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DA FREUD ALLA PSICOANALISI CONTEMPORANEA

PRIMA PARTE
1. FONDAMENTI DELLA TEORIA FREUDIANA
Punti fondamentali della concezione freudiana della mente, della psicopatologia e della mente:
- Il principio di costanza;
- Gli effetti patogeni dell’isolamento dei contenuti psichici;
- Rimozione, conflitto interno e “inconscio dinamico”;
- La teoria pulsionale.
PRINCIPIO DI COSTANZA
Enunciato per la prima volta da Freud nel 1893 che assume che se in una persona appare una impressione psichica,
nel suo sistema nervoso aumenterà la somma di eccitamento, che ridurrà nuovamente per preservare la salute.
Successivamente (1920) Freud sosterrà che l’apparato psichico si sforza di mantenere bassa la quantità di
eccitamento e in base al principio di costanza una delle funzioni primarie dell’apparato psichico e del sistema
nervoso è liberare l’organismo da un’eccessiva stimolazione, il fallimento di questa ha conseguenze patologiche
alle quali segue un potenziale sviluppo di sintomi.
L’AMMONTARE DI AFFETTO
Freud sostiene che nel principio di costanza è implicato un “ammontare affettivo” in ogni esperienza, che viene
scaricato mediante l’esperienza cosciente. (che include il parlarne). Questo viene quindi smorzato grazie a idee
associative che collegano l’esperienza ad altri contenuti mentali. Ogni esperienza quindi ha una componente
affettiva che provoca un eccitamento, nei casi in cui la sua espressione è inibita o nei casi in cui l’esperienza
affettiva sia più intensa, la scarica risulterà più difficile. Nel caso dell’isteria il fallimento di questi compiti
contribuisce ai sintomi e l’affetto rimane in uno stato di incapsulamento, così come il ricordo è isolato da altri
contenuti psichici, ovvero dal “grande complesso dell’associazione”. Nel primo caso si ha la conversione
dell’affetto incapsulato in sintomi somatici, nel secondo l’isolamento patogeno dei contenuti dal resto della
personalità. La formulazione freudiana è intesa come una teoria dell’isteria a due fattori in cui vi è l’incapacità di
scaricare l’affetto e il fallimento nel collegare i contenuti psichici.
GLI AFFETTI PATOGENI DELL’ISOLAMENTO DEI CONTENUTI PSICHICI
I contenuti psichici isolati e non integrati nella personalità rappresentano elementi patogeni che producono una
varietà di sintomi. L’isolamento associativo delle idee è alla base dell’isteria secondo Freud, infatti la paralisi
del braccio la considerava attribuibile al fatto che la rappresentazione del braccio è tagliata fuori dalla connessione
di idee delle rappresentazioni psichiche del resto del corpo, mentre il ricordo del trauma agisce come corpo
estraneo causando la “scissione della coscienza” o “stati ipnoidi”, concordando con la visione di Janet sull’isteria.
Questi due concetti, “affetto incapsulato” e “isolamento dei contenuti psichici” portano Freud a pensare che i
sintomi isterici siano risolvibili terapeuticamente, riportando il ricordo del trauma in connessione con altre idee,
consentendo all’affetto di sfociare nel discorso. L’impiego dell’ipnosi risulta indispensabile per far emergere
alcuni ricordi, portando i contenuti isolati a livello dell’esperienza cosciente, essendo l’obiettivo principale della
psicoanalisi il rendere conscio l’inconscio.
RIMOZIONE E ISOLAMENTO DEI CONTENUTI PSICHICI
Secondo Freud i contenuti psichici esclusi dalla coscienza hanno un potenziale effetto patogeno. Freud e Breuer
sono in disaccordo con la convinzione di Janet secondo cui la scissione di personalità sia basata su una debolezza
mentale, infatti secondo Freud è un atto di volontà del malato, egli è in disaccordo sui mezzi con cui l’isolamento
si produce. Infatti l’”isteria da difesa” si scatena nel momento in cui il soggetto, a fronte di un affetto penoso, si
reputi incapace di risolverlo per cui tende a dimenticarlo, per cui l’isteria sembrerebbe generarsi mediante la
rimozione di una rappresentazione insopportabile per effetto della difesa. L’isteria viene suddivisa in:
ISTERIA IPNOIDE e ISTERIA DA RITENZIONE, la prima fa riferimento alla visione di Breuer secondo cui
non vi è stata nessuna forza psichica per escluderla dall’Io, eppure Freud sostenne che in ogni caso si trasforma
in isteria da difesa; la seconda similmente presenterebbe un elemento di difesa che ha mosso tutto il processo.
Nella sua teorizzazione l’autore considera la rimozione come un processo volontario e conscio, benchè questo
riesca a liberare l’Io dalla contraddizione, continua ad albergare nella coscienza sotto forma di innervazione
motoria o di una sensazione allucinatoria. Prima dell’introduzione della rimozione per Freud e Janet i contenuti
psichici non integrati nella personalità sono ricordi di traumi esterni, una volta introdotto il concetto di
rimozione si parla di incompatibilità fra l’Io e una rappresentazione che a esso si presenti e questa si rivela
essere connessa a desideri erotici, per cui l’interesse si sposta da un evento esterno a un desiderio interno, dal
trauma esterno a un conflitto interiore. Il motivo delle conseguenze gravose alla mancata scarica dell’affetto è
spiegato dal principio di costanza freudiano, in quanto quando non si verifica una reazione adeguata (come nel
caso della rimozione del trauma) la memoria conserva l’affetto e l’eccitamento si esprime in una qualche forma
patologica; successivamente alla formulazione della teoria delle pulsioni, non sarà più il trauma esterno bensì i
desideri istintuali a rappresentare la fonte di eccessivo eccitamento. Per cui la rimozione ha un potenziale patogeno
nella misura in cui impedisce un’adeguata scarica, inoltre impedisce ai contenuti psichici di entrare nel “grande
complesso dell’associazione” e di venire elaborati e subire correzioni da altre rappresentazioni, per cui i traumi
rimangono irrisolti. Per Freud il processo di usura e correzione associativa presenta due componenti, una si
riferisce alla proprietà di ridurre la forza affettiva di un’idea, l’altra rispecchia la funzione di correzione
cognitiva, con questo si intende di vedere le cose entro una prospettiva più ampia, modificando la carica affettiva
di un’esperienza attraverso mezzi cognitivi. Mentre l’abreazione è stata presto abbandonata in quanto non
convogliava un cambiamento terapeutico, la correzione associativa mira alla presa di coscienza dell’inconscio in
un’ottica dell’insight. La rimozione indebolisce la personalità con la scissione della coscienza, fa nascere una serie
di contenuti irrilevanti o avversi agli scopi consci. La struttura di personalità è indebolita da divisioni e fratture
interne, per cui nella psiche rimane attiva una serie di idee e intenzioni isolate dal resto della personalità,
perseguire scopi conflittuali e contraddittori indebolisce la personalità. questo aspetto prende il nome di conflitto
interno irrisolto. Un’ulteriore ragione della potenzialità patogena della rimozione risulta associata allo sviluppo
di forme espressive estreme terrorizzanti per l’individuo perchè gli danno un’immagine illusoria di una pericolosa
potenza della pulsione, che non è altro che il risultato dell’espansione nel campo della fantasia, solitamente però
per Freud la forza della pulsione non è mai illusoria ma molto reale. Per impedire che pensieri e sentimenti carichi
di angoscia giungano alla coscienza, la rimozione opera un costante dispendio di energia nel suo mantenimento
(invece di essere impiegata in altre attività) dal quale ne consegue un esaurimento dell’Io. Nei suoi scritti
successivi Freud arriva a considerare la rimozione in modo più complesso, considerandola portatrice di significati
adattivi, necessaria all’adattamento alla vita sociale, quando opera in modo adeguato, impedisce a determinati
impulsi e desideri di trovare espressione nell’azione. Perché se venissero messi in atto potrebbero nuocere il
benessere dell’individuo. La rimozione impedendo a tali sentimenti di essere esperiti, ha così la funzione protettiva
di tenere lontana l’angoscia, impedendo l’accumularsi di un eccitamento eccessivo (funzioni adattive e non).

TEORIA DELLE PULSIONI


Freud distingue due termini tedeschi Trieb e Instinkt ai quali attribuisce due diversi significati, soffermandosi sul
primo, il quale è traducibile in pulsione, ed è una pressione relativamente indeterminata, è un concetto limite tra
il fisico e il somatico, essendo il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dal corpo e pervengono
alla psiche. Il secondo invece si traduce in istinto e fa riferimento alla formazione psichica ereditaria in termini
di schemi di comportamento prefissati ed è meno utilizzato dall’autore. Le pulsioni possono esprimersi in vari
modi e il loro soddisfacimento può essere ottenuto mediante azioni diverse; l’autore le distingue in pulsioni
sessuali (al servizio della sessualità e del conseguimento del piacere, sono oggettuali) e pulsioni di
autoconservazione (o dell’Io).
Gli impulsi e i desideri istintuali rappresentano le principali fonti dell’aumento eccessivo della somma di
eccitamento, costituendo la principale minaccia per l’integrità del sistema nervoso. Una delle funzioni primarie
della psiche è cercare la scarica o la gratificazione pulsionale, tale concezione è modellata dal principio di
costanza. Vi è una forte somiglianza tra quest’ultima. La gratificazione del piacere e il principio di piacere,
l’elemento che li accomuna è la tendenza della mente a perseguire la scarica dell’eccitamento. I desideri agiscono
in modo diverso rispetto ai ricordi di venti traumatici, il potenziale patogeno dei ricordi rimossi risiede nella
scarica inadeguata dell’ammontare di affetto, benchè l’affetto rimane incapsulato. I desideri istintuali invece sono
generati dall’interno, hanno una meta e hanno bisogno di un oggetto per essere gratificati.

PROCESSI PSICHICI INCONSCI


Supporre l’esistenza di processi psichici inconsci significa sostenere che i desideri restano attivi malgrado la
rimozione, ovvero implica che un gruppo di contenuti mentali associativamente connessi a tali desideri prima o
poi si esprimerà in qualche modo nella nostra esperienza e nel nostro comportamento, per esempio nei sogni, nei
lapsus o nei sintomi nevrotici.

2. CONCEZIONI DELLA MENTE NELLA TEORIA FREUDIANA


Per Freud la mente è un apparato per scaricare l’eccitamento o di mantenerlo quanto più basso possibile,
ovvero opera in base al principio di piacere, concludendo che la funzione principale della mente è la ricerca del
piacere e l’evitamento del dispiacere, ovvero evitare che si accumuli un eccitamento eccessivo. La teoria
freudiana adotta una prospettiva darwiniana, secondo la quale le funzioni psichiche sono state selezionate in
modo adattivo nel corso dell’evoluzione in virtù del soddisfacimento dei bisogni dell’individuo, non solo per
garantire la sopravvivenza ma anche l’attivazione e il modellamento del comportamento. In questi termini la
teoria freudiana e il comportamentismo americano attribuiscono alla riduzione delle pulsioni un ruolo
fondamentale per il comportamento, che si pone al servizio della gratificazione pulsionale.
LE ORIGINI DEL PENSIERO. La tendenza primaria della mente a gratificare le pulsioni e scaricare
l’eccitamento, opera all’inizio in modo indipendente dalla realtà, ovvero i desideri dominano il pensiero. I
desideri agiscono in base al principio di pensiero primario, caratterizzato dalla gratificazione immediata e dal
disinteressa per le conseguenze. Un tentativo precoce di gratificare il desiderio senza il ricorso alla realtà è per
Freud quello del neonato di ripristinare una precedenza esperienza piacevole attraverso l’atto del desiderio che
sfocia in allucinazione. Tuttavia l’allucinazione del seno non riesce a eliminare lo stimolo della fame, di
conseguenza il neonato è costretto a rivolgersi agli oggetti del mondo reale, segnando il primo emergere del
principio di realtà, sviluppandosi un pensiero orientato alla realtà. questo pensiero orientato alla realtà non si
svilupperebbe qualora il desiderio fosse in grado di soddisfarsi in modo diretto. Il funzionamento del pensiero
secondo il processo primario è ben rappresentato dalla formazione di sogni e fantasia per opera del pensiero
desiderante.
L’ORGANIZZAZIONE PULSIONALE DELLA COGNIZIONE. L’influenza delle pulsioni sulla sfera cognitiva
può operare delle distorsioni della realtà fino quasi ad arrivare a quelle presenti nelle psicosi, oppure possono
manifestarsi fenomeni più sottili, come un aumento della salienza percettiva e del valore degli stimoli (es. se
siamo più affamati tendiamo a comprare più cibo), in breve, esiste una relazione di causalità tra stato pulsionale
ed esperienza percettiva. Durante lo stato di attivazione pulsionale il mondo e gli oggetti pulsionali ci appaiono
diversi rispetto a come sono vissuti dopo il soddisfacimento, ovvero siamo in presenza di organizzazioni di
personalità significativamente diverse. L’influenza della pulsione sull’organizzazione cognitiva si riflette anche
nel modo in cui vengono classificati gli stimoli esterni in circostanze particolari (es. una mazza da baseball può
essere intesa come arma piuttosto che come attrezzatura sportiva). Accanto a un significato denotativo esiste un
complesso di significati denotativi che avranno diverse soglie di attivazione dipendenti da una serie di fattori,
incluso il contesto. In aggiunta, si attiva anche la rete associativa in cui la parola è immersa, e data la sua
complessità è possibile affermare che il linguaggio è particolarmente influenzato dalle pulsioni. Diversi aspetti
cognitivi risultano inoltre influenzati dagli stati emotivi (affetti o umore), se si sperimentano stati d’animo
negativi ad esempio, si farà più fatica ad accedere a ricordi e pensieri positivi e viceversa. Per cui, a fronte di
variazioni negli atteggiamenti, affetti, stati pulsionali e stati d’animo, il comportamento sarà destinato a cambiare,
cos’ come il mondo interno ed esterno verranno vissuti con sfumature diverse. Si ipotizza inoltre l’esistenza di
un nesso tra organizzazione pulsionale e creatività, questa infatti comporterebbe la capacità dell’individuo di
allentare il pensiero secondario orientato alla realtà a favore di modalità più primitive (processo primario). Ciò
che contraddistingue la patologia dalla creatività è la flessibilità contrapposta alla rigidità di pensiero, questa
capacità è definita “regressione adattiva”.
PENSIERO NEL PROCESSO PRIMARIO. Secondo la teoria freudiana l’attività psichica inconscia è governata
dalle modalità di pensiero del processo primario, e possiede un proprio linguaggio che emerge nel lavoro onirico.
Questo è caratterizzato dalle proprietà formali della condensazione, dello spostamento, ovvero una traslazione di
affetti e investimenti emotivi da un contenuto psichico a un altro, e la simbolizzazione, ovvero la
rappresentazione di una cosa per mezzo di un’altra. Il processo secondario invece è connotato dalla gratificazione,
dalla considerazione delle conseguenze, da una struttura prevalentemente logica e da una attenta valutazione
della realtà, che si traduce nella pianificazione e nel rapporto mezzi-fini. Il pensiero orientato alla realtà consente
di anticipare mentalmente le conseguenze di un’azione. Il processo primario è riscontrabile nei disegni e nelle
immagini, e in quanto faccia uso di parole, lo sviluppo del linguaggio segno il momento decisivo della
maturazione della capacità di ricorrere al processo secondario, consentendo al pensiero di manipolare le relazioni
tra elementi dell’esperienza. Se l’attività psichica inconscia possiede un suo linguaggio, per renderlo intellegibile
occorre eseguire un lavoro di interpretazione dal linguaggio del processo primario a quello del processo
secondario, rendendo in qualche modo conscio l’inconscio. Il materiale rimosso è quindi associato a una modalità
organizzativa primaria, in quanto se si ignora uno stimolo è più probabile che venga elaborato lungo dimensioni
primarie, tale materiale rimosso si sviluppa “nell’ombra” ed è facile che assuma forme di espressione estreme
per mezzo della dimensione primaria della fantasia.
FUNZIONI DELL’IO. L’Io è la struttura che tiene sotto controllo la tendenza a perseguire la scarica immediata
senza riguardi per la realtà. È la prima presa di coscienza del neonato che l’allucinazione del seno non produce
l’effetto desiderato e che quindi occorre attendere l’arrivo del seno reale, per cui segna la nascita dell’esame di
realtà. Tale struttura è in grado di inibire e modulare la tendenza verso la gratificazione immediata per consentire
la gratificazione nel mondo reale, essa previene l’accumulo di un eccessivo eccitamento, facilitando la
gratificazione in modo consono alla realtà con riguardo per le conseguenze.
Difese dell’Io e l’angoscia. Il ruolo primario dell’Io è associato alle difese, che sono funzioni cognitive che
influenzano idee e pensieri ammessi alla coscienza. La loro funzione è quella di prevenire un eccitamento
eccessivo inibendo la gratificazione pulsionale, dal momento che i desideri proibiti legati alle pulsioni generano
angoscia, che a sua volta è una fonte importante di eccitamento, contribuiscono a inibirla. Dati i costi
dell’angoscia, la rimozione è la via più saggia; nella seconda teoria dell’angoscia Freud ipotizza che la rimozione
non provoca angoscia (a differenza della sua prima teoria postulata) ma induce una piccola dose di angoscia che
funge da avvertimento per impedire che certe idee raggiungano la coscienza e tramutino in un’angoscia
traumatica, evitando quindi l’accumulo di un’angoscia intensa.
Percezione e realtà. Da una parte la cognizione, inclusa la percezione, è al servizio della gratificazione
pulsionale, che finge da forza motivazionale, dall’altra la percezione, quando funziona in modo adeguato, riflette
in modo diretto lo stato delle cose. Se il desiderio, con la sua forza distorcente, è sempre presente nell’attività
cognitiva, come può la percezione mantenersi fedele alla realtà? Il paradosso apparente si risolve riconoscendo
che la percezione può portare a una concreta gratificazione pulsionale solo quando riflette la realtà in modo
ragionevolmente accurato, questo perché affinchè pulsioni e desideri vengano realmente soddisfatti, la
percezione deve essere in grado di compiere un adeguato esame di realtà. le distorsioni e le omissioni percettive
hanno invece a che fare con la realtà interna, nella misura in cui desideri proibiti vengono esclusi dalla coscienza,
la loro realtà interna non verrà percepita in modo adeguato.
Memoria e cognizione. Diverse persone a cui viene presentato lo stesso stimolo esterno percepiscono lo stesso
oggetto, per quanto diversi possano essere i loro desideri, motivazioni e bisogni. Freud sostiene che la funzione
primaria della percezione degli stimoli esterni non è quella di rispecchiare i desideri e i bisogni personali ma di
rappresentare la realtà fisica con precisione, così da avere maggiori probabilità di trovare soddisfacimento nella
realtà. Secondo Freud l’eccitamento registrato nella memoria andrebbe incontro a “fissazioni diversificate”,
sottolineando che nel sistema mnestico vi sia un elevato grado di flessibilità e approssimazione nelle registrazioni
degli eventi trasmessi dal sistema percezione. Ipotizza anche che i ricordi sono soggetti all’influenza di una serie
di fattori quali bisogni, desideri e punti di vista, infatti i primi ricordi dell’individuo vengono rielaborati alla luce
dei suoi punti di vista successivi.
L’autonomia relativa delle funzioni dell’Io. Con la nascita della Psicologia dell’Io in psicoanalisi e delle teorie
cognitiviste, si diffonde l’ipotesi che le funzioni cognitive abbiano una loro autonomia, rifiutando la visione che
le considera il prodotto della riduzione delle pulsioni. Queste affermazioni nell’ambito della Psicologia dell’Io si
riferiscono ai costrutti di Hartmann di autonomia primaria, autonomia secondaria e sfera dell’Io libera dai
conflitti. Per autonomia primaria si intende l’autonomia innata delle funzioni cognitive, riflettendo il
riconoscimento della realtà come maturazione delle funzioni dell’Io, le quali si sviluppano indipendentemente
dal ruolo nella gratificazione pulsionale. Similmente, i primi psicologi sperimentali cognitivisti si focalizzano
sullo studio sui comportamenti cognitivi atto a dimostrare che non sono il prodotto di una pulsione o rinforzo
secondario, bensì possiedono una base autonoma.
La natura dei processi inconsci nella teoria freudiana. Ai tempi di Freud, in cui dominavano i pensieri
filosofici orientati all’equiparazione tra stati psichici e coscienza, la sua idea di processi psichici inconsci era
considerata un ossimoro. Freud si riferisce a contenuti e processi, come normali idee, desideri e fantasie, sono in
grado di divenire coscienti. L’autore sostiene che allo stato naturale i processi psichici sono inconsci; egli
distingue inconscio descrittivo e inconscio dinamico, il primo si riferisce a qualcosa che non è cosciente, mentre
il secondo, oggetto di maggior interesse di Freud, concepito come il deposito degli impulsi e desideri, dinamico
in quanto questi impulsi cercano costantemente di trovare espressione nella coscienza e nell’azione motoria,
questi vengono quindi tenuti a bada da forze difensive.
MODELLO STRUTTURALE DELLA MENTE. Una volta riconosciuto che le difese dell’Io sono inconsce,
Freud comprende che il modello topografico (conscio/inconscio) non è più sufficiente, per cui lo sostituisce
parzialmente con quello strutturale, suddividendo la psiche in tre strutture: Io, Es e Super-Io. I conflitti vengono
ora intesi come conflitti tra le diverse istanze; nel conflitto tra Es (pulsione) e Io (difesa) le parti in conflitto sono
inconsce. Del modello topografico viene mantenuta la proprietà dell’inconscio di atemporalità, concernente la
continuità e l’immutabilità dei contenuti inconsci nonostante il trascorrere del tempo, ne consegue che i desideri
infantili inconsci non scompaiano, ma continuano a esistere. Se ad esempio, un individuo non ha adeguatamente
risolto i conflitti edipici, ospiterà desideri incestuosi precoci, dando luogo ad angoscia, conflitti e difese, terreno
fertile per lo sviluppo della psicopatologia.
I fenomeni psicologici sono determinati. All’interno della teoria freudiana emerge l’ipotesi del determinismo
psichico, concepito come l’idea secondo cui i fenomeni psicologici sono causalmente determinati quanto gli altri
fenomeni del mondo, non esistono eventi psicologici accidentali. Freud sostiene infatti che eventi
apparentemente accidentali come lapsus o pensare a un numero non sono casuali bensì rigidamente determinati.
Il determinismo psicologico. secondo il “determinismo psicologico” è possibile legittimare ed elaborare
spiegazioni scientifiche dei fattori e processi psicologici senza ridurli a fenomeni neurali.
Il determinismo motivazionale. In vista dell’apparato terminologico della teoria psicoanalitica impiegato per
spiegare i fenomeni psicologici, il determinismo psicologico può più correttamente essere chiamato
determinismo motivazionale, nella misura in cui tutti i fenomeni psicologici sono determinati da motivazioni,
intenzioni e desideri consci/inconsci, anche quando questi non risultano palesi.
Le motivazioni inconsce. Gran parte della storia della tecnica psicoanalitica può essere considerata come
l’elaborazione di metodi per identificare le motivazioni inconsce, sebbene queste possono sembrare talvolta
chiare e consce.
Teoria clinica e metapsicologica. Sebbene la teoria clinica freudiana possa ragionevolmente essere considerata
un’estensione della psicologia del senso comune, ciò non vale per la teoria pulsionale, in quanto l’esistenza di
determinati desideri non è attribuibile a duna forma di determinismo psicologico, bensì un determinismo in cui i
fenomeni vengono spiegati da determinanti non psicologiche, come le pulsioni innate, la natura dell’apparato
psichico e la distribuzione della libido. Il ricorso di Freud alla metapsicologia indica la sua esigenza di spiegare
alcuni costrutti quali, le forze, la scarica e la distribuzione della libido, non con un linguaggio psicologico ma
meccanicistico ed energetico. Determinismo psichico e libere associazioni. Nella logica del determinismo
psichico sembra esserci un senso nell’utilizzo delle libere associazioni nel trattamento psicoanalitico per arrivare
ai contenuti inconsci.

