. Scrive il “Novum Organum” in cui vuole indicare un nuovo metodo diverso da
quello aristotelico (deduttivo e sillogistico)

FILOSOFIA: IL SILLOGISMO ARISTOTELICO

La prima compiuta sistemazione dell'arte del sillogismo come metodo centrale della logica fu data da Aristotele, che
vide in esso un ragionamento da cui, poste determinate premesse, derivano necessariamente determinate
conclusioni. Sulla base di questa definizione, per Aristotele il sillogismo si compone di tre proposizioni: due poste
come premesse e la terza derivante da esse come conclusione. Il tutto a condizione che la seconda proposizione sia
contenuta nella prima e la terza nella seconda, sicché anche la terza sarà contenuta nella prima: condizione unica di
validità del sillogismo stesso. Nella terminologia aristotelica, usata negli Analitici primi, la prima proposizione è detta
premessa maggiore, la seconda premessa minore e la terza conclusione. L'esempio classico del sillogismo
aristotelico, nella sua forma più generale, è il seguente: Tutti gli uomini sono mortali (prima proposizione, premessa
maggiore) - Socrate è un uomo (seconda proposizione, premessa minore) - Socrate è mortale (terza proposizione,
conclusione). I giudizi espressi tramite le proposizioni – e che possono differire in senso qualitativo come in senso
quantitativo – sono sintesi di concetti determinati, che Aristotele denomina noemi: fondamentale è per Aristotele la
posizione del noema medio, che è quello intorno a cui più propriamente è costruito il sillogismo (nell'esempio dato, il
concetto di “uomo”), in quanto comune alle due premesse.

Bacone pone le basi dell’induttivismo moderno:


- osservazione su “fatti” arrivando a generalizzare progressivamente le
osservazioni in teorie ampiamente comprensive.
Prima si osservano i fatti (=dati) per pervenire in un momento successivo alla
formulazione di ipotesi, a cognizioni dimostrate e indubitabili.
Bacone rivendica la possibilità di disporre di dati certi, che consentono la
costruzione di un discorso inequivoco sulla natura. Questo nuovo metodo richiede il
distanziarsi dalla sistematizzazione deduttiva aristotelica ma anche dal processo
induttivo pensato dai predecessori. Per es. dall’induzione per enumerazione semplice
(= si procede con l’elencazione di casi simili, e dall’osservazione di un tot di
condizioni che portano al prodursi di un certo fenomeno, se ne conclude che si
riprodurrà in futuro in presenza di condizioni analoghe). Bacone contesta a questo
metodo il fatto che nulla esclude la possibilità che avvenga un caso contrario.

Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 1


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Per Bacone il procedimento di induzione si realizza invece con un processo di
eliminazione:
- progressiva esclusione di elementi accidentali fino ad arrivare ad individuare
gli elementi costitutivi.
Due caratteristiche del suo nuovo metodo:
1) gradualità dell’induzione;
2) procedura di esclusione.
Lo scienziato deve procedere:
- verificando correlazioni fra fenomeni;
- scartando le correlazioni accidentali.
L’esperienza deve essere guidata dall’intelletto (differenza dal metodo
aristotelico).
E’ necessario uno scrupoloso lavoro di catalogazione e inventario delle istanze
(particolari circostanze in cui si verifica un fatto). Utilizzando le sue famose
tabulae si procederà scartando le correlazioni accidentali per isolare quelle
essenziali, per poter poi generalizzare induttivamente in modo più ampio.
Separazione completa tra teoria e osservazione. Prima ha luogo l’osservazione con la
raccolta e catalogazione dei fenomeni. La teoria interviene dopo aver raccolto tutti
i dati, procedendo con una loro spiegazione. Attraverso l’induzione si estrapolano
dai dati raccolti le loro qualità essenziali. Attraverso la progressiva
generalizzazione induttiva si arriva a definire la forma dei fenomeni (= l’insieme
delle qualità che li costituisce). La procedura per eliminazione ha lo scopo
dell’individuazione della forma.

Ma è GALILEO a contribuire in modo determinante attraverso la sua modalità di


sperimentalismo scientifico. Scrive “Il saggiatore” nel 1623.
Il metodo di Galileo è costruito su 2 fondamenti:
1) le sensate esperienze:
esperimenti che il ricercatore compie con i propri sensi, legate al momento
osservativo e sperimentale;
2) le dimostrazioni necessarie:
componente ipotetico-deduttiva di speculazione razionale.
Ruolo centrale dell’esperienza e riferimento al rigore del sapere matematico
rappresentate da Galileo in modo nuovo: li collega in modo reciproco, e integra
l’osservazione dei fatti con riflessione teorica. L’esperienza non è pura esperienza
immediata, ma risultato di un processo di selezione e rielaborazione concettuale,
con l’ausilio di ipotesi e teso alla costituizione di modelli/leggi (sensate esperienze
costantetemente guidate dalla teoria).
Se per Bacone osservazioni e teoria sono due fasi separate e autonome, per Galileo
l’esperienza è theory-laden. E’ dall’osservazione che il ricercatore trae spunto per
formulare le ipotesi, che andranno poi verificate confrontandole con l’esperienza. E’
il ricorso all’esperimento che convalida l’ipotesi. Non ogni affermazione della teoria
deve essere verificabile singolarmente, ma è fondamentale che attraverso
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l’esperienza siano verificabili le conseguenze dedotte dalle proposizioni di una
teoria (significato moderno della nozione di teoria). Se le implicazioni contenute in
una teoria non trovano riscontro nell’esperienza , la teoria non può porsi come teoria
fisica. Integrazione tra componente osservativo-induttiva e componente ipotetico-
deduttiva, sintesi di osservazione e ragionamento, esperienza singolare e
generalizzazione.
Principio che la natura è sempre uguale a se stessa: a una determinata causa
corrisponde sempre un determinato effetto. La strategia di Galileo,
importantissima per gli sviluppi successivi, è il costituire come solo oggetto
possibile del discorso scientifico, gli aspetti quantitativamente determinabili
dell’esperienza.
Rispetto alla tradizione filosofica precedente:
- convinzione della superiorità assoluta del conoscere matematico;
- struttura meccanica dell’universo.
L’universo stesso è scritto in lingua matematica, i cui caratteri sono figure
geometriche. Già le tradizioni neopitagorica e neoplatonica avevano cercato di
matematizzare l’universo, attribuendo ai numeri valore simbolico per rappresentare
i fenomeni (dove il numero è un’idea, non una quantità). Per Galileo invece la
corrispondenza fra numero e fenomeno è stabilita sulla base di un’operazione di
misurazione. Attraverso la misurazione delle determinazioni quantitative dei
fenomeni, lo scienziato può dedurre ipotesi e controllarle sperimentalmente.
Consapevolezza della scienza come processo costantemente progressivo. É Galileo a
porre le basi per la scienza moderna.

CARTESIO: “Il metodo è necessario per cercare la verità”.


Vuole identificare con certezza metodologica regole certe e facili che permettano
a qualsiasi intelligenza guidata di penetrare il meccanismo dell’universo.
Strumento di indagine: modello meccanico.
Meccanicismo (universo come macchina): estende i principi base della meccanica a
ogni settore della scienza. Questo implica considerare ogni aspetto della realtà con
caratteristiche stabili e prevedibili, che si possano ricavare con poche/semplici
regole di fondo (= i principi della meccanica). Mondo concepito come un meccanismo,
con regolarità di funzionamento, trama di cause ed effetti costantemente in azione,
determinismo rigoroso. I mutamenti dei corpi diventano esprimibili attraverso
equazioni matematiche, in tal modo passato e futuro si dispiegano al ricercatore.
Meccanica quale base per l’unificazione di tutta la scienza. Per ogni fenomeno preso
sotto esame va individuato il modello meccanico che meglio lo rappresenta, ed esso
va spiegato in connessione alle relazioni che esso dimostra di possedere con le altre
parti costituenti la struttura generale a cui appartiene. Costanza della natura ed i
suoi elementi meccanici dipendono dall’azione creatrice di Dio. Interessante nel
progetto cartesiano:
- la generalizzazione del meccanicismo;

Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 3


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- il pervenire ad una giustificazione del metodo, da applicare in ogni settore
della conoscenza scientifica,
che si possono perseguire attraverso il COGITO e la razionalità umana, autonoma e
incondizionata.

COGITO

abbreviazione dell'inferenza cartesiana cogito, ergo sum (penso, dunque sono); occupa un posto fondamentale nella
filosofia di Cartesio, ma era già noto ad altri filosofi precedenti. Il cogito è l'affermazione dell'evidenza assoluta della
propria esistenza individuale, che si fonda sull'autocoscienza intellettuale. Sant'Agostino usava contro gli scettici un
argomento analogo al cogito: dubito, ergo sum; dubitando, egli diceva, si compie un atto intellettuale, che postula la
propria esistenza: perciò non si può non essere certi almeno di questa. In forma simile, l'argomento fu ripreso da San
Tommaso. La novità di Cartesio consiste nel fatto che il cogito è il punto di arrivo di un processo di radicale messa in
dubbio dell'attendibilità di ogni conoscenza e di ogni esperienza: di fronte alla certezza del cogito, il dubbio metodico
deve arrestarsi; il cogito diventa allora punto di partenza e fondamento di una ricerca razionale che, a partire da
esso, determina altre verità assolutamente evidenti. La validità del cogito fu più volte contestata: Nietzsche, per
esempio, afferma che concludere dal pensiero l'esistenza di un soggetto pensante è arbitrario; si dovrebbe dire “Si
pensa, dunque ci sono pensieri”, che è una semplice tautologia; per Nietzsche, cioè, la validità del cogito si fonda
sull'accettazione acritica dell'idea di sostanza.

Aspetto ambiguo: cogito e autonomia della ragione fondati sulla veracità di un Dio
non ingannevole. Sia Cartesio che Galileo e Bacone sono accomunati dal tentativo di
individuazione di un nuovo metodo scientifico. Ma la specifica rilevanza di Cartesio
è il proposito di pervenire ad una fondazione metafisica esterna a questo metodo
che poggia su basi certe e indiscutibili. In Cartesio: la ragione diventa criterio
supremo di giudizio e azione. Suo modello di scienza è di derivazione geometrico-
matematica. Da intuizioni chiare e distinte discendono deduttivamente e con
certezza, conclusioni necessarie (movimento inverso rispetto a Bacone). Nelle
Regulae non viene negato il ruolo dell’esperienza che ha la funzione di controllare le
ipotesi scientifiche).
NEWTON in polemica con Cartesio): ripropone l’intreccio fra induzione e deduzione
come sostenuto da Galileo.
Corretto procedimento (empiristico e sperimentale) consiste nel:
- dedurre proposizioni singolari dai fenomeni;
- estendere poi tali proposizioni per induzione;
- fino alla formulazione di leggi generali.
Punto di partenza: riferimento alla realtà empirica, sia per il lavoro induttivo-
deduttivo, sia come termine di confronto per rapportare le leggi generali.
Leggi generali mai da intendersi come risultati definitivi, ma come acquisizioni
provvvisorie. É il riferimento ai dati empirici a decidere delle affermazioni dello
scienziato.
Newton detta le sue regole metodologiche di modello meccanicista e determinista:
- costituire un modello di scienza che rinunci a qualsiasi principio di tipo metafisico
ed a qualsiasi ipotesi non passibile di verifica empirica o di calcolo matematico.
Differentemente da Galileo, la matematica non rappresenta la struttura metafisica

Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 4


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dell’universo, ma uno strumento per il suo studio. Rifiuto di ogni intrusione
metafisica, rifiuto di immaginare ipotesi. Importante per Newton, che una legge
venga stabilita in modo esatto dal punto di vista matematico, così che ogni
implicazione possa essere controllata sperimentalmente. Esclude ogni
ipotesi/affermazione non dedotta dai fenomeni e non verificabile. Ma il suo rifiuto
delle ipotesi non significa ridurre il lavoro dello scienziato a sola sperimentazione.
Nel suo progetto l’interrogazione della natura (osservazione) si integra con
l’interpretazione razionale operata sui dati, e un elemento di ipotesi vi è
inevitabilmente implicato. Fondamentale però che vengano prodotti asserti
verificabili sperimentalmente.
Cartesio e Bacone: un metodo adeguato può permettere alla ragione umana di
perseguire la verità in ogni settore scientifico.
Allo scienziato non sono richieste particolari facoltà intellettuali.
LOCKE (“Saggio sull’intelletto umano”): indagine al fine di verificare le possibilità
effettive/limiti della ragione.
Trattazione dell’idea di causa:
Causa intesa empiristicamente, come idea di relazione basata sull’esperienza,
negando qualsiasi rifiuto ad un incontrollabile principio metafisico.
Bacone: avvio di una teoria moderna dell’induzione.
Galileo: intreccio fra metodo deduttivo ed induttivo.
Cartesio: progetto in parte autocontradditorio di fondazione razionale del metodo.
Newton : forte impegno antimetafisico.
Locke: interpretazione radicale dell’empirismo.

HUME: “Trattato sulla natura umana”, 1739 e “Ricerca sull’intelletto umano” – 1748.
Trattazione di due problemi:
- critica della nozione tradizionale di causa;
- critica all’induzione.
Distingue tra:
a) affermazione relative a relazioni fra idee:
possono essere stabilite direttamente dal pensiero, senza necessità di confronto
con la realtà empirica, ma in base alla derivazione logica basata sul principio di non
contraddizione. Sono asserzioni non contradditorie e certe per intuizione o per
dimostrazione (es. le asserzioni della matematica).

b) proposizioni relative a relazioni tra fatti:


tratte unicamente dall’esperienza. Affermano o negano qualcosa che può essere
continuamente smentito da un’esperienza successiva.
Hume: netta demarcazione tra affermazioni certe e assolutamente non
contradditorie della matematica ed i provvisori asserti delle scienze empiriche.
Hume critica la rappresentazione tradizionale della relazione causale. Galileo già
aveva ridotto le 4 cause affermate da Aristotele alla sola nozione di causa
efficiente. Cartesio aveva razionalizzato la nozione di causa: la causa è la ragione
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 5
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dell’effetto. Ciò che era nella tradizione rimasto invariato, rispetto all’idea di causa
aristotelica era:
- il rapporto causale non potrebbe essere diverso da com’è;
- ordine necessario e inderogabile fra i fenomeni della natura, dove ogni
fenomeno è posto necessariamente da una determinata causa. Piena
uniformità: il medesimo effetto prodotto sempre dalla medesima causa.
Hume critica questa rappresentazione di causa.
L’uomo tende continuamente ad andare oltre l’esperienza stessa, soprattutto nelle
asserzioni causali. All’idea di causa sono essenziali tre tipi di relazioni:
- contiguità spaziale  isolabile tramite l’esperienza
- contiguità temporale  isolabile tramite l’esperienza
- connessione necessaria  appare nell’esperienza solo in termini di
successione costante.
Dall’esperienza non si ricava traccia di necessità della successione osservata.
L’esperienza permette di argomentare per il passato, ma non consente inferenze
per il futuro. Ne deriva che la relazione causale è solo un’eventuale successione
uniforme che l’esperienza mostra costante, alla quale l’uomo, senza alcuna
giustificazione razionale, attribuisce un carattere di necessità. “Anche dopo aver
osservato il frequente o costante congiungimento degli oggetti, non abbiamo
nessuna ragione di trarne un’inferenza riguardante un oggetto che è aldilà di quelli
di cui abbiamo avuto esperienza.”
Secondo Hume, affermare che la natura sia governata da un principio di uniformità
costante è dovuta ad una necessità psicologica, non asseribile in termini razionali.
Che il corso consolidato delle cose non possa cambiare, può essere infatti
continuamente smentito sul piano razionale. “La necessità è qualcosa che esiste
nella mente e non negli oggetti”. Ne deriva che il legame causale non è altro che un
oggetto precedente e contiguo ad un altro, tale che tutti gli oggetti somiglianti al
primo siano posti in una simile relazione di priorità e di contiguità con tutti quelli
che assomigliano al secondo”. Quindi l’esperienza permette di argomentare
esclusivamente rispetto al passato e non rispetto al futuro, da qui la critica di
Hume sulla possibilità di giustificare razionalmente l’induzione.
Hume contesta questo punto:
Il presupposto fondamentale del procedimento induttivo, che consiste
nell’affermare che visto che alcune x sono y, allora tutte le x sono y, è quello
dell’uniformità della natura (trasferimento di una certa proprietà osservata in
alcuni casi, anche a casi non osservati). Ma secondo Hume, presumere che un caso
di cui non abbiamo avuto alcuna esperienza debba necessariamente somigliare a uno
di cui si è già avuta esperienza (presupposto necessario del ragionamento induttivo),
è dal punto di vista razionale del tutto infondato. É piuttosto l’abitudine a porsi
come base per l’utilizzazione del procedimento induttivo. L’aspirazione illuministica
di giungere ad un sapere certo, cede di fronte all’impossibilità razionale di
qualunque sapere. Hume con il suo empirismo radicale arriva a privare la scienza

Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 6


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post-newtoniana di ogni giustificazione razionale, riducendola ad una semplice
collezione di dati di esperienza.

