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Prime note su razzismo

e diritto in Italia.
L’esperienza della rivista
«Il Diritto razzista» (1939-1942)*

Con la sola legislazione un’idea giuridica non può diffondersi e durare. Le


leggi sono soltanto un mezzo per la trasmissione dell’idea giuridica nella vita
e la fedele trasmissione è soltanto possibile a coloro i quali sono strettamente
persuasi dell’idea che ha condotto all’emanazione della legge. […] Sarebbe
più facile far vivere un diritto senza leggi ma con una generazione di giuristi
penetrati dall’idea ed entusiasti di essa, che non emanare leggi perfette ma
con giudici che non le comprendono o che sono ad esse contrari. […] Con
il riconoscimento che la riforma della vita giuridica deve afferrare l’uomo
intero e deve esservi una preparazione da parte degli uomini che vivono e
decidono secondo il diritto, sussiste la necessità dello studio scientifico più
profondo delle questioni razziste in ogni Stato che consideri la purezza e lo
sviluppo dell’intima sostanza del suo popolo come suo fine1.

Queste le parole che Hans Frank – ministro del Reich, governatore


generale dei territori polacchi occupati, nonché presidente dal 1933
dell’Accademia del Diritto Germanico – pubblicava nell’inverno del
1940 sulle pagine di una rivista italiana, «Il Diritto Razzista», esprimen-
do con chiarezza la convinzione che solo giuristi e magistrati «penetrati
dall’idea ed entusiasti di essa» potessero tradurre efficacemente nella
vita dello Stato la concezione giuridica razzista.

* Per i consigli, i suggerimenti e le indicazioni fornitemi nel corso delle ricerche


desidero ringraziare Michele Sarfatti, Giovanni Focardi e Tommaso Dell’Era.
1
H. Frank, Das Recht und die Rasse, in «Il Diritto Razzista» (da qui in avanti «DR»),
II, 1-2, 1940, pp. 12-22. Eletto al Reischstag nel 1930, ministro della Giustizia in
Baviera dal 1933 e dall’anno successivo ministro senza portafoglio del Reich, Frank
era il direttore della rivista giuridica, «Das Deuchtes Recht», da lui fondata nel 1930.
Nominato nel settembre 1939 Governatore della Polonia occupata, mantenne l’inca-
rico sino alla sconfitta nazista. Arrestato alla fine della guerra, fu tra gli imputati del
processo di Norimberga; riconosciuto colpevole, fu impiccato nell’ottobre del 1946.
372 Ilaria Pavan

La ricezione e l’applicazione della normativa razziale italiana da parte


di giuristi e magistrati, di coloro, cioè, che furono chiamati in concreto
ad applicarla e a farsene interpreti, costituisce peraltro un aspetto non
ancora del tutto chiarito nel panorama della pur ricca produzione
storiografica dedicata negli ultimi anni all’antisemitismo fascista e, più
in generale, alla politica razziale introdotta dal regime a conclusione
della campagna etiopica. Se nel dibattito di magistrati ed avvocati che
è possibile ricostruire attraverso la lettura delle principali e più significa-
tive riviste giuridiche italiane della fine degli anni Trenta, le tematiche
razziste – e in particolare quelle antisemite – non sembrano aver trovato
particolare spazio, è indubbio che la normativa persecutoria introdotta
dal fascismo ebbe profonde ripercussioni sui Codici e sulla conseguente
giurisprudenza. Nell’articolo 1 del libro primo del nuovo Codice Civile,
entrato in vigore nel dicembre del 1938, si sanciva infatti che «possono
esistere limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall’appartenenza
a determinate razze» e che esse sono stabilite «da leggi speciali». E lo
stesso ministro di Grazia e Giustizia Arrigo Solmi, nel presentare al
re il nuovo Codice, ne sottolineò le implicazioni razziali – a suo dire
positive – sostenendo che

La difesa del nucleo familiare, come fonte genetica della viva forza della
nazione, costituisce il principale caposaldo del nuovo codice. Con la difesa
della famiglia si provvede anche alla difesa della razza italiana da ogni peri-
colosa contaminazione che possa comunque infirmare la sua saldezza fisica
e menomare la sua compattezza morale2.

Nell’ottobre del 1939, anche uno dei più alti magistrati dell’epoca,
Antonio Albertini, procuratore generale presso la Corte di Cassazione,
nonché senatore, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario
non poteva esimersi dall’accennare, con parole di acritica approva-
zione, alla legislazione razziale fascista da lui interpretata come una
«mera difesa della personalità collettiva del popolo italiano»:

La conquista dell’Impero ha accentuato la necessità di proteggere la razza


italiana anche dal pericolo delle commistioni, e si ebbero così provvedi-
menti per impedire la mescolanza del sangue e per tutelare il prestigio della
razza superiore; ma particolarmente il principio non poteva non operare in

2
«DR», I, 1-2, 1939, p. 30.
373 Prime note su razzismo e diritto in Italia

confronto a quel gruppo di popolazione, anche esiguo, che ha sempre voluto


mantenere, nel corso dei secoli, la sua unità razziale […]. Comunque, le limi-
tazioni stabilite importano che, sotto l’aspetto sistematico, le norme razziali
costituiscono provvedimenti di mera difesa della personalità collettiva del
popolo italiano e, come tali, vanno intese, integrate, sviluppate3.

Nelle pagine che seguono si intende affrontare il tema della relazio-


ne tra razzismo e mondo giuridico italiano principalmente attraverso
l’esame del citato «Il Diritto Razzista. Rivista del diritto razziale ita-
liano ed internazionale», pubblicata bimestralmente a partire dalla
primavera del 19394. Se anche questo periodico si può collocare tra la
pubblicistica di propaganda a sostegno della svolta razzista alimentata
dal regime soprattutto a partire dal 1938, e che aveva ne «La difesa
della razza» di Telesio Interlandi5 e ne «La vita italiana» di Giovanni
Preziosi le testate più attive e virulente, la nuova pubblicazione, proprio
per il taglio e l’impostazione specificamente giuridica, doveva avere
nelle intenzioni dei suoi ideatori un carattere meno divulgativo e un
tono – almeno in teoria – più ‘culturale’, quasi ‘scientifico’. Se studi
recenti hanno contribuito a chiarire che il razzismo e l’antisemitismo
fascista non furono invenzioni strumentali del regime, poiché la cultura
italiana dei primi decenni del Novecento, specie nei suoi ambienti
scientifico-accademici, aveva già in sé una presenza non trascurabile
di idee, temi, argomentazioni che costituirono l’impalcatura della
propaganda razzista6, un esame dei contenuti de «Il Diritto Razzista»,
delle collaborazioni di cui la rivista si poté avvalere tra i rappresentanti
del mondo giuridico italiano è utile a fare una prima parziale luce sul
grado di consenso che la normativa razziale suscitò anche negli ambienti
giuridici accademici e all’interno della magistratura. La storia stessa
della rivista, che suscitò non pochi contrasti tra i suoi organizzatori e il
Ministero dell’Interno, quello per l’Educazione Nazionale e quello della
Cultura Popolare, consente inoltre di evidenziare i conflitti che anche

3
A. Albertini, Discorso per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, 30 ottobre 1939,
Roma, TEMI 1939, p. 34.
4
Vd. G. Scarpari, Una rivista dimenticata: “Il diritto razzista”, in «Il Ponte», IL, n.
1, 2004, pp. 112-145.
5
Sulla rivista di Interlandi vd. V. Pisanty, La difesa della razza (1938-1943), Milano,
Bompiani 2006.
6
G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Bologna, Il Mulino 1998;
R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, Firenze, La Nuova Italia 1999.
374 Ilaria Pavan

la gestione della stessa propaganda razziale alimentava, opponendo tra


loro significativi spezzoni dell’establishment fascista e lasciando talvolta
ai singoli gerarchi margini di manovra e di libertà anche rispetto alle
stesse direttive mussoliniane.

1. La partecipazione italiana ai congressi dell’Accademia del Diritto


Germanico (1937-1940)

Nella seconda metà degli anni Trenta, mentre si consolidava l’al-


leanza politica tra fascismo e nazismo, andò intensificandosi anche
un confronto tra il mondo giuridico tedesco e quello italiano. Tra il
1937 ed il 1940, si assiste infatti alla partecipazione di singoli giuristi
e magistrati, o di delegazioni di esponenti dell’ambiente universitario
italiano, ai periodici congressi organizzati in Germania e in Austria
dall’Accademia del Diritto Germanico, istituzione fondata nel corso
del 1933 da Hans Frank e da lui diretta con lo scopo di affermare la
«scienza giuridica nazionalsocialista». È soprattutto nota la partecipa-
zione di giuristi italiani ai lavori del secondo convegno del Comitato
di collaborazione giuridica italo-germanica tenutosi a Vienna dal 6
all’11 marzo del 1939. Una numerosa delegazione, guidata dal mi-
nistro Solmi e comprendente Salvatore Messina, Alberto Asquini,
Filippo Vassalli, il senatore Piola-Caselli, l’avvocato Luigi Biamonti,
direttore generale dell’Associazione fra le Società Italiane per Azioni,
Carlo Costamagna e Leopoldo Piccardi, partecipò ai lavori del con-
gresso, dedicato esplicitamente anche al tema «La razza e il Diritto»
e al cui riguardo furono relatori Costamagna e Piccardi. Fu in realtà
il solo Costamagna a tenere la relazione italiana, in cui, quasi a vo-
ler reclamare la primogenitura fascista anche in campo razzista, sua
preoccupazione preliminare fu quella di dimostrare che il concetto
di ‘stirpe’, quale sinonimo di ‘razza’, aveva già fatto la sua comparsa
in seno al fascismo nel 1930, negli articoli del nuovo Codice Penale
dedicati ai Delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe, sebbene quegli
articoli più che a un’impostazione propriamente razzista, sembrassero
soprattutto manifestare l’adesione a principi cari alla morale cattolica
e ad una mentalità di reazionaria difesa della famiglia, espressione di
un pensiero radicalmente maschilista7. Costamagna propose quindi

7
Dieci, dal numero 545 al 555, gli articoli del Codice Penale dedicati alla sanità ed
integrità della stirpe e riguardanti principalmente il tema dell’aborto.
375 Prime note su razzismo e diritto in Italia

una mitigazione del concetto nazista di razza basato esclusivamente


sul primato del sangue, suggerendo un’interpretazione fascista in cui
fosse centrale il concetto di ‘popolo’, nel senso storico-culturale e
psicologico-spirituale del termine prima che biologico. Per inquadra-
re al meglio la posizione sostenuta da Costamagna, è opportuna una
breve digressione sui contrasti sorti, in materia razziale, in seno agli
ambienti fascisti dopo l’inizio ufficiale della campagna antisemita; si
trattò spesso, in realtà, di giochi di potere, utili – come si dirà nelle
pagine che seguono – a capire anche le complicate vicende legate
all’uscita de «Il Diritto Razzista». Sebbene il Manifesto della Razza del
luglio 1938, primo documento ufficiale del governo mussoliniano in
materia, aderisse ad una visione puramente biologica (e questa, peraltro,
sarebbe stata l’impostazione adottata da tutta la successiva normativa
antisemita), tra gerarchi, pubblicisti e ideologi del razzismo italiano nei
mesi successivi si erano manifestati contrasti che opponevano ad una
corrente apertamente favorevole alle enunciazioni del Manifesto – cui
aderivano, ad esempio, Preziosi, Interlandi, Farinacci – un indirizzo che
tendeva invece a proporre una versione italiana del razzismo fondato
su fattori di ordine storico-culturale o, come si diceva allora, ‘spirituali’
e che vide tra i propri sostenitori i ministri Acerbo e Bottai, insieme
a figure del suo entourage legato a «Critica Fascista»8. Tra i fautori
del razzismo ‘spirituale’, alla volontà di smarcarsi dall’alleato tedesco,
anche per ragioni di prestigio, si affiancava la consapevolezza dell’op-
posizione netta che una definizione della razza appiattita su posizioni
filo-germaniche aveva suscitato negli ambienti cattolici; senza contare
il fatto, non trascurabile, che ben difficilmente gli italiani potevano
essere considerati, da un punto di vista somatico-biologico, una ‘razza
nordica’. Occorreva dunque proporre una concezione ‘alternativa’,
fermo restando che assumere una prospettiva cosiddetta ‘spiritualista’

8
Pochi giorni dopo la pubblicazione del «Manifesto della razza», sulle pagine di
«Critica fascista» compariva un’editoriale che avvertiva che «i fondamenti del razzismo
italiano sono e devono essere eminentemente spirituali» e non si doveva «indurre in
elaborazioni grettamente materialistiche». Nel gennaio del 1940, Giacomo Acerbo,
citando ripetutamente la relazione viennese di Costamagna, e facendo propria la lettura
di un razzismo «spiritualista», elaborava un testo che avrebbe avuto una notevole eco
negli ambienti fascisti in cui sosteneva che «il dato puramente fisico o somatico […]
che farebbe della politica della razza un capitolo della zootecnia, deve di necessità
coordinarsi appieno col dato etnico e con quello culturale». Maiocchi, Scienza italiana
e razzismo fascista cit., pp. 242.
376 Ilaria Pavan

sulla questione della razza non implicava minimamente la volontà di


ammorbidire, in concreto, la normativa persecutoria.
È dunque in questo quadro che si inseriva anche la relazione vien-
nese di Costamagna, peraltro stretto collaboratore dello stesso Bottai
al Ministero delle Corporazioni. Al termine dei lavori del convegno fu
comunque approvata una dichiarazione congiunta da parte delle due
delegazioni, intitolata La difesa dei valori nazionali contro l’ebraismo, che
trovò spazio sulla stampa italiana e tedesca e che così recitava:

Ogni popolo quale unità di vita collettiva deve risolvere anche il problema
della sua individualità secondo i propri caratteri spirituali e razziali […].
L’ordinamento giuridico dello Stato totalitario pone come fine l’integrità
morale e materiale del proprio popolo nella successione delle sue generazio-
ni. È proposito del Fascismo e del Nazionalsocialismo portare ad un grado
sempre più alto la coscienza del carattere nazionale e razziale nel rispettivo
popolo mediante una intensa opera di educazione morale e culturale. I
valori della razza devono essere difesi in particolare di fronte all’ebraismo
con la assoluta e definitiva separazione degli elementi ebraici dalla comu-
nità nazionale, per impedire che l’ebraismo possa esercitare una qualsiasi
influenza sulla vita dei due popoli. I popoli italiano e tedesco oppongono
alle ideologie universalistiche e cosmopolite dell’ebraismo internazione
i principi che risultano rispettivamente dalle leggi di Norimberga del 15
settembre 1935 e dalla risoluzioni del Gran Consiglio del Fascismo del 6
ottobre 19389.

In calce le firme, per i rappresentanti italiani, di Carlo Costamagna


e di Leopoldo Piccardi10.