3. CONCEZIONI DELLE RELAZIONI OGGETTUALI NELLA TEORIA FREUDIANA


Freud distingue due idee fondamentali che dominano la sua teoria delle relazioni oggettuali, la prima riguarda
l’origine di queste, la seconda fa riferimento alla funzione degli oggetti e delle relazioni oggettuali, quale la
gratificazione pulsionale e la scarica dell’eccitamento.
RELAZIONI OGGETTUALI E LA GRATIFICAZIONE PULSIONALE. La nostra iniziale relazione con
l’oggetto è caratterizzata da repulsione odio verso di questo, in quanto impone un eccitamento indesiderato nel
neonato. Superiamo poi questa repulsione e siamo costretti a interessarci agli oggetti reali perché è grazie ad essi
avviene la gratificazione pulsionale. L’evoluzione delle relazioni oggettuale discende quindi dal bisogno di
scaricare gli eccitamenti generati dalle pulsioni, costituendo una via indiretta. Dopo aver sperimentato la
gratificazione, il neonato cerca di soddisfare la fame attraverso l’allucinazione del seno, tuttavia dato che non c’è
soddisfacimento alla pulsione della fame, il bisogno perdura ed il neonato è costretto a rivolgersi agli oggetti del
mondo reale, deve quindi ricercare altre vie (situazione pre-edipica). Relazione tra pulsione e oggetto.
L’oggetto è l’elemento più variabile della pulsione, non è originariamente collegato ad essa. Le pulsioni dunque
sono in origine prive di oggetto e la relazione tra pulsione e oggetto è contingente. Inizialmente le pulsioni
andranno alla ricerca della scarica senza il coinvolgimento dell’oggetto reale, questo entrerà nel quadro soltanto
grazie agli insegnamenti dell’emergente principio di realtà. Il bambino fin dall’inizio desidera l’oggetto associato
al soddisfacimento, desiderare il seno significa in qualche modo averne il concetto, perciò significa essere in
grado, sebbene a livello primitivo, di pesare un oggetto sulla base di un abbozzo di esame di realtà.
Teoria della pulsione secondaria e attaccamento del bambino al caregiver. Secondo la teoria freudiana, il
neonato si attacca al proprio caregiver per il ruolo di questo nel gratificare la pulsione della fame e i piaceri
sensuali associati alle diverse zone erogene che vengono da questo stimolate nell’accudirlo. Sia Freud che Anna
Freud pongono l’accento sulla riduzione dello stimolo fisiologico della fame come base primaria
dell’attaccamento del bambino al caregiver, questa è l’espressione della teoria della pulsione secondaria applicata
all’attaccamento bambino-caregiver. Il caregiver infatti, assumendo proprietà pulsionali secondarie, verrebbe
associato alla riduzione della pulsione primaria (la fame).
RELAZIONI OGGETTUALI E SESSUALITA’ INFANTILE. Nell’ottica delle zone erogene, le quali se
stimolate generano i piaceri sensuali, l’attaccamento del bambino alla madre non dipenderebbe dalla riduzione
della pulsione, bensì dalla gratificazione della stimolazione di queste producendo esperienze piacevoli, associate
alle cure materne. Anna Freud afferma che il bambino ha una “predisposizione innata a investire di libido una
persona che gli procura esperienze piacevoli”, confermando la teoria della pulsione secondaria, secondo cui il
piacere deriva dalla riduzione pulsionale, si viene ad affermare un elemento nuovo sul piano teorico, ovvero la
predisposizione innata del bambino all’investimento oggettuale sostituisce la riluttanza a mettersi in relazione.
La formulazione di Anna Freud sul riconoscimento che nel bambino esiste una predisposizione innata a
sviluppare un attaccamento, si discosta dalle affermazioni freudiane secondo cui investiamo gli oggetti in modo
riluttante solo quando necessario per la gratificazione pulsionale. Vi è inoltre un secondo punto focale che
sottolinea come la tendenza a sviluppare l’attaccamento in vista di esperienze piacevoli sia connessa alle zone
erogene, ovvero alla sessualità infantile.
La natura autoerotica della sessualità infantile. Freud sostiene che il bambino non conosce ancora un oggetto
sessuale, per cui la sessualità infantile è autoerotica e solo con l’inizio della pubertà trova un oggetto sessuale.
Questa visione va a contrastare quella dell’investimento della libido sul caregiver di Anna Freud, tuttavia l’ipotesi
di Freud incontra una contraddizione, l’emergere di desideri incestuosi rivolti all’oggetto durante la fase edipica,
molto prima che inizi la pubertà. È evidente che i desideri erotici del bambino nel periodo edipico siano rivolti a
un oggetto e non siano autoerotici.
Sessualità infantile e attaccamento. Widlöcher in un saggio di Sessualità infantile e attaccamento cerca di
delineare queste implicazioni della natura autoerotica infantile, sostenendo che mentre lo sviluppo dell’amore
oggettuale coinvolge una persona reale, la sessualità infantile è il risultato di una richiesta interna e raggiunge il
soddisfacimento mediante attività psichiche o autoerotiche. Le fantasie autoerotiche del bambino possono
contemplare un oggetto ma di natura fantastica e non una persona reale. L’oggetto ha un ruolo interamente
utilitaristico ed è al servizio del piacere. Il persistere di fantasie erotiche della sessualità infantile rappresenta un
impedimento all’attaccamento e all’amore oggettuale rivolti a una persona reale. La vita psichica sembra così
essere caratterizzata da un “costante intrecciarsi conflittuale di amore per l’altro e ricerca del piacere autoerotico”.
La sessualità infantile è il vero e proprio oggetto di analisi per poter indagarne i derivati nella vita adulta, ovvero
l’appagamento di desiderio basato sul processo primario. La psicoanalisi sembra occuparsi di comprendere gli
ostacoli, soprattutto legati alle fantasie autoerotiche, che si frappongono all’amore oggettuale, sebbene però la
psicoanalisi tradizionale non si pone l’obiettivo di fornire una teoria adeguata delle origini delle relazioni
oggettuali.
NATURA TRIANGOLARE DELLE RELAZIONI OGGETTUALI: LA SITUAZIONE EDIPICA. La teoria
freudiana pone l’accento sulla triangolarità edipica delle relazioni oggettuali che emerge nella vita infantile. Il
ruolo in cui il bambino risolve il conflitto edipico svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo psicologico, che
comprende la formazione dell’identità di genere e del Super-Io, la successiva scelta oggettuale e la
predisposizione alla nevrosi. La fase edipica è uno stadio di sviluppo psicosessuale dove i desideri incestuosi e
quelli aggressivi del bambino sono diretti versi l’esterno, verso un altro, a differenza delle altre fasi della
sessualità infantile, dove prevalgono prevalentemente le zone erogene del corpo. Nella fase edipica il bambino
sperimenta infatti desideri e fantasie diretti verso l’esterno, verso le persone amate, costituendo come “un banco
di prova” segnando l’emergere delle relazioni oggettuali. Tali relazioni nascono da impulsi sessuali e aggressivi,
e sono immerse fin dal principio in un conflitto inizialmente esterno ma che poi viene interiorizzato mediante
l’identificazione con l’aggressore, sotto forma di conflitto tra pulsioni e Super-Io. L’emergere dei desideri edipici
non è frutto delle richieste della realtà né della necessità di evitare un eccitamento eccessivo, vi è un naturale
dispiegarsi di impulsi rivolti all’oggetto. Vi è un graduale passaggio evolutivo dal narcisismo all’amore
oggettuale e dall’impronta autoerotica della sessualità infantile a quella relazionale.
RELAZIONI OGGETTUALI E NARCISISMO. Freud suggerisce che all’inizio della vita vi è un investimento
libidico originario dell’Io, ovvero questo investe soltanto nell’Io e non negli oggetti. Siamo dominati da una
tendenza di base a ritirare l’investimento libidico dagli oggetti e indirizzarlo all’Io. Freud sostiene che un
eccessivo investimento libidico dell’oggetto (ad esempio l’innamoramento) è l’esaurimento dell’Io, eppure
dichiara che prima o poi bisogna cominciare ad amare per non ammalarsi, e se a causa di una frustrazione si
diventa incapaci di amare, ci si ammalerà. Freud chiarisce le sue affermazioni attraverso il principio di costanza,
secondo il quale bisogna investire gli oggetti di libido (ovvero amare) per evitare il rischio di un eccitamento
eccessivo derivante da un esagerato investimento libidico dell’Io. La capacità di amare rappresenta il fulcro dello
sviluppo ottimale. Ancora una volta quindi occorre rivolgersi agli oggetti per evitare un eccitamento eccessivo.
PSICOLOGIA DELL’IO E RELAZIONI OGGETTUALI. La spiegazione freudiana delle origini del pensiero è
molto simile a quella delle relazioni oggettuali, entrambe si sviluppano perché il soddisfacimento allucinatorio
del desiderio non riesce a ridurre le tensioni pulsionali. La psicologia dell’Io ha proposto l’autonomia del pensiero
ma non ha esteso questa autonomia alle relazioni oggettuali perché questo avrebbe implicato rinunciare a un
principio fondante della teoria freudiana, per cui gli psicologi dell’Io non se ne sono occupati ulteriormente.
PARADOSSALE CENTRALITA’ DELLE RELAZIONI OGGETTUALI NELLA TEORIA FREUDIANA.
Malgrado all’inizio ci si rivolga agli oggetti con riluttanza, la nostra capacità di investire emotivamente gli
oggetti, rappresenta il nucleo del funzionamento sano nella teoria freudiana. L’oggetto si prefigura come il mezzo
attraverso cui la pulsione raggiunge la sua meta per cui è essenziale per la pulsione, dunque è una relazione
oggettuale. Freud abbandona un principio portante della sua teoria classica, sostituendolo con l’idea secondo cui
il funzionamento psichico dipenda dalle relazioni oggettuali, o meglio, la nostra sopravvivenza psichica dipende
dall’investimento libidico nel mondo (amore oggettuale). Il paradosso sta nel fatto che l’integrità psichica si
fonda sia sul riconoscere l’oggetto sia sull’essere da esso riconosciuti, per cui solo amando l’oggetto per se stesso
può preservarci dalla malattia. Di conseguenza nell’individuo si attua una lotta tra il mantenimento
dell’investimento libidico oggettuale e dall’altra il ritiro di questo investimento e il ricorso di modalità
autoerotiche di appagamento che aggirano l’oggetto reale (il cui modello è il soddisfacimento allucinatorio). In
questa lotta tra conflitti interni c’è una tensione di fondo per giungere all’oggetto reale.

4. CONCEZIONI DELLA PSICOPATOLOGIA NELLA TEORIA FREUDIANA


La concezione freudiana della psicopatologia si focalizza principalmente sulle nevrosi e sull’isteria.
CONFLITTO INTERNO. Freud identifica come elemento cardine la presenza di un conflitto irrisolto, i sintomi
isterici infatti sono il frutto di “un’incompatibilità fra l’Io e una rappresentazione che ad esso si presenti” cui
l’individuo cerca di ovviare con un atto di rimozione. Evitando l’esperienza conscia dell’incompatibilità si
lascerà all’individuo un peso che minaccia l’integrità della personalità, che nell’isterico risulta infatti divisa,
non integrata. Secondo Freud queste incompatibilità con l’Io sono in relazione con desideri sessuali e aggressivi
infantili carichi di angoscia, mossi perché associati alla perdita dell’oggetto, dell’amore, castrazione e punizione
da parte del Super-Io. Nonostante la rimozione i desideri continuano a premere per la loro espressione, e quando
questi minacciano di raggiungere la coscienza, si produce una piccola dose di angoscia che funge da segnale di
pericolo che a sua volta attiverà la rimozione, negando l’accesso alla coscienza di quei contenuti pericolosi,
impedendo che l’angoscia si sviluppi nella sua massima potenza. Ma quando la rimozione fallisce ed esiste una
minaccia reale di “ritorno al rimosso” e i desideri infantili minacciano di emergere nella coscienza, l’angoscia
non potrà più essere arrestata ma può sfociare in un’angoscia traumatica (es. attacco d’ansia). I sintomi
nevrotici quali compulsioni, fobie e ossessioni rappresentano una “seconda linea di difesa” dall’angoscia ed
entrano in campo in seguito al fallimento delle difese primarie come la rimozione. Anch’essi risultano disadattivi
in quanto favoriscono una gratificazione parziale e camuffata dei desideri proibiti. Ne consegue un
funzionamento alterato dell’individuo e maggiormente regressivo. Metafora dei due eserciti: uno è la prima
linea di difesa (rimozione) al quale subentra l’esercito meno efficiente (sintomi nevrotici) quando il primo viene
sconfitto.
TEORIA DELLE PULSIONI E CONFLITTO INTERNO, UN MODELLO PULSIONE-DIFESA. Nel conflitto
interno coinvolto nella nevrosi emergono impulsi sessuali e aggressivi rimossi, fra questi il principale è il
conflitto edipico, secondo il quale si hanno desideri incestuosi rivolti al genitore del sesso opposto e desideri
ostili nei confronti del genitore dello stesso sesso. La nevrosi viene descritta da un modello pulsione-difesa, in
cui il funzionamento psichico si organizza intorno a moti pulsionali (come i desideri edipici) e difese contro di
questi per non farli emergere alla coscienza. In quanto i moti pulsionali provengono dall’Es e la difesa dall’Io
tale modello può essere inteso come conflitto tra le due strutture della personalità. Ciò fa capire che la nevrosi
comporti una divisione della personalità, per cui l’obiettivo primario del trattamento psicoanalitico sarà di aiutare
a ripristinare l’unità e l’integrità attraverso la risoluzione del conflitto interno.
CONFLITTI EDIPICI. Freud identifica il complesso edipico come il nucleo centrale della nevrosi, la quale è
causata da un’interazione tra fissazione della libido (fattore interno) e frustrazione (fattore esterno). I desideri
aggressivi e sessuali conflittuali scatenano l’angoscia in risposta alle situazioni di pericolo contraddistinte dalla
minaccia di castrazione e degli attacchi del Super-Io come punizione per tali desideri. Una vita sessuale
normale è resa possibile dalla risoluzione dei conflitti edipici, che prevede l’integrazione della corrente sensuale
(desiderio sessuale) e di quella della tenerezza (amore), ovvero la capacità di provare sia amore sia desiderio nei
confronti dello stesso oggetto. La risoluzione adattiva dei conflitti edipici si traduce nella rinuncia di desideri
incestuosi e nell’identificazione col genitore del proprio sesso, che coincide con l’emergere del Super-Io. La
rinuncia ai desideri incestuosi pone le basi per avviare il reperimento di un oggetto d’amore al di fuori della
famiglia, mentre la rinuncia dei desideri ostili pone le basi per il perseguimento di mete ambiziose e
competitive senza paura di ritorsioni (senza cioè angoscia di castrazione), per cui il superamento è associabile
alla soddisfazione in amore e nel lavoro. Di contro, un’inadeguata risoluzione rappresenta un fattore primario
per lo sviluppo di una nevrosi in quanto vi è un’incapacità di amare e lavorare.
DAL TRAUMA ESTERNO AI DESIDERI ENDOGENI. Il nucleo del conflitto interno è rappresentato da
fantasie e desideri inconsci che diventano inaccettabili per l’individui in seguito all’interiorizzazione delle
proibizioni sociali trasmesse dalle figure genitoriali. Freud rifiuta l’ipotesi di Janet di una debolezza
costituzionale come fattore primario dell’isteria e di un trauma esterno, sostituendolo con il conflitto interno tra
diverse parti di sé. Rifiutando l’idea del trauma come la risultante di un evento esterno, introduce una propria
visione sulla teoria del trauma interno identificando il conflitto tra Es e Io.
RAPPORTO TRA L’IO E L’ES. Freud e Anna Freud descrivono il rapporto tra l’Es e l’Io come un “antagonismo
primario”, gli impulsi dell’Es portano la minaccia di sommergere l’Io figurandosi nemico dell’Io e della società.
La rimozione si mostra necessaria affinchè l’individuo e la società possano funzionare, Freud afferma che il
rapporto conflittuale tra l’Es e l’Io è indotto dall’ambiente, il bambino infatti rimuove determinati pensieri perché
li sente come minacce per l’Io in quanto sono associati a proibizioni provenienti dalle figure genitoriali. Per cui
gran parte delle situazioni di pericolo sono di tipo esterno, vengono percepite come proibite a causa delle reazioni
dei genitori e sotto queste minacce viene messa in atto la rimozione. In una delle sue ultime opere Freud si rende
conto di aver proposto due modelli dissimili e contraddittori sui rapporti tra l’Io e l’Es scrivendo che l’Es è una
fonte di pericolo per due motivi, uno fa riferimento alle intensità pulsionali che possono danneggiare l’Io in modo
simile agli eccessivi stimoli esterni, secondo, l’esperienza può aver insegnato all’Io che il soddisfacimento di
pulsioni intollerabili comporterebbe dei pericoli nel mondo esterno. Nonostante tutto, questa incompatibilità circa
la fonte ultima del conflitto interno, non è compiutamente risolta nei suoi scritti.
IL SIGNIFICATO DEI SINTOMI NEVROTICI. I sintomi nevrotici hanno uno scopo e sono dotati di significati
sia sul piano patologico sia sul funzionamento psicologico generale. Freud tenta di spiegare i fenomeni
psicologici usando due livelli di discorso, uno riguardante il livello dei significati, intenzioni, desideri e scopi,
ovvero il livello del discorso comune; l’altro livello è il linguaggio delle trasformazioni energetiche, della scarica,
della distribuzione della libido e dell’eccitamento. Il primo è associato ai casi clinici, il secondo alle formulazioni
teoriche, ne è un esempio la formulazione dell’imprescindibilità dell’amore oggettuale, descritto sia a livello
poetico sia metapsicologico. I sintomi nevrotici sono considerati come formazioni di compromesso, nella misura
in cui comportano una gratificazione parziale e fungono da valvola di sicurezza rispetto all’accumularsi di un
eccitamento eccessivo. Freud aggiunge che la gratificazione fornita da questi è sufficientemente camuffata da
aggirare la censura dell’Io, evitando l’angoscia che si produrrebbe se non lo fosse. Il sintomo rappresenta un
tentativo di affrontare ciò che p avvertito come un conflitto insolubile, serve a proteggere da un pericolo.
VANTAGGIO SECONDARIO. Freud opera una distinzione tra i fattori implicati nella formazione del sintomo
nevrotico e i vantaggi che ricavano da esso una volta che si è formato. I fattori legati al vantaggio secondario
possono esercitare una forte influenza sul persistere del sintomo e interferire con la possibilità di affrontare i
fattori primari (Vedi caso di O.E. pag. 82).
SVILUPPO PSICOSESSUALE E NEVROSI. La fissazione a un determinato stadio dello sviluppo, che
comporta la persistenza di desideri infantili, può concorrere allo sviluppo di una nevrosi. Una fissazione può
influenzare la formazione di un carattere, ad esempio orale o anale, senza necessariamente essere un fattore di
insorgenza della nevrosi. Di contro, la persistenza di desideri infantili nella vita adulta può portare a una
nevrosi quando questi sono radicati in conflitti interni e se tali desideri sono irrealistici o non possono essere
gratificati, la persona sarà frustrata (sebbene l’infelicità non costituisca di per sé una nevrosi). Nella nevrosi
l’individuo continuerà a perseguire desideri inconsci rimossi, se però in assenza di un conflitto interno non si
considera necessariamente una nevrosi.
NEVROSI DEL CARATTERE. Tale espressione è stata usata dalla letteratura psicoanalitica per poi essere stata
successivamente incorporata nel concetto di disturbo della personalità. Essa indica che le tendenze nevrotiche
vengono assimilate nella personalità dell’individuo come tratti egosintonici (vissuti come parti di sé). La
nevrosi del carattere resta in una situazione di equilibrio fino a che non viene messa in crisi da eventi esterni.
Sotto la pressione di eventi precipitanti possono emergere tendenze nevrotiche si trasformano in seguito in una
psiconevrosi, caratterizzata da sintomi egodistonici angoscianti (Vedi caso J.K. pag. 85). Per trattare una nevrosi
del carattere è necessario trasformarla prima in una psiconevrosi, in modo che il pz viva come egodistonici aspetti
che prima erano egosintonici, in modo tale che sperimenti una sofferenza sufficiente a motivarlo a
un’autoesplorazione e al cambiamento (raramente pz con nevrosi del carattere cercano il trattamento). Nella
nevrosi del carattere le tendenze nevrotiche sono diventate parte dell’Io, e perché avvenga un cambiamento
devono prima diventare egodistoniche per poi venire modificate e riassimilate come egosintoniche.
L’assimilazione egosintonica riflette la necessità di evitare di percepire un conflitto interno, con il precipitare
degli eventi muta in psiconevrosi sintomatica, ovvero contraddistinto da uno stile di vita penoso e spiacevole.
APPLICABILITA’ DELLA TEORIA FREUDIANA ALLA PSICOPATOLOGIA NON NEVROTICA. Ci si
domanda se la teoria freudiana, formulata per spiegare la nevrosi, possa essere applicata a forme patologiche non
nevrotiche e non necessariamente incentrate sui conflitti interni e sulla rimozione. Kohut sostiene che la teoria
freudiana può essere applicata a patologie basate su conflitti strutturali ma risulta meno indicata su patologie
incentrate sui difetti del Sé.
CONCEZIONE FREUDIANA DELLA PSICOPATOLOGIA E LA VISIONE ILLUMINISTICA. Nel porre il
conflitto interno al centro della nevrosi, Freud allinea la psicoanalisi all’idea antica secondo cui il malessere
spirituale consiste in una disunione del Sé e la pace spirituale nell’unione, equiparando la salute spirituale al
superamento del conflitto interno. Una maggiore unità di Sé è possibile eliminando gli autoinganni mediante la
conoscenza di sé e confrontandosi con il conflitto interno, risolvendolo. La concezione della malattia nevrotica
non è altro che la descrizione di un individuo che si autoinganna, una volta eliminate le resistenze questa vita
psichica tende ad unificarsi in quello che viene definito Io. L’ideale psicoanalitico infatti è l’armonia interiore,
l’essere in pace con se stessi.