KANT: la soluzione offerta da Kant è una mediazione tra empirismo radicale e


razionalismo. Egli recupera nel suo modello, sia l’esperienza come limite
fondamentale della conoscenza, sia la funzione organizzatrice di istanze non
derivabili dall’esperienza. Scrive nel 1781 “Critica della ragion pura”: sebbene ogni
nostra conoscenza cominci con l’esperienza, non perciò essa deriva tutta
dall’esperienza.”
Modalità di costruire le proprie asserzioni:
Razionalismo: produce giudizi analitici, ricavati deduttivamente in base al principio
di non contraddizione; esplicitano caratteristiche e proprietà appartenenti
all’oggetto, ma non facendo altro che portare allo scoperto qualità già proprie
dell’oggetto, non sono ampliativi della conoscenza (ma hanno caratteristica di
universalità e necessità).
Empirismo: giudizi sintetici, ricavati dall’esperienza, aggiungono all’oggetto
predicati nuovi acquisiti con l’osservazione, quindi ampliano la conoscenza.
Kant, come Hume, considera questi ultimi non dotati di universalità e necessità. Per
queste ragioni, nè i giudizi analitici, nè quelli sintetici possono essere considerati
degli effettivi giudizi scientifici. Strumenti di una scienza empirica valida devono
avere la caratteristica dell’universalità, della necessità e dell’essere ampliativi della
conoscenza.
Soluzione kantiana:
la conoscenza muove da 2 facoltà:
1) l’intuizione (modo in cui siamo modificati dagli oggetti);
2) l’intelletto (facoltà di pensare l’oggetto dell’intuizione sensibile).
Spazio e tempo: forme pure dell’intuzizione, condizioni a priori dell’esperienza
(essendo forme pure non derivano dall’esperienza, ma la rendono possibile).
In tal modo Kant recupera l’oggettività di spazio e tempo per garantire la validità
della matematica e della fisica newtoniana (a differenza dell’empirismo: spazio e
tempo tratti dall’esperienza) e contro Newton in cui spazio e tempo non sono che
contenitori vuoti. I giudizi sintetici a priori sono possibili. L’intelletto procede
attraverso categorie, processualità operanti a priori che elaborano i dati di
esperienza secondo criteri universalmente uniformi. Possibilità di un modo
universale e necessario di conoscere. Le categorie non si riferiscono all’esperienza,
ma al modo in cui l’esperienza viene conosciuta dall’uomo, suo linguaggio attraverso
cui i dati di esperienza vengono interpretati, funzioni che elaborano i dati.

In opposizione al razionalismo:
- la conoscenza proviene dall’esperienza.
In opposizione all’empirismo:
- la conoscenza diventa possibile attraverso processualità inderivabili
dall’esperienza, universali e necessarie.
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Rivoluzione copernicana di Kant:
“La mente non si modella passivamente sulla realtà, ma è la realtà ad essere forzata
nelle forme a priori attraverso cui la conoscenza si attua”.
Problema relativo alla corrispondenza fra oggetto della conoscenza e risultato
dell’attività conoscitiva:
il problema non sussiste in una rappresentazione in cui l’intelletto è passivo rispetto
alla realtà empirica, poichè il risultato dell’attività conoscitiva rispecchierebbe
identicamente la realtà. Risultato opposto ma analogo, quando è l’intelletto a
risultare completamente attivo e a determinare integralmente la realtà. In
ambodue i casi non risulta scarto tra conoscenza e oggetto. Il modello kantiano si
colloca nel mezzo di queste due soluzioni: consiste nel distinguere l’oggetto in sè,
dall’oggetto per-noi. L’oggetto in sè non può diventare oggetto di esperienza,
rappresenta un concetto limite rispetto alla conoscenza possibile. Prospettiva che
non esclude l’esistenza di cose in sè, ma la conoscenza di esse. L’oggetto diventa
possibile oggetto di conoscenza in quanto oggetto per-noi (=in quanto pensato), e
per essere pensato è necessariamente categorizzato, pensato secondo le regole
dell’intelletto. “L’ordine e la regolarità dei fenomeni che noi chiamiamo natura,
siamo noi stessi ad introdurli”. Sono le categorie a modellare l’esperienza.
L’uniformità della natura non viene considerata come un bisogno psicologico
dell’uomo (Hume), ma viene giustificata in termini razionali. Il legame di causa ed
effetto non appartiene all’esperienza, ma Kant recupera la sua universalità e
necessità. “Con necessità l’intelletto interpreta causalmente il mondo: per
costituire oggetto di conoscenza, la natura deve necessariamente essere pensata in
termini causali.” Il programma kantiano rende possibile e sensata la scienza,
riparandola da Hume che la definiva attività illusoria priva di fondamento razionale.
Ma crolla l’illusione realista galileiana di una scienza quale struttura capace di
riprodurre identicamente la realtà.

La definizione del positivismo


3.1 I temi generali
Abbiamo visto gli elementi culturali e metodologici alla base del programma di
ricerca della scienza moderna.
Tratti fondativi:
Tradizione galileiana e il suo nuovo paradigma di osservazione e sperimentazione
della natura, accompagnati da concezione meccanica del mondo e determinismo
fisico, la svolta quantitativa nello studio dei fenomeni empirici, l’accentuazione
dell’importanza della matematica per la formulazione ed il controllo delle ipotesi, la
rivisitazione della tradizione induttivistica classica, la precisazione di un modello
ipotetico-deduttivo come strategia di indagine, l’intreccio del procedimento
induttivo con quello ipotetico-deduttivo.
Primi decenni del 900: avanzamenti in ogni settore scientifico. Frame comune: il
meccanicismo determinista in ogni settore d’indagine. Numero limitato di nozioni,
ogni aspetto della realtà rappresentabile attraverso il riferimento a corpi in
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 8
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movimento, contesto spazio-temporale pensati kantianamente come intuizioni pure a
priori. Tutti i fenomeni diventano riducibili a modelli di natura meccanica,
funzionanti con leggi ineccepibili. Schematizzazioni rigide e forzate, ma la tendenza
riduzionista e modellizzante diventa vantaggiosa per il paradigma meccanicista.
Altro fenomeno che si afferma a inizio 900:
intensificazione dell’utilizzazione pubblica dei prodotti della conoscenza
(instaurarsi del rapporto tra tecnica e scienza). I mutamenti economici, sociali,
politici, spingono gli scienziati ad orientare le proprie indagini verso problemi di
ordine pratico-operativo e per affrontare le nuove urgenze sociali. Questo porta ad
una progressiva specializzazione disciplinare, condizione che porta ad approfondire
a livello tematico, ed a differenziare modalità metodologiche nelle diverse
discipline scientifiche. Alcuni pensatori cominciano a mettere in dubbio
l’utilità/praticabilità di una formulazione unitaria della conoscenza scientifica.
Altro importante processo: nuovo rapporto fra filosofia e sapere scientifico. Il
ROMANTICISMO caratterizza la cultura europea nei primi decenni del 900. Si
oppone radicalmente a molti assunti dell’illuminismo e del meccanicismo. Tensione
verso l’infinito, ragione intesa in altri termini rispetto a questi, ragione romantica
pensata come capacità di cogliere ciò che va oltre la superficie del reale, per
penetrare lo spirito. Intuizione, fede, non freddo calcolo, per entrare in sintonia
con la natura, pensata come un organismo e non un rigido meccanismo. Il sapere
matematico in questa visione perde la sua posizione di privilegio. Romanticismo
attivo soprattutto in filosofia e letteratura, ma influenza introducendo elementi di
differenziazione anche gli altri settori.
Affievolirsi dell’attitudine antimetafisica tipica della scienza galileiana e
newtoniana.
La cultura romantica suggerisce una rappresentazione della natura non congruente
con le esigenze concettuali e operative delle indagini empiriche degli scienziati.
Questo determina un nuovo fenomeno nella cultura occidentale: progressivo ritiro
dell’interesse degli scienziati dalla riflessione generale, e separazione graduale fra
sapere scientifico e filosofico. Sapere filosofico progressivamente inteso come
speculazione astratta, lontano dalla concretezza scientifico-tecnica di problemi a
cui dare risposta. Graduale rinuncia degli scienziati ai grandi interrogativi sulla
natura dell’uomo, etica e religione; mito della scienza neutrale. Nella prima metà del
900 il meccanicismo determinista subisce delle trasformazioni, soprattutto in FR e
Inghilterra. Qui si consolida il positivismo che nei decenni successivi diverrà
orientamento culturale egemone sia in Europa che negli USA. Secondo una prima
interpretazione, il positivismo è una reazione al romanticismo e all’idealismo,
avanzando contro di esse una polemica anti-metafisica e rigorosa proposta della
validità del sistema scientifico, contro ogni forma di conoscenza non verificabile.
Tale interpretazione però sottovaluta il dato storico:
1) essendo molte opere positiviste contemporanee alla produzione romantica,
difficilmente possono essere intese come reazioni ad esse (vd Comte
“Prospectus des travaux scientifiques necessaires....”).
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 9
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2) contiguità piuttosto che opposizione fra importanti temi del modo di sentire
romantico/idealisa e quello positivista (vd Comte che idealizza la scienza in modo
assoluto e considera gli scienziati come sacerdoti, riproposizione di una
metafisica fondata su certezze di ordine religioso non verificabili).
Interpretazione del positivismo più attendibile:
- positivismo in continuità con gli elementi centrali dell’illuminismo, alcuni
reinterpretati in modo non così distante dalla cultura idealista/romantica.
Positivismo mutua dalla tradizione illuminista:
- fatti empirici (=dati) quali base della conoscenza scientifica;
- conoscere significa conoscere certo;
- metodo autonomo rispetto agli utilizzatori, i quali non richiedono che un
addestramento (autosufficienza del metodo); compito del ricercatore,
essenzialmente applicare regole impersonali, le quali garantiscono
l’intersoggettività dei risultati.
Nel positivismo la conoscenza è oggettiva, riproduce in modo certo e vero ciò che
esiste nella realtà. Indagine come operazione di disvelamento. Tra realtà e
conoscenza dell’uomo si frappone un velo, e conoscere oggettivamente significa
strappare quel velo (rendere palese ciò che è celato).
Assunzioni alla base di queste convinzioni:
- idea del fondamento assoluto della verità;
- certezza che la realtà non esista che in un solo modo, che può essere
compreso attraverso il metodo;
- fede assoluta nel progresso scientifico;
Quindi, di derivazione illuminista, troviamo nel positivismo:
- il programma di lavoro antimetafisico;
- l’esaltazione assoluta della razionalità scientifica;
- assolutizzazione della scienza.
Al sapere scientifico viene attribuito il compito di farsi carico di ogni problema
cognitivo ma anche di consentire l’acquisizione di mete umanamente,
scientificamente e socialmente sempre più avanzate, nella tensione verso uno stato
migliore. Lo scienziato positivista ha la missione di costruire un nuovo ordine,
caratterizzato da progresso che conduce verso un futuro sempre migliore. Questa
fiducia intensa nella scienza era già profondamente radicata nell’illuminsmo. Ma
mentre nell’illuminismo la scienza voleva liquidare la metafisica e convinzioni
religiose non controllabili attraverso la sperimentazione, nel positivismo la
razionalità scientifica è presentata come strumento per ricavare certezze
indubitabili da un nuovo tipo di principi assoluti (vedi l’Umanità di Comte).
Il positivismo, definito romanticismo della scienza, poichè positivismo e idealismo
hanno in comune la “totalità processuale necessaria”. In entrambi i filoni di pensiero
vi è una logica di progresso necessario (vd dialettica hegeliana (idealismo) e legge
comtiana dei 3 stadi (positivismo)). L’idea del progresso necessario è invece
inderivabile dal meccanicismo determinista. Secondo il meccanicismo infatti, l’idea
di un progresso interno è priva di senso, e tra le fasi del suo funzionare si stabilisce
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 10
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un rapporto di reversibilità piuttosto che di superamento (e progresso). Elemento
invece implicito nella tradizione meccanicista, rilanciato dal positivismo:
- posizione metodologicamente monista (un solo metodo per tutte le scienze).

3.2 Comte e la sociologia come coordinamento unitario del conoscere


Auguste Comte: primo tenace teorizzatore del positivismo. Scrive “Cours de
philosophie positive” nel 1830-42. Sua l’individuazione della legge dei 3 stati:
ciascuna scienza transita dallo stato teologico, a quello metafisico, a quello positivo.
Gradualmente si abbandonano i miti teologici e le rappresentazioni metafisiche, che
non sono errori di percorso ma tappe giustificate dall’evoluzione collettiva (modi
collettivamente condivisi di percepire e rappresentare i diversi aspetti della
realtà). Infatti la scienza è costituita da una visione del mondo collettiva,
un’attitudine sociale. Comte: la scienza è strumento di integrazione culturale e di
trasformazione sociale, coesione e consenso spirituale. Lavoro scientifico inteso
come impresa collettiva piuttosto che come sforzo solitario di specialisti. Raggiunto
lo stato positivo (il terzo), la conoscenza deve essere considerata dal punto di vista
scientifico (l’unico valido). Attraverso la legge dei 3 stati è possibile identificare il
grado di maturità raggiunto da una disciplina. Non è più necessario riflettere su
possibilità e modalità del conoscere, poichè le soluzioni metodologiche si
determinano e maturano in riferimento allo stesso procedere delle scienze. Le
acquisizioni di scienze semplici (come la matematica) divengono strumenti
metodologici per la concettualizzazione e l’indagine nelle discipline più complesse
(processo continuo di autofondazione metodologica). I diversi settori del sapere
sono reciprocamente concatenati e divengono unità. Uno degli aspetti centrali del
pensiero comtiano:
- la classificazione delle scienze
che significa integrazione e coordinazione di esse in un progetto unitario di
rifondazione complessiva del sapere. Così alla filosofia positiva, e alla sociologia,
viene assegnato il compito di coordinamento generale di ogni aspetto della
conoscenza, al fine di una trasformazione sociale e culturale. Quindi l’unificazione
del sapere, secondo Comte, non si realizza attraverso il primato di una disciplina
sulle altre (come per es lo era stato la meccanica), ma attraverso la connessione di
alcuni punti di vista principali. Il modello gerarchicamente ordinato delle scienze
fondamentali:
matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia, e sociologia, rispecchia il grado
crescente di complessità dello studio dei fenomeni determinato dallo loro
indipendenza più o meno totale, dal grado di specificità, dalla loro relazione più o
meno diretta con l’uomo. Criterio analogo si riscontra in ogni disciplina (es le tre
classi di speculazione matematiche 1) numeriche; 2) geometriche; 3) infine
meccaniche, che si succedono e coordinano tra loro secondo la stessa legge alla
base della formazione della scala fondamentale. Tale modello nasce dall’esigenza di
individuare un riferimento di scienze base a cui ricondurre le molte peculiarità delle
specializzazioni scientifiche. Non che Comte rifiuti la specializzazione che
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 11
Cinzia Falcade
riconosce quale elemento irrinunciabile per l’organizzazione del lavoro scientifico.
Piuttosto Comte considera il riferimento alle scienze di base connesse tra loro,
quale condizione necessaria per l’organizzazione del sapere proporzionata al
carattere unitario e crescentemente complesso del reale. Solo così le scienze
possono raggiungere il loro fine: costituire il fondamento per la riorganizzazione di
tutta la vita sociale. Secondo Comte, scienza non significa conoscenza delle cause,
ma conoscenza delle leggi che regolano i fenomeni; non è indagare senza fine, ma
attività che mette capo a relazioni invariabili fra i suoi oggetti. “Legge” per Comte
non è un semplice rapporto tra particolarità , tra aspetti particolari della realtà, ma
è strumento per cogliere l’ordine razionale del mondo nella sua interezza.
Avversione verso la teoria della probabilità. Ostilità verso ogni forma forte di
matematizzazione della scienza sociale. L’osservazione dei fatti è la sola base solida
della conoscenza umana; ogni proposizione non riconducibile all’enunciazione di un
fatto, non può aver nessun senso reale. Ma l’enunciazione di una legge non è
semplice accumulazione di materiale empirico. L’empirismo assoluto è impossibile,
impraticabilità di una pura osservazione che non muova da qualche previa teoria. La
formulazione di una legge scientifica non risulta da pura catalogazione di eventi o
relazioni particolari, poichè i fenomeni non costituiscono particolarità equivalenti
ma rinviano ad un’unità, e nel loro insieme configurano un ordine complessivo. Il
“dato particolare” diventa rilevante in quanto elemento costitutivo di tale ordine. Il
sistema di leggi deve poter cogliere le particolarità consentendo di costituire un
sistema di concetti che abbracci interamente la realtà. Quindi, classificazione e
integrazione delle scienze come riconoscimento dell’articolazione della realtà in
livelli parzialmente autonomi di complessità crescente. Convinzione comtiana della
rilevanza del dato e delle leggi che lo riguardano, fondata sulla pertinenza
differenziale del dato stesso e delle procedure metodologiche ad una scienza
unitaria. Scienze particolari che concorrono alla costituzione di una scienza
unitaria, che non mira a conoscenza astratta dei fenomeni, ma il suo essere scienza
umana e sociale, costruita dal punto di vista dell’Umanità e dei suoi fini. Antagonista
alla scienza unitaria, non è la specializzazione scientifica in sè, ma l’egoismo
scientifico e il disinteressarsi degli scienziati alla finalizzazione umana e sociale del
sapere. Da qui la distanza che separa Comte dall’empirismo tradizionale, che tende a
considerare isolatamente il singolo fatto senza coglierne il nesso con configurazioni
più estese. Il positivismo si oppone così sia alla tendenza mistica di convinzioni non
fondate empiricamente, sia all’empirismo che si focalizza sul semplice dato empirico
disinteressandosi del carattere unitario. Accusa la sociologia di non aver ancora
raggiunto lo stato positivo non per la mancanza di fatti, ma solo per mancanza di una
teoria. Infatti nessun fatto sociale può aver significato scientifico se non viene
riferito a qualche altro fatto sociale; isolato, resta allo stato sterile e non
permette alcun uso razionale. Il generale (nella forma della legge scientifica), non è
costituito da semplice somma di particolari, ma come frutto di un’attività
costruttiva della ragione che ipotizza e stabilisce relazioni.

Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 12


Cinzia Falcade
Punti che separano Comte dall’altro importante esponente del positivismo, l’inglese
Stuart Mill:
- attenzione per una considerazione non atomizzata dell’esperienza;
- esigenza di ricondurre l’esperienza ad un’unità superiore.

3.3 La logica del positivismo: Stuart Mill


Mill considera l’esperienza quale unica fonte della conoscenza scientifica.
Esperienza intesa come serie di eventi legati reciprocamente da rapporti di
contemporaneità o successione, ciascuno dei quali costituisce riferimento
essenziale del discorso scientifico. Mill, fenomenista e empirista radicale: ogni
verità e conoscenza sono di natura empirica, non fanno eccezione gli assiomi della
matematica e della logica e lo stesso principio di non contraddizione. La logica non
ha fondamento extraempirico. I suoi aspetti logico-metodologici sono contenuti nel
“System of Logic Ratio???? And Inductive” – 1843. Uno dei temi fondamentali qui
trattati: la teoria dell’induzione. Secondo la sua definizione, induzione è l’operazione
di scoprire e provare proposizioni generali. Obiettivo: individuare regole pratiche
di induzione che assolvono la stessa funzione delle regole del sillogismo nel
ragionamento deduttivo. Infatti, l’induzione per enumerazione semplice (Bacone ne
aveva intravisto i limiti), ignora il problema del pervenire a conclusioni sicure.
Problema di Mill è quello della scoperta: le regole induttive non hanno a che fare con
le modalità di individuazione degli asserti usati per pervenire a una proposizione
generale, ma solo il modo corretto di utilizzare a questo scopo tali asserti. Il
significato che Mill attribuisce a scoperta è diverso da quello con cui si distingue il
contesto della scoperta dal contesto della giustificazione nel dibattito
contemporaneo. Vd nei primi anni 30, Popper pone il problema del rapporto tra la
fase della ricerca in cui si pongono inferenze nuove, e la fase in cui si controllano
tali inferenze. Popper: lo scienziato opera producendo teorie e mettendole alla
prova. Nello stadio iniziale in cui si concepisce una teoria, non vi è richiesta
un’analisi logica. La questione per l’analisi logica della conoscenza è irrilevante. La
conoscenza scientifica infatti prende in considerazione non le questioni di fatto
(=quid facti) ma solo le questioni di giustificazione o validità (quid juris). Ne
consegue la necessità di tracciare una distinzione tra il processo che consiste nella
concezione di una nuova idea, e la metodologia del suo esame logico. Reichenbach
introduce le nozioni di contesto della scoperta e contesto della giustificazione:
differenziazione tra i processi attraverso cui si stabiliscono inferenze nuove dai
processi in cui si giustificano tali inferenze. Reichenbach: è il contesto della
giustificazione che rappresentando il momento di pubblica valutazione delle ragioni
offerte dal ricercatore a sostegno delle sue affermazioni, ad essere decisivo
nell’esame critico della conoscenza scientifica. Ma la distinzione tra scoperta e
giustificazione era rimasta ignota al positivismo classico, Mill incluso. Lo scienziato
positivista considera le sue osservazioni condotte su dati certi che si riferiscono ai
fatti. Quindi la scoperta consiste nel portare allo scoperto le relazioni tra fatti

Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 13


Cinzia Falcade
reali e quindi si autogiustifica, rendendo impensabile una scissione tra una prima
fase di invenzione teorica ed una successiva fase di argomentazione giustificativa.
Regole di Mill: scopo di mostrare come correttamente giungere all’inferenza
generalizzante partendo da asserzioni certe relative all’esperienza, da cui la
conclusione risulta necessariamente giustificata e provata, poichè derivante dagli
asserti di partenza. Induzione come inferenza ampliativa, operazione con cui
inferiamo che ciò che sappiamo vero in uno o più casi singoli sarà vero in tutti i casi
rassomiglianti ai primi in determinati aspetti. Generale come semplice cifra di fatti
individuali; passaggio dal noto all’ignoto, conclusione ampliativa rispetto alle
premesse estendendo il numero dei casi a cui va applicata. Fondamentale del
processo induttivo, pervenire a conclusioni vere (induzione legittima=induzione
valida). L’induzione di Mill non è collegata a considerazioni probabilistiche, che
equivalgono per Mill ad elementi negativi nei casi in cui le osservazioni empiriche
siano insufficienti per individuare con precisione tutte le circostanze che
accompagnano un fenomeno (generalizzazioni approssimative). Invece l’induzione
perfetta si propone di eliminare il caso dalle conclusioni scientifiche. Ma come può
l’induzione essere giustificata in modo razionale? Secondo Hume non lo è nel modo
più assoluto, in quanto l’induzione è priva di ogni giustificazione razionale, poichè un
oggetto non contiene nulla che autorizzi una conclusione che vada oltre se stessa.
Quindi induzione come abitudine dettata da un’esigenza psicologica. Ma la posizione
di Mill è completamente diversa, e non tiene nessun conto delle critiche humeane.
Mill infatti legittima l’induzione basandosi sull’uniformità della natura. Principio
dell’uniformità della natura come la più generale delle premesse. Mill da questo
principio ricava l’idea di legge scientifica ineccepibile. Natura quale combinazione di
uniformità parziali; carattere generale che pervade tutta la natura. Nessuna
incertezza nell’individuazione di una legge della natura ottenuta da un’induzione
corretta. Condizione più generale della validità dell’induzione, il principio di
uniformità della natura.
“Nozione di causa” in Mill:
a differenza di Comte che esclude di poter costruire una conoscenza come
conoscenza di cause, secondo Mill, è lecito parlare di cause solo quando si considera
la causa stessa un fenomeno. “Sono cause solo in quel senso in cui si dice che un
fatto fisico è causa di un altro” ( escludendo quindi le cause efficienti). Come Hume,
esclude la possibilità di una fondazione metafisica dell’idea di causa; ma nega il
punto di vista kantiano (idea di causa come categoria dell’intelletto), indipendente
dall’esperienza. Al contrario la sola nozione di causa che esige la teoria
dell’induzione è tale da poter essere acquisita con l’esperienza tramite
generalizzazioni induttive. Rappresentazione dell’idea di causa secondo Mill:
Due punti di vista:
1) primo livello ancorato a presupposti meccanicistici, dove la nozione di causa fa
riferimento ad un’invariabilità di successione temporale tra ogni fatto della natura
e qualche altro fatto che l’ha preceduto. Causa come antecedente invariabile di un
fenomeno; fenomeno, susseguente invariabile, chiamato effetto. L’antecedente
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 14
Cinzia Falcade
invariabile incondizionale, è quella causa che consente di escludere in un rapporto
AB il ruolo di un’altra circostanza. Quindi il procedimento di Mill presuppone una
doppia condizione:
1) individuazione del susseguente B quale fenomeno isolato e determinato;
2) che questa stessa modalità sia stabilita a carico degli antecedenti, oltre ad
identificare isolatamente tutti gli antecedenti di B.
Presupposto irrealistico, impossibilità di pervenire a tale esaustiva individuazione di
elementi.
In questo modo la spiegazione si configura come operazione completamente
descrittiva, dove l’osservatore ha ruolo neutrale, di pura registrazione, alieno da
considerazione teoriche. Si propone di individuare catene causali che esistono
indipendentemente da ogni processo di attribuzione causale ipotizzato dal
ricercatore. Interpretazione meccanicistica, atomistica ed associazionistica della
causalità. Nel caso in cui risultino più antecedenti associati allo stesso susseguente,
viene attribuita rilevanza causale ad ognuno di essi (=composizione delle cause). La
rilevanza causale del complesso di antecedenti, viene considerata come pari alla
somma della rilevanza causale di tali antecedenti.
Ma Mill dà un’altra interpretazione della nozione di causa molto diversa da questa:
raramente la sequenza invariabile sussiste fra un conseguente ed un antecedente
singolo; solitamente essa si configura tra un conseguente ed una serie di parecchi
antecedenti. Quindi tutte le circostanze precedenti costituiscono le condizioni del
fenomeno (vera causa è il complesso di questi antecedenti). Tutte le condizioni sono
indispensabili perchè si produca un conseguente, quindi l’enunciazione della causa
deve comprenderle tutte in egual misura. Secondo Mill, spesso accade che venga
scelta una determinata causa antecedente perchè sembra essere più rilevante, o
perchè è quella su cui è più conveniente insistere. Causa: somma totale delle
condizioni a cui segue invariabilmente il conseguente. Innanzitutto la nozione di
condizione è più generale e comprensiva di quella di causa. Inoltre in questo caso il
complesso di condizioni individua una struttura determinata di condizioni piuttosto
che un co-occorrenza di condizioni separate come nel caso precedente.
Nell’individuazione di tale struttura, il ricercatore procederà tramite osservazione
ed esperimento. La rilevanza causale di questi complessi di condizioni è tale in virtù
di leggi ricavate dalla generalizzazione: causa individuata in un complesso di
condizioni la cui rilevanza è asserita da leggi. Registrazione meccanica e
descrittivistica di regolarità date.
In Mill, 1. step dell’indagine induttiva: analisi dei fenomeni neil loro elementi
costitutivi; 2. step: composizione di questi elementi servendosi dell’osservazione e
dell’esperimento. Mill formula le modalità induttive attraverso i suoi noti 5 canoni,
caratterizzati da descrittivismo meccanicista e considerazione atomizzata dei
fenomeni, carattere strettamente sperimentalistico. Per es il canone della
differenza, da Mill considerato quello più importante, richiede la catalogazione di
tutte le circostanze implicate e la sperimentazione in cui tutte le variabili sono
poste sotto controllo. Ma interi settori della scienza moderna non potrebbero
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 15
Cinzia Falcade
supportare un criterio come questo. Difficoltà di 2 tipi: 1) la pretesa di assoluta
regolarità ed esaustività del procedimento; 2) il proposito di pervenire a conclusioni
indubitabili, sganciate da qualsiasi tipo di ordine probabilistico. Il contributo di Mill
evidenzia le caratteristiche tipiche del positivismo: assoluta convinzione della
centralità del metodo e della sua capacità di porsi quale guida assolutamente certa.

3.4 Un elemento di crisi: le geometrie non-euclidee


Comte e Mill erano enbrambi legati fortemente alla tradizione illuminista, ne hanno
sviluppato temi centrali più che introdurre nuovi elementi. Comte, Mill e Spencer,
con il loro contributo portano alla costituzione di un positivismo che domina la
cultura del secolo fino agli ultimi decenni. Tuttavia a metà secolo la
rappresentazione del sapere scientifico subisce modificazioni e ripensamenti in
seguito alla scoperta delle geometrie non euclidee messe a punto nei primi decenni
del secolo. I “Principi” di Euclidee già nell’antichità avevano definito il sapere
geometrico. L’opera è costituita da 13 libri, ed è l’esempio più caratteristico del
sapere dimostrativo. Ogni testo comprende un numero limitato di proposizioni
primitive che definiscono gli elementi di base (retta, punto, cerchio...) ; il primo
presenta 5 proposizioni comuni vere per evidenza e valide in generale (=l’intero è
maggiore della parte), più postulati intesi come affermazioni intuitivamente vere
relative alla geometria. Le altre affermazioni riguardanti la geometria sono
ottenute per deduzione da definizioni/assiomi/postulati. Quindi il sistema è
governato da un doppio criterio di accettazione delle affermazioni: criterio extra
logico per quanto riguarda assiomi/postulati di tipo logico dimostrativo per le
proposizioni derivate. Così la geometria euclidea per oltre 20 secoli è stata il
modello della perfezione del procedimento deduttivo. Per Kant la geometria
euclidea è l’esempio del giudizio sintetico apriori, universalmente vero e valido, che
non richiede conferma da parte dell’esperienza. La possibilità della conoscenza
basata sull’esempio della geometria euclidea per la cultura occidentale
rappresentava la garanzia dell’esistenza di una via per raggiungere la verità. Nel
1733 però viene pubblicato un volume scritto da Girolamo Saccheri interamente
dedicato alla trattazione del V postulato (che riguarda l’esistenza di una sola retta
parallela ad una retta data e passante per un punto esterno ad essa). Gauss e Bolyai
e Lobacewskij riesaminando la questione, giungono alla conclusione che negando il V
postulato non si ottenevano risultati contradditori ma semplicemente sistemi
geometrici diversi da quello euclideo ed incompatibili con esso. Con la scoperta delle
geometrie non euclidee entra incrisi l’idea di assioma e di postulato come verità
indiscutibile. Se negando il postulato e ragionando come se fosse falso, non si
perviene a risultati contradditori, viene a cadere ogni garanzia di verità assoluta
del sistema. Se nemmeno la geometria può far conto su proposizioni di base
certamente vere, tantomeno lo può una qualunque teoria. Assiomi/postulati devono
venire reinterpretati non più come primitivi necessari, ma come semplici punti di
partenza (assunti in via ipotetica). La stessa geometria si viene a configurare come

Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 16


Cinzia Falcade
sistema ipotetico-deduttivo, governato da un principio di coerenza più che di verità,
con due conseguenze:
1) le proposizioni derivate, pur continuando ad essere corrette deduzioni
rispetto ai primitivi, possono risultare empiricamente non vere;
2) se la definizione dei primitivi non è governata da una logica di verità ma
deriva da una scelta convenzionale e ipotetica, può accadere che il sistema,
ricavato deduttivamente da questi, risulti incoerente, a causa di una
selezione non appropriata dei primitivi.
La scoperta delle geometrie non euclidee implica la negazione dell’a-priori kantiano.
Riflessione nuova che riguarda la nozione stessa di verità e suo significato, finendo
per ripiegare su una decisione di scelta fra sistemi alternativi e compossibili, dove
nessuno di essi può garantire la propria verità (entra in crisi la stessa unità della
ragione). Questi sviluppi influenzeranno anche altri ambiti scientifici.

