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L'immagine corporea [Body image]

Chapter · January 2009

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Amanda Nerini Cristina Stefanile


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The Breast Size Satisfaction Survey: An International, Collaborative Project View project

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Published in final edited form as:
Nerini, A., Stefanile, C., & Mercurio, C. (2009). L’immagine corporea. In D. Dettore (Ed.), I disturbi dell’immagine
corporea (pp. 1-13). Milano: McGraw-Hill.

L’immagine corporea
Amanda Nerini, Cristina Stefanile e Chiara Mercurio

IMMAGINE CORPOREA: DEFINIZIONE

L’immagine corporea è un costrutto multidimensionale caratterizzato dalle percezioni e dalle


valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico (Cash e Puzinsky, 2002). Schilder, nel
1935, definisce l’immagine corporea come l’immagine del proprio corpo nella propria mente, ovvero
il modo in cui il corpo appare a se stessi. In seguito, nel 1988, Slade la descrive più precisamente come
“l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i
sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo”:
cioè, la rappresentazione soggettiva che ogni persona ha del proprio corpo (Slade, 1994). Secondo
Slade (1994) l’immagine corporea risulta avere una componete percettiva (ad esempio, come la
persona visualizza la taglia e la forma del proprio corpo), una attitudinale (cosa pensa la persona,
cognitivamente, del proprio corpo), una affettiva (i sentimenti verso il corpo) ed, infine, una
comportamentale (alimentazione, attività fisica, ecc.). Da queste componenti si può capire come
l’immagine che ognuno ha del proprio corpo comprenda la persona nella sua globalità, in tutti gli
aspetti del suo essere, e quindi la sua rilevanza e complessità. Recentemente anche Cash (2002) mette
in risalto come l’immagine corporea sia “l’insieme di percezioni e atteggiamenti di ciascuno collegati
al proprio corpo, includendo pensieri, convinzioni, sentimenti e comportamenti”.
Secondo la prospettiva cognitivo-comportamentale è inoltre importante distinguere due aspetti
chiave che sembrano essere alla base dell’immagine corporea: ‘body image evaluation’ e ‘body image
investiment’ (Cash, 2002). Il primo riguarda la soddisfazione o insoddisfazione per il proprio aspetto,
derivante da una congruenza o discrepanza tra percezione del proprio fisico e ideali estetici
interiorizzati. L’investimento si riferisce all’importanza psicologica (cognitiva e comportamentale) che
gli individui danno al proprio aspetto fisico. Cash, Melnyk e Hrabosky (2004) hanno sostenuto che
l’investimento può avvenire in due modi. Il primo è la “salienza motivazionale” della propria
apparenza, cioè il valore che la persona dà all’amministrazione del proprio aspetto per apparire al
meglio o per aumentare la propria attraenza. Tale modalità di investimento non è necessariamente
maladattiva, ma può piuttosto riflettere la tendenza a prendersi cura del proprio aspetto o l’orgoglio
verso di esso. Il secondo tipo d’investimento è la “salienza dell’auto-valutazione” del proprio aspetto
che riguarda il motivo per il quale le persone giudicano il proprio aspetto come parte integrante del
senso del sé o del proprio valore. Questo tipo di investimento è invece più disfunzionale per come si
riflette nella sua relazione con la valutazione dell’immagine corporea, patologie dell’alimentazione e
altri aspetti psicosociali disfunzionali (Cash, Jakatdar e Williams, 2004; Cash, Phillips, Santos e
Hrabosky, 2004; Melnyk, Cash e Janda, 2004).
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INSODDISFAZIONE CORPOREA

L’insoddisfazione per la propria immagine corporea costituisce un aspetto dell’immagine