5. CONCEZIONI DEL TRATTAMENTO NELLA TEORIA FREUDIANA


Freud stesso sostiene che la terapia psicoanalitica da lui pensata sia nata per curare le nevrosi (fobie, isterie,
nevrosi ossessive) e risulti meno adatta per la cura delle psicosi o degli stati narcisistici. Al centro della
psiconevrosi vi è un conflitto interno, i cui sintomi nevrotici rappresentano un tentativo di soluzione. Nel periodo
preanalitico Freud trattava l’isteria con l’ipnosi, per poi passare alla tecnica della pressione sulla fronte per far
riaffiorare i ricordi traumatici; entrambe permettono di scaricare l’affetto incapsulato. In seguito consolidò quello
che diventerò il metodo psicoanalitico, caratterizzato dalle associazioni libere, dal lettino e dall’interpretazione.
Tutte queste tecniche hanno l’obiettivo di portare il materiale inconscio alla coscienza, variano però i mezzi e i
contenuti psichici (ricordi traumatici vs. desideri infantili).
Abreazione dell’affetto incapsulato. Consente al paziente di ricordare e risperimentare l’affetto suscitato
dall’originaria situazione traumatica, inducendo l’abreazione dell’affetto incapsulato si ha un effetto catartico
che riduce il rischio di un eccitamento eccessivo e tale affetto non sarà più disponibile per essere convertito in
sintomi isterici. Il metodo catartico, a differenza dell’ipnosi che crea la suggestione, permette l’abreazione
dell’affetto. Un esempio di suggestione potrebbe essere la sostituzione di un evento traumatico con un evento
positivo, prefigurando un fine terapeutico.
Correzione associativa. Un altro mezzo per affrontare il trauma risulta essere la correzione da parte di altre
associazioni, permettendo ai contenuti psichici di affiancarsi ad altre esperienze e subire appunto una
correzione da parte di altre associazioni. La correzione associativa è in grado di ridurre gli affetti associati al
trauma, ciò non è possibile con l’abreazione, ma attraverso un’operazione che permette di vedere le esperienze
traumatiche entro una prospettiva più ampia. Tutto ciò si traduce nella riflessione e nella rielaborazione del
ricordo come mezzo adattivo per gestire le conseguenze. Ovviamente quando il ricordo dell’esperienza
traumatica è rimosso non può essere sottoposto alla correzione associativa, per cui è necessario che sia conscio.
Freud ha rifiutato l’idea dell’ipnosi come principale tecnica terapeutica perché il semplice portare un contenuto
alla coscienza non garantisce che esso entri nel grande complesso dell’associazione.
SUCCESSIVE CONCEZIONI DEL TRATTAMENTO. L’ipnosi e la tecnica della pressione sono state
rimpiazzate da tre principali aspetti del trattamento:
1) La natura dell’atteggiamento terapeutico. L’atteggiamento analitico classico non era arbitrario ma basato
su un insieme di giustificazioni logiche. Regola dell’astinenza: secondo la quale l’analista doveva astenersi
(rifiutarsi) dal gratificare i desideri transferali del pz bisognoso d’amore, perché per quanto possa farlo stare
meglio in un breve periodo, interferirebbe con il lavoro analitico. Lo stato di astinenza contribuirebbe infatti a
generare frustrazione per i desideri non gratificati, e quindi a motivare il pz al lavoro analitico e al cambiamento.
Inoltre, risulta indispensabile come protezione per l’analista per non farlo cedere alle proprie tentazioni e alle
seduzioni del pz, che costituirebbero violazione dei confini del setting, gli si consiglia quindi di mantenere un
atteggiamento di freddezza emotiva. Opacità dell’analista. Un altro atteggiamento è porsi come uno “schermo
bianco” sul quale il pz può proiettare i propri conflitti, desideri, difese in forma pura, non contaminati dal
contributo personale dell’analista, ovvero l’analista deve mostrargli soltanto ciò che gli viene mostrato, riducendo
al minimo il ruolo della suggestione, che secondo Freud non presupponeva l’insight o la risoluzione del conflitto
ma solo un breve ed effimero cambiamento. Freddezza emotiva (metafora del chirurgo). La freddezza emotiva
proteggerebbe la vita emotiva ed affettiva dell’analista, proprio come il chirurgo, perché se dovesse farsi
coinvolgere emotivamente dalla sofferenza di ogni paziente non sarebbe più in grado di fare un lavoro utile,
protegge inoltre il pz dall’agire emotivo dell’analista e da una possibile violazione dei confini del setting, perché
egli stesso con i suoi interventi potrebbe causare sofferenze al pz necessarie per poterlo aiutare. Gli analisti
devono quindi ignorare i propri sentimenti di compassione, il lavoro da svolgere con il pz comporta per sua natura
sofferenza. Un atteggiamento di freddezza permette una comprensione oggettiva non influenzata dal
coinvolgimento emotivo dell’analista, in assenza di questo si minerebbe l’efficacia del trattamento. Neutralità
analitica. Bisogna assumere un atteggiamento disinteressato e avere in mente il miglior interesse del pz, questo
implica il portare avanti il lavoro analitico senza prendere posizione rispetto ai conflitti del pz e assumendo una
posizione disinteressata rispetto alle sue scelte di vita per poter valorizzare l’autonomia del pz. L’obiettivo del
trattamento è di rimuovere le barriere che limitano la sua autonomia nella ricerca di una vita ratificante favorendo
inoltre il rispetto per la fondamentale separatezza e alterità dell’altro. La neutralità consiste nell’evitare di
schierarsi con l’una o l’altra parte conflittuale del pz e non permettere che i propri valori guidino la sua vita, al
tempo stesso è bene però esprimere preoccupazione per il pz. Giustificazione generale dell’atteggiamento
analitico. La giustificazione generale valida per tutti è l’idea che tutti questi elementi facilitano al massimo il
lavoro di presa di coscienza e di risoluzione dei conflitti senza la contaminazione suggestiva dell’analista e suoi
contributi personali inadeguati.
2) La natura dell’azione terapeutica. Le associazioni e la “regola fondamentale”. Le associazioni libere
rappresentano un prerequisito per poter avviare il trattamento psicoanalitico ed effettuare quegli interventi atti a
favorire l’azione terapeutica. L’unico compito del paziente è quello di aderire alla regola fondamentale, che
prevede il dire tutto quello che gli viene in mente in mente per quanto possa apparire irrilevante. Questo
allentamento della censura favorisce l’emergere dei derivati dell’inconscio che verranno poi interpretati,
contribuendo alla presa di coscienza del pz dei propri desideri, difese e conflitti inconsci. La posizione del pz sul
lettino e la disposizione dell’analista alle sue spalle hanno lo scopo di facilitare le libere associazioni. Queste
ultime non sono mai casuali ma hanno sempre un significato determinato da motivazioni psicologiche; secondo
la teoria associazionista la sequenza dei contenuti psichici è determinata da una serie di fattori come la continuità
e la somiglianza, mentre nelle libere associazioni sono le motivazioni e le affinità inconsce a determinare la
sequenza dei pensieri. La resistenza. Le associazioni libere non fluiscono in maniera regolare, possono esserci
molte esitazioni, situazioni di vuoto e di silenzio come pure momenti di chiacchiericcio e pensieri iper-
organizzati, tutti questi aspetti sono considerati espressioni di resistenze. Molti contenuti psichici diventano
inconsci perché l’intento è quello di evitare l’angoscia e gli affetti spiacevoli, che emergerebbero se accedessero
alla coscienza. Secondo una definizione classica, la resistenza è tutto ciò che negli atti e nei discorsi
dell’analizzato si oppone all’accesso di questi al proprio inconscio. La resistenza è l’attivazione all’interno del
processo terapeutico dei meccanismi di difesa, che non si limiteranno più a innescarsi nelle relazioni familiari o
con il partner, ma anche nella relazione terapeutica. La resistenza si esplica maggiormente nel transfert, perché
la figura dell’analista si configura come una forza che si oppone al processo di introversione della libido, è come
se i conflitti rimossi che ha sembrano spostati sulla figura dell’analista. La resistenza è l’attivazione all’interno
del processo terapeutico dei meccanismi di difesa, che non si limiteranno più a innescarsi nelle relazioni familiari
o con il partner, ma anche nella relazione terapeutica. Il termine resistenza oggi non è più attuale, oggi invece si
riferisce al fatto che il terapeuta deve forzare qualcosa per entrare, questo termine non va più bene perchè non ha
a che fare solo con fenomeni intrapsichici ma anche con il timore della ritraumatizzazione, Transfert. Indica
che nel trattamento il pz trasferisca sull’analista fantasie, ansie, difese e disideri derivati dalla sua relazione con
le figure significative nel corso della prima infanzia, è per cui una riedizione di una relazione oggettuale antica.
Freud considera il transfert come una forma di resistenze perché invece di ricordare i propri desideri infantili il
pz continua a premere affinchè vengano gratificati dall’analista, il quale compito è quello di interpretarli e non
gratificarli. Secondo Freud il transfert preesiste e universale (con partner, amici, genitori, medico, terapeuta),
l’analista non crea la traslazione, la scopre e basta, in alcune situazioni il transfert viene sperimentato più
intensamente. Anche i genitori fanno del transfert sui figli, gran parte della sofferenza umana che sperimentiamo
da piccoli, del non essere visti per quello che siamo ha a che fare con questo fenomeno, immergiamo l’altro in
un mondo fatto di proiezioni.
PARADOSSO DEL TRANSFERT IN FREUD (Appunti): il transfert presenta una duplice natura: 1)
rappresenta il più grande ostacolo della psicoanalisi, perché da una parte porta con sé la resistenza; 2) dall’altra
si presenta come lo strumento della terapia, perché se si riesce a intuirne il significato e tradurlo risulterà essere
il miglior alleato. “Le particolari caratteristiche del transfert di un paziente derivano dagli aspetti specifici della
sua nevrosi” (Freud), ovvero non è uguale per tutti ma il transfert è strettamente connesso con la tipologia di
nevrosi che sta portando. Durante il trattamento è necessario che la normale nevrosi sia sostituita dalla nevrosi
da traslazione, dalla quale il pz può guarire mediante il lavoro terapeutico. “La traslazione crea una provincia
intermedia tra la monarchia e la vita attraverso la quale è possibile il passaggio dalla prima alla seconda […]
costituisce una malattia artificiale completamente accessibile dai nostri attacchi” (Freud). Il paziente presenta i
propri conflitti inconsci che sono alla base della sua nevrosi, questi, che sono stati rimossi, premono per uscire
secondo il principio dell’ammontare dell’affetto. Il primo modo per risolvere in parte la tensione è quello di
attirare l’attenzione creando i sintomi, nella versione più grave e patologica, nella versione più lieve invece,
attraverso le reti associative oppure all’azione. Freud intuisce che attraverso le libere associazioni si riesce a
bloccare l’azione, la possibilità di scarica del paziente, scopre poi che c’è qualcosa che frena, ovvero interviene
la resistenza, che sono i meccanismi di difesa, e i pazienti iniziano così a investire sull’analista attraverso il
transfert, essendoci continuamente il bisogno di scarica, la libido deve investire l’oggetto, che in questo caso è
l’analista, e prende la forma del transfert. Il transfert, avviene sicuro, non è casuale ma è il risultato della sua
nevrosi, ovvero il prodotto di conflitti inconsci rimossi (Freud) il transfert è resistenza perché è il prodotto di
conflitti inconsci rimossi del paziente. Il problema secondo Freud è che gradualmente dovrebbe stabilirsi la
nevrosi di transfert ovvero che il nucleo patologico deve spostarsi sulla figura dell’analista, ovvero la nevrosi
viene fatta sull’analista. Ciò presenta una duplice questione, i contenuti sono veritieri e autentici ma il transfert
è il falso nesso ovvero avere dei vissuti nei confronti di una persona ma che in realtà hanno a che fare con figure
genitoriali del passato, viene quindi a crearsi la NEVROSI DA TRANSFERT. Il pz sposta tutto sull’analista i
contenuti sono veri ma l’oggetto è sbagliato perché i sentimenti provati hanno in realtà a che fare con il passato,
questo fenomeno è il conflitto inconscio rimosso. Controtransfert. Si riferisce al corrispondere e al reagire
all’amore di transfert del paziente. Nel 1908 Jung incontra una paziente russa, Spielrein, che ha una serie di
problematiche, e inizia a provare dei sentimenti nei confronti di questa paziente e mentre scrive a Freud sposta
tutto sulla paziente (“è lei, è lei ha provare sentimenti per me) ma Freud si accorge che c’è un grande
coinvolgimento da parte di Jung, e nomina questo fenomeno controtransfert, ovvero la riposta emotiva e
inconscia che l’analista ha nei confronti del transfert del paziente, Freud ha due posizioni, la prima sostiene che
questo ha effetti negativi sulla terapia perché è una macchia cieca rispetto all’ascolto dell’analista, che fa sì che
tu non vedrai cose che il pz ti sta portando oppure il fenomeno della distorsione, mediante il quale il tp distorce
il materiale del pz in base ai propri vissuti, questa è una visione negativa, ci si allontana dall’astinenza, dalla
neutralità, ciò si verifica perché nel transfert del pz emergono i conflitti inconsci irrisolti del tp, secondo l’autore
diventa quindi necessario fare autoanalisi o tornare in analisi in quanto frutto di una nevrosi irrisolta. La
posizione così netta di Freud è dovuta al fatto che ci fosse in lui il desiderio di proteggere lo strumento analitico,
l’analista deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevitore del malato che trasmette, ovvero i vissuti
dell’analista aiutano a comprendere il materiale, è il perfetto specchio di ciò che sta portando il pz. L’analisi è in
realtà analisi del controtransfert (Fine appunti). Interpretazione, consapevolezza di sé e insight. Raramente il
materiale rimosso emerge alla coscienza in forma non mascherata, in quanto nel pz continuano a operare difese
e resistenze, ciò che emerge alla coscienza sono piuttosto i derivati mascherati dei desideri e fantasie rimossi.
Risultano dunque necessarie le interpretazioni dell’analista per rivelare il materiale che si oppone alla presa di
coscienza. È l’interpretazione che porta all’insight, è il veicolo primario dell’azione terapeutica e l’analisi del
transfert e delle resistenze occupa un posto particolarmente importante nella teoria freudiana. Questo perché le
reazioni transferali rivelano il nucleo della nevrosi del paziente e si verificano sul qui ed ora. Alleanza terapeutica
o alleanza di lavoro. Freud riconosce l’importanza del rapport tra pz e analista sostenendo che “La nostra è una
cura attraverso l’amore”. Con ciò si fa riferimento all’amore transferale del pz per l’analista, che secondo l’autore
facilita l’accettazione delle interpretazioni. Rielaborazione. Freud ritiene che si debba lasciare l’ammalato il
tempo di immergersi nella resistenza, di rielaborarla e di superarla, con questo intende che non dobbiamo
aspettarci che alla prima interpretazione una resistenza scompaia, ma deve essere ripetutamente elaborata da pz
e terapeuta, Freud associa la rielaborazione all’abreazione dell’ammontare di affetto, nella misura in cui l’insight
deve essere accompagnato dall’affetto affinchè avvenga un cambiamento. La rielaborazione è anche associata al
lavoro del lutto, in cui vi è il rifiuto di accettare la realtà della perdita e che solo lentamente verrà accolta
attraversando un processo di sedimentazione, può essere quindi visto come una presa di coscienza e una
rielaborazione della realtà. il lutto nella rielaborazione si riferisce all’esperienza di perdita insita nel riconoscere
che bisogna abbandonare gli amati desideri irrealizzabili o i primitivi legami oggettuali. Sia l’elaborazione
dell0insight sia la correzione associativa del trauma comportano l’assimilazione di esperienze e la lenta
trasformazione delle stesse da elementi non integrati a parti pienamente integrate della personalità.
3) La natura degli obiettivi terapeutici. Il trattamento psicoanalitico mira a ridurre la sofferenza associata ai
sintomi nevrotici, sebbene l’attenzione non sia rivolta direttamente ad essi bensì sulla presa di coscienza e
l’insight sui conflitti interni, favorendo la riuscita del trattamento che condurrà ad un cambiamento strutturale
della personalità e ad una maggiore protezione da potenziali ricadute future. Freud riteneva che il principale
obiettivo della psicoanalisi fosse il conseguimento di una maggior capacità di amare e lavorare, ovvero di stabilire
relazioni oggettuali mature e soddisfacenti insieme ad un funzionamento più efficace dell’Io. Rendere conscio
l’inconscio. Uno degli obiettivi principali è il rendere consci i contenuti psichici inconsci, inizialmente si pensava
all’ipnosi come tecnica da utilizzare a tale scopo ma si è ben presto intuito che questo non garantiva la sua
integrazione nella personalità. La stessa questione si ripresenta anche con l’impiego delle associazioni libere e
dell’interpretazione, per cui Freud ha integrato l’obiettivo di rendere conscio l’inconscio con la proposizione
“dove era l’Es, deve subentrare l’Io”. Dove era l’Es, deve subentrare l’Io. La nevrosi comporta anche un vissuto
di compulsione e costrizione, l’individuo cioè si sente spinto da forze che sente come estranee. L’obiettivo
principale è quello di trasformare questa esperienza di compulsione in una sensazione di maggior controllo e
autonomia, ovvero “dov’era compulsione, deve subentrare controllo”. Questi obiettivi vengono raggiunti
attraverso interpretazioni che promuovono la presa di coscienza e l’insight delle resistenze e delle reazioni
transferali. Rendendo conscio l’inconscio si aiuta il pz a prendere coscienza di ciò che era stato respinto con la
rimozione, questo è reso possibile dall’assenza di giudizio, dall’accettazione, dalla cautela delle interpretazioni
e dalla parte adulta dell’Io del pz. La capacità di sperimentare il materiale rifiutato rafforza il suo senso di
controllo. Se però il materiale reso conscio continua ad essere accompagnato da intensa angoscia e da difese
patologiche, la formazione di compromesso sintomatica non verrà risolta. Rendere conscio l’inconscio è dunque
solo il primo passo, che deve essere affiancato all’idea di “dove era l’Es, deve subentrare l’Io”, portando
attraverso questa integrazione ad una personalità maggiormente unificata, non più divisa. L’abbandono dei
desideri e delle fantasie infantili. Waelder sostiene che le fantasie e i desideri infantili possono essere influenzati
e trasformati dall’esperienza e dalla presa di coscienza, e l’obiettivo primario del trattamento analitico non sia la
rinuncia di questi ma che il perseguimento di questi desideri (un po’ modificati) sia un’opzione ragionevole e
addirittura coraggiosa. Secondo Freud i desideri e le fantasie rimosse sono e rimangono infantili per cui ciò non
lascia al paziente altra scelta che la rinuncia e l’abbandono; di contro Fenichel, freudiano, sostiene che questi
hanno la possibilità di raggiungere una “tarda maturazione” una volta liberati dalla rimozione. Freud si
contraddice in questa concettualizzazione per due motivi, in primo luogo suggerisce che la rimozione è necessaria
ma è anche una modalità che permette al desiderio istintuale di svilupparsi assumendo forme espressive estreme;
in secondo luogo, sostiene che siano le situazioni di pericolo associate ai desideri e fantasie infantili e non i
desideri e le fantasie in sé a giustificare l’angoscia ed è la rimozione stessa a portare ad un’esagerazione fantastica
della loro pericolosità in quanto impedisce che questi desideri entrino in contatto con l’esperienza reale. Inoltre
secondo Waelder un desiderio cui è continuamente negato il soddisfacimento porterà a non provare più il bisogno
pressante di gratificarlo ma lo abbandonerà e troverà gratificazioni sostitutive. In questo caso però l’identità
risulta mutata a seguito di un cambiamento profondo, ma nella realtà dei fatti esistono anche individui che
rimangono tali e che quindi continueranno a perseguire i loro desideri. È necessario quindi distinguere nella
situazione analitica tra risultati caratterizzati da cambiamenti nei desideri e risultati improntato in un maggior
controllo dell’Io in cui però i desideri continuano a essere sperimentati e che necessitano di essere contrastati
grazie ad una maggiore capacità di riflessione su di essi. Desideri reali o equivalenza simbolica?. C’è da chiedersi
se l’angoscia associata ai desideri incestuosi sia dovuta ad una loro reale natura edipica o se siano inconsciamente
vissuti come equivalenti simbolici dei desideri edipici. Nel primo caso, dato che l’individuo coltiva desideri reali
di morte, l’obiettivo terapeutico sarà incentrato sulla presa di coscienza, il riconoscimento e l’abbandono di questi
desideri; nel secondo caso l’individuo vive le proprie aspirazioni come se fossero l’equivalente del desiderio di
uccisione del padre a causa dei messaggi genitoriali, e l’abbandono di questi desideri non sembra essere un
obiettivo adeguato, risulterebbe più efficace far rendere conto dell’equivalenza e liberarsi da tale convinzione.
Integrazione della sessualità. Un’alternativa matura alla rinuncia dei desideri infantili è quella dell’integrazione
di questi nella sessualità genitale adulta, annullando la rimozione si permetterebbe agli istinti sessuali infantili di
mutarsi in una sessualità adulta soddisfacente. Sublimazione. Lo sviluppo di una maggiore capacità di
sublimazione è un altro obiettivo terapeutico e Freud la definisce come la deviazione della meta sessuale verso
fini asessuali più alti, ciò implica il rinunciare al soddisfacimento libidico, indirizzando la libido vero il
raggiungimento di mete che non sono più erotiche, sebbene però non sia raccomandabile in tutti i casi. Mitigare
il Super-Io. Mitigare la severità del Super-Io e condannare i desideri infantili sembrerebbero obiettivi terapeutici
incompatibili, in realtà ci si riferisce alla rinuncia di desideri infantili non perché moralmente indegni ma perché,
data l’impossibilità di soddisfarli nella realtà, perseguirli comporterebbe frustrazione. Quindi possiamo affermare
che la loro rinuncia è il prodotto dell’esame di realtà compiuto dall’Io e non di una condanna morale da parte di
un Super-Io severo. In altre parole, il conflitto e l’angoscia legati alla sessualità non derivano semplicemente da
una precoce disapprovazione genitoriale relativa alle espressioni sessuali infantili ma dalle sfide della sessualità
infantile, in modo particolare poste dalle fantasie e dai desideri edipici. La rimozione della sessualità infantile è
un prerequisito del funzionamento adulto e se non lo si vuole compromettere l’individuo deve rinunciare a tali
desideri infantili. Una volta che questi vengono esposti alla coscienza e sottoposti alla riflessione, il pz può
imparare che non sono da condannare ma che possono subire una maturazione tardiva ed essere integrati alla vita
psichica. Il nevrotico non è un soggetto impulsivo ma una persona ipercontrollata e ipervigilizzata, perseguitata
da angosce e sensi di colpa relativi a normali desideri sessuali e normali desideri aggressivi che hanno a che fare
con la competitività e l’ambizione, per cui gli obiettivi terapeutici appropriati risultano essere non la rinuncia
bensì l’accettazione di sé e la mitigazione dell’autocondanna da parte del Super-Io. L’obiettivo principale del
trattamento psicoanalitico sembrerebbe l’aumentare la sensazione di unità della personalità del paziente. Nessun
trattamento analitico può considerarsi riuscito se non vengono integrati nella personalità gli aspetti che fino a
quel momento risultavano esclusi. È quindi necessaria una conoscenza di sé completamente interiorizzata,
un’espansione della consapevolezza, un ampliamento dell’identità individuale e una maggior convergenza tra
credenze e pensieri. Inoltre deve includere una sostituzione dell’esperienza cronica di costrizione con la
sensazione di un maggiore controllo e autonomia.

