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MEDIOEVO ROMANZO XXXVIII

FILOLOGIA DELLA RICEZIONE: I COPISTI COME ATTORI


DELLA TRADIZIONE
LEONARDI

La ricezione come problema storiografico si concretizza alla fine degli anni 60 con una serie di
fortunate applicazioni alla testualità del Medioevo romanzo.
Tra le reazioni alla crisi dello storicismo che si consuma lungo il 20° secolo, la teoria della
ricezione si distinse per la sua capacità di non rifiutare a priori la categoria della storia = pur
condividendo il presupposto che la storia non fosse più pensabile in quanto produttrice di senso, la
nuova teoria non riduceva lo sguardo nei termini della pura sincronia ma si poneva come una
chiave per interpretare comunque il presente alla luce del processo ricezionale che lo aveva
prodotto. In letteratura, sfumata l’importanza del ruolo dell’autore, emergeva quindi quello del
lettore e dei diversi momenti di lettura che si sono susseguiti nel temo.
L’impostazione sincronica affermatasi dopo la rivoluzione di Bédier, e quindi la concentrazione
sulla singola testimonianza, sul manoscritto in quanto dato storico, erano talmente diffuse da
attirare nel proprio campo la potenza della nuova teoria, da cui nello stesso tempo trassero una
legittimazione sul piano ermeneutico.
Leonardi ricorda 3 interventi precoci, che ebbero un eco importante in questo passaggio
- Elspeth Kennedy, nel 1970, pubblica un saggio con cui affronta il problema della differenza
tra dinamica propria alla trasmissione dei testi e dinamica dell’innovazione creativa.
- Silvio Avalle, nel 1972, inserisce nel primo volume del Grundriss di Juss e Kohler un
capitolo di critica testuale che segna la sua conversione alle ragioni del singolo manoscritto
come monumento culturale, affiancando questa attenzione a quella stemmatica
tradizionale.
- Paul Zumthor, sempre nel 1972, elabora il concetto di mouvance

→ L’interesse filologico per il singolo manoscritto emerge con evidenza nei 2 progetti che derivano
da queste 2 premesse:
1. Il corpus della lirica italiana allestito da Avalle (CLPIO, 1992) pubblica i testi secondo le
diverse attestazioni e le diverse sequenze di ciascun canzoniere antico
2. Il corpus dei fabliaux raccolto dalla scuola di Zumthor (NRCF, 1983-98) pubblica le edizioni
diplomatiche di tutti i testimoni per ciascun testo, a fianco dell’edizione critica fondata sul
miglior manoscritto
→ i due grandi progetti editoriali si fondavano su scelte teoriche di grande respiro e originalità =
- per Zumthor il quadro di una poetica che faceva della mobilità testuale e dell’oralità un
punto di partenza generale
- per Avalle, con più rigorosa determinazione filologica, il tentativo di descrivere un sistema
lessicale e linguistico còlto nelle sue attestazioni coeve, senza il filtro della ricostruzione
testuale.

“La filologia del manoscritto” ha percorso questi 40 anni in varie forme:


 la prassi delle edizioni fondate su manoscritto-base
 la filologia materiale
 la new philology
 la codicologia contestuale formalizzata da Keith Busby per cui un testo assume diversi
valori nei diversi contesti librari in cui è inserito

Queste che dovremmo chiamare filologie del manoscritto, pur nella loro diversità, hanno in
comune il ricorso ad una giustificazione ultima: ciò che interessa non è tanto l’autore e il senso
originari del testo quanto piuttosto gli stati che quel testo assume nel corso della sua diffusione,
garantiti dalla fisicità di ciascuna attestazione manoscritta, atto ricezionale documentato.
Tale connessione, tra teoria della ricezione e filologie del manoscritto, è tuttora molto produttiva →
lo abbiamo visto in occasione del seminario “Medioevo Romanzo” del 2012 dedicato ai generi
letterari → sia Maria Luisa Menghetti sia Simon Gaunt, parlando di una possibile attualità delle
teorie di Jauss, hanno individuato questo connessione nel rapporto fra ricezione e stato dei testi
nel contesto dei manoscritti, sulla scia del libro di Busby.