corporea frutto della scontentezza soggettiva per la forma del proprio corpo in generale o per la
dimensione di alcune parti corporee (Thompson, Heinberg, Altabe e Tantleff-Dunn, 1999). La
discrepanza psicologica tra la percezione che una persona ha del proprio corpo e il suo corpo ideale
(Halliwell e Dittmar, 2006) può portare ad un sentimento negativo verso se stessi e a comportamenti
nocivi per la propria salute (Cash e Pruzinsky, 2002; Thompson, 2004). Sebbene l’insoddisfazione
corporea sia endemica tra le giovani donne della cultura occidentale (Thompson e Heinberg, 1999),
nella sua forma estrema è considerata un elemento centrale della messa in atto di comportamenti non
salutari. L’insoddisfazione per il proprio corpo infatti può risultare associata ad una distorsione
dell’immagine corporea (Garner e Garfinkel, 1981; Williamson, Cubic e Gleaves, 1993; Gleaves,
Williamson, Eberenz, Sebastian e Barker, 1995; Cash, 2002; Williamson, Stewart, White e York-
Crowe, 2002) che, a sua volta, è strettamente associata a comportamenti alimentari disturbati (Garner
e Garfinkel, 1981). Tale distorsione può essere percettiva (relativa alla sovra-stima/sotto-stima delle
dimensioni corporee e all’incapacità meramente percettiva di valutare accuratamente tali dimensioni) o
affettiva (relativa alle sensazioni, stati d’animo, emozioni, paure evocate dall’immagine corporea e
all’insoddisfazione per il proprio corpo così come viene vissuto indipendentemente della distorsioni
percettive) (Garner e Garfinkel, 1981). Gila, Castro, Toro e Salamero (2004) hanno evidenziato
cambiamenti nella percezione del proprio corpo nella popolazione femminile dall’adolescenza all’età
adulta, per cui si osserva una generale sovrastima del proprio corpo e in particolare di torace, vita e
fianchi.
L’enfasi data allo studio dell’insoddisfazione verso la propria immagine corporea quindi è
dovuta principalmente al fatto che tale insoddisfazione risulta uno dei fattori di rischio per
l’insorgenza di disturbi del comportamento alimentare (Attie e Brooks-Gunn, 1989; Graber, Brooks-
Gunn, Paikoff e Warren, 1994; Killen, Hayward, Wilson, Taylor, Hammer, Litt, Simmonds e Haydel,
1994; Drobes, Miller, Hillman, Bradley, Cuthbert e Lang, 2001; Ricciardelli e McCabe, 2001; Young,
McFatter e Clopton, 2001), binge eating (Ramacciotti, Coli, Passaglia, Lacorte, Pea e Dell’Osso, 2000;
Barker e Galambos, 2007) o comportamenti alimentari disturbati come, per esempio, la tendenza a
sottoporsi a ripetute diete dimagranti (Raich, Rosen, Deus, Perez, Requena e Gross, 1992; Huon, 1994;
Huon, Lim, Walton, Hayne e Gunewardene, 2000; Drobes e colleghi, 2001). Molti studi hanno
mostrato inoltre un’associazione tra bassa soddisfazione per il proprio corpo e una serie di altre
implicazioni negative per la salute come depressione, bassa autostima, ansia, uso di tabacco, abuso di
alcool e di altre sostanze (Rierdan e Koff, 1997; Kostanski e Gullone, 1998; Granner, Black e Abood,
2002; Stice e Shaw, 2002).
D’altro canto l’insoddisfazione per la propria immagine corporea non è sempre frutto di
processi negativi né risulta sempre legata ad una distorsione dell’immagine corporea. Una moderata
insoddisfazione, per esempio, può essere necessaria per motivare gli individui sovrappeso ad
intraprendere comportamenti salutari come fare esercizio fisico o ridurre il grasso o le calorie
(Heinberg, Thompson e Matzon, 2001) e può risultare associata anche a caratteristiche obiettive come
il reale sovrappeso dell’individuo (Davies e Furnham, 1986; Eisele, Hertsgaard e Light, 1986;
Thompson, Coovert, Richards, Johnson e Cattarin, 1995). In particolare, nella popolazione femminile,
dall’analisi della letteratura più recente, emerge la presenza di una relazione lineare tra l’indice di
massa corporea (kg/m2) e l’insoddisfazione corporea, per cui all’aumentare del sovrappeso si assiste
anche ad un aumento del livello di preoccupazione per la propria immagine corporea oltre che in
adolescenza anche in preadolescenza (Thomas, Ricciardelli e Williams, 2000; Blowers, Loxton,