SECONDA PARTE
6. CONCEZIONI DELLA MENTE NELLE TEORIE PSICOANALITICHE CONTEMPORANEE
L’essenza delle teorie psicoanalitiche contemporanee è l’idea di una mente la cui funzione principale è quella
di formare e preservare i legami con gli altri. In queste teorie vi è scarso interesse a esplorare la natura della
mente e altre questioni quali l’origine del pensiero, della percezione, dell’esame di realtà o dei processi primario
e secondario.
CRITICA AL CONCETTO FREUDIANO DI INCONSCIO DINAMICO COME REALTA’ NASCOSTA
COMPLETAMENTE FORMATA. Il concetto freudiano di inconscio dinamico è stato criticato per la sua natura
di serbatoio di contenuti psichici rimossi che, una volta portati alla coscienza risultano immutati. Freud ipotizza
che i contenuti inconsci divengano consci grazie alla funzione percettiva e l’oggetto resta lo stesso. Questa
visione freudiana è stata radicalmente modificata dalle teorie psicoanalitiche contemporanee.
I processi inconsci come processi impliciti. È stata proposta una riconcettualizzazione dei processi inconsci da
Fingarette, secondo il quale i fenomeni attribuiti alla rimozione e agli autoinganni possono essere intesi come il
rifiuto di prendere espressamente coscienza del nostro contributo personale, e tale mancata esplicitazione è un
atteggiamento motivato dal desiderio di evitare l’angoscia o altri aspetti di sé che non si vogliono riconoscere o
affrontare.
La focalizzazione dell’attenzione e i processi inconsci. La focalizzazione dell’attenzione svolge un ruolo
importante nel determinare sia il lasso di tempo in cui un contenuto mentale resta nella coscienza sia il grado in
cui esso viene elaborato, si potrebbe andare da pensieri e sentimenti vaghi e fugaci a un pensiero pienamente
espresso e articolato, dai contorni precisi. È evidente quindi che l’esperienza soggettiva potrebbe spostarsi in
ogni istante lungo un continuum che va dalla consapevolezza minimale alla completa esplicitazione, ovvero la
focalizzazione dell’attenzione e l’esplicitazione sono una questione di gradi, per cui a livello clinico anziché
porre una rigida separazione tra categorie (conscio/inconscio, rimosso/non rimosso) risulterebbe più adeguato
utilizzare una prospettiva dimensionale o a “categorie sfocate”, distinguibile in termini di gradi. Freud ha
riconosciuto il ruolo dell’”investimento dell’attenzione” nel determinare se un contenuto psichico sia o meno
presente alla coscienza, senza però aver lasciato spazio ad una gradualità dell’attenzione, perché per l’autore se
un contenuto psichico riceve l’investimento dell’attenzione diviene conscio, in caso contrario resta o diviene
inconscio. Fingarette sottolinea come un contenuto psichico possa essere disconosciuto oppure riconosciuto
come parte di sé, in base al grado con cui una persona lo riconosce come proprio.
Processi inconsci e insuccesso nel creare connessioni. George Klein ha intuito che un aspetto centrale della
rimozione è l’insuccesso dell’individuo nel creare connessioni tra i contenuti psichici e comprenderne il
significato personale, ovvero ciò che è inconscio non è necessariamente il contenuto psichico bensì il suo
significato personale. Riassumendo: 1) l’idea che l’inconscio dinamico sia un serbatoio di contenuti psichici
interamente formati e che una volta rivelati alla coscienza emergono nella loro forma originaria immodificata, è
stata rifiutata dalla psicoanalisi contemporanea; 2) le concezioni correnti sono caratterizzate dall’idea di processi
inconsci impliciti, inoltre il ruolo dell’attenzione e della percezione di appartenenza determinano il grado e la
forma con cui quel contenuto occupa la coscienza e come è vissuto come proprio secondo Fingarette; in ultimo
la riconcettualizzazione di rimozione di George Klein come incapacità di creare connessioni e comprendere il
significato individuale di determinati contenuti psichici.
L’INCONSCIO COME ESPERIENZA NON FORMULATA. Stern ha proposta una riconcettualizzazione dei
processi inconsci in termini di esperienze non formulate (simile a quella di Fingarette), rappresentando
un’alternativa all’inconscio dinamico freudiano. Secondo Stern dire che un contenuto psichico è inconscio
significa dire che non è articolato, che non ha né una forma definita né contorni precisi, ovvero si tratta di
“pensieri non ancora pensati, connessioni non ancora stabilite”. Rendere conscio l’inconscio non significa quindi
portare alla luce contenuti formati, ma formulare il non formulato, dare forma con le parole a ciò che è solo
abbozzato e non verbale. Nella sia concezione il materiale conscio deve cambiare forma per poter entrare nella
coscienza, riferendosi al passaggio dal non formulato (esperienze non messe in parola) al formulato,
dall’inespresso all’espresso. Lo strumento principale di questo passaggio è il linguaggio, il dare parole a ciò che
è inespresso. Il concetto di esperienza non formulata di Stern ha una certa affinità con l’idea di Bion che i dati
grezzi dell’esperienza sensoriale, gli elementi beta, devono essere sintetizzati dalla mente, la funzione alfa,
affinchè si dia la normale esperienza. L’inconscio è caratterizzato da “sensazioni intenzionali”, “significati
sentiti” ed esperienze fugaci che possono o meno venir formulate, quindi il rendere conscio l’inconscio non
consiste nello svelare un contenuto psichico preesistente e ben definito, ma nel costruire un’esperienza fugace
e indefinita mediante l’interpretazione, e questo è determinato dal contesto interazionale in cui ha luogo
l’esperienza. Non niente da scoprire ma solo qualcosa da completare o co-costruire nell’interazione con l’altro
o nel contesto terapeutico, dall’interazione con il terapeuta. La mancata formulazione del non formulato è una
difesa primaria contro l’esperienza di angoscia.
Chiarificazione del concetto di “esperienza non formulata”. Secondo Stern una modalità primaria di difesa
dal materiale minaccioso è astenersi dal formularlo e codificarlo ulteriormente, e uno dei principali messi per
sottrarsi a una codifica è evitare di dirigere l’attenzione su quel contenuto psichico, con il risultato che resti
indeterminato. Esistono altri tre modi per rapportarsi difensivamente a contenuti indesiderati, il primo prevede
l’evitare di formularli, il secondo prevede il loro formularli interamente ma prestando un’attenzione fugace
cosicchè occuperanno la consapevolezza solo per un istante, il terzo prevede il formularli interamente senza però
ammetterli alla coscienza. Per Stern l’essenza della difesa è la mancata formulazione, per Fingarette la mancata
esplicitazione, ma alcune persone esplicitano e formulano la propria esperienza ma si difendono da questa con
altri mezzi, come l’intellettualizzazione e ciò che manca sono i sentimenti, gli affetti e la sensazione che questi
pensieri siano parte di sé. È possibile inoltre attribuire un’etichetta sbagliata ai sentimenti e alle emozioni per
scopi difensivi.
L’esperienza non formulata e il contenuto indeterminato. Stern definisce l’esperienza non formulata come
“la forma non interpretata di quei materiali grezzi dell’esperienza riflessiva conscia, a cui possono essere alla
fine assegnate delle interpretazioni verbali e, perciò, portate in forma articolata”. Queste descrizioni risultano
però problematiche perché se le esperienze non formulate sono indeterminate è difficile che possano suscitare
un’operazione difensiva, deve esserci un qualche contenuto definito sperimentato a qualche livello come
minaccioso. Reagire difensivamente a un vago significato sentito come qualcosa di minaccioso indica che è
avvenuta una qualche interpretazione dell’esperienza e che vi è un qualche contenuto definito; la difesa è una
risposta attribuibile al contenuto più o meno definito di “sentimenti sentiti”. Interpretare o formulare il non
formulato non è una questione di costruire ma di completare un’esperienza abortita.
Il paradosso della difesa inconscia. È paradossale pensare che ci si possa difendere da un contenuto minaccioso
del quale non si ha nemmeno una qualche conoscenza. Una risposta è fornita dalla teoria strutturale freudiana
che individua nell’Io l’istanza che inconsciamente impedisce al materiale minaccioso di raggiungere la
coscienza. Sullivan propone l’ipotesi secondo la quale il sistema del Sé impedirebbe a determinati contenuti
psichici di raggiungere la coscienza attraverso la disattenzione selettiva, ma di nuovo, come fa il sistema del Sé
a sapere a cosa prestare o non prestare attenzione? Questo paradosso è risolvibile considerando che in questi
casi vi siano degli indizi esperienziali fugaci che scatenano ciò che Freud chiama “angoscia segnale” insieme al
non prestare attenzione, per cui si innesca un meccanismo in cui la non codifica e la non attenzione sopprimono
l’angoscia, che a sua volta rafforzerà la reazione difensiva. Non è necessario che uno stimolo sia interamente
elaborato per difendersi da esso e non occorre sapere tutto di un contenuto che non si vuole conoscere, basta
sapere che quel tanto che basta a far scattare la reazione difensiva di “non codificare oltre”. Uno stimolo non
formulato non è necessariamente uno stimolo indefinito, questo per sottolineare che vengono identificati degli
indizi parziali; esistono anche altri possibili processi ed euristiche che identificano un tipo di contenuto come
ciò che influenza la decisione di formulare o meno un’esperienza.
Le esperienze fugaci come guida ai sentimenti autentici. Si pensa che le esperienze fugaci e non formulate
siano utili per capire ciò che è reale nel pz e il suo vero stato interiore autentico. Secondo Rogers i veri sentimenti
di una persona sono rivelati in modo più accurato dall’esperienza viscerale (”sensazioni di pancia”) piuttosto
che dai pensieri consci e articolati, e questi ultimi sono più soggetti a ciò che ha incontrato l’approvazione
genitoriale (“condizioni di valore”) e può dunque essere ammesso all’elaborazione cosciente, mentre pensieri e
sentimenti che hanno incontrato la disapprovazione dei genitori restano fugaci e non formulati. Sono proprio
queste esperienze fugaci che rivelano emozioni e pensieri sfuggiti alle limitazioni imposte dalle condizioni di
valore. Malgrado le differenze, sia Rogers sia Freud sembrano collocarsi entro la prospettiva del realismo
psicologico, entrambi infatti credono che esistano significati reali ai quali le esperienze fugaci non formulate
rimandano. In quest’ottica è possibile far coincidere le sensazioni viscerali di Rogers con le libere associazioni
di Freud, entrambe rimandano a stati interni cui non è stato permesso l’accesso alla coscienza e solo le
interpretazioni fedeli ad essi risultano formulazioni veritiere del non formulato. In altre parole, solo una serie
limitata di interpretazioni corrisponde a ciò che è reale nell’individuo, il resto delle possibili interpretazioni non
corrisponde ad essa e quindi non esplicita adeguatamente i significati a cui le esperienze non formulate
rimandano. Le esperienze non formulate corrispondo a una visione romantica dell’inconscio che è la matrice di
un mondo esperienziale intatto non ancora plasmato dal filtro sociale, pertanto una fonte di verità e autenticità.
Allo stesso modo Freud sottolinea che l’Es è il Sé vero e reale dell’individuo, con i suoi impulsi autentici non
assoggettati alle esigenze della realtà delle difese (Io), né sottoposto a inibizione o aspettative sociali (Super-Io);
per cui le esperienze che non sono passate per il filtro sociale (il censore) sono quelle che rivelano meglio il vero
Sé. Per Freud dietro al Sé socializzato ci sono i moti pulsionali sessuali e aggressivi, figurando come un Sé
nemico della società, che non può essere tollerato per cui deve essere domato e socializzato (“metafora della
bestia” di Mitchell). Per Fromm invece dietro al Sé sociale c’è il Sé ingenuo, candidamente innocente che deve
necessariamente essere socializzato. È possibile che le sensazioni di pancia e analoghe esperienze non formulate
arrivino alla coscienza senza che siano sottoposte a una formulazione verbale e al filtro sociale, la loro natura
intuitiva e preverbale le rende indicatori preziosi del nostro stato emotivo. Il preservare queste qualità
contraddistingue un’autentica apertura verso queste esperienze da una sterile intellettualizzazione. Se si vuole
preservare la spontaneità e l’autenticità precedente il filtro sociale delle esperienze non formulate, esse non
devono interamente mutare di forma, perché in tal caso non potrebbero più fungere da indicatori di ciò che ci
succede realmente. Il trucco è permettere alle esperienze non formulate di entrare nella coscienza senza essere
troppo modificate, e al tempo stesso continuare a rifletterci. Questo trucco si ispira alle libere associazioni, la
cui regola fondamentale di dire tutto ciò viene in mente senza riflettere sull’adeguatezza, aumenta la probabilità
che emergano i derivati dell’inconscio. Inoltre, i comportamenti spontanei e involontari, che non sono sotto il
controllo conscio della volontà, possano rivelarci di più dei veri sentimenti della persona, anche di quelli
nascosti. Il principale compito della psicoanalisi risulta essere il trasformare il non formulato in formulato
mediante l’uso del linguaggio, senza necessariamente tradursi nella trasformazione di quelle esperienze in
strutture simboliche formulate.

L’INCONSCIO RAPPRESENTAZIONALE. Un altro approccio della psicoanalisi contemporanea ai contenuti


inconsci è la concettualizzazione di rappresentazioni di sé, dell’oggetto e dell’interazione tra i due, che sono
legate a credenze, affetti e aspettative che sono state acquisite precocemente nell’interazione con i genitori. Dalle
ripetute interazioni precoci con le figure genitoriali si formano rappresentazioni implicite inconsce costruite su
generalizzazioni di interazioni prototipiche. Questa è l’idea di fondo delle rappresentazioni interattive
generalizzate (RIG) di Stern, ovvero le strutture di interazione e modelli relazionali abituali, che si formano
sulla base di una tendenza di base della mente che è volta ad astrarre rappresentazioni generali da esperienze ed
episodi ripetuti. Queste rappresentazioni fungono da modello di ciò che dobbiamo credere e aspettarci. Le RIG
che si sono formate nella prima infanzia influenzano le aspettative relative agli altri significati e del concetto di
sé. Le rappresentazioni di sé e dell’oggetto sono permeate da una forte affettività, da preoccupazioni e da
tematiche affettive incentrate su temi molto profondi e spesso sono anche pervase da conflitti. Essendo state
acquisite precocemente mediante canali non verbali, queste rappresentazioni sono spesso inconsce, implicite;
sono simili ad abitudini e ad abilità motorie, in psicologia cognitiva appartengono alla categoria della conoscenza
procedurale piuttosto che a quella della conoscenza dichiarativa. Se per la teoria classica una volta eliminata la
rimozione si possono recuperare desideri rimossi, non lo è altrettanto per le rappresentazioni precoci, in quanto
funzionano in modo simile alla conoscenza procedurale. Si possono invece identificare i modelli relazionali
ripetitivi e impliciti; il trattamento non fa accedere direttamente alle strutture rappresentazionali ma spesso ne
facilita il riconoscimento e la presa di coscienza attraverso i modelli ripetitivi nel qui ed ora del transfert. Talvolta
i pz ricordano avvenimenti passati che fungono da modello di esperienze precoci ripetute, nella prospettiva
contemporanea il significato terapeutico del recupero di tali ricordi non risiede nel beneficio del recupero, ma
nel fatto che essi esemplificano il tipo di esperienze in base alle quali le strutture rappresentazionali si sono
formate. L’inconscio contemporaneo è razionale e orientato alla realtà e le RIG sono concepite come repliche
per lo più fedeli di eventi reali, come registrazioni astratte di interazioni col caregiver. Le rappresentazioni
inconsce della psicoanalisi contemporanea non sono basate su fantasie endogene ma sono il risultato di messaggi
e comunicazioni genitoriali e quindi riflettono gli eventi reali in modo adeguato. Una delle maggiori critiche
mosse da Bowlby nei confronti della teoria psicoanalitica, si incentra sull’eccessiva enfasi sulle fantasie e lo
scarso interesse per gli eventi reali nella vita del bambino. Le differenze di temperamento giocano un ruolo
importante nella realtà psichica del bambino e le rappresentazioni agiscono come strutture cognitive apprese e
non come motivazioni dinamiche. Tuttavia, a qualche livello, il loro status inconscio può essere il risultato di
processi difensivi analoghi alla rimozione. Bowlby ha sottolineato come la mancata presa di coscienza di
determinate rappresentazioni può essere in parte dovuta a proibizioni genitoriali e alla conseguente minaccia ai
legami oggettuali che comporterebbe. Diventare consapevoli del rifiuto dei genitori non solo scatenerebbe
sentimenti dolorosi ma minaccerebbe anche l’immagine idealizzata che si ha di loro. In sostanza, l’inconscio
della psicoanalisi contemporanea a differenza di quello freudiano, è un inconscio cognitivo, composto da
credenze, rappresentazioni di sé, dell’oggetto e dell’interazione, passando così da un inconscio di desideri
infantili a uno di rappresentazioni infantili. Allo stesso modo la psicopatologia si fonda sulla persistenza di
rappresentazioni non più adattive, configurandosi come il prodotto di rappresentazioni di sé negative
accompagnate da affetti disforici, rappresentazioni di sé e degli altri rigide e stereotipate basate su precoci
esperienze con i genitori che rendono più difficile l’instaurare di relazioni soddisfacenti e poterle mantenere.
LA NATURA SOCIALE DELLA MENTE. Nella letteratura psicoanalitica contemporanea la concezione di una
natura sociale della mente è espressa in due modi, uno riguarda le teorie delle relazioni oggettuali che esaltano
l’orientamento all’oggetto dell’essere umano; la seconda prevede la concezione della mente come costruita
socialmente. Queste due tendenze sono differenti perché la prima implica che l’essere intrinsecamente sociali è
una modalità innata e non costruita socialmente ed è indipendente dalle influenze sociali. Il sistema di
attaccamento pre-programmato elaborato da Bowlby è un esempio del fondamento biologico innato.
La mente come costruzione sociale. La nostra mente è plasmata dalle ripetute interazioni precoci con gli altri,
principalmente con i caregiver ed è socialmente costruita nella misura in cui è il prodotto delle continue e
mutevoli interazioni sociali. La mente quindi sarebbe costituita da una serie di risposte fluide alle influenze e
interazioni sociali che sono continuamente mutevoli.
Il contenuto sociale della mente. In contrasto con la concezione psicoanalitica classica della mente secondo cui
sarebbe un’unità sotto forma di desideri e impulsi ribollenti, nelle teorie contemporanee l’unità di base della
mente è una qualche forma di rappresentazione interazionale, unita alle rappresentazioni di sé e dell’altro. Mentre
nella teoria classica i processi mentali sono le vicissitudini intrapsichiche dei desideri connessi alle pulsioni, nelle
teorie contemporanee essi si riferiscono alle interazioni sociali tra sé e gli altri, ovvero sono le rappresentazioni
di interazioni.
La prospettiva intersoggettiva di Stolorow. Secondo Stolorow e colleghi, la psicoanalisi è una scienza
dell’intersoggettività, incentrata sull’interazione tra i mondi soggettivi dell’osservatore e dell’osservato, in un
flusso continuo di influenze reciproche. Secondo l’autore il mondo esperienziale del pz è forgiato una “rete di
convinzioni, norme e principi che organizzano il suo mondo e mantiene le esperienze entro le loro limitate
prospettive. Questi principi (interazioni precoci) sono acquisiti durante l’infanzia all’interno di un campo
relazionale con i genitori e tale influenza nell’interazione non si limita all’infanzia ma è attiva anche nella vita
adulta, per esempio nella situazione analitica, dove il pz valuta la ricettività dell’analista e ne coglie i segnali in
riferimento a certe aree di esperienza, che se ritenute minacciose per il legame con lui, metterà in atto operazioni
difensive e sospenderà la loro elaborazione. Ci si scontra però con un’incoerenza che vede, da un lato che le
prospettive limitate create dalle interazioni precoci coi genitori restino immutate nel tempo, dall’altro che gli
orizzonti di consapevolezza sono prodotti fluidi, ma se sono così fluidi perché è difficile modificarli nel
trattamento?
Il contributo di Mitchell. Mitchell ha concettualizzato la mente come il prodotto fluido e socialmente costruito
di interazioni sociali continuamente mutevoli; l’unità di oggetto di studio non è l’individuo come entità separata
ma un campo di interazione all’interno del quale l’individuo nasce e lotta per stabilire contatti e per esprimersi,
per cui pensare alla mente come individuale costituirebbe un ossimoro per cui l’individuo non può essere
un’entità separata dalle interazioni sociali. La mente è stata ridefinita con una descrizione basata sui modelli
transizionali e non può sostenersi in modo del tutto indipendente dalle altre menti. Per Mitchell quindi ogni essere
umano ha tante personalità quante relazioni interpersonali eppure appare contraddittorio partecipare a
un’interazione con altri senza essere un’entità separata. Alcune ricerche contemporanee sullo sviluppo infantile
hanno evidenziato che le interazioni sociali plasmano gli stati mentali infantili e sono un prerequisito del
funzionamento mentale adulto. Esiste però una distinzione tra il caregiver dotato di responsività, che risponde in
modo accurato ai segnali del bambino, e il caregiver che tende a imporre e proiettare sul bambino i propri stati
mentali non essendo in grado di distinguere tra i propri e quelli del bambino. Nella prima infanzia esistono limiti
alle influenze sociali che se oltrepassati, violano l’integrità del bambino, questo perché il neonato non è una
tabula rasa, non può sempre e costantemente essere plasmato dalle influenze sociali, disponendo di
caratteristiche fondamentali proprie. Similmente Winnicott con i concetti di vero Sé e falso Sé contempla
implicitamente la distinzione tra caregiver sensibile e insensibile, nella misura in cui il falso Sé è il risultato
dell’accondiscendenza alle imposizioni del caregiver mentre il vero Sé rappresenta l’impulso spontaneo
dell’organismo del neonato. Se la mente del bambino viene completamente costruita dall’interazione sociale, nel
bambino non esistono gli stati mentali indipendenti dal caregiver ai quali egli dovrebbe rispondere
adeguatamente. Uno sviluppo ottimale è determinato da aree della personalità che siano insensibili all’influenza
delle interazioni sociali, quelle che per Rapaport sono le pulsioni endogene che pongono limiti all’influenza
sociale. Rapaport, in contrasto con la psicoanalisi contemporanea, sostiene che queste proprietà essenziali
vengono violate dall’influenza sociale con la conseguenza di perdere la nostra umanità e diventare come dei
robot sociali.
Situazionismo, comportamentismo sociale e costruzione della mente. Anni fa si era diffusa una corrente della
psicologia della personalità nota come “situazionismo”, che affermava come la situazione in cui si trova
l’individuo sia un miglior predittore del suo comportamento rispetto ai presunti tratti interni di personalità.
Successivamente si è giunti a concludere che il comportamento è un prodotto dell’interazione tra tratti interni e
situazioni esterne. Confrontando questa posizione con le idee della psicoanalisi relazionale contemporanea sulla
costruzione della mente, è possibile sottolineare che questa paragona il ruolo delle interazioni interpersonali, che
al loro fluttuare variano gli stati fluidi della mente, al ruolo svolto dalle situazioni esterne sempre mutevoli, nel
determinare il comportamento. La teoria interpersonale di Sullivan è in qualche modo può essere intesa come
una formulazione del situazionismo in psicoanalisi, data l’idea che non esiste una personalità individuale, ma
solo un campo interazionale, ovvero ruoli sociali piuttosto che strutture interne, manifestandosi nella tesi della
costruzione sociale della mente.
CONTENUTI MENTALI INCONSCI E MOTIVAZIONE. Al centro della teoria psicoanalitica classica vi è
l’idea che la maggior parte della vita mentale si trovi al di fuori della coscienza e che i contenuti psichici inconsci
esercitano una forza motivazionale che influenza il funzionamento mentale. Nella concezione psicoanalitica
contemporanea invece i contenuti non formulati (versione contemporanea di inconscio) non hanno propriamente
una funzione motivazionale, bensì questa entra in gioco unicamente sono nel non formulare, per cui non
esercitano una forza motivante sul comportamento.
Comunicare versus esperire. Stolorow, Stern e altri, sottolineano l’influenza del campo relazionale su ciò che
il pz è in grado di esperire compiutamente, si nota invece uno scarso interesse a ciò che il pz è disposto o meno
a comunicare al terapeuta. Determinate esperienze possono essere interamente formulate e non venire
comunicate perché il pz valuta che non risulterebbero ben accette dal terapeuta e andrebbero a minacciare il
legame con lui, non risultano quindi impossibili da comunicare o formulare da parte del pz.