Il positivismo al lavoro: Emile Durkheim


In Comte, proposito di costituire la sociologia come compimento di un sapere
scientifico unitario. Mill: importante contributo nell’identificazione di specifiche
procedure deduttive utili a governare l’inferenza, oltre ad elementi di una teoria
della causalità. Comte e Mill contribuiscono nel processo di costituzione della
sociologia come disciplina dotata di obiettivi cognitivi propri. In entrambi i casi
manca però la considerazione del lavoro sul campo. Comte, aveva tentato di
costituire una teoria della società fondata su leggi universali ma a causa
dell’insostenibile generalità, impossibilitata l’indagine empirica. E’ Durkheim che
spetta il merito di aver costruito una proposta metodologica rivendicando una
specifica strategia procedurale della sociologia. Individua con precisione metodo e
campo di applicazione per rendere possibile il lavoro di indagine empirica. Esplicita il
suo programma di lavoro ne “le regole del metodo sociologico”. Durkheim nelle sue
Regles si lamenta del fatto che i sociologi non si fossero preoccupati di definire un
metodo da applicare allo studio dei fatti sociali: le precauzioni nell’osservazione dei
fatti, il modo di impostare i problemi, come orientare le ricerche, le regole
nell’amministrazione delle prove. In Durkheim, l’oggetto specifico di indagine della
sociologia non è la società come per Comte, ma i “fatti sociali”, il cui studio consente
di pervenire alle relazioni causali costitutive, obiettivo primario della sociologia
stessa. L’esistenza dei “fatti sociali” è garanzia dell’autonomia della nuova scienza.
Fatti sociali consistono in: modi di agire, di pensare, di sentire, che pur esteriori
all’individuo, hanno potere di coercizione e gli si impongono. Questi fatti vanno
considerati come cose, poichè incontrovertibili, concreti e indiscutibilmente
esistenti. É un programma di lavoro antimetafisico e anti-idealista: il sociologo deve
assumere di fronte al suo oggetto il medesimo atteggiamento del fisico, chimico, o
fisiologo. Elemento di base del suo pensiero: il monismo metodologico, inteso come
unica forma possibile di condotta razionale. L’oggettiva esistenza dei dati consente
un’oggettiva conoscenza; sicurezza della disponibilità di dati inequivoci. Adesione al
modello induttivista senza incertezza, di stretta osservanza baconiana. Scienza
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 17
Cinzia Falcade
quando si osservano, si descrivono, si comparano le cose (i fatti sociali). Il
ricercatore commette un grosso errore se quando svolge il suo lavoro scientifico
sostituisce alle cose le proprie idee, trattando esse invece che l’effettiva realtà.
Questo atteggiamento è antitetico al procedimento scientifico, che per essere
valido deve essere completamente razionale. Durkheim stesso, si qualifica come
“razionalista”, più ancora che positivista. Secondo Durkheim, la scienza deve
procedere dalle cose alle idee, non dalle idee alle cose. I concetti, per consentire
conoscenza oggettiva devono derivare da un esame scrupoloso dei fatti. Primo
compito del sociologo: definire esattamente le cose di cui tratta, esprimendo le
proprietà inerenti alle cose, non le supposizioni del ricercatore. La ricerca inizia
cogliendo i caratteri più esteriori delle cose immediatamente visibili, quelli più
profondi e più ricchi di significato potrebbero essere solo immaginati (vd Bacone
contro le “anticipazioni della natura”). Logica procedurale della sociologia:
esperimento indiretto o metodo comparativo. Durkheim invita a non tralasciare ciò
che non torna rispetto alle ipotesi/modelli del ricercatore, a non sottovalutare il
controllo empirico delle inferenze. Il progetto di Durkheim contempla la
costruzione cumulativa di un sapere indubitabile, che deriva sperimentalmente dai
fatti, e garantito dalla completa corrispondenza ad essi. Rispetto a Galileo (dove
l’esperienza è theory-laden, frutto di un processo di selezione e rielaborazione
concettuale), Durkheim aderisce ad un modello più rigido riconoscendo in questa
fase di indagine spazio minore alla rielaborazione concettuale. Comte stesso
sosteneva la necessità di una teoria che inizialmente orienta l’osservazione, mentre
il modello di Durkheim è vantaggioso perchè rende possibile l’operatività, il fare
ricerca empirica, mentre in questo Comte non dava risposta. Durkheim avverte di
rinunciare ad ogni tentazione idealista di sostituire dati empirici con le idee del
ricercatore. Altro vantaggio della strategia induttivistica di Durkheim:
procedere sperimentalmente dalle cose alle idee significa edificare un apparato
concettuale in un linguaggio specifico. Preoccupazione costante di Durkheim,
assicurare fondamento empirico ai concetti utilizzati, quindi non derivanti dalla
logica come nel positivismo logico.
Regole per applicare correttamente le procedure induttive (richiama Bacone):
1)Scartare nozioni non controllate sperimentalmente (stesso ruolo delle idola di
Bacone). Esse alterano il vero aspetto delle cose. I fatti sociali, pur non essendo
cose materiali, sono cose allo stesso titolo la cui verità può essere portata allo
scoperto dal ricercatore. Nelle Regles discute a lungo dell’ostacolo per lo scienziato
induttivista, rappresentato dalla necessità del controllo completo e
dell’enumerazione esaustiva degli oggetti sotto osservazione. Argomento insidioso,
vista l’impossibilità di soddisfare tale condizione. Durkheim obietta che è inesatto
che la scienza non possa istituire leggi se non dopo aver passato in rassegna tutti i
fatti che esse esprimono. Fondamentale, nel metodo sperimentale, considerare non i
fatti volgari che non sono dimostrativi, bensì fatti decisivi o cruciali che,
indipendentemente dal loro numero, hanno valore/interesse scientifico. Infatti è
problema insolubile costruire un inventario di tutti i caratteri appartenenti ad un
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 18
Cinzia Falcade
individuo, essendo infinito, di conseguenza l’unico modo possibile per procedere è
quello di selezionare un piccolo numero di caratteri accuratamente individuali. Qui
si presenta quindi una scelta dei parametri, uno spazio di interpretazione del
ricercatore per determinare tali criteri (elemento di indeterminazione, in parte
contradditorio al modello di Durkheim). In seguito Weber su questo punto
criticherà la concezione tradizionale dell’oggettività del conoscere scientifico.
Secondo Weber infatti non esiste analisi scientifica puramente oggettiva della vita
culturale indipendente da specifici punti di vista del ricercatore. Quanto per
Durkheim rappresentava ostacolo per ottenere conoscenza oggettiva, per Weber
divenata condizione di tale conoscenza. Durkheim arriva ad affermare che in molti
casi basterà un’osservazione o un’esperienza ben fatta per fondare una legge,
introducendo un elemento che mal si presta ad un sistema fondato interamente
sulla pretesa di oggettività su corrispondenza di asserti a verità fattuali. Anche la
procedura per variazioni concomitanti di Durkeim è di natura strettamente
induttiva. Consiste nel confrontare i casi in cui 2 dati fenomeni sono
contemporaneamente presenti/assenti, verificando se le variazioni che presentano
nelle diverse combinazioni consentono l’individuazione di relazioni di dipendenza tra
essi. Scopo della procedura: identificare relazioni causali.
MANCANO 2 PG 91-92
Secondo Durkheim ad un medesimo effetto corrisponde sempre una medesima
causa; il fatto che il suicidio sembri dipendere da più cause, è dovuto al fatto che vi
sono forme diverse di suicidio, ognuna dipendente da una sua causa. Durkheim
esclude inoltre la concezione di rapporto causale quale complesso di condizioni
antecedenti (come lo era per Mill). Il progetto di Durkheim sembra più chiudere
un’epoca che contribuire ad aprirne una nuova. Si concentra sulla definizione di
concrete modalità operative per studiare i fatti sociali e per rendere la sociologia
strumento utile nella difficile fase di ricostruzione sociale. Questi obiettivi cerca
di raggiungerli arrocandosi sulle posizioni più tradizionali del positivismo. In ogni
caso grande è il suo contributo nella costituzione della sociologia quale disciplina
empirica.

LE TRASFORMAZIONI DEL POSITIVISMO: EMPIRIOCRITICISMO E


CONVENZIONALISMO.

5.1 Mach e l’empiriocriticismo


Con Mach, Poincarè e Duhem si apre una nuova riflessione che se da un lato è
un’altra versione del positivismo, ne prepara il superamento con nuove
argomentazioni critiche nei confronti dei suoi presupposti fondamentali. La
riflessione matura principalmente all’interno delle scienze fisiche, dove vengono
messi in discussione decisivi punti fermi della precedente tradizione quali la validità
indiscussa della fisica newtoniana, meccanicismo, demarcazione fra scienza e non –
scienza, concezioni spazio/tempo. Riflessioni che avranno effetti su ogni settore di
riflessione e indagine empirica, incluse le scienze sociali. Per es Mach criticherà la
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 19
Cinzia Falcade
nozione di massa e di spazio assoluto, influenzando significativamente il pensiero di
Einstein. EMPIRIOCRITICISMO è l’indirizzo di pensiero di Avenarius e Mach negli
ultimi tre decenni del secolo precedente (1870-1900). Avenarius (“Critica
dell’esperienza pura”- 1888), riferimento all’esigenza di un’esplorazione critica delle
possibilità dell’esperienza. Se Avenarius è principalmente filosofo, Mach è più uno
scienziato, interessato a concreti problemi di ricerca. Professore di matematica e
fisica, teoria e storia delle scienze induttive, divulgazione scientifica, epistemologia
e filosofia della scienza. Ci sono divergenti interpretazioni sul pensiero di Mach. Da
un lato viene presentato come il più tenace oppositore di concetti/asserti non
aventi riscontro nell’esperienza empirica. Dall’altro lato è stato considerato
sostenitore di una concezione idealistica della scienza. Un’interpretazione condivisa
evidenzia come Mach consideri la scienza come registrazione di fatti osservabili e
nella loro rappresentazione sintetica in forma semplice e fruibile. Partiamo dalla sua
rappresentazione della scienza biologica evoluzionistica. Secondo Mach, scienza e
storia della scienza sono capitoli di una storia evolutiva più generale, come
strumento di adattamento dell’uomo all’ambiente, e progressivo ampliamento del
controllo dell’uomo su di esso. L’attività scientifica rappresenta in questo contesto
il perfezionamento di una naturale strategia di sopravvivenza della specie. Prima si
elaborano esperienze e si formulano concetti in forma primitiva con linguaggio
semplice, quando in seguito sorgono problemi di adattamento più complessi, si
elaborano concetti concettualmente e linguisticamente più complessi. Quindi
l’attività scientifica nasce con l’esigenza di rispondere a problemi di esperienza, alle
esigenze evolutive e adattive della specie. Una delle affermazioni più citate e
caratterizzanti il pensiero di Mach: la scienza è attività essenzialmente economica,
riferendosi al fatto che le elaborazioni della scienze consentono di esprimere nel
modo più sintetico ed economico una grande quantità di conoscenza. La scienza si
propone con il minimo di lavoro, nel minimo tempo, con il minimo sforzo di pensiero,
di appropriarsi della massima quantità possibile dell’infinità verità. Per Mach la
scienza ha lo scopo di economizzare esperienze, riproducendo e anticipando i fatti
nel pensiero attraverso formulazioni concise. Leggi e teorie scientifiche hanno la
funzione di “cifra”, ausilii mnemonici (memoria technica), utili agli utilizzatori nel
confrontarsi con i problemi posti dall’ambiente. Queste sue implicazioni sono di
tutti rilievo, poichè leggi e teorie diventano mere strutture di servizio dell’attività
scientifica; l’utilità delle teorie è in Mach puramente strumentale, il cui rispetto si
rivela provvisioriamente utile per affrontare problemi di esperienza. Stessa
prospettiva vale per le leggi e per i concetti. Mach, come Comte, è convinto della
connessione tra prospettiva storica e metodologica di una disciplina. Infatti
ciascuna epoca ha eleborato i propri concetti, destinati ad essere poi sostituiti da
diverse rappresentazioni. Questo perchè i concetti, pur avendo radici nei fatti,
sono unicamente strumenti per rappresentare economicamente i fenomeni
osservati, e in quanto tali svolgono una funzione ausiliaria. Ai concetti non andrà
attribuita alcuna realtà esterna oltre a quella svolta cognitivamente
nell’organizzazione del pensiero. Abbandono del punto di vista secondo cui il
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 20
Cinzia Falcade
concetto è una copia della realtà (solo strumento intellettuale che serve alla
rappresentazione del mondo sulla scena del pensiero). Secondo Mach, l’obiettivo
della scienza è esclusivamente stabilire connessioni fra i fenomeni. Qualsiasi
disciplina non può che essere scienza fenomenologica, intenta a descrivere le
dipendenze reciproche date dall’esperienza senza riferimento a ciò che non può
essere osservato. Questa è una descrizione di tipo economico, che vuole ridurre la
complessità dei fenomeni utilizzando decisioni teorico/concettuali che
circoscrivono l’esperienza e mettono a punto il modello più conveniente. Leggi stesse
allo stesso livello delle ipotesi: rappresentano le nostre aspettative più che un
sapere completamente certo.
Altri 2 temi centrali in Mach:
1) Elemento di base del discorso scientifico è il complesso delle
sensazioni/percezioni registrate da un osservatore. Si riferisce al fatto che le
affermazioni degli scienziati vanno rapportate all’esperienza. Ne consegue che le
affermazioni scientifiche, perchè siano tali, devono essere confrontabili con
l’esperienza. Le sensazioni non possono essere vere o false, come invece accade alle
affermazioni. L’errore non si trova nella sensazione in quanto tale, ma nella sua
concettualizzazione. Gli asserti scientifici, per essere validi strumenti di controllo
sull’ambiente ed attestare in modo valido relazioni fra i fenomeni, devono vertere
su elementi confrontabili con l’esperienza. Ciò può avvenire solo in presenza di una
totale riducibilità di principio del linguaggio alle sole percezioni. I complessi di
sensazioni costituiscono quindi il dato di partenza. I “fatti” sono integrabili in una
prospettiva scientifica solo attraverso la percezione. La percezione stessa è un
processo attraverso il quale si selezionano aspetti e non altri, conformemente alla
necessità di dare risposte a problemi pratici. Le nostre riproduzioni della realtà
sono sempre astrazioni. Il “fatto” è anch’esso un’astrazione, un ritaglio dal fluire
continuo dell’esperienza, operato per esigenze teoriche. Osservazione e teoria non
sono separabili in modo netto, perchè quasi tutte le osservazioni sono già
influenzate dalla teoria. Affermazioni che non si possono ridurre ad un linguaggio-
di-sensazione sono metafisiche quindi vanno escluse dal discorso scientifico. Così
come per Comte, l’attitudine antimetafisica è di fondamentale importanza. Per
Mach la metafisica con la tendenza ad inserire nel discorso scientifico entità non
direttamente osservabili, è un pericolo costantemente attuale. Per questo suo
discorso antimetafisico, Mach viene considerato il più tenace rappresentante della
tradizione illuminista del 19. secolo. Metafisica per Mach è solo disputa filosofica
senza fine (sofisticheria e inganno), per questo traccia una demarcazione tra
conoscenza ed errore, fra attività dotata di senso e semplice insensatezza.
Secondo Mach la scienza deve identificare le connessioni fra i fenomeni, senza
perdersi nell’affermazione indimostrabile di un qualche realtà sottostante ed
inattingibile. Senza qualche processo governato da un’intenzione descrittiva delle
connessioni fra i fenomeni, senza generalizzazioni affrettate. Non si tratta in ogni
caso di un descrittivismo che pretende di aderire in modo meccanico al dato
empirico, ma di un processo di ricollocazione e riorganizzazione di fenomeni in un
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 21
Cinzia Falcade
quadro definito da opzioni orientate dal principio di economia, dove teorie, leggi,
concetti consentono tale riorganizzazione, ma hanno un interesse solo provvisorio e
strumentale. Gli oggetti dati nell’esperienza non sono oggetti-in-sè, ma nient’altro
che oggetti-per-noi.
TEORIA DEGLI ELEMENTI: aspetto centrale della teorizzazione machiana. Con
questa teoria si riferisce alle parti costitutive, oltre alle quali non è possibile
andare, a quei complessi di sensazioni, riducibili ad elementi intersoggettivi che
realizzano la convergenza di fisico e psichico (la sensazione di “verde” appartiene
ad entrambe le sfere, foglia e percipiente). Infatti i dati empirici originari sono i
colori, suoni, pressioni, calori, odori... , sono l’esperienza concreta con cui
edifichiamo il nostro mondo. Questi elementi si pongono come univo livello di realtà,
sono l’alfabeto con cui costruiamo corpi ed oggetti, nel fluire continuo
dell’esperienza. L’esperienza non è elemento unitario che comprende oggetto e
soggetto simultaneamente, non è un incontro del soggetto con dati indipendenti da
lui, ma è un livello di realtà anteriore ad entrambi. Oggetto non è che metafora per
indicare un insieme di elementi che l’esperienza consegna al percipiente. Il soggetto
stesso è una metafora, rappresenta esso stesso un fluire di esperienze e mutamenti
al di sotto dei quali non è possibile rintracciare un io essenziale, il suo confine è
indeterminato. Fatto, oggetto, io, non sono che costrutti di comodo utilizzati per
tracciare confinamenti artificiali nella corrente continua degli elementi, usando
l’unico metodo adatto, quello della variazione. Mach è convinto che non esista un
mondo fisico oltre quello delle apparenze fisiche (dottrina detta oggi fenomenismo),
dove gli oggetti fisici sono complessi di qualità fenomeniche di particolari
colori/rumori etc esperiti, che Mach chiama complessi di elementi, e che sono
semplicemente quel che sono, dietro di essi non vi è niente del tutto. La teoria degli
elementi di Mach, sviluppo di un punto di vista sensistico degli obiettivi
antimetafisici; il suo orientamento antimeccanicistico rappresenta una frattura
rispetto al positivismo tradizionale, attraverso 2 ordini di considerazioni:
1) Le sue ricerche nel campo dell’ottica/acustica/fisiologia, convincono Mach che la
prospettiva meccanicistica debba lasciare il campo a un modo di vedere più libero;
più libero anche dal credere di possedere strumenti infallibili per conoscere
definitivamente la realtà. Inoltre i fenomeni fisici non possono essere considerati
fenomeni meccanici, basati su principi semplici e universali, come sostengono i
teorici del meccanicismo. In “Meccanica” Mach critica la concezione di massa della
meccanica newtoniana contribuendo alla definizione della fisica moderna. La
meccanica non è più elemento unificante delle conoscenze fisiche, non è fondamento
dell’universo, ma solo un aspetto di esso. É la sua determinazione antimetafisica
contro la concezione meccanicistica. La pretesa dei meccanicistici ad individuare
sotto i fenomeni osservati, null’altro che corpi in movimento, si riduce a metafisica.
I concetti che la tradizione meccanicistica considera evidenti e immodificabili
(nozioni di spazio e di tempo assoluti), sono metafisici, dogmi prima intoccabili ma in
realtà funzioni prive di valore scientifico. Diventa per Mach metafisica, perchè
postula livelli di realtà irraggiungibili dall’esperienza. Oltre al meccanicismo, Mach
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 22
Cinzia Falcade
critica il determinismo causale. Secondo Mach (come Hume) la nozione di causa non
può derivare dall’esperienza, poichè l’esperienza consente solo di cogliere
connessioni fra fenomeni. Mach afferma che il principio di causalità equivale a voler
esprimere la realtà attraverso un sistema di equazioni. Ma la natura non è una
macchina, e le relazioni sono più complicate, tanto che un sistema di equazioni non
può coprire tutte le incognite (=indeterminatezza). Pretendere una spiegazione
completa, diventa filosofia metafisica. La metafisica svanisce quando attribuiamo
alla scienza il solo scopo di scoprire la mutua dipendenza dei fenomeni. Tuttavia la
sua critica alla concezione deterministica, non fa scomparire il progetto di
un’unificazione del sapere. Teorie/leggi/concetti utilizzati dagli scienziati in ogni
disciplina scientifica consentono di realizzare un profitto, corrispondente alla
capacità di sintetizzare e integrare l’esperienza. Il principio di economica richiede
che più fatti possibili siano espressi con il numero minore di espressioni. Infatti
l’eterogeneità dei linguaggi specifici delle molteplici discipline, sono di ostacolo
all’attività scientifica. La realizzazione di una base per l’unificazione della scienza si
consegue attraverso la riducibilità di tutte le espressioni scientifiche a
proposizioni-di-sensazioni. Espressioni contenenti come predicati solo termini
esprimenti sensazioni, diventando strumento omogeneo, confrontabile con
l’esperienza, libero da riferimenti a entità non osservabili. Linguaggio unificato che
può condurre all’unificazione della scienza.