Grady-Flesser, Occhipinti e Dawe, 2003; Ricciardelli, McCabe, Holt, e Finemore, 2003; Clark e
Tiggerman, 2006; van der Berg, Paxton, Keery, Wall, Guo e Neumark-Sztainer, 2007). In merito alla
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popolazione maschile, studi condotti con i preadolescenti (Thomas e colleghi, 2000; Ricciardelli e
colleghi, 2003; Mc Cabe e Ricciardelli, 2004; Ricciardelli, Mc Cabe, Lillis e Thomas, 2006; van der
Berg e colleghi, 2007) hanno ottenuto risultati in linea con quelli rilevati nella popolazione femminile
per cui un maggiore sovrappeso sembra associato a livelli più elevati di insoddisfazione corporea e ad
una maggiore preoccupazione per il proprio peso. Per quanto riguarda i maschi adolescenti, invece,
mentre alcune ricerche hanno rilevato come l’indice di massa corporea non risulti predire
l’insoddisfazione corporea in tale popolazione (McCabe e Ricciardelli, 2003; Jones, 2004; Bearman,
Presnell, Martinez e Stice 2006), recenti studi suggeriscono l’esistenza di un legame curvilineare tra
indice di massa corporea e insoddisfazione corporea per cui risulterebbero insoddisfatti sia gli
adolescenti sovrappeso che sottopeso (McCabe e Ricciardelli, 2004; Bearman e colleghi, 2006).
Vari studi hanno suggerito che l’insoddisfazione per il proprio corpo e le problematiche legate
all’immagine corporea sono sempre più diffuse anche nella popolazione maschile (Pingitore, Spring e
Garfield, 1997; Furnham e Calman, 1998; Neumark-Sztainer, Story, Falkner, Beuhring e Resnick,
1999; Cohane e Pope, 2001; Ricciardelli e colleghi, 2003; Konstanski, Fisher e Gullone, 2004;
McCabe e Ricciardelli, 2004). Questa diffusione è stata attribuita alla crescente tendenza a ritrarre
corpi muscolosi nelle più popolari riviste maschili, alle sempre più numerose immagini di uomini
muscolosi nei film (Andersen e Di Domenico, 1992; Nemeroff, Stein, Diehl e Smilack, 1994; Spitzer,
Henderson e Zivian, 1999; Leit, Pope e Gray, 2001) e all’avvento degli steroidi e delle altre sostanze
che aumentano la massa muscolare (Pope, Olivardia, Gruber e Borowiecki, 1999; Kanayama, Barry,
Hudson e Pope, 2006). Anche lo studio di Cahill e Mussap (2007) ha confermato come l’esposizione a
modelli muscolosi diminuisca significativamente la soddisfazione corporea nei maschi mentre
l’esposizione a modelli di magrezza diminuisce la soddisfazione per il proprio corpo nelle femmine.
In relazione all’età, livelli più elevati di insoddisfazione corporea sembrano evidenziarsi tra gli
adolescenti e i giovani adulti, soprattutto di sesso femminile (Heatherton, Mahamedi, Striepe, Field e
Keel, 1997; Tomori e Rus-Makovec, 2000), sebbene una forte insoddisfazione per il proprio corpo si
stia presentando anche in età più precoci (Gila e colleghi, 2004; Clark e Tiggemann, 2006). D’altro
canto, mentre tra i preadolescenti maschi e femmine non emergano differenze né nel livello di
insoddisfazione corporea né in relazione alle strategie adottate per perdere peso, in adolescenza
sembrano essere le femmine più insoddisfatte del proprio corpo rispetto ai loro coetanei maschi
(Ricciardelli e colleghi, 2003). Dallo studio di Bearman e colleghi (2006) emerge infatti come
all’aumentare dell’età il livello di insoddisfazione corporea delle adolescenti del loro campione tenda
ad aumentare mentre il livello di insoddisfazione corporea dei maschi vada a diminuire. L’analisi della
letteratura mette inoltre in risalto come in adolescenza, mentre la maggior parte delle femmine
vorrebbe pesare meno, la percentuale dei maschi insoddisfatti si suddivide equamente tra coloro che
vorrebbero pesare di meno e coloro che vorrebbero pesare di più: gli adolescenti maschi che si
percepiscono più magri sembrano ritenersi anche più immaturi (Tomori e Rus-Makovec, 2000;
Ricciardelli et al., 2003; Konstanski e colleghi, 2004; McCabe e Ricciardelli, 2004). Secondo Jones e
Crawford (2006), infatti, le ragazze, in relazione al proprio aspetto fisico, conversano con le amiche
soprattutto di diete dimagranti, mentre la maggior parte degli adolescenti maschi parla con gli amici
principalmente della propria massa muscolare.