7. CONCEZIONI DELLE RELAZIONI OGGETTUALI NELLE TEORIE PSICOANALITICHE


CONTEMPORANEE.
Secondo la teoria freudiana è l’inadeguatezza dell’appagamento allucinatorio del desiderio nel ridurre la pulsione
della fame che ci costringe a rivolgerci agli oggetti; secondo Freud la relazione tra pulsione e oggetto si fonda
sulla proprietà dell’oggetto di essere il mezzo per cui la pulsione può raggiungere la sua meta. Le concezioni
contemporanee delle relazioni oggettuali ribaltano radicalmente questi assunti.
CHE COS’E’ L’OGGETTO?. Il termine oggetto (per estensione relazione oggettuale) ha molteplici significati,
da un punto di vista storico si rifà alla concezione di oggetto di Freud come mezzo; si parla inoltre di oggetto e
non del concetto di persona perché quest’ultimo è assente nel neonato, che di fatto risponde a un oggetto (seno)
e non alla persona nella sua interezza. Un altro motivo per parlare di oggetti e relazioni oggettuali si basa sul
ruolo fondamentale degli oggetti inanimati nello sviluppo e nell’autoregolazione del bambino, quelli che
Winnicott chiama oggetti transizionali, svolgono funzioni psicologiche. Vengono distinti tre diversi significati
del termine oggetto:
1) L’oggetto come oggetto fisico reale, che può essere una persona o un essere animato o inanimato, e ciò
implica l’aver sviluppato la nozione di cose separate al di fuori di sé.
2) L’oggetto come rappresentazione mentale di un altro fuori di sé, ci relazioniamo con la rappresentazione
mentale di quell’oggetto e la nostra relazione è diretta verso l’esterno.
3) Oggetto interiorizzato, esso secondo Fairbairn si fonda sul concetto freudiano del Super-Io, che può essere
rappresentato come insieme di proibizioni, norme e credenze legate ai rapporti precoci con le figure
genitoriali che sono stati interiorizzati. Il Super-Io è una parte di sé non completamente assimilata e ciò
riflette l’esperienza soggettiva come parte di sé e al tempo stesso parte estranea a sé, un oggetto esterno.
SIAMO INTRINSECAMENTE ORIENTATI ALL’OGGETTO. Le teorie psicoanalitiche contemporanee
considerano la natura umana come intrinsecamente orientata all’oggetto. Fairbairn sostiene che la libido sia una
ricerca dell’oggetto piuttosto che una ricerca di piacere, egli ipotizza che la mente sia composta da strutture
dell’Io e oggetti interiorizzati invece di desideri correlati a pulsioni. Ciò sta a significare che un desiderio
pulsionale porta sempre con sé un particolare tipo di relazione oggettuale e dire che siamo intrinsecamente
orientati all’oggetto implica che siamo intrinsecamente sociali. Questa visione rappresenta un capovolgimento
radicale della concezione formulata da Freud di uno stato psichico iniziale di incapsulamento narcisistico privo
di oggetto, dove la prima reazione verso l’oggetto è di repulsione e si è spinti verso di essi dalle esigenze
pulsionali e dal pericolo del sovraeccitamento delle pulsioni.
PRECURSORI DELLE CONCEZIONI CONTEMPORANEE. L’idea di una natura sociale non è nuova, già
Hermann nella scuola ungherese di psicoanalisi aveva postulato l’esistenza di una componente istintiva primaria
di attaccamento presente fin dalla nascita e anche Suttie intuì che l’essere umano è intrinsecamente orientato alla
relazione. Melanie Klein sottolinea che i segnali di amore nel neonato e il suo interesse crescente per la madre
indicano che la gratificazione è legata all’oggetto che procura il cibo tanto quanto al cibo stesso. L’esperimento
di Harlow dei surrogati materni in fil di ferro e stoffa va a confutare l’ipotesi di Hull secondo la quale
l’attaccamento infantile alla madre si basa sulla riduzione della tensione conseguente al soddisfacimento della
pulsione della fame, e questo è stato dimostrato fornendo a un gruppo di scimmie un surrogato materno in fil di
ferro che le fornisce il latte e un surrogato materno di pezza, è emerso che pur rivolgendosi al primo quando
avevano fame, si attaccavano in tutte le altre circostanze al secondo.
RELAZIONI OGGETTUALI NELLA PSICOANALISI CONTEMPORANEA. I diversi modelli relazionali,
comprendenti le teorie della scuola britannica (Fairnbairn), la psicoanalisi relazionale (Mitchell) e la teoria
dell’attaccamento (Bowlby), sono accomunati da una prospettiva che considera le relazioni con gli altri (e non le
pulsioni) l’elemento fondamentale della vita mentale, oltre all’idea che l’essere umano sia orientato all’oggetto
e che la sua ricerca non abbia la funzione di gratificazione pulsionale.
L’opera di Fairbairn. Rappresenta l’esposizione più sistematica delle relazioni oggettuali in psicoanalisi,
focalizzata sul concetto di oggetto interiorizzato. La teoria si fonda sull’idea che vengano interiorizzate
esperienze interazionali negative che non si è in grado di assimilare come parti di sé (similmente accade con il
Super-Io come accennato). Prendendo in esempio un bambino che abbia ripetutamente vissuto esperienze di
rifiuto e critica, data la loro natura dolorosa e traumatica, queste non possono venire totalmente assimilate ma
vengono introiettate come corpo estraneo sottoforma di “sabotatore interno”, interiorizzando il genitore come
critico e rifiutante diventando un introietto. Il bambino assume così su di sé la “cattiveria” del genitore per
conservarne un’immagine buona, perché diversamente sarebbe intollerabile vivere i propri genitori come
rifiutanti e disinteressati. Ci si vede cattivi perché si avverte la presenza di un critico (sabotatore interno) che
afferma che siamo cattivi, come accade nel Super-Io rigido, e la cattiveria non è assimilata perché proveniente
dalla voce di un estraneo. Di conseguenza, se la mancanza di amore può essere attribuita alla propria cattiveria,
c’è la speranza che, essendo buoni, si può recuperare l’amore dei genitori. Fairbairn propone una teoria a due
fattori dei processi implicati nell’interiorizzazione dell’oggetto; il primo è l’incapacità del bambino di assimilare
completamente le esperienze traumatiche; il secondo è la necessità di conservare una rappresentazione positiva
dell’oggetto, attribuendo la cattiveria a se stesso. Questa formulazione suggerisce che l’oggetto sia al tempo
stesso buono e cattivo, cattivo perché non interamente assimilato e interiorizzato come oggetto, e buono perché
ben assimilato. Questa contraddizione si risolve considerando che la rappresentazione idealizzata dell’oggetto
buono in risposta a esperienze traumatiche è dovuta a un processo difensivo. Inoltre, l’oggetto cattivo è anche
seducente e attraente costituendo la fantasia unita alla speranza di riuscire a superare il rifiuto. Assumere la
cattiveria su di sé per preservare la bontà dell’oggetto è un’espressione di questa fantasia. In altre parole, la
rappresentazione dell’oggetto come buono è una difesa contro l’abbattimento e la disperazione, una conseguenza
di questa difesa è la scissione dell’Io. Per quanto riguarda le esperienze buone, “digeribili” invece secondo
l’autore vengono assimilate integralmente sottoforma di ricordi e apprendimenti e diventano parte di noi stessi,
come se fosse un boccone che venendo ingerito e digerito si trasforma in elementi corporei che resteranno nel
corpo, se invece si ingerisce qualcosa di non digeribile e ingeribili (esperienze cattive) non potrà essere scisso e
permarrà nel corpo nella sua forma originaria. Le esperienze buone vengono interiorizzate sotto forma di normali
rappresentazioni cognitivo-affettive e vengono percepite come aspetti di sé egosintonici, parte della propria
identità. L’oggetto buono creato difensivamente per gestire esperienze negative, che si differenzia dall’oggetto
buono derivante da esperienze positive, mostrerà come tratto tipico l’idealizzazione difensiva dell’oggetto.
Alcune ricerche mettono in luce il rapporto tra esperienze precoci di rifiuto e l’idealizzazione difensiva
configurandosi come stile di attaccamento evitante, in cui spesso si descrivono i propri genitori molto
positivamente ma quando viene chiesto di fare alcuni esempi concreti non si è in grado di citare episodi specifici.
Secondo Sullivan la rappresentazione di sé è il prodotto di “valutazioni riflesse” di altre persone significative,
e se un individuo viene considerato sgradevole e privo di valore, rappresenterà se stesso allo stesso modo. Allo
stesso modo sono concepiti i costrutti teorici dei modelli operativi interni (MOI) e delle rappresentazioni
interattive generali (RIG), le quali suggeriscono che le rappresentazioni di sé siano implicitamente il prodotto di
un apprendimento basato sulle interazioni precoci con i genitori. Il prodotto di un processo di interiorizzazione
basato sulle valutazioni riflesse è egosintonico (“parte di me”), mentre il prodotto del processo di
interiorizzazione dell’oggetto è egodistonico (“non me”).
Le relazioni oggettuali interiorizzate. Secondo Fairbairn gran parte della vita affettiva di un individuo si
svolge all’interno di relazioni oggettuali interiorizzate, con oggetti interiorizzati e non con persone reali, che sono
controfigure di questi. Questo processo può essere inteso come la proiezione sull’altro dei propri oggetti
interiorizzati, per cui le relazioni oggettuali saranno costituite da relazioni tra diverse componenti di sé e non da
rapporti tra sé e l’altro. Un indicatore di salute mentale secondo Fairbairn è l’adeguato funzionamento
dell’esame di realtà (nel campo delle relazioni oggettuali), ovvero la capacità di relazionarsi con gli altri per
quello che sono realmente nella realtà e non in quanto rappresentazioni di oggetti interiorizzati. Questa
concettualizzazione si collega alla nozione freudiana di transfert, dove entrambe le visioni fanno riferimento
al fatto che ci si relazioni con gli altri in base alle proprie proiezioni, e l’analisi del transfert aiuta non solo a
comprenderle ma anche a liberarsene e mostrarsi per ciò che si è realmente.
Relazionalità e autonomia. L’attaccamento ai legami oggettuali precoci o la mancata transizione dai legami
simbiotici alla separazione-individuazione sono spesso considerati indicatori di patologia, da cui emerge un
conflitto persistente tra relazionalità e autonomia. Nella teoria dell’attaccamento il rapporto tra relazionalità e
autonomia è aconflittuale e sinergico, perché alla base di questo vi è la base sicura fornita dalla figura di
attaccamento e la capacità del bambino di esplorare il mondo in una condizione di assenza di angoscia e non può
esserci esplorazione senza avere una relazione con l’altro, un porto sicuro. Il conflitto nasce quando la figura di
attaccamento non è in grado di fornire un’adeguata base sicura nei momenti di difficoltà, per cui si tenderà a
perseguire l’autonomia in modo eccessivo (attaccamento evitante) oppure aggrappandosi eccessivamente agli
altri (attaccamento ansioso). Psicologia del Sé e relazioni oggettuali. La Psicologia del Sé di Kohut non è una
teoria delle relazioni oggettuali in quanto non viene mai postulata una tendenza innata alla ricerca dell’oggetto,
bensì si propone in obiezione alla posizione di Freud secondo cui nel corso dello sviluppo si passa dal narcisismo
alle relazioni oggettuali. Kohut considera il narcisismo una linea di sviluppo indipendente, che può essere
arcaico, sano e maturo e il nucleo del funzionamento psicologico è la possibilità di sviluppare un sé coeso. Kohut
invece di utilizzare i termini oggetto e relazioni oggettuali utilizza oggetto-Sé e relazioni Sé/oggetto-Sé, in cui il
termine oggetto-Sé si riferisce alla funzione narcisistica svolta dall’oggetto. In una relazione Sé/oggetto-Sé non
ci si rapporta all’altro in quanto oggetto, bensì in quanto funzione per una conferma narcisistica di se stessi,
ovvero l’oggetto-Sé regola l’autostima dell’individuo e la coesione del Sè. Dalla prospettiva della teoria delle
relazioni oggettuali la peggior tragedia risulterebbe l’incapacità di amare e quindi di instaurare una connessione
affettiva con l’altro (riconducibile ai disturbi schizoidi), mentre per la Psicologia del Sé una totale assenza di
valore personale (riconducibile ai disturbi narcisistici). Secondo la teoria di Fairbairn invece la tragedia coincide
con un mondo interno vuoto, privo di connessioni con gli oggetti. Kohut rifiuta la concezione di Freud sul
passaggio dal narcisismo all’amore oggettuale (amare per non ammalarsi”), attribuendo ad uno sviluppo ottimale
il passaggio dal vivere l’altro come oggetto-Sé arcaico a viverlo come oggetto-Sé maturo.
RAPPORTO TRA SESSUALITA’ E RELAZIONI OGGETTUALI NELLE TEORIE PSICOANALITICHE
CONTEMPORANEE. La teoria delle relazioni oggettuali di Fairbairn, la psicoanalisi relazionale di Mitchell e
la Psicologia del Sé di Kohut condividono l’idea che la teoria classica abbia attribuito troppa importanza alla
sessualità. Mentre per Freud le relazioni oggettuali si sviluppano in quanto mezzi per la gratificazione pulsionale,
per la psicoanalisi relazionale il sesso è importante perché è l’area fondamentale in cui prendono forma le vicende
legate alle relazioni oggettuali, come il desiderio dell’attenzione esclusiva dei genitori, la paura della separazione
e la paura legata a fantasie di fusione.
La situazione edipica. Nella teoria freudiana al centro della questione edipica ci sono i desideri incestuosi
rivolti al genitore di sesso opposto e i desideri aggressivi rivolti al genitore dello stesso sesso, per cui gli elementi
essenziali sono sessualità e aggressività. Nella prospettiva relazionale i desideri incestuosi sono in realtà
desideri simbiotici inconsci (desideri fusionali), che non hanno natura realmente sessuale ma sono espressione
delle difficoltà di separarsi e differenziarsi dalle figure genitoriali. Nell’ambito delle relazioni oggettuali
un’adeguata risoluzione di tali conflitti si traduce nella capacità dell’individuo di rinunciare ai legami oggettuali
precoci e seguire l’impulso progressivo alla separazione.
Conflitti edipici e fattori ambientali. Secondo Kohut se il periodo edipico è caratterizzato da desideri incestuosi
e aggressivi è indizio di un’evoluzione patologica, risultato di posizioni di seduttività, invidia e ostilità dei
genitori nei confronti dei figli, di cui Freud ha completamente ignorato l’evidente presenza. La psicoanalisi
contemporanea si focalizza sulla minimizzazione dei processi geneticamente programmati, come gli stadi
psicosessuali, e sull’enfatizzazione del ruolo degli eventi ambientali, incluso il trauma e il fallimento
ambientale. Un esempio di dinamica analitica riconcettualizzata in termini di relazioni ambientali è quella di
Weiss riguardo l’angoscia di castrazione, essa viene intesa in senso simbolico per riferirsi alla temuta punizione
da parte del padre ai tentativi del bambino di sovrastarlo, accentuando il senso di impotenza nei confronti di una
figura autorevole, nella formulazione classica invece ci si riferisce al significato letterale di castrazione in vista
dei desideri competitivi del bambino.
PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DEGLI OGGETTI? Nella teoria pulsionale e del narcisismo di Freud, gli
oggetti servono a impedire l’Io di essere investito da un eccitamento eccessivo, per cui la non disponibilità
dell’oggetto lascia l’organismo in balie di tensioni pulsionali non scaricate (eccitamento eccessivo). Le teorie
contemporanee rifiutano queste idee di fondo, per la teoria relazione di Mitchell gli oggetti sono necessari per
conservare la continuità, i legami e la familiarità col mondo interazionale di ciascuno, ed esiste un desiderio
potente di conservare un senso di sé duraturo come individuo associato ad altri individui. La teoria relazionale
di Fairnbairn postula che abbiamo bisogno degli oggetti per sostenere l’Io ed evitare la tragedia psicologica di
un mondo interno vuoto e privo di connessioni con gli oggetti. Nella prospettiva della Psicologia del Sé di
Kohut invece il rispecchiamento empatico da parte degli oggetti (oggetti-Sé) è necessario per conservare un
Sé coeso, la mancanza di questa mette l’individuo a rischio di sviluppare difetti del Sé, esponendolo all’angoscia
di disintegrazione. Per la teoria dell’attaccamento di Bowlby la funzione degli oggetti presenta due fattori,
filogenetico e ontogenetico, il primo è inteso come tendenza geneticamente programmata per proteggersi dai
predatori, il secondo come “sicurezza percepita”, un importante fattore per il funzionamento ottimale e per la
capacità di esplorare il mondo fisico e sociale.
Gli oggetti sono necessari per la regolazione fisiologica ed emotiva. Diverse ricerche empiriche confermano
che l’oggetto ha la funzione di regolare i sistemi fisiologici e comportamentali vitali nei piccoli della specie, tra
queste spicca il lavoro di Hofer, che dimostra come diversi input sensoriali da parte dei caregiver regolino diversi
sistemi fisiologici nel ratto (es. frequenza cardiaca, ormone della crescita..), e quando questo viene allontanato
dalla mamma, perde questi input sensoriali. Questo dimostra che si può prevenire o ridurre gli effetti della
deprivazione materna fornendo le diverse stimolazioni che vengono a mancare in assenza della madre. Questi
risultati evidenziano come la funzione primaria dell’oggetto sia la regolazione di bisogni endogeni fornita dai
diversi input sensoriali e che gli eventuali significati ne sono il sottoprodotto. L’oggetto che presta le cure può
quindi essere inteso come qualcuno che funge da regolatore dei sistemi fisiologici e comportamentali del piccolo
e quindi diventa necessario al nostro funzionamento.
8. CONCEZIONI DELLA PSICOPATOLOGIA NELLE TEORIE PSICOANALITICHE
CONTEMPORANEE.
TEORIE E FORME DI PATOLOGIA. La teoria psicoanalitica classica è essenzialmente una teoria della nevrosi
e pone enfasi sul conflitto. Le concezioni psicoanalitiche della psicopatologia si sono ampliate, per esempio
Kohut ha ripartito la teoria classica come applicabile ai conflitti strutturali mentre la teoria del Sé alle
psicopatologie con difetti del Sé. Kohut afferma anche che i conflitti patogeni nella sfera pulsionale-oggettuale,
ovvero i conflitti patogeni dell’amore e dell’odio oggettuale (es. complesso edipico) non sono la causa primaria
della psicopatologia, bensì l’effetto. La teoria della Psicologia del Sé non si pone come una semplice integrazione
ma come una teoria più esaustiva, che comprende sia i fenomeni affrontati dalla teoria classica (conflitti interni),
sia i fenomeni clinici che questa non può spiegare adeguatamente (difetti del Sé).
TEMI COMUNI ALLE TEORIE PSICOANALITICHE CONTEMPORANEE DELLA PSICOPATOLOGIA.
All’interno delle diverse teorie psicopatologiche attuali è possibile identificare alcuni temi comuni:
La centralità delle relazioni e il ruolo del fallimento ambientale. Uno dei temi è il rifiuto della visione classica
secondo cui la psicopatologia sia caratterizzata da un conflitto interno che ruota attorno ai desideri sessuali e
aggressivi. Con tutte le possibili differenze le teorie psicopatologiche contemporanee sono attribuite a modelli
di fallimento ambientale, nella fattispecie alle deprivazioni e deficienze della cura genitoriale precoce con
conseguenti fallimenti di sintonizzazione e trascuratezze fino ad arrivare ad abusi. Pur avendo le teorie
contemporanee questo aspetto in comune, a differenziarsi sono invece la natura del fallimento e il modo di
concettualizzare le conseguenze; Kohut ad esempio evidenzia l’incapacità dei genitori di rispecchiamento
empatico come nucleo principale della psicopatologia.
La psicopatologia come persistenza di modalità relazionali precoci. Un altro tema che accomuna le teorie
psicoanalitiche contemporanee è il persistere di modalità relazionali precedenti che una volta erano adattiva ma
che ora non lo sono più. Il periodo di cure parentali ha due conseguenze che esercitano un’influenza nello
sviluppo successivo, la prima è la precoce formazione di legami affettivi intensi nei confronti dei caregiver, la
seconda è la prolungata esposizione a influenze sociali che rappresentano il terreno per lo sviluppo di competenze
social e modelli di relazione con gli altri. Nel contesto psicopatologico è possibile distinguere una serie di effetti,
che si riversano sul funzionamento, del persistere di legami emotivi precoci e dell’apprendimento di modalità
relazionali disadattive. Una conseguenza primaria dell’attaccamento spasmodico è l’incapacità di costruire nuovi
legami oggettuali, mentre il persistere di modelli relazionali precoci consente sì di sviluppare legami emotivi ma
con una modalità stereotipata e uno stile relazionale arcaico.
Rappresentazioni disadattive. Dai primi stadi di vita impariamo a relazionarci agli altri, formandoci
rappresentazioni che astraggono caratteristiche prototipiche di ripetute interazioni coi caregiver, mediante tali
rappresentazioni relazionali prototipiche impariamo che cosa dobbiamo aspettarci dagli altri e come relazionarci
con loro. Questa facoltà è una proprietà psichica molto adattiva, che però può avere conseguenze disadattive, in
particolar modo quando ci si aggrappa in modo rigido alle aspettative, impedendo di tenere conto delle nuove
realtà del momento presente. In questi termini, le rappresentazioni prototipiche tra sé e l’altro corrispondono a
una concezione psicopatologica di interazioni disadattive. Le teorie psicopatologiche contemporanee
condividono l’idea che sulla base di esperienze precoci con le figure genitoriali, l’individuo acquisisca una serie
di rappresentazioni adeguate ma che poi diventano disadattive perché provocano sofferenza e interferiscono con
la possibilità di instaurare nuove relazioni. Un esempio è lo stile di attaccamento evitante-distanziante, che un
tempo fungeva di difesa per il bambino dalla sofferenza di continui rifiuti ma se esso viene mantenuto anche
successivamente impedirà di instaurare relazioni intime soddisfacenti. Tali rappresentazioni sono inconsce in
quanto acquisite attraverso canali non verbali, sono quindi simili ad abitudini che guidano implicitamente in
modo silente le aspettative e i modelli comportamentali dell’individuo. Sia nelle teorie psicoanalitiche
contemporanee sia nella teoria cognitivo-comportamentale, al centro della patologia c’è l’acquisizione precoce
e il mantenimento nella vita adulta di rappresentazioni, schemi di credenze disadattivi.
Attaccamento spasmodico ai legami oggettuali precoci. Al resistere di rappresentazioni relazionali precoci si
aggiunge un rimanere emotivamente aggrappati (clinging) agli oggetti arcaici, i quali possono comportare effetti
patogeni. Queste connessioni affettive con i primi oggetti, così come il protrarsi di modalità relazionali precoci,
non possono essere trasformate né trasferite su altri oggetti. Fairbairn sostiene che “l’ostinato attaccamento” del
pz agli oggetti interni sono un elemento di psicopatologia, similmente Mithcell afferma dell’attaccamento
conflittuale agli oggetti arcaici. Risulta però diverso il modo di concettualizzare tale attaccamento, la teoria
classica sostiene che la persistenza di legami oggettuali precoci è riconducibile al perdurare di desideri infantili,
il cui prototipo sono i desideri incestuosi che causerà interferenze con la capacità di vivere relazioni gratificanti.
Per quanto riguarda le motivazioni che conducono a mantenere i legami oggettuali precoci, Weiss evidenzia
come l’esempio della comunicazione dei genitori “Se persegui l’autonomia mi abbandoni” conduca a
sperimentare sensi di colpa nell’intraprende la ricerca dell’autonomia, per cui la rinuncia di questo obiettivo sarà
una dimostrazione di fedeltà nei confronti degli oggetti precoci, fenomeno identificato come “colpa da
separazione”. Fairbairn chiarisce in merito che non si tratta solamente di senso di colpa ma anche di paura e
terrore di fronte la prospettiva di vivere in un mondo interno vuoto, privo di legami oggettuali (concetto evidente
nel caso di bambini abusati che idealizzano i propri abusanti), questo sottolinea come il bisogno assoluto del
bambino dell’oggetto. Ciò che quindi accomuna teorie classiche e contemporanee è l’incapacità di rinunciare ai
legami oggettuali precoci e di quanto interferisca con la capacità di perseguire obiettivi e relazioni gratificanti.
Conflitto tra attaccamento spasmodico agli oggetti precoci e lotta per l’autonomia. L’attaccamento
spasmodico agli oggetti precoci indica che si entra in conflitto con il perseguimento di obiettivi evolutivi diversi,
in particolare quelli legati alla separazione-individuazione, e dell’autonomia, come la creazione di rapporti
interpersonali adeguati all’età. Fairbairn distingue il conflitto in “dipendenza infantile” e “dipendenza matura”
(separazione/identificazione con l’oggetto). Similmente, Mitchell afferma che le persone si aggrappano agli
oggetti arcaici, anche quelli cattivi, perché danno un senso di sicurezza, familiarità e connessione e nelle relazioni
future si continueranno a cercare gli stessi legami oggettuali e modalità relazionali precoci, per potersi garantire
un senso di connessione vitale. In contrasto con la visione classica, le teorie contemporanee associato la
disapprovazione genitoriale agli sforzi evolutivi di autonomizzarsi, e non il soddisfacimento di desideri proibiti.
Se tali sforzi di autonomizzazione vengono vissuti come minacce ai legami oggettuali, verranno di conseguenza
abbandonati o limitati. L’impulso progressivo alla separazione di Fairbairn non si riferisce solo ai desideri
infantili ma anche ai desideri maturi. Nella teoria classica la comunicazione dei genitori è “Se continui ad avere
desideri sessuali e aggressivi, non ti amerò più o ti punirò”, nelle teorie contemporanee “Se continui a tentare di
separarti e diventare autonomo, mi fai del male o mi distruggi”, in entrambe il bambino si adatta alle richieste
implicite utilizzando diverse strategie per conservare il legame con l’oggetto. Nella teoria classica il bambino
teme di la perdita dell’oggetto o dell’amore dell’oggetto, nella visione contemporanea ha paura che le proprie
aspirazioni di autonomia danneggiano i genitori e di conseguenza se stesso. Nel primo caso viene sottolineata
l’angoscia, dovuta alla paura della punizione, nel secondo il senso di colpa legato ai possibili danni arrecati ai
genitori.
Mancata interiorizzazione di una base sicura. Emerge l’ipotesi che il motivo per cui l’individuo continua ad
aggrapparsi agli oggetti precoci e non può esplorare autonomamente il mondo sia associato al non aver potuto
interiorizzare in modo adeguato una base sicura. Winnicott ha osservato che la capacità di stare soli (come
espressione di autonomia) dipende dal fatto che l’individuo abbia interiorizzato un ambiente supportivo (base
sicura). Quest’ultimo favorirebbe si stare fisicamente soli senza troppa angoscia in quanto si ha una sensazione
interna di connessione. Interiorizzare un ambiente supportivo significa avere sufficiente fiducia nelle proprie
capacità di evocare simbolicamente la presenza dell’altro, nonché la sua disponibilità in caso di bisogno. Una
conseguenza della mancata interiorizzazione è la sindrome agorofobica, secondo la quale si possono tollerare
situazioni di angoscia se si ha accanto un compagno fidato. A contribuire all’incapacità dell’individuo di
interiorizzare le funzioni genitoriali possono essere fattori costituzionali (Mahler), soprattutto in casi di patologia
grave, un altro fattore riguarda le comunicazioni genitoriali volte a scoraggiare i tentativi di diventare autonomi.
Difetti del Sé. Kohut mette al centro della patologia i difetti del Sé, la sua concezione di questa si riflette sull’idea
che una vittima passiva, a causa di difetti del Sé prodotti da un fallimento ambientale traumatico, non altra scelta
che relazionarsi con gli oggetti-Sé in modo arcaico. Relazionarsi con oggetti arcaici non implica un atteggiamento
attivo ma è espressione di un’impossibilità di base, una volta riparati i difetti del Sé il paziente abbandona le
modalità relazionali e gli oggetti-Sé arcaici. Kohut sostiene che lo sviluppo normale è caratterizzato dal passaggio
da relazioni di oggetto-Sé arcaiche a relazioni di oggetto-Sé mature, la versione kohutiana del modello che
interpreta lo sviluppo come passaggio dall’unità simbiotica e della dipendenza a quella dell’autonomia.
L’individuo bloccato in relazioni oggetto-Sé arcaiche continua a lottare per completare il proprio percorso
evolutivo e questo è indice di un conflitto interno, in cui il problema di fondo è la contraddizione tra i propri
obiettivi e le proprie capacità. Ciò va a costituire quello che Kohut nomina “uomo tragico” e ciò che lo rende tale
è che la sua sofferenza non è dovuta al senso di colpa ma all’incapacità di portare avanti i propri obiettivi.
Desideri versus bisogni. Kohut individua l’origine della psicopatologia nei bisogni insoddisfatti, e non nei
desideri conflittuali, questo perché le strutture difettose non lasciano libertà all’individuo ma lo pongono in una
situazione di costrizione. La concezione di patologia incentrata sui desideri conflittuali enfatizza gli scopi e le
intenzioni conflittuali, per cui implica una situazione di scelta, mentre la concezione che pone al centro le strutture
difettose evidenziano una situazione di costrizione, in cui l’individuo non ha libertà di scelta. Fairbairn sostiene
invece che se l’individuo si aggrappa agli oggetti precoci perché l’alternativa è l’esperienza di un vuoto
terrificante, allora la distinzione tra scelta e costrizione diviene sfumata. In altre parole, l’individuo non ha altra
scelta se non decidere di aggrapparsi ai legami precoci. Un aspetto importante del trattamento è rendere il pz in
grado di rinunciare ai legami oggettuali arcaici attraverso l’esperienza di un diverso tipo di relazionalità e di
connessione con il terapeuta. È possibile abbandonare legami relazionali arcaici solo se l’alternativa non è un
vuoto, ma un nuovo senso di connessione e una nuova modalità di relazione. Kohut sostiene che il
comportamento del pz (di aggrapparsi a relazioni oggetto-Sé arcaiche) non deve essere interpretato come un
assecondare i piaceri primitivi, ma come un tentativo di conservare un qualche livello di coesione del Sé ed
evitarne la frammentazione. I legami precoci convogliano un senso di sicurezza, di familiarità e connessione, la
loro rinuncia è quindi accompagnata da un’esperienza di perdita e lutto.
Restringimento della gamma delle esperienze. Le modalità disadattive di relazionarsi con gli oggetti reali come
se fossero controfigure di oggetti precoci comportano aspetti di rigidità. L’oggetto reale è unicamente percepito
sulla base di categorie esperienziali prefissate, che si sono formate nelle prime fasi vita, per cui le esperienze
nuove vengono assimilate a strutture preesistenti, subendo uno scarso accomodamento (Piaget). Secondo
Stolorow le “regioni di esperienza” che vengono rifiutate dalle figure genitoriali o che minacciano i legami con
loro, vengono sacrificate e restano non formulate, non simbolizzate; questa formulazione implica due fattori
coinvolti nel campo esperienziale dell’individuo. Il primo è un fattore legato all’apprendimento che sottende un
processo di socializzazione in cui vi è una selezione per cui alcune aree esperienziali vengono scoraggiate e non
rinforzate, perciò escluse dal repertorio personale, ciò diviene patologico quando si rinforzano esperienze
disadattive o quando si escludono le esperienze necessarie per sviluppare competenze adulte. Il secondo fattore
è legato a motivazioni specifiche che inducono a evitare aree di esperienza in quanto minacciose per il legame
con gli oggetti, tale restrizione è il prodotto delle comunicazioni genitoriali implicite o esplicite che esprimono
che determinate aree di esperienza devono rimanere non formulate perché in caso contrario verrebbero minacciati
i legami con i genitori. Quest’ultimo fattore indica un processo di difesa che, attraverso l’impedimento
dell’articolazione cosciente di determinate esperienze, si vanno a difendere i legami oggettuali dalla minaccia di
rottura. Si è affermato che ridurre la gamma delle esperienze individuali sia patologico, ma in alcune circostanze
l’esclusione di contenuti psichici dalla coscienza migliora il funzionamento adattivo. In merito a ciò, Freud
sosteneva che un certo livello di rimozione (che comporta una restrizione dell’esperienza) è necessario per
funzionare nella società e che un suo fallimento porta alla comparsa di sintomi nevrotici. Per l’autore quindi la
rimozione non rende l’individuo patologico in sé, ma ciò che lega la rimozione alla psicopatologia è il fatto che
quando un desiderio istintuale viene rimosso esso non scompare, continua a porre richieste che se non vengono
gratificate direttamente o mediante la sublimazione, tale desiderio troverà espressione mascherata in un sintomo
nevrotico. Per cui nella teoria classica non è tanto la restrizione della gamma esperienziale a determinare una
natura patologica alla rimozione, bensì il fatto che determinati desideri debbano necessariamente trovare una
qualche forma di scarica. Stolorow di contro, considera la limitazione del campo esperienziale in sé come fattore
patologico primario, per cui l’obiettivo di trattamento sembrerebbe l’espandere gli orizzonti di consapevolezza
del pz, similmente alla teoria classica e meno attinente alla Psicologia del Sé professata dall’autore stesso.
PSICOPATOLOGIA E AUTOREGOLAZIONE. La valenza psicopatologica delle disfunzioni
nell’autoregolazione degli affetti negativi o degli stati di tensione accomuna sia la teoria classica sia quella