2. Conflitti tra gerarchi: la complicata vicenda de «Il Diritto Razzista»


(1939-1942)

Il primo numero de «Il Diritto Razzista» fu pubblicato a Roma nel


maggio del 1939. Ideatori e fondatori della rivista erano l’avvocato
Stefano Maria Cutelli e il conte, nonché senatore, Fabio Guidi. Nel

9
«Il Giornale d’Italia», 12 marzo 1939; «Zeitschrift der Akademie für Deutsches
Rechts», 1° aprile 1939.
10
Sul congresso di Vienna vd. inoltre C. Costamagna, Razza e diritto al Convegno
italo-tedesco di Vienna, in «Lo Stato», X, 3, 1939, p. 141.
377 Prime note su razzismo e diritto in Italia

comitato scientifico comparivano nomi prestigiosi del mondo giuridico


italiano, anche se in realtà alcuni di loro non diedero nel corso dei
quattro anni di attività del periodico alcun contributo diretto attra-
verso propri articoli o recensioni, limitandosi dunque ad apparire,
per così dire, quali ‘numi tutelari’ dell’iniziativa. Tra le adesioni più
significative figuravano quelle di Santi Romano, senatore e presidente
del Consiglio di Stato dal 192811, di Pier Silverio Leicht12, senatore e
preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, nonché
sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione tra il 1928 ed il
1929, di Ettore Casati13 e del senatore Alessandro Marracino14, primi

11
Iscritto al Pnf dal 1928, senatore dal 1934, Accademico d’Italia e membro
dell’Accademia dei Lincei dal 1935, Santi Romano (1875-1947), era ordinario di
diritto costituzionale e preside della facoltà di giurisprudenza di Milano quando, nel
dicembre del 1928, fu nominato presidente del Consiglio di Stato, carica che ricoprì
sino al settembre del 1944. La nomina ad un incarico così prestigioso si legava anche
al rapporto di fiducia e di stima istauratosi tra Mussolini e il professore siciliano durante
i lavori della cosiddetta commissione «dei diciotto» per la riforma costituzionale, cui
Romano aveva partecipato attivamente. G. Melis, Il Consiglio di Stato ai tempi di Santi
Romano, in La giustizia amministrativa ai tempi di Santi Romano presidente del Consiglio
di Stato, Torino, Giappichelli 2004, pp. 39-58.
12
Leicht (1874- 1956), dal 1910 docente di Storia del diritto italiano presso gli atenei
di Siena, Modena, Bologna e Roma, fece anch’egli parte della cosiddetta commissione
«dei diciotto» per le riforme costituzionali. Iscrittosi al Pfn dal 1923, fu deputato dal
1924 al 1934, anno in cui fu nominato senatore. Socio dell’Accademia dei Lincei,
era membro dell’Accademia delle scienze di Berlino nonché direttore della «Rivista
di storia del diritto italiano». Repertorio biografico dei senatori dell’Italia fascista, a cura
di E. Campochiaro, E. Gentile, Napoli, Bibliopolis 2004, p. 1391.
13
Casati (1873-1945), entrò in magistratura nel 1897. Le informazioni relative ai
profili biografici dei magistrati, all’anno della loro entrata in servizio e delle successive
promozioni sono tratte da Ministero di Grazia e Giustizia, Graduatorie del personale,
Roma, Istituto Poligrafico dello Stato.
14
Marracino (1867-1941), entrato in magistratura nel 1891, fu promosso a presidente
di sezione della Corte di Cassazione nel 1927. Dal 1911 era libero docente di Istituzioni
di diritto civile presso l’università di Roma. Eletto deputato, per il gruppo radicale, alle
elezioni del 1919 e alle successive elezioni del 1921, questa volta in rappresentanza del
gruppo della Democrazia sociale, fu sottosegretario al Ministero della guerra dall’agosto
all’ottobre 1922. Iscrittosi al Pnf nell’ottobre del 1932, l’anno successivo fu nominato
senatore. Dall’aprile del 1939 al maggio del 1941 fu membro della Commissione
Giustizia del senato. Repertorio biografico dei senatori cit., p. 1531.
378 Ilaria Pavan

presidenti della Corte di Cassazione, di Adolfo Giaquinto, senatore e


Avvocato Generale dello Stato – nonché tra coloro che nell’inverno
1939 avevano concorso personalmente all’elaborazione di uno dei più
importanti provvedimenti della legislazione antisemita15 –, di Antonio
Azara16 e Domenico Rende17, entrambi presidenti di sezione della
Corte di Cassazione, di Arrigo Solmi, ministro di Grazia e Giustizia,
di Franco Savorgnan, direttore dell’Istituto Centrale di Statistica e
ordinario di demografia presso l’Università di Roma18. All’elenco non
mancavano inoltre i nomi di esponenti dell’amministrazione colo-
niale come Giuseppe Daodiace e Riccardo Astuto19, rispettivamente
governatore ed ex governatore dell’Eritrea di altri rappresentanti della
magistratura ordinaria, quali Mario Manfredini, sostituto procuratore

15
Giaquinto (1878-1971), entrò in magistratura nel 1902. Promosso primo presidente
presso la Corte d’Appello di Roma fu quindi nominato Avvocato Generale dello Stato
nel luglio del 1938, carica mantenuta sino al marzo 1945 quando divenne presidente di
sezione della Cassazione. Nell’inverno del 1939, come rappresentante del Ministero di
Grazia e Giustiza, Giaquinto aveva preso parte ai lavori della commissione che elaborò
il regio decreto 9 febbraio 1939, n. 126, relativo ai limiti di proprietà immobiliare e
di attività industriale e commerciale per i cittadini di «razza ebraica». Suoi furono
alcuni suggerimenti, poi divenuti articoli di quel decreto, dal contenuto pesantemente
restrittivo per le attività commerciali e industriali degli ebrei perseguitati. Nel maggio
del 1939 fu nominato senatore e nell’autunno successivo fu quindi chiamato dal guar-
dasigilli Grandi a far parte della Commissione parlamentare per la riforma del Codice
Civile. Giaquinto era inoltre professore pareggiato di diritto amministrativo presso
l’Università di Roma. I. Pavan, Tra indifferenza e oblio. Le conseguenza economiche delle
leggi razziali in Italia 1938-1970, Firenze, Le Monnier 2004, p. 79.
16
Azara (Sassari 1883), entrò in magistratura nel 1907. Fu promosso presidente di
sezione della Cassazione nel 1936.
17
Rende (Catanzaro 1875), entrò in magistratura nel 1899; nel 1928 fu promosso
consigliere di Cassazione divenendo successivamente presidente di sezione.
18
Il nome di Savorgnan compariva anche tra i firmatari del cosiddetto «Manifesto
degli scienziati razzisti» del luglio 1938.
19
M. Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del regno d’Italia,
Roma, Ministero per i Beni Culturali 1989, p. 163. Astuto (1882-1952), funzionario del
Ministero delle Colonie iscritto al Pnf dal 1923, fu segretario generale della Cirenaica
e della Somalia dal 1923 al 1925. Dal 1925 al 1930 fu direttore generale degli affari
economici e politici delle colonie dell’Africa Settentrionale e dell’Africa Orientale.
Dal 1930 al 1935 fu Governatore Generale dell’Eritrea.
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generale presso la Corte di Cassazione, Michele La Torre e Angelo De


Marco, consiglieri di Stato, Alfredo Cioffi, primo presidente della Corte
di Appello dell’Aquila e professore di diritto amministrativo presso
l’Università di Roma20, Emilio Ondei, pretore di Lonato (Brescia)21 e
Mario Bacigaluppi, giudice del Tribunale di Milano22.
Uno dei due fondatori della rivista, il senatore Fabio Guidi, possi-
dente terriero toscano, era iscritto al Pnf dal 192623. Proveniente dalle
fila dell’associazione monarchica di Volterra, Guidi era stato dal 1925
sindaco della cittadina toscana e quindi, sino al 1934, ne era divenu-
to il podestà. Nella sua attività di senatore nessun discorso, progetto
o proposta di legge aveva mai avuto per oggetto questioni razziali,
interessandosi per lo più Guidi a questioni relative all’agricoltura24.
Dell’altro fondatore, nonché direttore della rivista, Stefano Cutelli, si
hanno invece notizie frammentarie: squadrista, iscritto al Pnf dal 1921,
pur non avendovi mai ricoperto nessuna carica ufficiale, avvocato in
Cassazione25, Cutelli aveva in passato collaborato con la rivista di
Bottai «Critica Fascista», dove nel 1929 era comparso un suo articolo
in cui aveva già espresso le sue posizioni circa l’importanza del sangue
e dell’ereditarietà, biologicamente intesa:

L’evidente funzione della trasmissione ereditaria biologica svolgentesi nelle


stirpi familiari è stata oppugnata in ogni epoca da acerbi negatori come i
Democratici e i Socialisti, i quali hanno affermato la teoria opposta del-
l’uguaglianza degli individui, dell’uguaglianza delle nazioni e dell’uguaglianza
delle razze, teoria assurda che dà ad intendere che tutti gli uomini nascono
potenzialmente uguali e che la differenza dei valori umani non è data dal

20
Cioffi (Avellino 1873), entrò in magistratura nel 1898, ottenendo la promozione
a primo presidente della Corte di Appello dell’Aquila nel 1935.
21
Ondei (Mantova 1907), entrò in magistratura nel 1931.
22
Bacigaluppi (Aosta 1909), entrò in magistratura nel 1931.
23
Guidi (1862-1944), aveva alle spalle una lunga esperienza politica, svolta per lo
più in ambito locale: consigliere comunale di Pisa dal 1889 al 1927, quindi deputato
provinciale dal 1895 al 1920, fu poi eletto presidente della Deputazione provinciale
di Pisa, incarico che mantenne dal 1911 al 1920. Repertorio biografico dei senatori, a
cura di Campochiaro, Gentile cit., p. 1315.
24
Archivio Storico del Senato, Fascicoli personali dei senatori del Regno, f.
1212.
25
Archivio Centrale dello Stato (da qui in avanti ACS), SPD CO, f. 511.706.
380 Ilaria Pavan

sangue, ma solo dalla maggiore o minore cultura e dalla maggiore o minore


ricchezza!26

Razzista di vecchia data, dunque, – e lui stesso, del resto, avrebbe


successivamente vantato sulle pagine de «Il Diritto Razzista» la sua
«ultradecennale azione razzista»27 – Cutelli aveva continuato a soste-
nere analoghe interpretazioni attraverso un’altra rivista, «La Nobiltà
della Stirpe», da lui fondata nel 1931 e già esemplificativa nel titolo
della sua radicale antimodernità:

Il Fascismo dovrebbe riformare in senso fascista, cioè antilivellatore e selet-


tivo, anche il diritto di cittadinanza, escludendo, in via generale, che possa
diventare automaticamente cittadino italiano un qualsiasi negro, pellerossa
o sangue misto!28

Altrettanto esplicite le prese di posizione in materia di antisemitismo


ospitate sul mensile già nel corso del 1933:

I governanti e i popoli constatano l’inammissibilità irriducibile della stirpe


giudaica e cercano di premunirsi come possono contro la sua attività disgre-
gatrice ed il suo predominio economico. […] Assurda e inaccettabile è la
pretesa di quegli israeliti, i quattro quinti almeno della specie, che, mentre
vogliono mantenere intatte le proprie caratteristiche etniche e religiose e
sentono profondamente i legami della solidarietà ebraica, vorrebbero godere
al tempo stesso, e senza limitazione alcuna, nei vari Paesi dove il caso o
l’interesse li ha indotti ad accamparsi, degli stessi diritti di cui godono gli
abitatori autoctoni del suolo!29

26
S. M. Cutelli, La famiglia generatrice di aristocrazia, in «Critica Fascista», VIII,
30 novembre 1929, pp. 435-437, p. 435.
27
F. Guidi, La nostra azione culturale razzista, in «DR», II, 1-2, 1940, p. 63.
28
C. Pellizzi, Sull’esigenza di un patriziato del regime fascista, in «La Nobiltà della
Stirpe», I, 11, 1931, p. 12. Nel dibattito razzista degli anni Trenta il termine stirpe
veniva usato come sinonimo di sangue e razza e con questo stesso significato Cutelli lo
avrebbe utilizzato, come lui stesso ebbe a precisare: «stirpe, parola creata dalla biologia,
significa sangue, il sangue fecondo, l’immutabile divino microcosmo germinale della
razza, che si trasmette nei secoli di padre in figlio» («DR», I, 1-2, 1939, p. 2).
29
A. Monti Della Corte, Dell’antisemitismo, in «La Nobiltà della Stirpe», III, 5,
1933, p. 17.
381 Prime note su razzismo e diritto in Italia

Coerente ad una visione razzista centrata sul primato del sangue e


dunque contigua alla lettura nazista, Cutelli, cominciata ufficialmente
l’offensiva razziale e antiebraica del regime, si era quindi avvicinato
alle posizioni più estreme ed intransigenti, collaborando, attraverso
propri articoli, con il mensile di Giovanni Preziosi o con il quotidia-
no di Roberto Farinacci, anch’essi espressione del medesimo razzismo
biologico30. Risulta inoltre che, a conflitto iniziato, Cutelli facesse
parte del gruppo di collaboratori gravitanti attorno alla figura di Julius
Evola. Nell’autunno del 1941, Evola aveva infatti ottenuto da Mussolini
l’appoggio per la nascita di una nuova rivista italo-tedesca intitolata
«Sangue e Spirito» – poi non realizzata anche per l’opposizione degli
ambienti cattolici – che avrebbe dovuto contare sulla collaborazione
del direttore de «Il Diritto Razzista», invitato a prendere parte alle
riunioni preparatorie del periodico31.
Quando, nel maggio del 1939, uscì il primo numero de «Il Diritto
Razzista» arrivarono alla redazione del periodico consensi decisa-
mente autorevoli, che furono tutti puntualmente pubblicati32. Tra
i vari encomi all’iniziativa si segnalavano quelli di influenti rappre-
sentanti del partito, come Alessandro Pavolini, allora presidente
della Confederazione Fascista dei Professionisti e degli Artisti, che
dall’ottobre del 1939 sarebbe stato nominato ministro della Cultura
Popolare, del segretario del Pnf Ettore Muti che segnalò nel Foglio
di disposizioni del partito la rivista per la sua diffusione tra i G.U.F.33,

30
S. M. Cutelli, Critica razzista alla legge per la tutela del prestigio di razza, in «Vita
italiana», XVII, luglio 1939; Id. Dalla carta del lavoro alla carta della razza, in «Regime
fascista», 18 dicembre 1940.
31
M. Raspanti, I razzismi del fascismo, in La menzogna della razza. Documenti e im-
magini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, Bologna, Grafis 1994, pp. 73-89: p. 88.
Inoltre, scritti di Evola, dello stesso Cutelli e di altri suoi collaboratori sarebbero stati
raccolti in un volume del 1941, Dodici anni di propaganda razzista de «La Nobiltà della
Stirpe», ma non bastano. Negli scritti di S. Cutelli, J. Evola, G. Omarini, A. Monti, R.
Pavese, a cura di F. Guidi, Roma, Edizioni de La Nobiltà della Stirpe 1941.
32
Per i testi delle lettere con qui ciascuno dei personaggi menzionati manifestò
la propria adesione alla nuova rivista cfr. «DR», II, 2, 1940, pp. 231-237; «DR», III,
5-6, 1941, pp. 157-164.
33
«DR», II, 2, 1940, p. 231. Foglio di disposizioni n. 125, anno 1940: «Segnalo
per la diffusione, particolarmente nei Gruppi fascisti universitari, la rivista «Il Diritto
Razzista»». Nel dicembre del 1940 la rivista fu inoltre segnala ai GUF del regno anche
dal vicesegretario dei Gruppi Fascisti Universitari.
382 Ilaria Pavan

di senatori del Regno34, di esponenti dell’amministrazione colo-


niale come il Governatore dell’Harar Cerulli, del vice governatore
generale Guglielmo Nasi, del capo di Gabinetto del Ministero del-
l’Africa Italiana Renzo Meregazzi, o, ancora, di Renzo Sertoli Salis,
direttore della Sezione «Razzismo» della Scuola di Mistica Fascista.
Dato il carattere della rivista, non mancarono le adesioni da parte
di esponenti del mondo giuridico accademico e della magistratura
quali Mattia Moresco, senatore e rettore dell’Università di Genova,
Marco Di Donato, senatore e presidente di sezione del Consiglio di
Stato, Salvatore Messina, Oreste Marzadro, Francesco Telesio e Guido
Mirabile, tutti presidenti di sezione della Corte di Cassazione, Enrico
Piga, presidente della Magistratura del Lavoro di Roma, Alessandro
Ghigi, rettore dell’Università di Bologna35, Canzio Ricci, rettore
dell’Università di Urbino, Piero Pagani, procuratore generale della
Corte d’Appello di Reggio Calabria, Ernesto Eula, consigliere di
Cassazione, Giovan Battista Fumaioli, ordinario di diritto civile presso
l’Università di Pisa, Flavio Lopez De Onate, professore di filosofia del
diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma,
Alfredo Janniti Piromallo, procuratore generale di Corte d’Appello,
dei professori Leo Magnino (Università di Roma), Giangastone Bolla
(Università di Firenze), Salvatore Piras (Università di Camerino).
Significativo, infine, il consenso espresso, dopo quello del ministro
Frank, da un altro personaggio di notevole rilievo nell’amministrazio-
ne germanica quale Walter Gross, capo dell’Ufficio Razza del partito
nazionalsocialista36.
Se si volesse dare una prima generica valutazione del consenso che il
nuovo periodico razzista trovò negli ambienti giuridici italiani, limitan-
doci ad un’analisi strettamente quantitativa delle adesioni pervenute
alla redazione della rivista, si dovrebbe concludere che, sui circa 4.20037
magistrati italiani in organico nella seconda metà degli anni Trenta, fu