LE INFLUENZE SOCIOCULTURALI

Nell’analisi dei fattori implicati nello sviluppo della propria immagine corporea, varie
evidenze empiriche hanno sostenuto l’importanza rivestita dalle variabili socioculturali (Stice, 2002).
Il Modello Tripartito di Influenza (Thompson e colleghi, 1999; Keery, van den Berg e Thompson,
2004) delinea tre primarie fonti di influenza nello sviluppo dei problemi legati all’immagine corporea
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e ai disturbi alimentari: i pari, i genitori e i mass media. Secondo la letteratura queste tre fonti di
influenza rinforzerebbero l’attuale standard irrealistico di bellezza, che pone una straordinaria enfasi
alla magrezza, attraverso commenti o azioni che servono a supportare e perpetrare tale ideale
irrealistico (per esempio criticare e parlare spesso di peso, incoraggiare la dieta, esaltare i modelli di
ultra-magrezza, comunicare le aspettative riguardo ai benefici della magrezza come l’aumento
dell’accettazione sociale) (Hohlstein, Smith e Atlas, 1998) influendo così sull’insoddisfazione
corporea degli adolescenti, soprattutto di sesso femminile (Fallon, 1990; Heinberg, 1996). L’ideale
socioculturale di attraenza è infatti diventato sinonimo di “ultra-magrezza” con modelli mediatici
idealizzati spesso con un sottopeso di più del 20% e con un indice di massa corporea nel range di 14-
16 (Dittmar, 2007). La gravità di questo culto per la magrezza diventa chiara quando si considera che
un sottopeso del 15% costituisce un criterio diagnostico per l’Anoressia Nervosa (American
Psychiatric Association, 2000) e che una persona è considerata sottopeso con un BMI inferiore a 18.5
(Thompson, 2004), secondo la tabella standard nella quale le persone vengono suddivise in “obese”
(BMI>30), “sovrappeso” (BMI=25-30), “normopeso” (BMI=18,5-25) e “sottopeso” (BMI<18,5)
(WHO, 1995).
Vari studi mostrano che le adolescenti maggiormente esposte alle immagini ideali di attraenza
proposte dai media (che leggono frequentemente riviste di moda o guardano spesso la televisione)
riportano livelli più elevati di insoddisfazione corporea (Levine, Smolak e Hayden, 1994; Botta, 1999;
Field, Cheung, Wolf, Herzog, Gortmaker e Colditz, 1999; Harrison, 2000; Harrison, 2001; Stice,
Spangler e Agras, 2001; Durkin e Paxton, 2002; Groesz, Levine e Murnen, 2002; Hargreaves e
Tiggemann, 2002; Hofshire e Greenberg, 2002; Hargreaves e Tiggemann, 2003; Dohnt e Tiggemann,
2006; van der Berg e colleghi, 2007). Dallo studio di Young e colleghi (2001) emerge inoltre come la
relazione tra insoddisfazione corporea e comportamenti bulimici risulti significativamente più forte
nelle donne maggiormente esposte ai messaggi dei media (riviste, televisione) che enfatizzano la
magrezza. Anche la percezione delle pressioni dei media, dei genitori e dei pari a perdere peso risulta
predire il livello di insoddisfazione corporea negli adolescenti (Chen, Gao e Jackson, 2007) e nei
preadolescenti (Ricciardelli e colleghi, 2003) indipendentemente dal genere. In particolare, secondo
Dohnt e Tiggemann (2006), le preadolescenti del loro campione che percepiscono le coetanee
insoddisfatte del proprio corpo sembrano presentare livelli più elevati di insoddisfazione corporea e
una maggiore tendenza a seguire diete dimagranti, così come le ragazze maggiormente impegnate
nella lettura di riviste focalizzate su temi inerenti all’apparenza sembrano mostrare una maggiore
insoddisfazione per il proprio aspetto esteriore.
Per quanto riguarda la popolazione maschile, inoltre, secondo Ricciardelli, McCabe e Banfield
(2000) gli adolescenti che dichiarano di aver ricevuto commenti positivi da parte delle proprie madri e
delle amiche rispetto alla loro immagine corporea sembrano presentare livelli più elevati di
soddisfazione per il proprio corpo, mentre i commenti dei padri e degli amici maschi sembrano
influenzare maggiormente il tipo di strategie adottate per modificare la propria corporatura. Anche la
percezione delle pressioni a raggiungere gli ideali di attraenza promossi dai media risulta predire il
livello di insoddisfazione corporea (Knauss, Paxton e Alsaker, 2007). Altre ricerche (Cusummano e
Thompson, 2001; Moulding e Hepworth, 2001; Ricciardelli e colleghi, 2003) hanno evidenziano come
la percezione delle pressioni dei media verso la magrezza risulti un predittore significativo del livello
di insoddisfazione corporea anche nei preadolescenti, mentre in tale popolazione le pressioni
socioculturali (dei pari, dei genitori e dei media) a modificare la propria massa muscolare risultano
importanti predittori dell’adozione di strategie finalizzate a modificare la propria corporatura
(Ricciardelli e colleghi, 2003; Ricciardelli e colleghi, 2006).
D’altro canto nonostante alcuni studi confermino la relazione tra esposizione alle immagini di
corpi ideali proposti dai media e problemi correlati al peso, insoddisfazione corporea e disturbi
alimentari (Shaw, 1995; Ogden e Mundray, 1996; Crouch e Degelman, 1998; Dohnt e Tiggemann,
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2006; van der Berg e colleghi, 2007), altre ricerche non hanno ottenuto gli stessi risultati (Martin e
Kennedy, 1993; Champion e Furnham, 1999; Keery e colleghi, 2004). Questa discordanza nella
letteratura ha portato i ricercatori a domandarsi perché alcune persone sembrano essere maggiormente
suscettibili agli effetti dei media mentre altre sembrano rimanerne relativamente indifferenti
(Bessenoff, 2006). Particolare interesse ha suscitato, quindi, il tentativo di individuare i fattori che
possono mediare la relazione tra influenze socioculturali e insoddisfazione corporea. A tale riguardo, il
Modello Tripartito di Influenza (Thompson e colleghi, 1999; Keery e colleghi, 2004) ipotizza come la
famiglia, i pari e i media possano influire sull’insoddisfazione corporea attraverso due processi di
mediazione: l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza proposto dalla società e la tendenza al
confronto sociale. In accordo con tale prospettiva, infatti, dall’analisi della letteratura sembra emergere
come l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza (Cash, Fleming, Alindogan, Steadman e Whitehead,
2002; Durkin e Paxton, 2002; Blowers e colleghi, 2003; Durkin, Paxton e Sorbello, 2007) e la
tendenza al confronto corporeo (Cattarin, Thompson, Thomas e Williams, 2000; Durkin e Paxton,
2002; Tiggemann e Slater, 2004; Durkin e colleghi, 2007) siano due dei fattori maggiormente studiati
a tale riguardo.

