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Il razzismo delle discariche - marco armiero

( da "Repubblica, La" del 12-01-2008)

Quattro anni fa, proprio qui a Napoli, Donald Worster, uno dei fondatori della storia ambientale,
invitava a non rimanere prigionieri delle aule universitarie, dei dogmi o delle mode accademiche.
“Guarda al mondo là fuori, chiediti cosa c’è che non va e come si può cambiare”. A questo serve la
storia ambientale. Quattro anni dopo, quello stesso invito non poteva essere più attuale. D’altra
parte, oggi, qui, ora il mondo là fuori bussa con prepotenza alle nostre porte, penetra con i suoi
odori negli interstizi, rompe la separatezza tra corpi e natura. A guardare al mondo là fuori non
sarebbe così difficile intuire perché abbiamo bisogno della storia dell’ambiente. I cumuli di
immondizia che assediano la nostra città attendono risposte rapide ed efficienti, ma anche una
riflessione profonda che ci spieghi come siamo arrivati a questo punto, quali sono le radici di questa
lunga “emergenza”; perché senza la memoria del passato rischiamo semplicemente di ripetere gli
stessi errori in futuro. A guadare il mondo là fuori, tuttavia, non ci sono solo i cumuli di rifiuti: la
città sembra stretta in una morsa tra proteste, immondizia e polizia. Le colline di rifiuti, le piramidi
di eco-balle, gli inceneritori in costruzione non solo stanno cambiando il paesaggio campano, ma
hanno già ridisegnato la mappa dell’ambientalismo, trasformandone le caratteristiche, le priorità, e,
spesso, le forme dell’azione collettiva. Da questo punto di vista, il caso campano non è affatto
eccezionale. Probabilmente è negli Stati Uniti che il movimento per la giustizia ambientale ha
iniziato a muovere i suoi primi passi già alla fine degli anni settanta, quando si scoprivano le prime
drammatiche correlazioni tra composizione etnica e sociale delle comunità e il tasso di
inquinamento e rischio ecologico al quale erano sottoposte. Per l’Environmental Justice Movement
(EJM), gli stessi poteri che hanno generato un modo di produzione concentrato sulla riproduzione
della ricchezza, e non sulla salute ed il benessere della forza lavoro, hanno storicamente sovrinteso
anche alla iniqua distribuzione dei costi sociali ed ambientali di questo modo di produrre,
dislocando impianti inquinanti, depositi e discariche pericolose nei quartieri ghetto popolati da afro
americani e latini, o nelle terre dei nativi americani. Secondo i dati forniti dalla United Church of
Christ Commission for Racial Justice nel 1987 il 60% degli afro americani viveva in aree
interessate da depositi di rifiuti tossici; mentre alcuni case-studies dimostravano inequivocabilmente
l’esistenza di una politica razzista in materia di gestione del rischio industriale. Non è un caso,
insomma, che una comunità come Emelle, in Alabama, abitata per il 79% da afro americani, ospiti
la più grande discarica di rifiuti tossici degli interi Stati Uniti. D’altronde, smaltire rifiuti in contesti
sociali deboli, dove i cittadini abbiano meno strumenti per opporre resistenza, è la strategia non solo
praticata, ma spesso esplicitamente teorizzata: il sociologo americano Robert Bullard ha definito
questa strategia come la “path of less resistance”, ovvero come la ricerca di comunità
particolarmente deboli e quindi meno “resistenti”.
I conflitti ambientali hanno trasformato radicalmente la nostra idea di natura, ridisegnando i confini
tra naturale e artificiale, esterno e interno. Oggi sarebbe davvero difficile pensare alla natura come a
qualcosa di separato dalla gente, meritevole di protezione solo se selvaggia, incontaminata, non
antropizzata. Le battaglie contro i rifiuti tossici e il razzismo e il classismo ambientale hanno avuto
il merito di sfidare al cambiamento questa idea tradizionale della natura e della sua protezione; non
mi pare un caso che le associazioni ambientaliste mainstream hanno storicamente reagito con
lentezza alla sfida posta da queste nuove questioni. A lungo la composizione razziale, di classe e
finanche la collocazione geografica di queste grandi associazioni (generalmente nate e cresciute nel
Nord del mondo) le hanno spinte ad una scarsa attenzione verso i temi sociali, concentrandosi
essenzialmente sulla conservazione. In realtà, l’idea stessa che l’amore per la natura debba essere un
lusso che solo bianchi, ricchi e ben istruiti possono permettersi è stata la base di politiche
discriminatorie in materia di gestione dei rifiuti e collocazione di fabbriche inquinanti: in nome
della strategia della “minore resistenza possibile”, comunità povere sono diventate il luogo idea per
collocare ogni genere di attività non gradita dagli inceneritori alle discariche. Le storie di Geismar,
Louisiana, del distretto centro-sud di Los Angeles, di Houston, Texas, o della Warren County nel
North Carolina dimostrano che quell’assunzione era sbagliata; un altro ambientalismo non solo è
possibile, ma anche piuttosto vivo e in buona salute.
In che modo questo cambiamento nell’ambientalismo può cambiare il nostro lavoro di studiosi?
Innanzitutto, non credo che la nascita di questo nuovo ambientalismo delegittimi la storia dell’intero
movimento conservazionista. Sarebbe sciocco rispondere a queste nuove sfide trasformando i
promotori della preservazione della natura nei “cattivi” di turno; direi che in genere la storia, come
l’ecologia, è più complicata di un film western. Inoltre, lasciare interrogarci dal presente, non
dovrebbe mai diventare per noi storici una sorta di facile presentismo. In altre parole, dovrebbe
evitare di trasformare un gruppo di contadini del XIX secolo che invadono una foreste per
rivendicare i loro usi comuni in un movimento anti liberista dei nostri giorni. Quello che queste
esperienze di oggi ci possono insegnare è che le relazioni di potere contano anche quanto vogliamo
capire la storia della natura, ed hanno sempre contato. Ovviamente, i modi in cui esse hanno
condizionato la natura – e ne sono state condizionate – sono cambiate nel corso dei secoli. Capire
questi cambiamenti nel loro farsi è esattamente il lavoro degli storici. Includere il sociale nella
nostra analisi può anche offrire una prospettiva nuova, originale sulla storia delle politiche
conservazionistiche. Costruire un parco nazionale non è stato certo un crimine sociale, almeno non
generalmente. Ma ci può bastare sapere quanta natura è stata preservata? Il punto non è
criminalizzare i conservazionisti (anche se talvolta nel passato sono stati loro a criminalizzare gli
usi tradizionali della natura che volevano conservare); piuttosto la sfida è analizzare le loro politiche
tenendo insieme i loro effetti sociali ed ecologici.
Una delle cose su cui più insistono gli storici dell’ambiente – così come gli economisti ecologici – è
che la natura davvero conta qualcosa. Non è stato facile riuscire a far passare un principio così
ovvio, ed anzi non mi pare neppure che la missione sia del tutto riuscita. Dunque se ci mettiamo a
studiare i conflitti ambientali, rischiamo di far sparire la natura di nuovo dalla scena, concentrandoci
ancora sulla società e le sue dinamiche? Non credo che le cose stiano così. Piuttosto se davvero la
natura conta e l’economia e la società sono comprensibili solo dentro un più largo ecosistema, mi
sembra vero il contrario. Ossia è piuttosto bizzarro analizzare il potere come se tutto eccetto la
natura avesse peso. Insomma a guardare attraverso le lenti del conflitto, la natura non solo non
sparirà, ma anzi sarà visibile ovunque. Perché si, la natura davvero conta. Sempre.