Ancora più esplicitamente, Roberto Antonelli nel 2011 auspicava l’avvento di una “filologia della
ricezione”, che affianchi alla tradizionale “filologia d’autore” sia una “filologia del manoscritto” sia
una “filologia del lettore”. L’impostazione si concentra su singolo manoscritto, fino ad indicare i
limiti che sarebbero insiti nella tendenza alla ricostruzione: l’attenzione deve essere distolta dal
problema dell’originale e rivolta invece ai punti fermi costituiti dai manoscritti. Antonelli ricorda
come a partire da Bédier “il riconoscimento dei documenti in quanto testimonianze in sé valoriali
apriva la strada al riconoscimento del Lettore quale terza ineludibile componente del circolo
ermeneutico” e indicava viceversa nello stemma un modello ideologico.
QUI STA IL PUNTO DOVE LEONARDI VORREBBE DISCUTERE → Leonardi vuole sostenere
che per descrivere e comprendere la storia di un testo, e i meccanismi ricezionali che ne
conseguono, si debba prescindere dal modello genealogico-stemmatico.
Ma se ogni manoscritto è la “proiezione sul piano “ (Contini) di una stratificazione che lo precede,
se è il risultato di un processo diacronico di successivi atti di riscrittura, solo una lettura che tenti di
misurare le linee di questa innovazione potrà cogliere appieno il valore ricezionale di ciascun suo
prodotto. E finora lo strumento più potente a nostra disposizione per decifrare i percorsi di una
tradizione manoscritta, resta quell’insieme di procedure interpretative che sintetizziamo nello
stemma.
Una filologia della ricezione dovrebbe affrontare, non eludere, il rapporto tra sincronia del dato e
diacronia del processo → in questo senso il suo interesse non è diverso da quello della filologia
d’autore: entrambe hanno bisogno di individuare i processi innovativi, l’una per risalire oltre le
innovazioni verso la loro origine, l’altra viceversa per apprezzarle sulla pagina di ogni manoscritto.

Il metodo stemmatico è dunque indispensabile.


E’ da ricordare la sintesi di Avalle, nel suo ultimo intervento sul metodo filologico (1993) quando si
parla di un “doppio uso dello stemma nel caso che si proceda dall’alto in basso oppure dal basso
in alto”, come due “modelli, storico il primo, logico il secondo”, due punti di vista che agiscono sulla
stessa struttura genealogica; NB il primo punto di vista è finalizzato alla ricostruzione della fortuna
o delle “ricezione” del testo.
Quando poi però Avalle richiama l’opposizione tra le due verità, quella dell’originale a quella del
manoscritto, attribuisce solo alla prima un carattere problematico: “la verità problematica dal punto
di vista dell’originale”.
Leonardi ha l’impressione che la forza dell’oggetto-manoscritto, potenziata dal timore di
sovrapporvi una lettura arbitraria e dall’esigenza di contrapporsi a una tradizione filologica dipinta
come ricostruttiva, imponga al filologo della ricezione come una limitazione della visuale che quasi
impedisce di cogliere le ragioni della diacronia → come è problematica la verità ideale che sta in
cima allo stemma così è problematica la verità reale che sta infondo ad esso.

ESEMPI DALLA TRADIZIONE DELLA LIRICA ITALIANA ANTICA

1. Edizione De Robertis delle Rime di Dante


La formula “filologia della ricezione” è stata usata da Teodolinda Barolini nel 2008 a proposito
dell’edizione De Robertis delle Rime di Dante → buon esempio di fraintendimento filologico.
L’enorme tradizione manoscritta della lirica dantesca non consente di disegnare uno stemma
unitario; De Robertis ha comunque compiuto una classificazione dei testimoni, individuando così le
principali famiglie, attraverso vari copisti (de Rossi, Boccaccio, Pucci; Salutati, Bembo, Tasso).
Uno dei risultati maggiori di quella recensio è la dimostrazione del fatto che la prima copia di
Boccaccio (To) non coincide - come invece Barbi aveva dimostrato per la Vita Nova – con il
capostipite b della famiglia di testimoni a cui essa appartiene → To discende da una sottofamiglia
b* dalla quale sono estranei una ventina di manoscritti. Tutti questi testimoni presentano la serie
delle 15 canzoni dantesche nello stesso ordine in cui si trovano nella prima copia di Boccaccio →
la presenza di questo ordine anche in altri testimoni che dimostrano di risalire a una fonte
superiore a quella grande famiglia (Add2 e R50) consente inoltre di ipotizzare che esso
precedesse anche l’iniziativa di b.
Studi successivi hanno addirittura sostenuto che tale ordinamento possa risalire a Dante stesso, a
un suo libro di canzoni, mentre altri credono ora di confutare l’argomentazione di De Robertis,
suggerendo che Add2 e R50 potrebbero discendere da una fonte non-b solo per il testo ma essere
influenzati per l’ordinamento dall’autorevolezza delle copie-Boccaccio.
Barolini ha contestato la scelta di De Robertis, e per il suo commento è tornata all’ordine Barbi