L’interiorizzazione dell’ideale di magrezza


L’interiorizzazione degli ideali di magrezza promossi dai media indica l’incorporazione o
l’accettazione degli standard socioculturali di attraenza al punto da diventare principi interiori in grado
di guidare il successivo comportamento (Thompson e colleghi, 1999; Cusumano e Thompson, 2001;
Keery e colleghi, 2004; Cafri, Yamamiya, Brannick e Thompson, 2005; Cash, 2005). Misurare
l’interiorizzazione significa, quindi, valutare il grado di accettazione di un’ideale di bellezza (Engeln-
Maddox, 2006) e siccome i messaggi mediatici volti a promuovere questo ideale sono assorbiti da altri
agenti importanti per la socializzazione (specialmente genitori e pari), tali messaggi sono trasmessi e
rinforzati in ogni quotidiana interazione sociale (Cash, 2005). L’interiorizzazione dell’ideale di
magrezza favorisce a sua volta l’insoddisfazione corporea perché questo ideale è virtualmente
inottenibile per la maggior parte delle donne (Thompson e colleghi, 1999). Secondo vari studi
l’interiorizzazione degli standard socioculturali di bellezza risulta infatti uno dei fattori che influenza
maggiormente l'insorgenza di disturbi dell'immagine corporea indipendentemente dalla cultura di
appartenenza dei partecipanti (Mautner, Owen e Furnham, 2000; Cusumano e Thompson, 2001; Chen
e colleghi, 2007; Durkin e colleghi, 2007). Più specificatamente, secondo il Modello Tripartito di
Influenza (Thompson e colleghi, 1999), il livello di interiorizzazione degli standard di magrezza
promossi dai media, insieme al confronto sociale, media la relazione tra le influenze socioculturali e il
livello di insoddisfazione corporea. L’esposizione ad immagini di magrezza e attraenza fisica sembra
avere, infatti, un impatto negativo sull’immagine corporea nelle donne classificate ad alto livello di
interiorizzazione (Cash e colleghi, 2002). Più recentemente, Clark e Tiggemann (2006) hanno
ipotizzato l’esistenza di una ‘cultura dell’apparenza’ che sottoforma dell’insieme delle influenze
provenienti dai pari e dai media, già in preadolescenza, è significativamente connessa con il livello di
insoddisfazione corporea attraverso l’interiorizzazione degli ideali di magrezza proposti dai media.
Dall’analisi della letteratura (Cusumano e Thompson, 2001; Keery e colleghi, 2004; Cafri e
colleghi, 2005; Cash, 2005) risulta comunque importante distinguere l’interiorizzazione da altri due
costrutti, ugualmente collegati alla percezione dell’influenza dei fattori socioculturali, che hanno
ricevuto particolare attenzione dato il loro legame con lo sviluppo e il funzionamento dell’immagine
corporea: la consapevolezza degli standard socioculturali di magrezza e la percezione delle pressioni
socioculturali a raggiungere tali ideali di bellezza. La consapevolezza degli ideali di magrezza
veicolati dai media è stata definita come la semplice conoscenza dell’esistenza di determinati canoni
socioculturali di bellezza. La percezione delle pressioni indica invece la sensazione soggettiva di
ricevere pressioni a modificare la propria apparenza secondo gli standard socioculturali. Dalla meta-
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analisi di Cafri e colleghi (2005), volta a valutare la relazione tra ognuno di questi tre costrutti e
l’immagine corporea, sembra emergere come l’interiorizzazione e le pressioni dei media siano più
fortemente correlate, rispetto alla consapevolezza, con l’insoddisfazione corporea. Per quanto riguarda
invece il rapporto tra interiorizzazione e pressioni socioculturali, mentre secondo alcune ricerche
condotte con preadolescenti e adolescenti femmine (Blowers e colleghi, 2003; Keery e colleghi, 2004;
Sinton e Birch, 2006) la percezione delle pressioni socioculturali ad essere magri è associata al livello
di insoddisfazione corporea attraverso l’interiorizzazione degli ideali di magrezza, altri autori hanno
messo in risalto come la percezione delle pressioni e il livello di interiorizzazione risultino predittori
diretti ed indipendenti del livello di insoddisfazione corporea dei preadolescenti e degli adolescenti
indipendentemente dal genere (Cusumano e Thompson, 2001; Ricciardelli e colleghi, 2003; Jones,
2004; Chen e colleghi, 2007). In merito al rapporto tra interiorizzazione degli ideali socioculturali di
attraenza, BMI e insoddisfazione corporea, dall’analisi della letteratura (Blowers e colleghi, 2003;
Clark e Tiggemann, 2006) emergono risultati concordi secondo i quali sia il livello di interiorizzazione
che il BMI risultano predittori diretti e indipendenti del livello di insoddisfazione corporea nelle
preadolescenti femmine. Tale risultato è stato confermato anche in adolescenza (Chen e colleghi,
2007; Durkin e colleghi, 2007).