5.2 Il convenzionalismo di Poincarè


Il convenzionalismo tende a riguardare alcune questioni determinate, in particolare
caratteristiche e ruolo di postulati (ipotesi, valore cognitivo delle leggi scientifiche,
carattere oggettivo delle teorie). Si sviluppa negli ultimi anni del secolo (fine 800)
in FR; maggiori esponenti: Poincarè e Duhem, e le Roy. Ancor più di Mach, il
convenzionalismo di Poincarè e Duhem si pone come massima tensione nei confronti
di alcune tematiche centrali del positivismo: oggettivismo dogmatico, determinismo
e meccanicismo, primato del dato e del vero. Il convenzionalismo contribuisce in
modo notevole al processo di ripensamento che conduce la scienza ottocentesca ad
assumere la configurazione attuale, per via della sua critica sull’assolutismo
scientifico e delle certezze della precedente tradizione. Poincarè è innanzitutto un
matematico, gran parte delle sue considerazioni sono legate ai problemi derivanti
dalla scoperta delle geometrie non-euclidee. Secono Poincarè, l’esistenza delle
geometrie non-euclidee spingono ad interrogarsi sulla natura dei primitivi a partire
dai quali esse sono costruite. Se tali primitivi fossero realmente caratterizzati da
universali necessità (i giudizi sintetici a-priori di Kant), non potrebbero darsi
affatto le geometrie non–euclidee. Poichè la geometria non è una scienza
sperimentale, non consente inferenze sullo spazio. “Gli assiomi geometrici non sono
nè giudizi sintetici a priori, nè fatti sperimentali. Essi non sono che convenzioni”. Gli
assiomi, in quanto convenzioni, sono proposizioni la cui verità dipende da una
stipulazione formulata dagli utilizzatori. É il principio di economia a rendere più
razionale una scelta: una geometria, non può essere più vera di un’altra, può essere
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 23
Cinzia Falcade
semplicemente più comoda. Non solo la geometria, ma la scienza in genere possiede
elementi di convenzionalità. Critica di Poincarè alla meccanica classica, in
particolare alla nozione di spazio e tempo assoluti. Essi traggono la propria certezza
dal loro carattere convenzionale che li pone al riparo dall’esperienza. Prospettiva
poco integrabile con il positivismo classico. Le stesse leggi scientifiche sono
convenzioni arbitrarie, definizioni mascherate (es. il principio di inerzia, non può
essere definito giudizio sintetico a-priori, ma nemmeno risultato di un processo
condotto sperimentalmente. Molti ben noti principi della meccanica non si possono
più considerare acquisizioni assolute/indiscutibili, ma solo semplici convenzioni
preferite a modelli alternativi, in base a criteri quali l’economia, la semplicità. Es.
riportato: legge che asserisce la dipendenza funzionale fra 2 grandezze: il sistema
di coordinate con la curva rappresentativa sarà costituito da punti uniti da una linea
cui si tende ad attribuire convenzionalmente un andamento regolare piuttosto che
discontinuo e spezzato. Due Precisazioni: questo non si verifica per tutte le
acquisizioni della scienza, altrimenti la scienza, se così fosse, non sarebbe più di
alcuna utilità. Libera convenzione non significa arbitrio, poichè la libera decisione
fra diverse convenzioni ha un legame forte con l’esperienza; è l’esperienza infatti a
guidarci sulla scelta del cammino più comodo. Differenza tracciata fra legge
sperimentale e principio, al fine di autolimitare il suo convenzionalismo rispetto al
nominalismo (=convenzionalismo estremo avanzato da Le Roy). Scrive Poincarè: una
legge che ha avuto sufficiente conferma empirica può subire dagli scienziati 2 cose:
1) subire un incessante revisione per mostrare alla fine la sua validità solo
approssimativa;
2) venire “immunizzata”, ovvero la legge diventa principio incontestabile, sottratta
ad ogni possibilità di falsificazione, sottratta alla possibilità di un controllo
empirico.
Afferma Poincarè: se tutte le leggi fossero trasformate in principi, non
resterebbe nulla della scienza. Ogni legge può decomporsi in un principio e in una
legge, tuttavia resteranno sempre delle leggi. Ne consegue che il nominalismo ha
dei limiti. Il pensiero di Poincarè è caratterizzato da “convenzionalismo moderato”
in polemica con Edouard Le Roy, portavoce del nominalismo.
Presa di distanza situata su 2 piani:
a) polemica anti-intellettualista sulla presunta “bancarotta della scienza”. A fine
800 molti studiosi di ispirazione sperimentalista si scontrarono contro il programma
conoscitivo e scientifico del positivismo, mettendo in dubbio l’autenticità stessa
della scienza (=svalutazione della razionalità scientifica rispetto ad altre qualità più
spirituali dell’uomo). In effetti tra la critica posta da questi studiosi fra i quali
spicca Le Roy, e la critica di Poincarè, vi sono alcuni tratti convergenti. Le Roy
considera l’intelligenza impotente, attribuendo un ruolo più importante ad altre
fonti di conoscenza quali il sentimento, l’istinto, la fede. Ma Poincarè si distanzia
dall’assoluto anti-intellettualismo di Le Roy e riafferma il valore della razionalità
scientifica senza negare tuttavia forze diverse dall’intelligenza, riconducendole ad
un progetto comunicabile.
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 24
Cinzia Falcade
b)Altro aspetto della polemica: riguarda il nucleo del nominalismo, la tesi secondo
cui la scienza è costituita unicamente da convenzioni (fatti scientifici e leggi quali
risultato dell’opera artificiosa dello scienziato). A questo Poincarè obietta che le
leggi scientifiche non sono creazioni artificiali. Esistono oggetti reali che la natura
ci nasconderà eternamente: convenzionale è il linguaggio usato dallo scienziato per
parlarne: tra questo linguaggio e gli oggetti reali si mantiene un rapporto reciproco
che costituisce l’unica verità attingibile. Secondo Le Roy la scienza quale insieme di
regole corrisponde alla necessità di agire pur nell’impossibilità di conoscere
alcunchè. Secondo questa prospettiva la regola scientifica è giustificata solo dal
fatto di essere stata eletta a regola dal consenso degli interessati. Poincarè
ribadisce però che la convenzione in realtà possiede una base valutabile data
dall’esperienza, così come una giustificazione razionale, che consiste nella capacità
che essa consente di prevedere. In questo punto il convenzioalismo radicale trova
un altro limite. Ma Poincarè si fa particolarmente critico su un altro aspetto. Le
Roy: “E’ lo scienziato a creare il fatto”. Nel nominalismo c’è l’abbandono definitivo
del punto di vista kantiano dell’io come regista. Le Roy distingue tra il fatto “bruto”
e il fatto scientifico, ma afferma che anche se non è lo scienziato a creare il fatto
bruto, è lui a creare il fatto scientifico. La polemica è su due questioni:
1)autonomia e distinguibilità tra fatto bruto e fatto scientifico;
2)affermazione secondo cui è lo scienziato a creare il fatto scientifico. Secondo
Poincarè non c’è netta demarcazione fra fatto bruto e fatto scientifico.
L’importanza di un fatto si misura in base al suo rendimento (in quantità di pensiero
che permette di economizzare). Quindi la distinzione tra i 2 elementi è più che
altro di natura analitica. Ponendosi criticamente verso il positivismo classico,
Poincarè afferma che non esiste alcun fatto che possa essere recepito senza
mediazioni, che non subisca un margine di libera invenzione teorica da parte dello
scienziato. In riferimento al secondo aspetto, secondo Poincarè non è possibile
affermare che lo scienziato crei il fatto scientifico, poichè nel metterlo a punto è
inevitabilmente limitato dal fatto bruto (la sua abilità è sempre limitata dalla
materia). Secondo Poincarè, il fatto scientifico è il fatto bruto tradotto in un
linguaggio comodo. Quel che crea lo scienziato in un evento, è il linguaggio con cui
l’enuncia. Per quanto riguarda le teorie, per Poincarè sono il prodotto più precario
dela scienza. Attraverso determinati accorgimenti infatti si può sempre fare in
modo che qualsiasi teoria corrisponda ai fatti. La scelta fra diverse soluzioni è
ancora una volta questione di convenzioni, economia e semplicità.
Nel momento in cui si costruisce una teoria, le ipotesi sono importanti ma è
necessario usare cautela e verificarle una ad una prima di integrarle nella teoria.
Se si costruisce una teoria basata contemporaneamente su molte ipotesi e poi
l’esperienza non dimostra la teoria sostenibile, diventa impossibile capire quale sia
la premessa errata (afferma Poincarè). Inversamente se l’esperienza conferma la
teoria, questo non significa che tutte le premesse siano valide. In ogni caso, le
teorie non possono farci conoscere la vera natura delle cose. La scienza non può
farci conoscere la natura delle cose, nulla è in grado di darci questa conoscenza.
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 25
Cinzia Falcade
Secondo Poincarè, una teoria può solo farci conoscere le relazioni reciproche tra i
fenomeni. Se le teorie si succedono continuamente e soccombono, è perchè si
tratta di teorie che pretendono di insegnare cosa sono le cose. Ma quando in esse
emerge la conoscenza di un vero rapporto, questo è definitivamente acquisito, e lo
si ritroverà anche nelle successive teorie. Poincarè rivendica l’esistenza di un
piano di verità dato dalle relazioni fra oggetti. Secondo Poincarè, anche se una
teoria non può spiegare veramente la realtà perchè non attinge la realtà delle cose,
ma è utile se consente predizioni, riuscendoci quando mette in evidenza relazioni
vere. Per quel che riguarda la nozione di oggettività permane una tensione tra una
verità considerata in termini realistico-oggettivistici, e un discorso scientifico
pensato sulla costruttività, libertà ed interpretazione. Secondo Poincarè oggettivo
equivale a intersoggettivo (ciò che è comune per tutti) e trasmissibile per mezzo
del discorso. Questa intersoggettività non deriva dalla scoperta della natura vera
delle cose ma dai rapporti veri tra esse. La scienza ha valore oggettivo nel
momento in cui scopre relazioni autentiche fra fatti bruti.
Sviluppo della nozione di “fatto” o di “dato”:
secondo gli intellettuali positivisti, il dato è divino (carattere necessario,
incondizionato e assolutamente originario dell’elemento da cui deriva la
conoscenza). Mach e il convenzionalismo criticano il “fatto” in modo serrato (vd
distinzione di Poincarè tra fatto bruto e fatto scientifico). Nietsche:
“Considerazioni inattuali”: il fatto è sempre stupido. Critica che mette fortemente
in discussione il rapporto fra la scienza e la vita nel suo continuo divenire. Il
positivismo con la sua polemica antimetafisica aveva fortemente ridimensionato la
portata della filosofia, costretta a semplice riflessione. Ma le correnti del neo-
criticismo ripropongono di esplorare in modo critico le possibilità e modalità del
conoscere, come Kant aveva fatto con le scienze naturali, includendo anche le moral
sciences, le quali sono considerate radicalmente diverse dalle scienze naturali.
Spiritualismo e neo-vitalismo configurano un discorso contro la scienza, ma una
componente del neo-criticismo, più lo storicismo tedesco contemporaneo (=filosofia
critica della storia) sviluppano entro la scienza un importante discorso
metodologico, riflessioni che condurranno al Methodenstreit, un dibattito sul
metodo che impegnerà per decenni gran parte della cultura europea, ponendo fine
al nomismo metodologico del positivismo.

Il Methodenstreit: il dibattito metodologico nello storicismo tedesco


contemporaneo e nel neo-criticismo
6.1 Premessa
A fine 800 il positivismo, soprattutto per quanto riguarda la sociologia, aveva
prodotto un progetto di fondazione empirica, determinando specifici oggetti di
indagine e definendo una propria autonomia procedurale. Da questo è derivata una
ricca tradizione di ricerca. Affrontate molte tematiche spesso di urgenza sociale.
Nello stesso tempo però si configura una situazione di crisi a causa dello sviluppo di
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 26
Cinzia Falcade
nuove riflessioni che mettono in discussione i fondamenti delle convinzioni teoriche
del positivismo. Le scienze naturali, considerate da Comte e gran parte dei
positivisti modello unico e definitivo di scienza, vengono sottoposte ad un
ripensamento dovuto alla nuova consapevolezza che la meccanica newtoniana fosse
in realtà priva di assolutezza e indefettibile certezza. Meccanicismo e
determinismo ferreo, fondamenti del positivismo, non erano più compatibili con il
nuovo stato delle conoscenze fisiche (fisica quantitistica che introduce il disordine
come elemento costitutivo della struttura dell’universo). Il positivismo a fine 800
si deve confrontare con movimenti di polemica spesso indotti dalle caratteristiche
costitutive del positivismo stesso (=mancata considerazione di facoltà/valori
diversi da quelli razionali, attenzione centrata solo sull’esperienza empirica, sui
dati osservabili, orientamento anti-individualista e anti-religioso con conseguente
rifiuto di piani di analisi in cui l’individuo è al centro, con le sue scelte e i suoi
valori). AL contrario, spiritualismo e neo-vitalismo, che si sviluppano in Francia,
Germania e Italia a fine 800, rivendicano i valori spirituali con un atteggiamento
anti-intellettualistico.

6.2 Dilthey, e le scienze dello spirito


Dilthey, voce più autorevole dello storicismo tedesco.
Esistono interpretazioni diverse nella sua collocazione nel dibattito tra positivismo
e suoi avversari. C’è una tradizione di analisi (Lukàcs) in cui si enfatizza
l’importanza che Dilthey attribuisce all’esperienza vissuta come dato originario
nelle moral sciences e l’irriducibilità della conoscenza di tale dato a regole generali,
fanno di Dilthey il sostenitore di un orientamento irrazionalista. Mentre Antoni
ritiene Dilthey assolutamente positivista. Anche Aaron riconosce in Dilthey la sua
vocazione positivista seppur in termini più sfumati, non come riproposizione di
vecchie convinzioni positiviste ma come tentativo di conciliazione del rigore della
scienza con le ricchezze della vita interiore. Dilthey, storico e teorico della
conoscenza: la base del suo pensiero conduce a Kant. Questo “ritorno a Kant”
diventa terreno comune con il neo-criticismo di Windelband e Rickert. Dilthey,
Windelband, Simmel, Rickert e Weber sviluppano contemporaneamente il loro
lavoro in un dibattito intrecciato. In Dilthey vi è la necessità di liberare le scienze
dello spirito da ogni prospettiva metafisica (come Kant aveva fatto per le scienze
naturali), e di costituirle nella loro autonomia come campo di conoscenza valide. Per
Dilthey serve elaborare per le moral sciences una teoria del sapere capace di
individuare il fondamento di un conoscere certo e universale (un saldo appoggio di
un insieme di assiomi), una teoria del sapere deve poter fornire una risposta alla
questione se e come sia possibile il sapere valido, distinguendosi dal semplice
rappresentare o supporre. Il problema viene posto in termini kantiani relativi cioè
al carattere di validità universale dei giudizi avanzati nelle moral sciences,
riuscendo a distinguere tra proposizioni universali e quelle storicamente
condizionate. Nel mondo storico non è solo l’uomo come essere pensante a trovare
espressione, ma la vita nella sua molteplice interezza. La critica non può insistere
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 27
Cinzia Falcade
solo sulla dimensione intellettuale ma deve considerare del complesso di interazioni
tra uomo e mondo storico, fatto di rapporti vissuti entro il contesto. La mancanza
di riferimento a questo complesso della vita, è ciò che Dilthey rimprovera ai neo-
criticisti. Infatti, secondo Dilthey, intelletto, affettività e volontà non sono
facoltà distinte, ma atteggiamenti compresenti in ogni manifestazione della vita.
L’Erlebnis (=esperienza vissuta) rappresenta la realtà unificante. Il dato da cui
partire per fondare l’autonomia delle scienze dello spirito è l’immediato, il concreto
sentirsi vivere. Polemica contro il riduzionismo naturalista del positivismo. Secondo
Dilthey, Comte e Mill (positivisti ed empiristi) hanno affrontato il problema del
mondo storico fornendo risposte che modificano la realtà storica per adattarla a
metodi/concetti delle scienze naturali. (vd Mill: sostiene la riconducibilità del
comportamento umano a leggi universali, simili a quelle del mondo fisico; Comte e
Spencer con pretese di generalizzazione totalizzante e con l’obiettivo impossibile
di conoscere in modo integrale il mondo storico). Questi schemi finiscono per
rinchiudere entro schemi la mutevolezza della vita, trascurando l’assoluta
singolarità dell’esperienza vissuta. Secondo Dilthey le scienze dello spirito si
differenziano radicalmente dalle scienze naturali. Scienze dello spirito: luogo
dell’esperienza interna dell’uomo in cui si compie la costruzione del mondo storico, i
fatti si presentano originariamente dall’interno. Scienza naturali: luogo
dell’esperienza esterna di fenomeni fisici. Oggetto: fatti che si presentano nella
coscienza dall’esterno. Qui la connessione della natura è data attraverso un
collegamento di ipotesi, mentre per le scienze dello spirito c’è sempre la
connessione originaria della vita psichica. Tuttavia questi 2 diversi settori di
indagine non sono separati, vi è l’interdipendenza fra fenomeni spirituali e fisici,
una relazione costante. Non si tratta di separazione ma di distinzione. La natura,
essendo trascendente al soggetto conoscitivo, è appresa attraverso il dato
fenomenico; essa è estranea all’uomo, è soltanto esterna. Diversamente nelle
scienze dello spirito gli oggetti del nostro studio non sono da ricostruire
faticosamente, perchè ci sono immediatamente dati, trattandosi di uomini reali,
agenti in un contesto che è loro proprio. Mentre la natura è straniera e muta, il
mondo storico/sociale è il nostro stesso mondo. Quindi la differenza tra le due
scienze sta nelle diverse proprietà del relativo oggetto. Dilthey respinge il punto di
vista di Windelband che aveva individuato come demarcazione tra le 2 scienze il
diverso orientamento di indagine (scienze dello spirito: individualizzante; scienze
della natura: generalizzante). Dilthey ritiene invece che sia il singolare che il
generale costituiscono oggetto delle scienze dello spirito: tra particolare e
generale esiste una relazione e un rimando continui (storiografia: attitudine
individualizzante; psicologia e antropologia: volte ad individuare tratti di
uniformità). Ma anche Dilthey pone una differenza nella metodologia tra scienze
della natura e scienze dello spirito che si colloca però su un piano doppiamente
diverso rispetto a quello di Windelband, differenza dovuta alla differenza di
oggetto. In secondo luogo, la differenza non ha a che fare con l’orientamento
individualizzante o generalizzante, ma nel modo diverso in cui si fa esperienza
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 28
Cinzia Falcade
dell’oggetto. Dilthey introduce lo spiegare (=Erklaren) che è la modalità
procedurale relativa alla conoscenza del mondo fisico, in contrapposizione al
comprendere (=Verstehen), connesso al mondo storico/umano. “Spiegare” significa
stabilire nessi di casualità mediante ipotesi, sulla base di un’attività
razionale/cognitiva. “Verstehen” al contrario significa cogliere intimamente le
connessioni la cui autenticità è garantita dall’Erlebnis, l’esperienza vissuta.
Verstehen quindi come esperienza interna, riconoscimento di sè e dell’altro, chiave
per la comprensione dell’agire e dell’intenzionalità dell’altro, in quanto partecipe
dello stesso mondo storico/culturale. Intendere ed interpretare sono il metodo
dominante nelle scienze dello spirito. In contrapposizione, lo studio della natura è
rappresentazione estraniata e distante di eventi ricostruiti e di ipotesi incerte.
“Verstehen” è comprendere basandosi sull’esperienza vissuta, attraverso
l’intuizione, è un “entrare dentro”, un trasferirsi nella vita spirituale dell’altro, un
rivivere e ricostruire l’esperienza dell’altro, in un rapporto di empatia, contro la
razionalità fredda della conoscenza del mondo fisico. Circolarità che lega il singolo
individuo e l’insieme, il contesto storico di cui fa parte e su cui agisce. La
conoscenza del singolare è il vero fine delle scienze dello spirito. Le scienze dello
spirito non vogliono fornire una copia siffatta del mondo storico dell’uomo. La
conoscenza cerca, procedendo, di penetrare sempre più a fondo e diventare
sempre più oggettiva nella sua comprensione,
Tuttavia, che da queste sue premesse si possa effettivamente arrivare a
conoscenza valida, resta questione irrisolta nel pensiero di Dilthey (a causa degli
ampi margini di soggettivismo e relativismo).