34
G. Gatti, G. Viale, G. Vinci, G.Viola, F. Coralli, O. Mezzetti, L. Foschini, G.B.
Beverini, V. Cian, A. Guerresi.
35
Ghigi, ordinario di zoologia presso l’ateneo bolognese, fu anche autore di un
testo espressione un rigido determinismo biologico, Problemi biologici della razza e del
meticciato, Bologna, Zanichelli 1939.
36
«DR», I, 1, 1939, p. 81.
37
Il numero, riferito all’organico del 1939, comprende tutti coloro che ricoprivano
un ruolo all’interno degli undici gradi di cui si componeva la carriera in magistratura,
dagli uditori giudiziari ai presidenti di sezione della Corte di Cassazione.
383 Prime note su razzismo e diritto in Italia

una percentuale assolutamente marginale a mostrare apprezzamento per


l’iniziativa editoriale di Cutelli e soci. Da un punto di vista qualitativo
tuttavia, non era peraltro irrilevante che tra i venticinque procuratori
e presidenti di sezione della Corte di Cassazione ben undici, poco
meno della metà dunque, avessero espresso il loro esplicito consenso
e sei di loro avessero deciso di collaborare direttamente sulle pagine de
«Il Diritto Razzista», nomi cui si andavano ad aggiungere quelli non
meno significativi del presidente del Consiglio di Stato e dell’Avvo-
cato Generale dello Stato. Osservando inoltre il loro profilo biografico
emerge come si trattasse di personaggi nati, in massima parte, tra gli
anni Settanta ed Ottanta del XIX secolo, cresciuti e formatisi dunque,
anche giuridicamente, nell’Italia liberale ed entrati in magistratura in
anni spesso lontani dall’ascesa del governo fascista.
Altrettanto eloquenti erano peraltro le mancate adesioni alla nuova
iniziativa editoriale razzista, tra le quali spiccavano quelle del ministro
per la Cultura Popolare Dino Alfieri e del ministro per l’Educazione
Nazionale Giuseppe Bottai, assenze più volte stigmatizzate dallo stesso
Cutelli sulle pagine della rivista e da lui interpretate come espressione
di quei «razzisti per disciplina e opportunismo che, pur essendo uffi-
cialmente razzisti, non vogliono evidentemente cooperare se non negli
stretti limiti loro imposti dall’interesse e dall’obbedienza»38. Le parole
di Cutelli sembravano evidentemente ignorare lo zelo inflessibile e la
meticolosità con cui proprio Bottai e Alfieri realizzarono negli ambiti
di loro competenza un’epurazione pressoché totalitaria degli «elementi
ebraici», che furono espulsi da scuole, accademie, università, dall’edi-
toria e, più in generale, dal mondo della cultura italiana39. Entrambi i
ministri erano stati contattati da Cutelli nei mesi precedenti l’uscita del
primo numero della rivista per ottenerne l’avallo e il sostegno politico
oltre che, presumibilmente, anche un aiuto di carattere economico.
Alfieri rispondeva nel gennaio del 1939 all’invito del direttore dicendo:
«Ho esaminato la vostra proposta per una rivista «Il Diritto Razzista»
e sono spiacente di dovervi comunicare che questo Ministero non può
appoggiarla, non essendo di sua competenza»40. Nel marzo successivo

38
«DR», I, 1-2, 1939, p. 7.
39
In proposito cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino, Einaudi 2000, pp.
194-199; G. Fabre, L’elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Zamorani
1998.
40
«DR», II, 2, 1940, p. 232. Dino Alfieri, peraltro, avrebbe lasciato l’incarico
384 Ilaria Pavan

Cutelli si rivolgeva quindi a Bottai, invitandolo anche a collaborare


personalmente alla rivista con un proprio contributo:

Dato che desideriamo seguire fedelmente le Vostre direttive sugli studi


razziali che devono assumere un carattere di assoluta serenità e serietà fa-
scista, crediamo che sarebbe molto opportuno che vi fosse anche un Vostro
autorevole articolo o giudizio su Razza e scuola o altro argomento a Vostra
scelta, come avete fatto per la rivista «Geopolitica»41.

Il ministro rispondeva: «Ho la vostra lettera […]. Vi confermo che


non mi è possibile aderire al gentile invito che nuovamente mi rivol-
gete»42. Iniziava così una lunga querelle che avrebbe di fatto condizio-
nato la vita del periodico e che avrebbe visto l’entrata in scena, con
differenti motivazioni, del sottosegretario all’Interno Guido Buffarini
Guidi, del nuovo ministro per la Cultura Popolare Alessandro Pavolini,
di Gherardo Casini43, amico e stretto collaboratore di Bottai, ma anche
Direttore Generale del Servizio della Stampa Italiana presso lo stesso
Minculpop, nonché, ovviamente, dello stesso Mussolini.
Il primo a manifestare la sua opposizione alla nuova iniziativa edi-
toriale fu Buffarini Guidi, sotto la cui giurisdizione ricadeva, presso il
Ministero dell’Interno, buona parte della politica razziale del regime44.
Venuto a conoscenza da «Il Tevere» del 6 dicembre 1938 dell’imminente
uscita della rivista, Buffarini, il 13 dicembre, si affrettava a scrivere ad
Alfieri manifestandogli l’opportunità «di procedere con molta cautela

al Ministero della Cultura Popolare nell’ottobre del 1939 per essere sostituito da
Alessandro Pavolini.
41
Ibid.
42
Ibid.
43
Casini, giornalista, redattore del «Resto del Carlino», fondatore e direttore, a
Firenze, di «Rivoluzione Fascista» e di «Battaglie fasciste», collaborò a numerose riviste
e quotidiani quali «Il Popolo d’Italia» e «Gerarchia». Amico tra i più intimi di Bottai
e assiduo collaboratore di «Critica Fascista», ne assunse la con direzione dal 1928 al
1936. Nel luglio del 1936 fu nominato Direttore Generale della Stampa Italiana presso
il ministero della Cultura Popolare. Nel 1943 Casini si ritirò dalla politica, fondando
nel dopoguerra l’omonima casa editrice.
44
Presso il Ministero dell’Interno era stata infatti creata la Direzione Generale per
la Demografia e Razza, la cosiddetta Demorazza, che avrebbe tra l’altro gestito tutte
le fasi del censimento razziale dell’estate 1938.
385 Prime note su razzismo e diritto in Italia

nell’autorizzazione di riviste del genere, ad evitare che si verifichino de-


viazioni dall’indirizzo del regime»45. Era infatti il Minculpop, attraverso
la Direzione Generale della Stampa che faceva capo al dicastero stesso, a
concedere l’autorizzazione formale per la diffusione di qualsiasi giornale
o periodico. Il sottosegretario all’Interno aggiungeva inoltre, in merito
ad uno dei due curatori, il senatore Guidi: «è quanto di più antiquato si
possa immaginare, liberale sino a ieri, pietista, ed oramai superato»46. I
timori di Buffarini sembravano quindi essere legati al fatto che la nuova
rivista potesse discostarsi dalle linee sino ad allora seguite dal governo in
merito alle iniziative razziste, temendo forse, visto l’accusa di pietismo
mossa nei confronti di Guidi, toni troppo morbidi da parte del nuovo
periodico. Il termine ‘pietista’ era stato infatti introdotto, nell’autunno
del 1938, dagli stessi fascisti per indicare coloro che «per pietà» – così
si sosteneva – si erano prestati ad aiutare in qualche modo gli ebrei47.
Va peraltro considerato che in quei primi mesi della campagna antise-
mita l’accusa di pietismo poteva in realtà essere facilmente utilizzata,
in modo chiaramente strumentale, proprio per ostacolare con relativa
facilità scomodi avversari politici e dunque anche le parole con cui
Buffarini tentava di contrastare il progetto della nuova rivista potevano
essere lette in questa prospettiva. L’opposizione all’iniziativa di Cutelli
da parte di Buffarini poteva anche essere interpretata come il desiderio
di mantenere l’esclusivo e pieno controllo, o almeno la supervisione
da parte del Ministero dell’Interno, di ogni iniziativa attinente la po-
litica razziale, anche di quelle di natura propagandistica. O, ancora, la
comparsa di un periodico come «Il Diritto Razzista», che almeno nelle

45
ACS, Ministero della Cultura Popolare, Gabinetto, b. 245. Promemoria indiriz-
zato dal Direttore Generale della Stampa Italiana al ministro Pavolini, 20 dicembre
1940.
46
Ibid.
47
La questione dei cosiddetti ‘pietisti’ è stata in passato sollevata per testimoniare
la presunta esistenza, anche in seno allo stesso partito fascista, di opposizioni alla
campagna antiebraica e di un atteggiamento di solidarietà nei confronti dei persegui-
tati, tanto che lo stesso Mussolini fu indotto a pubblicare sul «Foglio di disposizioni
del partito», n. 1341 del 7 giugno 1940, il seguente comunicato: «Riservato. Vieto ai
fascisti di inoltrare raccomandazioni di qualsiasi genere a favore di giudei. Avverto
fin da ora che prenderò il provvedimento del ritiro della tessere a carico di coloro
che contravverranno a questo preciso ordine e ne pubblicherò i nomi sul «Foglio di
disposizioni»». Pavan, Tra indifferenza e oblio cit., p. 99.
386 Ilaria Pavan

intenzioni si proponeva toni meno divulgativi e beceri della stampa


antisemita prevalente, poteva essere considerata in competizione
con una rivista dagli analoghi intenti che la Direzione Generale e il
Consiglio Superiore per la Demografia e Razza – cioè lo stesso Ministero
dell’Interno – si apprestavano a varare e il cui primo numero sarebbe
infatti uscito nell’inverno del 1940. Si trattava di «Razza e civiltà»48,
rivista che avrebbe ospitato interventi a carattere prevalentemente sto-
rico-antropologico, espressione di quella corrente razzista ‘spiritualista’,
precedentemente ricordata, che intendeva mettere in secondo piano il
primato della biologia e del sangue, o comunque mitigarlo, per proporre
un «primato razziale italico» basato anche su motivazioni di natura
storico-culturale. L’ostilità con cui fu accolta l’iniziativa di Cutelli era
dunque anche espressione di una lotta di potere interna alle correnti
del razzismo italiano, che a loro volta facevano riferimento alle figure
dei vari gerarchi e dei rispettivi ministeri coinvolti.
Nonostante l’opposizione di Buffarini, nel maggio del 1939 venne
comunque pubblicato il primo numero di «Il Diritto Razzista». Dopo
l’uscita della rivista, la Direzione della Stampa Italiana inviò imme-
diatamente un appunto al duce per informarlo circa il contenuto del
periodico, che venne restituito con l’annotazione: «Niente riviste
nuove – M.»49. Ciò nonostante «Il Diritto Razzista» continuò ad essere
redatto, sebbene di fatto non venisse distribuito, sino a quando nel
febbraio del 1940, Cutelli e Guidi riuscirono ad ottenere udienza dal
duce il quale, in quell’occasione, contraddicendosi una prima volta,
concesse il pieno avallo all’iniziativa. Mussolini diede infatti disposi-
zioni affinché l’Agenzia Stefani emettesse il seguente comunicato: «Il
Duce ha elogiato vivamente l’iniziativa che è destinata a raccogliere e
illustrare tutta la legislazione e giurisprudenza razziale italiana»50. Forte

48
La rivista era diretta da un alto funzionario del Ministero, il capo della Direzione
Generale per la Demografia e Razza Antonio Le Pera.
49
ACS, Ministero della Cultura Popolare, Gabinetto, b. 245. Promemoria firmato
dal Direttore Generale della Stampa Italiana per il Ministro Pavolini in data 20
dicembre 1940.
50
ACS, SPD CO, f. 511.706. Memoriale riservato inviato da Guidi a Mussolini, 1°
maggio 1941. Qualche giorno dopo il primo comunicato stampa, il 10 marzo 1940,
Mussolini faceva pubblicare dall’Agenzia Stefani un secondo comunicato, sempre in
appoggio alla rivista: «Al Duce è pervenuto il seguente telegramma: i sottoscrittori
componenti il comitato scientifico de «Il Diritto Razzista», riprendono il lavoro
per l’ulteriore sviluppo dell’iniziativa da Voi elogiata. […] Inviamo a voi, Duce,
387 Prime note su razzismo e diritto in Italia

dell’appoggio di Mussolini, la rivista riprendeva così la sua attività,


potendo inoltre contare – complice, probabilmente proprio il plauso del
duce – sui finanziamenti del Ministero della Cultura Popolare concessi
nell’agosto del 1940 nella somma di lire sessantamila annue51.
Ma i conflitti latenti che l’iniziativa aveva sollevato erano tutt’altro
che risolti: la necessaria autorizzazione per la diffusione della rivista da
parte di Casini, Direttore Generale della Stampa Italiana, infatti non
solo tardò, ma nei primi giorni del gennaio 1941 arrivò al senatore
Guidi la comunicazione ufficiale da parte del ministro Pavolini per
cui «in base a Superiori istruzioni è stato deciso di lasciare sospesa
l’iniziativa della rivista stessa, di cui si parlerà a guerra finita»52. La
stessa Direzione della Stampa procedette quindi al sequestro di una
cinquantina di copie di una pubblicazione contenente alcuni estrat-
ti della rivista e distribuita, fuori commercio, da Cutelli e Guidi a
gerarchi ed esponenti del Pnf. Il boicottaggio che il Direttore della
Stampa mise in atto nei confronti de «Il Diritto Razzista», negando
per mesi l’autorizzazione necessaria e ignorando, in pratica, l’appoggio
esplicito che Mussolini aveva concesso a Cutelli nel febbraio 1940
– prendendo anzi come pretesto del diniego proprio la contrarietà
del dittatore – era probabilmente collegato a quei contrasti sorti tra
le correnti del razzismo italiano che vedevano Casini, amico e stretto
collaboratore di Bottai, schierato su posizioni lontane da quelle pale-
semente filo-germaniche di Cutelli. In nessun modo il boicottaggio di
Casini poteva infatti essere ricondotto ad una sua possibile contrarietà
alla campagna antiebraica, considerato l’accanimento e il burocratico
zelo con cui l’alto funzionario del Ministero della Cultura Popolare
aveva condotto la ‘bonifica’ della stampa e dell’editoria dagli «ele-
menti ebraici»53. Inoltre, l’opposizione del Direttore della Stampa era

l’espressione delle più devota riconoscenza per la nuova vita impressa al diritto dalla
Vostra rivoluzionaria proclamazione dei postulati razzisti, indispensabili per la potenza
italiana». Il telegramma era firmato da Cutelli, Guidi, Romano, Giaquinto, Rende,
Leicht, Marracino e Astuto.
51
ACS, Ministero della Cultura Popolare, Gabinetto, b. 245, promemoria non
datato né firmato.
52
ACS, SPD CO, f. 51170, lettera di Pavolini a Guidi, 1° gennaio 1941.
53
Ad un congresso sull’editoria tenutosi a Bologna nel novembre 1938 Casini
dichiarò:«La stampa periodica sarà entro due mesi trasformata; con chi non vorrà
intendere, il Ministero svolgerà un’azione inesorabile […]. C’è l’imperiosa necessità di
vigilare, di indirizzare, di trasformare, di eliminare ogni attentato, più o meno palese,
388 Ilaria Pavan

probabilmente motivata anche da risentimenti e motivazioni personali


che l’amico Bottai nutriva nei confronti del direttore de «Il Diritto
Razzista». Cutelli, infatti, dopo aver incassato la risposta negativa dal
Ministro per l’Educazione Nazionale a collaborare alla nuova rivista,
aveva in seguito contattato altri dirigenti del dicastero per ottenerne
l’interessamento a favorire gli abbonamenti al periodico da parte delle
biblioteche universitarie. Bottai ne venne a conoscenza e interpretò
il passo compiuto da Cutelli come una vera e propria «scorrettezza
gerarchica», rispetto alla quale manifestò tutta la propria contrarietà
nella lettera che gli inviò in risposta: «E sono lieto che la ragione di
carattere finanziario mi consenta di negarvi degli abbonamenti, senza
entrare nella valutazione di merito della vostra pubblicazione»54. È
probabile che anche questi screzi abbiano in qualche modo influito
sull’evoluzione della situazione; Cutelli, da parte sua, non perdeva
occasione né sulle pagine della rivista, né nelle lettere che inviava
periodicamente al Ministero della Cultura Popolare di accusare «l’in-
fluentissima e abilissima corrente di «Critica Fascista» per gli ostacoli
che ci aveva frapposti […]. Bisognava aspettarsi che avrebbe continuato
a sabotare l’iniziativa […]. Evidentemente quei messeri ci credono
della loro stessa stoffa o razza»55. Certamente l’ostruzionismo mostrato
da Casini poté fare assegnamento sul parere negativo che, ancora nel
novembre 1940, Buffarini Guidi continuava comunque a manifestare
nei confronti dell’iniziativa di Cutelli: «non sembrerebbe opportuna
la pubblicazione di un nuovo periodico» – scriveva il Sottosegretario
all’Interno – «particolarmente se sorga per trattare argomenti attinenti
alle questione razziale […] perché bastano, in materia razziale, le riviste
già esistenti che svolgono la loro opera in diretta collaborazione con
gli organi di Governo»56.
Nel dicembre del 1940, Pavolini, messo a parte dell’intera vicenda,
si risolveva quindi a chiedere un nuovo parere a Mussolini. A sorpresa,

alla italianità e alla forza della razza e alla formazione della coscienza» (Fabre, L’elenco
cit., p. 187). Sull’epurazione della stampa e dei giornalisti ebrei condotta da Casini
e dalla sua Direzione Generale, cfr. inoltre La Demorazza: le mani sui giornali, a cura
dell’Associazione Stampa Romana, Roma, System Graphic 2004.
54
La lettera di Bottai è del settembre 1940 e l’intero episodio è riportato dallo stesso
Cutelli in «DR», II, 2, 1940, p. 232.
55
ACS, SPD CO, f. 511706, lettera di Cutelli a Guidi, 11 gennaio 1941.
56
Ibid., Buffarini Guidi alla Direzione Generale della Stampa, 30 novembre
1940.
389 Prime note su razzismo e diritto in Italia

dimostrando non poca contraddittorietà nel proprio comportamento, il


duce annotava sul promemoria inviatogli dal Minculpop: «sospendere,
per ora»57. Ma Cutelli e Guidi erano ben determinati a non darsi per
vinti, ignorando peraltro che questa volta la nuova sospensione si
legasse alla stessa decisione del dittatore. Il primo maggio del 1941,
Guidi inviava così un memoriale riservato a Mussolini in cui ricostruiva
l’intera vicenda, denunciando la «malcelata lotta alla rivista da parte di
falsi razzisti più o meno autorevoli» condotta «per creare al momento
opportuno un’altra, non meno autorevole, ma addomesticatissima rivi-
sta giuridica razziale» e accusando esplicitamente Casini dei ritardi e del
boicottaggio subito. Chiedendo evidentemente chiarimenti in merito,
Mussolini riceveva il giorno successivo un appunto dal Minculpop in
cui si leggeva:

Mentre assicuro il Duce che sarà provveduto alla concessione del nulla
osta all’uscita della rivista, tengo a fare presente che questo Ministero non
aveva motivi particolari per vietare l’uscita della rivista stessa. Il nulla osta
era stato sospeso in seguito a segnalazione fatta dal Ministero dell’Interno
il quale riteneva inopportuna la pubblicazione di nuovi periodici in materia
razziale58.

Sullo stesso promemoria compariva poi un’annotazione manoscrit-


ta, presumibilmente da parte del segretario particolare di Mussolini:
«Decisione del Duce: «Diritto Razzista», sì». Poche settimane dopo
Pavolini, concedeva quindi il sussidio alla rivista anche per l’anno
1941 e suggeriva che Cutelli si scusasse personalmente con Bottai e
Casini «riconoscendo il contributo di quel gruppo di studiosi anche alla
politica razziale del regime» e, presumibilmente esasperato dall’intera
vicenda, aggiungeva che «desiderava fermamente, ed anzi esigeva, la
cessazione di tutti i dissidi fra gli studiosi italiani di razzismo»59.
L’ultimo documento relativo alla storia della rivista risale al marzo del
1942; si tratta di un appunto anonimo che informava come il sospirato
nulla osta della Direzione Generale della Stampa fosse infine giunto,

57
Ibid, il duce a Pavolini, 12 dicembre 1940.
58
Ibid., Pavolini al duce, 2 maggio 1941.
59
ACS, Ministero della Cultura Popolare, Gabinetto, b. 245, lettera del Capo
dell’Ufficio Studi e Propaganda sulla Razza, Alberto Luchini, al capo di Gabinetto
del Minculpop Celso Luciano, 8 luglio 1941.
390 Ilaria Pavan

ma, in un gioco delle parti davvero senza fine, i promessi finanziamenti


già apparentemente autorizzati dal Minculpop nell’estate del 1941
non erano mai arrivati60. Nel documento si leggeva inoltre «che il
Ministero [della Cultura Popolare] avrebbe dato il contributo quando
la pubblicazione fosse stata modificata nel senso concordato con il
duce»61, adombrando dunque l’ipotesi che i contenuti e l’impostazione
della rivista, evidentemente, ancora una volta non corrispondessero
alle direttive governative in materia razziale.
Con il numero dell’agosto 1942 «Il Diritto Razzista» sospendeva
definitivamente la sua attività.

3. I contenuti

«Nel generale assenteismo, più o meno sintomatico, dei ‘cattedratici’


del diritto» – così scriveva Cutelli nel maggio del 1939, denuncian-
do evidentemente un certo disinteresse del mondo accademico nei
confronti del dibattito razzista – usciva il primo numero de «Il Diritto
Razzista», con il proposito di presentare in ogni fascicolo interventi
relativi sia alla legislazione razzista coloniale che a quella antisemita.
Agli articoli si affiancava una dettagliata rassegna della normativa e
della giurisprudenza razziale, italiana ed estera, nonché un’ampia sezione
dedicata alla recensione di testi di propaganda razzista curata dai vari
collaboratori del periodico oltre che dallo stesso direttore, cui era inoltre
affidato l’editoriale che apriva ogni numero. Nel complesso la rivista
avrebbe fatto proprie, anche nel lessico, le posizioni di un razzismo
biologico filotedesco, come dimostrava sia la presenza di interventi
dello stesso Guido Landra – tra i principali ideatori di quel «Manifesto

60
I mancati finanziamenti da parte del Minculpop sono di difficile interpretazione
se si pensa che dal maggio 1941 alla direzione dell’Ufficio Studi e Propaganda del
Ministero della Cultura Popolare era stato chiamato Alberto Luchini, sostenitore
dell’iniziativa di Evola in merito alla nuova rivista razzista «Sangue e Spirito» cui si
è accennato nel testo, progetto in cui fu coinvolto lo stesso Cutelli e che aveva dato
vita ad una serie di riunioni preparatorie presiedute dallo stesso Luchini, presenti
tra gli altri, Evola e Cutelli. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista cit., p 282.
«Il Diritto Razzista» avrebbe inoltre ospitato un’entusiastica recensione, firmata dal
direttore Cutelli, al libro dello stesso Luchini, Destino africano del popolo italiano, in
«DR», IV, 4-5-6, 1942, pp. 65-74.
61
ACS, SPD CO, f. 511706.
391 Prime note su razzismo e diritto in Italia

della Razza», espressione di tale impostazione –, sia la pubblicazione di


sentenze emesse dalla magistratura nazista in materia razziale, nonché
la presenza di articoli firmati da giuristi tedeschi inequivocabili nei toni
e nei contenuti62. Inoltre, a partire dal 1941, sia l’indice che il sotto-
titolo della rivista sarebbero comparsi anche in tedesco, ad ulteriore e
definitiva conferma della vicinanza alla prospettiva germanica.
Nella presentazione introduttiva al primo numero, il direttore Cutelli
definiva l’oggetto della rivista, il diritto razzista, come

un’affermazione apertamente antisecolo, la negazione radicale degli «im-


mortali principi» del 1789, insofferente ad ogni travestimento e di ogni
conciliazione con i dogmi politici e giuridici del passato, dall’‘uguaglianza
di nascita’ di tutti gli uomini (la legge è uguale per tutti!), all’entificazione
dello stato persona giuridica indifferente al sangue ed all’anima delle persone
vere e vive. Il diritto razzista, insomma, è tale amara medicina da non potere
essere coltivata che da quei pochi che non ebbero a disdoro di consigliarla
al mondo culturale cattedratico parecchi anni prima del noto manifesto
universitario razzista, mentre più imperversavano la canea antirazzista ed il
mito societario nazionale ed internazionale dei credenti nella Società delle
Nazioni ‘centro corporativo universale’. […] Le masse popolari della razza
bianca reagiscono, per fortuna, alla tendenza suicida dell’ugualitarismo raz-
zista degli intellettuali decadenti. Bisogna però che i contadini e gli operai,
le loro mogli e i loro figli non si contagino.

I vari fascicoli che si succedettero nel corso degli oltre tre anni di
attività ospitarono tanto gli interventi di alcuni membri del comitato
scientifico, quanto articoli di altri magistrati o di rappresentanti del-
l’amministrazione coloniale che, quanto a propositi ed affermazioni non
si discostavano in buona misura dalla linea del direttore affermando,
per esempio, come «l’immissione di vaste correnti metropolitane nelle
terre conquistate» avrebbe consentito di «troncare ogni pessimistica
previsione di contaminazione e di decadimento […] con quell’informe

62
G. Landra, Sono ariani i mulatti cittadini italiani? Elementi di biologia applicata la
diritto razzista, in «DR», II, 3, 1940, p. 191-189; oltre al già citato articolo di Hans
Frank, per gli interventi di giuristi tedeschi cfr. «DR», IV, 1-2, 1942, pp. 42-64; «DR»,
II, 3, 1940, p. 199-207; «DR», III, 1-2, 1941, pp. 18-35; «DR», IV, 1, 1942, pp. 14-21;
«DR», II, 2, 1940, pp. 52-55. Per una rassegna della giurisprudenza razziale nazista cfr.
«DR», II, 6, 1940, pp. 288-291 e «DR», III, 2-4, 1941, pp. 132-135, 274-278.
392 Ilaria Pavan

agglomerato di razze con le quali la nostra non può confondersi»63. Nel


denunciare come il problema razzista non fosse sentito sufficientemente
dai governi italiani dei primi anni del secolo, come «mancasse allora
addirittura lo spirito razzista», Riccardo Astuto, ex governatore del-
l’Eritrea, sosteneva che «occorreva assicurare la purità assoluta della
razza nelle masse destinate all’Impero evitando con rigore massimo e
dura perseveranza ogni inquinamento derivante dalle unioni miste,
legittime o naturali» ed auspicava inoltre l’attuazione di un rigido
apartheid che eliminasse ogni «contatto fra le nostre masse immigrate
e le popolazioni native»64.
Un taglio più giuridico avevano naturalmente gli interventi degli
esponenti della magistratura, firmati da Adolfo Giaquinto, Avvocato
Generale dello Stato, da Alessandro Marracino e Domenico Rende,
entrambi presidenti di sezione della Corte di Cassazione, da Michele
La Torre, magistrato del Consiglio di Stato, da Emilio Ondei, pretore
a Brescia, da Mario Manfredini, sostituto procuratore generale presso
la Corte di Cassazione, da Alfredo Cioffi, primo presidente della Corte
di Appello dell’Aquila e da Mario Bacigaluppi, giudice del Tribunale
di Milano. Si trattava di articoli che, in massima parte, illustravano e
commentavano la legislazione antisemita, spesso attraverso articolate
ed oggettive esposizioni di carattere tecnico-giuridico, ma in cui non
erano mai presenti, neppure in controluce, espressioni di contrarietà
o di dubbio nei confronti della normativa razzista e dei suoi principi
ispiratori. Al contrario, ogni autore non mancava mai nei propri inter-
venti di riservarsi alcune righe in cui manifestava il proprio personale
commento in merito all’utilità di una politica di «difesa della razza»,
mostrando dunque la propria adesione e la piena condivisione delle
‘opportune’ ragioni che avevano indotto il regime a varare la nuova
normativa. Se si considera che nessuno dei collaboratori del «Diritto
Razzista» fu costretto ad aderire forzatamente all’iniziativa, ma che
si trattò di una partecipazione a carattere personale, è significativo il
‘naturale’ e per nulla problematico appoggio che costoro diedero ai
principi razzisti e antisemiti, quasi che razzismo e antisemitismo non
rappresentassero in alcun modo dei ‘corpi estranei’ alla loro mentalità,
alla loro formazione, ma, al contrario, fossero – in modo forse latente e
carsico – parte del loro sostrato culturale; nulla, insomma verso cui ma-
nifestare meraviglia e tanto meno disapprovazione. Adolfo Giaquinto,

63
G. Daodiace, L’impero e la razza italiana, in «DR», I, 1-2, 1939, p. 41.
64
R. Astuto, Il diritto razzista base dell’impero, in «DR», I, 1-2, 1939, p. 45.
393 Prime note su razzismo e diritto in Italia

Avvocato Generale dello Stato, ad esempio, sosteneva come

assurga ad importanza primaria la difesa della razza specie in confronto di


quelle altre (come l’ebraica) che, in forma lenta ed occulta, ma insidiosa e
penetrante tentano di infirmare i cardini basilari della compagine statale
[…]. Non è da credere che quest’opera difensiva di razza abbia un contenu-
to antitetico alla morale, alla religione o all’umanità: al contrario, è vero
che ai fini del progresso dell’umanità, non solo non occorre e non giova la
soppressione delle differenze di razza e tanto meno l’assimilazione di quelle
che rappresentano stadi di civiltà superiore, da parte di altre, come l’ebraica,
che pongono in primo piano i valori materiali, ma è precisamente neces-
sario un lavoro contrario di conservazione e di difesa delle prime rispetto
alle seconde65.

Attraversato da posizioni di un antisemitismo radicale l’intervento


del senatore, nonché presidente di sezione della Corte di Cassazione,
Alessandro Marracino, che plaudiva alla

Roma fascista che va creando uno jus novum […] che impone il bisogno e
il dovere della difesa della razza […]. Per troppo tempo abbiamo subito gli
inquinamenti stranieri, ma oggi, vivaddio!, la politica razziale di Benito
Mussolini va eliminando ogni infiltrazione straniera.[…] Manca agli israeliti
ogni idea di patria e di nazione, e quindi essi non possono avere un ‘diritto
nazionale’, come non ebbero mai la nozione di diritto internazionale; ma
hanno avuto sempre un diritto strettamente razziale […]. In mancanza di
un proprio diritto vigente, di uno Stato proprio destinato ad applicarlo, la
vita degli ebrei è regolata dalla legge dei paesi che li ospitano. Non credo
di andare errato affermando che agli israeliti manca il senso del diritto e
quello della giustizia civile […]. Chi scrive questo articolo ebbe per molti
anni dimestichezza con israeliti, giureconsulti e cultori di discipline giuri-
diche di ampia e sicura reputazione […]. Nella diuturna consuetudine che
ebbe con loro dovette constatare che la loro coscienza di giuristi presentava
incolmabili lacune […]. Essi si mostravano non rare volte privi di quel senso
di equità e di giustizia sociale che deriva non dalla meditazione scientifica,
ma dall’istinto. L’ebreo, per insuperabile atavismo, non può essere altruista
se non in confronto di coloro che appartengono alla stessa razza. L’anima

65
A. Giaquinto, Necessità dello studio e della divulgazione del diritto razzista, in «DR»,
I, 1-2, 1939, p. 13.
394 Ilaria Pavan

ebraica rimane estranea alle grandi correnti del diritto pubblico esterno. La
simpatia e le affinità spirituali fra i popoli, la solidarietà, l’affectio societatis,
più o meno diffusa e profonda fra tutte le nazioni trovano chiusa, o quasi
sempre sterile la coscienza ebraica. Nella storia del diritto non vi è dunque più
manifesta e più irriducibile antitesi di quella esistente fra la nostra coscienza
giuridica e la israelitica; ed essa non può altrimenti giustificarsi se non con
le profonde differenze di razza66.

Venato dai comuni e consueti stereotipi legati alla presunta influenza


e al predominio ebraico nella vita della nazione era anche l’articolo
Osservazioni politiche e giuridiche sullo Stato razziale in Italia, firmato dal
presidente di Corte d’Appello e professore universitario presso l’ateneo
romano Alfredo Cioffi secondo il quale il problema razziale in Italia
nasceva

dalla posizione di privilegio che detta minoranza ebraica è riuscita a procurarsi


anche in Italia nel campo della finanza, dei commerci, dell’insegnamento,
dei comandi militari; dalla interna compattezza di casta, mantenuta viva
dal proprio sentimento religioso e da una euforica concezione di superiorità
di origine e destino; dalla inassimilabilità, per detti caratteri, da parte della
nazionalità e civiltà italiana; della congenita avversione alla concezione di
vita e d’ideali fascisti, strettamente nazionalisti, mentre l’ebraismo, noma-
de e senza patria, si espande e si collega attraverso l’internazionalismo. Il
pericolo, dunque, non è nel numero ma nel fatto che gli elementi ebraici
si sono inseriti nei gangli più sensibili e delicati della Nazione, specie dopo
la prima guerra mondiale, la quale, da essi, internazionalmente, era stata
diretta per proprio grande profitto e poscia sfruttata67.