Il confronto sociale
Un secondo quadro teorico che aiuta a spiegare la relazione tra alcuni fattori che sono
coinvolti nella genesi dell’insoddisfazione corporea è la Teoria del Confronto Sociale (Festinger,
1954). Secondo tale teoria esiste una motivazione umana universale che spinge l’individuo a valutare
le proprie capacità e caratteristiche attraverso il confronto con altre persone, preferibilmente simili a
sè. Il confronto sociale è, quindi, il processo valutativo che implica la ricerca di informazioni e la
formulazione di giudizi sul proprio sé messo a confronto con gli altri (Jones, 2004): confronto nel
quale si impegnerebbero più frequentemente le persone che non sono sicure di se stesse (Major, Testa
e Bylsma, 1991) in aree che per loro sono rilevanti. Festinger (1954) propone due principali tipi di
confronto sociale. Nel confronto “downward” compariamo noi stessi con gli individui che percepiamo
meno fortunati di noi per qualche aspetto: tale confronto generalmente favorisce il buon umore e
sentimenti di valore personale (Wills, 1991). Nel confronto “upward” ci paragoniamo con persone che
percepiamo essere socialmente migliori di noi: di solito questo porta ad un umore negativo e può
minacciare l’auto-valutazione (Gibbons e Gerard, 1989; Wheeler e Miyake, 1992).
Per quanto riguarda il rapporto tra influenze socioculturali e insoddisfazione corporea, quindi,
secondo tale prospettiva il meccanismo attraverso il quale l’esposizione ai media influenza l’immagine
corporea è il confronto sociale relativo all’aspetto fisico: guardare la televisione o leggere riviste su
temi inerenti l’apparenza fisica spinge gli individui a valutare il proprio aspetto attraverso il confronto
con i modelli salienti di attraenza che pervadono i media. Poiché tale processo porta la maggior parte
delle persone a vedere se stesse in difetto, tale confronto ‘upward’ produce una valutazione negativa
del proprio aspetto fisico che si riflette nel conseguente aumento del livello di insoddisfazione
corporea (Botta, 1999; Tiggemann e McGill, 2004; Tiggemann e Slater, 2004).
L’analisi della letteratura sembra confermare come l’esposizione ai modelli ideali proposti dai
media influisca sull’insoddisfazione corporea attraverso i processi di confronto sociale (relativo al
proprio aspetto fisico) nelle adolescenti femmine (Durkin e Paxton, 2002; Hargreaves e Tiggemann,
2004; van der Berg e colleghi, 2007). Le ragazze che si impegnano più frequentemente in confronti
con personaggi estremamente magri si sentono meno soddisfatte del proprio corpo, hanno un più
elevato impulso alla magrezza e sono più propense ad adottare condotte bulimiche (Heinberg e
Thompson, 1992; Stormer e Thompson, 1996; Botta, 1999).Il confronto corporeo sembra mediare la
relazione anche tra la percezione delle pressioni esercitate dai mass-media, dalla famiglia (van den
Berg, Thompson, Obremski-Brandon e Coovert, 2002) e dai pari (van der Berg e colleghi, 2007) e il
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livello di insoddisfazione per il proprio corpo nelle adolescenti e nelle giovani adulte. In particolare i
pari e le immagini mediatiche risultano essere i più frequenti e importanti modelli estetici per il
confronto dell’aspetto e del corpo sia fra gli adolescenti che i giovani adulti di entrambi i sessi
(Heinberg e Thompson, 1992; Schutz, Paxton e Wertheim, 2002; Hargreaves e Tiggemann, 2004).
In accordo con la Teoria del Confronto Sociale (Festinger, 1954), che riteneva più probabile
che si impegnassero in confronti sociali gli individui meno sicuri di sé, anche altri recenti studi (Stice,
1994; Thompson e colleghi, 1999; Schulz e colleghi, 2002; Durkin e colleghi, 2007; van der Berg e
colleghi, 2007) hanno suggerito come le persone depresse o con bassa autostima presentino una
maggiore tendenza al confronto. Il confronto quindi risulta mediare gli effetti di alcune variabili
psicologiche (autostima, depressione) sull’incremento dell’insoddisfazione corporea dopo
l’esposizione alle immagini di bellezza ideale promosse dai media. Le ragazze con un’alta stima di sé
e bassi livelli di depressione risultano infatti meno suscettibili alle influenze negative derivanti
dall’esposizione ai media (Durkin e colleghi, 2007; van der Berg e colleghi, 2007).