Il neo-criticismo: Windelband e Rickert


Le diverse componenti del neo-criticismo, in particolare la nota “Scuola del Baden”
o “Heidelberger Tradizion”, è caratterizzato anch’essa dall’idea di un ritorno a
Kant.
Per Windelband e Rickert, massimi rappresentanti della scuola del Baden, istanza
critica significa mettere a punto una teoria della conoscenza che indaghi su
possibilità, condizioni e modalità di una scienza valida; validità della conoscenza che
significa necessità logica in questo caso, ovvero individuazione delle forme logiche
del pensare in modo corretto. Secondo Windelband, la logica è una disciplina che
insegna come si deve pensare, per pensare in modo retto. Sono forme logiche che
possiedono universalità prescrittiva, costituiscono le regole attraverso cui il
pensare diventa pensare corretto, quindi conoscenza. Pensare, non si esaurice nel
porre in relazioni contenuti specifici, ma presuppone una coscienza avente degli
scopi. Ruolo fondamentale che il valore acquisisce nella filosofia neo-criticista.
Pensare in modo corretto, è un giudicare orientato da principi che devono essere
perseguiti. Windelband afferma l’esistenza di valori universali attraverso cui si
possono legittimare le pretese di validità del pensiero umano. Riferimento al valore
come fondamento normativo che dà significato alla conoscenza scientifica e alla
storia. Filosofia è la scienza critica dei valori universalmente validi.
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 29
Cinzia Falcade
Fondamento della validità della conoscenza, che Kant individuava nelle categorie, è
in Windelband stabilito nei valori universali e necessari. I giudizi che la filosofia
formula, non esprimono un rapporto fra due contenuti rappresentativi, ma la
relazione fra una coscienza valutante e l’oggetto rappresentato. La necessità di tali
valori può essere illustrata ma non spiegata. Presupposto della fede nei fini
universali che possono essre conosciuti dalla coscienza empirica. Questa ricerca è
aperta solo a chi è convinto che esista una norma di carattere universale e che si
possa trovarla. La scienza è un pensiero che possiede il valore della verità, e verità
è il valore che disciplina il pensare e lo trasforma in conoscenza. In merito al
rapporto fra scienze naturali e scienze dello spirito: Dilthey ne tracciava una
distinzione relativa alle caratteristiche proprie dell’oggetto indagato nei due
settori di indagine, pur non escludendo una differenza di ordine metodologico
(antitesi Erklaeren –Verstehen). Ma Windelband se ne distanzia: egli si preoccupa
di formulare una distinzione in termini di metodo, e sottolineando la differenza a
fini conoscitivi. Le scienze naturali cercano leggi generali, e sono scienze
nomotetiche; le scienze dello spirito si occupano di fatti storici particolari, e sono
scienze idiografiche, il cui proposito è quello di cogliere il singolare, l’evento, che
costituisce in sè una totalità di significato, possiede un valore in quanto tale,
irripetibile ed incomparabile, costituisce l’irruzione dell’individuale nel generale.
Differenza tra idiografico e nomotetico sono da interpretare come un continuum
tra due polarità.
Afferma che sia il valore ad orientare e selezionare. Rickert si impegna con il
problema del metodo della scienza naturale in rapporto alla conoscenza storica. Lo
studio della natura ha dei limiti insuperabili, contrasto tra l’inifinita inesauribilità
della realtà e carattere finito del nostro conoscere.
La legge scientifica consente di controllare l’imprendibile ricchezza del reale,
distinguendo tra aspetti decisivi e quelli secondari, individuare relazioni costanti
fra fenomeni. Oggetto specifico della conoscenza storica: il reale nella sua
individualità. Distinzione esclusivamente logica e metodologica tra scienze della
natura e scienze dello spirito, non c’è interesse in Rickert a tracciare linee di una
classificazione delle scienze. Non si intendono due diverse realtà, ma la stessa
realtà sotto due diversi punti di vista, non due ambiti di sapere, ma due direzioni di
lavoro scientifico. “La realtà diventa natura quando la consideriamo con riferimento
al generale; storia quando la riferiamo al particolare ed individuale”. Anche nella
conoscenza storica, come nelle scienze naturali, esistono fattori irrilevanti (=es:
stabilire il colore del mantello di Federico II nella battaglia....). Alcune delle
infinite singolarità del nostro mondo sono individualizzate per il tramite di un
valore. É infatti la relazione ad un valore ciò che permette di attribuire un
significato ad alcune singolarità rispetto ad altre. É un riferimento ad un valore
che un determinato oggetto assume un rilievo particolare. La teoria del valore
diviene così parte costitutiva di una teoria della conoscenza. Valore come criterio
di selezione primario. Qualsiasi individualità può diventare oggetto di indagine se è
collegato ad un valore, se in rapporto a quella cultura, ha un senso determinato. Il
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 30
Cinzia Falcade
valore ha per le scienze della cultura la stessa funzione che ha la legge nelle
scienze naturali: consente di scartare l’inessenziale. Nell’infinità di oggetti
individuali, lo storico considera solo quelli che incarnano valori culturali portatori di
formazioni di senso, e sceglie l’aspeetto che meglio rappresenta l’individualità
storica. Rickert insiste sulla necessità di una scelta, di una selezione operata dal
ricercatore, operazione nell’ambito delle scienze della cultura che consentono di
perseguire la conoscenza. Riferimento al valore: criterio di distinzione rispetto alle
scienze della natura, quest’ultima sono invece indifferenti rispetto al valore. Senso
e significato vengono costituiti per mezzo di un valore, senza riferimento ai valori
resta scientificamente non definito. Rickert, oltre ad elaborare una logica della
conoscenza, elabora anche una critica. Come può la conoscenza perseguita
attraverso il riferimento al valore ambire ad una validità assoluta, piuttosto che
risolversi in relativismo? La risposta di Rickert è in linea con quella di Windelband.
Sono i valori stessi a costituire il fondamento della validità dalle scienze della
cultura; essi non appartengono all’esperienza empirica ma la rendono possibile. Ai
valori va riconosciuta una portata universale e incondizionata, poichè consentono di
conoscere in modo universale e necessario le realtà dotate di valore. Così la validità
della conoscenza nelle scienze storico/sociali dipendono dall’oggettività dei valori.
Anche qui i valori nelle scienze della cultura hanno la stessa funzione delle leggi
nelle scienze naturali. Perchè la storia sia obiettiva bisogna credere nell’esistenza
di valori incondizionati. In Rickert il riferimento al valore non è una operazione che
tende alla valutazione, alla formulazione di giudizi di valore sull’oggetto di studio,
ma è un’operazione teoretica attraverso la quale si attribuisce senso alla realtà
rendendone possibile la conoscenza. Non è compito dello studioso delle scienze
della natura formulare valutazioni; perchè osservare ciò che è ritenuto come
riferito al valore, è qualcosa di diverso rispetto ad una valutazione positiva o
negativa formulata dal ricercatore. Ma il problema dell’oggettività della conoscenza
viene affrontato da Rickert in modo astratto, senza attenzione per procedure
concretamente operative. Il “come fare” non trova risposta, non è comunque questo
punto dell’analisi metodologica il piano in cui si colloca il pensiero di Rickert, quanto
piuttosto l’individuazione astratta di condizioni generali in cui può darsi la
conoscenza valida nelle scienze della cultura.

Filosofia della causa e metodologia della causa: Max Weber.


7.1 Weber e il problema critico
Un’interpretazione ampiamente condivisa collega Weber al neo-criticismo, e in
particolare al pensiero di Rickert, compagno d’infanzia e di studi. Frequenti
riferimenti a Rickert, pronunciato consenso intellettuale. Anche Weber si occupa
di esaminare possibilità e limiti delle scienze storico/sociali, la loro autonomia
rispetto alle scienze naturali, validità/specificità delle procedure di analisi, ma
soprattutto affronta la questione se il giudizio nelle scienze della cultura possa
valere come verità universale. Weber riprende i temi neo-criticisti e soprattutto
rickertiani, tipo il problema della costruzione dei concetti e la considerazione
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 31
Cinzia Falcade
fondamentale del ruolo del valore, seppur questione risolta in modo diverso. Il
contributo di Weber è così complesso da esser difficilmente inserito in un
determinato orientamento di pensiero. Egli creò infatti una scienza della cultura
che non può essere assimilato in nessuno dei tradizionali schemi metodologici.
Weber si allontana da Rickert sul piano metodologico innanzitutto nell’abbandono
dell’assunto metafisico dell’assolutezza e universalità dei valori, ma anche per
quanto riguarda la spiegazione causale. Weber utilizza infatti l’idea di Rickert in
una direzione opposta, facendo del principio della soggettività e della limitazione
della scienza, il fondamento dell’oggettività. Inoltre Weber si impegna con
meticolose indagini empiriche, cosa estranea alla tradizione speculativa del neo-
criticismo. Non possono essere ricondotte a Rickert nemmeno le intenzioni di fondo
del pensiero di Weber: il costante richiamo alla responsabilità del sapere in termini
di decisione e di azione. Weber è infatti assolutamente convinto che le scienze
della cultura siano indispensabili all’azione, perchè mettono in luce i costi connessi
al perseguimento dei fini scelti, e indicano gli strumenti per perseguirli. Weber è
pienamente consapevole dei tratti critici e autocontradditori della cultura
occidentale e della modernità: frantumazione dell’antico ordine dei valori per
lasciare spazio al politeismo della modernità; effetti ambivalenti del disincanto del
mondo.
7.2 I tratti del sapere scientifico
Weber ha per la conoscenza scientifica un rispetto e considerazione assoluti; essa
diventa Beruf, vocazione. La scienza è la sede in cui si cerca la verità, la vocazione
di produrre conoscenza oggettiva indubitabile, universalmente e
incondizionatamente valida. Come per gli storici ed i neo-criticisti, l’immagine che
Weber ha della scienza è ricavata dal positivismo (caratterizzazione certista delle
scienze naturali). Il suo tentativo è di precisare possibilità, autonomia, peculiarità
delle scienze storico/sociali ed esplorare in che senso vi siano verità
oggettivamente valide anche in esse. Poichè della stessa natura devono essere le
verità individuate dallo storico/sociologo. Il sapere scientifico, sostiene Weber,
non è utile se non è vero. Nel momento in cui Weber scrive “L’oggettività
conoscitiva delle scienze sociali” tuttavia, la rappresentazione certista delle
scienze naturali era già stata messa in crisi a seguito della scoperta delle
geometrie non euclidee. Quindi Weber muove da una rappresentazione della
scienza già inattuale. In ogni caso egli è convinto che qualsiasi disciplina scientifica
deve possedere questa caratteristica di verità. A seguito di questa esigenza,
promuove l’indagine su condizioni e modi per perseguire tale obiettivo anche nelle
scienze storico/sociali. Weber nei suoi primi studi si occupa di problemi di storia
dell’economia; critica la scuola storica di economia, sorta in Germania nel 1850 ca.
per opera di Roscher e Knies che poneva al centro della propria riflessione
l’esigenza di uno studio storico dei fenomeni economici, contro la considerazione
statica dell’impostazione classica. Ma il loro modello di contestualizzazione storica
dei problemi economici era fortemente influenzato da istanze teoriche del
romanticismo tedesco. Weber polemizza contro Roscher e Knies e contro il
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 32
Cinzia Falcade
perdurare di elementi del romanticismo nelle scienze storico/sociali. La differenza
fra scienze della natura e scienze dello spirito è di ordine metodologico più che
sulle diverse proprietà dell’oggetto di studio. Le stesse cose possono essere
oggetto di ricerca nomotetica e insieme anche di ricerca idografica. Se per lo
scienziato della natura il singolo oggetto non ha valore come tale ma se può essere
considerato un tipo (prevale l’astrazione), nell’indagine storico-culturale lo studioso
è alla ricerca di “Gestalten”, impossessandosi di connessioni di eventi e significati
(prevale l’intuizione). L’ambito di lavoro dello scienziato naturale si distingue da
quello della scienza della cultura per il riferimento al valore, che è specifico per le
scienze della cultura, ma del tutto assente in quelle delle natura. La storia pone
l’uomo, essere cosciente di valori, al centro della sua scelta. La scienza della
cultura tratta cosa l’uomo ha fatto di sè e intorno a sè. Approccio idiografico e
nomotetico non sono subordinati l’uno all’altro; il valore conoscitivo delle scienze
della cultura rispetto a quelle della natura non è minore ma complementare. Il
conoscere storico non implica la rinuncia all’utilizzazione di regolarità
(differentemente da Dilthey che aveva un rifiuto completo della causalità).
Conoscenza dell’universale senza tempo connesso alla conoscenza dei singoli eventi
nel tempo. Ma la distinzione di Windelband non è solo metodologica. Idiografico e
nomotetico operano in modo parallelo, ma non si intersecano; sono due momenti del
sapere umano che non si possono ricondurre ad una fonte comune. Punto limite del
pensiero scientifico: nessuna possibilità di giungere a fornire una risposta. Pensiero
lontanissimo dal meccanicismo positivista con la tranquillizzante metafora
dell’universo come grande macchina integralmente conoscibile.

Rickert riprende e sviluppa i temi affrontati da Windelband: la teoria dei valori; la


relazione fra scienze naturali e conoscenza storica; la loro reciproca autonomia dei
2 modi radicalmente diversi di svolgere il sapere. Obiettivo di Rickert: pervenire
ad una teoria integrale della conoscenza, costruendo una logica generale della
conoscenza, un modo di costruire concetti e giudizi. Rickert discute il rapporto fra
soggetto conoscente e oggetto conosciuto, dove il soggetto non è concreto attore
storico ma pura funzione conoscitiva, coscienza capace di giudizio, mentre l’oggetto
prescinde dalle specifiche caratteristiche che assume in relazione alle varie
discipline scientifiche (quindi puro contentuto). Le figure chiave del neo-kantismo
del Baden: Windelband e Rickert, si impegnano ad affrontare il problema
dell’elaborazione dei concetti e del loro rapporto con la realtà. Polemizzano la
logica hegeliana, dove vi è corrispondenza tra l’ordine della realtà e quello della
razionalità, del piano dell’essere con quello dell’idea, da cui ne consegue che la
realtà è integralmente ricavabile e conoscibile da concetti generali. Secondo
Windelband e Rickert, l’inesauribile molteplicità del reale è incompatibile con la
pretesa di una sua derivibilità dall’ordine razionale. Ne consegue l’esigenza di un
criterio di selezione per orientare tale molteplicità per guidare la costruzione dei
concetti. Problema di definizione di come la mente umana costruisca i concetti nel
suo rapporto con l’esperienza, di quali aspetti della realtà pertengano ad un
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 33
Cinzia Falcade
concetto costruiti nel processo di determinazione del saperestorico/culturale.
Rickert

2 aspetti particolarmente importanti in Weber:


1) rivendicazione dell’autonomia di indagine rispetto a criteri-guida di natura
valutativa assunti prima e indipendentemente dall’indagine stessa. Agli occhi di
Weber la scuola storica falliva a causa della sua subordinazione dell’indagine a
previe scelte di natura ideologica, che orientavano la ricerca più a confermare
se stesse che per favorire l’accertamento empirico della verità.
2) Secondo aspetto ha a che fare con la pretesa degli esponenti della scuola
storica di individuare leggi capaci di regolare gli eventi del mondo
storico/sociale.
Per Weber le scienze naturali sono dominio della necessità causale e uniformità
legali, ma una simile rappresentazione non può essere estesa alle scienze
storico/sociali (contrariamente a quanto sostenuto da Dilthey e Windelband). In
Weber la distinzione tra scienze della natura e scienze storico/sociali non è
connessa ad una diversa qualità dei relativi oggetti di studio ma è legata a due
diverse strategie cognitive. Le scienze della natura ordinano il piano generale delle
osservazioni empiriche mediate da un sistema di leggi generali con validità
incondizionata; le scienze storico/sociali colgono la singolarità del significato
attribuito a specifici eventi del mondo umano. I due diversi settori di indagine sono
però accumunate dalla necessità del rigoroso accertamento empirico e dalla
comune esigenza di oggettività e correttezza procedurale.