«Il nomadismo» – proseguiva Cioffi – faceva sì che per gli ebrei «la
cittadinanza italiana non fosse che una sovrastruttura, giacchè più
intima, più solida e pertinace è la loro razza». La cittadinanza non
era dunque che «un’etichetta acquistata nei diversi Stati», attraverso
la quale «l’ebraismo è riuscito ad insinuarsi nel governo dei paesi più
ricchi del mondo»68.
Dedicato al tema dei rapporti tra la razza e la famiglia era invece
l’articolo di Domenico Rende, presidente di sezione della Corte di

66
A. Marracino, Razza e diritto, in «DR», I, 1-2, 1939, p. 19.
67
«DR», III, 1-2, 1941, p. 172.
68
Ibid., p. 175.
395 Prime note su razzismo e diritto in Italia

Cassazione, un intervento utile per testimoniare quando la mentalità


razzista fosse anche profondamente intrisa di radicale maschilismo e
di quanto difesa della famiglia e difesa della razza corressero su binari
paralleli. Illustrando gli articoli del nuovo Codice Civile dedicati
all’istituto della famiglia in cui i principi razzisti avevano introdotto
i maggiori cambiamenti69, Rende, attraverso un excursus di carattere
pseudo-storico, giustificava senza esitazioni il nuovo corso giuridico
mussoliniano, affiancando la decadenza dell’impero romano – e quin-
di di ogni impero, compreso quello fascista – con la contaminazione
razziale della «stirpe originaria»:

La famiglia romana cominciò a dissolversi per l’infiltrazione di elementi


asiatici, egiziani, ellenistici. […] Fu allora che la donna romana, come suc-
cede in tutti i tempi di decadenza, credendo di conquistare l’indipendenza,
acquistò invece la licenziosità. […] Questo significa che quando la donna
abbandona la sua naturale funzione, che è di madre, regina della casa e
diventa un mammifero di lusso e pretende di dominare nello Stato, questo
perde la forza della sua virilità, e la società tutta va in decomposizione70.

Nella sua personale ricostruzione storica, Rende assegnava quindi


al Cristianesimo il merito di aver sanato «tale corruzione», tale che
«specie nelle campagne, la famiglia italiana restò sana: il padre sempre
il capo, la madre attendeva al governo della casa, i figli sottomessi ai
genitori». Tale idilliaca situazione fu naturalmente turbata dal «mal
francese degli “immortali principi” scesi dalle Alpi a contagiare l’Italia.
[…] Ne successe altra disgregazione della famiglia e quale fosse il nuovo
spirito di essa», proseguiva il magistrato,

si può vedere dal paragrafo XXXVI dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria.
[…] Ma la lue democratica minò di nuovo lo spirito della famiglia, spe-

69
Gli articoli del I libro del nuovo Codice Civile che facevano riferimento all’ele-
mento della razza, introducendo pesanti limitazioni dei diritti civili nei confronti dei
‘non ariani’, riguardavano la capacità giuridica, la facoltà di contrarre matrimonio, i
provvedimenti riguardo ai figli in caso di separazione dei coniugi, l’adozione, l’esercizio
della patria potestà, la tutela, la curatela e l’affiliazione.
70
D. Rende, La famiglia e la razza nel nuovo Codice Civile italiano, in «DR», I, 1-2, 1939,
p. 25. Posizioni analoghe Rende le avrebbe ribadite in un successivo articolo intitolato
Per la razza ario-romano fascista, comparso sempre in «DR», IV, 1-2, 1942, pp. 72-87.
396 Ilaria Pavan

cialmente dopo la guerra mondiale. La donna ricominciò a reclamare la


sua libertà che specie nei centri cittadini fu quello di esimersi dall’obbligo
della maternità affinché i figli non costituissero un bagaglio ingombrante
nella corsa al piacere. A tutto ciò – concludeva Rende – doveva rimediare
il Fascismo il quale ha proclamato essere la famiglia legittima prima cellula
della Nazione71.

Era invece dedicato agli Effetti della condizione razziale sullo stato
giuridico della persona72 l’intervento del consigliere di Stato Michele La
Torre, articolo che descriva le conseguenze della normativa antisemita
nei vari ambiti del diritto pubblico e privato. La Torre non mancava di
esprimere il proprio plauso all’iniziativa razziale del regime, aderendo
al disegno

dello Stato fascista che respinge, anche nei riguardi del fattore ‘razza’, il
postulato democratico dell’uguaglianza di tutti i soggetti giuridici. E non po-
trebbe essere diversamente – proseguiva il magistrato – perché l’uguaglianza
fra disuguali è ingiusta. […] In linea di principio categorie dissimili, o poco
simili, non hanno titolo giuridico ad avere un trattamento uguale73.

Le misure discriminatorie nei confronti degli ebrei erano giustificate


da La Torre sulla base del fatto

che a questa razza appartengono non pochi individui, che vivendo in mezzo
agli ariani italiani ne possono più facilmente inquinare i caratteri etnici e
politici; tanto più che, per la posizione acquisita nell’economia e nella vita
pubblica, costituiscono un elemento eterogeneo di particolare potenza74.

Nel commentare l’esclusione degli ebrei dal servizio militare, La Torre


sosteneva che il provvedimento non fosse stato deciso «per accordare
loro un trattamento di favore, ma piuttosto per una ragione di sfiducia
e di minore dignità», auspicando peraltro che, in caso di guerra, «servizi
obbligatori potranno essere accollati agli ebrei […] poiché sarebbe
assurdo che potessero sottrarsi a qualsiasi sacrificio»75.

71
Ibid., p. 28.
72
«DR», I, 1-2, 1939, pp. 32-41.
73
Ibid., p. 32.
74
Ibid., p. 33.
75
Ibid., p. 37.
397 Prime note su razzismo e diritto in Italia

Era dedicato alle modifiche del nuovo Codice Civile introdotte per
effetto della legislazione razziale anche l’articolo del giovano studioso
Pier Antonio Romano, laureato in giurisprudenza presso l’ateneo ro-
mano (relatore il presidente di Cassazione, nonché ordinario di Diritto
Civile, Salvatore Messina) con una tesi sulla normativa razziale, il quale
con totale distacco riconosceva che

dalla considerazione della appartenenza di una data persona ad altra razza che
non sia l’ariana derivano notevoli limitazioni, tanto alla generale capacità
giuridica, quando in specie alla capacità di agire: l’individuo si trova, in
sostanza, in uno stato di minorazione giuridica, la quale, a sua volta, non è
che l’effetto di una inferiorità di natura sociale e politica76.

Una volta illustrati tutti gli articoli del Codice contenenti le limita-
zioni destinate ai «non ariani», l’autore traeva la proprie conclusioni
asserendo che si trattava

in definitiva di considerazioni di ordine pubblico e di opportunità politica le


quali, tradotte nella concreta formulazione delle norme giuridiche, trovano
la loro più generale, leale e onesta attuazione. È un complesso di norme
generali ed obiettive, espressione di uno spirito nuovo e di una dommatica
nuova, aderente alla realtà dei tempi nuovi e alla vastità innovativa delle
attuali concezioni. Ritratta di divieti che, alieni da qualsiasi considerazione
di interesse individuale e privato, attuano concrete esigenze di ordine so-
ciale esprimentesi nella omogenea formazione del gruppo familiare e nella
armonica regolamentazione dei rapporti che in esso si svolgono77.

Commentando successivamente la natura delle norme antisemite,


Romano, in un intervento dedicato a I criteri legislativi per la qualifi-
cazione razziale, sgombrava inoltre il campo nelle dispute tra razzismo
‘spirituale’ e razzismo ‘biologico’, riconoscendo infatti che per la nor-
mativa antiebraica italiana

76
P.A. Romano, Lo ‘Stato razziale’ nel nuovo Codice Civile, in «DR», II, 1-2, 1940,
p. 208.
77
Ibid., p. 213. Posizioni analoghe furono espresse dallo stesso Bacigaluppi nell’ar-
ticolo Aspetti della nuova dogmatica: i doveri verso al stirpe, apparso su «Lo Stato», XI,
4, 1940, pp. 170-174.
398 Ilaria Pavan

l’elemento della religione non ha alcuna giuridica rilevanza […] sulla qua-
lificazione razziale […]. La razza è un elemento di ordine essenzialmente
naturalistico, che ogni evoluzione e ogni cambiamento non possono mai
arrivare a distruggere. E in base a tali considerazioni – concludeva Romano
– sarebbe stato del tutto irragionevole anteporre [nella legislazione razziale
italiana] l’elemento della religione a quello dell’identità di razza78.

Restando alle implicazioni razziste del nuovo Codice Civile, Mario


Bacigaluppi, giudice del Tribunale di Milano – e già collaboratore de
«La difesa della razza»79 – nel suo intervento dedicato a Il diritto civile
come strumento di razza80 tendeva soprattutto ad esaltare, plaudendola
senza riserve, l’impostazione marcatamente pubblicistica del nuovo
Codice: l’aver posto al centro del diritto civile la ‘razza’, l’aver creato
un «nuovo valore giuridico, fondamento del diritto, ragione e fine delle
sue norme: l’uomo di razza» significava per il magistrato che l’individuo
«come astratta creazione ugualitaria del razionalismo» era scomparso e
con esso era scomparso anche il «diritto liberal-borghese contrassegnato
da elementi disgregatori come l’universalismo, l’antigerarchia, la pre-
valenza dell’egoismo individuale». Il nuovo Codice inaugurava dunque
una nuova fase nei rapporti tra Stato ed individui in cui i singoli non
«avevano più l’illusoria sfera di un’autonomia semisovrana».
Uno spazio decisamente minore venne invece dedicato dalla rivista
ad articoli relativi alla normativa razzista coloniale, interventi in cui
si distinsero soprattutto lo stesso direttore Cutelli, l’ex governatore
dell’Eritrea Riccardo Astuto81, nonché Mario Manfredini82, sostituto
procuratore presso la Corte di Cassazione, ex giudice coloniale ed
autore di numerosi interventi dedicati all’argomento pubblicati sulle
riviste giuridiche di quegli anni83. In generale, la legislazione coloniale

78
«DR», II, 1-2, 1940, p. 49.
79
M. Bacigaluppi, Il principio della razza e lo stato di cittadinanza, in «La difesa della
razza», I, 4, 1938, pp. 40-49.
80
«DR», IV, 1-2, 1942, pp. 31-42.
81
R. Astuto, Gerarchia di razza o reciprocità egualitaria penale?, in «DR», II, 1940,
4, pp. 170-193.
82
M. Manfredini, Per la difesa del prestigio della razza ariana: gerarchia di razza o
reciprocità egualitaria penale?, in «DR», II, 1940, 1, pp. 5-13.
83
«Rivista Penale», XVI, 1938, p. 1294; «Scienza Positiva», I, 1938, pp. 1-19;
«Rivista Penale», XVII, 5, 1939, p. 611; «Giurisprudenza delle Corti», XVIII, 7-8,
1939, pp. 35-47; «Rassegna Sociale dell’Africa Italiana», XVII, 1939, pp. 8-21.
399 Prime note su razzismo e diritto in Italia

veniva reputata eccessivamente accondiscendente nei confronti degli


indigeni e non sufficientemente adatta, dunque, a tutelare efficacemen-
te «il prestigio di razza». La discussione si incentrava attorno ai due
principali provvedimenti emanati in materia: il decreto legge n. 880
del 19 aprile 1937, Sanzioni per i rapporti di indole coniugale fra cittadini
e sudditi, e la legge n. 1004 del 29 giugno 1939, Sanzioni penali per la
difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi dell’Africa italiana. Il decreto
del 1937 proibiva con la reclusione fino a cinque anni «la relazione
d’indole coniugale con nativi e assimilati per tradizioni e costumi»;
era cioè la condanna della convivenza con le indigene, il cosiddetto
madamato, che costituiva la pratica più comune fra gli italiani in
colonia, e che il fascismo trasformò in reato penalmente perseguibile,
scorgendovi non solo un danno al prestigio della ‘razza italica’, ma
anche alla sua integrità, per l’elevato numero di meticci che la ‘pro-
miscuità’ in colonia aveva generato84. A due anni dal provvedimento
relativo al madamato, la legge del giugno 1939 avrebbe considerato
«lesivo del prestigio di razza l’atto commesso dal cittadino abusando
della sua qualità di appartenente alla razza italiana o venendo meno
ai doveri che da tale appartenenza gli derivano di fronte ai nativi,
così da sminuire nel loro concetto la figura morale dell’italiano».
Agli effetti dello stesso provvedimento si intendeva inoltre lesivo del
prestigio della razza italiana anche «l’atto del nativo diretto ad offen-
dere il cittadino nella sua qualità di appartenente alla razza italiana
o, comunque, in odio alla razza italiana».
Riguardo al decreto sulla punibilità del madamato, dalle pagine
de «Il Diritto Razzista» si riteneva che la formulazione scelta dal
legislatore per definire il reato, «relazione di indole coniugale», fosse
eccessivamente ambigua e conducesse così a «deviazioni giurispruden-
ziali nocive»85 – cioè a sentenze di assoluzione per gli imputati, al cui
riguardo si tornerà nel prossimo paragrafo. La proposta che avanzava
in proposito il procuratore Manfredini era dunque di sostituire la de-

84
Sul provvedimento e sul «madamato» si vedano in particolare B. Sòrgoni, Parole
e corpi. Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali interraziali nella colonia Eritrea
(1890-1941), Napoli, Liguori 1998, pp. 91-114, 144-150; G. Gabrielli, La persecuzione
delle «unioni miste» (1937-1940) nei testi delle sentenze pubblicate e nel dibattito giuridico, in
«Studi piacentini», XX, 1996, pp. 83-140; Id., Un aspetto della politica razzista nell’impero:
il «problema dei meticci», in «Passato e presente», LIX, 1997, p. 77-105.
85
«DR», II, 1, 1940, p. 11.
400 Ilaria Pavan

finizione introdotta dalla legge con un più perentorio e chiaro divieto


alla «consuetudine di rapporti sessuali» con «non ariani». Anche il
provvedimento relativo alla «difesa del prestigio di razza» poteva dare
luogo, secondo il procuratore, a verdetti in grado di disattendere il
proposito della legge stessa. In particolare, si riteneva inaccettabile il
fatto che la normativa stabilisse parità di sanzioni tra italiani e nativi
per i reati commessi contro il prestigio di razza. Se una pena di ugual
misura era da ritenersi già di per sé inaccettabile, il rischio, secondo
Manfredini, era che si arrivasse ‘addirittura’ ad emettere sentenze più
severe proprio nei confronti dei cittadini italiani. Una norma della
legge organica per l’Africa Orientale86 prevedeva infatti che i giudici,
in rispetto agli usi, ai costumi e alle tradizioni locali, avessero la pos-
sibilità di comminare agli indigeni sanzioni riducibili al di sotto del
minimo previsto allorché si trattasse di regolare contenziosi di carat-
tere civile sorti tra i nativi stessi. Il timore era dunque che il ricorso
a tale prerogativa potesse condurre a sentenze in cui la pena inflitta
agli indigeni colpevoli di reati «in offesa e in odio alla razza italiana»
fosse inferiore a quella comminata agli italiani. «Non si può arrivare
– concludeva Manfredini – a costituire una condizione generale da
cui risulti un trattamento di indulgenza proprio per i barbari anziché
per i nazionali […]. Si corre il rischio di inoltrarci sul cammino di una
parificazione, o peggio»87.