NB → è da sottolineare come l’autorità di un singolo manoscritto, la copia di Boccaccio, sia


considerata rilevante per la ricezione del testo e le siano attribuite intenzioni interpretative,
mentre l’analisi stemmatica dell’intera tradizione dimostra che Boccaccio, in questo caso,
ha semplicemente adottato una struttura preesistente → questa si che è filologia della
ricezione = non valorizzare la soluzione che si riscontra in un manoscritto senza porsi il
problema delle sue fonti, ma individuare a che punto della vita del testo quella soluzione si
è introdotta.
È da sottolineare un altro elemento importante: questo risultato non sarebbe stato possibile se non
attraverso una classificazione della varia lectio. L’aspetto strettamente testuale del lavoro dei
copisti è spesso l’unico che consenta di chiarire i percorsi della tradizione.

2. Il Boccaccio di Lorenzo Bartolini


Per il secondo esempio restiamo su Boccaccio.
Boccaccio non ha mai raccolto le sue liriche in un canzoniere, e la tradizione si presenta
frammentata in testimoni per lo più parziali.
Solo nel 500 la filologia umanistica di Lorenzo Bartolini costituì una raccolta unitaria di sonetti, 100
unità; la Raccolta Bartoliniana è testimone unico → questa sistemazione del corpus e del testo è
stata adottata come bon manuscrit da tutte le edizioni a stampa, fino a quelle novecentesche di
Massera e Branca.
Solo nel 1984 De Robertis avviò u confronto della Raccolta Bartoliniana col resto della tradizione,
illuminando dei casi in cui sia le sue attribuzioni sia le sue varianti testuali sono da ritenere
innovative → il lavoro è stato compiuto da Roberto Leporatti per la nuova edizione critica, nella
quale si recuperano numerose soluzioni alternative alla Bartoliniana.
→ caso significativo → “la filologia della ricezione” può effettivamente valutare l’apporto dei
singoli copisti e valorizzarne l’opera nella misura in cui si applica un punto di vista sì diverso, ma
agli stessi risultati ottenuti tramite gli strumenti della recensio propri della cosiddetta “filologia
d’autore”.

3. I sonetti di Burchiello – Michelangelo Zaccarello e Elena Stefanelli


Un caso per certi versi analogo è quello dei sonetti di Burchiello, siamo nella prima metà del 400 →
le caratteristiche della tradizione manoscritta del poeta comico fiorentino sono talmente complesse
che Michelangelo Zaccarello ha pubblicato nella sua edizione critica il corpus raccolto nella
stampa del 1481, cioè il testo che ha dato origine alla vulgata burchiellesca, instauratasi come
punto di arrivo.
L’editore è ben consapevole che si tratta di un canone solo parzialmente riconducibile alla mano
dell’autore. Non trascura dunque il confronto del testo dell’incunabolo con la tradizione
manoscritta, limitando però tale recensio ai già numerosi testimoni che tramandano il corpus
complessivo nel suo farsi → un caso dunque emblematico di filologia della ricezione applicata
all’ecdotica che Zaccarello ha valorizzato sul piano metodologico.
Si può aggiungere che, soprattutto per i non rari sonetti di sospetta attribuzione, un allargamento
della classificazione ai testimoni stravaganti offre un quadro anche più ricco proprio in prospettiva
ricezionale → è quanto ha fatto Elena Stefanelli nella sua tesi di laurea dedicata ad un codice
verosimilmente databile ancora entro il 300 o gli inizi del 400 che tramanda uno dei testi della
vulgata burchiellesca di dubbia genuinità. La recensio completa del sonetto include, oltre alle 6
sillogi manoscritte collezionate nell’edizione di Zaccarello e alle altre 7 lì analizzate, un’altra 15ina
di testimoni (12 di questi presentano un incipit variato: si tratta di una versione dello stesso
componimento).
Oltre a questo acquisto, la recensio completa della tradizione ha fatto emergere un altro testimone
databile ancora alla fine del 300, la cui attestazione consente di sottrarre definitivamente al
Burchiello la paternità originaria del sonetto.
Questi due codici si isolano rispetto al resto della tradizione e alla vulgata burchiellesca a
rappresentare il nucleo iniziale del sonetto.
La ricostruzione dei complessi percorsi di questo fortunato sonetto fino alla fine del 400 consente
di ricostruire i vari passaggi della sua ricezione e rielaborazione, evidenziando le varianti
innovative inserite fino alla vulgata del burchiello, che siamo così in grado di misurare nella sua
attività redazionale. Una filologia della ricezione consente di cogliere lo spessore del processo
diacronico dietro il testo, e di apprezzare davvero l’intervento dei copisti-autori.