7.3 L’oggettività della conoscenza storico/sociale


Se l’intento analitico nelle scienze storico/sociali è quello di cogliere la singolarità,
anche per Weber come per Rickert si pone il problema della costruzione dei
concetti in rapporto alla realtà di cui il ricercatore fa esperienza. Nelle scienze
della cultura la formazione dei concetti dipende dalla posizione dei problemi, che
varia a seconda del contenuto della cultura; da qui ne deriva la transitorietà di ogni
sintesi. Secondo Weber l’errore degli esponenti della scuola storica sta nel
riternere che lo scopo dei concetti sia quello di riprodurre in modo rappresentativo
la realtà. Weber, come Rickert, fa riferimento teorico a Kant (polemico verso
Hegel). Infatti Kant avvertiva che i concetti sono solo mezzi del pensiero per
dominare il dato empirico, escludendo quindi ogni assoluto di natura metafisica. In
quest’ottica i concetti sono semplici strumenti, non già fine, sono gli attrezzi di un
lavoro cognitivo che stabilisce significati e coglie connessioni nella realtà. Il
contenuto dei concetti storici è necessariamente mutevole per il mutare dei criteri
culturali. Riconoscimento dell’inesauribilità dei dati empirici nelle scienze
storico/sociali. Denuncia di ogni metafisica scientifica di Weber come per tutta la
tradizione neo-kantiana. Weber. L’uomo, in quanto essere culturale, ha la libertà e
capacità di assumere consapevolmente punti di vista valutativi diversi che danno
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 34
Cinzia Falcade
significato al divenire. Il fatto che in relazione al medesimo accadere vi si possano
individuare sempre diverse interpretazioni, vanifica l’aspirazione di pervenire a
sintesi definitive. Rinunciando ad ogni prospettiva metafisica, nella consapevolezza
di non poter determinare un significato assoluto negli accadimenti del mondo
umano, restano i valori quale fondamento concreto di attribuzione di senso alla
realtà. Non si può pervenire alla conclusività ed esaustività, ma solo controllare
empiricamente le proprie intuizioni attraverso la ricerca corretta. L’impegno verso
la verità richiede costante verifica empirica delle affermazioni del ricercatore.
Scrive Weber: “La cultura è una sezione finita dell’infinità priva di senso del
divenire del mondo, alla quale è attribuito senso e significato dal punto di vista
dell’uomo”. L’attribuzione di senso è orientata da punti di vista valorizzati che
forniscono i criteri di selezione. E’ la relazione al valore (Wertbeziehung) a
rendere possibile la conoscenza del mondo storico/sociale. Ogni conoscenza della
realtà culturale procede da particolari punti di vista. I valori guidano il ricercatore,
costituiscono la motivazione della curiosità e del suo interesse scientifico. Non c’è
analisi scientifica puramente oggettiva della vita culturale o dei fenomeni sociali,
poichè essi sono scelti come oggetti di ricerca dal punto di vista del ricercatore.
Qui si rendono manifeste le distanze di queste affermazioni dalle convinzioni
positiviste sul carattere divino del dato, o da Durkheim che si opponeva ad ogni
forma di soggettività del ricercatore. Secondo Weber l’oggettività possibile nelle
scienze storico-sociali è doppiamente situata: 1) perchè riguarda specifiche
individualità investite di senso a partire da particolari punti di vista; 2) rinuncia
all’ambizione di cogliere l’intero piano della realtà relativa alla stessa singolarità
oggetto di indagine (oggettività locale). Questo non significa rinunciare a voler
perseguire la verità; oggettività locale significa essere consapevoli
dell’impraticabilità del voler cogliere tutta la verità, ma non rinunciare al proposito
di attingere a frammenti di verità. Suscettibili di verità universale sono solo le
relazioni fra fatti scelti liberamente; l’analisi deve mostrare attraverso rigoroso
controllo empirico, di cogliere connessioni vere, e deve produrre risultati che “non
potrebbero essere rifiutati nemmeno da un cinese”. Il riferimento al valore è
un’operazione soggettiva. I valori che guidano il percorso analitico sono i valori di
un interprete, e non pretendono di coincidere con i valori dell’attore il cui agire è
oggetto di indagine. L’oggettività di Weber è perseguita entro la soggettività delle
scelte, soggettività che risiede solo nel processo di selezione iniziale dell’oggetto
di ricerca, perchè poi il dipanarsi dell’indagine è legato alla realtà empirica e alle
regole logiche della spiegazione. Tuttavia la soggettività del processo di selezione
non interferisce con l’oggettività delle relazioni individuate. La soggettività ha a
che fare con la determinazione dell’oggetto di indagine, non con le modalità di
ricerca corretta. É la relazione al valore che consente l’elezione di una singolarità
ad oggetto di indagine, nel fluire senza senso e senza fine dell’accadere. Relazione
al valore che come sosteneva Rickert va assolutamente distinta dal giudizio di
valore. Giudizio di valore è un criterio valutativo dell’agire, in rapporto alla
valutazione di ciò che deve essere; mentre relazione al valore è un criterio di
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 35
Cinzia Falcade
delimitazione empirica di ciò che è (differenza di piani). É la distinzione questa alla
base del principio di Weber dell’avallutatività (Wertfreiheit) quale condizione della
conoscenza scientifica oggettiva. Selezionato il proprio oggetto, l’indagine deve
avere come unico criterio di riferimento l’accertamento empirico delle proprie
asserzioni senza venire pilotata da assunzioni relative a ciò che è giusto e buono. La
ricerca deve consistere in un sistema procedurale autodisciplinato in relazione allo
solo scopo di pervenire alla verità scientifica. Per questa ragione Weber critica la
scuola storica, che a suo parere era viziata da presupposizione valutativa. Le
possibilità di una conoscenza oggettiva nelle scienze sociali risiede quindi
nell’avalutatività. Funzione laica della scienza, che non può fornire alcuna certezza
in merito alla preferibilità di un valore rispetto ad un altro. Quindi scopo non
l’individuazione degli scopi da perseguire, ma l’opportunità dei mezzi rispetto ad
uno scopo, offrendo a chi agisce la possibilità di misurare le conseguenze non
volute e quelle volute del suo agire. Ma sta all’uomo, e non alla scienza, scegliere tra
i valori secondo la sua coscienza. La scienza si limita ad esaminare le conseguenze,
ponendosi sul piano dell’essere e non del dover essere. Giudicare della validità dei
valori è attività speculativa che non ha nulla a che fare con l’attività scientifica.
Tuttavia il principio dell’avalutatività non deve essere interpretato come
giustificazione di un processo di deresponsabilizzazione della scienza. La scienza
etica, che detta prescrizioni normative per l’agire, rappresenta un traviamento
pericoloso dell’attività scientifica. La responsabilità nell’orientarsi verso una
determinata scelta è solo dell’individuo, non sta alla scienza indicare le scelte, ma
solo le conseguenze o i mezzi. Confrontiamo la concezione laica, razionale, e
individualista delle scienze sociali di Weber con quella di Comte, il quale assegnava
alla sociologia un totalitarismo etico, scienza ultima, compimento totalizzante del
sapere. Secondo Weber, il mondo moderno è caratterizzato dalla liquidazione di
ogni ideologia totalizzante; il mondo risulta ora frammentato in una molteplicità di
valori in competizione. Tratto dominante della modernità sono tensione e conflitto
fra valori alternativi, (politeismo dei valori), tramonto definitivo dell’omogeneità
culturale e delle certezze etico/religiose del mondo occidentale, disincanto del
mondo, prevalere progressivo della razionalità, senso del mondo come costruzione
dell’uomo, non riflesso di un ordine metafisico. Qui emerge la divaricazione di
Weber rispetto a Rickert, che voleva fondere l’oggettività delle scienze della
cultura sul presupposto dell’assolutezza e universalità dei valori. La stessa verità
diventa in Weber un valore fra gli altri. Tuttavia valore vincolante della scienza è la
verità, che non può fondare la sua oggettività su basi metafisiche, ma solo su
corrette procedure metodologiche, e rigorosa verifica empirica.
-----------------
7.4 La logica della spiegazione
La prima condizione dell’oggettività della conoscenza è quindi l’avalutatività, la
seconda, è la logica della spiegazione. Avalutatività e corretta spiegazione causale
(=veritiera analisi empirica dei fatti) sono condizioni dell’oggettività sia delle
scienze storico/sociali che delle scienze della natura. Nelle scienze naturali, che
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 36
Cinzia Falcade
sono dominati da rapporti di causa ed effetto invariabili, regolate da leggi
ineccepibili. Diversamente l’orientamento individualizzante delle scienze storico
/sociali tende ad interpretare il significato specifico di ciascun evento nella sua
singolarità, quindi incompatibile con l’orientamento delle scienze naturali.
L’inesauribilità del reale non può esser circoscritto da regolarità che andrebbero
irremediabilmente ad assolutizzare una tra le infinite letture del mondo. Numero e
tipo delle cause che hanno determinato un qualsiasi avvenimento individuale, è
sempre infinito; per questa ragione le caratteristiche della relazione causale e
modalità utilizzate dal ricercatore nelle scienze storico/sociali sono specifiche. La
procedura per formulare e per il controllo empirico delle inferenze causali viene
denominato da Weber come “imputazione causale” (espressione di natura giuridica).
1) Obiettivo del lavoro dello storico/sociologo è sempre quello di imputare
“conseguenze concrete a cause concrete” storicamente situate (non astratte
uniformità).
2) Differenziazione tra l’imputazione oggettiva della conseguenza dell’azione di un
individuo (il problema che può essere risolto attraverso la constatazione di
fatti, osservandoli e interpretandoli causalmente); e la qualificazione di tale
azione come colpa dell’individuo (attraverso le considerazioni di valore, di tipo
etico, definiti da una determinata cultura giuridica).
Ma come arrivare all’imputazione di un effetto concreto a una determinata causa,
se esso è stato condizionato da un’infinità di elementi causali? La spiegazione
storica diventa sensata e praticabile se legata alla selezione operata dal
ricercatore, in base ad un suo punto di vista investito di valore. Nessun’analisi è
possibile senza l’iniziale atto interpretativo: la molteplicità inesauribile di punti di
vista suggerisce infiniti possibili percorsi causali. Lo studioso dovrà comunque
controllare sul piano empirico il suo punto di vista adottato nella sua selezione.
Questo processo di imputazione causale si svolge attraverso una serie di
astrazioni: supponendo una data configurazione A, la prima astrazione consiste nel
chiedersi cosa sarebbe avvenuto se una serie di determinati elementi
caratterizzanti A si fosse data in forma diversa. Questo ragionamento
“controfattuale” consiste nel costruire quadri fantastici, prescindendo da 1 o più
elementi della realtà esistenti di fatto, e costruendo una realtà mutata in rapporto
alla variazione di queste condizioni (Es. dell’occidente che è stato influenzato dalla
cultura greca: possiamo voler esaminare causalmente in riferimento a questo
fenomeno, il ruolo esercitato dal conflitto greco-persiano. Che sarebbe accaduto
se i greci allora non avessero vinto la battaglia di Maratona?) Questo determinato
fatto diventa oggetto di indagine in seguito ad un processo di selezione in
riferimento ad un punto di vista valorizzato. É lo specifico interesse storico ad
orientare questo processo di selezione e attribuzione di significato ai fatti: il
processo di astrazione conduce all’imputazione causale. Per rispondere al quesito
diventa necessario formulare un “giudizio di possibilità oggettiva”, che è una
valutazione di quanto sarebbe accaduto in un’ipotesi controfattuale. Per es. per
determinare il significato in quanto causa di un fatto storico, dovremmo chiederci
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 37
Cinzia Falcade
se escludendo questo fatto dal complesso dei fatti assunti come concause
(condizionamenti), il corso degli avvenimenti avrebbe potuto assumere una
direzione diversa. Ai giudizi di possibilità (=asserzioni su ciò che sarebbe avvenuto
nel caso di esclusione o mutamento di determinate condizioni), perveniamo
mediante procedimenti di isolamento o di generalizzazione. Viene stabilito il ruolo
causale di un dato elemento: 1) al suo non prodursi, o prodursi in maniera diversa, il
fenomeno indagato A si sarebbe configurato in modo diverso da quanto
storicamente dato. Al contrario, se il ricercatore può invece affermare (in base al
suo sapere nomologico), che il fenomeno sarebbe avvenuto nella stessa modalità,
l’elemento in questione risulta casualmente privo di significato. Il giudizio di
possibilità oggettiva può assumere diversi gradi di determinatezza, non
determinabile numericamente ma confrontabile sulla maggiore o minore efficacia
dei diversi elementi presuntamente causali, ragionando sulla base del sapere
nomologico). L’importanza causale di un dato fatto si colloca in un continuum dove i
poli estremi sono: a) causazione adeguata (quando l’evento non si sarebbe dato in
mancanza del fatto considerato); b) causazione accidentale (quando l’evento si
sarebbe prodotto in ogni caso). In questa rappresentazione della causalità,
diversamente dalle scienze naturali, vi è la rinuncia all’ambizione dell’esaustività.
Nelle scienze storico/sociali non si può mettere in evidenza tutta la causa, ma solo
aspetti possibili di un quadro causale. Se la selezione del percorso d’analisi non può
che essere soggettiva ed arbitraria per via della diversità dei punti di vista, le
relazioni causali che collegano quei fatti sono però obiettivi, se sostenute da
un’analisi metodologica rigorosa. Quindi l’indagine empirica mette in evidenza
relazioni che seppur parziali, sono reali. Lontano dalla convinzione che la teoria
costruisce il dato, secondo Weber, essendo la realtà inesauribile, solo la relazione
al valore consente di scorgere uno degli infiniti aspetti del dato. La causazione
adeguata non è una causalità deterministica, non significa che data una causa, ne
segua l’effetto con necessità. Essa si configura infatti in termini di probabilità,
distanziandosi anche in questo punto dal positivismo. La spiegazione nelle scienze
storico/sociali può prendere in considerazione solo una parte dei fatti, in seguito
alla selezione di determinati antecedenti delle singolarità, divenute oggetti di
studio in seguito ad uno specifico interesse cognitivo. Ogni spiegazione
monocausale ne risulta insostenibile; unica possibilità isolare elementi che possono
risultare condizioni più o meno adeguate in riferimento ad un dato evento. In ogni
caso nessun antecedente può essere considerato come assoluto, poichè ognuno di
essi rinvia ad altri antecedenti. Di conseguenza, la spiegazione nelle scienze
storico/sociali deve prendere atto della sua parzialità e carattere di possibilità.
Ma questo non comporta la rinuncia alla verità, che va perseguita con un’indagine
metodologica corretta per elevare al massimo grado le probabilità di conseguirla.