4. Magistratura e razzismo: una rassegna della giurisprudenza

«Il Diritto Razzista» riservava in ogni suo numero una rubrica alla
rassegna della giurisprudenza, presentando e commentando alcune delle
sentenze emanate dalle corti italiane sia relativamente alla normativa
antisemita che a quella coloniale. Si trattava di interventi puntuali e
ricchi di rimandi ad altre sentenze in materia, pubblicate sulle varie
riviste giuridiche dell’epoca; attraverso questa rete incrociata di verdetti
è quindi possibile ricostruire con una certa completezza quale fu l’atteg-
giamento tenuto dai magistrati italiani in merito alla questione razziale
e come recepirono e misero in atto la legislazione persecutoria.
Tra l’autunno del 1938 e l’estate del 1943 furono 59 gli ebrei che
intentarono procedimenti giudiziari, risolti attraverso complessivi 107

86
Art. 50, decreto n. 1019 del 1° giugno 1936.
87
«DR», II, 1, 1940, p. 9.
401 Prime note su razzismo e diritto in Italia

processi, svoltisi davanti a Preture, Tribunali, Corti d’Appello, Corte di


Cassazione, Corte dei Conti e Consiglio di Stato, laddove la disparità
tra il numero delle parti coinvolte e il totale dei procedimenti è ascri-
vibile al fatto che in alcuni casi la vicenda si sviluppò attraverso due o
più gradi di giudizio. La magistratura coloniale, tra il 1937 ed il 1940,
fu invece coinvolta in 51 processi relativi ai reati di «madamismo» o
di «offesa al prestigio di razza».
Fu dunque un numero limitato di ebrei che si rivolse alla magistratura
per tentare di opporsi all’applicazione delle norme persecutorie e alle
sue drammatiche conseguenze. Su tale esigua percentuale incidevano
l’incertezza, la lunghezza e il costo delle cause, nonché, probabilmente, la
sotterranea consapevolezza che il clima complessivo generato nel paese
dalla persecuzione non fosse certo favorevole alla tutela degli interessi
dei perseguitati e che ben difficilmente la via giudiziaria si sarebbe di-
mostrata capace di capovolgere quanto deciso dai vertici governativi.
Complessivamente, il 52% delle vicende giudiziarie promosse dagli
ebrei ebbe un esito loro sfavorevole88: tra le sentenze a loro vantag-
gio si può notare una lieve prevalenza – il 60% – di quelle emanate
dai gradi inferiori dell’autorità giudiziaria (Preture, Tribunali e Corti
d’Appello), mentre opposto fu il comportamento tenuto dalla Corte
di Cassazione, chiamata a pronunciarsi in proposito ventuno volte: in
dodici casi, oltre la metà dunque, il verdetto espresso fu infatti contrario
alle richieste dei perseguitati.
Nei ventuno procedimenti discussi davanti alla Suprema Corte, furo-
no più volte direttamente coinvolti alcuni dei magistrati di Cassazione
che abbiamo nominato nelle pagine precedenti e che aderirono al-
l’iniziativa di Cutelli o, comunque, mostrarono un apprezzamento al
riguardo. Fu questo, ad esempio, il caso di Antonio Azara e di Ettore
Casati, entrambi in qualità di presidenti di sezione della Suprema
Corte, e di Carlo Costamagna, consigliere di Cassazione che, pur non
comparendo tra i collaboratori de «Il Diritto Razzista», fu, insieme a
Leopoldo Piccardi, firmatario della ricordata dichiarazione antisemita al
congresso giuridico italo-tedesco di Vienna. Sarebbe probabilmente una
forzatura considerare viziata da un’evidente ed esplicita pregiudiziale
antisemita la condotta tenuta da Azara, Casati e Costamagna nei pro-

88
La percentuale non si riferisce all’esito di ognuno dei 107 procedimenti, ma a
quello finale della vicenda, indipendentemente dal fatto che il processo si fosse concluso
davanti al Tribunale, alla Corte d’Appello o alla Corte di Cassazione.
402 Ilaria Pavan

cedimenti relativi all’applicazione delle norme razziali che li videro tra


i protagonisti: senza scendere nel dettaglio dei singoli pronunciamenti
giudiziari e delle motivazioni – spesso estremamente tecniche – che
condussero alle varie sentenze è infatti opportuno sottolineare che in
merito alle richieste avanzate dai perseguitati razziali, le decisioni adot-
tate dai magistrati appena ricordati non furono univoche, conducendo
sia a sentenze a favore degli ebrei che a loro danno89.
Nonostante la presenza nel comitato scientifico de «Il Diritto
Razzista» del presidente del Consiglio di Stato Santi Romano e la
sua adesione esplicita nei confronti dell’iniziativa («Mi pregio di
comunicarvi» – scriveva Romano a Cutelli nel maggio 1939 – «che
accetto di buon grado di far parte del Comitato scientifico del nuovo
periodico, rivista di dottrina, diritto e giurisprudenza della razza»)90,
occorre sottolineare che il comportamento dell’istituzione da lui pre-
sieduta si distinse per una moderata liberalità. Se Michele La Torre e
Angelo De Marco, i due magistrati del Consiglio di Stato impegnati
a dare il proprio contributo sulle pagine de «Il Diritto Razzista», non
furono personalmente coinvolti nei dieci procedimenti complessiva-
mente discussi davanti a tale istituzione – otto dei quali si conclusero
positivamente per i perseguitati razziali –, occorre ricordare le due
sentenze emesse nel corso del 1941 dalla Sezione del Consiglio di
Stato presieduta da Leopoldo Piccardi. Tali verdetti – che avranno
un peso non trascurabile nel determinare la positiva conclusione del
procedimento di epurazione svoltosi a carico di Piccardi nel dopoguerra
–, riconoscevano infatti la spettanza dovuta ai professori universitari
allontanati dall’insegnamento in ragione della normativa persecutoria,
diritto loro inizialmente negato dal Ministero dell’Interno91.
L’atteggiamento liberale del Consiglio di Stato emerse principal-
mente nel momento in cui l’organo fu chiamato a dirimere questioni
di principio: si trattava di stabilire se, nelle controversie riguardanti

89
Per le sentenze a favore vd. «Il Foro Italiano», III, 1941, c. 249, estensore
Costamagna; «Massimario Foro Italiano», 1943, c. 103, presidente Azara; «Massimario
Foro Italiano» 1943, c. 164, presidente Casati. A sfavore, «Il Foro Italiano», I, 1940,
c. 834, estensore Costamagna; «Il Foro Italiano», I, 1943, c. 932, presidente Casati;
«Il Foro Italiano» I, 1942, c. 536, presidente Casati, estensore Costamagna.
90
«DR», I, 1939, 1-2, p. 7.
91
«Foro amministrativo», I, 1941, c. 307; «Rivista di diritto Pubblico», II, 1941,
p. 476.
403 Prime note su razzismo e diritto in Italia

l’applicazione delle norme antisemite, l’autorità giudiziaria fosse o meno


competente e se dunque il perseguitato avesse la capacità di agire in
giudizio in opposizione all’applicazione delle legislazione antiebraica. La
contesa nasceva dal fatto che l’art. 26 del decreto 17 novembre 1938,
n. 1728 (Provvedimenti per la difesa della razza italiana) stabiliva che le
questioni relative all’applicazione del decreto stesso dovessero essere
risolte caso per caso unicamente dal Ministero dell’Interno, avanzando
così l’ipotesi che la magistratura ordinaria non avesse competenza in
materia e non potesse quindi intervenire nelle eventuali controversie
nate dall’applicazione della normativa antisemita. Una discussa senten-
za emanata dal Tribunale di Torino nel corso del 1939 (causa Rosso vs
Artom), che non solo sanciva il pieno diritto dell’autorità giudiziaria a
risolvere questioni anche in materia razziale, ma che si concludeva con
un verdetto in cui venivano totalmente accolte le richieste dei perse-
guitati92, costrinse il Ministero dell’Interno a intervenire nuovamente
per affermare nelle questioni razziali la propria posizione di supremazia
rispetto alla magistratura: l’art. 8 della legge 13 luglio 1939, n. 102493,
disponeva infatti che fosse «riservata esclusivamente alla competenza
del Ministero dell’Interno ogni decisione in materia razziale». Ma il
braccio di ferro tra potere legislativo e giudiziario non si era risolto:
una sentenza del Consiglio di Stato pronunciata nel corso del 1941,
e successivamente confermata dalla Cassazione, stabilì infatti, in
modo definitivo, la competenza della magistratura anche in merito ai
procedimenti di natura antisemita94. Al Ministero dell’Interno fu così
riservata ‘soltanto’ l’esclusiva facoltà di giudicare le questioni relative
all’appartenenza, o meno, di alcuni cittadini italiani alla «razza ebraica»
(contese che sorgevano quando un perseguitato poteva dimostrare di
avere un genitore biologico diverso da quello trascritto negli atti uffi-
ciali di nascita). Presso il Ministero fu infatti appositamente istituito il
cosiddetto Tribunale della Razza – i cui atti erano segreti e le cui deci-
sioni inappellabili –, composto da tre magistrati e da due funzionari del

92
«Il Foro Italiano» I, 1939, c. 915. La sentenza, emanata dalla Corte d’Appello di
Torino, presidente Peretti Griva, si trova anche in «DR», II, 2, 1940, pp. 145-149.
93
Norme integrative al regio decreto 17 novembre 1938 n. 1728 sulla difesa della
razza italiana.
94
Sentenza Falco vs Banco di Napoli, in «Foro Italiano», III, 1941, c. 249 e, per la
conferma da parte della Cassazione, Vitali, Norzi, Amar vs Cassa Depositi e Prestiti
in «Massimario Foro Italiano» 1943, c. 164.
404 Ilaria Pavan

Dicastero stesso che in modo arbitrario e a loro insindacabile giudizio


erano chiamati a definire, in caso di controversie, chi fosse ‘ebreo’ e
chi no, determinandone quindi la condanna o la possibile salvezza. I
tre magistrati coinvolti, che all’ottobre del 1942 avevano esaminato
163 domande di «arianizzazione», erano Gaetano Azzariti, presidente
di Corte d’Appello, Antonio Manca e Giovanni Petraccone, entrambi
consiglieri di Cassazione95.
Se l’ordine giudiziario dimostrò una certa autonomia nei confronti
dei tentativi governativi di scavalcarne le competenza, occorre peraltro
sottolineare che, passando dalle questioni di principio alle questioni
di merito, il quadro mostra un sostanziale mutamento: stabilito cioè
il proprio diritto ad intervenire nelle controversie razziali, le sentenze
emanate dalle varie Corti furono nella maggioranza dei casi sfavorevoli
ai perseguitati96; l’applicazione della normativa antisemita fu portata
avanti dalla magistratura con rigore, senza particolare indulgenza, sia
quando si trattò di confermarne il licenziamento forzato dei persegui-
tati o l’espulsione, per i liberi professionisti ‘ebrei’, dai rispettivi albi,
o ancora, quando si trattò di annullare matrimoni ‘misti’ o sciogliere
coattivamente le società formate da ‘ariani’ ed ‘ebrei’. Se la difesa
della propria autonomia garantì alla magistratura una salvaguardia dei
propri spazi e delle proprie prerogative, si trattò di una condotta in cui
atteggiamenti di critica o di contrarietà nei confronti della legislazione
razziale in se stessa non trovarono peraltro mai spazio. In tal senso,
va detto che, se il dibattito giuridico in relazione a tale normativa fu
praticamente assente sulle principali riviste dell’epoca, l’unico inter-
vento rintracciato a tal proposito, e firmato da un magistrato, Sofo

95
R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi 1997, p. 581.
Questo il commento sull’attività del Tribunale della Razza che si trova nelle pagine
del diario di Calamandrei: «Il prof. Redenti mi diceva ieri [1 marzo 1939, n.d.a.] gli
sconci che succedono per il Tribunale della razza. Più di 50 domande di ebrei che
chiedono di dimostrare di esser figli di puttane, cioè figli adulterini di padre ariano. E
ci sono avvocati e funzionari che guadagnano fior di quattrini su queste speculazioni».
P. Calamandrei, Diario 1939-1945, I, a cura di G. Agosti, Firenze, La Nuova Italia
1982, pp. 136-137.
96
Non considerando i processi promossi per stabilire se l’autorità giudiziaria avesse
o meno competenza a pronunciarsi in materia razziale – procedimenti che, come
detto, si conclusero nella maggior parte dei casi in modo affermativo – la percentuale
di vicende conclusesi a sfavore dei perseguitati razziali sale dal 52% precedentemente
ricordato al 62%.
405 Prime note su razzismo e diritto in Italia

Borghese, è totalmente appiattito sulle posizioni razziste. Partendo


dall’affermazione che «gli ebrei rappresenta[va]no nel momento politico
attuale il maggiore pericolo per la nostra razza», il giudice proseguiva
sostenendo che:

La politica razziale italiana vuole chiamare la razza all’esplicamento del


suo compito imperiale, il che significa risvegliare in essa le doti tradizionali
che dormono nel suo subcosciente o sono soffocate da tendenze estranee
distruttrici. Gli avversari che la politica deve affrontare nella sua azione
di tutela della razza sono le estrinsecazioni morali e sociali di quelli che la
Rivoluzione delle Camicie Nere ha dovuto affrontare sul piano politico e
internazionale per affermare e durare: sono i residuati teorici, psicologici e
culturali di quella democrazia che da noi non è esistita e non di nome. Non
è dunque il razzismo fascista politica di persecuzione o di egoistico orgoglio
che voglia proclamare una superiorità costituzionale: è il potenziamento e la
valorizzazione di un popolo che rifacendosi alle grandi fonti storiche delle sue
origini latine, rimaste immutate attraverso i secoli, pone di fronte al mondo
l’evidenza di una superiorità di vita, di sviluppo e di capacità97.

Sulle pagine de «Il Diritto Razzista», parole di commento alle


sentenze riguardanti la normativa antisemita trovarono in realtà uno
spazio limitato; in tal senso, si segnalava un lungo articolo a firma
di Alessandro Galante Garrone, allora giudice presso il Tribunale di
Torino, in nota alla sentenza Rosso vs Artom precedentemente ricor-
data98. Il commento del magistrato era introdotto da alcune righe di
presentazione del direttore Cutelli nelle quali Galante Garrone era

97
S. Borghese, Razzismo e diritto civile, in «Il Monitore dei Tribunali», 1939, pp. 653.
Nell’articolo, Borghese individuava nella legge n. 2277 del dicembre 1925 istitutiva
dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, la prima «colonna basilare su cui doveva
poi ergersi imponente l’edificio razzista». La tutela della razza attuata attraverso la
legislazione sociale rivolta alla famiglia e all’infanzia «non sarebbe però stata completa
se non si fosse risolto il problema dell’eliminazione di quegli elementi di carattere
esterno che si contrappongono al potenziamento della nostra razza, mettendone in
pericolo l’integrità dal punto di vista biologico». Borghese (Sondrio 1913), era entrato
in magistratura nel 1935; inviato in A.O.I. come avvocato militare nel regno dei Galla
e Sidama, nel 1939 era giudice presso il Tribunale di Brescia. Ministero di Grazia e
Giustizia, Graduatorie del personale 1948 cit., p. 13.
98
«DR», II, 2, 1940, pp. 145-158.
406 Ilaria Pavan

appellato come «il valente camerata», a volerne rimarcare l’adesione


al regime. Se stupisce trovare, su una rivista di quel genere, un articolo
di Galante Garrone, è opportuno peraltro precisare che si trattava della
riproposizione di un intervento del magistrato torinese già comparso
qualche mese prima su di un periodico giuridico, la «Rivista di diritto
matrimoniale», certamente meno compromessa ideologicamente de
«Il Diritto Razzista». Occorre inoltre sottolineare che il commento di
Galante Garrone alla sentenza in questione era di pieno ed esplicito
appoggio alla decisione della magistratura torinese che aveva accolto
tutte le richieste presentate dalla parte ebraica: considerata la linea
editoriale de «Il Diritto Razzista», dunque, se era sorprendente tro-
varvi un articolo a firma del futuro esponente del Partito d’Azione,
risultava altrettanto singolare che il periodico potesse accogliere – e
fu quella, in realtà, l’unica occasione – interventi a difesa dei diritti
dei perseguitati razziali.
La rivista di Cutelli ospitò invece con maggiore frequenza sentenze
relative ai reati coloniali di «lesione al prestigio di razza» e di «ma-
damismo», al cui riguardo si registrarono anche numerosi interventi
nel dibattito giuridico di quegli anni99. Delle 51 sentenze emesse
dalla magistratura coloniale tra il 1937 ed il 1940 soltanto quattro
riguardarono la normativa del giugno 1939 relativa all’«offesa al pre-
stigio della razza». Sul numero decisamente limitato di procedimenti
istruiti in tal senso incise sicuramente anche la brevità del periodo di
applicazione della legge; con l’inizio del conflitto e con il fatto che
lo stesso territorio delle colonie sarebbe divenuto teatro di guerra le
esigenze della «difesa della razza» lasciarono il passo alle più urgenti
priorità militari. In ogni caso, dei quattro procedimenti promossi, tutti
contro sudditi libici, tre si conclusero con una pesante condanna degli
imputati. Fugando i timori manifestati dai collaboratori de «Il Diritto
Razzista» circa la possibile riduzione di pena ai nativi accusati di «odio
di razza», i verdetti pronunciati comminarono pene estremamente
severe. Nel reato di oltraggio al pudore ravvisabile nel comportamento
tenuto da due sudditi libici, colpevoli di «avere toccato le natiche di
una cittadina ariana», per i giudici del Tribunale di Tripoli era infatti
insita anche «l’offesa al prestigio di razza», circostanza che rendeva il