contemporanea. Si è visto che la funzione di base delle difese è quella di prevenire lo scatenarsi dell’angoscia
attraverso la regolazione degli affetti, ma quando queste falliscono l’angoscia e altri affetti irrompono
nell’esperienza cosciente. Per cui il fallimento della difesa è inteso come un disturbo dell’autoregolazione
degli affetti negativi. Diverse ricerche hanno dimostrato che l’esperienza di precoci fallimenti di regolazione da
parte del caregiver (es. separazione), provoca una successiva carenza di autoregolazione in età adulta.
Autoregolazione, relazioni oggettuali e teorie relazionali. I legami precoci sono un importante strumento di
regolazione degli affetti e abbandonandoli si rischia una grave disregolazione di affetti negativi quali angoscia,
depressione e vuoto interiore; la stessa funzione è svolta dalle difese nella teoria classica e dalle relazioni oggetto-
Sé della Psicologia del Sé. Le concezioni contemporanee si focalizzano sulla punizione dei genitori o sul ritiro
dell’amore come risposta ai tentativi di separazione e autonomia, e non come nella teoria classica come risposta
ai desideri regressivi infantili. I legami regressivi con gli oggetti precoci sono associati a pericoli specifici, come
per esempio la paura di essere fagocitati, e ad effetti disforici come la depressione, configurandosi come il
conflitto tra il rimanere aggrappati a tali legami, al quale si aggiunge il pericolo di inglobamento, e la rottura di
questi legami con un conseguente isolamento interiore. Una possibile soluzione al dilemma è conservare questi
legami precoci mantenendo però una certa distanza da essi oppure oscillare tra l’avvicinamento e
l’allontanamento dall’oggetto. Questo compromesso “dento e fuori” implica che il soggetto quando è separato
sperimenti insicurezza e quando ne è riunito si sente assorbito e inghiottito perdendo la propria individualità e
regredendo a una dipendenza infantile. Questa modalità verrà messa in atto con le persone del presente e non
sarà possibile né una reale vicinanza (vissute come inglobamento) né una vera separazione (terrificante
solitudine). Dall’esperienza clinica di Eagle, la paura dell’isolamento e di essere escluso da qualsiasi relazione
oggettuale è più profonda e più forte della paura di essere inglobato e inghiottito in relazioni oggettuali.
PSICOPATOLOGIA E CONCEZIONI DELLA NATURA UMANA. Le differenze tra le varie concezioni
psicopatologiche dipendono anche dalle diverse concezioni della natura umana e della sua relazione con la
società. Nella visione di Freud l’uomo ospita dentro di sé desideri, fantasie e impulsi sessuali e aggressivi
universali, che sono intrinsecamente ostili alle norme e alle richieste della società civilizzata, tale conflitto
costituisce la base della nevrosi, il cui disagio è creato dalla civiltà. Disapprovando e punendo questi desideri i
genitori stanno adempiendo al proprio ruolo socializzante come membri della società. La nevrosi non è
principalmente radicata nel terreno dei fallimenti ambientali, quanto all’inevitabile scontro tra natura umana e
società. Per Freud la sessualità è un residuo della nostra origine animalesca ed è una minaccia continua. In
contrasto con questa visione, le teorie contemporanee attribuiscono la nevrosi a qualche fallimento genitoriale
durante le fasi precoci della vita. Per Winnicott si traduce nell’incapacità di fornire un “ambiente facilitante”
sufficientemente buono atto a convogliare uno sviluppo ottimale. Per Weiss il fallimento genitoriale sono i
messaggi che creano “convinzioni patogene inconsce”; per Fairbairn si tratta di deprivazioni che portano alla
scissione dell’Io; Kohut vede il fallimento genitoriale come una carenza traumatica di rispecchiamento empatico;
Stolorow come il rifiuto e l’invalidazione delle esperienze del bambino, che portano alla limitazione del campo
dell’esperienza personale; Mitchell suggerisce che la nostra prolungata dipendenza dai genitori e dalle loro
influenze porta a un certo grado di psicopatologia che dipenderà dal grado di adesione alla matrice relazionale
precoce, per cui individua il fallimento genitoriale nel fornire al bambino una connessione tanto rigida da
costringerlo a scegliere tra una forma limitata di relazione e l’isolamento totale. Fromm sostiene che la sanità
della natura umana viene deteriorata non tanto dai genitori ma dal male e dalle disfunzioni della società. In
definitiva, in contrasto con la visione classica della psicopatologia come prodotto del conflitto tra desideri
sessuali e aggressivi e proibizioni, le teorie contemporanee sottolineano le relazioni con gli altri come elemento
fondamentale della vita mentale, e la psicopatologia è la conseguenza di un fallimento ambientale, delle carenze
genitoriali nelle interazioni precoci. In queste teorie il conflitto è inteso come conflitto tra legami oggettuali e
modalità relazionali arcaici e adattivi.
9. CONCEZIONI DEL TRATTAMENTO NELLE TEORIE PSICOANALITICHE CONTEMPORANEE.
OBIETTIVI TERAPEUTICI E ATTEGGIAMENTO ANALITICO. La psicoanalisi classica pone al centro il
valore terapeutico dell’insight, della conoscenza d sé, della consapevolezza, e riflette molto l’influenza della
visione illuministica, che però era vista con scetticismo, mettendo in crisi tale concezione classica di trattamento.
La critica si esprime nella scarsa possibilità di trovare la verità su sé stessi e sul mondo esterno. La visione
contemporanea del trattamento pone enfasi sui fattori relazionali a scapito dell’insight e dell’autoconoscenza.
Freud credeva nella convergenza tra conoscenza di sé e cura di sé, dove l’insight era di fatto curativo (“conosci
te stesso e guarirai”). Molti teorici psicoanalitici contemporanei sono molto scettici sull’efficacia clinica
dell’autoconoscenza e della ricerca della verità, fino a dubitare che esse siano possibili. Tali obiettivi vengono
sostituiti dalla costruzione di narrative più coerenti, riorganizzazione delle esperienze, costruzioni interpretative,
riformulazioni, nuove prospettive, nuove esperienze, legame empatico.
TEMATOCHE COMUNI ALLE CONCEZIONI CONTEMPORANEE DEL TRATTAMENTO. Le tematiche
comuni sono: 1) obiettivi terapeutici di processo e di esito; 2) l’atteggiamento psicoanalitico; 3) l’azione
terapeutica e le sue componenti.
Obiettivi terapeutici di processo e di esito. Gli obiettivi di processo (process) sono obiettivi interni al
trattamento volti a facilitarne il processo, mentre gli obiettivi di esito sono gli obiettivi che si desidera ottenere
con il trattamento, ovvero l’esito. Eliminare la rimozione, ad esempio, è un obiettivo di processo, che facilita il
raggiungimento dell’obiettivo di esito di una risoluzione più adattiva del conflitto. La riorganizzazione della
propria esperienza è un obiettivo di processo al servizio dell’esito dello sviluppo di nuove prospettive. Nella
letteratura psicoanalitica, oltre agli obiettivi generali come il sollievo dalla sofferenza e una maggiore capacità
di amare e lavorare, è presente un elenco di (alcuni) obiettivi di processo e di esito:
1. Rendere conscio l'inconscio (Freud, 1932)
2. Dove era l'Es, deve subentrare l'Io (Freud, 1922)
3. Maggior capacità di amare e lavorare (Freud, 1914b, 1929)
4. Rinuncia ai desideri infantili (Widlöcher, 2002)
5. Cambiamento strutturale (Wallerstein, 1988)
6. Aumento della coesione del Sé (Kohut, 1984)
7. Difese più flessibili (Weiss et al., 1986; Weiss, 1993)
8. Costruzione di significati e riorganizzazione dell'esperienza (Mitchell, 1998)
9. Aumento del senso di agentività (Schafer, 1978)
10. Esorcizzazione degli oggetti interni (Fairbairn, 1952)
11. Riduzione delle scissioni dell'Io (Fairbairn, 1952)
12. Ampliamento del campo dell'esperienza (Stolorow, Atwood, Orange, 2002)
13. Interiorizzazione della funzione terapeutica (Wzontek, Geller, Farber, 1995)
14. Maggior capacità di sublimazione (Freud, 1932)
15. Narrativa e "rinarrazioni" più coerenti (Spence, 1982, 1987, 1994; Schafer, 1992)
16. Nuove prospettive (Renik, 1996)
17. Migliore regolazione affettiva (Kohut, 1984)
18. Identificazione delle rappresentazioni e dei modelli interazionali disadattivi (Mitchell, 1988)
19. Identificazione delle convinzioni patogene inconsce (Weiss et al., 1986; Weiss, 1993; Weiss, Sampson, 1999;
Silberschatz, 2005).
20. Disconferma delle convinzioni patogene inconsce (Weiss et al., 1986; Weiss, 1993; Weiss, Sampson, 1999)
Dall’insight, dalla comprensione e dalla conoscenza di sé a narrative coerenti, costruzioni interpretative e
legame empatico. Il focus del trattamento si è spostato dallo scoprire la verità su di sé che era inaccessibile
attraverso l’analista al riorganizzare la propria esperienza e generare nuove prospettive e narrative. Le
concezioni contemporanee negano addirittura la possibilità della comprensione e della conoscenza di sé,
affermando che esistono invece narrative coerenti e costruzioni interpretative.
Identificare e modificare le rappresentazioni disadattive di sé, dell’altro e dell’interazione. Un obiettivo
fondamentale delle concezioni psicoanalitiche contemporanee è l’identificazione delle rappresentazioni e dei
pattern disadattivi e di come si manifestano nella relazione terapeutica, nonché della loro modifica e sostituzione
con modalità relazionali più adattive. Mitchell suggerisce l’impossibilità di svelare qualsiasi tipo di contenuto
mentale, eppure identificare le rappresentazioni di sé, dell’altro e dell’interazione è in effetti un tipo di scoperta
e rivelazione.
L’atteggiamento psicoanalitico: il rifiuto del ruolo di schermo bianco . Le concezioni contemporanee
del trattamento rifiutano il cosiddetto ruolo dell’analista come schermo bianco, sostituendolo con un
atteggiamento più attivo e interattivo. Questa tendenza risale a Ferenczi con il ruolo dell’analista come
“osservatore partecipante” che a differenza dell’analista classico che è neutrale, opaco e anaffettivo, risulta invece
un partner interattivo e propositivo, che reagisce emotivamente al paziente e propone interpretazioni e punti di
vista soggettivi. I teorici contemporanei rifiutano quindi la neutralità analitica e le interpretazioni oggettive;
un’altra caratteristica problematica del trattamento classico è la freddezza emotiva, l’indifferenza e la seriosità
(“il chirurgo, il quale mette da parte tutti i suoi affetti e persino la sua umana pietà nell’imporre alle proprie forze
intellettuali un’unica meta: eseguire l’operazione nel modo più corretto possibile” Freud).
Il problema della suggestione. Per Freud la suggestione rappresentava un problema rilevante, perché per
quanto l’analista si sforzi di essere uno schermo bianco, non può fare a meno di trasmettere segnali che rivelano
i suoi pregiudizi personali che possono agire come forme di suggestione indiretta. Al fronte di questa
problematica inevitabile Renik sostiene che sarebbe più realistico e utile per il pz se l’analista si esprimesse in
modo diretto. Se per Freud la suggestione costituiva un ostacolo importante, per gli analisti contemporanei non
sembra essere un problema così significativo, essa viene infatti accolta come componente centrale del lavoro
analitico, dato che l’obiettivo principale non è più la scoperta e la rivelazione di ciò che avviene nella mente del
pz ma una riorganizzazione dell’esperienza, una co-costruzione che permette una narrativa coerente.
L’atteggiamento empatico. L’importanza del ruolo della comprensione empatica entra in scena con la
Psicologia del Sé di Kohut come elemento terapeutico essenziale e come principale fattore di cura. L’attenzione
si sposta quindi dall’interpretare e scoprire i contenuti rimossi e dall’analizzare i contenuti rimossi, al creare un
legame empatico, che è di per sé terapeutico e promuove la crescita personale.
La neutralità analitica. La neutralità analitica è stata comparata allo schermo bianco, all’astinenza,
all’obiettività e all’esclusione della soggettività e coincide con la figura di un analista impersonale, silenzioso,
non reattivo. Se correttamente intesa la neutralità analitica sarebbe da perseguire come ideale di riferimento in
quanto orientata al valorizzare l’autonomia nel plasmare la propria esistenza, a patto che non la si identifichi
con un atteggiamento da schermo bianco, con anaffettività, la freddezza e il distacco emotivo. L’essenza della
neutralità deve configurarsi con l’evitare di prendere posizione rispetto alle parti in conflitto del pz e di suggerirgli
come deve vivere la sua vita. Il compito dell’analista non è quello di dare al paziente la felicità, ma di rimuovere
gli ostacoli che gli impediscono di compiere liberamente alcune scelte che gli daranno la possibilità di essere
maggiormente soddisfatto e felice. Per Freud l’obiettivo dell’analisi è l’attenuazione degli elementi nevrotici che
ostacolano il perseguimento realistico delle soddisfazioni. Shafer sostiene che se i pregiudizi soggettivi devono
essere espressi, deve avvenire in modo discreto e interlocutorio, e non in modo diretto perché potrebbe risultare
troppo autoritario, ci si dovrebbe esprimere in modo onesto senza che vengano nascoste le proprie opinioni e
senza che vengano dare direttive in modo troppo palese. Il nucleo della neutralità analitica non è quindi
unicamente l’evitare di schierarsi rispetto ai conflitti del paziente ma anche assumere una posizione
“disinteressata” rispetto a come il pz desideri vivere la propria vita, in cui il senso del termine “disinteressato” si
rifà al non essere influenzato da interessi personali e motivazioni egoistiche.
La presenza affettiva. Un fattore importante è l’interesse genuino dell’analista nei confronti del pz, ovvero la
sua presenza affettiva; un’interazione dominata da noia, ritiro affettivo, che procede per inerzia difficilmente sarà
produttiva, il pz è in grado di avvertire quando l’analista non è affettivamente presente e vi reagirà. Esempio di
Eagle: durante una seduta in cui l’analista si sentiva stanco e assonnato, la paziente inizia a raccontare dei suoi
recenti progressi nella sua vita in un racconto piatto e monotono che si aggiungeva alla stanchezza dell’analista,
al punto che egli volta lo sguardo verso l’orologio intervenendo dicendo “Ho la sensazione che lei mi stia dicendo
ciò che lei pensa che io voglia sentire” e la paziente scoppia a piangere. La pz riferisce di aver notato la sua aria
stanca e per paura che fosse colpa sua aveva cercato di compiacerlo raccontando dei suoi progressi, scoprendosi
come sua modalità tipica di reagire con il padre e con altri uomini. Da questo scambio la seduta si rianima e la
stanchezza dell’analista viene sostituita da interesse attivo e coinvolgimento affettivo, evidenziando come il
racconto della pz si fosse trasformato in un’autoriflessione molto significativa. Questa interazione illustra
l’importanza della presenza affettiva e che come un mancato intervento a riguardo avrebbe comportato una
rottura senza riparazione del legame terapeutico. La propria mancanza di presenza affettiva, manifestata ad
esempio attraverso la noia, spesso viene subito interpretata come indotta dal paziente, comportando il rischio di
non guardare a se stessi.
L’autodisvelamento (self-disclosure e self-revelation). L’autodisvelamento dell’analista è del tutto
congruente con il mutamente attuale del ruolo dell’analista, che da osservatore passivo e oggettivo diviene
partecipante attivo. Se l’autodisvelamento sia associato o meno ad un miglior risultato terapeutico, è da verificare
empiricamente. Si può inoltre essere affettivamente presenti con un pz senza svelare nulla di sé, per cui la
presenza affettiva sembrerebbe non identificarsi con l’autodisvelamento, anzi secondo Eagle probabilmente
l’impulso di rivelare qualcosa di sé è collegato a una qualche sensazione di scarsa presenza affettiva, nel tentativo
di instaurare una rapida connessione affettiva che si sa che non c’è o è stata perduta.
10. CONCEZIONI DEL TRATTAMENTO NELLE TEORIE PSICOANALITICHE CONTEMPORANEE.
L’azione terapeutica. L’azione varia a seconda di come si definiscono la natura della psicopatologia e gli
obiettivi terapeutici. Ad esempio la Psicologia del Sé sarà orientata a improntare l’azione terapeutica sul
rafforzamento della coesione del Sé attraverso la comprensione empatica.
La comprensione empatica. Essa ha un ruolo centrale nella teoria clinica della Psicologia del Sé di Kohut, il
quale prende le distanze dalla teoria classica del trattamento. La comprensione empatica dell’analista può
facilitare la formulazione delle interpretazioni e facilita altri processi e fattori terapeutici fondamentali. Freud
non ha mai riconosciuto l’importanza dell’empatia per la comprensione del paziente né le ha mai assegnato un
ruolo diretto di natura curativa, anzi secondo l’autore, il suo ruolo era unicamente quello di sostenere
l’interpretazione per produrre insight, vero fattore terapeutico. Kohut invece pone la comprensione empatica
al centro dell’azione terapeutica, in quanto sostiene che per poter sviluppare un Sé sano e coeso bisogna aver
sperimentato un adeguato rispecchiamento empatico nelle prime fasi della vita, se ciò non accade l’individuo è
portato a sviluppare difetti del Sé. In questa concezione, il contesto analitico viene visto come il luogo per
soddisfare bisogni evolutivi non soddisfatti, come il bisogno di comprensione empatica. La comprensione
empatica in sé costituisce un fattore curativo perché appaga appunto i bisogni evolutivi non adeguatamente
soddisfatti ma necessari per lo sviluppo di un Sé coeso, il cui fallimento accresce il rischio di sviluppare difetti
del Sé. Questo processo è definito transfert spontaneo d’oggetto-Sé e se ha successo, i difetti del Sé vengono
riparati. Oggetto-Sé per Kohut è “quella dimensione della nostra esperienza di un’altra persona che si riferisce
alle funzioni di sostegno per il nostro Sé svolte da questa persona”, in cui l’oggetto viene vissuto come non del
tutto separato e non del tutto parte di sé, ma una via di mezzo che costituisce il termine ibrido “oggetto-Sé”.
La spiegazione. Un’altra componente terapeutica della Psicologia del Sé è la spiegazione, che accompagna la
comprensione empatica e che intende fornire un’interpretazione che si focalizzi su ricostruzioni genetiche e
formulazioni dinamiche. Le ricostruzioni genetiche si riferiscono a interpretazioni che mettono in relazione il
transfert e le attuali relazioni d’oggetto-Sé con le relazioni precoci con le figure genitoriali. La comprensione
empatica favorisce il progresso verso la salute ma il risultato tende ad essere effimero. L’analista dà al pz
l’occasione di diventare più obiettivo verso se stesso mentre gli offre spiegazioni dinamiche e genetiche. La
spiegazione dell’analista nella Psicologia del Sé amplia e approfondisce la comprensione e l’accettazione
empatica che il pz ha di sé stesso ma il suo scopo primario non è produrre un insight o autocomprensione ma
rafforzare la fiducia del pz nella realtà e attendibilità del legame empatico tra lui e l’analista. L’essenza della
guarigione secondo Kohut è l’accrescimento della struttura psichica, e l’acquisizione di una maggiore obiettività
su se stesso indica la sostituzione di un esperienza arcaica d’oggetto-Sé con un’esperienza matura. In sostanza
l’elemento fondamentale del trattamento per Kohut è sentirsi capiti dal terapeuta e non come nella prospettiva
classica, capire se stessi. Ciò che conta è sentirsi compresi piuttosto che comprendere e ciò avviene per mezzo di
“esperienze emozionali correttive” che portano al cambiamento terapeutico.
La gratificazione nel trattamento. Alcuni aspetti della tecnica analitica della Psicologia del Sé non
differiscono dall’analisi classica, se non per il legame con l’analista che non è basato sul soddisfacimento del
desiderio del pz di vivere sotto circostanze più favorevoli, bensì un legame empatico. Inoltre, non l’attenzione è
posta sui bisogni evolutivi di rispecchiamento empatico e non dei desideri sessuali e aggressivi. Gli psicologi del
Sé insistono nel negare che la loro concezione di trattamento comporti una gratificazione ma se il bisogno di
comprensione empatica rappresenta un bisogno evolutivo vitale che si riattiva nel transfert, ne segue che tale
bisogno viene gratificato. Il tabù della gratificazione nella psicoanalisi classica deriva dalla necessità di
proteggere l’analista dai propri agiti sessuali e da un eccessivo coinvolgimento, in più è legato alla regola
dell’astinenza che ne facilita l’emergere del materiale rimosso, mentre la gratificazione lo ostacola. Sotto un certo
punto di vista “il bisogno di essere perfettamente rispecchiato” è equivalente al “desiderio di rivivere il passato
sotto circostanze più favorevoli”, questo perché i difetti del Sé generati dal fallimento traumatica di
rispecchiamento generano un bisogno di “essere perfettamente rispecchiato” che si attiva nel transfert, che però
non può essere ragionevolmente soddisfatto. Il non soddisfacimento di questo bisogno evolutivo produce difetti
del sé che possono essere superati attraverso l’interpretazione di tale bisogno insieme al legame empatico, che
però non equivale alla soddisfazione di questo. Grazie alla ripetuta esperienza di un rispecchiamento empatico
sufficientemente buono, ovvero di fallimenti ottimale dell’analista, il pz riesce a ridimensionare la fantasia che
il rispecchiamento perfetto sia un bisogno vitale, abbandonandone l’idea.
Fallimento ottimale o frustrazione ottimale. Un altro elemento di base della Psicologia del Sé è quello che
Kohut chiama fallimento ottimale o frustrazione ottimale, che si manifesta quando il sostegno fornito dalla
traslazione d’oggetto-Sé emersa nei confronti dell’analista, viene sopraffatta dalle carenze di empatia
dell’analista o dalle sue errate interpretazioni, ovvero dai fallimenti ottimali appunto. In risposta agli errori di
comprensione dell’analista, il pz regredisce temporaneamente a modalità arcaiche di relazione d’oggetto-Sé o
alla riattivazione del bisogno di rispecchiamento perfetto, che egli aveva già cercato di abbandonare durante la
traslazione d’oggetto-Sé nelle prime fasi dell’analisi. Il pz quindi ritorna alle relazioni d’oggetto-Sé arcaiche
venendo a mancare la corrente di empatia che si era instaurata nella iniziale traslazione d’oggetto-Sé, per cui
l’analista dovrà prendere atto di questo ritiro, ricercare i suoi errori commessi e fornire un’interpretazione non
censoria delle dinamiche regressive (rappresentando una comprensione empatica riuscita) per ristabilire fiducia
nell’empatia. Dopo ripetute esperienze di fallimenti ottimali seguite da una adeguata comprensione da parte
dell’analista, il pz costruirà quelle strutture interne che gli consentiranno di rivolgersi ad una gamma sempre
più ampia di oggetti-Sé, costituendo il processo definito “interiorizzazione trasmutante”. Questa
concettualizzazione spiega che dopo aver vissuto ripetutamente l’esperienza di poter sopravvivere alla
frustrazione ottimale di comprensione imperfetta, dovuta a fallimenti empatici dell’analista delle interpretazioni
(che però non sono traumatici), il pz acquisisce forza e una maggiore capacità di trarre beneficio dalla
comprensione empatica imperfetta, che è realisticamente disponibile nel mondo, per cui tali frustrazioni risultano
ottimali e contribuiscono a un esito terapeutico positivo. Benché i fallimenti empatici dell’analista non siano
voluti, il loro verificarsi trasforma un fallimento empatico in un successo empatico. Kohut concettualizza il tema
del transfert, individuandone tre tipi, speculare, gemellare e idealizzante, e sostiene che questi sono concepiti
come tentativi da parte del pz di suscitare nell’analista oggetto-Sé quelle risposte che non gli sono arrivate dalle
figure genitoriali. Nel transfert speculare il pz cerca di suscitare un rispecchiamento empatico e reazioni di
conferma e approvazione che erano state traumaticamente assenti nella sua infanzia. Nel transfert idealizzante il
pz ricerca un oggetto-Sé che voglia accettare la sua idealizzazione per cui il terapeuta deve astenersi
dall’interpretazione di questa, mentre nel transfert speculare cerca un oggetto-Sé disponibile per l’esperienza
rassicurante di una sostanziale somiglianza, in questo emerge maggiormente la comprensione empatica. In queste
situazioni la comprensione empatica del paziente e dei suoi bisogni funge da criterio per prendere decisioni sugli
interventi terapeutici e non è un fattore curativo diretto – a eccezione del transfert speculare.
L’analisi del transfert. Quando Kohut riporta al pz l’interpretazione della sua rabbia e disperazione secondo
cui sarebbero associate alle reazioni a un vissuto di fallimento empatico dell’analista, egli sta riportando l’analisi
del transfert. Quest’ultima è comune alle diverse teorie psicoanalitiche contemporanee, i cui autori, sebbene
minimizzino esplicitamente il valore terapeutico della conoscenza di sé sottolineando l’analisi del transfert,
attribuiscono implicitamente un ruolo terapeutico fondamentale alla rivelazione dei contenuti mentali, che a loro
volta favoriscono la comprensione di sé del pz. Le interpretazioni del transfert si configurano quindi come
principali leve del cambiamento terapeutico, ma nella realtà dei fatti vi sono scarsi riscontri empirici di validità
al riguardo, anzi alcune ricerche ne hanno riscontrato un’influenza negativa sull’esito del trattamento. Gli effetti
delle interpretazioni di transfert sull’esito della terapia variano in base al funzionamento interpersonale del pz,
risultando positivo per pz con scarse competenze relazionali e poco significativo per pz con un funzionamento
più elevato. Questo aspetto è probabilmente dovuto al fatto che pz di livello di funzionamento più basso possono
avere maggiori difficoltà a instaurare una relazione terapeutica, per cui questo aspetto ha bisogno di essere
particolarmente curato (notevolmente riscontrabile nella psicoterapia focalizzata sul transfert di Kernberg con i
pz borderline, la terapia espressiva prevede infatti più interpretazioni di transfert).
Il controtransfert. Le reazioni controtransferali sono il contributo di pensieri e sentimenti dell’analista in
quanto partecipatore attivo del processo analitico. Introdotto da Heimann e successivamente elaborato da Racker,
il concetto di controtransfert è stato definito “totalizzante”, e si è compreso che non è un ostacolo alla cura, ma
al contrario una guida per capire gli stati psichici inconsci del pz, esistono due versioni di questa affermazione,
una debole e una forte. La versione forte del controtransfert rappresenta un ritorno a una concezione dell’analista
come “tabula rasa” o una personalità vuota; se tutti i pensieri dell’analista sono attribuibili alle reazioni transferali
del pz, ne consegue che questi danno poco o nessun contributo all’interazione. Il controtransfert rischia di essere
una prospettiva monopersonale dove la persona posta al centro non è più il pz ma l’analista. Spesso i propri
pensieri fugaci e reazioni affettive ci dicono cosa sta accadendo sul piano interpersonale e possono servire da
guida per comprendere significati e intenzioni dell’altro. Tuttavia però le proprie reazioni affettive possono anche
fuorviare rispetto ai significati e alle intenzioni dell’altro, specialmente se queste sono più il riflesso del proprio
bagaglio emotivo che non dell’altro. In breve, non si può pensare che i propri pensieri e reazioni affettive che si
provano ascoltando il pz costituiscano una guida affidabile di ciò che succede nella sua mente, per cui occorre
riflettere innanzitutto sui diversi fattori che concorrono a formarli ascoltandolo.
L’identificazione proiettiva. L’identificazione proiettiva spesso viene chiamata in causa quando l’analista
vive sentimenti particolari, insoliti, che si presumono siano stati indotti dal paziente. Nell’accezione originaria
di Melanie Klein l’identificazione proiettiva è intesa in termini intrapsichici come la proiezione di parti di sé e
di sentimenti propri su di un altro, seguita dall’identificazione con l’altro sulla base dell’attribuzione di questi
sentimenti proiettati. La Klein fa anche riferimento alla proiezione da parte del neonato di impulsi ostili e di
controllo sulla madre, al conseguente vissuto della madre come persecutore, ciò coincide con l’identificazione
dell’oggetto con parti odiate di sé. Di conseguenza. Parti del Sé e degli oggetti interni sono scissi e proiettati
sull’oggetto esterno, che diventa controllato dalle parti proiettate, con le quali viene anche identificato (Segal).
Nella concezione più contemporanea di identificazione proiettiva, il paziente proietta un aspetto (critico) interno
sull’analista, esercitando una pressione interpersonale su di lui affinchè agisca in modo critico, implicando che
l’analista abbia introiettato e si sia identificato con tale aspetto interno del pz (identificazione introiettiva). Se
però il pz induce sentimenti critici o ostili nell’altro, non indica necessariamente che stia proiettando qualcosa,
ciò sta a indicare che non basta individuare sentimenti di ostilità per affermare che vi sia una proiezione, possono
essere reazioni dell’analista a propri sentimenti critici.
L’analisi delle difese e la comprensione del proprio funzionamento mentale . Una concezione
contemporanea della moderna psicologia dell’Io si incentra sulla funzione primaria dell’interpretazione che non
si associa a scoprire desideri o impulsi rimossi, ma sul comprendere come funziona la propria mente. La
conoscenza e la comprensione di sé sono legati alla presa di coscienza delle modalità tipiche di rapportarsi con
gli affetti che si associano a specifici scopi e desideri. Questa prospettiva rinvia al passaggio dall’analisi dell’Es
all’analisi dell’Io, ovvero dal dedicarsi alla scoperta dei desideri rimossi al privilegiare l’analisi delle difese. Una
funzione dell’interpretazione è aumentare la curiosità e la motivazione del pz a esplorare il funzionamento della
propria mente, quali manovre mette in atto quando prova ansia, colpa o incertezza e quali sono le sue aspettative
rispetto agli latri significati e a se stesso, quali le sue credenze rispetto al funzionamento mentale degli altri.
Migliorare le capacità di funzionamento riflessivo. L’obiettivo terapeutico di aiutare il pz a comprendere
il funzionamento della propria mente è affine ai concetti di capacità di funzionamento riflessivo e di
mentalizzazione. Entrambi infatti sottolineano la capacità di riflettere sui propri stati mentali, che solitamente
risulta compromessa nelle diverse forme di psicopatologia (elemento non considerato dalla teoria classica). Nella
letteratura classica il rafforzamento della funzione dell’Io osservante è un criterio molto positivo nel trattamento;
nelle teorie contemporanee l’obiettivo di migliorare la capacità di funzionamento riflessivo e di mentalizzazione
assume rilievo in due campi: il trattamento degli stati borderline (Fonagy) e gli interventi sulla diade madre-
bambino (psicoanalisi e teoria dell’attaccamento). La patologia borderline è caratterizzata da un’incapacità di
riflettere sugli stati mentali propri e altrui, avendo come conseguenza una esperienza di sé e degli altri
scarsamente integrata, instabile, idealizzata o persecutoria. I pazienti con un disturbo di personalità, specialmente
borderline e narcisista, hanno una maggiore propensione a leggere il comportamento altrui come rifiutante e
umiliante, reagendo ad esso con intensi affetti negativi (rabbia, disperazione, ritorsione), che sentono del tutto
giustificate. Queste interpretazioni estremizzate del comportamento altrui hanno un’influenza destrutturante sulla
vita psichica e intrapersonale del soggetto. Per cui, una maggior capacità di riflettere sulle proprie esperienze e
sulla percezione degli altri, può servire ad attenuare intensi affetti negativi. Idealmente il trattamento modificherà
le aspettative e le costruzioni interpretative rigide del pz. Alla base degli interventi con la diade madre-bambino
invece vi è l’assunto che l’attaccamento insicuro nel neonato è associato a una carente capacità del caregiver di
riflettere sui propri stati mentali e su quelli del bambino. Interventi tesi a migliorare la capacità riflessiva del
caregiver hanno successo nel produrre un attaccamento sicuro nel bambino.
Le funzioni delle interpretazioni. Secondo Freud solo le interpretazioni accurate hanno un effetto
terapeutico, esse dovrebbero aumentare la consapevolezza, la comprensione e la conoscenza di sé del paziente,
ovvero rendere conscio l’inconscio. Il dibattito psicoanalitico si focalizza sul problema della valutazione
dell’accuratezza delle interpretazioni, senza confonderla con l’efficacia. Ma se la funzione primaria
dell’interpretazione non è scoprire contenuti psichici rimossi, ma facilitare la comprensione del paziente del
funzionamento della propria mente, allora un’interpretazione andrebbe valutata non in termini di accuratezza ma
nella sua adeguatezza nel facilitare la comprensione del funzionamento mentale del pz. Secondo Glover
un’interpretazione inesatta può aver un maggiore impatto terapeutico proprio perché la sua inesattezza riduce la
probabilità di reazioni difensive che ne minimizzano l’impatto, ostacolando la comprensione di sé. Per cui
l’accuratezza e la veridicità sono da collegare all’autocomprensione che l’interpretazione genera, l’aspetto
rilevante quindi diventa il grado in cui l’interpretazione promuova una genuina comprensione di sé.