4. La lirica siciliana – Roberto Antonelli


Ultimo esempio in ambito lirico italiano. Uno die casi più emblematici della fenomenologia della
ricezione è quello della lirica siciliana, che conosciamo quasi solamente attraverso i testimoni
toscani della fine del 13° secolo → il più importante canzoniere, il Vaticano Latino 3793 (V)
presenta caratteristiche grafiche e codicologiche peculiari che le analisi di Roberto Antonelli hanno
valorizzato compiutamente → è un prodotto di area para-mercantile, quasi un libro di lettura
privato, organizzato per fornire una visione cronologica della tradizione lirica italiana predantesca.
Un frammento di codice trascritto oltre l’appennino presenta pochi testi superstiti nella stessa
successione e con la stessa enumerazione del Vaticano, ma in una configurazione “materiale”,
totalmente diversa, in littera textualis, con una mise en texte e una mise en page che rinviano ai
modelli cortesi standard. Solo la dimostrazione filologica e linguistica della dipendenza diretta di M
da V ha potuto escludere che i due testimoni dipendano da un modello comune, al quale si
sarebbero dovute attribuire le scelte testuali e ordinative che si riscontrano in V.

5. La Chanson de Roland – Paul Zumthor e Duggan


Il caso più emblematico.
Bédier contribuì a dimostrare la validità dello stemma di Theodor Muller.
Colpisce che Paul Zumthor prenda come esempio di questa pluralità proprio la Chanson de
Roland, presentando uno schema grafico che non tiene conto della recensio.
Zumthor aveva rifiutato la proposta di sostituire il suo schema con lo stemma della tradizione → qui
sta il punto → per apprezzare le diverse realtà testuali che risultano dalla trasformazione della
Chanson de Roland, si può prescindere dallo stemma? → ogni punto della trasmissione ri-
elaborativa è un atto ricezionale significativo, tanto è vero che si sono realizzate 3 edizioni
complete di ogni redazione.
Una filologia della ricezione potrebbe pubblicare il testo di ciascun manoscritto, evidenziando i
luoghi e i meccanismi del rifacimento propri ad ogni atto ricezionale.
Viceversa l’edizione diretta da Duggan ha operato in una direzione totalmente diversa: per un
verso si è posta l’obbiettivo di non limitarsi alla lettera di ogni manoscritto, ma di ricostruire uno
stato testuale precedente alle copie conservate; ma soprattutto in questa azione ricostruttiva non si
è tenuto alcun conto delle risposte che potrebbe dare lo stemma.
La tradizione del Roland, se interpretata alla luce dello stemma, consente uno straordinario
percorso di storia della ricezione anche a livello macro-testuale, di riorganizzazione,
interpolazione, ristrutturazione del testo → è il percorso che ha ricostruito Giovanni Palumbo.