99
«Il Foro Italiano»; II, 1939, c. 139; «Rivista Penale» 1939, pp. 1193-1198;
«Giustizia Penale», III, 1939, c. 765; «Rivista italiana del diritto matrimoniale», VII,
1938, pp. 481-489; «Rivista Italiana di diritto penale», 1, 1939, p. 85; «Il Magistrato
dell’Ordine», 7-8, 1938, pp. 25-34.
407 Prime note su razzismo e diritto in Italia

reato aggravato; i due uomini furono così condannati a nove anni di


reclusione ciascuno.
La netta maggioranza delle cause che la magistratura coloniale
dovette dirimere – circa il 94% – riguardò in realtà il ben più fre-
quente reato di «madamato», crimine per il quale erano imputabili
e punibili esclusivamente i cittadini italiani che avessero intratte-
nuto «relazioni d’indole coniugale» con i nativi. Le corti libiche e
dell’Africa Italiana pronunciarono nel 57% dei casi sentenze di con-
danna, riconoscendo l’uomo italiano colpevole di aver intrattenuto
rapporti more uxorio con donne indigene. Proprio perché occorreva
punire severamente soprattutto ogni possibile manifestazione di
affectio maritalis, si arrivava a pronunciare condanne di colpevolezza
di questo tenore:

Nel caso di un nazionale che confessi di avere preso con sé un’indigena, di


averla portata con sé nei vari trasferimenti, di volerle bene, di averla fatta
sempre mangiare e dormire con sé, di aver consumato con essa tutti i suoi
risparmi, di averle fatto cure perché potesse avere un figlio, di avere preparato
una lettera a S. M. il re per ottenere l’autorizzazione a sposare l’indigena, si
verifica un fenomeno quanto mai macroscopico perché qui non è il bianco
che ambisce sessualmente la venere nera e la tiene a parte per tranquillità
di contatti agevoli e sani, ma è l’animo dell’italiano che si è turbato. […] È
pertanto opportuno comminare una pena che non renda possibile la condanna
condizionale perché è tale e tanta l’ubriacatura del colpevole che tornerebbe
a convivere con l’indigena ove lo si scarcerasse. Va inflitto un anno e un mese
di reclusione bastevoli a snebbiare il cervello dell’italiano e a disperdere la
femmina in cento e altri contatti100.

Va peraltro segnalato che le sentenze di assoluzione dei cittadini ita-


liani imputati di «madamato» risultano forse più interessanti di quelle
di condanna, poiché restituiscono con nitore il quadro dell’ambiente e
della mentalità, diffusa anche tra gli stessi magistrati coloniali, circa la
natura dei rapporti tra conquistatori e conquistati o, per meglio dire,
tra «uomo conquistatore» e «donna conquistata». La Corte di Appello
di Addis Abeba, ad esempio, non ravvisava gli estremi del delitto di
«madamismo» quando «si tratta[va] di una serva, che tale sia consi-
derata dal principale, e che tale sia costantemente tenuta, sulla quale

100
«Razza e Civiltà», I, 6, 1940, p. 548.
408 Ilaria Pavan

il principale stesso sfoghi ogni tanto le proprie libidini»101; o ancora,


sempre la stessa Corte così si esprimeva:

non si verifica madamismo nel caso di un connazionale che, assunta come


serva una donna indigena, la tenga in casa con un salario e se ne serva
sessualmente, giacendo con lei tutte le volte che ne sente il bisogno […]
ma dopo quaranta giorni [sentito] di sbandare da quelli che sono i doveri
razziali di ogni buon italiano si disfa della donna102.

Nessun reato – e non solo di «madamato» – era inoltre ravvisabile


«qualora un connazionale, per possedere un’indigena, ha dovuto di
volta in volta ricorrere alla violenza». Non poteva infatti ravvisarsi una
«relazione d’indole coniugale nel caso in cui la donna rifiuti l’amplesso,
sicché l’uomo giung[esse] a percuoterla e anche a bastonarla per avere i
suoi favori»103. Per i magistrati coloniali non era ugualmente passibile
di alcuna condanna anche la «congiunzione carnale di un cittadino
con una suddita tredicenne». La corte riteneva infatti che «in campo
sessuale non si [potesse] parificare il suddito dell’Africa Orientale al
cittadino e considerarlo come costui incapace di valido consenso sino
a 14 anni». «E prova ne sia – proseguiva la Corte – la statistica della
prostituzione che registra giornalmente ragazze di undici anni che
esercitano pubblicamente e regolarmente tesserate, il meretricio104.
Sulle pagine de «Il Diritto Razzista» le note di commento alle sen-
tenze della magistratura coloniale, firmate da Cutelli, mostravano una
viva riprovazione ogni qualvolta il reato di «madamato» non veniva
opportunamente sanzionato. L’ira del direttore non era peraltro rivolta
ai magistrati, ma allo stesso legislatore, reo di non aver introdotto nor-
me sufficientemente rigorose e dalla formulazione chiara, tali da non
dar luogo a sentenze di assoluzione per i colpevoli. Nel suo estremismo
razzista, anche Cutelli proponeva infatti che l’ambigua formulazione
scelta dal legislatore, che definiva il delitto di «madamato» come
«relazioni d’indole coniugale», fosse sostituita da un più netto divieto
ad intrattenere «relazioni sessuali continuate» affinché fossero bandite
«siffatte ignobili commistioni sessuali»105. Al di là delle affermazioni

101
Ibid., p. 676.
102
Ibid., p. 553.
103
«DR», IV, 2-3-4, 1942, p. 112.
104
«Il Foro Italiano» II, 1939, c. 156.
105
«DR», 6, II, 1940, p. 282.
409 Prime note su razzismo e diritto in Italia

del direttore de «Il Diritto Razzista», va comunque segnalato che, se


intenzione del regime era di evitare ogni rapporto tra italiani e nativi
che potesse alimentare la «piaga del meticciato», l’intervento di re-
golamentazione della sessualità in colonia non colpì in alcun modo le
relazioni occasionali, di cui anzi lo Stato si assunse la gestione attraverso
il controllo delle case di tolleranza il cui numero, con l’impero, crebbe
in modo esponenziale. Se l’esistenza di una relazione più duratura tra
italiani e donne indigene poteva certamente aumentare la probabilità
della nascita di ‘meticci’, era altrettanto plausibile che tale possibilità si
verificasse anche in seguito a rapporti di natura puramente occasiona-
le. In questo senso, dunque, la legislazione razzista coloniale appariva
contraddistinta anche da un’ipocrisia profonda – non disgiunta da una
visione fortemente maschilista del rapporto uomo-donna – per cui
finiva per bollare come delittuose e lesive al «prestigio di razza» unioni
«miste» che talvolta, come per la causa sopra ricordata, potevano an-
che essere caratterizzate da affetto sincero, ma nulla prevedeva circa la
condanna, o il divieto, all’esercizio della prostituzione. Nelle colonie,
la politica razziale della seconda metà degli anni Trenta veniva così
sommandosi ad una forma di razzismo di più antica sedimentazione, e
probabilmente maggiormente condivisa, che sin dalle prime fasi dell’av-
ventura coloniale aveva legittimato l’uso-abuso del corpo femminile,
facendone una modalità di conquista fra le più diffuse e attraverso la
quale, in colonia, si era andato concretamente traducendo il rapporto
di gerarchizzazione e di dominio tra colonizzatori e colonizzati.

5. Il dopoguerra

A guerra conclusa, l’aver rivestito un qualche ruolo nella campagna


razziale del regime, magari attraverso le pagine de «Il Diritto Razzista»,
non costituì quasi mai una pregiudiziale particolarmente rilevante
per poter continuare a far parte a tutti gli effetti del nuovo conses-
so democratico. Senza affrontare il tema estremamente complesso
dell’epurazione degli organi giudiziari nel passaggio tra fascismo e
repubblica, appare opportuno dare un cenno in merito al prosieguo
delle vicende professionali di alcuni dei personaggi incontrati nelle
pagine precedenti.
Tra i nomi più prestigiosi che avevano aderito all’iniziativa di Cutelli,
accettando di essere annoverati tra i componenti del comitato scienti-
fico della rivista, vanno certamente ricordati quelli di Santi Romano,
Pier Silverio Leicht e Ettore Casati, anche se, come già precisato,
410 Ilaria Pavan

nessuno di loro partecipò mai personalmente all’attività del periodico


attraverso propri articoli o recensioni. D’altronde, nelle motivazioni
che determinarono l’epurazione di Romano e di Leicht rispettivamente
dalla magistratura e dal mondo accademico non compare riferimen-
to alcuno al periodico razzista: quando infatti, il 5 ottobre 1944, il
presidente del Consiglio di Stato Santi Romano fu deferito dall’Alto
Commissario Aggiunto per l’epurazione della pubblica amministrazione
Mauro Scocimarro, con la richiesta di dispensa dal servizio e perdita
di diritto alla pensione, le principali accuse mosse nei suoi confronti
riguardavano l’aver attivamente partecipato alla vita politica del
fascismo quale senatore, nonché l’aver collaborato con il governo
fascista repubblicano, rimanendo in carica sino al gennaio 1944106. In
questa veste, apparve particolarmente grave l’accusa di aver ordinato
dopo, l’8 settembre 1945, l’organizzazione ed il trasferimento al Nord
dei suoi dipendenti, emanando inoltre una circolare in cui si minac-
ciavano gravi sanzioni (destituzione, arresto, rappresaglia sugli averi
delle famiglie) a coloro che non avessero ottemperato all’ordine. Fu in
buona parte quest’iniziativa che condusse alla radiazione di Romano
dalla magistratura, con una sentenza pronunciata nel marzo del 1945,
che tuttavia gli conservava il diritto alla pensione.
In esecuzione ad un’ordinanza firmata dal colonnello Charles
Poletti107, in data 29 luglio 1944, il rettore dell’Università di Roma
comunicava l’esonero dall’insegnamento e la sospensione dallo sti-
pendio di Pier Silverio Leicht. L’addebito che gli veniva mosso era
di «aver attivamente partecipato alla vita politica del fascismo in
qualità di Deputato, di Senatore e di sottosegretario al Ministero
della Pubblica Istruzione»108. Un articolo anonimo comparso su l’or-
gano del Partito d’Azione, «L’Italia Libera», accusava inoltre Leicht
di avere preso attivamente parte alla campagna razziale del fascismo,
tanto da poter essere qualificato come «noto antisemita». Nonostante
l’interessamento di ambienti vaticani per evitarne l’allontanamento, il
26 ottobre successivo, la Commissione per l’epurazione del personale
universitario dichiarava Leicht colpevole degli addebiti mossi a suo

106
R. Canosa, Storia dell’epurazione in Italia. Le sanzioni contro il fascismo 1943-1948,
Milano, Baldini&Castoldi 1999, pp. 61-65.
107
Commissario regionale del Governo Militare Alleato per la zona di Roma.
108
ACS, Ministero della Pubblica Istruzione, Dir. Gen. Istruzione Superiore, Professori
Universitari epurati 1944-46, b. 18.
411 Prime note su razzismo e diritto in Italia

carico e proponeva la dispensa dal servizio109. Il ricorso presentato dal


docente veniva rigettato nel giugno del 1946 e nell’estate del 1948 le
Sezioni unite della Cassazione civile pronunciavano quindi la definitiva
decadenza di Leicht dai propri incarichi accademici110.
Ettore Casati, presidente di sezione della Cassazione, non fu invece
sottoposto ad alcun procedimento epurativo111. Il suo nome e la sua
lunga carriera di magistrato apparivano infatti meno esplicitamente
compromesse con il regime rispetto ai nomi di Leicht e di Romano. A
differenza del collega, Casati non aveva inoltre aderito alla Rsi chie-
dendo, anzi, il collocamento a riposo. Dal febbraio all’aprile del 1944,
Casati fu così chiamato a far parte del governo Badoglio ricoprendovi
l’incarico di Ministro di Grazia e Giustizia e in quella veste il magistrato
avrebbe direttamente contribuito all’elaborazione dei progetti di legge
relativi alla defascistizzazione e all’epurazione, proponendo inizialmente
un testo dall’impostazione assai rigorosa per la punizione di coloro che
fossero risultati gravemente compromessi con il passato regime. Il testo
fu poi più volte ritoccato in Consiglio dei Ministri tanto da indurre il
magistrato, contrariato per le modifiche apportate, ad esprimersi po-
lemicamente al riguardo del troppo «morbido spirito di pacificazione
filofascista»112 che, a suo dire, caratterizzava le correzioni introdotte.
Casati morì nell’estate del 1945.
Adolfo Giaquinto, Avvocato Generale dello Stato tra il luglio 1938
ed il marzo 1945, tra coloro che personalmente ebbero un ruolo nella
stesura di alcuni tra i più significativi provvedimenti della campagna
antisemita, non aderì alla Repubblica Sociale Italiana e fu pertan-
to collocato a riposo con decreto del duce nel febbraio del 1944.
Presentata domanda, nell’estate del 1945 fu regolarmente riammesso
in Magistratura con l’incarico di presidente di sezione della Cassazione,
anche se in quegli stessi mesi anche Giaquinto era stato deferito da-
vanti dall’Alta Corte per le sanzioni contro il fascismo. La richiesta di
decadenza dai suoi incarichi di magistrato fu definitivamente rigettata
nel gennaio del 1946 ed il magistrato continuò così a rivestire la carica

109
Ibid., lettera di monsignor Eugene Tisserant al ministro della Pubblica Istruzione
Guido De Ruggiero, in data 22 agosto 1944.
110
Repertorio biografico dei senatori, a cura di E. Campochiaro, E. Gentile cit., p.
1392.
111
ACS, Corte di Cassazione, Segreteria, I Presidenza, b. 43, f. 767.
112
R. Canosa, Storia dell’epurazione in Italia cit., p. 38.
412 Ilaria Pavan

di presidente di sezione della Corte di Cassazione sino al 1949, quando


fu definitivamente collocato a riposo per raggiunti limiti di età113.
Il 16 novembre 1944, la Commissione per l’Epurazione istituita in
seno al Ministero di Grazia e Giustizia, comunicava al presidente di
sezione della Cassazione Domenico Rende, che il magistrato sarebbe
stato sottoposto al giudizio di epurazione e proposto per la dispensa dal
servizio «per avere ripetutamente fatto l’apologia del fascismo in scritti
quali tra l’altro quelli pubblicati nella rivista «Il Diritto Razzista» […]
dove dava la sua piena approvazione alla politica razzista istaurata dal
fascismo»114. Era cioè a suo carico ascrivibile quanto previsto dall’ar-
ticolo 12 del d.l.l. 27 luglio 1944, n. 159 – Sanzioni contro il fascismo
– che prevedeva la possibile dispensa dal servizio per coloro che «spe-
cialmente in alti gradi» avessero durante il regime dato «manifestazioni
ripetute di apologia fascista». La Commissione, esaminati i testi in
questione, concludeva il procedimento decidendo per l’assoluzione
del magistrato «dall’addebito mossogli»; a loro giudizio, non era infatti
ravvisabile negli scritti di Rende la «reiterazione» dell’apologia fasci-
sta, elemento necessario per pronunciare una sentenza di condanna.
La Commissione ritenne irrilevante che il magistrato – destinato così
ancora ad esercitare la professione nel nuovo stato democratico – in uno
dei testi esaminati, comparso proprio su «Il Diritto Razzista», definisse
e considerasse la democrazia pericolosa e virulenta come un contagio
di sifilide. Nel gennaio del 1945, l’Alto Commissariato per l’Epura-
zione decideva peraltro di impugnare la sentenza presentando ricorso
nei confronti del verdetto di primo grado. I documenti del fascicolo
personale di Domenico Rende non contengono ulteriori informazioni
in merito all’evolversi del procedimento a suo carico, ma, nel 1948,
il suo nome non compare più nei ruoli del personale del Ministero di
Grazia e Giustizia.
Anche Antonio Azara, magistrato di Cassazione annoverato tra i
membri del comitato scientifico de «Il Diritto Razzista», fu deferito
nel settembre del 1944 davanti all’Alto commissariato per le sanzioni
contro il fascismo e, in quanto ritenuto anch’egli responsabile di «rei-
terata apologia fascista» in molti dei suoi scritti e pubblici interventi,