Il RUOLO DELL’AUTOSTIMA

Dato il ruolo che l’influenza dei media sembra avere nello sviluppo e nel mantenimento
dell’insoddisfazione corporea, alcuni recenti studi si sono rivolti ad individuare i possibili fattori
protettivi rispetto a tale influenza: a questo riguardo particolare attenzione è stata posta alla variabile
autostima (Cahill e Mussap, 2007; Durkin e colleghi, 2007).
L’autostima è stata definita come il senso individuale del valore e apprezzamento di sé o il
modo in cui la persona si valuta, si piace, apprezza e stima se stessa (Blascovich e Tomaka, 1991).
Rosenberg, nel 1965, la definisce come un “atteggiamento positivo o negativo verso se stessi” e come
“l’insieme dei pensieri e sentimenti dell’individuo che hanno se stesso come oggetto”. L’autostima è
generalmente considerata la componente valutativa del concetto di sé, una più ampia rappresentazione
del sé che include aspetti cognitivi, comportamentali, valutativi e affettivi (Blascovich e Tomaka,
1991). Ci sono almeno due aspetti che vanno comunque distinti: il valore che la persona assegna a se
stessa e il ruolo che svolge il bisogno di autostima. Per quanto riguarda il primo aspetto, il sé è
l’oggetto che è sottoposto ad un processo di autovalutazione (positiva o negativa); in questo caso
l’autostima indica l’aspetto valutativo dell’atteggiamento verso se stessi. Il secondo aspetto consiste,
invece, nella tendenza a ricercare valutazioni positive ed evitare quelle negative (Blascovich e
Tomaka, 1991).
Per quanto riguarda il rapporto tra insoddisfazione corporea e autostima, varie ricerche hanno
evidenziato l’esistenza di una correlazione negativa tra queste due variabili (Tiggemann e Stevens,
1999; Mautner e colleghi, 2000; O’Dea e Abraham, 2000; Tomori e Rus-Makovec, 2000; Cohane e
Pope, 2001). La letteratura al riguardo risulta però contrastante.
Sebbene secondo alcuni autori (Guiney e Furlong, 2000; Forzi e Not, 2003), nella popolazione
femminile, la relazione negativa tra autostima, da un lato, e l’inadeguatezza dell’aspetto fisico e
l’insoddisfazione corporea, dall’altro, è presente già in preadolescenza, ulteriori studi non hanno
rilevato correlazioni significative tra autostima e insoddisfazione corporea in tale fascia di età,
indipendentemente dal genere (Ricciardelli e colleghi, 2003; Dohnt e Tiggerman, 2006; Ricciardelli e
colleghi, 2006). Secondo Ricciardelli e colleghi (2006) la mancata significatività di tali correlazioni
negli studi longitudinali può essere dovuta all’uso di strumenti non sufficientemente sensibili nel
rilevare i cambiamenti del livello di autostima negli intervalli di tempo considerati, inoltre per quanto
riguarda la popolazione femminile, altri autori (Forzi e Not, 2003; Ricciardelli e colleghi, 2003)
ipotizzano che la relazione tra autostima e insoddisfazione corporea diventi significativa più tardi, in
adolescenza, quando il confronto sociale acquista maggiore rilevanza.
8