7.5 Il problema della comprensione


E’ il sapere nomologico a costituire la risorsa fondamentale per il ricercatore nel
formulare giudizi di possibilità. La sicurezza dell’imputazione è tanto più grande
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 38
Cinzia Falcade
quanto più comprensiva è la conoscenza generale. Da qui, il sapere nomologico è uno
strumento decisivo della conoscenza nelle scienze della cultura. La sua specifica
funzione è sintetizzata nella teoria weberiana del tipo ideale, che è uno strumento,
una costruzione concettuale, che non riproduce la realtà ma ha il solo significato di
puro concetto-limite a cui la realtà deve essere comparata. Il tipo ideale non si
ottiene attraverso un processeo di generalizzazione, non rappresenta un qualche
valore medio, ma è una figura perseguita attraverso l’accentuazione di determinati
aspetti della realtà. “Il tipo ideale è ottenuto mediante l’accentuazione unilaterale
di uno o di alcuni punti di vista, e mediante la connessione di una quantità di
fenomeni particolari diffusi e discreti, esistenti qui in maggiore e là in minore
misura, e talvolta anche assenti, corrispondenti a quei punti di vista
unilateralmente posti in luce, in un quadro concettuale in sè unitario”. Non può
essere rintracciato empiricamente nella sua purezza, ma consente al ricercatore di
valutare quanto una realtà se ne discosti. Non ha nulla a che vedere con un giudizio
di valore, il suo carattere “ideale” non esprime un dover essere di natura
normativa; la sua funzione serve da guida all’imputazione causale. La sociologia è
caratterizzata da un intreccio di Verstehen e Erklaeren, comprensione e
spiegazione. Già Dilthey aveva parlato di questa caratteristica specifica delle
scienze dello spirito: la propensione al Verstehen, in contrapposizione all’intenzione
esplicativa delle scienze della natura. In Dilthey il Verstehen era caratterizzato da
intuizione ed empatia, garantito dall’autenticità delle connessioni, sentite
dall’interprete, consentendo un’immediata esperienza di verità. Weber abbiamo
visto distanziarsi da ogni rappresentazione intuizionista della conoscenza
scientifica. Il lavoro scientifico non è una semplice riproduzione della percezione di
una realtà data, ma al contrario, comporta un selettivo processo di rielaborazione.
Il processo di indagine, lontano dall’essere mera registrazione di qualcosa che sia
trovato innanzi, diventa valido solo in quanto aggiungiamo alla realtà data l’intera
nostra conoscenza nomologica. Weber è quindi assolutamente contrario ad ogni
interpretazione intuzionista del comprendere. “L’intendere” deve essere sempre
controllato con i mezzi di imputazione causale. É il processo di imputazione causale
con il suo rigoroso controllo empirico a trasformare l’interpretazione in conoscenza
scientifica. Senza questo step non resta che la convinzione privata dell’interprete,
non comunicabile nè utile al patrimonio pubblico di conoscenza. Nel processo di
interpretazione causale aspetti coessenziali sono adeguatezza causale e
adeguatezza di senso. Se manca l’adeguatezza di senso, nel caso di un agire
caratterizzato da forte uniformità, si perviene unicamente ad una probabilità
statistica non intellegibile. Falso sostenere la coincidenza fra intuizione e
conoscenza del singolare. Le interpretazioni dotate di senso anche nel caso della
massima evidenza, sono solo ipotesi di imputazione. “Verstehen” non è inteso come
in Dilthey, un rivivere empaticamente, ma un ricostruire attraverso concetti tipico-
ideali, il contesto in cui si produce l’agire. Il ruolo del Verstehen in Weber non è
solo parte della fase immaginativa dell’indagine; esso ha piena rilevanza teoretica,
ineliminabile dall’intero processo della conoscenza nelle scienze storico/sociali. La
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 39
Cinzia Falcade
sociologia di Weber si definisce comprendente proprio in riferimento al criterio
decisivo di interpretare l’agire individuale nella specifica connessione di senso in
cui si colloca. In “Economia e società” Weber distingue 2 tipi di Verstehen:
comprendere attuale, e comprendere esplicativo. Il “comprendere attuale”
comporta la comprensione del significato che un agire assume in una determinata
cultura (=immedesimazione culturale). Attraverso il “comprendere esplicativo”
comprendiamo per mezzo di una motivazione, il senso che un attore attribuisce al
suo gesto. Weber afferma la co-essenzialità di entrambi i tipi di verstehen in una
disciplina che si occupa del senso dell’agire. Spiegare il gesto di x significa
contemporaneamente : 1) comprendere il significato che esso assume nella forma in
cui si produce e 2) ricostruire su base tipico-ideale, le motivazioni di x nel
produrlo. Verstehen ed Erklaeren si integrano e diventano parti costitutive di un
unico processo.

9.3 Lo strumentalismo di Dewey.


Dewey, maggior teorico del pragmatismo ed influente filosofo americano. Opinioni
negative sul suo conto da parte degli studiosi marxisti, in particolare Lukàcs, che
accusa il suo pensiero quale espressione ideologica del capitalismo americano. In
Italia è diffusa una sua lettura in chiave spiritualista, mentre gli studiosi di
ispirazione neo-positivista vi trovano elementi di affinità nelle sue posizioni. Dal
1938 insegna a Chicago filosofia e pedagogia, avviando importanti programmi di
innovazione e sperimentazione. Negli anni 50 (ultranovantenne) pubblica il suo
ultimo scritto “Knowing and the known”. In “Logica, teoria, dell’indagine” scriverà
che è l’esperienza concreta del dubbio in situazioni che richiedono una decisione di
azione, l’elemento capace di avviare il processo. “Finchè le nostre attività scivola
via senza ostacoli da una cosa all’altra o finchè noi permettiamo alla nostra
immaginazione di trattenersi a suo piacimento in fantasticherie, non v’è posto per
la riflessione. Una difficoltà o un ostacolo nella via del raggiungimento di una
credenza ci costringe, tuttavia, a una pausa”. É quindi l’esigenza di risolvere una
difficoltà, il fattore permanente che guida l’intero processo della riflessione.
Nozione deweyana di esperienza:
rifiuto di una rappresentazione dell’esperienza come percezione chiara e distinta
di stati di coscienza. Al contrario, l’esperienza possiede tutta la molteplicità,
l’ambiguità, la precarietà della vita e della storia. In Dewey l’esperienza comprende
ciò che gli uomini fanno, ciò che ricercano, amano, credono e sopportano, cioè i
processi dell’esperire. La tradizione razionalista relega l’esperienza ad un ruolo
marginale, l’empirismo ne ha una nozione irrigidita, in Dewey ciò che realmente si
trova nell’esperienza ha un’estensione più ampia di ciò che può essere conosciuto.
Dal punto di vista della conoscenza, gli oggetti devono essere distinti, ed ogni
elemento vago o indeterminato ne costituisce una limitazione. Quando
l’esperienza...?, la realtà viene fatta coincidere con l’oggetto del conoscere, ne
consegue una perdita, ovvero l’eliminazione di ciò che è oscuro, impreciso. La nostra
condizione esisitenziale non è un’esperienza di fenomeni, ma di cose, sentite e
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possedute, prima di quanto non siano cose distinte e conosciute. Le cose di cui
abbiamo esperienza hanno spesso confini inafferrabili, in contesti in cui il soggetto
viene isolato dall’esperienza attraverso la quale è raggiunto, l’esperienza stessa
diventa semplice datità autosufficiente, trascurando i modi dell’esperire. Restano
separati il contenuto dell’esperienza da una parte, dall’altra le operazioni e i modi
dell’esperire; separazione di oggetto e di soggetto che ha come effetto la
costruzione di un muro impenetrabile tra soggetto che esperisce e natura che
viene esperita. Osserva Dewey: nella tradizione di ricerca si è introdotta una
frattura radicale fra realtà da una parte e soggetto che conosce dall’altra. In
“Esperienza e natura” definisce un metodo empirico (logica dell’indagine), l’unico a
considerare l’integralità dell’esperienza. Nell’epistemologia tradizionale l’errore è
quello di considerare il rapporto fra pensiero e realtà indipendentemente dai
contesti situazionali, i quali sono costituiti non solo da dati ma anche da modi di
esperire storici e mutevoli. Riferimento all’azione: l’esperienza va considerata una
nozione dinamica, piuttosto che un insieme di informazioni riferite al passato.
L’esperienza è un processo attivo di adattamento all’ambiente, in cui si prefigurano
soluzioni di cui valutare l’efficacia in un ambiente instabile. I prodotti del pensiero
sono strumenti in vista di questo adattamento; la nozione di esperienza rinvia ad
un’attività anticipatrice del futuro in cui si saggiano ipotesi. Il pensiero di cui parla
Dewey è un tentativo di superamento delle dicotomie delle prospettive tradizionali:
tra fisico e psichico, esperienza e natura, oggetto e soggetto. Con il suo
naturalismo, Dewey fa riferimento alla sua convinzione dell’esistenza di una
continuità fra operazioni di ricerca e quelle fisiche, nel senso che la ricerca stessa
è la prosecuzione naturale del comportamento organico. Un organismo interagisce
costantemente con l’ambiente in cui vive; la vita è un continuo alternarsi di squilibri
e ristabilimento dell’equilibrio. Nello stato di alterazione si crea il bisogno; lo
ristabilimento dell’equilibrio è la ricerca. Quindi l’indagine nasce quando in uno
stato di buona sistemazione si innesca un perturbamento (fase di tensione) che
diventa indagine effettiva con l’attività di ricerca ed esplorazione. Se la ricerca ha
successo, si raggiunge di nuovo uno stato di equilibrio. Attraverso la ricerca stessa
si verificano modificazioni nella relazione organismo/ambiente, poichè la ricerca
oltre a ripristinare l’adattamento rimuovendo la situazione di dubbio, è fonte di
nuove perturbazioni e quindi della necessità di altro movimento verso nuovi livelli di
adattamento. Rappresentazione naturalistica della logica. In Dewey nell’esperienza
non si dà mai un evento isolato, un singolo oggetto, poichè esso è sempre una parte,
un momento di una situazione. La logica di Dewey è naturalistica, e antidualista.

9.4 Il modello dell’indagine


La logica di Dewey, rappresentata con il procedere della ricerca situata piuttosto
che come un sistema di regole ab extra, coincide con la metodologia della ricerca.
In Dewey considerare una logica distinta dalla metodologia è inaccettabile
dualismo. In Dewey conoscenza è ciò che conclude soddifacemente la ricerca, è
conclusione di una ricerca appropriata e controllata. Conviene parlare più che di
Riassunto “Da un luogo comune” per filosofia delle scienze sociali 41
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ricerca, che sembra configurare un momento parziale, di indagine, come attività
fondamentale ed autonoma. Definizione di indagine di Dewey: trasformazione
controllata di una situazione indeterminata in un’altra determinata, in modo da
convertire gli elementi della situazione originale in una totalità unificata. Quindi
l’elemento alla base dell’indagine è una situazione di indeterminatezza che ha a che
fare con il rapporto fra un soggetto e il suo mondo di esperienza, in cui
l’indeterminatezza investe congiuntamente tutti gli elementi, soggetto compreso.
Quando una situazione è riconosciuta come problematica, si avverte la necessità di
avviare un’indagine e questo è il primo passo dell’indagine stessa. Rispetto agli
empiristi tradizionali, l’indagine di Dewey non inizia con la rilevazione di dati
sottoposti ad un processo di osservazione. In Dewey l’esperienza non è costituita
da frammenti isolati, essi non possiedono una propria autonomia di significato al di
fuori del loro contesto situazionale. Inattuale per Dewey la concezione secondo cui
i fatti sono a portata di mano e hanno bisogno solo di essere osservati per trarne
generalizzazioni attendibili. Per quanto riguarda invece la rappresentazione
razionalista del processo di indagine, esso non ha inizio da un problema come
interrogativo di partenza chiaro e distinto. Rispetto a queste due posizioni
opposte, in Dewey l’unico elemento dell’esperienza reale è la molteplicità della
situazione problematica, che può essere soggetta ad una pluralità di
interpretazioni diverse. L’esperienza ha carattere intensamente problematico, nel
senso che il ricercatore muove dal disordine di una situazione problematica, in cui
svolge un lavoro di costruzione, invenzione e analisi, pervenendo infine alla
delimitazione di uno tra i molti possibili, problema determinato, come specifico
oggetto di indagine. La situazione problematica però non è semplicemente
situazione di dubbio, il problema, quale interrogativo a cui dare risposta attraverso
l’indagine, si definisce nel corso del lavoro di interpretazione. In questo senso,
primo risultato dell’indagine è l’identificazione del problema. Situazione
problematica in Dewey si potrebbe definire uno stato di disagio cognitivo, di
percezione che qualcosa non torna, su cui il ricercatore conduce il suo lavoro di
organizzazione, selezione, invenzione, giungendo ad isolare un problema fra i tanti.
In questo percorso la successione regolare e ordinata di elementi che procedono
linearmente suggerendo soluzioni teoriche (come nella tradizione empirista) lascia
posto ad un lavoro di indagine in continua sovrapposizione, circolare, dove le
diverse parti interagiscono reciprocamente. Ambiguità della parola “dato”: ciò che
fa emergere qualcosa come dato è una specifica interpretazione della molteplicità
insita nella relazione situazionale: infatti una diversa interpretazione isolerebbe
altri “dati”. Con questo il mito di un’osservazione pura nel suo modello di indagine
risulta definitivamente superato.
1) Interpretazione di una situazione problematica
2) formulazione di un problema
3) definizione di ipotesi di soluzione.
L’indagine ha valenza strumentale e operativa; se non ha rapporto con una possibile
soluzione, non ha significato.
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3) ipotesi e idee orientano l’osservazione e la sperimentazione.
4) ragionamento: un’ipotesi, una volta considerata, viene sviluppata in relazione ad
altre strutture concettuali, fino ad assumere la forma attraverso la quale può
dirigere un esperimento per determinare se l’ipotesi è valida.
5) in caso di successo, la situazione problematica viene superata, ricollocando la
relazione fra soggetto e ambiente su nuovi livelli, che a causa dell’insorgenza
continua di nuove forme di incertezza, è destinata a rientrare nello stesso
circuito.

9.5 La logica dell’indagine


In Dewey l’indagine si conclude con un’asserzione di giustificata asseribilità, dove
l’indagine stessa giustifica l’asserzione. Un’asserzione è giustificata nella misura in
cui ha alle spalle un’ appropriato processo di indagine. Obiettivo dell’indagine è
pervenire ad una soluzione/spiegazione della situazione problematica.
Caratterizzazione delle asserzioni è la loro maggiore o minore idoneità a risolvere
il problema oggetto di indagine. Ma l’asseribilità giustificata non rinvia alla verità
dell’asserzione, ma al suo nesso funzionale rispetto al problema; quindi asseribilità
giustificata approssima la nozione di controllabilità, non essendo più in questione la
verifica in senso assoluto delle asserzioni, ma il loro assoggettamento a controlli.
Tutti gli elementi dell’indagine vanno considerati come mezzi procedurali: le idee, i
concetti. Essi sono da valutare solo in relazione alla funzione che svolgono
nell’indagine stessa. Tesi deweyana strumentalista: i concetti non sono che
strumenti intellettuali per guidare le nostre attività, a cui non si chiede altro che
di funzionare, ovvero agevolare il lavoro dell’indagine in vista del risultato. Rinuncia
alla pretesa che i concetti debbano essere descrittivi o rappresentativi di qualcosa
di effettivamente esistente. Es. concetto di leader d’opinione: la questione non è
se quel concetto rappresenti o descrivi qualcosa di identificabile sul piano
esistenziale, bensì come esso si presti nell’impostazione e soluzione di un problema
empirico in modo operativamente efficace. In realtà il problema riguarda la
questione della relazione fra concetto e oggetto, idee e mondo empirico, e del
problema della possibilità di una conoscenza oggettiva. Tutta la tradizione
oggettivista e positivista considerava l’oggettività del conoscere nei termini di una
corrispondenza delle elaborazioni intellettuali alla realtà, o di loro approssimazioni
successive alla verità. La tradizione di ispirazione kantiana: verità come limite
inattingibile della conoscenza. Al fronte opposto (razionalismo e idealismo),
mettono in campo ogni forma possibile di apriorismo. Soluzione di Dewey: IL
PROBLEMA NON HA BISOGNO D’ESSER RISOLTO; ESSO, SEMPLICEMENTE,
NON ESISTE (questo per quanto riguarda la funzione svolta dalle materie
concettuali nell’indagine). Piuttosto che in termini di adeguamento ad una realtà
assolutamente certa, l’oggettività di un’indagine è affidata alla possibilità di
argomentare i passi inferenziali di cui è costituita. L’indagine deve approdare a
risultati utili, a questo è vincolata, deve poter dar conto di regolarità empiriche e
di anomalie, deve servire a spiegare e prevedere. In questa sua prospettiva
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strumentalista anche le teorie sono volte alla spiegazione/previsione di
configurazioni empiriche, senza per questo giacere completamente sul piano
dell’esperienza. In relazione alle teorie un giudizio in termini di verità o falsità non
è pertinente. Esse sono da considerarsi piuttosto regole di inferenza, il cui
obiettivo specifico è strutturare un determinato tipo di attività. Se le teorie sono
assunte come regole di inferenza, si procede nell’indagine come previsto dalla
teoria, sempre valutando i risultati ottenuti alla luce delle fondamentali esigenze di
controllabilità imposte dalla logica dlel’indagine.

9.6 La prospettiva transazionale


In Dewey abbiamo visto l’importanza del modello di indagine in cui il legame
situazionale congiunge soggetto e oggetto. Ma questo legame situazionale non è
semplicemente un rapporto di interazione, che significherebbe un’azione reciproca
in cui ciascun elemento influenza l’altro. Tale rappresentazione raffigura infatti gli
elementi in contatto quali entità autonome. Per eliminare questa possibilità
interpretativa, Dewey introduce la nozione di transazione, che non rinvia
semplicemente ad uno scambio, ma ad un attivo processo di costruzione reciproca,
in cui oggetto e soggetto sono olisticamente coinvolti. Questa prospettiva, che
rifiuta radicalmente ogni forma di epistemologia dualista, trova applicazione in ogni
campo dell’indagine scientifica (sia fisica che sociologia). L’indagine stessa non si
limita ad aver luogo nel mondo fisico e culturale, ma lo costruisce e ricostruisce
incessantemente; modificando e costruendo, è essa stessa produttrice di valori.
Valori che sono sia premessa, che mezzo procedurale e risultato dell’indagine. Nella
“Logica” scrive che l’idea di un fine da raggiungere è indispensabile nella selezione
del materiale da cui trarre dati evidenti; senza quest’idea, non vi sarebbe guida per
l’osservazione, non si potrebbe aver chiaro ciò che bisogna cercare. Questa sua
prospettiva transazionale comporta l’eliminazione del carattere sovra-empirico dei
valori, e il riconoscimento dei valori quali prodotto culturale. I valori non sono più
pensati come idee supreme, ad illuminare il percorso, ma entrano nel circuito
dell’indagine storico/sociali orientandola ma subendone il divenire. Rispetto a
Weber però, ne recide uno dei suoi punti fondamentali sulla relazione fra scienza e
valori. Secondo Dewey la scienza non può limitarsi al solo compito di determinare i
mezzi più opportuni per il conseguimento dei valori, dove fini e valori possono
venire attinti all’infuori della ricerca scientifica. Dewey si oppone alla visione laica
della scienza di Weber, dove la scienza non può insegnare ciò che non deve, ma solo
ciò che uno può.

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