113
ACS, Corte di Cassazione, Segreteria, I Presidenza, b. 5, f. 260. Il fascicolo personale
di Giaquinto non contiene alcuna notizia in merito al procedimento di epurazione;
le notizie al riguardo sono tratte da, Repertorio biografico dei senatori, a cura di E.
Campochiaro, E. Gentile cit., p. 1134.
114
ACS, Corte di Cassazione, Segreteria, I Presidenza, b. 57, f. 969.
413 Prime note su razzismo e diritto in Italia

proposto per la dispensa dal servizio115. L’Alto Commissario per l’epu-


razione segnalava «l’attiva opera di propaganda a favore del regime
fascista e delle sue istituzioni» compiuta da Azara, che non aveva
«disdegnato di scendere a basse forme di adulazione nei confronti dei
massimi gerarchi». Nel novembre successivo, la Commissione per
l’epurazione attiva presso il Ministero di Grazia e Giustizia assolveva
Azara, respingendo anche la possibilità di infliggere al magistrato una
sanzione meno severa della sospensione dal servizio. Pur riconoscendo
che «l’Azara non avesse lesinato nei suoi scritti quelle lodi di cui il
cessato regime era allora bramoso e che avesse altresì aderito al malvezzo
allora diffuso di inserire anche negli studi di carattere scientifico frasi
encomiastiche per il fascismo e il suo Duce», la commissione ritenne
che tale condotta non si collegasse ad intenzioni propagandistiche,
ma «al desiderio di raggiungere scopi di puro progresso legislativo,
sussistendo [negli scritti del magistrato] uno scopo tecnico scientifico di
alta importanza». Grande rilevanza nel proscioglimento di Azara ebbe
anche la sua mancata adesione al governo della Repubblica Sociale
Italiana, un’argomentazione che nei procedimenti di epurazione riguar-
danti la magistratura si rivelò assai spesso decisiva. Azara, sosteneva
la Commissione, «anche con suo personale pericolo» aveva svolto
«azione costante ed accurata […] per ottenere da tutti i componenti
la Sezione da lui presieduta quella resistenza collettiva alle pretese del
governo neo-fascista». Il ricorso presentato dall’Alto Commissario
Scocimarro contro l’assoluzione del magistrato fu definitivamente
rigettato dalla Commissione centrale per l’Epurazione nel marzo del
1945 e il magistrato continuò ad esercitare, come presidente di sezione
della Cassazione, sino al 1953, anno in cui fu collocato a riposo.
Antonio Azara, con la fine del conflitto, non aveva peraltro con-
cluso i suoi rapporti con la «questione razziale»; il caso volle, infatti,
che alcuni dei magistrati finora nominati si trovarono ad affrontare
ancora una volta questioni relative alla normativa antisemita, essendo
chiamati a giudicare durante alcuni processi che gli ebrei intentarono
nel dopoguerra per cercare di vedere ristabiliti i propri diritti. Nel
1948, Azara fu infatti presidente di sezione della Corte di Cassazione
durante il processo intentato da un ex perseguitato per poter ottenere
nuovamente il posto di lavoro da cui era stato forzatamente licenziato

115
Ibid., b. 58, f. 853. Tra gli addebiti mossi ad Azara non risulta la partecipazione
al comitato scientifico de «Il Diritto Razzista».
414 Ilaria Pavan

nel 1939. In quell’occasione il verdetto emesso dalla Corte accolse


pienamente le richieste del lavoratore, imponendone alla ditta oltre
alla riassunzione anche il pagamento dell’indennità di licenziamento116.
Quello di Azara non fu, peraltro, l’unico caso in cui un magistrato in
qualche modo compromesso con la campagna razziale venne coinvolto
nei processi intentati dagli ebrei nel dopoguerra: al suo fianco si possono
infatti segnalare i casi di Emilio Ondei e Adolfo Giaquinto. Emilio
Ondei, autore di una serie di articoli comparsi sulle pagine de «Il Diritto
Razzista» e dedicati ai mutamenti indotti dalla legislazione razziale nel
diritto matrimoniale (interventi che, a dire il vero, non contenevano
altro che chiarimenti di natura tecnico-giuridica sulla legislazione),
nel dopoguerra fu promosso da pretore a consigliere presso la Corte
d’Appello di Brescia e venne chiamato a giudicare nel processo in cui
un ex perseguitato chiedeva che potesse essere rescisso il contratto con
cui nel 1941 aveva venduto ad un ‘ariano’ la propria casa, nel timore
di ulteriori inasprimenti della legislazione. Ondei emise un verdetto
che non concedeva la retrocessione al legittimo proprietario ebreo,
ammettendo soltanto un parziale risarcimento dei danni117. Furono
invece totalmente rigettate dalla sezione della Corte di Cassazione
presieduta nel luglio del 1949 da Adolfo Giaquinto le richieste avan-
zate da un ex perseguitato razziale che chiedeva l’annullamento di un
contratto di vendita stipulato in piena legislazione antisemita, ritenen-
do che tale accordo non fosse stato liberamente concluso, in quanto
inevitabilmente viziato dalla condizione di minorità giuridica in cui gli
ebrei si vennero a trovare dall’autunno del 1938. La Corte presieduta
da Giaquinto, dando un’interpretazione letterale e particolarmente
restrittiva delle norme emanate nell’immediato dopoguerra a favore
della reintegrazione, anche patrimoniale, dei diritti degli ebrei italiani,
negava invece la rescissione del contratto118.
Fu indirettamente coinvolto nei processi intentati nel dopoguerra
dagli ebrei anche un altro magistrato, Sofo Borghese, che, pur non
comparendo tra i collaboratori de «Il Diritto Razzista», era stato autore
dell’unico intervento di completo ed entusiastico assenso alla normativa
razziale rintracciato sulle riviste giuridiche di fine anni Trenta e giù
precedentemente ricordato. Borghese – protagonista nel dopoguerra di

116
Cfr. «Monitore dei Tribunali», I, 1948, c. 14.
117
Cfr. «Giurisprudenza Italiana», I, 1950, c. 432.
118
Cfr. «Il Foro Padano», I, 1949, c. 844.
415 Prime note su razzismo e diritto in Italia

una brillante carriera che lo porterà a rivestire l’incarico di giudice della


Corte di Appello di Roma, Capo Segreteria della Direzione Generale
per gli Istituti di Prevenzione e Pena e, infine, magistrato della II se-
zione penale della Corte di Cassazione di cui diverrà presidente – nel
1949 scrisse sulle pagine di una delle più prestigiose riviste giuridiche,
«Il Foro Italiano», un lungo commento ad una sentenza riguardante
gli ex perseguitati razziali. Si trattava di una nota in cui il magistrato
auspicava un’applicazione più ampia della normativa reintegratrice
che potesse quindi efficacemente ristabilire i diritti degli ebrei lesi
durante la persecuzione. Borghese, che nel 1939 aveva sostenuto che
gli «ebrei rappresenta[va]no il pericolo maggiore per la nostra razza»
di cui mettevano «in pericolo l’integrità dal punto di vista biologico»,
dieci anni dopo aveva, evidentemente, mutato opinione e concludeva
la sua nota con parole dal tono palesemente auto-assolutorio:

È ben vero che la campagna razziale non fu mai sentita in Italia, dove non
è mai esistito un problema ebraico, e dove gli israeliti sono sempre stati
considerati dalla popolazione e dal comune sentimento – che fa onore al
nostro popolo – alla pari di tutti gli altri italiani119.

Nel dopoguerra, anche l’aver fatto parte del cosiddetto ‘Tribunale


della Razza’ non costituì un impedimento particolare al proseguimento
della propria carriera in magistratura. Gaetano Azzariti, che di quella
particolare corte era stato presidente, fu infatti il primo guardasigilli,
dopo la caduta di Mussolini, nel primo gabinetto Badoglio. A guer-
ra conclusa divenne quindi stretto collaboratore del ministro della
Giustizia Togliatti, venendo nominato capo dell’Ufficio Legislativo
presso il dicastero di Grazia e Giustizia. D’altronde, lo stesso Togliatti,
quando arrivò al ministero, «s’informò quale fosse il magistrato più
energico ed efficiente e lo nominò [Azzariti] suo capo di gabinetto.
Risultò poi che quel magistrato aveva fatto parte del Tribunale fascista
della razza. “Non me ne importa nulla”, disse Togliatti, “perché mi
bisogna un bravo esecutore di ordini, non un politico”»120. Quanto
alla consapevolezza che lo stesso Azzariti aveva del ruolo ricoperto
durante la persecuzione razziale, nella sua scheda personale rispose in

119
S. Borghese, Considerazioni in materia di leggi anti-razziali, in «Il Foro Italiano»,
I, 1949, cc. 739-744.
120
I. De Feo, Tre anni con Togliatti, Milano, Mursia & C. 1971, p. 261.
416 Ilaria Pavan

questo modo alla domanda sulla sua eventuale partecipazione a uffici o


commissioni razziali: «No. Feci però parte di una Commissione tecnico-
giuridica, composta in prevalenza di magistrati (art. 2 legge 13.7.1939
n. 1024) che consentiva di far dichiarare ariane persone le quali dagli
atti dello stato civile risultavano ebree. Parecchie famiglie israelite
furono così sottratte ai rigori delle leggi razziali»121. A suo dire, dunque,
aveva svolto un ruolo positivo in un posto «tecnico-giuridico» di non
grande rilievo. Nel 1955 Azzariti fu nominato giudice costituzionale,
divenendo presidente della Corte Costituzionale nel 1957.
Per quanto riguarda infine i magistrati del Consiglio di Stato, Michele
La Torre, che sulle pagine della rivista di Cutelli aveva sostenuto come
gli ebrei rappresentassero «un elemento eterogeneo di particolare po-
tenza» in grado di «inquinare i caratteri etnici e politici degli italiani
ariani», così plaudendo alle iniziative fasciste volte a «respingere, anche
nei riguardi del fattore ‘razza’, il postulato democratico dell’uguaglianza
di tutti i soggetti giuridici», a guerra conclusa non cadde tra le ma-
glie del processo di epurazione che vide coinvolto anche il massimo
organo della giustizia amministrativa122. Nel gennaio del 1945, La
Torre fu inoltre designato dal governo Bonomi tra i 28 membri che
componevano la Commissione per la riforma dell’amministrazione e,
nell’estate del 1948, fu persino nominato presidente facente funzioni
della Sezione speciale dell’epurazione, attiva presso lo stesso Consiglio
di Stato, divenendone infine presidente fino al novembre 1950, quando
la Sezione terminò i suoi lavori.
Anni dopo la conclusione del conflitto, i trascorsi razziali risultarono
invece ‘fatali’ per la carriera politica di Leopoldo Piccardi, il consi-
gliere di Stato che partecipò al congresso dei giuristi italo-tedeschi
di Vienna del 1939 e che sottoscrisse, insieme a Costamagna, la
dichiarazione su «La difesa dei valori nazionali contro l’ebraismo».
Anche Piccardi, al pari di Ettore Casati, fu chiamato, il 26 luglio
1943, a far parte del governo tecnico-militare di Badoglio quale mi-
nistro delle Corporazioni, incarico che egli ricoprì fino al novembre
1943, quando scelse di dimettersi perché contrario al mantenimento
della monarchia e favorevole all’inserimento immediato dei partiti

121
ACS, Ministero Grazia e Giustizia, Commissione per l’epurazione dei dipendenti del
ministero: magistrati, cancellieri, pretori, Gaetano Azzariti, b. 2, f. 42.
122
G. Focardi, Michele La Torre, in Dizionario biografico dei Consiglieri di Stato
(1861-1948), di prossima pubblicazione. Ringrazio l’autore per avermi concesso la
lettura delle bozze.
417 Prime note su razzismo e diritto in Italia

politici nel Governo. Nel novembre del 1944, Piccardi fu quindi


deferito alla Commissione per l’epurazione del Consiglio di Stato,
la quale, su proposta dello stesso Alto Commissario per l’epurazione,
Scocimarro, (che aveva comunque concluso la sua istruttoria chieden-
do l’esenzione da qualsiasi sanzione), optò per il suo proscioglimento.
In quell’occasione giocarono senza dubbio a suo favore proprio le
sentenze emanate a favore dei professori universitari ebrei emesse
nel corso del 1941 dalla sezione del Consiglio di Stato da lui presie-
duta e precedentemente ricordate. Dopo il proscioglimento, dietro
sua richiesta, Piccardi fu comunque collocato a riposo. Divenuto a
metà degli anni Cinquanta segretario del Partito radicale, insieme
a Francesco Libonati e Adriano Olivetti, fu travolto dallo scandalo
scoppiato nel novembre 1961, in seguito alla pubblicazione della
Storia degli ebrei in Italia sotto il fascismo, in cui Renzo De Felice
ricordò proprio la partecipazione di Piccardi al convegno viennese,
al cui riguardo il magistrato aveva già peraltro dovuto rispondere di
fronte alla Commissione d’epurazione che non ritenne l’argomento
decisivo per decretare una condanna nei suoi confronti. Lo scanda-
lo proseguì sino ad oltre il 1963, degenerando in lunghe dispute e
querele in tribunale che videro l’ex magistrato opposto al direttore
de «Il Mondo», Pannunzio. La polemica innescata finì quindi per
determinare «il cambio di linea politica nel Partito radicale (che si
sarebbe orientato verso i socialisti di Nenni), vero motivo per il quale
si era alimentato a dismisura il caso Piccardi»123.
L’altro firmatario della dichiarazione antisemita approvata durante il
congresso giuridico italo-tedesco del 1939, il consigliere di Cassazione
Carlo Costamagna, ex deputato fascista e direttore della rivista «Lo
Stato», rispose della propria pluriennale adesione al regime venendo
deferito davanti all’Alta Corte per le sanzioni contro il fascismo e
quindi espulso tanto dalla magistratura quanto dall’insegnamento
universitario124. A suo carico pendevano sia l’accusa di aver partecipato
attivamente alla vita politica del fascismo, in quando deputato dal 1929,
sia la qualifica di fascista ante-marcia. Nel dopoguerra, Costamagna

123
Per la ricostruzione del ‘caso Piccardi’, cfr. ACS, Archivio De Felice, Carte Cattani,
b. 14, f. 62.
124
ACS, Corte di Cassazione, Segreteria, I Presidenza, b. 8; Ministero della Pubblica
Istruzione, Dir. Gen. Istruzione Superiore, Liberi docenti e incaricati epurati 1945-46, b.
1, f. 25.
418 Ilaria Pavan

continuò comunque la sua attività di pubblicista risultando inoltre uno


tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano125.
Per concludere, infine, la sorte dei due organizzatori della rivista,
Stefano Cutelli e Fabio Guidi. Quest’ultimo, decaduto dalla carica di
senatore ai sensi dell’art. 6 del d.l.l. 27 luglio 1944, n. 159, fu deferito
il 7 agosto del 1944 davanti all’Alta Corte di Giustizia per le sanzioni
contro il fascismo. A seguito della scomparsa di Guidi, avvenuta nel
gennaio del 1945, l’Alta Corte dichiarava il non luogo a procedere126.
Del direttore de «Il Diritto Razzista» rimangono poche tracce: Cutelli
passò sicuramente indenne attraverso gli anni di guerra, poiché sino
alla metà degli anni Sessanta lo si ritrova ancora a Roma, sempre ad
esercitare la professione di avvocato e procuratore, a tal punto inte-
grato nell’Italia del dopoguerra da poter aggiungere al suo nome – lui
da sempre così ‘attento’ ai problemi della «nobiltà della stirpe» – il
titolo araldico di marchese di Raiata127.

Ilaria Pavan

125
Un suo intervento fortemente critico sulle norme relative alla defascistizzazione
(La nuova Costituzione e le ‘sanzioni contro il fascismo’) si trova in «Il Foro Italiano»,
IV, 1948, cc. 169-176.
126
Archivio Storico del Senato, Fascicoli personali dei senatori del regno, f. 1212.
127
Le notizie relative a Cutelli sono state tratte, ad nomen, dalla Guida Monaci per
la città di Roma che sino al 1966 riporta annualmente il suo nome.

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