Vari studi hanno infatti evidenziato come l’autostima predica il livello di insoddisfazione
corporea in adolescenti sia maschi che femmine (O’Dea e Abraham, 2000; van der Berg e colleghi,
2007). Più precisamente le teorie eziologiche dello sviluppo di una bassa immagine corporea e di
disordini alimentari sostengono che una bassa autostima può essere il precursore del livello di
insoddisfazione corporea sia in modo diretto, sia attraverso la mediazione di altre variabili, come
l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo (Fairburn e Cooper, 1989), sia in interazione
con altre variabili, come per esempio il perfezionismo (Vohs, Bardone, Joiner, Abramson e
Heatherton, 1999).
L’autostima si è dimostrata inoltre un moderatore significativo dell’influenza dell’esposizione
a immagini femminili altamente attraenti sul livello di insoddisfazione corporea sia nelle adolescenti
che nelle giovani adulte: le ragazze con bassa autostima sembrano essere più vulnerabili ad un
incremento dell’insoddisfazione corporea successiva ad un confronto sociale “upward” (Jones e
Buckingham, 2005; Durkin e colleghi, 2007). A tale riguardo Durkin e colleghi (2007) ipotizzano che
le persone con livelli elevati di autostima siano maggiormente capaci di mettere in atto delle strategie
in grado di fronteggiare le possibili minacce derivanti dal confronto con i modelli di magrezza
proposti dai media. Secondo altri autori (Cahill e Mussap, 2007; Jarry e Kossert, 2007) le donne con
bassa autostima invece utilizzerebbero le immagini di magrezza proposte dai media per spostare
l’attenzione dalle aree di basso valore di sé all’apparenza, cercando di incrementarla attraverso il
tentativo di raggiungere gli standard di apparenza proposti dalla società.
Tiggemann (2005) suggerisce infine che, in adolescenza, non sarebbe una bassa autostima a
rendere le adolescenti più vulnerabili ad un’alta insoddisfazione corporea, ma viceversa che sia un’alta
insoddisfazione corporea ad influire negativamente sul livello di autostima posseduto. Dal suo studio
longitudinale emerge infatti come l’insoddisfazione corporea, l’indice di massa corporea e il
sovrappeso percepito siano significativamente predittivi del livello di autostima misurato a distanza di
due anni, mentre non risulta significativa la relazione inversa tra insoddisfazione corporea e autostima.
Secondo la letteratura le adolescenti che riferiscono di essere più insoddisfatte del loro peso avranno,
con maggiore probabilità, livelli di autostima più bassi (Fisher, Schneider, Pegler e Napolitano, 1991;
Pesa, Syre e Jones, 2000), livelli di ansia più alti e probabilmente adotteranno comportamenti ritenuti a
rischio per la salute (Fisher e colleghi, 1991). L’immagine corporea infatti risulta centrale nell’auto-
definizione delle adolescenti, perché sono state socializzate a credere che l’aspetto fisico sia il punto di
partenza per la valutazione di sé e per la valutazione che gli altri fanno di loro (Thompson e colleghi,
1999). Secondo Clay, Vignoles e Dittmar (2005) il declino dell’autostima, che risulta più evidente tra
le adolescenti femmine rispetto ai loro coetanei maschi, potrebbe essere dovuto proprio ai
cambiamenti nell’immagine corporea che avvengono in tale fase della vita. I media, inoltre,
enfatizzando il legame tra autostima e autovalutazione, da un lato incentivano la prospettiva secondo
la quale il valore di una donna dovrebbe basarsi sull’aspetto esteriore e dall’altro forniscono uno
standard per la valutazione di sé, a cui le donne dovrebbero aspirare, che è irraggiungibile e
irrealistico, costruito dalle alterazioni digitali e dalla chirurgia plastica (Thompson e colleghi, 1999).
9

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