6. Roman de Troie
Spesso, tuttavia, non è disponibile un quadro genealogico convincente della tradizione → in casi
come questi si misura l’aleatorietà di ogni tentativo di valutare lo stato di un testo in un singolo
punto della sua storia/ricezione.
Esempio: il caso dei due manoscritti gemelli del Roman de Troie: Wien e Paris → citati da Gaunt
e Busby → entrambi gli studiosi si concentrano sulla miniatura che nel codice parigino presenta
Cornelius “in a bookshop” – in realtà di fronte ad un armarius pieno di libri – nell’atto di indicare un
volume. Busby si dice incerto se il suo ruolo sia quello di un librarius o di un pergamenarius e
Gaunt, a partire da queste osservazioni, ha aggiunto che l’immagine conferma la natura che il
testo assume in questo testimone = il testo recepito non come un esempio del genere “romanzo”,
ma come “un deposito di conoscenze di alto valore”, “il culmine di una tradizione appresa di
translatio”.
Ciò che preme sottolineare è come l’interesse di queste deduzioni potrebbe essere approfondito
se fosse possibile leggere questi dati alla luce della visione d’insieme di una tradizione così
complessa, nella sua ricezione italiana.
Il significato socio-economico della miniatura e il ruolo professionale del suo protagonista,
potrebbero essere annullati ove si consideri che essa traduce in forma visiva i vv 87-92.
Anche la localizzazione del contesto immaginato nel retroterra della miniatura potrebbe assumere
connotati diversi in seguito alla proposta di identificazione del miniatore con Turone di Maxio, capo
di bottega a Verona.
Ma soprattutto resta indeterminata la collocazione di questi elementi nella tradizione del Roman de
Troie, se siano cioè originari o introdotti nel corso della sua ricezione; il codice di parigi presenta
indizi che hanno fatto ipotizzare che sia descriptus, almeno per il corredo di miniature, da quello di
Vienna; più in generale la classificazione dei manoscritti del Roman de Troie è ancora tutt’altro che
stabilita.

7. Guiron le Courtois
Ultimo caso proposto, in positivo, riguardante la realtà testuale del romanzo francese in prosa.
Sintesi dei dati del problema che sta affrontando il gruppo di ricerca sul ciclo di Guiron le Coirtois,
diretta da Richard Trachsler e da Leonardi.
La galassia testuale che va sotto il nome di Guiron, dedicata alle imprese dei padri degli eroi
arturiani, annovera una 40ina di manoscritti, ciascuno con estensione e composizione diversa del
macrotesto. Una tradizione insomma in cui ogni manoscritto appare come il risultato di un atto
ricezionale attivo sulla stessa identità narrativa dell’opera, e anche sul livello microtestuale della
variazione lessicale e sintattica.
Il grande lavoro di Roger Lathuillère negli anni 60 aveva dichiarato l’impossibilità di ricostruire i
percorsi stemmatici di questa galassia e aveva trovato la chiave per risolvere il problema nel ms.
350, l’unico antico a presentare l’intero corpo narrativo principiale, individuando in esso la version
de base originaria, rispetto alla quale tutti gli altri testimoni davano luogo a diverse version
particulières.
La ricezione del testo veniva rappresentata come una dispersione e frammentazione. In realtà 350
presenta problemi che Lathuillère giudicò secondari rispetto ai vantaggi offerti → il lavoro di Nicola
Morato è partito da queste disomogeneità del presunto bon manuscrit → il 350 appare non
un’omogenea versione originaria ma il risultato di un processo di contaminazione e stratificazione.
L’unico strumento che consenta di emettere ipotesi motivate su questa stratigrafia è la recensio →
lo stesso Nicola Morato per il Meliadus e poi Claudio Lagomarsini per il Guiron hanno affrontato
questa sfida e sono riusciti a far emergere le linee di uno stemma.
In origine fu composto il Meliadus, romanzo in cui il protagonista è il padre di Tristano → è
possibile dimostrare che la redazione originaria è quella lunga, tramandata da una famiglia x, che
riunisce i manoscritti italiani, ma comprende anche 350. La seconda famiglia y, che riunisce tutti i
manoscritti francesi del 15° secolo, presentano un Meliadus abbreviato.
Il Guiron era stato composto indipendentemente dal Meliadus.
Fortunatissimo fu il raccordo che lega i due romanzi in un vero e proprio ciclo narrativo,
abbreviando la lunga parte finale del Meliadus e introducendo il personaggio di Guiron → tale
raccordo è attestato per esteso solo in testimoni del 15° secolo ma la coerenza narrativa
dell’insieme indica che non si tratta di un collage tardo.
Questa operazione di raccordo e ciclificazione avviene nel retroterra di y, il subarchetipo da cui
dipendono i codici 400eschi del Meliadus.