LA RELAZIONE TERAPEUTICA. Le teorie psicoanalitiche contemporanee evidenziano la relazione


terapeutica come elemento curativo di base e la componente primaria dell’azione terapeutica, è agente terapeutico
diretto.
L’esperienza emozionale correttiva. La relazione terapeutica fornisce un’esperienza emozionale correttiva
in quanto basata sul fatto che il comportamento e le relazioni del terapeuta sono diverse dalle aspettative del
paziente che si è formato basandosi sulle esperienze precoci con le figure genitoriali. Il comportamento del
terapeuta tende quindi a disconfermare le aspettative (disadattive) del pz e idealmente a sostituirle con
rappresentazioni più adattive (es. aspettative di rifiuto e punizione nei confronti del terapeuta che vengono
disconfermati dal suo atteggiamento empatico e non giudicante).
Disconferma delle convinzioni patogene inconsce e superamento dei test nella control-mastery
theory di Weiss e Sampson. Secondo Weiss la psicopatologia è costituita da credenze patogene inconsce e
l’azione terapeutica si incentra sulla loro disconferma da parte dell’analista attraverso il superamento dei test cui
egli è sottoposto dal paziente. Il test verrà superato e verranno sconfermate le convinzioni patogene del pz se
l’analista svolgerà un buon lavoro analitico restando ricettivo nei confronti di comunicazioni, paure, obiettivi. Il
superamento del test è seguito da un progresso nel trattamento e dalla comparsa di nuovo materiale prima escluso.
Esempio: in seguito all’educato rifiuto da parte dell’analista di un costoso regalo, la paziente sembra essersi
rassicurata che l’analista non sia così facilmente corruttibile, e parla per la prima volte delle sue fantasie
omosessuali. Il superamento del test è quasi sempre seguito da un miglioramento del sintomo o dall’emergere di
nuovo materiale, mentre il non superamento del test da parte del terapeuta è seguito da un comportamento
difensivo o da una mancanza di progressi.
Come vive il paziente l’analista? Quando il terapeuta si comporta in modo diverso dai genitori interiorizzati
del paziente, ovvero in modo non giudicante, accettante ed empatico, tale da superare il test, egli viene anche
vissuto dallo stesso modo dal paziente, ovvero – secondo Fairbairn – viene visto come oggetto buono. Tuttavia,
date le rappresentazioni instauratesi in tenera età, è poco probabile che il pz viva il terapeuta come oggetto buono
nell’immediato, nella sua vita esisteranno sicuramente oggetti buoni potenziali, che però non possono essere
vissuti come tali; se fosse in grado di vivere il terapeuta come oggetto buono, non avrebbe bisogno di un
trattamento. Può essere necessaria l’analisi del transfert, nonché del controtransfert, per consentire al paziente di
percepire il terapeuta come oggetto buono.
Il terapeuta come oggetto buono. Alexander sostiene che sentire il terapeuta come oggetto buono ha l’effetto
di eliminare e disconfermare aspettative e rappresentazioni disadattive. Per Kohut, la ripetuta esperienza di una
frustrazione ottimale e la conseguente interiorizzazione trasmutante, rendono il pz gradualmente in grado di
vivere un legame empatico supportivo con il terapeuta e le altre persone. C’è quindi una trasformazione del modo
in cui il terapeuta viene vissuto, passando da oggetto cattivo incapace di fornire un rispecchiamento perfetto a
oggetto buono in grado di fornire una comprensione sufficientemente buona e al legame empatico. Per Fairbairn,
il pz deve interiorizzare il terapeuta cime oggetto buono per poter essere in grado di rinunciare ai legami
oggettuali precoci. La peggior tragedia risulterebbe vivere in un mondo psichico privo di senso e di legami
interiori, perciò anche legami con oggetti cattivi risulta preferibile all’assenza di legami. Anche per Mitchell
l’obiettivo del trattamento analitico è modificare i legami oggettuali arcaici attraverso la nuova esperienza con il
terapeuta, il quale offre qualcosa di diverso e un’altra forma di legame.
L’importanza terapeutica del percepire l’analista come oggetto cattivo. Come accennato, data la storia
evolutiva del paziente, gli risulterà difficile sperimentare immediatamente il terapeuta come oggetto buono e
l’analisi verterà su ciò che glielo impedisce. La percezione del terapeuta come oggetto cattivo viene di per sé
sottoposta a un esame congiunto, ne p un esempio eclatante il fallimento ottimale di Kohut, secondo il quale dato
che la richiesta del pz di un rispecchiamento perfetto non può ragionevolmente essere soddisfatta, il terapeuta
verrà inevitabilmente vissuto come deludente, ovvero come oggetto cattivo. Tuttavia, dal momento che il
terapeuta riconosce questi suoi fallimenti, essi saranno fallimenti ottimali e contribuiranno lentamente ad
accrescere la capacità del paziente di trarre beneficio dalla comprensione del terapeuta, se pur non perfetta. Ogni
atteggiamento empatico del terapeuta contribuirà a far sentire il paziente capito e perciò facilitare la
trasformazione in oggetto buono. Per Mitchell vivere il terapeuta come oggetto cattivo è una componente
necessaria del trattamento perché implica che poi nel suo sforzo di comprendere l’insistenza del paziente, offre
qualcosa di diverso, di nuovo, un’altra forma di legame e relazione e verrà inteso in modo autentico. Allo stesso
modo, Leowald afferma che attraverso l’interpretazione dell’esperienza distorta del paziente nei confronti
dell’analista, lo si aiuta a recuperare la traiettoria evolutiva delle proprie relazioni oggettuali precoci e infine ad
acquisire modalità nuove di relazione con gli oggetti. L’analista deve evitare di entrare nel ruolo che il paziente
gli attribuisce, ma insieme al paziente deve analizzare l’interazione. Leowald sostiene che è necessario che
l’intensità delle relazioni oggettuali precoci venga trasferita sull’analista se si vuole che compaiono e vengano
interpretate tali modalità di relazione precoci. Secondo Fairbairn è attraverso la lotta analista-paziente che viene
conseguito l’obiettivo primario del trattamento, che coincide con la creazione di un sistema aperto in cui le
distorsioni della realtà interna possono essere corrette dalla realtà esterna. Benchè sia necessario un oggetto
buono per poter esplorare con sicurezza gli aspetti dolorosi della propria vita, l’esperienza dell’analista come
oggetto cattivo è necessaria al trattamento perché è esaminandola che l’analista si trasforma in oggetto buono.
Interpretazione e “atteggiamento di ricerca delle verità”. L’interpretazione svolge un ruolo
fondamentale nel trasformare il terapeuta da oggetto cattivo a oggetto buono, per aspetti importanti, lo sforzo
interpretativo dell’analista costituisce la relazione stessa in quanto si rende sempre più disponibile al pz come
oggetto nuovo. Per Mitchell l’interpretazione è un evento relazionale complesso che dice qualcosa sul tipo di
rapporto tra pz e analista. Ad affiancarsi ad esso c’è l’atteggiamento di dedizione e di ricerca della verità
dell’analista e viene interiorizzato dal pz guidandolo nella comprensione di chi è e di chi può potenzialmente
diventare. Un atteggiamento di dedizione e ricerca della verità per comprendere e valorizzare la realtà psichica
del paziente, si associa a una motivazione profonda di comprendere il paziente, rispetto a un lavoro analitico in
termini di co-costruzione di narrative coerenti.
L’alleanza terapeutica. L’alleanza terapeutica occupa una posizione centrale nella teoria e ricerca
psicoterapeutica e si riferisce a una relazione di cooperazione tra paziente e terapeuta. L’alleanza è un fattore
trasversale che facilita altri processi terapeutici, piuttosto che un agente terapeutico primario. Bordin ha introdotto
il termine alleanza di lavoro nella comunità di ricerca e nel tempo ci sono state diverse definizioni del termine
alleanza terapeutica. Una di queste contempla tre elementi di base: una relazione collaborativa e cooperativa tra
pz e terapeuta; un legame affettivo tra loro; l’accordo tra pz e terapeuta circa gli obiettivi del trattamento.
L’alleanza terapeutica può essere fluida e variabile nel tempo, come dimostrato dai concetti “rottura e
riparazione” di Safran e Muran, e varierà in base alle caratteristiche del pz, a quelle del terapeuta e al loro
accoppiamento. La solidità dell’alleanza terapeutica è il predittore individuale dell’esito del trattamento. Il fatto
che risulti trasversale, ha portato molti autori a concludere che la relazione terapeutica è il fattore curativo
principale di tutti i tipi di terapia, sebbene anche altri fattori concorrano all’esito terapeutico ed essa non agisca
sempre come fattore diretto. Luborsky ha distinto tra funzione “facilitante” dell’alleanza terapeutica e la sua
funzione di “elemento attivo”, suggerendo che sia una relazione collaborativa e affettiva con obiettivi comuni,
ovvero è il prodotto dei processi in atto tra pz e terapeuta. L’alleanza terapeutica è un’agente causale indiretto
perché facilita l’azione di altri interventi e diretto perché influenza l’esito del trattamento. Il senso di
collaborazione e il legame affettivo che si instaura rende il pz più ricettivo agli interventi e mette a disposizione
esperienze nuove e curative.
Rottura, riparazione e analisi del transfert. Come anticipato, vi è una somiglianza tra il concetto kohutiano
di fallimento ottimale e il concetto di rottura e riparazione di Safran e Muran, queste due ultime espressioni
si riferiscono all’esperienza del pz dell’alleanza terapeutica, e il rimediare alle rotture di questa costituisce il
nucleo del loro modello di terapia relazionale breve. Similmente per Kohut, i fallimenti ottimali sembrano essere
il resoconto di una rottura e una riparazione. Infatti, l’esperienza del pz di non essere perfettamente rispecchiato
può essere pensata come rottura, e la comprensione empatica da parte del terapeuta di questo vissuto e il suo
riconoscimento dei propri fallimenti, possono essere visti come tentativi di riparazione. Safran e Muran hanno
osservato che l’idea di rottura e riparazione ha un’analogia con l’analisi del transfert negativo, nei termini di
reazione agli indizi emessi dall’analista, in quanto il processo del prestare attenzione e interpretare il transfert
negativo può essere inteso come un tentativo di riparare le rotture nella relazione terapeutica. Gli stessi autori
hanno evidenziato che interventi focalizzati sull’alleanza terapeutica sono particolarmente utili con pazienti con
cui è difficile instaurare un’alleanza.
L’EQUAZIONE PERSONALE. Il ruolo del controtransfert indica che le qualità personali dell’analista e le
caratteristiche personali del pz, abbiano un’influenza rilevante sul processo e sull’esito terapeutico. In particolare,
le qualità personali del terapeuta hanno un’influenza maggiore nel determinare come il terapeuta conduca il
trattamento rispetto alla sua appartenenza teorica. CAMBIAMENTO TERAPEUTICO E RICERCA. Ci si è
domandati su quali siano i processi che producono il cambiamento terapeutico e per darsi una risposta è necessari
adottare un linguaggio comune transteorico, trasversale alle diverse scuole, un linguaggio che faccia riferimento
a processi biologici e psicologici di base.

TERZA PARTE
PANORAMICA E INTEGRAZIONE
11. DIVERGENZE E CONVERGENZE PSICOANALISI E VISIONE ILLUMINISTICA.
La teoria psicoanalitica classica è un prodotto della visione illuministica, infatti l’insight, la consapevolezza e la
conoscenza di sé riflettono molti degli atteggiamenti e dei valori dell’Illuminismo, uno fra questi l’emancipazione
dell’individuo. In sintonia con la prospettiva illuministica, per la psicoanalisi classica l’essere umano è abitato
da un costante conflitto tra le passioni irrazionali e la voce della ragione e della realtà, proprio come nel mondo
fisico e sociale esistono forse che devono essere controllate e dalle quali occorre liberarsi. L’imperativo
illuministico del “conosci te stesso” è condizione necessaria per la cura clinica della prospettiva psicoanalitica
classica e la non conoscenza è un fattore eziologico della nevrosi, mentre la conoscenza di sé è un prerequisito
per liberarsi da essa. Allo stesso modo l’Illuminismo individuale comporta la liberazione dalle paure irrazionali
e la loro sostituzione con la conoscenza di sé e la ragione. Successivamente la teoria psicoanalitica vede
l’emergere di uno scetticismo nei confronti dell’efficacia terapeutica dell’insight e della conoscenza di sé,
constatando che l’insight non sia correlato con la guarigione e talvolta neppure con un miglioramento. Fra i
diversi autori di questa nuova concezione, Alexander sostenne che l’agente principale del cambiamento sono le
esperienze emozionali correttive e non l’insight. Le differenze teoriche entro la psicoanalisi non sono una
semplice questione di diversità di scuole, ma rappresentano un cambiamento di paradigma, un mutamento
filosofico, dal positivismo al costruttivismo. La posizione della psicoanalisi contemporanea rispetto la
predilezione per la relazione terapeutica, la solidarietà rispetto all’insight e alla conoscenza di sé, non derivano
semplicemente dall’esperienza clinica, ma dall’espressione dello spirito culturale e filosofico della nostra epoca.
CONCEZIONI DELLA MENTE: DIVERGENZE. Le teorie psicoanalitiche contemporanee sembrano essere
poco interessate alla ricerca delle origini della mente; secondo la teoria classica la funzione primaria dell’apparato
psichico è la scarica dell’eccitamento, soprattutto quello prodotto dalle richieste pulsionali, concezione rifiutata
dalle teorie contemporanee. Secondo Freud la tendenza primaria della mente a ricercare la gratificazione
immediata attraverso il soddisfacimento allucinatorio del desiderio viene modulata dal graduale riconoscimento
del bambino che la gratificazione richiede un pensiero, nonché di una relazione con oggetti reali nel mondo. Lo
sviluppo del pensiero e delle relazioni oggettuali quindi dipende dal riconoscimento che il soddisfacimento
allucinatorio del desiderio non permette la sua gratificazione. Benchè non vi sia una trattazione dello sviluppo
dell’esame di realtà, alcune osservazioni contemporanee suggeriscono che questo sia una capacità innata e non
una necessita imposta dalle richieste pulsionali. Stern suggerisce che le rappresentazioni interattive generalizzate
(RIG) del bambino di interazioni prototipiche con il caregiver, il bambino possiede sin dall’inizio una capacità
elevata di apprendimento e di esame di realtà.
Processi inconsci. In contrasto con la visione freudiana classica di desideri inconsci, le teorie relazionali
interpretano i contenuti inconsci come esperienze vaghe, indefinite e non formulate, il cui contenuto sarà
determinato dalle interazioni sociali. La difesa è concepita come un fallimento giustificato di formulare il non
formulato e non come modo per escludere contenuti dalla coscienza. Nella letteratura attuale il concetto di
rimozione è quasi scomparso ed è stato sostituito con la dissociazione, in generale il ruolo dei processi inconsci,
per come li intendeva Freud, hanno perso importanza. Le teorie contemporanee riconoscono un continuum nella
originaria dicotomia conscio e inconscio, rimpiazzando l’inconscio dinamico freudiano con gli stati di coscienza
momentanei e fugaci (James). Un’altra differenza sostanziale è la trasformazione della concezione di inconscio
dinamico, formato da desideri collegati alle pulsioni, in un inconscio di modelli interazionali, aspettative,
credenze e modelli operativi che sono inconsci perché acquisiti in modo non verbale nei primi mesi di vita.
CONCEZIONI DELLA MENTE: CONVERGENZE. Nonostante le differenze, vi sono alcune sovrapposizioni
tra la teoria classica e alcune teorie contemporanee, una fra queste è il concetto di conflitto considerato
fondamentale, convergendo sull’idea che la mente sia intrinsecamente conflittuale. Un’ulteriore convergenza la
si riscontra su alcuni approcci al trattamento, per esempio l’attenzione al conflitto e la sua soluzione adattiva
come obiettivi del trattamento. Si osservano convergenze sull’idea fondamentale secondo cui la funzione
primaria delle difese sia impedire che il materiale minaccioso venga vissuto a livello cosciente e minacci la
percezione di sé. Inoltre vi è accordo sul fatto che il potenziale ansiogeno dei contenuti mentali che innescano le
difese, derivi dalla loro connessione con reazioni genitoriali precoci negative (disapprovazione. Punizione,
mancata conferma), tale per cui le esperienze consce dell’individuo sono influenzate dall’angoscia associate alle
reazioni genitoriali precoci.
NATURA E ORIGINI DELLE RELAZIONI OGGETTUALI: DIVERGENZE. Vi è una netta differenza tra la
visione freudiana dello sviluppo delle relazioni oggettuali e quella contemporanea, nella prima le relazioni
oggettuali derivano dal fallimento dell’appagamento allucinatorio del desiderio, nelle seconde si sviluppano in
modo indipendente rispetto alla gratificazione pulsionale. Allo stesso modo viene rifiutato il concetto freudiano
di narcisismo primario nel neonato.
Motivazione pulsionale versus motivazione relazionale. Le teorie psicoanalitiche contemporanee motivano la
ricerca oggettuale in modo diverso dalla teoria classica, in cui sono l’accumulo e la scarica dell’eccitamento a
motivare la ricerca oggettuale.
L’amore oggettuale nella teoria classica e nella Psicologia del Sé. Freud teorizza che bisogna amare per non
ammalarsi, spiegando che se non si rivolge l’investimento libidico sull’oggetto, l’Io sarà inondato da un
investimento eccessivo che lo potrà danneggiare. Kohut critica il passaggio freudiano dal narcisismo all’amore
oggettuale, sostenendo che il narcisismo è una linea di sviluppo separata e che il passaggio evolutivo avviane dal
narcisismo arcaico al narcisismo maturo, senza necessariamente passare per l’amore oggettuale.
NATURA E ORIGINI DELLE RELAZIONI OGGETTUALI: CONVERGENZE. Il bisogno di omeostasi e il
ruolo dell’oggetto nella regolazione degli strati affettivi e di tensione. Sia la teoria classica che le teorie
contemporanee convergono sull’idea secondo cui l’oggetto svolge una funzione fondamentale di regolare le
tensioni e gli stati affettivi e favorire un funzionamento adeguato dell’Io. Nella teoria freudiana l’oggetto è infatti
necessario per evitare di inondare l’Io di eccitamento eccessivo e intralciare il suo funzionamento. Si potrebbe
quindi dire che l’oggetto svolge un ruolo vitale nella regolazione dei processi fisiologici. Sia Freud sia Fairbairn
concordano sul fatto che l’Io non può funzionare adeguatamente senza l’azione regolatoria dell’oggetto; per
Fairbairn infatti, vivere in un mondo interno privo di oggetti e relazioni oggettuali è la minaccia più grave per il
funzionamento psicologico dell’individuo, per Freud il funzionamento psicologico richiede il passaggio dal
narcisismo all’amore oggettuale e l’oggetto è indispensabile per evitare danni all’Io derivanti dall’accumulo
eccessivo di eccitamenti. Anche per la Psicologia del Sé, la coesione del Sé richiede la disponibilità di un
rispecchiamento empatico regolatorio da parte dell’oggetto, oggetto-Sé nella terminologia kohutiana, anche qui
l’oggetto ha un ruolo nella regolazione degli stati affettivi e ruolo delle funzioni dell’Io.
La dicotomia tra ricerca dell’oggetto e ricerca del piacere nell’attaccamento del bambino al caregiver. Per
quanto per Fairbairn vi sia una tendenza innata a cercare l’oggetto e formare un attaccamento, sembra che gli
effetti regolatori e funzionali dell’oggetto siano associati a esperienze di piacere associato a un’adeguata
regolazione di diversi sistemi psicologici. Come ipotizza Anna Freud, è probabile che un fattore implicato nella
scelta dell’oggetto di attaccamento sia l’esperienza che quell’oggetto fornisce un certo grado di benessere. Dagli
esperimenti di Harlow sul surrogato materno, si è dimostrato che la scimmia si lega al surrogato materno di stoffa
in virtù del “benessere da contatto”, indicante che la stimolazione tattile è una delle variabili di sollecitazione
sensoriale che regola gli stati psicologici e fisiologici. Similmente Freud afferma che la superficie cutanea sia
una zona erogena per eccellenza, l’essere cullato, tenuta in braccio e accarezzato è per il bambino una fonte di
piacere libidico. Non c’è quindi contraddizione tra ricerca dell’oggetto e ricerca del piacere e neppure per la
propensione innata a cercare l’oggetto, e al tempo stesso postulare che l’esperienza di piacere associata alla
regolazione sia un criterio fondamentale nel determinare la scelta della figura di attaccamento. Sia Freud che
Anna Freud hanno attributo molta importanza alla pulsione della fame nella dinamica dell’attaccamento madre-
bambino, sostenendo che ciò che è psicologicamente significativo della nutrizione non è il fatto che essa riduca
la tensione della fame, quanto che fornisca una gratificazione orale e altre forme di piaceri sensoriali, ma è stato
dimostrato che seppur abbia un ruolo, la riduzione della fame non è la base primaria per l’attaccamento. Nessun
input da solo – che sia il benessere da contatto o la riduzione della fame – rappresenta la motivazione
dell’attaccamento madre-bambino. Queste precoci esperienze di piacere e di regolazione fisiologica costituiranno
la base del successivo attaccamento psicologico. Il rifiuto della teoria pulsionale freudiana è stato seguito da un
generale disinteresse per il ruolo del piacere nelle relazioni oggettuali, esso è ignorato da Fairbairn, Bowlby e
Mitchell, il quale afferma che il neonato cerca il contatto in quanto contatto e non come strumento di
gratificazione, per cui l’oggetto non viene ricercato per il suo ruolo nella riduzione della pulsione, ma perché
l’essere umano è relazionale per destino. Nei primi mesi di vita, quando la funzione primaria del caregiver è
proprio quella di gestire e regolare i processi e gli stati interni del neonato, è molto probabile che tale regolazione
da parte dell’oggetto, costituisca l’elemento fondante perché il legame con l’altro diventi una realtà psicologica
fondamentale.
Relazioni oggettuali e amore oggettuale. Il bambino nel corso dello sviluppo si relazione al caregiver non solo
per la sua funzione regolatrice e per il piacere che gli procura, ma anche in quanto oggetto d’amore. A un certo
punto avviene la transizione evolutiva da un’esperienza dell’altro come strumento esclusivo di soddisfacimento
dei propri bisogni a soggetto di esistenza separata, dotato di bisogni ed emozioni propri. Per Freud non compiere
la transizione dal narcisismo all’amore oggettuale si associa a conseguenze patologiche gravi, attribuendo
all’oggetto un significato profondo ai fini dell’integrità del funzionamento psichico. La Psicologia del Sé di
Kohut invece è una teoria del Sé che rifiuta l’idea che nello sviluppo sano debba esserci l’amore oggettuale, per
l’autore infatti la principale discriminante della salute mentale non è la capacità amare l’oggetto ma quella di
mantenere un Sé coeso.
Relazionalità e autonomia. Le teorie relazionali postulano che vi sia un conflitto intrinseco tra relazionalità e
autonomia, che spesso è indice di una relazione di tipo regressivo o patogeno e di un’autonomia che somiglia
alla fantasia schizoide di autosufficienza descritta da Fairbairn. Nello specifico, se l’essere in relazione è visto
come un aggrapparsi spasmodico agli oggetti precoci o un doloroso rifiuto, è evidente che il legame sarà sentito
come dannoso per l’autonomia, la quale verrà perseguita difensivamente come fuga dalla relazione. Tale conflitto
è implicito nella concettualizzazione di Freud dei conflitti edipici, i quali desideri incestuosi impediscono
all’individuo di trovare un oggetto e investirlo emotivamente.
CONCEZIONI DELLA PSICOPATOLOGIA: DIVERGENZE. Al centro della concezione classica della
psicopatologia vi sono i conflitti interni e le difese erette contro di essi descritti nel modello pulsionale-difesa.
Le teorie psicoanalitiche contemporanee hanno in comune il rifiuto di tale modello freudiano, tuttavia vi è una
grande diversità tra le singole concezioni. Greenberg e Mitchell propongono la teoria del conflitto-relazione, in
cui il conflitto è ritenuto un elemento centrale del funzionamento della personalità e dove viene evidenziato che
i conflitti non sorgono da desideri pulsionali ma sono il prodotto della lotta dell’individuo sia di mantenere i suoi
legami con gli altri e sia differenziarsi da essi. A differenza della teoria classica, nelle concezioni contemporanee
l’attrazione regressiva per l’identificazione può provocare angoscia e impulso progressivo alla separazione. La
Psicologia del Sé originariamente era concepita per essere applicata ai soli disturbi narcisistici, successivamente
Kohut considerò i difetti del Sé fondamentali per tutte le psicopatologie. Una teoria parziale incentrata
sull’arresto evolutivo è quella di Kernberg per il disturbo borderline di personalità, i cui pazienti, secondo
l’autore, non hanno compiuto la normale transizione evolutiva che porta dalla scissione come difesa principale
alla rimozione; in loro si è verificato un arresto dello sviluppo con il rispettivo ricorso a difese primitive come
scissione o dissociazione. Kernberg descrive la patologia borderline come l’incapacità a integrare le
rappresentazioni buone e cattive di sé e dell’oggetto insieme ai relativi stati affettivi scissi e dissociati. Tra le
teorie contemporanee, e in contrasto con la teoria classica, vi è come aspetto comune il ruolo primario del
fallimento genitoriale nell’eziologia della malattia psichica, che varia però da teoria a teoria. Alcuni esempi
sono l’assenza traumatica di rispecchiamento, la mancanza di responsività materna, la deprivazione e il rifiuto,
l’incapacità di fornire una base sicura, l’induzione di sentimenti di colpa e di convinzioni patogene. Freud oltre
a identificare le minacce genitoriali come fattori eziologici della patologia, non attribuì mai un ruolo patogeno al
fallimento genitoriale, ma anzi mette in guardia dagli effetti di una “tenerezza eccessiva” da parte dei genitori,
che provocherebbero la malattia nevrotica. Allo stesso modo l’autore afferma che la fissazione a un certo stadio
psicosessuale di sviluppo può essere conseguenza sia di un’eccessiva deprivazione sia di un’eccessiva
gratificazione, ai quali concorre anche il comportamento dei genitori. Malgrado l’angoscia di castrazione e la
condanna del Super-Io abbiano a che fare con il comportamento dei genitori, Freud non dedica molto tempo a
delineare tali elementi.
CONCEZIONI DELLA PSICOPATOLOGIA: CONVERGENZE. Attaccamento spasmodico ai legami
oggettuali precoci. La maggior parte delle teorie psicoanalitiche contemporanee enfatizza il ruolo di un forte
attaccamento emotivo agli oggetti precoci, sostenuto da potenti motivazioni (“attaccamenti conflittuali con
oggetti arcaici” per Mitchell, “ostinato attaccamento agli oggetti cattivi” per Fairbairn, “convinzioni patogene
inconsce” per Weiss). Anche Freud considera importante i legami oggettuali precoci come fattore
psicopatologico, attribuendone la “viscosità della libido”, il conflitto edipico irrisolto, concernente il persistere
di desideri incestuosi verso il genitore del sesso opposto, infatti ne è l’esempio. In altre parole, il complesso
edipico viene considerato come una lotta tra l’unità simbiotica e la separazione-individuazione (Mahler).
Difficoltà nella regolazione degli affetti e della tensione interna. Un altro punto di convergenza tra la teoria
classica e quelle contemporanee è l’importanza attribuita all’inadeguata regolazione degli affetti e della tensione
in psicopatologia, e la tenacia con cui ci si aggrappa ai legami precoci potrebbe essere il tentativo di regolare
questi. Per Kohut, gli individui con una scarsa coesione del Sé restano ancorati alle relazioni oggetto-Sé arcaiche
perché queste regolano gli stati di tensione e proteggono dal pericolo. Per Fairbairn, il legame con oggetti cattivi
interiorizzati vengono mantenuti per paura di un mondo interno vuoto. Nella teoria classica, la difesa è un mezzo
fondamentale di regolazione degli stati affettivi ed emotivi ma benchè svolga funzioni adattive, come evitare
l’angoscia, può anche avere conseguenze disadattive come la “restrizione della coscienza”. Tuttavia, il legame
tra psicopatologia e regolazione disadattiva degli effetti emerge chiaramente quando vi è un fallimento della
difesa e il conseguente manifestarsi dell’angoscia.
Restringimento della consapevolezza e della gamma delle esperienze. Un’altra area in comune tra la
prospettiva classica e quelle contemporanee è il ruolo attribuito all’angoscia e alle difese nel restringere la
consapevolezza e la gamma dell’esperienza, considerando queste ultime caratteristiche della psicopatologia.
Determinate aree di esperienza potenziale associate all’angoscia, vengono escluse dalla coscienza attraverso la
rimozione secondo la teoria classica, per Stern invece attraverso la non formulazione. Nelle diverse formulazioni
vi è l’implicazione comune che la restrizione dell’esperienza sia inevitabilmente accompagnata da un certo grado
di rigidità e stereotipia delle funzioni cognitive.
CONCEZIONI DEL TRATTAMENTO: DIVERGENZE. In quest’ambito vi sono molte divergenze tra le diverse
prospettive per quanto concerne il trattamento analitico. L’analista classico si presenta come schermo bianco
autorevole, che si è trasformato in partener egualitario e interattivo nelle teorie contemporanee, per cui
l’osservatore obiettivo è qui diventato un partecipante soggettivo che porta in seduta la propria realtà psichica.
In passato il terapeuta era riservato e “opaco”, adesso non esita a rivelare aspetti di sé (self-disclosure); il transfert
e controtransfert hanno una natura maggiormente interattiva e la neutralità analitica è stata sostituita dalla presa
di posizione rispetto ai conflitti del paziente. L’amore del paziente per l’analista è stato ribaltato nell’amore
dell’analista per il paziente, l’interpretazione ha perso il suo ruolo primario di modalità di azione terapeutica ed
è stata sostituita da forme di “esperienza emozionale correttiva” e la sua funzione non è quella di produrre un
insight ma di fornire narrative coerenti. L’obiettivo primario è ridurre la sofferenza del paziente e nella teoria
classica tale obiettivo viene raggiunto attraverso il riconoscimento degli impulsi e dei desideri ripudiati, a questo
si aggiunge il rafforzare le funzioni dell’Io e aumentare la conoscenza e la comprensione di sé. Le teorie
psicoanalitiche contemporanee invece, come obiettivi primari enfatizzano una maggiore coesione del Sé
(Psicologia del Sé), la modifica delle convinzioni patogene (control-mastery theory di Weiss e Sampson), un
attaccamento più sicuro (teoria dell’attaccamento di Bowlby), l’esorcizzazione degli oggetti cattivi interiorizzati
e la loro sostituzione con oggetti buoni (teoria delle relazioni oggettuali) e la sostituzione di schemi affettivi-
cognitivi disadattivi con sistemi più adattivi. Se nella teoria classica l’obiettivo fondamentale è il riconoscimento
di contenuti psichici inconsci che erano stati misconosciuti, per alcune teorie contemporanee sembra non essere
un obiettivo da considerare, nella misura in cui mirano alla creazione di nuovi significati, nuove narrative e
all’assunzione di nuovi punti di vista.
Fare nuove esperienze versus esaminare esperienze passate. Mentre la psicoanalisi classica si focalizza
sull’esame delle esperienze passate, le teorie contemporanee si concentrano sulle esperienze nuove, componente
primaria dell’azione terapeutica. Mitchell contrappone al ruolo terapeutico dell’insight e della comprensione di
sé quello delle esperienze emozionali correttive nuove che il pz fa nell’interazione con l’analista, per indicare
che egli non ha bisogno di un’interpretazione ma di una nuova esperienza. Benchè l’analisi del transfert sia
terreno comune tra analisti, si riscontrano differenze nella sua attuazione pratica, un analista classico è portato a
vedere le reazioni del pz come espressioni di desideri e conflitti, mentre un analista relazionale si concentra
sull’interazione in atto tra pz e analista. La situazione in cui il pz è libero di esprimersi liberamente senza critiche
o giudizi da parte dell’altro, il cui compito principale è di ascoltare in modo attento e cercare ci comunicare cosa
ha compreso, è realmente un’esperienza nuova e rara. È bene sottolineare anche che un esame del passato e della
sua influenza su pensieri e sentimenti attuali può costituire in sé un’esperienza nuova, stando a indicare che il
ruolo terapeutico delle esperienze nuove e correttive è contemplato tanto nelle teorie contemporanee quanto nella
teoria classica. Non è necessario operare una scelta mutualmente esclusiva sull’azione terapeutica da mettere in
atto, sono entrambe esperienze nuove. La dicotomia tra insight ed esperienza emozionale correttiva è falsa in
quanto una presa di coscienza e un insight sono un tipo particolare di esperienza emozionale correttiva. Ogni
teoria del trattamento è associata a una particolare teoria psicopatologica, nelle teorie contemporanee la relazione
terapeutica ha sostituito l’interpretazione e la conoscenza di sé come fondamentale agente terapeutico, ribaltando
la visione classica. Tutte queste concezioni condividono l’idea di fondo che il terapeuta venga vissuto in modo
diverso dalle figure genitoriali e eche queste nuove esperienze riescano a modificare le aspettative e gli schemi
cognitivo-affettivi del pz, senza necessariamente ricorrere a interpretazioni o insight.
CONCEZIONE DEL TRATTAMENTO: CONVERGENZE. Nonostante le forti divergenze tra la teoria classica
e quelle contemporanee, vi è accordo sulla necessità terapeutica di un atteggiamento non giudicante da parte
dell’analista, al fine di facilitare il processo terapeutico. Un obiettivo terapeutico comune è l’ampliamento della
gamma delle esperienze del pz, dove nella teoria classica è espresso in termini di rendere conscio l’inconscio,
nelle teorie contemporanee come ampliamento degli orizzonti di consapevolezza. Per la prospettiva classica
l’analisi del transfert è importante perché le proiezioni del pz sull’analista mettono a nudo la nevrosi del pz. Le
teorie contemporanee individuano un fenomeno analogo nelle reazioni del pz nei confronti dell’analista, le quali
rivelano di fatto i suoi “schemi relazionali abituali” (aspettative, convinzioni, desideri..), ovvero rendere esplicito
l’implicito. In un certo senso quindi si fa uso delle interpretazioni per produrre consapevolezza circa questi aspetti
del pz, dando quindi valore all’insight e alla presa di coscienza. La convergenza tra le varie teorie sull’obiettivo
terapeutico è il migliorare la capacità del pz di relazionarsi in modi sempre più corrispondenti alla realtà
dell’altro, e sempre come fosse una persona del passato. Rispetto a ciò, l’analisi del transfert non ha solo lo
scopo di aiutare il pz a vedere l’analista in modo più realistico, ma anche di generalizzare questa esperienza con
altre persone significative esterne alla terapia, provvedendo a un rafforzamento dell’esame di realtà. che si
parli di sostituire relazioni edipiche (Freud) o relazioni con oggetti-Sé arcaiche (Kohut) con relazioni mature, si
tratta sempre di nuove modalità relazionali che il trattamento ha l’obiettivo di promuovere. Un punto di
divergenza tra queste risiede nel principale agente di cambiamento che, da un lato vede le interpretazioni come
generatrici di insight, dall’altro la relazione terapeutica. In questo dibattito emergono due posizioni: una ritiene
che è l’esperienza emozionale correttiva implicata nella relazione terapeutica a possedere un effetto mutativo,
mentre l’interpretazione e l’insight non ne fanno necessariamente parte; l’altra sostiene che i fattori maturativi
sono primariamente l’insight, la comprensione e la conoscenza di sé prodotti dalle interpretazioni, che si
presentano come obiettivo principale dell’azione terapeutica. In realtà non si può parlare di dicotomia tra
interpretazione e relazione terapeutica, a meno che l’attività di interpretare non venga esclusa dalla relazione
terapeutica o viceversa. L’origine di tale dicotomia risiede nella competizione tra visioni contrapposte della
natura del cambiamento terapeutico, è bene sottolineare che entrambi i gruppi di fattori possono essere
componenti importanti e concorrere al cambiamento. Proprio come l’interpretazione può comportare
un’esperienza nuova e rafforzare la relazione terapeutica, ribaltando la questione, si può dire che il contesto
relazionale in cui viene fatta l’interpretazione influenza il significato di quella interpretazione, costituendo una
causalità circolare. Il comportamento del terapeuta che disconferma le convinzioni patologiche inconsce,
permettendogli di superare il test messo in atto dal pz, può essere inteso come un’interpretazione silente che
influenza la “conoscenza relazionale implicita” del pz, ovvero delle credenze e aspettative. Gran parte ci ciò che
apprendiamo nel periodo di dipendenza e attaccamento è indispensabile per vivere nella società, quando però
non mettono più in discussione e di riperpetuano continuamente, esse diventano disadattive, e proprio come
accade per acquisirle, allo stesso modo per comprenderle e modificarle è necessaria una relazione interpersonale.
Sembrerebbe non esserci motivo per contrappore le due prospettive in quanto perché un pz possa sentirsi capito
dal terapeuta è necessario che vi sia il contributo di una conoscenza di sé, e viceversa, il pz non può acquisire
conoscenza di sé senza l’ausilio del terapeuta e del suo atteggiamento di ascolto e comprensione.
L’alleanza terapeutica. La qualità e la forza dell’alleanza terapeutica rendono un contributo costante all’esito
della terapia dato che l’agente principale del cambiamento è la relazione terapeutica. Ciò non significa che non
vi siano altri fattori a concorrere all’esito positivo, inoltre la percezione del pz di un’alleanza terapeutica forte
può non avere un ruolo diretto sull’esito terapeutico, ma può essere l’effetto di altri fattori terapeutici.
INTEGRAZIONE: ULTERIORI CONSIDERAZIONI. Conoscenza in prima persona versus conoscenza in
terza persona. Nel contesto psicoanalitico è necessario distinguere tra conoscenza di sé in prima persona e in
terza persona, la prima è caratterizzata dall’immediatezza e non ha bisogno di prove tratte dall’osservazione e
dall’inferenza, di solito non si osserva il proprio comportamento per poi inferire su desideri e intenzioni. La
seconda invece è basata sull’osservazione e l’inferenza, pertanto si acquisisce nello stesso modo in cui si
acquisiscono le conoscenze su di un’altra persona, non sembra che convogli al cambiamento strutturale o alla
conoscenza di sé in prima persona.ad esempio è improbabile che sapere di avere un modello di attaccamento
evitante in risposta a esperienze di rifiuto, risulti utile a modificare il modello stesso. La conoscenza in prima
persona invece comporta la necessità di riconoscere come proprio lo stato mentale che sottende a quella
conoscenza così come qualsiasi nostra azione in relazione a quello state mentale.
Conoscenza di sé e stati psichici e inconsci. La distinzione tra conoscenza in prima e in terza persona è
immediatamente comprensibile in riferimento alle intenzioni e ai desideri consci. Risulta più problematico
quando si ha a che fare con le intenzioni e i desideri inconsci, in quanto si pone la questione di quale tipo di
conoscenza di sé si ottiene nel momento in cui l’inconscio diviene conscio.
Autoriflessione. Il miglioramento della capacità autoriflessiva nel trattamento psicoanalitico rappresenta un’area
di parziale convergenza tra teoria classica e teorie contemporanee. Nell’autoriflessione l’oggetto di riflessione è
diverso se si tratta di una conoscenza in prima o in terza persona, perché un conto è riflettere su un determinato
desiderio conosciuto in modo diretto e immediato (esperienza in prima persona), un conto è riflettere su un
determinato desiderio mediante osservazione e inferenza (conoscenza di sé in terza persona). Migliorare
l’autoriflessione del pz significa sottolineare l’importanza nel trattamento di migliorare la capacità di
comprendere meglio il funzionamento della propria mente, e non di svelare contenuti psichici inconsci.
L’autoriflessione, o meglio ancora, la funzione riflessiva è la capacità di riflettere non soltanto sui propri stati e
processi mentali, ma anche su quelli degli altri, per cui è difficile immaginare un miglioramento della capacità
di autoriflessione senza un miglioramento della capacità di riflettere sugli stati mentali altrui. Inoltre spesso, nelle
situazioni interattive la riflessione sul proprio stato mentale comporta spesso una riflessione sullo stato mentale
dell’altro. La funzione di regolazione degli affetti è dovuta a una maggiore capacità riflessiva.
Il riduzionismo nella teorizzazione psicoanalitica. Malgrado le differenze di contenuto tra la teoria classica e
quelle contemporanee, c’è un certo grado elevato di somiglianza nella forma della teorizzazione, sottostante la
tendenza a postulare uno o due sistemi motivazionali primari e un’ampia gamma di comportamenti disparati di
questi. Nella teoria classica la gamma di comportamenti sono considerate le espressioni simboliche della
gratificazione delle pulsioni sessuale e aggressiva, supposte primarie. Le relazioni oggettuali hanno natura
secondaria e sono al servizio della gratificazione della pulsione della fame e degli istinti sessuali infantili,
considerati fondamentali. Per Fairbairn invece le pulsioni sono secondarie rispetto le relazioni oggettuali,
considerate fondamentali, ciò che resta identico è la struttura della teorizzazione. È valido resistere alla tentazione
riduzionista a favore del riconoscimento della molteplicità dei sistemi motivazionali e indirizzare i propri sforzi
verso la comprensione di come questi si integrano.
CONSIDERAZIONI FINALI. Per acquisire una conoscenza di sé significativa, che porta al cambiamento
terapeutico, occorre riflettere e cercare di comprendere il modo in cui costruiamo l’altro nella nostra mente e per
come realmente è, tenendo in considerazione che l’obiettività su di sé e sull’altro può essere raggiunta soltanto
entro un rapporto interpersonale di solidarietà.